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Francisco Varela: una scienza per l'uomo

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rivista della società italiana di psico - neuro - endocrino - immunologia diretta da Francesco Bottaccioli

PNEINEWS I NUOVI SAPERI DELLA SCIENZA E DELLA SALUTE

NUTRIRE L’INIZIO DELLA VITA Nutrizione e stress materno programmano la salute del bambino e dell’adulto

PNEI - rivista bimestrale - n. 3 - anno V - Maggio Giugno 2011


SOMM ARIO www.sipnei.it

PNEINEWS - n° 3 Anno 2011

EDITORIALE 3

NUTRIRE LA VITA NELLA SUA INTEREZZA, DALL’INIZIO

Francesco Bottaccioli

DOSSIER Nutrire l’inizio della vita 4

LE IMPOSTAZIONI INIZIALI DELLA VITA CONDIZIONANO LA SALUTE DELL’ADULTO

Roberta De Bellis

Sono ormai molte le prove scientifiche che dimostrano che l’ambiente nutrizionale, ormonale e metabolico durante la gestazione può, in modo permanente, programmare la struttura a la fisiologia della prole con conseguenze sulla salute nella vita adulta

IL NETWORK UMANO Equilibrio endocrino e salute 8

CRESCE LA PANCIA E CALA IL TESTOSTERONE

Andrea Delbarba

La sindrome metabolica colpisce un numero notevole e crescente di italiani. Accanto alla carenza di attività fisica e agli eccessi alimentari, anche gli ormoni fanno la loro parte. L’adipe converte il testosterone in estrogeni, con intuibili conseguenze di tipo sistemico nei maschi

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PNEINEWS. Rivista bimestrale della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia.

ALIMENTAZIONE, ATTIVITÀ FISICA E MEDITAZIONE COSÌ GLI ORMONI STANNO IN EQUILIBRIO

Ascanio Polimeni

Il rispetto dei ritmi biologici sonno-veglia, alimentazione-digiuno, attività fisica-riposo, attivazione mentale-rilassamento è in armonia con i ritmi circadiani dei nostri ormoni preservandoli nel tempo a garanzia della salute anche nell’età adulta e senile

IL NETWORK UMANO Meditazione, psiche e cervello 11

IL POTERE DELLA CONSAPEVOLEZZA. PUÒ LA MEDITAZIONE MIGLIORARE MENTE E CERVELLO?

Alberto Chiesa

L’applicazione delle tecniche di neuro-imaging al cervello dei meditanti dimostra che gli effetti positivi della meditazione sulla salute si combinano con la riprogrammazione di cruciali circuiti cerebrali

TERAPIE Meno è meglio 14

INQUINAMENTO MEDICO. LO SPRECO E L’ABUSO DI ESAMI RADIODIAGNOSTICI È UN GRAVE DANNO PER L’AMBIENTE E LA SALUTE DELLE PERSONE M. Dimonte, A. Dodaro,V. Recchia, S. Sabina, A. Zizza Una quota considerevole di test radiodiagnostici risulta clinicamente ingiustificata (nessun beneficio, solo costi): questo vuol dire esporre colpevolmente una grossa parte della popolazione ai rischi derivanti dagli effetti tossici delle radiazioni ionizzanti, che sono cancerogene e mutagene

TEORETICA Varela, a 10 anni dalla morte 17

FRANCISCO VARELA: UNA SCIENZA PER L’UOMO

Salvatore Colazzo

Dieci anni fa moriva, a 55 anni, il grande neurobiologo ed epistemologo, studioso della biologia della complessità, che ha dato un contributo rilevante alla definizione del nuovo paradigma della scienza della vita

CONGRESSO INTERNAZIONALE 22 2

ALCUNI TRA I PRINCIPALI RELATORI

a cura della Redazione

Direttore Responsabile Francesco Bottaccioli - bottac@iol.it Hanno collaborato a questo numero Roberta De Bellis, Alberto Chiesa, Salvatore Colazzo, Andrea Delbarba, Mariano Dimonte, Antonio Dodaro, Ascanio Polimeni, Virginia Recchia, Saverio Sabina, Antonella Zizza. Illustrazione di copertina Margherita Allegri - www.margheallegri.com Impaginazione e grafica Argento e China - www.argentoechina.it Stampa Fina estampa - www.finaestampa.it Registrazione Autorizzazione del Tribunale Bologna n° 8038 del 11/02/2010 Redazione Via Lancisi, 31 - 00185 Roma ABBONAMENTO E INFORMAZIONI Il costo dell’abbonamento 2011 per ricevere 6 numeri di PNEINEWS è di 25 euro. Per i soci SIPNEI l’abbonamento è compreso nella quota annuale. Il versamento va eseguito a favore di SIPNEI Intesa San Paolo Ag. 16 viale Parioli 16/E IBAN IT 90 B 03069 05077 100000000203 specificando la causale. Per informazioni: segreteria.sipnei@gmail.com Abbonamento elettronico per rivista in pdf 18 euro. Per le modalità di abbonamento visita www.sipnei.it

PNEI NEWS | Maggio Giugno 2011


TEORETICA

Varela, a 10 anni dalla morte

Francisco Varela, una scienza per l’uomo Salvatore Colazzo – Professore di Pedagogia sperimentale, Università del Salento, Lecce Dieci anni fa moriva, a 55 anni, il grande neurobiologo ed epistemologo, studioso della biologia della complessità, che ha dato un contributo rilevante alla definizione del nuovo paradigma della scienza della vita

F

rancisco Varela ha sviluppato, durante la sua intera esistenza, una profonda riflessione epistemologica ed insieme etica, ha contribuito ad allargare la nostra nozione di scienza, abbracciando l’idea che “la scienza, in modo forse più lampante di quanto si verifica in qualsiasi altro campo, è una danza che crea, nel senso che è la propria visione di se stessa a plasmare ciò che costituisce gli oggetti e le spiegazioni valide”1. Da ciò la responsabilità che ne deriva: attraverso la scienza di cui ci facciamo fautori influenziamo profondamente il nostro mondo interiore e condizioniamo l’ambiente entro cui sviluppiamo le nostre azioni. Se noi concepiamo la mente come il risultato di un processo evolutivo, cioè come la qualità emergente dal sistema di relazioni che è la vita, allora essa è in sua essenza relazione, perciò qualsiasi concezione della scienza che isola l’io dal mondo, che contrappone soggetto ad oggetto, mente a corpo, è destinata a generare infelicità. Bisogna ritrovare la natura ritmica della mente umana, superando le strozzature epistemologiche che frenano il gioioso movimento della danza vitale. La coscienza è il vissuto. In un’intervista rilasciata pochi mesi prima della morte Varela disse: “Quando dico che la coscienza è il vissuto, non dico qualcosa che esiste solo nella mia testa. Non posso mettermi alla ricerca della coscienza a partire da un tratto di circuito cerebrale. La coscienza non appartiene, per così dire, a un gruppo di neuroni, appartiene a un organismo, appartiene a un essere umano, a un’azione che si sta vivendo”2. E un essere umano è fatto per essere in un rapporto di co-implicazione con un mondo e per avere rapporti con i suoi congeneri. Lo dice quell’abilità innata, “di un’importanza assolutamente centrale, che costituisce l’empatia”3, cioè la capacità “di mettersi al posto dell’altro, di identificarsi con l’altro”4. La coscienza, quindi, richiede l’esistenza di tre cicli: “con il corpo, con il mondo e con gli altri. I fenomeni di coscienza possono esistere solo nel ciclo, nel decentramento che esso comporta”5

La nozione di complessità

1) F. Varela, Creare la danza, prefazione del libro di M. Ceruti, La danza che crea. Evoluzione e cognizione nell’epistemologia genetica, Feltrinelli, Milano, 1989, pp. 7-8; p. 8. 2) F. Varela, La coscienza nelle neuroscienze. Conversazione con Sergio Benvenuto del 7.1.2001 per la RAI, ora all’indirizzo internet: <http:// www.emsf.rai.it> 3) Ibid. 4) Ibid. 5) Ibid. PNEI NEWS | Maggio Giugno 2011

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TEORETICA

Varela, a 10 anni dalla morte

Varela appare attento a salvaguardare l’idea che il cervello umano sia un dispositivo del vivente di straordinaria complessità e, pur nella sua complessità, inidonea a spiegare la ancora più complessa funzione della cognizione, che necessita, per essere pienamente compresa, delle nozioni complementari di corpo e di mondo, che non viene in alcun modo colta dalla massima parte delle ricerche di Intelligenza Artificiale, le quali si basano sul principio del ragionamento come calcolo e qualificano il cervello come processore di informazioni. In Complessità del cervello e autonomia del vivente6 affronta questo tema ricostruendo il dibattito che alle origini dell’informatica vide contrapporsi due filosofie in merito a come gli umani possano avvalersi del computer, quella interpretata da von Neumann e quella di Wiener. Egli assume tale dibattito come emblematico di alcune propensioni profonde della scienza e della cultura della seconda metà del XX secolo. E proprio per questo diventa interessante la ricostruzione che fa Varela per comprendere le sue opzioni epistemologiche, che agli occhi nostri risultano, a distanza di alcuni decenni da quando furono espresse, straordinariamente attuali. In filigrana traspare che l’avere una certa idea di che cosa sia scienza implichi un certo modo di intendere la vita e la società. Epistemologia ed etica Il problema epistemologico, per Varela, non è separabile da quello etico e politico. Nella sua esistenza egli mostrò d’essere perfettamente consapevole dei nessi tra queste tre prospettive di guardare al mondo e cercò di sviluppare il suo pensiero secondo un principio di coerenza. Nel caso del dibattito emerso nelle Macy Conferences fra von Neumann e Wiener egli sottolinea che le loro diverse prese di posizioni relativamente alle tecnologie informatiche che appaiono correlate con le loro opzioni esistenziali e politiche. “È inevitabile che i concetti inerenti alla conoscenza e al vivente convoglino anche un significato politico e sociale”7; esistono 6) F.J. Varela, Complessità del cervello e autonomia del vivente, in G. Bocchi-M. Ceruti, La sfida della complessità, Feltrinelli, Milano 1985, pp. 141-157. 7) Ivi, p. 156. 18

epistemologie più rispettose del vivente e altre meno, egli sente la responsabilità di dover assumere un orientamento epistemologico che riesca a “mitigare le varie forme di dogmatismo che infestano ovunque il nostro mondo, e che con tutta plausibilità ci possono condurre alla distruzione reciproca”8. Dicevamo: von Neumann e Wiener. Il primo contribuì alla costruzione della bomba atomica, partecipò ai programmi di militarizzazione della Difesa americana quale membro della Commissione per l’energia atomica e propugnò l’equilibrio armato col blocco sovietico, sino a maturare l’idea, poco prima della sua morte, avvenuta nel 1955, di suggerire al presidente Eisenhower di sferrare un attacco militare preventivo contro l’Unione Sovietica. Il secondo, pur avendo lavorato per la Difesa durante la guerra, successivamente maturò un atteggiamento assai critico verso l’escalation di armamenti nucleari causato dal confronto fra i due blocchi e pose la questione del rapporto etica-scienza. Von Neumann da un punto di vista scientifico fu tra i principali artefici dell’IA, sulla base della convinzione che un calcolatore può risolvere qualsiasi problema logico, purché presentato in linguaggio idoneo. Contribuì all’elaborazione della Teoria dei giochi; fu sostenitore di un approccio computazionale alla attività della mente; fu un convinto sostenitore della avalutatività della scienza. Wiener opponeva all’IA la cibernetica, una disciplina in grado di consentire la progettazione e la realizzazione di macchine in grado di instaurare un rapporto con l’ambiente in virtù di meccanismi di regolazione basati sul feedback in funzione di uno scopo; sostenne la irriducibilità del funzionamento della mente a quella di un calcolatore, poiché, disse, la cognizione è un’attività autonoma e autocreatrice. Nel confronto fra i due, la concezione del primo risultò ampiamente maggioritaria e fu adottata in diversi domini scientifici, ivi compreso quello della psicologia che, col cognitivismo, adottò la metafora computazionale come idonea a spiegare il funzionamento del cervello e quindi della mente. 8) Ibid. PNEI NEWS | Maggio Giugno 2011


La posizione di Wiener, volta a comprendere il come gli umani producano senso nell’interazione che stabiliscono col mondo, per eventualmente adottare il modello esplicativo al fine di progettare e realizzare macchine in grado di offrire feedback sulla concreta tenuta del modello e suggerirne le opportune modifiche9, risultà del tutto trascurata. Sarebbe interessante indagare – sembra suggerire Varela – le ragioni sociali di questo generale allineamento sulla prospettiva di von Neumann che, confrontata a quella di Wiener, verrebbe da qualificare come riduzionista. Complessità e chiusura operazionale La descrizione classica di un sistema prevede un input che, elaborato da una macchina computazionale, dà un output. A livello comunicativo il processo può essere formalmente descritto nei termini indicati nel 1948 da Shannon10.

Schematic Diagram of a general communication system [dall’articolo del 1948 di Shannon]

di quello immunitario non è utile descrivere ciò che succede in termini di input, trasformazione dei dati in entrata e output, ma piuttosto conviene supporre che il sistema lavora in maniera da utilizzare le perturbazioni provenienti dall’esterno come energia per la ristrutturazione del sistema in termini di incremento della complessità e stabilizzazione delle relazioni intercorrenti fra i vari elementi del sistema. Fino ad un certo grado, l’energia proveniente dall’esterno del sistema è utilizzata dal sistema in termini di autoriferimento, cioè di riproduzione identitaria del sistema (autopoiesi). Questa chisura autoreferenziale del sistema va intesa non come isolamento del sistema, ma come autonomia che si concretizza attraverso la relazione. O, come dice Varela stesso, “la chiusura si riferisce al fatto che il risultato di un’operazione cade ancora entro i confini del sistema stesso, e non al fatto che il sistema non ha interazioni (il che sarebbe appunto l’isolamento)”11. Si tratta di una chiusura operazionale che dota il sistema d’una sorta di teleologia autoconservativa e che per così dire rende l’elaborazione del messaggio un’attività non neutra, ma interessata a incrementare la stabilità del sistema. Nel caso dei sistemi viventi – dice Varela – il costrutto di chiusura operazionale diventa “un requisito indispensabile per il loro studio”12. Autonomia e relazione Posto il costrutto di chiusura operazionale e chiarito che esso non si riferisce ad un sistema isolato bensì ad un sistema in costante interazione con l’ambiente, Varela si pone la questione di cosa significhi per questo sistema

Nel caso di macchine complesse, caratterizzate cioè da elevata quantità di elementi legati da molteplici relazioni, la descrizione classica e la teoria della comunicazione ad essa legata, che descrivono sufficientemente bene il funzionamento di computer e circuiti di controllo, risultano del tutto inadeguate se non fuorvianti. Nel caso ad esempio del sistema nervoso o 9) Wiener ragionò esplicitamente della funzione del modello nello sviluppo delle teorie scientifiche. Lo fece in un articolo che scrisse assieme a A. Rosenblueth per la rivista “Philosophy of Science” (cfr. N. Wiener-A. Rosenblueth, The role of models in sciences, “Philosophy of Science”, n. 12/1945, pp. 316-321, tradotto in italiano circa mezzo secolo dopo col titolo Il ruolo dei modelli nella scienza, in V. Somenzi-R. Cordeschi (a cura di), La filosofia degli automi, Bollati Boringhieri, Torino 1994, pp. 8692), ove sostenne che i modelli scientifici non servono solo a spiegare fatti osservati ma anche, e verrebbe da dire soprattutto, a incorporare una struttura astratta in una concreta (un dispositivo, una macchina), che, proprio per essere una versione concreta di un modello teorico ne agevola la comprensione, contribuendo, peraltro, a renderlo sempre più adeguato, cioè sempre più in grado di spiegare i fatti per la cui ragione fu inizialmente creato, sicché può ben dirsi che modello astratto e sua concretizzazione si trovano in una relazione co-evolutiva. 10) C.E. Shannon, A mathematical Theory of Communication, “Bell System Technical Journal”, july, 1948, pp. 379-423 e october 1948, p. 623-656. Cfr. pure in italiano C.E. Shannon, La teoria matematica delle comunicazioni, Etas, Milano 1963 e C.E. Shannon, Calcolatori e automi, in R. Cordeschi (a cura di), La filosofia degli automi. Origini dell’intelligenza artificiale, Bollati Boringhieri, Torino 1986, p. 83-97. PNEI NEWS | Maggio Giugno 2011

11) F.J. Varela, Complessità del cervello… op. cit., p. 147. 12) Ivi, p. 148. 19


TEORETICA

Varela, a 10 anni dalla morte

secondo un principio di coerenza. Queste, a loro volta, comportano un riassestamento negli equilibri di ciò che è esterno al sistema, che è suscettibile di tornare a sollecitare il sistema, in una circolarità di azioni e reazioni, che, nel tempo, portano al crearsi di una relazione stabile tra il sistema e il suo ambiente (nicchia). L’endiadi non costituisce un sistema chiuso, poiché un ambiente più ampio perturba l’endiadi e viene da questa influenzato. Quindi nulla nell’universo è senza effetto per via delle relazioni che legano ogni cosa con tutte le altre; ma la portata di questo effetto è del tutto imponderabile14. Farsi una rappresentazione del mondo, all’interno di questa concezione significa in qualche modo stabilire rapporti di similarità con ciò con cui si è in relazione; si tratta di rendere, come aveva intuito Bateson, il proprio corpo metafora15. Si possono rinvenire straordinarie assonanze con la teoria dei neuroni specchio e del modo in cui essa spiega l’empatia16, così come con quella dei cosiddetti 14) Per Varela sistema nervoso, corpo, ambiente sociale e ambiente naturale sono sistemi dinamici fortemente strutturati che si trovano in interazione reciproca. Più che di interno vs esterno si dovrebbe ragionare in termini di processi integrati organismo-ambiente che strutturano costantemente i vari componenti. È questo il senso profondo del costrutto di enazione.

comunicare col mondo esterno, “farsi una rappresentazione di questo mondo al suo interno”13. E prospetta l’idea del cosiddetto accoppiamento strutturale: ogni perturbazione proveniente dall’esterno genera una serie di modifiche all’interno del sistema

15) Connette questa riflessione a quella che egli chiama “conoscenza estetica”. Per conoscenza estetica intende la conoscenza fondata sulla sensibilità. In un saggio del 1968, Gregory Bateson ha fatto riferimento all’esistenza di processi mentali “in cui tutto l’organismo (o gran parte di esso) sia usato come metafora”. Ha ripreso il tema anche successivamente, a più riprese (G. Bateson, Una sacra unità. Altri passi verso un’ecologia della mente, a cura di R. E: Donaldson, Adelphi, Milano, 1997, p. 389). Tali processi mentali consentono di agire su sistemi complessi senza fare ricorso all’analisi dell’interazione fra tutte le variabili rilevanti in una certa situazione. Chi fa ricorso a tali processi mentali, dunque, usa “qualche ecologia delle idee interna come modello analogico. (Con «idee» - afferma Bateson - intendo pensieri, presupposti, affetti, percezioni del sé e così via)” (ibid., p. 390). L’abilità che, sulla base dei processi mentali nei quali si fa ricorso all’ecologia delle idee interna come modello analogico, consente di agire senza fare ricorso all’analisi dell’interazione fra tutte le variabili rilevanti in una certa situazione può essere considerata un’abilità di tipo artistico. “Ma se questa abilità è […] davvero un’«arte», allora è possibile che l’«ecologia delle idee» interna sia uno stretto sinonimo di quella che potrebbe essere chiamata anche sensibilità estetica” (ibid., p. 390). Quando si usa l’ecologia delle idee interna, ovvero la sensibilità estetica, come modello analogico, una struttura sconosciuta - ad esempio una forma, una configurazione relazionale, una storia con cui si viene in contatto - attraverso un confronto per sovrapposizione viene combinata con tale ecologia, che è una struttura nota o, almeno, parzialmente nota e che include “campioni di tipi diversi di regolarità con cui confrontare le informazioni” (G. Bateson, Mente e natura, trad. it. Adelphi, Milano, 1984, p. 112) che arrivano dall’esterno. La combinazione di queste due strutture genera una terza struttura (in termini di pensieri, emozioni, sensazioni, significati) che per alcuni aspetti assomiglia alla seconda (assomiglia cioè all’ecologia delle idee interna) ed è pertanto da essa conoscibile, o meglio ri-conoscibile, come parte di sé.

13) Ibid.

16) Cfr. G. Rizzolatti-L. Vozza, Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale, Zanichelli, Bologna 2007.

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neuroni canonici17. Per Varela la coscienza non pre-esiste al mondo ma risulta dall’interazione che un corpo vivente stabilisce col mondo e con gli altri; in questo senso è un processo emergente. Sottolinea la fondamentalità della simulazione che ove è riferita all’altro questo viene ‘letto’ come altro se stesso, cioè compreso nel suo modo d’agire, nelle sue emozioni, nelle sue sensazioni, quindi non solo per quello che ha di simile a noi, ma anche, per via dei feedback che l’interazione crea, per quello che di differente ha da noi. Noi abbiamo le risorse per modellizzare l’altro. Dello stretto nesso fra autonomia e relazione, fra identità e differenza dice ottimamente, prendendo a riferimento Varela, Alfonso M. Jacono18, il quale invita a concepire l’accoppiamento strutturale come la dipendenza reciproca che viene ad instaurarsi tra sistemi dotati di autonomia. Un sistema in quanto autonomo è in grado di esprimere “un’attiva e autoaggiornantesi” costruzione delle proprie strutture e, nel contempo, di “formare (o modellare) l’ambiente che lo circonda come mondo, attraverso una storia di accoppiamento strutturale con esso”19. È evidente, da questa citazione, la complementarità di autonomia e dipendenza. Ciò mostra la limitatezza dello schema culturale che qualifica l’autonomia in termini di rottura dei vincoli in cui il soggetto è inscritto. Varela sembra suggerire l’autonomia nella relazione. L’autonomia per realizzarsi, cioè per emanciparsi da ciò che condiziona e frena, “non ha bisogno di eliminare l’altro”, “di distruggere la relazione che lo lega a questo”, ma deve trovare la forza di svilupparsi dentro la relazione “riconoscendola e trasformandola”20, che altro non significa che quest’atto non è senza effetto, inaugura un qualcosa di nuovo che produrrà articolazione, spostamento degli equilibri, un nuovo disegnarsi del sistema relazionale. 17) Neuroni canonici e neuroni specchio suggeriscono “un ripensamento dell’idea di ‘mente’ e di ‘intersoggettività’ proprio nella direzione prospettata da Varela” (S. Mazzotta, I neuroni specchio, l’empatia e la coscienza, in Aa.vv., Annali del Dipartimento di Filosofia (nuova serie), XIII, anno 2007, Firenze University Press, pp. 185-209, p. 187). La scoperta dei neuroni canonici porta a concludere che sistema motorio e sistema percettivo siano strettamente legati. Da questa prospettiva, “l’azione avrebbe un ruolo attivo nel determinare il processo di significazione del mondo percepito. La rappresentazione della realtà non sarebbe dunque la copia di un datum oggettivo, bensì un modello interattivo costituito tra il soggetto e il suo corpo vissuto che si muove e agisce nel mondo attraverso l’apparato sensomotorio. Ciò vale anche per quanto riguarda i neuroni specchio, solo che in questo caso l’oggetto rappresentato è un altro individuo” (ivi, p. 188). La comprensione delle azioni degli altri si basa sull’ “automatica simulazione” dell’azione osservata nel cervello di chi la osserva. Secondo la teoria derivata dalla scoperta dei neuroni specchio, “quando i neuroni specchio si attivano, specificherebbero direttamente lo scopo dell’azione altrui, l’internzione che la anima fin dal primo movimento compiuto. L’osservatore comprenderebbe direttamente l’altro, in termini automatici e diretti, proprio grazie alla condivisione di un medesimo meccanismo neurale che consente una conoscenza implicita del proprio corpo vissuto che agisce, si muove, conosce, esperisce. Alla luce di tutto ciò, la relazione empatica con gli altri risulta essere costitutiva e interattiva, strettamente legata al sistema senso-motorio” (ibid.). 18) A.M. Jacono, Intorno al concetto di autonomia, in Storia, verità e finzione, Manifestolibri, Roma 2006. 19) F.J. Varela, Son le tue orme la via, in W. Thompson (a cura di), Ecologia e autonomia, Feltrinelli, Milano 1988, p. 67. 20) A.M. Jacono, cit., p. 42. PNEI NEWS | Maggio Giugno 2011

Apprendimento. Qualche implicazione pedagogica Nella relazione si realizza apprendimento, il quale è capacità delle strutture di conquistare progressivamente livelli organizzativi di più efficace interazione con l’ambiente in virtù di processi maturativi, che possono essere influenzati se nel sistema soggetto-ambiente si inserisce una relazione con un sistema docente, che ‘leggendo’ l’allievo e il suo ambiente, predispone sé, modifica il contesto in modo che, con coerenza di stimoli, si pervenga a favorire l’autorganizzazione del soggetto, favorendo in lui la capacità di autogestirsi e di modificare la relazione col suo ambiente incrementando il proprio senso di autoefficacia. Dal punto di vista del docente la relazione con l’allievo pur configurandosi come una relazione di potere è ben attenta a non trasformarsi in relazione di dominio: deve potersi pensare come progressivamente evolventesi, in modo da assecondare il bisogno di autonomia progressivamente crescente. Il docente vareliano non trasmette e non informa, non chiede all’allievo di assumere passivamente la verità dispensata da un’autorità; ma lo implica in un gioco in cui l’allievo progressivamente impara ad abitare un sistema di relazioni in cui la differenza con l’altro risulta essere produttiva proprio in quanto l’altro rimane altro nella sua autonomia, che non esclude la possibilità di costituire il communis21. FRANCISCO VARELA Nato a Santiago del Cile nel 1946, medico biologo di fama internazionale, ha legato la sua attività alla ricerca nel campo delle neuroscienze. Ha diretto il centro di ricerca del CNRS (Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica) presso il Laboratorio di Scienze Cognitive ed Epistemologiche (LENA) che ha sede nell’Ospedale Universitario La Salpêtrière a Parigi. È stato membro del CREA, all’Ecole Polytechnique di Parigi. A partire dalla fine degli anni ’80 fino alla sua morte (avvenuta a Parigi nel maggio 2001) è stato l’ideatore e l’organizzatore degli incontri che il Dalai Lama ha realizzato con gli scienziati occidentali da cui sono venuti rilevanti contributi alla conoscenza del funzionamento del cervello e idee di pace e di innovazione sull’uomo e sulla società umana. Tra le sue pubblicazioni, tradotte in italiano, ricordiamo: Autopoiesi e cognizione: la realizzazione del vivente, (con H. Maturana), Venezia, 1985 L’albero della conoscenza, (con H. Maturana), Milano, 1987 Scienze e tecnologia della cognizioni, Firenze, 1987 La via del mezzo della conoscenza, Milano, 1993 Un know-how per l’etica, The Italian Lectures 3, Roma, 1992

21) Per una più ampia trattazione della relazione educativa nella chiave testé accennata cfr. il mio scritto Perché un’ontologia, in N. Paparella (a cura di), Il progetto educativo. Vol. I: Prospettive, contesti, significati, Armando, Roma 2009, pp. 21-36. In particolare può tornare utile, in questa sede, il seguente passaggio: “[…] l’agire educativo propriamente non incontra fatti ma eventi. L’apertura dell’essere dà senso alla formazione, ma la stessa apertura dell’essere la espone al fallimento. La formazione ha a che fare con la precarietà di un essere che fin dalla nascita si trova ad essere gettato nella finitudine, da cui deve intessere, attraverso la cura, la sua avventura di senso: cercare l’identità e la forma del proprio essere. […] L’attività del ‘dare forma’, per essere un atto autenticamente pedagogico, deve accompagnarsi ad un vivo senso del rispetto dell’esistenza dell’altro e del suo autentico desiderio di sviluppo” (pp. 29-30). 21


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