N. 149
Maggio-Agosto 2020
Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003
Organo dell’Associazione Serra International Italia
Ripartire per ritrovarsi
Lasciare tutto per il tutto!
In ricordo di Renato VadalĂ
Testimonianze di fede Martirio di un prete
N. 149
Maggio-Agosto 2020
Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003
Organo dell’Associazione Serra International Italia
PERIODICO TRIMESTRALE N. 149 ASSOCIAZIONE SERRA INTERNATIONAL ITALIA
Maggio-Agosto 2020 (XLIV)
Ripartire per ritrovarsi
editoriale ® 3 È ora di ripartire. A passo coi tempi di Piergiorgio Aquilino
vita della chiesa 4 Cammini digitali di vocazione di M. Michela Nicolais
6 La conversione pastorale tra continuità e rinnovamento di Mons. Vincenzo Talluto
vita del serra 8 Ripartire per ritrovarsi di Enrico Mori
9 Uno sguardo al futuro di Maria Luisa Coppola
12 La pedagogia della pandemia di Antonio Ciacci
13 Dio ci interpella a seguire la via dell’amore di Paola Poli
vocazioni 15 Lasciare tutto per il tutto! di Suor Paolina Mastrandrea
l’angolo di serra international 17 L’esempio del Serra USA di Manuel Costa
la voce della fondazione BJS 20 Unità d’intenti del “buon fare” Serrano di Marco Crovara
in ricordo 21 Renato Vadalà. Una vita di testimonianza di Manuel Costa
cultura e società 24 Cosa vuole Dio da me? di Paolo Gamberini
26 Testimonianze di fede. Martirio di un prete di Vieri Lascialfari
dai club e distretti ® 29 Notizie ed iniziative
Lasciare tutto per il tutto!
In ricordo di Renato Vadalà
Testimonianze di fede Martirio di un prete
Finito in redazione il 00 settembre 2020 Registrato presso il Tribunale di Palermo n. 1/2005 del 14 gennaio 2005 Iscrizione al Roc n. 21819 del 16/01/2012 Spedizione Abbonamento Postale Gr. IV Pubblicità inferiore 50%
Direttore responsabile Piergiorgio Aquilino
Redazione Manuel Costa Filly Franchino Dino Melis
Comitato di Direzione Enrico Mori, Presidente del C.N.I.S. Flavio Fontana, V. Presidente del C.N.I.S. Gianni Fiocchi, V. Presidente del C.N.I.S. Paola Poli, V. Presidente del C.N.I.S. Giuliano Faralli, V. Presidente del C.N.I.S. Trustee italiani di Serra International
Hanno inoltre collaborato a questo numero:
Enzo Ancarani Marilena Cammà Maria Luisa Coppola Marco Crovara Paolo Gamberini Maria Lo Presti Enrico Mori Viviana Normando Giovanna Renzetti Cav. Vieri Lascialfari
Sergio Borrelli Arturo Cattaneo Manuel Costa Alberto Fogli Don Andrea Giampietro Suor Paolina Mastrandrea M. Michela Nicolais Paola Poli Mons. Vincenzo Talluto
Norme essenziali per redattori e collaboratori
1. Inviare il materiale per la stampa entro e non oltre il 10 novembre 2020. 2. Inviare i contributi all’e-mail sotto indicata. 3. Inviare foto molto chiare con soggetti inquadrati da vicino. I redattori distrettuali, i collaboratori ed i Vice Presidenti di Club responsabili delle comunicazioni sono pregati di attivarsi per l’inoltro di brevi (max 2.000 battute s.i.) cronache relative alle attività svolte dai Club e dai Distretti alla Segreteria di redazione
E-mail: news@serraclubitalia.it
Gli articoli pubblicati esprimono il pensiero dei rispettivi autori e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale della testata. La Direzione si riserva di pubblicare in tutto o in parte le foto, gli articoli e i servizi pervenuti, secondo le esigenze di spazio. Il materiale, anche se non pubblicato, non sarà restituito.
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editoriale
È ora di ripartire
A passo coi tempi di Piergiorgio Aquilino Direttore Responsabile
“Educare al buon uso e ad una più profonda comprensione della cultura digitale, aiutando a discernere gli aspetti positivi da quelli ambigui”: il Covid-19 si è rivelato opportunità di riscoperta delle potenzialità del digitale, finanche in ambito pastorale e vocazionale all’interno della compagine ecclesiale. La storia della Chiesa, specialmente dal periodo postmedievale, più volte ha offerto occasioni di riflessione circa i rapporti tra istituzioni ecclesiastiche e il vasto mondo delle comunicazioni. Quasi una diatriba catulliana, fissata tra odi et amo, che nel corso dei secoli ha prodotto reazioni diverse da parte della Chiesa, aprendo però, in questi ultimi decenni, numerosi scenari di collaborazione e cooperazione. Il Vaticano II, carico delle esperienze maturate durante i pontificati dei papi progressisti del Novecento, si è veramente dimostrato un concilio a trecentosessanta gradi, perché ha saputo dar giusto peso e misura ad ogni fenomeno che abbraccia l’umanità. La comunicazione, in tal senso, si andava configurando come una priorità, un’esigenza tutta nuova, un fabbisogno ormai primario: la Chiesa non aveva più l’interesse a scomunicare, quanto quello di comunicare. Diventa, negli anni, sempre più una Chiesa a passo con i tempi moderni, capace di scandire i momenti della comunicazione e che dimostra di sapersi mettere in gioco, apprezzando e sfruttando quanto di buono il progresso tecnologico e digitale sta apportando in questi anni, capace di dare delle risposte concrete su “come” e “cosa” comunicare. Nuovi scenari per un messaggio che è da sempre valido, per un nuovo modo di pensare e di vivere: è una Chiesa che, spinta dalle vicende del terzo Millennio, fa rotta verso il web. Il mondo mediale si è incarnato sempre negli scritti dei papi Ratzinger, teologo della comunicazione digitale, e Bergoglio, grande comunicatore della e nella semplicità, attraverso l’appuntamento annuale del 24 gennaio – giorno in cui il Papa ufficializza il messaggio per la giornata delle comuni-
cazioni sociali –, il contributo della teologia nelle comunicazioni digitali, insieme con la presenza del Papa su “Twitter”, su “News. va” e sugli altri social network cattolici, la comunicazione “semplice” basata sull’incontro online. Il virtuale fa così tappa ufficiale, in questi giorni, anche nella pastorale. La Chiesa si arricchisce di un nuovo Direttorio per la Catechesi, la cui peculiarità, come sottolinea il presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, mons. Rino Fisichella, è “lo stretto legame tra evangelizzazione e catechesi”, a partire dal primo annuncio. Tra le priorità: il catecumenato degli adulti, la formazione dei catechisti e l’urgenza di “individuare i nuovi linguaggi con cui comunicare la fede”. Ora, però, occorre ripartire: precisamente, da dove si era lasciato tutto. Con serietà e con coscienza. È necessario farlo: non c’è tempo per guardare ancora ai mesi andati e assistere senza speranza ed inermi al sopraggiungere di curve epidemiologiche, negli ultimi giorni sempre più in ascesa. La madre Chiesa, mediante Francesco, lo fa presentando Fratelli tutti, la nuova lettera enciclica che il Papa firmerà ad Assisi il prossimo 3 ottobre, vigilia della festa del santo Poverello d’Assisi. «Nel pomeriggio di sabato 3 ottobre 2020 – si legge nella Dichiarazione del Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, del 5 settembre scorso – il Santo Padre Francesco si recherà ad Assisi per firmare la nuova Enciclica “Fratelli tutti” sulla fraternità e l’amicizia sociale. La Prefettura della Casa Pontificia informa che alle ore 15:00 il Santo Padre arriverà al Sacro Convento, dove celebrerà la Santa Messa presso la Tomba di San Francesco, e al termine firmerà l’Enciclica». Il cuore del suo contenuto è la fratellanza cosmica, quella che unisce ancor di più tutti al tempo del Covid. Ripartire «per uscire migliori da questa crisi, dobbiamo farlo insieme, tutti quanti, nella solidarietà», aveva ribadito qualche giorno prima, durante l’Udienza del mercoledì, la prima pubblica dall’inizio della pandemia (2 settembre 2020). Occorre ripartire insieme: «Insieme, non da soli: o si fa insieme o non si fa. Dobbiamo farlo insieme tutti quanti nella solidarietà».
Per info e approfondimenti: www.serraclubitalia.it; www.serrainternational.org.
vita della chiesa
Rinnovare i percorsi catechetici
Cammini digitali di vocazione
di M. Michela Nicolais fonte: www.agensir.it
“U
n’ulteriore tappa nel dinamico rinnovamento che la catechesi attua”. È il nuovo Direttorio per la catechesi, approvato da Papa Francesco il 23 marzo scorso e presentato oggi in sala stampa vaticana, a 23 anni dal Direttorio generale per la catechesi e a 15 anni dal Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica. Obiettivo: far fronte alle “nuove problematiche che la Chiesa è chiamata a vivere”, e in particolare il fenomeno della “cultura digitale” e la “globalizzazione della cultura”. “L’esigenza della formazione che abbia attenzione alla singola persona sembra spesso oscurata dinanzi all’imporsi di modelli globali”, si legge nella presentazione del testo, firmata da mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione: “La tentazione di adeguarsi a forme di omologazione internazionale non è un rischio da sottovalutare, soprattutto nel contesto della formazione alla vita di fede”. Peculiarità del nuovo Direttorio è “lo stretto legame tra evangelizzazione e catechesi”, a partire dal primo annuncio. Tra le priorità: il catecumenato degli adulti, la formazione dei catechisti e l’urgenza di “individuare i nuovi linguaggi con cui comunicare la fede”.[read more] Nonni, donne e famiglie. “Di fronte alla crisi delle famiglie, i nonni, che spesso hanno un maggiore radicamento nella fede cristiana e un passato ricco di esperienze, diventano punti di riferimento importanti”. È quanto si legge nel Direttorio, in cui si auspica anche un maggior coinvolgimento dei genitori nel percorso di fede dei propri figli e si sottolinea “il grande contributo delle donne alla catechesi, come spose, madri, catechiste, lavoratrici e professioniste”. “Sono in grande aumento le crisi coniugali e familiari, che spesso si risolvono dando origine a nuove relazioni, nuove coppie, nuove unioni e nuovi matrimoni, 4
creando situazioni familiari complesse e problematiche per la scelta cristiana”, l’analisi contenuta nel testo, in cui si invita a guardare con realismo le eterogenee realtà familiari, comprese le “situazioni irregolari”, da accompagnare “con uno stile di prossimità, di ascolto e di comprensione”, evitando “forme di solitudine o discriminazione”. No all’«analfabetismo digitale». “L’introduzione e l’utilizzo in forma massiva degli strumenti digitali ha causato cambiamenti profondi e complessi a molti livelli con conseguenze culturali, sociali e psicologiche ancora non del tutto evidenti”, si legge nella parte relativa al rapporto tra catechesi e “cultura digitale”. In una cultura “segnata spesso dall’immediatezza, dall’istante e dalla debolezza della memoria” e caratterizzata da “una mancanza di prospettive e di un quadro d’insieme” è urgente all’ora l’educazione ai media, “perché ci si trova di fronte a una forma di analfabetismo digitale”: “Nella sterminata produzione digitale gli analfabeti contemporanei saranno coloro che non sanno percepire la differenza qualitativa e veritativa dei diversi contenuti digitali che si trovano davanti”, la tesi del documento. Migranti e “persone marginali”. Promuovere “progetti di evangelizzazione e accompagnamento dei migranti in tutto il loro viaggio, partendo dal paese d’origine attraverso i paesi di transito fino al paese di accoglienza”: nella parte del testo dedicata alla questione delle migrazioni si esorta a “combattere i pregiudizi negativi” e a considerare i “gravi problemi che precedono e accompagnano il fenomeno migratorio, quali la questione demografica, il lavoro e le sue condizioni, la cura dei molti anziani, la malavita, lo sfruttamento”. Anche agli emigrati va assicurata “la possibilità di mantenere la fede vissuta nel paese di origine”. Il il serrano n. 149
vita della chiesa Foto: Siciliani-Gennari/SIR
Direttorio invita infine a pensare anche ad una catechesi con “le persone marginali”, come “i profughi, i nomadi, i senza fissa dimora, i malati cronici, i tossicodipendenti, i carcerati, le schiave della prostituzione”. La bioetica “cattolica”. “Nel contesto odierno urge un impegno concreto nella difesa della vita e della sua dignità dinanzi alle varie espressioni della cultura di morte che si fa sempre più presente in vasti settori della società mondiale”. Nel nuovo Direttorio per la catechesi si declina così il rapporto tra la catechesi e le questioni bioetiche, a partire dalla difesa della dignità della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale. In questa prospettiva, in accordo con quanto affermato dagli ultimi Pontefici, “la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale”. Ecologia integrale. “Aiutare i credenti a prendere consapevolezza che l’impegno per la questione ecologica è parte integrante della vita cristiana”. Maggio-Agosto 2020
È anche questo uno dei compiti della catechesi, che deve “educare alla povertà evangelica e ad uno stile di vita sobrio” e favorire nei fedeli “rispetto per la dignità della persona, sostegno alla sua crescita, promozione della cultura della fraternità, sdegno per le situazioni di miseria e di ingiustizia”. La catechesi, inoltre, ricorda che “la povertà è una virtù che permette di usare correttamente i beni materiali, aiutando a vivere in modo libero e sano anche i legami e gli affetti”. È parte integrante del cammino di approfondimento della fede, inoltre, “la maturazione di una visione sociale e politica attenta all’eliminazione delle ingiustizie, alla costruzione della pace e alla salvaguardia del creato, alla promozione di varie forme di solidarietà e sussidiarietà”, denunciando le “strutture di peccato che hanno un impatto negativo sul tessuto sociale e sull’ambiente”. “Agire per il bene comune, sia nella sfera della propria quotidianità che, a scala più ampia, nell’impegno sociale e politico più diretto”, l’altro imperativo, unito all’impegno per l’umanizzazione del lavoro. 5
vita della chiesa
La conversione pastorale della comunità parrocchiale tra continuità e rinnovamento di Mons. Vincenzo Talluto Cancelliere dell’Arcidiocesi di Palermo e Professore di Diritto Canonico presso la Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista”
I
l 20 luglio 2020 la Congregazione per il Clero ha reso nota un’Istruzione dal titolo “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”. Il documento, che porta la data significativa del 29 giugno, festa dei Ss. apostoli Pietro e Paolo, merita una particolare attenzione, poiché «richiamando l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, alla luce del recente Magistero e considerando i contesti sociali e culturali profondamente mutati, […] intende mettere a fuoco il tema del rinnovamento della parrocchia in senso missionario» (122). A presentare in maniera compiuta e chiara il documento è un intervento di Mons. Andrea Ripa, sottosegretario della Congregazione per il Clero, apparso sulle
Mons. Vincenzo Talluto 6
pagine dell’Osservatore Romano, a compendio della sua pubblicazione, in cui si afferma che «il senso del documento è ricordare che “nella Chiesa c’è posto per tutti e tutti possono trovare il loro posto” nell’unica famiglia di Dio, nel rispetto della vocazione di ciascuno, cercando di valorizzare ogni carisma e di preservare la Chiesa da alcune possibili derive, come ‘clericalizzare’ i laici o ‘laicizzare’ i chierici, o ancora fare dei diaconi permanenti dei ‘mezzi preti’ o dei ‘super laici’». Il documento, come evidente dalla sua lettura, non contiene novità legislative, ma, aderendo al dettato del Codice di Diritto Canonico, come esplicitamente ricordato da Mons. Ripa, «propone modalità per meglio applicare la legge vigente, facendo tesoro dell’esperienza della Congregazione per il Clero nel suo servizio alle Chiese particolari, nonché nell’ascolto delle loro necessità e nell’accoglimento delle loro ricchezze», favorendo in tal maniera la corresponsabilità dei battezzati e promuovendo una pastorale di vicinanza e cooperazione tra le parrocchie. Ciò che emerge con tutta evidenza dalla lettura dei primi sei capitoli dell’Istruzione, è l’urgenza di una conversione pastorale della parrocchia e di un suo radicale rinnovamento missionario, affinché essa riscopra quel dinamismo e quella creatività che la portano ad essere sempre “in uscita”, con il contributo di tutti i battezzati. Se fin dalla sua origine, anche etimologica (una casa in mezzo alle case) la parrocchia si pone come risposta a un’esigenza pastorale precisa, ovvero quella di portare il Vangelo vicino al Popolo attraverso l’annuncio della fede e la celebrazione dei sacramenti, oggi la sua configurazione prevalentemente territoriale «è chiamata a confrontarsi con una caratteristica peculiare del mondo contemporaneo, nel quale l’accresciuta mobilità e la cultura digitale hanno dilatato i confini dell’esistenza. Infatti, da una parte, la vita delle persone si identifica sempre meno con un contesto il serrano n. 149
vita della chiesa
definito e immutabile, svolgendosi piuttosto in “un villaggio globale e plurale”; dall’altra, la cultura digitale ha modificato in maniera irreversibile la comprensione dello spazio, nonché il linguaggio e i comportamenti delle persone, specialmente quelle delle giovani generazioni» (8). Occorre, pertanto, un’azione di discernimento, che permetta di «rinnovare le strutture parrocchiali “tradizionali” in chiave missionaria. È questo il cuore della desiderata conversione pastorale, che deve toccare l’annuncio della Parola di Dio, la vita sacramentale e la testimonianza della carità, ovvero gli ambiti essenziali nei quali la parrocchia cresce e si conforma al Mistero in cui crede» (20). Nella seconda parte del documento (i capitoli 7-11), la Congregazione per il Clero offre spunti di riflessione sulle ripartizioni delle comunità parrocchiali e i diversi ruoli ministeriali in esse presenti, proponendo al contempo alcune modalità di applicazione delle relative norme. Non una novità assoluta, allora, o un cambio radicale di passo, come lo aveva subito salutato con toni enfatici la stampa italiana, ma il consolidarsi di una prassi già sperimentata in molte Comunità dove, per la carenza di presbiteri, viene anche favorito il servizio suppletivo dei laici in diversi servizi ministeriali. Secondo quanto proposto dall’Istruzione, rimane centrale, ancorché non esclusivo, il ruolo giuridico pastorale del parroco-presbitero, pastore proprio della comunità parrocchiale (cann. 515 e 519), ma si ricorda che questa stessa comunità «si compone in special modo di fedeli laici, i quali, in forza del battesimo e degli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana, e in molti anche del matrimonio, partecipano dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, dal momento che “la vocazione e la missione propria dei fedeli laici è la traMaggio-Agosto 2020
sformazione delle varie realtà terrene affinché ogni attività umana sia trasformata dal Vangelo”» (85). Un appello di maggiore coinvolgimento e responsabilità, l’Istruzione lo rivolge, quindi, proprio ai fedeli laici, a cui si chiede un «generoso impegno al servizio della missione evangelizzatrice innanzitutto con la generale testimonianza di una vita quotidiana conforme al Vangelo nei consueti ambienti di vita e in ogni livello di responsabilità, poi in particolare con l’assunzione di impegni loro corrispondenti al servizio della comunità parrocchiale» (86). Alla luce di questa rinnovata consapevolezza della ministerialità ecclesiale, che tutti coinvolge, il cap. XI dell’Istruzione, andando oltre il concetto di collaborazione occasionale, che ogni persona di buona volontà, finanche coloro che non sono battezzati, può offrire alle attività quotidiane della parrocchia, propone alcuni incarichi stabili, in base ai quali i fedeli, che abbiano una condotta personale coerente con i dettami della Chiesa cattolica e dopo avere ricevuto una formazione specifica, accolgono la responsabilità per un certo tempo di un servizio all’interno della comunità parrocchiale. Così, mentre si ricorda che alcuni fedeli, a norma del can. 230 del Codice di Diritto Canonico, possono essere istituiti lettori e accoliti in forma stabile, con apposito rito liturgico, accanto a questi alcuni fedeli laici appositamente formati, solo in circostanze eccezionali e secondo il prudente giudizio del Vescovo, potranno ricevere altri incarichi. A mo’ di esempio i nn. 98-100 dell’Istruzione presentano un elenco, ancorché non esaustivo: celebrare la Liturgia della Parola e il rito delle esequie, amministrare il Battesimo; assistere ai matrimoni, «previo il voto favorevole della Conferenza Episcopale e ottenuta la licenza dalla Santa Sede», e predicare in Chiesa o in oratorio, pur non potendo in alcun caso tenere l’omelia durante la Messa. Sembra doveroso concludere, a proposito di responsabilità nella cura pastorale di una parrocchia, ricordando che «esiste poi una ulteriore modalità per il Vescovo – come illustra il can. 517, § 2 – di provvedere alla cura pastorale di una comunità anche qualora, per la scarsità di sacerdoti, non sia possibile nominare un parroco né un amministratore parrocchiale, che possa assumerla a tempo pieno. In tali circostanze pastoralmente problematiche, per sostenere la vita cristiana e far proseguire la missione evangelizzatrice della comunità, il Vescovo diocesano può affidare una partecipazione all’esercizio della cura pastorale di una parrocchia a un diacono, a un consacrato o un laico, o anche a un insieme di persone» (87). 7
vita del serra
L’appello del Presidente ai Serrani:
Ripartire per ritrovarsi di Enrico Mori “San Giovanni Evangelista”
A
mici carissimi, Ci troviamo all’inizio di un nuovo anno sociale e purtroppo il futuro ci prospetta ancora molte incertezze. Penso agli ultimi mesi e alle sfide che si sono presentate a tutti noi. Così si è espresso Papa Francesco sul covid: “È come una tempesta improvvisa che ha cambiato tutto”. In effetti la pandemia che ci ha colpiti ha messo a nudo, se ce ne fosse stato bisogno, la vulnerabilità dell’uomo, la nostra inconsistenza, ha cambiato i nostri piani e la nostra vita, ma se sapremo farne tesoro, anche un’esperienza così inaspettata e forte potrà essere il punto per una vera ripartenza non soltanto nella nostra vita quotidiana ma anche e soprattutto nella nostra vita di cristiani, di uomini e donne di fede di discepoli di Gesù. Non si può diventare discepoli se non si lascia qualcosa di noi stessi per andare dietro a Gesù che non cerca uomini e donne che vivono nel loro orticello, ma che siano in “uscita” come sempre ci ricorda Papa Francesco. Ed è proprio in questa realtà che noi serrani dobbiamo ritrovarci, dobbiamo essere come i chicchi di grano che tutti insieme danno il buon pane, gli acini di uva che spremuti tutti insieme danno il buon vino, impegnandoci in quello che è il nostro carisma: il servizio e l’amicizia verso i sacerdoti e la vita consacrata della Chiesa e nello stesso tempo l’essere gioiosi, essere creativi, essere di aiuto e conforto per gli altri. Dopo il lockdown la nostra vita e particolarmente la nostra “vita sociale” è cambiata in modo radicale, non più un abbraccio, una stretta di mano, un bacio, soltanto un “tocco di gomito”, ma ciononostante non possiamo non pensare alle esperienze uniche vissute che in qualche modo ci hanno resi diversi, forse migliori, forse peggiori ma non uguali a prima. Le chat, gli incontri virtuali attraverso il web, di certo hanno contribuito a renderci meno isolati, a non staccarci completamente dalle persone amate e dagli amici, anche se a tutti noi è mancato l’incontro perso8
nale, il ritrovarci nelle attività giornaliere e del nostro amato Serra! Il poter discutere faccia a faccia, il poter pregare insieme, il ritrovarci nella convivialità di una cena che, anche se frugale, è uno dei punti fondamentali della nostra associazione. Ripartiamo! Ripartiamo, rendendoci conto che forse pur rispettando tutte le disposizioni che ben conosciamo, con tutte le cautele cui ci siamo abituati, dovremmo ancora per un po’ di tempo stare lontani non spiritualmente ma fisicamente. Ripartiamo comunque con lo stesso spirito, sforzandoci di creare l’unione tra i soci anche con quelli che forse non hanno “zoom”, che non hanno la possibilità di un collegamento internet, facciamo sentire loro la nostra vicinanza e fratellanza in Cristo. Troviamo modi alternativi. L’unica e vera certezza, di cui ben siamo consapevoli, è che la Vergine Maria e San Junipero Serra saranno sempre pronti ad aiutarci e sostenerci in questo nuovo anno. Un abbraccio a tutti voi e sempre avanti con coraggio e determinazione. il serrano n. 149
vita del serra
Uno sguardo al F U T U R O di Maria Luisa Coppola
I
mesi del lockdown sono stati lunghi ed apprensivi, per tutti noi sorpresi da un evento gravissimo e inaspettato. Dal beneaugurante “Andrà tutto bene” al sospirato “Nulla sarà come prima” c’è di mezzo una serie di emozioni, pensieri, paure inconsce e palesi che non ci hanno lasciato indifferenti In questo stand by della nostra storia, l’incertezza ha rischiato di diventare indeterminazione, di mettere in dubbio la presenza del Signore Gesù, si è scivolati in forme di eccessivo devozionismo, per paura e timore! Siamo stati sulla notizia, seguendo l’evolversi di questa tragedia umana rappresentata dalla sofferenza negli ospedali, dalla perdita di tante vite umane, dalla solitudine di ciascuno, chiuso nella propria abitazione, isolato dagli affetti familiari, dalle relazioni sociali, coinvolto nelle occupazioni in via telematica. Mentre sembrava tutto fermo nel pensiero dominante, il tempo in modo velocissimo ha cambiato radicalmente le nostre consuetudini, le nostre abitudini e ci siamo resi conto di quanto la tecnologia sia indispensabile alla nostra sopravvivenza. Anche i più ostinati
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detrattori degli strumenti informatici si sono adattati per necessità, anche per elementari gesti ordinari, perché non c’era alternativa. Nel frattempo, messe da parte le comprensibili difficoltà, il tessuto sociale ha retto ma sostanziali modifiche hanno ormai rivoluzionato il nostro vivere quotidiano: il più alto prezzo lo paga l’associazionismo, che si fonda sull’incontro, sulla partecipazione fisica dei soci, su tutte le attività culturali necessarie, come le conferenze, i pellegrinaggi, le catechesi, il dialogo con le realtà del territorio. Il Serra Italia patisce da lunghi mesi un forzato isolamento, con l’interruzione delle attività programmate sia nazionali che locali, con poche occasioni di “call di servizio”. A mio parere, sarà difficile la ripresa (tra l’altro non sappiamo al momento che impennate virali ci saranno), perché sarà necessario vincere la paura individuale di fare gruppo, di superare la pigrizia mentale avvalorata dall’uso delle chat, delle mail, delle notizie recapitate ma non confrontate né argomentate. Diventa un impegno personale, un atto di lealtà riaffermare la propria convinta adesione al movimento serrano, dicendo chiaramente se si vuole continuare a stare nel carisma ed essere amico dei giovani seminaristi, dei sacerdoti e del Vescovo. È una scelta individuale che non può essere obbligata, perché si rischia di avere tanti comandanti senza esercito. Non sono tempi facili neppure per la Chiesa universale e le Chiese particolari, ce lo dice il Papa Francesco che non ha mai mancato di essere un buon pastore mondiale, con la sua presenza quotidiana nelle celebrazione della S. Messa in tv, con i riti pasquali compiuti in solitudine, davanti al mondo intero! 9
vita del serra Il coraggio della fede che davanti alla Croce prende animo, consapevolezza: Gesù soffre per noi, con noi, si fa voce per ogni sofferenza e ci chiede: “Tu, chi credi che io sia”? Abbiamo sofferto e pianto il distacco terreno da amici cari serrani, abbiamo ricordato le loro convinte adesioni e l’eredità morale consegnata, mantenendo vivo il loro ricordo. “Diamoci da fare” fu lo slogan del Congresso di Zara nel 2000, diamoci da fare sia il nostro impegno futuro! Se i modi e le modalità sono cambiati, la sostanza resta inalterata, i seminaristi hanno più che mai bisogno di amicizia, i sacerdoti che si sono affannati a celebrare in dirette FB ed in tv per non farci perdere la contiguità e la frequentazione parrocchiale, sono davvero nostri amici? Adesso che ci è stata data la possibilità di tornare in chiesa, con tutte le cautele sanitarie, è bene riprendere anche gli incontri, per recuperare il tempo passato e capire quanto è costato ai nostri fratelli sacerdoti vivere il ministero in totale solitudine, davanti ad una telecamera, immaginando la comunità... In tanta sofferenza, è decisamente aumentata la solidarietà, nei confronti del prossimo vicino e lontano, si sono attivate catene generose di carità cristiana nelle Caritas, nelle famiglie, nelle associazioni. Il Serra Italia ha sostenuto gli ospedali con un contributo cospicuo, proprio nei momenti in cui tanti Vescovi e sacerdoti erano gravemente ammalati. Una buona notizia la coesione nazionale nella scelta di essere al fianco di chi soffre, nella necessità urgente di essere fattivamente e concretamente d’aiuto. Abbiamo sperimentato che il nuovo umanesimo digitale, nato il 9 marzo 2020, ha una realtà complessa che va studiata e capita... la frontiera dell’intelligenza artificiale è vasta, si allarga in ogni settore, è il nuovo
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modo di approcciare ogni conoscenza. Sono certa che questa è la via futura che ci consentirà di non essere fuori dal tempo, dal progresso scientifico, dallo studio del rapporto tra scienza e fede. Illustri teologi hanno dissertato sui nuovi studi in piattaforma, nel giorno dedicato alla Terra, Earth Day, effetto lockdown: così la Terra è tornata a respirare (22 aprile 2020): alcuni scienziati, umanisti, economisti, psicologi, letterati, teologi di tutto il mondo hanno spiegato i tanti perché di questa epidemia, argomentando in chiave escatologica gli eventi e le susseguenti innovazioni già in atto. Ho imparato tanto ascoltando una marea di riflessioni che venivano suggerite per comprendere questo “terribilis annus 2020” già di per sé bisesto e fin troppo funesto. Su Youtube e Rai Play si possono rivedere tanti convegni sul tema. I nostri giovani, nativi digitali hanno dimestichezza con i sistemi informatici, noi adulti siamo autodidatti per necessità, e dobbiamo ancor più migliorare le nostre comunicazioni. “Il cambio d’epoca che stiamo attraversando è prodotto dalla tecnologia e dal suo impatto sul nostro modo di comprendere noi e la realtà. Tuttavia il mondo della tecnologia è oggi descritto dalla categoria dell’innovazione. Per superare una visione solo tecnica abbiamo bisogno di pensare con altre categorie: lo sviluppo gentile”. Afferma il prof. Paolo Benanti, docente universitario, frate francescano oggi considerato il maggior studioso di intelligenza artificiale nel mondo. Il progresso tecnologico con il suo complesso sistema rischia di governare, influenzare ed orientare ogni nostra scelta, ogni azione sociale e politica, ma spetta all’uomo saper indirizzare il sistema,
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vita del serra
non viceversa, declinando i valori dell’Umanesimo cristiano. Noi dobbiamo avviare processi e non occupare spazi, con pazienza, siamo chiamati a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede affinchè siamo in grado di dare risposte alle crescenti domande con cui è necessario confrontarsi. Ci dobbiamo liberare dalla logica pelagiana di saper tutto, ci dobbiamo mettere all’ascolto delle nuove istanze recepite. “Il nostro Dio è donazione senza limiti, è relazione che promuove e fa crescere. Amare Dio vuol dire investire ogni giorno le proprie energie per essere suoi collaboratori nel servire il prossimo, nel cercare di perdonare senza limiti e nel coltivare relazioni di comunione e di vera fraternità” (M. Bianco, Vocazioni n. 4). Il nostro movimento ha bisogno di …mettersi in movimento, di essere propositore di nuova Bellezza, di rimodulata partecipazione alla vita ecclesiale, nel servizio cui siamo chiamati dai nostri Vescovi. Su invito della CEI, il prossimo anno sociale nelle Diocesi sarà dedicato ai laici, con una particolare attenzione allo studio dei documenti conciliari, “Apostolicam actuositatem”, “Christifideles laici”, “Lumen gentium”, rivisitati alla luce degli attuali accadimenti. Se numericamente i laici nella Chiesa sono di gran lunga maggiori al numero dei consacrati e delle con-
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sacrate, dei presbiteri, dei diaconi etc..., nella quotidianità non sono affatto preponderanti, per un atavico adattamento, spesso dovuto anche a mancanza di conoscenza teologica. Come laici serrani, sarebbe opportuno prendere posizioni contro leggi che non tutelano la famiglia, la dignità umana, il concepimento ed il fine vita... da cristiani cattolici dovremmo testimoniare la nostra fede apertamente, senza incertezze e soprattutto non assumere posizioni manichee. Sono tanti i temi su cui, mi auguro, nel prossimo anno sociale si possa discutere in incontri nazionali e locali, perché la nostra appartenenza serrana non sia scialba e superficiale, ma come “opinion leader” susciti interesse nella società civile avvalorando l’esistenza delle scelte vocazionali. Il Signore buon pastore non smette di stupirci: in questi mesi bui per tutti, alcuni giovani hanno intrapreso il discernimento spirituale. Questa bella notizia ci ricompensa dall’amarezza delle brutte, ci dice che ascoltare lo Spirito è la forza della nostra anima, che nessun giorno dedicato all’Amore per Gesù è giorno perso, ci viene chiesta fedeltà! Nella nostra vita tutto è incerto, frammentario... solo Dio è il punto fermo. Se ci crediamo davvero, torneremo rinvigoriti e rimotivati a rendere bella la missione serrana. 11
vita del serra
La pedagogia della pandemia di Antonio Ciacci
I
n questi tempi tristi e strani, sopraffatti dalle preoccupazioni, smarriti rispetto ad un futuro incerto, ci siamo immersi in una grande tristezza ed abbiamo abbandonato il convivio (da convivium, derivato di convivĕre «vivere insieme») e così la nostra associazione, il nostro Club, caratterizzato proprio dalla convivialità, si è trovato sospeso come in una “bolla” senza tempo. Il Congresso nazionale non si è potuto tenere, nei Distretti e nei Club si sono prorogati gli incarichi e le attività che lodevolmente si sono potute realizzare non hanno fugato il senso di precarietà che, improvvisamente, ci ha tolto molte delle sicurezze sulle quali fondavamo la nostra esistenza. In più, vista l’alta età media dei nostri soci, ci siamo trovati primi nella lista di coloro che della pandemia, nella sua fase più drammatica, dovevano avere quasi il terrore, ed alcuni cari amici sono partiti per l’altro mondo, dove certamente hanno incontrato il Signore, lasciandoci, però, in balia di quell’umana paura, e ognuno di noi ha sperato, come Gesù, che il Padre allontanasse da noi quel calice amaro. Poi abbiamo anche riflettuto, sforzandoci di cogliere il bene dal male; diceva S. Agostino: “Dio è buono fino al punto di non permettere che accada alcun male, ed è potente fino al punto di poter trarre un bene da qualsiasi male“; così abbiamo riscoperto che, in solitudine, si prega e si riflette con maggior efficacia e ci siamo resi conto di quanto gli uomini, specie quelli “potenti”, siano fragili e di come il nostro mondo moderno, pervaso dall’individualismo, sia vulnerabile. “L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo” (Blaise Pascal). Ecco, abbiamo avuto conferma della nostra debolezza, ma dobbiamo essere persuasi che “pensando”
possiamo ritrovare la nostra vera forza. Il nostro ispiratore, San Junipero, ha fondato la propria poderosa azione missionaria dandosi un semplice imperativo: “Siempre adelante”, sempre avanti, che non è solo la modalità con la quale si deve approcciare la realtà, mantenendo fermissima la convinzione che i nostri ideali meritano il massimo impegno e che non ci si deve fermare neppure davanti alle più terribili difficoltà, ma rappresenta anche il senso, il significato, che dobbiamo dare alla nostra vita. Bisogna guardare avanti, sempre, senza temerarie velleità ma con la consapevolezza che, se facciamo cose buone, il Signore non ci farà mai mancare il suo decisivo sostegno. Vivere da serrani significa essere per fare, allora diamoci da fare, pensiamo e realizziamo il futuro dei nostri Club, stringiamoci alle persone cui è principalmente diretta la nostra opera, ai Consacrati, a coloro che, aderendo alla chiamata, hanno dedicato la loro vita al servizio di Dio e della Chiesa, ai Seminaristi, ai giovani; rendiamoci autentici e credibili “chiamanti”, secondo il nostro modo, originale e prezioso, di diffondere quella cultura vocazionale che riconduce all’Eterno. Non è un’utopia, una teoria. Si può fare, umilmente, nella nostra ferialità, con pragmatismo e passione, ognuno con i propri mezzi, secondo il proprio stile, mettendoci gli uni al servizio degli altri: tornerà la nostra convialità, ci incontreremo ancora e, allora, “damose da fa”: con questa espressione in romanesco San Giovanni Paolo II si rivolse la Clero romano che gli aveva esposto i grandi problemi di una realtà molto complessa. Diamoci da fare, dunque, non abbandoniamo la speranza. “La speranza è una virtù rischiosa, una virtù, come dice san Paolo, di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio (Rm 8,19). Non è un’illusione... È una virtù che non delude mai: se tu speri, mai sarai deluso, è una virtù concreta, di tutti i giorni perché è un incontro. E ogni volta che incontriamo Gesù nell’Eucaristia, nella preghiera, nel Vangelo, nei poveri, nella vita comunitaria, ogni volta facciamo un passo in più verso questo incontro definitivo” (Papa Francesco). il serrano n. 149
vita del serra
Dio ci interpella a seguire la via dell’amore
In piedi, abbracciati
di Paola Poli
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i sono immagini che appartengono al nostro papa Francesco nella recente udienza generale dalla mondo esperienziale, accompagnate da suoni, Biblioteca del Palazzo Apostolico, hanno causato colori e odori, mosaici sensoriali che ci rimanda- ingiustizie sociali e degrado ambientale. no a un vissuto carico di sensazioni, emozioni, gioie e Eppure, nonostante le catastrofi ambientali e le disdolori sfocati solo dalla distanza in cui la memoria li uguaglianze sociali generate dalla nostra scelleratezza, colloca, tanto più grande se sgradevoli sono i ricordi in da soste troppo distratte nella zona del Golgota, ci essi trattenuti. siamo potuti stringere a qualcuno per trovare conforto Alcune immagini restano scolpite per sempre nella almeno nelle stesse lacrime. nostra mente perché l’impatto emozionale, nel bene e A questo invece non eravamo proprio preparati! Il nel male, può sollecitare sospetto verso l’altro, le reazioni ed effetti diversi relazioni alterate dalin ciascuno di noi; di l’impossibilità di stringequesto anomalo 2020 re in un abbraccio (perfinon potremo mai canno l’ultimo!) le persone cellare il ricordo, quanche ci sono care, ci do finalmente sarà tale, rende come dei sopravdei nostri volti coperti, vissuti nel deserto deldel respiro imprigionato l’affettività negata, delle in pochi centimetri di relazioni interdette, tessuto che ci salvaguarviaggiatori solitari ossesda dalla ‘contaminaziosivamente concentrati a ne’ dell’altro! tutelare la nostra salute, Già, perché a questo a evitare un contatto siamo oggi arrivati, a diretto con cose e temere di essere contaambienti che possano minati da chiunque si rappresentare una avvicini a noi, o di poter minaccia. noi stessi nuocere agli Nel mondo della gloaltri. balizzazione, non Sulla terra che abitiaavremmo mai (certamo, abbiamo cominciamente io) pensato di to a sentirci malfermi dover rendere un tributo quando è venuto a mandi riconoscenza a quelle care il rispetto sacrale protesi tecnologiche verso il dono ricevuto da che, pregiudizialmente nostro Signore, la cura ritenute sgradevoli interdel creato e la condiviferenze nella nostra sione dei beni comuni, e sfera personale, celle di i gravi danni inflitti, isolamento in realtà virOrfeo Tamburi, Conforto ad un amico (Treccani, I grandi temi dell’umanità, Amicizia, p. 277) come ha denunciato tuali, oggi ci hanno perMaggio-Agosto 2020
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vita del serra messo di recuperare una dimensione del ‘noi’ che umana e spirituale, se solo abbiamo il coraggio di cersembrava annullata. care il volto oltre la ‘maschera’ che si è costretti a Attraverso un cellulare o lo schermo di un computer indossare, a specchiarci nelle stesse paure, per non è stata offerta la possibilità di incontro, di relazione, di esserne ostaggio, e guardare fiduciosamente avanti. parola; nessun ostacolo si è frapposto alla voglia di In due opere dell’artista Orfeo Tamburi sono rapcomunicare, di potersi presentati due amici, guardare in volto, di prima seduti, poi in portare avanti, anche piedi e uno dei due è se claudicanti, la oscurato e ritratto costruzione del futuro; senza i lineamenti del anche noi Serrani, gravolto; non indossano zie alla sollecitudine certamente mascheridel nostro Presidente, ne, ma prima l’uomo Enrico Mori, prontainvisibile, poi quello mente raccolta dai visibile, pur non essengovernatori, presidenti do tra loro riconoscibie soci tutti, ci siamo li, si scambiano lo stesritrovati, sostenuti, rafso gesto che origina forzati nel convincidall’amore, dalla premento che neanche mura verso il prossimo, una pandemia può un abbraccio! essere di impedimento L’elemento che a quel progetto comuacquista valore non è ne cui abbiamo scelto la visibilità, la fisicità di aderire, perché del gesto, bensì il incardinato ai nostri senso dello stesso più alti valori identitari, nella conformità all’ale di cui il sentimento di tro, nella condivisione amicizia è cerniera. di sentimenti, nella Il solo rischio è che volontà di sostenersi talvolta la voglia (o la reciprocamente. necessità) di confronIn piedi, abbracciatarsi non tenga conto ti, su una porzione di dei limiti di alcuni permondo che sembra il corsi che la stessa tecdeserto, sono raffigunologia impone, nelrati con le spalle rivolte Orfeo Tamburi, L’amico consolatore (Treccani, I grandi temi dell’umanità, Amicizia, p. 278) l’impossibilità di verso lo spettatore, approfondire, chiarire perché il loro sguardo o sfumare, anche con il semplice tono di voce, la è attratto dal sole che splende all’orizzonte, la promesdurezza di una frase digitata con troppa fretta, o con sa di un giorno luminoso, che si impone all’oscurità passione troppo accesa. della notte. Pascal, che pure avvertiva che le parole, diversaDio ci interpella a seguire la via dell’amore, a cermente disposte, producono sensi diversi, e i sensi, carlo, ad intraprendere un viaggio verso la luce. diversamente disposti, producono diversi effetti, non Sappiamo che non è semplice, le nostre fragilità! poteva prevedere quanto ciò sarebbe stato amplifica- Ma se riusciamo a riconoscerci e a riconoscerLo to dalle ‘censure’ psico-affettive della realtà virtuale sempre in ciò in cui crediamo, nonostante le diverse nella quale ci rifugiamo, perché il flagello ha reso sur- intensità di luce, quel chiaroscuro che ci portiamo reale il tempo che stiamo vivendo. dentro, a stringerci in quell’abbraccio che è premuLa fede ci soccorre per aiutarci a comprendere che ra dell’altro, potremo affrontare anche i tratti aridi soprattutto i momenti di crisi rappresentano un’op- del suolo che attraversiamo, nella gioiosa consapeportunità, un tempo fecondo per la nostra crescita volezza di non essere soli. 14
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vocazioni
Lasciare tutto per il tutto! di Suor Paolina Mastrandrea Madre generale dell’Ordine delle Suore collegine della S. Famiglia
È possibile lasciare tutto, quando avverti che è in gioco il TUTTO: lasciare tutto per il Tutto!
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i tratta di conoscerne la consistenza e l’essenza! È pur vero che nell’attraversare le stagioni della mia vita, unica esistenza cromata di umanità, relazioni, tempo, spiritualità, consacrazione e missione, il significato che ho dato a tale espressione è mutato proprio in ragione della consapevolezza dell’ineffabile chiamata ricevuta e della consegna, che ho fatto di me al Signore. All’inizio del percorso vocazionale, all’alba dei miei tredici anni, lasciare tutto aveva una consistenza a me nota: mia madre, la mia famiglia, i miei affetti, la mia parrocchia, il mio paese … e a spingermi era solo una misteriosa voce che si confondeva con un’attrazione d’amore, col desidero di non stringere al petto una sola persona, ma di allargare le braccia su un orizzonte senza confini: l’umanità! Dentro mi sentivo confermata da una voce. “Paola, è questo quello che cerchi!”. L’ingresso presso la Famiglia religiosa delle Suore Collegine della S. Famiglia, la formazione, la condivisione della vita comunitaria e la scoperta di essere depositaria del carisma che educa l’uomo, come un cantiere aperto, un laboratorio, ha dato, al “tutto” da giocare, il significato di impegno, disciplina, donazione, ma… c’era ancora tanto di mio in questa fase: non era davvero il lasciare tutto alla maniera di Paolo: “Ma quello che poteva essere un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura di fronte alla sublime conoscenza di Cristo” (Fil 3, 7-8). Affascinata però dalla beata necessità di lasciarmi attrarre dalla “vita in Cristo” e di non stare solo “presso” la conoscenza del vangelo, per il mio cammino vocazionale e missionario, “lasciare tutto” è divenuto Maggio-Agosto 2020
assumere, a poco a poco, “il pensiero di Cristo” quell’ideale dell’Apostolo che, in una sintesi straordinaria, lo porta a dire: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20) Il “lasciare” è divenuto così atto di libertà, risposta al bisogno di dare volto all’uomo e a Dio, a motivo del regno e del vangelo educativo. Il tutto della realizzazione personale si è lasciato interrogare dalle ferite sanguinanti dentro ad una preghiera divenuta davanzale sul mondo col pensiero di Dio; dalle esigenze del vangelo in una missionarietà da vivere sulle orme di Gesù, Maestro di carità educativa; dall’urgenza della formazione delle giovani generazioni, la cui educazione è restituzione di un’ala di riserva per potere “volare in speranza”. Così, “il ferito”, “l’imperfetto” “il piccolo” sono divenuti il libro in cui leggere l’abisso di miseria per cui Dio, senza sconti, si fa abisso di Misericordia! Lasciare il tutto per il TUTTO negli anni della mia consacrazione di suora collegina, nel contatto 15
vocazioni quotidiano con generazioni di ragazzi tra i banchi di scuola e nei variegati spazi relazionali e formativi; con bambini, considerati da società cieche, solo uno scarto; con giovani fluttuanti tra dubbi, ricerca e impegno..., con gente in cerca del suo “Pastore”… mi ha insegnato che, tracciato il solco, bisogna far cadere il seme, che frutto non dà se non ci muore. Ma quale “tutto” ho davvero lasciato? Nulla, in realtà! Quel “tutto” era solo “illusione di sicurezza” che, a fronte di Cristo, è diventato “insicurezza”, “vanità”, “la scena di questo mondo che passa”! Ecco, penso proprio che, nel mio percorso vocazionale, lasciare tutto sia stato ed è un progressivo
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iter esistenziale, implicativo e conformativo: infatti, occorre ospitare e coltivare una passione grande, come quella del cercatore della perla preziosa, di cui parla il vangelo (cf. Mt 13, 45-46); all’inizio quando ti prende pensi di essere tu protagonista del lasciare, poi il lasciare entra nel tempo del frantoio, allora lasciare è faticoso ma anche bello, perché vedi che l’ideale di Cristo è via concreta di prossimità all’altro. Il passo successivo è diventare come l’Amato, l’unico che può concederti di amare insieme a lui e come lui, il Padre e i fratelli. A questo punto però devi lasciare tutto, perché sia Cristo a vivere in te, la croce allora diventa la tua ferita d’amore, che è ad un tempo dolore e medicina, squarcio di luce sull’umanità e occhi fissi in Dio, terra e paradiso, lì dove l’Amore è TUTTO!
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l’angolo del serra international
L’esempio del Serra di Manuel Costa
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iversi sono i motivi che suggeriscono di guardare con interesse alla storia e alle attività del Serra negli Stati Uniti, e di approfondire la conoscenza delle differenze culturali e sociali che caratterizzano quella nazione rispetto agli altri paesi in cui il Serra è presente ed in particolare l’Italia. La storia del Serra è tutta americana e ben la conosciamo: nato negli Stati Uniti, precisamente a Seattle, nel lontano 1935, da lì il Serra si è diffuso in tutto il mondo. Merita ricordare brevemente le intenzioni e lo spirito con cui il Serra nacque, perché questo resta il fondamento del Serra di oggi, negli Stati Uniti come in Italia: quattro laici professionisti cattolici S. Messa del Serra Club Los Angeles in Seminario che mettono a disposizione le proprie competenze per favorire e sostenere le vocazioni, una novità assoluta allora, una religioni, nessuna dominante, ma tutte attive e rispetnecessità impellente oggi. E poi la loro intuizione: la tate, il che porta i fedeli a un maggiore e spiccato senso scelta di fra Junipero Serra da cui prendere il nome e di appartenenza, con una grande disponibilità a partel’esempio, un missionario sempre in cammino, sempre cipare alla vita e alle attività della propria chiesa o in avanti, per servire. Forse è proprio in questo periodo comunità, diversamente da noi in Italia dove tutti si di pandemia che dall’esempio di San Junipero Serra professano cattolici ma pochi sono disposti a impetutti i Serrani del mondo possono prendere nuova ispi- gnarsi. Il cattolico americano, al contrario, frequenta la razione e coraggio. Chiesa assiduamente, con una forte presenza delle famiglie e anche dei giovani. Oggi gli Stati Uniti sono il paese con il maggior Un’altra particolare caratteristica della Chiesa catnumero di soci e di clubs, precisamente 7700 soci e 198 tolica negli Stati Uniti è che le Parrocchie sono molto clubs; di questi, ben 12 contano più di 100 soci. È per grandi e racchiudono nel proprio ambito tutte le attiviquesto che è utile guardare ai serrani americani, per tà pastorali inclusa la pastorale vocazionale, potendo conoscerli meglio e prenderli ad esempio, nonostante contare su un fattivo contributo dei fedeli laici, tradile importanti differenze culturali tra Italia e Stati Uniti e zionalmente disponibili al volontariato e al servizio. Di il modo in cui la stessa Chiesa Cattolica si pone nella conseguenza, ogni Parrocchia ha un suo Ufficio società americana. Basti pensare alla presenza di tante Vocazioni, differentemente dall’Italia dove spesso i Maggio-Agosto 2020
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l’angolo del serra international Dupage County Serra Club (Chicago). Incontro tra Serra Club e seminaristi
parroci non mettono alcuna attenzione alle vocazioni, demandando il tutto all’Ufficio Diocesano Vocazioni, anche questo spesso inattivo. Ed è invece nelle Parrocchie americane dove il Serra si inserisce perfettamente svolgendo un ruolo attivo e determinante, visto e considerato con molto interesse dallo stesso parroco, sul cui appoggio si può quindi contare per allargare il bacino di possibili serrani. Non stupisce allora che i Club Usa abbiano accolto con grande entusiasmo l’appello del Presidente Internazionale Ruben Gallegos a partecipare, nel passato anno sociale, a una competizione chiamata The missionaries of St. Jupinero Contest, che nella sostanza consiste in una gara tra i Club che sono riusciti a reclutare il più alto numero di nuovi soci. Per incentivare questa iniziativa Serra International ha messo a disposizione anche consistenti premi in denaro per un totale di $20.000, donati dal presidente. A monte di questa iniziativa il 18
presidente Gallegos aveva chiamato i serrani di tutto il mondo ad essere “Missionari di San Junipero Serra” chiedendo, nella sostanza, di pregare di più, noi serrani, e di far pregare tante altre persone per le vocazioni. A questo fine sono state distribuite migliaia di immaginette con la preghiera del Serrano e/o una preghiera per le vocazioni, un modo anche questo per farsi conoscere e attirare nuovi soci.
Ben 162 clubs hanno partecipato a questa competizione. Il risultato è stato straordinario: dopo alcuni anni di declino, il numero dei soci del Serra USA è cresciuto del 5%, più precisamente un aumento di 350 unità (in realtà 500 nuovi soci e 150 uscenti). È Interessante notare come l’aumento di soci nei club partecipanti è stato del
incontro di formazione dei Governatori di Distretto
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l’angolo del serra international 6.5%, mentre nei club che non hanno partecipato si è registrata una riduzione di soci del 4.7%. I premi (poi in realtà devoluti dai singoli club a favore di iniziative vocazionali) sono stati assegnati ai club con i migliori risultati: al primo posto Houston con 49 nuovi soci, North Houston con 39 (che portano il numero a 160 soci), Tulsa 26, Cleveland 26, St louis 19, Miami 19, Mc Allen 17…
Cena di introduzione dei nuovi soci nei due Serra Club di Omaha che ora contano 180 soci
Da noi in Italia questo tipo di incentivo probabilmente non verrebbe compreso o ci lascerebbe perplessi, ma certamente questa iniziativa di Serra International, per il momento sperimentata solo negli Stati Uniti, dovrebbe aiutarci a pensare e a continuare a tenere alto il livello di attenzione sul problema delle estensioni. Il Serra International si è dichiarato pronto ad aiutare il Serra Italiano nei suoi sforzi volti a escogitare iniziative che possano portare a dei risultati in questo campo. In generale, quello che colpisce maggiormente delle associazioni americane, Serra USA incluso, è l’efficienza dell’organizzazione e la capacità di affrontare problemi e progetti con le necessarie risorse, umane e finanziarie, con sano pragmatismo e senza mai perdere di vista gli obbiettivi e il risultato. E così non stupisce che anche in questi difficili mesi di pandemia i Club americani abbiano continuato a tenersi attivi e a farsi sentire. È stata una loro iniziativa la stesura di un “decalogo”, recentemente pubblicato sul nostro Portale, con tanti suggerimenti di attività e comportamenti in tempi di coronavirus, alle volte all’apparenza banali, ma indicativi di uno sforzo e di un impegno a non fermarsi e a guardare avanti. Ne colgo qui solo quattro spunti: 1. “Resta in contatto con i sacerdoti e i consacrati”. Certo, è una delle regole di base del Serrano, ma noi in Italia lo abbiamo fatto? 2. “Resta in contatto con gli altri Serrani”. Gli americani, maestri di efficienza e organizzazione, hanno fatto largo usa dei mezzi di comunicazione, tipo Zoom, mezzi tuttavia che hanno bisogno di essere gestiti con grande capacità e maestria 3. “Pregate di più, e fate pregare!” Questo anche Maggio-Agosto 2020
per rispondere all’appello del presidente internazionale 4. “Un appello alla leadership dei nostri dirigenti, governatori e presidenti, la cui iniziativa e capacità di comunicare non deve venir meno”. Per finire vorrei menzionare la nutrita partecipazione dei Serra Club americani alla bella iniziativa di Serra International del Rosario on line tenuto l’ultimo sabato di ogni mese. In particolare, il 29 agosto scorso ricorreva l’anniversario di questa bella iniziativa iniziata esattamente cinque anni fa. Per questa occasione il Rosario è stato introdotto e commentato da Sua Eminenza il Cardinale Collins, Arcivescovo di Toronto e Consulente Episcopale di Serra International. Oltre 200 serrani da tutto il mondo erano collegati, ma non stupisce che un grande numero dei partecipanti fosse dagli Stati Uniti.Confesso l’emozione nel sentire tanti serrani che si collegavano da diverse parti del mondo presentandosi e salutando con un good morning, good evening o good afternoon, a seconda del paese o dello stato americano da cui chiamavano. Il Serra è davvero una grande famiglia, i cui membri sono presenti in diverse parti del mondo. Tante diverse realtà che richiedono ciascuna di essere conosciuta, perché diverse sono le iniziative e le attività, ma comune è lo spirito e unica la missione. Il Serra è vivo e guarda in avanti. Con l’aiuto di San Junipero Serra e di tutti i serrani del mondo. 19
voce della fondazione BJS
Unità d’intenti del “buon fare”
Serrano di Marco Crovara
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l Serra Club è un laboratorio di laicità. Se riflettiamo bene, un club che nasce dalla volontà di aiutare i giovani a conoscere la profondità del cristianesimo e a diventarne protagonisti, non può che nascere ed operare dove esiste la materia prima: il mondo laico. Il nostro fare se non respira l’universalità della società laica corre il rischio di perdere l’ossigeno necessario a compiere la nostra missione. Il Serra Club si compone di vari organismi locali ed internazionali ed uno di questi è la Fondaziona Italiana Beato Junipero Serra (FIBJS), che nasce nei primi anni novanta del ’900. Nel suo statuto si contempla il sostegno alle vocazioni, l’aiuto ai sacerdoti in difficoltà, ma, forse, quello che oggi più conta è la sensibilizzazione culturale che favorisca l’accoglienza della chiamata alla vita religiosa. In primo luogo il settore giovanile, che nelle intenzioni dei fondatori della FIBJS costituiva il fattore primario, ha bisogno di avere le occasioni per conoscere questa cultura cristiana che ha creato il mondo. Ha bisogno di iniziative rilanciate in un modo fresco e nuovo per l’oggi. Di conoscenza, socialità ed esperienza affinchè la fede non venga vista come una fuga, un generico spazio sacro, ma un criterio di vita vissuta. I lontani spinti dalla curiosità riconosceranno che l’originalità di come abbiamo trasmesso il messaggio sia stata la chiave che ha aperto loro profonde riflessioni. I giovani chiedono attenzione perché, se stimolati, sono ricchi di generosità. Ecco perché la FIBJS è sensibile a favorire eventi che li rendano autori ed attori del proprio vissuto, mettendoli in primo piano come protagonisti. La collaborazione con gli enti locali e le diocesi ha portato e porterà a buoni risultati. Giovani inseriti nelle più importanti manifestazioni cittadine dove la cultura cristiana viene trattata ai massimi livelli della comunicazione sociale laica (prosa, letteratura, arte figurativa, etc), 20
pertanto, con un vasto pubblico coinvolto. La nostra passione di serrani anche attraverso la Fondazione deve diventare l’inclinazione vivissima per qualcosa che sia un motore del buon fare nella logica della missione di vicinanza e prossimità verso quel pubblico. Quando si radunano centinaia di ministranti per incontri a livello diocesano o studenti delle superiori di qualsiasi “credo” o “non credo” (lontani dalla Chiesa, indifferenti, etc.) per prima cosa occorre creare un interesse che provenga dai luoghi in cui si vive. La FIBJS lavorerà, anche, con questo obiettivo fondativo affinchè si possano favorire percorsi e strumenti per essere giovani laici che compongano e formino la Chiesa. Per camminare verso le responsabilità della vita senza “giovanilismi”. La speranza è quella di riprendere una normale attività sociale per poter trattare questi argomenti di progettualità e sostegno nei prossimi incontri del Consiglio Direttivo della Fondazione, sapendo che questo è il grande aiuto che possiamo dare alla Chiesa: un viaggio di maturazione per i giovani che possa ampliare i loro orizzonti. Pertanto, ricordiamoci che noi, serrani tutti, siamo la Fondazione e un piccolo gesto di attenzione nei suoi riguardi concretizza l’unità d’intenti che ci viene richiesta dalla missione cristiana. il serrano n. 149
in ricordo
Renato Vadalà Una vita di testimonianza, di amicizia e di servizio di Manuel Costa
“I
l 29 luglio è venuto a mancare all’affetto dei suoi e di tutto il Serra Renato Vadalà”. Questo l’annuncio del Club di Palermo, semplice ma colmo di significato, perché l’affetto è il sentimento che meglio ha caratterizzato l’amicizia serrana di Renato. Credo di aver provato personalmente questo suo affetto, da me ricambiato e accompagnato da sincera ammirazione e riconoscenza per il suo instancabile impegno a servizio del Serra. Le parole di stima e di ricordo scritte in questi giorni da tanti serrani esprimono meglio delle mie parole i sentimenti di smarrimento e di dolore per questa grave perdita. Viviana Normando, che con Renato ha lavorato in strettissimo contatto, dice di lui: “Non ci sono parole per descrivere il dolore per la perdita di un così caro amico, persona e serrano di spessore unico. L’ho conosciuto a Roma, abbiamo lavorato insieme per il Serra, per il Serrano on line e per il Serrano, sentendoci a tutte le ore del giorno e della notte per anni. Renato è stato un grandissimo professionista, persona umile e riservata, un serrano a dir poco esemplare, con autentica vocazione serrana.” Tuttavia, è lo scritto di Antonio Ciacci che più profondamente coglie tutti i tratti della figura di Renato, e che quindi qui integralmente ripropongo: “Renato era dinamico: bastava vederlo per ricavare l’impressione di una persona attiva, concreta. Il Suo passo veloce, la sua schiena dritta, la sua espressione seria ma non accigliata, le sue parole nette, il tono tagliente della sua voce, tutto rendeva l’idea di una persona diretta e seria, ma che non si prendeva mai troppo sul serio qualità, quest’ultima, poco diffusa e invece preziosa. Non stava mai fermo: anche durante le riunioni non si manteneva al proprio posticino, fosse fra il pubblico o fra i relatori, si alzava, aveva sempre qualcosa da fare per consentire che tutto andasse bene, un organizzatore fantastico. Nemmeno a tavola si manteneva seduto per l’intero convivio, sgusciava tra i tavoli con passo veloce, deciso, pronto a rimediare a tutto ciò che non andava bene od anche solo a scambiare una battuta con qualcuno. Sì, era uno che le battute le amava, ironico, sarcastico, a volte tagliente, fantastico narratore di barzellette, con quel suo accento palermitano che le rendeva ancora più accattivanti. Maggio-Agosto 2020
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in ricordo Parlava chiaro, non era affatto mieloso o buonista, ma la sua era una chiarezza critica mai assertiva o addirittura arrogante, ma diretta a migliorare le cose e le persone. Esprimeva giudizi, non pregiudizi, mai sulle persone in quanto tali, ma sulle cose che si dovevano fare o non fare, indicando sempre una soluzione. Era quello che, nel linguaggio manageriale, viene chiamato un problem solver: sapeva risolvere i problemi, quelli legati alle persone come quelli determinati da circostanze imprevedibili.
Con il suo tono fermo e la sua chiarezza di idee, la sua capacità di rapportarsi con tutti senza mai rinunziare ad essere sé stesso, riusciva a farsi ascoltare, a convincere e, parimenti, si convinceva facilmente delle ragioni altrui se le riteneva più fondate delle sue, con l’onestà intellettuale che sempre lo contraddistingueva. E lavorava, tanto, non si limitava mai a lanciare un’idea senza preoccuparsi di attuarla, a promuovere un’iniziativa senza curare che venisse realizzata, più che indicare 22
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in ricordo cosa si dovesse fare, faceva. E non si fermava mai, avvalendosi del suo solido pragmatismo non si scoraggiava né si faceva intimorire dalle difficoltà. Per il Serra ha fatto tanto, ma tanto, più di quanto si possa immaginare. Il settore nel quale si è maggiormente speso, la comunicazione, era per lui una positiva ossessione e non si indignava, pur lamentandosene, dell’ignavia con la quale venivano stancamente raccolti i suoi inviti a scrivere, a riferire, a collaborare; se proprio nessuno lo aiutava lui andava avanti lo stesso, il Serra doveva essere sempre e comunque servito, con entusiasmo. La radicata Fede cattolica, la sua meravigliosa e numerosa famiglia, l’adorata moglie Mimma, tutto questo lo rendeva tanto instancabile quanto felice di non stancarsi e destinava spesso anche a se stesso le battute taglienti che non provocavano mai malumori, ma spesso altro non erano che piccoli colpi di frusta perché chi le riceveva si migliorasse e comprendesse che la testimonianza di vita vale più di qualsiasi altro insegnamento. Essere per fare, il modo in cui si deve vivere il Serra. Fare non per apparire, per ottenere, ma per servire: Renato non era mai autoreferenziale, mosso dall’ambizione, intento a raccogliere consensi, operava per il bene di tutti, guardava a quello che lui poteva fare per il Serra non a quello che dal Serra poteva ricevere. L’ultima volta che l’ho visto, a Palermo durante un Consiglio Nazionale, era su una sedia a rotelle; per lui che era sempre in movimento una sorta di paradosso doloroso, un calvario, al quale si era aggiunta la morte dell’amatissima Mimma, compagna di una vita. Ma il cuore ed il cervello erano sempre gli stessi e non mancò di riservare a tutti quelli che lo salutavano, una parola opportuna, buona, simpatica, perché la sofferenza fisica non gli aveva tolto la voglia di sorridere, anzi di ridere, dimostrava che la vita resta sempre un meraviglioso dono. Gli amici del Club di Palermo, un grande Club, lo vezzeggiavano con tenerezza, rendendo a Renato, nel momento della sofferenza, quello che Renato, in parole ed opere, aveva dato loro. Imitarlo sarà impossibile, ispirarsi a lui doveroso. Grazie Renato, ti sia lieve la terra.” E un grande grazie anche a Antonio per aver dipinto un quadro cosi intenso e vero di Renato, esprimendo indirettamente i sentimenti di tutti i serrani. Sergio Borelli, del Serra Club Tigullio, lo ha definito “un grande lavoratore della ‘vigna del Serra’”. È con questa immagine della vigna che mi piace concludere anche il mio saluto. Ciao Renato, arrivederci!
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Il discernimento del cristiano
Cosa vuole Dio da me?
cultura e società
di Paolo Gamberini
A
ccompagnando persone nel loro cammino spirituale, molto spesso ritorna la richiesta: “Padre Paolo, mi può aiutare a capire cosa Dio vuole da me, dalla mia vita?”. Normalmente mi contattano per discernere la “vocazione”, in particolare se Dio li stia chiamando alla vita religiosa o sacerdotale. Come potete ben immaginare, si tratta di maschi adulti tra i 35 e 50 anni. In molti casi sono single con un lavoro che ancora vivono con i propri genitori, a volte impegnati in parrocchia, con una vita spirituale di preghiera quotidiana e desiderio di dare un senso maggiore alla propria vita. “Cosa vuole Dio da me?” Un giorno, mi avvicinò un uomo di 42 anni, single, con un buon lavoro ed anche impegnato in parrocchia. E mi chiese: “Ho sempre pensato a farmi prete, ma non ho avuto mai il coraggio di fare il passo: ma Dio cosa vuole da me?”. Stetti ad ascoltare in silenzio, poi gli risposi: “Cerchi di amare?” E lui mi rispose: “Sì, cerco di voler bene alle persone che mi stanno vicino, di rispondere alle loro richieste, di rendermi utile. Sì, cerco di amare. Ma Dio cosa vuole da me? Devo farmi prete?”. Di nuovo feci silenzio. Poi gli dissi: “Ama lì dove sei, ama in ogni momento, quella è la vocazione per te”. E lui mi rispose: “Sì, Padre, ma devo capire se farmi prete o no”. Ed io gli risposi: “Scusami, ma ti vuoi far prete perché?”. Ora, fu lui a far silenzio. Mi ricordai quanto Agostino affermò e glielo 24
ridissi: “Ama, e fa ciò che vuoi”. E aggiunsi: “Anche facendoti prete, ciò che conta, è l’aver amato. Questo salva te e gli altri”. Mi ricordai anche di ciò che disse Teresa di Lisieux (Manuscrits autobiographiques, 227-229): “L’amore mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che, l’amore è eterno. Allora con somma gioia ed estasi dell’animo gridai: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione è l’amore. Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio. Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà”. Abbandonare il “mito” della vocazione significa scoprire che l’amore è la volontà di Dio. Dio chiama ogni uomo e donna, anzi ogni essere creato, a rispondere lì dove è, così come è, con la sua intera vita, amando. Ti puoi far prete, suora; ti puoi sposare o non sposare.
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cultura e società di noi è un pensiero unico, irripetibile ed eterno dell’essenza divina. Illuminanti le parole di Martin Buber per capire il senso vero (e non il mito) della vocazione. “Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso diverso. E infatti la diversità degli uomini, la differenziazione delle loro qualità e delle loro tendenze che costituisce la grande risorsa del genere umano. L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei cammini che conducono a lui, ciascuno dei quali è riservato a un uomo. Ma alla fine della vita, Dio non ti dirà: “Perché non ti sei fatto prete, come avevo pensato dall’eternità per te?”, ma ti dirà: “Perché non hai amato, mentre eri prete, suora e sposato, o single?”. A sostegno di questa comprensione della vocazione, abbiamo lo stesso Tommaso d’Aquino, secondo il quale ogni essere creato è una singolare e particolare imitazione dell’essenza divina. Ogni ente è un pensiero unico ed irripetibile di Dio. “Ora, le diverse cose imitano l’essenza divina in modi diversi e ciascuna secondo il suo modo, dato che ciascuna ha un essere distinto da un’altra” (Tommaso d’Aquino, De Veritate, q. 3, art. 2). Ma ogni pensiero di Dio imita quell’essenza divina che è essenzialmente amore. Per questo Tommaso d’Aquino prosegue dicendo che “la stessa essenza divina, insieme con la quale sono stati concepiti i rapporti che le cose hanno con essa, è l’idea di ciascuna cosa” (Ibid.). Cosa mai sono questi rapporti tra le cose, se non rapporti di amore? “Dato che i rapporti delle cose sono diversi, è necessario che ci siano molte idee. Precisamente, per tutte le cose c’è una sola idea dal lato dell’essenza [divina], ma se ne riscontrano molte dal lato dei diversi rapporti che le creature hanno con tale essenza” (Tommaso d’Aquino, De Veritate, q. 3, art. 2). Abbiamo ridotto la vocazione e il discernimento sulla vocazione ad un mito, ad una specie di oracolo divino. Nulla di tutto questo. Capire la propria vocazione è, invece, immergersi nel profondo di sé per guardarsi come Dio ci guarda. Ognuno
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Alcuni discepoli di un defunto zaddik si recarono dal Veggente di Lublino e si meravigliavano che avesse usi diversi dal loro maestro. ‘Che Dio è mai - esclamò il Rabbi - quello che può essere servito su un unico cammino?’. Ma dato che ogni uomo può, a partire da dove si trova e dalla propria essenza, giungere a Dio, anche il genere umano in quanto tale può, progredendo su tutti i cammini, giungere fino a lui. Dio non dice: ‘Questo cammino conduce fino a me, mentre quell’altro no’; dice invece: ‘Tutto quello che fai può essere un cammino verso di me, a condizione che tu lo faccia in modo tale che ti conduca fino a me’. Ma in che cosa consista ciò che può e deve fare quell’uomo preciso e nessun altro, può rivelarsi all’uomo solo a partire da se stesso. In questo campo, il fatto di guardare quanto un altro ha fatto e di sforzarsi di imitarlo può solo indurre in errore; comportandosi così, infatti, uno perde di vista ciò a cui lui, e lui solo, è chiamato. Il Baal-Shem dice: ‘Ognuno si comporti conformemente al grado che è il suo. Se non avviene così, e uno si impadronisce del grado del compagno e si lascia sfuggire il proprio, non realizzerà né l’uno né l’altro”. Così il cammino attraverso il quale un uomo avrà accesso a Dio gli può essere indicato unicamente dalla conoscenza del proprio essere, la conoscenza della propria qualità e della propria tendenza essenziale. ‘In ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro’. Ma ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l’aspetto più intimo del proprio essere’” (Martin Buber, Il Cammino dell’uomo, pp. 28-29). 25
Testimonianze di fede
Martirio di un PRETE
cultura e società
di Vieri Lascialfari
E
ro poco più di un bambino, quando, in un sabato libero da scuola, il mio catechista Piero, uomo buono, generoso, caritatevole, fratello della Misericordia di Sesto Fiorentino e volontario della Caritas Diocesana, dipendente dell’Azienda dei trasporti Ataf, insieme ad altri miei compagni di catechismo, ci portò nella Località Baroncoli, al Cippo dove fu barbaramente trucidato un giovane sacerdote, Don Eligio Bortolotti. Giungemmo ad una croce, custodita all’ombra di un cipresso, messo a dimora da Piero a ricordo del sacrificio di Padre Eligio. Dopo un momento di raccoglimento e preghiera, ci fu raccontata l’eroica vita del sacerdote Giuseppino. Don Eligio nasce a Pieve di Bono (Trento) il 28/10/1912. Fin da giovanissimo abbraccia la regola della Congregazione degli Oblati di San Giuseppe – il cui fondatore, Mons. Giuseppe Marello, fu Vescovo di Aqui (1889-1895) – e dove nel 1929 divenne novizio ricevendo la veste e la Santa Croce, che accompagnò tutta la vita del giovane Don Eligio, ordinato sacerdote nel 1937 a soli 25 anni, con particolare dispensa dalla Santa Sede. Nel 1938 divenne Parroco della Chiesa di Santa Maria e San Jacopo a Querceto, fino al tramonto della sua vita terrena. Ricordo i tanti racconti dei sacerdoti Giuseppini, fondatori della mia Parrocchia San Giuseppe Artigiano in Sesto Fiorentino, i quali ci hanno insegnato a vivere in unione con il Divin Maestro, nella catechesi, nell’educazione della gioventù e nella formazione alla testimonianza cristiana, e che, fin da giovanissimo, mi hanno fatto conoscere la figura di Don Eligio Bortolotti. I sacerdoti e gli anziani Sestesi, sempre mi rammentavano con affetto il loro giovane Parroco, giunto a Sesto dalle Dolomiti, e la sua testimonianza del sangue. Veniva ricordato come un prete dedito al gregge a lui affidato, cuore profondo, sereno, gioviale, attivo nel fare del bene, sempre presente nelle gioie e nelle pene, seguendo appieno gli insegnamenti del Fondatore, ovvero Maestro della dottrina, dedito ai giovani e al popolo affidato dalla Santa Chiesa. 26
Don Eligio Bortolotti
Durante il secondo conflitto mondiale è sempre stato vicino al popolo di Querceto, la sua padronanza della lingua tedesca – poiché nato in Val di Fiemme – lo aiutava a tradurre e a fare da intermediario tra i militari tedeschi e il popolo Sestese, aiutando tutti, evitando deportazioni, saccheggi e soprusi. il serrano n. 149
cultura e società Anche se minacciato, riuscì a salvare e far liberare tanti parrocchiani, che furono sfollati e accolti nei locali del Monastero Claustrale di San Domenico, dove il carisma contemplativo fu riparo e vita per tanti, ai piedi del Crocifisso Miracoloso, tanto sacro nei secoli alle Monache Domenicane e ai Sestesi – che mi immagino quante preci avrà ascoltato e lacrime asciugato nei secoli e nella storia, soprattutto nei momenti bui – attualmente custodito proprio nella Parrocchia di Querceto, dopo la soppressione del Monastero, avvenuta circa dieci anni fa. Il giorno 4 settembre 1944, ormai alle prime luci della libertà, mentre i soldati angloamericani dal 1° settembre erano già nel centro di Sesto Fiorentino, la mattina vennero a cercarlo in canonica i militari tedeschi. Il giorno precedente, i padri Giuseppini si erano ritirati presso la Pieve di Sesto, ma Padre Eligio, essendo Priore, rimase nella sua Parrocchia. I militari, bussando alla canonica, non trovarono il Priore, poiché immerso nel suo quotidiano ministero sacerdotale, dopo la celebrazione della Santa Messa, si era recato a confortare, con i sacramenti, gli infermi e i moribondi. Rientrando in canonica verso mezzogiorno, gli fu riferito che erano venuti a cercarlo i nazisti, perché due soldati tedeschi, feriti, desideravano un conforto religioso. Don Eligio, benché messo in guardia da un militare tedesco – che aveva detto di non recarsi al Comando generale se ricercato – si recò spontaneamente dagli invasori. Giunto al cospetto dei soldati, dopo essere stato duramente interrogato, fu accusato di aver aiutato i partigiani a nascondersi e di aver sviato i soldati della Wermacht, durante le loro richieste di informazioni, nonché di aver cercato di convincere i soldati del Terzo Reich a consegnarsi agli angloamericani, che ormai avevano liberato i comuni limitrofi, per così avere salva la vita. Nel pomeriggio, fu scortato in catene a piedi, da due militari armati, sulle colline sopra Calenzano nella Località Baroncoli, fino alla Villa Daddi occupata dai nazisti, dove fu condotto, al cospetto del più alto in grado del Comando Tedesco Superiore. Durante il tragitto verso il calvario, Don Eligio incontrò due donne, le quali, riconoscendo il Sacerdote scortato dai militari, si commossero, ed egli, avvicinandosi, gli sussurrò “Vado alla morte”. Maggio-Agosto 2020
Trascorsa la notte imprigionato nella Villa, sorto il sole dell’ultimo giorno terreno, Don Eligio fu portato nel campo sottostante il luogo della prigionia, dove alcuni parrocchiani – anch’essi in arresto ma poi liberati – furono costretti a scavare una buca. Nella tarda mattinata, l’agnello sacrificale, fu scortato ai piedi della fossa. Accortosi del tragico epilogo a
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cultura e società “Pastore cattolico avere baciato Crocifisso e pregato per noi, poi … Pum-pum! Kaput!”. L’11 settembre del 1944, nella Chiesa di Querceto, troppo piccola per contenere il numeroso concorso dei fedeli, furono officiate le esequie funebri. L’omelia fu tenuta dall’allora Priore della Parrocchia di Colonnata Don Ottavio Bertini, il quale iniziò esclamando: “Sublatus est! Ci fu rapito”. Le spoglie del religioso, riposano nel Cimitero Maggiore di Sesto Fiorentino, meta di tanti cittadini, che lo hanno conosciuto in vita, e di chi è venuto a conoscenza della sua vita eroica. Don Eligio, rafforzato e spronato, fece proprie le parole del Venerabile Cardinale Elia Dalla Costa, Arcivescovo di Firenze, il quale così esortava il proprio Clero fiorentino: “Nei momenti di trepidazione e di angustie, il sacerdote deve dar prova di coraggio e di fortezza cristiana, così da riuscire a rincuorare quanti soffrono. Qualunque sorpresa o sgomento ci preparino i giorni a venire, noi dobbiamo tenere il nostro posto, il nostro Ufficio con incrollabile fiducia e con dedizione perfetta”. Il Cardinale poi concluse: “Questo è tanto vero, che per il ritorno dei popoli alla vera e duratura pace, basterebbe seguire il sublime e divino precetto: Amatevi come fratelli”.
cui egli andava incontro, con le armi da fuoco puntate, come ultimo nobile e supremo atto cristiano, perdonò i suoi aguzzini e baciato il Crocifisso, che per tutta la vita lo aveva accompagnato fin dal noviziato, rivolti gli occhi al cielo esclamò: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Dopo ciò, il silenzio della vallata di fine estate, fu squarciato dalle scariche da fuoco sparate dai militari tedeschi, frettolosi di rientrare in Germania, poiché ormai braccati dagli Alleati. Don Eligio, martoriato dai proiettili, veniva rinvenuto giorni a seguire in una buca poco profonda, vicino al ruscello in avanzata putrefazione, rivestito dalla talare, con tra le mani il Crocifisso: scena raccapricciante di cattiveria inaudita, nel silenzio bagnato come lacrime dalla pioggia settembrina che scendeva. Quando nella Piana di Sesto già suonavano le campane a festa, per la liberazione ottenuta, il nemico ormai sconfitto in ritirata, tra gli ultimi colpi di artiglieria, si allontanava in direzione della Linea Gotica, accanendosi con rabbia inaudita sul corpo del giovane Parroco, neanche rispettato nella sepoltura. Il mattino del 7 settembre, un soldato tedesco in fuga, nel lasciare la campagna di Monte Morello, presso la locale Fattoria, ebbe a dire a dei presenti: 28
Don Eligio Bortolotti, nella sua vita spesa alla luce del Vangelo, dopo essersi prodigato instancabilmente, durante l’occupazione tedesca, per proteggere il suo popolo dalle violenze dei nazifascisti, riposa ora nella pace del Signore; ha dimostrato coraggio e forza cristiana, con dedizione verso il suo amato popolo, senza mai abbandonare il suo gregge, amando ogni prossimo suo come fratello. Come l’Evangelista Giovanni ci ricorda: “Le pecore ascoltano la Sua voce, Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le Sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la Sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei.” Don Eligio, come il salvifico Buon Pastore, alla sequela di Gesù Sommo Pastore, nel passaggio nella caducità dei giorni, mai ha abbandonato il suo gregge, il suo popolo ha ascoltato e riconosciuto sempre la sua voce, mentre venivano chiamati per nome e lo seguivano. Ha camminato sempre davanti al popolo, facendo da baluardo e scudo, nelle ore più buie con i “Quercetani”, i quali non hanno ascoltato, né seguito la voce degli estranei invasori, occupanti il soave recinto delle pecore. il serrano n. 149
dai club e distretti
Distretto 72
Guido Belmonte ci ha lasciati C
on grande dolore il 4 settembre abbiamo tutti appreso il ritorno al Padre dell’avv.Guido Belmonte, un Serrano convinto e fedele nella Sua lunga vita, il cui carisma ha toccato il cuore di quanti l’hanno conosciuto. Fu tra i fondatori del Serra Club di Napoli e contribuì alla crescita di tutto il Serra italiano. Del Serra Club di Napoli era stato Presidente dal 1991 al 1995 per 4 mandati consecutivi (quando il mandato era annuale) e per altri due mandati biennali dal 2005 al 2008. Fu Governatore del Distretto 72 nel biennio 1997-98. Conobbi personalmente Guido Belmonte nel giugno 2008 a Roma in occasione della riunione distrettuale nella quale vi fu il passaggio delle consegne di Gover-natore del Distretto 72 da Ugo La Cava a Maria Luisa Coppola. Conoscevo le Sue qualità di eccelso giurista, di grande cultura, di Serrano devoto, ma rimasi subito colpito dalle sue doti personali di affabilità e di garbo, di fronte alle quali chiunque si sentiva a proprio agio, nonostante la naturale soggezione di fronte ad una persona di grande levatura culturale e spirituale. Da allora ho avuto modo di incontrarlo più volte in occasioni serrane a Napoli, a Roma, e qui a Viterbo, sempre apprezzando nei suoi interventi la sua indole ricca di umanità e saggezza. Il suo modo di esprimersi evidenziava un profondo spirito cristiano e una grande devozione mariana. In effetti, secondo la testimonianza di tanti, nessuna associazione ha mai potuto delimitarlo o contraddistinguerlo, e questo per il solo fatto che lui era fedele e leale alla Chiesa e alle sue espressioni: ha animato la S.Vincenzo de’ Paoli, l’Azione Cattolica, l’Unitalsi, il Serra, la propria Parrocchia e ha voluto con garbo portare la sua disponibilità e competenza; ha guardato e accompagnato sempre i giovani, fossero loro praticanti avvocati o giovani barellieri, dando loro fiducia e testimonianza. Esprimeva un cruccio però: non capiva perché le varie Associazioni non potessero agire insieme per un bene comune! Era anche un appassionato cultore della storia della sua città e, in maniera severa, ma obiettiva, delle vicissitudini che portarono le Regioni del Sud all’unificazione con quelle del Nord, oggetto della pubblicazione nel 2016 di un libro di importante interesse storico e culturale. L’estremo saluto a Lui rivolto nella Cappella dell’Arciconfraternita dei Pellegrini a Napoli testimonia inoltre il suo operoso sodalizio con l’Arciconfraternita, di cui era un appassionato studioso e benefattore. Enzo Ancarani
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notizie e iniziative
dai club e distretti
POMPOSA 777
Ricordo
P
di un adre
Mercoledi 24 giugno, festa liturgica di san Giovanni Battista, nel duomo di Spira, l’antica capitale dell’impero germanico, si sono celebrati i funerali del Vescovo emerito della diocesi spirense mons. Anton Schlembach deceduto a 88 anni il 15 giugno scorso. Aveva governato la Chiesa Spirense dal 1983 al 2007 quando l’ha lasciata per raggiunti limiti di età. Era il vescovo che nell’anno giubilare 2000 ha donato alla diocesi di Ferrara-Comacchio una importante reliquia di san Guido abate di Pomposa (1008-1046). E forse non è un caso, ma certo una curiosa coincidenza, che il funerale sia stato celebrato il giorno in cui ricorreva la festività liturgica di san Giovanni Battista a cui, a Il vescovo emerito di Spira Anton Schlembach Spira, è dedicata la chiesa Collegiata che ha conservato per quasi un millennio le spoglie del santo pomposiano dichiarato da subito per volontà dell’imperatore Enrico III compatrono della città imperiale. Si dirà, ma come ci era finito a Spira il santo abate di Pomposa? La fama di santità gli era riconosciuta in tutto il vasto territorio dell’allora Abbaziato pomposiano travalicandone abbondantemente i confini. La morte lo aveva colto il 31 marzo 1046 in località Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza) mentre si accingeva a raggiungere Enrico III a Pavia sceso in Italia per un sinodo e per l’incoronazione imperiale a Roma. Trasferito momentaneamente il corpo in San Zeno a Verona, al suo ritorno l’imperatore decise di portarselo a Spira tumulandolo nella chiesa Collegiata di san Giovanni adiacente il duomo (4 maggio 1047). Da allora, nonostante le proteste e le continue richieste della Comunità benedettina di Pomposa, il corpo del santo non tornò mai più al suo monastero. Così, fino a che nel 1998, una guida turistica pomposiana, Simonetta Mignatti Sovrani (già presidente del Serra Club Pomposa e presidente in carica del Gruppo Amici di Pomposa-Spira), accompagnando un gruppo di turisti tedeschi alla visita del complesso monastico pomposiano non sollevò scherzosamente il caso. L’informazione arrivò al vescovo di Spira all’epoca in carica mons. Anton Schlembach con il quale iniziarono i contatti per l’ottenimento, se non del corpo, di almeno una importante reliquia del santo da conservarsi all’interno dell’abbazia. Il vescovo spirense acconsentì alla richiesta concordando la consegna della reliquia nell’anno giubilare 2000. Il 19 novembre di quell’anno infatti, dopo 954 anni dalla morte, l’abate Guido ritornava a casa. Fu lo stesso Schlembach ad Mons. Schlembach consegna la teca all’arcivescovo di Ferrara annunciarlo in modo solenne nell’Abbazia e Abate di Pomposa Carlo Caffarra
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dai club e distretti
di Pomposa in una memorabile cerimonia religiosa alla presenza dell’arcivescovo di FerraraComacchio e Abate di Pomposa Carlo Caffarra e dell’arcivescovo emerito di Ravenna Luigi Amaducci (l’abate aveva origini ravennate): “Il Vostro Abate è tornato a casa”. “Questo posto è ancora pervaso del suo spirito”. La reliquia (una tibia del santo) è stata consegnata racchiusa in una preziosissima teca avvolta da un panno azzurro a significare “la Comunione fra le Chiese di Spira e Pomposa. Siamo quindi – ha concluso Schlembach – una La preziosa teca con la reliquia di san Guido donata all’abbazia di Pomposa famiglia unica, unita dallo Spirito in un’unica Fede e un’unica Chiesa”. Qui il riferimento alle radici cristiane dell’Europa. “Siamo felici che dopo secoli di nazionalismo delle Nazioni europee, per il quale anche la comunione ecclesiale fra i popoli europei fu oscurata, sia stata ritrovata la coerenza e la fratellanza fra le Chiese locali”. Era l’obiettivo comune del santo abate Guido e dell’imperatore Enrico III: la costruzione di un progetto di pace in Europa. Ma ancor di più: la riforma della Chiesa. Una riforma per l’affermazione globale del Vangelo e di una Chiesa più umana. Così mille anni fa come ancora oggi. Un pensiero che ha poi influenzato la riforma cluniacense adottata dai monaci di Pomposa. Un cordiale saluto Alberto Fogli già Responsabile Comunicazioni del CNIS
Una bella immagine dell'Abbazia di Pomposa
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Una bella immagine del Duomo di Spira
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L’AQUILA 444
Non una chiusura ma una ripartenza A distanza di oltre tre mesi dall’ultimo evento, noi, soci del Club di L’Aquila, ci siamo rivisti con ancora qualche perplessità e doverose precauzioni, per riprendere il cammino interrotto dall’emergenza covid, limitatamente ad un’attività che già da qualche tempo rientra nei nostri programmi annuali: la visita alle Parrocchie dei Comuni del circondario. Il montuoso territorio aquilano è disseminato di paesi e piccoli borghi ricchi di storia e di tradizioni, ma spesso ormai spopolati specie nei rigidi mesi invernali. La visita alle Parrocchie di queste realtà, ci offre da un lato la possibilità di dimostrare, anche concretamente, la nostra vicinanza ai Parroci che spesso gestiscono più parrocchie anche in località disagiate, con notevole dispendio di tempo e di energie e, dall’altro, di riscoprire luoghi che sono autentici gioielli del nostro Abruzzo. In questa ottica, e grazie al fattivo interessamento della Past President Teresa Gentile, ci siamo incontrati, ben “mascherati”, a Calascio, antico borgo medioevale appartenente fin dal 1300 all’antica Baronia di Carapelle, arroccato alle pendici del Massiccio del Gran Sasso. Sotto i Piccolomini di Siena prima, e dei Medici di Firenze poi, il paese traeva dalla pastorizia e dal fiorente mercato della lana l’unica risorsa economica possibile. Ne sono testimonianza le vestigia degli antichi palazzi di quelle famiglie che detenevano potere e ricchezza.
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Chiesa di S. Antonio Calascio Dipinto di Patrignani
il serrano n. 149
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Conviviale Serra a Palazzo Porcinari
La Santa Messa è stata celebrata nella Chiesa di Sant’Antonio, dal nostro Assistente Spirituale Don Carmelo Pagano Le Rose, sostenitore convinto di queste iniziative. La chiesetta, posta ai limiti del paese, conserva un pregevole dipinto del Patrignani raffigurante le tentazioni di Sant’Antonio, fedele copia di quello eseguito dal suo maestro, il grande Teofilo Patini. Personaggio di rilievo di Calascio è Padre Mario, Francescano dell’ordine dei Minori Osservanti, studioso e scrittore, nato nel 1550 e chiamato a Roma dal Papa Paolo V per insegnare l’Ebraico e autore tra le altre opere del “Concordantie Sacrorum Bibliorum Hebraicorum”. Un secondo momento di incontro ci ha visti riuniti per una conviviale nel cortile interno di Palazzo Porcinari situato in pieno centro storico, antica dimora nobiliare del ’500, ristrutturata dopo il recente terremoto, sede del Dipartimento di Storia Antica dell’Università dell’Aquila che, negli anni settanta del secolo scorso, ne aveva acquistato una parte. Graditissimo ospite oltre a Don Carmelo, il giovane Diacono Luca Capannolo dell’Aquila che il nostro Club ha seguito lungo il corso degli studi presso il Seminario Regionale di Chieti e che è prossimo ormai, all’ordinazione sacerdotale. Altri incontri sono in programma presso Parrocchie e Comunità religiose nei prossimi mesi, allo scopo di mantenere vivo ed attivo il nostro Club, in attesa di riprendere la totalità delle attività. Marilena Cammà - Renzetti Giovanna
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dai club e distretti
Brindisi 1041
Il giovane Matteo è venerabile Il 6 maggio scorso papa Francesco ha firmato il decreto che attesta l’eroicità della fede di Matteo Farina, giovane brindisino morto a soli diciotto anni nel 2009 per una grave forma di tumore al cervello. Tanto si potrebbe dire di lui, qui proviamo a presentare alcune considerazioni sul suo cammino di fede e sull’amore per le vocazioni, che possono incoraggiare ogni serrano. La notizia della venerabilità di Matteo è stata simMatteo Farina bolicamente accolta nella diocesi di Brindisi-Ostuni con il suono festoso in contemporanea delle campane di tutte le parrocchie, un gesto significativo in un periodo di chiusura forzata a causa della pandemia di coronavirus. La gioia è divenuta preghiera e lode a Dio, che dona agli uomini delle sentinelle nell’annuncio del Vangelo, persone semplici, ma totalmente innamorate di Cristo. Matteo ha saputo vivere nella gioia, sebbene afflitto (e a volte straziato) dal dolore della malattia. Così il giovane scriveva nel suo diario durante la permanenza ad Hannover (Germania) nel tentativo di sconfiggere il tumore: «Spero di riuscire a conservare la gioia che ho adesso e donarla a chi ne ha bisogno. Nella vita bisogna sempre essere forti, cosa che penso di aver fatto. “Abbattersi non giova a nulla, dobbiamo invece essere felici e dare sempre gioia. Più gioia diamo, più gli altri sono felici. Più gli altri sono felici, più siamo felici noi”». Lo spirito gioioso non sorge dal nulla. Matteo cresce a Brindisi in una famiglia semplice, dalla vita ordinaria. Il padre, Miky, è un bancario, mentre la madre, Paola, è una casalinga. Molto stretto è anche il rapporto con Erika, sua sorella, di qualche anno più grande. Nella famiglia non manca la gioia della fede, nutrito dalla preghiera in casa e in parrocchia. Particolarmente intenso è il legame di Matteo con la figura di san Francesco, la cui semplice letizia dopo quasi mille anni continua a parlare agli uomini di oggi. Ma san Francesco resta un veicolo per Gesù: Matteo cresce gradualmente e con grande intensità nell’amore per il Signore. Il primo invito che Matteo ci lascia è passare dalla tristezza alla gioia. Da qui il secondo passaggio è vivere Dio nella quotidianità. Il terzo invito è fare sempre la volontà di Dio. Fra gli appunti che Matteo Farina ci ha lasciato, un pensiero ha avuto particolare diffusione: «Osservo chi mi sta intorno, per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura, l’amore! Sono il tuo servo Signore, fa’ di me ciò che vuoi». Il Serra Club di Brindisi sente particolarmente vicina la figura di Matteo, che è diventato la mascotte del Centro diocesano vocazioni, di cui anche il Serra locale fa parte. Insieme alla famiglia di Matteo e ad altri fedeli si lavora tutti insieme per le vocazioni, seguendo i seminaristi, impegnandosi per gli adolescenti, avvicinando i fidanzati. Il giovane servo di Dio Matteo può essere non solo per noi brindisini, ma per ogni serrano un modello da seguire, attuale, fecondo e ispiratore, perché tutti noi siamo chiamati a vivere con gioia la nostra fede e a trasmetterla agli altri, specialmente ai più giovani, a quanti cercano Dio e vogliono seguirlo nell’ordine sacro. Non mancano le asperità nel cammino, ma l’intercessione dei santi viene in aiuto a chi vuole dedicare la sua vita a Dio. Don Andrea Giampietro Cappellano del Serra Club di Brindisi
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il serrano n. 149
dai club e distretti
Catania 717
Ricordando
Ugo Monterosso È ancora forte in città il cordoglio per la dipartita dell’avvocato Ugo Monterosso, uno delle ultime grandi figure dell’avvocatura catanese emerse nella seconda metà del secolo scorso. Nato il primo febbraio del 1931, l’avvocato Ugo Monterosso si laureò l’11 novembre 1953 presso l’Università di Catania e divenne procuratore legale nel 1955, a soli 24 anni. Nel 2014 venne premiato per i 60 anni di iscrizione all’albo degli avvocati. Monterosso proveniva da una famiglia di giuristi. Il bisnonno un magistrato; il nonno, l’avvocato Giuseppe Monterosso, fu componente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Catania; il padre, l’avvocato Tito Monterosso Patti, e lo zio, l’avvocato Guido Monterosso, furono rispettivamente legali del Banco di Sicilia e della C.C.R.V.E. L’avvocato Monterosso, seguendo le orme paterne, fu legale di riferimento del Banco di Sicilia sin dal 1959 e fu uno dei promotori e fondatori del Centro studi di diritto fallimentare e del Centro studi di diritto bancario di Catania. Nella sua lunga e prestigiosa carriera ha formato tanti giovani alla sua scuola, interpretando il ruolo dell’avvocato con indipendenza, autorevolezza, fierezza ed immancabile etica. Dotato di un intuito giuridico straordinario e di vivace intelligenza, viene da tutti ricordato per il tratto signorile, la fermezza con la quale sosteneva le proprie tesi giuridiche ed al contempo per il rispetto e la considerazione che riservava a colleghi e magistrati. Relatore in numerosi congressi, autore di vari articoli in riviste specializzate in diritto fallimentare e bancario, è stato anche fondatore, presidente e governatore del Serra Club, organizzazione volta a sostenere le vocazioni al sacerdozio. Pur avendo dedicato l’intera propria vita alla professione di avvocato, la sua grande umanità, il suo interesse per la cultura, la ricerca interiore, la spiritualità e la profonda fede religiosa hanno fatto di lui un uomo eclettico, curioso, che lascia un enorme patrimonio di amore e di insegnamenti di vita alla famiglia, alla moglie, ai figli, ai nipoti, agli avvocati che ha guidato e formato ed a tutti i componenti dello studio legale, la cui tradizione giuridica continua oggi con il figlio avvocato Tito Monterosso.
Maggio-Agosto 2020
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ALLA CHIESA CATTOLICA PER LA RIPARTIZIONE DELLE RISORSE: www.8xmille.it
5X1000 ALLA NOSTRA FONDAZIONE BEATO JUNIPERO SERRA
ti chiediamo di confermare la tua firma anche nel 2020 per sovvenire a necessità di seminari e seminaristi (non dimenticare il codice fiscale della Fondazione qui di seguito riportato)
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