FRAMMENTI DI VITA Ricordi Racconti Riflessioni
Maria Colacicco Menna ilmondodimaria.com
Maria Colacicco Menna
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IL MONDO DI MARIA
ILMONDODIMARIA.COM
PREFAZIONE
LA FAMIGLIA
Mia madre Docile e silenziosa mi accompagni nella mia solitudine con i tuoi effluvi di borotalco e di lavanda, di bambini in fasce, di panni freschi di bucato, di tranquille poppate che lentamente si acquetavano nel sonno. Dolce e struggente ancora è il tepore della tua presenza, sensazione primigenia d’eterna purezza, di felicità perduta. Io, figlia, divenuta madre, vorrei ridarti la vita, stringerti al petto e cantarti le tue lacrime mai piante, le tue gioie, le tue effusioni, la tua tenacia, il tuo immenso amore per la vita, il tuo incrollabile ottimismo, il tuo tutto d’amore. Si scioglie il mio petto e piange il paradiso perduto e tu, sinfonia della mia vita, discreta e caparbia, mi conforti ancora nel cammino. Moglie premurosa e discreta, madre adorabile di cinque figli, nonna chioccia, colonna portante, forza centripeta e coagulante, sapevi lenire, acquetare, ridare coraggio, riaccendere il sorriso e la gioia di vivere. Ricordi? Quando ci parlavi del tuo paese, ammiccando maliziosa e sorridendo come una ragazzina, non dimenticavi mai di postillarlo ogni volta come un paese stravagante e bislacco, lasciando intendere che anche tu, come il tuo paese, eri bizzarra, eri una fuori dalla norma. E tu lo eri veramente fuori dalla norma. Non avevi peli sulla lingua, non temevi nulla in nome della verità e della lealtà. Da piccola sfidavi le punizioni più dure - ci dicevi 7
e, se tua madre da bambina ti minacciava di un qualche castigo, non ti ribellavi e pensavi … se è giusto me lo merito, se non è giusto se ne accorgerà e sarà lei a soffrire...Giustificavi la tua obbedienza e difendevi così anche il tuo orgoglio. Ci raccontavi di com’era diverso dal nostro il tuo rapporto di figlia e, nel racconto, tradivi un certo rimpianto per le tenerezze che ti erano mancate, per le carezze che non avevi avuto. - Davamo del voi ai nostri genitori… e da mio padre mai una carezza, mai un bacio, mai una parola … Parlavamo con lui attraverso nostra madre e solo nelle grandi feste, o quando la domenica si tornava da messa e avevamo fatto la comunione, ci era permesso di baciargli la mano ... Ci volevano bene mamma e papà, lo sapevamo. Nessuno dei figli lo aveva mai messo in dubbio, ma non c’era consentita nessuna effusione, nessuna confidenza. Adesso - dicevi ai tuoi nipotini - voglio mangiarvi di baci e stringervi finché avrò vita - Poi, rivolta a me - Voglio morire sazia. - Hai nulla da obiettare? - Naturalmente tacevo. Con i nipoti avevi finalmente abbattuto quegli argini che stentavano a contenere il tuo amore per noi, tuoi figli. Ricordi quando non trovavi altro verso per distrarre noi bambini dai nostri litigi? Prendevi due coperchi di pentole dalla dispensa e, irrompendo tra noi, cominciavi a batterli come piattelli e noi cinque ti seguivamo in una marcia per casa fino a quando, saltando e ridendo, dimenticavamo i nostri capricci e le nostre litigate. Eri una simpatica pazzagliona! Sempre pronta, con una trovata, a ricomporre gli equilibri. Non ti ho mai vista piangere, neppure nei momenti più bui. Tramutavi il dolore e la sofferenza in stimoli positivi per andare avanti verso un futuro migliore. Non 8
ti
sei
mai
lamentata.
Hai
sempre
lottato
anche
contro
l’impossibile, tranne quel giorno quando tutti noi, intorno al tuo letto, pregavamo che non ti arrendessi. Tu, invece, quel giorno, obbediente, ti addormentasti in un sonno senza risveglio, docile e serena, come una bambina sazia di baci. Ma io, mamma, ancora oggi, ho fame e sete del tuo amore.
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C’era la guerra I miei ricordi più lontani risalgono al 1943. Avevo tre anni. Abitavamo ad Amorosi, un paesino di montagna di appena 1800 anime, attraversato dalle acque del Volturno e del Calore, meta promessa e desiderata delle nostre passeggiate nelle giornate di sole. Ci andavo con una signora che mi portava a spasso e più tardi con le suore dell’asilo. Le acque scorrevano quasi sempre lente e tranquille tra i ciottoli del greto e a volte si disperdevano fuori dal letto indugiando in mille rivoli. Con la compiacenza dell’una e poi delle altre mi divertivo scalza a rincorrerli e a fermare il loro corso con i miei piedini. Di quei giorni ricordo il luccichio argenteo delle acque, l’aria tersa e il sole sulla mia testa. Ricordo anche le sirene del coprifuoco, il precipitarsi degli adulti, raccolti nella grande cucina, a spegnere le luci, a tappare le finestre, il pianto di Michele che dal seggiolone allungava le braccine verso papà che lo prendeva e lo stringeva al petto. Io rimanevo ferma tra le gonne e i pantaloni dei grandi e, sebbene alzassi la testa, non riuscivo a vedere i loro visi. Sentivo il rombo degli aerei che passavano sopra le nostre teste, le raffiche intermittenti della contraerea, papà che diceva a Michele - non piangere, bello di papà, non piangere … non è niente! - le raffiche dei cannoni, il rombo degli aerei, il fragore dello schianto, una voce … - Hanno colpito! -
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Non mi ricordo mai in braccio a qualcuno e neppure mi ricordo di aver avuto paura … La vicinanza di mio padre, di mia madre e di tanti mi dava la sensazione che tutto fosse un gioco, un gioco tra adulti. Lo capii dopo, molto tempo dopo, che quelli erano tempi di guerra, tempi brutti … C’erano i tedeschi, erano arrivati gli americani e in paese nessuno più era al sicuro. Dopo l’armistizio dell’8 settembre papà, dal Comando Militare di Napoli, presso cui era di stanza in qualità di militare della Guardia di Finanza e collaboratore, ottenuta la licenza per la nascita della terza figlia, aveva raggiunto Amorosi sulla camionetta di un alto ufficiale americano, con cui avrebbe dovuto far ritorno di lì a qualche giorno. Il giorno del rientro, però, mia madre, che aveva partorito Adriana da poco, tanto fece e tanto disse ... che era sola, che se mai accadeva il peggio lei non sapeva come fare con la bambina appena nata e altri due di noi ... Insomma, tanto fece e tanto disse che lui, militare tutto d’un pezzo, per la prima e unica volta in tutta la sua vita, disobbedì all’ordine superiore e decise di non partire. Si venne poi a sapere che la camionetta del generale, quella con cui sarebbe dovuto ripartire anche lui, era saltata in aria nella conflagrazione del ponte sul Volturno. Amorosi si trovava giusto nella fascia di fuoco dove tedeschi e americani si fronteggiavano e le rappresaglie erano continue e minacciose. Giungevano voci di rastrellamenti da parte dei tedeschi e, in paese, nessuno più era al sicuro. I miei, insieme a tanti altri, raccolte poche cose necessarie, qualche panno e quel poco che c’era da mangiare, sfollarono per la campagna in cerca di un rifugio più sicuro. Papà aveva una duplice funzione, lo seppi 11
molti anni dopo, quella, in incognito, di perlustrare i luoghi per conto del Comando Americano e quella, di copertura, insieme ad altri civili, di proteggere noi sfollati durante gli spostamenti e aiutarci a trovare un rifugio sicuro durante le soste. Mia madre, che aveva partorito da poco, portava la piccola Adriana in braccio, Michele era in braccio a papà, quando papà era con noi, e zia Memena e le nipoti badavano a me. Il primo giorno da sfollati fu veramente brutto. Non si sapeva da che parte andare. Lontani, lontani dal paese … ma verso dove? Il pericolo era dovunque. Avevamo fame. Quel poco che ciascuno portava con sé, raccolto alla rinfusa prima di partire, sarebbe stato insufficiente a sedare in tutti i morsi della fame. Briciole, compresa la teglia di polenta che zia Memena custodiva gelosamente e che tutti adocchiavano con sguardi famelici. Fuori dal paese, in aperta campagna, sentimmo avvicinarsi da lontano il rombo di un aereo … Presi dal panico seguimmo in frotta mio padre verso un rifugio più vicino. Era una stalla. Entrammo di corsa. Affannati e rinfrancati ci lasciammo cadere tra le mucche. Anche zia Memena. Stanca, si liberò finalmente della teglia quando, nel tirare un profondo sospiro di sollievo, per poco non veniva meno per quello che le stava accadendo sotto gli occhi. Una mucca, con un movimento placido e tranquillo, stava inondando dei suoi liquami la nostra polenta. Terminato l’allarme e venuta meno anche la speranza di quel boccone, riprendemmo a vagare per la campagna e a cercare rifugio nelle stalle e nei casolari … Quelli che si univano ci portavano notizie allarmanti … dei tedeschi traditi che si accanivano contro gli italiani … dei rastrellamenti in paese … di civili e militari fatti prigionieri … di 12
una giovane rastrellata dai tedeschi e della mamma che, piangendo, aveva cercato di convincerli a lasciargliela in cambio di tutto l’oro che aveva, ma niente. I tedeschi se l’erano portata via sulla camionetta. Una notte trovammo rifugio in una cantina ipogea, in piena campagna, presso un rudere che doveva essere stato una casa. Gli alleati stavano sferrando l’attacco finale alle truppe tedesche e noi stavamo proprio in mezzo, in quella che era chiamata la linea di fuoco. … Lì, sottoterra, pensavamo di essere al sicuro … Vi accedemmo da una porta sgangherata e scendemmo giù a sinistra lungo una scala che costeggiava la parete. Vuoto e buio … Arrivati giù, trovammo sistemazione sul pavimento, al centro del quale si apriva la bocca di un pozzo a cui in alto corrispondeva un’altra bocca da cui, fuori, si attingeva acqua con corda e secchio. Papà lasciò che si sistemassero prima tutti gli altri lungo la parete della cantina, sullo strato di paglia che copriva il pavimento, per ultimi sistemò noi, vicini alla scala. Io mi sedetti alla sua destra, tra lui e la scala. Sulla sua sinistra mia madre con Adriana in braccio e tra lei e papà Michele che non si allontanava mai da lui. Papà, che era della finanza ma in abiti civili, aveva lasciato la pistola di ordinanza a casa. Era più sicuro andare disarmati. Si era sparsa la voce che i tedeschi sparavano a bruciapelo su chiunque avesse un’arma. Papà è vero che non aveva la pistola ma aveva in tasca un coltello che era pur sempre un’arma e questo non dava pace a mia madre. Trascorremmo buona parte della notte senza parlare, sotto i colpi delle cannonate e le raffiche delle mitragliatrici. Papà più volte 13
risalì in cima alla scala per spiare se fuori vi era movimento nelle postazioni e fare valutazioni sulla nostra sicurezza. Ci rassicurava sempre … Ci diceva sempre che tutto andava bene … che non dovevamo temere nulla … - Era quello che tutti noi volevamo sentirci dire … La morte ce la vedevamo con gli occhi - aggiungevano tutti quando, a pericolo scampato, raccontavano di quella notte ... poi… Poi accadde tutto all’improvviso. Uno stridore sordo e prolungato e in alto, in cima alla scala, comparvero due figuri che discutevano concitatamente … Erano tedeschi … Lo capirono dalla divisa e dal parlare. Il nostro silenzio si caricò di terrore … Cominciarono a scendere giù con l’aiuto di una torcia … Ci illuminarono … si fermarono un attimo … poi ripresero a scendere … Si sedettero accanto a me che ero la prima alla fine della scala. Erano in divisa e armati … Erano nervosi. Gli occhi di noi verso di loro. Fuori le bombe e la contraerea … Per tutti un tempo di silenzio e di paura. Uno dei due tedeschi tirò fuori un pacchetto di sigarette e, per farne uscire una, cominciò a scuoterlo ripetutamente. Un giovane sfollato, uno di quelli in fondo alla parete, vuoi spinto dalla voglia di fumare, vuoi nel tentativo maldestro di rompere il ghiaccio, ebbe l’ardire di chiedergli una sigaretta … A me ... anche a me zigaretten? ... Il tedesco che stava accanto a me si indurì nel volto e nella persona, lo fulminò con lo sguardo, tirò fuori dalla fondina la pistola e, puntandogliela contro, masticò con rabbia la sua condanna ... – Nicht … italiani traditori … sporchi traditori … Fu in quel preciso momento che io, con la manina, lo scossi per la manica
del
cappotto
e
gli
chiesi
guardandolo
in
volto…- caramel… a me caramel - Il suo sguardo incrociò il mio … 14
Disorientato, esitò un attimo … I muscoli del viso gli si allentarono in un’espressione più mite e paterna. - …tu, bambina … sì … tu non capire … tu caramel … - Ripose la pistola nella fondina e, frugandosi in tasca, tirò fuori un pacchettino di caramelle. Me lo porse. Gli sorrisi ... Nessuno più osò fiatare.
A distanza di non so quanto tempo cessarono anche i fuochi delle contraeree. Cadde un silenzio spettrale. Il tedesco, quello che aveva preso la sigaretta e non l’aveva più accesa, risalì le scale e scomparve fuori dalla porta. Quando ricomparve guardò giù l’altro e, accompagnando le parole con un cenno eloquente della mano, ripeté - …kaputt…kaputt… Era l’annuncio della loro disfatta. - Raggelammo dalla paura… raccontava mio padre - Questa volta nessuno sarebbe scampato al peggio… - E invece no … Il tedesco delle caramelle raggiunse l'amico in alto e tutti e due scomparvero nella luce fioca della porta spalancata… Era spuntato un nuovo giorno. A distanza di tanti anni, soprattutto ora, colgo una sorprendente coincidenza: lì, in quel rifugio, quella notte fummo i primi 15
testimoni della disfatta tedesca sul Volturno. Nient’altro di allora ricordo così nitidamente come quell’episodio, un nient’altro fatto solo di immagini isolate, di sprazzi tenuti in vita dai ripetuti racconti
dei
miei.
Puzzle
confusi
che
negli
anni
andavo
sistemando in sequenze ordinate nel tentativo di ricomporre il mosaico dei miei primi anni. Ma quel mosaico non si è mai ricomposto del tutto. Dopo quella notte ricordo molti frammenti isolati di cui stento a trovare la collocazione in un racconto ordinato. Ricordo il verde della campagna, i fiori del giardino e la voglia di diventare io stessa un fiore. Ricordo che ne mangiavo le corolle
e
aspettavo.
Aspettavo
che
avvenisse
la
mia
trasformazione e, se non avveniva per allora, pensavo che sarebbe avvenuta poi. Ricordo le mura bianche di una masseria, una di quelle in cui, da sfollati, avevamo trovato ospitalità e rifugio, ricordo l’amicizia con i padroni, le stanze, linde e in penombra, con quell’odore acidulo di latte e di stallatico. All’ora della mungitura seguivo i secchi nella stalla. L’odore acre di urina e di fieno mi pungeva le narici ma la voglia di assistere alla mungitura era più forte del fastidio che provavo respirando. Dalle poppe gonfie sprizzava nei secchi un latte spumeggiante … Guardavo quella panna gonfiarsi e lievitare lungo i bordi dei secchi e aspettavo con la ciotola in mano una porzione di quel bendidio tiepido … Bevevo e sentivo le bollicine rompersi nella ciotola e sul mio labbro … Ricordo lo squallore e il silenzio di via Roma quando tornammo in paese dopo quella brutta notte … il freddo, le macerie... La testata del letto dei miei era stata colpita da proiettili ma eravamo a casa e la guerra era finita, almeno per noi. 16
Per tutti, invece, continuava, dura, la lotta per la sopravvivenza. Non c’era da mangiare … mancava la farina … Si trovava solo di contrabbando e quel poco che si riusciva a trovare si diceva che era mista a segatura e a polvere di marmo … Quando andava bene si faceva il pane con la farina di mais. Soldi non ce n’erano e quelli che c’erano nessuno li voleva … non avevano più valore. Era ritornato il baratto e la farina e lo zucchero si acquistavano di contrabbando in cambio di oggetti d’oro, capi di vestiario, di corredo o altro. Questo prima e dopo l’episodio che rimane tra i più belli della mia infanzia. Avvenne dopo la ritirata dei tedeschi dal Volturno, dopo quella notte in cui da sfollati sfiorammo la tragedia in quel pozzocantina. Nella mia memoria era una giornata di sole. I balconi di via Roma erano pieni di adulti e bambini che, sventolando fazzoletti e agitando le braccia, salutavano felici l’entrata in paese dei soldati americani che dalle carlinghe dei carri armati lanciavano in alto sui balconi e giù, tra la folla, manciate di pacchetti di caramelle. Noi bambini gridavamo – caramelle … caramelle!!! - in una sorta di gara a chi ne riceveva di più. Ne arrivarono
anche
sul
mio
balcone.
Ricordo
ancora
quelle
caramelle rotonde, col buco, colorate e dal sapore di frutta, un sapore che, quando le trituravo in bocca, diventava una vera goduria. Gli americani erano i nostri amici, quelli che ci avevano liberati dai tedeschi, ma per me non faceva alcuna differenza … I tedeschi in quella cantina non ci avevano fatto alcun male e anche loro mi avevano dato le caramelle.
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Ricordo il sole sui balconi e sulla terrazza un brulicare di fermenti nuovi e vecchi della vita che ricominciava. Nel giardino ritrovai i fiori di campo e ripresi a masticarne i petali e ad aspettare di diventare un fiore anch'io. Ricordo le camere riordinate e spruzzate di ddt. Mi piaceva quell'odore perché suggellava la fine di un lavoro che mi aveva voluta lontana dai piedi e perché sapeva di un pulito più pulito. Dalle imposte penetrava un fascio di luce ed io, con il ditino, mi divertivo a mettere in subbuglio le particelle agitate e iridescenti del suo pulviscolo. Mi fermavo incantata a contemplarlo. Una miriade di corpuscoli che volteggiavano in una danza libera e silenziosa. Si univano e si scioglievano in un movimento morbido e soffice, senza meta e senza sosta. Incantata, sognavo anch'io di navigare in quel mare iridescente, in balia di quel movimento silenzioso e senza fine. I sogni e gli odori della mia infanzia! ... L'odore delle rose rosse del giardino, intenso e inebriante ... l'odore dei fiori di campo, tenue e delicato ... l'odore della grande cucina in cui la fragranza del pane appena sfornato si mescolava all'odore voluttuoso dei biscotti e delle torte ... l'odore del ragù della nostra cucina piccola, quello che la domenica si spandeva giù per le scale fin nell'atrio di ingresso ... Ricordo papà accanto ai fornelli, la domenica, quando era libero dal servizio ... Amava cucinare ma soprattutto improvvisare intrugli e manicaretti. Fischiettava e l'odore del ragù si spandeva e si mescolava per casa alle note musicali della radio Marelli, quella che, in tempo di guerra, si accendeva solo di notte per seguire Radio Londra. Si mescolava alle note delle canzoni in voga ... Canta, carovaniere, canta la 18
nenia che tormenta tutti i cuori della tribù ... È primavera, svegliatevi bambine ... Pino solitario, ascolta ... Vipera ... Angelina, ti porterò nel mio cuor ... Laggiù nell'Arizona, terra di sogni e di chimere ... A mezzanotte va la ronda del piacere ... O sole mio ... Funiculì funiculà ... La pentola sulla fornacella borbottava, la radio trasmetteva, lui fischiettava e la mamma canticchiava. A volte cercava di cantare anche lui ma era stonato come una campana rotta ... Non riusciva a modulare i toni della voce. Allora attaccava mia madre a dare un saggio stupendo delle sue abilità canore. Non una nota incerta, non un passaggio stonato ma uno scorrere dolcissimo e sentimentale di note fluide e armoniose. Anche quando parlava, la sua voce era una musica che veniva dal cuore ... Cantavano sempre quando erano felici. Papà amava anche ballare. Da giovane era stato un ballerino provetto e aveva vinto diverse gare di ballo. Fu lui il mio maestro di ballo e il mio primo ballerino. Piccolina, mi insegnò a ballare il valzer, il tango, la polka, il charleston e quell'amore non mi ha mai abbandonata. Ho ballato e ballo ancora con le movenze che lui mi ha insegnato, soprattutto con il corpo eretto e la grazia che deve distinguere un ballerino di classe. Colacicco, così lo chiamava mia madre anche quando si rivolgeva direttamente a lui, Colacicco si faceva voler bene e tutti gli volevano bene ... Era sempre disponibile per tutti, non stava mai fermo ed era lui a organizzare le feste ad Amorosi ... Ricordo i fuochi d'artificio a San Michele, la feste del patrono. Il paese di sera si riversava nella piazza, tutti con le sedie, per assistere allo spettacolo pirotecnico. Colacicco era con i fuochisti ed era lui a 19
dirigere lo spettacolo ... a scegliere ... a decidere ... Ad ogni figura pirotecnica seguivano battimani di entusiasmo e di approvazione come a teatro. Quando il botto finale decretava la fine, tutti gli applausi erano per lui ... per Colacicco, mio padre ... In quel paesino, sbriciolato su un fazzoletto di terreno, scoprivo il mondo ed ero felice.
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La mia prima, cara amica Ero felice con il sole, con la pioggia e con la neve, quando andavo con gli sfollati per i campi e quando ero a casa, e a casa conobbi la gioia di un’amica che mi avrebbe accompagnata per tutta la vita. Era a due ripiani, su quattro lunghi esili piedi. Pareva un armadietto o uno scaffale ma non era né l’uno, né l’altro. Era una radio. Una radio Marelli! ci teneva a puntualizzare mio padre … In tempo di guerra si accendeva di notte, al buio, e lei parlava ai maschi di casa con le orecchie incollate e con il fiato sospeso. Vedevo mio padre insieme ad altri che ascoltavano con la cautela e la circospezione dei ladri, trattenendo il respiro e controllando ogni reazione, attenti solo a captare una voce che li teneva tutti quanti con il cuore in gola.
Poi, un giorno, da quel mobile si diffuse una notizia che mandò in delirio tutti quanti … È finita … È finita! ... seguito da un accorrere di gente per le strade, un riversarsi a fiumana … Papà e mamma 21
ci tenevano stretti e, piangendo e ridendo, si abbracciavano e ripetevano … È finita … È finita!... La guerra era finita … Lo aveva annunciato lei, la nostra amica complice, quella sulle cui onde, disturbate troppo spesso da scariche elettriche, veleggiava l’unica speranza di tutti, la speranza di un ritorno alla normalità e alla pace. E ricordo per la prima volta le note di una musica riversarsi nell’aria, una cascata di coralli impazziti, e canti gioiosi, canti che, se parlavano d’altro, al cuore di tutti dicevano ... Da quel giorno in avvenire il sodalizio tra la radio e noi divenne sempre più stretto e familiare. Il suo ricordo per me è sempre rimasto legato ai momenti più belli e più dolci della mia fanciullezza prima e della giovinezza poi. Ricordo le note gioiose e travolgenti di una canzone che invitava alla vita e all’amore e papà, impegnato ai fornelli, le accompagnava fischiettando.... Svegliatevi, bambine, alle cascine messer aprile fa il rubacuor … La radio, il sole, il fischiettare di mio padre che girava e rigirava il ragù con la cucchiaia di legno, l’odore che si spandeva e si mescolava alla musica, mia madre che rassettava e stendeva i panni in giardino … Sono le immagini mitiche della mia infanzia, quelle che mi nutrono e mi hanno nutrita per tutta la vita. E poi vi erano le domeniche di Pasqua quando a mezzogiorno si scioglievano le campane e tutti si baciavano, anche per strada, con chi neppure si conosceva, e subito si correva ad accendere la radio che era rimasta spenta da giorni. Era un’esplosione di vita. Il cuore scoppiava di gioia. A tavola si mangiava con la radio accesa e si chiacchierava. Le voci che giungevano dall’altoparlante,
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ancora disturbate dagli scarichi, si mescolavano alle nostre e diventavano commensali con noi. A volte noi e la radio dissentivamo, altre volte andavamo d’accordo, per molti era una presenza autorevole, per altri amica, per tutti necessaria a completare un momento di convivialità e di gioia. Aveva sempre da dire qualcosa a tutti, analfabeti e colti, sani e malati, amanti della musica leggera, di quella classica e lirica, della prosa e della poesia … Ci intratteneva, ci divertiva, ci istruiva, ci faceva compagnia, ci faceva sentire meno soli in Ostuni, un paese a noi del tutto sconosciuto, in cui eravamo stati appena
trasferiti.
Ricordo con nostalgia il saluto brioso e coinvolgente di Nunzio Filogamo, Silvio Gigli con Sorella radio, Narciso Parigi, Giorgio Consolini, Achille Togliani, Carla Boni, Gino Latilla, Nilla Pizzi, Beniamino Gigli … Il pomeriggio, chiusa nella mia stanza, china sui quaderni, accanto a me la mia amica radio diffondeva brani di musica e addolciva la mia fatica di studente. Mi ricordo la piacevolezza di quelle mattine di scuola quando dalla Presidenza
si
annunciava
per
citofono
in
tutte
le
aule
l’interruzione delle lezioni per ascoltare i racconti della Radio per le scuole. In un silenzio assorto ascoltavamo rapiti e inseguivamo con la fantasia, ciascuno con la propria, i personaggi nelle loro avventure, nei loro sogni che diventavano le nostre avventure, i nostri sogni. La voce narrante, ora pacata, ora suadente, ora concitata e fratta, accompagnata dagli effetti sonori di un uscio che strideva, di una porta che sbatteva, della pioggia che cadeva lenta e impetuosa, faceva vibrare i nostri animi e i nostri visi impallidivano e si accendevano, si incupivano e sorridevano. E 23
quando le ultime note del commento musicale si dissolvevano nell’aria noi rimanevamo ancora avviluppati nel mondo magico del racconto nel quale spesso ritornavamo con le nostre fantasie. E se è vero che il racconto aveva un autore, è anche vero che quel racconto diventava il mio racconto, il racconto di ciascuno di noi perché ognuno se lo ricostruiva nel suo immaginario a modo suo, secondo i suoi gusti e i suoi modelli. Ecco perché, quando più tardi mi capitò di vedere per televisione gli stessi racconti non li riconobbi più. La radio scatenava la nostra fantasia, la nostra immaginazione a tal punto che ciascuno imprimeva al racconto il sigillo della propria creatività. Erano quelli gli anni del boom, gli anni dell’Italia mitica in cui il cuore
di
grandi
e
piccoli
navigava
sulle
onde
radio
per
sintonizzarsi sui canali dell’amore e della fantasia e cantare, gioire e sognare nel tripudio di una nazione tutta protesa verso un futuro ricco di speranze e di promesse.
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Mio padre Terminata la guerra, nel mio giardino ad Amorosi, ritrovai i fiori di campo e ripresi a masticarne i petali e ad aspettare che divenissi anch'io un fiore. Ricordo le camere riordinate e spruzzate di ddt. Mi piaceva quell’odore perché suggellava la fine di un lavoro che mi aveva voluta lontana dai piedi e perché sapeva di un pulito più pulito. Dalle imposte socchiuse penetrava un fascio di luce ed io, con il ditino, mi divertivo a mettere in subbuglio le particelle agitate e iridescenti del suo pulviscolo. Mi fermavo incantata a contemplarlo. Una miriade di corpuscoli che volteggiavano in una danza libera e silenziosa. Si univano e si scioglievano in un movimento morbido e soffice, senza meta e senza sosta. Incantata, sognavo anch’io di navigare in quel mare iridescente, in balia di quel movimento silenzioso e senza fine. I sogni e gli odori della mia infanzia! ... L’odore delle rose rosse del giardino, intenso e inebriante … l’odore dei fiori di campo, tenue e delicato … Lo sentivo più al palato che all’olfatto … L’odore di lisciva del bucato ... l’odore della grande cucina in cui la fragranza del pane appena sfornato si mescolava all’odore voluttuoso dei biscotti e delle torte … l’odore del ragù della nostra cucina piccola, quello che la domenica si spandeva giù per le scale fin nell’atrio di ingresso … , quella che, in tempo di guerra, si accendeva solo di notte per seguire Radio Londra. Si mescolava alle note delle canzoni in voga … Canta, carovaniere, canta la nenia che tormenta tutti i cuori della tribù … È primavera, svegliatevi bambine … Pino solitario, ascolta … Vipera … 25
Angelina, ti porterò nel mio cuor … Laggiù nell’Arizona, terra di sogni e di chimere … A mezza notte va la ronda del piacere… O sole mio… Funiculì funiculà… La pentola sulla fornacella borbottava, la radio trasmetteva, lui fischiettava e mamma canticchiava. A volte cercava di cantare anche lui, mio padre, ma era stonato come una campana rotta … Non riusciva a modulare i toni. Allora attaccava mia madre a dare un saggio stupendo delle sue abilità canore. Non una nota incerta, non un passaggio stonato ma uno scorrere dolcissimo e sentimentale di note fluide e armoniose. Anche quando parlava, la tua voce era una musica che veniva dal cuore… Cantavano sempre quando erano felici. Papà amava anche ballare. Da giovane era stato un ballerino provetto e aveva vinto diverse gare di ballo. Fu lui il mio maestro di ballo e il mio primo ballerino. Piccolina, mi insegnò a ballare il valzer, il tango, la polka, il charleston e quell’amore non mi ha mai più abbandonata. Ho ballato e ballo ancora con le movenze che lui mi ha insegnato, soprattutto con il corpo eretto e la grazia che deve distinguere un ballerino di classe. Colacicco, così lo chiamava mia madre anche quando si rivolgeva direttamente a lui, Colacicco si faceva voler bene e tutti gli volevano bene … Era sempre disponibile per tutti, non stava mai fermo ed era lui ad organizzare le feste ad Amorosi … Ricordo i fuochi d’artificio a San Michele, la festa del patrono. Il paese di sera si riversava nella piazza, tutti con le sedie, per assistere allo spettacolo pirotecnico. Colacicco era con i fuochisti ed era lui a dirigere lo spettacolo … a scegliere ... decidere … Ad ogni figura pirotecnica seguivano battimani di entusiasmo e di approvazione 26
come a teatro. Quando il botto finale decretava la fine, tutti gli applausi erano per lui… per Colacicco, mio padre… In quel paesino, sbriciolato su un fazzoletto di terreno, scoprivo il mondo ed ero felice.
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Agli albori della vita Il pensiero della morte da poco più che bambina mi angosciava. Non di giorno, quando la luce del sole illuminava tutto intorno la mia casa, la campagna, la mia stanza, il volto dei miei cari. Quel pensiero si insinuava subdolo la notte, quando si spegneva l’ultima
luce
e
il
silenzio
pareva
inghiottire
tutto.
Allora,
rannicchiata sotto le coltri, mi sentivo piombare come in una voragine senza fondo, lentamente, inesorabilmente e nel petto lo smarrimento lievitava fino a stringermi la gola. Mi prendeva l’angoscia del vuoto, del nulla, giù giù, in fondo alla voragine in cui precipitavo lentamente, molto lentamente come un corpo senza peso. Mi figuravo massi informi in una luce terrigna … Quello doveva essere il prima dopo il nulla. Ma come si era passati dal nulla al prima? L’angoscia mi devastava l’anima. Il nulla e la morte, l’inizio e la fine e, tra l’uno e l’altro, la vita, io, mio padre, mia madre … Al solo pensiero che mio padre e mia madre sarebbero scomparsi mi angosciava più della mia stessa morte. Una ribellione selvaggia contro la vita che mi nascondeva il suo mistero mi prendeva e la vita e la morte per me diventavano la stessa cosa. La vita, la morte, il nulla … Io, mio padre e mia madre eravamo quei massi informi in fondo all’abisso senza alcuna ragione al nostro esistere. Nelle mie elucubrazioni ogni notte disperatamente speravo che in quell’ abisso senza fondo si aprisse uno spiraglio di luce a portare speranza alla mia angoscia. In quello smarrimento mi aggrappavo 28
all’idea di dio … E se veramente la vita ha inizio da Dio e finisce in Dio? ... Se tutto ha inizio dalla luce e finisce nella luce? ... La luce … Dio … E prima di loro? ... Non c’è forse qualcos’altro prima di loro? … E prima di questo qualcos’altro? ... L’angoscia tornava a stringermi nella sua morsa. Nella mia mente l’immagine di un dio a cui volevo disperatamente credere, alla cui esistenza mi aggrappavo come a un’ancora di salvezza, andava sovrapponendosi a quei massi informi e si identificava con quell’abisso immobile. Toccavo allora il culmine dell’angoscia. Mi sentivo indifesa e sola nella voragine di quel mistero. Invocavo allora il sonno senza il quale mi sembrava impossibile acquetarmi.
Un mattino i miei occhi si aprirono su un fascio di luce che irrompeva dalla finestra socchiusa. Una gioia incontenibile mi invase. Quel sole, quella luce erano reali … una realtà che nessuna elucubrazione, nessun sofisma mai avrebbe potuto mettere in dubbio. Pensai: quel sole non posso toccarlo ma lo vedo … mi illumina, mi scalda, mi rivela le cose intorno e io, mio padre, mia madre, in quella luce, eravamo presenze vive, con una ragione alla nostra esistenza: amarci, come il sole, in un unico 29
abbraccio. E pensai: la luce è sole, il sole è calore, il calore è amore, l’amore è dio, dio è luce, dio è vita, la vita comincia dall’amore e continua nell’amore così come la luce del giorno comincia con il sole e non finisce con le tenebre della notte ma ritorna con la luce del nuovo giorno... Fu per me la gioia della rinascita alla vita oltre le tenebre ... oltre il buio della notte.
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Amica Radio I miei ricordi più lontani risalgono a quel lontano 1944. Avevo appena tre anni. Abitavamo ad Amorosi, un paesino di montagna di appena 1600 anime, attraversato dalle acque del Volturno e del Calore, meta promessa e desiderata delle nostre passeggiate nelle giornate di sole. Ci andavo con una signora che mi portava a spasso e più tardi con le suore dell’asilo. Le acque scorrevano quasi sempre lente e tranquille tra i ciottoli del greto e a volte si disperdevano fuori dal letto indugiando in mille rivoli. Con la compiacenza dell’una e poi delle altre mi divertivo scalza a rincorrerli e a fermare il loro corso con i miei piedini. Di quei giorni ricordo il luccichio argenteo delle acque, l’aria tersa e il sole sulla mia testa. Ricordo poi anche le fughe per i campi con tanta gente, le sirene del coprifuoco, i rifugi nella notte, il rumore delle bombe … C’era la guerra e, se questo pensiero mi fa paura adesso, non ricordo che mi facesse paura allora. In quel paesino sbriciolato tra le alture scoprivo il mondo ed ero felice. Ero felice con il sole, con la pioggia e con la neve, quando andavo con gli sfollati per i campi e quando ero a casa ... e a casa conobbi la gioia di un’amica che mi avrebbe accompagnata per tutta la vita. Era a due ripiani, su quattro lunghi esili piedi. Pareva un armadietto o uno scaffale ma non era né l’uno, né l’altro. Era una radio. Una radio Marelli ci teneva a puntualizzare mio padre con orgoglio… Si accendeva di notte, al buio, e lei parlava ai maschi di casa con le orecchie incollate e con il fiato sospeso. Vedevo mio 31
padre insieme ad altri che ascoltavano con la cautela e la circospezione dei ladri, trattenendo il respiro e controllando ogni reazione, attenti solo a captare una voce che li teneva tutti quanti con il cuore in gola. Ascoltavano Radio Londra. Poi, un giorno, da quel mobile si diffuse una notizia che mandò in delirio tutti quanti … È finita… È finita!... Un accorrere di gente per le strade, un riversarsi a fiumana… Papà e mamma ci tenevano stretti e, piangendo e ridendo, si abbracciavano e ripetevano … È finita … È finita! ... La guerra era finita … Lo aveva annunciato lei, la nostra amica complice, quella sulle cui onde, disturbate troppo spesso da scariche elettriche, veleggiava l’unica speranza di tutti, la speranza di un ritorno alla normalità e alla pace. E ricordo le note di una musica riversarsi nell’aria, una cascata di coralli impazziti, e canti gioiosi, canti che, se parlavano d’altro, al cuore di tutti dicevano ... È finita! Da quel giorno in avvenire il sodalizio tra la radio e noi divenne sempre più stretto e familiare. Il suo ricordo per me è sempre rimasto legato ai momenti più belli e più dolci della mia fanciullezza prima e della giovinezza poi. Ricordo le note gioiose e travolgenti di una canzone che invitava alla vita e all’amore e papà, impegnato ai fornelli, che le accompagnava fischiettando. La radio, il sole, il fischiettare di mio padre che girava e rigirava il ragù con la cucchiaia di legno, l’odore che si spandeva e si mescolava alla musica, mia madre che rassettava e stendeva i panni in giardino … sono le immagini mitiche della mia infanzia, quelle che mi nutrono e mi hanno nutrita per tutta la vita.
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E poi vi erano le domeniche di Pasqua quando a mezzogiorno si scioglievano le campane e tutti si baciavano, anche per strada, con chi neppure conoscevi, e subito si correva ad accendere la radio che era rimasta spenta dal giorno del mercoledì. Era un’esplosione di vita. Il cuore scoppiava di gioia. A tavola si mangiava con la radio accesa e si chiacchierava. Le voci che giungevano dall’altoparlante, ancora disturbate dalle scariche, si mescolavano alle nostre e diventavano commensali con noi. A volte noi e la radio dissentivamo, altre volte andavamo d’accordo, per molti era una presenza autorevole, per altri amica, per tutti necessaria a completare un momento di convivialità e di gioia. Aveva sempre da dire qualcosa a tutti, analfabeti e colti, sani e malati, amanti della musica leggera e di quella lirica, della prosa e della poesia … Ci intratteneva, ci divertiva, ci istruiva, ci faceva compagnia, allontanava la solitudine.
Ricordo con dolce nostalgia il saluto brioso e coinvolgente di Nunzio Filogamo … miei cari amici vicini e lontani, dovunque voi siate, buona sera, Silvio Gigli con Sorella radio, Narciso Parigi, Giorgio Consolini, Achille Togliani, Carla Boni, Gino Latilla, Nilla 33
Pizzi, Beniamino Gigli … Il pomeriggio, chiusa nella mia stanza, china sui quaderni, accanto a me la mia amica radio diffondeva brani di musica e addolciva la mia fatica di studente. Mi ricordo la piacevolezza di quelle mattine di scuola quando dalla Presidenza
si
annunciava
per
citofono
in
tutte
le
aule
l’interruzione delle lezioni per ascoltare i racconti della radio per le scuole. In un silenzio assorto ascoltavamo rapiti e inseguivamo con la fantasia, ciascuno con la propria, i personaggi nelle loro avventure e nei loro sogni che diventavano le nostre avventure, i nostri sogni. La voce narrante, ora pacata, ora suadente, ora concitata e fratta, accompagnata dagli effetti sonori di un uscio che strideva, di una porta che sbatteva, della pioggia che cadeva ora lenta, ora impetuosa, faceva vibrare i nostri animi e i nostri visi impallidivano, si accendevano, si incupivano, sorridevano. E quando le ultime note del commento musicale si dissolvevano nell’aria noi rimanevamo ancora avviluppati nel mondo magico del racconto nel quale spesso ritornavamo con le nostre fantasie. E se è vero che il racconto aveva un autore, è anche vero che quel racconto diventava il mio racconto, il racconto di ciascuno di noi perché ognuno se lo ricostruiva nel suo immaginario a modo suo, secondo i suoi gusti e i suoi modelli. Ecco perché, quando più tardi mi capitò di vedere per televisione gli stessi racconti non li riconobbi più. La radio scatenava la nostra fantasia, la nostra immaginazione a tal punto che ciascuno imprimeva al racconto il sigillo della propria creatività. Erano quelli gli anni del boom, gli anni dell’Italia mitica in cui il cuore
di
grandi
e
piccoli
navigava
sulle
onde
radio
per
sintonizzarsi sui canali dell’amore e della fantasia e cantare, 34
gioire e sognare nel tripudio di una nazione tutta protesa verso un futuro ricco di speranze e di promesse.
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Raccontiamoci, mamma. Colloquio tra me e mia madre, ormai viva solo nel ricordo. Della mia infanzia ad Amorosi ho solo bei ricordi, anche la guerra per me è un bel ricordo. Non avevo la consapevolezza della morte e nemmeno la percezione del pericolo. - Ero con te, c’era anche papà e neppure mi sfiorava il timore che in un modo o nell’altro avreste potuto lasciarmi … Non sapevo ancora cosa fosse la morte … IO - Ricordo le sirene del coprifuoco, il precipitarsi degli adulti, raccolti nella grande cucina, a spegnere le luci, a tappare le finestre, il pianto di Michele che dal seggiolone allungava le braccine verso papà che lo prendeva e lo stringeva al petto … Io rimanevo ferma tra le gonne e i pantaloni dei grandi e, sebbene alzassi la testa, non riuscivo a vedere i loro visi. Sentivo il rombo degli aerei che passavano sopra le nostre teste, le raffiche intermittenti della contraerea e papà che diceva a Michele … Statti zitto, belle e papà … nun è niente … nun è niente - Ricordo anche dei rombi stranamente continui seguiti da un fragoroso boato e qualcuno nel buio della stanza che diceva - è stato colpito … - Io non mi ricordo mai in braccio a qualcuno e neppure mi ricordo
di
aver
avuto
paura
…
C’eravate
voi. Questa
consapevolezza mi ha accompagnata sempre, anche quando mi avete lasciata … non ho smesso mai di sentirmi accanto a voi, anche adesso che mi avvio alla vecchiaia.
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TU - Quelli erano tempi di guerra … tempi brutti … C’erano i tedeschi ed erano arrivati gli americani … In paese non eravamo più sicuri … Adriana era nata da qualche giorno e Colacicco, tuo padre, aveva avuto il permesso … il tempo di vedere la bambina e tornare subito a Napoli con la camionetta di un generale americano che si trovava nella zona. Tanto feci e tanto dissi … che ero sola … che non sapevo come fare … con la bambina appena nata e altri due figli … una di tre e l'altro di due … C'era la guerra … se ci succedeva qualcosa chi ci avrebbe dato una mano? … Fu così che tuo padre disobbedì al comando militare … Tu lo sai … tuo padre era fortemente legato al dovere … ma quella volta si lasciò convincere e decise di non partire. La sera venimmo a sapere che la camionetta del generale, quella con cui doveva partire anche lui, era stata bombardata dai tedeschi mentre attraversava il ponte sul fiume Volturno … dicevano che qualcuno aveva fatto la spia … Io penso che nella vita tutto è destino … in cielo è scritto il destino di ciascuno di noi … Amorosi si trovava nella fascia di fuoco … tedeschi e americani si fronteggiavano … In paese nessuno era più al sicuro … IO - Raccoglieste le poche cose necessarie … qualche panno … qualcosa da mangiare e sfollammo per la campagna in cerca di un rifugio più sicuro. Papà faceva da capo branco … andava in perlustrazione con altri civili per controllare se la strada era libera e sicura e per trovare un posto sicuro per la notte. TU - Io avevo partorito da poco e portavo la bambina in braccio, Michele era in braccio a papà, quando papà era con noi, e zia Memena e le nipoti badavano a te. Il primo giorno da sfollati fu veramente brutto … non sapevamo da che parte andare … il 37
pericolo era dovunque ... Avevamo fame e da mangiare c’era solo una teglia di polenta che aveva portato zia Memena … Da lontano sentimmo avvicinarsi il rombo di un aereo … Lì vicino c’era una stalla … Colacicco ci fece entrare tutti di corsa … Dentro ci lasciammo cadere sulla paglia tra le mucche … Zia Memena, stanca, poggiò la teglia per terra … appena il tempo di tirare un sospiro di sollievo che una mucca si voltò e fece pipì proprio sulla polenta … Rimanemmo a digiuno ... Riprendemmo a vagare per la campagna cercando rifugio nelle stalle e nei casolari … Quelli che si univano a noi ci portavano notizie allarmanti … dei tedeschi traditi che si accanivano contro gli italiani … dei rastrellamenti in paese … di civili e militari fatti prigionieri … di una giovane rastrellata dai tedeschi e della mamma che, piangendo, aveva cercato di convincerli a lasciarla in cambio di tutto l’oro che aveva ... Della camionetta che se l’era portata via ... Di lei, in seguito, non si seppe più nulla. Una notte trovammo rifugio in una cantina in piena campagna presso un rudere che doveva essere stato una casa. Gli alleati stavano sferrando l’attacco finale alle truppe tedesche e noi stavamo proprio in mezzo, in quella che era chiamata la linea di fuoco. … Lì, sottoterra, pensavamo di essere al sicuro… IO - Era un pozzo-cantina per le derrate alimentari, vuoto e buio … Vi accedemmo da una porta sgangherata e scendemmo giù a sinistra lungo una scala che costeggiava la parete … Papà lasciò che si sistemassero prima tutti gli altri, in fondo, sullo strato di paglia che copriva il pavimento, per ultimi noi, vicini alla scala. Io mi sedetti sulla destra accanto a lui, sulla sua sinistra tu tenevi
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Adriana in braccio e tra voi due Michele che non si allontanava di un passo da papà. TU - Papà aveva lasciato la pistola di ordinanza a casa … era più sicuro andare disarmati … Si era sparsa la voce che i tedeschi sparavano a bruciapelo su chiunque avesse un’arma … Tuo padre è vero che non aveva la pistola ma aveva un coltello in tasca … era sempre un’arma e questo non mi dava pace … IO - Trascorremmo buona parte della notte senza parlare, sotto i colpi delle cannonate e le raffiche delle mitragliatrici. Papà più volte risalì in cima alla scala per spiare se vi era movimento nelle postazioni e fare valutazioni sulla nostra sicurezza. TU - Tuo padre ci rassicurava sempre … ci diceva sempre che tutto andava bene … che non dovevamo temere nulla … ed era quello che tutti noi volevamo sentirci dire anche se la morte la vedevamo con gli occhi. IO - Accadde tutto all’improvviso. Uno stridore sordo e prolungato e in alto, in cima alla scala, comparvero due figuri che discutevano concitatamente … Erano tedeschi … Il nostro silenzio si caricò di terrore … Cominciarono a scendere giù aiutandosi con una torcia … Ci illuminarono … si fermarono un attimo … poi ripresero a scendere … e si sistemarono accanto a me che ero seduta sul penultimo gradino in basso. Dopo di me, sull'ultimo, c'era mio padre con Michele in braccio e, dopo di lui, mia madre, con Adriana in fasce, insieme a tutti gli altri, seduta per terra sull'impiantito al centro del quale si apriva la bocca del pozzo. - Il silenzio raggelò ancor più tutti quanti noi ... - ripetevano ogni volta mio padre e mia madre nel raccontarlo a pericolo scampato ... Fuori le bombe e la contraerea … Erano nervosi … 39
Uno dei due prese a scuotere un pacchetto di sigarette … Un giovane sfollato che era con noi in fondo al pozzo, vuoi perché spinto dalla voglia di fumare, vuoi nel tentativo maldestro di instaurare con loro un rapporto amichevole, chiese una sigaretta anche per lui … Il tedesco che stava accanto a me si indurì nel volto e nella persona, lo fulminò con lo sguardo, impugnò la pistola e, puntandogliela contro, masticò con rabbia la sua condanna ... - Nein zigaretten … italiani traditori … sporchi traditori … - Fu in quel preciso momento che io, con la manina, lo scossi per la manica del cappotto e gli chiesi guardandolo in volto … - nix caramel… - Il suo sguardo incrociò il mio … esitò disorientato un attimo … I muscoli del viso si sciolsero in un’espressione protettiva - … tu bambina … sì … tu non sapere … tu sì caramel … - Ripose la pistola e, frugandosi nelle tasche, tirò fuori un pacchettino di caramelle … me lo porse ed io gli sorrisi. Nessuno più fiatò. A distanza di non so quanto, il tedesco, quello che aveva preso la sigaretta e non l’aveva più accesa, risalì le scale e scomparve fuori dalla porta. Quando ricomparve guardò l’altro giù che doveva essere un superiore e ripeté per due volte … kaput … kaput … TU - Era l’annuncio della loro disfatta … Raggelammo dalla paura … Questa volta nessuno sarebbe scampato al peggio … IO - E invece no … Il tedesco delle caramelle lo raggiunse in alto e tutti e due scomparvero nella luce fioca della porta spalancata … TU - Era spuntato un nuovo giorno … IO -
Nient’altro
di
allora
ricordo
così
nitidamente
come
quell’episodio, un nient’altro fatto solo di immagini isolate e sprazzi tenuti in vita dai tuoi continui riferimenti quando me ne 40
parlavi. Puzzle confusi che negli anni andavo sistemando in sequenze ordinate nel tentativo di ricomporre il mosaico dei miei primi anni. Ma quel mosaico è rimasto di frammenti. Dopo quella notte così nitida ricordo il verde della campagna, i fiori del giardino e la voglia di diventare io stessa un fiore. Ricordo che ne mangiavo le corolle e aspettavo … aspettavo che avvenisse la mia trasformazione e se non avveniva per allora sarebbe avvenuta poi. Ricordo le mura bianche di una delle masserie in cui ci eravamo rifugiati da sfollati. La guerra era finita ma noi avevamo stretto una solida amicizia con i padroni e continuavamo ad andarci nelle belle giornate di sole. Le stanze padronali erano linde e in penombra ma sempre con quell’odore acidulo di latte e di stallatico. Ero libera di andare dovunque. All’ora della mungitura seguivo i secchi nella stalla. L’odore acre di urina e di fieno mi pungeva le narici ma la voglia di assistere alla mungitura era più forte del fastidio che provavo respirando. Dalle poppe gonfie sprizzava nei secchi un latte spumeggiante … Guardavo quella panna gonfiarsi e lievitare lungo i bordi dei secchi e aspettavo con la ciotola in mano una porzione di quel bendidio tiepido … Bevevo e sentivo le bollicine rompersi nella ciotola e sul mio labbro … Ricordo lo squallore e il silenzio di via Roma quando tornammo in paese dopo quella brutta notte … il freddo, le macerie ... ma eravamo a casa e la guerra era finita … almeno per noi. TU - … per tutti, invece, continuava, dura, la lotta per la sopravvivenza. Non c’era da mangiare … mancava la farina … La trovavi solo di contrabbando e quel poco che riuscivi a procurarti si diceva che era mista a segatura e a polvere di marmo … 41
Quando andava bene si faceva il pane con la farina di mais. Soldi non ce n’erano e quelli che c’erano nessuno li voleva … non avevano più valore. Era ritornato il baratto e la farina e lo zucchero si acquistavano di contrabbando in cambio di oggetti d’oro, capi di vestiario, di corredo o altro. IO - … e questo prima e dopo l’episodio che rimane tra i più belli della mia infanzia. Avvenne dopo la ritirata dei tedeschi sul Volturno, dopo quella notte in cui da sfollati sfiorammo la tragedia in quel pozzo-cantina. Nella mia memoria era una giornata di sole. I balconi e via Roma erano pieni di adulti e bambini che, sventolando fazzoletti e agitando le braccia, salutavano felici l’entrata in paese dei soldati americani che dalle carlinghe dei carri armati lanciavano in alto sui balconi e giù tra la folla manciate di pacchetti di caramelle. Noi bambini gridavamo caramelle caramelle!!! - in una sorta di gara a chi ne riceveva di più. Ne arrivarono anche sul mio balcone. Ricordo ancora quelle caramelle col buco, colorate e dal sapore di frutta, un sapore che, quando le trituravo tra i denti, diventava una vera goduria. Gli americani erano i nostri amici, quelli che ci avevano liberati dai tedeschi, ma per me non faceva alcuna differenza … i tedeschi in quella cantina non ci avevano fatto alcun male e anche loro mi avevano dato le caramelle. Ricordo il sole sui balconi e sulla terrazza e un brulicare di fermenti nuovi e vecchi della vita che ricominciava. Nel giardino ritrovai i fiori di campo e ripresi a masticarne i petali e ad aspettare. Ricordo le camere riordinate e spruzzate di ddt. Mi piaceva quell’odore perché suggellava la fine di un lavoro che mi aveva voluta lontana dai piedi e perché sapeva di un pulito più pulito. Dalle imposte socchiuse penetrava 42
un fascio di luce ed io, con il ditino, mi divertivo a mettere in subbuglio le particelle agitate e iridescenti del suo pulviscolo. Mi fermavo incantata a contemplarlo. Una miriade di corpuscoli volteggiava in una danza libera e silenziosa. Si univano e si scioglievano in un movimento morbido e soffice, senza meta e senza sosta. Incantata, sognavo anch’io di navigare in quel mare iridescente, in balia di quel movimento silenzioso e senza fine. I sogni e gli odori della mia infanzia! L’odore delle rose rosse del giardino, intenso e inebriante … l’odore dei fiori di campo, tenue e delicato … lo sentivo più al palato che all’olfatto … l’odore di lisciva del bucato ... l’odore della grande cucina in cui la fragranza del pane appena sfornato si mescolava all’odore voluttuoso dei biscotti e delle torte … l’odore del ragù della nostra cucina piccola, quello che la domenica si spandeva giù per le scale fin nell’atrio di ingresso … Ricordo papà accanto ai fornelli, la domenica, quando era libero dal servizio … Amava cucinare ma soprattutto improvvisare intrugli e manicaretti. Fischiettava e canticchiava e l’odore del ragù si spandeva e si mescolava per casa alle note musicali della radio Marelli - quella che papà aveva comprato in tempo di guerra per seguire radio Londra di notte – si mescolava alle note delle canzoni in voga … Canta, carovaniere, canta la nenia che tormenta tutti i cuori della tribù … È primavera, svegliatevi bambine … Pino solitario, ascolta … Vipera … Angelina, ti porterò nel mio cuor … Laggiù nell’Arizona, terra di sogni e di chimere … A mezza notte va la ronda del piacere … O sole mio … Funiculì funiculà … La pentola sulla fornacella borbottava, la radio trasmetteva, lui fischiettava e tu canticchiavi. A volte cercava di cantare anche lui ma era stonato come una 43
campana rotta … Non riusciva a modulare i toni della voce, allora attaccavi tu e davi un saggio stupendo delle tue abilità canore. Non una nota incerta, non un passaggio stonato ma uno scorrere dolcissimo e sentimentale di note fluide ed armoniose. Anche quando parlavi, la tua voce era una musica che veniva dal cuore …Cantavate sempre quando eravate felici. Papà amava anche ballare. Da giovane era stato un ballerino provetto e aveva vinto diverse gare di ballo. Fu lui il mio maestro e il mio primo ballerino. Avevo dieci anni … Mi insegnò a ballare il valzer, il tango, la polka, il charleston e quell’amore non mi ha mai più abbandonata. Ho ballato e ballo ancora con le movenze che lui mi ha insegnato, soprattutto con il corpo eretto e la grazia che deve distinguere un ballerino di classe.
TU - Colacicco … Colacicco si faceva voler bene e tutti gli volevano bene … Non stava mai fermo ed era sempre disponibile per tutti … Era lui che organizzava le feste ad Amorosi… 44
IO - Ricordo i fuochi d’artificio a San Michele, la festa del patrono … il paese di sera si riversava nella piazza, tutti con le sedie, per assistere allo spettacolo pirotecnico … TU - Colacicco era con i fuochisti ed era lui a organizzare lo spettacolo … a scegliere … decidere … ad ogni figura seguivano battimani di entusiasmo e, quando il botto finale decretava la fine, tutti gli applausi erano per lui … per tuo padre….
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La befana Il piacere che provo ancora oggi a starmene a letto ad occhi aperti nel silenzio della mia camera mi viene dalla lontana infanzia quando, nei giorni di febbre, avvolta nel tepore, in groppa alla
fantasia
sgusciavo
fuori
dalle
coperte
alla
conquista
dell’ignoto. Ricordo che al mattino, aprendo gli occhi, trovavo la penombra della mia cameretta solcata da un raggio di sole penetrato dalle imposte socchiuse. A volte capitava che al di là dei vetri intuissi un freddo gelido, allora il caldo del mio letto mi scioglieva le membra in un piacere intenso. Mi sentivo invadere da un benessere e da una felicità che mi rendevano leggera leggera … quasi una piuma librata nell’aria. La mia stanza, già in ordine, mandava odore di pulito … Su tutto aleggiava la presenza vigile e silenziosa di mia madre. Quello era il momento magico dei miei sogni. Quando all’approssimarsi e durante le vacanze invernali rimanevo a letto, il pensiero della befana era quello che più di tutti occupava la mia mente e sbrigliava la mia fantasia. Non pochi erano i problemi che mi procurava. Mi faceva distrarre a scuola e mi rendeva pensierosa a casa. Quella vecchina che, senza mai farsi vedere, mi estorceva tante promesse in cambio di un dono, che viaggiava a cavallo di una scopa, che aveva un sacco pieno di giocattoli, che scendeva dal camino, che prendeva dal mio guanciale i biglietti che le scrivevo, che mi vedeva qualunque cosa io facessi, quella vecchina,
della
cui esistenza
non
potevo
dubitare perché
l’avevano vista tutti, mio padre, mia madre, i genitori delle mie 46
amiche, le amiche dei miei genitori, quella vecchina era il mio tormento. Mi affascinava ma ne avevo paura, l’amavo eppure l’odiavo. L’odiavo perché non si faceva vedere da me che pure la cercavo e mi chiedevo come mai non avesse una casa come tutti gli altri, come mai entrava nelle case dal soffitto o dal tetto ... mai dalla porta. Non facevo che inseguirla, soprattutto nei giorni in cui ero costretta a letto con la febbre e la penombra e il silenzio della stanza diventavano miei complici in quella ricerca. Fu così che durante le febbri del morbillo scoprii il suo domicilio nell’angolo del soffitto, in alto. Quando ebbi gli orecchioni la vidi venir fuori, rientrare e ancora venir fuori, incerta se scendere giù per le scale che andavano disegnandosi lungo la parete. Quelle scale però si fermavano a mezz’aria senza mai giungere a toccare il pavimento della stanza. Durante le febbri di crescenza cominciò a scendere i primi gradini e vidi le pieghe del suo vestito… le braccia … la testa … ma il viso ... Il viso non lo vidi mai, neppure quando ebbi la varicella. Un giorno, in cui ero a letto con la febbre alta per non so che cosa, uscì dalla porta in alto con la sua scopa di saggina, come quella che avevamo anche noi a casa. Fu per me una sorpresa … Allora era vero!!! ... Non avevo mai creduto fino in fondo che potesse volare su una scopa. Per me, fino ad allora, quella della scopa era stata una trovata buffa di cui ridevo divertita … quel giorno, però, non risi … Era vera anche la scopa ma … se la befana era vera, perché non mi parlava? Forse avrei dovuto parlarle io ma io non le parlavo … non le parlavo per paura … paura di non so che cosa. La guardavo arroccata nelle mie 47
coperte. Anche lei mi guardava … Lo intuivo dall’atteggiarsi del suo corpo tutto rivolto verso di me. Un giorno riprese a scendere lungo la scala lentamente, cautamente, decisamente. Mi sentii mozzare il respiro … Giunta all’ultimo gradino, oltre il quale si apriva il vuoto tra lei e il pavimento, si sedette e rimase lì, rivolta verso di me. Ci scrutammo senza guardarci, lei immobile, io immobile, temendo e desiderando che qualcosa accadesse. Ma non accadde nulla. Da allora, tutte le volte usciva, scendeva, anche quando non avevo più febbre, e si fermava lì, come trattenuta dai brividi che mi percorrevano.
Sebbene continuasse a tenermi nascosto il viso, cominciò a diventarmi cara. Avevo ancora paura ma non mi era più estranea … Era venuta fuori dal suo mistero per me e, da buona amica, non tentò mai il salto nel vuoto per avvicinarsi al mio letto, non montò mai in groppa alla sua scopa per venire da me. Cominciai a 48
volerle bene. I brividi di paura scomparvero e a volte mi addormentavo tranquilla sotto il suo sguardo vigile e silenzioso. Ero diventata anch’io una sua fan e la difendevo come non avrei mai difeso la mia migliore amica. Fu quello l’ultimo ricordo della mia befana. Un giorno dei primi di gennaio, mentre esploravo, all’insaputa di mia madre, negli angoli più reconditi dei cassetti alla scoperta di non so che cosa, trovai, nascosto tra le pieghe della biancheria un foglietto. Lo aprii … Cominciava così … Cara befana … Era la mia letterina, quella che le avevo scritto io … Avvertii il dolore di un sogno in frantumi … Piegai la testa smarrita e piansi, piansi la perdita di una compagna senza volto, di un’amica silenziosa, docile e buona … Avevo sette anni e già ingoiavo l’amaro di un sogno in frantumi.
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Il nostro terzo stipendio L’idea del terzo stipendio, quello del risparmio, risale agli anni ’50, il tempo della mia fanciullezza, quando, per consiglio di un agente dell’INA CASA, i miei genitori accettarono una strana e allettante proposta di risparmio. Una proposta che, senza imposizioni, senza scadenze fisse e senza sacrifici e rinunce, ci avrebbe consentito di mettere da parte una somma “importante” per realizzare qualcosa di importante per la famiglia. L’agente ci avrebbe consegnato un salvadanaio e noi tutti di famiglia avremmo dovuto versarci monetine a piacere, quelle ricevute di resto, quelle risparmiate alle voglie del momento e quelle espressamente destinate al risparmio. Lui sarebbe passato periodicamente a svuotare il salvadanaio e a depositare la somma sul conto a noi intestato. Nel convincerci non smetteva di ripetere che con quel sistema ci saremmo trovati una buona sommetta da investire per spese sicuramente importanti e utili per tutta la famiglia. Il salvadanaio aveva una forma a noi molto cara e familiare, la forma di una casa simile a quelle che allora si immaginavano nelle favole, piccola e graziosa, dai colori vivaci proprio come i sogni che avrebbe custodito. In casa le fu assegnato un posto d’onore, sicuro e lontano da occhi indiscreti: sul comò della camera da letto dei miei genitori. Questo contribuì a renderci più orgogliosi e complici nel nostro progetto. Per la prima volta fummo autorizzati ad entrare in quella camera senza chiedere di volta in volta il permesso. Entravamo da padroni come non mai, 50
versavamo le monetine nel salvadanaio e, visto che ci trovavamo, eccitati dai brividi della trasgressione, facevamo anche quattro salti sul lettone.
Con questo sistema era proprio un piacere riempire quel salvadanaio a forma di casetta. Ogni tanto lo scuotevamo per capire quante ancora ne mancavano di monetine e quel tintinnare per noi era sempre motivo di gioia. Se sapeva di vuoto voleva dire che tanti ancora sarebbero stati i nostri salti sul lettone, se era pieno voleva dire che la somma in deposito sarebbe aumentata. Periodicamente veniva l’agente a svuotarlo e ad ogni svuotata ricominciava per noi la gara gioiosa del risparmio, dell’accumulo e della trasgressione sul lettone. Intanto papà e mamma, a volte, durante il riposo dalle fatiche, facevano progetti su cosa comprare quando si fosse raggiunta la somma sperata. Ringraziando dio, era la prima volta, dopo la 51
guerra, che riassaporavano il piacere di una somma da parte su cui fare progetti. Erano soddisfatti. Lo eravamo anche noi bambini che ci sentivamo coinvolti e potevamo gioire delle nostre piccole rinunce per un progetto più grande da realizzare insieme a loro. Il messo dell’INA veniva, svuotava la cassetta, compilava un foglio, se ne andava, poi ritornava. Passò il tempo e con il tempo passarono gli anni. Senza che ce ne accorgessimo il lettone, piano piano, ritrovò la sua pace. La casettina rimase ancora lì, sul comò, ad aspettarci e gli incontri, diventati più radi, un giorno finirono. Non ricordo quando e non ricordo neppure quando fu ritirata l’ultima somma in deposito. Risucchiata dalla vita, rimossi tutto, anche la casettina, ma non la propensione al risparmio. Negli anni e nei fatti quel risparmiare si era dilatato a tal punto da comprendere altre pratiche, quali la ponderazione nelle spese, l’oculatezza nei progetti, la prudenza e il discernimento nelle decisioni, fino ad accorgimenti più banali quali evitare lo spreco di cibi avanzati e riutilizzare ciò che ancora poteva essere utilizzato, dai vestiti alle pagine intonse dei quaderni. Non era taccagneria. Era semplicemente un’avversione allo spreco. Pratica che non ci ha mai impedito, né mi ha mai impedito di aiutare chi ne ha bisogno. Da sposata lo chiamavo e lo chiamo ancora terzo stipendio. Questo lo faremo - oppure - questo lo abbiamo fatto con il terzo stipendio – dicevo. Terzo dopo il mio e quello di Luigi, mio marito. A volte si è nutrito anche di rinunce ma, visti i risultati, non solo non mi sono mai pentita di averle fatte quelle rinunce, ma addirittura me ne faccio ancora un vanto. Quel terzo stipendio ci ha permesso e ci permette ancora di realizzare il superfluo. Il mio 52
e quello di Luigi ci serviva e ci è servito a mandare avanti i figli, la famiglia e la casa. Il terzo, quello del risparmio, ci è servito e ci serve per quel superfluo di cui ci vantiamo e che, se per qualcuno potrebbe essere poco, per noi, invece, era ed è il molto e il troppo dopo il necessario.
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Angoscia della morte Accanto alla gioia cominciò a delinearsi anche l’altro polo della mia esistenza: l’angoscia, angoscia della morte, più inquietante di quello della vita, perché la vita almeno la vivevo ma la morte mi era del tutto estranea. Il suo pensiero mi arrovellava non di giorno, quando la luce del sole illuminava tutto intorno la mia casa, la campagna, la mia stanza, il volto dei miei cari. Si insinuava subdolo la notte, quando si spegneva l’ultima luce e il silenzio pareva inghiottire tutto. Allora, rannicchiata sotto le coltri, mi sentivo piombare come in una voragine senza fondo, lentamente, inesorabilmente e nel petto lo smarrimento lievitava fino a stringermi la gola. Mi prendeva l’angoscia del vuoto, del nulla, giù giù, in fondo alla voragine in cui precipitavo lentamente, molto lentamente come un corpo senza peso. Mi figuravo massi informi in una luce terrigna …Quello doveva essere il prima dopo il nulla, pensavo. Ma come si era passati dal nulla al prima? L’angoscia mi devastava l’anima. Il nulla e la morte, l’inizio e la fine e, tra l’uno e l’altro, la vita, io, mio padre, mia madre … Al solo pensiero che mio padre e mia madre sarebbero scomparsi mi angosciava più della mia stessa morte. Una ribellione selvaggia contro la vita che mi nascondeva il suo mistero mi prendeva e la vita e la morte per me diventavano la stessa cosa. La vita, la morte, il nulla … Io, mio padre e mia madre eravamo quei massi informi in fondo all’abisso senza alcuna ragione al nostro esistere.
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Nelle mie elucubrazioni ogni notte disperatamente speravo che in quell’ abisso senza fondo si aprisse uno spiraglio di luce a portare speranza alla mia angoscia. In quello smarrimento mi aggrappavo all’idea di dio … E se veramente la vita ha inizio da Dio e finisce in Dio? ... Se tutto ha inizio dalla luce e finisce nella luce? ... La luce … Dio … E prima? ... Non c’è forse qualcos’altro prima di loro? … E prima di questo qualcos’altro? L’angoscia tornava a stringermi nella sua morsa. Nella mia mente l’immagine di un dio a cui volevo disperatamente credere, alla cui esistenza mi aggrappavo come a un’ancora di salvezza, andava sovrapponendosi a quei massi informi e si identificava con quell’abisso immobile. Toccavo allora il culmine dell’angoscia. Mi sentivo indifesa e sola nella voragine di quel mistero. Invocavo allora il sonno senza il quale mi sembrava impossibile acquetarmi. Al mattino i miei occhi si aprivano su un fascio di luce che irrompeva dalla finestra socchiusa. Una gioia incontenibile mi invadeva. Quel sole, quella luce erano reali … una realtà che nessuna elucubrazione, nessun sofisma mai avrebbe potuto mettere in dubbio. Quel sole non potevo toccarlo ma lo vedevo … mi illuminava, mi scaldava, mi rivelava le cose intorno e io, mio padre, mia madre, in quella luce, eravamo presenze vive, con una ragione alla nostra esistenza: amarci, come il sole, in un unico abbraccio. E pensavo: la luce è sole, il sole è calore, il calore è amore, l’amore è dio, dio è luce, dio è vita, la vita comincia dall’amore e finisce nell’amore così come il giorno era cominciato con il sole e sarebbe finito non con le tenebre della notte ma con la luce del nuovo 55
giorno.
E,
nella
finitudine
del
mio
essere,
ancora
adolescente, coglievo estasiata l'immenso e il divino nell'armonia del creato.
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A mio padre E tu, padre mio, m’insegnasti anche la morte. Corsi annientata dalla disperazione e dal peso della mia carne, mi piegai accanto al tuo letto. Eri freddo, eri immobile, eri crudelmente sereno. T’invocai a voce bassa spaventata da quella tua incredibile, disumana immobilità. Eri sereno e non mi sorridesti. Un’angoscia pesante, atroce, mi strinse in petto. Mi sentii sola, sgomenta, sperduta accanto al tuo corpo vigoroso e muto. - Papà … papà … papà … - gemevo e mi riempivo il cuore del tuo nome e mi straziavo l’anima … Non ti avrei più chiamato … non mi avresti più chiamata … Eri forte … eri grande … Eri il nostro sostegno. Accanto a te mi sentivo forte, sicura, solida come il virgulto sostenuto dal tronco … in un’unica esistenza … Mi lasciasti in un solo attimo … ci lasciasti in un solo attimo. Eri immobile e non sollevasti le palpebre a guardare me, tua figlia. Era in me che ti vantavi di aver lasciato più nette le impronte del tuo essere e tu eri quello che io avrei voluto essere. Sedevi a capotavola severo e orgoglioso di vederti ricco di tanta prole e ci ammonivi: - la tavola è un altare … non si parla, non si sta scomposti, non si fa rumore di piatti e di posate, non si schiocca la lingua … Il pane! ... Avete messo il pane a tavola? ... Non deve mai mancare … come l’ostia sull’altare … Il pane è il frutto del sudore della fronte … fatevi il segno della croce … - e noi piccoli, chini sui nostri piatti, strabuzzavamo gli occhi sotto un moto di impazienza mal repressa e ben volentieri avremmo sbuffato: - Uffa, papà … ma è 57
possibile che tu debba ripetere sempre le stesse cose … Non vedi come ci scocci? ... - E poi, alla fine dei grandi pranzi, amavi indugiare a tavola e ci raccontavi di quando eri alpino, delle tante avventure strabilianti che ti avevano visto protagonista ed eroe. Ci raccontavi della guerra, delle volte in cui eri miracolosamente sfuggito alla morte, del benessere in cui eri riuscito a mantenere la tua famiglia anche in tempo di fame … e poi tanti e tanti episodi che noi credevamo di aver imparato a memoria per averli sentiti tante volte e tante, ma ora cosa non darei perché tu, papà, possa ritornare a raccontarmeli! ... Sì, padre, ora ho scoperto col pianto nel cuore che sono tante le cose di te che non ricordo e sento in me cocente il rammarico per non averti ascoltato abbastanza.
Nei momenti di svago passeggiavi su e giù per la stanza con le mani dietro la schiena e a volte fischiettavi soddisfatto … di che … di chi? ... Dei tuoi figli, dei tuoi sacrifici per noi … sacrifici che 58
non ti sembravano mai abbastanza … Giustificavi la tua severità con una immagine che mi faceva sorridere per la sua ingenuità. – La famiglia è come un orto … va curata giorno dopo giorno e i ramoscelli vanno raddrizzati in tempo … Padre, ora che sono madre anch’io, ora che tu mi hai lasciata ho scoperto tra mille difficoltà quanto è vera quella immagine e quanto inutilmente anch’io la vado ripetendo ai miei figli! ...
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Natale nella gioia e nel dolore L’aver scelto e segnato un giorno dell’anno come Dies Natalis è stato il disegno più bello e più grande che mente umana abbia potuto partorire. Ci avvolge e coinvolge tutti nel suo magico incanto. Un disegno che, a volo di rondine, al di là dei limiti, al di là delle finalità e delle modalità diverse per cui e con cui lo si attende, riesce a coinvolgere il credente e il non credente nella stessa magia, quella delle relazioni, delle amicizie che si rinsaldano, degli affetti che si riaccendono, quella del tutto buono che si condivide. Le case si animano di presenze che tornano a vivere con noi e tra noi. Ti accorgi allora, nella nostalgia e nel rimpianto, che il cuore non conosce la caducità del tempo. Ti guardi intorno e percepisci qualcosa che ti fa riflettere. Nel trambusto insolito e frenetico, nelle voci e nei silenzi, l’uomo grida la sua voglia di amare e di essere amato. Ti chiedi, allora, se c’è al mondo qualcuno che non voglia essere amato e non voglia amare. Domanda la cui risposta ti riporta ad altre domande sull’amore e sulla felicità. L’ empito ad amare e ad essere amati è radicato in tutti. L’amore è sempre e dovunque, in tutti e al di sopra di tutti, così pure la tensione verso la
felicità.
Purtroppo,
nella
ricerca
spasmodica
dell’uno
e
dell’altra, ci perdiamo in mille rivoli che ci allontanano dalla sorgente unica e vera. E Lui, invocato, viene a darci una mano, per riportarci al senso vero dell’amore perduto. Viene a guidarci col
suo
vincastro: Io
sono
la
via,
la
verità,
la
vita...
a
esortarci: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. È venuto 60
ad amarci fino all’olocausto, fino alla morte per la vita. Sì, perché il suo amore non è una pulsione emotiva, circoscritta nella sfera dei sentimenti, il suo amore è azione, è donazione di sé stesso. Nell’umiltà e nella povertà di tutti i beni terreni, piccolo tra i piccoli, gigante solo nell’amore, torna a prenderci per mano. Ricordiamocelo, soprattutto nei giorni in cui il consumismo e le convenienze mondane insidiano e deformano il senso e l’essenza stessa della vita. Lui non si è donato per dovere o per convenienza. Il suo non è un prestito, ma un dono senza condizioni. Certo pochi eletti sono stati e sono capaci di tanto, ma anche una parola, un bacio, una carezza possono essere un dono inestimabile, un dono che conforta, che riscalda e dà vita. Inaspettatamente lo ricevetti io tanti anni addietro, un dono che, nel dolore, mi ha dato e mi dà, ancora oggi, la forza di andare avanti confortata dall’amore. Accadde tanti anni fa. In quei giorni la casa, un tempo piena di lei, della sua voce, del suo canto, dei suoi sorrisi, degli aromi del suo cucinato, in quei giorni la casa era sepolta nel silenzio e nella paura di un’attesa a cui non ero e non sarei mai stata preparata. Lei, mia madre, a letto, colpita da un insulto cerebrale, non parlava, non si muoveva, non dava più alcun segno di vita ma respirava. Se respira - mi dicevo - è viva e in questa certezza cercavo conforto. Spesso mi sedevo accanto al suo letto e le parlavo. Le parlavo del mio lavoro a scuola, dei suoi nipotini, della quotidianità, così come ero solita fare quando lei sfaccendava tra i fornelli. Quella Vigilia di Natale eravamo sole. Lei nel suo abbandono, io nell’angoscia del mio dolore. Cosa non avrei dato per un suo 61
bacio, una sua carezza! Mi sentivo povera e indifesa proprio come quando, da bambina, la cercavo. Piegai il capo sul suo petto e piansi. Non so per quanto ma ricordo, ogni volta e sempre, con la stessa intensità e commozione di allora, quello che accadde. Sentii la sua mano tra i miei capelli e la sua voce biascicare le note disarticolate di un’antica canzone, quella che mi cantava per asciugarmi le lacrime, quand’ero bambina. Povera di tutto, più inerme e sola che mai, mi faceva, ancora una volta, il dono inestimabile del suo amore. Non so se lo avesse fatto coscientemente ma lo aveva fatto. Fu, per me, il suo ultimo dono, il più bello, il più grande che io abbia mai ricevuto. Quello che ancora oggi mi unisce a lei, mi conforta e mi fa dire, in piena consapevolezza, che l’amore è l’unica e vera essenza della vita, è l’unico che non conosce la caducità del tempo, che è sempre e dovunque, in tutti e al di sopra di tutti.
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Giornate interminabili Le giornate le sembravano interminabili. Non avrebbe mai creduto di poter disporre di tanto tempo libero quando i suoi due figli erano ancora in casa e le davano tanto da fare con i loro problemi e il loro disordine. Allora avrebbe dato chi sa cosa per avere un po’ di tempo tutto per sé. Suo marito continuava con i ritmi di sempre, anzi con il ritmo di sempre, immutato da anni ... Sempre quello, sempre lo stesso … Il copione di una giornata sempre uguale a sé stessa, con la pioggia e con il sole … Lavoro, casa e lettura, nella sua poltrona, nel suo studio … Pareva che si fossero detto tutto, proprio tutto, che non avessero nient’ altro da dirsi. Dopo tanti anni, la vita scorreva con la precisione e la regolarità di un programmatore. Fin troppa calma era caduta su quella casa in cui si erano spenti persino gli echi del vociare dei suoi ragazzi, quegli echi che lei aveva tenuto caparbiamente vivi per sentirseli ancora vicini, per tenerli ancora con sé nella sua solitudine … Sua madre le diceva: – i figli si allevano per gli altri – e lei lo aveva sperimentato sulla sua pelle e si era arresa a fatica a quella realtà per tanto tempo ignorata e poi scongiurata. Da quando i suoi ragazzi avevano messo su famiglia, lei si sentiva inutile e sola. Ognuno procedeva per la sua strada ... i figli, il marito ... ma lei no … lei non voleva e non sapeva rassegnarsi a procedere da sola per la sua strada. Il tempo aveva placato ma non distrutto in lei il desiderio di evasione da quella realtà che la faceva vegetare ma non vivere. Quanto avrebbe dato per rivivere le ansie e le 63
palpitazioni di un tempo! Allora erano tutti una sola anima e nessuno di loro avrebbe mai sospettato di fare a meno degli altri. Allora i piccoli le chiedevano: – mamma, non è vero che non morirai mai? - e lei, sorridendo, li rassicurava che non li avrebbe mai lasciati, che sarebbe vissuta a lungo, tanto a lungo … fino a quando fossero diventati grandi … anzi più grandi del papà. E loro, rinfrancati, sorridevano, convinti che un’eternità li avrebbe separati da quel fino a quando. Il tempo era passato. Con la ragione cercava di farsi capace del distacco ma con il cuore si ribellava. Aveva dato tanto ma avrebbe potuto dare ancora tanto. I capelli le erano diventati bianchi ma lei non aveva avuto il tempo di accorgersene. Aveva avuto sempre tanto da fare a casa e sul lavoro … aveva differito ad altro momento ogni sua vanità e ogni suo desiderio - tanto - si diceva - per quando saranno cresciuti avrò tanto tempo per me –. I ragazzi erano cresciuti, si erano sposati e ora, lei, di tutto quel tempo libero non sapeva più che farsene. Si era ritrovata con i capelli
bianchi
e
per
amica
una
solitudine
spaventosa.
Nell’ingranaggio della sua vita qualcosa era saltato… qualcuno le aveva strappato il cuore. Era quello il tempo in cui avrebbe dovuto godersi la vita; eppure, i momenti più belli erano dietro le sue spalle, sepolti nel passato … Dinanzi allo specchio impietoso si perse in quel muto soliloquio … No … quell’immagine canuta e sfiorita non poteva essere il riflesso di se stessa … lei era sempre quella dei venti anni … Lei aveva ancora tanta voglia di amare, sognare, vivere come a vent’ anni … Quella lì nello specchio non era che uno scherzo perfido … quella donna le rassomigliava solo nello smarrimento e nella 64
solitudine … ma non era lei … Poteva essere sua madre … sì … sua madre … Lo stesso sguardo … la stessa canizie … le stesse spalle appesantite dagli anni. …Forse era proprio lei, sua madre, tornata a darle coraggio … Sentì prepotente il desiderio del suo conforto … tese le braccia per stringersi a lei ... Contro la superficie fredda dello specchio sentì frantumarsi la sua anima affranta … I suoi occhi smarriti si persero negli occhi colmi di lacrime di quella cara immagine che svaniva nel nulla.
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Sei andato via Sei andato via ... Te ne sei andato ... ma io, dopo tanti anni, ti aspetto ancora con un amore che non sapevo potesse esistere, un amore che non è quello di un'amante, di un'amica, di una sorella e nemmeno quello di una madre ... È un amore che li comprende tutti ... Più di un amore è quello che ho vissuto e scoperto accanto al tuo letto di sofferenza e di morte ... Paralizzato
in
tutta
la
persona,
attaccato
al
respiratore,
alimentato con la peg, ti amavo come mai ti avevo amato. Ti amavo come madre, amica, sorella, compagna ... felice di stringerti a me, con lo sguardo, in un abbraccio d'ali per non farti male, felice di sentirmi ed essere un'anima sola con te.
Non ero io a dare ... eri tu che, nella tua immobilità e nel tuo silenzio, non cessavi di darmi tutto, un tutto che è pienezza d'amore. Mai una smorfia di dolore, mai un gemito, un lamento o 66
un atto di insofferenza ... La notte, nel lettino in cui dormivo, posto accanto al tuo letto, ti tenevo la mano. Un agnello mite, uno sguardo docile, un abbandono mansueto ... Mi davi in quel contatto la consapevolezza di un amore totalizzante che mi avvicinava e mi ha avvicinata ancora di più a Dio ... Un amore che mi ha dischiuso le porte di una realtà in cui la gioia pura è nel condividere anche il dolore ... La sera di quel giorno, che avrei voluto non giungesse mai, avevo la febbre ... I nostri figli si erano radunati a casa per sostituirmi accanto a te e, solo dopo, ci sembrò un tuo richiamo per tenerci tutti uniti con te per l'ultima volta ... Nessuno sospettava il peggio. Le piaghe da decubito erano in una fase di netto miglioramento e, quando mi avvicinavo per baciarti sulla fronte con tenerezza, tu, pur nella tua incoscienza, rispondevi con il movimento
delle
labbra
al
mio
bacio.
Erano
segni
che
alimentavano le nostre speranze. Quella sera decisi, in via precauzionale, di dormire lontano da te, nella stanza accanto, per non danneggiarti con eventuali contagi. L'indomani mi sarei munita di mascherina. Mi svegliai alle quattro e mezza del mattino. Non feci caso all'interfono che taceva. Mi avvicinai al tuo letto. La fronte era tiepida ... l'addome in un bagno di sudore. Una breve espirazione e poi ... poi più nulla ... l'addome rimase immobile. Gridai ai figli invocandoli: papà ... papà!!! ... e non ebbi il coraggio di dire altro, né valse a darmi un minimo di conforto la marea di gente che l'indomani affluì a casa e in chiesa a renderti omaggio e a darti l'ultimo saluto. La mia vita si era spezzata.
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Nei giorni che seguirono mi chiedevo chi fossi. Non avevo più un'identità. Mi muovevo come un automa e tutto mi era estraneo. Ero orfana, orfana di te. Mi giravo e rigiravo in casa in attesa di ritrovarti ... di rivederti. Ero orfana; eppure, ti sentivo come ti sento tuttora in me e intorno a me. Ti cercavo e ti cerco ancora ... Sì, ti cerco ancora con la tenerezza e l'amore di una madre, di un'amica, una sorella, una compagna, ma ... te ne sei andato! ... Te ne sei andato ... senza mai lasciarmi! Te ne sei andato. Tu ed io, due tronchi di un'unica pianta intrecciati tra loro. Di me è rimasta la torsione dolorosa sull'abisso di un vuoto senza vita.
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Ai miei figli Siete stati e siete il mio mondo. Vi ho amati e vi amo più di me stessa, più della mia vita. So che ho commesso molti errori ma non li porto sulla coscienza perché non li ho mai commessi volontariamente. Ho sempre agito per amore anche quando le mie azioni si sono rivelate uno sbaglio. Tutte le volte in cui a posteriori mi rendevo, e mi rendo conto, di non aver agito per il meglio nei vostri confronti ho sempre cercato, e cerco, di farne tesoro per il futuro, ma questo non mi ha impedito, e non mi impedisce, di sbagliare ancora. L'errore è imperdonabile quando è dettato da rancore e da odio ma alla radice del mio c'è sempre stato e ci sarà sempre amore e soltanto amore. Vi giuro, sul bene di chi non c'è più, che dico la verità. Vi ho voluto e vi voglio bene tutti con la stessa intensità, senza privilegiarne mai nessuno, anche quando ero e sono arrabbiata con qualcuno di voi. Vi ho amati tutti con la stessa intensità anche se in modi diversi. Forse è proprio questo che ha dato adito ad equivoci che mi hanno profondamente addolorata. Io non ho mai fatto del denaro lo scopo della mia vita. E questo, a maggior ragione, va detto per vostro padre. Abbiamo lavorato, abbiamo guadagnato onestamente non per soddisfare un nostro capriccio ma per rendervi la vita più sopportabile e facile. Ho insegnato, ho scritto, ho dato lezioni private e con il terzo stipendio, quello del risparmio, abbiamo, con il terzo stipendio, quello del risparmio, abbiamo pagato i mutui contratti per un 69
unico scopo che non riguardava né me né papà ma solo quello di alleggerirvi la vita anche quando non ci saremmo stati più ... per un senso di responsabilità e protezione oltre i confini, spinti dalla presunzione di potervi essere d'aiuto anche dopo. Se tornassi indietro rifarei tutto perché questo tutto ha dato gioia soprattutto a me e a vostro padre, perché ho conosciuto e vissuto le gioie del vero amore, quello che dona senza aspettarsi nulla in cambio, quello che vede nella gioia e nel sorriso di chi riceve l'unica e grande ricompensa. Vi chiederete perché queste righe. Da quando papà è venuto a mancare si sono rotti gli equilibri tra noi e questo mi fa soffrire. La perdita di Luigi mi ha colta impreparata. Non ho mai smesso un attimo d'essere certa che ce l'avrebbe fatta. Quella notte se ne andò portandosi via quella che io ero, lasciando una smemorata, una senza radici e senza identità. Avevo dimenticato tutto, anche di essere madre, aumentando così il vostro disorientamento. Chiedevo a voi quello che avrei dovuto darvi io, aiuto e comprensione. Mi sentivo sperduta e senza più voglia di vivere. Solo adesso comincio a trovare un po' i venti tra le macerie di quell'uragano. Devo guardare avanti, lo so, ci provo, ma ancora mi è molto difficile. Sono costretta ancora a chiedervi aiuto. Cercate d'essere quella famiglia che sempre siamo stati. Cercate in ciascuno di voi quello che di buono custodite e ne avete tanto ma tanto. Sorridete degli errori di ciascuno di voi. Coltivate in questo l'arte dell'ironia. Avete intelligenza a iosa per poterlo fare. Avete sete d'amore e la paura che ve ne manchi vi orienta verso il sospetto e la diffidenza. Liberatevi di questa paura. Basta che vi guardiate dentro. In ciascuno di voi il rancore e l'odio sono 70
accidentali e decidui, l'amore no, in ciascuno di voi l'amore è una costante. È nel vostro dna. Siete il mio tutto. Vi voglio bene. Mamma
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LA SCUOLA
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Il mio primo giorno di scuola Se per primo giorno di scuola s'intende quello canonico, prescritto e atteso con ansia e trepidazione da tanti bambini e genitori, quello dell'entrata in classe accompagnati, spauriti e col magone, quello del distacco che inizia con un abbraccio di commiato e un lacrimone, ebbene, io quel primo giorno di scuola non lo ricordo affatto. Ricordo, invece, il mio primo, vero giorno di scuola, quello mio e soltanto mio, non prescritto, non programmato e non atteso,
senza
grembiulino
e
senza
cartella,
senza
accompagnamenti né abbracci, né lacrime. Un giorno improvviso, casuale e, soprattutto, senza magone. Avevo
cinque
anni,
neppure
l'età
prescritta
per
quell'appuntamento. Insomma, non avevo nessuna carta in regola per quel primo incontro ed essendo primogenita di una numerosa nidiata nessuno mai aveva trovato il tempo di parlarmi di questo qualcosa dal nome scuola che mi avrebbe attesa di lì ad un anno. A quei tempi la scuola iniziava il primo ottobre, giorno di San Remigio, e remigini erano detti i bambini chiamati per quel primo incontro. Questo naturalmente venni a saperlo molto dopo e fu allora che mi venne di considerare che quel giorno era scritto già nel mio dna. Io, infatti, sono nata proprio il primo ottobre. Allora, però, non potevo e non avrei potuto fantasticare su questa coincidenza o accostamento che dir si voglia. Adesso che posso guardare in retrospettiva quel mio lontano orizzonte, mi piace arzigogolarci intorno ed associarlo alle tante altre coincidenze che hanno tracciato il percorso della mia vita. Eravamo ad Amorosi, il 156
mio paese natale, in provincia di Benevento. Quel giorno avevo ottenuto da mia madre il permesso di uscire. Era una giornata di sole, non per luogo comune ma di fatto. Doveva essere di mattino inoltrato perché in via Roma, la via in cui abitavamo, non c'era il solito andirivieni di gente ormai al lavoro. Io e la signora che badava a me camminavamo per strada ma ognuna per i fatti suoi. Io in cerca di qualcuno con cui giocare, lei in cerca di qualcuno con cui chiacchierare. Fatto sta che ad un certo punto mi trovai vicino ad una finestra a piano terra, aperta. Mi avvicinai incuriosita e sbirciai dentro. Vidi tanti bambini seduti, in silenzio, le braccia incrociate e il grembiulino nero. Per me una cosa insolita e misteriosa. Ancora più insolita e misteriosa quando, allungando di più il collo verso l'interno, vidi un signore che scriveva in bianco su una superficie nera. Catturata da quella stranezza rimasi ferma lì, a guardare, e neppure mi distolse l'animazione che andava scomponendo i grembiulini neri. Se ne accorse il signore che scriveva in bianco. Si voltò verso i grembiulini e, percorrendo a ritroso il tragitto di quell'animazione, dai bimbi alla fonte, con lo sguardo giunse a me ancora persa nel mio rapimento. Fui distolta dalla sua voce. Non ricordo quello che mi disse ma ricordo la tenerezza del suo atteggiamento e il tono amorevole della sua voce. I grembiulini neri si ricomposero. Non per timore di una punizione, perché non ricordo nessuna sgridata, ma, penso ora, perché in attesa dell’epilogo di quel fuori programma insolito anche per loro. Il signore venne verso di me. Mi chiese qualcosa che non ricordo e dovette invitarmi ad entrare perché mi aprì la
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porta che dava sulla strada e, prendendomi per mano, mi accompagnò a sedermi al primo banco. Solo ora posso definire quell’entrata con un accostamento. Fu per me come la calata di Alice nel paese delle meraviglie.
Tanti
bambini tutti uguali nei loro vestitini neri, un signore amorevole che parlava di cose a me sconosciute, che ci avvolgeva nella magia di storie fantastiche e ci richiamava alla realtà con uno schiocco delle dita. E poi? ... Poi un qualcosa che il signore invitò ad aprire. Lo chiamò sillabario. Era un libro. Aveva le pagine e da quelle pagine parlava ai bambini che, per magia, gli davano voce. Tutto aveva per me il sapore di una favola. Quando tornai a casa non dovetti dire niente a nessuno e nessuno mi chiese nulla, ma la voglia di ritornarci ancora, in quel luogo magico, non mi abbandonò mai nei giorni a seguire. Mi addormentavo sognandolo e mi svegliavo escogitando il modo di raggiungerlo. Ci tornai altre volte. Poi venne il freddo e quella finestra si chiuse. Si chiuse anche il portone di casa mia e fu per me una lacerazione. Di giorno cominciai ad agitarmi smaniosa per casa, ad essere irritabile e capricciosa, a starmene col naso appiccicato ai vetri a spiare il bel tempo. Di sera, a letto, non riuscivo più a prendere sonno. Mi giravo e rigiravo, frignavo e reclamavo ripetutamente: Voglio il libro ... Voglio il libro. La parola libro era l’unica con cui riuscivo a compendiare e a dare un nome a tutto quello che mi mancava e che io volevo. Ripresi a dormire solo quando mia madre riuscì a procurarsene uno e a portarmelo a letto ogni sera. Con quel libro tra le braccia ripiombavo nella magia della mia favola perduta. All’altro anno, compiuta l’età per legge, qualcuno dovette accompagnarmi a scuola ma io quel 158
giorno non lo ricordo. Per tutti gli altri remigini quello era il primo giorno di scuola, per me no. Io ero già una veterana.
159
Dalla Media al Ginnasio Quel 1954 fu segnato, in contemporanea, da due avvenimenti che incisero in maniera notevole e determinante sul mio futuro: una borsa di studio e il pensionamento di mio padre. Nel luglio di quell’anno, superati gli esami di terza media, mi fu assegnata una borsa di studio la cui notizia, pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno, per quel che accadde poi, dovette avere una certa risonanza nell’ambiente scolastico del mio paese. Quello stesso anno mio padre, a soli 48 anni di età, in obbedienza alla legge fascista ancora in vigore, fu costretto a mettersi in pensione. Prima che scattassero i termini, aveva inoltrato al comando militare la richiesta di permanenza in servizio per motivi economici e di famiglia: cinque figli di cui io, la più grande, non ancora quattordicenne. L’aveva anche avallata con una nobile referenza: l’autorizzazione, rilasciata nell’ottobre del 1947dal Ministero della Guerra, a fregiarsi del distintivo della guerra di Liberazione. Ma niente. Fu costretto, nonostante tutto e suo malgrado, a mettersi in pensione dall’arma della Guardia di Finanza. A quei tempi andare in pensione così giovani, senza buona uscita, perché non prevista dalla legislazione fascista ancora vigente, senza più mensilità per qualche anno a causa della lungaggine burocratica, con cinque figli sulla groppa e in assenza di altre risorse, equivaleva a finire letteralmente sul lastrico. Costretto ad affrontare con estrema intransigenza il problema del mio futuro, a settembre di quell’anno, aperte le iscrizioni, 160
saltando i preamboli e senza tergiversare, con tono deciso e parole chiare, mi disse che lui era disposto ad assecondarmi nel continuare gli studi a patto che mi iscrivessi al Magistrale. Era l’unica strada, mi disse, che, in soli quattro anni, avrei preso il diploma,
quello
di
maestra
elementare,
che
mi
avrebbe
consentito di guadagnare subito e di aiutare anche la famiglia. Se c’era una scelta che non avrei mai fatto era proprio quella che lui mi proponeva. Io volevo iscrivermi al Classico e lui lo sapeva. Non ci fu discussione, solo l’aut – aut: o il magistrale o a casa ad aiutare la mamma. Caparbia e orgogliosa com’ero e sono nelle mie decisioni, rifiutai il magistrale masticando orgoglio e lacrime. Quel primo ottobre non mi vide tra i banchi di scuola ed io quel giorno e i tanti che seguirono non li ricordo fino a quel pomeriggio in cui si decise il mio improvviso e inatteso ritorno alla vita. Eravamo in pieno novembre, forse la metà, forse la fine. Dal giorno del mio rifiuto avevo perso anche la nozione del tempo, ma quel momento lo ricordo come si può ricordare l’irruzione della luce nel buio pesto di una voragine. Quel pomeriggio un pacco poggiato sul tavolo segnò per me il ritorno alla vita e di conseguenza il reintegro di tutte le funzioni vitali quali la memoria, nella quale custodire la mia storia, l’entusiasmo, il sogno e la speranza con cui disegnare la mappa della mia vita. Risento ancora la voce di mio padre che, indicandomi il pacco, mi ordina di aprirlo. Ricordo i miei tentativi inutili, ricordo mia madre che mi aiuta e poi ... Poi libri … tanti libri! ... Libri, quaderni, penne e una cartella. Ogni volta che vi ritorno con la memoria mi rivedo inebetita e muta nella immobilità di quello stupore. Risento ancora la voce di 161
mio padre che mi annuncia con l’intransigenza di un ordine - tu domani torni a scuola – poi, porgendo un involucro a mia madre Qui c’è la stoffa per il grembiule ... Che ne dici, ce la fai per domani mattina? – Incredula e frastornata, quella notte, rannicchiata nel ritrovato tepore della vita, mi addormentai cullata dal ticchettio della macchina da cucire. L’indomani mattina il grembiule e il colletto bianco, confezionati da mia madre durante tutta la notte, erano ai piedi del mio letto. Con quella divisa e con la cartella piena di libri e quaderni, uscii di casa e mi incamminai lungo la strada dei miei sogni. Solo più tardi seppi il motivo che aveva determinato quella inattesa e improvvisa virata nel mio destino. Lo seppi dal racconto che mio padre più e più volte offriva ad amici e parenti. Un racconto che ha del magico e del prodigioso. Una storia, mi piace credere, disegnata da un’Intelligenza amorevole e provvidenziale. Quella mattina mio padre aveva ricevuto dal Liceo Classico di Ostuni una raccomandata, in cui il Preside, Tommaso Nobile, lo invitava per un problema che mi riguardava. Da premettere che a quei tempi la scuola media era accorpata al classico, per cui il personale di segreteria e il Preside erano gli stessi che mi avevano tenuta loro alunna nei tre anni precedenti e, quindi, mi conoscevano. Mio padre, sorpreso e incuriosito – in quanto né io, né lui avevamo più nulla da spartire con la scuola - senza frapporre indugi, si presentò quella stessa mattina all’appuntamento.
162
Dalla sorpresa passò allo stordimento quando il Preside gli comunicò d’essere stato costretto a convocarlo perché io, sua figlia, alunna della IVA, non avevo frequentato neppure un giorno di scuola. Ma io non l’ho iscritta - proruppe cadendo dalle nuvole –- … lei è il padre di Maria Colacicco, nata ad Amorosi? -- Sì, sono io ma, ripeto, non l’ho iscritta! A questo punto il Preside chiamò il bidello e gli ordinò di portargli il registro della IVA per verificare se effettivamente risultavo nell’elenco di quella classe. Ero presente. Chiamò allora il segretario, Agostino Mancini, che, con la voce dimessa di chi ha compiuto un illecito, fece chiarezza su quell’equivoco. Lui e il Professore di Matematica, Luigi Blonda, incaricati quel settembre di comporre le classi, conoscendomi e sapendo che avevo superato gli esami di scuola media e che avevo vinto anche una borsa di studio, non trovando, tra quelle pervenute, la mia domanda di iscrizione, sospettando una dimenticanza o un ritardo della famiglia, d’ufficio mi avevano iscritta e mi avevano inserita nell’elenco degli alunni della IVA. Al Preside, al segretario e al professore di Matematica, vuoi come artefici, vuoi come strumenti di un disegno altro, devo il tracciato del mio futuro. Ma torniamo a quell’indomani mattina. Non ricordo nulla di più di quel primo giorno di scuola se non l’insegnante di Greco e l’approccio disinvolto dei miei compagni di classe
con
quella
lingua,
il
Greco,
a
me
totalmente
incomprensibile ma soprattutto indecifrabile per l’astrusità dei suoi segni alfabetici. Non mi sgomentai. Al finire dell’ora mi 163
avvicinai alla cattedra e, con il libro di grammatica in mano, chiesi all’insegnante se mi poteva dare un aiuto. Quello per me era il primo giorno di scuola. La risposta fu secca: - Se dovessi rispiegare tutto daccapo a chi si assenta o a chi come te si presenta a scuola con oltre un mese di ritardo starei proprio fresca con il programma! Non dissi nulla. Chiusi il libro e me ne tornai al posto. A casa studiai anche la notte e l’indomani ero già al passo con i miei compagni. Leggevo e traducevo quelle che erano allora semplici frasi con la stessa disinvoltura di chi non aveva mai perso neppure un giorno di scuola.
164
Dopo una notte insonne Dopo la notte agitata sentivo ancora più forte il malessere di quella litigata. Avevo pensato di marinare. L’idea di non rivederla mi faceva stare male ma … l’idea di rivederla mi faceva stare altrettanto male. Mi sentivo la testa tumefatta, scollata dal corpo ma non dal cuore. D’impulso presi i libri e mi tuffai in strada. Non ce la faccio più - mi dissi - qualunque cosa dovesse accadere metto punto e basta … Mi arrendo! Quasi rinfrancato da questa improvvisa decisione, girai lo sguardo intorno ma … O Dio! ... Non ero preparato a quel che vidi! Ero certo e sicuro d’aver imboccato la solita strada ma … la strada, le case, i negozi erano i soliti, non erano quelli che io conoscevo e neppure la gente che incontravo … uomini e donne vestiti non all’ultima moda ma addirittura con fogge e ornamenti ormai sepolti nel silenzio della storia. Chitoni, clamidi, pepli, tuniche … Cercai con lo sguardo il bar dove ero solito incontrarmi con i miei amici, prima di entrare a scuola, ma niente … Muri … muri senza intonaco, porte e portoni senza citofono e botteghe, a dir poco, dell’altro mondo. Alcuni entravano, altri uscivano da soli o in gruppo, tutti sembravano, come me, diretti verso un qualcosa di cui neppure io mi rendevo conto, frastornato com’ero. D’improvviso fui attorniato da un nugolo di ragazzi e ragazze che chiacchieravano e ridevano con allegra spensieratezza. Dimentico d’ogni mio disagio, mi lasciai coinvolgere. 165
Cercai di attaccar bottoni, tanto più che c’erano delle ragazze rese ancora più belle dalla foggia sorpassata del loro antico abbigliamento ma … fu come trovarmi nella torre di Babele … Io parlavo e loro pure ma non ci capivamo. La loro era una lingua … una lingua che, a sentirla così, non la capivo ma per gli echi che mi lasciava nelle orecchie mi suggeriva qualcosa.
Cercai un
approccio più confidenziale con qualcuno quando … mi trovai difronte una sventola ma una sventola da mozzare il fiato. Una ragazza o, meglio, una divina dal corpo armonioso, dalla carnagione bruna, dai lineamenti aggraziati, elegante, spigliata. Una visione! Mi feci coraggio. - Ciao - le dissi - Quisne es? - Ma … che lingua parli? ... Come ti chiami? E lei, rivolgendosi agli amici, come per chiedere aiuto - Linguam nostram non intellegit! ... Ecco … stavo finalmente capendo qualcosa. Scandito più lentamente e ad alta voce, quell’idioma mi sembrava latino. Provai
a
risponderle
facendo
appello
alle
mie
libresche
competenze di quella lingua. - Ave Il viso le si illuminò di una luce radiosa e, prendendomi la mano - Ave … ego Clodia- Giacomo - le risposi lusingato. Attaccammo bottoni e mentre cercavamo, tra molte difficoltà, di capirci, notai un giovane con lo sguardo fisso su di noi e con l’evidente intenzione di carpire quello che ci stavamo dicendo. Gli sorrisi.
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Con il disagio di chi è colto in flagrante, si avvicinò a noi, mi sorrise anche lui e, rivolto a Clodia, per quello che riuscii a capire, le chiese di lasciarci soli. La vidi imbronciarsi, poi, con un cenno della mano, mi salutò e si confuse tra gli altri. - Veni – mi disse, lui, con tono supplice e di comando. Entrammo in un thermopolium. Ci servirono del vino e, mentre lo sorbivamo, come rivolto a sé stesso, sussurrò - Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior Lo riconobbi. - Catulle esne? - Sum … et illa … illa quacum parlasti, Lesbia … nostra Lesbia … illa quam Catullus unam plus quam se atque suos amavit omnes …La sua voce era colma di commozione e di pianto. Era la voce di un uomo che ama e che soffre, di uno che, digerita la rabbia, si è ripiegato su sé stesso. Un uomo bastonato e vinto. Mi supplicò. - Si tibi vis oculos debere Catullum aut aliud, si quid carius est oculis, eripere mihi noli multo quod carius mihi est oculis, seu quid carius est oculis … Capii. Mi supplicava di lasciargliela … Potevo chiedergli tutto, persino gli occhi … me li avrebbe dati se io gliela lasciavo. Mi sentii stringere il cuore … per lui … per la sua sofferenza. Cercai di fargli capire che non doveva temere nulla da me … che non gli avrei mai fatto del male. Mi ascoltava ed io parlavo e mi chiedevo. 167
- Come può essersi ridotto in questo stato un giovane come lui … leale, generoso, colto … uno che ha amato e continua ad amare ancora oggi nella storia e nella memoria tutti? … Pensai a me, al mio rapporto con lei dopo la litigata, al mio amore per lei come progetto di vita. No … non avrei chiuso la nostra storia con le ultime parole di Catullo nec meum respectet, ut ante, amorem, qui illius culpa cecidit velut prati ultimi flos, praetereunte posquam tactus aratro est. No. Prima di chiudere la mia storia con lei avrei cercato di parlarle ancora… avrei cercato altre vie per riallacciare i nostri sogni. E poi … - mi dissi – sono più fortunato di lui … Grazie a Dio lei, la mia puella, è libera di decidere senza costrizioni. Mi sentii rinfrancato e, perché lui non se ne accorgesse, mi coprii il viso con le mani quando, inaspettata e improvvisa, mi cadde una pacca sulle spalle. Sobbalzai. - Oggi c’è Catullo … Lo hai studiato? – Avete mai provato la sensazione di un muro che si sgretola e torna la luce? Ebbene quella, per me, non fu solo una sensazione ma
anche
un
dato
di
fatto.
Mi ritrovai lì da dove ero stato trappato da uno strano processo di delocalizzazione. Mi tappai le orecchie per difendermi dai clacson e dalle voci concitate dei miei compagni. - … se l’ho studiato? ... Non solo l’ho studiato… ho anche parlato con
lui
Scoppiarono tutti a ridere, ma io li lasciai perdere. Con il cuore ero ancora con lui … con Catullo. 168
-
Il suo amore, la passione, la rabbia, l’abbandono con cui li aveva vissuti da dominatore e da vinto, il tono anche dimesso e supplice con cui mi aveva parlato, se per un verso avevano cementato l’empatia tra me e lui, dall’altro mi avevano dato la schioccata giusta perché mi raddrizzassi e guardassi con più ottimismo e decisione al mio futuro e al mio rapporto con lei. Chiusi nuovamente gli occhi e, con trasporto confidenziale, gli sussurrai: - Grazie amico -
169
Il Professore di chimica Un fuori programma in una giornata senza programma … Con il passa parola ci siamo ritrovati in villa per andare tutti insieme a fare gli auguri di buon onomastico al commissario interno agli esami di maturità, Tonino Ghionda, nostro professore di Biologia, Chimica e Geografia Generale. Stanotte qualcuno di noi, pregando e pensando, ha avuto una miracolosa intuizione ... Sant'Antonio aiutami ... Sant'Antonio ... Antonio ... Tonino ... ma Tonino non viene da Antonio?! ... oddio ... domani è sant'Antonio ... com'è possibile che nessuno ci abbia mai pensato!? Una novità, questa dell’onomastico, a cui nessuno prima di stamattina aveva mai fatto caso. Allertati dal passa parola, ci siamo ritrovati in villa per parlarne e decidere sul da farsi. Un … non possiamo far finta di niente ... ha dato la stura ad un concitato accavallarsi di domande e di risposte. - … Ma come abbiamo potuto non farci caso negli anni passati? - Già … Come?! ... - Ma ti sei scordato che lo abbiamo sempre chiamato pselline? ... – - Già … pselline Un epiteto che gli appioppammo dopo una sua dotta disquisizione sulle leguminose, un epiteto tenero, distintivo non solo delle sue competenze ma anche del suo carattere e dei suoi tratti somatici: piccolo, rotondo e buono. - … e mo che facciamo? - … far finta di niente? … 170
- … è l’ultimo anno questo! … - ... e lui è il nostro commissario interno ... - … appunto… un regalo ... giusto per salutarlo … La verità è che, nonostante le troppe esitazioni e difficoltà, nessuno di noi se l’è sentita di far finta di niente. Non averci fatto caso prima, pazienza … ma, adesso ... Adesso, ignorarlo, ci avrebbe creato scrupoli e sensi di colpa che di certo non avrebbero alleggerito la nostra tensione in vista degli esami. Cosa fare, cosa non fare, alla fine, abbiamo deciso di andare tutti insieme a fargli gli auguri. - … a mani vuote? ... - … e come? ... -
naturalmente con un presente discreto che non metta in
imbarazzo né lui, né noi Così, scarta questo e scarta quello, abbiamo convenuto per un mazzo di fiori, il più acconcio anche alle nostre tasche. Per la verità qualcuno ha avanzato delle perplessità ma, alla fine, abbiamo superato anche questa difficoltà, grazie alla felice intuizione di uno di noi. -. È vero che non è proprio azzeccato un mazzo di rose ad un maschio ma, se c’è la moglie, gli diciamo che è per lei … insomma, lo diamo a lei per lui Niente di più ragionevole e sensato. Dal fioraio ancora discussioni. Questa volta tra noi e la commessa. - Quali fiori … di che colore ... per quale occasione!? ... - Un mazzo di fiori da regalare a un maschio? ... - No … alla moglie per lui … - A lei per lui? ... Ma mi state prendendo in giro? … 171
Alla fine, si è arresa. Abbiamo pagato e ce ne siamo andati. A casa del professore ci ha accolti proprio la moglie, una donna affabile e premurosa, che ci ha fatto accomodare in un’ampia sala da pranzo e, prima che aprissimo bocca, ci ha prevenuti con un sorriso malizioso: - Siete i ragazzi della terza liceo vero?! … Avete gli esami quest’anno … e oggi è l’onomastico del vostro professore … Imbarazzo generale. - Ragazzi miei … - ha aggiunto poi con voce materna e volto bonario - … vi pare che il professore non capisca il vostro stato d’animo … che non sia preoccupato anche lui per voi!? ... In questo momento, mi dispiace, non è in casa … ma quando rientra riferirò … Vi ringrazio anche a nome suo … Ancora silenzio. Avremmo voluto dirle che quei fiori erano per lei … no … erano per lui … ma tanto … lei aveva capito tutto! Siamo usciti scornati e silenziosi come chi l’ha combinata veramente grossa. Mogi mogi, disordinati ma tutti assieme, ci siamo diretti verso un unico non so dove, quando … naso all’aria … - Cos’è? Sì … era lui … proprio lui … il profumo irresistibile della pasticceria senza insegna di zia Rata. Adescati da quel piacere consolatorio, non ci è rimasto che affogare la pena del nostro disastro nella beatitudine di un pasticcino alla crema.
172
Ultimo giorno di scuola Quell’11
giugno
del
1959,
campanella. Ci disperdemmo
suonò
anche
per
noi
fuori dall’aula con
l’ultima
la stessa
esuberanza di sempre. Girovagammo a lungo, senza meta, lontani da quelle mura. Andammo in villa e pareva che nessuno avesse il coraggio di allontanarsi per primo. Li ricordo tutti i miei compagni, ricordo la loro aria scanzonata, i loro sorrisi, il loro indugiare, il nostro tenerci stretti quasi a scongiurare il distacco. Ma il distacco sopraggiunse e di quel momento non conservo memoria come di un cordone ombelicale mai reciso. La vita ci portò lontani, per vie diverse, ma in me non si è mai affievolito il senso di appartenenza a quella mitica IIIA in cui eravamo tutti una cosa sola, a quella classe, alla nostra scuola, a quella che ci aveva aiutati a maturare con indulgenza e con severità, attenta a fornire a ciascuno gli strumenti giusti per investire i propri talenti nella vita. Ognuno di noi, con la diligenza di un alunno impenitente, li ha impegnati con serietà caparbia, qualcuno, però, suo malgrado, non ne ha potuto cogliere a pieno i frutti. Ha dovuto salutarci strada facendo e proprio allora il senso comune di appartenenza si è fatto sentire più forte che mai. Ancora oggi li ritrovo tutti quanti nella magia dei ricordi. Li ritrovo così, sorridenti e scanzonati, stretti l’uno all’altro, nel loro indugiare quasi a voler scongiurare il momento dell’addio. Allora insieme riprendiamo a camminare, a parlare, a sorridere, a 173
progettare, a girovagare senza meta, tutti insieme, anche loro, ‘Zinuddo, Felice, Rosetta, Lillino che, andati via per sempre senza mai lasciarci, ritornano ogni volta, sorridenti e felici, a far parte di quella mitica banda. Quello del 1959 fu il nostro ultimo giorno di scuola. Insistente trillava lo squillo buon amico altre volte però … in quell’ultimo giorno di scuola da noi tutti temuto suonò. Tra i sorrisi e l’impaccio una voce chiese muta … Che cosa si fa?! ... Un fastidio … una morsa nel cuore … … Per domani?! ... Non so … Si vedrà! ... Come il vento disperde le foglie ci dispersero i sogni qua e là … Senza posa e tra tanti un ricordo … - E i compagni? … domani?! … chissà! … So che oggi qualcuno è già pago e che altri han lasciato gli ormeggi e c’è ancora chi insegue quei sogni e chi cerca e chi ancora veleggia … Ma so già che nel cuore di ognuno vive desta in un canto l’attesa e domani chissà … la sorpresa che si torni in quei banchi di scuola! ...
174
Ultimo giorno di scuola dell'ultimo anno di Liceo Da un vecchio diario
Dovrei essere felice ma non è così. Ci siamo riversati fuori dall’aula apparentemente sorridenti e con l’aria franca di chi si è finalmente liberato di un peso che ci opprimeva da anni. Camminiamo lungo il corridoio e chiacchieriamo. Voci alte, voci sommesse, piccole risate … come sempre, come ogni giorno. Ma oggi non è come ogni giorno … È l’ultimo della terza liceo. Siamo usciti dall’aula per non rientrarvi mai più al suono del campanello. Questo pensiero mi dà una stretta al cuore. Guardo i miei compagni … Alcuni sono spensierati … altri, come me, con un’ombra di tristezza. Fuori c’è il sole … Abbagliati ci difendiamo, poi … un tuffo coraggioso in quella luce che ci inonda! ... La giornata è meravigliosa. In altri momenti ci saremmo gioiosamente dispersi, ma oggi nessuno ha voglia di lasciare gli altri. A frotta ci dirigiamo verso la nostra pasticceria senza insegna … quella di zia Rata … quella che ogni volta ci adesca con i suoi profumi caldi e intensi e con le offerte a modico prezzo …
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Cioccolatini e dolcetti passano da uno all’altra tra un vociare disordinato. Ci dirigiamo in villa. Ci sono i vecchi a scaldarsi al sole … Occupiamo le panchine libere … Alcuni rimangono in piedi … altri siedono sul bordo delle aiuole. Parliamo e ridiamo ma nessuno dice … è finita! ... Forse inconsciamente o forse volutamente evitiamo i commenti su questo giorno … Lo ignoriamo e pensiamo agli esami … Ed è proprio questo pensiero che ci proietta innanzi e ci impedisce
di
fermarci
irrimediabilmente ci divide.
176
su
quest’ultimo
giorno
che
Esame di maturità L'aria, illuminata dal sole, è quieta e silenziosa. Dalla finestra aperta, a tratti isolato, rompe l'immenso silenzio il pigolio di un uccello con battito d'ali. Il mondo gode silenzioso. Sotto i raggi del sole la natura distende le membra e fa le fusa nella mia stanza un po’ più fresca di ombra mi tormento sulle pagine da ricordare questi esami sono un incubo è una tortura non vedo l'ora che tutto sia finito. Più studio e più mi pare di avere la testa vuota e di non ricordare nulla. Oggi sono uscita per distrarmi un po’ … mi tremavano le gambe … mi sentivo estranea fra la gente del mio paese. Ho incontrato alcuni miei amici … anche loro con l'aria stranita e qualche tic nervoso che non avevo notato prima … Fra una decina di giorni ci sarà lo scritto di italiano … Abbiamo parlato del programma che stiamo ripetendo … dei commissari esterni i cui nominativi sono stati resi pubblici già da tempo … delle voci che su ciascuno di loro circolano … Nessuna è rassicurante … Addirittura su uno di loro non è chiaro neppure il sesso ... qualcuno dice che è femmina ma in realtà è un maschio … qualche altro il contrario e non per difetto di informazione ma per confusione della natura stessa … A questo nessuno era preparato … Per le commissarie i maschi hanno deciso la cravatta ed una brillantina speciale … per il commissario noi donne abbiamo deciso il tacchetto ed una blusa attillata ma … per un commissario né maschio né femmina o tutti e due assieme come prepararci? … A nessuno era venuta in 177
mente questa eventualità ... Con tutti i problemi quest'altro proprio non ci voleva per cui … abbiamo deciso di affidarci totalmente nelle mani di Dio, pronti anche al martirio purché ci aiuti in questo momento decisivo per la nostra vita e quella dei nostri genitori … Con profondo spirito di fede ogni giorno ci rechiamo in chiesa a raccomandarci al Signore … abbiamo anche fatto un voto… andremo al santuario di sant'Oronzo a piedi dopo l'esito favorevole dell'esame … Qualcuno più disperato promette anche un tratto in ginocchio … Stanotte ho sognato il commissario ermafrodita che mi strappava dalle mani il foglio in bianco e rideva con un ghigno beffardo … Nel sogno la sua risata si amplificava, nel silenzio dei corridoi vuoti, in un crescendo terrificante … mi lacerava i timpani e, nel tentativo di difendermi … mi sono svegliata di soprassalto e non ho chiuso più occhio … Per tutto il giorno mi è rimasto un tremolio che non ho saputo vincere … Sono uscita per condividere con qualcuno e ho incontrato D... Per alleggerirmi del peso gli ho parlato del sogno ed ha cominciato a tremare anche lui e a rassicurarmi con i denti gli battevano come in un bussolotto.
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Dal Liceo all'Università Il mio primo giorno di scuola fu deciso dal caso, l’iscrizione al Ginnasio-Liceo voluta dal caso … La mia iscrizione alla facoltà di Lettere Moderne decisa da un puro caso … La mia vita, desiderata da me e per alcuni versi voluta e decisa anche da me, per altri versi non è stata né voluta né decisa da me. Nel suo complesso a segnarne il corso è stato soprattutto il caso, a volte assecondando le mie aspirazioni, altre volte eludendole per dirottarmi verso soluzioni rivelatesi poi provvidenziali. Di mio c’è stata la ferma volontà e i tanti sogni che mi proiettavano con vigore verso il futuro. Senza l’intercessione del caso o di una volontà altra, senza alcuni interventi provvidenziali la mia vita non sarebbe stata quella
che
in
realtà
è stata.
Quando
parlo
di
interventi
provvidenziali alludo non solo a quelli rivelatisi tali nell’immediato ma anche a quelli ostativi che poi, a distanza di tempo, si sono rivelati fondanti per la mia vita. Ho già parlato del mio primo giorno di scuola a cinque anni, quando ancora non sapevo cosa fosse la scuola. Ho già ricordato la mia iscrizione al IV Ginnasio sopraggiunta, per puro caso, a soddisfare il mio desiderio di continuare gli studi classici. Ma ora ricordo con gratitudine anche tutto quello che, mio malgrado, mi dirottò verso un indirizzo universitario che non avrei mai scelto. Volevo iscrivermi a Medicina. Il mio sogno era quello di andare in Africa. Ne parlai a mio padre che, senza tergiversare, fu costretto, ancora una volta, a spegnere il mio entusiasmo.
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- Tu sai che non posso mantenerti all’Università, meno che mai per questo tuo progetto - mi disse - O ti fermi qui oppure cerca di iscriverti ad una facoltà che ti dia la possibilità di mantenerti agli studi – Per la mia famiglia quelli erano tempi di grandi sacrifici, nonostante l’aiuto di alcuni zii facoltosi. Capii e cominciai a riflettere su una scelta che mi consentisse, lavorando, di continuare gli studi. Fu così che, sfogliando guide universitarie e cercando consigli, decisi di iscrivermi a Lettere Classiche, una facoltà che, fatta eccezione per il latino e il greco, non costringendomi all’obbligo di frequenza e lasciandomi tempo libero, mi permetteva di impartire lezioni private. La mattina dell’iscrizione, in treno, incontrai un compagno più anziano di me di un paio d’anni, iscritto proprio alla facoltà di Lettere Classiche. Un ragazzo notoriamente molto bravo che, quando seppe della mia scelta, ebbe un moto di ripulsa, accompagnato da parole vivaci di disapprovazione. - Per carità, ripensaci … Non farlo. Non sai che gli iscritti a questa facoltà sono tutti fuori corso per il Professore di Greco? ... Tu, come me e tutti gli altri, ce la sogniamo la laurea con quello! – Vera o falsa, esagerata o meno che fosse quell’asserzione, sta di fatto che invece che a Lettere Classiche mi iscrissi a Lettere Moderne, facoltà che in precedenza avevo scartato di getto proprio per quel suo attributo di modernità che ritenevo incompatibile con i miei studi e con le mie inclinazioni. Fu un ulteriore ripiego al mio sogno, un ripiego che, per i risvolti che ebbe sulla mia vita, si rivelò provvidenziale.
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L’iscrizione a Lettere Moderne contemplava nel piano di studi due esami di Storia dell’Arte che, a laurea conseguita, oltre al diritto di insegnare Materie Letterarie e Latino, mi dava anche l’opportunità di insegnare Storia dell’Arte negli Istituti superiori. Sta di fatto che proprio grazie a questo dirottamento, a soli 21 anni entrai come insegnante proprio nel mio Liceo Classico, quello da cui, alunna, ero uscita qualche anno prima. Naturalmente non avevo ancora la laurea ma quelli erano tempi in cui per carenza di insegnanti veniva dato l’incarico a tempo determinato anche agli universitari che avessero sostenuto alcuni esami compatibili con la disciplina per cui si riceveva la nomina ad insegnare. Quell’anno, dal Preside del Liceo, quello stesso che per eccesso di zelo aveva convocato mio padre in quel lontano novembre del ’54 decidendo il mio ritorno a scuola, da quello stesso Preside fui convocata per il conferimento della cattedra di Storia dell’Arte nelle ultime tre classi del Liceo. Allora il Liceo classico si componeva di cinque anni. I primi due erano denominati IV e V Ginnasio, i rimanenti I, II e III Liceo. La lettera di convocazione mi fu consegnata a mano dal bidello Martino che io già conoscevo. Non ricordo la mia reazione a tanta provvidenza.
Probabilmente
fu
di
sorpresa
ma
anche
di
scetticismo. Sta di fatto che l’indomani da Carovigno, in cui ci eravamo trasferiti con il pensionamento di mio padre, partii per Ostuni. In corriera incontrai il mio ex professore di religione, don Peppino Palazzo, ancora docente nel Liceo, che, piacevolmente sorpreso, cominciò a chiedermi della mia carriera universitaria, dei miei studi e dei miei progetti. Quando seppe della mia
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eventuale
nomina
all’insegnamento
ebbe
subito
parole
di
disapprovazione. - Maria, per l’amor del cielo, non accettare! Sei troppo giovane … Quelli sono terribili … Prenderanno il sopravvento su di te e tu ti rovinerai la carriera ... Non accettare! … Mi mise tanta paura, ma tanta paura che, quando il bidello mi aprì la porta della presidenza, entrai decisa a dire di no e vi uscii… che avevo detto di sì. Al mio Preside di sempre, quello burbero ed austero che conoscevo, avevo cercato di esporre le mie remore a sostegno del rifiuto, quelle stesse prospettate dal professore di religione, aggiungendovi anche la mia inesperienza e i miei limiti in quella disciplina, ma niente. - Si ricordi che lei è già passata tra quei banchi … - mi disse per convincermi. - Appunto, Preside … Sono quasi una loro coetanea … - ribattei Quei banchi sono ancora caldi della mia presenza… – - Signorina, lei, oltre alla maturità, ha due anni di studi universitari, un esame di Storia dell’Arte … Lei ne sa più di loro … Accetti! – Sta di fatto che ad ogni mia renitenza riusciva ad avanzare un deterrente persuasivo e di incoraggiamento per cui, alla fine, mi lasciai accompagnare in classe. Era la terza Liceo, la classe dei maturandi, in cui, lo seppi più tardi, c’erano studenti anche più anziani di me. L’ingresso e l’impatto avvennero nel più totale silenzio, silenzio e correttezza che segnarono da quel giorno in poi tutti i nostri incontri. Nelle altre ore, purtroppo, quelle dei docenti titolari di 182
cattedra, non accadeva la stessa cosa. Tutti si lamentavano di quella classe e, quando nei consigli si andava a sintetizzarne l’andamento, discordando con il loro giudizio, mi resi invisa a tutti, come la saputella presuntuosa. Dopo qualche anno da quella prima nomina, sposata e laureata, nel timore di non poter conciliare i miei impegni scolastici con i nuovi impegni di vita, mi decisi a chiedere una retrocessione che nessun
insegnante
avrebbe
mai
chiesto:
il
passaggio
dal
prestigioso Liceo Classico alla Scuola Media obbligatoria, che, pensavo, meno gravosa e impegnativa. Questa decisione nell’immediato si rivelò un errore e solo molti anni dopo ne colsi i benefici. Con l’istituzione della nuova scuola Media, che comprendeva i tre anni di frequenza obbligatoria dopo i cinque delle elementari, si era resa necessaria, a raffica, la frequenza dei docenti a corsi di aggiornamento, a seminari, a sperimentazioni, a incontri ed io mi trovai ad essere impegnata a scuola non solo la mattina ma anche i pomeriggi e, mentre tra i banchi della Media soffiava vento di rinnovamento e di sconvolgimento, il Liceo Classico, nel religioso rispetto della sua tradizione, rimaneva e rimase in una quiete di stallo per molti anni ancora. A carte giocate e con il senno del poi, dopo molti anni mi resi conto che quell’esperienza nella scuola Media Inferiore mi era valsa molto non solo sotto il profilo didattico, ma anche e soprattutto sotto quello umano. Entrata
nel
mondo
preadolescenziale,
avevo
imparato
a
conoscerlo e ad amarlo, a calibrare le mie strategie di intervento ai bisogni e alla sensibilità di ciascun alunno, a coinvolgerli in attività di ricerca, stimolando curiosità ed interessi. Con questo 183
bagaglio di esperienze, quando ritenni di potercela fare, chiesi nuovamente il trasferimento nei Licei. Questa volta ebbi la nomina nel Liceo Scientifico dove conclusi la mia carriera. Alla cerimonia di pensionamento e di addio i ragazzi mi rivolsero parole affettuose di ringraziamento per quello che io avevo dato loro. Mi commossi. Cosa avevo dato? Contenuti, spiegazioni … Ma quanto di più prezioso mi avevano dato loro stando tra i banchi, con le loro ansie, i loro sorrisi, le loro pene, i loro problemi, le loro leggerezze, il loro essere l’alba di un giorno che per me declinava! Una mattina, già pensionata da tempo, incontrai un mio ex alunno del Classico, noto avvocato e persona di grande rilievo nella comunità cittadina. Mi fermò con un sorriso e, tendendomi la mano, mi disse: - Professoressa, lei non si ricorda, io però mi ricordo di lei. Sono passati tanti anni da quel giorno in cui il Preside l’accompagnò in classe. Ricorda? Lei quell’anno fu nominata in sostituzione di una vecchia insegnante arcigna andata in pensione. Ci aspettavamo una dello stesso calibro. Nel vederla sulla soglia, così giovane e indifesa, ammutolimmo e ciascuno si fece carico di proteggerla e di non darle fastidio. Insomma, l’adottammo tutti quanti e quando avevamo lezione con lei non dicevamo ora c’è Storia dell’Arte ma mu vene la pecceledda, ora viene la piccolina – Dopo tanti anni, mi veniva svelato il segreto della condotta esemplare di quella classe durante le mie ore di lezione. Ritornai con la mente a quei giorni lontani, ai miei alunni, a quei consigli di classe, al silenzio di sufficienza dei colleghi titolari quando leggevo le mie relazioni completamente discordanti dalle loro su
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quegli alunni, per me disciplinati e studiosi, per loro ingovernabili e troppo distratti da altro. Non vi nascondo che quella rivelazione, se da un lato mi commosse, dall’altra ebbe il potere di rimuovere definitivamente le scorie di un’illusione sedimentata nei miei ricordi: l’illusione che il merito del rendimento e della condotta di quella classe nelle mie ore fosse da addebitarsi alle mie capacità di docente, seppure giovane e inesperta. Non avevo chiuso i conti con la scuola. A distanza di tanti anni scoprivo ancora una volta d’essermi sbagliata. La mia volontà non c’entrava affatto. Ancora una volta, sommata alle tante altre, il merito non era mio. Il caso o chi per lui aveva tramato a mio favore.
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Mai dire mai Me la raccontava lui, Luigi, mio marito, di qualche anno più grande di me. Ora ve la racconto io la storia, dando voce alle emozioni, al compiacimento, al sorriso e alla malizia che animavano la sua narrazione che, nonostante i tanti anni trascorsi dall’episodio, ogni volta, conservava la stessa freschezza e spontaneità di allora. Era carnevale e loro quell’anno, che era l'ultimo, avevano tanta voglia di goderselo. Il Preside, avendo subodorato nell’aria la ben nota animazione, come sempre, giocò di rimessa e, prevenendoli, con una circolare li ammoniva a non assentarsi. In un ultimo disperato tentativo gli chiesero, al meno, il permesso di uscire alle dieci il Martedì Grasso. Quello per loro era l’ultimo anno e a giugno l’esame di maturità li avrebbe dispersi ognuno per la propria strada ma ... niente. - Bisogna andare avanti col programma e voi non potete permettervi né deroghe né distrazioni - tuonò il Preside. Ma loro quel carnevale volevano goderselo. Era l’ultimo che li avrebbe visti insieme … Il Professore di Italiano, per attutire l’amarezza del diniego, promise che non li avrebbe interrogati. Il lunedì avrebbero fatto compito in classe sul Leopardi e il martedì avrebbe spiegato. Figuratevi … Il lunedì compito in classe e proprio sul Leopardi! … Cotesta età fiorita/ è come un giorno d’allegrezza pieno … Godi, fanciullo mio … stagion lieta è cotesta! … 186
Le buone e paterne intenzioni del Professore sortirono l’effetto di una crudele provocazione. Era troppo se si considerava anche il fatto che scuola e famiglia, in quella circostanza, avevano stretto più che mai quel patto d’acciaio che, come sempre, niente e nessuno poteva né avrebbe potuto mai rompere. Per chi si assentava nessuna indulgenza, né da parte della scuola né da parte delle famiglie fu l'anatema. Era veramente troppo! ... Fumavano di rabbia, impotenti. Cosa fare? ... Votarsi a un Santo?! ...
Ma
quale
santo
sarebbe
stato
loro
complice
nella
trasgressione? Lasciando da parte gli antipatici del paradiso, neppure
un’anima
del
purgatorio,
impegnata
com’era
a
traghettare su una sponda migliore, sarebbe stata disponibile ad aiutarli! ... Eppure, un’anima c’era … C’era l’amico Leopardi che, se non era andato all’inferno e se non aveva cambiato idea sulla giovinezza, almeno per coerenza, poteva darsi che li avrebbe aiutati in un modo o nell’altro. Il sabato: - … Giacomino aiutaci … Giacomino fallo per noi! ... - e, mentre il professore spiegava, le loro preghiere salivano al cielo come incensi … ma, ahimè, non successe nulla. Lunedì, compito in classe. Scontento e borbottio … - Fate silenzio e scrivete! - Chini sul compito, masticando la rabbia repressa, tenevano al guinzaglio la loro voglia matta di vivere quell’ultimo carnevale insieme. Nessuno, neppure uno di loro riusciva ad acchiappare un’idea da incollare sul foglio. Erano arrabbiati … arrabbiati con tutti, anche con il Leopardi che, in quanto a chiacchiere … Scrivevano e cancellavano … cancellavano e scrivevano … Il professore riordinava il registro … qualcuno sbuffava, qualche altro 187
parlottava.
Il
provocatore
impenitente,
con
sussurri,
raccontava della sera prima, di come si era divertito lui con i suoi amici, un altro pure e poi un altro ancora. No … non era giusto … non era giusto fare finta di niente … Era o non era carnevale?! ... Un bel tomo quel Leopardi che se ne stava sordo e indifferente! D’improvviso un tramestio e le voci concitate di due contendenti richiamarono l’attenzione di tutti. - Dammi … fammi vedere … - Non posso … non posso … - Dammi … ... e crac … un rumore, come di vetro infranto, raggelò l’atmosfera. Guardando l’espressione terrorizzata dei due litiganti tutti ebbero la sensazione di una quiete prima della tempesta e questo a dispetto di Giacomino, alias Leopardi. Il professore scriveva. Nell’aria sospesa cominciò a diffondersi, sempre più intenso, un odore acre e pungente. Qualcuno cominciò a tossire, qualche altro a soffiarsi il naso, quasi tutti, loro mal grado, a piangere. Il professore, miope e ammalato d’occhi, cominciò ad agitarsi, a soffiarsi il naso, a premersi gli occhi che gli schizzavano dalle orbite e, dimenandosi, schizzò dalla cattedra, fiondò dritto dritto nel corridoio gridando aiuto e, dietro di lui, tutta la classe con una turbolenza incontrollata. - … Che è successo … - Che è successo? … Accorsero allarmati i bidelli. - … Che c’è … - Che c’è? … Arrivò il Preside e il personale di segreteria. Richiamati dallo schiamazzo, alunni e professori delle altre classi cominciarono ad affluire anch'essi nel corridoio … Una parola, due parole, sussurrate e trasmigrate quasi per osmosi dall’uno all’altro, e 188
quelli della terza liceo in questione, arroccati a testuggine, furono al corrente del perché e del come tutto quello era successo. - … Cosa è successo? ... Cosa è sucesso? ... Silenzio. Il professore e gli alunni accidentati furono portati lontani dall’aula e fatti entrare in infermeria per i soccorsi del caso. Infine, tutti in presidenza. - … Ma che è stato? ... - Che è successo? ... – Domanda senza risposta. Tutti loro sapevano tutto ma, per un senso di solidarietà viscerale mai prima di allora sentito così prepotente, nessuno apriva né avrebbe aperto bocca … E mentre il Preside cercava di sturare l’omertà che li zittiva, entrò uno dei bidelli a riferire che nell’aula vuota, per terra, avevano trovato i frantumi di una fialetta … una fialetta lacrimogena … di quelle ultimo grido in fatto di scherzi di carnevale. Il Preside, con gli occhi di bragia e le vene del collo che parevano scoppiare, in un delirio di impotenza cominciò a minacciare severi provvedimenti se non fosse venuto fuori il colpevole. - … Chi è stato … chi è stato? … fuori il colpevole! … - e, coerente ad un ossimoro educativo, aveva tutta l’aria e l’intenzione di indurli con la forza alla delazione. Silenzio che più silenzio non si poteva. Persa ormai ogni speranza li rimandò in classe accompagnandoli con una minaccia sinistra … e aspettatevi il peggio! … - Convocò d’urgenza il consiglio dei professori che, a porte chiuse, in men che non si dica, sentenziò una immediata sospensione di tre giorni e il cinque in condotta a tutti per quel secondo trimestre.
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Quel provvedimento, necessario e dovuto per un verso, dall’altro, da quello degli oppressi, ebbe il sapore provvidenziale di una giusta vendetta. Grazie a quella fialetta involontariamente rotta e al decreto punitivo del Consiglio dei Professori, giustizia era fatta. Potevano godersi finalmente quell’ultimo carnevale insieme ... D’altronde, per rientrare nei canoni e farsi perdonare, c’era ancora l’ultimo trimestre e poi … non è forse vero: mal comune mezzo gaudio … tutti colpevoli nessun colpevole? – Una volta a casa, al processo di inquisizione familiare - Non lo so … Non sono stato io … Che colpa ne ho io! … - non fu difficile convincere e acquetare i genitori. Quella sera e poi ancora il Martedì Grasso, nel tripudio dei festeggiamenti, più d’uno giurò di aver sentito una voce … Godi, fanciullo mio … stagion lieta è codesta! ... Una voce che, se non veniva dall’aldilà, di certo parlava complice al cuore che, complice, rispondeva …Grazie, Giacomino … sei veramente un amico! Uno di quei giovani, simpatici e mitici scavezzacolli, quello che me la raccontava ogni volta nei momenti nostalgici dell’amarcord, era lui, Luigi, mio marito. Lui che, dopo quarantasette anni di matrimonio e cinque figli se n’è andato senza mai lasciarmi.
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Quando il cuore scalpita, ne combina di belle Era nel cuore di tutti, un sogno custodito e vagheggiato, pronto, ogni volta, a riaffiorare nelle scorribande del nostro amarcord, più prepotente, soprattutto negli ultimi tempi in cui la tradotta su cui viaggiamo, piuttosto che da altrove, ama prelevare il suo carburante dalle belle e buone cose del passato. Il sogno?... Ritornare, a sessant’anni da quell’ultimo giorno di Liceo, nei banchi di scuola. Ritornare per ritrovarci ancora tutti insieme, con la stessa gioia, con la stessa leggerezza di allora, con lo stesso spirito da camerati, fratelli come allora, come sempre! Entrare in aula al suono del campanello, occupare gli stessi posti di allora, in quei banchi che furono muti interlocutori dei nostri progetti di vita, dei nostri sogni futuri, delle nostre speranze certe, in quei banchi da cui, piattaforma di lancio, in quel lontano 1959, ci saremmo staccati in decollo verso il grande volo! E il sogno si è avverato come per magia. Tutto in maniera spontanea e corale. Seppure dispersi un po’ ovunque, ci siamo ritrovati tutti, noi e quelli non più tra noi. A sessant’anni da quell’ultima volta, il 29 maggio scorso, abbiamo varcato, nuovamente, la soglia dell’aula che, vuota, ci attendeva. Abbiamo occupato gli stessi posti con lo stesso compagno e la stessa compagna di allora e, con la stessa animazione dei vecchi tempi, abbiamo cominciato a parlare, a chiacchierare, a ricordare, poi … Poi il momento più atteso e
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commovente: quello dell’appello. La preside del liceo Classico ha cominciato a chiamarci in ordine alfabetico. Ciascuno di noi, ad uno ad uno, ha risposto presente. Per coloro che non potevano più rispondere, tutti quanti, ad una voce in coro, abbiamo risposto PRESENTE. Proprio così. Anche loro erano presenti. Sfidando la sorte, anche loro erano tra noi e con noi nei banchi. La commozione ha poi dato la stura ai ricordi. Momenti, storie ed emozioni
di
quel
passato
comune
hanno
cominciato
ad intrecciarsi e a prendere vita, fondendosi in un presente fuori dal tempo. Suonata la fine dell’ora, come da antica consuetudine, siamo usciti dall’aula e nell’atrio ci siamo uniti ai giovani maturandi che ci attendevano. L’impatto è stato cordiale, gioioso e vivace come tra amici di vecchia data. Il frequentare, loro, e l’aver frequentato, noi, lo stesso Liceo Classico, i saperi della saggezza antica, le tensioni, i sogni, rimasti inalterati nel tempo, hanno giocato singolarmente e per tutti un ruolo magico e sorprendente, quello di un simpatico e caloroso collante. Abbiamo parlato e discusso tutti quanti come tra vecchi camerati, noi maturi ancora giovani e loro giovani già maturi. L’incontro si è concluso con una danza gioiosa e nostalgica come il nostro amarcord, tra giovani e anziani, sulle note briose del famoso valzer di Johann Strauss, Sul bel Danubio blu, quello che, in tempi lontani, segnava l’ingresso ufficiale dei giovani in società. Con lo stesso
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intento,
al
suono
delle
sue
note,
abbiamo
voluto
consegnare i nostri meravigliosi giovani ai loro sogni e ai loro progetti di vita. Ora gli esami di maturità sono finiti e voi, cari ragazzi, da quei banchi di scuola siete pronti a spiccare il grande volo. Abbiate sempre come viatico l’entusiasmo per le belle e buone cose della vita. Un grazie di cuore per esservi uniti a noi e aver gioito con noi. Grazie alla vostra Preside, ai vostri Professori, al Personale ausiliario, a tutta la Scuola. Con la vostra collaborazione, il vostro aiuto e la vostra partecipazione avete reso veramente speciale la realizzazione del nostro sogno. Grazie. Quelli del ‘59
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Ad un mia alunna che ci ha lasciati Aveva undici anni quando, abbracciando con uno sguardo complessivo i miei nuovi alunni, incontrai per la prima volta il suo sorriso disarmante e fiducioso. Era, quello, il suo primo giorno di scuola media. Sedeva in un banco di fronte alla cattedra, attenta, silenziosa, docile, buona. Quel sorriso, il sorriso di quel primo giorno di scuola, fu il nostro viatico. Fuori dai banchi di scuola il nostro rapporto di affetto, con il trascorrere degli anni, divenne amicizia fiduciosa e confidente. Divenuta donna, non aveva mai smesso di vedere in me la sua vecchia insegnante e io di vedere in lei quella bimba indifesa e buona dallo sguardo dolce e disarmante. Non
so
cosa
io
possa
averle
dato
più
di
quanto
non
racchiudessero i libri di scuola ma so con certezza tutto quello che lei mi ha dato: la sua dolcezza, la sua pacatezza, il suo equilibrio, la sua sete di infinito. Tutto di lei mi infondeva pace e mi apriva spiragli di luce nella turbolenza quotidiana. Mi parlava di sé, dei suoi progetti, ma soprattutto della sua fede in Dio con un trasporto e un abbandono che, soli, testimoniavano il miracolo divino. Non molto tempo fa mi fece dono di alcuni libri di spiritualità. Mi leggeva alcune pagine, le chiosava e spiava la serenità e le certezze
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che
mi
infondevano.
Allora
le
condividevamo
e
raccoglievamo testimonianza della parola divina nelle esperienze della nostra vita. Qualche inverno fa mi regalò due cappellini di lana perché non avessi a sentire il freddo gelido di quella stagione. Mi commossi. Il cielo mi aveva fatto dono di un'altra figliola amorevole e premurosa. Poi ... poi sopraggiunse la malattia. Ne parlava con serenità e accettazione e, quando i conti della speranza cominciarono a non tornare, era lei a tranquillizzarmi e, senza mai nascondermi nulla mi diceva ... sono serena ... sono nelle mani di Dio. I ruoli si erano invertiti. Ero io a prendere lezioni di vita da lei. La vita continua dopo la morte ripeteva e sorrideva col sorriso fiducioso di una bambina. Io la ricordo così e, se cerco di incontrarla nel mio cuore, la ritrovo ancora con quel sorriso nella nuova vita in cui ha creduto, pronta a tendere una mano a tutti noi, a sostenerci nelle fatiche terrene, a guidarci verso quella luce e quell'amore di cui lei è parte. Ti voglio bene Maristella!
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Un'insegnante brava, bravissima - Ho sempre preteso dai ragazzi che non si perdano nei dettagli … nelle minuzie ... Che non diano nessun conto alle date e che stiano attenti soprattutto al contenuto … ai concetti … Sono di commissione agli esami di terza media. Sono la più giovane fra tutte e la mia collega, con alle spalle una rispettabile anzianità di servizio, mi onora della sua vetusta esperienza con la generosità e la carità cristiana di chi vuole elargire aiuto ai più bisognosi. Mi sta illustrando il suo metodo d’insegnamento altamente prestigioso e apprezzato, profondamente coerente ai principi sommari di una moderna metodologia superficialmente, affrettatamente e acriticamente intesa, perché io ne faccia gran tesoro nella mia carriera. Stiamo correggendo i compiti di Italiano, compiti da otto facciate, prolissi, pieni di luoghi comuni, di notizie segnate dall’anno, dal mese, dall’ora e dal minuto. La lettura e la valutazione degli elaborati, per me, diventa sempre più estenuante e sempre più sospirato è il momento che dovrebbe porre fine a questo lavoro massacrante. D’altronde le uniche intente alla correzione siamo noi due sole, la titolare della classe ed io. Le altre quattro di commissione, pur sedendo con noi, per non urtare la sensibilità della titolare con le loro interferenze, si tengono alla larga occupate in altro. - È inutile … - confessa con orgoglio la titolare - ho sempre detto che queste sono ragazze incomparabili…ragazze che studiano e che, se la traccia non le soddisfa, si sentono tradite e ti schiaffano 196
in faccia tutto il loro sapere … Sono un portento … dei mostri … e poi … come scrivono bene! … Guardo con stupore la mia collega, gongolante per tali capolavori di cultura, e mi chiedo se quello che dice è coerente con quanto affermato da lei in precedenza. In realtà i compiti sono corretti e scorrevoli nella forma, tanto che, solo a leggerli, ti senti risuonare nei timpani la cantilena di chi ha imparato tutto a memoria. Secondo me qualcosa non quadra ma lascio che la mia collega valuti le sue alunne come sempre ha fatto, secondo i criteri di sempre, senza interferire con i miei. Tra l’altro il tempo è uggioso e tutto fa desiderare una schiarita, un po’ di bello. Valutiamo fin lì con “pienamente soddisfacente” e con “ottimo” gli elaborati cesellati cronologicamente, con la minuzia di un certosino quando, in un nuovo elaborato di turno, in rottura anche grafica con i precedenti, comincio a cogliere note estremamente discordanti dalla precedente musica. È una musica più umana, più calda, più personale, più umile ma più calda. Non fa scattare nessun datario ma penetra con partecipazione e modestia in un problema che ha caratterizzato e caratterizza un po’ tutta la nostra storia dall’unità ad oggi, un problema che riguarda la povera gente, lo sfruttamento e l’emigrazione. La forma è semplice, animata da imperfezioni, ma il contenuto è frutto di una visione partecipata e sentita dell’argomento. Non vi è sfoggio né presunzione di sapere, ma decorosa autonomia del proprio pensiero. Ci sono anche delle ingenuità, dovute all’età e all’inesperienza, ma nell’argomentazione è il cuore che parla, è la sua mente che elabora e che condivide in modo semplice quello che ha letto e ha sentito dire. 197
– Questa è una che non si appende in cordata – penso tra me e, quasi involontariamente, mi lascio sfuggire un’esclamazione di compiacimento. -... bello … veramente bello! … La
mia
collega,
nonché
insegnante
titolare
della
classe,
brandendo a mezz’aria la matita rosso-blu, mi assale con una smorfia di disgusto. - … bello?! ... e questo lo definisci un bell’elaborato? ... Così modesto e con tutti questi errori!? ... - … di errori grammaticali ce n’è solo qualcuno … - azzardo - gli altri
sono
delle
imperfezioni
dovute
all’interferenza
di
un
linguaggio informale … La ragazza si esprime un po’ così … in modo colloquiale … un po’ personale … È vero, c’è qualche errore e ci sono delle imperfezioni, ma il contenuto è sentito … è autentico … è originale … pensato … personale … - … ma che dici … questa è una ragazza che non è mai stata brava … In tutti gli anni ha strappato appena la sufficienza! ... e poi, la forma! … La forma innanzi tutto! … Il contenuto? ... Il contenuto verrà dopo … salviamo prima di tutto la forma! ... - Ma - penso tra me - prima non aveva esordito affermando il contrario? Non me la tengo. Cerco di giustificarmi, di spiegare le ragioni di quella mia estemporanea valutazione, di difendermi, ma i tentativi non valgono a nulla, se non ad alimentare nei miei confronti l’acrimonia delle altre colleghe anziane richiamate all’ascolto dal tono stizzato della titolare. Mi azzardo a giocare di rimessa e aggiungo che il contenuto è contenuto e la forma è forma … che il culto della forma, per paradosso, potrebbe portarci, da una parte, a sottolineare in blu 198
tutta l’opera di un Giovanni Verga e dall’altra, ad accettare come validissimi i discorsi di uno schizofrenico, grammaticalmente perfetti ma senza alcun senso … L’ideale, ribadisco, sarebbe una corrispondenza tra l’uno e l’altro ma che, comunque, va tenuto in debito conto la capacità di un ragazzo di esprimere un proprio parere … di elaborare un suo pensiero, di esprimersi con originalità e formulare idee personali, di produrre e non ripetere o copiare … Al limite non si possono stabilire delle priorità tra contenuto e forma e che, se proprio siamo tentati di farlo, è giusto sottolineare la elaborazione critica e il taglio personale … La forma si può sempre migliorare. Ma è inutile … Io sono la più giovane, l’ultima arrivata, l’inesperta, la presuntuosa, la saccente … E così vengo messa a tacere dalle riprovazioni e dalla solidale antipatia delle colleghe che, grazie alla loro anzianità, per diritto di usucapione, rivendicano l’indiscutibile possesso del sapere.
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Lettera ad una amica Ninetta Nobile, collega svampita che mi manca tanto. Hai lottato con il tuo male senza parlarcene, tu che ci investivi ogni volta con la tua esuberanza e noi che cercavamo di scansarti come il pericolo della giornata. Smentendoti clamorosamente te ne sei andata in silenzio, senza arrecare il ben che minimo disturbo all’indifferenza di chi è preso dalla fatica del vivere. Questa è stata la tua ultima trovata spiritosa che, credimi, non mi ha fatto neppure sorridere. Ci hai presi, mi hai presa di contropiede e, come sempre, non hai rinunciato a dare un tocco personale ad un evento che era il tuo evento. Non lo hai commentato con un madrigale … com’eri solita celebrare gli eventi altrui. Il silenzio e la discrezione con cui ci hai lasciati è stato il tuo poema di dolore e di sofferenza. Con il silenzio e la discrezione (che pensavo non ti appartenessero) hai suggellato il dramma della tua vita che doveva essere più pesante di quanto tu volessi farci intendere. Parlavi … parlavi … Ti appiccicavi e avevi sempre da dire e da ridire ma si capiva lontano un miglio che era un modo per riempire la tua solitudine, per stabilire un rapporto di vita e di condivisione con gli altri. Dicevi di confidare sempre in quella piccola parte di buono che c’è in ognuno … Lo dicevi a me ... a me che tante volte ti ho evitata perché avevo da fare e non volevo essere scocciata! ... Parlavi a quella parte di buono che era in me, quella parte che tu vedevi e che io neppure mi accorgevo di avere. 200
Adesso ti cerco nei ricordi, nei silenzi, nelle note dei tuoi madrigali gelosamente custoditi nel mio diario. Mi manca la tua leggerezza, mi mancano le tue intrusioni, i tuoi madrigali, il tuo sorriso ... Mi manchi, amica mia ...
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In Danimarca Nei miei primi anni di insegnamento chiesi il passaggio dal Classico alla scuola Media inferiore per potermi dedicare di più al mio privato. A trasferimento avvenuto, però, mi resi subito conto di aver fatto male i miei calcoli. La caduta, nel 1960, dello steccato degli esami di ammissione, quello che dalle elementari selezionava
l’accesso
alla
media,
e
l’attuazione
della
obbligatorietà scolastica, nel 1963, sconvolgendo radicalmente tutti gli assetti del precedente sistema, basato sulla selezione, avevano creato enormi problemi dinanzi ai quali noi docenti fummo colti impreparati. La nuova utenza scolastica, allora definita di massa, poiché più numerosa ed eterogenea e con istanze e finalità diverse da quelle del passato, richiedeva obiettivi culturali e metodologie altre. Per questo erano stati avviati corsi pomeridiani di aggiornamento, incontri e dibattiti serrati che lasciavano poco spazio al privato. Lo scoprii a passaggio avvenuto ma non mi scoraggiai. L’impegno con cui vissi quella nuova esperienza mi caricò di un entusiasmo mai più sopito, mi arricchì e mi affinò tanto sotto il profilo umano da
farmi dire ancora oggi che,
se rinascessi, rifarei,
da
insegnante, la stessa esperienza. Gli ostacoli, i tentativi e lo sforzo per superarli mi valsero a proiettarmi oltre e a caricarmi sempre più di una voglia caparbia di farcela. Le mie classi, formate sul principio della eterogeneità, giustamente concordato collegialmente, in realtà si presentavano fondamentalmente composte da due soli gruppi, molto distanti tra loro per 202
preparazione e per estrazione sociale. Mancava del tutto un gruppo intermedio che facesse da collante tra i due opposti. L’uno, minoritario, costituito da ragazzi appartenenti a famiglie più o meno abbienti, non presentava problemi rilevanti; l’altro, invece, costituito da coloro che, se non li avesse obbligati la legge, manco ci avrebbero pensato alla continuità scolastica, presentava problemi d’ogni specie e molto radicati. Di questi, alcuni erano figli di braccianti con lavori saltuari e gravi problemi economici, altri, residenti in campagna, come impegno prioritario avevano quello di aiutare i genitori nei lavori campestri per conto proprio o per conto di altri. Gli appartenenti a questo secondo gruppo, in classe - e dico in classe perché fuori, nella quotidianità, parlavano un dialetto ineccepibile - in classe si esprimevano in un dialetto ingentilito da innesti di un improbabile italiano, con intercalari ed esclamazioni inadatte e sconce di cui neppure lontanamente si rendevano conto e con ostentate inflessioni e primizie settentrionali, apprese da genitori e parenti emigrati. Una lingua che, se non era italiano, non era neppure dialetto. Questo mi creava non solo grossi problemi di natura didattica per l’immane lavoro di dissodamento, ma soprattutto problemi di natura relazionale. I miei interventi correttivi, oltre ad essere molto poco efficaci, ogni volta sortivano come effetto sicuro quello di marcare ancor più il divario già esistente tra i due gruppi, accentuando il disagio negli uni e la sicumera negli altri. Non rimproveravo e non punivo. Correggevo anche con garbo ma questo non bastava a spegnere i loro rossori o a impedire le loro reazioni
di
difesa.
Tuttavia,
bisognava
necessariamente
intervenire e mettere ordine nel loro eloquio separando il dialetto 203
e l’italiano da una parte, gli ibridi e le parolacce dall’altra. Questa mi sembrò una strada giusta ma, in fase di rodaggio, mi accorsi che, se qualche risultato in termini di correttezza linguistica lo raggiungevo, con la mia insistenza didattica, sia pure garbata, accendevo ancor più rossori e timidezze a loro danno, lasciando inalterato il divario tra i due gruppi. Come fare, come non fare, un giorno decisi di sperimentare una strategia del tutto sovversiva. Avrei fatto del dialetto una materia di studio. Fu una intuizione che, all’atto pratico, mi aiutò a superare buona parte degli ostacoli fino ad allora irremovibili. Invitai tutti i ragazzi a parlare del loro paese, delle attività e dei mestieri, degli scrittori e dei poeti locali. Li invitai a riportare detti e proverbi dialettali evidenziandone la pregnanza semantica e il fascino evocativo. Fornita di un registratore, organizzai passeggiate per il paese, visite alle botteghe di piccoli artigiani, incontri con anziani che ci raccontavano nella loro lingua storie, abitudini di vita, usanze, tradizioni. Ricerca e scoperta di un tesoro in estinzione. Questo riempiva
d’orgoglio
i
dialettofoni.
Camminavamo
uniti,
chiacchierando, amalgamati dall’ interesse comune. Nel comune orgoglio di appartenenza gli italofoni chiedevano spiegazioni ai dialettofoni e questi nel darle prendevano consapevolezza del lessico nazionale ma ... il risultato a loro merito strepitoso ed unico fu la raccolta e la pubblicazione dei racconti popolari ormai estinti.
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Lettera aperta ai maturandi di oggi e di sempre A voi, che siete in fibrillazione per il nuovo volo, quello che vi darà la patente ufficiale di adulti, quello che vi traghetterà al di là della sponda agognata, che vi ratificherà il diritto alla scelta autonoma di un progetto di vita con le responsabilità che ne conseguono, a voi, prima di allontanarvi da quelle mura silenziose e discrete, da quei banchi in cui avete provato anche la gioia di un riposo (e non solo dopo l’ora di educazione fisica) a voi dico: Entrate nella vostra aula e, con la confidenza e l’amore che vi lega ad un’amica fedele, accarezzatela con lo sguardo e sussurratele parole di gratitudine. Quell’aula non sarà più la stessa senza di voi e voi, forse non ora, ma sicuramente con il passare degli anni, vi accorgerete che vi manca e, in alcuni momenti, vi sentirete bruciare di nostalgia, proprio come per il primo amore. Ve lo dice una “matusa” che ancora oggi, alla sua età, più spesso e volentieri di quanto non facesse in passato, è solita rifugiarsi tra le sue mura percorrendo i sentieri della memoria. E lì vi trovo i miei compagni, le mie gioie, le mie pene fatte di niente, i miei insegnanti burberi che nelle scorribande del mio amarcord ho imparato ad amare più di quanto non li avessi mai amati. Quell’aula non è uno spazio circoscritto, è la mia giovinezza, è la custode delle mie fantasticherie incorrotte, delle mie speranze, dei miei sogni, di quelli realizzati e di quelli ancora in attesa e lei li 205
custodisce gelosamente come fossero i suoi. L’insegnante che è in me ha deciso di non andare in pensione. Trepido ancora ogni anno per tutti voi, per voi che vi accingete a varcare questo importante guado e di cuore vi accompagno a traghettarlo con i migliori auspici e con un forte e sentito IN BOCCA AL LUPO.
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La storia si ripete Questa voglio proprio raccontarvela almeno per due motivi: perché è una storia d’amore in poche battute e perché quello della storia, molti di voi converranno con me, è un amore del tutto particolare, un amore che, al di là d’ogni limite di tempo e di spazio, accomuna e unisce in un unico presente tutte le generazioni. L’anno scolastico era finito e quella era per tutti noi, nonni, figli e nipoti, la prima domenica di vera libertà. Nella nostra casa al mare, in un colpo solo, avrei avuto la possibilità di godermi la mia numerosa famiglia e l’entusiasmo di tutti i miei nipotini alle prese con i progetti estivi, ma avevo fatto male i miei calcoli. In un andirivieni di grandi e piccoli, di canotti e teli da bagno che mi passavano davanti e di dietro, in quanto mamma e nonna, capii subito d’essere un’opzione fuori luogo. Tentai di mettermi fuori dalle loro rotte in attesa di una collocazione che non riuscivo a intravedere quando fui attratta da un vociare confuso … Mia figlia, insegnante di Lettere anche lei, accoglieva qualcuno con affettuoso entusiasmo … alcuni suoi alunni
maturandi
erano
venuti
a
salutarla.
Parlavano
animatamente e con trasporto degli esami che si avvicinavano, dei loro impegni, delle loro previsioni, dei tanti progetti ancora da portare avanti insieme. Ebbi la sensazione che non avessero metabolizzato qualcosa. Mi tuffai nel loro entusiasmo e d’impeto azzardai:
207
– Parlate come se vi doveste ritrovare ancora in aula … Ma lo sapete che la campanella non suonerà più per voi? - dissi, parafrasando
John
Donne.
Uno di loro, uscendo dal turbamento che li aveva colti… - Sì, lo so … - ammise e, con voce tenera e commossa, confessò L’altro giorno sono tornato a scuola … Non c’era nessuno. Andai verso la mia aula ... Era vuota … Entrai … Chiusi la porta. Soli … io e lei. A stento trattenni il groppo ... L’accarezzai ... Accarezzai i muri e i banchi … Tacque incapace a continuare. Sentii una stretta al cuore, la stessa che lo aveva fatto tacere, la stessa che anche io avevo provato da ragazza in quell’ultimo giorno di scuola, la stessa che ancora oggi mi fa piangere il cuore di nostalgia. Quel giorno anche per me e per i miei compagni di classe suonò l’ultima campanella. Ci disperdemmo fuori dall’aula, girovagammo a lungo e pareva che nessuno avesse il coraggio di allontanarsi per primo. Catturata dal ricordo di un passato mai spento, il vociare dei nipotini e i rumori del tramestio intorno andavano dissolvendosi in un silenzio amico. Mi tornarono tutti alla memoria, i miei compagni, anche loro, 'Zinuddo, Gianni, Felice, Rosetta, Lillino... loro che, andati via per sempre, ogni volta tornano tra noi con la loro aria scanzonata, con i loro sorrisi, il loro indugiare, il nostro tenerci stretti quasi a scongiurare il distacco. Ma il distacco sopraggiunse e di quel preciso momento non ho mai conservato memoria come di un cordone ombelicale mai reciso. La vita ci ha portati lontano, per vie diverse, ma in me non si è mai spento il senso di appartenenza a quella mitica IIIA, a quella Scuola che, 208
anche nei suoi limiti, fu per tutti noi un'oasi di aggregazione e di crescita. Uno
scossone
improvviso
mi
riportò
nella
concitazione
dell'andirivieni. I canotti, entrati in rotta di collisione, erano in cerca di una via di salvataggio ei giovani maturandi, sopraffatti e travolti, venivano trascinati fuori, in un bagno di sole. Li vidi riversarsi in strada e disperdersi verso il mare. Rimasi a guardarli. Correvano, ridevano, si cercavano e si prendevano per mano senza mai lasciarsi. Rividi me e i miei compagni in quell'ultimo giorno di scuola. Loro e noi. Due generazioni diverse ma unite dallo stesso sodalizio d'amore senza tempo.
209
Lettera ai miei alunni maturandi Quando misi piede per la prima volta nella vostra classe si ripeteva per me il solito rituale del primo impatto, rituale che, per la carica emotiva sempre nuova ed intensa con cui lo vivo, finisce ogni volta con l'essere unico e irripetibile. Vi ricordate?! ... Entrai nell'aula con l'aria così severa da intimorire anche i più audaci; in realtà avrei voluto sorridervi subito e abbracciarvi tutti in uno sguardo affettuoso, ma non vi conoscevo e non volevo correre il rischio di alimentare in qualcuno la speranza di potersi concedere delle trasgressioni. L'esperienza mi insegna che il primo impatto è sempre quello che lascia un segno profondo e traccia la dirittura del percorso. Mi scrutavate nel vostro silenzio. Io sentivo i vostri sguardi sulla mia pelle e, mentre parlavo, dirigevo occhiate "professionali" ora sull'una, ora sull'altro, attenta a cogliere i primi segni distintivi di ciascuno di voi. Dei ragazzi qualcuno aveva il viso glabro, altri segnato da un'orgogliosa quanto incerta peluria. Maldestri nel modulare la voce dai toni scollati e disarmonici, quasi tutti ostentavate un'aria di sicurezza che non convinceva nessuno. Delle ragazze, ancora soffuse dei toni morbidi della fanciullezza che si attardava, alcune apparivate timide e spaurite, altre, invece, di una sicurezza disinvolta propria di chi è consapevole d'esser donna. Eravate "nuovi", eppure mi pareva di conoscervi da sempre!
210
Nei giorni che seguirono fummo tutti impegnati a tessere un rapporto di fiducia e confidenza, mentre le tensioni iniziali si andavano sciogliendo piano piano in un clima più intimo e genuino. Ricordo che avevate tanta voglia di parlare e, tra una lezione e l'altra, coglievate spunti per dirmi di voi, delle vostre famiglie, dei vostri passatempi, delle vostre ansie e difficoltà, delle vostre aspirazioni. Più parlavate e più avevate voglia di parlare e i discorsi, incrociandosi, andavano a costruire quella sintonia che è poi sempre stata alla base del nostro rapporto. Non
sempre
eravate
ordinati
negli
interventi,
alle
volte
esplodevate all'unisono, altre in modo stonato e scrosciante. Non poche volte avete sollevato sonore proteste e vi siete ammutinati per un vostro diritto; non vi siete mai chiusi nel silenzio e, dovete ammetterlo, mai una vostra giusta richiesta è rimasta senza risposta. Ho spiato i vostri amori, i vostri turbamenti e le vostre delusioni; ho chiuso un occhio sulle vostre "marachelle" e voi, tra una lezione e l'altra, un'autogestione ed uno sciopero, un discorso pacato ed un altro più vivace, tra una cotta e l'altra, un amore e un disinganno, siete andati avanti e non vi siete mai fermati. Oggi voi, ragazzi della V A, siete cresciuti e sentite ancora prepotente la voglia di parlare e di farvi sentire. Voi maschi, adesso, ostentate con legittima disinvoltura la barba più folta e parlate con voce più decisamente virile ... Voi ragazze, con l'aria di donne "consumate", vi muovete ora materne, ora
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deliziosamente civettuole ma io continuo a guardarvi con l'occhio curioso e indagatore di chi è convinto di non conoscervi ancora. Temo già, sin da ora, quell'ultimo giorno di scuola quando ci saluteremo per non più ritrovarci tra questi banchi, quando voi vi riverserete nel sole pieni di voglia di vivere e di speranze ed io, nell'aula vuota, rimarrò ferma ad ascoltare gli echi delle vostre voci per cogliere quello che mi è sfuggito e quello che ancora non mi avete detto. La vostra insegnante
212
Corso di aggiornamento 1 TRA IL SERIO E IL FACETO Capita spesso di voler vagheggiare l’oggetto del proprio amore con la malizia il sorriso. A volte lo si gira e rigira, lo si distorce, come nel labirinto degli specchi, per amare anche il suo essere diverso. Così, spesso, ci divertiamo a sottoporre la persona amata al gioco affettuoso delle deformazioni. L’immagine che ne risulta, certamente non fedele all’originale, obbedendo, anche in questo caso, alle leggi fisiche della rifrazione, è sbilenca e distorta. Non corrisponde
all’immagine
autentica,
ma
è
la
distorsione
affettuosa della persona cara che, pur facendoci sorridere, continuiamo, divertiti, ad amare anche nelle sue difformità. Perché dico questo? Per farmi perdonare l’ironia, che per alcuni potrebbe apparire anche caustica, con cui ricordo, da insegnante, alcuni giorni di scuola. Mi sono permessa tanto, perché amo ed ho sempre amato la scuola. È stata per me quell’amica cara che, per spirito goliardico, potevo sottoporre al gioco della rifrazione e della deformazione, sicura che mi avrebbe capita, perdonata e avrebbe riso e sorriso con me. CON SARCASMO E LEGGEREZZA Con l'introduzione della scuola media obbligatoria, agli inizi degli Anni '60, si resero necessari corsi di aggiornamento su corsi di aggiornamento che aiutassero gli insegnanti ad entrare nella nuova logica di una scuola per tutti, di una scuola che, accogliendo 213
i
meno
dotati,
non
trascurasse
i
più
dotati,
mischiando
e
confondendo,
in
queste
due
categorie,
le
connotazioni intellettive proprie dei soggetti e quelle economiche, sociali e culturali del loro ambiente di provenienza. Il più delle volte i corsi erano tenuti da docenti che ne facevano domanda
e
l'obiettivo
primo
era
quello
sottinteso
nella
obbligatorietà della frequenza: una scuola per tutti e aperta a tutti. Giusto. solo che alcuni alunni, dopo la terza media, si sarebbero iscritti alle superiori i cui programmi e le cui metodologie erano rimasti in linea con quelli della vecchia scuola media obbligatoria e selettiva. Di qui i problemi e le confusioni. Da premettere che allora il divario tra le classi sociali, sotto tutti i profili, era estremamente notevole. Né la radio, né la televisione, beni di cui pochissimi godevano, né tanto meno la scuola avevano ancora avviato un processo di livellamento culturale e pochi erano coloro che potevano permettersi l'acquisto di libri. In questo contesto noi insegnanti eravamo chiamati a salvare capre e cavoli con una metodologia a volte improvvisata, a volte suggerita, a volte studiata ... La nostra buona volontà e i corsi di aggiornamento, che si susseguivano a raffica, non sempre sortivano l'effetto sperato. A volte ci prendeva lo scoraggiamento, altre volte, per non cadere nello scetticismo, facevamo appello alla nostra vena ironica, a volte sarcastica, per ridere quando ci veniva veramente da piangere, come quel giorno ricordato in una pagina del mio diario. APPUNTI TRAGICOMICI DI UN’INSEGNANTE 214
Siamo in aula Magna per uno dei tanti aggiornamenti a pioggia. All’Ordine del Giorno, non letto ma intuito: “Prolusione altamente specializzata e più altamente finalizzata ad esperienze altamente qualificanti per una scuola e per un insegnamento mai così altamente dequalificante come il vostro” … Argomento gridato da un apparato pomposo di sussieghi e silenzi. - Dunque - diceva lo specialista invocato a portare i suoi lumi alla soluzione del caso – dunque, avete capito? ... Bisogna dare grande importanza al linguaggio mimico e a quello gestuale messi assieme … Voi non sapete quanta importanza abbiano questi linguaggi nell’insegnamento finalizzato … Mi chiedo: finalizzato a cosa? ... - Non lo ha ancora detto. Un attimo di perplessità, poi una scrollata - … ma, tanto, uno dei molti e incalcolabili benefici di questi incontri altamente specializzati è proprio quello di sollevare dubbi e di lasciare nel dubbio … dubito ergo sum … Dubito?! ... - sono frastornata - Forse cogito … Comunque, dubito e cogito non mi sembrano poi così diversi, fatta eccezione delle prime tre lettere. Ma, forse, tanta dotta prolusione non solo mi sta convincendo della mia idiozia ma addirittura mi sta facendo perdere la bussola o, meglio, mi scompiglia le poche cose che tenevo ordinate … L’uditorio, al pari di pecore che trovano senso e coraggio nell’unità del branco, ascolta timido e riverente. Il preside, accanto al relatore, ha l’aria soddisfatta. Guarda il suo gregge con un sorriso come a dire: Avete visto chi vi ho portato? ... Sentite quanto è bravo! ... Porca miseria, è tutto vero quello che sta dicendo …- Di riflesso, anche noi abbozziamo un sorriso di compiaciuto assenso. Non sappiamo se per la battuta intuita o per altro, ma quel sorriso andava 215
abbozzato. Una collega, che gode la stima d’ essere tra le più colte e tra le insegnanti più brave e perspicaci (se non si vuole credere agli altri, che per riserbo non si pronunciano su di lei, si creda almeno a quello che lei stessa dice di sé) temendo che nel sorriso del preside ci sia un invito a lei rivolto, alza il ditino e, al cenno del relatore, azzarda: - Lei sa che per l’Italiano, la mia materia, è d’obbligo questo e devo dire che ne ho sperimentato l’indiscutibile efficacia La modestia del ditino alzato viene sopraffatta dall’orgoglio nella voce
di
aver
preceduto
con
la
sua
esperienza
ciò
che
teoricamente le è stato rivelato dal dotto relatore. - Pensi che ho fatto costruire delle scatole colorate, coloratissime … - E qui le brillano gli occhi dalla soddisfazione per aver applicato uno dei principi fondamentali della pedagogia. - … e delle palle colorate … coloratissime … - Mi sorge il dubbio che sia rimasta un po’ indietro nel tempo e nello spazio … I nostri ragazzi hanno undici anni e più … - … ho messo la pallina colorata sulla scatola coloratissima …- Al preside si gonfia il petto. L’ esperienza d’avanguardia
della
bravissima
insegnante
fa
giustizia
all’efficienza sua e della sua scuola. Annuisce e pare voglia scoppiare dalla soddisfazione. Sorride con sufficienza come a voler dire all’esperto relatore: - Ha visto che brillante espediente? … Noi siamo pratica rispetto alle sue teorie … Le scatole e le palle colorate! Altro che linguaggio mimico e gestuale! … E poi … Una signora che colora le scatole e le palle invece di romperle sicuramente è dotata di un’elevata ingegnosità oltre che di indubbia originalità … Noi … noi siamo all’avanguardia anche in fatto di efficienza del personale! ... - Lui sorride e l’uditorio, perso 216
nel
religioso
silenzio,
sembra
ascoltare
rapito.
La
collega
continua: - … e mi sono rivolta alla classe … La palla sta … sta? ... Sulla scatola … risponde la classe in coro… Allora cos’è “su”? ... una pre … una prep … Preposizione! … mi rispondono in coro … Faccio un buco su una scatola, vi faccio cadere la palla … La palla è
nella
scatola
…
Cos’è
“nella”
…
una
...
una
pre
…
Preposizione! ... mi rispondono i miei alunni soddisfatti e orgogliosi della conquista … - Ai miei tempi noi alunni, sfidando la sospensione e lo spettro di un riformatorio, avremmo risposto una … una rottura di scatole, ma oggi i bambini sono diversi, molto diversi da quelli di ieri, oggi i bambini, se non sono handicappati, nella migliore delle ipotesi hanno tutti delle turbe la cui entità è vero che ci sfugge ma è pur vero che l’insegnante accorto ne percepisce
la
rovinosa
presenza.
-
…dunque
–
continua
l’eccellente collega - lei mi può capire come questo linguaggio gestuale (!?) mi sia stato utile … - L’uditorio rompe il silenzio con approvazioni soddisfatte … soddisfattissime. Il preside, più raggiante che mai, sembra dire - Ve lo dicevo io che questi aggiornamenti sono utilissimi … non solo per conoscere ma anche per farci conoscere! … - Come poi abbia fatto la mia illustre collega a spiegare, con le palle in mano e le scatole coloratissime, le altre preposizioni a nessuno viene di chiederlo, nel timore di apparire ignoranti. È bastato a tutti l’aver scoperto che nelle palle colorate, coloratissime, è racchiuso il mistero della grammatica. Ma, per il relatore, la mia collega bravissima ha peccato di presunzione e di troppo entusiasmo. Come defraudato di un diritto di prelazione sul suo bagaglio culturale, con aria di disgusto e di pietosa commiserazione comincia a scuotere la testa. I 217
commenti di approvazione si strozzano nel gargarozzo degli astanti e su tutti piomba un silenzio lacerante fatto di dubbi, interrogativi e sensi di colpa. - … No, signori miei, non ci siamo… E vi pareva che un tale cervello potesse essere d’accordo con una massa ignorante come noi? - … no, signori, il linguaggio gestuale non è quello … è quello con cui parliamo senza aprir bocca … è parlare stando zitti … - L’uditorio va in apnea. - … Come!? … parlare stando zitti? … Come si spiega la grammatica stando zitti? ... - balbetta agonizzante uno dalla massa. Il preside sembra andare in apnea anche lui. - Come … come!? … È ovvio … La domanda è stupida … - trancia scocciato il luminare. L’uditorio soffoca la sua crisi di pudore in un silenzio paralizzante. Il preside chiede aiuto all’orologio. Il luminare si volge a lui e insieme si aggrappano a quell’unica boa di salvataggio. Si levano in piedi. Il tempo è finito! L’uditorio, imitandoli, esplode in una frenetica ovazione e, seguendo la corrente e battendo le mani, raggiunge la via d’uscita. Neppure il tempo di raccogliere le mie cose e la sala è già vuota. Il corso di aggiornamento è finito. Mi alzo vuota, con il dubbio di non aver capito nulla e non aver concluso nulla ma con la certezza di aver messo fortemente in discussione le poche certezze che avevo e che ora non ho più.
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Corso di aggiornamento 2 Siamo nell'Aula Magna, per uno dei tanti corsi di aggiornamento. Sta parlando il relatore. - Quella di ieri era la scuola dell'immobilismo ... la scuola di élite ... di selezione ... Quella di oggi invece, miei cari colleghi (non sono fino a che punto gli siamo cari dal momento che non conosce neppure uno di noi) ... quella di oggi è una scuola di stampo diverso ... una scuola di movimento per la quale ci siamo da sempre battuti con coraggio e fermezza affrontando ... L'oratore chiamato per tenerci un corso di aggiornamento di sole due ore - da notare come finalmente anche la cultura venga propinata con la stessa celerità e intensità di un caffè espresso l'oratore tuona dall'alto della cattedra tra l'espressione mortificata e prostrata del mea culpa dei più anziani, che sembra vogliano scivolare sotto le sedie incolpati d'aver commesso il peggiore dei crimini, quello di non aver mai saputo insegnare, e l'espressione di allibito sbigottimento dei più giovani che, per Bacco, non hanno fatto caso a questa realtà. - ... finalmente è morta la scuola dell'immobilismo e dalle sue ceneri è nata la nostra scuola ... la scuola del movimento ... Per la miseria ... Com'è vero quello che va dicendo questo qui! ... mi pare di cogliere dall'espressione sgomenta di tutti. Anche a me viene di pensare come siano vangelo quelle parole ... Scuola di movimento ... più ancora ... scuola di sarabanda ... E mi viene fatto di pensare al bidello che non ancora uscito dall'aula vi rientra con un'altra circolare. Che le circolari poi dicano o non 219
dicano qualcosa, che si contraddicano o siano sibilline non importa ... l'importante è che circolino e con loro anche il bidello ... E scappa il bidello, con una celerità da fare invidia ai vari maratoneti ... scappano anche gli insegnanti fuori dalla classe ad accompagnare gli alunni nelle visite di istruzione. Oggi si chiamano visite di istruzione, un tempo si chiamavo gite, con molta modestia ma con più aderenza alla realtà ... Ma come sono veramente cambiate le cose! ... Che dire poi delle ricerche scritte? ... Ogni giorno ricerche ... per ogni nonnulla una ricerca scritta ... fiumi di carta ... fiumi di parole che neppure l'estensore Sto arrivando! leggere, tanto meno capirle perché per ragioni di tempo e poi anche per farle meglio si sceglie di copiarle tagliando, spostando, cambiando così che non sembrino copiate e non importa se non si capisce niente tanto alla fine, in classe, non c'è mai il tempo di leggerle. Un volta questa operazione di ricerca veniva chiamata scopiazzatura e, contrariamente ai moderni dulcamara, era ritenuta una pratica riprovevole. Che dire poi dell'alunno! ... Mai si era discusso tanto del mondo del preadolescente ... ma che dico ... dei fatti dell'alunno, dell'alunno e della sua famiglia, di quanto guadagna il padre, di cosa fa la madre, di come passano il tempo, di quello che fanno quando non c'è scuola. Mai si è insistito tanto a parlarne con l'alunno, a sollecitarlo con domande, a scavare con puntigliosità sui fatti suoi, quelli personali, e su quelli della sua famiglia ... Un tempo questa pratica si sarebbe chiamata pettegolezzo oggi invece si chiama indagine conoscitiva ... Ma perché ... per cosa? ... dal momento che questa indagine conoscitiva come 220
strumento pedagogico, per pudore, reticenza e mancanza di tempo, resta solo una chimera in una classe di venticinque/trenta alunni. Mai come oggi si era visto un professore che un giorno fa una cosa, sollecitato da una circolare o da una rivista specializzata, raccomandata dal preside con lo stesso zelo con cui un edicolante raccomanda i fotoromanzi alle sartine e alle cameriere, e il giorno dopo corre in classe e fa marcia indietro perché ha scoperto altre verità più vere. Mai un professore ha letto tanto, ha fatto tanto in una corsa spasmodica alla ricerca del famoso filo di Arianna che lo tiri fuori dal labirinto delle ipotesi e delle sperimentazioni che scorrono quotidianamente dalle cornucopie dei teorici, dagli spacciatori di verità presunte, come quella di una scuola del movimento spaziale piuttosto che culturale. - ... che dire poi della vecchia scuola di élite ... quella della selezione, miei cari colleghi?!? - ... tuona il relatore. Quell'intercalare, quei cari colleghi mi dà fastidio come l'alito molle e maleodorante di un adulatore sulla pelle ... Farebbe meglio ad essere sincero e a ringraziarci senza peli sulla lingua per avergli offerto l'occasione di arrotondare lo stipendio. - ... questa è la scuola di tutti, è la scuola del ricco e del povero, dell'intelligente e del meno intelligente ... Un tempo il meno intelligente si chiamava cretino ma oggi tra la pornografia dilagante, oggetto di cenacoli culturali, e il turpiloquio conseguente, dire cretino quello sì che è un vero turpiloquio. - ... del sano e di quello che presenta turbe psichiche e fisiche ... Già ... oggi va di moda il tema delle turbe ... Oggi, noi della vecchia scuola, abbiamo scoperto che turba non è solo quella che 221
si intendeva quando si traduceva una versione latina ma ha un significato più colto ed elevato, meno terra terra ... più chic ... - ... è anche la scuola di chi ha queste turbe ... Mi viene fatto di pensare che se il nostro tempo, quello degli anni '40, era il tempo dell'atomo, questo del '60, invece, è il tempo delle turbe ... È inutile ... è proprio vero che l'uomo non è contento se non si butta a capo fitto a scoprire qualcosa ... - ... che non è giusto mandare avanti un gruppo sparuto di ragazzi che costituiscono l'élite della classe ... bisogna portare avanti anche tutti gli altri ... Come, mi chiederete voi ... Come? - ... e giù una risatina sprezzante e trionfante insieme. Batte il pugno sulla cattedra e - ... qui ... qui vi volevo, miei cari ... Un collega mezzo assonnacchiato si scuote di soprassalto e chiede - dove ... dove? - Come dove ... qui ... nell'aula magna - gli risponde il collega a fianco che ha perso anche lui qualche battuta. - ... sì ... qui, miei cari ... - ... hai sentito? ... - e quello, rassicurato, si ricompone sulla sedia e continua a sonnecchiare. Tutto l'uditorio è sepolto in un silenzio che non dà segni di vita. - ... ebbene ... (silenzio lacerante e spasmodico) ... dedicandosi ai meno dotati e impegnando diversamente i migliori ... Immagino voglia dire trascurando i migliori ... - bisogna prodigarsi per i meno dotati così che raggiungano livelli più alti Sono proprio impenitente ... vuole forse dire tirare l'elastico? ... Fino a quando e per quanto tempo sena rischiare il collasso degli 222
altri o, nel migliore dei casi, un appiattimento della classe verso il basso a danno di chi? ... Certo, l'insegnamento individualizzato! È bello e giusto ma, nella pratica, è solo un'utopia. - ... questa di oggi è la scuola di tutti ... la scuola del movimento ... Mi viene da considerare che, con questo sistema, è anche quella scuola che scarica sulle piazze orde di disoccupati, che, se è vero che non sanno nulla di nulla e non hanno neppure la prospettiva di un inserimento adeguato nel mondo del lavoro, tuttavia sono gli orgogliosi prodotti di una scuola che, se è vero che cura i meno dotati e trascura i più dotati, è tuttavia una scuola di movimento, una scuola che manda tutti allo sbaraglio ... una scuola veramente senza eguali! Mi chiederete: È uno scherzo? ... Chiedo perdono ... è uno scherzo, ma non troppo.
223
Ad un vecchio amico che ci lasciati Lo so che mi diresti "non piangetemi. Mi sono allontanato senza mai lasciarvi. Nell'aria potete sentire ancora il mio palpito, nei ricordi la mia presenza." È proprio così, mio caro amico. Amico mio di ieri, di sempre. No, non ci hai lasciati, neppure quel giorno in cui cedemmo alle lacrime. Ora più che mai lo so, ora che, sopraffatta dal carico degli anni, sento più che mai struggente il bisogno di rifugiarmi tra quei vecchi banchi di scuola in cui abbiamo condiviso timori e speranze, ansie e conquiste. E lì ti ritrovo con tutti gli altri, lì ci ritroviamo, come nel tempo passato, tutti insieme protesi ancora verso un futuro pieno di sogni e di speranze. Ricordi? Non conoscevamo ostacoli di sorta. Ogni impedimento per te, per me, per tutti noi, si traduceva in uno stimolo ulteriore ad andare avanti. Risento quel nostro vociare argentino, rivedo i nostri visi sorridenti, riascolto i nostri sogni ad occhi aperti, le nostre utopie fatte di amore e di dedizione. Utopie che tu hai tradotto in realtà e che io tento ancora di inseguire. Tra tutti noi emergevi tu, tu che, con il tuo silenzio e con la tua solitudine, con la tua tenacia, con la tua fede incrollabile in una società migliore percorrevi
la
strada
del
pioniere
solitario,
lungimirante
e
visionario. E tu, mio caro amico, con il tuo impegno professionale, sociale e politico, non solo hai dato tanto a tutti noi e alla comunità cittadina ma sei stato anche capace di trascinare e coinvolgere nel tuo entusiasmo tutti coloro che hanno avuto il dono di 224
conoscerti. Tra le tante cose di cui ci hai fatto dono voglio ricordarne una. È il ricordo di un sogno, di un'utopia che tu hai saputo tradurre in una splendida realtà. Il Villaggio SOS, la tua meravigliosa creatura, centro prodigioso di collaborazione, di condivisione, d'amore evangelico. Quella che, nella voce del suo silenzio, lì sul verde crinale della collina, custodisce ancora memorie di lacrime asciugate, di dolori leniti, di sogni riaccesi, di gioie donate, di cure profuse ai tanti figli accolti e voluti per scelta gratuita d'amore. No, non ci hai lasciati. Nell'aria sento ancora il tuo respiro, accanto a me la tua presenza. Grazie, amico mio di ieri, di oggi, di sempre. Grazie per essere stato parte della storia di ciascuno di noi, per aver lasciato in noi solchi profondi di umanità, di impegno, di amore. Grazie.
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Fili d'amore Da giorni mi ero ripromessa di ritornare al Centro Solari che, avevo saputo, cominciava a popolarsi di ospiti con il ritmo fisiologico di un organismo in buona salute. Che l'ambiente fosse ospitale e caldo come un abbraccio lo percepii appena varcata la soglia del grande salone di ingresso. Quella prima volta don Franco Blasi, sostenitore e direttore dell'Opera, mi accompagnò in una visita a tutto il complesso rilevato dalla Diocesi e ristrutturato per il ripristino della sua attività, quella di casa di riposo per anziani, amorevolmente detta anche Focolare. L'impatto fu tra i più gradevoli e rasserenanti. In un'atmosfera di tranquillità e di ordine incontrai un personale sorridente e cordiale e il primo grappolo di ospiti accrocchiati in un salottino presso l'ampia vetrata del salone. Qualcuno discuteva, qualcuna sferruzzava, qualcuno sfogliava un quotidiano, qualche altro taceva. Ci intrattenemmo un po' con loro. Pareva che tutti avessero qualcosa in serbo da comunicare o da chiedere a don Franco. Erano sereni e a loro agio, come lo si può essere a casa propria. Ci accomiatammo accompagnati dal calore dei loro saluti e proseguimmo la nostra visita. Visitai alcune stanze ancora libere. Tutte con finestre aperte sul verde, inondate di luce, linde, arredate con decoro, fornite di bagno con doccia e telefono in camera. Era l'ora del riassetto. Lungo il corridoio si spandeva un odore fresco di lindore e di pulito. Un ospite anziano veniva accompagnato
da
un
volontario
nella
sua
passeggiatina
mattutina, il passato e il futuro insieme nel presente. 226
Quella mattina nell'ampia sala di ricreazione non c'era ancora nessuno. Dopo le pulizie gli ospiti che avessero voluto avrebbero potuto dedicarsi alla lettura di uno dei tanti libri della biblioteca o avrebbero potuto vedere la televisione, giocare a carte oppure esercitarsi ad uno degli attrezzi ginnici. In cucina c'era ancora tramestio di stoviglie. Si riordinavano i tavoli appena liberati dopo la colazione e si apparecchiavano per il pranzo. C'era esposto il menu
settimanale
e,
accanto,
quello
personalizzato
per
i
commensali affetti da specifiche patologie. Il tutto su prescrizione del medico curante e del dietologo della Casa. La sala da pranzo, ampia, era sistemata ed arredata con la stessa cura con cui una padrona di casa cerca di realizzare per i suoi cari conforto e benessere. Salimmo al piano superiore in ascensore, di lì ridiscendemmo verso
la
cappella
dove
una
tenera
Madonnina
sembrava
avvolgerci nel suo sguardo amorevole. Ritornammo nel salone di ingresso.
Gli
ospiti
continuavano
ad
intrattenersi
nei
loro
passatempi con aria soddisfatta e rilassata. Promisi che saremmo ritornati al più presto. Don Franco mi accompagnò fuori. Un gruppo di volontari mi salutò, un medico, un assistente sociale, dei parenti e dei giovani che erano venuti per prestare la loro opera comunque e dovunque ci fosse stato bisogno. Il sole filtrava tra gli alberi del bosco in cui passeggiava un ospite per nulla scoraggiato dall'aria gelida. Promisi che sarei ritornata quanto prima ad intrattenermi con i simpatici inquilini che avevano mostrato di gradire la mia presenza. Non sapevo perché ma mi sentivo appagata e orgogliosa di quanto avevo visto e conosciuto. Il perché l'ho capito l'altro giorno quando sono 227
ritornata per far visita ad una mia cara amica e collega in pensione, Carmelina Buongiorno, che si era trasferita lì con le sue cose più care. L'abbraccio sincero ed affettuoso sciolse i nostri ricordi in uno scambio reciproco di esperienze condivise, la cui centralità palpitante erano ancora e sempre i nostri alunni. Eravamo state colleghe al Liceo Classico nei lontani anni Sessanta e lei mi parlava di quei tempi con il fresco entusiasmo di sempre e con lo stesso trasporto che sempre ci coinvolgeva. Sul tavolo da studio campeggiava una vecchia foto ingrandita, me la mostrò con tenerezza materna. - Li riconosci?... Sono i maturandi del '68…Sono venuti l'altro giorno a salutarmi…- Me li indicò uno per uno, di ognuno ricordò i pregi e per ciascuno ebbe un apprezzamento e una lode. Mi indicò due giovani sorridenti- Non ci sono più … - Un attimo di commozione poi riprese a parlarmi di loro, dei suoi alunni, e pareva fosse uscita proprio in quel momento dalla loro classe, con le stesse apprensioni e con lo stesso amore di quel lontano passato. Mi mostrò anche dei vecchi libri, ancora segnati dalla fatica, letti e riletti, amati e custoditi, trasferiti lì con lei come compagni inseparabili. Li sfogliai e nel movimento delle pagine ingiallite ascoltai il sussurro dei ricordi. Quelli erano anche i miei vecchi libri. A malincuore mi accomiatai da lei. Lungo la strada del ritorno risentii quella sensazione di orgoglio a cui non avevo saputo dare un perché. Sì … ora sapevo perché mi sentivo orgogliosa … Mi sentivo orgogliosa del fatto che la mia città poteva vantare la presenza di un’Opera così preziosa, di una Casa Grande in cui le generazioni, passato e presente, anziani e
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giovani potevano continuare a intrecciare e a tessere le loro storie con fili d’amore.
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230
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LA FEDE
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Dialogo tra un credente e un ateo Credente - Tu dici che questo “meccanismo perfetto “, che è l’uomo, è creatura della materia … è frutto del magma primordiale … del caos iniziale? Ateo – Proprio così. L’uomo è creatura della sostanza primigenia. L’adattamento all’ambiente ne ha determinato il processo di trasformazione e di evoluzione … Credente – Tu parli di sostanza primigenia, altri di magma primordiale, altri di caos ... Resta, comunque, la domanda: qual è l’origine di questa sostanza, di questo magma, di questo caos dal momento che non solo non è rimasto allo stato primordiale ma si è
trasformato
e
si
riproduce
in
forme
evolute?
…
La
trasformazione presuppone un esserci, una nascita, obbedisce ad un bisogno e la riproduzione ad un fine. Qual è il fine del nascere e quale il fine dell’adattarsi? Ateo – ... la conservazione della specie, naturalmente … Credente – La conservazione della specie? Dunque, procreare, nascere, venire alla luce ha un progetto che va oltre, oltre il contingente, un progetto che viaggia nel tempo, frutto di un’idea … un’idea che è sapienza, intelligenza. Stento a credere che sapienza e intelligenza possano aver avuto origine dal caos. Conservare la specie è un progetto che sa di coscienza, di consapevolezza ... Tu dici conservazione della specie sic et simpliciter … Ammettiamolo pure, ma ti chiedo: conservare la specie perché … per chi … a chi giova … chi lo vuole? ...
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Ateo - … È inutile che arzigogoli ... Dio non esiste … esiste solo ciò che si vede e si tocca ... esiste solo la materia e i processi chimici da cui deriva anche il pensiero. Credente - … Dunque, il pensiero, che pure non si vede e non si tocca, al massimo si percepisce con uno stesso atto intellettivo, è frutto di un processo chimico? E quali sono gli elementi chimici che combinati producono quel pensiero e non un altro? Perché una platea ad uno stesso input risponde in modo diversificato? Ateo - Dimentichi la psicologia – Credente – Allora il pensiero non è solamente il prodotto di una reazione chimica ma implica la combinazione di altro, come riflessione, considerazioni, progettazioni … consapevolezza ... coscienza. Il capire e il non capire, l’intelligere, il libero arbitrio, la capacità di decidere non possono essere solo il risultato di un processo chimico ... A questo punto mi viene in mente il passo della Genesi, quello in cui si dice che Dio, puro spirito e padre, creò Adamo alitandogli il suo spirito, confermando, sia pure in modo implicito, che dal suo alito, dal suo spirito, ha origine il mondo ... D'altronde la nostra facoltà intellettiva, l'impalpabile che alita in ciascuno di noi, quello che è spirito, energia, essenza impalpabile, testimonia il permanere in noi di quell'alito divino. Questo dato apre degli interrogativi ma dà una spiegazione più credibile e coerente al nostro essere.
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Cattolica o cristiana? Se qualcuno mi chiede: sei cattolica? ... Rispondo semplicemente: sono cristiana. Ogni altra denominazione aggiuntiva, cattolica, ortodossa o protestante, nel momento in cui va a marcare l’appartenenza ad un gruppo confessionale piuttosto che ad un altro testimonierebbe la divagazione dall’assunto fondamentale della parola di Cristo. Se è vero che Cristo non ha lasciato scritto nulla di suo pugno e che i Vangeli sono frutto di una memoria, anche collettiva, che potrebbe aver aggiunto, modificato o dimenticato, tuttavia è pur vero che la sintesi della sua vita e della sua Parola è Amore e che, al di là delle divergenze interpretative dei testi, Amore è la fonte a cui ispirarsi e a cui attingere. Un Amore totale e assoluto che si invera nella pratica di un eterno presente, un amore incondizionato che rimane tale per tutti e per sempre anche per i propri carnefici, anche nei momenti di atroce sofferenza, un amore che non fa differenza tra meritevoli e non meritevoli, tra buoni e cattivi, un amore che non si divide né divide, un amore che unisce, che non genera guerre ma pace, non crea odi, smembramenti, divisioni, contrapposizioni, ma unità e concordia, un amore che non punisce ma perdona, non convince con anatemi e costrizioni, non manda all’inferno ma accoglie nella pienezza della sua gioia ... che l'inferno non è un luogo ma è lo stato di dolore in cui si vive non amando, bruciati dall'odio, dalla vendetta, dalla cattiveria. L'amore non è un sentimento sporadico ma l'essenza stessa della nostra vita, non è 153
un diktat ma una naturale e spontanea condivisione del bene senza obblighi, senza imposizioni, né punizioni ... un amore che indica la via, che lascia a ciascuno la libertà di scegliere e di decidere senza obblighi, senza imposizioni ... né punizioni. Un amore alimentato dall’obbligo o dalla paura, oltre ad essere arido e improduttivo, nella pratica religiosa è capace di sortire un solo effetto deprecabile, quello di ridurre l’orizzonte dei deboli all’obbedienza fine a sé stessa e all’osservanza anemica di pratiche liturgiche come merce di scambio nella speranza di averne un beneficio. Nell'ultima cena Gesù diede da bere e da mangiare a tutti i suoi discepoli, anche a Giuda, che lo aveva venduto, e a Pietro che lo avrebbe rinnegato. In ogni funzione religiosa, in cui si commemori quell’episodio e che dovrebbe vederci uniti tutti nell’amore e nel perdono, il pane e il vino dovrebbero essere offerti a tutti, senza esclusione, indipendentemente dallo stato di grazia sancito dalla confessione e, se mai, infranto subito dopo. La distinzione tra buoni e cattivi, nel momento in cui esclude, non è un atto d’amore. Il Padre evangelico non ripudiò il figliol prodigo, non gli impose nessuna penitenza in cambio del perdono. Attese, nella sua bontà, che il figlio maturasse in coscienza e consapevolezza, che tornasse a Lui senza coercizione e, quando tornò, il Padre lo accolse con gioia e con gratitudine, perché lo aspettava e perché, tornando, il figlio colmava la totalità del Suo amore fino ad allora deprivata della sua assenza.
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Un equilibrio da ricomporre Mi sono spesso interrogata sulla presenza del male. L’idea che fosse uno strumento divino, una punizione per convincere l’uomo a rigare dritto, per la verità, non mi ha mai convinta. Il Dio evangelico, quello in cui credo fermamente, il Dio Amore, non può servirsi della sofferenza e del male perché l’uomo rinsavisca. Come si spiegano, allora, il male e la sofferenza? È un interrogativo che mi sono posto, in modo caparbio, più e più volte in questi giorni di quarantena per la pandemia da covid19 Perché tutto questo … perché? - e ogni volta, nell’angoscia della mia memoria, rivedo ancora quelle file di camion militari, pieni di cadaveri stipati, muoversi mestamente lungo il deserto delle strade, avvolti nel silenzio di un pianto senza nome e senza pace. No. Dio non può aver voluto questo! Da un lato ho cercato conforto nelle pagine del Vangelo e nella parola
dei
padri
della
Chiesa,
dall’altro
ho
cercato
di
razionalizzare le mie paure andando più a fondo al problema nella speranza, conoscendolo meglio, di poterlo affrontare con più coraggio. L’informazione
trasmessa
dai
mass
media,
martellante,
unidirezionale e monotematica, se, per quanto riguarda il contagio, è stata ed è prodiga di dibattiti e consigli, per tutto quanto il resto è stata e continua ad essere molto reticente. Si è parlato e si parla degli effetti catastrofici di questa pandemia, degli
errori
commessi,
delle
precauzioni
suggerite,
delle
prescrizioni imposte, dell’andamento giornaliero del contagio, dei 155
guariti e dei morti ma non si è parlato e non si parla, in modo organico e chiaro, di quello che più preme: Perché e da dove viene questa malattia. La certezza divulgata è che il Covid19 è una zoonosi, vale a dire una malattia di origine animale, il cui virus, per motivi favorenti, ha fatto un salto di specie, passando dall’animale all’uomo in cui si è trasformato geneticamente e da cui si trasmette per contagio. Ma, il virus, come è passato dall’animale all’uomo? Su questo le informazioni dei mass media sono omissive ed evasive. È vero che, dal punto di vista medico-scientifico, le conoscenze sulla mappa genetica del Covid19 sono parziali e che gli studi sul vaccino sono in una fase ancora iniziale di sperimentazione, ma è pur vero che si conosce abbastanza altro per avviare una prevenzione a monte. Ma di questo o non si parla o lo si fa accidentalmente. Dietro questa pandemia c’è una realtà che va oltre ogni immaginazione,
una
realtà
fatta
di
allevamenti
industriali
intensivi, mattatoi, filiere di lavorazione, domanda e consumo, interessi
economico-politici,
tutto
e
tutti
corresponsabili
dell’immane disastro che stiamo vivendo. Una realtà da horror quella degli allevamenti intensivi, del disboscamento
e
della
deforestazione,
dell'inquinamento
dell’ambiente e delle falde acquifere. L'allevamento intensivo a cui si fa riferimento, quello industriale, non ha nulla da spartire con le immagini bucoliche che ci vengono propinate dalla pubblicità. Aree sconfinate che, viste a volo d’uccello, evocano 156
tutte immagini di tappeti di velluto ondeggiante, viste da vicino si scopre che sono frutto di illusione ottica. Ciascuna è un immenso recinto con migliaia e migliaia di animali stipati e compressi l’uno contro l’altro, nella broda dei loro escrementi, senza potersi muovere, abbandonati, maltrattati e, con un sistema a catena, imbottiti di sostanze discutibili, anche pericolose, al solo e unico scopo di accelerarne l’ingrassamento. In queste ammucchiate avviene un primo contagio di agenti patogeni, quello biologico da specie a specie. Non mancano i controlli sanitari ma, dato l’enorme numero di capi, i controlli non vengono eseguiti singolarmente per ogni capo ma a campioni presi a caso nell'immane moltitudine degli animali per cui i risultati non costituiscono una garanzia certa contro un’eventuale epidemia. Solo nello scorso anno, in alcune parti del pianeta terra, sono stati uccisi e bruciati milioni e milioni di maiali infetti da peste suina. Nei mattatoi, nelle industrie connesse, nel consumo di carne di animali infetti avviene, poi, un successivo contagio, quello del salto di specie del virus dall’animale all’uomo, lo spillover, già responsabile in passato di altre malattie di origine animale, dette zoosi. Sì,
perché
questo
virus,
già
preannunciato
nel
2012,
dall’americano David Quammen, nel suo libro Spillover, non è il primo agente zoonotico ad averci colpiti e non sarà certamente l’ultimo. Tuttavia, come se niente fosse, gli allevamenti intensivi e tutto l’indotto collegato continuano a proliferare e a produrre carne giorno dopo giorno a ritmo incessante per soddisfare una domanda di consumo che cresce a ritmi ancor più veloci e pressanti di quelli della produzione. Nel 2014, secondo le 157
statistiche della FAO, in tutto il mondo sono state consumate 312 milioni di tonnellate di carne per una media annua di 43 kg per abitante. In questa domanda planetaria c’è la richiesta di tutti noi e di ciascuno, che, in quanto uno, è convinto di non avere nulla a che spartire con questo problema e col suo meccanismo. È solo una convinzione di comodo o di inerzia mentale. La verità è che la carne, sulle nostre tavole, ha sostituito il pane, quello che viene invocato a Dio come dono quotidiano nel Padre Nostro. Ci sfugge questo e ci sfugge anche il fatto che la carne ha sostituito il pane non per volontà d’altri o per caso, ma per nostra volontà e scelta, a caro prezzo pure, considerato quanto è accaduto e quanto sta accadendo. Sembra impossibile che un solo individuo possa cambiare il mondo nel bene e nel male, eppure è così. Il battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo e un sassolino gettato nel mare sconvolge tutte le acque dell’oceano. Sembra assurdo ma è vero. Perché tutto questo? La risposta è solo nelle nostre scelte e nei nostri comportamenti. Abbiamo rotto un equilibrio e siamo chiamati a ricomporlo. Certo, è umano e di conforto rivolgerci a Dio e chiedergli che ci aiuti e ci dia la forza di superare questo momento, ma nella consapevolezza che dobbiamo essere noi, con la nostra volontà, a dare una dritta più giusta e più vera alla nostra vita, magari assumendo abitudini più oculate e responsabili e attuando comportamenti più in armonia con tutto il creato.
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Dio nella sua bontà, anche attraverso il male e nella sofferenza, ci aiuterà a trovare la via verso il bene, a patto, come già detto, che ciascuno di noi lo voglia e si adoperi in prima persona.
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Sto scrivendo sul tavolo di cucina So scrivendo sul tavolo da cucina come ero solita da bambina quando la vicinanza di mia madre, il suo affaccendarsi, gli odori di sempre e di ogni giorno erano per me la normalità e mi facevano sentire più protetta. Mi sono messa qui perché, strappata alla normalità di ogni giorno, mai come ora ho sentito il bisogno di un appiglio alla mia fragilità. Ora ho conosciuto quello che sapevo. Ora so che non basta sapere se non si sperimenta. Quante lezioni imparate, discusse, ripetute a memoria hanno arricchito solo il nostro bagaglio nozionistico. Sì, perché sapere qualcosa non equivale a conoscere, e conoscere vuol dire sperimentare, vuol dire cogliere le ragioni profonde, capire, condividere, interiorizzare e farne pratica di vita. Dio ci ama, dobbiamo amare il prossimo, non dobbiamo fare del male... quante volte lo abbiamo ripetuto con le labbra e quasi mai come verità interiorizzata e sperimentata? Quante volte abbiamo addebitato a Dio che ama le ragioni del nostro dolore, di quel dolore che chiamiamo male. Perché allora il male? Oggi, in questa situazione di estremo sconforto e disagio, in questo momento in cui la comunità umana, tutta, è messa drammaticamente difronte a tutti i suoi limiti, in cui al problema della pandemia covid si affianca con la stessa drammaticità se non
maggiore
sotto
certi
aspetti,
dell’andamento
delle
borse,
oggi,
il
problema
quelle
economico
nozioni
apprese
sull’amore, sulla solidarietà, cominciano a caricarsi di un sapere sofferto. Dio è Amore, l’Amore è Armonia, l’Armonia è equilibrio. 160
La pandemia è il risultato di uno squilibrio che certo non ha provocato Dio. Non è forse l’opera dell’uomo che ha rotto l’equilibrio tra il sé e gli altri, tra l’utile individuale e quello collettivo?
161
La più grande e la più bella storia d'amore Leggere il Vangelo cambia la visione del mondo e della vita. Ne sono più che convinta oggi, con tanti anni di esperienza alle spalle che mi consentono di cogliere un rapporto più concreto e inoppugnabile tra il testo evangelico e la vita quotidiana. Al di là delle tante disquisizioni critiche, se volessimo riassumere i Vangeli in una sola parola che li unifichi in modo inconfutabile, questa parola è sicuramente Amore. Se, poi, ci fermiamo un attimo a riflettere sulla nostra vita e su quella altrui, cogliamo un solo dato che ci unifica tutti, senza alcuna eccezione: il bisogno di amare e di essere amati. E se, ancora, volessimo cogliere un dato unificante Dio e gli uomini, ancora una volta è l’Amore, il denominatore comune, il solo capace di ricomporre i due termini in una totalità assoluta. Non a caso qualcuno ha definito la Matematica il linguaggio di Dio. Sta di fatto che i testi evangelici non solo testimoniano l’Amore come Essenza in Dio e come anelito negli uomini, ma testimoniano anche l’incessante ricerca, da parte di Dio e da parte degli uomini, di ricomporre, mediante questo loro denominatore comune, quell’unità infranta nella Genesi. Nel primo racconto di Luca (8,26-38), noto come Annunciazione a Maria, è Dio a chiederla alla creatura, nel secondo (15,11-32), noto come Il figliol prodigo, è la creatura a chiederla al Padre. Quello dell’Annunciazione a Maria, evento che nel calendario cristiano si commemora il 25 marzo, è uno dei passi più toccanti
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del Vangelo. Dio, l’Onnipotente, chiede all’uomo la ricomposizione dell’Alleanza con una umiltà che disorienta. Il racconto, seppure essenziale e scarno, si dilata in una pregnanza di significato e si carica di una valenza evocativa che disorienta ed affascina. Solo due creature, l’Angelo e Maria, ma chi permea di sé tutto lo spazio e parla nella continuità del suo silenzio è Lui, Dio, l’Onnisciente, l'Onnipotente, l’Onnipresente, che, pur essendo fuori dalla scena, vi aleggia nella trepidazione dell’attesa. L’umiltà di Dio e la fragilità della sua creatura costituiscono in questo passo il pilastro su cui l’Amore ricostruisce l’unità perduta. È il sovvertimento d’ogni logica corrente! L’Onnipotente, Colui che tutto può, si piega dinanzi alla fragile fanciulla e le chiede il fiat con i modi e le parole toccanti di una dichiarazione d’Amore. Glielo chiede tramite un emissario, con una tenerezza che commuove, e attende in disparte. Attende e, nel silenzio dell’attesa, Lui, l’Eterno, entra nel tempo e si fa uomo tra gli uomini. Il Divino e l’umano si congiungono. Quale sintesi d’amore più vera e più totale! Capisci allora che la nostra è anche la Sua sofferenza, che l’amore è vita ed è pienezza, che solo Lui, l’Amore, è capace di scrivere la più bella e la più grande storia d’amore d’ogni tempo.
163
La mia Pasqua A volte non fa male fermarsi a riflettere su alcune verità o consuetudini che si danno per scontate. Mi capitava prima e mi capita molto più spesso adesso in cui mi sento più incline a fare i conti con me stessa e con la vita. Quando ero piccola mi piaceva tanto recitare ai piedi del letto la preghiera all’angelo custode. Mia madre me la sillabava ma io ero solita aggiungere alle parole che mi venivano dettate anche di mio. Lo chiamavo per nome e cognome, Angelo Custode, poi gli parlavo e gli raccontavo di tutto e di più. Era per me un amico, il mio amico. A volte, durante la giornata, giocavo con lui. Docile e silenzioso, mi stava sempre accanto ed io la sentivo la sua vicinanza, a volte anche il suo respiro. Quando divenni madre quella preghiera la insegnai ai miei figli e loro la recitavano con lo stesso abbandono e la stessa confidenza con cui la recitavo io da bambina e, come me da bambina, anche loro si addormentavano tranquilli e sicuri che lui, l’amico loro, li avrebbe protetti sempre e comunque. Ma per me la magia di quel rapporto era ormai solo un ricordo nostalgico. Con gli anni la mia fede, divenuta più adulta per luogo comune, mi allontanò da lui. Pregavo. Ho sempre continuato a pregare non più lui, il mio angelo custode, ma solo il Buon Dio. Recitavo preghiere, tante preghiere di ringraziamento e di aiuto nei momenti belli e brutti della mia vita ma, devo confessarlo, quel sollievo provato durante e dopo quella preghierina della mia infanzia non riuscii mai più a trovarlo. Eppure ... le mie preghiere e il mio modo di pregare erano correttissimi, non facevano una 164
grinza, molto più corretti di quell’angelo custode a cui aggiungevo confidenzialmente anche di mio. Il testo delle mie preghiere era quello canonico, il cerimoniale pure. Croce, genuflessione, colpi al petto e raccoglimento, che si traduceva, quest’ultimo, in silenzio, capo chino e niente distrazione. Ma, nonostante la ferrea osservanza delle regole, le preghiere non mi procuravano il beneficio di quella mia prima preghiera. Il buon Dio rimaneva distante da me. Mi arrovellavo e, nella ricerca di un perché, mi sentivo insidiare dal freddo di una crisi di fede. Nella paura di quel freddo, mi legai ancor più alla mia famiglia, ai miei figli, ai miei cari, ma non abbandonai la preghiera, quella recitata come rituale, nel rispetto e nell’osservanza di un protocollo adulto. Poi venne quel giorno … Un giorno in cui il dolore mi colse più impreparata che mai. Avevo conosciuto la perdita di persone care. Avevo provato e fatto i conti con il dolore, quello lacerante e ingestibile, ma quella volta il dolore per me fu più straziante. Chiusa nel silenzio della mia camera alzai lo sguardo a Lui, a Dio, e con aria di sfida gli gridai: - Dove stai? Dimmi, dove stai? ... - e, nell’attesa di una risposta, scoppiai a piangere. Il tepore delle lacrime, che mi scorrevano dal petto e sul volto, e la pietà del silenzio amico mi sciolsero la tensione in una confidenza più intima con Lui. - Lo vedi come sono ridotta … - gli sussurrai - ho perso tutto … non ho più nulla … Mi strinsi la testa tra le mani e, senza più voce né forza, gli parlai senza aprire bocca. Gli parlai delle persone che avevo amato, che amavo ancora e che avevo perso. Gli parlai di me, di loro, dei
165
momenti vissuti insieme a loro, delle gioie, dei dolori, dei sogni, delle speranze, delle attese. - Sono ancora vivi qui … qui dentro … - gli dissi battendomi il petto – Di qui tu non potrai mai togliermeli … Sono parte di me … Senza di loro non starei qui con te! Sussurrai queste ultime parole, con il trasporto e la confidenza di un’antica preghiera e, in quell’abbandono gli ripetei: - Senza di loro non starei qui con te! ... – Fu istantaneo. Come in un lampo, mi fermai a riflettere su quello che avevo detto. Dunque, chi non c’era più mi aveva portata a lui … E io? … Dove ero io? ... Io ero lì, con Lui. Lo percepii d’istinto, come mai l’avevo percepito. Per
la
prima
volta
me
lo
sentii
accanto
con
la
stessa
consapevolezza e intimità con cui tanti e tanti anni addietro sentivo la vicinanza di quell’angelo amico. Me lo sentii amico e padre come mai lo avevo sentito. Mi abbandonai a Lui e piansi e il mio pianto non sapeva di disperazione. Lo avevo trovato, il mio Dio, nella preghiera dell’abbandono, nel dolore e nella gioia della mia Pasqua.
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A Papa Francesco, pellegrino di Pace Mai … non avrei mai potuto immaginare di vivere uno dei momenti più intensi ed esaltanti della nostra storia … un momento di sinergia coagulante tra i grandi della politica e un grande della fede … Tu, Grande tra i grandi della terra, pellegrino, privo di insegne e di alabarde, nell’umile veste della quotidianità, li hai raggiunti, affaticato e claudicante … Li hai raggiunti per unirti e unirli a te nel progetto di pace a tutela non di una parte ma dell’intera umanità minacciata non solo dai mali di sempre ma, soprattutto oggi, dalla galoppante tecnologia … Hai evocato per te stesso e per gli altri i due capisaldi da cui partire e a cui attenersi: Etica e Responsabilità … valori al di là e al di sopra d’ogni interesse di parte. Superando gli atavici confini delle proprie competenze, Tu e i membri del tg7, in questo incontro, avete segnato ufficialmente, per la prima volta nella storia dell’umanità, un ascolto sinergico nei riguardi di un progetto di sintesi operativa convergente verso il comune intento del bene e della pace dell’umanità intera. Mi hai commossa … Mi sono commossa nel vedere te e i Grandi della terra stringerti la mano, salutarti con affetto e unirsi nell’ascolto
delle
tue
parole
sui
pericoli
della
intelligenza
artificiale … sul progetto di pace. Mi ha commossa il contrasto tra la tua fragilità, simile a quella di un bambino che ha bisogno di un sostegno per muoversi, e la tua volontà granitica di combattente. Mi hanno commossa le tue parole … mi ha commossa la tua fragilità maestosa … mi ha commossa la tua ondata d’amore … 167
Quella notte Il Natale celebra la vita e il rinnovamento dell'umanità nella dimensione universale dell'Amore, Amore come dono di sé, come energia vivificatrice che dà impulso al rinnovamento perenne della vita. Il Presepe nelle nostre case vuole ricordarci questo, vuole testimoniarci, con la presenza del Bambino, che l'umanità si è rinnovata con un atto di amore ed è in cammino verso una vita rigeneratrice e vivificatrice sempre più nuova, sempre più vera. Ho pensato che sarebbe proprio bello se in dicembre, a casa mia, questo messaggio venisse testimoniato anche dalla presenza dell'albero accanto al Presepe. Così, con rami secchi, fiori di carta e luci, ho costruito un albero di pesco. Ho pensato al pesco perché, oltre ad essere l'albero della nostra terra, insieme al mandorlo esso è il messaggero ante litteram della vita nel grigiore invernale. Gli basta un po' di sole distratto e passeggero, perché faccia dono all'umanità della sua testimonianza di vita vestendosi dei colori degli angeli dalla gamme più tenere. Quando per la prima volta si accesero le luci nella corolla rosea dei fiori, provai una sensazione di stupore che mi ispirò immagini e versi ingenui e poveri ma dal sapore di magie infantili: Quella notte Nell'aria c'era un fremito d'amore in quella notte scura e silenziosa. D'ogni creatura crepitava il core nell'ansia dell'attesa misteriosa. Presso la grotta il pesco infreddolito 168
i rami senza foglie al ciel tendeva. Scendeva il gelo e il tronco rinsecchito per vero di morire s'attendeva. Un debole vagito all'improvviso ruppe il silenzio in quella lunga notte. Il cielo palpitò e dal Paradiso Gli angeli in festa discesero a frotte. - È nato ... è nato il nostro Redentore ... Sia pace in terra - cantavano in coro Tra gli uomini egli porta tanto amore ... in lui chi soffre troverà ristoro ... Un angioletto timido dal cielo al pesco si impigliò, più non volava. - Aiutami, ti prego, lascia il velo ... Voglio vedere il bimbo - lo pregava. Il pesco moribondo e infreddolito, commosso, a Dio una preghiera volse: - Prima che questo tronco sia appassito fa' che io l'aiuti ... - crepitò e si torse. Si torse forte e l'adagiò sull'erba. Non pianse più, sorrise l'angioletto e al brivido d'amor la scorza acerba di fiori si coprì e fu benedetto.
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Il fascino del Natale Il fascino del Natale è dato da quell'atmosfera di intensa magia che lo circonda. È la magia del divino e del profano, dell'amore e della vita, del passato e del presente che si fondono in una sintesi mirabile. Lo so. Il Natale non è solo magia. Nel mondo c'è gioia e sofferenza, ricchezza e povertà il cui divario, in questi giorni, diventa più doloroso e disumano. Ma quella di cui parlo è una magia che non conosce sofferenze e non le crea, che non divide, non accentua i divari ma unifica e appiana, una magia pronta a coinvolgere tutti, una magia che parla al cuore e viene dal cuore. È la magia del miracolo che si rinnova nelle famiglie, il miracolo degli affetti lontani che si ricongiungono, di quelli perduti che si ritrovano, delle presenze care che emergono dal passato, delle voci, dei sussurri che il ricordo ci restituisce e che ci esortano a non piangere, perché loro, sempre vivi, in questi giorni tornano a noi come una melodia che vive e torna a vivere ogni volta che tu la canti. Gli steccati sensoriali cadono e t'accorgi che l'esserci e il non esserci è nella tua scelta percettiva. E risenti quei passi, quel sospiro, quella voce, quel silenzio, quel guizzo di fiamma nel camino acceso. Allora diventa prepotente la voglia di unirli a te e unirti a loro nella realtà del presente. Chiudi gli occhi e risenti il tepore di quel sorriso, di quella carezza, di quel bacio e il tuo cuore piange e ride come un bambino e tu, bambino tra i bambini, restituito
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agli
affetti perduti,
in
un
adesso
senza
tempo,
ricostruisci il tuo presepe, il loro presepe, con un bacio, una carezza, un ricordo, una promessa ... Questo del Natale è il dono più grande e più bello, un dono che, tradotto in una sola parola, si chiama Amore. Amore che illumina e si dilata, Amore che dà vita e genera vita, Amore che unifica e che ama, Amore che, nella sua magia, ci riporta un po' tutti bambini in quella notte. Quella notte di Natale in cui Lui è venuto a darci una mano, per riportarci al senso vero dell'amore perduto. È venuto a guidarci col
suo
vincastro: Io
sono
la
via,
la
verità,
la
vita. A
esortarci: amatevi gli uni e gli altri come io ho amato voi. È venuto ad amarci fino all'olocausto, fino alla morte per la vita. Sì, perché il suo amore non è una pulsione emotiva, circoscritta nella sfera dei sentimenti, il suo amore è azione, è donazione di sé stesso. Nell'umiltà e nella povertà di tutti i beni terreni, piccolo tra i piccoli, gigante solo nell'amore, torna a prenderci per mano. Ricordiamocelo, soprattutto nei giorni in cui il consumismo e le convenienze mondane insidiano e deformano il senso e l'essenza stessa della vita. Lui non si è donato per dovere o per convenienza. Il suo non è n prestito, ma un dono senza condizioni. Certo, pochi eletti sono stati e sono capaci di tanto ma anche una parola,
un
bacio,
una
carezza
possono
essere
un
dono
inestimabile, un dono che ti conforta, ti riscalda e ti dà vita. Inaspettatamente lo ricevetti io tanti anni addietro, un dono che, nel dolore, mi ha dato e mi dà, ancora oggi, la forza di andare avanti confortata dall'amore.
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Accadde tanti anni fa. In quei giorni la casa, un tempo piena di lei, della sua voce, del suo canto, dei suoi sorrisi, degli aromi del suo cucinato, in quei giorni era sepolta nel silenzio e nella paura di un'attesa a cui non ero e non sarei mai stata preparata. Lei, mia madre, a letto, colpita da un insulto cerebrale, non parlava, non si muoveva, non dava più alcun segno di vita ma respirava. Se respira - mi dicevo - è viva, e in questa certezza cercavo conforto. Spesso mi sedevo accanto al suo letto e le parlavo. Le parlavo del mio lavoro a scuola, dei suoi nipotini, della quotidianità, così come ero solita fare quando lei sfaccendava tra i fornelli. Quella Vigilia di Natale eravamo sole. Lei nel suo abbandono, io nell'angoscia del mio dolore. Cosa non avrei dato per un suo bacio, una sua carezza! Mi sentivo povera e indifesa proprio come quando, da bambina, la cercavo. Piegai il capo sul suo petto e piansi. Non so per quanto ma ricordo, ogni volta e sempre, con la stessa intensità e commozione di allora, quello che accadde. Sentii la sua mano tra i miei capelli e la sua voce biascicare le note disarticolate di un'antica canzone, quella che mi cantava per asciugarmi le lacrime, quand'ero bambina. Povera di tutto, più inerme e sola che mai, mi faceva, ancora una volta, il dono inestimabile del suo amore. Non so se lo avesse fatto coscientemente ma lo aveva fatto. Fu, per me, il suo ultimo dono, il più bello, il più grande che io abbia mai ricevuto. Quello che ancora oggi mi unisce a lei, mi conforta e mi fa dire, in piena consapevolezza, che l'amore è l'unica e vera essenza della vita.
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Caro, benedetto Natale! ... da un vecchio diario Anche quest'anno, come da consuetudine, il Natale è tornato a noi nella sua veste rutilante di luci e di colori, di nastri e di doni, molti dei quali rigorosamente inutili. L'inutile, per alcuni e non pochi, sembra essere il criterio predominante nella scelta di un regalo, l'unico 'bene' di cui si senta veramente la mancanza. Per i più questo è segno di una società opulenta o, comunque, di una parte della società a cui non manca di certo il superfluo. Ci sarebbe da essere veramente soddisfatti se non fosse che si vanno smarrendo altri criteri ... quelli più sentiti e autentici, quelli che riscaldano il cuore e confortano l'anima, quelli che hanno le loro radici nell'amore e nella sollecitudine attenta, criteri che non obbediscono al dovere o alla consuetudine ma che intessono solide reti di affetti. Il dono, quello della mia antica infanzia, era tutto questo ... era un atto d'amore che a volte, per colpa dei tempi e non certo del cuore, rimaneva allo stadio larvale di una promessa che si rimandava all'altro Natale. Eppure anche il niente di quella promessa non mantenuta diventava un dono, il dono di una speranza che ci accompagnava fino all'altro Natale quando tutta la famiglia, riunita nella intimità degli affetti più cari, tornava a rivivere il suo momento magico con il Bambinello nel presepe. La sera, nel silenzio scandito dai numeri della tombola e dallo scoppiettio delle castagne nel camino, i sogni si rincorrevano e sognavano anche i pastori, nel piccolo presepe di scogli e 173
muschio, rapiti dalla magia di quei momenti. Allora sognavo anch'io e non avrei mai sospettato di provare nostalgia per quel niente, né tanto meno, a distanza di tanti anni, di confessare a me stessa che ero felice ma ... non lo sapevo.
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Luce oltre le tenebre Nessuna guerra mai, nessun disastro, nessuna pandemia ha mai coinvolto per intero tutto il mondo come ha fatto e sta facendo oggi il covid19. Mai, in maniera così totalizzante, l'umanità, sopraffatta dall'angoscia e dalla paura, ha interiorizzato come dato di fatto i suoi limiti e la sua fragilità. Nessuno escluso. Neppure i bambini, strappati ai loro giochi a frotte, neppure i ragazzi e i giovani, separati tra loro, allontanati dai luoghi di aggregazione, persino dai banchi di scuola. Mai come ora, tutti, andiamo alla ricerca di uno spiraglio di luce che ci porti a quel bene che abbiamo perduto e di cui non eravamo soddisfatti o di cui non avevamo saputo cogliere i benefici. È difficile soprattutto per noi adulti guardare innanzi. Eppure, innanzi a noi c'è una luce che brilla oltre la paura. Una luce in cui ragione e fede, ogni anno, annunciano e mantengono la loro promessa di riscatto dalle tenebre. È la luce del solstizio e del Natale, due eventi straordinari che, a distanza di qualche giorno l'uno dall'altro, 21/22 dicembre l'uno, 25 dicembre l'altro, pur appartenenti a sfere diverse, l'uno a quella scientifico-razionale, l'altro a quello della fede, entrambi annunciano l'avvento di un risveglio, di una vita nuova. Questo messaggio, in natura, si invera ogni anno a dissipare il gelo dell'inverno e, nella vita di ciascuno di noi, a dissipare le tenebre che ci avvolgono. Questa pandemia, abbattendo le nostre presunte certezze, compresa quella di essere padroni del creato, e mettendo a nudo 175
tutta la nostra fragilità e tuta la nostra impotenza, nel buio delle sue tenebre, ci aprirà sicuramente ad una vita nuova in cui ci sarà più spazio per il vero e per il buono. Sfrondato degli orpelli consumistici, dell'inutile e del vacuo, questo Natale si illuminerà ancor più del suo valore autentico, quello di una povertà non riferita all'indigenza di beni materiali, ma alla privazione del male. Una povertà ricca d'amore da vivere e da condividere non solo con l'umanità intera ma con tutto il creato con il quale, noi uomini, condividiamo l'origine divina. Non è un auspicio. È una certezza, e con questa certezza, a tutto il mondo: buona rinascita ... buon Natale ...
176
Caro Papa Francesco Ti scrivo con la confidenza di una coetanea e con l'affetto di una figlia, di una sorella, di una madre. Mi chiamo Maria e sono cristiana, dico cristiana e non cristiana cattolica, protestante, ortodossa ... Sono semplicemente cristiana perché io credo in Cristo e nella sua parola. Il mio punto di riferimento è Lui e solo Lui, non le varie interpretazioni, compresa la cattolica, che hanno creato smembramenti, divisioni, contrapposizioni, proprio in nome della Sua parola che è amore e soltanto amore. Che dire poi dei precetti e delle osservanze liturgiche che si collocano in posizione preminente rispetto alla pratica e all'esercizio della caritas? Voglio riferirmi in modo particolare al sacramento della comunione. Nell'ultima cena evangelica a tavola con il Maestro sedeva anche Giuda che lo aveva venduto e anche Pietro che lo avrebbe rinnegato. Gesù lo sapeva e, quando offrì il pane e il vino disse: prendetene tutti, e a tutti diede il pane e il vino. Non disse a te sì, a te no. Come sarebbe più bello e più vero se anche in Chiesa il sacerdote offrisse a tutti quelli che lo vogliono, con amore e senza alcuna discriminazione, il pane eucaristico, indipendentemente dallo stato di grazia sancito dalla confessione e se mai infranto subito dopo. Tu stesso non fai che ripetere, in aderenza al Vangelo, che Dio ama tutti, Dio perdona sempre e tutti. Perché l'uomo si arroga il diritto di giudicare? Anche tu, in aderenza al Vangelo,
non
fai
che
ripetere
che
musulmani,
cattolici,
protestanti, atei siamo tutti figli di Dio e lui ci aspetta tutti.
177
Lui è il padre che non cacciò il figliol prodigo, non lo diseredò, non lo punì né lo sottopose a un cammino obbligato di redenzione ma attese, attese che maturasse in coscienza e consapevolezza, che tornasse a Lui senza coercizione e, quando tornò non lo perdonò, non aveva nulla da perdonargli perché non aveva mai cessato di amarlo. Lo accolse il figlio con tanta gratitudine per essere tornato, quasi sentendosi in debito verso di lui. Dando il pane eucaristico a tuti si celebrerebbe veramente la comunione di tutti noi, fratelli in Cristo! Il rapporto tra l'uomo e Dio è soprattutto un fatto intimo e privato. Mi fa tanto male vedere noi fratelli dividerci in buoni e cattivi proprio nel momento in cui dovrebbe celebrarsi il trionfo dell'amore, della misericordia. Dando a tutti il diritto di partecipare alla mensa divina non solo si renderebbe il senso vero della Parola ma si risolverebbero in sostanza tanti problemi la cui soluzione viene ostacolata solo da norme codificate dagli uomini e per ciò stesso rivedibili. Lo so, ci vorrebbero molte ostie (permettimi la battuta) ma sai come sarebbe bello avvicinarsi all'ostia senza l'orgoglio per alcuni di essere accettati, perché i migliori, e la vergogna per altri d'essere rifiutati perché indegni? Nell'avvicinarsi coralmente all'eucaristia, separati, divorziati, gay, buoni
e
cattivi,
uniti
tutti
dall'offerta
amorosa
del
pane
eucaristico, allora sì che ci sentiremmo tutti fratelli e figli di Dio misericordioso. Se Tu ritieni che sia giusto, con il coraggio e l'amore che hai sempre mostrato, attua una svolta decisiva, libera la Parola dalla zavorra che le impedisce di volare alto. Con affetto
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La preghiera Cosa è la preghiera ... Cosa vuol dire pregare? La preghiera è la richiesta di un qualcosa oppure è altro? Come si prega? C'è un solo modo di pregare oppure si piò pregare in tanti modi? Quante volte me lo sono chiesto e quante volte mi sono fermata a riflettere sul suo significato e sul suo valore. La preghiera rivolta a Dio è quella stessa che rivolgiamo a noi uomini? Pregare Dio e pregare gli uomini ha lo stesso valore semantico? Certo che no. Nell'accezione del rapporto umano pregare ha il significato di chiedere all'altro, anche insistentemente, un qualcosa a cui teniamo ... tante volte anche in cambio di una contropartita ma ... nel rapporto con Dio la preghiera non ha e non può avere questa accezione. Se la preghiera fosse solo una richiesta per ottenere, un modo per pilotare o per piegare la volontà di Dio sarebbe in totale negazione con il Dio Amore. Se Dio è onniscienza, se Dio è Amore, non ha bisogno di spinte ulteriori, di essere impietosito per esercitare il suo Amore. Se Dio è vita, verità e amore lo è non solo per chi crede ma anche per chi non crede in Lui ... non solo per i buoni ma anche e soprattutto per i peccatori ... Basti pensare alla parabola evangelica del pastore che lascia le cento pecore per andare alla ricerca di quella smarrita. Più volte e ripetutamente Papa Francesco ci invita a non ridurre la nostra preghiera a formule passive di rito, mnemoniche e convenzionali, ad atteggiamenti meccanici e consuetudinari, a non ridurre la preghiera a semplice richiesta, meno che mai ad un 179
patto di scambio quale se tu mi esaudisci, ti prometto che farò ... ti darò ... No, la preghiera non è questa ... La preghiera è entrare in comunione con Dio ... Il nostro credo non può né deve ridursi ad una adesione passiva, ad atteggiamenti consuetudinari, a formule mnemoniche e convenzionali. La preghiera, come legame di fede, non è solo il legame che unisce l'uomo a Dio ma anche il legame che unisce tutto l'universo a Dio. Tutto il creato è legato a Dio in preghiera, intesa come abbandono e fiducia. Parto dalla ferma convinzione che tra fede e ragione non solo non c'è incompatibilità ma che ci sia perfetta compatibilità. Se ci fermassimo a riflettere su alcune verità di fede e di scienza, non potremmo fare a meno di cogliere una stretta concomitanza che ci porta ad ipotizzare un'unica origine del tutto, una origine che per lo scienziato è un quantum, per un uomo di fede è dio, origine del tutto, anche della ragione, intesa come via attraverso cui giungere al vero. Se anche la ragione è figlia di dio ne consegue che fede e ragione, se esercitate correttamente come strumento di ricerca e di indagine non possono collidere tra loro. Per mia intuizione sono convinta che tutte le leggi che regolano l'universo facciano capo a un'unica legge apicale. Questo è quanto sostiene la fede e quanto, oggi, sostiene scientificamente anche la fisica quantistica. All'apice c'è una energia che regola l'universo, una forza che impedisce ai corpi, nel loro movimento vorticoso, d'essere proiettati fuori dalla loro orbita e alla vita del pianeta terra di estinguersi. Un'energia che attrae, che unisce, governa e dà vita. Un'energia fonte di vita. Una energia che è una e solo una nella molteplicità delle sue funzioni. Comunque la si
180
definisca, forza di attrazione, di gravità o amore, è sempre e solo una. Attrae, unisce, governa e dà vita. Partendo dalla consapevolezza che, se così non fosse, regnerebbe il caos, ne consegue che anche le leggi che regolano la vita umana devono procedere in armonia con la medesima legge apicale. Come l'universo cosmico, anche quello umano, in sintesi fisiologica con quello cosmico, è governato dalla stessa legge di equilibrio che, se ferito, genera sconvolgimenti e dolore, dolore che, legato alla legge cosmica dell'Amore, non è punizione fine a sé stessa, ma il male necessario e provvidenziale per ristabilire l'equilibrio, la pace, la serenità perduta. Forse che non sentiamo parlare sempre più spesso di equilibrio, e di sintonia ecumenica tra l'uomo e il nostro pianeta terra? Le leggi ecumeniche non possono essere in contrasto tra loro, non possono dividersi in leggi fisiche e leggi umane. Il nostro pianeta ci viene dato in comodato d'uso ... si offre gratuitamente a noi ... Questo non è forse amore? E non è amore anche l'anelito perenne dell'uomo? Solo se c'è Amore e nell'universo c'è armonia, c'è vita. Ne consegue che il compendio di ogni imperativo, sia laico che religioso, dovrebbe sintetizzarsi in un'unica comune parola: Amore. Il credente e il miscredente dovrebbero ritrovarsi in un unico principio unificatore cui tendere e a cui ispirarsi nella pratica del vivere sia per fede che per ragione. Sono fermamente convinta che la fede non può collidere con la ragione e la ragione non può essere in contrasto con la fede. Amore non è un principio, è un'energia cosmica che appartiene a tutti, credenti e non credenti. Determina le leggi e gli equilibri non solo tra gli esseri che definiamo animati ma anche tra quelli che 181
riteniamo
non
animati.
Considerandoli
separatamente
e
connotandoli con termini lessicali diversi, abbiamo dato corpo all'equivoco che si tratti di due realtà distinte e, quindi, separate. In realtà, questa energia cosmica, sia che la si chiami amore, sia che la si chiami forza gravitazionale, dal momento che esercita la stessa funzione, quella di attrarre, di aggregare, di unificare, di stabilizzare e armonizzare, mi pare giusto supporre che si tratti di un'unica energia. Il mondo, il creato, in tutte le sue parti fisiche e umane, è uno e la legge apicale che lo governa non può che essere una e una sola. Tutti i processi che riguardano il mondo animato e quello non animato, nella loro molteplicità hanno una sola fonte prima, un solo principio unificatore di cui fanno parte, da cui provengono, e verso cui tendono in un processo circolare senza fine. Dovremmo superare l'idea di una linearità assoluta. Se partiamo, infatti, da un punto e procediamo sempre diritti, come aveva giustamente intuito e sperimentato Cristoforo Colombo, finiremo col ritornare al punto di partenza per cui, procedendo sempre in linea retta, si fa per dire, avremmo percorso non uno spazio rettilineo ma circolare e rettilineo. Se è vero poi che il tempo e la spazio sono strettamente legati tra loro, se è vero che non può esserci spazio senza tempo né tempo senza spazio, ne consegue che, se lo spazio è circolare, anche il tempo dovrebbe essere circolare. Si obietterà che questo può essere vero per noi terrestri ma che è legittimo dubitare che non lo sia per tutti i mondi dell'intero universo. Rifacendomi all'assunto iniziale, rispondo per intuizione che se le diversità non obbedissero ad un unico principio unificatore, prima o poi, colliderebbero tra loro determinando 182
distruzione e caos. Solo un principio consapevole e intelligente, un logos, un'idea d'amore e di concordia piò generare vita in un processo perenne come perenne è la circolarità infinita del suo essere. Mi entusiasmano e mi affascinano le discussioni, le ricerche e le scoperte della fisica/meccanica quantistica perché aprono scenari insospettati e danno il loro apporto ad alcuni dubbi su cui si arrovellano e si sono arrovellati da millenni uomini di pensiero e di scienza. La scoperta del fotone, un quantum di energia elettromagnetica, comprovato scientificamente, da cui ha origine la vita, mi riporta alla genesi biblica, a Dio. Amore, Luce e Vita sono energia pura e Dio è Puro Spirito, Pura energia vivificante. Da Dio veniamo e a Dio tendiamo in un moto perenne di espansione e contrazione di spazio e tempo in un eterno presente. Eppure, ci è difficile pensare a Dio come Puro spirito. Ci viene naturale e più logico immaginarcelo con le nostre stesse fattezze umane. Se, però, consideriamo chi il nostro Dio è Dio di tutto il Creato, è giusto supporre che ogni essere del mondo animale, vegetale, minerale, se potesse dargli un volto, gli darebbe il suo volto che risulterebbe diverso da quello degli altri. Ma Dio è Uno e la sua unicità non sta nella mutevolezza ma nel suo essere quello che è oggi e sempre per l'intero universo, nell'essere Puro Spirito, nell'essere Energia Pura, nell'essere Amore energia creatrice e unificante. Per Sant'Agostino fede e ragione non possono prescindere l'una dall'altra, strettamente legate tra loro sono facce diverse ma non separate del rapporto ermeneutico dell'uomo con Dio. 183
Racconti
Il racconto popolare Il cuore ricorda e si inonda di nostalgia del passato non per perdersi nel passato ma per trarre stimolo a recuperare ciò che di bello
e
di
buono
inquietudine
è
andato
distrattamente
esagitata
perduto
del
nella
progresso.
Voci del passato ... Memorie ... Echi e sapori dell'anima, fascino di un immaginario che pulsa nei ricordi ... Sì, le voci di ciascuno attraverso il racconto ... il racconto che, frutto di esperienza, diventa a sua volta strumento efficace di insegnamento. Nel racconto popolare infatti confluivano grani di saggezza maturati attraverso un'esperienza secolare e, mediante il racconto, quei semi si mettevano a dimora nel cuore e nella mente delle giovani generazioni come viatico, a garanzia di una vita migliore. Attraverso
il
racconto,
infatti,
i
nostri
antenati
lasciavano
veicolare non solo valori universali ma anche messaggi di utilità pratica, più vicini alla società di quel tempo ma per certi versi validi ancora oggi. Nel linguaggio semplice della parabola è racchiuso il concetto di relatività oltre a quello di assoluto. Il racconto popolare è del genere della parabola ... profondo e universale nel contenuto e nel messaggio. La parabola è un genere d'eccellenza, l'unico che si presta ad essere decodificato a più livelli da tutte le menti dalla più semplice alla più colta. Esso offre materia di insegnamento ai più piccoli e di riflessione profonda ai più grandi. Dallo stato denotativo, quello del significato più immediato ed epidermico, permette di scendere ai 191
livelli connotativi, più profondi, a seconda della maturità del fruitore. Il racconto popolare è polisemico e multidirezionale anche se per la sua apparente semplicità, consorte della parabola, dai cultori della letteratura ufficiale viene relegato tra i generi minori e trascurato. La bellezza e l'originalità dei racconti da me recuperati, il tocco di genio dell'affabulatore di queste storie è nella chiusa di alcuni racconti, vale a dire nella clausola finale con cui termina il racconto stesso. Poche volte il racconto si chiude con un taglio netto. L'affabulatore racconta con parole essenziali, dilata i significati con intercalari, esclamazioni, toni e gestualità enfatica. Racconta l'immaginario come fatto reale, l'assurdo come norma, partecipa al racconto con lo stesso coinvolgimento di un protagonista, catturando totalmente l'attenzione del bambino. Qualcuno di noi ancora ricorda i brividi di paura e di piacere nell'ascoltare da bambini una storia e quanto disagio si provasse a fine racconto. L'affabulatore lo sapeva e, quando il racconto stava per finire, a seconda del suo intendimento, aiutava l'ascoltatore a planare nella realtà o lo lasciava a mezz'aria con una
chiusa
ad
arte.
Se il messaggio era di vita pratica si faceva esso stesso testimone della storia e concludeva: "cur' giurn m'acchiebb a passà 'nanz a la casa, m' chiamora e m' des'r na pantuccia d' past. Ne tegn arreccat ancora ncununa ..." Quel giorno mi trovai a passare vicino alla loro casa, mi chiamarono e mi diedero un fagottino di dolcetti. Ne tengo conservato ancora qualcuno.
192
È questo un riporto, offerto come esperienza personale, che assolveva ad una duplice funzione: quella di fugare nel bambino ogni dubbio sulla veridicità del fatto narrato e quella di aiutarlo a tornare alla realtà senza apparente interruzione. Con tale chiusa i contenuti trasmessi dalla fiaba assumevano il valore di vita vissuta ed entravano a far parte del patrimonio esperienziale del bambino stesso. Altre volte, invece, le chiuse tendevano a lasciare il bambino sospeso a mezz'aria, tra il sogno e la realtà, perché quella dimensione costituisse per lui un luogo di evasione dalla realtà, un luogo in cui nutrire i desideri nascosti, i suoi sogni, le sue speranze. "lu fatt mia ì ditt, se n'ì sciute zitt, zitt; cimminera cimminera; ci l'appura c'ì ver? " Il fatto mio l'ho detto se n'è andato zitto zitto ciminiera ciminiera ... Chi l'appura se è vero? Altre volte la chiusa voleva sciogliere la tensione accumulata o accentuare il carattere ludico della fiaba con una filastrocca stramba o una gag popolana: "na vecchia fec nu pepticchje, cientcinquanta migghje fu lu tronet, a Napule accidja nu ciucciariedde e nu vov, a Roma nu battaglion d suldat, po respennje la vecchia da la fanteria, quant'ì valute cuss pesticcje mia" Una vecchia fece una scorreggina. 193
Cento cinquanta miglia viaggiò il tuono. A Napoli uccise un asinello e un bue, a Roma un battaglione di soldati, poi rispose la vecchia dalla fanteria: Quanto è valsa questa scorreggina mia! Queste chiuse, quanto mai sorprendenti ed originali, potrebbero essere oggetto di maggiori approfondimenti. Sta di fatto che, alla luce della mia esperienza, appaiono assenti in raccolte ben più conosciute (ad eccezione dell'asettica "stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia") mentre sono ricorrenti nei racconti
recuperati
a
testimoniare
non
solo
l'arguzia,
la
perspicacia e la sensibilità dell'affabulatore di turno ma anche un modo per scuotere il bambino dal rapimento dell'ascolto e riportarlo alla realtà ... un Popolo, quello dei nostri antenati, che ha dato un'anima al nostro paese, ne ha costruito il futuro, anche nello spazio angusto delle quattro mura, con saggezza, praticità, caparbietà e tolleranza. Radici di cui andare orgogliosi, radici che celebrano e cantano la piccola e grande epopea del nostro paese nel silenzio dell'anonimato.
194
Gente di Puglia Era un vecchietto di statura media, smilzo, vestito col decoro d’altri tempi: un cappotto di panno pesante, pantaloni e giacca nera, una camicia a quadretti fermata al collo da una cravatta che doveva avere la tonalità di tutto l’insieme dal momento che ne ricordo la presenza ma non il colore. Il viso era asciutto. La pelle, stirata e lucida, sulle gote si tingeva di un rosso casereccio e sincero. Aveva novant’anni e gli occhietti, vispi e maliziosi, che brillavano nell’incavo delle orbite, testimoniavano da soli una lucidità di mente e una padronanza di sé insolita in uomini di quella età. Mi venne incontro con quel sussiego che solo la buona educazione di una volta sapeva tributare alle donne. Camminava lento, guidato dalla mano amorevole di un congiunto, pronto a tendermi la mano con un sorriso appena abbozzato. Gli sorrisi e gli tesi la mano. Una corrente di simpatia corse tra noi due: ci divideva mezzo secolo, ma era come se io fossi la sua naturale continuazione. Gli volli subito quel bene che avevo voluto a mio padre e che spesso mi capita di volere a questo o a quell’anziano in cui mi pare di ravvisare un qualcosa del mio genitore. Lui, di mio padre, aveva l’aria contegnosa, i modi controllati, il comportamento rispettoso; lui, di mio padre, aveva quella dignità d’altri tempi che, sola, infonde un senso di serenità e di pace in chi le è dinanzi. Sedemmo
l’uno
accanto
all’altra.
Non
mi
sembrava
particolarmente impacciato, anzi. Quella sicurezza dignitosa non 195
lo abbandonò per tutto il tempo del nostro incontro. Solo quando alla fine gli dissi, rispondendo alla sua richiesta, che mio marito era medico, si coprì di un tale riserbo che mi mise in imbarazzo. Il nostro incontro era avvenuto grazie all’interessamento di una famiglia amica che, in questa disponibilità, aveva rivelato la sensibilità, l’umanità e l’apertura sociale di cui era ricca. Non sono molti, al giorno d’oggi, coloro che, nel ritmo serrato della vita quotidiana, riescono a trovare spazio per favorire la richiesta un po’ inconsueta e stramba quale era stata la mia: organizzarmi l’incontro con un anziano per una intervista sui tempi andati. Mi avevano già parlato di lui. Viveva da solo in una campagna lontana dal paese, nella casa in cui sua moglie aveva messo al mondo una prole numerosa ormai sparsa per il mondo. Non aveva mai ceduto alle continue e pressanti richieste dei figli di andare a vivere con loro e, quando uno di loro gli portò in dono un televisore, lo rifiutò seccamente scoraggiando ogni tentativo di insistenza. Di tutti i mass-media gradiva solo il giornale. Avviai il registratore e cominciai a scavare nel suo passato. Mi disse che si chiamava Rocco e che era nato nel 1893. Avevo dinanzi a me la testimonianza viva di un’epoca che affondava le sue radici nell’ultimo decennio del secolo scorso! Cominciò a delinearmi un quadro, breve ma incisivo, della sua famiglia di origine. Con poche battute tratteggiò la figura del padre severo, dinanzi a cui si chiudeva in rispettoso silenzio l’intera figliolanza. Bastava l’accenno al suo nome, fatto dalla madre nei momenti di disperazione, per riportare l’ordine e l’obbedienza in casa. I suoi vivevano del lavoro dei campi e al lavoro dei campi avviarono tutti i figli. Anche lui, Rocco, a sei anni, come i fratelli, 196
venne portato dalla madre a raccogliere le olive per conto di altri. Vigilava su tutti il fattore che, girando di albero in albero, controllava il lavoro delle raccoglitrici e dei loro figli. La madre, per nascondere a quegli occhi vigili e sospettosi il secchio mezzo vuoto del figlio, e per alleviare la fatica del piccolino, ogni tanto, furtivamente, vi gettava qualche manciata delle sue. Così, chini sotto gli alberi, avvolti dal gelo, madre e figlio, legati da quella mutua complicità e dalle necessità della miseria, vivevano il rapporto d’amore più intimo e più bello. Ai primi anni del ’900 Rocco si iscrisse alle elementari, ma, fino a marzo, non poteva frequentare che saltuariamente. La mattina presto, quando ancora era tutto buio, madre e figlio si avviavano per i campi a raccogliere le olive. Ritornava a scuola quando pioveva. Allora la maestra (di cui Rocco conservava un ricordo sacro e nostalgico come quello del primo amore), benevola complice,
gli
si
metteva
a
fianco
a
fargli
recuperare
amorevolmente il tempo impiegato nel duro lavoro. Non lo portava mai assente così che, ogni anno, fino alla terza (ed era già tanto per quei tempi!) gli fu possibile essere promosso. Le sorelle vennero avviate al lavoro del telaio perché non stessero senza far niente e si guadagnassero la vita anche quando non c’erano più le olive da raccogliere. Quello della raccolta dei frutti stagionali era il lavoro dei campi più leggero, riservato alle donne e ai bambini. Nelle giornate gelide in cui lui e la madre si trovavano chini a raccogliere, passava ogni tanto, di albero in albero, portato da altri bambini più fortunati di lui, perché maneggiavano il fuoco, un secchio con della brace, al cui calore grandi e piccoli, a turno, si riscaldavano le mani intirizzite per 197
rendere meno faticosa e più celere la raccolta. Quando il fuoco arrivava sotto il suo albero, anche lui, Rocco, allungava le manine sporche e screpolate per averne sollievo e, quando glielo portavano via perché bisognava recarlo altrove, le mani, prima di quanto temesse, gli si raffreddavano e il gelo rientrava nelle piccole
ossa.
Quanto più passavano i giorni tanto più il lavoro diventava pesante, e lui, che agli inizi si era sentito orgoglioso della sua mansione di adulto, cominciava ad avvertirne sempre più il peso. Gli unici momenti di sollievo erano quelli in cui allungava le manine sulla brace del secchio e quello in cui, seduto sotto un albero d’ulivo, protetto dal freddo di tramontana dal corpo della madre, consumava la sua colazione fatta di pane e fichi secchi. A volte non portava neppure il pane, perché quel poco che era rimasto a casa serviva per mangiarlo assieme alle fave, la sera, appena
tornati
tutti
dal
lavoro.
A novant’anni Rocco parlava con orgoglio di quella miseria, di quelle fatiche che lo avevano reso uomo e gli avevano garantito sanità fisica e morale. A ventun anni fu chiamato militare e, prima che scadessero i due anni di leva, partì in guerra. Combatté nel Veneto contro gli austriaci e fu ferito. Ripartì e fu fatto prigioniero. Stette in vari campi di concentramento dove soffrì più che mai la fame. Rientrò a casa nel 1919, dopo sei anni di assenza. Vi arrivò senza stellette e senza fanfara, ma con un gran desiderio addosso di tornare a lavorare nei campi. Rocco continuava a rievocare, intimamente sereno e con velata nostalgia, i fatti della sua vita adulta, ma la mia mente era tornata lì, all’immagine della madre muta e severa che gli 198
passava furtiva una manciata di olive, alla madre che lo proteggeva col suo corpo dal soffio del vento gelido, alla maestra, complice benevola, a quel fuoco che, portato di albero in albero, solo, procurava, fra tanta miseria e disagio, brividi di piacere mai provato. Quanto ricco di amore e di abnegazione mi parve quel mondo tanto lontano da noi!
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La cornice La giornata era di un caldo umido e afoso, una di quelle che mio padre soleva chiamare africane, in cui l’aria che respiri si secca in gola e ti senti bruciare dentro e fuori, con l’umido salato sulla pelle e la molesta sensazione di dover soffocare per mancanza d’aria. Quella mattina non mi andava di uscire, ma le cose da sbrigare erano tante e tali che per telefono non avrei risolto nulla o, addirittura, avrei finito per complicarle. Le vie erano deserte, l’asfalto da lontano mandava bagliori quasi fosse uno specchio d’acqua stagnata e delle vetrine dei negozi alcune avevano le tende più abbassate del solito, altre erano schermate da fogli rinsecchiti di giornale. Camminavo a fatica in quel caldo immobile e pesante e, ad ogni commissione portata a termine,
mi
sentivo
sempre
più
vicina
al
refrigerio
dell’abbondante e fresca doccia del mio bagno. Mi ero caricata di buste e pacchettini e li portavo controbilanciati da una parte e dall’altra, nelle mani e tra le braccia, attenta a mantenermi all’ombra dei balconi senza mai riceverne un qualche beneficio sperato. Ero sul punto di rinunciare ad ogni tentativo di difesa allorquando ebbi la sensazione piacevole di una lieve folata di freschezza. Mi girai d’istinto verso il lato da cui si sprigionava e mi trovai accanto alla porta aperta di un negozio di articoli fotografici. Mi lasciai risucchiare da quella insperata quanto benefica frescura. Un rotolo per la mia macchina fotografica sarebbe stato, sia pure per poco, la controparte ad un sollievo momentaneo, né, d’altronde, 200
mi potevo permettere di più in quel negozio che notoriamente trattava solo mercanzia d’alto livello e dal costo elevato. Entrai. L’interno, dalle pareti finemente adorne, era oltremodo elegante e confortevole. Lampade di cristallo pendevano dal soffitto, gingilli preziosi erano disseminati ovunque in un sapiente e ricercato disordine e, in un angolo, civettuolo e paffuto, sul banco anch’esso di cristallo. In un angolo, civettuolo e paffuto, un salottino sul cui tavolinetto troneggiava un vaso di cristallo con fiori dalla bellezza e dalle tinte surreali. Prima di me c’erano solo tre persone: un uomo, una donna e una bimba. L’uomo, alto e distinto, dalla carnagione molto chiara e dai capelli finemente bianchi, era in perfetta sintonia con l’ambiente. Si muoveva con sicurezza e distacco, chiedeva e ordinava con l’invidiabile disinvoltura di chi vi è abituato. Una nota disarmonica e stridente, oltre che da me, era data dalla presenza delle altre due figure. La donna e la bimba erano protese sul banco, gomito a gomito, quasi fossero incollate. L’una, smilza e vestita di nero, indossava panni contadini su una pelle cresposa e terrigna. Poteva avere quarant’anni ma anche ottanta. La bimba, invece, anch’essa vestita a lutto, in poveri panni, mostrava
ancora
evidenti
i
segni
teneri
e
delicati
della
fanciullezza. I loro sguardi convergevano su una foto a colori, formato grande, di un uomo dai capelli crespi, dalla carnagione riarsa dal sole, dura, piena di rughe e del colore della terra. La guardavano con aria amareggiata e profondamente insoddisfatte. Ogni tanto la donna mormorava qualcosa di incomprensibile nell’antico dialetto. Una sola parola si ripeteva più delle altre in un mesto intercalare: "Peccate!"... 201
"Peccate" le faceva eco la vocina triste e sottile della bimba. E scuotevano la testa deluse e senza altra speranza. Il loro modo di fare troppo popolano era reso ancora più irrispettoso e irritante dall’aria compassata e dai modi gentili del signore distinto. Con le braccia poggiate sul banco di cristallo, l’una per reggere la foto, l’altra per allungarsi di più verso di essa, le due richiamavano a tratti lo sguardo preoccupato e impaziente del gestore del negozio che, non avendo il coraggio di riprenderle apertamente, approfittando di un attimo di pausa nelle trattative col signore distinto, gettò verso le due un frettoloso e spazientito "Non poteva venir meglio di cosi!" come a voler porre termine al più presto a quella loro molesta e sconveniente contemplazione. Ma quelle niente, non toglievano le braccia dal cristallo e non smettevano di contemplare il volto dell’uomo ritratto in quella fotografia a colori. L’anziano e distinto signore se ne stava gentilmente andando e l’uomo al di là del banco passò con sollievo a disfarsi di quelle due. Gli chiesero delle cornici. Mi meravigliai non poco: la foto era anche naturale che l’avessero ordinata lì, il prezzo dello sviluppo varia di poco da un negozio all’altro, ma che comprassero lì una cornice, lì dove c’era tanta ricercatezza da pagare, loro, che con quell’odore di terra in dosso dovevano essere sbarcate da un entroterra dimenticato dagli uomini, non era assolutamente normale. La richiesta di una cornice, lì, in quel negozio, tradiva l’atavica diffidenza contadina per tutto ciò che, lontano dal loro mondo, minaccia insidie alla loro innata parsimonia. Il gestore del negozio, scocciato e incredulo, deciso a disbrigarle in quattro e 202
quattr’otto, cominciò a disporne un bel po’ sul banco con disadorna celerità e di ognuna scandiva, di volta in volta, molto chiaro e netto il prezzo, veramente esoso. Poi: "Sono prezzi fissi!" - marcò gratuitamente, con lo scopo evidente di troncare ogni possibile richiesta di sconto. Io, intanto, avevo dimenticato il caldo e, poggiate le buste e i pacchettini in un angolo nascosto perché non offendessero ulteriormente l’eleganza raffinata di quel luogo, in attesa del mio turno, me ne stavo ferma a seguire quelle due rozze figure, ancora più rozze ed irritanti nel loro modo di comportarsi. Dopo aver esaminato attentamente tutte le cornici, la donna cominciò ad attirare a sé quelle più costose e le andava accostando alla foto che teneva in mano per valutare l’effetto dell’accoppiamento. Il signore al di là del banco - come a chiedersi:
ma
hanno
capito
bene
i
prezzi?
-
assunse
un’espressione allibita che mi fece sorridere. La donna maneggiava, come frutto di un’ulteriore scelta, le cornici più care in assoluto e le sottoponeva al parere della bimba che, in questo, non le era di alcun aiuto perché si limitava sistematicamente a ripetere quello già espresso dalla donna. Il gestore del negozio cominciava a dare segni più evidenti di impazienza; alla fine, poiché la soluzione della scelta sembrava oltremodo
lontana
da
venire,
decise
di
intervenire
con
argomentazioni persuasive ad orientare la loro scelta delle due verso una delle cornici, tra le prescelte, magnificandone i pregi e le qualità al di sopra delle altre. La donna, che fino ad allora aveva agito ignorando la presenza d’altri si sentì improvvisamente insidiata da quell’intervento. Ebbe 203
un moto impercettibile di difesa, allontanò dall’intruso la foto a colori e girò lo sguardo verso di me. Vi lessi lo smarrimento e il bisogno di avermi come alleata sincera e disinteressata contro quell’intrusione tendenziosa. Gli occhi erano cupi e profondi, quasi due solchi scavati in quel viso disarmonico e sofferto. Le sorrisi mio malgrado. Mi feci più presso a lei che, accostando la foto alla cornice, mi andava chiedendo, in un linguaggio pressoché incomprensibile, se il viso dell’uomo, venuto male nella foto, non stesse peggio in quella cornice. Più per compiacerla che per altro le dissi che era vero ma che, comunque, poteva far riscattare una foto migliore a quello che ritenevo un suo parente. La donna scosse la testa e facendosi forza, come a svelare una realtà che l’anima non vuole, con voce flebile sussurrò: "I’ muert’...
I’
maritema!" (È
morto
...
È
mio
marito).
Improvvisamente mi apparve più triste, più vecchia, più inerme. La bimba sollevò il viso verso di me e, con gli occhi colmi d’orgoglio, fece eco: "Ite attanema!" (È mio padre). Allora capii. Capii perché quelle due creature così male in arnese, che io non avrei mai sospettato madre e figlia, unite in un tutt’uno come il tronco e il virgulto, avevano scelto il negozio più ricercato e distinto del paese: ciò che quell’uomo non si era, né si sarebbe potuto mai concedere da vivo, glielo concedevano da morto loro, quelle due povere creature rimaste sole, con il trasporto di chi ama al di là di ogni convenienza e di ogni sacrificio. Anche lui, marito e padre oltre la morte, uomo dal volto color di terra, dalla pelle dura e rugosa come le zolle, lui che da vivo aveva scavato e piantato, potato e raccolto, che era vissuto e morto nella miseria, sconosciuto al mondo intero ma tanto caro 204
alle sue donne, anche lui, come i grandi uomini, avrebbe avuto, nella cornice costosa, il riconoscimento ufficiale dei suoi meriti. E quelle due creature, unite come fossero un corpo e un’anima, nella ufficialità di quel luogo, accessibile solo a pochi, dinanzi ad un pubblico ristretto che poteva ritenersi privilegiato, quelle due creature insignivano, lì, il loro uomo di quell’alto privilegio riservato solo a pochi fortunati con tanto amore e tanto sacrificio!
205
Verso l'ultima stazione Correvano gli Anni '60 Viaggiava
da
oltre
venti
ore.
Veniva
da
Zurigo.
Lo
scompartimento pareva troppo stretto per lui. Sembrava non contenerlo. Incurante di tutto e di tutti si agitava, si alzava, andava nel corridoio a fumare ... due boccate e poi spegneva. Si faceva strada per l’ennesima volta tra il groviglio di gambe già faticosamente raccolte e ritornava a sedere accanto al finestrino. Di fronte a lui, muto, un uomo dal volto un po’ strano, gli occhi enormi nel viso scarno. Doveva essere un suo compaesano e compagno di sorte, lo arguii dal modo confidenziale con cui gli offriva le sigarette e gli rivolgeva la parola che non chiedeva risposta. Entrambi avevano la stessa pelle dura, gli stessi segni di una terra amara. Tornava a guardare l’orologio. Quella turbolenza mi procurava un notevole fastidio e un viscerale senso di rigetto per quel modo di fare così privo di qualsiasi garbo, tanto più che gli sedevo accanto, gomito a gomito. Non avendo trovato un altro convoglio con posti disponibili, cominciai a pentirmi d’essere salita su quel treno speciale, stracolmo di emigranti, l’unico ad avere un posto libero, quello occupato da me, e tanta gente stipata nei corridoi e solo per arrivare qualche minuto prima a casa. Mancavano due giorni al Natale. Pensai con invidia ai viaggiatori di prima classe, composti e indisturbati. Nello scompartimento, insaccato fino all’inverosimile di bagagli dalle fogge più strane, viaggiavamo, triste spettacolo di una umanità di seconda classe, stretti spalla a spalla, senza spazio sufficiente neppure per i nostri 206
piedi. L’aria, calda e pesante, dall’acre odore di umano, era ai limiti del respirabile. - Fra due ore arriviamo - esclamò ad alta voce come per acquetare la smania tra l’indifferenza e il silenzio di tutti. Il compagno, quello di fronte dal viso scarno, continuava a guardare fuori dal finestrino gli orti squadrati con cura minuziosa e caparbia. Gli occhi, l’anima, tutto di lui sembrava galvanizzato da quella terra composta e serena. - Appena arrivo mi faccio preparare un bel piatto di rape - Era sempre lui che parlava, inquieto, come volesse questa volta farsi strada tra i pensieri del compagno muto - Mamma lo sa, quando vengo me le fa anche la mattina a colazione - e sembrò aspirare nel ricordo l’odore caldo della minestra. Gli occhi gli brillavano di un desiderio non contenuto. Si agitò. Si alzò e, vacillando in quello spazio troppo angusto, riuscì a tirar fuori qualcosa dalla tasca della valigia. Sentii crocchiare. Alzai lo sguardo incuriosita. Aveva in mano una busta e si accingeva a rimettersi a sedere. Era una busta di caramelle. Quella leccornia in quelle mani ruvide e callose, avvezze a tutt’altro e scolpite dal tempo ingrato, segnò ai miei occhi un contrasto stridente. - Signori', pigliate, sono alla menta. Sono buone, sono di Zurigo e, prima che io potessi aprire bocca, me ne rovesciò qualcuna in grembo con un gesto rude ma con un gesto rude, un trasporto istintivo e disarmante che neppure osai accennare un rifiuto. Da me a tutti gli altri. Il pacchettino di caramelle, accompagnato dalla pressante insistenza del proprietario, fece il giro dello scompartimento sciogliendo via via ogni disagio.
207
- Da Zurigo venite? - gli chiese una donna di mezza età, di fronte a noi, piuttosto grassa, con accanto un giovanottone dal volto ebete e assente - Anch’io sono stata all’estero ... in Germania La freschezza intensa della menta mi diede una sensazione di benessere. Mi sentii più rilassata e più ben disposta verso il mio vicino e i miei compagni di viaggio. In fondo quella gente poteva anche riuscirmi simpatica. - Si sta bene all’estero? - aggiunse l’altra vecchietta accanto con un tono trepido e ansioso di chi aspetta una risposta ad un sogno accarezzato da sempre. Sembrava ancora più stretta nel suo cappotto di panno scuro. - Dove si lavora e si mangia si sta sempre bene - rispose il padrone delle caramelle ostentando saggezza. - Si guadagna assai? - replicò la vecchietta con la stessa trepidazione di prima, quasi a volere una conferma alle meraviglie del suo sogno nascosto. - A guadagnare si guadagna ma è l’alloggio e il mangiare che costano. Da trent’anni sto a Zurigo e lavoro quando piove e c’è neve. Faccio il muratore e guadagno ma come si guadagna si spende. Sta meglio chi tiene moglie. Risparmi sul mangiare e metti soldi da parte - Queste ultime parole parvero rinfocolare nelle due donne sogni e speranze mai sopiti. - Quando stavo in Germania con mio figlio e faticava anche lui ne facevo di soldi - confidò la donna di mezza età sotto l’empito dei ricordi, con nostalgia nella voce ... poi, dopo una pausa che mi parve pregna di un tormento infinito, aggiunse decisa - Ma, non appena avrò fatto i soldi per un biglietto, ci ritorno ... sì ... ci ritorno in Germania 208
- Perché allora ve ne siete venuta? - le chiese quasi irritato un tipo dall’aria sazia, grosso e grasso che, straripando dal suo spazio, spingeva il vicino occhialuto a schiacciarsi contro la mia spalla. Già, perché? - balbettò quest’ultimo come scuotendosi dal torpore. Seguì un silenzio greve come di un dolore faticoso a ricordare o di un fallimento che costa coraggio ad ammettere. Poi, quasi chiamando a raccolta tutte le forze, strascicò: - Per lui ... per mio figlio-. Sembrò pesarle quanto il mondo e con lo sguardo indicò il ragazzone con gli occhi nel vuoto e con l’aria ebete e assente. Si sentì lo sgranocchiare di una caramella. - Per vostro figlio?! - chiese la vecchietta sporgendosi a scrutare quel relitto silenzioso e la sua voce mi parve incrinata dalla paura di una conferma. Quel
pacchettino
di
caramelle,
dolce
e
subdolo
galeotto,
cominciava a sciogliere l’ultimo riserbo, a mettere a nudo i cuori, svelandone le ansie e le pene più riposte. Cominciavo a sentirmi parte di quella umanità. Non ero più a disagio tra quella gente così diversa da me e lontana dal mio mondo. - L’ho tenuto tanto tempo in ospedale. È stato grave ... per morire ... - Si interruppe, poi, quasi leggendo nel silenzio la domanda di tutti e palpando la curiosità sospesa nell’aria o semplicemente perché spinta dal bisogno di condividere con altri il suo dramma, riprese: - in Germania stava lavorando come voi al muratore. L’impalcatura era alta, molto alta. Si spezzò una trave. Non era assicurato ... A frammenti ci raccontò di quanto aveva fatto per quel figliolo, del suo pellegrinare da un ospedale all’altro della Germania ... dei 209
soldi risparmiati che se n’erano andati tutti fino all’ultimo centesimo ... Alla fine sospirò ... Che almeno fosse tornato normale! Senza più una lira, senza più un figlio capace di lavorare, vedova, se n’era tornata in Italia da sua madre che aveva una pensione. - Da due mesi è morta. Io e mio figlio non abbiamo più niente ... senza pensione ... manco più gli occhi per piangere ma, non appena avrò fatto i soldi per il viaggio, giuro, giuro che me ne torno in Germania. In Germania guadagnavo e mangiavo - e con questa certezza sembrò inseguire il sogno dei sogni, quello della sopravvivenza così prepotente e primario da offuscare ogni altra tragedia. Il treno correva veloce sulle rotaie. A destra e a sinistra tra gli alberi d’olivo cominciavano a diradare gli orti. Tra noi era calato un
certo
imbarazzo.
Il
grassone
dall’aria
sazia
sembrava
sonnecchiare. Forse aveva sonnecchiato per tutto il racconto. - Solo perché si lavora e si guadagna - commentò il mio vicino non più turbolento - per il resto si sta meglio in Italia - Il treno rullava sulle rotaie. - In Svizzera guadagno - Le sue parole cadevano tra noi, persi ciascuno nei propri pensieri. - Mi costruii una casa al paese e ci misi mio padre e mia madre - Tacque per un attimo, quasi a darci il tempo di godere assieme a lui il piacere di quel ricordo, poi lui, il mio vicino dalle caramelle alla menta, di quelle buone di Zurigo, continuò con voce inaspettatamente sommessa e stanca il racconto di un dolore ancora vivo. - Sposai una svizzera. Mi lasciò, chiese il divorzio. Ora non ho più né casa né figli. Il tribunale li ha affidati tutti e due a lei. Me li ha 210
tolti. Là così vanno le cose - Nella sua voce mi parve di cogliere il dolore e l’angoscia di chi vive in una terra che non è la sua, lontano dalle sue radici, dal suo focolare. - Ho venduto la casa per pagare le spese e per mantenerli. Li dovevo mantenere io i figli e anche lei. Il tribunale ha voluto così Respirava a fatica quasi avesse corso senza sosta verso un traguardo lontano quanto un sogno. - Quando farò i soldi per un’altra casa me ne torno al paese, da mamma. Tiene ottant’anni mamma mia. Le farò una casa con un pezzo di terra. A lei piace zappare. Zappare e piantare cicorie e rape - Il viso si era rischiarato al ricordo delle cose buone della sua terra, di sua madre, l’amante silenziosa e fedele, quella che non lo aveva mai tradito e che, ne era sicuro, avrebbe differito il suo appuntamento con la morte per non disilluderlo nel suo sogno. Il petto non più ansante sembrava ascoltare la voce che da lui usciva. - È una donna forte mamma mia - aggiunse con l’orgoglio di un innamorato e sembrava aver dimenticato ogni pena. Riprese a offrire le caramelle con gli occhi lucidi di ansia e di trepidazione e con la generosità tutta cuore di chi, tornato in patria, ha ritrovato gli amici perduti. - Anche mio marito buon’anima voleva andare all’estero - sospirò con voce incrinata la vecchina - Facevamo la fame allora. Mi lasciò con quattro figli e mi prestai i soldi per fargli i funerali. Non avevamo una lira. Anch’io volevo andare all’estero, anche dopo ma ... chi mi dava i soldi per i biglietti? ... Andavo alle olive, a raccogliere i pomodori ma ogni volta che mettevo una lira da parte c’era una malattia e se non era la malattia era la fame. I 211
miei figli si sono sposati. Piglio la pensione di vecchiaia ma non ce la faccio lo stesso. Mo’ un figlio ... mo’ un altro, hanno sempre bisogno del mio aiuto - Si fermò, poi riprese - voglio comprarmi un posto al cimitero, vicino a mio marito - e parve, questo, l’unico grande sogno a tenerla in vita, il solo per cui avesse sperato e disperato mille volte e mille in un biglietto all’estero. Il mio vicino riprese ad agitarsi e pareva correre, col desiderio e con l’impazienza, più veloce del treno. Lo guardai. Aveva i lineamenti ruvidi ma buoni, plasmati e incisi da una fatica secolare, la stessa fatica che io e i miei amici di prima classe nascondevamo così bene sotto i nostri panni, la nostra cultura, il nostro riserbo formale. La stessa fatica di cui noi avevamo vergogna di confessare.
Il treno rullava sulle rotaie docile e pietoso, lui, spola instancabile nella trama di una tela senza fine. Nessuno più parlava ma in quell’aria satura di umano alitavano ancora i sogni e le speranze. Il treno, zeppo di bagagli dalle fogge strane e diverse, di gente 212
semplice, di gente arroccata, viaggiatori di seconda e di prima, tutti in corsa verso un approdo, lui, il treno amico, sembrava ansimare e singhiozzare sotto il peso di un affanno antico che solo l’ultima stazione può lenire.
213
Giornate interminabili Le giornate le sembravano interminabili. Non avrebbe mai creduto di poter disporre di tanto tempo libero quando i suoi due figli erano ancora in casa e le davano tanto da fare con i loro problemi e il loro disordine. Allora avrebbe dato chi sa cosa per avere un po’ di tempo tutto per sé. Suo marito continuava con i ritmi di sempre, anzi con il ritmo di sempre, immutato da anni ... Sempre quello, sempre lo stesso … Il copione di una giornata sempre uguale a sé stessa, con la pioggia e con il sole … lavoro, casa e lettura, nella sua poltrona, nel suo studio … Pareva che si fossero detto tutto, proprio tutto ... che non avessero più nient’ altro da dirsi. Dopo tanti anni la vita scorreva con la precisione e la regolarità di un programmatore. Fin troppa calma era caduta su quella casa in cui si erano spenti persino gli echi del vociare dei suoi ragazzi, quegli echi che lei aveva tenuto caparbiamente vivi per sentirseli ancora vicini, per tenerli ancora con sé nella sua solitudine… Sua madre le diceva – i figli si allevano per gli altri – e lei lo aveva sperimentato sulla sua pelle e si era arresa a fatica a quella realtà per tanto tempo ignorata e poi scongiurata. Da quando i suoi ragazzi avevano messo su famiglia, lei si sentiva inutile e sola. Ognuno procedeva per la sua strada ... i figli, il marito ... ma lei no … lei non voleva e non sapeva rassegnarsi a procedere da sola per la sua strada. Il tempo aveva placato ma non distrutto in lei il desiderio di evasione da quella realtà che la faceva vegetare ma non vivere. 214
Quanto avrebbe dato per rivivere le ansie e le palpitazioni di un tempo! Allora erano tutti una sola anima e nessuno di loro avrebbe mai sospettato di fare a meno degli altri. Allora i piccoli le chiedevano – mamma, non è vero che non morirai mai? - e lei, sorridendo, li rassicurava che non li avrebbe mai lasciati, che sarebbe vissuta a lungo, tanto a lungo … fino a quando fossero diventati grandi … anzi più grandi del papà. E loro, rinfrancati, sorridevano, convinti che un’eternità li avrebbe separati da quel fino a quando. Il tempo era passato. Con la ragione cercava di farsi capace del distacco ma con il cuore si ribellava. Aveva dato tanto ma avrebbe potuto dare ancora tanto. I capelli le erano diventati bianchi ma lei non aveva avuto il tempo di accorgersene. Aveva avuto sempre tanto da fare a casa e sul lavoro … aveva differito ad altro momento ogni sua vanità e ogni suo desiderio ... tanto si diceva - per quando saranno cresciuti avrò tanto tempo per me – I ragazzi erano cresciuti, si erano sposati e ora, lei, di tutto quel tempo libero non sapeva più che farsene. Si era ritrovata con i capelli
bianchi
e
per
amica
una
solitudine
spaventosa.
Nell’ingranaggio della sua vita qualcosa era saltato…qualcuno le aveva strappato il cuore. Era quello il tempo in cui avrebbe dovuto godersi la vita; eppure, i momenti più belli erano dietro le sue spalle, sepolti nel passato … Dinanzi allo specchio impietoso si perse in quel muto soliloquio … No … quell’immagine canuta e sfiorita non poteva essere il riflesso di se stessa … lei era sempre quella dei venti anni … Lei aveva ancora tanta voglia di amare, sognare, vivere come a vent’ 215
anni … Quella lì nello specchio non era che uno scherzo perfido … quella donna le rassomigliava solo nello smarrimento e nella solitudine ma ... non era lei … Poteva essere sua madre … sì … sua madre … Lo stesso sguardo … la stessa canizie … le stesse spalle appesantite dagli anni. … Forse era proprio lei, sua madre, tornata a darle coraggio … Sentì prepotente il desiderio del suo conforto … tese le braccia per stringersi al suo petto ... Contro la superficie fredda dello specchio sentì frantumarsi la sua anima affranta … I suoi occhi smarriti si persero negli occhi colmi di lacrime di quella cara immagine che svaniva nel nulla.
216
Buon anno, fratello! No, non poteva ... Non poteva passarla liscia …Questa volta non l’avrebbe fatta franca! … Gliel’avrebbe fatta pagare … eccome se gliel’avrebbe fatta pagare! ... A pugni e a calci …Lo avrebbe svergognato una volta per tutte … Doveva dargliela una lezione … Non si può fare del male impunemente e, visto che non ci pensava Dio, ci avrebbe pensato lui a fare giustizia … Questo rimuginava a denti stretti, stritolando tra le mani il cerchio del volante. Era l’ultimo dell’anno e lui guidava in un’atmosfera di pece, nera come neri erano i suoi propositi di vendetta. Era buio, pioveva a dirotto e faceva un freddo polare. I fari non gli permettevano di vedere a un palmo dal cofano ma lui, lui doveva andare avanti … Non poteva lasciar correre … Quell’ offesa ricevuta gridava vendetta … vendetta comunque e a tutti i costi. Il buio e la pioggia erano più fitti che mai … ma lui la conosceva quella strada … la conoscevaaaa! ... Uno schianto … e fu silenzio! ... Si trovò sospeso in alto, nell’aria, leggero, leggero come una piuma e nel cuore una serenità e una pace … Si lasciò fluttuare con l’arrendevolezza di un bambino … C’era stato un tonfo … Già … il tonfo … lo schianto! ... Si guardò intorno, guardò giù e si vide. Era lui, proprio lui quello lì in macchina ... la fronte schiacciata sul volante, il volto insanguinato e deformato da una smorfia di odio e di spavento … Era lui ... ma era lui anche quello sospeso lì, in alto, nella leggerezza di una pace e di una serenità infinita. L’odio? … l’odio
217
e la rabbia li aveva lasciati lì, in quel corpo martoriato, in quella macchina lungo la strada della vendetta. Distolse lo sguardo dal basso, lo volse in alto e vide ... vide una luce pronta ad accoglierlo nel suo abbraccio … - È lì la mia felicità! - si disse rapito e fece per abbandonarsi ma … Il tonfo! ... C’era stato un tonfo! … Rivolse lo sguardo in basso ... all’altro sé con il capo riverso sul volante, il volto deformato dall’odio e dalla rabbia … No … non poteva … non poteva lasciarlo … non poteva andarsene … non poteva con quell’angoscia nel cuore! Doveva ritornare in quel corpo, doveva dargli pace. Giù la pioggia aveva smesso di cadere. Le luci dell’alba avevano dissipato la caligine della notte. Era l’alba del nuovo anno. Tentò di muoversi. Un dolore lancinante al petto e alla testa glielo impediva … Quel tonfo … già quel tonfo … Un masso caduto dal costone laterale aveva fermato la sua corsa … per dove? ... Sollevò il capo. La luce del nuovo giorno lo avvolse come in un abbraccio. Quella sensazione l’aveva già provata. Si sentì leggero come una piuma … una sensazione provata come in un’altra vita … una vita di serenità e pace come il sorriso e le braccia di una madre … una vita in cui l’unico propellente, l’amore, è il solo capace di colmare d‘ogni gioia. Guardò oltre il parabrezza ... Ricordò la rabbia ... la voglia di vendicarsi ... il macigno rotolato giù lungo il costone ... l'urto ... la leggerezza ... la pace ... il ritorno alla vita e quella pace nel cuore ... Lui era vivo ... vivo con la pace nel cuore ... Avrebbe ripreso il cammino e sarebbe andato da lui … Sì … sarebbe andato ugualmente da lui. Non gli importava più del male ricevuto … Il male lacera chi lo compie … e lui lo aveva capito solo ora che 218
si era riconciliato in un abbraccio d’amore con sé stesso e con gli uomini … Lo avrebbe raggiunto, gli avrebbe sorriso e gli avrebbe detto: - Buon anno … buon anno, fratello! - e lo avrebbe stretto in un abbraccio sincero.
219
Solitudine
Un racconto senza trama La luce del giorno si era affiochita. Erminia accese la piantana presso le poltrone in cui sedevano le amiche. Ne era passato di tempo dall’ultima volta! Eppure, aveva tanto desiderato che le loro visite si intensificassero, per una svolta imprevista del suo carattere. Si era immersa con tutta sé stessa nel lavoro e nello studio, senza un attimo di sosta, dalla mattina fino a sera inoltrata in cui, stremata dalla stanchezza, cadeva in un sonno non sempre benefico. A volte si sentiva la mente satura, incapace di assimilare la benché minima sciocchezza, e, in quei momenti, chiacchierare, anche di cose futili, le avrebbe fatto bene. Spesso si accorgeva di aver letto pagine intere senza sollevare gli occhi dal libro e di non ritenere nulla, allora poggiava i gomiti sulla scrivania e si stringeva la testa tra le mani per tenerla lì ferma e costringerla a non vagare altrove. Si era imposta di riempire con il lavoro e con lo studio le sue giornate perché i sogni e i ricordi, sempre in agguato, in risacca, non tornassero ad illuderla. L’esperienza dolorosa aveva maturato in lei la convinzione che l’amore non è altro che un inganno della natura. Si era convinta che gli abbandoni e le fantasticherie sono per la gente credulona e superficiale, per chi, vivendo di sogni, in realtà non vive di niente. Tornata con i piedi per terra, a sogno infranto, non si trovava più a suo agio con le amiche spensierate e leggere, eppure le 220
cercava. Era cambiata. Era diventata calcolatrice e fredda ma, dietro quell’apparenza, nascondeva un vulcano di sentimenti impetuosi e insoliti, controllati e arginati solo dalla volontà tenace e dal desiderio irremovibile di nascondere le sue delusioni e la sua fragilità. Eppure, un tempo aveva conosciuto l’abbandono e la dolcezza di chi crede nell’amore, nei sogni e nella speranza ma poi …. Poi erano sopraggiunte la fine, la delusione, la solitudine ... Quella solitudine che da bambina le faceva paura e che ora la teneva in uno stato continuo di disinganno e di abbandono per il male che uno di loro le aveva fatto ... Ecco perché le cercava le sue amiche. Con loro e nella loro vacuità riusciva a sentirsi leggera, svuotata di tutto ... I loro problemi,
quelli
di
sempre,
non
la
interessavano
ma
la
distraevano. Parlavano senza sosta, riversavano fiumi di parole, si aggiornavano sui pettegolezzi e sui fatti accaduti dall’ultimo loro incontro.
Si
scambiavano
notizie
e
ne
prendevano
minuziosamente nota, attente a non tralasciare alcun particolare. Vi scavavano dentro per cogliere ulteriori dettagli e malignità con cui ricucire le storie con il piacere sottile della perfidia. Le sentiva ma non le ascoltava. Leggera e silenziosa, si lasciava inghiottire dal vuoto in cui brulicavano e in quel vuoto trovava la sua pace. Quel pomeriggio erano tutte lì raccolte, vuote come sempre, informatissime come sempre e lei lì, con loro. Seppure assente, pareva condividere di loro tutto e niente, il volto appena rischiarato dalla luce della lampada che le conferiva una bellezza più matura e un fascino più intenso ma… le mancava l’amore. L’amore! … Sentì una stretta al cuore e gli occhi inumidirsi. 221
Doveva
essere
quella
luce
fioca.
Le
amiche
parlavano,
gesticolavano, ridevano … parlavano, appunto, d’amore. - Agnese si sposa … perciò non è venuta … è fuori di sé dalla felicità …No, non la invidiava … Come poteva essere felice accanto ad un uomo insignificante come Aldo? ... Le amiche ridevano e ammiccavano malignità mal sottaciute, con le quali non riuscivano a nascondere l’invidia e il rammarico di non essere al suo posto. ... Gli occhi! … ancora gli occhi! …. Ma perché lo giudicava insignificante?... Eppure, non lo aveva visto che poche volte. Agnese glielo aveva presentato in una via della città. Li aveva incontrati che si tenevano mano nella mano, sorridevano e si scambiavano gesti affettuosi come due scolaretti. - Ma guarda un po’ cosa fa l’amore! - pensò con sarcasmo - … Anch’io … anche noi … - e subdolo cominciò ad affiorare quel ricordo molesto e mai sopito. Abbandonata nella poltrona, priva di forza, cercò di ricacciarlo come sempre aveva fatto … ma ricordò … Ricordò il tempo in cui era stata felice … Lui e lei, mano nella mano. Un calore benefico le scaldò il cuore e le sciolse le membra. Risentì il tepore del camino, il fuoco che scoppiettava, le scintille che salivano su per la cappa e lei, la testa poggiata sulla spalla di lui ... Senza volontà e senza peso si abbandonò a quel ricordo da sempre ricacciato. Il ricordo di un sogno vissuto … Lo scroscio di una risata, impietosa e crudele, la strappò al suo abbandono.
222
Si guardò intorno, smarrita, alla cerca del dove e del quando. Lì, intorno a lei, il vuoto... nel ricordo la pienezza di un sogno ... tra i rottami del suo dolore la felicità perduta. Abbandonò il capo allo schienale e, unendo il suo pianto allo scroscio delle risate, docilmente, riprese a sognare … a sognare l’amore perduto.
223
Caramelle di zucchero
Ovvero: Il mistero di un amore La casa era vuota senza di lui. Le giornate trascorrevano lente e faticose, soprattutto in quei giorni. Quella sarebbe stata la prima Pasqua senza di lui. Si aggirava in tondo e non aveva né il cuore né la voglia di pensare ad altro se non a lui che era al fronte. Le campane, il mezzogiorno della domenica Santa, si sarebbero sciolte per annunciare il Cristo risorto e lei non avrebbe potuto stringerlo a sé nella gioia della redenzione, né abbracciarlo come tutti gli anni, come quando era bambino. Allora, mentre le campane intonavano libere il loro canto, gli dava finalmente le caramelle
di
zucchero
tenute
nascoste
durante
tutta
la
quaresima. Gliele faceva lei, sciogliendo lo zucchero in una padellina e lasciandolo raffreddare sulla piastra di marmo del comodino. A volte sapevano un po’ di bruciato ma a lui piacevano tanto che neppure se ne accorgeva. Era, quella, una leccornia che, insieme allo squillo delle campane, anche se attesa e sempre puntuale, aveva, ogni volta, il sapore inebriante della sorpresa. E poi ... Riversarsi per strada, unirsi ai compagni negli auguri e darne anche a loro aggiungeva
alle sue sgranocchiate il gusto
gioioso della condivisione. Era veramente buono il suo ragazzo! Quella sarebbe stata la prima Pasqua senza di lui ma lei non se l’era sentita di interrompere il rituale delle caramelle che dal passato li proiettava, loro due insieme, nel futuro. La sequenza ritmica e costante di quel suo ripetersi, simile ai battiti del cuore, aveva scandito e avrebbe scandito per lungo tempo ancora la loro 224
vita. Gliele fece e gliele conservò gelosamente nella madia per quando sarebbe ritornato dal fronte. Passò il tempo. Quella sera si levò un vento furioso come mai ne aveva sentiti. Sprangò la porta e, mentre smuoveva le coperte sentì dei tocchi come se qualcuno bussasse alla porta. Si fermò. Rieccoli. Non si era sbagliata. Ma chi poteva essere a quell’ora? Non certo un malintenzionato. Lei era conosciuta in paese e tutti sapevano che erano ricchi solo di sacrifici e rinunce. Chiese più volte chi fosse ma le raffiche di vento coprivano e disperdevano le loro voci. Si diede coraggio. Fece scorrere il paletto, socchiuse cautamente la porta e, o dio! ... per poco non veniva meno ... Nel buio della notte lui era lì. Lacrime di gioia e baci, parole d’amore e abbracci. Richiuse la porta alle sue spalle e si diede da fare per rifocillarlo. Alzò la fiamma del lume, riattizzò il fuoco nel camino, lo invitò a togliersi il pastrano ma lui, premendo la mano sul petto, le disse che preferiva tenerlo. Lei piangeva di gioia, lui taceva.
Lo
guardò. Era pallido ma sereno. Si diresse alla madia, prese l'involtino di carta con le caramelle e glielo porse. Lui capì e sorrise. - Non ora, mamma, a Pasqua... - … Almeno una, una sola la puoi prendere... – lo incoraggiò. Ne prese una a caso, una dal bordo smozzicato, gliela porse e lui la strinse nel palmo della mano. Suo figlio era tornato, stanco ma vivo. Ringraziando Dio, sano e salvo. Sfiorò con una carezza l’involtino delle caramelle e lo ripose accuratamente nell’ampia tasca della lunga gonna. Quella notte si alzò a rimboccargli le coperte come quando era bambino. Era felice. Quella sarebbe stata la Pasqua più bella della sua vita. 225
Ripetuti tocchi la svegliarono alle prime luci dell’alba. Andò ad aprire. Due agenti in divisa le comunicarono … No … non poteva essere! … Suo figlio era stato ferito gravemente … nel delirio chiedeva di lei. E loro … loro erano venuti a prenderla … No! … Suo figlio era dentro che dormiva … Corse verso il letto. Era in ordine. Non c’era alcuna traccia di lui ma nel camino la brace era ancora accesa. Quei due in divisa, nella camionetta in moto, le davano fretta. C’era molta strada da fare e lei doveva affrettarsi se voleva rivederlo vivo. Scombussolata e persa, si mosse come un automa. Raccolse poche cose e li raggiunse frastornata. Durante le lunghe e molte ore di viaggio pregava Dio che non fosse vero. Doveva esserci un errore. Se ne sarebbero accorti, l’avrebbero riportata a casa e lei lo avrebbe trovato sulla soglia ad aspettarla. Arrivarono l’indomani all’ospedale da campo. Tra ingombri e barelle giunse presso quel letto. Il giovane, con il dorso bendato, il volto pallido e il mento coperto da una rada peluria era proprio lui, suo figlio. Come poteva essere? ... Non le importava saperlo. Adesso era con lui, accanto a lui, a lui che era tutta la sua vita. Trascorse il giorno e poi tutta la notte e le altre che seguirono chiamandolo e parlandogli della sua terra, degli amici, della casa che lo attendeva, della Pasqua che stava per arrivare, del sole, del cielo, del campo che lo aspettava per essere dissodato. Ma lui, come sepolto in un sonno profondo, pareva non ascoltarla. Quando era sicura che nessuno la sentisse, gli cantava sottovoce le canzoni della sua terra, quelle che si intonavano in campagna di giorno durante le fatiche e di sera durante il riposo sullo spiazzo della lamia e dei trulli. Alcune erano tristi, altre gioiose, 226
altre un po’ licenziose, di quelle che si ascoltavano con ammiccamenti e sorrisi e che lo divertivano tanto.
Gli infermieri accudivano lui e colmavano di tenerezza lei, poi andavano via dicendole di farsi coraggio come a significarle che non c’era proprio nulla da sperare. La notte della vigilia non riuscì a prendere sonno. Mano nella mano, accanto a lui, vide sorgere il sole. Presa da una serenità insperata chiuse gli occhi quando fu scossa da una percezione improvvisa. Le dita di lui si erano mosse nel palmo della sua mano. Rimase in attesa. Di nuovo. Le dita si mossero. No, non si era sbagliata. Aprì gli occhi e incontrò quelli di lui che tentava di chiamarla. Le sorrise. Gli sorrise tra le lacrime. Tutto l’ospedale fu pervaso da una gioia indescrivibile, una gioia che toccò il culmine a mezzogiorno quando si sciolsero le campane ad annunciare il trionfo della vita sulla morte e tutti si abbracciarono e si baciarono. Lei affondò le mani nell’ampia tasca della lunga gonna, tirò fuori un involtino di carta accuratamente custodito, lui, aprendo il palmo della mano, le porse una caramella di zucchero dal bordo smozzicato. 227
Il calendario della zucca Dovete sapere che anticamente, in alcuni paesi della Puglia, quando quasi nessuno sapeva leggere e scrivere, nelle case della gente comune l’avvicinarsi delle grandi festività, come Natale e Pasqua, in cui si facevano memorabili abbuffate, si contava non sul calendario ma con il sistema della zucca. Si faceva così. Si mettevano in una zucca vuota tante fave secche per quanti giorni, secondo il computo ecclesiastico, ci volevano all'arrivo di Pasqua e dal giorno dopo si cominciava a togliere una fava per ogni giorno che passava. Così pure per l'arrivo di Natale. Chi non aveva pazienza di contare ogni volta le rimanenti, di tanto in tanto, scuoteva la zucca e dal suono che ne veniva intuiva i giorni mancanti. Se il suono era rado significava che di fave ce n'erano poche per cui la festa era vicina. Se invece era sordo e tonante le fave erano ancora tante e la festa ancora lontana. Perché Natale e Pasqua? Perché erano le festività più attese per le grandi abbuffate. Durante tutto l'anno la gente lavorava e stringeva le cinghia ma, quando arrivava Natale e Pasqua, oltre al riposo e all'adunata di amici e parenti, si mangiava e si beveva a più non posso. Si facevano insomma le grandi abbuffate. Dall’usanza di contare l’avvicinarsi delle festività con il sistema della zucca derivò anche il detto cumme cucuzza 'ntrona Pasca nun ven p' mu ... Come la zucca risuona Pasqua non viene per ora ... Un detto passato in seguito a significare l'amarezza e la delusione di un'attesa intensamente vissuta e sistematicamente 228
delusa dal protagonista di un fatto realmente acceduto, un fatto che mi viene raccontato da un antico affabulatore. Tanti e tanti anni fa una coppia di contadini avevano un unico figlio maschio che aiutava il padre nel lavoro dei campi. Raggiunta l'età per la legge, ricevuta la cartolina di precetto, quella con cui veniva chiamato al servizio di leva obbligatorio, partì per il servizio militare. Il padre, dal giorno della partenza del figlio si mise ad attendere con impazienza il ritorno del figlio. La campagna non aspettava, i lavori si dovevano fare e lui non ce la faceva più da solo ... Aspetta e aspetta, dopo molto tempo, ogni giorno e durante ogni giorno, con impazienza e ripetutamente chiedeva su moglie il figlio non veniva, così, dopo non molto tempo, cominciò a chiedere ogni giorno a sua moglie: - Quann' vene' Cicc'?!... Quando viene Ciccio?! - e la donna, ogni giorno, gli diceva, a occhio e croce, quanto tempo mancava al ritorno del figlio. Un giorno, spazientita, prese una zucca vuota, ci mise dentro tante fave per quanti giorni, secondo i suoi calcoli, mancavano al ritorno del figlio, gliela porse e gli disse: - Tieni … Qui dentro ci sono tante fave per quanti giorni mancano al ritorno di Ciccio … Sai cosa devi fare? ... Ogni giorno togline una … conta poi quelle che rimangono e, così, saprai quanti giorni ne mancano ... L’uomo prese la zucca con le fave, se la portò nel suo camerino e per un po' di giorni fece come la moglie gli aveva detto, ma, dalli oggi e dalli domani, a volte spazientito, a volte per il troppo da fare, invece di contare ad una ad una quelle rimaste, avvicinava la zucca all'orecchio e, dal rumore che faceva, cercava di 229
indovinare più o meno quanti giorni mancavano al ritorno di Ciccio. Un giorno la moglie, incuriosita dal fatto che il marito si chiudeva ad una certa ora nel “cammarino”, entrò di sorpresa e lo colse proprio mentre agitava la zucca vicino all'orecchio. Colto in flagrante, l’uomo le spiegò tutto e, agitando la zucca, concluse con amarezza:
- na sient'? Cumme cucuzza 'ntrona Ciccio 'n ven p' mu! - Non senti? Come la zucca risuona Ciccio non viene per ora. Tutti e due non sapevano di aver inventato, per chi come loro non sapeva né leggere né scrivere, il calendario della zucca, efficace sostituto dell’almanacco destinato, a quei tempi, solo a pochi fortunati
che
sapevano
leggere
e
scrivere.
L’espressione
dialettale che ne derivò viene usata ancora oggi nel linguaggio quotidiano, per accentuare in modo efficace il rammarico di un evento tanto atteso ma ancora lontano.
230
Intuizione Brindisi, domenica 19 aprile 2006. In spiaggia. 0re 11,30 È una splendida giornata di sole. La spiaggia è piena di bagnanti e ombrelloni. Grida gioiose e spruzzi d'acqua riempiono di vita la battigia. Discosti da tanto tramestio un gruppo di ragazzi gioca sulla sabbia a pallone. - dai .... prendi .... - colpisci … - bravo ... corri ... Un colpo bene assestato lancia la palla oltre il gruppo, al di là della scogliera, in un anfratto reso invisibile da una folta vegetazione mediterranea. - corri ... corri a prenderlo ... I ragazzi posti a significare i paletti delle porte ca calcio, si precipitano verso la scogliera, lì dove è andato a perdersi il pallone. Un grido e poi un altro di sgomento e di terrore: - venite ... c'è un corpo ... - ... il corpo di una donna ... - .... è morta! ... Accorrono ragazzi e adulti, tra cui un medico che, facendosi strada nel gruppo concitato, scende nell'anfratto, si avvicina al corpo esanime, gli dà una rapida occhiata e, senza toccarlo, rivolto al capannello degli astanti, esclama: - ... è morta ... è già in uno stato avanzato di irrigidimento cadaverico ... Lunedì 20 aprile. Ore 10.00. In commissariato. 231
- Commissario, il corpo appartiene a Rachele Loi. La scomparsa è stata denunciata dai familiari venerdì 17 aprile ... ricorda? … Si tratta di quella giovane attrice ... una ragazza di 25 anni ... Aveva fatto la comparsa in diversi film ... Il pomeriggio del 16 si era allontanata da casa dicendo che avrebbe trascorso la notte sullo yacht dell'impresario Ferrini …. - Maresciallo … queste notizie sono certe?! … - Le ho desunte dalla scheda di scomparsa firmata dal padre il giorno dopo … il 17 scorso … - Affrettiamoci allora ad avvisare i genitori del ritrovamento del corpo e a convocarli per ulteriori informazioni ... Rintracci anche l’impresario Ferrini e lo convochi al più presto nel nostro ufficio … Quando si potrà avere qualche notizia dal medico legale? … - L'autopsia è stata fissata per domani mattina alle otto ... Se vuole vado io all’obitorio ... - Forse è bene che si vada insieme … Convochi intanto i genitori … per oggi alle 17 ... Sto arrivando! se la vittima ha fratelli ? ... - Mi pare un fratello o una sorella - Dovremo parlare anche con lui o con lei … Brindisi,20 aprile. Ore 12.00. In commissariato. Commissario: - Dunque … voi siete i genitori di Rachele Lotti … avete riconosciuto vostra figlia … Naturalmente il corpo è devastato
ma gli abiti e i monili avete confermato
appartengono
a
vostra
figlia
...
scomparsa
…
che
diciamo
allontanatasi da casa il pomeriggio del 16 senza far più ritorno … Quel pomeriggio ha parlato con qualcuno di voi prima di allontanarsi da casa? … 232
- Con me, signor commissario… - Lei, signora, sapeva da tempo di questo appuntamento di sua figlia? ... - Me ne aveva parlato qualche giorno prima - rispose la donna asciugandosi le lacrime - Mi disse che dovevano incontrarsi sullo yacht tutti gli attori di un film in programmazione -C'era stata altre volte sua figlia su quello yacht? - Non mi pare, signor commissario … per quello che ne so io era la prima ... Doveva essere la prima volta ... - Lei sapeva se sua figlia lo yacht lo avrebbe raggiunto da sola ... con un mezzo a noleggio o in compagnia? ... Lo yacht era attraccato al largo … lo si poteva raggiungere solo con un’altra imbarcazione… - Le chiesi con chi sarebbe andata … lei mi disse che avrebbe raggiunto lo yacht con una imbarcazione a noleggio…Non era sicura se all’imbarcadero avrebbe incontrato anche un’amica … - Un’amica? … - Bianca Rolla ... una ragazza che aveva conosciuto a febbraio, a Roma, dove si erano recate per un provino … - Un provino per cosa? …- Per la parte in un film ... Era stata convocata dall’impresario Ferrini … - Con quale risultato? … - A marzo fu richiamata … c’era anche l'amica Bianca ... Gli esaminatori le avevano riconvocate per decidere a chi delle due affidare il ruolo … - A chi lo hanno affidato poi? … -
233
- A nessuna delle due ... il regista Zorzi spiegò che aveva bisogno di riflettere ancora ... anche perché non si trattava di un ruolo da comparsa ma di un ruolo più importante ... - Lei, signor Loi, può darci qualche altra notizia utile? … - Signor commissario, adoravo mia figlia - trattenne il singhiozzo e si asciugò il naso - ma non avevo confidenza con lei … Lei parlava con sua madre e se c'erano problemi era sua madre a parlarne con me … Sapevo delle ambizioni di mia figlia e la lasciavo fare ... Era una ragazza matura ... aveva buoni principi e sapeva il fatto suo … Mia moglie mi aveva parlato del provino … Qualche giorno prima del 16 mi aveva anche detto che Rachele era stata invitata ad un party sullo yacht dell'impresario Ferrini e che aveva deciso di andarci ... Quel pomeriggio mi salutò ... mi diede un bacio e non l'ho più rivista … Si nascose il viso tra le mani e pianse a dirotto. - Quindi non sapete con chi o con che mezzo dalla terraferma ha raggiunto lo yacht … - No, signor commissario - Ha lasciato per caso qualche messaggio … qualche biglietto … - Gli agenti hanno rovistato nelle sue cose ma non hanno trovato nulla … - Avete altri figli? … - Una ... Giovanna ... la gemella di Rachele … Quel pomeriggio era in gita con degli amici … - Naturalmente desidero parlare anche con la gemella … 21 aprile – Ore 9.00. In commissariato. Commissario e agenti del nucleo investigativo. 234
- Commissario, ieri con il brigadiere Cavallo abbiamo interrogato i proprietari dei motoscafi quelli privati e quelli a noleggio ... Naturalmente non li abbiamo trovati tutti ... ma siamo stati fortunati … il proprietario dell’Albatros ci ha detto di avere accompagnato una ragazza fuori dal porto … verso lo yacht attraccato a due miglia dal porto ... gli abbiamo mostrato una foto della vittima e lui l’ha riconosciuta … ha confermato che è proprio la ragazza che lui quel sabato pomeriggio ha traghettato ... - La ragazza era sola? – - Era sola… - Non ha detto altro? … - ... che lungo il tragitto la ragazza gli chiese se per l’indomani poteva andare a prenderla … Le diede il suo numero di cellulare … L’avrebbe chiamato lei … Ci ha detto poi che alle quattro di quella notte ricevette una telefonata concitata da un numero a lui sconosciuto ... era la ragazza che gli chiedeva di andarla a prendere ... non gli disse il nome ma lui capì che doveva trattarsi di lei … Si era alzato e stava già per uscire quando un'altra telefonata … probabilmente dallo stesso numero … quella voce gli diceva che non c'era più bisogno e che aveva deciso diversamente ... La voce di questa seconda telefonata era affaticata e lenta … ma più calma della prima per cui si era tranquillizzato e si era rimesso a letto. - Gli avete chiesto se la voce della seconda telefonata era la stessa della prima? … - Gliel'abbiamo chiesto e lui ha risposto che non si era posto questo problema tanto più che il tono era più calmo … -
235
- Maresciallo, bisogna controllare i tabulati telefonici di quella notte ... Dobbiamo scoprire se le telefonate furono fatte dalla stessa persona e da quali numeri ... I risultati mi servono al più presto … Convocate questo signore … qui in ufficio … deve rilasciare una deposizione scritta … Un tocco alla porta. - Posso entrare … - Entri … entri, Capelluto … - Signor commissario, abbiamo convocato l'impresario Ferrini per il 23 …. Attualmente si trova ad Oslo ... Il tempo di lasciare un sostituto e prendere l'aereo ... Arriverà a Brindisi dopodomani mattina e presume di essere qui da noi nella stessa mattinata ... - Avete contattato Bianca Rolla? … - Abbiamo chiesto allo stesso impresario di fornirci un recapito della signorina Rolla ... Abita a Bari in una zona residenziale, in via dei Glicini 5 ... Per telefono non gli abbiamo né chiesto né detto altro ... Ci siamo messi in contatto con il commissariato di Bari che ha rintracciato la signorina e l‘ ha convocata qui da noi per domani alle 9 … - Bene ... bene ... Capelluto ha fatto un buon lavoro ... Ore 12.00. All’obitorio. Medico legale e ispettore. - Il corpo della vittima presenta escoriazioni e lividi…dovuti probabilmente al fatto che è stato sballottato dalle acque ... Nel sangue abbiamo trovato forti tracce di eroina ... La morte è avvenuta per arresto cardiaco dovuto ad over dose … - Dunque, non è morta per annegamento … - Nei polmoni non vi è traccia di acqua per cui è da escludersi la morte per annegamento. 236
- Se la morte è dovuta ad over dose come sarà caduta in mare? ... accidentalmente ... o spinta! … - Questo non può dircelo l'autopsia … - Ma l'autopsia può dirci se faceva uso sistematico di droga … - Per questo posso essere preciso … Ho ispezionato attentamente il corpo ed ho notato una sola puntura al braccio ... Non sono ancora pronte tutte le analisi comunque posso avanzare l'ipotesi che quella sia stata la prima e l'ultima volta … Ore 17.00. In commissariato. Maresciallo e commissario - Dunque, maresciallo, ha controllato i tabulati? - Signor commissario, ho qui anche la registrazione delle due telefonate ... sono state effettuate dallo stesso cellulare, quello della vittima, a 16 minuti di distanza l'una dall'altra … Le voci appartengono alla stessa persona ... ce lo ha confermato la perizia ... anche se il tono è completamente diverso... - Vuol dire che il tono della prima telefonata è quello di una persona in pericolo o terrorizzata da qualcosa? … - Precisamente - ... mentre quello della seconda telefonata è il tono di una persona assonnata … come ha riferito il proprietario dell’albatros - Proprio così, signor commissario ... - Per avanzare un’ipotesi … probabilmente di una persona che ha appena assunto droga … - A così breve distanza dalla prima telefonate … Come può essere? … -
237
- Intuizione... intuizione, maresciallo…Nel nostro mestiere la prima a segnare le tracce da seguire è proprio l’intuizione! … 22 aprile. Ore 9.00. In commissariato. Commissario e signora Bianca Rolla. - Mi fornisca dei documenti ... Dunque, lei è la signorina Bianca Rolla ... Conosceva Rachele Lotti? … - Ci siamo conosciute per un provino a Roma… negli uffici dell’impresario Ferrini … - Quando? … - Il 20 febbraio scorso … - Vi siete riviste ancora dopo di allora? … - Sì… ci siamo riviste sempre per lo stesso provino… - Come mai? … - Gli esaminatori volevano sottoporci ad ulteriori prove… - Alla fine, si sono decisi? … - Fino all'ultima volta in cui ci siamo incontrate non avevano ancora deciso … - L’ultima volta …quando e dove? … - Sullo yacht dell’impresario Ferrini… giovedì 16 … - Come erano i rapporti tra lei e la Lotti? … - Ci conoscevamo … ci parlavamo ... ci siamo sentite anche più volte per telefono ma niente di più … - Quella sera è successo qualcosa che possa giustificare la morte della Lotti? … - Niente che io sappia… - Alle quattro del mattino eravate ancora svegli … intendo voi ospiti dello yacht? … 238
- La festa sullo yacht si è protratta fino all'alba … - In maniera regolare? … - Per quello che ne so io in maniera regolare … - Perché dice per quello che ne so io? … - Perché ad una certa ora mi sono ritirata sul ponte … era notte inoltrata … non saprei dire l’ora … - C'era qualcuno con lei? … - Ero sola … - Sa se la vittima faceva uso di droga? … - Non eravamo così intime da farci simili confidenze … - E lei fa uso di droga? … - Tanto vale che glielo dica … sono in terapia di recupero … - Quella sera assunse droga? … - No … glielo assicuro … - Sapeva se la vittima aveva una sorella o un fratello? … - No… mi pare che fosse figlia unica…non mi ha mai parlato della sua famiglia… Ore 20.00. In commissariato. Commissario e maresciallo. - Maresciallo, ha raccolto altri elementi? … - Quelli che lei già conosce … - Bene si fermi un po' qui con me e facciamo il punto della situazione ... Dunque, la vittima non faceva uso di droga ma quella sera si era iniettata una dose di eroina ... si era iniettata o gliel'avevano iniettata ... Come? ... non sappiamo ... L'avranno costretta ... ma come? … Non penso che l’abbia assunta volontariamente … D’altronde l'amica ha confessato di far uso di droga ma di non averla assunta quel sabato notte … ha detto 239
pure di essersi ritirata sul ponte prima che la festa terminasse ... Sappiamo che la vittima ha telefonato quella notte alle quattro al proprietario del motoscafo con voce concitata e poi subito dopo con voce strascicata…come sopraffatta dal torpore ... Tutto qui … Non ci sono fatti…non ci sono indizi … Solo sospetti … Bianca Rolla … - Lei sospetta che l’amica c’entri in qualche modo? … - Di più … di più, maresciallo ... Sospetto che in un modo o nell'altro l'amica sia implicata nella morte della Lotti … - !? … - Intuizione … intuizione … - E il movente? … - Il movente si può supporre ... per esempio, l’assegnazione del ruolo nel film di Ferrini … - Però conviene con me che è tutto campato in aria … mancano indizi seri … mancano fatti … - Vedremo cosa ci dirà domani l'impresario Ferrini … Ho parlato anche con la sorella gemella della vittima … non mi ha dato elementi nuovi … Ho notato, però, un fatto che mi ha impressionato molto ... rassomiglia alla vittima in maniera impressionante ... come due gocce d’acqua … potrebbe tornarci utile … 23 aprile. Ore 11.30. In commissariato. Dottor Ferrini e Commissario. - Dottor Ferrini, dunque lei conferma che quella sera la vittima era sul suo yacht… - Confermo, signor commissario … 240
- Le sembrava di umore normale? … - Normalissimo, signor commissario … come le altre volte … tranquilla e sicura di sé tanto che il regista Zorzi ne rimase così bene impressionato che, senza altri indugi, decise di affidare a lei la parte del film e quella sera non ne fece mistero con nessuno … - Neppure con la signorina Rolla? … - Immagino neppure con lei ... Non so, comunque, se le parlò ... una cosa è certa che molti attori del cast si congratularono con la Lotti ... Immagino che come la notizia raggiunse gli altri, tra gli altri abbia raggiunto anche la signorina Rolla … - Ci pensi attentamente... Notò qualche cambiamento nella signorina Rolla nel corso della serata? … - L'abbiamo vista piuttosto nervosa e agitata verso la fine … poi scomparve … Ne sono sicuro perché decisi di convocare lei e la Lotti per comunicare loro la decisione che avevamo preso … Mandai alcuni dell'equipaggio a cercarle ... All’alba trovarono la signorina Bianca sul ponte sola … ma della signorina Rachele nessuna traccia … Avvisammo la famiglia pensando che se ne fosse andata senza dirci nulla … Venerdì seppi che la famiglia aveva sporto denuncia di scomparsa … - Quella sera circolò droga sullo yacht? … - Può chiedere conferma all'equipaggio ... Le assicuro che non circolò droga ... Se poi qualcuno per suo conto l'abbia consumata questo non lo posso sapere … - Lei sapeva che Bianca Rolla è una tossicomane? … - No, signor commissario ... se l'avessi saputo non avrei messo a rischio la sorte del film … 241
- Sapeva che la vittima ha una sorella? … - No… non mi ha mai parlato della sua famiglia … 25 aprile. Ore 12.00. Sullo yacht dell’impresario Ferrini. Commissario, Bianca Rolla, Maresciallo, Impresario. - Signorina Rolla, ci indichi in quale parte del ponte si trovava lei in quella notte ... - Ecco, signor commissario … mi trovavo proprio qui … in questo punto … - È sicura di non aver visto la sua amica quella notte? … - No … glielo assicuro … - Bene … mi segua … Commissario, Maresciallo, Impresario, Bianca Rolla si muovono lungo il ponte. Ad un tratto appare una figura femminile … Bianca Rolla impallidisce e sviene … L’adagiano su una poltrona e aspettano che si riprenda … La figura femminile è dinanzi a lei ... Bianca la guarda e, con voce strozzata, comincia a farfugliare: - Ti sei salvata … ti sei salvata ... Non volevo ucciderti ... non volevo … Avevo bisogno di denaro ... perdonami … perdonami … - No, signorina ... non è Rachele ma Giovanna … la sorella gemella … Rachele è morta … l’ha uccisa lei …Quella notte lei uscì sul ponte per raggiungere la sua amica … Le chiese di rifiutare quella parte … La minacciò … Rachele telefonò al proprietario dell’Albatros … con voce concitata gli disse di andarla a riprendere … litigaste ancora ... l’amica era irremovibile … lei le iniettò
la droga che aveva già preparato nella sua cabina e,
mentre la droga cominciava a fare il suo effetto, ricompose automaticamente il numero memorizzato nel cellulare e la 242
costrinse a disdire il ruolo che le veniva assegnato … con voce impastoiata … in uno stato di semi incoscienza che di lì a poco la portò alla morte … Lei si disfece del corpo e del cellulare gettandoli in mare … - Volevo quella parte … volevo quei soldi … - Maresciallo … le manette … - Commissario … è stato proprio bravo! … - Intuizione … maresciallo … intuizione! -.
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Parole di conforto Quella mattina, come sempre, stavo andando a scuola. Ma la solita strada, le solite case, i soliti negozi, era come se non li ritrovassi più. Uomini in chitone o in clamide e donne in lunghi pepli mi camminavano accanto: i primi con abiti chiari, fermati sulle spalle da fibule, o con corti mantelli ornati in oro; le seconde vestite da candide tuniche, che ne avvolgevano le armoniose forme. Ero esausto dopo aver studiato tutto il giorno, ma sentivo di non sapere quasi nulla. Infatti, il pomeriggio precedente avevo litigato con Silvia, la mia ragazza, e questo aveva reso ancor più ostico l’approccio con il latino. Camminavo immerso nei miei pensieri, ma pian piano mi rendevo conto che il mondo che mi circondava non era più lo stesso. Cercai con lo sguardo il bar dove ero solito incontrarmi con i miei amici, prima di entrare a scuola, ma vedevo intorno a me solo antichi palazzi in marmo, affiancati da abitazioni più modeste, in pietra ed in legno, e strade con l’acciottolato. Intorno a me camminavano ragazzi e ragazze con spirito goliardico. Ma ce n’era una in particolare, bruna e dalla bocca aggraziata, spigliata ed elegante nel rapportarsi con i suoi compagni. Questa ragazza aveva per me qualcosa di familiare, ma non riuscivo a spiegarmi cosa, cosicché decisi di avvicinarmi a lei, e le dissi un informale “Ciao!”. Ma lei rispose: - Chi sei? - Ma che lingua parli? Mi sembra di conoscerti! Chi sei? 244
(Rivolgendosi ai suoi amici) - È uno sciocco! Non capisce la nostra lingua. Ero disperato, mi sembrava qualcosa di surreale. Era latino quello che avevo sentito? Provai a rispondere alle strane parole della donna, improvvisando un latino maccheronico. - Ciao ragazza! Sono italiano. - Ciao! (Ridendo) Sono Clodia. Capisci le mie parole? - Verba? Mi chiamo Giacomo, non Verb. Sono maschio! (Ridendo) - Venite con noi! Intanto
qualcuno
ci
stava
seguendo,
origliando
la
nostra
conversazione con una punta di ostilità. Mi girai di scatto, e vidi un uomo dai capelli bruni, molto più giovane di lei, che con sguardo geloso seguiva ogni mio movimento. Avvicinatosi, scambiò qualche parola con Clodia, poi mi prese con sé e mi condusse in una taverna. Dopo essersi seduto, l'uomo iniziò a parlare in un latino per me incomprensibile. Ma, a un certo punto del suo monologo, con un bicchiere di vino in mano, disse: - Io odio e amo. Perché lo faccio, forse vi chiederete. Non lo so, ma lo sento e ne sono tormentato. E io, riconoscendo quei versi, esclamai all'improvviso: - Catullo, sei tu? Ho studiato le tue poesie a scuola! E lui: - Poesia? Che cos'è? Ho scritto poesie! Ascolta: la nostra Lesbia, quella Lesbia, quella Lesbia, che Catullo amava più di sé stesso e di tutti i suoi amici ... Rimasi affascinato da queste dolci parole, di un amante sofferente non corrisposto. Mi parlava della sua travagliata storia d’amore con una donna:
245
- Lux mea se nostrum contulit in gremium, quam circumcursans hinc illinc saepe Cupido fulgebat crocina candidus in tunica. - Ed ancora: - Miser Catulle, desinas ineptire, et quod vides perisse perditum ducas. Anche io iniziai a parlargli di me e del mio difficile rapporto con Silvia. La conversazione non era facile, ci sentivamo uniti dai sentimenti, ma non di certo dalla lingua. Improvvisamente entrarono nella taverna Clodia con un amico, e si sedettero poco distanti da noi. Guardai gli occhi di Catullo: erano lucidi, sofferenti. Era lei la Lesbia di cui mi parlava prima? L’amico di Lesbia si avvicinò di colpo a Catullo, e lui, pietosamente: - Quinti, si tibi vis oculos debere Catullum, si quid carius est oculis, eripere ei noli multo quod carius illi est oculis. - Sul volto di Quinzio si disegnò un sorriso sarcastico, come a dire - Non è la prima volta che Lesbia non è con te -. Uscimmo dalla taverna, entrambi frastornati: lui da quanto era appena accaduto, io dal fatto di trovarmi in una dimensione a me estranea. Ero diventato confidente di Catullo, le mie emozioni erano anche le sue. Mentre camminavamo, alcuni uomini si inchinavano, mentre io ero impegnato a schivare un sacco di rifiuti, forse lanciato da una finestra. Improvvisamente sentii qualcuno che gridava alle mie spalle: - Ma che stai facendo, sembri uno zombie! I miei amici iniziarono a prendermi in giro, mi chiesero come avrei potuto affrontare un’interrogazione nello stato in cui mi trovavo. - Ma allora, hai studiato Catullo? - Sì, ed ho anche parlato con lui. -
246
Scoppiarono tutti a ridere, ma io li lasciai perdere. Avrei voluto dire ancora qualcosa a Catullo, ma non sapevo bene cosa. Così me ne tornai a casa e, preso il libro di latino, iniziai con agitazione a sfogliare una dopo l’altra le pagine dei suoi carmi. Cercavo una risposta al mio senso di smarrimento, alla svolta che avrei dovuto dare al mio rapporto con Silvia. Avevo veramente capito cosa significa amare. La sua esperienza era stata anche la mia, divisa fra il soffrire ed il piegarsi alle convenzioni, l’essere e l’apparire. Una forte empatia ci avrebbe legati per sempre. Grazie amico.
247
La mia vita La mia vita, desiderata da me e, per alcuni versi, voluta e decisa anche da me, per altri versi non è stata né voluta né decisa da me. Nel suo complesso a segnarne il corso è stato soprattutto il caso, a volte assecondando le mie aspirazioni, altre volte eludendole
per
dirottarmi
verso
soluzioni
rivelatesi,
poi,
provvidenziali. Di mio c'è sempre stata la ferma volontà e i tanti sogni che mi proiettavano con vigore verso il futuro. Senza l'intercessione del caso o di una volontà altra, senza alcuni interventi provvidenziali la mia vita non sarebbe stata quella che in realtà è stata. Quando parlo di interventi provvidenziali alludo non solo a quelli rivelatisi tali nell'immediato ma anche a quelli ostativi che poi, a distanza di tempo, si sono rivelati fondanti per la mia vita. Ho già parlato del mio primo giorno di scuola a cinque anni, quando ancora non sapevo cosa fosse la scuola. Ho già ricordato la mia iscrizione al IV Ginnasio sopraggiunta, per puro caso, a soddisfare il mio desiderio di continuare gli studi classici, ma ricordo con gratitudine anche tutto quello che, mio malgrado, mi dirottò verso un indirizzo universitario che non avrei mai scelto. Volevo iscrivermi a Medicina. Il mio sogno era quello di andare in Africa. Ne parlai a mio padre che, senza tergiversare, fu costretto, ancora una volta, a spegnere il mio entusiasmo. - Tu sai che non posso mantenerti all'Università, meno che mai per questo tuo progetto - mi disse - O ti fermi qui oppure cerca di iscriverti ad una facoltà che ti dia la possibilità di mantenerti agli studi -. Per la 248
mia famiglia quelli erano ancora tempi di grandi sacrifici, nonostante l'aiuto di alcuni zii facoltosi. Capii e, mogia mogia, cominciai a riflettere su una scelta che mi consentisse di continuare gli studi senza gravare sulle deboli finanze della mia famiglia. Fu così che, sfogliando guide universitarie e cercando consigli, decisi di iscrivermi a Lettere Classiche, una facoltà che, non costringendo ad un rigido obbligo di frequenza, mi avrebbe consentito di impartire lezioni private, di mantenermi agli studi e presentarmi ad alcuni esami da autodidatta. La mattina dell'iscrizione, in treno, incontrai un compagno più anziano di me di un paio d'anni, iscritto proprio alla facoltà di Lettere Classiche. Un ragazzo notoriamente molto bravo che, quando seppe della mia scelta, ebbe un moto di ripulsa, accompagnato da parole vivaci di disapprovazione. - Per carità, ripensaci ... Non farlo. Non sai che gli iscritti a questa facoltà sono e vanno tutti fuori corso per il Professore di Greco? ... Tu, come me e tutti gli altri, ce la sogniamo la laurea con quello! - Vera o falsa, esagerata o meno che fosse quell'asserzione, sta di fatto che invece che a Lettere Classiche mi trovai iscritta a Lettere Moderne, facoltà che in precedenza avevo scartato di getto proprio per quel suo attributo di modernità che ritenevo incompatibile con i miei studi e con le mie inclinazioni. Fu un ulteriore ripiego al mio sogno, un ripiego che, per i risvolti che ebbe sulla mia vita, si rivelò provvidenziale. L'iscrizione a Lettere Moderne contemplava nel piano di studi due esami di Storia dell'Arte che, a laurea conseguita, oltre al diritto di insegnare Materie Letterarie e Latino, mi dava anche l'opportunità di insegnare Storia dell'Arte negli Istituti superiori. Sta di fatto che 249
proprio grazie a questo dirottamento, a soli 21 anni entrai come insegnante di Storia dell'arte proprio nel mio Liceo Classico, quello
da
cui,
alunna,
ero
uscita
qualche
anno
prima.
Naturalmente non avevo ancora la laurea ma quelli erano tempi in cui per carenza di insegnanti veniva dato l'incarico a tempo determinato anche agli universitari che avessero sostenuto alcuni esami compatibili con la disciplina per cui si riceveva la nomina ad insegnare. Quell'anno, dal Preside di Liceo - quello stesso che per eccesso di zelo aveva convocato mio padre in quel lontano novembre del '54, decidendo il mio ritorno a scuola - da quello stesso Preside fui convocata per il conferimento della cattedra di Storia dell'Arte nelle ultime tre classi del Liceo. Allora il Liceo classico si componeva di cinque anni. I primi due erano denominati IV e V Ginnasio, i rimanenti I, II e III Liceo. classico La lettera di convocazione mi fu consegnata a mano dal bidello Martino che io già conoscevo. Non ricordo la mia reazione a tanta provvidenza. Probabilmente fu di sorpresa ma anche di incredulità. Sta di fatto che l'indomani da Carovigno, in cui ci eravamo trasferiti con il pensionamento di mio padre, partii per Ostuni. In corriera incontrai il mio ex professore di religione, don Peppino Palazzo, ancora docente nel Liceo, che, piacevolmente sorpreso, cominciò a chiedermi della mia carriera universitaria, dei miei studi e dei miei progetti. Quando seppe della mia eventuale nomina all'insegnamento ebbe subito parole di disapprovazione. Maria, per l'amor del cielo, non accettare! Sei troppo giovane ... Quelli sono terribili ... Prenderanno il sopravvento su di te e tu ti rovinerai la carriera ... Non accettare! ... - Mi mise tanta paura, 250
ma tanta paura che, quando il bidello mi aprì la porta della presidenza, entrai decisa a dire di no e ne uscii ... che avevo detto di sì. Al mio Preside di sempre, quello burbero ed austero che conoscevo, avevo cercato di esporre le mie remore a sostegno del rifiuto, quelle stesse prospettate dal professore di religione, aggiungendovi anche la mia inesperienza e i miei limiti in quella disciplina, ma niente. - Si ricordi che lei è già passata tra quei banchi ... - mi disse per convincermi. - Appunto, Preside ... Sono quasi una loro coetanea ... - ribattei - Quei banchi sono ancora caldi della mia presenza ... - . - Signorina, lei, oltre alla maturità, ha due anni di studi universitari e un esame di Storia dell'arte ... Lei ne sa più di loro ... Accetti! Sta di fatto che ad ogni mia renitenza riusciva ad avanzare un deterrente persuasivo e di incoraggiamento per cui, alla fine, mi lasciai accompagnare in classe. Era la terza Liceo, la classe dei maturandi, in cui lo seppi più tardi, c'erano studenti anche più anziani di me. L'ingresso e l'impatto avvennero nel più totale silenzio, silenzio e correttezza che segnarono da quel giorno in poi tutti i nostri incontri. Nelle altre ore, purtroppo, quelle dei docenti titolari di cattedra, non accadeva la stessa cosa. Tutti si lamentavano di quella classe e, quando nei consigli si andava a sintetizzare l'andamento, discordando il mio giudizio da quello degli altri, mi resi invisa a tutti come la saputella presuntuosa. Dopo qualche anno da quella mia nomina, sposata e laureata, nel timore di non poter conciliare i miei impegni scolastici con i nuovi impegni di vita, mi decisi a chiedere una retrocessione che nessun 251
insegnante
avrebbe
mai
chiesto:
il
passaggio
dal
prestigioso Liceo Classico alla Scuola Media obbligatoria, che, pensavo,
meno
gravosa
e
impegnativa.
Questa
decisione
nell'immediato si rivelò un errore e solo molti anni dopo ne colsi i benefici. In quegli anni, con la nuova istituzione della scuola Media obbligatoria, dopo i cinque anni delle elementari, si era resa necessaria, a raffica, la frequenza a corsi di aggiornamento, a seminari, a sperimentazioni, a incontri ed io mi trovai ad essere impegnata a scuola non solo la mattina ma anche i pomeriggi e, mentre tra i banchi della Media soffiava vento di rinnovamento e di sconvolgimento, il Liceo Classico, nel religioso rispetto della sua tradizione, rimaneva e rimase in una quiete di stallo per molti anni ancora. A carte giocate e con il senno del poi, dopo molti anni m i resi conto che quell'esperienza nella scuola Media Inferiore mi era valsa molto non solo sotto il profilo didattico, ma anche e soprattutto
sotto
quello
umano.
Entrata
nel
mondo
preadolescenziale, avevo imparato a conoscerlo e ad amarlo, a calibrare le mie strategie di intervento ai bisogni e alla sensibilità di ciascun alunno, a coinvolgerli in attività di ricerca, stimolando curiosità ed interessi. Con questo bagaglio di esperienze, quando ritenni di potercela fare, chiesi nuovamente il trasferimento nei Licei. Questa volta ebbi la nomina nel Liceo Scientifico dove conclusi la mia carriera. Alla cerimonia di pensionamento e di addio i ragazzi mi rivolsero parole affettuose di ringraziamento per quello che io avevo dato loro. Mi commossi. Cosa avevo dato? Contenuti, spiegazioni ... Ma quanto di più prezioso mi avevano dato loro stando tra i banchi, 252
con le loro ansie, i loro sorrisi, le loro pene, i loro problemi, le loro leggerezze, il loro essere l'alba di un giorno che per me declinava! Una mattina, già pensionata da tempo, incontrai un mio ex alunno del Classico, noto avvocato e persona di grande rilievo nella comunità cittadina, che mi fermò con un sorriso e, tendendomi la mano, mi disse: - Professoressa, lei non si ricorda, io, però, mi ricordo di lei. Sono passati tanti anni da quel giorno in cui il Preside l'accompagnò in classe. Ricorda?... Lei quell'anno fu nominata in sostituzione di una
vecchia
insegnante
arcigna
andata
in
pensione.
Ci
aspettavamo una dello stesso calibro. Nel vederla sulla soglia, così giovane e indifesa, ammutolimmo e ciascuno si fece carico di proteggerla e di non darle fastidio. Insomma, l'adottammo tutti quanti e, quando avevamo lezione con lei, non dicevamo ora c'è Storia dell'Arte ma 'mu vene la pecceledda', ora viene la piccolina Dopo tanti anni, mi veniva svelato il segreto della condotta esemplare di quella classe durante le mie ore di lezione. Ritornai con la mente a quei giorni lontani, ai miei alunni, a quei consigli di classe, al silenzio di sufficienza dei colleghi titolari quando leggevo le mie relazioni completamente discordanti dalle loro su quegli alunni, per me disciplinati e studiosi, per loro ingovernabili e troppo distratti da altro. Non vi nascondo che quella rivelazione, se da un lato mi commosse, dall'altra ebbe il potere di rimuovere definitivamente le scorie di un'illusione sedimentata nei miei ricordi: l'illusione che il merito del rendimento e della condotta di quella classe nelle mie ore di insegnamento fosse da addebitarsi alle mie capacità di docente, seppure giovane e inesperta. Non 253
avevo chiuso i conti con la scuola. A distanza di tanti anni scoprivo ancora una volta d'essermi sbagliata. La mia volontà non c'entrava affatto. Ancora una volta, sommata alle tante altre, il merito non era mio, ma dei miei alunni che, vedendomi molto giovane e indifesa mi avevano adottata. Ancora una volta, e non ultima, il caso o chi per lui aveva tramato a mio favore.
254
Una vita per una moneta Bari, sabato17 luglio 2004, ore 15.00 Giorgio Mais aveva appena finito di consumare il pranzo giornaliero in una tavola calda lontana qualche centinaio di metri dal suo ufficio. Camminava spedito e di buona lena lungo il marciapiede.
- La pausa pranzo è finita e i colleghi si saranno
rimessi al lavoro - pensò. Accelerò il passo nella speranza di recuperare qualche minuto ed evitare così gli sguardi severi dei colleghi. Era la controre di un pomeriggio caldo e afoso. La strada deserta. - Alcuni passi ancora e giungerò allo svincolo … Girando a sinistra arriverò dritto all'ufficio – si disse, dandosi conforto e buona lena. Il suo era un ufficio import-export. Pensava a quello che lo aspettava e, se non fosse stato per un attimo di distrazione dai suoi pensieri, sarebbe inciampato contro un corpo riverso sul marciapiede. Ma lui lo vide e si fermò. Per un attimo pensò ad un barbone addormentato o a un ubriaco. Si piegò, lo scosse, ma quel corpo non dava segni di vita. Si girò intorno. La strada era deserta. Sconvolto, rovistò nelle tasche della sua giacca e dei suoi pantaloni in cerca del cellulare. Lo trovò. Compose il numero d'emergenza: - Presto …. in via Arrigo Boito c’è un cadavere … - Il suo compito era finito. Stava per andarsene ma gli venne in mente che sul terminale della polizia era rimasto il numero del suo cellulare, numero che nell’eccitazione aveva dimenticato di oscurare. Per non mettersi nei pasticci con le sue stesse mani, da buon cittadino, decise di 255
attendere l'arrivo della volante. Pochi minuti che a lui sembrarono un’eternità ... poi finalmente il suono di una sirena sempre più vicino e lacerante. Di botto una frenata. Dalla volante scesero due agenti del reparto radiomobile. Si avvicinarono. Lo guardano con aria circospetta. Uno dei due gli chiese le generalità mentre l’altro si piegò sul corpo esanime. Lo osservò … gli palpò a lungo la vena giugulare e, rialzandosi: - È morto … - confermò, poi, rivolto a Giorgio Mais - Come mai si è trovato qui lei ?! - e, mentre l’uno era impegnato a far domande, l’altro al telefono parlava concitatamente col nucleo operativo. Giorgio Mais era preoccupato ed irritato per quell'accidente fuori programma. Per la prima volta pensò al suo ufficio come ad un'oasi di pace. Intanto il poliziotto di prima tornò a piegarsi sul cadavere … Rovistò con cautela nelle tasche della giacca ... Dal portafogli tirò fuori una carta di identità. Lesse i dati: - Mario Rizzo … 25 anni … avvocato … giocatore di baseball … -. - Lo conosceva? - Giorgio scosse la testa - Mai visto … mai incontrato in vita mia … - Il volto degli agenti era impenetrabile, a Giorgio sembravano freddi e diffidenti. Temette che i guai non fossero finiti per lui. - Ormai l’ufficio dovrà attendere - pensò. Angustiato da un misto di insofferenza, irritabilità e paura non seppe immaginarsi una soluzione immediata. Il suono di un’altra sirena accrebbe ancor più il suo disagio. Era un’ambulanza. La sirena, appena vicina, tacque di botto. Scesero un medico e due barellieri. Il medico constatò lo stato di rigidità del cadavere - È morto da non molto … La scientifica lo accerterà con precisione … –. - Si può ipotizzare la causa della morte? - chiese un poliziotto. 256
- So dirle che presenta lo sfondamento della base cranica … Da un’altra macchina, fino ad allora nascosta dall’ambulanza, scesero due agenti della scientifica. Segnarono la posizione del corpo sul marciapiede ... scattarono foto … confabularono con gli agenti di polizia, concordarono con il personale sanitario … presero nota. Gli infermieri spinsero una barella su quattro ruote e la posizionarono presso il cadavere. Il medico ordinò ai barellieri di portare via la salma. - La prego di seguirci in commissariato - ordinò uno degli agenti a Giorgio Mais. - Ci segua per la deposizione. – Quello che aveva temuto si era verificato. L'ufficio per quel giorno non lo avrebbe più atteso ma lui questa volta aveva una seria motivazione. Si lasciò accompagnare e, senza proferir parola, salì sull’auto della polizia. Partirono a sirene spiegate. Giorgio si volse indietro. La strada era deserta e il marciapiede libero come se nulla fosse accaduto. Casa Rizzo. Ore I6,3O In casa Rizzo la tavola era apparecchiata da un pezzo. La signora Adelaide e l'avvocato Edoardo sedevano in poltrona dinanzi al televisore.
Ascoltavano
un
programma
senza
esserne
minimamente interessati. - Mario ritarda più del solito … Non c'è motivo di preoccuparmi ... Sicuramente la partita di baseball si starà protraendo oltre il consueto - cercò di rassicurarsi donna Adelaide. Diede uno sguardo all'orologio sul camino. Erano le 16,3O. Piuttosto insolito quel ritardo. Per un attimo le balenò l'idea di telefonare all’Alfa club … un attimo e subito uno squillo … lo squillo del campanello di ingresso. Le ritornò il buonumore. - Va’ tu ad aprire … è Mario 257
… io porto in tavola … - e si diresse verso la cucina dove Paquita, la domestica, aveva lasciato la pietanza in caldo. Indaffarata sentì parlottare con una concitazione strana. Adagiò il vassoio caldo sulla tavola apparecchiata e si diresse nel soggiorno. Due agenti in divisa parlavano con Edoardo. Lui era pallido e stravolto. - E Mario … dov’è Mario?! … - chiese al marito. Gli agenti la guardarono e smisero di parlare. - Mario … dov’è Mario! ... – gridò terrorizzata dal silenzio. Edoardo, sorreggendola appena in tempo, la guidò verso la poltrona senza proferir parola. - Non appena le sarà possibile, al più presto naturalmente, l'aspettiamo per le pratiche di rito. - gli raccomandò un agente a voce bassa. - Al più presto ... Verrò … al più presto … - lo rassicurò senza allontanarsi da sua moglie. - Al più presto - ripeté l’agente e, senza attendere altro, uscirono chiudendosi la porta alle spalle. Al commissariato. Ore I8.00 Scosso dai singhiozzi e asciugandosi le lacrime l’avvocato si allontanò dall'obitorio. Fuori lo attendevano due agenti. Lo fecero accomodare in macchina e, saliti anche loro, si diressero al commissariato. Il sole al tramonto disegnava pennellate sanguigne all’orizzonte … Insieme a Mario quella sera sarebbe andato all’Alfa club …. Il figlio voleva presentarlo agli amici e al suo Mister … Voleva che lo conoscesse il suo Mister per un motivo che gli avrebbe fatto piacere … Non glielo aveva detto il motivo … Sarebbe stata una sorpresa … sicuramente una bella sorpresa. Mario … Un figlio di cui andavano orgogliosi e che era tutta la loro vita … la ragione stessa della loro vita! … Pensò a sua moglie … Era piombata in 258
uno stato di incoscienza … Vaneggiava e farfugliava ... Pensava a quando fosse tornata in sé … a quando avesse preso netta consapevolezza di quello che era accaduto … L'aveva lasciata alle cure del medico di famiglia, suo amico da sempre, e in compagnia di Daria, la ragazza di Mario, anche lei incredula e sconvolta. Anche lui fino a quel momento aveva cercato di convincersi di aver
sognato,
di
aver
avuto
un
incubo.
Aveva
tentato
disperatamente di svegliarsi, come faceva le notti in cui era angosciato da un brutto sogno, ma il trovarsi dinanzi al corpo freddo e muto di Mario gli aveva tolto crudelmente ogni illusione …
Si
asciugò
le
lacrime,
incapace
di
guardare
oltre
il
parabrezza ... Mario! ... Un figliolo buono, generoso, sempre in vena di scherzare … bello ai loro occhi come nessuno! Lo ricordava sorridente nella sua esuberanza giovanile ... Sorrideva anche pochi giorni prima quando lo aveva chiamato nel suo studio per mostrargli l'antica collezione di monete. Era stata di suo padre, prima ancora era stata di suo nonno e poi del bisnonno. - Eccomi, papà - aveva risposto sorridente. - Ascoltami, Mario … ho da comunicarti una mia decisione importante - gli aveva detto con tono serio. - Papà, siamo in vena di serietà? - aveva scherzato lui - Vuoi che mi segga per la circostanza? … -. - Non in vena di serietà ma di generosità - gli aveva risposto sorridendo. - Mi incuriosisci ... Ti ascolto … - e si era messo a sedere su una delle due poltrone accanto alla scrivania. Gli aveva mostrato la sua ricca collezione di monete. Mario l'aveva vista altre volte ma questa non era una delle tante altre 259
volte. - Voglio che questa collezione da oggi sia tua … -. - Ma, papà … non ti sembra un'idea avventata? ... C’è la storia della nostra famiglia ... c'è tutto il nostro passato ed oserei dire tutto il nostro patrimonio in queste monete … Sarebbe più giusto che le mantenga ancora tu ... c'è tempo ... -. - Mio padre la ricevette da suo padre all'età di 25 anni - lo interruppe - Io l'ho ricevuta da lui alla stessa età ed oggi la consegno a te seguendo la tradizione di famiglia … Tu sai quanto ho amato mio padre e nulla farei per andare contro la sua volontà … D'altronde è giusto così ... Tu sei giovane e proprio perché sei giovane potrai imparare ad amarla e a valorizzarla … Quando avrai un figlio farai anche tu altrettanto …Lo aveva poi invitato ad osservare più attentamente i pezzi della collezione. Avevano esaminato ad una ad una le monete. Si erano fermati più a lungo su alcuni pezzi rari, in modo particolare su una moneta bizantina ritenuta un esemplare unico. Per quella moneta aveva ricevuto offerte incalcolabili ma lui non aveva mai ceduto alla tentazione. Quella moneta era appartenuta ad un suo trisavolo che aveva viaggiato molto in Medio Oriente. Ricco commerciante d'arte, aveva barattato un patrimonio per quella moneta. Rivedeva il volto del figlio seriamente interessato e affascinato dai ricordi ma turbato e a disagio dinanzi al valore di quelle monete. - Ti prego, papà, non darmi questa responsabilità per la quale non mi sento ancora pronto -. - Mai ti sentirai pronto se non te ne assumi l’impegno! - gli aveva replicato. Si erano intrattenuti fino a sera inoltrata, fino a quando Paquita entrò ad annunziare che la cena era in tavola. Lui gli aveva consegnato la collezione e le chiavi della cassaforte. Quella sera 260
era felice. Con quella consegna aveva dato a Mario un’ennesima testimonianza del suo amore e della sua fiducia. La macchina si fermò dinanzi al commissariato. In commissariato. Ore I9.00 - Possibile che suo figlio non avesse ... che dire? ... un avversario un po' più acceso ... un nemico!? … - No, signor commissario … Mio figlio aveva un carattere stupendo ... era buono, era solare, era limpido … - Lei ha detto che giocava a baseball … che frequentava l’Alfa club ... Nessun dissidio con i rivali ... nessun contenzioso ... nulla, insomma, che possa condurci alla sua morte? … - Mio figlio era benvoluto da tutti ... In campo era leale ... generoso con tutti ... persino con gli avversari ... Tutti gli volevano bene - Ma un indizio ... un qualcosa ... Nei giorni scorsi non è accaduto nulla di strano ... di eccezionale ... di fuori dalla norma ... non solo tra suo figlio e gli amici ... ma anche in casa ... Mi ha detto che aveva una fidanzata ... tra questa e suo figlio … tra lei, padre, e suo figlio? - Nulla che possa essere importante … - Signor Rizzo, lasci che l'importanza dei dati la decidiamo noi ... La prego di riferirmi ogni banalità … ogni dettaglio sia pure inutile …Edoardo pensò alla collezione. - Giorni fa gli ho donato la collezione di monete ... una collezione avita … Ce la tramandiamo da secoli di padre in figlio … al compimento del venticinquesimo compleanno ... Mio figlio aveva
261
compiuto da un mese 25 anni ed io gli ho consegnato la collezione esattamente come fece mio padre con me ... - Quando per la precisione? … - Il 14 luglio … mercoledì … - Della collezione era al corrente qualcuno? … - Mio figlio ... mia moglie e nessun altro … almeno credo … - Ne è sicuro? … - Io non ho più parenti e quelli di mia moglie vivono in Inghilterra …
Sono
persone
facoltose
…
per
nulla
interessate
alla
numismatica … - Sua moglie sicuramente potrebbe fornirci ulteriori elementi utili alle
indagini.
Il
medico,
però,
ha
consigliato
di
differire
l'interrogatorio ad altro tempo perché troppo agitata … Suo figlio aveva una fidanzata … Ci può parlare di lei? … - È una ragazza splendida ... Si amavano … si amavano tanto ... Presto si sarebbero sposati! … Condividevano in perfetta armonia interessi … speranze … sogni ... I8 luglio. Nell’ufficio del medico legale. Ore 9.00 Il medico legale sfilandosi i guanti si lasciò togliere il camice dall'infermiere, si lavò le mani e si diresse nello studio dove l'attendeva il commissario di polizia. - Mi scusi, signor commissario ... lei sa come vanno queste cose ... non si può mai essere precisi sul tempo ... - Certo … certo ... Ho chiesto di incontrarla subito dopo l’autopsia perché ho bisogno di alcuni elementi certi … prima del referto ufficiale … per potermi muovere con maggiore speditezza … - Elementi certi?! … C’è la conferma di quanto già era stato riscontrato … È stato ucciso con un colpo alla testa ... L'arma era 262
levigata e pesante ... probabilmente a forma conica allungata ... come una clava per intenderci … - Come una mazza da baseball?! … - Potrebbe ... anzi potrebbe essere con molta probabilità ... - La vittima giocava in una squadra di baseball ... e questo è un elemento che orienta le indagini … - Seguite già qualche pista? … - Niente ... brancoliamo nel buio ... Nessun movente ... nessun indagato ... Abbiamo interrogato gli abitanti del luogo in cui è stato rinvenuto il cadavere ... Alle 15 erano tutti in casa o ancora in ufficio ... Nessuno ha sentito nulla … nessuno ha visto nulla ... Era la controra …di primo pomeriggio … un'ora di siesta ... L'impiegato che lo ha rinvenuto era l'unico che a quell'ora camminava per quella strada ... Dei suoi colleghi era l’unico che quel giorno si era recato a mangiare in una tavola calda ... gli altri avevano consumato la colazione al sacco in ditta ... - Posso anticiparle un altro rilievo piuttosto interessante … La camicia era come incollata al corpo su cui ho rilevato tracce di sapone ... come di un bagno schiuma … Sia le tracce di sapone sia la rigidità del corpo fanno presumere che la vittima sia morta intorno alle 12 …. - Circa tre ore prima del ritrovamento … - osservò il commissario. - Il dorso era insaponato e la camicia come incollata al corpo ... questo fa supporre che sia stato ucciso mentre si faceva la doccia e subito dopo rivestito ... - Allora non è morto sul luogo in cui è stato ritrovato! … -
263
- C’è un altro elemento importante … Il colpo è stato inferto da sinistra verso destra … Chi lo ha colpito doveva essere mancino …- E gli abiti? … - La vittima era vestita di tutto punto ... probabilmente doveva essere mancina come l’assassino … la cinghia dei pantaloni era infilata in senso inverso … - Mancino … Già ... un dettaglio da verificare … I8 luglio. In commissariato. Ore 11.00 - Dunque … lei era la fidanzata della vittima … Vi conoscevate da parecchio? … - ... da quando eravamo al liceo ... Lui è più grande di me ... Quando ci siamo conosciuti io frequentavo la quinta ginnasio e lui la terza liceo … Ci siamo fidanzati che lui era iscritto a giurisprudenza … - Lei studia ancora? - Frequento il secondo anno di architettura … lui si è laureato ... si è ... si era già laureato ... - Daria, letteralmente distrutta, scoppiò in un pianto dirotto. Il commissario provò tenerezza per quella figura esile. - Si, lo sappiamo … si era laureato a pieni voti e lavorava nell'ufficio legale del padre ... aveva dinanzi a sé una carriera brillante … era anche una promessa del baseball ... Ma può dirci qualcosa ... può riferirci di qualcuno che in questo momento le viene in mente, che abbia avuto qualche screzio con lui ... qualche alterco ... qualche non so che … che possa fornirci un indizio? … Insomma, quello che le viene in mente ... ci dica tutto … anche l'episodio più insignificante potrebbe rivelarsi utile alle 264
nostre indagini ... per esempio, ci parli dei suoi hobby ... dei suoi compagni … - I suoi compagni erano quelli di gioco... Aveva una stima profonda per il suo maestro. Condividevano assieme la passione per lo sport e per la numismatica … - Per la numismatica?! … - ripeté il commissario manifestando sorpresa e vivo interesse. - Si, per la numismatica ... Mister Jhonson spesso lo invitava a casa sua per parlare di sport … delle gare in programma ... L’ ultima sera … quando si sono incontrati … Mister gli ha mostrato la sua collezione di monete … Mario gli ha parlato di un suo pezzo raro … Mi disse anche che aveva fissato un appuntamento con lui per sabato … ieri … all’Alfa club … gli avrebbe presentato suo padre … - Quando precisamente è avvenuto l’ultimo incontro a casa del Mister ... lo ricorda? … - … il 15 luglio. Giovedì scorso … Lo ricordo bene perché c'era la seduta di laurea di una mia amica … Quella sera lui è andato da Mister ed io dalla mia amica … - Mi sa ripetere con precisione quando il suo fidanzato ha compiuto gli anni? … - Il 14 giugno - Un'altra domanda … mi scusi … Il suo fidanzato era mancino? … -
Mancino?
…
No,
signor
commissario,
destrimano … I8 luglio. In commissariato. Ore I9.00 - Signor? … 265
era
decisamente
- Peter Jhonson … - S'accomodi ...e mi dia un documento ... Dunque, lei è il Mr. della squadra di baseball Alfa club … - Precisamente, signor commissario … - Lei conosceva Mario Rizzo? … - Era un giocatore della mia squadra … - So che avevate rapporti di amicizia e di frequentazione … - Ci stimavamo a vicenda … - Con lui condivideva la passione dello sport e, per quello che immagino probabilmente anche della numismatica … - Dello sport sicuramente ... Di numismatica, lui, non mi ha mai parlato … - Ma lei gliene aveva parlato … e gli aveva mostrato anche la sua collezione … - Peter Jhonson sembrò visibilmente imbarazzato. Gliel'ho mostrata una volta … - Una volta…quando per la precisione? … - L’altra sera - Vuol dire giovedì scorso … - Giovedì scorso … - Il signor Rizzo le aveva mai parlato della sua collezione … di quella ereditata da suo padre? - No … non sapevo che anche lui avesse una collezione di monete …- Ha idea di chi abbia potuto uccidere Mario Rizzo? … - No ... assolutamente no … - Mister, dov’ era ieri, 17 luglio, alle ore 12? … - Ero in campo con la mia squadra … La mia squadra era impegnata in una partita di baseball … 266
- In campo c’era anche Mario Rizzo? … - Si… c'era anche lui … - Lo ha visto andar via? … - Sì… dopo la partita l'ho visto andar via … - Mi sa dire a che ora? … - Finita la partita … il tempo di farsi la doccia … di asciugarsi … di vestirsi e di uscire dagli spogliatoi ... Per la verità è stato l'ultimo ad uscire dagli spogliatoi ... gli altri giocatori erano già tutti andati via … - Quindi … chiunque avrebbe potuto vederlo entrare negli spogliatoi … - Penso proprio di sì … - Ma nessuno lo ha visto uscire ... tranne lei naturalmente … - Proprio così … - L'ha visto uscire vestito di tutto punto ... bene asciugato e ben vestito per intenderci … - Lo confermo … - Bene … bene … Un ultimo dettaglio ...Vuole apporre una firma in calce alla sua deposizione? … - e gli porse un foglio che il maresciallo gli aveva consegnato. Peter Jhonson prese la penna che gli offriva il commissario e firmò con la mano sinistra. - Signor Jhonson, la dichiaro in arresto - tuonò secco il commissario. - Lei ha ucciso il signor Mario Rizzo - Ma … signor commissario! … - Si risparmi altre menzogne … Lei lo ha ucciso mentre faceva la doccia … Ha cercato di asciugarlo alla men peggio ma sul corpo sono rimaste chiazze di sapone rilevate dall'indagine scientifica … Nessuno lo ha visto uscire dagli spogliatoi perché lei ha tenuto 267
nascosto il corpo nel vano doccia fino a che non sono andati via tutti … poi lo ha vestito dei suoi panni ma ha infilato la cinghia nei suoi pantaloni secondo le modalità di un mancino ... e lei è un mancino ... Mario Rizzo era un destrimano … Il movente ... il movente è legato alle monete … Mario Rizzo le aveva parlato di una moneta rara ... una moneta bizantina ... Mr. Jhonson ebbe un moto inconsulto ... Scattò dalla sedia e corse verso l'uscita. Due agenti lo bloccarono e lo ammanettarono. - Allora Mr. Jhonson? … - gli chiese il commissario. - Gli avevo offerto un patrimonio per quella moneta … ma lui niente... Gliela chiesi ancora dopo la partita … sotto la doccia … ma lui niente … Sa come mi rispondeva? … L'ha comprata un mio bisavolo in cambio del suo patrimonio ed io non la vendo neppure per tutto l'oro del mondo ... e rideva divertito ... rideva … Quel rifiuto ... quella risata mi hanno ottenebrato la vista ... Volevo fargli capire quanto mi faceva male … Al culmine della esasperazione afferrai la mia mazza da baseball e lo colpii alla testa ... Non volevo ucciderlo … non volevo ucciderlo! … Dopo averlo vestito l'ho trasportato in macchina ... l'ho messo nel sedile posteriore e sono partito. Era l'ora della siesta ... l'ora in cui le strade sono deserte ... Non ce la facevo più con quel cadavere in macchina … Giunto nei pressi della ditta import-export ho spento il motore … ho dato un'occhiata intorno … non c'era nessuno. Ho spinto il cadavere fuori dalla macchina e sono ripartito… Piangeva mentre gli agenti lo portavano via. Il commissario li vide allontanarsi. Una piega amara segnò il suo volto. 268
- Ma guarda un po’ - commentò amaro - Questo mi mancava … Una vita per una moneta! -
269
Allo specchio
Tratto da un mio romanzo inedito. È la storia di una donna che trova nell’Amore l’unica ragione della sua vita. Un amore per l’ora e per l’oltre, un amore di verità e libertà, un amore che non si piega all’andazzo di una società che massifica e semplifica le identità di ciascuno sulla base di stereotipi e luoghi comuni. Nel brano proposto, scelto in omaggio a tutte le donne, la protagonista viene colta in uno dei suoi tanti momenti intimi, in cui, riconoscendo alcuni tratti della sua identità, stimola in chi legge ulteriori interrogativi e riflessioni. Nel ravviarsi i capelli indugiò allo specchio. Il tempo aveva lasciato segni evidenti sul suo viso. No. Lei non era quello che cambia. Non era il suo corpo o la sua età, ma il suo spirito, la sua energia. Lei era quello che pensava, quello che sentiva nella mente e nel cuore. Era quello che di lei sarebbe vissuto oltre il corpo, quello che il tempo non avrebbe mai disfatto. Lei era la sua anima, le sue gioie, i suoi dolori, l’amore, l’entusiasmo, i disinganni, le speranza e le attese. E poi, adesso che più spesso si insinuava subdola l’idea dell’imminente congedo dalla vita, questa consapevolezza, oltre a ridurre in lei la sensazione molesta della precarietà, le alimentava la fede che sentiva di avere nella sopravvivenza dopo la morte. Il suo corpo era cambiato ma, dentro, aveva e custodiva sempre intatto quello spirito e quell’energia che la spingevano oltre, oltre la precarietà, oltre il tempo, oltre lo spazio
270
Non era solo un’intuizione o una fede passivamente accettata, era una consapevolezza maturata negli anni durante i quali aveva visto accentuarsi sempre più il divario tra il suo corpo e la sua anima. L’uno in un cammino parabolico d’inizio e fine, l’altra in solo ascesa, in espansione verso il vero immortale, l’amore, di cui parla il poeta. L’amore, l’immortale, il nerbo della vita, la vita stessa! Le piaceva indugiare e riflettere su alcuni fatti che più di altri le parlavano del cammino della vita verso l’oltre. Il bruco, nella sua metamorfosi a farfalla, non perde la vita. Lo stadio intermedio, quello di crisalide, non è una fine ma il passaggio a una forma di vita superiore. Così pure per l’uomo. Il passaggio dall’utero alla vita, il parto, non è annientamento della vita ma solo uno stadio intermedio di transizione. L’amore… l’Immortale! Tutto il male di questo mondo non potrà mai soffocare l’anelito all’amore. Un anelito che, a cominciare dal primo uomo, non si è mai affievolito o spento. Ne era certa. Una carezza, un bacio sono nel desiderio di tutti, anche dei cuori più duri e l’amore riporta tutti al primigenio anelito di vita. Da ragazza non aveva mai dato peso eccessivo alla bellezza fisica. Forse perché si accettava com’era, forse perché era così e basta, sta di fatto che non aveva mai sentito il bisogno di investigare più a fondo sul concetto del bello. Per un certo tempo aveva condiviso l’idea statica del bello, quello della Venere di Milo,
dell’Apollo
e
Dafne
di
Canova.
Un
bello
rubato
al
disfacimento e cristallizzato in quelle forme splendide. Solo più tardi, nella metafora di quelle forme inanimate, aveva colto, con piena consapevolezza, l’idea vera e universale della bellezza. Una bellezza che è anelito di vita, desiderio perenne dell’anima. Una 271
bellezza che nutre e spinge oltre. La vita l’aveva portata a rifletterci e lei si era convinta che tutto andava per il verso sbagliato. Ricordava spesso le parole di John Eccles: “La scienza si è spinta troppo oltre nel distruggere la fiducia dell’uomo nella sua grandezza
spirituale”.
La
cultura
positivista
-
pensava
-
enfatizzando tutto quello che si vede e si tocca, ha contribuito e contribuisce a distoglierci da verità più profonde. É per questo che nella vita di ognuno conta soprattutto l’apparire, quello su cui tutti hanno investito e continuano a investire nonostante tutto. Lei, invece, aveva preferito cogliere l’essenza che dà vita alla metafora scultorea, la bellezza dell’armonia dei valori, la sola capace di dar vita all’armonia senza tempo. Questo l’aiutava ad affrontare meglio la vecchiaia e, ora, a vivere con le rughe quell’ improvviso e inaspettato rigoglio di fine stagione.
272
Riflessioni
Festa della Mamma La Festa della Mamma, così come la conosciamo oggi, ha avuto una gestazione piuttosto laboriosa in tutti i paesi in cui si celebra, a cominciare dagli Stati Uniti d’America in cui, dopo varie traversie, venne ufficializzata nel 1914. In Italia, nel 1959, fu istituzionalizzata per l’8 maggio di ogni anno per poi, in seguito, essere spostata alla seconda domenica di maggio. Tuttavia, nonostante le date lo contraddicano, è la più antica festa che la storia ricordi. Diffusa in tutto il mondo in periodi, in forme e modi diversi, la Festa della Mamma di oggi, sia pure con le diversità sopraggiunte, affonda le sue radici addirittura nel paleolitico, allorquando i nostri progenitori, presi dallo stupore della vita che rinasceva dal grembo della terra come dal grembo umano, instaurarono con la terra un rapporto filiale di comunione e devozione. La maternità, prerogativa femminile, fece da mediatrice tra il divino e l’umano per cui i nostri progenitori, convinti che la terra avesse un’anima, le tributarono devozione e culto che, in un rapporto di immanenza tra
divino
e
umano,
esplodeva
in
primavera,
con
rituali
inneggianti alla gioia e alla vita. Se per tutto l’anno il rapporto con la Madre Terra era di amore e devozione, nei giorni di culto, l’amore e la gratitudine esplodevano in canti e danze di gioia. Questo nel passato remoto.
192
Oggi l’alienazione dell’uomo dalla natura e il suo scollamento dal creato
hanno
portato
ad
un
sovvertimento
radicale
della
relazione, non più basata sull’amore e sul rispetto, ma sullo sfruttamento da parte dell’uomo. Non più armonia ma dominio, Questo ha fatto sì che tutte le più belle, le più grandi e le più intime festività religiose e familiari siano andate sempre più svuotandosi
del
loro
valore
profondamente
intrinseco
per
assumerne un altro asservito alla nuova logica. Natale, Pasqua, Epifania, compleanni, onomastici e tutte le altre ricorrenze religiose
e
laiche,
oggi,
vengono
onorate
e
festeggiate,
prevalentemente, percorrendo la via crucis dei negozi, sfogliando i libretti della pubblicità, in onore del consumismo e in obbedienza all’andazzo del così fan tutti. A questa sorte nessuna ricorrenza si è sottratta, neanche la Festa della Mamma che, ristretta nel migliore dei casi ad una celebrazione di genere e asservita alla logica consumistica, fa dell’usa e getta il suo rito giornaliero, perdendo del tutto il suo valore intrinseco. Nonostante tutto, della Festa della Mamma di oggi, mi piace cogliere ancora quel senso profondo e prioritario di un tempo, attualmente trascurato e negletto, quello che unisce terra e umano nel comune e generoso intento di custodire e generare la vita. La Festa della Mamma parla il linguaggio dell’Amore. Mi piace insistere su questo aspetto perché, nella sua intelaiatura con la natura, lontana da ogni stereotipo, infingimento ed egoismo, parla di collaborazione, armonia e rispetto, valori in perdita il cui recupero si impone in modo drammatico e pressante come non mai.
193
Festeggiare la mamma? Sì, festeggiamola il 9 maggio con i suggerimenti che ci vengono dal cuore, quelli di devozione e di amore che i nostri progenitori tributavano alla maternità. Festeggiamola ogni giorno con il cuore, anche con doni, con quelli il cui valore è determinato dall’amore, dal sacrificio anche, non dalla pubblicità e dalle convenienze imposte. Un bacio, una carezza dati con slancio d’affetto ad un fratello, a un padre, a una madre, ad un amico, ogni giorno, in ogni momento, valgono più di un regalo, per quanto costoso, offerto in un giorno convenuto e in obbedienza ad un andazzo.
194
Un equilibrio da ricomporre Mi sono spesso interrogata sulla presenza del male. L’idea che fosse uno strumento divino, una punizione per convincere l’uomo a rigare dritto, per la verità, non mi ha mai convinta. Il Dio evangelico, quello in cui credo fermamente, il Dio Amore, non può servirsi della sofferenza e del male perché l’uomo rinsavisca. Come si spiegano, allora, il male e la sofferenza? È un interrogativo che mi sono posto, in modo caparbio, più e più volte in questi giorni di quarantena per la pandemia da covid19 Perché tutto questo… perché? - e ogni volta, nell’angoscia della mia memoria, rivedo ancora, trasmessi per televisione, quelle file di camion militari pieni di cadaveri stipati, muoversi mestamente lungo il deserto della strada vuota, avvolti nel silenzio di un pianto senza nome e senza pace. No. Dio non può aver voluto questo! Da un lato ho cercato conforto nelle pagine del Vangelo e nella parola
dei
padri
della
Chiesa,
dall’altro
ho
cercato
di
razionalizzare le mie paure andando più a fondo al problema nella speranza, conoscendolo meglio, di poterlo affrontare con più coraggio. L’informazione
trasmessa
dai
mass
media,
martellante,
unidirezionale e monotematica, se, per quanto riguarda il contagio, è stata ed è prodiga di dibattiti e consigli, per tutto quanto il resto è stata e continua ad essere molto reticente. Si è parlato e si parla degli effetti catastrofici di questa pandemia, degli
errori
commessi,
delle
precauzioni
suggerite,
delle
prescrizioni imposte, dell’andamento giornaliero del contagio, dei 195
guariti e dei morti ma non si è parlato e non si parla, in modo organico e chiaro, di quello che più preme: Perché e da dove viene questa pandemia. La certezza divulgata è che il Covid19 è una zoonosi, vale a dire una malattia di origine animale, il cui virus, per motivi favorenti, ha fatto un salto di specie, passando dall’animale all’uomo in cui si è trasformato geneticamente e da cui si trasmette all'uomo per contagio. Ma, il virus, come è passato dall’animale all’uomo? Su questo le informazioni dei mass media sono omissive ed evasive. È vero che, dal punto di vista medico-scientifico, le conoscenze sulla mappa genetica del Covid19 sono parziali e che gli studi sul vaccino sono in una fase ancora iniziale di sperimentazione, ma è pur vero che si conosce abbastanza altro per avviare una prevenzione a monte. Ma di questo o non si parla o lo si fa incidentalmente. Dietro questa pandemia c’è una realtà che va oltre ogni immaginazione,
una
realtà
fatta
di
allevamenti
industriali
intensivi, mattatoi, filiere di lavorazione, domanda e consumo, interessi
economico-politici,
tutto
e
tutti
corresponsabili
dell’immane disastro che stiamo vivendo. Una realtà da horror. Causa di disboscamento e deforestazione, di inquinamento dell’ambiente e delle falde acquifere, responsabile dell’estinzione dei piccoli allevamenti e della chiusura di mattatoi comunali, l’allevamento intensivo a cui si fa riferimento, quello industriale, non ha nulla da spartire con le immagini bucoliche che ci vengono propinate dalla pubblicità. Aree sconfinate che, viste a volo d’uccello, 196
evocano
tutte
immagini
di
tappeti
di
velluto
ondeggiante, viste da vicino si scopre che sono frutto di illusione ottica. Ciascuna è un immenso recinto con migliaia e migliaia di animali stipati e compressi l’uno contro l’altro, nella broda dei loro escrementi, senza potersi muovere, abbandonati, maltrattati e, con un sistema a catena di montaggio, imbottiti di sostanze discutibili,
anche
pericolose,
al
fine
si
accelerarne
l’ingrassamento. In queste ammucchiate avviene un primo contagio di agenti patogeni, quello biologico da specie a specie. Non mancano i controlli sanitari ma, dato l’enorme numero di capi, i controlli non vengono eseguiti singolarmente ma a campione, per cui non costituiscono una garanzia certa contro un’eventuale epidemia. Solo nello scorso anno, in alcune parti del pianeta terra, sono stati uccisi e bruciati milioni e milioni di maiali infetti da peste suina. Nei mattatoi, nelle industrie connesse, nel consumo di carne di animali infetti avviene, poi, un successivo contagio, quello del salto di specie del virus dall’animale all’uomo, lo spillover, già responsabile in passato di altre malattie di origine animale, dette zoonosi. Sì,
perché
questo
virus,
già
preannunciato
nel
2012,
dall’americano David Quammen, nel suo libro Spillover, non è il primo agente zoonotico ad averci colpiti e non sarà certamente l’ultimo. Tuttavia, come se niente fosse, gli allevamenti intensivi e tutto l’indotto collegato continuano a proliferare e a produrre ogni giorno a ritmo incessante per soddisfare una domanda di consumo che cresce a ritmi ancor più veloci e pressanti di quelli della stessa produzione. Nel 2014, secondo le statistiche della
197
FAO, in tutto il mondo sono state consumate 312 milioni di tonnellate di carne per una media annua di 43 kg per abitante. In questa domanda planetaria c’è la richiesta di tutti noi e di ciascuno, che, in quanto uno, è convinto di non avere nulla a che spartire con questo problema e col suo meccanismo. È solo una convinzione di comodo o di inerzia mentale. La verità è che la carne, sulle nostre tavole, ha sostituito il pane, quello che viene invocato a Dio come dono quotidiano nel Padre Nostro. Ci sfugge questo e ci sfugge anche il fatto che la carne ha sostituito il pane non per volontà d’altri o per caso, ma per nostra volontà e scelta, a caro prezzo pure, considerato quanto è accaduto e quanto sta accadendo. Sembra impossibile che un solo individuo possa cambiare il mondo nel bene e nel male, eppure è così. Il battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo e un sassolino gettato nel mare sconvolge tutte le acque dell’oceano. Sembra assurdo ma è vero. Oltre ai fatti c’è anche la natura che, con il suo linguaggio, risponde al nostro interrogativo: Perché il male e la sofferenza… perché tutto questo? Questa domanda, però, non va fatta a Dio. Dio non c‘entra nulla con il male e la sofferenza che ci hanno colpiti. La risposta è solo nelle nostre scelte e nei nostri comportamenti. Abbiamo rotto un equilibrio e siamo chiamati a ricomporlo. Certo, è umano e di conforto rivolgerci a Lui e chiedergli che ci aiuti e ci dia la forza di superare questo momento, ma nella consapevolezza che dobbiamo essere noi, con la nostra volontà e decisione, a dare una dritta più giusta e più vera alla nostra vita, magari assumendo abitudini più oculate e 198
responsabili e attuando comportamenti più in armonia con tutto il creato. Dio nella sua bontà, anche attraverso il male e nella sofferenza, ci aiuterà a trovare la via verso il bene, a patto, come già detto, che ciascuno di noi lo voglia e si adoperi in prima persona.
199
Riflessioni sugli orrori del Kossovo La guerra nel Kossovo (1996 – 1999) fu segnata da indicibili atrocità a danno degli inermi. Oltre alla perdita di un ingente numero di vite umane, furono perpetrati, come arma etnica, persecuzioni e stupri inauditi e feroci. Si operarono a tappeto distruzioni di chiese, scuole, abitazioni. Nessun luogo era più sicuro per nessuno. Se si scampava alle atrocità, si moriva per fame. Una tragedia immane, un inferno dal quale le tante vittime innocenti, tra cui molti bambini e donne, tentavano di fuggire. Esodi di gente disperata cercava aiuto ai confini e l’aiuto, tra rischi e difficoltà, si fece largo, non da parte delle potenze in lotta, ma dagli impotenti d’oltrefrontiera. In questi giorni, insanguinati dalle atrocità, ho vissuto la mia Pasqua di resurrezione raccolta nel silenzio di un antico dolore. L’ho vissuta sotto il peso angoscioso d’essere ripiombata in un passato che ero convinta non sarebbe mai più affiorato, di un passato che, relegato nella storia degli orrori, qualcuno cominciava a credere che non fosse mai esistito. Ma io so che quel passato è esistito, lo so perché i miei genitori lo hanno vissuto sulla propria pelle, lo so perché conservo ancora vivi nel ricordo alcuni brandelli di quei giorni senza casa e senza terra. Eravamo presso il Volturno nella fascia di fuoco, quella lungo la quale si fronteggiavano le forze americane a sud e quelle tedesche a nord. Io avevo appena tre anni eppure ricordo. Ricordo il suono lacerante delle sirene dell’allarme aereo e del coprifuoco, 200
il botto secco delle finestre che si chiudevano, il buio che calava, nero e pieno di paure, nella casa attonita, il pianto convulso di mio fratello, terrorizzato dalle bombe e dal mitragliare della contraerea. Ricordo la fuga dalle case, il vagare all’aperto, il dormire all’addiaccio, tra i corpi degli adulti stretti l’uno all’altro per non morire di freddo. Ricordo il rifugio nelle cantine di campagna dove non si era mai al sicuro e dove si aspettava, nella fedele compagnia della paura, del freddo e della fame, di ritornare all’aperto. Mio padre, ricercato dai tedeschi perché militare delle forze armate italiane scompaginate dopo l’8 settembre, guidava quel gruppo di sfollati che cercavano scampo nella fuga, lontani dalle loro case, dal paese minacciato dai rastrellamenti dei tedeschi. Li guidava tra le campagne, tra i monti, verso i rifugi che aveva individuato
nelle
perlustrazioni
notturne.
Ricordo
la
fuga
improvvisa dei maschi dal gruppo e poi la loro apparizione tra noi. - Se ne sono andati … se ne sono andati i tedeschi … state calmi … - Poi il cammino riprendeva in quella fascia di terra, chiusa a tenaglia tra i due fuochi nemici. Noi bimbi camminavamo stretti stretti agli adulti. Nessuno parlava, nessuno piangeva. Ogni tanto sparsi nei campi c’erano corpi come abbandonati in un sonno profondo e sereno. Perché non riposavamo anche noi come loro? ... Gli adulti ci coprivano gli occhi o ci distoglievano in altro modo perché non vedessimo, ora lo so, perché non vedessimo in volto la morte. Avrei voluto non più ricordare, avrei voluto consegnare ai miei figli e ai miei nipoti un mondo rinsavito, un villaggio globale in cui tutti gli uomini fossero uniti nell’amore, nella solidarietà e nella 201
voglia di pace. Ma le immagini atroci che ci vengono oggi dai Balcani, gli echi della guerra del Kossovo, che giungono fino a noi, hanno risvegliato quelle antiche paure e ricomposto le immagini di sofferenza e di dolore che non avremmo mai più voluto rivedere. È vero, le guerre non si sono mai spente su questo pianeta e la certezza di un occidente tranquillo, intento a tessere la pace per il villaggio globale, ci faceva sperare che un giorno la pace sarebbe arrivata dovunque e che, sia pur lentamente, si sarebbero spenti per sempre i fuochi di guerra in un’alba nuova per l’umanità finalmente unita nei vincoli della fratellanza cristiana. Utopia?! ... Eppure, il cristianesimo non è un’utopia … è un messaggio di vita umanamente possibile, un messaggio costruito sull’amore e l’uomo, quando vuole, sa amare, sa amare l’altro, sa amare il diverso, il debole, l’handicappato. Ce ne dà testimonianza vivente la gara incessante e continua di solidarietà scattata a sostegno dei profughi del Kossovo. Uomini, donne e persino bambini da ogni parte si sono mobilitati a sostegno dei bisognosi in uno slancio di carità che, solo a immaginarlo qualche tempo prima, avremmo definito utopia. Nei campi di accoglienza in Albania la generosità ha compiuto opere impensabili in circostanze normali. Miracolo dell’amore! ... Tra le persecuzioni e gli eccidi etnici, tra la guerra e tutto quanto in questi giorni è frutto della follia umana, la luce della speranza brilla tra gli “sconfitti”, tra i deboli, i miseri, i senza casa e i senza patria. Sono essi, i poveri, gli ultimi, gli ebrei dell’esodo biblico di fine millennio a dare testimonianza di Dio, della presenza di Dio tra noi, nell’amore, nella carità, nella solidarietà. 202
In quei luoghi si fronteggiano due modi diversi e contrapposti di essere uomini, da una parte l’uomo che si distrugge nell’odio, nel nazionalismo, nella guerra, dall’altra l’uomo che si costruisce nell’amore, nell’ecumenismo, nella pace. È questo l’uomo della vita…è questo l’uomo del Vangelo, il buon samaritano, l’uomo della luce e della speranza!
203
Noi Italiani La presunta discrasia tra Nord e Sud della nostra Italia non è un fatto
genetico
ma il risultato
di una politica
postunitaria
inavveduta. Ma tutto questo appartiene al passato e a nulla servono le recriminazioni. Serve invece la consapevolezza dei fatti perché, finalmente, si realizzi a pieno e nel modo giusto quell’altro obiettivo postunitario sospirato dal D’Azeglio: "ora bisogna fare gli italiani". Conoscere i fatti pregressi e prenderne atto è necessario non per rinfocolare vecchi e nuovi rancori ma per scardinare luoghi comuni che sottendono questi rancori e nuocciono non poco alla dignità della nostra Nazione. Non è stato né sufficiente né produttivo stamparci tutti su uno stesso modello privilegiando uno a danno di un altro, non ha sortito gli effetti sperati ridurre i confini della nostra storia, compresa quella culturale ed artistica, ad un’area ristretta del nostro meraviglioso Paese ed eleggere a culla della nostra lingua una certa zona e scuola piuttosto che un’altra zona e un’altra scuola della nostra penisola italica. Senza nulla togliere ai meriti di ciascuna, mi riferisco da una parte a Firenze e al dolce stil nuovo e dall’altra a Palermo e alla scuola Siciliana. Se ognuno di noi decidesse di agire in prima persona, se riuscissimo a conoscerci come italiani di più e meglio, sono sicura che ci ameremo di più e meglio nella concordia e nella reciproca accettazione. Per rimanere nei nostri confini, quelli che includono il nostro nord e il nostro sud, basterebbe riconsiderare la verità vera di alcune tappe fondamentali della nostra storia per trovare 204
una ragione al mio invito. La prima che mi viene in mente è la discrasia tra nord e sud, quella ancora più vicina, quella che subito dopo l’Unità d’Italia e in particolare dopo la Seconda guerra mondiale vide l’esplosione economica e culturale del Nord e il triangolo industriale Milano-Torino-Genova assumere un ruolo trainante e primario nella vita della Nazione con il proliferare di colossi industriali e di imponenti agenzie di informazione e divulgazione. In contemporanea, al Sud, la riforma agraria, frantumando il latifondo e polverizzando le terre espropriate, non solo non produsse gli effetti sperati, ma addirittura si ridusse in un clamoroso fallimento. La spartizione delle terre, avvenuta senza alcuna preparazione e programmazione, senza un’appropriata dotazione di attrezzature, trasformò le case coloniche del Meridione in rifugio per vecchi e bambini mentre le forze giovani, quelle capaci di produrre, emigrarono al Nord in un esodo che, nel ’60, toccò la punta biblica di oltre quattro milioni di emigranti. La Cassa del Mezzogiorno poi, istituita essenzialmente per il rilancio agricolo del Sud, servì quasi esclusivamente ai grossi imprenditori del Nord che, sfruttando clausole e cavilli, vennero, qui da noi, ad insediare industrie fantasma, denominate poi, a ragione, “cattedrali” nel deserto. Per questo e per altri motivi, che si
aggiunsero
a
quelli
risalenti
all'unificazione
territoriale
dell’Italia, si accentuò ancor più la divisione degli italiani in due blocchi contrapposti, quella dei buoni e quella dei cattivi. Categorie non solo etico-culturali, ma, direi, anche genetiche, alimentate dai mezzi di informazione e di divulgazione, fiorenti al
205
Nord, con l’intento non dissimulato di aggredire e distruggere la nostra identità per poi rifarci tutti su un unico modello … il loro. L’azione fu così serrata e martellante, così assertiva da parte loro e priva di contraddittorio da parte nostra che ancora oggi ne perdurano gli effetti. La nostra identità fu messa e ancora oggi viene messa in discussione non solo dagli altri ma, addirittura, da noi stessi meridionali. I libri di scuola della neonata repubblica, editi quasi tutti al Nord, continuando nell’intento dell’Italia postunitaria, quello di unificare gli Italiani sotto il profilo culturale, perseverarono nel rimuovere la storia
gloriosa
del nostro
Meridione.
Ci insegnarono
e
ci
convinsero che le tappe più importanti della evoluzione culturale e
storica
del
nostro
paese
furono
segnate
nell’Italia
risorgimentale, nell'Italia del nord ... che lì ci furono gli eroi, lì i grandi scrittori, nel settentrione la grande civiltà a cui guardare con stupore e a cui uniformarci tutti, e per tutti si intendeva esclusivamente noi meridionali. L’arte, la cultura, la storia, la letteratura, l’efficienza era tutta e solo quella del Nord e noi, indolenti, frastornati e acquiescenti, comunque in uno stato passivo di sudditanza, cominciammo a vergognarci d’essere gente del Sud, ad unirci al coro dei nostri denigratori, ad essere accusatori implacabili di noi stessi. Dimenticammo tutto o quasi tutto delle nostre radici, da quelle preistoriche a quelle della Magna Grecia, dalle nostre lotte contro gli invasori del Mediterraneo a Federico di Svevia, e su su fino al Settecento napoletano, famoso già da allora in tutti gli stati d’Europa e dell’America non solo per la sua scuola musicale ma anche per l’eccellenza del suo diritto che, per merito del giurista 206
meridionale Gaetano Filangieri lasciò
del Regno di Napoli
un’impronta determinante nella dichiarazione di indipendenza americana. Poteva essere una gloria nostra, del nostro meridione ma questo particolare è stato inghiottito dal silenzio, come tutto il resto della nostra storia, per colpa degli altri ma anche e soprattutto per colpa nostra, di noi meridionali. Abbiamo preferito ripetere a pappagallo la lezione che ci veniva e ci viene ancora oggi propinata. Abbiamo preferito seguire l'andazzo. Al guaio abbiamo aggiunto un altro guaio ... l'autolesionismo. Quest'arte dell'autoflagellazione l'abbiamo estesa anche oltre il confine dove non esitiamo a spararci contro. Se per un verso siamo tutti punitori di noi stessi, per un altro abbiamo contribuito ad etichettarci, agli occhi del mondo, figli dello sfascio che noi stessi denunciamo, con i tanti risvolti negativi anche sul piano internazionale. Se questo è vero bisogna metterci tutti di buona lena per liberarci da condizionamenti negativi, per riappropriarci delle nostre radici con spirito di condivisione e con il giusto orgoglio della comune appartenenza. Solo conoscendoci di più e meglio potremo amarci di più e meglio e realizzare finalmente quell’unità degli italiani fino ad oggi non ancora compiuta.
207
Conosciamoci di più e meglio ... per amarci di più e meglio
La nostra penisola è tra le più belle del globo, la nostra storia tra le più antiche e ricche di fermenti di civiltà, il nostro popolo è tra i più geniali e operosi eppure, la nostra Italia è costretta a fare i conti con un fuoco amico che la discredita e la penalizza a volte senza remissione. Non sono gli altri i nostri nemici, no, molto spesso siamo noi stessi che, per un andazzo quasi genetico, le spariamo e ci spariamo contro senza alcuna remissione. I danni che ne conseguono sono incalcolabili e di varia natura. Sono non solo su scala nazionale, ma anche danni internazionali, difficili da sanare,
danni
che
vanno
a
colpire
pesantemente
e
irrimediabilmente la nostra Italia e noi Italiani. Quanto segue vuole essere una presa d'atto, un invito e una preghiera a recuperare la verità e l'orgoglio dell'appartenenza. Sono orgogliosa d'essere italiana, amo il mio Sud e, in parte, mi sento responsabile nei confronti della mia Patria e della mia Terra soprattutto quando, giustamente, potrei spezzare una lancia a loro favore e non lo faccio, lasciando via libera, con il mio silenzio, a pregiudizi ingiusti e sommari. Ora, però, voglio fare ammenda e dire
senza
peli
sulla
lingua
quel
che
penso
su
questo
atteggiamento. Chi di noi, dinanzi alla presa d'atto di qualcosa che non va o di un illecito, non ha mai detto o sentito dire con aria rassegnata: - Che vuoi, siamo italiani! … - oppure: - Che vuoi da noi meridionali? Come a dire: - non lo sai che siamo tutti corrotti noi italiani … che 208
noi meridionali siamo tutti camorristi? - Prendere solo l'aspetto negativo di una realtà, generalizzarlo e stigmatizzarlo come connotativo dell'identità di un popolo o di una comunità, oltre ad essere un atto arbitrario, è soprattutto fortemente lesivo, sotto ogni aspetto lo si voglia valutare. Purtroppo, questo modo di fare contraddistingue un po' tutti noi italiani. Implacabili contro noi stessi creiamo ed avalliamo presunte verità che ci stigmatizzano e ci offendono. È un atteggiamento che si rivolta contro noi stessi come un vero e proprio boomerang. Quando nel 1982 portai la mia classe in Danimarca, anticipando di decenni l'Erasmus, parlando con i miei colleghi danesi che si profondevano in dichiarazioni d'amore per il loro Paese, uno di loro ebbe a dire: - Mi dispiace per voi. In Italia le cose proprio non vanno. I vostri giornali non fanno che parlare di delinquenza, corruzione, malaffare -. Qualcuno di noi avallò con cenni di approvazione e lui: - Appunto, è incredibile. Sì, proprio incredibile. Nessuno ci crederebbe se non foste voi stessi ad ammetterlo … Come fargli capire che le cose non stavano e non stanno proprio così, che non tutta l'Italia, né tutti gli Italiani sono catalogabili in quello sfascio, che anzi siamo migliori di quanto noi stessi ci etichettiamo … che anche in Danimarca non tutto fila liscio? … Come smentire quel suo rammarico? Per la verità la tentai una smentita ma il sorriso di commiserazione di quel mio collega danese mi fece capire che su un fatto così lampante, da noi tutti denunziato ed avallato, era inutile ogni carità cristiana. Alla fineRacconti aggiunse: - Se da voi vige una costituzione democratica come qui da noi, se da voi il popolo è sovrano come 209
qui da noi, non capiamo perché attaccate fino al vilipendio i vostri rappresentanti e li attaccate anche impunemente … Questo da noi è inconcepibile. Per carità, è giusto e doveroso parlare dei loro errori, è giusto e doveroso rimuoverli ma coprirli di ridicolo e screditarli solo per guadagnare voti non vi pare che questo, più d'ogni altra cosa, danneggi la reputazione di ciascuno di voi e dell'Italia stessa? Questa osservazione mi ha fatto e mi fa ancora riflettere. La Danimarca da noi era ed è considerata una delle nazioni più avanzate in fatto di civiltà e di democrazia. Questo è vero, come è vero l'orgoglio con cui parlavano e parlano della loro Nazione e della loro regina. L'amore della loro Patria trasuda da ogni atteggiamento e in ogni angolo. La loro bandiera svetta ovunque, nei negozi e nelle strade e il rosso e il bianco, che sono i suoi colori, predominano ovunque, anche negli addobbi delle case. Durante il nostro soggiorno constatammo con grande meraviglia e sorpresa che, ogni mattina, il primo raduno a scuola avveniva nell'auditorium dove, alunni, docenti e personale tutto intonavano in coro l'inno nazionale. Solo dopo quell'inno cominciava la loro giornata di studio e di lavoro. E loro erano e sono orgogliosi delle loro radici, radici di cacciatori, pescatori e marinai. Le amano, le valorizzano e ne fanno oggetto di vanto. Radici di tutto rispetto ma non così cariche di storia, di pensiero e di arte come le nostre. Al saldo noi Italiani abbiamo una terra meravigliosa, una storia gloriosa, abbiamo musei stracolmi
di
testimonianze
eccelse,
siamo
un
popolo
effervescente e geniale, fatto di buoni e meno buoni, come tutti
210
d'altronde, eppure, parlando di noi, senza alcuna remissione, ci fustighiamo e ci lamentiamo come fossimo i peggiori. Se poi consideriamo che questo atteggiamento, quello della flagellazione, lo esercitiamo anche tra noi italiani, l'uno contro l'altro armati, allora mi viene da considerare che, come popolo, non abbiamo ancora una identità nazionale univoca e condivisa. E voglio rimanere nei confini della nostra nazione perché è qui che nasce la zizzania della lamentela e della maldicenza. Potrei piagnucolare e trovare tante motivazioni a discolpa di questo modo di fare ma non ho intenzione di perdermi in un piagnisteo su colpe di altri o d'altri tempi. Voglio parlare delle nostre colpe di oggi, dei danni provocati oggi da noi Italiani alla nostra Italia, da noi Meridionali al nostro Meridione. Voglio parlare dell'atteggiamento discriminatorio contro il Sud, della nostra propensione
all'autolesionismo,
fuoco
amico
che,
sia
pure
involontariamente, aggiunge danno al danno provocato da altri. Ritengo che, se riuscissimo a recuperare la grandezza dimenticata o rimossa del nostro Sud, se riuscissimo con orgoglio ad unirla alla grandezza del nostro Nord e viceversa, se riuscissimo a non dimenticare né ad omettere quello che di buono abbiamo ma a farne vanto comune allora sì che potremo finalmente essere uni in un'unica Nazione. Liberiamoci delle beghe di una vera o presunta supremazia o sudditanza di una parte dell'Italia, liberiamoci dalla propensione al vittimismo e dall'accettazione passiva di un sapere precostituito. Conosciamoci di più e meglio per amarci di più e meglio. Quando dico conosciamoci intendo nei pregi e nei difetti per essere orgogliosi dei pregi e trarre da quell'orgoglio lo slancio a combattere quello che non va. 211
Non c'è bisogno di una rivoluzione. Sarà sufficiente intrattenerci con maggiore consapevolezza sulle tappe del nostro passato e presente, smettere di catalogarci negli stereotipi delle categorie preconcette, esercitarci di più nella ricerca della verità vera, nel confronto, nella riflessione ed elaborazione critica ed autonoma del nostro pensiero e poi… cantiamolo più spesso quest'Inno Nazionale, cantiamolo nelle nostre scuole, nelle nostre palestre, in coro, così che tante voci e tanti cuori diventino una sola voce e un solo cuore nell'empito della condivisione e dell'orgoglio di appartenenza. Non è retorica. È solo amore di patria.
212
La questione meridionale Tra gli appunti dei miei lontani anni di liceo ho trovato numerosi fogli di ricerca e di approfondimento sulla Questione meridionale a partire dal 1861. Fogli sofferti per le numerose cancellature, correzioni ed aggiunte dovute non solo alla complessità del problema, ma anche al coro di rilievi, diagnosi e suggerimenti di una folta schiera di studiosi quasi mai concordi tra loro. Quelle divergenze e quell’impegno caparbio di diagnosi e proposte testimoniavano che il problema Meridione, al tempo di quegli appunti del mio lontano liceo, ad un secolo dall’unità d’Italia era ancora un problema tutto da risolvere. È vero che, sin da quel fatidico 1861, anno in cui fu proclamata l’Unità di Italia, di iniziative ne sono state prese ed attuate, che nel secondo dopoguerra sono stati investiti considerevoli capitali elargiti dal piano Marshall, ma è pur vero che, nel corso degli anni quasi tutti gli interventi fino ad allora adottati manifestarono enormi limiti di compatibilità e di efficacia. Rileggendo quegli appunti oggi, a distanza di tanti anni, ne colgo ancora la persistente attualità. Ancora oggi il divario persiste, ancora oggi si parla di scollamento tra Nord e Sud, ancora oggi questa distanza appare lontana dall’essere appianata per cui, ancora oggi, questo nostro Meridione non trova una integrazione nell’ organigramma di sviluppo della nazione Italia. Il fatto che l’annessione del Meridione sia avvenuta come è avvenuta, seppure alimenti ancora un dibattito di voci discordanti sul come sia avvenuta, in definitiva oggi è un dato di fatto incontrovertibile … Ma che, oggi, 213
a distanza di oltre un secolo e mezzo, si discuta ancora dello scollamento economico e culturale del popolo italiano tra Nord e Sud testimonia chiaramente che qualcosa continua ancora a non funzionare da quel lontano 1861, quando, proclamata l’Unità di Italia, si chiosò l’evento con la dichiarazione, solitamente attribuita a D’Azeglio, di un ulteriore programma futuro: Fatta L’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani. Quel dobbiamo fare gli italiani implicava un progetto ben chiaro di manipolazione e non di inclusione. Come asserzione perentoria non lasciava dubbi sul metodo da seguire: promuovere l’identità di popolo non mediante un progetto di inclusione nel rispetto delle diversità delle parti ma rimodulando l’identità del meridione sul modello unico ed esclusivo del vincitore. Ci ho riflettuto molto e, sulla base di documentazioni e dati di fatto, condividendo naturalmente il pensiero di altri, mi sono convinta che la motivazione di stallo della questione meridionale affonda le sue radici proprio in questo progetto: quello di dover fare gli italiani, in sé legittimo ma nell’ attuazione pratica ancora oggi un progetto da perseguire. Se il fine è legittimo, sicuramente non ha funzionato il suo processo di attuazione che, ignorando l’identità culturale e la vocazione economica, si volle plasmare il nostro Meridione su un modello che non trovava, qui da noi, motivazioni e spinte endogene. Nulla a
salvaguardia
della
sua
identità,
tutto,
mirato
alla
sua
manipolazione e alla sua omologazione ad un modello altro, quello del Nord. Non dico questo per fare polemica o per esacerbare gli animi. Per carità. Mi sento e sono orgogliosamente italiana. Lo dico perché, solo prendendo consapevolezza dei dati di fatto, si può maturare 214
una giusta consapevolezza e, su questa, avviare un’autentica integrazione. Solo conoscendo i fatti si possono evitare giudizi sommari ed offensivi come quello formulato e divulgato con arroganza e protervia da Vittorio Feltri: i meridionali, rispetto agli italiani del Nord, sono inferiori. Basti pensare agli interventi avviati dall’unità d’Italia ad oggi, interventi che, da un lato, hanno visto lo Stato impegnato a favorire nel Sud il proliferare di poli industriali strettamente subordinati alle industrie del Nord e totalmente scollati dal nostro territorio e, dall’altro, la scuola statale impegnata a riplasmare la nostra identità su un modello altro nella convinzione che, con la strategia della correlazione economica, seppure sbilanciata, e della omologazione culturale tout court, si sarebbero fatti gli italiani con una comune e condivisa identità economica e culturale. Questo naturalmente comportò l’enfatizzazione e il silenzio, comunque la manipolazione di avvenimenti e fatti della nostra grande storia: quella gloriosa della Magna Grecia trattata come un’appendice accidentale della storia greca, la Scuola Siciliana come appendice, en passant, della figura di Federico secondo di Svevia. Persino la culla del volgare italiano, indiscutibilmente siciliana, fu traslata in Toscana e ancora oggi sui libri di scuola si ribadisce che la culla della lingua italiana è la Toscana e che Dante è il padre della lingua italiana, confondendo il merito della genitorialità con quello d’esserne stato il divulgatore, suo malgrado. Se non vogliamo dare alcun merito prioritario ai poeti della Scuola Siciliana circa l’aver conferito dignità letteraria al volgare, non possiamo tuttavia ignorare che la genitorialità del volgare è da attribuirsi prima d’ogni altro ai comuni parlanti. Il 215
bello è che i libri di scuola, nonostante alcune eccezioni, continuano ancora oggi a prediligere maestranze storiche e culturali del Settentrione, ignorando quasi del tutto la prolifica ed eccellente produzione del nostro Meridione. Negli anni di scuola elementare e media in nessuno dei miei libri ho mai trovato una sola pagina di un nostro scrittore pugliese. Mi ricordo ancora la reazione di disappunto che mi procurava il mandare a memoria poesie che nulla mi dicevano della mia terra. Una in particolare mi perseguita ancora oggi, "L'ultima ora di Venezia" di Arnaldo Fusinato, una poesia meravigliosa che mi commuoveva e nella commozione mi pareva di tradire la mia terra che pure aveva tante sofferenze da cantare e forse le cantava ma nessuno lo sapeva o, peggio ancora, nessun libro ne parlava con sofferta condivisione poetica. L’aver cercato e il cercare ancora oggi di cancellare l’identità del nostro meridione è stato e continua ad essere un elemento frenante alla coesione orgogliosa e pacifica del popolo italiano. Tuttavia, accanto a questo dato di fatto, non vanno sottaciute le responsabilità di noi meridionali. Siamo vissuti fino ad oggi in uno stato di acquiescenza, imitando e sognando il Nord. Non mi riferisco a coloro che sono emigrati e vi emigrano per lavoro, ma a coloro che, quando sentono parlar male di noi, o tacciono o, con rassegnata acquiescenza, sono soliti esclamare: che vuoi … siamo meridionali! Ce l’ho con coloro che sognano l’Università al Nord come titolo di merito scartando quelle del Meridione perché hanno la grave colpa di essere meridionali. Eppure, abbiamo qui da noi centri di eccellenza che non hanno nulla da invidiare a nessuno. Ce l’ho con coloro che hanno sepolto nel dimenticatoio 216
l’eccellenza delle nostre radici, hanno dimenticato i fasti culturali ed economici della Magna Grecia, con coloro che non ricordano più che la prima produzione letteraria in lingua volgare italiana fu quella della scuola siciliana di Federico II di Svevia, stupor mundi. Ce l’ho con coloro che, acquisite competenze di eccellenza al Nord o all’estero, non tornano qui da noi a portare nuovi fermenti per rendere più ricca e più nobile questa nostra terra. A testimonianza cito la mia risposta ad una signora del Nord, di cui taccio il nome, la quale, in una trasmissione televisiva, asserisce come dato di fatto inoppugnabile che i cani vengano maltrattati soprattutto nel Sud. "Gentilissima, vorrei sapere su quale base si fonda la sua asserzione
che
i
cani
vengano
maltrattati
soprattutto
nel
Meridione d’Italia. Potrebbe essere fondata su una sua esperienza personale ma questo non l’autorizza a generalizzarla facendone un marchio identificativo di una parte d’Italia. Anche io ho avuto esperienze estremamente negative nel Nord Italia ma non oserei farne mai un tratto identificativo di quell’ area … i buoni e i cattivi non sono divisi per aree di appartenenza … l’essere buoni o cattivi è solo un fatto di scelta personale. Si ricordi che il nostro Meridione per antica cultura apre le porte a tutti, anche agli animali. Se poi qualche esperienza infelice testimonia il contrario, questa rimane un’esperienza circoscritta. Insomma, finiamola di dividere l‘Italia in due e guardiamoci dal farlo in tv. Non è un bene per nessuno. Le nazioni più fiorenti sono quelle che, pur nella diversità, sono le più consapevoli e rispettose della loro identità unitaria."
217
Quando il buon senso tace La cultura consumistica ha dato la sua risposta saggia ed esaustiva al dubbio amletico essere o non essere? ... Apparire! ... Così tutto diventa più facile, più immediatamente percepibile, più facilmente
valutabile
secondo
parametri
standardizzati
dall'andazzo di massa. Nella massa c'è un unico cervello che lavora
per
tutti
liberando
ognuno
da
preoccupazioni
e
responsabilità. Nel gregge della massa l'apparire è un distintivo immediatamente percepibile, un distintivo che al primo colpo d'occhio ti identifica subito per quello che vali e per quello che sei. Subito. Nel mondo d'oggi, quello in cui viviamo, in cui tutto va a velocità sostenuta, quello dell'adesso e subito è un imperativo ... Ti piace? ... Lo vuoi? ... Non pensarci. Il lasciato è perduto. Non hai soldi? ... Non è un problema. Puoi pagare a rate o con un pagherò ... Il possesso di quell'oggetto, di quel vestito, di quel qualcosa à la page, oltre a gratificarti, diventa per te un distintivo, un marchio doc che, come i marchi sui prodotti commerciali, definisce agli occhi di tutti quello che sei e quanto vali. La parsimonia è roba d'altri tempi. Oggi non solo non ti fa onore ma più che mai è la perdita di un'occasione, una privazione sconsiderata. La testimonianza più eloquente di quel che sei e di quanto vali sta nello spendere e nello spandere. Non importa se non sei ricco, quel che importa è che tu lo appaia. Se poi sei ricco, spendere e spandere ti realizza, ti soddisfa, ti rende più ... più ancora di quel che sei. NO ... non è un paradosso, non è una 218
esagerazione. È la realtà di oggi e nessuno può permettersi di vivere fuori dalla realtà, più che mai oggi in cui alla battuta di cassa segue immediatamente lo scontrino di convalida. Il collante che unisce gli uomini sono gli stereotipi. Ti liberano dalla fatica e dall'impaccio di pensare e, agli occhi degli altri, uniformandoti a loro, non corri il rischio di sbagliare che è quello che più conta per vivere in pace, senza problemi. Nella società consumistica, non è il pensare che valuta ma l'apparire, l'immagine che tu dai di te, è quella che definisce la tua identità così come l'immagine pubblicitaria definisce la bontà vera del prodotto, salvo reazioni allergiche, intossicazioni o peggio ancora, ma queste, si sa, sono imprevedibili anche per chi è fuori dal gregge. Quel che conta è che tu non esca fuori dal gregge, che il tuo cervello sia sintonizzato con quello della massa sempre pronta a custodirti e a difenderti in qualsiasi controversia o diverbio con il placet dei più con il quale si legittimano persino gli opposti inconciliabili. Sembrerebbe un paradosso, ma non lo è. Se, in uno scatto di imprudenza, maltratti un animale, è disumano e sei passibile di pene risarcitorie, se, invece, con un piano preordinato allevi animali da macello, questo non è disumano. Mille sono le giustificazioni a sostegno dell'uno e dell'altro caso, tutte valide e nessun dibattito mai potrà dirimere la questione in un senso o nell'altro. Sta di fatto che l'uomo è al centro del creato, è padrone dell'universo. Lo dicono tutti ed è così. Bene. Proviamo allora a togliergli l'aria e l'acqua ...
219
Riflessioni di una qualunque Ho sempre pensato e penso che l’onestà intellettuale e il così detto buon senso siano il timone più adatto a navigare nel mare magnum della vita. Figlio della esperienza e della prudenza il buon senso è l’unico a suggerirci, di volta in volta, le coordinate giuste lungo le quali dirigere il nostro corso. Quando parlo di esperienza mi riferisco non solo a quella vissuta personalmente da ciascuno di noi e dai nostri contemporanei, ma anche alle esperienze passate raccolte nelle testimonianze scritte e non solo. D’altronde a cosa serve voltarsi indietro nel passato, leggere e studiare se non a fare tesoro delle esperienze pregresse a vantaggio di ciascuno di noi e di tutti nel presente e per un futuro migliore? Non basta saperla la storia, è necessario interiorizzarla per poterla metabolizzare ai fini di una crescita. A volte il sapere si riduce a pura erudizione, caratterizzato da citazioni autorevoli a conferma della validità di quanto ripetiamo e dell’ampiezza del nostro sapere. Altre volte, ancor peggio, il sapere si riduce o si regge su un’accozzaglia di luoghi comuni con disastrose conseguenze molto difficili da cancellare. Ma sapere non
è
conoscere.
Il
conoscere
implica
una
interazione
consapevole e produttiva tra l’altro e il proprio sé. Mi hanno sempre intricata i suggerimenti e le soluzioni frutto del buon senso. Il che naturalmente esclude senza alcuna remissione di sorta i così detti luoghi comuni, quelli che fanno di tutt’erba un fascio, quelli che nascono da soluzioni acritiche ed umorali, quelli che si uniformano a ‘verità’ che fanno comodo o piacciono di più. I 220
luoghi comuni e i pregiudizi d’altronde sono il risultato di un sapere divulgato da altri, acquisito acriticamente e generalizzato.
221
Tutela e macellazione degli animali Più accumulo esperienze di vita e più mi invischio in una selva intricata di contraddizioni da cui non riesco a intravedere una soluzione che le appiani e le giustifichi. Contraddizioni che, pur nella loro antinomia, convivono pacificamente accettate da tutti e persino codificate da leggi. Fra le tante con cui mi tocca fare i conti ogni giorno c'è quella legata al dettato giusto e inconfutabile del non uccidere. Un principio universalmente valido su cui nessuno ha nulla da eccepire, un principio che legalmente viene attenuato o va in deroga solo se dettato dalla necessità di difendersi, deroga che da alcuni integralisti intransigenti viene anche messa in discussione in quanto - eccepiscono - il non uccidere è un imperativo che non dovrebbe avere eccezioni di sorta. Ma, da come stanno e da come vanno le cose, oltre al dubbio rimane inevasa la domanda: - il non uccidere è un principio universale o un diktat a salvaguardia e rispetto della sola vita umana? Gli animali non hanno anch’essi il nostro stesso diritto alla vita? ... -. Lo chiesi ad un mio amico animalista che, dinanzi ad una portata di carne e ad una frittura di pesce fresco appena pescato e ucciso, mi rispose - Ma certo che hanno diritto alla vita … Io amo gli animali, amo il mio cane … non gli faccio mancare nulla … gli ho comprato persino le scarpette e il cappottino … lo tengo sempre al guinzaglio perché non si allontani e non gli capiti nulla di male … e non ti dico quanto spendo per la sua tolettatura … Gli voglio bene proprio come ad un figlio … Io voglio bene agli 222
animali! ... – … - Tanto bene che se li mangia pure - pensai ma non glielo dissi e, tra me e me, pensai: se un animale, per assurdo, decidesse di allevare un essere umano a suo modo, in una tana, nudo, libero di cercarsi il cibo annusando per terra e negli anfratti, veramente questo farebbe la sua felicità ... veramente questo sarebbe amore? ... Se “non uccidere” è legge non solo civile ma anche divina, perché il mio amico
mangiava
con gusto e compiacenza carne di animali uccisi? A ben considerare, a salvaguardia degli animali ci sono leggi che vietano azioni a loro danno e prevedono pene severe per i trasgressori. È giusto e sacrosanto ma anche in questo colgo stridenti contraddizioni in termini di legge, a cominciare da un’esperienza da me vissuta tanti e tanti anni fa, in un lontano giorno in cui passeggiavo per la periferia di una città del Nord che avevo scelto per le mie vacanze. Era una giornata di sole ed ero felice, quando da lontano, con toni montanti
cominciò
a
giungermi
l’eco
di
un
tramestio
di
movimento e versi di animali e di motori … Mi fermai … Mi raggiunse un convoglio … Quello che vidi mi raggelò: tanti camion a rimorchio pieni fino all’inverosimile di buoi, vitelli, maiali che, stipati gli uni contro gli altri … muggivano, belavano, grugnivano … Un signore, passando, nel vedermi costernata, esclamò sconfortato: Li portano al macello! … Provai una stretta al cuore. Quei versi erano di pianto e di richiesta di aiuto. Da quel giorno cancellai dalla mia vita il consumo di carni e di pesci segnata non solo dalla pietà ma anche dalla profonda contraddizione di fatto: le leggi vietano giustamente il maltrattamento degli animali ma ne legalizzano l'uccisione. 223
Un male che tarda a guarire Tanti sono i fattori che impediscono il cammino del nostro Meridione verso uno sviluppo consapevole e libero. Non mi limiterò ad un piagnisteo sulle colpe del governo centrale e del Settentrione, non mi scaglierò su chi ci etichetta con luoghi comuni, né parlerò della illegalità che viene indicata con dei nomi, quali mafia e 'ndrangheta, mentre altrove non esiste perché non le viene dato un nome. Le
ragioni
storiche
dell’autolesionismo,
caratterizzato
dalla
soggezione a modelli ritenuti migliori, a mio parere sono da ricercarsi soprattutto nella politica postunitaria che considerò il Meridione una colonia da tenersi sotto scacco. Dopo averne depredato finanze e beni, impegnò ogni strategia per screditare la nostra cultura e la nostra storia. Attraverso una campagna di denigrazione costante e persistente, ci convinsero, e per la verità ci lasciammo convincere, di appartenere ad una razza inferiore, d’ essere
incivili
e
rozzi,
terroni
e
incolti.
Cominciammo
a
vergognarci del nostro essere meridionali, a porci in uno stato di subalternità e di soggezione. Ma il danno maggiore ci venne dalla esportazione nell’Italia del Sud di modelli culturali del Nord che ha minacciato e minaccia tuttora di cancellare la nostra identità culturale omologandola a quella del Nord. Al Nord erano sorte, grazie agli aiuti economici del piano Marshall, colossi editoriali che invasero e pervasero tutto il Paese dei loro prodotti. Dal nord cominciarono ad affluire a gettito massiccio e continuo qui da noi, nelle nostre edicole, nelle 224
scuole, una cultura lontana dalla nostra, modelli di vita e di ambienti estranei ai nostri come i soli degni di una società perbene.
Poesie
di
scrittori
settentrionali,
una
storia
dell’Ottocento tutta e soltanto del settentrione, un Risorgimento opera del settentrione, una unità tutta e solo merito del settentrione di contro al meridione che continuava a sonnecchiare nella sua indifferenza secolare ma … ma così non era. L’opera di denigrazione e il meccanismo di colonizzazione subdolo e sottile dell’industria culturale del Nord violentava così, senza sosta, il nostro ambiente, le nostre tradizioni, la nostra cultura e si imponeva irrimediabilmente ad essa. Dal settentrione la potenza economica, che consentiva una pubblicità spietata ed una produzione a costi di concorrenza, impediva ai nostri scrittori e alle nostre deboli e sparute case editrici di farsi strada e levare alta la loro voce. Avevano possibilità di vita solo le tipografie che lavoravano a livello artigianale. Plagiati da simile propaganda scattò in noi un meccanismo che ci portò dal complesso di colpa a quello di inferiorità. Cominciammo a nascondere il nostro accento per adottare quello più fine e lezioso del Nord, cominciammo a vergognarci della nostra terra dimenticando le radici di un passato glorioso e giungemmo ad una forma esasperata di autolesionismo che ci vide accusatori implacabili di noi stessi. Completò l’opera la campagna contro il “campanilismo”, che andò a colpire soprattutto l’amore per la propria terra, per cui ci vergognammo anche di ammettere l’orgoglio legittimo di appartenere alla terra dei nostri avi. Così, vittime di un equivoco e di un plagio colossale, ci lasciavamo convertire al modello culturale ed economico del settentrione. 225
Negli anni Settanta il Sud cominciò a scuotersi. Acquistò una conoscenza più critica della realtà, cominciò a sgropparsi di dosso parte
di
tanta
zavorra
e
a
rendersi
più
autonomo
economicamente e culturalmente. Purtroppo, rimase ancora quel retaggio nefasto e la propensione all’autolesionismo. Sono sicura che
se
riuscissimo
a
convincerci
pienamente
e
incondizionatamente che il nostro patrimonio storico-culturale non ha nulla da invidiare ad altri modelli, se riuscissimo a sostenerlo con forza e decisione, ad amarlo e ad amare con orgoglio la nostra appartenenza, se riuscissimo a promuovere uno sviluppo intensivo e razionale delle vocazioni proprie del nostro territorio liberandoci dalla soggezione di modelli imposti, se riuscissimo a fare questo sono sicura che solo allora comincerà il nostro vero Risorgimento. Gli aiuti economici stabiliti dal piano Marchal (ERP) furono impiegati
essenzialmente
per
la ricostruzione
e
il
rilancio
economico delle città settentrionali e per la costruzione di industrie di base nel meridione, le cosiddette cattedrali nel deserto, in cui si trasformavano le materie prime in materiali semilavorati che, riportate nelle industrie di trasformazione del nord ritornavano a noi come prodotti finiti. Questo meccanismo, se da una parte creava qui da noi posti di lavoro, dall’altra, destinandoci a mercato delle loro merci, ci portava via buona parte dei guadagni. A distanza di anni quasi tutte le industrie di base qui da noi sono state smantellate lasciandoci, alcune, i postumi devastanti del loro insediamento. Nel Nord il boom economico vide anche l’affermarsi di potenti colossi editoriali e industriali. 226
Le cause di tale divario sono riconducibili, a mio parere, agli inizi degli anni ’50, a quella esplosione economica e culturale che vide il triangolo industriale Milano-Torino-Genova assumere un ruolo trainante e primario nella vita della Nazione. Il Meridione, dimenticato, guardò al Nord come all’unica alternativa per uscire dalla morsa della miseria. La conseguenza più immediata fu quella massiccia emigrazione che, in poco tempo, assunse vere e proprie dimensioni bibliche. I nostri emigranti, alle prese con il problema
più
urgente
e
drammatico
della
sopravvivenza,
sprovveduti e in uno stato di estrema necessità, divennero facile preda del potente da cui dipendevano. Non starò a ricordare lo stato di totale soggezione né ad enucleare le angherie e gli sfruttamenti di cui essi furono vittime sotto i padroni del Nord, né ad analizzare il fenomeno in un senso o nell’altro, voglio invece ricordare, accanto ai tanti fatti che giocarono un ruolo determinante ai danni del Meridione, come la nostra terra, sostanzialmente dimenticata e privata di interventi puntuali ed energici, divenne mercato di sbocco delle merci prodotte nel Settentrione. Al Nord si andava a fare fortuna, a lavorare per l’imprenditoria locale e a spedire i risparmi alle famiglie meridionali. a produrre beni di consumo che, venduti al Sud, riportava il denaro nelle casse del Nord. La riforma agraria, che agli inizi degli anni ’50 frantumò il latifondo del Sud producendo la polverizzazione della proprietà agricola, fallì clamorosamente nel suo intento. La spartizione avvenuta senza alcuna preparazione e programmazione, senza alcuna dotazione di attrezzature, trasformò le case coloniche in rifugio per vecchi e bambini, mentre le forze giovani capaci di 227
produrre emigravano al Nord. La Cassa de Mezzogiorno poi, istituita per il rilancio essenzialmente agricolo del Sud, servì quasi esclusivamente ai grossi imprenditori del Nord che, sfruttando clausole e cavilli, vennero ad insediare industrie fantasma nella nostra terra con l’unico intento di ottenere forti prestiti e ingenti sovvenzioni da investire al Nord. Si parlò di cattedrali nel deserto. Ma il danno maggiore ci venne dalla importazione di modelli culturali del Nord. Al Nord erano sorte, grazie agli aiuti economici del piano Marshall, colossi editoriali che invasero e pervasero tutto il Paese dei loro prodotti. Dal Nord cominciarono ad affluire a gettito massiccio e continuo qui da noi, nelle nostre edicole, nelle scuole, una cultura lontana dalla nostra, modelli di vita e di ambienti estranei ai nostri come i soli degli di una società perbene.
Poesie
di
scrittori
settentrionali,
una
storia
dell'Ottocento tutta e soltanto del settentrione, un Risorgimento solo del settentrione, una unità tutta e solo del settentrione di contro al Meridione che continuava a sonnecchiare nella sua indifferenza secolare ... così non era. L'opera di denigrazione e il meccanismo di colonizzazione subdolo e sottile dell'industria culturale del Nord violentava così senza sosta il nostro ambiente, le nostre tradizioni, la nostra cultura e si imponeva irrimediabilmente ad essa. Dal settentrione la potenza economica che consentiva una pubblicità spietata ed una produzione a costi di concorrenza impediva ai nostri scrittori e alle nostre deboli e sparute case editrici di farsi strada e levare alta la loro voce. Avevano possibilità di vita solo le tipografie che lavoravano a livello artigianale.
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Plagiati da simile propaganda scattò in noi un meccanismo che ci portò dal complesso di colpa a quello di inferiorità. Cominciammo a nascondere il nostro accento per adottare quello più fine e lezioso del Nord, cominciammo a vergognarci della nostra terra dimenticando le radici di un passato glorioso e giungemmo ad una forma esasperata di autolesionismo che ci vide accusatori implacabili di noi stessi. Completò l'opera la campagna contro il "campanilismo", che andò a colpire soprattutto l'amore per la propria terra, per cui ci vergognammo anche di ammettere l'orgoglio legittimo di appartenere alla terra dei nostri avi. Così, vittime di un equivoco e di un plagio colossale, ci lasciammo convertire al modello culturale ed economico del settentrione ... Ma negli anni Settanta il Sud cominciò a scuotersi. Acquisita una conoscenza più critica della realtà, cominciò a sgropparsi di dosso parte
di
tanta
zavorra
e
a
rendersi
più
autonomo
economicamente e culturalmente. Purtroppo, rimase ancora quel retaggio nefasto e la propensione all'autolesionismo. Sono sicura che
se
riuscissimo
a
convincerci
pienamente
e
incondizionatamente che il nostro patrimonio storico-culturale non ha nulla da invidiare ad altri modelli, se riuscissimo a sostenerlo con forza e decisione, ad amarlo e ad amare con orgoglio la nostra appartenenza, se riuscissimo a promuovere uno sviluppo intensivo e razionale delle vocazioni proprie del nostro territorio liberandoci dalla soggezione di modelli imposti, se riuscissimo a fare questo sono sicura che solo allora comincerà il nostro vero Risorgimento.
229
Verso una comunità più saggia Il cammino verso una comunità più saggia e più giusta è segnato dalla capacità di ciascuno di noi di superare le faziosità, come dice Francesco. Ci sono dei valori indiscutibili di cui a volte ci serviamo per foraggiare interessi personali, in nome dei quali ci dividiamo su fronti contrapposti. Se gli eccidi sono deprecabili, una società matura e all'avanguardia, a qualsiasi credo politico ciascuno appartenga, superando gli steccati, dovrebbe incontrarsi a prescindere, con adesione comunitaria, in un solo corteo contro tutti gli eccidi. Stabilire giornate diverse per la commemorazione dell'uno e dell'altro eccidio serve soprattutto ad accentuare e a rinfocolare particolarismi e odi di parte. Basti riflettere sulle due giornate, quella a memoria dei campi di concentramento e quella a memoria delle foibe, in cui, per lo stesso motivo condiviso, si marcano divisioni e faziosità. Giorgio La Pira, fedele ai principi universalmente
validi,
nel
suo
operato
seppe
testimoniare
egregiamente che "in politica è possibile conciliare umanità e santità".
230
Dallo sgomento all'azione Dai dati di fatto, la realtà che tutti noi oggi viviamo con grande disagio è quella non solo dello scollamento dalle antiche e sane consuetudini di un tempo passato, ma anche quella dei tanti valori
conclamati
come
tali
dalla
martellante,
confusa
e
autoreferenziale baraonda pubblicitaria che ci ottunde e ci domina. Una delle metafore più eloquenti a rendere l’immagine della società odierna è quella di un mare in tempesta in cui ciascuno di noi si muove, sconnesso e senza sosta, verso fantomatici miraggi in cerca di un approdo che, nonostante le faticose bracciate, è sempre oltre l’orizzonte. I meno impazienti si ribellano in modo sconnesso, istintivo e inefficace, i più pazienti giacciono per lo più inermi e rassegnati ma … Ma, per fortuna, in tanto disorientamento e confusione possiamo ancora
fidare
su
due
realtà
sociali
strutturalmente
e
biologicamente operanti nel tessuto connettivo della società: la famiglia e la scuola. Ridare la dirittura giusta, innervare di giusta vita la vita, oggi più che mai, spetta a queste due realtà che, nel ricordo del passato ormai lontano, oggi, riempiono la nostra vita di nostalgia e tenerezza. Un tempo la parte più vissuta e confortevole della casa non era il salotto o la stanza degli svaghi ma il camino. La prima incombenza della mamma o dei nonni che vivevano in casa era quella di accendere il fuoco nel camino con il tizzone ardente del giorno prima tenuto in vita sotto la cenere. Al mattino lo si copriva 231
di ceppi a piramide poi un soffio, più soffi, la fiamma prendeva vigore e lena e, con i suoi scoppiettii armoniosamente disarmonici avvolgeva i nostri silenzi e i nostri sogni. Allora, tornati da scuola, noi piccoli facevamo i compiti intorno o accanto al braciere avvolti dall’odore dei panni sapientemente sistemati sull’asciugapanni, una sorta di campana di legno posta al centro di una pedana circolare, e l’odore di bucato di quei panni ci avvolgeva e ci deliziava. Allora il piacere più grande lo si viveva raccogliendosi in casa, uniti soprattutto dall’unico piacere dello stare insieme, piacere da cui scaturiva lo svago e il divertimento. A casa si ballava, si giocava a tombola, si festeggiavano anniversari, compleanni, nascite e matrimoni … Oggi lo svago e il divertimento, molle prioritarie della nostra spasmodica ricerca di evasione, si cercano fuori, lontano da casa. Le mura domestiche non abbracciano più ma schiacciano. Tuttavia, non è tanto deprecabile l’evoluzione quanto la frattura che tale evoluzione ha comportato. Nella saggezza del passato la sacralità della famiglia era e rimaneva sempre tale nel tempo. I nonni erano fonte di saggezza da amare e da accudire e questa consapevolezza, tramandata con rispetto, per i giovani era anche una garanzia del loro lontano futuro. Oggi, quei giovani divenuti vecchi si mandano in ospizio e, seppure si è provveduto a sostituire l’etimo ospizio con casa di riposo, più gradevole ai sensi di colpa, lì si lasciano in attesa del disbrigo.
232
INDICE LA FAMIGLIA Mia madre C’era la guerra La mia prima, cara amica Mio padre Agli albori della vita Amica Radio Raccontiamoci, mamma. La befana Il nostro terzo stipendio Angoscia della morte A mio padre Natale nella gioia e nel dolore
8 7 10 21 25 28 31 36 46 50 54 57 60
LA SCUOLA Il mio primo giorno di scuola Dalla Media al Ginnasio Dopo una notte insonne Il Professore di chimica Ultimo giorno di scuola Esame di maturità Mai dire mai Un'insegnante brava, bravissima Lettera ad una amica In Danimarca Lettera aperta ai maturandi di oggi e di sempre La storia si ripete Lettera ai miei alunni maturandi Corso di aggiornamento 1 Corso di aggiornamento 2 Ad un vecchio amico che ci lasciati Fili d'amore
73 75 79 84 89 93 97 106 116 120 122 125 127 130 133 139 144 146
LA FEDE Dialogo tra un credente e un ateo Cattolica o cristiana? Sto scrivendo sul tavolo di cucina La più grande e la più bella storia d'amore La mia Pasqua A Papa Francesco, pellegrino di Pace Quella notte Caro, benedetto Natale! ... da un vecchio diario Luce oltre le tenebre Caro Papa Francesco La preghiera Il racconto popolare Gente di Puglia La cornice
75 153 155 162 164 166 169 171 176 176 178 180 182 192 196 201
Verso l'ultima stazione Giornate interminabili Buon anno, fratello! Solitudine Caramelle di zucchero Il calendario della zucca Intuizione Parole di conforto La mia vita Una vita per una moneta Allo specchio
RIFLESSIONI Festa della Mamma Un equilibrio da ricomporre Riflessioni sugli orrori del Kossovo Noi Italiani Conosciamoci di più e meglio La questione meridionale Quando il buon senso tace Riflessioni di una qualunque Tutela e macellazione degli animali Un male che tarda a guarire Verso una comunità più saggia Dallo sgomento all'azione
207 215 218 221 225 230 233 247 251 258 273
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