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Premessa a Luigi Paoli, cantastorie di Terra d’Otranto* Il rapporto fra la Terra d’Otranto e le proprie tradizioni è sempre stato controverso, forse a causa delle tante e diverse influenze subite, non essendo stata solo terra di passaggio, ma anche, in particolare nella seconda metà del Novecento, di ritorno. Tali influenze, è inutile negarlo, hanno avuto ripercussioni importanti sul modo di approcciarsi allo studio delle cose popolari, da parte dell’intellighenzia locale: da una parte c’era chi, fino a pochi decenni addietro, considerava le proprie origini provinciali, da non prendere in considerazione o vergognarsene –Tito Schipa si conosce più per la notorietà internazionale che per ciò che ha dato al territorio (fu sua, nel 1921, la prima incisione di un brano generalmente considerato salentino, Quandu te llài la facce), mentre gli anni Ottanta sono stati totalmente cancellati– e, dall’altra, chi, di recente, inventando ex-novo una identità locale, ha creato sul folk un business non indifferente. Nel mezzo ci sono i dati di fatto che, pur non rappresentando una verità assoluta, raccontano una storia diversa da quella che, penso in maniera forzosa, viene divulgata. Tanti sono i protagonisti, spesso misconosciuti, che hanno contribuito a creare quella che mi piace considerare una vera e propria


civiltà musicale, non necessariamente legata ad un contesto rurale, fra questi Luigi Paoli, meglio noto come Gigetto da Noha. Le vicende della sua vita coincidono, in larga parte, con quelle del popolo salentino del secondo dopoguerra, costretto a cercare fortuna lontano dalla propria terra. Gli emigranti non intraprendevano lunghi e improbabili viaggi solo per sfuggire alla fame, alle angherie o ai soprusi, piuttosto credo che il loro fosse un viaggio alla ricerca di una dignità che qui né lo Stato (se mai c’è stato), né i padroni hanno mai inteso riconoscere. Al ritorno, con i risparmi del lavoro all’estero, magari, avrebbero anche potuto costruire una casa e metter su famiglia. Nella quotidianità da emigrante, il legame con le origini, si rafforzava: le tradizioni non solo rimanevano vive ma mutavano, per ricontestualizzarsi ed adattarsi a nuove condizioni che non erano quelle contadine del Salento. In questo costante e orgoglioso richiamarsi alla terra madre, un ruolo fondamentale lo svolge il dialetto: utilizzato in ambienti intimi, come poteva essere il nucleo familiare, o ristretti, per meglio comprendersi con i paesani quasi a non volersi sentire totalmente alieni in un mondo che non apparteneva loro (e, forse, non li riconosceva se non come manodopera da sfruttare). È in questo quadro che si inserisce il cantastorie Luigi Paoli che, con uno stile personale a metà strada fra urbano e rurale –uno degli anelli di congiunzione, l’avrebbe definito Darwin–, canta le storie di tutti (quei) giorni. Fatti di lontananze, di amori, di santi e madonne, di speranze perdute ma anche di denunce e di sberleffi verso i potenti (o presunti tali), come ben si potrà notare leggendo i testi, alcuni dei quali trascritti in spartito dall’autore del libro Antonio Contaldo, maestro di musica e compositore di formazione classica che, egregiamente, si è confrontato, con brani inizialmente ideati e sviluppati da Paoli con modalità compositive decisamente complesse, eterodosse e non per essere fissati. Questo ad ulteriore dimostrazione della passione con la quale Contaldo ha voluto ren-


dere omaggio ad un personaggio rilevante del nostro folklore. Quello che ne vien fuori, è uno scritto appassionato, una biografia antropologica proposta al lettore in maniera efficace che, pur nascendo senza pretese etnomusicologiche, diviene, nel complesso, un documento importante per far conoscere quella salentinità altra che non può essere immolata in nome del business. federico capone *tratta da Antonio Contaldo, Luigi Paoli, cantastorie di Terra d’Otranto, Capone Editore, 2011

Premessa a "Luigi Paoli, cantastorie di Terra d'Otranto"  

Premessa al libro di Antonio Contaldo "Luigi Paoli, cantastorie di Terra d'Otranto" (Capone Editore, 2011)

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