Skip to main content

Annuario Cai Morbegno 2024 2025

Page 1


ANNUARIO 24 /25

Club Alpino Italiano

Sezione di Morbegno Via San Marco Tel. 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org

Redazione:

Alessandro Caligari, Lodovico Mottarella

Hanno collaborato:

Alberto Benini, Simona Buttera, Alessandro Caligari, Michele Carnevali, Camilla Castelletti, Giovanni Cerri, Andrea De Finis, Giulio Gadola, Anna Gusmeroli, Moreno Libera, Giuseppe Miotti, Alessandra Oreghi, Giovanni Peretti, Marco Poncetta, Silvio Rodari, Franco Scotti, Alessandra Tam, Maurizio Zambelli

Fotografie:

Simona Buttera: 84, 85 Alesandro Caligari: 60, 72, 73

Camilla Castelletti: 74-75, 80, 81, 82, 83

Giovanni Cerri: 90, 91, 92, 93

Andrea De Finis:42-43, 44-45, 46, 47

Giulio Gadola: 48-49, 51, 52, 53

Marco Majori: 67

Giuseppe Miotti: 12, 13, 14, 15, 16 Lodovico Mottarella: I, II, III, IV di copertina, 1, 2, 5, 17, 18, 19, 20, 21, 58-59, 61, 63, 68-69, 70-71, 95

Alessandra Oreghi: 86, 87

Giovanni Peretti: 6, 7, 9, 11

Marco Poncetta: 88, 89

Franco Scotti: 26-27, 28, 29, 30-31, 32 Alessandra Tam: 77, 78, 79

Progetto grafico e realizzazione:

Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

Stampa:

Tipografia Bonazzi

LA FORZA DEL BRANCO SASSISTI AL LAVORO di Giuseppe "Popi" Miotti

LA VALANGA DI VAL VEZZOLA di Giovanni Peretti

PERÙ 2025 di Raffaella e Stefano

SCIALPINISMO IN MONTENEGRO di Maurizio Zambelli

ISLANDA 2025 di Andrea De Finis

MERA PEAK 6461 di Giulio Gadola.

ATTIVITÀ

I Corsi

Il Rodes

La Val Zebrù Lo Scialpinismo Gruppo 2008

EDIT ORIALE

Benvenuti tra le pagine dell’Annuario, in realtà anche quest’anno in versione biennale. Come spesso accade l’annuario ci porta lontano: dall’escursionismo tra le vette del Perù e le terre selvagge della Svezia e della Norvegia, allo scialpinismo nei Balcani del Montenegro e tra i ghiacci dell'Islanda, fino all'alpinismo himalayano in Nepal.

Oltre a questi viaggi virtuali in queste pagine sottolineiamo un anniversario che ha segnato in maniera importante il nostro territorio: i cinquant’anni dalla nascita del Sassismo. Era la metà degli anni Settanta quando la Val di Mello divenne il teatro di una rivoluzione culturale e tecnica, e pertanto ospitiamo su queste pagine un contributo di Giuseppe "Popi" Miotti, uno dei pionieri assoluti di quel movimento. Quello che era nato come un atto di ribellione giocosa contro l’alpinismo eroico e accademico si è evoluto in forme che allora si poteva a malapena immaginare. Il "gioco dell'arrampicata" sui massi si è trasformato nel bouldering moderno, oggi disciplina olimpica, passando attraverso una progressiva sportivizzazione che ha raffinato il gesto atletico ma, forse, ha anche un po' smarrito quella carica libertaria delle origini.

Le modificazioni avvenute in questi anni ad una tipologia da sempre molto stereotipata come quella dei bivacchi alpini sono qui narrate in un articolo appunto sui bivacchi, strutture sospese tra la memoria della tradizione e le nuove frontiere dell'innovazione architettonica, che continuano a rappresentare un presidio vitale di sicurezza e cultura in quota. Altro tema interessante è quello della nascita della fotografia dell’arrampicata in montagna, qui affrontata in un saggio di Alberto Benini, storico dell’alpinismo. Sempre in tema storico l’annuario riporta un drammatico racconto di slavine e di solidarietà umana.

Nella seconda parte, come da tradizione, diamo spazio alla vita della sezione. Troverete i racconti della salita al Pizzo Rodes, delle uscite scialpinistiche, le impressioni dei partecipanti ai nostri corsi di arrampicata e scialpinismo, oltre all'instancabile attività del Gruppo 2008.

Non possiamo però esimerci da una nota polemica. Da anni la redazione si impegna per confezionare un annuario dignitoso e curato, che riceve puntuali apprezzamenti. Tuttavia, la collaborazione attiva dei soci è ancora troppo esigua. È un peccato che una comunità così vivace non colga appieno l’opportunità di raccontarsi su queste pagine; l'annuario vive delle vostre voci, non solo del lavoro di pochi. Infine, un pensiero sul mondo dell'alpinismo odierno, scosso recentemente dalle polemiche sulle presunte mistificazioni fotografiche di noti alpinisti. Questo caso solleva un tema cruciale: in un’epoca di manipolazioni digitali, l'immagine ha smesso di essere una prova inconfutabile delle imprese compiute. Forse è tempo di tornare a un alpinismo dove il valore risiede nell'esperienza vissuta e nel racconto onesto, piuttosto che nell'ansia di una certificazione visiva che non garantisce più la verità. Comunque, a parte la foto a sinistra dell’editoriale, le nostre sono immagini autentiche.

LA FORZA DEL BRANCO

Da giorni dicono che farà caldo: zero termico sopra i 4400 metri, ma chissenfrega. Siamo veloci e allenati. E poi non è detto che le previsioni indovinino; e poi quella salita aspetta da tempo di essere colta; e poi sarà un ottimo inizio per quest’anno; e poi... In giro nessuno, a parte questi tre inglesi. Il Monzino è chiuso. È presto e tardi allo stesso tempo. Non mi pare poi così caldo. Vuoi vedere che hanno sbagliato?

Però c’è tanta neve, se c’azzeccassero una discesa o una ritirata pomeridiane sarebbero una bella grana. Non c’è tempo per ammirare: a testa bassa affondando sempre più si va su fino all’Eccles mentre la calura aumenta.

Allora, forse, hanno avuto ragione? Sì, può darsi, ma siamo in tanti.

Nella pagina a fianco, il branco sulla cresta dell'Innominata

A sinistra, in arrampicata sul Pilastro rosso

E quindi? Quindi siamo più forti di qualsiasi accidente.

Nulla ci può fermare. Le ultime notizia dicono che cambierà anche il tempo e che è in arrivo una perturbazione.

Un film già visto.

Quante volte ne sono uscito?

La salita si deve fare.

E poi ho grandi compagni con me.

Gli inglesi hanno lo stesso progetto e sembrano tosti.

La temperatura aumenta ancora, la neve piange, ma per ora è un bene: si raccoglie facilmente acqua senza usare il fornello per scioglierla.

In giro è tutto uno scrosciare, uno scricchiolare, un brontolare.

Ma la via è sicura e si deve fare.

Alle due del mattino la neve piange ancora, segno che le cassandre avevano previsto giusto.

Ma siamo in tanti: non c’è tempo per gli indugi.

Non c’è coraggio per dire: torniamo indietro.

Qualche dubbio viene, ma il gruppo infonde sicurezza e aiuta a mitigare la fatica mentre scaviamo a turno la traccia nella neve fradicia. Collosi filamenti di nube s’appiccicano ai graniti.

Che ci abbiano preso anche sul cambio del meteo?

Beh, ormai siamo qui.

C’è ancora il sole e scalare su queste pareti rosse è un piacere: vile il primo che osa accennare alla ritirata.

Passa il tempo, la neve cola infradiciando tutto e la scalata diventa una pena.

Le nubi si gonfiano e scoppia

il finimondo.

Non c’è tempo per darsi dell’imbecille e aver sottovalutato la montagna confidando nella fallace sicurezza nel branco: ognuno diventa più solo.

Piove a dirotto e siamo verso i 4000 metri: viene giù di tutto.

Un corpo morto e una doppia giù da un seracco che crolla appena ci siamo allontanati di pochi metri: siamo in tanti, ma a che sarebbe servito?

Non servì a quella trentina di amici che qualche anno fa furono travolti dalla valanga sul Bernina: giorni di nevicate e maltempo non li sconsigliarono di arrestare i loro progetti.

Vi fu “solo” una vittima, ma il bilancio avrebbe potuto essere catastrofico: evidentemente nella maggior parte dei casi c’è qualche santo che vigila.

Nel trambusto ho lasciato le pedule all’attacco, non che valessero molto, ma facevano ancora il loro servizio.

La trincea nella neve marcia riprende verso il basso e pian piano torna un po’ di sereno, almeno nella mente. Scende qualche slavina, la neve marcia si cementa attorno alle mie gambe ma faccio in tempo ad uscirne prima che ne arrivi un’altra che per fortuna ci sfiora soltanto.

Nella pagina a fianco, il branco e il Pilastro rosso del Brouillard

Sopra: la Punta Innominata e il bivacco Ecclès

SASSISTI AL LAVORO

Nella pagina a fronte, Popi su Giallo

Quando mi fu chiesto di scrivere un pezzo sui giovani Sassisti della Val di Mello e il loro rapporto con il lavoro mi sorse spontaneo un moto di ilarità. Lavoro? I Sassisti? Quando mai? Facevamo parte di una generazione nuova, frutto del benessere e del boom economico degli anni 60: non eravamo come i tanti alpinisti operai del dopoguerra che dopo imprese spesso di altissimo livello sui monti, raggiunti magari con mezzi di fortuna, il lunedì dovevano tornare in fabbrica a tutti i costi e di certo non riposati. Nonostante risorse economiche non eccelse, potevamo godercela un po’ di più, potevamo cercare di buttarci sugli studi per diventare dottori, laureati e provare a soddisfare le ambizioni riposte in noi dai genitori. Fulminati d’alpinismo e d’avventura per un certo periodo, lungo, godemmo di quello che definirei

“fancazzismo operativo” nel senso che pur nel vortice di un sogno inutile producemmo, producemmo eccome. Non temo di esagerare se affermo che il gruppo di giovani scalatori noto come i Sassisti è stato il più fecondo, longevo e poliedrico movimento arrampicatorio italiano di sempre. Notevoli imprese in arrampicata, anche molto azzardate, sono state accompagnate dalla stesura di almeno un centinaio di opere letterarie, spaziando dalle guide tecniche alle ricerche storiche, dalla realizzazione di film innovativi e provocatori, da iniziative culturali sull’arrampicata e la montagna e da importanti prese di posizione a difesa dell’ambiente alpino. Quello fra noi che poteva dirsi socialmente inquadrato era solo il più anziano Antonio ‘Bosca’ Boscacci, personaggio colto ed estroso che proveniva

In alto, Jacopo Merizzi, Popi Miotti, Giovanni Pirana e Francesco Boffini. Qui sopra, gli stessi in una recente rimpatriata.
Ocra in Val di Mello.

A fianco, l'autore sulla via del Soccorso al Sasso Remenno raggiunge in arrampicata libera due scalatori armati di tutto punto.

Sotto, ci si prepara al Remenno.

Nella pagina a fianco sopra, Jacopo Merizzi al Remenno, sotto, alla Preda Pentada il Popi e Mario Spini.

da una famiglia numerosa e non certo benestante. Laureatosi in matematica il Bosca si dedicò da subito all’insegnamento. E noi altri?

Quando ragioni anagrafiche, stimoli familiari - o anche solo la sempre più frequente domanda: ”Ma tu che lavoro fai?” - ci misero di fronte alla necessità di provare a guadagnarci la vita, le cose si complicarono un po’. Alcuni smisero i panni del rivoluzionario per andare dignitosamente ad occupare un posto in banca, altri usarono gli studi universitari come comodo schermo dietro il quale ripararsi almeno ancora un po’ e guadagnare tempo. Francesco ‘Boffi’ Boffini, probabilmente il più dotato arrampicatore del gruppo, divenne subito una persona seria e fu assunto in una banca locale. Lo stesso fece Giovanni Pirana, "Pira metto

vite" come scherzosamente lo chiamavamo, il solitario della Via del Fratello, del Picco Luigi Amedeo, della Nord del Disgrazia. Lo spirito ardente di quelle imprese non poteva restare a lungo sopito e, abilmente traslato nel mondo bancario, di balzo in balzo l’ha portato ai vertici di una grande banca alle isole Bahamas. Viceversa, poiché la ribellione contro qualsiasi forma di lavoro subordinato era anche conseguenza di caratteri poco propensi ad accettare un simile giogo, per me, Jacopo Merizzi ed i fratelli Masa, l’unica soluzione professionale che pareva possibile fu quella della guida alpina; e in massa ci buttammo. Dopo aver rischiato seriamente di essere bocciati per insubordinazione e comportamento disdicevole, iniziammo il nostro percorso professionale separando quasi subito le nostre strade. Ognuno fece cose diverse anche in base alle sue prospettive e ai casi della vita; nessuno però ha mai fatto un passo indietro. Fare la guida sarà pur stato il lavoro più bello del mondo come spesso si sente dire, ma se hai pochi clienti e magari poco dotati economicamente la faccenda non è semplice. Io, ad esempio, divenni presto insofferente anche al solo dover cedere alle lecite esigenze di chi accompagnavo. Quindi puntai molto sul giornalismo di montagna, sull’editoria specializzata, sulla fotografia e sulle consulenze per interventi sul territorio come sentieristica e valorizzazione di luoghi di scalata. Anche Jacopo fece un

po’ come me, dando sfogo alla sua creatività di fotografo e cineoperatore, mentre Paolo ‘Pilly’ Masa, anche grazie all’affezione di alcuni clienti molto danarosi, si dedicò alla pura attività di guida ad altissimo livello, diventando uno dei più bravi e ricercati professionisti degli anni 80. Pur conscio dei grandi rischi e delle grandi fatiche sopportati lo stesso Pilly ammette però che, in fin dei conti, fino a quarant’anni non ha mai lavorato: il lavoro è altra cosa, è fatto di orari, scadenze, presenza fissa, in molti casi anche quando si è liberi professionisti. Dunque delle lauree ne abbiam fatto poco o nulla, io neppure l’ho ritirata e solo il fratello di Jacopo, Guido è diventato un apprezzato geologo. In fin dei conti saremo anche stati socialmente inutili, ma ogni giorno le cronache suggeriscono che molti incensati colletti bianchi del sistema sono assai più nocivi per la società di uno scalatore. Poiché ora abbiamo tutti abbondantemente superato i sessant’anni è difficile che qualcuno, ritenendoci ormai pensionati o quasi, ci chieda che lavoro facciamo; tuttavia a volte capita. Allora, scegliendo tre o quattro cose che galleggiano sulla nostra liquida condizione, le prime che capitano, si abbozza una risposta che non è mai la stessa. A volte si coglie nell’interlocutore uno sguardo perplesso e inevitabilmente sorge la domanda: “Già! Ma io che lavoro faccio?”

Giuseppe ‘Popi’ Miotti

Nato a Sondrio nel 1954, socio onorario del Club Alpino Accademico Italiano, membro dell’Alpine Club e guida alpina dal 1977 al 2013, ha conosciuto la Montagna giovanissimo e dopo un periodo come cercatore di minerali si è dato all’Alpinismo. Negli anni 70 del Novecento è stato fra gli esponenti storici del Nuovo Mattino, membro dei Sassisti di Sondrio. Ha sempre cercato la completezza su ogni terreno, spaziando dal bouldering alle salite invernali e prediligendo gli aspetti esplorativi dell’Alpinismo con l’apertura di molte vie nuove. Ha esteso nel tempo la sua professione contemplando ogni genere di attività legata all'ambiente montano purché rispettosa e coerente con le proprie vedute.

Da vent'anni studia Tai Chi e Qi Gong, applicandone filosofia e tecniche di allenamento anche alla

Montagna che continua a frequentare.

Ha scritto una trentina di libri, dalle guide alpinistiche a testi storici e biografici ed ha collaborato con diversi siti internet e con tutte le maggiori testate alpinistiche mondiali. Ultime sue opere:

“Gli archivi Ritrovati – un percorso tra i monti” e “Tai Chi Shan La Montagna dell’Equilibrio”

Nella pagina a fianco, "Pilli" Masa in Val di Mello.

In questa pagina, Popi all'attacco di Giallo Ocra in Val di Mello e in arrampicata alla Sirta.

1960

La valanga di Val Vezzola. Una storia vera delle nostre montagne.

Mi piace scavare nelle storie delle nostre montagne, trovarne una magari piccola e dimenticata, ma significativa e che, analizzata e valutata, contiene valori profondi. Mi piace far riemergere l’importante significato che hanno e provare a trasmetterlo alle generazioni di oggi. Purtroppo stiamo vivendo un particolare momento storico nel quale certi (appunto) valori non vengono presi in considerazione.

E’ il caso, per esempio, della

solidarietà tra la gente che abitava in montagna. Un tempo non ci si pensava troppo, se qualcuno aveva bisogno gli si dava una mano, non ci si girava dall’altra parte. Oggi, purtroppo, ognuno tende con sempre maggior facilità a pensare a sé stesso.

È l’8 dicembre del 1960, tre giovani finanzieri di stanza al Passo del Foscagno escono di pattuglia.

Hanno con sé pesanti zaini: attrezzature di montagna,

binocoli, sacchi a pelo e tutto quanto necessita per stare fuori, all’addiaccio, tre giorni scavando trune nella neve per la notte oppure trovando riparo in qualche fienile.

Nei giorni precedenti è nevicato abbondantemente, ma questo non li preoccupa: è normale che, in inverno, la montagna sia coperta di neve.

Sono fuori da tre giorni, è ora di rientrare. Hanno davanti un avvallamento piuttosto ripido. Il più esperto tra di loro (o quello che dovrebbe esserlo)

procede con fatica. Ha un presentimento e raccomanda agli altri di tenersi un po’ lontani. Improvvisamente, inaspettatamente, accade ciò che non dovrebbe accadere: la valanga! Il manto nevoso trema sotto ai loro sci. Nel batter d’ali di una farfalla, senza che se ne rendano conto, i tre sono sepolti sotto la massa di neve, che si è mossa ricercando un suo naturale, nuovo, equilibrio. La pattuglia è dunque dispersa da due giorni fra Trepalle e la Val Vezzola.

«Sette persone di Isolaccia e cinque componenti del giovane Soccorso Alpino di Bormio partono in loro soccorso».

Così inizia il bel racconto firmato ‘La Pernice Bianca’, pseudonimo del signor Piero, uno dei soccorritori, trascritto e riportato nel 2021 dalla nipote Francesca D.C..

Le due squadre si ritrovano: «Ci ritrovammo a Pedenosso e partimmo a mezzanotte. Era completamente buio. Quel giorno era caduto più di un metro di neve fresca. Una fatica da non credere. Non c’era l’attrezzatura di oggi, niente pelli di foca, solo uno straccio sotto la parte centrale degli sci, così impiegammo 6 ore ad arrivare alla prima baita della Val Vezzola».

Entrano sul versante destro della valle: «Percorsi circa 400 metri vedemmo del fumo uscire da una baita. Gridammo e chiamammo ad alta voce, finché sulla porta della baita uscì una persona.

Io mi avvicinai per primo, mancavano solo 5 metri per raggiungerlo ma rimasi scioccato: non portava la giacca (scoprii più tardi che era rimasta sotto la neve), aveva le mani e la faccia congelate,

completamente blu, i capelli arruffati, le braccia a penzoloni e teneva la pistola inserita nella cintura dei pantaloni. Temevo che non fosse lucido e potesse utilizzare la pistola contro di noi.

Nella mia tasca tenevo una fiaschetta di grappa e, per capire se quest’uomo fosse presente, gli lanciai la fiaschetta, invitandolo a berne qualche sorso e a versarla sulle mani sfregandole tra di loro. Lui eseguì tutto perfettamente. Mi informai sul suo stato di salute e mi rassicurò dicendomi di stare bene, ma chiedendomi subito dove fossero i suoi amici».

E qui dalla memoria della ‘Pernice Bianca’ si materializza

Nella pagina a fianco, nove dicembre 1960, contrabbandieri di Valdidentro e di Trepalle con uomini del neonato Soccorso Alpino di Bormio portano fuori dalla valanga uno dei finanziari travolti.

Qui sotto, diciannove dicembre 1960, lettera di ringraziamento ai partecipanti della spedizione di soccorso in val Vezzola del Comandante della Legione di Como della Guardia di Finanza. Fu fatta pervenire al segretario del Comune di Bormio Sig. Piermarino Pedranzini.

fu per me il momento più tragico. A questa domanda non seppi rispondere e temporeggiai un po' dicendogli che da lì a breve sarebbe arrivato il capo del Soccorso. Lui però insistette, finché gli chiesi dove si fossero visti l’ultima volta.

A questo punto i suoi nervi crollarono e scoppiò in lacrime perché lui era convinto che i suoi amici fossero scesi in paese a cercare aiuto. Le mie parole invece gli fecero capire che nessuno di noi li avesse visti.

Insieme entrammo in baita e gli massaggiai le mani con la grappa fino all’arrivo del comandante Fava».

Il giovane finanziere superstite inizia il suo racconto: «Eravamo vicini alla discesa che porta a Pedenosso, avevamo attraversato un piccolo avvallamento. Avevo avvertito una sensazione di pericolo e raccomandai ai miei compagni di aspettare che fossi dall’altra parte. Durante l’attraversamento una piccola valanga si era staccata e mi aveva travolto ma ero riuscito a mantenermi in piedi e con un bastoncino in alto».

Nonno Piero continua: «Aveva passato tutta la notte sotto la neve cercando di mantenere la calma. Era sempre rimasto cosciente, ma non riusciva a staccare gli scarponi dallo sci. Piano piano aveva liberato la neve intorno alla gamba e con la rivoltella aveva fatto saltare l’attacco. Al mattino finalmente era riuscito a liberarsi da questo buco in cui aveva trascorso la notte e aveva impiegato parecchie ore per percorrere il breve tragitto verso la baita in cui si era rifugiato».

Subito i soccorritori si mettono alla ricerca dei due travolti: «Nella neve si vedeva molto bene il buco da dove era uscito il finanziere. Lì vicino trovammo gli altri due corpi. Erano sdraiati l’uno vicino all’altro sotto ad un metro di neve. Fu un momento drammatico. Erano due ragazzi molto giovani. Uno dei due aveva le gambe rivolte verso la schiena e uno spazio davanti alla faccia, grazie al quale aveva potuto respirare a lungo».

Poi la storia continua. Oltre alla dozzina di persone, di cui si è parlato all’inizio, sopraggiungono molti altri soccorritori, persino tre contrabbandieri di Trepalle e due Carabinieri di stanza a Livigno.

La Legione di Como della Finanza mette a disposizione un elicottero (allora, novità nel soccorso in montagna), la maggior parte dei soccorritori non ne ha mai visti… una nota curiosa e che, nella tragedia, fa sorridere: «Ai tre contrabbandieri di Trepalle viene offerta della carne in scatola, sono meravigliati e contenti, non ne hanno mai mangiato in vita loro.

L’elicottero atterra vicino e loro si trovarono improvvisamente imbiancati e cosparsi di neve. Lo spostamento d’aria fa volare via il loro succulento spuntino e uno di loro, con molta spontaneità, esclama: “Le gida ìa, la chèrn” (se n’è andata, la carne)».

Questo episodio, collocato in un ambito temporale di alcuni decenni prima, ha fatto scaturire all’interno del romanzo «Il frate e il cecchino» il capitolo dedicato alla

‘solidarietà’ tra uomini di montagna. Ovviamente gli è stata cucita addosso una veste congrua alla trama romanzesca, adattata ai personaggi di finzione letteraria e ambientata in un contesto alpino neutro.

LA VALANGA, dal romanzo storico ’Il frate e il cecchino’ È primavera. L’aria alle basse quote è tiepida, i prati si tingono di verde chiaro e trasparente vicino ai ruscelli. Le farfalle svolazzano sui primi timidi fiori, mentre la natura si risveglia intorno a noi, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Ieri sera, dopo aver concluso i miei lavori quotidiani e la cena, sono andato nella mia cella. Stanotte si va sulla montagna e con cura abituale ho preparato tutto: gli abiti pesanti, gli scarponi ben ingrassati. Gli sci sono già pronti. Nel buio compaiono puntuali i miei compagni. Saranno una trentina, la maggioranza visi noti e qualche giovane mai visto prima. Un cenno, quattro parole con un anziano del gruppo e ci avviamo. Ormai le abitudini sono consolidate, i movimenti cristallizzati. All’andata passiamo per la valle bassa. Ieri dovrebbe esserci stato il cambio di uomini al distaccamento di Briccogelato quindi non ci aspettiamo pattuglie in giro. Al ritorno decideranno i senatori che strada prendere e speriamo che siano oculati; sulla montagna c’è abbondante neve e da alcuni giorni soffia un caldo vento di favonio che riscalda le nostre valli alpine. L’aria è fresca, ma non fredda, il cielo è coperto uniformemente e una debole luna rischiara il cammino, creando sul manto nevoso figure che caricano d’ansia le menti dei novelli. Nella solita baita, ci attendono i carichi. Prepariamo le bricolle con movimenti acquisiti, scambiamo qualche parola e i primi sono già pronti per il ritorno. Qualcuno si attarda ad aiutare i meno esperti. La neve è un po’ molle, ma le temperature piuttosto miti e il grasso

di marmotta con cui ho unto le pelli di foca dovrebbero evitare il formarsi di quei pesantissimi e antipatici zoccoli di ghiaccio.

«Torniamo dalla bocchetta di Stablét. Anche se dobbiamo scendere dal canalone della Camoscéra, è la via più corta», decidono i più vecchi. Sono titubante, quest’aria tiepida non mi piace e la scorsa settimana ci sono stati dei venti forti che hanno spostato tonnellate di neve negli avvallamenti. Ma io di montagna ne devo ancora masticare molta, sono l’ultimo che può parlare.

La colonna si allunga, un po’ di chiacchiere, quattro battute. Il morale è buono e in nemmeno due ore raggiungiamo la sella. Albeggia, il panorama da queste quote è stupendo con una delicata bruma che si addensa nei fondovalle. Alcune piccole luci brillano giù nelle case, dove i contadini sono già nelle stalle a mungere le vacche. Un’altra giornata comincia.

Ognuno è perso nei propri pensieri. «Scendiamo un po’ distanziati e teniamoci nella parte più a destra del canalone, quella che ha preso più sole: la neve è più assestata e sicura. Andate piano e cercate di non cadere, evitate di produrre grandi colpi sul manto nevoso. Quando arrivate in fondo spostatevi verso quel dosso, sempre sulla destra, fuori dalla linea del canalone. Vi raccomando, non fermatevi e, soprattutto, fate in modo di non raggiungere il compagno davanti a voi: rischiate di appesantire troppo la superficie del manto», dice Toni, un vecchio alpino di Montalto. In guerra faceva parte delle Guide Ardite, un reparto specializzato in azioni alpinistiche. Tutti lo stimano. I primi si avviano, alla spicciolata. La crosta superficiale tiene bene e non è dura, scendono che è una meraviglia. Lasciano derapare gli sci con apparente delicatezza, ma con determinazione: trenta o quaranta chili sulle spalle non permettono acrobazie. Tutti seguono alla lettera le indicazioni del vecchio Toni, nessuno vuole prendere rimproveri da lui o sberleffi da parte di qualcuno.

Cambiano la direzione da fermi, con tranquillità e capacità acquisita oltre che, con una certa arte.

Parto anch’io. Non sono un grande sciatore ma ho le gambe forti e avvezze alla montagna, non ho paura di portare grandi pesi. Mi lascio scivolare pian piano, come ho visto fare agli altri. Qui non c’è spazio per la fretta, occorre molta prudenza perché alla neve non bisogna dare confidenza.

D’un tratto un rumore sordo e prolungato mi fa gelare il sangue, si allontana lentamente come in un’esalazione. La bianca superficie sotto i miei sci cede di colpo. Un vuoto nello stomaco. Mi sento come cadere, in piedi, ma tutto si esaurisce in un

In alto, Passo Rolle anno 1959-1960, foto ricordo al corso annuale della Scuola Alpina della Guardia di Finanza, a Predazzo (foto archivio Rodolfo Ondertoller).

Qui sopra, Val Vezzola. Lapide in memoria delle vittime dell’incidente in valanga dell’otto dicembre 1960.

soffio.

Guardo i miei compagni, vedo la scena come se io fossi sopra di noi: tutti fermi, paralizzati, le ginocchia piegate, le gambe larghe, le braccia irrigidite.

Il tempo sembra immobilizzato, le orecchie non percepiscono più alcun rumore e anche il vento è scomparso, ognuno sente solo il proprio respiro, pesante, affannato.

Il tutto dura pochi secondi. La percezione che qualcosa di brutto stia accadendo riempie l’aria in quel maledetto canalone.

Poi più nulla, il fiato sornione della montagna lentamente svanisce, ci guardiamo, qualcuno accenna un debole sorriso.

«È andata bene…», dice il vecchio Toni con un pizzico d’ironia.

«Il lastrone si è assestato e basta. Per fortuna non si è staccato. L’aria compressa all’interno del manto nevoso è riuscita a sfogare attorno a quei due grossi massi al centro del canale. Se fosse arrivata nella parte più in ombra, non so cosa ne sarebbe uscito».

La sua voce è forte: «Ora muovetevi piano, passate uno alla volta solo dove è già passato qualcun altro e…».

«GUARDATE!», un ragazzo dei nuovi non riesce a trattenersi, «Là, sul versante sotto la bocchetta di Forcola Rossa… tre puntini… tre sciatori… ma chi diavolo…».

«Sono i burlànda, ci hanno visto… porca vacca, per fortuna che oggi dovevamo star tranquilli…» «Via, via… andiamo via, che fra pochi minuti li abbiamo addosso». Come un unico animale, con un solo corpo e un solo cuore, ci muoviamo tutti assieme. Ognuno fa le proprie cose, ma incredibilmente tenendo conto di cosa fanno gli altri. È bello vedere l’affiatamento che si è formato in tutti questi anni. I più giovani di esperienza sono un po’ impacciati, ma la tranquillità del gruppo infonde loro fiducia.

Intanto la pattuglia di finanzieri è scomparsa nel vallone, fra pochi minuti li avremo alle calcagna

ma noi ce la stiamo già filando. Con apparente lentezza, oserei definirla calma ragionata, ci stiamo distanziando due a due: tutti conosciamo bene il rischio del contrabbando in unione e qualcuno ci è già cascato.

Il vecchio Toni rimane per ultimo, è il più bravo a sciare, le sue gambe sono di ferro. Gli sono vicino tre dei più esperti, suoi amici. Se necessario mollano la bricolla; altre volte hanno fatto così e il gruppo è d’accordo, senza bisogno di dirselo ogni volta: la perdita viene divisa fra tutti. Solidarietà, si chiama. Toni li aspetta, forse anche per sfida. Ormai i finanzieri dovrebbero comparire in cima al crinale, questione di minuti, o addirittura di attimi.

D’un tratto nota qualcosa più sotto, al limite del bosco: due galli forcelli si alzano in volo, ne immagina il frullo fragoroso. Ma perché? D’inverno si muovono il meno possibile, stanno imbucati sotto la neve, il cibo è poco, risparmiano energie e un volo gliene porta via un mucchio. Là in basso in questo momento non c’è anima viva. E allora perché un comportamento così anomalo?

Io mi sono avviato da poco, sono fermo a osservare il vecchio Toni che appoggia la sua bricolla sulla neve, chi gli è vicino fa lo stesso. Confabulano. Lo vedo staccarsi dal gruppetto, risale il versante, punta al crinale. — Ma cosa fa? È impazzito? Gli sgarbasàc stanno arrivando, vuol proprio finirgli in bocca?

Minuti sono passati, altri ne stanno trascorrendo. Dei finanzieri nessuna traccia. Forse si sono fermati. Intanto Toni raggiunge il crinale. Strano questo suo comportamento, mi sembrava una persona posata e riflessiva. Avrà visto o sentito qualcosa, ma cosa?

Si agita, inizia a urlare ai suoi amici. Due corrono verso di lui, il terzo scia verso di me, verso quelli rimasti più indietro. Molti non si vedono già più, saranno nel bosco,

ma alcuni ci sono. Alla vista di quella inusuale scena hanno aspettato a scendere. Attendono chi porta notizie fresche… due si stanno rimettendo le pelli di foca, perché?

«La valanga, la valanga. I finanzieri sono rimasti sotto la valanga… ». Ecco. Me lo sentivo che qualcosa sarebbe successo. Ora che si fa?

I nostri tre sul crinale non ci sono più. Ci guardiamo in faccia: «Cosa facciamo?».

«Cosa si fa, cosa si fa… Si va su! Non vorrai lasciarli lì».

«Ma sono i finanzieri», dice un giovane. «E allora? Non sono uomini, forse?».

«Ma… quando loro ci prendono… ci mettono dentro…».

«Ma, ma, ma… andiamo su e basta!». Ascolto queste brevi parole e mi si allarga il cuore. Sgomento per quello che è accaduto, ansia per quello che accadrà ma profonda gioia interiore per questi sentimenti provati da uomini rudi e ignoranti, ma buoni. Lascio anch’io la bricolla sulla neve, entro in un altro mondo. Il disagio che mi tormenta, ogni volta che faccio un viaggio col carico, se ne va assieme alla paura di essere catturato. Il senso di colpa scompare, subentra un sentimento completamente diverso. Man mano che risalgo quelle poche centinaia di metri più velocemente che posso, la mia mente si offusca di pensieri di morte e di preoccupazione: e se nella pattuglia ci fosse Sebastiano? Ma contemporaneamente i miei polmoni si riempiono di una inconsueta gioia, della quale quasi mi vergogno, ma che mi rende felice: i miei compagni sono uomini generosi.

Arrivo sul crinale, raggiungo l’accumulo della valanga. Seduto sulla neve, come imbambolato, c’è un finanziere. Toni e altri dei nostri stanno tirando fuori il secondo, dalle parole che dicono, da come si muove e reagisce si capisce che è vivo. Mi avvicino e lo vedo, non è Sebastiano. Mi porto da quello imbambolato: non lo conosco.

Gli chiedo: «Come si chiama quello che

è ancora sotto?».

Alza gli occhi, il suo sguardo è perso. Non mi risponde, forse non capisce nemmeno la domanda. Nel frattempo sono arrivati tutti, ci si organizza: distanziati di mezzo metro procediamo un passo alla volta, infilzando il bastone nella neve, dalla parte della manopola se sono bastoncini da sci.

Il secondo travolto ora è fuori, ha una gamba rotta e qualcuno gliela sta steccando. Dal suo zaino compare un termos, beve un po’ di caffè caldo. Si guarda attorno e vede il commilitone seduto sulla valanga: «De Santis! De Santis sei tu? Stai bene? Madò… l’avevo detto io di non tagliare questo costone… avremmo dovuto lasciarli andare questi disgraziati!».

— Questi disgraziati ti hanno soccorso, sei vivo grazie a loro — penso, ma lascio perdere. «Caforio. Dov’è Caforio?», si dispera. E intanto io vengo a sapere che il terzo ancora nella morsa della valanga non è Sebastiano. Non lo nego: una sottile gioia mi corre sotto la pelle. Sono le ventuno. La piccola chiesa di Montalto ha le porte aperte. I finanzieri della Brigata ci sono tutti e alcuni fanno fatica a tenere asciutte le guance, dal comando di Circolo sono arrivati i pezzi grossi. C’è silenzio, quello che dà fastidio più all’anima che alle orecchie.

Il parroco ha acceso tutte le candele e, davanti alla bara, anche i due ceri grossi, che lasciano salire una striscia di fumo nero. Odore d’incenso. In un barattolo di latta, sopra la cassa di Caforio, un mazzo di primule gialle: i primi fiorellini che sbocciano sui prati non appena il clima inizia a intiepidirsi dopo il rigido inverno, quando la neve se ne va preannunciando l’arrivo della primavera. Da sempre considerati il simbolo della speranza, sono gialli, come il colore della Regia Guardia di Finanza, il colore delle mostrine, o della nappina sul cappello. Ecco perché qualcuno chiama i finanzieri anche ‘canarini’, i canarìtt. Dove non illuminata, la chiesa sembra

vuota ma è piena di gente: c’è il paese. Donne con i loro figli, nessuno si muove, i visi sono seri. Soprattutto loro, i contrabbandieri. Ogni famiglia è presente, ogni famiglia ha almeno uno sfrosadùu. Sono tutti qui, a salutare il finanziere Caforio Cosimo, 23 anni, un montanaro di altre montagne, quelle della Calabria: sempre di montagne si tratta. La miseria e la fame vincono, il contrabbando è fatica, è pericolo di vita, ma non è delinquenza. È accettato da tutta la popolazione, contro uno Stato che tanto chiede loro ma poco dà. Non è visto come un peccato, ma come una necessaria integrazione al magro reddito familiare. Le linee del confine sono tratti

artificiali, dividono i boschi e i pascoli, interrompono sentieri e collegamenti che per molti secoli sono stati praticati liberamente, frantumando rapporti economici e sociali consolidati nella vita delle valli di montagna. Nei fatti di bricolla non viene quasi mai considerato il lato umano: per un numero indefinito di anni una buona parte della popolazione alpina ha partecipato a questo grande gioco di guardie e ladri, serio e drammatico. Di fronte al potente, il povero si è da sempre difeso con l’arma della furbizia attuando un vero e proprio esercizio di sopravvivenza, anche per affermare con orgoglio la propria identità. Le madri piangono, i giovani finanzieri della prima linea sono anche loro figli.

Sopra, Val Vezzola (Valdidentro), il pendio ove è avvenuto il distacco della valanga dell’otto dicembre 1960.

Il testo è stato tratto da "Il frate e il cecchino" romanzo di Giovanni Peretti Alpinia Editrice, Bormio 2024.

Altri romanzi storici dello stesso autore: Cuore nella neve, Alpinia Editrice, Bormio 2021. 1 646 - Giacomina, l’anima sua e il diavolo, Alpinia Editrice, Bormio 2022.

Info: canale YouTube Giovanni Peretti Bormio, vedi Playlist

PERÚ 2025

di Stefano e Raffaella

La prima settimana di giugno siamo partiti alla volta del Perù (meta del nostro viaggio di nozze) con un volo da Milano Malpensa via Madrid che ci ha portato nella capitale Lima, città caotica la cui visita abbiamo escluso per raggiungere la base del nostro trekking: il paesino di Marcarà. Il Perù è uno degli stati più estesi del Sud America. È caratterizzato da 3 aree: Costa, Sierra, Selva (o Amazzonia), il nostro soggiorno ci ha permesso di scoprire le montagne che caratterizzano la Sierra – in particolare i sentieri della Cordillera Blanca, ai piedi delle Ande.

Volo e coincidenza in orario, arrivo a Lima con lunga procedura di controllo bagagli. Il nostro contatto ci porta alla partenza bus – dopo 8 ore arriviamo a Huaraz e dopo un breve percorso in taxi raggiungiamo il centro Renato Casarotto. Ad accoglierci le guide che ci spiegano le tappe dei prossimi giorni.

La guida che ci è stata assegnata, Robert, ci introduce nella cultura millenaria che popola questi luoghi: i Quechua. Scopriamo così una popolazione di contadini che abitano quote per noi insolite e che cercano di mantenere

costumi e lingua tradizionali. Per affrontare al meglio ogni tappa del nostro viaggio è stato utile effettuare 2 giorni di acclimatamento che hanno previsto riposo e brevi spostamenti come visite alle vicine missioni di Padre David (originario di Colico) e Padre Mario (originario di Prosto) a Jangas.

Al mattino del quarto giorno in Perù dalla cittadina di Marcarà (2760m) ci trasferiamo via taxi fino al villaggio di Pashpa (3500m): cittadina ricca di coltivazioni di fiori e campi di fragole.

Di lì inizia la lenta salita al rifugio Ishinca (4350m). Il clima tropicale fa cadere la neve sopra i 4200m, durante

la stagione delle piogge da dicembre a marzo, quest’anno ha piovuto fino alla fine di maggio, permettendo di assistere alle complete fioriture tardive. Durante la salita boschetti di “quenales” si alternano a praterie (dove pascolano tori e cavalli) dette cochapampa sovrastate da nevados che attirano la nostra attenzione in ogni direzione. Scopriamo maestosi massicci di pietra (granito) delle torri dell’Ishinca. Da lì l’ingresso nel parco di Huascaràn, ricco di fiori e piante di eucalipto. Osserviamo così i quenali, piante dalla corteccia rossa, i pini peruviani, i fiori simili alle nostre margherite chiamati sebolla silvestre, campanula taulli dal colore viola e chirapa dai toni azzurri fino ai cactus queshks.

Intorno a noi il volo del carpinero andino e la presenza della biscacia simile alla nostra marmotta.

Arrivati nel tardo pomeriggio al rifugio Ishinca (4350m) ci riposiamo scaldati dal “mate” che ci viene offerto.

Il quinto giorno dal rifugio Ishinca (4350) raggiungiamo le rovine di Honcopampa. Discendiamo verso il bosco di “auenales” per visitare i monumenti preincaici di Honcopampa. Poi il ritorno via taxi al centro R. Casarotto di Marcarà gestito da Operazione Mato Grosso.

Il sesto giorno ci siamo dedicati a visitare la laguna rocotujoc e la laguna congelata raggiunta in taxi: bellissima passeggiata con vista sui ghiacciai della Cordillera Blanca.

Dopo una sosta ai resti di pittura rupestre e rovine di Aukepampa si ritorna al centro dove ci attendono cene sempre abbondanti e curate.

Il giorno successivo ha visto protagonista il trekking al rifugio Perù (4765m). Via taxi abbiamo raggiunto l’ingresso del parco Huascaràn e siamo proseguiti in direzione del rifugio Perù. La giornata, così come le precedenti, ci ha visti procedere lentamente sia per la quota che per osservare una natura maestosa e incontaminata.

Dal rifugio Perù (4680) è possibile raggiungere il nevado Pisco (5752m).

Si percorre il sentiero che dal rifugio conduce alla morena, ai piedi del nevado si indossano i ramponi e si prosegue sul ghiacciaio. La fatica è appagata da un grande spettacolo a 360° dell’intera Cordillera Blanca.

Sostare al rifugio Perù ci ha messo a contatto con alpinisti provenienti da diverse zone del mondo, tutti determinati a scoprire le bellezze di questi luoghi speciali.

Al mattino seguente si parte dal rifugio Perù percorrendo lo spettacolare sentiero “Tres condores” (4850) situato a mezza costa di fronte ai grandiosi nevados della Quebrada LLanganero. Si arriva alla laguna 69 (in Perù ne sono catalogate circa 500) dalle acque cristalline ai piedi del maestoso Chacraraju (6112). Di qui inizia la discesa verso Cebollapampa (una valle più turistica) per poi tornare a Marcarà.

I giorni seguenti a nostra

diposizione sono trascorsi tra i mercati dei paesini introno a Marcarà.

Abbiamo visitato la Cordillera Nera con piccoli paesini molto vivi e coloriti.

La buona riuscita di questo trekking è stata resa possibile dal patrocinio del Cai di Morbegno e dall’appoggio in loco delle guide del C.R.C. di Marcarà, paese logistica della nostra permanenza in Perù. Il centro guide andine è nato dall’idea di Padre Ugo de Censi, dallo sforzo di immensi volontari (G. Sardini) che hanno permesso la realizzazione di molti progetti volti a dare un lavoro ai giovani del luogo.

Ringraziamenti: Cai Morbegno, Domenico Gaggini, Giancarlo Sardini

Nella pagine precedenti, gruppo dei Huandoy 6395 m

In questa pagina, sopra, alba sul Chacraraju 6112 m dalla cima del Nevado Pisco

Sotto, a sinistra Huascaran sur 6768 m e a destra Huascaran norte 6654 m con la parete nord scalata in solitaria da renato casarotto.

Sci-esplorazione in Montenegro

Mi piace lo spirito balcanico, un po’ trasandato ma ricco di storia e di patriottismi linguistici e religiosi, per cui la meta dell'inverno 2024 è una piccola nazione montuosa che però ha sbocco sul mar

Adriatico: Il Montenegro. Vivere per qualche periodo nelle regioni balcaniche mi ricorda parecchio la mia infanzia, quando negli anni 60 anche nelle valli del nord Italia non c'era tutto quel benessere e progresso che oggi è presente ovunque.

Le abitazioni avevano un riscaldamento non particolarmente efficace, le lenzuola nei letti erano

ruvide, il cibo molto semplice e calorico e le auto in circolazione non erano chissà quante.

Purtroppo ricordo anche che le discariche dei rifiuti erano a cielo aperto o ancor peggio disseminate nei dirupi vicino ai paesi. In questo caso, da noi, un notevole passo avanti è stato fatto e spero che fra pochi anni sia attuato anche nei Balcani, in quanto non è più accettabile vedere rifiuti di ogni genere sparsi per le montagne e nei fiumi.

Dopo queste premesse, devo dire che i paesaggi, le montagne e i vecchi nuclei abitativi meritano interesse e

di Maurizio Zambelli

attenzione, vuoi perché non ancora raggiunti da un turismo di massa, vuoi perché ancora veri e senza filtri commerciali. Acquistiamo per tempo il biglietto aereo e noleggiamo le auto 4x4 in quanto le strade di accesso alle valli "sciabili" sono approssimative, sicuramente non asfaltate e verosimilmente anche innevate. Sabato 24 febbraio la partenza da Ballabio avviene sotto una pioggia battente e sicuramente non è di buon auspicio.

Atterriamo a Podgorica, anche qui piove a dirotto, ma del resto ce lo aspettavamo avendo già viste le previsioni meteo del luogo.

Nelle pagine precedenti, Durmitor a passo Trojni Prevoj

In questa pagina, in alto, sopra il lago Crno Jezero, qui sopra, salita al passo sotto il Surdup

Nella pagina a fianco, Durmitor

Il trasferimento nel Narodni

Park Prokletije avviene per la strada più corta ma più tortuosa, con una sede stradale stretta e sconnessa passando per un passo a quota 1600. La strada più veloce e meglio mantenuta passerebbe per un tratto in Albania, ma l'assicurazione auto non lo permette se non pagando un extra di 50 Euro.

Arriviamo a Gusinje che ormai è buio e la pioggia ancora

insistente.

Il nome delle città scritto sulla mappe anche in cirillico mi fa ricordare il periodo trascorso in Russia e mi stupisco che, a distanza di tanti anni, ancora riesca a leggere e capire qualche parola basilare.

L'alloggio è nel Mountain View Resort, un villaggio vacanze nuovo di zecca che ha l'ambizione di proporsi per un turismo montano estivo nel parco. Per l'etica del nostro gruppo stonano i "quad" in bella mostra all'ingresso del villaggio, ma per un turismo di massa estivo sono di sicuro un bello specchietto per le allodole.

Quasi tutti i locali di Gusinje sono chiusi e dobbiamo accontentarci di una pizza con una bevanda simile a coca-cola ma più somigliante alla "spuma" che bevevo da ragazzo.

La religione dominante in questa regione è quella musulmana, per cui notiamo

poche donne per strada o nei locali e constatiamo che la vendita di alcolici è limitata. Paradossalmente però, nonostante i cartelli di divieto, in quasi tutti i locali è consentito fumare anche all'interno.

La nostra sistemazione è ottima, abbiamo un piccolo chalet ogni 3 persone con tanto spazio per tutto l'ingombrante materiale scialpinistico. C'è anche una sala comune dove far colazione, cena e happy hours dopo le gite, previo l' acquisto nel supermercato autorizzato di qualche lattina di birra e qualche sacchetto di patatine piccanti.

Domenica 25 Febbraio inizia la nostra esplorazione nella zona al confine con il Kosovo.

Il tempo piovigginoso non ci fa impigrire, per cui partiamo con le nostre Duster 4x4 e, passando per Murino, ci addentriamo nella valle che porta al Montenegro cross

border trail.

Nel nulla e su un tornante, la polizia montenegrina ci ferma per un controllo documenti e verifica del bagaglio sospetto (le sacche contenenti i nostri sci). Ci informano che il passo è chiuso per neve e non transitabile ma vengono da noi rassicurati spiegando loro che la neve è proprio quello che noi stiamo cercando.

Difatti a quota 1500 la strada è innevata. Lasciamo le auto e sci ai piedi risaliamo radure e radi boschi fino al passo a q.1850. Da qui, per pendii con poca vegetazione saliamo fino alla nostra prima cima montenegrina: Il Ravno brdo q. 2040. Discesa veloce su neve umida ma abbastanza scorrevole fino in prossimità del passo, dove notiamo un gruppo di persone che sta salendo dal versante Kosovaro. Pensiamo ad un gruppo di escursionisti ma, quando ci avviciniamo, notiamo i caratteri somatici tipici degli Afgani o

Pakistani, e comunque non caucasici. Il loro abbigliamento è decisamente inadatto all'ambiente in cui si trovano dimostrando chiaramente che sono profughi medio-orientali che stanno cercando di venire in Europa dalla cosiddetta "rotta balcanica".

Vorremmo comunicare con loro, ma un nostro accenno di saluto non viene per nulla raccolto, anzi, i loro sguardi si abbassano e continuano la loro marcia nella neve profonda senza prestarci la minima attenzione. A questo punto intuiamo il perché la polizia è ferma sulla strada di accesso.

Sicuramente questo gruppo di profughi aspetterà la notte al riparo in qualche stalla abbandonata presente a bordo strada, per poi scendere nel paese a valle favoriti dal buio . Per il lunedì 26 Febbraio è obiettivo l'esplorazione del Narodni Park Prokletije.

Passando per Plav ci inoltriamo nella valle del fiume Komarača

fino a Babino Poljie a q.1550.

La strada, man mano che sale, diventa sempre più disastrata finché arrivati fuori dal bosco la valle si apre.

Inaspettatamente troviamo altre 4 auto parcheggiate con targhe bosniache, croate e serbe.

Sulla nostra sinistra intravediamo un gruppetto di scialpinisti che sta risalendo le lingue di neve tra i prati per arrivare a q. 1700, dove la copertura nevosa è continua.

Ci avviamo anche noi verso la evidente cima della Maja e Qenit a q. 2405 m.

I pendii sono favorevoli e la

neve tipicamente primaverile vista l'esposizione sud.

Socializziamo con gli scialpinisti balcanici che ci precedevano e scopriamo che in questi giorni è organizzato un "festival dello scialpinismo" proprio in questa zona. La partecipazione è di una quindicina di persone, con sci e splitboard, ma quello che ci stupisce è la presenza di 2/3 droni che seguono passo-passo questo festival.

Ci viene confermato che solitamente in questa zona cadono in inverno 3/4 metri di neve aiutati dalle correnti fredde siberiane che si

incontrano con le correnti umide del mare adriatico. Il 2024 invece, con stupore anche dei "locals" è stato anomalo, sia per le alte temperature sia per la presenza di un anticiclone sul mare che ha tenuto lontano le correnti fredde russe.

Vabbè, dobbiamo fare di necessità virtù e adeguarci a questi cambiamenti.

Rientrati nel nostri chalet ci aspetta una cena con uno dei piatti tipici della zona, Il

Kačamak: un piatto a base di farina di granturco cotta nel siero di latte. Per la sua consistenza

e per il fatto che il mais è l’ingrediente base, può essere paragonato alla polenta ma, per l'aggiunta del formaggio vaccino un po’ acido e al burro fuso, è più simile alla nostra "polenta taragna". Per favorire la digestione non manca una buona rakija (tipo grappa) che è considerata la bevanda nazionale del Montenegro e della Serbia.

Dopo esserci consultati con i partecipanti al "festival", martedì 27 febbraio ecco che ritorniamo nel Narodni Park Prokletije.

Dopo il Babino Poljie q.1550 proseguiamo in auto per 2 km

in piano sul bordo del fiume Komarača fino a Gorazdevac. La cima del Maja e Shpatit (2203 m) è davanti a noi e non è necessario il GPS per raggiungerla. Dall'ometto di vetta lo sguardo è attratto dal versante albanese della montagna, dove un bellissimo vallone con tanto di rifugio sembra terreno ideale per gli sci. Indecisi se scendere oltre confine (in Albania) oppure ritornare sulle nostre tracce, decidiamo, per non crearci problemi con eventuali doganieri albanesi, di rimanere in Montenegro. Le condizioni della neve e la visibilità

Qui sopra, al passo sopra Suvi Tavani

Nelle pagine seguenti, discesa da quota 2331

sono ottime così che, presi dalla euforia delle curve e controcurve, perdiamo circa 400 m di dislivello. Soddisfatti, ripelliamo per raggiungere un altra cima senza nome poco distante dal Maja e Shpatit e più bassa di una trentina di metri.

Davanti a noi svetta il roccioso Tre kufinjtë (2366 m) cima che segna il confine fra tre nazioni: Montenegro, Albania e Kosovo. Questa sera la cena prevede un piatto di gulasch alla montenegrina e purè di patate del villaggio.

Mercoledì 28 Febbraio ci trasferiamo verso Kolašin , valicando il passo percorso in senso inverso sabato sera.

Nella discesa verso Mateševo i nostri sguardi sono attratti da

un bell'anfiteatro innevato, quindi, incuriositi, deviamo su uno sterrato per vedere da vicino i massicci del Kom Vasojevicki (2461 m.) e del Kucko Ramo (2337 m.).

La strada finisce e la neve ancora è molto lontana, anzi lontanissima, per cui riprendiamo la strada verso la cittadina di Kolašin, deviando per la stazione sciistica omonima a 1450 m.

La neve è poca e gli impianti di risalita chiusi. Personalmente, vedendo questa stazione sciistica, ho pensato tristemente al periodo peggiore per le nostre Alpi quando si costruivano villaggi vacanze con gusti architettonici opinabili in belle località montane, deturpandole così del

loro fascino.

Vabbè... visto che in Italia ci siamo passati e oggi nel 2024 sappiamo com'è andata a finire, la mia tristezza è aumentata e mi ha fatto desistere dal risalire le piste (chiuse) fino alle cime superiori.

Per giungere a Žabljak vorremmo percorrere la strada panoramica nelle gole del fiume Tara (le seconde più profonde al mondo dopo il Gran Canyon) ma la strada è chiusa e dobbiamo deviare il percorso allungando di parecchi km la tratta. Ci ricongiungiamo alle gole nei pressi del ponte Most Đurđevića Tara.

Finalmente, a sera e al buio, arriviamo a Žabljak. L'alloggio è "balcanico", vecchio e non mantenuto e a fatica

sistemiamo tutto il nostro materiale negli spazi liberi delle camere.

Giovedì 29 Febbraio partiamo alla ricerca della neve al lago Crno Jezero. Confidando in una vecchia relazione, portiamo gli sci sullo zaino per circa un'ora in un bel bosco di abeti bianchi. A quota1700 finalmente calziamo gli sci, da qui con innumerevoli saliscendi nelle doline fino al laghetto ghiacciato sotto il Katun Lokvice. L'intenzione è quella di risalire il canalone fino al passo Trojni prevoj, ma le condizioni della neve non danno sicurezza quindi, a malincuore, giriamo le punte degli sci verso valle e rientriamo alle auto.

Venerdì 1 Marzo partiamo

invece dal centro sciistico Savin Kuk, con impianti completamente chiusi, e anche qui le mie considerazioni fatte a Kolašin calzano benissimo. Siamo nel cuore del massiccio montuoso delle Alpi Dinariche. Nel 1980 il Durmitor, così come il fiume Tara, sono stati inclusi nella lista dei Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO. Salita per facili pendii fino all'ingresso di un ripido canale che porta nel vallone sottostante la stazione a monte della seggiovia. Da qui, aggirando il dosso finale, con tanto di rampant sotto gli sci causa la neve molto dura, fino alla cima dello Savin Kuk (q. 2313 m).

La discesa e la pendenza sono ottime, prima su neve dura e poi primaverile fino al bar situato alla partenza degli impianti, dove ci attende una buona birra locale.

Sabato 2 Marzo, avendo ieri adocchiato una buona possibilità verso il passo Prevoj Sedlo, risaliamo in auto fin dove permesso dall’innevamento la strada carrozzabile giungendo a q.1650 m.

Da questa quota la strada è completamente coperta dalla neve e possiamo calzare gli sci. Raggiunto il passo a q.1907, incontriamo uno scialpinista della zona con cui parliamo della situazione innevamento attuale. Anche secondo lui è una condizione anomala, mai ricordata nei tanti anni in cui pratica lo scialpinismo. Ci consiglia, dopo un tratto di discesa, di deviare verso sinistra in un evidente vallone

e risalirlo il più possibile. All'orizzonte sembra schiarire e ampie chiazze di sereno rendono la visibilità ottima. Scendiamo fino a q.1750 per poi risalire il bel vallone "dolomitico" fino all' evidente passo sotto il Surdup. Da qui ci abbassiamo per un centinaio di metri fino al Suvi tavani per poi rimontare la cima a q. 2231. Mappe alla mano, davanti a noi identifichiamo il passo che ci farebbe potenzialmente congiungere all'itinerario del giorno 29, il Trojni prevoj a q. 2245. Memorizziamo l’ottima possibilità di questa bella traversata del Durmitor e ritorniamo alle nostre auto. La visibilità è ancora eccellente e potremo considerare questa discesa la migliore di tutta la trasferta montenegrina, sia come paesaggio che come qualità della neve.

Ormai siamo giunti al termine di questa esplorazione, domani ci trasferiremo sulla costa per i nostri due ultimi giorni balcanici.

Sulla strada per arrivare a Kotor, visitiamo il Manastir Ostrog, un monastero ortodosso incassato nella roccia e frequentatissimo dai fedeli montenegrini che salgono, a volte scalzi, sulle ripide scale in pietra che portano all' arco di ingresso.

Mi resta solo un dubbio... forse dovevamo passare qui il primo giorno montenegrino, salire scalzi con uno zaino di 30 kg sulle spalle, pregare tutta la notte al gelo per poi avere la quantità di neve degli anni passati? Dubbio che sempre mi resterà !

ANTONIO FACETTI , I PIEMONTESI, L’AIGUILLE MERIDIONALE D’ARVES

E UNA FOTOGRAFIA

Fitte nebbie salivano dalla Val Porcellizzo. Il tuono rumoreggiava. Cadeva una sottile pioggia e, sulla porta della capanna, ci salutammo. E furono degli addii colla speranza lontana di incontrarci di nuovo in montagna. Non pensai allora che uno dei miei amici, col quale avevo fatto altre ascensioni nelle Alpi, avevo fatto, il Badile, la sua ultima gita in montagna con me, doveva morire qualche anno dopo al Monte Rosa.

Era Antonio Facetti.

GiuseppeOngania

Non è stato accertato finora, almeno a conoscenza dell’estensore di questa nota, di chi si sia valso per primo della fotografia con l’intento esplicito di rendere un aspetto tecnico di una salita in montagna. E quindi mi permetto, come corollario di un lungo e complesso lavoro per i 150 anni del CAI Lecco 1 di avanzare un’ipotesi, circoscrivendola all’ambito lombardo dell’alpinismo e mettendo avanti il nome del valtellmilanese Antonio Facetti e la data, oltremodo significativa del 1899.

L’immagine, notissima, della fessura Mummery sulla parete del Grepon, scattata nel 1892 dalla signorina Lily Bristow, che riprese Mummery sulla caratteristica fessura della via da lui aperta nel 1881 con le guide Alexander Burgener e Benedikt Venetz, è sicuramente una (forse “la”) pietra miliare di tale attività. Ma sarebbe di estremo interesse affrontare uno studio sistematico della questione, per ricostruire all’interno della storia delle “relazioni tecniche” il capitolo relativo alle immagini. Argomento bisognoso di molto studio e di fatiche non piccole.

di Alberto Benini

In questa pagina, la monografia di Fiorio, Ratti, Rey utilizza questa immagine, incisa da Vittore Turati, attivo a Milano fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo

Nella pagina a fianco, il passaggio, raffigurato in un disegno del 1895 di Edward Theodore Compton, dove si intuisce il ricorso alla piramide umana. Si noti il chiodo di assicurazione, in basso, alla base della parete.

Intanto per capire chi fosse Facetti facciamo capo a Massima Mila e ai suoi Cento anni di alpinismo italiano. “IlMagnaghi2, avvocato, era segretariocapodellaCassa diRisparmiodiMilano.C'è da scommettere che il suo esempiofudeterminanteper spingerealleAlpi,Facetti, cheallaCassadiRisparmio milaneseeraimpiegato,assai piùgiovanedilui,poiché era nato a Sondrio nel 1872. Questiglifuinfatticompagno

nellaprimaascensionealla PuntadiScaisperlaparete est. Valente schermidore, nontardòadistinguersinella praticadell'alpinismo.Nel 1892eragiàsalitoalBernina perlaCrestaGuzza;nel1897 ripetéperlaprimavoltala salitadelMarinellialPizRoseg efecelaprimadiscesadel versante italiano, insieme a RedaellieOnganiaeconle guideSchenattieDall'Agosto. Nel'99sisegnalòall’Aiguille meridionaled'Arvesper

un"exploit"fotografico d'eccezione:laprimafotografia del temutissimo "mauvais pas",chemainessunofino allora aveva trovato modo di riprendere.Lostessoanno compìlasecondatraversata italianadellaMeije,conla guidaGaspard,insiemead altroalpinistalombardo,il Bertani,chesullaMeijedoveva poiperircinel1907,eche glifupurecompagnonella bellaimpresadellaprima traversata italiana dal Monte

Rosso di Scerscen al Bernina. AlPizd'Argienttracciòuna vianuova,nell'agosto1903, insiemealBompadre,conla guidaSchenatti.Nel1902 aveva fatto l'Ortles, il Gran Zebrù, la Thursvieser, e con laguidaSertoriavevaaperto unanuovaviaalDisgrazia, perilcanalonecentraledella paretesud.AncheilRosaaveva conosciutolasuapresenza, chédopoessersifattoGnifetti eDufourdaAlagnanel1895,

avevapoiripetutolatraversata delNordenddaMacugnaga, terzodopoBrioschieRestelli, incompagniadell'amico Ongania,conidueMaquignaze Zurbriggen,nel1900.Lazona delRosadovevaesserglifatale: insieme a Giacomo Casati, vincitoredellapuntaomonima alleDamesAnglaises,Facetti perìinunanotteditormenta, trail24eil25agosto1903, sulpercorsofacilissimodalCol d'OlenallaCapannaGnifetti3”.

Quanto scritto da Mila può essere utilmente integrato da un sunto delle parole della commemorazione degli alpinisti Casati e Facetti, fatta il 18 dicembre 1903 presso la Sezione di Milano [del CAI] dall'ing. Ferrini. Se ne ricava che Facetti, dopo aver svolto il servizio militare come volontario nei Bersaglieri, s’era dedicato a ginnastica e scherma, dove riuscì vincitore in parecchie competizioni a Sondrio, a Milano, a Torino.

Ascoltiamo le parole di Ferrini: “Di fisico robusto, di mente apertaatuttelemanifestazioni del bello, subì fortemente ilfascinodellamontagna; e,giovanettoancora,si diresseconverotrasporto allaconquistadellevetteche fannocosìsplendidaevariata corona alla sua valle nativa. In un libriccino di memorie, tenuto con ordine e costanza veramenteesemplari,sono cronologicamenteelencateed illustrate da brevi, ma efficaci cennisulleimpressionisubite, tutteleescursionialpineda luicompiute,fracuinonpoche ascensionidiprimoordine.

La serie non breve, di oltre un centinaio,siaprecollasalita del Pizzo Umbrail dalla IV Cantoniera dello Stelvio nel 1886,perchiudersipocoprima della fatale scalata delle rocce dell'Indren, che all'alba del 25 agosto1903glicostòlavita”.

Trascuriamo l’analisi cui Ferrini sottopone l’attività di Facetti, mettendone in luce il talento innovatore, l’atteggiamento sportivo, l’abilità a muoversi

senza guide, il contributo dato allo sci-alpinismo e a molte attività sezionali, cose sulle quali ci ripromettiamo di tornare, prima o poi, per offrire un ritratto completo di un alpinista che ebbe come pochi talento innovatore, accompagnato da indiscutibili doti tecniche, per arrivare nei luoghi dove venne scattata la “nostra” fotografia.

Siamo al 1898 e Facetti volge i suoi passi al Delfinato in compagnia di Giuseppe Ongania della sezione di Lecco 4 e di Alfredo Redaelli 5 della Sezione di Como. I tre si giovano delle guide locali Alexandre Barthelemy e Alphonse Guille. Sono diretti alla via, aperta nel 1878 dalle guide di Grindelwald Almer padre e figlio con un cliente d’eccezione, il reverendo William Auguste Coolidge, sulla Aiguille Meridionale d’Arves (3.511 m). Una via che è presto diventata un punto di riferimento per l’arrampicata su roccia. E gli arrampicatori di punta dell’epoca non possono esimersi dal confrontarsi con il suo “passaggio chiave”, anzi, visto che ci troviamo in Francia, con il “mauvais pas”.

Nella pagina a fianco,la copertina di In cammino con i pionieri.

Nel libro viene ricostruita svolta dal Facetti con i lecchesi Ongania e Redaelli a partire dalla nuova via sul Badile.

La via Almer era considerata giustamente all’epoca una delle scalate più impegnative nelle Alpi del Delfinato, ma con una singolare particolarità: sui 400 metri circa di dislivello, le maggiori difficoltà si trovavano concentrate nell’ultimo tratto precedente la vetta. In particolare, sui 15 metri della “cascade pétrifiée”, magistralmente (dal punto di vista della resa pittorica, meno

Sopra, il passaggio è immortalato dalla fotografia del Facetti che ritrae i compagni durante la discesa. La veduta venne presa “dal sito ove finisce la stretta cornice che corre per pochi metri dalla base del "Mauvais Pas alla base della Grande Dalle”

di quella tecnica) raffigurata nell’incisione di Edward Theodore Compton nel 1895. Il passaggio iniziale della “cascade”, un lieve strapiombo alto circa tre metri, entra dunque nella storia dell’alpinismo come il “mauvais pas dell’Arves”. Una simile difficoltà era allora insuperabile “in arrampicata libera”, soprattutto se si trovava in aperta parete, e si faceva quindi ricorso alla “piramide umana”: il capocordata montava sulle spalle di un compagno, possibilmente alto e robusto, cercando di raggiungere dei buoni appigli che gli permettessero di proseguire autonomamente su terreno più facile. Poi, una volta trovato un buon punto di sosta, una generosa trazione della corda aiutava gli altri a salire. Oggi il passaggio in questione, è quotato fra il V+ e il VI- ed è abbondantemente protetto da dieci solidi ancoraggi distribuiti nei suoi 22 metri complessivi, senza contare il punto di sosta attrezzato proprio alla base dello strapiombino; ma nelle condizioni di allora, un passo falso nello svolgimento della rocambolesca manovra sospesa sull’abisso, avrebbe avuto conseguenze facilmente immaginabili per l’intera cordata.

Il disegno Compton raffigura un improbabile punto di assicurazione su una buona cengia rocciosa; mentre la foto ritrae la situazione reale: “senza rete”.

In ambito italiano un lungo e dettagliatissimo articolo

di Cesare Fiorio, Carlo Ratti e Guido Rey del CAI Torino apparso nel “Bollettino del Club Alpino Italiano” 6 del 1889 aveva reso note le caratteristiche del piccolo, ma importante gruppo roccioso delle Aiguilles d’Arves, alimentando la curiosità dei non molti che in quegli anni si dedicavano alle ascensioni su roccia. La loro monografia ci riporta al clima di quell’alpinismo pioneristico intriso di competizione-collaborazione, dove è essenziale dar conto delle proprie ascensioni con dettagliate relazioni, da un lato per mostrare il proprio valore, dall’altro per rilanciare la sfida ad andare oltre.

Fra l’altro i tre piemontesi, abbandonati strada facendo dalle guide ingaggiate alla bisogna, avevano realizzato la prima ascensione senza guida.

Ma è giunto il momento di dare la parola a Facetti, così come lo si legge sulla “Rivista Mensile” del CAI 7 :

“Come dissi, molto si è scrittodanoisulleAiguilles d'Arves,especialmente sulla Meridionale. L'ultima relazione,datadalcollega dott.AgostinoFerrari,èsipuò direesaurienteeperlacopia diparticolarisulpercorso dell'ascensione,eperle citazioni desunte da relazioni dialpinististranierichela compirono,dopolacomparsa dellamonografiadeicolleghi Fiorio,RattieRey,oltrechéfu illustrata da due belle vedute rappresentantilacaratteristica figuradell'Aiguilledadue diversipuntidivista. Nonmirimarrebbedunque nulla di nuovo da dire, avendoioseguìtol'usualevia d'ascensione dal Col Lombard perlasecondaforcellaeil MauvaisPas;ma,poichéla maggiorpartedeglialpinisti chevipassaronovollero diffondersi a dichiarare le loropersonaliimpressionie daregiudizisulledifficoltàe suipericolidellamedesima, tantochèquand'iom'accinsi all'impresaavevoil presentimentodinonriuscire, così mi sento tratto a fare altrettanto, certo che non sarà colleidenticheespressioni, poichéungiudiziodatosul carattere e sulle difficoltà d'unamontagnanonpuòa meno che riuscire di indole soggettiva,tantopiùcheio nonfacciocheriprodurrela manifestazionegenuinadelle mieidee,qualileconsegnai, unpo'infretta,nellenotedel miotaccuino.[…] […]Ilmattinodelgiorno21, quattroorecircaimpiegammo adarrivareallaparete,laddove incomincialapartepiù interessante dell'ascensione.

Ingranpartequestotempo vennespesoinunapasseggiata fino al Col Lombard, bella se siseguelafasciadidetriti, vera morena frontale delle tre Aiguilles,interrottaquaelà, allabasediqueste,daripidi pendiinevosichetrovammo in buonissimo stato; nulla di noioso, tutto di divertente. E leroccie[sic]allasinistradel Col Lombard, cioè della faccia S.SE.dell'AiguilleMéridionale, di un'eccellenza straordinaria, interessantiepiacevoli:un conglomeratosulqualefa buonapresalascarpa,ele manitrovanosicuriappigli;ci s'impiegaunoraasalirle,ed èunaverapreparazionealla lottacheciattendepiùoltre. […]

IlMauvaisPasèqualcosa di umanamente non immaginabile:quellaparete gobbosa,strapiombante sul versante di Valloire, m'è sembrata una creazione artificiale,trasportatalà appositamenteperdaredei grattacapiacoloroches'eran fissiintestadiconquistarele graziediquelduromacigno.E conquistato,chelargamessedi ricompense!Percinqueminuti circasihasempreilnasopiù accollato alla roccia che non rivolto all'insù, e le mani nervose corrono coll'occhio adafferrarequellaasperità chesubitovienlasciataper abbandonarsi ad un'altra, che portasemprepiùinalto.A superareilpassopelprimo, occorreunbuoncapitaledi forze;senzaqueste,ritengo impossibilequestasalita,a meno di farsi tirar su dalla

guida,aguisadiunsecchio d'acquadalpozzo.Hovoluto, essendoilpenultimodella cordata,scioltaperòallabase delMauvaisPas,spiarecon attenzione tutte le mosse della guidaGuille,allaqualeera affidatoilcompitopiùserio. Miparevadìvedereun'enorme lucertola strisciante su un muro;dalvisorasentequella paretetrasparivanonuove agitazioniadognipasso,e le sue membra avevano delle contrazioni nervose, anche quandoperunsolominuto secondo restava titubante sullasceltadell'appiglio.A meparevadisentirecome mieiglisforzidilui,elamia interna lotta finì colla sua senzadubbio.Èun'arrampicata diprimoordine,quella,ma nonlagiudicocosìpericolosa comeladiceGustavoEuringer; ioladireipiuttostofaticosae difficile, sebbene la difficoltà siasalvaguardataperchivien dopodall'aiutodellacorda. Setoccasseamesalireper ilprimo,sinceramentevi pensereiduevolteeforse rinuncereiall'impresa! Passataperòlaprima sensazionedisgomento,a pocoapocol'occhiosiabitua aquell'acrobatismo,elasalita deicompagni,comelapropria, riescemenoimpressionante. Noncondividopoiaffatto l'impressionericevutadal sig.Mathieuapropositodi questaascensione:eglidice: «Je referais volontiers la Meije,maisjamaisl'Aiguille Méridionale d'Arves». Non homaisalitolaMeije,ma possodireinvece,cherifarei

piùchevolontieril'Aiguille Méridionale,eagliamiciche mi domandarono notizie di questamiasalita,risposi dipingendoquestamontagna comeunadellepocheche lasciano nell'animo il vivo desiderio di rivederla e di ripeternel'ascensione. Lamuragliachesegueal Mauvais Pas, verso la cresta finale, è assai dolce in confrontodiquellochesiè superato.Fuunaarrampicata quasiperpendicolarediuna ventinadimetri,nonpiù,ma straordinariamente bella, senzaesseredifficile,graziea quellaspaccatura,cheladivide pertuttalasualunghezza. Indiscesariesceancorapiù divertente,esiprovaqui, forsepiùchealMauvaisPas, la voluttà, del vuoto; dico del MauvaisPas,perchéètroppo l'attenzionecheaquesto sideveportare,chenonè nemmenoconcessoiltempo diinebriarsi,guardandocolla coda dell'occhio frammezzo allegambe,quellostrapiombo che non finisce”.

Molte cose sono notevoli in queste righe: l’atteggiamento sportivo, non da collezionista di vette, rispetto a questa ascensione, l’esplicito riconoscimento al lavoro delle guide, la capacità di apprezzare la varietà di terreni sui quali si svolge l’ascensione.

Abbiamo lasciato alla fine, il discorso sulla fotografia.

Ancora Facetti:

“Partimmoperò,nonsolo coll'idea di scalare la famosa Aiguille,maaltresìcon

quelladiritrarreinfotografia ipuntipiùimportantie caratteristici dell'ascensione, massimamente,sepossibile, il famoso «Mauvais Pas», delqualefinoranonvennero pubblicatichedueschizzi a memoria, in verità assai pocorassomigliantialvero. Equalchecosahoriuscito: anzitutto l'ascensione in ottimecircostanzeditempo edicompagnia;poi,oltrea parecchievedutediquelle vertiginosepareti,hopotuto, malgradoladifficoltàe la ristrettezza del sito, sorprendereilMauvaisPas nel momento in cui i miei compagninecompivanola emozionantediscesa.Icolleghi che lo conoscono converranno chelassùiononpotevoportare che una macchina di ben piccoledimensioni;cosicché lavedutachequipresentoèil risultato di due lastre riunite e diunforteloroingrandimento, resopossibiledallabontà dell'obbiettivo che diede nitidi ipiùminutiparticolari”. Il confronto fra le due immagini “pittoriche” accennate da Facetti e la sua realizzazione fotografica dice tutto sulla potenzialità della fotografia. Spiace che Facetti non abbia aggiunto altri dettagli tecnici sull’immagine. In conclusione, per comprendere bene chi sia stato Facetti, bisognerà in primis ricostruire la sua carriera alpinistica e verificare (oggi cosa oltremodo facile) i suoi articoli sulle riviste sociali del CAI. E intanto indagare se e come il suo archivio fotografico

sia sopravvissuto agli anni. E se qualcosa fra le sue note inedite sia in qualche modo reperibile. La sua figura di scalatore che sapeva muoversi anche senza le guide lo pone fra gli antesignani del leggendario e ancora non ben indagato GLASG (Gruppo Lombardo Alpinisti Senza Guida). Un altro piccolo cantiere da aprire nella grande

NOTE

opera della ricostruzione delle vicende dell’alpinismo lombardo.

Alberto Benini

NOTA: Si ringrazia Pietro Corti per la fondamentale collaborazione nella ricostruzione della figura di Giuseppe Ongania, assiduo compagno di Antonio Facetti.

1 -In cammino con i pionieri: 1874-1924 i primi cinquant'anni del CAI Lecco / Alberto Benini, Pietro Corti, Sergio Poli; foto a colori di Mauro Lanfranchi; disegni di Raffaele Negri / [Missaglia], Bellavite, 2024.

2 -Stiamo parlando di Carlo Magnaghi, fra i promotori dell’alpinismo invernale cui è dedicata una cima della Val dei Ratti e la maestosa triade dei Torrioni Magnaghi sulla cresta orientale della Grignetta, ben distinguibili fin da Milano.

3 -Storia dell'alpinismo / Claire-Eliane Engel; in appendice: Cento anni di alpinismo italiano, di Massimo Mila Torino, G. Einaudi, 1965. Risorsa on-line https://www. cai.it/wp-content/uploads/2019/03/1863-1963-I-100anni-del-CAI.pdf. Facetti è erroneamente chiamato Carlo.

4 -Su Giuseppe Ongania si veda In cammino con i pionieri: 1874-1924, cit. alle pp. 108-115.

5 -Ricordiamo che gli è intitolato il bivacco posto sulla cima del Pizzo Badile. Bello il ricordo che ne ha tracciato Paolo Fiocchi in ”Notiziario SEL” del 2013 alle pp. 24-29.

6 -“Bollettino del Club Alpino Italiano” 1889 alle pp. 157209.

7 -“Bollettino del Club Alpino Italiano” 1889 alle pp. 157209.

ISLANDA 2025 l'isola degli elementi

Ad inizio autunno 2024 ricevo la mail di Planetrek che ripropone, a distanza di qualche anno, una settimana di scialpinismo in Islanda, destinazione presente nella mia lista di luoghi da visitare fin da quando, poco più che marmocchio, mi divoravo l’intera produzione di Jules Verne, “Viaggio al centro della terra” incluso. Ad ogni modo il dado è tratto, e questa volta sarebbe bello condividere l’esperienza con Annalisa, tanto che, aspettandomi riluttanza da parte sua, inizio ad architettare strategie di persuasione: sei geologa e l’Islanda è la summa in 3D di tutto quello che hai studiato! il problema quota, che tanto ti assilla, non esiste! ogni sera torniamo allo stesso alloggio, quindi, la mattina puoi permetterti di girarti dall’altra parte! In realtà basta molto meno a dipanare i pochi dubbi e per Natale tutto è prenotato e confermato.

Volo diretto per Reykjavik che parte l’ 11 Aprile da Malpensa, dove facciamo conoscenza con gli altri partecipanti: siamo in 8, un bel melange composto da Annalisa e me, una coppia di Lecco, un camuno, un veneto, un ligure trapiantato in Valle -già incontrato nel 2010 in Val Grosina, salendo al Dosso Sabbione, in quella che continuo a ricordare come una delle mie più belle gite di sempre - e la nostra guida Plamen, bulgaro “naturalizzato valtellinese”, che già nel 2022 mi aveva portato a sciare sull’Atlante marocchino, una garanzia! Siamo tutti consapevoli che, sciisticamente parlando, non abbiamo azzeccato l’anno più favorevole: precipitazioni ai minimi delle ultime tre decadi,

temperature al di sopra delle medie tipiche e meteo avverso previsto per i primi giorni della nostra avventura.

Causa lungaggini durante le pratiche di ritiro del mezzo, pernottiamo nella capitale, ma ne rimandiamo la visita al rientro, mentre percepiamo fin da subito l’estrema variabilità del meteo valutabile nell’arco di manciate di minuti. L’indomani di buonora imbocchiamo la statale N1, principale via di comunicazione terrestre che sostanzialmente profila il periplo dell’isola, al netto di penisole e promontori. Puntiamo a Nord-Ovest la regione dell’Akureyri, dove un lodge fungerà da base per quattro notti. Segue il primo assaggio di Islanda: cinque ore in contemplazione

dell’alternanza o combinazione di fiordi, vulcani, cascate, caldere e ghiacciai. Raggiunto il confortevole alloggio, adagiato sul lago costiero Miklavatn, a sua volta separato dal mare da una barriera naturale di sabbia e ghiaia, subito la prima risalita ad una cimetta nei paraggi che lambisce quota mille, e che ci permette di avvistare una volpe artica e di godere di una discesa vista fiordo in cui il sole si immerge fino a scomparire verso le 2030.

Ci attendono, purtroppo, due giorni di bufera: dalla Groenlandia, insieme al vento di Blizzard, arriva la neve che tanto mancava, una sorta di polvere micrometrica che soffia in orizzontale - i bambini islandesi la disegnano con

dei trattini sinistra/destra - e che riesce a penetrare in ogni pertugio: nonostante non ci siano serramenti che guardano ad est, pratica comune da queste parti, saremo costretti a sigillare un paio di finestre con nastro adesivo e troveremo sci e bastoncini completamente sommersi sebbene a tetto. Atmosfera ovattata, buona compagnia, cibo e bevande, e il recupero di arretrati di sonno e letture mitigano l’assenza di sci. Sperimentiamo anche la tinozza esterna con acqua riscaldata naturalmente: la geotermia, infatti, soddisfa il 30% del fabbisogno elettrico islandese e copre le necessità di acqua calda e riscaldamento per oltre il 90%. BigData e i gestori di criptovalute, stanno installando i propri

server sull’isola, sfruttando il potenziale del sottosuolo per alimentarli e le fresche temperature locali per raffreddarli.

Il 14 aprile finalmente il sole la fa da padrone e con esso condizioni ottimali per sciare: dalla nostra base percorriamo parte del periplo che delinea la penisola di Tröllaskagi e dopo circa un’ora parcheggiamo il nostro mezzo a bordo strada, praticamente a quota mare, e iniziamo la risalita ad una cimetta del Fjallabyggð, un balcone naturale su fiordo e mare aperto la cui vista vale l’intero viaggio. Dopo la discesa in trasformata, galvanizzati ci concediamo una ripellata e un bis dello spettacolo da altra prospettiva.

L’indomani all’alba salutiamo

definitivamente il nostro rifugio e puntiamo verso la penisola di Snaefellsnes rivivendo le stesse emozioni del trasferimento di qualche giorno prima, culminate questa volta con la vista del vulcano Snaefellsnes, omonimo della penisola, che ospita il ghiacciaio più occidentale d’Europa e meta della nostra gita. La montagna, alta 1446 metri, è accessibile solo fino ai 1250, quota che, in mezzo alla bufera, raggiungiamo grazie al GPS e da cui, con una buona dose di adrenalina in corpo, iniziamo a scendere in formazione “processionaria” (Cit. Plamen) fino agli 800, per poi concludere con una dolce planata con vista sull’oceano aperto e sulla baia di Faxaflói. Termineremo la giornata in un

B&B di Olafsvik con la solita lauta cena, e in compagnia del padrone di casa, un omone di una ottantina d’anni, rientrato con la moglie in Islanda dopo una vita trascorsa sul continente, chiacchierando di Opera italiana (lui…noi a far finta di capirne).

Il penultimo giorno, prima del rientro su Reikiavik, passiamo dalla “modalità avventura” a quella “turismo” e visitiamo il Geyser Gigante: uno spruzzo di acqua calda e vapore che ad intervalli di alcuni minuti spara in verticale per una ventina di metri. Il flusso di turisti, sostanzialmente i primi che incontriamo, è veicolato (pare che in estate si un autentico delirio) da un percorso guidato attorno ad un’area

non accessibile in cui il geyser risulta confinato: si tratta di necessarie misure a tutela della sicurezza dei visitatori, che però , ricordo, mi hanno inconsciamente riportato ad un animale selvatico in gabbia, ma poi, a volo pindarico, ho sorriso pensando a come, per parecchi giorni dell’aprile del 2010, i capricci del vulcano Eyjafjöll si siano fatti beffa del traffico aereo di mezzo globo. Nei pressi del geyser le cascate Gullfos, le più grandi di Islanda, rappresentano un condensato della sua potenza naturale: un fronte d’acqua di 70 metri che per due volte si schianta sulle rocce sottostanti per poi fluire in un canale composto da pareti di basalto a canne d’organo.

Pranziamo quindi al sacco a cavallo delle placche nordamericana ed euroasiatica, in uno dei pochi posti al mondo in cui risulta visibile la frattura frutto della tensione fra le due zolle tettoniche. In un teatro simile poco più a sud, ad Alþingi, a partire dal 930 d.C. i capi norreni islandesi e i liberi proprietari dell’Islanda erano soliti riunirsi in assemblea, in quello che è considerato il parlamento più antico del mondo.

Raggiunta Reykjavik, ci sistemiamo nello stesso hotel che ci aveva ospitato la prima notte, e tra sera e mattina successiva, riusciamo a farci un’idea della capitale. Piccola e ordinata, colpisce d’acchito la discreta presenza di numerosi gatti pasciuti, liberi di entrare e uscire ad ogni ora dalle vetrine

delle attività del centro grazie ad aperture dedicate. La vita notturna è vivace; ristoranti, negozi e bar certificano un transito turistico elevato e spesso si è serviti da personale non islandese -a cena siamo stati accolti da un simpatico ricercatore universitario napoletano- indicatore, questo, di non trascurabile immigrazione.

Siamo agli sgoccioli ed è tempo di salutare dall’oblò, non senza un po’ di malinconia, questa terra ancestrale che concede di godere contemporaneamente di tutti gli elementi: l’aria fino alla sua manifestazione violenta di tempesta, la terra che si fonde spesso con il fuoco e l’acqua declinata in tutte le sue forme, fluida, neve e ghiaccio.

in apertura e nelle pagine 44-45. risalita al Fjallabyggo

Nella pagina a fronte, vista dalla penisola di Tröllaskag

Sotto, cascate di Gulfoss e tinozza geotermica

MERA PEAK

Impressioni dal Nepal

di Giulio Gadola

6461

Andare in Nepal, vedere l'Himalaya, è sempre stato un mio desiderio. Avevo provato ad organizzare nel 1998, come viaggio di nozze. Michele Bottani, che c'era stato, ci aveva fornito contatti e informazioni, ma poi, visto anche che saremmo stati solo in due, abbiamo rinunciato e il sogno è rimasto nel cassetto. Alla fine del 2023 vengo a sapere che mia sorella, un amico di Campodolcino e suoi amici di Lecco stanno organizzando un nuovo viaggio per l’autunno 2024, un trekking di 15 giorni con salita al Mera Peak, cima di 6461 m. Generalmente non sono uno che ama aggregarsi, soprattutto a chi conosco poco, ma questa volta il sogno ha cominciato a bussare da quel cassetto in cui era rimasto chiuso da troppo tempo, e ho chiesto di poter partecipare anche io.

Ero il pivellino del gruppo perché tutti gli altri erano già stati in Nepal, chi una volta, chi tre o quattro, chi dodici, chi diciassette e chi ci vive per buona parte dell’anno.

E’ così che oltre a mia sorella e Mario, che conoscevo già da tempo, ho conosciuto Gianmaria, medico chirurgo in pensione, Massimo, maestro di sci e direttore di banca in pensione, Danilo, guida alpina e mio compagno di camera … e purtroppo non solo, Bepi, gestore di un rifugio nelle Dolomiti del Cadore con un passato di gestore della Piramide del CNR sulle pendici dell’Everest, ma soprattutto Flo, Floriano Castelnuovo, leader del gruppo e organizzatore, grazie alla sua esperienza e alla sua conoscenza del Nepal e dei nepalesi.

L’dea che avevo del Nepal, e che mi attirava da sempre, era associata all’Himalaya, alle grandi montagne ai grandi spazi, alle enormi pareti e ghiacciai. A posteriori mi sono reso conto che esistono anche altri Nepal, quello fatto dalle colline ai piedi dell’Himalaya, cosparse di villaggi, case isolate, percorse da strade improbabili e franose che ho visto sorvolandolo in elicottero, ma soprattutto quello della capitale Kathmandu.

Appena usciti dall’aeroporto e saliti sul pullmino per andare in albergo l’impressione è di grande caos. La guida è a sinistra, la segnaletica e i semafori praticamente assenti … è un flusso di auto, moto,

motorini, biciclette e risciò che scorre in un senso e nell’altro e che negli incroci si interseca seguendo le leggi della fluidodinamica piuttosto che le regole del codice stradale. Si sentono di continuo brevi colpi di clacson che avvisano dell’arrivo di chi li ha fatti, il flusso si adatta, i mezzi si intersecano, chi passa a destra, chi a sinistra ma alla fine tutto scorre, non ho mai visto un incidente o anche solo un contatto, e nessuno si spazientisce.

Kathmandu è fatta da strade larghe e polverose, vicoli stretti e sporchi, si sentono profumi (e più spesso odori) di ogni genere, ma ha anche migliaia di negozi che vendono qualsiasi cosa. La maggior parte vende abbigliamento da montagna, attrezzature e accessori per alpinismo e trekking, ma anche oggetti e soprammobili di carattere religioso, maschere per tenere lontani gli spiriti maligni, gioielli e bigiotteria, generi alimentari e “medicinali”, primo tra tutti il balsamo di tigre bianco, per le vie respiratorie, e rosso, per dolori e risentimenti muscolari.

Comune denominatore di tutti i negozi è quello farci stare tutto quello che ci sta nello spazio disponibile … ma anche un po’ di più!

Altra cosa che colpisce è la rete elettrica a servizio degli edifici. Ci sono decine di cavi che a volte avvolgono letteralmente i palazzi, impedendo a chi ci abita persino di chiudere le persiane! I cavi poi arrivano (o partono?) su pali di legno in corrispondenza degli incroci

dove diventano enormi matasse da cui poi si diramano nelle varie direzioni.

Kathmandu è anche una città ricca di storia e di religione, ci sono piazze come Durbar square dove si trovano edifici e siti sacri per la religione induista. Grazie a Mario, che conosce la città, ho avuto l’occasione di visitarla il primo giorno durante una festa molto affollata, colorata e chiassosa.

C’è poi il Boudhanath, una piazza circolare dove si affacciano negozi, bar, ristoranti e bancarelle, ma soprattutto al cui centro c’è uno degli stupa più grandi del mondo, intorno a cui persone comuni e monaci camminano in

senso orario, recitando mantra buddisti e facendo girare i cilindri di preghiera con incisi testi sacri.

O ancora Swayambhunath, o tempio delle scimmie, che è una collina raccordata con la città da una lunga scalinata sulla cui sommità ci sono siti sacri, sia induisti che buddisti, segno non solo di una convivenza pacifica ma anche di condivisione di spazi e luoghi significativi per entrambi. Altro luogo di grande impatto è il tempio induista di Pashupatinath, sulle rive del fiume Bagmati, dove si celebrano i riti funebri che si concludono con la cremazione delle salme, il tutto condiviso

Nelle pagine precedenti: arrivo al Mera Peak High Camp 5800 m

In questa pagina: Il Boudhanath, luogo sacro buddista in centro a Kathmandu, uno degli stupa più grandi al mondo attorno a cui i fedeli camminano in senso orario facendo girare i rulli di preghiera

da amici e parenti con passanti e turisti. Qui si cammina avvolti da un fumo acre passando accanto a mucche comodamente sdraiate, Baba multicolori (santoni) e scimmie dispettose. Ho visto una scimmia che in pochi secondi ha preso la borsetta di una donna indù, lasciata incautamente incustodita, l’ha vuotata ed è fuggita rubandosi il rossetto tra le urla e gli improperi della signora.

Poco a sud di Kathmandu c’è Patan, città medioevale molto ben conservata, anche se qualche palazzo porta i segni del terremoto del 2015. Qui si trovano piazze, con le immancabili bancarelle, dove c’è anche chi ha steso per terra quintali di grano a seccare, vicoli e palazzi realizzati con mattoni rossi, con chiostri, portici e ballatoi in legno intagliato.

Nel complesso quindi, anche senza mire alpinistiche o escursionistiche, credo che valga assolutamente la pena visitare Kathmandu, anche solo per entrare in contatto con una realtà così varia e così lontana dalla nostra.

Ma il Nepal che volevo vedere era quello delle montagne. Siamo partiti da Lukla, località a circa 2800 m di quota da cui partono diversi trekking e soprattutto quello, frequentatissimo, che percorre la valle del Khumbu e porta al campo base dell’Everest. Il nostro percorso è ad anello, si dirige in direzione contraria rispetto alla valle del Khumbu, ed è previsto che si ritorni di nuovo a Lukla dopo 15 giorni

di cammino. Valicheremo lo Zatrwa La Pass a 4600 m, per poi scendere nella valle opposta e percorrerla fino a Khare a circa 5045 m, da cui, dopo un giorno di acclimatamento con una breve gita fino a circa 5230 m, si sale fino al passo Mera La a 5400 m, per raggiungere il Mera Peak High Camp, a 5800 m. Con partenza alle 2 del mattino siamo arrivati al sorgere del sole in cima al Mera Peak a 6461 m per scendere di nuovo al Mera La e proseguire la discesa sul lato opposto fino a Kongme Dingma a 4785 m. I giorni successivi si risale per intero la valle facendo tappa a Seto Pokhari, 5095 m e Amphu Lapcha base camp, 5515 m. Questa è la parte più selvaggia dell’itinerario, ci sono solo tre punti d’appoggio in tutta la valle costituiti ognuno da una Tea Room, dove si sta a mangiare e dove c’è una

stufa, e da qualche tenda con materassino dove si passa la notte.

Dall’Amphu Lapcha base camp si parte di buon mattino per valicare il passo Amphu Lapcha 5839 m, questo è il passaggio tecnicamente più impegnativo con alcune corde fisse a cui assicurarsi in salita e con cui calarsi in discesa dall’altro lato.

Il passo porta nella valle del Khumbu, da percorrere in tre giornate mediamente in discesa, e che riporta a Lukla chiudendo l’anello.

Qui alle tende si sono sostituiti comodi e attrezzati lodge, decisamente più confortevoli. Questo almeno ci hanno raccontato Lisa, Mario, Massimo, Gianmaria e Bepi, che hanno compiuto il giro per intero mentre Danilo, accompagnato da Flo, è stato recuperato dall’elicottero per problemi legati alla quota,

A sinistra, un portatore in cammino verso Kongme Dingma, scendendo dal Mera La Pass

A destra, faccende di casa a 4100 m

al passo Mera La il giorno della cima, e la stessa sorte è toccata a me due giorni dopo, recuperato a Seto Pokhari. Danilo con la sola perdita di quota ha recuperato subito e, dopo i controlli di rito in ospedale, è stato dimesso il giorno stesso, io invece ho trascorso un paio di giorni in ospedale e sono stato dimesso con promessa di ritornare il giorno successivo per ulteriori analisi del sangue. Chiuso il capitolo ospedale, dopo un paio di giorni da turista, ne ho passati altri due in camera, tra letto e vaso, sfinito da una potente dissenteria. Non tutto quindi è andato per il verso giusto, e non sono riuscito a completare l’anello … motivo in più per tornare! Complessivamente comunque è stata un’esperienza molto interessante e positiva, sia per aver finalmente visto l’Himalaya e avere avuto

l’opportunità di salire una delle sue cime, ma anche per essere entrato in contatto con una civiltà così diversa dalla nostra. Purtroppo anche qui il dio denaro ha guadagnato terreno ed è diventato il motore di molte attività (spedizioni commerciali, voli turistici ecc.) e causa di grande corruzione, ostacolando quel senso di autenticità e di contatto diretto con l’ambiente e le persone, che sicuramente prediligo.

Per contro il maggior flusso di denaro può dare anche la possibilità di organizzare e sostenere iniziative e attività utili per la popolazione del posto e per le valli più frequentate. Come sempre sta alla sensibilità e all’intelligenza di chi può disporre di queste risorse, impiegarle nel migliore dei modi.

Infine mi piace evidenziare il grande senso di religiosità che

ho trovato in tutto il Nepal. Sia nella capitale, a prevalenza induista, che nelle montagne, a prevalenza buddista, si percepisce la presenza continua di questo aspetto, senza mai essere pesante od opprimente ma molto legato alla gente e all’ambiente.

Non vi sono regole o principi che vengono imposti, ma bandiere tibetane che grazie al vento disperdono nelle vallate il loro messaggio di pace e armonia, così come i cilindri di preghiera, che vengono fatti ruotare dai monaci nei templi, o da semplici passanti per strada o sui sentieri di montagna.

La speranza è che questo messaggio, dalle valli himalayane, si possa unire a quello di tanta altra gente, e che possa prevalere sugli eventi che negli ultimi anni stanno soffocando il mondo.

IL GRANDE VERSO NORD

di Angelica, Michelle, Paola e Gabriele.

Tre settimane on the road tra Svezia e Norvegia

Quattro amici, tre settimane, un camper a noleggio e una linea che sale verso nord. Il nostro piano era semplice: partire da Stoccolma, risalire lentamente la Svezia, attraversare il confine norvegese e lasciarsi guidare dalla strada tra fiordi, isole e paesaggi unici, fino alle Lofoten, per poi tornare nella capitale svedese seguendo il profilo frastagliato dei fiordi norvegesi.

Con il tempo dalla nostra parte e la libertà di fermarci dove il paesaggio lo chiedeva, abbiamo vissuto un viaggio fatto di lunghe distanze, silenzi nordici, sconfinate distese lapponi, renne, alci, e natura selvaggia. Un’esperienza in cui il nostro amico a quattro ruote non è stato solo un mezzo di trasporto, ma una vera casa viaggiante, perfetta per assaporare a nostro piacimento la più profonda essenza dell’Europa del Nord. Atterrati a Stoccolma a metà agosto ci siamo messi subito in movimento per raggiungere la nostra “casa mobile”. Tempo un paio di ore dal nostro atterraggio ed eravamo già in viaggio verso Uppsala, la prima delle nostre innumerevoli tappe.

L’obiettivo del nostro viaggio era quello di vivere quante più esperienze possibile nella

natura: trekking, arrampicate, gite in kayak ma anche cultura, musei e cibo. Prima della partenza avevamo stilato una lista delle attività principali che ci sarebbe piaciuto fare, pieni di ottimismo e con tanta voglia di avventura. Purtroppo dopo i primi giorni baciati dal sole svedese abbiamo dovuto fare il conto con uno dei nostri due principali imprevisti: il mal tempo. Il clima nordico, infatti, si è rilevato particolarmente severo: tanta pioggia e giornate solive che abbiamo potuto contare sulle dita di una mano. Ma non ci siamo persi d’animo: sotto la pioggia abbiamo ammirato i meravigliosi paesaggi Lapponi, abbiamo attraversato il Circolo Polare Artico e il gelido confine nord tra i due paesi scandinavi, abbiamo salito i quasi duemila gradoni di pietra che separano Reine dalla cima del monte

Reinebringen, abbiamo raggiunto l’imponente Trolltunga (lingua del troll) attraverso un’esposta via ferrata, abbiamo organizzato improvvisate spedizioni alla ricerca di alci e renne, abbiamo visitato musei curiosi, percorso la famosa Atlantic Road, visto innumerevoli arcobaleni e preso altrettanti traghetti, percorso l’impervia “Strada dei troll” e rimasti a bocca aperta a fissare dal basso l’imponente Troll wall, la parete di troll. Ogni giorno organizzavamo i nostri programmi in base alle ore di pioggia e a quelle di sole: appena appariva un raggio di luce tra le nuvole grige indossavamo i nostri vestiti tecnici e partivamo per poi tornare in camper ore dopo spesso completamente fradici! Ma con questo spirito ottimista siamo riusciti a fare escursioni e fugaci apparizioni nelle falesie

scandinave quasi tutti i giorni. Nelle ore peggiori, invece, ci rifugiavamo in qualche museo, cercavamo il prossimo punto dove fermarci per la notte e guidavamo per raggiungerlo. Il secondo inconveniente che abbiamo trovato lungo la nostra strada è arrivato proprio dalla nostra fidata casa a quattro ruote. I chilometri e l’usura del mezzo si sono fatti sentire e purtroppo abbiamo dovuto fare qualche tappa forzata per rimetterlo in sesto pronto per le avventure dei successivi giorni!

Malgrado i problemi, inevitabili quando si viaggia per tanti giorni on the road, la meraviglia dei posti che abbiamo visto è l’unica cosa che ci siamo portati a casa, insieme a qualche souvenir e tante scatole di biscotti speziati che erano oramai diventati il nostro comfort food preferito.

Rientrare a Stoccolma dopo migliaia di chilometri percorsi ha avuto il sapore dolceamaro delle esperienze intense: la stanchezza si mescolava alla consapevolezza di aver vissuto qualcosa di raro. Svezia e Norvegia ci hanno insegnato il valore della lentezza, dello spazio e del silenzio, ricordandoci quanto sia importante adattarsi ai luoghi e non il contrario. Viaggiare in camper tra queste latitudini significa accettare l’imprevisto, il freddo e il mal tempo, fidarsi della strada ma allo stesso tempo lasciarsi sorprendere ogni giorno dalle meraviglie che abbiamo incontrato sul percorso. Tornati a casa, ciò che resta non sono solo le fotografie, ma la sensazione di aver attraversato un nord autentico, capace di entrarci nel cuore e rimanerci per sempre.

LAMIERE ROSSE l’evoluzione del bivacco

Un bivacco, per definizione, è una sosta provvisoria e precaria, una tappa transitoria in un percorso verso una meta. Alpinisticamente parlando, per estensione, è una piccola costruzione, quasi sempre in alta quota, lontano da ogni traccia antropica. E’, al contempo, un manufatto all’esterno il più piccolo possibile, per ragioni logistiche di realizzazione, e all’interno il più spazioso ed ergonomico ottenibile, in cui si cerca di incastrare, come in un Tetris tridimensionale d’alta quota, un grande numero di elementi d’arredo. A differenza della maggior parte dei rifugi, comodi e accessibili “alberghi di montagna”, il bivacco è spesso posizionato in luoghi difficili, è l’ultimo avamposto del costruito, ultima e piccola

di Alessandro Caligari

E GUSCI SPAZIALI

traccia di attività umana. E’ un oggetto che esalta la differenza di scala tra la maestosa grandezza delle cime circostanti ed il piccolo costruito umano, ma che contemporaneamente afferma l’ostinata e caparbia presenza dell’uomo, a volte anche a quote estreme. Mi ha sempre affascinato questo tignoso abbarbicarsi su una cengia, che dice della resiliente capacità

dell’alpinista di adattarsi all’avverso e la sua ostinata volontà nel raggiungere anche i luoghi più lontani e difficili.

Ho messo piede per la prima volta in un bivacco esattamente 50 anni fa. Era l’estate dei miei nove anni quando mio padre mi portò all’Odello Grandori, una scatola di latta posta pochi metri sotto la quota 3.000, nell’alta Val Cameraccio. Mi era parso difficile che sei persone potessero dormire in un contenitore tanto piccolo, abbarbicato a sbalzo sulla roccia, ma al contempo mi aveva affascinato quest’idea di adattarsi a passare la notte in un posto simile. Da allora i bivacchi mi hanno sempre attirato ed incuriosito. Anche da architetto sono colpito da queste minime unità d’abitazione. Mi piace la loro ergonomica ottimizzazione dei materiali, l’ingegnosa capacità di sfruttare ogni spazio disponibile, la versatilità degli arredi, in cui un tavolo diventa letto in un attimo e, con la stessa velocità, sei brandine ribaltabili scompaiono per lasciare spazio alla zona pranzo. Negli ultimi anni anche il loro involucro esterno è diventato oggetto di attenzione e di sperimentazione, sia per quanto riguarda i materiali che le forme. In precedenza il bivacco si era assestato su una forma piuttosto stereotipata: un prisma rettangolare con un tetto curvo a botte, interamente rivestito da lamiere, porta d’accesso sul lato frontale e piccole finestre laterali. Questo modello risultava funzionale, tanto che se ne realizzarono anche diversi esemplari prefabbricati e seriali. A dire il vero, tra la fine degli anni sessanta

ed i primi anni settanta ci furono delle creative parentesi estemporanee, che si concretizzarono soprattutto con l’atterraggio di vere e proprie navicelle spaziali, come quella sulla Grignetta, dell’arch Cereghini. A ben vedere, concettualmente c’è una connessione abbastanza diretta tra le astronavi e questi esperimenti costruttivi: entrambi sono degli elementi completamente fuori contesto, che permettono però la colonizzazione non stabile di spazi distanti e difficili. Entrambi, volando con la

Nella pagina a fronte, cinquant'anni fa al bivacco Odello Grandori.

Sotto, il trasporto in elicottero del bivacco Titta Ronconi al passo di Bondo

A fianco, il bivacco Molteni-Valsecchi i Val del Ferro

Sotto a sinistra, il trasporto a spalla fino al Passo di Bondo del primo bivacco Ronconi.

Sotto a destra, il bivacco Manzi in Val Torrone

Nelle pagine di apertura, il bivacco posto in vetta alla Grigna meridionale

forza propulsiva dei razzi o trasportati da un capace elicottero, si posano su posti lontanissimi, sulla luna o su un’altissima guglia. Anche in tempi recenti però sono sorti diversi bivacchi che si staccano dall’immagine tradizionale, delle costruzioni anche molto iconiche, frutto di un gesto architettonico pensato e approfondito.

I NOSTRI BIVACCHI

Questa ventata di novità architettonica non è al momento arrivata sulle alpi Retiche. I bivacchi della nostra

area hanno una struttura piuttosto tradizionale. Tra quelli vicini alla nostra sezione di Morbegno, i più importanti sono perlopiù posti sulle strutture montuose della Val Masino. Molti di questi si possono raggiungere salendone l’alta via più famosa, il Sentiero Roma.

Percorrendo il Sentiero Roma dai Bagni Masino, il primo bivacco che incontriamo è il Redaelli. Lo incontriamo per modo di dire, visto che per raggiungerlo dovremmo fare una deviazione dal sentiero e salire fin sulla cima del Pizzo

Badile. Il Bivacco Redaelli è posto poco sotto la vetta, ad una quota di 3008 metri, ed è utile in genere per chi è sorpreso dal maltempo o ha calcolato male i tempi di ascensione e discesa dal pizzo. Dispone di 4 posti letto, ha una struttura a botte in legno, rivestita da una sgargiante lamiera gialla, recentemente ritinteggiata dai Ragni di Lecco. E’ stato voluto dalla famiglia di Alfredo Redaelli, figura legata alla storia industriale e alpinistica lecchese, nel 1966, ed è stato inaugurato però solo nel 1970, a causa di imprevisti dovuti sostanzialmente all’approvvigionamento del materiale, considerata la difficile posizione in cui si trova. Con una locuzione piuttosto azzeccata qualcuno l’ha definito “una lattina sul Badile”.

Sempre in val Porcellizzo, anche in questo caso ben sopra il sentiero Roma, si trova l’aereo bivacco Tita Ronconi, al passo di Bondo. E’ posto ad una quota di 3.169 metri, appoggiato sulla cresta. Uso questo verbo perché, a differenza di altri bivacchi assemblati sul posto, il Tita Ronconi è stato interamente realizzato in officina e quindi posato con un elicottero al passo di Bondo. Una bella foto regalatami da Felice Bottani, uno dei principali promotori della struttura, testimonia il trasporto del bivacco. Di proprietà del GEM di Morbegno, è stato di recente avvolto da una brutta, anche se economicamente redditizia, intelaiatura tecnologica,

fatta per portare antenne commerciali e pannelli fotovoltaici. Appollaiato sulla cresta, si nota da lontano con il suo caratteristico colore giallo rosso. Il suo accesso non è agevole, ma una volta saliti fin li ci si può dormire in 6 persone.

Proseguendo sul sentiero Roma si arriva nella valle del Ferro, dove, alla quota di 2515 metri , si incontra il bivacco Molteni Valsecchi, dedicato ai due alpinisti deceduti durante la famosa e tragica prima ascensione della parete Nord Est del Badile del 1937, effettuata dalla cordata guidata da Riccardo Cassin. Di proprietà del CAI Como, è stato realizzato nel 1946 e drasticamente restaurato nel 1997. Ha una struttura portante in metallo. L’esterno è caratterizzato da pareti con lamiere rosse e tetto a falde composite zincato. L’interno è rivestito di pannelli di legno e contiene 9 posti letto. Ha una porta dotata di vetrata, unica finestra del bivacco, un arredo spartanamente essenziale e cassetta per il pronto soccorso. Scendendo dal Bondo e proseguendo fino alla Val Torrone ci si imbatte nel bivacco Manzi Pirrotta, posto a quota 2538. La struttura fu realizzata nel 1947 e fu dedicato alla memoria di Antonio Manzi, alpinista e partigiano fucilato tre anni prima. Il bivacco originale è stato rimosso nel 1994 e sostituito da una nuova struttura. La nuova costruzione venne dedicata anche a Gianni Pirotta, istruttore della scuola

di alpinismo del CAI della sezione di Monza, morto in montagna nel 1993. Come il Molteni-Valsecchi, anche il Manzi-Pirrotta è una struttura in metallo, color rosso, capace di ospitare 9 persone. Continuando la traversata si arriva in Val Cameraccio. Il sentiero tocca il bivacco Kima, che qui non descrivo perché è

un edificio in muratura e che quindi non ha la fondamentale caratteristica di essere una struttura “leggera” appena adagiata sulla roccia, che caratterizza i bivacchi trattati fin qui. Vorrei invece parlare del bivacco Odello Grandori a cui accennavo in precedenza, posto più sopra, nei pressi del passo di Mello, ad una

quota di 2992 metri. E’ stato realizzato qui, su una cengia rocciosa nel 1948. Quando l’ho raggiunto per la prima volta non era tinteggiato, aveva quindi un quasi mimetico color grigio metallo. Nel 2020 è stato verniciato con un disegno a scacchi bianco rossi, rendendolo decisamente più visibile. In metallo con tetto

Sopra, il bivacco Bottani-Cornaggia affacciato sulla Valtellina e tutta la catena delle Alpi Orobie.

a botte, l’interno è in legno, dispone di 6 posti letto e di un tavolino reclinabile. E’ dedicato alla memoria degli alpinisti Nando Grandori, caduto nel 1945 sulla parete nordovest del Civetta, e Carla Odello caduta nell’inverno 1944 sulla Cima di Vazzeda, ed è di proprietà del CAAI.

Il bivacco però più vicino a Morbegno è il Bottani Cornaggia. E’ stato costruito poco sotto la cresta spartiacque fra Valtellina e Val dei Ratti, alle pendici della Cima di Malvedello, sopra Poira di Civo. E’ di proprietà del GAM (Gruppo Aquile Morbegno), un minuscolo sodalizio di alpinisti che lo ha realizzato nel 1983 su un’emergenza granitica, a 2327 metri. Non ha una grande importanza dal punto di vista alpinistico, perché non è un punto d’appoggio per ascensioni, ma è comunque una struttura frequentata, sia per chi vuole effettuare traversate verso la val dei Ratti e la val Masino, sia da chi lo prende come meta d’arrivo, considerato il suo facile percorso d’accesso. E’ realizzato in lamiera metallica, con copertura a botte, porta d’accesso frontale, quattro finestrelle laterali. All’interno ci sono 9 posti letto, fornello (bombola gas non sempre disponibile), suppellettili e qualche scorta alimentare. Avendo superato la quarantina, anche il Bottani Cornaggia comincia a risentire delle ingiurie del tempo. Si potrebbe cominciare a pensare ad un suo restyling.

Non esistono modelli abitativi predefiniti per l'alta quota, pertanto i progettisti sono spinti a sperimentare soluzioni inedite, elaborando forme inedite che si staccano completamente dal passato e che guardano anche a nuove esigenze degli alpinisti. Negli ultimi decenni infatti il bivacco, come oggetto architettonico, è diventato un tema che ha destato un certo interesse. Come se di colpo ci si fosse accorti che avrebbe potuto essere un eccellente esercizio di stile, sono stati pensati, e spesso realizzati, molti bivacchi dalle forme e dalle soluzioni molto innovative ed interessanti. Vinta la pigra inerzia che portava a costruire

manufatti sempre uguali, privi di un’idea realizzativa originale, molti progettisti si sono buttati nella creazione di edifici che portassero a delle soluzioni innovative. Nascono così bivacchi iconici, come il Gervasutti al ghiacciaio del Freboundze (zona monte Bianco), una fusoliera d’aereo in bilico su una roccia affacciata sulla vedretta sottostante, o il bivacco Fanton, sulle Dolomiti bellunesi, o ancora come gli sghembi bivacchi sloveni. I bivacchi moderni sono spesso anche laboratori di architettura attenta all’ambiente. Devono essere leggeri per essere trasportati in elicottero e montati "a secco" per minimizzare l'impatto sul suolo; diverse

strutture integrano sistemi fotovoltaici, batterie ecologiche, connessioni WiFi satellitari e altre soluzioni sempre più innovative. Molti dei nuovi bivacchi sono spesso concepiti per essere totalmente reversibili; se rimossi, il sito deve tornare alle condizioni originali senza lasciare traccia alcuna.

Nel contempo però il bivacco si distingue nell’intorno, diventa un segno distintivo nel panorama montano, un landmark. Il dibattito sull'opportunità che un bivacco diventi un punto di riferimento architettonico e visivo è piuttosto acceso.

Un design distintivo e colori accesi (come il classico rosso o forme avveniristiche)

rendono la struttura facilmente individuabile anche in condizioni di scarsa visibilità o nebbia, assolvendo alla sua funzione primaria di elemento di salvataggio. Inoltre la forma di "landmark" spesso deriva dall'uso di materiali d'avanguardia e tecniche costruttive autosufficienti. Questi progetti servono da prototipi per un'architettura sostenibile in contesti estremi, riducendo l'impatto ambientale grazie a strutture leggere e reversibili. Da ultimo si può dire che le opere di pregio possono attirare un turismo consapevole, trasformando il bivacco in un simbolo culturale che celebra il legame tra uomo, architettura e alta quota.  D’altro canto va detto che

A sinistra: studio per il rifacimento di un bivacco sulle alpi retiche

A fianco, dall’alto: l’esasperata ricerca del design in quota può portare all’allontanamento del ruolo di “cellula di sopravvivenza” che il bivacco ha sempre avuto. In centro: il bivacco Gervasutti al ghiacciaio del Freboundze

Sotto: Bivacco sul monte Skuta, Slovenia

trasformare un bivacco in una destinazione estetica può attirare persone impreparate, spinte più dal desiderio di una foto "social" che dalle reali necessità alpinistiche. Per alcuni poi un landmark troppo impattante può essere percepito come una violazione dell'integrità selvaggia e del silenzio visivo delle vette. Inoltre esiste il timore che la ricerca del design porti verso una sorta di "glamping" d'alta quota, una sorta di campeggio di lusso, allontanando il bivacco dal suo ruolo originale di "cellula minima di sopravvivenza" spartana e gratuita.  Come sempre in medio stat virtus.

UN PO' DI SUL FITZ ROY MORBEGNO

Quando ho ricevuto quella foto, il 10 settembre 2025, ho provato un misto di emozione, commozione e felicità. Ma partiamo dall’inizio. Come ben sapete, la storia del rapporto di Renato Casarotto con il versante settentrionale del Cerro Fitz Roy nasce proprio a Morbegno.

Fu infatti come membro della spedizione Morbegno ’78 che Casarotto affrontò per la prima volta questa montagna patagonica, che porta nel nome il comandante del brigantino Beagle, con il quale Charles Darwin compì il suo celebre viaggio in Patagonia e nella Terra del Fuoco.

La spedizione, guidata da Giuseppe “Chiscio” Caneva, vedeva tra i protagonisti Felice Bottani, Attilio Fiorelli, Oreste Dell’Oca e Giorgio Bertarelli: nomi di primo piano dell’alpinismo morbegnese di quegli anni.

L’idea di seguire da vicino la spedizione realizzata da Marco Majori, Matteo Della Bordella e Tommaso Lamantia è stata dunque quella di

rendere omaggio al coraggio e all’intuizione che gli alpinisti di Morbegno dimostrarono allora, e di riconoscere implicitamente il valore di chi seppe mettersi in gioco per un obiettivo alpinistico di primissimo livello e di prestigio internazionale, intuendo anche le straordinarie potenzialità del giovane vicentino Renato Casarotto. In questo senso, il fatto che Marco vanti origini morbegnesi è per noi motivo di grande orgoglio. Per questo gli abbiamo consegnato il nostro gagliardetto prima della partenza: simbolo di una città intera con loro, di una comunità che condivide lo stesso spirito di montagna,

di un territorio che crede e investe nei giovani, nei valori dell’alpinismo, nella bellezza di andare oltre i propri confini — non solo territoriali —, di conoscere e vivere la montagna con passione e di darle il rispetto che merita, sotto ogni punto di vista.

Li abbiamo seguiti in questa avventura, ci abbiamo creduto.

Ed eccolo lì: il gagliardetto rosso sulla cima di una montagna iconica, simbolo di fatica, perseveranza, impegno e passione.

Cito in chiusura le parole che Marco ci ha inviato quella mattina:

«Il Fitz non è stato solo un sasso da scalare, ma un insieme di ricordi e, soprattutto, di persone, di storie e di sogni avuti fin da bambino. E finalmente, per la prima volta in vita mia, ho avuto la sensazione che tutto fosse con me, all’interno del mio pesantissimo e preziosissimo zaino.»

Ebbene sì, caro Marco: il 7 settembre 2025, in cima al Fitz, Renato e la nostra città erano nello zaino con te.

ALBA IN MONTAGNA EMOZIONI LETTERARIE

Dialoghi, situazioni, descrizioni creano un mondo in cui ci si immerge e che, piano piano, ti avvolge e conquista. Fra tutte, però, quelle che splendono di pù sono le descrizioni delle montagne, della neve, delle sciate e delle escursioni con gli sci. L’alba, il cambio di consistenza della neve via via che il sole sale, le ombre che scendono al tramonto creano per incanto quella magia che tutti gli alpinisti e gli sci alpinisti hanno vissuto.

dalla recensione di Vinicio Stefanello su Planetmountain.com

Ancora una volta con gli sci ai piedi, Lewker volava con ali temporanee lontano dall’ombra dell’assassinio.

Non pensava più alla notte di sonno tormentato e brutti sogni: il mattino, alzando il sipario su un nuovo atto dello spettacolo eterno, rivelava uno scenario che riduceva all’insignificanza la tragedia della Zillerhaus.

Non era ancora giorno. Sul bacino pianeggiante del ghiacciaio e sulle tre cime che gli facevano corona, giaceva il silente manto turchino della notte. Ma quel cupo azzurro andava sbiadendo e schiariva e mutava a ogni istante con il mutare del cielo, che si apriva limpido sopra la sua testa; e laggiù a nord dove, incorniciate dalla profonda V della gola di Kufsteg, si levavano come vaghi grappoli porpora le Alpi della Germania, una non identificabile cima innevata aveva catturato la luce dell’est e splendeva come un faro nell’incendio dell’alba.

La neve era dura, ma amica al volo delle due sottili assicelle.

Cominciava a luccicare con il ravvivarsi del cielo, come se ogni cristallo fosse un microcosmo di quel mondo innevato e, come quel mondo, attendesse di salutare il sole con un suo fulgido scintillio. L’aria era frizzante e quieta e pungeva la faccia. Lewker aveva il naso rosso come quello dello shakespeariano Bardolfo, ma solcando i pendii sopra la Zillerhaus, con le punte che

levavano baffi di neve, si sentiva libero e leggero, un Ariel affrancato dalla schiavitù. Si era svegliato presto, .con una sensazione addosso di stanchezza e malumore, ed essendo tra i pochi che possiedono la forza di volontà di volgere in vantaggio tanta sgradevolezza, si era alzato subito. Si era vestito ‘ era sceso silenziosamente di sotto nella penombra, si era messo gli sci con dita bluastre e tremanti e aveva cominciato a salire nella luce spettrale delle stelle morenti. E ora aveva la sua ricompensa. Vedeva il mondo giovane, intatto e magnifico, come lo rende ogni limpida alba invernale, e anche lui si sentiva purificato dalle fiamme bianche del mattino. Si sentiva giovane e scattante, con la testa sgombra, e sciando cantava con voce stonata.

«Un mattino all’alba, al sorgere del so-ole Ho sentito canta-a-are nella valle laggiù».

Abbiamo tutti una magnifica voce, quando non c’è nessuno che ci sente. Spronato dal canto e dal mattino, Lewker eseguì con successo una curva saltata, manovra che di solito era al di fuori delle sue capacità. Ripresa velocità, riattaccò a cantare.

CAI MORBEGNO ATTIVITÀ

PIZZO RODES

Non ero mai stato in cima al Rodes, e per me questo era già una ragione sufficiente per andarci. A questo va sommato il fatto che è una montagna già con una quota importante, visto che sfiora i tremila metri, cosa non frequente per la catena orobica. Altro punto degno di nota è che si erge piuttosto isolato, il che fa del pizzo un punto panoramico significativo. La sua cima si affaccia sulla media Valtellina, sulla val di Togno, sulla Val Fontana e più sopra su tutto il gruppo del Bernina. Voltandoci ad Est vediamo tutto il tiranese,

arriviamo fino alla cima Piazzi, al Tresero e continuando la rotazione vediamo le maggiori vette orobiche, per spaziare poi nelle valli bergamasche; se è una giornata limpida la vista arriva fin all’Appennino. Partiamo quindi, con un gruppo abbastanza numeroso, in una bella mattina di luglio. Assolta qualche pratica fastidiosa (la strada è a pagamento e tribuliamo un po’ per ottenere i pass) saliamo fino ai 1550 metri del capolinea percorrendo una carrozzabile che non è né larga né corta, visto che sono circa 15 km di strada. La pista termina al

di Alessandro Caligari

rifugio delle Piane, di proprietà del gruppo Alpini di Piateda, che però è chiuso. Tutt’attorno un nutrito gruppo di scouts sta allestendo (o smantellando?) il proprio campo estivo. Le Piane è un bel maggengo che però, vista la stagione, non è al momento praticato, dato che le bestie sono salite alle quote più alte del soprastante alpeggio dell’Armisola. Le incontreremo salendo.

Si parte attraversando un bel bosco che termina aprendosi in una piana paludosa. Qui il sentiero si trasforma in una lunghissima passerella di

legno, pensata per proteggere le particolari essenze vegetali che crescono in questi terreni umidi. Il tratto sospeso termina con un ponte che ci permettere di attraversare il torrente Serio. Nella piana ci sono le abitazioni dell’alpeggio con un lungo baitun per il ricovero delle bestie. Continuando il sentiero si fa più ripido. Salendo veniamo fastidiosamente seguiti (sarebbe più giusto dire accerchiati) da un bel gruppo di capre, con un becco che prende in antipatia la nostra retroguardia, cosa che si manifesta in una serie di cornate ai più disattenti. Risolta la contesa con gli ovini la traccia continua a salire verso la bocchetta di Santo Stefano, percorrendo la Val Frègia, il cui nome non fa ben presagire. Ma oggi il luglio è caldo e limpido, pertanto proseguiamo senza problemi. La traccia non è evidentissima, a tratti mangiata dai lavazz, ma una serie di segnavia e di ometti provvidenziali permettono di mantenere la rotta. La cima del Rodes, ancora piuttosto lontana, non si vede; in compenso, molto sopra, si vede bene la bocchetta del Santo lapidato, ben riconoscibile dal cartello che si staglia in controluce. L’allegro scampanare delle bronze ci dice che abbiamo raggiunto la mandria. Mi piace avvicinarmi alle mucche, leggerne il nome sul cartellino graffato all’orecchio, grattarne il muso e ricevere in cambio una bella slinguata sulla mano. Faccio amicizia con Rebecca, poi

continuo e raggiungo gli altri. Più sopra il paesaggio cambia decisamente; il pascolo diventa progressivamente più magro fino a lasciare definitivamente il posto ad un canale di sfasciumi che risaliamo. Al termine arriviamo su un pianoro e finalmente vediamo il Rodes. Qui, fino a meno di un secolo fa, era tutto un ghiacciaio, al cui posto ora restano solo delle pozze d’acqua. Siamo ora alla parte finale dell’escursione. Visto da qui il versante non sembra banale, con una traccia labile e alcuni salti di roccia. In realtà, avvicinandoci, il percorso è abbastanza evidente e privo di difficoltà. Va comunque affrontato con una certa prudenza, dato che in molti tratti si procede con le mani sulla roccia. Attraversiamo il versante in diagonale, sotto lo sguardo di alcuni pigri stambecchi, arrivando in cima ai 2829 metri del pizzo. Dalla cima le foto si sprecano; ecco la Val Masino, con la riconoscibile sagoma del Badile, il vicino Cengalo ed il Ferro. Poi il Disgrazia e la successione delle cime della Val Malenco, con Roseg, Scerscen, Bernina, Argient, Zupò ed i tre Palù. Lontano c’è l’alta Valtellina e poi, girando, ci si affaccia sulle vicine maggiori vette delle Orobie, Il Coca, lo Scais ed il Redorta e molte altre minori che non conosco. Scendiamo dallo stesso percorso di salita. Il sentiero è lunghetto, ma le luminose giornate di luglio ci danno tranquillità. Fra quattro o cinque ore ci attende la meritata birretta.

Scialpinismo 2025

La stagione di scialpinismo si è svolta da gennaio a maggio, confermandosi uno dei momenti più partecipati e significativi dell’attività sezionale.

Giornata sulla sicurezza

L’apertura è stata dedicata alla sicurezza sulla neve.

Sabato 18 gennaio, presso la sede CAI, abbiamo seguito la lezione teorica sull’uso dell’ARTVA, del Corso di Scialpinismo 2025, condotta dall’istruttore titolato Cesare De Donati, aperta a tutti i soci. Domenica 19 gennaio, a Pescegallo, abbiamo partecipato alla giornata nazionale “Sicuri sulla Neve”, organizzata dal Soccorso Alpino di Morbegno, con esercitazioni pratiche di autosoccorso con ARTVA, pala e sonda. Un’importante occasione di aggiornamento e confronto per tutti.

Le gite

Tra febbraio e maggio sono state organizzate quattro uscite. L’inizio tardivo della stagione, a causa della scarsità di neve, ci ha permesso di partire solo a febbraio.

2 febbraio – Pian dei Cavalli (Valle Spluga)

Itinerario sicuro e adatto alle condizioni del momento, dopo le nevicate dei giorni precedenti. Salita nel bosco fino all’altopiano (circa 900 m di dislivello) e bella sciata finale, non senza qualche difficoltà nel rientro tra gli alberi.

16 febbraio – Moncucco (Valle Spluga)

Nuovamente da Isola, su pendii ampi ed esposti a est. Le condizioni di stabilità e la neve trasformata ci hanno regalato una splendida giornata e una sciata di grande soddisfazione.

29-30 marzo

Valle Stura di Demonte

Tradizionale weekend di due giorni con base a Sambuco.

Sabato salita al Monte Ventasuso (2712 m) dal Colle della Maddalena, in condizioni meteo variabili e con vento forte in vetta.

Domenica Cima delle Lose (2813 m), partendo da Grange, sopra ad Argentera, per il Vallone del Puriac in una giornata inizialmente perfetta, rovinata poi dall’incidente in discesa di un partecipante che ha riportato la frattura della tibia.

Chiusura di stagione

La stagione si è conclusa con la classica gita primaverile in Alta Valle dei Forni, con la salita al Pizzo Tresero (3595 m). Inizialmente prevista per il 27 aprile, è stata posticipata al 1° maggio per maltempo.

La scelta si è rivelata vincente: condizioni favorevoli e ambiente glaciale spettacolare ci hanno permesso di salire lungo l’itinerario classico e scendere dal Canalino dell’Isola Persa, chiudendo la stagione con una giornata davvero memorabile.

INVERNO: MONTE CULINO

GRUPPO 2008

Il gruppo 2008 si mette alla prova anche su salite innevate di grande difficoltà come il ripido vallone del Monte Culino m. 2320. Si tratta di una cima che vediamo da casa e che si può affrontare quando i pendii sono assestati con sci, ciaspole e i ramponi. Anche nel nostro territorio esistono vette di buon livello, che con un po’ di fantasia, si possono cercare e superare. Raggiunta l’Alpe Pedroria,

abbiamo capito che saremmo riusciti a salire tutti in cima, se fossimoriusciti ad organizzare un gruppo solidale, con qualcuno che tracciava la pista sulla neve morbida con tranquille diagonale ed altri che tenevano compatto il gruppo e aiutavano i ciaspolatori a progredire con regolarità. Nella parte finale il vallone era sovrastato dai inquietanti cornici, ma si intuiva uno stretto passaggio Zfra di esse che raggiungeva la sommità

e nonostante i 35 gradi di pendenza, siamo riusciti aiutandoci ad uscire tutti quanti sulla sella. Poi da lì non rimaneva che risalire la dorsale ovest fino alla cima del monte Culino.

La discesa allietata da un magnifico sole si è svolta senza difficoltà, ma in tutti i partecipanti è rimasta la sensazione che solo la solidarietà e la forza del gruppo abbiano consentito loro di ottenere quel brillante risultato.

PRIMAVERA:

BALZUN O CIME DELLE DUNE

Il Gruppo 2008 ha tra le sue caratteristiche anche quella di andare ad esplorare angoli sconosciuti delle nostre montagne, come ad esempio il Balzun m. 1417. Si tratta di una cupola tendeggiante che fa da spalla al Monte Berlinghera e che si raggiunge da Albonico. Sulle pendici del monte esistono delle vie di arrampicata come la Marmotta in Placca, ma noi in quanto escursionisti, dobbiamo seguire altre direttrici. Per sentiero si raggiunge la chiesetta di Albonico Vecchio e poi si segue una labilissima traccia che si innalza sul lato destro del Vallone di Poncio.

Il percorso diventa subito impegnativo per la ripidità del terreno e per la necessità di aggirare le placche rocciose risalendo impervi canalini erbosi.

Quando la pendenza si attenua, si affrontano le ultime divertenti roccette che si concludono sulla sommità del Balzun. Si apre un magnifico panorama sulla Valchiavenna, il lago di Novate ed i monti della Val Codera, ma soprattutto ci si trova in un luogo selvaggio con una fantastica sensazione di isolamento.

Per iniziare la discesa ci si sposta verso i resti dell’Alpe Poncio, vicini ad dei bellissimi faggi e si raggiunge il muretto

della porta Meriggiana. Quindi si devia verso sud, per una delicata traversata di vallette, gradini rocciosi ed una aerea cengia erbosa , fino ad approdare su un panoramico crestone erboso e da qui scendere dritto per dritto in mezzo a felci altissime e alla dominante vegetazione immersa nel bosco

Finalmente si incrocia la stradina che sale alle Peschiere e si torna alle auto.

Il giudizio su questo giro ad anello è che sia riservato ad esperti escursionisti che amano i luoghi deserti e quasi privi di sentieri, anche se la solitudine provata in cima al Balzun è stata veramente unica ed emozionante.

ESTATE: MONTE VIOZ

Il monte Vioz m. 3645 è una delle vette che fanno parte della famosa traversata delle Tredici Cime nella valle dei Forni. Inoltre ,la salita al monte Vioz dal lato meridionale, risulta essere al momento, il sentiero escursionistico più elevato in Italia.

Naturalmente, anche per il Gruppo 2008, questa meta rappresenta la cima più alta mai raggiunta e questo ci ha stimolato parecchio ad intraprendere questa spettacolare escursione, pur considerando le difficoltà dell’impresa.

Infatti, già la parte logistica è parecchio impegnativa: bisogna compiere un lungo spostamento in auto da Morbegno a Pejo Fonti, quindi utilizzare una cabinovia e di seguito una seggiovia per raggiungere il Dosso dei Cembri m. 2310..

Qui inizia la parte escursionistica (EE), dapprima con la lunga traversata della cresta orientale, aggirando l’iconico pilastro di roccia del Dente del Vioz e quindi affrontando il risalto roccioso del Brik, con un passaggio un po’ esposto che si supera con l’ausilio di corrimano e staffe. La progressione continua poi sul largo e roccioso versante sud del Vioz, che si supera con ampie diagonali e senza particolari difficoltà, se non la fatica, che comincia a farsi sentire, anche per via dell’alta quota.

Però si comincia ad intravedere il tetto metallico del Rifugio Mantova e appena dietro la grande croce dell’anticima. Ancora uno sforzo per issarsi sul facile crestone detritico e si conquista la cima con l’emozione di ammirare l’immenso panorama avendo

di fronte il ghiacciao del Vioz, il Palon de la Mare, il Cevedale e il Gran Zebrù e verso ovest il San Matteo ed il Tresero. Dalla vetta raggiungiamo facilmente, con una breve traversata in piano sulla neve, la bianca punta Linke e visitiamo il Museo della Guerra Bianca, con la postazione di galleria e trincea delle truppe austriache più alta di tutto il fronte durante la Grande Guerra.

Cerchiamo quindi di ripartire celermente per la discesa, anche per raggiungere in tempo utile le funivie, che alle diciassette e trenta cessano il loro servizio per tornare a Pejo Fonti.

Ci rimane la sensazione di aver portato a termine una grande ascesa in un ambiente fantastico e con colori affascinanti e che sicuramente ci rimarrà a lungo nel cuore e nella memoria.

AUTUNNO: LAGHI DI SPLUGA

I laghi di Spluga sono uno dei più straordinari e meno noti angoli della Valmasino.

Da parecchio tempo avevamo l’idea di un trekking per andare a visitarli, ma forse, il notevole dislivello e l’enorme sviluppo della gita, ci avevano un po’ frenato.

Finalmente a inizio ottobre partiamo dal Ledino e cominciamo a risalire la Val Toate, per poi girare a destra verso il passo del Colino Orientale m. 2414.

Siamo ormai dietro alla Torre Bering e possiamo osservare da vicino il Corno del Colino.

Però, da qui si entra nella valle Spluga, dapprima bisogna scendere un centinaio di metri e quindi iniziare un lungo traverso ben segnalato, saltellando su pietraie e affrontando in discesa un paio di canalini attrezzati, resi insidiosi da un po’ di neve. Poi, superata un’ultima ganda ed un pianoro, raggiungiamo il nostro obiettivo e possiamo ammirare i laghetti ed il loro selvaggio ambiente.

Ci troviamo alle pendici del Desenigo che incombe sopra di noi, mentre verso nord scorgiamo la Cima del Calvo Centrale e la lunga sequenza delle Cime della Merdarola, ma quello che ci affascina maggiormente è tutto l’anfiteatro dei laghi di Spluga, una meraviglia incredibile.

Ora tocca pensare al rientro, che si prospetta bello tosto ed in salita fino al passo del Colino.

Ma la giornata limpida ed il cielo di un azzurro fantastico ci distraggono dalla fatica ed ecco che siamo nell’alta val Toate e torniamo ad ammirare la costiera dei Cech e la bassa valle.

DI ARRAMPICATA E SCIALPINISMO

CORSO DI 2024

ARRAMPICATA

Gratitudine è la prima parola che mi viene in mente ripensando al corso di arrampicata organizzato dal CAI di Morbegno. Sono grata di aver avuto la possibilità di frequentare questo corso, che è stato un’avventura e una scoperta, ed è stato, sopra ogni cosa, un luogo nel quale sperimentare, provare, riprovare e crescere.

A distanza di più di un anno dall’ultima uscita, quello che mi resta è molto più della somma delle lezioni teoriche e delle giornate in falesia nelle quali è strutturato il corso. Gli istruttori hanno reso possibile un’esperienza che è andata oltre l’insegnamento tecnico. Senza dubbio i nodi, l’utilizzo corretto dell’attrezzatura, le manovre, la postura e il movimento sono essenziali per arrampicare in sicurezza. Di certo in questo corso non sono mancati, né tantomeno sono mancati gli approcci ai diversi tipi di roccia, ciascuna con il proprio linguaggio e il proprio stile di arrampicata per poterla risalire al meglio e con soddisfazione. Quello che di più

importante ci hanno trasmesso gli istruttori, però, sono state la passione e un modo di stare sulla roccia e con gli altri, con ascolto e attenzione, che ci è arrivato forte dal loro esempio. Oggi arrampico ancora sulle stesse rocce che ho imparato a conoscere durante il corso, lo gneiss, il granito, il serpentino e, con una menzione speciale alla bellissima uscita di due giorni, il calcare di Finale Ligure. Nelle orecchie mi risuonano ancora gli insegnamenti su come mettere i piedi (questi maledetti piedi incerti! chiunque arrampichi da principiante, lo sa). Che un corso ha funzionato davvero, lo capisci anche da come gli ex alunni ripensano

e ripetono come un mantra gli insegnamenti, spesso comprendendone il significato solo a posteriori. Arrampico con le stesse persone conosciute durante il corso, ex compagni che hanno superato i confini della falesia e sono diventati amici. Non posso raccontare questo corso senza parlare di chi lo ha frequentato insieme a me. Siamo stati un gruppo di allievi partiti

come sconosciuti e diventati, uscita dopo uscita, sempre più affiatati. Abbiamo condiviso la tensione, le incertezze, i consigli; ci siamo osservati e incoraggiati.

Gli istruttori sono stati una guida fondamentale, sempre a disposizione con dedizione, altruismo e pazienza. Ci hanno permesso di sperimentare e metterci alla prova, facendoci sentire liberi di sbagliare

per poter imparare. Durante la pratica in falesia e nelle lezioni teoriche, ci hanno insegnato a muoverci sulla roccia, a riconoscere appigli e appoggi, a fare sicura correttamente e a comunicare con il nostro compagno. In fondo l’arrampicata è, prima di tutto, uno sport di coppia, che richiede la capacità di ascoltare e di essere in sintonia con chi è dall’altro capo della

corda. Ed è anche uno sport di fiducia: nel compagno, certo, ma soprattutto nei propri piedi, nel proprio corpo e nelle proprie sensazioni. Provandoci ho superato i miei limiti e ho scoperto che, se sono presente e consapevole, molto spesso sono anche più capace di quel che penso. Da questo corso, e dal modo in cui mi ha fatto scoprire l’arrampicata, mi porto l’insegnamento costante a

essere paziente, connessa, a provare, anche dopo le giornate no, ad andare avanti, un piccolo passo alla volta. Ho iniziato parlando di gratitudine perché è con questo sentimento che ripenso a tutto ciò che il corso e gli istruttori mi hanno lasciato. Di certo io ora non saprei molte cose, che poco hanno a che vedere con la tecnica, né avrei arricchito la mia vita con nuovi legami

creati sulla roccia, se non avessi avuto la fortuna e il privilegio di frequentare il corso di arrampicata libera del CAI di Morbegno. Immagino che al corso non serva la mia pubblicità, ma, se qualcuno di incerto sull’iscriversi dovesse leggere queste parole, che non si perda l’occasione di vivere questa meravigliosa esperienza.

VERTICALE AUTUNNO

il corso di arrampicata 2025

tra montagne e mare

L'autunno si è dimostrato la stagione perfetta per alzare lo sguardo e puntare in alto, grazie al Corso di Arrampicata 2025 organizzato dal CAI Sezione di Morbegno. Quella che per molti era una semplice curiosità, si è trasformata in una vera e propria passione, guidata dalla competenza e dalla straordinaria dedizione dei nostri Istruttori.

Il percorso formativo, intenso e ben bilanciato, ha preso il via con una lezione introduttiva presso la sala boulder del CAI di Colico. Questo primo contatto ci ha permesso di

familiarizzare con i movimenti dell’arrampicata.

Dalla teoria alla roccia: le 5 uscite formative Il cuore del corso si è sviluppato attraverso cinque uscite pratiche sulle pareti rocciose della nostra zona, affiancate da altrettante lezioni teoriche che hanno coperto ogni aspetto fondamentale dell'arrampicata. Partendo letteralmente da zero, abbiamo imparato che l'arrampicata è tutt'altro che intuitiva: dietro la fluidità dei movimenti si nasconde una vera e propria

"scienza" del corpo. Durante gli incontri teorici, ci siamo concentrati su argomenti cruciali, partendo dalla fondamentale sicurezza nell'arrampicata e proseguendo con la teoria e l'applicazione pratica delle tecniche di assicurazione e la padronanza dei nodi essenziali, veri e propri fondamenti di ogni manovra in parete. Un modulo a sorpresa ma molto apprezzato è stato quello sullo Yoga per l'Arrampicata, che ha evidenziato l'importanza dell'equilibrio, della respirazione e della flessibilità per migliorare la prestazione fisica e mentale. Un punto chiave è stato l'apprendimento delle cosiddette "posizioni base". È qui che l'arrampicata rivela la sua complessità e la necessità

di una tecnica precisa: ottimizzare l'uso degli arti inferiori e mantenere il baricentro corretto sono state le prime sfide che, superate grazie alla pazienza degli istruttori, ci hanno permesso di progredire rapidamente. La loro passione, viscerale e contagiosa, è stata l'elemento che ha davvero acceso la scintilla in ognuno di noi.

Gran finale a in Liguria: verticali sul mediterraneo L'apice di questa avventura è stato il fantastico weekend conclusivo a Finale Ligure. Scalare in un ambiente completamente diverso, su una roccia di natura differente rispetto a quella alpina e con l'incredibile vista sul Mar Ligure, è stata un'esperienza indimenticabile

e formativa.

Questo viaggio non è servito solo a mettere alla prova le nostre nuove abilità. Soprattutto, ha consolidato i legami nati durante le uscite locali. L'ambiente rilassato e la condivisione di sfide e successi hanno trasformato un gruppo di allievi in un vero

e proprio gruppo di scalatori affiatati, pronti ad affrontare insieme le future pareti.

Conclusioni

Il Corso di Arrampicata

2025 del CAI Morbegno si è rivelato un'esperienza completa: formativa, tecnica e incredibilmente divertente.

Partire da zero e arrivare a scalare in autonomia e sicurezza è una soddisfazione che va oltre lo sport. Un ringraziamento speciale a tutti gli Istruttori per aver trasmesso con tale professionalità ed entusiasmo non solo le tecniche, ma anche la profonda etica dell'ambiente verticale. In queste pagine, alcuni momenti di arrampicata sulle falesie di Finale

Ligure

Nelle pagine precedenti, in arrampicata al Sasso di Remenno, al Sasso del drago e al Sass Negher a Piona.

SCIALPINISMO 2024 CORSO DI

di Simona Buttera e Michele Carnevali

Lo sci alpinismo ci sta permettendo di combinare le cose che più apprezziamo della montagna, ossia la “sofferenza” della salita con il divertimento della discesa con gli sci (soprattutto Simona).

Il corso SA1 organizzato dal CAI di Morbegno ci ha consentito di avvicinarci in sicurezza a questo sport attraverso lezioni teoriche e uscite in ambiente dove mettere a frutto gli insegnamenti, nonché imparare le basi tecniche di salita e discesa.

Per ogni uscita il gruppo veniva diviso in gruppetti più ristretti con un istruttore e un accompagnatore il che permetteva un apprendimento costante e più veloce.

Le gite avevano caratteristiche diverse e offrivano spunti di osservazione continui: valloni aperti e apparentemente sicuri, pendii invitanti, dorsali panoramiche e tratti più ripidi che richiedevano concentrazione. Proprio durante queste gite si è compreso come la percezione di sicurezza possa essere ingannevole e come il rischio valanghe non sia legato solo a situazioni estreme o evidenti. Analizzare l’itinerario, osservare le esposizioni, valutare le pendenze e confrontarsi sulle condizioni nivologiche ha trasformato ogni salita in un’occasione concreta di apprendimento.

La lettura del manto nevoso è diventata progressivamente più naturale: cambi di consistenza, accumuli, croste e tracce del vento non erano più semplici

dettagli, ma informazioni fondamentali per interpretare l’ambiente.

Un aspetto particolarmente formativo è stato quello delle simulazioni di ricerca in valanga. Le esercitazioni con ARTVA, pala e sonda, svolte in modo realistico, hanno reso evidente quanto sia cruciale il fattore tempo e quanto sia importante agire con metodo e lucidità

Raggiungere la destinazione non significava solo arrivare in alto, ma farlo con la soddisfazione di aver compreso il percorso e le scelte che avevano portato fin lì.

Anche le discese assumevano un significato diverso: non solo il piacere della sciata, ma l’attenzione alle distanze, alla gestione del gruppo e alla scelta delle linee più adatte. Il tutto con il supporto e la presenza continua di istruttori e accompagnatori, dotati di grande pazienza . L’altro aspetto fondamentale

è la parte in aula che permette di apprendere i concetti base tra cui: preparazione della gita e scelta dell’itinerario, i materiali da utilizzare, neve e valanghe, ricerca e autosoccorso, cartografia e orientamento, preparazione e fisica e alimentazione. Il corso SA1 lascia un’eredità preziosa: la consapevolezza che il rischio valanghe è sempre presente, anche quando sembra lontano o improbabile, e che affrontare la montagna con rispetto, preparazione e spirito critico è parte integrante del divertimento. Un’esperienza intensa e formativa, che non si esaurisce con la fine del corso, ma accompagna ogni futura gita con maggiore sicurezza, responsabilità e passione. Un ringraziamento a tutti i compagni di corso, organizzatori, istruttori e accompagnatori per la professionalità, disponibilità e soprattutto la simpatia trasmessa durante il corso.

Corso di Sci Alpinismo 2025 con il CAI Morbegno UN INVERNO DA RICORDARE

Lo scorso inverno ho partecipato al corso di sci alpinismo organizzato dal CAI Morbegno, un’esperienza che ha saputo unire ambienti alpini, sport e nuove amicizie. Giornate di sole, neve fresca a perdita d’occhio e un gruppo affiatato di persone con la stessa voglia di imparare e di mettersi in gioco, sono stati il contesto ideale per vivere a pieno la montagna.

Le lezioni si sono svolte in splendidi scenari tra Valtellina, Valchiavenna e la vicina Svizzera. Gli istruttori ci hanno accompagnato passo dopo passo nei fondamenti dello sci alpinismo: dalla scelta dell’attrezzatura giusta, alle tecniche di salita e discesa, alternando un mix di teoria e pratica. Ogni uscita è stata diversa, ma tutte avevano in comune quella sensazione di libertà che solo la montagna sa regalare, soprattutto durante la discesa, restando immersi

nel silenzio e in quei panorami incredibili.

E poi ci sono stati i momenti del dopo-sci, altrettanto importanti anche quelli: a fine giornata ci siamo ritrovati davanti ad una birretta, stanchi ma molto soddisfatti, a raccontarci della giornata, scambiandoci consigli, risate e qualche aneddoto sulle inevitabili cadute.

Uno degli aspetti più belli del corso è stato proprio questo spirito di comunità: nessuna

competizione ma solamente la voglia di imparare e di divertirsi insieme.

Tra paesaggi spettacolari e qualche scivolata presa con il sorriso, è stata un’esperienza che porterò con me, e a chi stesse pensando di avvicinarsi allo sci alpinismo o cerca una nuova avventura in montagna, consiglio di tenere d’occhio il prossimo corso del CAI Morbegno: ne vale davvero la pena!

I NUMERI DEL CAI MORBEGNO

NOTIZIE DALLA SEZIONE

Alla data del 31.12.2025 gli iscritti

sono 530 così suddivisi:

343 ordinari di cui 41 ordinari juniores, 108 famigliari e 79 giovani.

Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano in sede.

CONSIGLIO DIRETTIVO

Presidente

Alessandro Caligari

Vice Presidente

Marco Poncetta

Segretario

Davide Bonzi

Consiglieri

Rita Bertoli

Mara Cavallotto

Giovanni Cerri

Domenico Del Barba

Francesco Spini

DELEGATI

Alessandro Caligari

Domenico Del Barba

ISTRUTTORI DI ALPINISMO

E DI SCIALPINISMO E ARRAMPICATA LIBERA

Enrico Bertoli (ISA)

Giulio Gadola (ISA)

Franco Scotti (ISA)

Cesare De Donati (IA+INSA)

Moreno Libera (IAL)

ISTRUTTORI SEZIONALI DI ALPINISMO, SCIALPINISMO E ARRAMPICATA LIBERA

Danilo Acquistapace

Andrea De Finis

Mirco Gusmeroli

Emil Del Nero

Moreno Libera

Riccardo Scotti

Marco Mazzolini

Alessandra Tagliabue

ACCOMPAGNATORI

SEZIONALI DI ALPINISMO GIOVANILE (ASAG)

Rita Bertoli

Mara Cavallotto

Claudia Ponzoni

ACCOMPAGNATORI

DI ESCURSIONISMO

Davide Bonzi (AE)

Alessandro Caligari (AE)

I CORSI

Corso di ginnastica presciistica

Tenuto dall’insegnante

Loredana Pantaleo si è svolto da novembre 2024-2025 a metà marzo 2024-2025 presso la palestra Girasole e presso la palestra di via Prati Grassi.

Corso base di sci-alpinismo

Si sono regolarmnte svolti nel 2024-2025.

Corso di arrampicata

Si sono regolarmente svolti nel 2024-2025

LE GITE 2024

Scialpinismo

•14 gennaio - Piz Belvair

•18 febbraio - Piz Surgonda

•21 febbraio – Notturna a Pescegallo

•17 marzo – Passo di Porcile in Valtartano

•24 marzo – Tour della

Valgerola

•20-21 aprile – Punta d’Arbola

Ciaspole

•28 gennaio – Passo Baldiscio in Vallespluga

Escursionismo

•29 settembre – Monte Due Mani

LE GITE 2025

Scialpinismo

•02 febbraio – Pian dei Cavalli

•11 febbraio – Notturna a Pescegallo

•16 febbraio – Moncucco

•20-30 marzo – Valle Stura

•01 maggio – Pizzo Tresero

Alpinismo

•22 giugno – Ferrata Sasso dei Carbonari

Escursionismo

•27 luglio – Pizzo Rodes

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook