N. 150
Settembre-Dicembre 2020
Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003
Organo dell’Associazione Serra International Italia
Intervista alla mamma del beato Carlo Acutis
Un nuovo Contest fotografico
La proposta di Mimmo Muolo
Etica ed economia
N. 150
Settembre-Dicembre 2020
Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003
Organo dell’Associazione Serra International Italia
PERIODICO TRIMESTRALE N. 150 ASSOCIAZIONE SERRA INTERNATIONAL ITALIA
Settembre-Dicembre 2020 (XLIV)
Intervista alla mamma del beato Carlo Acutis
Un nuovo Contest fotografico
La proposta di Mimmo Muolo
editoriale ® 3 “Caritas Christi urget nos”. Sguadi di speranza di Piergiorgio Aquilino
vita della chiesa 4 Fratelli tutti: un appello ad «andare oltre» di p. Giacomo Costa S.J. e Paolo Foglizzo
11 “Fratelli tutti”: un’enciclica sociale di Mimmo Muolo
12 Intervista alla signora Antonia Salzano Acutis. Il beato Carlo: ”Ecco mio figlio”. di Piergiorgio Aquilino
vita del serra 16 Il desiderio e la volontà di non fermarsi mai di Manuel Costa
18 #GuardoSenzaFiltri di Antonio Cataldo Miscioscia
l’angolo di serra international 19 Il Serra in Brasile di Manuel Costa
22 Il Brasile di Dante Vannini di Dante Vannini
Etica ed economia
Finito in redazione il 16 dicembre 2020 Registrato presso il Tribunale di Palermo n. 1/2005 del 14 gennaio 2005 Iscrizione al Roc n. 21819 del 16/01/2012 Spedizione Abbonamento Postale Gr. IV Pubblicità inferiore 50%
Direttore responsabile Piergiorgio Aquilino
Redazione Manuel Costa Filly Franchino Dino Melis
Comitato di Direzione Enrico Mori, Presidente del C.N.I.S. Flavio Fontana, V. Presidente del C.N.I.S. Gianni Fiocchi, V. Presidente del C.N.I.S. Paola Poli, V. Presidente del C.N.I.S. Giuliano Faralli, V. Presidente del C.N.I.S. Trustee italiani di Serra International
Hanno inoltre collaborato a questo numero:
Maurizio Blondet Maria Luisa Coppola Manuel Costa Laura Dellacasa Pittalunga don Mario Gatti Mimmo Muolo p. Agostino Ziino CFD
Antonio Cataldo Miscioscia p. Giacomo Costa SJ Marco Crovara Paolo Foglizzo Giuseppe Miccoli Dante Vannini Card. Matteo Zuppi
l’intervista 23 “Per un’altra strada”. La Poposta di Mimmo Muolo di Maria Luisa Coppola
vocazioni 25 Il dono della vocazione. Un ‘filo d’oro’ per testimoniare Dio di padre Agostino Ziino CFD
la voce della fondazione BJS 28 La Fondazione non si ferma. “Sempre avanti” nel dono e nel sostegno di Marco Crovara
cultura e società 30 Etica ed economia. Per noi cristiani l’amore non è facoltativo di Card. Matteo Zuppi
dai club e distretti ® 31 Notizie ed iniziative
Natale 2020 ® 34 Cari preti, voi che siete gratis. La carriera sbagliata
Norme essenziali per redattori e collaboratori
1. Inviare il materiale per la stampa entro e non oltre il 10 marzo 2021. 2. Inviare i contributi all’e-mail sotto indicata. 3. Inviare foto molto chiare con soggetti inquadrati da vicino. I redattori distrettuali, i collaboratori ed i Vice Presidenti di Club responsabili delle comunicazioni sono pregati di attivarsi per l’inoltro di brevi (max 2.000 battute s.i.) cronache relative alle attività svolte dai Club e dai Distretti alla Segreteria di redazione
E-mail: news@serraclubitalia.it
Gli articoli pubblicati esprimono il pensiero dei rispettivi autori e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale della testata. La Direzione si riserva di pubblicare in tutto o in parte le foto, gli articoli e i servizi pervenuti, secondo le esigenze di spazio. Il materiale, anche se non pubblicato, non sarà restituito.
Stampa Tipografia Publistampa s.n.c. Piazza Bartolomeo da Messina 2/e • Palermo tel. 091 6376142 • tel. fax 091 546543 (e-mail: graficapublistampasnc@gmail.com)
editoriale
“Caritas Christi urget nos”
Sguardi di speranza di Piergiorgio Aquilino Direttore Responsabile
Centocinquanta numeri. Quarantaquattro anni di vita. Quasi mezzo secolo di storia, scritta da voi e con voi, cari Serrani, sempre ispirati dal modello per eccellenza di vocazione cristiana: Cristo stesso, inviato dal Padre per testimoniarci la Buona Notizia. A duemila anni di distanza, il Suo messaggio è sempre attuale, poiché «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8). L’estensione temporale di questo lieto annuncio si protrae sino ai giorni nostri ed oltre, facendo sì che il Vangelo non perda mai la sua attualità e non “passi di moda” in eterno. Esso interpella, infatti, ogni cristiano a seguire i sentieri inaugurati da Cristo e, sulle Sue, le orme percorse dai santi, senza dimenticare che la santità bussa anche nei cuori più anonimi della storia, nei più giovani ed indifesi, nella normalità del vivere quotidiano. Agli onori degli altari, lo scorso 10 ottobre, è salita la figura del beato Carlo Acutis, un ragazzo di quindici anni, morto nel 2006: un testimone straordinario di spiritualità che, nella sua quotidiana semplicità, ha raccontato il Vangelo oggi, davvero “in un mondo che cambia”. In un mondo tutto digitale, attraverso i social network, ha saputo portare la Parola tra i suoi coetanei, divenendo modello per quanti lavorano nel mondo della comunicazione sociale. La sua era la semplicità che scaturisce dal Vangelo, ma che ci rende tutti unici agli occhi di Dio. Non a caso il suo motto: “Tutti nascono come originali ma molti muoiono come fotocopie”. Sforzarsi di essere originali si traduce, in concreto, nel vivere l’amore per Gesù, cibarsi dell’intima amicizia con Lui e della Sua costante presenza. E la Sua presenza è svelata quando la Chiesa, comunità di fedeli, si apre quotidianamente per comunicare il più grande atto d’amore di tutta la storia: la rivelazione di un Dio amore e amante degli uomini di ogni tempo. Ce lo insegna e ricorda, ogni anno, il mistero del Natale che ci apprestiamo a celebrare: Dio che, nel segreto – cioè nel mistero – rompe gli argini di ogni storia umana, collettiva e personale. Celebriamo il mistero di un Dio che, compiutasi l’Ora, sceglie la Chiesa per annunciare e testimo-
niare l’amore divino. E la Chiesa è ovunque sia l’uomo, ovunque sia quel Dio «affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere» (Mt 25,44). In questa particolare ora, la pandemia che stiamo vivendo deve risvegliare nell’intimo la più grande di tutte le virtù: la caritas. «Caritas Christi urget nos» (2Cor 5,14)! Il Covid potrà bloccare tutto e tutti, ma non ci potrà mai togliere l’amore di Cristo! Perché è linfa vitale per la salvezza degli uomini. Come già scrivevo in un editoriale pubblicato su Agenzia Sir lo scorso 4 novembre, in questo tempo difficile, occorre “sfruttare” la crisi attuale come occasione di crescita, fuggendo dalla perdizione della “egolatria”: nel “mio mondo”, non c’è spazio per altri, neppure per chi c’è sempre stato. La paura – che sta alla base di questo momento storico, governandolo – ci sta facendo allontanare da tutto e da tutti, portandoci a vivere le nostre singole identità in una società che non è più società, poiché amorfa. Contro ogni nostro più innato istinto di esseri sociali, ci stiamo accorgendo che nessuno appartiene più a nessuno, poiché temiamo anche un caloroso saluto o diffidiamo di un semplice accostarsi ad un amico. Viviamo nel sospetto che l’altro-da-me – chiunque esso sia –, col suo stare nella nostra vita, possa nuocere alla nostra salute. Papa Francesco, attraverso la sua nuova lettera enciclica Fratelli tutti, firmata ad Assisi lo scorso 3 ottobre, ci riporta quanto già affermato in un incontro del 2013: «L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro. L’isolamento, no; vicinanza, sì. Cultura dello scontro, no; cultura dell’incontro, sì» (n. 30). Occorre ripartire da questa verità per ritrovarci e per rinnovarci. Perché se è vero che stiamo perdendo tanto in umanità, più che in salute, è anche vero che possiamo risollevarci a partire proprio da questo invito. Perché non tutto è ancora perso e qualcosa di buono ancora ci è rimasto. Oltre le mascherine, ci sono rimasti gli sguardi. E, da qui, riprendere il cammino. Un cammino illuminato dalla stella che, in questo 2020, ha il sapore della speranza. E, allora, auguri di speranza a tutti, amici Serrani: buon Natale. Non siamo soli lungo il viaggio: Dio è con noi!
Per info e approfondimenti: www.serraclubitalia.it; www.serrainternational.org.
vita della chiesa
“Fratelli tutti”: un appello ad «andare oltre» di Giacomo Costa SJ (Direttore) Paolo Foglizzo (Redazione) da Aggiornamenti Sociali
A
ncora una volta Francesco di Assisi la figura a cui si richiama la terza enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti (FT). Come già per la Laudato si’ (LS), le parole del titolo – nuovamente in italiano e non in latino – vengono dal santo di cui il Papa ha scelto di portare il nome e che è la fonte di ispirazione indicata fin dall’inizio. La continuità con LS è evidente: l’enciclica del 2015 proponeva san Francesco come «l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità […] un mistico e un pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso» (LS, n. 10). FT fa un passo avanti e parte dalla consapevolezza che «tutto è connesso», il ritornello che punteggia LS, per esplorare più a fondo il legame che unisce tra loro tutti gli esseri umani, rendendoli fratelli e sorelle, con una particolare attenzione a chi è escluso, lasciato da parte, forestiero, straniero o comunque “altro”. Come si legge nelle prime righe dell’enciclica, «San Francesco, che si sentiva fratello del sole, del mare e del vento, sapeva di essere ancora più unito a quelli che erano della sua stessa carne. Dappertutto seminò pace e camminò accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi» (FT, n. 2). La consapevolezza di essere tutti connessi non è sufficiente, se non si apre alla qualità etica di questo legame, cioè alla responsabilità reciproca a tutti livelli, da quello personale, che resta insostituibile, a quello strutturale e istituzionale, fino a quello delle relazioni internazionali. La pandemia che il mondo intero sta attraversando ce lo sta mostrando con evidenza inconfutabile: “siamo tutti sulla stessa barca” non significa solo che siamo tutti – ricchi e poveri, bianchi e neri, giovani e anziani – ugualmen4
te esposti al contagio, ma anche che i comportamenti di ciascuno hanno un impatto immediato su tutti gli altri, contribuendo a proteggerli o a metterli in pericolo. L’enciclica non propone però una dottrina della fraternità e dell’amicizia sociale costruita attraverso un percorso teorico e astratto. Si colloca, e soprattutto chiede al lettore di collocarsi, nella concretezza del nostro mondo, con tutte le sue tensioni e le sue contraddizioni. L’importanza della fraternità si coglie innanzi tutto a partire dall’ascolto del grido di coloro che patiscono le conseguenze della sua mancanza, cioè «dei poveri, dei miseri, dei bisognosi [...] degli orfani, delle vedove, dei rifugiati [...] delle vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie [...] dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza», come recita l’appello alla fraternità che chiude il testo (FT, n. 285). Il loro grido smaschera il carattere retorico di un universalismo astratto, idealista più che ideale. Percorrere la strada della fratellanza richiede di misurarsi con le domande tutt’altro che banali che quel grido suscita, e che già percorrono il nostro travagliato mondo: chi devo e dobbiamo accogliere come fratello e sorella? Fino a che punto possiamo e dobbiamo spingerci? Con quali limiti, personali e strutturali, non possiamo evitare di fare i conti? Che cosa significa proporre la fraternità in un mondo che è segnato da una parte da una iperconnessione globalizzante e mercificante, e dall’altro da una frammentazione individualistica e da chiusure nazionaliste e populiste? L’assunzione della responsabilità reciproca non può non chiamare in causa la coscienza. Al compito di leggere la realtà si affianca quello di trovare le energie a cui attingere, di scoprire le motivazioni su cui fare leva. Il cammino della fraternità riguarda la il serrano n. 150
vita della chiesa
mente e il cuore, la razionalità e le passioni: coinvolge la persona nella sua integralità. «Andare oltre» Papa Francesco per primo affronta il percorso che invita tutti a percorrere e la nuova enciclica può essere vista anche come una sorta di racconto del suo personale cammino di discernimento sulla questione della fratellanza e dell’amicizia sociale nel nostro mondo. Ce ne possiamo rendere conto osservando i tre passi che scandiscono il testo: 1) la presa di coscienza dell’urgenza della fraternità a partire dalla realtà in cui viviamo; 2) un’analisi che fa emergere motivazioni e ostacoli su un piano più fondamentale; 3) l’identificazione di piste percorribili lungo cui muoversi per concretizzare l’orizzonte della fratellanza e dell’amicizia sociale. Non è difficile riconoscere in questa scansione lo schema “riconoscere – interpretare – scegliere”, con cui l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) delinea i processi di discernimento e che, dichiaratamente o in modo implicito, sta alla base anche di molti altri documenti di papa Francesco. Tuttavia l’applicazione del metodo non è mai pedissequa e ogni nuovo caso mette in luce nuove sfaccettature, a testimonianza della sua fecondità e versatilità. Abbiamo dedicato alla ricostruzione del percorso dell’enciclica attraverso la successione dei suoi otto capitoli la Guida alla lettura disponibile sul nostro sito. Anziché riprenderla, in queste pagine proveremo a seguire tre assi tematici rintracciabili lungo tutto il testo e che possono rappresentare altrettante prospettive di lettura. Affrontando le questioni cruciali e scottanti del nostro tempo, ciascuno dei tre è un invito ad andare “oltre”, proposizione che costituisce un leitmotiv dell’enciclica. Oltre un mondo di soci Si intitola proprio «Andare oltre un mondo di soci» una sezione del cap. 3 in cui papa Francesco mette a confronto la logica del farsi prossimo della parabola del buon samaritano, scelta nel cap. 2 come Settembre-Dicembre 2020
icona biblica di riferimento dell’intero testo, con la mentalità dominante di una società ripiegata sulla difesa di sé in modo autoreferenziale: «In questo schema rimane esclusa la possibilità di farsi prossimo, ed è possibile essere prossimo solo di chi permetta di consolidare i vantaggi personali. Così la parola “prossimo” perde ogni significato, e acquista senso solamente la parola “socio”, colui che è associato per determinati interessi» (FT, n. 102). Anzi, la mentalità individualista, caratteristica del mondo iperconnesso ma frammentato della globalizzazione di massa, analizzato nel cap. 1, eliminando dall’orizzonte la prossimità e la fraternità finisce per svuotare anche la libertà e l’uguaglianza, che pure agita come bandiera. «L’individualismo – conclude il n. 105 – non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli». Una libertà che fa rima con indipendenza anziché con relazione, immaginata come assoluta, senza sorelle o fratelli se non quelli che sceglie di riconoscere come tali arbitrariamente, «si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine... Questo non esaurisce affatto la ricchezza della libertà, che è orientata soprattutto all’amore» (FT, n. 103). Anche l’uguaglianza – idea in radice relazionale –, pur ponendo l’esigenza radicale di pari opportunità “compara” individui che restano svincolati gli uni dagli altri, tanto che finisce per essere assunta nel registro dei diritti individuali: «Vi è infatti oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali – sono tentato di dire individualistici –, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una “monade” […]. Se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze» (FT, n. 111). Papa Francesco entra così in dialogo aperto e costruttivo con la tradizione di pensiero che si richiama al motto della Rivoluzione francese, “Libertà, uguaglianza e fraternità”, toccando al cuore il pregiudizio secondo cui la fraternità può servire come fonte di ispirazione, ma sono libertà e uguaglianza ad avere una vera incidenza sociale e politica. Da qui la riduzione della fraternità a ingiunzione morale, a intenzione generosa, o addirittura a conseguenza di un assetto sociale che garantisca libertà e uguaglianza. Invece, «La fraternità non è solo il risultato di condizioni di rispetto per le libertà individuali, e nemmeno di una certa regolata equità. Benché queste siano condizioni di possibilità, non 5
vita della chiesa bastano perché essa ne derivi come risultato necessario. La fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza» (FT, n. 103). Il tema riemerge con particolare forza nel cap. 5, dedicato alla centralità della politica per andare oltre i limiti del mercato e della tecnica. Anch’essa è però esposta al virus dell’individualismo radicale, che rappresenta il punto in comune delle due visioni che oggi paiono occupare l’intero immaginario politico, contrapponendosi l’una all’altra. Da una parte troviamo l’idea di portare avanti il progetto neoliberale degli ultimi quarant’anni, con il suo susseguirsi di crisi economiche e regimi di austerità, guidati da una élite tecnocratica globale indifferente alle ricchezze culturali; dall’altra quella di resistervi promuovendo populismi nazionalistici di vario tipo, la cui propaganda è imperniata sulla retorica del dare potere alle persone comuni contro le élite sociali, economiche ed educative, ma che al tempo stesso sono collusi con interessi finanziari corrotti. La via di uscita sta nella riappropriazione della «categoria di popolo, a cui è intrinseca una valutazione positiva dei legami comunitari e culturali» (FT, n. 163), Questa «è abitualmente rifiutata dalle visioni liberali individualistiche, in cui la società è considerata una mera somma di interessi che coesistono. Parlano di rispetto per le libertà, ma senza la radice di una narrativa comune» (ivi), mentre i politici populisti strumentalizzano «la cultura del popolo, sotto qualunque segno ideologico, al servizio del proprio progetto personale e della propria permanenza al potere» (FT, n. 159). Ma questo richiede persone capaci di impegnarsi in modo diverso, dando spazio, anche in politica, alla tenerezza, cioè la capacità di percepire la fragilità e di farne sgorgare un atteggiamento di cura e protezione. Oltre le frontiere La disponibilità ad andare oltre ogni frontiera è un secondo asse portante dell’enciclica: appare fin dalle primissime pagine, in riferimento alla figura chiave di Francesco di Assisi, di cui si ricorda il viaggio in Egitto per incontrare il sultano Malik-al-Kamil: «Tale viaggio, in quel momento storico segnato dalle crociate, dimostrava ancora di più la grandezza dell’amore che voleva vivere, desideroso di abbracciare tutti» (FT, n. 3), cioè di superare ogni frontiera. È l’atteggiamento che guida il buon samaritano: «Per rendersi vicino e presente, ha attraversato tutte le barriere culturali e storiche» (FT, n. 81). La fraternità non può limitarsi ai propri simili! Il tema riappare in vari passaggi, e con particolare 6
forza nel cap. 4, dedicato ad approfondire due sfide a cui va riconosciuto un carattere paradigmatico del mondo contemporaneo, animando il dibattito nella politica e nella società di molti Paesi e creando nette contrapposizioni. La prima è la questione dei migranti (nn. 129-141), la seconda la tensione fra locale e universale (nn. 142-153). Non è certo un caso se le possiamo appaiare alle due visioni politiche contrapposte sopra esaminate. L’accoglienza dei migranti è l’autentica “pietra dello scandalo” di tutte le proposte populiste imperniate sulla chiusura identitaria che richiede di erigere frontiere, non di superarle o abbatterle, facendone un vero e proprio feticcio. Per contro, l’incapacità di riconoscere il valore delle peculiarità locali è il tallone di Achille delle proposte di globalizzazione neoliberista che trasformano ogni comunità e ogni popolo in una massa indistinta di individui, quando non di consumatori. In entrambi i casi è negato «Il gusto di riconoscere l’altro [… che] implica la capacità abituale di riconoscere all’altro il diritto di essere sé stesso e di essere diverso» (FT, n. 218). Diventa allora impossibile qualsiasi incontro, che postula invece proprio la differenza. La proposta dell’enciclica è di fare dell’incontro una cultura, che «significa che come popolo ci appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti» (FT, n. 216). Infatti, «una sana apertura non si pone mai in contrasto con l’identità. […] Il mondo cresce e si riempie di nuova bellezza grazie a successive sintesi che si producono tra culture aperte, fuori da ogni imposizione culturale» (FT, n. 148). Promuovere questa cultura dell’incontro «esige di porre al centro di ogni azione politica, sociale ed economica la persona umana, la sua altissima dignità, e il rispetto del bene comune» (FT, n. 232). Tocchiamo qui un nucleo fondamentale dell’enciclica, su cui si impernia tutto il suo percorso, il riconoscimento della dignità di ogni essere umano: «per camminare verso l’amicizia sociale e la fraternità universale [è essenziale] rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona, sempre e in qualunque circostanza. […] Questo è un principio elementare della vita sociale, che viene abitualmente e in vari modi ignorato da quanti vedono che non conviene alla loro visione del mondo o non serve ai loro fini» (FT, n. 106). Ma per chi sceglie di non chiudere gli occhi, è proprio questo principio a svuotare di significato ogni frontiera: «Se ogni persona ha una dignità inalienabile, se ogni il serrano n. 150
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essere umano è mio fratello o mia sorella, e se veramente il mondo è di tutti, non importa se qualcuno è nato qui o se vive fuori dai confini del proprio Paese» (FT, n. 125). Oltre la manipolazione e la violenza È ancorato al riconoscimento della dignità di ogni essere umano anche il terzo asse focale che prendiamo in esame, quello dedicato alla verità in un mondo pluralista: «Che ogni essere umano possiede una dignità inalienabile è una verità corrispondente alla natura umana al di là di qualsiasi cambiamento culturale» (FT, n. 213). È questa l’àncora contro una tentazione tipica del nostro tempo, quella del relativismo, che «non è la soluzione. Sotto il velo di una presunta tolleranza, finisce per favorire il fatto che i valori morali siano interpretati dai potenti secondo le convenienze del momento […] “Quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare”» (FT, n. 206, con rimando a LS, n. 123). Senza un riferimento alla verità, la società si troverebSettembre-Dicembre 2020
be inevitabilmente preda della potenza manipolatoria dei potenti, anche attraverso le dinamiche della comunicazione digitale: «Al relativismo si somma il rischio che il potente o il più abile riesca a imporre una presunta verità» (FT 209), mentre il diritto smetterebbe di riferirsi a una concezione fondamentale di giustizia per diventare «uno specchio delle idee dominanti. Entriamo qui in una degenerazione: un andare “livellando verso il basso” mediante un consenso superficiale e compromissorio. Così, in definitiva, la logica della forza trionfa» (FT, n. 210). Senza la maturazione di «un sentito rispetto verso la verità della dignità umana» (ivi), nessuna società può avere un futuro. La dignità della persona è dunque il vero valore non negoziabile. In diversi punti FT riprende l’insegnamento di Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate (CV, 2009), in particolare quando richiama il fatto che «La carità ha bisogno della luce della verità che costantemente cerchiamo e “questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede”, senza relativismi» (FT, n. 185, che rinvia a CV, n. 3). Nella nostra epoca di fake news e postverità, l’esigenza di verità diventa anche la base per ribadire l’«apporto insostituibile» 7
vita della chiesa (ivi) delle scienze alla ricerca di soluzioni davvero efficaci, perché «non bastano le buone intenzioni» (ivi). Ma anche in questo caso non c’è spazio per atteggiamenti di chiusura o intransigenza: «non è necessario contrapporre la convenienza sociale, il consenso, e la realtà di una verità obiettiva. Tutt’e tre possono unirsi armoniosamente quando, attraverso il dialogo, le persone hanno il coraggio di andare fino in fondo a una questione» (FT, n. 212). Il rapporto tra verità e dialogo assume importanza cruciale quando i legami si rompono a causa di un conflitto. Il cap. 7, intitolato «Percorsi di un nuovo inizio», affronta una questione particolarmente spinosa: che cosa significa operare per risolvere e superare i conflitti, come è necessario fare nella prospettiva della pace e dell’amicizia sociale, senza negare la verità delle cause che li hanno scatenati e soprattutto degli effetti che hanno prodotto, che comporterebbe una ulteriore violazione della dignità delle vittime? Il dialogo è chiamato a farsi strumento di riconciliazione, che non può omettere la ricerca della verità: «Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi. […] Ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci “diminuisce” come persone» (FT, n. 227). Ma questa ricerca non può condurre alla vendetta: è questa la ragione che conduce il Pontefice a offrirci due approfondimenti complementari, il primo sul perdono e il secondo sulla memoria. Anche il perdono è vincolato alla verità, cioè al rispetto della dignità: «Perdonare non vuol dire permettere che continuino a calpestare la dignità propria e altrui, o lasciare che un criminale continui a delinquere. Chi patisce ingiustizia deve difendere con forza i diritti suoi e della sua famiglia, proprio perché deve custodire la dignità che gli è stata data, una dignità che Dio ama» (FT, n. 241). Il perdono esige la giustizia. La stessa esigenza investe la memoria: «Il perdono non implica il dimenticare» (FT, n. 250), ma rinunciare «ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva» (FT, n. 251) di cui si sono patite le conseguenze. Infatti «la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto, superandolo attraverso il dialogo e la trattativa trasparente, sincera e paziente» (FT, n. 244). La prospettiva generatrice Come sempre nei documenti di papa Francesco, lo svi8
luppo di FT risponde a un’intenzione pratica e trasformativa: spingere chi la legge a reagire e a operare per il cambiamento di una situazione di cui si denunciano le ingiustizie e i limiti intollerabili. Lo afferma con chiarezza al n. 6: «Le pagine che seguono non pretendono di riassumere la dottrina sull’amore fraterno, ma si soffermano sulla sua dimensione universale, sulla sua apertura a tutti. Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole». “Sogno” va qui inteso non nel senso dell’evasione che fa perdere il contatto con la realtà, o dell’utopia consolatoria rispetto a una dura realtà, ma in quello, tipico di papa Francesco, di visione capace di orientare, di indicare la direzione di marcia, di motivare al cambiamento. Questo sogno è un progetto, ed è il vero cuore, o meglio il vero motore dell’intera enciclica: ogni sua affermazione va compresa in relazione con questo anelito. Si tratta di un tasto su cui papa Francesco non smette di insistere, è una vera e propria linea portante del suo magistero, radicata nella sua esperienza di vescovo di Buenos Aires e nella vita della Chiesa argentina e latinoamericana, in particolare nella elail serrano n. 150
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borazione della teologia del popolo. Il progetto è «costruire un popolo capace di raccogliere le differenze» (FT, n. 217), «un “noi” che abita la casa comune» (FT, n. 17). Queste espressioni riecheggiano quella analoga del n. 13 di LS: «La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare». I termini chiave sono gli stessi: cambiamento, casa comune, e soggetto plurale (popolo, “noi” e famiglia umana). L’elaborazione di un progetto che davvero voglia presentarsi come realizzabile non può prescindere dalla questione dell’agency, cioè dell’identificazione ed eventualmente della costruzione del soggetto in grado di portarlo a termine. La radice a cui fare riferimento per comprendere il significato di questa insistenza sulla necessità di costruire un popolo va rintracciata nella sezione del cap. IV di EG, intitolata “Il bene comune e la pace sociale”, termini che ritornano più volte anche in FT. Si conferma quindi il valore programmatico della prima esortazione apostolica di papa Francesco, che ne fanno una sorta di chiave ermeneutica delle molte linee del suo pontificato. Secondo EG è il popolo, Settembre-Dicembre 2020
come soggetto plurale autenticamente inclusivo − capace cioè di riconoscere e valorizzare ciascuno dei suoi membri − a poter prendere in mano il proprio destino e decidere la direzione del proprio sviluppo, rappresentando quindi l’alternativa alla “massa” anonima che non può che essere trascinata dalle forze della globalizzazione e del consumismo (cfr EG, n. 220). È questo il contesto in cui vengono formulati i quattro principi poi diventati famosi: «Il tempo è superiore allo spazio», «L’unità prevale sul conflitto», «La realtà è più importante dell’idea», «Il tutto è superiore alla parte». Non bisogna mai dimenticarne lo scopo: essi «orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune» (EG, n. 221). Va nuovamente sottolineata la contiguità del lessico con quello di FT. Come già nel caso di LS, questi quattro principi illuminano in profondità lo scopo, il metodo, lo stile e lo sguardo anche di FT. L’appello Costruire un popolo in cui ciascuno abbia il suo posto e in cui ci si riconosca tutti come fratelli e sorelle – nessuno escluso – non può che essere il risultato di un’azione comune. Per questo papa Francesco sente la necessità di lanciare un «appello alla pace, alla giustizia e alla fraternità», a una «fratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali» (FT, n. 285). L’enciclica ripropone testualmente l’appello con cui si apre il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi insieme ad Ahmad alTayyib, Grande Imam di Al-Azhar, la moschea-università del Cairo. Per molti versi questo Documento è una delle sorgenti di FT, ma soprattutto il Grande Imam ne è l’interlocutore privilegiato (cfr n. 5), come il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo lo era in LS. Così facendo – ed è una novità all’interno del magistero sociale della Chiesa – FT dà voce a un anelito che si radica profondamente nella visione cristiana del mondo e nella tradizione cattolica, ma lo esprime con parole che sono frutto di un dialogo con il leader di un’altra religione, in cui quindi possono riconoscersi coloro che vi aderiscono. Se nella Gaudium et spes il Concilio Vaticano II aveva insegnato che «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (n. 1), con la firma del Documento di Abu Dhabi e la pubblicazione di FT questo diventa vero persino nella concretezza della formu9
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lazione del testo: quanto abbiamo in comune riusciamo anche a esprimerlo con parole, in cui tutti possiamo riconoscerci. Non è questo il modo migliore per incamminarsi concretamente nella strada della «costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune» (EG, n. 221)? Ancora una volta scopriamo che papa Francesco fa quello che dice e dice quello che fa. In questa luce non è certo un caso che FT si chiuda proprio con un capitolo dedicato al compito delle religioni a servizio della fraternità nel mondo, cioè al ruolo insostituibile che esse possono ricoprire anche all’interno di società pluraliste e secolarizzate: «A partire dalla nostra esperienza di fede e dalla sapienza che si è andata accumulando nel corso dei secoli, imparando anche da molte nostre debolezze e cadute, come credenti delle diverse religioni sappiamo che rendere presente Dio è un bene per le nostre società. Cercare Dio con cuore sincero, purché non lo offuschiamo con i nostri interessi ideologici o strumentali, ci aiuta a riconoscerci compagni di strada, veramente fratelli» (FT, n. 274). Queste parole ci consentono di identificare l’interlocutore privilegia10
to di FT, cioè i fedeli di tutte le religioni, che sulla base della propria fede già vivono l’esperienza di appartenere a una comunità e a una fraternità. Si tratta di un elemento importante per comprendere le affermazioni di papa Francesco al n. 100 di FT: «Neppure sto proponendo un universalismo autoritario e astratto […]. “Se una globalizzazione pretende di rendere tutti uguali, come se fosse una sfera, […] distrugge la peculiarità di ciascuna persona e di ciascun popolo”. Questo falso sogno universalistico finisce per privare il mondo della varietà dei suoi colori, della sua bellezza e in definitiva della sua umanità». Difendere la varietà senza cadere nel rischio della frammentazione richiede energia e creatività. È qui che deve entrare in gioco la fraternità, che mette radici nel cuore delle persone e le conduce a scoprire la dimensione affettiva ed emotiva del legame sociale. È questo il contributo insostituibile che possono recare le comunità, di fede e non solo, al cui interno già si sperimenta la passione di essere fratelli e sorelle. Se sapranno mettersi sempre meglio in dialogo e in rete, riusciranno a globalizzarla, a farci davvero sentire «Fratelli tutti». il serrano n. 150
vita della chiesa
“Fratelli tutti”: un’enciclica sociale di Mimmo Muolo
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l Papa definisce la Fratelli tutti una enciclica sociale. Che cosa significa l’espressione e quali sono le encicliche sociali? L’inizio di questo “genere letterario” all’interno del corpus dei documenti pontifici denominati “enciclica” si deve a Leone XIII che il 15 maggio 1891 pubblicò la Rerum novarum, cioè il testo con cui affrontava dal punto di vista cristiano le questioni sociali all’epoca più dibattute, respingendo la lotta di classe di matrice socialista, ma sostenendo le giuste rivendicazioni proletarie e riaffermando il principio secondo cui la proprietà privata è a servizio della libertà della persona e della famiglia, pur avendo una dimensione sociale anch’essa. Papa Pecci introduce anche il principio della sussidiarietà dell’intervento statale; riconosce il diritto all’associazione sindacale e chiede per tutti un salario che assicuri il giusto sostentamento. Nasce così la Dottrina sociale della Chiesa, anche se questo nome verrà coniato in seguito da Pio XII, mentre lo stesso Leone XIII parlava di “filosofia cristiana” e Pio XI di dottrina sociale ed economica. Ad ogni modo dal 1891 in poi, e spesso proprio per effetto delle encicliche sociali – cioè quelle che trattano problemi legati all’economia, al lavoro, alla politica e ai rapporti internazionali – la Dottrina sociale acquisterà sempre più una propria fisionomia, per illuminare quegli stessi problemi con la luce del Vangelo. Compresa la Rerum novarum, l’elenco delle encicliche sociali si compone di almeno 11 documenti di 8 pontefici, più l’Octogesima adveniens, Lettera Apostolica di Paolo VI (14 maggio 1971). Mentre su altre encicliche, che pure trattano problemi sociali anche se non esclusivamente, non è univoca tra gli studiosi l’attribuzione a questo corpus. Le altre dieci encicliche sono: Quadragesimo anno, Pio XI (15 maggio 1931); Mater et Magistra, Giovanni XXIII (15 maggio 1961); Pacem in Terris, Giovanni XXIII (11 aprile 1963); Populorum progressio, Paolo VI (27 marzo 1967); Laborem exercens, Giovanni Paolo II (14 settembre 1981); Sollicitudo rei socialis, Giovanni Paolo II (30 dicembre 1987); Centesimus annus, Giovanni Paolo II (1 maggio 1991); Caritas in veritate, Benedetto XVI (29 giugno 2009); Laudato si’, sulla cura della casa comune, Settembre-Dicembre 2020
Francesco (24 maggio 2015). E appunto la Fratelli tutti. Gli argomenti trattati sono diversi e si possono evincere dagli stessi titoli. Ma una costante delle encicliche sociali è che spesso vengono pubblicate in occasione di anniversari “tondi” della Rerum novarum, quasi a riaffermare una continuità di magistero, pur nel mutare delle condizioni della società. Questo vale ad esempio per la Quadragesimo anno, pubblicata a 40 anni dal documento di Leone XIII, per la Octogesima adveniens (80 anni) e per la Centesimus annus (nel centenario). La Sollicitudo rei socialis vide la luce nel 1987 per i 20 della Populorum Progressio. Secondo alcuni studiosi si potrebbero aggiungere all’elenco anche la Divini Redemptoris di Pio XI (19 marzo 1937) sugli errori del comunismo ateo e la Fulgens radiatur di Pio XII del 21 marzo 1947, in cui – ricordando i 1400 anni della morte di San Benedetto da Norcia – si presenta la sua regola (preghiera e lavoro) come possibile fondamento anche della vita civile. Giovanni Paolo II poi dedicò ai problemi bioetici legati alla vita umana la Evangelium vitae (25 marzo 1995) che ha inevitabili risvolti sociali. Ognuna di queste encicliche segna un passo avanti nella comprensione dei problemi del mondo. E spesso illumina profeticamente le questioni che tratta. Si pensi all’influenza che la Pacem in terris ha avuto sul modo di intendere le relazioni internazionali in piena Guerra fredda, o alla Populorum progressio che annuncia: “Lo sviluppo è l’altro nome della pace”. Si pensi ancora alla rivoluzione del modo di intendere il lavoro operato con la Laborem exercens e alla denuncia dei pericoli e dei limiti del capitalismo contenuta dalla Centesimus annus all’indomani della sconfitta del comunismo. Nella Caritas in veritate si parla di un’altra economia (con regole etiche e con il riferimento all’economia del dono) e con la Laudato si’ per la prima volta si affronta in maniera sistematica il tema dell’ecologia integrale, cioè connessa con antropologia, economia, politica e modelli di sviluppo. Fratelli tutti è per il momento l’anello più recente di questa catena. Ma foriera – come i precedenti – di grandi sviluppi. 11
vita della chiesa
Intervista alla signora Antonia Salzano Acutis
Il beato Carlo:
“Ecco mio figlio” di Piergiorgio Aquilino
I
l 19 novembre 2020, abbiamo avuto la gioia di poter intervistare la signora Antonia Salzano, mamma del giovane Carlo Acutis (1991-2006), proclamato beato ad Assisi lo scorso 10 ottobre.
Non capita certamente tutti i giorni di poter intervistare la mamma di un santo. Mi permetta di chiamarlo così: il desiderio comune di vederlo canonizzato ci fa anticipare nella realtà ciò che è nei nostri più accorati pensieri. L’emozione di sostare in preghiera davanti alla sua tomba è tanta. Sono testimone del flusso di gente che si porta quotidianamente alle spoglie di Carlo. Già in tempi non sospetti, ma maggiormente oggi. Signora Antonia, cosa prova oggi nel suo cuore sapendo di aver dato alla luce, trent’anni fa, una figura così speciale di santità? Sono contenta. È un onore per una persona come me, che tutto sommato non ha queste “doti” sante: è un onore che il Signore abbia scelto me per dare alla luce un ragazzo così speciale. Che Carlo in vita fosse santo, nel mio cuore, lo sapevo già: noi ci abbiamo vissuto, quindi, sapevamo com’era. Il riconoscimento ufficiale arrivato da parte della Chiesa, però, non ha cambiato il mio giudizio su Carlo: sia io che mio marito abbiamo sempre avuto la consapevolezza che fosse un ragazzo veramente unico per generosità ed altruismo, per il suo dedicarsi agli altri, per il suo zelo apostolico, ma soprattutto per l’amore che nutriva per Gesù Eucaristia e per la Madonna. Ancora: per la sua costanza nella preghiera, per il suo partecipare ogni giorno alla recita
Un momento dell’intervista 12
del rosario e alla santa Messa, per la conoscenza della vita e delle virtù dei santi, per il suo contributo all’evangelizzazione attraverso le mostre internazionali che, ancora oggi, stanno girando il mondo e stanno aiutando tanta gente ad avvicinarsi alla fede. Ripeto: sapevo già che era un ragazzo speciale, ma ricevere una conferma della santa Madre Chiesa ci ha fatto piacere perché, essendo noi figli della Chiesa, ci teniamo al suo giudizio. Carlo era saggio, sin da piccolo: aveva appena tre-quattro mesi quando comunicò la sua prima parola. All’età di tre anni, io lo chiamavo il “piccolo Buddha”, consapevole che questa figura, vissuta ben cinquecento anni prima di Gesù, era comunque una persona particolarmente speciale, poiché predicava l’importanza di essere distaccati dalla materia, quella di non calunniare il prossimo, di non fare divinazioni,
La signora Antonia davanti alla tomba del figlio, il beato Carlo
il serrano n. 150
Assisi, Santuario della Spogliazione. La tomba “aperta” del beato Carlo
I genitori di Carlo Acutis durante una catechesi
ecc... Non avrei mai azzardato a chiamare Carlo “piccolo Santo”, ma “piccolo Buddha” sì, poiché un bambino distaccato, generoso, non capriccioso, buono, che non ha mai fatto discorsi contro qualcuno, mai un pettegolezzo, non l’ho mai sentito vantarsi di qualche cosa, vivendo in piena umiltà. Signora Antonia, Lei, con suo marito, si è praticamente ritrovata da testimone di fede per Carlo a quasi sua “discepola”. Il suo amore per Gesù sacramentato e per Maria è sempre venuto al primo posto. Si tratta di una grande eredità che avete ricevuto voi in primis. Come viverla per essere autentici cristiani? Le mostre organizzate da Carlo, sia eucaristiche che sugli appelli della Madonna, rivelano una preoccupaSettembre-Dicembre 2020
Assisi, Basilica superiore San Francesco, 10 ottobre 2020. Un momento della beatifcazione
zione propria di Carlo: egli era consapevole del fatto che, nonostante la Madonna fosse apparsa e che queste sue apparizioni fossero state riconosciute nel tempo dalla Chiesa – mi riferisco a Lourdes e Fatima in particolare –, non venisse dato il giusto risalto al fenomeno spirituale. Carlo decise, quindi, di allestire delle mostre per esaltare le qualità di Maria. Un’altra mostra fu quella in risposta al libro di Dan Brown su angeli e demoni. E, ancora, un’altra sulle realtà ultime – inferno, purgatorio e paradiso –: è importante catechizzare sui Novissimi, presentando anche le vite dei santi, perché – ne era convinto Carlo – uno dei grossi problemi della società attuale è la negazione dell’inferno e il conseguente atteggiamento morale di chi non si preoccupa del peccato e del giudizio finale. Le parole 13
vita della chiesa della Madonna pronunciate a Fatima, il 19 agosto del 1917, devono essere chiare a tutti: molte sono le anime dannate che vanno all’inferno perché al centro della loro esistenza non mettono la preghiera. Era premura di Carlo far conoscere questi insegnamenti a quante più persone possibili, poiché era suo forte desiderio che la gente non si perdesse. Offriva se stesso, le sue preghiere, la sua Messa quotidiana per la conversione dei peccatori! Se solo ci fossero file chilometriche avanti al Santissimo Sacramento, come accade nei pressi di un concerto rock, ad una partita di football o di fronte ad un attore del cinema di Hollywood! Se solo tanta gente capisse che il tesoro più grande sta nella chiesa sotto casa: in quella “Gerusalemme sotto casa”, dove c’è un tabernacolo, con la presenza viva di Gesù che dimora in mezzo a noi! A proposito del Natale ormai vicino: Carlo sosteneva che questo pianeta, da quando è stato abitato dall’Incarnazione del Verbo, non è più lo stesso, sotto un punto di vista sovrannaturale. Esso è abitato dalla Santissima Trinità, la quale ha preso dimora in questo mondo in modo sostanziale ed è presente attraverso i sacramenti, in modo particolare l’Eucaristia – Gesù Cristo in un pezzo di pane –. Entrando in questa dimensione, Carlo riferiva di come si entrasse nell’eternità beata che, già su questa terra, ci fa pregustare la vita eterna, grazie al nutrimento del Corpo e del Sangue di Cristo, che è la nostra potenza: la potenza di un Dio che entra dentro di noi, ci trasforma e ci santifica, rendendoci simili a Lui. Sono i sacramenti che ci aiutano a crescere nelle virtù teologali e cardinali. Sono i sacramenti che hanno fatto crescere Carlo nelle virtù: se seguite, sono esse i “pretesti” attraverso le quali la Chiesa beatifica e canonizza qualcuno. Queste virtù sono collegate tra loro: se ho fede salda, aumento la mia capacità di amare il prossimo e salgo nel cammino di santità. È questo il segreto che ha seguito Carlo, da autentico cristiano!
di Carlo: quando si fa entrare l’Assoluto nella propria vita, ogni vita ordinaria diventa straordinaria, perché diventa riflesso della bontà divina, del progetto e della gloria di Dio. Il “segreto” dei santi è proprio questo: accogliere l’Assoluto! Carlo ha saputo farsi piccolo e far fare agire Cristo in lui. Per questo ripeteva sempre: “Non io, ma Dio”; “non l’amor proprio, ma la gloria di Dio”; “la tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio”. La conversione, diceva Carlo, non è un processo di “addizione” ma di “sottrazione”: meno “io” per lasciare spazio a Dio. Questo fa sì che l’ordinarietà di vita diventi straordinarietà: laddove c’è Cristo presente – come un vaso ripieno di Cristo – c’è la straordinarietà di una vita ordinaria. I santi perché sono santi? I santi sono santi perché si riempiono di Dio e, attraverso di loro, il Signore agisce e compie miracoli: basta un pizzico di fede! Se io ho una fede grande, la mia preghiera avrà una grande intercessione presso Dio, quindi sarò esaudito. Ecco dove il santo ci mette del suo: nelle virtù, che è quello che poi dovremmo fare tutti. “Se avete fede come un granello di senape, sposterete le montagne”, ci dice la Scrittura. Carlo ha saputo fare questo! Proprio parlando delle giovani generazioni, Carlo viene oggi ricordato anche per i suoi scritti che, a mo’ di tweet – brevi frasi –, ci ha lasciato come suo testamento spirituale. Twitter probabilmente è arrivato tardi per Carlo, che aveva già capito come far breccia nel cuore dei suoi coetanei: brevi pensieri da seminare sparsi. A ben ragione, primo dei beati della generazione millennial, lo si propone come patrono di internet. Cosa scriverebbe oggi Carlo ai tanti giovani che, per dirla con un altro beato a me particolarmente caro, Pier Giorgio Frassati, “vivacchiano” al posto di “vivere”? Come si può essere “originali”
La nostra associazione si occupa di vocazioni. Parlando di Carlo non possiamo che far riferimento alle vocazioni dei giovani. La vocazione di Carlo è stata quella di mantenere fede a quella sua quotidianità fatta di assoluta normalità. Da qui, quella che sembra la sua straordinarietà: accogliere Dio nella sua vita. Cosa lo rende figura di riferimento per le nuove generazioni? La straordinarietà di Carlo è stata quella di far entrare l’Assoluto nella sua vita: tutto ciò che faceva, anche se ordinario, lo realizzava in Gesù, per Gesù e con Gesù. Questa è la straordinarietà che ha caratterizzato la vita 14
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vita dalla chiesa può sembrare una sciocchezza, ma racchiude centinaia di manuali di spiritualità. “Non io, ma Dio”, ad esempio, significa, innanzitutto, diventare santi, quindi aumentare le proprie virtù, facendo crescere l’umiltà, la carità, la fede: crescere in tutto quello che il Signore ci chiama a realizzare! Dio deve necessariamente andare al primo posto, così come il primo comandamento ci insegna. Di conseguenza, “ama il prossimo”, perché Dio si ritrova in tutto il creato! Crescere nelle virtù richiede una spoliazione – cosa difficilissima, ma non impossibile – di se stessi ed una essenzializzazione dell’“io”, incentrato sull’abbattimento dell’ego. Diceva Il direttore e un componente della Pastorale Giovanile davanti alla tomba del beato Acutis Carlo: “A che giova all’uomo vincere mille battaglie se non è capace di vincere se stesso, contro le corrotte passioni?”. La lotta oggi e non abbandonarsi alla moda dell’omologacontro noi stessi, contro il nostro “io”, contro la nostra zione e del vivere da “fotocopie”? volontà, è una lotta contro tutto ciò che esce dal nostro Ho già detto prima che l’originalità sta laddove si intercuore: fornicazione, bestemmie, invidie, gelosie, tutto cetta il progetto non ripetibile che, sin dall’eternità, il ciò che è negativo. Ma se sappiamo metterci nelle mani Signore ha pensato per ognuno di noi. Se io non riesco di Dio, uscirà anche del positivo: se gli uomini sapessead intercettare questo progetto e mi distolgo da quello ro cos’è l’eternità, farebbero di tutto per cambiare vita. che è il cammino che Dio ho pensato per me, difficilLa verità è che non si capisce che la vita è provvisoria: mente riuscirò a far emergere questa originalità. “Ogni noi siamo pellegrini di questo mondo. Carlo l’aveva minuto che passa – amava dire Carlo – è un minuto in capito: il Signore ci chiama ad imitarLo. Ad imitare la meno che abbiamo per santificarci”: è importante, Sua persona e la Sua santità, perché il segreto della quindi, non perdere quest’obiettivo nel saper intercetsantità è capire che il Signore sta sempre con noi, tare e rispondere alla grazia. Carlo ha saputo intercetaccanto a noi: noi non siamo degli estranei per Dio! tare il progetto pensato per lui, capendo che per ognuSpesso diciamo, soprattutto in questo periodo storico: no c’è un progetto speciale, per ognuno c’è una strada “Dio non c’è”! Ma non è Dio a non esserci. Dio c’è, Dio è da percorrere. Il suo modo di operare l’apostolato, presente, Dio è sempre con noi: se viviamo con questa attraverso questi piccoli tweet – come li chiama lei –, consapevolezza saremo sulla strada della santità! Oggi il problema, soprattutto nei giovani, è la fede: cresciaCarlo Acutis e Pier Giorgio Frassati mo nella fede, aumentiamo la nostra carità! Carlo aveva la fede, i santi avevano la fede: imitiamoli! Grazie, Signora Antonia. Faremo tesoro di ciò che ci lascia. Grazie, perché consegna alla Chiesa intera la testimonianza di un amore così intimo, qual è quello che lega una mamma a un figlio. Si senta accarezzata anche dalla preghiera del Serra e preghiamo Dio, affinché per intercessione del nostro Carlo, ci dia tempi migliori per vivere secondo il progetto che ha stabilito per ciascuno. Settembre-Dicembre 2020
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vita del serra
Il desiderio e la volontà di non fermarsi mai
di Manuel Costa
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dell’impegno di tutti i serrani a rinnovare la propria attenzione verso i sacerdoti e i consacrati, che come noi soffrono questi duri momenti di solitudine e fragilità. La cura del nostro essere e dello spirito serrano è bene espressa nelle parole del presidente del Serra Club Ferrara ai soci, riportate dal Governatore del Distretto 76: “Cari amici Serrani, come potete constatare quest’anno, gioco forza, riserveremo meno tempo alle attività culturali e di formazione, dedicandoci principalmente alla preghiera e all’adorazione davanti al Santissimo. Ci sarà, dunque, meno ‘clamore’ nei nostri incontri, ma avremo altresì l’opportunità di rivolgerci a Lui per chiedergli, senza sosta, nuove vocazioni sacerdotali, assieme a forza e sostegno per i sacerdoti della nostra diocesi.” Spesso ci diciamo: “la preghiera è al primo posto” e questo è ancora più vero e necessario in questi tempi di grande sofferenza. Ciò che è anche emerso chiaramente in questo incontro con i Governatori è stata la volontà di reagire e la vivacità nel farlo concretamente. Tutti i Governatori hanno saputo mantenere i contatti con i loro presidenti di Club, comunicando stimoli e coraggio; una vicinanza umana che da sempre caratterizza la nostra famiglia e amicizia serrana. Quasi tutti i Club sono riusciti a tenere un incontro di apertura dell’anno sociale, in alcuni casi con una semplice celebrazione liturgica, spesso ricorrendo a mezzi di comunicazione virtuali, alcuni ricorrendo a locali fuori della tradizionale sede, come per esempio il Club di Torino che ha usato un’aula della Facoltà di Teologia, superando cosi le problematiche del distanziamento e della sanificazione. I Serrani del Distretto 71 hanno partecipato numerosi all’inaugurazione in settembre del Liturgia eucaristica del Club di Palermo nuovo Seminario Maggiore Interdiocesano “Santa Caterina” con una solenne celebrazio-
a terribile pandemia che ci ha colpito ed ha certamente rallentato le nostre attività, può nello stesso tempo aiutarci ad essere ancora più coscienti, fantasiosi e determinati nel perseguire la nostra vocazione serrana? La risposta è positiva, a giudicare da quanto emerso in un recente incontro virtuale tra i Governatori, tutti presenti, e il Comitato Esecutivo del Cnis. Il desiderio e la volontà di non fermarsi mai, pur nella consapevolezza delle difficoltà ad incontrarsi e dell’impossibilità di abbracciarsi e guardarsi negli occhi, si sono manifestati in modo unanime e deciso. I Governatori si sono fatti portavoce delle ansie e delle difficoltà dei Club sul territorio e nello stesso tempo
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vita del serra Primo CNIS online
ne della Santa Messa concelebrata dai sei Vescovi titolari delle Diocesi di Pisa, Livorno, Lucca, MassaPontremoli, Pescia e Volterra. “È stato un evento memorabile al quale hanno partecipato tanti Serrani che hanno mostrato vicinanza e amicizia ai 17 seminaristi delle varie Diocesi che dal prossimo anno seguiranno un percorso formativo condiviso in un unico seminario”. Sono anche emerse molte idee nuove e concrete, tra queste degna di nota è l’iniziativa del Distretto 73 – Puglia e Basilicata – volta a realizzare un concorso fotografico con lo scopo di promuovere la cultura dell’incontro contro ogni forma di isolamento; il soggetto proposto sarà: “L’altro oltre la paura”. Anche il Serra Club Nervi ha ripreso una simile iniziativa che aveva dovuto interrompere primavera: un concorso fotografico riservato ai giovani, opportunamente guidati da un noto fotografo locale, sul tema “Il senso della fede nel mondo che mi circonda”. Iniziative lodevoli che non richiedono incontri o assembramenti per essere realizzate. Un altro spunto interessante è stata la richiesta di organizzare incontri virtuali di formazione per i club. La Scuola di Formazione Serrana si è prontamente messa a disposizione. Un primo video incontro è già stato programmato per il Serra Club Udine. Infine, una piacevole sorpresa: l’estensione a nuovi Settembre-Dicembre 2020
soci non si è fermata. Questo è molto significativo e ci conferma che il desiderio di mettersi a servizio delle vocazioni è sempre vivo e sentito. Diversi Club, infatti, hanno segnalato l’ingresso di nuovi soci. Benvenuti! Ci auguriamo che possano presto assaporare la bellezza degli incontri in presenza e partecipare attivamente alle attività del loro club. Procede anche il progetto di apertura di un nuovo Club ad Oppido Mamertina, dove un gruppo di 15 simpatizzanti lavora intensamente per raggiungere il traguardo di ricevere la charter. L’appoggio convinto del Vescovo e l’impegno profuso dal Governatore e dal vicino club di Reggio Calabria lasciano ben sperare. Anche i mezzi di comunicazione serrana hanno fatto la loro parte: Serranews, Portale e la rivista Il Serrano – spedita per posta e disponibile on line sul portale – ci hanno tenuti uniti e hanno contribuito alla nostra formazione. Non esitiamo a segnalare notizie e articoli significativi, a beneficio di tutti i soci e non solo. Al momento di chiudere questo articolo è giunta la notizia della convocazione di un Cnis – virtuale – per sabato 12 dicembre, il primo Cnis dopo quello di Napoli nei primi giorni di febbraio! Anche questo un segno di grande impegno e vitalità. Ringraziamone il Signore e affidiamoci alla protezione di San Junipero Serra. Sempre avanti! 17
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#GuardoSenzaFiltri Contest Fotografico del Distretto 73 Puglia-Basilicata e della Fondazione BJS di Antonio Cataldo Miscioscia
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l Distretto 73 Puglia-Basilicata del Serra International Italia, guidato dal suo Governatore Filly Franchino, e la Fondazione Italiana Beato Junipero Serra del Serra International Italia, guidata da Marco Crovara, bandiscono il concorso fotografico #GuardoSenzaFiltri; tema di questa prima edizione è “L’altro oltre la paura”. “La tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi”. Il Contest è finalizzato a promuovere la cultura dell’incontro contro ogni forma di isolamento. “In questo tempo di pandemia, abbiamo cominciato a diffidare di chi ci è accanto e contro ogni nostro più innato istinto di essere sociali, ci stiamo accorgendo che nessuno appartiene più a nessuno, poiché temiamo anche un caloroso saluto o diffidiamo di un semplice accostarsi ad un amico. Viviamo nel cospetto che l’altro-da-me – chiunque esso sia –, col suo stare nella nostra vita, possa nuocere alla nostra salute”. Papa Francesco, attraverso la sua nuova lettera enciclica Fratelli tutti, ci riporta quanto già affermato in un incontro del 2013: «L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro. L’isolamento, no; vicinanza, sì. Cultura dello scontro, no; cultura dell’incontro, sì». Il giovane Beato Carlo Acutis diceva: “La tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi”. Occorre quindi ripartire da questa verità per ritrovarci e rinnovarci. Perché se è vero che stiamo perdendo tanto in umanità, più che in salute, è anche vero che possiamo risollevarci a partire proprio da questo invito. Perché non tutto è ancora perso e qualcosa di buono ancora ci è rimasto. Il Contest è aperto incondizionatamente a tutti coloro che desiderano parteciparvi, a prescindere dall’età e dalla residenza anagrafica. È stato altresì istituito un premio speciale per gli under 21. Ogni partecipante, attraverso la fotografia, racconterà di un incontro, di uno sguardo, di un vissuto legati al periodo
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della pandemia e da cui sia scaturita un’emozione che faccia riflettere contro ogni forma di isolamento, o dalla quale emergano il coraggio e la sfida della ripartenza. È possibile scaricare il Regolamento e il Modulo di iscrizione da www.serraclubitalia.it e dalla pagina Facebook del Serra International Italia. 1
da Agenzia SIR – editoriale del 4.11.2020 di Piergiorgio Aquilino
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l’angolo del serra international
Il Serra in
BRASILE di Manuel Costa
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l Brasile è un grande paese con circa 200 milioni di abitanti. I cattolici sono il 64% della popolazione. Negli ultimi trent’anni si è verificato un grande incremento di protestanti evangelici (passati dal 5% al 22% della popolazione), in particolare, gli evangelici pentecostali sono ora oltre il 13%. Questo ci aiuta a capire come il Brasile sia un paese in grande fermento religioso e missionario, ricco di carismi e di chiamate a una vita consacrata, ma anche ricco di contraddizioni. In campo cattolico si nota una grande, e forse eccessiva, proliferazione di nuove comunità di vita religiosa, spesso con diversi rami – maschile, femminile e laici –, in alcuni casi difficili da gestire da parte degli stessi Vescovi. In questo scenario la presenza e il ruolo del Serra diventa particolarmente interessante e stimolante. Il Serra in Brasile, nato nel 1964 in Rio de Janeiro, conta oggi circa 2700 serrani e 203 club, non tutti ancora con una charter per la mancanza di un minimo numero di soci come previsto dal regolamento. È quindi una realtà forte, visibile ed impegnata. Prova ne sia che ogni anno più di 800 serrani si recano in pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Aparesida (il secondo santuario più visitato al mondo dopo il Santuario di Guadalupe in Messico) e che ogni due anni più di 450 serrani partecipano al Congresso Nazionale del Serra. Di questi incontri ne porta viva memoria Dante Vannini, quando, allora Presidente di
Ulysses e Roberto Sebben
Settembre-Dicembre 2020
Ulysses Sebben ad Assisi
Serra International, partecipò con forti emozioni all’incontro dei serrani brasiliani al santuario di Aparesida. Per ripercorrere il percorso del Serra Brasiliano dalle sue origini ad oggi proponiamo la traduzione di una intervista pubblicata sul The Serran condotta da Anne McCormack – addetta alle comunicazioni nell’ufficio di Serra International a Chicago – con Ulysses Antônio Sebben e il figlio Roberto José Sebben, intervista che copre un arco di oltre cinquant’anni della vita del Serra in Brasile. Ne esce un quadro a due tinte: da un inizio con clubs di stampo tradizionale in linea con le caratteristiche originali del Serra, composti da soli uomini e selezionati, quasi di élite, si è passato nel corso degli anni ad una crescita dovuta all’ingresso di moltissimi soci provenienti da ceti meno o poco abbienti, desiderosi tuttavia di aiutare le vocazioni perlomeno con la loro preghiera. Questo ovviamente ha creato dei problemi, non dissimili dagli altri paesi in cui il Serra è presente: lo spirito serrano resta forte e profondo, ma l’invecchiamento e la mancanza di leadership si fanno sentire, con il rischio di avvicinarsi ad essere più un gruppo di preghiera che un movimento votato all’azione. Dalle parole di Ulisse e di Roberto Sebben, tuttavia, emerge anche una chiara visione del futuro, in particolare la necessità di maggiore leadership e di apertura ai giovani. L’intervista di Anne McCormack dal titolo Serra, da Padre a Figlio mette in evidenza come il Serra sia una vocazione che nasce anche dai valori che una famiglia è capace di trasmettere. Questa l’intervista: “Per capire come la missione del Serra si trasmetta 19
l’angolo del serra international attraverso le generazioni, basta guardare a Ulisse Antônio Sebben e suo figlio, Roberto José, entrambi membri di spicco del Consiglio Nazionale del Serra in Brasile: tra i due, un’esperienza di 85 anni di lavoro e di preghiera per le vocazioni nel sesto Paese più popoloso del mondo. L’anziano Sebben è stato per diversi anni Trustee nel Consiglio di Serra International, e il più giovane Roberto ricopre attualmente la stessa carica, uno dei membri più giovani del Consiglio. Quando Roberto era solo un bambino, suo padre Ulisse ha dato un determinante contribuito allo sviluppo del movimento Serra in Brasile. “Il fondatore del Movimento Serra in Brasile, Luiz Alexandre Compagnoni di Rio de Janeiro, venne personalmente da me nella mia residenza per parlare di Serra e disse che voleva aprire un club a União da Vitória”, ricorda Ulisse Sebben. Nato a Bento Gonçalves nello stato di Rio Grande do Sul, Ulisse Sebben era venuto a União da Vitória in Paraná nel 1952, dove ha lavorato come professore universitario di Scienze economiche e storia dal 1961 al 2000. “Il giorno seguente si è svolto il primo incontro”, continua Sebben. “Alla fine della riunione, sono stato nominato presidente del nuovo club, che qui chiamiamo ‘comunità’. Questo avvenne il 26 maggio 1966, proprio il giorno in cui celebriamo la festa di Nostra Signora di Caravaggio, protettrice della nostra famiglia”. Evidentemente lo Spirito Santo aveva guidato Compagnoni verso la persona più adatta ad aiutarlo come uno dei pionieri del Serra in Sud America. Ulisse
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Sebben, che aveva frequentato lui stesso il seminario di São João Vianney a Palmas, Paraná, per sei anni prima di trasferirsi a União da Vitória, era pronto e disposto a ricevere e a mettere in pratica la visione del Serra. “Compagnoni mi ha convinto che si trattava di un’opera importante della nostra Chiesa cattolica e che ero chiamato a una importante missione vocazionale ed evangelizzatrice”, dice Sebben. “Immediatamente, senza alcuna esitazione, ho assunto e portato questa missione nel mio cuore”. Naturalmente, la realtà del Brasile di 50 anni fa era molto diversa da quella di oggi. “Il Serra nei primi decenni in cui ne ho fatto parte, era davvero molto diverso: era formata solo da uomini ed era elitaria”, dice Sebben. “Solo uomini relativamente ricchi potevano farne parte. Più tardi, le donne hanno potuto aderire, e attualmente ne fanno parte anche i ‘poveri’ (persone a basso reddito), che in Brasile sono in gran numero. Mi azzardo ad affermare, con un’osservazione personale, che i membri ‘poveri’ sono quelli che pregano di più per le vocazioni e per gli uomini e le donne di vita consacrata. Senza dubbio questa è la più grande differenza tra il Serra che ho conosciuto in passato e quello attuale. La considero una benedizione”. Questo ha portato all’entrata di un gran numero di nuovi soci nei decenni passati, tuttavia hanno creato per il Serra in Brasile delle sfide simili a quelle affrontate dal Serra in tutti gli altri paesi del mondo. Tra queste,
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l’angolo del serra international Sebben ne identifica una come la più preoccupante: “Al momento, mi sembra che il principale problema sia l’espansione e il rinnovamento dei soci, specialmente nei club più vecchi che sono invecchiati e non rinnovati. L’espansione che abbiamo sperimentato non compensa più, purtroppo, la chiusura delle attività dei club più vecchi”. Il punto cruciale per superare questa sfida è identificare, come ha fatto Compagnoni, i soci che la pensano come Sebben sulla missione e le finalità del Serra, cioè come una vocazione personale. “Sento che sia necessario, in primo luogo, trovare e preparare dei leader che abbraccino veramente il Movimento Serra con GRANDE amore. Persone che siano perseveranti, attive e partecipative. Serrani che, quando assumono un ruolo direttivo, lo fanno davvero con la massima dedizione”. Per la persona chiamata a servire nel Serra, e che vede in Serra qualcosa di più di un semplice incontro mensile, la ricompensa può essere grande: “Nella mia vita ho sempre avuto ideali da raggiungere; infatti, chi non ha ideali è già ‘mezzo morto’. Fortunatamente non è il mio caso”, dice Sebben. “Ho visto nel Movimento Serra un ideale, una missione. In esso, per chi lo ama, non c’è pensionamento. Il Serra, a
cui appartengo da quasi 55 anni, è stato decisivo nel mio cammino di cattolico: mi ha insegnato ad amare profondamente coloro che sono chiamati e consacrati e a pregare ogni giorno per loro. Attraverso il Serra ho potuto partecipare a importanti eventi nazionali e internazionali. Tra questi, ho viaggiato a Roma e ho goduto di udienze con i Papi Paolo VI, Giovanni Paolo II (quattro volte) e Benedetto XVI. Tutto questo ha segnato profondamente la mia vita. Ringrazio il Signore per l’appartenenza a questo movimento benedetto”. Che motivo di orgoglio deve essere per Ulisse Sebben condividere questa gioiosa missione con suo figlio, Roberto José. Roberto è un ingegnere civile e appartiene al Serra Club di Vale do Iguaçu, nella città di União da Vitória. Roberto si distingue per essere l’unico dei sette figli nati da Ulisse e Iolanda, sua moglie da 60 anni, a seguire le orme del padre Serrano. “Ho innumerevoli ricordi di incontri festosi al Serra, dove ho partecipato con mio padre, con grande gioia”, dice Roberto, che non può non ricordare un periodo in cui il Serra non faceva parte della vita familiare. “Ricordo di essere stato con tanti sacerdoti e di aver condiviso la felicità che mi hanno dato”. Il frutto di questa esposizione è stato che Roberto ha potuto sentire e condividere le soddisfazioni che suo
Roberto Sebben e Affonso Iannone
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l’angolo del serra international padre ha raccolto lavorando per le vocazioni. Così, quando un amico lo invitò ad unirsi al Serra, accettò, all’età di 28 anni. A quel tempo era il più giovane membro del suo club. “Ciò che il Serra significa per me è la dedizione al lavoro vocazionale, l’amore, l’affetto e l’amicizia per coloro che hanno accettato la chiamata a servire il Regno di Dio”, dice Roberto. Eppure, anche se gli piace essere un Serrano e vivere le esperienze di fede che porta con sé, commenta: “Penso che sia quasi impossibile per qualcuno amare e dedicarsi al Serra come ha fatto mio padre”. Ora, come suo padre, anche Roberto ha trascorso un lungo tempo nel Serra e l’ha visto trasformarsi nel corso degli anni, e concorda sul fatto che la sfida principale prima di tutto è quella di rinnovarsi con i membri più giovani. “Quando un club ha la maggioranza dei soci in età avanzata, è improbabile che un giovane si iscriva”, dice. “Ad essere sincero, non trovo gli incontri del Serra molto attraenti per i giovani, in quanto si aspettano degli incontri più vivaci”. Per loro sarebbero più attraenti gli incontri con risorse sonore (strumenti e
canzoni) e video (storie vere) legati al tema della vocazione”. Roberto aggiunge che una partecipazione più attiva di sacerdoti, religiosi e seminaristi, con testimonianze personali e conversazioni interattive, valorizzerebbe molto questi incontri. Oltre ad animare il format degli incontri di Serra, oggi tipicamente piuttosto tranquilli, Roberto attinge alla propria esperienza di un Serra di seconda generazione per suggerire un altro modo per iniziare il processo di rinnovamento: “Penso che i genitori dovrebbero prendere i loro figli e i loro nipoti per iniziare a fare questa transizione”. Allora, possiamo aspettarci una terza generazione di Sebben al Serra? “Ho sempre cercato di risvegliare nei miei due figli il sentimento religioso e la partecipazione all’Eucaristia”, dice Roberto. “Attualmente stanno completando gli studi, con frequenti viaggi e poco tempo libero. Credo che con l’inizio di una stabilizzazione della loro carriera professionale, potrò avere la gioia di vederli partecipare con me agli incontri del Serra”.
Il Brasile di Dante Vannini Sono particolarmente legato al Brasile anche per motivi familiari: il nonno di mia moglie Nicoletta è stato uno dei primi italiani ad avere una attività commerciale in quel paese, la nonna Elisa una nativa dello stato di Baja. Quasi ogni anno visitiamo San Paolo, dove seguiamo una scuola di bambini provenienti da una delle tante favelas locali. Nel corso dei nostri viaggi più volte siamo stati in pellegrinaggio all’Aparesida, Una di queste di occasione della convention nazionale del Serra ad Aqua de Linoja, quando divenne presidente internazionale Cesare Gambardella. Nell’occasione eravamo accompagnati dal compianto Cappellano della Serra Serra club di Siena, Monsignor Lorenzo boddi. Veritas fossi, dopo la mia nomina a presidente internazionale del Serra, il primo paese che ho visitato è stato il Brasile. Ricordo che i serrani mi hanno riservato un’accoglienza eccezionale moto devo ringraziare Affonso Jannone e tutti gli amici per l’organizzazione dell’evento. Con Nicoletta piccola festeggiata per le sue origini brasiliane, era presente il direttore di Serra International John Liston con una rappresentanza dello staff direzionale di Chicago. Come ogni anno, in occasione della visita del presidente di Serra International di turno, il Brasile organizza la Convention del Serra Nazionale presso il santuario dell’Aparesida. La partecipazione sempre numerosa… Ricordo che erano presenti circa 800 soci, la Santa Messa celebrata dal vescovo locale all’interno del Santuario, partecipata da oltre e 2500 fedeli, accompagnata da canti di gioia tipici di quel popolo, che nonostante i problemi è sempre allegro. La visita in Brasile è terminata con ricordo piacevole e con la conoscenza di nuovi fratelli e sorelle in Cristo e nel Serra. 22
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l’intervista
“Per un’altra strada” La proposta di Mimmo Muolo
Mimmo Muolo
di Maria Luisa Coppola
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l romanzo “Per un’altra strada. La leggenda del Quarto Magio” scritto dall’autore Mimmo Muolo, giornalista vaticanista, è una lettura affascinante ed assai contemporanea. In questi tempi bui, in cui è facile perdersi perché attanagliati da tanti timori e pigrizie mentali, oppressi dalla preoccupazione di salvare la propria salute minacciata dalla pandemia, Muolo ci indica un’altra strada, un percorso verticale e tutto in salita. Cos’è l’uomo, dove va l’uomo? La narrazione né teologica né filosofica mette a nudo le fragilità del quarto Magio, Artaban, che smarrito e senza compagnia decide di proseguire il viaggio da solo, perché vuole vedere il volto di Gesù bambino. Nella metafora Artaban è un uomo dei nostri giorni, che prova dolore di fronte alle povertà, attraversando il deserto e compatisce il dolore di una madre che perde il figlio, che si commuove dinanzi all’assoluta bellezza della natura. L’autore mi ha preso per mano e condotto in un sentiero a me molto caro, alla ricerca della Verità, aggiungendo pennellate di colori nella descrizione dei paesaggi che fanno da sfondo alla storia, e di musicalità nel rivisitare l’intima sofferenza del cuore umano. Il grido di dolore ed il grido di felicità hanno note alte, come ascoltiamo nella nostra quotidianità, nella lunga odissea umana dei più emarginati, degli scartati. Settembre-Dicembre 2020
Ho chiesto all’autore, che ringrazio per la sua gentile disponibilità, alcuni chiarimenti: Il titolo del romanzo porta chiaramente al racconto del Natale cristiano, in quale occasione ti è nata l’ispirazione? L’ispirazione me l’ha data l’omelia del mio parroco il giorno dell’Epifania. Fu lui ad accennare alla leggenda del Quarto Magio. Ed è stato amore a prima vista con questo racconto che è di una straordinaria attualità. Da quel giorno ho cominciato anch’io la mia ricerca, dapprima per approfondire i contenuti della leggenda, quindi per esaminare quello che altri autori avevano scritto in merito e infine per la stesura vera e propria del romanzo. Durante la quale, rispetto alla storia originaria, mi sono preso naturalmente le mie licenze, reinventando spesso e volentieri l’itinerario del Quarto Magio. Tu descrivi con precisione il cammino di Artaban che si snoda tra paesaggi molto suggestivi, in qualche caso evocano famosi quadri come il cielo stellato di Van Gogh. Li hai realmente visitati o immaginati? Sono stato diverse volte in Terra Santa, ho visitato Gerusalemme, Betlemme e Nazareth, oltre al Lago di Tiberiade e al Monte delle Beatitudini. Non sono stato invece nel deserto, ma mentre scrivevo mi sono documentato. Il paesaggio è comunque lo scenario minimo sul quale collocare i personaggi, che sono il vero fulcro di questa storia. Più che l’ambiente esterno, a me interessava descrivere il mondo interiore di ognuno di essi, a partire naturalmente da quello del protagonista, Artaban, attraverso i cui occhi tutto è filtrato. In questo senso la scelta dell’io narrante in prima persona è stata fatta per accentuare il senso di una soggettività che diventa ricerca e scoperta, di una precisa identità che man mano si apre alla relazione. Spero che ognuno 23
l’intervista possa mettersi nei panni del Quarto Magio e compiere insieme a lui il proprio percorso di vita e, se lo crede, anche di fede. La metafora di Artaban è quella dell’uomo in cerca di Dio, quel Dio tramandato dai racconti familiari e dagli studi teologici. A me pare che tu voglia dire che “la fede non è un’idea, ma un incontro”, che attraverso l’esperienza umana del dolore se ne conosce il vero volto. Hai colto bene una delle idee centrali del romanzo. Per questo la ricerca del Quarto Magio è tanto vicina al nostro sentire di uomini e donne del 2000. Potrà sembrare strano, dopo due millenni di cristianesimo, ma oggi, proprio come ai tempi di Artaban, molte persone hanno una grande nostalgia di Dio e non sanno più dove cercarlo. E allora ecco il successo delle filosofie orientali e delle religioni senza Dio come il buddismo o il proliferare delle sette che danno ai loro adepti un artificiale senso di sicurezza o addirittura la “bestemmia” (come insegna papa Francesco) del terrorismo e della violenza in nome di Dio. Artaban e i Magi che lo precedono sono invece uomini di scienza che a un certo punto abbandonano le certezze delle loro conoscenze librarie, per mettersi in cammino. Ed è solo allora che capiscono che la vera conoscenza sta nell’incontro, perché solo nell’incontro, cioè nella relazione, possiamo sprigionare quella forza che “move il sole l’altre stelle” che è l’Amore. Rigorosamente scritto con la A maiuscola. Questa tua ultima fatica letteraria è un libro per tutti, credenti e non, perché mi pare evidente che tu sostieni in più punti la necessità del dialogo interreligioso. Sostengo la necessità del dialogo a 360 gradi. Ma oggi che si fa un gran parlare di dialogo interreligioso, spesso a sproposito e come una sorta di macedonia dove brandelli di verità delle diverse fedi vengono messi a macerare in uno stesso contenitore, dobbiamo recuperare prima di ogni altra cosa l’urgenza di entrare in dialogo con la nostra stessa cultura. Quella dell’Occidente largamente scristianizzato, intendo dire. Oggi più che mai c’è bisogno di un progetto culturale che metta al centro la questione antropologica: “Chi è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?”. Non a caso la ricerca di Artaban parte da questi versi del Salmo 8, che torneranno come una sorta di ritornello in tutto il romanzo. Se anche noi non rimettiamo al centro della nostra riflessione questi interrogativi, tutto il resto sarà vano o quasi. Anche il nostro impegno per i poveri e con i 24
poveri. Tutt’al più verremo ridotti al ruolo di spazzini della storia. Andando a pulire ciò che gli altri sporcano. Si fa un gran parlare di discriminazioni, oggi. E lungi da me difendere la sia pur minima forma di discriminazione. Ma chiediamoci: non è che la vera grande discriminazione della nostra epoca si sta consumando ai danni del Vangelo e dei cristiani? Nel testo, vi sono pagine con diversa grafica, sono le lettere che i Magi scrivono ad Artaban: parentesi liriche, molto personali da cui emergono sentimenti umani anche di fragilità individuale. In quale, in particolare, batte il cuore dell’autore? Il mio cuore batte un po’ in tutti. Anche nei personaggi negativi. A tutti ho voluto dare una seconda possibilità. Lo stesso Artaban all’inizio del suo percorso subisce e quasi soccombe agli assalti del peccato. Ma sa rialzarsi, facendo tesoro della grazia che gli viene offerta nei modi più impensati. Non tutti fanno la sua stessa scelta. Ma come autore ho voluto rispettare la libertà di ognuno. Alla fine i personaggi di un romanzo come il mio possono anche essere letti come le diverse facce della nostra personalità, i diversi momenti della nostra vita, le diverse risposte che diamo alle vicende che ci coinvolgono. Non siamo sempre buoni e incorruttibili. Siamo tutti segnati dall’esperienza del peccato, siamo inquieti, esposti alle tentazioni e talvolta prendiamo brutte strade. Ma come il Quarto Magio abbiamo Qualcuno che veglia su di noi e si fa trovare ai crocevia importanti della nostra vita. Sta poi alla nostra libertà seguire le sue indicazioni o scegliere diversamente. “Ma spesso mi sento come la cerva che anela ai corsi d’acqua, come un’anima che ha sete di Dio e vuole vedere il suo volto. Cosi anch’io vorrei vedere il tuo volto, Gesù, capire se sei il Messia bambino che ho tanto cercato” (pag. 159)! Quanta identificazione tra il protagonista e l’autore? Non è un romanzo autobiografico, anche se alcune inquietudini, dubbi e vicende di Artaban sono descritte alla luce di quanto anch’io ho vissuto nei miei 57 anni. Tutti noi aspiriamo a vedere il volto di Dio, quando un giorno che solo Lui conosce saremo chiamati a entrare nel suo abbraccio. Intanto ci concede delle bellissime anticipazioni nell’Eucaristia e nel volto dei fratelli, specialmente quelli più bisognosi. Io spero che “Per un’altra strada” possa ricordarlo a tutti quelli che avranno la bontà di leggerlo. E solo per questo motivo mi sento di raccomandarne la diffusione. Facciamo tanti regali, a volte superflui. Questo può essere un regalo di diverso tipo. Un invito a riflettere. Che non fa mai male. il serrano n. 150
vocazioni
Il dono della vocazione. Un ‘filo d’oro’ per testimoniare Dio di Padre Agostino Ziino CFD
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n’occasione di grazia ho considerato l’invito ad offrire attraverso le pagine de «Il Serrano» una mia breve testimonianza. Voltarci indietro, soprattutto superati i sessanta, e ritrovare ogni volta quel ‘filo d’oro’ che Dio tiene in mano e col quale rende preziosa la nostra vita intessendone la trama, ci mette davanti alla realtà magnifica della Sua sovranità. Sì, Dio veramente ha i Suoi disegni su ciascuno di noi, e questa verità cessa di essere dottrina astratta e diventa realtà concreta quando, docili allo Spirito, riusciamo ad assecondare l’azione della grazia, sia pur a fatica e con le lentezze che insidiano la nostra determinazione ad entrare in sinergia con essa. Prevale su tutto la gratitudine del nostro cuore a Colui che mai si è stancato delle nostre fragilità e ci ha sempre proposto l’abbraccio della sua misericordia.
Non possiamo non riconoscere che l’opporre resistenza al Suo amore, mossi dall’istintiva volontà di non perdere l’autonomia e il potere su noi stessi, ci chiude in una mortificante autoreferenzialità e ci rende adoratori di quell’idolo che è il nostro ‘io’ quando vogliamo prendere le distanze dal Padre che lo ha creato a sua immagine. Ogni nostro umano progetto, costruito a prescindere da quello che Dio ha su di noi, e ogni nostro altro impegno si rivelano prima o poi illusorii. Di questo ci convince l’esperienza quotidiana, fatta di ricorrenti prove, consolazioni, fallimenti e successi. Colgo l’occasione dunque per voltarmi indietro e – come dicevo – per riscoprire il senso che Dio, nella Sua infinita provvidenza, ha voluto dare al mio cammino. Solo a Lui spettava di farlo, ed è Lui che mi permette di coglierlo nelle pieghe anche apparentemente più scontate e feriali della trama del mio vissuto. Attendere illuminazioni straordinarie, quasi pretendendo da Dio rivelazioni particolari per fare passi dal successo garantito, non è l’atteggiamento giusto e fruttuoso per Settembre-Dicembre 2020
trovare quelle sicurezze interiori di cui abbiamo certamente bisogno per prendere in mano la nostra vita e agire con coraggio. Tutti abbiamo bisogno di ‘segni’ convincenti per trovare la strada e determinarci a percorrerla; e tutto si sblocca – per lo meno questa è stata la mia esperienza, e di essa soltanto posso dare testimonianza – quando ci accorgiamo che Egli i Suoi segni ce li ha già proposti, una Sua parola ce l’ha già fatta udire da tempo. La Sua parola infatti, quella di cui in taluni frangenti drammatici e snodi vocazionali abbiamo fame e sete, in realtà ci ha sempre preceduti. La vera, grande ‘parola’ che può interiormente risvegliarci dal nostro torpore, causato da atavica pigrizia o 25
vocazioni mancanza di coraggio, e renderci operosi nella verità è quella di Gesù, consegnataci nel Vangelo. Riascoltare il Vangelo, gustandone l’esigente radicalità e la provocatorietà, magari anche col fiato sospeso…, scoprire che la propria storia è già tutta scritta da secoli in tante pagine della Scrittura, costituisce quell’evento di grazia, imprevedibile e sconvolgente ‘kairos’, che inaugura un cammino nuovo: sia che ciò accada negli anni giovanili, sia che questo dono ci venga fatto quando abbiamo già fatto un bel po’ di strada. È il momento in cui riscopriamo la parola di Dio come parola viva, come una proposta intensa che esige da noi una risposta qui e ora. Ed è bello dopo tanti anni renderci conto che da quel momento di grazia non siamo mai più usciti. L’evento di grazia che è quello della scoperta della volontà di Dio su di noi, non è come tutti gli altri, non lo si può mai superare: si ripresenta costantemente e riempie ogni istante della nostra storia, rivelandosi perennemente attuale perché Dio stesso ne è con noi il protagonista. Svelandoti nudo alla presenza del Signore, esso ti porta a vivere nella dimensione della fede, di una fede viva e vivificante. Scrive san Paolo: È lui [= il Padre] che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati (Col 1,13-14). Ti scopri così coinvolto, senza che sia stato tu a deciderlo, in quella relazione personale, a tu per tu, con Colui – l’Unico in senso assoluto – da cui ti senti accolto, compreso, amato e perdonato; Colui che ti svela a te stesso convincendoti ad accettarti pur con tutti quei limiti e fragilità naturali, talvolta pesanti, che, ferendo il nostro orgoglio, possono renderci nemici di noi stessi. La scoperta della propria vocazione genera in noi il senso di una profonda libertà personale. Il progetto è di Dio, ti precede, e ti si propone davanti con la gravità proprio di tutto ciò che è divino. È il ‘perché’ definitivo per cui sei stato chiamato all’esistenza, e in quel momento ti viene rivelato in tutta la sua verità: come potresti quindi tirarti indietro, evaderlo? Ti si impone. Eppure esso porta in sé quella percezione tutta nuova di una libertà mai prima provata, che comporta una grande responsabilità e la rivelazione della dignità della tua persona: chiamato come sei a dover rispondere a Colui che, avendoti creato a Sua immagine, ti chiama per amore, senza mortificare la tua libertà. Nel sentirti così provocato a una risposta a Colui che è l’Assoluto, l’Unico, anche tu ti accorgi di 26
essere unico, assoluto per Lui che ti ama. È il trovarti davanti a Dio e alle esigenze del Suo amore per te che permette al ‘bambino’ che eri fino a quel momento di diventare ‘adulto’, cogliendo forse per la prima volta il valore assoluto della tua libertà e della tua vita. Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a esseri spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci, scrive san Paolo ai Corinzi (1Cor 3,1-2). È questo uno degli aspetti più misteriosi e insieme più esaltanti dell’esperienza vocazionale. Ancora l’Apostolo scrive in 2Cor 9,7-8: Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia…. Si tratta dunque di ‘decidere’ davanti alle proposte di Dio. La grande decisione la si prende ‘nel cuore’ perché è questione di amore, e per questo esige la piena consapevolezza della propria libertà,
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vocazioni riorientata dalla grazia su scelte di gratuità e di gioia, e chiamata a realizzarsi pienamente nel consumarsi nell’obbedienza a Dio. Ricordo bene quanta luce portò al mio animo questa parola dell’Apostolo, in un preciso momento del mio cammino vocazionale. Mi parve di intuire la bellezza di una decisione presa nel cuore, resa possibile dall’abbondare di quella grazia che dilata il cuore e lo rende capace di scelte forti di amore, nella misura in cui lo trova almeno in parte già aperto e reso fertile grazie alle prove accettate con umiltà. E del resto il seme di una vocazione per crescere, fiorire e fruttificare ha bisogno, come i semi in natura, di quella terra resa fertile – humus… humilitas sono termini che hanno la stessa radice – da un buon concime. È questa la testimonianza che io posso dare guardando al quel cammino vocazionale che, nel corso di tanti anni ormai, mi ha reso prima, per dieci anni, sacerdote diocesano impegnato nel servizio al popolo di Dio in vari settori pastorali, e successivamente monaco,
ormai da circa trent’anni, impegnato nel servizio di una testimonianza essenziale resa a Dio e alla Sua presenza in mezzo agli uomini, soprattutto con la preghiera continua, la diuturna dipendenza dalla Parola e la vita comunitaria, sostenuto dall’esercizio di quelle virtù religiose – povertà, castità e obbedienza – che essenzializzano allo stesso tempo il rapporto con Dio Padre e con i fratelli tutti, figli dell’unico Padre. Un punto ancora posso toccare: quello della infinita fedeltà di Dio al Suo amore per chi, chiamato a una specifica sequela del Figlio qual è il cammino religioso, ne fa ogni giorno esperienza; e non solo per propria consolazione e per nutrire la propria speranza, ma anche per aiutare tutti, anche chi non segue quella via particolare, a scoprirla nella propria storia. La fedeltà di Dio al Suo amore paterno e redentivo per ciascun Suo figlio è ciò che un monaco vorrebbe saper annunciare nel modo migliore a tutti, partecipandone l’esperienza soprattutto a chi più ha bisogno di scoprirsi amato, accolto, perdonato.
Cenni sulla Comunità dei figli di Dio P. Agostino Ziino presbitero palermitano dal 1981, dopo dieci anni di ministero pastorale svolto nella sua diocesi madre, ha completato il suo cammino vocazionale maturando il suo inserimento nel ramo della vita comune della ‘Comunità dei figli di Dio’ e trasferendosi per questo in Toscana. La ‘Comunità dei figli di Dio’ è un’Associazione pubblica di fedeli fondata dal padre Divo Barsotti (1914-2006), che accoglie come suoi membri uomini e donne che vivono in tutti gli stati di vita: laici coniugati o no, consacrati con i voti religiosi che restano nel mondo, ministri ordinati impegnati a servizio delle diocesi, consacrati con i voti religiosi che vivono in comune in piccole case secondo una disciplina propriamente monastica. Tutti si riconoscono come membri della stessa famiglia religiosa, nella consapevolezza, che tutti allo stesso grado li accomuna, della vocazione battesimale a vivere la tensione alla santità pur in stati di vita diversi, secondo un’unica spiritualità che si ispira fortemente a quel ‘monachesimo interiorizzato’, o ‘monachesimo del cuore’, proprio dei cristiani d’Oriente e che, specialmente nell’ambito russo, impegna cattolici e ortodossi nello stesso cammino di preghiera liturgica e preghiera del cuore, in diretta dipendenza dalla parola di Dio. Unico comune fine è quello di rendere testimonianza al mondo del primato assoluto di Dio nell’esercizio concreto delle virtù teologali, fede speranza carità, fondanti l’impegno del cristiano davanti a Dio e davanti ai fratelli. La Comunità è presente ormai in tutte le regioni d’Italia e anche all’estero (Australia, Regno Unito, Colombia, Sri-Lanka, Benin). Il 31 ottobre 2020 la Comunità dei Figli di Dio ha eletto p. Agostino Ziino come suo Superiore generale: svolgerà questo servizio dal 15 febbraio 2021.
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voce della fondazione BJS
La Fondazione non si ferma
“Sempre avanti” nel dono e nel sostegno di Marco Crovara
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onostante la pandemia, un’emergenza non ancora finita, che ci ha costretto ad affrontare quest’anno con difficoltà sia di comunicazione che operative; nonostante le restrizioni a cui abbiamo dovuto giustamente sottostare e che hanno anche limitato l’attività nei seminari, la Fibjs ha elargito ed elargirà il proprio sostegno, il sostegno di tutti i serrani italiani, ad alcuni giovani e meno giovani che hanno intrapreso il percorso dell’impegno nel ministero sacerdotale e che necessitano del nostro aiuto. In questo mese di Dicembre il Consiglio di Amministrazione, riunito per via telematica, prenderà in esame le richieste di borse di studio pervenute che, se approvate, verranno elargite entro questo 2020.
precauzionali in tempo di pandemia da COVID-19, il contesto si è rivelato consono: il C.D.V. è infatti rappresentativo di tutta la pastorale vocazionale diocesana e, per Statuto e approvazione arcivescovile, il presidente del Serra Club ne è anche membro di diritto. Il seminarista cui è stato elargito il contributo ha preso parte all’incontro e ha ricevuto in consegna l’assegno.
Per quello che ci sarà concesso parleremo di questi giovani. Vi faremo conoscere le loro storie, personalità, i loro cammini, le profonde riflessioni, le ansie, le gioie della risposta.
Anche il Cappellano del Club, Don Andrea Giampietro, ha voluto contribuire tratteggiando la figura di Mario Gargiulo: “ è un seminarista dal carattere molto gioviale
Nello scorso Settembre, a Brindisi, il locale Club Serra ha potuto organizzare la consegna di un nostro contributo e ci fa piacere condividere con tutti voi questi brani che ci sono pervenuti.
Mario ha molto gradito la generosa elargizione della Fondazione Beato Junipero Serra, anche perché dopo qualche giorno ha avviato il suo terzo anno di formazione presso il Seminario di Molfetta, potendo così far fronte con serenità alle prime necessarie spese accademiche e formative”.
Il seminarista Mario Gargiulo
Scrive il Presidente del Club, Renato Rubino: “il pomeriggio del 13 settembre 2020 il Centro diocesano vocazioni si è incontrato nel cortile della Curia di BrindisiOstuni, dove ha anche sede il Seminario arcivescovile, per programmare la proposta vocazionale del nuovo anno pastorale. In questa occasione è stato consegnato il contributo per il sostentamento del seminarista Mario Gargiulo. Anche se in tono minore, poiché era difficile organizzare una serata ufficiale di tutto il Club alla luce delle norme 28
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voce della fondazione BJS
Seminaristi di Molfetta
e, al contempo, discreto. Si può considerare una “vocazione adulta”, poiché ha 46 anni, ma la sua vita è sempre stata orientata all’ordine sacro, sebbene egli abbia dovuto rimandare per molti anni l’ingresso in seminario per poter assistere i suoi genitori ammalati. Umile e servizievole, si è avvicinato negli ultimi cinque anni al Seminario minore diocesano come volontario per il dopo scuola; qui ha conosciuto anche i membri del Serra Club locali, apprezzando le opere da loro compiute sul territorio brindisino. La donazione a suo favore è, quindi, un segno di vicinanza concreta, che rende più che mai concreta e visibile l’amicizia che il Serra Club instaura con i seminaristi e le persone in discernimento vocazionale”. Infine, Mario ci ha scritto: ”sono seminarista al III anno presso il Pontificio Seminario Regionale Pio XI di Molfetta per l’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni. Qualche giorno fa ho ricevuto il contributo economico che la vostra Fondazione, nel ramo ONLUS, destina ai seminaristi in formazione: desidero ringraziare di cuore il Presidente e tutti i membri per la costante attenzione alle vocazioni, in particolare all’Ordine sacro, vera e proSettembre-Dicembre 2020
pria missione del Movimento. La preghiera ed il sostegno economico sono preziosi soprattutto per chi, come me, ha intrapreso questo cammino da adulto, abbandonandosi fiducioso alla volontà e alla provvidenza del buon Dio. Vorrei ringraziare particolarmente il serra Club di Brindisi, unitamente al suo Presidente, dott. Renato Rubino, per il vivo interesse che manifesta per il mondo dei giovani, soprattutto attraverso l’annuale concorso scolastico, la presentazione di libri ed il coinvolgimento del Seminario nel mondo della scuola al fine di riscoprire i valori umani e cristiani messi in discussione ormai quotidianamente dalla cultura dell’efficienza e dello scarto.Prego il Signore che conceda al Movimento, per la missione che svolge nella Chiesa e per la Chiesa, frutti abbondanti ed ogni benedizione”. La nostra gratificazione? Le parole appena lette e la certezza che il nostro piccolo “ dono del cuore” possa diventare un grande dono sul percorso a maggior gloria di Nostro Signore. 29
cultura e società
Etica ed economia
Per noi cristiani l’amore non è facoltativo del Card. Matteo Zuppi Arcivescovo di Bologna
S
enza etica, l’economia impazzisce. Il nemico principale dell’etica è l’individualismo. Se i diritti individuali diventano l’unica vera etica, ci si avvia su un sentiero molto pericoloso. Una sopravvalutazione dei diritti individuali porta, infatti, al deterioramento dell’etica. Si può garantire il massimo rispetto dei diritti individuali, ma, se accanto a questo, manca il riferimento al collettivo, si arriva a un’etica immorale o, comunque, non corrispondente alle vere domande della persona. La Costituzione, altissimo documento di responsabilità personale e di bene comune, dichiara che: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che consona al progresso materiale o spirituale della società». Mi ha sempre colpito che la Costituzione parli di un progresso della società che è anche spirituale, come avviene grazie alla giustizia, alla fiducia reciproca, alla realizzazione della propria persona. Se l’etica non viene piegata all’individuo, lo aiuta a trovare se stesso, ma, se l’individuo è la regola di se stesso, allora è quasi sicuro che si arriverà a una modalità di vita non buona per l’individuo stesso. Altro è vivere l’etica in maniera personale, altro è vivere riducendo l’etica a se stessi, annullando così la possibilità di vivere in relazione con gli altri. L’etica, infatti, ci permette di condividere con gli altri, di ritrovarci insieme. Da un certo punto di vista, possiamo dire che l’etica cristiana nutra l’etica laica: i tanti valori dell’etica laica, in realtà, sono frutto dell’etica cristiana, anche se, nell’etica cristiana, c’è qualcosa che non è indispensabile nell’etica laica, cioè l’amore. Quello che porta a compimento l’etica e la completa – e il cristiano non si può accontentare del sem30
plice rispetto delle regole etiche – è quel di più che è l’amore. Nell’etica cristiana l’amore non è facoltativo, ma fondamentale: non ci possiamo accontentare dell’osservanza, perché l’amore la supera. Per il Vangelo, infatti, non è sufficiente l’osservanza pedissequa delle regole, ma occorre osservare la regola suprema dell’amore, che le contiene tutte e le supera. Nelle beatitudini evangeliche, l’etica del cuore supera l’etica del principio: per questo possiamo dire che l’etica cristiana nutre l’etica laica. A ben vedere, infatti, la migliore etica laica è un evidente frutto dell’etica e dei valori cristiani. Ci può essere una vera alleanza positiva tra le due, soprattutto se non si rimane prigionieri del diritto individuale, come di una idolatria. La grande intuizione del concilio, ripresa prima da papa Benedetto XVI e poi da papa Francesco, con caratteristiche personali diverse, ma con la stessa visione, è quella di ripartire dal vangelo, dalla sua semplicità, dalla sua riproposizione «ingenua» e semplice, consapevoli che solo in questo modo si possa rispondere alle vere domande del cuore dell’uomo. Un ‘etica senza vangelo rischia di diventare sclerotica, lettera senza spirito, antipatica, inutile, non feconda, non generativa. il serrano n. 150
notizie e iniziative
dai club e distretti
Ferrara 703
In tempi difficili, un segno di speranza U
n grande segno di speranza per la nostra Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, e per l’intera Chiesa, ci è stato dato Sabato 10 Ottobre 2020 nella Basilica di San Francesco a Ferrara. Qui hanno avuto luogo, infatti, le ordinazioni presbiterali di don Alessandro Battistini e don Thiago Camponogara, due giovani che il nostro Serra Club di Ferrara ha sempre sostenuto ed incoraggiato durante tutto il loro cammino vocazionale. Il nostro Serra Club di Ferrara li ha avuti graditi ospiti in occasione del suo recente ed ultimo incontro, tenutosi Lunedì 16 Novembre 2020, cioè il terzo lunedì del mese come d’abitudine, L’incontro, causa emergenza Covid, è necessariamente stato contenuto nella sua durata e caratteristiche, consistendo essenzialmente nella S.Messa seguita dall’Adorazione Eucaristica, ma concedendo spazio e tempo sufficiente alle testimonianze dei due novelli sacerdoti. Queste testimonianze sono diventate ormai una prassi che il Serra Club di Ferrara ha sempre chiesto in occasione di nuove ordinazioni presbiterali e/o diaconali. Soprattutto in questo periodo, però, in cui le nostre scarse certezze in campo sanitario, sociale, economico, lavorativo, ecologico lasciano il posto a preoccupazioni molto reali, la scelta di don Alessandro e don Thiago di consacrarsi al Signore non può che essere un segno di speranza e del fatto che Dio non si dimentica di noi. Seguono le testimonianze sui percorsi di vita che hanno portato don Alessandro e don Thiago a questo loro importante traguardo. Un articolo più esteso lo si può trovare nel settimanale cattolico di informazione La Voce di Ferrara-Comacchio, N. 29 del 02 Ottobre 2020. In chiusura all’articolo invitiamo, inoltre, a visionare sul portale del Serra Italia la bellissima testimonianza di Suor Maria Cristiana su ‘La Clausura – una porta sul mondo’ (www.serraclubitalia.it/2020/12/13/intempi-difficili-un-segno-di-speranza/) Questa testimonianza si riallaccia molto bene alle precedenti di don Alessandro e don Thiago per quanto riguarda ‘l’incompletezza del prima’ e ‘la pienezza del dopo’. Giuseppe Miccoli
Don Alessandro
Settembre-Dicembre 2020
“Come prima cosa ho dovuto cambiare radicalmente la mia idea sui sacerdoti …” Nella mia esperienza cristiana, fatta fino alla Cresima, sacerdote era colui che non aveva di meglio da fare se non girare per il paese, con il volto triste e cupo, raccontando storie su Gesù e dicendo a noi ragazzi che se non ci fossimo comportati bene saremmo finiti all’inferno. Crescendo, il mio giudizio tagliente sui preti non si è modificato, anzi, per antitesi guardavo con soddisfazione alla mia vita, felice di non essere come loro. Avevo tutto ciò che un uomo può desiderare: un lavoro prestigioso nell’Esercito, divertimento, indipendenza economica ... Eppure qualcosa mi mancava. Ho impiegato diversi anni per comprendere che chi bussava insistentemente alla porta del mio cuore era Lui, il Signore. È stato necessario un lungo e faticoso cammino di discernimento, che mi ha portato
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dai club e distretti
...Ferrara 703 da Nardò a Bolzano, fino al seminario di Ferrara, dove sono arrivato otto anni fa e dove ho avuto la fortuna di ricredermi circa l’idea di sacerdote che avevo costruito in giovinezza. Gli insegnanti della Facoltà Teologica, i rettori del seminario, i parroci delle parrocchie in cui ho prestato servizio (due anni a San Paolo del Lido degli Estensi e due nell’Unità Pastorale di Quartesana, Cona e Codrea), i sacerdoti che frequentavano il Seminario e i seminaristi con cui ho condiviso questo percorso di crescita .... in loro ho incontrato uomini autentici, testimoni della gioia della Resurrezione, intenzionati a spendersi completamente per Cristo; capaci di riconoscere Dio nel volto del prossimo, ascoltandolo, accogliendolo e curandolo con grande spirito di sacrificio e servizio, ma sempre con il sorriso e l’entusiasmo; disposti a “sporcarsi le mani” tra e per la gente, con una pastorale viva ed effervescente che passava attraverso l’esempio della propria persona. Ed eccomi qui, ad un passo dalla mia ordinazione sacerdotale. Confesso di non riuscire ad esprimere ciò che provo in questo momento: sono attraversato da un turbine di sentimenti che vanno dalla trepidazione per una nuova avventura alle preoccupazioni che il ministero comporta; dalla gioia alla grande responsabilità di essere sacerdote. Di una sola cosa sono certo: la mia consacrazione sarà vissuta nell’impegno particolare di essere testimone della gioia della Resurrezione. Sì, perché Cristo è risorto veramente! Spero di riuscire ad incarnare l’augurio che mi ha fatto Monsignor Vittorio Serafini: “Sii sempre un audace seminatore di speranza, un Apostolo gioioso e generoso nel servizio di tutti”. Don Alessandro Battistini
“Dopo tanti anni ho sentito una sana inquietudine: il Signore è stato paziente …” Sono don Thiago Camponogara, ho 33 anni, sono nato in Brasile e sono cresciuto in provincia di Verona con la mia famiglia. Fin da piccolo ho sentito il desiderio di entrare in Seminario, ma la mia famiglia ha preferito lasciarmi crescere nel mio paese e rinviare ad un età più matura un’eventuale entrata in seminario. Durante il periodo dell’adolescenza si è allontanata l’idea sacerdotale e sono cresciuto facendo le esperienze tipiche di quell’età con i miei amici del quartiere; ciò mi ha permesso di conoscere molta gente e soprattutto di vedere la vita sotto vari punti di vista, grazie anche ad alcuni viaggi compiuti in Europa, e non solo, che mi hanno aiutato a Don Thiago maturare sia come uomo sia come cittadino. All’età di vent’anni la mia vita sembrava consolidata tra il lavoro nell’azienda di famiglia, la passione per il calcio in un piccolo club locale, alcune attività di volontariato con i giovani del mio paese, le serate con gli amici e qualche esperienza amorosa. Ma più si stabilizzava questa vita ordinaria, più nasceva dentro di me una sana inquietudine che mi portava a pensare a Dio e a valutare la mia vita sotto un punto di vista cristiano e non solo sotto il profilo della soddisfazione economica; così dopo alcuni avvenimenti ho intrapreso un cammino di conversione, grazie anche all’aiuto di alcune figure sacerdotali e di vari amici, approfittando di alcuni pellegrinaggi e di un gruppo di preghiera dove si univa esperienza spirituale e crescita fraterna. Dopo aver compreso che Dio mi stava chiamando ad un “di più”, ho iniziato un cammino di discernimento vocazionale dapprima nell’equipe vocazionale della diocesi di Verona, per poi arrivare a Ferrara il 23 settembre 2013 dove sono stato accolto con gioia. In questi sette anni di seminario sono state molte le attività che ho compiuto e che mi hanno fatto maturare, ma sono state anche molte le persone che ho incontrato e con le quali ho creato legami importanti. Questo percorso mi ha portato dopo sei anni a diventare diacono, il 7 dicembre 2019, e a prendere il baccalaureato in Teologia presso la Facoltà teologia “Sant’Antonio” di Bologna, il 23 giugno 2020. A breve sarò ordinato sacerdote e dopo tutti questi anni di formazione comprendo come l’ordinazione presbiterale sia un dono che Dio fa non solo a me, ma a tutta la Chiesa che sono chiamato a servire. Ringrazio tutte le persone che mi hanno affiancato e sostenuto in questi anni e soprattutto ringrazio il Signore per aver avuto pazienza con me, e aver guardato con misericordia un suo figlio. Don Thiago Camponogara
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il serrano n. 150
dai club e distretti
Genova Pegli 364
50 ANNI DEL CLUB 21 Novembre 1970 – 21 novembre 2020 un intervallo di cinquant’anni tra queste due date che segnano la vita del Serra Club Genova Pegli 364; un’età di tutto rispetto da celebrare con la dovuta considerazione e solennità. Il Cardinale Giuseppe Siri, promotore del Movimento Serra presente a Genova dal 1956 e costituito, nel 1959 primo Club in Italia, aveva a dire che se un’istituzione dura venticinque anni è un “mezzo miracolo” ma se dura cinquant’anni è un “vero miracolo”. Grande onore e motivo di orgoglio per il nostro Club potersi fregiare di questo appellativo “un miracolo”. Aspettavamo questa ricorrenza con ansia, quell’ansia che si prova quando si vuole e si deve programmare un evento importante e significativo, ci eravamo già impegnati per il quarantesimo anniversario ma per questo dovevamo organizzarci per tempo e bene. “Il nostro Club può vantare dei primati”, ci dicevamo: sono ancora vivi alcuni soci che lo hanno visto nascere e hanno collaborato attivamente alla sua crescita e poi, realtà unica nei Clubs italiani, abbiamo sempre come Cappellano Don G.B. Delfino, Sacerdote da sessant’anni, esempio di tenacia ed ottimismo, tempra granitica capace di vincere anche il feroce attacco del Coronavirus; queste alcune delle sue frasi storiche: - insieme si può - quando hai dato la vita per gli altri sei un servo inutile - sei “S” per essere Santi: Sarai Santo Se Sei Santo Subito. Il nostro Don è molto legato al Club, sostiene che sia la sua famiglia e noi lo ricambiamo dello stesso affetto, consci della responsabilità che questo incarico comporta, incarico affidatogli dal Cardinal Siri e accettato, a suo dire, per ubbidienza. Da trent’anni è entrato nella vita del club Don Pietro Cattaneo, partecipe entusiasta a molte convention e nostro relatore in tante interessanti e formative conferenze e valido aiuto a Don Delfino. E proprio quando riflettevamo su come impostare al meglio il nostro cinquantesimo, arriva quel nemico subdolo e devastante, il covid, a scombinare i nostri progetti. Che si fa ? Dobbiamo aspettare e vedere come procede questa epidemia, poi pandemia; per procedere, procede anche troppo e allora…..tutto sospeso. Arriva il 18 luglio, San Camillo, giorno dell’attribuzione della “CHARTER”, situazione difficile, meglio rinviare al 21 novembre, data della “CONSEGNA”. Arriva la seconda ondata del virus ed allora….. Non si può far passare questa significativa data. Concordiamo col nostro Cappellano di celebrare una Santa Messa nella sua ex Parrocchia di San Francesco a Sestri Ponente, è sabato e noi Serrani animeremo la Messa vespertina prefestiva. Terminata la funzione liturgica, il Don racconta ai presenti, episodi della sua vita da seminarista, con vivacità e nostalgia, proprio come un padre parla ai suoi figli: è in famiglia, la famiglia serrana. In tale occasione, finalmente, possiamo, per la prima volta, toccare con mano e leggere la CHARTER; infatti questa preziosa carta era gelosamente custodita dall’ingegner Giuliano Rizzerio tra le numerosissime testimonianze da lui raccolte e conservate in cinquant’anni di militanza nel Club, carta consegnataci dai suoi figli dopo il suo ritorno alla Casa del Padre a marzo di quest’anno. Preghiamo tutti i Serrani e i Sacerdoti che ci hanno lasciato di intercedere presso il Signore affinché invii operai nella Sua Messe e uomini e donne nel Serra, pronti ad impegnarsi e a non arrendersi alle difficoltà dei nostri giorni. Laura Dellacasa Pittaluga
Settembre-Dicembre 2020
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Natale 2020
Cari preti, voi che siete gratis La carriera sbagliata
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uguri. Li vorrei fare, se consentite, ai preti. Come laico, come credente così così, come giornalista cinico e baro, sento che è il momento di dire grazie a loro: ai preti. Anzitutto perché sono poveri, i preti d’oggi. Con pochi soldi. Il che vuol dire, nel secolo che s’inginocchia alla ricchezza e al successo, che contano poco. Non hanno prestigio. Per millenni, in ogni popolo, essere “sacerdote” ha significato avere potenza, influenza e rispetto sociale. Oggi non più. Essere sacerdote cattolico, nell’Italia d’oggi, significa aver preso la carriera sbagliata. Talvolta, perfino, essere scherniti dai ragazzotti sull’autobus. Vorrei, a nome di tutti, ringraziarvi per questo. Viviamo in un mondo che dà un prezzo a tutto, ad ogni servizio e ad ogni abilità, e sa quotare alla perfezione ogni sapere. Ciò che sapete fare voi con le vostre mani è la cosa più preziosa (“la sola necessaria”, disse Qualcuno) ma non ha valore nel “mercato”. Infatti, non vi pagano adeguatamente per la Carne e il Sangue. Nel mondo dove un telefonino costa 600 mila, la Salvezza non costa nulla. I preti, voi, la danno gratis. Come pare assurdo il mondo, a Natale. Ne conosciamo di questi preti, le loro tonache, i loro maglioni da mercato rionale, il colbacco acciaccato alla don Benzi. Così rari ormai, con le loro mani preziose, eppure sottovalutati. Poveri ce n’è tanti, anche “nuovi poveri”. Ma sono poveri col diritto di chiedere: e molti tendono la mano con protervia, gli zingari girano con il bicchiere di carta, i ragazzi albanesi lavano i vetri, i drogati pretendono minacciosi, i pensionati minimi possono contare sull’assistenza. I preti, tra i poveri, hanno questa stranezza: che gli altri poveri chiedono proprio a loro. Mondo assurdo: ci sono poveri che danno invece di chiedere, e sono i nostri preti. A volte, sempre più spesso, vengono derubati dai poveri protervi. I ricchi chiudono le ville, si armano, spendono in impianti antifurto. Le canoniche dei preti poveri sono sempre aperte: aperte a spostati, folli , disperati e dementi. E molti di questi preti sono vecchi. Vecchi e indifesi. Così poveri che non si possono comprare .libri e giornali, e perciò appaiono così pateticamente smarriti. Così fuori posto nell’informato mondo d’oggi, che dicono cose ingenue, parole antiquate. La televisione se ne prende gioco, talvolta. Ne ho visti di questi preti smarriti, invitati in tv a cantare qualche canzone di campagna che solo loro ricordano a raccontare vecchie barzellette da oratorio: tutti ridono. Perciò lasciatemi fare un augurio a quel vecchio prete che ho visto in tv intervistato, che protestava: “uno dei peggiori mali è il nudismo”. Intendeva tutti i cartelloni e le immagini di bellissime donne nude che ci assediano Tutti ridono: la parola “nudismo” è sbagliata. Lasciatemi dire a quel vecchio caro prete che ha ragione lui. Che ha ragione a protestare, così mite e smarrito, contro la spudoratezza, la bassezza, la volgarità: a protestare in lui è la sua vecchia fedeltà, da vecchio soldato della castità che conosce i pericoli e le tentazioni. Che vuole mantenere la parola che diede tanti anni fa, non per sé, ma per quelle mani che possono evocare Cristo, e che devono essere degne di quel privilegio. Lasciatemi dire che e degno di rispetto lui, e non i pubblicitari, i cinematografari, le sgalletate miliardarie del calendario Pirelli, gli spudorati che ci vendono i cuori. Almeno a Natale. Grazie. Anche per la vostra solitudine, perché non c’è creatura più umanamente sola del prete – del prete fedele, verecondo (ecco una parola antiquata), dunque non cooptabile dalla tv. Grazie per le confessioni che raccogliete (sempre le solite cose, e i peccati veri, i peccati dei potenti e dei farisei del mondo, non le ascoltate mai: i farisei potenti si credono sempre nel giusto). Anche la confessione è gratis, non costa e non è quotata in Borsa, e questo è assurdo. Dino Buzzati, in un suo racconto, raccontò la fine del mondo. La fine sta avvenendo, tutti lo sanno, e perciò tutti, proprio tutti, si mettono in fila davanti ai confessionali. La fila è enorme, i confessionali sono pochi. I preti,pochissimi. Ce la faranno a confessare tutti? Perché in quel momento, la Fine vicina, ecco quel che vale il vostro potere. Si sarà disposti a pagare,per quel che date gratis.
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il serrano n. 150
Natale 2020 Ma ora la Fine è lontana, e vi si può dimenticare. Vi ringrazio in anticipo, per quel che farete quel giorno (che certo verrà, anche se ormai si esita a dirlo: viene per ogni uomo). Grazie per la vostra fedeltà, vecchi cavalieri dell’onore. Vi auguro tanti libri, tanti giornali. E nuovi giovani preti che scelgano, con orgoglio, la vostra carriera sbagliata. Maurizio Blondet (da Agorà Cattolica 24 dicembre 2000)
L’angolo del buonumore
Il prete ha sempre torto Se il prete tiene la predica qualche minuto in più - è un parolaio. Se durante la predica parla forte allora urla. Se non predica forte - non si capisce niente. Se possiede un’auto personale - è capitalista, è mondano. Se non ha un’auto personale - non sa adattarsi ai tempi di oggi. Se visita i suoi fedeli fuori dalla parrocchia - gironzola dappertutto. Se visita di frequente le famiglie - non è mai in casa. Se rimane in casa - non visita mai le famiglie. Se parla di offerte e chiede qualcosa - pensa solo a far soldi. Se non organizza feste, gite, incontri - in parrocchia non c’è vita. Se confessa con calma - è interminabile. Se fa in fretta - non sa ascoltare.
Se inizia la S. Messa con puntualità - ha l’orologio sempre avanti. Se ha un piccolo ritardo - fa sempre perdere tempo. Se abbellisce la chiesa - getta i soldi inutilmente. Se non lo fa - lascia andare tutto in malora. Se parla da solo con una donna - c’è sotto qualcosa. Se parla da solo con un uomo - eh! Se prega in chiesa - non è un uomo di azione. Se si vede poco in chiesa - non è un uomo di Dio. Se si interessa degli altri - è un ficcanaso. Se non si interessa – è un egoista. Se parla di giustizia - fa della politica. Se cerca di essere prudente - è di destra. Se ha un po’ di coraggio - è di sinistra. Se è giovane - non ha esperienza. Se è vecchio - è fuori del tempo. Ma se il prete muore - non c’è nessuno che lo sostituisce. Don Mario Gatti (da «Vivere,., n. 231 Gennaio 1996)
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ALLA CHIESA CATTOLICA PER LA RIPARTIZIONE DELLE RISORSE: www.8xmille.it
5X1000 ALLA NOSTRA FONDAZIONE BEATO JUNIPERO SERRA
ti chiediamo di confermare la tua firma anche nel 2021 per sovvenire a necessità di seminari e seminaristi (non dimenticare il codice fiscale della Fondazione qui di seguito riportato)
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