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Negli ultimi tempi sta circolando in Europa, con sporadiche segnalazioni anche in Italia, un prodotto che desta preoccupazione tra i consumatori e le autorità sanitarie: il cosiddetto hashish colorato. Si tratta di panetti di resina che presentano colorazioni innaturali, come il blu elettrico, il viola acceso o tonalità fluorescenti, un as petto che si distacca completamente dalla gamma cromatica naturale dei derivati della cannabis.
Queste colorazioni non sono mai il risultato di tecniche estrattive biologiche, ma indicano quasi sempre la presenza di contaminanti chimici o l'aggiunta intenzionale di pigmenti sintetici, spesso utilizzati per mascherare una materia prima di bassissima qualità o per
rendere più accattivante un prodotto che, in realtà, nasconde rischi insidiosi per la salute.
La minaccia dei cannabinoidi sintetici e i rischi per la salute
Il pericolo principale legato a queste sostanze non risiede soltanto nel colore, ma nella possibile adulterazione con i cannabinoidi sintetici. Queste sostanze sono composti chimici creati in laboratorio per mimare gli effetti del THC, legandosi ai recettori del sistema endocannabinoide con un'affinità di gran lunga superiore e meno prevedibile rispetto ai fitocannabinoidi naturali.
A differenza della cannabis tradizionale, che


contiene un profilo complesso di molecole capace di modulare l'effetto psicoattivo, i sintetici possono provocare reazioni avverse gravi, come stati di ansia acuta, tachicardia, confusione mentale e, nei casi più seri, crisi psicotiche. Il problema è aggravato dal fatto che il mercato illecito non offre alcuna garanzia sulla concentrazione di questi composti: un panetto di hashish può contenere dosi di sostanze chimiche estremamente variabili tra una zona e l'altra, rendendo impossibile per chi consuma gestire il dosaggio e prevenire un sovradosaggio accidentale.
Come tutelarsi in un mercato opaco
Di fronte a un prodotto che presenta un odore pungente e chimico, che ricorda vagamente la vernice o i solventi industriali, la regola aurea è quella della prudenza. Il mercato della cannabis light o dei derivati non regolamentati è un territorio complesso in cui la provenienza della materia prima rimane spesso opaca e priva di controlli sanitari rigorosi.
La tutela della salute passa inevitabilmente per la scelta di filiere controllate e trasparenti, evitando assolutamente di acquistare prodotti che mostrano caratteristiche fisiche sospette o che vengono proposti a prezzi irrisori. In caso di dubbi sulla qualità del prodotto o qualora si manifestino malesseri inaspettati dopo il consumo, è fondamentale sospendere immediatamente l'uso e, se necessario, rivolgersi senza esitazione a un presidio sanitario.
(Marco Ribechi)





















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Suolo vivo
Cos’è e come utilizzarlo per la rigenerazione del substrato nella coltivazione della cannabis
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Puzzerà? Leggende diffuse sulla coltivazione della cannabis


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Le Filippine Fumare erba nell’isola paradisiaca

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Biotecnologia della cannabis: prospettive future

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Dust, lo Strain Hunter francese



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Il lungometraggio documentario ha raggiunto un pubblico internazionale del settore al Mary Jane Berlin, mentre il progetto entra nella sua prossima fase di visibilità globale.
The Pl*nt, un lungometraggio documentario che esplora la storia scientifica, culturale e umana della cannabis, è stato presentato al Mary
Jane Berlin l'11 giugno 2026, portando il film in uno dei raduni più influenti d'Europa dedicati all'industria internazionale della cannabis.

Diretto da Ferran Calbet e prodotto da HighVideo Films in collaborazione con Royal Queen Seeds, il documentario riunisce voci provenienti dalla scienza, dalla medicina, dal diritto, dalla coltivazione, dalla cultura e dall'industria per analizzare una delle piante più dibattute e fraintese al mondo, andando oltre le consuete cornici della politica, dello stigma e dell'ideologia.
Al centro del film c'è quella che si ritiene essere l'ultima intervista registrata del Professor Raphael Mechoulam, lo scienziato pioniere che per primo isolò il THC e che in seguito contribuì a identificare il CBD, considerato da molti il padre della ricerca moderna sulla cannabis. La sua presenza conferisce a The Pl*nt un raro peso storico: un'ultima testimonianza filmata di una figura il cui lavoro ha cambiato radicalmente la comprensione scientifica della cannabis.
The Pl*nt vede inoltre la partecipazione del divulgatore della cannabis Jorge Cervantes, i cui libri hanno raggiunto i coltivatori là dove le leggi non potevano arrivare; di Boy Ramsahai, fondatore di Royal Queen Seeds; dell'avvocata Meital Manzuri, che ha dedicato la propria carriera a districarsi tra le contraddizioni giuridiche che circondano questa pianta; dell'imprenditore della canapa Vincent Lartizien, che trasforma la coltura in biomateriali e prodotti per la nutrizione; dell'influencer Max Buechse, che esplora nuove forme di consumo; e dei Brushett, una famiglia il cui figlio ha trovato sollievo dall'epilessia grazie al CBD. Insieme, presentano la cannabis non semplicemente come un tema industriale, ma come una storia plasmata dalla
scienza, dalla medicina, dalle politiche pubbliche, dalla percezione collettiva, dall'esperienza personale e dal cambiamento culturale.
L'evento del Mary Jane Berlin ha portato il documentario davanti a un pubblico internazionale di leader dell'industria della cannabis, esponenti dei media, imprenditori, ricercatori e voci del mondo culturale. La presentazione si è configurata come una proiezione di settore e un evento celebrativo, presentando il film a figure chiave del dibattito globale sulla cannabis, mentre il progetto entra nella sua prossima fase di visibilità internazionale.
«Per troppo tempo questa pianta è stata ridotta a un dibattito o a uno stigma», ha dichiarato Boy Ramsahai. «Volevamo portare scienza, medicina, storia ed esperienza umana nella stessa stanza, e lasciare che fossero le persone a decidere cosa fare di ciò che vedono. Dopo aver visto questo film, credo che nessuno guarderà più alla cannabis allo stesso modo».
Se la presentazione di Berlino ha fatto conoscere il film all'industria della cannabis, The Pl*nt sta già raggiungendo il grande pubblico. Il documentario è attualmente disponibile su Amazon Prime Video in Spagna. RQS e HighVideo stanno collaborando attivamente con Amazon per la distribuzione internazionale del documentario.

Coltivazione outdoor
Di Stoney Tark
Se quest’anno avete deciso di coltivare piante di cannabis autofiorenti outdoor, ci sono alcune cose da considerare per ottenere i migliori risultati possibili. Le autofiorenti sono facili da coltivare, resistenti e ideali per i principianti, quindi in questo articolo vi illustrerò i miei migliori consigli per la coltivazione di piante autofiorenti all'aperto, per aiutarvi a ottenere un raccolto di successo!

Le autofiorenti amano i vasi grandi
Uno dei fattori più importanti nella coltivazione delle autofiorenti è lasciare che le piante crescano il più possibile durante le prime 4 settimane di vegetazione. Questo significa consentire alle radici di avere ampio spazio per crescere e svilupparsi all’interno. Più grande è il vaso che utilizzate, maggiori saranno le possibilità che la vostra pianta diventi più grande. Consiglierei di utilizzare un vaso da 25 litri e di piantare direttamente nel terriccio.
Non rinvasate
Le autofiorenti non amano essere trapiantate, a differenza delle piante a fotoperiodo, e il trapianto delle autofiorenti comporterà di fatto un arresto della crescita. Questo può anche portare le piante a diventare basse e nane, con una resa molto scarsa. Il modo migliore per garantire una crescita e uno sviluppo ottimali è utilizzare un unico vaso grande e piantare direttamente nel substrato.
Transizione dei nutrienti
A partire dalla quinta settimana del ciclo di coltivazione, vedrete le auto-fiorenti produrre pre-fiori e iniziare ad allungarsi. Con una fase vegetativa così breve, può essere difficile per un coltivatore alle prime armi sapere quali nutrienti utilizzare. Consiglierei di utilizzare nutrienti per la fioritura a partire dalla quinta settimana, iniziando con una concentrazione più bassa e aumentandola gradualmente per evitare bruciature da nutrienti.
Autofiorenti a fioritura rapida
Esistono alcune autofiorenti incredibilmente veloci e, se si fa una ricerca, si dovrebbero riuscire a trovare varietà pronte per il raccolto nel giro di 9 settimane dal seme alla raccolta. I coltivatori del Nord Europa trarranno grande beneficio dalle autofiorenti a fioritura rapida. Si possono sempre utilizzare autofiorenti a fioritura di 12 settimane, ma quelle a fioritura breve garantiranno la maturazione prima della fine dell’estate.
Vasi piccoli producono piante piccole
Uno degli errori più comuni che vedo commettere ai coltivatori di autofiorenti all’aperto è l’uso di vasi piccoli. In genere, tra i 7,5 e i 10 litri, e si sorprendono quando le autofiorenti non crescono in altezza. Le autofiorenti coltivate in vasi piccoli non hanno la possibilità di sviluppare una zona radicale ampia e ben sviluppata.
Piantate ogni 30 giorni
Uno dei motivi per cui i coltivatori outdoor pre-

feriscono le autofiorenti alle piante a fotoperiodo è che consentono di continuare a raccogliere. Piantare nuovi semi autofiorenti in un vaso capiente tenuto in una posizione soleggiata ogni 30 giorni vi permetterà di raccogliere due volte l’anno. Se riuscite a piantare una varietà a fioritura rapida, potrete, se il clima lo permette, raccogliere 3 volte l’anno.
Molti luoghi in cui coltivare
Le piante di cannabis autofiorenti sono così versatili e pratiche che possono essere coltivate praticamente ovunque. Non è sempre necessario un giardino privato sul retro; in alternativa, è possibile piantare su una terrazza, un patio o un balcone privato. Le autofiorenti sono ottime per mantenere un profilo basso e coltivare una pianta all’aperto in modo discreto, senza che i vicini se ne accorgano.
Annaffiate la mattina presto o in tarda serata
La frequenza con cui innaffiate le vostre piante avrà un ruolo fondamentale nella loro crescita e fioritura nel corso delle stagioni. In piena estate, nei giorni più caldi dell’anno, innaffiate la mattina presto quando la temperatura è fresca e, se necessario, di nuovo la sera al tramonto. Questo metodo manterrà le autofiorenti ben idratate e contribuirà a prevenire lo stress da calore.
L'LST è la scelta migliore
Tra tutte le tecniche di training delle piante disponibili, l'unica che consiglierei per le autofiorenti è l'LST. Questa tecnica non sottopone le piante allo stress elevato provocato dal topping, dal fimming o dal supercropping. L'LST è un ottimo modo per modificare la forma e la struttura di crescita della vostra pianta, migliorare la penetrazione della luce e aumentare il numero di cime durante la fioritura. Eseguite l'LST sulle autofiorenti dalla quarta alla sesta settimana per ottenere i migliori risultati.
Utilizzate un terriccio di alta qualità Dare alle vostre piante un terriccio della migliore qualità o un substrato di coltivazione personalizzato farà la differenza nella prestazione delle vostre autofiorenti. Un terriccio adeguato non solo fornisce un'alimentazione adeguata e un ricco microbioma, ma anche il drenaggio, l'aerazione e la capacità di assorbimento giocano un ruolo importante. Assicuratevi che il vostro substrato di coltivazione sia arioso, leggero, morbido e che non diventi pesante quando è completamente saturo.
Controllate quotidianamente le piante per individuare eventuali insetti
Coltivare le autofiorenti all'aperto e lottare contro gli insetti può essere una sfida, ma è necessario. Controllare quotidianamente la parte superiore e quella inferiore delle foglie vi aiuterà a monitorare potenziali minacce da parte degli insetti. A causa della breve durata di vita delle autofiorenti, è fondamentale risolvere un problema di parassiti prima che provochi gravi danni. L'uso di saponi interstiziali, olio di neem o l'introduzione di insetti predatori dovrebbero essere i primi passi nell'azione preventiva.

Dopo diversi anni caratterizzati da negozi illuminati al neon e una crescita esplosiva che ha catturato l'attenzione del mondo intero, il governo thailandese sta guidando il mercato della cannabis verso una nuova fase di stabilità e regolamentazione. In base a una recente direttiva, migliaia di attività hanno ora tre anni di tempo per convertirsi in cliniche mediche


autorizzate: un passo decisivo verso un modello sanitario strutturato
Nonostante l’inasprimento dei controlli governativi, la cannabis rimane parte integrante del panorama thailandese. Residenti e turisti continuano a consumarla e la cultura legata alla pianta è tutt’altro che sparita. Tuttavia, ciò che
sta cambiando radicalmente è la sua visibilità commerciale. Il settore si sta spostando dalla vendita al dettaglio occasionale verso servizi di benessere supervisionati.
In pratica: meno "atmosfera da festa" e più "prescrizione medica".
Nell'aprile 2026, il Ministero della Salute Pubblica thailandese ha confermato che le attività autorizzate avranno tre anni di tempo per trasformarsi in cliniche mediche se vorranno mantenere la propria licenza. Si tratta del decreto più significativo dalla depenalizzazione avvenuta nel 2022.
Al culmine dell’espansione, migliaia di dispensari sono sorti ovunque, dalle zone turistiche ai quartieri residenziali. Questa crescita accelerata è stata possibile grazie a una legalizzazione avvenuta prima che fosse pronto un quadro normativo completo. Oggi, le autorità affermano che circa 11.000 attività commerciali devono evolversi in cliniche regolamentate, con la presenza di personale qualificato come medici o operatori di medicina alternativa certificati.
L'obiettivo dichiarato è garantire l'accesso alla pianta, ma sotto supervisione professionale anziché attraverso il libero commercio al dettaglio.
"Siamo entrati a pieno titolo nella fase in cui la cannabis viene utilizzata esclusivamente a scopo medico", ha dichiarato il ministro della
Salute Pattana Promphat in un comunicato riportato dal Bangkok Post. Per il consumatore, l'esperienza somiglierà sempre più a una consulenza per il benessere piuttosto che a una visita in una tabaccheria.
La politica thailandese si è evoluta rapidamente. Ecco i punti fondamentali per comprendere l'attuale quadro normativo:
Uso terapeutico vs ricreativo: I fiori di cannabis sono classificati come sostanza controllata. L'accesso è consentito legalmente solo per fini sanitari o terapeutici.
Supervisione medica: Le licenze future saranno concesse principalmente in ambito clinico. La vendita "libera" nelle farmacie al dettaglio è destinata a scomparire gradualmente.
Divieto di consumo pubblico: Fumare in strada, nei parchi o nei ristoranti è severamente vietato e può comportare multe salate per disturbo della quiete pubblica. Gli spazi privati rimangono l'unico ambiente sicuro.
Limiti di THC: I prodotti con basso contenuto di THC (meno dello 0,2%), come gli oli di CBD, rimangono i più accessibili secondo le attuali normative.
Divieto di import/export: È assolutamente vietato trasportare cannabis attraverso i confini internazionali, indipendentemente dalla legalità nel paese di origine o destinazione. (Marco Ribechi)

Zugelassen für den ökologischen
Landbau durch Control Union
Nährstoffe direkt verfügbar für die Pflanze
Reich an Mikronährstoffen
VGN CalMag KEIN STICKSTOFF
VERFÜGBAR IN 250ML, 500ML, 1L, 5L, 10L UND 20L



Schmecken und spüren Sie den Unterschied!

Zusätzliches
La coltivazione del suolo vivo è una pratica che garantisce la rigenerazione del terreno, sia outdoor che indoor. Scoprite cos'è il suolo vivo e come utilizzarlo per rigenerare il substrato nella coltivazione della cannabis. Migliora la microbiologia, fissa l'azoto e riduce la necessità di fertilizzanti. Le diverse specie che possono crescere in armonia nel terreno in cui coltiviamo contribuiscono a promuovere una microbiologia variegata e rigenerano completamente il vostro suolo vivo tra una stagione di coltivazione e l'altra, senza dover smuovere il terreno o scavare. In questo articolo vi riportiamo i consigli di Jorgi S, coltivatore biologico ungherese in Spagna, su come utilizzare il suolo vivo nella coltivazione della cannabis e ne illustriamo i numerosi benefici, presentando una varietà di erbe, fiori e piante tappezzanti che possono aiutare la vostra coltivazione indoor o outdoor.

Che cos'è il suolo vivo?
Si tratta di una tecnica di agricoltura biologica per la rigenerazione del terreno che consiste nel mantenere piante vive che crescono nello stesso substrato che verrà utilizzato per la coltura principale. In particolare, si può ottenere una trasformazione estremamente favorevole del terreno quando si applica questa tecnica fra una stagione di coltivazione e l'altra, consentendo a queste specie di completare il loro ciclo naturale. Si tratta di una cosa diversa dalla comune consociazione, in cui le specie crescono e si sviluppano insieme alla coltura principale, come piante compagne. Le piante del suolo vivo tra una stagione di coltivazione e l’altra occupano l’intera area di coltivazione e si occupano persino di decomporre i resti delle radici dopo il raccolto, rinnovando completamente il terreno.
Quali sono i vantaggi di questo metodo?
Il vantaggio principale è che fornisce un terreno di coltura molto più ricco per la stagione successiva. Inoltre, mantiene l’umidità nel terreno, riducendo così il fabbisogno idrico per l’irrigazione. Favorisce anche la vita microbica, migliorando notevolmente il terreno e contribuendo ad abbassarne la temperatura. Grazie al suolo vivo si riduce la necessità di aggiungere nutrienti all’acqua durante le prime fasi di sviluppo della pianta. I nutrienti si producono all'interno del terreno stesso, prima dell'inizio della stagione colturale.
Poiché questo metodo impiega un sistema di non lavorazione del terreno, l'impatto sul suolo, sui suoi microrganismi e sugli altri esseri viventi viene ridotto al minimo. Normalmente,

quando si lavora e si scava il terreno, si perdono molti materiali e organismi di ogni tipo, per cui, per riutilizzare il terreno, è necessario aggiungere altri materiali vegetali esterni. In tal caso, non si otterrebbero il 100% dei benefici della coltivazione biologica.
Quali sono le specie che possono essere utilizzate per coltivare il suolo vivo? Esistono molte piante e persino specie selvatiche che possono servire a questo scopo. Vi sono diverse specie di trifoglio, come il trifoglio rosso, il trifoglio bianco e il trifoglio alessandrino, che formano un tappeto e apportano molto azoto al terreno, contribuendo ad aprire e aerare i primi 5 o 10 cm di terreno.
Anche altre specie, come l'erba medica, la senape, la consolida maggiore e l'enotera, apportano grande biodiversità al terreno e contribuiscono ad arricchirlo; tuttavia, poiché queste piante crescono molto, è bene utilizzarle solo quando si dispone di tempo sufficiente affinché possano completare il loro ciclo vitale (fiorire e morire).
Oltre alle specie leguminose, abbiamo la facelia, che ha un ciclo di vita più breve e che, quando fiorisce, è davvero bella e si accorda molto bene con l’erba medica e i trifogli. È benefica per le api e ha effetti straordinari sul terreno perché non solo apporta azoto, ma anche numerosi microelementi. Anche il dente di leone svolge funzioni simili alla facelia.


È possibile utilizzare il substrato risultante dal suolo vivo al termine del suo ciclo anche per le colture indoor, ottenendo grandi benefici, a condizione che il contenuto del vaso venga lasciato intatto e trasportato nella sua totalità nella zona di coltivazione indoor
È bene combinare diversi tipi di piante che aiutino a fissare l’azoto, che producano biomassa e che abbiano radici di diverse lunghezze (lunghe per decompattare e aerare, corte e medie per attivare la vita batterica). Ad esempio, il ravanello foraggero è ottimo per rompere i terreni compattati. Anche l'avena è eccellente per proteggere il terreno e generare una grande quantità di biomassa, così come l'orzo, che protegge dall'erosione del terreno e compete con le erbacce.
È necessario rimuovere dal substrato le radici del suolo vivo?
Non è necessario rimuovere le radici, né strappare alcuna pianta, poiché con questo metodo non è necessario mescolare il terreno. Tuttavia, se necessario, a volte è possibile smuovere leggermente i primi 30 cm per favorire l’apporto di ossigeno. Nell’agricoltura biologica

l’idea è quella di avere un numero sufficiente di microrganismi, affinché siano essi stessi a lavorare il terreno e non sia necessario vangarlo, proprio come avviene in natura.
Del suolo vivo si lascia tutto, non è necessario strappare nulla. Evitando di rimuovere le piante dal terreno, si consente a insetti, batteri e funghi benefici di consumare tutto ciò che deve essere decomposto. Soprattutto se si hanno i lombrichi, essi lo lavorano completamente, decomponendo il substrato. In questo modo si ottiene un processo molto più naturale.
Al termine del periodo di preparazione, prima di iniziare la stagione di coltivazione, tagliate semplicemente la materia vegetale che cresce sopra la superficie, lasciandola cadere a terra affinché funga da terreno secco. È sufficiente

benefica ed equilibrata. Sarà difficile utilizzare il suolo vivo se si dispone di poco tempo tra una stagione e l’altra; è consigliabile avere almeno due mesi affinché questo processo abbia luogo. Preferibilmente, da tre a cinque mesi di suolo vivo per ottenere i migliori risultati.
Questo sistema può essere utilizzato outdoor o indoor?
Normalmente è preferibile utilizzarlo all’aperto. Indoor è consigliabile solo nel caso in cui si disponga di grandi contenitori di terra. Nei vasi piccoli, invece, non è una buona idea, poiché lo spazio è insufficiente e inoltre si seccano molto rapidamente. Se si innaffia due o tre volte al giorno, può funzionare, ma è piuttosto complicato.
In ogni caso, il suolo vivo necessita di un ambiente e di luce naturale, poiché le luci artificiali possono danneggiare o causare carenze in molte di queste piante del suolo vivo, soprattutto i trifogli. Per questo motivo e a causa delle importanti interazioni con ogni tipo di organismo che avvengono all’esterno, è un po’ difficile coltivare il suolo vivo all’interno.
È necessario concentrarsi sulla generazione di azoto
Dato che la materia risultante sarà quella che la marijuana utilizzerà immediatamente nella sua fase di crescita, cerchiamo prima di tutto di stimolare la produzione di azoto e anche di altri

tagliare il fusto o la parte superiore delle piante del suolo vivo.
Forse vi starete chiedendo cosa fare con le radici del raccolto precedente, se debbano essere estirpate o meno... Tutto dipende dal tempo a vostra disposizione, poiché se aspettate abbastanza a lungo, ad esempio da ottobre fino alla fine della primavera successiva, le radici del raccolto precedente saranno completamente decomposte dagli organismi generati dallo stesso pacciame vivo. Questi organismi consumeranno completamente i resti delle radici morte presenti nel terreno, poiché costituiscono un ottimo nutrimento per loro.
È possibile rimuovere il nucleo della zona radicale, insieme al fusto principale delle piante di cannabis raccolte, ma è preferibile lasciare tutto il resto nel terreno, poiché si tratta di un ottimo materiale vegetale, ricco di microfauna
materiali vegetali vivi, che si decomporranno con l’aiuto di batteri e insetti benefici.
Quindi, una volta che la nostra pianta sta crescendo nel substrato, è possibile utilizzare piante compagne durante la fase di fioritura, per aiutare anche a respingere gli insetti e, attraverso il micelio, influenzare positivamente la produzione di terpeni. Come sappiamo, alcune erbe aromatiche, come la menta e il basilico, possono influenzare la produzione di terpeni attraverso la comunicazione miceliale nell’associazione di colture.
Come piante compagne durante la fase di fioritura, potete sperimentare diverse specie di menta e osservarne l’influenza sui sapori delle piante: menta ananas, menta piperita, menta fragola, menta piperita e menta cioccolato, ecc. Hanno aromi molto riconoscibili nei loro fiori e nelle loro foglie. Questi hanno effetti molto interessanti sulla produzione di terpeni.
Coltivazione
Di CANNA Research
DISCLAIMER: CANNA Research è autorizzata a condurre ricerche
Il silicio viene utilizzato nella coltivazione da anni. Il suo ruolo è ben compreso in molte colture, anche se il suo impiego non è standard in tutte le strategie di coltivazione o per ogni tipo di pianta.
Negli ultimi anni, CANNA Research ha valutato diverse formulazioni di silicio disponibili sul mercato. Questi studi hanno dimostrato che non tutte le forme offrono lo stesso livello di efficacia, poiché la disponibilità e l’assorbimento da parte della pianta possono variare in modo significativo. La ricerca è stata condotta su diverse colture, tra cui zucchine, pomodori, basilico, crisantemi, cannabis e altre.

La differenza sta nell’applicazione Queste conoscenze hanno costituito la base per lo sviluppo di un nuovo prodotto a base di silicio, incentrato sulla combinazione di
fonti efficaci con una strategia di applicazione adeguata. Dopo anni di perfezionamento e test, CANNA ha sviluppato una formulazione progettata per garantire un assorbimento
costante e prestazioni affidabili.
Il ruolo del silicio rimane lo stesso, ma il modo in cui viene reso disponibile alla pianta è stato
notevolmente migliorato.
Più vie di assorbimento del silicio Combinando due forme complementari di sili-

cio, di cui una potenziata con nanotecnologia, la formulazione supporta l’assorbimento del silicio attraverso diverse vie. Questo approccio aiuta a mantenere una disponibilità più costante sia nel breve che nel lungo periodo.
L’utilizzo della nanotecnologia contribuisce alla stabilità e alla reattività della formulazione, favorendo un assorbimento efficace da parte della pianta.
La forma da sola non basta In pratica, l’efficacia non è determinata solo dalla forma del silicio, ma anche dalla quantità totale disponibile durante l’intero ciclo di coltivazione. Questo è particolarmente rilevante in colture come la cannabis, dove l’assorbimento del silicio è relativamente limitato.
CANNA Research ha osservato che, se fornito in quantità sufficienti e in una forma disponibile, il silicio può comunque essere assorbito efficacemente e contribuire a una crescita più forte e resiliente delle piante. La formulazione e la strategia di applicazione alla base di CANNA Silica sono state sviluppate specificamente per garantire un apporto sufficiente di silicio disponibile per la pianta, anche in colture con capacità di assorbimento relativamente ridotta.
“Da quando abbiamo ottenuto questi risultati, CANNA Silica è diventato una parte fissa del nostro toolkit di coltivazione”, afferma Stan, Head of Cultivation presso CANNA Research. “È altamente efficace, rafforza visibilmente le piante ed è incredibilmente facile da utilizzare.”
Ispirato dalla natura, perfezionato dalla scienza
Lo sviluppo di CANNA Silica non riguarda la ridefinizione del silicio, ma la comprensione di come applicarlo in modo efficace. Concentrandosi su forma, disponibilità e costanza, questa ricerca si traduce in una soluzione pratica che funziona in condizioni reali di coltivazione.



Interview
Di Fabrizio Dentini
Lo scorso 31 marzo 2021, il Marihuana Regulation & Taxation Act (MRTA) ha legalizzato la cannabis al di fuori del quadro medico nello Stato di New York. La legge garantisce la possibilità di coltivare sino a sei piante e di acquistare cannabis presso i dispensari autorizzati dall'Office Cannabis Management. Gli adulti possono fumare o vaporizzare cannabis ovunque sia consentito fumare tabacco in base alle leggi sul divieto di fumo nei luoghi pubblici. Al di là, però, di queste novità, quello che ci sembra davvero interessante nella regolamentazione newyorkese è l'attitudine della nuova legge rispetto alle persone e comunità che durante il Proibizionismo hanno sofferto nella propria carne le contraddizioni di una legge razzista sostentata da pregiudizi del secolo scorso.
Per questo motivo oggi parliamo con L. Simone Washington, responsabile per l'equità e giustizia sociale presso l'Office Cannabis Management [Ndr. OCM] dello Stato di New York.

Intanto cosa significa giustizia ed equità socio-economica quando relazionate alla legalizzazione?
Significa che le comunità colpite in modo sproporzionato dalla guerra alla droga devono avere un accesso effettivo a questo
mercato. Si tratta d'assicurare lo sviluppo di un mercato in cui grandi e piccole imprese coesistano e competano equamente.
Perché questi concetti sono così cruciali nella transizione da un mercato non
regolamentato a uno regolamentato?
L'equità sociale è sempre stata intesa come accesso e disponibilità di risorse per le persone provenienti da comunità colpite in modo sproporzionato dalla guerra alla droga e quindi con precedenti penali legati alla cannabis. Garantiamo che possano entrare nel mercato e generare un reddito per sé stessi, ma anche per la comunità. Equità sociale significa creare opportunità, fornendo alle persone strumenti e competenze necessarie per avere successo a livello personale. Significa chiedersi chi è più lontano dalla possibilità di avere successo? Quali barriere esistono? Come possiamo, in quanto agenzia, superare questi ostacoli e trovare soluzioni che vadano a beneficio dell'intero mercato?
Può fare un esempio?
Propongo un'analogia con la legge a favore delle persone con disabilità. Quando la legge è stata approvata, hanno dovuto installare scivoli per disabili sui marciapiedi e abbiamo scoperto che non ne beneficiassero solo le persone in sedia a rotelle o con le stampelle, ma chiunque si muovesse, chiunque avesse un passeggino, chiunque avesse altri bisogni, tutti traevano vantaggio da questi scivoli. È lo stesso tipo di approccio che vogliamo applicare al mercato della cannabis. Se ci sono determinati fattori che rendono difficile per alcune fasce di popolazione avere pari accesso e pari partecipazione al mercato della cannabis, quali sono questi ostacoli e come possiamo creare soluzioni che vadano a beneficio di tutti?
Qual'è la percentuale di imprese gestite da cittadini che sono stati colpiti in modo sproporzionato dal proibizionismo?
Il 56% dei titolari di licenza rientra in questa categoria.
E quali sono i requisiti per rientrare in questa categoria?
Intanto la legge prevede sia la cancellazione automatica delle condanne precedenti, che incubatori d'impresa e prestiti a basso interesse per i richiedenti che soddisfano i requisiti di equità sociale ed economica (SEE). Per essere classificato come richiedente SEE, l'attività commerciale deve essere posseduta per almeno il 51% da un individuo (o più individui) proveniente da una comunità sproporzionatamente colpita dal proibizionismo e questi devono detenere il controllo esclusivo e il potere decisionale. I gruppi che possono beneficiare del programma includono individui con precedenti condanne per reati legati alla cannabis (o che hanno un genitore, tutore o figlio con precedenti), imprese di proprietà
di minoranze, imprese di proprietà di donne, veterani con disabilità legate al servizio militare ed agricoltori in difficoltà.
Potrebbe fornirci alcune statistiche per capire come è cambiato il mercato della cannabis nello Stato di New York e quale impatto ha avuto questo nuovo mercato su quello illegale?
Per darvi un'idea generale, abbiamo circa 677 dispensari attivi. C'è stata una crescita esponenziale e un grande interesse nell'aprire dispensari. Il mercato al momento genera 3,2 miliardi di dollari e, dato che continuano ad aprire dispensari, si prevede che crescerà ulteriormente. La nostra struttura ci permette di reinvestire le entrate fiscali nelle comunità. Ad oggi, abbiamo distribuito cinque milioni di dollari a 50 diverse organizzazioni, ognuna con una sovvenzione di 100.000 dollari. Ques'tanno ci stiamo preparando per un'iniziativa da 15 milioni di dollari. Stiamo cercando di fare in modo che questo settore non sia solo un motore economico per la comunità, ma anche un motore di giustizia riparativa. Quindi penso che, nonostante tutte le sfide e la creazione di un mercato completamente nuovo, lo Stato di New York abbia fatto davvero un ottimo lavoro e gran parte di questo merito è dovuto al supporto del legislatore e del governo.
Quanta cannabis è stata venduta negli ultimi cinque anni?
Abbiamo raggiunto i 3,2 miliardi di dollari di vendite legali e, ques'tanno, speriamo di raggiungere altri 1,6 miliardi. Dal punto di vista delle vendite, i numeri ci sono. Non posso però fornirvi il peso effettivo del prodotto venduto o distribuito.
Come viene tassata la cannabis?
La cannabis è tassata sia a livello statale che locale. Ciò include un'imposta sulla distribuzione del 9% e un'imposta al dettaglio del 13%.
Come vengono impiegati questi fondi?
Il 40% delle entrate è destinato al fondo per l'istruzione, il 20% al trattamento delle tossicodipendenze e all'educazione pubblica e il 40% va al nostro fondo per le sovvenzioni di reinvestimento nella comunità. Come accennato, si tratta di fondi erogati alle organizzazioni non profit. Questi fondi sono specificamente destinati a quelle comunità che sono state colpite in modo sproporzionato dalla guerra alla droga.
Invece, come vengono gestite la produzione e la distribuzione?
Per proteggere il nostro mandato di equità e garantire che non si verifichi quella che definiamo integrazione verticale, in cui ad esempio un'impresa può entrare nel mercato e gestire tutta la filiera escludendo gli altri, abbiamo optato per un sistema a due livelli. Chi opera nel settore della produzione non può operare in quello della distribuzione e viceversa. Di conseguenza, le nostre licenze e i nostri regolamenti sono molto specifici: chi opera nel settore della produzione deve necessariamente limitarsi a quello, a meno che non si tratti di una microimpresa. Questo è l'unico segmento nella cannabis per uso ricreativo che consente l'integrazione verticale. Lo stesso vale per il settore della cannabis terapeutica, che permette l'integrazione verticale, ma siamo molto attenti a proteggere un sistema a due livelli per scongiurare il consolidamento
“Chi opera nella produzione non può operare nella distribuzione e viceversa”
da parte di operatori più grandi e per creare spazio per i nostri licenziatari che operano nel rispetto dell'equità sociale. New York è unica sotto questo aspetto.
Parlando di microimprese, cosa intende?
Le microimprese sono state concepite per i titolari di licenze per uso ricreativo che non operano nel settore medico, per poter realizzare quella che chiamiamo appunto integrazione verticale: dalla produzione al confezionamento, dalla distribuzione alla vendita al dettaglio. Questa licenza è particolarmente interessante per chi opera nel settore dell'equità socioeconomica, perché la maggior parte di loro non opera nel mercato medico e questa licenza offre loro l'opportunità di accedere a tutti i diversi tipi di licenza per immettere i loro prodotti sul mercato. Una delle cose che stiamo esplorando e che, in un certo senso deriva dal settore della birra artigianale e in parte da quello del vino, è come creare un mercato artigianale per
realizzare prodotti di nicchia che aggiungano valore al mercato e che rafforzino le vendite e la proposta di valore per i titolari di licenze che operano nel settore dell'equità socioeconomica. Queste licenze per le microimprese, insomma, hanno molto da offrire in termini di capacità di promuovere l'equità sociale e sono pensate per le comunità che non hanno accesso a determinate attrezzature o terreni.
Ciò che è interessante è l'opposizione tra produzione industriale e produzione artigianale...
Una delle bellezze dello Stato di New York è che i consumatori vogliono comprare prodotti locali. Vogliono comprare prodotti di nicchia.
Per questo penso che ci sia spazio per un mercato industriale, ma a mio parere il mercato dovrebbe basarsi sulla localizzazione e su ciò che si può trovare specificamente a New York.
La priorità dello Stato di New York ris-
petto all'accesso equo a questo mercato è una novità a livello statunitense?
All'inizio sì, ci siamo assicurati che l'equità fosse il segno distintivo e la pietra angolare di questo mercato. Aggiungerei che gran parte di ciò è dovuto al fatto che coloro che hanno contribuito a redigere la legislazione avevano ben compreso cosa questo atteggiamento avrebbe potuto portare a New York. Oggi, siamo diventati un modello per altre giurisdizioni.
Dopo cinque anni, qual è la sua percezione del nuovo quadro legislativo? Le minoranze, colpite dal proibizionismo sono soddisfatte? Ritengono che oggi le ingiustizie subite siano state compensate dalla nuova regolamentazione?
Cinque anni sembrano un periodo lungo, ma abbiamo ancora molto da fare. Molte delle cose create nella fase iniziale sembrano valide. Teoricamente, stiamo riscontrando alcune difficoltà, ma nella pratica, devo
dire che OCM ha l'abitudine di andare nella comunità e cercare di capire qual è stata l'esperienza diretta. Quindi, per dirla in parole povere, c'è molto margine di miglioramento, ma questo non significa negare il successo che abbiamo ottenuto finora. Una delle cose che stiamo facendo è cercare di integrare l'equità nel sistema di governo. Come ci si assicura che l'equità non sia solo il risultato, ma che sia intrinseca al processo? Come si coinvolgono le persone? Come ci si assicura che la loro esperienza di vita si rifletta nelle nostre normative? È difficile dire che abbiamo già tagliato il traguardo, perché non si taglia mai il traguardo quando si parla di equità. Quello che posso dire è il mio team ed i partner con cui collaboriamo stiamo davvero cercando di responsabilizzare il governo rispetto al mandato di equità sociale, non da un punto di vista capitalistico, ma assicurandoci che vengano messi al centro i bisogni delle persone, soprattutto dei più emarginati.

Legalizzazione nello Stato di New York
Lo scorso 31 marzo del 2021, il Marihuana Regulation & Taxation Act (MRTA) ha legalizzato la cannabis al di fuori del quadro medico. Gli adulti con più di 21 anni possono detenere fino a 85 grammi di cannabis e fino a 24 grammi di concentrati per uso personale al di fuori della propria abitazione. È consentito conservare a casa fino a 2.3 chili di cannabis. Tutti gli adulti con più di 21 anni possono coltivare un massimo di tre piante in fioritura e un massimo di tre in vegetativa. Massimo sei piante per nucleo familiare. È possibile acquistare cannabis presso i dispensari per uso “ricreativo” o terapeutico autorizzati dall'Office Cannabis Management.


Coltiva con Mr. José
Mr. José - info@pestovat.cz
Una delle preoccupazioni più comuni che ha chi pensa di coltivare cannabis in casa è che l'odore si diffonda in tutto il quartiere. Si teme inoltre di dover dedicare metà del proprio appartamento alla coltivazione o che la bolletta dell'elettricità aumenti vertiginosamente. In questo articolo, esamineremo alcuni dei miti più comuni sulla coltivazione domestica della cannabis e sveleremo com'è realmente la situazione.
Puzza davvero così tanto?
Per me, proprio come per molti di voi, la cannabis non ha un cattivo odore. Tuttavia, dobbiamo ammettere che la cannabis è una pianta altamente aromatica. Produce il suo aroma più intenso durante la fase di fioritura, ma anche una pianta matura senza fiori può facilmente riempire una stanza con il suo profumo caratteristico.
Perché la cannabis ha un odore così forte?
Molte persone credono che più forte è l’aroma, più la cannabis deve essere psicoattiva. Questo non è del tutto vero. Anche la cannabis che contiene solo tracce di cannabinoidi psicoattivi può avere una fragranza intensa.
La resina di cannabis contiene una vasta gamma di composti, tra cui cannabinoidi e terpeni. I cannabinoidi includono sostanze come il THC, il CBD, il CBG e il CBN. Esistono più di un centinaio di cannabinoidi conosciuti, sebbene molti di essi siano presenti solo in quantità molto ridotte. Alcuni cannabinoidi sono psicoattivi, mentre altri non lo sono. Tuttavia, hanno tutti una cosa in comune: sono inodori, quindi non è possibile percepirne l’odore.
L'aroma caratteristico della cannabis deriva dai terpeni. Di per sé, i terpeni non producono effetti psicoattivi significativi. Tuttavia, possono influenzare e modificare gli effetti di altri composti presenti nella cannabis, compresi i cannabinoidi. I terpeni sono presenti anche in molte altre piante. Esempi comuni presenti nella cannabis includono l'alfa-pinene, che ha un aroma simile al pino, il mircene, spesso associato al mango, e il limonene, che profuma di agrumi.
Poiché i terpeni vengono prodotti nella resina, alcuni di essi evaporano naturalmente nell’aria circostante e questo a volte può creare un odore molto palese. Se si coltivasse la cannabis sul davanzale di una finestra a casa, l’aroma potrebbe facilmente diffondersi in tutto l’appartamento o la casa. Il profumo è intenso e difficile da mascherare con bastoncini di incenso o normali deodoranti per ambienti.
Fortunatamente, la coltivazione della cannabis è tutt'altro che un hobby nuovo, e sono così tanti i coltivatori che hanno affrontato questo problema che sono già disponibili diverse soluzioni efficaci. L'approccio migliore consiste nel coltivare in uno spazio chiuso e utilizzare un filtro al carbone. In questo modo si affronta il problema direttamente alla fonte. Un filtro al carbone viene collegato all'aspiratore, che è
un'attrezzatura standard in qualsiasi spazio di coltivazione chiuso, quindi l'aggiunta di un filtro di solito non richiede un investimento aggiuntivo significativo.
Esistono anche vari neutralizzatori di odori progettati specificamente per questo scopo. Potreste rimanere sorpresi dalla quantità di prodotti diversi disponibili una volta che inizierete a cercare. Tuttavia, se utilizzati da soli, in genere non sono efficaci quanto lo sono in combinazione con un filtro al carbone. Dopotutto, di tanto in tanto sarà necessario aprire lo spazio di coltivazione, il che consentirà la fuoriuscita di un po' di fragranza. Idealmente, il ventilatore di scarico collegato al filtro al carbone dovrebbe funzionare in modo continuo, assicurando un’aspirazione costante dell'aria attraverso il filtro anziché fuoriuscire nell'ambiente circostante.
Coltivare cannabis in casa costa tanto
Può esserlo, ma non è detto. Proprio come un ciclista può acquistare una bicicletta da 200 €, 2.000 € o persino 20.000 €, un coltivatore domestico può decidere fin dall’inizio quanto sarà sofisticato il proprio sistema. Volete semplicemente provarci? Acquistate un kit economico per la coltivazione in tenda, metteteci dentro un paio di vasi e innaffiate le piante a mano. Potete iniziare con circa 400 € o meno. Se scoprite che vi piace coltivare, potete gradualmente migliorare la vostra configurazione e aggiungere altre attrezzature nel tempo.
Se però sapete già che volete coltivare tutto l’anno e rimpinguare regolarmente la vostra scorta personale, ha senso investire in un’illuminazione di qualità superiore e in un sistema di ventilazione più efficiente, idealmente abbinato a un buon filtro al carbone. La coltivazione outdoor può essere ancora più economica. In molti casi, tutto ciò di cui avete bisogno sono dei semi e un luogo soleggiato adatto. Potete iniziare con poco più del costo di una confezione di semi.
Considerando che un singolo grammo di cannabis può spesso costare tra i 6 e i 12 euro sul mercato illegale, l’affermazione secondo cui coltivare la propria cannabis è proibitivamente costosa è chiaramente una leggende.
È necessario molto spazio per coltivare la cannabis Beh, se vivete in un minuscolo monolocale con il vostro coniuge e tre figli, coltivare cannabis probabilmente non è l’idea più pratica. Ma realisticamente, lo spazio

richiesto è spesso di gran lunga inferiore a quanto si pensi.
Se coltivate sotto la luce solare naturale, può bastare anche un ampio davanzale. È possibile raccogliere diverse decine di grammi da una pianta coltivata in questo modo. Naturalmente, avere un balcone è ancora meglio, poiché consente di utilizzare vasi più grandi e offre alle piante più spazio per svilupparsi. Quando si tratta di coltivazione indoor sotto fonti d’illuminazione artificiale, le persone possono essere straordinariamente creative. Alcuni coltivatori utilizzano spazi estremamente ridotti: una volta ho visto un sistema completo costruito all’interno di un vecchio case di computer. Questo approccio è noto come microcoltivazione. Personalmente, non l’ho mai provata; progetti così minuscoli non mi hanno mai davvero attirato.
Per la maggior parte dei coltivatori domestici, tuttavia, uno spazio di coltivazione di soli 60 × 60 cm con un'altezza di almeno 150 cm può essere sufficiente per produrre un raccolto soddisfacente. Quindi, se avete un angolo della vostra casa per alloggiare una piccola tenda da coltivazione o una struttura su misura, probabilmente disponete già di spazio sufficiente.
A mio parere, la dimensione ideale per un coltivatore domestico è di circa 100 × 100 × 200 cm. Ciò offre spazio sufficiente per attrezzature più avanzate e garantisce alle piante spazio aggiuntivo per svilupparsi, sebbene anche configurazioni più piccole possano funzionare perfettamente.
In termini di superficie e volume complessivo, la coltivazione della cannabis non richiede molto spazio. D'altra parte, è importante ricordare che le attrezzature di coltivazione producono rumore. Ventilatori, umidificatori e deumidificatori producono tutti un ronzio costante. Una piccola coltivazione non sveglierà certamente tutto
il palazzo, ma è comunque meglio collocarla in un luogo che non disturbi nessuno. Una camera da letto, ad esempio, in genere non è la posizione ideale.
Coltivare cannabis è troppo complicato
Quando si naviga su Internet – che si tratti di video, forum o discussioni sui social media –a volte può sembrare che coltivare cannabis sia quasi fantascienza. Ma molto dipende da quale sia effettivamente il vostro obiettivo. Se il vostro obiettivo è semplicemente quello di coltivare la vostra cannabis, potete farlo. Anche con una conoscenza di base delle esigenze della pianta, sarete in grado di coltivare qualcosa. Man mano che acquisirete esperienza, vi interesserete naturalmente di più ai singoli fattori che influenzano la resa e la qualità, e le vostre conoscenze continueranno a crescere insieme alle vostre piante.
Potete ottenere un raccolto di tutto rispetto seguendo un metodo di coltivazione semplice. Se siete in grado di coltivare una pianta di pomodoro, potete coltivare anche


la cannabis. Detto questo, devo aggiungere che la cannabis è ben lungi dall’essere la pianta più facile da coltivare. Ha esigenze nutrizionali specifiche e può essere sensibile alle condizioni ambientali. Se il vostro obiettivo è produrre raccolti di alta qualità in modo costante massimizzando l'efficienza, avrete bisogno di conoscenze notevolmente maggiori rispetto a chi vuole semplicemente provare a coltivare una pianta per uso personale.
Tuttavia, la coltivazione della cannabis non è affatto complicata come a volte viene descritta. Chiunque può provarci.
La cannabis coltivata in casa non è buona come quella acquistata in farmacia
Questa è un’argomentazione comunemente utilizzata contro la coltivazione domestica, in particolare per i pazienti che fanno uso di cannabis terapeutica. Alcuni sostengono che i coltivatori domestici non sappiano cosa stanno facendo, che la cannabis coltivata in casa sia piena di muffe e agenti patogeni e che il suo consumo possa portare a gravi complicazioni di salute. Secondo questa visione, la coltivazione domestica rappresenta un rischio piuttosto che un beneficio per i pazienti.


I sostenitori di questa tesi sottolineano che i produttori commerciali devono rispettare standard e normative igieniche rigorose e che severi test di controllo della qualità garantiscono che la cannabis terapeutica sia sicura ed efficace.
C'è sicuramente del vero in questo. La cannabis prodotta in condizioni regolamentate da coltivatori autorizzati e venduta in farmacia dovrebbe essere testata e priva di muffe, microrganismi nocivi e altri contaminanti. È esattamente così che dovrebbe essere.
Tuttavia, è altrettanto vero che è possibile coltivare cannabis di alta qualità in casa senza muffe, agenti patogeni o altri problemi. La cannabis viene coltivata da secoli – sebbene la coltivazione indoor sotto illuminazione artificiale sia diffusa solo da pochi decenni – e molti coltivatori domestici ottengono risultati eccellenti.
Quando le persone coltivano qualcosa per uso personale, di solito lo fanno perché vogliono qualcosa di meglio e perché vogliono avere il controllo completo su come viene prodotto. Sono orgogliose di ottenere la massima qualità possibile, non solo durante la coltivazione, ma anche durante l’essicca-
zione, la concia e la conservazione. In una coltivazione domestica, ogni singola pianta può ricevere attenzione diretta.
A volte un coltivatore alle prime armi ottiene un raccolto eccezionale al primo tentativo: un po' di fortuna del principiante. Più spesso, tuttavia, i successi si alternano ai fallimenti, proprio come nella pesca. In effetti, la pesca e la coltivazione della cannabis hanno molto in comune. Proprio come i pescatori, i coltivatori amano confrontare i risultati e competere su chi ha ottenuto la cattura più grande – o, in questo caso, il raccolto più abbondante. E, di tanto in tanto, le storie diventano un po’ esagerate. Probabilmente fa semplicemente parte della natura umana.
Il punto è che la cannabis coltivata in casa può essere buona come quella acquistata in farmacia. Chiunque affermi il contrario non sta dicendo tutta la verità. E proprio come un principiante può ottenere un eccellente primo raccolto, anche un coltivatore esperto può occasionalmente fallire. Succede a tutti – anche se per i coltivatori esperti gli errori sono solitamente più costosi.
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Dopo oltre un secolo di dominio dell'agricoltura convenzionale, caratterizzata dall'impiego massiccio di fertilizzanti di sintesi, pesticidi e colture intensive che hanno contribuito all'impoverimento del suolo e all'inquinamento delle falde acquifere, la reintroduzione di pratiche agricole tradizionali unite alla ricerca scientifica, stanno aprendo la strada ad una nuova visione dell'agricoltura, che valorizza i processi biologici naturali e mira ad un modello più ecosostenibile.
In questo contesto, i batteri PNSB stanno emergendo come una delle risorse più preziose, in grado di aumentare la fertilità dei terreni e la produttività delle coltivazioni, inclusa anche la cannabis.

COSA SONO
I batteri rossi non sulfurei, noti internazionalmente con l'acronimo PNSB, dall'inglese Purple Non-Sulfur Bacteria, sono un gruppo di proteobatteri Gram-negativi, considerati unici per la loro straordinaria versatilità metabolica. In quanto organismi fotosintetici anossigenici, sono in grado di eseguire la fotosintesi anche in assenza totale di ossigeno. Possiedono dei pigmenti fotosintetici, ovvero le batterioclorofille e i carotenoidi, che gli conferiscono una colorazione variabile dal rosa chiaro al porpora, a seconda delle specie e delle condizioni di illuminazione; proprio da questa caratteristica deriva il termine purple utilizzato in inglese. I PNSB sono diffusi praticamente ovunque in natura e possono adattarsi a una vasta gamma di ecosistemi. Si trovano comunemente in lagune, ruscelli e acque reflue, ma anche in ambienti estremi, come zone ad elevata salinità e regioni polari.
La principale caratteristica che distingue i batteri PNS è la capacità di autoalimentarsi attraverso quattro meccanismi differenti. La modalità principale è la fotoeterotrofia, avviene in assenza di ossigeno e i batteri utilizzano la luce per ricavare energia combinandola, per costruire nuove cellule, con il carbonio estratto dai composti organici presenti nell'ambiente. Nella seconda modalità, la fotoautotrofia, i batteri sfruttano la luce per produrre energia e fissano l'anidride carbonica presente nell'atmosfera per ricavare il carbonio. La chemioeterotrofia aerobica
rappresenta la terza via metabolica che in PNSB sono in grado di percorrere; avviene in assenza di luce ma in presenza di ossigeno, in pratica i batteri respirano e consumano materia organica per ottenere energia, similmente ad altri microrganismi ed animali. Infine la chemioautotrofia, un meccanismo metabolico utilizzato raramente, solo in casi estremi di
I batteri PNSB sono in grado di aumentare la disponibilità del fosforo
sopravvivenza, in assenza di luce ed ossigeno i batteri fissano la co2 atmosferica per ottenere carbonio e attraverso particolari reazioni anaerobiche sono in grado di sintetizzare composti inorganici per ricavare energia.
La capacità di adottare differenti strategie metaboliche non è l'unica caratteristica che rende i PNSB dei microrganismi così unici e interessanti. In natura questi batteri svolgono un ruolo chiave in numerosi processi biologici, contribuendo in modo significativo alla salute e alla stabilità degli ecosistemi.
FUNZIONE AZOTOFISSATRICE
Molti batteri appartenenti a questo gruppo
sono azotofissatori, ovvero capaci di convertire l'azoto atmosferico in forme assimilabili dalle piante. Quando percepiscono una carenza di azoto nell'ambiente, attivano la produzione della nitrogenasi, un enzima fondamentale per scindere i legami del gas azoto presente nell'atmosfera e convertirlo nella forma ammoniacale. Parte dell'azoto fissato viene rilasciata dai batteri sotto forma di metaboliti nell'ambiente, mentre un'altra parte viene immagazzinata nella loro biomassa e resa disponibile successivamente attraverso la sua degradazione da parte di altri microrganismi, contribuendo alla fertilità del terreno.
Un'altra importante caratteristica dei PNSB è la loro capacità di aumentare la disponibilità del fosforo attraverso processi di solubilizzazione. Il fosforo è uno degli elementi essenziali per tutti gli organismi viventi. Nelle piante svolge un ruolo fondamentale in numerosi processi biologici, tra cui la produzione di ATP, ovvero la molecola che immagazzina e trasferisce energia all'interno delle cellule, la sintesi di DNA e RNA, lo sviluppo delle radici e la crescita vegetativa e riproduttiva. Nonostante i terreni contengono grandi quantità totali di fosforo, la frazione solubile e quindi assimilabile dalle piante rappresenta solo una piccolissima percentuale. Il problema risiede nella tendenza del fosforo a legarsi ad altri elementi, come il calcio, l'alluminio e il ferro, formando composti poco solubili. I batteri PNSB sono in grado di aumentare la disponibilità del fosforo trasformando forme poco solubili o non assimilabili in forme biodisponibili attraverso tre principali meccanismi, ovvero la produzione di acidi organici, la chelazione dei metalli e la mineralizzazione del fosforo organico.
Nel primo caso, i batteri rilasciano acidi organici che abbassano il ph locale della rizosfera, favorendo la solubilizzazione di composti come il fosfato di calcio, liberandolo nel suolo. Gli stessi acidi organici possono inoltre chelare metalli come calcio, ferro e alluminio, legandoli in complessi stabili. In questo modo il fosfato precedentemente immobilizzato da questi elementi viene rilasciato sotto forma di ortofosfato, la principale forma assimilabile dalle radici.
Alcuni PNSB, tra cui ceppi di Rhodopseudomonas palustris, secernono enzimi come fosfatasi e fitasi, capaci di degradare composti organici contenenti fosforo e di liberarne la frazione disponibile. Questo processo prende il nome di mineralizzazione del fosforo organico.
La cannabis consuma grandi quantità di fosforo, sopratutto in piena fase di fioritura, e l'impiego di PNSB potrebbe essere la soluzione per molti coltivatori.
RUOLO NELLA RIZOSFERA
I PNSB favoriscono la crescita delle piante non
solo aumentando la disponibilità di nutrienti, ma anche producendo sostanze promotrici della crescita, denominate PGPS, che stimolano lo sviluppo radicale, l'assorbimento dei nutrienti e la tolleranza agli stress ambientali, contribuendo complessivamente al miglioramento del vigore e della produttività delle piante. Tra le principali sostanze prodotte figurano fitormoni come auxine, gibberelline e citochinine, oltre a vitamine del gruppo B, amminoacidi e siderofori, delle molecole in grado di catturare il ferro, rendendolo disponibile per le piante e allo stesso tempo sottraendolo ai microrganismi patogeni. In pratica i PNSB possono agire anche come agenti di biocontrollo del suolo.
Nelle coltivazioni di cannabis, l'accumulo di metalli pesanti può derivare da diverse fonti, tra cui fertilizzanti e ammendanti del suolo, compresi quelli di origine organica, spesso considerati erroneamente immuni da tale rischio. I batteri PNSB possono contribuire a mitigarne la tossicità attraverso processi di bioaccumulo, chelazione e trasformazione chimica, riducendone la biodisponibilità e limitandone l'assorbimento da parte delle piante.
PNSB E CANNABIS
Tra i ceppi di batteri PNSB finora studiati, quelli risultati più promettenti per la coltivazione della cannabis sono Rhodopseudomonas palustris e Rhodospirillum rubrum, commerciati sopratutto sotto forma di sospensioni liquide in soluzione acquosa.
I PNSB si prestano facilmente a tutti i medium e sistemi di coltivazione, tra i quali ovviamente terra e supersoil, ma anche materiali inerti come il cocco e la lana di roccia, generalmente utilizzata in idroponica. I benefici dell'impiego dei batteri PNSB si possono riscontrare non solo nelle coltivazioni tipicamente biologiche ma anche in quelle che adottano fertilizzanti chimici. In questi sistemi possono migliorare l’efficienza dell’utilizzo dei nutrienti, riducendo la quantità di input necessari e contribuendo in questo modo a un maggiore risparmio e a risultati migliori. Non sostituiscono l'uso dei fertilizzanti, semplicemente migliorano la disponibilità delle sostanze nutritive. I benefici dei PNSB si possono riscontrare facilmente anche nelle coltivazioni indoor, illuminate con luce artificiale, comprese quelle che utilizzano sistemi sealed con arricchimento supplementare di CO2.
Più in generale, l'impiego di batteri PNSB nella coltivazione di cannabis ha tre effetti distinti, l'aumento della produzione, la diminuzione delle perdite dovute a stress biotici e abiotici, l'impatto ambientale ridotto. Inoltre alcune aziende produttrici di PNSB hanno riportato anche degli incrementi sostanziosi dei metaboliti secondari prodotti dalla pianta di cannabis, in altre parole maggiori quantità di terpeni e cannabinoidi.
Di Marco Ribechi

MODALITA' DI APPLICAZIONE
Esistono differenti metodi di applicazione, per quanto riguarda i semi il miglior modo è di inocularli prima di piantarli, immergendoli in una soluzione a base di acqua e PNSB. L'inoculazione si può eseguire anche alle talee e alle piante più grandi, somministrandolo direttamente a contatto con le radici, durante le fasi di trapianto. Anche la via fogliare risulta essere efficace, favorendo l'assorbimento rapido di alcuni metaboliti e allo stesso tempo offrendo un supporto contro gli stress ambientali. Alcuni studi hanno dimostrato che le applicazioni fogliari sono efficaci per debellare malattie virali come il virus del mosaico del tabacco. Infine, si possono somministrare attraverso la fertirrigazione regolare delle piante, incorporandoli alla soluzione nutritiva oppure durante la preparazione del tè di compost.
PNSB HOMEMADE
I batteri PNSB possono essere facilmente coltivati anche in casa, su piccola scala. Molti growers scelgono infatti di riprodurli autonomamente per ottenere grandi quantità di batteri e avere sempre a disposizione un prodotto fresco e biologicamente attivo. Il procedimento richiede pochi ingredienti facilmente reperibili: una base organica ricca di nutrienti, dei contenitori adatti e un inoculo di PNSB. Un aspetto fondamentale è la sterilizzazione degli strumenti e dei contenitori, necessaria per ridurre il rischio di contaminazioni che potrebbero compromettere l'esito della coltura. I contenitori vengono riempiti con una soluzione di
acqua non clorata e nutrienti, alla quale viene aggiunto l'inoculo batterico. È molto importante che le bottiglie siano riempite fino all'orlo e chiuse con il tappo senza stringerlo completamente, per favorire le condizioni anaerobiche necessarie alla crescita dei PNSB e permettere
allo stesso tempo la fuoriuscita dei gas sottoprodotti dai batteri.
Una volta preparate le bottiglie vengono lasciate in stato di incubazione, esposte alla luce del Sole oppure sotto illuminazione artificiale, per un periodo che varia da una settimana ad un mese. La temperatura ideale durante questa fase è di circa 25°C. Se la coltura procede correttamente, il liquido assume gradualmente una colorazione che va dal rosa al viola e il fondo della bottiglia presenterà dei sedimenti dello stesso colore. Shakerare le bottiglie ogni volta che si formano i sedimenti per agevolare la sospensione dei batteri nella soluzione. Quando il liquido è completamente omogeneo, senza la formazione di nuovi sedimenti, è il segnale che la coltura ha raggiunto il massimo livello. La soluzione madre ottenuta deve essere diluita prima dell'uso.
In commercio si trovano anche kit appositamente studiati per la coltivazione dei PNSB, forniti di tutti gli ingredienti e le istruzioni.
DIFFERENZA TRA PNSB ATTIVI E INATTIVI
Sebbene la maggior parte dei prodotti commerciali a base di PNSB contenga cellule vive, diversi studi hanno dimostrato il potenziale della biomassa inattivata o essiccata come biostimolante e fertilizzante, grazie al contenuto di nutrienti e composti attivi contenuti nelle cellule morte dei batteri.
Durante decenni, una delle grandi domande delle neuroscienze è stata come il consumo cronico di cannabis influisca sulla struttura del cervello e, soprattutto, se questi cambiamenti siano permanenti. Uno studio pionieristico pubblicato su Molecular Psychiatry e guidato da ricercatori del National Institute of Mental Health (NIMH) ha fatto luce su questo fenomeno, dimostrando la sorprendente capacità di recupero del sistema endocannabinoide umano.
Il sistema endocannabinoide sotto esame
Il recettore cannabinoide di tipo 1 (CB1) è uno dei recettori più abbondanti nel cervello umano. La sua funzione principale è agire come un freno neurochimico, modulando il rilascio di neurotrasmettitori chiave come il glutammato e il GABA.
Quando consumiamo THC in modo cronico, il cervello risponde riducendo la densità di questi recettori per mantenere l'equilibrio, un processo noto come downregulation (regolazione verso il basso).
Metodologia dello studio: scienza ad alta precisione
Per comprendere questo processo, i ricercatori hanno utilizzato la tomografia a emissione di positroni (PET) con un radioligando specifico che permette di misurare la densità dei recettori CB1 vivi nel cervello.
Lo studio ha confrontato due gruppi ben definiti: Consumatori di cannabis: 30 individui con una media di 10 canne al giorno per 12 anni.
Soggetti di controllo: 28 persone senza alcuna storia di consumo.
Cosa accade nel cervello del consumatore quotidiano?
I risultati sono stati rivelatori. I consumatori cronici hanno mostrato una riduzione di circa il 20% nella densità dei recettori CB1 in quasi tutte le regioni corticali. Questa perdita di recettori non è casuale: lo studio ha riscontrato una correlazione diretta tra il numero di anni di
consumo e l'entità della downregulation.
Selettività regionale
Non tutte le parti del cervello reagiscono allo stesso modo. La diminuzione è stata più pronunciata nella corteccia cingolata, frontale e parietale.
Curiosamente, regioni sottocorticali come i gangli della base o il cervelletto si sono mantenute stabili. Ciò suggerisce che le funzioni motorie di base siano più protette di fronte alla tolleranza rispetto alle funzioni cognitive superiori.
La grande notizia: recupero totale in 4 settimane
Il dato più incoraggiante della ricerca è stato la reversibilità. Un sottogruppo di consumatori è stato sottoposto a un'astinenza monitorata per circa 26 giorni. Ripetendo le prove di imaging, gli scienziati hanno scoperto che la densità dei recettori CB1 era tornata a livelli normali in quasi tutte le regioni.
Questa scoperta ha implicazioni critiche: Tolleranza: Spiega perché i consumatori cronici abbiano bisogno di dosi più alte per provare lo stesso effetto, ma anche perché una pausa di tolleranza (T-break) possa resettare il sistema.
Dipendenza: La rapidità del recupero suggerisce che i sintomi di astinenza, sebbene intensi, siano legati a un processo di normalizzazione cerebrale rapido.
Salute mentale: Il ripristino del sistema neurochimico supporta l'idea che molti effetti collaterali cognitivi possano essere reversibili dopo la cessazione del consumo.
Le neuroscienze confermano che il cervello umano possiede una plasticità notevole. Sebbene il consumo cronico alteri l'architettura dei nostri recettori, l'astinenza permette un recupero quasi totale in un periodo di quattro settimane. Questo studio è un tassello fondamentale per comprendere la relazione tra cannabis e salute cerebrale sotto una lente di rigore ed evidenza.

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Sì, è possibile; infatti, molte varietà rinomate hanno origine da piccole autocoltivazioni o selezioni di pochi esemplari

Per avere successo sarà necessario disporre di esperienza e partire da una coltivazione funzionante, in cui occorrerà dedicare una parte specifica per favorire la crescita, nonché effettuare una messa a punto e un'ottimizzazione generale
Quando un coltivatore domestico ha realizzato diverse coltivazioni di successo indoor, spesso nasce il desiderio di conservare la genetica di un esemplare eccezionale, effettuare incroci tra le varietà preferite o migliorare, secondo i propri gusti, una selezione esistente. A quel punto si apre un percorso affascinante, in cui il coltivatore inizia a conoscere in modo più completo e approfondito la specie vegetale con cui lavora.
Questo percorso può iniziare con una piccola coltivazione domestica, ad esempio in una stanza di dimensioni medie o anche ridotte. Non è raro che chi coltiva a scopo terapeutico che ha identificato una varietà come ideale per il trattamento del proprio disturbo opti per questa soluzione. Va sottolineato che questa realtà è stata ben rappresentata nella proposta di legge “Proposta di legge integrale sulla cannabis”, BOCG dell’8 ottobre 2021, presentata
da Más País, attraverso il Gruppo Parlamentare Plural. In tale documento questa esigenza è contemplata nell’articolo 6, che propone: “Ai fini di tale calcolo, nell’ambito della coltivazione indoor, non saranno presi in considerazione gli spazi riservati alla conservazione delle genetiche. A tal fine potranno essere destinati fino a due spazi aggiuntivi di massimo un metro quadrato (1 m²) ciascuno”. Si tratta di misure che in nessun caso superano i limiti dell’autocoltivazione, ma
che sono molto ragionevoli, poiché consentono tutte le ipotesi menzionate.
Vediamo quindi come si può compiere il salto da coltivatore a selezionatore. E anche come trasformare uno spazio utilizzato per ottenere fiori in uno spazio in cui si dà forma alle future generazioni di fiori.
Spazio di coltivazione
La prima cosa da fare sarà allestire un piccolo spazio per la coltivazione nella stessa stanza. È possibile acquistare una libreria chiusa, un piccolo armadio da coltivazione o un arma-

dio per la propagazione. Se non si desidera cimentarsi nel fai da te, è più consigliabile l'opzione dell'armadio da propagazione, poiché di solito dispone di diversi ripiani; eliminando alcuni di essi è possibile creare spazi separati
È altamente consigliabile disporre di una terza zona di coltivazione, che rimarrebbe vuota, salvo in momenti specifici, ad esempio per conservare le copie in fase vegetativa di ogni esemplare in fioritura, in attesa di selezionare
“Come trasformare uno spazio utilizzato per ottenere fiori in uno spazio in cui si dà forma alle future generazioni di fiori”
di diverse dimensioni. Inoltre, include già passacavi, estrazione, ecc. Se si utilizza un armadio convenzionale, di dimensioni ridotte, è possibile inserire uno scaffale all'interno dello stesso armadio.
L'obiettivo è quello di avere una coltivazione suddivisa almeno in due zone: uno spazio ampio (60-100 cm di altezza) per le piante madri o le talee in crescita, nonché uno spazio più piccolo per i contenitori o i cupolini delle talee con strisce LED a basso consumo (appena 30-40 cm di altezza).
i cloni d’élite. È anche molto utile come zona di quarantena, nel caso in cui si effettuino scambi di genetiche con altri coltivatori. Questa zona “accessoria” avrebbe un’altezza intermedia tra le due precedenti. Si può verificare che sommando tutti questi spazi si raggiungono a malapena i 2 metri di altezza, uno spazio logico in cui due delle zone si trovano a un'altezza di lavoro molto comoda.
Attrezzatura per la coltivazione
Non è necessario dotare lo spazio di coltivazione di sistemi di estrazione, luci o ventilazione
potente. Se si dispone già di un estrattore centrifugo che scarica all’esterno attraverso un filtro al carbone nell’armadio di fioritura, l’armadio di coltivazione può avere solo un piccolo estrattore in linea nella parte superiore e all’interno
“Se si desidera effettuare incroci, l’organizzazione si complica”
ventilatori USB da 5V, con il conseguente risparmio in termini di energia e rumore. Si consiglia vivamente d’installare tutti i collegamenti e gli interruttori all’esterno della cabina, poiché, con tre spazi distinti, all’interno si concentrano molti cavi e giunzioni esposti all’umidità.
Spazio generale e organizzazione
Sicuramente, creando spazio per la zona di coltivazione, abbiamo ridotto lo spazio in cui venivano svolte altre attività, o semplicemente una zona di stoccaggio. Se lo spazio a disposizione inizia a sembrare limitato, forse è il momento di riporre in alto tutto ciò che non viene utilizzato di frequente, sopra l’armadio, oppure d’installare dei ripiani dove collocare fertilizzanti, tutori, vasi inutilizzati, ecc. Un buon tavolo da lavoro con un pannello frontale su cui appendere forbi-
si complica, poiché sarà necessario utilizzare la zona di crescita accessoria per gli incroci o la manutenzione dei maschi, oltre che per le selezioni risultanti dall’incrocio. In questo caso è quasi obbligatorio ridurre il lavoro di selezione a due incroci l’anno, poiché con le selezioni associate, lo spazio accessorio nella crescita rimarrebbe occupato praticamente per tutto l’anno.
Naturalmente, lo spazio nell’area delle piante madri è limitato, pertanto ogni volta che si avvia un nuovo incrocio o una nuova selezione sarà necessario valutare quali genetiche potrebbero essere sacrificate nel caso in cui si dovesse fare spazio per nuove linee. Una lavagna con un calendario o una tabella di marcia degli obiettivi è di grande aiuto per organizzare in modo efficiente tutti questi processi, o per rendersi conto se si è realisti a livello di obiettivi prima di iniziare qualsiasi cosa.
Banca genetica e dati
Per quanto possibile, documentate il vostro lavoro. L'importanza di conservare semi o cloni non è così rilevante senza una buona documentazione. Non solo informazioni sull’origine genetica, ma anche sulle caratteristiche agronomiche quali periodo di fioritura, dimensioni,

ci, pennarelli, etichette, misuratori e altri utensili ottimizza notevolmente l’uso dello spazio.
Coltivazione e selezione
Una volta che si dispone di strutture aggiornate, si può pensare a quale lavoro di coltivazione si desidera svolgere; se l’obiettivo è semplicemente effettuare selezioni di cloni d’élite, è possibile effettuare 2 o 3 selezioni l’anno (massimo 4) di circa 20 esemplari ciascuna. Nel caso di 3 selezioni, si utilizzerebbe l’area di crescita accessoria per circa 6 mesi all’anno, occupata dalle copie degli esemplari in selezione.
Se si desidera effettuare incroci, l’organizzazione
resistenze o composti di interesse. Richiedere un paio di analisi annuali dei cannabinoidi o dei terpeni non è affatto irrealistico in termini di budget e può aiutare il coltivatore a identificare meglio le basi del proprio lavoro.
Bibliografia consigliata
1. Cervantes, J. (2006). Marijuana Horticulture: The indoor/outdoor medical grower's bible (Vol. 5). Van Patten Publishing.
2. Rosenthal, E. (2009). Marijuana Grower's Handbook: Your complete guide for medical and personal marijuana cultivation. Ed Rosenthal.
Botanica
Di Hortizan
Con il suo fusto bianco, talvolta traslucido, la Monotropa uniflora forma una strana sagoma nel sottobosco. Soprannominata giustamente Ghost Plant (pianta fantasma), questa curiosa erba perenne alta da 10 a 30 cm sfida una delle regole più famose della biologia: sopravvive senza effettuare fotosintesi. Paradossalmente, appartiene alle Ericaceae, la famiglia botanica dei rododendri, dei mirtilli e delle eriche. Presente prevalentemente nelle foreste temperate umide, la specie è osservata in gran parte del Nord e del Centro America, ma anche nell’Asia orientale fino all’Himalaya.
Descritta ufficialmente per la prima volta nel 1753 dal botanico svedese Carl von Linné (Linneo), questa pianta attirò rapidamente l’attenzione dei naturalisti per la sua insolita morfologia (Fig. 1). Il suo nome scientifico Monotropa deriva dai termini greci monos «unico» e tropos «girare», in riferimento al suo fiore solitario inclinato verso il terreno, mentre uniflora significa «un solo fiore». Il suo fusto bianco, dotato di foglie ridotte a piccole scaglie, si raddrizza progressivamente dopo la fioritura per favorire la dispersione dei semi (Fig. 2). Dietro questa silhouette insolita si nasconde una specie il cui funzionamento ha a lungo sfidato le classificazioni biologiche.
Nel XVIII secolo, i meccanismi della nutrizione vegetale erano ancora poco compresi. Il rapporto tra clorofilla, colore verde e nutrizione
vegetale rimane impreciso, mentre le interazioni tra piante e funghi sono ancora ignote. In questo contesto, la Monotropa uniflora disorienta i naturalisti. Il suo colore bianco, l’apparente assenza di clorofilla e la sua comparsa nei sottoboschi umidi dopo le piogge contrastano fortemente con le piante conosciute all’epoca. Nel XIX secolo, la comprensione della clorofilla progredì con il suo isolamento da parte dei chimici francesi Pelletier e Caventou nel 1817, e successivamente con i lavori di Julius von Sachs nel 1865 sul suo ruolo nella fisiologia vegetale. Per spiegare la sopravvivenza di una pianta priva di clorofilla, prevale una prima ipotesi: la Monotropa uniflora sarebbe una pianta parassita che sfrutta direttamente le radici degli alberi vicini. Tuttavia, diverse osservazioni mettono in discussione questa interpretazione. La pianta non possiede


haustoria, organi utilizzati dalle piante parassite per prelevare direttamente risorse dai propri ospiti. Emerge quindi un’altra ipotesi: la Monotropa uniflora viene descritta come una pianta cosiddetta saprofita, che si suppone ricavi direttamente la propria materia organica da terreni ricchi di materia in decomposizione. Questa interpretazione rimane dominante per diversi decenni senza spiegare le caratteristiche osservate nella specie. È lo studio delle relazioni tra funghi e radici che porterà a una revisione di questa concezione.
Alla fine del XIX secolo, i lavori di Franciszek Kamieński e successivamente di Albert Bernhard Frank portarono al concetto di micorriza, che designa un’associazione simbiotica tra funghi e radici (Frank, 1885). I funghi sviluppano ife che formano una rete miceliale che favorisce gli scambi con gli alberi. Questi ultimi forniscono composti carboniosi derivati dalla fotosintesi; in cambio, i funghi agevolano l’assorbimento di acqua e minerali. Nel 1994, Jonathan R. Leake formalizza il concetto moderno di micotrofia, che indica la strategia mediante la quale una pianta ottiene indirettamente la propria materia organica grazie ai funghi associati alle radici degli alberi.
La Monotropa uniflora si integra in queste reti preesistenti grazie alle sue associazioni con funghi ectomicorrizici. In particolare, sfrutta funghi della famiglia delle Russulaceae, soprattutto dei generi Russula e Lactarius, per accedere indirettamente agli zuccheri prodotti dagli alberi che transitano verso i funghi prima di essere trasferiti alla pianta
stessa. Pertanto, la Monotropa uniflora sfrutta una rete mutualistica già consolidata senza restituire carbonio ai funghi partner. Alcuni studi di ecologia evolutiva descrivono questo funzionamento come una sorta di “imbroglio micorrizico” (Bidartondo, 2005). Tuttavia, questo meccanismo è invisibile a occhio nudo. Per dimostrarlo in modo inconfutabile, i ricercatori hanno dovuto far ricorso alla chimica. La prova decisiva è stata fornita dalle analisi isotopiche effettuate nel 2006. Questo metodo studia diverse forme naturali dello stesso elemento chimico, chiamate isotopi. Ciascuna variante possiede una massa diversa e può essere utilizzata come tracciante chimico per risalire all’origine degli scambi tra gli organismi. Confrontando questa firma nella Monotropa uniflora, negli alberi vicini e nei funghi associati, i ricercatori osservano che la pianta presenta una firma più vicina a quella dei funghi (Yang et al., 2006). Questi risultati dimostrano che la pianta riceve la sua materia organica indirettamente, tramite specie fungine specifiche legate al suo apparato radicale.
Pertanto, sebbene gli antenati della Monotropa uniflora appartenessero a un lignaggio di piante verdi fotosintetiche della famiglia delle Ericaceae, l’accesso limitato alla luce nel sottobosco ha favorito una riduzione delle funzioni legate alla fotosintesi. Nel corso di diversi milioni di anni, questo lignaggio si è evoluto verso una completa dipendenza dalle reti micorriziche sotterranee, dimostrando ancora una volta il ruolo fondamentale delle interazioni sotterranee nell’organizzazione degli ecosistemi forestali.

Di Stoney Tark

I tripidi sono insetti minuscoli e affusolati, il cui colore varia dal giallo pallido e dal marrone al nero, all'arancione e persino alle tonalità rossastre. Questi parassiti si nutrono perforando i tessuti vegetali ed estraendone la linfa, causando danni ingenti alle foglie e ai nuovi germogli.
I tripidi si riproducono velocemente e le loro uova vengono deposte direttamente all’interno dei tessuti vegetali, rendendo difficile una diagnosi precoce. Sia gli adulti che le larve sono in grado di danneggiare le piante di cannabis, ed è necessario risolvere un’infestazione da tripidi prima che questa comprometta seriamente la salute e la vitalità delle piante.
Segni di danni causati dai tripidi
• Strisce argentate o color bronzo sulle foglie
• Fogliame arricciato o fragile
• Minuscoli puntini neri di escrementi Cicatrici e scolorimento delle foglie
• Foglie sottili e indebolite con una consistenza cartacea
Diversi metodi di controllo biologico possono aiutare a gestire le popolazioni di tripidi. È preferibile applicare questi trattamenti durante la fase vegetativa, poiché non è consigliabile nebulizzare le cime.
• Sciacquare accuratamente le piante con acqua
• Utilizzare una nebulizzazione ad alta pressione per rimuovere gli insetti
• Applicare sapone insetticida quotidianamente Applicare olio di neem durante la fase vege-
tativa
Cospargere il fogliame con terra diatomacea per uso alimentare
Gli insetti utili sono particolarmente efficaci contro i tripidi. Tra i predatori consigliati figurano:
• Piccoli insetti pirata
• Coleotteri rove
• Larve di crisopa
Evitate d’irrigare eccessivamente le piante, poiché condizioni di crescita sfavorevoli possono contribuire alla comparsa di parassiti. L'olio di neem unito a una soluzione di sapone delicato costituisce un ottimo controllo, ma la soluzione non deve mai essere spruzzata direttamente sui germogli in via di sviluppo.
Un'altra misura preventiva efficace consiste nell'integrare piante compagne nel vostro spazio di coltivazione per contribuire a scoraggiare i parassiti in modo naturale.
Acari
Gli acari sono ampiamente considerati alcuni dei parassiti più distruttivi nella coltivazione della cannabis. Questi aracnidi microscopici possono essere rossi, verdi, gialli, arancioni o marroni e si riproducono a un ritmo allarmante, con maggiore attività durante il periodo di fioritura.
Una singola femmina di acaro può deporre dozzine di uova, molte delle quali si sviluppano diventando femmine riproduttive. In

condizioni ideali, le popolazioni possono diventare travolgenti nel giro di pochi giorni e, in meno di un mese, il vostro raccolto potrebbe risultare completamente infestato e gravemente danneggiato.
Uno degli indicatori più evidenti di un'infestazione da acari è la comparsa di sottili ragnatele attorno a steli, foglie e cime. Gli acari creano ragnatele tra le cime e le foglie e preferiscono costruirle in alto. Di seguito sono illustrati i segni di danno da ricercare sulle foglie e sulle cime.
Segni di danno
• Piccole macchie bianche o gialle sulle foglie
• Ragnatele sottili attorno a germogli e steli
Appassimento o crescita indebolita
• Fogliame color bronzo o scolorito
Come eliminare gli acari
Gli acari sono senza dubbio i parassiti più difficili da eliminare. La rapidità è fondamentale quando si ha a che fare con gli acari. In condizioni favorevoli, possono passare dallo stadio di uovo a quello di adulto riproduttivo in soli 10 giorni.
Le infestazioni minori possono essere ridotte: Nebulizzando le piante con acqua
trovano in genere raggruppati sul lato inferiore delle foglie, dove si nutrono della linfa della pianta e la indeboliscono gradualmente.
Uno dei motivi per cui gli afidi possono diventare un problema grave così rapidamente è la loro capacità riproduttiva. Le femmine di afide possono riprodursi senza i maschi e dare alla luce prole viva anziché deporre uova, consentendo alle popolazioni di esplodere in breve tempo.
Segni di danno da afidi
Quando ispezionate le vostre piante per verificare la presenza di danni da afidi, è opportuno controllare il seguente breve elenco di segni e sintomi.
• Foglie appassite Foglie ingiallite
• Residui di melata sulle foglie
Rallentamento dello sviluppo vegetativo
• Le piante appaiono secche e deboli
• Le radici presentano alterazioni di colore
L'intervento tempestivo è fondamentale quando si ha a che fare con gli afidi. Le infestazioni di lieve entità possono spesso essere controllate nebulizzando acqua sulle piante colpite per

• Pulendo le aree colpite con alcol isopropilico su un panno o un fazzoletto
Applicazioni di olio di neem
• Trattamenti con sapone insetticida
Introducendo predatori utili
Fra i predatori naturali che si nutrono di acari
figurano:
• Coccinelle
• Crisope
• Piccoli insetti pirata
Evitate sempre di nebulizzare direttamente fiori o germogli, in particolare durante la fase di fioritura. I nuovi cloni e le piante in arrivo sono una fonte comune d’infestazione da acari. Mettere in quarantena tutte le nuove piante prima d’introdurle nella vostra stanza di coltivazione può prevenire gravi focolai.
Afidi
Gli afidi sono piccoli insetti succhiatori di linfa che si presentano in una serie di colori diversi, tra cui verde, giallo, nero, grigio e rosso. Si
allontanare gli insetti oppure eliminando le foglie fortemente infestate.
Anche i trattamenti biologici, come il sapone insetticida e l'olio di neem, sono altamente efficaci. Questi prodotti ricoprono gli insetti, compromettendone la capacità di respirare e nutrirsi; tuttavia, è preferibile utilizzarli durante la fase vegetativa.
Una delle soluzioni a lungo termine più efficaci consiste nell'introdurre insetti utili nella vostra stanza di coltivazione. Fra i predatori naturali degli afidi figurano vespe parassite, sirfidi, crisopidi, cimici damigella e coccinelle.
Una semplice soluzione di acqua saponata delicata può essere efficace anche nelle prime fasi di un'infestazione. Il sapone rompe il rivestimento protettivo esterno degli afidi, causandone la disidratazione e la morte. In caso d’infestazioni gravi, unite i controlli biologici a una defogliazione strategica per ridurre il numero di esemplari e prevenire un'ulteriore diffusione.
Testo e immagini: Charles Stone
Le Filippine, con le loro settemila isole, sono uno dei Paesi più belli del mondo. Eppure il turismo vi è appena sviluppato: le ragioni di questo sono un’economia fragile, un’enorme disuguaglianza sociale e una povertà endemica. Ciononostante, il viaggiatore che si avventura in questa terra scopre un vero paradiso: spiagge di sabbia bianca deserte, isole disabitate, innumerevoli meraviglie sottomarine e una popolazione generosa e molto cordiale che parla inglese. Dopo che l’ex Presidente Rodrigo Duterte è stato arrestato ed estradato alla Corte penale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità commessi durante la sua folle “guerra alla droga”, nell’arcipelago sono tornati tempi più tranquilli e stabili. Tuttavia, la legalizzazione dell’erba, come in Thailandia, è assolutamente fuori discussione. Soft Secrets ha visitato il paradiso dall’altra parte del mondo e ha incontrato alcuni coltivatori locali.

Le terrazze di Banaue, famose in tutto il mondo. Questa zona è una delle migliori al mondo per la coltivazione della marijuana, grazie al suo terreno nero, ricco e fertile.
Un dibattito aperto sulle droghe non è all’ordine del giorno in questo Paese prevalentemente cattolico. Ciononostante, vogliamo saperne di più sul consumo di cannabis nelle Filippine, nonostante lo shock e l’orrore provati dopo aver letto su un quotidiano locale che il semplice possesso anche di un solo grammo di erba può portare a una pena detentiva che arriva fino a 2,5 anni.
“Vedi, i media e le autorità trasmettono un messaggio fortemente antidroga, ma all’interno della popolazione stessa, la maggior parte tollera il fumo di erba”, spiega Johnny, un hawaiano che vive nelle Filippine da anni. “La cosa principale per la maggior parte delle persone è non toccare lo shabu (shabu è il nome locale delle metanfetamine, per le quali esiste un vasto mercato clandestino – ndr)”.
Johnny, 32 anni, e il suo compagno filippino Marty, 26 anni, vivono a Baguio, una città situata sull’isola più grande e più settentrionale delle Filippine, chiamata Luzon. Il padre di Johnny è americano e la madre è filippina. Ha vissuto a lungo negli Stati Uniti. Da quasi otto anni è tornato nelle Filippine, dove si mantiene grazie al traffico di cannabis su piccola scala. Insieme a Marty, un conducente di trike – una sorta di triciclo motorizzato – fornisce occasionalmente cannabis a residenti e turisti. Entrambi conoscono bene il panorama della droga sull’isola.
Di tanto in tanto, entrambi trascorrono del
tempo nei campi intorno a Baguio, nella provincia di Pangasinan, da dove proviene la maggior parte dell’erba delle Filippine. Gli agricoltori nascondono le loro piantagioni di cannabis in mezzo a vasti campi di mais o risaie. Le terrazze di riso di Banaue sono famose in tutto il mondo e spesso considerate l’ottava meraviglia del mondo: sono state scavate nel fianco di una montagna 2.000 anni fa da una tribù locale. Da allora sono state utilizzate come risaie, ma spesso vengono impiegate anche per la coltivazione illegale di cannabis. La parte migliore del raccolto viene spedita all’estero, mentre il resto – la parte di qualità inferiore – rifornisce il mercato locale.
Soft Secrets: “Gli agricoltori nei dintorni di Baguio traggono la maggior parte del loro reddito dal commercio di erba?”
Johnny: “No, è solo un’integrazione, un piccolo extra per arrivare a fine mese. La polizia locale e l’esercito ne sono a conoscenza. Proteggono persino i campi, a pagamento, ovviamente.»
Marty: “Spesso, agli agricoltori che non coltivano cannabis vengono confiscati i terreni da parte delle autorità locali oppure vengono spinti a iniziare a coltivarla in modo da poterli poi tassare. Bisogna tenere presente che le Filippine sono uno dei paesi più corrotti al mondo...”.
Coltivazione
Johnny: “Anche mentre sono ancora in crescita, i campi di erba vengono suddivisi in

modo che si sappia già quale parte sarà destinata al mercato locale e quale verrà spedita all'estero. Le piante destinate all'esportazione vengono trattate con grande cura, il che significa che gli agricoltori le visitano più spesso per rimuovere i rami malati o in eccesso. Qui si coltivano sia le Indica che le Sativa. Le Indica sono riservate all'esportazione, mentre le Sativa sono per il consumo locale. I semi vengono raccolti con cura per la semina successiva.
Nessuno coltiva cloni né utilizza quel tipo di processo. Le Indica vengono coltivate tutto l’anno, ossia per dieci mesi, e alla fine della fioritura tutte le foglie vengono rimosse dai rami. Rimangono solo le grandi cime spoglie. Questa tecnica consente agli agricoltori di ottenere cime più grandi e quindi una resa migliore. Quando è il momento del raccolto, l’irrigazione viene interrotta ma le piante vengono lasciate in piedi a crescere per un altro mese, dopodiché i fiori assumono una tonalità violacea. Durante questa fase, le cime si arricchiscono di THC mentre tutta l'acqua viene assorbita dai rami; a tal punto che quando finalmente arriva il momento del raccolto, basta piegare i rami per spezzarli. Le cime, tuttavia, rimangono umide.
L'essiccazione avviene in piccole capanne dotate di ventilatori, oppure i fiori vengono semplicemente disposti in grandi scatole di cartone rettangolari. È anche diffuso che le cime vengano essiccate all'interno di canne di bambù.
Baguio e i suoi dintorni costituiscono una serra naturale; le condizioni climatiche sono quasi perfette per la coltivazione della cannabis. Ma non è tutto, perché qui si coltiva quasi tutto: frutta, verdura, riso e piante ornamentali”.
Johnny e Marty sono chiaramente molto competenti. Ma che dire dell’hashish? Esiste anche una produzione e un consumo locali?
“L’hashish non è molto popolare da queste parti”, spiega Marty. “In realtà, solo gli stranieri lo producono e lo fumano. Sono anche gli unici nelle Filippine a coltivare le piante indoor. È vero che su quest’isola c’è una tribù locale, gli Igurot, che a volte produce hashish. Assomiglia al rosso libanese. Gli Igurot non lo fumano ma lo mangiano, preparando una sorta di space cake”.
E per quanto riguarda i prezzi? Marty: “Qui l’erba viene venduta in sacchetti, bustine o scatole. Si possono acquistare anche canne. Ma per la maggior parte viene venduta al chilo. Qui la si può acquistare a circa 100 € al chilo. Una barretta di hashish da 50 grammi viene venduta a un prezzo compreso tra 500 € e 1.000 €”.
Johnny: “Beh, una semplice canna costa circa 50 pesos filippini (circa 0,70 €). Un sacchetto da un grammo costa quasi 100 pesos (circa 1,50 €). Mezzo chilo costa 1.000 pesos (15 €) e un chilo tra i 2.500 e i 4.000 pesos (tra i 35 e i 60 €).
Quando gli americani erano ancora qui, i prezzi erano molto più bassi e la qualità dieci volte migliore (fino al 1992, la Marina e l’Aeronautica Militare statunitensi avevano una presenza molto forte nelle Filippine – ndr). Nelle zone abitate dagli americani, la polizia locale era molto più discreta ed era quindi molto più facile fare affari”.
Che tipo di erba è disponibile?
Marty: “La migliore che si possa trovare in giro si chiama Buntot Pusa, che significa “Coda di gatto”. A parte quella, la varietà di media qualità più popolare si chiama Baguio Gold. C’è anche la Lagkitan, che significa “appiccicosa”, e la Violet, una varietà di quel colore. Queste sono le varietà più diffuse da queste parti”.
Ci sono molti fumatori in questo Paese cattolico?
Johnny: “Stimo che ben il 50% della popolazione, giovani e anziani, fumi regolarmente. Qui, fumare è un’attività sociale che spesso si


svolge con gli amici, a cena, alle feste o quando si esce; il che non cambia il fatto che avvenga in modo molto discreto e segreto. Non fumiamo in pubblico o in presenza di estranei. Sarebbe come andare in cerca di guai”.
Come si fuma nelle Filippine?
Marty: “Qui non ci sono cartine King Size; non sono in vendita. L’erba viene fumata pura, arrotolata in cartine fatte in casa. Viene fumata anche in pipe, il più delle volte pipe che i fumatori si costruiscono con il bambù”.
Johnny: “I più giovani tendono a realizzare un “Prison Bong”, una pipa improvvisata ricavata dalla carta stagnola dei pacchetti di sigarette, arrotolandola in una sorta di tubo con una curva a un’estremità.
Poi mettono qualche foglia di erba finemente sbriciolata nel braciere improvvisato. L'erba viene fumata pura, senza tabacco”.
Marty: “Accessori come bong o pipe ad acqua non sono disponibili qui. Di tanto in tanto, uno straniero ne porta uno, ma non se ne vedono quasi mai”.
Cosa succede se si verifica lo scenario peggiore e si viene scoperti?
Johnny: “Nel 99% dei casi, è possibile cavarsela immediatamente corrompendo il poliziotto che vi ha fermati. Qui tutti i poliziotti sono corrotti. Ecco perché la tengono d’occhio con tanta


attenzione. Non è tanto che siano contrari alla droga, quanto che stiano semplicemente cercando di guadagnare qualche soldo in più”.
Marty: “Se non si hanno contanti con sé, bisogna procurarsene il prima possibile, altrimenti si è in guai seri”.
Johnny: “Ovviamente, gli stranieri pagano di più dei filippini. Se si viene beccati con uno spinello, si può star certi che costerà almeno 1.000 dollari. Se si ha un orologio o una collana di valore, si può dire addio anche a quelli. Se non si paga, si finisce in una cella. E quando ci siete stati, stipati con altre venti persone in pochi metri quadrati, lasciatemelo dire, sceglierete rapidamente il male minore. I frequentatori abituali sanno come funziona; spesso sono i nuovi arrivati a essere fermati, quelli che non hanno conoscenze”.
Marty: “Se sei uno straniero e non hai contanti addosso, il poliziotto ti scorterà con nonchalance al tuo hotel in modo che tu possa recuperare i soldi. Potrebbe anche accompagnarti a un bancomat o in banca”.
Johnny: “Questo tipo di transazione non dura più di un giorno, altrimenti il poliziotto potrebbe finire nei guai. Se la giornata finisce prima che si riesca a recuperare il denaro, si finisce in commissariato. Un mio amico americano una volta è stato scortato al suo hotel, dove aveva solo traveller’s cheque, in un momento in cui le banche erano già chiuse. Ha dovuto pagare una camera affinché il poliziotto potesse passare la notte nello stesso hotel. La mattina seguente, i due uomini sono andati direttamente in banca”.
Marty: “Nel frattempo, l'agente si era assicurato che qualcuno lo sostituisse alla stazione di polizia, in modo che la sua assenza non venisse notata. Gli agenti di polizia di grado superiore rispetto ai semplici agenti si servono dei propri subordinati per portare a termine la transazione al posto loro, per assicurarsi di non essere visti mentre lo fanno personalmente”.
Johnny: “Anche gli agenti di polizia di grado inferiore non vogliono essere visti dai propri colleghi perché rischiano di perdere parte del denaro che hanno estorto”.
E per quanto riguarda le condanne?
Johnny: “Se non si dispone di denaro contante per comprarsi la libertà, si finisce in prigione per molto tempo. Per una canna, la pena è generalmente di due anni e quattro mesi. Questa è la pena base. Ma se si ha più erba addosso, la pena è più severa. Inoltre, bisogna
sapere che questa pena base di due anni e quattro mesi è valida solo se è la prima volta che si viene beccati. Se è la seconda volta, la pena sarà molto più severa. Se si viene
venduti da una spia è troppo alto. Il modo più comune per farlo è chiedere a un autista di trike, benché anche molti di loro siano informatori. Inoltre, non sono persone molto
Qui si coltivano sia l’indica che la sativa. Le indica sono riservate all’esportazione, mentre le sativa sono destinate al consumo locale.
beccati con più di due chili, si viene automaticamente condannati all’ergastolo”.
Marty: “Da queste parti la polizia ha i propri informatori. Questi ricevono un extra se denunciano qualcuno. Di solito prendono una parte della tangente. Spesso questi informatori vendono la cannabis confiscata in cambio di una commissione”.
Johnny: “Un altro mio amico americano ha subito un'irruzione in casa da parte della polizia mentre stava concludendo un affare con
affidabili. Dovete contrattare sul prezzo che vi viene chiesto, ma se contrattate troppo e l’autista del trike perde troppo sulla sua commissione, per i suoi gusti, potrebbe consegnarvi alla polizia. Solo quando pagate il prezzo che lui considera giusto – vale a dire, decisamente troppo – potete sperare di stare fuori dai guai. Se siete troppo insolenti per i suoi gusti, o se non gli piace il vostro aspetto, potete stare certi che vi denuncerà senza pensarci due volte. No, la soluzione migliore è trovare velocemente una ragazza e affidarle l’incarico. Lei sa come muoversi.

altri tre americani. Gli agenti hanno trovato otto chili di erba, un po' di coca e un fucile. Alla fine, tutti e quattro se la sono cavata senza una condanna grazie a una tangente di un milione di pesos pagata tra di loro.
Più grave è il reato, più soldi devi avere in tasca (ride)!”.
Che precauzioni dovrebbero prendere i turisti?
Johnny: “Non andate mai a concludere l’affare di persona perché il rischio di essere
Consiglio vivamente ai turisti di non andare a procurarsi la droga da soli. È una ricetta per il disastro”.
Ringraziamo Marty e Johnny per i loro ottimi consigli e promettiamo di portare loro delle cartine King Size la prossima volta che andremo a trovarli. Mentre ci salutiamo, Johnny dice: “Forse vi interesserà sapere che di recenti ai medici è stato permesso di prescrivere cannabis terapeutica ai pazienti affetti da asma o artrite. Vedete, dopotutto non siamo poi così indietro qui! (ride)”.

Di Jorge Cervantes in collaborazione con Matthew Gates (Zenthanol Consulting)
Da un seme raccolto lungo una strada in Messico alle camere bianche in Europa: cinquant’anni trascorsi a osservare l’evoluzione di una pianta e una semplice domanda per ogni coltivatore: a chi spetterà custodire questa collezione?

La genetica della cannabis non è nata in laboratorio e non vi finirà. La storia va dagli antichi agricoltori alla selezione molecolare — da una
tori. Tutto è iniziato nel 1974, con alcuni semi selvatici che mi sono messo in tasca lungo una strada in Messico.
di fioritura, l’aroma, la medicina e le cerimonie. Ogni seme, clone e ibrido moderno è il risultato di migliaia di anni di selezione agricola, che risalgono fino alla sua domesticazione nell’Asia orientale, circa 12.000 anni fa. Pensate al genoma come a un gigantesco manuale di istruzioni che la pianta porta in ogni cellula; i coltivatori hanno modificato sensibilmente quel manuale, una stagione alla volta, fin da prima dell’invenzione della ruota.
Biblioteche viventi
Quell’eredità alimenta ancora oggi ogni programma di selezione. Acapulco Gold, Chocolate Thai, Durban Poison, Hindu Kush, Kerala, Colombian Gold: questi non sono solo nomi nostalgici. Ogni varietà autoctona è una biblioteca vivente, scritta da una singola valle, una singola latitudine e molte generazioni di occhi
di coltivatori. Quando una di queste scompare, non perdiamo solo un nome, perdiamo opzioni per il futuro. Ed ecco il problema del mercato moderno: mille nomi di cultivar possono nascondere un patrimonio genetico sorprendentemente ristretto, le stesse linee d’élite rimescolate più e più volte. Nuove etichette non significano sempre nuova diversità.
La svolta di Amsterdam
Una grande svolta avvenne ad Amsterdam tra il 1976 e il 1990 circa — non una storia aziendale patinata, ma un mix di rischio, migrazione e opportunità allo stato grezzo. Il collettivo Sacred Seeds iniziò a incrociare varietà autoctone e ci regalò ibridi fondamentali come la Skunk #1; nei Paesi Bassi, la Nevil’s Seed Bank of Holland costruì il modello commerciale dei semi che usiamo ancora oggi. Quando la Skunk
pianta raccolta lungo una strada in Messico alle camere bianche sterili in Europa. Per me è una questione personale: più di cinquant’anni passati a osservare questa pianta cambiare nelle mani di agricoltori, selezionatori e sogna-
Non abbiamo inventato la selezione. L’abbiamo ereditata. Molto prima che qualcuno parlasse di “chemotipo” o “marcatore”, le persone sceglievano già la cannabis per uno scopo preciso: per la fibra, la resina, il periodo



#1 vinse la prima High Times Cannabis Cup nel 1988, era iniziata l’era moderna.
Poi due innovazioni della community cambiarono tutto. I semi femminizzati — ottenuti trattando una pianta femmina con tiosolfato d’argento in modo che producesse polline contenente solo cromosomi femminili (X) — fornirono ai coltivatori confezioni quasi interamente femminili ed evitarono che metà dello spazio venisse sprecato per le piante maschio. Le piante autofiorenti, sviluppate a partire dal carattere ruderalis a giorno neutro, fioriscono in base all’età e non al fotoperiodo, consentendo così a un raccolto di giungere a maturazione in un paio di mesi praticamente ovunque sulla Terra. Insieme, queste innovazioni hanno ampliato il numero di persone in grado di coltivare, i luoghi in cui farlo e le modalità di coltivazione.
La ricerca del fenotipo — Ancora un'arte
Nessuna delle nuove scoperte scientifiche ha sostituito la competenza più antica nella selezione. Aprite una confezione di semi e otterrete sorelle, mai gemelle identiche — quella variazione intrinseca è il motivo per cui i coltivatori seri continuano a coltivare grandi quantità e a giudicare ogni pianta in base a struttura, aroma, tricomi, vigore, resistenza alle malattie, velocità e resa, per poi conservare quella che si distingue come madre. Ciò che la scienza
ha cambiato è la velocità. I due enzimi che determinano se una pianta produce THC o CBD si trovano uno accanto all’altro sul cromosoma 7, come un unico interruttore. La selezione assistita da marcatori legge direttamente quell’interruttore: basta prelevare una foglia minuscola, eseguire un rapido test PCR e in circa due settimane si conoscono il sesso e il chemotipo di una piantina — anziché far fiorire un’intera stanza per tre mesi solo per scoprirlo. È come leggere l’etichetta prima dell’acquisto, non dopo. Il primo genoma della cannabis è stato mappato nel 2011; nel 2025 un singolo studio ne aveva analizzati 193 contemporaneamente — possiamo finalmente leggere la pianta.
Salvare la pianta da se stessa
La salute delle piante fa ora parte della storia della genetica. L’Hop Latent Viroid — “dudding” — si insinua silenziosamente da un clone all’altro e ruba silenziosamente vigore, tricomi e terpeni. La risposta è la coltura tissutale: prelevare una scheggia dell’apice vegetativo, troppo piccola perché il virus l’abbia raggiunta, e farne crescere una pianta nuova di zecca e pulita — come riavviare un computer malato da un backup sano. Ciò indica un nuovo modello basato su librerie genetiche pulite e su impianti affidabili e privi di malattie.
Cosa ci aspetta I veri ibridi F1 sono il trucco dei pomodori
da supermercato applicato alla cannabis: incrociando due linee parentali di razza pura, i semi crescono vigorosi e identici, così un coltivatore può piantare un raccolto uniforme partendo dai semi anziché doversi occupare di una stanza piena di piante madri. La creazione di questi progenitori di razza pura richiede a un selezionatore quattro o cinque anni, motivo per cui, per ora, questo aspetto appartiene soprattutto ai laboratori. I triploidi vanno ancora oltre. La cannabis normale porta due set di cromosomi (2n = 20); raddoppiate uno dei genitori a quattro set (4n = 40) e incrociateli per ottenere tre set (3n = 30). Quando la pianta triploide cerca di produrre semi, i cromosomi non riescono ad accoppiarsi in modo uniforme, quindi il risultato è nullo. Un fiore praticamente garantito senza semi, proprio come un’anguria senza semi non ha semi. (E no, non si tratta di un OGM: è solo un set in più di cromosomi della pianta stessa).
E all’orizzonte si profilano CRISPR, il “trova e sostituisci” del DNA, e modelli d’IA che leggono l’impronta digitale di un seme e ne prevedono il chemotipo, i terpeni e la resa prima ancora che sia stato coltivato. Strumenti potenti che però sollevano una vecchio quesito in una nuova forma: chi possiede la genetica, chi controlla i dati e chi viene escluso?
Custodia
Questo è il nocciolo della questione. L’ibri-
dazione non riguarda solo la resa o il prossimo nome di tendenza; riguarda la gestione responsabile. Ogni guadagno in termini di precisione può silenziosamente restringere il patrimonio genetico se dimentichiamo di preservare le varietà autoctone e le linee rare che ne costituiscono la base. La vera equazione non cambia mai: fenotipo uguale genotipo moltiplicato per ambiente. La genetica più raffinata in un ambiente povero deluderà, e nessun coltivatore può salvare completamente una genetica debole.
Ibridatori, propagatori, ricercatori e coltivatori non sono più mondi separati: sono un unico sistema vivente. Abbiamo ereditato una banca genetica scritta nel corso di migliaia di anni. Il nostro compito non è solo migliorarla, ma mantenerla aperta.
Coltivate liberamente, coltivate bene.
— Jorge Cervantes
Approfondimenti genetici forniti dal Dr. Oussama Badad (Trilogene Seeds / Growmics), dal Dr. Gary Yates (Hilltop Leaf) e da Stefan Meyer (PhytoFlow).
Negli ultimi dieci anni si sono definite le linee guida per il prossimo quarto di secolo in materia di miglioramento genetico e applicazioni biotecnologiche della pianta
Il pangenoma della cannabis e il miglioramento genetico assistito da marcatori molecolari , la registrazione delle varietà in base al profilo genetico, la produzione di cannabinoidi minori, l’ epigenetica o la cannabis come biofabbrica sono solo alcuni fra i campi più promettenti

Il miglioramento tradizionale ha creato varietà di grande qualità
La biotecnologia vegetale è la disciplina che integra le conoscenze di altre scienze di base, come la botanica, la genetica o la fisiologia vegetale, per conseguire obiettivi pratici di interesse per l’essere umano. In maniera più generale e per essere onesti nei confronti di tutti coloro che hanno contribuito alle conoscenze acquisite, i primi passi della biotecnologia vegetale sono stati mossi con i primi selezionatori vegetali e la nascita dell’agricoltura.
Notare che alcune piante producevano un maggior numero di frutti o frutti di dimensioni maggiori e che questo poteva essere perpetuato e potenziato attraverso i semi di tali piante ha consentito di ottenere raccolti migliori negli anni favorevoli o di riuscire a mantenerli nei periodi avversi. In questo stesso momento confluiscono i due elementi fondamentali di ogni tecnologia: l’osservazione di base come scienza e la sua applicazione pratica.
Da allora la scienza e la tecnologia hanno fatto passi da gigante. Oggi associamo la biotecnologia vegetale a laboratori dotati di strumentazione complessa e costosa. Non va dimenticato che è ancora possibile apportare contributi di rilievo usando metodi semplici, ciononostante, il potenziale in termini di progresso di un laboratorio specializzato è davvero impressionante. Ne sono prova gli ultimi quattro decenni, in cui la biotecnologia vegetale ha contribuito al miglioramento dei raccolti più di quanto non abbiano fatto la meccanizzazione o i prodotti fitosanitari.
Per capire meglio le prospettive future della biotecnologia della cannabis, è importante
menzionare brevemente le tappe fondamentali su cui si basa la moderna biotecnologia vegetale.
Punti chiave della biotecnologia vegetale moderna
La transizione dalla biotecnologia vegetale tradizionale a quella moderna potrebbe essere fatta risalire agli studi condotti da Gregor Mendel sui piselli; non a caso è considerato il padre della genetica.
Vanno poi citati gli studi di G. Haberlandt, P. R. White o F. Skoog per la coltura in vitro di tessuti vegetali condotti all’inizio del secolo scorso. Per riuscirci era necessario conoscere e comprendere gli ormoni vegetali, elemento chiave nel funzionamento delle piante.
Queste tecniche richiedevano anche rigorosa sterilità, ma questo ha consentito di avere opzioni fino ad allora impossibili, allo stesso modo in cui l’esistenza delle sale operatorie ha dato impulso alla medicina.
Un po’ più di recente è stata scoperta la molecola responsabile del trasferimento delle informazioni genetiche, il DNA, e sono state comprese le unità base di tali informazioni, i geni, tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70.
Situazione attuale della biotecnologia della cannabis
Per quanto riguarda l’importanza della loro coltivazione, la marijuana e la canapa sono state escluse dalle biotecnologie fino a poco tempo fa, a causa del proibizionismo, ma da
Prendendo come esempio il sequenziamento dei genomi delle piante, l’Arabidopsis thaliana è stata la prima di cui è stato noto il genoma quasi nella sua totalità, nel 2000. Successivamente, è stata la volta di diverse specie di rilevanza mondiale come il riso nel 2002, il pioppo nel 2006, o la vite, il mais, la soia, il sorgo, l’orzo, il cotone, la mela, la patata, il pomodoro, il cetriolo e un lungo elenco di altre specie prima del 2012. Tuttavia, a eccezione di alcuni test iniziali (Van Bakel et al., 2011), fino al 2019 il genoma della Cannabis non è stato considerato completamente sequenziato (Pisupati et al., 2018).
Sebbene questo articolo non si proponga di mettere a confronto l’importanza della marijuana con quella del cetriolo, si stima che

qualche anno a questa parte la situazione sta cambiando, poiché il numero di articoli scritti sulla biotecnologia della cannabis è aumentato in modo notevole.

prima della Cannabis fossero state completamente sequenziate circa 350 specie vegetali, il che non ha alcuna relazione con la sua importanza, né con la diversità dei suoi usi.
Allo stesso modo, mentre le tecniche di coltivazione in vitro sono state sviluppate per le principali colture mondiali tra gli anni ‘70 e gli anni ‘90, la marijuana ha dovuto attendere fino a ben oltre il decennio 2010 per intraprendere tale percorso. Oggi il lavoro in vitro sulla patata è estremamente standardizzato, ma per la Cannabis sono ancora in corso la ricerca e l’ottimizzazione di protocolli e ricette.
Prospettive per il futuro
Quanto esposto per i due grandi campi precedenti è applicabile al resto delle branche della biotecnologia, per cui le strade sono piuttosto definite per il prossimo decennio: si tratta semplicemente di effettuare un aggiornamento della Cannabis secondo le conoscenze biotecnologiche della nostra epoca e in linea con il suo livello d’importanza come coltura mondiale.
Per prevedere i progressi che potrebbero


verificarsi da qui alla metà del secolo, si possono osservare le tendenze nelle grandi colture mondiali che attualmente assorbono la maggior parte degli investimenti nella ricerca. Verranno esaminate le più promettenti, sia in termini di applicabilità alla Cannabis che di prossimità al suo utilizzo pratico.
Pangenoma e super-pangenoma della cannabis
Il pangenoma comprende tutti i geni comuni (geni core o nucleari) all’intera specie, oltre ai geni accessori che hanno solo alcuni esemplari. Quello della Cannabis è stato pubblicato lo scorso anno (Lynch et al., 2025).
Sebbene non sia possibile ottenere un pangenoma completo di ogni specie, poiché sarebbe necessario caratterizzare in modo assoluto tutti gli esemplari, in pratica si raggiungono percentuali estremamente elevate quando, campionando un gran numero di nuovi esemplari, si arriva a confermare che non si ottengono nuove varianti.
Il super-pangenoma comprende anche il pangenoma di specie correlate a livello di genere, di particolare interesse in quelle con incrocio fertile, come nel caso della marijuana, della canapa e delle sottospecie selvatiche correlate. Esiste già per il pomodoro, il mais o la cipolla e di sicuro non ci vorrà molto per la Cannabis.
Sebbene sia ora più una realtà che una previsione futura, abbiamo ritenuto necessario includere questa sezione, sia perché costituisce un passo preliminare necessario
per i successivi, sia per la sua importanza diretta nel miglioramento genetico, in quanto fornisce un elenco estremamente esaustivo di geni di interesse, quali resistenze, produzione di metaboliti minoritari, varianti enzimatiche e molto altro ancora.
Selezione assistita da marcatori molecolari
Consente d’identificare i geni di interesse nei progenitori e successivamente di verificarne la presenza nella progenie, mediante analisi genetiche quali SNP (Single Nucleotide Polymorphism) e QTL (Quantitative Trait Locus). Questi strumenti consentono di correlare uno o più geni in modo specifico con il carattere oggetto di studio o di interesse per il miglioramento, in modo che un carattere risulti associato a un determinato marcatore.
Con questa tecnica è possibile individuare la differenza tra il genoma della Cannabis analizzato nel 2011 e quello analizzato nel 2025. Nello studio del 2011 sono state sequenziate solo le varietà Purple Kush, Finola e USO-31, un unico esemplare per varietà, e il lavoro si è concentrato sulle differenze nella produzione di THC delle due varietà di canapa (Finola e USO-31) rispetto a quella della marijuana (Purple Kush). Nel pangenoma proposto nel 2025 è già ricompreso il sequenziamento di oltre 180 genomi di diverse linee genetiche, con la conseguente banca dati genetica. La capacità di questo strumento d’identificare geni di interesse passa da aneddotica nei primi tentativi a decisiva, in un numero di anni relativamente limitato.

Registrazione delle varietà in base al profilo genetico
In questo caso si utilizzano gli STR (Short Tandem Repeats), sequenze brevi con un numero elevato di ripetizioni. Il numero di queste ripetizioni dipende dall’esemplare, il che consente di stabilire un’identità tramite profilo genetico e relazioni di parentela.
Il corretto utilizzo di questi elementi è legato anche a una conoscenza approfondita del genoma della Cannabis, poiché gli STR utilizzati possono trovarsi in regioni di geni core o in regioni di geni accessori. Con un pangenoma completo è possibile confermare che l’STR utilizzato è unico e solido, diventando così un riferimento nei profili genetici.
Epigenetica
L’epigenetica studia i cambiamenti o i fattori esterni che alterano l’espressione del DNA senza modificarlo, in genere attraverso l’attivazione o la disattivazione dei geni. Se il miglioramento genetico dovesse arrivare a un determinato limite nei decenni a venire, è chiaro che l’epigenetica ne prenderà il testimone, non tanto per un incremento nella produzione dei composti di interesse, quanto per la capacità di adattare le colture a determinate condizioni o di standardizzare la composizione dei metaboliti nella coltura.
L’epigenetica utilizza la metilazione del DNA e i cambiamenti negli istoni per silenziare o attivare determinati percorsi metabolici. Questo si traduce in pratica nella possibilità di coltivare la stessa varietà in due zone climatiche diverse, attivando preventivamente i geni di resistenza al freddo nei luoghi in cui le basse temperature sono limitanti. Con l’epigenetica si potrebbe parlare di acclimatamento su misura di una stessa varietà, in funzione del luogo di destinazione.
Può anche aiutare a limitare e regolare la quantità di determinati metaboliti evitando che alcuni esemplari reagiscano in modo eccessivo a variazioni climatiche puntuali, il tutto senza apportare modifiche al codice genetico, ma solo modulando l’espressione dei geni di interesse. Lavorare con il microbioma della Cannabis e l’inoculazione di microrganismi endofiti incide, seppur indirettamente, anche sull’epigenetica.
La Cannabis come biofabbrica Attualmente è difficile immaginare la produzione di cannabinoidi e di altri composti medicinali su un supporto diverso che non
sia una pianta completa con tutte le sue strutture (radice, fusto, foglie e fiore). Sono stati condotti alcuni studi sulla produzione di cannabinoidi in bioreattori e colture cellulari, che hanno però comportato risultati impari che difficilmente raggiungono le concentrazioni tipiche di un fiore coltivato sotto un’illuminazione di alta qualità.
In un futuro a medio termine non sembra che l’attuale modalità di produzione di cannabinoidi tramite la coltivazione di piante intere subirà cambiamenti significativi. Ciò che risulta promettente in questo campo è, ancora una volta, il fatto che la Cannabis presenti qualità interessanti per questo tipo di processi (Injamum-Ul-Hoque et al., 2025), in primo luogo per la grande diversità delle sue vie metaboliche (cannabinoidi, flavonoidi, polifenoli, terpeni, ecc.), in secondo luogo per la compartimentazione dei composti prodotti negli organelli, che può agevolare la successiva estrazione.
Nuovi settori in crescita
Con molte meno pubblicazioni scientifiche direttamente correlate alla Cannabis rispetto ai settori precedenti, ci sono alcune tecnologie nascenti anche per altre colture trattate più ampiamente in biotecnologia. Alcuni di questi campi sono la Cannabis e le nanoparticelle, gli endofiti funzionali o l’evoluzione guidata di enzimi chiave della cannabis, come le THC e CBD sintasi.
Bibliografia
• 1. Chandra, S., Lata, H., & ElSohly, M. A. (Eds.). (2017). Cannabis sativa L.-botany and biotechnology.
• 2. Injamum-Ul-Hoque, M., Rahman, M. M., Howlader, N. C., Tavakoli, S., Rahman, M. M., Imran, S., ... & Choi, H. W. (2025). Revolutionizing Metabolic Engineering in Cannabis sativa L.: Harnessing the Power of Hairy Root Culture. Python-international journal of experimental botany.
• 3. Lynch, R. C., Padgitt-Cobb, L. K., Garfinkel, A. R., Knaus, B. J., Hartwick, N. T., Allsing, N., ... & Michael, T. P. (2025). Domesticated cannabinoid synthases amid a wild mosaic Cannabis pangenome. Nature, 1-10. Pisupati, R., Vergara, D., & Kane, N. C. (2018). Diversity and evolution of the repetitive genomic content in Cannabis sativa. BMC genomics, 19(1), 156.
• Van Bakel, H., Stout, J. M., Cote, A. G., Tallon, C. M., Sharpe, A. G., Hughes, T. R., & Page, J. E. (2011). The draft genome and transcriptome of Cannabis sativa. Genome biology, 12(10), R102.

@sudestfam
Fai il filtro grosso e vedrai che riuscirai sempre a rollare la cartina e a chiudere il joint. Questa frase me la disse un mio amico molti anni fa e io lo presi come uno dei tanti consigli che si danno ai fumatori alle prime armi. Una delle tante perle di saggezza che si dicono quando stai a corto di cartine oppure quando quello accanto a te si sta attorcigliando su stesso pur di chiudere il joint, come nel mio caso. Solo dopo anni ho capito che non era un consiglio banale ma che si trattava di una vera e propria lezione di architettura. In effetti è il filtro ciò che da struttura al joint, che si incarica di tenerlo dritto e permette di girare la cartina dando forma al suo contenuto. Da quel piccolo tubicino passa tutta l'energia veicolata dal fumo rivelatore, come un messaggero che trasporta aromi, sensazioni e la firma di chi lo ha rollato. Il filtro è l'albero maestro della canna. Molti sottovalutano la sua importanza, ma senza un buon filtro anche le migliori intenzioni finiscono in una canna fatta male.

Non tutti i filtri sono uguali, la tipologia di tiraggio ricercata è influenzata dal filtro e dalle sue caratteristiche, come il grossore, la lunghezza e il materiale. Nell'ultimo decennio molte aziende hanno sviluppato nuove soluzioni, introducendo forme e materiali differenti, con l'obiettivo di migliorare il tiro, il filtraggio del fumo e l'esperienza complessiva. Dai semplici cartoncini ripiegabili, che per lungo tempo hanno rappresentato l'unica alternativa sul mercato, si è giunti a materiali innovativi come la cellulosa e i carboni attivi, fino ai raffinati tip in vetro che uniscono funzionalità ed estetica.
Per comprendere questa evoluzione bisogna partire dal principio, ovvero i filtri di cartoncino.
FILTRI PREFORATI
I filtri preforati sono i classici cartoncini raccolti in un piccolo blocchetto, sulla superficie presentano dei fori microscopici, realizzati in fabbrica, che permettono di regolare la sua misura oppure di piegarli a fisarmonica per creare una S o una W al suo interno quando viene arrotolato, facendo da barriera per eventuali briciole e lasciando passare solo il fumo. Il cartoncino può essere di carta sbiancata, il tipico colore bianco perla si ottiene attraverso un trattamento chimico, oppure di fibre vegetali non sbiancate. Quest'ultimi risultano intaccare meno il sapore
finale e sono più sicuri per la salute. Le dimensioni del cartoncino, e di conseguenza del filtro che ne viene fuori, influenzano tantissimo il tiraggio del joint. Un filtro lungo garantisce un tiraggio più fresco e morbido a differenza di uno corto che fa percepire maggiormente il calore della combustione.
In Brasile molti fumatori preferiscono utilizzare filtri lunghi, di almeno 5 centimetri, una moda arrivata anche in Europa.
FILTRI AI CARBONI ATTIVI
Probabilmente i filtri ai carboni attivi sono tra le innovazioni che hanno riscosso maggiore successo. Questa tipologia di filtro è costituita da
di trattenere una grande quantità di sostanze tossiche. La sua origine naturale lo rende inoltre ecologico e completamente compostabile. Quando il fumo attraversa il percorso tortuoso creato dai carboni attivi, parte del calore si disperde e la boccata arriva alla gola più fresca. Un aspetto negativo di alcuni modelli è la forza che bisogna esercitare per aspirare il fumo, risultando leggermente tappati. I modelli che sostituiscono uno dei tappi di ceramica con una spugna di cellulosa tendono invece a offrire una fumata più morbida. Sebbene i produttori di filtri ai carboni attivi sostengano che il profilo terpenico della materia prima non venga intaccato, alcuni modelli influenzano il sapore finale. Sul mercato sono disponibili filtri ai carboni attivi di varie dimensioni, con diametri che variano da 5 a 14 millimetri.
ACETATO O CELLULOSA
I filtri in acetato sono i classici filtri bianchi utilizzati soprattutto nelle sigarette industriali e nel tabacco da rollare. Si tratta di un materiale sintetico ottenuto attraverso il trattamento chimico della cellulosa. Il filtro in acetato agisce come una barriera meccanica che trattiene principalmente catrame e una parte della nicotina, insieme a resine, oli e altre particelle presenti nel fumo.
La loro capacità di trattenere particelle e sostanze condensate può comportare una riduzione del passaggio di cannabinoidi e terpeni.
La differenza principale tra i filtri in acetato e quelli realizzati in cellulosa pura risiede nell'impatto ambientale che esercitano i due materiali. Il primo impiega oltre 5 anni a decomporsi mentre la cellulosa è 100% biodegradabile.
Inoltre il filtro in cellulosa ha una struttura più ariosa e meno compressa, esercitando un'influenza minore sull'esperienza finale. Entrambi i materiali sono inoltre disponibili in diversi formati, dai modelli Extra Slim fino alle versioni Big Size da 9 millimetri di diametro.
JILTER
Il Jilter è un filtro nato appositamente per fumare la cannabis e le relative estrazioni. È realizzato in cellulosa naturale ed è dotato di un alloggio nel quale inserire il classico filtro di cartoncino. I Jilter sono stati specificamente studiati per eliminare il passaggio di qualsiasi impurità, come
Il carbone attivo è un materiale super poroso di origine vegetale con un'eccezionale capacità filtrante
un corpo esterno, ovvero un cilindro in cartone rigido che contiene i carboni attivi, chiuso alle due estremità da tappi di ceramica dotati di fori per il passaggio del fumo. Il carbone attivo è un materiale super poroso, di origine vegetale, con un'eccezionale capacità filtrante e in grado
i frammenti di tabacco, filtrare parte di alcune sostanze nocive, quali nicotina e catrame, senza compromettere significativamente sapore e potenza. È disponibile anche una versione eco, fatta di cellulosa naturale non sbiancata, oltre alla versione Fat caratterizzata da un diametro di 7
millimetri e pensata per rollare joint più corposi.
GLASS TIPS
I filtri realizzati in vetro rappresentano una delle opzioni più apprezzate tra i fumatori. Generalmente sono prodotti in vetro borosilicato, lo stesso materiale impiegato per bong e dab rig. Più che una categoria, quella dei glass tips è un mondo a parte. Infatti a differenza delle altre tipologie di filtri presenti sul mercato, i filtri in vetro non nascono esclusivamente per svolgere la loro funzione. Molti di essi vengono

realizzati in maniera totalmente artigianale da artisti del vetro e finiscono per diventare dei veri e propri oggetti da collezione. Il loro punto di forza è rappresentato dalla neutralità del materiale, il vetro difatti non altera il sapore, non assorbe aromi ed è riutilizzabile infinite volte con una semplice pulizia, diventando un fedele compagno presente in ogni rituale. Oltre a conferire al joint una struttura più robusta grazie alla loro solidità, i filtri in vetro sono in grado di raffreddare il fumo durante il passaggio, traducendosi in una boccata più morbida. I glass tips sono disponibili in varie forme e dimensioni, che variano in base al gusto personale e alle finalità d’utilizzo. Alcuni modelli presentano restringimenti o strozzature interne, spirali e sistemi multi-foro che non solo impediscono il passaggio di piccoli frammenti vegetali, ma migliorano anche il flusso del fumo. Generalmente il diametro minimo di un filtro in vetro è di 5 millimetri, per quelli slim, fino a superare i 12 millimetri per quelli più grossi. Le caratteristiche dei glass tips variano anche in base a cosa si vuole fumare, ad esempio per rollare i celebri donuts, ovvero i joints puri realizzati con marijuana e rosin, si utilizzano i filtri multi-hole da 10-12 millimetri di diametro. Altri modelli

permettono di alloggiare un joint già rollato con il classico filtro di cartoncino, in modo simile ai bocchini tradizionali.
Sono realizzati con ceramiche tecniche ad alta resistenza, ottenute dalla cottura di argille e minerali a temperature elevatissime. Questa tipologia di materiali svolge la funzione di raffreddare il fumo e allo stesso tempo esercita poca influenza sulle qualità organolettiche. Un’ulteriore caratteristica positiva è la loro riutilizzabilità. Tuttavia, uno dei principali punti a sfavore dei filtri in ceramica è rappresentato
generalmente realizzati in bamboo, introducono una componente organica, piacevole da reggere tra le labbra ma allo stesso tempo conferiscono al fumo una nota terrosa. Inoltre, tendono ad assorbire nel tempo alcuni aromi spiacevoli. Al contrario, quelli realizzati in metallo, come l’acciaio inox, non influenzano in alcun modo le qualità organolettiche del joint, trattandosi di un materiale completamente neutro.
RARI, NOBILI E DI ECCEZIONE
Alcuni artigiani hanno portato la lavorazione dei filtri oltre i materiali convenzionali, impiegando avorio e corno naturale. È il caso di To-
I filtri in vetro sono in grado di raffreddare il fumo durante il passaggio, traducendosi in una boccata più morbida
dalle dimensioni e dal peso, che li rendono talvolta ingombranti e poco pratici da utilizzare nel rollaggio, uno dei motivi per cui risultano poco diffusi sul mercato.
Sebbene siano due tipologie di materiali completamente differenti, presentano due punti in comune: solidità e riutilizzabilità. I filtri in legno,

più esperti per la totale assenza di interferenze sul sapore finale. Oltre a essere leggero ma estremamente resistente, si distingue anche
per l'estetica cangiante che unita alla alla sua storia, lo rende ancora più affascinante.
L’Europa rappresenta uno dei mercati con la maggiore varietà di soluzioni disponibili, soprattutto come conseguenza dell'abitudine diffusa di mescolare la materia prima con il tabacco. Negli Stati Uniti, e più in generale nel continente americano, la maggior parte dei consumatori fuma marijuana pura, orientando il mercato verso esigenze differenti, meno focalizzate sul filtraggio di sostanze nocive e contaminanti.
La scelta del filtro più appropriato dipende soprattutto dall'esperienza ricercata, non esiste un filtro migliore in forma assoluta. Sicuramente le dimensioni giocano un ruolo decisivo, ancor prima dei materiali che lo compongono. Un filtro lungo garantisce un raffreddamento maggiore del fumo, a prescindere dal materiale, rendendo il tiro più morbido, rispetto ad un filtro corto e grosso che al contrario produce un flusso maggiore e più libero. I materiali determinano altri aspetti dell'esperienza, come l'assenza di interferenze nel caso del vetro, oppure la filtrazione maggiore nel caso dei carboni attivi. Ogni tipologia risponde ad esigenze diverse.
Da elemento secondario, il filtro è diventato un punto chiave, parte integrante dell’esperienza complessiva.
rino Horn Company, un marchio che produce filtri per joint in maniera interamente artigianale, utilizzando materie prime rare e pregiate. Tra i pezzi di maggior prestigio figurano quelli realizzati in avorio fossile di mammut, un materiale risalente a decine di migliaia di anni fa, ottenuto dalle zanne di esemplari conservati nei ghiacci del permafrost e in altri contesti di conservazione naturale. Si tratta di un materiale apprezzato soprattutto dai consumatori




Testo e immagini: Derrick Bergman / Gonzo Media

Tra i dieci coltivatori del progetto pilota, Legacy Brands è stata l’ultima a effettuare le consegne, nel gennaio 2026. Il percorso dell’azienda prima di poter evadere i primi ordini è stato lungo. “Questo è il nostro sogno e la nostra passione. Sappiamo per esperienza che chi non molla vince e che una startup deve sempre affrontare delle sfide”, afferma il CEO e cofondatore Bastiaan Swager.
Swager vanta un curriculum estremamente ricco. Ha gestito aziende nel settore della salute, tra cui Mastercare e Chocolate Club, un’azienda di superfood biologici, e Freezlab, dove è possibile dare una sferzata di energia al proprio organismo in una camera di crioterapia a -110 °C. Inoltre, ha coltivato cannabis per anni e sognava di poterlo fare un giorno legalmente. “Legacy Brands ha radici profonde e decenni di conoscenza ed esperienza nella cultura dei coffee shop”, afferma Swager. “Siamo un anello di congiunzione tra la vecchia scena underground e l’attuale coltivazione regolamentata, con valori fondamentali quali trasparenza, rispetto e amore per la pianta”. L’azienda collabora, tra gli altri, con Mila di Pollinator, Rinus Beintema di Suver Nuver e il coltivatore Allstar Genetics, direttore della coltivazione e selezionatore. La rete si estende fino in California. Tramite “AK” di Death Row Cannabis, il marchio di cannabis di Snoop Dogg, Legacy Brands ha accesso a genetiche da coltura tissutale provenienti dalla California.
Ma l’azienda lavora anche con genetiche dei marchi di punta olandesi Green House, Sensi Seeds e Serious Seeds. Swager: “Uniamo la classica conoscenza olandese, ad esempio in materia di assortimento, hashish e coltivazione indoor, con sviluppi attuali quali la coltura tissutale e tecniche d’illuminazione avanzate”.
Sfide
L’ufficio in cui ci troviamo si affaccia su un terreno di 35.000 m². Di recente è stata concessa la licenza per costruire qui un sito di coltivazione ancora più grande. “Alla fine del 2024 questo era ancora un terreno agricolo, privo di servizi e infrastrutture”, afferma Swager. E le sfide non finiscono qui. Nella loro prima sede, a 600 metri di distanza, Legacy ha dovuto affrontare l’opposizione di una parte dei residenti del quartiere. Ecco perché alla fine si sono trasferiti nella sede attuale, più lontana dalle abitazioni, ai margini del paese. Con serate informative e visite guidate offrono spiegazioni e cercano di dissipare le preoccupazioni. Una mozio-
ne della deputata del PvdA Songül Mutluer, approvata dalla Camera dei Deputati il 5 marzo 2024, aumenta ulteriormente la pressione. I coltivatori che (come Legacy) non sono ancora fornitori devono iniziare a farlo nel giro di nove mesi. Se non rispettano questa scadenza, il
loro posto andrà al coltivatore successivo in lista d’attesa. Swager: “Nonostante l’enorme pressione, ci siamo buttati a capofitto. Perché questo è il nostro sogno e la nostra passione. Sappiamo per esperienza che chi non molla vince e che una startup deve sempre affron-


tare delle sfide”. Sul tavolo giacciono i primi frutti di tutto il lavoro e della perseveranza: grosse cime di Kaligria e Scots King, entrambe di Allstar Genetics. La prima è una sativa con un periodo di fioritura di tredici settimane. Questo è il tempo concesso alle piante, e tutto viene tagliato a mano e accuratamente essiccato. Legacy ha circa cinquanta varietà genetiche in magazzino e a breve lancerà sul mercato un mix di varietà vecchie e nuove. Swager desidera citare alcuni nomi: Z-Lime-Pie, un incrocio di Zkittlez, RS11, GMO e Kosher Kush.
Condizioni ottimali
Per il momento Legacy Brands preferisce non


divulgare i dati relativi a metri quadrati, piante e chili. Sono già sotto i riflettori. Inoltre, la concorrenza sta leggendo. Durante la visita guidata, Swager mi chiede gentilmente di fotografare
particolari linee genetiche, spiega Swager. “A tal fine, lavoriamo con diverse strategie d’illuminazione e sostanze nutritive. Utilizziamo l’illuminazione a LED per le varietà che reagiscono bene all’alta intensità luminosa e alle strutture apicali compatte. Per altre varietà utilizziamo l’illuminazione al sodio o ibrida, per stimolare la classica formazione di tricomi e profili terpenici più intensi”. L’obiettivo è creare per ogni varietà condizioni ottimali che facciano emergere il carattere della pianta nel modo più puro possibile. Esperienza totale
“Affrontiamo la coltivazione della cannabis come una forma di agricoltura di precisione”, afferma Swager. “La genetica costituisce il punto di partenza, ma l’esperienza totale dei prodotti finali è fondamentale. Questa inizia dal profilo terpenico – la fragranza e il sapore – e prosegue verso un effetto equilibrato. Anziché puntare a sballi brevi ed estremi, la coltivazione si concentra su effetti stratificati e di lunga durata in cui diversi cannabinoidi e terpeni agiscono in sinergia”. Legacy Brands intende fornire ai coffee shop prodotti con una chiara identità, afferma Swager. “Varietà che siano riconoscibili tra i diversi lotti e che si adattino sia al consumatore moderno che all’appassionato dei profili old school. Inoltre, realizziamo

solo le piante, non quello che è appeso sopra di esse. Legacy considera la propria tecnica e le proprie tecniche d’illuminazione proprietà intellettuale, il proverbiale segreto del mestiere. Le diverse aree di coltivazione vengono adattate a
joint speciali su richiesta dei coffee shop. È così che intendiamo dare un significato al termine “erba legale”: non come prodotto di massa, ma come prodotto artigianale controllato con un risultato coerente e di alta qualità”.


@sudestfam
Al contrario di quello che si potrebbe pensare, il processo di estrazione del rosin non sempre si conclude con la sua raccolta e il successivo confezionamento. Molti hash makers dedicano grande attenzione anche alle fasi post-raccolta, dove il rosin sviluppa alcune caratteristiche molto interessanti.
La cura del rosin è un processo di maturazione della resina che comprende differenti tecniche di lavorazione. Non esiste un metodo universale da seguire perché ogni tipologia di resina reagisce in maniera diversa. Essenzialmente si tratta di una serie di pratiche e accorgimenti che consentono di modificarne la texture, l'aroma e sopratutto la stabilità del concentrato.

Durante la fase di cura, il rosin viene lasciato riposare ad una temperatura controllata, per ore, giorni o settimane, favorendo la naturale evoluzione dell'estratto. In determinate condizioni, si possono verificare sia fenomeni di nucleazione dei cannabinoidi sia processi di separazione della frazione terpenica, che in alcuni casi tende a concentrarsi sulla superficie della massa resinosa. Uno degli obiettivi principali della cura del rosin è di aumentarne la stabilità per lungo tempo rispetto ad un fresh press. A seconda delle tecniche impiegate e delle caratteristiche della resina, la texture viene trasformata e può assumere una consistenza cremosa e uniforme, in gergo definita budder.
La maturazione del rosin può inoltre influenzare il suo profilo terpenico, in alcune varietà può aumentarne notevolmente l'espressione aromatica, mentre in altre varietà può causare la perdita di alcune note importanti. Un ulteriore vantaggio che si ottiene dalla cura consiste
nel rendere il rosin più maneggiabile e facile da porzionare, sopratutto per la preparazione di un joint. È importante precisare che alcuni consumatori, in particolar modo chi utilizza i dab rig, preferiscono il rosin fresh press, ovvero non curato. Infatti questa tipologia conserva le caratteristiche dell'estratto appena raccolto dalla pressa del rosin, mantenendo un profilo terpenico più fedele al materiale di partenza.
CAPIRE LA RESINA
Sono molteplici le variabili che influenzano la cura del rosin e il risultato finale. Sicuramente la più importante è la tipologia di resina con cui si sta lavorando. Il contenuto di cannabinoidi, terpeni, cere vegetali e lipidi contribuisce infatti a determinare la consistenza che l'estratto assumerà durante la fase di maturazione. Ogni varietà di cannabis produce una resina con caratteristiche proprie e queste possono essere influenzate non solo dalla genetica, ma anche dalle tecniche di coltivazione, dalle condizioni ambientali e dal grado di maturazio-
ne della pianta al momento del raccolto. Anche due piante appartenenti allo stesso fenotipo possono sviluppare differenze nella composizione della resina e di conseguenza reagire in modo diverso durante la cura. Alcune resine tendono a sviluppare una consistenza più asciutta, mentre altre mantengono una maggiore presenza della frazione terpenica in superficie, assumendo un aspetto più umido e brillante, definito in gergo wet.
Un aspetto fondamentale riguarda il materiale di partenza utilizzato per l’estrazione. Il rosin può essere ottenuto da fiori oppure da hashish come dry sift e water hash, presentando composizioni differenti che influenzano il comportamento dell’estratto durante la maturazione.
Un’ulteriore distinzione importante è quella tra live rosin e rosin ottenuto da materiale essiccato e stagionato. Il live rosin, prodotto a partire da materiale fresh frozen, tende a preservare
Infine è necessario considerare le condizioni ambientali in cui avviene la cura del rosin, infatti temperatura e umidità giocano un ruolo importante durante questa fase, contribuendo a grandi differenze osservabili tra un batch e l'altro.
L'insieme di tutti questi fattori rende quasi impossibile standardizzare completamente il processo di cura. Ogni batch rappresenta un caso a se stante, richiedendo osservazione e una certa dose di sperimentazione per determinare le condizioni più adatte per ottenere il risultato desiderato.

un profilo più ricco di terpeni e cannabinoidi rispetto a quello ottenuto da materiale previamente essiccato. Anche questa differenza incide in modo significativo sull’evoluzione dell’estratto durante la cura.
Altri fattori determinanti riguardano la fase di estrazione del rosin. Parametri come la temperatura impostata della pressa, la pressione applicata e la durata della pressatura influenzano notevolmente le caratteristiche dell'estratto finale.
Le tecniche di cura del rosin generalmente si distinguono in due approcci, la cura a freddo, eseguita a basse temperature, e la warm cure, basata sull'applicazione di calore per accelerare il processo e favorire fenomeni come la nucleazione e la separazione di fase.
La tecnica cold cure viene generalmente eseguita in frigorifero o a temperatura ambiente, purché inferiore ai 21°C. Si tratta di un processo che richiede diverse settimane di tempo e di conseguenza molta pazienza e monitoraggio costante per identificare il momento in cui l’estratto raggiunge la sua fase di evoluzione ottimale. Le tecniche di cura a freddo risultano superiori rispetto a quelle che impiegano il calore perché preservano
maggiormente i terpeni, essendo dei composti volatili che iniziano a evaporare alla temperatura di 21°C. Inoltre, la cura del rosin in frigorifero contribuisce a standardizzare il processo, riducendo gli sbalzi termici.
La stagionatura a caldo viene generalmente realizzata all’interno di una jar a chiusura ermetica, attraverso l’applicazione controllata di calore. Il range di temperatura varia da 32 a 57°C, a seconda della tipologia di resina e della velocità con cui si vuole ottenere l’evoluzione dell’estratto. Temperature più elevate vengono impiegate per tecniche specifiche come il rosin jam, già descritto sull'ultimo numero di Soft Secrets del 2025. L'esposizione al calore accelera l'evoluzione dell'estratto, favorendo fenomeni come la separazione della frazione terpenica e la cristallizzazione dei cannabinoidi. L'utilizzo del calore può influenzare alcuni terpeni particolarmente volatili, modificando l'equilibrio tra i diversi terpeni presenti nell'estratto.
La stagionatura a freddo del rosin si esegue a una temperatura compresa tra 4 e 21°C. La strategia migliore consiste nel lasciare riposare l'estratto all'interno di un frigorifero o di una cantinetta per il vino. Per eseguire il processo sono necessari due barattoli di vetro con
• controllare ogni 24 ore l'evoluzione dell'estratto
• quando si osserva la formazione di uno strato liquido in superficie eseguire il whipping
• trasferire il rosin nel secondo barattolo pulito e chiuderlo ermeticamente
• una volta raggiunta la texture desiderata, conservare il rosin in freezer per una lunga durata
Alcuni aspetti meritano un ulteriore chiarimento. La durata del processo può variare sensibilmente in base alla tipologia di resina e alle condizioni di conservazione, richiedendo spesso più di due settimane per raggiungere il risultato desiderato. Il secondo barattolo viene utilizzato per trasferire il rosin una volta completato il whipping, raccogliendo l'intera massa in un contenitore pulito e privo di residui sulle pareti, utile per la successiva conservazione. Il whipping è l’operazione con cui si rimescolano insieme la frazione terpenica separata e la componente di cannabinoidi cristallizzati. Questo passaggio, che verrà analizzato più avanti, permette di ottenere texture più cremose e omogenee, tipo wet budder.
WARM CURE TECH
La cura a caldo del rosin viene eseguita applicando calore all'estratto contenuto in una jar di vetro chiusa ermeticamente. Come fonte

chiusura ermetica, preferibilmente mason jar. La dimensione del contenitore deve essere del 40% superiore al volume occupato dal rosin, così da lasciare uno spazio d'aria adeguato all'interno del barattolo. Le jar con pareti dritte sono le migliori per raccogliere ogni traccia di rosin al suo interno. È inoltre necessario un dabber da utilizzare per il whipping dell'estratto al momento opportuno.
Ecco gli step da seguire:
• riporre il rosin all'interno della jar di vetro
• sigillare il contenitore
• lasciare riposare la jar in frigorifero
di calore possono essere impiegati differenti strumenti, come i mini frigo caldo-freddo, tipo iCure, le piastre riscaldanti della pressa del rosin oppure i tappetini riscaldanti per semenzai. La temperatura adeguata varia tra 32 e 57°C, in funzione della resina e della velocità con cui si desidera realizzare il processo. Di seguito i passaggi da seguire:
• inserire il rosin nella jar di vetro
• chiudere la jar ermeticamente
• impostare l'iCure o le piastre riscaldanti ad una temperatura di 57°C
• riporre la jar all'interno dell'iCure o tra le
piastre delle pressa
• osservare ogni 15 minuti l'evoluzione dell'estratto
• eseguire il whipping quando si crea il layer in superficie trasferire il rosin in una jar pulita e chiuderla ermeticamente proseguire il processo di maturazione impostando la temperatura a 32°C continuare a monitorare lo stato del rosin
• quando assume un colore completamente uniforme è il segnale che il processo è concluso
• conservare in freezer o in frigorifero
Alcuni dettagli importanti riguardano i barattoli di vetro, devono essere sempre chiusi ermeticamente per evitare che i terpeni evaporino
one di uno strato liquido sulla superficie del rosin, denominato layer. In questa fase, le due componenti principali dell’estratto, ovvero la frazione terpenica e quella cristallina dei cannabinoidi, vengono reincorporate attraverso l’azione meccanica. Il whipping si può eseguire anche nelle prime fasi del processo, quando il rosin passa da una colorazione disomogenea, caratterizzata da striature, ad un aspetto completamente uniforme. Per lavorare quantità più grandi si può ricorrere ad un avvitatore elettrico dotato di una punta apposita in acciaio inox, oppure con un miscelatore da laboratorio. Molti hash makers eseguono il whipping del rosin per migliorarne l'aspetto estetico, ottenendo texture dalla consistenza simile ad una crema, e per intensificare il profilo aro-

via. È inoltre fondamentale attendere il completo raffreddamento della jar prima di aprirla per qualsiasi motivo. La quantità di rosin all’interno della jar deve occupare circa il 60% del volume totale. Quando il rosin viene riscaldato rilascia anidride carbonica generando pressione all'interno della jar, per questo motivo è fondamentale lasciare uno spazio d'aria, detto headspace, insieme ad un buon tappo ermetico. La temperatura di 57°C riportata nella fase iniziale è indicativa; è consigliabile procedere gradualmente, partendo da temperature leggermente inferiori per valutare la risposta della resina ed evitare di compromettere il risultato finale. La durata della stagionatura a caldo è mediamente di circa 3 ore, ma può variare in base alla tipologia di resina e al grado di evoluzione desiderato.
Il whipping consiste nell’operazione di lavorare la resina con movimenti decisi e rapidi, utilizzando un dabber, con l’obiettivo di modificarne la texture e renderla più omogenea e stabile nel tempo, anche a temperatura ambiente. Generalmente il momento ideale per eseguire il whipping è quando si osserva la formazi-
matico dell'estratto. Sebbene comporti alcuni vantaggi, il whipping aumenta l’esposizione della resina all’aria e il contatto con l’ossigeno, accelerando i processi ossidativi.
Il rosin curato può essere tranquillamente conservato a temperatura ambiente ma per aumentarne la vita utile, mantenendo completamente integre le sue caratteristiche, è necessario conservarlo in frigo, oppure in freezer per una soluzione ancora più efficace. Prima di aprire le jar conservate al freddo, è molto importante lasciarle riposare a temperatura ambiente per alcuni minuti, per evitare che l'umidità condensata all'esterno del barattolo penetri al suo interno contaminando il rosin. Una buona pratica consiste in asciugare accuratamente i barattoli con un panno pulito prima di aprirli.
La cura del rosin richiede osservazione, pazienza e sperimentazione, qualità indispensabili per comprendere il comportamento di ogni singolo batch e valorizzarne al meglio le caratteristiche.

Di Fabrizio Dentini
Viola Brugnatelli è la fondatrice di Cannabiscienza Academy: agenzia di formazione online sulla cannabis medica. Nell'ultimo decennio Viola si è occupata di formazione interdisciplinare sul Sistema Endocannabinoide cercando di costruire un ponte tra ricerca scientifica, pratica clinica e accesso consapevole alle terapie a base di cannabinoidi. Superando stereotipi e semplificazioni ideologiche, Cannabiscienza lavora per diffondere un rigoroso approccio internazionale basato sulle evidenze scientifiche nei confronti dell'utilizzo dei cannabinoidi in medicina.

Il vostro libro sui principi clinici di cannabinologia è arrivato alla seconda edizione. Cosa intendete con principi clinici di cannabinologia?
Intendiamo un approccio scientifico e traslazionale allo studio del sistema endocannabinoide e dei fitocannabinoidi applicati alla medicina contemporanea, ma anche alle reali condizioni di accesso terapeutico. Nel settore della cannabis medica, l’Europa ha uno dei maggiori potenziali inespressi perché resta ancora frammentata in normative differenti e sistemi prescrittivi molto eterogenei, che rendono difficile un accesso uniforme e continuativo alle terapie cannabinoidi. Il nostro libro nasce con l’obiettivo di offrire una visione integrata della cannabis medica: non soltanto botanica o farmacologica, ma realmente clinica, multidisciplinare e orientata alla gestione concreta del paziente. Questo significa affrontare anche temi come disponibilità dei prodotti nelle farmacie, continuità terapeutica, qualità delle formulazioni, sostenibilità economica e accesso ai rimborsi.
In particolare su quali direttive si declina il vostro lavoro e a chi vi rivolgete?
Nel testo approfondiamo il sistema endocannabinoide nella sua relazione con dolore, infiammazione, sonno, stress, asse
intestino-cervello, omeostasi e resilienza biologica. Analizziamo la farmacologia dei cannabinoidi, terpeni, flavonoidi, formulazioni galeniche, sicurezza, farmacocinetica e applicazioni terapeutiche in oltre trenta condizioni cliniche, contestualizzando il tutto con una panoramica dei prodotti disponibili e dei modelli europei di accesso alla cannabis medica. La seconda edizione è dedicata certamente ai professionisti sanitari — medici, farmacisti, veterinari, infermieri, ricercatori e operatori della salute — ma anche ai pazienti e ai familiari che desiderano comprendere meglio le terapie cannabinoidi, così come agli imprenditori del settore interessati a sviluppare modelli realmente orientati ai bisogni clinici e alla sostenibilità terapeutica. Abbiamo cercato di creare uno strumento pratico ma scientificamente rigoroso, utile sia in ambito accademico che nella pratica clinica quotidiana.
Avete introdotto nuovi studi o sviscerato nuovi argomenti rispetto alla prima edizione?
La seconda edizione rappresenta una vera evoluzione del progetto originale. Negli ultimi anni non solo la ricerca sul sistema endocannabinoide e sulla cannabis medica è cresciuta in modo esponenziale, ma è cambiato anche il panorama europeo: normative, accesso terapeutico, disponibilità dei prodotti e sviluppo dei mercati nazionali hanno subito trasformazioni molto rapide. Paesi come Germania e Regno Unito stanno vivendo una forte espansione del settore, con mercati ormai vicini alla saturazione in alcuni segmenti. Abbiamo voluto riflettere questa evoluzione aggiornando profondamente il libro, che oggi contiene oltre 800 riferimenti scientifici, nuovi dati clinici, aggiornamenti farmacologici e contributi provenienti da professionisti del settore di diversi Paesi. Tra le novità più importanti vi è l’introduzione del concetto di “Neuro-Gastro-Cannabinology”, che esplora il dialogo tra sistema endocannabinoide, microbiota, asse intestino-cervello e regolazione neuroimmunitaria. Abbiamo inoltre ampliato le sezioni dedicate a cannabinoidi minori, terpeni, flavonoidi ed “entourage effect”, con maggiore attenzione alla personalizzazione terapeutica. Anche la parte clinica è stata notevolmente estesa,
con nuovi esempi di titolazione, gestione del paziente e utilizzo dei cannabinoidi in differenti sintomatologie e contesti terapeutici. Dal punto di vista normativo, la seconda edizione include un aggiornamento dettagliato dei modelli europei di cannabis medica, con focus su oltre 24 Paesi tra UE ed Europa extra-UE, tra cui Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito e Italia. Abbiamo aggiunto inoltre una panoramica pratica sui prodotti oggi disponibili in Europa — oli, estratti, infiorescenze e formulazioni galeniche — includendo composizioni, rapporti cannabinoidi, costi, disponibilità e accessibilità terapeutica.
Possiamo affermare che grazie al vostro lavoro la cannabis medica dovrebbe smettere d'essere ritenuta una sostanza controversa, mal compresa e stigmatizzata?
Credo che la cannabis medica resterà ancora per qualche tempo un tema culturalmente sensibile, ma penso anche che il modo migliore per superare stigma e polarizzazione sia riportare il dibattito sul terreno scientifico. La cannabis non è una sostanza “miracolosa”, ma nemmeno il demonio farmacologico che per decenni è stato rappresentato. È uno strumento terapeutico complesso, con indicazioni, limiti, controindicazioni e potenzialità, come accade per molti altri farmaci. La vera maturità clinica arriva quando si riesce a parlare di cannabinoidi senza ideologia: né proibizionismo emotivo né entusiasmo acritico.
Come funziona il sistema endocannabinoide? Cosa vi pare più interessante della sua fisiologia? Il sistema endocannabinoide è una rete biologica di regolazione diffusa in tutto il corpo umano. È composto da recettori cannabinoidi, endocannabinoidi prodotti naturalmente dal nostro organismo ed enzimi responsabili della loro sintesi e degradazione. La sua funzione principale è mantenere equilibrio e adattamento fisiologico — ciò che in medicina definiamo omeostasi — modulando processi fondamentali come dolore, infiammazione, sonno, appetito, memoria, risposta immunitaria, metabolismo, stress e neuroplasticità. L’aspetto più affascinante della sua fisiologia è che non si comporta come un sistema isolato, ma come una rete trasversale di comunicazione biologica che dialoga costantemente con sistema nervoso, endocrino, immunitario e gastrointestinale. In questo senso rappresenta una delle grandi chiavi interpretative della medicina integrata contemporanea. Ma c’è anche un altro elemento estremamente interessante: il sistema endocanna -
binoide sembra trovarsi in una posizione di interfaccia tra corpo, mente e percezione cosciente. Influenza infatti regolazione emotiva, risposta allo stress, comportamento sociale, memoria emotiva, percezione del dolore e adattamento all’ambiente. Per questo oggi molti ricercatori vedono il sistema endocannabinoide non soltanto come un sistema fisiologico, ma come una vera rete di integrazione: un ponte biologico tra esperienza soggettiva, equilibrio neurochimico e capacità dell’organismo di adattarsi o trasformarsi nella vita.
Volete darci una vostra definizione di omeostasi e spiegarci perché sia tanto nevralgica per la nostra salute? L’omeostasi è la capacità dell’organismo di mantenere equilibrio dinamico nonostante gli stress interni ed esterni. Non significa immobilità, ma adattamento intelligente. Salute e malattia dipendono in larga parte dalla capacità del corpo di autoregolarsi. Quando questo equilibrio si rompe — per infiammazione cronica, dolore persistente, stress, trauma o degenerazione — compaiono sintomi e patologie. Il sistema endocannabinoide sembra avere proprio il ruolo di “buffer fisiologico”, aiutando l’organismo a ritrovare equilibrio quando altri sistemi risultano sovraccaricati.
Cosa differenzia la cannabis dagli altri medicamenti a livello clinico? Come funziona la sua farmacologia applicata all'essere umano?
La cannabis ha una caratteristica peculiare: non agisce su un singolo bersaglio biologico, ma modula reti fisiologiche molto ampie. I cannabinoidi interagiscono con il sistema endocannabinoide, ma anche con recettori serotoninergici, vanilloidi e dopaminergici, per citarne alcuni. Questo spiega perché possano avere effetti contemporaneamente analgesici, antinfiammatori, ansiolitici o neuroprotettivi. Dal punto di vista clinico richiede un approccio molto personalizzato: dosaggio, rapporto THC/ CBD, via di somministrazione e sensibilità individuale cambiano enormemente da paziente a paziente. È una medicina che obbliga il clinico a ragionare in termini di personalizzazione terapeutica più che di protocolli standardizzati.
Se comparati alle altre medicine utilizzate negli stessi trattamenti come valutate gli effetti secondari della cannabis?
Dipende naturalmente dal contesto clinico, dalla formulazione utilizzata, dal profilo del paziente e dalla competenza prescrittiva. In generale, però, la cannabis medica presenta
un profilo di sicurezza considerato favorevole, soprattutto se confrontato con alcune terapie croniche comunemente utilizzate negli stessi ambiti terapeutici, come oppioidi, benzodiazepine, corticosteroidi o alcuni antinfiammatori. Gli effetti avversi esistono e non vanno minimizzati. Tra i più frequenti troviamo sonnolenza, vertigini, xerostomia, tachicardia, ansia, alterazioni cognitive transitorie o disorientamento, soprattutto con dosaggi elevati o formulazioni ad alto contenuto di THC. In soggetti predisposti possono comparire anche sintomi psichiatrici più importanti, motivo per cui anamnesi, monitoraggio e personalizzazione terapeutica sono fondamentali. Anche il CBD, spesso percepito erroneamente come completamente privo di effetti collaterali, può influenzare metabolismo epatico e attività di alcuni enzimi coinvolti nella metabolizzazione farmacologica, rendendo necessaria attenzione alle possibili interazioni con altri farmaci. Detto questo, uno degli aspetti più rilevanti è che la cannabis medica presenta una tossicità sistemica relativamente bassa e, a differenza degli oppioidi, non comporta rischio di depressione respiratoria fatale. Questo elemento cambia profondamente il rapporto rischio-beneficio, soprattutto nelle terapie croniche e nei pazienti complessi. La vera sfida clinica oggi non è stabilire se la cannabis sia “buona” o “cattiva”, ma capire per quali pazienti, in quali condizioni, con quali formulazioni e con quali protocolli possa rappresentare un’opzione terapeuti -
ca realmente utile e sostenibile.
Ci racconti tre casi clinici che riportate nel libro e che ti hanno particolarmente colpito?
Uno dei contributi che mi ha colpito maggiormente è quello del pediatra brasiliano Dr. Cardoso Lins, che descrive casi pediatrici complessi legati ai disturbi dello spettro autistico. In particolare, alcuni bambini non verbali con comportamenti aggressivi o autolesivi hanno mostrato miglioramenti importanti nella regolazione emotiva, nel sonno, nell’interazione sociale e nella relazione con la famiglia dopo protocolli cannabinoidi attentamente personalizzati. Un altro gruppo di casi estremamente interessante è quello presentato dalla Dr.ssa Valeria Giorgi dell’Ospedale di Lugano, relativo a pazienti con fibromialgia. Ogni caso presentava
dopo anni di politerapie e scarso controllo sintomatologico sono riusciti a ridurre significativamente l’utilizzo di oppioidi e antiepilettici, recuperando sonno, autonomia e funzionalità quotidiana. Infine, i casi in area palliativa, dove la cannabis agisce su dolore, appetito, nausea, insonnia e ansia, restituendo comfort e dignità alla persona.
Il quarto capitolo è dedicato alla legislazione inerente questo medicamento a livello UE. Quali dei modelli esposti ti sembra il migliore? Come interverresti nel sistema italiano per renderlo più al passo coi tempi dopo ormai dieci anni di progetto pilota in regime di monopolio?
Non esiste ancora un modello europeo perfetto, ma alcuni sistemi risultano più
“ La maturità clinica arriva quando si riesce a parlare di cannabinoidi senza ideologia”
comorbidità differenti e quindi necessitava di approcci terapeutici personalizzati, con differenti rapporti THC/ CBD, modalità di titolazione e obiettivi clinici. Mi hanno colpito molto anche i casi di dolore neuropatico cronico refrattario, nei quali pazienti
funzionali rispetto ad altri. La Repubblica Ceca ha un accesso relativamente efficiente e strutturato. La Germania rappresenta oggi il mercato più avanzato per disponibilità di prodotti e infrastruttura terapeutica. Anche Svizzera e Regno Unito stanno

Il disegno di legge Ripost (Legge volta a fornire risposte immediate ai fenomeni che turbano l'ordine pubblico, la sicurezza e la tranquillità dei cittadini) è stato appena approvato dal Senato. Tra le altre cose, prevede un aumento della sanzione pecuniaria per il consumo di droga. La multa sarà di 500 euro anziché gli attuali 200.
Il governo vuole affrontare i disordini dell'ordine pubblico che turbano la pace dei cittadini francesi. Il semplice consumo di cannabis non arreca alcun danno ad altri, eppure è incluso nel disegno di legge Ripost. Riguarda, tra l'altro, il protossido di azoto, un prodotto deviato dal suo uso previsto, i fuochi d'artificio, i rave party e gli raduni di veicoli a motore di tipo rodeo.
Il disegno di legge è stato presentato al Consiglio dei Ministri dal Ministro dell'Interno Laurent Nuñez il 25 marzo. Il governo ha proposto diversi emendamenti. Un emendamento è una modifica apportata a un disegno di legge o a una proposta di legge presentata al Senato o all'Assemblea Nazionale. Un articolo aggiuntivo è stato inserito dopo l'articolo 7 del disegno di legge Ripost.
Il CBD è legale in Francia dal 2020, a seguito della sentenza della Corte di Giustizia Europea nel caso "Kanavape". L'emendamento riguarda specificamente la categoria delle piante da fumare, che include fiori e resine di CBD. Il governo ritiene che il consumo di piante da fumare non sia sufficientemente regolamentato: "Infatti, in generale, la combustione
sviluppando modelli interessanti sul piano della standardizzazione e dell’innovazione clinica. In Italia, dopo oltre dieci anni di progetto pilota in regime di monopolio, la cannabis medica è ancora ostacolata da complessità prescrittive, carenze di approvvigionamento e accesso disomogeneo sul territorio. Servirebbero maggiore formazione medica, continuità terapeutica e una visione più moderna della medicina cannabinoide come reale area terapeutica integrata nel sistema sanitario. Perché il punto centrale, alla fine, è molto semplice: un paziente non dovrebbe vivere l’accesso a una terapia prescritta come una lotteria geografica, burocratica o logistica.
Alla luce del vostro lavoro in quali direzioni pensate che si svilupperà il mercato della cannabis medica?
Credo che il futuro sarà sempre più orientato verso la medicina di precisione e formulazioni cannabinoidi altamente standardizzate. Vedremo maggiore integrazione tra cannabis medica, nutraceutica, medicina funzionale e approcci personalizzati basati sul profilo biologico del paziente. Parallelamente crescerà la ricerca su terpeni, cannabinoidi minori e modulazione del sistema endocannabinoide anche oltre la pianta di cannabis stessa. Penso inoltre che nei prossimi anni assisteremo a una normalizzazione culturale del settore: meno slogan, più clinica; meno marketing ideologico, più medicina basata sui dati.
di materia organica, come le piante, rilascia sostanze nocive per la salute, come monossido di carbonio, particolato fine e catrame, che possono irritare le vie respiratorie, compromettere la funzionalità polmonare e aumentare il rischio di malattie croniche".
Secondo il governo, nel 2022 il 10% degli adulti e il 17,5% dei giovani sotto i 24 anni avevano fatto uso di CBD. Una percentuale pressoché identica a quella della cannabis tradizionale.
Diversi allarmi sanitari sono stati emessi dalle reti di monitoraggio delle dipendenze. Questi riguardano i cannabinoidi sintetici miscelati con prodotti a base di CBD e i dosaggi di THC troppo elevati per i consumatori occasionali: "Ad esempio, la rete Signal Drogues ha registrato 345 casi di svapo di cannabinoidi sintetici nel 2025, il 71% dei quali riguardava giovani tra i 13 e i 18 anni. Nel primo trimestre del 2026, si sono già registrate 125 segnalazioni, tra cui due decessi". Studi condotti dall'ANSES (l'Agenzia francese per la sicurezza alimentare, ambientale e sul lavoro) avrebbero evidenziato effetti reprotossici (disturbi riproduttivi) del CBD, in particolare su bambini, adolescenti e donne in gravidanza. Per quanto riguarda il consumo di cannabis, il governo propone quindi due misure già in vigore per il tabacco: il divieto di vendita ai minori e di vendita tramite distributori automatici.
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Chief Scientific Officer, Dr. Gary Yates
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Table of Contents
• Cannabis Botany
• Life Cycle of Cannabis
• Cannabis Seeds & Seedlings
• Plan Your Garden
• Grow Room Setup
• Twelve-week Garden
• Harvest, Manicuring, Drying, Curing & Storage
• Diseases, Pests & Problems

Author Marijuana Horticulture.
Legendary Jorge Cervantes, published in eight languages sold over a million copies worldwide.


Di Fabrizio Dentini
D.S è un paziente aretino con una forte invalidità a seguito d'un grave incidente stradale. Questo paziente soffre di dolore cronico per il quale assume cannabis, come terapia del dolore, con una prescrizione di 60 grammi al mese. Nel 2020 le forze dell'ordine gli hanno sequestrato 13 piantine di marijuana. Nel 2025 è stato arrestato perché trovato in possesso, in due differenti occasioni, d'un totale di 161 piante. Oggi ascoltiamo il suo avvocato Lorenzo Simonetti che è riuscito a farlo scarcerare in seguito al suo ultimo arresto avvenuto lo scorso giugno.

Ci presenta a grandi linee questo caso?
A seguito di segnalazione D.S. è stato trovato con 43 piante e 2,9 chili lordi di cannabis. Anziché gli arresti domiciliari o l'obbligo di firma, il Pubblico Ministero presumendo, alla luce della quantità che la sostanza potesse essere inserita nel mercato del narcotraffico, ha chiesto l'applicazione della custodia cautelare in carcere.
Perché il suo cliente coltivava cannabis?
In Italia spesso l'approvvigionamento non è sufficiente, non c'è la materia di qualità tale da poter garantire un certo percorso terapeutico per un certo tipo di patologia. Quindi, tante persone sono costrette ad autocoltivare la propria terapia.
Nella sua memoria difensiva lei spiega che quando la destinazione della coltivazione può essere solo ed esclusivamente terapeutica, allora, la funzione medica colora d'irrilevanza la condotta penale. Cosa voleva esprimere con queste parole?
In questo caso la quantità rinvenuta non è ovviamente iscrivibile a un concetto di uso personale. Inoltre qui ci si interroga sull'uso terapeutico
come eventuale declinazione dell'uso personale. La mia tesi è che debba esistere la categoria specifica del consumo terapeutico come destinazione d'uso e che allora non sia corretto affermare che si tratti di una sottocategoria dell'uso personale, perché altrimenti perderebbe l'identità.Le cose vanno chiamate con il loro nome, con una logica contemporanea. Il lavoro è saper dare identità giuridica e cognitiva a un istituto destinatorio, quello dell'uso terapeutico, che deve essere declinato differentemente da quello personale, perché è vero che, per l'uso personale [Ndr. a differenza di quello terapeutico] 3 kg e 43 piante, lascerebbero presumere lo spaccio. Un altro passo interessante della memoria è quando lei spiega che in caso di consumo terapeutico non sia possibile applicare la semplice somma algebrica del contenuto di THC come principio attivo, e che parimenti, nemmeno il concetto di dose media giornaliera sia utile e applicabile in questo tipo di processi. Quale ragionamento supporta questa riflessione?
Si parte dal presupposto che 25 mg di THC, ovvero una dose media singola così come
indicata nelle tabelle legate al DPR 309 del 1990 nell'articolo 14 e sequenti, rappresentino la dose media singola avente presunta efficacia stupefacente per il consumatore abituale. I 25 mg sono parametrati, dunque, sul consumatore abituale. Per chi non consuma abitualmente cannabis, 25 mg potrebbero produrre un grande effetto, differentemente da quelli che consumano abitualmente. Ma per una persona che consuma in modo importante [Ndr. per motivi medici] è ovvio che 25 mg non siano sufficienti. In questo caso quindi la sua modalità di consumo determina la necessità di avere una maggiore dose in mg di THC per assunzione. Ci sono vari casi nei quali si può avere bisogno di fino a 2-3 g al giorno di THC puro. In questo caso, quindi, pratico la rideterminazione del THC sui parametri antropometrici del paziente indagato.
In questo processo emerge una sorta di priorità dell'articolo 32 della Costituzione che tutela il diritto alla salute, rispetto all'articolo 73 del testo unico sugli stupefacenti. Ci spiega di che cosa si tratta?
Tramite lo strumento logico del bilanciamento degli interessi, la Corte Costituzionale ci ha dato delle linee guida parametriche di ragionamento
per capire se in un set processuale debba prevalere una cosa rispetto all'altra. Gli interessi in gioco nel sistema processuale sono due: il delitto di spaccio articolo 73 del DPR 309 del 1990 o il diritto alla salute articolo 32 della Costituzione. Quale prevale per giudicare un individuo? Evidentemente se si hanno gli strumenti logici per argomentarlo, bisogna premere sul diritto alla salute. Potrebbe essere che il cliente possa vantare il diritto alla salute, ma che il legale non sappia dimostrarlo e che quindi, purtroppo, nel sistema di scacchi del processo penale prevalga, irragionevolmente, il bilanciamento degli interessi a favore dell'articolo 73, da qui la condanna e l'eventuale appello.
Lei crede che il suo cliente scarcerato si rimetta a coltivare?
E' altamente probabile e a mio modo di intendere nel caso concreto non sarebbe un reato. La mia affermazione non è una forma di spiegazione, ma una forma di tecnica valutazione, perchè ritengo che egli sia nel diritto di, se vuole, poter coltivare. Secondo il mio punto di vista tecnico e non morale, evidentemente se lui ricoltiva, destinando tutto all'uso terapeutico non offende in concreto la salute pubblica e cioè il bene giuridico tutelato.
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Di Olivier F
Dust è un coltivatore e breeder francese che vive in Spagna. Fa parte dei famosi Strain Hunters, un gruppo di appassionati che gira il mondo alla ricerca delle migliori varietà autoctone di cannabis. Il concetto di Strain Hunters è stato ideato dal famoso imprenditore del settore della cannabis, titolare di Green House Seeds, Arjan Roskam, e dal compianto breeder Franco Loja. Su YouTube sono disponibili una decina di appassionanti documentari sulle loro spedizioni in diversi Paesi dell’Asia, dell’Africa, del Sudamerica e dei Caraibi. Il loro ultimo documentario è stato girato in Kirghizistan. Dust ha già preso parte a tre spedizioni con gli Strain Hunters.

SSIT: A che età hai fumato la tua prima canna?
Dust: La mia prima canna, dovevo avere 12 o 13 anni. Era la prima volta che provavo, ma non ho continuato subito. Non era nemmeno una vera canna. Avevo preso una foglia da una pianta e l'avevo fatta seccare. L'avevo arrotolata e l'avevo fumata. Verso i 14 anni ho iniziato a fumare, non regolarmente, ma nei fine settimana con gli amici, di tanto in tanto.
Da dove viene il soprannome Dust?
Da Counter-Strike. Era il mio nome da giocatore online. Quando giocavo online, c'era una ‘map’ su Counter-Strike che si chiamava The Dust. Ed è diventata una delle mie map preferite.
Come hai iniziato a coltivare?
Lavoravo nel settore edile nella regione parigina. Ho scoperto dei semi in quiescenza nel cantiere di una casa negli Yvelines dove
era stata scavata una buca per le fondamenta. Sono arrivate le ruspe a scavare la buca e il giorno dopo c'erano già delle piante che crescevano sul cumulo di terra. Qualcuno doveva quindi aver coltivato l'anno precedente e i semi in quiescenza sono stati rivoltati, sono risaliti in superficie e sono germogliati. Perché erano davvero sui cumuli di terra, dove non c'era alcun motivo per cui ci fossero le piante. Ne avevo sradicate alcune, per provare a ripiantar-
le a casa mia, ma non sono durate a lungo.
Quello è stato il mio battesimo alla coltivazione. Dopo, ho iniziato a documentarmi seriamente online. Come funzionava, i nutrienti, il ciclo di luce… All’epoca non ne sapevo davvero nulla.
Hai incontrato gli Strain Hunters per la prima volta all’Expogrow di Irun nel 2013, ma li conoscevi già virtualmente… Esatto. Avevo lavorato molto sul forum con loro. Facevo molti live report. Quando partivano per le spedizioni, ci mandavano delle foto per caricare dei post sul forum, in diretta. Mi occupavo della moderazione del forum e rispondevo un po' al servizio clienti. Quindi sì, facevo un po' di tutto. Facevo tutto quello che si riusciva a fare online da casa mia… All’epoca lavoravo ancora, e a un certo punto sono rimasto senza lavoro per sei mesi, credo. E mi sono dedicato ancora di più al forum.
Hai quindi continuato a lavorare con gli Strain Hunters…
Nel 2014 abbiamo aperto lo Strain Hunters Social Club con Mister X a Barcellona... Anche Franco viveva a Barcellona, in Spagna. Come me, era un grande fan dell'hardcore e della musica techno. E in Olanda ci sono festival enormi. Eravamo in sintonia su molte cose: le moto, la buona musica... E così abbiamo lavorato parecchio con Franco su un sacco di cose. Ho viaggiato molto con lui anche in tanti Paesi diversi. Quindi, è stata una bella esperienza poter essere così vicino all’origine e poter imparare come una spugna da tutte queste persone che hanno così tante esperienze, perché quando le ascolti, puoi imparare cose che loro hanno imparato in 40 anni. A forza di incontri e di frequentazioni, raccogli un sacco di informazioni importanti che non sono accessibili a molti.
Qual è stata la tua prima spedizione?
La mia prima spedizione è stata in Sudafrica. Prima di allora, abbiamo lavorato molto in Congo e in molti altri Paesi, in Africa e in Sudamerica, e anche in Canada, per alcuni anni. Prima della spedizione mi occupavo soprattutto di coltivazione, e visto che Franco era morto da poco, ci è voluto un po’ di tempo prima di riprendere le spedizioni. In quel periodo abbiamo lavorato un po’ ovunque nel mondo, su vari progetti... Abbiamo lavorato sulla cannabis terapeutica. Quando siamo andati in Canada, era per la cannabis ricreativa. Eravamo in Canada il giorno della legalizzazione. È un tipo di esperienza davvero fantastica per un appassionato.
Quali erano le vostre attività in Canada?
Abbiamo collaborato con Canopy per due anni. C'erano troppe differenze culturali. Il modo in cui vengono gestite le grandi aziende non sempre va bene per gli appassionati che vogliono davvero un prodotto di qualità. Quindi abbiamo preferito smettere, e speriamo che un giorno potremo tornarci. Ma per ora siamo concentrati al 100% sulla Thailandia, per poter immettere i nostri fiori sul mercato europeo, legalmente ovunque, in Germania, in Inghilterra, dove ci lasciano farlo. E questo è il nostro obiettivo principale per ora.
Qual è il ricordo più bello delle tue spedizioni?
Ci sono momenti incredibili in tutte le spedizi-
oni. Anche nei viaggi che abbiamo fatto e che non erano spedizioni, per esempio quando andavamo in Congo ogni mese con Arjan, dopo la morte di Franco. Abbiamo vissuto tantissime situazioni in Congo che sono davvero uniche e che non puoi vivere in altre parti del mondo. Quindi sono solo tanti ricordi che rimangono impressi e che ti fanno piacere. Cerchi di assorbirli al massimo, li vivi.
In Sudafrica, per esempio, eravamo su un fiume che nessuno aveva mai percorso in rafting. Per 5 giorni, senza rete mobile, senza niente, ogni sera ci accampavamo e guardavamo le stelle… L’ambiente è maestoso. È la natura che ti colpisce. E in Kirghizistan è stato lo stesso. La discesa con i cavalli era così ripida. I cavalli sono sempre in tensione. Sei sotto stress, sotto pressione per tutta la discesa. E tutto questo, una volta superato, diventa rilassamento... È un sollievo quando arrivi in fondo e tutto è andato bene. Poi c'è la salita successiva e la discesa successiva…
E il tuo ricordo peggiore?
La cosa peggiore che mi è capitata durante le spedizioni è stata quando mi sono fatto male alle costole in Sudafrica, il secondo giorno, credo. Mi fanno ancora male. Per fortuna, non abbiamo mai avuto incidenti o brutte esperienze con il governo o la polizia durante una spedizione. Niente di veramente pericoloso per ora.
Chi sono attualmente i membri degli Strain Hunters?
Il team principale è composto da me, Arjan e Mr X. Spero che Simon possa tornare nella prossima spedizione. E ora c'è anche la nuova generazione con Dax, il figlio di Arjan. Sarebbe bello se ci fosse anche lui, se continuasse con noi.
Qual è la tua varietà preferita? È un po' complicato sceglierne solo una. Ma

posso citarne alcune. L'Exodus Cheese è sempre tra le prime. Mi piace molto la Chocolope. Sono un grande fan della Shoreline. Ovviamente anche la Skittles è in questa lista. Sono più orientato verso la skunk. Mi piace la skunk. Ecco perché citerei anche la Fullgas. È uno dei primi incroci che ho fatto. È come una versione sotto steroidi dell’Exodus. C’è anche la Riri Cut, che è stata selezionata da un francese.
Preferisci i fiori, l'hashish o gli estratti?
Tendo a fumare hashish quotidianamente, ma quando ci sono fiori di ottima qualità disponibili, mi piace sempre molto fumarli.
Qual è attualmente la situazione dei Cannabis Social Club a Barcellona? È sempre la stessa. A Barcellona, più o meno

ogni due anni, portano avanti delle operazioni, fanno delle retate nei club. Finché Madrid non dice che va bene. In sostanza, nessuno può fare nulla. La polizia non sa bene cosa fare. I politici non sanno bene cosa fare.
Ti occupi anche della Thailandia. Quanti punti vendita di cannabis avete lì?
Abbiamo 6 coffee shop, mi pare. Ne abbiamo 4 o 5 a Bangkok e uno a Koh Samui, un'isola che si trova nel sud. E cercheremo sicuramente di aprirne altri nelle zone di passaggio, a Phuket, a Pattaya... Ma questo lo faremo in futuro. Abbiamo un complesso, con serre, con coltivazioni indoor e outdoor. Abbiamo una zona GMP (Good Manufacturing Practices). E abbiamo lo stabilimento dei semi.
Il mercato dei semi è attualmente in difficoltà. C'è ancora un futuro per i semi?
Il sogno, credo, di tutte queste banche, è quello di poter offrire il seme, il clone o il fiore al proprio cliente. Ecco perché per noi la Thailandia è davvero l'ideale, perché chi vuole comprare una confezione di semi può provare il fiore coltivato dall'azienda, il prodotto vero e proprio. Lo prova prima di comprare la confezione. Si ha anche la possibilità di comprare il clone, perché in Thailandia vendiamo anche cloni. Puoi persino acquistare una selezione che abbiamo creato noi, oppure provare a crearne una tua. È un po' la situazione ideale per vendere la tua genetica. Il mercato dei semi è in piena evoluzione. Ci sono molti cloni disponibili sul mercato ora. Dipende da dove vivi. In Paesi come la Francia, penso che ci sarà sempre vendita di semi, finché la cannabis non sarà legalizzata.
Ci saranno sempre appassionati che vorranno coltivare dai semi e fare selezioni.




Illuminismo Psichedelico
Da alcuni anni Illuminismo Psichedelico esplora il mondo delle sostanze psichedeliche attraverso conversazioni con ricercatori, artisti, sperimentatori e attivisti. Curato da Federico Di Vita e realizzato in collaborazione con l'Associazione Luca Coscioni, il podcast attraversa temi che spaziano dalle piante sacre e le sostanze enteogene ai culti e rituali indigeni, fino alle nuove pratiche terapeutiche e alle più recenti scoperte scientifiche, con l'obiettivo di divulgare informazioni corrette e contribuire a scardinare i tabù che ancora circondano queste sostanze. La prima puntata risale al 2021 e con cadenza bisettimanale sono stati prodotti fino a oggi oltre duecento episodi. Nel corso degli anni il podcast ha ospitato alcune delle figure più importanti della scena psichedelica internazionale, come Rick Strassman, autore del bestseller DMT. La molecola dello spirito, e l'etnobotanico Giorgio Samorini, insieme a sperimentatori, artisti e collettivi sociali. Il punto di forza del progetto risiede nella varietà delle voci coinvolte e nella capacità di intrecciare ricerca scientifica, pratiche culturali e testimonianze dirette senza appiattire la complessità dell'argomento. Tra gli episodi più interessanti, quello realizzato con alcuni collettivi femministi, che mette in luce aspetti raramente dibattuti in relazione alle sostanze psichedeliche, come la vulnerabilità a cui le donne possono trovarsi esposte durante l'esperienza. Puntata dopo puntata, il podcast ha assunto una dimensione sempre più nomade, realizzando numerosi episodi in giro per l'Italia: all'interno di centri sociali, durante festival musicali come parte integrante della programmazione e anche in contesti più accademici. Illuminismo Psichedelico si conferma una delle poche realtà italiane capaci di affrontare il tema delle sostanze psichedeliche con continuità, rigore e curiosità.


Giorgio Samorini è un etnologo e ricercatore nel campo delle sostanze psichedeliche di fama internazionale e Animali che si drogano probabilmente rappresenta una delle sue opere maestre. Il tema centrale del libro è la relazione delle sostanze psicoattive con il regno animale. Può sembrare buffo ma anche gli animali si drogano con o senza consapevolezza, ma lo fanno, e anche da moltissimo tempo, sicuramente prima ancora degli uomini. Si tratta di un fenomeno poco conosciuto ma ben documentato, Primati che consumano frutta fermentata contenente alcol naturale, elefanti in evidente stato di coscienza alterato dopo l'ingestione di frutta marcia, renne che mangiano funghi allucinogeni, sono solo alcuni degli esempi riportati dall'autore. Animali che vanno alla ricerca di sostanze psicotrope e comportamenti ripetitivi come una forma di auto-intossicazione, suggeriscono che gli umani non sono gli unici a drogarsi. Non trattandosi di un saggio sensazionalista, ma al contrario, sostenuto da rigore scientifico, il libro apre una domanda centrale, se il consumo di sostanze psicoattive è presente in natura, allora quanto è davvero anomalo nell'essere umano? La risposta dell'autore è che potrebbe non trattarsi di una cattiva condotta umana ma di un comportamento con possibili funzioni evolutive. Scritto in pieno stile Samorini, una divulgazione scientifica comprensibile da tutti, il libro mette in crisi la presunta eccezionalità umana, spostando lo sguardo dal proprio centro e riportando il consumo di sostanze psicoattive all'interno di un contesto più naturale.
Qualcuno sa come ha fatto Putin a diventare Putin? Tratto dal romanzo di Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, scrittore ed esperto di politica e trame internazionali, e diretto da Olivier Assayas, il film racconta la storia di Vadim Baranov, uno spin doctor che nella realtà rappresenta una sintesi di diversi consulenti politici che hanno contribuito all’ascesa del nuovo Zar di Russia. Il vero protagonista è la figura del consigliere invisibile, che ribalta i fatti, costruisce narrazioni alternative, crea una realtà fittizia, in pratica riscrive la storia. Attraverso il suo punto di vista vengono ripercorsi gli eventi che segnano la fine dell’era post-sovietica e la trasformazione progressiva del potere, che da politico diventa sempre più mediatico e spettacolarizzato. Dal caos scaturito dalla fine del regime comunista alla formazione di una nuova élite economica fino all'affermazione assoluta del potere nelle mani di uno solo, Vladimir Putin. Il ritmo del film è sostenuto, scorre velocemente e reso piacevole dalla narrazione del protagonista che fa da sfondo. Al di là della ricostruzione storica, il film si concentra soprattutto sul rapporto tra potere e narrazione, mostrando come la costruzione dell’immagine pubblica possa diventare uno strumento politico decisivo finendo per interrogarsi quanto la comunicazione contribuisca alla costruzione della realtà.

Intelligenza Artificiale

Da più di tre decenni i Sud Sound System bruciano l’intera penisola con il loro raggamuffin salentino e continuano a farlo anche con l’ultimo album. Intelligenza Artificiale è fedele al percorso della band, il dialetto come forma di comunicazione, identità culturale e grande attenzione ai temi sociali. Non mancano, ancora una volta, le collaborazioni con artisti del calibro di Alborosie, Negramaro e tanti altri. Il titolo dell’album è un invito alla riflessione sulla modernità e su come la società si stia progressivamente automatizzando e disumanizzando. Brani come Se ferma lu tiempu e L’amore è l’aria ribadiscono l’importanza dei sentimenti e delle relazioni umane; Ceddhri ne domina e Panza vuota e mente china sottolineano invece il valore del pensiero critico e della capacità di non dare nulla per scontato. TQP, realizzato con Guè Pequeno, ha un ritmo avvolgente in stile hip-hop e si presenta come una sorta di denuncia, di una parte dell'attuale panorama musicale italiano. Tra i brani più significativi spicca Tarantatu, in collaborazione con Antonio Castrignanò, un omaggio alle sonorità profonde del Salento, accompagnato da un visual pazzesco.
L’intreccio tra musica giamaicana, dub e hip-hop caratterizza l’intero album, con sonorità che invitano alla danza, soprattutto quando è la voce di Don Rico a guidarne il ritmo.




José T. Gállego
Sistema idroponico o terriccio in vaso? Se avete questo dubbio, vi aiuteremo a risolverlo nel modo più adatto a voi. Vediamo come si confrontano i costi e le rese di entrambi i sistemi e quali vantaggi o svantaggi presentano.

Nel confrontare i costi della coltivazione in terriccio e in idroponica, non terremo conto di tutti gli elementi comuni alle due tecniche poiché, ovviamente, con entrambi i sistemi occorrono una serra o una stanza di coltivazione, lampade, aspiratori, filtri anti-odore, fertilizzanti, ecc. Tutti questi elementi rappresentano nel loro insieme il grosso della spesa necessaria per allestire una coltivazione indoor e devono essere considerati in entrambi gli scenari.
Quanto costa un sistema idroponico?
Il prezzo dei sistemi di coltivazione idroponica parte da circa 250 euro per un metro quadrato, più altri 50-100 euro per il substrato idroponico (argilla espansa, lana di roccia, fibra di cocco). Se
si utilizza l'argilla espansa, che è riutilizzabile, la spesa per il substrato si sostiene solo all'inizio. Se invece il sistema idroponico utilizza lastre, panelli di fibra di cocco o lana di roccia, questi dovranno essere rinnovati dopo ogni raccolto.
Oltre alla spesa di acquisto, i sistemi idroponici dispongono solitamente di pompe dell’acqua e gorgogliatori che movimentano l’acqua e la tengono ossigenata. Questi dispositivi aumentano leggermente la bolletta, ma in misura minima poiché hanno una potenza ridotta. Un problema più oneroso sarebbe mantenere la soluzione nutritiva a una temperatura adeguata (18-22 °C) affinché abbia la massima ossigenazione e le piante possano assorbire
bene i nutrienti. In estate, se è necessario raffreddare la soluzione nutritiva, occorrerà un refrigeratore per l'idroponica e, in inverno, riscaldatori per acquari. Il consumo elettrico di questi dispositivi può incidere sulla bolletta nei mesi più freddi o caldi dell'anno, ma è possibile coltivare in idroponica senza di essi, purché la stanza di coltivazione venga mantenuta nell'intervallo di temperatura corretto.
L'idroponica richiede acqua di qualità e a basso contenuto di sali (EC < 0,3 mS/cm). Se l'acqua del rubinetto non soddisfa questi parametri, è necessario utilizzare un filtro a osmosi inversa per ottenere acqua adeguata. Questa spesa sarebbe consigliabile anche se si coltiva in terra e l'acqua del rubinetto non è di buona qualità, ma nell'idroponica è indispensabile.
Quanto costa un sistema in terra? Il costo iniziale di una coltivazione in terra è inferiore a quello di una coltura idroponica, poiché occorre acquistare solo i vasi e un annaffiatoio.
“Il prezzo dei sistemi di coltivazione idroponica parte da circa 250 euro per un metro quadrato.”
Con meno di 50 euro possiamo procurarci il necessario per un metro quadrato. Il substrato ci costerà altri 30-50 euro per raccolto.

I sistemi idroponici possono essere più produttivi, ma richiedono maggiore

I principianti ottengono in genere risultati migliori coltivando in terra
Questi prezzi presuppongono che si decida d’irrigare a mano, ovviamente. Se si desidera un sistema di coltivazione in terra ma non cu si vuole preoccupare di annaffiare le piante, è necessario un sistema d’irrigazione automatico. In altre parole, occorre acquistare un serbatoio, una pompa dell’acqua, i tubi, i gocciolatori e il vassoio per raccogliere l’acqua di drenaggio. Sommando tutti questi elementi, la nostra spesa sarà più o meno pari a quella necessaria per l’acquisto di un sistema idroponico. Pertanto, a parità di comodità, l’idroponica non costa molto di più della coltivazione in terra.
Quale sistema offre una resa migliore?
I sistemi idroponici hanno un maggiore potenziale per ottenere la massima resa dalle piante, a condizione che vengano gestiti correttamente e che alle piante vengano fornite le condizioni ottimali. Le piante che crescono in idroponica hanno accesso a ossigeno, acqua e sostanze nutritive in dosi ottimali e in modo costante. Lo svantaggio dell’idroponica è che la sua gestione è più delicata e qualsiasi errore può avere gravi conseguenze, poiché le radici sono molto meno protette. In ogni caso, se avete tanta voglia di provare l'idroponica, fate pure, non è poi così complicata. Ma dovrete prestare maggiore attenzione alle piante, soprattutto finché non ci prenderete la mano. È un percorso appassionante e diventerete, senza dubbio, coltivatori migliori, ma potreste dover affrontare qualche intoppo.
Il terriccio è un substrato molto più tollerante agli errori, anche se il suo potenziale produttivo è leggermente inferiore. Tuttavia, nelle mani di un coltivatore esperto, i raccolti possono essere equivalenti con entrambi i sistemi. Se desiderate coltivare ma non dedicare troppo tempo alle piante, o se siete un po’ pigri e a volte vi dimenticate di annaffiare, il terriccio è la scelta giusta per voi. Avrete anche degli intoppi, ma meno che con l’idroponica.
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A livello mondiale è in corso un processo di relativa liberalizzazione dell’uso della can-
nabis, che sia per scopi medici o ricreativi. Diversi Paesi hanno legalizzato la cannabis per separare le droghe leggere da quelle pesanti, come dimostrato in Olanda. Altri Paesi hanno legalizzato l’uso della cannabis per uso medico, ivi incluso il diritto di coltivare piante di cannabis per uso personale. L’editore si propone di mettere in luce il processo di normalizzazione dell’uso della cannabis. Questo presuppone che l’editore non sia necessariamente d’accordo su tutto ciò che figura negli articoli e nelle pubblicità che appaiono sulla rivista. L’editore si discosta quindi in modo esplicito da dichiarazioni o immagini pubblicate che potrebbero dare adito a pensare che siano stati approvati l’uso e/o la produzione di cannabis. Nulla della presente pubblicazione potrà essere copiato o riprodotto in qualsiasi formato senza previa autorizzazione dell’editore e di altri titolari del copyright. L’editore non assume alcuna responsabilità in merito al contenuto e/o al punto di vista degli annunci pubblicitari. L’editore non assume alcuna responsabilità per eventuali documenti presentati indesiderati. L’editore ha cercato di contattare tutti i titolari del copyright di fotografie e/o immagini. Coloro che ritengono ancora di avere diritto ai suddetti diritti sono pregati di contattare l’editore.
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