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Quando Antonio Verri difese su "Titivillus" Totò Toma

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(Antonio Verri)

Le pietre sopra le ali 3_1_2013

Ecco. Adesso riposo nelle urne a vetro nel mare avvolto nel manto del diniego con gli occhi ormai lune vuote perdute senza terra.

€ 15,00

Rivista di poesia - Anno III - Nr. 1/Speciale - Dicembre 2013

Marsia  Variazioni poetiche

Salvatore Francesco Lattarulo insegna italiano e latino nei licei. È dottore di ricerca in Filologia classica. Dopo essersi occupato in precedenza di commedia, retorica e grammatica greca (“Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari”, “Aufidus”), è ora cultore della materia presso le cattedre di Sociologia della letteratura e Letteratura italiana moderna e contemporanea al Dipartimento FLESS dell’Univer­ sità degli studi di Bari Aldo Moro. Studia in particolare la poesia italiana contemporanea. È giornalista professionista. Ha conseguito il master di giornalismo presso la scuola dell’Ordine dei giornalisti di Bari. È direttore responsabile della rivista di poesia “Marsia” (Progedit) e del semestrale di letteratura e altre scritture “incroci” (Adda). Scrive per varie riviste letterarie (“l’immaginazione”, “Pagine”, “Capoverso”, “Atelier”). Collabora alle pagine culturali del “Corriere del Mezzogiorno”, edizione regionale del “Corriere della Sera”. Gli è stato attribuito il premio di giornalismo “Franco Sorrentino”, edizione 2012. Dirige con Lino Angiuli e Carlo Alberto Augieri la neonata collana di testi “nidiandoli” dell’editrice leccese Milella. Ha curato il volume “La voce del gabbiano. Omaggio a Cristanziano Serricchio” (numero speciale di “Marsia”, Progedit, Bari 2012). Ha pubblicato di recente “Dialoghi Murattiani” (Adda, Bari 2013). Un’antologia della poe­ sia pugliese del Novecento con la sua curatela è in corso di stampa presso l’editrice barese Stilo.

Le pietre sopra le ali Vent’anni senza Antonio Verri a cura di Salvatore Francesco Lattarulo

Del “Pane sotto la neve”, il suo libro poetico fondativo e cruciale, Antonio Verri scriveva: “Sarà un mio omaggio ai miei, alle mie radici”. E un ‘omaggio’ allo scrittore di Caprarica di Lecce, scomparso prematuramente giusto vent’anni fa in un incidente stradale, e ai frutti creativi che ha lasciato in eredità alla sua terra e al mondo intero, vuol essere, ed è, questo nuovo numero speciale di “Marsia”. Senza strizzatine d’occhio a celebrazioni, apologie, monumentalizzazioni, agiografie. Certi come siamo che non c’è spazio per una seria escussione critica e una fondata ipotesi storiografica senza l’incontro con l’uomo e il suo habitat. Gli accenti dell’ermeneutica testuale (“Interventi”) si uniscono in questo volume alle voci amiche (“Testimonianze”) e al suono fraterno (“L’intervista”). E danno vita, così, a un controcanto polifonico e corale. Nella consapevolezza che offrire la parola a chi ha vissuto, lavorato e mangiato con lui significa invitare alla discussione chi ha spezzato con lui il ‘pane’ della scienza e della vita.

Progedit

Contributi di Carlo Alberto Augieri Fernando Bevilacqua Rino Bizzarro Nadia Cavalera Cosimo Colazzo Salvatore Colazzo Stefano Donno Antonio Errico Vittore Fiore Eugenio Imbriani Salvatore Francesco Lattarulo Mauro Marino Maurizio Nocera Fabio Tolledi Sergio Torsello


Quando Verri difese su “Titivillus” Totò Toma di Salvatore Colazzo in Salvatore Francesco Lattarulo, Le pietre sopra le ali. Vent'anni senza Antonio Verri, “Marsia”, n. 1/2013, fascicolo speciale dedicato ad Antonio Verri, Progedit, Bari. ISSN 2038-2731-31, pp.81-85.

Personaggio articolato e complesso, Antonio Verri. Ho provato a evocare - prima di mettermi a scrivere -qualche ricordo: mi sono sovvenuti una molteplicità straordinariamente sorprendente di episodi, capaci ognuno di restituire un aspetto importante di Antonio, ma snocciolati tutti assieme non sembra quasi possibile possano essere espressione di un'unica persona. Visse molto intensamente e generosamente, profuse immense energie per costruire un mondo poetico da abitare. In quel mondo attrasse un numero incredibile di persone, di cui sollecitò la creatività, vellicando l'ambizione o semplicemente il desiderio di scrivere. Visse poeticamente, morì tragicamente. La sua fine svelò che egli in una stagione, altrimenti uggiosa, aveva ricoperto un ruolo culturale prezioso nel Salento: difficilmente altri avrebbe potuto raccoglierne il testimone. Due giorni prima di morire venne a trovarmi per parlare degli echi che aveva procurato un suo articolo uscito su "Titivillus". Aveva scritto per Totò Toma, sconfessando, con scrittura mirabile, la pedanteria di un anziano professore di liceo che aveva avuto per allievo, al Capece di Maglie, il poeta senza riconoscergli alcun talento. Ora, per l'Annuario del Liceo, riprendendo i suoi scritti, analizzandoli col piglio del critico, si ostinava a smontarli per sostenerne la sostanziale banalità. La reazione di Verri seppe trovare i toni dell'ironia, del sarcasmo anche, per difendere le qualità poetiche dell'amico, del cui talento era convintissimo. Il buon professore di lettere rimase stordito da tanta reazione, rapidamente a Maglie si crearono due fazioni: pro e contro Toma. Mi pervenne notizia che l'anziano docente voleva parlarmi: era stato pure mio insegnante, e voleva sapere da me perché avessi ospitato sulla rivista un pezzo tantoferoce, così andai a trovarlo. Mi manifestò tutta la sua amarezza, non pensava di aver fatto - mi disse - col suo saggio uscito sull'Annuario, un cattivo servizio a Totò Toma. Aveva soltanto voluto mostrare alcune pecche, che di certo derivavano dall'aver abbandonato gli studi. Ad inseguire la poesia senza un'adeguata formazione - mi disse - si finisce col sopravvalutare il proprio ingegno. Ci vuole studio, ci vuole, disse con tono deciso. E quel Verri che mi ha ridicolizzato, mi ha tolto il sonno, quando esco avverto il peso dei sorrisetti degli amici; quel Verri ha alluso anche a cose personali, con quale diritto? E poi mi ha messo contro anche chi mi stimava, la De Lorenzis, per esempio. (Il riferimento era alla bibliotecaria in pensione, molto stimata a Maglie, che su "Titivillus" aveva voluto prendere posizione a favore di Toma e contro il professore accusato di miope saccenteria). Avete fatto proprio una boiata, sbottò infine. Farfugliai poche cose, l'equivalente di una scrollata di spalle, e mi congedai. Ma la cosa non finì lì, altri comuni conoscenti mi chiesero conto, mi dissero del dispiacere dello stimato professore. Uno dei collaboratori della rivista che aveva declinato la sua disponibilità a collaborare con "Titivillus" quando su un numero pubblicammo alcuni disegni, dall'inequivocabile contenuto erotico, di Emilio Notte, fornitici dal figlio Riccardo - si era congedato da noi con una lettera molto risentita, si sentiva squalificato a vedere la sua firma su un giornale che tanto esplicitamente aveva esibito dei plastici riferimenti ad atti sessuali animati da intensa vitalità -, quel collaboratore si rifece presente e, alzando severo il ditino, volle rivendicare di aver visto giusto lui, eravamo dei mascalzoni irrispettosi, e quel Verri, poi! Ad Antonio arrivò all'orecchio il rumore che andava crescendo, e venne a trovarmi, a chiedermi cosa pensavo fosse opportuno fare. Bisogna far capire - mi disse - che Toma era un grande e che il suo maladettismo era autentico, bisogna far capire che la vita di un poeta è cosa incomparabile con quella di un


professore stipendiato a ripetere il consueto, il consolidato, l'istituito. Il poeta fa gesti d'apertura, continuamente, sperimenta nella lingua e nella vita. La poesia è fiamma che consuma, è l'incontenibilità della vita che esonda e produce parole come fossero eruzioni laviche. Che ne può capire un professore di greco che la sera quando si corica di sicuro mette la papalina in testa, legge due righe e s'addormenta beato? Che può sapere lui dello squalo che morde? delle notti insonni, della musica che emerge dal profondo e fa tremare i polsi? Che ne può sapere lui? Dovremmo fare una selezione di poesie di Toma e stamparle su "Titivillus", parlano da sé e dicono meglio d'ogni nostra parola. Considerava Totò Toma un fratello. Era incantato dalla sua dolcezza e dalla sua deriva autodistruttiva, mi raccontava di lui e del suo soffrire, dei suoi versi e dei suoi smarrimenti: Totò Toma è poesia, la sua esistenza è poesia, il suo amore per la madre è poesia, la sua incapacità di rassegnarsi al mondo è poesia. Si rispecchiava in lui, di certo, dal baricentro incerto Verri, come Toma, cercava la leggerezza di ciò che sollevandoti da terra, rende inutile la gravità, e consente di veleggiare come angelo sul mondo alla cerca della quadra. Se volete cercare la grandezza poetica di Verri dovete cercarla nella sua vita, non solo nei suoi versi. Nei suoi amori. Seppe parlare linguaggi segreti infatti, con tutti coloro che incontrò. Con quelli toccati dal dolore, soprattutto. Con De Candia, ad esempio, che aveva iniziato la sua carriera di schizofrenico, con un gran rogo di tutte le sue opere. Uscito dal manicomio, dopo decenni di permanenza, ciondolava nella città, offrendo qualche suo quadro estemporaneo per poche lire a chiunque fosse disposto a comprarglielo. Quando però Antonio andava a trovarlo, succedeva una strana sintonia, De Candia era disposto a rispondere alle sue domande, sembrava si capissero di tra le loro metafore strampalate. Ricordo di una mostra messa assieme da Antonio, c'erano i pittori che egli amava, c'era anche De Candia. Ricordo di Verri, De Candia,di me e mia figlia. De Candia chiese ad Antonio degli spiccioli, tornò dopo cinque minuti, aveva in mano un cono-gelato quasi del tutto sciolto, si avvicinò alla piccola Ilaria e glielo offrì con tenerezza commovente. Ricordo della sera della presentazione del "Quotidiano dei Poeti" al bar Antille: c'eravamo tutti noi che avevamo scritto e De Candia. Verri aveva fatto allestire la sala con dei palloncini poiché sapeva che Edoardo andava matto per i palloncini, come i bambini. Ha scritto delle straordinarie cose su De Candia, Verri. Verri sapeva parlare ai bambini. Mia figlia era incantata da quell'uomo grande, con la barba, con la sigaretta tra le dita, che quando raccontava le cose sapeva stupire. Una sera d'inverno, Antonio era venuto a trovarmi a casa, aveva portato con sé dei fogli scarti di stampa prelevati da una tipografia, mi voleva illustrare una sua idea: vedi - mi diceva - bastano pochi interventi, un po' di colore, delle lettere adesive, un ritaglio di giornale, e diventa qualcosa di molto poetico, voglio fare una mostra, sento bisogno di poesia visiva. Ilaria cosa ne pensi? All'epoca Ilaria avrà avuto quattro-cinque anni. Interpellata non sapeva cosa rispondere, ma pure interloquì con Antonio, mise la mano sul foglio e disegnò con un pennarello il contorno delle dita. Proprio in mezzo al foglio, allora anch'io presi un oggetto e lo incollai su quel foglio e Antonio fece altri interventi e poi chiese ad Ilaria di scegliere un'immagine da una rivista. Ad un certo punto andò via la luce, c'era il temporale lì fuori, e continuammo al lume fioco di una candela, finché tutti non fummo soddisfatti di risultato che avevamo ottenuto. Ilaria ricorda ancora quel giorno, me lo ha raccontato molte volte durante gli anni della sua adolescenza. Ha voluto che io incorniciassi quel lavoro, e se lo porta dietro come un cimelio prezioso, nei suoi traslochi. Verri, della triade Bodini, Comi, Pagano, amava soprattutto Pagano. A Pagano aveva dedicato uno dei numeri del "Pensionante de' Saraceni", a Pagano poiché "strapieno di quella disperazione (quel 'margine / di deliro che sprona i fuorimondo')". In quel numero vi è un omaggio di Toma a Pagano, una poesia dedicata agli indiani d'America: lì capisci che Toma, Verri e Pagano si sentono come stranieri in terra propria e agognano alla pace. La conclusione è potente: "Arriverà la pace / il silenzio mosso / da un canto divino. / Ci


sentiremo lo stomaco / svuotato di carni / non avremo bisogno di mangiare / respireremo vento / aria neve gelsi / il selvatico che è in noi / prevarrà. / La verità / arriverà". Quella poesia ci trovammo a leggere, Antonio, ricordi? più d'una volta al Mocambo, a Sternatia. Ci piaceva e sorridevamo del fatto che Toma usasse dire: a pensarci bene, siamo tutti un po' indiani. Solo che alcuni non lo sanno e costruiscono "palazzi città auto ferrovie": "saranno dilaniati come antilopi", poiché "arriverà la vita / arriverà". Alzo un calice alla tua salute Antonio. Come si conveniva un tempo. Come se fossi qui.


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Quando Antonio Verri difese su "Titivillus" Totò Toma by Salvatore Colazzo - Issuu