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Dello stesso autore Cactus. Otto storie di crimine


Massimo Mannucci

Il maestro

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Editrice Fiorentina


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978-88-6032-057-5

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Copertina a cura di Andrea Tasso


A chi mi ha fatto e a chi mi fa


Il maestro


Tutto congiura a tacere di noi come si tace di un’onta o di una speranza ineffabile Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi


Indossava camicie ben stirate, quasi sempre a quadri piccoli piccoli, sui toni dell’azzurro, colore dei suoi occhi e, con una barba disegnata che incorniciava un volto serio e apparentemente imperturbabile, assumeva l’espressione tipica di un uomo tranquillo. Era alto quasi come mio nonno Alfredo, insegnante di matematica al liceo fiorentino Dante Alighieri, e forse era più basso del mio caro papà, concertista di buona levatura e, soprattutto, uomo di una sensibilità eccezionale; purtroppo, un maledetto incidente stradale ed un destino maligno me lo portarono via troppo presto: avevo appena compiuto sette anni quando rimasi senza il babbo. Si chiamava Carlo ed era il mio maestro di pianoforte: uno strumento che ho imparato ad amare per la sua capacità di colmare i vuoti dell’esistenza e di riempire la vita con suoni vellutati e sinceri. Ero grata a Carlo per essere riuscito a farmi appassionare alla musica nonostante che, all’inizio, mi fossi sentita quasi obbligata da mia madre a seguire le orme paterne. Ormai andavo più volentieri a lezione di piano che a scuola perché quel misterioso oggetto sonoro mi gratificava a livello sensoriale quando producevo e controllavo il suono e poi riusciva a conferirmi insperate possibilità espressive: quasi un potenziamento alle mie limitate capacità corporee. E addirittua, attraverso la musica, mi sem3


brava di stare ancora vicino al mio adorato papà del quale, nella mente, mi era rimasta solo un’immagine sbiadita di quando stava seduto sullo sgabello davanti a quel vecchio Bösendorfer, un quarto di coda dal tipico suono ovattato, che poi avrebbe dovuto sopportare i miei errori. Non so cosa avrei dato per avere ricordi più nitidi del mio genitore che mi aveva lasciato in eredità anche due belle mani con dita lunghe ed affusolate ed un orecchio musicale assoluto che riusciva incredibilmente a cogliere una sola nota di musica senza chiedere aiuto a quelle contigue. Stavo ormai avviandomi a preparare l’esame dell’ottavo anno dopo che quello del quinto era stato un successo conclusosi con i complimenti della commissione ed un abbraccio di Carlo che mi sollevò da terra facendomi volteggiare in aria con un giro di trecentosessanta gradi. La mia passione per la musica era pian piano diventata totalizzante. Il pianoforte era divenuto il mio indispensabile intermediario nell’approccio al difficile mondo degli adulti che mi circondava con i suoi incomprensibili rapporti e con le sue complicate relazioni. Al ginnasio, che avevo iniziato da poco, eccellevo solo in italiano, ma frequentavo senza troppo entusiasmo e non mi interessavano né i discorsi noiosi degli insegnanti attempati, né le risatine stupide delle compagne, né i corteggiamenti maldestri dei ragazzi più grandi del liceo che trovavo comunque troppo infantili e, perciò, del tutto insignificanti. Consideravo Carlo il mio unico maestro perché, dai suoi saperi, riuscivo a carpire preziosi insegnamenti, non solo di musica, ma anche di letteratura, di storia, di filosofia ed addirittura di vita. 4

Il maestro  

Carlo, un maestro di pianoforte, e Lucia, la sua allieva prediletta: due vite legate tra loro dall'amore per la musica e da un intenso rappo...