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Monte Disgrazia

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MIOTTI-COMI MONTE DISGRAZIA PICCO GLORIOSO

MONTE DISGRAZIA

Picco 150 Glorioso anni di storia


We were rounding the western shoulder of the outlying buttress upon our left, and the valley up which we were advancing, and into which the great glacier from the Disgrazia range descends, was opening out before us, when behold the peak appeared. It is a glorious peak, rising right in front, from the top of a rocky escarpment, with broken ridges running sharply down from each side of the summit. Meichior was down on one knee, gazing through his favourite telescope. Stephen uttered sounds of disapprobation. 'Why waste time, Meichior, when we shall have better opportunities presently?' Onwards again. We could see the entire slope descending from the right of the peak, and as we advanced the near rocks on our left allowed us to see more and more of the left hand slope. A little farther in advance, and the peak has become more isolated; another step forward, and the left hand slope, instead of continuously breaking away in a downward direction, made a re-entering angle, and began to rise again. 'Look, Stephen, that new slope to the left is rising very much, it is almost as high as the peak itself.' We still advance, the valley opening up at every step. 'Almost as high,' Stephen said; 'why, it is quite as high! ' And soon, indeed, we find it towering up, far, far above what we had at first supposed to be the highest peak. As the valley opens, the slope still keeps rising to the left. We are now on the tip-toe of expectation. When will the summit appear? 'Look, there it is !' And truly, now, the peak cut sharp and clear against the sky; we were obliged sensibly to lower the line of vision when we looked at our first peak, and were delighted to find that the line of ridge culminated in the new summit, and rapidly descended towards the left. We agreed that it was one of the finest peaks that we ever seen, and that few had looked more difficult. E. S. Kennedy


MONTE DISGRAZIA Picco Glorioso 150 anni di storia


MONTE DISGRAZIA Picco Glorioso 150 anni di storia a cura di

Giuseppe Miotti Michele Comi


Hanno collaborato:

Tino Albani, Benigno Balatti,Giovanni Bettini, Gian Vittorio Bergomi, Amedea e Ezio Cassina, Lorenzo Castelli, Giovanna Cavalli, Danilo Del Nero, Giovanni Della Cagnoletta, Camillo Della Vedova, Serena Fait, Ivo Ferrari, Miro Fiordi, Livio Lenatti, Giancarlo Lenatti, Floriano Lenatti, Emilio Marcassoli, Gian Luca Maspes, Lorenzo Meciani, Cesare Mitta, Oscar Scheffer, Ezio Scetti, Martin Scott, Mario Sertori, i famigliari di Mino Perego. Autore delle didascalie e degli abstract: Kim Sommerschield

Fotografie:

Archivio Livio Lenatti: pag.181,183 Benigno Balatti: pag.107, 132-133, 140, 142, 158-159, 178, 179 Giovanni Bettini: pag. 130 Francesco Bedognè: pag. 76, 77, 78 Archivio C.M.Morbegno: pag.53 Alfredo Dell'Agosto: pag. 84 (sopra) Camillo Della Vedova: pag.134 Danilo Del Nero: pag.79 Emilio Frisia (Archivio Tino Albani): pag.121 Giordano Giumelli: pag.2, 108, 124 Gian Luca Maspes: pag.147-148, 150, 153, 154, 155, 156 Giuseppe Miotti: pag.12, 57(sopra), 65, 66, 81, 84(sotto), 85, 87, 88, 97, 99, 105, 109, 110, 120, 122(sopra), 129, 139, 143, 148-149, 171, 175 Lodovico Mottarella: pag.4, 6, 8, 10-11, 34, 48, 50-51, 52, 54, 56, 57(sotto), 58-59, 60, 61, 62, 64, 67, 68-69, 70-71, 72-73, 74, 75, 80, 82, 83, 86, 89, 90-91, 92, 93, 94, 95, 96, 98, 100-101, 104, 106, 111, 117, 118, 122(sotto), 127, 136, 141, 151, 152, 168, 176(sotto), 182, 184-185, 186, 189, 195, 196 Simone Porta: pag.138 Diego Scarì: pag.135, 137

Foto d'archivio, disegni, incisioni, mappe

Arch. CAI Milano-Museo della Val Masino: pag.16, 102 (centro e sotto) Coll. Privata Sondrio: pag.18 Dal volume “Les Alpinistes Celebres”: pag19(sotto), 162(sotto) Arch. Giuseppe Miotti, Sondrio: pag. 20, 44, 45(sopra), 102(sopra), 135, 144, 160, 161, 165, 172(sotto), 173, 176, 191, 192, 194, 198, 199 Alpine Club, London: pag. 21, 23, 25 Archivio Famiglia Robiati, Milano: pag. 24, 119 Archivio Itinera Alpina, Milano: pag. 26, 30, 31, 45(centro), 47, 49,114, 115, 116, 125, 128, 129(sotto), 164, 193 Alfredo Corti, Arch. Sez.Valtellinese del CAI, donazione eredi Corti: pag. 27, 28, 140(sinistra), 174 Archivio Michele Comi, Torre Santa Maria: pag. 29, 131, 180 Collezione Oscar Scheffer, Morbegno: pag. 41, 46 Wichmann, Siegfried, "Compton: Edward Theodore & Edward Harrison, Maler und Alpinisten", Stuttgart: Belser,1999: pag 42 Dal volume “Cinquant’anni della Sezione di Milano 1873-1923”: pag. 103, 170, 172 (sopra) Archivio di Stato di Milano. Catasto Lombardo Veneto. "Censo Stabile. Mappe originali Primo Rilievo": pag. 43 Dal volume “Francesco Lurani Cernuschi, un patrizio milanese verso la modernità”: pag. 166 e 169 Dal Notiziario CAI Bergamo 1961: Pag 167 Archivio Giancarlo Lenatti: pag 183 Vittorio Sella: pag.112-113 I curatori dell’opera e le Guide alpine di Val Malenco e Val Masino tengono a ringraziare in modo particolare la Gruppo Bancario Credito Valtellinese e la Fondazione Pro Valtellina per il sostegno dato all’edizione di questo volume.

Progetto grafico e impaginazione: Mottarella Studio Grafico, Cosio Valtellino (So) www.mottarella.com

Stampa: A.G. Bellavite srl, Missaglia (Lc) www.bellavite.it


INDICE 13

Nella storia dell’alpinismo

17

Racconto della prima ascensione

33

Leslie Stephen e Virginia Woolf

37

Il valore di una montagna

42

Il Disgrazia nell’iconografia

46

Storia di un nome... disgraziato

52

La geografia

60

Appunti naturalistici

70

Fra serpentini e graniti

76

I minerali

80

Il sentiero glaciologico

82

Tour geologico

92

Vita con la montagna

di Giuseppe Miotti

di Sir. E. S. Kennedy di Silvia Miotti

di Luisa Bonesio

di Angelo Recalcati di Giuseppe Miotti di Giuseppe Miotti di Stefano Mayr di Michele Comi

di Francesco Bedogné di Giuseppe Miotti

di Alfredo Dell’Agosto di Giuseppe Miotti

102

Rifugi e bivacchi

114

La conquista contestata

128

di Giuseppe Miotti

di Angelo Recalcati

La prima salita italiana

di Giuseppe Miotti

133

Creste e pareti, 150 anni di alpinismo

144

Le Guide

147

Satelliti e asteroidi

159

I personaggi

185

Fantasie ma non solo

202

Abstract

di Giuseppe Miotti di Michele Comi di Giuseppe Miotti

di Giuseppe Miotti e Lorenzo Revojera di Giuseppe Miotti e Angelo Recalcati di Kim Sommerschield


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Viene spontaneo e legittimo domandarsi perché la celebrazione della prima salita del Monte Disgrazia sia stata inserita nelle manifestazioni per il 150° di fondazione del Club Alpino Italiano. In effetti parrebbe che i riscontri oggettivi non corrispondano ai criteri di ammissione, in quanto la salita fu effettuata non da alpinisti italiani bensì inglesi e nell’anno precedente l’istituzione del Sodalizio. In realtà le nostre celebrazioni commemorative hanno avuto inizio con il percorso “verso il 150°” nel 2011 per culminare nell’ottobre 2013, proprio per sottolineare lo stretto legame che intercorre tra la fondazione del CAI e il 17 marzo 1861, punto di arrivo e nel contempo di partenza dell’unificazione del Paese. La salita del Monte Disgrazia, come altri episodi simili dell’epoca, si inserisce infatti nel quadro storico in cui prese le mosse la fondazione del CAI grazie allo spirito di risveglio della coscienza nazionale catalizzato dall’Unità d’Italia che stimolò la competizione anche nel campo alpinistico e scientifico, competizione che caratterizzò la seconda metà dell’Ottocento in quel territorio che proprio uno dei primi salitori inglesi, il rev. Leslie Stephen dieci anni dopo definì con felice intuizione nel suo celebre libro, il “Playground of Europe”. La successiva salita del Monviso, realizzata in questa prospettiva l’anno seguente dai nostri padri fondatori, celebrata con l’inaugurazione del Museo dell’Alpetto nello storico Rifugio ai piedi del “Re di Pietra”, pure annoverata tra le manifestazioni per il 150° del CAI, testimonia come la nascita del Sodalizio costituì un punto fermo e un segnale di reazione a quell’egemonia alpinistica “coloniale” fino allora appannaggio seppure non esclusivo ma maggioritario degli alpinisti inglesi, agevolati in questo anche dalla stabilità politica e dal potere economico del loro Paese. E’ quindi nello spirito di un ideale gemellaggio tra la storia parallela delle due cime, il Disgrazia e il Monviso, che sottolineo l’importanza della presente pubblicazione che segue le manifestazioni collegate, nell’ambito della triplice celebrazione dell’Unità d’Italia, della prima salita del “Picco Glorioso”, della fondazione del Club Alpino Italiano.

It is fitting that, on the 150th anniversary of the first ascent of Monte Disgrazia, Giuseppe Miotti and Michele Comi should produce this marvellous book. Anyone at all interested in Monte Disgrazia and the surrounding area should regard it as an essential read. The mountain has long inspired authors. Edward Kennedy, one of the first ascensionists and a Vice President of the then recently formed Alpine Club, was sufficiently moved to document his ascent in the first ever Alpine Journal published in 1863. This book starts with Kennedy’s historic record and then moves on to comprehensively cover the physical features of the area and the human endeavours of those who have been instrumental in exploring it. As would be expected from such distinguished authors, the long, rich mountaineering history is fully documented together with short biographies of key players. Fascinating detail includes the background to how one of the mountain's apparent original names, Pizzo Bello, has somehow changed over the generations to that currently in use – Monte Disgrazia. Add to that legends, anecdotes, tales and many fine pictures and we have a book that really does bring this wonderful mountain to life for the reader. That the authors love their subject matter with irrepressible enthusiasm is evident from beginning to end. The end result is a volume to read, treasure and recommend.

Mick Fowler (President of the Alpine Club)

Umberto Martini (Presidente generale del Club Alpino Italiano)

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8 IL PICCO GLORIOSO


La montagna è parte integrante del territorio d’origine della banca e, proprio per questo, il Credito Valtellinese si è sempre fatto parte attiva in eventi che la riguardano. Così è per la presente pubblicazione, che si inquadra nel programma di celebrazione del 150° anniversario della prima ascensione alla vetta del Monte Disgrazia e che vuol essere un sentito tributo ad una cima “simbolo” della Valtellina. Chi ama la nostra Valle non può non amare la montagna, nelle variegate forme in cui tale amore può esprimersi e che spaziano dal senso di pace e di appagamento derivante dalla contemplazione della maestosità della natura, allo spirito di sfida e di conquista che tale maestosità evoca e che si fa “fuoco” per imprese coraggiose. Tali aspetti si compendiano in questo splendido volume - curato da due estimatori ed esperti della montagna, quali Michele Comi e Giuseppe "Popi" Miotti - che arricchisce il patrimonio bibliografico sulle Alpi valtellinesi con una monografia completa ed accurata, corredata da un pregevole apparato fotografico, del “Picco Glorioso”, come chiamarono la vetta gli alpinisti inglesi che il 24 agosto 1862 per primi la raggiunsero. E’ anche nel farsi sostenitore di iniziative come questa che il Credito Valtellinese intende confermare il legame con le comunità della provincia di Sondrio, portando ad esse in dote un contributo per la valorizzazione del patrimonio naturale e culturale del territorio, in coerenza con la sua vocazione di banca popolare, che sa coniugare il fare banca con il fare sviluppo. Ci sia consentita infine una piccola annotazione personale, poiché nello scrivere queste note non possiamo esimerci dal rendere un affettuoso pensiero ad un monte con il quale entrambi abbiamo grande familiarità, se non altro per l’assidua frequentazione, rispettivamente di Caldenno e Chiareggio, luoghi dai quali si gode la stupenda visione del Picco Glorioso dai due opposti versanti della Valmasino e della Valmalenco.

Giovanni De Censi Presidente Credito Valtellinese

Miro Fiordi

Amministratore Delegato Credito Valtellinese

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MONTE DISGRAZIA

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PICCO GLORIOSO 150ANNI DI STORIA

46째16'05''N 9째45'07''E

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12 IL PICCO GLORIOSO


NELLA STORIA DELL’ALPINISMO

Centocinquant’anni or sono quattro sudditi della Regina Vittoria capitarono in Valtellina: fra i loro scopi il tentativo di dare la scalata a un misterioso picco, intravisto dalle creste del Bernina qualche tempo prima da alcuni connazionali. Il picco misterioso era il Monte Disgrazia. Dal 1786, data della prima salita al Monte Bianco, dapprima sporadicamente e poi con una frequenza sempre maggiore, una dopo l’altra, moltissime vette alpine erano state scalate; e a metà del XIX secolo l’alpinismo era ufficialmente diventato un’attività apprezzata dagli avventurosi rappresentanti dei ceti più colti e ricchi d’Europa. Scalare le montagne, esplorare i recessi più selvaggi delle Alpi, entrare nel labirinto di grandiosi ghiacciai, misurarsi con una natura ancora poco nota, divenne in poco tempo una moda capace di contagiare studiosi e letterati. A spiccare su tutti nella pionieristica attività fu in particolare un gruppo di gentiluomini inglesi che, in poco più di cinquant’anni, trasformò le Alpi in terreno d’azione e di studio, conquistando quasi tutte le cime più importanti. Membri della ricca borghesia, questi personaggi erano riuniti in una sorta di sodalizio (ufficializzato dal 1857) appoggiato dall’élite culturale britannica: del gruppo facevano parte letterati, artisti, filosofi e uomini di chiesa. A essi dobbiamo non solo l’affermarsi dell’alpinismo come attività di studio e di svago, ma anche la conseguente nascita del turismo alpino. Molte località oggi importanti e alla moda come Chamonix, Grindelwald, Zermatt e Pontresina, devono le loro fortune a questi audaci esploratori, che ne fecero la base per le loro esplorazioni e le resero celebri nei loro racconti. Che cosa spinse questi uomini fra le Alpi? Probabilmente un insieme di fattori concomitanti. Prima del XVIII secolo la catena alpina era considerata semplicemente un fastidioso ostacolo che separava l’Europa dall’Italia e dalle sue meraviglie artistiche: chi non raggiungeva il “Giardino d’Europa” (così era conosciuto il nostro paese allora) via mare, lo poteva fare via terra, con l’onere, però, di sobbarcarsi la difficile traversata alpina. Furono proprio i rampolli delle ricche famiglie inglesi e tedesche i primi a riconoscere nell’inospitale paesaggio alpino un fascino particolare. Dalla fine del XVII e per tutto il XVIII secolo si diffuse tra i giovani aristocratici, provenienti per lo più da Inghilterra e Germania, la moda del Grand Tour, un autentico viaggio di formazione attraverso le bellezze artistiche e paesaggistiche dell’Europa continentale: fu grazie a questi blasonati turisti che la cultura dell’epoca posò per la prima volta lo sguardo sulle vette alpine. I giovani del Grand Tour misero per iscritto le sensazioni suscitate in loro dall’attraversamento dei valichi alpini: l’insolito intreccio di paura e piacere, il senso dello smisurato, il sublime, la maestosità. Le categorie e gli ideali del romanticismo erano arrivati sulle montagne. Anche in conseguenza di ciò, nei primi decenni del XIX secolo, molte strade che, attraverso importanti valichi collegavano il Nord con il Sud, furono ampliate e rese più sicure; altre furono costruite ex novo facilitando l’accesso al cuore della catena montuosa d’Europa. Non furono però solo gli ideali romantici a spingere i protagonisti di questo libro, i primi scalatori del Monte Disgrazia, sulle Alpi: sarebbe più corretto, nel loro caso, parlare di spirito di conquista, inclinazione all’av-

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RACCONTO della PRIMA ASCENSIONE al MONTE DISGRAZIA Letto da Sir. E. S. Kennedy, Presidente dell’Alpine Club, davanti ai membri dell’Alpine Club il 3 febbraio 1863. Traduzione originale Antonio Boscacci, Notizioario CCIAA n°4, 1986. Revisione Angelo Recalcati

Mentre i rintocchi della mezzanotte risuonavano dal campanile di Sondrio, una carrozza giungeva al termine della sua affannosa corsa nel cortile dell’Hotel della Maddalena(1), e cinque passeggeri ritardatari, che avevano lasciato Lugano con il battello di mezzogiorno, ponevano nel contempo fine alla loro giornata di avventure per acqua e terra, e a un ultimo noioso tratto di viaggio lungo il quasi piano fondovalle alluvionale del fiume Adda che si estende dall’attuale sommità del lago di Como alla città di Tirano. La comitiva era formata dal Rev. Isaac Taylor, dal Rev. Leslie Stephen, con la sua fedele guida dell’Oberland Melchior Anderegg, io e il domestico inglese Thomas Cox. Le nostre energie erano in parte rivolte al chiarimento di argomenti di carattere archeologico e geologico; ma mentre l’etnologia e le scienze naturali reclamavano la dovuta attenzione, v’era una ben diversa e più forte attrattiva: avevamo in progetto una vetta non ancora scalata, e quale alpinista può resistere al fascino che un tale argomento offre? Al mattino di martedì 19 agosto 1862 lasciammo l’hotel e, prendendocela comoda, risalimmo sotto un sole italiano la Val Malenco e raggiungemmo Chiesa intorno all’una. Scegliemmo questo villaggio come base di partenza, perché sembrava la località abitata più vicina alla montagna e perché il resoconto pubblicato dalla signora Jane Freshfield(2), che lì aveva trascorso due o tre giorni, ci diceva che esisteva almeno di nome un decente alloggio(3). Dopo esserci riposati un po’ ed aver ordinato la cena per le sei, effettuammo un sopralluogo preliminare. Le tre o quattro settimane di alpinismo che avevamo alla spalle ci avevano messo in buona forma e, dopo qualche giorno passato nei dintorni dei laghi italiani, l’aria di montagna era più stimolante del solito. Mano a mano che rapidi salivamo in altezza guadagnavamo in vigore, e i nostri toraci si dilatavano ad accogliere la rinfrescante brezza. Come libero ed esultante si sente il vero alpinista quando passa dalla calda e soffocante atmosfera del piano al vento freddo e stimolante del monte; quando si lascia alle spalle la serena bellezza dei laghi e si esalta nella grandiosità di rocce selvagge e di sconvolti ghiacciai. Taylor, il cui tempo a disposizione era limitato, e che aveva altro in mente, non condivideva le nostre alte aspirazioni e, dopo averci accompagnato per la maggior parte della salita, sostenne con qualche ragione che le nuvole che si erano addensate avrebbero reso impossibile l’osservazione, e perciò era inutile andare più oltre. Si acquattò in una nicchia riparata sotto una caratteristica roccia lisciata dall'azione glaciale. Quindi noi, seduti sui pendii del Monte Nero ad un’altezza di circa 8000 piedi(4), iniziammo ad esaminare la nostra montagna con il cannocchiale. Fino a quel punto avevamo visto ben poco, ma ora appariva una serie di cime simili a guglie che da Chiesa si elevavano verso Nord-Ovest. L’occhio di Melchior era incollato al cannocchiale, e avevamo tutto il tempo di osservare attentamente intorno a noi. Puntavamo lo sguardo verso Sud-ovest. Lassù c'era il Disgrazia, la sua vetta, una cittadella vergine resistente ad ogni attacco, che emergeva con orgoglio al di sopra di ogni altro bastione più basso nella catena e che, come se si risentisse dei nostro sguardo indiscreto, scompariva di tanto in tanto dietro le nuvole mosse dal vento . Davanti al Disgrazia e quasi alla nostra altezza si ergeva una formidabile barriera esterna formata da massicci bastioni ed avancorpi posti sul bordo di minacciosi precipizi. Intorno alle basi di questi scoscesi bastioni si snoda la Val Malenco, che forma, nel suo sviluppo circolare con al centro il Disgrazia, il vasto fossato che racchiude questa possente fortezza naturale. Due furono le direttive di attacco che

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La celeberrima stampa con il Monte Disgrazia visto dai ghiacciai dello Scerscen che correda il primo numero dell’Alpine Journal. Above: the famous print of Monte Disgrazia seen from the Scerscen glaciers which illustrated the first issue of the Alpine Journal.

reggio, dove si può trovare una precaria possibilità di alloggio per tre persone. Stavamo aggirando la spalla occidentale del contrafforte che si profilava a sinistra, e la valle verso la quale stavamo avanzando, e nella quale(9) scende il grande ghiacciaio della catena del Disgrazia, si stava aprendo davanti a noi, quando ci apparve la nostra montagna. È un vero picco glorioso, che si innalza slanciato dalla sommità di una scarpata rocciosa, con creste frastagliate che scendono ben delineate da ogni parte della cima. Melchior era piegato su un ginocchio, scrutando col suo cannocchiale preferito. Stephen dava segni di insofferenza. «Perché perder tempo ora, Melchior, quando più avanti avremo migliori possibilità?» Allora avanti di nuovo. Potevamo osservare l’intero versante che scende sulla destra della montagna e avanzando sempre più, oltre le rocce vicine, si scopriva una parte sempre maggiore del versante a sinistra. Fatti pochi passi la montagna diventava più isolata; ancora un poco avanti ed il pendio a sinistra, invece di continuare a scendere formava un angolo e di nuovo si innalzava. «Guardate, Stephen, quel nuovo pendio sulla sinistra si alza moltissimo, è alto quasi quanto la montagna stessa.» Avanzammo ancora, mentre ad ogni passo la valle si apriva sempre più. «Pressoché uguale», disse Stephen; «diamine, è proprio alto uguale!» E di lì a poco, infatti, vedemmo che si slanciava in alto, più in alto di dove prima avevamo supposto vi fosse la vetta. Più la valle si apriva, più la cresta si innalzava a sinistra. Ora bruciavamo di impazienza. Quando sarebbe apparsa la sommità? «Guarda, è là!»

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E davvero era la vetta che si stagliava netta e chiara contro il cielo. Fummo costretti ad abbassare sensibilmente lo sguardo per ritrovare la prima sommità che individuammo e fummo felici di constatare che la linea di cresta culminava nella nuova vetta, e rapidamente scendeva verso sinistra. Convenimmo che era una delle più belle montagne che avessimo mai visto, e che poche erano sembrate più difficili. L’occhio di Melchior fu di nuovo incollato al cannocchiale. I mormorii di disapprovazione di Stephen diventarono più espliciti, e il suo linguaggio alquanto più aspro; ma alla fine l’esame di Melchior si concluse. Ed ora, urrà per l’ascensione! Di colpo ci dovemmo fermare. Nessuno fiatava. Lo sguardo di tutti era fisso alla cresta: saliva di nuovo verso sinistra! Ancora avanti nella valle. Quanto sarebbe salita? Avrebbe superato l’ultima maestosa vetta? No! Si era infatti presentata una leggera depressione e la cresta ricominciava ad abbassarsi di nuovo verso sinistra. Sarebbe scesa gradualmente? No! Riprese a salire di nuovo eguagliando l’ultima vetta! E finalmente una cresta di denti frastagliati, separati da chiazze di neve abbagliante, si stagliò contro il blu scuro del cielo. Penso che il nostro primo sentimento fu più di intensa sorpresa che di ammirazione. Non avremmo mai immaginato una vetta tanto alta. La prima cima andava già oltre la nostra aspettativa, la seconda assai di più; e ora, con intensa gioia, contemplavamo una sommità inondata dalla luce del mattino che si elevava in modo impareggiabile. Guardammo in silenzio, con l’ammirazione che iniziava a mescolarsi alla sorpresa ; poi si fece strada un sentimento che si avvicinava al timore reverenziale. Nessun essere umano aveva messo piede su questa cima, tutta gloriosamente splendente nella sua virginea bellezza; e quando ci ricordammo dell’obiettivo della nostra escursione, che al primo apparire di tanta maestosità avevamo completamente dimenticato, gradualmente un' intima e nascosta speranza di farcela si fece in noi più convinta. Alle sette eravamo al piede del ghiacciaio e a lato di un limpido ruscelletto ci fermammo per la colazione. Ma la conversazione cadde ancora sulla strada da prendere. Melchior aveva presto scelto la sua linea. «Forwärts! meine Herren!(10)» Camminando facilmente in direzione Ovest, risalimmo verso la parte bassa del ghiacciaio. Raggiunta una seraccata, superammo rapidamente una vecchia morena laterale verso Nordovest e, senza indugio, ci portammo sul nevaio superiore. Qui ci legammo per la prima volta; essendo il ghiacciaio troppo crepacciato Melchior evitò quei labirinti con grande abilità, ma fu necessario un continuo uso della piccozza, costretti a scendere e salire parecchi crepacci. Ne costeggiammo con cautela i bordi di altri ed infine raggiungiammo la crepaccia terminale al piede della parete di roccia e neve. Dal basso l'avevamo vista di fronte, e quindi non potevamo giudicare la sua inclinazione. In effetti la trovammo molto ripida ed il ghiacciaio e la roccia erano rivestiti di neve per uno spessore di circa nove pollici. Salimmo lentamente, a volte tagliando dei gradini, a volte approfittando di un appoggio roccioso per il piede. Finalmente guadagnammo la cresta (11); c’era appena lo spazio per stare in piedi, e guardammo giù verso le valli a Sud e ad Ovest. Era l’una, ed eravamo tutti un po’ scoraggiati perché sappiamo bene che se non è per altri motivi il successo è impossibile se manca di tempo. Stephen e Melchior proposero di salire lo spigolo poco distante a sinistra, e dare un’occhiata. Decisi di non accompagnarli, perché sapevo che senza di me la loro salita sarebbe stata più rapida. Sparirono presto nella nebbia seguita al bel mattino, mentre Thomas Cox ed io cominciavamo a soffrire il freddo, specialmente quando il vento si alzò in una piccola bufera, sbattendoci contro fiocchi di neve e pezzetti taglienti di ghiaccio. Per mancanza di spazio, ci dovemmo limitare al poco produttivo esercizio di pestare i piedi sulla neve. Dopo due ore Stephen e Melchior fecero ritorno. Avevano raggiunto la seconda vetta (12) e riferirono che era possibile discendere di là sul ghiacciaio, che dalla sella tra la seconda vetta e la più alta si estendeva sul versante Sud-ovest verso una valle (13), sul lato della catena opposto a quello per il quale noi eravamo saliti e che la magnifica cima appariva accessibile dalla testata del ghiacciaio. Riferirono inoltre che sarebbe stato senz’altro non difficile risalire il ghiacciaio

Sopra, bassorilievo in legno raffigurante Leslie Stephen eseguito da Melchior Anderegg. Above: wooden bas-relief of Leslie Stephen by Melchior Anderegg.

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sono una razza talmente sconosciuta che eravamo visti come una specie di lusus naturae(21). Il personale delle terme non poteva incaricarsi di chiamarci al mattino, non avrebbe potuto servirci il caffè prima delle sei, né avrebbe trovato per noi un uomo per portarci la lanterna e ci indicasse il sentiero nel buio. Alla fine ci fu promesso qualcuno per la lanterna il quale, se pure non pratico del sentiero, sapeva però di un tale che lo conosceva. Poi vi fu una discussione con il nostro capo cocchiere, che accettò di aspettarci con le carrozze a S. Martino fino alle sei del pomeriggio. Cercammo di spostare un po’ più avanti l’orario ma lui insistette, e non senza ragione, che sarebbe stato pericoloso essere sorpresi dalla notte su una strada di montagna. Dopo una insolita serie di discussioni, tutti i nostri preparativi erano compiuti e ci godemmo una tranquilla passeggiata per ammirare il paesaggio, e in generale per esplorare il complesso termale. Non eravamo stati male informati sulla grande estensione dello stabilimento e sulle molto varie attività praticate nelle vicinanze. Vi fioriva l’estrazione mineraria, la produzione del carbone di legna, la carpenteria in tutte le sue branche. Fummo attratti dai suoni che provenivano da una specie di capannone da carpentiere e scoprimmo che era il reparto delle casse da morto dello stabilimento. In questo caso una bara era quasi pronta, e il suo futuro occupante al momento giaceva morto in uno degli appartamenti. Sebbene considerassimo l'organizzazione degli eventi funebri del tutto soddisfacenti, e fossimo tranquillizzati nel sapere che ogni infausta eventualità dell'indomani sarebbe stata decorosamente e prontamente affrontata, rifiutammo cortesemente di dare qualsiasi precisa disposizione, ma confortati dalla nostra ispezione facemmo ritorno a passi svelti ai nostri quartieri, impacchettammo i viveri per il mattino, controllammo che la lanterna fosse stata realmente ordinata, e trasportammo ogni cosa nelle nostre camere da letto.

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La mattina di sabato, dieci minuti prima dell' una eravamo puntualmente in cammino. Le stelle brillavano, ma non così come avremmo desiderato, mentre le alte rocce intorno a noi limitavano una più ampia visuale. A metà strada tra i Bagni ed il villaggio di S. Martino incontrammo dei viaggiatori su due carrozze, preceduti da un uomo a piedi che faceva luce per guidare i conducenti. Era il corteo funebre che veniva a prelevare la salma. Al villaggio di S. Martino il nostro portatore di lanterna svegliò un vecchio e senza una parola di spiegazioni sparì con lui nell’oscurità. Aspettammo, ma non compariva nessuno. La nostra pazienza stava esaurendosi, tanto che persino il taciturno Melchior diede sfogo ai suoi sentimenti repressi ed esclamò: «Ach! wie dumm sind diese Leute.(22)» Il ritardo ci permise di esaminare lo stato del cielo. Ahimè! tutte le stelle erano sparite; ci fu un lampo, il tuono distante arrivò rumoreggiando su per la valle, mentre sparse ma pesanti gocce cominciarono a cadere. Non rivedemmo più né il portatore di lanterna, né il vecchio suo amico e raggiungemmo i Bagni alle due e mezzo, mentre la pioggia cominciava a cadere a catinelle. Con difficoltà ci fu permesso di entrare, e dopo aver vagato lungo oscuri corridoi, ci imbattemmo in una sudicia cameriera senza scarpe e senza calze, la quale ci informò che avendo lasciato le nostre camere non sarebbe stato possibile riaverle, perché, in realtà, erano occupate dai componenti del corteo funebre e dal cadavere. Dopo una ulteriore mezz'ora d'attesa ci trovammo in altre camere che in tutta fretta ci erano state preparate. Alle dieci di quello stesso giorno facemmo colazione, e dopo aver girovagato con uno stato d'animo incerto per non dire irascibile, mandammo Melchior e Cox a esplorare il sentiero per qualche miglio, così da non avere alcuna difficoltà e decidemmo, se il tempo migliorava, di fare un altro tentativo; ma se avesse continuato ad essere sfavorevole, di andarcene con il carro del pomeriggio , scordando ogni ulteriore tentativo. Dopo la consueta leggerissima cena dello stabilimento, andammo a coricarci. Quello stesso giorno eravamo in piedi poco dopo le undici, e venti minuti prima di mezzanotte eravamo ancora en route per il Disgrazia. Sono propenso a pensare che l'avventura che vivemmo fosse stata forse del tutto senza precedenti. Ci eravamo alzati vestiti ed avevamo iniziato in pieno l’attività della giornata tre volte in meno di ventiquattro ore, tra una mezzanotte e la successiva. L'attività del primo giorno si svolse in tre ore, quella del secondo in dieci, mentre il terzo giorno ci trovò impegnati, come risultò alla fine, ventiquattro ore. In tali circostanze lo scorrere del tempo prende un carattere molto strano e la stessa nozione di tempo risulta molto confusa. Attraversammo il villaggio di S. Martino senza una sosta e seguimmo con attenzione il sentiero che era stato esplorato da Melchior e Cox il giorno prima, no, quel giorno stesso. Era buio pesto e non vedevamo nulla, così avvenne che ci portassimo troppo a sinistra, finendo infognati tra rocce e ruscelli. Scavalcando roccioni, inciampando in tronchi di pino caduti e sguazzando in pozze d'acqua stagnante raggiungemmo un alto alpeggio, proprio mentre diventava giorno e qui, seduti su alcune rocce facemmo la nostra prima colazione. Salendo per un sentiero abbastanza ripido la bastionata rocciosa che sembra chiudere l'alta valle alla sua estremità Nordest, entrammo in quella selvaggia regione di scarsa vegetazione che si trova sempre tra i luoghi utilizzati dall’uomo per la pastorizia ed il regno della neve e del ghiacciaio(23); una regione che, anche al più esperto alpinista, appare di una estensione assai meno vasta di quella che in realtà: è una regione del tutto celata al turista delle valle, e considerata dal signor Ruskin come un bacino provvidenziale per contenere le masse di neve e le enormi rocce franate dalle cime superiori e impedirne il transito distruttivo verso le valli inferiori abitate. Superata questa zona desolata e attraversate alcune chiazze di neve vecchia, ci arrampicammo su ripidi roccioni confusamente accatastati, volgendoci di tanto in tanto per gettare un rapido sguardo sui luoghi che avevamo lasciato in basso. L’occhio seguiva il lungo percorso nella valle che avevamo appena risalito, fino al punto della sua confluenza tra il ramo di destra che conduce ai Bagni e quello di sinistra giù alla strada principale nella valle dell'Adda. Eravamo quasi alla stessa altezza delle sommità del-

Sopra, la cresta Ovestnord-ovest del Disgrazia in una foto di Alfredo Corti. Above: the West-northwest crest of Monte Disgrazia as photographed by Alfredo Corti. Nella pagina a fianco, una foto del Monte Disgrazia ripresa verso fine 800 dal conte Francesco Lurani Cernuschi. Nell’immagine si può vedere per intero il percorso seguito dai primi salitori. Opposite: a photograph of Monte Disgrazia by Count Francesco Lurani in the late 19th century. The entire route taken by the first climbers is visible.

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LESLIE STEPHEN e VIRGINIA WOOLF Montagna come conquista e montagna come patrimonio.

I 3678 metri del Monte Disgrazia, una delle principali vette della Valtellina, furono per la prima volta calpestati e, per così dire, domati, nell’anno 1862 da una cordata anglosassone. Tra i tenaci alpinisti della spedizione che raggiunse la cima c’era Leslie Stephen. Ritratto perfetto del gentiluomo dell’Inghilterra vittoriana, Stephen fu uno dei protagonisti del periodo d’oro dell’alpinismo inglese di fine XIX secolo. Oltre a questo però val la pena di ricordare che sua figlia, Adeline Virginia Stephen, sarebbe entrata nella storia della letteratura mondiale con il cognome del marito Leonard Woolf. Il 28 novembre 1928, Virginia scriveva sul suo diario: «Compleanno di papà. Avrebbe avuto 96 anni, sì, 96 anni oggi; e avrebbe potuto avere 96 anni come altre persone che abbiamo conosciuto; ma per fortuna non è stato così. La sua vita avrebbe distrutto completamente la mia. Che cosa sarebbe avvenuto? Niente scrivere, niente libri: inconcepibile. »1 Virginia, donna di fine sensibilità e dalla sessualità tormentata, attiva nelle battaglie per la parità di diritti tra i due sessi, è oggi annoverata tra i maggiori letterati del XX secolo. Diversa, o forse sarebbe più corretto dire opposta, a Leslie Stephen per temperamento, carattere e inclinazioni, ebbe un rapporto singolare con il padre. Da una parte serbava per lui amorevole gratitudine: l’enorme biblioteca che poteva frequentare ogni giorno e l’ambiente colto, stimoltante e raffinato nel quale il genitore le permise di crescere gettarono, impossibile disconoscerlo, le fondamenta per ciò che sarebbe divenuta in seguito. Grazie all’agiatezza di Stephen la scrittrice non incrociò mai le terribili condizioni delle donne operaie inglesi, di cui pure avrebbe in seguito raccontato le storie.2 D’altra parte Virginia soffrì per tutta la vita l’autorità del padre: aveva infatti studiato a casa, come ogni figlia di buona famiglia, senza frequentare il college insieme ai suoi fratelli, crescendo all’ombra costante di un’influenza paterna perentoria e assoluta. Solo dopo che Leslie Stephen morì di cancro, nel 1904, potè iniziare realmente il suo percorso di scrittrice e letterata. Ma perché far entrare la figlia, la controversa e amata scrittrice morta suicida nel fiume Ouse, in un’opera dedicata a una delle tante conquiste alpinistiche di suo padre? Perché parlare di lei quando il conquistatore, il camminatore e il risolutore della nostra montagna è lui? E se fosse proprio la differenza tra i due ad appassionarci e ad interessarci ai fini di questa pubblicazione? Vi è, infatti, un abisso enorme, ma significativo tra Stephen e Virginia. Una falla nella quale proveremo a suggerire una interpretazione che ci permetta di vedere e percepire in modo nuovo, e nello stesso tempo antico, cioè precedente l’avvento della società moderna, il paesaggio naturale che ci circonda; e quindi di intendere e comprendere l’ambiente, e insieme le montagne, al di fuori delle categorie di commercio, di turismo di massa e di oggetto di dominio. Il destino ha voluto che Virginia Woolf, sparisse abbandonandosi alle acque di un fiume: lei che, come appare in tutti i suoi scritti, si lasciò sempre sopraffare dalla natura, facendosi da essa ispirare, senza mai violarla, senza mai lasciare tracce. Se Stephen considerava le Alpi come il “Playground of Europe”, luogo di sfida dell’uomo, chiamato a misurare la propria audacia, Virginia, al contrario, riposava nella natura come se fosse una parte di essa, senza distinguere un oggetto “da conquistare o da domare” da un soggetto “che conquistava e che domava” ma, piuttosto, perdendo la sua centralià in favore di un completo abbandono a una forza non umana e quindi indecifrabile. Come la scrittrice, molti dei suoi personaggi, percepiscono la potenza della natura, ma il loro

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IL VALORE DI UNA MONTAGNA

La Valtellina conosce la conquista alpinistica delle sue vette più spettacolari poco dopo la metà dell’800, secondo uno schema che l’accomuna al resto delle Alpi. In modo significativo, a salire sulla vetta del Monte Disgrazia nel 1862 dal versante della Val Masino sarà una cordata guidata dal gentiluomo inglese Leslie Stephen. Lo stesso, evidentemente non appagato da questa impresa, si reca a Santa Caterina Valfurva, in cerca di monti non ancora assaliti dalle “orde migratorie” dei turisti e sale il Tresero, il Confinale e il Gran Zebrù. Montagne e arrampicate a parte, l’ex sacerdote anglicano, fresco del suo disincanto agnostico, non sembra interessato o in grado di intendere il contesto culturale, storico, espressivo e simbolico dei territori; la sua sintetica descrizione della realtà locale registra l’abisso tra la mentalità arcaica dell’alpigiano valtellinese, il suo rapporto atavico con la montagna, e la propria, cosmopolita, disincantata, urbanamente disinvolta. Questo atteggiamento, che lo porterà nel 1871, come presidente dell’Alpine Club Inglese, a dichiarare le Alpi “il terreno di gioco dell’Europa”, rappresenta la rivendicazione più diretta della appropriazione da parte della società urbana di un mondo ‘altro’ da sottomettere senza condizioni, senza riguardi per la sua costituzione naturale e la sua storia culturale, nel nome del divertimento: “Andare in montagna è uno sport come il cricket o il canottaggio. Si vince quando, nonostante tutte le difficoltà, si arriva in cima; si perde quando si è obbligati a ritirarsi”. Questa provocatoria affermazione sancisce la “laicizzazione” delle montagne da parte della modernità, di contro all’investitura sacrale ed esteticamente romanticheggiante delle Alpi, che aveva in Ruskin il più ispirato e lungimirante diagnosta della nascente industria turistica, tanto dal punto di vista della riduzione simbolica (“Voi avete disprezzato la natura, cioè tutte le profonde e sacre sensazioni dello scenario naturale. I rivoluzionari francesi trasformarono le cattedrali di Francia in stalle; voi avete trasformato le cattedrali della Terra in piste di gara”), che da quello del degrado ambientale e valoriale (“La società moderna va in montagna non per digiunare, ma per festeggiare, e abbandonando i ghiacciai li lascia ricoperti di ossa di pollo e gusci d’uovo”). In Leslie Stephen, fervente seguace dell’utilitarismo e propugnatore di un ritorno all’illuminismo, l’alpinista è indisgiungibile dal “filosofo”: solo la convinzione utilitaristica e il “disincanto” illuministico del mondo consentono infatti il cambiamento di visione che trasforma l’antica sacralità e terribilità delle vette dei monti in palestre d’arrampicata e teatro di prove di coraggio. Con il contratto sociale illuministico, definito a ragione una dichiarazione di guerra senza quartiere alla natura, inizia l’appropriazione incondizionata del mondo da parte dell’uomo occidentale e, con essa, anche il tramonto del cuore roccioso d’Europa, che la cultura moderna, all’inizio dell’età industriale aveva riscoperto come un laico eden. Perciò la prima ascensione sulla magnifica montagna del Disgrazia, compiuta dal teorizzatore delle Alpi come smisurato terreno di competizione atletica e di divertimento, appare particolarmente densa di significato, perché segna autorialmente l’entrata della Valtellina nell’industria turistica. Infatti, non appena la moda del Grand Tour si trasforma nel turismo di massa e nelle sue necessarie infrastrutture (alberghi, mezzi di trasporto, allestimento dei comfort cittadini, ecc.) e le esplorazioni si trasformano nell’esercizio sportivo della scalata, le Alpi, che erano state immaginate come il luogo dell’innocenza, della probità e della sobrietà dei costumi, l’ultimo lembo di una natura rimasta miracolosamente intatta nel cuore della vecchia Europa, non tardano a somigliare sempre più a quella società che le proietta a scenario di compensazione e redenzione del proprio fallimento

Paolo Punzo, Parete Nord del Monte Disgrazia e Val Sissone dall'alpe Oro, circa 1950. Collezione privata, Sondrio. Paolo Punzo: the North face of Monte Disgrazia and the Val Sissone from Alpe dell'Oro, about 1950. Private collection, Sondrio.

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ambientale, etico e sociale. Avviene insomma una trasvalutazione delle montagne: da irraggiungibile, temibile, numinosa, ignota realtà, esse divengono un’opportunità e una risorsa per la società delle masse, della tecnica e del consumo; qualcosa che finisce presto per avere un valore economico, una dimensione in cui bellezza, sacralità, tradizioni, culture vengono rapidamente tradotte nell’unico lessico che permette di equipararle a qualsiasi altro bene e renderle appropriabili indistintamente: il denaro. Anche la pratica della conquista delle vette, l’invenzione moderna dell’alpinismo, finisce per apparire da subito quell’ambiguo pharmakon che, offrendo visibilità, denaro e opportunità a sperduti villaggi alpini, corrompe proprio ciò che la rende attraente e la motiva, introducendo, sotto le sembianze di un esercizio austero, difficile, pericoloso, un’asimmetria di potere economico e di significazione in cui il continente alpino perde progressivamente e rapidamente la sua straordinaria differenza e l’incompresa ricchezza della sua multiformità naturale e culturale fino a trasformarsi spesso nell’ultimo lembo delle periferie urbane. Da quel momento storico in poi, le montagne sono una posta in gioco e posti di gioco; il linguaggio in cui erano state viste, comprese, temute o amate cede il campo ad altre e più globali semantizzazioni, la loro unicità naturale, geografica, simbolica viene assorbita e poi smarrita dentro geografie astratte e decontestualizzate, in sistemi di obiettivi e di senso, di percorsi e di progetti che lacerano, senza spesso saperlo ricomporre, il denso tessuto contestuale, simbolico e territoriale di cui le montagne sono una porzione, un’articolazione e un pregnante simbolo. Queste nuove cartografie sportive, che funzionano come battistrada della risalita turistica, conducono alla costruzione di strade carrozzabili, di strutture d’accoglienza, di “invenzione” di paesaggi montani per la bulimia dei cittadini globali. Ma sulle loro tracce, inevitabilmente, la scoperta delle risorse non solo estetiche delle montagne progredisce rapidissimamente, in un’industrializzazione periferica, ma non per questo meno invasiva e

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persino spettacolare. Montagna come risorsa: sportiva, salutistica, avventurosa, estetica, turistica, industriale; montagna rapidamente disincantata da chi ne vagheggiava l’incanto e la terribilità; montagna come spettacolarizzazione: una sorta di rivincita sull’irrappresentabilità di cui le poetiche del sublime l’avevano alonata in un ambiguo tentativo di preservarne la straordinaria alterità, che in ultimo – con estrema e involontaria coerenza – arriva ad omologare pareti di roccia, pareti di dighe, pareti di edifici (l’importante è sfidare la verticalità). Giusta distanza, rispetto, compostezza, finiscono per risultare valori costitutivamente estranei alla cultura dell’appropriazione, del consumo, dell’industria del divertimento di massa, che andrà travolgendo anche il mondo della sobrietà, della prudenza e dell’etica alpina, stravolgendo il senso profondo dell’esperienza spirituale della montagna e deculturando le comunità abitanti, i loro saperi, i loro significati, ma soprattutto l’antica consapevolezza che le terre alte, forse più di ogni altra parte della Terra, sono beni comuni, costituiscono uno straordinario e inappropriabile patrimonio di significati, ricchezze naturali e simboliche, sono un’epifania sacrale di bellezza, non solo per i territori su cui insistono, ma per l’umanità intera. Allora, il senso di commemorare la prima salita sul Disgrazia è anche quello di ripercorrere il senso destinale di una vicenda che, in un’apparente casualità, sintetizza la vicenda storica e culturale, che si manifesta, come in altre regioni alpine, in mutamenti profondi della propria singolarità culturale, paesaggistica, identitaria a causa degli effetti congiunti e inestricabili di turismo e industrializzazione, di esportazione delle logiche urbane, che oggi dovremmo essere in grado di valutare nella giusta prospettiva storica e con la necessaria lungimiranza verso i tempi che verranno, quando le montagne torneranno a mostrarsi nel loro valore intrinseco di terre relativamente preservate, luoghi di culture differenti, di immensi patrimoni di conoscenze, sguardi, memorie e di un’immensa e gloriosa epifania di bellezza.

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STORIA DI UN NOME...DISGRAZIATO

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IL DISGRAZIA NELL’ICONOGRAFIA

Sopra, il versante Nord del Disgrazia ripreso dalla Cima di Rosso in un acquerello di Edward Harrison Compton dei primi del 900. Above: watercolour by Edward Harrison Compton (1881-1960) of the northern flank of Monte Disgrazia viewed from the Cima di Rosso.

Nonostante la bellezza, l’imponenza delle forme e la rilevante altezza, la nostra montagna non ha attirato l’attenzione di cartografi e illustratori fino alla prima metà dell’ottocento. La sua visibilità da Morbegno, seppur limitata al coronamento sommitale, ne ha determinato la prima testimonianza grafica, ma stupisce che la magnifica visione dalla mulattiera del Passo del Muretto non abbia ispirato i pur numerosi frequentatori di quell’itinerario a trasmetterne l’immagine. Forse la ragione sta nel fatto che il Muretto è stato sì un itinerario di antica frequentazione, ma in tempi in cui i paradigmi estetici dei viaggatori erano ben poco sensibili al fascino dell’orrido, al contrario di quelli del “Gran Tour” alpino ottocentesco, assai favoriti nel loro cammino dalle nuove carrozzabili alpine. Proprio la loro apertura ha ispirato numerose pubblicazioni di vedute che costituiscono una preziosa fonte dell’iconografia del paesaggio alpino. Nel nostro caso è nell’album di Johan Jakob Meyer del 1831 sulla strada dello Stelvio, che troviamo quella veduta di Morbegno in cui per la prima volta è raffigurato il Monte

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Disgrazia che, grazie all’elevato punto di osservazione scelto dall’artista, emerge assai distintamente sopra le creste che lo chiudono a mezzogiorno. La sua prima esplicita rappresentazione cartografica a stampa risale invece al 1820, con la pubblicazione della “Carte Topographique-militaire des Alpes” di Jean-Baptiste Raymond, una carta in scala 1:200.000, dove è sommariamente rappresentata col toponimo, mai più ripreso, di M. Disgracio. La sua forma singolare e la sua non lontana assonanza con ‘ghiaccio’ ci fa venire qualche sospetto su un possibile fraintendimento iniziale dei topografi rilevatori e sull’originario significato del toponimo. Di poco successiva è la bella carta “Topografia della Provincia di Sondrio” di Giuseppe Cusi, pubblicata a Milano il 10 Maggio 1825. Essendo a scala 1:100.000 il disegno è più dettagliato e i toponimi assai più numerosi. Qui la nostra montagna ha assunto la sua fatale denominazione, per di più al plurale, “M. delle Disgrazie”, ma non lontano rileviamo un interessante toponimo, che non apparirà più in seguito, “M. delle Vedrette” localizza-


to sul lungo crestone di rosso serpentino su cui emergono i Corni Bruciati. Denominazione certo non appropriata dal momento che, ancor più a quei tempi, era il Disgrazia ammantato da ‘vedrette’ (termine che, come ben si sa, nell’area retica viene dato ai ghiacciai), non certo i rossi rocciosi Corni Bruciati. Che sia stata una ‘migrazione’ arbitraria lo si è potuto verificare visionando l’antico documento catastale che riguarda l’alta valle di Sasso Bisolo. Redatto nel 1812 in occasione del rilevamento del Catasto Napoleonico, nel foglio 3 di “Visido di Dentro” (00400) troviamo indicati in modo schematico ma nelle relative corrette posizioni sia “Vetta del Monte

Pioda” che “Cima della Vedretta” per il punto culminante della valle. Quindi una conferma per far derivare il nome della nostra montagna dalla sua natura prevalentemente glaciale. La forma “Monte delle Disgrazie” sembra nascere invece dal versante di Chiareggio perchè la si può rilevare nella mappa catastale di Chiareggio (00303) redatta nel 1815 ed è quindi in questa occasione che è avvenuto il fatale fraintendimento e il conseguente ‘peccato originale’ che marchierà per sempre la nostra bella montagna! Dal plurale al singolare, “M. della Disgrazia”, ecco la variazione che registriamo sull’im-

Le carte del Catasto Napoleonico, “Chiareggio”, in alto, e “Visido” che per la nostra vetta mostrano due nomi diversi: ”Cima della Vedretta” in Val Masino e “Monte Disgrazia” o “della Disgrazia” in Val Malenco. Above: the two maps of the Napoleonic Survey, 'Chiareggio' (top) and 'Visido', showing the mountain with different names: 'Cima della Vedretta' in Val Masino and 'Monte Disgrazia' (or 'della Disgrazia') in Val Malenco.

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portante carta del Lombardo-Veneto del 1833 rilevata dallo Stato Maggiore Austriaco. In questa dettagliata carta in scala 1:86400, in cui sono anche delineate le estese zone glaciali, si ufficializza il nome che, con l’eliminazione della preposizione articolata, diverrà in seguito quello attuale. Notiamo che il toponimo “Pizzo Bello”, vano tentativo di ribattezzare con un nome più appropriato la nostra montagna, non appare in questa

Copia dell’Alpine Journal su cui è riportato il racconto della prima salita al Disgrazia. The Alpine Journal in which the account of the first ascent of Monte Disgrazia was published.

carta, ma lo ritroviamo nella ristampa e ingrandimento al 1:75.000 effettuato nel 1876, quindi dal servizio topografico italiano, e con aggiunta la quota 3673 m. Spezzoni di questa carta sono allegati alla seconda edizione della “Guida alla Valtellina ed alle sue acque minerali per cura del Club Alpino Italiano Sezione Valtellinese” Sondrio, Tip. Moro 1884. Dobbiamo invece attendere ben 32 anni dalla prima per vedere pubblicata un’altra immagine del nostro monte, e ciò

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proprio a seguito della prima ascensione. Ma anche in questo caso si parte col piede sbagliato! Infatti la bella incisione, ripresa poi da Freshfield nel suo Italian Alps del 1875, non viene inserita nell’articolo di Kennedy sulla prima ascensione, che apre nel 1863 sul primo volume dell’Alpine Journal, ma posta a pag. 350 a illustrare nuove ascensioni nel gruppo del Bernina e la didascalia recita: Monte della Disgrazia from the Cresta Agiuzza Sattel”. L’errore, prontamente riconosciuto, è stato corretto nell’indice. Dobbiamo a F. F. Tuckett, uno dei suoi più assidui corteggiatori due schizzi da lui pubblicati su “Hochalpenstudien”, Liepzig 1873-1874, mentre sul Bollettino CAI del 1877 troviamo una modesta veduta ripresa dal lontano M. Crocione sul Lago di Como, a illustrare l’ascensione di Damiano Marinelli il 10 Agosto 1876. Così pure nell’annuario del Club Alpino Svizzero una veduta dal Passo del Muretto di Muller-Wegmann del 1° settembre 1867 illustra l’ascensione di Emil Burckhardt l’11 Agosto 1874. Nel dettagliatissimo panorama di E. F. Bossoli dal Corno Stella nel Bollettino CAI del 1881 è ben delineato il versante meridionale, ma le più accurate illustrazioni le troviamo nella monografia di F. Lurani “Le Montagne di Val Masino” del 1883, riprese anche in ”Album di un Alpinista” Sondrio, Moro, 1884. Lurani è il primo alpinista che in zona utilizza la fotografia e la sua foto dalla Cima di Prato Baro, utilizzata per ricavare l’incisione nella sua monografia, è stata ripresa il 5 Agosto 1882. Di poco successiva è la visita del principe dei fotografi alpinisti Vittorio Sella, che nel 1885 ne raggiunge anche la vetta consacrando con la supremazia dell’immagine fotografica, la fine dell’illustrazione pittorica.


Sebbene elusiva e raramente ritratta, anche successivamete la nosta montagna è comparsa in quadri, illustrazioni e persino nelle figurine Liebig. Fra gli artisti che maggiormente si sono cimentati nel dipingere il Monte Disgrazia ricordiamo Paolo Punzo, valtellinese d’adozione e grande amante delle nostre vallate. Più recenti sono i numerosi acquerelli dell’artista britannico Kim Sommerschield, alcuni dei quali riprodotti in questo volume. Anche il cinema ha puntato gli obiettivi sulla più alta vetta di Lombardia. Forse le riprese più famose sono quelle che compaiono fuggevoli, ma con grande valenza simbolica, nel film “Cinque giorni un’estate” di Fred Zinnemann del 1982. In precedenza il Disgrazia è stato palcoscenico per altri tre cortometraggi meno conosciuti: “Estate 1965, storia di una scalata”, “Anatomia di una scalata” e “Abisso nella mente”. Il primo film, in bianco e nero, mostra un’ascensione alla cima con partenza da Torre Santa Maria, il secondo rievoca la figura dello scomparso alpinista Angelo Vanelli, autore della via direttissima alla parete Sud con Giancarlo Bregani nel 1955. “Abisso nella mente”, per finire, documenta la grande performance di Giancarlo ‘Bianco’ Lenatti mostrando in diretta la vertiginosa prima discesa sciistica della parete Nord. In alto un disegno di Lurani Cernuschi inserito nella monografia “Le Montagne di Val Masino”. Above: a drawing by Lurani Cernuschi from the 'Le Montagne di Val Masino' monograph. Sotto, uno schizzo di Francis Fox Tuckett per il suo “Hochalpenstudien”. Middle: one of Francis Fox Tuckett's sketches for his 'Hochalpenstudien'. A lato titoli del film” Anatomia di una Scalata”. Below: screen image from the film 'Anatomia di una Scalata'.

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LA GEOGRAFIA

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LA GEOGRAFIA

Compare da lontano, emerge dalle nebbie del fondovalle e, un po’ come un’isola splendente, lo si può ammirare dalle Alpi Orobie e dallo spartiacque alpino delle Retiche. Distante, evanescente e proprio per questo ancor più ammaliante. Appare spesso splendente di nevi e irraggiungibile anche a chi lo osservi dal piano valtellinese presso Morbegno ed è da qui che vogliamo partire per un rapido inquadramento geografico del Monte Disgrazia. Si tratta di un nodo montuoso relativamente esteso e piuttosto concentrato che sorge a cavaliere fra il bacino del Masino e quello della Val Malenco, in posizione leggermente meridionale rispetto allo spartiacque principale delle Alpi. Ed è proprio questa singolare collocazione, a conferire al Monte Disgrazia la sua prima importante caratteristica: è la più alta vetta della Lombardia interamente compresa nel territorio della regione. Tutte le altre cime, anche più elevate, sorgono, infatti, lungo le linee di confine nazionale o regionale.

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LATO DI VAL MASINO Valli di Sasso Bisolo, Preda Rossa e Scermendone Il gruppo montuoso è delimitato a occidente dalla Val Masino e dalle sue valli laterali di Sasso Bisolo e di Mello. Il versante retico valtellinese ne costituisce il limite meridionale, mentre ad Est e a Nord il Disgrazia è abbracciato dalla Val Malenco e dalla sua ramificazione superiore nota come Valle di Chiareggio. Una volta risalito il corso principale della Val Masino, per giungere in vista della nostra montagna vi sono due possibilità. Si può entrare nella Valle di Sasso Bisolo che si stacca verso Est all’altezza del villaggio di Cataeggio, oppure si può percorrere la splendida Val di Mello che, con analoga direzione, si imbocca in corrispondenza del successivo paese di San Martino. Dopo un primo tratto incassato fra alte placconate e ripidi boschi, giunta nella omonima località, a 1437 metri, la Valle di Sasso Bisolo sembra terminare


A fianco, il solco della Val Masino con il Monte Disgrazia che esce dalle nebbie dopo un abbondante nevicata. La foto è ripresa dai pendii orobici sopra Morbegno. Left: Val Masino seen from the slopes of the Bergamasque Alps above Morbegno, with Monte Disgrazia emerging from the mists after a snowstorm. Sotto, una foto aerea del Monte Disgrazia con i suoi ghiacciai. Below: satellite image of the Monte Disgrazia massif.

bruscamente in una ristretta conca verdeggiante circondata da ripidi versanti. Si tratta solo di un’illusione perché, invece, il solco vallivo si ramifica nelle valli di Preda Rossa e di Scermendone. Da Sasso Bisolo, dopo un tratto ripido e boscoso, l’odierna carrozzabile risale il versante destro orografico della valle e giunge sulla soglia dei vasti pianori, di origine glaciale, della sospesa Valle di Preda Rossa, il cui sfondo è dominato dalle pareti meridionali del Disgrazia. Questa è la direttrice percorsa, ogni anno e quasi in ogni stagione, dalle centinaia di alpinisti che si vogliono cimentare con la via normale della nostra cima facendo tappa al Rifugio Ponti. La Valle di Scermendone si allunga invece verso oriente ed il suo versante sinistro orografico è formato da un lungo crestone che fa da spartiacque con la Valtellina, fra i paesi di Ardenno e Berbenno, e che culmina con il Monte Pizzo Bello. Interrotto dal solco perpendicolare della Valle di Caldenno, che sbocca in Valtellina presso il paese di Postalesio, questo crestone prosegue poi con an-

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MIOTTI-COMI MONTE DISGRAZIA PICCO GLORIOSO

MONTE DISGRAZIA

Picco 150 Glorioso anni di storia


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