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Il serrano n. 148 - gennaio/aprile 2020

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N. 148

Gennaio-Aprile 2020

Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003

Organo dell’Associazione Serra International Italia

Quando a Dachau venne ordinato un prete

Un segnale forte da Napoli

In ricordo di Giuliano Rizzerio

Lettera del Presidente Enrico Mori


N. 148

Gennaio-Aprile 2020

Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003

Organo dell’Associazione Serra International Italia

PERIODICO TRIMESTRALE N. 148 ASSOCIAZIONE SERRA INTERNATIONAL ITALIA

Gennaio-Aprile 2020 (XLIV)

Quando a Dachau venne ordinato un prete

editoriale ® 3 La vita si fa storia di Piergiorgio Aquilino

vita della chiesa 4 Quando a Dachau venne ordinato un prete di Giorgio Bernardelli

6 Il Papa ai seminaristi. Non scivolate nel clericalismo

vita del serra 9 Una Chiesa dinamica perché i giovani possano abitarla di Cosimo Lasorsa

11 Un segnale forte da Napoli di Manuel Costa

13 In ricordo di Giuliano Rizzerio 14 I laici ed il sacerdote di Giuliano Rizzerio

l’intervista 17 Un prete dall’anima social di Patrick Mancini - Amedeo Mapelli

vocazioni 19 La mia Damasco di Torsten Hartung

la voce del CNIS 22 “Diamo voce alle Comunità religiose” di Paola Poli

23 Lettera del Presidente ai serrani Enrico Mori

cultura e società 24 La forza della fede nel mondo senza Dio di Antonio Ciacci

25 Fratelli di cielo di Mons. Giuseppe Greco

dai club e distretti ® 27 Notizie ed iniziative

Un segnale forte da Napoli

In ricordo di Giuliano Rizzerio

Lettera del Presidente Enrico Mori

Finito in redazione il 13 marzo 2020 Registrato presso il Tribunale di Palermo n. 1/2005 del 14 gennaio 2005 Iscrizione al Roc n. 21819 del 16/01/2012 Spedizione Abbonamento Postale Gr. IV Pubblicità inferiore 50%

Direttore responsabile Piergiorgio Aquilino

Redazione Manuel Costa Filly Franchino Dino Melis

Comitato di Direzione Enrico Mori, Presidente del C.N.I.S. Flavio Fontana, V. Presidente del C.N.I.S. Gianni Fiocchi, V. Presidente del C.N.I.S. Paola Poli, V. Presidente del C.N.I.S. Giuliano Faralli, V. Presidente del C.N.I.S. Trustee italiani di Serra International

Hanno inoltre collaborato a questo numero:

Giorgio Bernardelli Milena Caldara Daniela Cavallari Paolo Chiellini Manuel Costa Marco Crovara Mons. Giuseppe Greco Patrick Mancini Enrico Mori Cristina Vonzun

Sergio Borrelli Arturo Cattaneo Riccardo Ceccarelli Antonio Ciacci Alessandro Cristofari Francesca Ferretti Cosimo Lasorsa Amedeo Mapelli Paola Poli Paolo Zoratti

Norme essenziali per redattori e collaboratori

1. Inviare il materiale per la stampa entro e non oltre il 20 giugno 2020. 2. Inviare i contributi all’e-mail sotto indicata. 3. Inviare foto molto chiare con soggetti inquadrati da vicino. I redattori distrettuali, i collaboratori ed i Vice Presidenti di Club responsabili delle comunicazioni sono pregati di attivarsi per l’inoltro di brevi (max 2.000 battute s.i.) cronache relative alle attività svolte dai Club e dai Distretti alla Segreteria di redazione

E-mail: news@serraclubitalia.it

Gli articoli pubblicati esprimono il pensiero dei rispettivi autori e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale della testata. La Direzione si riserva di pubblicare in tutto o in parte le foto, gli articoli e i servizi pervenuti, secondo le esigenze di spazio. Il materiale, anche se non pubblicato, non sarà restituito.

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editoriale

La vita si fa storia di Piergiorgio Aquilino Direttore Responsabile

Mai come in questi ultimi giorni la meditazione diventa perentoria: domande esistenziali, alla ricerca di un senso, ci spingono ad una sempre più matura riflessione su ciò che siamo. Guardiamo al passato con occhio vigile mentre ci proiettiamo in un futuro ricco di attese e di speranze. È il corso della vita. Una vita che, in ogni singolo e preciso momento, si fa storia. È il corso della storia. Una microstoria personale che, insieme con altre, si fa storia dell’umanità intera. Ed è nel racconto di ogni storia che «entra in gioco il nostro racconto». Ne è convinto papa Francesco che, il 24 gennaio scorso, ha lanciato il Messaggio per la 54ª Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali 2020, intitolato: “«Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria» (Es 10,2). La vita si fa storia”. Sono proprio i racconti della nostra storia personale e quotidiana a segnarci, a plasmare «le nostre convinzioni e i nostri comportamenti», per «aiutarci a capire e a dire chi siamo»: «mentre leggiamo la Scrittura – scrive il Santo Padre –, le storie dei santi, e anche quei testi che hanno saputo leggere l’anima dell’uomo e portarne alla luce la bellezza, lo Spirito Santo è libero di scrivere nel nostro cuore, rinnovando in noi la memoria di quello che siamo agli occhi di Dio». Cioè uomini e donne, capaci di grandi sogni di vita. Sogni e vocazione spesse volte si tessono insieme: così come per Karl Leisner – un nome per tutti –, che ha fatto della sua storia un racconto di vita, un modello di testimonianza, ancora oggi valido. Una storia che ben si innesta nelle celebrazioni della recente Giornata della Memoria, nel suo settantacinquesimo anniversario. Una storia che parla di Dio attraverso l’azione dello Spirito, che testimonia l’Amore per mezzo del silenzio della sua Croce. Apparentemente, il racconto di un Dio del silenzio. Eppure, «la sua non è un’assenza o un silenzio assoluto, anche se la sua voce è inascoltata dalle coscienze accecate e dalla libertà impazzita e impazzata» (card. Gianfranco Ravasi).

È proprio in quel chiassoso silenzio che la Parola prende forma. È nel silenzio che la Parola trasforma. È nel silenzio che la Parola agisce, dà linfa e vita. E il Papa non cessa di ricordarci che per accogliere la Parola nelle nostre vite, come Maria, dobbiamo fare silenzio, cioè purificare, creare spazio per Dio, svuotandoci, affinché Egli stesso lo riempia col suo Verbo. Come fa nella storia di tanti giovani, dal cuore buono e generoso, che non hanno paura di rispondere alla sua chiamata. Ma quante parole, ogni giorno, tolgono spazio alla vera Parola, non permettendo che essa fruttifichi nel cuore dell’uomo? E quante di queste vengono pilotate sotto il nome dell’unica Parola, con fare farisaico? Ancora, quante volte la Parola viene usata per dare spessore alle false parole di quegli annunciatori della Parola – uomini stolti, li chiamerebbe papa Francesco – che si lasciano fuorviare dalla corruzione del sepolcro imbiancato? Mai più come in questa storia presente siamo costantemente invitati a riconoscere ed evitare i farisei di oggi che, con il loro dire ed il loro fare, imbrattano la Chiesa, riempiendole il grembo di false parole, a scapito della Parola. Riscopriamo il valore del silenzio! Solo in questo, la Parola trova terra feconda per germogliare, maturare e portare frutto buono. È il silenzio di chi sa fare deserto interiore, di chi, cioè, riscoprendo se stesso, cammina lungo le vie di questa insolita Quaresima, mosso dall’invito: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio» (Is 40,3). Vie rese “tortuose ed impervie”, per dirla ancora con Isaia, dalla paura di questi giorni – questa sì più virale del virus stesso –, pronte ad essere rese “dritte e spianate” solamente se si cammina lungo la sua storia: se, cioè, ci si fida di Lui e ci si affida a Lui. Solamente così impareremo a fare della nostra vita una storia. Una storia da narrare anzitutto a Dio, perché, come sottolinea Francesco nel suo Messaggio: «Raccontare a Dio la nostra storia non è mai inutile: anche se la cronaca degli eventi rimane invariata, cambiano il senso e la prospettiva». Auguri a voi, Serrani: sia Pasqua di rinascita nelle nostre vite. Nelle nostre singole storie!

Per info e approfondimenti: www.serraclubitalia.it; www.serrainternational.org.


vita della chiesa

Quando a Dachau venne ordinato un prete di Giorgio Bernardelli La Stampa - Vatican Insider

Nel campo di concentramento nazista nel 1944 un vescovo francese deportato per aver nascosto nelle scuole dei ragazzi ebrei ordinò un diacono tedesco malato di tubercolosi

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’anello episcopale forgiato con l’ottone, la croce pettorale intagliata da un pezzo di legno di quercia e persino una mitria realizzata in gran segreto. Con il prigioniero numero 103001 che - rivestito di quelle insegne episcopali - impone le mani su un giovane compagno di detenzione. Il tutto mentre un altro deportato ebreo - fuori dalla baracca – tiene un concerto con il suo violino per distrarre l’attenzione delle guardie naziste. E i pastori evangelici preparano il caffè per celebrare l’evento alla fine del rito. Tra le pieghe dell’orrore dei campi di concentramento e della Shoah - che la «Giornata della memoria» esorta a non dimenticare - c’è anche questo: il ricordo di un’ordinazione sacerdotale del tutto straordinaria. Avvenne a Dachau nel dicembre 1944 ed ebbe per protagonisti un giovane diacono tedesco malato di tubercolosi - Karl Leisner, che Giovanni Paolo II avrebbe poi proclamato beato nel 1996 - e il vescovo di Clermont-Ferrand, monsignor Gabriel Piguet, l’unico tra i presuli francesi a essere deportato dai nazisti. La vicenda è uno dei capitoli della storia della «baracca dei preti», la sezione di Dachau dove i nazisti a partire dal 1940 concentrarono i religiosi arrestati per attività contrarie al Reich. La macabra contabilità delle camicie brune parla di ben 2.720 membri del clero imprigionati nel campo della Baviera; e di questi furono ben 1.024 a non uscirne vivi. Per la stragrande maggioranza si trattò di sacerdoti cattolici (soprattutto polacchi), ma tra gli internati nel campo vi furono anche pastori protestanti e pope ortodossi che anche in quella stagione vissero insieme quell’«ecumenismo del sangue» a cui fa spesso riferimento papa Francesco.

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Karl Leisner veniva dalla diocesi di Munster, dove era cresciuto nell’associazionismo cattolico locale. Entrato in seminario nel 1939 era già stato ordinato diacono dal suo vescovo, Clemens von Galen, la più coraggiosa voce cattolica in Germania tra gli oppositori del nazismo. Pochi mesi dopo, però, era stato arrestato per un commento imprudente sul fallito attentato a Hitler. Incarcerato a Sachsenhausen, nel 1940 fu trasferito anche lui a Dachau. Quando arrivò era già affetto da tubercolosi e gli stenti del campo di concentramento fecero ulteriormente peggiorare la sua malattia. Condotto più volte dalla baracca dei preti all’infermeria generale, la visse come un’opportunità per svolgere il suo ministero tra gli altri ammalati del campo. Vedendo le sue condizioni di salute peggiorare giorno dopo giorno gli altri sacerdoti desideravano che potesse almeno essere ordinato prete prima di morire; ma l’assenza di un vescovo rendeva questo sogno impossibile. Finché nel settembre 1944 al campo, in un convoglio di deportati dalla Francia, non arrivò a Dachau monsignor Piguet. Figura - da parte sua -

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vita della chiesa alquanto anomala: reduce della prima guerra mondiale (dove era stato anche ferito), come vescovo di Clermont-Ferrand era stato molto vicino al maresciallo Pétain, guida del fronte collaborazionista di Vichy. Ma nella domenica di Pentecoste di quel drammatico 1944 era stato arrestato dalle SS in cattedrale, davanti ai fedeli. L’accusa ufficiale era quella di aver aiutato un sacerdote vicino alla «Resistenza»; dietro a un’azione così plateale c’era però probabilmente anche altro: i nazisti dovevano essere venuti a sapere che su sua indicazione molti istituti cattolici della diocesi nascondevano bambini e ragazzi ebrei. Così fu Piguet a finire a Dachau, nella baracca dei preti. Venuto a conoscenza della storia di Karl Leisner il Vescovo francese accettò di presiedere l’ordinazione di nascosto, assumendosi anche un rischio personale di fronte alle guardie naziste. E affinché tutto fosse fatto a norma di Diritto canonico, attraverso un canale segreto di comunicazione con l’esterno fu fatto arrivare a Dachau un biglietto di von Galen che autorizzava l’ordinazione. La cerimonia ebbe luogo il 17 dicembre 1944, che in quell’anno era la domenica del Gaudete; le condizioni fisiche di Leisner erano però già talmente precarie che solo il 26 dicembre poté celebrare la sua prima Messa. Quando alla fine dell’aprile 1945 gli americani liberarono il campo di Dachau il giovane sacerdote era ancora vivo; ma non fu in grado comunque di riprendersi: morì il 12 agosto 1945. Piguet, invece, poté tornare nella sua diocesi di Clermont-Ferrand, dove morì poi nel 1952. La Francia del generale De Gaulle non gli aveva perdonato, comunque, il suo passato: il suo nome era finito lo stesso nelle liste del ministero degli Interni sui vescovi compromessi con il governo di Vichy. Chi invece non dimenticò mai il suo coraggio furono i ragazzi ebrei che grazie a lui si salvarono dallo sterminio: in forza delle loro testimonianze il 7 novembre 2000 Piguet è stato riconosciuto dallo Yad Vashem a Gerusalemme come «Giusto tra le nazioni». Gennaio-Aprile 2020

Morendo per stare con te Sono nato per essere tuo amico senza alcun merito da parte mia. La chiamata a seguire i tuoi passi si è trasformata nella passione del mio cuore. La mia giovinezza, un fiore che ho deciso di offrirti, è stata schiacciata il giorno stesso in cui è sbocciata, prima che i venti ardenti dell’estate soffocassero la gioia di amarti. Ora che porti via la mia vita, ti sento ad appena un respiro da me. Sto morendo, è vero, ma sto morendo per stare eternamente con te! E mi lascia senza fiato che tu venga per portarmi a casa per stare con te. Tutte le mie paure sono svanite, la battaglia è vinta e quello che era leggenda è diventato realtà. Dietro i muri freddi e lo spesso filo spinato, un sogno dolce e doloroso è diventato realtà: sono stato ordinato e ho consacrato il tuo corpo… Un barlume di cielo, vicino a te! E con i tesori che mi hai dato ho illuminato l’oscurità di questo luogo; ho visto sorrisi luminosi come la luce del sole nel regno della disgrazia profonda! Ora la morte mi è venuta incontro sotto soffici coperte, il mio cuore esplode: finalmente il premio è vicino. Volevo che il mondo sapesse quanto la tua presenza è stata profonda e schiacciante in mezzo alla crudeltà, al dolore e alla paura. Karl Leisner 5


vita della chiesa

Il Papa ai seminaristi

Non scivolate nel clericalismo di Padre Giulio Albanese Direttore Popoli e Missione e Il Ponte d’Oro

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iportiamo il discorso del Santo Padre Francesco, tenutosi in Vaticano, il 9 dicembre 2019, a margine dell’incontro con la comunità del Pontificio Seminario regionale flaminio “Benedetto XV” in Bologna. Un messaggio che è valido per ogni realtà seminaristica. […] Questa importante ricorrenza rappresenta una felice occasione per riflettere sulla bellezza della chiamata al sacerdozio ministeriale, che ci dà il dono e l’impegno di rappresentare il Buon Pastore in mezzo al suo Popolo e vivere come il Buon Pastore in mezzo al suo Popolo. Per prepararsi a questa missione, la madre Chiesa chiede di fare un serio percorso formativo, che l’ambiente del Seminario può offrire nel modo migliore. In tale prospettiva, vorrei indicarvi tre aspetti che identificano

questo luogo e soprattutto tempo di formazione e di preparazione al sacerdozio, che è il seminario. Esso è casa di preghiera, casa di studio, casa di comunione. Voi siete chiamati ad essere evangelizzatori nella vostra Regione, segnata anch’essa dalla scristianizzazione. Quanti sono più esposti al vento freddo dell’incertezza o dell’indifferenza religiosa, hanno bisogno di trovare nella persona del sacerdote quella fede robusta che è come una fiaccola nella notte e come una roccia alla quale attaccarsi. Questa fede si coltiva soprattutto nel rapporto personale, cuore a cuore, con la persona di Gesù Cristo. E il Seminario è prima di tutto la casa della preghiera dove il Signore convoca ancora i «suoi» in «un luogo appartato» (cfr Lc 9,18), a vivere un’esperienza forte di incontro e di ascolto. Attraverso tale via, Egli vuole prepararli a diventare «educatori del Popolo di Dio nella fede», e abilitarli a

9 dicembre 2019. Il Cardinale Zuppi durante il saluto a Papa Francesco 6

il serrano n. 148


vita della chiesa «proclamare con autorità la Parola di Dio», a «radunare il Popolo» e a nutrirlo con i Sacramenti per «condurlo sulla via della salvezza» e conservarlo nell’unità (cfr. Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 68). È necessario, pertanto, dedicare adeguato impegno alla formazione spirituale. Sono gli anni più favorevoli per imparare a “stare con Lui”, gustando con stupore la grazia di essere suoi discepoli, imparare ad ascoltarlo, a contemplare il suo volto… Qui l’esperienza del silenzio e della preghiera è fondamentale: è lì, nel rimanere alla sua presenza, che il discepolo può conoscere il Maestro, come da Lui è conosciuto – direbbe San Paolo (cfr 1 Cor 13,12). Ma è essenziale anche l’incontro con Gesù nel volto e nella carne dei poveri. Anche questo è parte integrante della formazione spirituale del seminarista. Il secondo aspetto che identifica il Seminario è quello dello studio. Lo studio fa parte di un itinerario mirato all’educazione di una fede viva, una fede consapevole, chiamata a diventare la fede del pastore. Lo studio, in questo cammino, è strumento privilegiato di una conoscenza sapienziale e scientifica, capace di assicurare fondamenta solide a tutto l’edificio della formazione dei futuri presbiteri. È anche strumento di un

Papa Francesco con i seminaristi

Gennaio-Aprile 2020

sapere condiviso. Mi spiego. L’impegno di studiare, anche in Seminario, è chiaramente personale, ma non è individuale. Condividere le lezioni e lo studio con i compagni di Seminario è anch’esso un modo di entrare a far parte di un presbiterio. Infatti, senza trascurare le inclinazioni e i talenti personali, anzi, valorizzandoli, in Seminario si studia insieme per una missione comune, e questo dà un “sapore” tutto speciale all’apprendimento della Sacra Scrittura, della teologia, della storia, del diritto e di ogni disciplina. Si confrontano le diverse sensibilità personali nel comune orizzonte della chiamata e della missione; e questo grazie al servizio di docenti che, a loro volta, insegnano all’interno di questo medesimo orizzonte ecclesiale, libero da ogni autoreferenzialità. È bello studiare così, in questo ambiente. E veniamo alla terza dimensione: il Seminario come casa di comunione. Anche questo aspetto è “trasversale”, come gli altri due. Parte da una base umana di apertura agli altri, di capacità di ascolto e di dialogo, ed è chiamato ad assumere la forma della comunione presbiterale intorno al Vescovo e sotto la sua guida. La carità pastorale del prete non può essere credibile se non è preceduta e accompagnata dalla fraternità, prima tra seminaristi e poi tra presbiteri. Una fraternità sempre più impregnata della forma apostolica, 7


vita della chiesa

e arricchita dai tratti propri della diocesanità, cioè da quelle caratteristiche peculiari del popolo di Dio e dei santi, specialmente dei santi preti, di una Chiesa particolare. In tale contesto, il Seminario si qualifica come cammino che educa i candidati a valutare ogni loro azione in riferimento a Cristo e a considerare l’appartenenza all’unico presbiterio come dimensione previa dell’agire pastorale e testimonianza di comunione, indispensabili per servire efficacemente il mistero della Chiesa e la sua missione nel mondo. Qui vorrei fermarmi un momento per riassumere le quattro “vicinanze”, i quattro atteggiamenti di vicinanza dei sacerdoti diocesani. Essere vicino a Dio nella preghiera, l’ho detto, si incomincia dal seminario. Essere vicino al vescovo, sempre vicino al vescovo: senza il vescovo la Chiesa non va, senza il vescovo il prete può essere un leader ma non sarà prete. Terza vicinanza: essere vicino al presbiterio, fra voi. Questa è una cosa che a me fa soffrire, quando vedo dei presbitéri frammentati, dove sono l’uno contro l’altro, oppure tutti cortesi ma poi sparlano l’uno dell’altro. Se non c’è un presbiterio unito… Questo non significa che non si può discutere, no, si discute, si scambiano le idee, ma la carità è quella che unisce. E la quarta vici8

nanza: la vicinanza al popolo di Dio. Per favore, non dimenticatevi da dove venite. Paolo diceva a Timoteo: “Ricordati di tua mamma e tua nonna”, cioè delle radici; ricordati che sei stato preso dal gregge e sei venuto perché il Signore ti ha scelto. Non sei venuto a fare la carriera ecclesiastica, come un tempo si diceva, in uno stile letterario di altri secoli. Vicinanza a Dio, vicinanza al vescovo, vicinanza al presbiterio, fra di voi, e vicinanza al popolo di Dio. Se manca una di queste, il prete non funziona e scivolerà, lentamente, nella perversione del clericalismo o in atteggiamenti di rigidità. Dove c’è clericalismo c’è corruzione, e dove c’è rigidità, sotto la rigidità, ci sono gravi problemi. Cari Seminaristi, ieri abbiamo celebrato la solennità dell’Immacolata. Maria risplende nella Chiesa per la sua singolare vocazione vissuta alla sequela del suo Figlio, nell’obbedienza umile e coraggiosa al disegno d’amore di Dio. Ella, che fu sempre unita a Gesù dal concepimento fino alla morte in croce, vi aiuti a scoprire ogni giorno il “tesoro”, la “perla preziosa” che è Cristo e il suo Regno, e a diventare annunciatori gioiosi del suo Vangelo. Il Seminario è anche il tempo in cui si accoglie Maria come Madre nella propria casa, nella propria vita, come l’apostolo Giovanni. Lei vi accompagni. il serrano n. 148


vita del serra

Una Chiesa d i n a m i c a perché i giovani possano abitarla di Cosimo Lasorsa

In un momento storico in cui le vocazioni stanno subendo dei rallentamenti, la Chiesa deve diventare dinamica per coinvolgere i giovani. Ce lo ha ricordato il Cardinale Hollerich, nella sua relazione all’annuale Convegno Nazionale Vocazionale tenutosi a Roma lo scorso gennaio. Card. Hollerich

“Dio vi ama e la Chiesa ha bisogno di voi”. Sono queste le parole di Papa Francesco riportate nell’Esortazione Apostolica post Sinodale “Christus vivit”, indirizzata ai giovani e a tutto il popolo di Dio. Giovani nuovi per una Chiesa rinnovata, quindi, per aiutare i giovani a riscoprire la bellezza del Vangelo e a trovare le ragioni per una scelta di vita. Un tema, quello dei giovani, che Sua Eminenza Cardinal Jean Claude Hollerich, Arcivescovo di Lussemburgo e Presidente delle Commissioni delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea, ha ripreso e trattato nel corso del Convegno Nazionale Vocazioni di gennaio 2020, in una interessante relazione dal titolo: “Una Chiesa dinamica perché i giovani possano abitarla”. Ordinato Cardinale da Papa Francesco nel Concistoro del 5 ottobre 2019, Mons. Hollerich conosce molto bene i giovani e i problemi dei giovani essendo alla guida della Commissione per i giovani in seno al Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa. Un tema, quindi, che ha avuto modo di affrontare più volte in altre circostanze, giungendo ad

Enrico Mori e don Michele Gianola durante il Convegno Nazionale Vocazioni 2020

Gennaio-Aprile 2020

auspicare una vera e propria “rivoluzione” nella Chiesa affinché i giovani possano provare la gioia di abitarla. Nel suo intervento il Card. Hollerich ha tenuto a mettere in evidenza questo suo continuo contatto con i giovani: a cominciare dal Giappone come insegnante universitario, e a seguire come Cappellano degli studenti cattolici, come Direttore del Centro cattolico, come responsabile per le vocazioni per la sua provincia gesuita: una esperienza di vita che lo porta a comprendere le difficoltà e le problematiche che affliggono i giovani d’oggi. Nel 2011, nominato Vescovo di Lussemburgo, avverte sempre di più la mancanza di presenze di giovani nelle Chiese e nelle Parrocchie. Si immedesima nelle loro incertezze e difficoltà e prova a prendere iniziative, quali organizzazione di viaggi, ad iniziare da Assisi, ma non trova risposte soddisfacenti. Poi la proposta di andare in Thailandia che trova, invece, grande e favorevole accoglienza. Parte, quindi, con 100 giovani a seguito che, pur non essendo abituati, iniziano la giornata con una preghiera di quaranta minuti e l’ascolto della Santa Messa di circa due ore. In Thailandia inizia una vita nuova, una vita semplice con i giovani che possono parlare più spesso tra loro e di se stessi, di partecipare al Sacramento della Riconciliazione, di vivere finalmente la fede cristiana. Con la gente del villaggio si giunge a costruire una Chiesa che sarà consacrata l’ultimo giorno della loro permanenza. Al rientro in Lussemburgo una sensazione di incertezza: si sento9


vita del serra no soli perché si fa fatica a trovare nelle Parrocchie una comunità con giovani come loro e avvertono il bisogno di incontrare amici e altre comunità autentiche per parlare di Dio e poter vivere la fede. I giovani cercano, infatti, ciò che è autentico, vero. Cercano uomini e donne che si sforzano con tutto il cuore di vivere la loro fede cristiana, cercano queste comunità. Per i giovani è importante avere una identità cattolica chiara e la Chiesa deve aiutarli a vivere questa identità. Occorre chiedersi come creare gruppi di giovani dove c’è profondità spirituale e impegno cristiano, dove i giovani possano andare incontro alla felicità e respirare la loro cultura e non la nostra. La Chiesa, per fare un paragone, non è un castello medioevale, ma un castello che deve spalancare le porte per andare incontro alla gente e quando usciamo dal castello ci si accorge che si deve cambiare lingua, perché la gente, e soprattutto i giovani, parlano un altro linguaggio, hanno un altro modo di pensare. La Chiesa, in questo senso, non può, pertanto, che essere dinamica perché il dinamismo non viene da noi e neanche dai giovani, ma viene da Dio perché Dio è veramente giovane e non guarda al passato: è un Dio che chiama sempre, che chiama ogni uomo. Ed è anche un Dio che propone sempre alla libertà, perché in ogni momento della vita si può rispondere a Dio con la propria libertà. Compito specifico della Chiesa è quello di non arroccarsi nel passato, di non aspettare che i giovani vengano nel nostro mondo, perché questo è impossibile, ma di andare oltre, di andare cioè nel mondo dei giovani, per parlare il loro linguaggio, ascoltare le loro tante domande sulla fede. Altrimenti siamo in un universo culturale diverso da quello dei giovani, e questo non fa bene ai giovani. Compito della Chiesa deve essere, invece,

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quello di dare una immagine dinamica della sua missione divina, una Chiesa, quindi, che deve essere soprattutto dinamica. Se manca la dinamicità della Chiesa, i giovani non riescono ad abitarla, perché non si riconoscono in questa Chiesa. È questo il motivo per il quale la Chiesa è obbligata ad uscire dalla staticità per avere la possibilità di entrare nel mondo dei giovani, perché il mondo sta cambiando e continua costantemente a cambiare e, come Chiesa, siamo tenuti a vivere nel presente, senza rimpiangere il passato, dobbiamo cioè dimostrare e testimoniare che la Chiesa è dinamica e non statica. Una riflessione, poi, sulle Vocazioni. Probabilmente, per l’avvenire della Chiesa, non bisogna cercare le vocazioni tra i giovani che ci sono affidati nel gruppo cattolico, ma bisogna diventare una Chiesa missionaria che incontra i giovani che finora non hanno avuto niente a che fare con noi, che non ci conoscono. Bisogna andare incontro a loro a discernere che Dio ama anche loro. Forse tra questi ragazzi e queste ragazze ci sono i futuri santi e le future sante. Il compito e il dovere della Chiesa è di portare loro il Vangelo. Concludo con queste parole che il Card. Hollerich ha rivolto ai giovani sull’amore di Dio nei loro confronti e di tutta l’umanità: “Non pensate che Dio ami il Vescovo o il Papa più di voi. Dio ha lo stesso amore per voi e per me. Esattamente lo stesso amore. Dio è onnipotente: vuol dire che Dio è il solo che può amare ciascun uomo, ciascuna donna con tutto il cuore, come se fosse l’unica creatura su questa terra. E ha questo stesso amore per tutti. Dio vi ama, è contento di essere con voi e di vedervi, non soltanto in Chiesa, non soltanto quando fate opere pie. Dio è contento anche quando ballate, quando fate lo sport. Dio vi ama in questo momento e vedervi è la gioia di Dio”.

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vita del serra

Un segnale FORTE

da Napoli di Manuel Costa

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ltre sessanta Serrani sono convenuti a Napoli nei giorni 7 e 8 febbraio in occasione di diversi incontri istituzionali del Serra Italiano e della Fondazione Beato Junipero Serra, incontri svoltisi in una atmosfera carica di amicizia e di volontà a far progredire la nostra realtà serrana. Una bella notizia ha contribuito a creare questo favorevole clima: dopo diversi anni di costante declino nel numero di soci, il trend negativo sembra essersi arrestato, avendo registrato un incremento dei soci all’inizio del secondo semestre di questo anno sociale. Tutti gli eventi e gli incontri di Napoli sono degni di nota e di un commento, ma viene spontaneo partire dalla conclusione, la Napoli, 7 febbraio 2020, i lavori del CNIS Domenica mattina al termine dei lavori, con la sentita e toccante S. Messa presieduta da Sua significhi essere famiglia con tutti e per tutti, e come Eccellenza Mons. Lucio Lemmo Vescovo Ausiliare di questa sia la strada maestra per essere sale e luce nel Napoli, concelebrata da Mons. Vittorio Formenti mondo: un invito e uno stimolo a tutti noi a rinnovare Cappellano del Distretto 72 e da don Giuseppe Dente il nostro impegno serrano di essere buoni cristiani, Gattola figlio del past Presidente del Club di Napoli, premessa indispensabile per il nostro fare e il nostro nella magnifica Chiesa di Santa Maria Incoronata chieservizio. sa simbolo del barocco napoletano. Anche Mons. Il nostro fare e il nostro servizio sono di fatto stati al Lemmo ci ha parlato di crescita, questa volta di crescicentro di tutti gli incontri di Napoli; ne presentiamo ta spirituale, nel commentare il bellissimo Vangelo in una carrellata, anche come aiuto a comprendere il cui Gesù ci invita ad essere sale e luce nel mondo. Sua ruolo e il contributo portato dal Consiglio Nazionale Eccellenza ci ha ricordato come l’essere buoni cristiani Italiano e dalla Fondazione alla vita e alle attività dei Serra Club sul territorio. Il Consiglio Nazionale Italiano, preceduto dall’incontro del Comitato Esecutivo, ha fatto il punto sulle diverse iniziative e attività degne di nota sia a livello nazionale, sia a livello distrettuale e dei singoli Club, grazie alle relazioni dei Vice Presidenti Nazionali, dei coordinatori delle diverse Commissioni, del Trustee internazionale nonché Vice Presidente di Serra International Giuseppe Miccoli, e dei Governatori. La Commissione Nomine, composta da un rap11


vita del serra presentante di ogni Distretto, ha esaminato e discusso le molteplici candidature alle quattro posizioni di vice presidenti di Serra Italia per il prossimo biennio, chiamati ad affiancare il presidente eletto Paola Poli. È infatti il compito della Commissione di proporre i nomi dei candidati – a cui va la riconoscenza di tutti i serrani per l’ammirevole spirito di servizio con il quale si sono resi disponibili – da sottoporre per una decisione finale all’Assemblea dei Delegati che si terrà in Giugno in occasione del Congresso Nazionale a Roma. L’Assemblea straordinaria dei Delegati ha visto la partecipazione di ben 41 delegati in rappresentanza di altrettanti club. Dopo l’approvazione del bilancio del secondo semestre 2019 e dello stato di previsione dell’esercizio finanziario per l’anno solare 2020, è seguita una aperta ed intensa discussione sulle varie problematiche che il Serra è chiamato ad affrontare. Testimonianze, idee e suggerimenti si sono intrecciati grazie al contributo e alla partecipazione di tutti i presenti, sempre in modo costruttivo e stimolante. Simultaneamente all’Assemblea si è riunito Il Consiglio della Fondazione Beato Junipero Serra chiamato a rinnovare le cariche, poi prontamente comunicate all’assemblea, che ha subito voluto esprimere un caloroso e sincero ringraziamento al presidente uscente Gemma

Sarteschi, e un augurio di buon lavoro al subentrante Marco Crovara e a tutto il Consiglio. L’ospitalità di Napoli. Dopo tanto lavoro è venuto il momento di lasciare spazio alla squisita ospitalità dei Serrani di Napoli, guidati dal Governatore del Distretto 72 Giuseppe Mangieri. Particolarmente apprezzata la visita al museo dei coralli di Casa Ascione, seguita da un magnifico concerto per chitarra e mandolino della coppia di musicisti Senese – del Prete, che ci hanno fatto gustare le spesso non riconosciute qualità del mandolino, strumento apprezzato dalle grandi corti europee del passato. Un grande grazie a Giancarlo Ascione, Presidente del Club Miglio d’Oro, che ha voluto offrire questo spettacolo, facendoci assaporare la bellezza della musica unita alle bellezze delle lavorazioni del corallo, in un ambiente di lavoro intriso di storia passata e presente della sua famiglia, ma anche sede di incontro dei serrani del Serra Club Miglio d’Oro. Giancarlo ci ha così fatto percepire la bellezza di uno spirito Serrano portato nel quotidiano del mondo del lavoro. Come non finire questa bella esperienza, ricca di spunti e di amicizia, se non in pizzeria, non una pizzeria qualunque, ma nella centenaria pizzeria “Umberto” particolarmente amata dai napoletani.

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vita del serra

In ricordo di Giuliano Rizzerio Un grande serrano ci ha lasciato

È

mancato Giuliano Rizzerio. Un grande serrano che dell’impegno a costruire un Serra Club sempre più presente nel “tempo” aveva fatto la sua missione. Ne riportiamo qui di seguito un profilo preparato da un serrano che bene l’aveva conosciuto, stimato ed apprezzato. Segue anche un articolo scritto da Giuliano Rizzerio nel lontano 1992 per L’Osservatore Romano dal titolo “I laici e il sacerdote”, articolo ancora estremamente attuale e di grande valore formativo per noi serrani: ne emerge una lucida immagine dell’essenza del Serra, imperitura ieri, oggi e domani.

Giuliano Rizzerio, socio fondatore del Serra Club Genova Pegli 364, aveva vissuto in pieno la primavera serrana italiana fatta di passione, di impegno, di studio ma, principalmente, di azione. Al cospetto del Card. Giuseppe Siri e del primo cappellano italiano, Mons. Luigi Noli, aveva intrapreso quella strada della costruzione di un significativo spirito serrano che, unitamente ai cari Castello, Casaleggio, Cerasoli, Baracchi, aveva portato il Serra italiano ad essere protagonista in Serra International. “Essere… quindi servire”. “Essere per fare”. Nelle sue esortazioni era sempre presente quello spirito missionario che ogni laico serrano e non, deve ascoltare. “Sono un cristiano della Domenica”, diceva. E questo esprimeva pienamente come il realizzarsi nella chiamata ad essere figli di Dio passasse anche dalla chiamata ad essere “del” Serra Club. Il “Club”, considerato come un’unione di persone che si distinguono e si uniscono prima di tutto per coltivare la propria amicizia e perseguire uno scopo comune. Senza avere paura dell’aspetto mondano perché, nelle sue parole, “è compito nostro tradurlo in ‘cristiano’ e riempirlo di significati”. “La semplice appartenenza al Serra non è di per sé qualificante, non è un trofeo che aiuta a schiudere le porte del Paradiso”, diceva, “così come il servizio non è un semplice e casuale corollario all’appartenenza ma una diretta, inevitabile conseguenza del nostro ‘essere’ serrani: riuscire ad essere discepoli di Cristo attraverso la realizzazione di una comunità”. Giuliano divenne Governatore del Distretto 70 nel 1981, Trustee Internazionale nella seconda metà degli anni ’80 e Presidente Internazionale nel 1990, primo serrano italiano ad assumere questa importante carica. Si dedicò in modo particolare a rendere operativa l’internazionalità serrana svolgendo un’opera di convincimento presso le strutture centrali e italiane: la convention di Genova nel 1995 vide presenti serrani di 25 paesi e di quattro continenti. Il suo intenso impegno ed esempio favorirono l’apertura di 40 nuovi clubs in tutto il mondo ed in particolare il primo club dell’Europa ex comunista: il Club di Lubiana in Slovenia. Ognuno di noi è invitato a rivolgere un personale e particolare pensiero a Giuliano che, raggiungendo i “grandi” serrani che lo hanno preceduto, possa ancora parlare con loro di Serra sperando che una parte della loro saggezza possa ancora ispirarci per continuare questo cammino oggi più che mai difficile. Marco Crovaro

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vita del serra

I laici ed il sacerdote Riflessioni sull’Esortazione Apostolica post sinodale “Pastores dabo vobis” di Giovanni Paolo II di Giuliano Rizzerio L’Osservatore Romano (18 giugno 1992)

“N

on scoraggiatevi, l’ultimo prete celebrerà l’ultimo funerale”. Sono parole che il Cardinale Siri disse circa vent’anni fa a noi serrani, laici impegnati a sostenere vocazioni e vocati al Sacerdozio Ministeriale. In quel contesto storico del ’68 in cui vedevamo combattuti e ridicolizzati gran parte dei valori in cui credevamo, tra questi quello del Sacerdozio, il nostro lavoro ci sembrava fatica inutile. Il Cardinale Siri ci richiamava all’umiltà di lavorare con sempre maggior dedizione ed entusiasmo per un progetto che non era il nostro, i cui risultati non dipendevano da noi, ma che sollecitava il nostro impegno per realizzarsi come Iddio stesso ci aveva promesso ed assicurato. Vent’anni più tardi sono stato invitato a partecipare al Sinodo del 1990 sulla Formazione dei Sacerdoti come “auditores” relatore, rappresentante di una associazione tipicamente laica (Serra International) che opera a livello mondiale con lo specifico scopo di sostenere il Sacerdozio. E’ stata un’esperienza eccezionalmente gratificante vivere nelle parole, nei gesti e nella capacità d’ascolto dei Padri Sinodali e del Santo Padre, la comunione della Chiesa Universale. Mi ha inoltre impressionato, oltre all’evidenza dello Spirito Santo, la ‘fiducia piena’ che ha sempre accompagnato i lavori, “nell’ininterrotto compiersi della promessa di Dio… che non mancheranno mai nella Chiesa i sacri ministri”. Il Santo Padre ha voluto rimarcare, proprio nel titolo della “Pastores dabo vobis”, che qualsiasi cosa si faccia a sostegno della Vocazione al Sacerdozio, la promessa fatta al Signore attraverso Geremia è considerazione fondamentale da tenere sempre ben presente. Ciò vale soprattutto per noi laici, più inclini di altri a misurare la propria efficienza dai risultati raggiunti, pronti a cambiar strada se gli stessi non appaiono sufficientemente gratificanti. Nell’indirizzare la Sua esortazione “all’Episcopato, al Clero e ai Fedeli”, Il Santo Padre ha voluto ricordare che la “Pastores dabo vobis” non è un manuale per 14

coloro che istituzionalmente sono addetti ai lavori della pastorale vocazionale e della formazione sacerdotale. E’ del Popolo di Dio, con noi laici in prima fila, “contribuire a creare e a mantenere le condizioni nelle quali il buon seme, seminato da Dio, possa mettere radici e dare frutti, di rivolgere una limpida e coraggiosa proposta vocazionale alle nuove generazioni, di aiutarle a discernere la verità della chiamata di Dio e corrispondervi con generosità, di riservare una cura particolare alla formazione dei candidati al presbiterato”. Per noi laici questo programma deve necessariamente coinvolgere la vita, alla quale dovremo anche dare un significato nuovo. Non un “fare” dopolavoristico, ma un “essere per servire” totalizzante. Riprendendo le conclusioni del II Congresso Internazionale delle Vocazioni Ecclesiastiche (Roma 1981), l’Esortazione Apostolica ricorda che i “fedeli laici… quanto più approfondiranno il senso della loro vocazione e missione nella Chiesa, tanto più potranno riconoscere il valore e l’insostituibilità della vocazione e della missione sacerdotale”. Ed ancora: “più si approfondisce il senso della vocazione propria dei laici, più si evidenzia ciò che è proprio del Sacerdozio”. Non per nulla la “Pastores dabo vobis” è strettamente legata all’altra

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vita del serra Esortazione Apostolica Post-Sinodale “Christifideles laici” sulla missione e vocazione dei laici. Vocazione battesimale e vocazione sacerdotale, sacerdozio ordinario e sacerdozio ordinato ministeriale sono strettamente legati. E’ ovvio. Qualsiasi laico che si appresti a servire la Chiesa, nello sforzo di crescere in Cristo attraverso la realizzazione della propria personale vocazione, sentirà la necessità di avere vicino il sacerdote. Allora l’aiuto che il laico darà ai sacerdoti non sarà più un qualsiasi atto di solidarietà, l’opera buona che apre le porte del Paradiso, ma un reciproco e gratuito atto d’amore di comunione cristiana. Non solo: la realizzazione della propria vocazione battesimale è dovere di tutti i credenti, ma in particolare del laico animatore vocazionale. Additare la bellezza della vocazione al Sacerdozio senza vivere con grande impegno la propria, manca di credibilità. Molto si è parlato di crisi per la vocazione al Sacerdozio, dimenticando che la vera crisi, da cui la prima dipende, è causata dalla sordità alla vocazione battesimale. La vocazione al matrimonio è certamente quella che coinvolge la maggior parte di noi laici e la nostra testimonianza in merito ha valore determinante. La crisi della famiglia accompagna quasi sempre la diminuzione delle risposte positive al Sacerdozio. Al contrario la testimonianza di una vita familiare cristianamente vissuta incoraggia ed aiuta non poco il Sacerdote a vivere la sua vocazione ministeriale. Non solo la famiglia: ”l’esempio di vita e la serietà professionale avranno un favorevole riflesso anche in ciò che riguarda le scelte consacrate”. La necessaria formazione del laico nella ricerca e consolidamento del proprio essere cristiano sarà facilitata se realizzata in reciproco aiuto con altri, in un rapporto di comunione educante e santificante. A tal proposito sintetico e suggestivo è l’invito del mio Arcivescovo, Cardinale Canestri: “Insieme crescere in Cristo per servire”. Nella “Christifideles laici” al n. 58 se ne definiscono anche gli obiettivi: “La formazione dei fedeli laici ha come obiettivo fondamentale la scoperta sempre più chiara della propria vocazione e la disponibilità sempre più grande a viverla nel compimento della propria missione”. Ed ancora: “La formazione spirituale occupa un posto privilegiato nella vita di ciascuno”. Io aggiungo: tanto più per coloro che operano in campo vocazionale. La loro Fede dovrà essere trascinante, loro stessi un modello di spiritualità. Non meno importante sarà la formazione dottrinale, sia essa impostata su una catechesi orientata verso lo specifico servizio vocazionale, sia essa fatta in vista di una promozione cristiana della cultura e della società, Gennaio-Aprile 2020

ivi compresa una maggior considerazione e stima verso il Sacerdozio. “Una catechesi organica e offerta a tutte le componenti della Chiesa, oltre a dissipare dubbi e a contrastare idee unilaterali o distorte sul ministero sacerdotale, apre i cuori dei credenti all’attesa del dono e crea condizioni favorevoli per la nascita di nuove vocazioni”. Nell’attuazione della formazione dei gruppi laici di servizio esiste un pericolo: che la formazione dottrinale si trasformi da catechesi in indebita palestra teologica creando molto spesso confusione. Recentemente, Sua Eminenza il Cardinale Hickey, Arcivescovo di Washington, a duemila laici serrani impegnati nell’apostolato vocazionale, ha cosi voluto sintetizzare il loro “essere” e la loro formazione: “Il vostro elemento geniale è la capacità di accoppiare l’ardente amore per il sacerdozio con l’impegno a realizzare al massimo la vostra vocazione laicale”. Ed ancora: ”nella misura in cui vi manterrete saldamente fedeli all’insegnamento della Chiesa, gioiosamente e senza riserve, in tale misura avrete un’importante ruolo nell’incoraggiare le vocazioni presbiteriali e religiose”. In tale campo il servizio del laico si esplica nel diffondere, favorire e sostenere la Vocazione al Sacerdozio considerata in tre momenti distinti: quando è ancora inespressa ed ha bisogno di aiuto per manifestarsi, quando è espressa ma l’uomo vocato non l’ha ancora definitivamente accettata, quando ha bisogno della riconferma quotidiana fino alla fine della vita terrena. La preghiera è l’elemento portante della pastorale vocazionale. Un laico che lavora per le vocazioni deve pregare e far pregare. Si vuol dire: “lavorare è anche pregare”. A maggior ragione io direi: “pregare è anche lavorare… per le vocazioni”. Inoltre difficilmente potrà star solo, ma dovrà cercarsi degli amici con cui percorrere la

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vita del serra stessa strada. È opportuno si aggreghi a gruppi o ad associazioni o movimenti, ai livelli a lui più congegnali (parrocchiale, diocesano, nazionale od internazionale) ed in tale ambito operare, sia sulla base di programmi definiti, sia in azioni estemporanee personali, cercando però sempre un rapporto di collaborazione con le strutture ecclesiastiche preposte alla pastorale vocazionale. Metodi, programmi ed ambiti con cui ed in cui operare sono innumerevoli. Nessuno può dire ”non so cosa fare”. Si tenga conto che in questo campo difficilmente si ha l’opportunità di fare grandi cose, ma tutti i giorni abbiamo l’occasione di non essere pigri. Magari solo con un gesto d’amicizia. Nella lettera enciclica “Ecclesiam suam”, relativamente al rapporto del Sacerdote verso il laico, Paolo VI scriveva: “Bisogna farsi fratelli degli uomini… Il clima del dialogo è l’amicizia, anzi il servizio”. È questa certamente una regola che vale in entrambi i sensi. Ho chiesto ad un amico prete che cosa un laico poteva fare per aiutarlo. Mi ha cosi risposto: “Il prete ha necessità di vivere, come tutti gli altri uomini, l’amicizia: di riceverla e di donarla. Il prete non è un superuomo, né è consacrato per divenirlo. La stessa Grazia della sua perseveranza passa attraverso l’amicizia forte e trasparente vissuta con laici dal cuore grande e maturo”. Nella stessa “Pastores dabo vobis” in riferimento alla solitudine del prete si dice: “l’amicizia e la cordialità con i fratelli laici sono mezzi molto utili per superare gli effetti negativi della solitudine che alcune volte il sacerdote può sperimentare”. Si può solo aggiungere, per il laico poco attento, che un rapporto d’amicizia va ben al di là dell’incontro occasionale qualche volta controproducente. L’amico prete ha cosi continuato: “Rendetevi disponibili a dare una mano qualificata e disinteressata in quei settori delle opere umane in cui il prete è meno preparato e che pure sono importanti per la vita e la gestione delle comunità cristiane”. Io l’ho abbracciato commosso in segno di grande 16

amicizia e gli ho dato un piccolo libro con gli indirizzi di laici (medici, avvocati, ingegneri, architetti, insegnanti e tanti uomini e donne di buona volontà) a cui poteva riferirsi per qualsiasi aiuto. Nella “Pastores dabo vobis” si legge ancora: “Siano pronti (i sacerdoti) ad ascoltare il parere dei laici… giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana”, in cambio “siano capaci di proporre e di introdurre i fedeli laici… alle diverse vocazioni, al matrimonio, ai servizi sociali, ai ministeri ed alle responsabilità dell’attività pastorale, alla vita consacrata, a guidare la vita politica, alla ricerca scientifica, all’insegnamento”. È un chiaro invito, a laici e sacerdoti, a prendere coscienza della Chiesa quale comunione. Ognuno con i propri doni e carismi, vocazioni e responsabilità. Laici e preti, “insieme crescere in Cristo per servire”.

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Un prete dall’ anima social

l’intervista

di Patrick Mancini - Amedeo Mapelli

Popolo e libertà veva la “morosa” da tempo. A un certo punto, la lascia. iE, dopo un anno di riflessione, sceglie di seguire Gesù.Sembra la trama di un film la Storia di Don Carlo Vassalli, classe 1984, vice parroco di Gordola. Lui, Patrizio di Riva San Vitale, è uno dei sacerdoti ordinati negli ultimi anni dalla Curia di Lugano. L’unico Ticinese. «Fare il prete - sostiene - è qualcosa che mi dà gioia».

A

Don Carlo Vassalli

L’amore per l’oratorio Gli occhiali, il pizzetto, lo smartphone sempre a portata di mano. Don Carlo, attivo a livello cantonale in diverse associazioni cattoliche e noto per essere un ottimo animatore nelle colonie diurne estive, si presenta come una persona dinamica, allegra, abituata a stare in compagnia. E non poteva essere altrimenti un ragazzo cresciuto in una famiglia numerosa, con altri sette fratelli, tutti più grandi di lui. «Cerchiamo di ritrovarci tutti insieme a Natale. nel momento in cui mi prendo il tempo per le persone care». A Gordola, dove opera dal primo novembre del 2017, inizialmente come diacono, il 37enne assiste il parroco Don Donato Brianza, celebra le messe, si occupa degli anziani, insegna religione alle scuole elementari e medie, e manda pure avanti l’oratorio. «Da ragazzino ho frequentato il collegio Don Bosco a Maroggia. È lì che probabilmente ho maturato la propensione per gli aspetti educativi». Senza una donna Finito il liceo, Don Carlo si iscrive alla facoltà di filosofia a Lugano. Parallelamente insegna religione alle elementari e si occupa dell’oratorio di Riva San Vitale. Gennaio-Aprile 2020

«A un certo punto mi sono reso conto che preferivo stare in mezzo alla gente, in particolare con i giovani, piuttosto che avere, un giorno, una famiglia tutta mia. È questa, forse, quella che viene chiamata vocazione. Così è arrivata, gradualmente, la mia svolta. Avevo già provato la via del Seminario, anni prima. Ma ero “scappato” dopo pochi giorni. Non ero pronto». Nel 2011, invece,il giovane Carlo in seminario ci entra sul serio. Per uscirne nel 2018 col colletto bianco addosso. «I ragazzini a scuola mi chiedono spesso se la mia “vita precedente” mi manchi o no». Domande ovviamente legate a un discorso di natura affettiva o sessuale. «Temi sui quali gli adolescenti sono parecchio sensibili. Io non non ho nessun problema a dire che, prima di essere prete, di ragazze ne ho avute più di una. So cosa significhi stare in coppia. Ma non vivo la mia scelta come una rinuncia. Anzi. È un arricchimento. E non sono neanche uno di quelli che pensa che favorire il matrimonio dei preti sia una soluzione alla crisi di vocazioni». La crisi in positivo E qui si apre una lunga parentesi sul momento cupo attraversato dalla religione cristiana, e dalla fede cattolica. «La gente non va a messa? Prima di tutto, non è vero. E secondariamente io vorrei farne una questione di qualità. Una volta andavano in tanti. Ma molti si recavano in chiesa solo “perché si doveva”.Non c’era consapevolezza. Oggi chi va a messa, lo fa con convinzione. La stessa cosa vale per i sacerdoti. Non servono tanti preti. Ma preti convinti. Nel corso di oltre duemila anni di storia il cristianesimo ha sempre attraversato periodi di crisi. Ma non è mai crollato. Anche per questo io non 17


l’intervista ne faccio un dramma, quando vedo che un ragazzo non è interessato, ad esempio, a fare la cresima. È legittimo non essere attratti da determinate tematiche. Non devono esserci forzature. Certo, viviamo in un’epoca in cui ci si costruisce un po’ una religione “à la carte”. I giovani credono nell’aldilà, ma anche nella reincarnazione.Magari vogliono sposarsi, facendo un cammino di coppia, ma vogliono anche essere liberi sessualmente. La loro fede è fatta di fotogrammi. Forse perché per decenni si è puntato sulle imposizioni. La sfida di un sacerdote, oggi, è quella di riproporre un equilibrio». Anche puntando sui social network, che rappresentano uno dei “pallini” di Don Carlo. «Le nuove tecnologie mi permettono di capire i giovani un prete oggi non può non essere sui social. Proprio tramite i social mi capita magari di vedere che i ragazzi stanno seguendo una particolare serie televisiva. A quel punto mi documento, la guardo anche io. Cerco argomenti comuni di discussione». Insomma, niente dogmi, niente linguaggi complicati nelle parole del prete momò. «Se Gesù oggi fosse tra noi, sulla terra, magari aprirebbe un gruppo di WhatsApp, per comunicare con i suoi apostoli. È con la stessa mentalità che cerco il dialogo con i ragazzi. Una sfida nella sfida che non mi fa paura». Lei è molto attivo sui vari social media. Non crede che questa nuova tipologia di comunicazione tra la Chiesa ed i fedeli possa banalizzare il discorso religioso? La chiesa è presente nel mondo, in tutto il mondo. Gli ultimi decenni ci hanno aperto la “frontiera del virtuale”, che non si contrappone assolutamente al “non reale”. Come per ogni cosa, bisogna avere equilibrio e anche in questa frontiera dobbiamo essere consci che non possiamo né essere assenti, né assolutizzarla. Personalmente vedo il mondo dei social come una possibilità per raggiungere i ragazzi, i giovani e anche i meno giovani. Una volta li incontravi sul muretto del paese, oggi sono qui. I social media hanno dato voce a chi, prima della loro apparizione, non voleva o poteva esprimersi liberamente. Papa Francesco ha dichiarato che “i social favoriscono solidarietà e rispetto dell’altro”. Secondo lei questo “megafono virtuale” avrà delle ripercussioni piuttosto positive oppure genera un aumento di odio e cattiveria tra la popolazione? Il dialogo non può mai essere negativo. Ci sono siti, come anche i social, che lasciano possibilità di esprimersi in modo libero. Rispetto la libertà dell’individuo, ma non per questo l’altro non deve rispettare quanto la Chiesa pensa o un suo fedele scrive. Nella misura in cui ci sia un dialogo, delle domande e delle risposte, mi va bene! È 18

quando si degenera i luoghi comuni, in cattiverie o argomentazioni che c’entrano poco o niente con quanto scritto che chiudo il discorso. Nella misura in cui non esistono le premesse di un confronto. Inoltre, se una persona è disposta a mettere in piazza (anche se virtuale) quanto pensa, spero che lo possa fare anche privatamente: per questo motivo che dopo qualche battuta, invito sempre a un caffè, ad un incontro personale. Se hai bisogno del pubblico per dare potenza al tuo punto di vista, non sei forte. Lei ha avviato un progetto denominato “Prediche corte”. Ci può spiegare di cosa si tratta? Tanto i numeri in chiesa sono calati, quanto comunque giovani e meno giovani cercano una parola bella. Con “prediche corte” (#prediche_corte) voglio solo dire una parola bella, partendo da una frase del Vangelo della domenica. Ci sono sacerdoti, religiosi e laici che ogni domenica hanno prediche o registrano pensieri. Non nego che faccio pure fatica io a seguire una registrazione video o audio di 10/15 minuti, magari statica. Come pure si farebbe fatica ad ascoltare alcune volte delle prediche lunghe. Proprio partendo dalla mia esperienza personale, ho pensato a queste “prediche corte”, che non vogliono banalizzare o ridurre all’osso la parola di Dio, ma essere una sorta di “antipasto” o “digestivo”.Per mantenere la metafora nell’ambito del pasto, sappiamo tutti che “l’appetito vien mangiando”. La speranza, non è quella di riempire la chiesa, o avere tanti follower, ma semplicemente interrogare, porre una domanda, far riflettere: poi, ognuno, secondo la propria libertà deciderà se eseguire un cammino più impegnativo. In queste settimane, ho ricevuto diversi messaggi in privato alle prediche corte; vediamo come si evolvono! Secondo lei, nella politica attuale, ci vorrebbe una maggior etica cristiana? Penso che avete preso l’unico giovane che oggi è prete e che nel 2011 era candidato al Gran Consiglio. Ho fatto politica quando ero impegnato a Riva San Vitale e non mi è dispiaciuto. Ebbene sì, penso che ci voglia più etica, in generale! Poi, sinceramente, mi aspetto più etica cristiana da un partito che per definizione dovrebbe difendere e promuovere tale etica. Oggi, come prete, non sono in un partito o nell’altro. Il mio occuparmi della “cosa pubblica” è in un certo senso su un livello diverso. Con alcuni amici dico che comunque sono rimasto del PPD... nel Partito Per Dio. Più che un’etica Cristiana, penso che ci voglia una coerenza Cristiana! Se un partito si identifica nei valori cristiani, abbia il coraggio e la coerenza di seguirli in tutto e per tutto, e non solo in quelli “comodi”. il serrano n. 148


vocazioni

La mia Damasco Torsten Hartung Nasce a Schwerin, una città della Germania dell’Est, nel 1960. Ha un’infanzia molto difficile. Diviene boss di una banda malavitosa. Nel 1992 commette un assassinio e viene condannato a 15 anni di carcere. Durante la prigionia ripensa la sua vita e soprattutto trova la fede. Nel 2000 riceve il battesimo. La sua vita cambia radicalmente. Nel 2006 riacquista la libertà. Poco dopo conosce Claudia e nel 2007 si sposano. Con lei inizia un’attività di aiuto ai giovani usciti dal carcere. Nel 2014 pubblica un libro in cui racconta la sua vita: «Du musst daran Glauben», Edizioni Adeo.

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n criminale, un assassino, un uomo che complessivamente ha trascorso 20 anni in carcere: è Torsten Hartung, cittadino tedesco nato nella ex DDR. «Ho ucciso un uomo a sangue freddo, sparandogli alla testa. Mi creda: in tutta la mia vita non ho incontrato mai un uomo così cattivo come me stesso», così ci dice iniziando il nostro colloquio, avvenuto all’Università di Friburgo, in Svizzera, in un contesto che sembra lontano anni luce da quello di cui comincia a raccontarci. La sua vicenda sembra ricalcare il copione di un film d’azione: trascorre un’infanzia tremenda nella ex DDR, vittima di genitori violenti che probabilmente avevano a loro volta subito violenza, percosso a casa e a scuola. Ci racconta che all’età di 7 anni assiste al tentato suicidio della madre che lo accusa di essere responsabile di tutto quanto in casa non funziona. Per lui, ancora peggio delle sofferenze fisiche, sono quelle morali, subite ascoltando frasi come questa: «Non ti abbiamo mai voluto», oppure: «Tu sei il colpevole di tutto». Quando ha 10 anni, per un brutto voto a scuola, viene picchiato brutalmente dal padre. Tutto ciò produce in lui una spirale di ribellione che diventerà violenza, portandolo ad un epilogo estremo. «Quel giorno giurai a me stesso che mai più qualcuno mi avrebbe messo i piedi in testa. A scuola nei primi anni facevo spesso il pagliaccio, un modo per attirare l’attenzione su di me. Poi però, anche grazie alla mia costituzione robusta, incominciai ad essere violento e diventai un vero picchiatore. Così almeno ottenevo rispetto – forse sarebbe più giusto dire che incutevo paura – da parte dei miei compagni. Tutto ciò era Gennaio-Aprile 2020

certamente un modo per scaricare la rabbia e l’odio che covava in me». A 18 anni finisce per la prima volta in prigione per un furto, la seconda volta la condanna è già di un anno e dieci mesi, per lesioni, la terza volta di tre anni: un continuo dentro e fuori dal carcere. Si sente vivo solo quando colpisce ed è colpito. Nel 1983 sembra che la sua vita prenda una piega migliore grazie all’incontro con una ragazza che si dimostra molto comprensiva nei suoi confronti e della quale si innamora. Rimane con lei per 7 anni e mezzo, insieme cambiano città e Torsten inizia un apprendistato nell’ambito della costruzione. Sembra essere un nuovo inizio, ma lui continua ad essere insoddisfatto e a detestare la vita. Dio non esisteva, in realtà nessuno gliene aveva mai parlato. Nel 1988 fugge a Berlino Ovest, dove gode di maggior libertà, ma non sa veramente che farsene, soprattutto dopo la rottura con quella ragazza, rottura che lo sprofonda ancor più nel buio. Ci dice, «per me la vita non aveva più senso. Mi venne allora in mente quel patto che Faust fece con Mefistofele. Anche se allora io non credevo né in Dio, né nel demonio, mi lasciai ispirare da quel patto e dissi: “Puoi prenderti la mia anima se vuoi, ma in cambio ti chiedo soldi e felicità”». La risposta non si fa attendere: arriva il «colpo di fortuna» e riesce ad inserirsi in una banda malavitosa che fa capo alla mafia russa. Aveva già conosciuto alcuni dei 54 membri della banda durante i suoi soggiorni in carcere; rubano auto di lusso nella Germania dell’Ovest e le rivendono nei 19


vocazioni paesi dell’Est e arabi, lui svolge inizialmente lavori di tipo logistico e di falsificazione di documenti. Il «lavoro» rende 90 mila dollari alla settimana. Inizia così un periodo dove soldi, donne, alcol e droga non mancano mai. Il suo potere cresce rapidamente tanto che diventa il boss della banda. Hartung è molto abile a stabilire contatti con agenti della polizia e della dogana che si lasciano corrompere, in modo da riuscire ad esportare quelle auto apparentemente in modo legale. Nel corso di un anno e mezzo Hartung e i suoi collaboratori rubano e rivendono ben 120 auto di lusso. Ciò gli procura tanti soldi che nemmeno sa più cosa farsene. «Però avevo paura di perdere il potere», ci dice. Una paura che fa maturare in lui dei pensieri criminali, il cui epilogo sarà un assassinio. È il 20 giugno 1992, quando a sangue freddo ammazza, in un’imboscata fuori dalla città di Riga, un complice che, secondo lui, avrebbe potuto insidiare il suo primato. Ha così riaffermato il suo potere, ma è irrequieto e insoddisfatto, perché «percepivo nella mia vita un grande vuoto» e ancora: «Cercavo la felicità, ma non la vedevo da nessuna parte». Questa ricerca lo porta a partire per la Spagna dove accadono due fatti particolari. Il primo è una caduta da 50 metri durante un’uscita in parapendio, incidente dal quale uscirà illeso, chiedendosi come mai sia ancora vivo. Sull’isola di Maiorca, accade l’altro fatto, per lui oggi molto significativo. «Per caso visitai un’antica cappella di un monastero. Lì c’era un posto dove si poteva lasciare un messaggio chiedendo una grazia. Io allora ho formulato una richiesta che avevo nel cuore: “Vorrei che la mia vita fosse felice”». Alcuni mesi dopo, a Stoccolma, è arrestato dall’Interpol, tradito da due «talpe» della sua banda. Rimpatriato a Berlino, viene condannato a 15 anni dei quali i primi 5 in cella di isolamento. A quel punto si ritrova solo con se stesso e comincia ad analizzare la sua vita, a scrivere un diario e a riconoscere gli errori commessi. Capisce che una delle sue paure più grandi è quella di non essere amato. Sono solo pensieri, per ora. Nella Pasqua del 1998 avviene qualcosa di inatteso. Con altri detenuti, su invito del cappellano del carcere, vede un film sulla vita di Cristo. Torsten resta sconvolto. «Sono rientrato in cella – scrive nel suo diario – e per la prima volta nella mia vita ho cominciato a pregare ma da ateo, quale ero. Ho supplicato Cristo: “Non so se esisti, ma se ci sei, regalami una nuova vita. Dicono che sei risuscitato, hai avuto una seconda possibilità. Voglio anch’io la mia seconda chance. La mia vita non vale nulla, ma ti chiedo una seconda possibilità”». Parole di un uomo che per la prima volta nella vita si incontra e si confronta con Gesù. Una preghiera che è un grido di disperazione. Così, pochi giorni dopo quel fatto, riprende a suo modo 20

quella preghiera: «Dio, no so se ci sei, ma se ci sei rispondimi, dammi una nuova vita. Vedi tutto quello che ho combinato: tanto odio, tanta distruzione e disperazione. Sono proprio un uomo cattivo. Così non posso andare avanti...». Sono parole che gli sgorgano dal cuore, quasi senza volerlo, ne rimane coinvolto, tanto che incomincia a singhiozzare e a tremare. Le terribili immagini della sua vita gli passano davanti agli occhi. Si mette le mani sul volto e comincia a piangere come un bambino. Piange per tutto l’amore e la tenerezza che non ricevette mai né da suo padre, né da sua madre, ma anche per tutto il male che ha fatto a tanta gente. In quel momento succede qualcosa di ancora più inatteso, come lui racconta: «Ho sentito una voce dentro di me, affettuosa e misericordiosa, che mi diceva: “lo so”». Per lui da quel momento tutto è cambiato. «È stata –dirà poi – la mia Damasco. Improvvisamente seppi che Dio esisteva, che mi era vicino. Gli uomini reagiscono più per il tono della voce che per quanto si dice. Per me il tono di quella voce era qualcosa di completamente nuovo. Era una voce senza nessun cenno di accusa, era piena di tenerezza e comprensione. Veniva da qualcuno che mi conosceva veramente, ma soprattutto da qualcuno che mi amava. All’uomo più cattivo che abbia mai conosciuto, diceva semplicemente: «lo so, conosco la tua vita, so tutto di te». Questo mi ha veramente sconvolto. Da quel momento nella mia vita tutto è cambiato. La mia visione del mondo è crollata. Per la prima volta ho visto la bellezza dei fiori, dell’erba, del cielo, delle nubi. È stato come se il Signore avesse tolto dai miei occhi il velo del peccato e ho incominciato a percepire dentro di me una gioia profonda il serrano n. 148


vocazioni e calda, qualcosa che non avevo mai sperimentato». Quando il mattino seguente gli altri detenuti lo vedono allegro e sorridente, pensano che sia fuori di sé. Molti non l’accettano e cercano di dissuaderlo. Tutti si chiedono cosa gli sia successo. «Alcuni mi pensavano pazzo, altri si rendevano conto che c’era una luce nuova nei miei occhi: avevo incontrato Cristo». Allora inizia a studiare la Bibbia. Frequenta in prigione due gruppi di studio della Bibbia, uno protestante e uno cattolico. Quest’ultimo gli sembra più serio e continua con questo. Il 20 giugno 2000, nella cappella del carcere di Berlino, dopo due anni dedicati agli studi biblici e al catecumenato, riceve il battesimo. Si accorgerà poi, non senza commozione, che il giorno del suo battesimo è stato esattamente 20 anni dopo quel terribile omicidio. Sceglie la fede cattolica perché in carcere, leggendo la storia della Chiesa, ha scoperto quello che definisce un «file rouge da Pietro a Giovanni Paolo II», che era il Papa dell’anno 2000. E sceglie Pietro come suo nome di battesimo. Ma non solo, avendo scoperto la figura di Maria, Torsten vi si affida. «Ho chiesto alla Madonna di essere per me quella madre che non ho mai avuto».

Il contributo è un estratto dalla pubblicazione di Arturo Cattaneo, Alessandro Cristofari, Cristina Vonzun “Inatteso. Testomonianze che pro-vocano i giovani”, edito da “La fontana di Siloe”. «Esistono molte cose nella vita che catturano lo sguardo, ma poche catturano il tuo cuore: segui quelle». Un’affermazione di Winston Churchill, che ben si adatta a questo volume, scritto per «catturare» il cuore dei giovani e incoraggiarli ad aprirsi ai meravigliosi, e spesso inattesi, progetti di Dio. Il libro raccoglie testimonianze di vita cristiana nella quotidianità del matrimonio e del lavoro di personaggi famosi e non (Miss Italia come Giusy Buscemi, popstar come Nek, imprenditori, sportivi, avvocati, dirigenti d’azienda, insegnanti, poliziotti, educatori, persino ex criminali...), uomini e donne «normali» oppure «straordinari», come, ad esempio, la vergine consacrata a Baghdad o chi nasce senza le braccia e riesce a dedicarsi alla pittura e alla danza; senza dimenticare chi è chiamato al sacerdozio o alla vita monastica. Sono voci, gesti e parole che risvegliano il desiderio di santità, soprattutto tra i giovani, perché come ha scritto Antoine de Saint-Exupéry, «se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto ed infinito». In tal senso anche Papa Francesco ha esortato le ragazze e i ragazzi del nostro tempo: «Noi cristiani non siamo scelti dal Signore per cosine piccole, andate sempre al di là, verso le cose grandi. Giocatevi la vita per grandi ideali!»

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Nel 2006, dopo 15 anni di prigione, ritrova la libertà. Il suo desiderio è di impegnarsi nell’aiutare i giovani che escono dal carcere, ma non è facile senza formazione specifica e soprattutto senza mezzi, anche se con molta buona volontà e fiducia in Dio. Una delle prime cose che si era ripromesso di compiere è un pellegrinaggio, visitando un santuario mariano. Ha tanto per cui ringraziare la Madonna e anche da affidare alle sue mani materne! Fra i pellegrini c’è qualcuno che conosce un po’ la sua storia e lo sollecita a raccontarla a tutto il gruppo. Lo ascolta anche un sacerdote coreano che ne rimane tanto colpito da invitarlo ad una tournée di tre mesi, per testimoniare la sua esperienza in molte parrocchie del suo paese. Prima di uscire dal carcere aveva chiesto a Dio la grazia di poter incontrare una buona moglie cristiana. Ed è proprio ciò che succede in quel suo soggiorno coreano. Fra i parrocchiani che l’ascoltano c’è anche Claudia, una donna di 35 anni, di una fede profonda e, di professione, pedagoga. Rimane non solo profondamente toccata dalla sua storia ma anche dalla sua personalità. L’8 dicembre 2007 si sposano. Anche le difficoltà finanziarie vanno a poco a poco superandosi, grazie fra l’altro ad una generosa offerta che riceva in Corea. Torsten può ora dedicarsi a quel compito a cui si sente chiamato: occuparsi dei giovani che escono dal carcere, aiutandoli a ricominciare una nuova vita e sua moglie, quale pedagoga, si rivela provvidenziale. Nella località Altenburg (a sud di Lipsia) c’è un grande carcere minorile. Dopo alcuni tentativi falliti riesce ad acquistare per pochi soldi una casa nelle vicinanze di quel carcere: è piuttosto vecchia e malandata, ma sufficientemente spaziosa per abitare loro, accogliere qualche giovane e anche una cappella. Non ci sono più soldi per i lavori di restauro e allora lui stesso con l’aiuto di qualche amico si rimbocca le maniche e dopo un anno quel tugurio è trasformato in una casa accogliente. L’8 dicembre 2012 viene inaugurata, con una Messa solenne, la Casa della misericordia. Ma si può ricominciare lasciandosi alle spalle 20 anni di galera, un omicidio, le violenze dei genitori? Basta la fede? Egli riconosce di aver avuto un supporto terapeutico, ma «Gesù è il miglior terapeuta del mondo, Lui è venuto al mondo per i peccatori. Dio – ci spiega con grande serenità di uomo che sa cosa vuol dire cadere e rialzarsi e ha sperimentato la misericordia e il perdono – mi dà ogni giorno la possibilità di rimettermi in gioco». Mentre lo ringraziamo per la bella chiacchierata ci dice: «Il compenso che chiedo per l’intervista è un’Ave Maria per me e per i ragazzi a cui cerco di dare un nuovo futuro». 21


la voce del cnis

“Diamo voce alle Comunità Religiose” Un appello a tutti i Club del Vice Presidente alle Vocazioni di Paola Poli

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Il tema scelto per l’anno sociale in corso dal nostro Presidente Nazionale, Enrico Mori, sullo spunto offerto da papa Benedetto XVI e ripreso da papa Francesco, ci sollecita alla riflessione sulla fede, su come il suo annuncio possa seguire solo la logica del Vangelo e non quella di formule astratte o preconfezionate. La fede è un incontro con Gesù, perché in fondo, se vogliamo dircela tutta, la nostra fede non è una persona, ma la Persona che ci pone in una relazione d’amore con Dio, di partecipazione della vita divina, nell’ascolto della Sua Parola, nella preghiera. È vero, la fede passa per la vita, e se ne tesse la trama, riesce ad assumere la forma della bellezza; ecco perché, soprattutto in questo nostro tempo, dinanzi alle difficoltà e alle contraddizioni di una frammentazione di valori, Dio ha bisogno di uomini, di operai per la messe, che sappiano accogliere la chiamata che proviene dal Suo cuore. Noi, come Serrani, nell’umiltà di uno spirito di servizio coerente con le nostre finalità, siamo impegnati a sostenere sacerdoti e soprattutto candidati al sacerdozio che, come da esortazione di Giovanni Paolo II, devono prepararsi, con grande serietà, «ad accogliere e a vivere il dono di Dio, consapevoli che la Chiesa e il mondo hanno assoluto bisogno di loro; devono innamorarsi di Cristo buon Pastore, modellare sul suo il loro cuore, essere pronti ad uscire per le strade del mondo come sua immagine per proclamare a tutti Cristo Via, Verità e Vita». Se la risposta alla chiamata che muove dal cuore di Dio è quel tesoro che per Francesco «vale più di tutti gli averi del mondo», non possiamo non rivolgere il nostro sguardo ai tanti consacrati che sono in mezzo a noi, a coloro che, come Simeone e Anna, vedono il volto del Signore e vivono per servire mettendosi in cerca del prossimo, accogliendolo con tutto il carico delle sue piccole o grandi miserie. Penso alle tante comunità di uomini e donne che incarnano e rinnovano, nella radicalità dell’amore, l’e22

spressione più elevata di zelo apostolico, di santità dei loro fondatori, consegnando all’eternità scrigni sapienziali di una tradizione di fede e di cultura; penso al grande impegno sociale assolto nei secoli dalla Chiesa proprio grazie alle tante opere di carità rivolte all’infanzia abbandonata, agli emarginati e, con grande anticipo rispetto alle istituzioni civili, alle donne maltrattate, ma penso anche alle missioni sparse nel mondo che portano sollievo e speranza negli angoli più reconditi della terra, tra le popolazioni meno fortunate. Come non rivolgere il pensiero alla spiritualità femminile, che si condensa nelle due sorelle di Betania: nella prima, Marta, che compie gli umili gesti di carità di fede attiva, con la premura di mettere in atto un’ospitalità accogliente attraverso la santità delle mani, e nella seconda, Maria, per quella relazione così speciale con Dio vissuta nella santità della contemplazione, che trova, nel silenzio, la condizione indispensabile per entrare nel tempio (cum templum) del suo amore. Muovendo da queste riflessioni, a nome anche degli amici della commissione che rappresento, Rosaria Cacciabovi e Antonio Ciacci, mi permetto di rivolgere l’invito a tutti i Governatori, ai Presidenti dei club e ai singoli Soci ad avvicinare le diverse comunità religiose il serrano n. 148


la voce del cnis presenti nel territorio di appartenenza e stimolare una testimonianza che, per mezzo del portale, possa raggiungere tutti gli utenti (non solo i Serrani) che per curiosità/interesse accedono al sito. Se provate a collegarvi, troverete il documento pubblicato dalla Congregazione di Monaci Benedettini Silvestrini di Montefano (Fabriano), quale possibile modello di riferimento, quanto a impostazione; naturalmente si potrà adottare anche la formula dell’intervista, cercando di cogliere gli aspetti che maggiormente contribuiscono ad approfondire la conoscenza delle diverse realtà presentate: 1. Fondazione e storia degli Istituti religiosi 2. Carisma

3. Presenza delle diverse case in Italia e nel mondo 4. Numero di religiosi 5. Problematiche/Conseguenze crisi vocazionale (con parametri statistici di riferimento) Sono fermamente convinta che grazie alla vostra collaborazione sarà possibile dare voce a tante comunità a noi vicine, ma purtroppo ‘invisibili’, e che una maggiore attenzione a questo importante ambito vocazionale possa rappresentare una fonte di arricchimento reciproco! Confido in tutti per volgere lo sguardo verso la bellezza di quella luce che, come afferma Benedetto XVI, nella totale consegna nelle mani di Cristo e della Chiesa, la vita consacrata porta in mezzo al mondo.

Lettera del Presidente Amici carissimi, stiamo vivendo un momento mai verficatosi nella nostra storia recente: siamo chiamati ad adottare misure che mai avremmo pensato di dover attuare, come non potersi dare la mano, abbracciarsi, baciarsi, ma tutto questo non può e non deve distoglierci dall’essere amanti della vita, dell’amore verso il prossimo. L’Italia è “protetta”. Come tutti abbiamo appreso dagli ultimi Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, sono state imposte misure drastiche per ridurre l’avanzata di questo nemico invisibile che è il coronavirus. «La Chiesa che vive in Italia – si legge nel Comunicato emanato dalla Conferenza Episcopale Italiana l’8 marzo scorso – e, attraverso le Diocesi e le parrocchie si rende prossima a ogni uomo, condivide la comune preoccupazione, di fronte all’emergenza sanitaria che sta interessando il Paese. Rispetto a tale situazione, la CEI – all’interno di un rapporto di confronto e di collaborazione – in queste settimane ha fatto proprie, rilanciandole, le misure attraverso le quali il Governo è impegnato a contrastare la diffusione del “coronavirus”». La nostra associazione, il nostro Serra, naturalmente, come tutte le altre associazioni presenti sul territorio nazionale, è chiamata ad uniformarsi a queste regole. Per ora, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri sospende a livello preventivo sull’intero territorio nazionale “le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri”. «L’interpretazione fornita dal Governo include – rimarca il Comunicato CEI – rigorosamente le Sante Messe e le esequie tra le “cerimonie religiose”. Si tratta di un passaggio fortemente restrittivo, la cui accoglienza incontra sofferenze e difficoltà nei Pastori, nei sacerdoti e nei fedeli. L’accoglienza del Decreto è mediata unicamente dalla volontà di fare, anche in questo frangente, la propria parte per contribuire alla tutela della salute pubblica».

Enrico Mori

In tale clima siamo chiamati, tutti e ciascuno singolarmente, alla corresponsabilità e a mettere in atto comportamenti che beneficino a vantaggio dell’intera umanità. Sarebbe ora inopportuno non pensare alle urgenze di questo preciso momento: ed è per questo che siamo chiamati, a malincuore, a sospendere ogni evento, conferenza, conviviale, riunione distrettuale e nazionale. Con essi, con grande rammarico, anche il Congresso Nazionale, che avrebbe dovuto tenersi il 5-6-7 giugno prossimi a Roma. Qualcuno di noi, potrebbe ritenere questa misura eccessiva, ma credo sia doveroso il rispetto delle regole come unica risposta all’incertezza dovuta dall’emotività che ci circonda e che, bene o male, suggestiona tutti noi. Cari Serrani, siamo il popolo che cammina sulle orme tracciate dal suo Dio: anche se ci è proibito partecipare fisicamente alle celebrazioni liturgiche e religiose, possiamo e dobbiamo continuare a pregare Maria ed il nostro Santo Junipero, perché intercedano per noi presso il Signore morto e risorto, affinché possiamo tornare a vivere presto, con fiducia e speranza, la gioia dei nostri incontri. Enrico Mori Maria, Madre delle vocazioni e San Junipero Serra, pregate per noi.

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cultura e società

La forza della fede nel mondo senza Dio di Antonio Ciacci

Ispirato liberamente ad un articolo di Michele Brambilla sul “Quotidiano Nazionale”

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’eco delle stucchevoli polemiche superficiali sul celibato ecclesiastico, del quale, in genere, non si conoscono origini e sviluppi, men che meno le profondissime ragioni teologiche, ha indotto un istituto di ricerca (quello di Antonio Noto) ad un sondaggio, dal quale è emerso come la maggioranza degli italiani pensi che se la Chiesa (riferendosi tanto all’apparato/istituzione che ai messaggi dei quali è portatrice) consentisse il matrimonio di Sacerdoti, Religiosi e Religiose, sarebbe più attrattiva e le Chiese (intese come edifici di Culto Divino), oggi – ahimè – semivuote, tornerebbero a riempirsi. La soluzione del contingente problema di un mondo indifferente sarebbe, quindi, stando alle indagini demoscopiche, organizzativa, riguarderebbe le regole, la struttura, non i contenuti. In realtà, però, anche le confessioni che consentono il matrimonio degli eccelsiastici, dai Protestanti agli Ortodossi, si trovano le Chiese (edificio) vuote e popoli sempre più indifferenti. Lo stesso dicasi per chi, come la Chiesa Anglicana (separatasi, lo si rammenti, da quella Cattolica, per motivi unicamente politici in un preciso contesto storico), ammette ai Ministeri Ordinati le donne, ma perde vistosamente proseliti e consensi. Nel mondo, oggi, specie nel mondo occidentale, sembra, in verità, che “di Dio” non importi quasi più nulla a nessuno, non per le sedicenti ristrettezze morali che la Fede implica, ma perché il Dio vero é un altro, la tecnocrazia: così la scienza ci preserva dal dolore, la medicina ci rende padroni della vita e della morte, la 24

politica ci assicura l’agiatezza, un algoritmo ci procura il prossimo social, condiscendente od antagonista che sia, l’etica individualistica ci rende padroni assoluti del nostro destino. E quando questa illusoria eresia tecnocratica si scontra con la realtà della sofferenza, della sottomissione, della morte, della precarietà, dell’ostilità, della malvagità si torna, solo allora, a chiedersi quale sia il senso della nostra vita e si cerca, quel senso, nei modi più bizzarri, magari annullandosi nei paradisi artificiali, dei quali il nostro mondo è prodigo. Dai pulpiti delle nostre Chiese si cerca, in genere, di rispondere a quella domanda di senso entrando subito nel merito dei problemi, allora si parla di migrazione, di accoglienza, di economia, di ecologia, di politica, di morale sessuale, di famiglia, dibattendosi fra le opinioni e sforzandosi di offrire ricette, il che è doveroso e giusto, ma non basta, perché per prima cosa si deve parlare di Dio nel suo figlio incarnato Gesù, del Mistero della Fede ragionevole, che è “sustanza di cose sperate e argomento delle non parventi” come dice Dante. Tornare al Mistero, dunque, non è tornare indietro, rinnegare le conquiste morali, sociali, economiche, tecnologiche, ma scoprire che il senso profondo della nostra vita risiede in qualcosa che è nascosto ai nostri sensi: “La fede non consiste nel comprendere tutto perché la nostra ragione è limitata mentre la sapienza di Dio è infinita” (S. Josemaria Escrivà de Balaguer). La Fede non si diffonde, insomma, offrendo soluzioni ai problemi, ma partendo dal principio che la Fede, prima di offrire soluzioni, è essa stessa la soluzione. La Fede consapevole, conquistata ogni giorno, non arrogante, non riservata agli eletti, ma frutto, oltre che della preghiera, della continua riflessione collettiva, manifestata con la testimonianza di vita: dobbiamo recuperare il coraggio di averla, la Fede, senza perdere la capacità di saper dubitare, troveremo la forza che potrà cambiare il mondo senza Dio. il serrano n. 148


Fratelli di Cielo

Un libro di Poesia corale

cultura e società

di Monsignor Giuseppe Greco

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ratelli di cielo”. Cielo non nel senso cosmologico ma nel senso teologico. Il cielo rappresenta il Mistero di Dio. Fratelli perché nati dallo stesso grembo del Mistero, dal grembo di un Mistero di Amore. Un Mistero di Amore infinito. Un Mistero di Amore eterno. Con questi fratelli di cielo Padre Raffaele Aprile intesse un dialogo poetico e forma un libro di poesia corale. Non è soltanto lui che esprime intuizioni poetiche e illuminazioni spirituali, ma è lui insieme ad altri poeti e al altri uomini e donne di vita spirituale che compomgono questa armonia di pensieri. E di armonia si tratta, non soltanto di melodia. È come un canto polifonico. Viene da pensare al grande teologo Hans Urs Von Balthasar, il quale diceva: “La verità è sinfonica”. E noi constatiamo che la verità più alta è la poesia, la poesia è “veritatis splendor”, splendore della verità. La poesia corale acquista una maggiore forza di penetrazione nel cuore di chi ascolta. Affinché si realizzi un’armonia è necessario che le varie note siano consonanti, non dissonanti. E in realtà ogni poesia e ogni riflessione spirituale in questo libro costituiscono un insieme armonioso. Ogni autore presentato in questo libro ha la sua peculiarità, ha la sua storia spirituale, ha la sua specifica sensibilità, ma in questa diversità di voci c’è un filo conduttore, un’unica visione di fede, un unico desiderio di comunicare il profondo messaggio spirituale che è la connotazione di tutti. Gennaio-Aprile 2020

“Fratelli di cielo”: è un’espressione che denota una comune aspirazione al cielo. San Paolo ci dice: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3,1). La vita sulla terra serve per costruire un tesoro in cielo. Padre Raffaele lo dice in maniera convinta, nella sua poesia, con queste parole: “Facciamo la tua volontà, Signore… E così, giorno dopo giorno, costruisco / il mio tesoro in cielo” (p. 102). Egli esprime alcuni versi struggenti che raccontano il suo anelito al cielo. Così è detto: “Fuoco che brucia l’anima, passione e dono totale / a Te e ai fratelli. / Vita che vibra in fondo alle mie viscere, cielo che racconta l’infinito di Dio” (p. 103). Nessuno pensi che padre Raffaele esprima una religiosità di evasione, una spiritualità disincarnata, una visione religiosa che concentrando l’attenzione al cielo, dimentichi la terra, dimentichi la serietà dell’impegno di amore verso i fratelli. Anzi egli in maniera chiarissima parla dell’esigenza dell’amore evangelico sulla terra. Così afferma: “La porta del cielo è ogni tuo fratello”. Non si può dimenticare la terra pensando al cielo. Proprio se vogliamo anelare al cielo, dobbiamo passare per la porta che ci conduce al cielo, e la porta è l’amore del fratello, soprattutto del fratello più bisognoso e più sofferente. L’esperienza ci insegna che proprio coloro i quali, anziché volgere lo sguardo verso il cielo, hanno avuto lo sguardo chino verso i propri interessi, hanno violentato la terra creando il drammatico sconvolgimento ecologico e la devastazione della terra. Chi non ha saputo guardare il cielo, ha devastato la terra. Noi cristiani, quindi, abbiamo il dovere della duplice fedeltà: fedeltà al cielo e fedeltà alla terra, fedeltà al vangelo e fedeltà alla storia, fedeltà alla meta e fedeltà alla strada. Il cielo è la meta, ma per arrivarci dobbiamo percorrere la strada che ci conduce al cielo. 25


cultura e società Qual è il senso di tutte le poesie, di tutte le riflessioni, di tutte le testimonianze che Padre Raffaele ha raccolto e che ha incastonato in questo libro? Le spiega Padre Raffaele stesso quando scrive: “Ci sono riflessi di cielo nelle storie, / nelle vicende e nei volti degli altri, / e questo dovrebbe aprire all’incontro con l’altro, / a fare esperienza della loro vita” (p. 26). Vi sono riflessi di cielo che il nostro poeta sa cogliere nella vita degli altri. Vi sono riflessi di cielo nelle storie di tante persone. Scoprire questi riflessi di cielo, lasciarsi illuminare, condividerne la gioia, cantare la bellezza del cielo che tocca la terra, questa è la missione del Sacerdote, questo è il ministero del nostro poeta. Anche nelle persone più terrestri si intravvede il cielo. Anche nelle pozzanghere della strada si riflette il cielo. Il ministero del Sacerdote comporta l’impegno di far prendere coscienza ai cristiani della realtà sublime che dice l’Apostolo Paolo: “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2, 19-20). Tutti siamo invitati a scoprire, guardando il cielo, una comune cittadinanza e una comune fraternità. C’è un passaggio importante nel libro di Padre Raffaele: è quello che descrive il momento della prova. Anche Gesù è stato tentato nel deserto. Il nostro poeta ha attraversato il buio della tentazione, si è trovato di fronte alle suggestioni di satana. Anzitutto sono state suggestioni demoniache del pensiero. Con una espressione molto eloquente il nostro Autore dice che “satana sa essere teologo” (p. 86). La connotazione importante dell’uomo è quella di avere la facoltà di pensare, e in modo particolare di pensare Dio, per intessere con Lui un rapporto di amore. Satana sa chi è Dio, in questo senso è un teologo, cioè riflette su Dio, ma lo presenta all’uomo in maniera distorta, come fece con Adamo ed Eva, a cui presentò un Dio geloso della sua grandezza e invidioso della realizzazione dell’uomo. Gesù dice di satana che è “padre della menzogna”. Satana sa ragionare su Dio, sa essere teologo, ma presenta una teologia perversa che tende ad allontanare l’uomo da Dio. Padre Raffaele ha sperimentato la dura “lotta contro il male, si sente mancare le forze” (p. 89), ma riesce a superare la prova, forte dell’aiuto del Signore, ripetendo più volte “Gesù, Gesù”, e “recitando un’Ave Maria” (p. 87). Nell’oscurità e nella solitudine, nella sensazione di avere smarrito il Signore, egli grida: “Dio, 26

Don Raffaele Aprile

dove sei? / Perché non ti trovo?” (p. 91). Ma poi scopre che Dio è vicino, lo aspetta “seduto alla tavola / imbandita nel suo cuore” (p. 91). Tutto questo fa capire a noi che raggiungere il cielo ha un costo. Non esiste un cielo a buon mercato. È necessario affrontare la prova per guadagnare la meta. Gesù dice di se stesso ai due discepoli di Emmaus: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26). Nella dimensione del cielo di cui è pervaso questo libro, molto intenso è il pensiero sulla Madonna delle lacrime. Dice Padre Raffaele: “Le lacrime della Madonna esprimono luce – ci indicano che dobbiamo guardare in alto… aprono un varco nel cielo… per volare all’infinto di Dio” (p. 63). Padre Raffaele canta con gioia la sua vocazione “mariana”: egli è impegnato in una missione che svolge sotto lo sguardo di Maria e delle sue lacrime. Testimonia a noi che non si può essere cristiani senza essere “mariani”. In Maria egli trova la luce perché Lei è Donna di luce, trova il varco verso il cielo perché Lei è Donna di cielo. In Maria trova la leva per costruire un nuovo mondo secondo il progetto di Dio. In Maria trova la chiave per entrare nel cielo pur rimanendo sulla terra. Così egli si esprime: Con il “sì” di Maria “iniziano i cieli nuovi e la terra nuova” (p. 27). È dal sì di Maria che è dipesa la salvezza dell’uomo operata da Cristo. Ella ci insegna a dire di sì al Signore, ad accogliere con gioia e a realizzare con fervore il sublime progetto di Amore che il Signore sogna per ognuno di noi. il serrano n. 148


notizie e iniziative

dai club e distretti

DISTRETTO 73

Incontro interclub Lucera-Cerignola

Il 25 gennaio, presso il Seminario Vescovile di Cerignola, si è tenuto un importante incontro tra i serrani di Lucera e Cerignola. La presidente Grazia Cavallo e la governatrice eletta, Milena Caldara, insieme a tutti gli altri soci, come era stato programmato, hanno accolto festosamente i fratelli serrani di Lucera accompagnati dal presidente Vincenzo Sarno e dalla Governatrice in carica, dott. Filly Franchino. Dopo il saluto e l’augurio di un proficuo lavoro, da parte del rettore del seminario, don Vincenzo di Bartolomeo, il suono del gong ha dato inizio alla riunione . La governatrice, avvalendosi della proiezione di slides , dopo aver distribuito ai partecipanti delle fotocopie esplicative, ha relazionato con chiarezza e semplicità sui valori fondamentali del Serra e della sua laicità, guidando tutti a riflettere sull’impegno serrano nel sostenere le vocazioni sacerdotali ma anche vocazioni alla famiglia, al lavoro, allo studio ecc… sottolineando l’importanza della collaborazione tra i soci e della visibilità dei club nella società civile. Dopo questa prima parte, altamente formativa, i serrani si sono interrogati sui punti di forza e sulle criticità del proprio club e, con molta sincerità, hanno compilato un questionario consegnato poi alla Governatrice. Il terzo momento è stato dedicato alla convivialità: un sobrio pranzo presso lo Sporting club ha sottolineato la forte intesa dei partecipanti. Presente anche il giovane diacono Antonio Mieli che sarà ordinato sacerdote il prossimo 25 marzo; Antonio, con il suo giovanile entusiasmo ha parlato della sua vocazione e del suo recente incontro con Papa Francesco. Qualche bella canzone dalla voce del presidente Vincenzo Sarno, ha allietato il pranzo ed una foto di gruppo ha concluso una bella e significativa giornata. Milena Caldara

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DISTRETTO 77 Storia del Cristianesimo nel Tigullio Nella prestigiosa sede della Società Economica è stato presentato Il Cristianesimo dalle origini ai nostri giorni (nel Tigullio), un’opera omnia (così l’ha definita il comm. Francesco Baratta1) in tre volumi, frutto di una lunga ricerca di 21 autori, in prevalenza studiosi di storia locale (oltre 1500 pagine). Coordinati da tre curatori2, essi hanno colmato una lacuna rilevata da mons. Alberto Tanasini, che ha fortemente voluto, per la sua diocesi, la stesura di questa monumentale trilogia. Mons. Tanasini ha espresso profonda soddisfazione per il momento storico vissuto dalla comunità. Da sempre Chiavari è il riferimento di tante realtà del comprensorio. Era giusto, quindi, ricostruire la storia della civiltà cristiana dalle origini fino a oggi, andando oltre i confini temporali della diocesi. Nelle parole del Vescovo - che ha ringraziato gli appassionati protagonisti dell’impresa (e ha citato Baratta per l’impegno meticoloso, perfino puntiglioso) - ho colto la gioia del pastore che, dopo quest’opera, conosce meglio le radici della sua gente. Nel suo intervento, Francesco Baratta ha rimarcato che la vita cristiana nel Tigullio è iniziata nel IV secolo d.C., molto prima della nascita della diocesi chiavarese (1892). È stata effettuata una rilettura del territorio, come richiesto dal Vescovo, ripercorrendo “le fasi cruciali dell’organizzazione pievana, la nascita di parrocchie e strutture monastiche, il consolidamento del vicariato foraneo di Chiavari, l’insediamento degli Ordini religiosi”. La Chiesa tigullina ha permeato di valori cristiani (solidarietà, attenzione verso i poveri, ecc.) sia le società aristocratiche sia le moderne società borghesi. Vanno riscoperte, ha aggiunto Audano, antiche tradizioni come le processioni con le sculture raffiguranti il Cristo. C’è una ricchezza di segni identitari: i preziosi oratori, la stessa Cattedrale di N.S. dell’Orto. Essa, specie dopo il 1892, non è solo luogo di eventi devozionali, ma è una presenza forte della comunità locale. La presentazione dei tre volumi ha avuto vasta risonanza, anche presso i media locali. Concludo richiamando una recente intervista a Telepace, nella quale Baratta ha sottolineato che la trilogia non viene proposta solo ai cultori di storia locale, ma pure a coloro (specialmente i residenti in questa terra e in questa Chiesa) che desiderano conoscere una storia “nella quale si intrecciano fede e civiltà perché queste sono le nostre radici e conoscerle da’ sicurezza al nostro passo”. Sergio Borrelli

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Francesco Baratta, Serrano autorevole (promotore del Serra Tigullio, ha guidato la Fondazione Serra nella delicata fase del suo rilancio), è anche un apprezzato studioso di storia dell’arte sacra e locale (una sessantina i suoi libri in materia).

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Gli altri due curatori sono don Mario Ostigoni (membro dell’Accademia Cultori di Storia Locale e vicario presso il Tribunale Interdiocesano Ligure) e la dr.ssa Barbara Bernabò (archivista e paleografa, membro della Commissione di Arte Sacra della Diocesi di Chiavari, è autrice di numerose pubblicazioni di carattere storico e prosopografico).

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Prato 534

Dono del Serra Club al vescovo Sabato 14 dicembre, presso il Seminario Vescovile di Prato, il nuovo Vescovo di Prato Mons. Giovanni Nerbini ha celebrato la S. Messa per tutti i serrani con l’incorporazione di due nuovi soci. Durante la conviviale e il consueto scambio di auguri natalizi, alla presenza del governatore Michele Guidi, è stata donata al nuovo Vescovo una stola da parte del Club realizzata dall’artista e socia serrana Gabriella Furlani. Nell’opera sono riuniti i simboli dello stemma del nuovo Vescovo e quelli dello stemma serrano. La stola in raso reca infatti raffigurati sul lato destro di chi guarda: l’Agnello Pasquale che sostiene la bandiera dell’Agnus Dei sopra il Libro con i sigilli aperti, il Giglio azzurro (simbolo mariano), la Palma in riferimento al martirio dei santi Romolo, patrono di Fiesole (diocesi di origine del nuovo Vescovo) e Stefano, patrono di Prato. La particolarità dell’opera consiste nel fatto che i tre simboli non sono, secondo la tradizione, racchiusi dentro lo scudo vescovile ma ne escono per innalzarsi liberi, uno dietro l’altro, lungo il nastro col motto “In Te Domine speravi” (Salmo 31) fino a toccare la croce. Sull’altro lato della stola i germogli, sviluppatosi dallo stemma del Serra Club, si innalzano fino a toccare la croce, la quale si pone così come la chiave di volta dell’intera composizione. Gabriella Furlani - Elena Baroncelli

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San Miniato 978

Monsignor Tardelli parla della fede Mons. Fausto Tardelli, vescovo di Pistoia e predecessore del vescovo Andrea a San Miniato, ha tenuto venerdì 21 febbraio scorso una conferenza promossa dal Serra Club sul tema della fede: “La fede non è un’idea, ma un incontro”, questo il titolo esatto, che è anche il tema di riflessione scelto dal Serra Italia per il biennio in corso. Questo tema, ha evidenziato all’inizio del suo intervento il vescovo Fausto, è certamente significativo e importante ed è riconducibile all’enciclica di Papa Benedetto, Deus caritas est, che subito, al n.1, dice: “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. Importante sottolineatura, cara anche a Papa Francesco, che l’ha esplicitamente ripresa in una omelia (nell’Avvento del 2016) in Santa Marta. Ecco allora che per capire cos’è la fede occorre prima sgombrare il campo da cosa non lo è. La fede infatti non è una dottrina, non è certamente una morale, un insieme di regole, ma non è neppure una forma di spiritualità. Certo – ha spiegato mons. Tardelli – la fede è anche tutto questo, ma non lo è primariamente, come bene ci hanno ricordato Papa Benedetto e Papa Francesco. La fede in origine, prima di ogni altra cosa, è dunque davvero e solo un incontro; un incontro concreto, reale, non con un’idea astratta, con una dottrina, una filosofia o un’etica, ma con una persona: con la persona di Gesù Cristo che i vangeli ci fanno conoscere. Questo concetto è talmente importante da cambiare radicalmente la prospettiva di approccio alla fede del Cristiano, fede che autenticamente nasce sempre e solo dall’incontro col Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini» e che «parla le parole di Dio» (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. DV 4 e seguenti). Dunque, nella successione apostolica, e nella missione stessa della Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, l’incontro autentico col Cristo incarnato, morto e risorto, si rende possibile agli uomini di ogni tempo e di ogni luogo. È nella Chiesa infatti che la salvezza è perpetrata nel tempo, nella misura in cui Essa, come fedele sposa di Cristo, sarà capace di mostrarne il volto amorevole e misericordioso, attraverso la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza della carità,“vi riconosceranno da come vi amerete” (Gv 13,35). Il vescovo Fausto, al termine dell’esposizione, ha ringraziato il presidente del Serra Club di San Miniato, Michele Contino, dell’invito a questa conferenza che, nonostante i molti impegni della Chiesa Pistoiese, ha accettato volentieri anche come occasione per tornare di tanto in tanto nella sua “prima” diocesi in cui ha svolto i primi 10 anni del suo ministero episcopale. Un ringraziamento che i Serrani e i numerosi amici presenti hanno ricambiato con sincero affetto e riconoscenza. Riccardo Ceccatelli

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Cascina 573

Premio

Felici 2020 a Don Bruni

Sabato 22 febbraio 2020, promossa dal Serra Club di Cascina, si è svolta presso la gipsoteca comunale di Cascina l’annuale cerimonia di conferimento del premio Felici. Il premio, conferito ad un sacerdote distintosi per la sua attività artistica (letteraria, musicale o pittorica) unita alla missione pastorale, intende mantenere viva la memoria di mons. Icilio Felici, eminente sacerdote e scrittore della diocesi di Pisa già pievano di San Casciano di Cascina, Rettore della chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano in Pisa e primo direttore del settimanale diocesano VitaNova. L’importante riconoscimento è andato quest’anno a don Marcello Brunini parroco della parrocchia del Varignano in Viareggio e direttore dell’Archivio Storico Diocesano di Lucca (riconosciuto patrimonio dell’Unesco), per la qualificata ed originale produzione letteraria che partendo dalle conoscenze della psicologia si propone di rileggere il modo di pensare e di sentire dei singoli e delle comunità alla luce della fede e dei testi biblici. La cerimonia di premiazione è stata introdotta dal presidente del Serra Club di Cascina, Dr. Alberto Beati cui ha fatto seguito il saluto del Sindaco Reggente di Cascina Dr. Dario Rollo peraltro legato al presidente, come da lui ricor-

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dai club e distretti dato, da vecchia amicizia stabilitasi durante gli anni in cui il Dr Beati è stato il suo medico di famiglia. Il Vice Sindaco del Comune di Cascina, nel suo breve intervento, ha ringraziato il Serra Club per quello che riesce a fare e trasmettere non solo come esperienza di fede ma anche per quanto riguarda la conoscenza e la cultura.Il vincitore del premio, don Marcello Brunini è nato a Porcari (LU) nel 1951. Ordinato sacerdote nel 1975 dopo aver conseguito la maturità classica e al termine del ciclo di studi teologici presso il Seminario Arcivescovile di Lucca, ha poi maturato un forte interesse per la psicologia; materia in cui ha conseguito la licenza presso la Pontificia Università Salesiana di Roma nel 1985 seguita, nel 1993, dall’iscrizione all’Albo degli Psicologi della Toscana. La sua analisi introspettiva della psicologia umana, unita alla autenticità delle fede, lo ha portato, come si legge nella critica ad un suo libro, a rintracciare nella debolezza, le tracce di Dio che, abitando in ciascuno di noi, nella storia e nel creato, prende l’uomo per mano affinché sia vitale custode del passato e generatore di futuro. Dopo la prolusione del premiato, la cerimonia, come di consueto, si è infine conclusa con la Santa Messa presieduta dallo stesso don Mercello Brunini e concelebrata con don Paolo Pasoletti, cappellano del Serra Club di Cascina, nella bellissima Pieve romanica di Santa Maria in Cascina. Un ulteriore motivo per don Brunini, per rimarcare come il nuovo deve in ogni caso riconosce la paternità del vecchio, soprattutto quando questi si manifesta con la straordinaria armonia del romanico: due stili accomunati, riprendendo le parole del Concilio, da una nobile semplicità e una nobile bellezza. Paolo Chiellini

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Pomposa 777

Piedi per terra e sguardo in cielo La fede non è un’idea, è un incontro. Proprio l’incontro con alcuni volontari ferraresi ci ha permesso di conoscere la bellissima realtà missionaria che l’associazione Amici della Fondacion Tierra Nueva ha creato in Ecuador. Ne hanno parlato Giancarlo Paganini, Margherita Pietrogrande e Maria Paganini ai soci del Serra Club Pomposa, martedì 28 gennaio, nella sala riunioni della Casa Canonica di Massafiscaglia. Un racconto appassionante, come grande è la passione di chi, proprio grazie ad un incontro, ha saputo incontrare Cristo nei poveri. Come ci racconta Maria Paganini, “L’associazione Amici della Fundacion Tierra Nueva ODV” nasce da un incontro. È la fine degli anni ’90 quando alcuni ferraresi incontrano Padre Josè Carollo, un missionario salesiano vicentino che ha scelto di vivere tra i poveri della Quito sud, in Ecuador. In quegli anni il paese, di straordinaria bellezza, porta il peso della colonizzazione, della dittatura e della guerra: padre Carollo si dedica alla evangelizzazione e promozione umana dei più poveri, costruendo chiese, asili, scuole, abitazioni, ospedali e organizzando tutto ciò che aiuti le persone a vivere con dignità. Da quell’incontro nasce il desiderio di far parte di quel cammino di solidarietà, perché tutti abbiano la possibilità di curarsi, perché tutti abbiano una vita dignitosa. Ogni anno piccoli gruppi di medici o personale sanitario trascorrono alcune settimane in Ecuador, offrendo cure specialistiche e attività di promozione della salute. L’impegno si è allargato all’istruzione dei bambini, alla dignità delle case, all’assistenza dei disabili e degli anziani. Attualmente le missioni mediche si svolgono sulla Costa in appoggio al lavoro dei volontari dell’Operazione Mato Grosso, dei missionari del Cottolengo e del Centro Fine di Quito. Per sostenere queste attività, Tierra Nueva organizza nel territorio ferrarese e in Italia raccolta fondi con eventi di sensibilizzazione e mercatini, ed è accreditata per ricevere il 5xmille. Nel concreto, e nel desiderio scaturito da quell’incontro... i volontari di Tierra Nueva provano a continuare sulla strada iniziata con Padre Carollo, “con i piedi per terra e lo sguardo verso il cielo”. Vogliamo esprimere la nostra gratitudine a Dio e a queste meravigliose persone attraverso cui opera, con una bellissima preghiera di Padre José Carollo:”Gracias infinitas por Tu Amor, Papito Dios. Gracias por haberme concedido poder trabajar con los pobres, por haberte sentido a Ti y a tu hijo Jesús en el corazón de la gente humilde Ellos me han llevado a Ti cada día...”. Francesca Ferretti Presidente Serra Club Pomposa e Daniela Cavallari Presidente Eletto Serra Club Pomposa

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Udine 625

L’amore fraterno di Francesco Il Serra Club di Udine continua con le sue iniziative volte alla diffusione della cultura cristiana nella società. Abbiamo individuato nella presentazione di libri alla presenza dell’autore, un modo per invitare le persone a riflettere sull’importanza della fede. È per questo motivo che domenica 26 gennaio 2020 il Serra Club di Udine si è fatto promotore della presentazione del libro “Francesco e il Sultano” di padre Enzo Fortunato e di Piero Damosso. All’evento era presente padre Enzo Fortunato, uno dei due autori, arrivato direttamente dal sacro convento Assisi dove vive come frate minore. È direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi e del mensile San Francesco Patrono d’Italia. È stato professore presso la Pontificia Università Antonianum, l’Istituto Teologico di Assisi e la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura. È volto di Rai1 con la rubrica Tg1 Dialogo e voce di Rai Radio1. Il libro parla di un eccezionale incontro avvenuto 800 anni fa, mentre era in corso la quinta Crociata e mentre infuriava l’assedio della città di Damietta che vedeva contrapporsi i crociati con il sultanato degli Ayyubidi sul delta del Nilo. È in tale contesto storico che san Francesco d’Assisi intraprendeva un viaggio rivoluzionario quanto pericoloso e dall’esito incerto, alla volta dell’Egitto per incontrare il sultano al-Kamil. Fu la preghiera

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Economia di fiducia

e di speranza

L’Economia della fiducia e della speranza è stato il titolo dell’intervento di Rosario Faraci, Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese, promosso dal Serra Club di Acireale, Presidente il geom. Salvo Scalia. Erano presenti oltre al Rettore Don Marco Catalano, il Governatore eletto del Distretto 77 Sicilia-Calabria avv. Michele Montalto, il consigliere della Fondazione Serra dott. Cherubino Fiorini, socio del club, la Presidente della Fidapa dott.ssa Carmela Borzì, il Presidente del Lions Prof. Lino Fatuzzo, la Management dell’Azimut dott. Paola Riccioli e tanti illustri ospiti e soci che gremivano il salone del seminario. Il Prof. Rosario Faraci, ancor giovane, ha un curriculum d’eccezione; è Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università degli Studi di Catania dove attualmente è pure Presidente del corso di laurea in Economia Aziendale e Delegato del Rettore. I suoi interessi di ricerca vertono sui temi dell’imprenditorialità, della competitività d’impresa e delle imprese a conduzione a familiare ed è Condirettore della rivista scientifica Journal of Management and Governance. Ha insegnato negli Stati Uniti alla University of Florida e tuttora tiene corsi alla University of Maryland Global Campus. Giornalista Pubbicista, è editorialista del quotidiano La Sicilia e ha collaborato e collabora tuttora con testate giornalistiche

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dai club e distretti a sostenerlo e l’autentica volontà di pace. Un evento ancora oggi carico di significato e portatore di un messaggio sempre attuale e pregnante. E l’amore fraterno verso le altre culture è il filo rosso che unisce tutte le più recenti tappe del dialogo cristiano sostenute a partire da san Giovanni Paolo II, il quale convocò ad Assisi il 27 ottobre 1986, prima volta nella storia, i leader delle grandi religioni mondiali per pregare insieme per la pace, da Benedetto XVI, quando il 30 novembre 2006 pregò nella Moschea Blu di Istanbul insieme al Gran muftì della città (sostando davanti al «mihrab», la nicchia di marmo che indica la direzione della Mecca), fino a Papa Francesco, con la feconda dichiarazione di Abu Dhabi sulla “fratellanza umana” del 2019. C’è la necessità di recuperare, anche proprio dall’esempio francescano, l’amore verso i fratelli, il rispetto per le altre culture nel riconoscimento dell’altrui libertà e dell’uguale diritto alla vita, voluti proprio da Dio stesso. E dell’esistenza di questa necessità di amore fraterno parlano tutti questi grandi gesti compiuti dagli ultimi nostri tre Papi. La presentazione del libro è stata accolta con favore dal mondo associativo laicale della nostra Diocesi che ha collaborato per l’organizzazione dell’evento e la capacità oratoria di padre Enzo Fortunato è stata capace di appassionare e coinvolgere il folto pubblico presente. Paolo Zoratti Presidente Serra Club di Udine

Professor Rosario Faraci ed emittenti televisive. Da qualche anno è Presidente della Fondazione Bellini del Comune di Acireale. Muovendo dal recentissimo appello di Papa Francesco rivolto a giovani, imprenditori ed agenti del cambiamento per una rianimazione della moderna economia grazie all’iniziativa The Economy of Francesco che si terrà ad Assisi dal 26 al 28 marzo prossimi, Faraci ha ripercorso, alla luce di alcuni importanti documenti della Dottrina sociale della Chiesa, i temi dell’economia civile, della bioeconomia e dell’economia circolare che rappresentano le nuove sfide di un’economia più umanizzata che si propone di valorizzare le risorse primarie dell’acqua e della terra, senza comprometterle e danneggiarle seriamente come è avvenuto fino adesso. L’accostamento all’economia dei temi della fiducia e della speranza, pertanto, non è improprio. Il sistema capitalistico tradizionale, fortemente incentrato sulla cultura del profitto e della minimizzazione dei costi, ha manifestato tutti i suoi limiti e non è certamente il modello più appropriato per favorire la crescita del pianeta, soprattutto nelle aree più fragili dal punto di vista economico. Occorrono modelli nuovi di economia verso i quali far transitare i Paesi del mondo, recuperando la centralità del capitale umano, rispettando l’ambiente e gli ecosistemi naturali, favorendo maggiore equità nella produzione e distribuzione della ricchezza economica.

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ALLA CHIESA CATTOLICA PER LA RIPARTIZIONE DELLE RISORSE: www.8xmille.it

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ti chiediamo di confermare la tua firma anche nel 2014 per sovvenire a necessità di seminari e seminaristi (non dimenticare il codice fiscale della Fondazione qui di seguito riportato)

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Il serrano n. 148 - gennaio/aprile 2020 by serraclubitalia9 - Issuu