Scavare nelle viscere e cogliere quella scintilla d’eterno che rubai a te, mio Dio, nascendo.
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Note dell’autrice Palpiti non è una narrazione biografica ma una raccolta di emozioni vissute e raccontate in tre linguaggi, prosastico, poetico e figurativo. Dal punto di vista strutturale le poesie sono frutto di una sperimentazione secondo la quale il rigo poetico è segnato soprattutto dall’ autonomia semantica e dalle battute ritmiche e la rima è data dalla corrispondenza fonica piuttosto che da quella sillabica. La narrazione, inoltre, nell’ insieme dei tre linguaggi, prosa, poesia e immagini, è anch’essa una sperimentazione narrativa attraverso la quale trasmettere, in un tutt’uno, fatti ed emozioni. Nota dell’illustratore Le immagini associate ai testi sono prodotte da intelligenza artificiale (Nano Banana) su input dei testi stessi e senza alcuna rielaborazione, allo scopo di attingere a un immaginario collettivo evocativo di emozioni piuttosto che di fatti e situazioni reali. Gennaro Colacicco
A
dolescente, nella finitudine del mio essere, percepivo l’immenso e il tutto che alita nel creato e, nell’incanto della natura, mi aprivo alla vita piena di speranze e di gioia. Dio è il sole che illumina e dà vita il verde che ristora la benefica rugiada l’armonico concento della natura il sommesso fruscio delle foglie. Dio è la rosa superba è l’umile violetta il profumo che inebria il nembo che scuote il rapimento dell’immenso. Dio è Amore linfa e nutrimento della vita.
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A
volte, soprattutto nell’agglomerato urbano, nell’intreccio anonimo delle vie cittadine e tra i miasmi degli scarichi, mi prendeva e mi prende tutt’ora lo smarrimento e la paura che l’incanto svanisca sopraffatto da una realtà cruda e impietosa. Una forza prepotente un’impetuosa voglia di vivere un’onda rigonfia di mille spiriti rigeneratori gioia, vigore, amore in ressa tumultuosa nel petto mi fanno leggera. Leggera mi libro nell’aria tersa come cristallo pura come il mio sogno. Leggera plano su un prato verde sconfinato. Giovani felici in mille cose intenti giocano nel verde sconfinato galoppano sul dorso lucido di fieri cavalli. Rincorrono la palla destinata al canestro… Palleggiano… colgono il segno saltano con l’asta il petto vigoroso i muscoli tesi gli occhi pieni di vita… Improvvisa una folata un urto violento mi strappano lontano. Disperata turbino tra blocchi di cemento freddi giganti mostruosi. Veloci, uguali, metalliche, impietose, scorrono mille lastre di vie su cui indifferenti si incrociano mille e ancora mille
automi di lamiera. Una nuvola nera acre e mefitica di odori e rumori si leva. Disperata batto i pugni contro i muri freddi che inscatolano gente pallida di morte, muta, gli occhi attoniti sul deserto di pietra, le membra flaccide. La nuvola nera mi avvolge. Batto i pugni e grido: Ridatemi il mio verde… Ridatemi la vita… Non chiudetemi prigioniera in queste tombe di cemento… Non uccidete la mia vita! – Prego e grido… Nessuno mi ascolta. In questo deserto di cemento l’uomo è cemento è l’automa di lamiera. C’è solo il mio singhiozzo nell’indifferenza morta… solo la mia preghiera che la nuvola inghiotte… la mia preghiera che non vuol morire che gorgoglia e cerca luce. Tu che ancora sei vivo raccogli pietoso i frammenti del mio sogno infranto. Ricomponili in un lembo di sogno perché abbia diritto alla vita il bambino che nasce.
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A
llora trovo conforto alle mie paure nella quiete e nel riposo del mio paese in collina… Sparso sul colle, mite come un gregge, come un bambino avvinto a sua madre, nel silenzio il mio paese si immerge. Dal campanile come una carezza su di lui discende dolcemente un tocco. Nel manto avvolto dell’amica luna nel sonno si raccoglie il mio paese e sogna campi verdi e spighe al sole, la buona messe e il riso dei bambini. Aleggia intorno un’aria di mistero… Tutto è silenzio, non di passi orme, non trilli, non di voci un brusio. Solo un cane a sua natura conforme vaga fiutando tra casa e pendio.
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N
on più adolescente, ma giovane madre, oltre che nella natura trovai Dio nei palpiti del mio grembo. Ti ho cercato, mio Dio, negli anfratti più nascosti nei frammenti di infinito nell’angoscia sublime della mia finitudine. Ti ho trovato, mio Dio, oggi nel fremito dolce del tenero virgulto che mi parla di te dal mistero del mio grembo.
Ti ho cercato, mio Dio, nella rugiada dei boschi nel fruscio del vento nel gorgoglio dell’acqua nell’immensità del cielo. Ti ho cercato, mio Dio, nella pace che acquieta nel nembo che scuote nelle gioie della vita nel pianto che commuove.
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L
’ ho amato Dio nella vita del Creato e nei miei bimbi con i quali mi divertivo a giocare e, per gioco, a comporre anche qualche duetto da recitare e mimare insieme. Dove stai, pulcino mio? -Sto nell’aia e gioco anch’ioCome giochi, amore mio? -Faccio un salto e un pigolio– Fai un salto?!...fallo orsù… Fa’ vedere… come fai tu? -Ecco fatto il mio saltello… Che ne dici… non è bello?Tanto bello, amore mio, Fammi orsù un pigolio -Vuoi sentirlo?... Pio…pio! … Ecco questo è il canto mioPerché canti, perché salti in quest’aia, insieme a tanti? -Son felice d’esser nato E da voi tutti tanto amato!–
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A
intervalli ritornavo e ritorno ancora e sempre al mio primo grande amore: la natura, il verde, la luce, il sole Inebriata vivere il sole le tenere note gli odori di terra. Vivere la vita nello stupore. Viverla nell’incanto della natura.
Sole… Verde… gocce di luce diamanti iridescenti!... Bere… Bere tanta felicità! Correre… Correre all’abbraccio dell’albero amico. .
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volte, quando i miei figli giocavano, li guardavo assorta e mi perdevo nelle mie paure. Mi chiedi: Vuoi qualcosa mamma?... Sì, qualcosa io vorrei ma tu non puoi capire. Prima che si spenga l’eco delle fiabe una cosa io vorrei… Vorrei morire!
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I
mprovviso il primo, grande dolore non tardò a colpirci.
Il nonno dei miei cinque figli, mio padre, improvvisamente ci viene strappato senza mai lasciarci. I più piccoli continuarono a giocare con lui ed io continuai e continuo ancora oggi a parlargli… Padre, sei la montagna che ascendere vorrei la luce ferma che illumina il cammino la quercia annosa il tronco che sostiene l’amica ombra che placa le mie pene. Padre, sei tu il compagno
nei giochi dei miei figli complice amico di tante marachelle corsaro audace nei sogni di avventura gigante buono dal cuore di bambino. Padre, sei la montagna che ascendere vorrei.
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casa, nelle ore di svago, mi piaceva intrattenermi con i miei figli a comporre versi. Quel giorno il piccolo Arcangelo ed io componemmo una poesia a quattro mani per la sua dolcissima e meravigliosa insegnante delle elementari, suor Vita Leone. Chi è la tua maestra? La mia maestra è un sorriso, una carezza, uno sguardo dolce, un dolce rimprovero, un atteggiamento severo, tradito dall’ansia, una punizione a mezz’aria, un cuore trepidante, un nido caldo d’amore con mille pagliuzze di sapienza e di bontà. Chi è la mia maestra? È luce che mi illumina il cammino, la dolce amica che mi dice: - su, coraggio… ancora un po’, piccino! … -
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o gioito e sofferto per i miei figli, ma anche per i miei alunni, in ogni occasione in cui c’è stato da gioire o da soffrire. Un giorno fui annientata da una notizia lacerante: Domenico è morto… è morto con la sua moto in un incidente… solo… lungo una strada di periferia!... Domenico, un mio alunno dello scientifico, poco più che quindicenne. Smarrimento, incredulità…dolore… impotenza. Ricordo ancora le sue trovate, il suo essere simpaticamente ribelle… Lo ricordo con il suo sorriso quel giorno, uno dei tanti, in cui, aprendo la porta, me lo trovai con il volto nascosto dietro un fascio di fiori… un fascio tutto e solo per me … Così ti ricordo, indomito ragazzo,
ma lui non corse al tuo accorato pianto.
dal cuore grande e pieno di bontà.
Crescesti nel dolore col sorriso
Sulla soglia aperta della casa mia,
celando la tua pena senza pianto.
in quel giorno limpido di marzo,
Indomito cercasti dalla vita
stringevi al petto un fascio di mimose
il debito d’amor che ti doveva.
che ti copriva il volto sbarazzino.
Lo rincorresti con accanimento,
Non visto tu spiavi sorridente
restìo al morso, giovane puledro.
il moto di sorpresa sul mio viso.
Nel cuore avevi sempre l’ardimento
- Le ho rubate per voi - mi dicesti
negli occhi buoni tanto smarrimento.
rispondendo allo stupore mio.
Audace fu quel giorno la tua corsa
Piegasti gli occhi allora ed arrossisti,
e nell’ebrezza libero ed ardito
non per l’atto in sé che era proibito
poco più che fanciullo ci lasciasti.
e di cui mostravi un palese orgoglio,
In quella primavera ottobrina
ma per timore ch’io lo rifiutassi.
tu abbattesti l’austera staccionata
Piccolo ribelle tanto buono…
e, gridando vittoria sulla vita,
Amasti tu la vita proprio tanto,
i pascoli del cielo guadagnasti.
la vita che con te fu ingrata tanto.
Così io ti ricordo, mio fanciullo,
Fanciullo ancora e nei trastulli intento
dal cuore buono e pieno d’ardimento,
la sorte ti rubò l’amato padre.
con il sorriso dolce e sbarazzino
Nel freddo tu cercasti le sue braccia
con gli occhi persi nello smarrimento.
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l dolore, sempre in agguato, quel giorno, uno dei tanti vissuti nell’angoscia, portò via da me anche l’altra parte del muro a cui mi poggiavo, mia madre, da cui attingevo e continuo ancora e sempre ad attingere forza e coraggio. Di te ricordo il candido bucato dal buon profumo di sapore antico e la lisciva che spargeva intorno la calda sua fragranza di pulito.
Al sole sciorinavi il tuo bucato, all’ombra del gran gelso lo piegavi. Nei panni che crocchiavano di fresco scaglie di luce e sole conservavi!
Ricordo il mio giardino dell’infanzia, il sole che giocava a rimpiattino, vicino al muro c’erano le rose, cantava nel suo nido l’uccellino.
Io ti guardavo ed ero intimorita. Di incanto piena e piena di magia uscita tu sembravi dal mio libro lasciato aperto sulla scrivania.
Cantava … e tu cantavi una canzone languida e dolce, piena di malia. Col canto rallegravi il tuo lavoro … Com’eri bella … Eri mamma mia!...
Nelle fiabe del libro sei tornata. Quanto mi manchi dolce amica mia! Sommesso e silenzioso il pianto scende. Com’eri bella … Eri mamma mia!
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a mia famiglia, quella a cui abbiamo dato vita io e Luigi, è sempre stata una famiglia inclusiva, una famiglia di cui hanno fatto parte non solo amici e parenti ma anche vicini e conoscenti come la signora Lucia che gestiva un negozio di tutto e di più nei pressi di casa mia. Lucia entrò per lunghi anni nella storia della mia famiglia, soccorrendoci nei nostri tanti bisogni quotidiani e risolvendoci problemi di improvvisa necessità…. matite, quaderni, cotone, calze, maglie, pantofole e quant’ altro. A lei, in occasione del suo pensionamento, dedicai anche dei versi. Allora che il cuore torna ai ricordi si volge a te grato, donna Lucia. Non lo sapevi, ma adesso lo dico, padrona tu eri di casa mia. Non c’era giorno, momento, occasione che tu invocata non fossi a ragione. Se negli armadi mancava qualcosa nella cartella, a scuola, in cucina, mio figlio diceva: ci vuole Lucia, mia figlia aggiungeva: su corri fa’ in fretta. Io ti confesso, signora Lucia, tu mi irritavi perché nel bisogno per essi eri tu il solo rifugio. Adesso che gli anni sono passati sai cosa dico alla bella brigata? È stata dura, ragazzi, è passata… ma per fortuna che c’era Lucia! Io mi ricordo il trambusto per casa quand’uno piangeva e voleva qualcosa, uno chiedeva quaderni e colori e chi voleva le calze e i bottoni … c’era da fare i regali a Natale, comprare i vestiti per carnevale… che grande fatica, madonna mia, ma per fortuna che c’eri, Lucia.
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Ancora adesso che sono da sola e i figli, cresciuti, non sono più a casa, quando mi manca o non trovo qualcosa risento ancora la voce che dice: su sbrigati, corri… va’ da Lucia! Sorrido e ripenso ai giorni passati, quando annotavo sul foglio di carta quel poco e quel tanto che mi mancava. Sul foglio vuoto quest’oggi ti scrivo: Grazie, sì grazie, signora Lucia.
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ra i tanti giorni ce n’era uno che, da me scongiurato e rimosso, inesorabilmente arrivava ogni volta puntuale a fine triennio… era il giorno della cena di addio con i miei alunni maturandi, cena con cui si concludeva il corso degli studi liceali.
A fine del triennio, cari miei, Sguardo severo e con parole asciutte, sul nascere smorzai ogni impennata. verso maggio un disagio ognor mi prende. E voi, miei cari, zitti ascoltavate, Astenia… malanno di stagione… con aria intimorita tacevate. osteoporosi… età particolare?!... Macché, macché, è cosa ancor più grave… Ricordo ad uno ad uno i vostri visi. Su qualcuno coglievo i segni ancora La chiama alcuno malattia di cuore, di un’infanzia più lenta a scomparire, altri la chiama sentimentalismo su altri già notavo la presenza di quello vieto del decadentismo. dell’impaziente e balda giovinezza. Bisogna andare al tempo ormai passato al primo giorno in cui noi ci incontrammo Sul viso tuo notavo la barbetta che tu ostentavi a tutti a gonfio petto… L’aria avevate timida e spaurita, che non sfuggisse proprio a nessuna attenti a compiacermi nel silenzio. che eri già uomo senza ombra alcuna. Io vi guardavo e progettavo in cuore d’accompagnarvi verso il grande volo. Tacita ti spiavo di soppiatto e ti vedevo, ragazzetta mia, Abbiamo lavorato tutti quanti raccogliere i capelli civettuoli, in questi anni veloci ormai passati. stringere ancor di più il corpetto in vita, Al fine siete giunti alla meta nascondere i tuoi anni con la cipria a volte arditi, a volte titubanti, per fingerti procace signorina. a volte tra il sorriso ed una lode, Tenera eri come un fiore in boccio tal altra col rimbrotto e nel timore. e tu spavaldo come un bel bambino. Senza remora alcuna, vi confesso, forte una stretta al petto qui mi prende. Vi sorprendevo insieme a divorare un metro di focaccia e poi quant’altro Vi guardo tutti quanti ad uno ad uno per soffocare il cuore scalpitante e in voi ravviso, docile e spaurito, che solo con la fame si acquetava. l’adolescente dalle medie uscito. Se il carico dei compiti era tanto Ricordate quel giorno ormai lontano tutti a plotone venivate avanti. quando burbera entrai nella classe?
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l’assenza mia, la mia impreparazione. -Motivi di salute … di famiglia – Ho diciott’anni, sono maggiorenne. siglata dalla firma di un parente, Posso firmare anch’io finalmente! – a volte vera, a volte imitazione Incredula guardavo, un po’ sgomenta sempre era questa la motivazione il timido ragazzo di una volta. sempre seguita dalla conclusione: Quante cose la scuola vi ha insegnato -Domani tutti interrogo a tappeto cortei, scioperi in massa, autogestioni, su Dante, su Petrarca e Guicciardini ponti insperati per i dì di sole! sull’Ariosto, Alfieri e poi il Parini… Questo e quant’altro in più mettete in conto.. Quante cose la scuola vi ha donato! L’incontro con il primo grande amore, Non sono intenzionata a fare sconto!a coltivare i sogni dentro il cuore. Spiegavo e si spandevano gli effluvi Ed eccoci stasera tutti quanti di lacca, di profumi e dopo barba, riuniti insieme qui, tutti festanti. dell’uomo che non deve chieder mai Ma prima che finisca il gran convito di quello che passando le stramazza. vorrei ancora dirvi tante cose, Che dire delle occhiate femminili forse non dette, forse dette a iosa. della maliarda che guardando ammazza Vorrei ancora tendervi la mano della donna fatale e misteriosa che con lo sguardo i cuori stronca e uccide, e incoraggiarvi ancora nel cammino. Andate, amici miei, il mondo è grande! forte e letale come un tarmicida? È vostro, se davvero lo vorrete… Cercavo di portarvi a bassa quota e, se per caso un poco vi fermaste, di ricondurvi ai morti venerandi forse un po’ stanchi, forse un po’ così, che dai libri tuonavano a gran voce: tornate con il cuore a questo istante. virtù, severità e sacrificio… Un volto, un riso, un guardo troverete La vita è una fucina, è un opificio!!!che vi darà vigore e tanta fede. Venne poi l’anno della redenzione, Tra tanti troverete anche il mio viso quello dell’anno lungamente atteso. che vi darà conforto ed un sorriso. -La prego di voler giustificare
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quella scadenza se ne aggiungevano anche altre, impreviste e ben più dolorose, come la perdita di un caro amico di Arcangelo, morto anche lui in un incidente stradale, a cui dedicammo un duetto con coro. E venne il vento, crudele, improvviso… Piegò la corolla, recise lo stelo. Non vide più il sole quel povero fiore È la storia… E venne il sole ma il fiore non c’era… C’era una lacrima, un’ala tarpata… Senza quel fiore il cielo piangeva È la storia…
È la storia di un giovane fiore reciso dal vento baciato dal sole… Era bello quel fiore… Era bello! (ritornello) Sul tenero stelo la fresca corolla al cielo tendeva… Guardava nel sole, sognava la vita, sognava l’amore È la storia… Guardava in alto. Quell’alba era bella inondata di luce allegra di voli… Amava la vita… Amava l’amore. È la storia… Un fremito d’ali sentiva nel petto. Il cuore batteva… Tremava lo stelo. Il fiore non seppe se fosse l’amore. È la storia…
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ome dopo l’inverno torna la primavera così dopo il dolore torna anche la rinascita, la vita e la gioia delle grandi ricorrenze come quella del Natale, vissuto e cantato nella magia di una leggenda da me sognata…
Nell’aria c’era un fremito d’amore in quella notte scura e silenziosa. D’ogni creatura trepidava il core nell’ansia dell’attesa misteriosa. Presso la grotta il pesco infreddolito i rami senza foglie al ciel tendeva. Scendeva il gelo e il tronco rinsecchito per vero di morire s’attendeva. Un debole vagito all’improvviso ruppe il silenzio in quella lunga notte. Il cielo palpitò e dal Paradiso gli angeli in festa discesero a frotte. - È nato… è nato il nostro Redentore… Sia pace in terra - cantavano in coro -Tra gli uomini egli porta tanto amore… in lui chi soffre troverà ristoro…-
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Un angioletto timido dal cielo al pesco si impigliò, più non volava. - Aiutami, ti prego, lascia il velo… Voglio vedere il bimbo – lo pregava. Il pesco, moribondo e infreddolito, commosso una preghiera a Dio rivolse: - Prima che questo tronco sia appassito fa’ che io l’aiuti…- crepitò e si torse. Si torse forte e l’adagiò sull’erba. Non pianse più, sorrise l’angioletto e al brivido d’amor la scorza acerba di fiori si coprì e fu benedetta.
S
ono passati tanti anni e tante cose sono successe ma il mio cuore ha ancora voglia di illusioni… voglia di infinito. Ho voglia di infinito Voglia di bere un calice di felicità Voglia di correre Correre e volare Voglia di stringere l’infinito al petto di rubare smeraldi alle foglie diamanti di luce al cielo per riempire l’evanescenza delle mie illusioni.
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I
llusioni e sogni che, a volte, vengono troncati sul nascere come quelli crudelmente spenti in una fanciulla di quattordici anni, Desirèe, abusata, martoriata e uccisa da un branco di giovani.
Desirèe Ali di farfalla tarpate in volo.
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D
esirèe, una fanciulla crudelmente fermata nel suo volo verso la vita, come le tante e innumerevoli donne abusate e uccise. Anche io sono donna e innalzo a Dio il mio inno di lode. Signore, mi hai eletta donna. Mi hai elevata a nobile ricettacolo di vita, mi hai prescelta a custodire, a plasmare la vita che approda alla luce e da te si perpetua. Ti ringrazio, Signore, per avermi prescelta a fattrice dell’umanità. Nel mio grembo è concepito il grande, il saggio, l’umile, lo scienziato, dal mio sangue egli trae nutrimento dai miei palpiti l’impulso alla vita dal mio seno il primo alimento.
Ti ringrazio, Signore, per avermi eletta donna. Mi hai voluta compagna nel dare la vita… Mi hai voluta a squarciare le tenebre del nulla. Ti ringrazio, Signore, per avermi prescelta a fattrice dell’umanità Il mio seno è rifugio per il bimbo che piange, è conforto per l’uomo che ama è pace per il figlio che muore Di me si nutre il canto dei profeti, in me confidano le invocazioni accorate. Ti ringrazio Signore per avermi eletta donna.
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S
ono orgogliosa di essere donna… di essere madre. È mamma ogni donna che accoglie e che ama. Lì dove c’è amore c’è sempre una mamma. Custodia di vita, fucina d’amore ai sogni caduti ridoni l’ardore Ti chiese il buon Dio di essergli madre, di stringerlo al petto, tenergli la mano.
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E madre tu fosti a dono compiuto, per fuoco d’amore e scelta del Tutto. Acqueta il tuo seno, dà forza e coraggio. Sei luce che brilla, sei donna, sei madre. È mamma ogni donna che accoglie e che ama. Lì dove c’è amore c’è sempre una mamma.
M
a la crudeltà è sempre in agguato. Nel 2003 un camion imbottito di esplosivo, al comando di Al Qaeda, devasta la base militare italiana di stanza a Nassiriya, città irachena, uccidendo 19 italiani. La notizia scuote e commuove tutto il mondo. Stordita dal frastuono che fece seguito alla morte del figlio una madre implora il silenzio. Pianto di una madre per il figlio ucciso in guerra Quando l’ultima fanfara avrà singhiozzato il suo pianto e il vento avrà dato l’ultima carezza ai petali sfioriti… quando il tricolore non svetterà più a mezz’asta lasciate che il silenzio mi avvolga che lo strazio pietoso mi divori che la piena dei ricordi percorra le mie viscere insanguinate a risvegliarmi il suo primo vagito a riportarmi le sue gioie
le sue pene sofferte. Lasciate che io risenta ancora la sua voce sussurrarmi - Tornerò… Ti voglio bene, mamma! Lasciate che io corra laggiù a tergergli il sangue che non gli ho asciugato a carezzargli il viso che chiede ancora una mia carezza. Lasciate che io raccolga i suoi sogni per vagheggiarli nella mia struggente pazzia Lasciatemi sola con lui! Che il silenzio ci avvolga… Che lo strazio pietoso mi divori!
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I
l dolore non tardò a sferzarmi ancora… Colpito da un male impietoso, Luigi, il mio compagno di vita e padre dei miei figli, mi lascia. Te ne sei andato. Tu ed io due tronchi di un’unica pianta intrecciati tra loro. Di me è rimasta la torsione dolorosa sull’abisso di un vuoto senza fine.
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A
ffranta, vecchia e stanca, nel rimpianto di non aver goduto a pieno di tutti quei momenti che solo tardi ho scoperto essere stati momenti di gioia, cerco conforto alla mia immagine riflessa nello specchio. Non sono sola, sono in compagnia di questa cara immagine obbediente. Dinanzi a me, riflessa nello specchio, fa quel ch’io faccio e non si oppone a niente. Mi guarda con lo sguardo mansueto, si muove solo se mi muovo anch’io, ha l’aria stanca e nel suo volto queto smarriti ha gli occhi in una pena antica. No, non son io quest’immagine amica velata di mestizia e di tristezza. Sul volto io le leggo la fatica lontana nel ricordo eppure viva. La guardo. Sì, mi guarda intensamente... È lei, mia madre, che è tornata in vita,
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a me è tornata stanca ma paziente di lontano a lenirmi la ferita. È tornata a cantarmi il dolce canto, il canto dolce della culla mia, ad asciugarmi col suo amore il pianto a dirmi: “su, rialzati, bambina! Lassù nel cielo brilla sempre il sole. Coraggio, su, riprendi il tuo cammino! Sei vecchia e stanca ma non ti fermare, sei la mia bimba ed io ti sto vicino!” Risuonano le note del suo canto, confortano una bimba che è smarrita. La pena mia si scioglie in dolce pianto, sorrido... Mi sorride mamma mia!
N
oi nonni, con prole e nipotini, raccontiamo a loro le nostre favole… Anche io, eterna vagabonda, racconto ai miei figli e ai miei nipoti la mia favola.
Vieni…siediti accanto a me, ascolta… Voglio contarti d’una vecchia bimba… Col cuore anelo e tanta meraviglia sognavo ad occhi aperti in quel mattino. Rubavo al sole le sue spighe d’oro, a tutti i fiori gocce di rugiada per farne lo spartito della vita. Rubavo ad ogni brezza effluvi dolci per dare senso e vita ai sogni miei. In questa tarda ora vespertina inseguo ancora, eterna vagabonda,
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il dolce suono d’un lontano canto che mi commuove e intenerisce ancora. Il sole che tramonta questa sera è quello che brillava stamattina e questo cuore che qui dentro batte è lo stesso di quando ero bambina. Poeta folle e folle sognatore ruba ancora le perle di rugiada, raggi di luce e i palpiti dal cielo, raccoglie ancora schegge d’infinito per dare luce e vita alla sua sera.
A
Luigi, mio compagno di vita e padre dei miei figli, a lui, che mi ha aiutata a scrivere la favola della mia vita, a lui confesso il mio dolore per il suo distacco. Se tu venissi e mi prendessi per mano e mi dicessi vieni!... ti risponderei vengo!
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Q
uando si parla d’amore il cuore va anche e soprattutto alla donna ed io sono donna. Gli anni premono e, non rare volte, avverto ancor più i sussulti della mia fragilità e trovo conforto nell’unica realtà che mi ha sempre accompagnata, la mia finitudine nella quale, in tutta la mia vita, ho anche toccato vette di felicità perché…
La mia finitudine mi innalza a Dio
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A
volte trovo conforto anche nelle voci del passato, nella storia e nella letteratura, quella eterna, tramandata a voce da madre a figlio, quella di canti e racconti, perché “La letteratura eterna è la più antica medicina del mondo. È anteriore alla scrittura. Prima di depositarsi su tavolette di argilla, ha purificato delle voci, ha placato delle anime. Essa continua a farlo ogni volta che una madre si china sul suo bambino intorpidito dalla stanchezza, e racconta una storia, canta una canzone.” (Christian Bobin) E questo miracolo, di cui conservo sacro il ricordo, è invocato accoratamente ancora e sempre da me, figlia senza età, stanca e sopraffatta dalle fatiche della vita. Torna a cantarmi, mamma, il dolce canto Il canto dolce della culla mia… - Io ti farò di rose e perle un manto dormi tranquilla, dormi, bimba mia… Fammi dormire, mamma, mentre canti… Fammi dormire mentre cuci il manto, quel manto pieno di perle e diamanti fammi dormire, mamma, in quell’incanto! Ho freddo dentro il cuore, sono stanca… Riportami ai miei sogni di bambina. Voglio fermarmi a riascoltare il canto quand’ero principessa e tu regina. Quel manto, mamma, non me l’hai più dato eppure, ovunque l’ho cercato invano… Lo cuci ancora al suono del tuo canto lì nelle fiabe dove sei tornata? Riscaldami in quel manto mentre dormo, avvolgimi nei sogni di bambina. Il cuore mio s’acquieterà e al tuo canto riprenderà con lena il suo cammino.
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i muovo, tuttora e sempre, sulle ruote della mia tradotta piena di ricordi, sogni e speranze e canto, ora e sempre, alla vita e all’amore nell’abbraccio della natura… nell’abbraccio del tutto perché io ero e sono……realtà e nostalgia … Nostalgia di quell’ultimo giorno di scuola quando, prima di lasciare l’aula per sempre, a porta chiusa, sola con lei, le parlai e la salutai col pianto nel cuore. Insistente trillava lo squillo, buon amico altre volte però… in quell’ultimo giorno di scuola da noi tutti temuto suonò. Tra i sorrisi e l’impaccio una voce chiese muta… Che cosa si fa?!... Un fastidio … una morsa nel cuore … … Per domani?!... Non so… Si vedrà!... Come il vento disperde le foglie ci dispersero i sogni qua e là … Senza posa e tra tanti un ricordo… - E i compagni? … domani?!… chissà! …So che oggi qualcuno è già pago e che altri han lasciato gli ormeggi e c’è ancora chi insegue quei sogni e chi cerca e chi ancora veleggia … Ma so già che nel cuore di ognuno vive desta in un canto l’attesa e domani chissà…la sorpresa che si torni in quei banchi di scuola!...
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allora trovo rifugio nel ricordo e nella tenerezza di quel giorno quando io e C ome Luigi, mio compagno di vita, ci incontrammo e lui mi avvolse nella tenerezza del suo sguardo….
Mi guardasti tu dagli occhi buoni e caldi… Non dimenticai il tuo sguardo e fu amore
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I
l mio cuore non ha mai smesso di sognare. Sono un’impenitente sognatrice. Pazzo mio cuore cuore mio esaltato cuore mio fanciullo ti vedo inseguire nei boschi della fantasia sogni e illusioni… Ti vedo rubare gioie e speranze al mondo delle fate. Non svegliarti, cuore mio, la tua realtà è il sogno. Non destarti, anima mia, La tua vita è l’illusione.
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V
ivo sempre, con il cuore e la mente, tra terra e cielo.
Bolle di note impazzite fluide iridescenti erompono dal mio animo ebbro. Ebbro di vita di luce di amore. Bolle lucenti di gioia ingenue si librano nell’aria anelano al cielo.
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V
ivo e sogno nel magico risveglio della natura.
È tornata primavera.
nello sguardo di un bambino
Sento il respiro dei campi,
c’è l’antica tenerezza. Sento in me la frenesia di cantare… di danzare… Voglio cantare alla vita il dolce canto dei bimbi. Cantiamo in uno con loro, insieme stretti per mano, il nostro canto alla vita!
lo stupore delle foglie, il fremito della vita, il brivido del risveglio. In quest’aria diamantina c’è il sapore dei miei sogni, nelle gemme iridescenti la giovinezza eterna,
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V
ivo e sogno nell’estasi della natura Fluidità di note argentine si leva dal mio animo ebbro ebbro di sole, di vita, di verde, di luce. Fluidità di note impazzite si leva dal mio cuore appassionato. Il mio cuore innamorato si perde nell’estasi della natura.
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L
a primavera torna sempre nella natura e nei cuori. nel cielo d’alabastro lo smarrimento antico, l’amore tuo, mio Dio, negli occhi di un bambino. Rinasce in me la voglia di vivere e di amare. Prendiamoci per mano… Danziamo intorno al mondo… Cantiamo il nostro canto d’amore e di speranza! Ritorna primavera con lei torna la vita!
Sulle viridi gemme di andate primavere disciolse i suoi colori il sole. Era quella la mia primavera. Sulle care illusioni dei sogni mai sopiti la luce ognor distende la speme sempre amica. Con lei ritorna ancora la primavera mia. Ancora mi ridesto al verde suo risveglio e insieme a te, natura, respiro il tuo respiro dei campi tuoi ridesti. Dai tronchi a me trascorre la linfa della vita, risento in me il piacere del cuore mio che freme, rinasce in me la voglia di vivere e di amare. Son io, son io virente e fresca creatura. Respiro la tua vita nell’aria primigenia, conosco nei tuoi campi l’eterna giovinezza,
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N
ell’estasi del risveglio, unisco i miei fremiti a quelli del creato.
Non senti l’antica magia di un canto gioioso di festa?!... Non senti l’ebbrezza innocente del cuore tornato bambino?!
Trascorre la linfa nei tronchi, tintinna il cristallo nel rio… Un brivido, un dolce tremore… La tumida brocca si schiude.
Non senti quest’onda che sale, si gonfia, tracima impetuosa la voglia struggente di amare nel petto ancor molle di pianto?!
Andiamo… nel nido c’è amore, un trillo ed un tenero frullo… Nell’aria fragrante di odori si scaldano e inebriano i cuori.
Ascolta… La turgida zolla si rompe al tepore del sole, la terra si scrolla di dosso il gelido, greve torpore.
Su vieni... Corriamo nel cielo… Cantiamo, inneggiamo all’amore! Danziamo leggeri sì, come libellule e petali d’ala… È primavera!
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P
er me l’espressione più alta e più vera dell’amore è la tenerezza. Tenerezza che, come termine, non si presta ad equivoci. È solo tenerezza ed io…
Ho voglia di tenerezza. Lasciatemi come un nulla dimenticato rannicchiata in un angolo stanca a mendicare tra i ricordi la mia voglia di tenerezza
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C
on tenerezza, nel tenero abbraccio della natura, vivo la mia estasi.
Nel sole pigro di un meriggio d’estate col tuo silenzio mi parli d’amore. L’eco di un canto, appassionato e lento, scioglie i suoi effluvi in un dolce languore. Bussa al mio cuore una nota smarrita. Tu parli… l’anima mia ascolta…
Ascolta le foglie sospese, la terra assopita, la voce del sogno che incanta il mio cuore, che inebria il tuo cuore. Sperduta, in quest’arcana magia, creatura dell’aria, leggera, naufrago nell’ebrezza sublime dell’estasi.
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C
on tenerezza e nostalgia rivivo anche il mio sogno perduto
Questo sole che mi riscalda ancora nella sera che placida declina è lo stesso che presso il fiume allora mi fu amico nei giochi di bambina.
Questo sole che mi riscalda ancora nella sera che placida declina nei colori del tramonto anche ora mi accompagna a discendere la china.
Io giocavo e lui pure a rimpiattino, occhieggiando nei liquidi diamanti si celava qua e là, quel birichino, nei riflessi dell’acque rutilanti.
Qualche sogno si è perso per la via, qualche altro è nascosto nel mio cuore, ci son quelli rubati per magia e c’è ancora qualcuno che non muore.
Penetrava sornione nel mio cuore colorava con l’oro i sogni miei e col verde dei bocci quel pittore dipingea di speranze i giorni miei.
E c’è pure quel sogno che si è infranto ma in quest’ora che cala lentamente sui frantumi questo sole per incanto sparge ancora la sua luce impenitente.
Questo sole che mi riscalda ancora nella sera che placida declina inseguire mi vide anche allora i miei sogni quand’ero signorina. Con la luce abbagliante ed il calore un’indomita forza egli mi dava, mi spingea con le molle dell’amore a salire su in alto dove stava. I miei sogni prendevano colore, ogni speme sembrava a me più vera. Nell’andare io non persi mai vigore. Quanto sole in quella primavera!
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ell’incanto della natura mi perdo in un colloquio nostalgico e dolce con la mia anima.
È fresca e dolce l’aria del giardino in questa primavera settembrina. Ha in sé il sapore di un lontano aprile che inebria i cuori della sua magia. Senti? Il profumo sottile delle rose, struggente e dolce come il primo bacio, ridesta malandrino antichi sogni e scioglie il cuore mio di nostalgia. Ascolta. Il vento che sussurra si fa voce, amica e di conforto come il pianto. Voce accorata d’un tempo lontano che canta la dolcezza dell’aprile.
Ricordi? Il cuore in boccio come queste rose schiudeva i sogni suoi al primo sole e trepido aspettava il primo amore per intonare il canto della vita. Senti? La melodia soave di quel canto risuona negli effluvi del tramonto e l’alito del vento, come allora, illude al sogno questo vecchio cuore. Socchiudi gli occhi e ruba, anima mia, ruba quel bacio che non hai più dato a quell’ amore che non hai vissuto e ancor t’inebria e non sa dirti addi.
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ro felice… ma non lo sapevo Nella quiete dell’ultimo mio porto piange il cuore la nostalgia del niente. Niente tenevo e tutto io sognavo, sognavo il mondo e ciò che non avevo. Sognavo, è vero, la felicità. Un dì raccolsi nella mia bisaccia speranze, fede, sogni e me ne andai, trepido il cuore e l’ansia sempre anela, alla cerca di quel che mi mancava. Arrancai, corsi ed inciampai… Mai cedetti, né mai io mi fermai. Adesso che mi sento vecchia e stanca e stringo in mano ciò che non avevo, vuoto è il mio cuore e piange sconsolato il bene di quel niente ch’io credevo. Ero felice allora nel mio niente… Ero felice ma… non lo sapevo!
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volte, nella mia precarietà, invoco aiuto e amore …
Come foglia sospesa nell’ultimo sussulto anelo una mano che mi aiuti a cadere.
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anto ancora e sempre alla vita e all’amore Tra mille effluvi odorosi tra mille gocce di sole aerei danziamo leggeri al ritmo dei nostri cuori. Rubiamo ai prati del cielo perle di luce e d’amore e tutte spargiamole a braccia sul mondo attonito ancora. Su…vieni, vieni anche tu… Stringimi forte la mano in questa carola lieta. Cantiamo un inno alla vita danziamo insieme all’amore. La vera, la bella stagione è questo tripudio del cuore!
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anto il mio amore a fratello ulivo All’ulivo Austero e silente araldo di pace paterno tu vegli su questa collina e doni inesausto la liquida ambrosia che ad ogni pietanza aggiunge delizia. Abbracci pietoso gli uccelli e il viandante ci nutri d’amore ci canti la pace.
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C
anto, ancora e sempre, il mio inno d’amore a nostra madre terra. Ti amo, madre terra, Inesausta e generosa partoriente. Tu che dai vita senza nulla mai chiedere. Ti amo, albero amico. Tu che ti doni senza nulla mai chiedere ti amo sorella acqua tu che abbeveri e ristori senza nulla mai chiedere. Ti amo fratello sole Tu che illumini e riscaldi Senza nulla mai chiedere Ti amo fratello E più ancora t’amerei Se donassi, anche tu, Senza nulla mai chiedere.
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C
anto la mia voglia di infinito.
Voglia di infinito, voglia di bere un calice di felicità di stringere l’infinito al petto di rubare smeraldi alle foglie, diamanti di luce al cielo, per riempire l’evanescenza delle mie illusioni!
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ersa nei ricordi parlo … Alla mia aula
Per anni sei stata il mio obiettivo quotidiano, per anni ti ho raggiunta, sempre, insieme a tanti. Oggi ho atteso che ci lasciassero soli. Finalmente soli! Ho chiuso la porta. Nessuno ci disturberà. Quanto sei bella! Non te l’ho mai detto… Forse perché tra innamorati è più eloquente il silenzio delle parole, forse per pudore, forse perché era così e basta. Quanto ti ho amata e quanto ti amo ancora! Amica e complice hai sempre colto e custodito i palpiti dei miei turbamenti, i segreti delle mie pene giovanili. Tacevi. Tacevo anch’io. Ma oggi… Oggi è il nostro ultimo giorno e vorrei dirti tutte le parole che non ti ho mai detto. Parliamoci. Parliamoci con il nostro silenzio pregno di tutto. Permette, mademoiselle, quest’ultimo giro? Un… due…tre… Un… due… tre Quanti ricordi!
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Quanti! Un… due…tre… Un… due… tre Domani spunterà un’alba nuova. Sarà segnata dal nostro addio ma non avrà lacrime. Nuovi amori e nuove speranze ci attendono. Lo sappiamo ma sappiamo pure quanto è doloroso il distacco da chi si ama. Noi, però, ci ritroveremo. Ci ritroveremo sempre, ogni volta, nell’oasi sospirata dei ricordi, innamorati, più innamorati che mai. Grazie, mademoiselle. Grazie di cuore e non addio, ma arrivederci. Arrivederci, aula, mia cara e fedele amica!
O
ra e sempre invoco tenerezza.
Sui colori riarsi Di quest’autunno stanco sommesso e lieve scende il pianto. Ho voglia di tenerezza!
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T
ra amore e tenerezza, ricordi e speranze…
Figlia dell’aria Leggera naufrago tra i sogni della mia follia
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