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La donna e la scienza. 1° ed.

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FERDINANDO DE SIMONE "LA DONNA E LA SCIENZA CONSIDERATE COME SOLI MEZZI ATTI A RISOLVERE IL PROBLEMA DELL'AVVENIRE DALL'AVVOCATO SALVATORE MORELLI (NAPOLI 1861)" DA ME RISCRITTA LÀ DOVE NECESSARIO

ALLE M IE NIPOTI CLARA E REBECCA LOTTI

CAROVIGNO, DICEMBRE 2015

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PREMESSA Premetto anzitutto che il presente lavoro non è uno studio critico, ma è la riscrittura da cima a fondo e, per così dire, in corrispondenza biunivoca - de La donna e la scienza (1a Edizione, Napoli 1861) di Morelli, eccezion fatta per: la prefazione dell'editore; la nota relativa all'Ordine del giorno per l'orfanatrofio salentino del 16 luglio 1860; la lettera scritta al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi (s.d.) e il progetto d'istruzione pubblica del 22 ottobre 1860, che non sono presi in considerazione e ovviamente si omettono. Ho pensato che fosse importante convertire l'originale di difficile comprensione, e in più parti affatto oscuro, criptico e astruso (cervellotico, enigmatico, lambiccato), in uno scritto chiaro, intelligibile e semplice, arricchendolo specialmente di note esplicative (all'interno del testo, in corpo 8, e in parentesi quadre e/o tonde), esplicitando in particolare autori e fonti (titolo dell'opera, volume, pagina, luogo e data di edizione) da cui verosimilmente Morelli derivò le sue citazioni, o le avrebbe presumibilmente derivate se fosse vissuto nei tempi presenti (internet, opac, ecc.). I periodi e le frasi, virgolettati dal Morelli, sono invece tratti direttamente dalle opere cui si riferiscono, e riportati parola per parola unitamente all'indicazione degli estremi bibliografici. Il segno complesso (?), posto dopo una citazione (brano o versi) o dopo una parola, segnala che vi è un errore o che non è stato possibile rintracciare la fonte originaria. In parentesi quadre e col corpo 8, si mettono in evidenza le parole esatte, in base ai testi successivamente indicati, delle citazioni non rettamente riferite dal Morelli. E parimenti in parentesi quadre e col corpo 8, con la dicitura: "A mio avviso non sono che una personale elaborazione del Morelli .... ecc.", i casi in cui il Morelli riproduce in una sorta di discorso diretto, cioè in prima persona, le parole degli autori cui si richiama, come Dante o Licurgo o Orazio, giammai da questi pronunciate nelle forme registrate, non riscontrabili in nessuna delle loro opere: in ogni caso si precisano i testi dai quali presumibilmente sono state ricavate. Infine in parentesi quadre e col corpo 8, con la dicitura "Secondo me Morelli fa riferimento a ...", la spiegazione delle frasi scritte dal Morelli in corsivo, su cui richiama l'attenzione del lettore come se fossero assai note. In parentesi graffe solo la numerazione progressiva delle note (da 1 a 42), collocate dal Morelli nella parte finale del libro. Ai fini della suddivisione in capitoli e paragrafi, mi sono rifatto grossomodo all'edizione francese (traduzione di G. Cipri, 1862), e ho quindi articolato questo scritto in 8 parti: 1a. LA PREFAZIONE 2a. L' INTRODUZIONE PARAGRAFATA E PARIMENTI PARAGRAFATI SONO I SUCCESSIVI 3 CAPITOLI: 3a. PRIMO, LA DONNA CREATRICE DELL'UOMO 4a. SECONDO, LA DONNA EDUCATRICE DELL'UOMO 5a. TERZO, LA DONNA MOTRICE DELL'UOMO 6a. LE NOTE 7a. LA BIBLIO-SITOGRAFIA 8a. L'INDICE. Aggiungo che questo volume su La donna e la scienza, è il primo di una triade che mi sono prefisso di fare sulle opere del Morelli. Il successivo verterà su Lessico, grammatica e retorica ne La donna e la scienza (1a edizione). Infine Il sistema della riflessione. RINGRAZIAMENTI.

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Ringrazio di cuore: - il prof. Mimmo Lotti che ha previamente letto questo mia riscrittura, e nel passare al setaccio parole, punteggiatura e note, ha messo in evidenza refusi e incongruenze. E soprattutto per i suoi consigli tecnici; - il personale della Biblioteca Comunale di Carovigno: Silvana Lanzilotti, Caliolo Teresa, Greco Angela, Tina Angelo. Senza il loro pronto e validissimo servizio giammai avrei potuto fruire dei prestiti interbibliotecari, assai utili per la ricerca delle fonti; - Anna Prodi, che mi sollecitò tempo fa a occuparmi del Morelli (specialmente per quanto concerne la sua casa materna); - Crocifisso Buongiorno (alias Fissuddu), appassionato ricercatore della storia di Carovigno; - Michele Lanzilotti, Presidente delle Acli di Carovigno, perché ha subito messo a disposizione il materiale in suo possesso su Morelli.

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PREFAZIONE Ove si pubblichi questo libro, sgusciato fuori per aderire alle generose (che sono cioè indizio di animo generoso) richieste della molto cortese e rispettata Madre di Famiglia alla quale è diret-

to, si respingano i sospetti di acquiescenza alla torbida scuola sfatata dal filosofo tropeano [Pasquale Galluppi, Tropea (Calabria), 2 aprile 1770 - Napoli, 13 dicembre 1846. "In una lettera al Rosmini in data 11 Novembre 1829: <<Io non sono di tanto merito fornito da poter cambiare direzione al pensar filosofico degl'Italiani; nulla di meno son convinto del dovere di fatigare per la difesa della verità: sono veramente afflitto dal vedere ancora che il materialismo, il sensualismo, il fatalismo, lo scetticismo, il criticismo ed altri falsi metodi seguano a desolare il vero impero della filosofia in Europa; e perciò ho fatto e fo tutti gli sforzi per combattere questi traviamenti dello spirito umano>>". In Giovanni Di Napoli, Galluppi, Apologista, 1939. www.tropeamagazine.it/pasqualegalluppi/apologista/index.html], che i malevoli nemici della luce (della verità, della scienza, ecc.) o i sistematici (i filosofi costruttori di sistemi o chi pensa o agisce secondo un sistema o chi è perentorio e dogmatico, e preferisce il suo sistema a tutte le altre ragioni) mossi da passione - e quindi non sereni, non equanimi

- potrebbero desumere dalla nostra formula. Ci siamo proposti di giovare alla grande aspirazione del secolo, qual è appunto quella di restituire l'intelligibile alla vita dello spirito, non già considerando l'uomo esclusivamente dal punto di vista dei sensi, bensì dal punto di vista del suo essere naturale (come natura l'ha fatto), prestando attenzione al suo modo di relazionarsi con Dio e con il mondo esterno. Perciò questo libro si configura come semplice tentativo di volgarizzare il sapere, di esporlo cioè in forma facile e piana in modo da renderlo accessibile a tutti. Forse con i nostri mezzi intellettuali non raggiungeremo lo scopo, com'è nostro desiderio; ma "................................... Oltre sua possa, Benché abbondi il voler, nessuno è forte." (Il valore del mortale ha pure i suoi confini. Oltre la sua forza, per quanto grande sia il volere e l'ardimento, nessuno è forte) [OPERE del Cavaliere VINCENZO MONTI. Vol. VII, Bologna 1828 / ILIADE Vol. II, Libro Decimoterzo, (p. 32), vv. 1015-1016 - archive.org/details/operedelcavalie01cassgoog]

Del resto, quando non si ha nulla di cui rimproverarsi perché si è fatto tutto il possibile, è opportuno anche lasciare qualche cosa alla fortuna, proprio come pensava il grande Aristide [Il grande Aristide, figlio di Lisimaco della tribù Antiochide e del borgo Alopece, detto il giusto (530 a.C. circa - 462 a.C. circa), politico e generale greco antico. Nel Cenno Biografico del Maggior Cavaliere Antonio Dell'Antoglietta, Napoli 1860, Morelli scrive altresì che "Il grande Aristide nel vedere prodigalizzati gli onori agl'ignoranti ed ai vili bruttati d'ogni cattività, od a quei, che non peranco se n'eran fatto degni divinò la caduta dalla potenza Ateniese!" (pp. 7-8) - Osservo che, ne Le Vite Parallele di Plutarco, Volume II., Firenze Felice le Monnier, 1859, non vi è traccia alcuna di quanto detto da Morelli. Vd. pp. 296 e segg. - Digitalizzato Google. Osservo altresì che il Tommaseo-Bellini attesta la voce Aristide come "N. pr. usato quasi proverbial. a dinotare un cittadino incolpevole e giusto.", secondo la definizione data da Tommaseo-Bellini] nei confronti dei figli che si staccano dalla famiglia

per compiere nobilissime gesta eroiche sul campo della vita. Noi siamo convinti che grazie alla riflessione metodica e al procedere regolare dal noto all'ignoto cui ci conducono i (fatti) concreti che ci sono d'aiuto, si può insegnare la scienza alla donna. E dalla donna, qual centro della vita sociale, per come realmente da noi scoperta in lei, si effonderà sulle generazioni quella luce di cui abbisognano per ben vivere. I cardini fondamentali del vero miglioramento dell'uomo, sono la donna e la scienza: - la donna deve educarsi con la scienza; - la scienza si deve attingere non dai libri che vertono per lo più su ipotesi filosofiche, bensì dalla sistematica riflessione sull'essere delle cose. Sono queste due verità di senso comune, che neppure l'uomo della strada nega; ma noi siamo convinti col Thiers che niente rechi tanto fastidio, niente sia più difficile, quanto il voler dimostrare l'evidenza: "C'est une tâche fastidieuse et difficile, car il n'y a rien de plus fastidieux, rien de plus difficile que de vouloir démontrer l'évidence. Elle se montre, et on ne la démontre pas." (p. 1. De la Propriété, par M. A. Thiers, Paris, 1848 - Digitalizzato Google)

Abbiamo alzato la voce e protestato con alquanta generosa asprezza, non per mancan

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za di considerazione verso i venerandi sapienti al cui paziente lavoro rendiamo onore; non per la troppa fiducia nelle proprie forze, che per tante ragioni noi stessi giudichiamo anticipatamente assai debole, ma per il sacrosanto coraggio che ci ispira l'amore della verità e anche perché, per circoscrivere l'ambito della vera scienza - e per riscaldare genti rese di ghiaccio da millenni d'inettitudine, ci vuole il fuoco vivo! - ci vuole il coltello tagliente dell'anatomista e l'appassionata energia del Ghibellino (cioè Dante). Combattiamo dunque l'errore sistematico dell'astrattezza che rende non popolana la scienza; combattiamo la cattiva abitudine di attingere la verità dai pozzi di Democrito per nasconderle nelle nubi (dell'astrazione), senza avere con ciò l'intenzione di voler disprezzare i filosofi o di non tenerne conto [Democrito di Abdera (460 a.C. - 360 a.C.), filosofo greco antico. Cfr. Jean-Pierre Claris De Florian, Fables, Livre 1, 1.La fable et la verité: "La vérité, toute nue, / Sortit un jour de son puits." // Ortensio Lando, Paradossi cioè sentenze fuori del comune parere (a cura di Antonio Corsaro), Roma 2000 Edizione di Storia e Letteratura - Digitalizzato Google. - VII Esser miglior l'imbriachezza che la sobrietà. Paradosso VII. (p. 136) "Noto penso a ciascuno sia il proverbio de' Greci in vino veritas, la verità sta nel vino; errò adunque Democrito, dicendo che la si stava nel profundo del pozzo5". E in nota5: "errò adunque Democrito ... del pozzo: In DIOGENE LAERZIO, IX. 72, p. 383: <<E Democrito elimina le qualità, là dove afferma: ' ... In verità nulla sappiamo, ché la verità è nell'abisso'>> (il rinvio è a Fr. 125 D-K). In CICERONE, Academici I. 12.44: <<et iam ante Socratem Democritum, Anaxagoram, Empedoclem, omnes paene veteres, qui nihil cognosci, nihil percipi, nihil sciri posse dixerunt, augustos sensus, imbecillos animos, brevia curricula vitae, et, ut Democritus, in profundo veritatem esse demersam>>. Si tratta di un luogo proverbiale, come suggerisce il passo di RABELAIS, Gargantua II, p. 248 <<fino in fondo a quel pozzo inesauribile nel quale secondo Eraclito sta nascosta la verità>>"].

Anzi noi li invochiamo come persone intellettualmente dotate, o meglio, come grande forza, come spiriti magni (Vd. Dante, Inferno IV.119, e anche IV.76), affinché esercitino una salutare influenza su tutti gli uomini; e specialmente ci rivolgiamo al virile intelletto del pelasgo [appartenente alla popolazione dei Pelasgi, che, secondo antiche fonti storiche, avrebbero abitato la Grecia (ma anche altri territori come la Caria, la Sicilia, l'Italia merid., l'Etruria). Treccani on line] italiano Giovanni di Maio, che con la sua assai singo-

lare intuizione disvela i fatti nella loro luce ideale. Egli dette origine, tra le afflizioni dell'esilio, al sistema della riflessione, e lo sta pienamente applicando. A lui forse l'umanità sarà debitrice - con gratitudine e riconoscenza di una nuova e utile direzione del pensiero, come lo siamo noi che, ammiratori dei suoi grandi insegnamenti, nel 1858 ne divulgammo per la prima volta il principio. Non pretendiamo minimamente per questo alcuna manifestazione pubblica di onore: abbattuti da una sventura di tre lustri, ci accontentiamo delle privazioni da cui siamo travagliati. Desideriamo solo la scienza e il bene dell'umanità. Se quelli che sanno, ci vogliono rallegrare con i loro consigli, li accetteremo di buon grado, stante l'interesse sociale cui si rivolgono le nostre aspirazioni. Ma qualora altri che non sono disposti a credere alle novità, e che s'incaponiscono nel rachitismo morale (cedevolezza, debolezza) delle vecchie pratiche, ci considerassero stazionari o retrivi, noi grideremo avanti! E qualora volessero parlar male di noi: se per leggerezza, non ce ne occuperemo; se per ingiuria, eserciteremo la virtù del perdono.

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INTRODUZIONE (p. 5) All'Egregia Signora GIOVANNA GRECO-DE ANGELIS Benemerita Signora, le simpatie che ella gentilmente mi dimostrò quando le preannunciai il nuovo Sistema della Riflessione, quale unico mezzo metodico per produrre (creare) la vera scienza che l'uomo deve possedere {1}, mi hanno indotto ad applicarlo praticamente all'insegnamento dei suoi due figli. Questo nuovo metodo che promette (fa sperare) di mettere alla portata di tutti senza distinzione di età, sesso e classe sociale, l'intelligibile, cioè la scienza, finora privilegio esclusivo dei sapienti, avrebbe dovuto dissuaderla o, per lo meno, esserle del tutto indifferente come a quelli ai quali giunse la mia voce: "Raddrizziamoci ai sentieri del Vero", non dissimilmente dalla voce dell'uomo del deserto che gridava alle genti: "Preparate la via del Signore, / raddrizzate i suoi sentieri!" (Luca, 3, 4.6.); eppure io ho visto in lei, e me ne sono grandemente compiaciuto, la nobilissima aspirazione delle anime generose, qual è appunto quella di non voler presentare i propri figli in società, dotati unicamente della inettitudine dell'essere animale, mascherata con uno strato superficiale di pure apparenze, esteriorità e finzioni, come di solito fa chi fallisce lo scopo dell'educazione che è il primo fra tutti i doveri; ma di volerne nobilitare lo spirito con la durevole ricchezza della scienza, accogliendo con ardore tutto ciò che ne rende spedito (cioè senza intoppi) il conseguimento. Pertanto la buona volontà con la quale lei ha abbracciato il verbo (la verità, la ragionevolezza, la saggezza) della vita intellettiva, mi ha indotto a studiare sempre più certe facoltà peregrine (rare, originali, singolari) che la cecità dei tempi non ha intravisto nella donna, e a esporre i fatti che vi sono inerenti nel modo più agevole possibile perché tutti comprendessero l'intelligibile. Per la qual cosa, se questo mio lavoro starà per fruttare un tantin di bene, lo devo attribuire in gran parte a lei, perché è stata la prima madre che, rifuggendo animosamente (con coraggio) dal vecchiume delle vecchie scuole, ha accettato di buon grado, e incoraggiato, le speculazioni ideali sulle quali spesso mi è tornato utile richiamare accademicamente il suo maschio, virile giudizio. Tuttavia, volendo sviluppare, potenziare, accrescere, rafforzare sempre più nella mente questi germi di buona volontà, sento il dovere di affrancarla da taluni pregiudizi che non sono soltanto del suo animo, bensì di tutti gli uomini dai tempi di Adamo, rincretiniti dall'errore; perché, quantunque ella intuisca chiaramente il bene e il male, senta che il mondo è su una brutta china, sappia riconoscere gli ostacoli che si oppongono allo svolgersi del pensiero e dell'affetto, nondimeno la consuetudine di attenersi fermamente agli usi tradizionali, accettando le cose come sono e non come dovrebbero essere, la porta ad accogliere e seguire il cieco andazzo che ha prostrato (umiliato, avvilito, mortificato) il gentil sesso fino ad accusarlo di inettitudine alle discipline (scientifiche) costringendolo al menage monotono e immutabile della sfera domestica: praticamente a piangere (cioè a patire, soffrire, tormentarsi), a cucire e a filare. Ma se ella, riflettendo su sé stessa, si persuaderà che tutti i rapporti sociali e materiali non le offrono che un'incessante signoria (potere, predominio) su quanto la circonda, vale a dire un'immensa influenza sull'intera società, allora di certo giungerà a stimare equa la potenza concentrata nella sua individualità e in quella di tutto il gentil sesso di cui ella onorevolmente fa parte. Si astenga dunque da quella doglianza che isterilisce lo spirito femminile, tanto da impossibilitarla a rappresentare la difficile parte, che ella deve giustappunto interpretare, nel teatro della vita. Solleciti, con l'esempio, le sue compagne ad acquistare co-

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scienza di sé e delle proprie forze. La donna non è affatto quell'essere vile che la smarrita umanità ha voluto finora assoggettare alla volontà del maschio e del suo orgoglio, che si sostiene unicamente con la maggiore forza muscolare. E assolutamente non è quel sepolcro imbiancato [espressione di origine evangelica (Matteo 23, 27), riferita a persone o atteggiamenti ipocriti e falsi che nascondono, al di là dell'accattivante apparenza esteriore, la corruzione e il vizio] che abbagliò i sensi di uno scrittore patrio [È forse Ippolito Nievo? Ritengo di sì. Ecco cosa si legge in www.treccani.it/enciclopedia/ippolito-nievo/ : (sottolineature mie) "Nievo, Ippolito. - Scrittore e patriota (n. Padova 1831 - m. 1861 per naufragio mentre tornava dalla Sicilia nel continente. [...] VITA Nacque da padre di nobile famiglia mantovana e madre proveniente dal patriziato veneziano. Nell'infanzia e nell'adolescenza visse e studiò tra il Friuli, il Veneto e la Lombardia. Si dedicò allo studio del diritto, compiuto dalla fine del 1850 all'univ. di Pavia e dal 1852 all'univ. di Padova. La sua ricchissima attività di giornalista e di scrittore, solcata sin dagl'inizi da forti venature satiriche e umoristiche, ebbe principio in quegli anni. Di ideali patriottici, partecipò ai moti insurrezionali di Mantova del '48. Nel '57, colpito da un mandato di cattura della polizia austriaca, fuggì a Milano, dove lo richiamava la preparazione del decennio che sfociò nel '59 e l'amore per la cugina Bice Melzi d'Eril, amore che, in vivo contrasto con le sue idee sulla famiglia, tenne profondamente agitato il poeta, specie dal 1858 in poi, e si rifletté fortemente sulla sua operosità di scrittore, massimamente sulla più originale delle sue creazioni, la Pisana delle Confessioni, Dopo intensa attività patriottica iniziatasi già nel 1848, fu (1860-61) colonnello, vice-intendente, poi intendente, della spedizione dei Mille." Ed ecco ora cosa si legge in Alessandra Acosta-Hauser, Ippolito Nievo Confessioni d'un Italiano Struttura, spazio e poetica, Edizioni Casagrande, Bellinzona 1997, pp. 105-106: "... il discorso assume toni moralizzanti, e proprio l'attivazione di questo campo semantico in relazione a una città, anche se normale nella retorica patriottica ottocentesca, fa scattare l'equazione Roma = Pisana. Gli attributi di Roma (<<simbolo grandioso e multiforme>>, nel suo stato di caos, con <<dissesti morali ed economici>> provocati da <<lunghi secoli di corruzione di ozio e di servitù>>), sono tutti attributi ascrivibili anche alla Pisana, così come il rimedio proposto dal narratore (dove, per la Pisana, basta sostituire 'dittatura' con 'educazione' o 'amore'): <<Per sanare i guasti d'un dispotismo cancrenoso e immorale, nulla di meglio che una dittatura vigorosa e leale." [...] E la Pisana è scesa all'inferno, nel senso che ha toccato (con il tradimento) il fondo dell'abiezione; ma l'Erebo, nella mitologia greca, è anche il regno dei morti: il rogo è stato istigato proprio dal priore del convento, per arrostire <<i nemici della religione>> tra cui si può annoverare la Pisana, non solo per l'appartenenza alla fazione repubblicana, ma anche per quegli 'antivalori' religiosi che ella incarna; la Pisana è quindi stata nel mondo dei morti (i non appartenenti alla vita improntata ai valori religiosi ufficiali, di cui il priore sarebbe il rappresentate), ma la Pisana viene 'salvata' da Carlino proprio nei due sensi, referenziale (l'ha tolta dall'incendio) e metaforico: se essa è 'morta' per la gravità del peccato commesso, Carlo, col suo perdono, e soprattutto col suo amore, le restituisce la vita, al di là di qualsiasi pregiudizio religioso o morale."], il quale ebbe la medesima sventura

di tutti gli spiriti umoristici che, sopraffatti da impressioni estrinseche ("Ragioni, prove, argomenti estrinsechi, non dedotti dall'essenza dell'assunto che è da provare" Tommaseo-Bellini), non si discostarono, mediante allusioni, dall'opinione che la donna fosse l'autrice della degenerazione morale, ovvero della ripugnante putredine in cui affoga la corrotta società, proprio come la putredine organica e materiale dei sedimenti di un cadavere che comincia a putrefarsi.

I. LA DONNA, CORONAMENTO DELLA CREAZIONE (p. 8) Tali immagini sono smentite dai fatti, cioè dalla realtà concreta: solo la logica dei fatti può dare all'intelletto la giusta idea dell'essere muliebre (della muliebrità). Il buonsenso dice che essa è l'ultima parola di Dio, l'ultimo atto della creazione. E se è così, allora è la sintassi che assomma in sé l'armonia completa dei suoni articolati dalle labbra del Creatore; l'indice di un libro che sintetizza i concetti più marcati del suo autore. Ecco cosa scrive Mazzini (Doveri dell'Uomo, 23 Aprile 1860. Cap. 6. Doveri verso la famiglia): "Vi è un Angelo nella Famiglia che rende, con una misteriosa influenza di grazie, di dolcezza e d'amore, il compimento dei doveri meno arido, i dolori meno amari. Le sole gioie pure e non miste di tristezza che sia dato all'uomo di goder sulla terra, sono mercé quell'Angiolo, le gioie della Famiglia. Chi non ha potuto, per fatalità di circostanze, vivere, sotto le ali dell'Angiolo, la vita serena della Famiglia, ha un'ombra di mestizia stesa sull'anima, un vuoto che nulla riempie nel core: ed io che scrivo per voi queste pagine, lo so. Benedite Iddio che creava quell'Angiolo, o voi che avete le gioie e le consolazioni della Famiglia. Non le tenete [per Non tenetele, imperativo negativo. Nota mia] in poco conto, perché vi sembri di poter trovare altrove gioie più fervide o consolazioni più rapide ai vostri dolori. La Famiglia ha in sé un elemento di bene raro a trovarsi altrove, la durata. Gli affetti, in essa, vi si estendono intorno lenti, inavvertiti, ma tenaci e durevoli siccome l'ellera intorno alla pianta: vi seguono d'ora in ora: s'immedesimano taciti colla vostra vita. Voi spesso non li discernete, poiché fanno parte di voi: ma quando li perdete, sentite come se un non so che d'intimo, di necessario al vivere vi mancasse. Voi errate irrequieti e a disagio: potete ancora procacciarvi brevi gioie o conforti; non il conforto supremo, la calma, la calma

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dell'onda del lago, la calma del sonno della fiducia, che il bambino dorme sul seno materno. L'Angelo della Famiglia è la Donna. Madre, sposa, sorella, la Donna è la carezza della vita, la soavità dell'affetto diffusa sulle sue fatiche, un riflesso sull'individuo della Provvidenza amorevole che veglia sull'Umanità. Sono in essa tesori di dolcezza consolatrice che basta ad ammorzare qualunque dolore. Ed essa è inoltre per ciascun di noi l'iniziatrice dell'avvenire." {2} Ecco la donna. Un siffatto giudizio non è né stravagante né ironicamente bizzarro; ma a ben considerare, esso si fonda sul complesso delle facoltà perfettamente e completamente sviluppate, che chiamiamo con il nome di natura umana {3}; e altresì sui 2 Testamenti l'Antico Testamento, il Nuovo Testamento, cioè la Bibbia cristiana -, i soli documenti validi, autorevoli ai quali il genere umano si deve appellare per mantenere inviolati la serie dei suoi diritti. Ed io rammentandolo a lei, voglio estenderlo anche a tutto il gentil sesso che ella con dignità non comune rappresenta in modo onorevole.

II. IDENTITÀ POTENZIALE DEI DUE SESSI (p. 10) Bisogna dunque sperare che d'ora in avanti ella e le sue compagne più non si sviliscano. La donna è già grande abbastanza nella complessività dei suoi pregi naturali, considerando cioè l'intero insieme dei suoi caratteri distintivi e costitutivi, per non dover sottostare al pregiudizio dell'uomo che ha calcato il sentiero della vita non a piè fermo, non in modo impavido cioè (impavidamente, ardimentosamente, audacemente), bensì scivolando senza posa da un abisso all'altro, lungo la china dell'errore. E tale è anche l'opinione di una delle donne più celebri che rendono onore, nel tempo attuale, alla Francia e all'umanità intera. Rivolgendosi al gentil sesso nella sua lingua madre, così si esprime: "Il me déplaît que les femmes pleurent si abondamment. Elles sont victimes, disentelles; mais victimes de quoi? de leur ignorance qui les rend aveugles, de leur oisiveté qui les livre à l'ennui, de leur faiblesse d'âme qui les retient captives, de leur frivolité qui leur fait accepter toutes les humiliations pour une parure, de cette petitesse d'esprit surtout qui borne leur activité aux intrigues galantes ou aux tracas domestiques. Pleurez moins, ô mes chères contemporaines! La vertu ne se nourrit point de larmes. Quittez ces gestes, ces attitudes et ces accens de suppliantes. Redressez-vous et marchez; marchez d'un pas ferme vers la vérité. Osez une fois la regarder en face et vous aurez honte de vos gémissements. Vous comprendrez que la nature ne veut point de votre immolation stérile, mais qu'elle convie tous ses enfans à une libre expansion de la vie. Elle ne se sert de la douleur que comme d'un aiguillon au progrès. Votre inerte mélancolie, vos vains soupirs et vos douleurs futiles sont contraires à l'énergie de ses desseins". {4} Mi duole che le donne si struggano in lacrime. Esse dicono di essere vittime! ma vittime di che? Della loro ignoranza, che le rende cieche; del loro ozio, che le abbandona alla noia; della loro debolezza d'animo, che le fa schiave; della loro frivolezza, che fa loro accettare tutte le umiliazioni per una parure (insieme di gioielli - collana, bracciale, anello, orecchini - realizzati con materiali e fattura analoghi e destinati a essere usati insieme); e soprattutto della miseria di spirito, che limita la loro attività agli intrighi galanti, o alle seccature domestiche. Piangete meno, o mie care contemporanee! La virtù non si nutre di lacrime. Lasciate questi gesti, questi atteggiamenti e questi toni da supplicante. Levatevi, e marciate; marciate con passo fermo verso la verità; osate una volta di guardarla in viso, e avrete vergogna dei vostri gemiti; comprenderete che la natura non vuole affatto il vostro sterile sacrificio; che invece essa invita tutti i suoi figli alla libera espansione vitale, e che si serve del dolore come pungolo del progresso.

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La vostra inerte melanconia, i vani sospiri, e le futili doglianze sono contrari all'energia dei suoi disegni. [Daniel Stern, Esquisses morales et politiques, Paris, Chez Pagnerre, Libraire, 14 bis, Rue De Seine, 1849. Chapitre III. De la femme. pp. 29-30 - archive.org/stream/esquissesmorale00stergoog#page/n7/mode/2up. Vd. anche Esquisses morales - Pensées, Réflexions et Maximes par Daniel Stern - Troisième édition revue et augmentée - Paris 1859, pp. 45-46 - archive.org/ Marie Catherine Sophie, contessa d'Agoult, nata viscontessa di Flavigny, nota con lo pseudonimo di DANIEL STERN (Francoforte sul Meno, 31 dicembre 1805 - Parigi, 5 marzo 1876), scrittrice francese.]

Queste sentite parole determinano precisamente l'ideale della grandezza della donna, che non deve perciò stimarsi meno di quanto realmente valga. Il primato (o supremazia) che l'uomo esercita sulla donna, si configura perciò come una palese usurpazione del diritto per mezzo della forza, come un grossolano controsenso in aperta antitesi con la logica. Iddio costituì i due sessi nell'identità duale della medesima natura, rendendoli simili in quello che determina la personalità umana, che è unico e medesimo. In effetti, l'unità originaria si conserva nelle forme organiche e non subisce che una sola variante nell'ordine sessuale. I sensi, per esempio, che sono gli organi essenziali della vita, adempiono in entrambi i sessi le medesime funzioni. L'intelletto, la volontà, la fantasia e la memoria, che attuano (cioè fanno passare dalla potenza in atto, e quindi traducono in realtà) le potenzialità dello spirito umano, non sono dissimili nell'uomo e nella donna; nella donna, e parimenti nell'uomo, fanno, per così dire, funzionare il pensiero: in parole povere sono identici sia nell'uomo che nella donna. A tale riguardo, la tradizione biblica ci dà un documento incontrovertibile in ordine a questa identità di natura dei due sessi: "Deus de terra creavit hominem, et creavit ex ipso adiutorium simile sibi. Et linguam, et aures, et cor dedit illis excogitandi, et disciplina intellectus replevit illos. Creavit illis scientiam spiritus, sensu implevit cor illorum, et mala, et bona ostendit illis." [Da Ecclesiasticus, Caput XVII (p. 571) - BIBLIORUM SACRORUM VULGATAE VERSIONIS EDITIO, CLERO GALLICANO DICATA. Tomus Primus. Parisiis, M. DCC. LXXXV. Digitalizzato Google. In realtà: 1. Deus creavit de terra hominem, et secundum imaginem suam fecit illum. 2. ... 3. ... 4 ... 5. Creavit ex ipso adjutorium simile sibi: consilium, et linguam, et oculos, et aures, et cor dedit illis excogitandi; et disciplina intellectus replevit illos. 6. Creavit illis scientiam spiritus, sensu implevit cor illorum, et mala et bona ostendit illis. ....]

E cioè: Dio creò dalla terra l'uomo, e lo fece a sua immagine. Creò dallo stesso un aiuto consimile. Dette loro saggezza, e lingua, e occhi, e orecchi, e immaginazione: e li completò con la disciplina dell'intelletto (la conoscenza dell'intelligenza). Creò in essi la scienza dello spirito, e riempì il loro cuore della capacità di pensare, e mostrò loro il male e il bene. Per la qual cosa, i saggi latini, considerando questa identità che assimila e riduce a unità i due sessi, compresero entrambi in un solo nome. La lingua di Cicerone, nella parola homo che servì a significare il maschio e la femmina - l'uomo e la donna -, riversò l'idea nascosta di questa originaria uguaglianza di natura. Nondimeno nella vita reale si riscontra la scissione dei due sessi, segnando la donna con il marchio della debolezza a causa dell'inferiorità della sua fibra muscolare, e facendole così patire la malaugurata sorte che il mondo pagano, anticristiano, aveva destinato al sesso debole, afflitto appunto da tale sventura.

III. SCHIAVITÙ DELLE DONNE (p. 13) Sicché in tutti i tempi e presso tutti i popoli la Donna fu sempre capitis deminuta, ossia priva di personalità giuridica. La Tracia, la Babilonia, la Fenicia, l'Armenia la ritenevano come cosa del fisco che serve a

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impinguare le casse (le finanze) dello stato, per cui fu soggetta alla prostituzione pubblica prima che fosse venduta all'asta a un padrone che doveva farle da marito, cui competeva anche il diritto assai iniquo di rivenderla o di disfarsene con la morte. Tale sprezzo rendeva le babilonesi refrattarie ai legami coniugali a tal punto che credevano essere la fedeltà in amore insopportabile e contraria alle leggi di natura. Gli Ebrei, quando erano sazi e stufi della moglie ["Tutti conoscono l'acqua della gelosia, che gli Ebrei erano usi a far bere alla donna sospetta d'adulterio, onde riconoscere il vero." (p. 73), Melchiorre Gioja, Elementi di filosofia Ad uso dei giovanetti, Esposti da Melchiorre Gioja, Quarta edizione italiana sulla terza eseguita in Milano. Riveduta corretta ed accresciuta dall'autore. Tomo I. Napoli 1827. Digitalizzato Google. // Cfr. NUMERI 5, 12-31 in LA SACRA BIBBIA Edizione Cei], le facevano be-

re l'acqua della gelosia, una specie di ranno (soluzione di cenere di legno e acqua bollente per lavare i panni, liscivia) benedetto dal sacerdote, che gonfiava la disgraziata (l'infelice, la sventurata) uccidendola in un attimo. E il marito ebreo aveva altresì il diritto di ripudiare la moglie per aver cotto troppo la carne. In Lidia (antica regione dell'Asia Minore, corrispondente all'odierna Anatolia occidentale), la figlia non aveva nulla da pretendere dal padre ed era condannata a procurarsi la dote prostituendosi. In Asia, e specialmente in India, la donna valeva meno di un mobile. Dacché nasce, ancora oggi, si avvezza alle catene, costringendola a tenere i piedi in calzari di ferro per impossibilitarla a fuggire e sottrarsi così, com'è consuetudine del luogo, alla tirannia del marito. Per questo motivo è tenuta, la notte, incatenata come una bestia feroce. Se invecchia durante il matrimonio, il marito la strangola. Se il marito muore prima di lei, la moglie deve essere immolata sulla sua tomba per mano del proprio genitore, e, in alcuni luoghi, seppellita viva. Presso i Parti, l'uomo godeva del diritto di vendere la moglie o di disfarsene con la morte; e parimenti il figlio nei confronti delle proprie sorelle. In Egitto, i maschi non assumevano affatto l'incarico di provvedere al mantenimento dei genitori di cui erano eredi; tale incombenza spettava alle donne diseredate, che l'assolvevano col mercimonio dissolutore (distruttore) del loro infelice corpo. Gli Arabi erano soliti uccidere le femmine di troppo che nascevano in famiglia. Gli antichi Germani e gli antichi Galli dichiararono la donna schiava dell'uomo: cosicché, alla morte di costui, la uccidevano sul suo sepolcro per poterlo servire nell'altro mondo, come lo aveva servito, finché viveva, con improbe fatiche (dure, pesanti e ingrate). E questo è in uso presso gli Arabi che si abbandonano all'inerzia nelle loro tende, affidando alla povera donna i lavori più pesanti, più faticosi, cioè quelli che richiedono una grande fatica fisica. Nel deserto, il padre per cinque colonnati (nome di alcune monete spagnole d'argento fatte coniare dall'imperatore Carlo V e dai suoi successori, dette così per il tipo delle due colonne con il motto Plus ultra) vende la propria figlia a chi la compra per avere, non già un'anima degna del suo affetto, bensì un corpo confacente ai suoi materiali interessi. La Grecia e Roma, riversando nella famiglia la dissolutezza - conseguenza inevitabile - delle false filosofie, credevano di venerare Venere e le altre lascive divinità pagane con la prostituzione della donna, che, comprata come schiava, dopo aver procreato i figli, poteva essere cacciata e uccisa impunemente. In Inghilterra la donna è condotta dal marito al mercato con una corda al collo per essere venduta. In Russia le mogli sono schiave del marito, e appena compiono i 40 anni, cessano di essere madre di famiglia e vengono sostituite con mogli giovani {5}. D'altronde in tutti i paesi, quale che sia la loro legge e la loro religione, anche se in apparenza sembra che la donna sia rispettata, in realtà il rispetto è puramente nominale (esiste soltanto di nome, non ha cioè valore effettivo): l'ignoranza spesso la fa essere soggetta alla crudele sorte (oppressioni, tribolazioni, angherie, afflizioni) dei deboli, e la rende impotente a perseguire il vero bene cui è destinata. Infatti, presso i popoli che si ritengono più civili per l'influenza del cristianesimo, la donna, quantunque si veda unita in coppia con l'uomo e immune dalle antiche crudeltà di neroniana ferocia come presso i pagani, nondimeno: - se si considera attentamente sia l'incapacità legale attribuitale sia il disconoscimento dell'azione civile e sociale, per cui gli affari pubblici del proprio paese non sono di sua pertinenza, sia la deprivazione del sapere, cioè dell'istruzione, che i preti giudicano necessaria al fine di mantenerla cieca in un'ipocrita castità;

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- se si considera altresì attentamente il dominio, la supremazia del marito che, pur non potendo al riguardo vantare alcunché, toglie alla moglie la consolazione di perpetuare il proprio nome nel figlio, frutto esclusivo del suo ventre, negandole il diritto che, in quanto madre, ha sulla propria creatura e che i romani concedevano anche alla femmina degli animali: partus sequitur ventrem [in realtà la frase latina significa che il nascituro segue il ventre, ovvero, in termini legali, chi fosse nato da una schiava avrebbe seguito lo stesso destino, divenendo anch'egli schiavo]; e che con la forza bruta le impedisce di esplicare liberamente la facoltà del pensare, dicendo in forma di proverbio: parola di donna, simbolo di sciocchezze, vale a dire che le parole delle donne sono stupidaggini, e non meritano ascolto; - se attentamente si considera, dico, questa incapacità fittizia, priva cioè di realtà, qual è il sentimento civile che la condizione della donna può ispirare? quale fiducia può ella avere nelle proprie forze, vivendo sotto l'esecrabile sconsideratezza di chi semina tenebre (dell'ignoranza) per raccogliere potere materiale? {6} Ah! si dica con rigorosa onestà semplicemente questo, che il suo tanto agognato miglioramento è un’amarissima beffa, perché la donna giace ancora e giacerà in uno stato di avvilimento morale fintantoché l'umanità, cieca e ignorante, percorrerà l'alpestre sentiero della sensuale perdizione! [Cfr. La Sacra Bibbia Secondo la Volgata tradotta in Lingua Italiana da Monsignore Antonio Martini, Volume 2, Firenze 1843. Il Libro della Sapienza Capo Quinto: "7. "Lassati sumus in via iniquitatis et perditionis, et ambulavimus vias difficiles, viam autem Domini ignoravimus." ("7. Ci stancammo nella via d'iniquità e di perdizione, battemmo strade disastrose, e non conoscemmo la via del Signore"). Cfr. altresì Jean Croiset, Esercizj di pietà per tutti i giorni dell'anno, APRILE Traduzione dal Francese di Selvaggio Canturani, Venezia 1793. Aprile XIII. Giorno, p. 222: "Lassati sumus in via iniquitatis, & perditionis, (Sap. 5.) camminando per sentieri alpestri, difficili, scabrosi. Vias difficiles ambulavimus. Si ha bel dire; non si va all'inferno senza muoversi. Che non si ha da patire per la tirannia delle passioni! Si va a perdersi sempre con molta fatica. Vias difficiles. Le inquietudini, le afflizioni, l'amarezza inondano le strade che sono calcate da' Libertini, e dagli empj: Viam autem Domini ignoravimus: ed ignorano la via del Signore, ignorando la Scienza de' Santi. Quanto quest'ignoranza lor è nociva, e costa cara!"]

IV. L'IRRIFLESSIONE (p. 17) Solo la cecità e l'ignoranza potevano produrre un così rovinoso cambiamento nel destino del gentil sesso: ignoranza e cecità, che furono sempre la conseguenza della mancanza di riflessione (cioè della irriflessione), vale a dire del non ripiegarsi dello spirito su sé stesso per investigare le leggi della propria natura e circoscrivere l'ambito delle capacità individuali. A causa di tale irriflessione: - la donna, vale a dire Eva, abbandonò Dio {7} che è la fonte dell'intelligibilità del reale, il fine cui doveva sempre mirare per tenere lo spirito teso al vero, compiendo la prima rivoluzione dalla quale ebbe origine il naufragio dell'umanità; - periva con Abele il principio del bene e rimaneva, progenitore di una lunga e infelice stirpe, il principio del male, cioè il fratricida Caino che del male fu il simbolo; - si dimenticarono i veri rapporti, le vere leggi e i veri principi sui quali si doveva fondare la scienza di Dio (la teologia, avente come oggetto di studio la natura di Dio e delle cose divine) e dell'umanità (avente cioè come oggetto di studio l'essere umano). Da ciò lo scisma fatale (funesto) della Torre di Babele che con la confusione delle lingue generò il disordine delle idee e l'anarchia dei fatti {8}. Da ciò, l'origine della folle aberrazione che mise al bando l'Eterno, onnipotente e infinito, sostituendolo con le fanatiche invenzioni e i fantasmi (cioè le immagini maliziose) del finito, limitato e imperfetto: - i Veda, che proclamano il Brahmanesimo (India), il cui domma fondamentale fu la metempsicosi; - il Chu-Ching, che mette in mostra le dottrine cinesi; - le credenze dei Persiani e i misteri egiziani dell'uovo che, schiudendosi, dà la vita a Orimaze e Arimane, che comprendono il principio attivo e passivo delle generazioni, personificato nella potenza spirituale di Cnef, Usiarca ("'princeps ουσιας', dio intelligibile, governatore delle sfere del mondo". Cfr. Nota 91, pp. 411-412 de "From Athens to Chartres. Neoplatonism & Medieval Thought Studies in Honour of Edouard

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Jeauneau. Edited by Haijo J. Westra, Digitalizzato Google) perché proteiforme, e proteiforme perché capo del-

la sostanza materiale, resa spirito divino, soffio vitale, e deificata. [Cfr. La scienza della legislazione di Gaetano Filangieri con giunta Degli opuscoli scelti, Volume Quinto, Milano 1822, pp. 149-150: "La figura umana col capo di sparviere che rappresentava Osiride, era per gl'iniziati l'Intelligenza demiurgica, della quale Cnef o la Suprema Intelligenza si era servita per la costruzione dell'Universo. Una donna col capo ornato d'una testa di bue o delle foglie di loto, con un fanciullo in seno che rappresentava Iside che nudriva il suo figlio Orus, era per essi la materia prima, il principio passivo delle generazioni, col mondo, frutto dell'unione de' due principii. Secondo essi la parte più leggiera della materia era l'aere, quella dell'aere lo spirito, quella dello spirito il pensiero o l'intelligenza, finalmente quella dell'intelligenza Dio egli medesimo moltiforme ed Usiarca, cioè a dire Capo della sostanza materiale, pneumatizzata e deificata (Apul., Asclep. Dial.), ec., ec." - Digitalizzato Google]

Da ciò solamente potevano generarsi il culto della cipolla e dell'aglio, il voto religioso a Laverna e a Stercuzio; l'altare alle Erinni e alle terribili Furie, e l'erronea sovrabbondanza del Politeismo, che moltissimi autori, da Omero a Visdelou: Esiodo (Teogonia), Erodoto, Euripide, Plutarco, Apollodoro, Diodoro, Pausania, Cicerone, Ovidio, Lafiteau, Foster e appunto Visdelou [Claude de Visdelou, Missionario e sinologo francese (1656-1737); gesuita, fu in Cina per lungo tempo (1685-1709); ebbe atteggiamento nettamente sfavorevole ai suoi confratelli nella questione dei riti. Treccani, Enciclopedie on line] ci hanno descritto più o meno integralmente. Da ciò, in ultimo, i tre sistemi filosofici: Atomismo, Dualismo e Panteismo, con i quali si è cercato di dare una spiegazione arbitraria e dannosa dell'origine dell'universo.

V. GLI ERRORI DEI FILOSOFI (p. 19) In breve, l'irriflessione faceva cadere nell'oblio la scienza di Dio e dell'Umanità; e l'oblio ingenerava pregiudizi nei pagani, che a loro volta producevano i tre sistemi filosofici per spiegare l'origine dell'universo. Infatti che cosa hanno messo in campo questi tre sistemi? Quale luce di verità hanno offerto alla mente dell'uomo perché questi indagasse il suo vero fine? Eccoli: - Il Dualismo presuppone una materia eterna increata come Dio, con la quale appunto Dio formò l'universo. - Il Panteismo individuò in tutte le cose la sostanza di Dio, da ciò la massima dottrinale che se da Dio emana tutto, allora tutto è Dio: Dio è pianta, uomo, pietra. E viceversa: la pietra è Dio, la pianta è Dio, l'uomo è Dio. - L'Atomismo scacciò Dio dal dominio delle cose e surrogò la sua opera, razionalmente fondata, con il moto cieco e deterministico della materia. Per cui si ritiene che il mondo sia governato da un destino inevitabile e che provenga dal complesso delle particelle atomiche della materia stessa, circolanti nello spazio {9}. Dunque queste ipotesi che hanno cercato di spiegare l'inesplicabile e definire l'indefinibile, oltre che distrarre le menti dalle tradizionali idee della creazione con le quali gli interessi morali dell'Umanità rimangono fino a questo momento perfettamente armonizzati, oltre a lasciare in oblio il disegno di una presunta scienza dell'assoluto, hanno anche impossibilitato le generazioni a studiare sé stesse. E perciò da Socrate a Galileo, da Platone a Gioberti, da Pitagora a Hegel, non si è fatto altro che riprodurre sempre gli stessi principi, le stesse idee, sotto la falsa copertura di dottrine, concezioni riguardanti solo questioni terminologiche, puramente formali: dottrine vaghe e sterili di risultati scientifici. I tanti sistemi che nel corso dei secoli hanno avuto una posizione di predominio nel campo della scienza, non hanno affatto illuminato il genere umano con la luce della verità che, come sole della mente, riscalda e feconda, perché rifacimento di errori primitivi o parto di tipi esclusivi, e del tutto estranei al mondo concreto. E hanno prodotto invece: - o un metodo erroneo, - o un principio esclusivo (assoluto), - o un criterio falso,

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- o conseguenze inapplicabili, mostrando soltanto lampi isolati, i quali, dopo un fuggevole bagliore, sono scomparsi offuscando di più l'orizzonte dell'umanità.

VI. LA NEGATIVA INFLUENZA DI GIOBERTI E FILANGIERI (p. 21) A questo riguardo non vi parlo assolutamente di epoche lontane, di sistemi che interessarono le generazioni passate, e di cui non abbiamo che una pallida tradizione (memoria, notizia, testimonianza); e non ve ne parlo probabilmente perché il secolare lasso di tempo che ci separa dai loro autori, potrebbe far supporre che la nostra critica nei loro confronti sia esagerata; ma faccio riferimento ai fatti che cadono sotto i nostri sensi, cioè a fatti concreti, tangibili e visibili. Richiamo quindi la sua perspicace attenzione su Vincenzo Gioberti, ingegno italiano assai versatile, il cui ontologismo ["Termine usato dal filosofo Vincenzo Gioberti (1801-1852) in opposizione a psicologismo, per indicare il metodo della filosofia che <<colloca il termine immediato della cognizione razionale nel suo oggetto, cioè l'Idea>>, caratterizzando così l'orientamento del proprio sistema." Treccani on line] invasò (infervorò, ossessionò)

un'intera generazione sino alla folle esaltazione, sino al delirio, facendola poi ripiombare priva di forze nelle tenebre più dense: e si rialzò tramortita solo dopo numerosissimi sacrifici. Il male che ci affligge - e deploriamo -, il gelo (assenza di calore umano, di cordialità) che ci assidera (che cioè ci rende gelidi, privi di cordialità, di umana simpatia), da dove provengono? Certamente dal falso metodo che si adotta per investigare le leggi di natura. Gioberti, mente assai feconda oltre che altera, ha creduto di elevare i suoi discepoli al rango della sua mente speculatrice, cui egli era pervenuto dopo 50 anni appunto di speculazione. Egli voleva che il punto di partenza dei suoi discepoli fosse il punto di arrivo dei suoi lunghi studi: anteponeva l'intelligibile, ignoto, al sensibile, noto; disperdeva il fenomeno che costituisce la certezza, e vi sostituiva l'ipotesi, l'incertezza; esautorava il principio (il cominciamento, l'origine, il fondamento, la causa), e dava fede (credito) all'autorità. Insomma, Gioberti procedeva in senso contrario alla natura, violando la logica inesorabile della scienza nei suoi canoni più rigorosi. E la logica si è presa la rivincita, condannando il suo sistema che, seppur opportuno nelle emergenze del passato, non è affatto dissimile da quello che Filangieri invocava nel secolo scorso. Questi, seguace del principio di autorità, emanazione della filosofia scolastica ("7 - (Filos.) Così chiamasi La Scolastica, ossia quel metodo d'insegnamento nella filosofia, il quale fu in uso nelle scuole, dal tempo in cui le scienze incominciarono a rilevarsi dalla barbarie, infino a che il Cartesio fe' accettare il suo metodo. La scolastica, anche che alla ragione, appoggiavasi all'autorità di qualche antico filosofo, spezialmente di Aristotile". Alla voce scuola, Vocabolario Tramater, p. 218/733), pretendeva

dai poteri temporali il progresso più desiderabile per le società (?) [Filangieri, in realtà, fu un rappresentante emblematico dell'illuminismo napoletano. E l'illuminismo, come ben si sa, si sviluppò proprio all'insegna del rifiuto del principio di autorità. In ogni caso, Filangieri profetizzava "un'imminente <<rivoluzione pacifica>>, che sarebbe stata compiuta esclusivamente dai <<troni>> col semplice ausilio delle leggi." Treccani, Enciclopedia Italiana (1932), Filangieri Gaetano"]. Gioberti ugual-

mente, sottomettendo il principio all'ipotesi cui allude la sua formula ideale "L'Ente crea l'esistente, l'esistente ritorna all'ente" ["Chiamo formola ideale, una proposizione che esprime l'Idea in modo chiaro, semplice e preciso, mediante un giudizio. Siccome l'uomo non può pensare, senza giudicare, non gli è dato di pensar l'Idea, senza fare un giudizio, la cui significazione è la formola ideale." (p. 151). E "Io suppongo che questa proposizione: l'Ente crea l'esistente, esprima una realtà." (p. 194). (Vincenzo Gioberti, Introduzione allo studio della Filosofia, Tomo Secondo, Brusselle 1844, Capitolo Quarto Della Formola Ideale. Digitalizzato Google]; o, in altri termini, rinnovando, se non di nome, di fatto la filoso-

fia scolastica, voleva che tutto il progresso sociale desiderabile in un'epoca assai esigente qual è quella del XIX secolo, fosse la spontanea concessione dei dispotici governanti. Filangieri che scriveva in un'epoca nella quale il diritto pubblico non si era praticamente sviluppato dal punto di vista dei principi democratici, è più giustificabile. Egli trovò maggiori possibilità (opportunità) nei poteri costituiti del suo tempo al fine di ricavarne un cui bono (lett. a chi (è) di vantaggio, quindi l'utilità, il vantaggio o l'interesse considerati come il determinate di valore o motivazione) [www.intratext.com / Marcus Tullius Cicero, Pro Roscio Amerino, Caput XXX: "L. Cassius ille quem populus Romanus verissimum et sapientissimum iudicem putabat identidem in causis quaerere solebat <<cui bono>> fuisse. Sic vita hominum est ut ad maleficium nemo conetur sine spe atque emolumento accedere". Il celebre L. Cassio che il popolo romano reputava il più retto e il più sapiente dei giudici, nelle cause (processi, liti) soleva senza posa andare in cerca di colui al quale fosse stato di vantaggio. Così è la vita degli uomini, che nessuno senza la speranza di un qualche profitto, si accinge a compiere una cattiva azione. Vale a dire, e non dissimilmente

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dal detto: "Is fecit cui prodest" (il colpevole è proprio colui al quale giova, al quale è utile. In altre parole: il rivolgersi ai poteri costituiti è finalizzato proprio a ricavar vantaggi].

Gioberti invece, volendo proclamare quel principio nel momento in cui la democrazia avanzava il suo diritto a governare nell'ambito delle forme costituzionali, vide scaturire dal suo sistema una serie di rovine che di certo una mente superiore come la sua, che le generazioni a venire onoreranno nelle scuole e nelle università, avrebbe dovuto prevedere, stante la rivalità delle due forze in campo. Non si creda però che avversando l'ontologismo, io voglia far causa comune (cioè solidarizzare) con gli psicologi, verso i quali sembra essere più condiscendente la maggioranza dell'élite intellettuale. Questo sistema che fa usurpare specialmente agli Alemanni (i Tedeschi) il primato scientifico sulle altre nazioni d'Europa, è anch'esso segnato con il marchio dell'esclusività (ha cioè l'inconveniente dell'essere esclusivo, riservato a pochi privilegiati). E anch'esso ha cercato di ritoccare il quadro della natura (cioè l'opera che la natura ha realizzato), attentando con arrogante sprezzante alterigia alle leggi fondamentali del suo disegno primitivo (cioè del suo progetto originario). No, il quadro della natura deve rimanere intatto, ed essere rispettato tal qual è, il ritoccarlo è guastarlo! I filosofi lo hanno guastato tanto da trasfigurare, snaturare l'uomo, e fargli perdere la coscienza di sé, sia impossibilitandogli la percezione del vero, nascosto tra le oscurità e indeterminatezze dell'astrazione, sia assonnandolo (inducendolo al sonno, ovvero riducendolo nello stato di torpore o di immobilità che è proprio del sonno) con false idee, adorne di seducenti apparenze. Ho dovuto farmi meraviglia (senso di biasimo o riprovazione) che una delle anime più schive tra quelle veramente italiane, dispiacendosi che non fosse sorta in Italia una grande mente filosofica in grado di criticare aspramente e mettere radicalmente in discussione lo scolasticume (insieme delle dottrine e dei metodi astrusi e pedanteschi che si attribuiscono alla filosofia degli scolastici), abbia poi concesso questa prerogativa agli Alemanni (cioè ai Tedeschi). Invece, l'unico merito che può ascriversi agli Alemanni è solo quello d'aver spiegato il verbo della scienza (o meglio, il suo significato, valore, importanza), che Vico con spirito profetico aveva annunciato sin dal XVII secolo.

VII. IL PENSIERO INFEUDATO, LA SCIENZA NEGATA (p. 24) E questo, non già perché volessi attenermi a quello spirito anticristiano che cerca di innalzare barriere tra i popoli, come se questi non avessero una medesima origine e un identico destino {10}. E non già perché io ammetta distinzioni essenziali tra gli uomini per cui la filosofia che investiga la natura degli Indiani, possa essere altra dalla filosofia che investiga la natura degli Italiani, e così, come si suol fare, denominare la prima Indiana e la seconda Italiana. Secondo me, la vera filosofia, i veri principi della scienza appartengono a tutto il mondo, e non già a questo o quel paese. Ma anche considerando l'operosità degli Alemanni (i Tedeschi) che da mezzo secolo diffondono in Europa il loro pensiero filosofico, credo che neppure per questo essi meritino il primato, perché i loro artifici astratti ci hanno condotto a infeudare il pensiero (l'attività propriamente speculativa) e a negare la scienza. Dico infeudato il pensiero, perché non ha sparso tra la gente comune, non ha esposto cioè in modo accessibile alla coscienza del genere umano le riflessioni della sua speculativa attività, così come vuole il divin filosofo della nuova era (cioè Gesù Cristo), e come prescrive la ragione del ben vivere (cioè, come diceva san Tommaso, del vivere "secondo virtù". Cfr. De regimine principum, cc1, 14, 15). E negata la scienza, perché, se da un lato si grida al miracolo per la scoperta di verità straordinarie che svelano le forze latenti della natura, dall'altro l'umanità non progredisce, e per di più, nella vita reale, è presa dallo scoramento e da un senso di vuoto. È davvero odioso vedere specialmente la gioventù dei nostri giorni disgustata della scuola, tanto da frequentarla meccanicamente proprio come il colpevole che va al patibolo. Deriva forse da una naturale incompatibilità con il vero? Di certo, no! Il vero rappre-

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senta l'unico obiettivo, l'unica aspirazione dello spirito umano; e se la gioventù si disamora dell'insegnamento scolastico, è perché non ne ricava alcun profitto. In verità, la scienza, condotta nella sfera dell'astrattezza, si rende inaccessibile, e priva l'alunno del coraggio e della sicurezza di sé, tanto da fargli credere di essere inetto alla scienza e alla sua acquisizione. Cosicché, non potendo raggiungere la sfera dell'intelligibile, i giovani, per non rimanere nel vuoto da cui l'umana natura necessariamente aborre, si volgono al sensibile, le cui micidiali conseguenze sono praticamente sotto gli occhi di tutti. Dunque, a che serve dire d'aver a lungo elucubrato (pensato cioè intensamente, meditato) per scoprire questa verità e questo principio, se poi deve farsi un mistero di questa verità e di questo principio, e se non arreca alcun beneficio all'universalità degli uomini, cioè a tutti uomini dei quali la scienza è patrimonio? E parimenti a che serve dire d'aver pubblicato centomila volumi; aver riempito il mondo di sé con i prodotti della mente, se questi sono l'esito mal riuscito di falsi concetti che espongono l'umanità al supplizio di Tantalo? ("il s. di Tantalo, la pena inflitta dalla divinità a Tantalo, mitico figlio di Zeus e di Plutide, condannato per le sue colpe (tra cui l'uccisione del proprio figlio Pelope per imbandirne le carni al banchetto degli dei) a essere sempre affamato e assetato, non riuscendo mai a prendere il cibo e l'acqua, che illusoriamente erano alla sua portata, ma in realtà per lui assai lontani e irraggiungibili; l'espressione è spesso usata in senso fig. per indicare la tormentosa situazione di chi vede o ha a portata di mano ciò che desidera, senza poterne usufruire". Treccani, Vocabolario on line)

Un sapientissimo - o meglio, "il più grande dotto di Roma", come Gregorio XVI definì padre Ventura - giustamente dice: "Tutto presso i filosofi, altro non è che opinione, null'altro che opinione. Ciò avviene perché ciascun di essi è solo nella credenza, che egli medesimo si è fabbricata, e questa solitaria credenza non può rendere l'uomo certo di cosa veruna". [P. G. Ventura, La ragione filosofica e la ragione cattolica, Milano 1852, Digitalizzato Google, p. 201 (sottolineatura mia): "E lo stesso si vuol dire dei filosofi. Sono eglino certi, possono eglino essere certi mai che i loro pensamenti, intorno a Dio, intorno all'uomo, mostruoso frutto che sono della loro ragione, sien veri? Credono eglino daddovero, credono profondamente quello ch'e' dicono? Tutto appo loro è opinione, e non altro. Epperò ciascun filosofo è solo nella credenza ch'egli s'è fabbricata; e questa credenza solitaria, non può rendere l'uomo certo di cosa alcuna, in materia di religione."]

VIII. IL VERO PROGRAMMA DELLA FILOSOFIA (p. 27) Al fine di evitare che ci si fregi indegnamente dell'appellativo di benefattore degli uomini attribuibile solo al filosofo, i rapporti o le leggi che sono le verità su cui si fonda la scienza, non devono essere fittizi (falsi, artificiosi) o nascosti sotto le inestricabili formule della scolastica o della filosofia tedesca; ma devono essere quelli che una persona di senso comune vede, o può vedere, riflettendo sui fenomeni; devono essere luce, o piuttosto un fiume di luce che scorra ovunque senza limiti, e velocissimamente sia di tutti. Se così si fosse proceduto, avremmo guardato le cose come sono, e le avremmo definite come si deve fare, cioè nel modo giusto; non avremmo assistito al deplorevole spettacolo dell'uomo che sprofonda nei vortici della corruzione o che abbandona l'intelligibile cui la mente aspira, in quanto scopo principale dell'esistenza. Questi erano gli inizi della scuola socratica, che l'umanità oggi pare che intenda sviluppare negli aspetti particolari raccomandando all'uomo il Nosce te ipsum ["Frase latina che traduce il greco γνωϑι σεαυτον, uno degli apoftegmi attribuiti ai Sette Sapienti, che, inciso sul frontone del tempio di Apollo in Delfi, esortava gli uomini al riconoscimento della propria condizione e limitatezza umana. Socrate ne fece la sua massima preferita, interpretandola come un invito a considerare i limiti della conoscenza umana prima di procedere nella via del sapere e quindi della virtù." Trecccani on line]. Questo motto dell'eccellenza filosofica della Grecia, venne poi concisamente

espresso dal Pope (Alexander POPE, 1688 - 1744, poeta e scrittore britannico, considerato uno dei maggiori del XVIII secolo) quando sosteneva che il vero studio dell'uomo è l'uomo stesso. ["The proper study of mankind is man". From Alexander Pope, An Essay on Man. As reproduced in Poetical Works, ed. H. F. Cary (London: Routledge, 1870), 225-226 )]

Concetto forse tratto da Confucio (551-479 a.C.), il quale diceva di studiare l'uomo nell'uomo se lo si vuol correggere dai difetti. Il boscaiolo ricava dall'albero il legno di cui abbisogna per guarnire il ferro che utilizza per abbatterlo. Non dissimilmente fa il saggio, che rinviene nello stesso uomo la maniera di condurre, appunto, l'uomo a tale o tale atto, per tale o tal via come scrive Tommaseo riguardo a uno spirito buono o reo, definendo il

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verbo condurre. E io desidero ardentemente che questo principio ("sistema") divenga oggetto di esame per tutte le menti pensatrici, perché la riflessione è di tutti, e anche perché, se si svolgerà fino a diventare il metodo abituale ed esclusivo per ricercare la verità, potenzierà di certo le capacità e le abilità spirituali di tutte le classi sociali, le quali acquisiranno agevolmente la scienza, ripiegandosi su sé stesse sia per scoprire le leggi della propria natura sia per giudicare conformemente ai dettami della retta ragione. Ora, se si raggiungerà questo, allora cesseranno i privilegi e le usurpazioni dell'oligarchia scientifica; a ciascuno si darà quello che gli spetta, e la donna che fu tenuta a invecchiare davanti al focolare dalla forza soverchiatrice dell'uomo, riprenderà di fatto il suo stallo natio (ampio seggio destinato a persona importante: voce metonimica per importanza, prestigio), avrà cioè il ruolo che le è connaturato, consacrando le potenze della vita unicamente al bene e all'intelligibile, e non già al male e al sensibile.

IX. IL DESTINO DELLA DONNA (p. 28) La Donna è potentissima sotto qualsivoglia angolazione la si voglia considerare. Dopo Dio, non c'è che lei per creare (procreare, mettere al mondo) e animare la vita sociale, e finché questa grande forza (della natura) è abbandonata a sé stessa o è mal diretta, inevitabilmente produrrà danni assai gravi. Ma di cosa si può imputare il fuoco se invece di cuocere, bruciasse, quando fosse mal impiegato? E di cosa si vuol ritenere responsabile la donna se, senza istruzione ed educazione intellettuale, col cuore corrotto e sotto gli effetti prodotti sul suo animo (quale sede degli affetti, dei sentimenti) e sulla sua mente da una schiavitù millenaria, si è trovata a provocare sempre il male? E se gli uomini, invece di cercare in lei il raddoppiamento validissimo delle proprie forze, son divenuti dei gineconomi (?) [In verità il gineconomo nell'antica Grecia era il magistrato incaricato di sorvegliare i costumi femminili per impedire un'eccessiva ostentazione di lusso, specialmente nel vestiario, e anche di controllare gli eccessi degli uomini, particolarmente nel caso di banchetti troppo sontuosi. Per cui gineconomi, nel testo morelliano, è da intendersi antifrasticamente, cioè al contrario] che impongono alla donna - piuttosto che vietare - il lusso al fine di deliziare

una comunità volta alle esteriorità, e la lasciano assorbita dal pettegolezzo e dall'intrigo? Il mondo lamenta - diceva un granduomo (iron.) - che le donne siano frivole. [Cfr. Mary Wollstonecraft Godwin (Londra, 27 aprile 1759 - Londra, 10 settembre 1797), filosofa e scrittrice britannica, considerata fondatrice del femminismo liberale. In particolare Rivendicazione dei diritti della donna (A Vindication of the Rights of Woman, London, 1796.). // "Se le donne non sono uno sciame di frivole efemere, perché tenerle in un'ignoranza camuffata da innocenza? Gli uomini si lamentano, a buon diritto, delle follie e dei capricci del gentil sesso, e fanno dei nostri vizii abietti e delle nostre passioni ostinate oggetto di satira pungente. Osservate, rispondo io, la naturale conseguenza dell'ignoranza! L'intelletto che può fondare le sue basi solo sui pregiudizii sarà sempre instabile, e la corrente procederà con furia distruttiva se non vi sono barriere a frenarne la forza", in Marco Todeschini, Mary Wollstonecraft, Londra 1759-1797].

In verità la donna non è altrimenti da come la si è fatta. A ben guardare, la sua educazione non è per nulla significativa ai fini di quel che più dovrebbe sapere. Pertanto, se la donna non corrisponde allo scopo della creazione, è imputabile solo l'umanità che le ha negato la luce dell'intelletto. E sono altresì imputabili alcuni filosofi, i quali, assunta la supremazia del pensiero, non hanno mai di lei ben definito né i caratteri naturali né l'importanza: di contro, l'hanno avvilita e maledetta (hanno cioè invocato su di lei la condanna e il castigo di Dio), e non risollevata quanto era auspicabile (augurabile). Ma maledire (esprimere parole di odio, di condanna, di esecrazione di rabbia contro persona o cosa giudicata perversa, infausta, nociva, e sim.) i vizi senza apprestare i rimedi per estirparli, è come se si volesse conquistare il cielo (cioè il paradiso, il regno dei beati) con la bestemmia, che è la voce della disperazione.

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X. RIABILITAZIONE DELLA DONNA (p. 30) Noi udimmo, e udiamo sempre, dalla bocca del prete che sulla coscienza della donna pesi una colpa grave. Ma qual è mai questa colpa? O qual è il processo - civile, penale, ecclesiastico - di questo crimine che, in base alle prove raccolte, stabilisce di condannarla all'eterna degradazione? La storia di tutti i tempi ci ammaestra che, per asservire la donna al potere politico, improntato su un utilitarismo spregiudicato e spietato, la malizia sacerdotale, ovvero i sacerdoti con astuzia priva d'ogni scrupolo l'hanno ingannevolmente processata e condannata all'inettitudine adducendo come pretesto la trasgressione alla legge della prima donna. Ma ancorché (anche se) si dovesse altresì prestar fede, cioè credere ai maliziosi inquisitori che hanno sempre in modo scellerato utilizzato la donna come strumento del dispotismo; e ancorché (anche se) si dovesse, infine, ammettere quest'immaginario delitto della prima donna, chi mai dopo 6000 anni può negarle il diritto di dire: "Ho espiato (cioè scontato, patito, sofferto) la mia pena, reintegratemi nella pienezza delle mie facoltà"? Prometeo (personaggio mitologico greco, figlio di Giapeto, incatenato a una rupe per aver restituito agli uomini il fuoco tolto loro da Zeus), dopo aver rubato al Cielo il fuoco sacro, fu condannato a stare 30.000 anni incatenato a una rupe, e tuttavia entro poco tempo l'iracondo Giove lo emancipava, lo liberava cioè dalle catene; la donna, invece, per aver colto il frutto proibito (secondo la narrazione biblica, il frutto dell'albero del bene e del male di cui si cibarono Adamo ed Eva commettendo il peccato originale), ha pianto a lungo. E assurdamente si ritiene che debba essere ancora condannata, che debba cioè prolungare la sua espiazione, e per giunta sotto gli occhi di un mondo diretto e governato dal Dio della clemenza che con un atto d’indulgenza rimetteva le colpe di tutti gli uomini mediante il decreto (Atto della volontà di Dio) dell'Incarnazione, e ne comandava la rigenerazione, elevando la Donna Ebraica, divinizzando cioè la Vergine degli Ebrei. Risorga dunque la donna, e riprenda il suo valore naturale (congenito, originario); risorga per non ricadere mai più, ponendosi sotto l'egida (protezione, difesa, salvaguardia) della scienza. La scienza le appartiene per inalienabile diritto di natura, affinché possa adeguatamente compiere la sua missione. E le appartiene per diritto di conquista (perché conquistata, ottenuta cioè con fatica, sacrificio, lotta). Per diritto di conquista, attesoché fu lei la prima: - che stese arditamente un piede sotto la volta celeste, avventurandosi nel mondo reale, concreto, fatto di ombre e di luci, dove risiede il principio (l'essenza originaria) delle cose, intelligibile da chi è illuminato dalla luce della verità e della scienza; - che agì temerariamente, sfidando la morte, per gustare il frutto proibito, quello dell'albero della conoscenza del bene e del male. Adamo, disteso sulle fiorite rive dei ruscelli dell'Eden, mangiava tutti i frutti fuorché quello della Scienza. Se non fosse stato per la donna, forse oggi vivrebbe ubbidiente come un fanciullo, attonito come un frate, felice come un ventre circondato da deliziose vivande. E, ripeto, le appartiene per diritto di natura, in quanto intrinseca alla natura umana, affinché possa adempiere la sua missione, che è quella di creare, educare e muovere (motivare, indurre ad agire) l'uomo.

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CAPITOLO PRIMO. LA DONNA CREA L'UOMO (p. 31) 1.I. LA POTENZA CREATRICE DELLA DONNA Non si meravigli, Signora, se attribuisco alla donna la potenza creatrice. Le religioni, alle quali senza riflettere (senza esercitare l'abito della riflessione) e in modo servile affidammo i nostri destini morali, non possono essere in contrasto con questo mio concetto (o principio). Creare è fare dal nulla qualche cosa, prerogativa esclusiva di Dio per quanto concerne la sostanza, ma per la forma si può dire che sia stata comunicata specialmente alla natura particolare della donna, cui è affidata, per l'appunto, la misteriosa capacità di procreare. La donna forma nella sua mente il tipo ideale di uomo, si prende poi cura del feto nel suo grembo {11}, v'imprime quel tipo ideale, ne perfeziona i lineamenti, dà infine compimento alla sua esistenza, alimentandolo e modificandolo con l'alito (respiro, fiato) del suo materno affetto, sempre vivo e vitale {12}. Sono dunque le ispirazioni (l'empito creativo, fervore intellettuale e sentimentale) della madre che determinano nel nascituro le condizioni organiche e morali della vita. Se ella trae l'ideale da un tipo bello, farà bello il bambino; se invece da un tipo di aspetto sgradevole, lo farà di aspetto sgradevole (deformato e storpiato). Per esempio, la maggior parte dei figli non somigliano affatto al padre; molti sono belli nonostante la bruttezza dei genitori; altri, pur da genitori di belle forme, assai brutti. In ultimo abbiamo rilevato sulla pelle del nascituro - viso e corpo - macchie, o meglio, immagini di animali e oggetti che hanno spesso così vivamente impressionato la madre da causare il formarsi dei golii, cioè delle cosiddette voglie. Ora, questi fenomeni provano senza dubbio che la creatura umana sia da ascrivere all'opera esclusiva della donna, che la modifica in mille modi secondo le condizioni del suo materno spirito. Perché in Grecia, l'unica nazione che conserva il suo tipo originale, la donna lo riproduce in modo uniforme, senza alterarlo come nel resto dei paesi del mondo? La risposta è questa: perché possiede sia i monumenti duraturi dei suoi eroi sia la tradizione che vive e palpita in quelle membra rese più vitali e vigorose dall'arte. Per questo la donna greca si determina a riprodurre questi tipi che in belle forme racchiudono spiriti forti, geniali e maestosamente nerboruti. Invece, la donna degli altri paesi, mancando di siffatti stimoli, non solo ha dato origine a generazioni che variavano nel volgere del tempo, ma, quel che più conta, ha fatto decadere l'uomo dalla condizione umana a quella dei bruti, vale a dire degli animali irragionevoli. L'influenza della fisiologia connessa con la omogenìa ("Generazione di simili da simili", TommaseoBellini), fatta propria dal senso comune, ci ha resi edotti riguardo al miglioramento della razza animale. Per questo, i ricchi proprietari di bestiame si affaticano a rendere, appunto, gli animali, più belli per mezzo d'immagini adeguate che si riflettono sulla fantasia delle femmine, impressionandole (nel senso di fare viva impressione sull'animo, sulla fantasia, sul sentimento, appunto, della femmina) al momento del concepimento. Gli stessi ricchi proprietari, di contro, non si fanno scrupolo di tenere nelle loro case mostruosi dipinti e tipi detestabili (pessimi), dai quali la genitrice ritrae sempre qualcosa che rende brutto il feto, cui ella rivolge i pensieri suoi più importanti di giocondità e dolcezza, ogni giorno, in segreto e regolarmente. Licurgo [IX sec. a.C. - VIII sec. a.C. - Secondo la tradizione di Sparta, il suo principale legislatore] redarguiva per la loro melensaggine (stoltezza, scemenza) gli uomini e le leggi tiranniche che costringevano le donne ad andare col volto coperto per non vedere le estetiche forme dell'umana natura e ad esse ispirarsi. "Scelgono - diceva egli - i migliori armenti onde accreditare sui mercati le loro

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industrie e promuovere la domestica ricchezza, mentre taluni poi sono gelosi, che le loro mogli vadino a viso scoperto, e colgano coll'intuito il bello improntato sulla figura degli altri; quasi che temessero di vedere il loro paese popolato di uomini ben fatti". (?) [Non è stato possibile rintracciare la fonte da cui Morelli ha tratto detto brano attribuito a Licurgo. Secondo me è una sua elaborazione personale, anche perché tali parole, così come riportate, non si rinvengono né in Plutarco, né in Senofonte, né nei testi consultati, quali per es.: Viaggio di Anacarsi Il giovane nella Grecia verso la metà del quarto secolo avanti l'era volgare, Traduzione corretta e corredata di note da Giuseppe Belloni, Tomo Ottavo, Milano 1822. Digitalizzato Google; Diogene Laerzio, Le vite dei filosofi, Milano 1842. Digitalizzato Google. Ecco, comunque, alcune fonti possibili: - "Si maravigliava a giusto titolo Licurgo, che si pensasse tanto a perfezionare le razze degli animali domestici, e sì poco quelle degli uomini." (p. 53). Giornale de' letterati, Tom. LXXXI e Tom. LXXXII, Pisa MDCCXCI - Digitalizzato Google. // - "Con Licurgo14 e Pitagora15, Platone si sorprendeva che gli uomini, mentre si curavano con assoluta diligenza del miglioramento delle razze degli animali domestici, trascuravano, invece, il perfezionamento dei caratteri della propria specie 16 ". (14) Plutarco, Licurgo, 15, 15-16 (15) Giamblico, Vita pitagorica, XXI, 212-213. Per Pitagora "la causa più grave e manifesta della cattiveria e della pochezza della gran parte degli uomini" va individuata nel fatto che essi generano i figli "a caso e sconsideratamente", in quanto "presso i più, la generazione dei figli è un atto bestiale e volgare" (ivi, XXXI, 213) (16) Cfr. Platone, Repubblica, 459a ss.. Aniello Montano, Dentro la storia e fuori dagli schemi Evoluzione dell'idea Famiglia. centrofedericoweber.org - Associazione Weber (Centro Studi Etici, Onlus) // "Platone, come già Licurgo e Pitagora96, trovava strano che gli uomini curassero con estrema diligenza il miglioramento delle caratteristiche degli animali domestici e trascurassero invece del tutto il perfezionamento dei caratteri della propria specie97." (p. 213) (96) Cfr. rispettivamente, Giamblico, op.cit. (Vita pitagorica), XXI, 212-213; Senofonte, Costituzione dei Lacedemoni, I, 7-8; Plutarco, Licurgo, 15, 15-16 (97) Cfr. Rep., V, 459a SS. Cosimo Quarta, L'Utopia Platonica - Il progetto politico di un grande filosofo, Edizioni Dedalo, Bari 1993. In particolare Istanza eugenetica e rapporto amoroso. Digitalizzato Google. // - "Egli previene la dissolutezza de' due sessi col soccorso d'un rimedio, che pare, che dovrebbe fomentarla. Egli vuole, che le donzelle vadano sempre col volto scoperto, e che dell'intutto nude, combattano co' giovanetti negli esercizi pubblici; persuaso, che il rimedio più sicuro contro le impressioni della natura è d'avvezzare i sensi al suo spettacolo." (pp. 72-73). La Scienza della Legislazione e gli opuscoli scelti di GAETANO FILANGIERI, Vol. I, Milano 1855 - CAPO V. Della bontà relativa delle leggi. Digitalizzato Google. // - "14. La prima ragione di questo è che Licurgo non considerava i figli come un bene privato dei padri, ma come un bene comune della città, e perciò voleva che i cittadini fossero generati non da chiunque, ma dai migliori. 15. Scorgeva una grande stoltezza e una grande vanità nelle leggi matrimoniali degli altri paesi: accoppiano cagne e cavalle con gli stalloni più vigorosi, ottenendone il consenso dei padroni per favore o dietro compenso, e poi sorvegliano sotto chiave le proprie mogli, perché ritengono giusto che generino figli solo da loro, anche se sono pazzi o anziani o tarati da malattie; come se i figli, che nascono da genitori minorati, non nascessero minorati innanzitutto per chi li ha e li alleva, e al contrario eccellenti, se nascono da padri simili. 16. Queste usanze, ispirate da ragioni naturali e sociali, erano tanto lontane in quei tempi da quella licenziosità che, a quanto si dice, più tardi si diffuse fra le donne spartane, che anzi in quella città era del tutto incredibile l'ipotesi di un adulterio." (pp. 59-61) Plutarco, Le vite di Licurgo e di Numa (a cura di Mario Manfredini e Luigi Piccirilli), Fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori Editore, VI edizione giugno 2012. - "Capitolo X. Delle leggi riferibili all'educazione dei figli ed alla coltura di alcune arti. <<La lotta, la corsa, gli esercizii del ginnasio non erano stati da Licurgo alle donne prescritti, che nella speranza d'ottenere cittadini più gagliardi e più idonei alla guerra. Oppiano dice anzi che, in tale speranza, tosto che una donna diveniva incinta, si mettevano nelle sue stanze i ritratti degli uomini e degl'iddii più distinti per la loro forza e beltà. Il fatto è vero, ma è molto posteriore a Licurgo.>> (p. 728) Storia della Legislazione del Conte di Pastoret; Prima versione Italiana. Volume Primo, Venezia Co' Tipi del Gondoliere, M DCCC XXXIX - Digitalizzato Google. // - "XXXI. (212) E insomma ritenevano del tutto leggero e improvvido chi si accingesse a procreare un figlio, in tal modo portandolo a nascere e avviandolo all'esistenza, senza preoccuparsi seriamente che l'ingresso nella vita riuscisse per i nuovi venuti il più felice possibile. E mentre i cinofili prestano ogni attenzione ai cuccioli, e curano che nascano da genitori adeguati, nell'epoca e nelle condizioni opportune, e così risultino di buona indole; mentre allo stesso modo si comportano gli amanti degli uccelli. (213) (ed è evidente che anche tutti gli altri che sono impegnati nell'allevamento di animali di qualità si danno molto da fare perché la procreazione non avvenga a caso), gli uomini invece non si preoccupano dei figli, e li generano a caso e alla leggera, poi allevandoli ed educandoli con assoluta negligenza. Ed è esattamente questa la ragione più evidente e consistente della malvagità e della pochezza della maggior parte degli uomini: la procreazione infatti avviene presso i più in maniera pressoché casuale e animalesca. ...". (p. 375) Giamblico, La vita pitagorica (introduzione, traduzione e note di Maurizio Giangiulio), Testo greco a fronte, BUR, Milano 1991.]

Dunque, presso gli spartani, la generazione era di tanto interesse che essi finalizzavano l'unione matrimoniale al procreare figli degni della patria {13}. Oggi, invece, non ci si applica a tale missione, ma ci si volge altrove, in direzione opposta, ai piaceri volubili (che provocano cioè un'eccitazione violenta ma effimera, e sono perciò fonte d'insoddisfazione perché insaziabili. Cfr. i piaceri in moto (εν χινησει) di Epicuro. E altresì la Lettera sulla felicità di Epicuro, Edizione Easy Reading, books.google.it), che sono incompatibili con la gravità (importanza, serietà) dell'avvenire. Se Adamo

potesse tornare dall'altro mondo, son certo che inorridirebbe vedendo i suoi discendenti, sparpagliati su tutta la terra, presentare una gradazione infinita, non solo nel colore, quale effetto dell'influenza del clima, ma altresì nel fisico debole e gracile; e, quel che più conta, nei tipi del volto e nel tralignamento (cioè degenerazione) dei costumi. Egli vedrebbe la razza caucasica (cioè del Caucaso, catena montuosa della Caucasia, regione dell'Asia occidentale in cui si trova il Caucaso) che è la più estetica, numerosa di 380 milioni di anime, estendersi dall'Europa fino all'Asia Occidentale, dai Latini ai Chirghisi (gruppo di popoli dell'Asia centrale, di lingua turca e di religione mussulmana sunnita, divisi in Carachirghisi e Kazaki), in un numero considerevole di famiglie che de

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cadono fortemente dall'unità dello stampo primitivo (complesso tipico di caratteristiche). Vedrebbe anche i 253 milioni della razza mongola, i cinesi e i giapponesi, allontanarsi dai caratteri propri del capostipite con un peggioramento progressivo. Vedrebbe infine i 150 milioni della razza malese che si estende sulle regioni marittime, ancor più imbruttita dall'antropofagia dei Papuani (Isole di Papua Nuova Guinea, nell'Oceano Pacifico) e degli Alfurus (Minahasa - Indonesia). E la figliazione mutevole (instabile, soggetta a frequenti variazioni) della razza negra (il complesso delle popolazioni del ceppo negride o, più ampiamente, del ramo negroide) assai decaduta dall'armonia delle forme primitive. E i 12 milioni della razza americana, non assimilabili a un unico tipo, dal Mozus fino al brutale Fetzeri. [Per quanto concerne il Mozus, credo siano i MOZUAS, "Indiani nel S. della Colombia, verso il 72° di long. O., fra il Yapura ed il Putumayo", p. 1459. Nuovo Dizionario Geografico Universale Statistico-Storico-Commerciale, Venezia, Antonelli, 1826-33. Per il Fetzeri, invece, credo siano i TEHUELCHES, gli antichi abitanti della regione attorno al monte Fitz-Roy (3405 m), nel tratto andino della Patagonia. Tehuelche is a Mapudungun word meaning "Fierce People", che a mio avviso ben corrisponde "al brutale Fetzeri" di Morelli. Wikipedia alla voce "Tehuelche people"]

In ultimo i 10 milioni di Mulatti, Meticci e Zambos. Praticamente vedrebbe in tutto il mondo 850 milioni circa di abitanti, che mostrano in miniatura il quadro drammatico dell'affondamento dell'umanità. Prescindendo dai colori che dipendono da cause estrinseche, chi può negare che il decadimento della razza umana non tragga origine proprio dal fatto che non si è curato di rappresentare con le arti il tipo primigenio, e dal fatto altresì che le madri, condannate all'inettitudine, lasciano governare l'atto generativo da impressioni fortuite e non già dalla risoluta volontà, accesa da ispirazioni creative, di fare l'uomo qual deve essere: di belle forme e di sublime intelletto? La colpa di questo sconcio, principio, origine e causa di tristi conseguenze, è da imputarsi anche al falso orgoglio dell'uomo che, sottomettendo la moglie ai propri voleri e desideri, lungi dall'impressionarla con immagini che nobilitano i nascituri; lungi dal preferire l'elevatezza (grandezza, nobiltà) d'animo degli spiriti nobili; lungi dall'ispirarla a concepirne il tipo, le ha imposto di riprodurre servilmente sé stesso (vale a dire: esattamente il tipo del marito). Per la qual cosa la famiglia si è rannicchiata in questa misera cerchia, appunto, familiare, e, invece di perfezionarne il tipo, ha imbruttito l'uomo come detto sopra. La donna, sia perché al genio ("spirito che assiste ogni uomo dalla nascita alla morte ispirandone le azioni e tutelandone particolarmente la virtù generativa" Voce Genius ii, in Dizionario di Latino. Latino-Italiano, Volume 34, La Biblioteca di Repubblica.) non si comanda, sia perché un senso di timore e d'incertezza sopravviene nel suo animo di madre, suggestionata dai malumori che solitamente si creano in famiglia se il figlio non nasce a immagine e somiglianza del padre, il quale svolge il suo ruolo di coniuge non come compagno, bensì come signore e padrone; la donna, ripeto, è come legata a quella meschina realtà (per cui ella procrea non ispirandosi ad alcun tipo ideale, e per di più senza partecipazione emotiva e sentimentale), e quand'anche, mossa da un irrefrenabile impulso interiore, fosse nobilmente indotta a trarre ispirazione dal meglio della specie umana, gli incroci che ne conseguirebbero, sarebbero incompleti e disorganici. Perciò, nell'ideale incrocio dei tipi, nascono razze imperfette, inespressive, ibride, il cui valore vitale non è che l'esplicita negazione (cioè l'esatto contrario di quel che dovrebbe essere) degli archetipi divini, resa concreta dall'inettitudine o dall'impudente malignità. In merito a questo argomento, credo di rendere un grande servizio alla morale pubblica, manifestando il mio orrore avverso quelle mostruose pitture che degradano i tipi celesti con ritratti di persone molto brutte o deformi, davvero sgradevoli, al punto da trasformare i santi in demoni. Quell'aspirazione alla fede (alla fede religiosa, alla credenza in Dio) che, associata a immagini bruttissime, non fa che disperdere il calore assai vivo del santuario domestico, dovrebbe invece offrire argomento (motivo, reale e obiettivo) al miglioramento della razza umana se armonizzasse con immagini belle: si darebbe così un maggiore impulso al sentimento religioso, e alle madri una fonte inesauribile di purissime ispirazioni (di tipi ideali).

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1.II. LE DONNE ILLUSTRI (p. 37) Signora, lei che ha fior di senno (che è molto assennata), sente più di me l'importanza di questi fatti. E lo credo bene! Se un'educazione raffinata e l'unione con un marito disponibile al massimo delle sue possibilità, il quale si stacca dal pensiero comune di chi batte senza riflettere questo sentiero irto di ostacoli, non li hanno resi a lei familiari, nondimeno l'appartenenza al gentil sesso li ha resi per forza confacenti alla sua sensibilità femminile, molto più che a me che faccio parte della metà maschile della sfera umana. Dunque, a fronte della verità di questi fatti, quale valore possono avere le ipotesi di coloro che, studiando la natura umana (cioè l'uomo) fuori di sé stessa, hanno negato la scienza alla donna? Quale valore, i pensieri ditirambici (celebrativi, di esaltazione) di Lamennais [Hugues-Félicité Robert de Lamennais (Saint-Malo, 19 giugno 1782 - Parigi, 27 febbraio 1854), prete, filosofo e teologo francese], che nella donna non vede altro se non un ridicolo complesso di organi meccanici, un'anima che si presenta sotto apparenze altre da quel che realmente è, cioè senza intelletto, e nella quale la verità suscita ripugnanza? (?) [In verità, Lamennais aveva una concezione della donna altra da quella che Morelli gli attribuisce. Cfr., p.es., Il libro del popolo, Firenze 1848, pp. 56-59: "Un essere incapace di riprodursi è un essere incompleto: la donna è dunque il complemento dell'uomo. L'esistenza dell'uno richiede l'esistenza dell'altro, e l'esistenza dell'uno suppone l'esistenza dell'altro, essi non formano in due corpi che una stessa unità, e i figli che nascono da loro non sono in realtà che un prolungamento, una continuazione del loro essere comune; eglino rivivono in loro, come si dice, e, colle successive generazioni, si perpetuano indefinitamente. Così il matrimonio non è niente affatto una istituzione stabilita arbitrariamente; ma egli è l'unione fisica e morale di un solo uomo con una sola donna che si rendono completi reciprocamente coll'unirsi; ... Fra l'uomo e la donna, lo sposo e la sposa, i dritti sono eguali, le attitudini e le funzioni diverse. La donna non è la serva dell'uomo, e molto meno la schiava; ella è la sua compagna, il suo aiuto, le ossa delle sue ossa, la carne della sua carne. A misura che il sentimento morale e i buoni costumi si sviluppano in un popolo, la donna acquista maggior libertà e dignità; quella specie di libertà però che non è il sottrarsi dal dovere e dalla regola, ma il rendersi indipendenti da ogni dipendenza servile. ... Quando i vostri figli avranno da voi ricevuto il nutrimento del corpo, non crediate di aver adempito tutti i vostri doveri verso di loro. Voi dovete farne degli uomini; e che cosa è l'uomo, se non un essere morale e intelligente? Fate dunque che da voi imparino a distinguere il bene dal male, ad amare il primo e a sodisfarlo, e a fuggire e detestare il secondo. Riprendeteli dei loro errori, ma senza collera nè violenza brutale, con una fermezza affettuosa e calma. Fate che in grazia delle vostre cure essi non vedano che guai nella via del vizio. Fino dai primi anni coltivate in essi e fate sviluppare gli istinti elevati della nostra natura, sopra i quali si fonda l'esistenza sociale, il sentimento della giustizia e dell'ordine, della compassione e della carità. ... Non crediate però che i discorsi sieno tutto: i discorsi non sono nulla senza l'esempio. Qualunque sieno i vostri consigli e le vostre esortazioni, resteranno senza frutto, se le vostre opere non corrispondono ad essi. I vostri figli saranno come voi, corrotti o virtuosi, secondo che voi stessi sarete o virtuosi o corrotti." Per cui l'affermazione del Morelli che "Lamennais scorgea in lei un ridicolo macchinismo un'anima larvata senza intelletto cui fa ripugnanza la verità", è palesemente falsa. Si precisa che nella 2a e 3a Edizione Lamennais è sostituito con un generico "un Francese", il quale, a mio avviso, potrebbe essere Charles Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 - Parigi, 31 agosto 1867), di cui si riportano due pensieri: "Aimer les femmes intelligentes est un plaisir de pédéraste. La femme est naturelle, c'est-a-dire abominable."]

Quale valore, le idee di Cousin, che difende il celibato e nega alla donna la vita intellettiva? (?) [Victor Cousin (Parigi, 28 novembre 1792 - Cannes, 14 gennaio 1867), filosofo e storico della filosofia francese, un protagonista della vita culturale nella Francia della Restaurazione: considerato il fondatore della storiografia filosofica francese. Ora, se è vero che Cousin difende il celibato (Si veda La Voce della Verità. Gazzetta dell'Italia centrale, N. 703. Giovedì 1 Febbraio 1836, p. 382) non è affatto vero che nega alla donna la vita intellettiva. La sua concezione della donna, come quella del Lamennais, non è dissimile da quella del Morelli. Si veda Les Femmes illustres du dix-septième siècle, in Revue des Deux Mondes T.5, 1844. - Ecco cosa scrive Cousin: "L'homme et la femme ont la même ame, la même destinée morale; un même compte leur sera demandé de l'emploi de leurs facultés, et c'est à l'homme une barbarie et à la femme un opprobre de dégrader ou de laisser dégrader en elle les dons que Dieu lui a faites. Les femmes ne doivent-elles pas savoir leur religion, si elles veulent la suivre et la pratiquer comme des êtres intelligens et libres? Et dès que l'instruction religieuse leur est non pas permise, mais commandée, quel genre d'instruction, je vous prie, pourra paraître trop relevé pour elles? Encore une fois, ou la femme n'est pas faite pour être la compagne de l'homme, ou c'est une contradiction inique, et absurde de lui interdire les connaissances qui lui permettent d'entrer en commerce spirituel avec lui dont elle doit partager la destinée, comprendre au moins les travaux, sentir les luttes et le souffrances pour les soulager. Laissons-la donc cultiver son esprit et son ame par toute sorte de belles connaissances et de noble études, pourvu que soit inviolablement gardée la loi suprême de son sexe, la pudeur qui fait la grace." (traduzione mia) L'uomo e la donna hanno la stessa anima, lo stesso destino morale; uno stesso compito sarà loro richiesto, qual è quello di impiegare le loro facoltà; e sarebbe per l'uomo una barbarie e per la donna un obbrobrio se degradasse o lasciasse degradare in essa i doni che Dio le ha fatto. Le donne, non devono sapere la loro religione, se vogliono seguirla e praticarla come esseri intelligenti e liberi? E visto che la religione non è loro permessa, ma comandata, quale genere di istruzione, io vi prego, potrà sembrare troppo elevato per esse? Ancora una volta, o la donna non è fatta per essere la compagna dell'uomo, o è una contraddizione iniqua e assurda interdire a lei le conoscenze che le permettono di entrare in relazione spirituale con colui del quale ella deve condividere il destino, comprendere almeno i travagli, sentire le lotte le sofferenze per alleggerirli. Lasciamole dunque coltivare il suo spirito e la sua anima con ogni sorta di belle conoscenze e di nobili studi, a condizione che sia inviolabilmente salvaguardata la legge suprema del suo sesso, il pudore che fa la grazia (la leggiadria).]

Nessuno! Anzi tali bestemmie sono incontrovertibilmente confutate dalla storia e dalla logica del creatore. Sono infatti in netto contrasto con la storia perché, tralasciando: - Eva e tutto il seguito delle donne bibliche alla cui forza sentimentale ben si confà (si addice) lo sviluppo della mente, tanto da doverle celebrare ancora oggi;

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- le matrone greche e romane che, diversamente dalle belle (donne note per la loro bellezza) del Peloponneso, non si perdettero in cose d'amore, inghirlandando di fiori il leggiadro Cupido, ma generarono eroi e sapienti per la patria, per cui dovevano avere un'intelligenza superiore e sentimenti elevati, nobiltà e grandezza d'animo; - le prime martiri del cristianesimo che, ispirate dalla dottrina del divino profeta (cioè Cristo), tracciavano i limiti della comune intelligenza, divenivano spiritualmente più forti nelle certezze della fede, disprezzavano i nemici della verità che esercitavano un potere assoluto e un'autorità incontrastata con inaudite atrocità; - tra queste Caterina [Santa Caterina d'Alessandria (287 - Alessandria d'Egitto, 305) vergine e martire. Vd. www.santiebeati.it/dettaglio/79050] che con la sua grande mente trionfò sulla dialettica dei filosofi, liberandoli dal paganesimo e rendendoli seguaci di Cristo; - le illustri donne che formarono lo spirito dei padri della Chiesa: S. Agostino, S. Ambrogio, S. Girolamo, e altri; - le apostolesse che con la loro vivissima luce intellettuale operarono conversioni, in merito alle quali si era dimostrata inefficace la voce degli stessi padri: la giovanetta Melania (Santa Melania Juniore), per esempio, convertì al cristianesimo Volusiano (che era suo zio, prefetto di Roma), refrattario alle apostoliche pressioni di S. Agostino; - Elena che con la sua illuminata influenza convertì al cristianesimo il figlio suo primogenito (S. Agostino); - la moglie dell'imperatore Massimo che ella battezzò ed entusiasmò, e lo stesso si esaltò così per la difesa del Cristianesimo; - l'imperatrice Pulcheria [(Costantinopoli, 19 gennaio 399 - luglio 453) - Imperatrice dell'impero romano d'Oriente dal 414, come reggente del fratello (l'imperatore Teodosio II). Venerata come santa dalla chiesa cattolica e dalla chiesa ortodossa] che a sedici anni fu filosofo, teologo, politico, e governò l'impero romano in modo esemplare, facendo sorgere nella corte pagana il sentimento della carità, emendando finanche i breviari dagli errori, o meglio, dagli orrori dai quali essi (pagani) venivano ingannati, irretiti; - Clotilde che, con la folgorante intuizione dell'unità dei cristiani, ricondusse suo marito (il re Clodoveo I) sulla via della verità, fondendo in un tutto organico i Franchi con i Galli, gettando così le fondamenta della nazione francese che ora è così potente da avere più peso, più importanza, più forza di influire, rispetto ad altre nazioni, sulle sorti dell'Europa; - la regina Batilde (moglie del re Clodoveo II, regina di Neustria e Borgogna, e Santa per la Chiesa cattolica) che, regnando con pietà materna, proclamò per prima, nei Secoli bui [periodo iniziale del Medioevo, ovvero l'Alto medioevo, che abbraccia all'incirca gli anni dal 476 al 1000 d. C. - Il concetto di Secoli bui fu concepito da Francesco Petrarca nei primi anni del XIV sec.], cioè in pieno medioevo, l'abolizione della schiavitù, erigendo a principio

di diritto pubblico la massima: "Ogni Uomo Cristiano è libero"; - Bianca di Castiglia [Palencia, 4 marzo 1188 - Parigi, 27 novembre 1252. Figlia del re di Castiglia Alfonso VIII e di Eleonora Plantageneta, e fu regina di Francia, sposa di Luigi VIII] che, al dir del Ventura, fu ammirata dagli stessi suoi nemici per le capacità di governo; - la principessa Indeconda che elevò la Spagna al rango di nazione; (?) [È forse la Beata Ildegonda, monaca premostratense, morta il 6 febbraio 1183? O Ildegonda, principessa francese, prigioniera di guerra in Arles, come si legge in Costantino In Arles Dramma per musica in tre atti Da rappresentarsi nel grande teatro La Fenice Il Carnvovale dell'Anno 1830, Poesia nuova del Cav. Paolo Pola? Digitalizzato Google. // O Ildegonda, principessa di Borgogna, della tragedia romantica di F.L.Z. Werner "Attila, re degli Unni"? In L'Alemagna opera della signora baronessa di Stael Holstein, Traduzione Italiana fatta sulla seconda edizione francese, Volume Secondo, Milano 1814, pp. 188-195 (Capitolo XXIV. Lutero, Attila, i Figli della Valle, la Croce sul Baltico, il Ventiquattro Febbrajo, di Werner.) Digitalizzato Google. // O Ildegonda, di cui si legge nell' <<estratto elegante fatto dal sig. Napione del Romanzo della Cron. della Novalessa; ed inserito nell'Articolo dei Cronisti Piemontesi nell'Opera dei Piemontesi Illustri. T. IV. p. 165. Torino 1784.>> ? Vd. Considerazioni intorno alla Cavalleria Amorosa Eroica e Poetica, in 17 tract on classical, literary and artistic subjects, di Sebastiano Ciampi, pp. 7-13 Digitalizzato Google. Di Indeconda o Ildegonda non vi è alcuna traccia nella Moderna Storia dei Regni di Spagna e di Portogallo Tradotta dal francese e adorna di figure, E divisa in due Tomi, Venezia 1787 - Digitalizzato Google."]

- Santa Berta che gettò le basi della nazionalità inglese; - Santa Margherita che civilizzò la Scozia; - Santa Matilde, regina d'Alemagna, che dopo la morte del marito (Enrico l'Uccellatore re di Germania), nel 936, governò lo Stato con virilità, cioè con fermezza e coraggio; - Santa Adelaide (Borgogna, 27 giugno 931 - Monastero di Selz in Alsazia, 16 dicembre 999), reggente del Sacro

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Romano Impero, che per la sua carità e saggezza fu degnamente denominata dalla storia Madre dei regni; (?) [In verità, fu semplicemente chiamata dal marito, il re Lotario, "consors regni", cioè consorte del regno. Vd. Paolo Golinelli, Adelaide Regina Santa d'Europa, Jaca Book, Milano 2000. // "Il papa Silvestro II la chiamava lo spavento dei regni e la madre dei re", in Biografia Universale Antica e Moderna, Volume I., Venezia 1822, pp. 211-212. Digitalizzato Google]

- Edvige (oggi Santa), regina di Polonia, che favorì il Cristianesimo in territorio lituano e organizzò in modo stabile la nazione polacca, ora sventurata; - Clotilde che governò in Italia come re tra i re del suo tempo, e che fondò la celebre Università di Bologna (Alma Mater Studiorum, 1088), riservando alle donne il privilegio dell'istruzione scientifica, il diritto di addottorarsi (laurearsi) e di insegnare, ad. es., come professore universitario; - Caterina di Russia, mente speculativa e politica, che con la sua sete di conquista, immaginava la formazione di un vasto impero, dal Nord all'Oriente, lasciando in eredità ai posteri il fiero, combattivo orgoglio di compierne i disegni; - le italiane del Medioevo che nobilitarono le passioni dei figli, incitandoli a essere audaci e arditi, così da trionfare, pur deboli, sugli oppressori stranieri e sulle caste dispotiche che tiranneggiavano all'interno; - Madame de Staël che predicava in modo sapiente e ispirato la comunione intellettuale dei popoli, abolendo l'inveterato (così radicato da essere difficilmente eliminabile o correggibile) principio che vietava allo straniero di percepire un bene, nel caso specifico, intellettuale, prodotto in un altro paese, nel quale cioè non era nato e del quale non aveva la cittadinanza. In sostanza Madame de Staël affermava il principio della libera circolazione del pensiero in tutti gli Stati; - Eleonora Pimentel che sconvolse l'Europa; come potranno questi signori scansare (schivare) l'attività mentale delle donne contemporanee che hanno raggiunto livelli di eccellenza nelle lettere e nelle scienze? Come dimenticare la baronessa Dudevant (1804-1987, scrittrice e drammaturga francese) che con lo pseudonimo di George Sand ha pubblicato un numero grandissimo di libri restituendo alla donna il primato nell'ambito del pensiero? Come disconoscere il maschio intelletto di Enrichetta Beecher Stowe (1811-1896. La capanna dello zio Tom), tutta tesa ad abolire la schiavitù in America? Inoltre, come negare l'intelligenza politica delle principesse elevate al governo dei popoli, e specialmente quella: - di Maria Augusta di Assia che, perpetuando in Russia l'influenza di Caterina II, dette un valido appoggio al potere governativo di quel vasto Impero; - della regina Ranavalo, la Pietro il Grande [Pietro I, Zar di Russia (Mosca 1672 - Pietroburgo 1725)] del Madagascar (?); [In verità, Ranavalona I, regina del Madagascar (1828-1861), succeduta al marito Radama I, per l'efferatezza del suo regno fu soprannominata "Ranavalona la Crudele", "Moderna Messalina", "Bloody Mary". Fu la prima sovrana regnante dell'isola." Wikipedia. Vd. altresì Antonio Sicari, Il quinto libro dei Ritratti di Santi, Jaca Book, Milano 1996, pp. 154-156]

- dell'imperatrice (Wu) della Cina che, di umili origini e assurta al trono per la sua forte tempra, svecchiò la Corte Tartara; - della regina di Grecia che dirigeva con forza e coraggio quel governo; - della virtuosa Regina Vittoria che guidava splendidamente (nel modo migliore) l'esigente civile Britannia; - di Eugenia de Montijo, la bellissima e solerte imperatrice dei francesi dal 1853 al 1870? Come non inchinarsi di fronte all'intelligenza della cosmopolita Signora Jessie White Mario, cattedratica newjorkese, che imperniando lo spirito dei popoli sulla purezza concettuale del messaggio evangelico (del Cristo), insegnava al fiore del mondo intellettuale europeo i doveri che attengono alla civiltà umana, infallibile e duratura? Come dimenticare: - Caterina Ferrucci [Caterina Franceschi Ferrucci (Narni, 26 gennaio 1803 - Firenze, 28 febbraio 1887). Scrittrice, poetessa,

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patriota ed educatrice italiana], di grande fama e notorietà per i suoi giudiziosi scritti sull'educazione

dei figli? - Giuseppina Guacci Nobile [Napoli, 1807-1848), poetessa, educatrice, patriota]; - Laura Beatrice Oliva in Mancini [Napoli, 17 gennaio 1821 - Fiesole, 17 luglio 1869), scrittrice, educatrice, poetessa]; - Irene Ricciardi in Capecelatro [Napoli, 1802-1870), poetessa, collaboratrice del giornale <<L'Albo delle donne italiano>>, fondato da Bartolotti Ghedini Fanny (n. 16-IX-1820), la quale prima traduttrice instancabile, poi maestra, diede alla stampe alcuni libri di carattere educativo, uno dei quali <<I proverbi spiegati al popolo>> ebbe l'onore della ristampa e il premio di una medaglia d'argento dalla società di pedagogia. In Dizionario Rosi, Dizionario del Risorgimento Nazionale];

- Giannina Milli in Cassone [Teramo, 1825 - 1888), poetessa, educatrice, patriota. Vd. Personaggi illustri in Terra d'Abruzzo]; - una Rossi [Elvira Giampieri-Rossi. Letterata, poetessa, collaboratrice del giornale <<L'Albo delle donne italiano>>. Racconti, dialoghi e commediole ad uso dell'infanzia e dell'adolescenza di Elvira Giampieri-Rossi. Vd. Strenna genovese di Giacomo Cevasco, Digitalizzato Google];

- e tante altre celebri poetesse e pensatrici delle quali va fiero, orgoglioso il mondo, e specialmente l'Italia, "la terra del genio"; In ultimo, come non riconoscere l'intelletto delle donne, visto che anche gli annali della giurisprudenza civile d'Europa annoverano con grande onore, perché davvero singolare, la salentina Elena Dell'Antoglietta dei Marchesi di Fragagnano, il cui illustre genio oratorio tuonò nelle aule di giustizia in Napoli sino a trionfare, in cause difficili, sui più potenti avversari, e acquistare un primato glorioso tra le intelligenze giuridiche. {14}.

1.III. PSICOLOGIA DELLA DONNA (p. 43) Forse questi detrattori della donna e dell'essere femminile, vogliono ammettere due ordini di natura per perpetuare l'ingiusta condizione privilegiata dell'orgoglioso maschio usurpatore dei diritti delle donne? Tesi che consentirebbe loro di attribuirsi indebitamente l'esemplarità, l'essere cioè un modello da copiare, proprio come l'innanzi, "l'esemplare che tengono gli scolari avanti per copiare" (P. Fanfani, p. 796. Vd. Tommaseo-Bellini, p. 461, "Innanzi. S. m. L'esemplare di una cosa che altri si tiene innanzi per copiare o imitare. 2. Per Tipo, Prototipo, Modello. 3. Innanzi, fig., dicesi Tutto ciò che può servirci di norma e di guida per condurci nelle nostre azioni."), che non ha ragion d'essere?

Il tempo delle usurpazioni è ormai tramontato. A ciascuno, ciò che gli spetta. I ghiribizzi (i pensieri fantastici e strani, le idee bizzarre) svaniscono, i fatti e la storia invece rimangono per confermare (dichiarare, affermare concordemente, attestare) i diritti di ciascuno. Ora, se nonostante la falsa scienza, la scienza degli astratti e delle astrattezze, inaccessibili anche alla mente dell'uomo - inteso come maschio -, la donna si è svegliata (riscuotendosi cioè dall'inerzia, dal torpore) alla vita intellettuale, come le si può negare la prerogativa (la caratteristica specifica, distintiva) del pensiero? e come si può pedissequamente ripetere i falsi giudizi di Cousin, Lamennais e di chi ha concluso che la donna non ha attitudine alla scienza? (?) [Vd. sopra Capitolo Primo, II. Le donne illustri]

Questo falso opinare è in contrasto con la logica del creatore che non si propose mai fini senza mezzi; e che, trasfondendo nella donna un po' della sua suprema potenza e imponendole di creare e partorire l'uomo a sua immagine e somiglianza, implicitamente le diceva: "Vai nel mondo, regna e governa al posto mio, e perpetua la mia signoria e sovranità su di esso." In verità questo mandato con pieni poteri impartito alla donna, mal si concilia con l'idea della prostrazione (mortificazione, umiliazione, degradazione, abbrutimento) cui si vorrebbe fosse eternamente soggetta. Ella viene al mondo per proseguire l'opera di Dio. Infatti, quando deve compiere la sua alta missione, quando sente in sé quello sconvolgimento psicologico che attiva (mette in azione; dà slancio, impulso a) tutte le funzioni vitali, impaziente spezza i guinzagli patriarcali, si libera cioè dai freni inibitori connessi con la vita e la società patriarcale, superando osta-

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coli e difficoltà; dominatrice degli elementi che la circondano, si disfà del passato per creare, edificare l'avvenire del figlio, prezioso frutto delle sue viscere. La verginità, la gemma più preziosa della pudibonda giovane, è da essa sacrificata per divenire madre, come l'Eterno che, quando dà origine a un bene cosmico mediante cataclismi, fa assorbire (attrarre a sé, assumere in sé) all'evento cataclismico, alla nascita cataclismica di detto bene, le bellezze delle cose create. La presenza del neonato è per lei un incantesimo che copre d'oblio i dolori, gli stati d'ansia, i soprassalti (scatti bruschi della persona come reazione istintiva a un moto improvviso dell'animo), strettamente concatenati al cominciamento e compimento del processo della procreazione. Già da fanciulla cominciò a sentire il prestigio di questa potenza misteriosa, allorché spensierata e innocente si circondò di bambole e provvide in piccolo alle masserizie (suppellettili, mobili, arredamenti, ecc.) della casa a venire. Poi, quando, raggiunta la piena maturità, può riprodurre concretamente, nella vita reale, i tipi della sua brillante fantasia, e provare l'ebbrezza della procreazione, invoca l'ausilio di Dio, e lo costringe a mostrarsi a lei nei muti palpiti della sua creatura. Perciò la donna che genera, si può dire che sia in intimità con Colui che tutto move (Dio, motore supremo dell'Universo. Dante, La divina commedia, Paradiso, Canto I.1), che gli altri non vedono e né possono vederlo se non alla lontana e giammai in modo diretto, vale a dire vagamente e velatamente. Il suo seno è come il primo tempio nel quale l'uomo per la prima volta innalza l'anima a Dio, volgendo la mente alla venerazione e al culto. Ecco, benemerita Signora, perché la donna è più religiosa dell'uomo. Ella avverte molto più da vicino l'alito dell'onnipotente e i suoi benefici; quindi sente per lui un'entusiastica gratitudine di notevole purezza e intensità; ed è più incline alla preghiera, onde averlo come coadiutore nell'attuare (tradurre in realtà) la sua forza (virtù, potenza, funzione) generativa. Dunque, se è così, se tanta nobiltà e potenza è nella donna, perché lasciarla confinata in una micidiale nullità? Perché non farle sviluppare l'intelletto, quando l'uomo, che è la sua opera più grande, fonda unicamente su questa facoltà il suo dominio sopra la terra? Com'è pensabile che da una forza cieca, da un corpo opaco, cioè dalle tenebre, nasca la luce? E l'uomo come può avere la luce (della scienza), se la donna, cioè sua madre, ne è priva e non ha i mezzi (modo, sistema, possibilità) per possederla? È davvero risibile l'opinione comunissima che concede alla donna una sensibilità superiore a quella dell'uomo, negandole al contempo la facoltà dell'intelletto. Mi ricordo d'aver riscontrato in un'opera del Ferrarese che "la femmina sente più che non pensa, e l'uomo pensa più che non sente". [Luigi Ferrarese, Delle malattie della mente ovvero delle diverse specie di follie, Volume 1 Seconda Edizione, Napoli 1841, (p. 98). Digitalizzato Google.

Quel valoroso ingegno di Salvatore Tommasi [Salvatore Tommasi (Roccaraso, 26 luglio 1813 - Napoli, 18 luglio 1888), Istituzioni di Fisiologia, 3a Edizione, Torino, 1860. Libro II. Della vita riproduttiva. Sezione Prima. Capitolo VIII, p. 526 - Digi-

talizzato Google.] condivide questa infondata opinione e, dopo aver detto altro in proposito, asse-

risce questo, nelle Istituzioni di Fisiologia: "Cotali differenze, quantunque non ci dessero modo di stabilire rapporti di causalità tra il fisico ed il morale, nondimeno ci fanno ragione in generale che vi debba essere differenza di grado e di modo nelle attitudini dello spirito. Onde contemplando attesamente da questo lato i due individui, osserviamo noi nell'uomo energia d'intelligenza e di volontà, e quindi naturale inchinevolezza a sapere e ad operare. Dedito alle speculazioni scientifiche, astrae dai fatti i principii, contempla il passato e il presente, e stabilito un modo ideale, misura il corso degli eventi e pone in sua mente il fondamento dell'avvenire. Il pensiere, desunto più dall'idealità che dalla realtà presente, sospinge l'uomo a grandi intraprese e fa che agogni alla gloria ed alla fama immortale. - Nella donna poi è più forza di sentimento che d'intelligenza; e il sentimento in questa non è che un'ispirazione aggiustata e conveniente, che lo spirito desume dalle cose presenti quasi per intuito. Onde la donna trovasi più sicuramente in armonia con la natura, perché lo spirito suo s'impadronisce agevolmente della ragione degli eventi estrinsechi; laddove l'uomo si può ritrovare spesso in discordanza col

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mondo esteriore, imperocchè egli opera come pensa e come vuole. In breve, l'uomo si affatica di conformare ai conati della sua libera intelligenza tutto quanto è fuori di lui, mentre la donna, interprete più sincera di quella segreta armonia e di quella legge ineffabile che regola l'andamento del mondo fisico e del mondo morale, può rimanere tranquilla e provvida consigliatrice in quelle conflagrazioni che agitano la società e compromettono la felicità del genere umano. Da questo pure deriva, che le nobili e generose passioni, le quali sono sorrette e governate da un sentimento squisito di provvedere ai danni presenti, albergano più possentemente in cuor di donna, ed acquistano un'abito esteriore di eloquentissima affabilità, il quale commuove istantaneamente assai meglio, che i lambiccati ragionamenti di un ottimo dicitore. (p. 97) (corsivo non dell'autore, bensì mio) (?) [Periodo non presente nell'edizione 1860, bensì in quella del 1842. Istituzioni di Fisiologia di Salvatore Tommasi, Con Atlante, Tomo Secondo, Napoli 1848.]

Nella donna poi su tutti i desiderii predomina quello di diventare sposa e madre; e l'amore materno pe' figli supera ogni altro affetto. Di che consegue che se l'uomo col frutto del suo coraggio e della sua intelligenza mantiene i vincoli naturali della società, la donna invece sostiene la piccola famiglia con la grande forza dell'amore e con quello spirito che ella possiede in sommo grado di conciliare i dissidi domestici. Non è però che non si poss'avere una donna, anzi molte donne guerriere, che lascino la gonna e prendano l'elmo e la daga; ma questo si può fare da loro degnamente ed utilmente quando la patria è in pericolo; quando il bisogno di guerreggiare è divenuto un sentimento profondo, ed universale più che un calcolo avventato di conquista oppressiva; quando si tratta di redimere le famiglie che compongono una società dalla forza, e da ultimo quando parla nel cuore di tutti il sentimento della nazionalità, che sia stata per avventura scissa e conculcata." (corsivo non dell'autore, bensì mio) (?) [Periodo non presente nell'edizione del 1860, né in quella del 1848. Ritengo che questo periodo sia una sintetica elaborazione personale del Morelli de La secchia rapita di Alessandro Tassoni. Qui si fa riferimento all'Edizione integra del 1912 (Firenze, Sansoni Editore), con il commento di Pietro Papini. - CANTO PRIMO (in 63 ottave) 15. Così andava a l'impresa il cavaliero / Dal fior de la milizia accompagnato, / E spettacolo in un leggiadro e fiero / Si vedeva apparir da un altro lato. / Cento donzelle in abito guerriero, / Col fianco e 'l petto di corazza armato / E l'aste in mano e le celate in testa, / Comparvero in succinta e pura vesta. (Celata: un elmo senza cimiero, né cresta, che copriva e celava gran parte del volto. Si usò spesso però, come qui, per elmo in generale. / Succinto: detto della veste, stretta alla vita da una cintura, e tirata alquanto al di sopra di essa in modo che rimanga sollevata all'estremità) 16.Venìan guidate da Renoppia bella, / Cacciatrice ed arciera a l'armi avezza. / Renoppia di Gherardo era sorella, / Pari a lui di valor, di gentilezza: / Ma non aveva l'Italia altra donzella / Pari di grazia a lei né di bellezza: / E parea co' virili atti e sembianti / Rapire i cori e spaventar gli amanti. 18. Or giunta in piazza ella dicea: - Signori / Noi siam deboli sì, ma non di sorte / Che non possiamo almen per difensori / Guardare i passi e custodir le porte. / Queste compagne mie ben avran cori / Da gire anch'esse ad incontrar la morte: / Né già disdice a vergine ben nata, / Per difender la patria, uscir armata. (Se non potremo uscire in campo aperto potremo essere difensori dei passi e delle scorte - È concetto già espresso dal Tasso; ger. 17.43 <<indegno già di regina il guerreggiar non parmi>>). 19. Quel dì che Barbarossa arse Milano, / Mio nonno guadagnò quest'armi in guerra; / Gherardo mio fratel le chiudea in vano, / Ché le porte gittate abbiam per terra: / E s'al cor non vien meno oggi la mano, / Se 'l nemico s'appressa a questa terra, / Speriam che col suo sangue e la sua morte / Ei proverà se sian di tempra forte.20. Accese i cor di generoso sdegno / Il magnanimo ardir de la donzella / Onde con l'armi fuor senza ritegno / Correa la gioventù feroce e bella. / Con maestoso modo e di sé degno / Il Potta la raffrena e la rappella: / - Dove andare, canaglia berettina, / Senza ordinanza e senza disciplina? (feroce = fiera / berrettino = tristo, malvagio) - CANTO III. (in 79 ottave) 50. E quel ch'era mirabile a vedere, / Cinquanta donne lor con gli archi in mano / Avezze al bosco a saettar le fiere, / E a colpir da vicino e da lontano, / Succinte in gonna e faretrate arciere, / Calavano con lor dal monte al piano; / E la chioma bizzarra e ad arte incolta / Ondeggiando su 'l tergo ivi disciolta. - CANTO SESTO (in 75 ottave) 20. Seguitatemi voi, che l'empia setta / Qui tutte accolte ha le sue forze estreme, / Perché possa una sol giusta vendetta / L'ira sfogar di tante ingiurie insieme. / Se vaghezza di fama il cor v'alletta, / Se l'onor de la patria oggi vi preme, / Se v'è caro mio padre o molto o poco, / Quest'è il tempo ch'io 'l vegga e questo è il loco.- CANTO VII (in 74 ottave) 56. Quando armata apparir fu vista in tanto / Renoppia al suon de la novella fiera, / E correre a la porta, e seco a canto / Condurre il fior de la virginea schiera, / Diede a gli uomini ardir, riprese il pianto / Del sesso femminil con faccia altera; / E rimirando giù per la via dritta, / Non vide alcun fuggir da la sconfitta. (il fiore di tutte le donzelle; della moltitudine delle donzelle.) 61. Giugne Renoppia, e dove rotta vede / Da la ripa fuggir l'amica gente, / Volge con l'arco teso in fretta il piede; / E di lampi d'onor nel viso ardente, / - O infamia, grida, ch'ogni infamia eccede! / Tornate, e dite a la città dolente / Che moriron le figlie e le sorelle, / Dove fuggiste voi, popolo imbelle.

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(O infamia ecc. ricorda il verso dell'Ariosto, Fur. XI, 41, 6: <<Di quella forza che ogni forza eccede>>) 62. Noi morirem qui sole e gloriose, / Gite voi a salvar l'indegna vita: / Non resteran vostre ignominie ascose; / Né la fama con noi fia seppellita.- / Donne di Pompeiana, schiera fiorita / Ch'in Modana arrestò tema d'oltraggio, / E cento de le sue di più coraggio; (Che in Modana ecc, che non vennero prima con le altre schiere modenesi per tema di ricevere oltraggio; e rimasero a Modena. / E cento de le sue, la schiera modenese di Renoppia si componeva appunto di cento donzelle. Di più coraggio, che avevano maggior coraggio di quelle di Pompeiano, perché da lei scelte e addestrate. Ma si potrebbe anche intendere il delle sue come vero partitivo, cioè: cento delle sue concittadine, le più coraggiose fra le donne modenesi) 63. E fra queste Cellinda e Semidea, / Di Manfredi sorelle e sue dilette: / E l'una e l'altra asta e l'arco avea / E la faretra al fianco e le saette. / Renoppia, che dal ponte i suoi vedea / Tutti fuggir, la cocca a l'occhio mette, / E drizza il ferro a la scoperta faccia / Di Perinto, ch'a'suoi dava la caccia. (L'asta e l'arco; mentre l'arco serviva per scagliar saette, l'asta serviva per essere lanciata a mano o per colpire a corpo a corpo. Asta è nome generico; e si distingueva in molte specie, come la zagaglia, la partigiana, la lancia ecc.) - Canto DUODICESIMO (in 80 ottave) 77. Il Mirandola allora alzato in piede, / Gli rispose: - Signor, la patria mia / né per incontro a la fortuna cede, / Né per felicità se stessa oblìa. / L'arbitrio che da prima ella vi diede / L'istesso or vi conferma; e sol desìa / Che site voi magnanimo in usarlo, / Com'ella è pronta e generosa in darlo. (Signor, la patria mia né cede per avversità della fortuna, né dimentica i suoi doveri verso chi l'ha beneficata e le vuole bene)]

Fatta salva la nobiltà d'animo (i generosi sensi) di questo spirito colto, vorrei, per quanto concerne la moralità della donna, cortesemente domandare ai signori che la pensano così, quale relazione essi stabiliscono tra il sentire e il vedere, tra il sentimento e l'intendimento. Se vogliono rispondermi correttamente, di certo devono dire che tra i due ci sono rapporti di causalità, perché all'intuizione intellettuale segue sempre l'ardore della volontà: se non si vede, non si sente; quindi il vedere precede il sentire e si configura come causa (efficiente). Dunque, poiché non ci è dato di disgiungere il sentimento dall'intelligenza, stante tale connessione logica, come si può negare alla donna la facoltà del pensare, l'attività psichica, se le si attribuisce un'estensione e una profondità del sentire superiore a quella dell'uomo stesso? Come si può concordare su questo, che il sentimento-effetto sia maggiore dell'intendimento-causa? Questo, com'è a tutti chiaro, è un giudicare alla carlona; e si giudica così perché non si considerano i veri rapporti delle cose. Ci siamo attenuti alle ipotesi di Gal, Lavater e Della Porta per dire che dalla struttura organica del cranio delle donne si dimostra la loro inettitudine intellettiva. [Franz Joseph Gall (Tiefenbrun Baden, 9 marzo 1758 - Montrouge, 22 agosto 1828), medico tedesco, ideatore della frenologia // Johann Kaspar Lavater (Zurigo, 11 novembre 1741 - Zurigo, 2 gennaio 1801), scrittore, filosofo, teologo svizzero, Fragments physiognomiques (Frammenti fisiognomici), L'art d'éetudier la phisionomie (L'arte di studiare la fisionomia) // Giovanni Battista Della Porta (Vico Equense, 1° novembre 1535 - Napoli, 4 febbraio 1615), filosofo, alchimista, commediografo italiano. De humana phisiognomica, 4 libri sulla Fisiognomica, che influenzerà poi l'opra dello svizzero J. K. Lavater (1741-1801)], e poi ci siamo buttati dietro le spalle (abbiamo cioè dimenticato volontariamente) il fatto primordiale della vita, qual è l'atto del generare (del procreare) da

cui traspare - e lo si può chiaramente vedere con la mente - il disegno divino di preordinare (predisporre), in relazione a tanta augusta nobile sacra funzione della donna, una congruente forza di pensiero.

1.IV. LEGAME PSICOLOGICO TRA LA MADRE E IL BAMBINO (p. 50) Infatti, la madre, dove in lei assume grande rilievo la cultura intellettuale, dà alla luce figli pronti d'ingegno e inclini alla genialità, dotati di vivacità inventiva e creativa. Al contrario, da una madre ignorante, priva cioè di cultura e/o istruzione, nascono figli taccagni (avari, spilorci) con bassezza d'animo e di sentimenti, e poco idonei alla vita intellettiva. Deriva forse questo dal fatto che la natura determini in un accoppiamento puramente sessuale le attitudini senza il concorso della donna, o dal fatto che la donna vi concorra di più o di meno secondo i gradi di sviluppo intellettuale, conformemente alla maggiore o minore luce della mente che genera maggiore o minore ardore nella volontà per formare l'uomo come essere umano (in senso pregnante, con riferimento cioè al senno, alla serietà, alla fermezza e in genere a tutte quelle qualità che si pensa siano proprie dell'uomo), e non come essere puramente animale (un organismo vivente dotato di sensi e movimento, e privo però di spiritualità)?

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La natura per realizzare questo suo prodotto privilegiato, fornito cioè di qualità e doti eccezionali, si serve della donna come strumento atto allo scopo: quindi tale strumento deve contenere in sé tanta idoneità quanta ne richiede l'importanza dell'opera cui esso è deputato. Per la qual cosa vi sono due potenti ragioni per abbattere le concludenze (cioè per confutare l'efficacia dimostrativa degli argomenti, discorsi, ragioni) di questi scrittori: - La prima è questa, che, dovendo la donna esplicarsi in una missione delicata tanto quanto la stessa creazione, non doveva essere abbandonata alle sole leggi della dinamica (cioè al solo meccanicismo), ma doveva esercitare quel potere spirituale che risiede (si trova, consiste) nell'energia speculativa dell'intelletto, con il quale (potere) l'uomo dà compimento alla sua perfezione, o meglio, al quale (potere spirituale) è ordinato dalla divina intelligenza il sacro fine della generazione dell'uomo. - La seconda, che la facoltà di pensare di cui è dotato alla nascita, l'uomo non può averla attinta, in quanto sua creatura, che dalla madre per omogenìa (Tommaseo-Bellini, "S. f. Generazione di simili da simili"), dal momento che il figlio, in quanto effetto, non può logicamente riportare più prerogative (proprietà, qualità ecc.) della causa. Tra i controsensi dell'umanità, questa verità si palesa anche nella vita pratica allorché si chiama con il nome matrimonio e non patrimonio la comunissima unione dell'uomo e della donna, derivandolo appunto da madre e non da padre. E questo perché si doveva trattare con maggiore riguardo proprio la donna che prende su di sé, fin dai primordi della storia umana, la parte appunto primigenia della riproduzione {15}. Ora, se questa donna è abbandonata alla sciocca e insulsa vanità del lisciarsi, imbellettarsi e farsi bella; se ignora il suo stato, la sua missione e l'importanza dell'atto che è chiamata a compiere; se è sconsideratamente sensuale (incline cioè ai piaceri dei sensi, spec. sessuali) tanto da preferire lo sfogo di momentanee passioni alle glorie del pensiero che durano in eterno senza mai corrompersi; se non trova nell'uomo neppure l'ausilio di una mente illuminata che riversi su di lei la luce che le manca, quali frutti possono produrre unioni di tal fatta? Risponda per me il secolo decimonono (XIX sec.), il quale, mentre confidava negli uomini, a fronte dei grandiosi avvenimenti sociali che la provvidenza loro riservava, ha visto invece masse stupide e inoperose come i pigmei della Samotracia (isola greca nel Mar Egeo settentrionale, a circa 40 km dalle coste della Tracia e a pochi km dal confine della Grecia con la Turchia), i quali abitavano nell'uovo e intendevano tagliare le biade, cioè le messi, con la scure. [DIZIONARIO D'OGNI MITOLOGIA E ANTICHITÀ, incominciato da GIROLAMO POZZOLI, sulle tracce del Dizionario della Favola di FR. NOEL, continuato ed ampliato dal Prof. FELICE ROMANI e dal D.r ANTONIO PERACCHI, VOLUME IV, MILANO MDCCCXXIII. Digitalizzato Google. "PIGMEI, popolo favoloso che dicesi essere esistito in Tracia. Erano uomini nani, che, secondo Giovenale, non erano più alti di un piede: = Quorum tota cohors pede non est altior uno. Tutti gli antichi, tranne Strabone, sono concordi sulla loro esistenza. Plinio dice che le loro case e le loro città erano edificate con gusci d'ova. Aristotile e Filostrato pretendono ch'essi abitassero in buchi fatti da loro sotto terra, daddove uscivano a tempo delle messe per tagliare i loro grani con accette, come se si fosse trattato di abbattere una foresta." (p. 686)]

Quest'inganno è senza dubbio il risultato non solo di cause ben note, ma anche del monopolio della scienza, perché, non contando: le donne, la metà del genere umano; le plebi, la maggioranza dei popoli; i fanciulli, un sesto della popolazione; coloro che si credono dotati di potenza intellettuale per dirigere le umane sorti non rappresentano che l'uno per mille (1/1000). Ora, con una scienza esclusiva ed egoistica che non coinvolge la generalità delle persone, come si può pensare che ciascun membro della società concorra al bene comune se non ha coscienza di sé e se deve muoversi non di propria spontanea volontà, ma per la spinta che gli proviene dall'esterno?

1.V. I MATRIMONI DEI PROLETARI E MALTHUS (p. 53) I matrimoni - non smetterò mai di predicarlo - sono i fatti elementari della vita umana: in essi germina (ha origine, si sviluppa) il bene e il male, come il nero e il bianco aggrovigliati dal fuso delle Parche, dal fato cioè, dal destino inesorabile (con il fuso la parca Cloto filava per ogni uomo lo

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stame della vita, quello al quale era legato il destino di ciascuno).

Se non sarà della donna la scienza, splendida e feconda (nel senso che crea nel migliore dei modi ampie possibilità di sviluppo); se non si scoraggeranno con la forza del consiglio quelle unioni bizzarre, stravaganti, che trovano riscontro solo nella poesia omerica {16}; allora invano i sacerdoti rivolgeranno la mente, l'animo alla sapienza, gli operai alla civiltà, gli adoratori (cioè i devoti, i fedeli) a Dio. Scoraggiare con il consiglio, dico, ma non proibire i matrimoni come voleva il sig. Malthus [Thomas Robert Malthus (Roocherry, 13 febbraio 1766 - Bath, 29 dicembre 1834), economista e demografo inglese, Saggio sul principio della popolazione, 1798)] contro la classe degli infelici proletari che non possono comprovare, nel caso lavorassero, entrate certe per provvedersi degli alimenti necessari. Questo economista inglese, non in base a principi morali, ma in base alla falsa supposizione che l'incremento della popolazione fosse, un giorno o l'altro, superiore all'incremento dei mezzi di sussistenza, e ne derivasse perciò una scarsità di viveri, consigliava una giudaica riforma per rendere più desolante la sorte dell'infelice operaio: "Abbandoniamo quest'uomo colpevole alla pena pronunziata dalla natura: egli ha operato contro la ragione, che gli è stata chiaramente manifestata; egli non può accusare alcuno, e deve prendersela con se stesso, se il suo proprio operato ha per lui delle disastrose conseguenze; dev'essergli chiuso ogni accesso all'assistenza delle parrocchie, e se la beneficenza dei particolari gli porge qualche soccorso, l'interesse dell'umanità richiede che questi soccorsi non siano troppo abbondanti. È necessario ch'egli sappia che le leggi della natura, vale a dire le leggi di Dio, l'hanno condannato a vivere penosamente per punirlo d'averle violate; che egli non può esercitare contro la società alcuna specie di diritto per ottenere la menoma porzione di nutrimento, al di là da quello che merita il suo lavoro; ecc." [Il brano sopra riportato virgolettato, a mio avviso, è tratto da: Commento sulla Scienza della Legislazione di G. Filangeri scritto dal Signor Beniamino Constant, Prima traduzione italiana, Seconda Edizione, Italia 1828 - Digitalizzato Google. Si veda anche il brano di seguito riportato, che ne costituisce la premessa: "Capitolo V. Del sistema del signor Malthus sulla popolazione: "... Questo scrittore non ha preteso che si dovessero impiegare contro l'accrescimento eccessivo delle nascite dei regolamenti coercitivi e barbari. Egli non si è eretto in apologista dell'infanticidio; egli non ha indicato il vizio e la corruzione come rimedi praticabili contro la moltiplicazione della nostra specie. Ma egli ha pensato che si poteva imporre alla classe povera con delle misure indirette, una privazione di più, oltre quelle alle quali le sue derelitte circostanze la condannano, e che sono già abbastanza numerose. Egli ha attribuito ad un principio, a cui ha dato il nome di restrizione morale, un'influenza più estesa di quella, che questo principio a parer mio non può avere. Ha creduto altresì, che si potesse aumentare l'azione di questo principio colla soppressione dei soccorsi pubblici: e molte delle sue idee su questi diversi oggetti mi sembrano mancanti se non di una esattezza logica, quale un uomo di spirito distinto perviene facilmente a stabilire scrivendo, almeno di una possibilità pratica sufficientemente incontrastabile, e soprattutto, lo confesso mio malgrado, mi sembrano allontanarsi alquanto, certamente contro l'intenzione dell'autore, dai sentimenti di simpatia e di compassione, porzione essenziale di una virtù, che però egli professa, voglio dire l'umanità. V'ha al certo alquanta durezza e severità nei ragionamenti accumulati dal signor Malthus per provare, che i poveri non hanno alcun dritto ai soccorsi della società. In generale io non sono più partigiano di lui dei soccorsi pubblici, che sono comunemente male amministrati, mal ripartiti, e che tolgono all'uomo, illudendolo con una falsa speranza, il sentimento il più salutare, quello cioè che gl'insegna che ciascuno deve far capitale soltanto della propria industria ed aspettare la sua sussistenza unicamente dai suoi proprj sforzi. Ma far promulgare dall'alto della cattedra evangelica, che d'ora innanzi l'assistenza delle parrocchie sarà ricusata ai figli, i di cui genitori non potrebbero alimentarli, è una troppo libera dichiarazione d'uno stato d'ostilità permanente tra coloro che hanno tutto, e coloro che nulla posseggono. La cosa è possibile, ma a me non sembra nè buona nè prudente a promulgarsi; ed allorchè, parlando dell'infelice che avrà creduto all'attrattiva la più imperiosa, all'inclinazione la più irresistibile, l'autore Inglese esclama: <<Abbandoniamo quest'uomo colpevole alla pena pronunziata dalla natura; egli ha operato contro la ragione, che gli è stata chiaramente , manifestata; .....>>. (pp. 141-143)

Dietro siffatta concezione si scorge l'hobbesianismo [Thomas Hobbes, 1588-1679, uno dei massimi esponenti dell'empirismo inglese, autore del famoso volume di filosofia politica, intitolato Leviatano (1651)] e il benthamismo [Jeremy Bentham (Londra 1748-ivi 1832), filosofo, giurista ed economista. An Introduction to the Principles of Morals and Legislation, Seconda edizione, 1823] di cui, specialmente in questo ciclo economico dei commerci, ci siamo troppo

preoccupati. L'aspirazione all'utilità che configura una regola morale per l'amministrazione pubblica e privata, e il principio che ne costituisce la base, il quale prevarica la naturale forza del diritto per lasciar campo libero al fittizio diritto della forza ("come dire La ragione di chi non ha ragione" Tommaseo-Bellini), non potevano determinare altrimenti Malthus e la sua coscienza nei confronti della classe dei poveri infelici. Parlando però di utilità, ammetto il principio, ma non le funeste applicazioni. Credo che proprio l'utilità sia sempre il movente dell'agire umano, e il nisi utile est quod facimus stulta est gloria del Venosino (?) [se ciò che facciamo non è utile, è vanagloria (cioé: non far nulla che non giovi)], si rileva nella pratica un principio assai ragionevole.

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[In verità il detto attribuito da Morelli al Venosino, cioè a Orazio, è di Fedro: Phaedrus, Fabulae, Liber III, XVII. Arbores in deorum tutela "Gli alberi sotto la protezione degli dei" - Digitalizzato Google].

Chi, nel compiere un qualsivoglia fatto, ipocritamente dice di agire in modo disinteressato senza scopi particolari, spec. personali, non fa che smentire l'indole umana: sé stesso e la propria natura. Nessuno agisce senza un fine: il fine che ci si propone e il principio di utilità sono strettamente connessi. Cristo e i suoi seguaci operarono per il trionfo della verità e per la salvezza degli uomini, e in tale solenne scopo ebbero il ritorno (: effetto o risultato positivo ottenuto come conseguenza di un'azione) del loro sacrificio (nel cristianesimo, il termine è applicato soprattutto alla morte di Cristo, offerta per i peccati del mondo), cioè l'utilità della loro opera. L'operaio, il merciaio e il professore agiscono per arricchirsi, e sulla ricchezza basano il compenso dell'utilità che si sono posti come scopo. Per cui, il difetto dell'utilità, ciò di cui manca perché sia perfetta, non risiede nel principio, ma nelle sue direzioni. In altri termini: l'utilità di per sé non è un male, la sua bontà o meno sta nelle finalità reali (d'ordine morale, spirituale, sociale o d'ordine immorale, materiale, egoistico) verso cui è diretta. Quando l'uomo non si chiude in sé nel proprio egoistico guscio, ma si fa espansivo e si affatica per un fine ideale: per l'amore della gloria, per il bene proprio e del suo simile, l'utilità che ne ricava è il ricordo eterno della sua opera, che i posteri consacrano, rendono cioè degna d’onore e di memoria, nei monumenti, nella storia, sugli altari. Se poi, ignaro di sé e dei vincoli che lo legano all'ordine sociale, si limita ad accumulare denaro, oro, argento e ricchezze, facendo l'usurario nei confronti del suo simile, e usurpando i beni altrui con qualsivoglia pretesto e con qualsivoglia illegittimo mezzo, l'utilità si riduce a un prendere (un trarre, un ricavare un utile) d'infimo valore che degrada l'uomo, che, defunto, è accompagnato al camposanto tra il disprezzo e la riprovazione pubblica delle generazioni spossessate dei loro beni. A quest'ultima categoria è da ricondursi la visione economica di Malthus. Questi, in previsione di un'utilità esteriore, intendeva abolire nei confronti della classe più numerosa nientemeno che la legge dell'amore, legge suprema che tiene in equilibrio, stabilizza e perpetua l'ordine eterno della creazione. La tendenza (disposizione e inclinazione) naturale mia e di ogni persona onesta, che assolutamente non ripone il fondamento della vera morale nell'utilità materiale e nella forza bruta, contrasta con questa irragionevole crudeltà che configura un odioso privilegio. Non credo che a causa del moltiplicarsi degli abitanti del globo possa venir meno l'equilibrio tra produzione e consumazione. Credo piuttosto che l'incremento demografico, cioè l'aumento delle nascite, darà più aiuto alle forze della natura e, grazie a ciò, si accrescerà l'agio e la prosperità della vita {17}. D'altronde, non abbiamo motivo di temere per l'avvenire del proletariato, quando abbiamo fede in Dio che è là (valore rafforzativo o enfatico) per togliere e per dare con la sua mano provvidenziale. Anche il ricco cominciò dall'indigenza, miseria, povertà estrema, e passò per la squallida (avvilente, deprimente) vita del proletariato prima che la fortuna gli arridesse. Naturalmente io riguardo (considero, giudico) il matrimonio come la fusione totale di due anime, una unione assolutamente spirituale. Intuisco perciò che venga meno il fine del matrimonio sia quando i due esseri si accoppiano meccanicamente per mero interesse materiale, come accade di solito, sia quando si sposano prematuramente, prima del tempo cioè, quando né la luce dell'intelletto né l'ardore della volontà sono bastevoli a illuminarli (riferito all'intelletto, che porta la luce della conoscenza, della verità, liberandoli dall'ignoranza) e a muoverli (riferito alla volontà, come capacità di volere, di scegliere e realizzare comportamenti idonei al raggiungimento di determinati fini) all'unisono per adempiere la loro così alta missione. Tranne un ristretto numero che costituisce un'eccezione, la maggioranza dei matrimoni si riduce a un'unione puramente meccanica (stretta cioè in modo automatico, senza l'intervento della volontà e dell'intelligenza individuale), non dissimile da quella di un abito con il corpo, o di qualunque altra unione di tal fatta. Pertanto, non c'è da meravigliarsi se nell'unione tra due anime che non s'intendono intimamente, che non si uniscono in un solo volere (come si sono uniti in matrimonio) sì da sostenersi reciprocamente in vista del medesimo fine cui si tende, sorgano divergenze domestiche, dissensi profondi, mancanza d'amore, che si configurano - in quanto effetto di una causa - non come ciò che

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ci si augura dal matrimonio, bensì come quelle vicende dolorose, quelle avversità, quelle contrarietà d'ordine morale che, come lago che straripa, irrompono nella società ammorbandola e offuscando il sentimento di solidarietà e fraterna amicizia. Perciò, se questa esemplare unione coniugale viene meno, come ci si può aspettare che siano fondate sulla lealtà le altre associazioni umane, che sono secondarie rispetto alla prima, e né hanno mai legami e medesimezza (cioè "Medesimità", "Identità, Stato e qualità di una cosa, in tutto e per tutto uguale ad un'altra, con cui sia paragonata. Non com." Tommaseo-Bellini; Fanfani, p. 954/1721. Vd. infine L'ottimo Commento della Divina Commedia, di un contemporaneo di Dante, a. 1829, p. 638) così intimi? I legislatori del tempo seppero intuire sin troppo

bene questa verità, cosicché giudicarono con molta indulgenza l'infedeltà coniugale. Le disposizioni non gravose da sopportare contenute nei codici, rivelano di per sé il tacito convincimento dell'inesistenza di una vera unione coniugale. In altre parole: il presumere, per lo meno indirettamente, che non vi sia offesa, ossia violazione, vuol dire che all'unione dell'uomo e della donna non si riconosce una valenza giuridica, un diritto certo cioè: se non si riconosce tale diritto, ciò deriva dal fatto che non si ammette tra l'uomo e la donna una vera unione coniugale, un vero legame indissolubile, l'unione intima dei loro cuori e delle loro menti. Cosicché, sotto tale punto di vista è assai ragionevole che specialmente la donna, centro della casa e centro vitale della famiglia, si predisponga a questo atto solenne grazie all'ausilio della scienza che come una bussola nella tempesta delle passioni la conduca in porto, in un porto glorioso, e la faccia quindi approdare alla gloria [glorioso: che dà gloria, che costituisce titolo di gloria. "Se tu segui tua stella, / non puoi fallire a glorioso porto, / se ben m'accorsi ne la vita bella". Dante Alighieri, La Divina Commedia, commentata da Eugenio Camerini, illustrata da Gustavo Doré, European Book, Milano 1999. INFERNO, CANTO XV, vv. 55-57. Il che vuol dire: " Se tu segui tua stella: <<Se tu segui la inclinazione naturale e la influenza felice che tu hai della costellazione tua (imperò che in noi è lo volere seguire o no), non può fallire che tu non vegni al porto glorioso, se ben m'accorsi d'essa nel mondo>> (Buti). <<Nel giorno 14 maggio 1265, in cui Dante nacque, il sole era entrato in Gemini, che, secondo gli astrologi, è significatore di scrittura e di scienza e di conoscibilitate; onde Brunetto (Latini), formando l'oroscopo di Dante, aveva preteso prevedere che non fallirebbe a glorioso porto. E il Poeta, nel XXII del Par., dice che da quelle stelle riconosceva il suo ingegno>> (Nannucci)". (p. 111)].

1.VI. LA SCIENZA E LA DONNA (p. 59) Parlando della scienza che siamo tenuti a dare alla donna (per dovere, necessità e convenienza), non intendo alludere (riferirmi) certamente alla scienza complicata e inaccessibile dei filosofi, che ha bisogno di una grande mente, di lunghi studi, di immensi libri per essere appresa, o alla falsa scienza cui i pensatori (cioè quelli che si dedicano all'attività del pensare, che meditano con intelligenza e profondità) annettono l'origine dell'errore e del malessere. Se così opinassi, incapperei nello stesso circolo vizioso nel quale si perdono gli impostori, gli usurpatori di titoli onorifici, i quali non ritengono opportuno proporla alla donna visto che lo stesso uomo, avendo aggiudicato esclusivamente a sé la relativa capacità, si reputa impotente ad acquisirla, nel caso in cui non sia tra i pochi privilegiati d'altissimo ingegno. La scienza cui miro (anelo, aspiro), Signora, è la scienza vera, la scienza di tutti e di ciascuno, che scolpisce le prime immagini nella mente degli allegri fanciulli e guida i vecchi, che stancamente avanzano con passo grave; che ci mostra l'essere e il dover essere: quel che siamo e quel che dobbiamo fare per raggiungere il fine ultimo ("Fine Ultimo. T. teol. Il termine, o il Fine che l'uomo si propone nelle sue azioni, il quale non dee essere altro che Dio; e preso particolarmente vale ancora L'eterna beatitudine, la quale consiste nel possesso di Dio medesimo nel cielo." - Vanzon, p. 175/737) del nostro destino. Essa deve

consistere nell'incarnazione della parola (nel rappresentare e tradurre con evidenza e concretezza il concetto astratto nella parola), vale a dire: l'idea, il vero che la parola racchiude in sé, deve avvicinarsi di nuovo al fatto da cui fu originariamente ricavata (verum in factum). L'Ente Supremo ce lo insegnò con molta chiarezza. Egli, volendo rigenerarci, incarnò la sua gran parola [La Parola, Gesù Cristo, come traduzione, meno pregnante e precisa de Il Verbo, del gr. Lógos.] (et verbum caro factum est) ("E il Verbo si fece carne": Vangelo secondo Giovanni 1,14.), ossia ci palesò i giudizi della sua mente nella realtà umana di Cristo. Perciò, stante l'identità oggettiva (effettiva, concreta) del finito con l'infinito per quanto

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concerne il vero, tutti devono convincersi che la scienza non per altra via si può trasmettere se non riaccostando l'intelligibile al sensibile cui si riferisce; e, in modo inverso, se non rilevando praticamente dal sensibile l'ideale che gli è unito. Il primo scopo che la scienza deve proporre all'uomo è la conoscenza di sé, che l'uomo consegue mediante l'esercizio sistematico della riflessione, la quale è assai agevole e alla portata di tutti in quanto costitutiva della natura spirituale dell'uomo, e della sua attività. La riflessione, la cui mancanza dà origine ai mali che si deplorano, è la stessa di cui si serve la Mente Eterna per mantenere in equilibrio l'ordine universale; di cui si serve il sole per continuare attraverso la luce e il calore il processo della creazione; di cui deve servirsi l'uomo per scoprire i suoi rapporti con il mondo e con Dio, e per acquisire il sapere che gli occorre per vivere {18}. Infatti nessun'altra cosa ci può rendere imitatori di Dio quanto il riflettere, perché Egli si è piegato su sé stesso - e sé in sé rigira (La Divina Commedia. Purgatorio, Canto XXV, v. 75) - come recita Dante. [Ecco le parole di Dante: "Apri a la verità che viene il petto; / e sappi che, sì tosto come al feto / l'articular del cerebro è perfetto / lo motor primo a lui si volge lieto / sovra tant'arte di natura, e spira / spirito novo, di verità repleto, / che ciò che trova attivo quivi, tira, / in sua sustanzia, e fassi un'alma sola, / che vive e sente e sé in sé rigira." PURGATORIO, Canto XXV, vv. 67-75. "Apri il tuo animo (petto) alla verità che sta per giungere (che viene); e sappi che, non appena (sì tosto) nel feto è perfettamente compiuta (è perfetto) l'articolazione (l'articular) del cervello (cerebro), Dio (motor primo) si rivolge al feto (a lui) compiaciuto (lieto) di questa così mirabile opera (sovra tant'arte) di natura, e vi infonde (spira) uno spirito nuovo (l'anima razionale), pieno (repleto) di virtù, tale da (che) assimilare alla sua stessa sostanza (tira in sua sustanzia) ciò che nel feto (quivi) trova in atto (l'anima vegetativa e quella sensitiva), e ne fa (fassi) una sola anima (un'alma sola), che vive, prova sensazioni (sente) e ha coscienza di sé (sé in sé rigira)." www.edu.lascuola.it/edizioni-digitali/DivinaCommedia/data/files/m2_2/purg_25.pdf]

È così che Dio vede tutto, e perpetua le leggi dalla sua mente eterna preordinate. Noi, invece, che vogliamo abbandonarci (lasciarci andare) all'irriflessione, dimentichiamo sovente Dio, le cose reali, noi stessi, incappando così in un mare di fallacie (sofismi, vizi di ragionamento). In verità, il riflettere non consiste che nel ripiegarsi dello spirito sul concreto (ciò che è empiricamente individuabile; che ha i caratteri di realtà, di oggettività, di determinatezza) che gli è presente; quindi lo spirito, come ho già scritto ne Il sistema della riflessione (1858), può intuire (dal lat. intuēri "vedere dentro") l'oggetto, solo quando si stabilisce questo rapporto tra l'oggetto e la mente indagatrice. Dimodoché, per converso, non si può intuire ciò che non cade sotto la riflessione. Pertanto, tolta la riflessione da una cosa, lo spirito non si piega su sé stesso riflettendo, appunto, su di essa; - se non si piega su sé stesso, non attende [lat. attendĕre "rivolgere l'animo a, stare attento a, prestare attenzione, badare a", cioè non tende con la mente a, non pone mente a, non presta attenzione a, non considera (cioè tende lo spirito)]; - se non attende, non l'esamina (non l'analizza), non la scioglie (nel senso di dissolvere: "1.b. Disunire le parti di un tutto, dividere o scindere nei suoi componenti" Treccani); - se non l'esamina e non la scioglie, non scopre, non vede i rapporti tra idea e idea; - se non vede i rapporti tra idea e idea, non le sa né unire né disunire; - se non le sa né unire né disunire, non giudica; - se non giudica, non si convince; - se non si convince, non possiede la verità {19}; - se non possiede la verità, resta nell'ignoranza. In breve, tolta la riflessione, lo spirito è vuoto (cioè privo di contenuto, non ha nulla dentro di sé) e ignorante (cioè non sa, non conosce; è privo di cultura, d'istruzione). Ora, dopo siffatto argomentare, nessuno può negare, a rigor di logica, che la materia di cui si serve l'uomo per scoprire la verità - che è l'obiettivo finale cui mira la vita dello spirito - è costituita sempre dalla riflessione e dall'oggetto che ha fatto proprio, percepito cioè con i sensi, vale a dire i concreti che gli sono presenti: essendo questi a lui più noti, più (con maggiore intensità cioè) egli si attiva per cavarne la luce che racchiudono, e quindi formarsi nella mente proprio le idee che gli consentono di giudicare rettamente. Solo così, e non in altro

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modo, noi acquisiamo le idee, perché l'idea è l'immagine di un oggetto reale. Per esempio, l'idea di calamaio, di sedia, di libro, è l'immagine che ci formiamo nella mente dietro l'apparizione di questi oggetti, al pari di quella che forma in sé lo specchio non appena tali oggetti a esso vengono approssimati (cioè avvicinati, accostati), e Dante, il gran maestro dell'umanità, traslatando (cioè traducendo dal latino) il principio aristotelico, principium nostrae cognitionis est a sensu, [S. Tommaso D'Aquino, Commento alla metafisica di Aristotele, Volume 1. Libro 1, Lezione 2. "46. "... la conoscenza del senso, che ha l'apprensione dei singolari, in noi è precedente alla conoscenza intellettiva degli universali." (p. 85) - Digitalizzato Google. // CORPUS THOMISTICUM Sancti Thomae de Aquino Summa Theologiae prima pars a quaestione LXXXIV ad questionem LXXXIX. Ia q. 84 a. (Articulus) 6 s. c. "Sed contra est quod philosophus probat, I Metaphys., et in fine Poster., quod principium nostrae cognitionis est a sensu. Digitalizzato Google. // Cfr. anche: problema-conoscenza.pdf, PERCORSO TEMATICO 3. I problemi e i metodi della conoscenza. Loescher Editore, 2009 - Digitalizzato Google. "La verità è nelle cose: esperienza e ragione in Aristotele. (Glossa: "Dall'esperienza al concetto") La prospettiva gnoseologica di Aristotele rappresenta in qualche misura una posizione intermedia tra l'idealismo di Platone e l'empirismo di Epicuro. Egli sostiene infatti che la conoscenza deriva dall'esperienza e che non potremmo conoscere nulla se non partissimo dalle sensazioni. Secondo Aristotele, però, le cose hanno, al di là dei fenomeni, un'essenza nascosta, invisibile agli occhi come l'idea di Platone, anche se immanente. L'esperienza rappresenta quindi solo il momento iniziale della conoscenza, che si completa astraendo dalla cosa conosciuta l'essenza, la forma comune a tutti gli individui di una classe. Osservando Socrate, ad esempio percepiamo le sue caratteristiche fenomeniche: la statura, il colore dei capelli ecc., ma questi aspetti non costituiscono l'oggetto della conoscenza vera e propria. Dobbiamo astrarre dai dati dell'esperienza la forma <<uomo>>, comune a Socrate, a Temistocle, ad Alcibiade ecc. È a questa forma che ci interessa pervenire e ad essa, esistente oggettivamente, corrisponde nella nostra mente il concetto di <<uomo>>, che ci dà la conoscenza razionale e oggettiva della realtà. Solo impropriamente, quindi, Aristotele può essere assimilato all'empirismo. Egli individua due livelli complementari: attraverso i sensi conosciamo l'individuale, dal quale astraiamo, con l'intelletto, l'universale, che è l'oggetto specifico della conoscenza scientifica. Al di là dei dati sensoriali dobbiamo quindi individuare le cause (la conoscenza scientifica è conoscere per cause) e l'universale (il concetto)." (p. 4). // TESTI A CONFRONTO. T2 Aristotele: I sensi e l'intelletto. Per Platone oggetto della conoscenza sono le idee, conosciute con l'intelletto; per Epicuro l'oggetto è costituito dalle cose concrete, conosciute con i sensi e con l'esperienza. La posizione di Aristotele è articolata: la conoscenza ha inizio dall'esperienza e dalle sensazioni, che però non conducono alla scienza, alla vera conoscenza. A partire dalle sensazioni, con l'intelletto, dobbiamo astrarre gli aspetti generali, le forme, corrispondenti alle idee platoniche ma, a differenza di queste, immanenti e dunque ricavabili per astrazione dall'esperienza." (p. 11)]

diceva che l'uomo ... solo da sensato apprende / Ciò che fa poscia d'intelletto degno. [Paradiso, Canto IV, vv. 41-42: Nota. "41 da sensato, per obbietto sensato, cioè sensibile - apprende, prende, piglia. Apprende le cose intelligibili dalle cose prima conosciute per via di senso e di cognizione sensibile, conforme i dogmi Peripatetici: Nihil est in intellectu, quin prius fuerit in sensu, ... 42 Ciò che fa ec.: ciò che fa essere materia dell'intelletto." (p. 91). LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ALIGHIERI col comento del P. Baldassarre Lombardi - Volume III. In Padova Dalla Tipografia della Minerva, M.DCCC.XXII. Digitalizzato Google. // La Divina Commedia, commentata da Eugenio Camerini, illustrata da Gustavo Dorè, European Book - Milano. "sensato: <<da oggetto sensibile apprende quel che poi diviene intelligibile>>. <<Da cosa ricevuta ne' sensi: e questo gradino è scala all'opere dell'intelletto, ad intendere le cose immateriali>> (Ces.) (p. 489)]. E così afferrava l'estrema e squisita esattezza, e l'esatta verità (P. Fanfani, 1865, "appunto s.m.", p. 107/1721) del cammino regolare della mente, la quale prende le mosse dal fatto, perviene all'astratto, poi ritorna al fatto, che finalmente si arricchisce dell'idea che si è rilevata, compiendo in tal modo il circolo dei momenti platonici. [Platone nel processo della conoscenza distingue 2 momenti, ciascuno dei quali comprende 2 gradi. Il momento percettivo: il grado sensitivo e il grado opinativo. Il momento intellettivo: il grado matematico e il grado noetico. Per raggiungere il possesso della verità occorre superare il momento percettivo e attuare quello intellettivo, fino al grado noetico o intuitivo, in cui l'anima rivela a sé stessa la propria coscienza delle Idee (essenze reali dell'iperuranio), tra le quali riconosce infine sé stessa. E così ricorda la scienza che possedeva nell'Iperuranio, e ne rivive la esatta visione. (pp. 98-99) Antonio Livi, Storia sociale della filosofia. La filosofia antica e medioevale, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2004 // Vd. anche Rosmini, Logica, Libri tre, Torino 1853, circolo solido: "dicesi di quel movimento e passaggio che fa la mente mediante la notizia virtuale del tutto alla cognizione del particolare, ed il ritorno da questa alla notizia più attuale possibile del tutto medesimo", p. 537].

E perciò, egregia Signora, la scienza è l'ombra - l'immagine, la figura - delle cose {20} che la luce della riflessione getta (fa, produce) nella nostra mente: corrispondente all'ombra che l'albero, investito dalla luce, manda sul terreno, e all'ombra che gli oggetti della sua stanza riproducono, la sera, sul muro. Ora, l'immagine della sedia, dove si vede con più chiarezza e precisione, nell'oggetto-sedia o nella sua ombra? Quand'è che si apprende meglio, quando colpisce di più nel momento in cui la si guarda isolata, oppure quando diventa concreta ricongiungendosi all'oggetto sensibile da cui emana? (Tommaseo-Bellini, alla voce emanare: "Epicuro e Democrito facevano dagli oggetti sensibili emanare le imagini che a noi portano le impressioni." // Cfr. Epicuro, Lettera a Erodoto, §. 4. Simulacri e percezioni, nn. 46-53, in www.scienzaatscuola.it/alone/testi/lettera epicuro.pdf; Tito Lucrezio Caro, Della natura delle cose, Libro Quarto, vv. 26-53 // Democrito di Abdera, Gnoseologia, in Dizionario di filosofia (2009) www.treccani.it/enciclopedia/democrito-diabdera_(Dizionario_di_filosofia)/ // Le vite dei filosofi di Diogene Laerzio Volgarizzate dal Conte Luigi Lechi, Volume Secondo ed ultimo (da p. 483/950 a p. 950/950), Libro IX, Capo VII. DEMOCRITO, p. 280 e segg.]

È agevole rispondere rifacendosi al sapere scientifico del secolo attuale e alle speciali peculiarità della nostra vita. I filosofi, seguaci dell'oracolo sibillino [Tommaseo-Bellini: "Oracolo. S.

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m. Aff. al lat. aur. Oraculum. Risposta che i Pagani credevano di ricevere dai loro Dei. 4. Trasl. Di parola venerata e creduta. 8. Per verità infallibile." // "Sibillino. Agg. Da Sibilla. lat. aureo Sibyllinus. ... Responsi, Oracoli sibillini, 2. Linguaggio sibillino, non chiaro, che affettatamente s'avvolge nel mistero. - Parole sibilline."] del Vico, il quale disse che la scienza risiede solo

nell'astratto, ossia nell'immagine, nell'ombra staccata, e non più riconducibile, rapportabile alle cose che l'hanno prodotta; i filosofi, ripeto, hanno condotto l'umanità, che doveva giovarsene, in un deplorevole stato di ignoranza e prostrazione (profondo abbattimento, profonda depressione fisica, morale, psichica). E lo stesso Vico, una delle più notevoli menti speculative del nostro paese, è giunto perfino a credere che quanto più lo spirito si avvicina al concreto (alla realtà, oggettività, determinatezza), tanto più la scienza si dilegua. [OPERE DI GIAMBATTISTA VICO Precedute da un discorso di Giulio Michelet sul sistema dell'autore. Volume Secondo. Napoli 1834. Libro Primo della Metafisica degli antichissimi filosofi italiani. Capo Primo. Del vero e del fatto. § 1. Dell'origine e della verità delle scienze. "... E poichè la scienza umana ebbe origine dall'astrazione, saranno quindi tanto meno certe le scienze quanto più saranno immerse nella materia; per conseguenza ..." (p. 19) - Digitalizzato Google].

E un valente critico del Rossi aggiungeva che l'economia pubblica nella sua pratica applicazione, è una delle scienze più immerse nella materia (cioè intrisa di materialità) e, siccome deve operare su elementi materiali (nel senso che ha a che fare con contenuti particolari, dati empirici e di fatto), è meno scienza delle altre. [Pellegrino ROSSI (Carrara, 13 luglio 1787 - Roma, 15 novembre 1848). Nel 1833 si trasferì a Parigi dove ottenne, al Collegio di Francia, la cattedra di economia politica, a cui preferì, l'anno seguente, quella di diritto costituzionale alla Sorbona, appositamente istituita per lui. // IL PROGRESSO delle scienze, lettere ed arti. Opera periodica Compilata per cura di L. B. Anno IX. - Volume XXV. Napoli 1840. RIVISTA SCIENTIFICO-LETTERARIA - I. - Cour d'Economie politique du Professeur Rossi au College de France pour les années 1836-37. Paris, 1839; 2. vl. in 8.° - LUIGI BLANCH "Vico disse: <<E poiché la Scienza Umana ebbe origine dall'astrazione, saranno quindi tanto men certe le scienze, quando più saranno immerse nella materia.>> Da una si chiara definizione della scienza in genere ne risulta ch'essa è fondata sul ragionamento; ma siccome l'istesso autore conviene che i sensi sono le occasioni per le quali il pensiero si risveglia nell'uomo, così ne deriva che l'esperienza come metodo è necessaria per fondare una scienza; ma devesi osservare che può concepirsi che con pochi fatti manifestati può l'umana ragione dedurne una serie di verità tra esse strettamente connesse, da determinare tutte le verità derivate che ne sono conseguenze legittime. Noi cercammo altrove dimostrare che si poteva p. e. concepire come da' tre elementi degli uomini, delle armi e degli ordini, poteva la mente umana determinare le regole che alla scienza della guerra presiedono in tutte le sue svariate combinazioni; che la cognizione dell'uomo considerato come essere intelligente ed attivo poteva bastare per dedurre e lo svolgimento delle filosofiche dottrine, e quello della legislazione che doveva regolare le società, ed ora egualmente diciamo che co' soli elementi dell'uomo e le sue facoltà e bisogni, e della natura con i suoi attributi, si può per mezzo del ragionamento dedurre le regole necessarie per soddisfare questi bisogni in una serie progressiva e ascendente, e così determinare le leggi che presiedono alla produzione, alla consumazione, ed alla distribuzione delle ricchezze, cioè la pubblica economia elevata a scienza; percui crediamo che senza esser nuovo viene giustamente applicato dal Rossi all'economia il principio che la scienza sorge dal ragionamento, e che può svolgersi con la scorta di pochi fatti desunti dall'esperienza. L'opposizione che il nostro Autore indica fra la sua opinione e quella dagli altri Economisti emessa sembraci che sia in ciò, che questi ultimi sostengono che la scienza dell'economia non solo deve attingere dall'esperienza gli elementi primitivi, ma tutte le modificazione che si disvolgono nella loro manifestazione, nello spazio e nel tempo; ma a noi sembra che se così fosse, la scienza sarebbe aggiornata indefinitivamente, giacchè in senso opposto lascerebbe incerte ed impossibili le conclusioni dell'esperienza, dalle quali deriva quella sintesi necessaria ad elevare un ordine d'idee alla dignità di scienza; percui il sapiente professore, tenendo conto di questi accidenti, ha diviso la scienza pura dall'applicata, in cui fa d'uopo studiare tutt'i fatti per modificare, e qualche volta astenersi di applicare i principi della scienza pura, perchè quando ciò si fa senza discernimento, i risultamenti che ne sorgono contrariano e non agevolano lo scopo finale della scienza; e per convalidare la nostra opinione riportiamo ciò che l'Autore dice a questo proposito per determinare il carattere della scienza pura. <<La scienza in ogni cosa altro non è che il possesso della verità, la cognizione riflettuta delle relazioni che derivano dalla natura medesima delle cose; cognizione che ci permette di rimontare ai principi, e di rannodare fra loro le deduzioni che ne sono risultate.>> E questo luogo è in perfetta armonia col passo del Vico, il quale considera la scienza derivare dall'astrazione, come del pari quando soggiunge le scienze esser men certe quando più sono immerse nella materia, conviene della differenza tra la scienza pura e l'applicata che il n. A. distingue. Ora siccome la pubblica economia nella sua pratica applicazione è tra le scienze una delle più immerse nella materia, vale a dire che deve operare su elementi materiali, così ne risulta la necessità di non considerarla come scienza esatta, dappoichè ha a fare al tempo stesso con ciò che presenta più varietà nelle sue peculiari manifestazione, cioè i fenomeni naturali e l'umana volontà, elementi primitivi di essa". (pp. 121-122) - Digitalizzato Google].

Dio buono! Ci possono essere errori così grossolani più gravi di questo? Dire che la scienza non c'è a misura che si avvicina all'oggetto reale, è lo stesso che negarla in modo esplicito. Se la scienza consiste nella verità; e la verità, nell'essere delle cose; e l'essere delle cose, in tutto ciò che esiste; perché sentenziare in modo micidiale che non vi è scienza nelle arti, nei mestieri e nei fatti concreti, maggiormente connessi con la realtà empiricamente individuabile? In altre parole: la scienza, se sta nella verità, e la verità sta nelle cose, e queste altro non sono che ciò che esiste, allora - ripeto, la scienza - sta in ciò che esiste. E se la si assomiglia (paragona) all'ombra, e quest'ombra si stacca e si proietta sullo specchio

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dello spirito che è la fantasia (immaginazione), allora, quando ci approssimiamo all'essere concreto tramite la riflessione, quando operiamo sui moti sensibili dello spirito, cioè sui fenomeni propri, consistenti nelle sensazioni che avvertiamo nel percepire gli oggetti reali, maggiormente si accresce in noi la luce fiacca e indeterminata che ci proviene dall'ombra staccata e lontana; e maggiormente ci sentiamo spinti ad accettare i rapporti, le leggi, le verità che rinveniamo sia nei concetti astratti con cui la mente formula i giudizi sia nelle parole che li rivelano {21}. Dunque, finché la scienza, rettamente intesa, sarà dove l'ha collocata Dio, ossia nelle leggi che determinano il fine di ciascuna cosa, per scoprirla basterà acquistare l'assuefazione al riflettere sui minuti fatti propri. E la donna, incline per temperamento a una certa malinconica concentrazione, e al paziente solitario lavoro dello spirito che è in contrasto con i frastuoni della società; la donna, ripeto, ha più attitudine dell'uomo a praticare, nel modo più ampio possibile, il sistema della riflessione, ed essere, un giorno o l'altro, la sibilla profetica da cui la nuova umanità cristiana dovrà attingere gli oracoli della vita (le risposte solenni della sibilla riguardo alla vita da vivere). La tendenza a voler sempre parlare e la proverbiale curiosità (la curiosità è femmina) propria del gentil sesso, che le sono state a lungo rinfacciate come caratteristiche d'inettitudine; la facondia e la curiosità, ripeto, confermano la mia opinione e mostrano con certezza, in modo chiaro e indubitabile, la grande missione che la donna ha di acquistare e trasmettere le conoscenze. Se non fosse predestinata alla scienza, di cui la parola non è che la forma, non avrebbe avuto bisogno di tanta loquacità (non parlerebbe!); se non fosse predestinata alla scienza, non avrebbe curiosità, non sentirebbe il desiderio di piegare (spingere, persuadere, indurre) lo spirito a conoscere le ragioni delle cose. Quindi, rivolta questa sua naturale inclinazione all'intelligibile, quanto beneficio non trarrà la scienza (il pensiero), vuoi per la ricchezza delle conoscenze acquisite, vuoi per la rapidità del progresso scientifico, se la donna impiegherà utilmente la maggior parte del tempo che ora viene perduto davanti al focolare, per scoprire le verità che sono latenti nei rapporti delle cose? Ella, benemerita Signora, dotata di una perspicacia non comune, lo ha in pratica constatato osservando i meravigliosi effetti che il sistema della riflessione sta producendo sulle menti dei suoi diletti figli. In particolare, nella cara ragazza - qualora se ne compia (se ne porti a termine) l'educazione - l'umanità avrà la prova incontrastabile della scienza che si addice alla donna, e del contributo che le donne appunto di scienza possono recare al progresso scientifico. E già prefiguro che ella possa scoperchiare il sepolcro ove giace cadavere il gentil sesso e presagisco, dopo tanta sventura, che questo risorga e si levi audace e battagliero dopo 6000 anni per gridare alle genti: Non ignobile creta è la donna, Alto cuor sente scuotersi in petto; Per grandi opre sublime intelletto Pur la donna dai cieli sortì. [LA DONNA. Ad Adelina Cagnoli Reggiana nell'anno sesto di sua vita. (Reggio, 1838), p. 271; in Poesie estemporanee e meditate dell'Avvocato GIUSEPPE REGALDI da NOVARA, Novara M.DCCC.XL. Digitalizzato Google. // O anche: LA DONNA - per Adelina Cagnoli Reggiana nell'anno sesto di sua vita VERSI DI G. REGALDI. (In 18 ottave. 7a ottava, gli ultimi 4 versi) in GLISSONS N'APPUYONS PAS. Giornale di Scienze, Lettere, Arti, Cronache, Teatri, Varietà e Mode coll'aggiunta d'una Rivista ogni mese delle Opere periodiche ecc. ANNO QUINTO. Mercoledì 3 Gennaio 1838. N.° 1 - p. 223 - Digitalizzato Google].

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CAPITOLO SECONDO. LA DONNA EDUCA L'UOMO (p. 68) 2.I. L'INSEGNAMENTO, PRIVILEGIO DELLA DONNA Avendo prima dimostrato che la donna fa l'uomo e che per questo scopo è giocoforza che acquisisca la scienza, mi riesce agevole concludere senza tema di sbagliare che ella ne debba essere anche l'educatrice. Far l'uomo non comporta solo concepirlo nella mente, formarlo in grembo (l'utero della donna incinta, e in genere la parte interna del corpo femminile in cui si forma il bambino), ma soprattutto comporta perfezionarlo in modo che possa raggiungere il fine cui venne predestinato. Ora, essendo la perfezione strettamente correlata con i mezzi educativi, questi devono essere necessariamente posseduti in modo chiaro e preciso dalla madre perché possa compiere e perfezionare la sua opera. Ella è chiamata ad alimentare il neonato, e per corrispondere a tale funzione, la natura le ha allogato nel seno la sorgente dell'alimento vitale che ella appunto dà al suo piccolo (allattandolo cioè) quando questi con il suo pianto le fa vibrare le corde del cuore, piegandola sollecitamente a fortificarlo nei primi passi della vita. Ella è altresì chiamata ad alimentarne lo spirito che si sviluppa in armonia con la vita organica, e che al pari del corpo abbisogna costantemente di nutrimento. E che sia così, lo prova l'incontentabilità che il bambino sente, e manifesta, anche dopo aver succhiato il latte. Che cosa è mai quel pianto che lo assilla, se non mancanza di alimento spirituale? Infatti, non appena la madre gli presenta un oggetto sensibile perché lo veda e lo tocchi, quantunque non gliene sveli i rapporti, nondimeno il modo particolare in cui glielo mostra, è di per sé sufficiente perché egli rimanga incantato, consolato, rapito: smette così di piangere, e palesa il suo intimo compiacimento con un candido (genuino, innocente, sincero, spontaneo) sorriso. Questo conferma troppo apertamente che la predisposizione della donna allo sviluppo della mente è determinata dall'istinto, e sebbene una maldestra educazione ha del tutto tralasciato i fenomeni della vita infantile al punto da limitare la missione della madre alla cura dell'igiene di cui il bambino necessita {22}, nondimeno grazie a un impulso provvidenziale le prime esigenze spirituali del fanciullo vengono appagate da lei che è l'unico essere cui si rivolge per prendere quelle dosi di verità che sono il solo bene che egli, reso irrequieto dall'ardente desiderio, palesi di appetire. Il che prova chiaramente che la madre sappia per istinto che la verità è nell'essere (l'esistere, l'esistenza) delle cose, e la scienza si fonda sulla cognizione dei rapporti di questo essere (vale a dire di ciò che esiste: ente, creatura, organismo vivente). Quindi, se per consolare il suo bambino, gli presenta oggetti concreti, allora ella sa già in modo intuitivo che l'essere, la verità e la scienza risiedono in ciò che ha carattere di realtà, oggettività, determinatezza, e parimenti che lo spirito deve alimentarsi di verità e di scienza per potersi sviluppare conformemente al fine della creazione. C'è di più. Nessuno, quanto la madre, sa con cognizione di causa quali siano le tendenze (attitudini, disposizioni, inclinazioni, predisposizioni, propensioni) cui il bambino debba essere incline in forza dell'ideale (cioè modello di perfezione) che, in quanto base portante, ne sorresse la procreazione (o anche, l'ideale cui ella si ispirò nell'atto o funzione generativa). Nessuno, come la madre, sa osservare i suoi quotidiani, graduali progressi sia per quel che concerne il corpo sia per quel che concerne l'anima, e nessuno più di lei può essere legato alla sua opera, e seguire con rigore e la

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regola e la misura, senza eccedere né più né meno, nel somministrare con amore alla sua creatura le dosi di cibo e conoscenze (praticamente l'alimento materiale e spirituale). Quindi, chi meglio di lei può richiamare la sua attenzione sullo sviluppo di quei rapporti che si fanno propri in base al carattere personale, mercé il sostrato materiale (concreto, reale) delle vere immagini che devono costituire l'habitus morale della sua vita? Chi, meglio di lei può cogliere l'opportunità di insegnare e far apprendere le conoscenze, se a nessun altro, se non alla madre, sta vicino il fanciullo; e se nessun altro, al pari di lei, può studiarlo meglio nel suo determinarsi empirico in relazione al corpo e allo spirito, che si palesa non mediante il linguaggio articolato (orale, verbale, parlato; cioè il mezzo di espressione che fa uso di segni fonici ecc.), bensì mediante quello non verbale del pianto e del riso? Infine, chi più della madre può amare il suo bambino, dal momento che questi è concezione (concretamente: ciò che è concepito, pensiero, concetto) della sua mente, fiamma (la passione) del suo cuore, carne della sua carne e ossa delle sue ossa? Dunque, tutti questi dati e la facilità provvidenziale (voluta, disposta, attuata dalla divina Provvidenza) che la madre con la sua intelligenza trova nel rendere agevole al fanciullo, appagandolo, l'apprendimento delle cognizioni che gli insegna (trasmette, spiega, illustra ecc.), provano in modo certo, Signora, che senza un amore intenso, diffusivo (di sé) (che diffonde cioè amore), non può esserci educazione perfetta, e poiché nel mondo terreno tale amore si può consolidare solo nell'animo di una madre, nessun altro, appunto, fuorché lei può e deve essere l'educatrice dell'uomo. Gli estranei, e specialmente i celibatari, cioè i celibi avanti negli anni, sono meno adatti a educare: - primo, perché manca loro la cognizione delle intime tendenze della creatura, e né possono attingerla da chi (la creatura appunto) non ha ancora i mezzi per manifestarle con chiarezza; - secondo, perché mancano loro i dati del concepimento, i segni indicatori per valutare lo sviluppo, e l'aspirazione, il desiderio, il sentimento di vedere sinceramente perfezionato un'opera estranea alle loro relazioni domestiche e al loro interesse personale. Eppure sarebbe ormai tempo che si facciano scrupolo di ciò sia quelli che non ne hanno la capacità, sia quelli che, pur avendola, se ne servono per il loro esclusivo tornaconto, per cui non pensano, nella loro attività scolastica, che a torcere (volgere altrove, allontanare, deviare) lo spirito dal retto sentiero della vera scienza, o a farlo diventare stupido e ignorante più di quanto non lo sia con l'affastellare (cioè mettendo insieme confusamente) cognizioni disordinate, inutili, noiose, dannose. A dire il vero, non so spiegarmi come mai i genitori, pur aspirando al meglio, non vedano (si avvedano) che il male peggiore risiede proprio nel non aver educatori; e che, seguitando a dar ricchezza, prosperità, abbondanza di beni a chi nel passato fece nascere malvagità, iniquità e ignoranza, mascherandole sotto le sembianze di una sapienza falsa e negativa, l'avvenire vedrà i loro figli, privi di vigore intellettuale e morale, stare ai perdoni come i ciechi di Dante che chiedono l'elemosina alle porte delle chiese nei giorni di solennità, cioè impetrare la luce desiderata, che non ottengono, né mai possono ottenere da chi a malapena (a stento, a fatica) la assorbe (recepisce) per sé, e non è in grado di trasmetterla ad altri. [Dante Alighieri, La Divina Commedia commentata da Ettore Zolesi. Vol. 2: Purgatorio, Armando, Roma 2003 (rist.). PURGATORIO, CANTO XIII, vv. 61-66 - Digitalizzato Google. "Così li ciechi a cui la roba falla, / stanno a' perdoni a chieder lor bisogna, / e l'uno il capo sovra l'altro avvalla, perché in altrui pietà tosto si pogna, / non pur per lo sonar de le parole, / ma per la vista che non meno agogna. "In questo stesso atteggiamento (quei) ciechi, ai quali manca ogni sostentamento di vita (la roba falla) stanno a chiedere l'elemosina (lor bisogna) (alle porte delle chiese) nei giorni di solennità (a' perdoni), e l'uno abbandona il capo sull'(omero) dell'altro, cosicché nasca (si pogna, si ponga, si susciti) tosto la pietà nel prossimo (altrui), non solo per il mezzo delle parole (lamentevoli), ma per l'aspetto che non desidera (agogna) di meno pietà (delle parole). ... a perdoni: termine generico usato al tempo di Dante per alludere alle cerimonie religiose, quasi sempre accompagnate da indulgenze; o ai particolari luoghi di pellegrinaggio, verso i quali c'era afflusso di fedeli, al fine di lucrare le indulgenze connesse con quelle visite. In queste occasioni gli ingressi delle chiese erano affollati dai mendicanti in cerca di elemosina e, tra di essi, i ciechi destavano maggiore pietà, proprio per il loro tipico atteggiamento di 'guardare' il prossimo che non vedono." (p. 221)]

A ben considerare, questa si palesa come colpa gravissima che bolla d'infamia i genitori

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anche dopo che sono morti, dal momento che il loro primo dovere è la ricchezza intellettuale dei loro figli. E quando vengono meno a ciò: - o con la bugia che un patrimonio materiale equivalga all'adempimento dell'obbligo; - o per inettitudine personale a istruire i figli; - o per noncuranza e superficialità che li fa correi di chi indebitamente ne assume le veci; la società che sopporta il peso di esseri inutili e nocivi, ha il diritto di bestemmiare i loro morti (vale a dire: maledirli), perché essi producono direttamente e attivamente i disordini e i tormenti che l'affliggono. Dunque il padre, e d'ora in avanti specialmente la madre, non faccia come il cinico Diogene di Sinope [filosofo greco del sec. 4° a. C.] che, a mezzogiorno, con una lanterna in mano per le strade di Atene cercava "l'uomo"(o meglio, "l'idea di uomo"]; non si metta cioè alla vana ricerca di maestri coscienziosi per i propri figli, perché siffatta fatica (appunto di maestra) la renderà degna di lode e la ricompenserà con una gloria imperitura. Qualora ella operi altrimenti, verrà il giorno che, dolendosi di sé medesima tra mille rimorsi, si sentirà forzata dal grande esule (Dante) a ripetere con dolore (rimpianto, tristezza): Di mia semenza cotal paglia mieto. [Dante Alighieri, La Divina Commedia commentata da Ettore Zolesi. Vol. 2: Purgatorio, Armando, Roma 2003 (rist.). PURGATORIO, CANTO XIV, v. 85 (p. 240) - Digitalizzato Google. Di mia semente cotal paglia mieto; / o gente umana, perché poni 'l core / là 'v'è mestier di consorte divieto? (vv. 85-87) In nota: "In questa terzina è condensata la definizione dell'invidia che, secondo gli antichi, provoca il colore livido del volto (cfr. Purg. XIII, 9 e 48); <<Imperò che il sangue quando riarde diventa nero e induce si fatto colore nella pelle di fuore>> (Buti). Distacco morale ed esecrazione del peccato inducono Guido del Duca a giudicare fin troppo severamente la propria colpa, e a usare degli accenti fortissimi per definirla più esattamente. Dal seme della mia colpa raccolgo questa paglia: / o gente umana, perché poni il cuore in quei beni (là) / dove di necessità è impossibile un compagno? Il seme dell'invidia non produce frutto per chi lo ha piantato nel proprio cuore; essa è infatti un sentimento sterile, e il più delle volte si riflette in danno per chi ne è portatore. Da ciò il rimprovero e l'incitamento: perché allora porre tutto l'interesse sui beni della terra, che non si può pensare di condividere con altri, giacché diminuirebbero? Quelli dello spirito invece (cf. Purg., XV, 49 segg.) crescono con l'aumentare dei possessori. - di mia semente : <<Chi semina ingiustizia mieterà sciagure>> (Proverbi XXII, 9); <<Figlio, non seminare i mali nei solchi dell'ingiustizia, per non averne a raccogliere il settuplo; quel che uno avrà seminato, quello pure mieterà!>> (San Paolo, Ai Galati, VI. 8)" // La Divina Commedia di Dante Alighieri. Tomo I. Parma Nel Regal Palazzo, MDCCXCVI Co' Tipi Bodoniani - Digitalizzato Google. "Di mia semenza cotal paglia mieto." (p. 84)]

L'affidare ad altri l'educazione dei figli, è giustificabile solo quando non se ne ha l'attitudine; nondimeno l'unica persona chiamata a tale solenne missione su questa terra, in questa vita, nel mondo, è la madre. A questo proposito, il volgo dice proverbialmente una grande verità: "il figlio muto la madre l'intende", perché, tra i rapporti che si stabiliscono nell'ambito della vita sociale, quello tra madre e figlio si caratterizza per l'immediatezza, cioè per la spontaneità e naturalezza dell'intimità che nessun altro riuscirà ad avere, per quanto forte e intenso possa essere il suo sentimento di simpatia, allorché inanella, appunto come estraneo, una relazione sociale dopo l'altra. Ogni volta che mi son dato a riflettere con solerzia su questo importantissimo argomento, e ho visto caldeggiata tra le credenze umane anche quella assai irragionevole che i genitori non debbano occuparsi direttamente dell'educazione dei figli, ma debbano bensì affidarla a estranei perché ritenuti più idonei a tale delicato compito, mi è apparsa nella mente la raccapricciante immagine di quei quadri non portati a termine dall'artista che ne concepì il disegno, e colorati nelle parti incomplete da altro pennello. In quei quadri l'ideale non è mai vivamente espresso, perché il pittore estraneo non adopera colori e pennello seguendo l'ordine naturale del processo creativo dell'opera d'arte, ma li adopera, per così dire, a nolo, per cui limita, snatura e altera il pensiero originario dell'artista. Non dissimilmente avviene nel fanciullo. Questi avrà sempre su di sé l'impronta delle cose imparate in modo approssimativo e non conforme alla loro natura. Per cui risponderà sempre male (in modo non retto, non buono, non giusto) alle domande che nel tempo a venire la vita inevitabilmente gli porrà; e questo fintantoché (per tutto il tempo che) per l'ignoranza dei tempi si surrogherà la madre, disegnatrice originale, con sedicenti pedagoghi che presteranno la loro opera al solo fine di essere pagati, senz'altro interesse che quello del guadagno, e che impiegheranno, per così dire, falsi colori (colori non naturali, ma artificiali; colori non buoni e durevoli, ma fallaci, che non reggono, non durano e che stingono) e orpelli scientifici (mezzi che esaltano le apparenze, le esteriorità e le finzioni in

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contrasto con la verità e la scienza) - fuor di metafora: contenuti, mezzi e strumenti, metodi e strategie,

inadeguati dal punto di vista educativo-didattico -.

2.II. LA MADRE NEL XIX SECOLO (p. 75) Le madri, una volta che è stato loro concesso di svolgere l'attività intellettuale, come già detto sopra, non devono solo curarsi (darsi pensiero, preoccuparsi) di circondare di papaveri la culla dei piccoli [nel senso di farli dormire ricorrendo alle proprietà soporifere del papavero (utilizzando cioè semi o infusi di papavero). Papaver somniferum. Il nome scientifico ne sottolinea le proprietà narcotiche dovute all'azione di vari alcaloidi, principalmente la morfina, presenti nell'oppio grezzo, una sostanza lattiginosa secreta dalla tipica capsula seminifera che caratterizza il genere Papaver.]; non devono occuparsi solo dell'educazione dei figli affidandoli alle persone di

maggiore autorità e prestigio (per quanto concerne il processo educativo), e giudicarsi impotenti (cioè mancanti di forza morale, o prive dell'energia e dell'autorità necessaria) a compiere l'opera che la natura ha affidato proprio a loro; ma devono piuttosto rivendicare il sacro diritto di educare la prole contro chi glielo ha impunemente usurpato. L'educazione dei figli è un privilegio, un diritto di priorità che Dio ha concesso loro, e nell'esercizio di tale privilegio sta la loro vera gloria: esercitando questo diritto, esse adempiono la sacra missione che, valutando con obiettività la sua creatura, le rende simili a Dio e dominatrici sulla coscienza dell'uomo. Le donne non possono andar superbe per il semplice fatto che hanno generato i figli: non è questo un motivo giusto per avere stima, lodi e onori. Le femmine degli animali generano (mettono al mondo, procreano): la pecora, la gatta, la cagna ecc. E in questa virtù, forza e potenza generativa, la madre dell'uomo non è dissimile da quelle. Infatti, cos'altro è l'uomo, quando nasce, se non un puro e semplice animale? La natura, conformemente alle sue leggi misteriose, ha la potestà di fare solo questo, cioè l'essere animale (un organismo vivente cioè, dotato di sensi e movimento); l'educazione poi deve determinare i caratteri umani in quell'essere che l'atto del concepimento ha preliminarmente abbozzato: cioè l'essere uomo {23}. Se lo vediamo quando esce dal ventre materno (cioè quando nasce), quando con un gemito fa sapere che ha iniziato il suo terreno peregrinare, non si scorge in lui che il nudo l'animale: nudo, sia per quanto attiene al corpo sia per quanto attiene allo spirito, perché non ci palesa alcun segno di vita spirituale, e anche perché dobbiamo ragionevolmente congetturare che debba essere qual di fuori, tal di dentro. Ora, supponiamo che le semplici facoltà di cui è dotato per esplicarsi (realizzarsi, attuarsi) compiutamente, dovessero rimanere incolte (neglette) o circoscritte alla sfera istintuale, in questo caso non gli toccherebbe che l'attività sistematica dei sensi, confinata nel vita dei bruti. I selvaggi cui fu interdetto dal loro stato ogni possibilità di sviluppo morale, vengono assimilati ai bruti non solo nei modi di vivere, ma anche nelle forme che manifestano il senso intimo. [Vd. Tommaseo-Bellini alla voce intimo: "Senso intimo, e della ragione e della coscienza, e anco di quel che ci avverte delle impressioni esteriori." (p. 637); alla voce senso: "Abbiamo veduto in principio Senso interiore; ma senso intimo ha significazione più gen., e, perciò appunto, più intima; e lo comprova la forma superlat., ch'è più della comparat. Il senso intimo comprende più che il sentimento o l'opinione, più che l'intensione data alle parole o agli atti; è la sede della coscienza; sede più sincera e sacra; alla quale, ne' dubbi o nelle tentazioni, non sempre osano ricorrere con umiltà coraggiosa neanco gli uomini di coscienza. Ivi gli arcani del mondo morale, e quindi dell'intellettuale, si celano e si rivelano." (p. 541) // Vd. anche Logica di Don Pietro Bottura, Venezia 1833, p. 147, "Il senso intimo è quello che ci avverte di quanto succede nell'anima propria. Quello poi che accade nell'anima si riduce ad avvertirla e renderla consapevole della sua esistenza, delle sue operazioni, della sua personalità: onde è perciò che il senso intimo è senso intimo dell'esistenza dell'anima propria, senso intimo dell'esistenza delle operazioni dell'anima, e senso intimo della personalità propria." Digitalizzato Google].

Nudi sulla nuda terra, si accoppiano brutalmente (in modo brutale, con violenza; senza alcuna delicatezza) per riprodursi; si nutrono per esistere (essere in vita, vivere); nessun senso morale li preoccupa o li prende; né per ultimo valutano in modo approfondito gli effetti diretti o indiretti, a breve o a lungo termine, che la loro opera può causare nel contesto delle relazioni socio-familiari. E altresì non li preoccupa né il fatto che non ci sia un'attribuzione di valore alla dignità

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umana, né di valore scientifico a ciò che li circonda; né il fatto che non ci sia nessuna applicazione in ordine alla produttività delle risorse civili; né in ultimo il fatto che non ci sia una conoscenza delle leggi che riconducono l'essere alle norme morali, alle quale si conformano anche il vero, il buono e il bello: triade ideale su cui la religione della scienza e dell'arte (o meglio, la scienza, la religione e l'arte) fonda il suo dominio sterminato. E né si può dire che il selvaggio non presentasse, dal punto di vista della costituzione psico-fisica, quel meraviglioso tessuto (organico) cui sono annesse le molteplici possibilità di evolversi umanamente (cioè secondo la natura umana, considerando le facoltà proprie dell'uomo). Come organismo vivente, egli si è sviluppato in modo non dissimile dall'individuo che, avendo instaurato forme di coesistenza sociale (cioè convivendo con altre persone secondo il diritto e la giustizia), ci offre l'esito eccezionalmente positivo e gradito della civiltà. Egli è potenzialmente predisposto a svolgere i lavori più delicati che un organismo umano può fare; ha un cuore atto a sentire le più squisite affezioni; ha una mente in cui può germogliare il pensiero (la facoltà del pensare, l'attività psichica, la ragione, l'intelletto) e dare frutti salutari (di civiltà, di scienza ecc.); nel contempo egli però è condannato alle limitazioni di queste sue potenze e non sa fare altro che costruire per sé e i suoi una tana umida e buia, intrecciare vimini per la culla dei figli, cacciare gli animali per nutrirsi e muovere guerra all’altro da sé nel quale non sa vedere che un suo nemico, sia che lo superi in forza, sia che nello stato di debolezza si sottometta come schiavo alla sua superiorità fisica. Ora, Signora, in virtù di quali condizionamenti il selvaggio, il nudo uomo del deserto, debba differenziarsi dall'uomo sociale che vive tra le illusioni della civiltà e gode (può usufruire, beneficiare) dei suoi vantaggi? Perché il primo deve essere soggetto a ristrettezze di mente e di cuore, mentre il secondo, che si dà arie d'importanza per le sue facoltà spirituali e ha, per così dire, in solido, una corporatura robusta, membra ben sviluppate e una forza fisica che può far valere in svariati modi, trasforma la materia di cui ha assoluta padronanza secondo i suoi molteplici bisogni, governa il pensiero (l'attività psichica) e, sorretto dalla sua impulsiva prontezza nell'intendere, compie agevolmente il lungo cammino dal finito all'infinito, ravvicinando la distanza immensurabile (tanto grande da non potersi misurare) del finito e infinito ed esaminando i relativi, connessi rapporti? Perché il primo, cioè il selvaggio, non deve essere allo stesso livello del secondo civilizzato, dal momento che identica è la loro natura e similarmente destinati al medesimo fine? Questi fatti si possono facilmente spiegare: la spiegazione sta in ciò che ho già detto, quando appunto ho scritto che la natura fa l'animale, l'educazione fa l'uomo. Così, l'infante che non ha cultura, cresce e si sviluppa nella pura sensualità animale come il selvaggio dell'America e della Lapponia, e come lo zotico dell'infima plebe dell'Europa. L'uomo è terra: e come la terra, se incolta, dà spine e triboli (Cfr. la loc. biblica terra germinabit tibi spinas et tribulos, Genesi, 3.18), così egli, se non educato, diffonde corruzione; se educato, dà per mezzo dell'inculturazione (assimilazione della cultura del gruppo sociale cui appartiene, durante il processo di socializzazione) frutti dello stesso genere, specie e natura del seme che riceve. Quindi non andrei lontano dal vero se mai dicessi che è veramente madre dell'uomo solo colei che lo sa educare: ho dimostrato in modo chiaro e indubitabile che i soli atti del procreare e nutrire non costituiscono, per quanto concerne la donna, che un degradante, umiliante parallelismo con la femmina dei bruti, cioè degli animali privi di ragione.

2.III. METODO EDUCATIVO DELLA MADRE (p. 79) Ora, lei saggiamente mi domanderà: "Se pesa sulle spalle della donna, in quanto madre, una così grande missione, qual è il metodo, il sistema di cui ella deve servirsi per con-

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seguire adeguatamente il fine che l'ordine naturale ha prefissato? Dalla storia di quale popolo civile si devono attingere le norme attraverso le quali formare una generazione degna di Dio e degli uomini?" La madre non ha bisogno di ricorrere alla storia per acquisire un siffatto metodo educativo. La storia non ha ritratto che le consuetudini e gli istinti per lo più incerti e corrotti della specie umana. Praticamente dette consuetudini non erano che lo sviluppo dei sistemi filosofici che la ragione giudica falsi. Ora, questi sistemi, come già detto sopra, non avevano studiato l'uomo in sé per conoscere le leggi insite nella sua più intima natura, ma hanno imposto di studiare l'uomo e le cose astrattamente, fuori di sé, dando così origine, da un'epoca all'altra, a una varietà di norme educative che corrispondono non all'essenza dell'uomo (all'immutabile natura umana), ma alle passioni predominanti, mutevoli, incostanti, instabili. Infatti la Grecia e Roma, alle quali importava sviluppare (far crescere, potenziare) nell'uomo la passione dell'eroismo, fin dalla nascita impressionavano il suo animo tramite la visione dell'armamentario del soldato contenuto nei simboli delle armi al cui maneggio doveva esercitarsi. In particolare, in Grecia, corrotto il costume dall'errore filosofico, benché per istinto la donna mantenesse la dignità di madre, benché sembrasse che questa missione fosse tutelata, nondimeno un vizio deturpante assai di moda, dal quale non andò esente neppure il moralissimo Socrate (?), [Socrate, in realtà, come scriveva Giuseppe Zuccante ne La Donna nella Dottrina di Socrate, Pavia 1903, "sostenne anzitutto che la natura della donna non è per nulla inferiore a quella dell'uomo; ha bisogno solo di cognizione e di forza; le si può insegnare con fiducia tutto ciò in cui si voglia averla istruita." (p. 24) "La diversità delle funzioni e delle attitudini, pure in nature intellettualmente e moralmente eguali fa che i due sessi hanno bisogno l'un dell'altro per completarsi a vicenda e formare nella vita come un essere solo, le cui opere cospirino ad una stessa meta." (p. 30) - Ed ecco altresì cosa scriveva G. Scalia in Revue néo-scolastique de philosophie, Année 1910, Volume 17, Numéro 66, pp. 281-284, nella Recensione del libro di G. Zuccante, Socrate. Fonti, Ambiente, Vita, Dottrina. Torino, Fratelli Bocca, 1909: "Socrate est encore le grand féministe de son époque. Il veut, avec la distinction des devoirs et de fonctions, l'égalità morale des deux sexes." - Si veda infine Eva Cantarella, la quale, nel Cap. IV. I filosofi e le donne (pp. 54-66) de L'ambiguo malanno - La donna nell'antichità greca e romana, Einaudi Scuola 1995, dopo aver detto, tra l'altro, che Socrate "era particolarmente ben disposto verso le donne, quantomeno teoricamente; non si limitava a riconoscere astrattamente le loro capacità, ma ascoltava i loro consigli, giungendo ad ammettere senza difficoltà che alcune di esse avevano saggezza superiore alla sua", ad es.: Aspasia, dalla quale avrebbe appreso il cosiddetto metodo <<socratico>>." (Vd. Cicerone, De inventione, I. 31,51.), conclude il capitolo dicendo che Socrate "pur lontano dall'affermare la totale parità fra uomini e donne, in linea di principio egli non era misogino, come erano, di regola, i suoi contemporanei"; e che a partire da Socrate si "prospetta l'ipotesi di una donna, se non uguale, quantomeno non inferiore all'uomo", ritenendo possibile "anche per le donne una realizzazione personale e intellettuale non necessariamente, o quantomeno non esclusivamente, identificabile nella maternità".]

la privava totalmente del suo diritto naturale e a causa di quella deturpazione si rendeva menipossente, veniva cioè a trovarsi in una condizione di inferiorità, debolezza, impotenza; e né poteva rifare quella società come era suo dovere secondo le norme originarie, ma doveva soltanto limitarsi a seguire gli istinti della maggioranza: generando per la patria e alimentando il figlio solo d'amor di patria. La madre greca si dava da fare solo per sviluppare (far crescere, potenziare) nel figlio il sentimento nazionale (amore, orgoglio della propria nazione), poco curandosi che accanto a quel santissimo orgoglio cittadino, germogliasse l'ignominia e l'assurdità dell'ilotismo ("Condizione, servitù degl'Iloti, o Eloti". Vanzon, p. 57/701){24}. Pertanto l'educazione familiare subordinava lo sviluppo delle facoltà individuali (connesse con l'intendere, il volere e l'agire umano) allo spirito di questa generale esigenza patria, cosicché la mente e il cuore, applicandosi altrimenti, non potevano non cozzare contro questa barriera insormontabile, e possiamo dire che si piegavano servilmente a questa necessità pubblica. I padri romani inseguirono quella semplicità e autenticità che una velata tradizione della prima legge [Legge delle XII tavole, duodecim tabularum leges, corpo di leggi compilato nel 451-450 a.C. dai decemviri legibus scribundis.] ispirava al loro ardimento patriarcale. Ma la madre latina, sebbene con la formula ubi tu Cajus, ego Caja [formula solenne che nella confarreatio (rito religioso con il quale si celebrava il matrimonio romano arcaico: al cospetto di 10 testimoni, dopo aver pronunciato la solenne formula, i due futuri sposi spezzavano un pane di farro in onore di Iuppiter Fàrreus, Giove Farreo, donde il nome della cerimonia), la moglie pronunciava nei confronti del marito, assumendo l'impegno di seguirlo ovunque: "Dove tu, Caio, sei, lì io, Caia, sarò" www.simone.it/], accennando a un'uguaglian-

za col marito, mostrasse di mantenere una signoria in famiglia, pur essendo schiava del potere maschile, poco o nulla del vero bene poteva far germogliare nell'animo della sua prole.

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I maschi attendevano eccessivamente condiscendenti, fuori di casa, alle attività militari sotto la guida degli influenti pedagoghi; le femmine, invece, delle quali si disconosceva la personalità giuridica (l'attitudine cioè a essere soggetto di diritto), dovevano solo rimanere inette e attendere ai lavori di tessitura sotto la direzione della madre o di una delle parenti più strette, che si chiamava nutrice (nutrix). Quando poi la conquista mise Roma in contatto ideale con Atene, Rodi, Alessandria ecc., e lo spirito greco prevalse su quello nazionale; e quando il tempio di Apollo [Apollo, divinità dell'antica Grecia, dio di tutte le arti, della medicina, della musica e della profezia. Il suo simbolo principale: il Sole. Venerato poi anche nella religione romana. Patrono, in particolare, della poesia. Capo delle Muse (simbolo della poesia e delle arti).] e di Atena [dea della sapienza e della saggezza, e quindi simbolo della filosofia], quando cioè le

arti e la filosofia diventarono il simbolo del secolo aureo della letteratura latina [Letteratura latina: periodo aureo o classico o di transizione dalla Repubblica all'Impero, dal 78 a.C. al 14 d.C. (morte di Caio Giulio Cesare Ottaviano); diviso in: periodo ciceroniano o età di Cesare, dal 78 a.C. al 31 a.C. (battaglia di Azio); periodo augusteo, dal 30 a.C. al 14 d.C.], i

romani perdettero la forza militare e, preda assai vile della falsa scienza, divennero con Tullio, Orazio e con tutte le altre prime intelligenze un umile gregge del sensualismo epicureo [Epicureismo (Treccani on line): "In generale, la dottrina e l'atteggiamento dei seguaci del filosofo greco Epicuro (341-270 a.C.), il quale, nell'ambito di una concezione del mondo naturale improntata alla fisica atomistica democritea, poneva il fine dell'uomo nel conseguimento del piacere, inteso non come godimento sensuale, ma come equilibrio interiore, che il saggio raggiunge vivendo appartato, contentandosi di appagare i desideri naturali e necessari, e soprattutto liberandosi del superstizioso e vano timore della morte e degli dei."] {25}. La vita così per un momento diventava pacifica e industriosa, passando dal

ciclo guerriero a quello commerciale. Si sentiva il bisogno di volgersi al vero attraverso lo sviluppo delle facoltà intellettuali; si ricorreva così agli studi dell'oratoria forense, concernenti l'attività giudiziaria e, in particolare, quella degli avvocati, agli studi dell'oratoria sacra o pubblica, e agli studi privati perché si esigeva dal cittadino un'istruzione conforme allo spirito (o cultura) dell'epoca, conformemente cioè a un bisogno di elevazione spirituale, intellettuale e morale.

2.IV. INFLUENZA DEL CRISTIANESIMO SULL'EDUCAZIONE (p. 83) Ma nel caso si volesse davvero attingere una norma dai molteplici sistemi filosofici con le loro funestissime falsità, e da quella setta dei tempi, instabile e varia, ciò non sarebbe possibile senza imbattersi nelle sentenze ambigue ed enigmatiche di una filosofia eunuca (sterile, fiacca, snervata) che dominava il cuore e la mente di questi due antichi popoli sovrani (Grecia e Roma), nonostante questi avessero con la loro vocazione al dominio soggiogato per secoli individui, famiglie, popoli e nazioni che, attraverso una preparazione educativa, fornivano loro la forza territoriale e militare dell'impero; nonostante - dico - abbarbagliassero (nel senso fig. di turbare, frastornare, confondere) questa nostra ottusa negligente posterità con le loro fittizie illusorie tradizioni e con lo splendore della loro sterminata potenza. Così le corruzioni al tempo di Tiberio [Tiberius Iulius Caesar Augustus; Roma (16 novembre 42 a.C. - Miseno, 16 marzo 37. Uno degli imperatori più intransigenti verso la corruzione politica e, in genere, pubblica. Governò dal 14 al 37] furono le Colonne d'Ercole [i monti Abila e Calpe, ai lati dello stretto di Gibilterra, dove Ercole, secondo la leggenda, fissò i limiti oltre i quali nessun navigante sarebbe dovuto andare; in senso traslato: i limiti invalicabili], il non plus ultra (iscrizione posta, secondo la tradizione, sulle colonne d'Ercole e divenuta poi motto proverbiale: il limite estremo che si può raggiungere) dell'oscurantismo latino (direbbero i francesi: "hostilité aux 'lumières', à ce qui éclaire, illumine l'esprite", ostilità nei confronti del progresso sociale, culturale, spirituale) come l'ora più buia della notte è quella che precede la luce antelucana (cioè il sorgere del giorno) o la tenue luminosità dell'alba. E infatti dopo quel momento assai oscuro (assai triste per le condizioni politiche, culturali, sociali), gli uomini stanchi di essere nel falso operando su elementi screditati, torcevano altrove il loro sguardo. Giove, il quale dal cielo scendeva sulla terra per abbandonarsi alla dissolutezza e alla lascivia (accentuata propensione alla sensualità e alla dissolutezza), assorbiva (consumava, esauriva, sottraeva) i beni della terra di cui accresceva le miserie, ma senza rendere gli uomini partecipi delle bellezze del cielo di cui, peccando di egoismo, si dimostrava geloso. Gli uomini avevano perciò biso-

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gno di un altro Dio, di un Dio che senza pretese terrene (cioè dei mortali), li sollevasse a contemplare (meditare, considerare, fissare il pensiero su) la verità, facendoli partecipi dei tesori della sua infinita, occulta, misteriosa, sacrale grandezza. Questo Dio fu il Cristo, e la nuova dottrina che indirizzava alla verità, fu chiamata vangelo dalle generazioni dei padri. Ecco da chi e da che cosa trae origine la separazione di due epoche: - da una parte, l'impero che seppellisce sotto le sue rovine lo stato e il tempio pagano; - dall'altro, il cristianesimo, facendosene promotore, innalza il vessillo dell'imperituro affrancamento (emancipazione, liberazione, redenzione, riscatto) dei posteri. Nel Medio Evo, i popoli distrussero perfino le biblioteche, santuari del pensiero antico. Di certo fu un danno, ma un danno necessario, inevitabile, perché con la luce del cristianesimo pare che in quelle testimonianze vedessero concretizzata l'aberrante opera dei falsi sistemi. Cosicché tanta barbarie assumeva un carattere provvidenziale, come quello che si rileva nelle rivoluzioni che traducono in atto (mettono in pratica) i grandi principi, trasformando uomini e cose. Infatti, nel Medio Evo si tese a riscattare la donna, si cominciò a valutare razionalmente la personalità umana (l'essere della persona) e a proclamare il principio di uguaglianza. E tutto ciò perché il vangelo, diffondendosi liberamente di bocca in bocca, aveva richiamato gli spiriti alla contemplazione di sé stessi - cioè alla riflessione - e a gettarsi dietro le spalle l'elemento pagano di cui erano piene le antiche cose. I maliziosi e gli scaltri non appena lo fecero proprio, lo modificarono secondo la loro ambizione e volontà, e nei fatti il vangelo divenne pur esso pagano. Costoro, e primi fra tutti Costantino e Carlo Magno, vedendo: - che i popoli erano orientati a sostituire le false opinioni e il culto ingannevole con la morale purissima del Cristo, quale elemento nuovo in grado di dare un'organizzazione razionale, per l'appunto, alla morale; - e altresì che, affinché detta morale si incarnasse nelle istituzioni, bisognava che il futuro ingaggiasse battaglia con il passato; per non rimanere sepolti sotto le rovine, si misero alla testa di quel grande movimento, volgendolo però al perseguimento di obiettivi di guerra che, assecondando le loro ambizioni, ne accrescevano i territori. Per la qual cosa, i successori di Cristo - vale a dire il papa Silvestro I e Leone III -, che dovevano opporsi ai vizi del dispotismo, o meglio, alla prepotenza e all'oppressione del dispotismo, ed essere apostoli senza casa, patria e fortuna per compiere con la parola e l'esempio, com'era giusto che fosse, la rigenerazione del mondo intero, ne fecero poi dei Re di Roma. E il Cristianesimo, da fonte di luce eterna qual venne proclamato, si ridusse un semplice motto di entusiasmo, o tuttalpiù un lenocinio (un allettamento, un ornamento estrinseco), un modo d'essere puramente nominale (non sostanziale), all'ombra del quale doveva poi rifiorire: la favolosa letteratura di Omero e di Virgilio, il falso sacerdozio [Nel Nuovo Testamento ogni sacerdozio particolare è abolito, in quanto Gesù Cristo è il sommo sacerdote eterno. La Lettera agli Ebrei spiega con chiarezza che nella religione cristiana non vi è più bisogno di sacerdoti come nell'Antico Testamento, ecc.] e ogni altra

cosa che la logica del tempo giudicava anacronistica. Cosicché lo spirito dell'apostolato religioso si convertì in spirito di guerra (in spirito guerriero) che, ben lungi dal perseguire lo scopo del cristianesimo in maniera fattiva, metodica e produttrice di civiltà, ha solo generato violenza e distruzione. L'intelligenza non investigava, e il nobile ed elevato compito di investigare la vita interiore era affidato alla fantasia (immaginazione) meramente artigianale (dell'artigiano, cioè, "che esercita un'arte meccanica", Tommaseo-Bellini). L'anima pervasa di sentimento teocratico, aveva accettato il nuovo principio riconoscendolo come buono, come santo, come giusto, e conseguentemente predefiniva i confini della vita nel credere ciecamente e nel combattere energicamente, cioè con fermezza e risolutezza. L'antica versatilità nelle varie branche del sapere era divenuta immobile, e aveva acquistato l'inettitudine di chi non ha più diritto alla vita. Il vangelo che concettualmente conteneva in sé - in sintesi - tutto l'uomo, seducendo (affascinando, attraendo) le masse con l'intelligibilità della forma e con la bontà degli effetti, e piegando le coscienze a dare asilo (cioè rifugio, protezione, ricovero); i pochi apostoli che ne divulgavano e

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rendevano popolari i dogmi; le grandi masse che, persuase a una credenza cieca, non sentivano altro che dio e la spada (cioè la religione e la guerra, e quindi la guerra di religione): ecco ciò che formava lo spirito di quell'epoca prettamente guerriera ed ecco in che si racchiudeva la letteratura del Trivio (il complesso delle materie letterarie) e del Quadrivio {26} (il complesso delle materie scientifiche), o gli elementi basilari, fondamentali da cui questa si originò e prese forma. Il Medio Evo quindi non promosse l'educazione della mente, negligendo così lo spirito, perché, essendo epoca di azione puramente estrinseca, non tollerava di sviluppare (far crescere, potenziare) il pensiero (l'attività psichica, la facoltà del pensare), e il pensiero quasi sopraffatto dall'enorme ed esclusiva forza muscolare, giaceva snervato, privo d'incisività e vigore nei silenti recessi dei chiostri, nutrendosi meschinamente di quel che era sopravvissuto alla ferocia mortificante, avvilente, umiliante dei Goti e al dominio rovinoso dei Vandali. L'uomo doveva essere soldato, nient'altro che soldato. Sicché dalla reggia dei potenti traspirava una densa oscurità (intellettuale, morale, spirituale) che avvolgeva tutti quelli che vivevano nei tuguri, in abitazioni anguste e squallide, per significare quella brutale dominazione che esigeva dal cittadino-schiavo solo cieca operosità.

2.V. LA SCIENZA E LA PARABOLA (p. 87) Benemerita Signora, l'ideale di tale movimento, quantunque non esplicato, racchiudeva in sé tre germi di benessere morale: - il primo consiste nella lezione pratica data da Dio al genere umano che si era allontanato dalla retta via, allorché indicava la donna come principio del bene, facendo vedere che come Egli si era servito della donna per l'incarnazione del Cristo, così l'umanità doveva riconoscere in lei non la schiava né la causa efficiente (effettiva, agente) del male, bensì il principio elementare, assoluto, da cui ha origine il rinnovamento spirituale e morale dell'umanità; - il secondo in questo, che la madre, illuminata e ispirata dal bene deve essere l'unica educatrice del figlio; - il terzo in questo, che l'uomo non deve apprendere la scienza nelle biblioteche, ma deve saperla investigare nella realtà della propria vita, insegnarla e diffonderla tramite le forme della parabola di cui è ripieno il vangelo. Se Dio avesse creduto che il benessere radicale (totale) consistesse in un opportunistico cambiamento di nomi e apparenze estrinseche (esteriori), lo avrebbe di certo rivelato in uno dei tanti modi prodigiosi, propri della sua divina onnipotenza. Ma Dio sapeva che quando l'uomo non è uomo (cioè con quelle qualità morali, intellettuali che sono proprie dell'uomo adulto), ogni tentativo di miglioramento si risolve in un nuovo affondamento; che l'uomo si deve riformare del tutto; e che la donna non potrebbe realizzare questa sublime opera a lei affidata, se non quando, risollevata dall'abiezione del disprezzo sociale, rioccupasse il suo seggio domenicale (del padrone) per mezzo della luce della scienza, simbolo della luce misteriosa dello spirito divino che ne potenziò, fisicamente e spiritualmente, le capacità e le abilità affinché assolvesse un compito così importante. Se Dio avesse creduto che la donna - e quindi la Madonna - non fosse idonea all'educazione del figlio (Gesù), avendolo fatto uomo, e quindi reso bisognoso di cibo organico e di cibo spirituale, lo avrebbe circondato di dottori perché gli dessero lezioni di scienza; ma la storia ci dice che Cristo rimase sempre con la madre, né andò ad alcuna scuola. Praticamente Dio voleva significare questo: che solo la madre, rinata a nuova vita nel segno della virtù, e nessun altro che la madre, poteva essere la vera educatrice dell'uomo. Da ultimo, se Dio avesse creduto insieme con gli umanisti di Alemagna (es.: Nicola Cusano, Sebastian Franck, Filippo Melantone, Matthias Ringman, Johannes Reuchlin, Ott Cristoph Hilgenberg), i razionalisti d'Italia (es.: Francesco Soave, Melchiorre Gioia, Giandomenico Romagnosi, Alessandro Verri), i radicalisti della Svizzera (es.: James Fazy di Ginevra, Johann Ulrich Ochsenbein di Berna, capi del radicalismo svizzero, in Memorandum storico politico del Conte

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Clemente Solaro della Margarita, Torino 1851 - Digitalizzato Google, p. 398. Cfr. Johann Kaspar Bluntschli, Das Volk und der Souverän, Zurigo 1831), i socialisti di Francia (es.: Claude Henri de Rouvroy, Conte di Saint-Simon; Charles Fourier, PierreJoseph Proudhon), che la scienza stesse nel dare eccessiva importanza alle formule astratte e non

nel concreto empiricamente individuabile, definito e determinato, e che si dovesse apprendere studiando sui libri e non attraverso lo studio dell'uomo, non avrebbe affidato al Figlio la missione di insegnarla mediante parabole, sotto forma di parabola, facile da recepire; non gli avrebbe permesso di divulgarla impiegando il linguaggio del senso comune; gli avrebbe imposto bensì il mistero; lo avrebbe circondato di professori boriosi e altezzosi, lo avrebbe provvisto infine della più grande e ricca biblioteca, unico presidio, unica roccaforte morale contro l'oligarchia scientifica. Non si vuol comunque dire che le biblioteche siano da distruggere o che non siano importanti. Nelle biblioteche sono depositate le opere del pensiero, le memorie storiche dello spirito dell'uomo, che le generazioni devono conservare in modo sacrale fra le realtà monumentali più care. O buoni o cattivi che siano i libri, giuste o sbagliate le opinioni, sarà sempre possibile trarre qualche profitto da essi (libri e opinioni), sia rettificando gli errori o le inesattezze del passato, sia giovandosi delle verità ivi contenute. Ma il mio proposito è un altro: quello di mostrare che, se non si sono formulati i criteri della vera scienza dell'uomo, della scienza di tutti, come già detto, le biblioteche si riducono a una lettera morta (per dirla con il Tommaseo, "58. Trasl. Lettera morta, quella che non si sente avvivata dallo spirito dell'affetto, il quale la rende efficace, e ne' pensieri e negli atti della vita", p. 275), un mistero impenetrabile non dissimile da quello nel quale l'uomo di senso co-

mune vede sempre avvolta la natura con il tesoro delle sue grandi verità (o leggi). Anzi sono dell'opinione che sia più agevole per una mente riflessiva leggere nel libro della natura (osservare cioè la natura decifrandone le leggi) e cavarne così i riposti (nascosti, segreti) sensi, scritti in un linguaggio intelligibile, piuttosto che nei volumi, dove le inesattezze linguistiche e le passioni personali degli scrittori, invece di recar luce di verità, avviluppano (confondono insieme) verità ed errore sino a renderli incomprensibili e a scambiarli facilmente l'una per l'altro. Restino dunque le biblioteche, ma non si metta l'uomo nella condizione pietosa, meschina e misera di non capire che quel che si trova nei libri, fu tratto dalla natura; gli si insegni una buona volta ad attingere la vera sapienza da questa fonte inesauribile di ricchezza ideale principi, leggi, rapporti ecc.; e non lo si condanni ad attendere l'alimento quotidiano dello spirito dagli alteri e sdegnosi cattedratici, assai restii a concederlo. I veri cattedratici sono quelli che rendono popolano (proprio della gente del popolo) il vero, la verità, la scienza. Il cattedratico non può essere quella persona vile e ignobile che invece del vero sapere adopera le male arti (astuzia, inganno, raggiro) per levarsi un po' più in alto di una ventina di giovani, facendo così il contrario di quel che dovrebbe, cioè trattare distesamente e ordinatamente - ed esporre appunto ai giovani - i principi delle scienze. Deve, al contrario, essere quella persona che, seguendo le orme del Cristo, renda esplicito il sapere in maniera tale che tutti possano percepirlo e acquisirlo, cioè senza orpelli (artifici retorici, ridondanze letterarie) ladri (che rubano il retto sentire), o reticenze (il tacere volontariamente ciò che si potrebbe o si dovrebbe dire) maligne (che derivano da cattiveria, malanimo, avversione, ostilità). Ora, qual è l'insegnamento più alto se non quello che proveniva da Dio stesso allorché indicava agli uomini la giusta direzione da prendere? Eppure, sebbene il vangelo avesse determinato (fissato, individuato, precisato) nella parabola la migliore formula per insegnare la verità a tutti, nondimeno assai poco, anzi nullo, fu il vantaggio che se ne ricavò, perché il vangelo, divulgato in tutti gli angoli del mondo per mero interesse del potere sacerdotale, dalla maggior parte degli uomini fu considerato un libro di educazione religiosa, non di educazione scientifica, né di educazione sociale. Per la qual cosa, i filosofi (che avrebbero dovuto purgarlo per eliminare le imperfezioni e gli errori dei secoli nei quali fu dettato) rimasero convinti che fosse valido solo l'antico modo di pensare e giudicare, e l'umanità, nella cui coscienza si dovevano riversare i salutari principi evangelici, non ne ha tratto che l'amarissimo frutto di una crassa ignoranza tormentatrice.

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2.VI. DANTE (p. 92) Il primo a insorgere in mezzo a tanta nuvolaglia di errori, fu Dante, il genio italiano, che si sedette sulle sponde della corruzione sociale e, riflettendo solitario su di essa, immaginò i mezzi idonei per il rinnovamento, per la palingenesi dello spirito umano. Dante, ispirandosi al vangelo (attingendo cioè il proprio fondamento ideale dal vangelo), vide i popoli, l'impero e la chiesa accaneggiarsi, infierire cioè rabbiosamente gli uni contro gli altri e affliggersi reciprocamente per la cupidigia di signoreggiare (come principe); e in mezzo a questa inimicante confusione che, impossibilitando ogni rapporto di solidarietà e fratellanza, distorceva ogni principio di legge morale e rendeva così il cristianesimo strumento di sventura e di morte, mentre doveva esserlo di carità e di vita; Dante - ripeto - levò alta(mente) la voce come l'Omero dei Greci; scagliò arditamente l'anatema (la scomunica, bando dalla comunità religiosa) contro il vizio dominante (che, sicuro del suo tramonto, avvolgeva su sé stesso il [bene (: l'indipendenza, l'autonomia, la libertà)] più prezioso delle terre sottomesse), e ricreò la virtù denigrata con la promessa dell'imperitura consolazione celeste. Ecco la Divina Commedia, che per l'umanità fu come la creazione (ideazione, invenzione, esecuzione materiale di un'opera) di un'altra Bibbia, una Bibbia civile nella quale si intrecciano l'ordine universale (il sistema organico di leggi che reggono l'universo), la religione e la scienza. Dante creò l'Inferno e vi mise dentro tutti quelli che avevano violato le leggi eterne con l'aggravante della nefandezza della colpa o del reato e tutti quelli che si erano coperti d'infamia per abiezione e depravazione [falsità (falsatori di moneta, di scrittura e di ogni altra cosa), ruberia, simonia, ruffianesimo, baratteria], cattiveria e scelleratezza mondana. Questo espediente assai saggio di infliggere una sanzione penale efficace, commisurata sistematicamente alla colpa, giovò al genere umano che imparò questo, che il primo passo da compiersi presso una società corrotta, è quello di intraprendere una decisa, energica azione di condanna che faccia viva impressione sull'animo delle persone, come accade per il bravo medico che vuol salvare la vita dell'infermo: la prima operazione deve essere sempre quella di intervenire chirurgicamente asportando la parte cancrenosa. Dante creò il Purgatorio, e in questa parte che riguarda la penitenza intesa come pratica religiosa di espiazione, rappresentò per mezzo di simboli chi avesse compiuto una colpa di media gravità, e fosse intenzionato a emendarsi. Creò infine il Paradiso, e su questo campo di beatitudine edificò la patria dei giusti. Pertanto, l'opera di Dante, dal punto di vista morale, fu la spiegazione del vangelo e, per il suo tramite, le due molle potentissime del premio e della pena che la saggezza divina aveva contrapposto alle conquiste del sensibile sull'intelligibile ottenute dall'uomo (appunto, mortale), s'incarnarono nella storia della vita vissuta e, mediante le forme elevate dell'arte, scolpite vivamente nella coscienza delle generazioni. In quanto poi alla scienza e al modo migliore di esprimere le verità (leggi e principi), conformandosi al senso comune degli italiani, Dante assegnava l'esatta direzione, cioè la linea direttiva - "la linea del cammino retto" per dirla con Tommaseo-Bellini - alla finalità della parola: e la parola, appunto, a tale finalità deve volgersi quando non è un vaniloquio (discorso vano, vuoto, inconcludente) e quando vuol rendersi comprensiva dei giudizi della mente. Non altri che Dante sa dire molto in poco, andando con incomparabile maestria dall'astratto al concreto, dall'altezza dell'ontologia (cioè dalla forma ideale nella quale è l'essenza dell'ente: "(Rosm.) L'ontologia tratta dell'ente considerato in tutta la sua estensione come è all'uomo conosciuto; tratta dell'ente nella sua essenza e nelle tre forme in cui è l'essenza dell'ente, la forma ideale, la forma reale, e la forma morale." in Tommaseo-Bellini, p. 256, alla voce "Ontologia"] all'ente concreto (cioè dall'ontologico all'ontico; dalla realtà in sé, alla realtà qual si manifesta empiricamente; dall'essenza all'esistente), dal sensibile all'intelligibile. In breve, benemerita Signora, Dante, mutuando dal

Cristo il linguaggio figurato, si propose di perpetuarne l'apostolato morale, e dire il vero

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agli uomini in modo conforme alla loro natura, senza artifici concettuali, astrazioni oscure (difficili da intendere e interpretare), artifici retorici (ridondanze letterarie), fumose ampollosità, sostenendo sempre l'idea per mezzo del fatto, per mezzo dell'esempio, mediante il quale soltanto la scienza si può rendere fruttuosamente popolana (nel senso del divulgare rendendola facilmente accessibile al popolo). Ma quale giovamento ha prodotto questa grande, originale opera letteraria, e questo grande maestro dell'umanità col suo esempio nei cinque secoli in cui hanno idealmente fatto legge (avuto cioè autorità di legge)? Lo stesso che ha prodotto il vangelo, che non è stato spiegato e non è stato capito, in quanto ha riguardato esclusivamente la dottrina canonica; - quello stesso che produsse poi Petrarca, protestante ante litteram, che per primo protestò contro la dittatura della scolastica sul pensiero, e che per primo conferì carattere spirituale all'amore pagano (aperto ai piaceri terreni); - quello stesso che produsse il sapiente Galileo, che mirava incessantemente alla natura delle cose servendosi di una logica sperimentale, orientata appunto a verificare sperimentalmente la verità dei principi e delle ipotesi; - quello stesso che produsse l'illustre Mamiani (Terenzio Mamiani della Rovere (conte), Dell'ontologia e del metodo. - Nota di Terenzio Mamiani, Parigi 1841. Digitalizzato Google.) allorché approvò e lodò questo metodo; - quello stesso infine prodotto dai grandi princìpi, presentati come una panacea, un rimedio universale; ma che non sono stati capaci di risolvere i problemi dell'umanità, alla quale anzi hanno imposto nuovi obblighi morali che si assolvono con lo sterminio delle guerre, di cui l'anima gentile (capace cioè di sentimenti nobili, elevati) del Borghi scrisse con dolore in questi sentiti versi: Quando sarà che vincasi Sì barbaro costume? Per mezzo Europa scorrere Veggo di sangue un fiume; Veggo chi muor, chi langue, Ma germogliar dal sangue Non veggo la virtù. (Quando è che si vincerà un costume così barbaro? Vedo scorrere per mezza Europa un fiume di sangue, chi muore e chi si avvilisce; ma non vedo dal sangue germogliare la virtù.) [La notte, in Inni di Giuseppe Borghi, Firenze 1831. p. 117. - Digitalizzato Google. // "Giuseppe Borghi - Letterato (Bibbiena 1790 Roma 1847); amico del Vieusseux e collaboratore dell'Antologia, autore di commenti a Dante e Petrarca, compose (1829-1831) ventuno Ini sacri nei quali - come nella traduzione da Pindaro (1824) - si rivela abile e talora armonioso artefice, ma lontano da vera commozione poetica." (Enciclopedia on line)]

È ormai nota a tutti e a ciascuno, la storia del nostro secolo. Nessuno ignora gli sforzi, i gemiti, le lacrime, i sacrifici che si sono fatti per sostituire agli antichi ordinamenti le nuove riforme sociali. Dall'assolutismo all'anarchia si sono provati tutti i sistemi intermedi; ma il rimedio è stato peggiore del male, perché sono sempre mancati coloro che dovevano difendere, tutelare, proteggere realmente i principi metafisici, fondanti, basilari, essenziali dei veri sistemi; e mancheranno pure fino a che un'educazione distorta occulterà la scienza e ostacolerà l'acquisizione dei criteri (cioè delle norme per discernere e giudicare; e sul piano morale, delle regole generali di distinzione del bene e del male) ai quali è fermamente e perennemente connesso il benessere sociale delle comunità. E come avrebbe potuto, l'insegnamento di Dante, produrre effetti significativi, se noi italiani, fatta eccezione per alcuni (pochi), ci siamo rivolti a lui solo per turbarne la pace, la sepolcrale quiete? E se non abbiamo fatto altro che rendere inefficace la sua grandezza intellettuale, riducendolo in brandelli con interpretazioni improprie, e trasgredendo i suoi principi col cedere sistematicamente allo straniero che ci teneva soggiogati politicamente e socialmente (con mancanza di sovranità, di libertà, d'indipendenza)? Quale padre di famiglia ha cercato, nell'atto del battesimo, di imporre il caro nome di

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Dante ai suoi figli? Quale città italiana, oltre Firenze, ha eretto un monumento a sua celebrazione come segno d'ispirazione per i posteri, in quanto eroe e pensatore che arrischiò la vita e sopportò le miserie dell'esilio per amor di patria? Quale filosofo non ha composto versi, come ben diceva Gioberti, traendo appunto da Dante quel linguaggio così incisivo, laconico, marcato, che i concetti si incarnano senza alcuna difficoltà nella coscienza altrui? Vero è che forse i sapienti potrebbero giustificarsi dicendo che questa tardività (più semplicemente, ritardo) per quanto concerne lo sviluppo di un'idea, deve sempre accadere perché i tempi dei principi sono i secoli, specialmente quando, espressi in forma categorica, si mantengono nell'idealismo, nell'essere ideale astratto dalla realtà, senza concretarsi in veste sensibile, indispensabile per convincere le masse popolari a praticarli (a metterli in pratica, attuarli, osservarli). Il genio insorge, e certamente parla, ma i suoi pensieri, per quanto gravi possano essere e per quanta lungimirante intelligenza della realtà possano offrire alle persone di grande cultura (e ricchezza intellettuale), assai lentamente si trasferiscono nella vita reale perché o vi si oppone l'ignoranza delle menti o vi fa ostacolo la corruzione dei costumi. In entrambi i casi, occorre lavorare indefessamente e attendere la stagione della loro maturità. Ora, come nell'ordine naturale opera vanamente l'agricoltore che volesse affrettare (rendere più veloce, accelerare) la fecondazione dei semi, parimenti opera il filosofo che aspirasse a popolarizzare subito le sue opinioni, elevando la mente dell'uomo comune alla comprensione dei suoi principi, accennati in modo oscuro e non adeguatamente e sensibilmente espressi con fatti ed esempi. Così certamente direbbero i filosofi! Ma per quanto si cerchi in qualunque modo di discolparsi, giammai si potrà riparare agli errori della rimbecillita generazione. In essa si rivela l'inerzia spirituale, estremamente dannosa e sterile, di cinque secoli. Eppure Dante lo aveva già detto implicitamente che: le tante leggi contenute nel suo libro, le aveva scoperte indagando su sé stesso; e chi avesse fatto altrettanto, similarmente le avrebbe scoperte in sé, nella sua stessa essenza. Cosicché, la scienza, volendo pervicacemente rimanere nell'astrattismo, non ha all'atto pratico apportato tanto bene quanto avrebbe dovuto. Perciò, mostrando che la scienza si poteva acquisire agevolmente, da un lato si sarebbe acquistata la consapevolezza che si può raggiungere con facilità il vero cui il nostro spirito incessantemente anela; dall'altro si sarebbe lusingato l'amor proprio di tutti e di ciascuno, sì da indurli a scendere speditamente sul terreno fertile della scoperta. E come conseguenza di questi due vantaggi, l'umanità, confidando in un numero crescente di pensatori, e pensatrici, avrebbe affrettato, cioè edificato più in fretta, in minor tempo, il suo avvenire.

2.VII. LE ARTI E LA GENESI DEL PENSIERO (p. 98) Per la qual cosa, da quanto sopra detto si può arguire che, perché si abbia effettivamente un linguaggio scientifico che possa essere compreso da tutti, si deve parlare chiaro, usando cioè un linguaggio comprensibile, calcando le orme di Dante, mediante l'ausilio dei fatti concreti (di ciò che è empiricamente individuabile o individuato); e si deve altresì insegnare praticamente agli uomini che tutti gli intelletti illuminati, per mettere in luce, per scoprire la verità, si sono avvalsi della riflessione. Infatti, volendo sempre più chiarire questo mio pensiero, aggiungo solo questo, che è sufficiente ricordare l'origine e lo scopo delle arti belle. Le arti, dall'uomo, a che furono finalizzate? Certamente a far comprendere il vero attraverso le forme in rilievo del bello, perché in fondo il bello non è che il vero rivestito d'immagini. Dunque la necessità di questo mezzo esplicativo (illustrativo, chiarificatore) dello spirito umano, nasce dalla stessa natura dell'uomo composta di anima e corpo, e quindi di facoltà sen-

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sitive (le capacità di sentire attraverso i sensi) e facoltà intellettive (di intendere e di pensare). E poiché i luminari della fisiologia e della psicologia hanno dimostrato che nell'uomo il corpo preesiste allo spirito, e che il sensibile, per quanto concerne il finito (l'ordine finito del reale, l'ordine naturale delle cose terrene), precede l'intelligibile, giammai l'uomo può cogliere nella loro integrità e chiarezza idee e concetti astratti se questi non vengono opportunamente esemplificati (spiegati, chiariti servendosi di esempi), riducendo nuovamente l'intelligibile al sensibile da cui essi hanno origine. Questa considerazione, rispettosa del processo naturale delle cose, spinse l'umanità primigenia, risalente cioè ai tempi più remoti, a creare le arti, i miti, le favole, i templi, gli altari, le immagini, i sacrifici, i monumenti e tutte le realtà concrete nelle quali l'intelligibile vien tradotto, riaccostando così l'intelletto alla contemplazione della natura, ossia alla riflessione sui fatti concreti. Ma, Signora, qual beneficio se ne è in realtà ricavato? Per la totalità delle persone normali, pochissimo bene; immensa gloria invece per i privilegiati, vale a dire per le menti superiori che la seppero usare con efficacia e sistematicità per il proprio tornaconto e per lo sviluppo del proprio ingegno verso forme più elevate e più complesse. Ora, se questa determinazione dello spirito ha fruttato una fama immortale a un numero così elevato di uomini illustri, chissà quanto utile ne deriverà poi quando diventerà principio educativo essenziale per la formazione - soprattutto spirituale - di tutte le classi sociali? Dunque, il mezzo più agevole di cui le madri devono servirsi per far crescere e progredire nei figli i germi ideali (appartenenti o propri dell'idea, intesa come entità essenzialmente mentale e spirituale), è la riflessione. Solo tramite la riflessione si perviene in modo scientifico a formule certe e universali, perché semplici e non complicate; e per di più, per spiegare l'ordine e la regolarità della natura, non si utilizzano che pochi elementi. Perciò la madre, in una nuova metodica, quale scienza-arte dell'insegnare (: la didattica), deve stabilire come suoi dati abituali quelli di fine-mezzo e causa-effetto. Così l'uomo, grazie a questi principi fondamentali e a pochi altri ontologici - es.: sostanza-accidente, materia-forma, essere-divenire, sensibileintelligibile, essere-essenza-concetto, cosa in sé-fenomeno ecc. -, cesserà di vivere in un mondo che è antireligioso perché antiscientifico, e antiscientifico perché irriflessivo. L'uomo non può disconoscere (non voler riconoscere) Dio, né può perderlo; ma riflettendo sulla concreta realtà dell'universo, Lo vedrà sempre a sé presente, Gli starà quasi di fronte e Lo adorerà nel modo dovuto. Non solo quelli che si danno all'attività intellettuale, ma tutti, senza distinzione di arte professata, sono abili a scoprire il vero, perché, come già detto, l'essere, il vero e la scienza sono dappertutto, in ogni cosa. Ora, applicando estensivamente (in senso lato) il concetto, se la madre, per mezzo della riflessione, può essere abilitata a conoscere le leggi della propria natura, perché non potrebbe poi, senza difficoltà, trasmettere questa preziosa abitudine ai figli? Io non dico già (con valore puramente rafforzativo) che ella debba incominciare dacché nasce il bambino. Nell'essere umano, il periodo che dà inizio alla vita si contraddistingue per la caratteristica della debolezza. La capacità di muoversi da sé, si riduce a pochi atti automatici e al fenomeno del pianto cui il piccolo ricorre istintivamente per la soddisfazione dei suoi bisogni. L'anima, obbligata all'immobilità perché priva dei servigi dei sensi, imprescindibili per aprirsi al mondo esterno, lo rende solo conscio della propria esistenza. In pratica, nel toccare il proprio corpo e gli oggetti, egli rivela non già il suo determinarsi a percepirli tattilmente, ma solo il suo sentire di essere, di esistere. Di conseguenza, il sentimento di sé che appunto acquisisce quando è nella culla (nel corso cioè della prima età), si configura per lui come un istmo che deve metterlo in comunicazione con un nuovo mondo, il mondo della realtà. Ogni giorno che passa, segna per il neonato una conquista nel campo (di battaglia) della vita, e a misura che si consolidano in lui le forze bio-fisiche, a misura che i sensi si rischiarano, si fortificano e ampliano l'orizzonte percettivo, così egli si viene man mano familia-

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rizzando con gli elementi del mondo esterno, e le categorie di spazio e tempo che devono informare la sua attività, gli sovvengono (vengono in mente) per sostanziarsi (diventare sostanziali, acquistare sostanza, fondamento) nella duplice sfera, appunto spazio-temporale, dell'essere. Quindi, dal sentimento (coscienza) esclusivo (particolare, speciale, unico, tipico) della propria esistenza, egli passa a quello del mondo esterno con le relative modificazioni e trasformazioni, al quale i sensi lo assoggettano per il tramite della percezione. Ecco il periodo in cui comincia a sentire la necessità dell'idea, e la madre gliela deve procurare, rilevandola con la riflessione da ciò che più muove (desta, risveglia, sollecita, stuzzica) la sua curiosità infantile. L'infante è come la carta bianca, come la tavoletta incerata usata nell'antichità per scrivere, e sulla quale si trovano le prime parole o i primi segni che vi stampiamo, come una casa vuota che deve essere corredata di suppellettili. Per la qual cosa, la madre, persuasa per esperienza diretta che tutto l'ideale che gli è necessario, il figlio deve ricavarlo dal di fuori, dalla realtà esterna cioè, curerà che il figlio concentri l'attenzione sulle conoscenze del mondo esterno, omogenee e organiche alla natura del proprio essere. Quando dovrà rilevare l'ombra (il segno distintivo, l'impressione), l'immagine, l'idea di un fatto concreto, con lo sguardo fisso e intento - cioè fissandolo negli occhi - richiamerà la sua attenzione sull'oggetto medesimo, del quale renderà noti: la sostanza, la forma, il fine, la causa, i rapporti con sé (il suo mondo interiore) e con l'altro da sé (la realtà esterna). Quando poi deve comunicargli l'immagine dell'oggetto concreto sotto forma di nome, o deve ricorrere all'etimologia del nome esplicativa (che serve a spiegare) dell'idea o deve avere presente l'oggetto stesso da cui (tale nome) fu rilevato, per mostrargli la provenienza di quell'astratto, sviluppando sia la connessione cosa-nome sia quella inversa nome-cosa. Però, a rigor di logica, si deve assolutamente porre come scopo primario dell'istruzione la conoscenza di sé stesso, e le madri, su questo conoscimento (il conoscersi e il suo risultato), devono orientare la riflessione dei fanciulli, perché il sentimento del proprio essere è un sentimento spontaneo, preliminare, che introduce e precede tutti gli altri: è il terreno su cui egli deve fare i primi passi per andare verso la meta designata. L'operare altrimenti è come contraddire il senso più profondo e autentico della propria natura o, che è lo stesso, erigere un edificio senza le fondamenta, trascurando una conoscenza della quale tutte le altre sono succedanee, a essa relative, e subordinate. Cosa si direbbe di chi immaginasse di fare un viaggio da Napoli a Malta senza toccare le acque del porto da cui deve muoversi, senza il contatto con ciò che gli è più immediato? E a fortiori cosa si dovrebbe dire di chi si desse ad acquisire conoscenze estrinseche e lontane, omettendo ciò che gli è intrinseco e vicino? Quando l'uomo non conosce sé stesso, la macchina umana (vale a dire l'organismo umano nel complesso dei suoi organi e relative funzioni) è per lui come quella di un orologio che capitasse per la prima volta tra le mani di un Cafiro [appartenente ai Cafiri, gruppo di tribù indoiranica dell'Afghanistan orientale] o di un Papuano [appartenente ai Papua, popolazione della Nuova Guinea, delle isole Bismarck e Salomone, situate nell'Oceano Pacifico]. Questi selvaggi, questi barbari di certo rimarrebbero meravigliati del luccichio del metallo, e di certo lo amerebbero in modo manifesto; ma non conoscendone l'uso, o lo lascerebbero arrugginire o si trastullerebbero con esso a capriccio sino a romperne in pezzi le ruote o a distruggerne il congegno. Così, nello stesso modo, chi vive nell'ignoranza di sé, non conosce il proprio corpo e non ne comprende la struttura e le funzioni: ama cioè sé stesso in modo superficiale, unicamente per i piaceri dei sensi (il piacere e il diletto sensuale), o meglio, per l'apprestamento delle voluttà dei sensi; e, invece di volgere le sue facoltà al proprio perfezionamento, senza igiene morale e fisica si lascia arrugginire nel sudiciume e nella corruzione; e, non attivandosi, come per natura dovrebbe, si rovina nel suo tempo migliore. Credo che tale modo retrivo di agire, sia stato la causa efficiente (effettiva, agente) di tutto il male che l'umanità intera deplora, perché l'uomo, ignaro delle sue prerogative, non ha saputo valutare le specifiche condizioni di congruenza o incongruenza (di attinenza o ripugnanza); e si è dato alla cieca (senza riflettere) e a salti (in modo discontinuo e irregolare) a opere antitetiche alla sua

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stessa natura, nel profondo (cioè nella parte più intima e segreta) della quale, lungi dal rintracciare (rinvenire dopo un'indagine minuziosa) il bene, non ha scorto altro che perdizione e corruzione. Basta dunque con le vecchie abitudini che non prendevano in considerazione l'uomo! basta con i falsi concetti che gli oscurano l'intelletto, la mente, l'anima, ispirandogli grettezza e fanatismo!

2.VIII. NOSCE TE IPSUM (p. 105) Alimentino, le madri, lo spirito dei lori figli con le idee precise della natura che li dota di vita, e delle condizioni intellettuali (concernenti cioè l'intelletto e la sua attività) che li nobilitano {27}. Sia per essi, qual primo pensiero, la conoscenza di sé stessi! Che importanza ha, Signora, il conoscere sé stessi? Ha certamente importanza l'aver studiato l'uomo - l'essere umano - sia dal punto di vista fisico che morale, sia dal punto di vista fisiologico che psicologico; tanto nelle forme e nell'espressione fenomenica (espressione che è relativa al fenomeno, a ciò che appare all'esperienza sensibile, a ciò che si presenta come dato immediato del reale, a ciò che è conoscibile nell'esperienza, e attraverso i sensi) dell'organismo, quanto nella forma e nell'espressione ideale (espressione che appartiene o è propria dell'idea, intesa come entità essenzialmente mentale e spirituale contrapposta alla realtà esterna) dello spirito. Per assolvere questo compito finora ritenuto quasi impossibile o trattato in modo superficiale, non occorrono grandi sforzi, è sufficiente osservare e seguire il modo di procedere proprio della natura; e non necessita altro libro che l'uomo stesso unitamente alla riflessione sui fatti (atti, azioni, opere) che si compiono giornalmente. E poiché, come già rilevato, nel periodo successivo alla nascita la mente è vuota, priva di idee, e davanti c'è solo l'organismo, occorre prima di ogni altra cosa volgere il pensiero (l'attenzione) del fanciullo a questo concreto, additandogli, nel modo che se ne renda agevole l'apprendimento, non solo le parti, ma anche le funzioni e gli scopi cui esse sono deputate. Per far ciò utilmente, con profitto, è anche necessario che ella non si irrigidisca (cristallizzi, fissi, immobilizzi) sugli astratti tecnicismi (termini specialistici, locuzioni tecniche) di anatomia, chimica e fisiologia che s'insegnano nelle scuole; ma piuttosto che passi subito all'applicazione di quelle idee ai fatti, o dai fatti medesimi risalire alle idee, poiché questo è il cammino regolare attraverso il quale si può sviluppare la facoltà di pensare e accrescere il patrimonio intellettuale (di conoscenze, ragionamenti, ecc.) {28}. Le proverbiali mille volte che ho provato questo metodo, ho gongolato di gioia nel vedere i fanciulli, ancora balbettanti, attratti dall'ardente desiderio che fosse scolpita nella loro mente vergine l'immagine delle cose; e ancor più intensamente e profondamente mi sono rafforzato nella convinzione che, poiché i giudizi traggono la loro forza dal moto istintivo dell'intelletto (per il cui tramite sono formulati), l'uomo tenda istintivamente a conoscere la vera natura degli oggetti, che sono l'obiettivo (meta, fine) delle sue facoltà di pensare. Pertanto, se si vuole che il fanciullo abbia cognizione (e consapevolezza) del proprio corpo, è sufficiente imboccarlo in modo ordinato, con pacata dolcezza e soavità, mettendogli cioè in bocca il nome delle sue speciali membra, indagando il fine cui sono deputate, affinché se ne formi un'idea completa che lo illumini tutte le volte che avrà bisogno di riconoscere la tale o la tal'altra identità di organi e funzioni (ossia il complesso dei caratteri che ne determinano la specificità, distinguendoli da tutti gli altri e rendendone possibile il riconoscimento). Compiuto questo lavoro sull'esterno che, in quanto più sensibile e più noto, deve costituire il primo momento dell'istruzione, si passa alle celate funzioni degli organi interni, ai cui caratteri tipici, fondamentali, essenziali, occorre conferire evidenza e rilevo, perché il fanciullo possa essere in grado di esprimere un giudizio sui fenomeni a essi inerenti. Quindi, in questa maniera, si è certi di condurlo a poco a poco alla piena cognizione

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del proprio essere organico, e di poterlo abilitare all'esame dello spirito, che nell'ordine delle cose ha più elevato valore. Fatto questo, dopo che la mente comincia a esplicare (svolgere, esercitare, realizzare concretamente) la sua attività conoscitiva sul concreto essere organico, le si può agevolmente dare un compito superiore e dirigerla allo studio delle facoltà dell'anima [Vd. Tommaseo-Bellini, "22. Facoltà dell'anima, l'intendere e il volere. O: intelletto, memoria, immaginazione. O: facoltà sensitiva e intellettiva. O: facoltà di istinto o di riflessione. O: facoltà attive e passive (tuttochè quest'ultima denominazione sia impropria)], le quali si possono rendere

più o meno visibili a seconda che l'astratto delle loro definizioni entri più o meno in rapporto con il sensibile della vita reale (realtà concreta, enti e oggetti concreti), cioè con tutto ciò che è empiricamente esperibile attraverso i sensi. Quando il fanciullo osserva concretamente che tutto ciò che egli fa, è l'effetto del conoscere e del volere, dell'intelligenza e della volontà; quando si abitua a riflettere sul fatto che ogni movimento o atto del suo essere è preordinato da un giudizio {29}, pur non volendolo, diventerà conoscitore delle leggi del proprio essere, diventerà cioè filosofo: non già di quelli che rapiscono alla natura il fuoco sacro per collocarlo tra le nubi, ma di quelli che lo mantengono acceso sull'altare della vita reale per accrescere il bene dell'umanità: fuor di metafora, non già di quelli che, scoperte le leggi della natura, le rendono astratte e inapprendibile per i più, bensì di quelli che le incarnano di nuovo nella concreta realtà al fine di renderle produttive di bene per la totalità degli esseri umani. Ogni uomo è dotato di mezzi idonei per perseguire tale finalità e, qualora giunga a trovare la via o il metodo per mantenere costante il flusso e riflusso (nel senso di movimento dal basso verso l'alto e viceversa) tra l'astratto e il concreto, tra l'idea e il fatto, è certo che la potrà conseguire. Perciò, o le verità sono scoperte da altri e, mettendole di nuovo a confronto con il concreto (con il contenuto dell'esperienza reale, oggettiva, determinata), si rettificano, si rafforzano, si confermano; o non lo sono, e allora spetta a noi la singolare gioia di scoprirle. Perciò se il fanciullo, acquistandone l'abito, si applicherà con fermezza e diligenza alla riflessione, in entrambi i casi arrecherà un beneficio allo spirito e al corpo: manterrà tra questi quell'unità e armonia cui è diretto dalle leggi eterne per conseguire il bene tanto desiderato, ma non raggiunto, né raggiungibile finché perdurano le false educazioni.

2.IX. LA LINGUA PATRIA (p. 109) Acquistata in tal modo la speciale, limpida cognizione di sé, si presenta altresì il fenomeno del linguaggio che rivela nell'uomo il bisogno della socialità. Dante, il sommo apostolo (che diffonde e sostiene con fervore religioso una dottrina, un'idea, una causa ideale) dell'incivilimento dei popoli ispirato all'insegnamento di Cristo, ne esprime così solennemente l'importanza: Opera naturale è ch'uom favella, Ma così o così, natura lascia Poi fare a voi secondo che v'abbella. [La Divina Commedia di Dante Alighieri, col comento di G. Biagioli, Tomo Terzo, Parigi, 1819 - PARADISO, CANTO XXVI, vv. 130-133: "130-132. Nota. - Ch'uom favella; intende del favellare composto di suoni artifiziali e arbitrarj. Ma così o così; ma ch'egli favelli così o così, cioè in questa o in quella forma; e ciò per riguardo alle disformità dei suoni, ec. Secondo che v'abbella; secondo che vi par bello, e però vi piace; vi diletta; essendo il piacere immediato effetto di ciò che par bello. Abelir, nel provenz. onde scende il nostro, vale quanto il franc. plaire, être agréable." Digitalizzato Google. // La Divina Commedia di Dante Alighieri, con note tratte dai migliori commenti per cura di Eugenio Camerini, Milano, 1886. "Opera naturale, ecc., che l'uomo favelli questa è opera et officio di natura, cioè che s'ha dalla natura; ma a questo modo o a questo altro la natura lascia in libertà e arbitrio. V'abbella, vi piace."]

E perciò la lingua, questa imprescindibile condizione per vivere, si origina dalla natura stessa che la impone a causa della debolezza e incapacità dell'essere finito di provvedersi, da sé solo, dei mezzi di sussistenza. Quindi se gli uomini fin dalla nascita sono sollecitati da tale tendenza, da tale disposizione naturale, allora è necessario che sin dalla nascita snodino la lingua (cioè che inizino a parlare, spec. con facilità e abbondanza) e che scambino vicendevolmente con i loro simili gli enunciati (le proposizioni, le affermazioni, le sentenze, i giudizi ecc.) del sentire (sfera affettiva

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o etica dell'animo) e del pensare (sfera dell'attività del pensiero, della capacità d'intendere), perché si procaccino,

l'un l'altro, forza e sostegno per vivere e svilupparsi. Ritengo che la qualità distintiva, la caratteristica specifica del linguaggio in genere, sia non solo espressione dell'intima natura (cioè del complesso delle qualità, tendenze, disposizioni che si considerano innate, preesistenti all'educazione) degli uomini, ma anche della totalità delle cose, perché, quantunque non si riscontrino nei loro segni e nelle loro voci le ritmiche composizioni del linguaggio umano, tuttavia le modalità di espressione si attagliano (si adattano, si confanno) perfettamente allo scopo del linguaggio: - i legami di coesione nei minerali; - i fenomeni dei vegetali [quali, per esempio, quelli: "che si rapportano a tutto ciò che appartiene alla vita, ed alla morte dei vegetabili, ch'è il soggetto della chimica vegetabile. Questi fenomeni abbracciano la germinazione, l'influenza dei terreni diversi, gli ingrassi, la fogliazione, la formazione del legno, la caduta delle foglie, la sfogliazione, la fiorizzazione, la fecondazione, la maturazione dei frutti e delle sementi, la nutrizione delle piante, l'ascensione del succo, l'influenza dell'aria, dell'acqua, del calore, del sole, dell'ombra, delle atmosfere variate sulla vegetazione, la natura del gas che esalano i vegetabili, la composizione dei loro succhi comuni e proprj, dei differenti loro materiali; le alterazioni naturali di questi succhi, i loro cangiamenti, ed i loro passaggi successivi, la distruzione dei vegetabili morti nell'acqua, nell'aria, nella terra, la formazione dei bitumi, delle torbe, dei terricci, ed in generale tutto ciò che può rischiarare la fisica vegetabile." - pp. 285-286, in Fondamenti della Scienza Chimico-Fisica Applicati alla formazione de' corpi ed ai Fenomeni della Natura. Opera di VINCENZO DANDOLO, Sesta Edizione, Volume Primo. In Venezia 1802, Digitalizzato Google.] che corri-

spondono a una certa, indubitata, reale manifestazione della loro propria natura; - i segni vocali e automatici dei bruti (animali, bestie) che l'uomo, stante la sua imperfezione e limitatezza, non riesce a intendere se non poco o nulla. Per me, Signora, tutto ciò che esiste è parola; proprio per questo ritengo fermamente che in essa sia riposto il grande segreto ideale della natura umana, cioè dell'essenza dell'umanità, come causa originaria, o meglio, come causa e genesi della vita del mondo. La lingua dunque ha tanta importanza quanta gliene annettono le varie famiglie umane, le quali trovano in essa l'anello di congiunzione che avvicina i membri (li accomuna, e li fa sentire più simili creando un rapporto più stretto) e fonda la loro unità sul principio dell'origine comune. Tralasciando il linguaggio muto e simbolico delle cose che possiamo intendere (capire, comprendere) solo rapportandolo al fine cui le cose sono destinate; e volendo limitarci esclusivamente al linguaggio che mette in comunicazione gli esseri razionali fra loro, dobbiamo calcolare in tutto il mondo circa 2000 lingue e 5000 dialetti. Si precisa incidentalmente che insieme a questo segno inequivocabile delle prime origini e alleanze dei popoli, l'etnografia ha fornito alla scienza un metodo sicuro per scoprire la rimarchevole varietà del sentire e del pensare di ciascuno. Sicché lo si è reso il più valido ed efficace titolo per annodare relazioni e anche come sostegno per affermare il principio di nazionalità (il diritto politico in base al quale nell'Ottocento una nazione poteva formare uno stato indipendente entro i suoi confini territoriali / il principio per il quale ogni nazione, in quanto fondata su radici etniche, lingua, tradizione e storia comuni, dovrebbe essere costituita in uno stato politico indipendente e sovrano), che si

reclama da tutti quelli che vogliono perseguire, e conseguire, il benessere sociale in modo autonomo: praticamente da tutti quelli che sin dalla nascita si aprono alla vita sociale, al rapporto con gli altri e allo scambio di idee, affetti e sentimenti. L'Europa, senza dire delle altre parti del globo, annovera le lingue greche, germaniche, latine, albanesi, lettiche (della "gran nazione lettica, che comprendeva i Prussi, i Lituani, i Curi, i Livoni ecc.", in Il Politecnico, repertorio mensile di Studj Applicati ..., Volume IV., Milano, 1841, p. 589. Vd. anche De Gruyter, Wolfgang Schweickard (Ed.) Deonomasticon Italicum (DI), Volume II: Derivati da nomi geografici (F-L) - Digitalizzato Google), scandinave e slave,

aventi con il sanscrito dell'India l'origine comune, che formano la cosiddetta famiglia delle lingue indoeuropee di cui fa parte anche la lingua zenda [Vd. Rivista Europea, Nuova serie del Ricoglitore Italiano e Straniero, Anno I, parte III., Milano 1838, pp. 457-459] di Persia, antica lingua iranica, la meno corrotta e la meno distante dalla comune origine. La lingua latina che nacque dalla fusione dell'etrusco, del sabino, dell'osco e più tardi del greco, non appena i romani, qual spirito guerriero, la imposero ai popoli conquistati, divenne lingua comune per la maggior parte di essi; ma, seguendo le stesse sorti del popolo romano: - inizialmente, nell'età della giovinezza (appunto del popolo romano), fu vigorosa e incisiva;

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- successivamente, nell'età della corruzione dei costumi, degenerò, perse vigore e forza; - infine, nell'età del declino e della caduta, decadde. E con la sua decadenza, diede origine: allo spagnolo o al castigliano in Spagna; al francese, al provenzale e all'occitanico (lingua d'Oc) nelle Gallie, in Belgio, in Svizzera, in Catalogna, ad Alghero (Sardegna), a Valenza, nelle isole Baleari; al portoghese in Portogallo; alle lingue romanze (neolatine), alla lingua scetica (?) [Probabilmente è la lingua retica, cioè della Rezia o dei Reti, antica popolazione stanziata in età romana nelle Alpi Centrali. Cfr. Wolfgang Schweickard, Deonomasticon Italicum, Volume IV. Derivati da nomi geografici: R-Z., De Gruyter 2013: “148 lingua retica f. <<dialetto romancio del cantone dei Grigioni>> - idioma retico m. ‘id.’ (1864, Zuccagni Orlandini Raccolta 93. <<L’idioma ‘retico’ è volgarmente detto dai Grigioni ‘romencio’, ma dividesi in due dialetti principali, l’uno dei quali è chiamato dal P. De Specha ‘romano’, e l’altro ‘ladino’). Relativamente alla voce "scetica", ecco cosa mi scrive il Sig. Boris Anelli della REDACZIUN CENTRALA HLS Historisches Lexikon der Scweiz HLS - Hirschengraben 11 Postfach CH-3001 Bern info@dhs.ch: "Personalmente ritengo che "scetica" sia un errore di scrittura o di interpretazione per "retica", come da lei supposto a p. 54 del testo che ci ha trasmesso. Non appena nella sua mail ha citato l'Engadina e, più in generale, i Grigioni parlando di una lingua romana/ladina, l'assonanza di "scetica" con "retica" mi è subito balzata all'"orecchio". Per questo ritengo che la sua interpretazione sia corretta." Lunedì 28 Maggio 2018, ore 11.01], al romancio (lingua costituita dai dialetti ladini parlati nel cantone svizzero dei Grigioni), al ladino (gruppo di dialetti neolatini parlati nei Grigioni svizzeri, nelle valli dolomitiche e in Friuli), in Engadina (una valle della Svizzera meridionale) e nel Cantone svizzero dei Grigioni; al valacco negli Stati Danubiani [Premesso che il Danubio interessa il territorio di 9 Stati (Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Serbia, Romania, Bulgaria, Ucraina), alcuni però solo marginalmente, come la Slovacchia e la Bulgaria; e che Morelli collega la lingua valacca con gli Stati danubiani; a mio avviso, tali Stati non possono che essere quelli nei quali si parlava la lingua valacca: Cfr. Il Giovedì Lettura Pei Giovanetti compilato da Achille Mauri e Carlo Grolli, Volume Secondo N° 27 al 61, dal 5 Maggio al 29 Dicembre 1836, Milano. Lingua Valacca o Dacolatina. "La Valacca o Dacolatina, che si parla da' popoli romanici, più conosciuti sotto il nome di Valacchi, discendenti da' coloni romani della Dacia e della Tracia, misti agli Slavi e ad altre nazioni, è la più inculta fra quelle della famiglia a cui appartiene. Essa distinguesi in questi dialetti: il valacco proprio o romanico, parlato variamente in Valacchia, Moldavia, Bessarabia e ne' governi di Ekaterinoslaw e di Kersen in Russia; - il valacco ungherese, parlato in più contee d'Ungheria, in Transilvania e nella Bukowina; - il macedonevalacco, il quale è misto di parole greche, e si parla in Ungheria, ne' contorni di Pest; - il kutzovalacco, il quale si parla variamente nelle provincie ottomane al sud del Danubio, ed è misto di latino, di greco, di gotico, di slavo e di turco." p. 493 - Digitalizzato Google.]; e all'italiano in Italia. E l'italiano è quella lingua che giustifica e reclama il parentado

di 26 milioni di anime; e che ci consente, sin da quando nasciamo, di rapportarci con la vita ideale. Ragion per cui, perché la madre possa davvero dare inizio allo sviluppo intellettivo del figlio, è necessario che promuova lo studio della lingua patria, simultaneamente e unitamente alla prima condizione educativa di cui sopra. Non già lo studio della lingua goffa (grossolana, priva di finezza) e insulsa (banale, vacua, futile) che si parla per le strade del municipio, o di quella che si utilizza oggidì in casa, in famiglia, per i racconti che si fanno davanti al focolare; bensì di quella che è intesa da tutta la nazione come idonea forma del sentimento e del pensiero. Un tempo imperava il malvezzo d'istruire i fanciulli esclusivamente mediante le lingue morte o straniere. Indubbiamente questo produceva il grande svantaggio: - di renderne ostico e stucchevole (che viene presto a noia, che produce fastidio e stanchezza) lo studio, perché mancante del fattore motivazionale ad acquisire un bene prossimo; - di rendere il discente impotente ad allargare il proprio orizzonte culturale e relazionale cui tende con la mente e con il cuore; - di togliere, anzi rubare, gli anni più preziosi agli studi più severi che rendono più pregevole l'impero (cioè l'autorità di comando, piena e assoluta; il dominio, la signoria) dell'intelletto. Credo e spero che questo malvezzo sia già abbandonato, e che le madri educatrici, conformemente al sistema della riflessione, mettano tutto lo scrupolo possibile nell'imboccare i propri figli, nel mettere cioè loro in bocca il nome delle cose come deve essere detto e udito in questo bel paese e non già come detto e udito altrove, o nelle passate generazioni. Se siamo italiani, allora dobbiamo conversare con gli italiani e vivere italianamente (secondo il carattere, le abitudini, i costumi e la lingua degli italiani). Se è così, perché sottomettere (mettere in secondo piano, posporre) la necessità attuale di apprendere la lingua viva, intesa da tutti, al bisogno illusorio (ingannevole) di usanze e locuzioni forestiere, o alla falsa gloria di voler tornare a conversare esclusivamente con i morti padri nostri? Lo studio ex professo (con cognizione di causa, con competenza) del latino e del greco, come di qualsivoglia altra lingua che non sia la nostra, è da ritenersi necessario non per le persone comuni, ma solo ed esclusivamente per i dotti nella cui mente quell'antico venerando pen-

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siero, ormai cadavere, viene vivificato da un sentimento di riverenza quasi religiosa. Nociva è l'opinione pretesca (propria dei preti, conforme alla mentalità dei preti) dell'abate Gaume [Abbé Gaume, Jean-Joseph, nato a Fuans (Doubs) il 5 maggio 1802, morto il 10 novembre 1879. Prete cattolico, teologo e saggista francese], il quale voleva che il vangelo fosse divulgato in lingua latina da imporsi nelle scuole come studio di prima necessità. I nostri padri dovevano studiare il latino, perché lingua d'uso dei loro tempi e unico mezzo di comunicazione sociale; ma ora vi è un bisogno opposto. Noi sentiamo invece di dover usare la nostra lingua italiana vivente (attualmente parlata), come gli altri popoli la loro. Quindi, se intendiamo chiamare le generazioni a prendere parte alle salutari massime evangeliche, come possiamo conseguire ciò se tali massime si presentano sotto una veste che loro non conoscono, e di cui non sono in grado di vedere con chiarezza l'idea riposta (vale a dire il concetto, il significato essenziale che è alla base)? Se si vuol promuovere la salute delle menti e dei cuori sostituendo la pura educazione cristiana alla rediviva (tornata in vita) corruttrice scuola pagana, bisogna cominciare ad allontanare gli ostacoli che finora si sono frapposti, e il primo fra questi è la difficoltà naturale che lo studio della lingua latina assolutamente comporta. Senza dubbio si deve far ricorso alle lingue madri per investigare l'etimologia; e senza dubbio si deve tributare alle lingue madri quel rispetto che i posteri devono agli antenati; ma sempre senza dimenticare il giusto mezzo che in ogni specie di cose deve essere anteposto agli estremi contrari. Passando ora al modo di apprendere la lingua, mi corre l'obbligo di rivolgere l'attenzione allo scopo di questo studio, perché dallo scopo se ne può determinare più rettamente la ragione (il fondamento oggettivo e intelligibile) dei mezzi. Si domanderà dunque in modo elementare per quale fine si apprende la lingua. Di certo si risponderà: per acquisire il mezzo idoneo per comunicare agli altri le nostre idee. Quindi, se la lingua è nella parola e questa deve significare l'idea che ha in sé, allora non si può insegnare la parola al fanciullo in modo meccanico, alla maniera del cieco empirismo che non ne investiga né le origini né le finalità, ma si deve insegnare in modo scientifico, precisando appunto la provenienza e l'idea cui essa mira. Pochi, anzi pochissimi, hanno inteso questa verità accennata dal Vico nella sua Scienza nuova, e la maggior parte dei filologi ha trascurato lo studio dell'idea nella parola, la quale o è rimasta senza spiegazione o, trasnaturata (degenerata, mutata in peggio, o meglio, "fuor dell'uso naturale"), è stata d'intralcio alla determinazione del suo retto (giusto, esatto, conforme alla norma) significato {30}. Ragion per la quale la mente ha ingarbugliato (intricato, complicato) i suoi giudizi, e nonostante i molti stenti (le difficoltà e le fatiche che ha dovuto affrontare) e travagli (le sofferenze spirituali e i tormenti che ha dovuto patire) è affondata in un mare di fallacie. I lessicografi che avrebbero potuto districare le difficoltà cui si fa riferimento, si sono limitati solo a spiegare la parola dal punto di vista grammaticale, trascurando la parte ideale (l'dea, la parte sostanziale, il contenuto fondamentale) di cui si ha maggiore bisogno e senza la quale non si consegue quella utilità che una nazione si deve ripromettere, si deve augurare dallo studio della propria lingua. E ciò che più ci addolora, è il vedere una così grande ricchezza di voci perdute negli idiotismi (nelle locuzioni, espressioni o costruzioni linguistiche, proprie di una data lingua o di uno specifico dialetto, dotate di particolare espressività e difficilmente traducibili in modo letterale) dei nostri innumerevoli dialetti, senza che nessuno avesse anche ora manifestato un vivo impegno a raccoglierle e situarle fra le voci bellissime che formano (rappresentano, costituiscono) l'incantesimo, il fascino, l'incanto, il prestigio dell'idioma italiano. Deh! si lasci una buona volta questa negligenza peccaminosa che ci induce a mutuare (prendere da altri, quasi prendere in prestito) da oltremonte frasi e modi di dire che ci rendono stranieri in patria, e ci fanno sembrare poveri quando invece non lo siamo. A questo proposito, un'alta personalità francese, apprezzando più di noi la grandezza della nostra lingua, scriveva a un suo contemporaneo italiano: "Noi francesi dobbiamo dire quel che possiamo, voi potete dire tutto quello che volete". Perciò, se, per quel tanto che i nostri classici hanno scritto, è

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sembrato che noi possedessimo un'invidiabile ricchezza, allora non sembrerebbe ancor più ricco questo nostro soave idioma se alle parole di grande chiarezza ed eleganza formale raccolte nei lessici, si aggiungessero i modi di parlare belli ed eleganti, sparsi fra le plebi rozze e incolte, e che, essendo per lo più di conio latino e greco, sono legittimamente e assolutamente di nostra proprietà? Sì! lo possiamo dire: questo bene prezioso ci appartiene veramente, perché nient'altro legittima l'uso dei vocaboli quanto il fatto che derivino da queste lingue - né del resto possiamo comprendere a fondo le finalità pratiche della nostra lingua, se non scopriamo le radici dei vocaboli nel latino e nel greco -; ed anche perché, ripeto, entrambe le lingue per tale scopo sono assai utili: però non imparacchiandole (cioè imparandole poco o male, e svogliatamente) solamente come si è fatto nel passato, né applicandosi completamente allo studio della grammatica come chi dovesse parlarle e scriverle, bensì acquisendone unicamente la ragione etimologica, perché possa servire d'aiuto nel determinare il significato preciso delle parole. Leopardi, Giordani, Tommaseo {31} e tanti altri dotti ne poterono compiere l'intero studio, e ciò li ha resi degni della lode di tutti: ma, parlando schiettamente, con questo non hanno per nulla potenziato o migliorato la condizione della propria lingua. Di certo avrebbero reso il loro lavoro, assai coscienzioso e forte, di grande utilità per la nazione se avessero ricavato, nelle tante ore di veglia trascorse sui libri di latino e greco, il senso (il significato essenziale) riposto nel patrio idioma, non ancora scoperto né messo in luce, per arricchirne la scienza (e conoscenza). A tale riguardo, grande importanza riveste la proposta di Giovanni di Maio, valente ingegno, di annodare le lingue madri all'ebraica perché, come nel pensiero biblico si rinviene la chiave di lettura (cioè il modello interpretativo) del mutamento delle figure ideali nel corso dei secoli, così nell'originaria lingua ebraica che ne formò la veste (vale a dire l'espressione linguistica, la forma verbale) primitiva, dobbiamo investigare la radice che ci indica il fine di ciascuna parola, e quindi giungere a comprendere l'esatto significato delle cose, unificando le menti e i cuori come ai primordi della creazione {32}. Lasciando stare la questione dell'origine della lingua: se Adamo l'ebbe bell'e fatta o se, messo dalla riflessione in uno stato di lucidezza intellettuale (lucidità mentale), acquisì l'attitudine a formarsela additando (mostrando semplicemente, indicando) ogni cosa conformemente allo scopo che gli era già chiaro e presente; quel che è certo è naturalmente questo, che la prima coppia parlò una sola lingua che non solo mise lui e lei in rapporto con il mondo intero, ma servì anche ai posteri fino all'epoca della Confusione delle lingue, cioè della Torre di Babele [Bibbia, Genesi: 11, 1-9], quando gli uomini a causa della corruzione dei costumi divennero irriflessivi e con il loro linguaggio oscuro (difficilmente comprensibile, astruso) e inespressivo occultarono le leggi che erano ordinate all'umano benessere. Quindi, in relazione a questo specifico argomento, i sapienti dovrebbero tentare un grande concilio filologico - l'assemblea di tutti i filologi - per determinare le basi di tale importante lavoro, sciogliere in modo definitivo il nodo delle infruttuose discussioni e dare così all'umanità, dopo tanti travagli, la desiderata stabilità delle sue potenze dimenticate. Intanto, per cooperare da parte nostra alla buona riuscita di un'impresa siffatta, bisognerebbe che, non dico in ciascun municipio, ma almeno in ciascuna provincia, coloro che aspirano alla gloria delle lettere, curassero di raccogliere le voci di buona lega con cui compilare vocabolari secondo il principio dell'effettiva e chiara espressione della idea che il nostro tempo pretende di vedere rilevata, affinché la lingua possa raggiugere le sue nobili finalità e la filologia così concorrere al progresso della scienza {33}. Signora, se, grazie a una grande ripresa ("il ripigliar di nuovo a fare, il rimettersi alla 'mpresa" Vocabolario della Crusca) lessicografica, si realizzasse davvero un tale progetto, allora noi potremmo davvero vantarci di aver conquistato l'unità della lingua e con questa anche l'unità del pensiero che essa racchiude in sé, e quindi l'unità del fatto (cioè della concreta realtà) che spunta da siffatta

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unità della lingua e del pensiero. Solo così si potrebbe sostituire l'ignoranza con la scienza; la rozzezza del dialetto con la gentilezza del pretto (puro, genuino) idioma; la manifestazione sensibile (che cioè appare ai sensi) di una forma verbale brutta e disarmonica con le forme delicate che nobilitano sia l'attività intellettiva sia la coscienza morale dell'uomo. Il che, se si verificasse, stante l'istintiva aspirazione dello spirito a investigare le ragioni delle cose, accenderebbe d'entusiasmo gli adulti per l'apprendimento della propria lingua, e ancora più gioverebbe al bambino nella prima età, quando è allo stato naturale e non ancora peggiorato (reso peggiore) dai dettami (principi, norme, regole) dei falsi metodi. Quindi, la madre educatrice curerà che il figlio si abitui a riflettere sui fatti concreti e, una volta appreso il loro nome tecnico, curerà di portarlo piano piano alle radici etimologiche cui esso (nome) fa capo, e dalle quali si ricava l'intelligibile di quel nome (ciò che può essere compreso non coi sensi ma col solo intelletto), ponendo in evidenza nello stesso tempo - richiamando cioè la sua attenzione su - i rapporti della cosa che si vuol denotare (causalità, finalità, modalità, relazionalità, ecc.). E perciò, in questo modo si predisporrà il bambino in tenera età ad apprendere l'esatta etimologia dei vocaboli, ad acquisire cioè mentalmente l'idea precisa che questi devono esprimere, e, dopo una breve ininterrotta esercitazione, perverrà al pieno possesso di quel patrimonio razionale (complesso dei frutti della ragione), cui le vecchie scuole non sono mai giunte con il pedantesco insegnamento d'una intera vita. Però, insieme al cennato insegnamento che, per rendersi più proficuo, si deve impartire a viva voce, oralmente cioè, occorre - il che è agevole - far scomporre i vocaboli nei loro elementi costitutivi e con immagini scelte in funzione delle capacità di apprendimento del fanciullo fargli comprendere le leggi foniche, ritmiche, ortografiche, ortoepiche, fino a che non sia in grado di esaminare i giudizi formulati ed espressi tramite l'unione di due o più voci (giudizio: operazione logica che connette, affermativamente o negativamente, un soggetto con un predicato). In tal modo si procederà senza intoppi anche con la sintassi, applicando con continuità le regole spiegate o comprovate con abbondanti esempi tratti dai classici. Perciò, completata quest'ultima fase, si può dire di aver dato al fanciullo le vere, fondamentali, precise nozioni di cui egli ha bisogno per assumere a buon diritto il titolo di conoscitore della lingua patria {34}.

2.X. LA GEOGRAFIA (p. 121) Il fanciullo, altrettanto agevolmente, può riuscire ad avere cognizione del mondo esterno. Chi pone mente al modo di procedere della natura, al metodo ch'essa segue per fissare i rapporti delle cose, vede facilmente che anche in questo studio si debba partire dal noto all'ignoto, da ciò che è vicino a ciò che è lontano, dal molteplice all'uno. La geografia che riassume e comprende in sé le teorie di questa trattazione, e a cui deve ricorrere chi intende veramente possedere nozioni precise sulla struttura dell'universo, cioè del mondo: partizioni, produzioni, razze, posizioni, civilizzazione, credenze religiose, indole degli abitanti, clima e costume; la geografia, ripeto, è una disciplina antica [Vd. Eratostene (Cirene, c. 275 a.C. - Alessandria d'Egitto, c. 195 a.C.), Ipparco di Nicea (Nicea, 190 a.C. - Rodi, 120 a.C.), Pomponio Mela (geografo e scrittore romano del I secolo), Strabone (Amasea, ante 60 a.C. - Amasea (?), 23 d.C. circa), Marino di Tiro (seconda metà del I sec. d.C. - prima metà del II sec. d.C.) , Claudio Tolomeo (Pelusio, 100 circa - 175 circa), ecc.], notoriamente utile anche

alle persone non raffinate dall'educazione e dalla cultura, e disattente. Ma l'aver voluto battere una strada tortuosa, l'aver sempre fatto finta di non conoscere la strada maestra per la quale si doveva raggiungere lo scopo, ha fatto sì che i poveri discenti: - o ignari della sua importanza, ne hanno intrapreso lo studio in modo spensierato (con superficialità) sino a disprezzarla; - o vi si sono dedicati con disamore (disaffezione, indifferenza) e svogliatezza (negligenza, apatia, indolenza),

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tanto da risultare impreparati nel campo appunto della geografia anche dopo aver compiuto l'ordinario corso di studi. Infatti, il fanciullo, cosa avrebbe potuto apprendere quando gli si mostrava l'intero globo a lui sconosciuto, che non trovava riscontro (conferma) in alcun tipo di noto della sua mente, né poteva essere messo in rapporto con alcuno dei reali concreti che lo circondavano, per lui significativi? Come avrebbe potuto orientarsi in base alla culminazione di un astro (posizione che un astro assume rispetto a un osservatore quando passa per il meridiano del luogo di osservazione. Ad es.:, la latitudine si misura facilmente basandosi sull'altezza della Stella Polare sull'orizzonte. Tale misura si può ottenere anche facendo la media fra la culminazione superiore e la culminazione inferiore di una stella circumpolare, ecc.), quando non vi era stato preparato tramite l'analisi

minuziosa delle gradazioni interposte tra lui e l'universo? Anche le menti colte e perspicaci diventano impacciate quando, volendo acquisire cognizioni, procedono in un modo così irregolare. Le stesse, benché fornite di intelligenza non comune, benché favorite da una forza geniale che le abilita a penetrare nell'essenza delle cose fino all'elemento ultimo e indivisibile della realtà, a saper prevedere ciò che potrà accadere in futuro e quindi l'evoluzione degli avvenimenti, nondimeno devono sentire in questo percorso ideale l'opposizione di ostacoli che richiedono il raddoppiamento degli sforzi, una notevole capacità di sopportazione e soprattutto pazienza. Quindi, per fermare nella mente una serie sistematica di nozioni, spesso hanno dovuto impiegare la maggior parte del loro tempo, e forse anche l'intera loro vita, senza aver acquisito le verità per le quali si logorarono in prolungate veglie notturne. Se dunque per il genio che non si sente impacciato di fronte a ostacoli di spazio e di tempo, si è dovuto, a causa del metodo errato, ripetere la trita sentenza ars longa vita brevis ["Traduzione latina delle parole iniziali del primo degli Aforismi di Ippocrate (...), che allude in particolare all'arte della medicina; le cita Seneca nel De brevitate vitae (cap. 1: <<illa maximi medicorum exclamatio ...: vitam brevem esse, longam artem>>) con intento polemico, volendo asserire che la vita non sarebbe breve se non se ne disperdesse gran parte in inutili occupazioni. La frase si ripete talvolta (anche nella forma ars longa, vita brevis) per lamentare la brevità della vita rispetto ai compiti che si vorrebbero svolgere, o come esortazione a non perdere tempo". Treccani, on line], a fortiori la si dovrebbe ripetere poi, o Signora, per la

numerosa schiera delle persone dotate di capacità mentali assai modeste e che non si distinguono per alcun pregio o qualità particolare, se, persistendo nel vecchio sistema, volessero tutt'a un tratto muoversi a riflettere su un ideale, concepito dallo spirito e dall'intelletto, che non mette radici (o meglio, che non si radica) nel reale, cioè nel concreto che essi vedono e di cui hanno piena e sicura certezza! Quindi, per procedere con ordine, bisogna cominciare dall'individuo, passare poi, di grado in grado (un passo alla volta, a poco a poco), alla famiglia, al municipio, al circondario, al distretto, alla provincia, allo stato, alla nazione, alle parti del globo, fino all'universo; - e far comprendere che l'individuo è parte della famiglia, la famiglia parte di un popolo, un popolo parte di una nazione, una nazione parte dell'umanità; - e far acquisire con la stessa regola l'idea precisa dell'estensione territoriale, l'organizzazione municipale, le industrie, il commercio, il culto e quanto, in relazione agli argomenti predetti, può essere oggetto dell'esatta cognizione che si prevede di acquisire. Cosicché, procedendo in tal modo, similmente il discente comprenderà senza stento (senza problemi, facilmente) la complicata struttura dell'universo, l'obiettivo cui tendenzialmente mira la geografia. E in breve, con mirabile economia di lavoro, giungerà al pieno possesso della luce (della scienza) che lo eleverà intellettualmente e spiritualmente: proprio ciò cui egli si aspettava come scopo delle sue riflessioni (intellezioni, elucubrazioni).

2.XI. LA MORALE, LA RELIGIONE, IL DOVERE (p. 124) L'importanza poi che le generazioni hanno attribuito al costume dell'uomo (cioè alla morale, all'etica), alla coscienza del ben comportarsi verso sé stessi, verso Dio e verso i propri simili,

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ne fa agevolmente intravedere il fine ultimo; e lo stesso costume indica di per sé i mezzi da apprestarsi perché lo si possa conseguire. Tutta la condotta umana è contenuta nella sintetica idea racchiusa nella parola "costume", la quale, derivando da cum + sto, stas (?) [In realtà, dal lat. pop. *cons(ue)tumen, per il class. consuetudinem, acc. di consuetudo, -dinis. Cfr. il fr. custume, fine XI° sec. E altresì l'it. ant. costuma], indica che consiste nell'armonica unione della volontà con l'intelletto. L'intelletto, in quanto facoltà visiva, scopre il vero e lo presenta alla volontà come suo bene. La volontà, in quanto facoltà espansiva ("dalla gente che dicesi colta, usasi nel fig. a denotare uomo o anima che sinceramente e volentieri apre e comunica gli affetti propri" Tommaseo), tende a conseguire o a rifiutare detto bene.

Quindi, finché perdura l'accordo tra intelletto e volontà, le azioni morali saranno sempre conformi alla legge eterna. Quando invece quell'accordo non c'è più e la volontà, sopraffatta dai sensi, non è più illuminata dal lume dell'intelletto, allora come immediata conseguenza si verifica ciò che il senso comune chiama corruzione, volendo quasi alludere alla rottura delle due facoltà, per cui invece di conseguire il bene, nascono dal genere umano, reso peggiore, quei mali, quei dolori e quelle lacrime che si deplorano. Infatti, immaginiamo per ipotesi che l'intelletto scopra il rapporto necessario tra il soggetto ladro e l'attributo degno di punizione, e formuli il giudizio in questo modo: il ladro è degno di punizione. Naturalmente con questo esso si acquieta, perché vi scorge il determinarsi di una legge eterna, vi scorge il vero, l'essere, che oggettiva (rende cioè oggettivo, concreto, ciò che è astratto) il suo convincimento riguardo alla verità e alla giustezza del giudizio. Ma se al contrario, nel presentarlo alla volontà come suo bene, questa, invece di seguire detto giudizio, propendesse per la scelta opposta, concludendo che il ladro è degno di premio, allora scinderebbe nella coscienza il nesso logico dei rapporti, sconvolgendo così l'ordine morale prestabilito, fondato sulla distinzione categorica dell'essere e del non essere, del bene e del male, della virtù e del vizio. Ecco da dove trae origine, o Signora, l'incoerenza della natura umana, la quale, anche se vede il bene e lo apprezza, si volge al male, e lo predilige come fine ultimo delle sue aspirazioni. Video meliora proboque, deteriora sequor (Vedo il meglio e l'approvo, ma seguo il peggio) [Ovidio, Metamorfosi, VII, 20-21 // Petrarca, Canzoniere CCLXIV: E veggio 'l meglio et al peggior m'appiglio // Foscolo, Sonetti II, Di se stesso: Conosco il meglio ed al peggior mi appiglio // San Paolo, Lettera ai Romani, VII, 18-19: "Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio". Wikipedia // E comunque Niccolò Machiavelli riteneva "gli uomini più proni al male che al bene", Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Libro Primo, Capitolo 9. www.liberliber.it. E altresì che "gli uomini sono più pronti al male che al bene", Opera Omnia, Istorie Fiorentine, Libro Settimo, Cap. XXX.]

Un sapiente dei nostri tempi, un illustre filosofo italiano, risolse bene tale incoerenza spiegando che vi è nell'uomo un principio (nel senso di incominciamento) morboso (il principio morboso non è che il peccato originale della teologia cattolica o il male radicale di cui parla Kant ne La religione entro i limiti della sola ragione, pp. 3234) che gli inibisce (gli vieta, gli impedisce) l'uso legittimo della ragione [Il sapiente de' nostri tempi, la grand'anima d'un filosofo italiano, è difficile sapere chi sia. Potrebbe essere Antonio Rosmini, "il Kant italiano". Si veda specificatamente la sua Filosofia della Politica - Digitalizzato Google: OPERE EDITE ED INEDITE DELL'ABATE ANTONIO ROSMINI-SERBATI ROVERETANO. VOLUME XX, Milano 1858. Se è Rosmini, allora il principio morboso che inibisce all'uomo il legittimo uso della ragione, è la superbia umana. "In tutti gli errori riguardanti la felicità, l'uom commette sempre un giudizio temerario, col quale afferma precipitosamente, senza sperienza nè ragione, e solo perchè vuole così, che quel bene che gli s'affaccia e che il solletica, dee essere l'oggetto appunto della cercata felicità. La radice profonda di questo temerario giudizio non è solo il bisogno di non essere infelice, ma più la speranza superba di poter da sè medesimo elegger l'oggetto che il debba felicitare; non vuole solo la felicità, la vuole proprio in quell'oggetto ch'egli arbitrariamente presceglie, quasi foss'egli il creatore di ciò che dee farlo felice. Questa presunzione stoltissima dell'uman core è il seme nascosto de' mali suoi, quello che più difficilmente si scuopre o si trae all'aperto." (pp. 423-425) / Potrebbe anche essere Gardini Antonmaria, il quale vede nel pervertimento della volontà l'offuscamento della ragione: Verità di teologia naturale dedotte da' soli principj di ragione Opera classica scelta a far parte de' libri morali che si pubblicano per cura della pia associazione. Vol. 1. Venezia 1827: "III. Infatti l'uomo, per poco che consideri se medesimo, incontrerà sempre una continua lotta tra ciò che gli sembra esigere la ragione, o il natural lume, e quello, a cui viene inclinato dal disordinato amore verso di se medesimo. Chiede la ragione ed il buon senso, a cagione d'esempio, ch'egli renda a' suoi simili quegli uffizj, i quali amerebbe, che verso se medesimo fossero praticati, ed allo stesso tempo si sente eccitato, e tratto verso la sola utilità propria, niente curando l'altrui buon essere, per una certa vile inclinazione agli agi, e comodi della vita: anzi bene spesso anche col sagrifizio degli altrui diritti si sente portato ad erigersi, a grandeggiare ingiustamente sopra i suoi simili. La vanità, l'orgoglio quante volte non sono in opposizione con l'ingenuo sentimento della propria miseria ed insufficienza? L'Amore della verità connaturale all'uomo non è egli contraddetto dalla menzogna, e da un ozio abbominevole, per cui si rifiuta di fare le necessarie e diligenti ricerche? Sentiamo il desiderio della felicità, ed ignoriamo la via di giugnervi, anzi facciamo uso di mezzi del tutto opposti. Amiamo la quiete, e siamo combattuti dall'inquietudine. La ragione ci fa intendere in qualche modo il pregio dell'ordine, e le passioni coi loro movimenti ci eccitano al disordine. Il senso del piacere s'erige a farsi centro dell'umane direzioni, benchè lo vieti la ragione. Si rifletta infine su tutti i movimenti del cuore umano, e si rileverà essere in continua pugna il senso e la ragione, e perciò di vero impedimento al retto uso della ragione nella ricerca del vero. IV. Si riconoscono poi maggiori gl'impedimenti, qualor si rivolga

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il pensiero a quelle dense tenebre d'ignoranza, nelle quali si ritrova avvolta l'umana ragione." (pp. 4-5 ) // O Pasquale Galluppi (1841), per il quale l'uomo non segue il giudizio pratico della ragione, quando è sedotto dal piacere. "E sovente si verifica nella condotta degli Uomini il video bona, proboque, deteriora sequor, ed io su di questo punto penso con Locke, che l'Uomo non segue il giudizio della ragione circa il maggior bene, ma opera a seconda de' suoi desiderj" (p. 310) // O Baldassare Poli, Saggio d'un corso di Filosofia, Vol. 2: "§ 45. Opposti ai fini e ai fondamenti della ragione. La ragione tende per sua essenza e per i suoi fini a sapere e a credere. La ragione appunto perchè tende a sapere e a credere si fonda sulla verità e sulla certezza. Dunque tutto ciò che contraddice al sapere e al credere; tutto ciò che impedisce di conoscere e di arrivare alla certezza, costituisce gli opposti della ragione, dai quali essa naturalmente rifugge e declina per giungere a' suoi fini, e per sostenersi sopra gli essenziali suoi fondamenti. Questi opposti alla ragione sono 1° L'ignoranza; 2° Il dubbio; 3° L'errore.", p. 172. Digitalizzato Google. // In verità, a mio avviso, il filosofo di cui si tratta non può che essere San Tommaso d'Aquino, in virtù delle seguenti considerazioni: Morelli usa sovente l'inversione delle funzioni grammaticali, per cui il principio morboso non è altro che il peccato originale: principio (sost.) > originale (agg.) / morboso (agg.) > peccato (sost.). E S. Tommaso, nella Summa theologica, afferma che l'offuscamento della ragione umana è causato proprio dal peccato originale. Scrive S. Tommaseo che "il peccato di Adamo è causa di morte e di tutte le altre miserie della natura umana: poiché tale peccato ha distrutto la giustizia originale, da cui dipendeva non solo la subordinazione all'anima di tutte le potenze inferiori, ma la stessa disposizione del corpo alle dipendenze dell'anima, senza difetto alcuno, come si è spiegato nella Prima Parte [q. 97, a. 1.]" Questione 85. Art. 5. // Questione 85, art. 3: "Mediante la giustizia originale la ragione dominava perfettamente le potenze inferiori dell'anima, ed essa stessa era sublimata dalla sua sottomissione a Dio. Ma la giustizia originale fu distrutta, come abbiamo detto, dal peccato di Adamo. E quindi tutte le facoltà dell'anima rimangono come destituite del proprio ordine, dal quale erano indirizzate naturalmente alla virtù: e codesta destituzione si dice che è un ferimento della natura. Ora, quattro sono le potenze dell'anima che possono essere sede di virtù, come sopra abbiamo visto: la ragione, in cui risiede la prudenza; la volontà, in cui si trova la giustizia; l'irascibile, sede della fortezza; il concupiscibile, sede della temperanza. Perciò dal momento che la ragione è destituita del suo ordine alla verità, si ha la ferita dell'ignoranza; con la perdita dell'ordine che la volontà sperimenta per il bene, si ha la ferita della malizia; privando l'irascibile del suo ordine alle cose ardue, si ha la ferita della fragilità; e togliendo alla concupiscenza il suo ordine al bene dilettevole regolato dalla ragione, si ha la ferita della concupiscenza. Quindi sono quattro le ferite inflitte alla natura umana dal peccato di Adamo. Siccome però l'inclinazione al bene viene menomata in ciascuno anche dal peccato attuale, come sopra abbiamo dimostrato, queste quattro piaghe accompagnano pure gli altri peccati; col peccato, cioè, la ragione si offusca, specialmente in campo pratico; la volontà diviene restia al bene; cresce l'interna difficoltà a ben operare; e la concupiscenza si accende." SUMMA THEOLOGICA di San Tommaso d'Aquino. www.mysticreader.eu/Somma Teologica/Somma_Teologica1/Parte I-II/Indice Parte I-II.html]

Ciò è vero, anzi verissimo, perché si riallaccia alla storia, trovando la sua autenticità nella caduta del primo uomo e rafforzandosi quotidianamente con le numerose conferme della vita pratica. Quindi se questa è la causa di tutte le umane afflizioni, se la rottura dell'unione tra l'intelletto e la volontà costituisce la base del malcostume, collocando l'uomo al di sotto degli stessi bruti che, resi normali dall'istinto, giammai se ne scostano, ma ne adempiono con scrupolo i dettami; chi non vede che una corretta educazione deve finalizzare tutte le risorse dell'essere umano al conseguimento di questo obiettivo, e non ad altro scopo che a coniugare la volontà con l'intelletto? Chi non vede che l'azione educativa consiste in ultima analisi nell'illuminare la mente perché conosca il vero e se ne innamori in modo che possa ostacolare con forza il falso verso cui l'intelletto può, suo malgrado, essere spinto dalla volontà che è autonoma e potente, autoritaria e dispotica? Al vero, dunque, al vero! perché in esso vi è l'espressione vivente dell'Eterno, la ragione suprema dell'esistenza umana, e quando la prima età (le 4 età dell'uomo: fanciullezza, giovinezza, maturità, vecchiaia) imparerà ad apprezzarlo e a riconoscerlo come suo unico fine, si è pur certi che non devierà o, pur deviando per un momento, avrà la forza morale di abbandonare la mala via ("Mala via ha senso fig." Tommaseo, alla voce malo, p. 595. L'espressione mala via è in Dante, Inferno, Canto XVII, v.111: "Gridando il padre a lui: <<Mala via tieni!>>), la cattiva strada (condotta di vita deprecabile, moralmente pericolosa) non appena sentirà i superiori richiami della coscienza. La madre educatrice quindi curerà giornalmente di far prendere ai figli l'abitudine di unire l'essere all'essere, il non essere col non essere, a seconda che la riflessione induca praticamente il loro spirito alla unione o disunione delle idee; perché ripetendo simili atti si possiederà la virtù {35}, ossia la forza di costringere la volontà a seguire la severa voce dell'intelletto e a non lasciarsi sopraffare dal sensibile che seduce e blandisce. Tutto ciò si configura come religione e come dovere, i quali si creano spontaneamente nelle libere coscienze senza gli atti e i comportamenti intransigenti e vessatori del clero e le pressioni del governo. Ma se la religione è amore verso la causa dell'ente finito, cioè Dio {36}, allora, amando il vero che assolutizzando è la causa medesima, si dà già la prova parlante (eloquente, decisiva, indiscutibile) della riverenza che le si rende. Se dovere è l'ordine tassativo, rigoroso che ci viene rivelato dalla coscienza, allora, seguendo il vero che è la luce della ragione eterna, già si adempie scrupolosamente il dovere, e non si turba (sconvolge) l'ordine prestabilito che, al contrario, riceve una morale conferma dagli atti dell'uomo. Pertanto l'uomo nuovo, volto così al bene, assolverà gli impegni di un sacerdozio (attività o professione che

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implica o richiede una dedizione assoluta, quasi di missione religiosa: il s. della scienza, dell'insegnamento ecc.; alta missione sociale)

cui è chiamato ogni essere (razionale); e giacché l'ufficio del sacerdozio si limita a promulgare (cioè render note, divulgare pubblicamente) le prescrizioni dell'Eterno, coloro che si mantengono amanti del vero, non fanno altro che esercitare l'ufficio sacerdotale, perché nel vero che si rinviene, si riconosce implicitamente Dio e, senza volerlo, si è indotti a rendergli un tributo d'amore e a celebrarne la gloria (cioè l'onnipotenza e la grandezza). Oh! è tempo che gli ambiziosi pessimisti si stanchino una buona volta di ammettere l'ateismo sulla terra. L'ateismo non esiste, né può esistere: è un'assurdità messa su dai settatori (seguaci, sostenitori di una dottrina, di un'ideologia, ecc.) che hanno voluto far accettare sé stessi per Dio, imponendo praticamente il panteismo al posto della vera fede religiosa. La fede religiosa non s'impone con la forza. Essa è, e deve essere, un sentimento spontaneo di gratitudine verso Dio, che soltanto la scienza può rivelare nella sua maestà effettiva, giammai l'ignoranza che lo degrada per padroneggiarlo. Dio è impersonale, Dio è tutta l'umanità. Non abbiamo bisogno di averlo da scaltri individui marcio e corrotto come la merce che ci vende il salumiere, come il tozzo di pane, il boccone che si dà allo schiavo. Lo ammiriamo nell'azione benefica della virtù, lo scorgiamo dall'umile erbetta sino alla palma, dalle vette della montagna sino al fondo delle valli, dalla bassa autonomia del verme sino all'altissima perfezione dell'uomo, dal giorno alla notte. E quando con lo spirito ci eleviamo alla contemplazione del cielo, di questo grande poema della luce (Vd. Genesi I.3. Fiat lux "sia fatta la luce", con la quale ha inizio il racconto della creazione), di questo grande quadro della creazione, la prima parola, la prima immagine che ci sovviene (ci viene in mente) è la parola di Dio, è l'immagine di Dio. [Cfr. Dante, Paradiso, I.1-3. "La gloria di colui che tutto move / per l'universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove." (Cioè: penetra quanto all'essenza, risplende quanto all'essere)]

Dai grandi dell'antichità, cui non fu estraneo lo sviluppo di questa delicata tesi; da Platone, che per primo tentò la via della dialettica per dare una dimostrazione metafisica (secondo i principi cioè della metafisica) dell'esistenza di un ente necessario, la cui scienza egli qualificò con il nome di teologia; da Platone quindi sino ad altri sommi ingegni, ai Santi Padri della Chiesa, a Leibniz che mutò il primo nome in teodicea che ben sintetizza tutti gli attributi della divinità; nessun'altra cosa si confà alla credenza religiosa come cibo spirituale della coscienza universale quanto l'armonia e la bellezza del creato. Tutte le più note dimostrazioni di tal fatta si riducono a 5: - la prima si ricava dallo spettacolo dell'universo; - la seconda, dal consenso universale (consenso delle genti: criterio di verità usato dagli antichi filosofi, per cui ciò che è riconosciuto vero da tutti deve essere tale), per cui tutti hanno avuto una certa religione; - la terza, dall'esistenza del movimento; - la quarta, dal bisogno di un essere necessario; - la quinta, dalla presenza dell'idea di una perfezione infinita nello spirito umano. Ma io credo che tutte queste dimostrazioni, fecondate (rese produttive) dalla profondità di pensiero di Bousset [Jacques Bénigne Bousset (Digione, 27 settembre 1627 - Parigi, 12 aprile 1704), scrittore, vescovo cattolico, teologo e predicatore francese] e dall'elevatezza d'ingegno di Fenelon [Fénelon, pseudonimo di François de Salignac de la Mothe-Fénelon (Château de Fénelon, 6 agosto 1651 - Cambrai, 7 gennaio 1715), religioso, teologo e pedagogo francese], si riducano all'idea comune dell'esistenza delle cose; e tutto ciò che vi inerisce (Vd. ad es.: la sostanza e gli accidenti di Aristotele), non è che una modificazione delle stesse, una modalità succedanea (sostitutiva, secondaria) scopribile nell'essere dell'universo che di tutte le cose esistenti è sostrato e fondamento radicale. Quindi dall'esame della natura dell'uomo, sia in relazione a sé stesso sia in relazione agli altri che lo circondano, il fanciullo, mediante l'esercizio delle facoltà intellettive, giudicherà sanamente (rettamente, giustamente) sì da rendere (far riavere) alla ragione il suo assoluto dominio; e sotto il dominio di questa potenza privilegiata, egli, dalla madre educatrice che di ciò si glorierà, verrà presentato al mondo come soggetto religioso, illuminato dalla luce della fede, e come soggetto sociale che vive e si comporta secondo i precetti della religione.

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2.XII. LA STORIA (p. 131) Ai fini dell'educazione dell'uomo nuovo, è assai utile che la madre sin dai primi giorni persegua l'importante obiettivo dello studio della storia. La storia ha in sé le ragioni segrete di tutto ciò che ci circonda; e ogni cosa che esiste, ha la sua storia. Anche Dio, considerando il suo rapporto oggettivo con il mondo, ha la sua storia, la quale comincia dalla creazione che conferisce evidenza e rilievo al suo grande ideale: in altre parole, la storia si configura come la realizzazione materiale del disegno di Dio, per l'appunto, idealmente presente nel suo puro spirito. Quella dell'uomo poi inizia dal momento in cui lasciò i riposi dell'infanzia, per bagnare la terra coi suoi sudori, da quando cioè passò dalla beatitudine del paradiso terrestre alla condizione del duro lavoro terreno. E quindi, per quanto concerne l'essere umano, l'attività è l'unico titolo che può renderlo degno della memoria dei posteri. E quest'attività non è che il fondamento della storia, perché oltre la primaria opera dell'Eterno rivelata dalla bibbia, tutto quanto esiste nel mondo esteriore, è ordinato dalla divina intelligenza al suo fine, e, nel caso concreto, all'attività dell'uomo. Solo i giudizi distorti, concepiti e formulati nel corso dei secoli, attribuiscono la felicità assoluta all'accidia, uno dei sette peccati capitali, allo stesso modo che si suole scambiare il bene con il male. Sappiamo tutti che la vita consiste nel movimento e che vive di più, chi più si muove. Teniamo cara questa vita, perché è un bene, tanto quanto odiamo l'immobilità della morte, perché è un male. E intanto, paradossalmente, al pari del volgo, giudichiamo felici le anime inerti, oziose, inattive, che assonnano (perdono tempo) tra le lusinghe (allettamenti, blandizie) della ricchezza e del potere, e gli splendori (magnificenza, sfarzo, sontuosità; opulenza, ricchezza) del lusso; mentre d'altra parte diamo dell'infelice al plebeo, al soldato e a chiunque viva poveramente: lavorando duramente e sudando per procacciarsi di che vivere. A questo riguardo, la nostra barbara civiltà è anche seconda (cioè inferiore nella scala gerarchica) a quella dei periodi storici di cui giudichiamo e critichiamo gli istituti (ad es.: giuridici, sociali, politici, culturali e sim.). Catone, per mantener desti i Romani, non voleva la distruzione di Cartagine (?), preferendo il lavoro funesto (che cagiona morte, lutti, rovine, dolore) della guerra all'inerzia (procedente da pigrizia, da indolenza, da torpore spirituale) sterile, infruttuosa, inconcludente. [In realtà, Marco Porcio Catone, alias Catone il censore, aveva detto: "Carthago delenda est", cioè Cartagine deve essere distrutta, bisogna distruggere Cartagine. Si osserva perciò che la forma negativa del Morelli "Catone non volea distrutta Cartagine" è incongrua con la verità storica. E la forma affermativa: "Catone voleva distrutta Cartagine", è incongrua con il pensiero generale del Morelli, per il quale Cartagine non doveva essere distrutta perché i Romani si dovevano ritenere sempre in guerra.]

Infatti, appena vinta e depredata la rivale, Roma si abbandonò alle mollezze, cioè al lusso e alle comodità - ai godimenti, alle abitudini di una vita comoda, ricca e per lo più sensuale -, e, svigorita, cadde in un profondo avvilimento. Questo modo di pensare così impari allo scopo, ha incoraggiato la mendicità, discreditato l'eroismo, moltiplicato i bisogni, isterilendo le forze muscolari che, congiunte con le forze della natura, avrebbero accresciuto la floridezza e gli agi. Da ciò è nata la lusinga (illusione; sogno, utopia) che ogni contadino possa avere in pentola un pollo, come diceva Enrico IV [Enrico III di Navarra, in seguito Enrico IV di Francia (1553-1610), re di Francia dal 1589 alla sua morte. "Je veux que le dimanche chaque paysan ait sa poule au pot" (Voglio che, la domenica, ogni cittadino abbia la sua gallina bollita)]. E per questa ragione

taluni, spronati a ottenere grandi fortune di cui giammai sarebbero entrati in possesso con un lavoro onesto, per farsi ricchi hanno ambito i poteri dello stato; senza merito alcuno, si sono lanciati sugli impieghi pubblici proprio come i medici allopatici che attaccano "l'organismo con rimedj violenti e non adatti" (p. 75) (es.: "i salassi, le coppette, l'applicazione delle sanguisughe, divenute al dì d'oggi più che altro una mania, i sudoriferi, le ulcere artificiali, i setoni, le fontanelle, gli esutorj, etc. etc.", p. 192) sino ad

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affrettare "la distruzione della macchina umana" (p. 191) [Samuel Hahnemann, Malattie croniche: loro vera origine, e cura omiopatica, Traduzione dal tedesco sull'edizione di Dresda e Lipsia 1828, da Giuseppe Belluomini, Tomo 1° Teramo 1832 (sino a pag. 212), Tomo II. Teramo 1836. Digitalizzato Google]; si sono dati agli scrocchi (Fanfani, p. 1408/1721, "Scrocchio, s.m. Sorta d'usura che consiste nel dare e torre a prestanza, in cambio di danaro, robe per grande e sconvenevolissimo prezzo, per doverle poi rivendere con notabile scapito.") spudorati, alle usurpazioni non giustificate, alle usure

onerose, alle taglie sulla prostituzione (cioè a taglieggiare le prostitute, a estorcere criminosamente somme di denaro con la minaccia di provocar loro danni), alle falsità, all'ipocrisia, all'impostura, alle finzioni, al mercimonio della propria coscienza e a tutte le male arti (astuzie, artifici, maneggi scaltri. Vd. Il Progresso della scienza, lettere ed arti: opera periodica, Anno VII. Volume XIX, Napoli 1838, p. 305: Stato Politico. Vantaggi e mali delle Capitali. "Popolazione e ricchezze fanno potenti le nazioni, e sono esse perciò il vero oggetto della politica saggia, e non di quella che raggirasi nell'infingere, nel vantaggiarsi degli errori altrui, nel mancar di fede, ne' sotterfugi e negli artifizii; si lascino queste male arti a' deboli, chè il potente non le cura e disprezza.") e inganni del mondo, lasciando intere famiglie nell'indigenza (vestite di cenci, di abiti vecchi, logori, strappati), mentre loro si insuperbivano e si esaltavano esercitando il

potere con ostentata spavalderia: una palese offesa al comune senso del pudore. Iddio però ha detto: mangerai il pane col sudore, e il comandamento di Dio non si cancella. Tutti devono ubbidire alla santissima legge divina. Chi non ereditò dai suoi antenati, chi non si creò una fortuna svolgendo un lavoro moralmente sano (cioè improntato a onestà) e chi vive senza lavorare: o è un ladro o è un mendicante. E tutti devono stare lontani dai comportamenti disonesti e degradanti, perché solo l'attività del lavoro può garantire sicurezza e benessere sociale, e rendere la vita degna di lode. Promuovano perciò i governi l'industria e il lavoro operaio al fine di distogliere le menti da tale avvilente (sconfortante, scoraggiante) linea di condotta. E si predichi in ogni luogo, senza recedere mai: - che la vita del corpo sta nel movimento; - che la vita dello spirito sta nella riflessione; - che l'inerzia dell'intelletto e del cuore è un delitto di lesa maestà divina (cioè un delitto davvero grave, una colpa gravissima contro Dio, pari all'eresia, apostasia, ateismo, bestemmia; vd. Commento alle Pandette di Giovanni Voet, Volume VI ed ultimo, Venezia 1840; Titolo IV. Sopra la legge giulia, riguardante il crimenlese (Ad legem juliam majestatis), p. 213];

- e che l'azione di queste due potenze improntate a saldi principi morali, è ricchezza, virtù, storia. Quindi, se la storia è riposta nell'attività degli antenati, allora occorre che l'uomo nascente, stante l'identità di natura, dovendo esplicarsi nel corso della sua esistenza in una delle maniere dai medesimi praticate, intenda gli ideali (valori, principi ecc.) ai quali essi si ispirarono nel determinarsi a operare o a non operare, a far bene o a far male, a glorificarsi (innalzarsi nella gloria) o a coprirsi d'infamia. Sotto questo profilo, la storia non è che una serie di giudizi concreti che hanno per soggetto l'uomo che opera, che agisce, e per predicati i suoi diversi fatti. Essa è strettamente connessa con la scienza speculativa (cioè alla filosofia) che contiene in sé i giudizi analitici (es.: "In tutte le mutazioni del mondo corporeo rimane sempre immutabile la quantità della materia" pp. 205-206); "Tutto ciò che avviene dee avere una causa" (p. 206); in Opere dell'abate Antonio Rosmini-Serbati, Ideologia e Logica, Roma 1828 //Vd. infine Vincenzo Gioberti, Introduzione allo studio della filosofia, Tomo Secondo, Brusselle 1844, "La sentenza dei psicologisti, che tutti i giudizi a priori sono analitici, è vera, se si parla della cognizione riflessiva ecc.", p. 239) che lo storico deve applicare ai diversi casi

concreti. Infatti, i giudizi sintetici della storia, qual fondamento e vigore possono avere dal punto di vista intellettivo, e come si possono concepire se non si presuppongono già presenti allo spirito i giudizi analitici dai quali essi devono essere dedotti, cioè ricavati per deduzione (Cfr. Tommaseo-Bellini, dedurre: "8. L'uso più com. concerne il ragionamento. Deducesi idea da idea, giudizio da giudizio, conducendo quasi la propria e l'altrui mente. ... Deducesi anco da fatti o verità gen.". E deduzione: "2. Senso intell. (Rosm.) Deduzione è quell'operazione della ragione, per la quale il giudizio implicitamente contenuto in un superiore, pronunciasi esplicitamente, come stante da sè. È immediata o semplice, e dicesi di quella ch'è evidentemente contenuta in un'altra come sua prossima conseguenza; e mediata, che dicesi anche argomentazione raziocinio"), e dei quali non sono che una mera applicazione? (Ecco cosa dice, p. e., Rosmini in merito all'applicazione della proposizione a priori <<ogni effetto dee avere la sua causa>>: "Come succede quest'applicazione? In questo modo: 1° noi percepiamo un avvenimento; 2° noi lo riconosciamo come un effetto; 3° quindi conchiudiamo ch'egli dee avere una causa, perchè quest'idea è chiamata e richiesta da quella di effetto." Rosmini, ritenendo non corretta tale progressione, dà l'ordine giusto secondo cui devono stare le diverse proposizioni intorno alla causalità: "Principio a priori: ogni effetto dee avere la sua cagione. Fatto generale: ogni avvenimento gli uomini lo considerano come un effetto. Applicazione generale del principio a priori: tutto ciò che avviene dee avere la sua cagione." ibidem, p. 207)

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Come si potrebbero comprendere i fatti senza aver cognizione dell'origine della causa che li produsse? Ecco perché la storia non può essere disgiunta dalla filosofia, e se ciò accadesse, avremmo soltanto, per quanto concerne la narrazione storica, una cronaca arida e priva di vita. ["La distinzione tra cronaca e storia è una distinzione che bisogna comunque operare, perché la cronaca si limita a elencare i fatti in un ordine cronologico, mentre il fulcro della storia sta nell'interpretazione, vale a dire nella capacità di una corretta esposizione dei fatti - una cronologia - a dei criteri interpretativi che includano una determinata periodizzazione." Giuseppe Pavone, I periodi della storia. Il Grillo (5/2/1999). // "C'è una differenza grande da tracciare tra storia e cronaca, tra storia ed annalistica, tra storia come interpretazione dei dati e storia come semplice registrazione dei dati stessi2." - Nota 2: "Una differenza antica, che forse nella sua formulazione più matura risale ad Aristotele; ma che certamente troviamo emblematicamente posta nel celebre frammento di Sempronio Asellione (frg. 1-2 Peter.). Lo aveva formulato già prima Catone; non gli interessava scrivere ciò che si trova nella tabula del Pontefice Massimo (vale a dire i singoli dati, carestie, fenomeni astrali, ecc.) (Cato, orig. frg. 77 Peter.)" (p. 177), in Fabrizio Fabbrini, Paolo Orosio Uno storico, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1979. Capitolo Secondo. IL METODO. III. <<... Nisi res doceret ...>>: Il senso profondo dei fatti. - Digitalizzato Google.]

Noi non agiamo se prima non pensiamo, e il giudizio della mente deve sempre precedere il fatto, ed esserne il principio regolatore [Cfr. Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, IV. (Trad. di Balilla Pinchetti, Rizzoli, Milano 1953), vv. 877 e segg.: "Giacché nessuno intraprende a far qualcosa se prima la mente non ha visto che cosa vuole; e di ciò che prevede, di questo c'è un'immagine." Il che mette in risalto l'intenzionalità della mente che pensa e che vuole.].

Perciò per conoscere la ragione segreta del secondo - cioè il fatto -, bisogna investigare il primo - cioè il giudizio della mente -. Ora, se tutti gli uomini per somiglianza di natura seguono lo stesso processo, volendo conoscere il fine dei fatti loro che rimangono ai posteri, allora dobbiamo rivolgere il pensiero ai giudizi astratti (cioè della mente) che lo rivelano. L'esame logico di cui sopra ci fa comprendere l'importanza della concezione del Vico, il quale fondava sulla scienza, cioè scientificamente, il principio genetico (il principio esplicativo) della storia [l'uomo può veramente conoscere solo ciò che da lui è prodotto e fatto, poiché solo in questo modo può conoscere l'esatta genesi. In altre parole: Vico costituisce "una nuova scienza, la scienza appunto dell'accadere storico. Questa è l'ispirazione centrale della Scienza nuova: una scienza della storia è possibile perché il mondo della storia è fatto dagli uomini, per cui se ne possono ritrovare i principi e le leggi <<entro le modificazioni della nostra medesima mente umana>>. Treccani on line, Dizionario di filosofia (2009), Giambattista Vico], e riconosceva il suo ausilio come essenziale ai fini della rigenerazione (rinascita, rinnovamento radicale) della filosofia. Perciò, lo spirito umano, sia che voglia attribuire (tramite il

giudizio) una cosa a sé stesso; sia che voglia connettere - tramite il giudizio - un attributo concreto con un uomo pure concreto; sia infine che voglia unire o disunire - tramite il giudizio - qualità concrete con realtà che non esistono: deve per assoluta necessità partire sempre dai giudizi astratti (cioè i principi e le leggi della mente umana) che successivamente si applicheranno a tali specie di giudizi. Come al contrario, volendo dare corporeità e vita ai giudizi puri (principi, leggi, categorie concettuali, ecc.), è necessario applicarli al concreto da cui l'umanità li attinge (e attingerà) con una più agevole percezione. Operando altrimenti, ossia disgiungendo la filosofia dalla storia: - la filosofia sarebbe malferma, priva di fondamento, oscura e inintelligibile, giammai utile e vantaggiosa per l'uomo che di fatto verrebbe trascurato; - la storia sarebbe inespressiva (inefficace, insignificante, vuota), di nessuna idealità (ideale, valore e principio ispiratore) e di nessuna utilità per lo spirito umano. Perciò l'insegnamento della storia deve procedere, a fil di logica (cioè ragionando rigorosamente), di pari passo con quello della scienza. La stessa riflessione che investiga i rapporti delle cose, deve far scoprire al fanciullo quelle nozioni astratte, quelle categorie concettuali che si vedono attuate nel concreto. Cosicché egli, abituato a elevarsi con l'intelligenza a sì grande altezza, senza dubbio giungerà a prendere l'onorevole titolo di pensatore pratico (che ha cioè una particolare esperienza o competenza in questo preciso campo). Parimenti, il metodo - cronologico - di scrivere la storia, non può che essere diverso da quello adottato finora. Praticamente, ciò che si fa all'inizio, si deve fare alla fine; e ciò che si fa alla fine, all'inizio. La storia contemporanea deve precedere la storia dei tempi medi (Tramater, p. 71/597, "15. Dicesi Medio tempo, Quello che è scorso dalla decadenza dell'impero romano fino a circa tutto il decimo secolo. Lam. Antic. Noi vediamo che ne' tempi medii sono stati questi passi palustri nella campagna vicino a Firenze."); e a questa deve succedere la storia antica. Il ve-

der, come si suole fare oggi, iniziare lo studio della storia dalle tradizioni dei patriarchi biblici, in cui vi sono tempi, uomini, usi e costumi del tutto ignoti, è davvero un errore intollerabile.

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Curi perciò, l'affettuosa madre, che non sfugga nulla al figlio, e che questi esamini ogni cosa attentamente: - cominciando dalla propria casa, faccia in modo che ne comprenda l'origine, desumendola dalle cose rimarchevoli che richiamino alla memoria i genitori o i progenitori; - poi, i monumenti, le rovine, il tempio, il castello, la lapide, i sepolcri, i nomi dei cittadini illustri; - infine curi che siano considerati con attenzione i luoghi del paese aventi un particolare significato per gli avvenimenti, gli eventi e i fatti memorabili ivi accaduti, e che siano argomento di curiosità perché il fanciullo domandi sempre: il chi, il quando, il perché, ossia chi fece quella data cosa, per quale fine e in quale tempo. Con questo metodo, Signora, si accende a poco a poco nel cuore dell'uomo il sacro fuoco del patriottismo, nobilissimo sentimento, che dopo quello della propria esistenza, deve precedere ogni altro, perché ciò che abbiamo di bene, di glorioso, di santo, lo dobbiamo alla classica terra, alla terra natia che ci diede i natali. E alla patria l'uomo ha l'obbligo di fare olocausto anche della propria vita, che è il più grande dei tesori. La persona che ha senso civico, vede benissimo l'importanza di questo concetto come viene inteso dai contemporanei, secondo i quali l'ideale della patria si rinviene solo nella modalità della nazione. Da noi, invece, essendo prevalente la tendenza all'essere retrivi, all'essere stazionari o all'essere esclusi da quel che fa grandi e temuti gli altri popoli, si è detto patria un municipio di nessuna importanza dove vivono, come il bestiame raccolto in mandria in un recinto appartato, poche centinaia di famiglie su una assai ristretta estensione di terreno che dà appena (non più che, non più di, soltanto) aria pura da respirare, pane di che vivere, un luogo natale e un luogo per la sepoltura, rispettivamente, a chi vi nasce e a chi vi muore. Questo infelice municipalismo (o meglio, campanilismo), questa povera circoscrizione, in che cosa farebbe differire la tana del lupo o del leone dalla patria di colui che Dio creava con il proposito di farne un dominatore dell'universo? È noto che il leone e il lupo, nella loro appartenenza alla naturale sfera istintuale, non soffrono prevaricazione, non soffrono gli attacchi, gli assalti di quelli che volessero usurpar loro la tana. Invece quest'uomo, reso vile e debole dall'ignoranza, giace indifferente di fronte all'opera profanatrice dei suoi più sacri diritti. Chi si fa piccino e debole, trova il grande e il forte che lo sopraffanno. Da un canto, l'ignoranza del diritto genera debolezza; dall'altro, la coscienza del diritto genera forza. Perciò chi, a causa della secolare ignoranza, si è raccolto nella meschinità [ristrettezza, grettezza, piccineria (nel modo di pensare, di giudicare, di vedere le cose)] del municipio, ha perduto anche la virile forza dell'istinto che il selvaggio conserva, custodisce nell'animo, e a causa di questo decadimento (fisico, morale, mentale) si è creduto inferiore ai dominatori stranieri. Invece, quelle genti che scientemente hanno presidiato con la coscienza di sé quel patriottismo che genera l'imponente forza delle nazionalità, vanno baldi e temuti, come se la natura, quasi fossero dei privilegiati, li avesse dotati di prerogative non comuni o come se la volubilità della fortuna li avesse destinati a dominare su tutto e su tutti. Per carità, si tolga di mezzo questo esasperato differenziarsi, così sgradito alla sana (savia, illuminata) ragione, che ristabilisce l'albinaggio ["Voce derivata dalle due parole latine Alibi Natus. T. leg. e diplomatico. Legge per la quale in uno Stato è proibito a coloro che, nati altrove, non hanno ivi la cittadinanza, di percepire in detto Stato alcuna eredità, la quale, in caso che il defunto non abbia disposto dei suoi beni, nè abbia fra' suoi concittadini alcun erede necessario, perviene al fisco. Una tal legge era una volta vigente in Francia più che in alcun altro paese, ed evvi conosciuta sotto il nome di Droit d'Aubain." (Vanzon, p. 171/897)] tra i fratelli di una stessa famiglia, quali si devono considerare pro-

prio i popoli di una nazione. Da un punto di vista puramente concettuale, in relazione all'universalità degli esseri umani, tutti siamo uomini aventi un'identica natura, un'autonomia individuale per quanto concerne i nostri rapporti esterni, un'aspirazione comune al progresso, al miglioramento del nostro essere e alla tutela dei nostri diritti comuni. Perciò, - dove vediamo che ancora sussistano e perdurino le tradizioni del temperamento antico,

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proprio e distintivo della forza vitale del proprio paese; - dove vediamo usi e costumi identici ai nostri; dove vediamo che si parli a Dio e agli uomini con un linguaggio non dissimile da quello cui noi siamo abituati; - dove vediamo che mari e monti determinino confini provvidenziali pari a quelli tracciati dalla storia come legittimo dominio dei nostri padri; là diciamo che si fecondi la vera vita cui fummo destinati per essere forti, non deboli, e per mantenere il nostro primato politico con la suprema genialità del pensiero e con la temuta imponenza delle armi. D'ora in avanti asteniamoci dal credere - il che è vergognoso e spregevole - straniero, nel luogo dove siamo nati, chi vide la luce (nacque) in un altro paese d'Italia, come al tempo del feudalesimo. Dalle Alpi a Leuca, tutti hanno diritto di sentirsi figli di una patria comune, e l'accidentalità, la casualità della nascita non può tener vivo l'esclusivismo [Dal fr. exclusivisme (1835): Caractère de ce qui est exclusif; exclusif (XVIII ). Qui tend à exclure tout ce qui est gênant ou simplement étranger] al fine di erigere barriere contro l'unità di un grande popolo. Quale valore avrebbero mai avuto gli sforzi da lottatore compiuti da eroici navigatori, da Colombo sino a James Clark Ross (Londra, 15 aprile 1800 - Aylesbury, 3 aprile 1862. Esploratore e navigatore britannico), sino a Franklin [Sir John Franklin (Spilsby, 16 aprile 1786 - Isola di Re William, 11 giugno 1847). Ufficiale, esploe

ratore e scrittore inglese. Già governatore della Tasmania, e tra i fondatori della Royal Geographical Society, guidò come comandante della Royal Navy numerose esplorazioni nell'Oceano Artico] e ad altri che si spinsero oltre il Polo magnetico (individuato, la prima volta, il 31 maggio 1831, da James Clark Ross, che lo localizzò nella Penisola di Boothia nel Canada settentrionale) per stringere rapporti con gli abitanti di quei luoghi dalle nevi e ghiacciai perenni?

Quale valore, i gloriosi sforzi che i due grandi eroi, Vittorio Emanuele e Garibaldi, stanno facendo per ricomporci in una sola famiglia, onde raccoglierci intorno al focolare domestico d'Italia per stendere la mano alla medesima scodella e così fondere e ridurre armoniosamente a unità gli affetti nel sacro legame nazionale, quando gli abitanti di una città dovessero trattare in modo incivile, come si è soliti, coloro che nacquero nei municipi vicini, dicendo: "Voi non siete nostri fratelli, voi siete stranieri?" Il cittadino romano era temuto quando superbamente diceva: civis Romanus sum, perché accennava alla forza di un impero; i francesi e gli inglesi sono temuti quando pronunciano solo il nome delle rispettive nazioni; e noi lo saremo del pari se, rifuggendo le miserie (meschinità, grettezza, piccineria, ristrettezza di idee) del municipio, vedremo le madri insegnare ai loro figli a dire: "Siamo italiani!". Signora, i fatti della storia devono sempre mettere in rilievo, far emergere cioè, questo lato nobilissimo dell'ideale nazionale che lancia l'uomo nel campo della gloria, rendendolo degno di ammirazione sia presso i contemporanei sia presso i posteri. Coloro che hanno considerato la storia esclusivamente dal punto di vista morale, accusando la natura umana (gli uomini cioè) di non essere in grado di elevarsi spiritualmente mediante i nudi precetti, hanno pensato che dovesse essere insegnata facendo viva impressione sull'animo dei discenti con racconti pratici. Allora, se è così, se realmente la morale sta più nell'esercizio dell'operare il bene che nelle metafisiche dimostrazioni del bene stesso, chi impedisce alle madri, cui la natura affida il compito di far da balia ai figli, di presentar loro, con l'eloquenza (forza espressiva, indiscutibile evidenza, capacità di convincere, di persuadere) dell'esempio tradizionale, le norme del retto sentire e dell'onesto operare? E altresì, chi le impedisce, in un contesto di più ammorbante e disgregante corruzione, di presentare loro gli insegnamenti morali che formano il nobilissimo retaggio (patrimonio intellettuale e morale, di cultura o tradizioni che si eredita dal passato) dei nostri progenitori? Ebbene sì, l'opera pratica delle madri e le ricche tradizioni, vivificate dal racconto orale, colpiscono meglio l'immaginazione del fanciullo, e conformano i suoi atteggiamenti allo spirito (al significato morale, o meglio, alle virtù) che esse (l'opera materna e le tradizioni generose) racchiudono. Esse mostrano con l'evidenza dei fatti: - fin dove può giungere l'umana attività nelle sue infinite direzioni; - quale progresso ha compiuto il pensiero nel corso dei secoli;

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- quali trasformazioni ha subito la materia; - come l'uomo abbia errato dal giusto sentiero ("dal diritto cammino del vero", Tommaseo-Bellini), come sia precipitato in rovina (come "abbia perso il bene acquistato", Fanfani, p. 1166), come si sia salvato (moralmente, spiritualmente, economicamente, socialmente). Tutto è nelle tradizioni: il bene e il male, la virtù e il vizio, le gioie e le lacrime. E delle tradizioni il fanciullo ha un gran bisogno, in quanto elemento positivo da cui spunta la concezione della vita {36 bis}. Gli antichi sentirono al pari di noi l'importanza di questo particolare modo di vedere, intendere, concepire le cose. A prescindere che nello scrivere la storia, essi delinearono con estremo rigore la fisionomia della loro epoca storica mediante chiaroscuri caratteristici, come fecero Livio e Tacito riguardo a Roma, rispettivamente, nel periodo iniziale e terminale della sua storia; tra le discipline le attribuirono anche la proverbiale denominazione di maestra dei popoli [Historia magistra vitae. Parole di Cicerone (De Oratore II, 9), spesso citate per affermare la funzione ammaestratrice dell'esperienza storica. Vd. anche Annali universali di viaggi, geografia, storia, economia pubblica, Storia, Viaggi e Commercio, Volume 35°, Milano 1833, p. 128 "Disse Tullio che la storia è la maestra della vita; noi aggiungiamo, che è maestra dei popoli, e quando essi studieranno la Storia di que' che li precedettero, del modo con cui conseguirono molti miglioramenti, e come spesso presero una via fallace; quando ne faranno degli utili ravvicinamenti soltanto, ne caveranno deduzioni pel futuro, che varranno meglio di molti sistemi di filosofia speculativa: come si vuole la pratica al buon medico, così la si vuole agli uomini, e così educati, e flagellati dalla legge del bisogno, non falliranno ad ottimi risultati."], quasi che palesasse in modo indefettibile

profetici responsi in ordine alla società degli uomini e al modo di convivere. Quindi, per l'alta considerazione nella quale fu tenuta sin dai tempi più remoti, la storia fu sempre risguardata (rispettata mostrando riguardo) come una necessaria branca del sapere nell'ambito dell'istruzione elementare. Pertanto, se si vuole che sia utile alla coscienza nel campo vastissimo delle conoscenze, si deve procedere con regolarità dal noto all'ignoto, dagli effetti alle cause, per dare ai fatti l'ordine di successione (il susseguirsi nel tempo di fatti, avvenimenti, fenomeni) che legittima la loro esistenza e li subordina al libero arbitrio (facoltà attribuita all'uomo di autodeterminarsi, decidendo liberamente di fare o non fare qualcosa), lasciando da parte la cieca fatalità. E, lo ripeto, qualsivoglia teorica - cioè "scienza speculativa che dà regola alla pratica e rende ragione delle operazioni" (P. Fanfani, 1865) - rimarrebbe infruttuosa se l'uomo dovesse aridamente sviluppare le sue facoltà spirituali per mezzo di concetti astratti senza il supporto reale della storia. Sicché sono dell'opinione che la storia sia assolutamente necessaria anche nell'infanzia. E se si volesse trascurare o imparacchiare, come di solito accade, ai poveri discenti toccherebbe: - o la sorte dei ciechi che appunto privi della vista s'immobilizzano in un punto, senza poter mai entrare davvero in rapporto con gli esseri (uomini, animali, cose) che li circondano, - o la sorte delle zolle (pezzi di terra) galleggianti nell'oceano, che sentono di non avere alcuna attinenza (affinità, relazione) con le terre dei remoti continenti. D'altronde, sebbene non sia lecito, stante l'eternità del tempo, affermare con sicurezza se questa del mondo sia l'età della fanciullezza, l'età virile o l'età decrepita (l'età della avanzata senilità), nondimeno è risaputo che, per la naturale legge del progresso umano [Vd. Marie-JeanAntoine-Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet, noto come Nicolas de Condorcet (17/9/1743 - 29/3/1794), matematico, economista, filosofo e politico rivoluzionario francese. Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, pubblicato postumo nel 1795] il mondo va sempre avanti, e l'attività dei posteri sarebbe lenta e malferma se al già

fatto non si aggiungesse il da farsi. Ora, questo di certo accadrebbe se il passato ci negasse la luce dei fatti (aventi cioè il potere di liberare dalle tenebre dell'ignoranza intellettuale e spirituale) volta a rischiararci l'oscuro sentiero dell'avvenire; e altresì se il passato - mi sia permessa la frase - non offrisse, in qualità di padre, nei fatti medesimi che lo vitalizzarono, la materia fertile da cui trae origine l'avvenire. Si raccomanda sopra ogni altra cosa che i fanciulli comincino a muovere i primi passi nell'ambito della istruzione, guidati dalla storia. E alimentati con i frutti della sua matura esperienza di cui lei, Signora, è grandemente ricca, possano attraverso la riflessione calcare il palcoscenico della vita sociale per rappresentare la propria parte nel teatro del mondo. Fuor di metafora: possano, i fanciulli così acculturati, vivere e operare degnamente nella società di cui fan parte.

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2.XIII. LE SCIENZE (p. 145) Quel che si è detto intorno all'insegnamento e apprendimento della storia, si può anche riferire a ogni altra branca del sapere, perché, se uno è il principio logico - il vero - alla base dell'immensa serie dei rapporti dell'io, parimenti una deve essere la formula (sistema o metodo, ovvero l'insieme organico di criteri, principi, regole, procedimenti, caratteristici dell'attività di cui trattasi) per applicarlo ai fenomeni della vita comune. Perciò, quando si arriva a possedere una formula siffatta, ciò che sembra difficile e inesplicabile, sarà evidente e intelligibile per tutti. Ecco, dunque, Signora, che dal già detto si desume questo a stretto rigore (rispettando una rigorosa coerenza logica), che: - in definitiva tutto si riconduce alla scienza; - tutta la vera scienza si può desumere (ricavare, trarre) dalle semplici sistematiche riflessioni sui fatti propri; - da ultimo le future madri, con questo comunissimo dato, devono essere indubitabilmente le educatrici dei propri figli. È vero altresì che taluni crederanno priva di fondamento l'idea di dover insegnare la scienza all'uomo sin dalla nascita, perché questi, secondo i loro vecchi dannosi sistemi, non può apprenderla che all'età di 30-40 anni. Ma quale legge può permettere che, senza un criterio direttivo, un orientamento guida, l'uomo sprechi le sue forze migliori e affronti in modo irragionevole e indeciso gli affanni e i travagli della giovinezza? Ed è infine vero che ci sarà chi obietterà: le nozioni appunto scientifiche date ai fanciulli, sono ben lungi dall'essere a livello di quelle della scienza feconda di ragionamenti (processi mentali, argomentativi, illativi) di cui si avvalgono i filosofi. Questo è un errore non dissimile da tutti quegli errori che vengono commessi in grande quantità e continuamente sotto gli occhi di tutti. Se il fanciullo non è l'uomo pienamente formato sotto il profilo dell'equilibrio (stabilità interiore, intellettuale o emotiva), della prudenza e della piena maturità dell'adulto, ma il principio dell'uomo (in nuce); se non vi è in lui la forza piena, completa, totale dell'attività, ma l'inizio dell'attività; se nessuno può farsi subito sommo come si vorrebbe (nemo repente fit summus) ["2. Praeterea Gregorius dicit super Ezechielem (2, 3, 3): <<Nemo repente fit summus, sed in bona conversatione a minimis quis inchoat, ut ad magna perveniat>> .... "S. Gregorio dice (Su Ezechiele 2, 3, 3): <<Nessuno diventa subito sommo, ma nel buon comportamento uno comincia dalle cose minime per giungere alle grandi>>, in S. Tommaso d'Aquino, Le questioni disputate (Testo latino di S. Tommaso e traduzione italiana), Volume Undicesimo, Questioni su argomenti vari (Quaestiones Quodlibetales), Secondo tomo: Quodlibet 1-6 e 12. (p. 446) - Digitalizzato Google.]; come si potrebbe poi volere che la scienza in lui fosse

completa al pari di quella che è appannaggio di un soggetto adulto, quando egli non essendo ancora l'uomo, ma il principio dell'uomo, non deve illudersi di trovare in quelle prime cognizioni che una ragionevole regola, una norma da seguire per raggiungere il fine cui è diretto? Il grano che l'agricoltore semina, non è neppure il raccolto che egli si ripromette di ricavare dalla mietitura; ma se non semina il grano che l'humus, fertilizzando il terreno, fa misteriosamente germinare in un'intera stagione, egli non potrà mai sperare di raccogliere il necessario per nutrire i suoi figlioli. È vero infine che a chi è poco dotato di preveggenza (lungimiranza) sembrerà enormemente gravoso e difficile questo compito, e di certo superiore alle capacità di apprendimento dei giovani; ed è altresì vero che si obietterà essere, i mezzi di comunicazione (es.: linguistici, verbali e scritti), insufficienti o sproporzionati allo scopo da raggiungere; ma io che riguardo a tale questione ho verificato praticamente la bravura di Giovanni di Maio {37} che con la sua propensione all'insegnamento, in pochissimo tempo, in modo misterioso e quasi magico, applicando il metodo della riflessione, ha messo dei ragazzini, pur senza libri, in grado di studiare sé stessi, Dio e l'universo; io che faccio sperimentare felicemente questo

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prodigioso sistema ai suoi figlioletti, concludo con fermezza che, nell'ordine naturale delle cose, ciò che si deve, si può fare, perché la natura nulla ha imposto che non sia adeguato alle forze vitali (relative alla vita e alle funzioni fondamentali di un organismo vivente); e gli istinti rivelatori del fine degli uomini, configurano questa sfera di forze vitali come unica causa efficiente (effettiva, agente) del suo svolgimento naturale. Ogni cosa si può percepire, ogni cosa si può apprendere facilmente quando un concetto ideale e astratto s'incarna nella realtà, cioè prende corpo in un concreto reale. Infatti, quale idea è più soprannaturale e più sublime dell'idea di Dio? E quale più dell'idea di Dio, considerata al disopra della logica del senso comune, è tanto difficile da raggiungere per l'intelligenza umana? Eppure nient'altro allieta così bene l'immaginazione dei fanciulli, nient'altro dà più conforto e gioia al primo spuntare del dolore, quanto la grandissima idea di Dio che le pie madri rendono accessibile tramite le agevoli forme del linguaggio comune. Ora, se ciò che si dice superiore all'intelligenza, si rende percettibile ai fanciulli, perché poi dobbiamo supporre difficile la scienza delle cose visibili, la scienza della terra, che in fin dei conti si riduce unicamente allo studio dei fatti propri? Sia detto una volta per tutte che non è l'inettitudine dei discenti o l'inesplicabilità dei fenomeni, ciò che fa disamare (non amare, smettere di amare) la scienza; ma è la rigidezza dei metodi, il sistema invalso di renderla enigmatica (oscura, ambigua, misteriosa, indecifrabile), di non farla gustare, perché, per dirla con Dante, "non gustata, non s'intende mai" [Paradiso, Canto III, v. 39 (nessuno può intendere la dolcezza della vita eterna, se non l'assaggia)]. Operando in tal modo, davvero si mette al bando (cioè, si caccia via, si allontana) la scienza, invece di farla diventare parte della natura dell'uomo. E l'intelletto dell'uomo, della scienza, ha grandissimo bisogno.

2.XIV. L'ASTRATTISMO NEI SISTEMI EDUCATIVI: IL BELLO E IL BUONO (p. 149) I sistemi educativi che tendono all'astrattismo, invece di far luce sul vero, lo offuscano, provocando in tal modo il decadimento delle arti e della morale. Perciò il bello e il buono che esse rispettivamente rappresentano, mancando del loro fondamento, cioè del vero, si sono rivelati offensivi per il pudore e il buon gusto, e non adeguati al loro compito per via degli eccessi della fantasia e della corruzione del cuore. Le opere artistiche, non fondate sul vero, sono diventate come quegli abiti da Bazar (di scarso valore; di prezzo modico, spesso fisso e anche unico), confezionati a capriccio, ad libitum, senza misurarli sul corpo che li deve indossare. La morale si è ridotta un puro controsenso: praticamente ha finito con l'essere in antitesi con il fine naturale dell'uomo, perché, non essendo stata individuata (determinata con esattezza) la sua personalità (cioè l'essere della sua persona, la sua essenza), si è ignorato il suo vero essere (in che cosa essa consista). Di conseguenza in siffatta ignoranza si è scambiato spesso il diritto con il dovere, e il dovere con il diritto. La medesima assai nociva mancanza di senso morale, ha arrecato all'umanità un danno enorme, esercitando un'influenza maligna sui rapporti interpersonali per quanto attiene al maneggio (conduzione, gestione, amministrazione) degli affari. La verità, fatta esotica (forestiera o straniera: cioè resa oscura, incomprensibile) da una falsa filosofia, ha finito col rendersi inintelligibile anche quando bisognava elevarsi intellettualmente e spiritualmente.

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2.XV. MACHIAVELLI (p. 149) Machiavelli [Niccolò di Bernardo dei Machiavelli (Firenze, 3 maggio 1469 - Firenze, 21 giugno 1527), storico, scrittore, drammaturgo, politico e filosofo italiano] che fu il primo a elevare a sistema le finzioni e le simulazioni,

ha ostacolato in maniera assai grave lo sviluppo della scienza. Quella grande mente, quel gran cuore, che avrebbe voluto forse giovare ai posteri, si fece suo malgrado apostolo della malafede e dell'inganno che la corruzione avanzante ha sempre più sviluppato nella vita pratica. Egli, credendo che si potesse scalzare il male aumentandolo piuttosto che arginandolo con la forza morale e con la forza fisica, prendendo ispirazione dalla contemporaneità, che di certo non era un periodo normale della vita dei popoli, mise la falsità (bugia, menzogna) al posto della verità, e la sua scuola, in netta opposizione al vangelo, ha intralciato il corso naturale dell'incivilimento dell'uomo. Praticamente, quell'arte che il sapiente del secolo cioè Machiavelli - chiamava ulissea (?) [nessun riscontro della locuz. arte ulissea: a mio avviso, neologismo coniato da Morelli], fu da lui portata all'estremo limite fino a sboccare nella metafisica (teoria) delle cospirazioni, consistenti nella tenebrosa (che si svolge cioè nel mistero, nel silenzio più assoluto) opera di insidiare alla vita altrui, di spogliare il simile delle sue più nobili prerogative e di disonorarlo con la sozzura (azione moralmente riprovevole) dell'umiliazione, mentre in apparenza gli si tende amichevolmente la mano, e con il sorriso sulle labbra gli si promette aiuto e protezione. Questa esiziale dottrina ha contagiato tutte le classi sociali e ha spiritualmente (per quanto concerne lo spirito) svigorito l'uomo fino a fargli tradire anche le proprie convinzioni. Al giorno d'oggi si sente (nel senso di provare sentimenti e reazioni emotive intime) in un modo e si parla in un altro: il metodo della simulazione alligna dovunque ed è applicato da tutti senza distinzione di sesso, età e condizione economica e sociale, praticamente dai miserabili che vivono nei tuguri (abitazioni anguste e squallide) ai nobili all'apice della scala sociale che vivono nei palazzi; dai giovani ai vecchi; dalle donne agli uomini. Perciò, per rompere l'abitudine del dissimulare (alterando la verità) che snatura l'uomo deviandolo dalla retta via, e quindi dal suo scopo finale, è necessario rendere la verità intelligibile, manifesta, libera (cioè non soggetta al dominio o all'autorità altrui), apprendibile. Senza la verità lo spirito non è più il baricentro della vita psichica: diviene squilibrato (non possiede cioè e non rivela più equilibrio, stabilità psicologica e senso della misura), umile e sottomesso; al contrario, se tutelato e difeso dalla verità, acquista potenza ed energia. Facciamo dunque che [(poniamo, ammettiamo il caso che (Vd. Tommaseo, fare: §. 162.)] si dissolva una buona volta questa nube dell'astrazione (filosofica, scientifica) nella quale sono condensate le numerose verità scoperte nel corso dei secoli, inintelligibili dai più perché astrattizzate, per arricchire la terra, ovvero il concreto reale da cui furono tratte; facciamo che si percepiscano abitualmente per il tramite della riflessione: in questo modo, benemerita Signora, l'avversione degli uomini, e in particolare quella dei giovani demoralizzati e avviliti, si convertirà in altrettanto amore, e la donna assumerà agevolmente la missione di educare i figli che la sovrana volontà di Dio le ha affidato.

2.XVI. GLI INSEGNANTI (p. 151) Il governo preponga all'insegnamento gli uomini più illuminati, rischiarati cioè dalla luce della verità, della sapienza; elevi a dignità dello Stato, al pari dei ministri, dei magistrati e dei militari che sui campi di battaglia hanno eroicamente conquistato una supremazia appunto militare, gli uomini di scienza, i soli nelle cui mani si pongono i destini delle generazioni avvenire. Se un pubblico ufficiale è di scarso valore o è corrotto, i mali che produce sono ristretti e limitati, e possono essere agevolmente riparati dai successori; ma i mali che produce un maestro ignorante sono tali da falsare, distorcere il processo formativo

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e rendere infelici intere generazioni. I maestri comunque non si hanno: - I. perché non si possono avere fintantoché non si renderà, questa missione, appannaggio esclusivo delle donne; - II. perché si ritiene non essere, questa professione, di primario interesse sociale; - III. perché coloro che vi sono deputati, non hanno mai un compenso giusto ai fini del soddisfacimento dei bisogni vitali. Soltanto se è liberato dalla lacerante oppressione del bisogno e remunerato con un compenso congruo, correlato al coscienzioso lavoro che compie, il maestro, in quanto operaio della mente, potrà dedicarsi interamente all'intelligibile e prendere su di sé l'onere e la responsabilità di spendere le più belle ore del giorno a instillare idealmente il sapere nei giovani, affidati alle sue cure. Io credo che una delle ragioni per la quale la società umana è imbestialita (ha cioè preso qualità e modi di bestia), sia appunto quella di non aver voluto ben compensare i maestri, stimando la loro nobile e sacra opera al di sotto del lavoro del contadino o di qualunque altro umile mestiere. Ora, qual esito ci si poteva aspettare dall'aver così colpevolmente, irresponsabilmente abbandonato e vilipeso la parte più nobile della nazione? Precisamente questo: che, invece di avere sapienti, apostoli di verità - con le debite eccezioni -, si sono avuti degli ignobili ciarlatani che, imborrati, imbottiti cioè di superfluità, di conoscenze empiriche senza luce scienziale, hanno isterilito la mente dei giovani sino a condannarli per tutta la vita alla miserevole disperazione di Tantalo [il supplizio di Tantalo, la pena inflitta dalla divinità a Tantalo, mitico figlio di Zeus e di Plutide, condannato per le sue colpe, tra cui l'uccisione del proprio figlio Pelope per imbandirne le carni al banchetto degli dei, a essere sempre affamato e assetato, non riuscendo mai a prendere il cibo e l'acqua, che illusoriamente erano alla sua portata, ma in realtà per lui sempre lontani e irraggiungibili; l'espressione è spesso usata in senso fig. per indicare la tormentosa situazione di chi vede o ha a portata di mano ciò che desidera, senza poterne usufruire. Treccani on line].

Il governo dunque: a) - se vuol avvalorare la sua esistenza non con metodi repressivi che fanno cioè ricorso alla brutale prepotenza militare (alle forze armate, all'esercito), ma con metodi educativi che promuovano le nobilissime forze del pensiero e del sentimento popolare; b) se vuol godere di un'invidiabile prosperità e di una pace duratura; c) - se vuol affrancare la finanza pubblica dall'enorme spreco di milioni che si pagano agli eserciti stanziali al solo scopo di domare i soggetti privi di cultura o ribelli e asociali senza venirne mai a capo, senza cioè acculturarli, correggerne il carattere ribelle, renderli ubbidienti e sottomessi; deve reclutare, retribuendoli con cospicui emolumenti, uomini di scienza e inviarli in tutti gli angoli del paese per fare opera di apostolato educativo-didattico, per dedicarsi cioè all'istruzione e all'educazione del genere femminile. La campana che prima chiamava le donne in chiesa per far loro dimenticare i propri doveri tramite l'offuscamento della mente e l'isterilimento del cuore, le chiami anche adesso a raccolta quotidiana per illuminare la loro mente e nobilitare i loro sentimenti e affetti. La chiesa è la casa della scienza e fu fondata dal Maestro per educare i popoli alla verità di cui il vangelo è il simbolo più elevato. L'ufficio d'insegnante che il prete non volle o non seppe esercitare, deve essere in realtà conferito a sapienti docenti che con fervore religioso, quasi fossero sacerdoti, facciano apprendere concretamente il metodo educativo (della riflessione) alle donne, le quali, applicandolo poi in famiglia, faranno sì che s'incarni nella coscienza, cioè nell'animo, nella mente dell'uomo-fratello, dell'uomo-marito, dell'uomo-figlio.

2.XVII. LA SCUOLA (p. 154) D'ora in poi la scuola deve essere una per tutti, perché Dio è uno, la natura umana (cioè l'essenza dell'umanità) è una, l'uomo è uno; e all'unità si deve ricondurre anche la scienza nella quale c'è la migliore cognizione del finito e dell'infinito. Perciò, se c'è la chiesa che è l'an-

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tica scuola del popolo ("Un tempo la scuola era accanto alla chiesa, era data da uomini di chiesa, e la chiesa stessa era scuola dottrinale e pratica, e forniva anco dell'umana civiltà gli elementi." Tommaseo-Bellini, scuola: "13.X."), perché crearne delle altre? È lo stesso che creare un dualismo dividendo, disgiungendo la scienza dalla religione, il creatore dalla creatura, la causa dall'effetto. Io dico che le persone prive del lume della ragione e che non hanno nessuna istruzione e cultura, non sono, né possono essere, veramente religiose: la religione acquista potenza (prestigio, autorità, influenza), e si rinsalda (si consolida, si rafforza) soltanto con convinzioni scientificamente fondate. Come si può avere cognizione della causa, se non se ne sono studiati bene gli effetti? e come si può conoscere e amare Dio, se non si è capaci di investigare, grazie ai dati della scienza, i complicati rapporti dell'universo da cui traspira tutta la sua divina immensità e onnipotenza? Si aggiunga altresì che nel tempo presente le scuole private e pubbliche devono promuovere, con mezzi idonei e in modo simultaneo, lo sviluppo dello spirito e del corpo. Come sono inseparabili queste due potenze, così devono essere inseparabili le norme educative che a esse afferiscono. Ora, se si limita l'insegnamento alla pura e semplice attività dello spirito, si trascura l'attività fisica, e viceversa. Quindi un'educazione conforme alla ragione, tanto per il ricco quanto per il povero, esige che la scuola, illuminata appunto dalla luce della verità e della scienza, persegua - e consegua - l'obiettivo di rendere l'uomo adatto (idoneo) al lavoro secondo le proprie tendenze, per fargli comprendere nei minimi particolari l'ideale che vi è annesso. Certa disciplina (complesso di norme che regolano la convivenza dei componenti di una comunità, di un istituto e sim., imponendo l'ordine, l'obbedienza, ecc.), imposta nelle scuole d'Europa, rende gli alunni simili a degli automi, sia lasciandoli inchiodati al banco per cavare la verità dai libri, sia costringendoli a imparare unicamente le arti meccaniche ("si dicono a distinzion delle liberali quelle ove più opera la mano che l'intelletto"; Fanfani, meccanico: "Arti meccaniche", p. 932) senza dare rilievo all'ideale. In tal modo essi conseguono lo sviluppo della manualità, ma non delle arti, abilità e capacità mentali: il che è assolutamente in antitesi con l'indole naturale dell'uomo, e perciò finisce col non produrre in lui l'effettivo sviluppo delle sue forze complesse. L'artigiano, avendo a che fare nel suo lavoro unicamente con la concretezza e la materialità, vivrà sempre nell'inconsapevolezza e nell'ignoranza dei miglioramenti che potrebbe apportarvi qualora gli si spiegassero per esteso i rapporti (nessi, legami, relazioni) esistenti tra l'attività pratica e l'attività teoretica, tra la praxis e la speculazione (la scienza astratta). L'uomo sedicente di scienza vivrà in un idealismo sterile, lontano cioè dalla realtà delle cose, perché non lo ha personalmente ricavato dal concreto, ma dall'arida voce di maestri freddi, insensibili o dai libri. Perciò, quand'anche costituisse per sé un patrimonio d'idee, si sentirà impotente a procedere poi all'applicazione pratica. In avvenire, saranno inammissibili separazioni derivanti da situazioni di privilegio: gli uomini devono essere tutti artigiani e scienziati insieme. Nell'arte si rinviene la materia della scienza; nella scienza, lo spirito dell'arte. [Per comprendere appieno questo concetto del Morelli, gioverà leggere ciò che scrive Rosmini riguardo al rapporto Arte = Scienza: "III. Origine della Logica. ... 76. L'arte appartiene all'azione, chè qui si tratta d'un abito attivo, la scienza appartiene alla speculazione. Quand'anco un uomo conoscesse speculativamente tutti i precetti della pittura così n'avesse la scienza, non saprebbe per questo esercitare l'Arte del pittore, non n'avrebbe l'arte. All'incontro si può possedere l'arte e non la scienza. Il ballarino di corda possiede quell'arte, senza che gli bisogni conoscere i muscoli ch'egli move ballando, o le leggi del movimento e dell'equilibrio. 77. Formatasi coll'esercizio l'Arte del ragionare, in che modo se ne ritrasse la scienza? Mediante la riflessione sull'arte. Suppongasi l'arte del ragionare giunta in un uomo alla sua perfezione: s'avrebbe in costui l'ideale del ragionatore. Riflettendo sulla maniera colla quale questi ragionerebbe, e analizzando i diversi ragionamenti ch'egli farebbe, si troverebbero mantenute in essi costantemente certe norme e certe forme. Raccogliere tutte queste norme, ridurle in brevi proposizioni, ordinarle a metodo scientifico e dimostrarne la necessità, sarebbe lo stesso che comporre la Scienza dell'arte di ragionare." (Antonio Rosmini-Serbati, Logica Libri Tre, Torino 1853. Digit. Google. p. 4 ==> 67/653)]

Perciò materia e spirito, arte e scienza, devono congiungersi in modo inseparabile, e produrre il benessere di tutti e di ciascuno. Cosa può fare la scuola al giorno d'oggi, se segue un percorso metodologico antitetico a quello che la natura prescrive? Il tenere i fanciulli, come accade, inchiodati al banco per apprendere astrattamente le conoscenze che i maestri somministrano con scarsezza (in modo inadeguato e insufficiente rispetto alla norma),

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è lo stesso che rendere vizze - cioè prive di vitalità, energia, freschezza - le loro forze (muscolari), sopprimendo la loro attività (fisica). Quando essi si muovono, perché la natura lo richiede, il maestro li punisce, condannandoli all'immobilità assoluta. Ma per Dio! la vita risiede essenzialmente nel moto, sopprimendo il moto, si uccide la vita. È perciò necessario che quella forza non venga repressa, ma utilizzata; non ostacolata, ma diretta al bene. Il maestro deve essere madre, cioè tenero, affettuoso e sollecito come una madre, e se non lo è perché la natura glielo ha negato, lasci che la madre ne svolga il compito, perché lei, anche se dal punto di vista teorico è all'oscuro delle leggi che governano la fanciullezza per dirigerla al bene, nondimeno istintivamente non si spaventa, ma sorride dell'iperattività del figlio, e quando ne saprà il metodo, s'ingegnerà in modo adeguato al fine di utilizzare al meglio quel prezioso vigore giovanile. Nelle scuole popolari e in tutti i luoghi di educazione pubblica, è invalso l'uso di mettere alle costole dei discenti alcuni individui, detti prefetti (di disciplina) ("Colui che sopravveglia al buon procedere di una casa o comunità. / e ne' collegi Quei che sorveglia ad una camerata." Fanfani, p. 1189/1721), con il compito di star loro sempre vicini per dirigerli, controllarli, vigilarli. A questi individui s'ispirano i fanciulli, e da essi attingono il fondamento ideale per abitudini e sentimenti. Ora, dico io, come si può fare il bene di tali educandati, se chi vi è preposto, è ignorante e corrotto? se non bada ad altro che a levare ai fanciulli parte del loro cibo e a batterli come giumenti? se non ha attitudine né a comunicar loro un'idea né a ingentilirne il linguaggio, perché alla cecità mentale unisce la volgarità della parola? Finché non si può avere la donna che all'affetto di madre aggiunga la luce della scienza, i governi devono preporre a tale ufficio i più sapienti se si vuole che simili educandati diventino un vivaio di persone socialmente virtuose. Negli orfanatrofi, negli asili, nelle scuole popolari, gli stessi prefetti devono far da maestri e tener desta la loro attenzione, sia quando lavorano sia nei momenti di riposo (pausa, sosta), spiegando a viva voce, in forma di parabola e concretamente, le cognizioni più necessarie alla vita. Quale vantaggio si ricava da lezioni di pochi minuti su conoscenze astratte, di cui i fanciulli non sentono la necessità? Come può il fanciullo svilupparsi intellettualmente con un cibo (spirituale) del tutto inadeguato e insufficiente che gli viene somministrato a piccole dosi in oscure brevissime lezioni dai maestri, se, quando questi se ne vanno, rimangono degli stupidi prefetti, spiritualmente, intellettualmente, moralmente, socialmente e culturalmente deprivati: praticamente in tutta la loro cadaverica realtà? Per questi luoghi dunque si scelgano come prefetti gli uomini più illuminati, se si vuole davvero che il denaro della pietà pubblica non sia inutilmente speso per pascersi di vizi, ma piuttosto speso proficuamente dalle generazioni avvenire per pascersi di virtù civiche.

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CAPITOLO TERZO. LA DONNA MUOVE L'UOMO (p. 159) 3.I. LA FORZA MOTRICE DELLA DONNA Porto a compimento questa mia opera, benemerita Signora, dimostrando la terza prerogativa annessa alla personalità (l'essere personale, tipico, caratteristico) della donna, la quale, come già detto, oltre a generare e istruire l'uomo, lo deve anche muovere, esser cioè causa del suo agire. Dopo che me ne sono occupato ampiamente e sono riuscito ad affermare come principio inconcusso (che non vacilla, incrollabile, stabile, saldo) il dato primitivo della procreazione; dopo che ho scorto la verità riguardo all'educare e istruire; è agevole concludere essere nella donna anche la forza ispiratrice, la forza del motivare e spingere l'uomo ad agire, a operare il bene e il male. Da dove scaturisce questa forza che da un lato riconosce alla donna una posizione di preminenza, supremazia e autorità, e dall'altro crea nell'uomo uno stato di continua, incessante dipendenza e soggezione? Certamente dalla stessa natura delle cose, che finora rimase latente e inosservata. Se consideriamo attentamente l'uomo dal punto di vista della direzione spirituale che dà alla sua vita, scorgiamo agevolmente che egli mira alla beatitudine (felicità assoluta, stato di soddisfazione e di benessere dello spirito), i cui elementi costitutivi sono: - l'Essere Eterno, origine e principio dell'intelligibilità, il vero per eccellenza; - e la donna che, nella categoria degli enti finiti, rappresenta (incarna) concretamente l'immagine più perfetta di Dio. Infatti l'uomo, in quanto dotato di qualità spirituali, si può dire che non esista, non viva e manchi a sé stesso (nel senso dell'agire in modo non degno di sé) se non è attivo e operoso, se cioè non esplica le facoltà cogitative (pensare, riflettere), l'arbitrio (inteso come "facoltà che ha l'uomo d'operare secondo il giudizio formato nella sua mente, che dicesi anche Libertà e Libero arbitrio". P. Fanfani, p. 110), la fantasia, gli affetti, la volontà (in realtà, l'ispirazione: "motivo interno della volontà che incita a operare". P. Fanfani, p. 806): cosicché, tolto questo mirabile complesso di cose, esso si riduce a una pura e semplice potenzialità. Ora, chi non vede che tutto ciò è misteriosamente prodotto dal benefico influsso della donna? E chi può negare che la donna sia per lui la fonte dell'essere, del vero, del buono, del bello, della felicità, della gioia e della mestizia, della pace e della tristezza, della vita e della morte? Quindi, se l'essere è nella donna, se l'essere è il vero, se il vero è la legge dell'intelletto, allora l'uomo, preso nella sua totalità, che per un'anomala consuetudine si ritiene superiore alla donna, nondimeno istintivamente e alla prova dei fatti si rivela a lei chiaramente inferiore, ubbidendole in modo servile. La donna d'altra parte sa che crea, partorisce, alimenta, educa l'uomo; e che questi, per tanto bene, debba essere a lei soggetto, e altresì mantenere nei suoi confronti un atteggiamento di dipendenza, non dissimile da quella intercorrente fra l'effetto e la causa. Quindi, con la gentilezza e con la forza del sentimento lo dirige e lo domina dall'alba al tramonto della sua esistenza. E perciò questo è il vero, il solo diritto d'imperio (diritto a comandare; vd. lat. imperium) fondato sull'amore che si origina dalla grazia divina (cioè da quell'insieme di doni e di aiuti soprannaturali che Dio concede all'uomo per guidarlo nella via della virtù e della salvezza), perché Dio, per un'opera di tal fatta, ha dotato la Donna di notevoli capacità e abilità (in senso fisico e spirituale) e l'ha investita dell'unica legittima autorità che l'uomo sulla terra accetta e riconosce senza stento (senza problemi, facilmente). - Nell'età lirica - la prima età, avente i caratteri propri della poesia lirica: calore, affetto, ra-

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pimento fantastico, intensità di sentimenti e sim. -, quando malfermo si piega istintivamente a terra (si flette, si abbassa) per ricevere da essa la forza necessaria per sostenere le battaglie della vita (ad es.: contro la malattia, l'odio, la menzogna, la violenza e sim.), la prima parola che egli pronuncia è madre; - nell'età epica - l'età mediana, adulta, avente i caratteri della poesia epica, cioè oggettiva e narrativa -, quando milita sotto le insegne della virilità, in ogni disfatta non invoca che la madre; - nell'età drammatica - la tarda età, avente i caratteri della poesia drammatica, incentrata sul dramma, sulla rappresentazione di vicende dolorose e angosciose - infine, quando vecchio, nell'ineluttabile ciclo della vita, si piega nuovamente a terra sotto il peso degli anni, chiedendole il riposo del guerriero stanco, cioè il sonno eterno, la morte, la soave parola madre è sempre sulle sue labbra come unica forza morale da cui si sente difeso, tutelato. Per cui, la prima signoria, il primo potere che Dio ha costituito, è la sovranità della donna che attiene alla sfera dei sentimenti. Gli uomini scaltri nelle male arti dell'usurpazione, cercando di mascherare (sotto ornamenti falsi e speciosi) la legittimità con l'esercizio brutale della forza fisica onde non avere la donna come antagonista (nemica, concorrente, avversaria, rivale), predicano il suo essere debole - e per dirla con linguaggio filosofico, le attribuiscono tale predicato, tale qualificazione, tale condizione - per poterne assumere la tutela e renderla così soggetta al proprio potere. Sindacando la loro coscienza (la loro condotta, la loro vita privata, il loro operato) e rappresentando, mentendo, un'autorità che non hanno, le debellano (fuor di iperbole: le sopraffanno, le dominano, le piegano ai propri voleri con la violenza o la prepotenza) e ne usurpano il posto. Di grazia, in cosa consiste per questi signori la debolezza della donna, se sotto tutti gli aspetti dimostra chiaramente di avere attitudine a muoversi e muovere, ad agitarsi e agitare tutti gli elementi della vita? Se essi stessi, seguendo il criterio di quel magistrato, presidente del tribunale, che riteneva la donna causa di ogni crimine, attribuiscono i mali sociali all'amore appunto della donna, come si può logicamente unire insieme l'essere con il non essere, cioè l'amore, che è un potente impulso al movimento dell'ordine del mondo, con la debolezza, che è la negazione di tale potenza? Ah! guardiamo con un po' più di buona fede i fatti della vita, e confessiamo pure che la donna esercita sul nostro cuore e sulla nostra mente una grande influenza, proprio come la luna sulla terra, il satellite sul suo pianeta. Confessiamo pure che come il mare accelera il moto delle onde all'apparire della luna, così il nostro cuore si agita (si turba, si eccita) allorché si scorge la bella (la donna amata) che fa "della sua palma, sospirando, letto" (appoggia la guancia al palmo della mano). [Purgatorio. Canto VII. vv. 105-106: "L'altro vedete ch'ha fatto a la guancia / de la sua palma, sospirando, letto". Nota: "L'altro: Arrigo, il suocero di Filippo il Bello; ch'ha fatto, ecc.: <<si tenea la gota in su la mano, e sospirava e portava dolore della sua negligenzia avuta nel mondo>> (B)", p. 311 de La Divina Commedia Commentata da Eugenio Camerini. Illustrata da Gustavo Doré, European Book, Milano].

E allorché uno sguardo eloquente, una fiammella, un certo non so che di magnetico, d'indefinibile, traspira dall'angelico volto di una donna, specialmente quando essa non è una di quelle degeneri tirannelle "... a cui nel seno / Né amor del giusto né pietà s'alberga" [Iliade di Omero. Traduzione di Vincenzo Monti. Libro Ventesimoquarto, vv. 55-56] [N.B.: In realtà, i versetti montiani at-

tengono esclusivamente ad Achille, e non già alle tirannelle morelliane: "Per servir d'Achille / alle furie; d'Achille, a cui nel seno / né amor del giusto né pietà s'alberga, / ma cuor selvaggio di lïon che spinto / dall'ardir, dalla forza e dalla fame / il gregge assalta a procacciarsi il cibo. / Tale il Pelìde gittò via dal petto / ogni senso pietoso, e quel pudore / che l'uom castiga co' rimorsi e il giova."]

bensì una di quelle persone misericordiose e ammodo (educate, gentili), che cova in segreto, dentro di sé, sentimenti nobili e non ardore di basse ambizioni, carità cristiana e non crudele egoismo, fiducia nel prossimo e non falsa ipocrisia, ragione illuminata (dalla luce della verità) e non pregiudizio cieco (senza la luce della ragione). Quindi, per quanto concerne la donna: invece di volere che questa grande forza sia an-

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nientata a colpi di minacce e vituperi; invece di sacrificarla, di mortificarne la carne e lo spirito con le monacazioni (il farsi monaca) - mentre si sa che il celibato è un delitto, perché sopprime nei due sessi le più importanti funzioni -; sia ella governata in modo conforme alla ragione, sia educata per svecchiare la società morente a causa del vizio e della corruzione diffusa, sia elevata a un maggiore grado di dignità, a un più alto valore morale e ideale, se si vuole l'uomo spiritualmente elevato. Insomma è bene che con la luce della ragione, la donna diventi davvero l'espressione vivente delle sanzioni divine, al fine di indurre l'uomo all'adempimento del dovere nel quale è riposta la felicità della sua coscienza. Quale vantaggio si ha da questo eterno litigare che pretende l'impossibile? Che cosa si ricava da una donna alla quale imperiosamente si intima di non amare? Ci vuole poco a indovinarlo (non occorre molto acume, molta intelligenza; la risposta non è difficile)! Scoraggiata dall'imperioso ordine di un'autorità presunta, ella ha promesso di reprimere i moti del cuore (emozioni, sentimenti, affetti, impulsi); sospinta (spronata, incitata, indotta) invece dall'effettiva autorità della legge di natura, ella nondimeno ama. La donna, al pari di Galileo che, mentre giurava davanti agli inquisitori del Santo Uffizio che la terra non si muoveva, diceva tra sé: << bench'io lo giuri tu pur ti muovi>>, [Cfr. Giuseppe Marco Antonio Baretti, The Italian Library, London, MDCCLVII. (p. 52). Digitalizzato Google. Wikipedia, Giuseppe Baretti: "In quest'opera compare per la prima volta la citazione della frase <<E pur si muove" attribuita a Galileo, ma non registrata in alcun documento precedente"],

la donna, dico, con un sospiro, un cenno, un sorriso, una lacrima, rivela in modo manifesto che la confessione da lei resa verbalmente, le è stata estorta e che non basta a cancellare la suprema legge che le impone di amare; e se palesemente mostra di ubbidire ai consigli autorevoli (che provengono cioè da persona cui si riconosce autorità) o di sottostare alle brusche (inattese per la violenza; improvvise e spiacevoli) minacce, quei consigli e quelle minacce irragionevoli, non dissimilmente dall'impercettibile soffio di vento, invece di spegnere, ingagliardiscono la segreta fiamma della sua passione. Ora, la donna, trovandosi nella veneranda, sacra condizione di madre, esercita un dominio d'amore, che la suprema ragione dell'istinto materno eleva, cioè innalza a nobiltà, sulla dualità sessuale - essere maschio, femmina - e sugli effetti che ne derivano. Ora, come amante, mossa da ardente desiderio, soppesa (valuta attentamente) l'uomo, e lo modifica conformemente alle sue segrete voglie. E perciò, come l'automa nei suoi movimenti indica la presenza nascosta del giocoliere, così l'uomo tutto preso d'amore per lei, riversa nei suoi atti l'ardore nascosto e si sente beato soltanto nel paradiso della sua bellezza: affronterebbe qualsivoglia cosa spiacevole e dolorosa, sosterrebbe ogni fatica, toccherebbe l'impossibile, l'inimmaginabile, per raccogliere da quell'anima solitaria un tantino, un po' di benevolenza. [Cfr. Sacri Panegirici de Santi de quali Santa Chiesa Con solennità maggiore celebra per tutto l'anno la Festa. Del padre maestro F. BENEDETTO FEDELE DI SAN FILIPPO, In Venezia, M.DC.XLI. In particolare il PANEGIRICO Decimoquinto. Del Patriarca San Giuseppe Sposo della Madre di Dio. Digitalizzato Google. "4. Sapete la ragione, per la quale Iddio diede al suo servo Giob, doppo cotanti travagli, tre figlie tanto belle, che non mai il mondo vidde cose simili? Non sunt inventae mulieres speciosae, sicut filiae Iob in universa terra, dice Moise. Questo avvenne, secondo Olimpiodoro, affinche Giob nella vista di quelle si ricreasse, e si scordasse dell'intutto de passati travagli: Ut earum aspectu omnis superioris aerumnae funditus interiret. Quasi con la vista delle sue figlie dar l'abbia voluto Dio un paradiso in terra; e pria che lo chiamasse in cielo, bearlo." (p. 165) "5. ... Se chiedete da un huomo tale, che cosa gli paia sua moglie? sicuramente vi risponderà. ella è la mia felicità, la mia beatitudine, il paradiso; guardando lei, mi rallegro, mi felicito, mi beatifico." (p. 166)]

Da ultimo, la donna, come moglie, forma il cuore (cioè gli affetti, i sentimenti, le emozioni) del coniuge e dei figli, la cui vita terrena è da lei ideata - concepita cioè con la mente - e portata a compimento attraverso una mirabile orditura di affetti; e dal centro della sovranità domestica, incarica l'uomo, qual suo messaggero, di sbrigare le commissioni fuori di casa. Ed egli, appunto sottomesso al suo potere, con obbedienza cieca (totale, assoluta) lavora e provvede, va e ritorna, trascinato dall'impellente forza di un dovere naturale. Dico naturale in quanto, senza distinzione alcuna di spazio e tempo, naturalmente, in tutti i luoghi e presso tutte le razze, si vede lo stesso principio di dipendenza acquistare

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progressivamente forza e intensità. In ogni punto dei due emisferi e in ogni aggregazione di abitanti del globo, l'unità della famiglia, originale creatura di Dio (Vd. Marco 10, 2-16), si costituisce (cioè assume una determinata forma o struttura) e si mantiene per il tramite della Donna che dispone e comanda. Dal nomade mauro [Màuro, appartenente ai Mauri, nomadi sahariani della Mauritania, regione fisica dell'Africa nordoccidentale], dal rozzamente geloso berbero [appartenente a Bèrberi, popolazioni autoctone dell'Africa settentrionale], che per l'influenza dell'Islamismo mantengono in rigorosa schiavitù la donna, sino all'aristocratico o al plebeo cristiano dell'Europa, ai quali il vangelo consiglia di rispettare la personalità della donna {38}, si vede perennemente questo, che la rigida, rigorosa uniformità, omogeneità del potere dell'uomo è sempre dominata dall'arcana (occulta perché misteriosa e sacra) influenza della donna. È quindi per questo reale dominio e per questa effettiva superiorità che, abbagliata dalla verità evangelica, la cavalleria medievale (nel Medioevo, istituzione politica e sociale, morale e religiosa, della quale facevano parte i cadetti esclusi dalla trasmissione ereditaria del feudo, i quali erano legati fra loro da un giuramento di fedeltà non a un signore, ma agli ideali di giustizia e d'onore, di difesa della fede, dei deboli, delle donne, secondo la morale celebrata dalla poesia cavalleresca - Treccani online) sostituì il mulier, colto tra le rovine dello sfasciato impero, con il do-

mina, donna, signora, come oggigiorno si sente dire nei modi volgari della lingua italiana. Per cui il nome donna - nel senso di colei che domina, che signoreggia - non è dalla donna usurpato, come si vorrebbe, con la forza dei suoi ammalianti e seducenti ornamenti sessuali [cioè con la attrattiva sessuale (sex appeal); con il fascino femminile, spec. sessuale]: ella lo ha ricevuto come simbolo peculiare della sua naturale congenita potenza dagli uomini giusti che osservano i principi della giustizia, che operano e giudicano secondo giustizia.

3.II. TESTIMONIANZE STORICHE (p. 166) La storia, benemerita Signora, ci offre moltissime prove per abbattere la vile opinione dei retrivi nemici del progresso, che fondamentalmente è principiato dall'illuminarsi della donna e dall'incivilirsi della famiglia conformemente ai principi cristiani. Non possiamo dimenticare il fatto primordiale della Genesi, quando Adamo, il primo padre, dannando sé, dannò tutto il genere umano. [Dante, PARADISO, Canto VII, vv. 25 e segg.: "..., quell'uomo che non nacque, / dannando sé, dannò tutta sua prole;"]

Per personificare il male, non fu scelto direttamente Adamo, ma Eva. Per poterlo vincere ed estirpare, s'impegnò, o meglio, si vincolò solennemente la madre Eva, e, muovendo con continue voltate - la molla del sentimento, attuando cioè sapientemente opportune strategie sentimentali, (la provvidenza divina) conseguì ciò che si desiderava. Non possiamo altresì dimenticare questo, che Dio, volendo diffondere dal cielo (quale sede appunto di Dio stesso) la sua luce sull'umanità dimenticata, avvolta dalle tenebre dell'ignoranza, del peccato, della superstizione, colse la Donna di Nazaret che viveva nell'umiltà, o meglio, nella virtù dell'umiltà, e ripose in Lei la summa sapientia, la prudentia della rigenerazione cristiana (nella religione cattolica, rinascita nella grazia di Dio attraverso la liberazione dalla colpa). E né possiamo cancellare dai fasti (le memorie gloriose) dell'antichità: * il sangue eroicamente versato in dieci anni di guerra tra i nerboruti Greci e i vigorosi Troiani per la questione d'onore connessa con il ratto di Elena; * l'influenza della leggiadra Briseide (patronimico usato da Omero nell'Iliade per Ippodamia, sacerdotessa troiana di Apollo. Durante la guerra di Troia, Achille la catturò e la prese come schiava e amante) su Achille, che per lei lasciava inoperosi i suoi Mirmidoni (antico popolo della Tessaglia Ftiotide del quale Achille era re, e che condusse con sé, in gran numero, alla guerra di Troia) nel fervore della battaglia che decideva le sorti - e quindi la gloria o il vituperio delle generazioni avvenire - delle due nazioni belligeranti; * le malie della maga Circe [dea della religione greca. Presente nell'Odissea di Omero (Libri X, XI, XII) e nel mito degli Argonauti. Wikipedia] che, per mezzo degli incantesimi fatti nella sua reggia di Ponza, snervò e

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ridusse al nulla il destro Ulisse, pronto di mano e d'ingegno, e gli stanchi eroi del mondo antico. E infine non possiamo dimenticare: *l'influenza della donna greca sulla sorte della propria nazione allorché offrì alla patria i suoi eroici figli, alle Termopoli (Passo fra la Tessaglia e la Grecia centrale, fra il Monte Eta e il Golfo Maliaco, dove fu combattuta la celebre battaglia con la quale i Greci, nell'agosto del 480 a.C, tentarono di fermare l'esercito persiano di Serse) e a Maratona (Antica località dell'Attica (Grecia), dove fu combattuta nel settembre del 490 a.C., la celebre battaglia con la quale gli Ateniesi riuscirono a respingere l'invasione dei Persiani.), per difendere la causa della umanità, cioè la causa della libertà, giustamente abbracciata da tutto il popolo ellenico contro l'oppressivo dispotismo orientale. * L'entusiasmo che l'eroica Clelia (figura della mitologia romana, presa in ostaggio da Porsenna - 507 a. C.) destò nei guerrieri romani. * L'ira e la vendetta nazionale che l'infelice Virginia [una bella giovane di famiglia plebea di cui s'invaghì Appio Claudio durante il secondo decemvirato - leggendario personaggio femminile romano, vissuta nel V sec. a.C. - uccisa dal padre nel 44 a. C.] suscitò nell'animo dei suoi contemporanei contro lo strapotere del Decemvirato.

* La pietas della madre Veturia che mitigò il feroce disegno di Coriolano [Alle porte dell'Urbe, al IV miglio della Via Latina, mentre i consoli del 488 a.C., Spurio Nauzio e Sesto Furio, organizzavano le difese della città, venne fermato dalle implorazioni della madre Veturia e della moglie Volumnia, accorsa con i due figlioletti in braccio, che lo convinsero a desistere dal suo proposito di distruggere Roma], impedendogli di farsi (diventare) parricida (che tradisce la patria o cospira alla sua rovina).

L'epopea cristiana del Medioevo ci presenta, nell'immenso tafferuglio cavalleresco, 12.000 giovani ardimentosi che appena ventenni, quando l'amore è una febbre ardente, delirarono per la donna, e a Gerusalemme ardirono ingaggiar battaglia con i barbari profanatori del Sacro Sepolcro [S. Morelli alla Camera dei Deputati - Tornata del 20 Giugno 1878 - dirà che "La donna è ispiratrice di eroismo oggi come lo fu pei 300 delle Termopili, come lo fu per le crociate del medio evo, ed io sono sicuro che all'ora del cimento l'angelo di simpatia che è moglie al soldato italiano lo spingerà animosamente alla vittoria." E nella Tornata del 1° Aprile 1870, aveva detto che nei "cicli eroici dei mezzi tempi": "Bastava giurare sulla mano d'una fanciulla per affrontare coraggiosamente la morte, come avvenne ad interi eserciti di giovanetti esaltati per le battaglie del Santo Sepolcro."]

* Lo spirito evangelico non si sarebbe diffuso da un polo all'altro della terra, se coloro che ne furono i propagatori (appunto della fede) non si fossero serviti dell'influenza femminile. E in ciò Vincenzo de' Paoli [nome originale Vincent de Paul (Pouy, 24 aprile 1581 - Parigi, 27 settembre 1660), sacerdote francese, fondatore e ispiratore di numerose congregazioni religiose (Congregazione della Missione, Figlie della Carità e Società San Vincendo de' Paoli). Proclamato santo nel 1737 da papa Clemente XII. Considerato il più importante riformatore della carità della Chiesa cattolica] ha lasciato un grato ricordo con il sublime istituto di suore "Figlie della carità". Queste,

prive dell'irragionevole perpetuo legame delle altre infruttuose monacazioni, si arruolarono temporaneamente sotto le bandiere della carità, militando a favore degli sventurati e sacrificando con ammirevole abnegazione la loro pudibonda giovinezza. * L'Inghilterra, vincitrice, avrebbe di certo invaso e mandato in rovina la monarchia francese se la Pulzella d'Orleans [Giovanna D'Arco, Jeanne d'Arc (Domrémy, 6 gennaio 1412 - Rouen, 30 maggio 1431), eroina nazionale francese, venerata come santa dalla Chiesa cattolica, oggi conosciuta come la Pulzella d'Orléans.], accesa di entusiasmo divino [cioè di Dio (genitivo soggettivo)], non si fosse messa alla testa di un esercito, e non lo avesse infiammato sino a ottenere una gloriosa, trionfale vittoria, assai singolare per la forza degli ostacoli che la rendevano impossibile. * Cristoforo Colombo, spirito ardito e intraprendente, non avrebbe di certo scoperto l'America e alleato i fratelli barbari con i fratelli civili, se Isabella di Spagna, animo pio e generoso, non avesse vinto la sciocca resistenza di re Ferdinando ad accordargli i mezzi necessari all'impresa. * La Francia avrebbe di certo anticipato la rivoluzione se Madame de Maintenon [nata Françoise d'Aubigné (Niort, 27 novembre 1635 - saint-Cyr-l'École, 15 aprile 1719), amante e moglie morganatica segreta di Luigi XIV di Francia] non avesse contenuto il mal governo di Luigi XIV.

* La storia d'Italia ci tramanda il nome glorioso delle donne che prepararono la Lega Lombarda tra le mura domestiche e sostennero con entusiasmo spartano l'onore nazionale in Pontida [Il giuramento di Pontida sarebbe stata una cerimonia che avrebbe sancito il 7 aprile 1167 nel piccolo comune vicino a Bergamo l'alleanza tra i comuni lombardi contro il sacro Romano Impero di Federico Barbarossa] e Legnago [La battaglia di Legnano fu combattuta il 29 maggio 1176 nei dintorni dell'omonima città lombarda, e dette vita alla Lega Lombarda, presieduta da Papa Ales-

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sandro III].

* La storia delle lettere e delle arti ci presenta le angeliche forme di Beatrice (Dante), Laura (Petrarca), Leonora (Tasso), la Fornarina (Raffaello) e di tante altre donne che ispirarono artisti geniali, e che preferirono all'ipocrisia delle losche (perché cieche da un occhio, e quindi guerce, o di onestà molto dubbia. Vd. Aulo Persio Flacco tradotto in prosa dal sacerdote D. Luigi Bruni, Napoli 1836, p. 134: "Lusca sacerdos, perchè donne deformi s'impiegavano al ministero d'Iside; o perchè losca veramente; o losca rispetto a'mali costumi, mediante la metaf.") sacerdo-

tesse d'Iside (Iside o Isis o Isi è la dea della maternità e della fertilità nella mitologia egizia) di dubbia onestà, e alla stoltezza di un assai meschino orgoglio casalingo, gli slanci sublimi di una mente pensatrice e l'immortalità (fama durevole, imperitura), o meglio, l'eternità terrena. * La rivoluzione del '48 ci offre gli splendidi esempi dell'illustre veneziana Contessa Labia (che per una messa di suffragio in morte di Cavour, a scelta fra una multa o il carcere, preferì il Piombi); della principessa Belgioioso [Cristina Trivulzio Belgiojoso (Milano 28 giugno 1808 - Milano, 5 luglio 1871), patriota italiana, partecipò attivamente al Risorgimento. Fu editrice di giornali rivoluzionari, scrittrice e giornalista] che capitanò i prodi della crociata nazionale [Nel 1848, era a Napoli quando scoppiò l'insurrezione delle "Cinque giornate di Milano". Partì subito per Milano con circa 200 napoletani che decisero di seguirla, tra gli oltre diecimila patrioti che si erano assiepati sul molo per augurarle buona fortuna. Wikipedia. Vd. anche Storia delle Due Sicilie, Volume 1°, di Giacinto De Sivo - Digitalizzato Google, pp. 184-185]; dell'immortale

Anita Garibaldi, e di tante altre di cui l'Italia ha un lungo elenco. * Gli annali dell'eroica Francia ci dicono che una delle più grandi rivoluzioni dei tempi moderni fu compiuta dalle smaliziate donne di Parigi che sfidarono inermi i 60.000 soldati che presidiavano il Palazzo delle Tuileries: invitandoli a tirare sui loro seni scoperti, li incantarono, e così li disarmarono, mostrando al mondo che le strategie e gli strumenti di guerra riescono inefficaci quando si ergono a tutela della patria i seni inespugnabili, inviolabili delle donne {39}. E se tutt'altro documento mi mancasse per dare conferma delle mie opinioni, se 60 secoli di storia non fornissero prove convincenti, basterebbe volgere lo sguardo sulla famiglia, sulla società e su noi stessi, o leggere e interpretare i momenti della vita in comune, per determinare, identificare la potentissima influenza che la moglie ha sul marito e, in generale, l'influenza della donna sull'uomo. Infatti, chi tra i viventi si muove senza avere una donna da cui prendere l'ispirazione e verso cui convergere i moti del suo animo e del suo cuore (affetti, sentimenti, emozioni, passioni) continuamente oscillanti tra due valori estremi? E se siamo paurosi, inetti e poco inclini al bene, non deriva forse questo dalla cecità e ipocrisia della donna che, essendo decaduta e mancando d'istruzione scientifica, di certo deve essere attratta dal sensibile che intorpidisce la mente, lo spirito, la volontà, sino a ridurre l'uomo che necessariamente deve muovere, (come) uno che dice di no al bene? Se dunque, egregia Signora, questa donna è l'unico essere che possa muovere il cuore dell'uomo, deh! sia essa illuminata con la luce della verità, sia essa istruita con la scienza, perché, illuminata e istruita, sarà la benefica espressione e manifestazione di Dio sulla terra, o meglio, sulla terra dei vivi - in antitesi con la terra dei morti, non illuminati cioè dalla luce della scienza -. (Cfr. Tommaseo-Bellini, "15. Terra dei viventi; La regione de' Beati." - Manuzzi, p. 526/985, "§. 11. Terra de' viventi, dicesi il Paradiso.")

L'umanità ha bisogno di lei! In 6.000 anni d'immoralità, ella ha dovuto solo immobilizzarsi (rendersi immobile) nell'inettitudine, o perlomeno è stato inevitabile che camminasse a ritroso come i granchi (cioè peggiorare, regredire). Perciò, se si vuol ammodernare il costume, rendere la scienza universale (cioè di tutti), consolidare la religione, diffondere il benessere e la prosperità, allora è necessario illuminare la donna, perché lei racchiude in sé la cellula uovo, l'ovocito, da cui principia la vita degli esseri umani. Da che altro può derivare la feroce consuetudine delle donne cinesi che giornalmente affogano i neonati nei fiumi, distruggendo in un attimo la sacra e nobile opera dell'amore, se non dall'ignoranza che abbrutisce, se non dall'assoluta oscurità intellettuale, morale e spirituale; se non da carenza di scienza? Quale differenza può esserci tra quelle madri crudelissime e le belve divoratrici dei loro nati? Se tra quelle e queste madri cristiane si rico-

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nosce a queste ultime una sorte migliore, e l'uomo trova almeno tutelata la vita plastica, cioè la vita organica ["Vita plastica è quella specie di vita, cui spetta il convertire le cose naturali esterne in materiali organici, e ridurli finalmente ad organica forma. Questo processo di vita però non consiste soltanto nella prima procreazione ed ulteriore perfezione dell'organismo, ma ancora nella incessante riparazione alle sue perdite. Imperciocchè il principale carattere di questa vita si è quella metamorfosi perpetua di ciò che produce, per cui queste produzioni vengono poco per volta portate a gradi superiori e sommi di organica condizione, per indi ancora risolversi, e rigettarsi finalmente nella massa delle sostanze organiche. Il corpo vivente adunque costruisce di fatto sè medesimo, ma sè medesimo ancora distrugge. ...", pp. 524-525 Dizionario Classico di Medicina Interna ed Esterna, Prima traduzione italiana, Tomo 50°, Venezia, 1839), solo perché sprazzi di verità evangelica hanno fatto essere

tali madri più in sintonia con le leggi di natura, quanti benefici poi ne trarrà l'uomo se la donna, avendo acquisito un sapere completo, sarà in grado di aggiungere all'alimento materiale anche l'alimento morale, all'ardore insipido dei sensi anche la luce salutare dell'intelletto?

3.III. L'ASSOCIAZIONE DELLE DONNE (p. 172) S'illumini dunque la donna, così ella diverrà intrepida (come colei che non trema di paura, che mostra saldezza di cuore e fermezze d'animo soprattutto nel compiere atti di valore, nell'affrontare un pericolo, nell'iniziare e proseguire in un'azione anche rischiosa ritenuta un dovere) ispiratrice di eroismo; non si farà rammollire (intenerire, impietosire)

dalle lacrime, ma, fieramente guardando il dolore come un nemico che la sfida, lo debellerà con la sua potenza. [Morelli si riferisce a mio avviso a Cicerone secondo il quale bisogna affrontare il dolore con coraggio, e come se fosse un nemico. Marcus Tullius CICERO, Tuscunalae Disputatione (Opera Philosophica), Liber II. "54 Ut enim fit in proelio, ut ignavus miles ac timidus, simul ac viderit hostem, abiecto scuto fugiat, quantum possit, ob eamque causam pereat non numquam etiam integro corpore, cum ei qui steterit, nihil tale evenerit, sic qui doloris speciem ferre non possunt, abiiciunt se atque ita adflicti net exanimati iacent; qui autem restiterunt, discedunt saepissime superiores. Sunt enim quaedam animi similitudines cum corpore. Ut onera contentis corporibus facilius feruntur, remissis opprimunt, simillime animus intentione sua depellit pressum omnem ponderum, remissione autem sic urgetur, ut se nequeat extollere." La tensione dell'animo rimuove ogni gravezza. (Bisogna affrontare con coraggio il dolore) Come infatti accade in battaglia, allorché un soldato vile e timido, non appena vede il nemico, gettato via lo scudo, fugge quanto più può, e a causa di ciò talvolta muore pur non essendo stato colpito, e nulla del genere capita a chi rimane saldo al proprio posto; così, quelli che non sono capaci di sopportare alcuna specie di dolore, si avviliscono e rimangono in uno stato di avvilimento e prostrazione, mentre quelli che resistono assai spesso riescono vincitori. Ci sono infatti certe analogie fra l'anima e il corpo. Come i pesi più facilmente si portano se i corpi si tendono nello sforzo, ma sono schiaccianti se si allenta la tensione; analogamente l'animo con la sua propria tensione (= chiamando a raccolta tutte le sue energie) si libera da ogni presenza del dolore, invece, rilassandosi (cioè con la propria remissività), viene oppresso in modo tale che non sa risollevarsi. 51 In quo vero erit perfecta sapientia (quem adhuc nos quidem vidimus neminem; sed philosophorum sententiis, qualis hic futurus sit, si modo aliquando fuerit, exponitur), is igitur sive ea ratio quae erit in eo perfecta atque absoluta sic illi parti imperabit inferiori, ut iustus parens probis filiis; nutu, quod volet, conficiet, nullo labore, nulla molestia; eriget ipse se, suscitabit, instruet, armabit, ut tamquam hosti sic obsistat dolori. Quae sunt ista arma? Contentio, confirmatio sermoque intimus, cum ipse secum: <<Cave turpe quicquam, languidum, non virile>>." In verità perfetta sarà la sapienza in quello (noi finora di certo non ne abbiamo visto nessuno; ma nelle dottrine dei filosofi, viene spiegato quale sarà, se mai un giorno esisterà) che dunque, ovvero quella ragione che in lui sarà perfetta e assoluta, comanderà a quella parte inferiore così come un padre giusto ai figli dabbene; con un cenno, ciò che vuole, otterrà, senza alcuna difficoltà, senza alcun fastidio; sé stesso risolleverà, animerà, istruirà, armerà sì da resistere al dolore come a un nemico. Quali sono queste armi? Lo sforzo (impeto, vigore), l'incoraggiamento e il colloquio intimo, quando egli stesso con sé (colloquiando, dice): <<Guardati da ciò che è turpe, senza vigore (debole, fiacco), non virile.>>."]

In questo modo ella accetterà i principi, prenderà parte ai lavori civili e, per quanto sia sempre piena di riserbo, ritegno, discrezione (cioè: benché pudica, riservata, discreta), al pari del sole che si cela dietro le nubi, e delle radici sottoterra, sarà proprio da lei che emanerà la luce della vita sociale, e proprio dalla sua scienza (sapere, conoscenza) sbocceranno le soavi gemme della vera civiltà cristiana. Però, benemerita Signora, bisogna pur ricordare che il frutto del destino non cade acerbo: il frutto acerbo sta ben saldo al ramo; maturo, cade da sé senza scuoterlo. [Nil non acerbum prius quam maturum fuit (Non c'è frutto che non sia stato acerbo prima di essere maturo!). Publilius Syrus, Sententiae, (I secolo a. C.) aforista, drammaturgo e scrittore romano. The works of Shakespeare, London 1836. Digitalizzato Google. Hamlet. Act III. p. 852: "Which now, like fruit unripe, sticks on the tree, / But fall unshaken when they mellow be". (Come frutto acerbo sull'albero sta fermo / Ma cade non scosso appena è maturo.)]

Per cui è necessario che maturi, che pervenga a maturazione, e per toccare con mano questo periodo di luce (di salvezza, di rinascita ecc.), per conseguire questo grande obiettivo, non basta che lo si dica, occorre prepararlo con la propria opera. Ma chi deve prepararlo?

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Le donne, rese prive di forze (fisiche e morali) e ritenute con superficialità inadeguate allo scopo, rifuggono dai clamori che i loro reclami susciterebbero nell'opinione pubblica. Perciò, non vi possono prendere parte. Da esse non ci si può attendere altro che questo, che continuino: - ad associarsi tra di loro per fondare, in ogni paese, LA RELIGIONE DELLA SCIENZA; - a rigenerarsi (recuperare una precedente dignità, grandezza; rinnovarsi spiritualmente o culturalmente) alla moralità; - e, in forza di questa, a richiedere l'affrancamento dalla schiavitù del pregiudizio. Gli uomini, sopraffatti da false credenze, non s'adoperano neppure, perché non lo vogliono, forse perché temono di perdere la loro nominale (che esiste soltanto di nome, o non ha comunque valore effettivo) autorità e importanza. Allora siffatto pubblico ministero (cioè ufficio di elevato e nobile significato, al servizio degli altri, concepito come dovere morale) è affidato a una rappresentanza esterna, incaricata di agire in nome delle donne e degli uomini, e precisamente ai filosofi che assumono così la tutela dell'umanità: e la causa (la situazione e il valore, soprattutto civile e politico-sociale, che costituisce una ragione e un fine di lotta e d'impegno) della donna è la causa dell'umanità. Quindi gli uomini di pensiero (filosofi e scienziati), invece di formulare tesi sulla trisezione dell'angolo, e promettere premi a chi traesse da libri già scritti nuove inefficaci teorie (filosofie, sistemi, dottrine); insomma, invece di sprecare tempo e lavoro in tentativi di parziale e momentanea utilità, si volgano, indirizzino cioè la propria attività e le proprie attenzioni, a questo assai serio e importante argomento che è alla base di un bene duraturo e universale. La donna deve farsi libera per mezzo della scienza, e insignorirsi di nuovo delle facoltà (cioè padroneggiarle, averne un'ottima conoscenza) che le furono usurpate. Non può, sul proprio terreno, rimanere neutrale nella grande battaglia di radicale rinnovamento che l'umanità ha ingaggiato con sé stessa. Il legislatore è obbligato a rivedere le leggi e i titoli costitutivi della personalità giuridica della donna, e a regolarne altrimenti i diritti e i doveri in rapporto all'uomo.

3.IV. MATRIMONIO, DIVORZIO, ILLEGITTIMITÀ (p. 174) Il matrimonio, quest'atto solenne che santifica l'unione sessuale tra due persone, dev'essere condotto al punto da dare agio a entrambi i coniugi di esplicare le facoltà (psicofisiche, spirituali ecc.), facendo in modo che ciascuno conservi le proprie, aventi uguale valore sulla base dei principi della morale (coniugale) che li unifica. Quindi non già subordinazione della moglie al marito, che degenera spesso nell'assoggettarsi, cioè nel sottomettersi ai capricci e agli abusi del marito; ma equilibrio e armonia delle forze, rafforzamento dell'amore, svolgimento e approfondimento dell'intesa coniugale al fine di conseguire il supremo obiettivo della vita in comune. Il matrimonio è un contratto fatto dalla natura: tale unione, come dissi altrove, deve armonizzare le qualità spirituali dei coniugi affinché si completino reciprocamente. Quando marito e moglie non corrispondono più (non sono all'altezza, non sono adeguati) a questo altissimo scopo, perché è sfumato il bagliore di una passione momentanea, e sorge fra di loro una incompatibilità di carattere tale da rendere impossibile la convivenza, allora sorge a rigor di logica la necessità del divorzio, e ciascuno dei coniugi deve cercare di completarsi con un'altra più adeguata unione sessuale. Che cosa ci si potrebbe attendere da due esseri, il cui ricongiungimento si giudica impossibile, e la cui disparità (disuguaglianza, mancanza di parità) per quanto concerne il pensare e il sentire, costituisce una sorta di dualismo che condanna entrambi a rimanere imperfetti a vita tra i cipigli, i rancori, le miserie, gli scandali e cento altre cause di disordine domestico? Nella società attuale, la sentenza di separazione personale dei coniugi, con la quale

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soltanto si vuol mettere riparo alle incompatibilità coniugali, è una soluzione di compromesso che non rende giustizia né all'uno né all'altra: - Primo perché, una volta che si è colto un motivo serio di dissenso, questo aumenta, anziché scemare col crescere dell'età, quando le grazie giovanili sfioriscono (perdono la freschezza, il rigoglio e lo splendore giovanile) e la febbre amorosa (grande passione, desiderio intenso) diminuisce d'intensità e frequenza. - Secondo perché, se al marito si lascia libertà d'azione riguardo ai piaceri, la povera moglie rimane condannata al sacrificio di lunghe privazioni che le sono imposte dalla suprema legge (regola di condotta che vincola l'individuo a determinati valori, etici, culturali, affettivi e sim.) del pudore. Perciò io credo che per rispetto alla verità, alla giustizia e alla libertà umana, si debba sancire il divorzio, ove necessario, come misura di ordine e benessere sociale. Le stesse ragioni che rendono ammissibile il divorzio, portano a concludere che la piena rappresentanza non sta nel singolo uomo, bensì nel marito e nella moglie fusi insieme dall'amore. L'uomo non è perfetto finché non raggiunge questa fusione. Perciò, considerato individualmente, avrà metà di intelligenza, metà di forza vitale, e per conseguenza dovrà essere per metà considerato in rapporto al ruolo e alla funzione che svolge nella società. Quindi, anche se, per rispetto alla libertà, si dà valore agli atti dell'uomo di età avanzata che è rimasto celibe, non si può, anzi non si deve, fare altrettanto con l'uomo unito in matrimonio: in siffatta condizione, gli atti dell'uomo hanno valore se compiuti in forza di una personalità giuridica intera, la quale appartiene congiuntamente a tutti e due i coniugi. L'uomo acquista socialmente qualcosa di serio e di solenne quando contrae matrimonio (cioè si sposa): e ciò in modo riflesso, indirettamente, derivandogli dalla dignità della donna con la quale si completa. Per questo non riesco a spiegarmi come mai le legislazioni abbiano potuto permettere che colei che autentica, avvalora cioè l'autenticità della vita, si debba nascondere o tacere (non dire, non rivelare) nei suoi atti più importanti. Cominciando dai figli nati nel matrimonio che, come già detto prima, possiamo dire opera esclusiva della donna, le leggi stabiliscono che si debba imporre ai figli il nome del padre e non della madre, basandosi su ipotesi e negando poi i fenomeni visibili, certi, connessi con la procreazione. Questa esclusione ha fatto sì che le si lanciassero contro epiteti ignominiosi; e il non dar loro la lusinga (speranza, promessa) di essere rappresentata dai figli attraverso la successione del nome, è certamente la causa di quella mancanza d'amore, di attaccamento, che le porta addirittura a gettare o trascurare di educare i propri figli. Da ciò trae origine anche l'onta del tutto priva di fondamento che pesa per tutta la vita sui nati fuori del cosiddetto legittimo vincolo coniugale. Essi senza alcuna colpa scontano (patiscono, soffrono), in una società che li guarda in cagnesco, una pena immeritata. Separati dagli altri figli a causa della loro fittizia condizione di stato (civile) (cioè della loro particolare situazione giuridica o sociale), vedono costituito un odioso privilegio a favore di coloro che furono battezzati con il cognome del padre; e, mentre le leggi proclamano l'uguaglianza dei diritti, i gettatelli ["Si dice in molti luoghi di Toscana; e così ne ragiona il Fornaciari nelle Prose, pag. 492. <<Per esempio a significare i bambini abbandonati (che quì con odioso vocabolo diciamo bastardelli) i Toscani con quella loro gentilezza dicono trovatelli; e anche gittatelli. Ora quest'ultima voce che, non essendo nei vocabolari, nè (per quanto io mi sappia) in antico scrittore fino quì divulgato, potrebbe altri credere di origine non antica, si legge fino dal 1240 nella Regola dello Spedale di S. Giacomo dell'Altopascio, dove al cap. 44 è stabilito che 'l Priore dell'ospitale ogni anno comperi cento ... coperte tinte ad ricoprimento dei fanciulli gittatelli." P. Fanfani, gettatello, p. 669] o i figli senza padre

sono condannati a riconoscere delle disuguaglianze tra sé anonimi e quelli che ereditano i beni e il nome del genitore. Per mettere un freno a una siffatta condotta che provoca infelicità e tormenti (l'illegittimità della nascita), e che io credo sia stata la causa effettiva (agente, efficiente) che ha portato a statizzare (a trasferire sotto il controllo e la responsabilità dello Stato), nella sola Parigi, circa 70.000 trovatelli (bambini abbandonati dalla nascita); - e altresì per riordinare, conformemente alle leggi naturali, i titoli di esistenza, derivanti non dal capriccio, ma dal processo stesso della generazione; - e ancora per fugare dall'orizzonte della civiltà una distinzione davvero pesante, foriera di conseguenze fatali che rendono più amara la sorte avversa di una numerosa classe di per

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sone marcate da epiteti d'infamia; - e in ultimo per far trionfare il giusto mezzo; io dico che, se non si volesse concedere ai figli esclusivamente il cognome della madre, si dovrebbe almeno disporre che questo titolo (il cognome della madre) sia di per sé sufficiente alla legittimazione di un figlio naturale (cioè all'attribuzione della qualità di figlio legittimo al figlio nato fuori del matrimonio). Pertanto, ci sia o non ci sia il nome del padre, sia, il nome della madre, prova della genitura. E sia lei a giustificare ("9. Dell'Affermare altri o sé giusto. Modo bibl. non molto usit. † Del render giustizia, dichiarando giusto chi giusto è. Tert. Giustificate l'umile e il povero, traducendo da Is. Justificate viduam." Tommaseo-Bellini, giustificare, p. 353) i figli, e a stendere un velo di mistero sull'origine di ciascuno, accomunando tutti

indistintamente, perché legittimati spontaneamente dalla natura.

3.V. ILLEGALITÀ CONTRO LE DONNE (p. 179) Oltre a questo clamoroso errore che si rinviene nei codici, i quali avrebbero dovuto ritenere la personalità matrimoniale specificata unicamente dal concorso indefettibile (che non può venire meno) dei due coniugi, si vede sempre l'uomo primeggiare sulla donna, tanto da statuire non già la desiderata unione matrimoniale per scambiarsi vicendevolmente aiuto e forza, indispensabili all'adempimento della comune missione, bensì la rinuncia perpetua della donna alla propria autonomia e la sua soggezione all'autorità dell'uomo. Cosicché, in definitiva, non si scorge affatto la comunione di due anime su un piano di uguaglianza, su un piano di pari dignità, ma un rapporto di servitù (sottomissione, asservimento) assolutamente in antitesi con i dettami della ragione e della coscienza. Infatti, - il marito, e non la moglie, può stipulare i contratti; - il marito, e non la moglie, può stare in giudizio; - il marito, e non la moglie, può esercitare l'elettorato attivo e passivo; - il marito, anziché la moglie, è preferito nella tutela dei figli; - il marito, e non la moglie, può amministrare la proprietà; - il marito, e non la moglie, può esercitare il diritto d'associazione; - il marito può essere libero, e la moglie deve rimanere sempre soggetta alla sua autorità, alla sua volontà, al suo arbitrio; - il marito, per quanto concerne la vita sociale, può intrattenere rapporti con chicchessia; la moglie invece ha una sfera d'azione limitata, ben circoscritta da un potere e da un'autorità usurpata. Da questo scindere così la diade coniugale che avrebbe dovuto formare una sola anima, un solo corpo e una sola intelligenza, è conseguito che la donna: - non ha funzioni di rappresentanza né in casa, né in comune, né in parlamento (nazionale); - non ha alcuna rappresentanza negli impieghi pubblici, nelle cattedre scientifiche, letterarie e artistiche; - e infine non partecipa in alcun modo agli onori dell'ordine cavalleresco e accademico. Tale esclusione della donna da tutti gli uffici: - è marcatamente uno spregio pesante avverso la dignità della persona umana; - è un sottrarre all'umanità 450 milioni d'intelligenze; - e, invocando il ciceroniano summum jus [summum ius summa iniuria (lat. "il sommo diritto è somma ingiustizia") Aforisma giuridico con cui si vuol dire che l'uso rigoroso e indiscriminato di un diritto o l'applicazione rigida di una norma può diventare un'ingiustizia. Nella forma citata, si trova in Cicerone (De Officiis I, 10), ma è sentenza più antica ... . Treccani on line], dirò che

è un palese invalidamento degli atti compiuti dall'uomo (inteso come individuo di sesso maschile, o meglio, come marito) come persona giuridica. Delle due l'una: - o si considera la donna come metà dell'uomo, o meglio, dell'unità famigliare, e allora gli

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atti (giuridici) finora eseguiti dal marito-capo della famiglia devono ritenersi imperfetti, atteso che la perfezione si compie con il concorso della donna, e questa donna non compare, tra i firmatari, nei titoli stipulati dall'uomo durante la società (coniugale) che afferisce appunto al matrimonio: sono perciò privi di validità i decreti dei re e degli imperatori, perché non firmati dalle regine e dalle imperatrici; e tutti gli atti giuridici relativi ai contratti conclusi dai mariti senza il concorso delle mogli. - O si giudica la donna dotata di personalità propria, e allora essa è parte della società civile, nazionale. E se è cittadino che gode di speciali diritti, perché non può rappresentare e tutelare nel modo dovuto i propri interessi (e diritti) nella sfera dei rapporti sociali? [Giova riportare la traduzione francese del periodo: "De deux choses l'une: ou la femme est la moitié de l'humanité et alors toutes le lois promulguées jusqu'ici sont imparfaites, faute de la sanction de la femme; ou la femme possède une personnalité spécifique et alors comme partie intégrante de l'humanité, elle doit concourir sur le même pied que l'homme à la législation, à la gestion des affaires et aux fonctions sociales." - La femme et la science ...., p. 112 E cioè: "Delle due l'una: o la donna è la metà dell'umanità e allora tutte le leggi promulgate finora sono imperfette (viziate), in mancanza dell'approvazione della donna; o la donna possiede una personalità specifica e allora come parte integrante dell'umanità, ella deve concorrere sullo stesso piano dell'uomo alla legislazione, alla gestione degli affari e alle funzioni sociali."]

Di certo si dirà che è una stravaganza il volere che la moglie intervenga in tutte le faccende, quando, vivendo con il marito, si presuppone che intervenga di persona negli affari comuni; oppure che il marito può da sé solo rappresentarne gli interessi. - Alla prima obiezione rispondo questo, che raramente l'orgoglioso maschio chiama la moglie a prendere parte ai suoi negozi giuridici. Per la qual cosa, senza il suo concorso, il più delle volte, l'infelice (moglie) ha dovuto scontare le tristi conseguenze (pagare il fio) delle aberrazioni del marito. Quindi il suo intervento negli affari non deve essere presunto, ma si deve vedere concretamente con un mandato esplicito [cioè vincolante, per cui il mandatario (il marito) s'impegna a compiere un atto giuridico per conto del mandante (la moglie)], sia nella firma sia in altra forma di manifesto assenso. - In merito alla seconda obiezione, richiamandomi ai numerosi casi umani realmente accaduti, rispondo che l'intelligenza del marito non è mai sufficientemente illuminata per non aver bisogno di quella della moglie nel governo della casa, della famiglia (direzione e cura del buon andamento di una casa, di una famiglia). La moglie gli è compagna (la compagna della sua vita) unicamente perché è uno spirito pensante (una persona umana cioè come soggetto pensante); e a uno spirito pensante che costituisce la sua metà, non deve, e né può, essere negato il diritto di incidere con la sua intelligenza, la sua forza d'animo e la sua volontà sulle condizioni essenziali (es.: elementi di un accordo, patto; limitazioni, restrizioni, riserve) che attengono alla vita in comune. Qual è la ragione per la quale una donna che può essere una celebre cantante, un'abile ballerina, una rinomata giocoliera, non possa anche essere una pensatrice che diffonda sapere come docente, come avvocato, come predicatore, quando l'umanità lamenta una penuria di intelligenze, cioè di persone di grande capacità, prontezza e vivacità intellettiva? Qual è la ragione per la quale la donna che si deve stimare come compagna dell'uomo nella casa, nella piazza, nel teatro e nelle feste da ballo (feste paesane in cui viene allestito un ballo all'aperto), si debba poi escludere dai fatti importanti che decidono degli (sono cioè decisivi, determinanti rispetto a) interessi della famiglia e dell'onore della patria? Perciò, senza esagerare nel lungo esame delle cose sfortunatamente note a tutti e a ciascuno, si accetti la necessità di ristabilire giuridicamente la dignità della donna. Il secolo delle autonomie tende alla reintegrazione e allo svolgimento di tutte le potenze naturali affinché trionfi la forza morale sulla forza fisica. E se la donna più del maschio rappresenta la forza morale, allora, conformemente all'aspirazione razionale del secolo, se non deve prendere il sovrappiù (ciò che è in più del normale, del necessario, del giusto), deve almeno rimanere, per quanto concerne i diritti, uguale all'uomo suo compagno. L'avvenire - il certo, il grande, il temuto avvenire - è nemico spietato delle usurpazioni e delle tenebre (dell'oscurità intellettuale, morale, spirituale); e non ammette esseri che non si votino al sacrificio: si arma (cioè si provvede, si munisce del necessario per combattere) contro tutto ciò che rappresenta il passato per difendere il diritto, per sostenere il debole, per diffondere la luce (che ci libera da una condizione negativa, che ci eleva intellettualmente, spiritualmente; cioè la luce della scienza, della ragione, del progresso, della spe-

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ranza, della fede).

Coloro i quali, nell'ambito del loro progetto di vita, non edificano il loro agire individuale su tali basi; coloro i cui diritti non furono mai violati; coloro i quali non furono o non vogliono essere testimoni con la propria vita (o morte); coloro i quali risposero di no alla luce: sono fuori dell'avvenire. Ora, se la donna si trova in un decadimento degno di un bruto; se le manca la scienza per la quale tanto sospirò (d'amore, di desiderio); se è il primo martire registrato nella memoria storica dell'umanità; allora non può non partecipare, e in misura rilevante, alla costruzione dell'avvenire; e parimenti i grandi pensatori non possono non sentirsi in dovere di gridare e proclamare ai quattro venti la sua rigenerazione morale.

3.VI. LA RINASCITA DELLA DONNA (p. 183) Si è debellata la pirateria africana e la tratta dei negri ("il commercio di africani catturati o acquistati nei paesi d'origine e trasportati, fino al sec. 19° compreso, in altri continenti, spec. in America, per rivenderli come schiavi". Treccani online); si alza la voce per protestare contro la schiavitù in America; si provvede alle esigen-

ze dei bambini cinesi; e intanto nessuna crociata si proclama poi per riportare la luce della verità, della scienza dall'occidente all'oriente, e farla rifulgere sulle schiave mussulmane {40}; nessun apostolato si è intrapreso per l'educazione scientifica delle donne di tutto il mondo. Nondimeno ogni altro fatto è secondario, non implica mai la grande, importante, capitale (principale, fondamentale, decisiva) questione della donna. La donna si deve mutare, cioè rendere diversa (spiritualmente, socialmente, culturalmente) da quella che è attualmente, se si vogliono mutare i suoi effetti. Proprio lei è il principio da cui hanno origine tutte le conseguenze sociali. Perciò, finché sarà priva di vita spirituale, non darà altro che avvilimento, corruzione, degenerazione morale; finché sarà cieca (priva del lume della ragione, acritica) e stupida, per quanto ci si sforzi di investigare i rimedi opportuni, mai e poi mai si giungerà a estirpare radicalmente il male. Finora militò (fu di appoggio, di sostegno) la scusa della sua presunta inettitudine; e militarono altresì gli ostacoli temporanei e locali che impedivano lo sviluppo (l'accrescimento progressivo, il potenziamento) della verità; ma ora che la verifica sperimentale inficia tutte le ipotesi; ora che Dio comanda dall'alto dei cieli, attraverso l'esplicazione del vangelo, che tutti, uomini e donne, devono avere pari opportunità e uguaglianza di diritti; e dispone che l'ultimo evo l'evo moderno, evo bellicoso - del 6° millennio [Probabilmente Morelli fa iniziare la storia dell'uomo dall'invenzione della scrittura, e quindi dal 3.500 a.C., e cioè dal 4° millennio a. C.] sia speso per il trionfo del cristianesimo; il fatto che si taccia sulla sorte della donna e che si abbandoni proprio lei che è l'argomento più interessante nella e della vita dei popoli - tesi che tutte le persone magnanime devono fondamentalmente condividere -, non è forse un venir meno alla propria missione, un dichiararsi ignominiosamente vericida, cioè uccisore del vero?

3.VII. ESSERE E AVERE (p. 185) Si gridi dunque a est e ovest la rigenerazione della donna; si proclami la scienza come l'intento più nobile di tutto il globo terrestre, perché l'ignoranza per difetto di natura è sventura, per negligenza dell'uomo è colpa gravissima. E se in avvenire l'opinione pubblica ("il giudizio e il modo di pensare collettivo della maggioranza dei cittadini, o anche questa maggioranza stessa, in quanto ha esigenze, convinzioni, atteggiamenti mentali comuni", Treccani online) detesterà l'ignoranza volontaria, questo suo disprez-

zo, questo suo sentimento di profonda avversione morale, elevato a legge, porterà nel giro di un secolo all'abolizione dei codici. Sono certo, egregia Signora, che a una prima lettura parrà strano ciò che asserisco, ma

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se si avrà la pazienza di approfondire gli eccessi, le esagerazioni della vita reale, la stranezza che è solo apparente, si muterà subito in un'ineluttabile verità. È proprio della natura umana (cioè dell'essere umano, dell'uomo, degli uomini) agire liberamente quando la volontà è sottomessa all'intelletto, e agire da schiava quando invece segue l'impulso dei sensi (istinti, impulsi fisici, spec. sessuali) e della passione. Le comunità, che sono un aggregato, un insieme di persone che fanno vita in comune, se si muovono per impulso della ragione, seguono la morale spontanea del proprio essere, e sono libere. Quando invece si muovono perché forzate dal timore della pena, allora danno segni palesi di schiavitù, essendo mosse non dall'intima luce della verità, ma da un'esteriore forza bruta (non guidata dalla ragione) che le minaccia (che fa loro temere una pena, un danno, un castigo). Per la qual cosa, se tale forza scema (diminuisce d'intensità, si attenua), esse piombano nell'anarchia. Cosicché, per tenere debitamente gli uomini nella sfera (entro i limiti) del dovere e dell'ordine, e non renderli vanamente bisognosi d'innumerevoli decreti governativi, è necessario educarli e istruirli alla e con la (secondo i principi, i metodi, i criteri della) scienza che riflette la luce della verità e feconda gli ingegni. Nella scienza ci sono le conferme delle leggi eterne (praticamente la scienza ne documenta la verità, la giustezza, la validità), la cui cognizione rende inutili i decreti dell'umana autorità. Si può pertanto concludere, senza tema di smentita, che l'immensa varietà di leggi con cui sono state governate le nazioni del mondo, furono sempre il prodotto dell'ignoranza, perché, se si fosse acquistata cognizione certa della natura umana (dell'essenza dell'umanità), o non ci sarebbero state o sarebbero state invariabili per tutti i tempi e per tutti i popoli. Se fossero state spontaneamente generate, in modo naturale cioè, da un intelletto illuminato dalla luce della scienza, le leggi avrebbero contenuto in sé solo giudizi giusti sul vero destino dell'uomo, e non avrebbero ornato il bene con orpelli (cioè mascherato, celato sotto falsa apparenza) allo scopo di occultare le segrete passioni e i peculiari interessi di coloro che le emanavano. In verità, quale paese si dichiara pienamente pago delle disposizioni governative? Quale codice preclude a contendenti e litiganti la possibilità di adire le vie legali, adducendo come giustificazione il raggiungimento da parte del genere umano del livello di perfezione che gli si confà dal punto di vista legale? Di certo nessuno, sebbene le falsità degli usurpatori di titoli d'onore e rispetto, indebitamente riveriti, avessero anticipato con gli oracoli (parole venerate e credute) degli stessi impostori che determinati provvedimenti governativi erano un modello di perfezione per ciò che concerne la garanzia dei diritti umani. Chi è avvezzo a plaudire (approvare entusiasticamente, manifestare il proprio favore o il proprio consenso) ai fatti e non alle parole, non può non reclamare seriamente contro questo deprecabile andazzo volto a nascondere la verità e a dissimulare l'errore. Dagli effetti è agevole trarre argomento onde giudicare assai imperfette, anzi nocive, le leggi emanate sotto l'imperio (l'autorità, il dominio, la supremazia) dei falsi sistemi filosofici che, influendo direttamente sull'intelligenza dei legislatori, ne dirizzava la mente (l'animo, il pensiero) non già allo sviluppo autentico della sconosciuta natura umana, bensì al torpore (pigrizia, indolenza, fisica o intellettuale), all'ignavia (pigrizia, indolenza spirituale, viltà) e alle nefandezze (le nefande aberrazioni) di cui è fatta segno (a cui è sottoposta) la vita pratica. Perciò, dobbiamo attenderci veramente un ordine legale conforme all'estrinseco ("Che viene di fuori, Che direttamente non appartiene alla cosa di che si parla. (Fanf.)", Tommaseo-Bellini, estrinseco) sostegno della comunità umana, non appena la scienza avrà rischiarato le menti con la luce dell'essere delle cose, di cui le leggi non sono che l'eco o il riflesso, vale a dire il rispecchiamento. Allora la ragione, cioè la dottrina e scienza delle leggi (del diritto) [Ragione, P. Fanfani, p. 1223)], che rivela l'esistenza del dovere e che corrobora il diritto che ne consegue (praticamente: dall'adempimento dei doveri, la pretesa dei diritti), sarà immutabile ed efficace ovunque: ognuno potrà vederla da sé con il proprio intelletto; dovrà subito conformarsi a essa senza aspettare che le passioni, nell'esercizio delle proprie funzioni, offuschino la mente, mutino e falsino incessantemente i giudizi, e volgano l'uomo anche al disprezzo della stessa forza (spirituale) che, quelle passioni, presidia (protegge, tutela) meccanicamente (automaticamente, inconsciamente).

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Infatti nell'ambito del diritto penale, egregia Signora, noi troviamo rigorose sanzioni contro i delinquenti. Presso i Greci, i Romani e in tutti i tempi della passata civiltà umana: il letto di Procuste (quello su cui il leggendario ladrone poneva le sue vittime, stirandone o tagliandone le membra se erano più corte o più lunghe del letto), il Toro di Falaride (strumento di tortura e di esecuzione nell'antica Grecia. L'invenzione dello strumento si attribuisce a Perillo di Atene, un fonditore di ottone, che propose a Falaride, tiranno di Agrigento, l'invenzione di tale sistema per giustiziare i criminali. Vd.: Dante, Inferno, Canto XXVII, vv. 7-12), la pena del trogolo {41}, le ordalie [nel diritto medievale, giudizio di Dio senza combattimento, valevole come prova giudiziaria: praticamente ogni prova rischiosa (per es.: del duello, dell'acqua bollente o fredda, del ferro rovente) alla quale veniva sottoposto un accusato, e il cui esito, considerato come diretta manifestazione della volontà divina, era determinante per riconoscimento dell'innocenza o della colpevolezza dell'accusato stesso], la

cena dei Visconti (il veleno nella cena come strumento di morte per cospirazioni, congiuri e omicidi), la gogna (collare di ferro che si poneva stretto alla gola dei rei esposti alla berlina; per estensione, la berlina stessa), la berlina (pena infamante di origine medievale consistente nell'esporre il condannato al ludibrio pubblico, in luogo appunto esposto al pubblico, spesso sopra un palco, per lo più con l'indicazione del delitto commesso), il ferro e il fuoco, il veleno, le torture, le catene, le le-

gnate, la cuffia del silenzio ["uno strumento di silenzio, composto di varie bende di ferro circolari che serrano la testa del colpevole dalla nuca alla fronte, riunite fra loro da un'altra benda di ferro, che si parte in due per dar passaggio al naso, ed è terminata al di sotto da una lingua di ferro che entra nella bocca fino al palato" in Piemonte liberale? No, brutale, di Angela Pellicciari. (Da "La Padania", 23 settembre 2001)]; e per ultimo il supplizio (pena corporale che comporta gravi sofferenze e lesioni: il s. della flagellazione, il s. del taglio delle mani ecc.), senza contare le altre forme di espiazione, assai note purtrop-

po, e le miserie orribili che si accompagnano allo stato penitenziale civile, cioè alla pena detentiva restrittiva della libertà personale, praticamente all'essere trattenuto in uno stabilimento di pena. Dunque queste sanzioni penali che, come si dice, sono di competenza degli organi preposti al mantenimento del benessere sociale e civile, con l'estirpazione della colpa, quali frutti hanno prodotto in tanti secoli, quale garanzia legale hanno offerto alla società umana? - I frutti sono sempre stati come dovevano essere, cioè identici al germe preesistente. Perciò da animi corrotti, la corruzione; da delinquenti, di cui non si è illuminato l'intelletto, una nuova serie di delitti. - Le garanzie legali che sono susseguite (come immediata conseguenza), non sono state altro che nuove aggressioni contro l'uomo, di cui si disconosce (non si vuol riconoscere) sempre più la natura, perché gli animi, divenuti più sottilmente maliziosi (cioè più astuti, più abili), appena usciti dall'oppressione penitenziaria, assuefatti a una vita non conforme alle norme, hanno corrotto la società e reso molto più efficace il proselitismo dei colpevoli. Quindi le pene inflitte per rinnovare la condotta morale del delinquente e per servire da esempio a chi per indole è incline al malfare (cioè all'agire in modo disonesto o malvagio), le pene, dico, sono diventate fecondatrici di mali maggiori, aprendo un semenzaio (vivaio) di corruzione morale nel luogo in cui doveva sorgere una struttura organizzata per purificare il cuore da abiezioni, disonestà, turpitudini. Nell'ambito del diritto civile, regolando i rapporti tra privati cittadini, si è cercato di organizzare la proprietà onde si mantenesse l'ordine delle famiglie; e questa organizzazione, come derivazione legittima (cioè secondo la legge) dai falsi sistemi, ha creato privilegi e usurpazioni, i cui effetti non sono che liti e contese giudiziarie. Nella Roma antica, le leggi suntuarie (senza parlare di altre) prescrissero di ridurre, diminuire, limitare le spese voluttuarie e di lusso; ma quelle leggi potettero forse essere mai di aiuto e sostegno a una società ubriaca di piacere, che senza la luce della verità correva a precipizio lungo il cammino della perdizione (morale, spirituale), e non si arrestava che nell'abisso dei sensi? Perciò, qualunque siano i provvedimenti, gli interventi, le misure di prevenzione o le minacce, le sanzioni o i principi della legislazione civile, quando la coscienza morale dei cittadini non è retta dalla luce della verità che vi apporta la scienza, quando le misure stesse non sono dirette in buonafede a tale solenne scopo, ci si dorrà sempre di scorgervi un germe di male. Quindi, non posso a rigor di logica che ripetere questo: la legislazione tenderà veramente, stabilmente all'imparzialità e alla giustizia come proprio scopo (sarà cioè equa, giusta, conforme a validi principi morali), solo quando, semplificandosi nel modo richiesto dall'ordine naturale delle cose, eleverà semplicemente a delitto l'ignoranza e proclamerà la scienza

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unico baluardo della sicurezza sociale. Signora, la questione che agita, e agiterà sempre il genere umano non attiene alla proprietà, ma all'essere. La proprietà non è l'essere, bensì una delle sue condizioni essenziali. Il signor Thiers disse con una delle sue formule espressive che tagliano il nodo senza scioglierlo (vale a dire sfuggendo la difficoltà senza dare risposta) che al giorno d'oggi mancano gli appigli per nuovi movimenti insurrezionali (sommosse, tumulti, moti), dal momento che non si possono addurre a pretesto altre riforme oltre quelle già fatte; e, intanto, malgrado le parole di riconciliazione pronunciate con pretesa di infallibilità dal grande storico, il mondo muta, stravolgendo senza posa l'assetto politico, economico, sociale, morale. Egli esprime così il suo concetto: "Aussi, dans l'immortelle nuit du 4 août, toutes les classes de la nation, magnifiquement représentées dans l'Assemblée constituante, pouvaient venir immoler quelque chose sur l'autel de la patrie. Elles avaient toutes, en effet, quelque chose à y apporter: les classes privilégiées leurs exemptions d'impôt, le clergé ses biens, la noblesse ses droits féodaux et ses titres, les provinces leurs constitutions séparées. Toutes les classes, en un mot, avaient un sacrifice à offrir, et elles l'accomplirent au milieu d'une joie inouïe. Cette joie était non pas la joie de quelques-uns, mais la joie de tous, la joie du peuple affranchi de vexations de tout genre, la joie du tiers état relevé de son abaissement, la joie de la noblesse elle-même vivement sensible alors au plaisir de bien faire. C'était une ivresse sans mesure, una exaltation d'humanité qui nous portait à embrasser le monde entier dans notre ardent patriotisme. On n'a pas manqué depuis quelque temps d'agiter tant qu'on a pu les masses populaires: a-t-on produit l'élan de 1789? Assurément non. Et pourquoi? C'est que ce qui est fait n'est plus à faire, c'est que, dans une nuit du 4 août, on ne saurait quoi sacrifier. Y a-t-il, en effet, quelque part un four ou un moulin banal à supprimer? Y a-t-il du gibier qu'on ne puisse tuer quand il vient sur votre terre? Y a-t-il des censeurs autres du moins que la multitude irritée, ou la dictature qui la représente? Y a-t-il des Bastilles? Y a-t-il des incapacités de religion ou de naissance? Y a-t-il quelqu'un qui nepuisse parvenir à tous les emplois? Y a-t-il d'autre inégalité que celle de l'esprit, qui n'est pas imputable à la loi, ou celle de la fortune, qui dérive du droit de propriété? Essayez maintenant si vous pouvez, une nuit du 4 août, élevez un autel de la patrie, et dites-nous ce que vous y apporterez? De abus, oh! certainement, il n'en manque pas, il n'en manquera dans aucun temps. Mais quelques abus sur un autel de la patrie élevé en plein vent, c'est trop peu! il faut y apporter d'autres offrandes. Cherchez donc, cherchez dans cette société défaite, refaite tant de fois depuis quatre-vingt-neuf, et je vous défie de trouver autre chose à sacrifier que la propriété". (pp. 12-13) [De la Propriété par M. A. Thiers. Édition populaire a un franc. Paris, Paulin, Lheureux et C. Éditeurs, Rue Richelieu, 60 - 1848 - Digitalizzato Google.

<Nella memorabile notte del 4 agosto, tutte le classi della Nazione magnificamente rappresentate nell'Assemblea Costituente, potevano venire a immolar qualche cosa sull'altare della patria. Tutte quante dovevano, in effetti, apportarvi un sacrificio; le classi privilegiate, la loro esenzione dalle imposte; il chiericato, i suoi beni; la nobiltà, i suoi dritti feudali e i suoi titoli; le provincie, le loro costituzioni separate. Tutte le classi, in una parola, avevano un sacrificio da offrire e lo compirono in mezzo a una gioia inaudita. Questa gioia non era particolare di qualcuno, ma era la gioia di tutti, la gioia del popolo affrancato da vessazione d'ogni genere, la gioia del Terzo Stato rialzato dalla sua umiliazione, la gioia della nobiltà anch'essa sensibile allora al voler fare del bene. Quest'era un'ebbrezza senza misura, un'esaltazione d'umanità, che ci portava ad abbracciar il mondo intero nel nostro ardente patriottismo. Non si è mancato dopo qualche tempo di agitar le masse popolari finché si è potuto: ma con ciò si è mai prodotto lo slancio del 1789? Sicuramente no! E perché? Perché quel che si è fatto, non si può più rifare, perché, nella notte d'un 4 agosto, non ci sarebbe al

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cunché da sacrificare. Vi è, infatti, in qualche parte un forno o un mulino appartenente al signore (bannalità: dir. feudal.) da sopprimere? Vi è forse uccellame che non si possa impunemente uccidere quando vola sulla vostra terra? Vi sono altri censori oltre la moltitudine irritata, o la dittatura che la rappresenta? Vi sono delle Bastiglie? Vi sono delle incapacità di religione o di nascita? Vi è qualcuno che non possa arrivare a occupare tutti gl'impieghi? Vi è disuguaglianza altra da quella dello spirito, che non è imputabile alla legge, o da quella della fortuna, che deriva dal dritto di proprietà? Provate ora, se potete, una notte del 4 agosto, elevate un altare alla patria, e dite a noi cosa vi apporterete voi? Degli abusi, oh! certamente, non ne mancano, e non ne mancheranno mai. Ma qualche abuso offerto sull'altare della patria innalzato dal concorso popolare, è troppo poco! bisogna arrecarvi ben altra cosa. Cercate dunque, rovistate in questa società disfatta e rifatta tante volte dopo l'89, ed io vi sfido a trovare a sacrificare altro che non sia la proprietà>> Ha un bel dire il Thiers (con giudizio, una valutazione eccessivamente ottimistica e facilona) che tutto è fatto, che nulla rimanga da farsi, e che la questione al giorno d'oggi si riduca a una mera questione di proprietà. Io non sono di quelli che amano gli orrori delle guerre sanguinose, che un puro sentimento cristiano non potrà mai approvare. È senza patria, senza leggi e senza Lari chi la civile orrenda guerra Desidera. ... [ILIADE di OMERO Traduzione di Vincenzo Monti, Milano MDCCCXL. Libro IX, vv. 80-82 (p. 136) - Digitalizzato Google.]

Ma sono pur di quelli che non s'illudono, che guardano le cose per quelle che sono, e non credono che se ne muti la natura, mutandone i nomi. Se tutto il gran lavoro della civiltà si fosse compiuto nel 1789: - non ci sarebbe stato bisogno di disfare e rifare la società tante volte d'allora in poi, come lo stesso storico pubblicista ("Autore di gius pubblico, o Uomo versato in tale scienza", P. Fanfani, p. 1194) asserisce; - non si sentirebbero i perenni gemiti e le mutevoli opinioni che accennano a tutt'altro che al principio della proprietà; - non si vedrebbero più gendarmi per le strade. Ci deve essere perciò una causa segreta che provvidenzialmente smuove (fa uscire dall'immobilismo, stimola all'azione) e agita (spinge all'azione rivoluzionaria) le masse anche quando non hanno privilegi da distruggere e non sono spinte (come con la sferza) dai bisogni materiali a richiedere una legislazione e un sistema di governo improntati su valori di equità e giustizia. Tale causa sta appunto nel principio cui ho accennato sopra: l'uomo deve essere spirito, e se non diventa tale, se non consegue pienamente le sue prerogative mentali e non acquista i supremi criteri del bene e del male, elevandosi con la coscienza allo stesso livello della legge (cioè nobilitarsi, essere all'altezza della legge, in grado cioè di rispettarla), gli rimarrà sempre qualcosa da desiderare. Infatti, quale società si muove senza essere capitanata dai grandi proprietari? Ora, questi grandi proprietari, di che avrebbero bisogno se già esercitano dominio e potere materiale su cose e persone? Concorrendo ai rivolgimenti di ordine sociale e politico, si deve dire che in essi non c'è brama di proprietà, ma un'istintiva aspirazione all'essere, nella cui sfera non si vedono pienamente costituiti (Vd. Tommaseo-Bellini, costituito: "3. Di dignità, grado, uffizio"). Tralasciando le grandi società che presentano sempre grandi disuguaglianze e cause più gravi, che praticamente confermano la tesi (il modo di pensare, di giudicare) del signor Thiers, nel caso si volga la mente alle piccole comunità, quasi si dicesse p.e. San Marino, dove si vive secondo il costume patriarcale e non si ha motivo di scontentarsi della proprietà sia per l'equo patto agrario tra proprietario e colono di un fondo (: terraggio, terraggeria, terratico. Vd. terraggio in

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Angelo Massafra, Campagne e territorio nel Mezzogiorno Fra Settecento e Ottocento, Edizioni Dedalo 1984) sia per l'equili-

brata, economica (che tende cioè a ottenere il massimo vantaggio con il minimo costo) distribuzione del lavoro; ove si volga la mente alla famiglia, e fosse anche (anche se fosse) la più ricca di beni materiali; cos'altro si vede sempre se non inquietudine perché si aspira al meglio, giammai conseguibile nell'ordine materiale delle cose? E questo meglio non è forse lo sviluppo progressivo delle forze morali che si esplica (si attua, si realizza) nell'intelletto con la luce della ragione? I tempi, o meglio, le condizioni storiche e ambientali, i costumi e i modi di vita, non si mutano che con l'educazione degli uomini. In Grecia e in Roma, la scienza fu di pochi, e la plebe ignorante condannò a morte ed esaltò con grandi lodi nel modo richiesto dagli interessi degli ambiziosi. Cicerone fu decapitato; Socrate, avvelenato (con la cicuta). Dal Medioevo fino alla sanguinosa rivoluzione francese (in particolare Il Regime del Terrore, che ebbe inizio nel luglio de1793), si cominciò accogliendo con favore, e si finì avversando, i più salutari concetti degli spiriti illuminati. La luce della verità propagata, l'aspirazione al bene di tutti gli uomini, il desiderio palesato di vedere nel mondo l'uguaglianza dei diritti, la giustizia e l'onore civile: fu chiamato delitto politico. Quegli stessi che se ne dovevano giovare, continuano a martirizzare fino a oggi i missionari e gli apostoli della fede, della verità, della libertà: non dipende forse questo da ignoranza crassa (cioè grandissima, e in cosa necessaria e importante da sapersi), che ingombra la mente (cioè la riempie di idee, nozioni perlopiù inutili o dannose o comunque in quantità eccessiva), specialmente quella della donna che esercita un'autorità, per così dire, da pontefice sul proprio nucleo familiare, nel sacro luogo domestico? Si introduca dunque qualsivoglia novità, si muti il diritto pubblico, si creino i parlamenti, si riorganizzino le nazioni, si chieda gridando di far scendere o di far salire cento ministri l'anno, si affranchino gli schiavi, si moltiplichino a più non posso le mezze misure (provvedimenti di compromesso, risoluzioni o espedienti inadeguati e non conclusive); ma finché la coscienza morale della famiglia non sarà illuminata dalla luce della verità, finché la donna non diverrà il profeta (che parla per ispirazione divina), il sacerdote (che si dedica alla famiglia con dignità e fervore considerandola come una sacra missione), il sapiente (che è ricco di sapienza, avendo acquisito molte e profonde cognizioni, anche attraverso l'esperienza, la riflessione ecc.), l'educatore (che si occupa dei problemi educativi), il magistrato (che assolve la funzione di giudice), il guerriero (che lotta valorosamente contro avversità e nemici) della casa, finché non si sostituirà: - all'educazione imposta, l'educazione autonoma; - allo studio dell'astratto, lo studio del concreto; - alla direzione fredda (indifferente, distaccata, scostante, senza cordialità) dei maestri salariati, la direzione della donna, perché solo lei è capace di sacrificarsi per l'uomo, dal momento che gli dà vita finché vive, sia per quanto attiene al corpo che all'anima, sotto l'influenza di una perenne ispirazione; ripeto, si facciano dunque tutte queste cose, ma saranno semplicemente dei tentativi che non daranno mai né vera civiltà, né pace duratura agli uomini nella loro totalità. Pace e civiltà: ci saranno solo in dipendenza dai fattori educativi che perseguono l'autonomia delle facoltà umane, per mezzo delle quali si possono, e si devono, moralizzare i costumi, facendo nascere il libero cittadino dal libero fanciullo. Orazio, alias il Venosino, diceva con dolore ai Romani: <<Voi non sfuggirete le gravi sciagure che vi minacciano. Roma è andata in rovina perché in essa la donna è corrotta>> (?) [Dapprima ho pensato che Morelli avesse sintetizzato quanto scritto da Orazio nelle Epodi. In particolare: l'epodo VII contro i romani per essersi resi partecipi di guerre fratricide; l'epodo VIII contro la laida oscenità di una vecchia lussuriosa che desidera prestazioni sessuali dal poeta; l'epodo XI contro l'avidità della donna; l'epodo XV contro l'infedeltà di una donna. Quinto Orazio Flacco, Odi ed Epodi. Traduzione di Germano Zangheri, LED (Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto). Digitalizzato Google. Ma poi ho riscontrato lo stesso brano in altri testi e autori: "La corruzione della donna è la corruzione della famiglia e della patria, è il dissolvimento sociale: ed Orazio istesso, l'epicureo Orazio, ne avvertiva i Romani, quando esclamava: Roma rovina, perchè ne son corrotte le donne" in Della Carità Preventiva e dell'Ordinamento della Società di Mutuo Soccorso In Italia, di Enrico Fano, Milano 1868, p. 218. // "Orazio, Ai Romani degeneri dalle virtù pei loro padri gridava: Roma è rovinata perchè in essa la donna è corrotta", in Un pò di buon senso sulle Quistioni del Giorno Per D. Leone Donadoni, Bergamo 1869, p. 20. Digitalizzato Google // "Avete un bel fare, diceva Orazio ai Romani, voi non vi potete sottrarre alle gravi sciagure che vi minacciano, Roma è rovinata, perchè la donna in essa è corrotta", in Il Paganesimo vinto dalla Chiesa colla costanza dei suoi martiri, Conferenza tenuta il giorno 14 luglio 1872 Nella Chiesa di S. Giovanni de' Minoriti dinanzi La Società pegli Interessi Cattolici dal Sacerdote Isidoro Carini Socio Onorario della Medesima, Palermo

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1872, pp. 11-12 // "Voi avete un bel fare, diceva Orazio ai Romani, voi non sfuggirete alle gravi sciagure che vi minacciano. Roma è rovinata perchè la donna in essa è corrotta", in La donna nella famiglia e nella società, di Arturo Sterni, Bergamo 1876, p. 11. Digitalizzato Google. // E soprattutto: "Ondechè giustamente gridava il Venosino ai Romani: <<Voi avete bel fare; ma non tornerà facile, nè possibile mai di sottrarvi ai gravi mali, onde siete minacciati. Roma precipita a rovina, perciocchè sono corrotte le donne!>> Ma giovi qui riferire per intero le parole del poeta, il quale quantunque pagano, e solo ispirato ai principi delle umane tradizioni, pur conobbe, e profetò la caduta dell'impero dalla malvagia corruzione delle donne: chè dopo gli oracoli della divina, non è sconveniente ascoltare anche quelli dell'umana sapienza. <<A tale, dicea dunque Orazio, è giunta la svergognata impudicizia della donna, che le stesse vergini più non si dilettano che della danza Jonica, unico lor pensiere ammorbidire le carni sognando sin dall'infanzia incestuosi amori (2). Nè legandosi in matrimonio, ella diventa migliore; anzi sin là giunge la sua sfrontatezza, da preferire allo sposo giovani adulteri, a pubblica tavola, sotto i medesimi suoi occhi. Ondechè non già ad un amante specialmente diletto, ella porge sè stessa, protetta dal favor della notte, ma a chiunque giunge il primo, anzi a tutti, e in mezzo alla chiara luce del dì. Sicchè lo sciagurato marito è costretto di soffrir tale onta, inaudita a tutti i secoli, di veder la sua donna gittarsi indifferente fra le braccia di colui che primo le si presenti, sia egli mercatante, o piloto di nave spagnuola; purchè paghi abbondante la turpe iniquità. E sì il nostro secolo, fecondo in ogni maniera di delitti, innanzi tutto contaminò il letto nuziale, onde procede la corruzione della gioventù delle famiglie; la quale invasa tutta la nazione, or minaccia lo Stato di estrema rovina. In tal guisa il libertinaggio fatto a poco a poco come un torrente, allagò le nostre contrade; sì che se cattivi furono i nostri avi, e i nostri padri peggiori, è impossibile d'immaginare quale sarà per sorgere la novella generazione, che riceverà da noi il patrimonio di tanta e sì orribile nequizia (1)>> Così parlava Orazio, comechè seguace di Epicuro; e bene si apponeva; conciossiachè dino a tanto che la corruzione è nell'uomo, e' vi ha speranza di salute; chè facilmente egli viene guadagnato dalla donna: ma questa corrotta, tutto è perduto, non essendo in noi tanta virtù da ritornarla in sè. " // (2) Motus doceri gaudet Jonicos - - Matura virgo, et fingitur artulus; -- Jam nunc et incestos amores -- De tenero meditatur ungui. -- Mox juniores quaerit adulteros, -- Inter mariti vina; neque elegit -- Cui donet impermissa raptim -- Gaudia, luminibus remotis. -- Sed iussa coram, non sine conscio -- Surgit marito, seu vocat institor. -- Seu navis Hispanicae magister. -- Dedecorum praetiosus emptor. -- Foecunda culpae saecula nuptias -- Primum inquinavere, et genus et domos: -- Hoc fonte derivata clades -- In patriam populumque fluxit. Horat. Odarum lib. III VI. // (1) Damnosa quid non imminuit dies? -- Aetas parentum, peior avis, tulit -- Non nequiores, mox daturos -- Progeniem vitiosiorem. Ib. // in La Donna Cattolica del Rmo Padre D. Gioacchino Ventura ex generale de' CC. RR. Teatini Ec. Ec. Tradotta dal P. Marcellino Da Civezza Professore di Eloquenza M. O. Tomo Primo, Roma 1855, pp. 33-35. Digitalizzato Google. Quindi è assai evidente che la fonte principale della citazione della quale si tratta, non può che essere Padre Ventura.]

Ed io, come presentimento, intuizione e speranza in un avvenire migliore, ripeto che mi trovo d'accordo con quegli spiriti generosi che si volgono a tutelare la dignità della donna e a rigenerarla (farla rinascere, riportarla a una precedente dignità, grandezza; rinnovarla spiritualmente o culturalmente) per mezzo della vera scienza, rialzandola dall'abisso della perdizione morale in cui versiamo, gementi e piangenti: la donna, in mezzo al caos di questo secolo d'anarchia morale, dovrà essere la mente demiurgica (avere cioè i caratteri del demiurgo, quali la potenza creatrice e l'intelligenza ordinatrice), il nuovo Messia, mandato da Dio per risollevarci a una duratura potenza civile. Il giorno che s'inalba (diventa bianco; si fa chiaro) così splendidamente, sarà per gli uomini l'inizio di uno stato di felicità (il Paradiso terrestre, la primavera dell'eden); sarà il fiat pronunciato di nuovo sulle sponde del caos; sarà l'alito, il soffio vitale che l'Eterno ispira, la seconda volta, nell'opera più alta della sua mente creatrice. Possano queste sincere aspirazioni riuscire feconde e utili al caro paese per il quale ho sacrificato l'intera vita. Benché dettate da un ingegno fiacco (privo di vigore, scarsamente incisivo) e sotto la vigilanza dei militi della gendarmeria politica che come avvoltoi vanno in giro qua e là, dappertutto, per investigare sugli uomini liberi, afferrarli a un tratto con forza e sbatterli in carcere, credo fermamente che inciteranno altri valorosi a far trionfare la causa della donna, e in pari tempo le renderanno testimonianza della stima profonda che le devo, e per la benevolenza materna con la quale ella mi conforta (infonde forza, coraggio per affrontare sofferenze o prove difficili) assieme al suo affettuoso coniuge, egregio per ingegno e integrità morale, quando altri s'impauriscono per il mio sguardo, e quando il feroce potere agonizzante mi condanna a vivere forestiero nel mio paese. Signora, l'ora della patria sta per scoccare! Essa si volge a destini migliori; ma per compierli e consolidarli, vuole il cuore e la mente della donna, la sua passione e la sua intelligenza. Prima che questa generazione finisca per cadere rovinosamente, lentamente, stupidamente nella dannazione eterna, si dia un segno di sincero affetto alla santa causa che costò la vita a milioni di uomini generosi. Tutte le forze (sociali, politiche, religiose, culturali, sindacali, e sim.) devono concorrervi, e ciascuno di noi deve contribuire all'edificazione dell'Unità Italiana. Perciò lei, che fu sempre tra le prime a far risplendere la luce della civiltà nel proprio paese, sia anche ora tra le prime, associandosi con le tante alte illustri e gentili consorelle di tutte le province: - a chiedere ai legislatori il pieno riconoscimento dei diritti sociali della donna {42};

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- a promuovere l'istruzione e l'educazione delle operaie agricole, ingenue e ignoranti, onde così spingere i giovani a intraprendere le ultime battaglie con eroismo e ardore; - e, proclamando con la RELIGIONE DELLA SCIENZA l'affrancamento di tutte le donne, aggiungere alle virtù che già danno decoro a queste belle italiane, anche l'aureola dell'apostolato rigeneratore, ovvero la splendida, eccezionale virtù di edificare con zelo apostolico la rinascita spirituale del genere umano. Mi creda con viva stima. Lecce, Settembre 1859 Di lei devotissimo ammiratore Salvatore Morelli

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NOTE {1} (p. 5 / p. 220) Sin dal 1849, quando appena 25enne fui trascinato in tribunale al banco degli imputati per reati politici, mi fermentava nella mente e nel cuore il pensiero di una riforma educativa, perché già sentivo che senza denunciatori, testimoni, inquisitori, giudici, gendarmi e carcerieri, i quali fanno pure parte della famiglia del popolo, un governo non avrebbe la forza, cioè i mezzi occorrenti per tiranneggiare (governare con metodi tirannici) e fare scempio della parte più eletta del nostro paese. Occorreva perciò, per mutare in esseri uomini tali belve feroci, un metodo educativo affatto nuovo. Sin d'allora scrissi su questo proposito un volumetto, intitolato Piaghe e Speranze dei Comuni, che feci leggere all'onorevole Nicola Schiavone e ad altri amici del carcere di Lecce. Quel volumetto mi fu requisito dalla polizia! Quindi, legato con venti malfattori dopo la condanna alla relegazione (confino, esilio) - la prima di tutto il regno -, fui tradotto da un carcere all'altro sull'isola di Ponza. Là ebbi l'agio di meditare su questo arduo argomento. Mentre m'impegnavo a patrocinare i reduci lombardi e altri, accusati di reati politici, e a scrivere articoli per i giornali esteri, denunciando all'opinione pubblica d'Europa il regime tirannico dei Borboni, mi volsi a educare dei ragazzini; cercai di utilizzare un metodo d'insegnamento non comune; ma i miei poveri studi non corrispondevano (non erano adeguati, all'altezza) alle aspirazioni del cuore. Ciò nonostante non potevo non rallegrarmi nel vedere che per avere un po' deviato dal cammino ordinario seguito dai sedicenti pedagoghi (quelli che si spacciano per maestri di scuola), quegli isolani conseguivano agevolmente un profitto degno di lode, conforme in tutto alle mie aspettative, destandosi all'amore della libertà, delle scienze e delle arti, i cui germi erano stati in precedenza soffocati da tutti gli organi del governo e specialmente da quel maggiore comandante, stupidamente feroce, il quale, per il solo fatto che una volta gli dissi che non intendevo infrangere le leggi, addirittura prese il verbo infrangere per sinonimo di Francia repubblicana, e voleva farmi assestare cento legnate. Il potere, ingelositosi, dunque, di questa propaganda civilizzatrice e dell'amore di cui mi colmavano gli abitanti dell'isola e i compagni, accusava di cospirazione me, Mattia Valentini dell'Aquila, Enrico Muzii di Popoli, Gabriele Morelli di Napoli, Vincenzo Rocco di Campagna d'Eboli, il Canonico Lazazzara di Castellaneta e altri reduci lombardi. Sicché, la notte del 26 giugno 1851, un'intera squadra, composta dalla Fregata Amalia e dai brigantini della Real Marina del Regno delle Due Sicilie: il Principe Carlo, il Valoroso e l'Intrepido, ci catturarono con metodi terroristici e per ordine del re fummo trasferiti nel sinistro Maschio del Castello d'Ischia. Lì le oppressioni del tiranno portate all'estremo limite, con la crudeltà disumana di tenere gli uomini incatenati al cosiddetto puntale e di legar loro le mani da dietro, degradandoli fino a dover mangiare come fanno i giumenti con la faccia a terra, confermarono di più la mia tesi della necessità di un nuovo metodo educativo. Nondimeno, non potendo mai comunicare con Poerio, Pironti, Nisco e Braico, che pur gemevano incatenati nel carcere di quel castello, e dai quali avrei potuto ricavare delle buone idee in proposito, la mia aspirazione rimase ancora indefinita e incerta. 18 mesi di sofferenza: incanutii anzi tempo. Fui mandato quindi al confino a Ventotene. Qui, animato dall'influenza che i miei compagni politici esercitavano sull'autorità (cioè sul comandante), mentre m'impegnavo a esercitare la professione di avvocato a beneficio sia degli imputati accusati del delitto di lesa maestà che degli altri, ritenni di dover seguitare l'opera educativa, facendo scuola gratis a

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quei ragazzi isolani. Difatti mi compiacqui alquanto dei giovamenti che sempre di più ne traevano; e per abituarli a un metodo fecondo di maggiori risultati, ne scrissi furtivamente all'onorevole Luigi Settembrini, che era rinchiuso nell'ergastolo (luogo dove sono reclusi spec. ergastolani) di S. Stefano. Il marinaio messaggero dei cospiratori mi portò dopo due giorni la gradita risposta di Settembrini come, eludendo in modo singolare la vigilanza dei carcerieri, era solito portarne anche a me e agli altri del Signor Silvio Spaventa, Purcaro, Agresti, Morgante e di tutti i patrioti che languivano in quella prigione. La bella lettera di Settembrini che ancora conservo, conteneva oltre quello che un sapiente, gentile e onesto galantuomo sa dire in stile purissimo a un compagno di sventura, anche questa frase: si deve imparare più a riflettere che a leggere. Mi piacque, ne intesi la saggezza e l'importanza, cercai di usarla, senza pervenire però a un'esplicazione che corrispondesse allo scopo di un nuovo metodo educativo. Fra le scientifiche discussioni nelle quali spesso m'intrattenevo in quell'esilio con gli egregi Signori Giuseppe Libertini, mio carissimo comprovinciale, Raffaele d'Apuzzo, Pisani, Barberio e altri, mi ero fissato su questo argomento molto importante e vi legai il pensiero della donna, quando ebbi la triste notizia che mia madre era già morta, abbattuta dal dolore della mia condanna, dal brutale disprezzo e dalle miserie che gli uomini del governo facevano pesare sull'intera mia famiglia. La perdita della madre mia adorata, togliendomi la pace per moltissimo tempo, mi lasciò meditare un po' più profondamente sull'importanza della donna, ma fui in grado di concretizzarla, in una formula che facesse presagire una nuova vita, solo nell'Aprile del 1858. L'onorevole pelasgo italiano Giovanni di Maio1, venendo a relegazione su quell'isola, mi chiarì il pensiero che vagheggiavo da tanti anni; pensiero che, filtrato a goccia a goccia nella mente con le discussioni, non era stato ancora in grado di fare ciò che fa l'acqua sul marmo (meglio, la goccia che scava la pietra. Gutta cavat lapidem). Devo dunque confessare che solo con Giovanni di Maio mi convinsi fervidamente del nuovo sistema, detto della riflessione, da lui elucubrato. Il suo intelletto, ricco di sapienza, m'invaghì (mi attrasse), e stemmo insieme per circa un mese e mezzo, finché non mi prosciolsero, nell'ultimo processo politico, dall'imputazione delle 300 bandiere per la discesa di Pisacane a Sapri. Così dopo cinque anni di penitenziale dimora su quello scoglio, cioè sull'isola di Ventotene, mi divisi con dolore da lui, da Pasquale Spadari, Felice Sacchi, Domenico Sarri e da tutti gli altri carissimi compagni. Giunto a Napoli, conobbi clandestinamente Lacapra, rividi Verratti, Prudezzano, Pietro Cavallo, Pasquale Trisolini. Andai a trovare a casa Errico Pessina, genero di Settembrini: - per informarlo sul suocero che avevo lasciato in carcere; - per sapere quali speranze potevo nutrire per l'avvenire; - per tentare di rimanere a far l'avvocato in Napoli; - e da ultimo per chiedere consiglio al suo acuto ingegno sull'utilità che avrebbe potuto recare il Sistema della riflessione. Pessina mi accolse fraternamente, mi presentò alla sua colta società di liberali col saio della penitenza (cioè come persona umile, che è in condizione misera e sventurata); e dopo aver a lungo discusso su tutto quel che m'importava, mi rassicurò che il sistema della riflessione poteva ben giovare al sistema educativo del paese. Mi accomiatai poi da quell'istruito e gentile conversatore, senza poter riabbracciare gli amici, senza neanche poterli rivedere una seconda volta, perché la polizia m'impose di muovere subito da Napoli per Lecce. Partii dopo due giorni a rompicollo. I miei lo seppero e, passando da Carovigno, mi vennero incontro con mezzo popolo, e fui costretto a salire su al paese da dove mancavo da dieci anni. Ma che cosa dovevo trovarvi, che potevo trovarvi, quando il meglio se n'era andato per sempre con la morte di mia madre? Il mio cuore pieno di fiducia nel progresso, nella libertà, nella giustizia, e fortemente impressionato dall'idea di un prossimo avvenire, rideva di compiacenza sulla sfortuna della mia famiglia. Mi compiacevo di aver adempiuto un sacro dovere, qual ogni onesto cittadino deve giudicare il proprio sacrificio per la salvezza della patria, della nazione, dell'Italia.

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Circondato dunque dall'affetto del popolo che è la più grande delle ricchezze, mossi per Lecce. Là giunto, stetti come se mi fossi rinchiuso in una specie di ergastolo: mi fu sempre proibito di tornare al mio paese; fui sottoposto a una tale severa vigilanza che tutti mi sfuggivano quasi fossi un lebbroso o un appestato. Fra le tante persone però di quel civilissimo paese che segretamente fremevano a causa delle mie crudeli sofferenze, e di cui serbo lieta memoria, ve ne sono due che benedirò sempre, tanto quanto meritano di esserlo coloro i quali con nobiltà d'animo fanno onore all'umanità - l'uomo e la donna virtuosi - gli onesti e generosi cittadini, i quali unicamente per ossequio all'intelligenza martirizzata, sottoposta cioè a martirio nel senso proprio della parola, offrono all'esule conforto e solidarietà nei momenti più terribili della vita. Il mio carissimo amico Pasquale Greco e la sua gentile signora Giovanna De Angelis, che in lacrime mi accompagnavano al carcere quando fui catturato, ora che mi rivedono esule dopo tanti anni di pena, eludendo il potere e affrontandone la crudelissima ira, mi accolgono nella loro casa affidandomi segretamente i loro due cari figlioletti, Luigi e Concettina, per attuare il nuovo metodo educativo. Animato dai loro incoraggianti consigli, sorretto dal felice successo che la validità del sistema mi confermava sempre di più riguardo allo sviluppo mentale di quei due belli e svelti ragazzi, mi riproposi di fissarne con esattezza le peculiarità in un lavoro esplicativo, al fine di contraccambiare la stima e i sentimenti incalcolabili di affetto che quelle anime gentili mi dimostrarono nella sventura, e al fine anche, con la pubblicazione, di divulgarne nel paese i principi che io credo vantaggiosi per la civiltà. Di nascosto cercai pure di mettere sulla via del vero i figli del Barone Ratta; ma ciò non poté continuare a lungo, perché se ebbi l'opportunità di scrivere furtivamente questo libro, non potei né pubblicarlo, né proseguire l'insegnamento. La polizia lo aveva già saputo, e già macchinava di imprigionarmi di nuovo: come in realtà accadde. Si accrebbe la sua ira contro di me quando chiamato da Francesco 2° nella sua venuta a Lecce, mi rifiutai di andarvi perché ritenevo che fosse un errore: il figlio del re non poteva trattare con un attendibile politico, qual io veramente ero (Attendibile, nel Regno delle Due Sicilie, era la persona sorvegliata dalla polizia perché sospettata di liberalismo). Mi catturò e dopo avermi tenuto senza fiato in una specie di armadio, cioè in una piccolissima cella, per 35 giorni, mi fece trasferire da Lecce a Maglie, dove vidi spuntare l'alba della libertà fra le dimostrazioni di affetto dei bravi e gentili magliesi. Sarebbe stata questa l'epoca nella quale avrei potuto realizzare i miei disegni ideali; ma sventuratamente si è voluto perseguitare gli uomini onesti, e i miei nove processi politici e l'onorato martirio di dodici anni furono empiamente calpestati. Di ciò "più è tacer che ragionare onesto" [La Divina Commedia, Paradiso, Canto XVI, v. 45: è più opportuno tacere che parlare]. Si faccia l'Unità d'Italia! 1

[Giovanni de Maio (Greci, 1824-1900). Sacerdote e patriota del risorgimento italiano, perseguitato politico e imprigionato per i suoi ideali politici. Sostenne attivamente il ministro Pasquale Stanislao Mancini. Fu pro-sindaco di Greci dal 1875 al 1876. Volle far incidere sulla sua tomba il celebre epitaffio dettato dal giurista irpino: A / GIOVANNI DE MAIO / PENSATORE E PATRIOTA / INSIGNE *** ALL'UNO E TRINO / FORTE INNEGGIASTI / O PRODE / DELLE LOTTE /ARCANE DEL PENSIER / CAMPION NON DOMO / MANCINI. Ha lasciato tra i suoi scritti alcune composizioni poetiche". Da it.calameo.com]

{2} (p. 10 / p. 224) Così scriveva in un bel discorso agli operai italiani, G. Mazzini, alias Il gran proscritto genovese.

{3} (p. 10 / p. 224) Illud pro statu naturae, verum omnium agnoscimus ad quem res naturali e completu progressu perveniunt. Citazione del Vent. [In realtà: P. G. Ventura, La ragione filosofica e la ragione cattolica, Milano 1852 - Digitalizzato Google - p. 182, "5. Qualunque ente, il

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quale abbia nel suo nascere, nell'incominciare, un principio debole e imperfetto, tende per sua natura ad afforzarsi, a perfezionarsi, per lo sviluppo suo, pel suo fine. Lo stato in cui nasce, in cu' incomincia, è sua condizione nativa; quello a cui tende, cui si affatica per giungere, quello è condizione sua naturale: avvegnacchè la perfezione sia lo stato naturale di ogni essere perfettibile (2) <<(2) Noi riconosciamo, dice Aristotele, che lo stato di natura di tutti gli esseri è quello, al quale giungono per lo naturale e compiuto loro progredimento. Illum, pro statu naturae rerum omnium, agnoscimus, ad quem res, naturali et completo progressu, perveniunt. (De repub. lib. I.2.)>>. Gioacchino Ventura, La Raison Philosophique et la Raison Catholique. Conférences Prechées a Paris dans l'année 1854, augmentées et accompagnées de remarques et de notes, par Le T. R. P. VENTURA DE RAULICA, Ancien Général de l'Ordre des Théatins, Consulteur de la Sacrèe Congrégation des Rites Examinateur des Évéques et du Clergé romain. Tome Troisième. Paris, 1855 "Troisième Partie. 12. Nous avons remarqué ailleurs (Confér. t.I, p. 294) que tout être, ayant eu un commencement, tend, par une loi de sa nature, à se développer, à se fortifier, à se compléter, à se perfectionner; et que comme rien, disait Aristote, n'est plus naturel à l'être que l'état auquel il tend par une loi de sa nature; l'état de perfecion est l'état vrai, l'état naturel de tout être perfectibe (1). / (1) "Illum pro statu naturae rerum omnium agnoscimus, ad quem res, naturali e completo progressu, perveniunt (De Rep., lib. I, 2)". (pag. 169). Vd. anche: Gioacchino Ventura de Raulica, LA RAISON PHILOSOPHIQUE ET LA RAISON CATHOLIQUE, Conférences prèchées a Paris dans l'année 1851 par. Le T. R. P. Ventura De Raulica, Paris, Gaume Frères, Libraires-éditeurs, 1851.. "5. Car tout être ayant un principe faible et imparfait à sa naissance, à son commencement, tend naturellement à se fortifier, à se perfectionner par son développement et par sa fin. L'état où il naît, où il commence, est son ètat natif; mais l'état auquel il tend, auquel il s'efforce de parvenir, est son état naturel; car la perfection est l'état naturel de tout être perfectible (1) - (1) <<Nous reconnaissons, dit Aristote, que l'état de nature de tous les êtres est celui auquel ils parviennent par leur progrès naturel et complet: Illud, pro statu naturae rerum omnium agnoscimus ad quem res naturali et completo progressu perveniunt (De Repub. lib. I, 2.).>> (p. 323) E infine: Gioacchino Ventura de Raulica, Essai sur le Pouvoir Public ou Exposition des lois naturelles de l'ordre social par Le T.R.P. Ventura de Raulica. Paris, 1859 - Digitalizzato Google. "Nous reconnaissons, dit Aristote, comme l'état naturel de toutes choses, celui que le choses atteignent avec le temps et par leur dèveloppement complet (1). - (1) <<Illum pro statu naturae rerum omnium agnoscimus ad quem res naturali et completo progressu perveniunt (De repub., l. 1, c. 2).>> (p. 121) // Aristotele, Politica, In Opere, tr. it. Renato Laurenti, Roma-Bari, Laterza, 1986, Vol. IX. "Aristotele 01... Quindi ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine: per esempio quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo, noi lo diciamo la sua natura, sia d'un uomo, d'un cavallo, d'una casa." ]

{4} (p. 12 / p. 224) George Sand, pseudonimo di Amantine Aurore Lucile Dupin, baronessa Dudevant (Parigi, 1° luglio 1804 - Nohant-Vic, 8 giugno 1876), scrittrice e drammaturga francese. (?) [In realtà l'autrice del brano riportato è la scrittrice francese Marie Catherine Sophie, contessa d'Agoult, nata viscontessa di Flavigny, con lo pseudonimo di Daniel Stern.]

Quando i gesuiti, dopo il mio arresto, mi confiscarono questo lavoro, uno degli attacchi fu quello d'irreligiosità, perché citava l'illustre donna francese che, a loro dire, aveva già dodici volumi all'Indice dei libri proibiti (elenco dei libri di cui la Chiesa, per ragioni dottrinali e morali, condannava con gravi sanzioni la lettura, la pubblicazione e la diffusione).

{5} (p. 16 / pp. 224-225) In Russia regna (è molto diffuso, è presente dappertutto) ancora l'uso di dar legnate alle donne a dorso nudo. Anche a varie nostre patriote, nel fervore della reazione borbonica, capitò il medesimo evento funesto (sventura, disgrazia). A nome della civiltà, della gratitudine che dobbiamo tributare a questo essere da cui riceviamo la vita, di quanto vi è di più nobile, poniamo fine una buona volta, e per sempre, a queste turpi azioni, che violando ciò che vi è di più sacro e rispettabile, sono il segnale di una cieca barbarie.

{6} (p. 17 / p. 225) A questo proposito la donna potrebbe saggiamente ripetere quel che proverbialmente si dice quando uno assume i meriti di altri, o il frutto dell'altrui lavoro: <<Aprile fa i fiori. E maggio ne ha gli onori!>>, motto traslatato (tradotto) con amarezza dal Mantovano nei seguenti versi: "Sic vos non vobis nidificatis aves, Sic vos non vobis vellera fertis oves, Sic vos non vobis mellificatis apes, Sic vos non vobis fertis aratra boves." Così voi non per voi fate il nido, o uccelli; Così voi non per voi portate la lana, o pecore;

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Così voi non per voi fate il miele, o api; Così voi non per voi tirate l'aratro, bovi. [Di PUBLIO VIRGILIO MARONE Saggio per Storia Patria di Giuseppe Resti Ferrari, I.R.P.E., Mantova MDCCCLIII - Digitalizzato Google. "Capo IV. Del favore di Augusto. Vuolsi ripetere dalla poetica eccellenza quel favore, col quale Virgilio fu accolto da Augusto; quel favore, che sempre accrescendo quanto caro lo stesso Augusto il tenesse appalesava. Allorchè si condusse Virgilio la prima volta a Roma dava Augusto al popolo solenni spettacoli. Una notte, in cui cadde copiosa la pioggia, precedette il mattino destinato a celebrarli, e susseguì questo affatto sereno e ridente. Adagiandosi Augusto nella Imperiale sua sedia, fu sorpreso al leggervi quello stupendo distico, che così era concepito, e così mi fo a tradurre: Nocte pluit tota: redeunt spectacula mane: Divisum imperium cum Jove Caesar habet. Tutta la notte piove: Surge fausto il mattin; compionsi i ludi: Diviso impero ha Cesare con Giove. Desiderava Augusto, che lo sconosciuto Autore gli si manifestasse, e tanta fu l'audacia del Poeta Batillo a presentarsi per carpirne il vanto. Dalla quale frode punto Virgilio acerbamente più non si tenne celato, ma ne diede a colui aperta mentita collo scrivere nel luogo stesso il verso: Hos ego versiculos feci; tulit alter honores; e coll'aggiungere il Sic vos non vobis, divenuto dappoi proverbiale, ad incominciamento di altri quattro, che lasciava interrotti. Affermò essere quegli del distico Autore, il quale sapesse i dimezzati versi finire. Ma a tanta prova non resse il vantatore Batillo, e le immaginate similitudini compiendo coi quattro aggiunti sempre famosi, ben tosto Virgilio fece palese la menzogna, e vindicò coll'opera il dovutogli onore. Hos ego versiculos feci, tulit alter honores. Sic vos non vobis = nidificatis aves: Sic vos non vobis = vellera fertis oves: Sic vos non vobis = mellificatis apes: Sic vos non vobis = fertis aratra boves. Io me ne permetterei con altrettanti versi Alessandrini la seguente traduzione pressochè letterale. Quest'io carmi facea = gli onor altri togliea. Così voi non per voi = nidificate augelli: Così voi non per voi = portate, od agne, i velli: Così voi non per voi = colmate, od api, i favi: Così voi non per voi = d'aratro, o bovi, gravi. L'altissimo Poeta si è manifestato: Roma meravigliata gli applaude: dalla grazia di Augusto è pienamente rimeritato." (pp. 21-22)]

{7} (p. 17 / p. 225) La parola Dio per molti è primitiva, non originata da altro; per molti filologi, invece, derivata. Per alcuni deriva a dando, perché Dio, origine e principio di tutte le cose, dà tutto; per altri, dal vocabolo greco Ηεος, il quale deriva da deχomai "io vedo" o da deω "io dispongo", perché Dio vede e dispone tutto conformemente all'ordine della sua ragione suprema. Altri infine credono che la sua radice sia da ricercare nel greco Δεος, che significa timore, come se la credenza religiosa in Dio traesse origine dal timore secondo il detto di Stazio ripetuto dai sapienti dei secoli passati: <<Timor primus fecit Deus in orbe>>. [Fu la paura che per prima creò gli dei nel mondo. Verso celebre di Publio Papinio Stazio (Napoli, 40-96), in La Tebaide di Stazio di Selvaggio Porpora, In Roma M.DCC.XXIX. Traduzione di Cornelio Ventivoglio d'Aragona.: "La viltade e il timor fecero i Numi", v. 981 // Presente anche in Petronio Arbitro (27 d.c. - 66 d. C.), Frammento XXIV.]

A me sembra strano il voler attribuire soltanto al sentimento del timore l'origine dell'idea di Dio. Se Dio si fosse presentato alle nostre menti solo come essere orribile e malefico, di certo nessuno avrebbe immaginato di poter intenerire questa suprema e assoluta attività con la preghiera, il culto, la pratica delle virtù e delle leggi. Gli uomini piuttosto si sarebbero armati come i Titani per muovergli guerra. Dio, nelle religioni, appare protettore, non tiranno. Egli è simboleggiato in tutte le culture primitive con le sembianze degli esseri più benefici e più belli, il sole, la luna, le stelle, gli alberi fruttiferi, i fiumi limpidi e fecondanti. È più ragionevole pensare che l'idea di Dio derivi dalla speranza di un bene, piuttosto che dal timore di Stazio e dei suoi seguaci.

{8} (p. 18 / p. 225-226) Questo fatto importantissimo della storia antica non è ancora chiaro; ma esaminandolo con attenzione e rapportandolo ai fatti concreti della vita comune, stante l'identità di quei primi uomini [di quegli uomini vissuti cioè all'epoca della Torre di Babele. "La Torre di Babele, citata più volte nella Bibbia è ri

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conducibile dal punto di vista archeologico alla grande Ziqqurat (o Ziggurat), edificio adibito a tempio caratteristico del periodo mesopotamico, iniziata nel XII secolo AC a Babilonia (che si trova nell'attuale Iraq) sotto l'imperatore Nabucodonosor I." www.torredibabele.it] con i viventi (cioè i presenti, in vita), vedremo facilmente come esso simboleggi

null'altro che il periodo della pratica irriflessione in cui s'immerse l'umanità dalla caduta di Adamo ed Eva in poi.

{9} (p. 20 / p. 226) Rinuncio a sviluppare questi sistemi dal punto di vista delle scuole particolari che li produssero, e tanto meno (certamente neppure) voglio darmi delle arie, come si è soliti fare, indicando le teorie successive, perché l'ho già fatto in un altro lavoro incompiuto che ha per titolo Statistica del pensiere di tutti i secoli. E poi sono conoscenze ormai comuni nelle storie della filosofia. Perciò, senza parlare di Talete che fondò la Scuola Ionica; o di Pitagora che per la prima volta nel nostro Salento dette origine alla Scuola Italica da cui derivò l'Eleatica (scuola filosofica presocratica attiva a Elea, colonia greca dell'antica Lucania, il cui esponente principale fu Parmenide); o dello Scetticismo e degli altri errori che generarono la provvidenziale apparizione di Socrate; o da ultimo dei Platonici e degli Aristotelici che si spartirono il campo della speculazione; faccio solo notare incidentalmente che si è pervenuti a una sorta di esclusivismo e non si è mai compresa appieno la natura umana, perché le menti dedite alla contemplazione non hanno in modo sistematico esercitato la riflessione sui fatti concreti della vita.

{10} (p. 24 / pp. 226-227) In quest'epoca nella quale si è saggiamente dato al principio di associazione un valore straordinario, riconoscendolo come elemento essenziale al progresso dell'umanità; in quest'epoca in cui per mezzo delle ferrovie e le reti elettriche si cerca di stringere rapporti personali fra l'uno e l'altro emisfero, al fine di realizzare la comunione dei cristiani; in quest'epoca, dico, gli individui che sono i primi anelli della grande catena sociale, si studiano solo di (cercano solo di, s'ingegnano solo per) comportarsi da uomo vano senza giudizio, abolendo il saluto e tutte le forme di carità e di amore insegnate dal Messia. I bruti [gli animali irragionevoli, le bestie (opposti all'uomo)] s'incontrano, si fiutano (si annusano a vicenda), si danno istintivamente un segno di riconoscimento; gli uomini invece snaturati e resi permalosi da un'educazione corruttrice, giudicano incivile e inopportuno il vecchio uso di tali fraterne manifestazioni. Questa, se mi si permette, si deve appellare civiltà barbara perché, anziché spronare l'uomo ad avvicinare a sé l'uomo-fratello al fine di aiutarsi l'un l'altro, lo scaccia, lo tratta con astio e da nemico, fino a svegliare Caino con le sue guerre di odio. Almeno, non volendo o non potendo cambiare in meglio (cioè migliorare), si aggrappi saldamente a quel poco di bene ereditato dai progenitori! Tratti il prossimo con quei modi di urbanità che con la sicurezza conservano un'ombra (una debole parvenza) della beatitudine della vita patriarcale! Si vede ormai chiaramente che la discordia fra le comunità ebbe inizio allorché si ritennero desueti (caduti in desuetudine) i saluti e le altre formule rivelatrici di amicizia. Il silenzio brusco che gli uomini al giorno d'oggi serbano gli uni agli altri, è indizio di inimicizia o di indifferenza, mentre ci saranno forse delle simpatie che gli uni non osano manifestare agli altri e che potrebbero essere scambievole sostegno e aiuto. Se non possiamo dunque andare avanti, stante questa selvatichezza (poca socievolezza, scontrosità, ritrosia) pagana, torniamo un po' indietro e ricalchiamo le orme del Cristianesimo; vivifichiamo i modi fraterni insegnati dal Vangelo; cominciamo a ossequiare e a non più vilipendere (colpire col nostro disprezzo) la donna che ci fa, ci educa e ci muove; cominciamo a manifestare, ovunque e a tutti, il nostro affetto fraterno con modi sensibili, perché così si fortifica lo spirito, orientato al vero benessere; in questo modo si esce dall'avaro egoismo nel quale siamo miseramente caduti. Solo così l'uomo può rendersi meno infelice, meno abbietto; solo così potrà scansare la giusta rampogna del pa-

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trio poeta P. de Virgiliis, che gli grida alle spalle: Dormi, dormi o vil giumento Sul tuo putrido concime! Non sognar che sei redento Poichè Dio non più redime! [Pasquale DE VIRGILIIS (Chieti 1810 - Torino 1876), scrittore e poeta, noto per le traduzioni di testi romantici contemporanei e per aver fondato nel 1836 a Chieti il Giornale abruzzese di scienze, lettere e arti. "Dopo i primi studi presso gli Scolopi di Chieti, Pasquale de Virgiliis conseguì la laurea in giurisprudenza nell'università di Napoli. Più attratto dalla letteratura che dalle leggi, si fece conoscere come sensibile traduttore delle opere di Byron. Protagonista nei tumultuosi eventi che videro la caduta del regno borbonico, fu eletto intendente di Teramo, mentre collaborava assiduamente alle più importanti riviste letterarie dell'epoca. Ci restano molte opere, tra cui vanno ricordate soprattutto "Una notte a Venezia" e "Una gita sul Gran Sasso d'Italia" - Online: infochieti.it/prg/storia/personaggi.htm / Vd. anche Treccani Enciclopedia. // I versi citati si rinvengono in Masaniello Dramma Storico di P. de' Virgilii, Bruxelles 1840, pp. 8. Notare le discordanze con quanto riportato da Morelli: "Dormi dormi vil giumento / Sul tuo putrido concime! / Non sperar che fii redento / Poichè Dio più non redime"]

{11} (p. 32 / p. 227) Non appena ci è possibile, cogliamo l’opportunità di ricercare l'etimologia delle parole più significative: - primo, per spiegarle; - secondo, per mostrare lo spirito profetico dell'amico Giovanni de Maio al quale ne appartiene in massima parte la spiegazione; - da ultimo, per mostrare la grande utilità che ne ricaverebbe la scienza, qualora nei lessici si facesse altrettanto per le voci della lingua comune. Embrione da Embeno greco che significa entrare; e si dice così perché con l'incubazione dall'uovo si sviluppa l'embrione, quasi della forma di un bottone. Quindi, appena si manifestano su di lui i primi lineamenti, si chiama Embrione, perché allora entra nella specie umana. (?) Feto da Fetome greco, apparire, quasi che l'uomo in questo periodo appare perfezionato in tutti i lineamenti umani. (?) [In realtà: Embrione, dal lat. mediev. embryo(n), gr. émbruon propr. "che cresce dentro", comp. di en- "dentro" e del tema di bruo "fiorisco" Feto: dal lat. fetu(m), connesso con fecundus "fecondo" e femina "femmina". Nella specie umana, per convenzione, alla fine del 2° mese di gravidanza; nella fase precedente, si preferisce definirlo embrione.]

{12} (p. 32 / p. 227) Utero pare che derivi dal verbo latino Utor "usare". Ed è detto così, perché senza l'uso di quell'organo, la specie umana non potrebbe affatto mettere in luce le sue potenze. Quindi il senso comune italiano lo ha così denominato per esprimerne l'importanza, quasi che dicesse in modo imperativo: Utere me! (?) [In realtà dal latino uteru(m) "ventre"]

{13} (p. 34 / pp. 227-228) Ecco quel che dicono in proposito le memorie dei viaggi di Antenore nella Grecia e in Asia: "In capo a due settimane, Demonace venne di buon'ora nelle nostre stanze ad annunziarci ebro di gioia che sua moglie aveva partorito un fanciullo, e c'invitava ad essere presenti alle cerimonie solite usarsi in tali occasioni. Appena nato, fu messo dai più prossimi parenti sopra uno scudo d'acciaio, e accanto ad esso un piccolo giavellotto o dardo, nell'atto che gridavasi ad alta voce: O sopra di lui o seco lui. Verso il meriggio, il padre tutto esultante lo portò ai leschi (*) [(*) In tutte le più grandi città della Grecia, eranvi certi ridotti denominati leschi, ove si adunavano gli oziosi ed altre genti per ricrearsi, sul gusto appunto de' nostri caffè moderni. In Isparta se ne contavano due, ma poco frequentati], dove otto de' più antichi ed in apparenza venerabili vecchi, capi della sua tribù, eransi adunati per esaminare la complessione del neonato. La nutrice, gettato del vino entro una tinozza, ve lo immerse, ne lavò il corpo, e il lasciò qualche tempo in quel bagno; quindi il presentò

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agli anziani. Una sì pericolosa immersione aveva assopito quell'essere nascente, che ne uscì ammalato e con un serio attacco di convulsioni; per lo che, senza ulteriore esame, i giudici dichiararono che non potrebbe divenire giammai un uomo vigoroso, ed in conseguenza sarebbe un individuo inutile alla repubblica. Fanore mise loro in vista che la prova era incerta, e che dall'altro canto questo difetto di forze fisiche esser poteva vantaggiosamente compensato dalle doti dello spirito e dalle qualità morali. Quei gravi personaggi gl'imposero silenzio con uno sguardo severo e sprezzante; e per tutta risposta, di una voce unanime, pronunziarono la sentenza di morte contro il misero bambino. A questo barbaro decreto fissai gli occhi sul padre, il quale, senza niente turbarsi, ordinò tranquillamente a uno schiavo di trasportare suo figlio sul monte Taigeto, e di là precipitarlo, come fu eseguito, negli apoteti, baratro destinato a quest'uso disumano e crudele. <<Quali uomini! quale barbarie! mi ripeteva sovente Fanore; senza le forme stupende delle sue fanciulle, bisognerebbe esterminare del tutto questa iniqua città!>> Noi non osavamo far parola all'ospite della catastrofe orrenda della sua prole, e della barbare legge che sacrificava così ingiustamente. Osservando la nostra taciturnità, fu egli il primo a dirci freddamente: <<Non vi è cosa più saggia di una tal legge. I figli non nascono per noi, ma per la patria, la quale non ha bisogno di cittadini mal conformati. Essa non deve ammettere che cittadini sani e robusti, non essendovi nella Laconia chi trovisi astretto a vivere a carico degli altri. Perciò la repubblica ingiunge che tutti i fanciulli passino ogni dieci giorni in rivista affatto nudi dinanzi agli efori, i quali esaminano attentamente la loro costituzione, condannando i troppo grassi all'astinenza ed anche ad un maggiore gastigo. Parecchi di quei giovani adusti che avete veduti di alta statura ed agili a tutti gli esercizi ed al corso, digiunarono, e furono anche staffilati più di una vola durante l'infanzia, per porre un ostacolo alla loro disposizione alla grassezza. Quanto poi al parto di mia moglie, non è mia colpa se ha messo alla luce un frutto sì dilicato e fragile, perché io non mancai di ricoprire la sua camera coi ritratti di Apolli, di Castore e Polluce, di Ercole, di Giacinto, di Narciso e di Adone>>. [VIAGGI D'ANTENORE NELLA GRECIA E NELL'ASIA con alcune notizie sopra l'Egitto MANOSCRITTO GRECO Trovato nell'Antica Ercolano. Versione Italiana con note riveduta e corretta sulla quattordicesima edizione francese per cura di F.*** L.*** - TOMO TERZO, MILANO DALLA TIPOGRAFIA DE' FRATELLI SONZOGNO 1826 - Digitalizzato Google.- Capitolo LX. pp. 638-641]

{14} (p. 43 / pp. 229-230) Questa illustre signora leccese, tra l'altro assai nota a noi tutti per le sue peculiari facoltà intellettive e il suo carattere devotamente rispettoso dei principi cristiani, mi ha molto meravigliato perché in età avanzata (79enne) [nata a Monteparano, paese di origine della madre D. Saveria Basta, nel 1780; morta a Taranto il 4 giugno 1861 nella scuola pubblica aperta alle Figlie della Carità, in Piazza Castello, presso l'ex convento agostiniano (come risulta dall'estratto di morte conservato dalla famiglia Carducci). Informazioni fornite dal Prof. Piero Nastasia della Scuola Media di Fragagnano: Istituto Comprensivo "Bonsegna-Toniolo", Sava (Taranto)] conserva una lucentezza intel-

lettuale invidiabile dal più virile dei pensatori. Per la qual cosa mi sono proposto di raccogliere notizie biografiche per tramandare ai posteri la memoria di una donna onorata (che ha cioè sempre conservato intatto il proprio onore), anticipando in questa nota il fatto sopra accennato. Ecco dunque l'onorevole giudizio che ho raccolto su di lei dal Giornale delle Due Sicilie del 21 giugno 1816: <<Nella storia delle donne celebri, tra le quali leggonsi sì frequentemente i nomi di quelle, onde, somma gloria venne all'Italia tutta ed alla patria in particolare, fra le moltissime che si distinsero nelle arti, nelle scienze, e nell'amena letteratura, è difficile incontrarsi in alcuna la quale siasi resa illustre nel foro; difficile carriera sparsa di spine, in modo da allontanarne le anime soverchiamente sensitive della più bella metà del genere umano. Ma sia che la voce del proprio periglio renda coraggiosi i men forti, sia un fenomeno unico forse, era riserbato all'età nostra per ammirare nuovi prodigii del sesso, la Corte di Appello di Napoli è stata in questi giorni spettatrice del valore straordinario della Signora Elena dell'Antoglietta dei marchesi di Fragagnano di Lecce qui venuta a sostenere gravi suoi dritti eredita-

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rii, lungamente impugnati in dispendioso litigio. Questo novello oratore perorò con tanta energia la sua causa, che destò sorpresa negli animi dei giudici non solo, ma di gran numero altresì di colti uditori dalla fama dei suoi pregi raccolti. Gli uomini men parziali non poterono non applaudire alla Donna eloquente, la quale superò l'espettazione pubblica per isceltezza di argomenti, per forza di stile, per felicità di espressioni. Non contento di sua difesa questo gentile (cioè nobile di nascita, d'origine) oratore, riassunse quanto dalla parte contraria era stato distesamente esposto, e con somma maestria trattò tutte le questioni legali proposte e ne trasse le conseguenze più favorevoli ai suoi diritti. Il bel sesso deve saper grado a giovane Donna che tanto l'onora, ed il pubblico rendendo i dovuti omaggi ai di lei talenti, dee incoraggiarla a proseguire nella difficile carriera delle scienze, onde serva da sprone a ogni altra donna, che per mente e cultura sia capace di imitarne il nobile esempio!>>. Nello stesso giornale del 1816, sotto la data del 24 giugno, si trova pure pubblicato quanto segue: <<La perorazione della signora Elena dell'Antoglietta della quale parlammo nel 21 del corrente à avuto il più felice successo: le sessioni riunite della Corte di Appello occupatesi a giudicare dei di lei dritti, li ànno confirmati a voto unanime. Questa causa sarà memorabile nei fasti del nostro foro non solo per il valore della chiarissima Donna, ma per il profondo sapere altresì, per l'ingegnosa difesa, e per le urbane maniere con le quali il signor Michele Tomaia avvocato contrario sostenne le ragioni dei contraddittori. Il signor Vincenzo de Stefano cui era affidato il pubblico Ministero spiegò in tale occasione tutta la forza e l'energia del dotto giureconsulto e dell'oratore eloquente>>. Ora che do alle stampe questo libro, apprendo la notizia che l'illustre avvocatessa non c'è più, e mestamente dico un requiem (Tommaseo-Bellini, dire un requiem: "Pregare al defunto la pace de' Giusti, Rammentarlo con pietà affettuosa".) sulla tomba che ricorderà ai posteri il di lei nome onorato!! [Elena nasce a Monteparano nel 1780 da Francesco Maria dell'Antoglietta e Maria Saveria Basta, sposi nel 1776. In virtù del matrimonio Francesco Maria (n. 1751 - m. 1784) è marchese (il 3°) di Fragagnano e di Monteparano (già baronie di Fragagnano e Monteparano, portate in dote da Maria Saveria). Dal matrimonio nascono: Marianna (n. 1776) ed Elena (n. 1780 - 1859 circa). Nel 1784 muore Francesco Maria e lascia erede la figlia primogenita Marianna, che per sanare la situazione finanziaria della famiglia, particolarmente difficile, sposa suo zio Lelio (n. 1764 - ?), fratello minore del padre, che diviene così il 4° marchese di Fragagnano. Maria Saveria, che apertamente si era opposta al matrimonio della figlia con il cognato, aveva escogitato l'espediente della donazione dei beni di famiglia a Marianna con la clausola che se avesse sposato lo zio, i beni sarebbero passati a Elena. Lelio, che era anche scaltro, non solo sposò Marianna ma fece firmare a Elena un atto di rinuncia alla proprietà. Elena, ciò nonostante, nell'estate del 1816 a Napoli, a soli trentasei anni difese in tribunale il suo patrimonio dall'usurpazione dello zio e cognato Lelio. - Le donne eccellenti del Salento. Lezione peripatetica per le vie di Lecce. Marisa Forcina. - Libro d'Oro della Nobiltà Mediterranea - DELL'ANTOGLIETTA. - Vincenza Musardo Talò, Monteparano, antico casale albanese, Lacaita 1991. - Fiorenza Taricone - Rossella Bufano (a cura di), Pensiero politico e genere dall'ottocento al Novecento, Amaltea edizioni 2012.]

{15} (p. 52 (p. 230) La parola madre conserva un'identica modulazione sonora in quasi tutte le lingue, il che indica che deriva da una radice comune. Per esempio: la lingua italiana dice Madre, la francese Mere, l'inglese Mother, la tedesca Mutter, l'olandese Moder, la spagnola Mader, gli slavi Matza. Si osserva inoltre che i fanciulli di tutto il mondo, senza distinzione né di clima né di lingua, chiamano la madre Mammà.

{16} (p. 53 / p. 230) Omero fece maritare la bella Venere con lo zoppo Vulcano. Adesso che ci penso meglio, trovo la spiegazione di questo simbolo in quell'attrazione o scambio di polarità che solitamente avviene tra gli estremi, per cui le leggiadre donne sogliono accettare la compagnia di uomini sconci (brutti, ripugnanti, che offendono la vista o il senso estetico), come per rompere e variare la monotonia delle impressioni che ricavano dall'armonico complesso delle proprie forme quando si specchiano. Se però questo può far consolare i miei compagni in bruttezza, lascia certamente un vuoto nell'umanità che vorrebbe, nel modo più vantaggioso possibile

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per la sua specie, vedere uniti i sessi: - nell'ora della maturità dello sviluppo; - senza mostruose deformazioni.

{17} (p. 57 / pp. 230-231) È noto ormai in economia che le industrie crescono a misura che si accelera il connesso commercio; e mentre in apparenza sembra che questo nasca dalle prime, nondimeno se si esamina con acume (perspicacia, intelligenza) il suo notevole andamento, si scorge facilmente questo, che il commercio dà origine alle industrie [(?) In realtà Morelli ha erroneamente scritto: "il Commercio à genesi nelle industrie"], dal momento che l'uomo non si determina con forza ed energia alla coltivazione dei campi, e né scopre mai nuove leggi (p.e.: le due leggi fondamentali della produzione agricola: la legge della produttività decrescente e la legge dell'esaurimento del suolo), per mezzo delle quali trarre più copiosi frutti dalla natura, se non è certo di poter vendere le derrate (i prodotti agrari per uso alimentare). Inoltre con il commercio la riflessione riceve nuovo incitamento a scoprire nuove verità al fine di corrispondere ai nuovi bisogni. L'origine (il principio) dunque del benessere in questa fase di sviluppo industriale sta nella libertà dei traffici e dei commerci. Tolti i traffici e i commerci, le industrie mancano del principio vitale, o nell'ipotesi più favorevole (o meno sfavorevole) si riducono immensamente.

{18} (p. 61 / p. 231) Vedi Il sistema della riflessione sui fatti propri scoverto come unico mezzo metodico a produrre la vera scienza dell'umanità prenunciato da Salvatore Morelli, Stabilimento tipografico di Alessandro Simone, Lecce 1858.

{19} (p. 62 / p. 231) Il Vero è l'unico bene cui aspira la mente umana. Quindi tutte le volte che essa manca del vero, avendo necessariamente bisogno di uno scopo cui mirare, inorpella il falso (cioè lo nasconde sotto false e gradevoli apparenze) e si serve del mendacio (menzogna), parola certamente derivata da mendico. Però, come chi è povero, va a chiedere l'elemosina per fornirsi del necessario, così chi manca del vero, cerca di sostituirlo col mendacio, affinché lo spirito non rimanga nel vuoto. Vedi lo stesso discorso di cui alla nota precedente. [Mendacio: dal lat. mendaciu(m) v. anche mendace. Mendace: dal lat. mendace(m), der. di mendum "difetto, errore". Mendico: dal lat. mendicu(m), der. di mendum "difetto".]

{20} (p. 63 / p. 231) Scienza deriva da Scientia, e questa dal latino scio; scio da sciao (σκιάω) greco che significa ombrare (?), perché il concetto astratto della mente in cui è riposta la scienza, rappresenta, quasi come un'ombra, ciò che è nel fatto che la produce, essendo questo, e null'altro, l'ufficio speciale dell'ombra. E siccome non c'è ombra senza l'oggetto presente, così non ci può essere scienza senza il fatto concreto che ne è la genesi. Tolto il fatto concreto, è immensamente difficile che quel concetto astratto della mente possa essere da altri compreso nell'effettiva realtà del concreto medesimo che rappresenta. Ecco dunque la necessità di rendere agevole il metodo d'insegnamento riaccostando l'intelligibile al sensibile da cui deriva. [In realtà: Scienza: dal lat. scientia(m), der. di scire "sapere". Ombra: gr. skia ; Ombrare: (kata)skiazo. "Ora, il Curtius e l'Ascoli rannodano scire alla rad. SKA-, SKI- = sscr. CHA- CHI donde CHYATI - p.p. CHATA, CHITA- tagliare .... onde Sapere varrebbe letteralmente tagliuzzare, sminuzzare, separare le cose, e per verità che cosa è mai la scienza se non il frutto di una paziente e minuta analisi (Cfr. discernere). Altri invece compara la radice di SCI-RE con quella del sscr. ci-kè-ti, ci-no-ti osserva/re/ ." Ottorino Pianigiani]

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{21} (p. 65 / p. 231) Parola è vocabolo composto dalle due voci latine: par eguale, e fero fers, tuli latum ferre portare (?): perché con la parola si porta sulle labbra o sulla carta l'eguale giudizio della mente. Le parole quindi racchiudono le immagini delle cose; di per sé non rappresentano che l'astratto (ciò che è il risultato di un'astrazione); non sono cioè che segni rappresentativi, astratti appunto dal concreto; cosicché la loro cognizione precisa è la condicio sine qua non, la condizione indispensabile per rendere palese il segreto lavoro dello spirito, e arricchire la scienza. [In realtà, parola: dal lat. tardo parabola(m), propr. "parabola". "Parabola = lat. PARABOLA dal gr. PARABOLÈ azione di mettere al lato, d'onde comparazione, e questo da PARABÀLLÔ metto a lato e quindi ravvicino, paragono, comp. di PARÀ presso, in confronto e BÀLLÔ, getto, e anche pongo, metto. Paragone, Comparazione; Allegoria che conferma qualche verità importante, cioè Narrazione di un fatto comune con intendimento educativo di trarne un'analogia a circostanze di altro ordine, una norma per sapere ciò che sia da farsi di esse". PIANIGIANI]

{22} (p. 69 / pp. 231-232) Quanto sia trascurata dalle nostre parti l'igiene del corpo, è indicibile! Sin da quando nasce, l'uomo è tenuto lungamente avvolto nelle fasce e già d'allora gli si rende nefasta, e gli si maledice, l'esistenza! Praticamente è come dirgli che entra in un carcere, gli si fa sospettare che la barbarie del metodo abbia fatto degenerare l'affetto materno così da farne un barbaro custode di questo carcere. Separandolo dagli elementi con i quali la vita dev'essere ininterrottamente in relazione, si rende il fanciullo debole di corpo e facile agli acciacchi. Non è certamente amore quello che fanno le madri quando bagnano nell'acqua calda invece che nella fredda i loro figlioli; quando li tengono chiusi, e li sovraccaricano di panni per non essere colpiti dall'aria; quando li avvezzano al caffè, alle bevande spiritose (che contengono una quantità più o meno elevata di alcol etilico) e ai cibi che danneggiano il delicato sviluppo delle forze, arrecando così in modo preoccupante un danno alla salute. Quello è un sistema micidiale da cui ogni attenta educatrice deve tenersi lontana: perché l'assuefazione allo stravizzo ("Stravizio, che anche trovasi scritto Stravizzo. S. m. Disordine che si faccia nel mangiare e nel bere fuori del consueto o del bisogno, e anco in altro.", p. 717, Tommaseo-Bellini) del gusto abbrevia gli anni e porta alla dissipazione (dilapidazione, lo scialacquamento, lo sperperamento) del patrimonio; e la mancanza d'aria li rende malaticci non appena escono fuori (ad. es: a prendere una boccata d'aria) o vengono colpiti dalle folate che entrano quando si schiude la finestra del balcone. Una corretta igiene esige che l'uomo si avvezzi per tempo alla naturale temperatura dell'aria aperta, affinché questo indispensabile elemento non lo ostacolasse, come succede a quelli che scimmiottano espedienti insignificanti e micidiali per il benessere (psico-fisico). Mi ricordo d'aver letto che una larga camera da letto non contenga aria sufficiente alla pura respirazione di un solo uomo, e intanto da noi, specialmente coloro che appartengono alla classe povera, vivono ammassati l'uno sull'altro in umidi e affumicati abituri (abitazioni piccole e misere), dove al fetore (che impregna l'aria) del sudiciume e qualche volta anche degli animali domestici che con essi convivono, si aggiunge l'alito dei numerosi abitanti che ivi si fa denso e ne incrosta gli angoli (Cfr. Dante, Inferno 18. vv. 106-108 "Le ripe eran grommate d'una muffa, / per l'alito di giù che vi s'appasta, / che con li occhi e col naso facea zuffa."). O quanti morbi si scanserebbero se invece di chiudere porte e finestre con una o più barre, si lasciassero aperte di giorno e di notte per la circolazione dell'aria: il rubizzo (che ha un colorito rosso, denotante floridezza, energia e salute) marinaio che vive la maggior parte del tempo allo scoperto, di cui noi invidiamo (Vd. Tommaseo-Bellini, "Invidiare. [...] 7. Talora si prende in buona parte, per Desiderare, senza dolore nè astio, un bene simile a quello di che altri gode.") la sana longevità, dovrebbe persuaderci a osservare questa usanza estremamente salutare. Una regola parimenti ragionevole che si deve osservare, consiste nell'adeguare il moto alle forze e il cibo alla nutrizione. È assolutamente sbagliato che i piccini nella prima età, quando si reggono a malapena sulle gambe, facciano spreco di forze con un moto sregolato; è, al contrario, necessario che la

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madre vigili attentamente per contemperare il moto col riposo così da far loro riacquistare le forze perdute. Ed è parimenti sbagliato che essi debbano eccedere nel mangiare, sia perché tale eccedenza tornerebbe dannosa alla loro salute, sia perché diventerebbero essi ingordi per sistema (sistematicamente) sì da dolersene poi in età adulta.

{23} (p. 76 / pp. 232-233) Il vocabolo Educare deriva da ex e duco, ducis, che vuol dire trarre l'uomo dalla sfera brutale dei sensi e volgerlo a quella dello spirito, ossia dirigerne: l'intelletto al vero, e la volontà al bene. Cosicché, si può dire che per mezzo dell'educazione l'uomo si transumani (secondo Tommaseo-Bellini, "trascenda i limiti dell'umana natura accostandosi ed associandosi alla divina"): di terra che egli è, si fa intelligente e legislatore della materia bruta.

{24} (p. 81 / p. 233) Gli Iloti erano, in Sparta, gli abitanti della città di Elo da essi distrutta, o i prigionieri di guerra che al pari dei primi si mantenevano in qualità di schiavi. Nei viaggi di Antenore si racconta quanto segue su quest'antica piaga dell'umanità: "Entrati in carica i nuovi efori, salirono sul loro tribunale e promulgarono ad alta voce che qualunque Spartano poteva impunemente uccidere a tradimento gl'Iloti, fatti cadere a tal uopo in qualche insidia. Stordito da questa inumana proscrizione, ne richiesi il motivo al nostro ospite, che ci disse: - Quest'è un'antica consuetudine tra noi, ed ogni volta che si cambiano i supremi magistrati, sono in obbligo di emanare un proclama di tal natura. Voi sapete che gli Iloti sono nostri schiavi e destinati alla coltivazione de' nostri terreni (*) [(*) Gli Spartani davano il nome d'Iloti o Eloti, non solo agli abitanti della città di Elos da essi distrutta, ma ben anche a tutti i prigionieri che facevano in guerra.]; nondimeno aumentando di numero in un intervallo d'anni, potrebbero ren-

dersi a noi formidabili; perciò è loro proibito il portare veruna sorta di armi; e per porre un ostacolo alla loro propagazione, la politica necessaria alla sicurezza della repubblica esige, che si cerchi di sterminarli occultamente. Sovente i nostri giovani vanno alla caccia di quegl'infelici, lor tendono imboscate, gli assaltano quando meno se lo aspettano, e li tagliano a pezzi. Voi in breve sarete testimonj di un orribile avvenimento. - Di fatti non guari dopo si vide affisso un editto, che gli efori accordavano la libertà a due mila di coloro, a condizione che si portassero all'ora indicata a fare i dovuti ringraziamenti nel tempio degli Dei penati. Vi accorsero in folla, e scelti tra essi i più robusti e meglio conformati, vennero tosto come liberti coronati di festoni di gramigna. La gioia brillava sul loro volto, ed attendevano esulanti il compimento della cerimonia, quando all'improvviso, a un dato segno, due grandi colonne di cittadini armati di pugnale e di taglientissime spade, scagliansi con una iniquità senza pari addosso a que' miseri inermi, e li trucidano tutti spietatamente. Le grida, i gemiti, gli ululati di quegl'innocenti traditi spargono ovunque la desolazione e il ribrezzo. Fanore ed io fuggiamo pieni di raccapriccio e di terrore. - Ah mostri! ah barbari! si lasciò uscire di bocca l'incauto Fanore piangendo. Lasciamo subito questa terra abbominevole, dove le leggi più crudeli, la superbia, i pregiudizj degradano l'istinto dell'uomo. Così l'interesse e le passioni rendono ingiusta e feroce questa piccola nazione, che non ostante la sua barbarie, trova dei bugiardi preconizzatori de' suoi costumi e della sua legislazione ....". [Viaggi di Antenore nella Grecia e nell'Asia, Tomo Terzo, cit.. Capitolo LXXI, pp. 798-799]

Io non so cosa direbbe quest'anima delicata se dopo tanti secoli vedesse i liberi svizzeri andar via, per amor di guadagno, dai propri paesi e calpestare la libertà degli altri popoli; se vedesse nazioni potenti che invece di proteggere, opprimono i popoli deboli invadendo le loro terre e le loro case; se vedesse perdurare la schiavitù anche negli Stati Uniti d'America ove la classe dominante si gode la più larga libertà sotto il più civile regime del mon-

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do! Certo dovrebbe saggiamente concludere che i governi sono forme transitorie basate non sulle leggi eterne della natura che la scienza scopre, ma sui principi labili e fittizi dettati dall'opportunismo e dagli interessi dei partiti.

{25} (p. 82 / p. 234) Il Ventura più di ogni altro storico ritrae con vivacità questo decadimento del popolo romano. Se si considera con maggiore rigore il periodo in cui il cattolicesimo con i suoi vizi (7 peccati capitali) ha compromesso, nell'efficacia e nella validità, la purezza del cristianesimo in tutte le sue forme, si vedrà il paganesimo travestito e l'idolatria ribattezzata. Qualunque religione annessa al dispotismo dei governi civili per sostenere interessi mondani, non è, né può essere altrimenti, che un'ingannevole idolatria. [Guglielmo Ventura (Asti, 1250 circa - Asti, 1325 circa) - mercante e storico italiano. Cronista dei fatti accaduti alla città di Asti nel 1300. Il Memoriale de rebus gestis civium astensium et plurium aliorum (imprese dei cittadini astesi e di molti altri), noto come Cronaca o Memoriale, tratta gli avvenimenti dal 1260 al 1324, in particolare della città di Asti, ma anche con riferimento agli avvenimenti di altre parti d'Italia o d'Europa. In Wikipedia]

{26} (p. 87 / p. 234) Vedi la vita di Dante del Balbo. [Vita di Dante scritta da Cesare Balbo. Volume I. Torino, Presso Giuseppe Pomba E. C. 1839 - Digitalizzato Google]

{27} (p. 105 / pp. 234-235) Son certo che qualche spirito superficiale dirà che questo si è fatto anche nel Giannetto del Parravicini e in altri libri elementari. Rispondendo che questo salutare principio metodico è vecchio quanto Socrate, il quale scrisse sulla porta della sua filosofica dimora "Nosce te ipsum"; allontanando ogni pretesa di novità in quanto idee già esistenti nel mondo dacché splende il sole, dico pure che quei libri sebbene, tra le grandi esigenze scolastiche manifestate da vent'anni in qua, fossero stati tenuti come utile coacervo di nozioni per la prima età, sebbene si fossero diffusi molto più del calendario in tutti gli angoli di Europa, nondimeno, visti gli effetti assai miseri, hanno mostrato la loro insufficienza per quanto concerne l'istruzione scientifica, per come si richiede dallo sviluppo dei popoli. Ho indicato questi studi speciali per la determinazione del metodo, ma la formula vera della scienza universale deve consistere: - nella naturale rilevanza logica dell'ideale che risulta da tutti i (fatti) concreti come si palesano allo spirito; - nella spiegazione pratica di tutti i fenomeni che avvengono nella vita del fanciullo, determinandone i caratteri e le leggi, non come sta scritto nel libro o quando piace al maestro, ma come si mostrano allo spirito del fanciullo, e conformemente a quello che la riflessione dello stesso, svolta nel modo dovuto, sa rintracciarvi. In questo modo si consegue lo studio completo di tutta la vita, perché si può giungere a possedere tutta la scienza necessaria, e si può uscire dalle miserie della comune affettazione pedantesca, che tende a inquadrare idee e concetti entro schemi e principi rigidi e meccanici, che riduce il sapere degli pseudosapienti a certe speciali branche di conoscenze, e limita la scuola del popolo al compitare, computare e scrivere solamente (praticamente a leggere, scrivere e far di conto). [Il Giannetto di Parravicini. "Pubblicato per la prima volta nel 1836, e riedito molte volte negli anni successivi, il Giannetto divenne il primo manuale scolastico largamente adottato nelle scuole elementari di tutta Italia. Autore era il pedagogista milanese Luigi Alessandro Parravicini (Milano 1800 - Vittorio, Treviso, 1880), direttore dal 1826 della scuola elementare di Como e incaricato dal 1837 al 1839 come professore di metodica e consulente della pubblica istruzione nel Canton Ticino. Dopo un viaggio nell'impero asburgico per studiare il funzionamento degli istituti tecnici, Parravicini venne chiamo nel 1842 alla direzione della scuola tecnica di Venezia dove rimase per tutta la vita e dove compose nel 1842 la sua opera più importante, il Manuale di pedagogia e di metodica. Il Giannetto è un libro per ragazzi in cui si espongono le nozioni elementari di storia, geografia, scienze naturali, igiene, macchine e mestieri, con l'istruzione e la buona volontà, a imparare un mestiere e a diventare agiato. L'ideologia che stava dietro alle sue peripezie era quella dei liberali moderati toscani, convinti sostenitori della necessità di un'istruzione del popolo nel nome dei valori della famiglia, della proprietà e del lavoro e fautori di una modernizzazione dell'agricoltura nel rispetto della tradizione. Il libro di Parravicini diede origine a una lunga serie di

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Giannetti e Giannettini che culminarono, dopo l'unità, nelle figure infantili del celebre Cuore di Edmondo De Amicis." - da Riassumendo. Appunti di vista scolastica. Online]

{28} (p.106 / p. 235) Fra i lavori di scienza che ho visto pubblicati in questi ultimi giorni, e che davvero possono dirsi improntati a uno spirito degno del progresso e della civiltà dei tempi, è doveroso e giusto tributare lodi sincere all'operetta che ha per titolo Le norme educative ed i doveri del farmacista, esposti dal mio carissimo amico, professore Pasquale Greco di Lecce. Quest'onesto cittadino che ha trovato fortuna e decoro nel lavoro della scienza, dopo essersi adoperato a risollevare e nobilitare la sua classe (professionale), in provincia, con il suo pratico esempio, ha voluto altresì dettagliare in poche regole il fatto e il da farsi perché i vecchi farmacisti si aggiornassero e i giovani iniziassero i loro studi in modo conforme al progresso dei tempi. Egli vuole, al pari di noi, che la mente del giovane sia educata: ne desidera cioè lo sviluppo intellettivo per comprendere a fondo i rapporti, il vero e le leggi su cui si basa la chimica, affinché il farmacista diventi sacerdote della salute pubblica, e la farmacia degna officina di questo sublime ministero. Vorremmo che il governo si giovasse di questi lavori parziali, nei quali vi è il principio morale e l'indirizzo logico dei buoni studi. Vorremmo altresì che gli altri professori lavorassero in egual misura per dare ai discepoli delle loro classi precetti sani e assolutamente efficaci come il libro assai pregevole del signor Greco.

{29} (p. 108 / pp. 235-236) L'ordine dei fatti è sempre subordinato all'essere ideale perché, come fu sapientemente detto [Verbale della Seduta consiliare del Municipio di Napoli, riguardante il Proseguimento del bilancio del 1867 (istruzione pubblica): "[...] Dice (il Morelli) che, quantunque non seguace della scuola di Gioberti, crede opportuno ricordare una massima incontestabile. Gioberti riteneva che il sensibile spunti dall'intelligibile ..."] il sensibile spunta dall'intelligibile - o meglio, la prassi, vale a dire l'attività pratica,

prende spunto (l'avvio) dall'attività teoretica o speculativa -: praticamente l'uomo opera sempre secondo le proprie convinzioni. E quindi è vano supporre che sia disposto ad agire in modo diverso, quando la sua intelligenza non ha subito alcun mutamento; quando cioè con la luce benefica della scienza all'è della mente non si è sostituito il non è [è - non è, da intendersi come essere - non essere. Quindi: quando all'essere puramente mentale, non si è sostituito il non essere (mentale), e quindi tutto ciò che è altro (dall'essere mentale), vale a dire il reale, il concreto, il corporeo]

{30} (p. 115 / p. 236) Si leggano su questo argomento i coscienziosi lavori dell'egregio Signor Lorenzo Zaccaro [San Lorenzo Bellizzi di Cosenza, 24 febbraio 1811. Vd. Opac, e Note su Lorenzo Zaccaro di Anna Cerchiara.]. Si leggano pure quelli di Giuseppe Ferrari [(Milano, 6 marzo 1811 - Roma, 2 luglio 1876). Filosofo, storico, politico italiano. La mente di Vico, 1837], grande cittadino dalle profonde vedute, che con i suoi immensi studi sulla mente del Vico, ha messo in luce i misteri della scienza, lasciando, con le sue pubblicazioni, testimonianze assolutamente originali nel vasto campo della sapienza italiana; come altre ne attendiamo dal robusto e maturo intelletto dell'indefesso patriota Floriano Del Zio [(Melfi, 2 aprile 1831 - Roma, 1 febbraio 1914). Patriota e politico italiano. Senatore del regno d'Italia nella XVII legislatura. "Nel febbraio 1862 fu nominato da F. De Sanctis, ministro dell'Istruzione pubblica, professore di filosofia nel liceo di Cagliari come successore di E. Nitti. A conclusione del suo insegnamento privato a Napoli, indirizzò ai suoi allievi un opuscolo Intorno alla definizione della logica, pubblicato nello stesso anno." - Treccani]

{31} (p. 117 / p. 236) Con ciò non s'intende sminuire la riverenza (il sentimento di profondo e quasi timoroso rispetto) che si

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deve provare per questi e altri sommi ingegni che sono le colonne della patria letteraria; anzi desidero che ognuno riverentemente s'ispiri alla grandezza italiana per il tramite di quei nomi sacri, che, apostoli del pensiero civile, hanno preparato lo spirito alla libertà. Se non fosse stato per loro, saremmo rimasti divisi in 14 dialetti, debolmente e miseramente; non avremmo scoperto il nostro parentado politico; non avremmo preparato il cemento (ciò che consolida, rafforza; elemento, fattore di unione, di coesione) alla grande nazionalità di 26 milioni di fratelli.

{32} (p. 118 / p. 236) Vedi la precedente Nota 18.

{33} (p. 119 / p. 236) Se ogni municipio d'Italia eleggesse una commissione dei più dotti cittadini per raccogliere le parole, le frasi e i modi di dire di ciascun dialetto unitamente allo studio delle rispettive origini, e questi si mettessero in rapporto con la lingua comune, allora un concilio dei più dotti filologi italiani, impegnandosi a fondo in siffatto lavoro, finirebbe col dare alla nazione un completo dizionario che le manca. Si è tanto scrupolosi nel voler statizzare (statalizzare) i mezzi dell'industria e della ricchezza materiale, perché non si deve fare altrettanto per la parola, che così grandemente partecipa alla illuminazione e alla ricchezza dello spirito, della mente, del pensiero?

{34} (p. 121 / pp. 236-237) Intendo per classici tutti gli scrittori che hanno raggiunto l'eccellenza nel dare al pensiero un'adeguata forma esplicativa. Sono risultati tali, quelli del '300, perché, essendo vicini al ciclo di formazione, poterono comprendere appieno l'effettivo significato che il senso comune del bel paese annetteva alla parola. Il primo fra tutti è Dante, e quindi più a lui che a ogni altro si devono rivolgere gli studenti onde di assuefarsi (fare l'abitudine) al dire proprio e forbito. Quando si sa leggere secondo le norme della riflessione, può trarsi vantaggio anche da altri scrittori, appartenenti o ai cosiddetti secoli dell'oro tramontati col '500, o al vertiginoso (cioè intensissimo, frenetico) VI secolo e ai successivi. È oltremodo dannoso però quel fare pedantesco che raccoglie in grande quantità, in fretta e senza cura, trecentismi (parola, locuzione, costrutto grammaticale e sim., tipici della lingua del Trecento) e toscanismi (vocabolo, locuzione, costrutto proprio del parlare toscano, spec. in rapporto con la lingua nazionale comune), mentre, per quanto concerne ciò che si fa normalmente, si manca di ideale e i risultati sono assai aridi e oscuri. Ecco il perché, a mio avviso, della mancanza di stile negli scrittori comuni: atteso che lo stile consiste nel disporre ordinatamente le idee secondo la loro naturale successione, quando la lingua si apprende empiricamente senza riflettere, se ne ignora la dimensione razionale. Per questa ragione la successione dei pensieri non procede nel modo che si vorrebbe.

{35} (p. 128 / p. 237) Si dice virtù una serie di atti conformi alla ragione, come vizio ne è l'opposto. Detta voce deriva da vir (Vd. virtus, -ūtis; "ogni qualità che nobilita l'uomo, che concorre a formare il vir: forza, valore, coraggio, eroismo, virtù, forza di carattere, energia, risolutezza, costanza" p. 1812, G. Angelini, Nuovo Dizionario Latino Italiano, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 1986) o da vis forza, ed esprime l'idea che l'uomo, per seguire costantemen-

te i dettami della ragione, ha bisogno di forza, onde sottrarre la volontà alle lusinghe (allettamenti, attrazioni) delle passioni, e tenerla sottoposta agli ammonimenti (avvertimenti) dell'intelletto. La virtù, che si deve presupporre tra uomo e uomo, è il fondamento naturale della società civile. Se si potesse ammettere il contrario, allora finirebbe il consorzio civile, perché pro-

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dottasi la corruzione che consiste nella rottura di questi rapporti, non ci sarebbe più né ordine né unità sociale. D'altronde dove è la virtù, là cessa la necessità delle leggi, perché gli uomini in tanto sono virtuosi in quanto eseguono i comandi della ragione [in ordine alla correlazione in tanto (nella reggente) ... in quanto, si veda Serianni, XIV.106.]. Quindi, se essi nella propria coscienza sentono la forza della legge divina e l'adempiono, non hanno bisogno di quella scritta, la quale non deve essere altro che la forma estrinseca e ausiliatrice di quella. [Virtù: "lat. VIRTUTEM, acc. di VIRTUS che propr. significa virilità, forza di corpo, cioè quanto adorna e nobilita l'uomo / lat. vir / fisicamente e moralmente; indi valentia, valore, forza (v. Virile). <<Appellata est enim ex viro virtus; viri autem propria maxime est fortitudo>> (Cic. Tusc. 2.18.43). Altri da VIS / pl. VIRES / forza, osservando che la fortezza è base di ogni virtù, e. come dice Rousseau, non esiste virtù ove non è contrasto (v. Violento)" - Pianigiani]

{36} (p. 128 / p. 237) Religione pare che derivi da rursus ligare, legare doppiamente: anzitutto l'uomo per natura dipende intrinsecamente da Dio, per cui è legato a lui secondo il principio di causalità; si lega di nuovo poi quando per elezione (cioè per scelta compiuta per un libero atto della volontà), esaminando le sue leggi, diventa religioso, cioè ne riconosce gli attributi e ne osserva i comandamenti. [In realtà: "Religione, lat. RELIGIONE(M), che propr. vale considerazione, o cura riguardosa; da un supposto verbo RELIGERE composto della partic. RE- che accenna a frequenza e LÈGERE scegliere, e fig. cercare o guardare con attenzione, onde viene il senso di aver riguardo, aver cura. Altri da RE-LIGARE unire insieme: quasi legame che unisce gli uomini nella comunità civile sotto le stesse leggi e nello stesso culto." Pianigiani]

{37} (p. 147 / pp. 237-238) Per il bene del paese e della scienza, desidero che il governo italiano faccia tesoro, come cosa preziosa, di questa bella intelligenza. Lasciare oggi Giovanni di Maio dimenticato in un poverissimo comune delle Puglie [Si precisa che Greci, paese natale del di Maio, "dopo il 1860, dalla provincia di Foggia, a seguito del riordino del nuovo Regno d'Italia, ... passò a far parte della provincia di Avellino." Vd. Greci, Comuni d'Italia]; lasciare tanti altri robusti intelletti inoperosi e forse anche lacerati dalla miseria,

quando la nazione ha maggiormente bisogno di loro; confligge con la rivoluzione che ha inteso sostituire la sapienza all'ignoranza, la luce alle tenebre, la giustizia all'ingiustizia. Se lo spirito di parte ha appannato e tenute nascoste le più robuste forze, le più care ricchezze di queste province, il governo le sappia riscoprire per corrispondere adeguatamente al suo programma e l'indomani si ritroverà con un guadagno immenso.

{38} (p. 166 / p. 238) "La gelosia barberesca. L'amore non forma i connubj, non istringe i dolci legami; e mentre son senz'altro affetto quei Barbari, covano la più torbida gelosia. Ciò si concilia perfettamente. Si può esser gelosi, e non teneri, avere amor proprio, e non dell'amore. V'è una gelosia villana che è un diffidare della persona amata, v'è una gelosia delicata, che consiste nel diffidare di sé. Quella dei Barbereschi nasce da un carattere sospettoso, da una despotica disposizione, da un esclusivo principio, che vuole in tutto un potere assoluto, una dipendenza cieca, e va fino alla stravaganza, e all'orrore. Un Bey, Governatore di una Città, aveva una bellissima moglie, che molto amava. Avendo inteso l'arrivo d'un gran pittore volle procurarsi il ritratto di colei, che formava la passion del suo cuore. Parlò al pittore del suo desiderio, e gli promise larghissime ricompense. L'artista rispose, che si stimerebbe felice se la sua opera potesse meritare il di lui gradimento. Lavorate dunque con tutta diligenza, gli disse il Bey, e quando avrete finito il ritratto portatemelo senza tardare. Voi non avete, riprese il pittore, che a farmi veder la persona, di cui desiderate il ritratto. Come? interruppe irato il Signore: tu pretenderesti ch'io ti facessi veder mia moglie? E come volete dunque ch'io possa dipingere una persona, che non ho mai veduta, rispose il Pittore. Ritirati, esclama il Bey con gli occhi di fuoco, e coi

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labbri tremanti: se io non posso avere il ritratto della mia moglie che offrendola a' tuoi occhi, gradisco cento volte più di rinunziare al piacere, che mi era prefigurato. Il Pittore non potè far intendere la ragione al geloso, e fu fortunato di non essere stato gettato dalle finestre>>. [La gelosia barbaresca, pp. 311-312. In Avventure e osservazioni di Filippo Pananti sopra le coste di Barberia, Firenze, Presso Leonardo Ciardetti, 1817 - Digitalizzato Google.]

Un altro impediva alla moglie di nominare cose di genere maschile. E i medici sono obbligati (costretti) per lo più a tastare i polsi delle donne coperti da un velo. Tali barbarie rendono l'uomo meno sicuro, perché l'amore supera i triplici muri che circondano l'harem, e penetra negli appartamenti isolati, dove l'orgoglio e la gelosia hanno ristretto il predominio della bellezza: <<Una dama Europea, che il marito teneva continuamente alla campagna, richiamavasi continuamente la Città, e la varietà dei suoi leggiadri diletti. Come potete annoiarvi, le diceano i Filosofi della campagna; quì respirate così buon'aria, avete da cogliere tanti vaghi fiori, da far sì belle passeggiate sui colli, ci sono tanti piaceri innocenti! Rispose stizzosamente la dama: Io non amo i piaceri innocenti. L'amore supera i triplici muri, che circondano l'Harem d'un Dey, penetra in quelli appartamenti isolai ove l'orgoglio, e la gelosia hanno ristretto l'impero della beltà; un intrigo comincia ove tra noi suol finire.>> (Ibidem, La gelosia barberesca, p. 315)

La natura si vendica giustamente di questo dominio dispotico che fa della donna una misera schiava, mentre il Vangelo ha detto all'umanità <<Mariti, amate le vostre mogli, e non usata acerbezza verso di esse - Uomini amate le vostre mogli, come anche Cristo amò la Chiesa e diede per lei sé stesso>> Col. 3, 19 - Ef. 5,25. Nondimeno trovo ragionevole la ripugnanza che hanno i barbareschi (nativi o abitanti della Barberia, antico nome della fascia costiera mediterranea dell'Africa) a far visitare la moglie dal medico. La donna per preservare dignitosamente la sua continenza (il dominio di sé nell'istinto sessuale) non ha che la cortina del pudore, e il medico avvicinandosi a lei, col penetrare nei suoi più intimi segreti, deve necessariamente squarciare quel velo prezioso nel quale è riposta la forza morale della donna, come muraglia del suo decoro. Quindi, per motivi di moralità domestica e sociale, la donna deve studiare medicina e prepararsi alla professione medica per curare la donna con cui ha parità di sesso e identità di scopo. [BEY: "Col termine Bey (dal turco antico Beg, ossia "signore", che originò l'arabo Bik) si indicò in epoca moderna, dal XVI secolo fino a tutto il XX secolo, il signore di Tunisi, nominalmente vassallo della Sublime Porta ottomana di Istanbul, ma di fatto ampiamente autonomi. Il significato del termine in seguito fu allargato a indicare il responsabile fiscale o militare di una circoscrizione amministrativa dell'impero, infine divenne semplice appellativo di rispetto". - Wikipedia]

{39} (p.170 / pp. 238-239) Vorrei riverire, citando per nome in queste povere pagine, tutte le illustri donne italiane [es.: l'eroica Contessa Maria Martini Giovo della Torre, "pazzamente invaghita di Garibaldi, lasciò il marito e si offrì a Garibaldi come compagna "indivisibile" nella gloria e nella sventura. Ma il generale non ne fu mai innamorato. La nobildonna tenterà per questo il suicidio, alla fine sarà rinchiusa in manicomio, circondata, racconta Goldoni, da panni rossi come le mitiche camicie". // Vd. anche Regina di spade] sino a Santa Giovannara ["la bettola di Marianna De Crescenzo, che tutti conoscevano come <<la Giovannara>> perché era nata a San Giovanni a Teduccio, sua via di Portici>>. Cap. XIV, p. 344, in Lorenzo Del Boca, Indietro Savoia! Storia controcorrente del Risorgimento, Edizione Piemme, 2003 - Digitalizzato Google. // "eroina del Risorgimento tale Marianna de Crescenzo, meglio nota come la Giovannara, conosciuta da tutta Napoli come prostituta e sodale alla camorra di cui era capo bastone il cugino Tore e' Crescenzo. Una mignotta e camorrista nell'olimpo delle eroine del risorgimento". Perrucci Antonio, Cavallino. 13.03.2011. // "questa Marianna era meglio nota come Giovannara, tenutrice di una casa di tolleranza e sodale con la camorra di cui un suo cugino Tore e' Crescenzo era capobastone." in Aldo Cazzullo, la camorra e l'art. 416 bis! infosannio]

polacche, ungheresi, francesi, greche, tedesche, americane, russe e di tutto il globo, che contribuirono al bene della propria nazione, al lustro della scienza e al decoro del proprio sesso, ma mi manca il tempo e lo spazio; per cui ci saranno soltanto, nella buona volontà che mostro in questo libro, un'attestazione tacita della mia stima e parole di incoraggiamento a rendere il gentil sesso, tramite l'associazione e l'azione moralizzatrice, un incrollabile puntello dei grandi principi.

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{40} (p. 183 / p. 239) La più santa delle opere che la civiltà reclama è l'affrancamento delle donne mussulmane. Dice a questo proposito il signor Pananti: <<La Natura si unisce ai crudi costumi, ed all'atroce legislazione per far le donne miserevolissime. In quei caldi Climi la beltà è primaticcia come i fiori, presto appassisce. Il maritarsi di così tenera età, il far sì presto dei figli, il soffrir la freddezza, e l'abbandono dei loro sposi, la poca cura, che prendono esse medesime delle loro grazie, e della loro freschezza, l'immoderato uso dei bagni caldi, e soprattutto la vita sedentaria, e monotona degli Harem, e la noia della lor solitudine le fan sì presto invecchiare che a venticinque anni ne mostran più di quaranta, non si vedon più che ruine, e non si può dire: On voit que l'amour a passé par là. Le donne Mussulmane così infelici nel Mondo non si vuol nemmeno che entrino in Paradiso, ma che restino solo alla porta. Si mette molto in dubbio se abbiano un'anima. È vero che in qualche parte d'Europa si contan per anime gli uomini soli, e un autore dell'Età di mezzo ha scritto che Dio fece nella {22} donna gli occhi, le guance, le labbra, et alia que sunt dulcia, et amicabilia, sed de capite noluit se immisceri, sed permisit illud facere Diabolo. Ma queste sono sciocchezze di falsi belli spiriti. Se si volesse raziocinare, si potrebbe sostener forse che un Essere superiore all'Uomo è la Femmina; che Dio cominciò dal creare gli Insetti, poi i Pesci, poi gli Uccelli, e poi i Quadrupedi, e che sempre crescendo nella magnificenza delle sue Opera creò poi l'Uomo il Re degli Animali, e l'ultima fece la Donna come Signora dell'Uomo, e come il prototipo della Beltà. Le donne sono in effetto il sorriso della natura; delle due estremità della vita dell'uomo sono il sostegno, del mezzo della vita il piacere.>> [Avventure o osservazioni di Filippo Pananti sopra le coste di Barberia, Firenze 1817, Volume 1. L'infelice condizione delle donne di Barberia (pp. 310-311]

Fra i lavori che mi sono capitati tra le mani su questo argomento, dopo quelli dottissimi del Signor de Boni [Filippo de Boni, patriota, giornalista e scrittore (Caupo, Seren del Grappa, 1816 - Firenze 1870). Dopo l'Unità deputato, anticlericale di sinistra, dall'VIII alla X legislatura (1861-1870). Scrisse, oltre la cronaca mensile Così la penso (1846-1847), il romanzo Scipione. Memorie (1843) e L'Inquisizione e i Calabro-Valdesi (1859). www.treccani.it/enciclopedia], dopo

l'elegante articolo scritto dall'egregio signor Silvio Verratti* in appoggio a questo metodo educativo-didattico, ricordo con piacere un opuscolo pregevole dell'egregio dottore Pio Speranza-Mazzoni sulle Differenze morali ed intellettuali fra l'uomo e la donna (OnegliaImperia, Tipografia di Giovanni Ghilini, 1859) [Pio Speranza-Mazzoni (Notaresco, 1828 - Rosburgo, 29 giugno 1889), patriota, medico e agronomo italiano. Membro corrispondente della Società Imperiale di Medicina di Costantinopoli; decorato dell'Ordine del Megidiè; medico particolare di S.E. Scodra Mustafà Pascià], indirizzato all'imperatore Abd-Ul-

Medijd, Gran Sultano dell'Impero Ottomano, allo scopo di migliorare l'infelice sorte di quelle povere schiave. Si ispirino con onestà, i giornalisti e i sapienti, a questi generosi e a tutte le anime umanitarie, e in breve tempo l'imbarbarito Oriente accoglierà con entusiasmo la civiltà che per un fatale (voluto cioè dal fato, dal destino) ricorso storico la vecchia Europa vi manderà di nuovo tramite il messaggio dell'Italia che risorge (il messaggio cioè del Risorgimento italiano). Oh sì! ritengo fermamente che la Provvidenza faccia ricostituire la nazionalità italiana non solo per il diritto che ha ogni popolo alla sua autonomia, non solo per ragioni d'equilibrio politico, ma anche perché predestinata al supremo ufficio di ricondurre le grandi carovane della nuova umanità a parlare con Dio sull'Himalaia (Tetto del Mondo), da dove a Dio, appunto, i patriarchi parlavano. * [SILVIO VERRATTI "Nato in Archi, in provincia di Chieti, nel 1829, il Verratti si trasferì giovanissimo a Napoli, dopo aver subito, prima di compiere vent'anni, il suo primo processo politico a Lanciano [...]. Ogni volta che narrava questa prima disavventura toccatagli nella sua lunga attività di cospiratore, egli scherzosamente sottolineava che i primi baffi gli erano spuntati fra le mura di un carcere ...]. Prodigiosa fu l'attività di pubblicista svolta soprattutto nel periodo rivoluzionario. Il "Garibaldi" - così si chiamava il foglio clandestino della rivoluzione - era scritto dal Verratti da cima a fondo e fu la diana che seppe far sorgere il popolo in armi. Alessandro Dumas padre che ammirò tutta la raccolta di quel giornale, volle complimentarsi col Verratti ed anzi in un colloquio con lui avuto [...] il romanziere francese gli propose di fondere il "Garibaldi" con "L'Indipendente", periodico che il Dumas si accingeva a lanciare. Ma il Verratti sdegnosamente rifiutò ogni offerta, rispondendo di voler servire con umiltà e sacrifizio la grande causa cui s'era votato [...]. Fece della sua vita un apostolato dapprima per realizzare il sogno di tanti agitatori santificato dal sangue dei martiri e poi per educare il popo-

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lo, facendo del giornalismo una tribuna per poter diffondere il pensiero di Garibaldi e di Mazzini, i due grandi che campeggiarono in quel periodo storico e che ebbero frequenti contatti con Verratti, così come documentato da tutta una serie di cimeli storici che abbiamo avuto la ventura di conoscere e di esaminare [...]. Realizzata l'Unità d'Italia, il Verratti [...] ricusò onori, ricompense e posti remunerativi, pago soltanto di poter dedicare la propria opera al pubblico bene ogni volta che se ne presentasse l'occasione. E così durante le epidemie coleriche che funestarono Napoli egli fu ammirevole per abnegazione [...] prestando gratuitamente la sua opera di medico [...]1" - In Rocco Aldo Corina, Eroi e non Eroi Da Mazzini a Mussolini - Lotte Conflitti Ambizioni. Bastogi Editrice Italiana, Foggia 1999, p. 2933. in Le provincie meridionali e Spaventa Calunniatore. www.giovanileonardiani.it // LA STAMPA, 25.02.1867, N. 17, PAG. 1: "Riceviamo da Napoli il programma d'un giornale specialmente inteso a preparare le elezioni. Esso s'intitolerà La Sveglia Elettorale; direttore n'è l'avvocato Silvio Verratti: i suoi intendimenti sono quelli dell'Opposizione Parlamentare". // "In un numero del giornale sociale 'Libertà e Lavoro', datato settembre 1865 ed omaggiato al suddetto duca di Pescolanciano (la rivista diretta da Silvio Verratti era diffusa nel napoletano con una tiratura pari a circa 12 mila copie) si ribadì il necessario mantenimento di un programma politico concentrato sull'ampliamento 'dell'istruzione d'un popolo e la sua educazione propriamente detta'. www.nobili-napoletiani.it/Alessandro_Primula2.htm // Teodorico Marino, Giornalisti abruzzesi del Risorgimento: Silvio Verratti, in "Il Giornale d'Italia" (ed. abruzzese), Roma, 29 aprile 1933 MINISTERO DELL'INTERNO BIOGRAFIE (1861-1869): "VERRATTI SILVIO. Giornalista. Napoli. Anni 33 (1863, sett. 3) Rep. (repubblicano) - Filippo De Boni lo accolse nella redazione del Popolo d'Italia."(p. 240)]

{41} (p. 188 / p.210) Ecco come viene orribilmente descritta questa barbara pena dei persiani, pari a quella che ordinava di schiacciare il capo degli avvelenatori sopra una pietra. ["... ed il supplizio, a cui la legge de' Persiani condannava gli avvelenatori, era il seguente. Facevano metter al reo il capo sopra una gran pietra assai larga, e lo percuotevano con un'altra pietra sino a tanto che il capo fosse del tutto schiacciato; di maniera che non ne restava la minima figura." (p. 296) In: Storia Antica degli Egizj, Cartaginesi, Assirj, Babilonesi, Medi, Persiani, Macedoni, e Greci del Signor CARLO ROLLIN, tradotta dal francese e riscontrata sull'ultima edizione ricorretta ed accresciuta dall'Autore. Tomo V. Venezia, MDCCCII. - Digitalizzato Google.]

["Presso i Persiani noi vediamo l'orribile pena del truogolo, a cui l'inquisizione dell'umile e mansueto Gesù, nulla ha da invidiare. Essa così viene descritta:] <<Incavansi due truogoli della grandezza d'un uomo, dal collo sino al malleolo, di maniera che potevano chiudersi insieme. Il colpevole è incassato nei due truogoli, in guisa che tutto il corpo vi è bene inviluppato eccetto la testa ed i piedi. In questa positura gli si dà a mangiare, e se ricusa è forzato a prendere il cibo, pungendogli gli occhi con aghi. Dopo aver mangiato gli si fa bere del miele stemperato nel latte, di questo ancora gli ungono il viso, esponendolo al sole affinché vi concorrano più agevolmente le mosche. In tal immobilità l'infelice finisce di vivere dopo pochi giorni roso dai vermi.>>" (pp. 252-253) [Il libero pensiero. Giornale dei Razionalisti. Filosofia, scienze storiche, giuridiche e naturali Applicate al razionalismo. Anno V. 1° Semestre. 1870 Firenze Presso l'Amministrazione del Libero Pensiero - Milano Presso la Libreria Brigola Corso Vittorio Emanuele, 26 - Digitalizzato Google.] / ["Truogolo, Tinozza. ... Gli Antichi medesimi avevano inventato pei gran misfatti una specie di morte, che si chiamava il supplizio dei vasi di pietra. Ponevasi il reo tra due vasi eguali situati uso sull'altro, ed insieme attaccati sì fortemente che il reo coricato sul dorso nel vano inferiore non poteva cangiar situazione, essendoli altronde impossibil il farlo perché la testa, le mani, ed i piedi uscivano fuori de' vasi da certe buche fattevi a bella posta. In tal positura esposto ai più ardenti raggi del Sole gli veniva dato quanto nutrimento ei voleva, e quando lo ricusava era sforzato suo malgrado di prenderlo. Gli si faceva bere del miele stemperato nel latte, di cui gli s'imbrattava il viso per attirarli addosso le mosche. Quest'insetti uniti a quelli, che non tardavano a uscire dai di lui escrementi, gli facevan soffrire insopportabili pene, cosicchè dopo quindici o venti giorni disperato spirava." (p. 150). E. J. Monchablon, Dizionario compendiato di antichità. Per maggiore intelligenza dell'Istoria Antica Sacra e profana e dei Classici Greci e Latini. Traduzione dal francese, migliorata e accresciuta. T. I., Firenze 1821. Digitalizzato Google]

{42} (p. 198 / p. 240) È memorabile l'atto solenne delle donne leccesi che dopo queste mie parole invitarono le consorelle italiane ad associarsi per contribuire all'emancipazione napoletana; com'è parimenti memorabile il loro fattivo concorso alla votazione del plebiscito. Questi due documenti storici, che fanno tanto onore a quelle gentili signore, furono pubblicati dall'Italia Salentina e dal Popolo d'Italia, e trovarono un cospicuo sostegno dalle illustri patriote: Giunti, Fazio, Nicotera, Saffi, Pisacane, e da altri che così generosamente hanno contribuito al riscatto d'Italia. Al fine di rendere agevole e foriera di bene l'associazione delle signore donne, io ne darò alle stampe il programma e i capitoli regolamentari a parte. Come pure darò alle stampe, nel caso trovi un adeguato incoraggiante sostegno, la Biblioteca elementare per l'istruzione dei sue sessi.

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Sommario PREMESSA ............................................................................................................................................. 2 PREFAZIONE ........................................................................................................................................ 4 INTRODUZIONE (p. 5) ......................................................................................................................... 6 All'Egregia Signora GIOVANNA GRECO-DE ANGELIS .................................................................... 6 I. LA DONNA, CORONAMENTO DELLA CREAZIONE (p. 8) ......................................................... 7 II. IDENTITÀ POTENZIALE DEI DUE SESSI (p. 10) .......................................................................... 8 III. SCHIAVITÙ DELLE DONNE (p. 13) .................................................................................................. 9 IV. L'IRRIFLESSIONE (p. 17) .................................................................................................................. 11 V. GLI ERRORI DEI FILOSOFI (p. 19) ................................................................................................. 12 VI. LA NEGATIVA INFLUENZA DI GIOBERTI E FILANGIERI (p. 21) ................................... 13 VII. IL PENSIERO INFEUDATO, LA SCIENZA NEGATA (p. 24) ................................................ 14 VIII. IL VERO PROGRAMMA DELLA FILOSOFIA (p. 27) ........................................................... 15 IX. IL DESTINO DELLA DONNA (p. 28) .............................................................................................. 16 X. RIABILITAZIONE DELLA DONNA (p. 30) .................................................................................... 17 CAPITOLO PRIMO. LA DONNA CREA L'UOMO (p. 31) .................................................... 18 1.I. LA POTENZA CREATRICE DELLA DONNA ............................................................................. 18 1.II. LE DONNE ILLUSTRI (p. 37) .......................................................................................................... 21 1.III. PSICOLOGIA DELLA DONNA (p. 43) ........................................................................................ 24 1.IV. LEGAME PSICOLOGICO TRA LA MADRE E IL BAMBINO (p. 50) ............................... 27 1.V. I MATRIMONI DEI PROLETARI E MALTHUS (p. 53) .......................................................... 28 1.VI. LA SCIENZA E LA DONNA (p. 59) ............................................................................................... 31 CAPITOLO SECONDO. LA DONNA EDUCA L'UOMO (p. 68) ........................................... 36 2.I. L'INSEGNAMENTO, PRIVILEGIO DELLA DONNA ............................................................... 36 2.II. LA MADRE NEL XIX SECOLO (p. 75) ......................................................................................... 39 2.III. METODO EDUCATIVO DELLA MADRE (p. 79) .................................................................... 40 2.IV. INFLUENZA DEL CRISTIANESIMO SULL'EDUCAZIONE (p. 83) .................................. 42 2.V. LA SCIENZA E LA PARABOLA (p. 87) ........................................................................................ 44 2.VI. DANTE (p. 92) ...................................................................................................................................... 46 2.VII. LE ARTI E LA GENESI DEL PENSIERO (p. 98) .................................................................... 48 2.VIII. NOSCE TE IPSUM (p. 105) ........................................................................................................... 51 2.IX. LA LINGUA PATRIA (p. 109) ......................................................................................................... 52 2.X. LA GEOGRAFIA (p. 121) ................................................................................................................... 57 2.XI. LA MORALE, LA RELIGIONE, IL DOVERE (p. 124) ............................................................ 58 2.XII. LA STORIA (p. 131) ......................................................................................................................... 62 2.XIII. LE SCIENZE (p. 145) ..................................................................................................................... 68 2.XIV. L'ASTRATTISMO NEI SISTEMI EDUCATIVI: .................................................................... 69 IL BELLO E IL BUONO (p. 149) .............................................................................................................. 69 2.XV. MACHIAVELLI (p. 149) ................................................................................................................. 70 2.XVI. GLI INSEGNANTI (p. 151) ........................................................................................................... 70 2.XVII. LA SCUOLA (p. 154) ..................................................................................................................... 71 CAPITOLO TERZO. LA DONNA MUOVE L'UOMO (p. 159) .............................................. 74 3.I. LA FORZA MOTRICE DELLA DONNA ........................................................................................ 74 3.II. TESTIMONIANZE STORICHE (p. 166) ....................................................................................... 77 3.III. L'ASSOCIAZIONE DELLE DONNE (p. 172) ............................................................................. 80 3.IV. MATRIMONIO, DIVORZIO, ILLEGITTIMITÀ (p. 174) ....................................................... 81 3.V. ILLEGALITÀ CONTRO LE DONNE (p. 179) ............................................................................. 83 3.VI. LA RINASCITA DELLA DONNA (p. 183) ................................................................................... 85

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3.VII. ESSERE E AVERE (p. 185) ............................................................................................................ 85

NOTE ..................................................................................................................................................... 93 {1} (p. 5 / p. 220) ............................................................................................................................................. 93 {2} (p. 10 / p. 224) ........................................................................................................................................... 95 {3} (p. 10 / p. 224) ........................................................................................................................................... 95 {4} (p. 12 / p. 224) ........................................................................................................................................... 96 {5} (p. 16 / pp. 224-225) ................................................................................................................................. 96 {6} (p. 17 / p. 225) ........................................................................................................................................... 96 {7} (p. 17 / p. 225) .......................................................................................................................................... 97 {8} (p. 18 / p. 225-226) ................................................................................................................................... 97 {9} (p. 20 / p. 226) ........................................................................................................................................... 98 {10} (p. 24 / pp. 226-227) ............................................................................................................................... 98 {11} (p. 32 / p. 227) ......................................................................................................................................... 99 {12} (p. 32 / p. 227) ......................................................................................................................................... 99 {13} (p. 34 / pp. 227-228) ............................................................................................................................... 99 {14} (p. 43 / pp. 229-230) ............................................................................................................................. 100 {15} (p. 52 (p. 230) ........................................................................................................................................ 101 {16} (p. 53 / p. 230) ....................................................................................................................................... 101 {17} (p. 57 / pp. 230-231) ............................................................................................................................. 102 {18} (p. 61 / p. 231) ....................................................................................................................................... 102 {19} (p. 62 / p. 231) ....................................................................................................................................... 102 {20} (p. 63 / p. 231) ....................................................................................................................................... 102 {21} (p. 65 / p. 231) ....................................................................................................................................... 103 {22} (p. 69 / pp. 231-232) ............................................................................................................................. 103 {23} (p. 76 / pp. 232-233) ............................................................................................................................. 104 {24} (p. 81 / p. 233) ....................................................................................................................................... 104 {25} (p. 82 / p. 234) ....................................................................................................................................... 105 {26} (p. 87 / p. 234) ....................................................................................................................................... 105 {27} (p. 105 / pp. 234-235) .......................................................................................................................... 105 {28} (p.106 / p. 235) ...................................................................................................................................... 106 {29} (p. 108 / pp. 235-236) .......................................................................................................................... 106 {30} (p. 115 / p. 236) ..................................................................................................................................... 106 {31} (p. 117 / p. 236) ..................................................................................................................................... 106 {32} (p. 118 / p. 236) ..................................................................................................................................... 107 {33} (p. 119 / p. 236) ..................................................................................................................................... 107 {34} (p. 121 / pp. 236-237) .......................................................................................................................... 107 {35} (p. 128 / p. 237) ..................................................................................................................................... 107 {36} (p. 128 / p. 237) ..................................................................................................................................... 108 {37} (p. 147 / pp. 237-238) .......................................................................................................................... 108 {38} (p. 166 / p. 238) ..................................................................................................................................... 108 {39} (p.170 / pp. 238-239) ........................................................................................................................... 109 {40} (p. 183 / p. 239) ..................................................................................................................................... 110 {41} (p. 188 / p.210) ...................................................................................................................................... 111 {42} (p. 198 / p. 240) ..................................................................................................................................... 111 BIBLIO-SITOGRAFIA ................................................................................................................... 112

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