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Oltre per amore

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Maria Colacicco

Oltre per amore


© 2012 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l., Roma www.gruppoalbatrosilfilo.it ISBN 978-88-567-XXXXX I edizione maggio 2012 stampato da Digital Team sas, Fano (PU)

Distribuzione per le librerie PDE s.p.a.


Oltre per amore


A mio marito che fece dell’onestà, del sapere e della famiglia i valori portanti della sua e della nostra vita.


capitolo I

1982 L’automobile correva sull’asfalto. Dal sedile posteriore Maria guardava la campagna intorno. Un tempo vestita di alberi di fico, di mandorlo, di ulivo, di filari d’uva, con le casupole diroccate sperdute nel verde, era talmente cambiata da essere irriconoscibile, disseminata com’era di ville che occhieggiavano tra alberi ornamentali sapientemente disposti, tra folte macchie di fiori esotici e nostrani. Quanto era cambiata in quei vent’anni! Con un meccanismo che ormai le era abituale, tornò con la memoria a quel lontano 1962 quando, proprio lungo quella strada, aveva dato una svolta decisiva alla vita sua e a quella di sua figlia. Quel giorno l’aveva percorsa a piedi, piena di rabbia contro tutto e tutti, con la piccola che stringeva in una mano e la valigia di cartone nell’altra. Vi ritornava ora, per la prima volta da quel giorno, in macchina con la figlia insegnante e con il genero ingegnere, un ragazzo buono come il pane. Posò lo sguardo sui due davanti. Erano liberi e felici. Pensò a sua madre, a suo padre, a Tonino, l’amante mai amato, l’uomo per il quale era vissuta e al quale aveva dedicato la vita. Tutti erano morti... suo padre, sua madre, Tonino... Il pensiero si fermò a lui, a riflettere sul gioco crudele del destino che da fanciulli li aveva uniti per poi dividerli, e da adulti li aveva divisi per poi riunirli. Quel giorno di lutto, quando Tonino l’aveva lasciata per sempre, non aveva provato dolore, anzi, si era sentita scendere una pace dolce e confortevole che, stranamente, le aveva procurato una sensazione di serenità e benessere. Per la prima 9


volta se l’era sentito intimamente suo, innamorato e fedele, proprio allora che lui era andato via per non ritornare più. Se lo era sentito suo più che mai perché al dolore era subentrata la consapevolezza che anche lui, come i suoi vecchi, nell’aldilà le sarebbe stato più vicino. Erano cresciuti insieme fin da bambini eppure non si erano dati che un solo bacio! Guardava innanzi a sé, oltre il parabrezza, e sentiva le voci dei due che si scambiavano impressioni, si comunicavano progetti e speranze con l’esuberanza e la vitalità propria dei loro anni. Erano liberi. Godevano di una libertà che a lei era stato concesso solo di sognare. Aveva subito il distacco da Tonino, la gravidanza, il matrimonio con Rocco, la fine dell’unione... Adesso anche lui, Rocco, era morto, e lei non aveva avuto nessuna reazione perché lo aveva già sepolto tanti anni addietro quando l’aveva cacciata di casa e lei era fuggita a Milano con la piccola. Alla notizia della sua morte Concettina aveva provato a fingere un dolore di figlia, ma il ricordo terribile di quel giorno lontano le suggerì un’istintiva solidarietà verso di lei, sua madre. L’aveva baciata e le aveva carezzato il volto come a dirle: mamma, è finita! Quel giorno lontano del 1962, con la bimba, lungo quella strada, per la prima volta aveva deciso lei, per sé e per Concettina. Aveva deciso di continuare a vivere sfidando tutto e tutti, facendo da padre e da madre a sua figlia, obbedendo solo a se stessa e solo per il loro bene. A Milano aveva lavorato, aveva risparmiato per dodici anni e poi era ritornata ad Ostuni con lei che frequentava l’università. Era ritornata per vivere in casa del solo uomo che avesse mai amato. Ma lui, Tonino, non viveva più, vegetava, ammalato senza speranza e neppure s’accorgeva di lei. Quelle poche volte in cui i suoi occhi la incontravano rimanevano persi nel nulla, senza alcun segno di vita. Lei lo aveva curato come si cura un bambino appena nato, 10


lui immobile, sulla sedia, teneva la testa abbandonata sul petto e lo sguardo perso in quel vuoto senza fine. Solo raramente lo sentiva farfugliare, insieme a quello di mamma, il suo nome e quello di Francesca. Strascicava i suoni a fatica, gli occhi e lo sguardo ebeti e vuoti. Lo aveva curato, lo aveva accudito, gli era stata accanto in quella casa che portava in ogni angolo i segni di un passato benessere, il giradischi, la radio, il salotto di velluto... Oggetti che sembravano sepolti con lui nello stesso silenzio senza vita. «Mamma, è ancora lontano?». La voce di Concettina la distolse. Era piccola quando l’aveva portata via da quella campagna. Vi ritornava solo ora, con lei, a rivedere la terra in cui erano nate e da cui erano fuggite. Anche lui, Rocco, suo marito e padre di sua figlia, era emigrato. Era emigrato in Germania. Aveva lasciato quella casa e nessuno l’aveva più aperta. Ora toccava a loro, ora che con la morte di lui era ritornata a loro. «Manca poco...». L’idea di rivedere quel posto, dopo tanti anni, le faceva paura. Ricacciò i cattivi ricordi. Sulla collina, a sinistra, riconobbe la masseria dei Castrignò e un groppo le serrò la gola. «Siamo arrivati... a sinistra, in quel tratturo... poi a destra». «È stupendo» esclamò Sergio guardando la campagna. Rallentò e la macchina prese ad arrancare lungo il sentiero sconnesso, coperto di sterpaglia, fino a un piazzale, dinanzi a una costruzione grigia e abbandonata. Parcheggiarono. Concettina e Sergio uscirono e si guardarono intorno. «È abbandonato ma bello... Sono nata qui...» disse rivolta a Sergio e si guardarono intorno presi da un fresco entusiasmo. «Chissà come sarebbe bello venirci a trascorrere le vacanze con i nostri bambini...». Sergio le cinse amorevolmente le spalle e sorrise all’idea di averne. «Come sarebbe bello! Potremmo anche comprare dei cavalli... costruire un campo da tennis... una piscina...». 11


Parlavano e sembravano già vivere il loro sogno. Si presero per mano. «Mamma, andiamo un po’ in giro... a dare un’occhiata» e si allontanarono tuffandosi nell’erba alta. Maria non aveva portato le chiavi della casa, non ne aveva avuto il coraggio. Rimase in macchina e sentiva gli echi della felicità dei due giovani. Poggiò la fronte al finestrino, chiuse gli occhi e si abbandonò ad una ridda pressante e confusa di ricordi. Rivide lì, su quello spiazzo, sua madre, suo padre. Risentì il tepore del loro affetto e ritornò piccola, in quei campi, accanto a Tonino, l’amico della sua infanzia. Poi l’incubo... Quello che aveva sconvolto l’esistenza sua e di sua madre, quello che da sempre aveva cercato di dimenticare perché da sola ne portava tutto il peso, quello che ancora di notte la faceva sobbalzare e che l’aveva cacciata dalla sua terra e l’aveva spinta lontano, a Milano. La fuga in treno... la paura dolorosa dell’ignoto... l’aiuto della provvidenza e quei due siciliani umili, emigranti come lei... Tore e Rosalia l’avevano vista sola e spaurita con la bimba al petto... le avevano offerto ospitalità nella loro casa a Milano e a Milano le avevano trovato lavoro... Aveva fatto la badante, la sguattera e l’operaia, sostenuta sempre dalla generosità e dall’affetto dei suoi benefattori. Concettina si era frastornata in quella città enorme ma poi si era abituata. Dopo le prime difficoltà a scuola aveva preso a frequentare e a studiare con profitto e lei aveva giurato a se stessa che si sarebbe venduta anche l’anima per mantenerla agli studi... per aiutarla ad andare oltre. Terminate le elementari l’aveva iscritta alle medie, poi al liceo. Si sarebbe iscritta all’università e fu allora che cominciò a sentire quasi dolorosa la nostalgia della sua terra. Nonostante tutto non si era mai rassegnata a viverle lontano. Era grata a Milano, l’amava ma non al punto da volerci vivere. Era una città generosa ma lì niente le parlava di niente e tutto le parlava della sua miseria. Poi quel giorno... 12


Rincasando aveva trovato Ratodda1 che l’aspettava presso l’uscio di casa. Era venuta per pregarla di ritornare ad Ostuni ad accudire suo figlio e lei, dopo dodici anni, era ritornata nella sua terra con lo stesso trasporto con cui una bimba corre a riabbracciare la madre lontana, e il dolore del distacco da Tore e Rosalia non poté nulla contro il richiamo della sua terra. Era un giorno d’inverno. Lei, la madre di Tonino, l’aveva attesa fuori dalla porta di casa, infreddolita e troppo vecchia. Si erano guardate come se mai si fossero conosciute, poi si erano abbracciate. Disse che era venuta per lei. Tonino, suo figlio, era malato. I medici avevano parlato di una malattia strana e inguaribile. Lo avevano trovato che non ragionava, l’anno in cui lei e la bambina erano partite per Milano, in una delle masserie di don Luigi, a Santa Giovanna. Francesca, sua moglie, non ne aveva voluto più sapere. Il matrimonio era finito. Aveva chiesto la separazione e con la nuova legge stava aspettando il divorzio per sposare Mattia, il figlio del mezzadro di Santa Giovanna. Gli anni le pesavano e non ce la faceva più. Aveva pensato a lei che aveva sempre voluto bene a Tonino ed era venuta a chiederle di tornare ad Ostuni, di tornare per darle una mano. Parlava. Maria l’ascoltava e taceva. Quella donna così miseramente devastata dagli anni e dalle sofferenze le faceva tanta pena. Era ritornata a lei nel bisogno, come nel bisogno si era rivolta a sua madre e a suo padre tanti anni addietro! Parlava e piangeva. Quanto le parve diversa dalla donna che aveva lasciato in paese! «Vieni, ti tratterò come una figlia. Concettina sarà per me la nipote che non ho avuto. Ti lascio per testamento casa mia e tutto quello che appartiene a Tonino. Lo studio, le due case... Ti ha voluta sempre bene, non ti ha mai dimenticata, fa sempre il tuo nome». 1

In gergo diminutivo di Addolorata.

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Pensò a quel giorno in campagna, quando Tonino l’aveva baciata e aveva cercato di abbracciarla e lei, che pure lo amava, aveva tentato di schernirsi arrossendo. «Fallo per lui, fallo per il bene che gli hai voluto» si era messa a implorarla singhiozzando e lei aveva ritirato i soldi dalla posta e insieme a Concettina era ritornata ad Ostuni dove pensava di non dover mai più ritornare. Quando vide Tonino ebbe una stretta al cuore. Gli aveva preso una mano. Pesava come fosse senza vita. La testa gli ciondolava e neppure si mosse. Il destino l’aveva riportata accanto all’uomo che aveva sempre amato ma nella vicinanza la condannava a una separazione più dolorosa di quella fisica. Lo aveva spiato giorno dopo giorno, nella speranza di cogliere in lui un cenno di risveglio da quel profondo nulla. A volte le pareva di notare un segno impercettibile di coscienza in quegli occhi umidi e inespressivi ma, non appena la luce si spostava, in quel volto ritornava il vuoto infinito. Poi era morta Ratodda e lui non aveva capito nulla e aveva continuato a vivere lontano, in quella immobilità senza tempo. Un uccello si posò sul cofano della macchina e un altro lo raggiunse strusciando l’ala al parabrezza. Maria sollevò il capo e rivide lì la casa abbandonata e silenziosa. La sua casa, la casa della sua fanciullezza! Gli occhi le si riempirono di lacrime e tra le lacrime vide fremere quelle mura e risentì voci lontane che le parlavano al cuore. Piegò il capo sullo schienale e docile si lasciò sopraffare dai ricordi, anche da quelli non suoi, da quelli che sin da piccola aveva imparato a vivere nella memoria di sua madre.

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capitolo II

All’inizio degli anni Venti quella casa, con le pareti bianche date a calce, aveva un aspetto ben curato. Il piazzale antistante, abbastanza piano e largo, nonostante le assidue cure, si ostinava a coprirsi di erbetta rada. Dalla pianta irregolare e dalle pareti massicce e solide, la costruzione era un esemplare di architettura spontanea, un ibrido armonico di lamie2 e trulli. Realizzata in tempi diversi da maestranze locali, nel suo insieme testimoniava il progressivo benessere di chi l’abitava. Per ultime erano state costruite altre stalle per gli animali, ampliati il porcile e il pollaio, recintato il piazzale antistante il complesso padronale lasciandone aperto il lato che dava su uno spiazzo erboso, da cui si snodava il lungo tratturo di ingresso. Il podere, abbastanza vasto, sorgeva in un’antica contrada, la cui toponomastica la ricordava abitata un tempo da cervi. Cervarolo, in origine parte di un latifondo disgregatosi via via in tante proprietà private, distava qualche miglio dal paese ma questo non aveva impedito che fosse abitato da sempre, di generazione in generazione, fino a Graziella, sua madre, cui era toccato in eredità. Nella zona, sparse tra gli ulivi e le vigne, sorgevano altre costruzioni, alcune abitate tutto l’anno, altre, invece, solo da agosto fino a novembre, quando l’ultimo colpo di chiave le consegnava al silenzio invernale. Graziella era abituata a questa alternanza ma non era mai riuscita a vincere lo sgomento che la prendeva ogni volta che il trullo di cumpa’ 3 Ronzo, suo vicino, dopo la fermentazione del vino, cessava di riecheggiare di voci e di vita. Sulla collina di fronte, al di sopra di tutte, troneggiava una 2

La lamia è una costruzione tipica della Puglia con copertura a volta. Il termine, nel gergo locale, viene esteso per indicare anche tutta la costruzione.

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In gergo “compare”.

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masseria fortilizio, imponente e maestosa con le mura grigie e massicce. Era sempre stata lì, lontana e misteriosa. A lei, Maria, sin da bambina avevano raccontato tutto ciò che era accaduto in quelle mura, ma anche quello che probabilmente non era mai accaduto. Le avevano parlato dei ricchi proprietari, i Castrignò, che un tempo molto lontano l’avevano abitata e poi abbandonata per una brutta storia di sangue, di una giovane uccisa dal marito, del fantasma che di notte si aggirava terrorizzando chiunque. In seguito era stata data in uso a dei monaci, l’ultimo dei quali era morto quando sua madre era ancora molto piccola. Da allora la masseria era piombata nel silenzio e nessuno degli eredi dei Castrignò si era più fatto vedere in quel luogo. Gli anni erano passati, c’era stata la grande guerra e i fratelli di sua madre, tornati dal fronte, si erano sposati e se n’erano andati da casa. Sua nonna era morta e sua madre, che già da un pezzo aveva superato la trentina, aveva sposato suo padre, Filippo, più anziano di una decina d’anni, un lavoratore accanito e buono come il pane. Accasati tutti e tre i figli, il vecchio nonno aveva diviso le sue proprietà. A un maschio aveva dato i due fondi che aveva nell’agro di Ceglie, all’altro quelli di Cisternino e a sua madre il fondo a Cervarolo, la casa e tutto quello che c’era dentro con l’impegno di accudirlo fino alla fine dei suoi giorni. Alla metà degli anni Venti, suo padre e sua madre erano subentrati al vecchio genitore nella conduzione del fondo ma avevano continuato a giovarsi dei suoi consigli e del suo aiuto fino a che fu possibile. Oltre ad alcune modifiche all’abitazione, arricchirono il bestiame di altri capi: muli, pecore, mucche, maiali, galline, oche e rinnovarono le colture a cominciare dalla vigna per finire agli ortaggi. La vendita dei prodotti forniva una buona rendita che permetteva loro di vivere in un’agiatezza poco comune a quei tempi, con la dispensa sempre piena e un buon gruzzolo da parte. Erano i più ricchi non solo di quella contrada ma anche di 16


altre intorno ed erano considerati con un misto di rispetto e d’invidia insieme perché, soprattutto i più vicini, non riuscivano a tollerare tanto benessere mentre i loro maschi, reduci dalla guerra, erano costretti ad andare in America in cerca di pane. Sullo spiazzo, dalle prime luci dell’alba fino al tramonto, c’era un via vai continuo di gente, di garzoni, operai e compratori, e Graziella aveva imparato a sostituire Filippo quando lui era nei campi. Ingaggiava, contrattava, pagava. In molte di queste mansioni riusciva meglio di lui, perché era più scaltra e difficilmente si lasciava convincere a cedere. Quando c’era lei, tutti facevano il muso storto ma lei non se ne curava e non smetteva un attimo d’essere in movimento dentro e fuori casa. Un giorno il padre si mise a letto, ammalato di vecchiaia, e, fino a quando il Signore non lo chiamò a sé, lei dovette rinunciare ai lavori di campagna per accudirlo. I fratelli, con mogli e figli, trovavano appena il tempo per andarlo a salutare, giusto per non sentirsi dire che lo avevano dimenticato dopo la spartizione della proprietà. Gli facevano dei complimenti, i nipoti delle moine e poi sparivano senza lasciare alcun vuoto. Nei lunghi momenti che trascorreva in silenzio al capezzale del padre morente, Graziella riandava col pensiero ai tempi in cui la sua famiglia era unita, alla madre, ai fratelli, al padre che stava per andarsene e un senso di freddo e di sgomento le saliva dal petto fino alla gola. C’erano i nipoti ma lei non li amava e neppure loro le volevano bene. Le loro attenzioni miravano a ben altro che al suo affetto. Cominciò ad avere paura della solitudine. Cercava qualche conforto, pensava a Filippo e si sentiva sollevata ma solo per poco. Dentro le rimaneva l’angoscia del vuoto e della fine. Era lì, a guardia di una vita che finiva e che si portava via anche una parte della sua stessa vita. Durante quelle veglie mute, che le concedevano lunghe e inconsuete soste dal lavoro e che la ponevano in un colloquio forzato e amaro con se stessa, conobbe il perché di quell’angoscia e cominciò a sentire struggente la mancanza di un figlio. Cercò anche di rassegnarsi e di convincersi che il Signore aveva voluto così. Più volte si sforzò di piegare il capo e di 17


ripetere quello che aveva detto la Vergine Maria all’arcangelo Gabriele, sia fatta la tua volontà, ma proprio non le veniva. Allora alzava gli occhi sul quadro della Madonna di Pompei, al capezzale del padre morente, ma ogni volta s’accorgeva di non poterne reggere lo sguardo. Una sorta di rancore e di invidia la trattenevano: almeno lei, la Madonna, un figlio era riuscita ad averlo! Nel 1927 il padre morì e lo sconforto le tolse ogni vigore ed entusiasmo nelle cose quotidiane.

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capitolo III

Suo padre l’aveva lasciata da un paio d’anni e lei aveva superato la quarantina quando apprese con incredulità e sgomento quello in cui aveva smesso di sperare. Ai primi sintomi pensò a uno scherzo della menopausa ma quando i disturbi si fecero più insistenti e inspiegabili Filippo la portò in paese dal medico. Entrò sola e quando uscì era pallida come una morta. «Che hai? Che ti ha detto?» ed era più morto che vivo. «Fili’, ha detto che sono incinta...» e per poco non sveniva. «Incinta? Ho capito bene... incinta!?» e non ci credeva nemmeno lui. Al ritorno, sul calesse, le chiedeva ancora se proprio era vero. «Fili’, voglio la mammara. Chiamami la mammara». La mammara la visitò e rivisitò e le confermò lo stato di gravidanza. Si guardarono con le lacrime agli occhi. Era un miracolo e lei sapeva di chi. Volse lo sguardo al quadro della Madonna e se la sentì madre e amica come mai se l’era sentita. La notizia si sparse subito per la contrada e oltre ed arrivò anche ai fratelli che pensarono subito ad una diceria senza fondamento ma quando la sentirono da Tettozza4,una di Cervarolo, amica della mammara, si misero in agitazione e decisero di intervenire subito. Erano sempre stati certi che l’eredità della sorella sarebbe andata ai loro figli, adesso la notizia di questo intruso, come un fulmine a ciel sereno, sconvolgeva i loro piani e li derubava di una terra che già consideravano loro. Un giorno Graziella se li vide arrivare tutti e due e, mai sospettando il motivo di quella visita, li salutò come non era più abituata da tempo, né fece caso alla loro freddezza. 4

Diminutivo vezzeggiativo di Antonietta.

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Li invitò ad accomodarsi dentro e, mentre poneva sul tavolo una bottiglia di vino e due bicchieri, il fratello più grande le chiese: «Ma è vero quello che abbiamo sentito?». «È vero?» fece eco l’altro insofferente. Dopo un attimo di perplessità credette di capire e si illuminò di gioia: «È vero, è vero, com’è vero che sono viva». Stavano seduti intorno al tavolo, li guardava e non sapeva spiegarsi quelle facce così nere. «Ma ci avete pensato bene tu e Filippo?». «A cosa?». «Sai quanti anni tieni? Hai quarant’anni passati, Sei vecchia ormai... e Filippo è più vecchio di te». «E che c’entra questo?». Seguì un silenzio pesante. Graziella si sentì prendere da un’angoscia senza senso. «Perché mi state dicendo questo?» chiese con un tremito di voce. «Alla tua età è pericoloso!». Volse intorno lo sguardo in cerca di Filippo, ma lui era nel campo a lavorare e non sarebbe rientrato prima del tramonto. «Mi ha vista il dottore. Lui mi aiuterà. Lui e la mammara... Loro mi danno coraggio!». «Coraggio, coraggio! Loro sono bravi a dar coraggio, ma se succede qualcosa forse che vengono loro ad aggiustarle? I guai rimangono a noi! Se dovesse succedere qualcosa a te... Filippo è vecchio... chi si prenderà cura di tuo figlio?». «Anche se tutto dovesse filare liscio come l’olio, e questo nessuno ce lo assicura» aggiunse il più giovane «chi vi darà la forza e il tempo di crescerlo?». «Siete stati incoscienti, incoscienti! Ogni frutto ha la sua stagione e, se non è così, non è mai una bella cosa. Fa male alla pianta e non arriva a buona maturazione ma, grazie a Dio, a tutto c’è un rimedio». Graziella sbiancò in viso. Mai come allora sentì il bisogno di avere Filippo accanto. «Ma se tutto va bene. Il dottore... Ma voi che c’entrate? È un 20


fatto che non vi riguarda. Andrà tutto bene. Ho fiducia nella Madonna». «Eh già... c’è sempre la Madonna per i disperati. Bella garanzia questa». «Ma ragiona un po’». «Ora basta, basta! Non voglio sentire più niente!». I due si fecero segno e tacquero. Rimasero un altro po’ a parlare del loro lavoro e dei figli sperando che arrivasse Filippo, poi se ne andarono senza aver concluso niente. Si fecero vivi qualche giorno dopo e questa volta non erano soli. Avevano portato la loro mammara. Trovarono Filippo e Graziella, l’uno aveva un’aria nera e l’altra neppure li guardò. «Si può parlare?» chiese il più anziano. «Se siete venuti per parlare di fatti che non vi riguardano quella è la strada...» disse Filippo e completò la frase con un gesto eloquente della mano. «Siamo venuti per ragionare...». «Non vi riguarda... Niente che è nostro vi riguarda» aggiunse secco. «Niente... e Ziella5 dove la metti? Noi siamo i fratelli e noi dobbiamo preoccuparci di lei visto che tu non ci pensi...». Filippo si trattenne a stento. «Ti metti a fare il caprone e non pensi ai guai che procuri... Tua moglie non ha l’età per fare figli... lo vuoi capire? Qua sta la mammara, cinque minuti e tutto torna come prima». Una furia selvaggia si impossessò di lei. Si avventò contro i tre gridando: «Via, andate via! Bestie! Assassini!». Quelli si ritrassero e lei, raccattando le pietre, prese a lanciarle contro di loro con furia. «Vi ammazzo, vi ammazzo tutti» gridava col viso congestionato e con le vene del collo che le scoppiavano. Quelli cominciarono a correre e dietro di loro la mammara, grassa e untuosa, che bofonchiava: 5

In gergo diminutivo di Graziella.

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«Ma chi me l’ha fatta fare, chi me l’ha fatta fare. Fai del bene alla gente tu». Graziella li inseguiva lungo il tratturo gridando e piangendo e Filippo cercava di trattenerla e di calmarla temendo per lei e per il bambino. «Calmati. Se ne sono andati. Calmati». Da quel giorno i fratelli furono come morti per lei. Ci fece una croce sopra e neppure li nominò più. La sua sola famiglia era il bambino che stava per nascere, lei e Filippo.

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capitolo IV

A maggio, nell’alcova odorosa di fiori che aveva messo dinanzi alla Madonna, assistita dal medico condotto e dalla sua mammara, partorì una femmina alla quale, in onore della Vergine, diedero il nome di Maria. Fino all’ultimo aveva temuto di non potercela fare. Durante il travaglio guardava l’immagine della Madonna con gli occhi pieni di lacrime, poi, quando tutto ebbe fine e la mammara e il medico si congratularono con lei, Graziella rivolse all’immagine sacra uno sguardo colmo di devozione e di gratitudine e sorrise. Filippo, al primo vagito, sciolse la tensione fino ad allora accumulata in un pianto sommesso. Si asciugava ripetutamente e in silenzio gli occhi e il naso, incapace di parlare e di staccare gli occhi da quell’essere desiderato da una vita e venuto al mondo quando ormai si era rassegnato ad una vecchiaia senza figli. Quell’essere tanto fragile rivoluzionava la loro esistenza, fugava ogni paura e li portava agli entusiasmi e alle speranze di una volta. Le giornate sarebbero state più belle e le fatiche meno pesanti. Nelle notti che seguirono non chiusero occhio, presi dalla paura che la piccolina smettesse di respirare. Poi cominciò a piangere e non si acquietava neppure al seno e solo per poco con il pupieddo, il succhiottino di pezza che le preparava di volta in volta. Quando la mammara le disse che non aveva più latte, Graziella si sentì mancare il terreno sotto i piedi. Si riebbe solo quando Maria cominciò a prendere il latte di capra e le sembrò che tutto il paradiso fosse teso ad aiutarla. Da quel giorno non perse più fiducia in niente e le paure come venivano così le ricacciava indietro con buone speranze nel presente e nel futuro. 23


Con la nascita di Maria tutto era cambiato, tutto era diventato più intenso e frenetico. Il tempo cominciò a volare al ritmo incessante dei progetti, delle ansie e dei sogni. Pensavano a quando avrebbe pronunciato le prime parole, a quando avrebbe cominciato a camminare e a seguirli nel campo, e, presi dalla foga, non poche volte erano loro stessi a tirare le redini alla fantasia e a non andare troppo oltre così per niente, per paura di osare troppo, per scaramanzia. Superarono il panico delle prime febbri. “Sotto le febbri cresce” diceva il medico e conobbero la gioia delle prime parole e dei primi passi. Sorridevano nel vederla esplorare gli spazi e prendere dimestichezza con il mondo intorno e neppure si accorgevano di come il tempo passava in fretta. Al terzo compleanno cominciarono a pensare al corredo. I venditori ambulanti con i loro carretti avevano preso a frequentare la sua campagna e le portavano intere pezze di tela fatta al telaio e lei, quando si recava in paese, a piedi o col traino, a portare nei vari negozi i prodotti della sua campagna, non mancava di entrare in qualche merceria o di fermarsi presso le bancarelle del mercato a guardare, a contrattare il prezzo, a comprare e a mettere da parte per il corredo della piccola nella cassapanca assieme a quello che le era rimasto di sua madre e che lei conservava come reliquia. Maria trotterellava per casa e per l’aia dove si fermava a guardare il padre che puliva gli arnesi da lavoro, i garzoni e le donne che andavano e venivano dai campi. «Mari’, piglia là... Mari’, vieni...». Maria pigliava e accorreva ai richiami affettuosi. Ogni tanto cumpa Ronzo, quello del fondo accanto, le faceva fare il dindolò sulle ginocchia e i figli, adulti e sposati, le regalavano qualche primizia. Ma le sue feste erano per Tonino, di tre anni più grande, e per la madre di lui Ratodda, vedova di Iangiuline lu sgarraparete, cugino di Filippo. Quando andavano a trovarla le portavano le caramelle di zucchero e lei rideva e saltellava felice. Dopo il fattaccio con i fratelli di Graziella, Filippo aveva 24


pregato Ratodda di farsi vedere più spesso. Qualche mese prima che nascesse Maria, quando andarono alla veglia funebre del marito, morto non si sapeva di cosa, Filippo le disse di contare sempre sulla parentela. A volte era lui stesso che col traino o con il calesse andava in paese a pigliarli, madre e figlio, e rimanevano in campagna da loro e a Graziella pareva di avere una sorella e un altro figlio. Quando se ne andavano dava loro sempre qualche provvista e non dimenticava mai le uova fresche per il bambino, l’unico con cui Maria giocava tranquilla. Qualche vicina era andata a trovarla con il figlioletto più piccolo ma Graziella non aveva gradito. Fuorché di Tonino e di Ratodda era gelosa di tutto e di tutti. A volte ce l’aveva anche con il vento che scompigliava i capelli di sua figlia o con le galline che, razzolando, minacciavano di farla inciampare. Le mamme del vicinato non si fecero più vedere, così tra loro e Graziella si levò un muro di odio e di rancore che niente e nessuno riuscì mai ad abbattere. Graziella non ci fece caso e meno che mai Filippo, occupati com’erano con la gente che andava e veniva per lavorare, per contrattare, per comprare e ritirare. Poi c’erano le visite del barbiere, del calzolaio, della sarta che, girando di fondo in fondo, sapevano di trovare lì lavoro sicuro e qualcosa da portare a casa. Li aiutava anche Ratodda a rattoppare o a lavorare nel campo e Filippo le pagava la giornata, lei si scherniva, lui le metteva i soldi in tasca e diceva che le potevano sempre servire. È vero che aveva ereditato due fondi dal marito ma erano lontani dal paese e lei con un bambino piccolo poteva andarci solo per raccogliere le olive o qualche frutto di stagione. Aveva venduto anche la ciuccia e, per campare, un po’ faceva la sarta, un po’ andava a servizio dai signori. Per fortuna che la casa dove abitavano era la sua. A Maria non mancava mai la compagnia e tutti la trattavano con riguardo perché era la figlia della padrona e del miracolo. Giocava sull’aia con gli animali da cortile e si lasciava rincorrere da Tonino le volte in cui erano assieme. Nelle tiepide giornate di primavera lui le prendeva la manina e la porta25


va negli angoli della campagna in cui brulicava la vita. Si accovacciavano, smuovevano l’erba gocciolante di rugiada e si fermavano a guardare, con la meraviglia e l’entusiasmo di chi scopre qualcosa per la prima volta, gli animaletti che fuggivano spaventati e quelli che non si muovevano neppure di tanto. D’estate, nel silenzio caldo dei pomeriggi, si muovevano cauti tra le stoppie crocchianti e il frinire delle cicale alla ricerca di tutto e di niente. A volte raggiungevano il tratturo fuori dal podere dove c’era qualche loro coetaneo ma ritornavano subito indietro richiamati da Graziella.

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capitolo V

Maria cresceva docile e serena, obbediente e amata e come niente venne anche il tempo di andare a scuola e non fu certo senza problemi. Filippo non voleva, era femmina e di leggere e scrivere non avrebbe saputo che farsene. Graziella, invece, era del parere contrario. Doveva andare a scuola perché l’avrebbe aiutata a far meglio le cose e a trattare con la gente come una signora. Fu così che nel 1937 la iscrissero alla prima elementare. La scuola rurale era formata da una sola pluriclasse, un po’ lontana, in un trullo e senza servizi igienici. Non vi era bidello e a tutto provvedeva la giovane maestra, aiutata a turno dagli alunni più grandi o da qualche mamma. La notte dormiva su una branda, con un cane ai piedi che le faceva buona guardia e che era il divertimento dei ragazzi prima e dopo le lezioni. Graziella e Filippo, ogni giorno come potevano a turno, accompagnavano Maria a scuola col calesse o a piedi. Non la lasciavano andare mai da sola ora perché pioveva ora perché poteva farsi male, in realtà perché avevano paura anche dell’aria che respirava. La maestra li aveva più volte rassicurati, anzi aveva proposto loro di lasciarla con lei i giorni della settimana, eccetto il sabato e la domenica in cui non si faceva scuola e lei raggiungeva la famiglia in paese. Graziella ringraziò e, se pure con l’imbarazzo di chi sa di dispiacere, con garbo confessò che senza la figlia non sapevano stare, né lei né Filippo. Negli ultimi due anni delle elementari, quando la vedevano accompagnata, gli altri bambini le facevano le smorfie e la ingiuriavano. Nelle belle giornate le caracollavano innanzi, sull’erba, con i libri legati da una cordicella e la canzonavano: «Signura... signura...». Maria li invidiava e soffriva. Solo quando la maestra la loda27


va si sentiva ripagata dei dispetti che le facevano. Nella pluriclasse lei era la più brava di tutti e, quando veniva additata ad esempio, si inorgogliva, gli occhi le brillavano ma in fondo avrebbe barattato volentieri quel piacere in cambio di un loro sorriso. Aveva sempre un’aria pensierosa e seria, troppo seria per una bambina della sua età. La maestra si adoperava in ogni modo per farla sorridere. «Gioca con gli altri...» la esortava quando li lasciava a ricrearsi sullo spiazzo erboso. «Giocate con Maria» invitava gli altri, ma quelli, per tutta risposta, non visti, le facevano la linguaccia e, passandole accanto, le strascicavano tra i denti “antipatica”. Allora Maria non vedeva l’ora di ritornare a casa e, quando il pomeriggio arrivava Tonino, gli correva incontro con una gioia prorompente e festosa. Terminò la quinta elementare che c’era la guerra ma a Cervarolo nessuno se ne accorse. Graziella cominciò a tenerla con sé perché imparasse le cose di campagna. Nella primavera del 1943 Ratodda e Tonino si trasferirono in campagna da loro. Si diceva che le cose si mettevano male per l’Italia e loro avevano paura di restare in paese. A Maria la casa sembrò piena di tutto e lei e Tonino erano felici. Quando di lontano sentivano avvicinarsi il rombo degli aerei correvano nel tratturo o sullo spiazzo a guardare, noncuranti del pericolo, quegli strani uccelli d’acciaio e quando più nulla si sentiva del loro fragore ritornavano eccitati alle corse. Sapevano che c’era la guerra, che cadevano le bombe a Brindisi, a Taranto, a Foggia e sapevano pure che bisognava preoccuparsi, ma loro erano felici. Quei boati e quei rombi, che di minaccioso avevano solo il fragore lontano, aggiungevano brividi di piacere alla loro spensieratezza. Si nascondevano al riparo di niente e, anche quando tutto era passato, godevano nel prolungare la paura con una dolce finzione. Adesso che erano grandi, Graziella cercava di non perderli d’occhio e da un po’ si era messa in uno stato di apprensione e di agitazione. Nel ’44 Ratodda e Tonino ritornarono in Ostuni e Graziella cominciò a sentirsi più tranquilla, sollevata dalla preoccupa28


zione continua di sapere la figlia lontana da lei, nel campo, sola con Tonino. Per Maria, invece, la casa si era svuotata di tutto. Cominciò a passare i giorni nell’attesa che lui arrivasse e non aveva più voglia di correre e di scherzare.

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capitolo VI

Tonino, ora che aveva ripreso a frequentare il liceo, si faceva vivo solo qualche domenica e non era più come una volta. Si sentivano a disagio. Camminavano silenziosi, l’una a fianco dell’altro, lontano dai vecchi luoghi, verso la masseria di cui pareva si fossero accorti solo allora. Sin da piccoli ne avevano sentito la storia, ne erano rimasti atterriti e l’avevano cancellata dalle loro mete. Ora se ne sentivano attratti e insieme trovavano il coraggio di andarle incontro. Si sedevano su un muretto e, in silenzio, la guardavano. Paura e piacere li tenevano ancora uniti come al tempo delle bombe, solo che adesso nessuno dei due fingeva. Quella storia d’amore, quelle mura mute e misteriose agitavano la loro fantasia e li mettevano a disagio. A misura dei loro sentimenti arrossivano e l’una sfuggiva lo sguardo dell’altro. Poi Tonino cominciò a diradare ancor più le visite. I disagi che aveva vissuto, lo spettro della miseria che insieme alla paura li aveva spinti, lui e sua madre, da Graziella, dove erano stati bene ma dove le continue attenzioni avevano tenuto sempre desto un sentimento di gratitudine e, insieme, un senso di umiliazione mal sopportata, spinsero Tonino a immergersi con caparbietà negli studi, nonostante per un breve periodo si fosse sentito attratto dalla vita di campagna ed avesse pensato di abbandonare la scuola, ma Ratodda gli stava addosso e non gli dava tregua. «Io sono niente, io vado a servizio per campare io, ma tu no, tu devi studiare se vuoi essere qualcuno come i figli dei signori, devi studiare!». Così, dopo l’anno delle bombe, si tuffò sui libri con rabbia. A renderlo più accanito c’erano anche i compagni di classe, figli di papà, con le tasche piene di soldi e senza alcun problema se non quello di perdere tempo. Si rendeva conto che, se non fosse stato il più bravo della classe, nessuno lo avrebbe degnato di considerazione. La 30


necessità e il bisogno spingevano i compagni verso di lui a implorare la copia o il suggerimento e questo, se da un lato costringeva quelli a ridimensionare la loro boria, dall’altro lo faceva sentire un po’ più che nessuno. Quando i rampolli della nobile famiglia de Carolis, Antonio e Mario, andavano a casa sua a prendersi i compiti svolti, lui, orgoglioso e fiero, guardava la mamma con la coda dell’occhio e godeva della palese soddisfazione di lei. Frequentavano la stessa classe ma lui era il più giovane. Antonio era il più anziano e aveva al suo attivo una bocciatura dietro l’altra. Insieme a suo fratello si era attaccato a Tonino come all’unica ancora di salvezza. Lo invitavano alle loro feste ma Tonino non ci andava perché avrebbe avuto soggezione e perché non aveva altro vestito decente che quello che indossava a scuola. «Vieni, ti divertirai... Ti faremo conoscere certe ragazze, certe pupe, Ci saranno anche le gemelle di don Luigi Castrignò, Anna e Lisetta. Vedessi che fiori!» e, schioccando un bacio sonoro sula punta delle dita, se ne andavano in visibilio. Quelle rinunce forzate, insieme a tutto il resto, rafforzavano in lui il desiderio di riscatto e lo legavano sempre più ai libri. Sempre più di rado andava in campagna e solo per farsi dare una gallina e delle uova che poi sua madre avrebbe pagato e lì rivedeva Maria e provava ancora disagio. Si era innamorato di lei e aveva combattuto contro questo sentimento con mille argomentazioni. Si era messa anche sua madre che aveva capito tutto. «Figlio mio, non ti innamorare. Pensa all’avvenire» gli diceva con evidente allusione a Maria e lui si lasciava convincere e quando era solo si ripeteva: “Se cedo a questo amore dovrò rinunciare ad un futuro migliore, alla carriera, ai soldi e fare il villano per tutta la vita. Cadranno tutti i miei sogni”, ma, ogni volta che la rivedeva in campagna, non riusciva a spegnere quel senso di smarrimento che gli saliva dal petto. Graziella aveva cominciato a portare Maria più spesso di quanto non avesse mai fatto, a casa di vecchie amiche alla lontana, tutte con figli maschi e di cui, fino ad allora Maria non aveva mai sentito parlare. Ogni occasione era buona per anda31


re in paese, dalla festa di san Biagio alla fiera di San Giuseppe, dalle processioni della settimana Santa al mercato settimanale, dalla Pasqua a Sant’Oronzo. Maria non sapeva spiegarsi il perché di tanto cambiamento fino al giorno in cui le capitò di ascoltare una conversazione tra i suoi. Era il tramonto. Avevano riordinato le ultime cose e, prima che il sole calasse del tutto, i suoi, seduti su un poggio, mozzicavano le fave e parlavano tra loro. Lei stava per rientrare in casa quando, non vista, si fermò ad ascoltare. «Perché pensi che la porto con me?». «Zie’, prima si sposa, prima ci mettiamo l’anima in pace». «Più di quanto faccio non posso fare. Alla fine si può sempre mettere una mezzana». «Non è meglio metterla subito?». «Ma è ancora giovane... e poi non ti pare che Tonino?». «Ma non ti sognare la biada» sbottò lui spazientito, come a interrompere un discorso altre volte non condiviso «non mettere fantasie in testa a tua figlia! Tonino è studente, chissà quando finisce e poi quando avrà finito chissà cosa porterà per la testa. Maria non è per lui. Ratodda vuole la luna per il figlio». Da quel giorno Maria si chiuse in se stessa. Quando la madre le diceva di accompagnarla in paese trovava sempre una scusa per non andarci e, se prima le piaceva fermarsi accanto alle donne che andavano da loro per sentire discorsi e cogliere le notizie che portavano dal paese e dalle contrade, adesso non più. Diffidava perfino dei loro sorrisi. Rifuggiva anche dalla compagnia dei suoi e trovava conforto solo negli angoli più riposti della campagna. Lontana da occhi indiscreti, raccolta ai piedi di un albero, gli occhi persi nel vuoto, inseguiva il suo sogno d’amore. Tonino non era più soltanto un amico, era il sogno per cui viveva, era la ragione stessa della sua vita. Quando lo vedeva comparire di lontano, aveva un tuffo al cuore. Le veniva di nascondersi ma poi si dava una riordinata rapida ai capelli e alla veste e gli andava incontro con una compostezza che si studiava di darsi e con cui cercava di nascondere il turbamento. 32


Dal canto suo Graziella, quelle rare volte in cui arrivava Tonino, non aveva ancora rinunziato del tutto alla vecchia abitudine di affidarle una commissione improvvisa e urgente. Le chiedeva di andare nel campo a cogliere qualcosa o da qualche vicino o, comunque, di sbrigare qualche faccenda lontano dalla casedda6 e pregava Tonino di accompagnarla mentre lei gli preparava la roba. Maria obbediva con una gioia che non sfuggiva a nessuno meno che mai a Filippo che, preoccupato, sbottava spazientito: «Zie’, la devi finire, hai capito, di lasciarli andare soli! Tu tiene la canigghia ’n capu7. E se succede qualcosa a tua figlia è colpa tua e sarai tu a piangere!». «Maria è ancora come l’ho fatta, ha le mestruazioni regolarmente» rimbeccava. Ziella risentita e con l’aria attonita di chi casca dalle nuvole, seguendo sottecchi i due che, lontani, si prendevano per mano, gli rispondeva con stizza: «Sempe a ‘na cosa piense? Non sei tu che ti sogni? Sono come due fratelli e poi... Maria non è forse bella, non ha una dote?» e soddisfatta per aver convinto più se stessa che Filippo riprendeva le fatiche interrotte. Maria e Tonino, protetti dagli alberi, camminavano l’uno a fianco dell’altra tenendosi per mano. Sin da piccoli si erano tenuti per mano, ma ora quel contatto infondeva loro un turbamento dolce e un senso di colpa e di vergogna. Lei si sentiva avvampare e, docile, si lasciava guidare da lui. Un giorno, sul muretto di fronte alla masseria, Tonino la baciò sulle labbra. Era impacciato e lei si schernì e aveva tanta voglia di piangere. Da quel giorno cominciò a cercare la sua presenza nei luoghi più cari, presso il muretto, ai piedi della masseria e quando l’angoscia non poteva più starle dentro piangeva e guardava quelle mura che tra le lacrime tremavano e pareva volessero crollare. 6

Altro nome con cui in gergo locale si designa la lamia.

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“Hai la crusca in testa tu”.

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Quelle mura lei le amava. Erano le testimoni silenziose e amiche del suo primo bacio. Vi andava per riempire il vuoto di un’attesa che da quel giorno si fece più lunga e più spesso delusa.

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capitolo VII

La guerra era appena finita quando una mattina da lontano Maria vide muoversi qualcosa. Incuriosita, si fece coraggio. Imboccò il tratturo che portava alla masseria. Il portale era spalancato sull’enorme cortile che mostrava i segni evidenti del lungo abbandono. Per terra, tra una lastra di pietra e l’altra, sporgevano ciuffi disordinati d’erba. Lungo le pareti perimetrali, dagli anfratti scavati dal tempo, pendevano lunghi rami di capperi. Le stalle erano aperte e con sorpresa intravide dei buoi e dei cavalli. Alcune galline razzolavano e starnazzavano, due bambini giocavano con le pietruzze e litigavano. Si fermò disorientata. Una voce di donna gridò: «Vuoi qualcosa. Ehi, tu...» Maria si scosse. «Vuoi qualcosa?». Si diresse verso la donna. «No... non so... così... sono venuta... non sapevo che ci fosse qualcuno...». I bambini smisero di giocare e la guardarono incuriositi. «Sei di queste parti?». «Sono figlia a Filippo “lu modeste”. Abitiamo vicino, qua di fronte». «Ah sì, sto cagliando, entra». Intorno c’era tanto disordine, tanta roba ammassata in attesa d’essere sistemata. Maria guardava e non riusciva a capacitarsi che quella potesse essere la masseria che aveva sempre visto di lontano, immobile, custode e testimone dei suoi sogni. La donna rimestava il latte nel tino con un’enorme cucchiaia di legno e aiutava la parte cagliata del latte, con movimenti saputi, a raccogliersi in un pastone nuotante. Lavorava e parlava. Suo marito con un garzone era andato nella tenuta a dare un’occhiata per vedere dove portare le pecore al pascolo, dove i buoi e i cavalli, dove seminare il foraggio, dove il grano. Lei 35


era rimasta sola a fare quel lavoro e, per quanto abituata, si sentiva allo stremo delle forze. In casa vi erano altre due donne, ma stavano sgombrando le stanze di alcuni mobili e le stavano riordinando. A giorni sarebbe arrivata altra gente, garzoni e aiutanti con le famiglie e allora avrebbe potuto respirare un po’. «Volete una mano?» chiese Maria timidamente. «Che puoi fare tu! Hai le mestruazioni? Non toccare nulla. Lo sai che con le mestruazioni va tutto a male. Comunque questo è un lavoro che deve farlo chi lo sa fare. Fino a quando dico come si fa l’ho fatto io e arrivederci e grazie». Parlava e lavorava. «Io non conosco nessuno qua. Veniamo da Bari. Il lavoro che abbiamo trovato è tanto che se ci penso non dormo la notte. Dopo tanti anni di abbandono... e tu lo sai, solamente ora si è deciso a darlo a mezzadria! Dobbiamo prima togliere quello che c’è e poi sistemare quello che abbiamo portato. Per esempio le stalle... non sapevamo dove mettere gli animali. I monaci ne avevano fatto dei salotti». Maria ascoltava. Guardava la massara e i bambini che erano tornati a giocare tranquilli. Da quel giorno tornò altre volte. Una mattina, mentre seguiva la donna nella stalla, intravide, addossata a una parete e seminascosta da balle di fieno, una libreria enorme, piena di volumi ingialliti. Era la prima volta che vedeva tanti libri. Si avvicinò facendosi strada a fatica e cominciò a toccarli. «Che c’è?» chiese la massaia incuriosita. «Sono libri?». «Non vedi? Almeno la carta non ci manca». «Ma è un peccato» esclamò intuendo l’allusione. «È un peccato quello che si spreca non quello che si usa. Chiusi là dentro non ci danno pane». «Ma... don Luigi?». «Don Luigi non ci ha detto niente. In tre stanze di sopra ci ha fatto ammassare la roba che deve venirsi a prendere. Di questi non ci ha detto niente». «Allora ne posso prendere qualcuno in prestito?». «E piglialo... tanto anche dopo saranno buoni ad accendere». 36


Si sentì felice e le fu grata per quella concessione. Li avrebbe letti, avrebbe appreso tante cose e Tonino sarebbe stato fiero di lei! Quei libri avrebbero sorretto i suoi sogni e le sue speranze. Ne tirò fuori qualcuno e provò a leggerne i titoli. Erano talmente pieni di polvere che dovette scuoterli più volte. I caratteri delle lettere erano diversi da quelli dei suoi libri di scuola e ce n’erano alcuni che non conosceva. A casa, la sera, al lume della candela cominciò a sfogliarli. Riuscì a decifrare le lettere incomprensibili e subito si immerse nella lettura. Ziella spredicava e, un giorno in cui non ne poté più, sbottò arrabbiata: «Devi finirla di leggere, hai capito? Io non ti voglio vedere più un libro in mano! Ti guastano, ti guastano la testa. Hai capito?E non ti danno pane». Maria continuò a leggere di nascosto. Finalmente un giorno Tonino si fece vedere. Era venuto per prendere una gallina e delle uova da mettere sul conto. Quando rimasero soli gli fece vedere i libri e attese la sua reazione. Lui li guardò e, senza neppure toccarli, li allontanò con una smorfia di disgusto: «Mamma, come puzzano». Maria arrossì e li ritrasse a sé con vergogna. Per tutto il tempo in cui rimasero assieme non si allontanarono dallo spiazzo. Tonino era impacciato. Pareva che non fossero più niente. Dicevano qualcosa a stento e a monosillabi e lei non riusciva a liberarsi di quel rossore molesto. Graziella si era messa poco discosta a pulire la gallina sgozzata e non aveva alcuna intenzione di allontanarsi. Qualche giorno prima era stata in paese a trovare Ratodda e con l’afflizione di una sorella le aveva chiesto perché non si faceva vedere più in campagna. Le aveva risposto che non poteva per mille ragioni. Tonino studiava, un altro anno e avrebbe finito. Teneva gli esami e lei non si poteva muovere. Dopo? Dopo sarebbe stato ancora peggio. Lui sarebbe andato all’università e lei non si sarebbe potuta più muovere da casa. Aveva parlato come fosse un’altra, come se tra loro non ci 37


fosse mai stato niente. Per un attimo si ricordò dei fratelli e ingoiò l’amara sensazione. «Ho venduto il fondo a Falaera, quello sulla via di San Michele. Era troppo lontano. Ho messo i soldi da parte per quando andrà all’università». Aveva messo i soldi da parte e non aveva detto niente del debito che aveva con lei, pensò Graziella. «Mi è costato tanti sacrifici e me ne costerà ancora, ma almeno avrà un avvenire migliore. Gliel’ho sempre detto: studia studia, e vedrai che avrai una vita da signore!». L’aveva detto con una tale aria che lei si era sentita miserabile. Quando poi a casa ci ripensò non glielo perdonò. Ecco perché non si facevano più vedere madre e figlio, non si consideravano più dei loro. Da quel giorno anche Tonino cominciò a esserle antipatico e in cuor suo decise di non lasciargli più alcun agio con Maria. Quando quel giorno lo aveva visto comparire, aveva avuto un moto di stizza e aveva tenuto il muso storto per tutto il tempo. «In questi giorni verrà mamma a pagare». Graziella gli consegnò la gallina e le uova e non aggiunse una parola. La lista era tanto lunga che ormai aveva perso ogni speranza. Lui si sentì in imbarazzo, prese la roba, inforcò la bicicletta e si allontanò lungo il tratturo. Dopo quel bacio che lo aveva profondamente turbato, aveva deciso di soffocare quel sentimento prima che fosse troppo tardi. Quell’amore, come diceva sua madre, mandava in frantumi tutti i suoi sogni di riscatto. Doveva evitare di andare in campagna, doveva evitare di rimanere solo con lei. Quel giorno Maria lo seguì con gli occhi velati di lacrime e col presentimento doloroso che tutto era finito.

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capitolo VIII

Tornata alla masseria a prendere altri libri si fermò presso la colonna di ingresso trattenuta dalla presenza di persone sconosciute. Nel cortile la massaia parlava con un signore distinto. Capì che doveva essere il padrone, don Luigi Castrignò, dal modo con cui lui parlava e lei lo ascoltava. Capì che erano alla fine della discussione dall’accenno fugace alla nuova Repubblica, quasi un convenevole per congedarsi. «Mia figlia ha bisogno di cambiare aria. Anche l’Italia sta cambiando aria. Avete votato e vi dobbiamo tener care voi donne. Il re ci ha lasciati, abbiamo la Repubblica adesso» e divenne serio. Lei, invece, sorrise della battuta. Due giovanette dall’età apparente di quindici, sedici anni si divertivano sullo spiazzo a rincorrere le galline che sfuggivano razzolando e schiamazzando. Le seguiva con lo sguardo una giovane più grande, dagli occhi neri e dall’incarnato pallido, che cercava di arginare la loro prorompente vivacità esortandole a smetterla. «Lasciatele, lasciatele stare» ma loro niente. Continuavano imperterrite. Don Luigi e la massaia parlavano e prendevano accordi. «Potete lasciarla donna Francesca. Baderò io a lei e se la sera non vuole dormire qui l’accompagna Nicola al palazzo. L’aria di campagna le farà bene». «Che ne dici?» chiese lui rivolto alla giovane impegnata a seguire il loro ragionamento e a difendere gli animali dalle incursioni delle due ragazze. «Non so. Se viene Ninetta posso rimanere anche la notte». Maria guardava e sentiva suo malgrado. Passarono davanti a lei due garzoni con panieri di uova e ceste con fiscelle di formaggio fresco che andarono a sistemare su un calesse fuori dal cortile. 39


«Nei prossimi giorni ritorneremo. Preparate anche un letto per Ninetta, la cameriera di mia figlia». Il cocchiere era montato a cassetta. Maria si sottrasse agli sguardi ritirandosi dietro la colonna mentre i visitatori si congedavano seguiti dalle attenzioni sollecite e premurose di tutti. Quella sera stentò a dormire fantasticando su quel mondo che non le apparteneva. Rivide la giovane dagli occhi neri, in un giorno di sole, che si muoveva solitaria nel prato, tra i puledri al pascolo. Seduta sul muricciolo la seguiva con lo sguardo. Francesca di lontano le sorrise e le andò incontro. «Sei di queste parti? Come ti chiami?». Maria arrossì. «Mi chiamo Francesca» la incoraggiò con un sorriso. Fu così che si conobbero e da allora si ritrovarono quasi tutti i giorni nella tenuta. A Francesca piaceva parlare e a volte pareva che lo facesse più per ascoltare se stessa che per essere ascoltata. Le parlò del collegio, delle sue amiche, dei loro sogni e delle loro fantasticherie e lei, Francesca, non aveva mai perso quel vizio, quello di inseguire sogni e fantasie. “Proprio come me”, pensava Maria. «Quanto abbiamo fantasticato. Quanto abbiamo letto. Libri di avventura, di novelle, di poesie, ma soprattutto romanzi d’amore... della Invernizzi, della Deledda, della Peverelli. Io e Mafalda più leggevamo, più ci lasciavamo invischiare dalle nostre fantasticherie e irretire dal sogno sognato di un amore senza nome e senza volto a cui giuravamo fedeltà eterna...». “Il mio però ha un nome e un volto” pensò Maria e anche lei le parlò delle sue letture, con timidezza, come cose di poco conto, senza dirle però che erano i libri della sua masseria. Avvertiva tra l’altro il disagio d’essere più giovane mentre Francesca le parlava con disinvoltura e senza alcun problema. «Hai solo diciassette anni, come Anna e Lisetta, ma sei più matura, molto più matura della tua età» le aveva detto una volta e questo le fece piacere. «Anna e Lisetta sono le mie sorelline gemelle, le scavez40


zacollo, capaci di ottenere tutto da tutti. Mamma le vizia e anch’io. Non riesco mai a dire loro di no, dal tema di italiano alle versioni di latino e greco. Adesso poi si sono innamorate e non ci stanno più con la testa». Maria le rivide lì sullo spiazzo della masseria che, inseguendole e spaventandole, gettavano scompiglio tra le galline. Francesca le parlò anche della sua salute e del suo soggiorno lì. «Per la convalescenza mi sarebbe piaciuta di più Santa Giovanna, un’altra delle nostre tenute, ma i miei non hanno voluto perché Memena non ha figlie femmine. Memena, la mezzadra, ha solo figli maschi, Ci sono stata lo scorso anno ma solo per pochi giorni». Le parlò di Santa Giovanna, di Mattia, l’amico della sua infanzia, del tentativo da lei fatto la scorsa estate di ritrovare con lui la complicità di un tempo. Le confidò che un pomeriggio, mentre lui le chiedeva il permesso di poter sistemare in macchina delle ceste, scherzando, per non sembrare troppo seria, lo aveva pregato di ridarle il tu di una volta, come quando erano bambini ma lui aveva continuato il suo lavoro e neppure le aveva risposto. Come se non l’avesse sentita e lei c’era rimasta male. Santa Giovanna, i suoi alberi, la sua terra, Memena, Mattia, tutto le parlava della sua fanciullezza spensierata, dei vagabondaggi senza meta e di lui che la seguiva devoto e silenzioso. Ma lui era diventato un altro. Non era più il Mattia di un tempo, quello a cui si sentiva legata, quello che una volta le parlava con l’affetto e la confidenza di un fratello e di un amico. Un giorno cominciò a comportarsi con lei come se non fossero più niente. Poi era partita per il collegio e questo aveva spezzato del tutto il legame che li univa. Si erano talmente allontanati che l’estate prima, a Santa Giovanna, lui non si era fatto vedere neppure una volta all’ora di pranzo. Memena le aveva detto che era per il troppo lavoro. Qualche volta aveva tentato anche di raggiungerlo nei campi, ma poi si fermava a spiarlo da lontano aspettando che succedesse qualcosa, ma niente. Un giorno gli aveva chiesto di sellarle un cavallo sperando che lui l’accompagnasse come una volta nella passeggiata, ma si sentì ripetere quello che già era stato un ordine di suo padre. 41


«Don Luigi ci ha ordinato di non farvi andare a cavallo». Parlava. Maria le camminava accanto e pareva ascoltare anche i suoi silenzi. Avrebbe voluto essere come Francesca ma non le riusciva di parlare di sé, dei suoi sogni, del suo amore per Tonino. Una sorta di pudore e di riserbo, più forte della sua stessa voglia, la trattenevano dal farlo. Francesca le aveva chiesto di darle del tu. «Ti prego, dammi del tu. Mattia mi dava del tu. Era mio amico, gli volevo bene come a un fratello. Quando cominciò a chiamarmi donna Francesca pensavo che scherzasse e ridevo divertita. Solo più tardi mi resi conto che si era rotta la magia del nostro legame». Trascorrevano le ore passeggiando per la campagna, nei tratturi, piegandosi a raccogliere i fiori nascosti negli anfratti. A Francesca quella ragazza piaceva. Aveva una maturità e una sensibilità che andavano oltre i suoi anni e la sua condizione sociale. Dai tempi del collegio non si era più confidata con nessuno e adesso, per la prima volta da allora, riassaporava il piacere di parlare di sé. A palazzo non le era consentito di tenere amiche e le sorelle erano troppo viziate. Da quando aveva lasciato il collegio, dopo la maturità classica, aveva anche perso di vista le poche amiche e le compagne di scuola. Qualcuna le aveva telefonato, qualche altra le aveva scritto e anche lei, ma poi, chi si era sposata e chi stava per sposarsi, si era così perso ogni rapporto. Aveva avuto anche delle proposte di matrimonio, caldeggiate da suo padre e da sua madre. Li avevano anche invitati a palazzo i pretendenti con i loro genitori. Famiglie notabili e facoltose, ma lei niente. Sposarsi ed essere mamma era un suo sogno da sempre ma il suo cuore era come occupato da un uomo che ancora non conosceva. Adesso aveva i suoi problemi di salute e non le andava di pensare ad altro se non ai tempi belli della fanciullezza, quelli in cui era stata veramente felice e mai aveva desiderato nulla di più. Negli anni del ginnasio era ritornata a Santa Giovanna durante le vacanze estive e ogni volta si era sentita come un’estranea e con la sensazione sempre più netta di essere un’intrusa in quel mondo da cui gli studi e una “donna France42


sca” l’avevano allontanata. Poi era scoppiata la guerra e solo dopo la maturità classica aveva ripreso a frequentare la tenuta col desiderio di rivivere le antiche emozioni ma nulla era più come prima. Maria la seguiva in silenzio e Ziella era tranquilla sapendola con lei. Un giorno di fine giugno Tonino si fece vivo per la solita commissione e lei, pur di stare con lui e non lasciarsi come l’ultima volta, gli parlò di Francesca e insistette tanto perché la conoscesse che lui si lasciò convincere. Quando si trovò di fronte a lei fu incapace di aprir bocca. La fissava silenzioso e impacciato. La figlia di don Luigi Castrignò, il signorotto del paese, la sorella di quelle due di cui gli avevano parlato i de Carolis! Un profondo disagio s’insinuò tra loro. Nessuno riuscì ad avviare la conversazione. Qualche parola smozzicata e lunghi silenzi. Quel giorno Francesca non era in vena di parlare, sembrava non avesse gradito quell’intrusione, almeno così parve a Maria. Giunti al portale della masseria si accomiatarono. Lungo la via del ritorno camminavano l’una accanto all’altro, Tonino era lontano e visibilmente turbato. Per la prima volta Maria provò il gusto amaro della gelosia e si sentì triste e indifesa più che mai. Nei giorni che seguirono si ripeteva: “Mi ha baciata. Prima o poi mi dirà che mi ama. Non devo dar retta alle paure né a quello che dicono i miei”. Ma ogni volta che tentava di confortarsi la riprendeva ancora di più il panico. «E invece sì... lui è cambiato, mi vuole bene ma come ad un’amica, non mi ama. Ecco perché non viene più come una volta”. Nel luglio di quell’anno Tonino prese la maturità. Si sarebbe iscritto a Bari per studiare da ingegnere. Lo seppe da Ratodda un giorno in cui lei e sua madre l’avevano incontrata in paese. In autunno anche Francesca se ne andò e lei restò sola ad aspettare. Le rimaneva, unico conforto, quel muretto e la masseria in cui non aveva più motivo di mettere piede. Don Luigi aveva 43


trasportato in paese tutto quello che era rimasto dei libri e con essi aveva portato via anche l’ultimo appiglio ai suoi sogni impossibili.

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capitolo IX

Mattia era il più piccolo dei figli di Memena e Pasquale, i mezzadri di Santa Giovanna. Don Luigi gli voleva bene perché lo aveva visto nascere e perché da bambino era stato il compagno di giochi di Francesca quando la portava con sé a Santa Giovanna. Di soli quattro anni più grande si atteggiava con lei come ne avesse molti di più. Era arrendevole e protettivo un po’ per carattere un po’ per obbedire alla mamma che ogni volta che arrivavano i padroni gli raccomandava di essere buono con la piccolina, di non farla piangere al gioco e di badare che non si facesse male. Con la bonarietà di un ometto cedeva ai suoi capricci sempre pronto a proteggerla e a darle aiuto quando rischiava di farsi male sul terreno sconnesso o nei movimenti spericolati. Al gioco gli piaceva essere leale ma quando s’accorgeva del disappunto di lei a soccombere ricorreva a un espediente qualsiasi pur di farla vincere. A nascondino si rintanava in modo maldestro per farsi scovare e nella corsa fingeva di inciampare o un crampo improvviso per farsi prendere e darle la vittoria. A volte la provocava per ridere dello scherzo nello scherzo, mai per il gusto di farla piangere o farle del male. Crescevano così, senza avere altra consapevolezza del loro star bene insieme, felici ogni volta di ritrovarsi e godendo del loro piacere. Finita la quinta elementare si era iscritto all’avviamento agrario. Avrebbe voluto frequentare gli studi classici ma si sentì dire dal padre che non erano per lui. Quelli erano per i signori, lui, invece, dopo l’avviamento sarebbe ritornato alla terra, a portare avanti la masseria. E ringraziasse il cielo che era il più piccolo dei figli e che don Luigi lo aveva convinto a mandarlo a scuola, altrimenti anche lui sarebbe rimasto con la 45


terza elementare come Ciccio e Rafiluccio8,i fratelli più grandi. Aveva cominciato tardi a frequentare le elementari e prese tardi il diploma di avviamento agrario. La proclamazione di Vittorio Emanuele III ad Imperatore d’Etiopia segnò il ritorno di Mattia al lavoro dei campi. Seppure giovanissimo, aveva convinto il padre a sperimentare alcune pratiche di coltivazione apprese a scuola, come l’uso di nuovi concimi, a razionalizzare le coltivazioni e a introdurne di nuove. Nel ‘38 anche Francesca terminò la terza media e da giugno fino a settembre con i genitori e le sorelline si ritirò a Santa Giovanna nell’ala padronale. Donna Adelaide aveva bisogno di aria buona e le gemelline di spazi più ampi per la loro esuberanza. I cinque anni di differenza con le sorelle avevano alimentato in Francesca un forte senso materno. Tollerava i loro capricci e ogni loro monelleria, pronta sempre a ricomporre tutto in cambio di un bacio e di una carezza. Nel ruolo di mediatrice, vanificava ogni intervento correttivo di sua madre che, per la verità, non opponeva resistenza e sembrava addirittura esserle grata, soprattutto quando era impegnata con le amiche in visita. Così le piccole crescevano libere e viziate. La mattina a Santa Giovanna, dopo colazione, se ne andavano con la tata e riempivano l’aria dei loro schiamazzi. Francesca s’intratteneva un po’ con la mamma e con Memena, poi si allontanava anche lei per i campi. Mattia la seguiva da lontano. La vedeva muoversi in quella distesa libera e desiderava esserle accanto e a volte escogitava un qualcosa per raggiungerla o per passarle accanto. Quella estate Don Luigi le diede il permesso di andare a cavallo. Le prime volte provvide Pasquale a sellarle la cavalla e a darle i primi rudimenti, poi fu Mattia a provvedervi e a accompagnarla ogni volta nei vagabondaggi. Lui non ricordava più la sua prima cavalcata, gli pareva d’essere andato da sempre in groppa ai cavalli, prima con suo padre e i fratelli, poi da solo. Era l’unico modo per muoversi nell’ampia tenuta, per conoscerla e provvedervi. Fu, quello, l’anno in cui le conve8

In gergo diminutivo vezzeggiativo di Raffaele.

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nienze e i genitori gli imposero di rivolgersi a lei chiamandola non più Francesca ma “donna Francesca”. Le prime volte quelle parole gli uscivano con uno sforzo immane mentre lei, divertita, lo guardava e, sorridendo, si atteggiava a gran dama. Quando a ottobre entrò nel collegio di suore a Lecce per continuare gli studi classici a Mattia non rimase che quella terra in cui aveva vissuto gli anni più belli e nella quale tutto gli parlava ancora di lei. L’amava quella terra, l’amava perché amarla era il suo tributo silenzioso e devoto per Francesca. L’amava perché quella terra era la sola cosa che lo avrebbe tenuto per sempre legato a lei. Quando nelle vacanze estive ritornava a Santa Giovanna lui si sentiva impacciato e, nonostante avesse una voglia matta di ripristinare con lei l’antico rapporto di confidenza, non sapeva fare altro che sfuggirla, starsene lontano e soffrire in silenzio la sua pena. Sebbene molto giovane prese a visitare le fiere e le aziende agricole della regione per confrontarsi e appropriarsi delle novità più recenti, dagli attrezzi agricoli alle piante, agli animali. Nel periodo degli innesti si allontanava da Santa Giovanna sul calesse e raggiungeva i poderi vicini e lontani per procurarsi nuove marze più adatte alla sua terra. Allo scoppio della guerra non si lasciò prendere dalla paura. Esentato dal servizio militare continuò nei lavori di campagna con la stessa voglia caparbia. Piantò con successo un agrumeto nella parte meno esposta della tenuta e guadagnò all’agricoltura nuovi spazi lavorando senza sosta dall’alba fino al tramonto inoltrato. In quegli anni di guerra si era fatto vedere solo don Luigi a Santa Giovanna per ritirare parte delle prestazioni e lui non l’aveva più vista. Poi la guerra era finita e lei si era ammalata. L’ultima estate aveva cominciato a frequentare tutti i giorni la tenuta e lui moriva dalla voglia di starle vicino ma riusciva solo a evitarla. Le loro vite si erano separate e tutto lasciava presagire che il distacco sarebbe stato sempre più netto e incolmabile. Si era ammalata di un male che si portava dietro da tempo, aveva detto don Luigi ai suoi, una forma di anemia che, trascurata, 47


l’aveva costretta a letto. I medici le avevano prescritto, oltre alla terapia farmacologica, una dieta particolare, molto riposo e tanta aria all’aperto. Quando seppe che don Luigi aveva dato avvio ai lavori di ristrutturazione della masseria a Cervarolo fu preso da paure e timori e quando Francesca l’anno dopo andò lì a trascorrere la sua convalescenza si sentì svuotato di tutto ma non derubato del suo sogno.

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capitolo X

Presa la maturità classica, nel 1947, Tonino si era iscritto alla facoltà di Ingegneria a Bari. I primi tempi, come matricola, si sentì terribilmente spaesato, circondato, com’era, da studenti più anziani che lo prendevano in giro. Nel mese di dicembre dello stesso anno fu costretto a partecipare, insieme ad altre matricole a una festa in un garage trasformato per l’occasione in sala da ballo. Come imputato gli fecero un processo in cui tutti si sbellicarono dalle risate e lui ci stava giocoforza e rideva per nascondere imbarazzo, rabbia e vergogna. Alla fine lo accompagnarono a casa ubriaco. A gennaio cercò una spalla forte a cui appoggiarsi. Si chiamava Linuddo9 ed era uno studente brindisino fuori corso con cui ogni mattina si incontrava in treno. Non che questi gli offrisse una totale protezione (a volte era proprio lui a organizzare tiri a suo danno) ma almeno, quando gli offriva il caffè o qualche quartino di vino, era sicuro di poter contare sul suo aiuto o almeno sulla sua neutralità per qualche giorno. Linuddo lo aiutava a districarsi nel ginepraio delle lezioni mattutine e pomeridiane delle varie sedi da raggiungere e, ciò che si rivelò di importanza capitale, lo presentò ai bidelli. «Ricordati, qui prima i bidelli e poi i professori. Se te li tieni buoni arrivi subito alla laurea. Alla fine di ogni corso, per la firma del professore basta dare il libretto al bidello e pagargli la tariffa. I bidelli ti risolvono ogni problema, anche quello delle firme. Ogni favore però ha il suo prezzo, ma alla fine ne vale la pena». Intanto Ratodda vedeva assottigliarsi i risparmi e temeva di non farcela fino alla fine. Era costretta a spaccare il soldo e nascondeva al figlio le sue preoccupazioni. Si consolava pensando che un giorno sarebbe diventato ingegnere e allora sarebbe stata ampiamente ripagata dei sacrifici. Avrebbe fat9

In gergo diminutivo vezzeggiativo di Angelo.

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to la signora e tutti l’avrebbero chiamata donna Ratodda, la mamma dell’ingegnere. Un giorno a Tonino i soldi non servirono più soltanto per pagare i bidelli e le tasse, per acquistare i libri e pagare l’abbonamento al treno, per qualche caffè e un pasto alla casa dello studente. Aveva imparato a fumare e poi aveva preso a frequentare le ragazze. Era arrivato all’università che non aveva ancora conosciuto una donna e subito si era reso conto che gli sarebbe stato difficile nasconderlo per troppo tempo. In treno non si faceva che parlare di donne e, tra sghignazzate e ammiccamenti, ciascuno faceva sfoggio delle proprie esperienze. Circolavano per i vagoni i nomi delle ragazze più compiacenti. Seppe che tra le universitarie ve n’erano alcune che si offrivano così, per niente. Bastava entrare nel loro giro, portarle qualche volta al bar, fare un regalino o avere qualche altra accortezza e si era sicuri di entrare nel loro letto. Erano figlie di papà alle quali non mancava proprio nulla, dai soldi per la stanza in albergo all’appartamento ammobiliato. Avevano un assegno ma non la voglia di studiare. Papà, avanguardista ad oltranza in fatto di parità di diritti, pretendeva la laurea e a loro non rimaneva che circuire i professori per ottenere in altro modo ciò che non riuscivano a conquistarsi con lo studio. Quando poi sentivano il bisogno di una boccata d’aria buona guardavano alla cerchia dei compagni e di tanto in tanto se la facevano ora con l’uno ora con l’altro e si sentivano più pulite. Fu proprio nel giro di una di queste che entrò Tonino. Si chiamava Clara e simpatizzarono subito, lui perché vedeva in quella ragazza, ricca ed elegante, un approdo sicuro e la prospettiva di un’esperienza esaltante e facile da raggiungere, lei perché in quel giovane timido e indifeso coglieva il sapore di un mondo genuino così tanto lontano da lei. Si conobbero nei giardini dell’università. Li presentò Linuddo. Lei andò a sedersi al suo fianco, lo salutò come fosse un vecchio amico e, parlando del più e del meno, di cosa facevano e di cosa non facevano, si fermarono a parlare di sé con una confidenza insolita per due che appena si conoscevano. 50


Si rividero, si diedero appuntamento e fu così che si trovarono a uscire insieme e a sbaciucchiarsi. Tonino ostentava un orgoglioso compiacimento per quella sua conquista soprattutto quando, con la sigaretta accesa, passava tra gli sguardi esterrefatti dei colleghi più anziani. Ormai facevano coppia fissa e invidiata per i viali dell’ateneo e quello per lui cominciò a diventare un estenuante e interminabile periodo di attesa. Finalmente quel giorno venne. La ragazza lo invitò a casa sua e lui la seguì smanioso. Si trovò in una camera dai muri tappezzati, avvolta in un caldo confortevole. Su una parete vi era un armadio, un piccolo scaffale con dei libri e una scrivania, di fronte un balcone e sull’altra un divano letto con un tappeto soffice per terra, un piccolo mobile bar e un tavolinetto con delle riviste e un posacenere. Clara si chiuse la porta alle spalle e Tonino si sentì prendere da un panico improvviso. Si guardò intorno smarrito e, per un attimo che gli sembrò un’eternità, non seppe decidersi che atteggiamento prendere. Si avvicinò alla scrivania e finse di sfogliare con interesse qualche libro sparpagliato. «Di’, non sarai venuto qui per leggere?» lo scosse Clara. Si voltò e avvampò in viso. Clara giaceva sul letto in un atteggiamento provocante. Mai aveva visto una donna così. Ebbe un attimo di smarrimento e di esitazione poi, sopraffatto dal desiderio, si abbandonò al suo istinto incontrollato. Uscì dalla stanza con la certezza che fino ad allora aveva vissuto una vita scialba e senza senso e che era veramente una fortuna essere nato maschio. Adesso che era stato iniziato all’amore intendeva godersela la vita. Un tempo aveva creduto di amare, ma buon per lui che si era fermato, buon per lui che aveva dato retta a sua madre. “La tua strada ti porta lontano, non guardare indietro, non fermarti” gli ripeteva spesso e lui l’aveva scampata veramente grossa se ci pensava. Lo scenario che ora gli si apriva superava ogni immaginazione. Una laurea, una professione, donne, tante donne, e la certezza di poter scegliere la futura moglie puntando quanto più in alto possibile. Si sentiva onnipotente. 51


Da quel giorno nessuna ragazza lo mise più a disagio, anzi cominciò a rapportarsi con loro con una disinvoltura che a volte rasentava la sfrontatezza. Con l’aria da uomo vissuto faceva battute spiritose che spesso cadevano in un sarcasmo che gli conferiva, con l’aria di distacco, un fascino ancor più irresistibile. Il rapporto con Clara si spense indolore e altre ragazze presero il suo posto senza problemi. Per la verità di problema ce n’era uno, quello degli esami saltati ,ma per quelli bastava mettersi sotto e lui prima o poi lo avrebbe fatto. Intanto era diventato più magro e più pallido e la madre viveva ore di angoscia e di pena nel vederlo così. La mattina, prima che partisse per Bari, la poveretta si alzava molto per tempo, accendeva il fuoco perché lui non sentisse freddo appena fuori dalle coperte, gli preparava il caffè caldo, il latte comprato fresco dal lattaio che ogni mattina aspettava dietro la porta con la sua capra, e gli montava un uovo cui aggiungeva due abbondanti cucchiaiate di zucchero e una buona dose di vin cotto. Poi, quando tutto era pronto, si avvicinava al letto e lo scuoteva piano piano perché si svegliasse. A volte si fermava a guardargli le guance sciupate e si sentiva stringere il cuore. Si riteneva fortunata e ringraziava il Signore che le aveva dato un figlio tutto casa e studio. Se quel pallore inteneriva e preoccupava la madre, affascinava invece le donne. I suoi occhi quasi febbricitanti, il suo pallore, a volte sofferto, in contrasto col nero deciso della barba, il suo corpo così magro suscitavano nell’altro sesso simpatia, compassione, attrazione e desiderio. Lui lo intuiva e se ne compiaceva. Com’era cambiato dagli anni del liceo quando si faceva scudo della timidezza per nascondere vergogna e imbarazzo! Non si riconosceva più neppure lui, ma era felice come mai avrebbe sperato di esserlo. Frequentava le lezioni anche se non se la sentiva ancora di riprendere a studiare a ritmo serrato. Aveva sostenuto qualche esame ma ne aveva anche saltati parecchi. Si trovava indietro con il piano di studi e questo era il suo unico problema.

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capitolo XI

Sul finire del 1949, all’alba di un mattino come tanti altri, Filippo lasciò le sue donne per sempre, in silenzio come era vissuto, con l’abituale serenità con cui a quell’ora si allontanava per andare a lavorare nel campo, il viso composto nell’accettazione dell’ineluttabile necessità. Graziella e Maria rimasero sole, più sole che mai, senza voglia di vivere e di reagire. Negli ultimi due anni Filippo e Graziella avevano lottato con tutte le forze per mantenere la produzione e la vendita. La masseria di don Luigi con la sua attività febbrile aveva avviato una concorrenza spietata. Assorbiva tutta la manodopera dei dintorni e lei e Filippo non potevano andare a cercarsela lontano. Quelli invece erano attrezzati, i braccianti li andavano a prendere loro dalle piazze e offrivano tanto di quel lavoro da assicurare il pane tutti i giorni dell’anno. Si erano rimboccate le maniche e nei giorni in cui non trovavano braccianti cercavano di fare loro tutto quello che potevano, ma non potevano molto. Cominciarono ad abbandonare le colture più faticose, destinarono alcune parti a pascolo e cominciarono a togliere anche gli animali da stalla. Dicevano che la Repubblica avrebbe portato più benessere e pace ma per loro non era stato così. Con la morte di Filippo lei aveva perso ogni voglia di andare avanti. Anche le terre date a pascolo avevano cominciato a non rendere, così nel giro di poco era stata costretta a vendere quasi tutti gli animali, fatta eccezione del cavallo per il calesse e quelli da cortile. La masseria di don Luigi pareva reggere bene al cambiamento dei tempi. Ai vecchi mezzadri erano subentrati altri più chiusi e meno socievoli, assorbiti solo dal lavoro ma l’esodo massiccio dei contadini verso il nord non lasciava presentire nulla di buono neppure per loro. 53


Gli anni Cinquanta si affacciarono con grosse preoccupazioni per tutti, anche per i ricchi proprietari terrieri che vedevano nel progetto di riforma fondiaria una seria minaccia ai loro possedimenti. Maria non sapeva cosa fare. Soffriva in silenzio e si faceva colpa di non essere sposata. Anche questa era una pena che si aggiungeva al dolore per sua madre. Ora sarebbe stata disposta a seguirla in paese, da chiunque avesse voluto. Sarebbe stata disposta a tutto pur di portare un uomo nel fondo e ridarle così un po’ di serenità. Tonino non si era fatto vivo neppure ai funerali. Forse non aveva saputo nulla o forse sì, semplicemente non era andato. Quando lei si era resa conto del tracollo devastante aveva cercato di reagire, di salvare quello che poteva dalla rovina totale. Aveva cominciato a prendersi cura dell’orto, di quei pochi animali da cortile che erano rimasti, della casa e ogni giorno spiava sua madre nella speranza di cogliere in lei il risvegliarsi di un qualche interesse. Si rese conto di quanto sarebbe stata di aiuto la presenza dei vicini che, ora più che mai, rimanevano arroccati nella loro ostilità. Neppure cumpa Ronzo c’era più. I figli erano immigrati, lui era morto da tempo e il fondo era stato abbandonato. Rimaneva loro come unico conforto la visita sporadica di alcuni braccianti, ma poi se ne andavano richiamati dai loro impegni altrove. A due anni dalla morte di Filippo un fatto nuovo sembrò scuotere Graziella dal torpore. Rocco, il figlio dei vicini, di quelli che da piccoli si divertivano a canzonare Maria, un giorno si presentò da loro e chiese di prendere il fondo alla parte. Era l’unica soluzione per salvare il podere e non morire di fame. Il giovane in realtà faceva il calcarulo10 e con il lavoro dei campi intendeva arrotondare i guadagni per sé e per la famiglia. A Maria non piaceva. Da quando era morto Filippo, lo aveva visto spesso vicino al fondo che la guardava e le faceva un sorriso che non le piaceva. 10 Operaio delle calcare addetto alla lavorazione della calce.

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Nei vagabondaggi silenziosi e solitari, ogni volta che lo vedeva nei paraggi si allontanava da lui e si rifugiava in casa. Anche a Graziella quel giovane non era molto simpatico soprattutto per l’aria da padrone con cui aveva preso a condurre il fondo. Non chiedeva né pareri, né permessi come se il fondo fosse suo. Ma era un maschio e la sua presenza le faceva sentire più sicure. In realtà il tempo e il dolore avevano maturato Maria ma non avevano cancellato in lei il ricordo di Tonino, né spento la nostalgia di lui e il desiderio del suo amore. La dolcezza dei tempi lontani e il turbamento del primo bacio erano sempre vivi e il loro ricordo la faceva fantasticare ancora su quell’amore impossibile. Pensava anche a Francesca. L’aveva rivista qualche altra volta ma da quando la masseria era passata ai nuovi mezzadri e ad essi era stata data in uso anche la parte padronale Francesca non si era più fatta vedere e lei era rimasta sola in quei luoghi, tra quegli alberi muti che le parlavano di tutto quello che non c’era più. Un giorno, nel suo vagabondare, incrociò Rocco ed ebbe un moto di ripulsa. «Ti faccio schifo, signura maestra?» le chiese lui con tono sarcastico, poi, con un sorriso beffardo e un tono insolente, aggiunse: «La vostra sicurezza e il vostro pane sono io, belle signore. Non te lo scordare». Maria si sentì ferita e provò angoscia per sua madre. Durante le soste dal lavoro sulla calcara11 si parlava quasi sempre di donne, di balli, di approcci, di conquiste, di svaghi amorosi e si finiva con i commenti sulle ragazze. Maria era tra queste e quando se ne parlava Rocco si irritava sentendosi insidiato in qualcosa che gli apparteneva di diritto quasi che, come suo vicino, a lui e non ad altri spettasse il diritto di prelazione. Dopo tanti anni, la prima volta che se l’era trovata faccia a 11 Forno con la volta a forma di cono per la cottura del calcare, roccia usata per la produzione di calce viva. Per estensione il termine stava ad indicare tutta la zona di lavorazione intorno alla fornace che sorgeva presso la stessa cava di pietra.

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faccia ai confini del fondo, così donna, così desiderabile, aveva giurato a se stesso che sarebbe stata sua. Quando la vedeva di lontano, la inseguiva col desiderio e godeva di un possesso che, ne era sicuro, non sarebbe tardato a venire. Un giorno le tagliò la strada e con un sorriso falsamente accattivante le chiese: «Non vai a ballare? Il sabato ci andiamo tutti a casa di amici. Perché non vieni?». Nello sguardo di Maria balenò un lampo di ostilità e con un guizzo corse via da lui dileguandosi fra gli alberi. Era nato nel ‘25 e lavorava in qualità di capo operaio alla fornace di mastro Giacomo e progettava grandi cose per il futuro. I genitori lo avevano avviato al mestiere di calcarulo che ancora era bambino e lui aveva pensato da sempre che quello era il suo lavoro. Tornato da una guerra che non aveva fatto, si era messo a lavorare e a risparmiare con tale caparbietà che i compagni lo prendevano in giro, a volte non senza invidia, ma lui scrollava le spalle e pensava ai fatti suoi. L’aver messo da parte un gruzzolo gli avrebbe permesso di progettare concretamente il suo futuro, soprattutto da quando mastro Giacomo, che non aveva figli, andava dicendo che prima o poi si sarebbe liberato della calcara. Aveva fiducia nell’avvenire e anche se non si vedevano ancora segni di cambiamento era sicuro che il futuro non poteva mai essere peggiore del passato. Che le cose sarebbero andate meglio gli sembrava di capirlo dall’aria stessa che si respirava in giro. La mattina, all’alba, quando usciva per recarsi a piedi al lavoro, passava vicino alla campagna di Maria e rallentava il passo per spiare se tra gli alberi si muoveva lei. Al tramonto, quando lasciava il lavoro, ripercorreva la stessa via con maggiori speranze perché sapeva che a quell’ora la trovava quasi sempre. E la vedeva che lavorava nel campo o che si muoveva sul terreno sconnesso intenta a non inciampare e a schivare le pietre che affioravano da quella terra arida e ricca di ulivi. Allora abbandonava il sentiero e scendeva tra gli 56


alberi così vicini a lei, ma lei ogni volta gli sfuggiva, guizzante come una lepre, e quella fuga aveva per lui il sapore provocante di una sfida.

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capitolo XII

Alla fine del terzo anno di corso Tonino prese in fitto una stanza perché, disse alla madre, non ce la faceva più a viaggiare. Alla povera donna sembrò proprio una buona soluzione, avrebbe fatto i salti mortali per quel figlio pur di alleggerirgli i disagi, soprattutto quando, amareggiata, aveva constatato che neppure le uova sbattute riuscivano a dargli la passata floridezza. Si raccomandò a una fattora che la tenesse presente ogni qualvolta si presentava un lavoro e intanto vedesse un po’ se c’era qualcuno interessato a comprare il suo ultimo fondo dalle parti del bosco di Carestia. Così, mentre lei si apprestava ad affrontare nuovi sacrifici, Tonino poteva concludere nella sua stanzetta i brevi corteggiamenti e poteva ricevere le compagne senza l’assillo di dover cercare un posto sicuro per un convegno d’amore. Dopo poteva anche rimanersene a letto, soprattutto quando faceva freddo e gli venivano i brividi solo a guardare attraverso i vetri. Fu in quelle sere fredde e uggiose che cominciò a trovarsi sempre più spesso con un libro in mano, così, per sfogliare gli intonsi col taglierino, poi, a tempo perso, per dare uno sguardo distratto all’argomento, infine si ritrovò a studiare con un interesse e una caparbietà che aveva creduto di aver perso dai tempi della maturità. Al paese ritornava per le feste, quando ormai l’ateneo si spopolava e quella solitudine quasi lo angosciava. Qui si ritrovava con gli altri universitari in piazza e passeggiavano su e giù parlando degli esami, delle lezioni, delle donne. Non c’era sera delle vacanze di Natale e di Pasqua in cui non si organizzassero feste da ballo in una rimessa o in casa di qualcuno dove non mancava mai la presenza di genitori e parenti. La categoria degli universitari aveva preso corpo da pochi anni in paese e la gente anziana viveva quella novità con un misto di diffidenza e di attrazione insieme, contrariamente ai giovani che ne erano completamente affascinati. Le ragazze, 58


dall’aria florida e dalla fragranza casereccia, sfiorandoli nei giri di danza, arrossivano ancor prima di respirare quel sottile e inebriante fascino cittadino. In quei giovani universitari si leggeva già il successo e il futuro benessere, per neppure una piccola fetta del quale i contadini buttavano il sangue dalla mattina alla sera, sudando anche quando calava il freddo più rigido, benessere che nessuno mai aveva raggiunto lavorando di zappa, meno che mai allora che molti erano costretti ad emigrare per un tozzo di pane. Quegli studenti rappresentavano per i coetanei del paese ciò che avrebbero voluto essere e che non sarebbero mai stati, rappresentavano il riscatto dalla miseria, la speranza di un destino migliore. Fatta eccezione dei più anziani, sempre diffidenti in fatto di novità, tenacemente abbarbicati alle tradizioni, gli altri, i più giovani, li guardavano con rispetto riverente e, sin dal primo giorno d’università, nessuno più, anche tra i vecchi, aveva il coraggio di chiamarli per nome. Si rivolgevano a loro chiamandoli dottore. “Dottore, dottore qua, dottore là” e li consultavano come fossero già abilitati all’esercizio della professione. Al quinto anno d’iscrizione Tonino aveva superato lo sbarramento e si era messo in carreggiata. Le smanie si erano quietate e aveva guadagnato un certo equilibrio. La voglia di stare con una donna era divenuta meno pressante della voglia di finirla con gli studi e avviare la professione in vista della quale aveva intensificato i ritorni in paese per studiare la piazza. Il suo cuore era libero e per ora non intendeva occuparlo. Sapeva comunque che la donna che avrebbe sposato sarebbe stata del paese e di quelle famiglie che contano. Il matrimonio avrebbe dovuto facilitargli l’ascesa sociale e fornirgli tutte le conoscenze e le amicizie da cui fino ad allora era stato escluso per difetto di nascita. Avrebbe dato un suggello al suo riscatto e avrebbe ripagato anche quella povera donna di sua madre che, finalmente, nella vecchiaia avrebbe potuto entrare a far parte di quei signori per i quali aveva lavorato e dai quali tanto spesso era stata umiliata. Si diede da fare a sostenere esami su esami, aveva anche preso la patente e, quando gli parve giunto il tempo, quasi alle soglie della laurea, decise di prendere in seria considerazione la scelta della futura moglie. Fu così che 59


nei ricordi trovò Francesca e si sorprese più spesso a pensare a lei. Delle tre figlie dei Castrignò era rimasta nubile solo lei, più grande di lui ma questo non gli importava. La gente diceva che era troppo diversa da tutte le altre giovani della sua età e che difficilmente avrebbe trovato un uomo che potesse fare per lei. Da quando era guarita aveva ripreso ad andare in chiesa la domenica, aiutava i poveri della parrocchia e tutti quelli che ne avevano bisogno. Le gemelline, non ancora diplomate, erano convolate a nozze con i fratelli de Carolis, i cui genitori avevano accolto questo matrimonio come un’ancora di salvezza per le loro finanze dissestate. Le due coppie non davano alcun affidamento di responsabilità ma c’era il patrimonio di don Luigi che era ancora consistente. In realtà i quattro erano molto simili di carattere, nonostante la differenza d’età. Amavano i divertimenti e la buona compagnia, eludevano ogni responsabilità intraprendendo viaggi a destra e a manca e, quando meno uno se lo aspettava, e ancor meno di quanto se lo immaginava, irrompevano nella quiete della vita quotidiana facendosi preannunciare dal rombo delle loro automobili e da scrosci di risate. Don Luigi non aveva visto di buon occhio quel matrimonio ma, dal momento che le figlie si erano intestardite e a nulla era valso a farle ragionare, aveva ceduto per evitare il peggio. Avevano minacciato di scapparsene di casa e sicuramente sarebbero state capaci di farlo dal momento che se ne erano scappate anche dal collegio in quell’anno in cui le aveva costrette e non vi avevano più voluto far ritorno. Don Luigi non aveva mollato nulla dei suoi beni. Oltre al corredo, a un appartamento in cui abitare e a un assegno mensile, non aveva ceduto altro. Al consuocero, che spesso batteva a eredità, aveva perentoriamente e chiaramente detto che non se ne doveva proprio parlare e che mai e poi mai, in vita, avrebbe proceduto alla spartizione del patrimonio. Solo dopo la sua morte le figlie avrebbero ereditato. Poiché Don Luigi aveva fama di essere un buon lavoratore e un accanito risparmiatore, la decisione finì col non dispiacere nessuno, tanto, poi, avrebbero trovato un patrimonio ben più 60


ricco. Il fatto che Francesca stesse ancora a casa non era una preoccupazione. Si contentava di così poco e non avrebbe certamente messo in pericolo le loro parti. Che se poi non si sposava meglio ancora. Voleva dire che alla fin fine la sua dote sarebbe rimasta in famiglia. Così continuavano a pensarla i consuoceri e i loro figli non sospettando che il matrimonio di Francesca era dietro la porta di casa perché, facendo il pari e il dispari, Tonino l’aveva già scelta come sua sposa.

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capitolo XIII

A due anni da quando aveva avuto il fondo alla parte Rocco decise che non c’era più tempo da perdere. Aveva preso ad andare tutti i giorni nel fondo di Maria. Ci andava al ritorno dalla calcara e vi rimaneva fino al tramonto. Zappava, potava, diserbava con il pensiero rivolto sempre a lei. A volte, spiando tra gli alberi, provava il piacere di incrociare il suo sguardo per un attimo e poi nulla: lei spariva inghiottita dalla terra, dal tronco di un albero o come dissolta nell’aria ancora piena del suo odore. Da quando la teneva così vicina non aveva più pace e a nessuno più era permesso di parlare di lei sulla calcara senza incorrere nel pericolo di una rissa. A volte, quando tutto era silenzio e la campagna placida si raccoglieva in sé per il riposo della notte, quando più prepotente lo prendeva il desiderio di vederla e lei non c’era, si riprometteva di porre termine a quel muto rimpiattino e di costringerla, una buona volta per tutte, a fermarsi e a dargli ascolto, ma lei gli sgusciava via come l’aria dalla mano. Accadde quando neppure se lo aspettava. La natura calcarea aveva formato in una gibbosità del terreno una piccola grotta e aveva provveduto a coprirne l’ingresso con folti cespugli così che dal di fuori si vedeva solo un ammasso di verde. Era un aprile freddo e pungente. Nascosto nell’intrico di quei rami si appostò e attese. Il crocchiare dell’erba e il frusciare dei rami lo resero vigile e pronto. Sentì il suo odore. L’afferrò per un braccio e, prima che potesse gridare, l’attirò nella grotta e la spinse contro la roccia fredda. La vide pallida e tremante e si sentì forte. Ora che l’aveva costretta a fermarsi non l’avrebbe più lasciata. La guardò con aria di sfida e, prima che lei si riavesse dallo 62


smarrimento e dalla paura, prima che potesse gridare, le serrò le labbra con le sue. Con un guizzo fulmineo Maria sgusciò dalla morsa e andò a rintanarsi in fondo, al buio, presa dal terrore di lui e dalla paura di approdare alla luce. Rocco la raggiunse che si premeva contro la parete. Allungò una mano ma lei, fulminea, spiccò un salto in avanti, affondò le unghie nella sua carne e lo morse a sangue. La reazione inaspettata e il dolore acuto lo resero furibondo. Con una spinta la rovesciò per terra e la immobilizzò col peso del suo corpo. Rabbia e desiderio si mescolarono alla sua furia, poi l’abbandono e un piacere di sazietà dopo una lunga astinenza.... Aveva incignato una vergine! La guardò. Giaceva scomposta, il seno turgido come le zolle a primavera. Con la lingua impastoiata spiaccicò compiaciuto: «La mia maestra». Lei rimase fredda come la morte. Lui non si sentì di sopportare quel silenzio. Le tolse gli occhi di dosso e cominciò a ricomporsi. Uscì alla luce senza dire una parola, ingoiò avidamente una boccata d’aria e si sentì un leone. Andò a sedersi su un masso poco lontano dalla grotta e l’attese mangiucchiando un filo d’erba. Maria uscì dall’intrico dei rami vacillando sulle gambe che le tremavano. Cercò un sostegno e si abbandonò alla roccia sporgente. Rocco la fissava. Era sua e nulla e nessuno gliel’avrebbero più tolta. Si alzò dal masso e si diresse verso di lei. A pochi passi, simulando un’afflizione che non provava e, come a chiederle scusa, con il cinismo del più forte disse: «Non lo sapevo. Farò il mio dovere... e poi non dire che non sono un galantuomo» e fece per toccarla. Maria ebbe un sussulto, sgusciò da lui e, quasi preda di un incubo, si diede a una corsa folle e disperata. Fuggiva e avrebbe voluto gridare al mondo tutta la sua umiliazione d’essere nata donna. La luce vivida e abbagliante la rubò alla vista di lui che la vide scomparire e si sentì indispettito. 63


La rivide dinanzi a sé, ribellarsi col volto accaldato e col petto ansante e poi, immobile, affidarsi alla roccia. Il sangue cominciò a bruciargli ancora e si sentì schiavo di un desiderio inappagato. Graziella la vide che correva e per la prima volta le mancò il coraggio di chiederle cosa avesse. La sera le toccò la fronte. Tremava e scottava come non mai. Le rimase accanto tutta la notte tentando di farle calare la febbre con bagnoli d’acqua fredda. Maria smaniava e diceva parole sconnesse che, agitandosi nella mente di Graziella, andavano a comporre una verità che il cuore e la ragione respingevano con tutte le forze. Le tornarono a mente le parole dei fratelli e rabbrividì. No... il Signore non poteva abbandonarla. All’alba il respiro divenne più tranquillo e cadde in un torpore silenzioso. Graziella, il volto bagnato di lacrime, non aveva chiuso occhio e nei giorni che seguirono non ebbe la forza di allontanarsi dal letto della figlia. Nelle ore in cui sapeva che Rocco doveva trovarsi nel fondo per i lavori, sprangava la porta e teneva sempre un bastone a portata di mano. Usciva fuori solo quando il sole era già alto ed era sicura che lui stava alla calcara. Quanto più in fretta poteva accendeva il forno, tirava l’acqua dal pozzo, infornava il pane che aveva lavorato la sera prima, raccoglieva la verdura dall’orto, andava nel pollaio per le uova o per qualche gallina, nell’ovile per il latte, sfornava il pane e tornava subito a barricarsi dentro. Spiava la figlia ma non aveva il coraggio di chiederle nulla. I giorni passarono in un silenzio penoso e senza attesa, poi Maria cominciò a lasciare il letto e trascorreva il tempo seduta su una sedia, le spalle avvolte nello scialle, intenta a seguire la madre nei movimenti o, più spesso, con lo sguardo nel vuoto. I suoi pensieri erano senza memoria. Le era accaduto qualcosa, glielo diceva l’angoscia che l’opprimeva cupa e non la lasciava. Tentava di pensare alle cose più belle ma tutte le morivano sul nascere soffocate da quella pena senza nome. Avrebbe voluto chiedere a sua madre ma non sapeva neppure cosa e poi, al solo tentativo, il panico l’assaliva,una morsa dolorosa le soffocava il petto. 64


Si rifugiava nel pensiero di Tonino ma quel ricordo le faceva male e le accresceva lo stato di angoscia. Poi qualcosa cominciò a prendere corpo, dapprima in modo confuso poi sempre più nitido. Cercò di ricacciarla nel buio da cui emergeva, di ribellarsi con tutta se stessa. Lottò disperatamente ma alla fine la verità le fu dinanzi cruda e spietata. Rivide la scena lì nella grotta. Sentì freddo nel corpo e nell’anima e pianse. Quel giorno parve che le fosse ritornata la febbre. Rimase a letto per altri giorni ancora, confortata solo dalla presenza amorevole e silenziosa di sua madre. «Che giorno è oggi?» le chiese una mattina. E seppe che di tempo ne era passato... tanto ne era passato! Il tempo guarisce ogni cosa, pensò, ma nei giorni che seguirono cominciò a tormentarla un dubbio atroce. Le tornarono a mente le confidenze delle contadine a giornate, la loro paura d’essere incinte a ogni ritardo di mestruazioni. Quelle nausee e quei conati di vomito, che aveva creduto dei disturbi passeggeri, erano diventati sempre più persistenti e senza altra ragione se non quella temuta. Durante quei due mesi Rocco l’aveva cercata più volte con il diritto che gli veniva dall’averla fatta sua. Girava per quei campi intorno alla casa e non si dava pace, stringendo i denti dalla rabbia e chiedendosi dove mai si fosse cacciata. Guardava la porta della lamia sempre chiusa e non sapeva rassegnarsi. Gironzolava sullo spiazzo fingendo di prendere o riporre gli attrezzi, in realtà perché più volte spinto a irrompere in quella casa e a reclamare il suo diritto ma quel silenzio ostinato, dietro cui avvertiva la presenza vigile di Graziella, lo tratteneva. Provò più volte anche a bussare e a chiedere ora un attrezzo ora un’altra cosa ma Graziella lo rimandava ogni volta nelle stalle vuote dove aveva provveduto a sistemare tutto quello che poteva servirgli. Una mattina di fine giugno, in un’ora inconsueta, tornò nel fondo. Vide Graziella sullo spiazzo e le andò incontro dalla parte in cui le avrebbe bloccato la strada se lei avesse tentato di richiudersi in casa. 65


«Beh, che vi è successo... si può sapere? E tua figlia è sparita?» le chiese indispettito e sfrontato. Colta di sorpresa, lei capì la manovra e neppure tentò di sfuggirgli. «È malata» rispose secca, senza degnarlo di uno sguardo e, approfittando di un attimo di smarrimento di lui, tirò dritta verso casa e sprangò la porta. Avrebbe voluto avventarglisi contro, dilaniarlo, ma la paura di rendere palese la loro vergogna a tutto il vicinato la trattenne. A luglio Maria riprese timidamente a uscire e lui la rivide una mattina in cui era uscita ad attingere acqua dal pozzo, pallida e smagrita. La raggiunse e tirandola per un braccio le gridò a denti stretti: «Si può sapere che ti è preso. Perché non ti sei fatta vedere? Com’è, hai ancora voglia di fare la signura dopo quello che è successo? Tu ora sei mia, mi appartieni, hai capito?». Maria taceva. Lui si sentì irritato. «Parla, la miseria! Parla o te le faccio passare io le arie» e la scrollò con tale forza che la fece vacillare. Lei si sostenne alla bocca del pozzo senza ribellarsi, poi quasi dicendolo a se stessa, mormorò: «Sono incinta». «Incinta? Sei sicura?» e attese una smentita che non venne. Lei continuò a tirare l’acqua. Lui rimase lì, senza sapere bene né cosa dire né cosa fare. Dopo un lungo silenzio interrotto solo dallo sciacquio del secchio lui le ordinò: «Stanotte vieni alla casedda di cumpa Ronzo». E con queste parole prese la situazione in mano. Quella mattina non ritornò alla calcara. A mezzogiorno parlò ai suoi di Maria. Disse loro che era incinta e che intendeva scenderla12. Concetta, la madre, montò su tutte le furie: «Non te la puoi tenere un poco così fino a quando trova 12 In gergo locale portarla via da casa. Consuetudine un tempo molto diffusa nei ceti meno abbienti per sancire di fatto una unione e farla seguire più tardi dal matrimonio.

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marito tua sorella. Tanto nessuno te la toglie ora. E poi, chi ti dice che il figlio è tuo? La signura se la spassava anche prima, con quello... il figlio di Ratodda sgarraparete... come si chiama? Tonino... sì Tonino. E tu? Tu, il rifiuto hai preso». «È mio, ma’, sono sicuro... è mio. Non sono tanto fesso». «Che ne sai tu delle malizie delle male femmine». «È mio, è mio» scimmiottò la sorella con aria di sfottimento. «Ho detto che è mio. Se volete la porto qua altrimenti me la porto da un’altra parte». «Fi’» intervenne il padre «portala se proprio ti sei incaponito, almeno ci guadagni subito la dote». La madre e la sorella divennero livide dalla rabbia. Concetta giocò l’ultima carta e ruppe in pianto: «Sarai la mia morte! E a tua sorella non ci pensi?! Con quella poco di buono in casa non ci pensi no? Madonna... morirò di crepacuore e di vergogna». Ma non crepò.

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capitolo XIV

Quando la sua vecchia si fu addormentata, Maria si diresse alla porta. L’aprì piano, quel tanto che le permetteva di uscire, la riaccostò e, aiutata dal chiarore della luna, si diresse alla casedda di cumpa Ronzo dove Rocco le aveva dato appuntamento. La notte era fredda. Si strinse nello scialle ed ebbe paura tra gli alberi e le ombre nere delle loro chiome. Raggiunse la casedda col cuore in gola. Lui era lì, seduto su uno spuntone di roccia. Si fermò poco discosta da lui che non si alzò e non la degnò neppure di uno sguardo. Taceva stretta nello scialle e aspettava. Dopo un silenzio che sembrò interminabile, Rocco, senza alzare lo sguardo e fissando per terra, proruppe: «E mò?». Maria lo vedeva così da vicino e lo odiava, lo odiava con tutte le viscere. Da quell’estraneo, che era entrato nella sua vita con la violenza e la prepotenza, dipendeva l’avvenire suo e di suo figlio. Quando con terrore si era resa conto d’essere incinta, aveva pensato a mille soluzioni. Scapparsene? E dove? Non aveva altri parenti che la mamma di Tonino e da lei mai e poi mai si sarebbe rifugiata. Abortire? Fin da piccola aveva fantasticato sui figli che avrebbe concepito e sin da allora aveva cominciato ad amarli. Abortire? No, mai e poi mai! Quel figlio che colpa aveva? Dirlo a sua madre? Come, senza spezzarle il cuore, senza evitare lo scandalo della vergogna? Lacerata dal suo tormento non aveva il coraggio di uscire e intanto aveva temuto e sperato che lui prima o poi si sarebbe fatto vivo. Lui si era fatto vivo e ora, perfetto estraneo, stava lì, di fronte a lei, arbitro della sua vita. Si sentì vacillare. Cercò un sostegno e, scorgendo un muretto poco discosto, andò a sedersi. 68


«Io lavoro alla calcara, non è che guadagno bene. Tengo un po’ di soldi da parte, sono pochi ma con quello che mi darà tua madre di dote vedremo di combinare qualcosa» e si fermò soprapensiero. «Io non volevo proprio, la miseria. Per colpa tua. Non potevi starti ferma? La colpa è tua se è successo quello che è successo. Io non avevo intenzione... ma ora è successo. Prima o poi mi devo sposare, non posso più continuare questa vita. Sempre sotto un padrone, senza una casa mia. Ho bisogno di una donna io!» e pareva che lo dicesse soprattutto per convincere quel se stesso riluttante che voleva accontentare madre e sorella. Ma c’era di mezzo un figlio! Maria non tentò neppure di difendersi. Taceva e attendeva che si decidesse il suo destino, quello che la sua terra, la sua gente e i suoi antenati avevano già deciso. Ribellarsi? La posta era troppo alta per sé, per sua madre e per il figlio che sarebbe nato. Taceva e Rocco non le chiese neppure se fosse d’accordo. Bisognava sanare una situazione e l’unica cosa da farsi, prima di lui, l’aveva decisa la sua gente. «Senti... o ce ne scendiamo e tutto è fatto... o aspetti e, fino a quando vengo a parlare con tua madre, che porto i miei, che cacciamo i documenti, il tempo passa e il ventre aumenta». Poi, rompendo ogni dubbio, le ordinò: «Domani preparati e a quest’ora ce ne scendiamo. Ci troviamo qui». Si alzò e si diresse verso di lei. Maria ebbe una mossa brusca, si levò di scatto e corse lontano, lontano da lui che rimase lì impalato, con l’aria infuriata e il corpo paralizzato. Quando si riebbe strinse i denti dalla rabbia e imprecò: «Ti metto a posto io, signura mia!». Correva ansimando tra gli alberi, il petto soffocato dalle lacrime, urtando i rami senza schivarli, e cadde, cadde bocconi sulla sua terra e pianse e nessuno la consolò. Scappare incinta, con un uomo che non era quello che aveva sognato, lasciare sola la sua vecchia, seppellire per sempre i sogni e le speranze!Il ricordo di Tonino si insinuò vivo e doloroso. Singhiozzava stringendosi la testa tra i pugni chiusi e avreb69


be voluto sparire, uccidersi. E sua madre? E suo figlio? E se avesse rinunciato a sposare Rocco? La gente l’avrebbe divorata, anche dopo morta. Sparire, andare lontano a servizio, in qualche città? E il bimbo? Chi gli avrebbe dato il cognome? E se i padroni la cacciavano sapendola incinta? Non vi era altro scampo fuorché la fuga con Rocco. Solo la fuga poteva regolare tutto e suo figlio non sarebbe nato bastardo! Non le rimaneva che arrendersi. Le tenebre l’avvolgevano e non sapevano asciugarle il pianto. La terra la tratteneva a sé, soffice e calda come il ventre di una madre. Poi tacque, il corpo abbandonato nel sonno. Solo a tratti un singulto la scuoteva, poi nulla. Era ancora buio quando un brivido intenso la scosse e si ritrovò il corpo gelido. Si trascinò verso casa. La sua vecchia dormiva ancora. Per tutto il giorno cercò di non tradirsi anche se nello sguardo muto di sua madre le pareva di leggere l’angoscia per quello che stava per fare, per la sua impotenza a darle una mano, a trarla fuori da quella situazione penosa. Sapeva forse qualcosa?Non era possibile! Da quando Filippo era morto si era chiusa nel dolore, non era uscita da quella campagna e i braccianti affezionati che andavano a trovarla di tanto in tanto non si trattenevano mai a lungo e con loro c’era sempre lei, Maria, e i loro discorsi erano sempre sul tempo e sulla campagna. Allora perché quello sguardo? Quel giorno decise mille volte di non scappare con lui, poi di scappare e ancora di non farlo e, infine, di farlo... Forse così sua madre, almeno dopo, quando la situazione si fosse ricomposta, avrebbe sofferto meno per causa sua. Venne la sera. Andò a letto mezzo vestita. Graziella accarezzò tremando i capelli della figlia sparsi sul guanciale e si trascinò a fatica fin presso il letto e pesantemente si distese sotto le coltri. Pareva che quella volta più che mai le pesassero tutti gli anni e i sacrifici. Si addormentò o finse di addormentarsi. Passò il tempo e Maria, piano, per non svegliarla, si scostò di dosso le coperte, prese di sotto al letto un fagotto e, in punta di piedi, scalza, si avvicinò al letto della madre. 70


Posò lo sguardo su di lei e, prima che il groppo alla gola si sciogliesse in pianto, si staccò bruscamente, aprì l’uscio e si tuffò nel buio. Corse, corse per la campagna odiando quella fuga e desiderandola. Rocco era già lì. «Ma ce l’hai la testa a posto?» le chiese con rabbia. Maria si appoggiò al muro, nascose il viso tra le braccia e pianse. Lui la guardò. Era la prima volta che vedeva piangere una donna e gli sembrò desiderabile come mai. Il buio della notte, il proibito, quel pianto, quel ventre che nascondeva ciò che era suo gli misero in corpo un desiderio folle. Le andò vicino. Maria tentò di divincolarsi sempre più debolmente, sopraffatta dalla forza e dalla prepotenza di lui, poi si lasciò cadere per terra, come una cosa piccola, più piccola di un niente.

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capitolo XV

Lo aspettavano. Entrò prima lui, poi lei. La casa era semibuia, rischiarata appena dalla luce di un lume a petrolio. C’erano tutti, il padre Pietro, la madre Concetta, la sorella Checca. Le due donne le rivolsero appena lo sguardo e continuarono impassibili a pulire la verdura raccolta nel campo. Maria rimase ferma sulla soglia. Sollevò gli occhi sulla loro indifferenza ma non riuscì a soffrirne. «Abbiamo fatto il letto dietro la tenda» disse Concetta con aria risentita e senza degnare il figlio di uno sguardo. Pietro, seduto al tavolo, con la bottiglia del vino innanzi continuò a mangiare pane e ricotta forte e neppure fu preso dalla curiosità di guardare la donna di suo figlio. Non faceva più la schizzinosa se era venuta in casa loro! La situazione si era ribaltata. «E dai,entra, sembri una scema» le disse Rocco spazientito e contrariato. «Se non vuoi restare qui, va’ dietro la tenda e aspettami». Maria obbedì. «Beh... e adesso? Che intenzioni hai?» proruppe la madre con aria di stizza e di dispetto. «Non è che puoi tenertela sempre qua. Hai una sorella che non è sposata e io in bocca alla gente non mi voglio mettere. Prima te ne vai con lei e meglio è». «Ho solo bisogno di qualche giorno. Devo parlare con la madre, poi la sposo e me la porto». «E coi soldi come fai? E ora che partorisce?». «Con quelli che mi darà la madre, vedrò. Compare Giacomo va dicendo che vuol vendere la calcara. Sarebbe una buona occasione per mettermi da solo. Dipende da quello che mi darà la madre. Pago un anticipo e il resto a rate». 72


«Giovano’, sta’ attento a non sbagliare. Lo sai che il mestiere di calcarulo non rende più come una volta...» gli disse il padre senza dissuaderlo né incoraggiarlo. «Chiacchiere sono. Mastro Giacomo la vende perché lui è vecchio e non ha figli... Tutti i padroni delle calcare, l’ho visto io, fanno tanti di quei soldi... I disgraziati siamo noi operai che buttiamo il sangue a lavorare e facciamo la fame». Quella notte Checca si sentiva schiattare al pensiero che suo fratello stesse con una donna sotto il suo stesso tetto, senza nessun riguardo per lei, e odiò a morte quella femmina. L’indomani mattina presto, molto presto, Rocco si alzò all’ora solita per andare al lavoro. Maria rimase dietro la tenda e nessuno la chiamò, neppure per mangiare. Concetta aveva ordinato alla figlia, con tono acre, di non dare confidenza a quella, per nessun motivo. Poi, di primo pomeriggio, con Pietro, uscì per andare da Graziella, come d’uso, per concordare, a cose ormai fatte, il matrimonio e la dote. Pareva che non ci fosse nessuno. Chiamarono più volte, senza risposta, alla fine la trovarono in un angolo fuori dalla lamia accanto a una tinozza che lavava, col viso di chi ha pianto e sofferto tanto. «Buongiorno, Zie’» ma lei neppure alzò la testa. «Zie’... siamo venuti perché tua figlia se n’è scesa con Rocco, mio figlio». E Graziella continuava a lavare in silenzio, come indifferente a quelle parole e alla loro presenza. Concetta dall’imbarazzo passò alla stizza e, poiché era lei la madre del maschio e quindi stava dalla parte del diritto, sbottò con rabbia: «Ancora vuoi fare la signura? Ma che ti credi che sono venuta a pregarti? Se non vuoi... contenta tu più contenti noi» e fece per andarsene ma Pietro, che fino ad allora aveva taciuto, pensando alla dote, intervenne con tono più conciliante: «Rocco la sposa... se ci mettiamo d’accordo... Tua figlia è incinta». Graziella ebbe un sussulto impercettibile. Alzò su di loro, per un attimo, lo sguardo angosciato di donna sola poi, con 73


tono indispettito contro loro, contro Rocco, contro la figlia e la sorte, disse: «E da me che volete?». «Grazie’... quei due si devono sposare... Tua figlia ha bisogno della dote... se no». «Maria la dote la tiene... può venire a prendersela». «D’accordo, il corredo... ma Rocco ha bisogno di soldi per mettere su casa». «Se hanno fatto da soli fino a mo’, possono continuare a fare da soli anche dopo... Io non centro e neppure i miei soldi». Seguì un lungo silenzio, poi Concetta, stizzita, perse la pazienza e tagliò corto con rabbia: «Senti... allora è meglio che te la vedi tu con loro, che dici che è mia figlia? Mio figlio è maschio e i maschi l’onore ce l’hanno sempre pulito» e andò via buttando veleno, seguita dal marito che ne aveva abbastanza anche lui. Dopo un po’ di giorni Rocco e Maria percorrevano quei campi a qualche passo di distanza l’uno dall’altra, lui innanzi e tacevano. La lamia di Graziella apparve in quella penombra crepuscolare troppo sola e triste, come abbandonata. Maria ebbe una stretta al cuore ed esitò, combattuta per un attimo dalla voglia di scappare e dal desiderio di continuare. Rocco spinse la porta socchiusa. Nella stanza, illuminata da una luce molto fioca, c’era Graziella, troppo vecchia, troppo curva. Gli occhi delle due donne s’incontrarono e rimasero così per un attimo incerte, poi Maria sussurrò: «Ma’» e si rifugiò nelle sue braccia che mai tanto la strinsero. Una dolce sensazione di pace l’avvolse e la tensione si sciolse nel conforto di un pianto silenzioso e benefico. Graziella sollevò la fiamma del lume sulla tavola e scostò due sedie. «Hai mangiato? Mari’, Vuoi qualcosa? Ho fatto l’acquasa13 la ... C’è il latte, ti faccio una zuppa col pane» le chiese con la premura che si ha per una bambina debole e malata. 13 Acqua sale, piatto povero fatto di pane raffermo ammorbidito in acqua e condito con sale e olio.

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«No,ma’, ho mangiato». Seguì il silenzio e si sentirono imbarazzati. «Ho intenzione di sposarla, ma devo sistemare prima qualcosa» disse Rocco. «Senti... Maria ha il corredo, Io ho i soldi, ne ho pochi, ma posso darti subito anche la casa e il fondo. Andiamo dal notaio anche il giorno stesso del matrimonio. Sono vecchia e quanto vuoi che campi ancora?». E infatti non le restava molto da vivere. Poco dopo il matrimonio della figlia e dopo aver ceduto casa e campagna a Rocco, nel dicembre dello stesso anno la trovarono nel lettino con il volto sereno. Se n’era andata senza dar fastidio, né per l’abito che si era preparato tanti anni prima e neppure per il funerale e per il loculo per i quali sin da ragazza aveva versato periodicamente una somma alla congrega del Carmine. Qualche giorno prima, forse perché si era in prossimità del Natale, aveva consegnato alla figlia, di nascosto, del denaro. Che lo tenesse per sé, solo per sé, per qualsiasi evenienza, per il figlio che stava per nascere, per non si sa mai cosa, e le raccomandò di non dirlo a Rocco che già aveva avuto tanto del suo. Nel gennaio del ‘54 Maria partorì nella casa e nel letto che l’avevano vista nascere ed avevano visto morire suo padre e sua madre. Rocco, all’annuncio della mammara che era una femmina, lanciò una bestemmia e neppure volle vederla.

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capitolo XVI

Francesca la domenica si recava in chiesa accompagnata in macchina dall’autista di famiglia. Si metteva sempre al solito posto, a destra dell’altare, dove da anni era riservato uno scanno per la famiglia Castrignò. Da quando si erano sposate Anna e Lisetta sua madre non aveva più trovato la salute per accompagnarla in chiesa. Tonino ogni sabato tornava in paese e ogni domenica, alla messa delle undici, attendeva l’arrivo di Francesca alla sinistra dell’altare, proprio di fronte al banco di lei. Per tutta la durata della messa non le levava gli occhi di dosso. Le prime volte perché preso dalla curiosità di esaminare meglio quella che aveva scelto come futura moglie, poi perché conquistato dal fascino di quella figura così esile e delicata, infine perché seriamente e perdutamente innamorato come di un sogno impossibile. Fu proprio quel suo modo di guardarla, prima indagatore, poi ammirato, infine estasiato, che colpì l’attenzione di lei. Francesca dapprima sentì rabbia per quella impudenza, poi la rabbia cedette posto al disagio che, con il passare delle domeniche, si trasformò in turbamento ed infine in un piacere dapprima misto a pudore, poi a un dolce calore che le scioglieva il petto. E un giorno si accorse di aspettare con trepidazione l’ora di recarsi in chiesa per incontrare quel giovane sconosciuto il cui sguardo era dolce come una carezza. Così tra i due, che mai si erano parlati, nasceva l’amore. Quando i loro sguardi s’incrociavano Francesca si sentiva avvampare e aveva un tuffo al cuore. L’assaliva allora un senso di panico e abbassava gli occhi smarriti nella vana ricerca delle preghiere da leggere sul messale e da recitare all’unisono con i fedeli. Cominciò a chiedersi chi mai poteva essere quello che la turbava tanto e si scoprì, durante la giornata, a pensare più 76


volte a quel giovane dai lineamenti pallidi e dallo sguardo penetrante. Curava i fiori in giardino, suonava, leggeva, ricamava, qualunque cosa facesse il suo pensiero indocile correva sempre a lui e nulla valeva a distoglierlo. Era diventata più pallida e più assente ma nessuno ci fece caso. Una domenica in cui dopo la messa era già salita in macchina, mentre lui usciva dalla chiesa, si fece coraggio e chiese all’autista chi fosse. «È Antonio Micchiella, donna Francesca, un bravo ragazzo davvero. Viene da una famiglia di contadini che conosce i sacrifici ma onesta. La madre, poverina, rimase vedova che lui era ancora piccolo e si è sempre sacrificata per quest’unico figlio. Ha venduto tutto per mantenerlo agli studi. Lui studia da ingegnere e ho sentito dire da mia moglie che li conosce che fra poco finirà e si aprirà lo studio». Francesca ascoltava e seguiva con lo sguardo Tonino. L’amore che già provava per lui si mescolò allora a un senso di tenerezza quasi materna. Tonino dal canto suo non avrebbe mai creduto di soffrire tanto. Tutto era cominciato per un freddo calcolo e ora era rimasto irretito nel suo stesso gioco. Si era pazzamente innamorato e il desiderio di lei lo tormentava. Doveva finire subito l’università e ritirarsi definitivamente in paese dove avrebbe potuto sperare ogni giorno di incontrarla, dove il caso avrebbe potuto dargli una mano per avvicinarla e parlarle. Si immerse nello studio come un forsennato, tormentato dal timore che qualche altro in paese potesse precederlo a portargliela via. Francesca, dal canto suo, persa nel vagheggiamento di lui, viveva nell’attesa della domenica e sperava con tutta se stessa che qualcosa accadesse. Viveva per quella dolce pena. Nessuno mai le aveva procurato una sofferenza così dolce e dolorosa. Questo era l’amore, quell’amore tanto sognato e tanto atteso! Cominciò a indugiare più a lungo e più spesso dinanzi allo specchio, a scrutarsi con occhi severi e a volte anche impietosi. Trovò che il viso era troppo scarno e pallido, che i capelli non le stavano bene 77


in alcun modo, che il naso era un obbrobrio. In realtà il bruno dei lunghi capelli, il colore diafano del viso, lo sguardo intenso e sognante conferivano nobiltà alla sua figura e suggerivano l’idea di un qualcosa di fragile, molto simile a una porcellana finissima destinata a incrinarsi in mani poco accorte. Diventò più meticolosa nella cura della persona e sentì risvegliarsi un po’ di quella civetteria che non aveva mai condiviso nelle sorelle. Acquistò abiti nuovi, frequentò più spesso le sale dei parrucchieri nel capoluogo e, nelle giornate serene, soprattutto il sabato, cominciò a uscire a piedi sola o accompagnata da una domestica e passeggiava per le vie del paese, entrava in qualche negozio e non vi era attimo che non si augurasse di incontrarlo.

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capitolo XVII

Nel giugno del 1955 Tonino si laureò. Quella fu l’estate più bella della sua vita. La madre, al colmo dell’orgoglio e della felicità, il giorno stesso della laurea, gli fece dono degli ultimi suoi risparmi, quelli del lavoro nei campi, del cucito e quelli della vendita dell’ultimo fondo. Se fosse stato vivo suo padre sicuramente avrebbe fatto di più ma quello era tutto ciò che lei aveva, ne facesse quello che riteneva giusto. Tonino neppure simulò un rifiuto. Li prese e dopo pochi giorni arrivò a casa alla guida di una 1100 fiammante. Le vicine corsero a spiare attraverso le persiane di giunco, le più audaci si affacciarono stupite tra un bisbiglio sommesso ed esclamazioni soffocate di stupore. Tonino cominciò a strombettare con il clacson e Ratodda, che era accorsa anche lei dietro la persiana, rimase muta e sgomenta dalla meraviglia, incapace di distogliere gli occhi dalla macchina del figlio che sembrava un re. Il giovane, non vedendola comparire, aprì la portiera, usci e irruppe in casa a contagiarla con la sua traboccante felicità. Poco dopo la donna si trovò in macchina, accanto al figlio, intimorita e superba insieme. Ora tutti l’avrebbero chiamata a buon diritto donna Ratodda e si sentiva il petto gonfio di orgoglio e di soddisfazione. Era tanto invecchiata, ma ancor più disfatta appariva nei neri paludamenti, sempre uguali nel così lungo periodo di vedovanza e forse sempre gli stessi. Mentre Tonino avviava il motore, la donna, con mani tremanti, quasi a voler nascondere la paura e la commozione, prese a sciogliersi di sotto il mento il nodo del fazzoletto nero che le copriva il capo, poi a rassettarlo come per impedirgli di scivolare giù e infine a riannodarlo quando, con un improvviso scossone, la macchina si mise in moto e la spinse bruscamente in avanti. D’istinto si puntellò al cruscotto. Tonino, intenerito, cominciò amabilmente a stuzzicarla: 79


«Che dici... è bello, no?». Ma lei taceva, soffocata dal groppo di paura e quasi le veniva da vomitare. «Ma’... vedrai, d’ora in poi farai la signora» e accelerò per rimarcare la forza di quella volontà e perché anche lei potesse godere della potenza della sua auto. La macchina correva. Ratodda guardava fisso dinanzi a sé, gli occhi sbarrati dalla paura, e le sembrava di essere ingoiata dalla strada. Improvvisamente sentì un urto allo stomaco. Sollevò gli occhi verso la gente, verso le case. La testa cominciò a girarle. Aveva un senso di nausea e il petto le batteva all’impazzata. Sgomenta cadde in preda al panico. La macchina correva e lei, a ogni accelerata, a ogni svolta, chiudeva istintivamente gli occhi e li serrava con la mano per non assistere all’impatto violento delle casse che le balzavano contro. Improvvisamente vide avanzare dalla direzione opposta un’altra macchina che le sembrò decisa a piombarle addosso. Nella vana ricerca di uno scampo, volse il capo di lato verso il marciapiede e istintivamente si portò le mani alla bocca. «Ferma, ferma, sto male!» gemette raggomitolandosi sul sedile. Tonino rallentò. Si volse a guardarla. Tutta persa nei panni, pallida e tremante come una foglia rattrappita, gli fece pena ed ebbe paura. Spense il motore, uscì e l’aiutò a vomitare anche le viscere. Aspettò che si riprendesse. «Ma’, coraggio, succede quasi sempre la prima volta, vedrai, ti abituerai e ti piacerà assai...». Ratodda, piano piano, cominciò a riaversi cercando nello schienale un solido sostegno al povero corpo indolenzito. Lo stomaco si andava acquietando e una smania di ritornare presto a casa si impossessò di lei e non le dava pace. Lentamente la macchina si avviò e, attraverso una scorciatoia, cautamente, quasi a passo di lumaca, la riportò a casa. Scese sorretta dal figlio, ancora raggrinzita, con le gambe tremolanti che non riuscivano più a reggerla. Entrò in casa, aspirò una boccata d’aria e si gettò esausta, ma visibilmente rinfrancata, 80


sulla sedia più vicina. Il sangue cominciò a rifluire nelle vene e a scioglierle le membra irrigidite. «Figlio mio, ho creduto proprio di morire! Madonna mia, mai più. Io non ci vengo più... Benedetti piedi, si cammina tanto bene con i piedi per terra». Tonino sorrise con indulgente bonarietà. Poverina, non era mai salita in macchina! L’ingenua semplicità della madre lo intenerì. «Ma’, faccio qualche altro giro, tu intanto prepara da mangiare». Uscì. Salì in macchina, mise in moto e partì, le mani tenacemente strette al volante, gustando avidamente l’ebbrezza di quel possesso. Era sua... era veramente sua e per convincersene volgeva lo sguardo all’abitacolo e indugiava ad ammirarne i particolari che andava via via scoprendo. Fu proprio in uno di questi attimi di distrazione che, terrorizzato, frenò bruscamente. Con uno stridore lacerante l’automobile si bloccò proprio a un palmo da una donna. Si precipitò fuori appena in tempo a sorreggere Francesca che vacillava pallida e tremante. Balbettò qualche parola sconnessa di scusa, sconvolto dal panico, dall’imbarazzo, dal profondo disagio nel ritrovarsi così, d’un tratto, con lei tra le braccia, lei che, per giunta, gli sveniva per colpa sua. La reggeva impacciato e temeva e sperava che fosse un incubo. Quando vide che l’incarnato andava lentamente imporporandosi, riacquistò un po’ del coraggio perduto e turbato, con voce ancora rotta dallo spavento, la implorò: «Mi perdoni, è stata colpa mia, sono stato maldestro, mi perdoni» e,temendo d’aver rovinato tutto, ripeteva: «Mi perdoni, mi perdoni». Si accorse del capannello di curiosi che si era fatto intorno a loro e si sentì ancor più imbarazzato. Bisognava allontanarsi di lì. Guidandola verso lo sportello, l’aiutò ad entrare e a sedersi in macchina. «Mi permetta di portarla via di qui, di accompagnarla a casa». Lei lo lasciò fare, quasi priva di volontà. Quando si furono allontanati, rivolta a lui, lo supplicò con un fil di voce: 81


«La prego... ho bisogno, ho bisogno di rimettermi prima di tornare a casa». La macchina li guidò lentamente fuori dal paese dove a quell’ora non sarebbe passata anima viva. Tonino accostò il veicolo al ciglio di una strada campestre e spense il motore. Quel silenzio improvviso, quel sole caldo, quella campagna tranquilla ebbero il potere di allontanare dai due la tensione e la paura. Francesca, rivolta a Tonino, che non le toglieva gli occhi di dosso, con un sorriso confessò rinfrancata: «Ho creduto proprio che volesse uccidermi». «Mi perdoni ancora. Cosa posso fare per farmi perdonare?». Francesca impallidì. Vacillò come colta da vertigine. «Ma lei sta male». «Ho solo bisogno di un po’ d’aria». «L’aiuto ad uscire». Si affrettò ad aprirle la portiera, le tese la mano e l’aiutò a venir fuori. «Mi perdoni... darei qualsiasi cosa perché non fosse accaduto». «Ma che dice?» Francesca sorrise «che dice?». Poi, riavendosi: «Se non avessi corso questo pericolo non avrei avuto il privilegio d’essere scorrazzata con tanta premura». «Se non avessi tentato l’omicidio?». Sorrisero e quel sorriso nascondeva una verità che nessuno dei due poteva palesare. Seguì un silenzio in cui, inseguendo gli stessi pensieri, vissero gli stessi turbamenti. Alla fine lui, facendosi coraggio, proruppe: «Lei non sa quanto desiderassi conoscerla. Non in una simile circostanza, naturalmente! Quante volte ho sperato di avvicinarla, di parlarle» e si fermò imbarazzato. Francesca si sentì prendere dallo smarrimento. Il petto le batteva forte e le guance le bruciavano. «Vorrei tanto esserle amico» riprese Tonino. Lei continuava a tenere gli occhi bassi, desiderando e temendo quelle parole che per notti e notti aveva sognato di 82


udire. E lui tacque come aspettando un cenno, una parola che lo incoraggiassero a dire ciò che avrebbe voluto dire e che invece taceva per timore di rovinare tutto ciò che lui e il caso avevano fino ad allora costruito. Francesca non si era ricordata di lui, di averlo incontrato anni addietro. Meglio così. Cercò il suo sguardo. Come in una morsa si sentì stringere dal panico e fu preso dallo sgomento. Gocce di sudore gli imperlarono la fronte. Averla così vicina! Quell’odore sottile, quello sguardo pudico, quella carnagione diafana e delicata, quell’aria così distinta. Una creatura irraggiungibile! Mai prima di allora la vicinanza di una donna lo aveva fatto sentire così indifeso. Forse aveva desiderato troppo, sperato troppo, lui, povero illuso! «Ma lei è già mio amico». A quelle parole riprese coraggio. «Non credo che questo possa incoraggiarla troppo» continuò lei. «Amo la solitudine». Seguì ancora un silenzio imbarazzante rotto finalmente dalla voce di lui: «Vorrei, vorrei poterla rivedere ancora, non solo in chiesa dove la incontro ogni domenica. Ecco, comincio a dirle ciò che non riuscivo». Tacque, poi aggiunse: «Poterle parlare» e si fermò come a riprendere fiato e coraggio. «Quante volte ho sperato di parlarle! Mi sono sempre trattenuto dall’avvicinarla. Non sono ricco. La mia famiglia è povera». Pronunciò queste ultime parole a fatica ma poi si sentì come liberato da un peso fastidioso e ingombrante. «Se non fosse stato per questo non avrei esitato un attimo a rivelarle la mia ammirazione fin dal primo giorno in cui l’ho vista». Parlava con una certa agitazione e la scrutava sperando di cogliere un cenno d’incoraggiamento a quello che voleva essere il preludio palese di una dichiarazione d’amore. «Non dimentichi che ha tentato di uccidermi ma mi ha anche salvato la vita» esclamò Francesca con tono faceto, lasciando intuire con un sorriso quanto piacere le facessero quelle parole. 83


La domenica successiva lui l’attendeva sul sagrato della chiesa con la scusa di chiederle notizie sulla sua salute, in realtà perché fermamente deciso a non lasciarsi sfuggire quell’occasione per avviare un rapporto più intimo che anche lei gli aveva mostrato di gradire. Si sorrisero e si scambiarono battute amene. «Quella paura, quel pericolo scampato mi hanno come risvegliata alla vita. Ho riscoperto il piacere delle lunghe passeggiate nei campi all’aria aperta». Fu così che da allora si ritrovarono più volte a camminare l’uno accanto all’altra lungo quella stradicciola di campagna. Fu lì che cominciarono a darsi del tu e fu lì che un giorno le rivelò il suo amore. «Ti amo, Francesca, ti amo. Vorrei gridarlo a tutto il mondo». La guardò e attese una risposta. «Francesca, vuoi sposarmi?». Si fermarono l’uno di fronte all’altra. Lui le teneva le mani e la guardava come sospeso tra cielo e terra, pronto a innalzarsi o a precipitare. Lei taceva in preda a un profondo turbamento. Aveva atteso tanto quel momento ma non aveva mai pensato a ciò che avrebbe potuto rispondergli. Dopo un lungo silenzio che parve interminabile a tutti e due e in cui il cuore di Francesca rimaneva sospeso, combattuto tra mille altre cose e la paura di perderlo, riprese: «Vieni al palazzo, vorrei farti conoscere i miei. Sono adorabili, ti piaceranno». Tonino ebbe un tuffo al cuore e credette che non avrebbe mai potuto sperare tanto. Si sentì al settimo cielo e si ritenne l’uomo più felice della terra. Adesso poteva presentarsi in casa dei Castrignò. Era laureato, possedeva una macchina, aveva tutto il futuro aperto dinanzi a sé e, quel che più importava, Francesca non lo aveva rifiutato. La risposta che gli aveva dato, ne era sicuro, nascondeva la volontà di accettare il suo amore. Nei giorni che seguirono si dedicò con maggiore impegno e caparbietà all’avvio della sua carriera. 84


Il paese, come tutta l’Italia, era interessato al progetto di ricostruzione che al Sud prevedeva l’approvvigionamento idrico e la eliminazione della raccolta dei liquami domestici con le carrizze14grazie alla realizzazione di una rete idrica e fognaria più adeguata, oltre alla costruzione di strade e di edifici pubblici. La periferia era stata lottizzata per costruirvi case popolari, case e alloggi privati in cui gli emigranti, dall’estero, cominciavano a investire i loro primi risparmi. C’erano fermenti di crescita nell’edilizia e tutto lasciava presagire un futuro promettente per costruttori, ingegneri e geometri. Bisognava approfittarne e cogliere subito ogni opportunità di lavoro, magari entrando nel circuito clientelare della politica e delle amicizie che contavano, ma prima di tutto bisognava aprirsi lo studio. Dopo aver preso in fitto un locale per lo studio, nella zona più centrale del paese, e aver assunto una segretaria che gli desse una nota di distinzione, Tonino cominciò a studiare la situazione politica e a calcolare i geometri e i pochi ingegneri iscritti ai vari partiti. La segretaria era una ragazza sui vent’anni con la licenza elementare, che si accontentò di un niente pur di considerarsi e d’essere considerata un’impiegata. Così diede avvio alla sua professione e pareva che già molti lo stessero aspettando. Lo studio era formato da due vani, una sala d’attesa con sedie e tavolino, dietro cui sedeva la segretaria, e lo studio dell’ingegnere con scrivanie, lavagna, righe, righelli, scaffali e tanto di diploma di laurea che campeggiava sulla parete di fronte alla poltrona del cliente. Il fatto di recarsi in chiesa ogni domenica era valso a conquistargli la benevolenza del paese e a mandargli la clientela. “Un ingegnere timorato di Dio, che va in chiesa... è proprio una brava persona... la persona di cui fidarsi veramente! Ci voleva proprio uno come lui nel nostro paese” diceva la gente favorevolmente impressionata. 14 In gergo:carrette con botti che all'alba passavano per le vie del paese a raccogliere escrementi umani dalle case prive di fogna.

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Così cresceva ogni giorno di più il numero delle persone che aveva bisogno di lui. Erano gli iscritti al partito, i fedeli di quella parrocchia, gli ingenui affascinati dal nuovo e dal diverso. Ogni domenica, qualche minuto prima delle undici, sul sagrato della chiesa Tonino aspettava con impazienza Francesca. Si salutavano con un sorriso da cui traspariva tutta la gioia di rivedersi. Le tendeva la mano e, prima di varcare l’ampio portale, indugiavano a scambiarsi parole sussurrate e piacevolmente accolte. Ai tocchi della campanella che annunciava l’ingresso del sacerdote, si avviavano verso l’interno. Tonino la vedeva raggiungere lo scranno di famiglia poi andava ad occupare il suo posto, quello alla sinistra dell’altare, così, l’uno di fronte all’altra, assistevano alla messa, persi ciascuno nei propri pensieri. Era meglio non alimentare il pettegolezzo della gente che pure, tra una preghiera e l’altra, ammiccava eloquentemente al vicino riferendosi ai due. Mentre il prete officiava Tonino e Francesca erano assenti ciascuno per proprio conto e i fedeli erano impegnati a fare commenti e, tra Amen e Deo Gratias, ognuno si faceva carico di dire la sua. Così da un po’ di tempo serpeggiava un certo fermento tra i fedeli e a molti capitava di perdere fin troppo spesso il segno sul messale. Al Benedico vos quelli assiepati presso il portale cominciavano ad uscire seguiti, subito dopo l’Ite missa est, da tutti gli altri fedeli meno che da Tonino e Francesca i quali attendevano che quello sciame si riversasse fuori risucchiato dalle necessità quotidiane. Dopo la croce e la genuflessione di rito si avviavano all’uscita e lui le usava ogni premura galante. Le dava la destra, le cedeva il passo, le apriva la portiera dell’automobile risparmiando quell’incombenza all’autista che cominciò a considerarlo con sempre maggiore simpatia. Poi la vedeva partire e rimaneva fermo ancora un po’, come a riprendersi dallo stordimento. Accanto a Francesca si sentiva un altro. Gli sembrava di non poter desiderare di più... Gli bastava tenerle la mano, guardarla al di là dell’altare con gli occhi bassi e le guance imporporate da un rossore pudico per sentirsi immensamente felice. 86


Quella era la sua Madonna. Perdersi nella contemplazione di lei era il piacere più intenso che avesse mai provato. Lontano da lei tornava quello di sempre. Si mescolava con disinvoltura tra gli uomini, ne scrutava a fondo le vanità e le debolezze, si informava delle loro ricchezze e dei loro poteri per foraggiare la sua professione e raggiungere quella ricchezza senza la quale si sentiva frustrato nei confronti di Francesca.

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capitolo XVIII

1956 autunno Passò un anno dalla sua laurea e venne l’autunno. Ormai lo studio era bene avviato e il lavoro cominciava ad affluire oltre ogni previsione. I genitori di Francesca, don Luigi e donna Adelaide, erano stati informati dalla figlia stessa ed aspettavano la richiesta formale di matrimonio. Non avevano trovato nulla da obiettare. D’altronde i tempi stavano cambiando velocemente. Ne sapeva qualcosa lui, don Luigi, che con la riforma fondiaria ci stava rimettendo un sacco di proprietà. Ce l’aveva a morte contro il nuovo Stato, ma anche contro i contadini beneficiari delle terre visto che, grazie all’Ente Riforma, la manna pioveva loro dal cielo. Tonino però non era di quelli. Lui si era riscattato da una condizione di miseria con i sacrifici e con lo studio. Aveva raggiunto un livello sociale invidiabile e invidiato anche dalla nobiltà terriera che vedeva nella riforma fondiaria e nella cultura emergente i suoi inesorabili carnefici. Questa era la realtà, tanto valeva conviverci se non si voleva essere confinati nel ruolo dei vinti. Nel caso di don Luigi, poi, la convivenza era con il meglio della nuova realtà, almeno tale considerava il suo futuro genero ingegnere. Quando Tonino si presentò con un mazzo di rose rosse non fu una sorpresa per nessuno, tantomeno per Francesca con cui l’ultima domenica in chiesa aveva concordato quella visita. Lo accolse dall’alto dell’ampia scala gentilizia con un sorriso dolce e luminoso. Lui le porse i fiori, lei se li ristrinse al petto e li tenne così per un attimo, aspirandone il profumo e godendone la bellezza. «Sono stupende». Lo prese per mano e lo guidò nel salone di rappresentanza. La vastità e la ricchezza degli ambienti attraversati accrebbe88


ro a dismisura il disagio di lui. Francesca, inebriata di felicità, non si accorse di nulla. Sempre sorridendo adagiò il fascio di rose su un tavolinetto e, tendendogli le mani, accennò a guidarlo verso una poltrona allorquando dalla porta in fondo comparvero i genitori. Tutto avvenne con una rapidità così sorprendente che Tonino, non ancora riavutosi dall’iniziale imbarazzo, fu sopraffatto da un senso profondo di soggezione dinanzi a quelle due figure così aristocratiche ed austere. Nonostante si fosse impartito lezioni di disinvoltura si sentì le gambe legate, incapaci a muoversi. Furono don Luigi e donna Adelaide ad avanzare verso di lui e a tendergli la mano. Il sorriso franco e aperto di don Luigi e la stretta vigorosa della sua mano lo risollevarono. Donna Adelaide, oltremodo amabile e dolce, lo invitò a sedere. «Francesca ci ha parlato di voi. Così avete aperto uno studio in piazza» disse don Luigi non sapendo da dove cominciare per rompere il disagio ed avviare comunque la conversazione. «Sì, non è da molto, ma posso già considerarlo bene avviato». Si sentì più rinfrancato e fu grato al padrone di casa per aver cominciato lui. Seguì una pausa, poi riprese: «Ora stiamo discutendo un lavoro per conto del Comune, un lavoro che mi terrà impegnato per un bel po’ di tempo. Le richieste dei privati sono in continuo aumento e già mi trovo in lotta con il tempo». Lo disse con una modestia piena di orgoglio e di soddisfazione. «Bene bene, d’altronde meglio così. Si sente il bisogno di un ingegnere giovane e onesto». «Quello che più mi dispiace è constatare ogni giorno come il paesaggio sia stato offeso da una edilizia spontanea e selvaggia, senza criterio e a costi incredibili». «Bravo bravo, mi fa piacere sentirvi ragionare così. Vuol dire che la nuova generazione non è proprio come la si dipinge! C’è ancora qualcuno che si salva. Che se poi si considera bene, con progetti che rispettino la natura e con prezzi più ragionevoli, si raggiunge il duplice scopo di giovare al paese e a se stessi. Le richieste aumentano e con esse anche il guadagno. È 89


questo che non riescono a capire! Un po’ di concorrenza nei prezzi non fa male a nessuno». «Questo, per la verità, mi ha alienato la simpatia dei geometri e dei colleghi più anziani. Mi guardano così, come si può guardare...» e non gli venne la parola. Notò un lampo di soddisfazione negli occhi di don Luigi e si compiacque con se stesso. «Lasciate perdere, non vi curate di loro. Tirate dritto per la vostra strada. Siete giovane e avete il diritto a costruirvi onestamente un avvenire. Comunque, quelli, vi avrebbero sempre accolto con diffidenza. Siete pur sempre uno con cui devono dividere la piazza». La discussione continuò tranquilla e familiare. Francesca e la madre tacevano. Tonino, però, seppure impegnato nella parte dell’interlocutore obbligato e attento, non riusciva a vedere come quel discorso potesse portarlo alla richiesta di matrimonio. In un attimo di pausa cominciò a sperare che la conversazione deviasse su ciò per cui si trovava lì. Francesca intanto si era alzata e, rivolta ai due uomini, chiese loro se gradivano qualcosa. «Grazie... non vorrei darvi incomodo». «Ma no... Francesca, offri qualcosa» ordinò donna Adelaide incoraggiando la figlia nell’iniziativa presa. «Disturbo se fumo?» chiese Tonino approfittando dell’interruzione. La prima sigaretta l’aveva accesa all’università per nascondere il provincialismo e conferirsi un’aria disinvolta e consumata, ora più che mai l’accendeva nel tentativo di trattenere quel coraggio che sentiva nuovamente dissolversi. «Niente affatto» lo rassicurò don Luigi porgendogli il portasigarette dal tavolo. Si servirono tutti e due. Tonino fece accendere e accese. Intanto Francesca si era diretta verso il mobile bar a trasferire qualcosa sul carrello e Tonino, approfittando di una profonda boccata del padrone di casa, prese coraggio a due mani e incominciò a parlare di ciò che più gli premeva. «Don Luigi, dovete comprendere un po’ il mio disagio. 90


Francesca vi avrà parlato di noi, del sentimento che nutro per lei. Ho esitato a lungo prima di compiere questo passo. Ho voluto in un certo senso sistemarmi per offrire delle garanzie. Voi certo saprete che provengo da una famiglia modesta. Mio padre era un onesto lavoratore, aveva un po’ di proprietà che mi è servita per continuare gli studi. Adesso ho solo la mia professione e sarei felice se... se acconsentiste... Don Luigi, vi chiedo la mano di Francesca» e tacque rinfrancato, come avesse compiuto un’immane fatica. Seguì un attimo di silenzio in cui Tonino e Francesca rimasero col cuore sospeso, poi le parole di don Luigi calarono a rassicurare tutti e a ripristinare la cordialità di prima. «Ingegnere, Francesca è la nostra figlia, oserei dire, prediletta, quella che più di tutte ci è vicina... e se le sorelle hanno fatto di testa loro è giusto che anche Francesca decida lei del suo avvenire. Se Francesca è contenta e lo desidera non vedo perché non dovremmo volerlo anche noi». Pronunciò queste ultime parole rivolto alla figlia che avanzava spingendosi innanzi il carrello, rossa in viso per l’imbarazzo e lo sforzo di contenere la gioia. Commosso e impacciato Tonino tirò fuori dalla tasca un pacchettino. «Con il vostro permesso, è un piccolo dono per Francesca». Non se lo aspettavano e ne furono piacevolmente sorpresi. Era un anello con diamante. Francesca lo infilò al dito visibilmente commossa. Fu così che i due si promisero. La domenica successiva Tonino passò dal palazzo dei futuri suoceri, prelevò Francesca ed insieme, in macchina, si recarono in chiesa. Presero tutti e due posto nel banco di famiglia, l’uno accanto all’altra, seguiti per tutta la celebrazione della messa dallo sguardo curioso dei fedeli. Il giorno in cui decise di portare sua madre dalla fidanzata Tonino la pregò di non aprir bocca, ci avrebbe pensato lui a parlare. Per l’occorrenza le aveva fatto cucire un vestito nuovo, nero, e l’aveva portata dalla parrucchiera perché le acconciasse i capelli ma quest’ultima accortezza risultò del tutto 91


inutile perché lei non volle saperne di uscire senza fazzoletto in testa e nulla valse a convincerla del contrario. Il fazzoletto le dava sicurezza, soprattutto quando era nervosa e si sentiva a disagio. Allora cominciava a tormentare con le dita ossute le due cocche che le scendevano di sotto il mento e nei momenti cruciali le scioglieva e le riannodava quasi senza accorgersene. In casa dei Castrignò quelle cocche non conobbero un attimo di tregua, martoriate da lei che proprio non si sentiva a suo agio in quell’ambiente e in quel silenzio forzato a cui l’aveva costretta il figlio. Fu con sollievo che lasciò il palazzo e in cuor suo decise di non tornarvi più, contrariata e indispettita da tutto un complesso di cose ma soprattutto dalla superbia e dalla presunzione di tutta la gente ricca che si crede di essere chissà chi. Ora anche lei aveva un figlio ingegnere, una bella casa, un salotto, una radio, il giradischi. Per suo figlio era certo un buon partito ma anche per lei Tonino lo era, per lei che non era più una ragazzina e per giunta senza una laurea. Era gelosa, gelosa delle attenzioni che lui le prodigava, del tempo che passava più al palazzo che a casa. Lei, Ratodda, lei che si era privata persino del pane per farlo ingegnere, lei che se l’era tolto di bocca per nutrirlo, lei non era più nulla per lui! Lui aveva dimenticato tutto, anche casa sua! Non aveva più orari, né di giorno né di notte, sembrava che gli avesse fatto la magia, quella... Come si liberava dal lavoro correva dalla fidanzata e lei rimaneva ad attenderlo fino a tardi! In verità Tonino sembrava proprio fuori di sé dalla felicità. Provava una gratitudine profonda verso i Castrignò che lo avevano accolto e viveva le sue giornate nell’attesa di rivedere Francesca. Quando era invitato al palazzo, e questo accadeva spesso, dopo pranzo sedevano in salotto e mentre lui e il futuro suocero leggevano lei ricamava poco discosta e a tratti sollevava gli occhi per incontrare quelli di lui e arrossiva. Quando rimanevano soli, cosa che accadeva molto di rado, Tonino le posava sulla guancia un bacio così dolce e tenero come mai ne aveva dati e s’accorgeva che più di tanto non poteva ardire. Concordarono le nozze per l’anno successivo. Non c’era motivo di attendere oltre. I genitori di Francesca si dissero 92


pronti in ogni momento. Avrebbero affrontato loro le spese del matrimonio. Tonino per l’ennesima volta pensò che non avrebbe potuto essere più fortunato di così. Furono giorni pieni di impegni quelli che precedettero il matrimonio. Francesca dovette rivedere tutto il corredo, aggiornarlo e sistemarlo. Dovete provvedere alle partecipazioni, alla scelta e all’acquisto dei mobili. Tonino aveva convenuto insieme a Francesca sulla proposta di don Luigi di rimodernare un’ala del palazzo abbandonata da tempo e ricavarne un appartamento per loro. I lavori di muratura e di arredamento fervevano. Ai primi presiedeva lui, agli altri la stessa Francesca aiutata da un’arredatrice. Tutto doveva essere pronto per la primavera. Il matrimonio era stato fissato per il 30 marzo e quel giorno giunse. Tonino l’attendeva presso l’altare. La chiesa era assiepata di invitati e il sacrato brulicava di curiosi e conoscenti. Francesca gli apparve dapprima indistinta, avvolta nel bagliore di luce, poi, man mano che avanzava verso di lui, cominciò a delinearsi con lo stupore di un miraggio e temette di non reggere. Visse tutta la cerimonia religiosa in uno stato di stordimento totale. Al palazzo riprese contatto con la realtà. Il salone era gremito di invitati. Gli furono presentati personaggi politici, della finanza, della cultura e dell’aristocrazia locali. Sua madre, nell’abito nero, non dava segni di vita, immobile, lì dove il cerimoniere l’aveva collocata, pallida sotto il cappellino che la parrucchiera le aveva sistemato. I violini mescolavano dolci note al tenue profumo dei fiori disposti in composizioni ricercate in ogni angolo del salone. Per un attimo Ratodda si era sciolta in lacrime, solo un attimo per non scoprire a quella gente la sua debolezza. Botti di tappi che saltavano, fiotti di champagne che disegnavano nell’aria parabole spumeggianti, brindisi, auguri, risate univano e dividevano gli sposi continuamente risucchiati in quella marea di gente felice. A tavola seguì un po’ di pace, ma per poco. Subito gli in93


vitati ripreso a folleggiare tra brindisi, battiti di mani e congratulazioni. Le sorelle e i cognati di Francesca, non ancora rassegnati a quel matrimonio, ebbero tuttavia un ruolo non trascurabile in quel festeggiamento chiassoso. Lo champagne scorreva a rivoli e loro non erano astemi. «E così, finalmente tra noi» disse Mario dandogli una pacca sulle spalle «Ecco perché al liceo rifiutavi i nostri inviti, volevi venirci da padrone». Tonino finse di non cogliere il sarcasmo. Prima del tramonto il frastuono cedette alla stanchezza. Gli invitati cominciarono a salutare e Tonino e Francesca andarono a prepararsi per la partenza. Salirono in macchina che già era buio, accompagnati dai singhiozzi di Ratodda e da qualche lacrima di donna Adelaide. Don Luigi sembrava soddisfatto di come erano andate le cose e di come si erano conclusi i festeggiamenti. Tonino aveva messo in moto. Nelle sue orecchie riecheggiava ancora il frastuono della giornata. Francesca si abbandonò allo schienale stremata e in preda a un dolce stordimento. Troppo rumorosa, troppo emozionante e faticosa era stata la giornata perché i due non sentissero il bisogno di un attimo di silenzio per ritrovare se stessi e i loro pensieri. L’auto correva e nella corsa si andava sciogliendo la tensione accumulata. Tonino non intendeva andare molto lontano per quella sera, l’indomani avrebbero raggiunto la prima tappa ufficiale del lungo viaggio. Francesca cominciò a sentirsi più sollevata. «Finalmente! Non ne potevo più. Mi gira ancora la testa». Tonino rallentò e, se avesse potuto, sarebbe andato ancora più piano. Gli sembrava quasi di temere il momento in cui si sarebbe trovato solo con lei. Un senso di panico gli faceva desiderare che il viaggio non finisse mai. Aveva atteso tanto quel momento e ora ne aveva paura. Francesca posò il capo sulla sua spalla. Lui si sentì venir meno e cercò di reagire con una battuta di spirito. «Non vorrai dormire ora che finalmente siamo soli?» e abbozzò un sorriso nervoso. 94


«Oh no...» sussurrò lei e si abbandonò e chiuse gli occhi. Quel contatto, quella vicinanza docile e tiepida gli procurarono un piacere incontenibile. Pensò di accostare la macchina al ciglio della strada e stringerla a sé ma gli mancò la forza. Accelerò. A tratti si volgeva verso di lei, la guardava senza dir parola ma subito ritornava alla strada per vincere il deliquio che lo prendeva. Si fermarono in un albergo del capoluogo. Raggiunsero la loro camera e Francesca non seppe mai come ci fosse arrivata su quelle gambe che le tremavano. Si ritrasse in un angolo ed attese che il cameriere chiudesse la porta. «Finalmente!» esclamò Tonino ed aspirò profondamente per darsi coraggio. Si sentiva come perso in un oceano troppo vasto per le sue deboli forze. Guardò Francesca. Le si avvicinò e stringendola tra le braccia con voce rotta dall’emozione le disse quasi implorandola: «Ti amo, ti amo» e rimasero abbracciati per un tempo senza tempo. Poi, quasi compiendo uno sforzo titanico, la sollevò pesantemente tra le braccia.

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capitolo XIX

Le prime impietose luci dell’alba, irrompendo dalle imposte socchiuse, disegnarono in tutta la loro crudezza la sagoma di un uomo disfatto. Abbandonato allo stipite della finestra, immobile, Tonino aveva atteso il nuovo giorno, gli occhi arrossati, lo sguardo inebetito e perso in un vuoto senza fine. Una pioggia sottile picchiettava grigia e monotona contro i vetri. Quanto gli era successo non poteva essere stato che uno scherzo orribile della sorte. Aveva dato a Francesca un’immagine di sé che lui non conosceva né sospettata. Il non averle potuto dare in quella prima notte la felicità che avrebbe voluto e dovuto lo aveva gettato nello sgomento più angoscioso e umiliante. Solo la certezza che quanto gli era accaduto non poteva né doveva trattarsi che di un atroce incidente gli diede più tardi la forza di guardarla e di comportarsi con lei come se nulla fosse accaduto. Quanto era successo quella notte presto sarebbe stato solo un brutto sogno. Allora sì che le avrebbe parlato e insieme ne avrebbero riso. Dopo pranzo lasciarono Bari e partirono per Roma, prima tappa ufficiale del loro viaggio. Quella notte e le altre non fecero che umiliarlo ancora e gettarlo ogni volta in uno stato di profonda prostrazione al culmine della quale una notte la implorò di aver pazienza perché neppure lui sapeva cosa gli stesse succedendo. Cercò invano di capire quanto gli succedeva e nella disperazione veniva preso dal terrore di perderla. La guardava e il panico s’impossessava di lui. Alla luce del giorno, che fugava le pesanti tenebre della notte, tornava a sperare e la colmava d’ogni tenerezza e d’ogni premura. Aveva dimenticato persino il suo studio in paese. Se ne ricordò dopo una settimana e la segretaria gli disse che non c’erano grossi problemi e che il capomastro a cui aveva dato l’incarico di sostituirlo durante la sua assenza stava seguendo i lavori avviati e portando avanti le trattative per nuove com96


messe. Si fece fare un ragguaglio più dettagliato su quest’ultima questione e rinviò ulteriori accordi e decisioni alle prossime telefonate. Ma, per allora, quello non era il problema più importante. A Firenze, Torino, Venezia, dovunque si spostavano, portava Francesca nei migliori ristoranti, perfino a ballare come a ripagarla e a farsi perdonare di quell’incubo lungo ma passeggero. La notte, quelle poche volte in cui riusciva a chiudere occhio, sognava d’essere travolto dalle acque di un oceano ed essere risucchiato giù nel fondo. Cercava disperatamente di affiorare ma ogni volta si sentiva mancare le forze. Allora uno spasmo atroce lo strozzava alla gola e si svegliava di soprassalto ancora boccheggiante e madido di sudore. L’angosciosa presenza di un se stesso sconosciuto e la paura di perdere Francesca lo gettavano ancor più nella prostrazione e nello sgomento. L’aveva sognata, l’aveva avuta e niente e nessuno gliel’avrebbero tolta, lei, il porto sicuro e tranquillo in cui finalmente era approdato dopo anni di miseria e di sacrifici. Si chiedeva se non fosse vero, se avessero tramato contro di lui alcune circostanze oscure, se era ancora in forma come sempre era stato prima di incontrarla. Doveva, doveva accertarsene o lui sarebbe impazzito. Il matrimonio l’aveva legata a lui indissolubilmente e questo gli avrebbe dato tutto il tempo di risolvere ogni cosa. Pensava a questo e si sentiva più confortato. Pochi giorni prima del rientro, in una delle tormentate e silenziose elucubrazioni, gli balenò un pensiero tanto ripugnante quanto necessario. Erano a Milano. Quel giorno, di pomeriggio presto, mentre Francesca riposava, uscì dicendo che andava a fare una telefonata al paese. Guidava lento per i viali in cerca “di una di quelle”. Ne rimorchiò una e si ritenne fortunato a quell’ora. Giunsero in una straduzza maleodorante ed umida, dall’inconfondibile aria malsana. Parcheggiò e dietro di lei si incamminò verso un portone fradicio e cadente. Attraversò un cortile pieno di rifiuti e di cose abbandonate, salì su per una scala dalle ringhiere arrugginite. Si trovò in una stanza sottosopra per il disordine e pregna di un odore dolciastro e nauseabondo. Lì ebbe la conferma di essere ancora maschio. 97


Quando si trovò con Francesca non ebbe l’ardire di guardarla negli occhi per quello che aveva fatto e per i dubbi che in lui si andavano insinuando. Di chi, dunque, la colpa di quanto gli succedeva? Francesca, intanto, quella prima notte aveva provato un imbarazzo indicibile. L’amore riuscì a farle superare quella prova che se era penosa per lei, pensò, doveva esserlo ancora di più per lui. Nei giorni che seguirono crebbe il suo disagio che andava mescolandosi ad un senso di repulsione che cercava invano di vincere. Doveva aver pazienza ed attendere, glielo aveva chiesto anche lui tra le lacrime. Presto sarebbe stato solo un ricordo. Era il suo uomo, lo amava e insieme avrebbero superato ogni difficoltà. Ma le notti si succedevano uguali. Tutto assumeva le tinte di un incubo. E se non vi era alcuna soluzione? Se Tonino le aveva mentito? Tutti i momenti di intimità le scorrevano in lente sequenze dinanzi agli occhi. No, quell’essere che boccheggiava e piagnucolava non poteva essere lui. Lui era forte, era paterno, amante e amico. Quell’essere stretto a lei era tremolante, privo di forze e di virilità! No, no. Presto sarebbe tutto passato e l’immagine di quello sconosciuto che le stava accanto sarebbe scomparsa per dare posto al suo Tonino. Non le rimaneva intanto che aver pazienza e aspettare. Lo seguiva accettando le distrazioni che lui le offriva, desiderando e paventando insieme il ritorno in albergo. Forse stava esagerando. Forse non era vero che lui era completamente cambiato. Quelle attenzioni che le prodigava avevano un sapore viscido come dovute per risarcire un danno altrimenti irreparabile. S’accorgeva che diventava sempre più forte e persistente quella sensazione di disgusto che la prendeva ogni volta che Tonino cercava il suo contatto e già non riusciva a trattenere i primi moti istintivi di repulsione. «Francesca, tu sei mia moglie» le ricordava lui ogni volta. Era un comando all’obbedienza e un rimprovero a non sottrarsi ai suoi doveri? Essere diventata moglie voleva dire questo? Ma no, forse stava esagerando ancora una volta. Viveva 98


in uno stato di confusione e di sbandamento in cui le sembrava di brancolare come nel buio e da cui non sapeva come uscire e se ne poteva uscire.

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capitolo XX

Come per tacito accordo avevano prolungato i tempi del viaggio con nuove tappe in altre città. Pareva che nessuno dei due avesse il coraggio di riprendere la via del ritorno. Quando il silenzio e la freddezza divennero più insopportabili dell’idea di trovarsi a casa tra gente e luoghi conosciuti e la sua assenza dai cantieri non poteva protrarsi più oltre senza gravi danni, Tonino decise di non differire oltre la data del rientro. Era ormai trascorso circa un mese, più di quanto avevano preventivato. Il ritorno li vide distanti e silenziosi. Giunsero in paese che era già sera. Tonino fermò la macchina presso la casa materna e quando Ratodda se lo trovò dinanzi per poco non veniva meno dall’emozione. Quel mese le era parso come una dolorosa eternità ed ora se lo trovava lì come un miracolo. Si gettò tra le sue braccia e piangendo lo toccava e lo accarezzava per capacitarsi che era veramente lui. «Povero figlio mio, come sei sciupato! Ti sei stancato tanto non è vero? Devi riposare ora. Vieni... vieni... siediti». Francesca era rimasta immobile, esclusa da quelle effusioni e dimenticata. Solo quando distolse gli occhi dal figlio per prendere una sedia Ratodda finse di accorgersi di lei. Subito cambiò espressione e ricacciò indietro le lacrime. I lineamenti si indurirono e lo sguardo divenne freddo ed ostile. «Sedetevi» li invitò con freddezza. Francesca avvertì con stanchezza l’avversione della suocera nei suoi riguardi ma non ebbe la forza di soffrirne e si augurò che Tonino la portasse subito a casa. Ratodda le staccò lo sguardo di dosso e tornò a rivolgersi al figlio mentre il volto e il tono della voce tornavano a colorirsi di tenera apprensione: «Toni’, è andata bene?» chiese con un ammiccamento malizioso poi, rivolta nuovamente verso la nuora, con un lampo di sfida negli occhi e piena di orgoglio, aggiunse: «Che Tonino mio è un giovane sano e forte, tale e quale suo 100


padre buonanima, proprio come un toro» e passò lo sguardo sul figlio. Gli occhi le brillavano dell’intima soddisfazione d’essere madre di un tale campione di virilità. Tonino abbozzò un sorriso falso e amaro. Avrebbe preferito che sua madre non avesse parlato. Quelle parole risuonarono grottesche alle orecchie sue e di Francesca. Tacquero impacciati. Lui ne ingoiò l’amaro sarcasmo. Lasciò alcuni pacchettini sul tavolo e, così come era comparso, scomparve promettendole che sarebbe ritornato l’indomani. Donna Adelaide trovò Francesca molto sciupata ma non si dimostrò eccessivamente preoccupata. Più in là si sarebbe ripresa e poi, chissà, poteva pure essere incinta! Mentre i giovani sposi si allontanavano per raggiungere le loro stanze accompagnati dalla domestica che li precedeva con parte dei bagagli, don Luigi si volse alla moglie con aria preoccupata: «Ma guarda un po’ come diavolo s’è ridotta». «È sciupata. Ma non è il caso di preoccuparti... e chi ti dice che non aspetti un bambino?». Don Luigi non ci aveva proprio pensato. Dopo un mese dalla prima notte poteva anche darsi. D’altronde la stessa Francesca era stata concepita nei primi giorni di matrimonio. A quel pensiero sorrise e si sentì confortato e commosso insieme. Sì, doveva essere proprio così come aveva detto sua moglie! Si avviarono verso la sala da pranzo dove era stato apparecchiato per la cena e attesero che giungessero gli sposi. Arrivarono ancora visibilmente stanchi, con poca voglia di parlare. Risposero a mala pena alle domande che venivano loro rivolte sul viaggio, sulle città, sul servizio degli alberghi e su ciò che avevano visto. Francesca comunque si sentiva intimamente più distesa. Si era abbandonata tutta al calore della sua casa per cui, sciolta ogni tensione, appariva più disfatta in viso. Subito dopo aver cenato si ritirarono nel loro appartamento. L’indomani di buon’ora Tonino era già in piedi. Lasciò Francesca che dormiva e corse allo studio. Francesca fece colazione a letto e sul tardi cominciò a disfa101


re le valigie piene degli acquisti che avevano fatto in viaggio. Uscì dalla stanza che era passato mezzogiorno. Attraversò l’ampio salone e si diresse nella sala da pranzo dove già era apparecchiata la tavola. Donna Adelaide le andò incontro premurosa: «Francesca, figlia mia, perché non sei rimasta a letto? Sei così pallida! È bene che ti riposi». «Ma no, mamma, non sono mai stata così bene» si schernì sorridendo. «Allora è vero» esclamò con esultanza «è vero, è proprio per questo che ti dicevo di rimanere a letto». «Vero cosa, mamma?». «Ma sì, ma si! Non fingere, non aver vergogna, è una cosa meravigliosa! Vedrai ora che lo saprà anche tuo padre» e gioì al pensiero di diventare finalmente nonna. «Mamma, mamma!» supplicò Francesca nel timore di avere intuito giusto. «Su via, è una cosa tanto naturale, e poi non sei la prima a rimanere incinta e non sarai nemmeno l’ultima». «Mamma, non sono incinta» gemette e soffocò nella vergogna e nell’orgoglio il bisogno prepotente di sfogarsi in pianto. «Non sei incinta?» esclamò incredula e subito si fece seria. Seguì un silenzio pesante durante il quale alla delusione subentrò la preoccupazione per la salute della figlia. «Allora perché sei così pallida e magra? Sì, la stanchezza del viaggio e tutto quello che vuoi, ma non possono averti ridotta così! Se tu dici di sentirti bene, o non è vero e lo dici per non preoccuparci oppure... oppure cerca di far capire a tuo marito che deve contenersi, tu hai bisogno anche di riposo». «Ma no, che dici, mamma» si schernì Francesca arrossendo e volgendo il viso altrove. «Anche queste sono cose naturali e normali ma, come in tutte le cose, ci vuole moderazione». «Mamma, ti prego» la interruppe Francesca come a implorarla di smettere. «Il viaggio mi ha stancata molto... e poi... poi non mi andava di mangiare nei ristoranti, tu lo sai, certa cucina non mi va proprio! Ecco, è tutto qui, mamma». 102


Donna Adelaide tacque poco convinta. Certo, poteva essere vero anche questo. Esitò soprappensiero. D’altronde erano giovani e una volta passati i bollori del primo momento tutto sarebbe ritornato normale. E poi, contenti loro, ma, a ben pensare, Francesca aveva un’aria che la lasciava perplessa. Era contenta? Con una leggera scrollata di spalle ricacciò il dubbio che si andava insinuando nelle sue riflessioni. Attesero gli uomini. A tavola Francesca mangiò silenziosa mentre Tonino parlava, parlava e donna Adelaide li scrutava con l’aria di scoprire qualcosa, qualcosa di cui lei non conosceva la natura ma di cui presentiva l’esistenza. Don Luigi quel giorno era soddisfatto e felice. «Come va?». «Ho trovato una quantità incredibile di lavoro» rispose Tonino dribblando l’allusione del suocero. «Nuove richieste, progetti presentati ed approvati a cui si dovrà dare esecuzione, nuova manovalanza per poter dare inizio ai nuovi lavori. Alcuni in corso sono stati sospesi perché era necessaria la mia presenza. Gare per cui bisogna darsi da fare. Voi sapete come vanno queste cose purtroppo, altrimenti si rischia d’essere tagliati fuori. Le conoscenze fanno molto, una parola al sindaco o all’assessore e il gioco è fatto. In fondo chiedo di lavorare a un prezzo assolutamente concorrenziale e qualche raccomandazione mi servirà ad essere più tranquillo. C’è un nuovo appalto di parecchi milioni...» e stette lì a spiegare al suocero in cosa consisteva come se non avesse altri problemi che quelli. «Dovreste darmi una mano se possibile, parlare al sindaco prima che ci precedano altri... favorire un mio contatto con lui». «Ma... ma non posso assicurarti...» esitò don Luigi e si fece serio e pensieroso. Le due donne mangiavano e ascoltavano in silenzio. «Voi parlatene, me la vedrò io per tutto il resto». Francesca ascoltava e pensava quanto diverso si andasse rivelando. Non aveva detto nulla di palesemente sconveniente eppure quello che aveva detto, ma soprattutto quello che non aveva detto, l’avevano contrariata. Già da quando erano in 103


viaggio in ogni parola di lui, in ogni atteggiamento si era scoperta a cogliere un indizio, una tessera che andavano a comporre il mosaico di un Torino che non conosceva. Si era anche rimproverata per questo ma era diventata per lei una mania come per chi conta i mattoni o le pietre o mille altre cose e ne fa poi il pari e il dispari per trarne gli auspici. S’accorgeva di diventare ogni giorno sempre più intransigente verso di lui e di non essere più capace di controllare il suo risentimento. Dal canto suo Tonino aveva ritrovato parte di quella disinvoltura e di quella sicurezza che aveva temuto di aver perso. Il lavoro lo distraeva dai problemi con Francesca e l’avere dinanzi a sé un futuro pieno di progetti e di danaro lo caricava di entusiasmo e di nuove energie. La sera, quando tornava a casa stanco ma soddisfatto di come procedeva il lavoro, cenava e si intratteneva con il suocero a discutere del più e del meno poi si congedava e con Francesca si ritiravano nel loro appartamento. Nelle prime notti a casa, sia lui che lei, avevano confidato nella intimità della loro stanza, lei contenendo in un pudore silenzioso le sue attese e le sue delusioni, lui impegnato caparbiamente in un’impresa che continuava a tradursi in fallimento e umiliazione. La diffidenza, il sospetto e il disappunto accumulati durante il viaggio e sopiti nelle prime notti a casa riaffiorarono e cominciarono a dar corpo a un rancore che li separava ancor più dei loro rapporti mancati. Tonino andava convincendosi sempre più che la colpa era di Francesca che lo inibiva con i suoi pudori e non gli dava quella giusta carica. Francesca, che aveva ripreso a ricomporre i tasselli, si andava convincendo che lui l’aveva ingannata fingendosi quello che non era. Lui l’aveva sposata per calcolo e interesse. Non l’amava, non l’aveva mai amata. Probabilmente lui non era capace di amare.

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capitolo XXI

Si alzò che ancora non si vedeva. Accese il lume appeso alla trave, diede uno sguardo alla bimba che dormiva nell’alcova vicina alla sua e si diresse verso il camino. Liberò dalla cenere i tizzoni ancora vivi, prese un grosso ceppo dalla catasta accanto, lo sistemò nel camino dietro la brace riscoperta, vi pose altra legna. Soffiò ripetutamente. Tra sbuffi di cenere, scintille e fiamme ancora sonnolenti, la legna cominciò a sudare e a crepitare. Dalla brocca di rame versò dell’acqua in un paiolo di creta e lo adagiò accanto al fuoco che ardeva. Dall’altra alcova, quella sua e di Rocco, si levò uno scricchiolio di assi di legno e di paglia. Seduto sulla sponda del letto fatto di un saccone di paglia su quattro assi verticali di legno sorrette a capo e a piedi dai tristieddi, due supporti in ferro, Rocco, dalla carnagione di terra, pesante e tozzo nella figura, appena sveglio si andava preparando a una nuova giornata. Strappò i pantaloni dalla seggiola accanto al letto e tra uno sbadiglio e l’altro vi calò dentro i piedi e se li tirò fin sulle cosce poi, sempre seduto, piegandosi in avanti con movimenti ripetuti da sempre infilò ruvide calze di lana che ancora sapevano di agreste, calzò scarponi pesanti, legò vigorosamente le stringhe di grosso spago e si alzò rompendo quel magico e torpido silenzio col tonfo cadenzato dei passi. Si muoveva sicuro del luogo e di ciò che doveva fare. Dalla brocca di rame versò dell’acqua nella bacinella posta su un treppiedi e, raccogliendo l’acqua in ampie manate, vi tuffava il viso con un gorgoglio che gli veniva di volta in volta più gagliardo a misura che si andava liberando dalle ultime scorie di sonno. Maria si muoveva come intenta a un rito secolare. Al chiarore velato della lanterna appariva e svaniva nel gioco di luci e di ombre ed evocava l’immagine di antichi numi tutelari. Rocco si asciugava strofinandosi a un panno di tela ruvida, 105


lo posò ai lati del porta bacinella da cui sporgeva un braccio di ferro, prese un pettine sdentato da una mensola attaccata al muro al di sopra del portacatino e cominciò a ravviarsi i capelli indocili. Si guardava nello specchio sulla mensola e a una passata di pettine alternava una spianata con l’altra mano come a volerli ridurre con forza a un ordine che non avevano mai conosciuto. Maria trasse dalla madia un grosso pezzo di pane bruno e cominciò a preparargli la colazione. Lui tolse dalla seggiola la camicia di fustagno, la indossò, l’adattò nelle brache e la strinse in vita con una grossa cinghia di cuoio. Sicuro come chi compie da sempre le stesse cose strappò da un chiodo della parete la giacca e reggendola dal bavero col dito a uncino se la rovesciò dietro le spalle. Con l’altra mano afferrò il fagotto in cui Maria gli aveva custodito il pane, dei fichi secchi e una manciata di olive e, girandosi intorno come per assicurarsi di non aver dimenticato nulla, sembrò solo allora accorgersi di lei. Indugiò sui capelli corvini raccolti dietro la nuca poi si scosse, si avviò alla porta e la disserrò con gesto risoluto. Un’ondata d’aria fredda lo investì. Respirò a pieni polmoni e si sentì rifluire il vigore per tutte le membra. Si tirò dietro la porta e senza dir niente, non si usava, si avviò lungo il sentiero sconnesso. Il freddo pungente cominciò a penetrargli nelle ossa come sottili lamine di acciaio. Un brivido lo scosse, poggiò la colazione sul muretto e si infilò la giacca. Camminava lungo il sentiero sconnesso, sui ciottoli e le zolle erbose. Il chiarore di quell’alba andava sempre più rivelando le forme nette degli alberi. Era già aprile e la natura era tutta pervasa dalla vita che rifluiva. I mandorli avevano perso i petali e i tronchi e i rami degli alberi erano pieni del turgore da cui scoppiavano le gemme. Percorse la sua terra, attraversò un sentiero umido e scivoloso, scavalcò un muretto di pietra ed entrò in un fondo non suo e poi ancora in un altro. Era quella la via più corta per arrivare al lavoro. Tutti i fondi grandi e piccoli erano delimitati da muretti di pietra a secco, da cui spuntavano prepotenti e 106


disordinati cespugli selvaggi della macchia mediterranea, e gli alberi e le piante segnavano lo scorrere del tempo e l’alternarsi delle stagioni... ulivi, mandorli, fichi. A Rocco i fichi piacevano e ne portava spesso con sé una buona manciata da consumare alla calcara durante i minuti di pausa. Di settembre, ogni giorno, raccomandava a Maria di riportarli dentro durante la notte e di tenerne cura perché l’inverno era duro. Quella mattina lei gliene aveva messi un po’ nel fazzoletto insieme alle olive, quelle preparate alla concia come le voleva lui. Girò lo sguardo intorno, questa volta per spiare negli affari del padrone di quel fondo. Aveva raccolto le olive ed aveva potato gli alberi. Anche lui ne aveva raccolte, aveva fatto la provvista dell’olio e ne aveva dato anche ai suoi vecchi. Non che suo padre e sua madre se la passassero male ma in casa avevano ancora una figlia da maritare che aveva passato la trentina. Bisognava risparmiare per la sua dote e ogni aiuto era buono. Certo il fondo di Maria non gli dava una rendita su cui poter fidare. Lui non poteva dividersi tra campagna e calcara ma la terra era ben tenuta e oltretutto c’era una costruzione così solida, dai muri così spessi che si stava bene sia d’inverno che d’estate. Lì sarebbero cresciuti i suoi figli. Sperava di avere un paio di maschi. Lui ce la metteva tutta ma erano passati cinque anni da Concettina e lei pareva che non ne sapesse più fare. I maschi. Almeno un paio di maschi, lui li voleva. Quella era una mattina di vendita e lui aveva ritenuto più sicuro andare e ritornare a piedi dalla calcara, da mezzo a mezzo, inventandosi man mano il tragitto così da depistare i malintenzionati al ritorno con i soldi in tasca. Sbucò in un tratturo in salita. Udì lo stridore dei carri che già cercavano di arrampicarsi su per l’erta e qualcuno già arrancava dinanzi a lui. Era il sentiero che portava alla calcara e quelli i carri dei venditori al minuto che andavano a fare il carico di calce. Il sole compariva all’orizzonte e intiepidiva l’aria. «Aooh... aooh». Ogni tanto si levava nell’aria il grido dei carrettieri quasi a 107


voler scuotere anche se stessi da quell’andare ancora lento e sonnacchioso. Rocco camminava su per la salita con passo più gagliardo alla vista di quel fervore incipiente. Era giornata di vendita e bisognava affrettarsi. Dai paesi vicini giungevano sui carri i venditori di calce e prima riusciva a liberarsi di tutto il materiale prima sarebbe arrivato per lui il turno di mettere mano all’altra fornace. Quando giunse in alto, sullo spiazzo della vendita, vi trovò soddisfatto una piacevole animazione. Alcuni appena smontati da cassetta erano presso i loro muli intenti a sistemare le redini alle assi incassate sui cosciali;altri,giunti ancor prima in ordine di tempo, aspettavano che arrivasse il loro turno e intanto parlavano con espressioni corpose e gesti grossolani della fatica, del tempo, dei loro malesseri, delle prestanze sessuali a testimoniare la loro efficienza nonostante tutto, dello sporco denaro che non bastava mai e, nel fervore delle discussioni, scrutavano con la coda dell’occhio l’approssimarsi del loro turno. «La miseria! Una volta di calce ne vendevo di più a Cisternino! Non facevo in tempo ad entrare in paese che già l’avevo venduta tutta». «Anch’io.... Ora mi tocca girare a Carovigno dalla mattina fino a quando scresce15 e non sempre riesco a smaltire tutto il carico». E giù bestemmie con tutta la rabbia che bruciava in corpo. «Sono le maledette industrie che ci tolgono il pane, la miseria!E i nostri figli come faranno? Noi, dritto o storto, un tozzo di pane se non oggi lo guadagniamo domani, ma loro?». «Fossero crepati quei miserabili prima di fare la calce in sacchetti! Per noi è miseria». Era il tasto più dolente di tutti. Bestemmie truculenti in quella limpida mattina si frammezzavano agli argomenti più vari e tingevano di grottesco la disperazione di quella gente dinanzi a cui si profilava una realtà tragica. 15 Diminuisce il sole. Tramonta.

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Da un po’ di tempo si andava producendo la calce industriale, sfusa o in sacchetti. Questa, e perché era confezionata in modo tale da essere già pronta per l’uso, e perché veniva prodotta in quantità tale da soddisfare pienamente e immediatamente, in qualsiasi momento, ogni tipo di richiesta, e perché venduta ad un prezzo concorrenziale, costituiva una minaccia sempre più incombente e ineluttabile per i nostri fornaciai. Fino a quando le giovani industrie della calce fossero rimaste del numero che erano si poteva ancora sperare in uno spazio vitale per i calcaruli e i venditori col carretto, ma se avessero cominciato ad ingrandirsi o a proliferare avrebbero recitato il de profundis di una buona fetta del paese prima del previsto. Sbracciati e arrossati gridavano contro la mala sorte e lanciavano anatemi. Quello dinanzi che stava sotto era intento a spiare il romano che scorreva sul braccio graduato della stadera pronto a dare in escandescenze se non segnava come diceva lui. Pasquale lu rignusu, l’uomo di fiducia di Rocco, alto, robusto, dalla carnagione cotta al fuoco della fornace, puntato sulle solide gambe muscolose appena divaricate, era presso la bilancia sospesa e ne controllava le pesate. «E metti... non vedi che è poco?» gridava stizzito il compratore e nella foga cozzava contro l’imperturbabilità dell’addetto alla pesa che ormai aveva fatto il callo alle proteste. «Mettila sul carro e sbrigati, ho fretta. C’è ancora tanta gente». E quello imprecava, bestemmiava e minacciava. «Bada che mi servo dalla calcara di cumpa Ciccio che di oro non ne pesa lui». «La miseria, che dici che ti trattiamo male? Forse che alla fine non te lo mettiamo il buon peso?». A ogni pesata le zolle di calce venivano rovesciate sul carro dalle capaci caldarine la cui tara era stata preventivamente segnata sulla stadera. Quel giorno le richieste del materiale insolitamente erano molte. Era primavera e i muratori andavano in cerca di calce e di manovalanza per le nuove commesse e gli imbianchini, dopo un periodo di riposo forzato, ritornavano al lavoro. 109


Era tempo di imbiancare dentro e fuori le abitazioni del paese e, se ancora le richieste non erano molte, erano sicuri che non sarebbero tardate a venire. La decisione dei privati a imbiancare le case sarebbe stata comunque sollecitata dalle ordinanze comunali che oltre alla disinfezione miravano, dopo un lungo forzato riposo, ad assicurare un po’ di lavoro alla categoria molto numerosa degli imbianchini. In primavera era tutto un formicolare intorno alle vecchie case che si offrivano docili alla tolettatura stagionale e di lontano apparivano più fresche e più giovani. Con la ripresa intensa delle fornaci si metteva in moto tutta l’economia del paese e di quelli intorno. Riprendeva a circolare la moneta. Quando la richiesta della calce diminuiva, e questo accadeva soprattutto a cominciare dall’autunno e per tutto l’inverno, molti venditori al minuto si davano al lavoro dei campi per guadagnare una giornata ma, a volte, non c’era neppure quello e allora bisognava stringere la cinghia, rimandare ad altro tempo ogni progetto e andare alla bottega con la libretta16. I bottegai, si sa, davano a credito e si rifacevano con la pesata frettolosa che, segnando di più, pesava di meno. Per i poveri diavoli la vita andava guadagnata a denti stretti palmo a palmo, in una lotta serrata contro la miseria. Di peggio vi era solo la guerra e questa fortunatamente era ormai alle spalle. Qualcuno diceva che in qualche parte del mondo c’era ancora, che c’era una guerra che chiamavano fredda, ma essi non la vedevano e non se ne davano pensiero, di certo vi era solo la guerra che essi combattevano giorno dopo giorno e che di freddo c’era solo lo spettro della miseria e della fame. Alcuni aspettavano ancora l’assegnazione della terra dall’Ente Riforma, altri non ci speravano. Comunque, al di là del beneficio della casa e del pezzo di terra, non vedevano come sfamare la famiglia senza attrezzi né sementi e con un mercato chiuso. Dall’America continuavano ad arrivare le pezze americane, dall’odore acre di disinfettante, e i pacchi viveri, molti dei quali venivano venduti al mercato invece d’essere distribuiti gratuitamente. Adesso, poi, eccoti la calce in sacchetti! 16 Quadernino su cui si riportava di volta in volta la spesa fatta da pagare.

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Chi era stato nel territorio di Bari aveva visto palazzi moderni a tre, quattro, cinque e più piani sorgere in un battibaleno ed enormi impastatrici che ingoiavano quintali e quintali di calce. Se questo sistema si espandeva in tutta la Puglia, le calcare non avrebbero avuto né la forza né il tempo di saziare la voracità della moderna edilizia e la calce sarebbe stata comprata già bella e curata dalla nascente industria la quale si sarebbe rinvigorita a dismisura nel gioco di mercato sempre più incalzante della domanda e dell’offerta. La calce sarebbe stata trasportata a quintali, a tonnellate su autotreni, fin sul luogo dei lavori in un servizio più tempestivo ed efficiente e i carcaruli, dapprima i non padroni e poi i padroni, si sarebbero alla fine trovati tutti sulla stessa barca che affondava. E allora? O affogare o emigrare come gli altri, emigrare nelle fabbriche al Nord. Qualche operaio, e non solo di Ostuni, era già emigrato ma per i padroni delle fornaci ancora non si era arrivati a tanto. Bene o male con la libretta un tozzo di pane si riusciva ancora a mangiarlo nella propria terra! I ragazzi caricavano le caldarine e Pasquale, dalla forza erculea, le misurava alla stadera e, tra un’imprecazione e l’altra, i pezzi di calce venivano scaricati sul carro. Le stanghe sobbalzavano sotto il nuovo peso e il mulo, sapiente, rispondeva alle sollecitazioni ripuntellandosi sulle quattro zampe. Lu rignusu gridava le pesate all’addetto contabile che le segnava per poi fare il conto e riscuotere il denaro. Rocco arrivò che già il primo carico era stato effettuato. «Come andiamo?» chiese più come formula di saluto che per essere messo al corrente delle cose. «Abbiamo fatto il primo carico» disse Pasquale più per rispondere al saluto che per fargli il resoconto. Rocco si girò intorno per abbracciare con un’occhiata quanti potevano essere i clienti e calcolare a occhio e croce quanta calce si sarebbe venduta quel giorno. Parve soddisfatto e, battendo il pugno della mano destra sul palmo aperto dell’altra: «Su, sbrighiamoci, così scapoliamo17 prima» li incitò e si avviò a dare un’occhiata sul foglio dell’addetto contabile. 17 Lasciamo il lavoro.

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Mentre il primo carro si avviava a conoscere e a contrattare il prezzo del carico, un altro subentrava e si adattava, con manovre ormai sapute, alla stadera così che la calce poteva essere direttamente scaricata, sistemata e controbilanciata sul carro. «Quanta ne facciamo, cumpa’?». «Cinque quintali, mi raccomando, se no» e quello che non diceva rimaneva sospeso a mezz’aria come una minaccia incombente. Così si ricominciava a segnare la tara delle caldarine che i ragazzi si affrettavano a riempire di grosse zolle bianche. Erano giovani, alcuni anche troppo, che si iniziavano al mestiere delle calcare e il cui numero si andava sempre più assottigliando. Erano alle dipendenze dei più anziani, di quelli che presiedevano ai lavori. I più abili potevano sperare di essere assunti come operai, per ora guadagnavano solo una miseria a fine settimana. Dovevano ancora entrare nel mestiere. La parte più difficile era l’alzata della calcara che richiedeva maestria e molti anni di esperienza. Soltanto se veniva eseguita a regola d’arte si era sicuri di avere dell’ottima calce, cosa di cui operai e padroni si facevano vanto. Era ancora molto presto e lì, intorno alla fornace, vi era un tramestio di caldarine che battevano l’una contro l’altra sulla stadera, rumore sordo di pezzi di calce gettati l’uno contro l’altro, voci che si levavano e divenivano più concitate a mano a mano che lo spiazzo si riempiva di gente e di carri e più frequente diveniva lo scalpitare dei muli e dei cavalli impazienti. Il sole si alzava all’orizzonte. I primi tafani che già preannunciavano una calda primavera andavano a posarsi insistenti sui genitali degli animali. Lo schioccare delle code lunghe e folte e lo scalciare delle bestie infastidite li allontanavano solo per poco in una lotta senza fine. «La miseria, ma che stai pesando, l’oro?». «E statti zitto. Non vedi quanta ne ho messa di più?». «E metti qualche altro pezzo, non vedi com’è sporca?». La schermaglia tra bestemmie, minacce e imprecazioni, continuava senza tregua, rimbalzando da acquirenti ad operai quasi un rito in quella difesa quotidiana per un boccone di pane che si faceva sempre più faticato e incerto. Rocco si era 112


messo anche lui alla pesa. Dimentico d’ogni altro, si sentiva soddisfatto di come stavano andando le cose quella mattina e ancora non aveva lanciato un’imprecazione o una bestemmia. Più di una volta fu chiamato da Pasquale lu rignusu perché lui, il padrone, prendesse la decisione se darla a Tizio o a Caio la calce a credito. Solo allora si rabbuiava ma non poteva dire di no. Sarebbero andati da un altro e poi, i soldi, prima o poi glieli avrebbero dati. Cominciavano a passarsela proprio male, ma erano uomini quelli che, appena venduta la calce, al prossimo carico lo avrebbero saldato. Per qualche altro, invece, bisognava rischiare e quel rischio faceva parte del mestiere. Al tramonto la calcara rimase solitaria. L’ultimo carro si allontanava cigolando sotto il peso e il rumore delle ruote sulla ghiaia e sui ciottoli del tratturo andava morendo giù nella pianura. L’aria era serena e tranquilla. Le voci si erano spente e gli ultimi venditori di calce al minuto, già per la strada, ritornavano al focolare muti, in un soliloquio teso e preoccupato. Avrebbero venduto ciascuno nella propria piazza, a Ceglie a Cisternino, a Carovigno, a Ostuni, si sarebbero spinti fin nelle campagne più nascoste e, se andava bene, anche questa volta la famiglia avrebbe avuto di che mangiare. Da che dopo la guerra si erano ridistribuite le piazze, la vendita procedeva con più ordine, ma non era certo più conveniente per chi aveva bisogno di guadagnare di più per mantenere la famiglia numerosa. Capitava a volte che qualcuno, per smaltire nel più breve tempo possibile tutto il carico, o per bisogno o per evitare lo sfrido o per braveria, invadeva il mercato di un altro ed allora non c’erano santi. Lo sgarro veniva pagato in un modo da scoraggiare in avvenire altri malintenzionati. Il conto si pagava per le vie del paese dove tutti vedevano e sentivano e tutti erano ciechi e sordi, oppure sulla fornace a pugni e calci con tutta la forza della disperazione in quella dura lotta per la sopravvivenza in cui, quando c’era di mezzo la famiglia e i figli, non si poteva tollerare nessuno sgarro. Allora chi aveva violato i patti doveva vedersela non solo con il diretto danneggiato 113


ma anche con tutti gli altri che, divisi sempre dal sospetto e dalla diffidenza, in quella circostanza si trovavano uniti a salvaguardarsi il diritto alla vita. Volenti o nolenti bisognava rispettare i patti della corporazione e la lezione era tanto più dura quanto più il trasgressore risultava recidivo. Soprattutto all’inizio non fu assolutamente facile far rispettare l’accordo. Coloro che durante la guerra l’avevano sempre fatta da padroni non ne volevano proprio sentir parlare di limitazioni di mercato e all’inizio dissero esplicitamente che non entravano nell’accordo e che avrebbero continuato a fare come fino ad allora avevano fatto. Ce ne volle prima che tutti quanti si rendessero conto che la faccenda era molto seria, che obbedire alle norme stabilite dalla maggioranza era legge fatta e che non c’era posto per la prepotenza. Il sole calava e la fornace stemperava il suo silenzio nella dolcezza del tramonto. Pasquale aveva il suo turno quella notte. Si muoveva sullo spiazzo vuoto e silenzioso e con il piede allontanava da sé tutto ciò che gli faceva da inutile ingombro, mandandolo dove capitava purché lontano. Lo faceva così, tanto per farlo, quasi restio ad accettare l’inattività dopo una giornata intensa e movimentata. La pala gli era rimasta in mano a fargli compagnia in quella ispezione solitaria. Girò intorno alla calcara, scese giù fin presso il trabucco18 nero come la pece ancora tiepido e con la saracinesca19 tirata. Diede uno sguardo all’enorme massa della carbonella e si fermò un attimo a scrutare se era veramente migliore della precedente, poi si diresse alla cava di pietra. I fianchi della roccia apparivano squarciati, come violentati da una rabbia selvaggia. Stavolta si doveva fare tutto con le mine. Poggiato sul manico della pala, assorto, si fermò a considerare il prossimo lavoro, poi si girò e si diresse alla fornace scandendo i passi col tonfo della pala sul terreno. 18 Cavità in cui, tirando la saracinesca, si scaricava la brace della fornace da cui si otteneva la carbonella. 19 Paino mobile orizzontale muovendo il quale verso l'esterno si lasciava cadere la brace, attraverso un cunicolo, nel trabucco

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Nella casedda aveva la sua cena. La casedda, una costruzione rudimentale di pietre a secco e dalle pareti nude, affumicate dentro e fuori, era costituta da un vano angusto col pavimento in pietra e terriccio, una finestrella molto simile a una feritoia e una porta di ingresso fatta di tavole orizzontali e verticali sulle quali, attraverso due anelli di ferro arrugginito, scorreva una spranga che, andando a fermarsi nell’incavo della parete, ne assicurava in maniera grossolana ma certa la chiusura. L’interno era squallido. A destra su uno zoccolo di pietra vi erano gettate due coperte militari grigio-verdi, date in dotazione a chi sa chi e mai restituite, sdrucite e lise come gli stracci dei cenciaioli, accanto uno sgabello rudimentale di legno incrostato di grasso, di polvere e di fumo e, addossati alla parete di sinistra, dei tufi per tavolo con un cucco20 di creta in cui l’acqua si manteneva fresca, un fiasco di vino rosso e un fagotto poggiati sopra. Alla parete di fronte all’entrata, in alto, sporgevano due grossi chiodi arrugginiti da uno dei quali pendeva una lanterna a petrolio dal vetro affumicato e dall’altro una giacca informe e lisa. Pasquale lu rignusu si fermò, scrutò intorno per un’ultima verifica, poggiò la pala al muro ed entrò nella casedda. Accese la lanterna, ne regolò la fiamma, sprangò la porta, prese lo sgabello, lo sistemò presso i tufi, si sedette e cominciò a sciogliere il fagotto in cui era custodita la cena di pane e olive. Lo chiamavano lu rignusu, come un mastino che ringhia, dalla corporatura massiccia e dallo sguardo che tagliava, e lui ne andava fiero come di un nobile casato.

20 Orciuolo.

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capitolo XII

Aveva lasciato per ultimo la fornace, dopo aver contato e sistemato in una delle capaci tasche dei pantaloni l’incasso della giornata ed aver dato a Pasquale le istruzioni per l’indomani. «Mi raccomando, domani, anche se non sono venuto, comincia tu a venderla la calce». Con la mano in tasca stringeva il prezioso malloppo e camminava spedito pensando al denaro incassato. Aveva comprato quella calcara, aveva dato una caparra e si era impegnato a saldare il resto un po’ per volta fidando nella buona sorte. Quando si sgarrava21 la fornace, dall’incasso della vendita doveva pagare gli operai, saldare una parte del debito, pagare il combustibile, le fascine e la sansa, e campare con la famiglia. Il debito con compare Giacomo era un pensiero per lui ma, se le cose andavano così, sperava proprio di farcela come d’accordo. Nonostante la giornata pesante, camminava come affrancato e non vedeva l’ora d’essere a casa per ricontare il denaro. La intravide da lontano che occhieggiava tra gli ulivi. Dal comignolo si srotolava un fascio di fumo, pregustò il piacere del piatto caldo ed affrettò il passo. Maria, piegata presso il camino, dava un’ultima agitata alla pignatta scura. Se non fosse stato per i capelli che teneva tirati in una crocchia dietro la nuca ed il vestito che la rendeva più composta si poteva pensare che di lì non si fosse mossa per tutto il giorno. Rocco entrò e richiuse la vetrinetta dietro le spalla. Maria si voltò, si alzò e, strofinandosi le mani ad una cocca del grembiule gli disse: «È venuto Ciccio, ti voleva parlare». «Che voleva?». «Ha detto che si farà vivo lui». Rocco si tolse la giacca e la gettò sul letto dove la bimba sta21 con tale termine si indicava lo smantellamento della fornace a fine cottura.

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va dormendo. Maria, che intanto aveva tagliato le fette di pane raffermo in una scodella di creta, si diresse al camino, sollevò la pignatta con le fave che ancora borbottavano e le versò sul pane nella scodella. La stanza si riempì di un odore intenso, e il vapore compatto, sollevandosi dalla scodella, raggiunse il soffitto e di lì, dilatandosi, ridiscese giù più rarefatto e si disperse intorno. Vi aggiunse la verdura già lessa. «Oggi abbiamo venduto bene...». Maria cominciò a truddare22 pane, fave, zagnune23 e olio con una grossa cucchiaia di legno. «Lascia, faccio io» e fece lui quello che fra le poche incombenze domestiche, da generazioni, era considerato un compito da maschi. Maria mise il vino a tavola, le forchette,un piatto di peperoni sotto aceto con cui aiutare le fave a scendere. Cominciarono a mangiare attingendo dall’unica scodella posta più vicina a lui. Si sentiva soddisfatto e parlava a bocca piena. «Oggi è andata bene, se andrà sempre così pagherò subito tutto il debito e allora potremo pensare alla casa. Aggiusteremo la stalla, faremo due stanze e un cesso come ce l’hanno i signori» e giù un bicchiere di vino. «Lo dicevo io che ce l’avrei fatta! E a dire che tutti mi sconsigliavano e dicevano che era una pazzia comprare una calcara di questi tempi e che sarebbe stato meglio se avessi lavorato la terra o me ne fossi andato in paese ad imparare un mestiere. È vero che stiamo lontani dal paese ma è meglio che andare a pagare il fitto... e poi con la bella stagione si sta proprio bene». Maria ascoltava e taceva. Rocco s’asciugò la bocca al braccio, tirò fuori dalla tasca il mucchio di soldi avvolto nel fazzoletto, lo pose sulla tavola e cominciò a contarli. Maria, per niente turbata da tutto quel denaro, si alzò e lo lasciò a fare i suoi conti. Col secchio tirò l’acqua dalla cisterna, la versò in un recipiente di rame e cominciò a lavare le stoviglie pensando all’indomani, giorno di bucato. 22 R. 23 Cicorie selvatiche di campo. L'amalgama di fave e cicorie è detto ‘ncrapiata.

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«Metti lu penzenette24 alla camastra25» disse rivolta a lui. Terminati i conti, lui fece quello che lei gli aveva chiesto poi andò alla porta, la sprangò e con il lume in mano le ordinò di seguirlo a letto perché era stanco. Maria si asciugò le mani al grembiule, sollevò la bimba che dormiva, l’adagiò nell’altra alcova, nel letto che era stato suo da ragazza e cominciò a svestirsi. Rocco spense il lume.

24 In gergo pentolone di rame che nel camino rimaneva sospeso per il manico ad una catena. In esso si riscaldava una quantità considerevole di acqua, soprattutto quando si doveva fare il bucato. 25 In gergo catena a cui si appendeva il pentolone.

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capitolo XXIII

Ancora non erano sorte le prime luci dell’alba. Lei, piegata presso il camino, riattizzava il fuoco tenuto a covare sotto la cenere. Un aspro odore di fumo si sparse per la stanza. Con i capelli ancora scomposti, con la camicia che le lasciava le spalle scoperte ripeteva il rito di sempre. La fiamma prese vigore. Si alzò e andò a preparargli la colazione da portare sulla cava. Rocco, che intanto si era vestito e lavato, prese il fagotto, disserrò la porta e, senza dir parola, si tuffò nel freddo antelucano. Quando giunse sulla calcara non c’era ancora un traino, c’era solo Pasquale lu rignusu che s’aggirava intorno a controllare e a preparare. Il grosso lo avevano avuto il giorno prima e lui a questo era preparato ma non rassegnato. «Tutto a posto,Pasca’?». «A posto, padrò». Poi, come se si fossero accordati, presero i picconi, salirono sulla calcara e cominciarono a battere sui blocchi di calce per dividerli in pezzi da travasare nelle caldarine. Gli operai cominciarono a giungere alla spicciolata e di lontano lo stridore di qualche carro sul selciato annunciava l’arrivo dei primi acquirenti. L’afflusso e i ritmi si preannunciavano più radi e lenti. Pasquale e Rocco diedero il loro posto ad alcuni operai e scesero giù alla pesa e a far di conto mentre altri operai dall’alto della calcara riempivano le caldarine, le trasportavano giù e le sistemavano sulla stadera. La contabilità,quella ufficiale soggetta al fisco, era tenuta periodicamente da uno al servizio della società dei calcaruli. Era uno che sapeva scrivere, esperto di contabilità, un impiegato comunale o un militare in pensione a cui non c’erano da versare i contributi. Rocco ogni tanto veniva chiamato per apporre la firma su una ricevuta e fu proprio in una di queste interruzioni che vide giù, ai piedi della fornace, Ciccio. «Ro’,come andiamo?». 119


«Non mi posso lamentare». «Ti devo parlare». Ebbe un attimo di esitazione poi, rivolto a Pasquale, si raccomandò: «Datti da fare. Vengo subito» e si allontanò per raggiungere Ciccio. «Che c’è». «Vieni...» e, prendendolo per un braccio, lo portò in un angolo appartato». «Ti devo parlare di una cosa importante... è una proposta. Se ti va, bene... se non ti va, pazienza. Io ho bisogno di lavorare di più e per tutto l’anno. Non mi basta una stagione o due. Ho intenzione di uscire dalla cooperativa. I figli sono cresciuti e ci sono certi mesi che non ho neppure i soldi per mangiare. L’ultima volta mi dicesti che anche tu avevi bisogno di soldi. Ho pensato che se noi due ci combiniamo potremo guadagnare di più». Rocco ascoltava ma non capiva dove volesse andare a parare. «L’altro giorno sono stato al palazzo di don Luigi Castrignò. Mio padre, lo sai, è il mezzadro di Santa Giovanna. Ho incontrato il genero, don Antonio Micchiella, il marito di donna Francesca e, parlando parlando, sai cosa mi ha proposto? Di lavorare per la sua impresa. Lui ha un sacco di appalti dal Comune, mi ha proposto di fornirgli la calce. Mi ha assicurato che non mi mancherà mai il lavoro. Io però da solo con una calcara non ce la posso fare, ho pensato a te. Le nostre fornaci sono vicine. Conosco bene i Castrignò. Donna Francesca si può dire che l’ha cresciuta mia madre e con Mattia erano come fratelli. Di fregature sono sicuro che non ne avremo». «L’ingegnere Micchiella... chi? Il figlio di Ratodda sgarraparete?». « Già, non vedi, anche tu lo conosci». «Lo conosco? Io non lo conosco, ne ho sentito parlare. L’ho visto qualche volta quando eravamo bambini ma non gli ho mai parlato» e tacque sovrappensiero. «A cosa pensi? Vedrai che non sarà difficile uscire dalla società dei calcaruli. L’altra sera tu non venisti alla riunione. Suc120


cesse l’ira di dio! Pensa che molti se ne vogliono uscire e sai cosa disse il presidente? Bene, fate come volete. Chi vuole rimanere rimane, noi continueremo a stabilire prezzi e turni. Sai che piacere gli facciamo? Due che se ne escono sono due piazze in più per loro. Noi la calce non la venderemo sulle piazze ma al cantiere dell’ingegnere. La società la facciamo noi due. La fatica non ci mancherà e neppure i soldi». Prese a spiegargli più dettagliatamente come avrebbero fatto e a prospettargli gli infiniti vantaggi che ne sarebbero derivati. Alla fine si fermò a rimarcare soprattutto questi ultimi nel tentativo di comunicargli fiducia ed entusiasmo. Rocco ascoltava come assente e taceva. A quel nome gli erano tornate in mente le parole di sua madre: “Chi, quella? Quella prima di te se la spassava col figlio di Ratodda, la vedova di Iangiuline sgarraparete”... ma lui non ci aveva mai creduto. «Ehi, mi stai sentendo?». Scacciò quel pensiero molesto e tornò alla proposta di Ciccio. Certo, con le prospettive di guadagno e con tutti gli altri vantaggi che offriva lo allettava ma c’era sempre la società dei calcaruli con cui fare i conti e lui non intendeva mettersi nei guai. La sua posizione non era sicura, doveva ancora finire di pagare mastro Giacomo, non aveva neppure un soldo da parte e se gli andava male poteva considerarsi finito. No, il rischio era troppo alto. E se non succedeva niente e tutto andava bene? In fondo non rubava niente a nessuno, anzi cedeva agli altri la sua piazza. Ciccio tornò a scuoterlo per il braccio. «Dai, questa è un’occasione, una grossa occasione! Non credere che gli altri ci penserebbero due volte se avessero anche loro questa fortuna! Sai cosa ti dico? Mettiamoci... Devi avere fiducia in me. Ti pare che io mi voglio rovinare? Ci andrà bene e poi... forse che stiamo togliendo il pane dalla bocca di qualcuno?». «Sì, lo so lo so, ma è sempre un azzardo. E se non ci va bene per un motivo o per un altro? Ci faranno poi rientrare nella cooperativa? Lo so che i soldi sono pochi ma meglio pochi che...». «Ma che e che! Allora non hai capito proprio niente! Ti dico 121


che è un affare, che non ci stanno rischi e tu fai il fesso! Che se io sono venuto da te è che mi serve un’altra calcara, che se ce l’avevo io mi mettevo da solo e arrivederci e grazie. Stai facendo proprio il minchione. E poi... ti voglio pure dare ragione. Ma non è forse vero che chi non risica non rosica? Non l’hai sempre detto tu?». « Non è facile, lasciami pensare, lasciami tempo». « Non abbiamo tempo. Non hai capito che se diciamo di no lui passa la proposta agli altri? Lui l’ha fatta prima a me per don Luigi, per fare un favore a don Luigi». «Domani, domani sera ti darò una risposta» e si lasciarono con la promessa di rivedersi l’indomani. Rocco tornò a controllare i lavori e la pesa ma la mente era agitata e pensava ad altro. Accettare la proposta di Ciccio voleva dire risolvere molti problemi ma anche crearsene degli altri, soprattutto con la società. La società dei calcaruli era stata costituita per tutelare gli interessi dei calcaruli e mettere ordine nella categoria. Quando si produceva la calce liberamente senza sincronizzare il ciclo produttivo di ciascuno, capitava spesso il peggio, che il mercato era saturo e, per evitare lo sfrido della giacenza, si era costretti a vendere la calce ad un prezzo da fame. Altre volte, invece, ce n’era così poca che il prezzo arrivava alle stelle. Con la società si stabilivano i turni di produzione e si assicurava non solo la stabilità del prodotto sul mercato ma anche quella del costo. La concorrenza era ridotta al minimo e tutti si sentivano più tutelati anche se meno liberi nelle loro decisioni. La società si rivelava tanto più necessaria in quel periodo di crisi galoppante in cui i primi ad essere colpiti erano i venditori al minuto. C’erano giorni in cui la piazzavano tutta ma c’erano giorni in cui rientravano dal giro che la calce non l’avevano venduta tutta e questo per l’indomani voleva dire un calo di peso del prodotto invenduto. Qualche furbo provvedeva a riguadagnare il peso nascondendo pietre nel prodotto buono e questo gettava discredito sulla categoria a tutto vantaggio della calce industriale. Alcuni venditori al dettaglio erano emigrati al nord, altri pensavano di farlo, altri di cambiare mestiere. Gli anziani era122


no i più tenaci a resistere, i giovani i più insofferenti. Avevano sentito delle fabbriche al Nord che davano lavoro a tutti. Là sì che si facevano soldi. Qualche anno e poi si poteva ritornare in paese e costruirsi una casa! Qualcuno già se n’era andato e mandava i soldi a casa. Quando ad agosto ritornavano in paese per le ferie, vestiti come signori, quasi nessuno li riconosceva più, tanto erano cambiati anche nella parlata. Dicevano che a Milano non si vendevano le fave, nessuno le conosceva. Ogni giorno si mangiava pasta comprata e carne, carne con il contorno di radicchio. «Radicchio? Tutti i giorni?» e non avevano il coraggio di chiedere cosa mai fosse questo radicchio. «E poi il consommé e i funghi trifolati». «Il consommé e i funghi trifolati?». Ad agosto nessuno più in paese dormiva la notte. Nel buio delle alcove si sognava ad occhi aperti e si parlava sommessamente della possibilità di emigrare. Quelli a Milano si stancavano così tanto di mangiare carne e radicchio, consommé e funghi trifolati che nell’andarsene si riempivano sacchi e valigie di fave secche, fagioli, ceci e conserve sott’olio e sott’aceto! Ma c’era anche chi, pur credendo a tutte le fantasticherie, continuava caparbio a cercarsela la fortuna nella terra dei suoi morti. Speravano ancora nei lavori stagionali anche se il mercato rimaneva caparbiamente chiuso e le produzioni locali di cordami e la lavorazione dei fichi secchi andavano scomparendo.

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capitolo XXIV

Quella sera Rocco, lasciata la calcara, si diresse a casa dei suoi. Doveva parlarne con qualcuno, con il padre che, bene o male, gli dicesse la sua. Li trovò che sedevano a cena. «Eh, pioverà stanotte» esclamò la sorella vedendolo. «Come va?» chiese Rocco rivolto a tutti e ignorando volutamente il sarcasmo di Checca. «Siediti, mangia con noi» lo invitò il padre senza alzare la testa dal piatto. «Ho fretta, devo andarmene subito» gli rispose declinando l’invito. «E già...» scoppiò la madre «quando uno si sposa non calcola più né il padre né la madre» e avrebbe continuato se non l’avesse zittita il marito. «E statti zitta. Ma possibile che voi donne non sapete tenere la bocca chiusa?». «Forse che li hai cresciuti tu i figli? Solo il cuore di mamma si può dolere! Da quando si è sposato chi lo vede più... e la figlia... e la moglie? Già, la moglie è una signora!». Pietro, rassegnato ed irritato da quella replica, rivolto al figlio: «Siediti e lasciala sfogare se no crepa!». «Sì, perché le cose si scordano» sbottò Concetta. «Hai scordato quando campavano i tuoi. Tutte le sere passavi da loro prima di venire a casa e la domenica e tutte le altre feste comandate io con i figli dovevo andare a riverirli. Oggi invece s’è perso ogni rispetto e a te non te ne frega. Basta stai sempre a dire “e Rocco... non è venuto Rocco?”». «Ecco è venuto, statti zitta è venuto» tagliò corto il marito. «E la signura come sta?» gli chiese sarcastica la sorella abbozzando una riverenza. «Se non la finite me ne vado» minacciò Rocco e fece l’atto di andarsene. «Statti, statti quieto... non le sentire, hanno sempre la bocca 124


aperta come tutte le donne e se non la chiudono subito le piglio tutte e due a mazzate». «E già» commentò Concetta con le mani ai fianchi e con l’aria di chi ha fatto il callo a quegli epiloghi, ma non aggiunse niente altro per timore che il figlio veramente se ne andasse. Riassestandosi sulla sedia e facendosi più presso al tavolo, Rocco cominciò a parlare di Ciccio e della sua proposta, mentre le due donne erano intente a sparecchiare, ad attizzare il fuoco nel camino e a tirare l’acqua dalla cisterna. A racconto finito seguì un silenzio pesante quanto un macigno poi: «Te l’avevo detto che il mestiere di calcarulo non rende più come una volta. Mastro Giacomo ha venduto la calcara non perché non ha eredi ma perché non rende più come una volta. E sai quanti calcaruli hanno cambiato mestiere, quanti se ne sono andati in Altitalia a cercare lavoro per campare? Quanto tempo ancora resterai in piedi tu e gli altri come te? La proposta che ti ha fatto Ciccio mi sembra ... Certo è un rischio ma è un rischio anche non fare niente e aspettare che arrivi la fame. La proposta di Ciccio ti apre una porta almeno. Anche gli operai, se sanno che lavori tutto l’anno, non ti lasciano. Lo sai che oggi è difficile trovarli. Nessuno più vuol fare il calcarulo. Si guadagna poco e solo pochi mesi all’anno. Ai miei tempi eravamo noi ad andare a chiedere lavoro ai padroni. C’era tanta gente che voleva lavorare allora e anche per poco... Adesso non si accontentano, se ne vanno all’estero a fare fortuna. Mo’ siete voi padroni a scendere in paese, in piazza, a pregarli di venire a lavorare, e li pagate ma quelli non si accontentano. Oggi è partito per la Germania cumpa Ninine menacance, ha venduto la mula e il carretto e chi s’è visto s’è visto. Diceva che non ce la faceva più a vivere, e quel poco di calce che vendeva non gli bastava neppure per la ciuccia. Partiranno tutti e partirete anche voi padroni se non cambia qualcosa...». Tacque. Bevve sorseggiando un bicchiere di vino poi riprese: «Che ti devo dire, quella di Ciccio mi sembra una buona proposta. Cerca però di mantenere buoni rapporti con gli altri che se ti va male puoi sempre rientrare nella società. E con questo ingegnere metti nero su bianco, non si sa mai. Ma chi 125


è questo ingegnere, il genero di don Luigi Castrignò? Ma non è il figlio di Ratodda, la vedova di Iangiuline sgarraparete?». «Quello che una volta stava sempre a casa de la signura...» puntualizzò Concetta. Rocco sembrò non cogliere la provocazione. «È gente che conosciamo» commentò il vecchio «è gente che conosciamo. Don Luigi è un signore. L’ingegnere... sta attento però, io non ci ho mai creduto». Rocco trattenne a stento la rabbia: «Maria era vergine, quante volte ve lo devo dire? E poi lui è sposato con donna Francesca». Pietro prese il fiasco del vino e gli versò da bere: «Non ci pensare più e bevi». Bevvero. Le donne rimasero in silenzio e in quel silenzio masticavano rabbia e disapprovazione. «Io tento... Se va bene...» e ingoiò insieme al vino le ultime parole «è tardi devo andare». «Fatti vedere... per tua madre». «Un giorno di questi verremo con la bambina». «Avvisaci che prepariamo la banda» ironizzò la sorella che reagiva alla frustrazione di zitella suo malgrado con tutto il livore e l’acidità di cui era capace, soprattutto se si parlava di Maria che aveva rubato un maschio dalla sua casa. “Più male femmine sono più fortunate sono” si sfogava spesso con la madre sia per il piacere di chiamare così sua cognata dinanzi ad una che condivideva a pieno la sua opinione, sia per dare una ragione nobile alla sua condizione di zitella. La madre soffriva dell’esasperazione della figlia e ne dava colpa alla nuora che era venuta a mettere scompiglio in casa sua. E sì che aveva fatto quello che aveva fatto con suo figlio prima di sposarsi... e quello aveva perso la testa... e poi la bambina». Rocco se ne andò sollevato per essersene uscito da quel bersaglio di rancori e per aver parlato con il padre. Questi non gli aveva detto nulla che lui già non sapeva. Che la pensasse però come Ciccio e come in fondo la pensava anche lui gli aveva dato più sicurezza e coraggio. Bisognava rischiare. Il fatto poi che doveva avere a che fare con l’ingegnere Micchiella questo non lo preoccupava. Erano tutte chiacchiere, non ci aveva mai 126


creduto. Sua madre e sua sorella dicevano quello che dicevano perché non l’avevano mai potuta sopportare. Arrivò a casa che era più tardi del solito. Maria aveva già apparecchiato e stava mettendo a letto la bimba. Girò la maniglia della vetrinetta ed entrò. Fu avvolto da un tepore confortevole. «Paaapà...» farfugliò la bambina nel dormiveglia ma lui neppure la sentì e Maria la ninnò mentre la portava a letto e le rimboccò le coperte che già dormiva. Lui si liberò della giacca, si sedette a capotavola e, in attesa che gli venisse servita la cena, cominciò a mangiare del pane. Maria, dopo aver rimboccato le coperte a Concettina, tolse la pignatta dal camino e cominciò a scodellare i fagioli. «Mamma e papà vorrebbero vedere la bambina».

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capitolo XXV

L’indomani Ciccio andò a trovarlo alla calcara e gli disse che aveva parlato di nuovo con l’ingegnere. «Mi ha chiesto se avevo trovato il socio, io gli ho detto che per me avevo deciso e che ero pronto a fornirgli la calce per tutta la durata dei lavori, in società con te o con un altro». «Ieri ho parlato con mio padre, anche lui la pensa come te. Se accetto dobbiamo mettere però nero su bianco, così staremo più sicuri». «È naturale, manco lo dovevi dire. Lui stesso mi ha detto che firmeremo una carta a garanzia nostra e sua. Ora, però, bisogna andare a parlare col presidente e poi regoliamo le nostre cose con l’ingegnere». Ciccio parlò anche con i soci della calcara che, come aveva previsto, non furono per niente contrariati dal fatto. Eliminati due dal mercato e dal turno di produzione essi avrebbero lavorato a tempi più serrati e avrebbero assorbito loro quelle richieste dei venditori al minuto che prima venivano soddisfatte da Rocco e Ciccio e poi con un ritmo più calzante potevano fornire calce anche loro a qualche impresa di costruzione. Le cose stavano procedendo veramente bene. Naturalmente sarebbero usciti dalla società non appena fossero iniziati i lavori sul cantiere, sempre dopo aver firmato la carta che li tutelava. Quel giorno venne prima di quanto non si aspettassero. Quella mattina Rocco disse a Maria che sarebbe rientrato tardi perché dopo la calcara aveva da fare. L’ingegnere li accolse vestito di tutto punto, giacca, cravatta, pantaloni con la piega, modi controllati e mani troppo delicate per riuscire simpatico a Rocco. Li fece accomodare e cominciò a parlare dell’appalto, della quantità e della qualità della calce che occorreva e della durata dei lavori. Per quell’appalto si prevedevano tre, quattro anni ma poi ne sarebbero seguiti altri di appalti e loro non sarebbero rimasti mai fermi. 128


«Naturalmente, visto che dovete fornirmene un grosso quantitativo dobbiamo metterci d’accordo sul prezzo. È vero che c’è la calce industriale più economica e con meno problemi di fornitura ma io non so che riuscita avrà col tempo, preferisco quella della calcara. Naturalmente non ci voglio rimettere. Ho fatto i miei conti e sono giunto alla conclusione che non posso pagarvela a più di seicento lire al quintale. Mi sembra una buona cifra se tenete conto di tutti i vantaggi che ne avrete. La fornitura è sicura, lavorerete tutto l’anno e non rischiate né giacenze né sfrido». L’ingegnere era al corrente della crisi in cui cominciava a dibattersi il settore ma sapeva anche fin troppo bene che la calce prodotta dai fornaciai aveva dei pregi che non aveva quella in sacchetti. Era più soda, più pura, di un biancore abbacinante e gli intonaci con il latte di calce reggevano più compatti. E poi, con il prezzo che aveva proposto, finiva con l’essere più conveniente di quella industriale. I due non avevano pensato a quel prezzo. Si sentirono troppo scomodi su quelle sedie. Si scambiarono uno sguardo sgomento poi Ciccio prese la parole e cominciò a dire che per quella cifra non ce la facevano, che c’era da pagare gli operai, che ogni giorno reclamavano un aumento, il combustibile, che ogni volta che andavano lo trovavano sempre più caro, il ragioniere, le tasse e poi c’erano i debiti da saldare e la famiglia da mantenere». «Sì, sì, avete ragione, tutte cose giuste e sacrosante, ma questi sono i miei stessi problemi. Anch’io ho da pagare materiale, operai, tasse e poi... più grosso è il mare più grossa è la tempesta. Io potrei prendere la calce in sacchetti, mi sbrigherei prima, è bella e curata. La vostra, invece, la devo spegnere, la devo curare prima di adoperarla e ci vuole più tempo e più manodopera. Io l’ho proposto a te» disse rivolto a Ciccio «perché mi ha parlato mio suocero di te. A Santa Giovanna tuo padre si era lamentato con lui che le cose non ti andavano bene. Me ne ha parlato ed io ho inteso fare un favore a mio suocero che ti conosce e dice sempre tanto bene dei tuoi e di come gli mandano avanti la tenuta, ma credetemi più di tanto non vi posso dare, non mi conviene». 129


Seguì un momento di esitazione e di silenzio. I due tornarono a guardarsi. «Ro’, che dici?». «A questo prezzo non ci avevo pensato». «Ma forse non avete neppure pensato che fra qualche anno scomparirà il mestiere del calcarulo» intervenne l’ingegnere. «Non c’è bisogno che ve lo ricordi io, negli ultimi mesi si sono chiuse due calcare». «Questo comunque non è un motivo per cominciare a morire di fame» scattò Rocco. «No, per carità, mi avete frainteso, non volevo assolutamente urtarvi. Volevo solo ricordarvi i vantaggi che vi offro con questo contratto. Mentre gli altri non sanno se domani venderanno, voi invece potete dormire tranquilli per molto tempo e, se avrò altro lavoro e voi vorrete ancora stare con me, avrete la sicurezza del pane per altri anni ancora, voi e i vostri figli. Comunque se volete discuterne tra voi, vi lascio soli così potete parlare più liberamente». Così dicendo si alzò e uscì dalla stanza. I due, rimasti soli, diedero sfogo al loro malumore imprecando e discutendo animosamente. Alla fine decisero che era meglio calmarsi e fare attentamente i conti. Misero in conto tutte le spese per attivare le due calcare, attenti a non tralasciare nulla, considerarono l’incasso e, mettendo qua e togliendo là, riuscirono a individuare un margine di guadagno che, moltiplicato per la quantità e per il tempo, prometteva d’essere un guadagno ragionevole. D’altronde quello che aveva detto l’ingegnere era vero ed era proprio quello il motivo per cui si erano decisi a cambiare, e poi il loro non era un contratto a vita. Si erano sintonizzati su queste considerazioni quando rientrò l’ingegnere. «Beh, avete deciso?» e riprese posto dietro la scrivania. Ascoltò le ultime titubanze poi alla fine concluse: «I vostri timori sono legittimi non dico di no ma ci vuole un po’ di decisione e di coraggio. Rimanendo come state non avete altra prospettiva che la chiusura delle calcare. Con sei mesi di lavoro sì e sei mesi no, con le richieste che vanno diminuendo e i giovani imprenditori che preferiscono la cal130


ce in sacchetti non c’è per voi nessuna prospettiva. Ma non voglio condizionarvi, stasera stessa mi rivolgerò a qualche altro». I due si comunicarono uno sguardo di rassegnata accettazione. «E va bene,ingegne’, che dobbiamo fare? Tentiamo». L’ingegnere tirò dal cassetto dei fogli. «Allora siamo d’accordo?». Annuirono. «Bene, non ci rimane che leggere e firmare il contratto». Dopo aver compilato il primo foglio con i dati anagrafici di Ciccio si rivolse a Rocco. «Nome e Cognome». «Giuseppe Castagnara». «Via». «Abito in campagna, in contrada Cervarolo, vicino alla Masseria antica, quella di don Luigi, dove una volta c’erano i monaci... Il fondo apparteneva a Filippo lu modeste». «Filippo lu modeste» ripeté sovrappensiero l’ingegnere. «Aveva una figlia?». «Sì, Maria, è mia moglie» e non aggiunse altro. «Filippo lu modeste, sì lo conoscevo... è morto. Mi pare che è morta anche la moglie, c’era pure una lontana parentela con mio padre. La conosco la campagna» e non disse nulla di Maria. Piegò la testa sul foglio intento a scorrere con gli occhi il contratto, in realtà frastornato, suo malgrado, da una ridda di ricordi tristi e piacevoli, ricordi di un mondo perduto, di una dolce compagna di giochi con cui aveva fantasticato sogni impossibili e che lo aveva dischiuso all’amore, lo aveva fatto palpitare e sognare, la fanciulla a cui aveva dato il suo primo bacio, quella che aveva rinnegato come ostacolo alla sua scalata sociale. A quel nome, a quel ricordo aveva sentito il profumo dei campi, la nostalgia di una gioia provata per un niente, la vaghezza di un sogno lontano. Sollevò gli occhi dal contratto, incontrò lo sguardo di Rocco e si irrigidì. Gli parve di vederlo solo ora e gli fu subito antipatico. «Qualcosa non va?» chiese Ciccio. 131


«No, no. Il prezzo della calce. Siamo d’accordo per seicento lire al quintale?». «Se proprio non è possibile di più» rispose. L’ingegnere non si perse in altre parole. Compilò la voce relativa al compenso, ridefinirono tempi e modalità di consegna per tutta la durata del cantiere prevista per circa quattro anni, rilesse il contratto, diede le copie da firmare una per ciascuno di loro e due per lui, le datò e per ultimo firmò anche lui. Era fatta. Insistette perché accettassero un cognac. Bevvero quella diavoleria e si sentirono bruciare le viscere, poi ciascuno prese il suo foglio, si congedarono con una stretta di mano ed uscirono all’aria aperta. «Allora cominciamo da domani» disse Ciccio. «A domani» e tutti e due si allontanarono pensierosi e preoccupati più di quanto non lo fossero prima. Anche Tonino, l’ingegnere, si sentiva meno soddisfatto di quanto avesse creduto. Aveva chiuso un buon contratto ma c’era qualcosa che lo turbava, qualcosa di indefinibile con cui presentiva di dover fare i conti prima o poi. Forse sarebbe stato meglio se avesse lasciato perdere l’idea della calce delle fornaci, se si fosse uniformato alla nuova tendenza e poi... era spuntata lei, umile come un fiore di campo ma prepotente come l’aria che respiri. Meglio sarebbe stato se fosse rimasta sepolta tra i ricordi che non si vogliono ricordare perché ti fanno male, perché non ti confortano ma ti tormentano, non ti addolciscono la vita ma la rendono più insopportabile. Ora, proprio ora che tra lui e Francesca stava funzionando l’equilibrio del silenzio... I suoi rapporti con Francesca erano gelidi anche se apparentemente normali, ma una parola sbagliata o una parola di troppo avrebbe potuto far precipitare quell’apparente equilibrio fino a un punto di non ritorno. Sapeva che un caso come il loro non era raro e che si risolveva da solo con il tempo. La colpa non era sua, lui era normale. Non c’era una volta che non uscisse da una di quelle case con questa certezza. Era sempre lui, quello di prima, prima che si sposasse, prima che conoscesse Francesca. Francesca e Maria, tormento e serenità, umiliazione e orgoglio, caduta di un sogno, ebbrezza 132


del primo bacio. Lui si era sentito onnipotente allora, adesso impotente e frustrato. Era già sera tarda quando chiuse l’ufficio. La casa era buia e silenziosa. Quella notte sognò i campi, sognò il pullulare della vita negli anfratti dei muretti e tra le zolle, sognò gli uccelli d’acciaio e la gioia provata nello stringersi l’una nelle braccia dell’altro per difendersi da una paura che non avevano.

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capitolo XXVI

Ciccio raggiunse Rocco sulla calcara per definire come avrebbero impostato la loro attività così da darle un ritmo che potesse soddisfare le esigenze di fornitura stabilite dal contratto. Avrebbero lavorato con le due fornaci e avrebbero riattivato anche la terza, quella nella cava di Rocco, abbandonata sin dai tempi di mastro Giacomo. Avrebbero sincronizzato i lavori in maniera tale che non ci fossero vuoti. Per rientrare meglio negli utili decisero di licenziare alcuni operai. Li avrebbero sostituiti loro, lavorando anche di notte. Le spese e gli utili andavano divisi secondo un criterio di equità e di proporzione. La roccia cominciò a saltare sotto l’esplosione delle mine, gli operai spaccavano i blocchi più grossi con i picconi e in poco si accumulò nelle cave una grande quantità di materiale. Si comprò il combustibile e si cominciò a innalzare la prima calcara così che mentre si metteva fuoco a questa si innalzava la seconda e, mentre nella prima la calce era pronta per essere venduta e nella seconda la pietra cuoceva, si alzava la terza. Calcolarono che nel giro di una ventina di giorni avrebbero potuto iniziare la fornitura e continuarla con ritmo costante. Le giornate erano più tiepide e limpide. I due soci lavoravano sodo accanto agli operai e controllavano che fossero solerti e non perdessero tempo. Ogni attimo era denaro e non bisognava sprecarne neppure uno. La fase di rodaggio, comunque, seppure avesse superato le loro migliori previsioni, non aveva ancora fugato tutti i dubbi. Rocco continuava a chiedersi se aveva fatto bene a lasciare la vecchia società fatta di gente come lui, se poteva fidarsi dell’ingegnere. Cercava di darsi coraggio. C’era un contratto scritto e firmato e, se un domani non si fosse trovato più bene, al termine degli accordi poteva rientrare nella vecchia società o trovare la piazza in altri cantieri. 134


Era giorno di mercato. Avevano deciso di andare in Ostuni, lui per ordinare il combustibile, lei per delle provviste e le piantine di ortaggi per la campagna. Concettina l’avrebbero lasciata dai nonni. La giornata era serena. Dopo aver sistemato la bimba, Maria indugiò dinanzi allo specchio del piccolo armadio nella casedda. Aveva indossato un abito di quando era ancora signorina, quello che aveva una delle ultime volte in cui si era incontrata con Tonino. Nei giorni prima se l’era adattato alle rotondità del corpo più adulto. Ora, dinanzi allo specchio, risentì l’odore della sua giovinezza, la magia e i sogni delle primavere passate. Si rivide quel giorno di tanti anni addietro con Tonino. Sapeva già da allora che il suo sogno d’amore era impossibile. Ratodda aveva da tempo parlato chiaro: «Grazie a Dio è stato promosso, ora si scrive all’università e chi lo vedrà più! Ormai la sua strada va lontano!Mi devo rassegnare. Ne ho fatti tanti di sacrifici e ne continuerò a fare, ma sono contenta che non si sporcherà di terra». Lei aveva provato una stretta al cuore e a stento aveva trattenuto le lacrime. Lui non si era fatto più vedere ma lei non aveva smesso mai di sognare e di sperare. Di lui non aveva saputo più nulla fino al giorno in cui alla masseria antica, dove si era recata per comprare la ricotta forte e il formaggio con i vermi per Rocco, aveva sentito da due donne che chiacchieravano che donna Francesca si era fidanzata con l’ingegnere Micchiella. Non lo conoscevano ma tutti dicevano che veniva dal popolo e che era tanto una brava persona. Si sentì vacillare e cercò un sostegno. Il suo era un sogno ma fino a quando lui era libero quel sogno l’aiutava a vivere. Lui non poteva averla dimenticata. Non poteva aver dimenticato i giorni passati, non poteva aver dimenticato quel primo bacio. Quella mattina i ricordi le riscaldarono il cuore e le risvegliarono il desiderio delle antiche attese e delle antiche emozioni. Rivederlo almeno da lontano, rivivere il turbamento della sua vicinanza! La bimba le gironzolava intorno. «Mamma, andiamo, andiamo». Era tutta presa dalla gioia di uscire. Per lei era una festa. 135


Rocco intanto aveva preso del denaro, lo aveva contato e aveva nascosto il resto sotto un mattone. «Vuoi sbrigarti? È tardi, sbrigati». Maria ebbe un sussulto e arrossì come colta in flagranza. Un attimo di smarrimento e subito si ricompose. Senza dir parola indossò il soprabito, abbottonò il cappottino alla bimba, prese la borsa e, seguita da Concettina, si avviò all’uscita. Lui era già fuori che aspettava. Serrò la porta a più mandate, chiuse la vetrinetta e, presa la bimba in braccio, salì sul calesse. La cavalla si mosse paziente. L’aria dolce aveva qualcosa di frizzante che penetrava nell’animo e lo inebriava. Era il sapore delle primavere, del vino maturo, delle gemme in fiore, delle speranze mai morte. E lei aveva sempre amato la sua terra, soprattutto in primavera quando il suo grembo è turgido e rigonfio come quello di una inesausta partoriente. L’amava perché portava il frutto delle fatiche di suo padre e di sua madre, perché spremeva la vita dalle sue viscere sottomessa e docile come un’amante fedele. Rocco teneva le redini, guardava i campi e pensava alla calcara. Qualcuno passò. «Come andiamo?». «Bene, bene... e vossignoria». «Bene, con la bella stagione si va meglio». E tiravano dritto senza rallentare. Maria ripassava a mente la spesa che avrebbe fatto al mercato senza mai arrivare alla fine, distratta ogni volta dalle sue fantasticherie. Il rumore secco della martellina l’avvisò che erano arrivati. Sullo spiazzo antistante l’abitazione li accolse la cognata: «Beato chi si vede» scimmiottò con sarcasmo. Bassa, rossiccia, con lo sguardo miope e gelido di chi inappagato dalla sorte odia tutti ma soprattutto quelli che ritiene più fortunati, Checchina non ispirava affatto simpatia. L’acredine che aveva in corpo la rendeva arrogante e pronta a farsi valere a tutti i costi gridando e calunniando. Scesero dal calesse. «E mamma?» chiese Rocco. «Sta dentro» e lanciò uno sguardo carico d’odio alla cognata 136


che le passava accanto, senza degnare di uno sguardo la bimba che già correva sullo spiazzo inseguendo un gattino. «Ma’, vieni a vedere chi c’è» e il tono era sfottente, poi, rivolta al fratello ma con l’intenzione malcelata di parlare alla cognata, aggiunse: «Noi non siamo niente no? Non si saluta nemmeno... e già, voi siete signori». «Ma non cambi mai» le rispose Rocco con aria scocciata mentre apriva la vetrinetta ed entrava in casa. Dalla cucina sbucò Concetta che, asciugandosi le mani al grembiule, andò incontro al figlio. «Finalmente ti sei ricordato di noi. Madonna, come è cresciuta!» esclamò guardando la bambina e ignorando la madre. «Saluta la nonna» disse Maria rivolta alla piccola che per tutta risposta si schernì stringendosi a lei. Il pavimento di pietra bianca era stato lavato da poco ed emanava un odore acre e pungente di candeggina. Tutto era di un ordine meticoloso. Sul cassettone erano disposte accuratamente mille bomboniere che, custodite con amore feticcio, acuivano in Checchina, ogni volta che le spolverava, la rabbia contro la sua malasorte. La paura di invecchiare nubile l’atterriva. Da quando non era più una giovanetta e le era passata la puzza sotto il naso era pronta a sposare chiunque ma nessuno si faceva avanti nemmeno con il mezzano. «Siamo venuti a portarti Concettina, te la lasciamo per qualche ora. Dobbiamo andare in paese, devo sbrigare delle cose della calcara. Ho lasciato la società e mi sono messo con Ciccio. Maria deve fare un po’ di spesa al mercato. E papà?». «Nel fondo a zappare. Tiene i reumatismi e pure io. Non posso muovere proprio le braccia. Tuo padre poi ha dolore ai reni. Siamo andati dal dottore, ci ha dato delle medicine ma ancora non si vede alcuna miglioria... solo acqua santa per i morti. Quest’anno è stato peggio. Speriamo adesso che arriva l’estate! E la società come va?». «Bah, non sai? Siamo ancora agli inizi. A lavorare stiamo lavorando, a guadagnare guadagneremo ma cominciano già i problemi con gli operai che vogliono l’aumento. Il primo aumento lo abbiamo già dato e stiamo pagando la sansa anche più cara. Se si continua di questo passo non si sa dove andremo a finire!». 137


«Te l’aveva detto tuo padre che il mestiere di calcarulo non rende più, ma voi giovani dovete fare di testa vostra, non volete ascoltare i consigli di chi è più grande. Non vi accontentate mai e non vi bastano mai i soldi che guadagnate. Non era meglio per te rimanere operaio?». Parlava a Rocco ma la suonata era per la nuora che riteneva la vera causa dell’ambizione e dei problemi del figlio. «Piglia da ‘na parte e metti all’altra vedrai che non ti resterà niente. ‘Na volta pagata la calcara ci saranno sempre gli operai che vorranno di più e la sansa che costerà più cara. Potevi in grazia di Dio lavorare la terra come tuo padre. La giornata non te la toglieva nessuno e il guadagno era tutto tuo». «Se tutti ragionavano come te nessuno doveva tentare di stare meglio». «Voi giovani ve ne uscite sempre così. Ma forse non è vero che qualche calcara non funziona più, che i padroni le vendono e non sono più capaci di tornare alla terra? Cercano un posto, un posto a Milano o in Germania». Poi, temendo di aver infierito un po’ troppo, riprese: «Del resto non sei più un bambino, tieni ‘na famiglia e devi pensare in un modo o nell’altro a mantenerla. Se le cose ti vanno male puoi sempre lavorare la terra, il fondo tuo è grande e la terra è buona... È vero che la campagna non rende molto ma un po’ di pane te lo dà sempre». Maria ascoltava in silenzio. Aveva appreso, ora, che Rocco era uscito dalla società dei carcaruli. Lui non le aveva detto nulla. Ai genitori, alla sorella sì, a lei no. Questo suo modo di fare, questo suo estrometterla dai fatti, che pure la riguardavano, oltre che a farla sentire estranea, la umiliava e la offendeva ma non poteva dirgli niente. Si imbestialiva e ce ne voleva poi perché si calmasse. Allora taceva e si sentiva sempre più sola. Quante volte aveva pensato che se lui si comportava diversamente, se la trattava con confidenza e complicità, se mostrava di tenerci a lei come compagna, come moglie, come mamma di sua figlia, lei avrebbe imparato a volergli bene, avrebbe dimenticato tutto quello che la divideva da lui. Ma lui niente, era sempre lo stesso e lei si sentiva sempre sola e sempre più un’estranea. 138


«Beh, ma’, ora andiamo. Ti lasciamo la bambina, ce la prendiamo al ritorno» disse lui alzandosi. Maria convinse la piccola che voleva andare con loro a rimanere e le promise che se avesse fatto la brava le avrebbe portato una bella cosa dal mercato. La nonna la prese per mano. «Vieni, ti faccio l’aranciata con la bustina. La vuoi?». «Non ti allontanare dalla nonna» le raccomandò Maria, poi rivolta alla suocera chiese come formula di cortesia: «Vi serve niente?». «Non ci manca niente, grazie» rispose secca. Lungo la strada cercò di saperne qualcosa anche lei della società, di Ciccio, del suo lavoro ma lui troncò netto: «Non sono cose di donne, riguardano il lavoro. A te importa che porto il pane a casa». Alle porte del paese, quando le prime e rade case occhieggiavano appena tra il verde, Maria scese e lui proseguì in calesse. Si sarebbero ritrovati in quello stesso posto non appena si fossero sbrigati. Tirò un respiro profondo di sollievo. L’aria era limpida, il sole tiepido e sincero. Girò lo sguardo intorno e si sentì pervadere da un umore sottile e inebriante. Aveva dimenticato il piacere di quella sensazione. Il cuore cominciò a pulsarle più forte e sentì una voglia matta di essere libera, di fare la vagabonda per i campi, libera dai pesi che l’opprimevano, libera da un uomo che non amava, libera da un sistema che la costringeva a vivere con quell’uomo, libera di sognare ancora l’unico uomo che avesse mai amato. Un vociare e un’animazione confusa la riportarono con i piedi per terra. Era già nei pressi del mercato. Gli strilli dei venditori si alternavano e si incrociavano, alcuni nella stretta lingua locale, altri in un dialetto grottescamente ingentilito da inflessioni e gergo settentrionali quale retaggio di un’esperienza fallita. Maria si tuffò in quella marea di gente e si lasciò guidare dalla corrente, piacevolmente confusa da tutta quella animazione. La corrente la spingeva e la risucchiava, poi la spingeva ancora. Finalmente la lasciò presso una bancarella di fazzoletti dai colori festosi e vivaci. 139


«Signori’, guardate quanto è bello, pigliatelo, più tardi non lo troverete». Il venditore le porse un fazzoletto per la testa e glielo avvicinò ai capelli. «Come vi sta bene, con quegli occhi». Maria sorrise e arrossì. Prese il fazzoletto e con civetteria se lo acconciò sui capelli. Era un tripudio di fiori e di colori, come la sua campagna in estate. «Come vi sta bene» esclamò estatico. «Se lo comprate vi faccio un buon prezzo, cento lire, solo cento lire». Maria fece un sorriso di assenso e gli porse cinquanta lire. Lui le prese riluttante facendole notare il peso della sua arrendevolezza: «Stamattina mi voglio proprio rovinare. Ricordatevi che ad ogni mercato io sto sempre qua». Se lo sistemò sulla testa e, allontanandosi, cominciò ad annodarselo con civetteria quando ebbe la sensazione che qualcuno la stesse scrutando. Alzò appena il capo e incrociò gli occhi di lui. Tutto sembrò ruotarle intorno. Lui la guardava fisso con espressione incredula e sorpresa. Lei abbassò lo sguardo come per sottrarsi alla sua vista. «Maria!» e quella esclamazione ebbe il suono di un dolce richiamo. Le si avvicinò e le prese la mano. «Maria, che sorpresa!». Le stringeva la mano. Quel calore dimenticato la fece sentire debole e indifesa. Incrociò nuovamente il suo sguardo ed avvampò. «Come stai? Da quanto tempo! Sei cambiata sai? Sei più bella!Ho saputo che sei sposata». La guardava compiaciuto e non accennava a lasciarle la mano. «Quanti figli hai?». «Una bambina... ha quasi sei anni». «È una signorinella! Ho saputo della morte di zio Filippo e di zia Graziella. Mi è dispiaciuto molto. Mi devi perdonare se non sono venuto a trovarti. Mi dicevo sempre devo andarci, devo andarci e poi... sai come vanno le cose, gli studi, il lavoro, 140


gli impegni. Non me lo sono mai perdonato. Ti ho sempre pensato, credimi». Maria si sentì nuda in quella marea di gente. Tentò di liberare la mano da quella di lui. «Maria, non ti ha fatto piacere vedermi?» chiese palesando la sua delusione. «Sì sì...» e non seppe dire altro sopraffatta dal pudore e dall’imbarazzo. «Sai, ho conosciuto tuo marito, fornisce calce alla mia impresa, è stato nel mio studio con il socio. Ha firmato il contratto». Questa notizia la sorprese e la turbò più di quella dell’uscita dalla società. L’impresa era la sua allora. «Ma tu... Come sei cambiata». Sentiva su di sé il calore del suo sguardo e fu presa dalla voglia di fuggire. Lentamente ma decisamente liberò la mano da quelle di lui. «Abiti sempre là non è vero? Ora che tuo marito lavora per me chissà che non venga a trovarti un giorno che vado alla masseria, alla masseria di don Luigi. Lo sai che ho sposato Francesca, fosti proprio tu a farmela conoscere tanti anni fa». Lui non era cambiato molto nell’aspetto ma nel modo di fare così disinvolto le appariva profondamente diverso. Troppo spigliato, troppo padrone di sé per richiamare l’immagine familiare e casereccia dell’amico d’infanzia, del giovane che aveva tanto amato. Parlava, parlava, e lei ascoltava, ascoltava la voce dei ricordi. «Allora ci vediamo... nevvero?» tornò a cercarle la mano. Lei annuì e rimase lì, ancora frastornata, a stringere nel palmo quel calore che, solo, le ricordava il suo Tonino e ad aspirare gli effluvi lontani di un amore mai spento. L’urto di un passante la scosse. Si portò le mani al mento per riaggiustarsi il fazzoletto. Forse si era sbagliata, forse lui era sempre lo stesso! Di tempo ne era passato tanto, era naturale che lui fosse cambiato. Ma quel calore era sempre lo stesso e poi quanta tenerezza ancora e quanto affetto nelle sue parole, come se il tempo non fosse passato, come se nulla li avesse divisi». 141


Riprovò lo smarrimento di un tempo e la gioia di una promessa. Camminava tra quella gente che le fluiva intorno e le sembrava di essere sola. Comprò un porcellino salvadanaio per Concettina, riempì la sporta di piantine di ortaggi e di verdura per l’orto e solo quando vide alcuni venditori togliere la merce dall’esposizione si rese conto che si era fatto troppo tardi. Cercò di placare l’agitazione affrettando il passo. Rocco la stava aspettando già da un pezzo e, furibondo, sbottò in una imprecazione.

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capitolo XXVII

L’ingegnere Micchiella oltre a vincere diverse gare d’appalto ebbe l’approvazione al suo progetto abbastanza articolato che prevedeva la costruzione di vari stabili in periferia e numerose abitazioni in paese. Rocco e Ciccio avevano cominciato a lavorare con ritmo serrato. I coni delle fornaci a turno mandavano funghi densissimi di fumo che levandosi si dilatavano e lentamente calavano giù, avvolgendo le case sparse intorno. Un acre odore di sansa rendeva l’aria irrespirabile. Gli operai gettavano nella bocca infernale della fornace palate di combustibile, sistemavano i pali lungo la parte esterna della fornace in costruzione e, arrampicati sui muri, a scala si passavano massi di pietra. Con le mazzuole battevano sui blocchi, i muscoli in tensione sotto lo sforzo quasi titanico. Cominciavano a smantellare la calcara già cotta e a caricare sui traini. Tanta alacrità a occhi poco esperti dava la sensazione che tutto andava bene eppure per gli addetti ai lavori l’insolito silenzio degli operai, la serietà dei loro volti, la percepibile tensione che a tratti esplodeva in grasse imprecazioni erano segni di una bonaccia foriera di tempesta. Tra gli operai circolava il malcontento e le riunioni serali in piazza erano piuttosto concitate. Da un momento all’altro si temeva che l’agitazione esplodesse massiccia in tutta la sua virulenza. Intanto si improvvisavano manifestazioni di piazza subito sciolte dalle forze dell’ordine. All’inizio dell’autunno si arrivò al temuto. Quel giorno nessun manovale si presentò sul posto di lavoro, neppure sulle calcare, e tutti convennero in piazza della Libertà dove un operaio sindacalista, tra i più inaspriti e audaci, su un podio di fortuna tenne un discorso concitato sui diritti del lavoratore, sulle condizioni, la fame, gli stenti della classe lavoratrice, sullo sfruttamento del lavoratore di contro alla classe patronale che succhiava il sangue alla povera gente. Tra le ovazioni generali si accaldava e si sbracciava 143


urlando alla massa in ascolto di unirsi compatta nella lotta per ottenere le giuste rivendicazioni, prime fra tutte l’aumento del salario, il rispetto dell’orario sindacale di lavoro, l’ingaggio per tutti i lavoratori. Ripetuti e fragorosi applausi interrompevano la foga dell’oratore che ogni volta faticava a riprendere la parola. Alla fine con una acclamazione frenetica la folla lo piazzò a mo’ di stendardo innanzi al corteo che prese a sfilare per le vie del paese ritmando gli slogan delle rivendicazioni. A mezzogiorno nessuno aveva più fiato per continuare. Dappertutto si era sparsa la voce di ciò che stava accadendo e tutti i padroni, anche quelli delle calcare, si riunirono e si dissero di aver avuto già sentore di quella manifestazione nei giorni passati ma di non aver mai sospettato che sarebbe stata di tali proporzioni, meno che mai di tale risonanza visto che le stesse proteste erano esplose su tutto il territorio nazionale. Forse per il Nord andavano bene ma al Sud. Al Sud c’erano padroni come Rocco e Ciccio che erano padroni, sì, ma anche operai, con tutte le difficoltà degli uni e degli altri e i privilegi di nessuno. Oltre a dover tenere in piedi un’attività autonoma dovevano guardarsi, come tutti i calcaruli, dalla concorrenza incipiente della calce industriale contro cui si sentivano impotenti e vittime senza scampo. Se la calce industriale poteva permettersi di calare i prezzi aumentando i suoi guadagni, loro no. I calcaruli erano arrivati al minimo storico oltre il quale non rimaneva che chiudere bottega. Adesso poi si aggiungeva la richiesta di aumento del salario che, se per le moderne attività industriali poteva essere sostenuta dalla maggiore competitività delle loro merci sul mercato, per le piccole aziende locali, quali erano le calcare, che vedevano perdere il loro potere competitivo dinanzi all’incalzare prepotente dei nuovi metodi di produzione, l’aumento significava un’ulteriore condanna verso la fine incombente. Per Rocco e Ciccio, che avevano operai alle loro dipendenze, voleva dire tutto questo, con l’aggravante che se loro aumentavano il salario non si modificava di tanto la parte economica sottoscritta nel contratto, abbastanza rigido con le sue clausole e postille. 144


Dopo la manifestazione di piazza, braccianti agricoli, artigiani, frantoiani, calcaruli, curdelare26 si diressero alla Camera del lavoro. Entrarono quelli che poterono, gli altri rimasero fuori assiepati. Vociavano ed attendevano impazienti. Arrivarono anche alcuni padroni, quelli di sempre. Uno dei sindacalisti cominciò a parlare delle condizioni disumane e illegali dei lavoratori, dei diritti di ingaggio anche per i lavoratori stagionali e occasionali, di previdenza, assistenza, infortuni sul lavoro, assegni familiari, disoccupazione, orario di lavoro. Una fragorosa ovazione accolse la fine del discorso cui seguì un parlottare agitato e confuso che si spense allorquando tra la folla prese la parola il presidente della società dei calcaruli. Cominciò col dire che tutto quello che aveva sentito era giusto ma che non tutto era stato detto. La categoria dei padroni, in particolare quella dei calcaruli, versava in gravi difficoltà, come gli operai e più degli operai, che non c’erano favolosi guadagni, che molte calcare erano già chiuse e che nessuno dei padroni era tanto padrone da reggere tutte quelle richieste, anche se giuste. I frantoiani, anche i frantoiani, padroni stagionali, guadagnavano quel tanto e solo quel tanto per vivere tutto l’anno. Gli agricoltori? Era meglio non parlarne. I proprietari di vigneti o di grossi appezzamenti a vocazione ortofrutticola non avevano interesse a produrre perché nessuno comprava. Il mercato interno era chiuso perché chi in un modo chi nell’altro il vino, l’olio, la verdura, la farina se li procurava dal fondicello di famiglia. A un mercato aperto nessuno ci pensava perché non ne avevano la forza ma neppure le capacità. La proprietà locale era stata troppo frazionata e c’era molta impreparazione e diffidenza a consociarsi, nonostante i contributi e le agevolazioni previste dalla Cassa del Mezzogiorno e dalla Riforma agraria. Quando terminò nessuno gli batté le mani. L’indomani gli operai tornarono al lavoro. Si sentivano più 26 Cordai, operai addetti alla lavorazione delle corde con le quali si costruivano i fiscoli, sacche in cui si racchiudevano le olive frantumate e da cui per spremitura si otteneva l'olio.

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forti e incoraggiati nonostante, di concreto, non si fosse mosso nulla a loro favore. Dinanzi alla minaccia dell’aumento salariale Rocco e Ciccio si accorsero di aver firmato un contratto capestro. Il loro margine di guadagno si sarebbe assottigliato ulteriormente e Rocco aveva ancora da pagare la calcara. Lavorava come un dannato. Nel tentativo disperato di uscire dalle maglie intricate di quella situazione, che rischiava di diventare tragica, aveva anche considerato insieme al socio l’eventualità di licenziare qualche altro operaio fidando sul rimpiazzo delle proprie forze ma, per quanti calcoli facessero, non riuscivano a raccordare la riduzione della mano d’opera con i tempi di produzione imposti dalla ditta appaltatrice. Sebbene la situazione di Rocco fosse più disperata di quella del socio, neppure quest’ultimo nuotava in acque migliori. Intanto gli scioperi e le richieste sindacali, prima che ai benefici degli operai, avevano portato immediatamente all’aumento delle materie prime e dei prodotti al consumo. Aumentò il costo della sansa, aumentarono i generi alimentari, aumentò tutto e, seppure per altra via, arrivò il peggio per i due soci. Presi dalla disperazione decisero di andare a parlare con l’ingegnere, anche se nessuno dei due fidava nella bontà di quel tentativo. L’ingegnere quella mattina aveva proprio tanto da fare. Nella sala d’aspetto c’era tanta gente. Il tempo d’attesa sembrò ai due interminabile. Tacevano assorti nei loro pensieri, impazienti nella loro immobilità. Verso mezzogiorno venne finalmente il loro turno. Aprirono la porta dello studio con timidezza e deferenza sostando per un attimo sulla soglia. All’invito dell’ingegnere avanzarono verso la scrivania che, ingombra di opuscoli e carte, da sola incuteva soggezione. «Sedetevi, sedetevi» li invitò con fare ostentatamente alla mano. «Come mai? Posso esservi utile in qualcosa?» e sorrise di un sorriso volutamente aperto dietro cui si nascondeva una gran voglia di licenziarli al più presto. A quella apparente affabilità i due sentirono sciogliersi la tensione accumulata e nella poltrona si aggiustarono più a loro agio. 146


L’ingegnere si irrigidì e con tono sbrigativo e meno affabile aggiunse: «Parlate...» guardò l’orologio «è tardi!». Ciccio si riaggiustò ancora nella poltrona, maledette poltrone che più dell’ingegnere prendevano la gente per il culo! Ingoiò la saliva arida, con essa l’imbarazzo che lo aveva ripreso e, forte solo del fatto che era il figlio del mezzadro di don Luigi, cominciò a parlare: «Ingegne’, noi siamo venuti qua proprio perché non sappiamo più come fare» e si fermò per riprendere fiato. «Tutto dipende da voi, perciò siamo venuti. Vedete un po’ voi quello che potete fare...» e si agitava in preda all’imbarazzo, credendo di aver detto tutto senza aver detto niente. «Al sodo, al sodo, è tardi. Ho da fare, sbrigatevi» sollecitò. Il mutamento di tono e quel comando furono come una staffilata per i due soci. Ciccio sfoderò la sua grinta. «Ingegne’, il contratto che abbiamo firmato è un capestro per noi. Con il costo della mano d’opera e del materiale la calce a quel prezzo è quasi sotto costo. Se le cose continuano così noi ci rimettiamo e se voi siete un galantuomo come vostro suocero dovete venirci incontro. Perciò siamo venuti qui da voi». Seguì un attimo di silenzio in cui i due spiavano la reazione dell’ingegnere e l’ingegnere cercava di raccogliere più chiaramente i termini della questione e scegliere le parole più caute per un rifiuto totale. «Ma, credetemi, capisco perfettamente la vostra situazione e mi dispiace. Lo so, i tempi sono duri per tutti, anche per me. Anch’io ho firmato dei contratti in cui, proprio come voi, mi sono impegnato a condizioni che mi stanno rovinando oggi come oggi. Anch’io ho dovuto aumentare la giornata agli operai, anch’io pagherò con i nuovi prezzi. Eppure né il Comune né i privati mi verseranno una lira in più di quello che è stato già pattuito. È una situazione a catena, che ci posso fare io?» e ci fu ancora silenzio. «Credetemi, proprio non ci posso fare niente, almeno per ora». «Ma ingegne’, voi potete guadagnare di più sui nuovi lavori, per noi invece solo questo ci dà il pane. Vedete un po’, fate 147


meglio i vostri conti, dateci qualcosa in più al quintale, almeno per mangiare». «Ma, allora non mi sono spiegato. Anch’io mi trovo nella vostra stessa situazione». «Non è vero, ingegne’» proruppe Rocco uscendo dal silenzio «voi state a galla e noi stiamo affogando. Noi abbiamo una famiglia... i figli». «E che volete da me?» si spazientì l’ingegnere. «Un contratto c’è e l’avete firmato. Non potete dire che vi ho costretti, nessuno vi ha costretti. Mi dispiace ma non ci posso fare niente». «Ingegne’» riprese Ciccio con calma contenuta «anche la legge ci darebbe ragione. Quello secondo me è un contratto che non ha valore. Noi l’abbiamo firmato non per morire di fame ma per guadagnarci un tozzo di pane». «Volete allora ricorrere alla legge? Gli avvocati vi faranno vendere anche la calcara. Sentite a me...» e diventò più dolce e persuasivo «per ora lasciamo stare le cose così come stanno, più in là vedremo, vedremo quello che si può fare». Si alzò per accompagnarli alla porta e qui, con tono quasi paterno, li rassicurò: «Ve lo prometto, se potrò fare qualcosa la farò, più in là... ma ora anch’io mi trovo in cattive acque, proprio come voi» e chiuse la porta dietro le loro spalle e la loro rabbia. Era stato un tentativo, essi stessi non ci avevano creduto, era stata una speranza. Ora non potevano più sperare in niente. La legge! I cani si grattano la rogna tra loro e chi ci rimette è sempre il povero disgraziato. Monarchia o repubblica gli uomini rimangono sempre gli stessi, cambia un nome ma non la sostanza! Ritornarono alla calcara con il fiele in corpo e scaricarono la loro rabbia gridando e bestemmiando tra l’indifferenza degli operai. Nei giorni che seguirono anche a casa Rocco fu intrattabile più che mai. Bestemmiava per un nonnulla e aveva scatti d’ira incontrollati.

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capitolo XXVIII

Da quando lo aveva rivisto non riusciva più a liberarsi di lui. Di notte e di giorno la inseguivano i fantasmi del passato e quando il cuore non ce la faceva più a reggerli lasciava che il groppo si sciogliesse in un pianto lento e silenzioso. Di giorno cercava di distrarsi nei lavori. Accudiva nella corte le pecore da latte, le galline e i conigli, controllava la cavalla, zappettava e riordinava l’orto, rassettava in casa e preparava da mangiare ma i sogni riaffioravano nel suo stesso respiro. Concettina la seguiva passo passo e solo quando erano all’aperto si staccava per rovistare negli anfratti e tra l’erba. Accadde proprio in una di quelle mattine. La campagna silenziosa era immersa in un sole autunnale tiepido e dolce. Solo a tratti, isolato, giungeva in lontananza un rumore basso, ovattato, che rendeva ancor più benefica quella pace agreste. Qualcuno lavorava nascosto tra gli alberi, perso in quella quiete che sembrava non avere confini. Maria sapeva da dove provenivano e quei rumori le facevano compagnia e le davano conforto più d’ogni altra distrazione. Conosceva tutte le campagne intorno, nel raggio anche di qualche chilometro, sin da bambina, quando accompagnava la madre da qualche vicino e conoscente. Ci andavano di mattina o di pomeriggio o anche all’imbrunire nelle calde sere d’estate quando l’aria era ancora pregna del canto dei grilli e la natura intorno si apparecchiava al riposo. I suoi vecchi! Quanto l’avevano amata! Forse troppo perché la misura venisse colmata da altri. Forse per questo non c’era più amore per lei! Coglieva le mele cotogne appena mature da un albero presso l’orto e seguiva con lo sguardo la sua bambina. Anche lei era nata con l’amaro destino di tutte le donne, anche lei era nata per tacere, concepire, sottostare. Ma si sarebbe venduta l’anima per lei, perché il suo destino fosse migliore. L’avrebbe fatta studiare e per questo era disposta a tutto. Un rumore insolito la distolse, girò lo sguardo e vide una 149


macchina salire lungo il viottolo. Il sole che baluginava contro i vetri e gli alberi, attraverso cui nicchiava la vettura, le impedivano fastidiosamente di riconoscere il visitatore. Poteva essere anche uno che aveva imboccato per sbaglio il suo tratturo. Aspettò che la macchina si fermasse. Sentì il motore spegnersi e aprirsi la portiera. Sgomento e panico si impossessarono di lei. Era lui. Istintivamente sentì l’impulso di proteggersi. Prese Concettina in braccio e non seppe che altro fare. Tonino le andava incontro avanzando sul terreno sconnesso. «Ciao» sorrise e tese le braccia per sollevarla del peso della piccolina. Concettina si ritrasse e si strinse al collo della mamma. «Vieni, su, vieni dallo zio» ma la bimba si scostò ancora di più. «È timida» si scusò Maria arrossendo. Seppure impacciati ebbero tutti e due la sensazione di non essersi mai lasciati. Gli parve di aspirare l’odore degli anni lontani e risentì la vicinanza degli affetti perduti. «Non è cambiato nulla qui, tutto come allora. C’è meno animazione ma la natura e l’aria che si respira è sempre la stessa». Lei si sentì ancora più turbata e lui provava un certo piacere nel supporre ciò che quel rossore significava. Quel turbamento gli ricordava le volte in cui da ragazzi camminavano tra gli alberi tenendosi per mano e lei, come smarrita in un sogno, si abbandonava a lui e lui si sentiva uomo. Ripensò a quel primo e solo bacio, a lei che arrossiva di pudore, al senso di colpa che impediva loro di osare di più. A ben riflettere non gli sembrava cambiata più di tanto. La certezza che non lo avesse dimenticato gli dava una felicità dimenticata. Si sentì avvolgere da una pace e da una serenità insperata. Da quando si era sposato la vita era diventata per lui un tormento e l’amore una tortura. Si era tuffato nel lavoro arrabbiato e, quando usciva dal cantiere o dallo studio, il pensiero di rientrare a casa era una tortura. Come non mai aveva cominciato a sentire il bisogno di una vicinanza amica, di qualcuno che gli parlasse al cuore, gli parlasse di speranze, di cose buone. Tra lui e Fran150


cesca era calato un muro di rancori rafforzato dai silenzi e da un’indifferenza fredda e scostante. Lui ormai non la cercava più e lei pareva indifferente. Da quando aveva incontrato Maria i ricordi non lo avevano più abbandonato. Adesso era lì, dinanzi a lui e lui la guardava con un sorriso aperto, quasi impietoso per i poveri sentimenti di lei. Era davvero bella! La maternità le aveva arrotondato le forme e le aveva sciolto nello sguardo una dolcezza umile e fiera insieme. In quella natura solitaria, con la bimba tra le braccia, avvolta in quel tiepido bagliore, insolitamente alta, emanava un che di sacro, quasi una divinità antica tra quegli ulivi secolari. Per un attimo perse la parola. Sentì anche lui il disagio pesargli e andò alla ricerca di qualche frase che frantumasse quel silenzio fastidioso. «Sembra che il tempo si sia fermato qui, nulla è cambiato, anche tu sei rimasta la stessa». Maria taceva e insieme risalivano su per il sentiero, verso il piazzale su cui aveva fermato l’auto. «Sono andato alla masseria di don Luigi» disse mentendo «e ho pensato di venirti a salutare. Te l’avevo promesso quel giorno al mercato. E la casa, la casa è sempre la stessa?. «Non abbiamo cambiato nulla» rispose con un certo disagio. Se le cose andranno bene Rocco ha detto che rinnoverà tutto». «Ma sì che andranno bene! Certo, questo è un periodo brutto per tutti ma fortunatamente le cose cambiano e cambieranno vedrai! Tuo marito l’altro giorno è stato da me. Ti ho detto che lavora per i miei cantieri? Ti dicevo, l’altro giorno è stato da me, era preoccupato, voleva che facessi qualcosa. Certo, se non ci fossero stati gli aumenti dei salari le cose stavano andando veramente bene. Ora bisogna aspettare che la situazione si riassetti e che le cose migliorino per tutti. Io, credimi, sarei disposto a tutto per aiutarvi e certo non è detta l’ultima parola!È anche per questo che sono venuto qua, per parlare con lui». «Non c’è, sono sola con la bambina» e la strinse ancora di più al petto. 151


Lui di tanto in tanto si piegava a strappare uno stelo indocile, così, per apparire distratto da qualcos’altro. Giunsero sul piazzale e Maria si fermò. Si fermò anche lui e, girando lo sguardo intorno, sospirò: «È sempre bello qui! E la casa? Come vorrei rivederla. Sapessi quanto ho desiderato di ritornare qui a godere un po’ di pace». «È rimasta come prima» ripeté «non c’è nulla di nuovo» aggiunse nel tentativo di dissuaderlo. «Proprio per questo vorrei vederla, per convincermi che nulla è cambiato. Neppure tu... non è vero?» chiese come a voler risvegliare il ricordo di intimità lontane, come a voler scavare nei sentimenti più reconditi. La guardò negli occhi e sembrò volerle leggere nel più profondo del cuore. Il disagio di Maria divenne angoscia. Pensò alla figlioletta che teneva in braccio come baluardo, prese coraggio e lo precedette in casa. Si fermò al centro della sala, accanto al tavolo, lui, invece, cominciò a muoversi intorno quasi a voler cogliere la presenza di realtà lontane. Soli in casa, Maria cominciò a temere che potesse giungere Rocco. Diffidente com’era, poteva scatenare l’irreparabile. «Proprio come me la ricordavo. Mancano solo i poveri zii. E tu, è da parecchio che sei sposata?» e continuò a guardare intorno e a toccare vecchi oggetti cari. Ma la risposta non venne. «Sai, anch’io sono sposato» e tacque. Maria continuò a tacere. «Com’è strana la vita! Ricordi quando da ragazzi correvamo tra gli alberi? Chi mai potrà dimenticare quei giorni!». Tacque, poi riprese: «Ora comunque ci siamo ritrovati, ritornerò ancora, proprio come una volta. Adesso io e tuo marito abbiamo rapporti di lavoro e le occasioni per ritornare non mancheranno. Ti fa piacere?» le chiese con una dolcezza dimenticata e, sollevandole il capo, per celia, come quando da bambini avevano litigato e lui voleva far pace, la invitò a guardarlo negli occhi. Sorrise anche lei a quel gesto e, come allora, annuì con un 152


cenno impercettibile del capo. Si guardarono e risero come negli anni lontani quando la pace era fatta e non ce la facevano più a tenersi il broncio. La mano di lui le scivolò teneramente sul viso in una calda carezza. «Sei bella, più bella, molto più bella di allora». Si sentì perdere e quasi per difesa si diresse verso l’uscio come a supplicarlo d’andar via. Tonino capì. Uscirono sullo spiazzo e, sorridendo, diede un buffettino sulla guancia a Concettina. «Ciao, piccola, a presto». E rivolto a lei: «A presto, ritornerò per parlare con Rocco». «Devo dirgli qualcosa?». «No, non dirgli nulla, me la vedo io...» e si allontanò nella macchina che sussultava sui ciottoli del viale. Uscito dal tratturo lo vide scomparire lungo la strada. Rientrò in casa e sedette esausta su una sedia accanto al tavolo. Concettina le scivolò dal grembo e prese a muoversi per la stanza. Il viso nascosto tra le mani si sciolse in un pianto silenzioso. La guancia era ancora calda della sua carezza. Era tornato ma qualcosa dentro le gridava di allontanarlo dalla sua vita e dal suo fondo, di aggiustarsi la sua croce sulle spalle e continuare a tirare avanti, così, per il bene di Concettina. “Le fantasie” diceva sua madre “portano solo alla rovina”, e le sue erano le più pericolose, quelle che, se anche non fai niente di male, hai sempre sbagliato e hai sempre colpa dinanzi a tutti e pure dinanzi a te stessa.

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capitolo XXIX

giugno 1961 Un fascio di sole la destò col suo bagliore insistente. D’istinto si scostò nel letto vuoto e si rifugiò nella parte in penombra continuando a difendersi gli occhi col palmo della mano. Girò pigramente lo sguardo intorno. Quel raggio di sole che prima le aveva procurato una sensazione fastidiosa ora, visto di traverso, frantumarsi e brillare nelle innumerevoli particelle del suo pulviscolo, le inondò il petto di un’antica gioia, la gioia di Santa Giovanna, quella di un tempo lontano, quando sull’aia si muoveva tra le anatre e le galline che starnazzavano frullando le ali e correvano ancheggiando grottescamente, quando andava libera per i campi e aspirava profondamente quell’aria odorosa di fieno acre e si dirigeva con passo festante verso i covoni, difendendosi col braccio dal bagliore abbacinante. La terra scottava e nell’aria, piena del frinire delle cicale, sembrava che il sole temprasse i suoi raggi roventi. Per lei quello era il tripudio della vita, l’appagamento d’ogni desiderio. Allora era molto giovane e, nonostante tutti si ostinassero a inculcarle l’idea di un essere supremo mosso ora da una giustizia intransigente ora da una bontà infinita ma pur sempre distaccato e lontano, lei trovava Dio in quei campi, in quel calore, in quella luce, nella pace della sua terra. Quando da lontano in quel liquido solare vedeva muoversi la figura solida e robusta di un contadino che lavorava sereno nei campi e vedeva avanzare, quasi emergessero dalle viscere della terra, le floride donne con le bighe sulla testa o strette al petto, allora pensava che quello doveva essere il paradiso e quel senso di felicità cosmica che le inondava il petto fino a toglierle il respiro doveva essere lo stato di beatitudine verso cui tende il cuore nella lotta quotidiana contro il male. Lei, Francesca, si sentiva allora la prediletta del suo dio, un dio padre, un dio amico, un dio fatto tutto e solo di bontà, un dio in cui trova 154


conforto anche il malvagio, perché punito abbastanza dalla sua stessa malvagità. Avvolta da quella luce e da quel calore avvertiva il desiderio prepotente di gettarsi tra le spighe riarse del grano, di premere il corpo contro quello della terra come al seno della madre, di correre tra le spighe fruscianti, tra la stoppia crocchiante, tra gli alberi d’ulivo, correre con le braccia tese all’amplesso dell’aria e abbandonarsi ansante al tronco di un albero, madida di sudore sano e di mille gocce di gioia. A volte le pareva di confondersi, nell’abbraccio, con gli alberi, d’essere percorsa dalla loro stessa linfa. La notte, poi, appagata, si abbandonava a un sonno dolce e sereno. Quanto erano lontani quei ricordi! Aveva sognato come una romantica da quattro soldi, come la più retriva tra le sentimentali e si trovava ora a piangere su un morto che non era mai nato. Rinunciare all’amore e rassegnarsi a vivere accanto a un uomo che non aveva mai conosciuto, giorno dopo giorno, in uno stillicidio inesorabile di indifferenza che avrebbe finito col distruggere in lei ogni anelito alla vita. Rassegnarsi, Il futuro l’atterriva più del presente. Dopo il rientro dal viaggio di nozze aveva sperato che Tonino le parlasse ancora come si parla a una persona che si ama e nella quale si confida, almeno per ripeterle “aspetta... abbi pazienza, consulteremo qualcuno”. Ma lui niente. Era diventato freddo e apatico. A volte gli leggeva persino una certa ostilità, quasi addebitasse a lei la causa di tutto. Aveva anche pensato di farsi forza e affrontare lei quel problema ma pudore e orgoglio le impedivano di parlarne per prima. Allora la prendeva lo sconforto e pensava alle tante possibili soluzioni per uscire da quell’incubo. Parlare con i suoi, consultare un avvocato o semplicemente separarsi. Ma alla fine, quando si fermava a considerare più attentamente i risvolti e le possibili conseguenze si convinceva ogni volta che era meglio tacere, almeno per il momento. L’idea di darsi in pasto ad amici e conoscenti, ma pur anche a sconosciuti, la spaventava più del suo stesso dramma. Ancor più l’angosciava il disinganno e il dolore che avrebbe procurato a suo padre e a sua madre. No, lei non voleva e non poteva aggiungere anche questa alle loro già mol155


teplici e gravi preoccupazioni. Suo padre aveva respirato una boccata d’aria buona proprio con il suo matrimonio e si era sentito sollevato dai tanti problemi che incessantemente gli davano le gemelle con i rispettivi mariti. Nessuno dei quattro prometteva di voler mettere la testa a posto. Preferivano godersi la vita e tentare la fortuna al gioco e lui li manteneva e copriva i loro ammanchi per evitare il peggio. I tempi erano cambiati e le sue rendite dominicali si erano assottigliate, vuoi per le nuove leggi governative, vuoi per il massiccio esodo verso il Nord che sottraeva alle sue campagne mano d’opera preziosa. Quelli rimasti avevano ottenuto un contratto di mezzadria a lungo termine che di fatto attribuiva loro più diritti degli stessi padroni. Con l’esproprio della riforma fondiaria, per trascuratezza e imperizia dell’amministratore che non aveva provveduto ad aggiornare le dichiarazioni catastali, aveva dovuto cedere buona parte delle sue terre migliori come terre incolte per cui l’indennità di esproprio era stata irrisoria rispetto al valore reale delle stesse e non era bastata neppure a pagare i debiti e il mantenimento arretrato dei generi e delle figlie. Quel raggio di sole che era irrotto prepotente nonostante tutto le risvegliò l’antica voglia di vivere. Con gesto deciso si scostò le coltri di dosso e balzò dal letto. Aprì la finestra e spalancò le persiane. Una ventata d’aria fresca e frizzante la investì. Distese le braccia ed aspirò inebriata l’aria del giardino. La vita è bella, pensò, bella se c’è un sogno in cui rifugiarsi, un sogno dimenticato e mai perduto... un sogno, il suo sogno. E pensò a lui, a Mattia, il timido caro Mattia della sua fanciullezza. L’amico, il fratello degli anni più belli e spensierati, l’uomo che all’annuncio del suo matrimonio era scomparso e lei non aveva saputo e non aveva mai chiesto dove fosse andato. Non aveva mai pensato che Mattia poteva essere per lei altro che un amico fraterno, forse perché troppo amico per essere altro, forse perché troppo compresi nei loro ruoli, lei in quello di sognatrice, lui in quello ufficiale di vigilare sulla sua incolumità; forse perché tutto tra loro era spontaneo e naturale, forse perché era paga di quella felicità e niente poteva renderla più grande. 156


Tornava a ricordarsene sempre più spesso e se ne ricordava soprattutto ora che sentiva più prepotente che mai la voglia di vivere e di amare. Ora come mai le tornava il ricordo di lui che, seppure impacciato nei modi, era sempre stato onesto e leale, generoso ed affidabile come le zolle della sua terra, possente e forte come i tronchi vigorosi degli alberi, fiero come i campi coperti di spighe, amorevole come il cielo che sorride. Troppo tardi si era resa conto di essere stata vittima delle sue stesse fantasticherie. Aveva cercato altrove quello che già le apparteneva. Aveva atteso per anni, sognato il suo uomo, se l’era costruito giorno dopo giorno nella fantasia e aveva creduto che quell’uomo timido, discreto, silenzioso, lì nella penombra della chiesa, fosse la proiezione incarnata del suo sogno e si era lasciata ingannare. Se solo avesse avuto i piedi un po’ più per terra, se solo si fosse guardata meglio attorno, si sarebbe accorta che cercava in altri quello che lei già amava in Mattia. Pensava e stava immobile nel vano della finestra, lo sguardo perso nei ricordi, quando il rumore di un’auto la distolse. Forse era Tonino. Non voleva vederlo. Si staccò dalla finestra e, in preda ad un’evidente agitazione,si diresse fuori dalla camera in cerca di sua madre. Incrociò la domestica. «Ninetta, ti prego, chiamami mamma. Non sono in casa per nessuno, ti prego, neppure per l’ingegnere». Donna Adelaide, visibilmente in apprensione, la raggiunse in camera. Nel vedere la figliola in piedi si tranquillizzò ma non al punto da sentirsi del tutto sollevata. «Francesca, mi hai chiamata... cos’hai?». «Niente mamma, sto bene, ho solo tanta voglia di uscire. Inventa tu una scusa e se Tonino mi cerca digli che sono andata in una delle nostre tenute». «Ma Francesca» azzardò, chiudendosi la porta alle spalle «cosa ti succede?». Da tempo aveva capito che sua figlia non era felice, che i rapporti tra lei e Tonino non erano come quelli di due che si amano. Nessuna parola affettuosa, nessun cenno, nessun sorriso di gioia o di complicità. Solo silenzio, freddezza e in157


differenza. Non aveva mai tentato di parlarne con lei, un po’ per pudore, un po’ per paura di scoprire che i suoi timori erano fondati. Anche don Luigi aveva notato che qualcosa non andava tra i due, ma donna Adelaide cercava ogni volta di rassicurarlo e di convincerlo che si sbagliava e che comunque se c’era qualcosa era sicuramente passeggera. Francesca aveva cominciato a vestirsi e taceva come se non avesse udito. «Lo so» riprese con tono rassegnato «lo so, l’ho capito da tante cose e da tanto tempo». Francesca dinanzi all’armadio aperto nascondeva nel silenzio il suo imbarazzo. Tolse dalla gruccia un vestito dai colori vividi e cominciò ad indossarlo. «Farò come vuoi, ma ti prego, non rientrare tardi» la pregò rassegnata e, dopo aver posato ancora una volta lo sguardo sulla figlia, scuotendo il capo, uscì dalla stanza richiudendosi la porta alle spalle. Francesca si sentì più sollevata. Entrò in bagno, si lavò il viso, si ravviò i morbidi capelli neri resi ancora più soffici da lievi ondulazioni, si adagiò sulle spalle una giacchettina bianca e di filato raggiunse le scale che portavano al garage. La saracinesca era aperta. Entrò nella Topolino e avviò il motore. Sullo spiazzò vide la Millecento di Tonino e pregò Dio di aiutarla. Fuori dal cancello si sentì finalmente libera e al sicuro. La giornata era di quelle limpide e sincere. Il sole inondava tutto il paesaggio intorno e con il suo calore di primavera inoltrata scioglieva e inteneriva di dolcezza la natura. Si sentì invadere da un’ondata di benessere che le saliva dal petto e andava trasformandosi in uno stato di ebbrezza come un prigioniero restituito improvvisamente alla vita. Così frastornata quasi non si accorgeva delle colonne d’ingresso alla tenuta da cui iniziava un lungo sentiero che portava alla masseria di Santa Giovanna. Svoltò. Sulla sinistra si stendeva un terreno ondulato ricoperto di verde su cui lontano pascolava un gregge di pecore, sulla destra una distesa di ulivi dalle folte chiome di cui era possibile scorgere solo i tronchi dei primi filari. Procedeva più attenta quando un belato tremulo e insi158


stente la costrinse a frenare di botto. La Cinquecento sobbalzò e si fermò di traverso al sentiero. Il belato cessò. Temette che fosse successo il peggio. Il belato riprese. Tirò un sospiro di sollievo e uscì dalla macchina. Un agnellino proprio di lato al muso della vettura, spaurito, continuava a belare. Rinfrancata e divertita sorrise e dirigendosi verso di lui lo rassicurava premurosa e tenera. «Piccolo della mamma, non è niente, su, non è niente. Vieni, vieni dalla mamma». L’agnellino smise di belare e la guardava immobile. Francesca si piegò, lo accarezzò e si strinse la testolina al petto. Era straordinariamente morbido. «Amore, sta tranquillo, andremo dalla mamma... ti porto dalla mamma». La bestiola sembrava capire e la guardava con gli occhietti umidi e profondi quando d’improvviso, spaventato, cominciò ad agitarsi. Un attimo di delusione e di smarrimento, poi un rumore sordo di zoccoli alle spalle. Si voltò e vide lui che smontava da cavallo. Ebbe un tuffo al cuore e dovette fare appello a tutte le forze per non cedere all’emozione e allo smarrimento. «Avete bisogno d’aiuto?». Gli sguardi si incrociarono e lui la riconobbe. Si irrigidì. «Buongiorno» e rimase fermo accanto al cavallo. «Ciao» e si sentì avvolgere da una vampata di calore poi, accennando all’agnellino: «Temevo di averlo investito, poverino, è solo, lontano dalla mamma». Mattia legò le redini al tronco di un ulivo, si avvicinò all’agnellino e carezzandolo lo sollevò tra le braccia. Francesca sentì l’odore e il calore della sua pelle e provò un turbamento dolce e struggente. «Lo porto da sua madre». «Vengo anch’io, ho tanta voglia di rivedere la tenuta» e si avviò accanto a lui che, senza parlare procedeva lento per tenersi al suo passo. L’agnellino si era quietato e solo a tratti emetteva qualche flebile belato subito spento da una carezza di Francesca. Mattia ne sentiva il contatto. 159


«È da molto che non camminavo per questi prati. Non li riconosco più». Parlava e lui taceva. Alto, bruno, silenzioso e agreste, temprato dal sole e dal freddo, era rimasto tale e quale lo ricordava, ma più distante e lontano e lei si sentiva sola e smarrita. Giunsero in prossimità del gregge. «Corri, corri dalla mamma» lo incitò lui, mettendolo per terra e dandogli una pacchettina sul di dietro. La bestiola prese la rincorsa belando e caracollando in modo buffo e maldestro. Risero e, con un moto di complicità istintiva, l’una cercò lo sguardo dell’altro. Non si udiva più alcun belato. «Ha ritrovato la mamma» disse Francesca distogliendo lo sguardo e posandosi a sedere su una pietra che sporgeva dal verde. «Ora sarà felice, finalmente felice, beato lui». Mattia colse una profonda tristezza in quelle parole, una tristezza che avrebbe dovuto fargli piacere ma che gli procurò una fitta al cuore. Francesca era la sua vita. L’aveva sempre attesa, l’aveva sempre amata. Quante volte di notte era tornato nei luoghi in cui di giorno era stato con lei e lì, chiudendo gli occhi, aveva ascoltato il respiro di lei, le aveva accarezzato le guance accaldate, aveva raccolto il suo profumo. Aveva sempre saputo che il suo era un sogno impossibile ma aveva sempre sperato nell’impossibile nonostante le convenzioni gli imponessero il rispetto formale dei ruoli. Chissà... un giorno. E questa vaghezza, se da un lato pareva offrirgli una speranza, dall’altro, inesorabile, gli ribadiva l’impossibilità del suo sogno. Di tempo ne era passato. Quando gli dissero che si era fidanzata fu colto da un moto di ribellione, montò a cavallo e scomparve nella tenuta. Tornò alla masseria per farsi la valigia e partire per Milano deciso a rifarsi una vita sulle macerie di un amore che continuava a bruciare senza mai consumarsi. Ma lì non trovò pace. Quando tornò gli dissero che si era sposata nel marzo di quell’anno e che si erano accasati nel palazzo. La lontananza da lei lo stava uccidendo. Perciò era tornato. Meglio soffrire nella sua terra dove tutto sapeva di lei, dove pote160


va sperare di rivederla, dove, muovendosi tra gli alberi, poteva rievocare i fantasmi di un amore mai vissuto. Era tornato per lei e lei apparteneva a un altro. Le stava accanto e taceva. In quella pace silenziosa e intima, pregna di ricordi e di pensieri ciascuno dei due sentiva la nostalgia della complicità di un tempo, il bisogno tacito di ritrovarsi per riannodare un filo mai spezzato, ma nessuno dei due riusciva a leggere nel cuore dell’altro. «Quante volte ho corso per questi prati, ricordi? Ricordi le lunghe cavalcate, le giornate piene di sole» e accarezzava i fili d’erba e quelle carezze sapevano di rimpianto e di tristezza. Mai il passato le era affiorato così vivo e prepotente. «Di te non ho saputo più nulla» disse rivolta a Mattia che, per non sovrastarla, si era messo anche lui a sedere su una pietra poco discosta. «Ho continuato a lavorare la terra. Sono stato via per qualche tempo, speravo di dimenticare questa terra ma se non ritornavo mi sentivo morire. Meglio morire qui che vivere là dove non sai più chi sei. Ti prendono e ti sbattono in una fabbrica, come un bullone in una catena di montaggio, perdi la tua identità e sei costretto a soffocare ogni sentimento e a dimenticare quello che sei. Ma io non potevo togliermi dal cuore questa terra. Mi chiamavano terrone ma non mi sentivo offeso, provavo pena per loro che non conoscevano la libertà all’aria aperta. Sono scappato, non ce la facevo più. Questa è la mia terra, sarà infelice, povera, ma è la mia terra». Parlò con la foga e il disagio di chi fa una dichiarazione d’amore per troppo tempo taciuta. Francesca si era raccolta le ginocchia al petto, vi aveva poggiato il mento e taceva. Dunque per questo era tornato, per i campi, per l’aria aperta, per la sua terra! Di loro due nulla, neppure un accenno, un ricordo. Eppure era venuta a Santa Giovanna per lui, sperando che non l’avesse dimenticata, era venuta per rivivere accanto a lui la gioia dei vecchi incontri, per ritrovare accanto a lui quella serenità e quella spensieratezza mai più provate... per ritrovare almeno l’amico devoto e il conforto della sua vicinanza. Sentì forte il bisogno di abbandonarsi e piangere. Ingoiò il groppo che già le inumidiva 161


gli occhi e con un moto brusco si levò in piedi. Lui la imitò e senza parlare ripresero la via del ritorno. Raggiunsero il sentiero dove era parcheggiata la Topolino. Poco discosto il cavallo attendeva paziente. «Venite alla masseria?». «Sì, vorrei salutare Memena, la cara Memena». Mattia le aprì la portiera e attese che la macchina si allontanasse singhiozzando e sussultando sul sentiero sconnesso poi sciolse il cavallo, vi montò in groppa e si disperse tra gli ulivi. Lei lo vide scomparire nello specchietto retrovisore e si sentì smarrita più che mai. Ebbe la sensazione d’essere un’estranea, un’intrusa in quella natura che un tempo era stata sua e che pareva non riconoscerla. Era quasi giunta presso l’ampio portale dal quale si accedeva nel cortile lastricato di pietre della masseria quando, con precauzione inutile, frenò tra le galline che, terrorizzate, avevano cominciato a starnazzare rocamente, a correre di qua e di là sbattendo le ali in un fuggi fuggi confuso che non accennava a calmarsi. I cani alla catena cominciarono ad abbaiare rabbiosamente. Chiamata da questo baccano Memena comparve sulla soglia e con l’aria guardinga rimase ferma a scrutare chi mai poteva essere quella donna che usciva dalla macchina. «Memena, sono io, Francesca». Gli occhi le si illuminarono e, asciugandosi concitatamente le mani al grembiule, le andò incontro sorridendo e col passo strascicato e pesante di chi porta evidenti i segni della vecchiaia incipiente. «Donna Francesca, Dio che piacere! Lo sentivo oggi, sentivo che doveva accadere qualcosa. Che piacere!». Francesca con lo stesso entusiasmo le andò incontro e si strinsero in un abbraccio sincero e caloroso. «Come sono felice di vederti, ti trovo veramente bene! E Pasquale, e gli altri?». «Tutti bene, grazie a Dio, tutti bene... ma venite, venite dentro». La precedette con evidente premura e Francesca le tenne dietro non senza difficoltà tra le galline che razzolavano intorno. 162


«Mamma mia, quante sono!». Poi, guardandosi intorno: «Ma qui è cambiato tutto!» esclamò con un misto di piacere e di rammarico. «Eh, donna Francesca, tutto merito di Mattia. Si è buttato anima e corpo in questa campagna, proprio come fosse una sua creatura!». Si fermò per prendere fiato. «Pasquale è vecchio e non ce la fa più. Mi dà una mano a cagliare, a fare il formaggio, la ricotta, a rigovernare gli animali ma non può più prendersi cura del fondo. Ciccio e Rafiluccio hanno famiglia e i loro problemi. Ciccio ha la calcara e Rafiluccio il fondo dell’Ente riforma. Ogni tanto viene, come oggi, a darci una mano ma chi porta la baracca avanti è Mattia». Così parlando erano giunte sulla soglia di casa. Memena sollevò la persiana di giunco e fece strada a Francesca perché entrasse. La stanza era ordinata e sapeva dell’odore acidulo di latte cagliato che tanto le piaceva. «Scusate, donna Francesca, scusate... è casa di povera gente» e le scostò una sedia perché sedesse. «Memena, ma che dici? Parli come se non fossi mai venuta qui, come se non ci conoscessimo. È vero, è passato tanto tempo, sono anni, ma non vi ho mai dimenticati. Oggi ho deciso di rimanere a Santa Giovanna tutta la giornata, come una volta. Ho bisogno di un po’ d’aria pura, come ai bei vecchi tempi». «Che piacere. Chi se lo sarebbe mai aspettato! Vedrete come sarà contento Pasquale. Sto cucinando brodo di gallina, se non vi va ditelo che vi preparo subito qualcos’altro». Francesca sorridendo la rassicurò e la pregò con tono affettuoso di non preoccuparsi. Per lei andava bene qualsiasi cosa, che continuasse a fare tranquillamente ciò che stava facendo, lei, intanto, avrebbe fatto una passeggiata. Nel campo incontrò Rafiluccio che, sorpreso, la salutò ossequioso e si intrattenne con lei a parlare dei raccolti, dell’annata trascorsa e di quella a venire. Lei lo ascoltava con apparente interesse in realtà occupata a scrutare intorno se mai ci fosse lui, lui che l’aveva lasciata scomparendo tra gli ulivi. Più tardi, mentre passeggiava sola per sentieri conosciuti, la raggiunse Pasquale che era già stato informato da Memena del suo arrivo e con lui fece ritorno alla masseria. 163


Mattia non c’era. La tavola era apparecchiata e, quando tutti furono seduti, Memena cominciò a scodellare iniziando da Francesca. «Mattia è rimasto nei campi col trattore. Dovete scusarlo ma lui è fatto così... quando prende a lavorare preferisce tirare fino a sera. A volte non viene neppure a dormire, rimane alla lamia del frutteto, cena qualcosa di asciutto e rimane a dormire lì». Francesca abbozzò un sorriso e la delusione le disegnò una piega amara ai lati della bocca. Pasquale e Rafiluccio mangiavano con appetito e in silenzio e lei, che si era messa volentieri a tavola, ora sentiva un nodo alla gola che le impediva di deglutire. Declinò con garbo le sollecitudini di Memena, che la invitava a mandare giù qualche altro boccone, rassicurandola che il cibo era buono e che era lei che da un po’ di tempo soffriva di inappetenza. Uscì nel pomeriggio per la campagna, vagò fino al tramonto ma di lui niente. Partì da Santa Giovanna con un forte senso di abbandono e di tristezza.

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capitolo XXX

Tonino quel giorno aveva avuto problemi sul lavoro ed aveva accumulato tanta rabbia che quando a pranzo non trovò Francesca e neppure i suoceri seppero dirgli dove fosse andata represse a stento la sua collera. «Mi ha detto che andava in una delle nostre tenute ma non ricordo dove, non ricordo... non vi ho fatto caso» disse donna Adelaide senza aggiungere altro e senza nascondere nel tono della voce la contrarietà a quella situazione di cui istintivamente faceva colpa al genero. Tonino da un po’ di tempo avvertiva l’ostilità dei suoceri nei suoi confronti e aveva la sensazione che la sua presenza cominciasse a infastidirli. Si impose allora di non lasciarsi sopraffare e per non diventare succube di quella situazione aveva cominciato ad assumere nei loro confronti un atteggiamento più sicuro ed autoritario. «Questo non mi piace. Io sono suo marito e lei mi deve dar conto di tutto, soprattutto di queste sue uscite. Io non sono un fantoccio per nessuno». Un silenzio gelido fu il commento alla sua rabbia. A sera fece rientro prima del solito. Francesca non era ancora tornata. Masticò rabbia e non seppe trattenersi dall’incolpare donna Adelaide per averla lasciata andare. «Se voi siete la madre io sono il marito. Non voi ma io dovevo darle il permesso. A me doveva chiederlo. Sono io il marito» e di filato si ritirò nella sua stanza da cui non uscì neppure per la cena. Il tono irriguardevole e rabbioso offese profondamente donna Adelaide che tacque mortificata. Francesca rientrò per l’ora di cena. A tavola sua madre non le nascose il disappunto per il suo comportamento. Avrebbe dovuto parlarne almeno con suo marito. Su tutto pesava il silenzio di don Luigi contrariato da quella situazione. 165


In camera trovò Tonino livido di rabbia. «E brava, ce ne andiamo in giro senza dir niente. E io che sono, un minchione? E no, bella mia, no! Io sono tuo marito... ficcatelo bene in testa». Francesca taceva e quel silenzio lo irritava più della trasgressione. «Non parli? Che pensi che non mi sono accorto che ti faccio schifo? Io ti faccio schifo e lo sai perché? Perché tu non sei normale. Tu... tu devi farti curare, sì curare, perché sei un pezzo di ghiaccio! Tu mi hai rovinato la vita! E io... io che pensavo... Avrei dovuto accorgermene, avrei dovuto sospettarlo. Io per te e per i tuoi sono stato solo una sistemazione agli occhi della gente. Ecco perché tanta generosità prima e dopo. Io... io sono maschio. Lo ero prima del matrimonio e lo sono anche adesso. Non ci credi eh? Pensi che non abbia avuto rapporti con altre? Prima del matrimonio e anche dopo, sì anche dopo, per non impazzire, per avere quello che tu non mi sai dare! Tu sei capace di rendere di ghiaccio anche il fuoco! Se pensi di poter fare tutto quello che vuoi ti sbagli, hai sbagliato i tuoi calcoli, hai sbagliato tutto!». La rabbia per essere un niente in quella casa e il suo livore di maschio frustrato esplodevano in modo incontrollato in quella stanza vuota nonostante la loro presenza e muta nonostante le sue grida. Francesca taceva fredda e pallida. Le girava la testa e sentiva nausea per quello che aveva sentito e per quell’uomo. Temendo di non poter controllare più oltre la sua ira Tonino uscì dalla stanza sbattendo la porta. Lei andò verso la finestra, la spalancò e aspirò profondamente l’aria pura e limpida della notte. Tutto era irrimediabilmente finito!

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capitolo XXXI

Giunse settembre. Quella mattina recandosi in cucina trovò Mattia, che sistemava in un angolo alcune cassette di frutta, sua madre e Ninetta, che preparava il caffè. Sorpresa dall’incontro inaspettato riuscì solo ad apostrofarlo con un sorriso: «Mattia». «Buongiorno donna Francesca» e si levò dritto accennando un inchino con il capo. «Guarda che meraviglia» le disse donna Adelaide indicando la frutta sistemata ad arte nelle cassette ricolme di fichi, uva, prugne, pere, invitanti come non mai. «Sono di Santa Giovanna?» chiese meravigliata. «Del frutteto di Santa Giovanna» rispose Mattia visibilmente orgoglioso. «Il frutteto? Non sapevo che ci fosse un frutteto». «Se volete sono a vostra disposizione». Era un invito, un accenno di invito e lei lo colse con un sorriso. «Ci terrei tanto a conoscerlo, sì, uno di questi giorni». Mattia era venuto per lei, ne era certa. Da anni non metteva piede nel palazzo e ora stava lì impacciato e devoto come sempre. L’indomani, quando Tonino se ne fu andato, disse alla mamma che andava a Santa Giovanna, di non preoccuparsi per il suo rientro. Mattia era nel campo che arava. La vide in macchina che arrancava lungo il sentiero. Ebbe un attimo di esitazione, spense il motore e le andò incontro a piedi. «Come vedi sono di parola io. Sono venuta per conoscere il frutteto. Ricordi?». Sorrisero e lui fece un cenno di saluto. 167


«Sono a vostra disposizione. Adesso? C’è da fare un po’ di strada a piedi. Il frutteto è dall’altra parte, verso la casedda, quella che una volta era abbandonata. È stata rimessa tutta a nuovo...» e parlava con un entusiasmo che la sorpresero piacevolmente e le infusero una serenità e una gioia antiche. La giornata era dolce e limpida. Si incamminarono l’una a fianco dell’altro. Lei si sentiva frizzante e leggera con una voglia incontenibile di parlare, parlare perché anche lui parlasse e parlando le volgesse lo sguardo altrimenti perso nel paesaggio. Gli chiedeva della tenuta, delle novità e delle modifiche apportate, di come gli era venuta l’idea di dedicarsi al frutteto e lui rispondeva a ogni domanda con un piacere e un entusiasmo mal contenuti da un’apparente compostezza. Le disse che l’idea gli era venuta da un’esigenza di mercato, dalla domanda del Nord. Il mercato interno era chiuso e lui stava tentando di inserirsi in mercati nuovi, lontani, ma in espansione. Aveva innestato, potato, messo a dimora piante nuove così tante che la produzione e la vendita ogni anno abbondante già gli offrivano un ottimo cespite di entrata. Quella calma, quell’aria limpida e fresca, il camminare accanto a lui e parlargli con rinnovata confidenza la fecero sentire fuori dal mondo e la inebriavano proprio come quando da fanciulla si inebriava alla vista di quei campi. Giunsero al frutteto e lei lo seguì nell’intrico degli alberi. Mattia, senza attendere domande, cominciò a mostrarle le piante e a parlarne con una competenza insospettata. Lui parlava ma lei udiva solo il suono di quella voce che le si scioglieva in petto. Lui parlava e nell’apparente sicurezza della voce nascondeva l’emozione e il turbamento di sentirsi solo con lei. «Questo è il nodo dell’innesto. Gli innesti di due anni fa hanno preso tutti. Sono pere. Questi filari sono tutti mandarini e aranci». Parlava ma avrebbe voluto parlarle d’altro. Nonostante tutto quella era la sua Francesca di sempre. Lo avvertiva nella gioia e nel sorriso che la illuminavano come allora. «Sono dieci ettari di terra, tutti a frutteto. Forniamo i mercati del Nord ma anche qualcuno dei nostri. Ecco, questi sono 168


alberi di prugne, ma ce ne sono altri a riposo come i ciliegi, i nespoli i susini. Quelli in fondo sono mandorli e fichi». Parlava e inseguiva il ricordo di lei che col viso accaldato correva nel campo, si nascondeva maliziosa tra gli alberi, si stendeva sull’erba dopo una lunga cavalcata con i capelli indocili che le carezzavano il collo. Quante volte aveva invidiato l’aria che la toccava, quante volte aveva soffocato sul nascere la voglia prepotente di stringerla al petto. Gli venne in mente il giorno in cui, caduta da cavallo, l’aveva scossa, l’aveva chiamata disperatamente, non si muoveva... di lei si muovevano solo i capelli al soffio del vento. L’aveva sollevata tra le braccia, l’aveva stretta al petto come un uccellino caduto dal nido e poi... poi l’aveva vista imporporarsi e aveva pianto di gioia. Ora stava lì la sua Francesca, accanto a lui, tra quei campi come ai vecchi tempi e come allora sentiva incontenibile la voglia di abbracciarla, di stringerla, di colmarla di baci. Preoccupato a dominare e a nascondere il suo vero desiderio sotto l’apparente interesse per il frutteto s’accorse, appena in tempo, di lei che, messo un piede in fallo, stava per cadere. D’istinto la sorresse e la strinse al petto. Francesca si abbandonò docile e rimasero così, senza parlare. Le posò le labbra sui capelli e la sentì che si scioglieva in un pianto sommesso. «Portami, ti prego, portami via di qui» lo implorò tra le lacrime. Mattia la sollevò tra le braccia, come quella volta lontana, e si diresse col cuore in tumulto verso la casedda. La porta era accostata. L’interno era animato dai deboli guizzi di un camino acceso. Alcune sedie, un tavolo, un letto, un cassettone con un lume ne costituivano l’arredo. Entrò, l’adagiò sul letto e le carezzò i capelli scomposti. «Attizzo il fuoco, vedrai ti sentirai meglio» le disse dandole del tu come ai vecchi tempi. Lei si voltò su un fianco e soffocò le lacrime sul guanciale. Tornò accanto a lei. Si sedette sulla sponda del letto e, con una dolcezza infinita, cominciò a carezzarla in viso. «Francesca, la mia piccola, cara Francesca» le sussurrò teneramente. 169


«Ti amo, ti amo» proruppe lei tra le lacrime. «Sei la mia vita, l’unica ragione della mia vita». Le fiamme guizzavano e mandavano caldi bagliori, poi si acquietarono e avvolsero nel loro tepore una felicità che non si poteva gridare al mondo.

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capitolo XXXII

Tornò a casa che il sole era già tramontato. Non volle essere accompagnata da Mattia per timore che la sua felicità e il suo turbamento divenissero palesi a tutti. Aveva guidato come in uno stato di ebbrezza, stordita e felice d’essere tornata a vivere. Donna Adelaide, nel vederla così pallida si agitò e, nonostante Francesca la rassicurasse, si ripromise di telefonare al più presto al medico di famiglia. Ninetta l’accompagnò in camera e nel darle una mano le andava raccomandando di starsene tranquilla e di riposare. Il pranzo le sarebbe stato servito in camera. Nessuno mai poteva sospettare che quello era il giorno più felice per lei, lei che per nessuna cosa al mondo avrebbe rinunciato alla felicità ritrovata. Tonino aveva toccato il fondo quella sera in cui le aveva vomitato tutto il suo marcio e in casa, da tempo, si era accumulata tanta tensione che persino suo padre e sua madre tacevano per timore che esplodesse l’irreparabile. Non era più un mistero per nessuno che il loro rapporto era estremamente teso. Donna Adelaide si era trattenuta dal parlarne un po’ per pudore ma soprattutto per paura di conoscere una verità più dolorosa del silenzio. Don Luigi cominciava ad averne fin troppo anche lui dell’atteggiamento di Tonino che lo costringeva, padrone di casa, a continui controlli e limitazioni. Era furente per quel suo comportamento irascibile e autoritario che reputava un vero e proprio voltafaccia, a cominciare da quel giorno in cui, preoccupato per la perdita dei terreni, ne discuteva con l’amministratore e l’avvocato e lui, Tonino, aveva avuto un’espressione infelice e irriverente: «Che vi credevate di dover fare i padroni in eterno?». Lo aveva odiato allora e non per quello che aveva detto ma per il tono con cui lo aveva detto. E dire che lo aveva accolto 171


come un figlio e gli aveva messo a disposizione tutto: casa, amicizie, conoscenze, senza mai reclamare nulla. «Ma questo non guadagna?» chiedeva alla moglie nei momenti di rabbia. «Lo sa che la riforma mi ha tolto la proprietà, che la campagna non mi rende più come una volta, che tutto ormai è nelle mani dei mezzadri? Da quando si è sposato non si preoccupa più neppure di sua moglie quel bastardo! Bastardo come tutti gli altri, come tutti quelli della sua razza che ci hanno tolto le terre. Le hanno avute, le hanno abbandonate e se ne sono andati all’estero. Ma è possibile che questo qui faccia il padrone anche in casa mia? Prima o poi gli insegno io le buone maniere... lo prendo a calci e faccio un favore anche a mia figlia». Ma sapeva che non lo avrebbe mai fatto e che l’idea di uno scandalo lo infastidiva più di ogni altra cosa, soprattutto ora che le cose gli andavano tutte per il peggio. Così il rancore si accumulava e si reprimeva e la tensione si inaspriva ogni giorno di più. Da quella sera i rapporti tra Francesca e Tonino si erano irrimediabilmente rotti. Lei aveva sentito ma non aveva reagito e proprio in quel momento aveva preso l’irrevocabile decisione di tenerlo fuori per sempre dalla sua vita e da ogni sua decisione. Quando la sua assenza al palazzo cominciò a essere sempre più frequente, un giorno in cui per l’ennesima volta lui tornò a reclamare il rispetto per la sua autorità di maschio, Francesca, con un piglio mai mostrato, gli rispose di lasciarla libera di fare quel che voleva altrimenti si sarebbe rivolta a un avvocato per fare chiarezza sul loro rapporto e chiedere l’annullamento del matrimonio. «Lo chiederò, sono decisa a chiederlo, a sollevare lo scandalo pur di mettere fine alle tue pretese su di me. Vivi la tua vita come meglio ti pare, dentro e fuori dai postriboli e lascia vivere a me la mia. Fa’ conto che io non esista se non vuoi che succeda il peggio» e sapeva bene che il peggio per lui era lo scandalo della sua impotenza data in pasto ai compaesani. Furente per essere stato colpito nella dignità di maschio e di marito l’aggredì con un tono ancora più violento di quella 172


sera, tornò a farle colpa della sua virilità frustrata e a minacciarla di rovesciarle lo scandalo addosso, dinanzi a tutto il paese. Ma né il tono né la minaccia la scossero di tanto. Quando lui ebbe finito, lei, imperturbabile, gli replicò: «Alla tua prossima pretesa ricorro all’avvocato per l’annullamento». Sapeva che il suo era un tentativo disperato, ma soprattutto adesso più che mai era disposta a giocare il tutto per tutto pur di difendere la sua libertà di amare. Quella notte Tonino non ebbe pace. Si girava e rigirava nel letto, si premeva la testa contro il guanciale. La minaccia di Francesca gli martellava le tempie. No, non scherzava... Lo avrebbe fatto, avrebbe svelato a tutti la sua impotenza e la legge, anche quella della chiesa, avrebbe dato ragione a lei. All’idea di ciò che poteva scatenarsi si sentì mancare. Sarebbe diventato lo zimbello di tutti. I cognati che non gli avevano mai perdonato d’essersi insediato al palazzo, i colleghi che ingoiavano amaro ad ogni sua commessa, quelli che si dicevano amici, i clienti, gli operai, tutti, tutti avrebbero avuto di che godere. “L’ingegnere è un finocchio, l’ingegnere è un finocchio”. Li vedeva ridere e sghignazzare e la testa gli martellava e gli sembrava di impazzire. Il giorno dopo si trasferì nell’altra camera, quella che prima del matrimonio avevano destinato per i bambini, ma neppure lì trovò pace, tormentato da incubi atroci in cui i volti sghignazzanti dei compaesani e le risate sguaiate delle male femmine, in un crescendo assordante e doloroso,si confondevano in continue sarabande tumultuose e confuse. Una notte sognò d’essere assalito da una folla orgiastica che, sghignazzando con volti laidi e voce oscena,lo copriva di insulti... Impotente... Impotente... poi quelle figure si trasformarono in satiri che selvaggiamente gli si avventarono contro e lo dilaniavano sotto gli occhi di sua madre. Balzò dal letto gridando, con la fronte madida di sudore, e rimase immobile con gli occhi sbarrati nel vuoto. Doveva... doveva esserci un rimedio... doveva esserci o lui sarebbe impazzito. Si strinse la testa. Se la strinse tra le mani nel tentativo di attutire il pulsare martellante alle tempie. Un maglio gli batteva nel cervello. 173


No, non era più lui. Da quando si era sposato non era più lui. Prima del matrimonio gli si apriva un mondo nuovo e promettente, pieno di speranze e di promesse... ora dinanzi a lui un buio orrido che lo terrorizzava e lo raggelava. A difesa si era vestito di un’arroganza che lo isolava e lo allontanava ancor più da tutti. Quando si recava dalla madre si difendeva da ogni sua premura in modo irritante e dava in escandescenze come mai aveva fatto in vita sua. Ratodda allora imprecava contro la nuora e la sua famiglia che avevano avvelenato il figlio e lo avevano messo contro di lei. I vicini che erano dietro le persiane di giunco avevano intuito qualcosa e ogni volta che Tonino se ne andava irritato e sbattendo la porta avevano la conferma ai loro mille dubbi. Nei pettegolezzi quotidiani si ricomponevano le frasi smozzicate che qualcuno aveva sentito e si arrivava a una verità non molto lontana da quella vera. Fu dopo una di quelle scenate con la madre che lui si trovò a guidare per quella via di campagna. Si sentiva un fallito, un disperato. Non sapeva neppure lui perché aveva imboccato quella strada o meglio non volle chiederselo. Man mano che si addentrava in quel paesaggio conosciuto, battuto da un vento scomposto, sentiva la tensione sciogliersi in una calma e in un conforto dimenticati. Svoltò e lungo il tratturo sconnesso arrancò su verso la casa. Maria era fuori che in un angolo, al riparo, lavava i panni piegata sulla tinozza. Al rumore interruppe e attese. Lo vide che usciva dalla macchina e le si avvicinava pallido e stranito. Fu presa da un’agitazione improvvisa e d’istinto, preoccupata, gli chiese. «Che hai?» e senza aspettare risposta, asciugandosi le mani a una cocca del grembiule, lo precedette in casa. «Ti do qualcosa da bere». Dalla vetrinetta prese una bottiglia di rosolio, di quello fatto con le essenze, lo versò in un bicchierino e glielo porse. «Prendi, ti farà bene». Seguì una lunga pausa di silenzio poi, come parlando con se stesso: «Quanto vorrei che il tempo non fosse mai passato! Io e te eravamo fatti l’uno per l’altra. Avevamo in comune la nostra 174


infanzia, la nostra terra» biascicò lui a mezza voce e, prima che lei potesse accorgersene, l’attirò a sé con veemenza. «No... no» gemette Maria tentando di divincolarsi. Lui la strinse più forte coprendola di baci sul viso e sui capelli con la disperazione di un sogno ritrovato. «Lasciami, ti prego... lasciami» gridò. «Mamma, mamma». Era Concettina che, uscendo dall’alcova in cui stava giocando, le andava incontro spaventata. «Vattene, vattene» lo supplicò a mezza voce «vattene». «Tu mi ami, lo so, mi ami ancora» replicò quasi implorandola. «Ti amo, noi ci amiamo, non abbiamo mai smesso di amarci» e quelle parole che volevano essere un’invocazione e una preghiera risuonarono sinistre alle orecchie di lei. Uscì e la lasciò che, agitata, rassicurava la bimba e carezzandola la pregava: «Non dire niente a papà. Glielo dirò io quando non si arrabbierà, non dirgli niente».

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capitolo XXXIII

Il lavoro alla calcara era massacrante. Rocco e Ciccio si erano ritrovati con due operai in meno, emigrati al nord, e non erano riusciti a rimpiazzarli. Tra i giovani nessuno più voleva fare quel mestiere. Per quanto era possibile, e anche impossibile, cercavano di farcela lo stesso, fidando sugli operai rimasti e sulle loro forze ormai allo stremo. Alcune calcare non fumavano più e altre progettavano di chiudere. Le rivendicazioni sindacali avevano portato i salari troppo in alto per un datore di lavoro, in particolare per un padrone come Rocco il cui capitale era costituito solo da debiti. Comunque il contratto d’appalto con l’ingegnere Micchiella aveva una scadenza, dopo avrebbero potuto organizzare qualcosa di più redditizio oppure sarebbero rientrati nella società dei calcaruli. Ma fino ad allora si doveva tirare avanti e si scaricava la tensione e la rabbia in imprecazioni contro l’ingegnere che li teneva legati mani e piedi. «Quel miserabile ci ha presi per il culo. Vi aumenterò, vi aumenterò... quel cornuto». «Hai detto bene cornuto, veramente cornuto! Non ne sai niente? La moglie... sì, donna Francesca. Se la intende con mio fratello, con Mattia e gliele mette davvero donna Francesca. Sta sempre a Santa Giovanna e non è più un mistero per nessuno di noi che facciamo finta di niente. Ne sa qualcosa la lamia del frutteto. Lo sa tutto il paese e forse lo sa anche lui, il marito, quel becco». «Cornuto, doppiamente cornuto» rimarcò Rocco con rabbia soddisfatta. Così, imprecando e svelenendosi con le disgrazie del loro datore di lavoro, affrontavano la lotta giornaliera per la sopravvivenza nella speranza disperata di un domani migliore. In realtà in paese circolava la voce della relazione adulterina di Mattia e Francesca tra l’incredulità degli uni e il compiacimento neppure malcelato degli altri. Nei crocchi delle comari 176


non si faceva che parlare di questo e qualcuno lo faceva anche perché spinto dal risentimento contro Mattia e la sua famiglia che aveva saputo sfruttare la situazione e il momento. Per la legge Pietro e Memena potevano considerarsi più padroni che mezzadri di S. Giovanna. Due figli sistemati e l’ultimo, addirittura entrato nella famiglia dei Castrignò, anche se dalla porta di servizio vi sarebbe rimasto dentro padrone di tutto. I pettegolezzi erano più indulgenti nei confronti di Francesca sia per la sua estrazione sociale, sia per l’ossequio che la gente era ancora abituata a portare alla famiglia Castrignò, sia per quel senso di pietà che porta a non infierire sui perdenti soprattutto se una volta temuti e potenti. Il pettegolezzo circolava con più malizia sulle calcare e sui cantieri, con evidente soddisfazione per la pariglia che il caso rendeva all’ingegnere a cui nessuno più perdonava il voltafaccia. Ormai si erano convinti tutti che l’unica molla alla sua ascesa era stato l’arrivismo ed ora, che aveva conquistato con il matrimonio una solida posizione sociale, l’unica cosa che lo interessava erano i soldi. Calcolatore come tutti quelli da cui all’inizio si era mostrato diverso. Era proprio uguale a tutti gli altri e con l’aggravante che li aveva presi in giro tutti. Per Tonino, che ignorava fatto e pettegolezzi, la vita era comunque un inferno. Covava rabbia e rancore contro chiunque e un desiderio rovente di vendetta contro Francesca e la sua famiglia che con la loro alterigia lo avevano umiliato e lo umiliavano. Quel matrimonio era stata una trappola costruita proprio da lui, lo ammetteva, così come riconosceva d’essere stato vittima di se stesso ma questo non attutiva minimamente l’odio e la repulsione che provava nei loro confronti, anzi l’acuiva. È vero che lo avevano accettato ma lo avevano fatto con quell’alterigia che lui aveva equivocato come accoglienza ospitale tant’è che mai erano scesi dal loro piedistallo... mai lo avevano fatto sentire uno di loro, nemmeno i cognati che certamente non erano migliori di lui. Meno che mai Francesca che ormai dichiaratamente gli aveva manifestato il suo rigetto. Sentiva di odiare quel mondo che non era mai stato il suo, che non aveva mai messo in discussione la sua superiorità nonostante i rivolgimenti storici. 177


Francesca dal canto suo si lasciava andare anche lei a pensieri di rivalsa contro uno stato consolidato a suo danno. Adesso che aveva conosciuto la felicità era pronta a tutto, a rompere con le leggi, a rompere con la tradizione. Dio non poteva volere l’infelicità delle sue creature neppure su questa terra. Lei non aveva fatto del male a nessuno, non avrebbe fatto del male a nessuno! Amando Mattia si era ricomposto quell’equilibrio che si era rotto. Lei e Mattia avevano ritrovato la felicità perduta e lui, Tonino, libero dai lacci del matrimonio, avrebbe potuto ritrovare anche lui la sua serenità. Doveva parlargli della sua decisione di lasciarlo ma non poteva farlo senza coinvolgere in questo anche i suoi genitori. Doveva farlo ma non ne aveva ancora il coraggio e i tempi non erano ancora maturi. Di una cosa era fermamente certa, che non avrebbe mai più rinunciato a Mattia. Quell’amore l’aveva riportata alla vita. A Santa Giovanna la loro relazione viveva apparentemente nell’indifferenza di tutti. Pasquale, forse perché troppo anziano, forse perché l’atavico spirito di sopravvivenza lo aveva incallito in un atteggiamento di indifferenza a tutto ciò che non lo interessava direttamente, tirava a campare come nulla fosse. Memena invece sembrava invecchiata più che mai. Si trascinava a fatica e ogni volta che arrivava Francesca evitava di andarle incontro e soffocava nel silenzio un oscuro senso di colpa nei confronti dei padroni che avevano sempre riposto in lei tanta fiducia. Quando tanti anni addietro le avevano detto che Mattia era innamorato cotto di Francesca lei aveva sofferto per il figlio e quando Francesca si era sposata aveva sperato che l’avrebbe dimenticata. Poi lei era tornata e aveva capito che il tempo non aveva cancellato nulla. Impotente si lasciava scorrere sotto gli occhi una realtà contro la quale lei nulla poteva più di quanto non avessero già fatto il tempo e le circostanze. Anche i fratelli vivevano con disagio questa relazione che oltretutto li esponeva a critiche malevoli. La gente, approfittando di questo fatto nuovo, sfogava la sua invidia e la sua 178


rabbia nel pettegolezzo riportando a galla dicerie passate che li tacciavano d’essere approfittatori, di arricchirsi alle spalle dei Castrignò e che, grazie alla raccomandazione di don Luigi, Rafiluccio era stato l’assegnatario delle terre migliori espropriate ai Castrignò. I fratelli di Mattia, quando andavano a Santa Giovanna cercavano di non farsi vedere e di non incontrarli e, se costretti, si limitavano all’atteggiamento di chi non sa niente. Con buone maniere salutavano rispettosamente donna Francesca e si rituffavano nel lavoro. Mattia e Francesca sembravano non accorgersi e non preoccuparsi di nulla. Lui lavorava e lei lo seguiva passo passo. Nelle pause sostavano e parlavano e la loro felicità non era un mistero per nessuno. Se tutti sapevano della relazione tra i due non lo sapevano invece né l’ingegnere, né don Luigi e neppure donna Adelaide, ma lo avevano saputo le sorelle di Francesca. Una mattina Luisetta ed Anna irruppero nella sua camera da letto come due cicloni. «Uhuà, sveglia, sveglia, dormigliona». Lisetta saltò sul letto e si accovacciò nel lato vuoto, Anna invece si diresse alla finestra e la spalancò lasciando irrompere impietosamente i raggi del sole. Francesca svegliata di soprassalto non realizzò subito quello che stava accadendo. Difendendosi dalla luce con il braccio e sbirciando attraverso uno spiraglio d’ombra capì che era una birichinata delle sorelle e, sorridendo rinfrancata, volle parteciparvi. «Che delicatezza, che buongiorno affettuoso e delicato» commentò con piacevole sarcasmo. «Il beneamato consorte striscia dal letto prima dell’alba o preferisce dormire da solo?» chiese Lisetta maliziosa. «Ma ti pare, tutta la casa è sua ma non questo pezzettino, questo piccolo piccolo qui, questo pezzettino» scimmiottò Anna lisciando il posto intatto su cui era accovacciata Lisetta. Si scambiarono gli sguardi e scoppiarono a ridere. Francesca si irrigidì. Aveva sentito bene? Cosa volevano dire? Le due continuavano a ridere e le facevano l’occhiolino complice. 179


«Non ti preoccupare non lo diremo a nessuno» la rassicurò Lisetta. «A nessuno?» la interruppe Anna «ma se lo sanno già tutti. Diciamo pure tutti... Fortuna che non lo sanno quelli che dovrebbero saperlo! Non lo sanno mamma e papà, non lo sanno ancora i nostri suoceri. Abbiamo raccomandato ai nostri mariti di non parlarne ancora con nessuno, potrebbe essere un capriccio momentaneo e tutto ritorna come prima e non è successo nulla». Aveva capito bene. Per la prima volta e di sorpresa veniva a sapere che già era accaduto quello che lei e Mattia avevano fino ad allora dichiarato di non temere. L’aver creduto fino ad allora che nessuno sapesse della loro relazione, in particolare i suoi genitori, l’aveva aiutata a rimuovere le preoccupazioni inevitabilmente connesse al suo rapporto extraconiugale e le aveva fatto credere d’essere superiore ai pettegolezzi, ma ora il sapere senza ombra di dubbio che i fatti della sua vita intima erano di dominio pubblico e oggetto di chiacchiere nelle strade e nei salotti le procurò un doloroso senso di disagio. Avrebbe preferito che quelle due non avessero parlato, che l’avessero lasciata nella sua illusione. «Com’è con Mattia?» chiese Lisetta con sfacciata malizia. Francesca taceva disorientata. «E dai, non fare così» la scosse ridendo «ogni tanto fa bene cambiare. Non è vero?» chiese rivolta ad Anna con la palese intenzione di incoraggiare Francesca a partecipare al gioco delle confidenze. «Non mi dirai che ti scoccia parlarne? Se ti scoccia perché l’hai tirata tanto per le lunghe? Non lo sapevi che ti mettevi sulla bocca di tutti e che prima o poi sarebbero venuti a saperlo anche mamma e papà?» chiese Anna. «Certo» aggiunse Lisetta «se lo sapessero mamma e papà sarebbe terribile per loro. Tu che dovresti dare l’esempio alle piccole» scimmiottò, «tu che sei la loro prediletta! E con chi?Con il figlio del nostro mezzadro poi». Francesca si era tirata a sedere, ammutolita dallo sconcerto. «Ma Tonino lo sa?» chiese Anna a bruciapelo. 180


«No» gridò Francesca «no, no» e balzò dal letto lasciando di stucco le sorelle. «No» ripeté con tono più controllato «non sa ancora nulla e non mi importa che lo sappia. Tra noi è tutto finito». «Ma fai sul serio?» chiese Anna esterrefatta «fai sul serio? Ma sai a quanti guai andrai incontro? Non solo tu ma anche tutte noi. E a papà e a mamma non ci hai pensato?». «Già...» intervenne Lisetta «una cosa è una sbandata, una cosa è farlo solo, così, perché ti è venuta la voglia di farlo con un altro, altra cosa è invece farlo sul serio e rovinare tutto danneggiando anche chi ti sta intorno». «Ma vi rendete conto di cosa state dicendo? E l’amore dove lo mettete. Ma voi, voi avete mai amato? Sapete voi che cosa è l’amore?» ed era stravolta come non mai. «Forse hai ragione» cercò di rabbonirla Anna con tono suadente «hai ragione ma non sei d’accordo con noi che non dobbiamo danneggiare gli altri con le nostre decisioni? Pensa a mamma, a papà, a noi. E poi, lasciare un ingegnere per un contadino». «Lo sai, anche noi abbiamo conosciuto altri uomini» intervenne Lisetta allo scopo di allentare la tensione «solo che noi lo abbiamo fatto lontano da qui, in viaggio, in crociera. Sai? In quei party in cui ci si scambia di coppia. Ci siamo divertiti tanto, ma proprio tanto non è vero?» chiese rivolta ad Anna. «Cosa? Voi avete fatto questo?» chiese Francesca costernata e incredula. «Ti scandalizzi?» fece Anna risentita, «tu ti scandalizzi? Sappi che noi non abbiamo danneggiato nessuno. Nessuno fino ad ora ha mai saputo niente. Noi ci abbiamo pensato agli altri, a non coinvolgerli nei pettegolezzi, a non farli soffrire. Non lo abbiamo fatto mai sul serio e sempre lontano da tutti». «Basta, basta» gridò Francesca stringendosi tra le mani la testa che le scoppiava. Basta!» riprese più pacata interrompendo il silenzio che ne era seguito, poi, quasi dicendolo più a se stessa che alle sorelle, sussurrò a mezza voce: «Io amo Mattia. Il mio non è un capriccio, io l’amo, l’ho sempre amato». Si poggiò quasi esausta allo spigolo della finestra e rimase 181


lì, ferma, con le braccia strette al petto e lo sguardo perso nell’angoscia. «Fa’ come credi» le disse Anna con rassegnazione «ma sappi che ti sei cacciata in un guaio nel quale rischi di trascinare tutti quanti. Lo sai quanti sparleranno alle nostre spalle? Di noi puoi anche non preoccuparti, ma di mamma, di papà, di loro non puoi non preoccuparti». Francesca trattenne a stento una risposta sferzante. Tacque e il suo silenzio troncò di netto la discussione. Quando se ne furono andate le due erano molto meno scanzonate di quanto non lo fossero state entrando. Finalmente sola, Francesca sciolse la tensione fino ad allora trattenuta in un pianto dapprima silenzioso poi in singhiozzi non soffocati. Quel giorno rimase a casa e non raggiunse Santa Giovanna.

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capitolo XXXIV

«Donna Francesca, vi vuole don Luigi nel suo studio» le disse Ninetta facendo capolino sulla soglia del salone. “È arrivato il momento” pensò Francesca ed esitò un attimo nel tentativo di raccogliere i pensieri ma si sentì la testa vuota. Depose gli spartiti sul leggio e si diresse verso lo studio. Entrò con il cuore in gola. Vide prima lui, Mattia, che si levava in piedi al suo apparire, poi il padre dietro la scrivania. «Ti ho fatta chiamare perché quello che è venuto a propormi Mattia interessa anche te. Un domani Santa Giovanna sarà tua ed è bene che tu partecipi alle decisioni che la riguardano». Sedettero. Sollievo e turbamento le impedirono di aprir bocca. Lui non le staccava gli occhi di dosso e lei si sentiva arrossire come mai le era capitato. «Mattia ha in progetto di mettere sotto sopra la tenuta. Ha idee grandi che, devo ammetterlo, mi allettano. Ha intenzione di installare un’azienda agricola moderna, sul tipo di quelle del settentrione, con colture intensive, una azienda che darà lavoro a molta gente e produrrà su larga scala, con produzione e trasformazione dei prodotti sul luogo, dalla pasta alle marmellate, al miele, prodotti richiesti dal mercato e che, adesso come adesso, importiamo da altre regioni. Addirittura lui guarda più lontano, ad una cooperativa agricola di produttori che faranno capo alla nostra tenuta di Ostuni, Carovigno, Ceglie, Costernino, Fasano, San Vito. Certo bisognerà rifletterci bene e considerare tutto nei dettagli. Ci sarà bisogno di consulenti esperti e di denaro, tanto denaro per cominciare». «Don Luigi, a voi chiedo solo il permesso. Per il denaro posso chiedere un credito agrario, un prestito alla Cassa del Mezzogiorno, sono sicuro che mi verrà incontro. Un po’ di risparmi li ho messi da parte». «Il tuo progetto non mi dispiace. C’è però un problema. È sicuro che il mercato risponderà bene ai nostri prodotti? 183


Temo che le abitudini dei consumatori siano difficili da cambiare». «Punteremo sulla qualità e sul prezzo. Potremo escogitare anche un sistema di convincimento, una forma di pubblicità». «Certo, certo. Tu che ne dici, Francesca?». «Ritengo che sia una bella idea. Che Santa Giovanna diventi sempre più viva è un mio sogno». Mattia le illustrò il progetto con maggiori dettagli, ebbe ancora uno scambio di idee con don Luigi che tutto sommato sembrò abbastanza soddisfatto. «Bene, studia meglio il progetto in tutti i suoi dettagli e fammi sapere al più presto» disse congedandolo. Poi, rivolto a Francesca: «Se vuoi saperne di più rivolgiti a lui». Francesca precedette Mattia alla porta e insieme si incamminarono lungo il corridoio deserto. «Perché non ti sei fatta più vedere? Ho temuto che stessi male. Quattro giorni senza neppure avere notizie! Cos’è successo?» e attese una risposta che non venne. «Dovevo parlartene. Era un progetto che avevo in mente da sempre, ma avevo bisogno di venire da te, di avere tue notizie. Sono stato in pena, ho pensato a mille cose folli, mi sentivo impazzire». «Domani, verrò domani». L’indomani mattina lo raggiunse nel campo. Lui le carezzò il viso e avrebbe voluto stringerla e coprirla di baci. «Sono disperato. Dimmi ti prego, dimmi cos’è successo?». «Ti amo. Ti amo e non voglio perderti per nessuna ragione al mondo. Mi illudevo, ci illudevamo che bastava volerci bene per essere felici. Abbiamo rimosso, concordemente rimosso ogni preoccupazione, ogni problema che inevitabilmente sarebbe sorto dalla nostra relazione» e gli raccontò delle sorelle, di quello che le avevano detto, del suo sgomento nell’apprendere che la loro relazione era ormai di dominio pubblico e dell’angoscia che potessero venire a saperlo i suoi genitori. Questo, era questo che l’aveva trattenuta dal raggiungerlo in quei giorni. Si era macerata nella ricerca di parole, le più adat184


te, da dire a loro per convincerli ad accettare la rottura del suo matrimonio e la relazione con lui, ma soprattutto aveva cercato quel coraggio che le mancava non per viltà ma perché non avrebbe potuto sopportare il loro dolore. «Me lo aspettavo, è doloroso ma vedrai, troveremo il coraggio e le parole. I tuoi capiranno. Mi preoccupo per te capisci, per te! Lasciami parlare con un avvocato. Sentiamo prima i suoi consigli. Sta’ tranquilla, ti prego. Vedrai che ne usciremo quanto prima». «Voglio uscire da questo inferno, in un modo o nell’altro, non posso più vivere con lui. Non riesco a sopportare l’idea...». Era preoccupato anche lui. Oltretutto si sentiva in colpa per averla messa in quella situazione e per averla esposta ai pettegolezzi. I problemi che a lui ne derivavano erano di minor conto. Il più grave era quello di aver offeso la fiducia di don Luigi ma quando si sarebbero chiarite le cose era sicuro che avrebbe capito che in lui non c’era inganno ma solo un amore sconfinato per Francesca. Francesca avrebbe parlato con suo padre e con sua madre, avrebbe raccontato tutto. Sarebbero andati dal vescovo, avrebbero chiesto l’annullamento del matrimonio, sarebbero andati in Vaticano, si sarebbe venduto anche gli occhi. «Parliamo con un avvocato. Facciamo parlare lui con tuo marito in modo da comporre la questione di comune accordo senza sollevare scandalo per nessuno ma soprattutto per lui che, immagino, non avrà piacere che si sparli in quel senso. Parlerò anche con i tuoi, non sarà facile ma sono certo che dopo la bufera, inevitabile purtroppo, le cose si appianeranno». In quella nuova realtà di fatto anche lei si era andata convincendo della necessità di regolarizzare agli occhi di tutti il suo rapporto con Mattia. Adesso più che mai si era convinta che non bastava alla loro felicità l’accettazione reciproca del loro amore, era fondamentale che tutti gli altri lo accettassero e per questo era inevitabile il sigillo della legalità, per loro e per i figli che sarebbero venuti. 185


capitolo XXXV

Passò l’autunno e venne l’inverno, freddo e asciutto, con i problemi di tutti e di sempre. Rocco si era aggrappato alla speranza di un miglioramento dopo la scadenza del contratto; l’ingegnere viveva nell’incubo del peggio, sperando che Francesca non mettesse in atto le sue minacce. Maria trovava nella figlioletta la forza di tirare avanti e ricacciava le fantasticherie che si erano risvegliate prepotentemente da quel giorno in cui lui l’aveva stretta e le aveva gridato il suo amore con una disperazione che le aveva fatto paura. Tonino era andato altre volte a trovarla e di mattina quando era sicuro che Rocco era impegnato sulla calcara. Portava le caramelle per Concettina e si fermava a sorseggiare un rosolio o un bicchiere di vino. Parlavano un po’ del passato e del presente, poi se ne andava carico di una serenità a lui da tempo sconosciuta. La prima volta, dopo di allora, Maria si era sentita a disagio, in seguito aveva finito con l’essere più distesa, come se nulla fosse accaduto e mai si fossero separati dal tempo della fanciullezza. L’agitazione la prendeva quando l’assaliva il timore che Rocco potesse giungere e sorprenderli anche se Tonino, intuendo il suo disagio, non mancava ogni volta di rassicurarla in tal senso dicendole ora di averlo visto impegnato sulla calcara, ora di avergli affidato un incarico impellente, ora di averlo lasciato sul cantiere. Intanto Mattia e Francesca avevano deciso di temporeggiare ancor prima di parlare a Tonino e ai suoi. Mattia aveva parlato con un avvocato matrimonialista, uno dei migliori di Bari, che gli aveva confermato che il caso non era né semplice né di facile soluzione e aveva preso tempo per esaminare meglio la situazione e decidere sul da farsi. Aveva comunque raccomandato loro maggiore cautela e prudenza. 186


Era opportuno non continuare a esporsi e non alimentare ulteriori pettegolezzi sulla loro relazione. In un pomeriggio freddo, nell’intimità di una camera d’albergo del capoluogo, Mattia le parlò del suo ultimo incontro con l’avvocato. «Ha detto che da gennaio comincerà a lavorare sodo sul nostro caso. I termini per l’annullamento della Sacra Rota ci sarebbero ma di fatto è molto difficile comprovare le accuse senza una sua esplicita dichiarazione. Se gli verrà garantita una totale discrezione ritengo che l’ingegnere accetterà, soprattutto a lui conviene non creare scalpore e risolvere la situazione pacificamente e nel più breve tempo possibile. Mi ha detto anche che, al massimo, se le cose dovessero protrarsi molto oltre potrebbe arrivare la legge sul divorzio di cui, dice, si sta già cominciando a parlare nei loro ambienti». Queste parole, ascoltate in quel letto, tra le sue braccia, le diedero così tanto conforto ed entusiasmo che gli estorse la promessa di ritrovarsi ancora lì dove si erano amati per la prima volta. La voglia di camminare accanto a lui nella terra in cui erano cresciuti, l’ebbrezza di una cavalcata con l’entusiasmo nuovo del loro amore le mancavano tanto. Meglio liberi a casa propria che ladri in una camera d’albergo. I genitori avevano notato con sorpresa il cambiamento del suo umore ma non sapevano darsene ragione anche perché il rapporto tra lei e Tonino era visibilmente peggiorato. Sembravano andare ognuno per proprio conto. Mai si erano ignorati tanto, mai erano stati così divergenti. Lei distesa e sorridente, lui sempre più scontroso e irritabile. Lui sistematicamente saltava il pranzo e la cena, rientrava molto tardi e usciva molto presto la mattina. E poi Ninetta, parlando, aveva fatto intendere che i due dormivano in camere separate. Ma anche Francesca aveva degli orari strani, lei che era sempre stata abitudinaria e metodica per cui da tempo, per non disturbare le abitudini di don Luigi e donna Adelaide, aveva dato ordine che i pasti venissero serviti nella loro camera soggiorno. Intanto era vicino il Natale. Lo annunciavano i nastri colorati e i pacchettini dorati nelle vetrine dei negozi. La sera, 187


quando calava il buio e il silenzio, le luci affiochite dei lampioni, avvolte da un alone opaco, sembravano palloncini sperduti nel buio di una soffitta caliginosa. Le strade vuote e deserte si addormentavano e le case dentro si animavano di un’insolita attesa. I bambini che fino al tramonto avevano giocato per strada riscaldati dai loro giochi e dalla loro allegria prorompente erano raccolti in casa attorno agli adulti. Il camino era più carico del solito, presso la brace borbottava il tegame dei legumi,qualcuno schiacciava le mandorle con cui fare i dolci per il Natale, la nonna lavorava a maglia per i doni della befana. Raccolti intorno al tavolo, presso il braciere con l’assucapanne27, i bambini coloravano, ritagliavano figurine, imparavano la poesia di Natale Sono venute dai monti oscuri / le ciaramelle senza dir niente / hanno destato da’ suoi tuguri / tutta la buona povera gente28, e si fermavano incantati nel vuoto ad immaginarsi una ciaramella. Non ne avevano mai vista una e se ne sentivano affascinati proprio come da un mistero. A scuola il maestro aveva spiegato loro che era quello strumento che i pastori suonavano presso la capanna, quello strumento che nella loro fantasia aveva il potere magico di estasiare tutti i pupazzi del presepe. Era quella musica che nessuno di loro aveva mai sentito a gettare l’incanto, era per lei che nel piccolo presepe non alitava un soffio e tutto sembrava come sospeso in un sogno. E poi... Quella gente che nella poesia sbadigliava accanto al lume, sonnolenta, sembrava contagiarli e si sentivano percorrere da brividi di un piacere intimo, il piacere di trovarsi lì, accanto al fuoco, nella loro casa. Per quei bimbi la felicità del Natale era tutta lì, in quei momenti, in quei brividi di piacere. La notte santa sarebbe nato il bambinello e loro avrebbero atteso quel momento giocando a tombola con le fave e svuotando i piatti di pettole29 che la mamma, la zia e la nonna andavano friggendo nel camino. 27 Asciugapanni, campana fatta di fasce di legno che si metteva sul braciere e su cui si sistemavano i panni bagnati da asciugare. 28 Da Le ciaramelle di Giovanni Pascoli. 29 In gergo frittelle di pasta lievitata a forma sferica.

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Concettina aveva cominciato il primo ottobre di quell’anno la prima elementare ed avrebbe recitato anche lei la poesia di Natale anche se non sapeva ancora né leggere né scrivere ma sapeva fare bene le aste e i quadratini. Maria l’accompagnava alla scuola rurale, l’andava a riprendere e a casa il pomeriggio la seguiva mentre svolgeva i compiti e le sfogliava l’abbecedario per incuriosirla e perché imparasse ad amarlo. Per Natale Rocco aveva invitato i suoi e Concettina era eccitata all’idea della festa e di tanta gente a casa sua. La mattina dell’antivigilia Maria ordinò la casa con una cura più minuziosa e, come d’abitudine, si mise a costruire il piccolo presepe sul solito vecchio tavolino recuperato dalla corte. Aveva tirato fuori dal cassettone le statuine che erano state sue da sempre e che le ricordavano il tempo e gli affetti perduti. Erano di cartapesta. Un San Giuseppe consumato e stinto, una Madonnina dolce e patetica nella sua vecchiaia, un Gesù Bambino tutto perso nella sua grossa aureola, alcuni pastori che, beati e sereni nei loro poveri panni smozzicati dal tempo, facevano tanta tenerezza. Concettina le stava accanto e l’aiutava a costruire il paesaggio con le pietre e il muschio raccolti nel fondo, a sistemare la capanna, le statuine e i rametti di ulivo. Maria, per la prima volta da che si era sposata, si sentiva serena. Forse perché vedeva Concettina che partecipava in modo più consapevole e diretto alla vita, forse perché quel piccolo presepe che rendeva felice sua figlia di riflesso infondeva anche a lei tanta serenità, forse perché le era ritornata la vecchia abitudine di sentirsi felice in quel giorno, forse perché aveva ritrovato l’amico della sua infanzia ed era come se si fosse riannodata una corda mai spezzata, forse per tutto questo e per qualcos’altro che non sapeva, lei si sentiva anche stranamente riconciliata con Rocco. Era rude, scontroso e taciturno, non l’aveva mai difesa apertamente nei contrasti con i suoi, ma era un lavoratore instancabile, non le aveva mai fatto mancare nulla e poi era il padre di Concettina. Non lo amava ma non lo avrebbe mai tradito, l’aveva sposata e aveva dato un cognome a Concettina. Amava ancora Tonino ma non avrebbe mai tradito Rocco perché il tradimento non le apparteneva. 189


Sapere che anche lui l’amava ancora le dava una gioia intima, un conforto e un senso di sicurezza che la riconciliavano con i brutti ricordi del passato. L’indomani mattina, giorno della vigilia, Rocco andò alla calcara per ultimare i lavori prima della pausa natalizia. Avevano da giorni finito di cuocere la calce e dovevano caricare sui traini gli ultimi blocchi da scaricare sul cantiere dell’ingegnere. Anche Tonino quella mattina si era svegliato con il pensiero di una svolta prima del Natale. La notte era stato tormentato da un incubo ricorrente e il risveglio lo aveva rinfrancato e lo aveva caricato di ottimismo e di speranza. Quella notte aveva sognato Maria, aveva sognato di andare verso di lei ma le gambe pesanti, terribilmente pesanti, lo tenevano inchiodato e un vento impetuoso gliela portava via e Francesca con occhi gelidi lo trafiggeva nella sua impotente immobilità. Poi era ritornata lei, sorridente, a tendergli le braccia, a invitarlo all’amplesso ma le gambe lo tenevano inchiodato. Aveva fatto altre volte sogni simili. Sogni brevi e fugaci ma persistenti, sogni che scavavano nella sua carne e nella sua mente solchi profondi di dolore e di disperazione. L’alternarsi in sogno di momenti di esaltazione e di angoscia lo stava minando nel fisico e nella mente. Nonostante i momenti di serenità quelle poche volte in cui l’andava a trovare, lui era diventato più irascibile, tenero e debole solo con i sogni della sua fanciullezza. Il solo pensiero di Francesca lo atterriva. Quando rientrava a palazzo le tempie prendevano a pulsargli paurosamente e temeva di impazzire. Tra quelle mura si sentiva chiuso in una morsa di gelo, soffocato dall’angoscia di non avere scampo. L’annullamento minacciato da Francesca lo avrebbe voluto anche lui ma ne era impedito dal terrore per le conseguenze che gliene sarebbero derivate. Quella mattina della vigilia si era svegliato con il pensiero di lei, di Maria, la dolce, cara Maria che era rimasta alla terra come nel grembo della madre, lei che aveva accettato e mai violato le leggi e le consuetudini dei suoi avi. Dopo essere passato dalla calcara di Rocco per assicurarsi che stesse lavorando, comprò in paese una scatola di cioccolatini per Concettina e si diresse verso la campagna con la stessa 190


attesa di quando adolescente era innamorato di lei. Guidava e man mano che si inoltrava in quella terra silenziosa e cara si sentiva più leggero, come sempre inebriato da quella lontana felicità mai dimenticata. Diede uno sguardo fugace alla scatola sul sedile accanto e il volto gli si illuminò di un sorriso a cui non era più avvezzo, un sorriso buono come quello di un bambino. Fu scosso da un brivido. Faceva molto freddo. L’abitacolo non era riscaldato a sufficienza ma tanto dopo poco sarebbe arrivato da lei. L’aria era di una limpidezza gelida. Pensò a Maria che accendeva il fuoco nel camino, al calore che lo avrebbe avvolto in quella casa e gli parve che nulla avrebbe potuto desiderare di più. Amava Maria e voleva tanto bene alla bambina che gli ricordava lei quando erano piccoli. Doveva fare qualcosa per loro, per loro e per se stesso, per essere felice della loro stessa felicità. Sentiva di voler stabilire un legame più stretto per testimoniare in modo tangibile il suo amore. Sì, poteva firmare a Rocco un assegno che lo risarcisse dei danni come aveva promesso, un assegno congruo che gli permettesse di ampliare e rimodernare la casa come gli aveva detto Maria che era nelle sue intenzioni. Avrebbe mantenuto la parola data a Rocco ed avrebbe fatto felici le sue donne. Si sentì soddisfatto all’idea e premette sull’acceleratore, smanioso di giungere al più presto. Svoltò a sinistra, imboccò il tratturo che lo portava nel cuore della campagna, svoltò a destra e cominciò ad arrancare su per il viottolo sassoso. Vide di lontano la vetrinetta chiusa. Sullo spiazzo non c’era anima viva. Era sicuro che Rocco stava al lavoro. Dal camino si srotolava un denso drappo di fumo. Maria e la bimba dovevano essere in casa. Mise il motore sotto sforzo, avanzò rombando sullo spiazzo e con una virata improvvisa e una altrettanto improvvisa frenata accompagnata dallo stridore delle gomme si fermò di botto. Prese la scatola dei cioccolatini e andò alla vetrinetta. Tamburellò con le nocche della mano libera e si fermò solo quando Maria andò ad aprirgli. Non le diede neppure il tempo di farsi da parte che irruppe dentro con un balzo. 191


«Ooohè, bimbe» gridò allegro e attirò Maria a sé e le schioccò un bacio sulla guancia. Maria rimase rigida e ferma. Sempre sorridendo la scostò da sé per guardarla bene in viso. Era pallida e sgomenta. «Dai, non corri nessun pericolo se ti do un bacio, non temere, non ti metto incinta» rise con aria scanzonata trascinandola in un volteggio di danza. Ma non aveva completato il giro che si bloccò di botto anche lui. Presso il tavoliere, in un angolo, erano sedute due donne, una anziana e l’altra più giovane che, interrotto il lavoro, trasecolate, assistevano alla scena con evidente disappunto. Gli sguardi si incrociarono. Un attimo e silenziose ripresero a incavare la pasta. Tonino fu preso dall’imbarazzo. Intuì l’equivoco che poteva aver ingenerato con quella sua esuberanza e cercò di porvi rimedio. Con aria affabile e disinvolta di chi non ha nulla da nascondere, sorridendo alle due e allungando il collo verso il tavoliere per guardare più attentamente il manufatto si complimentò con loro per l’ottimo lavoro. «Sono veramente speciali queste orecchiette! Proprio come le faceva la buonanima di zia Graziella. Non è vero, Maria?». Maria assentì con evidente imbarazzo. Le due tacevano. Con il ricorso alla parentela Tonino aveva sperato di dissipare sul nascere la malignità che coglieva nello sguardo sfuggente di quelle donne. Maria cercò di dargli timidamente una mano. «Ma’, questo è Tonino, il figlio di zia Ratodda, il marito di donna Francesca Castrignò» disse presentandolo. «Siamo cresciuti assieme come fratelli» aggiunse lui e non disse altro, temendo che una parola di troppo potesse avere il sapore di una una colpa palese. Concettina, che fino a quel momento era rimasta in silenzio presso il presepe, anche lei sorpresa da quella irruzione, gli si avvicinò e gli tese le braccia contenta. «Guarda cosa ti ha portato lo zio» le disse porgendole la scatola che teneva ancora in mano. Concettina la prese e corse ad aprirla. «Sono venuto per farvi gli auguri di buon Natale da parte 192


di mamma che vi pensa sempre, soprattutto di queste feste» aggiunse lui ricorrendo, in quella che era una formula di congedo, a una bugia come ultimo tentativo di salvataggio. «Volevo parlare con Rocco». «Sta alla calcara». «Anche oggi che è la vigilia? Ero sicuro che lo avrei trovato, digli che presto mi farò sentire». «Non te ne andare, non te ne andare» lo supplicò Concettina. «Devo andare, ti prometto che ritornerò. Ma, ma anche tu puoi venire a trovarmi con mamma e papà, me lo prometti?». Concettina fece cenno di sì col capo e, rassicurata, tornò alle prese con la scatola di cioccolatini. «Allora sto andando, Buon lavoro a voi» disse alle due donne congedandosi e dirigendosi all’uscita. Quelle non alzarono neppure la testa. Maria, sopraffatta dalla paura del peggio, si sentì crollare il mondo addosso. Richiuse la vetrinetta e non seppe né cosa dire né cosa fare. Il silenzio di quelle due era foriero di tragedia. Era accaduto il peggio e peggio di quanto avesse potuto temere. Sapeva quanto fossero cattive e maligne la suocera e la cognata e così come erano andate le cose certo non dovevano lavorare troppo di fantasia per arrivare alla conclusione che volevano. Quello che avevano visto bastava e le parole di Tonino quando l’aveva baciata, “non ti metto incinta”, da sole portavano alla loro conclusione. A sua insaputa quella mattina la suocera e la cognata si erano recate da lei per aiutarla a preparare il pranzo per l’indomani e avevano scelto il giorno giusto per avere un appiglio e dare sfogo a tutto il livore mai sopito. Appena terminate le orecchiette se ne andarono senza far parola. Ingoiando la paura Maria tornò ad occuparsi della casa e a preparare per la sera e l’indomani. Tirò fuori la tovaglia ricamata del corredo, nella grossa scodella di creta fece l’impasto per le pettole e lo mise a lievitare coperto da una mantella di lana. 193


A sera rientrò Rocco intirizzito ma con un’aria insolitamente soddisfatta. Il tepore della casa gli procurò una sensazione di benessere mai provata così fino ad allora. Poggiò i due pacchetti che portava sul tavolo e si liberò del pastrano. «È Natale, domani è Natale» ripeté strofinandosi energicamente le mani e pensando al riposo che lo aspettava. «Guardate cosa ho portato». Per la prima volta prese Concettina tra le braccia e, andando a sedersi presso il camino, se la pose a sedere sulle ginocchia. «Mari, mo’ vieni. Piglia quel pacco, il più grande, aprilo». Maria, confusa, esitò un attimo, poi accennò un sorriso e si avvicinò al tavolo. «E dai, non è una bomba, aprilo». Concettina si stringeva a lui eccitata. «Aprilo, mamma, aprilo». «E vieni, portalo qui» la incoraggiò. Maria glielo portò e lui, poggiatolo in grembo a Concettina, cominciò a scartocciarlo piano piano, poi di botto tirò fuori un paio di scarpe che brandì in alto nella finzione di volerle sottrarre ad un’appropriazione indebita. «No no, non sono tue, sono di mamma» e le consegnò a Maria che guardava sbigottita. Non aveva mai posseduto un paio di scarpe così belle. Chissà quanto gli erano costate. «Quello è tuo, vai» disse a Concettina e, dandole una pacca sul sedere, la indirizzò verso l’altro pacchettino sul tavolo. Maria seguì la figlioletta con lo sguardo. Ma che cosa stava accadendo? Non riconosceva più suo marito. Non aveva mai fatto un regalo, né a lei né alla piccola. Concettina in preda ad un’agitazione incontenibile aveva strappato la carta e stava tirando fuori una bambola dai capelli rossi. «Mamma mamma, com’è bella» gridò e gliela mostrava stringendola al petto. Non ne aveva mai posseduta una così. Le bambole gliele aveva sempre fatte lei, di pezza e con gli occhi e i capelli disegnati col nero di un sughero bruciato. 194


«Ti piacciono?» le chiese alludendo alle scarpe. «Sono belle, molto belle». «E dai, misurale, fammi vedere». Andò a prendere il borotalco, se lo spalmò intorno alla pianta e al tallone e i piedi le scivolarono nelle scarpe nuove. «La miseria, che bella femmina che sei». Maria arrossì e in quel disagio si senti riafferrare dallo sgomento. Non aveva commesso nulla eppure si sentiva oppressa da un senso di colpa e dall’incubo di una minaccia incombente. «Beh, queste pettole le vogliamo friggere? Pensiamo alle cose più serie» disse lui con tono scherzoso richiamandola ai doveri di casa. Maria, riposte le scarpe nella scatola, si diresse al camino, preparò un letto di carboni roventi, sistemò il treppiedi e vi pose sopra una pentola con dell’olio. Andò a controllare la lievitazione della pasta e nell’attesa che l’olio fumasse cominciò ad apparecchiare. Rocco aveva preso posto a tavola e aspettava, come distratto da pensieri piacevoli. Maria servì le prime pettole fumanti. La bontà della frittura e del vino, delle melanzane e dei peperoni sott’olio, sciolsero ancor più la lingua a Rocco che, rivolgendosi per celia alla bambina, chiese: «Concetti’, la diciamo la bella notizia a mamma?». La bimba lo guardò con aria interrogativa. «Beh, adesso gliela dico sì gliela dico» si interruppe per prendere fiato poi, tutto d’un botto, riprese: «Siamo diventati ricchi. Hai capito, ho fatto soldi, tanti soldi». Maria lo guardò trasecolata. «Stasera, prima di lasciare la calcara è venuto a trovarmi l’ingegnere e mi ha lasciato un assegno di tre milioni per risarcirmi dei danni, un assegno personale. Mi ha detto per ora di non dire niente a Ciccio, più in là salderà anche lui. Tre milioni, ma ci pensi? In fondo me li sono meritati. Io ho lavorato più di Ciccio, ho impegnato due calcare». Maria impallidì. «Te l’avevo detto che era una sorpresa. Adesso non vorrai svenire? Sai quante cose potrò fare? Ora è sicuro che faccia195


mo aggiustare la casa, mi toglierò qualche debito, comprerò qualche animale da mettere nella stalla. Le cose andranno meglio d’ora innanzi». Lui parlava con un entusiasmo e una partecipazione sconosciuti fino ad allora. Lei si sentiva la terra franare sotto i piedi. L’indomani, giorno di Natale, Rocco si svegliò più tardi del solito, soddisfatto della notte passata con Maria e felice per quell’assegno insperato. Sentì l’odore di ragù e lei che era già in movimento. Si alzò di buona lena e cominciò a vestirsi canticchiando per la prima volta da che era sposato. Maria non aveva chiuso occhio per tutta la notte ed era in piedi da prima che facesse giorno pensando a quello che poteva succederle. Concettina dormiva profondamente con la bambola stretta al petto. Alle prime luci aveva acceso il camino e si era messa a cuocere il ragù per le orecchiette ma i suoi pensieri erano altrove. Era certa che suocera e cognata gli avrebbero raccontato tutto quello a cui avevano assistito e anche di più, lo avrebbero raccontato a modo loro senza manco faticare per convincerlo delle loro insinuazioni. Forse avrebbe dovuto parlargliene lei, ci aveva pure pensato ma, così come erano andate le cose la sera, non aveva avuto né l’occasione né quel tanto di coraggio per farlo. Parlargli quando si svegliava? Come dirgli che l’aveva baciata e l’aveva stretta in un giro di danza? Dirgli della visita e nascondergli il resto, proprio quel resto che l’accusava, poteva essere interpretato come un’ammissione di colpa per quello che non aveva fatto. Forse era meglio non dirgli niente, attendere e poi poteva giustificarsi dicendo che anche lei non si aspettava tanta confidenza da parte di Tonino, che non vi aveva dato alcuna importanza ed era per questo che non gliene aveva parlato prima. Ma poi c’erano le altre volte in cui lui era andato a trovarla e lei non gli aveva detto nulla. La suocera e la nuora dovevano aver capito che quella non era la prima volta. Solo la fortuna e Dio potevano andarle in aiuto anche se neppure lei sapeva come. Mentre si muoveva indaffarata, lui si vestiva con una cura insolita e tra una fischiettata e l’altra le raccomandava ora di 196


badare al sugo che fosse ben cotto ora di grattugiare il cacio ricotta per il padre e la madre e il pecorino per lui. Indossò giacca e pastrano e, data un’ultima ravviata ai capelli, uscendo per andare a prendere i suoi le disse di approntare per l’una.

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capitolo XXXVI

Quello fu un brutto Natale. Rocco rientrò molto tardi, il volto pallido e tirato, le labbra livide e strette. Era accaduto quello che lei temeva. «Solo. E i tuoi?». Quelle parole avrebbero potuto scatenare la sua rabbia e lei lo sapeva ma era meglio così. «Solo» ribatté a denti stretti e aveva gli occhi iniettati di sangue. Il coraggio cominciò a mancarle. «E nonna, non hai portato nonna?» chiese Concettina stringendo la bambola al petto, ma lui non le rispose. Maria aveva versato le orecchiette e le andava rimestando, apparentemente calma ma aveva la tempesta dentro. Temeva ma sperava che l’ira di lui esplodesse e che quell’incubo finisse quanto prima. Rocco si tolse il pastrano e la giacca e andò a sedersi a tavola al suo posto. Concettina, stringendo la bambola, gli corse accanto e fece per montargli sulle ginocchia ma lui la strattonò bruscamente e lei dapprima vacillò poi cadde a terra e, rialzandosi, piangendo, corse dalla mamma. Maria cercò di calmarla, le riprese la bambola che le era caduta e, tenendola accanto a sé, cominciò a scodellare e a servire le orecchiette. Cominciarono a mangiare. Fu un nonnulla a farlo esplodere. Concettina allungò il braccino verso il bicchiere che Maria le aveva riempito di aranciata, quella delle grandi occasioni, quella delle bustine, frizzante, di cui andava tanto ghiotta, ma, nel prenderlo, lo rovesciò tutto sulla tovaglia. Non ebbe il tempo d’aver paura che Rocco le mollò un paio di ceffoni mandandola giù dalla sedia, inveendo con parolacce e improperi contro di lei e contro tutte le femmine della terra. 198


«Tutte, tutte sgualdrine siete voi femmine, sgualdrine, sgualdrine». «Lasciala stare, Basta!» gridò Maria sottraendola alla sua furia. «Basta? A me basta? Tu non dici basta a nessuno hai capito, sgualdrina» e dalla figlia passò alla mamma. Concettina, soffocata dai singhiozzi, fuggì dalle braccia materne e andò a rincantucciarsi dietro la panca. «Sgualdrina, me la paghi, me la paghi quant’è vero Cristo». In un attimo le fu sopra e cominciò a prenderla a pugni e a calci alla cieca e gridava: «T’ammazzo, giuro che t’ammazzo». Maria cercava di difendersi facendosi schermo con le braccia ma quando lui la spinse contro il muro e non aveva più alcuna via di scampo allora pensò che per lei era finita. Guardò Concettina che piangeva terrorizzata e si lasciò andare mentre lui le sferrava un pugno in pieno viso. Un rivolo di sangue le colò dal naso e scivolò lungo la parete priva di sensi. Si riebbe che la bambina la scuoteva e la chiamava disperata e terrorizzata. «E papà?» chiese con un filo di voce. «Non c’è, se n’è andato, se n’è andato» rispose la piccola piangendo e singhiozzando. Non ebbe neppure la forza di sentirsi sollevata. Era piena di lividi e di dolori in tutto il corpo. Con uno sforzo immane e stringendo i denti per le fitte lancinanti, puntellandosi alla parete, riuscì a mettersi a sedere. Attirò a sé la bambina, la strinse al petto e, piangendo, le carezzava il viso e i capelli. Rocco, sbattuta la vetrina di casa, girovagò senza meta e senza sosta. A sera si trovò sulla calcara deserta. Si sedette su una pietra e cominciò a vomitare anche le viscere. Trascorse la notte nel trabucco ma non chiuse occhio divorato da un fuoco che gli bruciava dentro. Aveva sposato una sgualdrina, una che gli uomini se li faceva venire a casa quando lui non c’era e stava buttando il sangue sulla calcara per portare il pane a casa. 199


All’alba riprese a camminare senza sapere per dove e per cosa. Il fuoco che aveva dentro lo consumava senza pietà. Era già buio quando bussò alla casa paterna. Entrò e pareva che lo stessero aspettando. Checchina gli rifece il letto di quando era scapolo ed era come non se ne fosse mai andato via. L’indomani si alzò e tornò la sera e così nei giorni che seguirono. La mattina vagava per i campi e si acquattava dietro i cespugli ai confini della masseria dei Castrignò da dove spiava i movimenti della sua campagna. Suo padre gli aveva detto che bisognava prendere una decisione. Bisognava fare qualcosa, bisognava dare una lezione a quella sgualdrina, doveva cacciarla ma prima doveva ammazzarla, ammazzarla di pugni e di calci, meglio dinanzi a testimoni se voleva che il suo onore fosse salvo. E lui dietro quei cespugli vi rimaneva per ore intere, con la bava alla bocca come un animale braccato e ogni volta che sentiva il rumore di una macchina sperava che fosse quella dell’ingegnere. Prima o poi si sarebbe fatto vivo, e lui lo avrebbe ammazzato, l’avrebbe ammazzato quel cornuto, insieme a quella sgualdrina. Se la doveva prendere questa soddisfazione, lo doveva fare se voleva liberarsi di quel male che lo rodeva dentro e lo consumava, se voleva guadagnarsi il rispetto della gente e tornare a camminare a testa alta.

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capitolo XXXVI

Passata l’epifania Ciccio cominciò a preoccuparsi. Uno degli operai gli aveva detto di averlo visto per la campagna e quasi non lo aveva riconosciuto, dimagrito e con la barba ispida e i capelli incolti. Si aggirava come un’anima in pena. Gli aveva fatto paura e non si era avvicinato. Durante la sosta per la colazione si parlava di lui, della sua assenza e di quello che avevano sentito. Ciccio era andato in campagna a chiedere notizie e aveva trovato Maria, anche lei dimagrita e molto strana. Non lo aveva fatto accomodare. Gli aveva detto che non c’era ed era stata sbrigativa come se non volesse dirgli di più. Le aveva chiesto quando sarebbe tornato perché alla calcara c’era bisogno di lui, lei aveva alzato le spalle e lui se n’era andato come era venuto. Era andato anche a casa dei genitori di lui. Li aveva trovati molto strani e anche loro gli avevano detto che non sapevano niente di niente. Da Maria era andato a parlare anche Pasquale lu Rignusu ma senza migliore fortuna. Una cosa ormai era certa per tutti, che sicuramente era successo qualcosa di molto grave e che prima o poi Rocco si sarebbe fatto vivo. Intanto avevano cominciato a circolare voci di grossi problemi familiari, di chi sa quale grossa disgrazia, persino di corna. Checchina stessa aveva provveduto a che si spargessero. Era bastato confidarsi in gran segreto a cumma30 Angiulina che con molta discrezione se ne liberava con chiunque le capitava. Fu così che la notizia cominciò a circolare anche sulla calcara dove tutti ebbero pena per quel povero disgraziato. Si chiedevano con chi lo avesse tradito ma nessuno lo sapeva e poi non era importante. Ciccio, trovata una ragione, senza più esitazione prese nelle sue mani anche la fornace di Rocco nell’attesa del suo ritorno. Ridotto a larva di se stesso, vagava ruminando lo stesso veleno. 30 In gergo comare.

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La mamma e la sorella non potevano essersi inventato tutto. Lui, l’ingegnere, era andato a casa sua, a quale titolo e con quale diritto? E perché quando non c’era lui, perché non gli avevano detto nulla? Sicuramente si erano visti altre volte e di nascosto, a sua insaputa. E quell’assegno, quell’assegno dato solo a lui. Le voci dei suoi gli martellavano nel cervello. «Perché te lo ha dato? Per far piacere a lei, a lei quella sgualdrina. Te l’avevo detto io. La tieni a fare la signora e lei se lo fa venire in casa l’ingegnere». «Sei un rimbambito. Non hai mai tenuto gli occhi per vedere, non hai mai voluto vedere, ma noi, noi abbiamo visto, e come se abbiamo visto! “Che hai paura che ti metto incinta?”. Sì, ha detto proprio così e l’ha baciata, e se la portava anche a letto. Ma ha visto noi e subito è gelato, e quella sgualdrina ha perso la parola ed è gelata pure lei». «Sai quanta gente della contrada ha visto l’ingegnere andare nel fondo quando tu non c’eri? Chiedilo a cumma Angiulina, lei pure mi ha detto che se la facevano quando vivevano Filippo e Graziella, tanto che pensavano che se la sposava». «Ma ti pare che un ingegnere sposa una malafemmina?». «Rocco l’ha sposata». «Madonna mia, che disonore in casa nostra, che disonore! E pensare che non ci volevo andare, ma poi per sentire tua sorella, “Ma’, andiamo. L’aiutiamo a fare le orecchiette per Natale... Andiamo...”, e tu sai che tua sorella non è cattiva ma quella non l’ha mai potuta vedere». Rocco risentiva quelle parole e aveva il corpo teso che se lo trafiggevano con la lama di un coltello non sarebbe uscita neppure una goccia di sangue. Ogni volta che rientrava le sentiva e stringeva i denti e i pugni per trattenere la rabbia e non impazzire. Il padre, la madre, la sorella parlavano... Lui no, lui non parlava e più taceva più loro continuavano a scavare con le voci stridule nelle sue viscere e il sangue gli martellava le tempie. Appiattato dietro i cespugli le fitte diventavano più dolorose e si sentiva perdere i sensi in preda ad un vortice che lo faceva girare e, barcollando, cercava di aggrapparsi a qualcosa. Poi 202


piano piano si riaveva e quelle voci tornavano a martellargli in testa. Adesso era di lui che la gente sparlava, di lui che aveva le corna. L’ingegnere si era riabilitato, aveva dimostrato a tutti di avere avuto il coraggio di restituirle alla moglie le corna, come si usa tra gente per bene. Adesso era di lui che ridevano, di lui che non aveva mai voluto aprire gli occhi, mai, a cominciare da quando sua madre gli aveva detto. “Vergine? Che ne sai tu delle malizie delle male femmine”. No, la gente non avrebbe più riso alle sue spalle. Lui li avrebbe ammazzati tutti e due, avrebbe riscattato il suo onore e la gente, dopo, lo avrebbe trattato con timore e rispetto.

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capitolo XXXVII

Quella notte aveva atteso sperando che non tornasse e poi che tornasse per la piccola. Verso l’alba fu Concettina a svegliarla con il suo pianto. La strinse a sé nel lettone e si riaddormentarono. Era dolorante in tutto il corpo e piena di lividi ma si sentiva come rinfrancata dall’assenza di lui. Rocco non tornò quel giorno e neppure nei giorni seguenti. Passati i primi momenti di sollievo, man mano che il tempo scorreva cominciò a sentire il peso di quella situazione e a chiedersi cosa sarebbe successo di lei e di sua figlia e l’incertezza e il timore del peggio la consumavano e i suoi occhi non avevano più lacrime. Quando Ciccio era andato a chiedere notizie di Rocco, lei aveva creduto che fosse lui a portargliele e neppure lei seppe come aveva trovato la forza di non scoppiare in lacrime. Così pure quando era andato Pasquale lu Rignusu. Meglio sarebbe stato se fosse morta. Che cosa aveva avuto dalla vita? Se non fosse stato per Concettina si sarebbe uccisa o sarebbe scappata lontano, a Milano, a fare la serva piuttosto che rimanere in quell’inferno. Che cosa gli aveva fatto, che colpa aveva se non lo aveva mai amato? Non l’aveva forse costretta lui? Eppure quante volte si ripeteva che lui era il padre della sua bambina, che era un lavoratore che alla casa e alla famiglia ci teneva, che sapeva essere buono, come quella vigilia di Natale. Se lo diceva e se lo ripeteva per convincersi ma se la ragione l’assecondava, il cuore non voleva saperne e le ricordava quello che la ragione stessa cercava di dimenticare. Lui non si faceva vedere e lei temeva che il peggio stesse ancora per venire. La scuola si era riaperta e aveva ripreso ad accompagnare Concettina. Si muoveva frastornata e come un’automa. Cucinava solo per la piccola. Per lei invece, quando le mordeva lo stomaco, c’era il pane raffermo della madia, bagnato nell’acqua, con un pomodoro appeso o senza e si augurava che bastasse ancora per molto per la zuppa e il pane cotto 204


della bambina. Quando il sole era alto l’andava a riprendere e le stava accanto mentre mangiava. Per il resto del giorno cercava di fare qualcosa in casa e nell’orto e quando allungava lo sguardo lontano vedeva la masseria e provava tristezza e conforto insieme. Era passata nelle mani di altri proprietari ma non per questo aveva perso il suo antico fascino, il fascino dei suoi ricordi. Un pomeriggio di metà gennaio, Concettina era dentro a fare i compiti e lei giù nell’orto, senti il rumore di una macchina che arrancava lungo il sentiero. Si sporse. Era la macchina di Tonino. Non se lo aspettava. Sgomento e conforto, paura e sollievo la tennero ferma nel timore e nell’attesa. Tonino l’aveva vista. Fermò e la raggiunse. Quasi non la riconosceva pallida e magra com’era. «Che t’è successo?» le chiese sgomento «che t’è successo?» le ripeté quasi gridando. Maria lo guardò muta. Anche lui portava i segni evidenti di una profonda lacerazione, gli occhi febbricitanti e il corpo scosso da fremiti. «Dimmi che t’è successo» le chiese ancora, quasi implorandola e, senza attendere risposta, la strinse con tenerezza. Pianse e lui le carezzava i capelli e non sapeva dirle nulla. Le carezzava i capelli come si accarezzano i sogni più belli, le buone cose del passato, il ricordo di una felicità mai raggiunta. Maria, incorrotta e generosa come la sua terra, era questo, era tutto questo per lui. Le carezzava i capelli e, pago di quella dolcezza, sentiva i singhiozzi che si quietavano. Fu come un fulmine. Improvviso e inaspettato, Rocco piombò su di loro con furia selvaggia e prese a sferrare pugni e a urlare come pazzo. «Sgualdrina, cornuto, stronzo, puttana». Colpita nel fianco Maria, con un gemito, scivolò esanime dalle braccia che la stringevano e si raccolse per terra come un povero niente. Tonino stordito e confuso da quella irruzione e sopraffatto da tanta violenza non riuscì a trattenerla. Rocco si avventò su di lui e gli sferrò un pugno nello stomaco. Premendosi la parte colpita con tutte e due le braccia, si pie205


gò e arretrò barcollando. Lo spasmo violento per poco non gli faceva schizzare gli occhi fuori dalle orbite. Sollevò il capo e posò su Rocco lo sguardo iniettato di sangue misto a dolore e sgomento. Vide dinanzi a sé un essere simile a una bestia, lo sguardo carico di ferocia. Capì subito che nulla avrebbe potuto rabbonirlo, tuttavia, rantolando, tentò di aprire una breccia nel cuore di quella belva. «Maria è innocente, non c’entra, non ha fatto nulla... non abbiamo fatto nulla». Ma le sue parole ebbero l’effetto di infuriarlo ancora di più. «Niente eh? Porci... Niente? E che volevate fare di più a casa mia? A voi signori la melma di casa vostra non vi basta. Non ti bastano, cornuto, le corna di tua moglie, non ti basta una puttana, ne vuoi due? E mentre donna Francesca, la signora, se la fa col figlio del mezzadro tu vieni qua a farti la bocca in casa mia. Ma se a te fa comodo tenertela in casa quella puttana di tua moglie a me no. Pigliatela pure quest’altra». Così dicendo sferrò un calcio contro quello che per terra pareva un groviglio di panni, come a volerglielo lanciare in faccia, gridando: «Sparisci, non farti più vedere o quant’è vero cristo t’ammazzo, t’ammazzo hai capito?» e gli sputò sopra schifato. Poi rivolto a lui: «Ingegne’ solo con le puttane te la sai fare?» e, tirando fuori dalla tasca l’assegno, lo sventolò e con disgusto aggiunse: «Che credevi di tenermi buono con questi? Vedi cosa ne faccio io dei tuoi soldi?». Lo fece in mille pezzi e glieli lanciò contro gridando: «Tie’, con questi va’ a comprartele nei casini le puttane». Tonino strascicando cercava un rifugio e si dirigeva contorcendosi dal dolore verso la macchina. Da lontano le grida terrorizzate di Concettina furono provvidenziali per lui. «Mamma, mamma» piangeva e gridava terrorizzata. La piccola era uscita sullo spiazzo, aveva sentito suo padre gridare come un pazzo e aveva cominciato a tremare dalla paura e a gridare. «Mamma, mamma» e piangeva e singhiozzava raccolta in un angolo. 206


Distolto da quel pianto Rocco si fermò confuso un attimo e Tonino continuò a correre e si asserragliò in macchina. Rocco ancora più infuriato raccattò una pietra e gliela scagliò contro. «Hai paura eh? Te la svigni e non hai neppure il coraggio di prendertela quella sgualdrina, tanto a casa ne hai un’altra». Tonino, arroccato in macchina, cercava di recuperare un po’ di forza, respirando profondamente, mentre tentava di mettere in moto. Rocco lo raggiunse e batteva i pugni contro i vetri e bestemmiava. La macchina partì e lui, esausto, si accasciò su un masso e, con i gomiti sulle ginocchia, nascose la testa tra le mani e iniziò a farfugliare parole sconnesse. Maria, che fino ad allora era rimasta priva di sensi, andava piano piano riprendendosi e realizzando quello che le era successo. Tentò di sollevarsi ma la testa le girava e le faceva male. Si mise in piedi attutendo con gemiti il dolore. Vide lui sollevarsi dalla pietra e gridarle minaccioso: «Ti do tempo due giorni per sparire di casa, tu e tua figlia. Sparisci o quanto è vero dio vi ammazzo tutte e due». La bambina. Il pensiero di lei le diede le forze che non aveva. Reggendosi ai tronchi che incontrava, riuscì a raggiungerla e la trovò che singhiozzava terrorizzata. Strinse i denti dal dolore e la sollevò tra le braccia confortandola con baci. Rientrò in casa, la sua casa, la casa di sua madre e di suo padre, quella che l’aveva vista nascere, quella che, insieme al fondo, era stata data a lui per toglierle la vergogna di dosso e dare un cognome alla bambina. Concettina si andava calmando e lei, frastornata, tentava di raccapezzarsi e di capire come doveva e poteva fare quello di cui lui le aveva dato il coraggio: andarsene. Durante il resto del giorno girò per la casa confusa e frastornata, rigovernò le galline e la cavalla, a sera tirò da sotto il letto una vecchia valigia di cartone, la svuotò delle carte che conteneva e cominciò a riempirla dei pochi indumenti suoi e della bambina. Le fece del pane cotto e la mise a dormire nel lettino. Quando si fu addormentata disfece il lettone, rivoltò il materasso di paglia, lo scucì da un lato e nascosti in una 207


vecchia calza tirò fuori quella manciata di soldi che sua madre prima di morire le aveva dato di nascosto. L’indomani, a giorno inoltrato, si chiuse la porta dietro le spalle e con la bimba per una mano e la valigia nell’altra lasciò la casa e si avviò a piedi in Ostuni. Fino al giorno prima, nonostante tutto, lei non avrebbe mai avuto il coraggio di abbandonarla la sua casa, ora, invece, quel distacco cominciava ad avere per lei il sapore di una liberazione. Camminava decisa e la bambina le chiedeva dove stavano andando e sembrava contenta della novità. Diede un ultimo sguardo alla masseria dei Castrignò. Un sorriso amaro affiorò e si spense sulle sue labbra. Camminava e via via si sentiva liberare delle ultime paure. Lui l’aveva cacciata e non sapeva di averle dato il coraggio di fare ciò che lei per sua iniziativa non avrebbe mai fatto. Doveva andarsene. Non aveva più la forza, né la voglia di rimanere. Alla luce delle circostanze e per la legge lei non ne aveva neppure più il diritto. L’irruzione di Tonino in casa alla vigilia di Natale, quelle parole, il bacio, la giravolta, l’abbraccio lì nel campo, tutto, tutto tramava contro di lei. Nessuno avrebbe creduto alla sua innocenza perché le donne oneste non permettono tanta confidenza a un uomo. Rimanendo, lei e la bambina per tutta la vita sarebbero state segnate dal disprezzo e dalla diffidenza della gente. Anche Tonino se n’era andato e l’aveva lasciata sola lì per terra. Camminava e aveva la sensazione di lasciarsi dietro il peggio e di andare incontro a un futuro migliore perché se lo sarebbe costruito da sé, con le sue forze e come voleva. Camminava e si sentiva una forza e una voglia che non aveva mai avuto. Per la sua bambina avrebbe sfidato tutto e tutti, si sarebbe venduto anche gli occhi per renderla libera e indipendente, libera dall’egoismo e dalla sopraffazione. E pensò a quando era bambina e la domenica d’estate nella chiesetta di campagna le donne erano avvolte negli scialli e lei nel suo fresco vestitino di bambina si chiedeva perché e pensava che sentivano freddo nonostante il caldo. Una domenica proprio in quella chiesetta aveva provato vergogna per essere nata donna. Sua madre quella volta la obbligò a coprirsi le braccia e la testa prima di 208


entrare, doveva coprirsi per nascondere il suo corpo, lo capì dopo... Coprirsi per nascondere il suo corpo alla cupidigia dei maschi, doveva coprirsi per preservare i maschi dal peccare, lei che a quel peccato non ci pensava neppure. Perché la Chiesa permetteva questo? Perché proteggeva tanto i maschi? Tra gli apostoli possibile che non ci fosse alcuna donna? la Madonna aveva concepito sì, ma non come tutte le donne, non come natura vuole, ma vergine, e se non era maschio non era neppure femmina. In cuor suo sentiva che Dio non poteva aver voluto questo e che lui e le donne erano le vittime del maschio padrone. «Mamma, sono stanca, fermiamoci». Distolta dai pensieri Maria poggiò la valigia per terra e,prendendola in braccio, la pose a sedere sul muretto. «Dove andiamo?» le chiese stringendosi nel cappottino. «A Ostuni e poi alla stazione. Saliremo sul treno e andremo lontano lontano, in una città grande grande». La bambina sorrideva felice. «Quante cose belle vedrai! Ci divertiremo io e te. Conoscerai tanti bambini» e mentre la bambina riposava sul muretto sognando ad occhi aperti lei riprese a pensare. Giunsero in paese che era pomeriggio inoltrato. Le strade erano deserte e i negozi chiusi. Pensò a Concettina che aveva fame. In corriera le avrebbe dato il pane e i fichi che aveva nella tasca del cappotto. Per le vie Concettina teneva il passo con fatica e chiedeva di fermarsi. «Un altro poco ancora e ti riposerai». In piazza trovarono la corriera per la stazione. Salirono e si sistemarono nei sedili in fondo. Non c’era nessuno, neppure l’autista. Partirono molto tardi che già imbruniva. Aveva pensato di sentirsi più rinfrancata ma quando la vettura si mosse si sentì soffocare da un senso di smarrimento. Al di là dei vetri le case e gli orti correvano in direzione opposta e si allontanavano da lei silenziosi e tristi nella penombra crepuscolare. Abbandonò il capo al finestrino ma non ebbe la forza di chiudere gli occhi. Lontano tremolavano le luci del camposanto nell’immobilità dei pini. Il ricordo degli affetti cari, dolce e doloroso insieme, le sciolse il groppo che la sof209


focava. Lacrime calde le rigarono il viso. Piegò la testa e chiuse gli occhi su quella terra e quel passato che non l’avrebbero più fermata.

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capitolo XXXVIII

Con le ossa rotte e doloranti Tonino cercava di tenere la strada nello sforzo sovrumano di non cedere al dolore lancinante nel profondo del petto. Tutto, tutto gli crollava intorno, speranze, onore, reputazione. Maria era rimasta lì nel campo e lui l’aveva abbandonata, l’aveva lasciata al suo destino lui che aveva pensato ancora una volta solo a se stesso e nel suo egoismo aveva scatenato contro di lei quella violenza cieca da cui era scampato per dirigersi... dove? Per dirigersi da Francesca che lo tradiva e lo copriva di vergogna. Francesca aveva un amante a Santa Giovanna! Un ghigno doloroso gli alterò i lineamenti. Rivide in una tragica sequenza i sorrisi equivoci degli operai sul cantiere, gli ammiccamenti a cui non aveva saputo dare una ragione, a cui però aveva risposto con un sorriso di complicità solo per compiacerli, perché non si dicesse che l’ingegnere era scontroso e non dava loro nessuna confidenza. Ora, ora cominciava a capire il senso di quelle allusioni a cui non aveva saputo dare una spiegazione. Sua moglie lo tradiva con il figlio del mezzadro. Quale? Non certo con i due che erano sposati. Ecco perché andava così spesso a Santa Giovanna. Lì teneva il suo amante e chissà che non fossero complici anche suo padre e sua madre! Premette sull’acceleratore con rabbia. Era fuori di sé. Correva verso Santa Giovanna, lei doveva trovarsi là, ecco dove andava, andava dall’amante, e la gente rideva di lui e tante volte anche lui si era unito a loro e aveva riso di se stesso senza saperlo rendendo la farsa tragicamente più ridicola ai suoi danni. Ma ora... ora, quant’è vero dio, gliel’avrebbe fatta pagare cara a tutti e due. Avrebbe mostrato a tutti che era un uomo, un vero uomo, e se la vide che boccheggiava con gli occhi fuori dalle orbite alla stretta violenta delle sue mani attanagliate al collo. Si sentì stringere lo stomaco e gli veniva da vomitare. Poteva chiedere la separazione, poteva reclamarla per il tradimento di lei. Gli sembrò di provare sol211


lievo ma vide lei, Francesca, che rideva di un riso beffardo e negli occhi aveva la gioia del trionfo. Impotente, impotente, gli gridava. Anche se non poteva dimostrarlo con fatti, la notizia avrebbe fatto il giro del paese e tutti avrebbero soffiato sul fuoco e nessuno avrebbe rinunciato al godimento che gli veniva nel diffondere quella notizia. La testa gli martellava. Il terrore dello scandalo gli accrebbe le fitte allo stomaco e per poco non finiva fuori strada. Frenò di botto e riprese ad andare più lentamente come chi non è più tanto sicuro della strada che sta percorrendo. La testa gli martellava. Non aveva più alcuna certezza. Improvvisamente era caduto in preda allo smarrimento, all’angoscia, a un male che gli trapanava le tempie. Andava a Santa Giovanna. Una volta arrivato lì che cosa avrebbe fatto, che cosa avrebbe detto a lei se l’avesse trovata? Non era più sicuro di nulla, ma vi andava, vi andava spinto dalla disperazione e dalla rabbia. Svoltò a destra e lungo il tratturo scorse la macchina di lei. Girò lo sguardo intorno, non vide nessuno. Accostò l’auto al ciglio e spense il motore. Uscì che le gambe gli tremavano come fosse convalescente. Risentì le fitte e si premette con le mani come a volerle attutire. Si guardò nuovamente intorno. Non c’era anima viva. L’aria era fredda e pungente. Portò gli occhi dalla macchina di Francesca al terreno e scorse le orme che si perdevano tra gli ulivi. Gli occhi gli brillarono di un piacere felino. Cominciò a seguirle con la bramosia di un segugio spinto da una sola voglia, quella di muoversi seguendo le tracce verso... verso dove, verso cosa? Camminava e non lo fermavano le fitte alla testa e allo stomaco che lo facevano barcollare. Man mano che procedeva sul viso si delineava sempre più netto un ghigno folle. Si inoltrò nel folto degli ulivi e lì dove le orme svanirono si fermò con uno scatto rabbioso e ruggendo si mosse intorno, alla loro ricerca. Vagò come una belva in un labirinto e non seppe per quanto. Finalmente giunse attraverso il frutteto nell’ampia radura, là dove sorgeva la lamia. Legati al tronco di un albero c’erano due cavalli. Volse lo sguardo alla casa. La porta era chiusa ma quelli... chi? Potevano trovarsi lì dentro senza sospettare nulla o, sospettando, si erano barricati dentro. Lui li avrebbe scovati, altro che se li avrebbe scovati! 212


E come chi intende prendere d’assalto una fortezza studiò il modo di piombarle addosso cogliendoli di sorpresa. Rientrò guardingo tra gli alberi e facendosi scudo di essi cominciò ad aggirare la lamia. Vide una finestrella da cui filtravano dei bagliori come di un camino acceso. Usci dagli alberi con cautela circospetta, lento, piegato su se stesso, quasi carponi. Si diresse verso la finestrella, si acquattò al di sotto e prese fiato poi, piano piano, con lentezza calcolata, col corpo rasente il muro, cercò di sollevarsi, lento, molto lento, attento a non far rumore, a non farsi notare da tutta quella gente che insieme a lui voleva vedere e gli martellavano le tempie. Si sollevò ancora un po’ fino a raggiungere il finestrino, allungò il collo, spiò, c’era un letto, le coltri sconvolte, un movimento. Si sentì stanco, tanto stanco. Pensò di fuggire lontano, molto lontano. Posò la testa pesante contro i vetri. Allora vide gli occhi sbarrati in un vuoto infinito. Quella donna! Sentiva un male lacerante alle tempie, avrebbe voluto squarciare il mondo con un grido, correre lontano di lì ma si sentiva soffocare ed era come inchiodato, paralizzato e stette tanto tempo così, un tempo senza tempo per la sua povera mente che lentamente ma inesorabilmente andava cedendo sotto i tarli della pazzia. Quei due corpi cominciarono a ruotargli intorno in una sarabanda vorticosa, sempre più vorticosa. Di botto si fermarono esausti, stretti l’uno all’altra. Un viso di donna lo fissava. Fu preso dal panico e ancora dalla smania di fuggire, fuggire, fuggire, ma le gambe erano pesanti, come legate. Si sentiva di pietra e la gente rideva, rideva, rideva di lui e del suo dolore. Oddio, la testa, la testa gli girava, girava come un turbine. Dal petto gli salì la nausea fino al cervello e vomitò, vomitò anche le viscere, poi una pace improvvisa e silenziosa scese su di lui. Tornò tranquillo e si sentì sciogliere le membra. Abbandonato al muro si lasciò scivolare lentamente, inesorabilmente, e si raccolse a terra come un cencio e cominciò un flebile pianto da ebete e lo cantilenò come una nenia senza dolore né vita.

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capitolo XXXIX

1982 Uno scalpiccio e il crocchiare dell’erba la distolsero. Sentì le voci di Concettina e Sergio. Li vide che discutevano con foga, gli occhi radiosi e il volto sorridente. «Mamma, perché non sei uscita? Abbiamo dato uno sguardo. Abbiamo deciso di restaurarla la casa. Vedrai, sarà meravigliosa». Volse lo sguardo alla casa desolata e grigia. Povera, cara casa! Al loro arrivo aveva avuto come un sussulto. Lo aveva percepito dal fruscio delle fronde e dal respiro delle zolle. Chissà che non l’avesse attesa! Chissà che non avesse tramato col destino perché finalmente ritornasse da lei! Quando giorni addietro le avevano comunicato che Rocco era morto, il primo pensiero era corso a lei come ad una persona cara che ti manda a chiamare, aveva ingoiato il groppo di lacrime e la notte aveva pianto per la sua casa come si piange per un amore ritrovato. I due erano raggianti e si tenevano per mano. «Meravigliosa» fece eco sovrappensiero. «Ci ritorneremo presto, mamma. Vogliamo vederla dentro. Peccato che tu abbia dimenticato le chiavi». La macchina correva sull’asfalto. Guardava quella campagna. Quanto era cambiata! Tutto era cambiato, tutto, come scosso da un rivolgimento profondo, purificato da un diluvio provvidenziale, un diluvio che, squarciando le vie del cielo, riconcilia il cuore alla speranza e alla vita. Sergio e Concettina parlavano animatamente e con entusiasmo. Ci sarebbero ritornati e al più presto, con la chiave, per vedere come era dentro, per progettare la ristrutturazione e 214


l’ammodernamento del fondo, dei vialetti, delle aiole, del frutteto, per i bambini, i bambini che sarebbero venuti. Maria li sentiva discutere. Il passato era passato e quei due con il loro entusiasmo e la loro gioia erano il presente e il futuro. Un raggio di sole irrompendo nell’abitacolo si frantumò in un pulviscolo fluttuante e quel palpitare iridescente le sembrò un sorriso, il sorriso di chi l’aveva tanto amata e mai aveva smesso di vegliare su di lei anche nei momenti più tristi e dolorosi. Provò una gioia pacata. Ora anch’essi, i suoi vecchi, potevano dormire il loro sonno tranquillo, il sonno di chi ha seguito nella tempesta la propria creatura e finalmente la vede tranquilla. Era serena eppure si sentiva vecchia quanto il mondo, era vecchia eppure si sentiva ancora bambina. Nel silenzio dei ricordi risentì le note di un lontano canto, quello che sua madre le intonava da piccola per asciugarle il pianto, quello che, spegnendole gli ultimi singhiozzi, l’accompagnava oltre... oltre l’affanno, in un mondo d’amore e di pace. Raccolse ad una ad una quelle antiche note e le cantilenò al cuore, piano, molto piano, per accompagnarlo come una volta nell’antica magia dell’oltre.

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Ringraziamenti

È per me un debito d’amore e di gratitudine ricordare l’apporto che mio marito ha dato alla stesura di questa mia opera. Grazie al suo lavoro di operaio nella calcara, che egli alternava agli impegni di studio, mi è stato prodigo di consigli e di stimoli. Laureatosi in medicina e conseguite varie specializzazioni fu cultore esperto e appassionato di musica lirica. Amante del sapere, con i nostri cinque figli era solito intrattenersi in stimolanti e vivaci conversazioni tese al confronto e alla ricerca. A lui, che mi parlava del suo lavoro alla calcara, dell’animazione prima e durante la vendita della calce, dei personaggi che si avvicendavano e che vi affluivano, dei problemi e delle storie connesse, io devo l’ispirazione alla stesura di quest’opera. In essa ho raccolto l’umanità da lui descritta, una umanità che concorre a tracciare la fisionomia di una terra caparbia e laboriosa, impegnata in un processo di evoluzione e spinta da mille fermenti verso l’oltre per amore.

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Indice

Oltre per amore

9 15 19 23 27 30 35 39 45 49 53 58 62 68 72 76 79 88 96 100 105 116 119

capitolo I capitolo II capitolo III capitolo IV capitolo V capitolo VI capitolo VII capitolo VIII capitolo IX capitolo X capitolo XI capitolo XII capitolo XIII capitolo XIV capitolo XV capitolo XVI capitolo XVII capitolo XVIII capitolo XIX capitolo XX capitolo XXI capitolo XII capitolo XXIII


124 128 134 143 149 154 165 167 171 176 183 186 198 201 204 211 214

capitolo XXIV capitolo XXV capitolo XXVI capitolo XXVII capitolo XXVIII capitolo XXIX capitolo XXX capitolo XXXI capitolo XXXII capitolo XXXIII capitolo XXXIV capitolo XXXV capitolo XXXVI capitolo XXXVI capitolo XXXVII capitolo XXXVIII capitolo XXXIX

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Ringraziamenti


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Oltre per amore by Colacicco Gennaro - Issuu