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LA VITA DOCUMENTATA DI SALVATORE MORELLI

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Ferdinando DE SIMONE

Salvatore MORELLI: La vita documentata

A mia nipote Clara Lotti A mia nipote Rebecca Lotti, perché conoscano e onorino l'illustre personalità carovignese, che ha amato la patria, la libertà, la giustizia e l'equità quant'altri mai.

Volume Primo

CAROVIGNO 2018

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Questa opera in 2 volumi è di esclusiva proprietà delle mie nipoti, Clara LOTTI e Rebecca LOTTI. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione.

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SALVATORE MORELLI: LA VITA DOCUMENTATA. Volume Primo. SOMMARIO: 1.0. Prefazione. - 1.1. Introduzione. - 1.2. Anni 1824-1843. Nascita, Laurea in Giurisprudenza. - 1.3. Anni 1844-1848. - 1.4. 1848-1850. Processo Morelli. Prima Parte. - 1.4.1. La Guardia Nazionale. - 1.4.2. Istruzione Criminale relativa al tentativo di guerra civile in Carovigno. - 1.4. 1848-1850. Processo Morelli. Seconda Parte. - 1.5. 1850-1858. Via crucis. Approdo all'isola di Ponza. Maschio del Castello d'Ischia. Ventotene. - 1.6. Anni 1858-1859. - 1.7. Anno 1860. Processo per Discorso diretto a spargere malcontento contro il Governo. - 1.8. Anni 1860-1862. - 1.8.1. Anni 1860-1870. S. Morelli nell'Epistolario di G. Mazzini. - 1.9. Anni 1862-1863. - 1.9.1. Anni 1863-1870. L'Italia nei Cento anni del secolo XIX (1801-1900). - 1.9.2. Anno 1872. Il Pensiero, Roma-Napoli. - 1.10. Anni 1863-1867. Morelli Consigliere Comunale a Napoli. - 1.11. Anni 1867-1880. Morelli Deputato del Regno d'Italia. - 1.12. Aprile-Giugno 1880. Situazione politica. - 1.13. Gennaio-Novembre 1880. Malattia, Morte, Commemorazione. - 1.14. Anno 1883. Il Propugnatore. - 1.15. 1884. The Woman Question in Europe. Aurelia Cimino Folliero De Luna. - 1.16. 1905. Ugo Pesci, Firenze Capitale (1865-1870). - 1.17. Anno 1909. Gaetano Della Noce, Musica patriottica in Lecce. - 1.18. Anno 1929. Morelli nel discorso di Mussolini alla Camera: Patti Lateranensi. 1.19. Testimonianza del prof. Nicola Cretì. 1.0. Prefazione. Dopo La donna e la scienza (1a Ed., 1861) da me riscritta, riveduta, corretta e corredata di note bibliografiche, perché fosse leggibile e fruibile, scrivo La vita documentata di S. Morelli, quale testimonianza di riconoscenza del carovignese verso l'illustre concittadino, famoso nel mondo, e sconosciuto nel paese natale. Il carovignese contemporaneo, sapendo la vita di Morelli, che è parte integrante della storia d'Italia, della storia risorgimentale d'Italia, potrà conoscere meglio l'Italia dell'800, e avere anche piena coscienza del fatto che Carovigno, dandogli i natali, faceva il suo ingresso nella storia dell'emancipazione della donna. In verità, Morelli a Carovigno c'è stato poco, non più di 15 anni: verosimilmente gli anni dell'infanzia e cinque anni circa dopo la laurea in giurisprudenza conseguita a Napoli; il resto, a Ponza-Ischia-Ventotene, Lecce, Napoli, Firenze, Roma e Pozzuoli dov'è morto e, nel cui cimitero, seppellito. In contatto con importanti personalità italiane: p.e., Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Giorgio Asproni e Felice Cavallotti; e straniere: i francesi Léon Richer, Alfred Joseph Naquet e Victor Hugo, gli inglesi J. Stuart-Mill e Sir William Smith, cosa poteva egli trovare a Carovigno quando con la morte della madre - come egli stesso dice - il meglio se ne era già partito? E per di più, è bene rimarcare il fatto che, terminata la relegazione e impostogli il domicilio coatto a Lecce, passando per Carovigno da Napoli a Lecce, i suoi e mezzo popolo gli vennero incontro. Perchè mezzo popolo, e non tutto Carovigno? La risposta a questa sorgente spontanea domanda è da ricercarsi negli atti del processo che lo vide imputato, l'anno 1848, di atti criminosi contro la persona del Re e della Regina. Morelli è una persona straordinaria e complessa. Narrare la sua vita, rilevandone i tratti più notevoli, i più ricchi di significato del suo carattere e del suo essere politico, è stato un compito arduo, che ha richiesto tempo e grande fatica, ma soprattutto l'aiuto di molti ai quali mi sono rivolto.

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Mi sono anzitutto prefissato di rendere la narrazione direttamente verificabile dal lettore, come da me verificata con la ricerca, l'acquisizione e l'effettiva lettura degli imprescindibili documenti. Il lavoro si compone di due parti, distinte e complementari. La prima è l'esposizione pura e semplice dei momenti salienti della vita del Nostro Morelli, dalla nascita alla morte. La seconda, invece, ne è la descrizione analitica, mediante riflessione, dei suoi tratti personali, a mio avviso, più significativi. Non vi è alcuna pretesa d'essere stato esaustivo, perché il personaggio è grande, e complesso, e per molti aspetti sconosciuto. La cosa più importante però è che questo lavoro si è edificato su una base documentaria materiale, tangibile e precisa. Molti archivi di stato, molte biblioteche italiane e francesi, sono stati da me interpellati, direttamente o tramite il servizio interbibliotecario dell'Arcivescovile "A. De Leo" di Brindisi. Devo ringraziare di cuore le direttrici o i direttori, e i bibliotecari ai quali mi sono rivolto, via e-mail, per la pronta e fattiva loro disponibilità. Sento l'obbligo di ringraziare il bibliofilo carovignese Sig. Buongiorno Crocifisso (alias Fissuddu) per il suo prezioso ed efficace aiuto nella ricerca presso l'Archivio Parrocchiale della Chiesa Madre di Carovigno, e quindi il compianto Arciprete Don Giovanni Calò, l'Arciprete Don Pino e l'Arciprete don Francesco. Ringrazio anche il genealogista carovignese Sig. Salvatore Leo, assolutamente indispensabile per la ricerca genealogica delle famiglie di Carovigno dell'800. E il Sig. Michele Lanzillotti (Presidente del Circolo ACLI di Carovigno), appassionato cultore della vita e delle opere di Morelli, che con encomiabile disponibilità ha acconsentito a che potessi prendere visione del materiale che egli aveva raccolto, appunto, su Morelli. Ringrazio anche il prof. Nicola Cretì, già docente di Italiano, Latino e Greco presso il Liceo Classico "A. Calamo" di Ostuni, per il prezioso scritto di cui al §. 1.19. E infine, last but not least, il prof. Mimmo Lotti, già docente di Italiano presso la Scuola Media "S. Morelli" di Carovigno, che ha compiuto una lettura completa dell'opera, sottolineando refusi e imprecisioni, e suggerendo consigli, integrazioni e rettifiche. Con la sua incomparabile professionalità, ha dato un valore aggiunto al lavoro, sì da renderlo importante e meritevole di attenzione. AVVERTENZA I titoli di opere intere sono in carattere corsivo. In carattere ordinario, e sottolineato, i titoli dei capitoli e degli articoli di giornali o riviste. I nomi dei periodici, quotidiani e riviste, sono in carattere ordinario maiuscolo. Le omissioni di parti del testo si rappresentano con: [...]. Qualsiasi aggiunta al testo originale è racchiusa in parentesi quadre: [ ]. E parimenti in parentesi quadre con sic - [sic] -, sono indicati eventuali errori presenti nell'originale, subito dopo l'errore, o presumibilmente tale.

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1.1. Introduzione. Questa è la storia di un uomo, nato in una famiglia cattolica, economicamente, socialmente e politicamente dotata, che visse amando la libertà e la patria, avversando il dispotismo (qualsiasi potere o autorità esercitati in modo arbitrario) e lottando pervicacemente per eliminare ogni forma di ingiustizia. Fu avvocato, letterato, fondatore e direttore di giornali, pubblicista, scrittore, 2 volte consigliere comunale al Municipio di Napoli, e per 4 legislature deputato del regno. Concisamente e con le stesse sue parole, Morelli aveva due rivoluzioni in corpo, dodici anni di carcere politico, e aveva con le sue idee anticipato due secoli di progresso. Praticamente Morelli espresse col pensiero e l'azione una straordinaria intelligenza della realtà quotidianamente vissuta e delle sue necessità problematiche, e la sua voce, sorretta dalla ferrea logica della sua coscienza, indicò i mezzi più idonei per risolverle. Il crivello della malasorte sconvolse la sua esistenza, e quella dei suoi, con la condanna a 8 anni di relegazione inflittagli dalla Gran Corte Criminale di Lecce, il 17 Aprile 1849, per infrangimento, per solo disprezzo, delle Immagini del Re e della Regina, situate nel Corpo di Guardia di Carovigno, e altresì per discorsi e fatti pubblici contro la sacra persona del Re con lo scopo di spargere malcontento contro il Governo; condanna confermata, il 17 Agosto 1849, dalla Corte Suprema di Giustizia - Camera Criminale. Gli effetti sconvolgenti di questa sentenza di condanna si riversarono anche sulla sua famiglia, provocandone letteralmente la rovina economica. Si fa però presente che Morelli non era colpevole del crimine ascrittogli: assolutamente innocente, fu vittima sacrificale della reazione borbonica. Il destino volle idealmente unirlo in matrimonio con la donna [sineddoticamente intesa], affidandogli la missione della sua emancipazione. E la donna emancipata fu da Morelli nominata messia, sacerdotessa della rigenerazione intellettuale, morale, sociale e politica della società e dell'umanità. Questa sua missione, il nostro marito universale la concepì come apostolato da svolgere con ostinata perseveranza, spinto dalla forza inarrestabile delle idee che elaborò riflettendo sulla vita vissuta della donna, priva di diritti e di tutele giuridiche. Perché la donna? Perché, l'ipotesi dell'uomo come essere maschile, formulata dall'umanità nel suo farsi storico ai fini della gestione della sua stessa esistenza, era allora inficiata dalla realtà sociale, culturale, storica. Ragion per cui Morelli, mente scientifica quant'altri mai, vi contrappose un'altra ipotesi, quella dell'uomo come essere femminile, cioè l'ipotesi della donna in carne e ossa. Lei, infatti, era la sola persona che sapeva sciogliere il mistero della creazione nella maternità, dando alla luce un nuovo essere che ella, appunto, genera, alimenta organicamente e spiritualmente, e infine muove ad agire, e ad essere, in particolare, onesto e operoso. Potenziata dalla sua stessa natura di donna, era il solo essere che, previa educazione e istruzione, poteva più degnamente perseguire la rigenerazione morale e spirituale della società e dell'umanità A questo proposito, vorrei osservare che il messaggio evangelico non è poi, mutatis mutandis, così dissimile dal messaggio morelliano: Gesù proclama la dignità dell'uomo, in quanto figlio di Dio; Morelli, la dignità della donna in quanto madre del figlio dell'uomo. Il suo pensiero critico, oltre alle categorie della mente che si possiedono naturalmente, quelle kantiane per esempio, ha in più una personale forma a priori del pensiero, quella di cogliere nell'essenza della donna la triade ideale della vita dell'uomo: la sacralità della procreazione dei figli che dà alla luce, la spiritualità dell'alimento con cui li nutre (oltre ovviamente l'alimento organico), la moralità degli impulsi con i quali li muove alla virtù. Ora, componen

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do il principio della dignità per così dire sovrumana, trascendente cioè la natura umana, della donna con il principio della giustizia e dell'equità, Morelli fa risaltare le incongruenze e le contraddizioni logiche e giuridiche tra la condizione esistenziale, famigliare e socio-politica della stessa qual è e quale dovrebbe essere. La stessa sua forma mentis, tra le sue molteplici possibilità sottende parimenti la percezione e, conseguentemente, la denuncia delle ingiustizie sociali, di cui sono vittime donne e fanciulli, e la povera gente che quotidianamente lotta contro la miseria e contro la mancanza di lavoro e di tutele giuridiche. Morelli infatti esplicava le sue capacità non solo nel risolvere il problema dei problemi, qual è quello della donna, ma anche nel sollevare il velo che copriva la verità dell'esistenza dei più derelitti, delle piaghe che li assillavano, delle sofferenze che li angustiavano. E ugualmente nel sollevare il velo della verità sul malgoverno, sull'inefficienza dei ministeri, sulla cattiva gestione degli amministratori locali, sul vuoto legislativo e sulla contraddittorietà delle norme. Sentiamo in proposito cosa diceva ai suoi elettori di Sessa-Aurunca: "Ecco in breve, Elettori, la sincera espressione della mia condotta nella vita parlamentare, da cui si desume, che io non trattai soltanto la questione della donna, ma che riflessi coscienziosamente quante se ne presentarono nell'arena parlamentare." (p. 11, Il deputato Salvatore Morelli Agli Elettori del Collegio di Sessa-Aurunca, Caserta 1874) Sovente dava sfoggio di creatività non solo linguistica foggiando nuove parole o parlando per aforismi, ma anche legislativa, suggerendo, per esempio, di imporre l'alta scienza, l'alta cultura alle classi superiori, così come era imposto l'alfabeto alle classi infime. Sommo sostenitore dell'imprescindibile diritto all'educazione e istruzione, e connesso dovere, giunse a proporre, pur di garantirne a tutti la piena fruizione, soluzioni estreme, quali quelle di sospendere per un anno le opere pubbliche non urgenti, e di smorzare (o spegnere) i lumi di notte in città. E addirittura a voler che s'istituisse anche la scuola per i domestici cui fossero affidati i figli dei signori nella prima età. Con la formula scuola perenne, maestro perenne, voleva diffondere la cultura e l'istruzione tra la gente, nelle strade, nei giardini pubblici, nei siti aventi importanza storica, monumentale, artistica ecc., corredandone di didascalia gli elementi principali: p.e. in Carovigno, un ulivo ultracentenario, la casa palazzata dove nacque Morelli, la casa palazzata dove nacque Aurora Brandi (madre di Morelli), la chjiànca della Madonna, il monumento ai caduti, le porte antiche del centro storico, la sede antica dell'Università, o l'antica sede del Municipio, ecc. Morelli immaginava anche di scambiare con l'America e le nazioni giovani che ne erano privi, i monumenti superflui con macchine industriali e somme di denaro, al fine di riannodare il passato con l'avvenire, edificando nuove gallerie artistiche e industriali nelle quali trovar largo sviluppo la genialità nazionale mediante l'opera robusta di giovani ingegnosi, che languivano nella miseria, e che invece si sentivano investiti della facoltà di proseguire la gloriosa tradizione dell'arte e della scienza italiana. Come tutte le persone che non sono né borderline né folli né mentalmente ipodotate, abborriva la guerra e i guerrafondai, il militarismo e lo spirito di caserma. E come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, proponeva l'istituzione di un tribunale internazionale, cioè una sorta di Anfizionato.

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Egli aveva in orrore anche il celibato, un delitto a suo avviso, perché sopprimeva nei due sessi le funzioni più importanti: non solo il celibato clericale e le monacazioni, ma anche quello militare, e riteneva intollerabile quello delle telegrafiste. E infine il duello, perché - dice Morelli - chi si raccomanda a una spada, a un'arma qualunque per risolvere una questione che dipende dal giudizio della mente, non fa altro che rinnegare la ragionevolezza. Motivo per cui si dovrebbe chiamare codardo non chi non avesse il coraggio di battersi in duello, bensì chi non avesse il coraggio di mantenersi ragionevole. Il codardo è proprio questo, perché il primo e il vero coraggio per l'uomo civile è quello di mantenere l'integrità razionale della propria natura, unica e sola prerogativa per la quale ci si rende superiore agli altri esseri. Un'idea a dir poco stravagante di Morelli era quella di bandire una esposizione dei figli più belli, più robusti, più intelligenti e più beneducati, sulla falsariga delle esposizioni degli animali. Si sarebbe dato alle madri più degne un premio, non altrimenti che (cioè proprio come) gli allevatori che erano ampiamente remunerati. Ebbe la chiara percezione delle necessità che allora gli si mostravano sotto le tre correnti della nuova vita: la stampa, l'elettricità, la ferrovia. E su queste esercitò la sua capacità di estrapolazione, estendendo le correnti e le tendenze al di là del livello conoscitivo presente, e pervenendo quindi a un altro livello di più elevata complessità, quale quella della navigazione aerea che, perfezionandosi mediante la scienza, avrebbe permesso di contrarre il matrimonio in America, e trascorrere la luna di miele in Italia. Per inciso, si fa presente che la prima trasvolata atlantica fu compiuta dal pilota statunitense Charles Lindebergh da New York a Parigi, il 20/21 Maggio 1927. Al connubio lavoro e istruzione Morelli annetteva un'enorme importanza, ritenendolo strumento basilare per il radicale rinnovamento del singolo individuo e dell'intera società. Morelli non riusciva a capacitarsi di come si potesse negare alle donne l'accesso alle Università e agli altri pubblici istituti, e l'esercizio delle professioni alle quali si dedicano gli uomini. Lavoro e istruzione egli richiedeva per quei cittadini che per tale notorio difetto rischiano di delinquere o di prostituirsi. Consigliava ai signori del governo, e alla Camera, di rendere produttive le scuole elementari, proclamando obbligatorio, nella prima età, il lavoro in tutte le quattro classi del corso elementare. Consigliava parimenti al ministro della guerra di utilizzare la forza lavoro dei soldati, nelle ore di ozio, in opere utili alle comunità locali, quale quella per esempio della realizzazione del tronco ferroviario Sparanise-Gaeta. Una proposta interessante, Morelli la fece al Ministro delle finanze riguardo alla Reggia di Caserta. In pratica egli chiedeva che il grande edificio fosse adibito ad un'esposizione universale permanente. Coprendosi di cristallo i cortili del maestoso palazzo, sarebbe stato di per sé sufficiente per offrire l'opportunità di esporre i prodotti mondiali. Le province meridionali, poste con il porto di Brindisi alla testa del commercio orientale, avrebbero offerto in quell'ameno sito, all'arte e all'industria straniera dei due mondi un comodissimo richiamo: ne avrebbe tratto vantaggio la Terra di Lavoro, impoverita dalla guerra del 1860, e insanguinata da dieci anni di brigantaggio, senza ricevere dallo Stato alcuna riparazione, né in bonifiche, né in altri benefici industriali. Pur essendo anticlericale, non fu affatto ateo, perché, come egli diceva, l'ateismo non esiste, né può esistere. La sua idea di Dio era fuori dell'ordinario: si possono abolire gli idoli di una qualsivoglia religione, ma Dio no. Dio non si leva né si mette da alcuno. Dio sta da sé, emerge nella mente umana come compimento del mondo morale, come succursale metafisica della ragione nel punto in cui si propone di spiegare le origini delle cose. Morelli diceva al

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tresì che nemmeno il progresso era ateo, perché aveva la sua religione nella scienza, le sue chiese nei laboratori e nella scuola che spiega la natura e l'essere dell'uomo, e gli appunta al petto una medaglia che ha inciso su un lato diritti, e sull'altro doveri. Morelli, fermamente convinto che se c'era il male, bisognava eliminarlo e non nasconderlo, esprimeva, in nome della civiltà e dell'umanità, una concezione del carcere e del carcerato affatto diversa da quella del sistema che governava il paese, che, tra l'altro, adoperava strumenti barbari degni di altri tempi e di altre dominazioni: la camicia di forza, la cinghia, la palla, il cassone di forza e simile lordura. La prigione - secondo Morelli - doveva essere per la persona imputata o sospettata di un reato un ospizio di sicurezza, che manteneva integre le sue relazioni domestiche; e per il condannato, un ricostituente morale, una casa di educazione e di produzione. Insomma si doveva organizzare con mezzi morali, umani e ragionevoli, mediante i quali condurre i malfattori a redenzione certa. Senza mezzi termini condannava l'abuso del culto esterno praticato dal clero cattolico - a suo avviso - per fanatismo, e per alimentare la superstizione fra la povera gente, abusando della loro ignoranza. La sua proposta era che tutti gli atti di culto fossero liberamente esercitati dai sacerdoti cattolici nella chiesa di loro giurisdizione nel rispetto delle leggi dello Stato. E altresì che, in sostituzione del seppellimento, ci fosse la cremazione del cadavere; e, al posto del camposanto, l'edificazione di semplici templi, in cui conservare le ceneri del defunto, cremato secondo le norme della scienza, e raccolte in tele di amianto. Morelli prese a cuore la miserevole condizione operaia delle donne e dei fanciulli, due classi sociali che impotenziate dalla loro debolezza, necessitavano della pietà tutoria della legge. Queste classi erano i fanciulli e le donne, che dovevano sottostare a orari impossibili, a fatiche che in certi luoghi sono durissime, e a un salario ridotto a un terzo o a un quarto di quello che comunemente si corrispondeva all'uomo. Propose pertanto che i fanciulli e le donne non fossero impiegati in lavori incomportabili, incompatibili cioè con la loro forza organica; che non fossero soggetti a orari più lunghi di quelli che si impongono agli uomini; che il loro salario fosse corrispondente al lavoro svolto. E molto a cuore prese anche la tristissima condizione dei bambini nati da relazioni extraconiugali, segnati a dito con il marchio dell'infamia. "Mi piange il cuore, o signori, nel vedere presso di noi questa piaga sociale", esclamava Morelli alla Camera chiedendo un immediato rimedio. La sua voce si levò alta di protesta contro la prostituzione e i sifilicomi. La prostituzione egli diceva - era una piaga sociale come il brigantaggio, e se si voleva risolvere davvero le due questioni sorelle, appunto, della prostituzione e del brigantaggio, occorreva risalire alla loro origine, cioè alla miseria e all'ignoranza. Ora, la più efficace artiglieria con cui debellare il male che si deplorava, era quella di garantire l'esercizio delle libertà: la libertà dell'industria e dei commerci, la libertà di coscienza e tutte le libertà. E altresì quella di promuovere e realizzare opifici industriali e scuole dappertutto. Con il sistema dei sifilicomi - precisava Morelli -, i lupanari, cioè le case di tolleranza, si era moltiplicati; il meretricio era aumentato; la donna era soggetta non solo al dispotismo e alle prevaricazioni degli agenti di polizia, a certe ristrettezze e angustie insopportabili, ma anche a deturpazioni, cioè ad atti di violenza crudele e raccapricciante, da parte di speculatori immorali, che disonoravano la patria e la civiltà. Propose quindi, in nome della moralità pubblica e del decoro del paese, la cancellazione dal bilancio del ministero dell'interno della somma stanziata per i sifilicomi, in quanto - a suo dire - indiretto sussidio al meretricio.

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Morelli, ritenendo che il vietare le indagini sulla paternità si configuriasse come la perpetuazione di un odioso privilegio medievale che turba il senso razionale, morale e civile dei ... tempi, propose la cancellazione dell'art. 189 del Codice Civile che lo contemplava. Si rileva con lo stesso che la disposizione in esso contenuta era una delle cause dirette e immediate del celibato corrompitore dei costumi; favoriva le seduzioni che amareggiano la vita famigliare; dava adito a una moltitudine di esposti (cioè trovatelli); guastava il carattere delle generazioni esimendole dalla responsabilità degli atti più importanti della vita. E si rileva infine che l'articolo di cui trattasi negava recisamente la giustizia, e privava di ogni garanzia la donna, permettendo che con le più inique seduzioni si attentasse impunemente al suo pudore, perduto il quale, essa precipitava infelice nel baratro della dissolutezza. Avverso la norma giuridica che dichiarava il marito padrone assoluto della moglie e dei figli suoi schiavi, preso atto che il potere di cui era investito il pater familias fosse in contrasto con la partecipazione di entrambi i coniugi al governo della famiglia, implicitamente connessa al matrimonio civile, e altresì che gli armasse spesso la mano per guastare l'esistenza della moglie e dei figli, dei quali credeva di essere ancora padrone assoluto, e replicare la ferocia dei barbari, Morelli proponeva l'abolizione della patria potestà di cui all'art. 220, Titolo VIII, del Codice Civile. Morelli, pur considerando giustificabile il principio della superiorità domestica del marito nel passato, quando i legislatori negavano alla donna lo sviluppo dell'intelligenza e l'azione giuridica, oggi che la sua personalità era messa ben in evidenza da una educazione straordinaria e dal riconoscimento di gran parte dei suoi diritti, lo considerava ingiusto e contrario al principio di uguaglianza. E d'altra parte giudicava assai più utile all'ordine, alla libertà e alla civiltà dei tempi nuovi, porre, a fondamento dell'amministrazione domestica, l'effettiva capacità dei coniugi, riconosciuta dal contratto nuziale con la divisione del lavoro, invece di una cieca presunzione di legge che attribuiva la superiorità al marito, anche quando gli mancano i requisiti necessari. Ciò stante, nell'invocare la parità dei diritti e dei doveri per entrambi i coniugi, propose che la personalità giuridica della famiglia, fosse rappresentata dal marito e dalla moglie, nei limiti del contratto nuziale, e cioè secondo equità e giustizia, senza soggezione di alcuno di essi. Tenace propugnatore del divorzio, nel pronunciarsi contro la posizione della Chiesa espressa da Leone XIII nell'ultima enciclica [Arcanum Divinae, Roma, presso S. Pietro, il 10 febbraio 1880, anno secondo del pontificato: "Pertanto, mostrandosi il matrimonio per la sua stessa natura come cosa del tutto sacra, è giusto che venga regolato e moderato non dal potere dei Principi, ma dall'autorità divina della Chiesa, la quale sola ha il magistero delle cose sacre."] in merito alla competenza esclusiva della Chie-

sa nella giurisdizione sul matrimonio, e richiamandosi ai padri della chiesa, S. Agostino che fece ammettere al Concilio Milevitano: che solo il civile imperio avesse facoltà di rescindere il vincolo matrimoniale, e S. Tommaso che nel libro 4 Contra gentes disse: Matrimonium in quantum ordinatur ad bonum politicum subiacet ordinationi legis civilis [Ecco la dottrina di San Tommaso (lib. IV Contra gentes cap. 78), che il celebre Van-Espen illustra così: "Si juxta S. Thomam, matrimonium, in quantum ordinatur ad bonum politicum, subjaceat ordinationi legis civilis; conseguens est, posse per civilem legem seu magistratum statui quaedam impedimenta, quae sunt necessaria aut convenientia, ut matrimonium hunc finem, assequatur; unde etiam verbis S. Thomas subjicit hanc conclusionem: <<ideo ex qualibet dictarum legum naturae, humanae, et divinae, potest persona effici ad matrimonium illegittima>>>. (p. 39, Giuseppe MIRAGLIA, Le Leggi Civili per Lo regno delle Due Sicilie, Napoli 1841, Digitalizzato Google], Morelli presentò la sua proposta di legge sul divorzio, composta di 5 articoli, la cui presa in consi-

derazione fu approvata dalla Camera l'8 Marzo 1880. Vd. anche BIBLIOTECA, MUSEO ED ARCHIVIO DEL RISORGIMENTO ITALIANO - ROMA. Documenti Staccati n. 12: 5 Roma 1880 Marzo 8. Atti Parlamentari - 1 - Camera dei Deputati. Camera dei Deputati n. 65. Proposta di Legge del deputato Morelli Salvatore presa in considerazione nella tornata dell'8 marzo 1880 - Dispsizioni relative al divorzio. (pp. 1-2)

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Dei progetti di legge presentati, molti non furono nemmeno ammessi alla lettura. Il solo che divenne legge fu quello diretto ad ammettere la testimonianza della donna negli atti pubblici e privati. Guidato dalla nota sua particolare simpatia e sollecitudine verso il gentil sesso, come ebbe a dire il ministro di grazia e giustizia, on. Vigliani (1a Tornata del 2 Giugno 1875), Morelli sollevava una questione di principio allorché si sanciva che i testimoni dovessero essere maschi, maggiorenni di anni ventuno, cittadini del regno o stranieri in esso residente, e nel pieno possesso dei diritti civili. Egli contestava fortemente tale articolo di legge (Art. 42), sostenendo che così venivano escluse impunemente, crudelmente le donne, dando loro una patente d'incapacità. Il che non era né giusto né equo né sensato, perché si faceva torto a una personalità nella quale talvolta e quasi sempre vi era più coerenza, più senso comune e più amore alla fede dei patti e alla verità. Tra i principi fondamentali sui quali Morelli edificava la sua scuola civile materna (o elementare), unitamente alla laicità, gratuità e obbligatorietà, vi era anche quello della promiscuità. Il desiderio che egli esprimeva, era proprio quello di trasfondere nella grande famiglia sociale gli affetti della piccola famiglia, mediante il più legittimo mezzo morale, cioè con l'educazione promiscua. I bambini, se nascevano insieme, e la natura li faceva nascere per vivere uniti, avrebbero conseguito un immenso beneficio se nella scuola avessero appreso il modo come rispettarsi reciprocamente, e come vivere in società. Il volerli dividere sarebbe stato un errore grave: avrebbe significato guastare la sintassi degli affetti domestici, che occorreva invece conservare nella grande famiglia sociale se si voleva dare rilievo al carattere e alla dignità, se si voleva mantenere l'amore, la concordia, il benessere, lo sviluppo dell'ingegno, perché la promiscuità faceva nascere una straordinaria emulazione fra i due sessi, e il loro intelletto emerge più di quello che non farebbe quando fossero educati isolatamente. Morelli i avvalse del parallelismo retorico per sostenere in modo efficace la sua tesi riguardo all'insegnamento del latino e greco: come la fortuna e la ricchezza era patrimonio di pochi, così il greco e il latino poteva essere soltanto dei letterati, o di quei professori che vi trovavano un nesso intimo con la propria carriera, non già studio obbligatorio per le persone comuni, che avevano invece bisogno d'investigare il metodo più spiccio per procacciarsi di che vivere. Morelli giustamente poneva l'accento su questo, che per apprendere le due lingue morte non bastavano dieci lunghi anni di studio. Motivo per cui non poteva che essere ipocrita chi voleva far credere che i giovani potessero impararle discretamente, in due o tre anni, per sostenere un pubblico esame. Se lingue morte erano il latino e il greco, lingua vivente era il dialetto, e Morelli che insieme con l'unità geografica auspicava l'unità dello spirito della lingua, e altresì che la letteratura italiana avesse il suo sostrato in un vocabolario che comprendesse la lingua illustre di tutte le regioni d'Italia, proponeva che si organizzasse una raccolta completa della lingua vivente in ciascuna parte d'Italia, ove rinvenire modi di dire, frasi bellissime, tesori che altrimenti andrebbero perduti. Proponeva anche l'istituzione di Commissioni filologiche con il compito di reperire i lavori fatti, e integrarli con altri da fare sulle voci e le espressioni idiomatiche di buona lega disseminate nei dialetti. Il dialetto era perciò un bene da valorizzare e da tutelare, ben lungi dalla mala erba da estirpare del tempo passato, perché ritenuto a torto un handicap per l'apprendimento dell'italiano. Ora, in memoria delle nostre mamme e le nostre nonne, è bene sapere il pensiero di Morelli riguardo alla fasciatura dei neonati, per esse pratica costante fino agli anni '70 del secolo scorso. Una pratica antica, culturalmente definita nel lessico e nella serie di azioni da compiersi ritualmente. Per esempio, nel dialetto carovignese le fasce per avvolgere il neonato erano queste: la cutredda, lu pidaluru, l'assuppaculu, lu spariunu, la fassa, lu puesciu. Morelli,

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invece, ne aveva percepito la dannosità per la salute e la crescita psicofisica del neonato: "Da che nasce l'Uomo col tenerlo ligato lungamente nelle fasce già gli si malaugura l'esistenza! gli si dice che egli entra in un carcere, gli si fa sospettare che la barbarie del metodo abbia tralignato l'affetto materno sino a farne un barbaro custode di questo carcere. Col divorziarlo dagli elementi, coi quali la vita dev'essere in un continuo commercio il fanciullo, si rende debole di corpo e facile agli acciacchi." (1a Ed., Nota (22), pp. 231-232) // 3a Ed., p. 155) Al termine di questa introduzione, si dà un criterio sicuro per misurare la grandezza dell'uomo Morelli, che è quello di calcolare la distanza temporale che intercorre tra l'enunciazione delle sue idee (dottrine, principi, teorie ecc.) e il loro inveramento nell'espressione di norme giuridiche, di leggi e principi, e nel sentire sociale. I 100-150 e più anni circa che in tal modo si contano sulla linea del tempo, sono da intendersi però non in senso longitudinale (p.e.: dal 1860 al 1960), bensì in senso verticale, vale a dire come altezza/profondità di pensiero e nobiltà di cuore, intellettualmente e moralmente cioè. Morelli, lungi dall'essere un precursore o un "irregolare" o un "inattuale che scriveva per il futuro" come taluni hanno detto, è bensì fortemente ancorato alla vita reale, vera, vissuta della quotidianità, nella quale coglie anzitutto le ingiurie alla dignità umana dell'essere donna, quindi i mali sociali, i vuoti legislativi e, in particolare, le situazioni concrete la cui ingiustizia grida verso il cielo: li rileva a voce alta, e con tenacia e fermezza lotta per la loro risoluzione, non in un ipotetico futuro, ma da subito. Una grand'uomo? Certamente sì, da conoscere e onorare. Da conoscere, però, con cognizione di causa, mediante la lettura e l'esame approfondito dei suoi scritti e dei suoi interventi alla Camera dei Deputati; non come taluni che parlano e scrivono per conoscenza indiretta, per sentito dire, commettendo inesattezze e falsità come quelle che qui si riportano: - primogenito di undici figli - condanna a 8 o 10 anni di carcere, e/o per la giovane età pena commutata in anni di relegazione - la casa paterna venduta dal fisco per pagare le spese processuali - il ridicolo lo perseguitò per tutta la vita - si iscrisse o aderì alla Giovane Italia - prese parte attiva ai fatti del 15 maggio 1848 - Felice Cavallotti lo commemorò alla Camera dei Deputati - accusato di pubblica insurrezione contro la persona del re - un utopista - di scarso ingegno e di studi limitati - nella Piazza di Carovigno dopo avere appiccato in effigie il tiranno, saltò su di una panca per proclamare la decadenza e a scrivere delle mancate promesse - visse la sua giovinezza in provincia di Lecce, e, in gran parte nel capoluogo di essa, in Lecce, dove partecipò ai moti del 1848 - salvò una donna dal sicuro annegamento - a Ventotene salvò due bambini che stavano annegando - per quel processo, il padre, D. Casimiro Morelli, vendette il palazzo che da anni aveva la famiglia a Carovigno - frequentò la scuola dell'Arciprete Don Felice Sacchi.

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1.2. Anni 1824 - 1843. Nascita - Laurea in Giurisprudenza SALVATORE MORELLI, nacque a Carovigno (Distretto di Brindisi, Provincia di Terra d'Otranto) il 1° maggio 1824 da Casimiro Morelli [Carovigno, 9 giugno 1797 - † 1° gennaio 1878; di professione Avvocato o Legale (Vd. A. M. Cavallo, Nota XX, p. 69; Registro dei Morti, Anno 1878 N.° 1, Archivio Stato Brindisi; Seduta decurionale, 21/11/1837, Carovigno. Atti di Morte, Stato Civile di San Vito N., n. 56 del 5/03/1897 C/O A.S. Brindisi). Sindaco dal 9/08/1860 al 23/08/1861: Atti di Morte, Stato Civile di Carovigno c/o A.S.Br.] di Francesco Morelli e fu Domenica Passeri, e da Aurora Brandi (Carovigno, 31 dicembre 1801 - † 29 ottobre 1855, di anni 54; di professione civile) di Carmine Brandi (di professione Legale) e fu Camilla Mauro. Battezzato, il 3 maggio, nella Chiesa Madre di Carovigno da Don Vito Pomes, gli fu imposto il nome: Salvatore, Filippo, Giacomo. Padrino e Madrina: Don Donato Morelli [figlio di Francesco Morelli e Domenica Passeri, nato il 14 giugno 1795] e Donn'Anna Morelli [figlia di Francesco Morelli e Domenica Passeri]. Fu cresimato il 23 novembre 1831, avendo come Padrino D. Giuseppe Brandi. Il 24enne Casimiro e la 20enne Aurora si sposarono il 10 giugno 1821, alle ore una di notte, nella casa comunale davanti al sindaco Francesco Morelli (padre di Casimiro, e nonno paterno del Nostro). La celebrazione canonica avvenne lo stesso giorno 10 giugno 1821, alla presenza dei testimoni: Tommaso Cavallo e Vincenzo de Mola. GIOVA RIPORTARE TUTTI I FIGLI DI AURORA BRANDI E CASIMIRO MORELLI: MORELLI Francesco MORELLI Carmelo MORELLI Livia Domenica MORELLI Salvatore MORELLI Elisa Antonia MORELLI Vincenzo Francesco MORELLI Francesco MORELLI Francesco, Sacerdote MORELLI Donato Antonio MORELLI Eugenio MORELLI Aless. Feder. Napoleone MORELLI Filomena Cecilia MORELLI Gius. Gaet. Pasquale MORELLI Giulia Elisa Giovanna MORELLI Gaetano

2 Febbraio 1822 2 Febbraio 1822 29 Gennaio 1823 1° Maggio 1824 13 Settembre 1825 27 Marzo 1827 8 Aprile 1829 4 Febbraio 1831 12 Gennaio 1833 7 Novembre 1834 6 Novembre 1836 29 Aprile 1838 19 Marzo 1841 19 Gennaio 1843 11 Luglio 1845

† 6/02/1822, di 3 gg. † 6/02/1822, di 3 gg. † 9/04/1857, di 34 a. † 22/10/1880, di 56 a. † 2/10/1826, di 1 a. † 15/04/1907, di 80 a. †15/07/1830, di 1 a. †15/04/1879, di 48 a. †19/02/1893, di 60 a. †17/02/1904, di 70 a. † ( 1) † San Vito dei N. 5/03/1897, di 58 a. (2) † ( 3) † 31/05/1846, di 3 a. † 25/09/1848, di 3 a.

(1) Alessandro Federico Napoleone Morelli si è sposato con MARIA RUGERIO GRECO, il 6 Agosto 1892, nel Comune di Napoli-Sezione Montecalvario. (2) Morelli Filomena Cecilia si è sposata, il 19 Agosto 1873 a Carovigno, con Brandi Angelo Donato Geremia Filomeno, figlio di Nicola e di Donna Maria Carmela De Mola, nato a Carovigno il 3 marzo 1837. (3) Morelli Giuseppe Gaetano Pasquale si è sposato, il 27 maggio 1874 a Carovigno, con Maria Anna Grazia Fortunata De Leonardis, nata nel 1842 a San Vito dei Normanni.

Pertanto, il Nostro è il quartogenito di quindici figli, e non il primogenito di undici come taluni scrivono. E nacque nella casa paterna sita in Strada Piazza, in seguito denominata Piazza Cavour, e infine Corso Vittorio Emanuele. In proposito si veda il Catasto Onciario 1790, ove si attesta che i Morelli (Don Vincenzo, di anni 35; suo fratello Don Francesco, di anni 33; sua sorella Donn'Antonia di anni 45; e sua nipote Donna Candita Castelli in capillis, di anni 13) abitano "in casa propria, sita nella Piazza con Giardinetto, ed altri Comodi per uso proprio."

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Scrive l'Andriani (1888): "Giace il paese nella china orientale. L'abitato è posto nel vertice, ed in più luoghi è circuito da mura alte e merlate, con torrette munite di bertesche. In questo recinto entrasi per due porte, una a levante, il cui largo forma l'attuale piazza, e dicesi la porta della Terra, l'altra che si chiama la Portanova è a ponente. (p.13). E in nota, a p. 21, precisa che sono "le strade esterne rotabili, le interne selciate o alla macadam, la più bella delle quali è quella della piazza." La casa, o meglio, la "casa a foggia di palazzo" (Wolfang Schweickard, Deonomasticon Italicum, Derivati da nomi geografici M-Q, p. 570), dei Morelli, attraverso successivi passaggi di proprietà e relativi atti notarili, perviene in possesso dell'attuale proprietario, Sig. Milizia Guido. Praticamente i Morelli permutano la loro casa palazzata, sita in Strada Piazza, con la casa dei Padalino, sita in Strada Sibilla (o Campo Sibilla o Carmine), l'anno 1853. Il primo neo proprietario è Giovanni Padalino fu Francesco (dal 1853 al 1855) [Giovanni Padalino, nato il 5 dicembre 1772, morto il 2 ottobre 1855] Il secondo proprietario, il sacerdote Don Giovanni Padalino (di Francesco e Gaeta Concetta) dal 1855 al 1900) [Sac. Don Giovanni Padalino, nato il 26 aprile 1826, morto l'8 giugno 1900] Il terzo, il Dott. Francesco Padalino (di Vincenzo e De Mola Concetta) dal 1900 al 1908 Il quarto, Greco Pantaleo (di Leonardo e Rescio Assunta) dal 1908 al 1939 Il quinto, Greco Alberto (di Pantaleo e Del Prete Isabella) dal 1939 al 1967 Il sesto, Greco Milizia (dal 1967 a oggi) Più precisamente: - Il 16 novembre 1853, nell'atto rogato dal regio pubblico notaio Andrea Gennaro Carlucci, riguardante Giovanni Padalino fu Francesco, proprietario, e il nipote discendente Don Giovanni Padalino di Francesco, sacerdote capitolare, è scritto, tra l'altro, quanto segue: "Presente a questo atto Angiola Carlucci fu Domenico proprietaria domiciliata a Carovigno ed a noi Notajo e testimoni pure nota, moglie del costituito Giovanni Padalino seniore col di cui consenso ed autorità la stessa stipula; la quale in forza del presente atto dichiara ed approva la permuta che il detto di lei marito Giovanni fece con Don Casimiro e famiglia Morelli, della di lei casa soprana, di unita al resto del casamento di esso Padalino, in questo abitato, strada Sibilla, la quale casa soprana, detta Angiola Carlucci la comperò da Carolina Barletta per ducati centoquaranta in virtù di titolo da noi Notajo rogato a ventinove Marzo milleottocentoquarantasei [29 marzo 1846], registrato in san Vito a due del seguente Aprile al numero duecento sessantasette; ed esso Padalino invece, ed in compenso della casa permutata, cede alla medesima di lui moglie Angiola l'usufrutto vita sua durante, di un'altra casa soprana a lamia di migliore stato e condizione, che fà parte del casamento che ricevè in contracambio Padalino, in abitato di Carovigno avanti il largo della piazza, e propriamente quella casa o camera posta a man destra quando si entra nella sala, e che confina dalla parte di Ponente coll'altra camera di Don Domenico Aurisicchio, ch'era prima di spettanza del Signor Morelli; nella quale camera che si cede in usufrutto da Padalino alla moglie e che l'accetta, vi sono due finestre affacciabili, una rimpetto ad Oriente, e l'altra a Settentrione, obbligandosi lo stesso Giovanni Padalino per sé, e suoi eredi di renderla comoda e decente per usufruirne tranquillamente la moglie, facendovi una gradinata d'ingresso dalla parte esterna, e che sporger dovrà nella piazzetta del portone del casamento o in altro modo più conducente; [...] Fatto solennizzato e letto nella Comune di Carovigno Provincia di Terra d'Otranto nel casamento di abitazione del contraente Giovanni Padalino seniore aventi il largo della Piazza, camera seconda di letto secondo piano, presenti per testimoni idonei, forniti de requisiti di Legge domiciliati a Carovigno Don Michele Sacchi fu Giuseppe Paolo, e Don Giuseppe Spagnolo di Lonardo Nicola ambo civili proprietari, che dichiarano di conoscere le parti, che di

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unita alli contraenti Giovanni Padalino seniore, e Don Giovanni Padalino iuniore firmano il presente atto anche nel margine de' fogli come si fà da noi Notajo. [...]".(Archivio di Stato di Brindisi. N. 154 del Repertorio. Notaio Andrea Gennaro Carlucci. 406r -413 v.) - Il 25 febbraio 1855, innanzi a Ignazio Dragone di Francesco, pubblico e regio notaio, domiciliato e residente a Carovigno: "Si sono personalmente costituiti i Signori Don Donato Morelli fu Francesco, e Donna Aurora Brandi fu Don Carmine autorizzata a questo atto da suo marito Don Casimiro Morelli fu Don Francesco, qui con lei presente da una parte. Li coniugi Nicola Mancarella di Francesco e Faostina Padalino di Francesco, dall'altra parte. E finalmente Giovanni Padalino del fu Francesco, dall'altra. [...] Li detti Signori Don Donato Morelli e Donna Aurora Brandi solidamente, e sotto la garentia di diritto e di fatto han venduto ed alienato per cosa franca e libera da ogni debiti ed ipoteca e con tutte le servitù attive e passive in favore dei costituiti coniugi Nicola Mancarella e Faostina Padalino, qui presenti ed accettanti un casamento sottano lamiato a pian terreno e sottoposto a quello soprano di essi venditori, sito in questo Comune strada Campo Sibilla o Carmine, composto di varie stanze, e diversi membri, con cortile e cisterna dentro; che confina da Levane con le case del fu Rocco Castagneri e con quelle di Francesco Celino da Ponente, ed altri confini, che essi venditori ebbero in permuta, come dichiarano, dal costituito Giovanni Padalino col menzionato casamento soprano; ricevendo ques'ultimo il di loro palazzo sito in questa pubblica piazza. Si dichiara da esse parti, che sebbene nell'atto di permuta non fu riportato il deferito casamento sottano; pure fu ciò l'effetto del consenso delle parti, e per di loro vedute particolari, ma nel fatto restò il tutto di buona fede, ed in pieno dominio di essi alienanti. Questa vendita è stata convenuta per lo prezzo, netto da qualunque peso, di ducati trecento diciotto [Duc. 318), ed a corpo, e non ad estimo, cosicché il più ed il meno sarà di conto di essi acquirenti. E poiché il costituito Giovanni Padalino ha estinto due obbligazioni del Signor Don Casimiro Morelli, una cioè di ducati cento cinquanta a prò del Signor Don Benedetto Balsamo di Lecce, e l'altro di ducati cinquanta a prò del Signor Don Angelo Farese di Taranto, che in una compiono la cifra di ducati duecento, così i predetti venditori per far cosa grata al di loro fratello, e consorte, e considerandone il bene riportato, per essersi liberato dalle due moleste obbligazioni, ànno acconsentito, come consentono, per l'estinzione delle espressate obbligazioni, e per conseguenza dichiarano tenere la suddetta somma di ducati duecento sul prezzo del di sopra casamento alienato per ducati trecento diciotto. L'oggetto perché esso Giovanni Padalino ha voluto, e vuole che da Lui si pagassero detti ducati duecento in conto del prezzo del casamento di sopra venduto, lo è, che dovendo egli a compimento di dote far buoni ducati duecento ad essa Faostina Padalino sua nipote, ed immobilizzare questa somma per le future cautele della stessa, così al pieno consenso e piacere della stessa, autorizzata da detto costituito marito - Si è fatto acquisto del sopra descritto casamento coi summenzionati ducati Duecento, e per quanto n ricade in detta cifra, in favore della sola Faostina, e per il rimanente si dichiara acquistato in comune da essi coniugi. [...] Finalmente, in adempimento del prezzo stabilito di ducati trecento diciotto del ripetuto casamento, a saldo si richiedono altri ducati cento diciotto, qual somma è stata sborzata e pagata dagli acquirenti Nicola Mancarella e Faostina Padalino in tante buone monete di argento correnti in Regno, nelle mani di essi venditori Don Morelli, e Donna Aurora Brandi, alla presenza di noi Notajo e sottoscrivendi testimoni cosicché dell'intero prezzo essi venditori ne fanno solidale quietanza, essendosi anche tenuta ragione dell'affitto anticipato di detto casamento. [...] Stipulato e pubblicato oggi in Carovigno soprascritto giorno mese ed anno, in

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Provincia di Terra d'Otrano, Distretto di Brindisi, e propriamente nella casa di esso Giovanni Padalino sita alla Piazza, primo piano e nella stanza di compagna, a man destra dell'ingresso in presenza delle parti, che dei testimoni ...." (Archivio di Stato di Brindisi. Sezione III Archivi non statali. Serie 1 Protocolli. Comune: 2 Carovigno - XIV Notar Dragone Ignazio - Anni 1854-1855, cc. 89v - 93r.) - Il 31 gennaio 1900, con testamento rogato dal notaio Teodoro De Leonardis nella casa del Sacerdote Padalino Giovanni, in Piazza Cavour, il testatore Don Giovanni Padalino (Padalino Matteo Gregorio Giovanni, di Francesco e Gaeta Concetta, nato il 26.4.1826, e morto il g. 8.6.1900, di anni 74) dichiara queste sue disposizioni testamentarie: "Lega al figlio primogenito del suo nipote Francesco Dottor Padalino a nome Giovanni, l'intero fabbricato sottano e soprano con annesso giardino ed accessori tutti niente escluso sito in questo abitato in Piazza Cavour, inclusa la libreria esistente in detto Palazzo, meno però tutti i mobili, mobilia, effetti mobiliari, quadri, oro, argento, crediti e tutto quant'altro possa esistervi all'epoca del suo decesso. Usufruttuario di tutto quanto ha legato di sopra a suo pronipote Giovani sarà il padre vita sua durante, dispensandolo dal fare inventario e darne cauzione e render conti." (Archivio Notarile Distrettuale di Lecce, Numero 1, Numero 1837) - Francesco Giovanni Stanislao Maria Padalino (di Vincenzo e De Mola Concetta), nato a Carovigno il 17.11.1857, di professione dottore medico chirurgo, abitante nella casa di Via Piazza, sposa Anna Acclavio (nata a Taranto). 2 i figli: 1° -Vittor Hugo Wolfango Dante Guglielmo Federico Torquato Maria, nato il 10 gennaio 1901 2° -Wladimiro Wolfango Gilberto Erasmo Lanfranco Osvaldo Lamberto Maria, nato il 21 maggio 1902 - Il 6 aprile 1908, con atto di vendita rogato da Umberto Cavallo, notaio coadiutore di Teodoro De Leonardis fu Pietro, il dott. (medico chirurgo) Padalino Francesco fu Vincenzo (unitamente alla moglie Acclavio Anna fu Cataldo), vende al Signor Greco Pantaleo (fu Leonardo e fu Rescio Assunta, nato a Martignano il 6 luglio 1856, di professione insegnante, coniugato con Del Prete Isabella a Bari il 27 febbraio 1889): "la sua casa palazzata sita in abitato di Carovigno in primo piano, prospiciente in Via Duca degli Abruzzi e Via Vittorio Emanuele, composta di vani quattro con relativi solai ed accessori, in tutta la sua vera e reale consistenza, confinante con le dette Vie, proprietà delle sorelle Celino, e di Barretta Antonia e soprapposta a case degli eredi Antelmi. In Catasto alla ditta Padalino Francesco fu Vincenzo, partita 1392, numeri civici 3 e 62, di mappa 108 e 458, con la rendita in uno di Lire 105.00" (Archivio Notarile Distrettuale di Lecce, Numero 58. Numero 2848) - Il 21 gennaio 1960, con atto rogato dal Notaio Avv. Pasquale Alessandri, il signor Greco Alberto (Greco Alberto Leonida, avvocato, di Pantaleo e di Del Prete Isabella, nato a Carovigno il 3 febbraio 1890, e morto il 4 gennaio 1967) "cede ed aliena, senza riserva alcuna, al signor Milizia Guido che in buona fede accetta, l'immobile urbano di sua proprietà sito in Carovigno tra il Corso Vittorio Emanuele e Via Duca degli Abruzzi, composto da un sottostrada, una bottega di metri quadrati dodici (mq 12) e numero undici vani al primo piano, nonchè di ortale retrostante della superficie di circa metri quadrati quattrocentoquarantadue (mq 442), intercluso il tutto nella sua totale ed integrale consistenza, accessioni, dipendenze e pertinenze e così come esso cedente lo possiede ed ha diritto di possederlo. Detto immobile confina: con Corso Vittorio Emanuele, con Trisolini Antonietta, con Colucci Felice, con Prodi Pietro, con eredi di Saponaro Alessandro, con proprietà del Comune di Carovigno e con via Duca degli Abruzzi: nel Nuovo Catasto Edilizio urbano del Comune di Carovigno alla partita 638, via Vittorio Emanuele 48, piano 1, sottostrada, e primo piano, casa di vani 5.50 ivi compreso 4 accessori, veranda e terrazza, foglio 40, particella 789/3 e via Vittorio Emanuele n.° 50, piano terreno e primo piano, abitazione di vani 6.50, compreso cortile a

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piano terreno e terrazza usufruibile, foglio 40, particella 789/9 e 790, in testa alla Ditta Greco Alberto fu Pantaleo, [...]." (Archivio Notarile Distrettuale di Lecce, N. 12514 del Repertorio) Non corrisponde perciò al vero quello che dice P. Palumbo (1908) in merito alla casa ove Morelli nacque, a suo avviso, "vendutagli dal fisco durante la deportazione per pagare le spese di giustizia" (p. 516.) Ribadiamo che la casa ove Morelli nacque, non fu venduta dal fisco, ma permutata dai genitori e dallo zio paterno con una di minore prestigio, per ricavare una somma utile per pagare le spese connesse con il processo a carico di Salvatore Morelli, ivi comprese le parcelle degli avvocati. Secondo il Palumbo (1908), Morelli "studiò con Felice Sacchi, arciprete di Carovigno, ed ebbe insegnamenti ed educazione nel seminario di Brindisi dai professori del Buono e de Castro." (pp. 2-3). In ordine a tali affermazioni, si osserva che Don Felice Sacchi (Carovigno, 26.02.1803 - † 22.11.1885), divenne Arciprete dopo la morte di suo zio, l'Arciprete Don Pasquale de Milato, avvenuta il 17 ottobre 1849. Si aggiunge che il de Milato, nato a Carovigno il 2 novembre 1769 (figlio di Giacomo e di Palma Prima), 6 giorni prima di morire, con testamento rogato dal notaio Andrea Gennaro Carlucci, il g. 11 ottobre 1849, dopo aver istituito il nipote Giacomo Sacchi di Donantantonio, suo erede universale e particolare, testualmente dispose: "Lascio a mio nipote Don Felice Sacchi sacerdote i mobili di Chiesa, Messale, Camice, Rocchetti, borse, veli eccetera. Il segno Arciprete voglio che si dia gratis allo stesso Don Felice Sacchi, o a Don Gaspare Sacchi suo fratello, se uno di essi riuscisse Arciprete, o Cantore; in altro caso restasse al mio erede, per farne quell'uso che gli piacesse, coll'obbligo di una sola messa." (Archivio di Stato di Brindisi, Notaio Andrea Gennaro Carlucci, Atto. n. 117 del Repertorio, 11 ottobre 1849, pp. 292 r. 297 v.) Don Felice Sacchi fu arciprete dal 1852 al 1880. Ritengo anche utile quanto detto da A. M. Cavallo a p. 36 dei suoi Dati preistorici e ricordi storici, ne La rivoluzione del 1848: "Carovigno allora, dopo i rovesci politici del 48, fu un ricettacolo di latitanti. Eppure il paese si poteva dire che stesse sotto il dominio di una famiglia borbonica e clericale, perché aveva l'Arciprete ed il Sindaco nel suo seno. [....] E l'Arciprete era Felice, rigoroso nel suo ministero, ed il Sindaco era Michele, tuttora vivente, pur rigoroso; ma di quel rigore che giova. Ma il merito maggiore stava nel sac. Gaspare, che ebbe una numerosa scuola, e sapeva insegnare ed educare, ed io ho, come suo discepolo, il dovere di ricordarne la bella sua persona." Fermo restando che nel 1848, l'arciprete non era Don Felice Sacchi, bensì don Pasquale de Milato, assume importanza il fatto che Don Gaspare (alias Papa Gaspru), avesse avuto "una numerosa scuola": scuola, che di certo non era quella frequentata dal Morelli come alcuni credono. Si precisa che, nel processo del 1860 a carico di Morelli, fu chiamato a testimoniare, in merito alla condotta del Nostro, il prof. Michele Sacchi fu Giuseppe Paolo, di anni 37, il quale, tra l'altro, dichiarò essere stato condiscepolo del Nostro Morelli. Ora, per esser tale, sarà stato discepolo con Morelli dello stesso maestro, che potrebbe essere stato suo fratello maggiore, Don Felice Sacchi, se ci riferiamo agli studi elementari, ovvero dei docenti del seminario vescovile di Brindisi, riferendoci agli studi ginnasiali. A mio avviso, la fonte primaria, più attendibile e vera, in ordine agli studi di Morelli è quella di Nicola Bernardini (1886): "Salvatore Morelli nacque a Carovigno nel 1824. Studiò sotto i Rev. Don Tommaso e Don Felice Sacchi, quest'ultimo attuale arciprete di quel comu

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ne; poscia a Brindisi, sotto i professori F. Del Buono e F. De Castro. Indi si recò a Napoli per laurearsi in giurisprudenza". (p. 63). Don Tommaso Nicola Sacco nacque a Carovigno il 22 Dicembre 1772, e fu battezzato il 25 Dicembre: figlio di Felice Sacco e Francesca Xaveria Castagnero. D. Tommaso Cantore Sacchi morì il 7 Agosto 1846, di anni 74. È ovviamente doveroso ascoltare la viva voce dello stesso Morelli che nella Tornata del 1° Marzo 1871, dopo aver svolto la sua interrogazione riguardo alle cause che fanno deviare da Brindisi a Trieste la Compagnia peninsulare incaricata del trasporto della Valigia delle Indie, conclude così il suo intervento: "Mi basta il conforto di avere con esso adempiuto ad un dovere verso la nazione e verso la cara città di Brindisi, alla cui terra mi legano le memorie della culla e quelle tenerissime della mia prima educazione letteraria." (p. 847) Praticamente, Morelli va a scuola da Don Tommaso Sacchi e Don Felice Sacchi, e segue gli studi classici presso il Seminario di Brindisi, avendo come docenti, tra gli altri, i canonici Don Francesco Tommaso Oronzo Emanuele DE CASTRO (nato nel 1801) "ingegno preclaro, profondo cultore di etica, filosofia, diritto che insegnò per molti anni nel seminario diocesano e privatamente" e Don Francesco DEL BUONO. (Vd. Il Seminario nella storia dell'arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, Centro studi per la Storia dell'Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni. http://www.brindisiweb.it/arcidiocesi/chiese/brindisi/seminario.htm

A Napoli, Morelli studiò giurisprudenza con il prof. Matteo Galasso (Vd. L'EQUILIBRIO del 14 Novembre 1880, pp. 3-4) Si precisa che Morelli, come dichiarato alla Camera dei Deputati nella Tornata del 7 Marzo 1879, aveva conseguito presso l'Università di Napoli diplomi universitari ... in lettere, scienza e facoltà per la professione di avvocato. (p. 4698) Il percorso formativo del Morelli dovrebbe essere questo: - a.s. 1830-1834 4 anni di studio di scuola elementare ivi compreso l'anno o gli anni di preparazione agli esami di ammissione alla Scuola Ginnasiale - a.s. 1834-1839 5 anni di Scuola Ginnasiale al Seminario Vescovile (Brindisi) - a.a. 1839-1843 4 anni di Università a Napoli, Facoltà di Giurisprudenza "Ricevuta dalla madre l'idea morale della missione che incombe all'uomo nel periodo della esistenza sua, e terminato gl'inesorabili studi classici in Brindisi, Morelli - scrive Estival si avviò verso Napoli onde applicarsi allo studio della legge (frenesia de' paesi senza industria) e l'università di Napoli ricompensava nel 1843 questi studi col conferirgli i diplomi accademici e professionali." (3a Ed., XII) Fu vero avvocato? La risposta è nel Portale Storico della Camera dei Deputati: "Salvatore Morelli Nato a Carovigno (Terra d'Otranto) il 1 maggio 1824 Deceduto a Pozzuoli (Napoli) il 22 ottobre 1860 Laurea in Giurisprudenza. 17 Progetti di legge presentati. 175 Interventi e citazioni." (storia.camera.it/deputato/salvatore-morelli-18240501#nav) Il deputato Salvatore Riccio (1917) fa sapere che "gli avversari suoi negavano che fosse riuscito a prender laurea e soggiungevano, a prova, che quando, mutati i tempi, aveva chiesto un posto in magistratura, avrebbero voluto darglielo, ma non potettero, perchè si scoprì che era privo del titolo." (p. 10) In merito alla frequentazione, a Napoli, del salotto letterario, scientifico, politico di Giuseppe Di Cesare, si veda la Seconda Parte, pp. 168-169. L'anno 1843, Morelli pubblica a Napoli, a mio avviso, la sua tesi di laurea in giurisprudenza, Della Successione Testamentaria. L. Bianchini e P. De Virgilii, curatori del periodico napoletano, IL PROGRESSO DELLE SCIENZE LETTERE E ARTI, Novissima Serie Vol. I / Dell'Antica Vol. XXXII, Napoli Dal

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la Tipografia Flautina, 1845, nel QUADERNO 1°. EFFEMERIDI ITALIANE - BIBLIOGRAFIA - Giurisprudenza, riportano proprio l'abstract dell'opera del Morelli: "L'autore di questa opera, si propone fin dal bel principio di svolgere alcune semplici idee su la successione di Roma, del medio evo, di Francia, di Napoli; ed il tutto con la maggior brevità possibile. Parlando della successione testamentaria romana, si riporta a' tempi primitivi, considera l'uomo individuo nella società negativa: dice che la forza si disarma quando i costumi s'ingentiliscono; spende infinite parole per dimostrare che tutto in que' tempi era regolato dal dispotismo. Parlando de' romani dice, che la legge Falcidia venne a riformare il testamento: parla del testamento inofficioso, de' legati, de' codicilli, ec. ec. Discorre quindi del medio evo, de' majoraschi, de' Feudi ex investitura, et pacto et providentia ec. e poi di volo dice della succession Francese, a cui fa seguire alcune considerazioni su la successione testamentaria napolitana. È meraviglioso com'egli svolga tutto in limiti sì angusti." (p. 138, - Digitalizzato Google)

A pag. 5, firmato da L. Bianchini-P. De' Virgilii, vi è questo "AVVERTIMENTO - Nel dar mano e mente a questa nuovissima serie della presente scrittura periodica, non altro si ha in mira che di rianimarne la compilazione sulle stesse basi sulle quali è stata da novembre 1834 a tutto dicembre 1837. La nostra opera, devota al bene della scienza e dell'umanità, sarà in appresso, come per lo indicato tempo fu, la espressione delle idee e dei sentimenti del vero progresso. Per il che ci astrarremo da quanto consideriamo male o utopia, e non saremo campioni di alcun sistema o principio esclusivo, persuasi che ciò distrugge lo stesso progresso."

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1.3. Anni 1844 - 1848. Il 1844, a Napoli, Morelli pubblica le notizie storiche Sul Romitorio di Belvedere in Carovigno Terra d'Otranto. Opera importante dal punto di vista della storia locale, perché riporta la prima descrizione, per così dire, de visu, della festa celebrata in onore della Madonna di Belvedere nei giorni di Pasqua: la Domenica, il Lunedì e il Martedì. E soprattutto della battitura della nzegna che veniva effettuata il Martedì: "Siamo al terzo giorno complemento di cotanto brio. In quest'ultimo è santificato il nome della Vergine di Belvedere ed a torme trae la gente al santuario, ove buona parte del Clero solennizza la festa, la quale non è mai scompagnata da frastuono di voci, di tamburi e di fuochi artifiziali. O come si delizia il popolo in quei campi! quante gioie quante risa! quivi trova l'abitacolo della sua natura, quivi rinunziando ad ogni fasto di arte fa di un prato il suo letto; di un sasso i nobili sedili d'Oriente, sotto di una rupe, all'ombra di un cespuglio in tavola le sue dilette mense, finite le quali contenta torna nuovamente al paese. Quando il sole volge a sera una lunga processione di preti mena in giro la statua della Vergine seguita da un lungo codazzo di donne; quindi si fermano in un pubblico luogo, e quivi il devoto ed un suo congiunto spiegando da due grossi bastoni con corbia di piombo due larghe insegne di seta a varii colori le sventolano buona pezza in aria al suon d'un piffero e d'un tamburo, le depongono poi come sono dinanzi ai piedi di nostra Donna sciogliendosi a tal modo del votivo obbligo. A questo accorre un altro, il quale fa riverenza alla statua ed al popolo, indi agghermigliando i lunghi vanni delle banderuole rende con ciò solenne promessa d'alimentare il venturo anno la bella istituzione." (pp. 60-61) L'Andriani (1888), invece, si limitava a dire nel manoscritto del 1825, che il figlio pubblicò nel 1888, semplicemente questo: "Si usa pure giocare, in luoghi determinati del paese, ed avanti la statua della Madonna che si porta in processione, una bandiera a diversi colori. Fu questa bandiera un uso introdotto dai Veneziani, che s'intrattennero in tempo del Turco che poi prese Otranto." (p. 118) Ne IL PROGRESSO DELLE SCIENZE LETTERE ED ARTI, Opera periodica Compilata per cura di L. B. - Nuovissima Serie Vol. I. / Dell'antica Vol. XXXII. - Tipografia Flautina, Napoli 1845. EFFEMERIDI ITALIANE - BIBLIOGRAFIA - [...] Letteratura STRENNE IN NAPOLI PEL 1844. Il Vesuvio, e lo Zeffiro, si rileva, precisamente nella strenna Il Vesuvio, col nome S. Morelli Brandi la pubblicazione della poesia (?) Pensieri. (pp. 305-306) Il 1847, Morelli pubblica a Lecce l'elogio funebre Per la morte dell'Architetto Zaccaria. Cenno Biografico di Donato Zaccaria, con questa dedica: "Sia conforto alle lagrime di Anna Zaccaria Egregia, affettuosa e gentile questo sentimento, che la pubblica coscienza eleva ad onore del merito e probità dell'estinto fratello." Il 16 luglio 1846, PIO IX, un mese dopo la sua elezione avvenuta il 16 giugno 1846, concede l'amnistia per reati politici. Si riporta qui integralmente il suo editto: "Pio IX. A' suoi fedelissimi sudditi Salute ed Apostolica Benedizione Nei giorni in cui Ci commoveva nel profondo del cuore la pubblica letizia per la Nostra esaltazione al Pontificato, non potemmo difenderci da un sentimento di dolore pensando che non poche famiglie dei Nostri Sudditi erano tenute indietro dal partecipare alla gioja comune, perchè nella privazione dei conforti domestici portavano gran part della pena da alcuno dei loro meritata offendendo l'ordine della società e i sacri diritti del legittimo Principe. Volgemmo altresì uno sguardo compassionevole a molta inesperta gioventù, la quale sebbene trascinata da fallaci lusinghe in mezzo ai tumulti politici Ci pareva piuttosto sedotta che seduttrice. Perlochè fin d'allora meditammo di stendere la mano e di offrire la pace del cuore a quei traviati figliuoli che volessero mostrarsi pen-

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titi sinceramente. Ora l'affezione che il Nostro buon popolo Ci ha dimostrata, e i segni di costante venerazione che la Santa Sede ne ha nella Nostra Persona ricevuti, Ci hanno persuasi che possiamo perdonare senza pericolo pubblico. Disponghiamo e ordiniamo pertanto che i primordii del Nostro Pontificato siano solennizzati coi seguenti atti di grazia sovrana. I. A tutti i Nostri Sudditi che si trovano attualmente in luogo di punizione per delitti politici, condoniamo il rimanente della pena; purchè facciano per iscritto solenne dichiarazione sul proprio onore di non volere in nessun modo nè tempo abusare di questa grazia, e di voler anzi fedelmente adempiere ogni dovere di buon Suddito. II. Con la medesima condizione saranno riammessi nel Nostro Stato tutti quei Sudditi fuorusciti per titolo politico, i quali dentro il termine di un anno dalla pubblicazione della presente risoluzione, per mezzo dei Nunzii Apostolici o altri Rappresentanti della S. Sede, faranno conoscere nei modi convenienti il desiderio di profittare di questo atto di Nostra clemenza. III. Assolviamo parimenti coloro che per aver partecipato a qualche macchinazione contro lo Stato si trovano vincolati da precetti politici, ovvero dichiarati incapaci, degli ufficii municipali. IV. Intendiamo che siano troncate e soppresse le procedure criminali per delitti meramente politici non ancora compiute con un formale giudizio: e che i prevenuti siano liberamente dimessi, a meno che alcuno di loro non domandi la continuazione del processo, nella speranza di mettere in chiaro la propria innocenza e di riacquistare i diritti. V. Non intendiamo peraltro che nelle disposizioni dei precedenti Articoli siano compresi quei pochissimi Ecclesiastici, Ufficiali Militari, e Impiegati di Governo, i quali furono già condannati o sono profughi o sotto processo per delitti politici: e intorno a questi Ci riserbiamo di prendere altre determinazioni, quando la cognizione dei rispettivi titoli Ci consigli di farlo. VI. Non vogliamo parimenti che nella grazia siano compresi i delitti comuni, di cui si fossero aggravati i condannati o prevenuti o fuorusciti politici; e per questi intendiamo che abbiano piena esecuzione le leggi ordinarie. Noi vogliamo avere fiducia che quelli i quali useranno della Nostra clemenza, sapranno in ogni tempo rispettare e i Nostri diritti e il proprio onore. Speriamo ancora che, rammolliti gli animi dal Nostro perdono, vorranno deporre quegli odii civili che delle passioni politiche sono sempre o cagione o effetto: sicchè si ricomponga veramente quel vincolo di pace da cui vuole IDDIO che siano stretti insieme tutti i figliuoli di un Padre. Dove però le nostre speranza in qualche parte fallissero, quantunque con acerbo dolore dell'animo Nostro, Ci ricorderemo pur sempre che se la clemenza è l'attributo più soave della Sovranità, la giustizia n'è il primo dovere. Datum Romae apud Sanctam Mariam Majorem die XVI Julii Anni MDCCCXLVI Pontificatus Nostri Anno Primo. Pius PP. IX." (in Ragguaglio storico di quanto è avvenuto in Roma e in tutte le provincie dello Stato Pontificio in seguito DEL PERDONO accordato dalla Santità di N. N. Papa Pio IX. Come dal suo Editto del 16 Luglio 1846. Roma 1846 (pp. 1-3) - Digitalizzato Google.

Morelli, nel suo Pio IX dal 1792, al 1848. Cenno biografico del sommo pontefice Pio IX. Redentore della libertà italiana, pubblicato a Lecce il 1848, definisce il pontefice "l'ispirato che Iddio, commiserando i dolori della povera Italia, inviava onde sostener la causa gloriosa del riscatto d' suoi dritti per lunghe stagioni vilmente, ed inesorabilmente repressi sotto l'impero di leggi oppressive e di ministri tiranni." (pp. 1-2). E aggiunge che "egli surse colla morte di Gregorio XVI solenne momento di transizione dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla tirannia alla carità." E precisa che: "il passaggio di Giovan Maria in quel di PIO NONO, di Cardinale in quello di Generalissimo dell'esercito di Cristo, fu miracolo emanato dalla Provvidenza nel breve spazio di 48 ore! Allora con un'amnistia iniziava la legge del perdono - assembrava i suoi Fratelli sotto le bandiere della Croce - intuonava allo straniero, supremo autore degli odii cittadini, l'ostracismo, minacciandolo degli effetti della Gran Parola." Alla domanda di che avremo bisogno per vivere felice, risponde semplicemente: "Non di altro che dell'ordine dell'armonia interna = non di altro che del rispetto scambievole alle classi = della virtù = dell'amore alla fatica = dell'ossequio alla sapienza = e di un zelante e verace affetto à simboli della religione de' nostri avi." Morelli conclude questo breve cenno biografico affermando che: "Se un giorno spunterà a noi sfolgorante di tanta luce, avrem coronato le speranze de' secoli e delle generazioni = sarà il più bel giorno d'Italia = sarà l'aureola, che la riconoscenza posar dee sul capo di Pio." Esce in Lecce, il 1848, Feste solennizzate in Lecce. Le feste Costituzionali di Lecce. L'opera, datata Lecce 6 Marzo 1848, è indirizzata "ALLA CIVILE PRUDENZA DEL POPOLO LECCESE".

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Giova riportare le belle iniziali parole del Morelli, al fine anche di meglio comprendere gli accidenti giudiziari che di lì a poco si abbatteranno su di lui: << ... quando la sublime parola Costituzione suonò su queste amene pianure, quando vide cessare l'insultante imperio d'una forza compressiva, quando potè accennare alla veneranda libertà del vero sprigionando quella parola che per cinque lustri avea soffocata nel petto, fu lieta di essere libera, e rendeva grazie con gli evviva a PIO NONO, all'amato Sovrano FERDINANDO II, a LEOPOLDO II, a CARLO ALBERTO, e a GIOBERTI. Indescrivibile è questo rapido momento di transizione! Al primo annunzio dato dalla posta, Guardia Nazionale, e Gendarmeria circondavano il palagio dell'Intendenza. Si palpitò per un istante che il popolo avesse mal compreso l'atto della rigenerazione; ma il popolo intese l'intima forza di quella legge, e vedendosi vincitore nella gran lotta delle sofferenze, irruppe in un grido prolungato di gioia, riposando come un guerriero nell'ebbrezza dei suoi trionfi! D'allora in poi si spezzarono le barriere che divideano le famiglie, non più odii, non scissure, ma fu uno stringersi di destre, un'abbracciarsi, un fondersi in una sola classe, in un pensiero, in un sol voto, un'assoldarsi spontaneo per la difesa della patria. Il vocabolo fratellanza addiveniva in un tratto realità, e mille esempii di filantropia, di carità cittadina, ben figurano il passaggio della popolare coscienza dallo stato apatico e ristretto dell'individualismo alla espansione sociale.>> Segue la descrizione delle "Feste solennizzate", svoltesi in tre giorni, e precisamente il 3, il 4 e il 5 di Marzo. La descrizione termina con le parole del Morelli al popolo leccese: "Io son lieto di mostrare al mondo la dignità del tuo carattere in un momento difficile di transizione - debbo pure sperarmi, che questa prima rimostranza non tramonti se non col sorgere d'un progressivo immegliamento nella tua sociale esistenza. [...] Io forse ò tradito colla povertà de' miei pensieri la manifestazione delle tue caste gioie; ma tu se non trovi in queste pagine il dono degno di quel canuto incivilimento che sempre ti distinse, ritieni però il cuore di un giovane, il quale se non fu segnato ne' tuoi libri battesimali, lo fu però in quelli di un paese che à comune con te lingua, religione, e cielo." E a Carovigno? A. M. Cavallo (1910), nel §. La rivoluzione del 1848 del suo manosceritto, scrive: "Avevo allora circa 14 anni, e ricordo tutta la frenesia di quei giorni, come pure la poesia. Era un continuo gridare e cantare: <<Via Gioberti, viva Pio nono, viva l'Italia, la libertà>>. E ricordo pure mio padre col suo mazzinianismo. Poi, alle grida di gioia, successe il silenzio del tutto, alla poesia seguì la prosa - e che prosa! - Le prigioni si colmavano, e Carovigno vi diede il suo contingente con le personalità di Francesco Filomena e Salvatore Morelli." (p. 36). Ferdinando II [Ferdinando Carlo Maria di Borbone (Palermo 12 gennaio 1810 - Caserta 22 maggio 1859), Re del Regno delle Due Sicilie dall'8 novembre 1830 al 22 maggio 1859], Re del Regno delle Due Sicilie, costretto dal fermento popolare diffuso nel suo regno (in particolare, in Sicilia e nella stessa Napoli), concede, il 10 febbraio 1848, di sua "piena, libera e spontanea volontà" e "irrevocabilmente" una Costituzione "corrispondente alla civiltà de' tempi", e come "ferma deliberazione" del suo "animo" (pubblicata il g. 11 febbraio 1848). Per inciso, si fa presente che l'art. 12 della Costituzione stabiliva: "In tutto il reame vi sarà una guardia nazionale, la cui formazione organica sarà determinata da una legge. In questa legge non potrà mai derogarsi al principio, che nella guardia nazionale i diversi gradi, sino a quello di capitano, verranno conferiti per elezione da coloro stessi che la compongono." Morelli dà alle stampe Brindisi e Ferdinando II. Il passato il presente e l'avvenire di Brindisi. Quadri storici (Lecce 1848), in cui specifica per Brindisi, nella Prefazione, "un pas

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sato tutto palpitante di gloria - un presente pieno di vita, d'attività, di movimento - un futuro sfolgorante di speranze". (p. 5) Al §. V. dell'Introduzione, parla direttamente al lettore: "Passando per tutto ti fermerai sull'altura delle colonne e vedrai il bel dipinto del multi ore uno portus includuntur. Scenderai un pò più basso salutando l'ombra di Virgilio ne' rottami della casa ove depose l'ultimo fiato -- nel campo di acque da dove colse i fuori che profumarono la sua poesia --- negli antri ove ebbero sosta le tempestate navi di Enea! Saluterai quindi i cento Eroi che solcarono quelle placide onde, e tra questi griderai salve al generoso del Rè [sic] --- al solenne Sacerdote dell'umanità --- a Ferdinando Secondo, che và ridonando a questa terra alto redaggio di vita Civile e Commerciale!!". (pp. 14-15) Importante è la premura del Nostro di vedere la città di Brindisi "centro d'una forza commerciale, onde seguire l'universale impulso che aprir vuole libero cammino tra l'Oriente e l'Occidente, mercè la comunicazione d'un canale che intersecherà l'istmo di Suez". (p. 119) Si rivolge infine ai brindisini: "E se l'augurio di queste povere pagine verrà secondato dalla fortuna di un'era di speranze, che si apre come il genesi ridente sù figli d'Italia --- di un'era abbellita dal fecondo raggio della libertà, voi o Brindisini, grati al re, e fidenti con sette miglioni [sic] di abitanti nel buon volere, nella perizia, e nelle cure di quegli uomini eletti al sacerdozio civile della politica redenzione --- fidenti in un governo che à per istinto la fusione di ogn'individualità in quella compattezza evangelica che germanizza gli affetti e crea il popolo ---- in quella fusione di elementi, che aggrega le forze e crea la nazionalità, vedrete allargato quell'immegliamento, che qual preventivo all'avvenir nazionale ad ogni buon dritto dee dirsi gloria di Ferdinando II." (p. 121) Il 31 Marzo 1848, si svolge in Napoli l'ADUNANZA DEL CIRCOLO COSTITUZIONALE, PRESEDUTA DAL SIG. ANTONIO DE HONESTIS (Discussione raccolta da' stenografi Dorotea, Rana e Priore). Sul frontespizio della copia esistente presso l'Archivio di Stato di Lecce, si rileva la firma: Morelli Salvatore Cammarato. È presumibile, a mio avviso, che il Nostro facesse parte del Circolo Costituzionale del liberale Antonio de Honestis, in Napoli. L'originale digitalizzata Google è rinvenibile in: https://books.google.it/books/about/Adunanza_del_Circolo_Costituzionale_del.html?id=ZJ0KieeP2CsC&redir_esc=y

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1.4. 1848 - 1850. Processo Morelli. Prima Parte. Il 20 settembre 1848, il Sottintendente del Consiglio Distrettuale di Brindisi invia la nota n. 675 al Regio Giudice del Circondario di S. Vito: "Signor Regio Giudice Il Sindaco di Carovigno, con rapporto della data di jeri, N.°595, mi ha scritto ciò che segue: << Signore, Giuseppe Prete giorni dietro recò in Cancelleria di questo Comune due Cornici con lastre ove diceva che vi erano due effigie delle Loro Maestà il Re e la Regina. Il Cancelliere non intendeva riceverle in tal modo, ed aspettò la mia venuta in Cancelleria. Appena conosciuto da me questo fatto mi chiamai il serviente, cui imposi di riprendere le dette cornici e lastre e riconsegnarle al del Prete, o a colui che ce le aveva dato. Così venne eseguito. Quelli quadri per quanto sono assicurato esistevano nel locale della Guardia Nazionale, e che le Effigie furono lacerate ignorando chi ne fossero gli autori. Stimo mio dovere rapportare l'occorrente, e per discarico di quanto impostomi viene dalla Carica di Sindaco.>> Mi affretto Signor Regio Giudice darlene comunicazione, con la preghiera di procedere subito subito sull'assunto in linea di giustizia e di darmi conto, con eguale sollecitudine, del risultato nello interesse del servizio di Polizia; manifestandole che qui per lo addietro surse voce che in detto Carovigno ebbero luogo fatti criminosi nella linea di Polizia fino all'eccesso, che dei Galantuomini, i quali certamente appartengono alla classe de' Demagoghi, si fumarono alla pipa i ritratti del Re e della Regina Nostri Augusti Sovrani. Di sì fatti eccessi le tenni parola in passato, e di essi non ho ottenuto riscontro, per cui le raccomando di precedere sull'assunto con la dovuta fermezza e saggezza a scanso di responsabilità, e per farsi castigare chi spetta; ora che la istruzione corrispondente può avere il suo regolare cominciamento sentendo tutti gl'interessati, di che è parola il trascritto rapporto del ripetuto Sindaco di Carovigno. Pel Sotto Intendente Il Consiglio Distrettuale S. Palma" Ciò stante, dal Giudicato Regio di S. Vito, il Cancelliere trasmette al Sindaco di Carovigno il seguente invito del giudice: "Signore La invito a presentarsi innanzi di me sul palazzo dei Sig. De Mola ove mi rattrovo, dovendole sentire in affari di sommo rilievo, e che interessano la giustizia penale. Firmato Il Giudice Domenico Pistilli. Per copia conforme da porsi in processo. Il Cancelliere V. Maizza" Il 22 Settembre 1848, in Carovigno. Innanzi a Noi Domenico Pistilli, Giudice del Circondario di San Vito, assistiti dal Cancelliere D.o Vincenzo Maizza, previo invito è comparso D.o Andrea Gennaro Carlucci del fu Vincenzo, di anni 63, Notare, e Sindaco di questo Comune. Interrogato se avesse diretto rapporto al Sig. Sotto Intendente in ordine all'Effigie delle Maestà il Re, e la Regina (D. G.) Ha risposto affermativamente. Esibito al medesimo il rapporto del Sig. Sotto Intendente de' 20 andante mese Num.° 675, in cui và trascritto l'uffizio di esso Sindaco, e richiesto se sia propriamente quello da lui diretto alla prelodata autorità Ha risposto del pari affermativamente.

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Interrogato, e richiesto a dare i testimonii che potessero comprovare quanto da lui si è riferito per la lacerazione dell'Effigie suddette, e chi ne fossero stati gli autori, e se altri eccessi furono commessi, quanto, e da chi, narrandone i fatti precisi Ha risposto che apprese dalla voce pubblica con sommo rincrescimento essersi l'Effigie delle Maestà Loro tolte dal Corpo di Guardia in una sera ch'era Capo pattuglia D.° Giuseppe Cavallo, ed avendole ridotte in pezzi, furono anche per disprezzo fumate nella pipa, e che autori di questo attentato ne furono, per quel che dicesi, D.° Francesco Filomena del fu Raffaele, e D.° Salvatore Morelli di D.° Casimiro, di questo Comune. Quindi è necessario sentirsi il suddetto D.° Giuseppe Cavallo, potendo dare il medesimo tutte le notizie opportune, e relative al criminoso avvenimento. Il Cancelliere Comunale D.° Domenico De Mola potrà deporre la esibizione in Cancelleria delle cornici, di cui è parola nel succennato rapporto, dal succennato Giuseppe Prete, il quale dovrà dire come, e da chi le avesse ricevute - che l'Effigie erano nel Corpo di Guardia intatte prima del fatto della lacerazione si vocifera, potrà contestarsi da D.° Giuseppe Trisolini, e da questi si potranno ottenere altri testimoni. Nè egli può indicare altri fatti, od eccessi, non avendone veruna scienza. Lettura data ha persistito, ed ha firmato. Andrea Gennaro Carlucci Il Giudice D. Pistilli [Il Cancelliere] V. Maizza Lo stesso giorno [22 Settembre 1848], viene ordinata e notificata la: "Cedola di assegnazione Noi Domenico Pistilli, Giudice del Circondario di S. Vito, mandiamo ed ordiniamo al nostro usciere D.° Tommaso Pergianni, domiciliato a S. Vito, di citare il qui sotto annotato individuo, a comparire innanzi a Noi, e sul Palazzo dei Signori De Mola, luogo di nostra residenza, subito dopo la notificazione della presente per esser inteso in affari penali. Non comparendo, vi sarà astretto ai termini della Legge. Data a Carovigno li 22 Sett. 1848 Da citarsi D.° Giuseppe Cavallo di Carovigno Il Giudice D. Pistilli [Il Cancelliere] V. Maizza L'anno mille ottocento quarantotto il giorno ventidue settembre in Carovigno. [22 settembre 1848] Io sottoscritto usciere ho citato d. Giuseppe Cavallo di qui a comparire subito nel Palazzo dei Signori de Mola ove risiede il Giudice per esser inteso in affari penali, e gli ho lasciato Copia nelle proprie mani. Tommaso Piergianni Usciere E parimenti il 22 Settembre 1848, il Capo pattuglia, Don Giuseppe Cavallo, compare al cospetto del Giudice: "Innanzi a Noi Domenico Pistilli, Giudice del Circondario di San Vito, assistiti dal Cancelliere D.° Vincenzo Maizza, previa cedola di assegnazione è comparso un'uomo [sic], il quale avvertito di dire il vero, e di parlare senza timore, dietro dimanda ha detto chiamarsi: Giuseppe Cavallo del fu Renato, di anni 47, architetto, nato, e domiciliato in Carovigno.

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Interrogato analogamente Ha risposto che nel dì ventisette Giugno corrente anno recossi in Lecce per suoi affari, e prima di partire ebbe occasione vedere intatti ed appesi, come lo erano innanzi, nel Corpo di Guardia i quadri in rami delle Maestà il Re, e la Regina. Ritornato da Lecce, ed arrivato in questo Comune la mattina de' due del successivo mese di Luglio, trovò nel detto Corpo di Guardia le sole cornici mancanti dell'effigie suddette di carta in rami. Ne volle prender conto, ma niuno gli disse cosa se ne fosse fatta. Se ne dispiacque però sommamente maggiormente se ciò si fosse fatto per disprezzo, togliendosi le suddette effigie dalle rispettive cornici. Interrogato se dalla voce pubblica almeno avesse potuto apprendere alcun fatto, o notizia de' quadri suddetti. Ha risposto negativamente. Domandato chi erano gl'individui che componevano la sua pattuglia in quelli ultimi giorni di Giugno, e principi di Luglio, ed indicarne i nomi: Ha risposto essere Pietro Santoro, D. Francesco Filomena, D. Salvatore Morelli, Teodoro Francioso, Francesco Perrino di Nicola, Francesco Cellino, Luigi Lomonaco, Cataldo Cretì, Lorenzo Brandi di D. Vincenzo, Calabretti, ed altri che al momento non sà ricordare. Lettura data vi ha persistito, ed ha firmato. Giuseppe Cavallo Il Giudice D. Pistilli [Il Cancelliere] V. Maizza Il 22 Settembre 1848, viene spedita una cedola di assegnazione: "Certifico io sottoscritto Cancelliere presso il Giudicato Regio del Circondario di San Vito, qualmente questo Sig. Regio Giudice in risulta delle sue investicazioni avendo rilevato che Stefano Amati di questo Comune possa conoscere de' fatti relativi all'eccedenze commesse in ordine ai ritratti del Re, e della Regina, ha disposto prontamente sentirsi, ed all'effetto si gli è spedita cedola di assegnazione. Affinchè consti dagli atti ne ho formate il presente da me sottoscritto, e vidimato dal Sig. Giudice. Fatto a Carovigno li 22 Settembre 1848. Il Cancelliere V. Maizza Visto. Il Giudice Regio D. Pistilli Dello stesso giorno [22 Settembre 1848] è la Cedola di pari contenuto ordinata dal giudice, e notificata dall'usciere: "Cedola di assegnazione. Noi Domenico Pistilli, Giudice del Circondario di San Vito, mandiamo ed ordiniamo al nostro usciere D.° Tommaso Piergianni, domiciliato in San Vito, di citare il qui sotto annotato individuo, a comparire innanzi a noi, e sul palazzo delli Signori Demola [sic], luogo di nostra residenza, subito dopo la notificazione della presente per essere inteso in affari penali. Non comparendo, vi sarà astretto ai termini della Legge. Data a Carovigno li 22 settembre 1848 Il Giudice D. Pistilli Maizza Cancelliere Da citarsi Stefano Amati di Carovigno

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L'anno mille ottocento quarantotto, il giorno venti due Settembre a Carovigno. [22 settembre 1848] Io sottoscritto Usciere ho citato Stefano Amati di Carovigno a comparire subito al Palazzo dei Signori de Mola, ove resiede il Giudice per essere inteso in affari penali, e gli ho lasciato copia della presente Cedola, nelle sue mani. Tommaso Pergianni Usciere E finalmente, sempre il 22 Settembre 1848, il testimone compare di fronte al giudice, in Carovigno: "Innanzi a Noi Domenico Pistilli, Giudice del Circondario di San Vito, assistiti dal Cancelliere Sig. Maizza, previa cedola di assegnazione è comparso il qui sotto annotato testimone, il quale avvertito di dire il vero, e di parlare senza timore, dietro domanda ha detto chiamarsi. Stefano Amati di Angelo, di anni 38, ferraro, nato in Ostuni, e domiciliato in Carovigno. Interrogato analogamente, ha risposto: che in una mattina di buon'ora del mese di Giugno, o Luglio ultimo, che precisamente non ricorda, passando da questo Corpo di Guardia si fermò innanzi lo stesso, e vidde che colà dentro vi erano D.° Francesco Filomena, D.° Salvatore Morelli, D.° Luciano Saponaro, D.° Giuseppe Cavallo e D.° Lorenzo Brandi di Don Vincenzo, i quali scesero l'effigie in rami delle Loro Maestà che con cornici trovavansi appese nel detto Corpo di Guardia, e quindi cercavano fra loro Giudici, e Presidente, ossia una corte intiera, com'essi dicevano, per condannare il Re, D. G. Sortì di poi da quel luogo il Sig. Morelli, il quale con un fucile capovolto alla funerale si posse a passeggiare come una fazione [Voc. Crusca: Uomo da fazione, o Gente da fazione, vale Uomo, o Gente atta al combattere], cosa avessero fatto dippiù il dichiarane nol conosce, perchè intimorito di quegli eccessi se ne andò via. Intese poi dire pubblicamente che quell'effigie di carta dai summentovati giovani imprudenti, e mal consigliati, eransi lacerate, e fumate nelle pipe per disprezzo, e su di ciò si potranno sentire Gaetano Pagliara, Giuseppe De Pascale, Angelo Celino di Giuseppe, e Pasquale figlio del Maresciallo. Dippiù in un altro giorno dopo il fatto il surriferito il dichiarante discorreva in piazza con Don Casimiro Morelli, ed essendosi avvicinato loro il prefato D.° Francesco Filomena, incominciò a dire "che il maccaronaro di Napoli, quel cornutone Mastro Ferdinando, aveva avuta la estrema unzione"; che intendeva parlare del Re N. Se. Il dichiarante poscia assai disturbato si allontanò, nè altro vidde. Lettura data vi ha persistito, ed ha detto non saper scrivere. Il Giudice D. Pistilli V. Maizza Cancelliere Il 22 Settembre 1848, il cancelliere certifica le conseguenti disposizioni del giudice: "Certifico io sottoscritto Cancelliere presso il Giudicato regio del Circondario di San Vito, qualmente questo Sig. Regio Giudice avendo rilevato dalla precedente dichiarazione di Stefano Amati la necessità di sentirsi Gaetano Pagliara, Angelo Cellino, Giuseppe de Pascale, e Pasquale figlio del Maresciallo, ha disposto spedirsi subito ai medesimi la corrispondente cedola di assegnazione. Affinchè consti dagli atti ne ho formato il presente da me sottoscritto, e vidimato dal Sig. Giudice. Fatto a Carovigno li 22 Settembre 1848 Il Cancelliere Maizza

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Visto Il Giudice D. Pistilli Ecco la cedola di assegnazione, e la relativa notifica: "Cedola di assegnazione Noi Domenico Pistilli, Giudice del Circondario di S. Vito, mandiamo ed ordiniamo al nostro usciere D.° Tommaso Pergianni, domiciliato a S. Vito, di citare i qui sotto annotati individui, a comparire innanzi a noi, e sul Palazzo dei Signori De Mola, luogo di nostra residenza, subito dopo la notificazione della presente, per essere intesi in affari penali. Non comparendo, vi saranno astretti ai termini della Legge. Data a Carovigno li 22 settembre 1848 Il Giudice V. Maizza Cancelliere Da citarsi: 1° Gaetano Pagliara 2° Angelo Cellino 3° Giuseppe De Pasquale, e 4° Pasquale figlio del Maresciallo, domiciliati in Carovigno. L'anno mille ottocento quarantotto il giorno ventidue Settembre a Carovigno. [22 settembre 1848] Io sottoscritto Usciere ho citato li soprasegnati individui del Comune suddetto a Comparire subito nel Palazzo dei Signori de Mola, ove resiede il Giudice Circondario per essere intesi in affari penali, e gli ho lasciate copia della presente nelle loro mani. Tommaso Piergianni Usciere COMPARIZIONE E INTERROGATORIO DEI TESTIMONI. L'anno mille ottocento quarantotto, il giorno ventidue del mese di settembre 1848 in Carovigno. [22 Settembre 1848] "Innanzi a Noi Domenico Pistilli, Giudice del Circondario di San Vito, assistiti dal Cancelliere D.° Vincenzo Maizza, previa citazione sono comparsi: 1° Gaetano Pagliara 2° Angelo Cellino, e 3° Giuseppe Pascale. De' quali introdotto nella camera degli esami, il primo, avvertito di dire il vero, e di parlare senza timore, dietro domanda ha detto chiamarsi: Gaetano Pagliara di Rocco, di anni 26, vaticale, nato e domiciliato in Carovigno. Interrogato analogamente sul fatto ha risposto: "che in una sera di Giugno, o Luglio ultimo, che precisamene non ricorda, essendo di Guardia nella Pattuglia, si comandava da D.° Giuseppe Cavallo, si recò in questo Corpo di Guardia, colà trovò le altre guardie D.° Francesco Filomena, D.° Salvatore Morelli, Vincenzo Radisi di Domenico, D.° Lorenzo Brandi, Teodoro Francioso, ed altri che non ricorda. Vi era pure il Caposezione D.° Giuseppe Cavallo. Tutti costoro, tranne esso Sig. Cavallo che ad un cantone era coricato, incominciavano a sparlare di sua maestà, D. G., chiamandolo Mastro Ferdinando, scarparo, cornuto, e così ingiuriandolo si dirigevano al quadro ivi esistente anche sputandolo, dicendo abbasso, abbasso; ed uno di loro, che propriamente non ricorda, presa quella effiggie in rami con cornice dal muro ov'era appesa, la pose sul tavolino dileggiandola, a questi eccessi il dichiarante non potendo resistere, se ne andò via anche perchè pretendeva-

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no quei sciagurati di avvallarsi alle tante contumelie che dicevano e facevano contro il quadro di S.a M.a, per cui non vidde altro. Al tardi del seguente giorno intese pubblicamente dire, che la effiggie di Sua Maestà di carta in rami erasi lacerata, e fumata nella pipa; ed entrato difatti nel Corpo di Guardia non più vidde l'effiggie suddette, trovandosi appese solamente le cornici, che di poi intese di essersi portate nella farmacia di D.° Salvatore Leo, e quindi passarono, per quanto ha saputo, a Pasquale Santoro che non volle riceverle, e di poi in casa di D.a Marianna Cavallo, sorella del prefato D.° Giuseppe. Vi era pure presente al fatto da lui narrato Angelo Cellino di Ferdinando. Lettura data vi ha persistito, ed ha detto di non sapere scrivere. Il Giudice D. Pistilli V. Maizza Cancelliere Introdotto il secondo testimonio, il quale avvertito in rito, dietro domanda ha detto chiamarsi: Angelo Cellino di Giuseppe, di anni 30, calzolaio, nato e domiciliato in Carovigno. Domandato opportunamente sul fatto, ha risposto: "che in una sera di Giugno o Luglio ultimo ha inteso pubblicamente che D.° Francesco Filomena, D.° Salvatore Morelli, D.° Lorenzo Brandi, D.° Luciano Saponaro, e Francesco Bagnulo avessero formata una Corte, condannando a morte il Re (N. S.), e prendendo poi l'effiggie che trovavansi appese nel Corpo di Guardia li lacerarono, e fumandole in pipa; ma egli per la verità non vi fu presente, e ciò lo depone, come ha detto, per averlo inteso dire pubblicamente. In proposito soggiunge, che poche ore dietro essendosi recato nella sua bottega D.° Cesarino Brandi, in presenza del padre del dichiarante, e del giovine Vincenzo Santoro, ha raccontato ch'egli aveva anche inteso il fatto surriferito, aggiungendo che uno dei summentovati individui, senza però designarlo, cacciando fuori il Corpo di Guardia la Effiggie di Sua Maestà, e fattoci sopra un bisogno corporale, così sporcato lo rientrò, facendolo vedere ai suoi compagni: ciò e non altro egli conosce. Lettura data vi ha persistito, ed ha detto non saper scrivere. Il Giudice D. Pistilli V. Maizza Cancelliere Introdotto il terzo testimonio, che avvertito in rito, dietro domanda ha detto chiamarsi: Giuseppe De Pascale di Gennaro, di anni 26, contadino, nato e domiciliato in Carovigno. Interrogato analogamente sul fatto, ha risposto: "che in una sera di Giugno, o Luglio ultimo verso le ore tre entrò nel Corpo di Guardia di questo Comune. Colà vi erano D.° Francesco Filomena, D.° Salvatore Morelli, D.° Lorenzo Brandi, Teodoro Francioso, ed altri che non ricorda. I tre primi profferivano delle ingiurie contro il Re, D. G., e le dirigevano al quadro affisso in quel luogo, chiamandolo Mastro Ferdinando, cornuto, svergognato, ed altre simili, e Filomena soggiungeva che lo conosceva egli in Napoli più da vicino. Preso poi un cuscino il ridetto Filomena, salì su di una panca, e tenendolo pendoloni in mano, Brandi e Morelli lo tiravano da sotto, fingendo di appiccare l'augusta persona del re, e quindi sgangheratamente ridevano, e beffeggiavano. Egli atterrito, e dispiaciuto di tali eccessi, ai quali senza freno si traevano quei sciagurati giovani, se ne andò via, e la mattina seguente intese pubblicamente dire che l'effigie delle Maestà loro erano state lacerate, e bruciate; e difatti essendo entrato un'altra sera nel Corpo di Guardia, vidde in un cantone le sole cornici mancanti dell'effigie, e si confirmò ch'erano state lacerate, e distrutte, come si diceva.

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Seppe dippiù dal suo compagno Domenico Quarto, che in diversa sera altri individui, che lo stesso può nominare, vicino al Camposanto avessero tirato delle fucilate all'effigie del re che loro stessi avevano dipinto in faccia al muro. Lettura data vi ha persistito, ed ha detto non saper scrivere. Il Giudice D. Pistilli V. Maizza Cancelliere Il 28 Settembre 1848, il Sindaco di Carovigno invia la nota n. 613 al Giudice Regio del Circondario di San Vito. "Signore Ieri fui con premura chiamato in Casa di questo Reverendo Arciprete per un affare, come mi narrò il messo, di somma premura. Colà giunto vi trovai il Giudice Istruttore Sig. Gentile col di lui Cancelliere che faceva visita. L'Arciprete mi fè manifesto, che i quadri delle Loro Maestà, che esistevano nel locale di questa Guardia Nazionale, non era vero che l'effigie fossero state amosse e lacerate. Che una persona si era recata da lui, e sotto il sugello della sacramentale confessione gli aveva ciò manifestato, e nell'esibirgli la chiave della porta del sudetto locale, gli soggiungeva, che i quadri identici con l'effigie corrispondenti erano stati conservati intatti e tenuti in custodia per vedute particolari. Che erano tutt'ora esistenti nel locale della Guardia, ove erano stati trasportati. Nel consegnarmi la chiave mi soggiungeva, per convalidare che i quadri in parola erano quelli che esistevano prima nella Guardia, che le cornici corrispondenti contenevano due catenelle per tenerle sospese, e quelle che vennero in Cancelleria, e che non furono ricevute, e posteriormente a Lei presentate in Casa de' Sig. de Mola, contenevano una sola catenella. Che per accertare tutto l'occorrente, vi era d'uopo verificare questi estremi. Quindi in esito di questa dichiarazione dell'Arciprete, non ho mancato liquidare il tutto, rediggendone corrispondente verbale; di cui mi fò il dovere inviarvele copia legale; nella intelligenza che con questa data istessa dò comunicazione al Sig. Sotto Intendente del Distretto, cui rimetto un'altra copia consimile dello stesso verbale di verifica. Il Sindaco A. G. Carlucci Copia Ec. L'anno mille ottocento quarantotto il giorno ventisette del mese di Settembre in Carovigno. [27 Settembre 1848] Noi Andrea Gennaro Carlucci Sindaco del Comune di Carovigno, essendo stati premurosamente richiesti da questo Reverendo Arciprete Sig. de Milato, ci siamo conferiti nella di costui abitazione, stante che lo stesso si trova cronicamente in letto. [N.B.: l'Arciprete de Milato, nato il 2 Novembre 1769, morirà il 17 ottobre 1849] Ivi giunti vi stava a far visita il Sig. Giudice Istruttore di questo Distretto di unità al di lui Cancelliere venuti qui per istruire processi. Il prelodato Arciprete ci ha esposto quanto segue in presenza anche dei sudetti Impiegati: che una persona si è recata da lui, e sotto il sugello della Sacramentale confessione, avendogli consegnata la chiave del Corpo di Guardia gli aveva riferito, che nel detto locale si trovano depositati i due quadri esprimenti l'effigie delle Loro Maestà il Re, e la Regina (D. G.) Di non esser vero quello che si voleva far credere, di essere state cioè lacerate le dette effigie; ma che sono state sempre conservate intatte, e tenute in custodia per vedute particolari. Il detto Arciprete ci ha soggiunto, che per dimostrare la identità dei quadri, le cornici contengono ciascuno due catenelle, come lo erano prima della rimozione, che servivano per tenere soppesi i quadri in parola. Che le cornici, che sono state presentate precedentemente al Regio Giudice del Circondario, sono diverse da quelle che contengono l'effigie delle prelodate Maestà.

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Che a dimostrare questa diversità le cornici presentate al Giudice contengono una sola catenella per ciascheduna, e non già due. Dopo di ciò ci ha consegnato la chiave del detto Corpo di Guardia, per verificarne l'esposto, ad oggetto di rimanere smentite le calunniose imputazioni che si vogliono far credere, per danneggiare gl'innocenti = Di tutto ne abbiamo redatto il presente verbale, che viene firmato dal prelodato Sig. Arciprete, e da noi Sindaco = Pasquale Arciprete de Milato = Il Sindaco A. G. Carlucci = Vi stanno impressi i sugelli della parrocchia e del Comune. Copia Ec. L'anno mille ottocento quarantotto il giorno ventisette del mese di Settembre in Carovigno. [27 Settembre 1848] Noi Andrea Gennaro Carlucci Sindaco del Comune di Carovigno, assistiti dal nostro Cancelliere Comunale Notar D. Domenico de Mola, volendo proseguire le nostre operazioni di verifica in esito di quanto ci è stato manifestato da questo Reverendo Arciprete, giusta la di sopra fatta dichiarazione dello stesso, di unità ai Sig. Sacerdote D. Emilio Spagnolo, D. Vincenzo Carlucci Secondo Tenente della Guardia Nazionale, D. Giuseppe Brandi e D. Samuele de Vita anche Guardie Nazionali, che noi abbiamo richiesti per testimonii, e tutti insieme ci siamo recati al locale del Corpo di Guardia, la di cui porta è stata aperta con quella chiave consegnataci dall'Arciprete; ed entrati tutti vi abbiamo rinvenuti i due quadri di che si fa parola nel verbale precedente; depositati su di una panca adattati l'uno su l'altro, e presi gli abbiamo esaminati attentamente, polverati e aspersi di escrementi di mosche sulle lastre, e cornici; ma l'effigie delle LL. Maestà pure ed intatte, e perfettamente corrispondenti nel loro nesso, e che sono queste stesse ch'erano affisse in detto luogo, per avere verificati che messi in faccia al muro, ove precedentemente stavano si sono osservati combaziando perfettamente all'antica impressione del muro, e le due catenelle corrispondenti perfettamente ai chiodi che li tenevano sospesi; ciocchè ci ha fatto convincere maggiormente che sono quelli stessi quadri che vi esistevano prima; e così i quadri stessi sono stati rimessi, e soppesi come prima Di tutto ciò ne abbiamo formato il presente verbale, che viene da tutti sottoscritto = Samuele de Vita Testimonio = Il Sacerdote Emilio Spagnolo Testimonio = Vincenzo Carlucci 2° Tenente Testimonio = Giuseppe Brandi Testimonio = Il Sindaco A. G. Carlucci - Il Cancelliere Notar Domenico de Mola. Copia Ec. In Continuazione. Noi sudetto Sindaco, Cancelliere, e Testimoni, ci siamo conferiti su questo locale della Cancelleria Comunale, ad oggetto di continuare le ultime nostre verifiche di che è parola di sopra, e qui giunti nella terza stanza di detta Cancelleria, abbiamo ritrovato adaggiati su di una scansia due altre cornici con corrispondenti lastre, senza effigie alcune, le quali furono qui depositate per ordine del Giudice Regio del Circondario. Le stesse attentamente esaminate offrono una similitudine a quelle trovate nel locale della Guardia, diversificano solamente in una piccola differenza che vi si osserva nelle di loro fascie, per essere queste ultime più strette di quelle, e per essere ancora una sola piastrina per ogni cornice di rame, da servire per tenerle sospese. Di tutto ciò ne abbiamo redatto il presente, che si è firmato come si vede = Samuele de Vita Testimonio = Il Sacerdote Emilio Spagnolo Testimonio = Vincenzo Carlucci Secondo Tenente Testimonio = Giuseppe Brandi Testimonio = Il Sindaco A. G. Carlucci = Il Cancelliere Domenico de Mola. Vi stà impresso il sugello comunale. Per copia conforme Carovigno 28 settembre 1848 Il Cancelliere Comunale Domenico de Mola Visto

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Il Sindaco A.G. Carlucci *§* Il 2 Ottobre 1848, in Brindisi. Il Sottintendente del Distretto di Brindisi invia la nota n. 691, "Riservata e pressante", al Regio Giudice del Circondario di SanVito. Signor Regio Giudice Di replica al suo rapporto del 25 del p°p° Settembre, N.° 334, le dico, che al Sindaco di Carovigno, ho diretto, in giornata sotto il N.° 690, un mio officio, che consiste ai seguenti termini: "Signore = Di replica al suo rapporto del 28, del decorso Settembre, N.° 614, le dico ch'Ella male si è avvisata procedere sull'assunto, quando, intorno alla eccedenza criminosa che dicesi di avere avuto luogo in codesto Comune, si trova il Signor Regio Giudice del Circondario che procede alla corrispondente istruzione. E perchè Signor Regio Giudice Ella sia intesa dell'oggetto che ha dato luogo al trascritto mio Officio, io le trasmetto, quì uniti in copie conformi, il relativo rapporto del detto Sindaco di Carovigno, ed il Verbale in esso acchiuso, che, non saprei quanto possa valere in linea di Giustizia, e nelle vedute di Polizia. Intanto le raccomando Signor Regio Giudice, a procedere con tutta saggezza, zelo, e sollecitudine, nella istruzione di risulta, e prendere nella dovuta considerazione quello si trova eseguito dal ripetuto Sindaco di Carovigno, onde venirsi a capo della verità ed ottenersi la conoscienza dell'autore, o degli autori dell'eccedenza criminosa, che dicesi avvenuta in quel Comune, sebbene pare che si vogliono fare smarrire le file del procedimento. Però la Giustizia saprà conoscere, con la istruzione, il fine per cui il tale Giuseppe Prete voleva consegnare i quadri delle LL. MM., il Re e la Regina, sforniti di Effigie, che si dicevano appartenere al Corpo di Guardia della cessata Urbana; quello che disse il Sindaco di Carovigno con il rapporto del 17 di Settembre ultimo, N.° 595, inserito nel mio Officio del 20 di quel mese, N.° 675, a Lei diretto; ciò che ha praticato lo stesso Funzionario, come dall'altro rapporto del 28 del p°p° mese, N.° 614 che si trova, quì unito, in copia conforme; la circostanza che la chiave della Porta del Corpo di Guardia non si è trovata nelle mani del Capo del Corpo di Guardia della Forza Pubblica, e del Sindaco; ed in ultimo le altre circostanze intorno ai sostegni dei quadri, al legname delle cornici di essi, ed alle effigie delle LL.MM., che si possono verificare con gli altri simili quadri, di cui furono per lo addietro forniti i Corpi di Guardia della cessata Urbana in tutt'i Comuni della Provincia. Pel Sotto Intendente Il Consigliere Distrettuale Palma Ai fini del riscontro dei nn. di protocollo della corrispondenza intercorsa tra il Sindaco di Carovigno e il Sottintendente di Brindisi, trascriviamo la nota n. 614 dell'Amministrazione di Carovigno, unitamente alle relative copie conformi. (Copia Ecc.) Amministrazione Comunale di Carovigno N.° 614 Carovigno 28 Settembre 1848. Signore = In continuazione di quanto le rassegnai con apposito mio riportato rapporto in data de' 19 volgente mese, N. 595., mi dò l'onore parteciparle che in data di oggi stesso sotto il N.° 617, ho diretto al Signor Regio Giudice di questo Circondario un rapporto del tenor seguente = <<Signore Ieri fui con premura chiamato in casa di questo Reverendo Arciprete per un affare, come mi narrò il messo, di somma premura. Colà giunto vi trovai il Giudice Istruttore Sig. Gentile col di lui Cancelliere che faceva visita. L'Arciprete mi fè manifesto, che i quadri delle Loro Maestà, che esistevano nel locale di questa Guardia Nazionale, non era vero che l'effigie fossero state amosse, e lacerate. Che una persona si era recata da lui, e sotto il sugello della Sacramentale Confessione gli aveva ciò manifestato, e nell'esibirgli la chiave della porta del suddetto

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locale, gli soggiungeva che i quadri identici con l'effigie corrispondenti erano stati conservati intatti, e tenuti in custodia per vedute particolari. Che erano tutt'ora esistenti nel locale della Guardia, ove erano stati trasportati. Nel consegnarmi la chiave mi soggiungeva per convalidare che i quadri in parola erano quelli che esistevano prima nella Guardia, che le cornici corrispondenti contenevano due catenelle per tenerle soppesi, e quelle che vennero in Cancelleria e che non furono ricevute, e posteriormente a Lei presentati in casa dei Sig.ri de Mola, contenevano una sola catenella. Che per accertare tutto l'occorrente, vi era d'uopo verificare questi estremi. Quindi in esito di questa dichiarazione dell'Arciprete non ho mancato liquidare il tutto, rediggendone corrispondente verbale, di cui mi fò il dovere inviarvele copia legale; nell'intelligenza che con questa data istessa ne dò comunicazione al Signor Sotto Intendente del Distretto, cui rimetto un'altra copia consimile dello stesso Verbale di verifica>>. Mi affretto perciò, e mi dò l'onore confogliarle altra copia del Verbale di che è parola di sopra, onde mettersi in chiaro della vera posizione di questo affare. Il Sindaco = A. G. Carlucci. (Copia ecc.) [27 settembre 1848] L'anno mille ottocento quarantotto, il giorno ventisette del mese di Settembre, in Carovigno. Noi Andrea Gennaro Carlucci Sindaco del Comune di Carovigno, essendo stati premurosamente richiesti da questo Reverendo Arciprete Sig. de Milato, ci siamo conferiti alla di costui abitazione, stante che lo stesso si trovava cronicamente in letto. Ivi giunti vi stava a far visita il Signor Giudice Istruttore di questo Distretto, di unità {insieme} al di lui Cancelliere, venuti qui per istruire processi. Il prelodato Arciprete ha esposto quanto segue in presenza de' predetti impiegati; che una persona si è recata da lui, e sotto il sugello della sacramentale confessione, avendogli consegnata la chiave del corpo di Guardia, gli aveva riferito che nel detto locale si trovano depositati i due quadri esprimenti l'effigie delle Loro Maestà il Re e la Regina (D.G.). Di non essere vero quello che si voleva far credere di essere state cioè lacerate le dette effigie; ma che sono state sempre conservate intatte, e tenute in custodia per vedute particolari. Il detto Arciprete ci ha soggiunto, che per dimostrare la identità dei quadri, le cornici contengono ciascuna due catenelle, come lo erano prima della rimozione, che servivano per tener sospesi i quadri in parola. Che le cornici, che sono state presentate precedentemente al Regio Giudice del Circondario, sono diverse da quelle che contengono l'effigie delle prelodate Maestà. Che addimostrare questa diversità, le cornici presentate al Giudice, contengono una sola catenella per ciascheduna e non già due. Dopo di ciò ci ha consegnato la chiave del detto Corpo di Guardia, per verificarne l'esposto, ad oggetto di ricevere smentite le calunniose imputazioni, che si vogliono far credere per danneggiare gl'innocenti. Di tutto ne abbiamo redatto il presente verbale che viene firmato dal prelodato Sig. Arciprete e da noi Sindaco Pasquale Arciprete de Milato. Il Sindaco A. G. Carlucci. Vi stanno impressi i sugelli della Parrocchia e del Comune. [27 settembre 1848] Copia ecc. L'anno 1848, il giorno ventisette del mese di Settembre in Carovigno. Noi Andrea Gennaro Carlucci Sindaco del Comune di Carovigno, assistiti dal nostro Cancelliere Comunale Notar D. Domenico de Mola, volendo proseguire le nostre operazioni di verifica in esito di quanto ci è stato manifestato da questo Reverendo Arciprete, giusta la di sopra fatta dichiarazione dello stesso, di unità ai Signori Sacerdote D. Emilio Spagnolo, D. Vincenzo Carlucci secondo tenente della Guardia Nazionale, D. Giuseppe Brandi, e D. Samuele de Vita anche Guardie Nazionali, che noi abbiamo richiesti per testimoni, e tutti insieme ci siamo recati al locale del Corpo di Guardia, la di cui porta è stata aperta con questa chiave consegnataci dall'Arciprete; ed entrati tutti vi abbiamo rinvenuti i due quadri di che si fa parola nel verbale precedente; depositati sù di una panca adattati l'uno sù l'altro, e presi gli abbiamo esaminati attentamente, polverati ed aspersi di escrementi di mosche sulle lastre e cornici, ma l'effigie delle Loro Maestà sacre ed intatte e perfettamente corrispondenti nel loro nesso e che sono quelle stesse che erano affisse in detto luogo per avere verificati che messi in faccia al muro, ove precedentemente stavano, si sono osservati combagiando perfettamente all'antica impressione del muro, e le due catenelle corrispondenti perfettamente ai chiodi che si tenevano soppesi, ciocchè ci ha fatto convincere maggiormente, che sono quelli stessi quadri che vi esistevano prima, e così i quadri stessi si sono rimessi a soppesi come prima. Di tutto ciò ne abbiamo formato il seguente verbale, che viene da tutti sottoscritto Samuele De Vita Testimone - Il Sacerdote Emilio Spagnolo Testimone - Vincenzo Carlucci secondo Tenente Testimone Giuseppe Brandi Testimone - Il Sindaco A.G. Carlucci - Il Cancelliere Domenico de Mola. Copia ecc. In Continuazione Noi predetto Sindaco, Cancelliere e Testimoni ci siamo conferiti su questo locale della Cancelleria Comunale ad oggetto di continuare le ultime nostre verifiche di che è parola di sopra, e qui giunti nella terza stanza di detta Cancelleria, abbiamo ritrovate adagiate su di una scansia due altre cornici con corrispondenti lastre, senza effigie alcuna, le quali furono qui depositate per ordine del Giudice Regio del Circondario. Le stesse attentamente esaminate offrono una similitudine a quelle trovate nel locale della Guardia; diversificano solamente in una piccola differenza che vi si osserva nelle di loro fascie, per essere queste ultime più strette di quelle, e per esservi ancora una sola piastrina per ogni cornice, di rame, da servirle per tenerle sospese. Di tutto ciò ne abbiamo formato il presente, che si è firmato come si vede - Samuele de Vita Testimone - Il Sacerdote Emilio Spagnolo Testimone -

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Vincenzo Carlucci 2° Tenente Testimone - Giuseppe Brandi Testimone - Il Sindaco A. G. Carlucci - Il Cancelliere Domenico de Mola. Vi stà impresso i sugello comunale. Per copia conforme. Carovigno li 28 Settembre 1848. Il Cancelliere Comunale N. Domenico de Mola. Visto Il Sindaco A. G. Carlucci. Per copia conforme. Brindisi 2 ottobre 1848 Il Segretario della Sotto Intendenza Michele Bruni Visto del Sotto Intendente Il Consigliere Distrettuale Stef.° Balnea *§*

Il 26 Novembre 1848, Salvatore Morelli, cassato dalla lista della Guardia Nazionale di Carovigno, si rivolge supplichevole al Ministro degli Affari Interni. Eccellenza Nell'umiliarle una copia dei miei quadri storici su Brindisi, domandandole anticipatamente scusa della povertà dei pensieri e delle mende tipografiche, sento il dovere annunziarle il mio dolore per quella prudenziale misura di V.a E.a che mi cassa dalla lista della Guardia Nazionale di Carovigno, privandomi di un dritto concesso dalla Costituzione ad ogni onesto cittadino, sull'appoggio d'una calunniosa denuncia che mi attribuisce dell'eccedenze contro la persona del Re. Se mi sentissi reo, Eccellenza, non verrei a fronte alta a discolparmi dinanzi da Lei; ma sapendo essere questa calunnia inventata da chi, incapace a trovar via onesta e virtuosa, vuol meritare col disdoro del simile la grazia del Governo, produco in attestato della mia lealtà nell'andamento sociale gl'incorruttibili testimoni di ogni uomo, cioè la propria coscienza, Iddio ed il popolo La coscienza è rivelata nei miei lavori intellettuali; Iddio è riflesso nella moralità delle mie azioni, che non furono mai soggette a penalità; il popolo è vivente e la sua voce potrebbe ben dichiararle gli sforzi da me fatti nelle passate emergenze del 15 Maggio, onde camparlo dall'atto violento d'impossessarsi dei Fondi demaniali, di far man bassa sulla cassa della Fondiaria e sui balzelli Comunali, insinuando nella sua mente principii conformi alle leggi che ci governano ed alla dignità d'un popolo libero - questo mio operato espresso alle autorità superiori della provincia, Ella potrebbe anche rilevarlo dai vari rapporti spediti all'uopo dagli Ufficiali di Carovigno. Spero quindi che dopo la esposizione di cotali fatti parlanti V.a E.a voglia francare i miei 23 anni da un processo che li minaccia, e che piuttosto tenendo riguardo all'infaticabile desiderio di rendermi utile coll'intelligenza alla società ed allo Stato, voglia darmi quell'incoraggiamento che la gioventù generosa si attende dalla nuova era. Dall'umanità di V.a E.a non si può avere che del bene, epperò che con tutta la Fiducia me lo attendo e l'avrò caro, come mi è cara l'esistenza onorata cui deve servire. Lecce 26 Novembre 1848 Sono di V.a. E.a mo Dev. obb.mo Servitore Salvatore Morelli *§* Il 15 Dicembre 1848, il Regio Giudice di San Vito emette il mandato d'arresto a carico di Salvatore Morelli, "imputato di diversi fatti ingiuriosi contro le sacre persone del Re e la Regina, per infrangimento delle immagini delle prelodate Maestà Loro". L'ordine viene eseguito il 14 Gennaio 1849, in Lecce. "L'anno mille ottocento quarantanove, il giorno quattordici Gennaio, a circa le ore ventiquattro in Lecce. Noi Raffaele D'Ursi, Pasquale Ricciardi, e Giovanni Santoro Guardie di Pubblica Sicurezza appartenenti alla suddetta Compagnia, avendo ricevuto dal Signor 1° Tenente D. Luigi Cappelloni Comandante la stessa, incarico di ricercare ed arrestare D. Salvatore Morelli di Carovigno, ch'erasi ricoverato in questo Capoluogo perchè imputato di diversi fatti ingiuriosi contro le sacre persone del Re e la Regina, ed infrangimento delle immagini delle prelodate

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Maestà Loro, giusto il mandato rilasciato dal Regio Giudice di S. Vito, in data del 15 Decembre scorso, postoci in giro pel di lui rinvenimento ci è riuscito trovarlo nella Farmacia del Sig. D. Pasquale Greco nelle vicinanze di questo Vescovado; quindi dopo avergli manifestato l'oggetto dell'imputazione l'abbiamo in nome del Re arrestato e tradotto in queste Centrali, consegnandolo al Custode da cui ne abbiam esatto analogo ricevo. Fatto e chiuso il giorno mese ed anno come sopra. Giovanni Santoro Pasquale Ricciardi Guardia illetterato Raffaele D'Urso Guardia di 1a Classe Visto Il Comandante la Compagnia Luigi Cappelloni 1° Ten. *§* In ordine a siffatto arresto, l'avv. Nicola del Prete, il 15 Gennaio 1849, scrive al Presidente, al Giudice e al Procuratore della Gran Corte Criminale di Lecce. Signori Salvatore Morelli espone alle Signorie Loro che egli in data del 13 corrente mese avvanzò domanda di presentazione con modo esterno di custodia per voluta imputazione d'infrangimento dell'effigie del Re e della Regina. Intanto mentre in buona fede tratteneasi quì per l'oggetto, con sorpresa si vide arrestato ieri sera dalla Guardia di pubblica sicurezza, la quale asserivasi portatrice di un mandato di deposito spedito dal giudice inquisitore. Stante ciò implora il supplicante dalla giustizia delle Signorie Loro abilitarlo subito dal carcere accordandogli il chiesto salvacondotto colla prima domanda, acciò potesse adempire alla volontaria presentazione. Tanto spera e l'avrà Lecce 15 Gennaio 1849 Nicola del Prete Il giorno stesso, 15 Gennaio 1848, il Pubblico Ministero: Veduti gli atti; Veduta la requisitoria del 9 Gennaio 1849, fol. 123; Veduta la domanda di Salvatore Morelli avanzata nel di 13 volgente mese, colla quale trovavasi di aver chiesto di essere ammesso a presentazione fuori carcere; Veduto il verbale dell'arresto eseguito su persona del detto Morelli nel giorno 14 corrente mese; Veduta la novella domanda fatta a nome dello stesso Morelli colla quale chiede esser messo fuori carcere; Veduto il Real Decreto del 1° Ott. 1831, e l'art.° 130 di procedura penale; Poiché il suddetto Morelli era in buona fede per la già nostra ammissione a presentazione; Chiede che nel decidersi sulla requisitoria del 9 Gennaio fol. 123, si abiliti dal carcere il suddetto Salvatore Morelli sotto un istesso modo di custodia previo però l'interrogatori del medesimo da riceversi dal Giudice Commissario Il Proc.e G.le F. Chieco [A margine sx, in basso:] Sulle uniformi conclusioni del P. M. si ammetta, nel mandato per la Cassa della

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Giustizia prescritta cauzione di d.i 20. Libetta / Tommasi / Morelli / Monticelli / Corano Il 18 Gennaio 1849, le decisioni della Gran Corte Criminale di Lecce. La Gran Corte Criminale di Terra di Otranto composta da' Signori Libetta Presidente, Monticelli, de Tomasi, Morelli, Corona Giudici, Chieco Procuratore Generale del Re, assistita dal Cancelliere Sig. Luciani; Visti gli atti a carico di 1. D. Francesco Filomena 2. D. Salvatore Morelli 3. D. Lorenzo Brandi 4. D. Luciano Saponaro 5. D. Renato Carlucci - di Carovigno IMPUTATI D'infrangimento per solo disprezzo delle Immagini delle LL. MM. il Re e la Regina, gloriosamente regnanti ed altro; Vista la requisitoria del P.° M.° del dì 9 andante, con la quale ha chiesto spedirsi mandato di arresto contra i suddetti imputati; Vista la dimanda di Salvatore Morelli del dì 13 andante per essere ammesso a presentazione fuori carcere; Visto il verbale dello arresto eseguito in persona del d.° Morelli; Vista l'altra dimanda dello stesso Morelli, colla quale chiede essere messo fuori carcere; Vista l'altra requisitoria del P.° M.° in data de' 15 andante, con cui chiede che nel decidersi sulla requisitoria del 9 Gennaio fol. 123, si abiliti dal carcere il suddetto Salvatore Morelli, sotto un esteriore modo di custodia, previo però l'interrogatorio del medesimo a riceversi da Giudice Commissario; Inteso il rapporto del Sig. Giudice Corona Com.°; Inteso il P.° M.°, che si è rimesso alle suddette requisitorie, e si è appartato; Attesocché sufficienti pruove di reità colpiscono i suddetti imputati sul fatto di cui è parola; Attesocché il suddetto Morelli nel tempo del suo arresto era già in buona fede per la chiesta ammessione a presentazione; Visto il Real Decreto del I° Ott. 1832; Facendo dritto alle requisitorie del del P.° M.°; A voti unanimi Ordina che si spedisca mandato di arresto contro ai suddetti Filomena, Morelli, Brandi, Saponaro e Carlucci, e ordina inoltre che Salvatore Morelli sia abilitato dal carcere sottomettendosi al mandato per la residenza di questa G. Corte, con l'obbligo di non uscire dai confini di questo Comune, e con la condizione di trattenersi nel palazzo di giustizia in tutti i giorni e durante il tempo in cui la G. Corte si regge, previa cauzione di ducati venti. Lecce diciotto Gennaio 1849 G.C. Libetta F. Corona Monticelli Morelli De Tomasi Sig. Corona *§* In merito alla cauzione di 20 ducati, Salvatore Morelli, il 20 Gennaio 1849, rivolge la presente supplica al Presidente e ai Giudici della G. C. Criminale di Lecce:

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Signori Orfano in questa città dei miei genitori, i soli da cui potrei sperarmi la cauzione de' venti ducati richiesta dalla Corte ond'essere agevolato con un mezzo esterno di custodia, né potendola ottenere se non dopo lunghi giorni a scapito dell'esistenza, che ritiene come elemento vitale la libertà, supplico la Corte rimaner contenta della firma di un negoziante mezzo anche idoneo a secondare i suoi voti, ed a rendere men trista la condizione di un detenuto. Lecce 20 Gennaio 1849 [A margine sx in basso:] Il Supplicante o 20 Gen. 49 Salvatore Morelli Si abiliti, dietro il rilascio di un viglietto di deposito del valore di d.i venti firmato da un negoziante del posto Libetta Monticelli Corona Lo stesso giorno, 20 Gennaio 1849, la G. C. Criminale di Lecce accoglie favorevolmente la suddetta richiesta. "La Gran Corte Criminale della Provincia di Terra di Otranto, riunita nella Camera di Consiglio coll'intervento dei Signori Libetta Presidente, Monticelli, Corona Giud.i, Chieco Procuratore Generale del Re, assistita dal Cancelliere Sig. Luciani; Visti gli atti a carico fra gli altri di D. Salvatore Morelli di Carovigno, imputato d'infrangimento delle immagini delle LL. MM. il Re e la Regina; Vista la dimanda del detto Morelli tendente a sostituire alla cauzione un biglietto di pubblico negoziante; Inteso il rapporto del Signor Giudice Corona Commissario; Inteso il P. M. affermativamente; Attesocchè lo scopo medesimo si ottiene col viglietto di deposito offerto dal Sud.° Morelli; A VOTI UNIFORMI Ordina che il ridetto Morelli si abiliti dietro il rilascio di un viglietto di deposito del valore di ducati venti firmato da un negoziante del paese. Lecce venti Gennajo 1849 G.C. Libetta V. Corona Monticelli Luciani Ecco la dichiarazione, resa il 20 Gennaio 1849, dal Sig. Carlo Cota, negoziante leccese. Dichiaro io quì sottoscritto pubblico negoziante della Città di Lecce tenere in deposito ducati venti che il Sig. D. Michele Piccinni ha vergato nelle mie mani ad oggetto di servire per cauzione giudiziaria ordinata dalla Gran Corte Criminale di Lecce perché il Sig. D. Salvatore Morelli potesse ottenere la escarcerazione mediane mandato per la residenza della detta Gran Corte coll'obbligo della detta cauzione di ducati venti. E io medesimo sottoscritto depositario mi obbligo pagare i detti ducati venti ad ogni ordine della Gran Corte Criminale anzidetta. Lecce li venti Gennaro 1849 Carlo Cota Il 22 Gennaio 1849, Morelli viene condotto al cospetto del Canc. Luciani.

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Nella Cancelleria della G. Corte Criminale di Terra d'Otranto, ed innanzi a me Cancelliere, fatto estrarre dalle prigioni è stato tradotto libero dai legami il detenuto D. Salvatore Morelli, di Casimiro, legale di Carovigno, il quale in virtù della deliberazione della G. Corte suddetta del dì 18 corrente mese, ha accettato l'ingiunto mandato per la residenza della Gran Corte, coll'obbligo di non uscire dai confini di questo Comune, e con la condizione di trattenersi nel palazzo di giustizia in tutti i giorni e durante il tempo in cui la G. Corte li regge; ed in virtù dell'altra deliberazione di detta G. Corte de' 20 d.° mese ha esibito un biglietto di deposito di ducati venti del negoziante di Lecce D. Carlo Cota per la cauzione ordinata colla deliberazione predetta de' 18 corrente mese. Datagli lettura di questo atto lo ha confermato e sottoscritto. Salvatore Morelli G.Luciani Il 24 Gennaio 1849, Morelli è interrogato dal Giudice Francesco Corona. Innanzi a noi Francesco Corona Giudice Commissario della Gran Corte Criminale di Terra d'Otranto Comm.°, assistito dal Comm.° gl.° Sig. Monti Fatto presentare il sottoposto al mandato per la residenza di detta G. Corte D. Salvatore Morelli, lo abbiamo interrogato come segue: Richiesto delle sue qualità personali, ha detto chiamarsi: Salvatore Morelli di Casimiro di anni 24, legale di Carovigno, Celibe. Avvertito di essere imputato d'infrangimento per solo disprezzo delle immagini di LL. MM. il Re e la Regina sistenti nel Corpo di Guardia di Carovigno in una notte di Giugno o Luglio ultimi; di eccedenze con ingiurie e con fatti pubblici contro la Maestà del Re con fine di spargere il malcontento contro del Governo, e dimandato analogamente: Ha risposto che nulla conosce della frattura de' quadri, ma pensando che questa mala voce sia uscita ad oggetto di accagionarlo di una illegalità offre come mezzo da contradire detta voce alcune opericciuole pubblicate nelle quali evvi la rivelazione della sua coscienza in ordine ai fatti che gli si appongono; ed essendo le medesime di ragione pubblica; e reperibili ovunque, si dispensa perciò dal depositarle e farle unire al processo, comunque avessero detto di sopra di offrirle. In quanto alle eccedenze ha risposto che non ha mai inteso di rendersi refrattario e alle Leggi, ed al rispetto dovuto alla Maestà del Re, cui dedicò la sua opera intitolata Brindisi e Ferdinando Secondo - resa anche di pubblica ragione. Quindi ha conchiuso, che quanto gli si addebita non è se non l'effetto della calunnia e dell'invidia, non che la manifestazione dell'animosità del Giudice Istruttore Sig. Pistilli, il quale a fine di inquirere contro di esso dichiarante ha torturato i testimoni per più giorni, come si potrà contestare da Cataldo Cretì, Francesco Bagnulo, ed altri, che non ricorda. Datagli lettura vi ha persistito e sottoscritto Salvatore Morelli V. Corona G. Monti Il 29 Gennaio 1849, Morelli, a integrazione di quanto dichiarato nel precedente interrogatorio [24 Gennaio 1849], si rivolge supplichevole al Presidente e ai Giudici della G. C. Criminale di Lecce. Signori Ad oggetto di esplicare sempreppiù il fatto della mia innocenza in ordine alle imputazioni indossatemi di avere cioè lacerato le effigie delle LL. MM., di avere sparato contro di esse, e da ultimo di aver pronunziate parole offensive ad oggetto di spargere il malumore contro il governo, in continuazione del mio interrogatorio del giorno ... [24] Gennaio, prego le Signorie Loro ammettere:

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1° Che si ascoltino per testimonii D. Giuseppe Cavallo, D. Giuseppe D'Adamo, D. Salvatore Carlucci 1° Eletto, Teodoro Francioso, Pietro Santoro, Cataldo Cretì, Giovanni Mele, Mastro Donato il Muratore, i quali essendosi trovati in quelle sere, ed in quei giorni nel luogo della esecuzione dei voluti nostri reati, ed avendo frequentato abitualmente con esso meco il Corpo di Guardia, saran chiamati a dichiarare se mi àn visto mai lacerare le effigie delle LL. MM. e se ànno udito pronunziar le parole offensive contro il Governo di che vengo imputato, ed in fine se mi àn mai visto impugnare il fucile e sparare contro le Reali Effigie. Sieno in oltre domandati se i fucili che erano nella guardia e dei quali facevamo uso, aveano la capacità di sparare oppure mancanti di scorde, pieni di ruggine e tutti disordinati erano inatti a qualunque servigio. 2° Che sieno interrogati D. Vincenzo Carlucci, D. Giuseppe Bruni, D. Domenico Brandi, se eravi ordine nel prestare il servizio oppure eseguito disordinatamente [,] rimanea il Corpo di Guardia per più giorni aperto nel demanio di chi vi solea entrare. Se le effigie mancarono dopo che Ciccio Saverio Lotti abusivamente ne trasportò i quadri in sua casa, come preventivamente ne avea involato un fucile ad oggetto di far cadere su di noi la responsabilità. 3° S'interroghino D. Giuseppe Cavallo, Teodoro Francioso, D. Giuseppe D'Adamo Cavallo se è vero che essi presenti avessimo eretto un Tribunale per giudicare il Re. 4° E da ultimo s'interroghino Pasquale Santoro, Giuseppe Maria Carlucci, Rosaria Iaia e D. Salvatore Leo, i quali avendo sempre aperte le loro officine in pubblica piazza dicano se mai ci àn visto trascinare in segno di disprezzo le cornici dalla casina al Corpo di Guardia. Anzi onde si accerti la giustizia della purezza delle mie intenzioni dimando che per testimoniare i felici effetti de' miei consigli sparsi per sedare la ribellione avvenuta nella ricorrenza della organizzazione della Guardia Nazionale e quella agitata per gli efimeri cinquecento ducati che si dissero mangiati dal Decurionato e sul non doversi più pagare le imposte sieno intesi Don Vito Innocenzio Magli, D. Giuseppe Trisolini, D. Bellisario Filomena, e Don Gregorio Faraone Azzarito. Spero che la Corte consenta ad un leale cittadino il dritto di smentire i calunniosi attacchi che la viltà vuol improntare sull'onestà de' suoi principii. Lecce 29 Gennaio 1849 Il Supplicante Salvatore Morelli *§* Interrompiamo la trascrizione degli atti afferenti, stricto sensu, il processo a carico di Morelli, e rivolgiamo la nostra attenzione agli atti che ci illuminano su quanto dallo stesso dichiarato nella supplica di cui sopra (da me sottolineato in grassetto), al fine anche di avere cognizione di causa del contesto sociale, civile e amministrativo, problematico e complesso, nel quale hanno luogo le cosiddette eccedenze criminose, imputate a Morelli & alii. Innanzi tutto, la Guardia Nazionale, istituzione e scioglimento; e poi il tentativo di guerra civile.

1.4.1. La Guardia Nazionale. Il 13 Marzo 1848, Ferdinando II firma la "(N.° 91) Legge organica provvisoria per la istituzione della Guardia Nazionale", della quale si riportano gli articoli aventi attinenza con il processo a carico di Morelli & alii. TITOLO PRIMO. Disposizioni generali. ...

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2. Essa sarà composta di tutti i proprietarii, professori, impiegati, capi d'arte e di bottega, agricoltori, ed in generale di tutti coloro che avendo i mezzi di vestirsi a proprie spese, presentino per la loro probità conosciuta sicura guarentigia alla società. ... 7. Le guardie nazionali sono poste sotto l'autorità de' sindaci, de' sottintendenti, degl'Intendenti, e del Ministero dell'interno. TITOLO II. Formazione della Guardia Nazionale. 9. Una Commessione composta di quattro decurioni, preseduta dal sindaco, procederà nel termine improrogabile di otto giorni in ciascun comune alla formazione delle liste di tutti coloro che sono chiamati a far parte della Guardia nazionale. [...] 10. Le liste appena formate saranno affisse al Pubblico. I reclami avverso le liste saranno discussi innanzi al decurionato, e giudicati in grado di appello da' Consigli d'Intendenza. I reclami non avranno effetto sospensivo. Gl'individui notati sulle liste saranno subito formati in sezioni di compagnie, ovvero in compagnie, secondo la proporzione del loro numero, e convocati a scegliere gli uffiziali secondo le forme e ne' modi prescritti negli articoli 23 e seguenti. ... 13. I nomi compresi nelle liste saranno scritti su i registri matricolari di ciascun comune, e di ciascun quartiere della città di Napoli per quelle che ad essa appartengono. 14. Le guardie nazionali saranno formate per sezioni, per compagnie, e per battaglioni. Quando per un comune vi sarà un numero di guardie nazionali minore di ottanta, esse saranno formate in sezione; le compagnie non potranno avere meno di ottanta individui, nè più di dugento. Ne' comuni in cui vi saranno più di quattro compagnie di dugento uomini ognuna, la Guardia Nazionale sarà formata per battaglioni. Quando sarà prescritto da un decreto del Re, le sezioni e le compagnie delle comuni di un distretto si formeranno in battaglioni distrettuali. TITOLO III. Della elezione degli uffiziali e sotto-uffiziali. ... 28. L'elezione degli uffiziali seguirà cominciando dal capitano, e passando successivamente a' gradi inferiori. Essa sarà fatta per iscrutinio segreto ed a maggioranza assoluta dei voti. I sotto-uffiziali ed i caporali saranno nominati a maggioranza relativa. Lo scrutinio sarà fatto dal sindaco, assistito da due decurioni. ... 32. Gli uffiziali, prima di assumere l'esercizio delle loro rispettive funzioni, presteranno in mano de' sindaci il giuramento al Re ed alla Costituzione, secondo la formola prescritta dalla leggi. ... TITOLO IV. Dell'uniforme, delle armi e delle onorificenze. ... 35. Le armi, che il Governo distribuirà alle guardie nazionali, saranno marcate e numerate. Esse saranno registrate presso le comuni ed i quartieri della città di Napoli da' sindaci e dagli eletti, che ne faranno la distribuzione, e si conserverà nelle Direzioni di artiglieria la regolare libretta di consegna. Le guardie nazionali ne sottoscriveranno la ricevuta sul registro nell'atto della consegna. 36. Le armi distribuite dal Governo alle guardie nazionali restano di proprietà dello Stato. Le comuni e le guardie nazionali ne sono responsabili. Il mantenimento delle armi è a carico delle guardie nazionali; le riattazioni per le degradazioni avvenute per cagione di servizio sono a carico del comune, e saranno soggette alle regolari riviste di armi, come ogni altra truppa. ... TITOLO V. Dell'amministrazione

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39. L'amministrazione della Guardia Nazionale si appartiene all'autorità amministrativa e municipale, le spese saranno votate, regolate e sorvegliate come ogni altra spesa comunale. [...] Napoli, il dì 13 di Marzo 1848. Firmato, Ferdinando. [...] Pubblicata in Napoli nel dì 13 di Marzo 1848. in "Collezione delle Leggi e de' Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie. Anno 1848. Semestre I. Da gennajo a tutto giugno. Napoli, Dalla Stamperia Reale. 1848" (pp. 146 e segg. ==> 183/741) - Digitalizzato Google. Giova riportare anche il D.R. di scioglimento della Guardia Nazionale di Carovigno. "(N.° 1055.) Decreto che scioglie le Guardie Nazionali de' comuni di Mesagne e Carovigno. Napoli, 22 Luglio 1849. FERDINANDO II. PER LA GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, DI GERUSALEMME EC. DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO EC. EC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC. EC. EC.

Visto l'art. 67 della Costituzione; Udito il Consiglio de' nostri Ministri Segretarii di Stato; Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue: ART. 1. Le Guardie nazionali de' comuni di Mesagne e Carovigno in Terra d'Otranto sono sciolte. Il Ministro Segretario di Stato dell'interno proporrà alla nostra approvazione i mezzi atti al riordinamento delle stesse. 2. Le armi consegnate a coloro che facevano parte delle indicate Guardie nazionali, saranno immantinenti restituite al Comando delle armi della provincia. Il ritardo alla esecuzione di quest'ordine sarà punito con la severità delle leggi. 3. I nostri Ministri Segretarii di Stato dell'interno, e della guerra e marina sono incaricati della esecuzione del presente decreto. Firmato, FERDINANDO [...] Collezione delle Leggi e de' Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie. Anno 1849. N.° 47, p. 15, in Collezione delle Leggi e de' Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie. Anno 1849. Semestre I. Da gennajo a tutto giugno. Napoli, Dalla Stamperia Reale. 1849. Alla domanda di quanti fossero i membri della Guardia Nazionale di Carovigno, rispondiamo per via deduttiva, correlando l'art. 15. della Legge n. 91/1848, istitutiva della Guardia Nazionale, con il dato concreto dell'essere: - D. Giuseppe Trisolini, Capitano; - D. Giuseppe Cavallo 1° Tenente; - D. Vincenzo Carlucci, 2° Tenente e Decurione. (in Enzo Filomena, 2007, p. 60) Ora, - se il NUMERO TOTALE DI UOMINI, per quanto concerne la COMPAGNIA avente: 1 Capitano + 1 Primo Tenente + 1 Secondo Tenente, secondo la tabella riportata nella suddetta Legge N° 91, è da 80 a 100, o da 100 a 140; - e se, il 13 Aprile 1848, con delibera n. 19, il Decurionato di Carovigno deliberò l'acquisto di 150 fucili con relative baionette, - allora i membri della Guardia Nazionale di Carovigno sono verosimilmente N. 140 Queste le leggi, ora i correlati adempimenti comunali, rinvenuti nel REGISTRO DEGLI ATTI DECURIONALI DEL COMUNE DI CAROVIGNO. [20 Marzo 1848] Deliberazione N.° 16 p. 44 L'anno milleottocentoquarantotto il giorno venti del mese di Marzo in Carovigno. Riunito il Decurionato di numero competente voluto dalle Leggi.

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Il Sindaco presidente ha fatto la seguente proposta: Signori Decurioni L'ultimo Decreto di Sua Maestà (D. G.) della data del 13 corrente mese ed anno, prescrive sotto l'art. 9. di stabilirsi una commissione composta di quattro decurioni preseduta dal Sindaco, per la formazione delle Liste di tutti coloro che son chiamati a far parte della Guardia Nazionale. Invito perciò le SS.LL. a deliberare sull'occorrente, col nominare quattro decurioni che formar debbono la Commissione in parola. Il Decurionato Intesa la proposta del Sig. Sindaco Visto il Real decreto del 13 andante Ad unanimità nomina i Signori Decurioni: D. Costantino Maggi, D. Francesco Saponaro, D. Domenico Brandi e D. Vincenzo Carlucci, che formeranno la Commissione in parola per la formazione della Lista della Guardia Nazionale. E così si è deliberato. Il Sindaco A. G. Carlucci [F.to I Decurioni:] Francesco Saponaro D.e, Alessandro Trisolini D.e, Teodoro de Vita D.e, Costantino Maggi D.e Seg.rio, Domenico Brandi D.e, Innocenzo Magli D.e, Vincenzo Carlucci D.e 11 Aprile 1848] Deliberazione N.° 17 L'anno mille ottocento quarantotto il giorno undici del mese di Aprile in Carovigno. Riunito il Decurionato di numero competente. Il Sindaco presidente ha fatto la seguente proposta: Signori Decurioni A norma del Real Decreto del 13 Marzo p.p. per la elezione degli Uffiziali della Guardia Nazionale di questo Comune, occorre di assicurare due decurioni, che con la mia presenza dovessero attendere allo scrutinio de voti, che andranno a raccogliere da i componenti la Guardia suddetta. Il Decurionato Vista la proposa Vista la Legge sulla Guardia Nazionale Ad unanimità ha nominato i Signori Decurioni: D. Costantino Maggi, D. Innocenzo Magli. Così si è deliberato. Il Sindaco Presidente A. G. Carlucci [F.to I Decurioni:]Vincenzo Carlucci D.e, Luigi Galiano D., Teodoro de Vita decurione, Alessandro Trisolini D.e, Domenico Brandi D.e, Costantino Maggi D.e Sg.rio Praticamente, il 20 Marzo 1848, il Decurionato delibera la nomina dei componenti della Commissione che compilerà le liste dei cittadini chiamati a far parte della Guardia Nazionale. Ai sensi dell'art. 9 della Legge 91/1848, nel termine improrogabile, o meglio, perentorio, di 8 giorni (e cioè entro il 28 Marzo), detta Commissione, presieduta dal Sindaco, procederà alla formazione delle liste di cui trattasi. L'11 Aprile 1848, ai fini degli adempimenti di cui agli art. 10 e 26 e segg., il Decurionato nomina due decurioni, che unitamente al Sindaco, provvederanno allo scrutinio dei voti connessi con l'elezione degli Ufficiali della Guardia Nazionale, appunto, di Carovigno. [13 Aprile 1848]

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Deliberazione N. 19 (pp. 46-48) L'anno mille ottocento quarantotto il giorno tredici del mese di Aprile, in Carovigno, e sulla Casa Comunale. Riunito il Decurionato di numero competente. Il Sindaco ha detto quanto segue. Signori Decurioni Propongo, e dò lettura alla SS. LL. di una autorevole circolare del Sig. Intendente della Prov. de' 13 Marzo ultimo s.° Uff.° 2.° Cart., N.° 666, con cui si prescrive di convocare sollecitamente per deliberare sui fondi che debbono essere inservienti allo acquisto delle armi, delle quali indispensabilmente debbono essere fornite le Guardie Nazionali, vero palladio del nostro Regime Costituzionale; quindi son di parere che per i fondi necessarii in parola per lo acquisto di dette armi, trovandosi la Comune creditrice di quelle di Gallipoli, Uggento, Racale e Taviano nella somma di ducati mille, impronto [contratto del part. pass. improntato: improntare, Dare e Prendere a prestito] effettuato alle stesse per ordine del passato Intendente Marchese della Cerda, che si desse momentaneo, e non realizzato fin ora, non ostanti i replicati solleciti praticati al cessato Intendente Rigilisi, il quale promise, che dai primi introiti delle Comuni debitrici del corrente esercizio 1848, ne avrebbe disposto senza meno di farne effettuare le restituzioni; per cui dovendosi indispensabilmente senza meno esigere un tal vistoso credito, penzo di pregarsi l'ultimo attuale Sig. Intendente Colonna perchè esigendosi tal credito se ne impiegasse una parte necessaria allo acquisto delle armi di che è parola come sopra attesocchè la Cassa Comunale si trova dell'intutto esaurita per tante sottrazioni di crediti litigiosi che sostiene punto avvenuto al passato Cassiere, e vuoti commessi dai Dazieri, esistendovi in pendenza, de' giudizii nel Consiglio d'Intendenza. Invito perciò le SS. LL. a deliberare sull'occorrente. IL DECURIONATO Considerando che la proposta anzidetta del Sindaco merita la massima cura, e pronta esecuzione, dovendosi coll'armamento e costituzione della Guardia Nazionale avere quella forza per mezzo della quale le leggi avessero la loro piena esecuzione; così ritiene di somma premura assegnare i cespiti senza restrizione per lo acquisto de' fucili. Ritenuto che il patrimonio comunale quasi in massima parte è il prodotto de' dazii. Ritenuto che la Cassa Comunale attualmente in pieno deficit, sebbene varii crediti conserva di vistose somme, così all'unanimità delibera di assegnare con cespiti allo acquisto di numero cento cinquanta fucili con bajonette corrispondenti l'armamento della Guardia Nazionale del Comune: 1° La somma di docati mille che a titolo di impronto vistoso fu barbaramente e con fiero assolutismo tolta da questa Cassa Com.e fin dall'anno 1844 con preciso titolo d'impronto a favore de' comuni di Gallipoli, Uggento, Racale e Taviano, e che giammai si sono voluti restituire, non ostante tanti e tanti richiami e domande fatte. 2° Il cespite dipendente da decisione di condanna nella somma di docati 1052 contro l'ex Cassiere Comunale D. Angelo Epifani, a causa di furto che dicesi essergli stato fatto per la quale ha pagato un acconto. 3° Il cespite dell'arretrato dovuto dai passati appaltatori de' dazii Benedetto Carlucci e Ferdinando Lotti, nella cifra presso a poco di Docati mille e cinquecento. E siccome la percezione di tali cespiti dipende esclusivamente dall'energia de' mezzi e poteri del Sig. Intendente e Consiglio d'Intendenza, così sarà de' medesimi poter farsi fare al bisogno giusto il fin qui detto, ed ogni ulteriore trascuratezza impedirebbe darsi esecuzione agl'impulsi ed ai bisogni dell'armamento della Guardia Nazionale. Da ultimo l'intiero Decurionato protesta che farà valere più efficacemente il dritto di pronto incasso de' cespiti predetti, nel caso di ulteriore ritardo, che potrebbe impromettersi. E così si è deliberato e si è passato ad altro. Il Sindaco Presidente F.to A. G. Carlucci

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Alessandro Trisolini DEC. / Domenico Brandi DEC . / Nicola Brancasi DEC. / Teodoro de Vita DEC. / Innocenzo Magli DEC. / Vincenzo Carlucci DEC. [15 aprile 1848] L'anno 18quarantotto il giorno quindici Aprile in Carovigno. A proposta del Sig. Sindaco, il Decurionato unanimemente ha deliberato che, dovendo continuare la elezione degli Uffiziali della Guardia Nazionale, e trovandosi il Decurione D. Innocenzo Magli infermo, ha surrogato al medesimo il decurione D. Domenico Brandi, acciò per lo giorno di dimani, ai sensi dell'art. 26 del Decreto 13 Marzo 1848, *** al Sig. Sindaco nelle operazioni predette. Vincenzo Carlucci Decur.e Il Sindaco Presidente C. G. Carlucci In altre parole, l'elezione degli Ufficiali della Guardia Nazionale di Carovigno, iniziata dopo la nomina (avvenuta il g. 11 Aprile 1848) dei prescritti 2 scrutatori, e interrotta per motivi di salute del decurione D. Innocenzo Magli, continuerà il 16 Aprile 1848. [19 Aprile 1848] Deliberazione N.° 20 L'anno mille ottocentoquarantotto il giorno diciannove del mese di Aprile in Carovigno, e nella Casa Comunale. Riunito il Decurionato di numero competente Il Sindaco Presidente ha detto quanto siegue. Signori Decurioni La Guardia Nazionale unico palladio del nostro risorgimento costituzionale e di difesa per la nostra sicurezza, onde fosse messa in istato da poter tutelare l'ordine pubblico, ed impedire qualunque aggressione, imperiosamente richiede che fosse fornita di munizioni di polvere, e piombo necessaria per ora al bisogno, che si risente; attesocchè l'individui che compongono la Guardia anzidetta, che sono animati di attaccamento all'ordine pubblico si dolgono che si veggono sforniti della munizione suddetta, e che nella occorrenza sono inabilitati ad agire con quel vigore che si richiede; motivo per cui propongo alle SS.LL. di deliberare che fosse somministrata alla guardia quella quantità di polvere e piombo che la di loro sagezza crederà necessaria all'uso occorrente. Il Decurionato Presa in considerazione la proposta, dispone che si fornisce la Guardia Nazionale di rotolo dodici di polvere di prima forte, e rotolo diciotto di piombo in piastra per palle, e delibera prelevarsi la spesa occorrente dal fondo imprevedute fissato sullo Stato Discusso del Corrente esercizio, ed in mancanza dal fondo opere pubbliche. Così si è deliberato, e si è passato ad altro. Il Sindaco Presidente C. G. Carlucci [F.to I Decurioni:] I. Magli D.e / Nicola Brancasi D.e / Francesco Saponaro D.e / Domenico Brandi D.e / Alessandro Trisolini D.e / Teodoro De Vita D.e / Vincenzo Carlucci D.e / Costantino Maggi D.e Seg.rio [19 Aprile 1848] Deliberazione N.° 21 In continuazione del giorno diciannove aprile 1848. Il Sindaco Presidente ha fatto la seguente proposta. Signori Decurioni

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Il Sig. Intendente della provincia con sua circolare in istampa del 14 and.te mese, senza N.°, mi ordina convocare subito le SS. LL. ad oggetto di elegere tra i più notabili cittadini una o più commissioni ad oggetto di promuovere e raccogliere le offerte volontarie in numerario per servire all'armamento ed al mantenimento dell'armata Napolitana in Italia, onde portarsi a termine la nostra indipendenza, e dare compimento alla grande opera della gloria Italiana. Invito perciò le SS.LL. per l'oggetto indicato, a procedere alla nomina di tale Commissione. Il Decurionato Vista la proposta Ha nominato i Sig. D. Vincenzo Andriani Dottore in medicina, Sacerdote D. Giovanni Lanzilotti, D. Giuseppe Cavallo Architetto e D. Raffaele Azzariti, per membri della Commissione ai termini della citata circolare in istampa, della quale il Decurionato ha preso intiera cognizione. E si è passato ad altro. Il Sindaco Presidente A. G. Carlucci [F.to I Decurioni:] I. Magli D.e / Nicola Brancasi D.e / Francesco Saponaro D.e / Domenico Brandi D.e / Alessandro Trisolini D.e / Teodoro De Vita D.e / Vincenzo Carlucci D.e / Costantino Maggi D.e Seg.rio Che dire? Non doveva essere il Governo a distribuire le armi alle guardie nazionali? Invece, su ordine del Sottintendente è il Comune a farsi carico dell'acquisto delle stesse, e anche delle munizioni. Comune, che versava in cattive acque finanziarie, non solo per il credito non esatto di 1000 ducati (somma, su imposizione dell'Intendenza, versata a favore di 4 comuni), ma anche per gli ammanchi, per furto o per altro, verificatisi nelle casse comunali. E per di più gli stessi carovignesi, con offerte volontarie, dovevano provvedere all'armamento e al mantenimento dell'armata napoletana. Appare chiaro sulla base delle deliberazioni decurionali, adottate su disposizioni del sottintendente, come debba essere, se non giustificabile, quanto meno comprensibile dal popolo una aperta ribellione. Ecco ora il Processo n. 22, esistente presso l'Archivio di Stato di Lecce - Processi politici della Gran Corte Criminale di Terra d'Otranto dal 1821 al 1861. Busta n. 229. 1.4.2. Istruzione Criminale relativa al tentativo di guerra civile in Carovigno 2629. PROVINCIA DI TERRA D'OTRANTO Distretto di Brindisi Circondario di S. Vito N.° 32 al Registro de' Misfatti dell'Anno Reg.° 25 fol. 282 N. 32

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ISTRUZIONE CRIMINALE relativa al tentativo di guerra civile tra gli abitanti di una popolazione con incitarli ad armarsi gli uni contro gli altri, avvenuto in Carovigno, la sera degli 8 Agosto 1848. 1. 2. 3. 4. 5.

D. Clemente del Prete D. Beniamino del Prete D. Giovanni del Prete D. Vito Innocenzo Pomes D. Giuseppe Pomes 44


6. Angelo Zurlo 7. Pietro Lanzellotti a.s [alias] Carmellingo 8. Giuseppe Pasquale a.s [alias] azzullo 9. Domenico Zurlo Esposito 10. Salvatore Librato 11. Felice Caliolo 12. Oronzo Caliolo 13. Santo Natale 14. Teodosio Pomes a.s [alias] Cozza 15. Vito Nicola Macelletti 16. Vincenzo Abele Iaja 17. Vito Santoro a.s [alias] Cornacchia 18. Pasquale Lanzellotti Fu Alessandro 19. Salvatore Brandi a.s [alisa] Fagianecchia 20. Pasquale Lanzellotti di Leonardo Ant.° 21. Belisario Pomes 22. Teodoro Molignini 23. Giuseppe Molignini 24. Antonio Zurlo 25. Giuseppe Rondelli 26. Alessio Rondelli 27. Gennaro Leobilla 28. Salvatore Vacca fu Tommaso 29. Demetrio Marinò 30. Giuseppe Maria Barnaba 31. Donatantonio Carlucci di Pietro Tutti di Carovigno. [I] COMPENDIO di fatti e pruove, relative al tentativo di guerra civile, incitata da D. Clemente del Prete tra gli abitanti del Comune di Carovigno nella sera degli 8 Agosto 1848, con cospirazione allo stesso misfatto, ed altri reati che ne dipendono a carico del detto D. Clemente, D. Beniamino, e D. Giovannino figlio, e fratello del primo, D. Vito Innocenzo, e D. Giuseppe Pomes, e contro ad altri, tutti del detto Comune di Carovigno Antico è l'odio della massima parte delle persone notabili di Carovigno contro al loro concittadino D. Clemente del Prete. Pare che ragion positiva non sia lo spirito di partito che nei piccioli paesi sovente spinge ad eccessi, ma la di lui personale condotta. Le narrative costanti che si fanno, le misure di polizia nei diversi tempi prese sul di lui conto, le ricerche sù i Registri penali, la pubblica opinione, menano ad assicurare questa deduzione. Allontanato poi sempre dalle pubbliche cariche, indispettito, si è reso sempreppiù pericoloso. Il tentativo del misfatto in istruzione ripetuto dopo altri simili, dimostra a quale misura può giungere la sua suscettibilità a far male. Egli giungeva a meditare di distruggere i suoi nemici con allarmare contro di quei la bassa gente, per giungervi meditava suggerir alla medesima, in questo tempo di generale miseria e calamità, che il Sindaco, il Decurionato, i Galantuomini sono gli oppressori della plebe, che questi si avevano tra essi divisa la somma di Ducati 500, che S.M., a sollievo dei poveri di quel Comune, si era degnata spedire. Che si dividevano il ritratto delle gabelle e degli altri Dazi comunali. Che questi pesi non dovevano esigersi, e che intanto si facevano pagare ai poveri, e si esentavano i ricchi. Tale calunniose menzogne diffuse tra gente ignorante e male intenzionata, non doveva che ingenerare odio, e vendetta.

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[II] Aveva D. Clemente nel breve giro dei suoi confidenti, un numero da secondare queste sue vedute, e tali erano il suo figlio D. Beniamino, il fratello D. Giovannino, i suoi parenti fratelli Marinò, e nipoti D. Vito Innocenzo e D. Giuseppe Pomes, un tale D. Pasqualino Spagnolo. Nel 2 Aprile di questo anno (giorno di Domenica) si procedeva nella Sala Comunale alla elezione degli Uffiziali della Guardia Nazionale. Gl'Intervenuti non convenivano circa la maniera di votazione. Si accese una controversia per la quale quella riunione si sciolse. Intanto preso argomento dalla dissenzione e dalle grida, uscito da quella Casa il detto D. Pasqualino Spagnolo, incomincia a gridare e bandire, che nella Casa Comunale gli Amministratori, e galantuomini ivi raccolti stavansi dividendo i denari spediti da S. M. e dei Dazi, e così coll'opera unita dei fratelli Marinò, del detto D. Beniamino, e del Fratello D. Giovannino, eccita la più pericolosa rivoluzione per la quale si vide raccolta immensa quantità di gente di ogni strumento armata per assalire la detta Casa Comunale, e fare di tutti quei un'eccidio. Una moltitudine di testimonj intesi dipinge questo fatto con vivezza da spaventare. Intanto fortuna volle che vicino alla Casa Comunale vi fosse la Chiesa, onde essendovi raccolto il Clero ad offiziare, tutto si cacciò fuori ad interporre la sua dignità e preghiere, ad arrestare quell'impeto. Agli 8 giorni da questo primo fatto D. Clemente del Prete coi suoi fratelli D. Albino, e D. Aurelio, passeggiava minaccioso in mezzo la Piazza, e diffondeva le stesse calunniose menzogne, onde faceva temere il ritorno allo stesso pericolo, e come si temeva che proposito tra gli altri fosse di attentare al Botteghino delle gabelle, fu disposta un'apposita sentinella innanzi di quello. Accadeva però nella sera degli otto Agosto che si presentasse a D. Clemente l'occasione più propizia. Verso le ore 23. di quel giorno il padre e figlio Cataldo e Pasquale Cretì attentavano alla persona di Gaetano Pagliara, e per cui questi riportava, per opera del secondo, pericolosa ferita di stile. Il Pagliara era fuggito e si rifugiava nella Casa di Donata Pentassuglia alias Minchiolino, messa in [III] sulla strada detta la Rotonda. D. Clemente, quando gruppo per tale avvenimento si faceva in Piazza, dal portone di D. Ferdinando del Prete unitamente a D. Pasqualino Trisolini, per la piazza si dirigeva, e quella gente, ne dimandava il motivo ai fratelli Pasquale, e Giuseppe Carlucci Menna, che venivangli incontro. Accennato da questo tale avvenimento si risveglia in D. Clemente il demone della sua vendetta: il Trisolini lo lascia, ed egli tutto si occupa per la esecuzione. Medita concitare la masnada, a se devota, contro al Cretì; pensa la grave offesa, anzi la creduta morte data al Pagliara, il mezzo più efficace ad esaltarla, dà a credere a quegl'ignoranti che i protettori di quello la sera lo avrebbero fatto uscire dall'arresto, li sostiene che questi è il fratello di quei, perchè figlio all'appaltatore delle gabelle, esecutore quindi delle oppressioni che la popolazione soffriva, e così passando da questo primo scopo della uccisione di quello, all'altro della distruzione dei suoi nemici, fa a quelli vedere già surto il giorno della loro liberazione. Un'ora circa D. Clemente impiegò a raccogliere, insinuare ed incitare, e dopo avere accesa una moltitudine che a diversi crocchi potè formare in piazza, si recò alla Casa del ferito, per ivi adunare quanti altri tirati dalla compassione eranvi andati. Dovevasi dalla moltitudine assalire il presidio, disarmare gl'individui che lo custodivano e cacciar fuori l'arrestato. Aveva tutti istruiti: che egli fra Loro gli assisterebbe all'azione che stassero [sic] alle sue voci, che quando da lui sentissero parole di pace o amico si mostrasse a chiunque, essi allora avessero incalzati i colpi all'offesa. Per circa tre quarti di ora durò la lutta per la coraggiosa resistenza che dalle Guardie fu opposta, e specialmente dal 1° Tenente D. Giuseppe Cavallo, che accorse alle grida, mentre erasi avviato per lo suo casino. Quei masnadieri diedero di piglio alle pietre per allontanare gli armati dal Presidio, onde vari ne furono feriti. Si agiva, come fu detto per primo scopo per ri

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durre a pezzi il Cretì; ma il fine principale era la rivolta, l'eccidio, il sacco, così si era disposto; queste le voci [IV] nella zuffa, si armava la plebbaglia. Dopo finito l'impeto, la moltitudine non si dimostrò contenta per lo sospetto che il Cretì venisse liberato se non quando vide quello legato. D. Clemente espletò pienamente le sue funzioni, incitando ed approvando e specialmente secondo la istruzione data, ostentando di richiamare alla pace ed all'ordine; ma per le circostanze occorse, pare abbia trasceso da tale proposito. D. Giuseppe Cavallo sentitolo d'incitare gl'impugnava la carabina imponendogli a ritirarsi. Egli ordinava a suo figlio andare a prendere le armi, richieder cartucce, andare a prendere le pistole, come da diversi testimoni vien dichiarato. Attivo similmente nell'azione fu il detto D. Beniamino, e risultano le minacce che manifestava contro al Sindaco, ch'era assente; l'essersi andato a munire ripetutamente di due fucili e pistole da casa. D. Giovannino del Prete ed i due Pomes assistevano al D. Clemente, ed il primo di questi tre pare che abbia preso un fucile che gli dava D. Beniamino. Questo avvenimento fu riferito dal Sindaco di Carovigno al Sig. Intendente della Provincia, addebitandone per direttore ed incitatore il detto D. Clemente colla complicità degli altri quattro. Trasmesso l'ufficio al Sig. Procuratore Generale del Re, questo Superiore lo trasmise al Giudice Istruttore del Distretto con incarico di avocare a se [sic] la istruzione. Dal D. Clemente del Prete fu presentata al detto Superiore rimostranza con nota lunghissima di testimonj, avente in proposito provare che invece di essere stato egli il motore della rivolta, era stato anzi quegli cui è dovuto il sedamento ed il bene di avere impedito in quella sera un'eccidio [sic]. Fu ordinato dal Sig. Procuratore Generale del Re doversi l'Istruttore versare su i fatti esposti dal Sig. del Prete. Una gran quantità di Testimonj si diedero dal Sindaco. Consistendo la pruova dai tanti e diversi fatti e detti pronunziati dal D. Clemente e dai fatti criminosi di quanti concorsero, la Istruzione si è versata a sentir tutti. Vari si son riconosciuti imputati, ed altri per ragion di vincolo si sono esclusi dall'esame. Altra nota data dal Sindaco si è omessa. Si è eseguito una pianta per la intelligenza delle dichiarazioni, Ed in questo stato rimette la Istruzione al suo destino. §. 1° ATTI e detti del D. Clemente del Prete concitativi alla rivolta prima dell'aggressione. D. Pasquale Trisolini (Pasquale Carlucci, Giuseppe Carlucci }Menna). Testimone dato in discarico dal del Prete, spiega che questi apprese l'avvenimento della ferita riportata dal Pagliara, per bocca dei controscritti Carlucci Menna, partendosi dal portone della Casa di D. Ferdinando del Prete. D. Lorenzo Brandi. Lo intese quindi in quella strada chiamare a se due individui ed incitarli alla vendetta, andare verso casa sua che è nella strada ov'è sita la casa ov'erasi rifuggiato il ferito Pagliara: e quindi venire all'attacco come sopra. Vincenzo Catamerò. Vide il del Prete intrattenersi a passeggiare dal portone della casa di Ferdinando del Prete al Caffè di Pasquale Santoro, e facendo ripetuti crocchi sollecitare le persone riunite a fare eccidio de' galantuomini colle parole "adesso è il tempo di potervi vendicare di questi usurpatori che si stanno mangiando tutto il sangue vostro della Comune". Paolo Santoro. Lo intese dire a due altri individui Vito Santoro Cornacchia e Vito Nicola Macelletti vicino la Farmacia di Andriani, gli stessi consigli; quindi quegl'individui dileguarsi e poscia raccogliersi da per ogni dove la flotta attorno al del Prete.

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V.° Vito Tommaso Carlucci. Vide entrare, ed uscire dalla casa ov'era il Pagliara una flotta di gente furibonda di vendetta contro al Cretì e con essa il del Prete, e correre all'aggressione sul corpo di Guardia. Onofrio Cordella. Sotto la casa di D. Luigi Trisolini lo sentiva dire "ora non ci è Giudice - non ci è supplente - è costituzione - Siamo tutti noi - non ci è Sindaco né 1° Eletto - il denaro che si esige per la gabella, se lo prendono tutti essi .... quando io vado in mezzo la Piazza, e mi avvicino a quel galantuomo che io abbraccio e cerco pace, a quello voi dovete menare pietre". Egli capì questi detti quando vide farsi il tumulto. Rosaria Cretì, zia dell'arrestato Pasquale. Si trovò a sentire la diffusa istruzione che faceva il D. Clemente alla ciurmaglia, tra la Beccheria e casa di D. Luigi Trisolini (val dire per la strada venendo con quella dalla casa ov'era il ferito) e specialmente quella che pronunziando "pace, pace" avrebbero dovuto lanciarsi. Debbe leggersi. Carmine Bottacci. Vide uscire dalla casa ov'era il Pagliara, impetuosa una moltitudine con D. Clemente che la incitava e che corse al Corpo di Guardia agli attentati per avere nelle mani il Cretì. Fedele Epifani. Fu spettatore di tutte le concitazioni adoprate [VI] dal del Prete ne' diversi gruppi. Michele De Milato. Testimone delle continue suggestioni di D. Clemente dal momento che la ciarmaglia indignata uscì dalla casa ov'era il ferito Pagliara. § 2° OPERAZIONI criminose consumate durante l'aggressione. D. Giuseppe Cavallo. Accorso alle grida spaventevoli, fatta da lui fronte alla moltitudine; finito il lanciamento delle pietre, gira attorno a quella e s'imbatte nel del Prete, ch'era in mezzo al figlio D. Beniamino, al fratello D. Giovannino ed ai nipoti D. Vito Innocenzo e D. Giuseppe Pomes: lo sente di animare la masnada colle parole "dategli, dategli, non temete". Egli lo crede l'autore e gl'impugna la carabina, imponendogli a ritirarsi; sente dire dallo stesso D. Clemente e dal figlio le parole "cartocce cartocce", ed egli risponde "ed io stò a servirvi". Si disperde allora il del Prete nella folla, e nella fine del tumulto, lo stesso D. Clemente si avvicina alla Guardia, ed il Cavallo lo sente dire "Non impugnate le armi al Popolo .... non impugnate le armi al Popolo". Giudica il Testimone le dette ultime espressioni insidiatrici e nemiche. D. Lorenzo Brandi. Lo vide venire con una flotta di gente, e giunto vicino al Corpo di Guardia, incitare quella colla espressione "figli adesso è tempo", onde quella imprese l'attacco contro la Guardia. Quindi lo intese dire "morte ai cappelli" e portava appresso i detti figlio e fratello e il nipote D. Vito Innocenzo Pomes. Fedele Santoro. Lo intese insinuare alla ciurmaglia "menatevi in faccia alla Guardia perchè quelli sta sera ne lo fanno ritirare" (parlando del Cretì arrestato). Lo vide col figlio appresso. Vide D. Giuseppe Cavallo impugnargli contro la carabina e dirgli "ed io ti stò a servire". Vide quindi venire il figlio con una carabina ed un fucile ricercando ad esso dichiarante del di Lui padre. Ebbe una petrata alle spalle. Giovanni Carlucci. Dice avere inteso dalla plebaglia dopo cessato il tumulto che essa si pentiva di non avere fatto ciò che le avea insinuato D. Clemente e di avere inteso posteriormente dal pub.° che quegli concitava colle parole "mò è tempo, mò è tempo". Ed intanto il testimone dice di avere egli inteso concitarsi da quello la Guardia, e perciò egli crede che animasse gli uni contro gli altri. Che vide il figlio e fratello che incitavano la Guarda ad armarsi, ma non sà [sic] per quale fine. [VII] Egli ebbe una percossa di pietra in testa. Giuseppe Ant.°Lecce. Sentiva per le strade, seguendo l'insinuazione di D. Giuseppe Cavallo "sta sera è il tempo di dare ai cappelli .... dategli ai cappelli", e posteriormente intese dirsi pubblicamente che il del Prete era il Capo della rivolta.

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Antonio Bottacci. Contesta il detto del D. Giuseppe Cavallo sull'affronto col Sig. del Prete che vide seguito dai nominati parenti, ed intese dirsi dal D. Beniamino che allora era il tempo di sfestare il detto Cavallo. Pietro Santoro. Vide D. Clemente che concitava e agiva in mezzo alla moltitudine, ed il figlio D. Beniamino che faceva popolo. Giuseppe Vincenzo Recchia. Lo sentì dire "dategli addosso a questo assassino" (intendendo del Cretì). A questo avvanzo del 99 ... che si mangiano dazi e gabelle questi saccajoli ..." non vide i parenti del del Prete, ma intese che il figlio D. Beniamino vi era stato, e che minacciava. D. Giuseppe Scarano. Seppe da D. Luciano Saponaro avere D. Clemente pronunziato in mezzo alla moltitudine "dategli che adesso è tempo". Vide il figlio D. Beniamino andare a casa a provvedersi di fucili e tornare con questo, ma allora il tumulto era quasi finito. D. Tomaso Cavallo. Vide nella moltitudine il del Prete, ed i detti parenti figlio, fratello e nipote Pomes, dice che nel mattino si diceva D. Clemente autore del tumulto, è che avesse pronunziate le parole "mò è tempo, dategli e non temete". D. Giuseppe Bruni. Vide impugnarsi dal D. Giuseppe Cavallo il fucile in mezzo alla moltitudine. Vide il D. Clemente in mezzo a quella col di lui figlio e fratello; che andandosi egli ad armare verso la fine, incontrò D. Beniamino che veniva con due fucili; che nel dì seguente pubblicamente si diceva di essere stato D. Clemente l'autore di quello avvenimento. D. Adriano Andriani. Lo intese dire in un crocchio, mentre la moltitudine agiva "Io ti difenderò col sangue". D. Francesco Filomena. Descrivendo come si formò la grande riunione all'attentato, dice aver veduto da mezzo la moltitudine bucare il del Prete. Si riporta ai detti di Vincenzo Catamerò, di Rosaria Cretì e di Livio Santoro per tutto quello che aggiunge. D. Carmine Bruni. Nel dì seguente sentiva nominarsi autore D. Clemente. D. Renato Cavallo. Sentiva quanto seguiva il tumulto al quale egli non era presente che D. Clemente del Prete era l'incitatore e che avea sedotta la plebe [VIII] con le note menzogne calunniose. D. Luciano Saponaro. Lo intese insinuare "armatevi", e che allora il figlio andò a casa e intese quindi che quegli avesse portati due fucili; e dopo l'attentato sentiva che il D. Clemente avesse tenuto diverso linguaggio nell'avvicinarsi alla ciurma, sia alla Guardia. Teodoro Francioso. Vide il del Prete, figlio, fratello e nipoti in mezzo alla moltitudine, e giorni dopo seppe da Francesco de Biasi che D. Clemente portava approvazione all'operato di quella colle parole "bravo ... bravo ...il popolo si porta bene". Giuseppe JaJa. Vide venire D. Clemente colla flotta per la strada Rotonda, da sotto la casa di D. Luigi Trisolini. Ch'essendosi impugnata l'arma da D. Giuseppe Cavallo, sentiva l'espressioni "Carognoni, vi arrestate perchè questi ha impugnato l'arma? carognoni menatevi, non vi state, non vedete ch'è venuto collo sfratta campagne?" D. Giuseppe Brandi. Lo intese incitare colle parole "Dategli a questa canaglia ...", e poscia declinando il tumulto alla quiete, lo intese dire "ritiratevi, statevi quieti, che dimani si penserà". Vide armati il figlio e fratello D. Giovannino. Pietro Magli. Dice avere inteso pubblicamente nominarsi fomentatore di quell'attacco, dopo sedato, il del Prete, di aver veduto di venire con due fucili il figlio D. Beniamino e di avere inteso da Francesco Saponaro alias Fichetta, che D. Clemente avea designati quattro individui per iscopo di quell'attentato, ed avere inteso minacciare contro al Sindaco se non gli dava le cartocce Tommaso Carlucci. Sentiva dire a D. Clemente, mentre seguiva l'aggressione, che nessuno avesse impugnato le armi contro al popolo. Vide nella ciurma armati il figlio ed il fratello D. Giovannino. Vincenzo Epifani. Vide armato di due fucili D. Beniamino presso al padre, e zio D. Giovannino.

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Vincenzo Pomes. Intese il del Prete animare la massa. Francesco Saponaro alias Fichetta. Vide impugnarsi da D. Giuseppe Cavallo il fucile e dirsi da D. Clemente "Vedi che D. Giuseppe ha impugnato il fucile ... dategli addosso". D. Francesco Saponaro. Vide venire con due fucili D. Beniamino e darne uno al Zio, e pronunziare minaccia contro del Sindaco. Dice che finito l'attacco, si portava per autore D. Clemente. [IX] Rosaria Cretì Zia del Pasquale arrestato. Disse tra le altre in affrontare D. Giuseppe Cavallo "cugino pace pace" e D. Giuseppe si diede in dietro, ed impugnò il fucile, ed allora D. Clemente mandò il figlio a prendere il fucile, che tornato portò colle cartocce, ed uno ritenne per sè, e l'altro non avvertì se avesse dato al zio o al padre. Francesco De Biasi. Intese dal D. Clemente che si approvava l'attentato che la ciurmaglia commetteva colle espressioni "bravo, evviva i villani ... mi piace questa mossa sta sera ... dategli non temete ..." Ed i villani sulle dette approvazioni si animavano a vicenda. Vide venire con un fucile D. Beniamino prima di cominciarsi il lanciamento delle pietre e lo sentiva pronunziare "se il sindaco sta sera non mi da le cartocce, la prima stagnarola l'ho da tirare a lui". Che allora il D. Beniamino si dirigeva verso la Guardia, ma fu chiamato a se [sic] dal padre. Francesco Bagnulo. Ora lo sentiva d'incitare la plebaglia, ed ora dire "pace pace". Lo intese di mandare a prendere i fucili per mezzo del figlio. Sentiva Oronzo Caliolo incitare gli altri alla rivoluzione e di farsi lo stesso da Salvatore Librato con dirsi "Sentite che dice D. Clemente ... corriamo alle case". Michele Saponaro. Lo intese rimproverare i villani alle ore due stando tra il fratello e figlio "di essere stati vili nell'operazione". D. Salvatore Leo. Nel mattino immediato lo sentiva pubblicare per autore di quegli attentati. Carmine Bottacci. Vide uscire impetuosamente dalla casa di Donata Pentassuglia, quella cioè ov'era il ferito Pagliara, una massa di gente, e fra questa accompagnarsi il D. Clemente, aggredire il Corpo di Guardia, e sentiva il detto D. Clemente d'incitare quella a togliere alla Guardia i fucili e di farsi dare dal Sindaco le cartocce. Fedele Epifani. Lo vide nella lutta animare la masnada e coì posteriormente si diceva, e che avendo usata, incontrandosi col D. Giuseppe Cavallo, la simulazione in dire "pace, pace" questi presago di tradimento, gli aveva impugnato il fucile. Silvestro Tamborrano. Lo vide concitare la plebaglia tra il figlio, fratello D. Giovannino e Pasqualino Spagnolo. Epprima gl'incitamenti, le approvazioni che faceva, il disprezzo per l'avvilimento [X], nonche gl'incitamenti che faceva ai detti figlio, fratello ed allo Spagnolo di andarsi ad armare. Ed in fine il detto della generalità dopo sedato il tumulto di essere stato egli l'autore della massa. D. Tommaso Brandi. Deduce essere stato il D. Clemente l'autore di tale misfatto perchè stava in mezzo a quella massa col fratello e figlio, i quali come Guardie Nazionali avrebbero dovuto unirsi agli altri per la difesa e specialmente il figlio ch'era armato, come per le antecedenti incitazioni fatte presso la plebe, e per la rivoluzione tentata nel 2 Aprile dal figlio e fratello, non che da D. Nicola e D. Demetrio Marinò, e D. Pasqualino Spagnolo. D. Renato Carlucci. Lo sentiva incitare ed approvare. Alessandro Vacca. Lo intese dire "dategli ai cappelli, dategli". Michele De Milato. Lo sentiva concitare, e lo sentiva usare contrario linguaggio coi contadini che non avessero menato pietre. D. Valentino Spagnolo. Intese nella sera dopo seguito il fatto, dirsi pubblicamente che l'autore era stato D. Clemente, e gl'incitamenti che aveva usati, e così glielo confessò sere appresso Angelo Zurlo, uno cioè degl'imputati. Vincenzo Catamerò. Dopo avere attestato, come sopra, sù i fatti antecedenti all'aggressione, vide D. Clemente nella coda della ciurmaglia quando questa assaliva il Corpo di Guardia, che egli si ritirò subito, ed allora D. Beniamino era senza fucile.

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D. Raffaele Filomena. Attesta gl'incitamenti e di particolare l'avere ordinato D. Clemente al figlio di andare a prendere le pistole, e soggiungergli "e dopo vatti a far dare le cartocce dal Sindaco e se non te le vuol dare, tiragli una fucilata". D. Ignazio del Prete. Attesta, benchè con una varietà, il detto dell'antecedente testimone D. Raffaele Filomena, e ciò per detto del padre di quello, D. Bellisario. D. Bellisario Filomena. Dichiara il fatto attestato dal figlio D. Raffaele sulle pistole, ma era come quegli dice. Giuseppe M.a Carlucci. Per detto di Fedele Santoro enuncia i diversi detti del del Prete, in senso contrario quando si avvicinava la guardia, e quando si avvicinava la masnada. D. Domenico Brandi. Dice avergli detto Pasquale Lanzellotti uno degl'Imputati, che D. Clemente gli aveva incitati a quell'attacco. Cataldo Fasano. Conferma, ma con varietà di circostanze, il detto di D. Domenico Brandi. D. Casimiro Morelli. Apprese dopo l'avvenimento in quella [XI] sera, essere stato D. Clemente il fomentatore. D. Giuseppe Trisolini. Dice che si diceva autore di quel cimento per tanti suoi detti, il detto D. Clemente, che voleva che si fossero abbassate le armi al popolo e giudica che ciò maliziosamente suggeriva, e deduce anche la perversa intenzione perchè il figlio cercava le cartocce mentre non era in riga colle altre Guardie. D. Salvatore Carlucci, 1° Eletto. Dice che stando egli nella lutta per opporsi all'aggressione, intese nel luogo ov'era D. Clemente dirsi dal D. Giuseppe Cavallo "indietro, indietro". Non intese le proposizioni che avesse eruttate D. Clemente, ma dal mattino seguente in poi lo intese pubblicamente per autore di quell'attento; come intese, senza ricordarsi da chi di aver detto D. Beniamino, che il primo colpo doveva essere tirato al Sindaco. Il testimone dice che stando egli nella lutta vide venire D. Clemente dalla via del Carmine, e Rosaria Cretì dall'altra. §. 3° VOCI DIFFUSE NELLA POPOLAZIONE da D. Clemente del Prete, di abusi e ruberie commesse a danno di quella dal Sindaco, dal Decurionato, e dai notabili del Paese per incitarla ad una rivolta contra di quei. Questi detti, secondo si sono sopra determinati, sono contestati in complesso da tutti i controscritti testimoni, per voce universale, ed il Tamborrano (Testimone anche dato in nota a discarico da esso D. Clemente), D. Renato Carlucci, il Bottacci, Tommaso Carlucci, il Vacca, il De Milato, attestano di averli intesi personalmente diffondere dal medesimo, e Caterina Fusco di averle detto Francesco De Vita, ora defunto, che a lui gli avea profferiti, e che ciò faceva con incitare vivamente la detta popolazione. [A margine sinistro, i controscritti testimoni:] Fol. 18. V.° D. Lorenzo Brandi 20. Fedele Santoro 21. Giovanni Carlucci 25. Antonio Bottacci 27. Pietro Santoro 28. Giuseppe Vincenzo Recchia 31. V.° D. Giuseppe Bruni 38. D. Luciano Saponaro 41. Teodoro Francioso 44. D. Giuseppe Brandi 46. Pietro Magli 50. V.° D. Francesco Saponaro 57. Francesco Bagnulo 60. V.° Fedele Epifani 62. V.° Silvestro Tamborrano 64. V.° Caterina Fusco

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67. D. Tomasino Brandi 68. D. Alessandro Trisolini 70. V.° D. Renato Carlucci 71. V.° Alessandro Vacca 72. V.° Michele De Milato 74. Mo Giuseppa Gioffreda 80. V.° Tommasa Carlucci 86. Giuseppe De Biasi 87. V.° Antonio Francioso 88. V.° Vincenzo Catamerò

§. 4° TENTATIVO DI PRECEDENTE RIVOLUZIONE DEL 2 APRILE 1848 Teodoro Francioso. Attribuisce la tentata rivoluzione, secondo sopra narrato, ai fratelli Vincenzo, e Pompeo Marinò, usciti dalla casa di D. Ferdinando del Prete ove dice che vi era D. Clemente (ma erra come appresso). D. Giuseppe Brandi. Dice che la detta rivoluzione si attribuiva al del Prete per le antecedenti [XII] menzogne calunniose. D. Francesco Saponaro. Dice, che per opera del figlio D. Beniamino, seguiva la detta rivoluzione. Francesco Bagnulo. Dice che uscirono dalla casa di D. Ferdinando del Prete, il figlio e fratello di D. Clemente, ed i fratelli Nicola e Pompeo Marinò, ma l'attribuisce a D. Clemente, da cui quei dipendono, per le insinuazioni da quello ricevute. Fedele Epifani. Attribuisce a D. Beniamino, che agiva, la rivolta, ma per le insinuazioni del padre. Silvestro Tamborrano. Dice che il figlio e il detto Pasqualino Spagnolo la spinsero, ma per le dette insinuazioni. Tomasino Brandi. Che cominciò da D. Pasqualino Spagnolo giovane della scuola del Sig. del Prete, uscito dalla Casa Comunale, e concitato da questo, da D. Beniamino e D. Giovannino del Prete, non che dai fratelli D. Nicola e D. Demetrio Marinò. D. Alessandro Trisolini. Idem col Sig. Brandi, aggiungendo che D. Pompeo Marinò nell'opera criminosa. D. Renato Carlucci. L'attribuisce a D. Beniamino. Alessandro Vacca. Al figlio, ed al fratello di D. Clemente, D. Giovannino e D. Pasqualino Spagnolo. D. Valentino Spagnolo. Lo attribuisce a D. Clemente, D. Aurelio e D. Giovannino del Prete, a D. Beniamino ed ai fratelli Marinò. Antonio Bottacci. Idem, attribuendola a D. Giovanni e D. Beniamino del Prete, a D. Pasqualino Spagnolo, e D. Nicola Marinò. Il testimone attesta che D. Clemente in quel giorno era assente da Carovigno, ma agli otto giorni si vide di passeggiare in piazza coi suoi fratelli, inclusi D. Aurelio e D. Albino venuti da S. Vito e da Mesagne, e ciò facendo, con voce alta faceva sentire le stesse voci calunniose contra gli amministratori, e persone notabili del Paese; talchè temendosi simile tentativo fu messa altra sentinella alla bottega della esazione del dazio. Nicola Epifani. Uniforme al Bottacci per la tema di rivoluzione agli otto giorni dal 2 Aprile, ma non sentì pronunziar le dette menzogne dal del Prete. __________ §. 5.° ALTRI ELEMENTI DIMOSTRATIVI DELLA INIMICIZIA DEL DEL PRETE E DE' SUOI CONTRO AGLI AMMINISTRATORI ED ALTRE PERSONE NOTABILI DEL PAESE. D. Vincenzo Carlucci - Giuseppe D'Adamo - D. Giuseppe Brandi. Contestano un fatto avvenuto in persona del Carlucci, che con un discorso [XIII], aveva eccitata la indignazione di D. Aurelio del Prete, che era presene, e tanto questi, quanto il fratello D. Clemente, esternaro

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no il veemente sentimento della loro inimicizia contro al Carlucci e contro agli aderenti del medesimo. Fedele Santoro - Giuseppe Carlucci / Francesco Carlucci {Menna}. D. Clemente del Prete insinuava ai controscritti potersi dal popolo di Carovigno andare al possesso de' Fondi Demaniali (mentre sono litiggiosi) per indignare la popolazione contro al Sindaco, che si sarebbe opposto. D. Tomaso Brandi - Pietro Magli - D. Adriano Maggi. In uno de' giorni della scorsa està il Sindaco in assenza del Cancelliere erasi abilitato ad aprire la valige per l'urgenza che si faceva dal pubblico, e dare le lettere. D. Clemente ch'era nel largo del Carmine, parente del Cancelliere, in giungere questi lo rimproverava per l'abuso commesso dal Sindaco, e gli suggeriva a non voler quello curare... a disprezzarlo ... mandarlo a far fottere. Questi rimproveri allarmarono il Cancelliere fino a renderlo temerario di tirare in testa al Sindaco un colpo di bastone. D. Tomasino Brandi - D. Giuseppe Trisolini - D. Ferdinando Lotti - D. Giacomo Sacchi D. Ignazio del Prete. Si assoda coi controscritti l'avversione di D. Clemente e del fratello D. Giovannino contro ai Superiori della già Guardia Urbana, con minacce ed ingiurie, per essersi questa permessa di aprire di proprio arbitrio un locale di campagna pertinente agli Eredi del Prete, andando in cerca degli autori di un furto in Carovigno commesso. D. Francesco Saponaro - D. Domenico Brandi - D. Teodoro De Vita. Per rendersi popolare D. Clemente ed insinuare nella gente bassa confidenza in lui, e diffidenza contro i galantuomini, leggeva ad una chiurma di quella in un giorno, i fogli pubblici, che con indecenza avea tolti dalle mani del Sindaco o di altro galantuomo, affettando di fare a quei conoscere ciò che i galantuomini aveano impegno di tenere alla bassa gente multato. Si depongono altre circostante di disprezzo contro ai Decurioni che erano riuniti in sessione quando facea tali operazioni, ma l'ultimo de' controscritti testimoni a differenza de' due primi non rileva in questo fatto cosa da notarsi a carico del del Prete. [XIV] §. 6° DISCARICO PRESENTATO DAL SIGNOR DEL PRETE. D. Pasquale Trisolini. Mette in essere, che egli si portava con D. Clemente del Prete dal portone di D. Ferdinando del Prete per andare alle case rispettive. Per istrada incontrarono i fratelli Pasquale e Giuseppe Carlucci alias Menna, cui dimandarono di una moltitudine di gente che vedevano riunita in Piazza. Quei loro annunziarono che Gaetano Pagliara era stato gravemente ferito da Pasquale Cretì. Che il D. Clemente, soggiunse il testimone, si lasciò a discorrere con quei, ed egli andò a trattenersi vicino la Farmacia di Andriani. Che dopo una mezz'ora là lo raggiunse il detto D. Clemente, il quale lui ricercava sul detto avvenimento del Pagliara, dimostrandosi ignaro dei particolari. Che scorsa un'altra mezz'ora, trattenendosi sempre seco il D. Clemente, si vide dalla strada della Rotonda venire quella flotta di gente che aggrediva il Corpo di Guardia per lo proposito di avere nelle mani il Cretì. Che D. Clemente unì la di lui opera a quella di esso dichiarante, del fratello D. Giuseppe Trisolini, D. Salvatore Carlucci, di D. Giuseppe Cavallo e di altri per sedare la moltitudine. Che esso dichiarante non vide d'impugnarsi dal D. Giuseppe Cavallo l'arma contro al D. Clemente. Che D. Beniamino era presso al padre ed aveva il fucile, e non sà [sic] se tolto dal Corpo di Guardia o da Casa. Che D. Beniamino si lagnava perchè D. Giuseppe Cavallo aveagli impugnato contra il fucile. Che egli non è al caso di dar conto delle operazioni di D. Clemente di quella mezz'ora dacchè da lui si separò fino a che si riunì innanzi la detta Farmacia. Che tra le operazioni del D. Clemente di procurare il sedamento dell'aggressione, vi era quella delle preghiere che dava alle Guardie Nazionali a voler deporre le armi perchè il popolo maggiormente s'inaspriva, e che ciò specialmente diceva a D. Giuseppe Cavallo. Nicola di Latte. Nulla vide od intese dei fatti di D. Clemente. Luigi di Latte. Lo vide passeggiare vicino la farmacia di Andriani col figlio ch'era disarmato mentre seguiva [XV] l'aggressione.

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Vito Lanzellotti. Lo intese pubblicare di aver egli insinuata la gente affluita a strappar fuor dal Corpo di Guardia Pasquale Cretì ed ucciderlo. Mariano di Latte. Vide D. Clemente mentre seguiva l'aggressione passeggiare allontanandosi ed avvicinandosi alla ciurma, e non lo sentì dire parola alcuna. Nicola Siccardi. Lo intese dire alla plebbaglia "quietatevi, quietatevi ... quello sta in mano alla giustizia". Sedato il tumulto, sentì dire che D. Clemente avea liberato D. Giuseppe Cavallo, e che se quegli avesse favorito la mania popolare, il Cretì sarebbe stato squartato. Francesco Cesaria. Passando lo intese dire alla plebbaglia che si quietasse, giacchè il Cretì era nelle mani della giustizia. Carolina Siccardi. Dopo sedato il tumulto lo intese che chiamava alla quiete quella gente. D. Vincenzo De Mola. Lo intese di richiamare alla quiete, come faceva egli e che imbattendosi nei fratelli Antonio e Angelo Zurlo, avvertendoli del pericolo in cui si erano messi, gli rispondevano "ch'essi erano stati ben consigliati. Che avvertì pure Antonio Bottacci cognato di D. Giuseppe Cavallo, che menava pietre al Corpo di Guardia, e che poscia vide armato. Pietro Saponaro. Si ritirò, e nulla vide Giuseppe Bellanova. Idem Carmine Marraffa. Lo intese continuamente chiamare alla quiete, dicendo che l'arrestato era nelle mani della Giustizia ed a dire ciò si perdè la voce. Natale Cavallo. Lo intese dire "pace, pace, statevi quieti". D. Vitantonio o pure D. Vito Perrino Sacerdote . Idem Leopoldo D'Adamo. Lo sentì dire alla Guardia "abbassate le armi". Sedato l'attacco, dai tanti e diversi crocchi sentiva dirsi che usava diverso linguaggio parlando or fra la plebbaglia ed ora vicino la Guardia, e la gente che si occupava a quietare. Vite che Antonio Zurlo fu quello che lanciò la mano per disarmare D. Giuseppe Cavallo quando era a fronte con D. Clemente (questo è uno de' confidenziali e dipendenti del del Prete fol....). Tomasino Brandi di Lorenzo. Lo intese durante l'aggressione nei diversi crocchi, tenere il doppio linguaggio come sopra. Giuseppe Pagliara fratello del ferito. Lo intese d'insinuare quiete. [XVI] Francesco Pagliara fratello del med. Negativo D. Abele Prima Sacerdote. Giudica che non abbia potuto D. Clemente operare quello se gl'imputa [: gli si imputa], conoscendolo perchè quando avvenivano mosse popolari, sia per volersi invadere il possesso de' Fondi Demaniali in contesa coll'ex Barone, sia in altri affari, il medesimo gli ha manifestato sentimento contrario onde giudica che nella sera degli 8 agosto dovè piuttosto richiamare all'ordine, e che altronde in Carovigno vi è un partito di antica data, per cui si suscitano delle vendette. Vincenzo Fusco. Negativo Vincenzo Carlucci di Tomaso. Idem Vincenzo Camassa. Negativo Oronzo Felice Primicerio. Lo intese dire quando era finito il tumulto "quietatevi, quietatevi". Vito Cavallo Spagnolo. Vide D. Clemente e D. Giuseppe Cavallo che si occupavano a calmare ed insinuare la quiete. Angelo Nicola Tamborrino. Negativo D. Vincenzo Filomena. Nella folla intese dire che D. Clemente aveva mandato a prendere le armi. D. Pasqualino Pomes. Lo intese di pronunziare voci di acchetamento; ma quando il furore era terminato, e si richiamava all'ordine, sentiva dire da individui della ciurmaglia "avessimo fatto noi come diceva D. Clemente". Sedato poi il tumulto, da per ogni dove si diceva essere stato autore di quello il D. Clemente. D. Angelo De Vita. Dice, che altri lo vogliano incitatore di quell'attentato, ed altri che avesse richiamato alla pace. Egli non si trovò nel fatto.

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D. Ferdinando del Prete. Depone che stando in casa gli fu detto (non ricorda se nella stessa sera, o nel dì seguente ) dal bardaro Carmine Marraffa, Nicola Siccardi e moglie, che si eran trovati nel fatto, che l'acchetamento di quella masnada era dovuto a D. Clemente del Prete unito a Giuseppe D'Adamo, e che D. Clemente travagliando per la pace, avendo D. Giuseppe Cavallo impugnato contro al popolo il fucile, si era posto innanzi, dicendogli che non avesse quello irritato e che Giovanni Padalino gli aveva narrato aver inteso dire da altra gente, ch'era stato un miracolo essersi in quel tumulto trovato presente il detto Sig. del Prete. D. Lorenzo del Prete figlio di D. Ferdinando. Dice avere inteso in quella sera dal detto Marraffa, Pietro Pagliara, e dal detto Padalino provvenienti [XVII] dal luogo del tumulto, che a D. Clemente si doveva una statua per aver sedato il tumulto ed impedito un'eccidio [sic]. D. Gaetano del Prete. Uniforme al fratello D. Lorenzo, riportandosi agli stessi e ad altri testimonj. Giovanni D'Adamo. Lo sentiva richiamare quella gente alla quiete. D. Giuseppe Pomes. Negativo Vito Oronzo Pomes. Idem con Giovanni D'Adamo D. Francesco Trisolini di D. Pasquale. Scese in piazza dopo finito il tumulto, e nulla conosce. Nicola Mancarella. Ritirandosi in casa dopo aver visitato il Pagliara, gli fu detto da persona che non ricorda, che il tumulto era nato per incitamento del D. Clemente. __________ D. Valente Spagnolo - D. Vincendo De Mola - Leopoldo D'Adamo. Si è deposto dai controscritti testimoni che Angelo Zurlo uno degl'imputati, come appresso diceva di essere stato consigliato all'aggressione nella sera degli 8 Agosto da D. Clemente del Prete. Ch'essendo lo stesso ed il fratello Antonio rimproverati del cimento in cui si erano messi, aveano risposto di essere stati ben consigliati. Che il detto Antonio Zurlo fu quello, che mentre D. Giuseppe Cavallo affrontava ed imponeva a ritirarsi a D. Clemente del Prete, menò la mano per disarmar quello - quindi si è stimato conveniente per convergere alla dimostrazione della reità di questi, come del D. Clemente, sentire i conoscitori de' rapporti che passano tra essi, e si sono rilevate intrizeci, come dai controscriti [Giuseppe Candida - D. Teodoro De Vita]. __________ FEDE CHE MERITA IL DISCARICO dato da D. Clemente del Prete 1° Si sono esclusi dalla udizione molti testimonj dati dal del Prete, altri perchè imputati, come son risultati dalla Istruzione, altri perchè congiunti con questi in grado da essere allontanati. Imputati: - D. Vito Innocenzo Pomes - Pasquale Lanzellotti fu Alessandro - Antonio Zurlo, Oronzo Caliolo - Vito Santoro Cornacchia. Congiunti: Nicolino, e Pompeo} Marinò fratelli dell'Imputato Demetrio Vito Lanzellotti Scorzella padrigno, ed Angela Lanzellotti madre di Pasquale Lanzellotti Teodoro Lanzellotti fratello del detto Pasquale [XVIII] - Salvatore Zurlo fratello de' due Antonio ed Angelo Zurlo -Teodosio Rondelli fratelli dei due Giuseppe ed Alessio Rondelli - Giuseppe ed Antonio Natale fratelli di Santo - Pasquale Caliolo fratello di Felice, e figlio di Oronzio - Francesco Padalino Carmellingo fratello uterino di Pietro Lanzellotti Carmellingo.

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2.° Si son messi per testimonj D. Ferdinando padre, ed i figli D. Lorenzo, e D. Gaetano del Prete. D. Pietro Magli - D. Angelo Epifani - D. Nicola Brancasi. È a rilevarsi che questi sono congiunti con D. Clemente in quarto e in quinto grado. Sono in istrettissima amicizia, onde nelle traversie sofferte D. Ferdinando ha efficacemente protetto il D. Clemente. È a supporsi una intelligenza tra essi, un partito avverso agli Amministratori per questi argomenti. Teodoro Francioso - Francesco Bagnulo - Antonio Bottacci. Nel giorno 2 Aprile i fratelli Marinò, D. Beniamino e D. Giovanni del Prete uscirono dalla casa di D. Ferdinando a gridare ed incitare la popolazione come sopra. Ciò si depone dai controscritti testimoni Francioso e Bagnulo; ma l'altro Bottacci dice che fossero usciti dalla stessa Casa Comunale. Teodoro Francioso - Giovanni Francioso - Salvatore Lanzellotti. D. Lorenzo del Prete diceva a Salvatore Lanzellotti Antonello che il Sindaco ed il Decurionato si mangiavano i denari delle gabelle e consigliava il medesimo a riunirsi cogli altri in piazza a cercar conto al Sindaco dei denari della detta imposta. D. Pasquale Pomes. D. Vito del Prete fratello di D. Ferdinando nella sera degli 8 Agosto diceva fra un crocchio "stasera è il tempo di fare la rivoluzione .... o sentiamo il consiglio di D. Clemente del Prete". I detti Magli, Epifani e Brancasi. D. Pasqualino Trisolini dato a discarico è il testimone di fatti, che quando non fossero contraddetti dal gande numero de' testimonj del carico, fisserebbero i criterj del Magistrato, ma è a rilevarsi che questi è nipote di D. Clemente, dipende dallo stesso nella direzione de' suoi affari, è debitore d'ingente somma di D. Ferdinando del Prete, e quest'ultimo è col D. Clemente nel detto stretto rapporto. É a rilevarsi che de' testimoni dati da D. Clemente, buona parte sono stati al suo proposito contrarj, come D. Adriano Andriani, Silvestro Tamborrano, Vito Lanzellotti, D. Vincenzo de Mola, Leopoldo D'Adamo, [XIX] Tommasino Brandi di Vincenzo, D. Vincenzo Filomena, D. Pasqualino Pomes. __________ INDICAZIONE DEGL'IMPUTATI CHE CONFERMAVANO L'AGGRESSIONE AL CORPO DI GUARDIA. Oltre di D. Clemente, di suo figlio D. Beniamino, del fratello D. Giovannino, e dei nipoti fratelli D. Vito Innocenzo e D. Giuseppe Pomes, segnati ai primi cinque numeri, e sui quali le pruove si sono esposte come sopra, risultano imputati gli altri individui qu' sotto notati dal N.° 6 al 31, a carico de' quali depongono i controscritti testimoni, benchè non tutti per ognuno di essi. [IMPUTATI:] 1. D. Clemente del Prete 2. D. Beniamino del Prete 3. D. Giovanni del Prete 4. D. Vito Innocenzo Pomes 5. D. Giuseppe Pomes 6. Angelo Zurlo 7. Pietro Lanzellotti Carmellingo 8. Giuseppe Pasquale alias Cazzullo 9. Domenico Zurlo Esposito 10. Salvatore Librato 11. Felice Caliolo 12. Oronzo Caliolo 13. Santo Natale 14. Teodosio Pomes Cozza 15. Vito Nicola Macelletti

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16. Vincenzo Abele Iaja 17. Vito Santoro alias Cornacchia 18. Pasquale Lanzellotti Fu Alessandro 19. Salvatore Brandi Fagianecchia 20. Pasquale Lanzellotti di Leonardant.° 21. Bellisario Pomes 22. Teodoro Molignini 23. Giuseppe Molignini 24. Antonio Zurlo 25. Giuseppe Rondelli 26. Alessio Rondelli 27. Gennaro Leobilla 28. Salvatore Vacca fu Tomaso 29. Demetrio Marinò 30. Giuseppe Maria Barnaba 31. Donatantonio Carlucci di Pietro [Controscritti testimoni:] Fol. 18. V.° D. Lorenzo Brandi 27. Pietro Santoro 31. V.° D. Giuseppe Bruni 30. D. Tomaso Cavallo 33. V.° D. Francesco Filomena 36. D. Carmine Bruni 38. D. Luciano Saponaro 43. Giuseppe Jaja 44. D. Giuseppe Brandi 46. Pietro Magli 47. V.° Tommaso Carlucci 42. Vincenzo Epifani 52. Rosaria Cretì 57. Francesco Bagnulo 60. V.° Fedele Epifani 62. V.° Silvestro Tamborrano 64. V.° Catarina Fusco 87. D. Tomaso Brandi Fol. 74. V.° Valentino Spagnolo 103. D. Domenico Brandi 112. Cataldo Fasano 124. D. Vincenzo De Mola 128. V.° Leopoldo D'Adamo 132. D. Salvatore D'Adamo 138. D. Casimiro Morelli 140. V.° D. Pasquale Pomes 141. V.° D. Giuseppe Trisolini VITA E FAMA degl'Imputati Per gl'individui segnati dal N.° 1 al N.° 23 inclusivamente sono stati intesi tre individui e per gli altri otto, altri tre. [1°] Pei primi 23 "ventitre" D. Angelo Donato Brandi ha dichiarato l'iscritto al N.° 1° D. Clemente del Prete intrigante, rivoltoso, riprovevole.

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Quello iscritto al N. 2. D. Beniamino del Prete, per giovane che mal si educa e tende alle imperfezioni, e male vie dal padre; quello al N.° 3. D. Giovanni del Prete degli stessi vizj del D. Clemente, [XX], ma non nel detto grado; quei de' N.i 4 e 5, fratelli Pomes, per persone che non hanno dato saggio di cattiva condotta; quegli iscritti dal N.° 6. al N.° 20. inclusivamente per persone torbide, facili alla rissa e rivoltosi. Gli ultimi dal 21. al 23. per persone che non hanno dato saggio di malvaggità ed attenti al travaglio. 2° Vincenzo Brandi fu Tomaso, uniforme all'antecedente D. Angelo Donato Brandi. 3° Pasquale Leo ha dichiarato D. Clemente intrigante, rivoltoso, immorale. D. Beniamino giovane ineducato e che fa temere cattiva riuscita. Gl'iscritti ai N. 3. 4. e 5. cioè D. Giovanni del Prete, ed i fratelli Pomes pur persone che non hanno dato saggio di cattiva morale. Oronzo Caliolo, Pasquale Lanzelotti di Alessandro, i fratelli Giuseppe e Teodoro Molignini, Santo Natale, Vincenzo Abele Jaja, Salvatore Brandi, per persone piuttosto da bene. Tutti gli altri iscritti negli altri numeri fino al detto ventritre inclusivamente, per persone torbide, facili alla rissa e rivoltose. Per gli ultimi otto, sono stati intesi 1° D. Giuseppe Scarano gli ha dichiarati persone da bene, dedite al travaglio. 2° D. Casimiro Morelli ha detto che i medesimi sono travagliatori, ma facili a cimentarsi; l'Alessio Rondelli meno soggetto alla detta inclinazione. 3° Paquale Santoro si è uniformato perfettamente al Morelli. N.B. In un atto di contraddizione seguito tra gl'individui notati al margine si è assodato l'ora precisa in cui avvenne l'aggressione; che si vedeva per il regimento della luna; che Rosaria Cretì zia dell'arrestato Pasquale Cretì in andare a casa doveva passare da sotto la casa di D. Luigi Trisolini; che la flotta che accompagnava D. Clemente proveniente per la strada Rotonda giunse posteriormente ad altra ch'era affluita da per ogni dove della Piazza, o dalla via del Carmine, secondo il testimone Filomena, e si concorda il detto degli altri testimoni nell'apparescente loro divergenza [A margine sinistro:] Atto di contradizione Fol. 156 D. Lorenzo Brandi fol. 18. V.° Fedele Santoro fol. 20. Giuseppe Jaja 43. D. Giuseppe Brandi 44. Pietro Magli 46. D. Francesco Filomena 33. V.° Rosaria Cretì 52. Francesco De Biasi 56. Fedele Epifani 60. V.° Pietro Santoro 67. [XXI] Più si è rilevata una pianta economica per la intelligenza delle dichiarazioni sulle indicazioni di luoghi con apposito verbale. Seguono i documenti di rito sopra tutti gl'Imputati. Brindisi 30 Settembre 1848 Il Giudice ff. da Istruttore F.to Illegibile ________________________________________ PROSIEGUO La G. C. della Provincia con Deliberazione de' 5 Marzo ordinò che l'istruttore di Brindisi versasse di persona sulle cose affermate da D. Clemente del Prete nel suo interrogatorio, e di più sentisse i testimonj dati dal Sindaco Sig. Carlucci al fol. 93. del Vol. 1°.

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Or quanto all'interrogatorio è da sapere che a D. Clemente s'imputava sopratutto aver la sera degli 8 Agosto dello scorso anno invitato a guerra l'un contro l'altro i paesani perchè nel tumulto e negli eccidj avesse potuto disfarsi dei nemici. E a sempreppiù mostrare ch'ei sia cosiffatto, che dell'altrui male gode, che per l'odio che il crucia potendo volentieri manderebbe sossopra il paese, venia imputato ancora di aver fatto il peggio che poteva per suscitar discordie. E perciò malignamente andava vociferando nel comune che i dazieri se le mangiavan essi le gabelle, lasciando che la gente povera solo pagasse e soffrisse; e in tempo che pure in Carovigno si volle festeggiare lo statuto, ei faceva e facea fare di quell'esultazione scherno, e n'ebbe per fin parole con un tal Carlucci. E quando in aprile per l'elezione degli Uffiziali della Guardia Nazionale quell'adunato popolo vacillò alquanto nella quiete sua, anch'egli diede opera che i congiunti avesser quello scontento volto a privati fini. E perciò ancora soggiunge il Cancelliere a maltrattare il Sindaco e a parecchi contadini diè consiglio di menarlo di forza su i Demanj pei quali pende lite tuttavia. Adunque D. Clemente volle provare [XXII] in prima, che nel popol sollevato quella sera non avea fatto altro che metter pace, tirare all'ordine quella sfrenata gente, e riuscì nella Sant'opra. E in vero i testimonj dicono, ch'ei fu veduto, e inteso nel tumulto gridar pace, gridar giustizia, e figlioli quietatevi per Dio, e versar acqua in quel fuoco per diciassette. Ma par che si potesse dire che forse non sia men vero che ei testè con parole men che dolci e buone, gli animi ormai da per se turbati avesse vieppiù agitati e mossi. E sappi che agli 8 Agosto Pasquale Cretì giovanetto di anni venti, ferito l'altro giovine Gaetano Pagliara che violatagli la sorella più non intendea sposarla a moglie, in fuga si rivolse, e a vicenda il Pagliara ferito Cataldo padre di Pasquale si dette in fuga anch'esso. E di quì venne, come suole, che nel Paese or si dicesse che Cataldo fosse stato ucciso, ed ora l'altro: e di quì un'accorrere di parenti di questo e di quello, e un turbamento negli animi degli uni e degli altri. Ma davvero il Pagliara, riparato in casa di una vedova, versava in pericolo di vita, e moltissimi trassero a vederlo, e D. Clemente ancora, e faceva istanza che si andasse pel Supplente e pel 1° Eletto, e non so chi rispostogli che stavan dal Cretì, ei quindi colse opportunità per lamentare e gridare allo scandalo che si andasse dal feritore e non dal ferito, e che di già i Funzionari del luogo parteggiassero. E poi continuandosi si mise con concitazione sull'assaltante turba a dire "vedete rivoluzionari di Carovigno, vedete il bene che ne ha fatto Vincenzo Jaja col fornire di stili e di schioppi tanti vagabondi e pure le Guardie Nazionali non ebber vergogna di accompagnarlo al sepolcro, vedete cristiani miei che persone si ha Carovigno, muore un Uomo che facea tanto male ed è di tanto onorato; muore Francesco Saverio Lotti così attaccato alla corona e non ci ha chi il cacci di casa." E quì di transito si sappia che Jaja era un'armiere e facea parte della Guardia [XXIII] e perciò quell'accompagnatura, e Lotti non ne facea parte, e perciò non potette averne. Ma tornando al proposito, D. Clemente così declamando uscì fuori e parte della gente seco, e dei rimasti, Alessio Rondelli incontanente proruppe a dire che si avea da uccidere il Cretì in vendetta dell'aver ridotto presso a morte Gaetano. E s'avviò con furia e tutti appresso a lui, e in piazza ad altra gentaglia misti, contro il Corpo di Guardia ruppero, volendo risoluti quel giovine fra le mani, ma le Guardie di servizio tenean fermo confortate dall'esempio del Tenente Cavallo. E D. Clemente fra la tumultuante plebe avvolto, or declamava contro i rivoltosi di Carovigno, e la memoria di Vincenzo Jaja, e l'onor fattogli nell'accompagnarne la spoglia al sepolcro, ed or gridando pace, "quietatevi quietatevi" diceva "perchè l'arrestato sta in mano della Giustizia". E di più siccome il Sig. Cavallo si facea veder talvolta col fucile impugnato, e il popolaccio parea che il temesse D. Clemente "non temete" dicea loro "perchè non spara, ma se il facesse sapremmo vendicarci". E così quell'empito e quell'onda infrangen-

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dosi contro la resistenza delle Guardie ajutate dai più eletti del paese, si andò come stanca di mano in mano rabbassando finchè calmò del tutto, e nessun male si ebbe a lamentare. E ciò quanto al primo carico, che per gli altri i testimonj dicono che D. Clemente non che esortare il popolo alla occupazione de' Demanj, invece si mostrò in privato e in pubblico sempre abborrente da ogni via di fatto, e non che insinuare o fare insinuare altrui a non pagare i pesi, egli dava buon esempio del contrario, salvo che sovente si doleva e per grave prove, che i gabellieri non eran mica buona gente, e traean profitto dal sangue dei poverelli. E non fu egli che mise a scherno la bandiera tricolore di Carovigno, quasicchè non fusse altro che una pezzuola infissa in punta di una canna, ma se il soggetto [è] D. Vincenzo Carlucci, e vennero a parole insieme, e non più che parole. E se si diedero qualche bussa il Cancelliere e il Sindaco, ei non ci ebbe [XXIV] colpa, e se ne trasse in disparte, non ostante che il Cancelliere gli fosse zio. Ma per quell'altra agitazione popolare che in Aprile avvenne per la elezione dei Capi della Guardia, il Sig. del Prete nel suo interrogatorio non si stette a purgarne sè e i suoi, e la volle ancora col paesano D. Tomaso Cavallo. E disse che costui per imporne e fare che il genero Carlucci uscisse uffiziale, si lasciò vedere in sala, e in piazza cinto dai suoi sgherri armati: ed erano i suoi sgherri tutti i contadini mondatori degli oliveti del Principe Dentice. E i testimonj dicean ben è vero che D. Clemente quel giorno era ito altrove, ma il Sig. Cavallo, non che essersi lasciato vedere in quell'aspetto ostile, avea con tutti i buoni fatto grand'opera di calmare il popolo, ed era senz'armi e senz'armi ancora quei contadini tutti. E per più ci è un testimone non paesano che dichiara che se ci fu vero che D. Clemente si trovava ad Ostuni, pure il fratello D. Giovanni e il figlio D. Beniamino non avean mancato sul suo esempio di andar spargendo nella commossa plebe maligne voci contro i gabellieri. Se non che quelle solite arti uscirono vane, la mercè appunto del Sig. Cavallo e di altri cittadini onesti. Da ultimo per farsi veder buono in politica, e morale, ricorse D. Clemente a certi paesani di Ostuni e di S. Vito, i quali davvero dicono che sugli andamenti suoi non ci sia da oppor nulla; e qui il discarico ha fine. Ed ora è da vedere che sia risultato dagli altri Testimonj del Carlucci, e me ne sbrigo in breve, dicendo che dichiarano il medesimo che gli altri del carico: cioè che D. Clemente circondato da gran turba di villani, diceva sdegnosamente loro "adesso è tempo, dateli a sta canaglia, ci hanno tenuto sotto, oggi è la vostra volta, non Giudici non Sindaco, Ladri del Comune, oppressori de' poveri". E quegli infervorati si avventavano e se nell'empito fu inteso gridare pace, era un motto di convenzione questo per rompere con più furia: oppure se ne servia lo scaltro perchè se non gli venisse fatto l'intento suo, se ne potesse chiamar fuori ad un bisogno. Brindisi 10 maggio 1849 Il Giudice ff. Istruttore F.to Illegibile [XXV] PROSIEGUO Volume 4° Udito il Sindaco, ha dato de' nuovi testimoni, donde è sempreppiù risultato che la sera degli 8 Agosto dello scorso anno, che il popolo si levò a rumore, e i villani accorrevano in piazza amati, chi di scure, chi di falce, chi di mazze, D. Clemente del Prete si avvolgea tra loro, e gli spingeva contro i galantuomini e la Forza pubblica. E ci è di più che fu visto trarne una buona parte da canto in un cortile e loro aggiustar gli stili, e concitarli; e se ci fu visto inerme, gli stavano armati a fianco il fratello D. Giovanni e il figlio D. Beniamino. Brindisi, 24 settembre 1849. re Il giudice ff. da Ist.

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F.to Illegibile *§* Si riporta la deliberazione della G.C. Criminale della Provincia di Terra d'Otranto, datata Lecce 5 marzo 1849, con la quale si invia al Giudice Istruttore di Brindisi il processo per acclarare quanto dichiarato da Don Clemente del Prete nel corso del suo interrogatorio, e quindi la sentenza del 9 Novembre 1849. [5 Marzo 1849] FERDINANDO II. PER LA GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME EC. DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO EC. EC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC. EC. EC. La Gran Corte Criminale della Provincia di Terra d'Otranto, riunita nella Camera di Consiglio coll'intervento de' Signori Libetta Presidente, Monticelli, Corona Giudici, Chieco Procuratore Generale del Re, assistita dal Cancelliere Sig. Luciani. Visti gli atti a carico fra gli altri individui di D. Clemente del Prete di Carovigno, imputato di tentativo di guerra civile; Vista la requisitoria del P. M. colla quale chiede versarsi sulle cose dedotte da D. Clemente del Prete nel suo interrogatorio per quanto conducano all'accerto del vero ne' sensi di legge e sull'imputazione presente; Inteso il rapporto del Signor Giudice Corona Commissario; Inteso il P. M. che si è rimesso alla requisitoria scritta, e quindi si è appartato; Attesochè le cose dedotte dall'imputato nel suo interrogatorio debbano acclararsi nel corso della istruzione per quanto conducano all'accerto del vero sull'imputazione al medesimo addossata; Facendo dritto alla requisitoria del P. M. A VOTI UNIFORMI Delibera inviarsi il processo al Giudice Istruttore di Brindisi perchè personalmente versi sulle cose dedotta da D. Clemente del Prete nel suo interrogatorio, non che sentire i testimoni indicati al foglio 93. Lecce cinque Marzo 1849 F.to G.C. Libetta Corona Monticelli G.Luciani *§* "(217 / 5 Nov. d° passato in Cancelleria) Lecce 31 Ottobre 1849 Il Procuratore Generale del Re Veduti gli atti in tre volumi a carico di: 1. D. Beniamino Del Prete 2. D. Giovanni Del Prete 3. D. Vito Innocenzo Pomes 4. D. Giuseppe Pomes 5. Angelo Zurlo 6. Pietro Lanzellotti alias Carmellingo 7. Giuseppe Pasquale alias Cazzullo 8. Domenico Zurlo Esposito 9. Salvatore Librato 10. Felice Caliolo 11. Oronzo Caliolo

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12. Santo Natale 13. Teodosio Pomes alias Cozza 14. Vito Nicola Macelletti 15. Vincenzo Abele Aja 16. Vito Santoro alias Cornacchia 17. Pasquale Lanzellotti fu Alessandro 18. Salvatore Brandi alias Fagianecchia 19. Pasquale Lanzellotti di Leonardo Antonio 20. Belisario Pomes 21. Teodoro Molignini 22. Giuseppe Molignini 23. Antonio Zurlo 24. Giuseppe Rondelli 25. Alessio Rondelli 26. Gennaro Leobilla 27. Salvatore Vacca fu Tommaso 28. Demetrio Marinò 29. Giuseppe Maria Barnaba 30. Donato Antonio Carlucci di Pietro Imputati Di tentativo di guerra civile tra gli abitanti di una popolazione con incitarli ad armarsi gli uni contro gli altri avvenuto in Carovigno la sera degli 8 Agosto 1848. Poichè gli atti non offrono sufficienti pruove di reità, nè lasciano per ora altre tracce a seguire. Chiede Conservarsi gli atti in Archivio fino alla sopravvenienza di nuovi lumi. F.Chieco *§* [9 Novembre 1849] FERDINANDO II. PER LA GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME EC. DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO EC. EC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC. EC. EC. La Gran Corte Criminale della Provincia di Terra d'Otranto, riunita nella Camera di Consiglio coll'intervento de' Signori Libetta Presidente, Tomasi, Siconolfi Giudici, Chieco Pr. Gen.le, Luciani Cancelliere. Visti gli atti a carico di D. Beniamino Del Prete ed altri 29 prevenuti tutti di Carovigno, imputati di tentativo di guerra civile; Vista la requisitoria del P. M. colla quale chiede conservarsi gli atti in archivio fino a' nuovi lumi. Inteso il rapporto del Signor Giudice Siconolfi Commissario; Inteso il P. M. che si è rimesso alla requisitoria scritta, e quindi si è appartato; Attesochè gli atti non offrano sufficienti pruove di reità, nè per ora vi sono altre tracce a seguire; Facendo dritto alla requisitoria del P. M. a voti unanimi Ordina conservarsi gli atti in archivio fino a nuovi lumi. Lecce 9 Novembre 1849 F.to D. Tomasi Siconolfi GLuciani

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***§§§***§§§***§§§***§§§*** 1.4. 1848-1850 Processo Morelli. Seconda Parte Riprendiamo le fila della storia processuale di Morelli, e ne trascriviamo gli atti fino alla sentenza definitiva. ARCHIVIO DI STATO DI LECCE N. 58 N. 2369 Circondario di S. Vito (3970)

Anno 1848 25 Fol: 982 N. 33 N.° 33 del Registro

Infrangimento per solo disprezzo delle Immagini delle Loro Maestà il Re, e la Regina, situate con ordine, ed approvazione del Governo nel Corpo di Guardia di Carovigno, avvenuta in una notte di Giugno, o Luglio 1848. Eccedenze con ingiurie, e con fatti pubblici contro la maestà del Re con fine di spargere il malcontento contro del governo, avvenute anche in una notte di Giugno o Luglio detto anno in Carovigno. Contro D.° Francesco Filomena, e D.° Salvatore Morelli, D.° Lorenzo Brandi, D.° Luciano Saponaro, e Don Renato Carlucci, tutti di Carovigno, assenti. (20668) Li 27 Gennaio 1849 __________ [1] COMPENDIO Del processo a carico di D.o Francesco Filomena, D.o Salvatore Morelli, D.o Lorenzo Brandi, D.o Luciano Saponaro, e D.o Renato Carlucci di Carovigno. Imputati D'infrangimento per solo disprezzo delle Immagini delle Loro Maestà il Re, e la Regina, situate con ordine, ed approvazione del Governo nel Corpo di Guardia di Carovigno; nonché di eccedenze con ingiurie, e con fatti pubblici contro la Maestà del Re con fine di spargere il malcontento contro del Governo. - Istoria del fatto In risulta dell'autorevole Circolare degli 8 luglio 1843 e per effetto di superiore disposizione i posti della cessata Guardia Urbana furono forniti dei ritratti in litografia delle Maestà Loro, D. G.. Così difatti erasi eseguito pel Corpo di Guardia di Carovigno, ove i cennati ritratti con lastre e cornici rattrovavansi appesi. Non più ivi però si viddero nei trascorsi mesi di Giugno, o Luglio, e la voce pubblica, che non suol ingannarsi, incominciò a fare sentire che nella ebriezza di una smodata eccedenza e

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d'insensato ultra-liberalismo, sciagurati e imprudenti giovani in una notte de' summentovati mesi lacerando quell'effigie, per maggior disprezzo i frammenti fumati gli accesero nelle pipe. Ed invero le sole cornici si viddero nel Corpo di Guardia, e di poi nella farmacia di Don. Salvatore Leo con delle carte in istampa relative alla protesta Calabrese, od altro rivoluzionario scritto. Quindi quelle cornici con lastre per mezzo di un tal Giuseppe Prete s'inviarono alla Cancelleria Comunale, e quel Sindaco, scorgendole mancanti dell'effigie delle Maestà Loro, rifiutossi a riceverle. Ne fece dipoi rapporto al Sig.r Sotto Intendente, il quale dispose prendersi subito conto, ed istruirsi analogamente sul criminoso avvenimento. La istruzione si è già compilata, e le pruove accapate fan rilevare, che i giovani Don Francesco Filomena, D.o Salvatore Morelli e D.o Lorenzo Brandi furono quelli che lacerarono l'effigie anzidette fumandone i frantumi nella pipa; ciò rilevano le dichiarazioni de' controscritti testimoni. Fol. 9 Stefano Amati = Gaetano Pagliara Fol. 12 Fol. 12 Angelo Cellino = Giuseppe De Pascale - Fol. 13 Fol. 55 Simone Santoro = Giuseppe Lotti - Fol. 55 ro Fol. 62 Giuseppe Santoro = Michele Carlucci - Fol. 62 vo, r 63 Evvi chi dice che anche D.o Luciano Saponaro, e D.o Renato Carlucci avessero preso parte in quel criminoso avvenimento. Epperò che la pruova non ne presenta per questi due una certezza quasi positiva. E la voce pubblica, confirmando il tristo maleficio, ne ritiene autori i predetti Filomena, Morelli, e Brandi. È marcabile pertanto che in pendenza della istruzione, volendosi atterrare le pruove che già si accapanano, malefico ingegno coll'egida della Religione immaggina che intatte rattrovavansi nello stesso Corpo di Guardia e colle medesime cornici l'effigie della Maestà Loro. In confessione [2] ed a quell'Arciprete se ne dà avviso, ed invitato all'oggetto il Sindaco, tosto costui si reca nel detto Corpo di Guardia, e vi rinviene l'effigie in litografia colle cornici e lastre. Ma sì male augurata invenzione, diretta a sopprimere le pruove del reato, ne offre una maggiore dimostrazione; poicchè legalmente riperite quell'effigie, e messe in confronto colle vere, ossia con quelle prese dal Corpo di Guardia di San Vito, e dal Governo inviate giusta la succennata Circolare degli 8 luglio 1843, se ne rileva la dissomiglianza, poicchè queste sono della litografia di Settimio Severo Lopreste disegnate in Napoli nel 1843, come lo sono quelle esistenti nel Corpo di Guardia di Francavilla e di altri Comuni di questo Distretto, mentre le prime non segnano veruna epoca, ed affatto dissimili. Quindi è da conchiudersi che invero distrutte, lacerate e fumante nelle pipe quelle vere effigie, altre in surroga, per dirsene la esistenza, si eran adattate alle medesime cornici rimaste in balìa perchè rifiutate da quel sindaco. Nè è questo il solo reato che si addebita a quei sciagurati giovani, e specialmente alli Filomena, Morelli, e Brandi. Altra eccedenza fu da loro consumata nello stesso Corpo di Guardia. Il primo cioè il Filomena, prendendo un cuscino nelle mani, salito su di una scala che vi stava, e tenendolo pendoloni per la cima, fingeva dar morte alla Sacra Persona del Re appiccandolo; ed invitato a far da tirapiedi un tal Francesco Bagnulo, questi vi si rifiutò appartandosi da quel luogo; e quindi l'infame esecuzione venne compiuta dal Brandi, ciò che destò spavento e terrore agli astanti, e specialmente a D.o Francesco Demola, e D.o Raffaele Azzariti, dicendo costui "Buon Dio, la persona del Re è sacra". Nè qui si ritenne lo sconsigliato Filomena, il quale oltre delle contumelie ed ingiurie profferiva contro del Re, N. S., comandò una manovra agli altri suindicati conrei, fingendo di spa

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rare contro i quadri delle Maestà Loro, e quindi esclamando diceva "alla rupe Tarpea, alla rupe Tarpea". Versato infine sulle di loro qualità morali e politiche, il Sacerd.e D.o Giovanni Lanzillotti o e D. Salvatore De Vita depongono aver dessi mostrato una eccedenza tale da marcarsi dagli altri, spiegando sentimenti di ultra-liberalismo: D.o Gaspare Sacchi, Salvatore Carlucci e Pasquale Santoro dicono poi che nel novello Regime Costituzionale, Filomena e Morelli [3] han mostrato uno entosiasmo maggiore degli altri con semplici parole, vociferando al popolo, ma quali sentimenti e massime essi proclamavano non han saputo indicare. Sì gli uni, che gli altri poi non tralasciano di dire che la voce pubblica avesse accagionato gli stessi Filomena e Morelli del reato sul disfacimento delle reali immagini. Non essendovi quindi altri mezzi d'investicazione da esaurire, si rimette per l'uso di giustizia il processo, nel quale sono stati inserti i certificati di rito sul conto de' detti imputati. Fatto a S.Vito li 29 Nov.e 1848 Il Supplente M. Galasso V. Muissa C.iere Il Sig. Giudice Istruttore avendo ritornato il processo pel prosieguo, dai testimoni intesi si attinge aver Francesco Saverio Lotti un una delle notti di Giugno o Luglio ultimi portati dal Corpo di Guardia nella propria casa l'effigie delle Loro Maestà per essere state insultate e minacciate d'infrangimento; ma perchè il Sargente [sic] di Guardia Salvatore Carlucci consegnar li doveva al Successore, mandò a rilevarli, e le depositò nel luogo consueto. Da colà poi dopo il periodo di tre o quattro giorni vennero tolte e distrutte. Fu spedito mandato di deposito contra gl'imputati Filomena, Morelli, Brandi, Saponaro, e Carlucci ma non ancora è stato eseguito. S. Vito 15 Dic.bre 1848 Il Giudice V. Muissa C.iere Novellamente respinto dal Sig. Giudice Istruttore il processo, si è esitato il saggio provvedimento di lui relativo a sentirsi il farmacista D.o Salvatore Leo onde conoscersi perchè, e da quanto tempo rattrovavansi nella sua farmacia le due cornici esenti delle auguste effigie che mandava nella Cancelleria Comunale; ed il med.o ha deposto che in un giorno dello scorso està mentre una folla di persone si era riunita nella sua farmacia per leggersi i giornali uffiziali vidde su della sedia una cornice con lastra, ed un'altra appesa al muro dietro la porta con delle carte stampate, nè seppe da chi fossero state lì portate perchè altrove occupato [4] Che dopo intese dire che quelle cornici con lastre contenevano l'effigie della M. Loro, che rattrovavansi nel Corpo di Guardia di Carovigno, sebbene altri dicevano non esser quelli. Che per non rimanere egli di nulla responsabile, dopo circa un mese, per mezzo di Giuseppe Prete le mandò alla casa Comunale, furono rifiutate dal Sindaco, ed ignorò ove si fossero lasciate. Ma tal dichiarazione conferma il detto di Del Prete. Le cornici furono quelle del Corpo di Guardia perchè così dette dal Sindaco chi le rifiutò, perchè mancanti dell'effigie, e dipoi riconosciute collo scambio dell'effigie medesime, come dal verbale foglio 67. S.Vito 30 Dicembre 1848 Pel Giud. impedito Il supplente M. Galasso V. Muissa C.iere

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__________ PROSIEGUO L'interrogatorio di D. Salvatore Morelli par che meni a questo, cioè a dire che egli non merita le imputazioni dategli, e che se nulla gli sia stato detto contro, il debba al mal'animo del Giudice Pistilli, il quale usava violenza ai testimoni perchè dicessero secondo lui, e non secondo verità. E a un dipresso il medesimo vuol dire D. Luciano Saponaro, e il medesimo, D. Francesco Filomena. Ora dai Testimonj intesi si è raccolto in prima, che Cataldo Cretì, Feliciano De Giovanni, Francesco Bagnulo, Pietro, Giuseppe e Giovanni Santoro, non appena ritornarono in Carovigno dall'aver testimoniato innanzi al Giudice Pistilli, che manifestarono aver detto quel dissero, più per torsi d'impaccio, e non avere andare in carcere, che per rendere omaggio al vero; e avriano perfin voluto che il Supplente avesse lor dato atto di simile disdetta. Ma tolto il costringimento [5] che ad essi usò quel Giudice, non consistette in altro che in minacciarli di esperimento in carcere, il sostenerli in S. Vito un giorno, poi mandarveli la sera, e il dì appresso richiamarli. E in secondo risulta, che nell'està scorsa suolevano in Carovigno le Guardie Nazionali esercitarsi volentieri nell'arte militare. E ciò una sera fecero i Signori Filomena, Brandi, Carlucci, Morelli, e Saponaro, e quando di mano in mano si venne all'atto della scarica, i fucili impugnarono bene è vero verso il muro donde pendeano l'effigi delle LL. M. il Re e la Regina, ma non ad oltraggio, ed onta. Invece perchè la strettezza del luogo e la creanza di non volger le spalle ai compagni quella direzion portavano: e non dai soli Filomena, e quegli altri ciò faceasi, ma dal resto delle Guardie ancora, quando veniva la lor volta di servizio. Brindisi 26 Febbrajo 1849 Il Giud.e ff. da Is.re F.to Illeggibile __________ **55 - 91** [55] Ferdinando Secondo Per la grazia di Dio Re del Regno delle due Sicilie di Gerus.e e Duca di Parma Piacenza Castro e Gran Principe ereditario di Toscana. *§* La Gran Corte Criminale della Provincia di Terra d'Otranto, composta dei Signori Libetta Presidente, De Tomasi, Morelli, Fabrocini, Siconolfi, giudici ordinari, Capochiani giudice civile supplente; con l'intervento del Signor Chieco Procuratore Generale del Re, assistita dal Cancelliere Sostituto Sig. Barletti. SULL'ACCUSA 1° Di discorsi e fatti pubblici contra la Sacra persona del re, aventi soltanto in mira di spargere il malcontento contra il Governo 2° d'infrangimento per solo disprezzo delle immagini delle Auguste Loro Maestà il Re e la Regina, situate in luogo pubblico (corpo di guardia di Carovigno) con ordine ed approvazione del Governo. A CARICO DEI DETENUTI D. Francesco Filomena di Raffaele, di anni 36, di Carovigno, legale D. Salvatore Morelli di Casimiro, di anni 24, Legale D. Luciano Saponaro di anni 30, di Carovigno, proprietario Inteso nel suo rapporto il Sig. Giudice Siconolfi, Commissario;

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Uditi in sessione pubblica i testimoni, e lettivi i documenti necessari; Inteso il Pubblico Ministero nelle sue orali conclusioni, con le quali ha sostenuto l'accusa per Filomena, e Morelli, e di constare soltanto per Saponaro d'aver nella manovra delle armi diretta la sua contro le immagini Sovrane, per disprezzo, e per spargere il malcontento contro il Governo ed ha chiesto che si condanni Filomena a dieci anni di relegazione, e Morelli ad anni [56] otto della stessa pena, e Saponaro a due anni di prigionia, e alle spese del giudizio; Inteso in ultimo gli accusati, ed i loro rispettivi difensori nei mezzi di difesa; Ritirata la Gran Corte nella Camera del Consiglio, assistita dal sostituto Cancelliere, fuori la presenza del S. M. d'ogni estranea persona, ed a porte chiuse; Il Signor Presidente, reassunto l'affare, ha elevato le seguenti quistioni 1a quistione Consta che D. Francesco Filomena, D. Salvatore Morelli e D. Luciano Saponaro abbiano commesso: 1° Infrangimento per solo disprezzo delle immagini delle Auguste Loro Maestà il Re e la Regina, situate in luogo pubblico (corpo di guardia di Carovigno) con ordine ed approvazione del Governo? e 2° di discorsi e fatti pubblici contra la Sacra Persona del Re, aventi soltanto in mira di spargere il malcontento contro il Governo? La Gran Corte del processo scritto e discussione pubblica ha raccolti i seguenti FATTI - Primo In Carovigno, come in tutti gli altri Comuni di questa Provincia, in virtù di Superiori Disposizioni, racchiuse nell'uffizio Circolare di questa Intendenza, degli otto Luglio 1843, si furon inviati i ritratti in litografia entro cornici con lastre delle MM. LL. felicemente regnanti, ond'esserne, come lo fu, ornato il posto della Guardia urbana. Abolita questa, ed istallatasi la novella guardia nazionale, proseguì ad essere centro della sua riunione lo stesso antico locale, ove rimasero sospese al muro le immagini suddette. [57] Fra gl'individui della guardia Nazionale vi furon compresi D. Francesco Filomena del fu Raffaele, D. Salvatore Morelli di Casimiro, D. Lorenzo Brandi, Luciano Saponaro di Michele e D. Vincenzo Carluccio di Salvatore, destinati i primi tre insieme ad altri a prestar servizio sotto il capo sezione D. Giuseppe Cavallo. Nella notta dei 27 a 28 Giugno 1848, furono di servizio i nominati individui, D. Francesco Filomena e D. Salvatore Morelli. Costoro, fra gli accusati presenti già resisi notevoli in quel Comune per le loro insan'eccedenze politiche, dopo di aver tolte dal muro, tra dilegi ed ingiurie, e situate su una panca le immagini Sovrane, le lacerarono, e fumaronle per disprezzo nelle di loro pipe ivi rimanendo le cornici colle lastre. Fu nel corso della notte istessa che dipintasi da mano altrui, innanzi ad un muro del corpo di guardia, la sacra persona del re a bisdosso [sul dorso nudo, senza sella] di un asino, i presenti Filomena e Morelli agitati sempre dallo stesso delirio, presero ad ingiuriare la Sacra Persona del re col dire, tra festevoli riso e schiamazzi "figlio di puttana, va dove vuoi, esci dal corpo di guardia" L'avvenimento della lacerazione e distruzione delle immagini Sovrane, e degli autori dello stesso, si sparse nel dì seguente come un baleno in quel ristretto Comune; e molti di quei naturali aggiustaron lor fede alla pubblica diceria, e per aver osservate nel corpo di guardia, ove a bello studio recaronsi, le sole cornici colle lastre, e per essere state queste in seguito portate in più luoghi del paese, e specialmente nella Farmacia di Don Salvatore Leo, ove una d'esse fu destinata a contenere dei proclami e proteste contro al Governo.

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[58] Un fatto sì eclatante non veniva dal Sindaco di quel Comune rapportato al Sottintendente del Distretto prima del giorno venti Settembre, e nel mentre riferiva che un tal Giuseppe Prete aveva recate nella Cancelleria Comunale le due cornici con lastre che contenevano giusta le assicurazioni ricevute le immagini delle MM. LL. situate nel Corpo della guardia Nazionale, le quali dicevasi lasciate da autori a lui ignoti, nel ratificare, dopo giorni, il suo rapporto innanzi all'Inquisitore, dichiarava di aver egli appreso dalla voce pubblica, di avere i Signori Filomena e Morelli, in una sera in cui prestava servizio D. Giuseppe Cavallo, lacerate e fumate nella di loro pipa le immagini Sovrane. Nel giorno 27 dello stesso mese D. Pasquale de Milito [: de Milato] Arciprete di Carovigno, fe chiamare a se il Sindaco Signor Carlucci cui consegnò la chiave del Corpo di guardia, dandogli a vedere di essere stata a lui data in confessione, e che sotto il suggello della stessa veniv'assicurato d'esser falsa la lacerazione delle Immagini Sovrane, le quali si eran conservate per vedute particolari. Che dentro il corpo di guardia si sarebbero rinvenute le immagini colle rispettive cornici, fornita ciascuna di due anelli, quelle stesse che prima esistevano in detto locale, mentre le cornici presentate nella Cancelleria Comunale aveva ciascuna un solo anello. Soggiunse inoltre che il Sindaco aveva verificata la esistenza dei quadri ed elevato all'uopo un verbale. Nel dì venti Ottobre il Giudice Inquisitore, recatosi nel corpo di guardia e nella Cancelleria di Carovigno assicurò nel primo i quadri delle MM. LL. che trovò appesi al muro con lastre e cornici, avente ciascuna [59] due anelli di metallo corrispondenti ai chiodi si sostegno, e nell'altra, le due cornici con lastre portatevi da Gius.e Prete, mancanti dall'effigie Sovrane, fornita ciascuna di un solo anello. Procedutosi dal medesimo istruttore ad una perizia di confronto tra le immagini rinvenute nel corpo di guardia di Carovigno e quell'esistenti nel Corpo di guardia del Comune Capoluogo, San Vito, spedite dal Governo nell'epoca stessa del 1843, si verificò d'essere ben diverse tra loro. 1° Perchè le immagini rinvenute nel Corpo di Guardia di Carovigno erano dell'autore de Sanctis, aventi al di sotto la impresa reale, senza epoca; e quelle del Corpo di guardia di S. Vito erano della litografia di Settimio Severo Lopreste, disegnate in Napoli nel 1843. 2° Che queste eran disegnate su fondo oscuro a rettangolo, ciò che mancava nelle prime. 3° Che diversificavano benanche in quanto all'uniforme, attitudine e mossa del re, vestitura, piume e collana di cui era adorna l'Augusta Sovrana. 4° Che le cornici e le lastre sì dell'una, che delle altre immagini erano perfettamente simili tra loro. Nè fin quì arrestossi la diligenza dell'Istruttore. Interessato, per quanto doveva esserlo, ad assodare vieppiù la verità dei fatti, ufficiò i giudici Regi di Francavilla, Mesagne e Brindisi, onde conoscere il litografo delle Immagini Sovrane, spedite nei rispettivi corpi dell'abolita guardia urbana, modo di dipintura, qualità del legno delle cornici ed altro, ed il risultato si fu quello che eran perfettamente simili a quelle rilasciate dal corpo di Guardia di S. Vito, anco in rapporto alla qualità del legno delle cornici e quantità degli anelli di ottone. [60]

LA PRUOVA DELLA SPECIE OFFRE I SEGUENTI RISULATI __________ Francesco Lotti, già defunto, in iscorgendo il vile disegno di lacerare le Immagini Sovrane, giorni prima dell'avvenimento le portò a conservare in casa sua, ma poi, per ordine impostogli dal Sergente della Guardia Nazionale D. Salvatore Carlucci, le restituì al posto di guardia. Nella notte del 27 a 28 giugno prestavan servizio, tra gli altri, i Signori Filomena e Morelli, sotto il Capo Sezione D. Giuseppe Cavallo. Questi nel muoversi, nello stesso giorno 27, da Carovigno per Lecce, rimase intatte nel Corpo di guardia le immagini, ma ritornato in patria nel due Luglio rivide nello stesso le sole cornici colle lastre, circostanza che gli recò del

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dispiacere, e più se le immagini vi fossero state tolte per disprezzo. Quindi ad altro tempo rivedutesi le stesse cornici colle lastre nel caffè di Pasquale Santoro, si furon per incarico dal medesimo Sig. Cavallo portate in casa della germana di lui, D.a Marianna. Verso le ore tre d'una notte dell'està prossimo passato, i Signori Morelli e Filomena tra gli accusati presenti, dopochè ebbero sprezzata la Sacra Persona del Re cogli epitati di Mastro Ferdinando, armiere, scesero dal muro del posto di guardia i quadri colle lastre e ne tolsero le immagini che per disprezzo le lacerarono e fumarono nelle loro pipe. Nel corso della notte istessa si fu da mano altrui disegnato con carbone innanzi ad un muro interno del posto di Guardia, il Re su di un'asino, ed i Signori Filomena e Morelli, gridando e ridendo scangheratamente, gli dirigevano le ingiurie "figlio di puttana, va dove vuoi: esci dal [61] corpo di guardia. Questi fatti avvenuti alla presenza di Gius.e Santoro e Michele Carlucci concordemente dichiarati da essi nel processo scritto, sono nella discussione pubblica impugnati dal primo assolutamente e dall'altro di non conoscerli, ma deposti ad insinuazione di D. Clemente del Prete. Messi ad esperimento in carcere e richiamati al secondo giorno, il primo dichiara d'aver attinta dalla voce pubblica la lacerazione della immagini e di esser vero l'avvenimento narrato nella seconda parte della sua dichiarazione scritta. Alla dimanda poi dei Signori Filomena e Morelli soggiunge: 1° che nel fatto non eranvi nè il Signor Morelli, poichè andava patugliando, nè il Signor Filomena che rimanevane fuori il posto di Guardia, fumando una pipa da lui datagli. 2° Che D. Clemente del Prete fu quello che inviò esso dichiarante in S. Vito con lettera diretta al Cancelliere di quel Circondario, innanzi cui fe' la sua dichiarazione 3° Che in quel giorno, in cui dichiarò, ricevè dal Ricevitore del Registro e Bollo la somma di carlini tre, per indennità, senza presentargli la cedola. 4° Che dopo altri giorni recatosi di bel nuovo in S. Vito col testimone Michele Carlucci, ed avendo costui riscosso dallo stesso Ricevitore carlini tre, n'ebbe la parte in grana quindici. Michele Carluccio [sic] sostenendo la sua dichiarazione orale, conferma d'aversi presa il Santoro grana 15 dalla sua indennità, e soggiunge di aver egli resa la sua dichiarazione innanzi al Giudice, e consegnata una lettera al Cancelliere del Circondario, direttagli, per [62] mezzo suo, da Papa Giuseppe de Mola, ad insinuazione del quale e di D. Clemente del Prete fe' la sua dichiarazione scritta. Alla vista di tante contraddizione e sufficienti elementi di falsità, la Corte sulle uniformi conclusioni del P.° M.° ha spedito contro gli stessi mandato di arresto. In una sera della scorsa està Ferdinando Lotti fu chiamato con premura dal suo germano Francesco Saverio, e trovò costui nel Corpo di guardia, tutto rammaricato a motivo che Filomena e Morelli, tra gli accusati presenti, avevan momenti prima lacerate, e per maggior disprezzo fumate le immagini Sovrane, e di fatti egli il Ferdinando osservò le sole cornici colle lastre messe su di una panca. Il fatto medesimo fu riferito da Francesco Saverio Lotti al figlio di lui Giuseppe, e Simone Santoro e da tutti e tre uniformemente dichiarato nel processo scritto. Nella discussione pubblica i primi due si son sulle prime ritrattati, ma in seguito d'ordinato esperimento in carcere, richiamati a di loro istanza, han confermato le dichiarazioni scritte. Lo stesso Simone Santoro dichiara che la voce pubblica fu sempre quella d'aver Filomena e Morelli, tra gli accusati presenti, lacerate e fumate le immagini Sovrane, e che il primo soleva spesso dileggiare il Re col nome di Mastro Ferdinando, specialmente quando leggeva i giornali incendiari che pervenivano in Carovigno. In una sera di Giugno, o Luglio ultimi, il Guardia Nazionale Gaetano Pagliara si recò nel posto di guardia ove rinvenne, tra gli altri, Filomena e Morelli, meno l'altro accusato [63] Saponaro. Che dopo d'avere i presenti Filomena e Morelli sparlato contro la Maestà del Re colle ingiurie di Mastro Ferdinando Cornuto, e diretti dei sputi ai ritratti ivi appesi, furon que

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sti scesi dal muro, e tra le voci di abbasso abbasso e tra dilegi, situati su di un tavolino. Alla vista di tanti eccessi, ed anco per non parteggiar negli stessi, come pretendevasi, egli il Pagliara allontanossi da quel luogo. Nel mattino seguente alla voce pubblica d'essere state lacerate e fumate le immagini Sovrane nelle pipe, il Pagliara recossi nel corpo di guardia, ove rivide le sole cornici colle lastre, che in seguito, per quanto intese, furono portate nella Farmacia di D. Salvatore Leo, poscia a Pasquale Santoro, che ricusossi di ricerverli, quindi in casa di D. Marianna Cavallo. Stefano Amato in passando di buon ora, in un mattino di Giugno o Luglio ultimi, per vicino il corpo di guardia, vi si fermò alquanto e vide quando gli accusati presenti scesero dal muro le immagini Sovrane, e crearono una Corte com'essi dicevano, per condannare il Re, in seguito di che il Morelli uscì dal Corpo di guardia e col fucile capovolto, alla funerale, si pose a passeggiare. Che intimorito a tali eccessi, egli il d'Amato partì via, ma poi intese dire pubblicamente di aver gli accusati lacerate e fumate nelle di loro pipe le immagini. Che giorni dopo un tal fatto, il Filomena avvicinatosi a D. Casimiro Morelli, che intrattenevasi col d'Amato in piazza, prese a dire "che il Maccaronaro di Napoli, quel Cornutone, mastro Ferdinando (intendendo parlare del Re) aveva [64] ricevuta la estrema unzione. Tal'è la sua dichiarazione scritta, ritrattata colla orale nella sola prima parte, ma dispostosi il suo sperimento in carcere, si è rimesso interamente alla prima, meno per Luciano Saponaro, che assicura di non esservi stato nel fatto e per l'ora in cui avvenne. Soggiunge d'aver tentato di ritrattare la sua dichiarazione scritta per timor della vita. A dimanda poi del Sig. Filomena dice d'ignorare se il Guardia Nazionale Iaja, era o no armato prima del fatto. Sparsasi la voce nel pubblico che le immagini Sovrane, di cui er' adornato il Corpo di Guardia, erano state lacerate e fumate per disprezzo nelle pipe dagli accusati Filomena, e Morelli, si rividero nel detto corpo di guardia le sole cornici colle lastre, giusta le dichiarazioni di Feliciano di Giovanni, e Giuseppe de Pascale. Le cornici con le lastre, che prima contenevano le immagini delle MM. LL. nel posto della Guardia, si furon, per ordine del Sindaco Sig. Carlucci, portate nella Farmacia di D. Salvaore Leo, e quì il Sindaco dispose, alla presenza di Ferdinando Lotti, che in una di esse vi fosse messa, come venn'eseguita la protesta in istampa dei Calabresi, avendo il Sindaco detto nel rincontro = Che stava meglio in quella cornice la protesta, che la immagine che prima vi era = Tali cornici colle lastre, contenente una di esse dei proclami e proteste contra il leggittimo governo, si furono vedute nella detta Farmacia da Domenico e Francesco de Mola, Feliciano di Giovanni e D. Michele Azzariti. Che per incarico del Farmacista Leo, si furono le suddette cornici portate e lasciate da Giuseppe Prete [65] nella Cancelleria Comunale, malgrado si fosse l'Archivario rifiutato a riceverle, perchè mancanti dell'effigie Sovrane, le quali dicevasi di essere state lacerate e fumate da Filomena e Morelli. In tal rincontro il latore del Prete osservò che ciascuna di essa era fornita di doppio anello di ottone. Sopraggiunto il Sindaco nella Cancelleria, per mezzo del Servente Comunale Vincenzo Saponaro, le rimandò al Farmacista Leo, che per non averle voluto ricevere, si furono per ordine del Sindaco istesso, rimesse nel Corpo di Guardia. Che quivi in effetti si furon rivedute dopo molti giorni dal medesimo Giuseppe Prete e quindi recate ignorandosi da chi, nel caffè di Pasquale Santoro. Costui, in vedendo le cornici colle lastre, che prima rimanevano nel corpo di guardia coll'effigie Sovrane, lacerate e fumate dagli accusati Filomena e Morelli, giusta la voce pubblica, e credendo che nel caffè vi fossero state recate dal suo nipote Gius.e Prete, che in quel giorno aveva faticato qual falegname nel Corpo di guardia, lo chiamò subito a se [sic], e gl'impose di riprenderle per non rimanerne risponsabile. Prete ne parlò prima al Sindaco per consegnarle; ma come costui pretendeva che fossero rimaste presso Santoro fino alla sera, e Santoro vi si ricusò, così per ordine di D. Gius.e Cavallo si furon portate nella casa di D.a Mariannina Cavallo.

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Sulle dimande dei Sig.ri Filomena e difensore Basile, i testimoni Pasquale Santoro e Prete han sempreppiù confermato che le cornici colle lastre erano quelle per l'appunto che contenevano l'effigie delle MM. LL. nel corpo di guardia, e Prete assicura che ciascuna di esse [66] conteneva un doppio anello d'ottone, dall'ultimo ben conosciute per essere stato urbano e guardia Nazionale. Che in una sera dell'està passata Salvatore Vacca si recò nel Corpo di Guardia e quivi D. Ignazio del Prete, Leopoldo d'Adamo e Nicola Prete, sparlando del Re, tolsero dal muro i quadri che contenevano intatte le immagini Sovrane, e le sittarono su di un tavolino dicendo che se le volevano giuocare a carte. Che mal soffrendo il loro linguaggio anarchico, il Vacca si allontanò dal Corpo. Nel mattino seguente, passando per vicino, lo stesso vide Filomena trascinare le cornici per un tratto di strada fino alla casa di D. Antonio Fumarola, rimanendo Morelli ed altri vicino al Corpo di guardia, ma non badò se in quelle cornici vi erano o furono le immagini Sovrane. Che a Dicembre ultimo Cataldo Cretì conservava la chiave del Corpo di guardia, sostituita alla antica che si vuole dispersa. - SECONDO Nella notte del tre a quattro Giugno 1848, i Signori D. Francesco Filomena, D. Salvatore Morelli, D. Lorenzo Brandi ed altri, riunironsi nel Corpo di Guardia di Carovigno ad oggetto di prestar servizio sotto il comando di D. Giuseppe Cavallo. Si unì ad esso loro Luciano Saponaro, guardia nazionale, pertinente ad altra sezione. Il Sig. Filomena, sotto ad insane politiche eccedenze, dopo d'aver profferito le ingiurie di mastro Ferdinando cornuto svergognato, ed altro contro il Re N. S., dato di piglio ad un cuscino da lui destinato a simulacro dello stesso Augusto Sovrano, salì su una scala che [67] nel posto di guardia rimanevane; e tenendo il coscino, pendolone, in mano, egli il Signor Filomena da boja, ed il Signor Brandi da tirapiede, ufficio cui ostinatamente negossi Francesco Bagnolo, come che violentato dal Brandi, con finzione stranissima, sospesero il Re sulla forca in seguito di che il Filomena, ordinò che il simulacro si fosse gittato dalla rupe Tarpea. Dopo alquanti altri momenti non ancor sazio il Filomena della sua finzione malvaggia, che ne' più degli astanti destò dispiacere e terrore, ordinò una manovra militare, cui a stenti e dietro negativa, prestaronsi i Signori Morelli, Brandi, Saponaro ed altri. Nel comandare egli stesso la manovra, ed a sua imitazione, fe spiegare, col impugnare i fucili verso la immagine del Re, ch'esisteva nel Corpo di guardia, nella finzione sua di fucilarlo. Tale fu la impressione cagionata da tanto delirio, che taluni della Guardia ritiraronsi per non andarvi mai più, ed il Signor D. Michele Azzariti, mal soffrendo il procedere del Signor Filomena, non che disse francamente che "la persona del re era sacra ed inviolabile", ma pure ne rimproverò il Saponaro, il quale ingenuamente rispose di non aver egli compresa la idea del Filomena, ma di aver fatti macchinalmente gli esercizi, come solevasi quasi in ogni sera. Questo fatto risulta uniforme dai detti scritti ed orali dei testimoni Giuseppe de Pascali, Francesco de Mola, D. Michele Azzariti, Francesco Bagnulo, Feliciano de Giovanni e Cataldo Cretì, abbenchè i tre ultimi, lungi dall'impugnarlo, avessero tentato di sostenere [68] nel processo scritto; e Cretì e Bagnulo nell'orale, di non aver compresa la idea del Signor Filomena, ma poi francamente svelata, in seguito di contraddizione, ed ordinato sperimento in carcere del Cretì dall'Inquisitore; e dello stesso mezzo di sperimento da questa Gran Corte disposto. Dalle dichiarazioni orali del Sindaco, D. Giuseppe Cavallo risulta che tra l'accusato Filomena e de Mola eravi qualche disgusto, ma che de Mola veste buona morale. Che Saponaro non ha dato motivo d'osservazione sulla sua condotta, non faceva parte della sezione del Signor Cavallo, nè fu presente all'avvenimento della lacerazione delle immagini Sovrane, come raccogliesi dai detti di Gaetano Pagliara. Sulla dimanda dei Signori Filomena e Morelli, il Sindaco istesso assicura di essere sfavorevole la di loro opinione politica, specialmente per la imputazione di cui è giudizio.

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Cogl'interrogatori, e costituiti, confermati nella discussione pubblica Il Sig. Saponaro sostiene di non aver figurato affatto nè nell'avvenimento della lacerazione delle Immagini Sovrane nè in altri, essendo un uomo senza coltura, dedito alla campagna e straniero all'idea di politica. Che in una sera fu obbligato ad entrare nel Corpo di guardia dov'eranvi i Signori Morelli, Filomena, Brandi ed altri, e quindi fatte diverse manovre militari per istruzione, fu imposta quella della scarica; ed attesa la strettezza del luogo, e la loro posizione verso le immagini Sovrane, si praticò verso quella direzione la finzione della scarica. Che se altri l'avessero eseguita con balorda allusione, egli non ebbe affatto pensiero di recar [69] onta alle MM. LL. Il Signor Morelli dice che la istruzione scritta sia stata l'opera della calunnia ed invidia, non che della animosità dell'Inquisitore Signor Pistilli, che aveva torturato i testimoni per più giorni, d'altronde tutti subornati e corrotti per deporre a suo danno, circostanze che potevasi verificare col riesame degli stessi. Il Signor Filomena espone che in una sera della scorsa està, dopo di aver pattugliato cogli altri compagni, si presero a danzare nel Corpo di guardia, e quindi a far gli esercizi d'istruzione. Che per l'angustia del luogo diressero la scarica verso l'armeria, a lato della quale esistevano l'effigie delle MM. LL. ma fuori la idea di recar onta alle stesse. Che dopo due gironi, Francesco de Mola andava spargendo la esistenza dei reati in parola, da lui immaginati e cercando dei testimoni, come li ottenne. Che il Giudice Signor Pistilli unì i suoi agli sforzi del de Mola, che presenziò alla udizione dei testimoni facendo loro delle minacce, e che furono trattenuti per tre giorni nel Capo-luogo [sic] del Circondario. Che i testimoni, parte corrotti, parte ingannati e parte torturati dal Giudice, il quale per animosità, si arbitrò benanche falsificare le dichiarazioni di taluni altri, ritornati in paese dissero pubblicamente di essere stati dal Giudice torturati onde deporre il falso, vero tanto che presentaronsi al Supplente per ritrattare le loro dichiarazioni, che non si vollero ricevere senza ordini. Che a chiarire tali fatti dovevansi riesaminare tutti i testimoni a carico, eccettuato de Mola, non intesi in seguito del suo interrogatorio. Con memoria aggiunta al suo costituto, egli il Sig. Filomena sostiene [70]: 1° di non esservi reato per la lacerazione dell'effigie Sovrane (messe per disposizione del Governo in luoghi pubblici) essendosi lunga differenza tra queste e le immagini, di cui è parola nell'articolo 141 LL. PP. 2° che seguita la lacerazione d'una effigie Sovrana non può esservi reato, stantechè non potrebbesi stabilire l'ingenere, nè principale, nè suppletorio potendo riuscir facile al colpevole sottrarsi alla pena col sostituire altra effigie dello stesso pennello; 3° che quindi non potendo esservi la pruova generica, non può raccogliersi la specifica che tanto si avvera nella specie. Il signor Saponaro ha presentato una sola posizione a discarico, colla quale intende di avvalersi delle dichiarazioni scritte di seguito degli interrogatori degli accusati, dei Signori D. Ignazio del Prete, D. Gius.e d'Adamo, e D. Vincenzo Carlucci e D. Salvatore Carlucci. Intesi costoro han dichiarato uniformemente: 1° Che nella sera in cui si vuole che fossero stati impugnati i fucili contra la immagine Sovrana del Re, colla idea di sparare contro lo stesso, si fecero, come al solito, gli esercizi nel Corpo di guardia. 2° Che Saponaro è stato sempre un cittadino tranquillo, e dedito alla campagna. Ad istanza poi del difensore Sig. Basile, il testimone Sig. d'Adamo ha risposto: 1° che tra Francesco Saverio Lotti e Filomena eranvi dei disgusti, per causa ignota, ma che Lotti però non pronunciò mai minaccia contro Filomena. 2° Che essendo stato di Guardia il Lotti, il fucile si fu preso dal posto da Vincenzo de Mola. 3° Che i quadri delle MM. LL. esistevano nel Corpo di Guardia nei primi giorni di Giugno, ma non sa se vi fossero rimasti in prosieguo, e sino a che si chiuse il locale del Corpo.

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[71] Il Signor Morelli ha presentato quattro posizioni a discolpa, dirette a provare: 1° di non esistere la finta fucilazione del Re, ma unicamente si riprodussero delle manovre, che solevansi eseguire in tempo di giorno, ed in quella sera si fecero prima di uscire in pattuglia, e nello stesso Corpo di guardia, attesa la molta gente raccolta vicino alla porta, come costa a D. Giuseppe Cavallo, D. Giuseppe d'Adamo, D. Salvatore Carlucci. 2° di non esser vera la lacerazione e fumazione delle immagini sovrane, ma queste rimasero sempre intatte nel Corpo di guardia come furon osservate da D. Vincenzo Carlucci, D. Salvatore Carlucci, D. Ignazio del Prete, D. Valentino Spagnolo; e si videro soltanto mancanti quando Salvat.e Lotti le portò in sua casa. 3° che dopo di essere state le immagini trasportate dal Lotti in sua casa, si furon trovate intatte, ed eran quelle appunto ordinate dal Governo ed appese nuovamente dal Sindaco nel corpo di guardia, che rimase aperto ed accessibile a chiunque, essendosi cessato fin d'allora di far la guardia com'è noto al Sacerdote D. Emilio Spagnolo, D. Valentino Spagnolo, D. Vincenzo Carlucci, D. Giuseppe Scorrano. 4° Di non aver mai pronunciate delle ingiurie contro la persona del Re, nè nella sera del voluto avvenimento, nè in altro rincontro, circostanza nota a Francesco Bagnulo, ed a' suddetti d'Adamo, Valentino del Prete e Don Salvatore Carlucci. Intesi i testimoni sulla prima posizione il Sig. Cavallo si è rimesso alla sua dichiarazione a carico, ed i Signori d'Adamo e Carlucci a quelle rese a discolpa di Saponaro. [72] Sulla seconda D. Vincenzo Carlucci si è rimesso alla dichiarazione resa per Saponaro. D. Salvatore Carlucci dice che essendo stato di servizio, non rivide come al solito le immagini Sovrane appese al muro; ed informato che Francesco Saverio Lotti avevale portato in sua casa, questi glielo confermò adducendo per motivo che taluni volevano lacerarle. Che le immagini si furono immantinenti riportate nel Corpo di guardia, ma dopo altri pochi giorni, il Lotti stesso gli riferì di essere state lacerate da Filomena e Morelli. A dimanda poi del Sig. Filomena ha risposto che nella sera precedente in cui egli il Sig. Carlucci aveva prestato servizio, il Sig. Filomena non fu di guardia. D. Ignazio del Prete dichiara di non conoscerne nulla. D. Valentino Spagnolo dice: 1° Che Lotti portò i ritratti Sovrani nella di lui casa, ad oggetto di pulirli. 2° Che a capo di otto altri o dieci giorni li rivide nel corpo di guardia, e credette che fossero stati quelli inviati dal Governo. Sulla 3a D. Emilio Spagnolo dichiara che insieme al Sindaco ed altri si recò nel Corpo di Guardia, ove si rinvennero dei quadri coll'effigie delle MM.LL., che verificaronsi per quelle stesse che prima vi esistevano, soggiungendo che prima dell'accesso dicevasi pubblicamente che l'effigie erano state lacerate, senza indicarsene gli autori. A dimanda del Sig. Morelli, ha risposto di non aver mai costui sparlato del Re in presenza di esso dichiarante. D. Giuseppe Scorrano negativo. D. Valentino Spagnolo assicura che per mancanza di disciplina, rimase in corpo di guardia abbandonato. [73] D. Vincenzo Carlucci depone che il Corpo di Guardia, per mancanza di disciplina, rimase in balìa dei sottocapi. Che richiesto dal Sindaco, si portò insieme allo stesso ed altri al Corpo di Guardia, e verificarono la esistenza dei quadri colle immagini Sovrane, ma non si avvide se eran quelle spedite dal Governo, o altre. A richiesta del Sig. Morelli dice che tra costui e Francesco Saverio Lotti eranvi delle inimicizie perchè il Lotti, quale intimator fondiario, e solito ad ubbriacarsi, veniva dal primo messo in caricatura, epperò crede che abbia potuto dire qualche cosa in danno del Morelli. Sulla 4a Per Francesco Bagnulo, le parti han convenuto essersi per lui esaurito l'esame. D. Giuseppe d'Adamo e D. Salvatore Carlucci negativo.

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D. Valentino Spagnolo e D. Ignazio del Prete dicono che alla loro presenza il Sig. Morelli non proferì mai delle ingiurie contro del Re. A dimanda del Signor Morelli e difensore Sig. Basile, il Signor del Prete assicura che Lotti era di un carattere esagerante, e che tra lui e Morelli eravi qualche disgusto per causa a lui ignota. Ed il Sig. Valentino dice il rancore nacque dall'essersi trovato mancante un fucile nel Corpo di guardia ed ignorare se Lotti avesse pronunciata minacce contro Morelli. Da registri penali appare di non esser gli accusati gravati di altre imputazioni. Gli stessi erano maggiori all'epoca dei reati. __________ Considerando che dalla pruova generica [74] sulle immagini Sovrane rilevate dal Corpo di Guardia di S. Vito, e dai riscontri dei Giudici di Francavilla, Mesagne e Brindisi riman dimostrato ad evidenza che le immagini delle MM. LL. collocate per disposizione del Governo nei diversi posti dell'abolita Guardia Urbana di questa Provincia, furono quelle in litografia di Settimio Severo Lopresti, e non già quelle dell'autore de Sanctis, ben dalle prime, per ogni rapporto, diverse. Che il reperto nel Corpo di guardia Nazionale di Carovigno, dalle immagini Sovrane, ritratte dall'autore de Sanctis, assodato coi verbali del 20 Ottobre e 16 Novembre 1848, pruova ineluttabilmente: 1° La distruzione di quelle ivi precedentemente collocate, per ordine Superiore; 2° e l'intrigo ordito dal Sindaco ed Arciprete del Comune adombrato dal velo del segreto Canonico, onde disperder le pruove del reato e sottrarne gli autori del meritato gastigo. Che tale intrigo si rende vieppiù manifesto dalle dichiarazioni del Sindaco istesso, di Ferdinando Lotti, Domenico de Mola, Pasquale Santoro e Giuseppe Prete. Ed invero, fu il Sindaco che nel giorno ventidue Settembre dichiarò nel processo scritto, e ha confermato nell'orale, che le cornici colle lastre, portate da Prete nella Cancelleria Comunale eran quelle situate nel Corpo di Guardia colle immagini delle MM. LL. lacerate, giusta la voce pubblica, dagli accusati Filomena e Morelli. De Mola, Santoro e del Prete sostengono invariabilmente che le sole cornici colle lastre portate nella Cancelleria Comunale, poscia per ordine del Sindaco riportate [75] nel Corpo di Guardia e quindi rivedute nel Caffè di Santoro, eran quelle per lo appunto che contenevano le immagini Sovrane, che adornavano il detto posto, ben osservate da Prete ciascuna con due anelli di ottone, da lui conosciute per essere stato urbano e guardia Nazionale. Che le pruove discorse son più che bastevoli a ritenere la esistenza del reato in esame, ma se altre ne abbisognassero si avrebbero nei detti di coloro che, in seguito della diceria pubblica di essere state lacerate e fumate le immagini, rividero le sole cornici colle lastre nel posto di guardia, ed altrove. Questo intrigo però, smascherato dal buon senso e da fatti eloquenti, se tradisce il divisamento dei suoi autori, serve mirabilmente la giustizia penale, giacchè diretto a sopprimere il reato, ma mette in chiara luce la sua esistenza. Che gli autori poi d'un tale reato sieno stati Signori Filomena e Morelli, egli è addimostrato dalla voce pubblica e da testimonianze garentite dalla pruova generica: dalla stessa di loro condotta, e contegno. Divulgatasi la voce in tutto il paese d'essere state lacerate e fumate le immagini Sovrane da' Signori Filomena e Morelli, tutti vi aggiustaron la fede quando rividero, nel mattino seguente, nel Corpo di guardia e quindi nella farmacia Leo e Caffè di Santoro le sole cornici colle lastre che le contenevano. La pubblica voce, cosciente e uniforme in un ristretto Comune come Carovigno, ove sia sostenuta dai fatti, cui ha rapporto, legalmente assodati, non [76] è più l'Eco della impostura e malevolenza, ma la espressione della pura e schietta verità.

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Dalla dichiarazione di Gaetano Pagliara, se il Filomena e Morelli profferirono delle ingiurie contro la Sacra Persona del Re, e diressero degli sputi alle immagini Sovrane collocate nel Corpo di guardia: se tra i di loro dilegi e sarcasmi si scesero dal muro, e poggiaronsi su di un tavolino: se nel mattino seguente alla voce pubblica di essere state lacerate e fumate le immagini Sovrane, il Pagliara rivide nel posto di guardia le sole Cornici colle lastre, quali ne dovettero essere gli autori se non coloro che osarono ingiuriare il Re, dileggiare e scendere dal muro le immagini? Questa dichiarazione rafforza la credibilità di quelle di Ferdinando Lotti, Simone Santoro, e Ferdinando Lotti, e specialmente quella del primo, che al racconto del germano di lui Francesco Saverio, osservò le sole cornici colle lastre, messe su di una panca. Le circostanze d'essere state tra ingiurie e dilegio, scese dal muro le immagini e messe su di un tavolino o panca, e sopra questa osservate le sole cornici colle lastre, nell'atto sostengon per vere le dichiarazioni scritte di Giuseppe Santoro e Michele Carluccio, provano la falsità dei loro detti orali. E di fatti essi testimoni presenti al pari che Francesco Saverio Lotti defunto, dichiararono, colle prime, lo stesso modo adoprato nel distruggere le immagini dal Lotti riferito al germano di lui Ferdinando, e Simone Santoro, ed il luogo medesimo dove si situarono scese appena dal muro, e [77] rimasero quindi le sole cornici colle lastre. Dal modo stesso con cui si ritrattano fluisce spontanea la falsità dei loro detti. Santoro la prima volta impugna totalmente i fatti; richiamato gli ammette in parte, ma colle dimande di Morelli e Filomena ne esclude costoro, dice d'essere stato inviato in S. Vito da D. Clemente del Prete con lettera diretta al Cancelliere del Circondario, innanzi a cui depose: d'aver ricevuti dal Ricevitore carlini tre per indennità, senza d'aver avuta cedola, e che dopo altri giorni recatosi in S. Vito col testimone Michele Carlucci si prese dalla di costui indennità grana quindici. Carluccio sulle prime dice di aver deposto ad insinuazione di D. Clemente del Prete, richiamato, vi aggiunge anche quella di Papa Giuseppe de Mola, da cui ebbe una lettera pel suddetto Cancelliere, e che lui avendo avuta la sua indennità di carlini tre, Santoro se ne prese grana 15. A parte che le contraddizioni in cui si sono raccolti, manifestano chiaramente la fallacia dei loro detti orali, gli atti assicurano d'aver essi rese le dichiarazioni scritte in seguito di cedola nello stesso giorno e nel giorno medesimo pagate ad entrambi le indennità, cioè nel giorno tredici Novembre. Che alle pruove enarrate in nulla si oppongono le vacillanti dichiarazioni di Stefano Amati, in quanto al tempo ed all'ora dell'avvenimento, quando si riflette che furono accompagnate dalla idea del periglio dei suoi giorni. Che dimostra sempreppiù la reità del Signor Morelli, l'aver egli nel mattino seguente alla notte in cui si furon [78] le immagini scese dal muro, trascinate le cornici per un tratto di strada. Considerando che gli accusati Filomena e Morelli si permisero in più di un rincontro ingiuriare e dileggiare pubblicamente la Sacra Persona del Re e specialmente quando si fu dipinta a bisdosso di un asino, nella mira certamente di spargere del malcontento contro il suo Legittimo Governo. Che sul conto di Luciano Saponaro pel carico della lacerazione delle immagini Sovrane, non si hanno quegli elementi legali che formar debbono il sostrato del criterio morale, onde ritenerlo come reo. D'altronde la sua condotta regolare ed i detti di quei testimoni, i quali assicurano di non essere stato presente al fatto, se non valgono a dichiararlo innocente, mettono al certo in dubbio la sua reità. Considerando che dal detto uniforme di più testimoni riman provato come nella notte dei 3 a 4 giugno Filomena commise eccedenza criminosa contro la Sacra Persona del Re, e con ingiurie e con finzione di sospenderlo sulle forche e con quella di fucilarlo.

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Che lungi dal vagheggiare ed ammettere la fiaba ingegnosa della consueta notturna istruzione militare nel Corpo di guardia, smentita dal Sig. Morelli colla sua prima posizione a discarico, le dichiarazioni di Francesco de Mola e D. Michele Azzariti spandono tale tanta incertezza, pel fatto allusivo alla fucilazione dell'Augusto Sovrano, in rapporto a Morelli e Saponaro, da vedere più che dubbia la di loro imputabilità. Il Magistrato che condanna nel dubbio, con contorcer le Leggi abusa del suo potere. Non lieve argomento dimostrativo la reità dei Signori Filomena [79] e Morelli sorge dalla loro condotta politica e contegno. Dessi si feron marcare in Carovigno per le di loro stravaganze politiche e specialmente il primo, uso ad ingiuriare pubblicamente il Re. Le vaghe assertive e la non curanza di addimostrare l'animosità dell'Inquisitore verso di loro, e il di costui accordo con Francesco de Mola in corrompere ed insinuare i testimoni a di loro danno: la insistenza pel riesame dei testimoni intesi nello scopo certamente di una ritrattazione tentata per taluni, ed ottenuta da altri, abbenchè senza effetto, ed i novelli principi di dritto pubblico e legislazion penale esposti dal Sig. Filomena, svelano ogni di loro studio e sforzo onde annientare le pruove a di loro carico raccolte. Che dai testimoni a discarico nulla emerge che valesse a sostenere le tre ultime posizioni del Signor Morelli; e son sì vaghe le assertive di taluni testimoni sui disgusti di Filomena e Morelli con Francesco de Mola ed il defunto Francesco Saverio Lotti, probi cittadini quest'ultimi che o non esisteron mai o furon passaggeri e spregevoli. __________ PER TUTTI GLI ESPOSTI MOTTIVI LA GRAN CORTE A VOTI UNANIMI DICHIARA Consta che D. Francesco Filomena e D. Salvatore Morelli siansi resi colpevoli d'infrangimento per solo disprezzo delle Immagini delle Maestà Loro il Re e la Regina (N. S.) situate per [80] disposizione del Governo nel Corpo di Guardia di Carovigno. Non consta che Luciano Saponaro siasi reso colpevole dello stesso reato. Consta che D. Francesco Filomena e D. Salvatore Morelli abbiano commesso fatti pubblici contro la Sacra Persona del Re (D. G.) aventi soltanto in mira di spargere il malcontento contro il Governo. A maggioranza di cinque voti sopra uno NON CONSTA CHE LUCIANO SAPONARO abbia commesso lo stesso reato. 2.DA QUISTIONE Qual'è la pena dovuta per Legge a Filomena e Morelli? Quali disposizioni convengono per Saponaro? Veduti gli articoli 141 - 142, 51 delle Leggi penali, 280 e 296 della procedura penale, così concepiti: Articolo 141. Chiunque per solo disprezzo, e senza servire ad un fine più criminoso infanga o deformi stemmi reali, statue o immagini del Re e della Real famiglia, situate nei luoghi pubblici, con ordine o approvazione del Governo sarà punito colla rilegazione. Articolo 142. Ogni altro discorso o sentito, o fatto pubblico non compreso negli articoli precedenti, e non accompagnato da un fine in questi espressi, quando con essi si abbia soltanto avuto in mira di spargere il malcontento contro il Governo, sarà punito col secondo al terzo grado di prigionia. [81] La stessa pensa sarà applicata agli ecclesiastici i quali per occasione

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dell'esercizio delle funzioni del loro ministero, faranno la critica d'una legge, d'un decreto o d'un atto qualunque della pubblica autorità. Articolo 51. Tutti gli individui condannati per uno stesso reato son tenuti in solido alle ammende, alle restituz.i, ai danni, interesse, e spese. Articolo 280. Se la G. C. adotti la seconda risposta non consta ecc., è nelle sue facoltà di disporre o che l'accusato sia messo in istato di libertà provvisoria, o pure che si prenda una istruzione più ampia, ritenendo intanto l'accusato medesimo nello stato di arresto, o mettendolo in istato di libertà provvisoria con quel mandato o con quella cauzione che si creda convenevole. La G. C. in questo secondo caso indicherà nella decisione le pruove che debbeno supplirsi. Articolo 296. Pronunziandosi la condanna dell'accusato, che con la Decisione stessa pronunziarsi la sua condanna al pagamento delle spese del giudizio, sia in favore della Reale Tesoreria, sia in favore della Corte Civile. ALL'UNANIMITÀ Condanna Francesco Filomena a dieci anni di relegazione, Salvatore Morelli ad anni otto della stessa pena, ed entrambi solidamente alle spese del giudizio. ORDINA [82] Che Luciano Saponaro si metta in libertà provvisoria. __________ A cura del S. M. rimane la esecuz.e della presente Decisione. Fatto, deciso e quindi pubblicato all'udienza in continuaz.e dell'ultimo atto della pubblica discussione oggi li diciassette Aprile 1849, in Lecce (Sig. Siconolfi C°) G.C.Libetta / Morelli / Fabrocini / Siconolfi / De Tomasi / GCapochiani / Chieco __________ [11 Giugno 1849] L'anno mille ottocento quarantanove il giorno undici Giugno. Nel Comune di Lecce. Io qui sottoscritto Luigi Lazaretti usciere presso la Gran Corte Criminale della Provincia di Terra d'Otranto, nominato con Real Decreto del 10 Maggio 1819, quivi domiciliato Certifico di aver notificata la dietro scritta decisione a detenuti in questa Prigione di Lecce D. Francesco Filomena, a D. Salvatore Morelli di Carovigno, cui parlando di persona ho rilasciato ad entrambi copia della stessa nelle loro proprie mani, nel sopra signato giorno, mese, ed anno. Luigi Lazaretti __________ [17 Agosto 1849] [89] Ferdinando II Per la grazia di Dio Re del regno delle due Sicilie L'anno milleottocentoquarantanove il dì diciassette Agosto

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Alla Corte Suprema di Giustizia - Camera Criminale Intervenendo i Sig.ri cav.r de Luca Vice Pres.te, Laudati, comm.r Sarlo, Rofati, Magliani, Bartaglia, Mezzacapo, Spaccapietra e Gigli - Consiglieri -; cav.r Agresti Procuratore Generale del Re -, e Mola, Giudice di gran Corte civile, Cancelliere. Il Consiglier Tartaglia ha fatto il rapporto della causa di Francesco Filomena e Salvatore Morelli, donde risulta quanto segue: La Gran Corte criminale di Lecce, nel dì 17 aprile 1849, emise la seguente decisione: "A voti unanimi Dichiara Consta che D. Francesco Filomena e D. Salvatore Morelli siasi resi colpevoli di infrangimento per solo disprezzo delle Immagini delle Maestà Loro il Re e la Regina (N. S.) situati per disposizione del Governo nel Corpo di Guardia di Carovigno: Consta che D. Francesco Filomena e D. Salvatore Morelli abbiano commesso fatti pubblici contro la Sacra Persona del Re (D. G.) aventi soltanto in mira di spargere il malcontento contro il Governo: E veduti gli Art. 141 - 142 - 51 - LL. penali, e 296 proc. penale (ha scritti in essa decisione): "Alla stessa unanimità Condanna Francesco Filomena a dieci anni di relegazione, e Salvatore Morelli ad anni otto della stessa pena, ed entrambi solidamente alle spese del giudizio" Avverso tale decisione entrambi i condannati han prodotto rispettivamente ricorso per annullamento, riserbandosi di spiegarne in seguito i motivi. Essendo stato destinato D. Nicola Magaldi per Avvocato Officioso in questa causa, il medesimo, nel dì 14 del corrente mese di Agosto, ha presentato nella Cancelleria della Corte Suprema di Giustizia la seguente memoria: "Al signor Presidente e Consiglieri della Corte Suprema di Giustizia Signori Il sottoscritto Avvocato officioso di Francesco Filomena e Salvatore Morelli, condannati dalla gran Corte criminale di Lecce alla pena della relegazione, ha l'onore di dichiararvi che, avendo attesamente letto e studiato il processo, nonchè la decisione di condanna a carico degli individui suddetti, non ha trovato alcun valido motivo di annullamento da presentare alla vostra discussione; e però vedesi inabilitato a compiere i doveri della difesa. Della qual cosa molto riverentemente si scusa, onde in lui non venisse notato alcun mancamento di zelo nell'adempimento dell'onorevole incarico affidatogli. = Napoli 14 Agosto 1849. Firmato - Nicola Magaldi." Udito il rapporto: Inteso il Procuratore Generale del Re, cav.r Agresti, il quale ha chiesto dichiararsi irricettibile i ricorsi: La Corte Suprema di Giustizia, deliberando nella Camera del Consiglio, e facendo dritto alle conclusioni del Pubblico Ministero: Veduti gli Atti, la decisione, i ricorsi: Attesochè i ricorsi non son motivati: Veduti gli Articoli 311 e 324 LL. di procedura penale: Dichiara irricettibili i ricorsi. Fatto, deciso e pubblicato all'Udienza in presenza del Pubblico Ministero il suddetto dì 17 Agosto 1849 ---- Seguono le firme.

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Per copia conforme Michele Mola giudice di gran Corte Civ. Canc. __________ [15 settembre 1849] La presente decisione cogli atti relativi è pervenuta qui in Lecce colla riverita Min.le del dì 1° Sett. 1849. Rip. 3° carico 2° d° le 933 A. Prati Seg. N. B.: Si notifichi la decis.e ai condannati. [90] Certifico io qui sottoscritto usciere presso la Gran Corte Criminale di Terra d'Otranto di aver dato legale conoscenza del dietro scritto arresto della Corte Suprema agli arrestati Francesco Filomena e Salvatore Morelli di Carovigno, parlando con i medesimi di persona. Lecce 15 Settembre 1849 Francesco Saverio Buordino Usc.e __________ Praticamente, dal 15 Settembre 1849, giorno della notifica dell'esito negativo del ricorso alla Gran Corte Suprema di Giustizia, al 15 Maggio 1850, giorno della sua traduzione sull'Isola di Ponza, Morelli si trova nel Carcere di San Francesco di Lecce.

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1.5. 1850-1858. Via crucis. Approdo all'isola di Ponza. Maschio del Castello d'Ischia. Ventotene. Il 15 maggio 1850, Morelli, prima di partire per l'isola di Ponza, dal carcere di S. Francesco in Lecce scrive questa lettera d'addio: "Madre mia, Fratelli miei, Amici, Parenti, Patria diletta addio! Addio e forse per sempre! Null'altra gioia conforta la pover'anima mia oltre quella di vedervi un dì, o l'altro lieti di quella felicità eterna promessa da Dio agli uomini, ed alterata sì dalla sociale corruzione; ma giammai distrutta. È anche mia letizia il pensare di non aver madricola di maleficio, e di aver compagna una coscienza pura, ed intemerata. Non pertanto ove il fuoco della gioventù m'abbia tal fiata [talvolta] trascinato ad addolorar qualcuno, io ne domando scusa, e perdono; lo domando a fronte dimessa, e con veracità, come se lo domandassi a Dio, oltre il sepolcro. Voi non me lo negherete, lo spero, anche a riguardo di quell'amore, ch'io vi portai, ardentissimo, sincero amore, per il quale, se tutti voi miei diletti, non avete la sventura di piangermi morto, senza il conforto né del sole né dell'aure della culla, e su d'un marittimo e lontano scoglio, proverete la gioia di vedermi perennemente cospirare al benessere della patria. Sì tenete questa mia fede giurata col sacro pegno del perdono lasciatovi da gran tempo per coloro, che ingiustamente mi inimicarono. Tenetela come la speranza, che l'oggi non somiglierà al domani. Tenetela... che io parto, irreparabilmente parto. Padre mio, madre mia, fratelli, parenti, amici, patria diletta Addio - Sacra terra amorosamente Addio!..." (in V. Andriani (1888), pp.73-74, Nota (1)" Ecco ora la narrazione del pluriennale calvario percorso da Morelli dalla relegazione nell'isola di Ponza, dal carcere nel Maschio del Castello d'Ischia, dalla relegazione in Ventotene fino alla liberazione: <<Sin dal 1849, quando appena 25enne fui trascinato in tribunale al banco degli imputati per reati politici, mi fermentava nella mente e nel cuore il pensiero di una riforma educativa, perché già sentivo che senza denunciatori, testimoni, inquisitori, giudici, gendarmi e carcerieri, i quali fanno pure parte della famiglia del popolo, un governo non avrebbe la forza, cioè i mezzi occorrenti per tiranneggiare (governare con metodi tirannici) e fare scempio della parte più eletta del nostro paese. Occorreva perciò, per mutare in esseri uomini tali belve feroci, un metodo educativo affatto nuovo. Sin d'allora scrissi su questo proposito un volumetto, intitolato PIAGHE E SPERANZE DEI COMUNI, che feci leggere all'onorevole Nicola Schiavone e ad altri amici del carcere di Lecce. Quel volumetto mi fu requisito dalla polizia! Quindi, legato con venti malfattori dopo la condanna alla relegazione (che fu la prima di tutto il regno), fui tradotto da un carcere all'altro sull'isola di Ponza. Là ebbi l'agio di meditare su questo arduo argomento. Mentre m'impegnavo a patrocinare i reduci lombardi e altri accusati di reati politici, e a scrivere articoli per i giornali esteri denunciando all'opinione pubblica d'Europa il regime tirannico dei Borboni, mi volsi a educare dei ragazzini; cercai di utilizzare un metodo d'insegnamento non comune; ma i miei poveri studi non corrispondevano alle aspirazioni del cuore. Tuttavia non potevo non rallegrarmi nel vedere che per avere un po' deviato dal cammino ordinario seguito dai sedicenti pedagoghi, quegli isolani conseguivano agevolmente un profitto degno di lode, conforme in tutto alle mie aspettative, destandosi all'amore della libertà, delle scienze e delle arti, i cui germi in passato erano stati soffocati da tutti gli organi del governo e specialmente da quel maggiore comandante, stupidamente feroce, il quale, per il solo fatto che una volta gli dissi che non intendevo infrangere le leggi, prese addirittura il verbo infrangere per sinonimo di Francia repubblicana, e voleva farmi assestare cento legnate. Il potere, ingelositosi, dunque, di questa propaganda civilizzatrice e dell'amore di cui mi colmavano gli abitanti dell'isola e i compagni, accusava di cospirazione me, Mattia Valentini dell'Aquila, Enrico Muzii di Popoli,

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Gabriele Morelli di Napoli, Vincenzo Rocco di Campagna d'Eboli, il Canonico Lazazzara di Castellantea e altri reduci lombardi. Sicché, la notte del 26 giugno 1851, un'intera squadra, composta dalla Fregata Amalia e dai brigantini della Real Marina del Regno delle Due Sicilie: il Principe Carlo, il Valoroso e l'Intrepido, ci catturarono con metodi terroristici e per ordine del re fummo trasferiti nel sinistro Maschio del Castello d'Ischia. Là le oppressioni del tiranno portate all'estremo limite, con la crudeltà disumana di tenere gli uomini incatenati al cosiddetto puntale e di legar loro le mani da dietro, degradandoli fino a dover mangiare come fanno i giumenti con la faccia a terra, mi confermarono di più nel convincimento della necessità di un nuovo metodo educativo. Nondimeno, non potendo mai comunicare con Poerio, Pironti, Nisco e Braico, che pur gemevano incatenati nel carcere di quel castello, e dai quali avrei potuto ricavare delle buone idee in proposito, la mia aspirazione rimase ancora indefinita e incerta. Dopo 18 mesi di sofferenza, incanutii anzi tempo. Fui mandato quindi al confino a Ventotene [Presumibilmente, Gennaio 1853]. Qui, animato dall'influenza che i miei compagni politici esercitavano sull'autorità, mentre m'impegnavo a esercitare la professione di avvocato a beneficio sia degli imputati accusati del delitto di lesa maestà che degli altri, ritenni di dover seguitare l'opera educativa, facendo scuola gratis a quei ragazzi isolani. Difatti mi compiacqui alquanto dei giovamenti che sempre di più ne traevano; e per abituarli a un metodo fecondo di maggiori risultati, ne scrissi furtivamente all'onorevole Luigi Settembrini, che era chiuso nell'ergastolo di S. Stefano. Il marinaio messaggero dei cospiratori mi portò dopo due giorni la gradita risposta di Settembrini come era solito portarne, eludendo in modo singolare la vigilanza dei carcerieri, anche a me e agli altri del Signor Silvio Spaventa, Purcaro, Agresti, Morgante e di tutti i patrioti che languivano in quella prigione. La bella lettera di Settembrini che ancora conservo, conteneva oltre quello che un sapiente, gentile e onesto galantuomo sa dire in stile purissimo a un compagno di sventura, anche questa frase: si deve imparare più a riflettere che a leggere. Mi piacque, ne intesi l'assennatezza e l'importanza, cercai di usarla, senza pervenire però a un'attuazione che corrispondesse allo scopo di un nuovo metodo educativo. Fra le scientifiche discussioni nelle quali spesso m'intrattenevo in quell'esilio con gli egregi Signori Giuseppe Libertini, mio carissimo comprovinciale, Raffaele d'Apuzzo, Pisani, Barberio e altri, mi ero fissato su questo argomento molto importante e vi legai il pensiero della donna, quando ebbi la triste notizia che mia madre era già morta, abbattuta dal dolore della mia condanna, dal brutale disprezzo e dalle miserie che gli uomini del governo facevano pesare sull'intera mia famiglia. La perdita della madre mia adorata, togliendomi la pace per moltissimo tempo, mi lasciò meditare un po' più profondamente sull'importanza della donna, ma fui in grado di concretizzarla, in una formula che facesse presagire una nuova vita, solo nell'Aprile del 1858. L'onorevole pelasgo italiano Giovanni di Maio1, venendo a relegazione su quell'isola, mi chiarì il pensiero che da tanti anni idoleggiavo nella mia mente; pensiero che, filtrato a goccia a goccia nella mente con le discussioni, non era stato ancora in grado di fare ciò che fa l'acqua sul marmo (o meglio, la goccia che scava la pietra. Gutta cavat lapidem). Devo dunque confessare che solo con Giovanni di Maio mi convinsi fervidamente del nuovo sistema, detto della riflessione, da lui elucubrato. Il suo intelletto, ricco di sapienza, m'invaghì (mi attrasse), e stemmo insieme per circa un mese e mezzo, finché non mi prosciolsero, nell'ultimo processo politico, dall'imputazione delle 300 bandiere per la discesa di Pisacane a Sapri. Così dopo cinque anni [1853-1858] di penitenziale dimora su quello scoglio, cioè sull'isola di Ventotene (appartenente con l'isola minore di S. Stefano all'arcipelago delle isole Ponziane, nel Mar Tirreno), mi divisi con dolore da lui, da Pasquale Spadari, Felice Sacchi, Domenico Sarri e da tutti gli altri carissimi compagni. Giunto a Napoli, conobbi clandestinamente Lacapra, rividi Verratti, Prudezzano, Pietro Cavallo e Pasquale Trisolini (entrambi di Carovigno). Andai a trovare a casa Errico Pessina, genero di Settembrini: - per informarlo sul suocero che avevo lasciato in carcere;

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- per sapere quali speranze potevo nutrire per l'avvenire; - per tentare di rimanere a far l'avvocato in Napoli; - e da ultimo per chiedere consiglio al suo acuto ingegno sull'utilità che avrebbe potuto arrecare il Sistema della riflessione. Pessina mi accolse fraternamente, mi presentò alla sua colta società di liberali col saio della penitenza (cioè come persona umile, che è in condizione misera e sventurata); e dopo aver a lungo discusso su tutto quel che m'importava, mi rassicurò che il sistema della riflessione poteva ben giovare al sistema educativo del paese. Mi accomiatai poi da quell'istruito e gentile conversatore, senza poter riabbracciare gli amici, senza neanche poterli rivedere una seconda volta, perché la polizia m'impose di muovere subito da Napoli per Lecce. Partii dopo due giorni a rompicollo. I miei lo seppero e, passando da Carovigno, mi vennero incontro con mezzo popolo, e fui costretto a salire su al paese da dove mancavo da dieci anni [18491858]. Ma che cosa dovevo trovarvi, che potevo trovarvi, quando il meglio se n'era andato per sempre con la morte di mia madre? Il mio cuore pieno di fiducia nel progresso, nella libertà, nella giustizia, e fortemente impressionato dall'idea di un prossimo avvenire, rideva di compiacenza sulla sfortuna della mia famiglia. Mi compiacevo di aver adempiuto un sacro dovere, qual ogni onesto cittadino deve giudicare il proprio sacrificio per la salvezza della patria, della nazione, dell'Italia. Circondato dunque dall'affetto del popolo che è la più grande delle ricchezze, mossi per Lecce. Là giunto, stetti come se mi fossi rinchiuso in una specie di ergastolo: mi fu sempre proibito di tornare al mio paese; fui sottoposto a una tale severa vigilanza che tutti mi sfuggivano quasi fossi un lebbroso o un appestato. Fra le tante persone però di quel civilissimo paese che segretamente fremevano a causa delle mie crudeli sofferenze, e di cui serbo lieta memoria, ve ne sono due che benedirò sempre, tanto quanto meritano di esserlo coloro i quali con nobiltà d'animo fanno onore all'umanità - l'uomo e la donna virtuosi - gli onesti e generosi cittadini, i quali unicamente per ossequio all'intelligenza martirizzata, sottoposta cioè a martirio nel senso proprio della parola, offrono all'esule conforto e solidarietà nei momenti più terribili della vita. Il mio carissimo amico Pasquale Greco e la sua gentile signora Giovanna De Angelis, che in lacrime mi accompagnavano al carcere quando fui catturato, ora che mi rivedono esule dopo tanti anni di pena, eludendo il potere e affrontandone la crudelissima ira, mi accolgono nella loro casa affidandomi segretamente i loro due cari figlioletti, Luigi e Concettina, per attuare il nuovo metodo educativo. Animato dai loro incoraggianti consigli, sorretto dal felice successo che la validità del sistema mi confermava sempre di più riguardo allo sviluppo mentale di quei due belli e svelti ragazzi, mi riproposi di fissarne con esattezza le peculiarità in un lavoro esplicativo, al fine di contraccambiare la stima e i sentimenti incalcolabili di affetto che quelle anime gentili mi dimostrarono nella sventura, e al fine anche, con la pubblicazione, di divulgarne nel paese i principi che io credo vantaggiosi per la civiltà. Di nascosto cercai pure di mettere sulla via del vero i figli del Barone Ratta; ma ciò non poté continuare a lungo, perché se ebbi l'opportunità di scrivere furtivamente questo libro, non potei né pubblicarlo, né proseguire l'insegnamento. La polizia lo aveva già saputo, e già macchinava di imprigionarmi di nuovo: come in realtà accadde. [...] Sarebbe stata questa l'epoca nella quale avrei potuto realizzare i miei disegni ideali; ma sventuratamente si è voluto perseguitare gli uomini onesti, e i miei nove processi politici e l'onorato martirio di dodici anni furono empiamente calpestati. Di ciò "più è tacer che ragionare onesto" [La Divina Commedia, Paradiso, Canto XVI, v. 45: è più opportuno tacere che parlare]. Si faccia l'Unità d'Italia! 1

[Giovanni de Maio (Greci, 1824-1900). Sacerdote e patriota del risorgimento italiano, perseguitato politico e imprigionato per i suoi ideali politici. Sostenne attivamente il ministro Pasquale Stanislao Mancini. Fu prosindaco di Greci dal 1875 al 1876. Ha lasciato tra i suoi scritti alcune composizioni poetiche". Da it.calameo.com]

Ulteriori importanti particolari per quanto concerne gli anni 1851-1858 si rinvengono ne

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IL DITTATORE, (Lecce, 29 Settembre 1860, n. 5°, pp. 17-18), e precisamente nell'articolo Pensiamoci bene (continuazione) scritto dal Cisaria: "Salvatore Morelli nel 51 una al Capitano Valentino di Aquila, al Canonico Lazazzara, ed a sei altri Ufficiali reduci da Lombardia fu colpito da processo di cospirazione che tentava a disarmare la forza di Ponza, ad armare i relegati per andare a liberare i sofferenti nei bagni e tentare un colpo di mano sul continente, ancora generosamente convulso contro la tirannide Borbonica. In conseguenza di ciò per ordine del re bomba, la squadra del Tirreno composta dalla Fregata Amalia, da tre brik, e da una scorridola mise il blocco a Ponza, e caricato di catene il Morelli, ed i compagni furono menati nella sentina della nave Comandante, e dopo un giorno e mezzo di agonia condotti nel famoso maschio del Castello d'Ischia, ove giacquero miseramente incatenati, e coricati per terra 18 lunghissimi mesi. Salvatore Morelli in quel frattempo rifiutò le promesse d'impieghi dal maggiore Gamberati e da Settimo incaricati espressamente dal governo per sedurre lui ed i compagni all'apostasia. Protestò anche sui giornali esteri contro la ferocia del governo, e la buona parte delle notizie raccolte da Glandeston per compilare negli abusi delle galere e della rilegazione la sentenza di morte del governo di Napoli, furono l'opera di Salvatore Morelli. Salvatore Morelli finita la pena con un rescritto rimase come resipiscente sull'isola, e nel 53 gli si fece un nuovo processo politico, nel quale tra le altre cose gli s'imputava come propagandista unitario, la insinuazione ai padri di famiglia di dare alle loro figlie femmine il carissimo nome d' Italia, ed ai maschi quello di Dante. Salvatore Morelli nel 54 in Ventotene fu compreso in un processo di cospirazione unitaria con l'ex Deputato Sacchi, Nicola Perrone ed altri 29 rilegati. In quel tempo fece la difesa di tutti e li liberò, come avea liberato da certa condanna politica il valoroso Luigi Chiarini e Bianchi - come avea liberato Giuseppe de Angelis - come avea liberato centinaia di reduci Lombardi, ed altri compagni in Ventotene - Salvatore Morelli nel 57 sull'isola lavorava una a quell'illustre intelligenza, a quel magnanimo cuore del nostro onorevole patriota Giuseppe Libertini, per arginare la invasione del Murattismo seducente con l'oro, e mantener saldi gli spiriti al partito Nazionale, che ora è per formare la felicità di 26milioni d'Italiani. Il quel torno Salvatore Morelli liberava dal naufragio tre ragazzi, per la cui opera generosa interessata l'Autorità a farne rapporto al governo per ottenergli la liberazione, il Morelli compassionando la sventura del simile, nel rapporto fece sostituire al suo nome quello d'un infelice politico padre di famiglia Calabrese, cui dopo poco vennero affrancati 4 anni di pena e ripatriò in pace, mentre egli dovè durare due altri anni nell'esilio. Ciò risulta da autentico titolo. Salvatore Morelli nel 58 fu colpito da altro processo di cospirazione nel quale s'imputava a lui e ad altri rilegati corrispondenza con l'estero e preparazione di 300 bandiere per la spedizione di Pisacane." Ora, con le parole di Estival, per "dare una idea sintetica di quella lunga esistenza di dolori", riportiamo alcuni brani significativi della lettera che Speranza Mazzoni scriveva al Popolo d'Italia (quotidiano fondato a Napoli da Giuseppe Mazzini, 18 ottobre 1860, quale Organo dell'Associazione Nazionale Italiana. V. Estival è tra i collaboratori dal 1866). Praticamente Mazzoni, già dal '63, rammentava "al paese i diritti del Morelli al risarcimento de' danni patiti, allorchè il governo italiano, cui eransi lasciati i beni particolari e 24 milioni di risparmi dei Borboni, per indennizzare i prigionieri politici vittima del loro governo, offrivagli la ridicola somma di lire 34 al mese! Dopo aver riportato vari certificati di persone che attestano aver sofferto col Morelli e ricevuto da lui aiuti e protezione nel tempo della loro comune prigionia, - prosegue Estival - il sig. Mazzoni dice: <<Oltracciò son testimoni le carceri di Lecce - di Campi - di Manduria - di Taranto - di Mottola - di Gioia - di Casamassima - il castello di Bari - le carceri di Molfetta - di Barletta

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di Canosa - di Cerignola - il centrale di Foggia - le carceri di Bovino - di Ariano - di Grotta Minarda - i criminali di Castel Capuano a Napoli - i criminali di Avellino - le carceri di Baiano - di Marigliano - la Questura di Napoli - il bagno, le caserme e le carceri giudiziarie di Ponza - l'ergastolo del castello d'Ischia - i criminali di Aversa - il centrale di Santa Maria - la torre di Ventotene - luoghi infernali dove il Morelli passò immacolato dodici anni della sua giovinezza in olocausto alla libertà, all'unità, ed all'indipendenza italiana. È testimone l'ex galeotto Tobia Gentile dei pericoli corsi nel 17 settembre del 1851 da Morelli e da lui stesso per iscrivere dall'ergastolo a Lord Waitil, il quale visitando il maschio di Ischia con orrore, lo aveva richiesto delle notizie sul governo penitenziale, che poi servirono alle celebri lettere di Clandeston. È Testimone il barone Vito Purcari che il 14 ottobre 1851 sotto il pretesto di aver funestato la festa di Maria Teresa, il feroce comandante Bartolucci che morì d'accidente, fece mettere l'obbrobrioso scanno delle legnate per Morelli e suoi compagni. E testimoni sono Pancione, Lazazzara, Perotti, Alessandro Manfredi ed altri sofferenti contemporanei, che Salvatore Morelli per sorpresa corrispondenza clandestina fu tenuto cinque giorni in gastigo, legato colle mani dietro, proteso sulla nuda terra, condannato a mangiare come cane col muso nella gamella, e ridotto dalla tirannide allo stato del più sozzo abbrutimento, dai cui dolori ebbe origine la morte della madre!! Son testimoni Gioacchino de Felice di Teramo e duecento altri rilegati, ai quali il Morelli con un suo pensiero generoso fece ottenere la libertà. È testimone l'ex comandante politico Nicola Paladini da Conflenti in Nicastro, Domenico Sarri ricevitore di Matera, il procuratore generale Pasquale Spadari, e forse pure il segretario generale Spaventa, ed il cav. Settembrini, che nel novembre 1857 avveniva in Ventotene il naufragio di tre ragazzi; il Morelli si cooperava alla loro salvezza --- si salvarono! La tirannide borbonica avea la devozione di accordare la libertà a coloro che commettevano simili atti generosi; Morelli dunque avrebbe ottenuto la libertà, ma compassionando lo stato del suo compagno Nicola Paladini, egli ha la forza di dire a se stesso: io sono giovane, bisogna che si salvi a preferenza un padre di famiglia. Va quindi dal giudice Giordano, va dal Comandante; ed invece di cooperare per sé, invece di far mettere il suo nome nel rapporto, vi fa segnare quello del Paladini, e dopo un mese questo onesto sventurato colla grazia della residuale sua pena va a consolare gli orfani figli suoi: mentre Morelli rimane un altro anno in espiazione sull'isola!!>> (Estival, pp. XVIII-XXII) Un fatto simile basta a caratterizzare un uomo, scrive Estival, e non si può non essere d'accordo. Ma ciò che più desta meraviglia è che Morelli non ne abbia mai parlato. Lo stesso Estival, rivolgendosi al lettore, dice: "E sappia inoltre il lettore ch'io, dopo molti anni d'intima relazione col Morelli, non ne sapeva assolutamente nulla; e solo il seppi, quanto poche settimane fa volli per stendere la sua biografia rovistare taluni documenti pubblicati dai giornali degli anni scorsi, che potevano illuminarmi sulla sua vita, di cui egli non mi parlò che rarissime volte. Dicesi con enfasi che il nostro secolo sia un secolo di abbietto egoismo; e so pur troppo che vi sono molti argomenti che possono, almeno in apparenza, dare ragione a questo giudizio; però dico il vero: quando fatti simili vengono alla mia conoscenza, dimentico tutta l'ignavia dei tristi, e penso che l'umanità è, quasi suo malgrado, diretta verso il bene e che la sua meta è, che che si faccia, la giustizia assoluta. Che ognuno di noi pensi ora se dopo undici anni di prigione, dovendo ancora aspettare un altro anno per aver la libertà, che ognun di noi pensi, dico, s'in tal evento egli sarebbe stato generoso sino alla grandezza dell'abnegazione del Morelli e la bellezza di quell'atto apparirà immediatamente da questo paragone.

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Che cosa adunque potrei io aggiungere di più per dare a comprendere al lettore, quali furono i patimenti morali e fisici del nostro amino in quei durissimi tempi di politica espiazione? Nulla, se non che posso dire ch'egli, dopo la sua liberazione dimenticò in un baleno tutti i dolori passati davanti a quello incommensurabile della morte dell'amata sua madre! [...] ciò che più di ogni cosa può reputarsi a lode sua non è l'indefessa sua costanza nelle idee di progresso, non per la sua attività di cospiratore, la sua longanime rassegnazione di carcerato, e non è neanche, mi permetto il diglierlo, la sua figliale virtù. No, per me, ciò che più di ogni cosa caratterizza quell'uomo e cel dimostra tale quale la natura e la sua volontà lo hanno fatto, è il pensare che la prigionia, le sevizie, le ingiustizie, le umiliazioni non abbiano esercitato nessuna cattiva influenza sulla sua indole e sul suo cuore. Sì! ciò che provoca la mia maraviglia, è ch'egli sia uscito dal carcere più buono, più ingenuo e più fiducioso che quando egli vi entrò. Silvio Pellico trasse la rassegnazione dalla sua educazione cristiana; Morelli seppe trarre dalla sua volontà e dal pensiero di compiere un dovere di cittadino italiano, la rassegnazione di soffrire in silenzio; e il moralizzare gli uomini che, rimanendo servi del Borbone, diventarono i suoi carcerieri, era per lui un dovere di umanità." (3a Ed., Estival, XXI-XXIV) Il 20 settembre 1854, Morelli data il manoscritto Memorie dei relegati politici morti di colera a Ventotene (Coll. Della Noce-Greco). "È un libretto manoscritto di 32 pagine originariamente firmato da Morelli, ma la firma si trova trasformata in Moccia forse per paura della Polizia. Ha vive dipinture dei disagi di quella relegazione. Dice che <<per una sola stanza si sono esatte quattro piastre al mese ed il bisognevole del vitto si è sopravenduto a doppio del valore che poteva esigersi sui più cari mercati; sicchè l'infelice che doveva vivere col sussidio governativo di un carlino al giorno talvolta non giungeva a satollarsi del bruno pane ergastoliano>>. (Mostra Storica Salentina <1906; Lecce>, p. 80)

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1.6. Anni 1858 - 1859. Morelli pubblica Il sistema della riflessione sui fatti proprii scoverto come unico mezzo metodico a produrre la vera scienza dell'umanità, Stabilimento Tipografico di Alessandro Simone, Lecce 1858. Questo opuscolo è così importante dal punto di vista educativodidattico, che curerò di analizzarlo criticamente, quanto prima, al fine di evidenziare gli aspetti innovativi del pensiero pedagogico morelliano. E per "rendere conto al mondo Cristiano il fervido zelo con che si onorano i Martiri della verità nel mio [suo] paese", dà alle stampe Il Martirio di S. Oronzo e degli altri primi cristiani salentini Coll'aggiunta delle orazioni e del Responsorio per l'Undena (Lecce 1858, Tipografia di Nicola del Vecchio). Vi aggiunge cioè le "Preghiere che si fanno in Lecce dai devoti nella undena [ricorrenza di undici giorni che culmina con i festeggiamenti del 26 agosto] del martire S. Oronzo protettore della provincia salentina." Dedica lo scritto, datato Lecce 10 novembre 1858, a Monsignor Nicola Caputo, Vescovo di Lecce: "com'è uscito di penna, lo sommetto al maschio criterio di V. E. R.ma acciò si compiaccia farne giudicio, ed ove lo estimi opportuno allo scopo, mi degni pure della onoranza di accettarne la dedicazione." Il Vescovo, il 30 novembre 1858, dopo aver espresso il proprio "intenso, e vivo compiacimento", rispondendogli, dice di sentirsi onorato per questo volergli dedicare tale "parto della di Lei pietà, e frutto di mente illuminata", e lo prega di accettare i suoi ringraziamenti, che di tutto cuore gli rende. E Morelli inizia questo frutto della sua mente illuminata affermando che: "Niuna cosa imprime tanto moto negli organi della vita d'un popolo, quanto lo spirito religioso, che lo sveglia a sentimento e gli scalda le vene onde promuovere l'augusta venerazione dei Martiri. Allora egli adorando il martirio, pare che implicitamente accetti ciocchè ne fu causa - o in altri termini, si eleva alla contemplazione della virtù, cui le anime generose, spregiando ricchezze, onori e vita seppero impunemente sagrificarsi." E appare chiaro che il Nostro intenda proprio significare il suo martirio politico. Corrobora poi quanto affermato, in un altro passo dell'opera, con queste riflessioni: "Oh quanta possa à la verità sullo spirito umano quando è pronunciata in maniera da formare convinzione! Allora sì che ogni forza viene manco nell'ostacolarne le conseguenze. Il falso che involuto da prestigio formava oggetto di seduzione addiviene vituperevole, odioso e colui che acquistò il celeste lume della verità si stacca da ogni vincolo terreno, abborrisce le impure relazioni, e con l'animo tetragono anche alle forze complesse d'un potente impero resiste, sfida, combatte, trionfa, sostituendo l'inerme virtù al vizio armato e sistematico." (pp. 2728) E termina con le sue considerazioni in ordine alle iniziative intraprese dal Municipio Leccese, quali: - la restaurazione della "solitaria Cappella eretta pel Martirio, ond'essere perennemente aperta al culto, come quella di Ostuni sotto la direzione di un prete eremita", - il rifacimento, lungo la via ombreggiata da chiomanti albereti, delle "stazioni epigrafi del martirio, onde vi si tragga devotamente lugubrando questi sacri ricordi"; - "la fabbricazione di una statua d'argento del valore di ducati settemila"; Ma soprattutto, il Comune Leccese "sta meditando per effettuar la grand'opera d'uno stabilimento caritativo in cui possano trovar asilo e lavoro gli storpii infelici, che vanno carponi per via, onde accattare il pane dell'elemosina". Secondo il Nostro, proprio questa sarebbe l'ispirazione consentita dal pensiero del santo, perché "egli lo faceva vivente sino a denudarsi di tutto lo avere - deve desiderarlo dunque deve volerlo da coloro che fruiscono il suo celeste protettorato - da coloro che abita sotto gli

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occhi di Dio per sua intercessione. In questa guisa la fede nel popolo diviene fatto - diviene infallibile scorta di moralità, che unifica la teoria alla pratica, e le mostra gemelle alitanti la stessa vita. Così le generazioni si renderanno sensibilmente imperterrite seguaci del vero canseranno due vizii nefandi che disonorano l'umana famiglia, la paura della verità, e la simulazione dell'errore!" A devozione di Pasquale GRECO, Morelli pubblica il canto Le glorie di S. Oronzo, protettore della famiglia salentina (Lecce, Tipografia di Alessandro Simone, 1859), composto di 22 sestine: le prime 18, da I a XVIII, con schema AB AC BC; le ultime 4, non numerate, con schema AB AB CC.

All'Egregia Signora Giovanna Greco-De Angelis, Morelli, di lei devotissimo ammiratore, dedica La Donna e la Scienza considerate come soli mezzi atti a risolvere il problema dell'avvenire. L'opera, datata "Lecce Settembre del 59", sarà stampata a Napoli presso lo Stab. Tip. delle Belle Arti, il 1861. Secondo Pietro Palumbo (1908), "un bellissimo esemplare manoscritto e legato in pelle con profili d'oro fu da lui lasciato in casa Greco nel 1859 con dedica alla signora", recante il titolo: "La Donna e la Scienza con metodo educativo per le madri di famiglia esposto secondo il sistema della Riflessione, Lecce 1859" (pp. 20-21) [Vd. anche Mostra Storica Salentina <1906; Lecce>: "La Donna e la Scienza con metodo educativo per le madri di famiglia esposto secondo il sistema della Riflessione - Lecce 1859. (Coll. Della Noce-Greco). L'opera è manoscritta (di pag. 567) e dedicata con firma autografa alla signora Giovanna Greco De Angelis. Un volume legato in pelle con profili d'oro." (p. 80) E parimenti alla detta Signora, dedica La Donna e la Scienza o La soluzione dell'umano problema, stampata a Napoli presso lo Stabilimento Tipografico Dell'Ancora, 1862, 2a Edizione Italiana. Invece, la 3.a Ed. (Napoli, Società Tipografica-Editrice 1869) riveduta dall'autore con cenno critico e biografico del professore Virgilio Estival, La Donna e la Scienza o La soluzione del problema sociale, è dedicata "A Claudia Antonia Traversa Benemerita della cultura popolare lombarda per le cure materne con cui in sì nefando egoismo antisociale rende amorosamente partecipi dugento creature del popolo della fortuna cospicua e della educazione della sua diletta figliuolanza". L'opera riporta l'essere stata scritta in Lecce il 1858, e riveduta a Napoli il 1869. Nel Dicembre del 1859 in Lecce, Morelli scrive il Cenno Biografico del Maggior Cavaliere Antonio DELL'ANTOGLIETTA, stampato a Napoli il 25 Febbraio 1860. Questa, la dedica: "QUESTE CARE MEMORIE / DI EROISMO E TENEREZZA PATERNA / DISFRANCHINO / DOMENICO DELL'ANTOGLIETTA / DELL'ACERBO DOLORE / CHE SUGGELLAVA / LA SUA TRILUSTRE PENITENZA". Questa, la conclusione: "Laonde se le glorie del pensiero e la carità cristiana sono perpetuate in questa famiglia dalla chiarissima signora Elena dell'Antoglietta le glorie della spada di Lutroc e dei guerrieri discendenti trovarono un saldo appoggio nell'apparizione terrena del defunto maggiore!!". In Nota (1) Morelli aggiunge: "Alla illustre signora Elena dell'Antoglietta, che meravigliava l'Europa con la sua maschia eloquenza nel foro di Napoli, e di cui ammiriamo la mente ed il cuore, abbiamo fatta larga onoranza nel lungo lavoro scritto come metodo educativo, per la egregia madre di famiglia Giovanna Greco de Angelis." (p. 20)

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1.7. Anno 1860. Processo per Discorso diretto a spargere malcontento contro il Governo Ferdinando II, insieme con il figlio Francesco II, in Terra d'Otranto. Il viaggio da Taranto a Lecce fu compiuto tutto di notte. "Si arrivò a Lecce alle cinque, ed era notte fitta. Gli augusti viaggiatori erano aspettati dal giorno avanti, e nessuno credeva che sarebbero giunti in quell'ora, così mattutina e fredda. Le autorità ne ebbero avviso solo alle quattro, quando giunse improvvisamente la staffetta, che procedeva di cinque miglia la carrozza reale. La notizia si diffuse subito per la città, ma mancò il tempo di eseguire quanto era stato stabilito. [...] Lentamente le vetture reali percorsero il viale di Napoli, illuminato con legna di pino su canestri di ferro, e le vie del Vescovado e delle Quattro Farmacie, addobbate con parati di carta. La meschinità degli addobbi era compensata dall'ampollosità delle epigrafi, che si leggevano in ogni punto e superanti in iperbole tutte le altre. Una diceva. Vieni - o Ferdinando Augusto fra i plausi ed i voti - della tua Lecce - se lontana di sito - vicinissima d'affetto; e un'altra: Reputò assai lontana la Reggia - Ferdinando II - principe munificentissimo - per intendere i voti e le suppliche - della Citta di Matennio e sino a lei venne sollecito - malgrado i rigori jemali 13 gennaio 1859 - per interrogarla egli stesso - e a tutti i bisogni di lei - paternamente provvedere." (Raffaele De Cesare, 1900, Parte I, pp. 377-378) "Ma dimostrazioni più clamorose aveva preparate Brindisi. [...] Al tocco si discese dall'episcopio; le carrozze erano pronte, e fra le grida, non molto clamorose della folla, e gli augurii e gl'inchini delle autorità, si partì per Bari. Da Brindisi a Bari, nuovi archi di trionfo e dimostrazioni di gioia e di ossequio, da parte degli abitanti di San Vito, Carovigno, Fasano, Monopoli, Mola, Polignano, Noia, i quali con le proprie autorità, corporazioni religiose e guardie urbane, con bande e bandiere, erano ragunati lungo la strada e acclamarono a perdita di fiato." (ivi, pp. 390-392) La partecipazione di Carovigno al passaggio del Re (15 gennaio) si riscontra nel Libro delle Conclusioni della Chiesa di Sant'Anna: "La Fratellanza del Santissimo Sacramento, riunita, il 6 gennaio 1849, nella Chiesa di Sant'Anna, accoglie la richiesta del sindaco e delibera, nella lietissima occasione della prossima venuta della sacra persona di sua Maestà il re N.S. D.G. in queste fortunate contrade, al fine di ricevere con la maggior pompa possibile la lodata sacra Real Maestà, di dare alla Deputazione del Ramo la somma di 6 ducati, occorrenti per la spesa. E parimenti di essere pronta a schierarsi, al cenno del sindaco, in bell'ordine lungo la strada che dovrà percorrere la Maestà Sua indossando il Saio e le proprie insegne, senza cappuccio sul capo, e in modo da non confondere l'entusiasmo col chiasso, tali essendo le disposizioni superiori." E Morelli? "Chiamato da Francesco 2° nella sua venuta in Lecce, mi negai ad andarvi, credendo essere quello uno sbaglio: perchè il figlio del re non potea trattare con un attendibile politico (Attendibile, nel Regno delle Due Sicilie, era la persona sorvegliata dalla polizia perché sospettata di liberalismo), qual io mi era, mi catturò e dopo avermi tenuto senza fiato in una specie di armadio per 35 giorni, mi fece tramutare da Lecce in Maglie, dove vidi spuntare l'alba della libertà fra le amorevolezze di quei bravi e gentili abitanti." (La Donna e la Scienza, 1a Edizione, p. 224) [Si fa notare che nella 3a Edizione: "uno sbaglio" diviene "un amarissimo sarcasmo"; "in una specie di armadio per 35 giorni" viene integrato con "nel tubo del campanile di S. Francesco"]

Il Cisaria, ne IL DITTATORE (n. 5, del 29 settembre 1860), scrive che: "Salvatore Morelli ridotto dalla ferocia di Sozi-Carafa nello stato di morte con la confisca dell'opera intitolata La Donna e la Scienza, e di altri lavori dai quali dover ritrarre pane, nel gennaio di quest'anno fu di nuovo rigorosamente guardato in carcere, ed ebbe il coraggio civile dire al Commissario che gli prometteva i favori del governo <<Signore mangia chi vuole il pane dell'infamia, io lo rifiuto!>> E quando il Commissario gli ripetè <<Badate che siete innanzi

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all'autorità>> il Morelli ripetè <<Io vi riconoscerei per autorità quando vedessi innanzi a voi la legge, ma ora che la legge ve l'avete messa dopo le spalle io non mi veggo dinanzi che un brigantaggio civile organizzato per assassinare il paese ec. Questo è in un processo." (p. 18) Anche Estival vi dà rilievo scrivendo che "la vigile Polizia prese addentellato dall'essersi il Morelli, negato di presentarsi alla reggia, dove lo chiamava Francesco II° quando fu in Lecce col padre, per chiuderlo, come una belva feroce, in un camerotto del carcere di San Francesco, dove fu sostenuto durante due mesi circa, privo di spazio, di luce, di tutto! In quell'occasione tentato dai Gesuiti e dalla Polizia rispondeva tanto sdegnosamente, da venire minacciato di legnate, e sottoposto a processo. Ottenuto i recapiti da scrittoio, dettò un volume originale intitolato FILOSOFIA DELLA PAROLA che fece dire ai Commissari di Polizia che ne avevano vegliato il manoscritto, aver fatto egli una rivoluzione in grammatica. Da quel carcere fu condotto a domicilio forzoso in Maglie accompagnato da un notevole rapporto della prefettura a quel Giudice." (3a Ed., Estival, pp. XXV-XXVI, tratto da un Giornale di Bari) Ecco ora il notevole rapporto della prefettura: Il 3 marzo 1860, Sozi-Carafa, intendente della Provincia di Terra d'Otranto, invia una nota "riservatissima" al regio giudice del Circondario di Maglie: "Signor Giudice, D. Salvatore Morelli ex relegato Politico, mentre era a domicilio forzato in questo Capo-luogo richiamava novellamente l'attenzione della Polizia sul di lui conto; per il chè venne tratto negli arresti. Ora per superiori ordini viene abilitato dal carcere e destinato a domicilio forzoso in Codesto Capo-Luogo. Quindi per superiore incarico viene a lei affidato il disporre la più stretta sorveglianza necessaria PER SÌ PERNICIOSISSIMO SOGGETTO! Tale pruova di fiducia nella di lei solerzia le fa comprendere in pari tempo la responsabilità che lo stesso seco porta; per il chè son sicuro, che Ella farà in modo di corrispondere a tale incarico con quello impegno, ed energia che la cosa richiede. Occorre quindi che siano attentamente guardati i movimenti, i contatti, le possibili esternazioni, (le occhiate!!!) del Sig. Morelli, e della più che menoma divergenza me ne farà straordinario rapporto, indipendente da quello periodico, che attendo in ogni quindici giorni de' risultamenti di sorveglianza. Sia poi nella intelligenza che il Sig. Morelli le sarà presentato dalla forza pubblica, unitamente ad apposito mio Uffizio." Il 5 marzo 1860, D. Salvatore Morelli, accompagnato dalla Reale Gendarmeria, si presenta al cospetto del giudice Ferdinando Vetromile, assistito dal Sig. Fello, Sostituto Cancelliere con funzioni di Polizia Ordinaria. Il giudice gli manifesta le superiori disposizioni, dando lettura delle stesse. Morelli dichiara che "egli non consente a questa misura, perchè non fondata sulla legalità, e dettata da spirito di violenza, ma che però vi si piega fatalmente per la superiorità della forza che glielo impone; e che si protesta e riserba di agire come per legge contro chi ha emesse tali misure." [Nota (a) pp. 11-12, in Ordine del Giorno per l'Orfanotrofio Salentino scritto da S. Morelli, con prefazione (datata Lecce 7 agosto 1860) di Gaetano Brunetti del fu Francesco."] Nella prigione di S. Francesco in Lecce, il Nostro soffrì tantissimo per la cella in cui venne rinchiuso: troppo stretta, troppo angusta; si sentiva mancare l'aria. Ebbe così a lamentarsi: <<Mi si vuol trattare da belva, tenendomi rinchiuso in questa stanza senz'aria. Il Ministro ha disposto che stessi carcerato, ma non in questo modo, che si vuol da me? Io sono un infelice che non posso farli nessuno ostacolo. Si dovrebbe temere di duecentomila e più individui che stanno a sindacare gli affari di questo regno. Voglio andarmene all'estero, perché mi ver

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gogno essere Napoletano. Io non desidero impieghi, che si mangiassero loro il pane dell'infamia!>>. I testimoni di tali lagnanze: il sottocustode, l'infermiere dell'Ospedale della prigione e l'addetto alle pulizie, furono convocati e interrogati, il 15 marzo 1860, dal Commissario di Polizia di Lecce che inviò l'incartamento al Giudice del Circondario di Lecce. Questi dispose di risentire i testimoni, che furono convocati per il 15 Aprile 1860. Il Giudice interrogò anche altri che erano detenuti nello stesso carcere. => Il 23 aprile 1860, la Procura Generale presso la Gran Corte Criminale di Terra d'Otranto, con nota Num. 3054, comunica al Regio Giudice del Circondario di Lecce quanto riferito dall'Intendente [Nel Regno delle Due Sicilie, titolo del funzionario (sostituito dal prefetto dopo l'unità d'Italia) posto a capo delle circoscrizioni amministrative provinciali istituite nel 1816 dal governo borbonico in adozione del sistema di accentramento amministrativo introdotto durante l'Impero Napoleonico. www.treccani.it/vocabolario/intendente/] con il "suo pregevole foglio de' 21", del seguente tenore:

<<Per effetto della sorveglianza che si portava su i comportamenti dell'ex Relegato politico D. Salvatore Morelli di Carovigno, che si trovava quì a Domicilio forzoso, ebbe elementi tali la polizia sul di lui conto, che convenne novellamente restringersi in carcere per tutela dell'ordine pubblico. Indi venne abilitato dal carcere e mandato a domicilio forzoso in Maglie ove attualmente si rattrova. Immediatamente alla di lei abilitazione venne a conoscere la polizia di avere il Sig. Morelli, stando in carcere, pronunziato nella presenza dell'infermiere delle prigioni D. Giuseppe Pisanelli, e del Sotto Custode delle medesime degli indiscreti ed allarmanti propositi. Incaricato questo Sig. Commissario di Polizia, lo stesso mi ha fatto tenere le dichiarazioni, che mi onoro soccartarle [allegarle], onde ella si compiaccia provvedere sulle stesse, a seconda delle vedute del suo pubblico Ministero. Io quindi nel parteciparle il trascritto ufizio, le fo tenere un foglio di dichiarazioni prese, come sopra, da questo Sig. Commissario di polizia, a riguardo di esso Salvatore Morelli, perchè proceda, come per legge, contro di costui per la imputazione succennata.>> => Il 25 aprile 1860, Aniello Miele, Giudice del Circondario di Lecce, ordina di convocare presso il Palazzo del Giudicato, per il g. 26 aprile 1860, alle ore 13, l'infermiere nel carcere di S. Francesco, che, appunto, il 26 aprile, rilascia la sua testimonianza scritta; => Il 26 aprile, per il 27, alle ore 13, il sottocustode del carcere, il quale parimenti rilascia testimonianza, lo stesso giorno della convocazione; => Il 28 aprile, il Giudice Aniello invia la nota Num. 264 al Regio Giudice di Mottola: <<Signore In un giorno verso al cadere di febbraro o principi di Marzo ultimo, Don Salvatore Morelli di Carovigno standone ristretto nel carcere di questo capoluogo per misure di Polizia profferiva il seguente discorso "Mi si vuol trattare da Belva col tenermi rinchiuso in una stanza mancante d'aria. Il Ministro avrà detto che stessi dentro ma non in questo modo. Che si vuole da me? Io sono un'infelice che non posso recargli nessuno ostacolo come questi altri. Si dovrebbe temere da duecentomila e più individui che stanno a sindacare gli affari di questo Regno. Voglio andarmene nell'Estero che mi vergogno essere Napoletano. Io non desidero impieghi, nè altro, che si mangiassero loro il pane dell'infamia." Tra gli altri detenuti che nell'indicata epoca trovavansi nello stresso carcere è ricoverato un tal Don Annibale D'Ambrosio esiliato in codesto Comune; il perché la prego accogliere analoga dichiarazione sul discorso attribuito al predetto Morelli; ed a quale scopo costui profferiva quegl'indiscreti propositi. Con la maggior possibile sollecitudine mi attendo le carte di risulta.>> => Lo stesso giorno, 28 aprile, il giudice di Mottola trasmette, come richiesto, la dichiarazione del D'Ambrosio.

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=> Il 30 aprile, il Giudice del Circondario di Campi interroga come testimone, su richiesta del suo collega di Lecce, il sacerdote Don Nicola Valzani di San Pietro Vernotico. Ecco il resoconto della testimonianza: "L'anno mille ottocento sessanta il giorno trenta Aprile in Campi. Innanzi a Noi Pasq. Tarantini de Laurentiis Regio Giudice del Circondario di Campi, procedente per commessa del Sig. Regio Giudice in Lecce, assistiti dal Nostro Cancelliere, previa cedola, si è presentato l'intrascritto individuo, che avvertito in rito, essendo solo nella provvisoria camera degli esami in cui siamo, ha detto chiamarsi D. Nicola Sacerdote Valzani, fu Luca, d'anni 54, propet. di S. Pier Vernotico. Richiesto opportunamente cioè Se conosca la persona di D. Salvatore Morelli di Carovigno, quando, e dove, e nell'affermativo manifestare i colloquii, o esternazioni fattisi dal Morelli ad esso dichiarante Ha risposto <<Sig.e nel 1850 ebbi occasione di vedere il nominatomi D. Salvatore Morelli di Carovigno, stando io nelle Centrali ivi detenuto per imputazione politica, in conseguenza di che nell'ottobre di quell'anno l'indicato Signor Morelli uscito da quel carcere venne inviato per espiazione di pena nell'Isola di Ponza, nè l'ò più veduto negli anni successivi. Anch'io fui condannato ai ferri in Nisida, e quindi per grazia sovrana esentato dal rimanente degl'anni della pena e rivenuto in Patria in Luglio ultimo; proprio nella notte del 9 successivo novembre venni arrestato dal Signor Commissario di Polizia accompagnato dalla forza pubblica e tradotto in S. Francesco in Lecce, ove standovi altri detenuti, ciascuno occupava la sua stanza separato al pari di me. Nei giorni festivi poi uscivamo a sentire la Santa Messa nello stesso locale ponendoci in fila l'uno dietro l'altro colla proibizione di aver colloquio o parola qualsiasi tra un detenuto e l'altro. Nella notata ultima circostanza cioè dell'udizione della S. Messa, rividi l'indicato D. Salvatore Morelli di Carovigno, ancor costui detenuto in S. Francesco, lo avvertiva però soltanto di dietro, perchè così situati per disposizione del Commissario di Polizia, che vi assisteva, lungi affatto di scambiare parola col notato Sig. Morelli, sia nell'andare nella cappella, chiese all'uscire di quella in cui ciascuno detenuto veniva rimesso nella stanza rispettiva, nè sentire e distinguere le parole che proferivansi dal Morelli di arrivo nella mia stanza, ciò perchè frapponevansi altre tre stanze in fila tra le due occupate da me e dal Morelli; occupate le stanze intermedie dai detenuti Carb. Pontari, e dal Pat.e D. Raffaele Martina. Ciò non per tanto {Malgrado ciò} ho memoria che in un dì di Febbraio ultimo essendo io chiuso nella mia stanza intesi da colà, distinguendo la voce che il Signor Morelli con risentimento par che esternava delle vive doglianze di cui non ne distinsi le frasi e le parole. Però dopo i gridi del Signor Morelli, come ho detto, parlandone coi serventi di quel carcere, e custodi e precisamente con D. Pasquino Pisanelli e Silvestro e Sergio Lotti nel prestarsi costoro per la nettezza della mia stanza, i medesimi mi fecero apprendere che le doglianze del Sig. Morelli riguardavano l'angustia della stanza in cui vi era ristretto, al che essi custodi gli osservavano che ragionevole era il risentimento del Sig. Morelli, ma che la località di quel Carcere non ne offriva altra stanza più capace. Essi custodi intanto non mi manifestarono affatto le frasi e parole esternatesi dal Sig. Morelli in quella circostanza, nè io gliene richiesi, a parte, nè posteriormente più in detto carcere, che messo fuori di esso, ho conosciuto, nè mi si è riferito quali furono le espressioni esternatesi dal ridetto D. Salvatore Morelli di Caro[vigno] di cui mi avete richiesto. >> Lettura data ha persistito ed ha sottoscritto Nicola Valzano Sacerdote." => Il 4 maggio, il giudice Aniello Miele ordinò una perizia nella cella ove era rinchiuso Morelli. Si avvalse della competenza di due periti di Lecce (in verità, due muratori: uno di 54 anni, e l'altro di 23 anni), i quali, presente il giudice, affermarono che: la cella misurava 13 palmi di lunghezza, dieci palmi e 1/4 di larghezza; che vi erano due finestrini posti immediatamente sotto la volta a una altezza dal pavimento di circa 17 palmi e 1/2; che detti finestrini

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davano sui terrazzi del carcere stesso e della adiacente Chiesa di S. Francesco; che infine la porta d'ingresso era sana e senza portellino. Ora se in Terra d'Otranto, il palmo valeva 26,45 cm (Cfr. Il ragguagliatore popolare per cura dell'avv. Gaetano Guercia, 2a Edizione migliorata ed accresciuta, Lecce 1883, p. 47), allora: lunghezza: 13 palmi x 26,45 cm = 343,85 cm, cioè 3,44 m circa larghezza: 10,25 palmi x 26,45 cm = 271,11 cm, cioè 2,71 m circa altezza: 17,5 palmi x 26,45 cm = 462,87 cm, cioè 4,63 m circa Praticamente, la cella di Morelli misurava: (3,44 x 2,71 x 4,62) m circa.

=> Lo stesso giorno, 4 maggio, il Giudice, volendo risentire i detenuti indicati nei precedenti atti, si reca assieme al suo cancelliere nel carcere di San Francesco, e qui, nell'ufficio dell'Amministratore, interroga il 51enne Raffaele Martina, di Lecce, legale; il 50enne Salvatore Pontari, nativo di Napoli e domiciliato in Lecce; il 24enne Giuseppe Tondi. Nel medesimo ufficio e lo stesso giorno, convoca insieme Pisanelli, Angelilli e Tondi, a motivo della contraddittorietà delle loro deposizioni. => Il 15 maggio, in Carovigno, innanzi al Giudice Regio del Circondario di San Vito, compaiono Michele Sacchi, D. Antonio Brandi e Salvatore Leo, allo scopo di fornire notizie in merito alla condotta morale di Morelli. Ecco il verbale: "L'anno mille ottocento sessanta, il giorno quindici maggio in Carovigno. Innanzi a Noi Giuseppe Messina Giudice Regio del Circondario di San Vito, assistiti dal Cancelliere Sig. Brano, per delegazione del Giudice di Lecce, previa legal chiamata sono comparsi: 1° Don Michele Sacchi, fu Giuseppe Paolo, d'anni 37, prof. di questo Comune / fuori rapporto / È stato avvertito ai termini del Rito. Opportunamente domandato ha detto che per la condotta morale di D. Salvatore Morelli di quì io non ho che osservare il contrario. Su la condotta politica di lui conosco che prima del mille ottocento quarantotto il Morelli serbò un andamento regolare - nel mille ottocento quarantotto si manifestò come un pertinace riscaldato, e sordo alle continue avvertenze che io come condiscepolo gli facevo, anzi se ne adontò - Ma egli non fece che delle manifestazioni contrarie all'ordine e a quanto io sappia non commise altri fatti positivi. Intesi che venne imputato con altri di avere rotto e maltrattate le immagini delle LL. Maestà (D. G.) Ma si disse pure che ciò era calunnia, e per questo fatto intesi che fosse stato relegato a Ventotene. Dopo il quarantotto è mancato da Carovigno, e quando due anni sono, reduce da Ventotene si trattenne qui pochi giorni, la sua condotta politica fu regolare, e solo non fu sollecito a presentarsi al Signor Intendente della Provincia. Di presente ho inteso che si trovi sotto processo. Data lettera ha persistito ed ha sottoscritto. Michele Sacchi Il Giudice regio Messina Fulvio Bravo Canc. Introdotto 2° D. Antonio Brandi di Giovanni, d'anni 36, Sacerdote di questo Comune / Fuori rapporto /. È stato avvertito ai termini del Rito. Opportunamente domandato, ha detto che prima del mille ottocento quarantotto la condotta sotto l'aspetto politico del suo compaesano Salvatore Morelli, si era buona - nel quarantotto poi si mostrò riscaldato a segno che dietro delle manifestazioni ed atti praticati ne riportò condanna, espiata la quale fu alcuni giorni in Carovigno e si mostrò regolare la condotta nel

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precisato aspetto. Attualmente conosco trovarsi sotto uno Processo criminale per fatti politici. In quanto alla morale non ho cosa ad osservare nè per lo passato nè attualmente essendo stata regolare. Data lettura ha persistito, ed ha sottoscritto. Sacerdote Antonino Brandi Il Giudice Regio Messina Fulvo Bravo Canc. Introdotto 3° D. Salvatore Leo, di Pasquale, d'anni 39., farmacista di questo Comune / Fuori rapporto / È stato avvertito ai termini del Rito. Opportunamente domandato, ha detto Che nel mille ottocento quarantotto D. Salvatore Morelli fu molti mesi in Lecce, e pochi altri fu qui, e non osservai nessuna discolezza nella persona del Morelli tanto su la condotta morale quanto su la condotta politica. Per affari politici fu relegato in Ventotene, donde ritornato circa due anni sono rimase qui alcuni giorni, e stava perloppiù in casa serbando un regolare andamento. Si dice che attualmente sia a Lecce. Data lettura ha persistito e sottoscritto Salvatore Leo Il Giudice Regio Messina Fulvo Bravo Canc." => Il 16 Maggio, il Giudice Regio di Lecce riceve una copia del verbale sulla condotta morale di S. Morelli, il suo atto di battesimo, e il suo stato di provvidenza e povertà dal Giudice di S. Vito, al quale erano stati richiesti in data 30 Aprile. => Il 20 MAGGIO 1860, il Pubblico Ministero scrive alla G. Corte, e chiede di vietare ogni procedimento penale contro Morelli: => Il 23 maggio 1860, la sentenza: "Per la grazia di Dio Re del Regno delle Due Sicilie. La Gran Corte Criminale di Terra d'Otranto riunita in Camera di Consiglio coll'intervento dei Sig.i Cav.e Siciliani Giud.e ff. da Presid.e, Apostolico, Mastrocinque, Petrone, Pasanisi Giud.i Corigliano Proc. Generale del Re, Luciani Canc.e Visti gli atti a carico di Salvatore Morelli di Carovigno, imputato di discorso diretto a spargere il malcontento contro il Governo. Vista la requis.a del P.o M.o così concepita: attesochè essendosi assodato che lo stanzino del carcere nel quale Morelli profferì il discorso criminoso non sporge su di alcuna strada pubblica, onde appena potè essere sentito dal sottocustode ed infermiere. Che secondo la ipotesi dell'art. 142 LL. pp. è mestieri che il discorso sia profferito in luogo pubblico e che intervenga un fatto pubblico perchè si conosca il reo fino di spargere il malcontento contro il Real Governo. Per questi motivi Il P.o M.o chiede che la Gr. Corte vieti ogni procedimento penale contro Salvatore Morelli. Inteso il rapp.o del p. Petrone Giud.e Commiss.o Inteso il P.o M.o il quale oralmente à concluso in conformità della presente decis. e si è quindi aprovato. La G. C. dal processo istruttorio à rilevato il seguente

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FATTO Trovavasi Salvatore Morelli, per misure di polizia, detenuto nelle prigioni di Lecce, dalle quali fu abilitato, e mandato a domicilio forzato in Maglie. Nel tempo della sua detenzione, val dire alla fine di febbraio, o ai principi di Marzo del corrente anno 1860, nella stanza ove solo era chiuso, disse "mi si vuol trattare da belva, tenendomi chiuso in questa stanza senza aria. Il Ministro à disposto che stessi carcerato, ma non in questo modo, che si vuole da me? Io sono un infelice che non posso fargli verun ostacolo. Si dovrebbe temere di duecentomila e più individui che stanno a sindacare gli affari di questo Regno. Voglio andarmene all'Estero, perchè mi vergogno di essere Napolitano. Io non desidero impieghi, che si mangiassero loro il pane dell'infamia". Queste parole furono udite dall'infermiere D. Gius.e Pisanelli, e dal sotto-custode delle dette prigioni Silvestro Angelilli, che erano entrati in quella stanza, ma non ..... illeggibile...... Nello stesso modo detti Pisanelli, Angelilli e Tondo dichiararono davanti all'istruttore; ma messi in contraddizione, Tondo soggiunse aver inteso che Morelli diceva volersene andar fuori Regno, ed altre cose che non ricorda affatto; e soggiunge ancora, nel prosieguo del verbale di contraddizione, che Morelli pur disse di non desiderare impieghi dal Governo. Gli altri detenuti, che erano in altra stanza cioè Raffaele Martina, D. Salvatore Pondari, D. Nicola Valzani e D. Annibale d'Ambrosio non intesero le dette parole, e seppero soltanto che Morelli si lamentava della stanza troppo angusta da mancargli l'aria per respirare. Una perizia ha assodato che la stanza nella quale era ristretto Morelli, è in fondo al corridoio, ed in essa terminano le camere che sono in fila, e di rimpetto vi è la porta di una stanza, la quale è chiusa con catenaccio, che la stanza di Morelli lunga palmi 13 e larga palmi dieci e un quarto: che à due finestrini di sopra con cancello di ferro, ed in uno a diciassette e mezzo, e sporgono sui terrazzi del carcere e dell'adiacente chiesa di S. Francesco. La condotta politica del cennato Morelli nel 1848 non fu regolare, perchè si mostrò riscaldato. Ritornato da Ventotene, dove subì la pena di rilegazione per aver rotto e maltrattate le imagini delle LL. Maestà (D. G.) à serbato condotta regolare. La Gr. Corte osserva che le lagnanze di Morelli, e le parole da lui profferite mancano per ora di quella pubblicità che forma la ipotesi dell'art. 142 delle LL. pp. Non vi furono presenti che l'infermiere e sotto-custode; non udite dal serviente Tondo che trovavasi nella stanza a prestar servizio; non udite, nè riferite agli altri detenuti, i quali erano in stanze diverse e distinte; e non intese da chiunque altro. Epperò mancando la pruova che fosse stato un discorso pubblico, La Gr. Corte a voti unanimi Sulle uniformi orali conclusioni del P.o M.o Ordina conservasi gli atti in archivio fino a nuovi esami. Lecce 23 maggio 1860 [F.to] PSiciliani E. Petrone GLuciani GApostolico MMastrocinque Pasanisi" [ARCHIVIO DI STATO DI LECCE. GRAN CORTE CRIMINALE PROCESSI PENALI PER REATI POLITICI, BUSTA N. 279. ANNO 1860. PROCESSO N. 287] Praticamente, Morelli, per misura di polizia, è stato nel Carcere di S. Francesco (Lecce) non per 35 giorni come egli dice (Cfr. Nota 1, p. 224, 1a Ed.), né per "due mesi circa" come riportato da Estival (p. XXV, 3a Ed.): bensì per 50 giorni (gen. 19 gg., feb. 29 gg., mar. 2 gg.), dal

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13 gennaio al 3 marzo 1860, "quando la ferocia di Sozi-Carafa tramutava la sua reclusione in un rigorosissimo esilio" (IL DITTATORE, Lecce 6 Ottobre 1860. n. 7, "Impressioni sul Comune di Maglie") Il processo istruito a suo carico per aver profferito espressioni, ritenute criminose dalla polizia, ebbe inizio il 23 aprile 1860 e terminò il 23 maggio 1860 con l'assoluzione. La vicenda, così come si è svolta e vissuta, lascia davvero perplessi, e ci spinge a gridare la nostra ribellione avverso un tale inqualificabile sistema di gestione dell'ordine pubblico. In pari tempo, non possiamo non cogliere la sofferenza di Morelli, la grandezza e la forza del suo carattere. E, a conferma di ciò, leggiamo in Estival che "in quella nuova dimora, a dispetto della Polizia, si ebbe pertanto dimostrazioni da quegli abitanti che rivelarono la considerazione in cui era tenuto, e che non gli venne meno, anche quando la costituzione del 25 giugno, conseguenza della rivoluzione Siciliana, lo rese a libertà" (p. XXVI, tratto da un "giornale di Bari"). In effetti, il 25 giugno 1860, o meglio, la sera del 25, il Giornale Ufficiale del Regno delle Due Sicilie pubblica l'Atto Sovrano, con il quale Francesco II, desiderando dare ai suoi amatissimi sudditi un attestato della sua sovrana benevolenza, si è determinato "di concedere gli ordini costituzionali e rappresentativi nel Regno in armonia co' principi italiani e nazionali in modo da garentire la sicurezza e prosperità in avvenire e da stringere sempre più i legami che Ci uniscono a' popoli che la Provvidenza ci ha chiamati a governare." E proprio con il 1° articolo accorda una generale amnistia per tutti i reati politici fino a quel giorno. (Raffaele De Cesare, 1900, Parte II, p. 253-254)

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1.8. Anni 1860 - 1862. Dà alle stampe, presso la Tip. G. Limongi di Napoli, il 1860, Cenno biografico del maggior cavaliere Antonio dell'Antoglietta. Vd. Sopra. I primi giorni di Luglio 1860, Morelli è a Lecce ove fondò e diresse con Leonardo Cisaria, "rampollo di vecchi liberali ostunesi" (Palumbo, 1908, p. 18), "a somiglianza del <<Garibaldi>>, giornale che si pubblicava a Napoli in piccolo formato e su carta azzurra" (ivi, p. 22), IL DITTATORE - ITALIA E VITTORIO EMANUELE - Pubblicazione Mercoledì e Sabato, "giornale prettamente unitario, d'intonazione mazziniana ed organo del partito di Azione, col programma di Roma e Venezia." (ivi). Nicola Vacca (1940) fa sapere questo, che "Iniziò le pubblicazioni il 15 sett. 1860 e morì in dicembre dello stesso anno. Fino al n. 4, Tip. dell'Intendenza, col n. 5, Tip. dell'Orfanotrofio Salentino, Formato piccolo." (p. 313) Il 1° Numero è per l'appunto di Sabato 15 settembre 1860. Il n. 3 (Sabato 22 Settembre 1860) ha come articolo di fondo Lo spirito pubblico, dello stesso Morelli che così inizia: <<Siamo ormai in quello stadio della vita politica nella quale quest'ente metafisico non dev'essere il prodotto dell'intrigo di caste o della volontà governativa. Lo spirito pubblico oggidì deve reassumere la libera espressione della comunanza, che con l'emancipazione ha acquistato il dritto [sic]di mettere a disamina i fatti, e di giudicare gli uomini e le cose che li producono. Quando s'intendessero porre i guinzagli alla pubblica coscienza, e con l'opera di pochi asservirla ai capricci di una casta, allora allo imperio della ragione subentrerebbe il dispotismo, ed alla libertà, la servitù del popolo. Ecco l'indole precisa della presente condizione. Noi credevamo che con lo scalzarsi del dispotico governo, sarebbe subentrato il senso comune per concedere a ciascuno secondo la giustizia che gli spetta, e per dar termine alla ippocrisia di cui si rivestivanao i nemici del paese per dominar l'opinione, ed uncinare la privata e la pubblica sostanza: eppure non è così! adesso una compra od usurpata riverenza esercita il monopolio più inverecondo sulle persone, e sulle cose, ed il popolo che ha sospirato tanto questo momento provvidenziale del suo riscatto, ciecamente presta orecchio agli ambiziosi che vagheggiando il divide et impera han lavorato e lavorano sempre pel proprio vantaggio, non per la fusione degli spiriti nella quale è riposta la forza, il benessere e l'ingrandimento del paese.>> Ed ecco come termina: <<Si smetta, si smetta, per Dio, una volta la paura della verità e la simulazione dell'errore, scuola pestifera dei Borboni che ci ha impecoriti! Quando vediamo gli uomini dabbene, gli uomini onesti, gli uomini virtuosi adoriamoli, perchè questi son pochissimi sulla terra, ed è ingiustizia che soffrano le ostilità dei perversi, che vorrebbero distruggerli. Quando vediamo gli uomini tristi, abbiamo una volta il coraggio della verità, diciamo a fronte alta le loro colpe, e combattendo apertamente il male, facciamo che ne arrossiscano che si rendano buoni. Così solo potremo acquistare indipendenza di animo - così solo avremo la integra veridicità dello spirito pubblico, che nel vergine istinto dei patriarchi diè vita al vox populi vox Dei e così il governo troverà un esatta filiazione per leggere nella vita individuale di ciascun cittadino quel che è stato, quel che à fatto, quel che è oggi, e di quali facoltà va difornito ["†Difornito. Part. pass. e Agg.Da Fifornire. Fornito, Munito, Provveduto." Tommaseo-Bellini]. Senza questa libertà di giudicio, il costume corrotto dall'intrigo si sistema all'idolatria del falso - disarticola la società e con la divisione ne indebolisce le forze sino a farla cadere nel languore, disgustandola della vita, come gli Ateniesi quando sostituivano i diverticoli alla via dritta, i paradossi e le sottigliezze dei sofisti alla filosofia di Anassagora e di Socrate.>> (pp. 9-10)

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Nel n. 5, Sabato 29 Settembre 1860, il fondo titola Del pensiamoci bene, continuazione del precedente N. 4 (Mercoledì 26 settembre 1860), scritto sicuramente da Cisaria. <<Pensiamoci bene che il malcontento della paralisi del governo è generale per tutto il regno. Questa si attribuisce da tutti alla poca energia dei funzionarii, i quali in vece di farci camminare innanzi, ci fanno fare il passo del granchio. Chi deve servire oggidì deve avere mente e cuore - deve avere passioni generose che gli diano slancio alla rapida applicazione del principio che lo ha innalzato al posto - deve dimenticare se stesso, ponendo in suo luogo i sacri interessi della patria - deve abbandonare le amicizie utilitarie, le amicizie de' vecchi colori che lo fan deviare dal proposito della rigenerazione, e, per così dire, non deve amare, non deve odiare! Chi non sa collocarsi in questo punto di equilibrio o cade preso o rovina il paese. Pensiamoci bene che gli austriaci, borbonici, gesuitici si risentono della parola del Dittatore. Il Dittatore (giornale) non è un vile, stupido, codardo, melenzo, gesuitico, austriaco, borbonico, che avendo la coda di paglia cerca il favore delle tenebre per affliggere cartelli anonimi sgrammaticalmente accozzati di calunnie. No il Dittatore si tiene lungi da queste immoralità, che si competono solo alla mariuoleria traditoresca delle spie e dei nemici della patria. Il Dittatore à coscienza di se, dei suoi tempi e dei riguardi sociali, sa rispettare tutti e dice senz'attaccare di fronte la personalità di chicchessia bene del bene, e male del male, nel solo proposito d'istruire il popolo, onde si tenesse nella via dritta, e cominciasse ad amare la verità, che si vorrebbe sempre nascondere per farlo rimanere ineducato ed oppresso, come sotto il governo di Sozi-Carafa, alla cui scuola sono allevati i melensi, che figgono cartelli anonimi per far la guerra al Dittatore. Ma sapete poi da che trae origine tutto quest'odio? Sentitelo dalla stessa loro bocca <<perchè Salvatore Morelli che è uno de' compilatori à il posto dell'Orfanotrofio in preferenza di chi più di lui lo meritava>> Vedete dunque che è l'ambizione della pagnotta. Ed ecco come si spiega lo scrutinio che l'altro giorno si fece sul conto di Salvatore Morelli per la Direzione dell'Orfanotrofio, perchè questi signori ambiscono quel posto, e cercano salirvi con le carrucole dell'imbroglio, e le Autorità che si dovrebbero occupare utilmente dei reazionarii, dei ladri e dei pubblici nemici, danno orecchio a questi per inquietare un liberale, che à dritto di avere un po di pace con la garenzia del potere di quella patria, per la quale ha sofferto un lunghissimo martirio. Ma si vorrebbe sapere chi sono poi questi tali che si credono più meritevoli di Salvatore Morelli ad occupare l'impiego dell'Orfanotrofio Salentino? Se è per intelligenza noi che siamo dello stesso paese sappiamo che salvi i pochi valorosi per mente che noi stimiamo ed onoriamo, nessun'altro à dato fuori un rigo di stampa, mentre Salvatore Morelli sta per pubblicare UNA BIBLIOTECA PEI COMUNI NTITOLATA LA LUCE DA SERVIRE ALLA ISTRUZIONE NEI DUE SESSI; e nessun altro come questo si è messo a stampare un giornale per educare il popolo all'amore della verità sbandita dalla terra per lasciarla tutta in preda degli usurpatori e dei tiranni! Se è per liberalismo, o per bacco! noi non siamo dell'altro secolo per non conoscerci bene l'un l'altro! Ma quando ci volessimo conoscere meglio poi, facciamo le biografie. Noi facciamo quella di Salvatore Morelli, e gli affiggitori dei cartelli austriaci, gesuitici, borbonici, facciano quella di coloro che sono più meritevoli a stare nell'impiego dell'Orfanotrofio." E quindi Cisaria fa la biografia di Morelli (pp. 17-18) Giova qui riportare in particolare la sua nomina contestata. "Salvatore Morelli esiliato in Maglie à lavorato indefessamente per la propagazione del principio unitario. Venuto in Lecce nel prossimo passato luglio fu invitato a recarsi dal Consiglio degli Ospizi, ed egli rispose, che non avea alcuna ingerenza negli affari del Consiglio, e che se fosse necessario per cose amministrative, se gli facesse il debito invito. Di fatti dopo poco gli giunse l'ufficio concepito in questi sensi: <<Lecce 5 luglio 1860. Consiglio Generale degli Ospizii. Provincia di Terra d'Otranto. Signore - Convinto questo generale Consiglio dello zelo che Ella prende per prosperità della

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cosa pubblica, e delle pregevoli qualità che lo fregiano, la invita compiacersi assumere provvisoriamente la direzione dello stabilimento Provinciale S. Ferdinando. A tale oggetto Ella si farà consegnare dal sospeso Direttore Signor Motti lo stabilimento suddetto e quanto in esso si contiene redigendone dettagliato verbale. Di questa determinazione se n'è data diretta comunicazione al sospeso Direttore Signor Motti ed alla Commissione Amministrativa dell'Ospizio, dalla quale Ella dipenderà giusta le regole di Governo - Si piaccia d'un cenno di riscontro augurandomelo cortesemente favorevole - Per l'Intendente Presidente - Il Delegato del Vescovo Canonico Penitenziere Carlino - Al Signore Signor D. Salvatore Morelli - Con quest'Ufficio neppure avrebbe accettato se non fosse seguita una lettera dell'Ornatissimo Avvocato Signor Alceste Vigneri, e le insistenze di altri amici che gli ponevano sott'occhio il pensiere umanitario di salvare la sventurata famiglia deli Orfani. Fu allora che Morelli rispose all'onorevole Consiglio <<porgevisi volenteroso a solo riguardo di rendere un servigio a Dio ed all'umanità>>. Si fa presente che, il 16 luglio 1860, e precisamente dalla Direzione dell'Orfanotrofio di Lecce, Morelli scrive l'Ordine del giorno per l'Orfanotrofio Salentino, con questa dedica: LO INDIRIZZO DI QUESTO TENUE LAVORO ALLA DISTINTA SIGNORA

ELOISA TAMBORRINI FRISARI DEI DUCHI DI SCORRANO DICA STIMA ED ONORANZA SINCERA AL SENTIMENTO ITALIANO ALL'ESEMPLARE CONIUGAL TENEREZZA ALLE VIRTÙ DOMESTICHE CHE LA DECORANO

La PREFAZIONE è di Gaetano Brunetti del fu Francesco, ed è datata Lecce 7 agosto 1860. Il Brunetti rilevava "nel programma di Salv. Morelli del nuovo e del peregrino: conciossiacchè fonde in bella armonia l'idea cristiana, l'idea politica nazionale, l'idea della individuale libertà, l'idea economica ed amministrativa. Sono un catechismo ed una scienza, quattro ordini di scienza in poche regole, quattro catechismi in un solo. Sicchè, sensatamente il Prudenzano avvisava a dirlo <<capolavoro di generosa sapienza e di coraggio civile>>. (p. 7) [Francesco Prudenzano (Manduria, 1823 - Napoli, 1909) Professore privato di Estetica e letteratura italiana all'Università di Napoli negli anni settanta del secolo XIX]

Giova riportare la Nota (a) della PREFAZIONE, che recita testualmente "È nota la generosa resistenza usata contro la polizia di Sozi-Carafa, come risulta da un processo, e dal documento che segue, il quale attesta pure all'opinione la onestà del Giudice Vetromile che glielo rilasciava: <<Obbliganza di Polizia del Sig. Morelli - L'anno mille ottocento sessanta il giorno cinque Marzo in Maglie. [5 Marzo 1860, Maglie] Innanzi a Noi Ferdinando Vetromile Regio Giudice nel Circondario di Maglie, assistiti dal Sostituto Cancelliere Sig. Fello, colle Funzioni della Polizia Ordinaria; Visto l'uffizio del Sig. Intendente di questa provincia de' 3 corrente mese num. 660, e l'altro dei 2 stante mese num. 619 Gabinetto; Essendo qui arrivato accompagnato dalla Reale Gendarmeria D. Salvatore Morelli di Carovigno, il quale per disposizione della Polizia ordinaria dovrà guardare [§ 27. Guardare, parlandosi di Leggi, Comandamenti, e sim., vale Fare ciò che essi prescrivono, Osservarli, Ubbidirli." (TommaseoBellini)] il domicilio forzato in questo comune;

L'abbiamo fatto venire alla nostra presenza, e richiesto delle sue qualità personali, ha detto Chiamarsi D. Salvatore Morelli di Casimiro, di anni 34, legale, di Carovigno. Al medesimo abbiam manifestato le superiori disposizioni dandogli lettura;

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Il Morelli ha detto: che intende avere comunicazione legale della menzionata superiore disposizione, trascrivendosi in questo verbale; Noi Regio Giudice, trovando giusta una tale richiesta, abbiamo dato allo stesso, trascrivendo come siegue il menzionato uffizio de' 3 corrente mese, num. 660. <<Intendenza della Provincia di Terra d'Otranto - Gabinetto - Num. del protocollo in bianco - Num. 660 della spedizione - Oggetto - Per D. Salvatore Morelli di Carovigno - Riservatissima - Lecce 3 marzo 1860. Signor Giudice, D. Salvatore Morelli ex relegato Politico, mentre era a domicilio forzato in questo Capo-luogo richiamava novellamente [Di fresco, Poco fa, Testè. / Un'altra volta"- Tom.-Bol.] l'attenzione della Polizia sul di lui conto; per il chè venne tratto negli arresti. Ora per superiori ordini viene abilitato dal carcere e destinato a domicilio forzoso in Codesto Capo-Logo. Quindi per superiore incarico viene a lei affidato il disporre la più stretta sorveglianza necessaria PER SÌ PERNICIOSISSIMO SOGGETTO! Tale pruova di fiducia nella di lei solerzia le fa comprendere in pari tempo la responsabilità che lo stesso seco porta; per il chè son sicuro, che Ella farà in modo di corrispondere a tale incarico con quello impegno, ed energia che la cosa richiede. Occorre quindi che siano attentamente guardati i movimenti, i contatti, le possibili esternazioni, (le occhiate!!!) del Sig. Morelli, e della più che menoma divergenza me ne farà straordinario rapporto, indipendente da quello periodico, che attendo in ogni quindici giorni de' risultamenti di sorveglianza. Sia poi nella intelligenza che il Sig. Morelli le sarà presentato dalla forza pubblica, unitamente ad apposito mio Uffizio - L'Intendente firmato - Sozi-Carafa - Al Signore Signor Regio Giudice di Maglie.>> Quindi ha detto esso Sig. Morelli: che egli non consente a questa misura, perchè non fondata sulla legalità, e dettata da spirito di violenza, ma che però vi si piega fatalmente per la superiorità della forza che glielo impone; e che si protesta e riserba di agire come per legge contro chi ha emesse tali misure. In oltre ha chiesto copia del presente verbale. Di tutto ciò si è fatto il presente atto in doppio, rilasciandone uno nelle mani del Signor Morelli, dopo sottoscritto - Il regio Giudice - Ferdinando Vetromile - Giovanni Fello Sostituto. - Vi è il bollo." (pp. 11-12) Ora, Morelli, prima di esporre l'articolato delle Regole Amministrative, si rivolge agli Orfanelli con queste parole: "Alla oscura notte d'un dispotismo trilustre, che avea disegnato, come un tutto il Paese, così in voi la scintilla del genio, ed i germi della vita del cuore, è successa l'alba d'una nuova civiltà, gaia e ridente quanto la promessa di Dio! Destatevi dunque a vita novella - - salutate anche voi quest'alba che vi rianima alla speranza -- guarite la piaga della oppressione, che vi tenne senza respiro. Questa è piaga comune a tutti, e la è specialmente cancrenosa in coloro che, alle miserie ed agli oltraggi della fortuna, vedevano aggiunta l'opera ostile dell'umana crudescenza. [...] Voi però, Orfanelli, avete un Angelo che veglia i vostri destini -- la Provvidenza è con voi! Essa d'un colpo à prostrato il dispotismo che vi avea prostrati, ed à imposto a noi il dovere santissimo di rialzarvi. [...] Noi dunque per rispondere alla missione assunta di servire Dio e l'Umanità, ed al voto di fiducia che, con l'iniziativa dell'onorevole Consiglio degli Ospizii, ne venne concesso dall'adesione universale del nostro carissimo Paese, cerchiamo adeguare ai principii di onestà civile l'amministrazione di famiglia di Orfanelli, attendata dalla carità pubblica sotto le volte di quest'Ospizio.

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Voi d'ora innanzi non dovrete vivere inerti mangiando il pane dell'elemosina, che è pane di espiazione; nè senza l'apprendimento di un'arte dovranno più compiangersi nel vostro avvenire i funesti orrori della mendacità o del furto; ma il pane che vi alimenterà dev'essere il premio del lavoro sistematico e duraturo, acconciamente alla varietà delle vostre tendenze, per divenire un giorno uomini onesti, uomini utili a voi stessi ed alla famiglia italiana, di cui siete bellissima parte. Finora s'illudeva la vostra innocenza, dipingendovi la vita come un prato di fiori nelle immorali dolcezze dell'ozio. No, Orfanelli, la vita sta nel moto non nell'inerzia -- la vita è una selva selvaggia seminata di spine, e n'è vera educazione morale quella che impara all'uomo le fatiche che deve sostenere per allontanarne le punture! Guidati dunque da queste norme, noi da ora, battezzandovi Italiani, vi emancipiamo dalla servitù della sferza, vi commendiamo ai consigli della ragione e rendiamo voi medesimi operai del vostro meglio, tutelando i vergini istinti nelle pratiche della vota con le seguenti REGOLE AMMINISTRATIVE. ... omissis ... 50 artt. N.B.: Detto Ordine del giorno, con i 50 articoli che lo compongono, è nelle NOTE della 1a e della 2a Edizione de La donna e la scienza, rispettivamente, da pag. 199 a 207, e da pag. 165 a 178. Riprendiamo lo scritto del Cisaria: "Salvatore Morelli stando in questa carica à fatto Italiane le persone e le cose da Austriache gesuitiche che erano - ne à mutato il regime uniformemente ai principii della civiltà cristiana, e non abbandonando mai il pensiere d'Italia e l'onore di questa cara provincia da qui stesso cacciò fuori il generoso invito del giorno 2 settembre agli Italiani del Leccese, per fare il governo provvisorio e salvare il paese più caldo d'amor patrio, dell'onte di codardia che gli ànno imposto i suoi falsi amici. Questo produsse al Morelli la nimicizia del governo: da buono che era addivenne cattivo. Si ufficiò tre fiate per fargli dare il giuramento a Francesco II, si sottopose a processura, e se non fosse stato per l'incalzare degli avvenimenti il rifiuto di giurare, da se solo avrebbe formato oggetto di destituzione. Adesso che è divenuto un'atto premiabile si vanno cercando altri appicchi e si fanno scrutinii. Ma qual cosa si deve scrutinare nei fatti degli uomini onesti? Quale appicco si può dar loro dopo lo sperimento di tre lustri di vita incontaminata sotto la compressione della più dura tirannide e nell'estreme miserie? Eh! si cessi pure di calunniare alle spalle ....! Quest'è ingiusto! Questo è uso incivile che indica corruzione di animo e vigliaccheria! Quando è permesso di far le biografie degli uomini, non si deve lusingare nessuno di salire agl'impieghi con la carrucola degl'imbrogli! La comune misura è il merito e l'onestà. Se il nuovo regolamento interno è nella sua piena attuazione e questo regolamento è stato plaudito da tutti, bisogna conchiudere che si è dolente del Direttore Morelli perchè à sradicato il furto, creando una commissione di vigilanza economica, che rende gli stessi alunni padroni delle loro cose - bisogna dire che si è dolenti perchè mangiano cibo d'uomo e si satollano - bisogna dire che si è dolente perchè alla tirannide delle bastonate si è sostituito il consiglio della ragione - bisogna dire che si è dolente perchè all'inerzia peccaminosa che educava marioncelli, si sono sostituite le arti che allevano uomini onesti - bisogna dire che si è dolente perchè alla irreligione si è sostituita la religione - alla immoralità, il dovere - all'odio, la fratellanza - allo scandalo, l'onestà ed il pudore civile di Salvatore Morelli. Qualunque cosa ora che gl'ingiusti nemici del Morelli potranno scrivere che non contenga la loro biografia per fare il paragone, sarà calunnia e viltà degne del pubblico disprezzo! (continua) (p. 17-19) Per meglio capire le problematiche connesse con la direzione dell'Orfanotrofio, ritengo utile trascrivere interamente la illuminante la lettera-manifesto del 3 Luglio 1861 con la quale

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Giuseppe Rosano Uno dei Mille di Marsala fa il suo RICHIAMO CONTRO IL DISPOTISMO ALLA PUBBLICA OPINIONE: <<Nel settembre del passato anno, quand'io venni qui con la missione di osservare lo spirito pubblico a nome del governo del Dittatore Garibaldi, trovai impegnata una vile reazione di cartelli anonimi contro il distinto patriota Signor Salvatore Morelli, per aver pubblicato un proclama, che consigliava generosamente il Governo Provvisorio; e quel fatto mi sembrò tanto male per quanto la resistenza e gli oltraggi che i Borboniani in Sicilia facevano ai mille di Marsala, fra i quali io fui del bel numer'uno. Adesso vi ritorno dopo dieci mesi, sotto un Governo già costituito legalmente, e che veggo?... Salvatore Morelli inconsiderato, fra i cenci di un povero Orfanotrofio, combattuto da quegli stessi che sotto i miei propri occhi adibirono le baionette della Guardia Cittadina a lacerare il Programma del Governo provvisorio, soggettando il Morelli che ne era autore ad un processo capitale che porta l'epigrafe di Provocazione senza effetto, mediante proclami stampati ed affissi in luogo pubblico diretti a provocare, ed eccitare la insurrezione fra gli abitanti di Lecce per far cambiare l'attuale regime governativo, e distruggere la dinastia regnante. Il quale processo, che io ho letto con orrore nell'Archivio di questa G. C. come s'intende bene, avrebbe mandato al patibolo questo generoso Cittadino, se fosse durata di vantaggio la dominazione di Francesco secondo. Ora questi Signori che avrebbero dovuto essere scartati dal Governo Liberale, cui con tali atti si opponevano ostilmente, niente meno che formano parte di un Consiglio, e di una Commissione, alla cui sindacatura è sottoposta la direzione dell'Orfanotrofio Salentino, affidata alle cure di Salvatore Morelli. Da questo sconcio governativo di allogare i Caini vicino all'Abele, i lupi presso all'agnello, ne dovevano necessariamente derivare aggressioni vituperevoli al potere legale, ed all'opinione del Direttore. Quindi questi Signori, per quanto ho potuto sapere, si sono studiati far credere al Paese che il Morelli sia stato negligente al benessere del pio luogo, e, nascondendo i tanti uffici pubblicati dal medesimo per migliorare la sorte degli Orfani, han creduto spudoratamente plagiarne anche le frasi, per mostrare di avere il merito della iniziativa alla riforma. Io non ho la sventura di conoscere personalmente questi Signori, ma mi si dice che sia della gente a cui fa notte innanzi sera, e che non ha il merito di farsi iniziatrice di riforme educative, le quali abbisognano d'ingegno e di studi che posseggono solo gli uomini sapienti. Iniziatore fu Salvatore Morelli quando invitato a quella carica richiese ISTRUZIONE, LAVORO, E PERSONALE col suo Ordine del giorno del 15 Luglio 1860, plaudito DALLA PIÙ GRAN MENTE E DAL PIÙ GRAN CUORE DEL MONDO! dal giornalismo, dall'egregio Consigliere Signor Gaetano Brunetti fu Francesco, e da altri venerandi ingegni che lo dissero capolavoro di sapienza civile; non coloro che son venuti dopo con la missione di avversarne i disegni, di usurparne i poteri, d'intralciarne ambiziosamente l'amministrazione. Ciò, son certo, che si stimerà una vaga asserzione, ma io che ho assunto lo impegno a nome della dignità liberale di smascherare la ippocrisia dei persecutori degli onesti uomini, che han lavorato tanto per la causa Italiana, e che ingratamente ora si calpestano da chi in ufficio poliziesco mangiò il pane dell'infamia sotto il Borbone, o strinse la mano agli oppressori quando i patrioti gemevano nelle catene, io, dico, ho fatti per dimostrare tutto questo, anzi sento il dovere Cittadino di far rivenire la pubblica opinione su documenti a lei ben noti, che la scellerataggine farisaica cerca scolorare, o covrire di tenebre. Riprendo dunque a dichiarare che si sono avversati i disegni del Morelli, perchè appena assunta la carica, essendosegli risposto negativamente dal clericale Consiglio degli Ospizi alla richiesta del lavoro per manco di capitali, il medesimo cercò rimediarvi con carità paterna, togliendo gli Alunni dall'ozio corruttore, e raccomandandoli ai capi d'arte del paese per farli istruire, onde all'uscita dell'Ospizio avessero un mezzo onesto per procacciarsi un pane, ed io stesso, come tutto il paese, fui testimone oculare del fatto.

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Ma, si crederebbe, che il Consiglio con le trombe di questi avversatori del bene, giudicò male la santa opera del Direttore, e ne impedì il prosieguo? Se ne sono altresì avversati i disegni, perchè alla richiesta d'intelligenti prefetti, maestri, e libri adatti alla istruzione elementari, dei quali si manca nell'Ospizio, si rispose anche col non possumus di Antonelli! Si sono poi usurpati i poteri del Direttore, perchè in quell'Orfanotrofio vi è il regolamento speciale decretato il 23 maggio 1855, e questi signori che non hanno che una semplice vigilanza umanitaria sull'amministrazione, da esercitarla sempre di conserva col Direttore per non creare un dualismo, han cangiato ciò in una dittatura dispotica, in uno spionaggio vergognoso, che esautora il Direttore medesimo automatizandone il potere. Difatti il regolamento affida l'amministrazione interna dell'Ospizio al Direttore, e questi Signori della Commissione, mettendo alla loro dipendenza immediata l'Economo, i Prefetti, gl'inservienti li han sottratti da quella del loro naturale Superiore, obbligandoli immoralmente ad un poliziesco spionaggio su i minimi atti del medesimo. Si che i Signori della Commissione debbono sapere tutti i giorni se il Direttore si leva presto o tardi, se cammina o sta seduto, se mangia o beve, se è visitato e da quali persone, se esce tardi o presto, se va per le vie, o si trattiene in casa d'altri, se si confessa, se si comunica, se va alla messa !! tutto quel che dovevano riferire le spie di Sozi Carafa nel periodo dell'oppressione, ora dalla commissione amministrativa è imposto agl'inferiori Prefetti sul Direttore dell'Orfanotrofio. Oltre a ciò la Commissione Amministrativa tiene a se la chiave di un agrumeto che fu comperato per gli esercizi agronomici degli alunni, per farsene un luogo di delizia, impedendo le lezioni al Professore Signor Costa, e divergendo l'uso dei limoni che servivano agli Orfani ammalati. Fa costruire in casa dei Signori membri il vestito dei 70 alunni, che ECONOMICAMENTE!!! ha fatto ascendere, come si dice, a circa ducati 700!!! e trasporta anche in casa di qualcuno dei membri altri utensili che servono allo Stabilimento. Il Dispotismo insomma della Commissione và tant'oltre da fare di questo luogo di carità pubblica quel che si farebbe di una merce propria. La Commissione in fine intralcia e demoralizza l'amministrazione contrordinando gli ordini del Direttore. Difatti nei giorni passati il Direttore trovò che il Cuoco aveva profittato sulla spesa comperando 25 once meno di carne, e due carlini di cacio invece di tre, e come era giusto lo licenziò dal servizio, in uniformità dei suoi poteri e ne diè rapportamento al Consiglio. Dopo poche ore un ufficio fulminante della Commissione impose al Direttore di rimetterlo al servigio, ma seppi con soddisfazione che la dignità del Direttore resistè a questo atto inverecondo, sebbene poi dopo circa due mesi spudoratamente si recò sopra luogo l'intero Consiglio e con la Commissione rimisero nel posto solennemente il Cuoco ladro; e onde fosse più libero all'impuro traffico, proibirono anche che lo accompagnassero in piazza i dieci alunni addetti per turno ogni mattina alla vigilanza della spesa!!! Per Domeneddio dove siamo! Dove dobbiamo andare con principi sì immorali e scellerati! Quale educazione possono ricevere gli Orfani che veggono favorita la frode; o repressa l'onestà? Se Salvatore Morelli fosse un vile come i suoi persecutori, a questo turpe atto che ha inteso umiliare in lui il principio liberale, avrebbe risposto non con una protesa da generoso galantuomo, ma con un rapporto al giudice inquisitore per istruire un processo, annettendovi l'ufficio del Consiglio e della Commissione, che col loro protettorato al cuoco implicitamente ne accettarono la complicità. Il Direttore accordava il permesso di visitare il padre ammalato all'Alunno Antonio Bortone, che pel suo genio artistico ha ottenuta la pensione di duc. 7 al mese dal Governo per andarsi ad istruire in Napoli. Questo permesso prolungato un po' per la mala salute del giovinetto, fu causa, ritornato all'Ospizio, di essere bruscamente espulso dalla Commissione. Si dice che questo infelice Genio sarà sena pane nella casa paterna fino a tanto la Provvidenza non gli fornisca i mezzi da viaggio che gli sono stati negati, come illegalmente gli è stata negata l'o-

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spitalità nell'Orfanotrofio dalla umanissima Commissione, che fa vergogna al Governo Italiano, mostrandolo più del Borbonico destituito d'incoraggiamento!!! Delle povere infelici madri son salite talvolta dal Direttore per chiede l'elemosina, o per domandare che qualche Orfanello andasse a passare il dì festivo in casa loro, e la Commissione ed il Consiglio quasi ingelositi ne han formato oggetto di accusa, scrupolizzando gesuiticamente! Gli Alunni corrotti sotto il passato regime ne hanno dovuto uscire perchè compiuto l'anno diciottesimo, ed anche per lo scopo moralissimo di non contagiare le innocentine creature che vi sono giunte di fresco. Ciò essendo stato eseguito a premura del Direttore se gliene è fatta una colpa, spargendo pel paese di aver gettato in mezzo alla via tanti infelici; mentre dall'Ospizio non sono usciti che per ordine del Consiglio, e della Commissione onde dar luogo non agli Orfani dei Comuni della Provincia, che pagano, ma ai loro favoriti, pei quali si è osato anche violare il regolamento, ammettendone taluni di età minore o maggiore in difformità della legge e con costatate abitudini di mariuoleria, come avvenne di un tale Russo. Questi che à circa 14 anni è stato ammesso all'Ospizio in rimeritamento del furto consumato con altri a danni del Signor R. Rella, che giustamente ne mena scalpore pel paese, addolorandosi da buon cittadino della corruzione di cui sarà modello agli altri orfani!! Il Direttore serbando la sua proverbiale onestà, non ha osato prendere da sé giornalmente sugl'imprevisti il trattamento che riceveva il suo antecessore borboniano, e che ricevono anche tutti i Rettori dei Seminari, e dei Collegi. Intanto quando ne ha fatto richiesta per essergli dato come gratificazione, si è osato niegarglielo [sic]. Miserabili! Si nega il pane che si divide col povero all'onesto operario della Patria coperto di piaghe, che ha tanto sudato per acquistarvi la libertà - si nega il pane ad una intelligenza che onora il Paese con la luce del suo pensiero! ... mentre si lasciano gavazzare con ricchi soldi gli stupidi nemici della Patria!... Miserabili!!... Il Governatore Signor Calenda vi à dato una lezione di morale contrastando lodevolmente i vostri turpi disegni, ed io, comecchè non gli sia amico, gliene fo plauso, e lo avrei plaudito di più se conosciuta l'ingiustizia ne avesse compito la riparazione che è in suo potere. Il Direttore ha permesso nei momenti di brio nazionale che gli Alunni gridassero Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi, Viva l'Italia. - Ò saputo con orrore che un tale Stifani membro della Commissione avesse rimprocciato il Direttore di non aver castigato i giovanetti che si beavano nel grido istintivo e generoso del patrio risorgimento. Che altro si vuole? Da queste cose dunque, che presso i lontani parranno impossibili, risulta chiaro che la guerra mossa contro Salvatore Morelli alla quale lo stesso Consigliere Lupinacci à fatto opposizione! è guerra d'impura utilità, è guerra di reazionaria ambizione, e si dirà che è anche guerra di pagnotta se il paese giunge a sapere che un Monaco Domenicano fratello di un Consigliere degli Ospizi cospira ad occupare il posto di Direttore per ristabilirvi la maledetta pretesca inquisizione, e che uno dei membri della Commissione, che, come mi si dice è cieco degli occhi della mente, aspira ad esservi maestro con dodici ducati al mese. Gli è perciò dunque che io sdegnato da tanta schifosa miseria, di cui ho visto occupata la opinione pubblica, che mi ha fornito di elementi a formare questa scritta, protesto a nome della dignità del Governo liberale, per lo quale Salvatore Morelli ha per dodici anni gemuto fra i ceppi, contro questa giudaica guerra che disonora il paese. Il Governo tolga una volta per sempre questo fomite di malcontento; collochi i benemeriti Cittadini dove debbono esserlo per forza della propria capacità, perchè il patriottismo sincero, la mente, il cuore, e gli antecedenti onesti e nobilissimi di Salvatore Morelli, il cui nome io ho sentito con le proprie orecchie pronunziare in tutta Italia con onore dalle migliori intelligenze e dai più fidi patrioti, non debbono rimanere coverti dalla sua taciturna umiltà in quel meschinissimo impiego, ma debbono essere appreziati ["Appreziare, Appreziato, Appreziativo, Appreziativamente, Appreziazione. Li nota il Diz. di Mant. da Scrittori poco autorevoli. Ma in certe parti d'It. dicesi tuttavaia Appreziare e Appreziato per Apprezzare; non gli altri derivati, che non pajono necessarii." TommaseoBellini] degnamente per farne più mostra in servigio della Patria, togliendolo così dalla guerra

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scellerata di GAMURRISTI civili, che il domani giudicherà, come oggi à giudicato all'infamia i seviziatori dei patrioti. Per amor della concordia con tutta moderazione ora mi limito ad una semplice protesta. Se non si finisce cotesta ingiusta aggressione, giuro a Dio di pubblicarne coi nomi, fatti e documenti che faranno abbrividire anche Satanasso!" Il n. 7 del 6 Ottobre1860 de IL DITTATORE, porta in prima pagina le Impressioni sul Comune di Maglie Ritratte da Salvatore Morelli con vedute di miglioramento municipale. E in ultima, la notizia che "La sera del giorno quattro volgente mese giunse in Lecce lo Squadrone dei prodi Garibaldini a cavallo, mosso la mattina da Brindisi sotto il Comando del valoroso Aiutante Maggiore Signor Niccola Perrone. La città fece loro lieta accoglienza dovuta al fiore della gioventù Italiana, la quale disprezza agi e ricchezze per difendere la patria. Vi furono delle grida di gioia dal popolo tratto magicamente all'ossequio verso gli apostoli armati del nuovo Cristianesimo. - Vi furono concerti Musicali, ed una cena imbandita nell'ex Collegio dei Gesuiti dagli Uffiziali, e Guardia Nazionale. In partendosene nel dì appresso lasciavano un segnale delle loro preziose simpatie nei due indrizzi che noi pubblichiamo, a solo oggetto di onorare il patriottismo di Lecce, ed i nobili sensi che animano quei generosi. A SALVATORE MORELLI Fratello Carissimo: Ponendo piede in questa terra ospitale, sentiamo debito di affetto e di gratitudine ai gentili Leccesi, che con tanto amore ci accolsero. Vivaddio! che la Bandiera di Garibaldi è dappertutto, e segnatamente per questo popolo generoso, segno di trionfo e di universale esultanza Dio l'accompagnerà, come l'arca santa, per le terre d'Italia. Anche tu accrescevi la gioia nostra. Altri di noi divisero teco gli anni di Ventotene, altri nelle prigioni di Napoli, e con te dividemmo tutti i grandi lavori che il Partito Nazionale d'azione per un decennio in largo ordinatamente condusse fra oppressure e pericolo. Al tuo nome ci si svegliano nell'animo i nomi carissimi di Giuseppe Libertini, Nicola Schiavone, Saverio Fanelli, Giuseppe Rosano, Domenico Antoglietta ed altri assai che illustrano il nostro paese. Tutti serbaste incontaminata la fede, nè l'oro borbonico vi sedusse, nè v'intimidì la tirannide, nè vi scoraggiò mai la lingua maledica dei codardi. Ponete queste parole nel vostro giornale a testimonianza della memoria indelebile che serbiamo di voi, e dei gentili Leccesi. Lecce 5 ottobre 1860 Nicola Perrone, Aiutante Maggiore - Filano Guida, Capitano - Michele Valente, 1° Tenente Domenico Fanizzi, Caporale delle guide - Giuseppe Chiaia, 2° Tenente - Vito Positano, 2° Tenente - Cataldo Loiodice, 2° Tenente - Nicola Grilli, 2° Tenente - Vito Luigi Angiulli, 2° Tenente - Francesco Fazio, 2° Tenente - Domenico Rossi, Guida - Vincenzo Valente, idem Cesare Loiacono, idem - Francesco Paolo Mastropasqua - Gaetano Lembo - Vincenzo Spada Michele de Donato - Biagio Bacalo - Leopoldo Romano - Nicola Bucci, Guida - Vincenzo pappagallo - Michele Lagattola - Vincenzo Canelli, Guida - Stanislao Vieta, Guida - Giovanni Rasculli - Andrea Cisterni - Ignazio Centofanti - Francesco Tateo - Michele Lenzi - Luigi Gigante, Guida - Francesco Mastropasqua, Guida - Luigi Catinella - Nicola Vito di Marzo - Saverio Carrassi - Giuseppe Canesca - Michele Carbonè. === Caro Fratello Speravo avere la sorte passarla con te lietamente qualche giorno, ma con gioia maggiore me ne divido, perchè il Dittatore ci chiama, e forse l'ora tanto da me sospirata è giunta - l'ora di morire !! - Intanto sento il sacro dovere di fare a tutti noto le feste che il Corpo delle Guide dello Stato Maggiore ha ricevuto in Francavilla, Latiano, Mesagne e Squinzano, dove ha soggiornato, e in taluni altri paesetti di passaggio. Prego te quindi di palesare ciò per mezzo del tuo giornale, e nel tempo istesso far sentire alla gioventù che la miglior festa che noi deside-

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riamo è l'essere seguiti dai tutti i buoni e volenterosi fratelli. Addio, fratello mio, e se un giorno sentirai che io non sono più, benedici la memoria del Tuo Domenico Fanizzi Caporale delle Guide Lecce 5 Ottobre 1860. Al Signor Salvatore Morelli, Lecce. Il 26 OTTOBRE 1860, da Lecce, Morelli scrive al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi una lettera nella quale mette in rilievo la sua "sublime abnegazione", il suo eroismo e la sua esistenza provvidenziale: <<I mezzi indicati da Voi nell'ultimo programma, parlano troppo chiaro per dover conchiudere, che avete un'alta missione a compiere, e che la Provvidenza ha statuito, che come il primo ciclo della rigenerazione morale si disse Mosaico, il secondo Cristiano, il terzo che si va compiendo da Voi e dai Vostri generosi seguaci, dovrà appellarsi senza dobbio Garibaldino. Sì Generale, Voi avete divinata la vera indole dell'epoca, le vere tendenze dello spirito umano, i bisogni imminenti cui si deve sopperire. Voi avete sconsacrata la guerra, avete proclamata la fraternità dei popoli, consigliando santamente ai Gabinetti l'abolizione della spada e l'adozione della scienza." Espresso infine al Generale la sua "sincera ammirazione sempiternamente", espone in 66 articoli il suo "PROGETTO D'ISTRUZIONE PUBBLICA". Qui mi preme richiamare l'attenzione del lettore sugli artt. 43, 44, 45 e 46 che attengono all'insegnamento della lingua. Insegnamento, che - scrive Morelli - dovrà assumere "l'obbligo di compilare un piccolo Vocabolario che metta in rapporto il dialetto del Municipio con la lingua della Nazione", e comprenda anche "le frasi ed i modi di dire che hanno origine legittima dal latino o dal greco, e non si trovano registrati nei Vocabolarii Nazionali" Nella compilazione, dovranno essere investigate "le radici delle parole, ossia la ragione per la quale furono messe in uso dal senso comune del popolo, che i Filologi appellano ideale." Una copia di siffatti vocabolarietti dovrà essere depositata "nell'Archivio della Direzione dei Ginnasii centrali, e coacervati così tutti quelli dei municipii Italiani, offriranno materia ad una società di dotti, che sarà nominata per formare un Vocabolario completo della lingua Nazionale." Proprio questi criteri, ho osservato compilando il Vocabolario del Dialetto di Carovigno. N.B.: Lettera e progetto sono nelle NOTE della 1a Ed. de La donna e la scienza (1861) (pp. 207-220). Parimenti nelle NOTE della 2a Ed., da pag. 178 a pag. 200, vi è il progetto suddetto, presentato dalla lettera dell'autore ai Confratelli Studenti, firmata da Il Vicepresidente ff. Salvatore Morelli. (pp. 178-184) Scrive il Palumbo2 (1908) che "Lo stile aggressivo del <<Dittatore>> gli creò molti nemici tra la consorteria che cominciava a spuntare. Ebbe numerosi contrasti e, per eliminarlo, gli si attribuirono irregolarità nell'amministrazione dell'ospizio. Molte ve ne erano dell'antico regime; altre ne furono inventate." (p. 23) Il 3 Dicembre 1860, i due direttori sostituirono IL DITTATORE bisettimanale con L'ITALIA SALENTINA (settimanale del sabato) sempre in Lecce. Vi scrisse, unitamente a Morelli e Cisaria, anche Gioacchino Stampacchia. (Nicola Vacca, 1940, p. 5) Il n. 2 de L'ITALIA SALENTINA, datato 10 Dicembre 1860, (8 pp. da p. 9 a p. 16), porta in prima pagina due articoli di Morelli. Il primo, Ultimo Avvenimento, parla di un moto reazionario accaduto Sabato 9 dicembre in Sava, Comune del Distretto di Taranto. "Quattrocento contadini, con le falci, e con altre armi si recarono tumultuosamente al Corpo di Guardia, e col grido di Viva Francesco II, lacerarono la Bandiera Nazionale, ruppero gli Stemmi, e

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s'impossessarono delle armi, sperperando i pochi individui che eranvi a guardia. Il Governatore di quì [sic] appena ricevutone avviso per telegramma, spedì il Capitano di Gendarmeria, ed il Comandante di Piazza, con un numero di Carabinieri, i quali fatto capo grosso con la Guardia Nazionale di Manduria, repressero con numerosi arresti quegl'irragionevoli moti. Perchè non vi è andato il Commiss. di Polizia? Il Commissario conosce il personale, e senza attendere falsi oracoli, avrebbe volto lo sguardo su quei tristi, che sono stati, sono e saranno i veri autori del male, e che pure coi loro artifizi gittano la pietra, e nascondono la mano, lasciandone la responsabilità a quei poveri gonzi che ne accettano i rei consigli, e se ne fan seguaci." Il secondo, La Situazione, così recita: "Abbiamo visto nei passati giorni che la fonte dell'Autorità è nel popolo, e che coloro che l'assumono non sono che dei mandatarii, cui pesa l'obbligo di adempire a taluni intransigibili doveri, dai quali per qualsiasi ragione non è lecito in alcuna guisa declinare. Questi mandati possono variare secondo la maggiore, o minore estensività della opinione che li determina possono essere ammessi od opposti in tempo utile, ma una volta pronunciati ed accettati, addivengono legge inesorabile, la cui trasgressione è delitto. In altri termini il popolo dice alle autorità responsabili: Abbiatevi i miei poteri, purchè facciate il mio benessere! Se questi è barbaro o corrotto, dismettendo la sua potenza, si rende ligio della volontà dei governanti mette in atto il panteismo pratico, concedendo loro l'incenso di Dio, e sopporta ciecamente gli effetti del potere assoluto, come si è osservato nella nefasta era dei borboni. Se poi è civile, l'autorità che trasmette, la fa sempre dipendere dalla sua immediata vigilanza, e colui che l'assume deve far tutto pel popolo, e col popolo. -- deve (come con frase propria esprime nel suo ultimo programma il Governatore di Lecce): deve spodestare il dritto dell'Autorità, ed impiantare l'autorità del dritto! Ecco la vera formola sulla quale è fondato il governo nuovo. Al potere non si lascia che la esecuzione della volontà nazionale. Egli non può farla da Giove Serapide, chiudersi nel mistero del Gabinetto per dettare avaramente i suoi oracoli tenebrosi - non può dire io disprezzo i reclami - soffogo i gemiti - monto a cavaliere delle opinioni, trasformo le cose, e comando gli uomini come più mi aggrada. Nò, in questa situazione l'Autorità risponsabile non comanda, ma serve il popolo, il quale è rappresentato dalla maggioranza della opinion dominante. Quindi se il partito che l'ha prodotta è il liberale, ella deve servire a questo principio, sobbarcandosi alle leggi preesistenti che la informano, e dandone fuori delle altre che ne giustifichino la pratica esplicazione. Qualunque fatto operasse in contrario sarebbe una rottura al mandato - sarebbe una ribellione contro il principio genetico, ed il principio si vendicherebbe di lei, invertendo gli osanna nella bestemmia della pubblica malvoglienza. Nè più e nè meno accade oggidì. Il partito liberale à impietosita l'Europa coi gemiti di dodici anni - l'à sbalordita coi miracoli del suo eroismo - l'à edificata con la virtù dei suoi sacrificii, e ne ha ottenuto in premio la libertà di rifare i destini della patria! Adesso che è tratta in secco la mala pianta che ci adugiava, e che i liberali dovrebbero essere, se non altro, chiamati a sostegno d'un governo che è sangue del loro sangue, veggonsi cacciati fuori ed il frutto del loro campo si lascia impunemente raccogliere o ai vecchi agenti dei borboni, cui fa ostacolo un innanzi di nefande colpe, o a nuove incapacità <<Che visser senza infamia e senza lodo!>> Come può volersi che cammini in questa guisa la macchina governativa? e se non cammina, come l'Autorità risponsabile inadempiente al proprio mandato, può attendersi il suffragio popolare? Il malumore dunque che serpeggia in tutt'i punti dell'Italia meridionale, è prodotto o dal non far nulla, o dal far male gl'interessi del popolo. Si reclama e non si è udito - si rapporta e non si à giustizia! se qualcheduno dei pochissimi agenti liberali chiede ai superiori facoltà per le debite riforme, ne ha tardi e negativi responsi - se pretende esecuzioni di ordini dai dipendenti, rimane bruscamente disubbidito! vi manca insomma quel che nel contropunto della Musica governativa dicesi accordo dei poteri, e tra popolo ed Autorità si ristaurano poco a poco le stesse barriere - i disappunti - la mala fede pei quali si cospirò tant'anni con la perdita di migliaia di vittime. Noi siamo sull'orlo d'un precipizio, per carità salviamoci prima di cadervi entro! Se dobbiamo sedere al banchetto dei popoli

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liberi ci si sbarazzino gli ostacoli che ne fan vivere nell'incertezza - ci si dia una massima governativa, ed un personale attuoso al bene della Nazione. Non più promesse, non più frasi lusinghiere. Queste sono funeste come i gentili complimenti di Eliogabalo che facea morire i convitati sotto una pioggia di rose. Coloro che non si sentono forti ad amministrare la cosa pubblica, sagrifichino sull'altare della patria l'amor proprio, ed abbiano la onestà di dimettersi - coloro che hanno nel cuore la febbre dell'ambizione, si ritraggano nell'umiltà dei campi, o gettando gli occhi sul quadro della magnificenza e del lusso gridino con Socrate: <<Quante cose di cui non abbiamo bisogno>>. Coloro che vogliono il bene particolare, lo domandino modestamente, smettino quella molesta intolleranza che li traporta fuori del tempo e dello spazio! I retrivi che sinistrano le previsioni degli uomini di genio, e sognano rovine contemplando il riconosciuto dritto dei popoli, cessino dalle voci allarmanti che sturbano l'opera riedificatrice dell'autorità, e ne divertono il pensiere in apprensioni degeneri dal sentire comune. La loro è malattia pari a quella di Aristone. Questo filosofo, uomo di conio singolarissimo, studiava coricato a terra col ventre sul suolo. In tale giacitura credeva venirgli una mosca sul naso che lo infastidiva; e per quantunque si agitasse e chiamasse medici onde liberarsene, la mosca era sempre lì a tormentarlo. Finalmente un giorno la medichessa Agnodice ne lo guarì, fingendo che gliela sradicava con un coltello, e mostrandogliene una, che avea chiusa nella mano, somigliante a quella che la fantasia dipingeva sul naso al filosofo>>. La medichessa che deve togliervi la mosca politica dal naso, o retrivi, sia la indeclinabile amicizia di Garibaldi col Re Eletto; sia il devoto culto che si rende in ogni angolo della penisola alla Croce Sabauda; e se vogliate guardar la cosa anche dal lato utilitario, sia l'identità d'interesse che Vittorio Emmanuele ha con tutti gl'Italiani di rendere l'Italia una, forte, ed indipendente. M." (pp. 9-10) Nello stesso N. 2 de L'ITALIA SALENTINA vi è questo interessante articolo, scritto da Morelli TIRITOMBOLA ["s.f. 1983; prob. incrocio di tirare con tombolare. RE tosc. ruzzolone, capitombolo" Il Nuovo De Mauro Online]

pronunziato per Francesco Due Già gli uomini della reazione della Provincia ringavagnavano ["v.tr. av. 1313; der. di gavagno con ri- e -are. OB rimettere in un cesto / fig., riprendere, riacquistare speranza" Il Nuovo De Mauro Online] la speranza d'una riscossa all'udita, che in Lecce si era proclamato Francesco Secondo. Già credeano, che la diplomazia sciolta in Varsavia, si fosse ricongregata sulla punta di Leuca per conchiudere una santa alleanza. Poverelli avean preso la nube per Giunone! e scambiato fatalmente Tiritombola con la diplomazia. Il nottivago facchino Leccese, dalla voce rimbombante, che fa spiritare i cani, cui è nemico per istinto, dopo avere manucato ["†Manucare. V. a. e N. ass. Mangiare." Tommaseo-Bellini] poeticamente Di capi, di peducci, e d'altro ossame Un certo guazzabuglio ribollito! nell'ubbriachezza disse questo motto: <<Allu tiempu de le cerase, Vittoriu esse e Frangiscu trase! Llarà, llarà, llarà, E Frangiscu vincerà.>> ma la parola gli morì sul labbro, perchè a luogo di essere plaudito dagli astanti, fu condotto subito in prigione, ove starà finchè la clemenza della clementissima Magistratura non gli rende l'assoluzione plenaria, di cui sta onorando i malcontenti! a differenza dei malcontenti del borbone, contro i quali gli stessi giudici, per le medesime colpe, pronunziavano sentenze capitali!

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Questo fatto però il Tiritombola ci serva di avviso per conchiudere, che i Francescani si tengono all'erta e da dietro alla cortina suggeriscono a quest'infelici; comunque cerchino smentir anche con istampa la loro cooperazione, ciò che il Governo crede e non crede secondo che più gli abbella. Non crede alle influenze de' notabili, perchè a tanti casi accaduti in altri punti della provincia con malagevolezza di successo, non à comminate condanne, nè à dato ostracismo ad alcuno di questi; ci crede poi quando alla insistenza dei liberali per la riforma del personale, à risposto ricisamente con l'organo del ventimiglia, che non s'intende rimuovere alcun impiegato per non animarsi un partito alle spalle. Come può temersi più una fazione slombata, snervata, allibita, se quand'era bene in gambe, in faccia alla inerme coscienza nazionale non à avuto la forza di sostenere il suo padrone col presidio di 200mila uomini? Il permettere dunque che si passino a piè pari le audaci dimostrazioni dei retrivi - ed il non dare appoggio al partito liberale che ha generato l'attuale governo, è un'incoraggiare [sic] il male è un cantar la palidonia [: palinodia. "Propriamente Componimento poetico in senso opposto ad un altro dello stesso autore, e che contiene qualche ritrattazione a favore della persona già offesa; e generalmente prendesi per Ritrattazione. ... Onde Cantar la palinodia, vale Ritrattarsi, Disdirsi." Tommaseo-Bellini] agli stessi

principii, pei quali vennero assunti al potere gli uomini, cui sono oggidì confidati i sacri interessi della Patria. M. [M. = Morelli] (pp. 10-11)

Si osserva che il detto articolo viene riportato da N. Bernardini (1886) in Giornali e giornalisti leccesi: "<<In Sava, scrive l'Italia Salentina, jeri accade un moto reazionario. Quattrocento contadini, con le falci, e con altre armi si recarono tumultuosamente al Corpo di Guardia e col grido Viva Ferdinando II, lacerarono la bandiera nazionale, ruppero gli stemmi, e s'impossessarono delle armi, sperperando i pochi individui che eranvi a guardia.....>> ecc. E anche a Lecce ci fu un simile tentativo. Sentite la stessa Italia Salentina come ne parla in un articolo di Salvatore Morelli, intitolato: Tiritambola pronunziato per Francesco Due: ..." (pp. 75-76)

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1.8.1. Anni 1860 - 1870. S. Morelli nell'Epistolario di G. Mazzini. Per quanto concerne le lettere scritte da Mazzini, e indirizzate o riferentisi in qualche modo a Morelli, si rinvia a quanto scritto nella Seconda Parte al § 2.3.3., p. 59 e sgg.

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1.9. Anni 1862 - 1866. Il 1862, come si è detto, è l'anno della pubblicazione della 2a Edizione italiana de La Donna e La Scienza o La Soluzione dell'umano problema (Napoli, Stabilimento Tipografico Dell'ancora, 1862). E parimenti dell'edizione francese, LA FEMME ET LA SCIENCE OU LA SOLUTION DU PROBLÉME HUMAIN, Traduction de l'italien ... par G. Cipri, Bruxelles-Gand-Leipzig C. Muquardt / Paris E. Dentu - 1862 - Londres Trubner et Ce Nella Tornata del 24 Gennaio 1862, il Presidente della Camera dei Deputati comunica di aver ricevuto: Dall'avvocato Salvatore Morelli da Napoli una copia di un suo scritto intitolato: La donna e la scienza considerate come soli mezzi atti a risolvere il problema dell'avvenire. (p. 825) A Napoli, il 20 Marzo 1862, in qualità di Vicepresidente ff. dell'Associazione Universitaria di Napoli, Morelli scrive ai Confratelli Studenti: <<L'Associazione Universitaria di Napoli accogliendo benignamente un mio progetto d'istruzione pubblica, col quale io intendo sostituire all'EDUCAZIONE IMPOSTA, l'EDUCAZIONE AUTONOMA mercè la ristaurazione della scienza universale, m'incaricava trasmetterlo a tutte le Università di Europa, perchè le gioventù sorelle lo incrementassero dei loro lumi, e quindi in un congresso, che avrebbe luogo in Milano nel prossimo Gennaio, se ne formulasse uno più acconcio all'Unità del libero insegnamento. Nell'adempire a questo dovere mi è dolce seguir la gioventù sulle trincee dell'avvenire ove corre per conquistarsi il suo mondo, ed all'uopo oso spiegarne il concetto, ripetendo alle Signorie Loro quel che scrissi nell'Ottobre del 60 al Generale Garibaldi. [... omissis ...] Ecco, Signori, come io credo che possa liberarsi la santa repubblica dell'intelligenza dall'oligarchia scolastica, ed eliminare le invasioni, le oppressioni, e le guerre che tengono divisi gli uomini chiamati a sedere fratelli al gran banchetto dell'Umanità. Nell'accettare dunque quest'invito ad un lavoro da cui dipenderanno i destini dell'avvenire, siate cortesi d'una risposta all'Associazione Universitaria di Napoli, la quale vi stringe amorevolmente la mano." E ripresenta il PROGETTO D'ISTRUZIONE PUBBLICA in 66 articoli, elaborato il 26 ottobre 1860 a Lecce (Vd. sopra, 26 Ottobre 1860) Morelli dà alle stampe Le promesse della scienza, Discorso di apertura alle conferenze con la gioventù studiosa, Pronunziato in Napoli nell'Adunanza del 18 Gennaio 1863, Napoli Tipografia di Luigi Gargiulo, 1863. Nel retro del frontespizio si legge: "Per cura di Pasquale Cimini A beneficio dei danneggiati del brigantaggio." Il discorso si incentra su questi punti fondamentali: a) la gioventù, "vivaio dell'intelligenza nazionale", professa il sacerdozio della scienza; b) Roma e Venezia; c) il Papa-re non è un galantuomo, e neppure un uomo onesto, occorre creare un Antipapa che, liberamente eletto, su richiesta dei preti liberali, da tutto il popolo italiano, riporterà, appunto, gli italiani alle forme primitive della Chiesa, per edificare la Teocrazia della scienza al posto della Teocrazia degli idoli; d) lo scetticismo riguardo alle promesse della scienza è giustificato: è a causa della nostra negligenza se non ha prodotto la guarigione delle piaghe; e) le colpe del governo Rattazzi, micidialissimo sistema; f) le colpe dell'elettorato, che viene meno al proprio dovere civico;

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g) il diritto di associazione, che lungi dall'associare capitali, forze e pensiero, non ha fatto altro che porre una serie di negazioni; h) l'affermazione dell'individualità nazionale di fronte a tutti i dubbi e a tutti i pericoli; e, interrogandoci su chi siano i nostri alleati e percuotendoci il petto, la superba risposta del "NOI". Per meglio apprezzare l'intelligenza della realtà, e l'intelligenza pragmatica, sociopolitica, di un libero pensatore, qual è Morelli, si riportano qui di seguito i brani che, a parer mio, maggiormente le significano. Rivolgendosi direttamente alla gioventù studiosa, Morelli dice: "Un popolo che vuole, che fortemente vuole, che sempre vuole finisce col vincere debellando la pertinacia dei suoi nemici! Se la storia non ne avesse tramandati gli esempi generosi alle coscienze delle masse, tu Gioventù, vivaio dell'intelligenza Nazionale, ne trarresti le convinzioni dalla scienza di cui professi il sacerdozio. La scienza ha promesso agl'Italiani, come a tutti i popoli del mondo, luce, libertà, riabilitazione d'ogni classe, ben'essere civile, e sviluppo compiuto delle proprie forze. Ciò l'Italia non potrebbe giammai conseguire senza quell'aia geografica, su cui venne fondato l'organismo della Nazione. Toglietele Roma, e le manca il centro delle circolazioni, le manca il cuore, che ne vitalizza le altre membra - privatela di Venezia, e la farete monca del braccio dritto, del braccio di ferro, con cui difendendo se stessa, deve demolire le carceri dov'è prigioniera l'anima dei popoli; deve aprire le porte alla nuova civiltà, come ruppe le mura del decaduto Oriente." (p. 6) "Se ostacolo ad avere Roma è il Papa-re, rallegriamoci, Signori, la scienza ha promesso di smontare questa menzogna plebea! Possono bastare ormai 18 secoli di panteismo pratico alla regia signoria del Papa. Ha dimostrato abbastanza, che nè egli, nè i seguaci suoi sono i rappresentanti di Cristo. Il sangue versato, la luce negata, le catene ritorte all'anima della Patria, ed al corpo dei popoli, fanno del Papa-re non un galantuomo, e neppure un uomo onesto. Il principato civile è l'ateismo pratico, è la negazione dell'uomo." (p. 7) Morelli invita quindi i preti liberali a creare un Antipapa che, eletto da tutto il popolo italiano, ricondurrà di fatto alla religione primigenia, o meglio, "alle forme della Chiesa primitiva, per organare invece della bugiarda Teocrazia degl'idoli, la Teocrazia della scienza - invece del culto dell'ozio che fa attendere stupidamente tutto da Dio, la religione del lavoro fondata sulla coscienza delle proprie forze, attorno alla cui incrollabile legittimità si arruoleranno le moltitudini rifuggenti lo scandalo e la simonìa del sinedrio pontificio." (pp. 7-8) "Se ostacolo ad avere Venezia sono le baionette austriache, Signori, non diffidiamo dell'Unità della patria, anche Venezia sarà Nostra. Noi siamo il dritto! innanzi al dritto dei popoli deve cedere ogni forza, lo ha promesso la scienza! come ha promesso di stabilire l'imperio della giustizia fra le comunanze civili; come à promesso di vincere senza sangue le battaglie della ragione con un'esercito [sic!] di maestri di scuola, abolendo le armate stanziali, le dogane, le barriere, ed ogni altri abusivo privilegio; come ha promesso d'invertire la sede degli ozii e delle sterili ippocrisie in cattedre di luce e di attività - le caserme, le fortezze, i castelli, i monisteri in centri d'industria e di lavoro - le armi fratricide in vanghe, in aratri, in istrumenti di privata e di pubblica utilità - come infine ha promesso lacerare tutto l'ordito in orpelli dalla laicale e sacerdotale tirannide, e ritessire sì telaio della moralità la tela della nuova vita! Signori, crediamo alla scienza, la scienza è sola amica dell'uomo, perchè la scienza è l'uomo stesso spiegato nella finalità del duplice suo essere, e nei mezzi adeguati a compiere questa finalità.

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Le sue promesse sono infallibili, la sua luce è il sole della vita morale, che proietta raggi sulle cose per mostrarle nella naturale loro forma ed essenza. Attingiamo da lei la logica che ci manca, e procederemo forti e sicuri." (p. 8) Lo scetticismo di coloro che, osservando il corso degli eventi fino all'ultima fase politica, vedono inattuate le promesse della scienza, Morelli lo giustifica, perché queste, unitamente ai grandi principi - egli confessa -, non hanno prodotto la guarigione delle piaghe, per nostra negligenza: anzi, hanno mutato la festa in lutto. "Un Governo che ha origine dal popolo, con alla testa uomini liberali, avrebbe dovuto mostrare altra logica, altra robustezza. Sventuratamente, tutti i ministeri errarono nell'indirizzo; ma in ispecialità quello del fatale Rattazzi profittando del disordine dei predecessori, assunse il potere come il pigmeo la clava, che gli cade in mano per battere non le idre, ma i più rispettabili amici del paesi. La libertà data in custodia ad uomini infedeli, da quel potente mezzo che demolisce e riedifica le grandi nazioni per compierne gloriosamente i destini, addivenne un dispotismo in dominò - un'imbranchitura da sepolcro, che lascia di sotto la putredine ed i vermini - un po' di polve, che si gitta agli occhi dei veggenti per far luogo all'arbitrio, e podestarlo d'una plenipotenza soverchiatrice. Insomma il sistema fu micidialissimo - la morale non ci guadagnò nulla - si premiò e si battè alla cieca - la pecora fu l'uomo, il legno fu Dio!! e tutto ciò per aver voluto spostarsi dal mandato nazionale col dilegio sistematico alla pubblica opinione, e seguire una politica sovvertitrice, che soffiata dalla Senna ed adattata senza logica alle condizioni varianti del paese nostro, ha finito col disgustare tutte le classi minacciando l'unità morale di 26 milioni di spiriti, formata più d'ogn'altro dall'immenso patriottismo, e dall'eroico disinteresse di Giuseppe Garibaldi." (pp. 9-10) "Noi da canto nostro, Signori, avremmo dovuto far pure la nostra parte. Adusti dal secolare dispotismo borbonico a credere solo nell'autorità del Governo, a vedere in essa l'iniziatrice d'ogni fatto sociale, abbiamo dimenticato, che l'obbietto della rivoluzione fu appunto quello di affrancarci dalla tutela governativa, e non più schiavi, ma liberi cittadini riprendere il perduto esercizio delle nostre forze. Il dritto elettorale, che è sovrano dei dritti del popolo, noi lo abbiamo disprezzato. Quando gli Elettori d'Inghilterra e di Svizzera sentono convocarsi per nominare i deputati e gli amministratori della cosa pubblica, abbandonano la famiglia, il lavoro ed ogni cura per correre all'Urna - discutono liberamente per iscegliere il candidato migliore, senza farselo imporre dal potere, o suggerire dai partiti - sentono l'orgoglio di esercitare un atto di sovranità - sentono il dovere di tutelare gl'interessi della patria, che sono interessi comuni a tutti. Di grazia, come rispondono gli elettori ai nostri collegi? Quanti se ne contano ogni volta che vi sono appellati? È doloroso il dirlo! un terzo, un quarto, od una frazione infinitesimale. Talune maggioranze sono state raggiunte col meschinissimo numero di 60 voti presso a collegii [sic] di circa 1500 eletttori. Quale meraviglia dunque, che taluni deputati non rappresentano il paese, se il paese non se li ha nominati com'era debito, ed ha lasciato all'intrigo, alla corruzione, ed alle ingerenze ufficiali il compito della sovranità? La scienza, Signori, ci ricorda, che il sensibile spunta dall'intelligibile, e nessuno può volere nel fatto ciò che non è nella mente Quindi non ci meravigliamo se quei rappresentanti han permesso atti governativi ispirati dallo straniero, che non consuonano punto al principio dell'Unità. Nel parlamento Italiano costituito a nome dell'Unità degli elettori, fra tanti nobili spiriti, han fatto sedere un duca Proto, han fatto sedere caratteri scambienti legati per interessi al potere, e se è permesso un doloroso ricordo, dirò pure, che vi han fatto sedere i processatori di liberali onesti, sol perchè sinceramente unitarii [sic]." (pp. 10-11) Lo stesso Morelli dice di andare avanti.

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"Il dritto d'Associazione, che è il fondamento della vita sociale noi, Signori, perdonate che il dica, lo abbiamo isterilito. Noi ci siamo spesso assembrati dal 60 in qua per isfogarci in parole vane, e forse anche per aumentare le nostre uggie. Dov'era mestieri di associare capitale, forza e pensiere, noi abbiamo messo una serie di negazioni. Abbiamo atteso dal Governo l'insegnamento, ci siamo rimasti contenti delle sole scuole ufficiali ed abbiamo dimenticato, che la vivacità delle nostre plebi ammortita dai vani e corruttori istituti della passata dominazione, à bisogno di trovare tante scuole nelle vie, per quante sono le chiese, le case di lotto, e le marionette che le imbecilliscono! Noi non abbiamo associato i nostri lumi, ed abbiamo anzi poste in non cale le vedute indipendenti e logiche pubblicate intorno al metodo che è lo scoglio della scienza. Una grande associazione intellettuale quanti professori non avrebbe campati dalla fame? Quanti non ne avrebbero messi al coverto dal servilismo, e dalla menzogna ? Chi avendo assicurato il vivere, non si sarebbe fatto apostolo della verità libera con la parola scritta e parlata? Chi si svagherebbe più nei luoghi di ozio trovando a trafficare onestamente e ad aumentare ogni gradazione di sapere? Quale classe del popolo sarebbe più inconscia del suo destino, e presterebbe orecchio alle insidie dei retrivi?" (p. 11) "Abbiamo aspettato dal Governo l'iniziativa delle industre e del commercio da cui il popolo trae la vita. Ma chi non sa che il protezionismo governativo è paralisi se non morte alle risorse nazionali? è duro a credersi che un popolo il quale contribuisce milioni al governo in una miriade di tasse, non sappia imporsene poi una volontariamente, per moltiplicare la propria ricchezza e dar lavoro agli operai. I proprietarii che associassero i capitali oziosi, o almeno tanta porzione di entrata per quanta ne pagano in un anno al fisco, fonderebbero in ciascuna provincia una cassa di due milioni; e due milioni messi a capitale d'industria, migliorerebbero non pure le condizioni dei comuni, ma dando agli operai un immancabile salario, offrirebbero altresì al capitalista l'adeguata utilità che se ne spera. Tanti territorii [sic] mancanti di coltura, tanti prodotti non industriali dal lavoro indigeno e di cui la speculazione straniera usura i vantaggi, tante istituzioni igieniche delle quali si sente il bisogno nei Municipii, a cominciare dall'imbiancature delle fabbriche affumicate, dal lastricar le vie e multiplicarle, dalle piantagione di alberi nell'abitato per abbellire e purificare l'aria, dalle case soleggiate e comode per le famiglie operaie che nel miasma e nell'umidità logorano la salute, tutto ciò troverbbe in questo capitale il più efficace mezzo di sviluppo. Io son certo che un proprietario paga più per elemosina, per sussidio, e per ricatti l'anno, di quel che paga al fisco. Ebbene, egli si esimerebbe da questi obblighi associando ciò che spende a danno di se medesimo e della morale pubblica, sia soccorendo il povero pacifico, sia il miserabile violento che si dà in campagna. Non c'illudiamo, il brigantaggio (se mi si permette l'espressione) trova la sua crisalide nello scrigno ove il proprietario tegnente e timido ha sepolto i suoi tesori. Il Brigantaggio comincia a generarsi dalla povertà e dal difetto del lavoro, e fluisce col far capo grosso sotto la bandiera d'un pretendente qualunque, che lo eccita con la speranza del trionfo, somministrandogli le armi. Io scommetto, che a niun operaio, cui è data onesta occasione di guadagno venga il ticchio di farsi fucilare. L'operaio, Signori, il martire del lavoro, abbandonato all'ignoranza ed al servaggio dal dispotismo secolare, senza ideale, ed inconscio di se stesso, acquista la passione politica per la via degl'interessi. Dice che la libertà è buona, se la libertà gli accorda benessere e sicurezza. - Questa vecchia piaga del brigantaggio si è riaperta nel nostro paese, perchè la quistione dell'essere, la quistione sociale non è risoluta come si dovrebbe preliminarmente, mercè un'organizzazione logica, eliminando con un sistema di giustizia distributiva i due fatali portati della violenza, monopolio e gamorrismo; e perchè gl'interessi dei cittadini ligati sempre al Governo, non hanno indipendenza, non hanno

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vita propria, subiscono disturbo in ogni sua fase, e disistemato il lavoro il proletario non può procacciarsi più il pane onestamente. Oggidì si rende più formidabile per l'incremento dei bisogni, per la luce del dritto umano pur troppo diffusa e se si vuole anche per la negligenza dei Municipii. Perchè i Municipii solidali col comune, che rappresentano, vedendosi spuntare sotto gli occhi questi mali non incalzano il governo a censire alle plebi i beni demaniali e delle mani morte? perchè con prudenza economica, non costringono i proprietarii ad associare i capitali per animare l'industria che manca, e dar lavoro alle massi indigenti? Quale proprietario si negherebbe vedendo garantito dall'autorità del Municipio, e dalla sicurezza del successo, tanto il proprio quanto il pubblico vantaggio? Signori, io credo nessuno, perchè nessuno vorrebbe affrontare i pericoli che genera l'antagonismo protratto fra la miseria estrema e la possidenza smodata - nessuno vorrebbe assumere la responsabilità del discredito che ne viene alla patria, e del sangue cittadino che si versa nelle campagne! Non prestate orecchio ai nemici d'Italia, che vi annebbiano l'orizzonte predicandovi miserie irreparabili - noi possediamo quel che possedevamo, la proprietà è la stessa - vi sono ricchi come ce n'erano prima, anzi siamo più ricchi di prima, perchè sediamo al banchetto delle grandi Nazioni, ed abbiamo la libertà!! Se non prosperiamo è perchè non sappiamo amministrare bene le cose nostre, attivando la produzione coi capitali che si tengono avaramente nascosti." (pp. 11-13) "Ecco dunque, Signori, che le nostre sventure si distengono dal far male del Govenro, sino al nostro far niente. D'ora innanzi diciamo al Governo: metti la logica fra i tuoi atti ed il Plebiscito, rispetta il principio che ti à generato - fa leggi coerenti ai veri bisogni della Nazione ed eseguile - ecco il tuo compito! e noi rispettiamo la legge ed impariamo agli altri di rispettarla - la legge è il Palladio della sicurezza comune. Proponiamoci di seguire la stella del pensiero, siamo serii, quel che non abbiamo fatto faciamolo. La libertà non è fungo che nasce spontaneo sul letamaio; è fiore che spunta nei solchi bagnati di sudore. I nemici d'Italia lavorano per covrirla di vitupèro, per dissolverne l'Unità. [... ] Associazioni ovunque di pensiere, di capitali, e di forze - propaganda ovunque per incoraggiare i pusilli ed illuminare i ciechi; ciò basta a conturbare i nostri nemici, come l'eroiche veglie di Milziade, intorbidavano i riposi di Temistocle. [...] Signori, amiamo la verità quanto Giordano Bruno che la propugnò nelle fiamme - moriamo come Platone con la penna in mano - siamo sulle armi come Garibaldi che stanco e ferito non toglie mai dal suo fianco la spada redentrice - discipliniamoci al lavoro, così il sole del domani rischiarerà una generazione di pensatori e soldati. Il grido della fede che sentiamo nel cuore è una robusta determinazione che ci fa affermare altamente la nostra individualità Nazionale dirimpetto a tutti i dubbii [sic], a tutti i pericoli, ed interrogandoci quali sono i nostri alleati e percuotendoci il petto come la Medea del dramma antico, rispondiamo superbamente: NOI!" (pp. 14-15) Conclusa l'esperienza leccese de IL DITTATORE e de L'ITALIA SALENTINA, Morelli fonda a Napoli IL PENSIERO. Nei Periodici dei Secoli XVIII e XIX (a cura di Adriana Martinoli, Roma 1990), leggiamo: "Il Pensiero. Giornale democratico per l'associazione elettorale italiana. Napoli, Tip. Belle Arti. cm. 44. 1864, n. 21(26 giu.). Quotidiano. Direttore propr.: Salvatore Morelli. Gerente, Giuseppe Rajola." (p. 169) "La prigione - scrive Estival - era stata per lui il campo di una lotta che potrei chiamare passiva, la polemica giornalistica fu il campo di una lotta attiva in cui egli spiegò tutta la forza della sua volontà. Allora il prigioniero diventò tribuno. Tutte le colpe delle amministrazioni che si succedevano erano inesorabilmente rilevate alla nazione, ed i preposti al governo erano da lui severamente stigmatizzati. Il giornale del nostro amico, il PENSIERO, diventò uno dei più acerrimi nemici dell'allora nascente mal sistema. Forse mi si accuserà di esagerazione: ma

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pure non temo il dire: ch'egli insieme agli scrittori della più radicale democrazia fu il primo ad innalzare la bandiera della moralità e della verità. Non limitandosi soltanto ad una polemica di personalità, egli attaccò il male sino alle sue radici, e sostenne così una battaglia di ogni giorno che durò per bene quattro anni! (1) Solo, senza mezzi e forza di partito fuori che la sua coscienza e il profondo suo convincimento, egli dovè lottare contro un ['] implacabile amministrazione che in quel periodo di tempo, fece subire al suo giornale l'incalcolabile danno di 184 sequestri!.. (1) Il giornale il Pensiero diretto per quattro anni in Napoli da Salvatore Morelli ebbe dal governo della monarchia 184 sequestri, e parecchie visite domiciliari della Questura senza mandato dell'Autorità giudiziaria - Molti gerenti subirono prigionia - il distinto professore Ippolito Pederzolli che vi collaborò costantemente fu catturato ed esiliato in Isvizzera - Il Direttore Morelli, il Redattore responsabile, Francesco Plantulli Segretario di Garibaldi, ed Ernesto Forte furono latitanti tre mesi per mandato di cattura - Giuseppe Sesto Giannini, l'onorando Marchese Pulce, Pietro Azzella, Salvatore della Vecchia, l'avvocato Riggi, e l'ardente Siciliano Eugenio Floritta autore della Rivoluzione e tirannide e della Scienza dell'avvenire subirono inquietudini - il danno di tante persecuzioni fu circa di 65 mila lire. - Gli Edit." (Estival, pp. XXIX-XXX)

"Tutti i cattivi governi si rassomigliano; ed infatti l'amministrazione che chiamavasi allora riparatrice fece contro il Morelli ciò che già avea fatto il governo del Borbone. Molti gerenti del suo giornale, a dispetto delle leggi fondamentali basate sulla costituzione, furono arrestati! e lui stesso fuggì per questa volta l'orrore di una nuova carcerazione con una latitanza che durò più di tre mesi! Gli articoli del Pensiero fecero sensazione, in Europa, ed essi vennero infatti riprodotti dai giornali europei ed americani. Col lavoro della sua penna, egli si può dire, erasi creato una fortuna poichè diffondevasi il suo giornale a più di 15000 copie. In altri paesi retti a liberali istituzioni, si sarebbe rispettato questa fortuna, questa proprietà: l'amministrazione della risorta Italia gli tolse impunemente quel solo mezzo di esistenza ch'egli procacciavasi col più faticoso di tutt'i lavori intellettuali, rendendo impossibile la pubblicazione del suo giornale coll'aumentare delle persecuzioni!!" (ivi, pp. XXX-XXXI) Per quanto concerne IL PENSIERO, il Gabrieli evidenzia che: "La procura del Re di Napoli comunicava che <<il giornalismo napoletano si mostra(va) manifestamente ostile alle Leggi>> e tra i giornali più ostili <<al principio governativo>> Il Pensiero diretto da Salvatore Morelli." (p. 154) Il Gabrieli, nella II Parte de IL DEPUTATO SALVATORE MORELLI, continua dicendo che: "Tutti quelli che hanno scritto di Salvatore Morelli, hanno lamentato l'impossibilità di reperire i suoi articoli ... a noi è capitata la fortuna di trovare sei copie sequestrate che, ben meditate, ci danno un'esatta dimensione delle vedute politiche e soprattutto sociali di questo dimenticato precursore. Il n. 3, in data 16 luglio [1863] e regolarmente sequestrato commentava: <<Quei ribaldi che ora si danno in campagna per ricattare ed assassinare sono quegli stessi cittadini che nel 1860 acclamarono Garibaldi, festeggiarono la monarchia costituzionale, sorrisero alla libertà, vollero di cuore l'Unità, accolsero fraternamente con le palme di ulivo i piemontesi. Or donde procede che quegli stessi cittadini, dopo tre anni, si son fatti briganti per dar la caccia a coloro che essi appellano fratelli? Non si può dire che sia per odio alla libertà perché se accolsero ilari e festosi la libertà fanciulla ed improduttiva dovrebbero amarla di più adesso ch'è fatta adulta. Non si può dire che sia per deferenza monarchica perché nei primi momenti della rivoluzione quando potevano salvare la causa borbonica, l'abbandonarono per acclamare l'Unità d'Italia sotto lo scettro di Casa Savoia. Se dunque si ribellarono è perché veggono il ministero ribellato alla legge fondamentale, negando la giustizia ed il benessere proposto nel concetto della rivoluzione e girato nelle sue promesse riparatrici>>. (p. 167)

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Incidentalmente, si rileva, a proposito dell'anno 1863, come scrive Anna Maria Isastia che "il 24 maggio sul n. 142 del giornale <<Il Popolo d'Italia>>, in <<Cronaca interna>>, compare un articolo di Morelli dal titolo Case degli operai, con il resoconto di una interpellanza svolta in consiglio comunale il 23 sullo scottante argomento. Lo scritto viene giudicato incriminabile. L'estensore, colpito da mandato di cattura, si nasconde per non essere arrestato. A luglio il prefetto di Napoli chiede informazioni su di lui al prefetto di Lecce che manda di positive; e al questore di Napoli che traccia invece un quadro totalmente negativo." (in Ginevra Conti Odorisio, 1990, p. 20) Il n. 19 del 24 giugno 1864 era stato sequestrato per via di due articoli: Opposizione in Parlamento e Ricostruiamo il Comune; nel primo il questore vi aveva ravvisato <<adesione ad una forma di Governo diverso dall'ordine Monarchico costituzionale (nonché) voto e minaccia per la distruzione di questa>>. <<La condotta dei così detti deputati radicali - scriveva Morelli - che in Parlamento siedono sui banchi della sinistra, diventa ogni giorno più riprovevole e vergognosa. Briachi di ammirazione per le istituzioni monarchiche, aspiranti solo a scalzare alcuni individui per sostituirvi le loro miserabili personalità, essi non fanno della politica del paese un'alta questione di principi, ma una semplice questione di interesse di consorteria. Giacché, ci affrettiamo a dichiararlo, noi consideriamo come una consorteria, tanto il branco di quelli animali parassiti che suggono i milioni dello stato, quanto coloro che fanno opposizione al governo, solo nell'intendimento di sostituirsi ad esso. Gli sforzi che fanno i così detti deputati dell'opposizione costituzionale per separare Garibaldi da Mazzini, e dalla democrazia militante sono infiniti. Loro scopo sarebbe quello di far regalare dal governo al gran Nizzardo un bonetto da generale d'armata, o da vice Ammiraglio, sperando con ciò di riuscire a rimorchiarlo nella loro politica, che consiste nel far guerra di assalto agli scanni ministeriali. Garibaldi che conosce il fine meschino di questi pigmei vestiti da Alcide, sdegna scendere con loro a trattative ben sapendo che non è coll'aspirare a un cencio di portafoglio che si salva l'onore d'Italia. Egli sa che il mozzo Garibaldi vale di più che un Garibaldi Ammiraglio; egli sa che, donatore di regni, si abbasserebbe ad accettare da un Re un titolo ridicolo, egli sa ormai che da certi uomini, da certe istituzioni, da certe transazioni bisogna separarsi decisamente: egli sa che in Aspromonte l'Italia fu ferita a morte e sa contemporaneamente chi fu che caricò i fucili, che i soldati di Pallavicini scaricarono contro petti italiani. E Garibaldi rifiutò, rifiutò con insistenza di entrare nei recinti del parlamento: il titolo di capo dell'opposizione costituzionale che gli offrivano i deputati sinistri parve disonorante al capo della rivoluzione mondiale, e considerando l'attuale Camera, come nella sua maggioranza, l'incarnazione di ciò che v'ha in Italia di antigeneroso, se ne stette lontano, quasi temendo di sporcarsi nelle sozzure. E Garibaldi ben fece, così operando: assumere sul capo la responsabilità delle fiacche mezze misure della così detta opposizione, sarebbe stato un discendere dal piedistallo, che l'Europa ha eretto al suo gran nome>>. Per il Comune, poi, chiedeva la più ampia e completa autonomia senza attendere interventi di autorità superiore per operare nell'ambito delle sue necessità." (ivi, pp. 167-168) "Il numero successivo è una violenta diatriba conto <<un ministro di quella monarchia, che annunciò brutalmente alla rappresentanza nazionale che ai difensori di Aspromonte non si doveva nemmeno pensare>>. Nel n. 15 del 14 maggio [1865] il tono si fa ancora più alto: <<Quando il governo è ribelle, il popolo deve punirlo; il popolo solo è sovrano, gli uomini che lo governano, cominciando dal Re, sono a lui soggetti, perché è lui che li paga e li nomina. La resistenza quindi alla reazione è legale, è santa, è giusta, quanto la resistenza che si fece ai caduti dispotismi>>. Ce n'è per i Reali Carabinieri militanti in una istituzione <<anfibia>> che sta cioè <<tra il militare e il po

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liziesco>>. Ce n'è per il Re ed infatti il 12 agosto 1865 il giornale viene sequestrato par offese <<alla sacra persona del Re>>. Il 2 settembre dello stesso anno viene sequestrato <<per offese alla persona dell'Imperatore dei francesi e per l'apologia dei disordini avvenuti nella città di Livorno e di Brescia>>. La sua grande forza d'animo, però, non potette più a lungo resistere: in quattro anni di attività giornalistica 84 sequestri!!! E due anni dopo, e per tredici lunghi anni, la sua voce si sostituì al giornale." (ivi, p. 168) Relativamente a IL PENSIERO, Morelli, il 2 Aprile 1866, scrive una lettera a Carlo Cattaneo ["Milano, 15 Giugno 1801 - †Castagnola (oggi Lugano), 6 Febbraio 1869. ... Nel 1860 e nel 1867 venne eletto alla Camera dei deputati it., ma non partecipò mai alle sedute parlamentari. C. è considerato in Italia, al fianco di Giuseppe Mazzini, uno dei più importanti antagonisti della classe dirigente liberale moderata e uno dei più grandi personaggi del Risorgimento. ... Fu autore di numerosi scritti politici, economici, storici, filosofici e di critica letteraria." http://www.hls-dhs-dss.ch/textes/i/I10128.php] con la quale lo invita a leggere il pro-

gramma del suo giornale unitamente al discorso pronunziato, in qualità di Consigliere Comunale a Napoli, sulla riforma della scuola. Si precisa che la lettera trovasi nell'Archivio Bersellini Repetti, e che questo archivio è conservato presso il Centro Internazionale Insubrico "C. Cattaneo" e "G. Preti" per la Filosofia, l'Epistemologia, le Scienze cognitive e la Storia della Scienza e delle Tecniche dell'Università degli Studi dell'Insubria di Varese. Ecco la lettera: Salvatore Morelli 1866 Illustre Cattaneo Abbia la cortesia di leggere il programma del mio nuovo Giornale, ed il discorso da me pronunziato nel Municipio di Napoli sulla riforma della scuola. Se le mie idee son buone, e vede che nel modo come io mi prefiggo di condurre il lavoro può dare delle utili risultanze allo spirito del Paese si compiaccia confortarmi con l'Autorità del tanto e sì meritatamente riverito suo nome. Quando poi veda che io erri in qualche veduta, non mi neghi il suo consiglio. Sicuro d'una sua pregiata risposta, gliene sò grado anti tempo, e stringendole la mano una a Quadrio e a Pederzolli con istima mi dichiaro ora e sempre Di Lei Devotissimo Salvatore Morelli Napoli 2 Aprile 1866 All'Illustre Sig. Carlo Cattaneo Deputato al Parlamento Italiano Lugano Riprendendo il discorso, si precisa che mentre era latitante, o meglio, "mentre era proscritto, mentre la forza lo ricercava per gettarlo ancora in una prigione - precisa Estival - la Città di Napoli si rammentava della sua lotta, della sua vita di sacrifizii e due volte per protestare contro l'amministrazione che reggeva allora i destini d'Italia, essa lo eleggeva membro del suo municipio." (Estival, p. XXXIII).

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1.9.1. Anni 1863 - 1870. L'Italia nei Cento anni del secolo XIX (1801-1900) Da Vol. IV. 1861 - 1870 di Alfredo Comandini, L'Italia nei Cento anni del secolo XIX (1801-1900), riportiamo quanto riferibile al Nostro: Domenica 1 Febbraio 1863. "A Napoli al Giardino d'Inverno, sotto la presidenza del dep. Ricciardi, primo meeting di circa 3000 persone, con discorsi di Mazzoni, Cipri, Salvatore Morelli, Albarella, Majone, Santaniello e Nicotera, sul brigantaggio e le sue cause. In un posto riservato assiste il generale La Marmora." Lunedì 2 Febbraio 1863. "A Napoli al Giardino d'Inverno, secondo meeting sul brigantaggio: parlano il presidente Ricciardi, Cipri, Nicotera, Salvatore Morelli, Zuppetta, De Boni: nominasi una commissione per tenere viva l'agitazione, e votasi ordine del giorno per un'efficace azione unitaria governativa, e per l'accrescimento della sottoscrizione in pro dei danneggiati dal brigantaggio." Lunedì 15 Giugno 1863. "A Napoli Salvatore Morelli è aggredito malamente da due sconosciuti per avere dati al pubblicista Pederzolli elementi per scrivere un'acuta nota biografica sul guardasigilli Pisanelli, apparsa sulla Campana del Popolo." Domenica 16 Agosto 1863. "In Napoli, per ordini telegrafici da Torino, è arrestato il pubblicista Perderzolli, emigrato veneto, collaboratore del Pensiero, ed è subito imbarcato per Genova sulla Stella d'Italia. - A Napoli le elezioni pel consiglio comunale riescono in maggioranza di uomini di idee molto avanzate, come: Nicola Mignona, deputati Ricciardi e Nicotera, Salvatore Morelli, Pietro Sterbini ed altri." Martedì 18 Agosto 1863. "Arrestato a Napoli arriva a Genova l'emigrato veneto Giuseppe Ippolito Pederzolli, collaboratore a Napoli del Pensiero." Giovedì 20 aprile 1865. "In Napoli riprende le pubblicazioni Il Pensiero diretto da Salvatore Morelli". Venerdì 5 Maggio 1865. "Il Consiglio comunale di Napoli vota condoglianze agli Stati Uniti. Salvatore Morelli propone che si mutino molti nomi odiosi di piazze e vie, e che via Toledo si intitoli ad Abramo Lincoln." Giovedì 31 Marzo 1870. Salvatore Morelli, repubblicano, svolge alla Camera una violenta interpellanza sulla necessità di abolire il giuramento politico e sostiene che può essere riformato lo Statuto <<il quale non può essere eterno, ed è, per la sua insufficienza, la causa dell'attuale disagio del paese>>. Replicano l'on. Massari e il Presidente on. Lanza che pone ai voti la questione pregiudiziale non essere possibile riformare lo Statuto che per mezzo di una Costituente. La pregiudiziale è approvata."

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1.9.2. Anno 1872. Il Pensiero, Roma-Napoli. Riguardo a Il Pensiero, è importante sapere che risorge con il titolo IL PENSIERO GIORNALE DEMOCRATICO, e la massima: "Si discute tutto da Dio al verme: non vi è d'indiscutibile che il diritto di discutere. ATTI CAMERA, TORNATA DEL 1 APRILE 1870.", il 1° Gennaio

1872, pubblicato a Roma e a Napoli, Anno VI. Num. 1. Il giornale esce tutti i giorni. Nella scheda n. 256 dell'Archivio Storico Capitolino (risorse digitali), si legge che il numero delle pubblicazioni è 34, e il direttore è Salvatore Morelli. Olga Majolo Molinari (1963), al n. 1227 di pag. 707 de La stampa periodica romana dell'Ottocento Vol. II, precisa: "Il deputato liberale Salvatore Morelli, direttore e fondatore di questo foglio, aveva pubblicato in precedenza a Napoli un giornale con lo stesso titolo. Nel ridargli vita a Roma egli lo riallaccia al precedente e pone quindi sulla testata anno VI. Nell'unico n. reperito, che è il primo stampato a Roma, sostiene riforme politiche piuttosto generiche e si occupa di due problemi ai quali dice di aver dedicato gran parte della sua vita: l'istruzione elementare e l'elevazione della donna al fine di farne una madre capace di educare i figli alla <<religione della libertà>>. Il catalogo manoscritto premesso all'<<Album>> posseduto dalla Br, ne dà usciti 34 n. Il coevo Ciceruacchio. Il Tribuno del 28 luglio 1872 lo dice spento da qualche mese. Br (Album, n. 144)." (pp. 707-708) Ora, se IL PENSIERO del 1° Gennaio 1872 segna "Anno VI", allora IL PENSIERO primigenio napoletano è stato edito per 5 (cinque) anni, e non per 4 anni come scritto da Estival. In altre parole, stando alla voce di Morelli, IL PENSIERO di Napoli venne pubblicato gli anni: 1863 (Anno I), 1864 (Anno II), 1865 (Anno III), 1866 (Anno IV), 1867 (Anno V). Per inciso si fa sapere che la copia più consistente de "Il Pensiero", come scrittomi dalla gentilissima direttrice dell'Archivio Capitolino-Emeroteca romana, è conservata ad Avellino presso la Biblioteca Provinciale "Giulio e Scipione Capone": dal n. 1 al n. 11, e dal n. 33 al n. 34 del 1872. Inizia, il giornale, anzitutto con questo AVVISO IMPORTANTE: "Il nostro giornale, proponendosi di aggiungere alla parte politica ed amministrativa anche quanto concerne la educazione e l'insegnamento che deve promuoverla, interesserà più che tutte le altre classi quella dei maestri di scuola di ambo i sessi e delle madri di famiglia, avendo fra tanti altri scrittori benemeriti della democrazia, impegnato alla collaborazione in questa parte importantissima anche il valente filologo riformatore Giovanni Di Majo. Convinti dei tristi effetti che produce sulla coscienza delle moltitudini il rilievo sistematico della umana peccabilità, inquantochè abituandole alle funeste impressioni del sangue, delle frodi, e di qualunque immoralità, facilmente vi trascorrono per ispirito d'imitazione, così noi, se saremo costretti dalla storia del giorno ad accennare le turpitudini sociali, lo faremo sempre con riserva, mentre saremo poi larghissimi di benevolenza a tutte le persone e le azioni che onorano l'umanità. Quindi per lo scopo di incoraggiare le buone tendenze e la virtù, rileveremo nominalmente il ritratto morale di tutti quegli uomini e donne che con la loro opera si rendono degni di ammirazione. [...]." Segue l'articolo di fondo IL PENSIERO, scritto dal Nostro: "Nella splendida solennità del 27 novembre, che pel progresso universale fu il più bello ed il più gran giorno del secolo, annunziammo il risorgimento del Pensiero, ed oggi vi adempiamo iniziandone le pubblicazioni. Ispirati a questo passo dalla opportunità della ricorrenza, e dal concetto di consacrare alla rigenerazione del nostro caro paese gli ultimi sprazzi di un lume che si spegne, eviteremo quanto è possibile gli sterili conflitti delle polemiche personali che deviano lo spirito dalla stampa della verità, accrescendo invece di correggere le contraddizioni, da cui è perturbato il processo morale della vita. [...]

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Gl'Italiani, che unanimamente sorrisero al ritorno di Roma nel seno della madre patria, ora sentono tutto il peso degl'indugi allo sviluppo di quei beneficii che s'impromettevano col passaggio da uno stato all'altro. Vero è bensì che le trasformazioni ànno uopo di tempo; ma se esse nei primordi di un'epoca nuova non risultano nella loro completa realtà, debbono però almeno essere accennate, inchiudendone la promessa nei principii a cui s'informa il programma del governo, e la educazione del paese. Possiamo noi constatare sinceramente qualche cosa che accenni a questo negli atti finora compiuti dal regime della cosa pubblica? No! leggi, amministrazione, scuola e tutto, non hanno per base che il vecchio ideale di un condannato sistema. [...] Il sistema personale cesareo, oscurantista, che vive di allarmi e di paure appoggiandosi all'ingiustizia, alla miseria, all'ignoranza, alla inerzia, alla mano-morta, al pregiudizio, alla forza brutale, alla corruzione, al monopolio, non dev'essere più giammai il governo della penisola. Missionari d'un'era di pace, gl'Italiani debbono politicamente rappresentare un nesso di affinità tra le genti sorelle. Essi non debbono nè provocare nè assalire alcuno, ma difendersi quando fossero minacciati, ed impedire col peso di un'influenza efficace nuovi conflitti, fra le tre famiglie slava, germanica e latina che si contendono il primato europeo, bruttando ancora di umano sangue la bandiera della civiltà! Guidati da questi principii noi domanderemo incessantemente un BILANCIO, nel quale sieno distribuiti con equità a tutte le provincie italiche pesi e benefici. Solleciteremo pure le riforme statuarie richieste dalle mutate condizioni del Regno, non che le riforme degli organici e degli ordini amministrativi adeguandoli alla maggiore semplicità e decentramento. Insisteremo da ultimo sul bisogno d'un'inchiesta generale in tutte le amministrazioni disordinate e confuse pur troppo dagli ultimi avvenimenti, per migliorare la sorte dell'impiegato depurando la burocrazia, dal Municipio al Ministero, di coloro che avversano la libertà e inimicano il maestro di scuola. Quanto all'ordine razionale e morale, il Pensiero, convinto che come duemila anni dietro il mosaismo si trasformò in cristianesimo, così oggi dal Cattolicesimo pontificio debba passarsi inevitabilmente allo SCIENZIALISMO su cui si basa il pacifico e fecondo sistema della perfettibilità, insisterà perchè il potere sociale dell'educazione, sottratto per decreto del progresso civile al monopolio di retrogradi magisteri, trovi la sua sede legittima nel potere domestico dell'amore materno. Quindi con un apostolato sincero, veridico, incessante, il Pensiero insisterà fortemente perchè la donna, condannata dall'umano capriccio ad essere la debolezza, l'ignoranza e la corruzione, per fare stupidi, deboli e corrotti gli uomini dipendenti dalla genitura ed influenza sua, diventi la scienza, la forza e la moralità, triade indispensabile al sociale rinnovellamento. [...] Salvatore Morelli." L'ultimo articolo riguarda la DOTTRINA CIVILE PER LA SCUOLA MATERNA. Ecco alcuni passi, a parer mio, significativi: "Noi sorridenti alla libertà della quale fummo, siamo, e saremo sempre operai, credemmo in buona fede che, mutandosi le nostre condizioni, si sarebbe anche mutato il sistema insegnativo; ma oibò, il sistema è lo stesso - la cospirazione a negare la scienza all'uomo dura tuttavia, e le ceppaie morali aggiunte a nome della polluta libertà si rendono oramai insopportabili anche ai meno esperti, che desiderosi del vero trovano nelle scuola la negazione ed il vuoto. Si ammassano conoscenze sopra conoscenze, si prepone l'ignoto al noto, si comincia a parlare di Dio e si dimentica l'uomo che dovrebb'essere il primo scalino da montare a tant'altezza, si studia per accrescere la potenza dei prepotenti e si obblia il quarto stato negli operai ed il quinto nelle donne, che magri e scuri finiscono per farsi meretrici o delinquenti. [...]". In merito alla splendida solennità del 27 novembre di cui parla Morelli nell'articolo di fondo, nel Portale Storico della Camera dei Deputati si legge: "lunedì, 27 novembre 1871. Si

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apre, per la prima volta nel Palazzo di Montecitorio, la seconda sessione della XI legislatura (r.d. 5 novembre 1871, n. 512). Giuseppe Banchieri è confermato Presidente della Camera."

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1.10. Anni 1863 - 1867. Morelli Consigliere Comunale a Napoli. Il prof. Vincenzo Adinolfi di Pozzuoli che ha visionato, presso l'Archivio Storico del Comune di Napoli, gli atti consiliari dal 1863 al 1867, ha voluto rendermi partecipe delle sue ricerche. Per parlare con cognizione di causa delle date, dei fatti e degli eventi che contraddistinsero l'esperienza consiliare del Nostro, trascrivo, per gentile concessione dello studioso puteolano, quanto dallo stesso ritrovato: <<Morelli fu eletto consigliere comunale di Napoli il 5 luglio 1863 ed entrò ufficialmente in consiglio nella tornata del 23 novembre 1863 (Verbale n. 87), partecipando all'elezione della Giunta municipale e dei supplenti. Alle cinque precedenti sedute del 4, 6, 9, 18 e 20, non fu presente perché “legalmente impedito”. Dal 25 novembre 1863 Morelli iniziò un instancabile impegno nell’assemblea municipale che durerà ininterrottamente fino al 1867, anno in cui sarà eletto deputato alla Regia Camera nel collegio di Sessa Aurunca alle elezioni del 10 e 17 marzo. Nel corso dei due mandati dimostrerà ai napoletani di essere un uomo dal grande cuore in una società che troppo spesso dimostrava di avere un piccolo cuore. Amerà Napoli ma soprattutto la Napoli dei poveri e degli ultimi. Gli interventi in Consiglio sono quasi tutti riferiti al sociale: la riduzione dei dazi troppo esosi, la costruzione di case, la destinazione dei conventi soppressi a case per i poveri, i problemi igienico-sanitari, l’approvvigionamento idrico, la sepoltura dei morti poveri, la costruzione di ferrovie, la tutela dell’infanzia, la sistemazione delle strade, l’assistenza sanitaria ai poveri in città e nelle periferie, il miglioramento della qualità del gas per l’illuminazione e soprattutto le questioni relative alla pubblica istruzione. Non c’era argomento su cui Morelli si mostrasse impreparato; e, sulle argomentazioni legali e giuridiche, era di sicuro il più attento e determinato. In cinque anni di consiliatura, Morelli è intervenuto sempre, dagli scomodi banchi dell'opposizione, con grande libertà di pensiero e di azione. È interessante leggere gli interventi che caratterizzano la sua figura di consigliere onesto e molto attento alle spese del Municipio. Anno 1863, Sindaco comm. Giuseppe Colonna (dal 17 marzo 1861 all'8 maggio 1864 - Wikipedia) Ø Tornata del 30 novembre 1863, Verbale n. 90: propone insieme ad altri consiglieri di stanziare Lire 12 mila per gli alluvionati di Messina; Ø Tornata del 14 dicembre 1863, Verbale n. 91: propone di destinare i monasteri soppressi di San Domenico Maggiore e di Santa Patrizia a luoghi ospedalieri per malattie acute e per cliniche mediche. Anno 1864, Sindaco comm. Giuseppe Colonna (dal 17 marzo 1861 all'8 maggio 1864) (9 maggio 1864 - 31 maggio 1865, Fedele De Siervo Assess. delegato) Ø Tornata del 4 gennaio 1864, Verbale n. 2: propone di sostituire l’imposta fondiaria del 12% con una grande lotteria come quella di Milano e di avanzare richiesta al Governo di costruire la linea ferroviaria Napoli - Foggia; Ø Tornata del 7 gennaio 1864, Verbale n. 3: denunzia al Consiglio e all’Amministrazione alcune irregolarità nella distribuzione delle acque per i pozzi, proponendo la priorità nell’approvvigionamento per gli ospedali e i quartieri; Ø Tornata del 10 febbraio 1864, Verbale n. 17: annuncia la sua opposizione alle spese di Bilancio relative alla voce “ Spese di culto alle Chiese parrocchiali e succursali, compreso il

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diritto di sepoltura – Lire 70.814,28 “. “ In fatto di religione ognuno può pensare come meglio gli aggrada, e chi vuole le benedizioni se le paghi”. Il Presidente chiarisce però che la legge pone a carico dei Comuni il concorso al mantenimento del culto. L’articolo passa con 26 voti contro 1 (Morelli). Chiede poi di abolire la festa del Re perché è compresa nella Festa nazionale; Ø Tornata del 12 febbraio 1864, Verbale n. 18; si dichiara contrario alla elargizione di Lire 5000 per le corse dei cavalli perché la sua coscienza non tollera spese di lusso in una città in cui vivono come giumenti nei così detti fondaci ben 100 mila proletari e dove mancano ancora opere pubbliche di somma urgenza; Ø Tornata del 17 febbraio 1864, Verbale n. 20: chiede la urgente sistemazione della strada del Museo al posto di quella del Mercato; Ø Tornata del 19 febbraio 1864, Verbale n. 21: rinnova la richiesta della sistemazione della strada del Museo; Ø Tornata del 22 febbraio 1864, Verbale n. 22: chiede l’elenco degli impiegati comunali; Ø Tornata del 29 febbraio 1864, Verbale n. 25: appoggia la proposta di un monumento a Dante, e che la Piazza del Foro carolino si intitoli a Dante. Presenta poi una mozione per la costruzione di una ferrovia per Foggia e Benevento e una mozione per una lotteria come quella di Milano i cui proventi serviranno per eseguire grandi opere pubbliche; Ø Tornata del 4 marzo 1864, Verbale n. 27: appoggia la proposta di stanziare fondi all’Opera della Mendicità per provvedere agli infermi poveri di malattie croniche; propone lo spazzamento di notte in tutti i quartieri della città; raccomanda infine gli emigrati; Ø Tornata del 9 marzo 1864, Verbale n. 28: chiede provvedimenti per il GAS che è di qualità inferiore alla convenuta e poco illuminante; Ø Tornata del 16 marzo 1864, Verbale n. 30: chiede al Sindaco se il Municipio ha preso determinazioni per festeggiare la ricorrenza del nome di Giuseppe Garibaldi, liberatore delle provincie meridionali; Ø Tornata del 23 marzo 1864, Verbale n. 32: raccomanda alla Giunta di pagare i maestri, “rispettabile classe di cittadini, che intende alla pubblica educazione”; Ø Tornata del 30 marzo 1864, Verbale n. 34: propone di aiutare il popolo ungherese affamato; Ø Tornata del 1° aprile 1864, Verbale n. 35: ricorda la mozione che fece circa il bando di concorso pel progetto generale di riordinamento della città di Napoli; Ø Tornata del 9 maggio 1864, Verbale n. 40: raccomanda di convocare i comizi e preparare le liste; Ø Tornata del 13 maggio 1864, verbale n. 42, presenta una mozione per lo” spazzamento di notte e il trasporto dei cadaveri dei poveri di notte e senza pompa”; Ø Tornata del 16 maggio 1864, Verbale n. 43: raccomanda “ il pagamento di crediti antichissimi ai creditori”; Ø Tornata del 23 maggio 1864, Verbale n. 46: ricorda agli eletti circa le liste elettorali; Ø Tornata del 22 giugno 1864, Verbale n. 51: ribadisce l’utilità di approvare il progetto della ferrovia per Foggia; Ø Tornata del 4 luglio 1864, Verbale n. 56: ritorna sulla necessità di costruire la ferrovia per aprire una via verso le Indie; Ø Tornata dell’8 luglio 1864, Verbale n. 57: chiede chiarimenti “sulle radiazioni eseguite per coloro che sono stati condannati per domicilii coatti per forza della legge Pica: fra coloro vi sono spesso dei distinti patrioti e degli uomini onesti per cui non è giusta la cancellazione”. Esprime protesta contro questi atti a nome della civiltà; Ø Tornata del 19 luglio 1864, Verbale n. 62: chiede l’esproprio dei conventi; Ø Tornata del 7 ottobre 1864, Verbale n. 69: sostiene che bisogna moralizzare i mercati con estrema vigilanza sui pesi e sulle misure;

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Ø Tornata del 7 novembre 1864, Verbale n. 71: partecipa alla elezione della nuova Giunta Municipale; Ø Tornata del 9 novembre 1864, Verbale n.72: rileva con forza che “le deliberazioni del Consiglio comunale procedono nel più assoluto silenzio, non vengono riportate dalla stampa e si tengono a porte chiuse. Il segreto appartenne all’Inquisizione”; Ø Tornata del 14 novembre 1864, Verbale n. 73: interviene con una mozione contro l’aumento del prezzo della carne suina; Ø Tornata del 25 novembre 1864, Verbale n.77: informa il Consiglio della gravità di un episodio successo all’asilo infantile di Montecalvario diretto dalle suore francesi della carità: un fanciullo di povera famiglia operaia, Francesco Diodato, fu chiuso in una umida cantina, ove prese febbre che lo condusse a morte dopo pochissimo tempo. Denunzia il barbaro sistema di impaurire i bambini, sistema riprovato dalla civiltà e dall’umanità. Chiede una informazione rigorosa sul fatto e l’adozione dei provvedimenti contro chi, abusando della pubblica fiducia, prostra in modo così indegno lo spirito della nuova generazione e da far trovare cadaveri nella bara là ove si spendono le sostanze comunali per far sorgere uomini illuminati e liberi cittadini; Ø Tornata del 9 dicembre 1864, Verbale n. 82: chiede l’abolizione dei dazi sui consumi; Ø Tornata del 14 dicembre 1864, Verbale n. 84: presenta una mozione sulle pompe funebri e sul trasporto del viatico; Ø Tornata del 28 dicembre 1864, Verbale n. 87: interviene ancora sullo spazzamento della città di Napoli. 1865, Sindaco (Assessore delegato) cav. Fedele De Siervo (dal 9 maggio 1864 al 31 maggio 1865 - Wikipedia) (1° giugno 1865 - 30 agosto 1865, Comm. Regio Domenico Pisacane) Ø Tornata del 13 gennaio 1865, Verbale n. 4: propone di regalare i conventi disponibili, abitati da pochi parassiti, e altri suoli all’industria privata per fabbricare case operaie nel più breve tempo. Ricorda l’esperienza di Parigi, Londra e altre città che soffrirono prima di noi la penuria delle case; Ø Tornata del 20 gennaio 1865, Verbale n. 7: ritorna sul primo bisogno della popolazione: la casa. Interviene poi sulla qualità delle carni facendo venire le stesse dall’Italia superiore perché la concorrenza deve essere non solo sul prezzo ma anche sulla qualità; Ø Tornata del 6 febbraio 1865, Verbale n. 10: interviene ancora per la costruzione di case a Napoli e sollecita il Sindaco e una delegazione di consiglieri a recarsi a Torino per spingere il Governo a decretare la ferrovia Napoli-Benevento-Foggia, proposta già avanzata nel dicembre 1863; a tal fine propone due emendamenti: il primo si insista presso il Governo affinché concorra con un sussidio per l’esecuzione dell’opera, il secondo che si nomini una commissione per sollecitare il Governo all’esecuzione della ferrovia; Ø Tornata del 13 febbraio 1865, Verbale n. 14: ricorda nel suo intervento il capitolato di S. Andrea delle Monache: si tratta di case necessarie per il prossimo maggio per i meno agiati; esame in commissione dei 4 progetti; Ø Tornata del 15 febbraio 1865, Verbale n.15: propone un concorso onde serbare il monopolio in favore della classe degli ingegneri municipali; Ø Tornata del 20 febbraio 1865, Verbale n. 17: anima un intenso dibattito sulla offerta Gabrielli per il quartiere orientale, “ il Municipio deve subordinare le offerte a serie garanzie”; Ø Tornata del 22 febbraio 1865, Verbale n. 18: nel momento in cui i proprietari elevano le pigioni e impongono leggi dure ai locatari, sarebbe giusto che il Municipio imponesse delle prescrizioni al regolamento igienico e di pulizia urbana, cioè la nettezza esterna degli edifici. In tal senso si faccia un’ordinanza;

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Ø Tornata del 24 febbraio 1865, Verbale n.19: annunzia che non si sente di votare il progetto Gabrielli, dopo tre giorni di discussione, perché non ci sono garanzie sufficienti per il Municipio; Ø Tornata del 3 marzo 1865, Verbale n. 21: dichiara di partecipare con interesse ai 4 giorni di discussione sul progetto Gabrielli; Ø Tornata del 6 marzo 1865, Verbale n. 22: interviene ancora sul progetto Gabrielli . Se il Governo avesse ceduto i conventi, avremo dato comodo asilo a tante migliaia di infelici mercé una modica pigione. Preferirono i politici le tenerezze clericali ai sentimenti di umanità verso il popolo napoletano, che geme per mancanza di abitazioni. Insiste perché il Consiglio, già disposto ad approvare il progetto Gabrielli, determini bene in un capitolato le condizioni del contratto, onde non subire nuovi danni e nuove illusioni. Pertanto si astiene dal votare il progetto; Ø Tornata dell’8 marzo 1865, Verbale n. 23: si oppone con fermezza alla proposta di togliere il porto militare a Napoli, il pensiero di disarmare il porto di Napoli è un pensiero da conigli, non degno del primo ministro di un grande Stato che si dice valoroso e si chiama Lamarmora. Porto militare e mercantile possono stare insieme; Ø Tornata del 15 marzo 1865, Verbale n. 26: raccomanda vivamente di provvedere allo stipendio degli uscieri e dei barandieri ["I Barandieri non sono addetti particolarmente ad alcun ripartimento; ma debbono assistere per tutte le occorrenze del ministero, durante il tempo del travaglio, ed ajutare i portieri al servizio interno", p. 192. Rapporto sullo stato attuale dei ministeri degli affari ecclesiastici, della polizia generale, e della giustizia, Napoli 1820];

Ø Tornata del 5 maggio 1865, Verbale n. 38: propone che si sbattezzino tutte le vie della città e, ai nomi che ricordano inquisizioni e dispotismo, si sostituiscano i nomi degli individui dei due sessi benefattori dell’umanità e della patria, incidendo nella medesima lapide a istruzione del popolo quel che li rese degni della commemorazione dei posteri, e che si cominci da Toledo, imponendo a questa via principale di Napoli il nome immortale di Abramo Lincoln, presidente degli Stati Uniti di America, ucciso il 15 aprile 1865 per aver propugnata in una guerra titanica la libertà dei negri e l’abolizione dell’umana schiavitù; Ø Tornata del 24 maggio 1865, Verbale n. 45: propone che i diritti di stola bianca e nera delle Parrocchie riscossi in eccesso il cui controllo dei bilanci è del Comune, vadano a migliorare la sorte delle migliaia di proletari che logorano la vita nell’umidità e nel miasma dei fondaci; propone poi che sui prodotti si usi l’idioma italiano e poi lo straniero per tutelare la dignità della nazione e gli interessi dei contribuenti; Ø Tornata del 26 maggio 1865, Verbale n. 46: chiede di impedire certe processioni di penitenza come quelle della Pignasecca; Ø Tornata del 31 maggio 1865, Verbale n. 48: propone un lavoro generale per gli stipendi ai maestri e ai bidelli; Alle elezioni del 30 luglio 1865, Morelli è rieletto consigliere comunale. Ø Tornata del 20 settembre 1865, Verbale n. 52: interpella il presidente sull' esazione delle tasse sulla ricchezza mobile, che si dice “ aumenterebbe a parecchi milioni” a fronte degli 800 mila previsti per Napoli. C’è il rischio che si danneggiano gli amministrati; Ø Tornata del 7 ottobre 1865, Verbale n. 54: interpella il presidente sui provvedimenti adottati dal Municipio onde combattere il male (colera) nella sua radice: è risaputo che il primo antidoto è la buona condizione dell’aria che si respira; orbene la gente povera specialmente nei quartieri bassi, abita in tuguri senza luce e senza aria respirabile, spesso sulla terra nuda. Si provveggano quei meschini di migliori alloggiamenti, si aprano per essi i monasteri già ottenuti, e non sono pochi; Ø Tornata del 6 novembre 1865, Verbale n. 59: interviene sul contrabbando. “Il contrabbando è il secolo che si ribella alle barriere, chiedendo la libertà di commercio”. Come in tutto: bisogna studiare le tendenze del secolo. Bisogna scovare gli agenti infedeli che danno

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luogo al contrabbando. Bisogna chiedere alla scienza un mezzo efficace, e questo non potrebbe essere che la sostituzione di una tassa sola alle molte che ora si impongono; Ø Tornata del 10 novembre 1865, Verbale n. 61: interviene sul riordinamento della città di Napoli. Ricorda che fu istituito un premio di Lire 20 al miglior progetto; Ø Tornata del 27 novembre 1865, Verbale n. 68: interviene sulle opere pubbliche e in particolare sul concessionario Pianel per la zona occidentale della città. 1866, Sindaco barone Rodrigo Nolli (dal 1° settembre 1865 al 26 novembre 1866 - Wikipedia) Ø Tornata del 15 gennaio 1866, Verbale n. 6: presenta un'interpellanza per il servizio di vigilanza delle acque, e il progetto generale del riordino della città di Napoli; Ø Tornata del 17 gennaio 1866, Verbale n. 7: riaffronta il problema dello spazzamento della città di Napoli; Ø Tornata del 26 gennaio 1866, Verbale n. 8: interviene contro la centralizzazione della legge amministrativa che esautora il mandato dei consiglieri e traduce in servilismo. Rivendica la libertà e l’indipendenza dei Comuni nelle decisioni. “La soverchia ingerenza del potere politico negli affari amministrativi del Municipio ne paralizza la prosperità.” Reclama dalla Camera la riforma della legge in senso discentrativo più consono alle tradizioni liberali e autonomistiche del Municipio italiano; Ø Tornata del 22 febbraio 1866, Verbale n. 12: chiede con forza al Sindaco Nolli che il bilancio sia discusso a porte aperte, onde il pubblico abbia agio di assistere e conoscere come si trattino i suoi interessi, essendo intollerabile il secreto che circonda le discussioni del Consiglio; critica aspramente il progetto di bilancio che non risponde alle esigenze del paese, mentre nell’attivo non si accenna a risorse economiche, nel passivo poi si trova il deficit di 5 milioni. Il bilancio deve avere un'esatta statistica nella quale si raccolgano le nozioni aritmetiche di tutti gli elementi negativi e affermativi dell’economia. Dei beni della Chiesa si approprino i Comuni, impedendo che siano venduti ai barattieri stranieri come avvenne per i beni demaniali; Ø Tornata del 28 febbraio 1866, Verbale n. 14: dichiara la sua opposizione all'abolizione nei villaggi dei soccorsi sanitari; Ø Tornata del 9 marzo 1866, Verbale n. 17: interviene ampiamente nella discussione sull’istruzione pubblica; Ø Tornata del 16 marzo 1866, Verbale n. 19: interviene ancora sul bilancio e chiede se dai giardini si ottenga profitto per il taglio degli alberi; Ø Tornata del 17 marzo 1866, Verbale n. 20: interpella il presidente per gli sconci che danno luogo all’industria delle candele steariche per i dazi; Ø Tornata del 21 marzo 1866, Verbale n. 21: lamenta il pagamento dei tributi a cui è sottoposto il Comune sulle acque. È opportuno cercare nuove condotte di acque; Ø Tornata del 23 marzo 1866, Verbale n. 22: interviene sull’Albergo dei poveri che raccoglie 5 mila persone al costo di 50 centesimi al dì; Ø Tornata dell’11 aprile 1866, Verbale n. 28: presenta una mozione per i disordini avvenuti all’Università; Ø Tornata dell’11 maggio 1866, Verbale n. 36: interviene raccomandando all’Amministrazione di distribuire medicinali agli infermi poveri nel villaggio di Fuorigrotta; Ø Tornata del 30 maggio 1866, Verbale n. 40: illustra la mozione circa l’istruzione elementare. Propone che, dal 1° gennaio 1867, bisogna dimostrare di saper leggere e scrivere per avere dal Municipio “fedi di moralità e patenti d’industrianti e mestieri”, e curare l’istruzione dei figli, dei domestici e dei dipendenti. “Bisogna moralizzare l’amministrazione. Bisogna essere severi ma imparzialmente con tutti”;

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Ø Tornata del 21 settembre 1866, Verbale n. 63: protesta vibratamente per il prestito forzoso, fatto in sua assenza, come interamente illegale; Ø Tornata del 26 ottobre 1866, Verbale n. 66: sostiene che occorrono per l’istruzione 6 milioni; Ø Tornata dell’8 novembre 1866, Verbale n. 72: propone di studiare il progetto di abolire i dazi di consumo e sostituirli con un’unica imposta. Propone un premio di Lire 100 a colui che farà il migliore progetto; Ø Tornata del 14 novembre 1866, Verbale n. 76: propone nuove norme per il servizio di carri funebri e un regolamento per trasportare i cadaveri nelle chiese e al cimitero per non impedire il corso pubblico; Ø Tornata del 16 novembre 1866, Verbale n. 77: sostiene che lo zucchero e il caffè sono troppo gravati dal dazio governativo. Vorrebbe che si trovasse l’equivalente del dazio sulle patate e le castagne; Ø Tornata del 24 novembre 1866, Verbale n. 82: si lamenta che spesso i suoi interventi sono riportati incompleti nel verbale; Ø Tornata del 29 novembre 1866, Verbale n. 85: legge un suo lavoro sulla Pubblica istruzione a che il Consiglio, data l’importanza, ne tenga conto nel Bilancio; Ø Tornata del 6 dicembre 1866, Verbale n. 90: affronta ancora una volta la questione dei Bilanci delle chiese parrocchiali; Ø Tornata dell’8 dicembre 1866, Verbale n. 92: è all’ordine del giorno il proseguimento della discussione del bilancio 1867. Per quanto concerne la Pubblica istruzione, presenta il progetto di riforma delle scuole municipali. Posta l’urgenza dell’educazione morale del paese, dice di trarre esempio per questo argomento dall’esempio dell’America, della Russia, della Svizzera e altre libere e civili provincie del mondo. Propone una scuola ogni 1000 abitanti. Bisogna organizzare la scuola in eque distanze e in modo decente e comodo a tutti i cittadini. La costruzione delle nostre scuole sia una garanzia morale per la serietà dello scopo. Cita in proposito la Russia. Propone fondi e obbligo di mandare i figli a scuola perché l’ignoranza è la genesi di tutti i delitti. Relativamente alla Tornata del 29 novembre 1866, si rileva che Morelli data, appunto il 29 novembre 1866, la sua pubblicazione Progetto d'organico per la Riforma dell'Istruzione pubblica nel Comune di Napoli, Presentasto dal Consigliere Morelli al Consiglio Municipale. Leggiamo ora [sempre per g.c. del prof. Vincenzo Adinolfi] il verbale della seduta, redatto dal Segretario generale F. Dinacci, e firmato dal Sindaco Fedele De Siervo (Sindaco dal 27 novembre 1866 al 30 ottobre 1867 - Wikipedia), riguardante il Proseguimento del bilancio del 1867 (istruz. pubblica): IL PRESIDENTE dà la parola al signor Morelli per sviluppare la sua proposta sull'insegnamento. MORELLI ha la parola e comincia col ringraziare gentilmente il Consiglio per avergli fatto l'onore di votare ad unanimità la stampa del progetto organico sulla riforma delle scuole municipali da lui presentato, che desiderava inserirlo nel processo verbale. Dice che, quantunque non seguace della scuola di Gioberti, crede opportuno ricordare una massima incontrastabile. Gioberti riteneva che il sensibile spunti dall'intelligibile, e che i fatti si succedono nella vita secondo l'ideale degl'individui e dei popoli. Quindi dimostra che, fintantochè non si muti il falso ideale infiltrato dalla vecchia scuola nella coscienza della gente napoletana, rimarremo sempre sotto l'incubo delle angosce e delle miserie da cui fummo sì lungamente afflitti. Era per aderire dunque a quest'aspirazione della cittadinanza che il Consigliere Morelli presentava il suo progetto di riforma per le scuole municipali, non essendovi alcun dubbio, che fintanto che esse saranno quel che sono, un privilegio cioè perchè poche, ed una mistificazione perchè modellate sul vecchio sistema, non sarà possibile la sperata rigenerazione morale ed un ordine di fatti diversi da quelli che oggi si deplorano. Dimostra che per mutar l'ideale del popolo napoletano bisogna mutare il sistema scolastico. In questo lavoro ei contempla due cose, cui fatalmente è sospinto dalla logica, lo scopo ed i mezzi. Lo scopo lo fa consistere nel portare la luce della verità, mercè la scuola, fino alle infime abbrutite classi del popolo, ed i mezzi per conseguire questo scopo supremo li enuncierà come segue: 1. Il numero delle scuole che egli vuol portare almeno ad una per ogni migliaio di anime, per togliere alla patria della scienza la vergona di avere due terzi circa dei suoi abitanti analfabeti.

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ABIGNENTE dice: sono più di due terzi. Tanto meglio, riprende Morelli: si convalida la proposta di portar le scuole ad un numero competente, quando il membro della commissione che m'interrompe, asserisce, che gli analfabeti sono più di due terzi di questa popolazione. Posta l'urgenza dell'educazione morale nel paese, il Consigliere Morelli dice che avrebbe ora chiesto anche di più, traendo argomento dall'esempio dell'America, della Russia, della Svizzera e di altre libere e civili provincie del mondo, dove la prosperità e la ricchezza sono cresciute in immenso per aver moltiplicate le scuole sino al numero di una per ogni trecento anime; ma quando quella camicia di forza che si chiama legge dell'Istruzione pubblica non permette decampare dell'una a migliaio, egli protestando contro queste catene imposte officialmente alla libertà del Comune, transitoriamente accetta che si porti almeno a questa misura. 2. L'organizzazione della scuola: ed in questo secondo mezzo il Consigliere Morelli espone la necessità di organizzare la scuola in eque distanze ed in modo decente e comodo a tutti i cittadini. Deplora che le scuole presenti sieno collocate in siti malsani, ripartite senza giustizia, e mancanti del prestigio e dei mezzi di cui fa mestieri per ottenere lo scopo. Dice che in talune di esse si respira miasma, ed in molte manca anche la luce e l'acqua. Ricorda che il più grande maestro dell'umanità è stato Cristo, e che i suoi astuti seguaci per sedurre le generazioni a frequentar la chiesa che in origine era una scuola popolosa, la edificarono con tanto prestigio, con tanta magnificenza estetica da far ripetere alla stessa grand'anima di Rousseau, che non potesse entrare in un tempio cristiano senza essere compreso da sublime riverenza. Non volendo dunque, o non potendo imitare l'astuzia dei preti, facciamo almeno che la decente costituzione delle nostre scuole sia una garanzia morale per la serietà dello scopo. 3. Il metodo: ed in questa parte il Consigliere Morelli asserisce che egli nel suo progetto ha contemplato il dato logico, il dato elementare di tutto il sistema. Fin ora egli dice, si sono voluti i briganti nelle provincie meridionali, i malandrini di Sicilia, e camoristi [sic], gl'immorali di ogni maniera, le meretrici, e si è usato nelle scuole il metodo ontologico, preponendo l'ignoto al noto, il catechismo alla scienza dell'uomo. Se adesso si vuole il contrario, se si vuole la moralità ed un adeguato sviluppo di sentimento del giusto e dell'onesto; bisogna mutare il metodo, bisogna che quello che per lo innanzi servì ad oscurare la mente umana, ad imbastardirla con la menzogna sistematica d'una vita artificiale, addivenga norma per dirigere lo spirito all'acquisto della verità. Il metodo dunque desiderato dal Consigliere Morelli è semplicissimo. Egli dice che questo metodo deve tendere a svolgere la riflessione nell'uomo nascente, a germinare nella sua vergine coscienza i criteri della vita, onde sappia quel che è e quel che deve fare. Sostiene che le generazioni sono malandate, ed abbrutite perchè ignorando questo, come comandava loro il catechismo, hanno deturpata la vita mal usandola. Conchiude che nella scuola elementare si debba insegnare in modo parabolico e concreto ciò che appartiene a tutto il genere umano, si deve pensare a far l'uomo morale, non religioso e ipocrita; la religione per chi la vuole, la si può apprendere nelle chiese ed in famiglia; l'insegnarla nelle scuole popolari, oltrechè perturba l'ordine gerarchico delle idee in un paese libero, allontanerebbe dalla scuola quei cittadini che non hanno credenza cattolica. 4. I maestri: e per questo argomento il signor Morelli comincia col fare una rampogna al paese, del modo indecente con cui tratta l'intelligenza, alla quale quanto più è onesta ed operosa di pubblico bene, tanto più retribuisce disprezzo e miseria; e dice che in nessuna parte del mondo la nobile classe dei maestri che son quei che creano lo spirito dell'avvenire e la gloria delle nazioni, è trattata sì meschinamente come in Napoli. I signori che pagano ad un cuoco cento franchi al mese rimunerano poi con poche lire l'alimento morale e prezioso, che il maestro di scuola amministra ai loro figliuoli; questa vergogna se viene perpetrata scoscenziosamente da altri, l'autorità del Municipio deve cancellarla, retribuendo ai maestri dei due sessi un adeguato onorario. Per questo scopo ed anche per richiamare le migliori intelligenze all'insegnamento delle scuole, egli propone nel suo organico per ciascun maestro l'assegno mensuale non minore di cento lire, ed altri incoraggiamenti che assicurino la vita presente e l'avvenire alla classe più importante della società. 5. La disposizione graduale delle scuole per servire adeguatamente allo sviluppo degli istinti del popolo: ed intorno a ciò dice aver proposto nel suo progetto di riforma la partizione delle scuole in quattro classi, serbando più numerose quelle della prima classe, la creazione in ciascun quartiere d'una scuola di musica, di un opificio industriale per gli uomini e per le donne con gli statuti dell'opificio partenopeo femminile, pel quale conchiude, dopo enumeratine i pregi, essere l'unica istituzione da cui verrà tolta la vergogna del bordello e della camorra organizzata. Per ciò fare senza grave dispendio consiglia che si accetti dal Comune la concessione del Reclusorio e sue dipendenze proposta altra volta dal Governo. Consiglia altresì che in ogni quartiere vi sia una scuola tecnica con l'aggiunzione dello studio di nautica e di agricoltura, nonchè gli esperimenti pratici di chimica. Desidera che per la pratica di questa ultima si metta in atto senza indugio l'orto agrario già votato dal Consiglio; per l'opificio meccanico si chiegga l'attuazione di quella già decretato [sic] dalla Camera per Napoli, e per gli sperimenti chimici il Municipio stenda la mano e dia incoraggiamento efficace all'ardito professore Carlo Cassola, il quale con un nuovo stabilimento che onora l'Italia tutta, ha iniziata la grande rivoluzione economica che metterà in luce le nostre ricchezze naturali, e ridarà alla nazione la sua potenza natia.

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6. La Direzione delle scuole: ed intorno a ciò il Consigliere Morelli dice aver disposto un Consiglio d'Ispettori, perchè senza un'amministrazione speciale e una tecnico [sic] le scuole non prosperano, nè producono i frutti desiderati. 7. I premii e le pene: perchè, egli dice, quasi sono le fondamenta della moralità e senza questi nè le scuole, nè il paese risponderebbero convenientemente allo scopo designato. 8. Da ultimo il Consigliere Morelli assegna la cifra del capitale che occorre alla fondazione delle nuove scuole, e conchiude cha anche a doversi impiegare cinque o sei milioni, questo sarà il danaro più ben usato e più fruttifero. Finalmente ei propone l'obbligo indiretto nei cittadini di mandare i figli a scuola, perchè l'ignoranza è la genesi di tutt'i delitti, e se noi per una ragione di ordine abbiamo il diritto di reprimere gli effetti, perchè poi ci si deve contestare per la causa? Una voce: Non lo possiamo, offenderemo la libertà. MORELLI risponde a questa interruzione, che egli non essere sospetto di poco amore alla libertà quanto coloro che lo interrompono, ma la libertà di fare il bene, non quella di risolvere i cardini morali della Società. Egli crede che la libertà non debba esser un'idea effimera, ma un ente morale, che abbia la sua forza, il suo organismo ed il modo di farsi intendere ed ubbidire. Chi volesse la libertà spoglia di questi poteri, cercherebbe annientarla, non favorirla, ed egli stesso finirebbe per morir tisico. È per questo che a nome della stessa libertà, il Consigliere Morelli prega il Consiglio di accettare le sue proposte, proseguendo a dire, che se in buona fede si entra nelle vie delle riforme, come venne promesso dalla Giunta, bisogna anzi tutto avere un po' di rispetto per la logica. In Italia non vi è stato affatto; se si è compiuta una rivoluzione, questa è stata contro la società, ed il vizio del sistema governativo, lo vede infiltrarsi anche nelle sfere municipali. Egli dice poterne dare le prove nella discussione ultima del bilancio. In quella discussione tutti proposero cose utili al paese, si sostenne specialmente dall'onorevole Lazzaro che l'Amministrazione municipale non si potrà mai migliorare senza un'esatta statistica. Il primo provvedimento dunque cui avremmo dovuto dar luogo era l'assegno di una somma urgente per la formazione della statistica. Ebbene, quando fummo alla votazione dell'articolo, che riguarda la statistica, noi ci contentammo di L. 600. Ora, ditelo voi stessi, Signori, nella vostra coscienza, ripete Morelli, se questa misura sia logica, o se non mi dà il diritto di reclamare da voi un pò più di rispetto per la logica, adesso che presento alla votazione del Consiglio un progetto di riforma scolastica che debba essere indirizzato alla morale rigenerazione del paese. Io conchiudo dunque insistendo di esser logici, anche perchè la logica è la più stizzosa e vendicatrice befana, e potrebbe vendicarsi di noi come si è vendicata dell'Italia. Il vitupero di Lissa e Custoza, signori, è una vendetta della logica, e lo stesso Aspromonte più che un delitto della monarchia, è una vendetta della logica. [...] IL PRESIDENTE pone ai voti la proposta del Signor Morelli ed il Consiglio la rigetta a maggioranza.

Ø Tornata dell’11 dicembre 1866, Verbale n. 94: il consigliere comunale barone Giuseppe Gallotti, senatore del Regno dal 1862, riferendosi specificamente alle proposte di Morelli relative alla Pubblica istruzione “si dichiara non avverso alle spese sul pubblico insegnamento, ma crede che questo consista solo nello stato maggiore insegnante; vi è un altro impiego utile a fare del danaro del pubblico, ed è attivando le opere di pubblica utilità, e restaurando i monumenti. E la città di Napoli ne abbisogna, e sono state diminuite le spese per la manutenzione e si è diminuita la spesa per le opere pubbliche. E Napoli presenta un povero spettacolo”! Morelli, a tale intervento, risponde. “Il primo monumento da restaurarsi è l’uomo!”; Ø Tornata del 14 dicembre 1866, Verbale n. 96: sostiene che 72 scuole sono poche per 700 mila abitanti, compresi i villaggi. 1867, Sindaco cav. Fedele De Siervo (dal 27 novembre 1866 al 30 ottobre 1867 - Wikipedia)

Ø Tornata del 29 marzo 1867, Verbale n.1: Morelli è assente perché impegnato a Firenze alla Regia Camera in quanto deputato; Ø Dal 10 aprile 1867 al 18 novembre 1867 Morelli sarà saltuariamente presente in Consiglio perché impegnato a Firenze nell’attività parlamentare alla Regia Camera.

Apprezziamo la lezione che Morelli dà a quelli che intraprendono l'onorevole ufficio della politica, indicando come debbano adempiere i loro compiti istituzionali. Per quanto mi riguarda, è stata illuminante perché mi ha fatto entrare di colpo nel mondo reale della vita vissuta del popolo napoletano, in quegli anni parrticolari della storia del secolo. 129


1.11. Anni 1867 - 1880. Morelli Deputato del Regno d'Italia. Salvatore Morelli Nato a Carovigno (Terra d'Otranto) il 1 maggio 1828 Deceduto a Pozzuoli (Napoli) il 22 ottobre 1880 Laurea in Giurisprudenza X LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (22.03.1867 - 02.11.1870) 5 Progetti di legge presentati 55 Interventi e citazioni Sessione 1 (22.03.1867 - 14.08.1869) *§* Tornata del 25 Marzo 1867 (p. 49 = Approvazione della di lui elezione) SEISMIT-DODA, relatore. Per incarico del VI ufficio ho l'onore di proporre alla Camera la convalidazione delle seguenti elezioni, le operazioni delle quali furono trovate regolarissime, e approvate all'unanimità dall'ufficio stesso. .... Sessa: Morelli Salvatore. .... (Sono approvate) *§* Tornata del 30 Marzo 1867 (p. 98 = presta giuramento) (Prestano giuramento gli onorevoli deputati: ... Morelli Salvatore, ...) *§* Tornata del 1° Aprile 1867 (p. 121 = estratto a sorte scrutatore delle schede per la nomina della Commissione generale del bilancio 1867) PRESIDENTE. [...] Riescono estratti a scrutatori della votazione per la Commissione generale del bilancio gli onorevoli De Boni, D'Aste, Curzio, Guttierez, Amabile, Castellani, Ricasoli Vincenzo, Fossa, Morelli Salvatore, Biancheri ingegnere Giuseppe, Polti, Calvo. *§* Tornata del 17 Giugno 1867 (p. 1385 = si associa ad un ordine del giorno del deputato Di San Donato sulla questione della dotazione dei teatri) DI SAN DONATO. [...] Ecco il mio ordine del giorno: <<La Camera, riservando alla discussione dei bilanci del 1868 la questione della dotazione dei teatri demaniali, dà intanto facoltà al Governo di adottare quei provvedimenti che riputerà indispensabili ad ovviare alla chiusura dei teatri medesimi e delle scuole annesse.> Se mi permettono darò lettura dei nomi che si sono incontrati nel proporre quest'ordine del giorno: Di Santo Donato, Macchi, ...., Morelli, ... *§* Tornata del 18 Giugno 1867 / Tornata del 15 Luglio 1867 (p. 1398 = presenta tre progetti di legge) // (p. 2248 = presenta una proposta di accusa contro il Ministero Ricasoli) PRESIDENTE. [...] L'onorevole Salvatore Morelli ha presentato tre progetti di legge, che saranno immediatamente inviati agli uffizi perchè ne autorizzino, se credono, la lettura. // PRESIDENTE. [...] L'ordine del giorno porta la continuazione della discussione della legge sulla liquidazione dell'asse ecclesiastico, non che il seguito della interpellanza Ferrari circa le ultime nomine di vescovi. Sono state inviate al banco della Presidenza tre proposte. Una dell'onorevole Salvatore Morelli in questi termini:

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<<Risultando dai documenti diplomatici rivelati dall'interpellanza Ferrari che il Ministero, trattando colla Santa Sede, ha violato il patto fondamentale dello Stato, attentando ai diritti della nazione; e conseguentemente è caduto nella sanzione del Codice penale del regno, il sottoscritto chiede alla Camera che il Ministero Ricasoli e suoi complici, per tali fatti, siano sottoposti ad accusa.>> *§* X LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (22.03.1867 - 02.11.1870) PROGETTI DI LEGGE PRESENTATI: 1. Per il duplice scopo d'impedire gli abusi del culto cattolico, mercé la sua circoscrizione legale nella Chiesa, e d'abolire i Campisanti, sostituendo invece il sistema della Cremazione (iniziativa Parlamentare) - C. 23, 18 giugno 1867 2. Per riformare la Pubblica Istruzione abolendo il Ministero, e delegandone le funzioni ai comuni ed alle provincie (iniziativa Parlamentare) - C. 24, 18 giugno 1867 3. Per lo scopo di abolire la schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alle donne italiane i diritti civili e politici, che si esercitano dagli altri cittadini del Regno (iniziativa Parlamentare) - C. 25, 18 giugno 1867. Si riportano i 3 progetti di legge, che, illeggibili (il 1° e il 3°) negli atti originali della Camera, si traggono da I TRE DISEGNI DI LEGGE SULLA EMANCIPAZIONE DELLA DONNA, RIFORMA DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE E CIRCOSCRIZIONE LEGALE DEL CULTO CATTOLICO NELLA CHIESA di Salvatore Morelli - Deputato al Parlamento Preceduti da un manifesto di

Giuseppe Garibaldi - Firenze, Tip. Franco-Italiana, di A. De Clemente, 1867. <<NON AMMESSA LA LETTURA>> DISEGNO DI LEGGE Per circoscrivere il culto cattolico nella Chiesa e sostituire ai Campisanti il sistema di Cremazione "Onorevoli Signori! Quello che la storia imputerà alla nostra generazione come colpa più grave, è il poco rispetto usato alla logica. Lasciando dall'un dei lati la lunga serie dei mali che ha derivazione da ciò, richiamo alla vostra autorevole attenzione sopra un fatto, il quale perchè troppo scandaloso produce gravi inconvenienze al senso morale, alla salute pubblica, ed alla libertà dei cittadini italiani, e reclama dalla Camera un sollecito provvedimento legislativo. Il fatto cui io accenno, o Signori, è l'abuso del culto esterno praticato dal clero cattolico per ispirito di fanatismo, e per alimentare la barbara superstizione fra le poveri plebi, abusando della loro ignoranza in tutte le città, i villaggi e le borgate del nostro Regno, e quel che più monta la mano forte che l'autorità politica gli concede per dar luogo a tante scene comiche e da medio evo investigate dalla volponeria per ismungere oboli dalla scarsella dell'operaio, ed imbuirgli la coscienza. Se abbiamo la tolleranza dei culti da cui sono nate nel nostro paese le istituzioni di chiese diverse, perchè oggimai una parte dei cittadini non crede al cattolicismo; se abbiamo incamerato i beni del clero cattolico, e sciolte le corporazioni religiose per iscemare la ostile influenza che queste esercitarono per secoli, oltre alle altre ragioni di pubblico interesse che si connettono all'avvenire morale ed economico della nazione, siamo ora noi logici permettendo al prete di Roma che perturbi lo Stato coi suoi artifizi settarii, e rinnovi scene grottesche e ridicole per le pubbliche vie delle nostre città con grave detrimento del commercio, della libertà, dell'ordine, della morale, e della pubblica salute? Signori, a me sembra che no, anzi a me sembra che gli stranieri, i quali vengono a deliziarsi nelle nostre ridenti contrade, vedendo sopravvivere alla nostra rivoluzione cotali ma

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scherate da cui da mane a sera si deve essere obbligatorio osservatore, e delle quali non rimane più orma in tutte le città civili d'Europa, debbono recriminarci non solo d'illogici, ma di contraddizione e peggio. Io diceva l'abuso del clero cattolico nel suo culto esterno offende il commercio, perchè specialmente nei centri più popolosi, ora colle processioni bianche delle innumeri sue feste, ora colle processioni nere dei funerali che si sogliono moltiplicare e rivestire di tutto il terrorismo dell'inquisizione, specialmente in ricorrenze epidemiche per accrescere l'intensità del male, questi fatti verificandosi nelle vie più commerciali fanno arrestare per ore intere carri ed uomini, e tolgono alla vita industriale il più prezioso del suo tempo. Io diceva pure che offende la libertà, perchè la prepotenza clericale sostenuta dal governo, sia che passi unicamente il viatico, sia queste processione di vario colore, autorizza i sagrestani che precedono, ad imporre ai cittadini o di cavarsi il cappello, o d'inginocchiarsi come tante volte è avvenuto a Napoli, dove per questo dal 60 in qua sono registrati vari sanguinosi conflitti. A ciò si aggiunge, che il suono perenne delle campane accennante d'ordinario ad avvenimenti mortuari, toglie i riposi ed impone forzosamente il lutto di private famiglie ad intere cittadinanze, la qual cosa per me è un'ingiustizia ed un attentato insieme alla libertà. Dissi inoltre che l'abuso esterno del culto cattolico offende l'ordine, perchè, a prescindere dalle provocazioni di cui è causa col suo fanatismo, vi è proprio in se stesso qualche cosa di noioso e d'incompatibile con quell'ordine di idee accettato dalla civiltà del mondo, ed un pochino anche da noi italiani, quando nell'entusiasmo di un più lieto avvenire lo stigmatizzavamo d'anacronismo. Il culto cattolico offende la morale, perchè colle sue molteplici feste, che sono per la chiesa un argomento di utilità, distoglie dal lavoro i miseri credenti per mendicare due terzi dell'anno che non producono nulla, o alimentarsi colla prostituzione. Dissi da ultimo che offende la pubblica salute, perchè ai mali naturali da cui è afflitta questa disgraziata generazione, si aggiungono gli artifizi di tante apparizioni lugubri che spengono nel cuore gli ultimi raggi di speranza. Chi si trovò in Napoli nell'ultima invasione colerica può testimoniare, che furono più le morti prodotte dal clero cattolico con le paure delle sue processioni funebri, scampanii e cantilene, che da mane a sera assordavano e riempivano di lutto e di terrore quel vasto paese, delle avvenute per forza epidemica. Passando ai cimiteri dove il clero cattolico raccoglie la più ricca sua messe, senza parlare delle profanazioni cui dà luogo, il sistema dei campisanti collocati in siti vicini all'abitato, è difettoso in modo da dare luogo a quei miasmi dai quali si genera quella serie di malanni che ha infiacchita la nostra salute. Finchè il fanatismo adombrò le menti in modo da negligere i vivi per darsi tutto col pensiero ai morti, sicchè i più ridenti siti e le migliori ricchezze venivano spese pei campisanti, la cosa era in qualche modo giustificabile, ma ora che questo fanatismo si è visto micidiale all'umano consorzio, e la ragione impone invece la conservazione della vita specialmente delle classi produttrici, reiette finora e condannate dalla sociale ingiustizia a vegetare miseramente come belve nei siti più malsani della città e delle borgate, oggi non è più lecito mantenere il lusso dei campisanti, e bisogna ricorrere ad un sistema più ragionevole, perchè più utile alla pubblica salute e più consolante per le famiglie dei defunti. Il sistema che io invoco, o Signori, è il sistema di cremazione detto dai latini cremandi vel comburendi, sanzionato da Numa, dalle leggi delle dodici tavole, e conservato fino al quarto secolo della Chiesa Cristiana, la quale poi lo invertì nel rovinoso sistema dei sepolcri in chiesa e dei campisanti, chi dice perchè erasi perduto il modo di lavorare l'amianto, entro cui raccoglievansi dal rogo le ceneri dei trapassati e si presentavano, sacre reliquie, ai parenti, ed i più severi poi giudicano essere stata una delle arti questa del clericato per mantenere nelle città, nei villaggi e nelle borgate quel fomite di malessere che ha generato tante nuove epidemie.

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Per tutte le esposte ragioni, essendo per noi dovere imprescindibile quello di spulezzare i nostri costumi di tutte le usanze viete che ci fanno parere un secolo indietro ai popoli civili del mondo, e di provvedere all'economia dei tanti milioni che inutilmente si spendono per l'uopo dallo stato e dai comuni ed allo sviluppo del benessere morale e materiale del paese, io fortificato dal vostro patriottismo presento alla camera il seguente schema di legge, il quale per l'interesse pubblico che ispira, sarà degnato, spero, del suffragio di tutti i partiti. SCHEMA DI LEGGE Art. 1° L'abuso del culto cattolico per le vie della città, delle borgate e dei villaggi, tornando nocivo alla libertà civile, alla morale, al commercio ed alla pubblica salute, e più riuscendo noioso alla civiltà dalla quale la sua liturgia si ritiene come anacronismo, e dannevole anche a se stesso per le profanazioni cui va spesso soggetto nel conflitto delle varie credenze, dalla pubblicazione di questa legge sia per una ragione di dignità e di rispetto alla stessa religione, e pei principii di ordine pubblico che interessano lo stato italiano, il culto cattolico rimane circoscritto come gli altri culti nel perimetro delle chiese dove sarà permesso di esercitarlo. Quindi è espressamente vietato a qualunque ecclesiastico portare il viatico per le vie in modo banale, bandire feste, questuare sia in nome del purgatorio sia in altro senso, organare processioni funebri o di altra natura, far suonare a distesa le campane o nel senso festivo o in senso lugubre. Art. 2° Tutti questi atti potranno liberamente i sacerdoti cattolici esercitarli nella chiesa di loro giurisdizione rispettando le leggi dello Stato. Art. 3° Di ciascuna chiesa non sarà permesso che il suono di una sola campana a tocchi misurati, i quali senza incomodo delle cittadinanze avvertano i fedeli nelle ore mattutine, meridiane e serotine. 4° I cadaveri saranno trasportati nelle chiese in carrozze chiuse, e senza alcun corteggio o pompa di sorte. È in chiesa che si renderanno loro gli estremi uffici secondo il rito cattolico, e poscia trasportati al cimitero in carrozze chiuse e senza alcun segno che funesti i viandanti. 5° Nel caso di epidemia i cadaveri verranno rilevati dalle abitazioni ove giacciono, dietro la rilevazione fattane all'autorità municipale, nelle medesime carrozze chiuse non dissimili dalle vetture comune e distinte soltanto da due persiane cieche agli sportelli; con tali precauzioni saranno trasportati direttamente al cimitero. Art. 6° Col permesso dei Municipi potranno soltanto solennizzarsi pubblici funerali pei grandi patriotti [sic], e per le intelligenze che hanno illustrato la nazione o giovato alla umanità sia con opere di scienza, sia con lavori di arte, o ritrovati produttori di pubblica prosperità. Art. 7° I campisanti rimangono aboliti, e sarà vietato rigorosamente a chiunque seppellire i cadaveri furtivamente nelle chiese o in altro sito ed in modo diverso da quello che verrà indicato dalla legge. Art. 8°. Coloro che intendono conservare intero il cadavere dei loro defunti, depositeranno 5000 lire nella cassa del Municipio, il quale fatta eseguire l'iniezione nei modi prescritti dalla scienza da una Commissione di medici sanitari, che metta in salvo la pubblica salute dal sospetto di qualunque possibile putrefazione, ne ordinerà la sepoltura nei siti destinati all'uopo. Art. 9° ==> Mancante. Art. 10° Per la durata di anni sei, dal giorno in cui non si seppelliranno più cadaveri, gli attuali campisanti saranno tenuti in rispetto per ovviare alle profanazioni, e dopo tal periodo verranno adoprati dai Municipi per uso di pubblica utilità, rispettandovi i monumenti di arte che si stimeranno più pregevoli. Art. 11° Invece dei campisanti si costruiranno dei modesti templi in diversi punti esterni della città, secondo l'esige la loro grandezza, ed in ciascuno di questi si eleveranno i roghi secondo l'uso tradizionale dei nostri padri latini e greci, e dietro gli uffici estremi che saranno amministrati ai defunti dal sacerdozio della propria credenza religiosa, i corpi dei cadaveri

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verranno adusti colle norme della scienza, indi raccoltine [sic] le ceneri in tele di amianto, queste o verranno depositate in apposite località costrutte nei medesimi templi, o consegnate alla famiglia del defunto quando ne mostrasse desiderio. Art. 12° Sarà permesso alle famiglie, cui appartengono i cadaveri sepolti negli aboliti cimiteri, disumarne le ossa e portare al rogo per raccoglierne le ceneri. Art. 13° Quando i Municipi demoliranno le tombe inviteranno i particolari che le edificarono, per ritirarsi i marmi, e restituiranno loro un terzo del prezzo esatto pel suolo. Art. 14° Accanto ai templi dei roghi verranno costrutti altri tempietti, nel caso che vi si volessero seppellire in apposite nicchie i cadaveri iniettati, ma per queste concessioni verrà pagato un censo annuo al Municipio, il quale per tutta distinzione non permetterà altro che una lapide di marmo, dove verrà sculta la memoria del defunto. Art. 15° I regolamenti per l'esatte esecuzioni di queste funzioni saranno redatti dai Municipi. Art. 16° Coloro, che sia nella qualità ecclesistica, sia in quella di particolari contravvenissero alle soprascritte disposizioni, verranno dell'autorità arrestati nella flagranza e rimessi al magistrato competente, per esserne giudicati come disturbatori dell'ordine pubblico e condannati da un mese ad un anno di carcere, quando gli atti loro non li rendessero responsabili di pene maggiori per altri reati dei quali furono cagione. Firenze 18 giugno 1867. Salvatore Morelli Deputato" (pp. 32-39) *§* <<NON AMMESSA LA LETTURA>> DISEGNO DI LEGGE Per la riforma della PUBBLICA ISTRUZIONE (trascritto dall'originale) Onorevoli Signori, Il primo pensiero del sapiente legislatore chiamato a fondare un nuovo stato, debba esser quello di formare la mente del popolo ai principii del suo programma. La mente individuale e collettiva non s'illumina che nella scuola, quindi il sapiente legislatore deve far rispondere numericamente e metodicamente questo efficace mezzo di trasformazione ideale allo scopo che si propone. Ha operato così il Governo italiano e la Camera legislativa nello iniziare la grand'opera dell'Unità? Chi ha coscienza d'uomo onesto, di fronte ai fatti dee rispondere che No! Un nuovo stato, sorgendo dalle ruine di piccoli Re feudatarii, alla cui testa era il papato, proponendosi di scalzar questo come ostacolo allo sviluppo delle libertà civili e politiche, di cui facevasi banditore, e più per la fatalità storica legalizzata da' plebisciti, e da voti solenni della / detta / Camera Legislativa, di dare all'Italia la sua legittima capitale Roma, e trasformare le estese proprietà delle manimorte in sorgente di vita morale ed economica, avrebbe dovuto per lo meno prepararsi nelle plebi ignoranti, la cui superstizione poteva essere ostacolo al compimento dei suoi disegni, un'antemurale nella propaganda efficace della scuola gratuita ed obbligatoria. Ma sventuratamente l'ultimo pensiero del Legislatore Italiano sembra sia stato questo: imperocchè per quanto apparentemente nei primi periodi del Governo d'Italia si fosse mostrato ostile alle mene reazionarie del clero, della reazione poi che questo propagava nella scuola dove era ricevuto con predilezione, e del difetto numerico, organico, e metodico della scuola medesima, non si è dato affatto cura. Anzi, se si vuol'essere veridico, tranne poche mutazioni nominali, lo spirito della Istruzione è stato serbato intatto quale si ereditò dal governo dei tirannelli. Perchè nella scuola si è serbato il catechismo, il prete, e tutto ciò che per lo innanzi aveva mantenuto in una crassa ignoranza le classi popolari. E per avere una pruova di fatto in proposito, mi basterà ricordare le tesi di esame che venivano trasmesse dal Ministero

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della Istruzione pubblica ai vari consigli Provinciali scolastici formulate così: - Parlate della natura degli angeli - Si discorra del Sacramento della Eucaristia - E si parli di Dio sulla cena che istituì agli Apostoli!!! Or, dopo questa pruova d'ineluttabile retrivismo, non dobbiamo conchiudere, che la scuola uffiziale sia null'altro che la sagrestia della Chiesa Cattolica? Ed è nella sagrestia della chiesa cattolica che può educarsi la mente popolare a' principii della moralità e della libertà civile? Signori, non c'illudiamo, fra la menzogna e la verità non vi è transazione possibile. Chi vuole l'uomo onesto, il cittadino produttore ed ubbidiente alla legge del dovere, bisogna che gli si apparecchino nella scuola i mezzi di una istruzione efficace, la quale deve cominciare dalla conoscenza di sè stesso, e deve finire nella attitudine di darsi ragione dei fenomeni morali e fisici che si svolgono sotto i suoi sensi. Quel volere mettere "Dio" come prima base della istruzione, secondo l'usanza de' preti, adottata dal nostro governo, è un omicidio morale, perchè la creatura, essendo preoccupata sin dal nascere dall'assurdo dell' "uno uguale a tre", rimane cieca ed ignorante per tutta la vita. Dio è un sovraintelligibile, cui l'uomo non può arrivare mai a comprendere, e del quale acquista solo sparute nozioni pel principio di causalità, passando colla riflessione a traverso gli immensi rapporti cosmici. Presentare Dio all'uomo nascente, digiuno di ogni sapere, è lo stesso che allucinarlo per tutta la vita; a quell'anima piccina Dio produce lo stesso effetto che pruova colui che si attenta a guardare il sole, invece di restare illuminato, rimane cieco! Io che per propaganda ho svolto altra fiata queste materie, non ristarò dal ripetere: che Dio non dev'essere il punto di partenza, ma il punto di arrivo; predicherò sino alla nausea che Dio dev'essere L'ULTIMA NON LA PRIMA PAROLA DELLO INSEGNAMENTO! Quindi il voler mantenere nelle scuole popolari il catechismo, ed il prete, non solo è un tradimento alla coscienza di un popolo che ha compiuta la rivoluzione per passare dagli orrori della superstizione alla luce della verità, ma l'è anche un'offesa grande alla Libertà, imperocchè un paese che ammette libertà di culto non deve escludere dalle scuole popolari coloro che non credono al cattolicismo, dando a queste una impronta puramente cattolica, ma deve schiudere in esse, secolarizzandole da ogni forma religiosa, il seminaio della moralità e della istruzione puramente scientifica e civile. Oltre a ciò, o Signori, il legislatore italiano non rispondeva alle esigenze della istruzione popolare per difetto organico delle scuole, per manumissione della dignità de' maestri, e pel numero ironico delle scuole medesime. Quando vediamo lo studio messo dal clericato per circondare di prestigio la chiesa, che è la sua scuola, onde illudere la fervida immaginazione delle masse, le quali per tal'uopo si rendono volontariamente e diuturnamente sue tributarie, e poi vediamo le scuole ufficiali del Regno d'Italia istallate in luoghi angusti, umidi, tal volta miasmatici, e mancanti de' concreti e de' libri necessari alla istruzione, abbiamo senza dubbio ragion di credere che i ministeri non hanno agito di buona fede, e con questa larva non hanno cercato altro che gittar polvere innanzi agli occhi de' babbei. Del modo osceno poi ed irriverente usato verso i maestri dei sue sessi, non è a parlarsene: basta ricordare, che il maestro, quest'apostolo cui è confidato l'augusto incarico di creare lo spirito dell'avvenire nella coscienza delle generazioni, si assimila alle meretrici, chiedendogli per l'esercizio del suo ministero la famosa Patente, e non si giudica più degno di un servitore da livrea, dandogli per emolumento quel meschinissimo di 50 o 60 £ire al mese. Per l'Italia questo disprezzo alla intelligenza non è cosa nuova, perchè tranne gli uomini del privilegio, i liberi pensatori furono sempre dannati alla miseria, per la quale, quando non si ebbe il coraggio di morir di fame, la intelligenza o deviò o si prostituì. Ma era sperabile che tale miserando spettacolo, il quale nella storia nostra, s'elevava come un delitto della coscienza nazionale, venisse cancellato dall'opera del Governo chiamato ad iniziare una nuova era di

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riparazione. Però questa speranza come tant'altre fallì e le appreziazioni del governo italiano su' maestri di scuole e sulle libere intelligenze furono le stesse di quelle del Papa. Io diceva, Signori, che il numero delle scuole fondate dal Governo Italiano, e da' Municipii sotto la sua suprema direzione era un'Ironia, imperocchè le scuole debbono rispondere all'esigenze degli analfabeti, e volendo stare anche alla statistica poco esatta del Ministero di istruzione pubblica, in quelle già fondate ascendenti appena al numero di sei o settemila!? non solo non vi è la possibilità locale di farvi entrare diciassette milioni di discenti, ma statuisce una marcata ingiustizia, un odioso privilegio, il quale ammette taluni alla istruzione, e ne esclude la maggioranza, mentre dal primo fino all'ultimo pelapiede da trivio paga allo Stato tanto di tributi, da dargli diritto a questo benefizio. Il Legislatore giusto non volendo imitare l'America, che impone una scuola per ogni 300 anime, dovrebbe almeno farne erigere una per ogni 600. Vi è anche di più. Fra gli errori di questo importante ramo della pubblica amministrazione, e questo consiste nell'avere il Legislatore italiano trascurate le categorie che nella Scuola avrebbero dovuto dare completo svolgimento agli istinti speciali del nostro popolo, e fornire così nella varietà de' criteri razionali la vera forza dello stato, la vera sorgente della pubblica e privata ricchezza da cui solo possono crearsi risorse finanziarie, costringendo col genio produttore l'uberifera natura a produrre il colmo degli spaventevoli dissavvanzi. Di fatti il nostro popolo è eminentemente agricolo, e di agricoltura nè si parla nella scuola, nè si presentano col concreto di macchine e di altro gli splendidi risultati che la Scienza fa sperimentare ad altre provincie del mondo meno fortunate di noi. In Italia vi è l'accattonaggio sistematico dei due sessi disteso su vaste proporzioni, allevato dal vecchio dispotismo politico ed ecclesiastico col proposito di far delle Donne meretrici, e degli uomini tanti truffaldin da galera. Ebbene l'unico mezzo per cancellare questa vergogna era quello di creare opifici industriali, ove raccolte delle genti, e disciplinate al lavoro del capitale privato, avrebbero avuto da alimentarsi, da vestirsi, da istruirsi a' doveri morali, e civili, e mercè il frazionario risparmio giornaliero, apparecchiarsi un'appannaggio per l'avvenire. Di questo potentissimo mezzo moralizzatore, il Legislatore non si è dato caso, tanto che può dirsi che non ha demolito, nè edificato, accettando intorno a questo delicato argomento, la vieta eredità dei vecchi governoli senza benefizio d'inventario. Nulla dico poi circa alle prescrizioni regolamentari della scuola. Purchè il cittadino impari a leggere, scrivere, computare, ed a farsi il segno della santa croce, si crede essersi sdebitato verso di lui e verso la patria di quanto occorre ad essere uomo ragionevole e produttore. No, Signori, questo è un'altro errore che trascina a funeste conseguenze. La scuola deve fare conoscere all'uomo che cosa Egli è, e quale missione debba adempiere sulla terra: per conseguenza la scuola debba essere fornita degli scheletri umani, debba avere macchine di fisica e chimica, per ispiegare al discente i fenomeni più comuni della vita, la scuola deve infine aprire al genio popolare le porte dell'avvenire, apparecchiando chi n'è degno agli slanci fortunati, cui finora il privilegio rese possibile le alte classi sociali. Sicchè pe' figli della gleba, sempre miseri e sempre abbietti, sorga nell'animo la voluttuosa speranza, che svolgendo le facoltà dello spirito, raggiungano un giorno le alte magistrature dello Stato. Quello che io ho avuto l'onore di dirvi intorno alle scuole comuni, va ripetuto ancora pe' Licei, Ginnasii, Collegi, Scuole Tecniche, ed Università. Falsato l'indirizzo in principio, le medesime inconseguenze seguono nelle diverse gradazioni di queste istituzioni. Tutto vi è imperfettamente organato, e tutto sempre par disposto al fine di fare degli uomini nascenti non de' liberi cittadini, coscienti del diritto e del dovere, ma di formare invece una generazione di sagrestani, egoisti, snervati e senza dignità. Questo triste andamento della pubblica istruzione, diretta dallo Stato, dimostra la necessità logica accennata da tutti i buoni pensatori, che essendo cioè la istruzione mezzo alla educazione, e la educazione tutta quistione di famiglia, niun'altro avrebbe potuto ben dirigerla quanto i Municipii, che assumono la civile paternità della famiglia. L'ingerenza dello Stato invece di far bene, fa male, anzi distrugge

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le feconde risultanze dell'intelligenza coltivata. Quindi, quando lo Stato ha dato fuori una legge che regoli l'andamento della Pubblica Istruzione, il resto debba lasciarsi al Comune, il solo vivamente interessato perchè essa prosperi, e raggiunga il fine dell'umana perfettibilità. Da ciò, onorevoli Signori, io ho desunto la necessità di proporre l'abolizione del Ministero della Istruzione pubblica, ed in questo medesimo schema di legge riassumere brevemente le norme del come la Istruzione debba essere regolata nelle sue graduali esplicazioni, sperando che le Onorevoli S. V. gli facciano buon viso, anche nello scopo di sdebitarci colla Nazione del primo obbligo che nel rappresentarla, abbiamo solidalmente assunto, di darle cioè l'ideale con una istruzione adeguata alla civiltà, la cui mancanza è genitrice del disordine, miseria, e fiacchezza nazionale nella quale dolorosamente versiamo. SCHEMA DI LEGGE Artic. 1° - Il Ministero della Pubblica Istruzione è abolito. Artic. 2° - Sono aboliti altresì i consigli scolastici ed altre consimili istituzioni da esso dipendenti. Artic. 3° - Gl'impiegati dello abolito ministero della Pubblica Istruzione, che ànno capacità spiccata, e non ancora raggiunto gli anni della liquidazione di una pensione di ritiro, o di altro sussidio sufficiente alla vita, verranno tramutati in altri uffizii dello Stato, o raccomandati ai Comuni per utilizzarne il merito nelle cariche insegnanti od in quelle dello Ispettorato. Artic. 4° - La pubblica Istruzione rimane affidata a' Consigli Comunali, i quali d'oggi innanzi assumeranno l'obbligo di farla prosperare con tutti i mezzi consentiti dalla Legge. Artic. 5° - Essi provvederanno allo organamento delle scuole, alla nomina degli insegnanti de' due sessi, ed a quella de' sottoispettori mandamentali, i quali verranno eletti sempre per concorso, sia di merito, sia d'esperimento. Artic. 6° - Essendo le donne più attuose alla comunicazione delle verità alle creature nascenti, i Municipii cureranno che fossero queste preferite nello insegnamento nelle scuole de' ragazzi, che non ancora raggiunsero i sette anni della vita. Artic. 7° - Le patenti di qualunque natura sono abolite. Gl'insegnanti invece, che dietro concorso verranno approvati, riceveranno dal Comune un Diploma corrispondente, ed il passaggio degli studenti pe' gradi accademici verrà fatto sul testimonio di un semplice certificato di assistenza. Artic. 8° - In ciascuna Provincia vi sarà un Ispettorato Generale nominato dal Consiglio Provinciale, il quale conferirà co' Sotto Ispettori dei Mandamenti per sempreppiù migliorare lo sviluppo della istruzione pubblica, specialmente in quei luoghi ove deficienza di mezzi, o negligenza municipale non facesse prosperare le Scuole. Artic. 9° - I Sottoispettori detteranno due volte la settimana lezioni di Pedagogia a' cittadini dell'uno e dell'altro sesso, che vogliono imprendere la Carriera insegnativa. Artic. 10° - L'istruzione sarà gratuita ed obbligatoria. Sicchè ogni cittadino avrà l'obbligo di andare e di mandare a scuola i figli e dipendenti suoi. Artic. 11° - Coloro che trascureranno quest'obbligo, saranno prima avvertiti, poscia ammoniti dall'Autorità Municipale, e da ultimo tradotti innanzi al Pretore Urbano per essere condannati o ad una multa rispondente alla loro entità finanziaria, o alla detenzione, la quale si estenderà da cinque giorni ad un mese. Artic. 12° - In ciascun Comune vi sarà aperta una Scuola per ogni 600 anime. Artic. 13° - La Scuola sarà fondata sempre nel più decente, spazioso, e salutifero abitato del Comune, ed oltre ai mezzi concreti per imparare il leggere, scrivere e computare, vi saranno apparecchi anatomici, onde l'uomo nascente acquisti conoscenza del proprio organismo e sappia come conservarlo, e usarne igienicamente. Conterrà del pari in rilievo le carte geografiche per dargli la nozione del mondo nel quale entra nuovo ospite, ed infine per fargli conoscere le proprietà de' corpi e spiegarne i fenomeni, bisogna che vi sieno nella Scuola macchine economiche di Fisica e Chimica. Oltre a ciò gli si stilleranno nella mente le leggi del dovere e del diritto, perchè sappia quel che deve, e quel che non deve fare.

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Insomma la Scuola deve contenere ogni mezzo atto a determinare nell'animo del cittadino nascente gli essenziali criteri, che costituiscono la logica della vita. Artic. 14° - È vietato insegnare nella scuola il Catechismo cattolico o di altre religioni; nè di ammettervi allo insegnamento le così dette suore o figlie della Carità, o chi eserciti il sacerdozio di qualunque religione. Artic. 15° - Nella scuola debbonsi insegnare i principi della libertà e moralità civile, che son comuni a tutto il Genere Umano. Chi vuole la religione la impari nella Casa, o nella Chiesa. Artic. 16° - Oltre alle Scuole Elementari, ogni Comune avrà una scuola d'agricoltura pratica, e quelli marittimi una di nautica, le quali saranno aperte in tutti i giorni ed anche la Domenica per la istruzione di ogni classe. Artic. 17° - Ne' Comuni di seimila abitanti, vi sarà anche una scuola che raggiunga i gradi della quarta classe. Artic. 18° - Nei Comuni di diecimila abitanti verrà istituita una Scuola Tecnica, ed un Opificio industriale, dove si raccoglieranno gli operai nascenti de' due sessi, che non hanno modo per istruirsi ed alimentarsi. Il Comune con capitolati che offrono alla Industria privata il vantaggio di vaste località, quali potrebbero essere i Conventi disabitati, e la forza di quattro o cinque cento braccia, metteranno volentieri macchine e capitali, e si obbligheranno dalla produzione istruire, alimentare, vestire, e formare con un tenue risparmio giornaliero, un appannaggio per ciascuno di quegli operai, quando volessero recarsi fuori lo stabilimento. Artic. 19° - Ciascuna città, che raggiunga i ventimila abitanti, avrà un Liceo ed un Collegio per le classi più agiate, e per coloro che vogliono conseguire i gradi accademici nelle speciali branche dell'umano sapere. Dove vi è la possibilità, il Municipio curerà fare istituire Asili Infantili, i quali saranno affidate alle cure materne di donne italiane. Artic. 20° - I Comuni che vorranno conservare i Ginnasi, Collegi e Licei fondati dal Ministero della istruzione pubblica, dovranno uniformarsi allo spirito della presente legge, secolarizzandone la Istruzione. Art. 21° - I regolamenti speciali delle scuole de' Comuni, de' Collegi, de' Licei e Ginnasii, Scuole tecniche, Opifizii industriali ed Asili Infantili verranno redatti, discussi ed approvati da' Consigli Comunali, e quindi, passati alla revisione della Giunta Provinciale, nel solo scopo di vedere se la legge fu osservata, saranno messi in esecuzione. Artic. 22° - Le Università rimarranno sotto la giurisdizione del Municipio dove esistono. Il Consiglio Comunale assumerà l'obbligo di far sì che le Università rispondano allo scopo della loro istituzione, costituendo in esse la Enciclopedia dell'umano sapere, dalla Cattedra di Pedagogia fino all'ultima gradazione accademica dello scibile. Artic. 23° - Lo schema pratico delle nozioni antropologiche, che deve servire di Programma al Professore di Pedagogia, verrà formolato elementarmente dal corpo accademico, concorrendo ciascuna specialità per la parte che la riguarda. Artic. 24° - Il Monopolio delle cattedre è abolito. Ogni libera intelligenza che ha titoli sufficienti per montare una cattedra, avrà dal Comune licenza d'insegnare nelle università, e salva l'eccezione di qualche illustrazione nazionale, ogni professore riceverà il soldo corrispondente, quando si sarà constatato dallo esperimento di un anno, che sia stato udito con asseveranza da non meno di cinquanta giovani, e ne abbia nudrito bene la mente ed il cuore con lezioni non interrotte e coscienziose. Artic. 25° - I Comuni cureranno che nelle Università non manchi l'insegnamento delle nuove scienze, come sarebbe quella della Omeopatia, la quale come progredisce ne' suoi sperimenti a bene della umanità in America, in Germania, in Inghilterra ed in Francia, così deve anche fornire alla nostra penisola i suoi lumi per lo scongiuro de' mali, costituendo nelle Università italiane, e negli Ospedali clinici i mezzi di esplicazione per rivelare i veri raccolti della esperienza.

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Artic. 26° - I Regolamenti delle Università verranno redatti dal Corpo Accademico, e sottoposti alla approvazione del Consiglio Comunale presso cui hanno sede, e riveduti per semplice modalità legale dalla Giunta Provinciale, dopo di che avranno vigore. Artic. 27° - Le tasse universitarie sono abolite. I giovani studenti pagheranno nello ascriversi fra le classi universitarie 50 £ire pel corso delle lezioni di ciascun anno. Oltre a questo non sarà esatto da essi altra contribuzione, e daranno gli esami, e conseguiranno le cedole, licenze, e lauree gratis. Artic. 28° - Coloro fra gli studenti universitarii, che constatano autenticamente povertà, verranno dispensati anche dalle 50 £ire del corso annuale. Artic. 29° - Sarà espressamente vietato di formulare preventivamente le tesi sulle quali debbono essere esaminati gli Studenti. La Commissione esaminatrice dovrà formulare nella stessa sala accademica l'argomento su cui vuolsi la pruova, e quando anche il giovane non rispondesse adeguatamente alla formula, ma mostrasse d'avere criteri giusti della materia, e sveltezza intellettiva, bisogna tenerne il debito conto. Artic. 30° - Nessun giovane studente della Università può essere obbligato agli esami annuali. Egli potrà presentarvisi quando crede. Artic. 31° - Le domande per gli esami universitarii saranno fatte in carta semplice senza formalità al Segretariato, il quale avrà cura segnare gli individui nella lista degli esaminandi. Artic. 32° - Gli studenti che invece de' corsi universitarii, frequentano gli studi di privati professori notabili, constatato ciò, debbono essere ammessi agli esami universitarii, pagando però il contributo di istruzione calcolato per tanti anni di corso, per quanti ne esigevano i gradi accademici che cerca conseguire. Quando poi ragioni di povertà provasse che qualche studente doveva assistenza a studi privati per far procaccio di mezzi alla sua famiglia, verrà senza alcuna contribuzione ammesso agli esami universitarii. Artic. 33° - Le Provincie che mandano i loro figliuoli alla Istruzione universitaria, contribuiranno per rate un assegno annuale alle università medesime, quando risulti che la contribuzione pe' corsi non basti alle spese, allo sviluppo, ed al decoro dell'università. Artic. 34° - I reclami degli studenti verranno presentati al Comune, il quale curerà far ottenere loro la ragione che meritano. Quando riguardano il corpo degli Studenti universitari, allora i reclami saranno presentati al Comune da una commissione non più numerosa di cinque individui. Ove i fatti esposti dagli studenti del corpo universitario fossero di tale gravezza da esigere una inchiesta, allora il Sindaco, dietro parere del Consiglio Comunale, ne riferirà senza indugio alla Giunta Provinciale, la quale eretta a Giurì coll'intervento dell'Ispettore Generale, prenderà esame dell'esposto, ed emetterà il suo giudizio. Artic. 35° - Gl'Istituti musicali in forza della presente legge cadranno tutti sotto la giurisdizione del Comune, e questi provvederà perchè si migliorino le sorti dell'arte e degli artisti. Artic. 36° - L'Ispettorato Generale avrà due Segretari, e convocherà nella sua sede centrale tutti o parte dei sottoispettori, che costituiranno un Consiglio d'Ispettorato, quando crede necessario che si prendano deliberazioni pro o contra i Sindaci e Commissioni d'istruzione pubblica delegate da' Consigli Comunali. Artic. 37° - Egli, come l'uomo della Legge, veglierà perchè essa sia eseguita, e quando vede che qualcuno dei Municipii ne viola l'applicazione, ne farà prima reclamo al Sindaco, e poscia, ove questi se ne mostri indolente, denuncierà i fatti alla Deputazione Provinciale, la quale aprirà una inchiesta a carico dei disvolenti, e costituita in Giurì amministrativo, li multerà se rei, corrispondentemente alle gradazioni penali che verranno stabilite in apposito regolamento, redatto per la esecuzione della legge, ed approvato dal Consiglio Provinciale. Artic. 38° - Se nel Comune si trovi uno o più individui dei due sessi, che all'età di otto anni non sappia dopo due anni dalla pubblicazione della presente legge leggere, scrivere, e computare, o manchino delle cognizioni prescritte dalla legge, quando ciò sia avvenuto per

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negligenza del Sindaco o della Commissione pro tempore delegata dal Consiglio, questi saranno non solo puniti colla pena del carcere, ma pagheranno anche solidalmente tanta multa, per quanto è necessario a fare acquistare a quegli individui le cognizioni prescritte dalla legge. Se poi viene constatato che il fatto è imputabile a' genitori o a chi ne assume la tutela, questi subiranno le medesime pene. Artic. 39° - Il Comune assumerà altresì l'obbligo di fare esercitare alla carabina tutti i ragazzi da sette a quindici anni il Giovedì e la Domenica. La medesima Istituzione si riterrà nei Collegi delle classi superiori. Artic. 40° - Per contribuzione dei Comuni, la Giunta Provinciale costituirà un largo premio, il quale verrà aggiudicato a colui o a coloro che avranno scritto il miglior libro pedagogico, in cui si espongano con metodo parabolico ed agevole a svolgere la riflessione de' discenti, le materie prescritte dalla legge, e tutto quello che può rendere l'uomo onesto e laborioso produttore. Artic. 41° - L'Ispettore Generale percepirà il soldo di £ire 500 al mese, ed i suoi Segretarii ne avranno 200 per ciascheduno. Artic. 42° - I soldi dello Ispettorato Generale della Provincia verranno contribuiti gradualmente da tutti i Comuni. Quelli poi de' Sottoispettori saranno a carico de' Comuni de' Mandamenti dove essi esercitano il loro ufficio. Artic. 43 - I Sottoispettori poi avranno il debito di sorvegliare le scuole da essi dipendenti, ed osservare se gli insegnanti de' due sessi adempiono scrupolosamente il loro dovere. Artic. 44° - Gli insegnanti de' due sessi percepiranno ciascuno l'emolumento di non meno di 100 £ire al mese, salvo il premio di 100 fino a 500 £ire, che conseguiranno dopo l'esame annuale, quando sarà constatato di avere bene istruito un numero considerevole di discenti. Artic. 45° - Quest'aggiudicazione verrà deliberata dalla Commissione delegata dal Consiglio Comunale, la quale assumerà, durante l'esame, autorità da Giurì. Artic. 46° - Nelle scuole verranno ammessi aiutanti de' due sessi alla dipendenza de' maestri nominati per concorso dal Consiglio Comunale. Questi aiutanti percepiranno la metà del soldo dei maestri, e dopo due anni di lodevole esercizio, avranno dritto alla proprietà dell'uffizio. Artic. 47° - Quando nel fare i pubblici esami, si riveli ne' figli del popolo genialità straordinaria per la scienza o per l'arte, il Municipio cui appartengono, ne curerà la completa educazione, mantenendoli a proprie spese negl'Istituti dove più inclinano i loro istinti. Artic. 48° - Que' ricchi proprietari che fonderanno a proprie spese Scuole e Opifizii industriali, verranno salutati benefattori della patria, ed il Comune in una lapide collocata sul fronte della sua sede, scolpirà il nome ed il Benefizio su pietra di marmo perchè sia benedetta dalla posterità. Artic. 49° - Sarà coniata una medaglia d'oro, argento e bronzo del merito civile, la quale verrà aggiudicata a' genitori, ai cittadini, a' maestri de' due sessi, agli artisti, agli scrittori distinti, ed a chiunque contribuisce col suo lavoro al miglioramento dello spirito umano, ed al Benessere morale ed economico del paese. Firenze 18 Giugno 1867 Salvatore Morelli. *§* <<NON AMMESSA LA LETTURA>> DISEGNO DI LEGGE Per la reintegrazione giuridica della Donna Onorevoli Signori, Una delle ragioni per le quali l'umanità o non cammina, o procede troppo dubbiamente sulla via del progresso, è appunto quella di avere spostato con artificiali sistemi le cose dalla loro sede naturale, e non avere assegnato a ciascheduna di esse la sfera dei rapporti che le

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compete. Sicchè l'opera del legislatore filosofo per essere oggidì veramente riparatrice, e promuovere il benessere delle nazioni, fa mestieri che inizii la riforma allo scopo di riordinare elementarmente la spostata situazione giuridica degli enti sociali, onde ciascuno di essi riprenda il suo posto, e compia la parte che gli conviene nel lavoro razionale della vita individua e collettiva. È per questa considerazione che io, scorgendo nella Camera la generosa tendenza di migliorare le sorti d'Italia, con leggi provvide e conformi alla missione iniziatrice della terza civiltà del mondo, oso presentare alla sua considerazione il presente schema di legge riguardante i dritti della donna. Imperocchè son convinto che la sua anormalità giuridica sia germe al disordine, alle degradazioni e alle lotte deplorabili, nelle quali non pure Italia, ma la più gran parte dell'umanità geme fatalmente da secoli. Io potrei riassumere in prova dei miei detti una serie infinita di fatti incontestabili narrati dalla storia, ma per non peccare d'importunità verso i sapientissimi miei colleghi rappresentanti, ai quali più che a me stesso sono noti, e per non prolungare la discussione sopra un argomento che la forza dell'intuito appalesa vero a tutti, mi limito a certe considerazioni cardinali, che bastano da se stesse a convincere ognuno della necessità di provvedervi istantemente con un atto legislativo. Voi, signori, non potrete sconoscere nella donna tutte le condizioni, che costituiscono nell'uomo la personalità giuridica, e che ammesse queste condizioni, non pure si ha il debito di riconoscerle, ma di garantirne lo svolgimento. Se l'umanità ha lavato con torrenti di sangue nell'ultima guerra americana l'obbrobrio della schiavitù dei Neri, come può ella mai consentire più a lungo la schiavitù della donna, la quale è la più importante varietà dell'essere umano, anzi è la creatrice, la educatrice ed il movente perpetuo di quest'essere? Come può consentire che colei che deve riscuotere maggior rispetto nella casa e nella società, rimanga destituita dei dritti civili e politici accordati a coloro che ne riconoscono la supremazia e la chiamano col nome di donna, signora? Come può consentire che si neghino a lei causa le prerogative accordate dalle leggi all'uomo, effetto della sua contemplazione creativa? Noi spesso deploriamo nei cittadini violazioni al dritto ed inadempienza del dovere, ma non sappiamo determinare l'origine di questi trascorsi che disturbano l'ordine civile. Ebbene, signori, quei trascorsi mettono capo nel disprezzo sistematico, nel quale la società viziata da' pregiudizi, ha mantenuto sin ora il dritto della donna. L'uomo che è mosso da lei al bene ed al male, non poteva riceverne l'ispirazione al rispetto del diritto proprio ed altrui, quando ella lo vede sconosciuto e manomesso in lei medesima. Quindi da ciò deriva l'inadempienza al dovere, perchè se la società non lo adempie verso di lei, tanto meno ella può ispirare l'uomo ad adempierlo verso altrui. I figli che crescono nelle braccia delle madri schiave improntano nella vergine anima una certa passività, che rimane incancellabile e li accompagna per tutta la vita, anche quando nella condizione di uomini cominciano a godere certe garanzie all'esercizio dei propri dritti, ed alla propria libertà. L'uomo stesso che si connubia alla donna per quella influenza naturale che esercita su di lui, o nesciente, o irritata dalla privazione dei diritti, trova in lei un serio ostacolo che gliene impedisce l'esercizio, lo assonna e quando dovrebbe concorrere volenteroso pel bene della Nazione all'urna o pel bene della città al Municipio, egli o svogliatamente o per preconcetto manca al dovere patriottico con grave danno della cosa pubblica. La chiesa ed il dispotismo corruttori dell'umanità, quando hanno sentito parlare di moralità e di virtù dell'uomo, non se ne sono troppo allarmati, perchè il vero uomo, il più potente uomo, l'Ercole della casa che si chiama donna destituita di dritto, di dignità e d'intelligenza era un perenne lievito di corruzione, e la sua schiavitù neutralizzava agevolmente nell'uomo l'entusiasmo della virtù.

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Oltre a queste considerazioni ve ne hanno dell'altre che riguardano la giustizia, la decenza e la moralità sociale. Come in tutti i paesi del mondo, in Italia la donna è considerata come l'uomo, quando deve fare dei sacrifici verso il comune e verso lo stato. Ella deve pagare tutti i balzelli, che impone il governo - ella deve amministrare i figli alla leva - ella deve dare gli alloggi ai militari ella deve essere posta sotto processo e catturata se delinque, e l'equivalente di tutti questi pesi, di tutte queste gravezze deve essere la ridevole ricognizione di qualche prerogativa giuridica messa nel codice per ischerno, e la irriconoscenza totale dei diritti civili e politici coerenti alla personalità d'ogni cittadino italiano. Così la donna nella casa non ha nome, nel Municipio non ha rappresentanza, nella Nazione non ha rappresentanza, negli uffici pubblici non ha accesso veruno, dall'urna viene esclusa, dalle cattedre viene esclusa, nello Stato non balena mai come altrove la sua figura, di onori pubblici e del merito civile non l'è fatta mai largizione. Se è incontrata solo per via, un guardia di P. S. può impunemente catturarla sotto il pretesto di meretrice e condurla nei sifilicomii per essere sottoposta alla più turpe delle violenze, e quindi rimanere schiava in quella vergogna del secolo importataci dalla bastarda civiltà straniera, che si chiama lupanai o ufficiale. Così questa grande leva della decadenza o della civiltà dei popoli rimane ingratamente destituita di ogni garanzia, e nelle sue ore malinconiche maledice la società ed i legislatori che la tengono in una schiavitù, di cui nei riflessi del suo senso comune sente tutto il peso e l'intensità dolorosa. Signori, dopo tutto questo io vi metto dinanzi un dilemma: la donna la ritenete per cosa o per persona? Riconoscete o negate in lei le facoltà tutte che possiede l'uomo? ammettete o negate in lei la identità del tipo? ammettete o negate in lei una medesima destinazione coll'uomo? Se riconoscete la donna per persona, se ammettete in lei le stesse facoltà che possiede l'uomo, se riconoscete in lei l'identità del tipo rivestito del prestigio della genitura, che la rende più maestosa e solenne, se ammettete nello svolgimento delle sue facoltà, come vi comanda il buon senso, la ragione e la storia, comune destinazione dell'uomo, quale argomento potrebbe affacciarsi per negare alla creatrice dei cittadini, la giuridica caratteristica di cittadino? alla madre degli elettori, dei deputati, dei ministri il dritto di portare il voto all'urna, e di esercitare le altre prerogative politiche concesse all'uomo suo compagno? Signori, coloro che si opporranno a quest'atto di giustizia verso la schiava bianca che ci dà la vita, ci educa, e ci muove dal nascere al morire, non potranno essere che gli eunuchi del Concilio di Trento, ma voi sapientissimi, che vedete in questo rialzar della donna un incremento di forza, d'attività, d'intelligenza nell'uomo individuo e collettivo, voi non sarete fra i pusilli che da questo atto profetizzano disordine nella famiglia e nella società. Il disordine e l'anarchia sono oggi in permanenza, ed accennano ad un decadimento progressivo, giusto perchè la donna che è il primo ente della vita domestica, è destituita dei suoi dritti, e soggiace schiava ed ignorante alla prepotenza dell'egoismo virile. I disvolenti addurranno certo, che accordano questi dritti alla donna, essa si svierebbe dalle cure domestiche, e dall'allevamento ed educazione dei figliuoli, cui è principalmente chiamata dalla natura. No, dico io, ella ubbidiente pur troppo alle leggi del dovere, tralascerebbe tutto, come tralascia il teatro ed altre vanità, quando la natura legislatrice le impone doversi esclusivamente dedicare agli uffici domestici. Questo anche avviene pei padri di famiglia: essi non vanno all'urna e mancano ai doveri civili e politici, quando intime necessità ne fanno loro divieto. Poi io domanderei ai signori, che veggono il finimondo nella reintegrazione dei dritti civili e politici della donna: dal medio evo in qua, la donna ha conseguito qualche diritto; ebbene quale detrimento ne ha avuto la famiglia e la società? Eccoli: voi l'avete imparata a leggere, ed essa vi ha diretta meglio la casa, vi ha educato meglio i figliuoli, e vi ha aiutato col suo entusiasmo alle imprese dell'emancipazione nazionale. Voi le avete dato posto sulle liste dello stato civile, l'avete ammessa ad ereditare, ed essa vi ha generosamente risposto, facendo balenare nella famiglia un certo sentimento di dignità umana fin allora sconosciuta affatto, vi ha

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mitigato i costumi, vi ha migliorato l'economia. Che cosa dovete attendervi dunque dalla sua totale emancipazione? Moralità, sapienza, forza, ricchezza, ordine, dignità, coscienza del diritto e del dovere, e sviluppo di tutti quei beni che rimasero un desiderio vacuo per gl'individui e per le nazioni, dacchè la donna degradata e ridotta letame invece di generare uomini, venne condannata dalla sociale ingiustizia a generar funghi! Un altro argomento su cui si appoggeranno gli oppositori sarà quello dell'opportunità. Essi vi diranno: ma noi siamo ancora immaturi, i nostri costumi non permettono queste riforme. E giusto perchè siamo immaturi bisogna riformare, onde raggiungere la maturità. Quale gente più immatura dei Negri alla libertà, quando per mantenersi schiavi han versato fiumi di sangue, ed hanno massacrati i maestri di scuola, che sentivano la carità civile d'illuminarli? Con tuttociò la coscienza della civiltà americana, che riconosceva il bisogno morale di effettuire [sic, effettuare] quella grande riforma glie l'ha imposta con la forza, e vi è rimasta benedetta da tutto il genere umano. Il giorno in cui, onorevoli Signori, sarà emanata la legge che eguaglia la donna all'uomo nell'esercizio dei dritti civili e politici, tornerà il rispetto scambievole fra i coniugi, l'uno guarderà nell'altro, non lo schiavo od il padrone, ma il compagno amoroso della sua vita, e quest'armonia domestica dislagandosi nella società, scancellerà quelle uggie spesso fomentate dalla donna schiava, che rendono l'uomo omicida ed assassino dell'altr'uomo. Signori, voci dall'America, voci dall'Inghilterra, voci dalla Germania e dalla Francia, voci da tutti gli angoli della nostra penisola s'elevano per reclamare la soluzione di questa quistione umanitaria, e già qualche Parlamento ha proposto l'ammissione della donna al voto politico. Vi lascerete voi scappar di mano l'iniziativa di questa grande riforma? Toglierete voi all'Italia nostra la gloria di essere la prima ad abolire questa turpe schiavitù? Io non l'immagino, e con piena fiducia mi aspetto dalla vostra saggezza, dalla vostra giustizia, dal vostro spirito di umanità l'approvazione del disegno di legge che ho l'onore di presentarvi, il cui ultimo articolo quantunque sembri ridondante, pure ha un ligame intimo coi vantaggi che si attendono dall'emancipazione della donna. Imperocchè mira a correggere un errore del secolo materialista, il quale spende e spande per migliorare le razze dei cavalli e dei bestiami, nulla poi curandosi della crescente degradazione della razza umana. DISEGNO DI LEGGE Art. 1. Riconoscendo nella donna identità di tipo e facoltà eguali all'uomo, giustizia vuole che essa sia eguagliata al medesimo nei diritti civili e politici. Quindi le donne italiane, dalla pubblicazione di questa legge, sono facultate ad esercitare i dritti civili e politici nello stesso modo e con le medesime condizioni che li esercitano gli altri cittadini del regno d'Italia. Art. 2. Le divergenze degli interessi, che potranno verificarsi nel passaggio dal vecchio a questo nuovo regime, saranno composte ed ordinate da appositi decreti. Art. 3. Tutte le disposizioni del codice e di altre leggi suppletorie, che circoscrivevano e limitavano i dritti della donna, rimangono abolite. Art- 4. Le donne italiane, che si mostreranno più diligenti al miglioramento della razza umana, dando alla patria figliuoli di belli e robusti tipi, e li educheranno in modo da farli divenire eroi, pensatori e produttori distinti, avranno conferiti dallo Stato titoli di onore, pubblici uffici, ed anche pensioni vitalizie, secondo il maggior bene che hanno arrecato colla loro opera. Firenze 18 giugno 1867. Salvatore Morelli, Deputato" (pp. 24-31) *§* Unitamente ai tre disegni di legge, è importante leggere anche il manifesto col quale il Generale Garibaldi, il 6 luglio 1867, da Grotta Monsummano, rilevando la sublimità del concetto morelliano di emancipazione, proclamava Alle Donne, Gioventù studiosa e Stampa indipendente d'Italia il suo pieno assoluto sostegno all'iniziativa parlamentare di Morelli:

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"I tre disegni di legge presentati al Parlamento dal Deputato Salvatore Morelli, da me letti attentamente, sono la formula legale di quel sistema di rigenerazione, che mi lievitò sempre nel cuore, ed al quale aspirarono costantemente i buoni patriotti e specialmente voi donne, studenti e giornalisti, la cui voce io udii levarsi tante volte ma infruttuosamente contro un potere di ferro che ha negato finora al gentil sesso i suoi diritti, alla gioventù le garanzie dell'intelligenza, ed alla stampa indipendente la libertà di sostenere la propaganda dei grandi principi. Il concetto del Morelli è sublime, perché è concetto di emancipazione. Egli ha visto la Patria arrestarsi nei suoi progressi morali ed economici, e trovandone la cagione nella ignoranza del popolo, nella degradazione della donna, e nella maligna influenza del prete, invece di ricorrere, come il governo agli ebrei, alle tasse ed alle usure straniere, entrando in Parlamento ha detto: <<la nostra ricchezza come quella di tutte le nazioni sta nella libertà, sta nel pensiero emancipato, sta nei visceri della terra! cerchiamo dunque che il nostro spirito divenga libero, aboliamo il monopolio delle università e della istruzione officiale, animiamo il genio produttore del popolo con la scuola moltiplicata in ogni angolo d'Italia, ripurgata dai pregiudizi e illuminata dalla scienza, ed avremo la ricchezza sufficiente a colmare i deficit ereditati dai barattieri, ed a riacquistare la natìa prosperità>>. Ha detto pure: <<Chi deve amministrare questa ricchezza, bisogna che abbia la coscienza del dovere - la coscienza del dovere non si ha nel foro, se manca in casa - depositaria di questa coscienza in casa, dovrebbe essere la donna - ma questa, degradata e schiava, non comunica all'uomo che la irritazione del suo stato anormale; quindi conchiude logicamente il Morelli: se si vuol dare la coscienza del dovere e la dignità all'uomo, bisogna darla prima alla donna, rilevandola dallo stato di schiavitù nel quale ingiustamente giace, col conferirle tutti i diritti che esercitano gli altri cittadini del regno>>. Da ultimo egli ha detto: <<Ostacolo ad ottenere tali fini in Italia è il clero cattolico. Se non ancora il popolo s'induce a recidere questo cancro che gli divora il cuore, almeno in forza del principio della libertà di coscienza, mettiamolo nel limite degli altri culti, reprimiamone legalmente gli abusi, circoscrivendolo nella chiesa, e togliamogli il pascolo dei morti, adottando, invece dei campisanti che riempiono di miasma le città, il sistema di CREMAZIONE usato utilmente dagli antichi Greci e Romani, non che dagli Italiani, fino al quarto secolo dell'era volgare. Donne, studenti, giornalisti del libero pensiero, l'ispirazione del Morelli formulata in questi disegni di legge, è pratica, e concretizza un intiero sistema che solo può sanarci le piaghe di quello che ora ci tortura, e rialzarci moralmente ed economicamente in pochi anni. Egli è stato il primo rappresentante nell'Europa e nel mondo intero, che ha osato, con audacia senza pari, sfidare i pregiudizi dei secoli, e specialmente di quello inetto e ridicolo nel quale vegetiamo, portando sul campo legale il fulcro delle questioni sociali, che si realizza nell'emancipazione della donna, e dell'umano pensiero. Io spero, io credo, che questo conato altamente generoso del deputato Morelli, cui si ligano gli interessi dei due mondi, non rimanga senza effetto, come non rimase senza frutto l'opera di coloro, che apparecchiarono la grande rivoluzione Francese, formulando i diritti dell'uomo. Tutto il difficile è che la verità si conosca; conosciuta appena, il suo passaggio dallo stato ideale a quello reale è rapidissimo. Coll'emancipazione della donna, si darebbe all'Italia l'iniziativa della più grande riforma, ristaurando la scaduta moralità della famiglia - con la moltiplicazione ed emancipazione della scuola, si animerebbe il genio della gioventù assonnata dai papaveri ufficiali, si scuoprirebbero le miniere della ricchezza, ed usciremmo dalle unghie dell'usura straniera - colla limitazione del culto cattolico nella chiesa scomparirebbero dalle nostre vie le ridicole ed incomode scene, che al dir del Morelli, tolgono all'industria ed al commercio il meglio del loro tempo, e ci fan sembrare viventi nel medioevo.

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Se alle consorterie retrive della Camera parrà indiscreto il Morelli, perché colle sue oneste e patriottiche vedute le disturba dalla contemplazione del disegno di decorticare il popolo Italiano con la nuova tassa sul macinato; a voi donne, studenti e liberi giornalisti, conviene sostenerne e propugnarne i principi con propaganda animata, meeting, petizioni, comitati, e con qualche mezzo valido a produrre nella coscienza pubblica qualunque forza di opinione che fa obbedire legislatori e governanti. Grotta Monsummano, 6 luglio 1867 G. Garibaldi" (pp. 5-7) *§* Tornata del 22 Marzo 1867 (p. 5) ELENCO GENERALE DEI DEPUTATI distribuiti in nove uffizi addì 22 marzo 1867. UFFIZIO IX. ... Morelli Salvatore... *§* Tornata del 1° Aprile 1867 (p. 121 = estratto a sorte per la Commissione generale del bilancio) PRESIDENTE. Riescono estratti a scrutatori della votazione per la Commissione generale del bilancio gli onorevoli De Boni, D'Aste, Curzio, Guttierez, Amabile, Castellani, Ricasoli Vincenzo, Fossa, Morelli Salvatore, Biancheri ingegnete Giuseppe, Polti, Calvo. *§* Tornata del 2 Maggio 1867 (p. 464 = assente alla votazione) PRESIDENTE. Ripeterò la lettura dell'emendamento proposto dal deputato Riga e da altri: <<L'imposta prediale di fondi rustici verrà discussa sulla base del relativo contingente stabilito dalla legge 14 luglio 1864, numero 1831 per l'anno 1867 per i compartimenti catastali delle diverse provincie del regno tranne le venete e di Mantova, come appare dalla unita tabella B.>> Quelli che l'approvano, risponderanno sì a voce alta; quelli che non lo approvano, risponderanno ad alta voce, no. (Si procede all'appello nominale.) Votarono contro: [...] Votarono in favore: [...] Assenti: ... Morelli Salvatore .... Risultamento della votazione: Presenti e votanti 265 Maggioranza 133 Voti contrari 203 Voti favorevoli 062 (L'emendamento è rigettato.) *§* Tornata del 17 Giugno 1867 (p. 1391 = assente alla votazione) PRESIDENTE. Rileggo nuovamente l'ordine del giorno dell'onorevole Di San Donato per vedere se è suscettibile di divisione: <<La Camera, riservando alla discussione dei bilanci del 1868 la questione della dotazione dei teatri demaniali, dà intanto facoltà al Governo di adottare quei provvedimenti che riputerà indispensabili ad ovviare alla chiusura dei teatri medesime e delle scuole annesse.>> [...] Voarono contro. [...] Votarono in favore. [...] Assenti: ... Morelli Salvatore... Risultamento della votazione: Presenti e votanti 262 Maggioranza 132 Votarono contro 172 Votarono in favore 090 *§*

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Tornata del 19 Luglio 1867 (p. 2441 = si associa ad un emendamento proposto all'articolo 2, del disegno di legge sull'asse ecclesiastico) PRESIDENTE. Gli onorevoli Mezzanotte, De Ruggeri, Catucci, De Luca, Morelli Salvatore, Giunti, Bove, Ungaro, Praus, Abignenti e Minervini propongono che alle parole: <<Tutti i beni di qualunque specie appartenenti agli anzidetti enti morali ecclesiastici soppressi, sono devoluti al demanio dello Stato,>> si aggiungano le parole: <<meno quelli delle cappellanie laicali, de' legati pii e delle prelature laicali, i quali sono devoluti a favore dei compatroni, od eredi dei fondatori.>> *§* Tornata del 28 Luglio 1867 (p. =2861 / p. 2862. Seguito della discussione del disegno di legge per la liquidazione dell'asse ecclesiastico. Approvazione a scrutinio nominale dell'articolo 17, diviso in due parti.) PRESIDENTE. Metto ai voti la prima parte dell'articolo 17 coll'appello nominale. Ne do lettura colla nuova aggiunta della Commissione: <<È fatta facoltà al Governo di emettere, nelle epoche e nei modi che crederà più opportuni, colle norme che sarano stabilite per regio decreto, tanti titoli fruttiferi al 5 per cento quanti valgano a far entrare nelle casse dello Stato la somma effettiva di 400 milioni.>>. Chi approverà questa prima parte dell'articolo risponderà a voce alta sì; chi non la approverà risponderà a voce alta ino. (Si procede all'appello nominale.) Votarono in favore: ... Morelli Salvatore ... PRESIDENTE. Si procede alla votazione per appello nominale sulla seconda parte dell'articolo 17, di cui darò nuovamente lettura: <<Questi titoli saranno accettati al valore nominale in conto di prezzo sull'acquisto di bene da vendersi in esecuzione della presente legge. Man mano che saranno ricevuti dalle casse dello Stato, verranno annullati.>> Chi approvba questa seconda parte risponderà sì; chi non l'approva, risponderà no. (Si procede all'appello nominale.) Votarono in favore: ... Morelli Salvatore... *§* Tornata del 22 Dicembre 1867 (p. 3370 / p. 3372 = Votazione nominale, e reiezione del voto motivato dal deputato Bonfadini e da altri per l'approvazione della condotta del Ministero) PRESIDENTE. L'ordine del giorno sarebbe questo: <<La Camera, ferma nel proposito di mantenere inviolato il programma nazionale con Roma capitale d'Italia, passa alla votazione.>> [...] MORELLI SALVATORE. Domando la parola per una dichiarazione. (Rumori - vari deputati domandano la parola) [...] PRESIDENTE. Facciano silenzio, o signori; si procederà alla votazione per appello nominale sul seguente ordine del giorno: <<La Camera, prendendo atto delle dichiarazioni del Ministero, di voler serbare illeso il programma nazionale, che acclamò Roma capitale d'Italia, deplora che questo programma siasi voluto attuare con mezzi contrari alle leggi dello Stato e ai voti del Parlamneto; E, convinta che nel severo rispetto della legge e nell'assetto delle pubbliche amministrazioni sta la guarentigia della libertà e della unità, Approva la condotta del Ministero, e passa all'ordine del giorno.>> Coloro che approvano ques'ordine del giorno Bonfadini diranno sì; coloro che lo disapprovano, che cioè vogliono condanare la politica del Ministero, diranno no. (Conversazioni animate) Facciano silenzio se non vogliono che nascano degli errori nella registrazione. (Si procede all'appello nominale.) Votarono in favore:[...]

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Votarono contro: ... Morelli Salvatore... Assenti: [...] PRESIDENTE. Prego i signori deputati a riprendere i loro posti e far silenzio. (Profondo silenzio) Pubblico il risultato della votazione. Presenti 408 Votanti 400 Voti contrari 201 Voti favorevoli 199 Si astennero 008 (Applausi fragorisi dalla sinistra, e dalla tribuna dei giornalisti - Vivi richiami nella Camera.) *§* Tornata del 24 Gennaio 1868 (p. 3720 = alla domanda di votazione per scrutinio nominale sull'articolo 5 del progetto di legge di approvazione del bilancio dell'entrata) PRESIDENTE. Hanno chiesto l'appello nominale sull'articolo 5 della legge in discussione i deputati: Riberi, Oliva, Del Zio, Origlia, Fanelli, Carcassi, Morelli, Assanti Pepe, Andreotti, Cucchi. (Rumori prolungati) Si procederà quindi all'appello. Voci a sinistra. A domani! (Rumori a destra) *§* Tornata del 27 Gennaio 1868 (pp. 3760-3761 / p. 3763 = propone la cancellazione dal bilancio dell'interno 1868 del capitolo 18 bis / Sifilicomi) SALVATORE MORELLI. Propongo alla Camera, la prima volta che ho l'onore d'indirizzarle la parola, la cancellazione di questo capitolo dal bilancio. Esso è ingiusto, perchè in tempi di penuria sottrae una cospicua cifra alle casse dello Stato senza poterne constatare la utilità dell'uso, ed è indecoroso, perchè è la prova legale della tolleranza della prostituzione. Un Governo civile non deve portare la sua vigilanza fino al punto di violare quel che ha di più intimo e di segreto la natura umana. Se lo Statuto vuol rispettata la libertà individuale ed il domicilio del cittadino, con la fiscalità del sifilicomio si viola l'una e l'altro. I sostenitori di questa istituzione hanno potuto avere forse il caritativo pensiero di rendere un servizio alla pubblica salute, ma il mezzo non è adatto al fine; non sappiamo quanto vantaggio abbia essa arrecato all'igiene pubblica, alla moralità certamente ha prodotto gravissimo danno. Col sistema dei sifilicomi pei pubblici lupanai [: lupanari], questi son cresciuti di numero; il meretricio si è aumentato, e la donna, quell'essere da cui noi riceviamo la vita e le ispirazioni, quell'essere che la società ed i Governi dovrebbero tenere più garantito degli altri ed in maggiore estimazione, la donna, dico, è soggetta non solo al dispotismo ed alle prevaricazioni degli agenti di polizia, a certe ristrettezze ed insopportabili angustie, ma anche a deturpazioni usufruite da immorali speculatori che non fanno onore nè al paese, nè alla civiltà del secolo. La prostituzione, o signori, è una piaga sociale come il brigantaggio; se vuolsi dunque guarirle entrambe bisogna rimontare alle cause che le producono. Voi avete fatto tristo sperimento della forza, avete combattuto per sette anni il brigantaggio nelle provincie meridionali, ma questa protesta vivente contro la tirannide del capitale e dei cattivi Governi è rimasta sempre lì; i briganti si sono sempre riprodotti come gli uomini di Cadmo, e, lasciando le altre provincie, oggi posso assicurarvi che in quella di Terra di Lavoro, specialmente nei circondari di Sessa, Carinola e Mondragone, ove per sette anni si trincerò, compiendovi delle ecatombe sanguinose, oggi, signori, malgrado la forza organizzatavi da quel prefetto per combatterlo, non si può fare un passo fuori le mura di quei disgraziati paesi senza essere aggredito. Se con

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la vigilanza dei sifilicomi, e con un sistema di forza vuolsi egualmente combattere il meretricio, gli effetti ne saranno gli stessi: crescerà il meretricio, crescerà l'immoralità, senza che la pubblica salute ne guadagni un iota. Quando dunque sinceramente si vogliano risolvere le due quistioni sorelle della prostituzione e del brigantaggio (Movimenti), ei fa mestieri rimontare alla origine loro che è miseria ed ignoranza. Date al paese la libertà dell'industria, la libertà dei commerci, la libertà di coscienza e tutte le libertà: promovete opifizi industriali e scuole da per tutto, e sarà questa, o signori, la più efficace artiglieria con cui debelleremo il male che si deplora. La cifra che voi installate sul bilancio dello Stato pei sifilicomi è un indiretto sussidio al meretricio: quindi, io a nome della pubblica moralità e del decoro del paese, vi prego di votarne la cancellazione." [...] PRESIDENTE: L'onorevole Morelli Salvatore ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Io ringrazio gli onorevoli membri della Commissione degli schiarimenti dati. Io ripeto, o signori, ho combattuto l'istituzione, ma ho detto pure che le intenzioni di coloro che la promovevano potevano essere umanitarie, giuste, morali, però ritengo che questa istituzione è un male. Io desidero che scomparisca e che si curi convenientemente la piaga sociale da cui è causata. L'onorevole ministro avrà un ben dire che anche egli riconosce la necessità di dovere guarire questa piaga sociale, ma non è solo col dirlo, lasciando in piedi i sifilicomi, che essa si guarisce; non è tenendo sotto la camicia di forza dei lupanai [: lupanari] e fra gli abusi e le prevaricazioni tante migliaia di sventurate, che gli effetti micidiali della prostituzione possono cessare. Bisogna che essa invece sia combattuta nella causa che la produce, ed una volta che i legislatori della nazione hanno constatato con l'esperienza che il rimedio dei sifilicomi è peggiore del male, e che derivando il meretricio dall'ignoranza e dalla miseria, i mezzi logici a combatterlo efficacemente sono le scuole e lo sviluppo industriale e commerciale che diano a tutti i cittadini luce di mente e lavoro produttivo; quando io non vedo dar mano a questi mezzi e veggo il ministro insistere pel mantenimento d'un'istituzione odiosa ed inefficace, conchiudo che non si voglia realmente combattere il male. Comprendo l'imbarazzo del ministro nel dare mano a questa riforma, ma bisogna farla, è il decoro del paese che la reclama, è la giustizia dell'umanità che la esige. Il Governo e la Camera assumono una grande risponsabilità in faccia alla storia ed alla scienza dei mali che non riparano. Quindi ora che ne hanno la propizia occasione rendano omaggio alla pubblica moralità decaduta. Se la miseria e l'ignoranza, come ho detto, mantiene fra noi il brigantaggio ed il meretricio, moltiplicate l'istruzione, assicurate alle classi miserabili la vita con le risorse di larghe istituzioni che diano slancio all'onesto lavoro produttivo, imitate la natura che all'aprirsi del giorno fa trovare all'uccello la sussistenza, e così riuscirete ad ottenere i benefizi che il sistema di forza da voi adottato non potrà darvi giammai. Io mi auguro che la Camera approvi la mia proposta; ma, ove ciò non sia, prego il Governo che, finchè dura il barbaro sistema dei sifilicomi, forche caudine del pudore, le povere sciagurate che vi sono soggette s'abbiano almeno trattamento più adeguato all'umana dignità." [...] MORELLI SALVATORE. Domando la parola. PRESIDENTE. Perdoni: non posso più concedergli la parola, perchè ha già parlato due volte. MORELLI SALVATORE. La domando per un fatto personale. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare, benchè io non abbia ravvisato alcun fatto personale nelle parole dette dai precedenti oratori.

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MORELLI SALVATORE. L'onorevole ministro dell'interno diceva che io ho parlato sulle

generalità... PRESIDENTE. Questo non è un fatto personale. Ha combattute le sue opinioni. MORELLI SALVATORE. Mi ha anche invitato a dare degli schiarimenti.

L'onorevole ministro diceva che io andava sulle generalità nell'accennare fatti che militano contro i sifilicomi ed agli agenti della polizia che l'amministrano. Il ministro ha ragione; ma io, parlando nella Camera, non poteva articolar fatti che offendono il pubblico pudore. Quando l'onorevole Cadorna non li trova nei suoi archivi e voglia che io questi fatti glieli dica in segreto, glieli dirò pure. Credo però che i migliori argomenti per combattere i sifilicomi sieno le sistematiche violazioni ai diritti ed alla libertà della donna, che più d'ogni altro il ministro degl'interni non dovrebbe ignorare... PRESIDENTE. Adesso sì che si allontana dal fatto personale, interpretando anche nella maggiore larghezza. Metto a partito il capitolo 19, Spese diverse, in lire 83,494. L'onorevole Morelli insiste nella soppressione di questo capitolo? MORELLI SALVATORE. Sicuramente. PRESIDENTE. Dunque io metto a partito il capitolo, chi vorrà sopprimerlo voterà contro. (È approvato.) Così, la prima volta che prende la parola alla Camera, Morelli propone con insistenza la cancellazione del capitolo relativo al finanziamento dei sifilicomi. Ovviamente, sapeva bene che, imperante la sifilide, sarebbe stato un danno gravissimo chiuderli. Ciò che fondamentalmente voleva però, era non solo esprimere la sua condanna avverso la prostituzione; ma anche, e soprattutto, richiedere al Governo l'apprestamento dei mezzi idonei a combattere le cause che procurano le piaghe sorelle della prostituzione e del brigantaggio, che sono la miseria e l'ignoranza. *§* Tornata del 4 Febbraio 1868 (p. 3969 // p. 3972 = nella discussione del bilancio 1868 del dicastero di grazia e giustizia si associa alle istanze dei deputati Macchi e Cairoli per la cancellazione dei fondi stanziati per ispese di culto // per un fatto personale risponde al deputato Massari Giuseppe) MORELLI SALVATORE. Dopo la eloquente parola degli onorevoli miei amici Macchi e Cairoli che mi hanno preceduto, non mi rimane troppo da dire. Quindi comincio coll'associarmi ad essi nella proposta di far cancellare dal bilancio dello Stato l'enorme cifra di 2 milioni per ispese di culto. Questa cifra, o signori, non sarebbe giustificabile neppure quando il Governo avesse l'abitudine di dare i conti al paese presentando i consuntivi; e dico che non sarebbe neppure giustificabile, imperocchè la Camera ha dei precedenti in questo campo contro cui non può ribellarsi. Non sono che pochi mesi che in quest'Aula si votava la legge sull'asse ecclesiastico per invertire quella grande proprietà di manomorta a bene della nazione. Ora mi sembra che sia perfettamente una contraddizione quella di vedere sussidiata nel bilancio dello Stato con parecchi milioni la manomorta condannata a non più sussistere. Signori, ricordiamo una volta che il mondo è governato dalla logica, e la logica è vendicativa; contro di essa noi ci siamo sventuratamente ribellati, e tutti i dolori e tutti i mali nostri dal 1860 in qua sono appunto il frutto di questa malaugurata ribellione. Lo Stato non deve immischiarsi di religione; lo Stato dev'essere ateo. Esso non può, non deve comperare col denaro dei contribuenti il paradiso ai devoti. (Bene! a sinistra) Noi ed il Governo abbiamo l'obbligo di amministrare il pubblico danaro ed adoprarlo a sola utilità della nazione, non abbiamo il diritto di malusarlo. Sapete voi, signore, a chi togliete quei due milioni? Li togliete alla produzione per concederli all'ozio; li togliete allo scarno

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operaio che stenta la vita, per concederli alla santa bottega di parrochi grassi e grossi, che passano i giorni nell'ozio, e cospirano contro la libertà e l'unità della patria. E con che cuore poi oseremo noi mantenere questa enorme cifra nel bilancio di grazia e giustizia alla vista della bancarotta che ci minaccia, e della fame che funesta le nostre campagne? Io sono libero pensatore, amo la libertà di coscienza, e rispetto l'uomo cattolico, come qualunque cittadino appartenete ad altra religione. La mia massima in fatti di religione è: Ognun può far della sua pasta gnocchi. Quindi io lascio libero ad ognuno di sussidiare il suo culto, ma non posso permettere che lo Stato vi s'immischi occupandosi dell'altro, quando ha molto da fare e fa malissimo le cose di questo mondo! Delle due l'una: o la maggioranza degl'Italiani è cattolica, ed allora lo Stato non ha uopo d'intervenire, perchè le oblazioni dei fedeli sono più che sufficienti al mantenimento del culto. O i cattolici sono in minoranza, e con qual diritto il Governo può a nome di una minoranza imporre dei sacrifizi alla maggioranza del paese? Quindi, in vista di queste gravi considerazioni, mi associo perfettamente all'ordine del giorno dell'onorevole Cairoli. Rivolgo all'onorevole ministro di grazia e giustizia queste domande, e prometto di non rivenirvi sopra, qualunque sia la sua risposta. È vero che il Governo italiano ha dato al cardinale di Napoli Riario Sforza, oltre la sua cospicua rendita, anche 100,000 lire per mobilia e ristauro del palazzo, e cinque confidenze della rendita di 80,000 lire annue? (Movimenti) È vero che il Governo italiano ha profuso eguali mezzi a tutti i vescovi tornati da Roma, ed è giunto perfino alla fantastica generosità di fornire a spese dello Stato mobili scelti, cortine di raso, ed 80 materassi al cardinale di Benevento? (Ilarità) Trovandomi in questo campo, prego pure l'onorevole ministro a regolarizzare l'esercizio del culto esterno, circoscrivendolo nella chiesa. Certe scene del cattolicismo non sono più di moda; esso va soggetto a trasformazioni come tutte le cose. Se nel medio evo, quando il senso religioso era più diffuso nelle popolazioni, il culto cattolico esercitato fuori della chiesa trovava tolleranza, oggi non più. Oggi la moltiplicità delle credenze gli crea conflitti i quali d'ordinario riescono dannosi alla sua stessa dignità. Io credo che la massima Libera Chiesa in libero Stato sia solo possibile in pratica, quando il culto cattolico è circoscritto nella chiesa. Una volta che esca fuori e si diffonda colla sua liturgia, finisce per assorbire lo Stato, e ci fa indietreggiare di quattro secoli. Diffatti, o signori, ognuno di noi sa quale molestia arrechino alle nostre comunanze le processioni di vario colore, le feste, lo scampanìo continuo e tutto il processo delle cerimonie cattoliche fuori le mura della chiesa. Basti recarsi nella città di Napoli od in altri centri popolosi, per vedere quanto se ne pregiudichi la morale, l'industria, il commercio e l'ordine pubblico. Chiunque professa la scienza o l'arte, suole avere un'officina dove esercita le sue funzioni, Or io domando: se il prete cattolico entra in una di queste categorie, perchè non deve anch'egli compiere i suoi uffici sacri sotto le maestose volte della chiesa, sua naturale officina, e vuole invece invadere le sfere sociali dove deve necessariamente incontrare profanazioni? Nello stesso progetto di legge riguardante la limitazione del culto, io desidererei altresì che l'onorevole ministro prendesse anche di mira il modo sconcio con cui si trasportano fra noi i cadaveri. A prescindere dalle funeste impressioni che esso produce, imponendo il culto particolare ad intere cittadinanze, vi è anche qualche cosa che offende, direi, l'estetica della civiltà. Io non dico: aboliamo la morte; se fosse in nostro potere con un decreto strapperemmo le vittime umane alla sua inesorabile falce; ma facciamo quel che possiamo, diminuiamone almeno l'apparizione che accresce la somma delle terrene angosce. Per tal uopo, credo un bisogno urgente la trasformazione dei campisanti.

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Si è oggimai provato fino all'evidenza che, per quanta cura si ponga nel seppellire i cadaveri, ne esala sempre del miasma che offende la pubblica salute, specialmente nelle grandi città. Sarebbe dunque tempo che il Governo se ne occupi anche perchè lo esige una considerazione di economia sociale per i gravi dispendi che ne sopportano i comuni. (Bene! a sinistra) [...] PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare per un fatto personale l'onorevole Morelli Salvatore. MORELLI SALVATORE. Io non credeva che l'onorevole Massari avesse mai potuto adirarsi alle mie parole, dirette non a lui, nè ad alcuno, ma alla Camera, e non avrei mai potuto immaginare che collo esprimere i miei sentimenti impersonali io avessi recato offesa a qualcuno. Io ho parlato nell'interesse dello Stato, nell'interesse della libertà, e quindi non poteva certamente essere tenero degli uomini che insidiano l'unità della patria ed incoraggiano i briganti a scannare i nostri fratelli nelle campagne delle provincie meridionali (Benissimo!) Non so come si possa venire qui a fare l'apologia di coloro che cantano il Te Deum per l'eccidio di Mentana (Bene! Bravo! a sinistra) Non so come qui si possa fare l'apologia degli uomini... PRESIDENTE. Perdoni, non è più nel fatto personale; le ho dato facoltà di parlare per un fatto personale, ed ora ella prende a confutare l'opinione di un altro oratore; non posso dunque lasciarlo continuare. MORELLI SALVATORE. Dirò all'onorevole presidente che egli ha dato campo all'onorevole preopinante di parlare a lungo e di scagliare verso questi banchi parole pungenti; quindi permetterà per lo meno ch'io respinga le allusioni e giustifichi il fatto mio. Quando poi ella creda ch'io non debba parlare più, risponda il paese per me all'onorevole Massari. PRESIDENTE. Ella deve fare una distinzione. Ho dato la parola all'onorevole Massari per parlare in merito al capitolo, egli era quindi nel pieno suo diritto di svolgere questo tema secondo le proprie opinioni; ella invece ha avuto la parola esclusivamente per un fatto personale, ed ecco in che consiste la differenza. Quindi, quand'ella s'allontana dal fatto personale, il presidente non le può più lasciare la parola. Mi pare che ella dovrebbe essere convinto di questa spiegazione. MORELLI SALVATORE. L'onorevole... PRESIDENTE. Scusi, ella non può più continuare; le ho dato una spiegazione, non ho cercato di provocare da lei una risposta, poichè in tal modo non si finirebbe più. Il fatto personale è esaurito, e do la parola, secondo l'ordine d'iscrizione, al deputato Cairoli. *§* Tornata del 4 Febbraio 1868 (p. 3987 = si associa alla domanda d'interpellanza sopra l'esecuzione delle leggi per la soppressione delle corporazioni religiose e dell'asse ecclesiastico) PRESIDENTE. [...] Annunzio alla Camera ed al ministro di grazia e giustizia che fu presentata una domanda d'interpellanza sull'esecuzione delle leggi 7 luglio 1866, e 15 agosto 1867, relative alla soppressione delle corporazioni religiose ed all'asse ecclesiastico. Sono firmate Cancellieri, Macchi, Pianciani, Oliva, Polti, Merizzi, Guttierez, Morelli Salvatore e Mellana. Prego l'onorevole guardasigilli a dire se e quando intenda che siano svolte queste interpellanze. *§* Tornata del 5 Febbraio 1868 (p. 4001-4002 = nella discussione generale del bilancio della pubblica istruzione presenta e svolge un ordine del giorno) MORELLI SALVATORE. Io ho un progetto di legge sulla riforma della pubblica istruzione, quindi dovrei parlar lungamente dei principi in esso compresi. Ma perchè so che non sarebbe accettato, perchè comincia col chiedere l'abolizione del Ministero dell'istruzione pub

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blica, così prego la Camera a concedermi la sua benevola attenzione, onde invece sottoponga al suo giudizio poche considerazioni che credo indispensabili al miglioramento del sistema scolastico. Le buone idee, o signori, fanno il buon popolo, come le cattive idee ed i pregiudizi lo corrompono e lo degradano. La rivoluzione del 1860 avrebbe dovuto trasformare l'ideale del popolo italiano per dirigerlo alla meta della vita civile e fargli gustare i frutti della libertà. Ma sventuratamente avvenne il contrario, perchè quando si promettea dargli luce e prosperità, si sono invece moltiplicati i mezzi per assicurare l'avvenire del papa e del dispotismo politico. Veniamo ai fatti. Che cosa, signori, ha perpetuato nel mondo il pregiudizio ed il mal governo? La scuola, la scuola elevata dal prete nella chiesa, e la chiesa fondata dai Governi nella scuola. Quindi che cosa avrebbe dovuto fare il regno d'Italia, che si proponea con un programma reciso di combattere il papa? Dovea contrapporre alla scuola della fede la scuola della scienza, a quella del pregiudizio quella della verità. È con le istituzioni, o signori, che si combattono le istituzioni, queste sole hanno la forza di debellarle radicalmente! Quando io ho visto che nella scuola italiana è obbligatorio il catechismo come nella scuola del papa, e che essa non risponde nè per numero, nè per maestri, nè per metodo alla rigenerazione morale d'un popolo che conta diciassette milioni di analfabeti, ho detto tra me: è commedia quella che si giuoca! Si vuole la reazione, non il progresso; si vuole il potere temporale, non Roma capitale d'Italia. Ed ho detto questo perchè io non m'illudo; io credo che chi è con la fede non è con la scienza, e chi è col papa non è con la libertà! (Bravo! a sinistra) Sventuratamente, o signori, i fatti di Mentana ed il rincalzo della reazione mi han dato ragione. Vediamo adesso se ho anche ragione di non volere il catechismo nella scuola, e di volerla moltiplicata ed organata secondo il bisogno. Il catechismo parla di Dio, parla d'un sovrintelligibile, e lo pone come primo dato metodico della istruzione. Sapete voi quale effetto fa sulla creatura nascente la grande figura di Dio? Lo ridico la centesima volta: quello stesso che produce il sole a chi intende fissarlo; invece di riceverne luce, ne rimane accecato, e questo si vuole precisamente dai Governi dispotici che dicono al cittadino: credi, ubbidisci e paga! (Bravo! a sinistra) Con ciò io non voglio già dire che l'uomo non debba saper di Dio; no, questo no, ma dico soltanto che è da se stesso e dai rapporti cosmici che egli deve andare a Dio; che Dio dev'essere il punto di arrivo non il punto di partenza, l'ultima non la prima parola dell'insegnamento. Avendo fatto il contrario finora, cioè avendo messo per primo dato dell'istruzione il sovrintelligibile Dio, è avvenuto che i giovani escano più stupidi dalle scuole di quello che vi entrino. Lo sappia il paese, lo sappiano le madri, lo sappia il mondo ... (Oh! oh!) il catechismo cattolico dato alla prima età infatua, non illumina i loro figliuoli. (Rumori a destra) La scuola installata in buona fede per istruire un popolo e dargli la coscienza delle proprie forze deve lasciare alla chiesa il catechismo e Dio nel tabernacolo; deve guardare l'uomo ed imprimergli nella coscienza i criteri della vira e i dettami del giusto e dell'onesto. Ma si dirà da taluno: voi dite bene, ma come si vince il pregiudizio delle famiglie che vogliono il catechismo nella scuola, altrimenti non vi mandano i loro figliuoli? A questo può rispondersi col rendere gratuita ed obbligatoria l'istruzione, e anche col dichiarare che oramai pel buon popolo italiano le paure di questo pregiudizio sono esagerate. Imperocchè nessuno quanto la plebe napoletana è geloso di certe tradizioni, eppure il giorno in cui l'autorità municipale di quell'illustre paese ha detto: le immagini sante debbono scomparire dalle strade, non vi è stata ombra di disordine.

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Se ricordiamo bene non ve n'è stato neppure quando si sono sciolte le corporazioni religiose ed incamerati i loro patrimoni, e tanto meno ve ne sarà nell'incameramento di quella manomorta del pensiere umano che si chiama catechismo. Per ottenere l'intento della scuola civile, della scuola liberale, come io la intendo, ei fa mestieri che sia organata con una certa decenza e contenga in sè macchine, libri, scheletri e tutto quello che vi si deve insegnare. In ciò bisogna imitare il prete: egli, volendo attirar la gente nella sua scuola, che è la chiesa, l'ha circondata di prestigio. Noi certamente non eleveremo nella nostra scuola le cupole di San Pietro o del magnifico duomo di Firenze, ma neppure la rimarremo nella lurida umidità in cui è collocata oggi. Bisogna anche, o signori, che le scuole siano moltiplicate uniformemente al bisogno dell'istruzione graduale in tutte le classi del popolo, e specialmente in quella infima, più numerosa delle altre. La scuola elementare per questa classe non dico che dovrebbe essere alla ragione di una per ogni 300 anime, come in America, ma almeno di una per ogni 500 abitanti. In questo modo si farà scomparire la grande, la insopportabile ingiustizia di vedere che, mentre in Italia tutti i cittadini pagano le tasse, il godimento poi della istruzione debba essere monopolio di pochi; in questo modo, ripeto, si renderà solo possibile la chiesta sanzione contro i disvolenti. Più, tenendosi conto delle varie categorie, si dovrebbe dare opportunità a tutti i contadini d'istruirsi nell'agricoltura, principale sorgente della nazionale ricchezza. Per raggiungere poi lo scopo di questa istruzione su larga scala, bisogna scegliere i buoni maestri, apprezzarli e rimunerarli bene. Oggi l'ufficio del maestro di scuola segna un deplorevole decadimento, e questa classe illustre bisogna che ad ogni costo si rialzi. Eguale impegno io desidero che si prenda nel riorganamento delle Università. Queste anche della sapienza hanno perduto in parte il loro prestigio natìo per le catene regolamentari da cui sono circondate, e per le vessazioni che impongono alla numerosa gioventù che le frequenta. Io posso attestare alla Camera quanto ne soffra specialmente la vivacissima giovanile falange dell'Università di Napoli! Quello che specialmente urta di più è l'enormezza delle tasse. Le tasse universitarie, signori, come vengono oggi gravosamente imposte sono ostacolo alla più parte dei giovani di compiere luminose carriere. Deh! non si permetta che la Banca, dopo d'aver scamiciato il popolo italiano, ne sequestri il genio fecondo innanzi alle porte delle Università! E con ciò mi accosto al termine delle mie osservazioni; ma, prima di lasciar la parola, voglio rispondere ad una possibile obiezione dell'onorevole ministro. Egli mi dirà certamente: ma da quali casse prenderemo i milioni per organizzare in queste proporzioni e con tanta proprietà le scuole del regno d'Italia? Io spero dileguare questa grave obbiezione con la proposta di affidare le cure alle provincie ed ai comuni. La educazione, o signori, è questione di famiglia che possono risolverla i comuni e le provincie più che il Governo, la cui inerenza ordinariamente la perturba, la limita anzi che aiutarne lo sviluppo. I comuni e le provincie sapranno che il danaro che produce il mille per cento è quello che si spende per le scuole; quindi promuoveranno l'istruzione conformemente ai bisogni della civiltà ed al grande avvenire della patria comune. A schiudere loro dinanzi questa gloriosa opportunità, io propongo il seguente ordine del giorno nella lusinga di vederlo accettato.

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<<La Camera, considerando che l'istruzione popolare ben intesa è la vera sorgente della civiltà, potenza e ricchezza nazionale, invita il Ministero a presentare, col bilancio del 1869, un progetto di legge in cui verrà statuito: 1° Che l'istruzione sia gratuita ed obbligatoria, e, sottratta all'ingerenza governativa, venga affidata alle provincie ed ai comuni, i cui capi pro tempore assumeranno l'obbligo di farla prosperare (Movimenti); 2° Che si fondi una scuola elementare per ogni 500 abitanti; 3° Che in ciascun comune vi sia l'insegnamento teorico e pratico dell'agricoltura; 4° Che nella scuola elementare si debbano soltanto insegnare, da maestri secolari, oltre al leggere e scrivere, le conoscenze necessarie alla vita, ed i principii del giusto e dell'onesto, che sono comuni al genere umano; 5° Che le Università sieno organate in modo da allontanare tutti gli ostacoli che impediscono alla gioventù d'ogni classe di sviluppare i suoi talenti.>> Voci. La chiusura! la chiusura! PRESIDENTE. Essendo chiesta la chiusura, interrogo la Camera se l'appoggia. (È appoggiata.) La metto ai voti. (La discussione generale è chiusa.) *§* Tornata del 15 febbraio 1868 (p. 4336 = annunzio di una sua interpellanza sopra la vessatoria esazione del dazio consumo sulla carne suina macellata da un privato nei comuni aperti) INTERPELLANZA DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE PRESENTAZIONE DI UN DISEGNO DI LEGGE. PRESIDENTE. Ora do lettura di un'interpellanza che vorrebbe fare l'onorevole Morelli

Salvatore al ministro delle finanze. Essa è in questi termini: <<Il sottoscritto chiede interpellare il signor ministro delle finanze sui provvedimenti presi per ovviare alla vessatoria esazione del dazio-consumo sulla carne suina macellata ad uso privato nei comuni aperti.>> Domando all'onorevole ministro se e quando intenda di rispondere a quest'interpellanza. [...] PRESIDENTE. Si dà atto al signor ministro delle finanze della presentazione di questo progetto di legge che sarà stampato e distribuito. L'onorevole Morelli Salvatore ha facoltà di parlare. Voci. Domani! domani! PRESIDENTE. Perdonino, bisogna che l'onorevole Morelli dichiari se accondiscende alla proposta del ministro di finanze. MORELLI SALVATORE. Io aveva presentata questa domanda d'interpellanza sin dai giorni passati; ma essa venne solo annunciata oggi: e siccome appunto nel bilancio di finanze ci è un capitolo il quale riflette il dazio-consumo, io pregherei la Camera a volermi permettere che quando verrà in discussione quel capitolo io potessi fare la mia interpellanza. Voci a sinistra. È nel suo diritto! *§* Tornata del 19 febbraio 1868 (pp. 4451-4452-4453 = la svolge) MORELLI SALVATORE. Domando la parola. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Molte insistenze vennero fatte in quest'Aula al ministro delle finanze, anche, se non erro, dall'onorevole deputato Pepoli, per emettere disposizioni contro

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l'abuso dei pubblicani nell'esigere il dazio-consumo sulla carne suina, macellata nei comuni aperti ad uso privato. Si disse che sotto il pretesto di questo balzello si esercitava un'odiosa inquisizione nel santuario domestico dei cittadini, dei quali, in onta allo Statuto, violavasi libertà e domicilio, destando un malumore che potea generare gravissimi dissidii. L'onorevole ministro promise che vi avrebbe immantinente provveduto; ma dai reclami che pervengono ogni giorno a me e ad altri colleghi dalle varie provincie del regno, si rivela che le cure del più pesante dei portafogli non glielo abbiano finora permesso. Per non intrattenere la Camera con la esposizione di tutti questi reclami, volendo constatare la urgenza della chiesta misura, prima dirò che una Commissione di eletti cittadini di Carinola è venuta a darmi l'incarico di premurarne il Governo, e poi leggerò la seguente lettera di un patriota di Lauro, nella quale è con precisione designata la posizione dei fatti. Questi, dopo aver accennato alla miseria sempre più crescente in quei comuni pel ridestarsi del brigantaggio, viene a dire: <<Son due anni che vige la tassa sulla macellazione dei maiali, e non ancora si è constatato dalle autorità locali, se coloro che li ammazzano per uso esclusivo di famiglia debbano, oppur no, pagare la tassa. Se vogliamo stare alla ragione naturale, la tassa di macellazione dovrebbe colpire il pubblico macellaio che macella per pubblico consumo, e non così il proprietario che uccide per comodo di famiglia. Intanto nell'incertezza, chi paga e chi no lire otto per ogni maiale. S'implora il parere delle autorità locali e non se ne ha risposta soddisfacente. Se il particolare macella per uso proprio e non rivela, eccogli tosto comminata una multa con perquisizione domiciliare. Quindi, fra multa, vacazione e macellazione, non basta il porco per pagare le spese. Deve o non deve il particolare la tassa se uccide un maiale per uso di famiglia? Ecco la risposta che si desidera per sapere se dovremo metterci l'animo in pace e pagare, oppure no, ed esimerci dalle vessazioni che nel dubbio ci vengono imposte.>> Oltre a ciò debbo constatare alla Camera, che i contribuenti i quali han ricorso al magistrato per far risolvere giuridicamente la questione, ne hanno ottenuto sentenze favorevoli, ed io ne ho la prova in una del pretore di Sessa Aurunca, che per dottrina e indipendenza onora la magistratura italiana. Me se una questione eccezionale di questa natura, la quale per la estensività numerica degli interessati si eleva a quistione di ordine pubblico, dovesse subire le fasi delle liti comuni, potremmo da ora conchiudere che il rimedio sarebbe peggiore del male. Imperocchè a niun di noi è ignoto quanto costi il far cause con la procedura del nostro foro. Quindi questo metodo, oltre che sarebbe dispendiosissimo, fomentando il litigio, non darebbe neppure a tutti i numerosi contribuenti di schivare la inquisizione dei pubblicani, perchè la maggior parte di essi, o per ignoranza o per miseria, si troverebbe impossibilitata a procacciarsi una sentenza di assoluzione. Si deve anche tener conto della varietà dei giudizi nei magistrati pel modo diverso di convincersi: laonde potrebbe avvenire che, mentre uno giudica a favore del contribuente, un altro lo condanna, e così, mentre la causa è una, se ne vedrebbe scaturire una rovinosa e mostruosa varietà di effetti. Non è dunque, o signori, coi mezzi giudiziari che può risolversi degnamente e giustamente questa importantissima questione; non è con la giurisprudenza che possono eliminarsi le giuste apprensioni d'una vasta classe di cittadini. La giurisprudenza, dicea Bacone, ut acus nautica polos indicat non statuit, e qui essendovi oscurità nella legge e dubbio nel regolamento, bisogna dettare una norma sommaria, imprescindibile e sicura per tutti. Quindi il responso del Governo è urgentemente richiesto. Il potere esecutivo ha l'obbligo di esprimersi categoricamente per richiamare i suoi agenti nei limiti della legalità, ed impedire

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la loro azione perturbatrice sulla classe suscettibilissima dei contadini che più di ogni altra viene colpita da questo dazio. Se l'onorevole ministro delle finanze ed i suoi colleghi facessero una passeggiata nelle campagne, vedrebbero quanto sia pericoloso ed inopportuno, specialmente oggi, colpire la mensa del povero nell'unica ora di festa consentitagli dalla fortuna, nell'unica soddisfazione apparecchiata col sacrificio di tutto l'anno. Vorrei esigere inquisitorialmente un dazio che non si è mai esatto, e sotto l'impressione di non essere contemplato nella legge, ed in un momento quando il paese insidiato dalla reazione, senza sicurezza pubblica, senza industria, senza commercio, è disilluso dallo sgoverno di sette anni che ha coperto l'Italia delle sette piaghe d'Egitto, a me sembra che non sia opera ragionevole. (Oh! oh!) E non facciamo oh! oh! [:] i fatti non si smentiscono con le interiezioni. Quindi insisto onde il ministro disponga subito l'occorrente, e dico subito, perchè se ritardasse le sue provvidenze, per quest'anno rimarrebbero inefficaci, trovandoci già allo scorcio della macellazione della carne suina. [...] PRESIDENTE. Ha la parola l'onorevole Morelli Salvatore. MORELLI S. Dopo le osservazioni dell'onorevole De Luca, io non avrei altro da aggiungere; soltanto dico che i magistrati si pronunziano perfettamente contrari all'opinione dell'onorevole ministro, perchè non ritengono che il regolamento potesse variare il senso della legge, potesse allargare una giurisdizione che la legge non accorda. Conseguentemente io metto nelle mani dell'onorevole ministro la Gazzetta del Procuratore dove c'è la testè citata sentenza del giudice di Sessa, e spero che le sue provvidenze si conformeranno alla medesima. *§* Tornata del 9 Marzo 1868 (p. 4787 = si associa alla domanda della votazione per appello nominale sopra un ordine del giorno del deputato Corsi concernente il corso forzoso dei biglietti di Banca) PRESIDENTE. <<I sottoscritti domandano l'appello nominale sull'ordine del giorno Corsi o su qualunque altra proposta dilatatoria del progetto di legge per l'abolizione del corso forzoso.>> Firmati: Ricciardi, Origlia, Fanelli, Minervini, Golia, Romano, Miceli, Cucchi, Petrone, Camerata-Scovazzo, Ripandelli, Antona-Traversi, Morelli Salvatore, Bottero. *§* Tornata del 10 Marzo 1868 (p. 4802 = Votazione nominale, e reiezione dell'emendamento del deputato De Sanctis) PRESIDENTE. Comincio allora a mettere ai voti l'emendamento De Sanctis e Pescatore che si riferisce alla prima parte della proposta Corsi, il quale, come dissi, consiste nel conservarne queste sole parole: <<La Camera, preoccupandosi della necessità di togliere dal paese il corso forzato dei biglietti di Banca, >> e quindi nel sopprimere le altre. [...] Si procederà dunque all'appello nominale per la votazione della prima parte di questo emendamento. Coloro che accettano l'emendamento De Sanctis e Pescatore risponderanno sì; quelli che vogliono respingerlo rispondranno no. (Si parla) [...] (Segue l'appello.) Votarono contro: [...] Votarono in favore: ... Morelli Salvatore ... Si astennero: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 352 Votanti 349 Maggioranza 179

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Voti contrari Voti favorevoli Si astennero (La Camera rigetta.)

211 138 003

*§* Tornata dell'11 Marzo 1868 (p. 4811 = domanda la parola in ordine all'urgenza delle petizioni sul brigantaggio, e osservazioni del presidente) MORELLI SALVATORE. Domando la parola. PRESIDENTE. : È contro l'urgenza che la domanda? MORELLI SALVATORE. Io parlo per l'urgenza. PRESIDENTE. Ne ha già parlato uno e basta. Non è ammesso che tre o quattro debbano parlare per ottenere l'urgenza di una petizione. MORELLI SALVATORE. Mi permetta, noi siamo in Parlamento e in Parlamento si deve, almeno, permettere di parlare. (Ilarità) PRESIDENTE. E nessuno glielo vuole impedire. Soltanto bisogna avvertire che non si può imprendere una discussione nell'occasione che si fa la domanda di urgenza per una petizione; quando si riferirà su di essa, potrà parlare finchè vorrà. Ma ora non glielo posso permettere, non essendo un argomento posto all'ordine del giorno. (È dichiarata l'urgenza di questa petizione) *§* Tornata del 12 Marzo 1868 (p. 4851 = presentazione di emendamento o aggiunta alle proposte precedenti dei deputati Ara, Crispi e Minervini) PRESIDENTE. Ora l'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge sul macinato. La discussione ieri verteva sulla questione pregiudiziale. Oltre alle proposte presentate nella tornata di ieri, che sono quelle dei deputati Ara, Crispi e Minervini, di cui fu data lettura, giunsero oggi al Seggio due altre proposte. La prima è dei deputati Cancellieri e Salvatore Morelli, in emendamento od aggiunta a quella presentata dagli onorevoli Crispi, Lazzaro ed altri. Si tratterebbe cioè di aggiungere in seguito alle parole <<dopo le riforme organiche, >> queste. <<e la presentazione dei conti consuntivi per gli esercizi decorsi dal 1860 al 1867. (Movimento e ilarità) *§* Tornata del 14 Marzo 1868 (p. 4911 = sopra una proposta sospensiva della discussione del progetto di legge per la tassa di macinato). PRESIDENTE. [...] Ora passiamo alle proposte pregiudiziali, e primieramente a quella dei deputati Crispi, Lazzaro, ecc. La rileggo: <<La Camera, ritenendo che prima di votarsi l'imposta sul macinato si compiano tutte le riforme che conducano alla diminuzione delle spese ed all'aumento delle entrate, rimanda la discussione della presente legge dopo le riforme organiche, e passa all'ordine del giorno.>> Metto ai voti per alzata e seduta questa proposta. Voci a sinistra. No! no! L'appello nominale! Domandano l'appello nominale per la votazione su questa proposta i deputati La Porta, Fanelli, Giunti, Origlia, Antona-Traversi, Ricciardi, Assanti-Pepe, Bottari, Moretti, Morelli Salvatore, Petrone, Romano e Ripanelli. Si procede all'appello nominale sulla proposta Crispi e Lazzaro. Quelli che vorranno accettarla risponderanno sì, e quelli che vorranno respingerla risponderanno no. Votarono contro: [...] Votarono in favore: ... Morelli Salvatore... Si astennero: [...] Risultamento della vorazione: Presenti 318 Votanti 316

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Risposero No 213 Risposero Sì 103 Si astennero 002 (La Camera respinge l'ordine del giorno) *§*

BRIGANTAGGIO Tornata del 15 Marzo 1868 (pp. 4945-4946 = svolge considerazioni in proposito della petizione di 37 sindaci della provincia di Terra di Lavoro per la soppressione del brigantaggio) PRESIDENTE. [...] Ora la parola spetta all'onorevole Morelli Salvatore. MORELLI SALVATORE. Prima che la petizione dei 37 sindaci di Terra di Lavoro fosse arrivata in Parlamento, patrioti distinti del collegio di Sessa Aurunca, che ho l'onore di rappresentare, m'impegnavano di chiedere urgentemente al Governo mezzi di repressione contro il brigantaggio ridestatosi in modo spaventevole. Io, di conserva agli onorevoli colleghi Palasciano, Pelagalli e Zarone, penetrato della infelice situazione di quegli abitanti, che sono aggrediti, derubati ed uccisi impunemente nelle case, nei templi, nelle città, nelle campagne, ci rivolgemmo al prefetto ed al ministro degl'interni, e dalla stessa sua bocca avete udito oggi come ha già provveduto, inviandovi la forza desiderata. Con questa sarà soddisfatta una delle tre cose domandate nella petizione. Credo però che il Governo abbia anche l'obbligo di soddisfare le due altre, perchè, se come suol dirsi, il primo medico è l'ammalato, niuno meglio di coloro che soffrono la piaga del brigantaggio sa divisare l'opportunità e l'efficacia dei mezzi a combatterlo. Non già che con la forza si possa veramente estirpare; in ciò sono d'accordo con l'onorevole Corte. Con la forza, o signori, potrà distruggersi il fenomeno non la causa che lo produce, il brigante non il brigantaggio, e la storia è li per affermarvelo. È da secoli che le provincie meridionali soffrono il brigantaggio, e da secoli con la forza non si è potuto sradicare. Dunque bisogna vedere d'onde esso provenga per adeguarvi il rimedio. Il feudalismo abolito in diritto e mantenuto in fatto, che congloba la proprietà nelle mani di pochi, ed una immensa massa di proletari infatuata dai pregiudizi che le fanno attendere la manna dal cielo, priva d'ogni lume di sapere, mal vestita, mal nudrita, ospitata in tane da belve, senza sicurezza di lavoro o con salari incorrispondenti al prodotto che ne usufruiscono privilegiati monopolisti, ecco la prima genesi del brigantaggio. Esso, sotto questo punto di vista, può dirsi la voce brutale dell'istinto che si ribella alla sistematica violazione del diritto umano. A questo disquilibrio sociale devesi aggiungere la tradizione del cardinale Ruffo, il quale, per insediare il Borbone sul trono di Napoli, diede alle bande dei briganti che lo seguivano, la licenza di mettere a ruba ed a fuoco i paesi che attraversavano. (Conversazioni.) Sicchè lo Stato e la Chiesa, che col privilegio avevano ridotte quelle masse alla disperazione, alla loro volta se ne servirono per ispogliare i loro nemici. PRESIDENTE. Prego di far silenzio. DI SAN DONATO. Domando la parola per una mozione d'ordine. MORELLI SALVATORE. Il Governo della monarchia elettiva, che assumeva il titolo di riparatore, con questo proposito avrebbe dovuto diminuire i privilegi, allargando la sfera dei proprietari con la divisione al proletariato agricolo dei beni demaniali e delle mani-morte: avrebbe dovuto istruire e moralizzare questa classe infelice, facendole gustare, dopo tanta privazione, i benefizi della giustizia distributiva; avrebbe dovuto in fine renderla attuosa di particolare e pubblica prosperità, con le scuole, con le strade, con la bonifica delle terre improduttive, con gl'istituti agricoli e con la libertà delle industrie e dei commerci.

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Ma, sventuratamente il Governo riparatore non ha fatto che camminare per la stessa via di quello assoluto, peggiorandone i vizi; sicchè se oggi i pesi che si pagano allo Stato sono cresciuti di tre tanti, e la questione della vita è diventata più cocente per lo sviluppo della miseria, qual maraviglia se i più audaci, per non morire di fame, si contentino di morire di piombo? Qual meraviglia se taluni spiriti insofferenti, urtati da qualche ingiustizia si sieno abbandonati alle violenze del brigantaggio come i ferocissimi La Gala? Sì, signori, l'ingiustizia fece briganti i fratelli La Gala. Ecco come. Questi espiavano nel carcere un residuo di pena. Commossi dal movimento del 1860, evasero, formarono una banda di 500 uomini e ponendola agli ordini della rivoluzione, scalzarono il Governo pontificio in Benevento e resero all'Italia considerevoli servigi. Venuto il Governo della luogotenenza, chiesero al segretario di Stato del guardasigilli in Napoli che, in compenso dell'opera pestata, avesse fatto loro espiare la residuale pena, invece che nel carcere, sopra un'isola. Lo credereste? Quel segretario generale che in sulle prime confessava essere modestissima la domanda di quegli sciagurati, finì per neppure concedergliela. Laonde, indispettiti dall'ingiustissimo atto, si diedero in campagna, e perpetrarono le ferocie inaudite che tutti sappiamo. (Rumori d'impazienza.) Da queste storiche affermazioni, che rimenano la responsabilità del malessere alle forme governative, si vede chiaro come siano stati ingiusti coloro i quali pel brigantaggio calunniarono l'indole delle provincie meridionali. PRESIDENTE. Ha finito? LA PORTA. Si ristringa! La Camera si dilegua. Voci a destra. Ai voti! ai voti! Una voce a sinistra. Lasci stare! PRESIDENTE. Cerchi di abbreviare. MORELLI SALVATORE. Mi conceda la Camera ancora pochi minuti e finisco. Potrei aggiungere al già detto moltissimo altro, ma limito il mio discorso a quello che avviene oggi nella provincia di Terra di lavoro. Colà, o signori, non è solo la miseria che crea e spinge i briganti ad atti ferocissimi, ma vi è il soffio della reazione europea accampata in Roma. Se è vero, come riferiscono i giornali, che vennero catturati due antiboini o zuavi, i quali mentivano ["Mentire. ... 2. tr. a. non com. Falsare o falsificare, simulare, fingere e sim." Treccani Online] la divisa di prete per lo scopo di eccitare gli abitanti allo smembramento dell'unità nazionale, io domanderei al signor ministro degli affari esteri: come, egli non chiede conto di queste insidie alla Francia, che copre della sua bandiera il Governo pontificio? O è amica o nemica la Francia all'Italia. Se amica, e perchè permettere queste ostilità all'ordine pubblico delle nostre provincie? Se è nemica, e allora si ritiri l'ambasciatore e ciascuno regolerà gli affari suoi uniformemente al bisogno. Ma io sono certo che il ministro, seguendo l'esempio degli antecessori, non ne farà nulla, come nulla sarà fatto per migliorare le condizioni del regno e guarire il paese dalla piaga del brigantaggio. La pervicacia con cui il Ministero insiste alla votazione della tassa ingiusta e impossibile sul macinato, me ne dà una prova evidente. (Conversazioni e segni d'impazienza.) È, signori, il vizio di un sistema sbagliato che deve andare alle ultime conseguenze pratiche. Coloro che lo adottarono smentirono le promesso della libertà, e si trovarono fatalmente nel campo della forza. Se questo però tormenta il popolo italiano, imponendogli dolori che avrebbesi potuto risparmiargli, non offenderà certamente la grande unità della patria. Essa sta sopra al Governo, al Parlamento, ai partiti, a tutto; e, se qualche cosa dovrà perire nelle perturbazioni cui darà causa la catastrofe politica e sociale d'Europa, questa non sarà certo l'unità nazionale. Voci. Ai voti! ai voti!

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Ecco la reazione di Morelli: "8. Fame e miseria, quando per giunta regna la rivoluzione, vanno inseparabilmente di pari passo col delitto e con la violenza nella più trista sua forma. Ed infatti il brigantaggio, appena disciolte le masnade garibaldesche assoldate di quanto v'ha di più ribaldo in Italia, ripigliò vigore; e le province del Regno d'Italia ne sono di bel nuovo infestate in guisa, da mettere a disperazione gli abitanti. Ma, come era da prevedersi, la lealtà dei diarii ufficiosi del Governo di Firenze ne getta la colpa sul Governo pontificio, che ritrae in aspetto di assoldatore di ladri. Or egli giova vedere comprovato da testimonianze irrefragabili e non sospette, come i più insigni tra i briganti siano piuttosto benemeriti del Regno d'Italia, per avere a suo profitto combattuto contro la Santa Sede ed aiutato le eroiche imprese del Garibaldi e del Cialdini. Eccone la prova. Nella tornata del 15 Marzo il deputato Salvatore Morelli, forse accecato da quel medesimo diavolo che poco prima gli avea ispirato tante bestemmie contro la religione, rivelò che i famosi briganti fratelli di nome La Gala, pei quali ebbero tanta molestia il Governo pontificio ed anche quello di Parigi, ben lungi di essere eccitati dal Governo pontificio, incominciarono a far da briganti combattendo il Papa per far l'Italia. Ecco le parole del deputato Morelli, tolte dagli Atti ufficiali, n. 751, pag. 2960 e 2961: <<L'ingiustizia fece i briganti i fratelli La Gala. Ecco come. [...omissis...] >>." (pp. 117-118, LA CIVILTÀ CATTOLICA Anno Decimonono, Vol. II. Della Serie Settima, Roma 1868 - Digit. Google) *§* Tornata del 30 Marzo 1868 (pp. 5336-5337 = si unisce ad altri deputati sulla domanda della votazione per appello nominale sul punto se debba passare alla discussione degli articoli del progetto di legge per una tassa sulla macinazione dei cereali / voto finale) PRESIDENTE. Siccome è chiesto l'appello nomiale... così si farà la votazione per appello nominale. I deputati che hanno chiesto l'appello nominale appunto su questa questione, sono i seguenti: Avitabile, Ripandelli, Rega, Morelli Salvatore, Cosentini, Giunti, Origlia, Corrado, Curzio, Antona-Traversi, Assanti-Pepe, Chidichimo, Pianciani, Minervini, Mussi, Fanelli e Romano. [...] PRESIDENTE. Si procederà dunque alla votazione nominale, se si debba o no passare alla discussione degli articoli. Coloro i quali voglio si passi alla discussione degli articoli, risponderanno sì, e quelli che non lo vogliono risponderanno no. (Si procede all'appello nominale.) Votarono in favore: [...] Votarono contro: ... Morelli Salvatore... Si astenne: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 347 Votanti 346 Favorevoli 182 Contrari 164 Astenuto 001 (La Camera delibera di passare alla discussione degli articoli del progetto di legge.) *§* Tornata del 30 Maggio 1868 (p. 6354 = Seguito della discussione dello schema di legge per proroga del termine per l'affrancamento del Tavolerie di Puglia. Lettura di uno schema di legge del deputato Cairoli e di altri per il conferimento della cittadinanza a tutti gl'Italiani)) PRESIDENTE. Annunzio alla camera che gli uffizi I, II, III,. VI, VII, VIII e IX hanno ammesso alla lettura il progetto di legge presentato dal deputato Cairoli ed altri. Se ne dà lettura. FARINI, segretario. (Legge)

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<<Articolo unico. Tutti gl'Italiani delle provincie, che non fanno ancora parte del regno d'Italia, sono pareggiati nell'esercizio dei diritti civili e politici ai cittadini dello Stato, purchè, presentando l'atto di nascita ed adempiendo alle altre formalità volute dalla legge, s'inscrivano nei ruoli di un comune di loro scelta.>> Cairoli, ..., Morelli Salvatore ... *§* Tornata del 30 Giugno 1868 (p. 7029 = Seguito della discussione dello schema di legge per la convalidazione di maggiori spese fatte dal 1860 al 1867) PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione sul progetto di legge per la convalidazione di spese maggiori sui bilanci dal 1860 al 1867. Nella tornata di ieri venne chiusa la discussione generale. Si stava per porre a partito l'ordine del giorno presentato dall'onorevole Seismit-Doda, il quale è così concepito: <<La Camera, rinnovando l'invito al Governo di esibire conti consuntivi degli esercizi finanziari del 1860 al 1867, rinvia l'esame di questo progetto di legge alla Commissione generale del bilancio.>> [...] Coloro che intendono approvarla, risponderanno ad alta voce sì; coloro invece che vogliono respingerla, risponderanno ad alta voce no. [...] (Si procede all'appello nominale.) Votarono contro: [...] Votarono in favore: [...] Si astennero: [...] Assenti: ... Morelli Salvatore... Risultamento della votazione: Presenti 220 Votanti 215 Voti contrari 147 Voti favorevoli 068 Si astennero 005 (La Camera respinge il voto proposto dall'onorevole Seismit-Doda.) *§* Tornata dell'8 Agosto 1868 (p. 8054 = sopra un ordine del giorno che sospende la discussione della convenzione per una Regìa cointeressata sui tabacchi) PRESIDENTE. Dunque l'ordine del giorno da mettersi il primo ai voti, è quello sospensivo proposto dagli onorevoli Castagnola, Selle, Malenchini, Ferracciu e Casaretto, a cui si sono accostati gli onorevoli Accolla, Oliva e Bertani. Annunzio che fu chiesta per esso la votazione nominale dagli onorevoli Salaris, Minervini, Marolda, La Porta, Molinari, Morelli Salvatore, Andreotti, Zuzzi, Merizzi, Botta, Catucci, Nicolai e Acerbi. Ne ripeto intanto la lettura: <<La Camera, sospendendo la discussione sulla convenzione della regìa cointeressata, delibera di nominare una Commissione d'inchiesta sull'amministrazione dei tabacchi, e passa alla discussione del seguente articolo unico. <<Il Governo del re è autorizzato a contrarre un prestito fino alla concorrenza di 230 milioni effettivi, mediante lo sconto dei crediti sui beni alienati in virtù della legge 15 agosto 1867, o l'alienazione delle obbligazioni create colla legge stessa, o l'alienazione di rendita pubblica del consolidato cinque per cento, o l'emissione di obbligazioni speciali garantite sul prodotto dei tabacchi.>> Quelli che approvano quest'ordine del giorno risponderanno sì, quelli che non l'approvano risponderanno no. [...] (Si procede all'appello nominale.)

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Votarono contro: [...] Votarono in favore: ... Morelli Salvatore... Si astennero: [...] Assenti: [...] Annunzio il risultato della votazione sull'ordine del giorno del deputato Castagnola: Presenti 385 Maggioranza 193 Votarono contro 201 Votarono in favore 182 Si astennero 002 (La Camera lo respinge. - Movimenti generali) *§* Tornata del 25 Novembre 1868 (p. 8101 = Approvazione del voto motivato dai deputati Correnti e Bonfadni, con cui la Camera passa all'ordine del giorno, associandosi alla riprovazione espressa dal presidente del Consiglio sulle sopra accennate esecuzioni capitali) PRESIDENTE. Ora si passa alla votazione nominale della seconda parte della proposta Bonfadini, cioè all'ordine del giorno puro e semplice, o pel passaggio alle materie che sono all'ordine del giorno. Quelli che sono per l'affermativa risponderanno sì, gli altri no. Votatono in favore: [...] Votarono contro: [...] Si astennero: [...] Assenti: ...Morelli Salvatore... Risultamento della votazione: Votanti 275 Maggioranza 138 Votarono in favore 147 Votarono contro 119 Si astennero 009 (La Camera passa all'ordine del giorno) *§* Tornata del 30 Novembre 1868 (p. 8193 = Discussione dello schema di legge per la cittadinanza agli italiani non regnicoli. Rinuncia alla parola) PRESIDENTE. Do lettura del progetto pel conferimento della cittadinanza agli Italiani delle provincie non unite al regno. <<Articolo unico. Le persone contemplate nell'articolo 1, primo alinea della legge elettorale 17 dicembre 1860, saranno ammesse all'esercizio dei diritti civili e politici nel regno, purchè: a) si iscrivano nei registri dello stato civile di un comune di loro scelta: b) presentino la fede di nascita; c) giustifichino legalmente di non trovarsi nei casi previsti dall'articolo 104 della legge elettorale 17 dicembre 1860.>> [...] PRESIDENTE. Nessuno è iscritto contro. Dopo il deputato Guerzoni è notato il deputato Morelli Salvatore, ma anch'egli è in favore. MORELLI SALVATORE. Rinuncio alla parola. *§* Tornata del 15 Dicembre 1868 (p. 8493 = sottoscrive il progetto di legge dell'on. Bove, concernente l'esercizio della professione degli avvocati) PRESIDENTE. Il Comitato privato ha autorizzato la lettura di un progetto di legge presentato per iniziativa dell'onorevole deputato Bove. Se ne dà lettura.

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[...] PROGETTO DI LEGGE. Art. 1. Gli effetti giuridici del capoverso dell'articolo 47 del regio decreto transitorio 30 novembre 1865, n° 2606, per l'attuazione del Codice civile sono sospesi nella parte concernente l'esercizio del diritto relativo agli onorari degli avvocati. Art. 2. La presente legge andrà in vigore col 31 dicembre 1868. Firmati: Bove, ... Morelli Salvatore... *§* Tornata del 19 Dicembre 1868 (p. 8571 = si annunzia una sua interpellanza sugli indugi che si lamentano nel corso della giustizia penale e sul trattamento dei carcerati) MORELLI SALVATORE. Domando la parola. PRESIDENTE. Perdoni, essendo presente il ministro delle finanze stimo bene innanzi tutto esaurire la discussione della legge che è all'ordine del giorno. Su che cosa domanda ella di parlare? MORELLI SALVATORE. Per una mozione. PRESIDENTE. Dica pure. MORELLI SALVATORE. Malgrado le querele sporte alla giustizia dalle onorevoli persone, la cui rispettabilità è messa in giuoco, senza un'inchiesta formale qual io la propongo in un ordine del giorno, che intendo di presentare, sui sospetti di corruzione che si fanno circolare, le voci insistenti contro la delicatezza dei deputati nell'affare riguardante la regìa cointeressata si diffonderanno da un capo all'altro d'Italia... PRESIDENTE. Ha da fare una proposta? MORELLI SALVATORE. Debbo fare una proposta. PRESIDENTE. La invii al banco della Presidenza. MORELLI SALVATORE. Mi permetta due altre parole ed ho finito. PRESIDENTE. Ma io non posso accordarle più oltre la parola su materie che non sono all'ordine del giorno. La sua proposta sarà inviata al Comitato privato. MORELLI SALVATORE. Ma non è un progetto di legge. PRESIDENTE. Come ho detto altre volte, il presidente è d'avviso di dover inviare al Comitato privato tutte le proposte che vengono al banco della Presidenza e che non si riferiscano a progetti di legge o ad altre materie che siano all'ordine del giorno. *§* Tornata del 20 Dicembre 1868 (p. 8611 / p. 8623 = comunicazione interpellanza al ministro dell'interno. Dichiarazione del deputato Ferraris sulla sua controproposta. Votazione nominale e reiezione del suo controprogetto.) PRESIDENTE. Essendo presente il signor ministro dell'interno, lo prego di dichiarare se e quando intende rispondere ad un'intepellanza dell'onorevole deputato Salvatore Morelli, annunziata ieri alla Camera, sugli indugi che si lamentano nel corso della giustizia penale e sul trattamento dei carcerati. [...] PRESIDENTE. Su questa proposa dell'onorevole Ferraris ed altri è stato domandato il voto espresso, o appello nominale che voglia dirsi. [...] (Segue l''appello nominale.) Votarono contro: [...] Votarono in favore: ... Morelli Salvatore... Si astiene: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione. Presenti 324

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Votanti 323 Maggioranza 163 Votarono contro 200 Votarono in favore 123 Si astenne 001 (La Camera respinge il contro progetto dell'onorevole Ferraris.) *§* Tornata del 21 Dicembre 1868 (p. 8617 = Votazione nominale e reiezione dell'aggiunta suddetta, relativa alla sospensione del pagamento del debito pontificio) PRESIDENTE. Si procede alla votazione nominale sul quarto paragrafo proposto dalla Commissione in aggiunta all'articolo 1, che è in questi termini: <<è sospeso intanto il pagamento del debito pontificio.>> Chi approva quest'aggiunta proposta dalla Commissione risponderà sì, chi non l'approva risponderà no. (Si fa l'appello nominale.) Votarono contro: [...] Votarono in favore: ... Morelli Salvatore... Si astennero: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione. Presenti 324 Votanti 322 Votarono contro 211 Votarono in favore 111 Si astennero 002 (La Camera rigetta.) *§* PROGETTO DI LEGGE PRESENTATO - Anno 1868. "Nomina di una Commissione d'inchiesta sui sospetti di corruzione riguardo alla Regìa cointeressata dei tabacchi (iniziativa Parlamentare) - C.73, 19 dicembre 1868 Numero della proposta 73 - Camera dei Deputati - Sessione 1867 - Proposta presentata dal Deputato Morelli Salvatore nella tornata del 19 dicembre 1868. <<Non fu ammessa alla lettura dal Comitato del 16 del 16 del 1869>> "La Camera delibera, che si nomini dal Presidente una commissione di sette deputati per procedere ad una Formale inchiesta sui sospetti di corruzione che circolano in riguardo della Regìa cointeressata. Salvatore Morelli Al Comitato Presentata alla Camera nella seduta 19 Xbre 1868 N.° 73 Proposta non ammessa alla lettura dal Comitato Privato nella seduta del 16 Gennajo 1869 *§* Tornata del 13 Gennaio 1869 (p. 8676 = Annunzio d'interpellanze intorno all'applicazione della legge sul macinato e ai fatti avvenuti, e discussione su questi argomenti) PRESIDENTE. Gli onorevoli Ferrari, Marsico, Seismit-Doda, Acerbi, Pianciani, CattaniCavalcanti, Miceli, Mussi, Olivieri, Antona.Traversi, Asoroni, De Boni e Morelli Salvatore domandano d'interpellare il ministro dell'interno ed il ministro delle finanze sugli avvenimenti che si ebbero a deplorare in questi giorni relativamente all'applicazione della tassa sul macinato. [...] *§*

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Tornata del 20 Gennaio 1869 (p. 8823 / p. 8831 = Seguito della discussione dello schema di legge per l'ordinamento della amministrazione centrale e provinciale e sugli uffici finanziari. Aggiunta del deputato De Luca F. al 12°, e al 13° articolo) PRESIDENTE. Do lettura dell'articolo 12: <<Gli uffizi ministeriali sono ripartiti in divisioni, a norma e per ragione della materia che trattano. La distribuzione delle materie è fatta con decreto del ministro.>> A quest'articolo hanno proposto un emendamento gli onorevoli De Luca Francesco, Catucci, Melchiorre, De Ruggeri, Pepe, Zizzi, Pelagalli, Grassi, Petrone, Ripandelli, Rossi Michele, Rega, Bove, Botticelli, Olivieri, Curzio, Morelli Salvatore, Carcani e Carbonelli. La Commissione non l'accetta? BIRGONI, relatore. No [...] PRESIDENTE. Il Ministero propone che si aggiunga questo paragrafo: <<Nello stesso modo potranno nei Ministeri della guerra, della marina e degli affari esteri essere istituite direzioni generali interne dalle quali dipendano più divisioni.>> Gli onorevoli De Luca Francesco, Catucci, Melchiorre, De Ruggeri, Pepe, Zizzi, Pelagalli, Grassi, Petrone, Ripandelli, Rossi Michele, Rega, Bove, Botticelli, Olivieri, Curzio, Morelli Salvatore, Carcani e Carbonelli propongono che all'articolo 13 si aggiunga il seguente paragrafo: <<Gl'individui chiamati a codesti uffici conserveranno stipendio e grado di anzianità che avevano, e potranno valersi dei servizi prestati in detti uffici per solo titolo di preferenza in condizioni eguali.>> Ecco lo stato delle proposte relative a questo articolo. Il signor ministro della guerra ha facoltà di parlare. *§* Tornata del 22 Gennaio 1869 (p. 8884 = Seguito della discussione intorno alle interpellanze del deputato Ferrari e di altri sopra i fatti successi in occasione dell'applicazione della legge sul macinato) PRESIDENTE. Perdonino un momento. Si leggerà la risoluzione di cui ha fatto ora cenno l'onorevole Ferrari. (Movimenti di attenzione) Essa è firmata dagli onorevoli Seismit-Doda, ... Morelli Salvatore ... Tamaio. <<La Camera, disapprovando il Ministero perchè siasi ridotto ad applicare la legge 7 luglio 1868, sulla macinazione dei cereali, in modo che rimanessero alterate le disposizioni della legge stessa e violati i diritti sanciti dallo Statuto, passa all'ordine del giorno.>> Il seguito di questa discussione è rinviato a domani. *§* Tornata del 26 Gennaio 1869 (p. 8994 = Votazione nominale e approvazione della proposta del deputato Ricasoli B. di passare all'ordine del giorno) PRESIDENTE. [...] Si pone ai voti l'ordine del giorno puro e semplice su tutti i voti motivati stati proposti, tranne, ben inteso, quelli stati ritirati e quello riservato, degli onorevoli Torrigiani, Paini e Massari Stefano. Chi approva l'ordine del giorno puro e semplice risponderà sì; chi non lo approva risponderà a voce altissima no. (Ilarità) (Segue l'appello nominale.) Votarono in favore: [...] Votarono contro: ... Morelli Salvatore ... Si astennero: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 366 Votanti 364 Maggioranza 184

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Risposero sì Risposero no Si astennero (La Camera approva.)

207 157 002 *§*

Tornata del 2 Febbraio 1869 (p. 9105-9106 = La Camera non essendo in numero, si fa l'appello nominale) PRESIDENTE. A termini dell'articolo 45 debbo dare lettura alla Camera di una proposta giunta al banco della Presidenza, la quale si riferisce tanto alla votazione anteriore, quanto a quella che si dovrebbe fare sulle due proposte, ove si continuasse nella discussione. <<I deputati sottoscritti domandano, per le importanti votazioni di cui si tratta, che si riconosca prima se la Camera è in numero.>> Sono firmati: Pescetto, Minervini, Nicotera, Salvatore Morelli, Curzio, Oliva, Lobbia, Acerbi, Damiani, Petroni. La Camera non essendo in numero, sono costretto a sciogliere la seduta. Voci a destra. No! Si proceda all'appello nominale! PRESIDENTE. Poiché si domanda l'appello nominale, prego i signori segretari di procedervi. Voci a destra. Si stampino i nomi degli assenti sul giornale ufficiale. PRESIDENTE. Saranno stampati. (Segue l'appello nominale.) La Camera non è in numero. *§* Tornata del 16 Febbraio 1869 (p. 9121 / p. 9127 / p. 9131 = Si riprende la discussione dello schema di legge per l'ordinamento dell'amministrazione centrale e provinciale. Aggiunte agli artt. 14, 19, 24) PRESIDENTE. [...] <<Art. 14. Le amministrazioni centrali distinte non possono essere stabilite che per legge. I loro uffizi sono ripartiti in divisioni, giusta le materie. La distribuzione delle materie è fatta con decreto ministeriale.>> Sono proposte a questo articolo alcuni emendamenti. Gli onorevoli F. De Luca, Catucci, Melchiorre, De Ruggeri, Pepe, Zizzi, Pelagalli, Grassi, Petrone, Ripandelli, Rossi Michele, Rega, Bove, Botticelli, Olivieri, Curzio, Morelli Salvatore, Carcani e Carbonelli propongono che si aggiunga al secondo alinea: <<senza eccedere il numero attuale.>> [...] PRESIDENTE. [...] <<Art. 19. In caso di impedimento o di assenza del direttore generale, potrà con decreto reale essere incaricato un capo di divisione di farne le veci.>> Gli onorevoli F. De Luca, Catucci, Melchiorre, De Ruggeri, Pepe, Zizzi, Pelagalli, Grassi, Petrone, Ripandelli, Rossi Michele, Rega, Bove, Botticelli, Olivieri, Curzio, Morelli Salvatore, Carcani, Carbonelli propongono che alla fine di quest'articolo si aggiunga <<senza che ciò gli valesse di titolo a precedenza o promozione.>> [...] <<Art. 24. Ciascun Ministero e ciascuna amministrazione centrale distinta ha uno speciale uffizio di ragioneria, ordinato giusta la legge di contabilità. Gli onorevoli F. De Luca, Catucci, Melchiorre, De Ruggeri, Pepe, Zizzi, Pelagalli, Grassi, Petrone, Ripandelli, Rossi Michele, Rega, Bove, Botticelli, Olivieri, Curzio, Morelli Salvatore, Carcani, Carbonelli propongono l'aggiunta di un secondo alinea in questi termini: <<Nel solo Ministero delle finanze vi sarà un ragioniere generale.>> *§*

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Tornata del 17 Febbraio 1869 (p. 9140 = prega la Camera di decretare d'urgenza la petizione n° 12.470 del signor Ruffini Luigi) MORELLI SALVATORE. Chieggo alla Camera l'urgenza per la petizione segnata col numero 12,470, sottoscritta dall'esimio patriota Luigi Ruffini, e da altri danneggiati politici delle provincie meridionali che coprono uffici dello Stato, i quali domandano che nella liquidazione della loro carriera si computino anche gli anni espiati negli esigli e nelle carceri per l'unità e l'indipendenza d'Italia. Spero che la giustizia riparatrice del Parlamento non esiti a consentirla. (L'urgenza è ammessa) *§* Tornata del 22 Febbraio 1869 (p. 9229 = istanza relativa alla sua interpellanza) MORELLI SALVATORE. Domando la parola. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Sono circa due mesi dacchè io presentati al banco della Presidenza una domanda d'interpellanza al ministro guardasigilli ed a quello dell'interno per inconvenienti gravissimi che si verificano nel corso della giustizia penale e nel regime delle prigioni. Vedendola così lungamente omessa, desidererei che si determini il giorno in cui possa svolgerla, la quale soffre oltre misura, e reclama con urgenza d'essere alleviata da qualche legislativo ed amministrativo provvedimenti. PRESIDENTE. Il deputato Morelli Salvatore desidera interpellare i ministri guardasigilli e dell'interno sugl'indugi che si lamentano nel corso della giustizia penale e sul trattamento dei carcerati. Prego i signori ministri di grazia e giustizia e dell'interno a dichiarare quando intendano di rispondere a quest'interpellanza. DE FILIPPO, ministro di grazia e giustizia. Pregherei la Camera di rimandare la discussione di quest'interpellanza all'epoca in cui si discuterà il bilancio di grazia e giustizia, che non è lontana. Io credo che in quella circostanza sarà il momento più opportuno perchè questa discussione abbia luogo, anche perchè vi saranno altre questioni relative al bilancio medesimo. Spero che l'onorevole interpellante non vorrà incontrare alcuna difficoltà a che sia rimandata la sua interpellanza a quell'occasione. MORELLI SALVATORE. Io accetto, perchè il tempo in cui dovrà discutersi questo bilancio è breve; ma del resto sono dolentissimo dell'indugio posto nel trattare un argomento che, per un Governo libero, quando è trascurato, da questione di giustizia si trasforma in questione d'onore. In ogni modo mi auguro che, anche dopo questo breve richiamo, i signori ministri vogliano fare qualche cosa in pro dei sofferenti. PRESIDENTE. Adunque lo svolgimento della interpellanza del deputato Morelli Salvatore sarà rimandata al tempo in cui verrà in discussione il bilancio di grazia e giustizia. *§* Tornata del 25 Febbraio 1869 (p. 9310-9311 = parla nella discussione per la presa in considerazione della proposta di legge del deputato D'Ondes-Reggio Vito sulla libertà d'insegnamento) MORELLI SALVATORE. La questione posata dall'onorevole D'Ondes-Reggio, è questione madre, di un'importanza gravissima, è la questione delle questioni, a cui si lega l'avvenire, non solo d'Italia, ma di tutta l'umanità. Io non so quale segno sia questo! L'onorevole D'Ondes, il quale rappresenta un principio ed un simbolo come lo rappresentano tutti quanti noi uomini politici, io non so, dico, quale segno sia che egli, oratore rappresentante il partito clericale (ed egli lealmente lo dichiara professandosene correligionario),venga oggi qui a proporre leggi di libertà al Parlamento italiano, il quale ha pronunziato il suo anatema contro il papato; al Parlamento italiano che, nella sua

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missione unitaria ed emancipatrice, ha assunto il dovere civile di abbattere il fanatismo, ed elevare col verbo della libertà il regno della ragione e della scienza? Veramente, o signori, io sono afflitto dalle considerazioni che mi pone dinanzi questo ardito disegno dell'onorevole D'Ondes-Reggio. L'orizzonte d'Europa è oscuro, la reazione si coalizza (Risa a destra) Sì, sì, non ridete, o signori, l'impero si riconnubia al papato (Nuove risa a destra) per ricondurci al medio evo, ed i potenti si armano, non contro i potenti, ma contro i popoli e la libertà. Venire dunque oggi quando il papato minaccia il mondo civile, con la proclamazione di un Concilio ecumenico rivolto a galvanizzare il cadavere del cattolicesimo, metter oggi sul tappeto la questione del libero insegnamento clericale, a me sembra che possa essere un'insidia, una sfida del partito nero al Parlamento italiano; perocchè noi rappresentiamo un principio che è precisamente l'opposto di quello dell'onorevole D'Ondes. I plebisciti ci dicono che noi siamo qui per l'unità d'Italia, e per gli amici dell'onorevole D'Ondes il regno d'Italia non esiste. I plebisciti dicono che noi dobbiamo lottare per rendere all'Italia la sua legittima capitale, Roma, e l'onorevole D'Ondes vuole restituire al papato l'arma possente dell'istruzione e dell'educazione, quell'arma mediante la quale l'Italia, mancipia della reazione, tornerebbe al medio evo. Non basta forse al cattolicesimo tenere in mano la coscienza delle donne, dei fanciulli e delle famiglie? Non bastano ad esso la stampa ed il pergamo, dei quali spesso abusa, il confessionale, il battesimo, la cresima, l'eucaristia, l'estrema unzione, l'ordine sacro ed il matrimonio? (Ilarità prolungata) Queste, o signori, sono armi mercè le quali il cattolicesimo ha in suo potere l'intera società. Dunque cosa vuole? Vuole anche le conquiste della civiltà e del libero pensiero che costarono agl'Italiani umiliazioni e martirii ineffabili? Vuole anche quel pochissimo che ci è riservato, vale a dire il potere di riaffermare la sua micidiale influenza? Questo, o signori, non dobbiamo accordarlo, e se l'accordiamo sarà il nostro suicidio. Quando i preti hanno tutte le garanzie del diritto comune dello Stato come ogni cittadino, non hanno da pretendere altri privilegi. I grandi vantaggi emersi dalla sapienza cattolica, nel processo storico dei secoli, l'umanità li ha giudicati. Se fossero come li predica l'onorevole D'Ondes-Reggio, con una faconda erudizione degna di miglior causa, quest'umanità non sarebbe così ingrata da condannare a morire il papato, nè penserebbe a trasformare le idee ed i fatti, passando nel campo di altre credenze. Io do ragione all'onorevole D'Ondes-Reggio, quando dice che le leggi dello Stato non provvedono bene all'andamento della pubblica istruzione. (Il ministro della pubblica istruzione ride). Non rida, onorevole ministro, non rida! Ella ha una grande responsabilità dinanzi alla nazione; perchè ella invece di farsi condottiere della gioventù nel campo dei nuovi principii e della sapienza civile, le insegna invece il catechismo cattolico. Questo è anche nell'ordine, signor ministro; il suo simbolo si ravvicina di troppo all'onorevole D'Ondes-Reggio; ella sta in mezzo a due Chiese; il suo Ministero è una sagrestia. (Ilarità prolungata) Ripiglio dunque dando ragione all'onorevole D'Ondes della cattiva istruzione che si dà nelle scuole del regno d'Italia. Ma l'onorevole D'Ondes, col suo chiaro intelletto, mi sa dire perchè l'istruzione è cattiva? Giusto per quello stesso motivo, per quello stesso per il quale egli oggi domanda la libertà d'insegnamento, perchè nelle scuole d'Italia vi sono dai 9 ai 14 mila maestri clericali, e la maggior parte degli istituti è organata clericalmente; sicchè può dirsi che essi non hanno uopo di più ampia libertà: ne godono abbastanza. Se io facessi leggere alla Camera le tesi che si danno negli esami, desterei le più grasse risa. Parlate della natura degli angeli. Questa è una tesi, per esempio, data ad un maestro di scuola. Per l'uomo che deve insegnare alle nuove generazioni i criteri della vita, come si lavora, come si produce, quali sono i

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diritti ed i doveri, che cosa è giusto e l'onesto, non comprendo l'importanza della strana domanda sulla natura degli angeli! (Si ride) Come non comprendo bene che può dare un'istruzione, la quale slancia le creature novelle nel mondo delle ipotesi, allontanandole dalla contemplazione della vira reale e delle leggi che la governano. Con ciò certamente si turba la coscienza della gioventù, ed invece di acquistare luce, finisce per perdere anche quella fosforica dell'istituto. Conchiudendo quindi che, amico anch'io della libertà che fa bene, non di quella che fa male, mettendo in istato di miseria, di depravazione, e di pianto l'umana famiglia, non rifiuterò il mio voto alla libertà d'insegnamento, quando vedrò formolato senza equivoci l'insegnamento della libertà. (Bene! a sinistra) Quando l'onorevole ministro dell'istruzione pubblica, mettendosi una mano sulla coscienza e col suo acume ravvisando un po' meglio l'alta sua missione, si dimetterà, perchè, come dissi altra volta, d'un ministro d'istruzione pubblica non c'è bisogno, oppure farà quello che è debito per ridestare il genio italiano alle feconde speranze dell'avvenire, presentando un progetto di legge che proclami i principii della scuola civile, come da quella tribuna inascoltato proposti l'anno scorso, e dopo sei mesi poi ebbi a vedere con dolore che la generosa iniziativa, non curata dal Parlamento italiano, venne presa dall'Austria con le leggi interconfessionali tanto plaudite dal mondo progressista. (Bene! Bravo! a sinistra) *§* Tornata del 25 Febbraio 1869 (p. 9321 = rinnova la domanda fatta in occasione del bilancio del 1868 del ministero dell'interno per la cancellazione dal bilancio 1869 del fondo per i sifilicomi) PRESIDENTE. [...] Capitolo 16 bis. Sifilicomi (Personale). A questo capitolo la Commissione ed il Ministero assegnano la somma di lire 90,000. L'onorevole Morelli Salvatore ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. L'anno scorso io innalzai una protesta contro questa istituzione, che offende la dignità non solo della donna, ma anche del paese. (Ilarità) Io chiesi che questa somma fosse cancellata, il ministro accennò alla necessità di doverla mantenere, ed io pure convengo che nelle condizioni attuali in cui è oggi l'Europa (Nuova ilarità) non si può governare senza postriboli e senza prigioni. Ma non per tanto questa protesta io la reitero a nome dei principii di libertà, che vedo violati impunemente. Desidererei, però, dovendo rimanere quel ludibrio, che l'onorevole ministro provvedesse acciò fosse esonerata dalla tassa vergognosa... (Rumori e ilarità) la sventura di queste infelici, che io chiamo talvolta anche donne generose, e non prostitute... (Rumori di disapprovazione e ilarità vivissima e prolungata) La parola generose, che vi ha mosso a ridere, io l'adopro, signori, giusto per far omaggio alla dignità della donna (Risa), la quale esigerebbe un poco più di rispetto. Io stimo moltissimo la donna e m'interesso alla sua sorte, perchè riconosco, in lei la più potente leva della vita (Scoppio d'ilarità rumorosa), l'arbitra dei destini del mondo, e sono convinto che lasciandola nell'abbiezione non ci è possibilità di morale risorgimento. Questa vostra ilarità, o signori, quando parlo dello stato malagevole e dell'importanza della donna... PRESIDENTE. Prego i signori deputati a far silenzio. MORELLI SALVATORE... mi dice la causa dello scadimento in cui versa oggi il nostro paese, l'Europa e l'umanità intera. (Oh! oh!) Dunque propongo all'onorevole ministro di abolire almeno questa tassa la quale è veramente indecorosa. (Rumori e risa) CANTELLI, ministro per l'interno. Domando la parola. Voci a destra. Non parli! CANTELLI, ministro per l'interno. Io prego l'onorevole Morelli a osservare che qui non si tratta di tassa, si tratta di spesa. Ella potrà parlare di questo quando verrà in discussione qualche tassa.

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MORELLI SALVATORE. In verità io non ne comprendo l'urgenza in senso economico,

quando veggo che pel corpo sanitario e le altre spese si mantiene questa ingente cifra nel bilancio dello Stato. PRESIDENTE. Onorevole Morelli ella è fuori della questione; quell'argomento non riguarda questo capitolo. MORELLI SALVATORE. Io domando spiegazione perchè... PRESIDENTE. Ho già avvertito che non può aver luogo in questo capitolo la discussione sopra la questione che lei accenna. MORELLI S. Se mi permette l'onorevole presidente, allora chiederò da qual bilancio dello Stato risulta ciò che si paga. (Rumori, interruzioni) Se la tassa sulla prostituzione viene esatta, è necessario che noi sappiamo dove si trova collocata e qual uso se ne faccia. LAZZARO. Io non entrerò nell'argomento trattato dall'onorevole Morelli (Ilarità), solamente farò alcune osservazioni dal punto di vista amministrativo relative all'intero capitolo. [...] *§* Tornata del 2 Marzo 1869 (p. 9429 = Emendamenti dei deputati Nervo, De Luca F. al 41°, concernente le nuove attribuzioni date ai prefetti) PRESIDENTE. A quest'articolo è proposto un secondo emendamento concepito in questi termini: <<e senza che siano surrogati nei loro rispettivi uffici.>> Questo emendamento è sottoscritto dagli onorevoli De Luca F., Catucci, Melchiorre, De Ruggieri, Pepe, Zizzi, Pelagalli, Grassi, Petrone, Ripandelli, Rossi Michele, Rega, Bove, Botticelli, Olivieri, Curzio, Morelli Salvatore, Carcani, Carbonelli. È data facoltà di parlare all'onorevole De Luca F. per svolgere questo emendamento. *§* Tornata del 9 Marzo 1869 (p. 9599 = Proposizioni dei deputati Nicotera e Asproni per la concessione di locale e per maggiore spesa per studi ed esperienze) PRESIDENTE. Leggerò la proposta che è giunta alla Presidenza: <<La Camera, riconoscendo tutta l'importanza, perchè l'istituto di chimica applicata in Napoli, affidato alla società di mutuo soccorso degli scienziati ed artisti, riprenda e continui la ragione dei suoi lavori, invita il Ministero a concedere per cinque anni gratuitamente i locali che ora occupa l'istituto e che appartengono al demanio, incominciando la concessione dal gennaio prossimo passato. nel tempo stesso confida che il Ministero, veduto l'avviamento dei lavori, non mancherà di sovvenire l'istituto con qualche incoraggiamento.>> Sono firmati di deputati Nicotera, Consen, Atenolfi, Acquaviva, De Blasis, Salvagnoli, Damis, Del Re, Amabile, Barone, Nisco, Mussi, Asproni, Crispi, Carbonelli, Damiani, La Porta, Lacava, Rattazzi, Gravina, Miceli, Oliva, Pelagalli, Solidati, Cumbo-Borgia, Negrotto, Melissari, Brunetti, Di Blasio, Sprovieri, Assanti-Pepe, Fr. De Luca, G. Romano, Marincola, Giuseppe Massari,Fambri, Masci, Salvatore Morelli, Consentini. *§* Tornata del 15 Marzo 1869 (p. = 9752 = Squittinio nominale e reiezione del voto motivato dal deputato Pisanelli) PRESIDENTE. Lo squittinio nominale è domandato dai seguenti deputati: Nicotera, Melchiorre, Tamaio, Petrone, Mazzarella, Accolla, Antona-Traversi, Morelli Salvatore, Marolda, Molinari, Semenza, Miceli, Salomone, Frappolli, Brunetti. Pongo ai voti la proposta degli onorevoli Bembo e Pisanelli, così formulata: <<La Camera prende atto delle dichiarazioni dell'onorevole ministro dell'interno, e passa all'ordine del giorno.>> Chi approva questa proposta, risponda a voce alta sì; chi non l'approva, risponda no. (Si procede all'appello nominale.) (Il presidente Mari cede il seggio al vice-presidente Mordini.) Votarono contro: ... Morelli Salvatore ...

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Votarono in favore: [...] Si astennero: [...] Assenti: [...] PRESIDENTE. Risultamento della votazione: Presenti 229 Votanti 226 Maggioranza 114 Risposero no 131 Risposero sì 095 Si astennero 003 (La Camera respinge) *§* Tornata del 16 Aprile 1869 (p. 9994-9995 = chiede d'interpellare il ministro degli affari esteri sulla condotta del console italiano a Bukarest verso operai nazionali) DOMANDA DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE PRESIDENTE. Essendo presente il presidente del Consiglio dei ministri, annunzio ad esso ed alla Camera che il deputato Salvatore Morelli desidera d'interrogare l'onorevole ministro Menabrea sulla condotta dell'incaricato italiano a Bukarest verso 500 operai nostri connazionali, addetti all'impresa ferroviaria della linea di Plojewski; come pure sulla condotta di qualche altro agente diplomatico all'estero nel tutelare gl'interessi e la dignità del paese. (Movimenti d'impazienza) Prego il signor presidente del Consiglio a dichiarare se e quando intenda rispondere a questa interrogazione. MENABREA, presidente del Consiglio dei ministri e ministro per gli affari esteri. Io credo che la Camera troverà giusto che si rimandi all'occasione della discussione del bilancio degli affari esteri (Sì! sì!), che mi pare essere la sede opportuna. MORELLI SALVATORE. Ma non è un'interpellanza, è una semplice interrogazione, e siccome non è cosa solita nella Camera il far aspettare la risposta alle interrogazioni che si fanno al Ministero, così mi meraviglio come l'onorevole presidente del Consiglio, che poc'anzi rispondeva ad un'altra, voglia ora rimandare questa. In ogni modo si rimandi pure. PRESIDENTE. Credo che la Camera non si meraviglierà (Si ride), poichè non mi pare questo il momento opportuno per occuparci di codesta sua interrogazione. Evidentemente la Camera desidera venire alla discussione dell'altro progetto di legge che si trova all'ordine del giorno. (Sì! sì!) *§* Tornata del 19 Aprile 1869 (pp. 10051-10053 = si associa alla domanda della votazione per appello nominale sopra una proposta concernente il progetto di legge per l'abolizione della dispensa dei chierici dall'obbligo di leva) PRESIDENTE. [...] Su questa proposta gli onorevoli Nicotera, Tamaio, La Porta, Campisi, Guerzoni, Lacava, Greco Antonio, Solidati, Chidichimo, Bove, Morelli Salvatore, Sprovieri, Cumbo-Borgia, Carini e Arrivabene hanno domandato la votazione nominale. [...] Ne do nuovamente lettura: <<La Camera, approvando i principii ai quali s'informa l'attuale disegno di legge, passa alla discussione dell'articolo.>> Si procede all'appello nominale. Coloro che approvano questa deliberazione, risponderanno sì, quelli che non l'approvano risponderanno no. (Segue l'appello nominale.) Votarono in favore: ... Morelli Salvatore ... Votarono contro: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione:

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Presenti 252 Votanti 248 Votarono in favore Votarono contro Si astennero (La Camera approva)

223 025 004

*§* Tornata del 22 Aprile 1869 (p. 10108 = richiama l'attenzione del ministro delle finanze sopra fatti di agenti fiscali nell'applicazione della legge sul macinato) MORELLI S. L'onorevole ministro delle finanze ieri dichiarava solennemente alla Camera che tredicimila mulini rimangono ancora chiusi in onta allo Statuto che garantisce la proprietà. Non è su questa arbitraria ed odiosa misura, nè sulla imprevidenza supina da cui ebbe origine che io voglio richiamare l'attenzione del ministro. Quello che io intendo sapere è ciò: hanno gli Italiani il dritto di mangiare il loro pane quotidiano? E se hanno questo diritto, come può permettersi il Governo di rifiutare transazioni plausibili che vengono fatte dai municipi allo scopo di riaprire i mulini esistenti nel territorio della loro giurisdizione? La prova di questo fatto scandaloso, signori, io potrei darla alla Camera in molte notizie raccolte sui giornali, ed in lettere private; ma per non tediarla, mi limiterò a riferire ciò che mi viene scritto dal signor Gennaro Mattei, che è uno dei più benemeriti patrioti di Castelforte nel circondario di Formia. In quel paesetto la mancanza del contatore meccanico fece, come nel resto d'Italia, renitenti i proprietari dei mulini a pagare la tassa sul macinato. Il Governo li chiuse, e gli abitanti, malgrado le transazioni presentate dal loro municipio agli agenti fiscali, dovettero sottoporsi per circa un mese alla dura prova di cibarsi di granone bollito. Finalmente si permise l'apertura di due soli mulini sotto la direzione dei contatori viventi. Questo, come, può pensarsi da ognuno, fu rimedio peggiore del male; imperocchè i due mulini non sopperiscono al pubblico bisogno, ed i contatori viventi suscitano sospetti di favoritismo e di abusi che travarcano ogni limite. Quindi io interesso vivamente l'onorevole ministro delle finanze a prendere stretto conto dei fatti da me accennati, per rendere, quanto è possibile, meno pesante, meno disgustosa agl'Italiani la legge sul macinato, riaprendo i mulini, contentandosi delle possibili transazioni, ed imponendo agli esattori fiscali di rispettare la vita e la proprietà dei cittadini contribuenti. Con ciò, in altri termini, io domando al Governo di fare l'esecutore della legge, come è suo debito, non già il Saturno della favola che divora i popoli e le sostanze italiane affidati alla sua tutela. CAMBRAY DIGNY, ministro per le finanze. Io domanderei all'onorevole Morelli se intende di fare una interpellanza oppure una semplice interrogazione. MORELLI SALVATORE. Io non faccio che una semplice raccomandazione al Governo onde questo inconveniente scomparisca senza indugio. È inutile che ci diffondiamo sopra un argomento troppo lamentato. CAMBRAY DIGNY, ministro per le finanze. Io prenderò informazioni su questi fatti che non mi risultano, e poi darò i provvedimenti che saranno opportuni *§* Tornata del 28 Aprile 1869 (p. 10262= A istanza del deputato Lazzaro e di altri, si procede all'appello nominale, dal quale risulta che la Camera non è in numero) PRESIDENTE. Vi è la domanda che si verifichi se la Camera è in numero ... ed è fatta dagli onorevoli Lazzaro, Colesanti, Fabrizi Nicola, Mazzarella, Lobbia, Molinari, Grassi, Damiani, Morelli Salvatore, Acerbi, Carbonelli, Vollaro, La Porta e Botta. (Rumori a destra) Si procederà all'appello nominale. [...]

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(Si fa l'appello nominale dal quale risulta che la Camera non è in numero.) *§* Tornata del 3 Maggio 1869 (pp. 10374-10375 = Approvazione delle due prime parti del voto motivato del deputato Ferraris - Votazione nominale e approvazione della terza parte della proposta del medesimo) PRESIDENTE. Rileggo la prima parte dell'ordine del giorno proposto dall'onorevole Ferraris: <<La Camera, persuasa che i voti della nazione vogliono la maggior unione e concordia di forze per provvedere risolutamente al restauro delle finanze colla più stretta economia e col miglior assetto delle imposte stabilite per legge; Convinta che, fermi in questi propositi, si possa assicurare il naturale ed ordinato svolgimento delle libertà sancite dallo Statuto e dai plebisciti che lo consacrarono...>>. Pongo ai voti queste due parti. [...] PRESIDENTE. Pongo ai voti queste due prime parti dell'ordine del giorno del deputato Ferraris. Chi le approva sorga. (La camera approva alla quasi unanimità.) Leggo ora l'ultima parte, su cui è stato domandato l'appello nominale: <<Udite le dichiarazioni fatte dal Ministero, e confidando che farà in modo che in questo senso venga condotta la pubblica amministrazione, passa alla discussione dei capitoli.>> Quello che l'approvano risponderanno sì, e sono pregati di rispondere a voce alta; quello che non l'approvano risponderanno no. (Segue l'appello.) Votarono in favore: [...] Votarono contro: ... Morelli Salvatore... Si astennero: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 267 Votanti 190 Risposero sì 168 Risposero no 022 Si astennero 077 (La Camera approva.) *§* Tornata del 7 Maggio 1869 (p. 10480 = Ai capitoli sui porti, fari e spiagge i deputati Negrotto, Valerio, Pescetto, Calvino, Gravina, Garau e Morelli Salvatore fanno proposte e istanze per lavori e spese pei porti di Genova, di Savona, di Catania e di Napoli) MORELLI SALVATORE. Prendo la parola a fin di chiedere al Ministero perchè i lavori del porto di Napoli vanno così lenti e male ordinati, da non garantire abbastanza i legni mercantili, tanto che ogni anno nei mesi d'inverno debbonsi deplorare numerosi naufragi e gravissimi disastri? Se ciò deriva da studi idraulici sbagliati, si rifacciano; se poi da non curanza degli appaltatori, si richiamino rigorosamente al dovere, andandovi di mezzo la vita e la fortuna di numerose famiglie. Circa poi alle voci che corrono sull'allargamento di questo porto, come la zona del porto militare, domanderei sapere, rimuovendo l'arsenale da Napoli, come si provvederebbe alla grande perturbazione degli interessi, che necessariamente terrebbe dietro a questo atto, ed in ispecialità alla sorte dei 4000 operai che vi lavorano. Non vorrei che si facesse ora quel che si è fatto sempre per le grandi opere pubbliche di Napoli dipendenti dal Governo. La stazione, il porto, la concessione dei vecchi castelli per uso edilizio ed altri lavori urgenti rimangono ancora in embrione.

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Quel gran paese che ha sopportato ineffabili sacrifizi, e che puntella l'avvenire d'Italia con la mente e col cuore, con la forza numerica e con la ricchezza della sua splendida posizione, non deve vedere più oltre preteriti i mezzi necessari allo sviluppo dei suoi vasti interessi. Io non dico: abbiate predilezione per Napoli, ma vi dico soltanto: non v'ingerite troppo nelle sue faccende, sottraetela alla fatalità, alla iettatura che ne paralizza il benessere. Vi dico in fine: usate a Napoli la giustizia che esercitate agli altri grandi centri della penisola, non già la negligenza con cui venne trattata al 1860 sin oggi. PASINI, ministro pei lavori pubblici. Io non posso rispondere che brevemente alle osservazioni fatte dall'onorevole Morelli; e mi spiace veramente che non sia qui presente alcuno dei miei colleghi del Ministero. Essi potrebbero dare schiarimenti più esatti sulle condizioni di Napoli negli anni precedenti il mio ingresso nel Ministero. Io posso solo assicurare l'onorevole preopinante che da due mesi circa furono intrapresi i nuovi lavori nel porto di Napoli, e che si attende con molta diligenza alla prosecuzione di questi lavori. In quanto alla sorte avvenire degli operai di Napoli che rimanessero senza impiego io non saprei che cosa rispondere. Probabilmente saranno diretti e destinati ad altri porti del regno dove molti lavori debbono intraprendersi e dove potranno utilmente prestare l'opera loro. Non ammetto poi quello che ha detto l'onorevole Morelli sulla nessuna provvidenza del Governo negli anni passati, dal 1860 in poi, verso la città di Napoli. Io credo che la città di Napoli sia molto più fiorente adesso di quello che lo fosse allora sotto tutti i rapporti e massime sotto il rapporto degli interessi materiali. Questa è una cosa che è universalmente ammessa. MORELLI SALVATORE. Io sono perfettamente con l'onorevole ministro quando dice che Napoli d'oggi non è quella del 1860. Ma se essa è migliorata un po' nelle sua condizioni morali e materiali rispetto allo stato di depressione e malessere in cui la lasciò il dispotismo, ciò è in virtù della sua entità naturale, non per opera del Governo. Però di fronte alla maggioranza dei suoi abitanti, che vive miseramente, che non ancora gode i benefizi della libertà nella terra più feconda, e sotto il cielo più limpido del mondo, potrà dire con coscienza l'onorevole ministro che Napoli sia prosperata abbastanza? PASINI, ministro pei lavori pubblici. Io non so che cosa abbia perduto la città di Napoli dal 1860 a questa parte: la popolazione vi si accresce; i commerci vi fioriscono. Io credo che nessuno deplorerà che non vi siano più i lazzaroni. Questo anzi è anche un progresso. Io so che la popolazione di Napoli trova molto più facilmente lavoro in questi tempi che ne trovasse nei tempi anteriori al 1860; cosicchè, tanto la infima classe quanto la media, si trovano adesso in molto migliori condizioni. MORELLI SALVATORE. Io debbo anche chiedere un'altra spiegazione. (Rumori a destra) PASINI, ministro pei lavori pubblici. Io non sono chiamato a difendere il Governo per quello che avesse fatto o per quello che avesse mancato di fare; in questo ordine d'idee, io non entro sicuramente, ma non posso far a meno di subito ribattere le asserzioni dell'onorevole Morelli, vale a dire che il Governo abbia trascurato la città di Napoli, e che questa città non abbia considerevolmente migliorato dopo il 1860. MORELLI SALVATORE. Non ha prosperato abbastanza, ho voluto dire. *§* Tornata del 10 Maggio 1869 (p. 10510 = è designato dalla sorte scrutatore delle schede, per la nomina della Commissione generale del bilancio 1870) PRESIDENTE. [...] Intanto si estrarranno i nomi dei deputati che dovranno comporre la Commissione di scrutinio. (Si procede al sorteggio)

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La Commissione di scrutinio è composta degli onorevoli deputati: Lanza-Scalea, Nisco, Barracco, Amabile, Bosi, Maldini, Valvasori, Ferraris, Villa Pernice, Musolino, Fossa, Pieri, Sansone, Fenzi, Petrone, Lovito, Mordini, Morelli Salvarore e Salvago. Essa è convocata per questa sera alle ore 8 1/2. *§* Tornata del 10 Maggio 1869 (pp. 10536-10537-10538 = svolge l'interpellanza intorno al trattamento usato verso operai italiani addetti alle ferrovie di Bukarest) DOMANDA DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE PRESIDENTE. L'onorevole Salvatore Morelli aveva proposto di fare una domanda in occasione della discussione del bilancio degli esteri all'onorevole presidente dei ministri riguardo al trattamento usato vero 500 operai addetti alle ferrovie di Bukarest. Voci. A domani! a domani! MENABREA, presidente del Consiglio dei ministri e ministro per gli affari esteri. Risponderei subito; domani potrebbe darsi che io non potessi venire... Voci. È tardi! A domani! PRESIDENTE. [...] Prego i signori deputati a riprendere i loro posti. MENABREA, presidente del Consiglio dei ministri e ministro per gli affari esteri. È un affare di pochi minuti. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Morelli Salvatore per esporre la sua interrogazione. MORELLI SALVATORE. Io non intendo fare un lungo discorso, ma una modesta interrogazione sopra un fatto, il quale, se è vero, come lo riportano molti giorni nei dì passati dalla Correspondance Autrichienne, organo officioso del ministro Beust, merita tutta la considerazione della Camera e del Ministero. Si tratterebbe che 500 operai italiani addetti alla costruzione d'una ferrovia in quel di Bukarest, nel meglio si videro falcidiato dall'impresa il pattuito salario giornaliero di 5 lire per ciascuno. Ciò, com'era naturale, li mise in isciopero, e la cosa andò tant'oltre da richiedere l'intervento dell'autorità, la quale, assicurata delle ragioni che l'assistevano, si mediò ed impose agl'impresari l'adempimento dei loro obblighi. Però questi, invece di aderire alla ripresa del lavoro, proposero di dare ai 500 operai 15 o 20 lire per ciascuno a patto di rimpatriare. Il bisogno consigliò quei disgraziati a non respingere la transazione, senza pur badare che quei mezzi erano insufficienti pel viaggio. Diffatti, entrati in cammino e giunti ai confini della Transilvania, dovettero rimanervi per due giorni senza pane e senza tetto, perchè respinti dall'autorità del luogo; finalmente fu il Governo austriaco che si degnò soccorrerli del necessario, fino a che non ebbero raggiunti i confini italiani. Ora mi sembra stranissimo che il nostro console abbia permesso prima la violazione di un contratto a danno di quei nostri connazionali, e poscia non si sia curato di essi, tanto da farli soggiacere a sofferenze e umiliazioni. Il fatto, ripeto, è grave ed io ne domando spiegazioni categoriche all'onorevole ministro degli esteri, onde, se è vero, vi si provveda convenientemente. MENABREA, presidente del Consiglio dei ministri e ministro per gli affari esteri. Mi permetto di fare osservare all'onorevole deputato Morelli che, prima di accusare funzionari così alto locati, come sono i consoli, bisogna essere ben sicuri che essi abbiano fallito al loro dovere. Ora, se la Camera mi permette, io leggerò un documento che ho avuto sopra questa questione, questione che ci ha interessato vivamente e ci ha cagionato molti fastidi e spese. Proverò così che il Governo ha fatto tutto quello che poteva, e se non ha creduto cedere a tutte le esigenze indiscrete, anzi indiscretissime, tutto quello che ha potuto fare lo ha fatto. [...]

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PRESIDENTE. [...] Prima non era che una semplice interrogazione, e la semplice interro-

gazione, secondo il regolamento, non può provocare discussione. Se l'onorevole Morelli Salvatore vuol fare una interpellanza lo dichiari esplicitamente. MORELLI SALVATORE. Se occorre, l'interpellanza la faremo; intanto rispondo all'onorevole ministro che interrogare non è sinonimo d'accusare; io non accuso chicchessia; desidero solo schiarimenti sul fatto, e sarò lieto quando potrà dimostrare alla Camera, che la condotta del console italiano a Bukarest fu quella che deve tenere goni nostro rappresentante all'estero. MENABREA, presidente del Consiglio dei ministri e ministro per gli affari esteri. Non posso lasciare chiudere la seduta sotto l'impressione delle parole dette dall'onorevole Morelli. Ho dato lettura del rapporto dove risulta evidentemente quale sia stato il contegno degli operai e quale quello dei nostri agenti. Di più, ciò che ho aggiunto ha dimostrato evidentemente che i nostri consoli hanno fatto tutto ciò che potevano a questo proposito. Quanto poi alla discussione che l'onorevole Valerio vorrebbe intavolare su quest'argomento, io desidererei sapere qual è l'oggetto di questa interpellanza, perchè mi procuri i documenti necessari. Del resto, il fatto è abbastanza appurato; le cose tutti sanno come sono procedute. Ho qui un fascio di carte che sono a disposizione della Camera. Voci a sinistra. Le deponga. *§* Tornata del 15 Maggio 1869 (p. 10585 = richiama l'attenzione del ministro guardasigilli in ordine all'interpellanza già presentata, che concerne la giustizia penale e il regime delle prigioni) MORELLI SALVATORE. Tre mesi dietro io presentati una domanda d'interpellanza all'onorevole guardasigilli sul corso della giustizia penale e sul regime delle prigioni. Quest'interpellanza fu rimandata da oggi a domani, e finalmente alla discussione del bilancio di grazia e giustizia. Ora che ne è giunta l'opportunità, l'onorevole guardasigilli chiede ancora che venga rimessa alla nomina del successore, perchè la precarietà della sua reggenza non gli consentirebbe di assumere impegni pei provvedimenti che gli verrebbero richiesti. Io rispetto questo periodo critico del ministro per le plausibili ragioni da lui addotte, e deplorando la specie di iettatura che ha colpito questa interpellanza, prego l'onorevole presidente a dar sì che, al presentarsi del nuovo ministro, possa la Camera prendersi in considerazione la sorte di 80 mila cittadini italiani che gemono nelle prigioni, permettendo di svolgerla a me ed al mio onorevole omonimo, Carlo Morelli, che si associa al pietoso intento di sollevare la sventura. *§* Tornata del 19 Maggio 1869 (p. 10627-10628 = raccomanda la sorte di circa duecento ecclesiastici napoletani appartenenti all'associazione dell'emancipazione cattolica) SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DEL BILANCIO DEL MINISTERO DI GRAZIA E GIUSTIZA PEL 1869 MORELLI SALVATORE. Venendo in discussione la rubrica dei culti, sarebbe il caso e l'opportunità di domandare al Governo quale attitudine egli vorrà prendere dinanzi a quell'atto di cospirazione contro la civiltà, che il cattolicismo reazionario, con la parola del papa, ha appellato Concilio ecumenico (Rumori e risa a destra) Se n'è occupato il Corpo legislativo di Francia, se ne sono occupate altre nazioni e Governi che meno di noi vi sono interessati, ed il Ministero italiano non ne ha detto ancora nulla. Però, mancandovi il presidente del Consiglio che dovrebbe rispondermi, io rimetto la questione a quando si discuterà l'interpellanza presentata in proposito dall'illustre collega Giuseppe Ferrari, limitandomi a raccomandare all'onorevole guardasigilli la sorte di circa duecento ecclesiastici napoletani appartenenti all'associazione dell'emancipazione cattolica.

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Facendo oggi la causa di questi sacerdoti io smentisco una falsa credenza divulgata ad arte dicendomi nemico dei preti. Io anzi, deplorando la condizione del basso clero martire del dispotismo vescovile, non avverso il prete come cittadino; io lo combatto come sistema, perchè sono convinto che, come sistema, è l'ignoranza, è la miseria, è l'immoralità, è il più grande ostacolo al progresso civile dell'uomo e delle nazioni. Però quando vedo offesi in lui i diritti di cittadino, io ne assumo le difese col massimo disinteresse, come fo oggi per gli associati dell'emancipazione cattolica. Questi nel 1860 sentirono il debito patriottico di abbandonare le bandiere del papa e di seguire quelle nazionali, adoprandosi all'apostolato unitario e ad altri servizi utili al paese. Il Governo in quella luna di miele con la rivoluzione li ebbe in riguardo, ed accordò loro piccoli sussidi e le chiese che si dicono regie. Ma quando finirono le uggie e ricominciarono gli amori tra lo Stato e la Chiesa, tornato appena in Napoli il cardinale Riario Sforza, quei sacerdoti rimasero a Dio spiacenti ed ai nemici sui, senza chiesa e senza pensione, ed oggi scomunicati dal papa versano nella massima povertà. Io, come ognuno sa, vorrei che il sistema clericale fosse completamente abolito, più che dai Governi, dalla coscienza sociale; io vorrei che al regno del fanatismo e dell'ignoranza succedesse organizzato e potente quello della verità e della scienza; io vorrei che si chiudessero le chiese e si aprissero le scuole civili senza catechismo religioso ovunque, in ogni casa auspice e maestra la donna, perchè io credo che chi manca all'Italia è l'uomo, l'uomo conscio delle sue forze e della missione terrena, l'uomo produttore, e ciò che può farlo tale non è la dottrina cattolica che comanda l'inerzia e l'ubbidienza passiva, ma è la donna educata alla scienza civile che dà luce all'intelletto ed attiva determinazione alle forze produttrici. Contrapponendo scuola contro scuola, contrapponendo alla Chiesa, vecchia scuola di pregiudizi e d'ipocrisie, la scuola civile della scienza distesa dai palagi delle città ai tuguri delle campagne, ecco, o signori, il modo logico con cui si dovrebbe rispondere al Concilio ecumenico. Ma se vi è ancora una generazione fiacca e miserabile, la quale va a baciare il piede al papa, che superbamente chiamandola pecorella l'avvilisce fino al grado del più stupido animale, e capziosamente chiamandola figlia, mentre il prete non ha moglie, la fa parer mulo e controverte la sua legittimità (Ilarità e rumori): se vi è questa generazione, dico, signori, che ha bisogno di andare perdere il suo tempo alle chiese, almeno si abbia dal Governo la giustizia di farle servire non alla curia romana, ma ai sacerdoti dell'emancipazione cattolica, i quali, se non altro, han dato prova di amare l'Italia, cui si disposarono con notabili sacrifizi. Questi sacerdoti cittadini sono perfettamente abbandonati alla miseria; essi che per gratitudine dei servizi resi dovrebbero essere trattati meglio, non hanno neppre il sussidio che lo Stato paga agli altri preti dipendenti dal cardinale. Fra essi vi sono uomini onorandi per sapere, come un Luigi Proto direttore dell'Emancipatore Cattolico, un Padre da Viareggio, un Andreoli, un Fara, un Caporale e molti altri, e lo spettacolo nauseante dell'abbandono in cui vennero messi ha convalidata nella pubblica coscienza l'idea dell'ingiustizia sistematica usata dal Governo verso il patriottismo italiano. Son certo che i soliti soddisfatti diranno: ma che cosa vogliono costoro? Vadano a lavorare! Ah, signori, questa è una rampogna che torna in fronte di chi la pronuncia! Sventuratamente questa parola che in Isvizzera ed in America è naturalissima, in Italia non si può pronunziare, specialmente dagli uomini delle subite fortune, che col monopolio delle ricchezze inceppano le industrie che darebbero vita alle diverse classi della società. Senza illuderci, in Italia non vi sono che due sole grandi sfere organizzate, lo Stato e la Chiesa; tutte le altre rimangono o dipendenti o assorbite da queste. Di maniera che per gli uomini che non vogliono essere nè preti di Roma, nè governativi, la via, se non è un sacrificio permanente, è un vero contrabbando, che finisce colle prigioni. (Rumori a destra)

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Poi nel processo storico delle nostre vicende si è visto sempre che in Italia si dà tutto a chi non ha bisogno di nulla, e nulla a chi ha bisogno di tutto, con enorme violazione della giustizia distributiva. Questo iniquo principio di un Governo da camorra e da monopolii, indegno per una nazione civile, fece sì che, quando nel 1860 la rivoluzione riparatrice prometteva ai danneggiati politici, ed ai sinceri operai della patria un alleviamento alle pene sopportate, la più meritevole parte di essi, perchè più modesta, venne, non solo dimenticata, ma disprezzata, affamata ed oppressa in tutti i modi, mentre nelle famiglie dell'altra parte, connubiata all'elemento carnefice dei patrioti, con ricchezze, onori ed impieghi ha costituito tante piccole dinastie. Credete voi, signori, che una scena così stomachevole possa durare più lungamente? Credete voi che il paese non chiederà conto un giorno al governo della monarchia dei dolori e delle privazioni fatti soffrire ingiustamente ai più onesti ed intelligenti suoi figliuoli, cacciandoli dalla vigna della patria risorta, coltivata coi loro longanimi sacrifizi? Si è stato troppo crudeli, è ormai tempo di finirla; ed io spero di vedere il primo atto d'una vita nuova nella riparazione chiesta a favore dei duecento sacerdoti cittadini dell'emancipazione cattolica. Se il guardasigilli non può assumere impegno personale, lasci almeno in favore degli infelici un ricordo efficace al ministro che gli succederà. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, che cosa ci guadagnerà il bilancio con queste declamazioni? MORELLI SALVATORE. Un momento, onorevole presidente, se ognuno dice la sua opinione, debbo anche io dire la mia. Chi dice la verità non declama invano. PRESIDENTE. Non è questo il luogo. *§* Tornata del 25 Maggio 1869 / Tornata del 26 Maggio 1869 (p. 10706 / pp. 10721-10723 = rivolge domande al ministro dell'istruzione pubblica circa la soppressione nell'Università di Napoli della cattedra di chimica organica e sui provvedimenti diretti a rendere maggiore il concorso degli studenti) MORELLI SALVATORE. Io non intendo fare un discorso, ma solo muovere due interrogazioni all'onorevole ministro dell'istruzione pubblica. Desidererei sapere le ragioni per le quali venne soppressa nell'Università di Napoli la cattedra di chimica organica, e nello stesso tempo se è nell'intenzione dell'onorevole ministro di ristabilirla immantinenti, e come necessario sustrato allo studio delle scienze naturali, e come indispensabile cognizione alle classi produttrici, che l'Italia ha bisogno di promuovere in preferenza. Bramerei pure conoscere se, alleggerendo le tasse universitarie, troppo gravose, e semplificando il metodo insegnativo, ed il complicato processo degli esami, che torturano l'ingegno giovanile, sia nella sua intenzione di eliminare le cause che rendono scarso il numero degli studenti italiani nelle scuole universitarie. Dopo la risposta dell'onorevole ministro, mi riservo, se occorre, di riprendere la parola. PRESIDENTE. Vuol parlare il signor ministro? BARGONI, ministro per l'istruzione pubblica. Vi sono altri iscritti? PRESIDENTE. Eccome! (Si ride) Se vuole aspettare dopo, è meglio. / [...] PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Morelli Salvatore; lo prego però di limitarsi a semplici dichiarazioni. MORELLI SALVATORE. Quantunque la materia sia vastissima, pure, ottemperando all'avviso dell'onorevole presidente, dichiaro di circoscrivere il mio discorso a brevi osservazioni ed a piccoli accenni. Comincio dal dire che l'onorevole ministro ha ragione asserendo essere lo studio della chimica organica nell'Università di Napoli fuso in quello della chimica generale, professato dall'illustre cattedratico Sebastiano De Luca. Ma, come egli non ignora che in tutte le Univer

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sità di Europa questo importantissimo ramo del sapere ha una cattedra speciale, per servire meglio alla diffusione dei suoi lumi tanto necessari agli operai ed alla produzione, così desidero che l'Università di Napoli, non essendo seconda ad alcun'altra per tradizioni e per importanza, si abbia anche essa costituita questa cattedra indispensabile. Desidero pure che per lo studio di tutti i rami della chimica si diano ai professori stipendi e mezzi corrispondenti allo scopo. Perchè mi consta che l'operosissimo professore Mammone Caprio, distinto per patriottismo e per amore alla chimica farmaceutica, oltre al non avere nè il posto, nè lo stipendio adeguato, manca ancora del materiale necessario all'insegnamento, cui spesso sopperisce con sacrifizi personali. Passando ora alle tasse universitarie, ho l'onore di rispondere all'egregio relatore della Commissione, che io non isconosco essere presso noi più miti di quelle imposte alle Università straniere; ma, se non erro, la gioventù del medio ceto di altre nazioni si fornisce i diplomi accademici per l'esercizio delle professioni presso i licei con mite spesa, mentre da noi questa classe deve ricorrere indispensabilmente alle Università, dove riceve le licenze e le lauree dopo una lunga complicazione di corsi male ordinati, ed a prezzo gravoso per le povere famiglie. Circa gli esami poi, io oso farmi interprete della grande maggioranza della gioventù italiana, chiedendo che da essi sia tolto il greco, il latino e quanto vi ha di superfluo alle materie che riguardano le professioni. Io, a dir vero, non so perchè debba torturarsi lo spirito giovanile con un ammasso di materie incoerenti, ed imporgli, come al medio evo, lo studio delle lingue morte. Felice chi, da filologo e letterato, può anche adornarsi di tali cognizioni complementarie in cui è la radice del pensiero e della parola vivente; però non credo alla necessità di queste due lingue, quando si tratti di giovani studiosi che dal proprio sapere debbono trarre la vita. E tanto più non vi credo, signori, in quanto che la storia, le leggi e le letterature di quelle due grandi nazioni sono divulgate in modo da non aver uopo di leggerne le opere nel proprio idioma. Oh, non sarebbe egli più fruttuoso alla nostra gioventù, se, or che l'Italia rientra nei grandi commerci del mondo, le s'insegnassero quelle lingue che possano aprirle le porte della fortuna sotto altro cielo, e nel congegno industriale di nazioni più felici della patria nostra? Un altro inconveniente che io rilevo nel sistema degli esami, è l'abitudine di formolarsi le tesi dal Ministero, ed il sottrarre gli scritti degli esaminati alle Commissioni locali. Pel primo io penso, che in tal modo può darsi luogo a delle frodi senza ottenere lo scopo. Imperocchè, limitandosi l'esame a quelle tesi conosciute sempre prima dell'esperimento, il giovane non comprova capacità intellettiva come dovrebbe, ma solamente una buona memoria; menstre, se si facesse come altra volta, lasciandone le facoltà agli stessi esaminatori nel momento degli esami, la prova riescirebbe esplicita e sicura più di quel cohe oggi non è. Pel secondo inconveniente poi si urta la suscettibilità del professorato locale, il quale, onorando com'è, non deve subire l'ingiuria di vedere sottratto al proprio giudizio gli scritti degli esami che ora vanno deferiti stranamente ad una Commissione centrale, ignara affatto di quel cumulo di circostanze tanto necessarie alla formazione di un giusto criterio sulla capacità dei giovani. Detto ciò, richiamo l'attenzione del ministro sulla posizione miseranda nella quale versano in Italia gli insegnanti dei due sessi. Con meschinissimi salari, e senza l'assicurazione di una carriera questa nobile classe che, col suo longanime lavoro forma lo spirito della nazione futura, ed elevandosi con la sua forza morale al di sopra d'ogni gerarchia, comprende nell'alta sua missione il primo potere dello Stato, è doloroso a dirsi, signori, questa nobile classe vive più disagiata dei più infelici operai. Ogni volta che ne incontro taluno meritevolissimo, ribollo d'ira pensando come il maestro di scuola, questo monarca dell'intelletto giovanile, questa prima autorità morale del paese non abbia fra noi l'apprezzamento che gli è dovuto, e che anzi esso sia vilipeso fino al punto d'i

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dentificarlo con la patente alla classe di quelle povere donne, che io altra volta nella foga dell'improvvisazione dissi generose, mentre voleva dire sciagurate. Aprendo ora qui una parentesi respingo l'ironia di coloro che trassero argomento da un lapsus linguae per far credere che io, insistente all'abolizione dei lupanai [: lupanari] e di certe tasse odiose, ne avessi fatta l'apologia. Venti anni di studio per rivendicare i diritti e la dignità della donna, collocandomi al disopra di ogni basso sospetto, mi coprono sufficientemente dalle recriminazioni ingiuste di quelli i quali, complici alle piaghe sociali che affliggono il paese, maledicono quanti deputati sentono la patria carità di chiederne la guarigione al Parlamento. PRESIDENTE. Ma scusi, questa è materia estranea all'istruzione pubblica. (Ilarità) MORELLI SALVATORE. È vero, ma io ho aperta una parentesi, e la parentesi entra convenientemente in ogni periodo. Intanto, per non parere indiscreto, la chiudo e passo innanzi, raccomandando vivamente all'onorevole ministro la dignità e l'esistenza dei maestri dei due sessi, il cui primo segno di riguardo spero sia il cangiamento della patente in un più decoroso diploma. Venendo ora alla riforma a cui il giovane ministro dell'istruzione pubblica ha accennato, dichiaro che io, diffidente sempre delle promesse ministeriali e del sistema, quasi quasi inclinerei a sperare che l'onorevole Bargoni, dotato di buoni studi ed uscito dalle file della Sinistra, con principii progressivi... Voci. Uscito? MORELLI SALVATORE... voglia appagare quest'universale desiderio, anche per l'orgoglio di lasciare di sè buona memoria. Però un pensiero che ha lampeggiato sulle labbra dell'onorevole Messedaglia, di non potersi cioè completare il riordinamento degli studi superiori senza averlo prima ben preparato nell'insegnamento delle scuole inferiori, mi pone nel dovere di mettere alla prova il ministro e dirgli: volete sinceramente riformare la scuola italiana? Ebbene, cominciate a farlo per lungo e per largo su tutti i rami, armonizzandoli fra loro in modo da formare nel tutto il completo esplicamento intellettuale delle generazioni. Questa è la più grand'opera patriottica che possa compiersi per salvare l'Italia dall'abbattimento e dalla miseria che la crucciano. Educate il popolo italiano, dategli la coscienza nella scuola, e tutti i suoi mali saranno scongiurati; in modo d'un lustro egli riacquisterà in Europa e nel mondo il primato consentitogli dalla natura e dalle tradizioni. La più ardua questione dell'oggi, la questione finanziaria, credete voi, signori, poterla risolvere cogli espedienti del conte Digny? No, anche quando vorreste sciupare tutto il Tesoro nazionale; anche quando si voglia vendere l'Italia tutta intera in anima e corpo, non giungerete a colmare le voragini del disavanzo prodotto dal sistema. Invece, quando comincierete a pensare che la questione finanziaria in Italia si risolve in questione economica, e quella economica in questione d'intelligenza, nella scuola e nell'educazione attiva e produttrice dei cittadini, allora io il primo vi batterò le mani, vedendovi incamminare per la via della salvezza che v'indica la logica e l'esperienza. Se questa riforma dunque non deve essere una rattoppatura, come la fu sempre, bisogna che si dia agli Italiani la costituzione dell'intelletto con una legge che fondi la scuola civile sui principi morali del genere umano, estranea affatto a qualunque religiosa dottrina, e ne deleghi la cura e le spese alle provincie ed ai comuni, sotto la vigilanza suprema dello Stato. Finchè io non veggo con questa legge dichiarare gratuito ed obbligatorio l'insegnamento primaio [sic, "†Pimajo. Agg- Primo. Primarius, aureo." Tommaseo-Bellini], nella proporzione di una scuola per ogni 300 abitanti; dichiarare obbligatorio nei criteri metodici e nelle dottrine l'insegnamento secondario, nella proporzione di un ginnasio tecnico-liceale per ogni 20 mila abitanti, e libero l'insegnamento universitario nella proporzione di un'Università per ogni 2 milioni di anime, collo scopo di costituire in esso la palestra delle intelligenze mature, che nel

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dialettico sviluppo di tutti i rami del sapere armonizzati fra loro completi l'enciclopedia della scienza; finchè non veggo questo e quant'altro è coerente all'organizzazione sincera della verità e della libertà, io, colla mia solita franchezza, dirò: voi burlate il paese, e dicendovi questo, vi soggiungo pure, o signori, che il paese, vedendosi da voi o dimenticato o burlato, vi sormonta e vi lascia alle spalle. Mi auguro non per tanto che il giovane ministro col suo buon volere, travarcando, almeno in questo, il programma del presente Gabinetto, faccia il possibile per rendere meno acerbi i dolori della patria comune. *§* Tornata del 28 Maggio 1869 (p. 10744 = domanda l'urgenza per la petizione n° 12.557 di Mauro Pelelli) MORELLI SALVATORE. Domando l'urgenza per la petizione segnata col numero 12,557, colla quale il cittadino Mauro Pelelli, del Napoletano, chiede gli si faccia riparazione di giustizia, negatagli dagli agenti della curia romana. Spero che la Camera voglia consentirla. (È dichiarata d'urgenza.) *§* Tornata del 2 Giugno 1869 (p. 10853 / p. 10855 = la votazione per appello nominale sulla mozione sospensiva proposta dal deputato Bonghi dell'inchiesta parlamentare sui fatti della Regìa cointeressata) PRESIDENTE. Si va ai voti. Spero bene che non ci sia più nessuna proposta, e nessuna domanda di parlare. Gli onorevoli Miceli, Mauro, Morelli Salvatore, Campisi, Antona-Traversi, Origlia, De Boni, Botta, Fabrizi Nicola, Lazzaro, Curzio, Cannella, Brunetti, Melchiorre e Lobbia domandano l'appello nominale sulla proposta del deputato Ferrari; ma, dovendo avere la precedenza la proposta sospensiva, se essi acconsentono, si potrebbe invece mettere ai voti questa proposta per appello nominale. (Movimenti diversi) [...] PRESIDENTE. [...] L'onorevole Bonghi fa questa proposta sospensiva, della quale do una terza volta lettura: <<La Camera sospende ogni deliberazione sino a che il deputato Crispi abbia in seduta pubblica dichiarati gli atti che egli ha detto di sapere, e passa all'ordine del giorno.>> [...] Pongo ai voti per appello nominale ... (No! no! - Sì! sì!) Pongo ai voti per appello nominale la proposta sospensiva dell'onorevole Bonghi. Chi approva, risponderà sì, chi non l'approva, risponderà no. (Si procede all'appello nominale.) Votarono in favore: [...] Votarono contro: ... Morelli Salvatore ... Si astennero: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 226 Votanti 221 Voti favorevoli 127 Voti contrari 094 Si astennero 005 (La Camera approva.) *§* Tornata dell'11 Giugno 1869 (p. 11023 / p. 11024 = Repliche circa l'indipendenza dei deputati impiegati) MENABREA, presidente del Consiglio dei ministri e ministro per gli affari esteri. Soggiunsi che gli onorevoli deputati Corte e Lobbia vogliono ora occupare la Camera circa l'indi

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pendenza che il Ministero riconosce nei deputati impiegati, e che vengono così a sollevare una discussione accademica (Bene! a destra - Rumori a sinistra), la quale non potrebbe avere verun pratico ed utile risultamento... (Movimenti in vario senso) (Il non so qual risultato potrebbe avere... MORELLI SALVATORE. Dimostrare l'incompatibilità! FERRARIS, ministro per l'interno. [...] Non è con ciò, o signori, che nessun Governo che si rispetta, abbia mai potuto pretendere che alcuno dei suoi dipendenti, come impiegato, debba essere dipendente in Parlamento. In Parlamento egli cambia qualità, egli riveste il diritto, ed ha il dovere verso i suoi elettori di sindacare gli atti del potere esecutivo. MORELLI SALVATORE. C'è l'incompatibilità! PRESIDENTE. L'incompatibilità! Dio buono! Rinunzi all'impiego e l'incompatibilità cessa. (Bene! a destra - Rumori a sinistra) Facciano silenzio; continui il signor ministro. *§* Tornata del 12 Giugno 1869 // Tornata del 14 Giugno 1869 (p. 11061 / p. 11060 / p. 11069 // p. 11085 = annunzia una sua interpellanza circa l'occupazione temporanea di seminari per uso di scuole // Nuova domanda del deputato Morelli Salvatore, e risposta del guardasigilli) NOMINA DELLA COMMISSIONE D'INCHIESTA RELATIVA ALLA REGìA. ISTANZA SULL'ORDINE DEL GIORNO ED INTERROGAZIONE E ISTANZA DEL DEPUTATO MORELLI. PRESIDENTE. La Commissione d'inchiesta parlamentare per supposta illecita partecipazione di alcuni membri della Camera nella Regìa cointeressata dei tabacchi, è composta degli [sic] onorevoli Andreucci, Biancheri, avvocato, Cairoli, Calvino, Casaretto, Di Monale, Fogazzaro, Pisanelli e Zanardelli. [...] PRESIDENTE. Se non vi è opposizione, il progetto di legge, di cui ha parlato l'onorevole Di San Donato, sarà dichiarato urgente. Inviterò poi il presidente del Comitato a metterlo più presto che sia possibile all'ordine del giorno, poichè questo non ispetta a me. MORELLI SALVATORE. Domando la parola per una mozione d'ordine. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Desidererei sapere dall'onorevole guardasigilli, giacchè non è sperabile più la legge sui seminari che tante volte hanno promesso i suoi predecessori, trovandoci oggi allo scorcio della Sessione, desidererei sapere se si vogliono agevolare i municipi che richiedono queste località, concedendole loro almeno precariamente per le scuole popolari. Finchè tali cospicui edifizi sono occupati da clerici, ci potrebbe essere una scusa, se non legittima, per le generali aspirazioni dello spirito nazionale, almeno plausibile per quella frazione d'Italiani che crede necessario l'apostolato religioso. Ma oggi che si tengono chiusi senza alcuno scopo, io credo che sia giusto ed utilissimo adibirli alla pubblica istruzione per la quale i municipi fanno premurose istanze. Di più c'è il decreto del 1° Settembre 1865 col quale si determinano le regole del provvedimento da me invocato. Ora, io dico, se si sono conceduti ad altri comuni, perchè a quelli che oggi ne fanno richiesta si dovrebbero negare quando militano per essi le medesime condizioni? Desidererei anche sapere dall'onorevole guardasigilli se il Governo intenda attuare definitivamente la legge del 1867 circa lo scioglimento delle corporazioni religiose. Perchè ci sono ancora dei conventi dove abitano pochissime monache o pochissimi frati, in comuni, le cui amministrazioni ne premurano lo sgombramento per uso di scuole femminili. Io so, per esempio, che l'economato di Napoli si è opposto alle patriotiche [sic] premure degli egregi sindaco Ciocchi e consiglieri Mazzucchi, Frangenti, Andreoli, Cecere Giuseppe chimico ed altri del municipio di Sessa Aurunga [sic], le quali miravano a sgombrare due conventi ancora abitati,

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uno da sei ed un altro da nove monache, pel nobile scopo di fondarvi due grandi educandati a benefizio delle figlie del popolo. Ormai l'istruzione pubblica è resa un bisogno urgentissimo pel paese; si dovrebbe provveder ad ogni costo, perchè quelle povere prigioniere tornassero nelle proprie case a far le madri di famiglia, e nello stesso tempo che queste località potessero essere adoperate più utilmente, secondo le esigenze civili dei comuni ove esistono. Spero che l'onorevole guardasigilli voglia darmi in proposito plausibili risposte, dopo le quali, se sarà mestieri, mi riservo la parola. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, ella ha domandato di parlare per una mozione d'ordine, e poi ha fatto al signor ministro un'interrogazione tanto lunga, che quasi quasi si dovrebbe dire un'interpellanza. PIRONTI, ministro di grazia e giustizia. Mi riserverei di far sapere domani quando potrò rispondere categoricamente a questa serie di domande. PRESIDENTE. Sta bene. Ne ha il diritto. Intanto prego l'onorevole Morelli di inviare al banco della Presidenza la sua domanda scritta; io poi la trametterò al signor ministro guardasigilli. [...] / PRESIDENTE: [...] L'onorevole Salvatore Morelli desidera interrogare l'onorevole guardasigilli (e questa è la seconda domanda) <<se, fino a che non verrà votata la legge sui seminari, voglia accordarne le località, anche precariamente, ai comuni che le richieggono per uso di scuole; come pure se voglia sciogliere le corporazioni religiose ancora esistenti in onta alla legge del 15 agosto 1867, e secondare i desideri di quei municipi che intendano investirne le vaste abitazioni in educandati popolari.>> PIRONTI, ministro di grazia e giustizia. Mi riservo alla prossima tornata di dare risposta all'onorevole Salvatore Morelli. // MORELLI SALVATORE. Domando la parola per una mozione d'ordine. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Sabato ultimo l'onorevole guardasigilli mi promise di rispondere nella tornata di oggi a queste interrogazioni: 1° io chiedeva sapere da lui, se per agevolare la pubblica istruzione voglia concedere, anche precariamente ai comuni che glieli domandano per l'uopo, almeno i seminari chiusi dai vescovi, nel colpevole scopo di non ottemperare alle leggi dello Stato; 2° se voglia attuare completamente la legge del 1866, sciogliendo le residuali corporazioni religiose, ed invertendone i monasteri ad uso di educandati popolari; 3° se da ultimo, in conseguenza dell'articolo 6 di questa legge, trovandosi a Sessa Auruga, due conventi, l'uno abitato da sei monache, e l'altro da nove, voglia sgombrarli, come esige la ragione, l'economia e la civiltà, oppure fondere le quindici suore in un solo convento, per adibire o una di quelle spaziose località, o entrambe al nobilissimo uso dell'educazione laica femminile, pel cui fine invano quel benemerito municipio ne ha fatto istanza finora all'economato di Napoli. Essendo questo, sotto tutti i riguardi, un argomento di somma importanza, io spero che meriterà dal guardasigilli, non l'evasione dei predecessori, ma una risposta efficace e soddisfacente alle supreme esigenze del paese, che riconosce ormai nell'istruzione la pietra filosofale della sua futura prosperità. PIRONTI, ministro di grazia e giustizia. Io non recedo dalla mia promessa, solamente fo osservare all'onorevole Morelli che da una parte ho dovuto sostenere la lunga discussione che ora precede; dall'altra la sua interpellanza che raccoglie diversi capi vuole essere riguardata sotto più punti di vista ed ha bisogno di molti studi; ciò posto come non dissento di dare una risposta a tempo opportuno, così gli dico che sinora il tempo mi è mancato assolutamente per potermi applicare a tanti capi della sua domanda.

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MORELLI SALVATORE. Prendo atto della risposta dell'onorevole ministro, e spero che in

breve tempo possa soddisfare alla mia domanda. *§* X Legislatura del Regno d'Italia (22.03.1867 - 02.11.1870) Sessione 2 (18.11.1869 - 02.11.1870) [L'INDICE ALFABETICO ED ANALITICO DELLE MATERIE CONTENUTE NEI QUATTRO VOLUMI DELLE DISCUSSIONI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI - 2A SESSIONE 1869-1870, riporta "MORELLI Salvatore, letterato (Sessa)"]

Tornata dell'8 Dicembre 1869 (pp. 178-179 = Propone l'invio al Ministero di grazia e giustizia della petizione di danneggiati politici delle provincie meridionali) MORELLI SALVATORE. Anzitutto prego l'onorevole relatore di dirmi se questi individui erano impiegati prima dei rivolgimenti politici del 1848 o del 1860. [...] MORELLI SALVATORE. La Commissione ha voluto tenersi strettamente, come sempre, alla legalità; e sta bene. Essa però avrebbe dovuto elevarsi un poco, e riguardare al diritto che hanno questi danneggiati politici sotto un altro rapporto. Io conosco taluni di essi, fra cui il benemerito Luigi Ruffini, che furono dannati a morte per la causa del paese, ed hanno ricevuto soltanto la elemosina di una situazione nelle poste di Napoli, ben poco felice ed insufficiente a dar loro di che vivere. Ora, se a questa condizione si aggiunge la precarietà, veda la Camera in che stato essi si trovino. Noi abbiamo negl'impieghi delle famiglie che possono dirsi goderne ereditariamente, come per diritto dinastico, mentre le tante altre distinte per sapienza e sacrificio patriotico furono e sono sempre oppresse. Abbiamo, sono pochi giorni, sentito qui nella Camera che i carnefici dei patrioti erano stati favoriti di riabilitazione da non so quale ministro. Intanto quel ministro, ed in suo nome il segretario Eula, nel mentre gratificava cotesti carnefici di pensioni e di onori, respingeva poi le domande di patrioti, dopo dodici anni di catene rimasti nudi e disvalenti, con la crudele risposta che il Governo (creato coi loro sacrifizi) non aveva obbligo ad alcuna riparazione. Sì, signori, il Governo italiano, che aveva assunto il titolo di riparatore, doveva sentire stringentissimo il dovere di riparare i danni politici non coi beni nazionali, ma con quelli di un particolare che si chiama Francesco Borbone. È su questi che il diritto creato dalla sventura ha la sua incancellabile iscrizione; ma il Governo italiano, nelle cui mani erano depositati, dopo aver promesso le riparazioni, ha calpestato la giustizia e l'equità, e quasi per ischerno poi nei giorni passati il tribunale di Firenze rispondeva in nome suo a Francesco Borbone che ne domandava la restituzione <<essere serviti quei beni a riparare i danneggiati politici.>> Io, primo condannato politico dell'ex-regno di Napoli, respingo quest'allusione che all'ingiustizia aggiunge un'amara ironia, e dichiaro altamente che nè da questi beni nè dai sei milioni di Garibaldi ebbi mai la dovuta riparazione, come non l'ebbero i tanti altri patrioti che reclamano giornalmente alla camera. Ora, se la magistratura italiana ha asserito bugiardamente ciò che non è vero, io chieggo perentoriamente e categoricamente sapere dal Governo a chi questi beni ed i sei milioni di Garibaldi furono assegnati per riparazione. Spero che su questo punto tanto importante per la giustizia e la moralità nazionale m'abbia le debite spiegazioni, altrimenti presenterò in proposito adeguata interpellanza nella quale dimostrerò alla Camera con dati statistici il modo poco onesto, il trattamento inumano usato in Italia da certi municipi e dal Governo verso i migliori patrioti. I ruffiani vivono lautamente (Rumori a destra), ed i patrioti, respinti, avversati e perseguitati, soffrono in tutti i paesi! Ecco la condotta che si osserva dal sistema nelle abitudini della vita comune. PRESIDENTE. Prego l'onorevole Morelli di servirsi di termini parlamentari. Ella può esprimere qualunque concetto, ma in modo conveniente. MORELLI SALVATORE. Se Dante, se il padre dell'italianità, cui tutti ci inchiniamo, in una commedia che si dice divina ha potuto dire ruffian baratto, in un Parlamento dove deve essere

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libera almeno l'espressione della parola per diagnosticare i mali della patria, io posso chiamare certi uomini, soggetti anche alla nostra legislativa giurisdizione, col loro nome proprio. PRESIDENTE. Che cosa conchiude? MORELLI SALVATORE. Chiedo che questa petizione sia inviata al Ministero per essere provveduto convenientemente sia con un progetto di legge, sia con un mezzo qualunque che dia una riparazione di giustizia, lo ripeto, non sui beni nazionali, ma sui sei milioni di Garibaldi e sui beni particolari del danneggiatore che si chiama Francesco Borbone, e che sono un deposito sacro di cui il Governo della monarchia deve dare strettissimo conto, se non oggi, domani, al conculcato patriottismo italiano. MORDINI, ministro pei lavori pubblici. L'onorevole Morelli ha pronunziato alcune parole contro le quali sento il debito di protestare energicamente. Esso ha accusato la magistratura di menzognera; ed io credo che la Camera s'unirà con me per respingere quest'accusa. (Benissimo! Bravo! a destra) Come ben vede la Camera, io non sono ora in grado d'entrare appieno nella questione che verrebbe sollevata dalle parole dell'onorevole Morelli. Io vi trovo gli elementi d'un'interpellanza; la faccia egli, ed il Governo risponderà. MORELLI SALVATORE. Dichiaro che non ho parlato in senso estensivo e largo, e che quindi non ho qualificato di menzognera la magistratura italiana. Sono per questo troppo rispettoso verso i buoni magistrati; ma, debbo ripeterlo, quando un tribunale asseriva che questi beni servirono a riparare i danni cagionati per motivi politici, disse una menzogna. Chiamiamo le cose col loro nome senza l'ipocrisia d'inopportune convenienze, che, falsando le parole, falsano pure il senso morale delle generazioni. Per conchiudere in fin sull'obbligo che ha la Camera di prestare orecchio alle voci di questi sventurati, aggiungo che giorni sono ho trovato in mezzo alla via il compagno dei Bandiera, Giovanni Mannesi, che chiedeva l'elemosina. E mentre il municipio di Venezia s'adopera ad innalzare un monumento alla memoria di quei grandi patriotti, si lascia morire di fame il loro carissimo e venerando compagno, vecchio di 80 anni. È cosa veramente lagrimevole! PRESIDENTE. La parola rilevata dall'onorevole ministro mi è sfuggita. Se ciò non fosse stato, non l'avrei lasciata passare senza biasimo. La Commissione propone l'ordine del giorno puro e semplice su questa petizione. Il deputato Morelli invece domanda che sia inviata al ministro di grazia e giustizia. L'ordine del giorno puro e semplice avendo la priorità, lo metto ai voti. (È approvato) *§* Tornata dell'8 Marzo 1870 (p. 403-404 / 405 = presenta una proposta di legge / designato scrutatore per la nomina dei commissari di vigilanza per il Fondo del culto) PRESIDENTE. Vennero deposti sul banco della Presidenza due progetti di legge d'iniziativa parlamentare, uno dell'onorevole Morelli Salvatore, l'altro dell'onorevole D'Ondes Reggio Vito. Saranno trasmessi al Comitato privato. [...] PRESIDENTE. [...] Commissione di squittinio della votazione per la nomina dei commissari di vigilanza sopra il Fondo del culto: Sartoretti, Martelli-Bolognini, Morelli Salvatore, Solidati, Brenna, Bandini, Bembo, Fenzi, Gigliucci, Ferracciu, Malenchini, Farini. *§* Tornata del 15 marzo 1870 (p. 504-505-506 = interroga il ministro guardasigilli sul ritardo dei processi penali e sulla notizia d'assoggettarsi ancora i giudicabili in Sicilia al supplizio della tortura)

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INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE SUL RITARDO DEI PROCESSI PENALI PRESIDENTE. L'onorevole Salvatore Morelli desidera interrogare l'onorevole guardasigilli sul ritardo dei processi penali, e sull'importanza della notizia circolante nel giornalismo d'assoggettarsi ancora i giudicabili in Sicilia al barbaro supplizio della tortura. RAELI, ministro di grazia e giustizia. Sono pronto a rispondere. MORELLI SALVATORE. L'interrogazione che io fo all'onorevole guardasigilli, benchè sia della maggiore importanza per l'argomento umanitario che me la ispira, pure non esige dalla Camera che la breve attenzione di cinque minuti. Come dovrete anche voi sapere, o signori, quanto la istruzione del processo penale sia ritardata in Italia. Migliaia di giudicabili attendono invano anni ed anni la risoluzione delle loro cause. Fra tanti reclami da me ricevuti in questo senso, ve ne ha uno dal carcere di Salerno, il quale esprime il dolore di un disgraziato, che da sette anni soggiace alle angustie della cattura preventiva, non essendosi in sì lunghissimo tempo espletata la istruzione del suo processo. Ora, quest'anormalità che toglie agl'Italiani la maggiore delle guarentigie, e rende illusoria la libertà individuale, impone a me ed a voi tutti il dovere di chiedere al guardasigilli se tale ritardo derivi da insufficienza numerica, oppure da negligenza della magistratura. Nel primo caso si è in obbligo di provvedere al personale bisognevole; nel secondo caso deve riscuotersi con atti energici l'indolenza di quegli agenti che scherzano con la sventura e con la libertà dei loro concittadini. Io so, signori, che nella magistratura vi sono uomini solerti, sapientissimi e di retta coscienza, ma questi uomini, perchè ubbidienti alla legge del dovere, quando non sono tagliati fuori e puniti con un pretesto qualunque, vengono abbandonati alla passività di uffici inetti e non onorati nè promossi come si dovrebbe. Per contrario dobbiamo spesso assistere allo spettacolo di vedere ai posti più rilevanti della magistratura, ed arbitri delle sorti del paese, quelli che ne compromettono in tutti i modi il decoro e la libertà. Comprendo che pel ritardo dei processi penali si adduca in iscusa la impossibilità di espletarli talvolta nel breve termine di tre mesi stabilito dalla procedura. Ma se ciò io lo consento in certi casi eccezionali, non posso crederlo nè giusto nè onesto quando lo veggo tramutato nel tristo abuso di far subire una pena preventiva a migliaia d'imputati pei quali milita la presunzione d'innocenza. Sarebbe, per esempio, in qualche circostanza straordinaria giustificabile la facoltà di raddoppiare, o anche di triplicare il termine legale dei procedimenti; non così può conchiudersi allorchè l'istruzione di un processo si prolunga due, tre, quattro, cinque, fino a sette anni! Detto ciò passo or ad un altro fatto di maggior rilievo denunciato dalla stampa in questi giorni. A Girgenti quattro infelici i quali per fame rubarono un po' di pane ed un agnello, vennero catturati e sottoposti alla tortura per confessarsi rei. Questa diceria dei giornali avrebbe dell'incredibile, se non fosse convalidata da un formale processo. Io so ancora che nelle carceri vi sono strumenti barbari degni di altri tempi e di altre dominazioni. Vi è la camicia di forza, la cinghia, la palla, il cassone di forza e simile lordura. Ora, io protestando a nome della dignità nostra, contro questa artiglieria inquisitoriale da medio evo, ricordo a voi, signori ministri della Monarchia italiana, che se tali iniquità motivarono la condanna di morte di una delle più potenti dinastie d'Europa, si dovrebbero almeno, per rispetto alla propria conservazione, non rinnovare da chi ha l'orgoglio di rappresentare il risorgimento italiano! Mi auguro intanto che l'onorevole guardasigilli voglia prendere per questi due fatti scandalosissimi una virile determinazione; benchè con la solita lealtà debbo confessarlo non nutrire alcuna lusinga che il suo temperamento possa soddisfare le mie e le esigenze del paese.

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Io ho detto queste cose, o signori, e nello scopo di rendere meno penosa la sorte di tante migliaia di sventurati, e per disgiungere me ed i miei amici dalla solidarietà di coloro i quali accettano queste misure indegne del Governo di una nazione civile. PRESIDENTE. L'onorevole ministro di grazia e giustizia ha la facoltà di parlare. MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. Il Ministero certamente, come qualunque membro di questa Camera, dirò anzi, come qualsiasi buon cittadino italiano, non ama dividere la solidarietà con chi potrebbe spingersi a mancare ai propri doveri, oppure a macchiarsi d'atti giustamente riprovati, anzi infamati, come sarebbero quelli che si accennano di torture od altro. Parlo di quest'ultima parte come quella che ha con ragione destato il giusto risentimento dell'onorevole Morelli, e come quella che sarebbe di certo una vergogna, un delitto per l'amministrazione della giustizia italiana, per tutti i funzionari d'Italia, se mai fosse vero che, non questi fatti, ma un minimo dolore fisico s'imponesse ad individui che siano sotto un procedimento. Ho letto anch'io nei giornali il fatto che si dice avvenuto in Girgenti come commesso, non già dalla magistratura, perchè si accusavano i militi a cavallo di aver commesso degli atti inumani. Appena letto questo fatto io ho disposto che si aprisse un procedimento onde verificare se il fatto fosse vero, e, nell'affermativa, punirne i colpevoli. Imperocchè, o signori, qualunque sia il ministro di grazia e giustizia, non mai si permetteranno questi atti inumani. DI SAN DONATO. Meno Pironti. MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. Scusi: certamente Pironti ministro, Pironti procuratore generale non ha da rimproverarsi alcun atto di barbarie, nè avrebbe di certo potuto volerlo, poichè egli era quello stesso che per dieci anni ha portato i ferri ed ha sentito la barbarie del Governo napoletano. (Bene! a destra) [...] Io credo d'avere così risposto a quello che riguarda la tortura. Riguardo alle lungherie dei processi, prego l'onorevole Morelli a riflettere che, in quanto all'istruzione di un processo, è difficile di poter fissare un termine preciso: la legge ha stabilito un ristretto termine perchè sia interrogato l'imputato arrestato, e sulla legittimità dello arresto si pronunci la Camera di consiglio; quando poi il processo d'istruzione è compiuto, vi sono termini nei quali il procuratore generale deve riferirne alla sezione d'accusa; ma il tempo intermedio tra l'iniziativa e la chiusura del procedimento istruttorio, è difficile a poterti stabilire per legge o per disposizione regolamentare; però è dovere di chi presiede all'amministrazione della giustizia di sorvegliare, affrettare, e verificare se nei procedimenti vi sia ritardo, e se questo provenga di malizia, o malavoglia verso gl'interessati (Io che escludo o per lo meno desidero che non sia), o piuttosto da negligenza, e secondo i casi provveda. [...] Ancora non ho avuto la risposta del circondario di Salerno, a cui accenna il fatto menzionato dall'onorevole Morelli di un detenuto da 7 anni, e non posso quindi dare una concreta risposta; ma bisogna tener conto della circostanza, che sopra i registri figurano come detenuti, non solo quelli che sono nello stato proprio dell'istruzione preventiva, ma anche quelli i quali, dopo essere stati giudicati dalle Corti d'assisie [sic] o dai tribunali, ricorrono alla Cassazione e la Cassazione annulla il giudizio e lo rinvia ad altra Corte d'assisie [sic]; in questo stadio figurano sempre come detenuti in corso di procedimento, non come condannati. [...] L'onorevole Morelli e la Camera ben vedono che da parte del Ministero sino dal primo giorno si è cercato di fare di tutto perchè qualsiasi ritardo non giustificato nel procedimento cessasse, tenendo sempre presente, come norma., che il pronto giudicio è il migliore mezzo di giustizia nello interesse degli accusati e della società. MORELLI SALVATORE. Io debbo soggiungere al signor ministro... PRESIDENTE. Non si può aprire discussione. MORELLI SALVATORE. Non apro discussione, ma il regolamento permette all'interrogante... PRESIDENTE. Mi perdoni, è un regolamento che crea lei in questo momento. (Ilarità) Me ne rimetto al giudizio della Camera.

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MORELLI SALVATORE. Poichè mi cita il regolamento, abbia per lo meno la cortesia di

leggerlo e vedrà che io, come rappresentante della nazione, esercito un mio diritto, nel rispondere al signor ministro. PRESIDENTE. I rappresentanti della nazione in questo luogo esercitano i loro diritti a norma del regolamento, e non altrimenti, e ora appunto il regolamento le nega di rispondere; la Camera potrà dispensarmelo, non io. Leggo l'articolo del regolamento: <<Il deputato che intende rivolgere una semplice interrogazione o richiedere una comunicazione di documenti, dovrà prima darne avviso al presidente, e qualora la Camera acconsenta di far la domanda immediatamente, udita la risposa del ministro, non vi potrà essere discussione.>> MORELLI SALVATORE. Ma per una interpellanza. PRESIDENTE. La interrogazione che ella muove è cosa diversa dall'interpellanza. Del resto ci troviamo spesso nel caso che i presidenti della Camera debbano quasi ringraziare i deputati che vogliono occupare i loro seggi, ed il tempo delle sedute. (Ilarità generale) Dimodochè ella può venire in tempo. MORELLI SALVATORE. Non accetto come concessione della Presidenza. PRESIDENTE. È una concessione, ma interpreta il voto della CameraMORELLI SALVATORE. Bene, come concessione della Camera. L'onorevole guardasigilli che mi ha risposto sì cortesemente, ha male interpretato il mio pensiero. I non ho attribuito ai magistrati la crudeltà delle torture: so benissimo come lui che di tali accuse sono responsabili taluni fra i bassi esecutori della legge. Ma ciò non toglie affatto che l'autorità superiore non se ne debba preoccupare, e non debba dar mano a severissime misure. Se coloro avessero sospettato per lo meno che queste scelleraggini non fossero nelle abitudini del sistema che governa oggi il paese, credete voi, onorevole guardasigilli, che l'avrebbero osato? Quanto alle affermazioni di non esistere nel carcere gl'istrumenti barbari da me accennati, io, non solo lo confermo, ma chiamo in testimonio gli onorevoli Crispi ed Oliva, i quali lo sostennero innanzi al tribunale di Firenze in un pubblico processo. Se vi è il male bisogna eliminarlo, non nasconderlo; ed io in nome della civiltà, in nome dell'umanità prego il guardasigilli e l'onorevole ministro dell'interno a volere spazzare tutta questa mondiglia del dispotismo che disonora il paese. La prigione dev'essere pel prevenuto un ospizio di sicurezza, che gli mantenga integre le sue relazioni domestiche; pel condannato dev'essere un ricostituente morale, una casa di educazione e di produzione. Chi vuol farne quel che ne faceva il dispotismo, reca danno immenso all'economia ed alla morale della nazione. Signori, pensate che ci è anche di mezzo la situazione sociale! Oh! quanti di quegli sciagurati che ora si processano come delinquenti, non lo sono, e di certi delitti sono più responsabili i Governi delle monarchie ed il papato, degl'infelici ai quali si fanno duramente espiare! *§* Tornata del 23 Marzo 1870 (pp. 577/578 = Lettura di progetti di legge dei deputati Morelli Salvatore, Pellatis, Mazziotti e Carcani) PRESIDENTE. Ora si dà lettura di alcuni progetti di legge, dei quali il Comitato privato ha ammessa la lettura in seduta pubblica. FOSSA, segretario. Dà lettura del seguente progetto di legge del deputato Morelli Salvatore sull'abolizione del giuramento politico. SIGNORI! - Uno degli atti di libertà di cui presso tutte le nazioni civili si sente premuroso bisogno, è l'abolizione del giuramento politico. Mirando esso ad allargare, restringere o confirmare il senso del mandato, finisce per essere una misura immorale, oltraggiosa alla dignità degli eletti, ed inutile per lo scopo che si propone.

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È immorale inquantochè, coll'elasticità di una formola artificiosa, modifica la consistenza spontanea del dovere assunto col patto elettorale, anteponendo d'ordinario al bene delle nazioni quello di chi è preposto al reggimento della cosa pubblica. È oltraggioso inquantochè a priori eleva un dubbio di infedeltà sull'adempimento degli impegni accettati colla candidatura. È inutile, da ultimo, perchè l'uomo onesto non ne ha bisogno, sentendo nella propria coscienza lo stimolo al dovere, e il disonesto, avvezzo a tradirlo per sistema, non l'osserva neppure quando vi fosse coartato moralmente. Risultando dunque dalla gravità di tali vedute i pericoli e l'inefficacia del giuramento politico, io mi determino a proporvene l'abolizione col seguente disegno di legge, nella lusinga che voi lo vorrete approvare, avvertendo al par di me l'urgenza di demolire questa vecchia barriera, la quale, quando non fosse un espediente capzioso ad escludere dal lavoro patriotico gli insegni suscettibili, quando non fosse inganno alle credule moltitudini, ed ingiuria all'umana dignità, è però sempre un turbamento, una profanazione del retto senso morale, che si ha l'obbligo di ricostituire nella coscienza del popolo italiano, purgato di qualsiasi pregiudizio tradizionale. PROGETTO DI LEGGE. Articolo unico. Tutte le disposizioni legislative, comprese anche quelle dei numeri 22, 23, e 49 dello Statuto intorno al giuramento politico, sono abrogate. PRESIDENTE. Prego l'onorevole Morelli di dichiarare in qual giorno intende di svolgere questo suo progetto di legge. MORELLI SALVATORE. Se crede l'onorevole presidente, si potrebbe stabilire lo svolgimento di questo progetto di legge per venerdì o per lunedì prossimo. PRESIDENTE. Lo stabiliremo per lunedì. MORELLI SALVATORE. Benissimo. *§* Tornata del 26 Marzo 1870 (p. 646) Ordine del giorno per la seduta di lunedì: 1° .... [...] 4° Svolgimento delle proposte di legge: ... Del deputato Morelli Salvatore per l'abolizione del giuramento politico; [...]. *§* Tornata del 28 Marzo 1870 (p. 667) Ordine del giorno per la tornata di domani: 1° ... [...] 4° Svolgimento delle proposte di legge: [...] Del deputato Morelli Salvatore per l'abolizione del giuramento politico. [...]. *§* Tornata del 29 Marzo 1870 (p. 689) Ordine del giorno per la seduta di domani: 1° ... [...] 3° Svolgimento delle proposte di legge: Del deputato Morelli Salvatore per l'abolizione del giuramento politico; [...]. *§*

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Tornata del 30 Marzo 1870 (p. 718) Ordine del giorno per la tornata di domani: 1° ... [...] 3° Svolgimento delle proposte di legge: Del deputato Morelli Salvatore per l'abolizione del giuramento politico; [...]. *§* Tornata del 31 Marzo 1870 (p. 742) Ordine del giorno per la tornata di domani: 1° ... [...] 4° Svolgimento delle proposte di legge: Del deputato Morelli Salvatore per l'abolizione del giuramento politico; [...]. *§* Tornata del 1° Aprile 1870 (p. 748-753 = svolge la sua proposta di legge per l'abolizione del giuramento politico) SVOLGIMENTO DI UNO SCHEMA DI LEGGE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE PER L'ABOLIZIONE DEL GIURAMENTO POLITICO PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento della proposta del deputato Morelli Salvatore per l'abolizione del giuramento politico. L'onorevole Morelli ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Signori, le ragioni per le quali mi determinai a presentarvi questo progetto di legge per l'abolizione del giuramento politico, sono riassunte nelle brevi parole che lo precedono. Non farò lusso d'erudizione accademica ricordandovi quanto nel processo storico di questa istituzione hanno sciorinato i teologi, i filosofi e i socialisti; mi atterrò soltanto a dirvi francamente le fallacie ed i pericoli pei suoi effetti pratici. Il giuramento ebbe ragione di essere nei tempi che Giovan Battista Vico chiamava lirici, perchè le moltitudini influenzate dall'elemento sacerdotale predominante davano a questa formola etica la importanza di una coazione giuridica per l'adempimento delle obbligazioni. Ebbe anche ragione di essere nel jurejurandum dei latini e dei cicli eroici dei mezzi tempi, per il prestigio e l'autorità da cui era circondato. Bastava giurare sulla mano d'una fanciulla per affrontare coraggiosamente la morte, come avvenne ad interi eserciti di giovanetti esaltati per le battaglie del Santo Sepolcro. Ma oggi che lo spirito umano abbandonando i fantastici orizzonti dell'ipotesi, torna alla contemplazione del mondo concreto, dove si svolge positivamente il dramma della vita, e riduce le forme dell'umano volere alla semplicità natìa de sì e del no; oggi che il giuramento è divenuto speculazione per gli scaltri, inganno per gl'ingenui, oltraggio per gli onesti, pericolo per la verità, adulterio del senso morale, barriera per la libertà; oggi mantenere il giuramento sarebbe lo stesso che assumere la responsabilità di un'accusa amarissima addebitata all'epoca nostra anche da un onorevole membro della vecchia maggioranza. Se ve ne ricorda, egli, con franchezza militare, vi ha detto un giorno dalla tribuna dell'estrema diritta: avete cacciato i gesuiti, ma il gesuitismo è rimasto. Ebbene, il gesuitismo che si deplora mette capo, o signori, nella simulazione della verità formulata dal giuramento, che mistifica i criteri morali, ed inocula il mendacio nell'indirizzo educativo delle comunanze. Mal si avvisa chi, considerandolo come un semplice rito, lo giudichi innocuo.

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I riti di un sistema opposto ai progressi morali, intellettuali e giuridici, quando non produssero altro danno, mantengono nello spirito i germi della contraddizione, che incaglia e paralizza lo sviluppo dei principii nel modo più funesto. Sventuratamente però non è solo la contraddizione che produce il giuramento politico. Esso oltraggia la dignità umana, perchè suscita a priori un sospetto, un dubbio d'infedeltà all'adempimento dell'assunta obbligazione. Per la perfezione di questa specie di contratto dovrebbe bastare il concorso della volontà elettorale che nomina il deputato, e quello della volontà del deputato che accetta la candidatura. Invece la legge dello Stato, nell'appressarsi alle soglie del Parlamento, aprendogli dinanzi un libro per giurare, pare che tacitamente gli dica: tu, accettando il mandato, hai promesso di fare il bene generale della nazione, ma io non ti credo; tu potrai fare il male di qualcuno, ripeti la promessa, giura di fare il bene inseparabile! Se questo sia atto degno di chi ha senso di delicatezza lo lascio giudicare a voi. Esso si eleva come barriera dinanzi agli animi suscettibili, e toglie alla scienza ed alla rappresentanza nazionale l'integrità delle opinioni che si agitano nello spirito pubblico. Rispettando gli scrupoli degli astensionisti pel giuramento, io credo che, quand'anche si avesse la pertinacia a volerlo mantenere, il dovere supremo di vegliare gl'interessi nazionali debba dare il diritto ad ogni onesto deputato di non preoccuparsene. Quel che fa veramente dolore è il vedere che il Governo abbia la intolleranza di non ammettere agli uffici pubblici, alle cattedre scolastiche ed al parlamento gli uomini più culti che odorano di repubblicanismo, mentre poi dà libero passo ai servitori del passato. Signori, questi uomini sono quegli stessi spiriti generosi che con ineffabili sacrifizi hanno creato il regno d'Italia; sono quegli stessi che han combattuto ai vostri fianchi, e vi hanno edificato lo stallo luminoso del governo d'una grande nazione. Quando anche voi, sospettandone le intenzioni, li faceste credere nemici della patria, perchè combattono le esorbitanze del cattivo sistema, essi saranno sempre lì a offrire altre cento volte il loro sangue alla difesa del diritto e dell'onore italiano. Prescindendo dunque dall'ingiustizia e dall'ingratitudine di simili accuse messe in campo per coprire il monopolio e le cause del malessere nazionale contro cui si è irritati, chi di voi non vede il grave danno che ne risulta alla civiltà del paese con la sottrazione di lumi e di forze efficaci ad agevolarne il cammino? Se s'impedisce che i pensatori entrino nel lavoro della civiltà nazionale, e si opera in maniera che gli elementi economici sieno paralizzati dalla forza d'inerzia, di chi la colpa se l'Italia sembra povera ed ignorante? Chi di voi non vede che operando in tal guisa si distrugge la più grande conquista del secolo, consistente nel diritto di discutere di tutto e tutti, da Dio fino al verme, come d'altra parte si provoca il contrabbando delle coscienze? Signori, è inutile lusingarsi che con le repressioni, col sangue, e coi ridicoli mezzucci di spezzare la penna dei pubblicisti, e di chiudere la bocca agli uomini liberi si possa impedire la marcia dell'umanità verso la repubblica. La repubblica è nel mondo politico quel che la forza centripeta è nel mondo fisico! Però la repubblica, come qualunque altra forma di Governo, non può essere l'espressione di due, di dieci, di cento individui che per la gente paurosa e dissennata. I Governi che voglio stare tetragoni innanzi alle cospirazioni ed alle rivoluzioni debbono essere giusti, onesti e liberali, sinceramente liberali, da non temere concorrenza. Io non ho visto ancora un popolo pazzo! Quando i popoli si ribellano ai Governi, egli è segno che i Governi si sono ribellati ai popoli con cattive amministrazioni. (Oh! oh! - Si ride) La origine delle grida d'insurrezione che tingono di sangue cittadino le campagne, e della terribile crisi in cui versiamo, la troverete, non nell'ingerenza dei cittadini che si riscuotono ai flagelli inflitti, ma nel mal governo.

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Un altro effetto del giuramento politico è l'illusione che esso possa garantire le promesse dei capi degli Stati. Io crederei guarentigia l'assoggettarli ad un Eforato nazionale, o la condizione di non pagar loro più i tributi quando mancano al proprio dovere; ma il giuramento dei principi è spesso cosa tanto effimera da non meritare considerazione. Ferdinando I di Napoli giurava la Costituzione del 1821, e dopo pochi mesi consegnava i Napoletani al carnefice austriaco. Ferdinando II, nel nome santo di Dio uno e trino, giurava lo Statuto del 1848, ed in brevissimo tempo organizzava gli orrori del 15 maggio che affogarono nel sangue la libertà, e trassero in carcere e nelle proscrizioni migliaia di patriotti. Napoleone III, nel 1848... (Rumori) Lasciatemi parlare, signori, la storia non si cancella. Napoleone III giurava da presidente della repubblica di mantenere la Costituzione democratica e di farla eseguire e rispettare, e il 2 dicembre del 1851 Napoleone III violava il giuramento elevando sopra una catasta di ossa umane, di ossa patriotiche... (Rumori) le basi dell'impero. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, la pregherei di svolgere il suo progetto di legge e non entrare in questioni ardenti che non vi hanno che fare. MORELLI SALVATORE. La storia non si cancella. PRESIDENTE. Continui, ma non esca dall'argomento. MORELLI SALVATORE. Se dunque, signori, il giuramento politico conduce a queste risultanze penosissime, chi sarà colui che vorrà propugnarne la perpetuazione? Quanto a me, io, a nome della sicurezza, della dignità umana e della morale pubblica, vi premuro ad abolirlo. Vi ho aggiunto anche una considerazione morale, perchè la menzogna giurata dai capi delle nazioni perverte il senso retto delle moltitudini, le quali s'ispirano al loro esempio e come i fanciulli imitano ciò che essi fanno. Se nel primo loro nascere i Governi sono l'immagine dei popoli, a lungo andare i popoli si fanno ad immagine e similitudine dei Governi. Nelle provincie delle Due Sicilie ed in Francia lo spergiuro e la scuola del sangue produssero l'antropofagia dei briganti e degli assassini come i Lagala [sic] e i Troppmann. Sarà quindi anche sotto questo rapporto atto di altra moralità politica e di non comune sapienza l'abolizione del giuramento, che io ho avuto l'onore di proporvi. Comprendo che, per quanto vogliate essere benevoli nell'apprezzare le mie ragioni, non potrete escludere la quistione pregiudiziale di costituzionalità che si pone da sè; e, se vi fosse ai banchi dei ministri l'onorevole Menabrea, sono certo che mi ripeterebbe la sua enfatica parola, che lo Statuto è l'arca santa e non si può profanare con qualsiasi modificazione. Voi direte certamente, signori, che questa legge non possa essere accettata, mirando all'abrogazione di tre articoli dello Statuo. Ebbene, io a questo vostra risposta contrappongo una domanda semplicissima. Credete coi che uno Statuto, formolato 22 anni dietro dalla monarchia sabauda per una gloriosa provincia italiana di quattro milioni d'abitanti, possa essere acconcio nel 1870 ad una nazione di ventisei milioni? Se anche voi l'affermaste, il fatto vi smentirebbe. (Mormorio a destra) Signori, senza illuderci, il regno d'Italia rimasto nelle fasce, come se fosse nato ieri, è paralitico e soffre, non tanto per gli uomini politici, quanto per il sistema di una legge statutaria disadatta ai suoi bisogni. Gli uomini politici hanno la loro parte di responsabilità per la perduranza nello statu quo; ma la segreta origine dei mali sta nel sistema equivoco ed impotente d'una Costituzione che non risponde ai bisogno nazionali. (Vivi rumori ed interruzioni a destra) PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. (Con forza) Ma questo non è permesso. MASSARI G. Siamo qui per sentire la critica delle leggi fondamentali dello Stato?

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PRESIDENTE. Onorevole Massari, la prego di non interrompere; chieda la facoltà di par-

lare, ed a suo tempo gliela concederò. MORELLI S. All'onorevole interruttore Massari... PRESIDENTE. (Interrompendo) Scusi, continui il suo discorso. MORELLI S. Dirò che è un diritto nostro inconcusso quello di poter tutto discutere, da Dio fino al verme (Nuovi rumori a destra), ed io opportunamente mi avvalgo di questa grande conquista del secolo. Le leggi sono fatte pei popoli, e non i popoli per le leggi, e quando io vi chiedo la riforma d'uno Statuto insufficiente, dovete dirmi che ho ragione. A che nascondere il male? La cancrena che si nasconde conduce a morte inevitabilmente. Voi mi avete rimproverato qualche volta quando io sono venuto qui ad elevare un lembo delle piaghe del paese... (Vivissime interruzioni a destra) PRESIDENTE. Onorevole Morelli, la prego di continuare lo svolgimento della sua proposta, e non entri in materie estranee, o fare ragionamenti anticostituzionali. MORELLI S. Ella mi ha dato la parola, ed io parlo come mi detta il cuore. PRESIDENTE. E gliela mantengo, per l'oggetto però pel quale ha facoltà di parlare. MORELLI S. Senza prendere consiglio da uomini di stato, senza andare in alto, se voi, signori conservatori, domandate ad una balia quali effetti produca il mantenere una creatura fasciata per dieci anni, la povera donna vi risponderà che cresce rachitica. Ebbene, lo Statuto del Piemonte è una fascia che impedisce lo sviluppo organico del regno d'Italia, e lo fa crescere rachitico. (Rumori) PRESIDENTE. Onorevole Morelli, ho già detto e ripeto che io non posso assolutamente tollerare che ella faccia la critica della legge fondamentale dello Stato. MORELLI SALVATORE. Questa sua proposizione d'infallibilità io non l'accetto, perchè farebbe del Parlamento un Concilio. Lo Statuto non è il Sillabo; è una legge, e le leggi si fanno in conformità dello sviluppo dei tempi. Io non vi dico male dicendovi: signori, noi abbiamo una legge insufficiente, rifacciamola. Lo Statuto italiano è il contrapposto del nuovo diritto pubblico nazionale fondato sui plebisciti (Rumori), è l'antitesi, è la violazione delle leggi, lasciatemi che lo dica... (Rumori di disapprovazione continui) del progresso e della libertà cui aspira la coscienza del paese. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, io non posso lasciarla continuare; mi corre obbligo di chiamarla all'ordine, se ella ripete ancora una simile frase. Non può assolutamente essere tollerato che si dica che la legge fondamentale delle nostre libertà è una violazione delle medesime. Se ella desidera di continuare a parlare, non terrà più questo linguaggio. Del resto ella vede che la Camera si fa già giudice di siffatte espressioni. MORELLI SALVATORE. Voi, signori, potete andare alla riforma che io vi chiedo per due vie: o col mezzo di una Costituente, o con quello dei poteri costituiti. Per me credo che la pria sia la sorgente più legittima; ma, giacchè siete la continuazione del potere costituito da cui ebbe origine lo Statuto piemontese, che regge i destini della nazione, ed altre volte vi avvaleste di questa facoltà per modificarlo con leggi eccezionali, proseguite senza allarmarvi perchè la proposta vi viene da me. Io m'ispiro, non nelle passioni dei partiti politici, ma nella moralità della mia coscienza e nei dolori del mio paese; voglio il bene di tutti, non voglio male a nessuno, neppure a coloro che mi hanno assassinato. (Rumori) Credetelo pure, signori, quello che vi ho detto non è un programma politico: l'estrema Sinistra non fa programmi, enuncia principii ed eleva proteste. Essa sta in Parlamento per adempire ad un dovere nazionale; siede su questi banchi per costringere il sistema fatale, che oggi in Italia fa vivere pochi e fa piangere molti, a far vivere tutti e piangere nessuno! Prendendo dunque nel giusto senso le mie parole, io spero che vi compiacerete votare la presa in considerazione del progetto di legge che ha motivato questo discorso. MASSARI GIUSEPPE. Domando la parola per un fatto personale.

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PRESIDENTE. Il deputato Massari ha facoltà di parlare. MASSARI GIUSEPPE. Signor presidente, io comincio dal domandare venia a lei dell'inter-

ruzione per la quale ella, facendomi un richiamo, aveva perfettamente ragione, ed io accolgo con rispettosa deferenza la sua ammonizione; però spero che l'onorevole presidente e la Camera troveranno una circostanza attenuante alla mia vivacità, e questa circostanza si ravvisa nel discorso che testè ha pronunziato l'onorevole preopinante. Sentir messa in questione la nostra legge fondamentale, alla quale noi abbiamo tutto quanto siamo; sentir dire che noi possiamo innalzarci a giudici di tutto, da Dio al verme, in verità sono cose talmente intollerabili che rendono scusabile qualunque sorta di vivacità. Del rimanente mi pare che il discorso dell'onorevole preopinante è la prova evidente dell'inutilità di abolire il giuramento politico, poichè il modo col quale egli oggi ha parlato, dimostra che del suo giuramento egli non tiene nessun conto. MORELLI SALVATORE. Domando la parola per un fatto personale. PRESIDENTE. Ha la parola MORELLI SALVATORE. Io non mi meraviglio che l'onorevole Massari, secondo il solito, vedendomi pronunziare un discorso, abbia preso argomento per stigmatizzare gli uomini che siedono da questa parte, e spiegar loro un trattato di pedagogia. Sì, l'onorevole Massari ha male scelto il luogo, e l'onorevole Massari s'inganna se crede che le tradizioni della sua scuola regnino oggi come regnarono nel 1848. Oggi, onorevole Massari, lo sappia anche un'altra volta, non vi è d'indiscutibile che il diritto di discutere. Ci sentiamo autorizzati, dai progressi della ragione e della libertà, a giudicare tutto e tutti; nè voi, nè i Concilii, nè qualunque barriera può bastare ad affievolire la coscienza d'un diritto ormai diffuso e radicato nelle infime classi della società. PRESIDENTE. Si limiti al fatto personale. MORELLI SALVATORE. Quanto al giuramento, onorevole Massari, vi rispondo che io mi sento onesto, conosco il mio dovere di rappresentante della nazione, e non se se... ma basta così. (Ilarità) PRESIDENTE. La parola spetta all'onorevole presidente del Consiglio. PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Signori, io per certo, come voi vi attenderete, non entro nel campo molto arduo in cui ha voluto trarmi l'onorevole Morelli Salvatore. Egli, nè più nè meno, intende di mettere in discussione lo Statuto, in virtù del quale noi siamo eletti ed abbiamo acquistate tutte le prerogative, che ci costituiscono rappresentanti della nazione. Egli vorrebbe per conseguenza mettere il paese in istato di dovere ancora discutere la sua esistenza politica. Ora io domando a voi se questo sia il momento opportuno di eccitare nel paese un commovimento politico di tanta gravità. Qualunque possa essere l'opinione di ciascuno di noi sulle facoltà, che competono al Parlamento di discutere lo Statuto, non vi ha dubbio che è ammesso da tutti i popoli i quali hanno una rappresentanza elettiva e una Costituzione anche la più liberale, che non mai si possa mettere in discussione questo Statuto fondamentale, in forza del quale la rappresentanza esiste, se non in casi supremi, e mediante una Costituente. Ora, l'onorevole Salvatore Morelli sorvola a tutte formalità; egli non conosce nè legge, nè Statuto; egli non ha che il diritto naturale, e con esso vuol regolare ogni cosa. Signori, io non confuterò certe espressioni che, se me lo permettesse l'onorevole Salvatore Morelli, chiamerei temerarie, di cui si è servito contro questo Statuto, considerandolo come appartenente ad una sola parte d'Italia, ed imprimendogli così la taccia di regionalismo, mentre ha il suggello dei fatti solenni felicemente compiuti, cioè dell'unità d'Italia, e dei plebisciti nazionali. (Bravo!) Ripeto che senza questo Statuto il regno d'Italia a quest'ora non esisterebbe, e lo stesso onorevole Salvatore Morelli gemerebbe ancora nelle carceri stretto dai ferri della tirannide.

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Ma, o signori, io non intendo di entrare nel merito di cotesto tema, non debbo trattarlo per il rispetto e per l'ossequio che ho allo Statuto, e quindi mi limito a proporre la questione pregiudiziale fondata sull'articolo 49 dello Statuto medesimo, e spero che la Camera vorrà accettarla, senza prolungare oltre questa discussione. Voci a destra. Sì! sì! Ai voti! ai voti! PRESIDENTE. L'onorevole Morelli ha la parola per un fatto personale; si limiti al fatto personale. MORELLI SALVATORE. L'onorevole presidente del Consiglio nel rispondere al mio discorso mi ha fatto degli appunti acerbissimi, ha detto che il mio discorso è stato temerario. Ma, signori, io credo che nessuno possa attaccare di temerarietà un deputato quando viene alla Camera a manifestare liberamente e francamente una sua opinione. Io non ho nascosto l'origine dello Statuto, non ho detto che questo Statuto non abbia iniziato la nostra vita politica, anzi mi sono spiegato chiarissimo; ma, signori, io ho detto che per potere svolgere i principii per i quali si è sofferto tanto, e si è lavorato tanto, bisogna che noi ci mettiamo sopra un terreno più fecondo d'istituzioni. Senza illuderci, o signori, in tutti i paesi del mondo si fa così. In Inghilterra il Parlamento si eleva a Costituente; quando vede bisognevole una legge nuova, o la riforma di una legge vecchia... PRESIDENTE. Onorevole Morelli, si limiti al fatto personale. MORELLI SALVATORE. L'esempio della Francia poi, dovrebbe bastare per tutti. Perchè il Governo che ha tanta simpatia per la Francia, da imitarla spesso, non vuole seguirla ora nelle riforme iniziate per dare momentaneamente tregua ai dolori di quel gran paese? Io non so se l'onorevole Lanza abbia in mente di sognare che l'Italia sia un paradiso terrestre... PRESIDENTE. Ma onorevole Morelli, la prego di nuovo a limitarsi al fatto personale. MORELLI SALVATORE. Mi permetta, io ho diritto di rispondere al discorso dell'onorevole presidente del Consiglio. PRESIDENTE. Ma no, non l'ha questo diritto. Ella ha ora il diritto di parlare sul fatto personale; dunque si limiti, la prego, a questo. MORELLI SALVATORE. Ma io ho il diritto di rispondere... PRESIDENTE. Io desidererei pel [sic] primo che ella avesse questo diritto, ma... MORELLI SALVATORE. Io debbo rilevare che non sono temerario, e che non mi sono appoggiato agli esempi delle altre nazioni civili, che mi sono ispirato ai dolori del mio paese, i quali nascono in gran parte dallo Statuto... (Interruzioni vivissime - Oh! oh! Basta!) Signori, voi avete gli oracoli vostri, avete i vostri taumaturghi, usufruitene le opinioni, imitatene la prudenza. L'onorevole Massimo D'Azeglio fortemente sostenne nella Camera subalpina la facoltà di riformare lo Statuto. Cosa significa dunque questa temerarietà di cui mi accusa l'onorevole presidente del Consiglio? Crede egli che io sia temerario se, a nome del benessere del paese, domando la riforma dello Statuto? Io spero che la Camera... PRESIDENTE. Onorevole Morelli, io non posso permettere che ella faccia una proposta contro lo Statuto. Non c'è alcuna legge che autorizzi un deputato a proporre riforme allo Statuto. Esso è la legge fondamentale dello Stato, e tutti le debbono obbedienza e rispetto. MORELLI SALVATORE. Io ripeto, signor presidente, non fo che confermare il dritto di esporre liberamente un mio avviso... [...] PRESIDENTE. Onorevole Miceli, non posso permettere che ella continui; ha chiesto la parola per un appello al regolamento, poi è sorto a difendere l'onorevole Morelli; ha dato lettura di un articolo del regolamento che io conoscevo al pari di lei; però le deggio fare osservare che l'onorevole Morelli aveva chiesto la parola soltanto per un fatto personale. Se l'onorevole Morelli avesse chiesto di esercitare un diritto più esteso sarebbe stato mio dovere di mantener-

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lo nell'esercizio di questo suo diritto; ma essendosi limitato al fatto personale, io era nel dovere e nel diritto di contenerlo nel puro fatto personale. Quanto allo Statuto, ripeto a lei quello che dissi all'onorevole Marelli Salvatore, cioè che, essendo legge fondamentale dello Stato, è fuori di discussione, che non è consentito a nessuno di farne la critica, o domandarne la revisione. (Oh! oh! a sinistra) No, non è consentito a nessuno. E se a taluno di noi può essere permesso di sperare od intravedere una qualche riforma del medesimo, questo si restringe nei limiti del nostro pensiero, e non può passare i confini del potere che noi qui esercitiamo. [...] PRESIDENTE. L'onorevole presidente del Consiglio avendo proposto la questione pregiudiziale sulla presa in considerazione del progetto d'iniziativa dell'onorevole Morelli Salvatore, pongo ai voti la sua proposta. Coloro che l'approvino si alzino. (La Camera l'approva) [N.B. Disegni e proposte di leggi e incarti delle commissioni (1843-1943) - Disegni e proposte di legge e incarti delle commissioni 1848 - 1943 - Legislatura X 22.03.1867 - 02.11.1870 - Sessione II 18.11.1869 - 02.11.1870 - Iniziativa parlamentare (1869 - 1870) 12.12. Morelli. Abrogazione di tutte le disposizioni legislative intorno al giuramento politico [08].[03].[1870] -> archivio.camera.it/patrimonio/archivio_della_camera_regia_1848_1943/are01o/documento/]

*§* Tornata del 3 Aprile 1870 pp. 819-820 = Votazione nominale e approvazione della proposta del deputato Minghetti) PRESIDENTE. ... Ora pongo ai voti la proposta dell'onorevole Minghetti. Sulla votazione di questa proposta è domandato l'appello nominale dagli onorevoli Sprovieri, Lazzaro, Morelli Salvatore, Cosentini, Salaris, Brunetti, Fabrizi Nicola, Fanelli, Mazzarella, Grassi, Abignente, Ghinosi, Campisi, Vollaro, Merizzi, Melissari e Botta. Si procede alla voazione nominale sulla proposta dell'onorevole Minghetti. Coloro che l'approvano, risponderanno sì, coloro che la respingono, risponderano no. (Segue l'appello nominale) Votarono in favore: [...] Votarono contro: ... Morelli Salvatore... Si astennero: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti: 282 Votanti 280 Votarono in favore 168 Votarono contro 112 Si astennero 002 (La Camera approva) *§* Tornata del 5 Aprile 1870 (pp. 863 /865 = Approvazione a squittinio nominale dell'ordine del giorno proposto dal deputato Donati) PRESIDENTE. Gli onorevoli deputati Fabrizi Nicola, Minervini, Carbonelli, Zizzi, Melissari, De Boni, Giunti, Catucci, La Porta, Mazzarella, Mauro, Miceli, Morelli Salvatore, Cosentini, Ghinosi, Sonzogno e Merizzi domandano la votazione nominale. [...] Ripeto che chi approva l'ordine del giorno puro e semplice, risponderà sì, chi non l'approva, risponderà no. Votarono in favore: [...]

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Votarono contro: ... Morelli Salvatore... Si astennero: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 278 Votanti 271 Votarono in favore 148 Votarono contro 123 Si astennero 007 (La Camera approva) *§* Tornata del 6 Aprile 1870 (p. 868 = dichiarazione per astensione di voto) FARINI, segretario. (Legge) <<I sottoscritti, In seguito alla deliberazione emessa nella tornata di ieri, 5 corrente, dalla maggioranza della Camera, con cui venne rifiutata la comunicazione preventiva dell'elenco degli azionisti e degli avvocati ordinari della Banca Nazionale; Considerando di non poter procedere con sicura coscienza nella nomina delle Giunte, che devono studiare e riferire sui provvedimenti finanziari, tra i quali primeggia la convenzione tra lo Stato e la Banca Nazionale, e senza discussione preliminare, dichiarano di astenersi dal voto: La Porta, Ferrari, [...] Salvatore Morelli, [...] Servadio.>> [N.B.: I deputati che dichiarano di astenersi dal voto sono in tutto 90, compreso Morelli]

*§* Tornata del 25 Aprile 1870 (p. 1116 = per richiamo d'ordine) MORELLI SALVATORE. Io veggo i deputati venire premurosi al Parlamento quando si tratta di cose politiche; ora che si discutono nei bilanci gl'interessi più importanti del paese, la Camera è ridotta alle misere condizioni numeriche di un Consiglio comunale. Signori, questo fatto gravissimo non si può dissimulare, noi siamo qui in uno stato di desolante languore; io prego la Presidenza a voler fare l'appello nominale e pubblicarlo. Voci al centro ed a destra. No! no! (Rumori) MORELLI SALVATORE. Sì, sì, ciò che si fa oggi si farà domani e sempre. Bisogna che i deputati siedano come noi alla Camera, perchè la nazione li elegge per lo scopo di vegliare i suoi interessi. Quindi io domando che, quando non si è in numero, si proceda all'appello nominale, e se ne pubblichi il risultato. (Nuovi rumori di diniego al centro) PRESIDENTE. Come ho già avvertito, molti dei nostri colleghi sono attualmente raccolti nelle Commissioni, e stanno occupandosi di lavori importantissimi, per cui si troveranno qui da un momento all'altro, ove occorra. Del resto la Presidenza si darà cura di fare nuove sollecitazioni presso i signori deputati che sono lontani da Firenze, acciocchè si compiacciano d'intervenire e prender parte ai nostri lavori. *§* Tornata del 20 Maggio 1870 (p. 1732-1733 = annunzia una interrogazione al ministro della pubblica istruzione sui fatti accaduti nell'Università di Napoli) PRESIDENTE. Debbo ancora dare lettura di una interrogazione del deputato Morelli Salvatore al ministro per l'istruzione pubblica. << L'onorevole deputato Salvatore Morelli desidera interrogare l'onorevole ministro dell'istruzione pubblica sui fatti accaduti nell'Università di Napoli.>> Prego l'onorevole ministro dell'istruzione pubblica a voler dichiarare se e quando intende di rispondere. CORRENTI, ministro per l'istruzione pubblica. Mi pareva che sui fatti dell'Università di Napoli avesse già ampiamento risposto ieri il presidente del Consiglio. Io non potrei dare

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maggiori notizie. Cionondimeno mi piace di dire che ieri, come oggi, come dal momento in cui fu riaperta, nell'Università di Napoli ha regnato la più grande tranquillità. Le lezioni vennero tranquillamente riprese e furono frequentate. Io credo che il meglio a farsi sia quello di lasciare studiare quei giovani e lasciare che continuino le lezioni, e non intralciar il corso. MORELLI S. L'onorevole ministro dell'interno fu interpellato sugli atti brutali degli agenti di polizia contro gli studenti di Napoli. Io desidero rivelare all'onorevole ministro della istruzione pubblica la inqualificabile condotta di chi aveva il dovere di tutelare l'asilo sacro alla scienza non con le baionette, ma con l'autorità dei principii, e più intendo chiarirgli le cause del malcontento di quella Università, perchè egli ha il debito di rimuoverle. Ecco tutto. Se l'onorevole ministro che deve avere un tantino d'interesse per gli studenti, dei quali assume la paternità morale, mi assicura che è disposto a fare quanto è in lui per riparare convenientemente la gioventù offesa nella dignità personale ed universitaria, io mi taccio, lasciandogli il tempo necessario a soddisfare questo compito imprescindibile con l'inchiesta proposta dagli onorevoli Lazzaro e Di San Donato al ministro dell'interno. In altro caso io chieggo alla Camera di permettermi che svolga domani la mia interrogazione. MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Questa è l'interpellanza svolta ieri. MORELLI S. No, posso assicurarlo che il mio scopo è ben altro. MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Se poi le considerazioni devono escire dall'ordine dei fatti e porsi su un terreno ben diverso, comprenderà la Camera come io debba desiderare che l'interrogazione sia rimandata a quando si discuteranno i provvedimenti intorno all'istruzione pubblica, perchè allora si potrà meglio e più ampiamente discutere e delle cause che possono portar discordia fa i professori e gli studenti, e dei rimedi a proporre perchè siano tolte quando fossero riconosciute. MORELLI SALVATORE. Quello che io voglio esprimere, onorevole ministro, non riflette tanto gli studenti, quanto la condotta dei loro superiori in questo spiacevole avvenimento; so essere nel diritto di proporre le riforme opportune quando si discuterà il provvedimento sulla pubblica istruzione; ma oggi io intendo dimostrare infondata la teoria della generazione spontanea nelle agitazioni del regno, cui hanno attinenza quelle dell'Università di Napoli, e che esse derivino da cause che noi abbiamo il dovere d'indagare severamente. Quindi mi auguro che l'inchiesta soprindicata possa sopperire al bisogno. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, non c'è alcuna inchiesta che abbia annunziata il presidente del Consiglio; egli si è solo riservato di riferire alla Camera intorno a quei fatti che gli sarebbero noti e più particolareggiati. Quando dunque saranno date queste nuove informazioni, ella potrà fare la sua interrogazione. Aderisce, onorevole Morelli? MORELLI SALVATORE. Non potendo fare altro al momento, aderisco. *§* Tornata del 21 maggio 1870 (pp. 1740-1741 = parla sul capitolo del bilancio passivo 1870 del Ministero delle finanze, Pensioni ordinarie) MORELLI SALVATORE. Il Ministero fece esigere dai suoi agenti la ricchezza mobile anche sulle pensioni di lire 400. Alcuno dei pensionati ricorse ai tribunali e ne ebbe sentenza favorevole; quindi il Ministero, in vista di giudicati che stabilivano una massima contraria, avrebbe dovuto ordinare la restituzione dell'indebito. Invece assistiamo allo scandalo di vederne escluso il maggior numero, composto di poveri patrioti che non hanno mezzi per adire i magistrati. Questo per verità non mi sembra nè giusto nè onesto, perchè una vola che giuridicamente è stato deciso non doversi esigere la tassa di ricchezza mobile per le pensioni di 400 lire, il Governo ha il dovere di ordinare la restituzione dell'indebito a tutti. È per ciò che io prego il signor ministro a prendere senza indugio interessamento di questo fatto, riguardante una classe infelicissima, alla quale fa peso ogni piccola sottrazione. PRESIDENTE. Prego il signor ministro, poichè risponde all'onorevole Morelli, di dichiarare anche se accetta la riduzione proposta a questo capitolo 36 dalla Commissione.

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MINISTRO PER LE FINANZE.

Quanto all'onorevole Morelli posso dichiarare che furono date disposizioni per soddisfare a questi debiti; e se a quest'ora i suoi desiderii non sono già interamente adempiuti, si va facendo quanto occorre per soddisfarli. [...] *§* Tornata del 27 Maggio 1870 (pp. 1910-1912 = La chiusura della discussione generale è votata a squittinio nominale) PRESIDENTE. ... Gli onorevoli Lazzaro, La Porta, Cosentini, Minervini, Fanelli, Bove, Carbonelli, Marolda, Asproni, Antona-Traversi, Curzio, Botta, Fabrizi Nicolò, Miceli, Mauro, Sonzogno, Ghinosi, Morelli Salvatore, e Pianciani chiedono la votazione nominale sulla proposta di chiusura della discussione generale. [...] PRESIDENTE. Sono due questioni diverse, come ho già avvertito. Non si può decidere se il relatore avrà o no facoltà di parlare, prima di sapere se la discussione è chiusa. Io non posso invertire l'ordine delle votazioni; è quindi dover mio d'interpellare la Camera se intenda o no di chiudere la discussione generale. Si procederà all'appello nominale. Chi intende che la discussione generale sia chiusa, risponderà sì; e chi intende che non sia chiusa, risponderà no. (Segue l'appello nominale.) Votarono per la chiusura: [...] Votarono contro: ... Morelli Salvatore ... Si astennero: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 276 Votanti 272 Risposero sì 165 Risposero no 107 Si astennero 004 (La Camera delibera di chiudere la discussione generale) *§* Tornata del 21 Giugno 1870 (p. 2601 = propone emendamento all'allegato del progetto di legge pei provvedimenti finanziari concernente le tasse scolastiche. Emendamenti del deputato Morelli Salvatore per estensione alle donne dello insegnamento universitario) PRESIDENTE. Si dà lettura dell'allegato K, legge sulle tasse scolastiche: [...] A quest'allegato l'onorevole Salvatore Morelli ha fatto la seguente aggiunta: Dove dice: <<scuola d'applicazione>>, devesi aggiungere <<cui ogni cittadino italiano, senza distinzione di sesso, potrà addirsi.>> Oltre ciò l'onorevole Salvatore Morelli propone il seguente articolo da aggiungersi: <<Art. 3. Gli studenti d'ambo i sessi che attestino povertà con certificato del proprio municipio, saranno esentati dalle tasse sopraddette.>> [...] Comunico questi emendamenti alla Commissione. *§* Tornata del 21 Giugno 1870 (p. 2611-2614 = li svolge / li ritira) PRESIDENTE. Permetta [si rivolge all'onorevole Oliva che aveva chiesto la parola], prima c'è questa aggiunta dell'onorevole Morelli Salvatore. Dove dice: scuola di applicazione, devesi aggiungere, cui ogni cittadino italiano senza distinzione di sesso potrà addirsi. (Movimenti) Lo stesso onorevole Morelli propone quindi questo articolo addizionale:

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<<Gli studenti di ambo i sessi che attestino povertà con un certificato del proprio municipio, saranno esentati dal pagamento delle tasse sopradette.>> Io gli do facoltà di parlare per isvolgere i suoi concetti. MORELLI SALVATORE. L'onorevole Bonghi, con una parola gittata così a caso mi ha fatto presentire che il Ministero, nel cui olimpo egli vive, accetti il mio emendamento. Egli ha detto che nelle leggi italiane non vi è inibizione a che le donne possano accedere alle Università ed alle scuole scientifiche e professionali; io mi consolerei di questo colla civiltà del mio paese, se fosse vero, ma sventuratamente quello dell'intelligenza, in Italia, è un monopolio, come è un monopolio il potere, la terra, e la ricchezza. (Rumori a destra) PRESIDENTE. Prego i signori deputati di non voler fare rumori e interruzioni, altrimenti non è possibile di andare innanzi nella discussione. Onorevole Morelli continui. MORELLI SALVATORE. Vedo che io non m'inganno: anche la parola è un monopolio, perchè mi si vuole impedire di parlare. (Nuovi rumori a destra) PRESIDENTE. Il presidente è qui per difendere, ove occorra, i diritti dei deputati. Continui a parlare. MORELLI SALVATORE. Avrei desiderato che questo fosse vero, che cioè si fosse compresa la verità che oggimai lampeggia nella coscienza di tutto il mondo, che la donna la quale finora si è tenuta nell'abbiezione, nella ignoranza e nel nullismo giuridico, debba essere considerata niente più e niente meno che l'uomo, debba essere personalizzata come noi, debba essere educata in modo da poter formare la via dei nuovi principi nella famiglia e nella società. Non solo da tutte le provincie italiane si fanno premure perchè la condizione delle nostre donne sia migliorata; ma anche un Comitato internazionale, composto da eminenti signore svizzere, italiane, americane, tedesche, inglesi, francesi, russe e belghe, sedente in Ginevra sotto la presidenza dell'egregia Maria Goegg; questo Comitato che con gentile ed esemplare sentimento di solidarietà si interessa delle sorti delle donne in Europa (Si ride) inviava tempo fa al Ministero ed alla Presidenza di questa Camera una petizione nel senso di sollecitare Governo e Parlamento a riconoscere nelle donne italiane il diritto professionale. Io nel ringraziare la signora Goegg ed il Comitato a nome nostro di tanta generosa diligenza per la nostra civiltà, dico a voi: signori, non ci illudiamo, il sistema ordito sopra un vieto e falso ideale cade in frammenti; i tempi mutano spoglie come i filugelli; la manomorta deve finire in tutti i sensi, e se nella famiglia la donna non ha rappresentato finora che la manomorta, d'oggi in avanti deve rappresentare la mano viva (Risa e conversazioni a destra), quella mano benefica che ordina la vita domestica e sociale ai grandi destini della vera libertà. Prego il signor presidente a far ristabilire il silenzio. PRESIDENTE. Ella ben vede che non manco non solo di raccomandare, ma di reclamare con forza il silenzio. MORELLI SALVATORE. L'onorevole Bonghi asseriva che a questo riguardo non c'è inibizione per le donne. Ebbene, io sono in grado di provare all'onorevole Bonghi che in molte Università, e specialmente in una delle più illustri d'Italia, si sono presentate un giorno molte signore allo scopo di studiare chimica, ed il rettore ha risposto: che non era autorizzato dai regolamenti a permettere quest'istruzione delle donne nell'Università. Ora se ci sono di questi fatti, fatti che smentiscono le tradizioni italiane, che ammettevano le donne alle cattedre sin dai primordi del medio evo, e, a dir vero, non fanno onore al professorato italiano dei nostri giorni, come possiamo dire che in Italia nessuna legge proibisca alla donna d'istruirsi nelle Università e nelle altre scuole? Quindi in previsione di queste eventualità poco cavalleresche, ho presentato un emendamento. Accettatelo, signori, in nome della giustizia e della civiltà. Io sono sicuro che le donne italiane ne sapranno profittare pel meglio della nostra sociale educazione, e nell'attività riformatrice saremo ausiliati immensamente dal soccorso della loro intelligenza aguzzata dai buoni studi.

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Non saprei, quale ragione ci potrebbe essere per non permettere alle donne l'accesso nelle Università e negli altri pubblici istituti che pur si mantengono coi tributi che esse pagano allo Stato come ogni altro cittadino; non saprei perchè si dovrebbe negare alle donne l'esercizio delle professioni alle quali si dedicano gli uomini. Signori, smettiamo quel volgarissimo pregiudizio il quale, mentre non fa scandalo di vedere confusi i due sessi nei teatri, nelle chiese, nelle sale da ballo ed in molti luoghi pubblici, dove, d'ordinario si giuoca il tempo senza serietà, si vuol impedire poi per falso scrupolo, col muro di bronzo del pregiudizio, la comunione di due esseri condannati dalla natura a vivere insieme... (Rumori e risa) Voci. Condannati !... MORELLI S. ... la comunione imprescindibile dell'uomo e della donna nell'ordine ideale, ed in tutti i gravi negozi dai quali dipendono i destini delle nazioni! Sarebbe veramente spiacevole vedere oggi voi, o signori, al pari di me teneri della civiltà del paese, e dirò anche del risorgimento morale delle donne, che non abbiate per la mia proposta l'abituale simpatia cavalleresca di cui, non escluso l'onorevole presidente, siete larghi al bel sesso.(Scoppio di ilarità) Io sarei dolente, signori, se vedessi respinto l'emendamento, sotto, non dirò il pretesto, chè non sarebbe parlamentare, ma la scusa accennata dall'onorevole Bonghi. Prima di respingerlo però io desidererei che voi ed il ministro vi poniate una mano sulla coscienza, e volgendo uno sguardo sullo spirito elevato delle signore di cui siete conoscenti, giudicare se sia giusto che le donne rimangano cieche serve dell'uomo, come asserivano il Damasceno, san Giovanni Grisostomo e taluni altri, pari al famigerato Arbues, elevati agli altari dalla chimica del Vaticano, che le donne finalmente dovrebbero abborrire come demoni loro nemici, invece che adorare sotto il prestigio di una stupida superstizione. (Bravo! a sinistra - Risa a destra) Non c'è da ridere! Coloro che consigliarono ai mariti di battere le mogli, e coprirono di vituperio e d'ignavia la madre dell'uomo, falsando le sanzioni della natura, non sono santi, sono genii del male, sono demoni. Riflettendo un po' sulle alte missioni che le donne assumono nella vita, riflettendo sugl'impegni abituali di generare, educare e muovere l'uomo dalla culla alla tomba, voi non potete a meno di conchiudere che per ragione logica, superiore ai sofismi degli oscurantisti settari, esse debbono aver riportato da natura facoltà eminenti che si ha obbligo di sviluppare coi mezzi della scienza educatrice. Se esse, con la luce fosforica dell'istinto, ci hanno fatto raggiungere questo periodo di progresso, illuminandole con adeguata istruzione, noi vedremo non solo migliorare le condizioni morali ed industriali della famiglia, ma con le loro saggie [sic] ispirazioni, invece del Governo della sciabola e dello scialacquo, consiglieranno ai ministri delle finanze le vere economie (Ilarità), ai ministri di grazia e giustizia insegneranno un po' di giustizia... Una voce. Ed anche di grazia! MORELLI SALVATORE... ed ai ministri dell'istruzione pubblica come debbono procedere per non mutare il loro alto ufficio in quello di doganiere del genio nazionale, soffocando con la fiscalità sotto una piramide di tasse e di regolamenti repressivi. Io debbo dichiarare che mi sento consolato per l'avvenire del mio paese quando veggo ridestarsi l'Italia intera all'amore della sapienza, e fare motto d'ordine dell'infallibile civiltà futura la donna e la scienza, l'istruzione ed il lavoro. Io mi compiaccio quando veggo alle egregie pensatrici Serafini di Genova, Mozzoni di Milano, Gualberta Beccari di Venezia, Monastier di Torino ed a tante altre fare ala una serie innumere [: lett. Innumerevole] di sapienti giovinette, appartenenti a tutte le classi, che con ammirabile gara chiedono la partecipazione del diritto alla scienza, per dividere con noi il pesante e doveroso lavoro della rigenerazione nazionale.

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Ora, signori, credete che possiamo noi osteggiare le correnti del secolo che c'impongono la comunione del sapere a tutte le sociali categorie, additando la donna come unico organo naturale ed efficace dell'istruzione educativa, per insegnare alla nascente generazione quello che deve essere, quello che deve fare e come deve condursi per promuovere il proprio ed il nazionale benessere? In Inghilterra e più in America, o signori, questo è un fatto compiuto; e ciò perchè in America le donne, dirette da uomini illustri alla partecipazione dell'attività pubblica, sono più spicciative. (Ilarità prolungata) PRESIDENTE. Onorevole Morelli, la prego di restringersi. MORELLI SALVATORE. Le donne in America sono più spicciative, più sollecite nel far valere il proprio diritto. Esse, senza bisogno di leggi speciali, si sentono comprese nelle guarentigie giuridiche che riguardano l'uomo, e come lui s'infiltrano nell'esercizio delle professioni, negli uffizi pubblici, nelle case di commercio, nelle cattedre ed in tutte le sfere della vita. E sapete, signori, quali sono i frutti di questa ingerenza della donna americana nella vita pubblica? Che quella nazione è la più morale, più libera e più prospera del mondo. Se interrogate poi il preposto dell'Università di Filadelfia, frequentata da signore studenti ed insegnanti, vi dirà che non si avverò mai per questo sconveniente di sorta. Io desidero che le nostre donne possano uscire anch'esse dall'inerzia in cui sono concentrate, e vorrei che cominciassero a partecipare all'attività della vita comune coi tesori dell'affetto e dell'intelligenza loro. Ma giacchè in Italia abbiamo ancora quell'idra lernea [Idra di Lerna, mostro della mitologia greca. Uccidere l'idra era la seconda delle Dodici fatiche di Ercole] che uccide il sentimento e la ragione, reprimendo la vita in tutti i modi, io desidero almeno che noi ci facciamo un dovere di tutelare lo sviluppo dell'intelligenza e dell'affetto nazionale, promovendo una legge la quale consenta d'or innanzi alla donna il diritto di educarsi a qualunque disciplina, senza l'arbitrario veto di alcuna autorità. Signori, è solo aprendo le porte della scienza alla donna che noi apriremo quelle della libertà vera, della civiltà vera, della vera prosperità all'infelice nostra Italia. (Movimento diversi) Presidente. Prego la Commissione di dare il suo avviso su questa proposta dell'onorevole Morelli. CHIAVES, relatore. La Commissione crede che sia superflua questa proposta dell'onorevole Morelli. Per entrare in questi istituti basta adempiere alle condizioni che sono prescritte dalla legge. La Commissione crede che, quando vi sia un esame di licenza, quando vi sia una patente, quando sia preso l'esame di ammessione [sic], non si trovi veramente nelle disposizioni legislative cosa la quale possa dirsi che esplicitamente escluda la donna dall'entrare in questi istituti. Raramente, è vero, ciò avviene. L'onorevole preopinante ha accennato ad un fatto in cui persone del gentil sesso furono respinte dall'Università da un rettore; ma probabilmente ciò avvenne perchè si trattava di cosa abbastanza anormale; essendochè vi sono molti i quali, e non senza ragione, pensano che per avventura la educazione della donna non sia quella che si otterrebbe in un ginnasio o in un liceo in cui si compia l'educazione maschile. Del resto, appunto perchè non si trovano nelle disposizioni legislative dei prescritti i quali portino una esclusione esplicita delle persone del bel sesso dal prender parte a quest'insegnamento, purchè adempiano e siano in condizioni di adempiere a quanto è prescritto per poter esservi ammesse, la Commissione non crede sia necessaria quest'aggiunta. MORELLI SALVATORE. Domando una parola per una dichiarazione. ARRIVABENE. Domando la parola. PRESIDENTE. Su che cosa? ARRIVABENE. Su questa proposta dell'onorevole Morelli. PRESIDENTE. Ha la facoltà di parlare.

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ARRIVABENE. Io non entro nella discussione. Io vorrei pregare l'onorevole Morelli di ri-

tirare il suo emendamento, per non metterci nella condizione di rigettarlo. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, mantiene o ritira la sua proposta? MORELLI S. Io la ritiro, prendendo atto delle dichiarazioni del relatore, le quali credo esprimano anche l'opinione del ministro. Non vorrei però che qui giuocasse l'equivoco, e che, mentre si mostra di voler permettere alle donne l'accesso nelle Università e nelle scuole pubbliche per l'esercizio delle professioni, venissero poi nel fatto veramente respinte. Perciò, se l'onorevole ministro mi promette che questo non avverrà, io ritiro il mio emendamento. PRESIDENTE: Ma lo ritira, sì o no? MORELLI S. Aspetto che il signor ministro mi risponda. PRESIDENTE. Ma io non posso obbligarlo a rispondere. Dica se lo ritira. MORELLI S. È l'onorevole ministro che, anche per gentilezza, deve sentire il dovere di dire se accede alle promesse del relatore, oppure no. (Ilarità) MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Io credo che l'onorevole Morelli ha sollevato inopportunamente un argomento così grave, così serio, così sacro, che richiederebbe occasione più propizia ed animi meglio preparati. E che il momento non sia opportuno, lo mostra la maniera poco favorevole con cui fu accolto. Io perciò oppongo la questione d'ordine. Qui si tratta di tasse, ed invece l'onorevole Morelli propone un'altissima questione disciplinare, sulla quale si potrà discutere in altra occasione, ma che non può assolutamente trovare qui sede opportuna. (Benissimo!) ASPRONI. Domando la parola. PRESIDENTE. Non posso lasciar aprire una discussione su questo. MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Io oppongo la questione d'ordine. PRESIDENTE. Non c'è questione d'ordine. L'onorevole Morelli ha proposto che l'ammissione alle scuole fosse estesa ai due sessi, e che i poveri siano esenti dalle tasse. La sua proposta non implica altro, nè io l'avrei lasciata mettere in discussione, se fosse stata fuori dell'argomento. Dunque, onorevole Morelli, mantiene la sua proposta o la ritira? MORELLI SALVATORE. Domando la parola per una dichiarazione. PRESIDENTE. Dica se ella la ritira o la mantiene. MORELLI SALVATORE. Ma come! Non permette che io faccia una dichiarazione. PRESIDENTE. Parli per fare una dichiarazione. MORELLI SALVATORE. L'onorevole ministro ha detto bene: la questione pel Governo presente è grave ed inopportuna; ma per chi si sente uomo di libertà e di giustizia avrebbe dovuto essere risolta; e mi duole, seriamente mi duole che egli la tenga ancora in quarantena. Io, lasciando la responsabilità di questa ingiustizia al Governo, ritiro il mio emendamento, e mi appello alle stesse donne. (Ilarità generale) Esse faranno valere le loro ragioni penetrando nelle Università e negli istituti per farsi iscrivere, poichè hanno diritto d'imparare una professione senza bisogno del permesso di alcun ministro nè di questo nè dell'altro mondo. (Ilarità) *§* Tornata del 28 Giugno 1870 (pp. 2845-2849 = domanda con altri la votazione nominale sull'articolo 1 dell'allegato relativo alla tassa sulla ricchezza mobile) PRESIDENTE. [...] Gli onorevoli Morelli Salvatore, Vicini, Pianciani, Busi, Solidati, Sipio, Consiglio, Pelagalli, Bottari, Zizzi, Ghinosi, Bertani, Mussi, Carganico, Merizzi, Rossi e Rega chiedono la votazione nominale. (Scoppio di rumori a destra) Voci a sinistra. Hanno diritto! (Rumori) [...] PRESIDENTE. <<A cominciare dall'anno 1871 l'aliquota d'imposta sui redditi di ricchezza mobile è fissata al 12 per cento. A partire da quest'epoca è tolta alle provincie ed ai comuni la facoltà di sovrimporre centesimi addizionali alla ricchezza mobile.>>

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Sopra questo articolo gli onorevoli nostri colleghi che ho testè nominati hanno chiesto la votazione nominale. (Rumori d'impazienza e risa a destra) Coloro che approvano l'articolo primo risponderanno sì, coloro che lo respingono risponderano no. (Si procede all'appello nominale) Votarono in favore: [...] Votarono contro: ...Morelli Salvatore... Astenuti: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 275 Votanti 256 Risposero sì 165 Risposero no 091 Si astennero 019 (La Camera approva l'articoli 1.) *§* Tornata del 7 Luglio 1870 (p. 3111 = interroga il ministro delle finanze intorno al palazzo di Caserta) DOMANDA DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE RIGUARDO ALLA REGGIA DI CASERTA PRESIDENTE. L'onorevole Salvatore Morelli desidera interrogare il signor ministro delle finanze sulla reggia di Caserta. Prego l'onorevole ministro delle finanze a dichiarare se e quando intenda rispondere a quest'interrogazione. SELLA, ministro per le finanze. Risponderò ora. MORELLI SALVATORE. Corre voce che la lista civile abbia ceduto al demanio la reggia di Caserta, e sta bene. Ma se ciò è avvenuto, io, deputato di un collegio di quella patriottica provincia, intendo sapere dal Governo quale uso ei voglia fare di quell'opera monumentale, che per la sua eccellenza artistica non ha riscontro in alcuna altra reggia di Europa. Se il Ministero volesse accettare una proposta utilissima alla conservazione di quell'opera monumentale, ed allo sviluppo degli interessi economici del paese, io gli direi, anche a nome di altri miei onorevoli colleghi, di risparmiare all'Italia il dolore dello sciupo di questo grande edifizio come avvenne di tanti altri cespiti del patrimonio nazionale, e per conservarlo intatto, anzi per esporlo vieppiù all'ammirazione straniera, lo addicesse invece ad un'esposizione universale permanente. Le provincie meridionali collocate col porto di Brindisi alla testa di linea del commercio orientale, offrirebbero in quell'ameno sito all'arte ed all'industria straniera dei due mondi un comodissimo richiamo, ed i tesori che l'Inghilterra e la Francia procacciarono ai due popoli con l'esposizione di Lontra e di Parigi, noi li procacceremmo alla nostra nazione, e specialmente alla patriottica provincia di Terra di Lavoro, depauperata dalla guerra del 1860 ed insanguinata dal decenne brigantaggio, senz'ancora ricevere dallo Stato alcuna riparazione, nè in bonifiche, nè in altri benefizi industriali. Io dunque invito il Governo a rispondere se vorrà ottemperare a questa mia proposta, studiando i modi più agevoli per metterla in atto. Essa non può implicare grave dispendio. Coprendosi di cristallo i cortili di quel maestoso palazzo, io chiedo che si faccia opera sufficientissima per dare agio alla decente esposizione dei prodotti mondiali. Quando poi il Governo non stimasse ingerirvisi, e volesse far cosa più conforme ai tempi, affidandone l'iniziativa alle due provincie di Napoli e Caserta, lo faccia pure; il patriottismo di quei Consigli e di quei comuni, seguendo l'esempio di Torino, promuoverà con l'espletamento

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di questa impresa economica, i vantaggi cospicui che ne emergono a se stessi ed alla ricchezza nazionale. MINISTRO PER LE FINANZE. La reggia di Caserta, a termine di legge ora esistente, spetta alla lista civile, nè potrebbe passare al demanio senza opera di legge. Se le popolazioni, come dice l'onorevole Salvatore Morelli, credono che questo stabile debba passare alla provincia, anzichè rimanere alla lista civile, questa è una questione la quale andrebbe studiata per sè e non dovrebbe essere pregiudicata. Sarebbe d'uopo che da una parte vi fossero le manifestazioni dei desiderii delle popolazioni, e converrebbe ancora che, nelle condizioni attuali della lista civile, vi fosse la possibilità della cessione. Per conseguenza, se l'onorevole Salvatore Morelli crede che la destinazione di questo edifizio debba essere quella che egli dice, tocca a lui farsene iniziatore presso i corpi morali, ma non può essere il Governo quello che si incarichi di questa bisogna. MORELLI SALVATORE. Ringraziando il signor ministro dei chiarimenti che mi ha dato, soggiungo che io ho anticipato la mia proposta con questa interpellanza, acciò, se esistono le trattative del passaggio come si vocifera, fino al tempo della presentazione della legge si tengano in riguardo la monumentalità di quel magnifico edifizio e le delizie circostanti, e si provveda onde la Camera, nel votare il loro passaggio dalla lista civile al demanio, li assegni alla utile destinazione da me proposta. Quanto a me io non sarei alieno dal prenderne la iniziativa, convinto come sono della giustezza e proficuità del mio concetto; ma io son certo che i Consigli provinciali di Napoli e di Caserta, aiutati dai comuni e dalla stampa, saranno più diligenti e più efficaci di me nel prevenire i desiderii del signor ministro, premurandolo direttamente ai provvedimenti necessari a realizzare senza indugia questa cospicua e gloriosa impresa. *§* Tornata dell'11 Luglio 1870 (p. 3220 / p. 3223 = esclamazioni morelliane avverso le decisioni del presidente della Camera) MICELI. Se crede che io non debba parlare, e che questioni di così alta importanza debbano essere lasciate al libito dei signori ministri, io protesterò e tacerò. MORELLI SALVATORE, ed altri a sinistra. Parli! Parli! PRESIDENTE. (Con calore) Ma no, signori, che non può parlare. MICELI. Li [sic] prego di ascoltarmi, perchè sono questioni che riguardano i più vitali interessi della nazione... (Rumori a destra ed agitazione a sinistra) PRESIDENTE. Ella non ha la parola, e ora non parlerà. La legge è uguale per tutti. Chiegga che sia fissato un giorno per la sua interpellanza, e la Camera deciderà. Ma ora non pò. [...] BRUNETTI. Non si vuole lasciare parlare da questo lato, ma soltanto dall'altro. (Rumori a destra) PRESIDENTE. Onorevole Brunetti, le sue declamazioni non mi faranno deviare dal mio dovere e dalla mia imparzialità. LA PORTA. C'è un'intolleranza che fa vergogna FABRIZI NICOLA. Domando la parola per una mozione d'ordine. MORELLI SALVATORE. Usciamo in massa, ed appelliamoci al paese. (Rumori e interruzioni) *§* Tornata del 12 Luglio 1870 (p. 3259 = Incidente sulla interpellanza dei deputati Bertani e Fano sulla ferrovia del Gottardo, e presentazione fatta di un progetto di legge per quest’uopo dal presidente del Consiglio, con sue dichiarazioni. PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'interpellanza dei deputati Bertani e Fano al presidente del Consiglio circa le ragioni che ritardano la presentazione del progetto di legge per la ferrovia del Gottardo.

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A questa interpellanza fecero adesione i deputati: << Mordini, ..., Salvatore Morelli, ...Tamaio.>> La domanda d'interpellanza è così concepita: <<I sottoscritti chieggono di interpellare il presidente del Consiglio circa i motivi che ritardano la presentazione al Parlamento del progetto di legge per la ferrovia del Gottardo in adempimento del trattato del 15 ottobre 1869 stipulato fra la Confederazione Elvetica e l'Italia.>> *§* Tornata del 22 Luglio 1870 (pp. 3629-3630 = Il relatore Chiaves e il ministro si oppongono ai voti motivati ed ai controprogetti e chieggono si passi sovra essi all'ordine del giorno, il quale è approvato a votazione nominale.) PRESIDENTE. La Camera ritiene che vi sono più proposte che racchiudono il concetto della reiezione della legge, e varie che includono la sospensione, e che ci sono pure controprogetti. Riguardo a queste proposte e questi controprogetti la Commissione, per organo del suo relatore, propone l'ordine del giorno puro e semplice. Su questa proposta di passare all'ordine del giorno puro e semplice hanno chiesto la votazione nominale gli onorevoli Asproni, Bove, Romano, La Porta, Melissari, Brunetti, Salvatore Morelli, Antona-Traversi, Olivieri, Grassi, Lazzaro, Oliva, Nicolai, Massarucci, Ripandelli, Salaris e Rega. Coloro che approvano l'ordine del giorno puro e semplice sopra queste proposte rispondeanno sì; coloro che non l'approvano, risponderanno no. (Si procede all'appello nominale.) Votarono in favore: [...] Votarono contro: ... Morelli Salvatore... Si astennero: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 327 Votanti 320 Maggioranza 161 Risposero sì 181 Risposero no 139 Si astennero 007 (La Camera approva l'ordine del giorno.) *§* Tornata del 29 Luglio 1870 (p. 3844 - presenta un articolo aggiuntivo al progetto di legge per approvazione di convenzioni con società ferroviarie) PRESIDENTE. Onorevole relatore, la prego di prestarmi attenzione. Vi sono vari ordini del giorno. [...] Finalmente vi è anche l'articolo dell'onorevole Morelli Salvatore, in questi termini: <<Il sottoscritto desidera che il seguente articolo prenda posto di articolo 4, nel titolo 3, per le autorizzazioni di concessioni diverse. <<Art. 4. Il Governo ha facoltà di concedere la costruzione di una linea ferroviaria da Sparanise a Gaeta, con un sussidio annuo per un decennio, desumibile dal risparmio delle spese postali, telegrafiche e di pubblica sicurezza, nonchè dai trasporti di guerra e marina fra le due fortezze di Capua e Gaeta, i quali servigi verrebbero assunti gratis dalla società costruttrice durante il tempo della concessione.>> *§* Tornata del 30 Luglio 1870 (pp. 3901-3902 = lo svolge / lo ritira)

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MORELLI SALVATORE. Appena fu nominata dalla Camera una Commissione per le leggi

sulle ferrovie, io, interpretando la urgenza in cui versa la provincia di Terra di Lavoro e specialmente il circondario di Formia per la costruzione del tronco che congiunge Sparanise a Gaeta, mi feci il dovere di trasmetterle i documenti opportuni a farlo prendere in seria considerazione. Ma vedendo che nel progetto di legge non era contemplato come la specialità del caso esigeva, e che la Commissione lo aveva coinvolto nell'articolo 7, con cui ha creduto provvedere genericamente alle costruzioni d'iniziativa privata, mi risolsi a formulare il presente articolo. Io, a dir vero, non so spiegarmi come il Governo, il quale riconosceva importante e necessaria questa ferrovia sotto il rapporto economico, commerciale, militare e politico, siasi da tre anni circa fermato nei preliminari della concessione, senza ultimarne il contratto. Se si richiedessero al suo compimento molti milioni, l'indugio sarebbe in certo modo giustificabile; ma quando si tratta di un'opera per la quale il Consiglio provinciale di Caserta ha assegnato 800,000 lire, e quei di Sessa, Carinola, Castelforte ed altri, con notevole gara patriottica hanno aggiunto larghissimi sussidi; quando di questa via trovansi già costrutti dodici chilometri che fra pochi mesi potrebbero entrare in esercizio, si trovano espletati ed approvati gli studi tecnici dal Consiglio superiore dei lavori pubblici; quando i ministri dell'interno e della guerra hanno ritenuto strategicamente necessario ed economicamente utile questo tratto di ferrovia, volerne oggi osteggiare il compimento sotto il pretesto finanziario non è concetto degno d'un Governo che ha l'obbligo di dare ai popoli in istituzioni l'equivalente degli oneri penosissimi di cui diurnamente li aggrava. Quest'articolo, signori, è ispirato al senso dell'equità e della giustizia. Io con esso, senza imporre all'erario alcun dispendio, anzi procacciandogli il risparmio di circa 8 milioni sui servizi che si dovrebbero assumere con un terzo di meno dalla società costruttrice durante il tempo della concessione, credo pure dare la dovuta riparazione a quel circondario della Campania felice, il quale dopo la guerra del 1860 sostenne vigorosamente e con sacrifizi inauditi quella del brigantaggio cosmopolita che regnò nelle montagne ausoniche a nome del papa e degli spodestati. In ogni caso, quand'anche la Commissione tenace nel suo proposito voglia confondere questa proposta nei sensi dell'art. 7 della legge, io mi auguro almeno che il ministro dei lavori pubblici tenga conto della condizione speciale ed urgente di questa ferrovia per provvedere a modo suo, onde essa possa essere completa nel più breve tempo possibile. Ho detto. [...] BONGHI, relatore. Allora, quanto alla proposta dell'onorevole Morelli, la Commissione risponde che alla strada da Sparanise a Gaeta verranno naturalmente assegnati i sussidi che egli propone, dagli ultimi articoli di questa legge, perchè non eccedono i limiti di quegli aiuti che il Governo potrebbe, secondo quelli, assegnare ad una strada ferrata che si trovi in certe condizioni. [...] MORELLI S. Giudicando infruttuoso l'insistere, mi attengo alla dichiarazione del presidente della Commissione, prendendone atto, e ritiro il mio articolo. *§* Tornata del 16 agosto 1870 (p. 3982 = annunzio di una sua interrogazione sulla cattura di Mazzini) PRESIDENTE. [...] Dapprima l'onorevole Morelli Salvatore desidera interrogare il ministro dell'interno sulla cattura di Giuseppe Mazzini. A questa domanda si unì l'onorevole Bertani; anzi, l'onorevole Morelli ha fatto conoscere che gli cedeva il diritto di rivolgerla. [...]

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A me pare dunque che intorno all'interrogazione proposta dagli onorevoli Bertani e Morelli Salvatore il Governo dovrebbe dichiarare se intenda sì o no di rispondere subito ... PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Io sono pronto a rispondere immediatamente all'interrogazione che vorrebbero rivolgere al ministro dell'interno gli onorevoli deputati Morelli Salvatore e Bertani riguardo all'arresto di Giuseppe Mazzini; quanto poi alle altre due interrogazioni...." *§* Tornata del 19 agosto 1870 (pp. 4003-4014 = esclamazioni di Morelli alla replica dell'onorevole Mancini al ministro degli affari esteri) PRESIDENTE. [...] La Camera rammenta che nella seduta di ieri si è presa la deliberazione che in quest'occasione anzitutto fosse data facoltà di parlare all'onorevole Mancini per isvolgere l'interpellanza, che da pochi giorni egli ha presentato, diretta all'onorevole ministro degli affari esteri <<intorno alla risoluzione presa dal Governo del re di ritornare alla Convenzione di settembre 1864, per la soluzione della questione romana, ed intorno alle conseguenze onerose per l'erario e pericolose per la sicurezza e dignità nazionale, che si appalesano nell'esecuzione della Convenzione suddetta.>> L'onorevole Mancini ha facoltà di parlare. (p. 4003) MANCINI P.S. [...] Non una parola di più! Ora, signori, ho avuto io ragione di dire che ho letto questo documento con un sentimento di amarezza e di penosa sorpresa? (Rumori a destra) Voci a sinistra. Sì! sì! Ha interamente ragione! MORELLI SALVATORE. È una vergogna! PRESIDENTE. Facciano silenzio; lascino che l'oratore esprima le proprie opinioni, e poi si discuterà. Onorevole Mancini, continui il suo discorso. MANCINI P.S. [...] Se un mio mandatario, in caso simile, promettesse per avventura di riassumere ciecamente l'obbligo di dare esecuzione ad una convenzione, sul cui valore e significato siano in presenza due interpretazioni cozzanti, inconciliabili, da una delle quali può dipendere il mio avvenire, la mia esistenza, all'invito che se ne fosse fatto dall'altra parte contraente; potrei io tollerare (per non dire assai peggio) tanta incapacità, tanta leggerezza, tanta noncuranza... MORELLI SALVATORE. Perfidia! (Mormorio a destra) MANCINI P.S. ... dei propri doveri, da contentarmi di quella laconica risposta, di quella prontezza di compiacente servilità prima di assicurarsi del vero significato della stipulazione, o dal suo canto almeno di limitarlo? (Rumori a destra) FINZI. Ma che servilità? Voci a sinistra. Sì! sì! È vero! (p. 4014) *§* Tornata del 20 Agosto 1870 (p. 4053 / pp. 4094-4096 = Votazione nominale, e approvazione del voto motivato della Giunta circa la soluzione della questione romana, e approvazione dell'indirizzo politico del Ministero) NICOTERA. Quello che in questo momento dovrebbe importare sommamente a tutti i partiti sarebbe di non peggiorare la situazione del paese. Io confesso francamente che, più della questione di Roma, mi preoccupo della questione interna. Voi non potere risolvere la questione di Roma, se non quando avrete una condizione normale all'interno, se non quando avrete l'appoggio di tutto il paese. [...] Dunque io diceva che una condizione indispensabile è la tranquillità del paese, e voi non riuscirete a mantenerlo tranquillo, se con un atto, non dico di violenza, ma di forza numerica, voi volete chiuderci la bocca, e non lasciate discutere liberamente una questione che è vitale.

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Signori, se voi avrete l'abilità di condurre la nazione a Roma, voi salverete l'Italia; se vi mancherà quest'abilità, badate, o signori, l'Italia potrà cadere, ma coll'Italia, e prima, cadrete anche voi. (Rumori a destra - Bene! a sinistra) Voci a sinistra. L'Italia non cadrà! NICOTERA. Mi si osserva che l'Italia non cadrà... MORELLI SALVATORE. L'Italia monarchica. NICOTERA. ... lo so anch'io, ma pure il pericolo è per tutti, non è per una parte sola. [...] PRESIDENTE. [...] Dunque l'onorevole Mancini ritira il suo emendamento, e la proposta della Commissione rimane come fu presentata, cioè: <<La Camera, approvando l'indirizzo politico del Ministero, confida che esso si adoprerà a risolvere la questione romana secondo le aspirazioni nazionali, e passa alla discussione degli articoli.>> Domando ai molti deputati che avevano proposta la votazione nominale se persistono. Voci. Sì! Sicuro. PRESIDENTE. Coloro che approveranno questo ordine del giorno risponderanno sì, e coloro che lo respingeranno risponderanno no. (Si procede all'appello nominale.) Votarono in favore: [...] Votarono contro: ... Morelli Salvatore ... Si astennero: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 378 Votanti 366 Risposero sì 214 Risposero no 152 Si astennero 012 (La Camera approva l'ordine del giorno proposto dalla Commissione.) *§* Tornata del 21 Agosto 1870 (pp. 4126-4127 / pp. 4129-4132 = Approvazsione dell'articolo, e reiezione a squittinio nominale dell'aggiunta del deputato Avitabile / Richiamo alle armi per medici e chirurgi) PRESIDENTE. [...] Ora rileggo la parte aggiuntiva proposta dagli onorevoli Avitabile e Servadio: <<Durante il corso forzoso, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e la Banca Nazionale Toscana sono sciolti dall'obbligo del secondo comma dell'articolo 4 del decreto 1° maggio 1866, di rimborsare i loro biglietti in denaro o in biglietti della Banca Nazionale nel regno d'Italia. L'emissione sarà nei limiti che saranno stabiliti per decreto reale.>> Su questa proposta si procederà all'appello nominale, se s'insiste a domandarlo. AVITABILE ed altri. Sì, insistiamo. PRESIDENTE. Coloro che approvano questa proposta aggiuntiva risponderanno sì, e coloro che non l'approvano risponderanno no. (Segue l'appello) Vorarono contro: [...] Votarono in favore: ... Morelli Salvatore ... Astenuti: [...] Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti 321 Votanti 311 Risposero no 196 Risposero sì 115

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1. 2. 3. 4. 5.

Si astennero 010 (La Camera respinge.) / PRESIDENTE. Rimane a deliberare l'articolo proposto dagli onorevoli Mussi, Macchi, Calvo, Cairoli, Bertani, Sonzogno, Ripari, Vicini, Del Zio, Morelli Salvatore, Origlia, Bove, Sprovieri, Merizzi, Carbonelli, Asproni, Catucci, Massarucci, Andreotti, Cosentini, Ghinosi, Castiglia, Zizzi, Ronchetti, Cattani-Cavalcanti, Matina, Zuzzi, Abignente, Nervo, Ricci, Lualdi, Sormani-Moretti, Marolda-Petilli, Rogadeo, Marsico, Nicolai, Billia, Ripandelli, Carcani. Quest'articolo è così concepito: <<Non saranno richiamati sotto le armi (tranne il caso di guerra guerreggiata) i medici e chirurgi condotti in attualità di servizio appartenenti alle classi richiamate quando le Giunte municipali ne facciano domanda motivata dalle condizioni igienico-locali.>> [...] PRESIDENTE. Pongo ai voti quest'articolo proposto dall'onorevole Mussi. (È respinto) *§* Tornata del 7 Dicembre 1870 (p. = 4 = Continuazione delle votazioni per la nomina dell'uffizio di Presidenza.) PRESIDENTE. [...] Si addiverrà all'estrazione dei componenti la Commissione per lo squittinio delle schede. Ecco i nomi: Carcani, Nobili, Annoni, Bortolucci, Mezzanotte, Zizzi, Toscano, Cagnola Carlo, Tenani, Morelli Salvatore, Camuzzoni, Carini. *§* X LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (22.03.1867 - 02.11.1870) 5 PROGETTI DI LEGGE PRESENTATI Anno 1867 = Per il duplice scopo d'impedire gli abusi del culto cattolico, mercé la sua circoscrizione legale nella Chiesa, e d'abolire i Campisanti, sostituendo invece il sistema di Cremazione (Iniziativa Parlamentare) - C. 23, 18 giugno 1867 Anno 1867 = Per riformare la Pubblica Istruzione abolendo il Ministero, e delegandone le funzioni ai comuni ed alle provincie (Iniziativa Parlamentare) - C. 24, 18 giugno 1867 Anno 1867 = Per lo scopo di abolire la schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alle donne italiane i diritti civili e politici che si esercitano dagli altri cittadini del regno (Iniziativa Parlamentare) - C. 25, 18 giugno 1867 Anno 1868 = Nomina di una Commissione d'inchiesta sui sospetti di corruzione riguardo alla Regìa cointeressata dei tabacchi (Iniziativa Parlamentare) - C. 73, 19 dicembre 1868 Anno 1870 = Abrogazione di tutte le disposizioni legislative intorno al giuramento politico (Iniziativa Parlamentare) - C. 12, 8 marzo 1870 *§* XI LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (05.12.1870 - 20.09.1874) Sessione 1 (5 dic. 1870 - 5 nov. 1871) Camera dei Deputati - Sessione del 1870 / Tornata del 14 Dicembre 1870 (p. 36-37 = Convalidamento della di lui elezione) VERIFICA DI ELEZIONI. PRESIDENTE. Comunico alla Camera il seguente verbale della Giunta per le elezioni: <<La Giunta delle elezioni nella sua tornata di questa mattina ha verificato non esservi protesta contro i processi verbali delle elezioni descritte nel presente elenco, e non ha riscon-

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trato che negli eletti manchi alcuna delle condizioni dell'articolo 40 dello Statuto e delle qualità richieste dalla legge.>> [...] Sessa - Morelli Salvatore. [...] Si dà atto di questa comunicazione, e queste elezioni si intendono convalidate. *§* Tornata del 21 Dicembre 1870 (p. 131 = Discussione dello schema di legge per la convalidazione del decreto sul plebiscito delle provicie romane) TOSCANELLI. [...] Così essendo le cose, è naturale che in alcuni liberi pensatori sorga il pensiero di risolvere la questione dalla sua radice, ed indi venga l'idea di combattere questa forza della religione con un'altra religione, perchè, in fin dei conti, non saranno mai nè i Macchi, nè i Ferrari, nè i Salvatore Morelli quelli che potranno con successo far guerra al cattolicismo. *§* Tornata del 24 Gennaio 1871 (pp. 304-310 = discorre contro il progetto di legge per le guarentigie alla Sede pontificia) SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DELLO SCHEMA DI LEGGE PER GUARENTIGIE ALLA SEDE PONTIFICIA PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione generale del progetto di legge sulle guarentigie per la indipendenza del Sommo Pontefice e il libero esercizio dell'autorità spirituale della Sede Pontificia. La facoltà di parlare nella discussione generale spetterebbe al deputato Morelli Salvatore. Innanzitutto però m'incombe il debito di riparare ad un'omissione in cui sono incorso nella seduta di ieri, debbo cioè pregare il Ministero di dichiarare se acconsente che la discussione si apra sul progetto di legge della Commissione. RAELI, ministro di grazia e giustizia. Il Ministero accetta che la discussione si apra sul progetto delle Giunta, riservandosi di insistere in alcune delle sue precedenti proposte. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Onorevoli signori: quando nei tripudi dell'andata a Roma si cominciò a parlare di franchigie al Papa, mi surse nell'animo l'idea che si trattasse di un sentimento di riguardo verso il vinto Pontefice. Ed il pensiero del Governo mi sembrò umano, e tanto più lo approvai, come soglio approvare tutte le riconoscenze che si fanno agli uomini i quali hanno portato la loro pietra all'edifizio nazionale, in quanto che sotto l'abito del Pontefice io ricordava quel Mastai-Ferretti, quel cittadino italiano che nel 1848 con una magica parola destò la scintilla della grande epopea nostra in me giovinetto ed in quanti furono operai dell'unità nazionale nelle prigioni e nei campi. Io allora dissi tra me: si mantenga pure transitoriamente quello vegliardo nel prestigio della perduta sovranità fino alla morte! Ma letta la relazione della Commissione, scorsi gli articoli della legge, invece di trovarvi semplici convenienze, semplici riguardi, io vi ho scorto, o signori, la completa restaurazione del potere temporale. (Oh! oh! a destra) Era quindi giusto, vedendo ciò, che domandassi a me stesso: ma si fa da senno? La storia dunque mentiva, la scienza errava quando condannavano il Papato? È possibile che i più grandi intelletti, gli spiriti più elevati del mondo s'ingannassero, se dopo l'esperienza di tanti secoli affermavano ai quattro venti che il Papato era il male! Dunque questo Papato, che fino a ieri si disse dalla stampa di tutti i paesi nemico d'Italia, nemico dell'umanità; questo Papato tenuto in conto di grande malfattore per avere col suo sistema seminato la miseria, la discordia, il fratricidio del duello e della guerra, la corruzione, l'ipocrisia, l'ignoranza e tutti i mali che ne derivano, questo grande malfattore sul cui capo si fanno pesare i delitti di quattordici secoli, giusto adesso che cade, adesso che subisce la condanna inflittagli dalle sue opere, volete ritenerlo per buono e per necessario alla coscienza morale? Questa, signori, è sta

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ta la domanda che mi sono fatta leggendo la legge sulle guarentigie, e, a dir vero, non vi nascondo che un senso di profondo dispiacere ha ingombrato l'animo mio, inquantochè vedo che il Governo italiano, il quale ha un'altissima missione, il quale a nome della scienza e della libertà è chiamato dal mondo civile a compiere la più grand'opera dell'epoca nostra, il Governo italiano, quasi scherzando con equivoci e paure artificiose, cerca d'impicciolire una situazione che dovrebbe essere la sua fortuna e la gloria d'Italia, concedendo al Papato le franchigie che dovrebbe dare alla nazione. Questo è stato il sistema che noi abbiamo veduto seguire sempre dal 1860 fino ad ora; innanzi agli occhi del Governo della monarchia i vincitori furono vinti ed i vinti vincitori; domani noi ci troveremo vinti, il capo dello Stato dovrà baciare la santa pantofola invece di stringere la mano al suo padre santo, perchè così l'ha chiamato nella lettera da cappuccino che gli hanno fatto mandare i ministri, e noi legislatori del regno d'Italia, saremo umiliati a fare i servigiani al Papa. (Ilarità) Ma si dice: non si tratta poi di dar gran che: facciamo solo delle concessioni, perchè la sua dignità sacerdotale sia rispettata, non subisca pressione, ed eserciti il suo ministero con una certa libertà. Signori, non si tratta di questo. Le condizioni che io ho trovate scritte negli articoli della legge, ed anche le parole pettinate dell'onorevole Bonghi, relatore della Commissione, fanno apertamente intravedere che lo scopo vero cui mira il Governo sia quello di restaurare il potere temporale del Papa. Quando voi trovate nella legge queste condizioni: inviolabilità; immunità pei luoghi ove siede ed ufficia il Pontefice, senza controllo dello Stato; sudditanza del potere politico ed amministrativo del regno ai servizi della curia; lista civile; onori di Re dovuti al Pontefice; internazionalità dei suoi atti e legazìe; dominio illimitato di esso sul basso clero; esenzione dei vescovi dal giuramento; ma quando voi avete queste condizioni, come potete mettere in dubbio che il potere temporale sia restaurato meglio e più forte di quanto non lo era prima della sua caduta? Mi si dice dall'onorevole Bonghi a bassa voce, che manca il suolo per piantarvi il potere temporale. Una casa, e anche un palmo di terra, onorevole Bonghi, ove il Papa appoggi la sua sacra pantofola, dopo questa malaugurata legge, è bastevole ad elevare il potere temporale! Io pure mi preoccupo della condizione terribile del povero basso clero. Quando voi, signori, avrete approvata questa legge, il basso clero si troverà mani e piedi legati in preda all'inquisizione; e questi 100,000 cittadini italiani, che hanno avuto la sventura d'ingannarsi, deviandosi da utili carriere per sè e per la patria, ed abbracciando la sterile posizione ecclesiastica che li rende martiri di due poteri e li assoggetta a dolorosi sacrifizi, non vi hanno destato nessun interesse, nessuna simpatia, nessun pensiero al momento che dettavate la presente legge? Eppure avevate più obbligo di provvedere alla sorte infelicissima del basso clero, anzichè a quella dell'alto riccamente costituito. I preti, questi poveri ingannati che vivono nelle nostre case, che sono nostri fratelli [Uno dei fratelli di Morelli, Don Francesco (n. 4 febbraio 1831 - † 15Aprile 1879), era proprio un prete], questi preti cui voi avete tolto il patrimonio senza dar loro neppure l'equivalente di quello che ne usufruivano (ed a questo proposito potrei citarci qualche esempio, dal quale risulta che il Governo prenda le rendite di un capitolo in 25,000 lire e poi a ciascuno dei pochi preti componenti quella corporazione retribuisce otto soldi al giorno per vivere), questa povera gente, questo povero basso clero dunque che si trova in istato tanto malagevole, volete aggravarlo anche di più lasciandolo, senza la garanzia delle leggi comuni, all'arbitrio della inquisizione? E quando col giudizio capriccioso dell'ex informata conscientia [con esatta conoscenza delle cose], l'alto clero lo chiuderà, lo strazierà, gli farà impedimento all'esercizio dell'ufficio che gli procaccia il vivere, come potrà un Governo civile permettere tanta iattura sotto i suoi occhi, all'ombra di uno Statuto che tutela tutti gli altri cittadini?

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Vedete dunque, o signori, quanti germi di odiosità chiude in sè questa legge, e come noi dobbiamo sentire orrore di vedere ristaurati gli scandali del medio evo quando abbiamo l'orgoglio di dirci nazione civile, completando i nostri destini a Roma. Detto ciò, io vi domando se questa legge sia veramente nelle nostre attribuzioni di farla. A me sembra di no, giacchè noi siamo mandatari esecutori, non contraddittori della sovranità del paese. Diffatti, signori, che cosa importa il plebiscito romano del 2 ottobre esprimente la volontà nazionale per l'abolizione del Papato? Null'altro che la decadenza assoluta della sovranità pontificia con tutte le attribuzioni autoritarie che appartenevano al Papa, null'altro che la proclamazione di Roma a sede di un libero Governo che deve dare al mondo il verbo della terza civiltà. Essendo questa la nostra posizione giuridica, come noi, potere costituito, potremo farci lecito sormontare il potere costituente della sovranità nazionale, e dire contro il suo solenne pronunciato del 2 ottobre: il Papa dev'essere re, egli deve avere prerogative da monarca assoluto, a dispetto del popolo romano e della universa Italia? Ma, signori, questo è un atto di ribellione, un atto di fellonia, che noi facciamo calpestando le gerarchiche convenienze del dritto pubblico da cui è originata la legittimità delle presenti istituzioni. Se voi cominciate a metter fuori atti di simil natura, un'assemblea eventuale, equivoca di sentimenti opposti al patriottismo che infervora tutti coloro i quali cooperarono alla formazione dell'unità nazionale, sapete che cosa farà? Chiamerà un imbianchino e con un frego di pennello cancellerà via anche i plebisciti delle altre provincie segnati su quel muro, e addio regno d'Italia! È naturale che i fautori delle franchigie cerchino giustificare innanzi alla coscienza pubblica del paese questa funestissima legge attribuendone le resse alla diplomazia. Ma, signori, siamo sinceri, è tutt'altra la cagione che gliel'ispira. La diplomazia ha cessati i suoi rapporti politici col Papato dal giorno in cui questi finì di essere re. Il Papa avrà delle aderenze, delle tenerezze con le dinastie, perchè i re si onorano di contestare la loro legittimità facendosi credere figli del Papa (Ilarità); ma volere interpretare come atti diplomatici quelli di semplice convenienza privata, è sofisma di mal genere. Se la diplomazia si fosse creduta in diritto d'impedire il voto del popolo italiano, avrebbe dovuto opporgli ostacoli prima di pronunziarlo. Ma, dopo che essa consentì con la sua assistenza alla demolizione della sovranità del Papa, non può più immischiarsi in una questione di famiglia, in una questione di buona creanza tra credenti e sacerdoti. L'essere il Papa il primo invece dell'ultimo vescovo non cangia la natura dei rapporti. A coloro che lo credono io domando: avete voi la reciprocanza delle altre nazioni? Può il ministro degli esteri pretendere che i nostri ambasciatori chiedessero come trattano, all'Austria il Primate di Salisburgo e di Gratz, all'Inghilterra l'arcivescovo di Canterburì, alla Russia il metropolita di Kreml, alla Francia i suoi vescovi, alla Turchia i patriarchi Armeno, Greco, Siriaco, Kofto e di Gerusalemme, alla Prussia gli arcivescovi di Cologna e di Posnania? E se noi non abbiamo questo diritto come senza offesa al galateo può assumerselo la diplomazia straniera verso di voi? Da quale prammatica può venirci il dovere di sottoporre all'ingerenza sua un fatto puramente interno della coscienza nazionale? L'onorevole Toscanelli, che si disse condottiere di una pattuglia, nel suo vivace discorso vi ha fatto sospettare una complicazione da parte di non so quali potenze spinte da ardore religioso. Io dico che ciò non possa avvenire per le indicate ragioni, ed anche perchè la rivoluzione che compiamo oggi esse l'hanno effettuata prima di noi. Quale dovrebb'essere diffatti questa potenza? Forse l'Inghilterra? Ma l'Inghilterra abbandonò prima di noi l'autorità papale. Forse la Prussia? Ma la Prussia, la cui maggioranza è protestante, ci diede l'esempio del come si compiano le rivoluzioni religiose. Forse la Russia? Ma la Russia ha effettuato lo scisma molto innanzi al risorgimento italiano. Forse l'Austria? Ma l'Austria ci ha dato l'esempio del

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come si rompono i concordati. Forse la Francia? Ma la figlia del 1789 non può, senza rossore, imporci riverenza verso l'alleato d'un potere che la coprì di sangue, di onta e di miserie. Se dunque la riforma degli istituti religiosi si è potuta liberamente compiere dalle altre nazioni, senza minaccia di guerra d'alcuno, come potrebbero sognarsi per l'Italia le guerre ed i perigli accennati dai clericali? I cattolici irlandesi, prussiani, austriaci, russi e di tutti i paesi, che non ebbero la forza d'impedire il protestantesimo e lo scisma in casa loro, come mai l'avranno per le riforme sul Papato che il popolo italiano vuole effettuare? L'onorevole Toscanelli nelle sue minacciose Apocalissi ci disse varie volte, e l'ha ripetuto anche, tra molti altri, il presidente del Consiglio: ma, signori, cosa volete che facessimo; l'Italia è cattolica, gl'Italiani sono cattolici, e noi dobbiamo anche soddisfare il sentimento del paese. Noi non possiamo recidere il papato d'un colpo senza una certa convenienza. Io ammetto che tutti ricevemmo il battesimo cattolico e che tutti fummo cullati sulle ginocchia di bronzo del Papato; ma da questa buona o mala ventura non può trarsi argomento che lo fossimo dopo aver subito un inganno, anche nelle parole con cui ci si accenna la credenza della curia romana, la quale prende il nome di cattolica. Come, cattolica? Ma la parola cattolica implica l'universalità, e per essere universale una cosa bisogna che sia verità accettata da tutto il mondo. Ora, non c'illudiamo, il cattolicesimo è la negazione del cristianesimo, del vangelo; Cristo solo avrebbe potuto fondare il cattolicesimo, perchè Cristo era il possessore della verità nel vangelo: egli aveva intenzione di creare con la Chiesa la coscienza dell'onesto e del giusto nelle moltitudini; egli aveva la buona intenzione di sviluppare in queste moltitudini il concetto della fraternità e della solidarietà. Ma i nostri pastori da Cristo in poi hanno serbata la medesima condotta? Guardate, ve lo dicano questi spettacoli. (Accennando i dipinti) Ecco che cosa hanno fatto i successori di Cristo; hanno divisi i popoli in guelfi e ghibellini incitandoli al fratricidio. Mirate la guerra, la terribile guerra che disonora l'umanità, la guerra che si combatte nel modo più crudele fra due nazioni sorelle: sapete voi da che proceda il duello a morte tra la Prussia e la Francia? Essa procede da questo iniquo sistema che ha influenzato per secoli in sostegno dei prepotenti la coscienza delle generazioni sovvertendone il senso morale. E se ne volete la prova, domandatela ai venerabili telegrammi del Re di Prussia. (Ilarità) Il re di Prussia fa un'ecatombe giornaliera da circa sei mesi di due popoli fratelli: scanna i figli della Francia, brucia le sue città e poi telegrafa alla moglie in nome d'Iddio, in nome della divina Provvidenza, con inumano compiacimento: Abbiamo vinto la battaglia con tante migliaia di morti! Abbiamo fatto tanti prigionieri! (Movimenti a destra) Ma, signori, se questo principio infame, se questa iniqua istituzione ha corrotto ed inferociti gl'istinti dell'umanità fino a tal punto, ma, per Dio! volete chiamarlo cattolicismo questo? Questo è cinismo gesuitico, questo è sataneismo. (Ilarità) Voci. Ma non è cattolico il Prussiano! MORELLI SALVATORE. Ma, mah! Se non è cattolico, n'è una diramazione sostanziale. (Nuove risa) Presidiarsi dunque per mantenere il Papato del pretesto che gli Italiani sono cattolici nel senso romano, è dire cosa non vera. Diffatti io vorrei sapere in buona fede dai miei onorevoli colleghi in quali escandescenze diedero questi nostri concittadini cattolici il giorno in cui il Governo proclamò la legge sul matrimonio civile? Ci è egli atto popolare più simpatico di questo per allarmare specialmente i contadini, i quali ritenevano per illegittima l'unione non benedetta dal prete? Eppure, signori, nessuno se n'è preoccupato. Gli Italiani, avvezzi a legarsi col quod Deus conjunxit, adesso si riconoscono lietamente da buoni amici e perpetuano così questa diletta razza latina nelle artistiche beatitudini della nostra cara penisola. Andiamo innanzi: il Governo ha sciolte le corporazioni religiose, e che hanno detto gli Italiani? Nient'altro che plaudirgli, perchè hanno visto che quei conventi, abitati dai pochi, divennero ora qua l'asilo della povera gente, là l'ospedale per gli infermi, altrove ed ovunque

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scuole e sedi amministrative del comune o di altri uffizi di pubblica utilità, sicchè in tal guisa i conventi acquistarono una vera importanza sociale. Si sono incamerati i beni della manomorta, e qui la corda sensibile naturalmente doveva oscillare un poco più perchè si trattava d'interessi e si spostavano sinecure [sinecura: beneficio ecclesiastico senza obbligo di uffizi e di cura spirituale dei fedeli]. Ebbene gl'Italiani hanno lasciato fare, hanno lasciato assorbire dal Governo questi beni, anzi hanno sopportato pure che non si facesse di essi l'uso che si sarebbe dovuto farne; si è andato a Mentana collo scopo di affrancare Roma dalle mani del dispotismo ultramontano, e gli Italiani vi hanno cooperato. E dopo che la curia romana trascinò la Francia a divenire il Caino della razza latina con l'ecatombe miseranda de' campi di Mentana, dove caddero trafitti dalle prove crudeli dei chassepots famosi [Chassepot, fusil modèle 1866, fucile a retrocarica con percussione ad ago, in dotazione all'esercito francese nella seconda metà del XIX secolo], fra tanti altri patrioti, anche i due carissimi miei amici Enrico e Gio-

vanni Cairoli, che coronarono il martirio della più illustre e santa famiglia italiana! in quel lugubre momento, signori, la nazione vestì il lutto come nei dì di funeste calamità. Appresso: siete andati a Roma. Il popolo italiano vi ha accompagnato di benedizioni, vi ha battuto le mani da tutte le parti, ed io domanderei un po' a questi signori che ritengono cattolica la maggioranza del paese, se essi in realtà ne riscontrino l'entusiasmo in questi ed in molti altri fatti che potrei accennare. Nè basta ai sostenitori del Papato la paura dei cattolici italiani, vi è pure quella dei cattolici stranieri. Ci minacciano i meetings d'Irlanda, di Germania, le dimostrazioni del Senato del Belgio; ci saranno 60 deputati cattolici della Prussia i quali imporranno a Bismarck di venire qui con un esercito per rimettere il Papa in seggio, lo ha asserito l'onorevole Toscanelli. Sia pure, io credo all'esistenza di tutte queste cose nei luoghi indicati; ma di fatti così vaporosi e lontani noi non possiamo tenere altro conto che dei latrati alla luna. Quanto alla minaccia dei 60 deputati cattolici della Camera prussiana, noi diciamo delle due l'una: o sono ragionevoli, ed il ministro Bismarck, che ad un po' di crudezza d'animo aggiunge una limpida e forte intelligenza, saprà persuaderli; se sono poi dei pazzi, Bismarck saprà mandarli al manicomio. (Ilarità) Dunque, o signori, da buoni amici guardiamo la situazione veramente com'è. Noi non abbiamo dinanzi che il Pontefice vescovo di Roma, a cui lascieremo [sic] il Vaticano con adeguata prebenda, ed il cadavere del Papato temporale, e questo cadavere non lo abbiamo ucciso noi, come dicono calunniosamente i clericali. No, il Papato è un essere morto di età, per la vecchiaia di 14 secoli. In quale dei tre regni della natura volete collocare il Papato, nel minerale, nel vegetabile, nell'animale? In qualunque posto lo si voglia, la proclamata infallibilità non lo sottrarrà mai dalla legge del tempo che condanna a morire anche quanti ebbero la sorte inqualificabile di nascere col destino di regnare. Il Papato dunque è morto, ed il Governo italiano non deve che seppellire un morto, e con un bucato morale toglier tutte le lordure. Sì, un bucato morale ci vuole per rifare alla virtù le generazioni; il Governo che deve andare a Roma, permettetemi la frase, dev'essere in questo senso. Governo purificatore, Governo lavandaio. (Ilarità prolungata) La questione politica a Roma la finiremo sostituendo la libertà al Papato, ma rimane la questione morale, o signori, la quale deve darci seriamente da pensare. La condizione dell'Italia, per l'influenza del Papato, è pari a quella della Francia, i cui effetti noi vediamo nelle grandi miserie dalle quali è afflitta quella sciagurata ed illustre nazione. Voi dunque dovete proporvi di risolvere in Roma, prima dell'amministrativa, della finanziaria e di qualunque altra, la questione morale, la questione dell'educazione. Non è possibile, che col sistema che ha amministrato l'Italia fino a questo momento voi possiate andare a Roma e contentare i Romani, il paese e la civiltà. I quattro mezzi di governo che voi avete adoprati finora, improntandoli dall'impero, non valgono più ed a Roma devono finire.

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La caserma, la chiesa, il carcere ed il postribolo, che conducono le nazioni all'annientamento ed al disonore, devono essere cancellati dal libro governamentale dell'Italia. Invece, o signori, sul nuovo nostro programma, che d'ora innanzi deve essere regola alla coscienza di tutta Europa, si deve scrivere: istruzione, lavoro, giustizia e libertà. Questi sono i mezzi veramente conservatori, e, se voi vorrete conservare la vostra posizione, dovete adottarli, cacciando fra i vecchi arnesi anche quel morto potere temporale che vorreste galvanizzare con questa legge. Il Papato, il quale non può sostenere se stesso, come potrà dare forza ai conservatori? Siamo un poco ragionevoli! La questione morale, dunque, lo ripeto un'altra volta, la questione dell'uomo deve risolversi senza indugio. Io non credo che l'influenza religiosa abbia poi l'efficacia suprema che le si attribuisce. Ma qual bene ha essa prodotto? Vi ha creato l'immobilità, vi ha atonizzate le forze vive della nazione, vi ha corrotto le coscienze; tutto quel male che voi trovate adesso nelle vostre campagne, tutte quelle miserie non sono che il prodotto dell'influenza di un sistema di educazione impotente e micidiale. E questa è forse una guarentigia per voi? No, signori; i vostri contadini che non sanno usare delle proprie forze per procacciarsi da vivere, il giorno in cui avranno bisogno faranno quello che io non consiglierei, ma che essi attingono dall'istinto. Bisogna far dunque una cosa seria. Che cos'è la chiesa? È la scuola. Come vi ho detto poc'anzi, Cristo non era che un maestro di scuola, un innocente carattere che voleva il bene delle moltitudini, voleva insegnare a loro il modo di vivere in fraterno sodalizio. Questa scuola invece è diventata la negazione della verità e di tutto. Voi lo sapete. Che cosa si va a fare alla chiesa? Non s'impara niente, e vi si fa dimenticare l'esistenza. Bisogna dunque che voi creiate la scuola che deve educare le moltitudini, che deve dare ai cittadini italiani la conoscenza del giusto e dell'onesto, che deve formare nella loro mente i criteri della vita, il modo come far produrre le proprie terre, come far valere le proprie forze, come devesi agire onde essere onest'uomo. Questo deve imparare il cittadino italiano. Nella scuola del Papa non lo impara, e nelle vostre scuole non lo imparerà neppure. Non ci illudiamo, signori, la scuola del regno d'Italia è errata; la scuola del regno d'Italia è falsa nel metodo, nell'organizzazione, nei libri, e direi anche, in buona parte nei maestri, perchè i maestri, invece di servire alla verità, servono alla ipocrisia dei paolotti [paolotto: clericale, bigotto, ipocrita] ed alla prepotenza delle polizie che impongono restrizioni mentali. Dunque voi dovete creare una scuola sinceramente vera, educatrice ed universale, una scuola che dia a tutti i cittadini la comunione del sapere. Perchè deve essere un privilegio l'istruzione? Io credo che l'analfabetismo non sia delitto pei contadini, ma per noi che avremmo il dovere di far sì che fossero degli uomini, e non degli esseri brutali che ci assalgano e ci lacerino le carni. Sì, noi abbiamo il santo obbligo di educare le moltitudini che ne circondano. L'ultimo, il più povero dei cittadini italiani, sin da dodici anni dietro scriveva nel suo libro La donna e la scienza in proposito queste parole: <<Se si vuole essere sinceri, deve confessarsi che si deve rifare da capo (quanto concerne la scuola) e che l'unico elemento sociale che rimane a sperimentare nella propaganda educatrice è la donna ...>> (Movimento) Sì, quella donna contenuta nell'inettezza, nell'abbiezione (Risa continuate), quella donna tagliata fuori dalla comunione del diritto, la coscienza del secolo la mette innanzi come ultimo termine logico, come unica àncora di salvezza nel naufragio ideale e morale a cui le caste hanno spinto l'umanità; la coscienza del secolo la riscuote e le dice: tu che fai l'uomo carne (Si ride), devi farlo anche spirito; come dice... Non ridiamo, signori, queste cose sono troppo serie, per meritare l'attenzione ed il plauso d'ogni onesto cittadino. (Movimento) Non è la vostra politica, non sono le vostre leggi che faranno bene all'Italia, ma è l'educazione. Se non arrivate a riscuotere, a moralizzare, ad istruire, questo essere nobilissimo che si chiama la donna, passerete sotto le forche caudine della sventura, come ci è passata la Francia ed altre disgraziate nazioni. Ascoltatemi dunque, ve ne prego.

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La coscienza del secolo riscuote la donna e le dice: chi fa l'uomo carne deve far l'uomo cittadino; come dice all'uomo: se vuoi salvarti, volgiti alla donna, rendila maestra, come l'hai fatta madre de' tuoi figli, fa che essa ricordi a te ed insegni a tutti che l'ignoranza volontaria è suicidio, è delitto di lesa dignità umana, che l'uomo il quale finora imparò a nascere ed a morire, deve imparare a vivere, che egli ha diritto di sapere come conservare e far funzionare rettamente il meccanismo della vita; ha diritto d'imparare dacchè nasce a trasformare ed a rendere fruttifera la terra e gli elementi che la circondano, ecc. Ora, per fare acquistare questa indispensabile conoscenza all'uomo, bisogna prima impararla alla donna che deve essergli madre e maestra. Quindi la scuola civile materna, promiscua, gratuita ed obbligatoria, con la scienza del senso comune, ecco quello che rimane da chiedere a chi si interessa di mantenere su salde basi l'esistenza sociale. Alla fine poi io credo che non vi è niente di più agevole che fondare questa istituzione nel nostro paese, adesso che ne scomparisce un'altra la quale non corrisponde più ai bisogni morali ed intellettuali dei nostri tempi. Quando voi avrete costituita la condizione giuridica della donna, quando le avrete dato quella dose di sapere che è necessaria per adempiere alla sua triplice missione, di generare, muovere ed educare l'uomo, voi non avrete più bisogno di carabinieri, di carceri e di tutte quelle colluvie [colluvia: (non com., spreg.) gran quantità di cose o di persone] di barbare e dispendiose misure colle quali si è fin oggi sacrificata l'umanità, e tanto meno avrete bisogno del Papa. Signori, io finisco ripetendovi che questa legge non deve votarsi, perchè essa è in contraddizione aperta col plebiscito romano, e, ripeto, sarebbe atto di fellonia. Io non so come i senatori, dopo aver votato il plebiscito, si siano incapati [Incapare. V. n. pass. Propriamente Entrare in capo, Capacitarsi. 2. Mettersi nel capo un'idea, un proposito, e non lo voler deporre. Tommaseo-Bellini] a non voler votare l'andata a Roma finchè non si sia approvata la legge

sulle guarentigie. Ma, se quei bravi e venerandi uomini rifletteranno un po' sulla condizione si sono fatta... PRESIDENTE. Onorevole Morelli, permetta che le rammenti che dobbiamo rispettare l'indipendenza dell'altro ramo del Parlamento, come la Camera fa rispettare la sua. MORELLI SALVATORE. È un atto già consumato, onorevole presidente, che tutti abbiamo il diritto di discutere. PRESIDENTE. Permetta, onorevole Morelli, non è un atto consumato, non è che una proposta. MORELLI SALVATORE. Io non offendeva il Senato dicendo che esso è prigioniero del proprio voto, perchè, dopo aver votato il plebiscito che dichiara la caduta del Papa, non può volerne conservare i privilegi; quindi faceva appello soltanto al suo buon senso. Del resto poi, quando l'onorevole presidente creda che io abbia detto cosa sconveniente, io per lo meno lo pregherei di dichiarare in che consista la sconvenienza. PRESIDENTE. Dissi che troverei sconveniente se ella accennasse a voler menomare la libertà e l'indipendenza del voto dell'altro ramo del Parlamento, come farebbe cosa sconveniente chi intendesse scemare la libertà e l'indipendenza del voto della Camera. MORELLI SALVATORE. Dopo il breve incidente vi dico, signori, che a Roma si è scontenti, e che questo vi spiega cosa vogliono i Romani, che cosa vuole il paese. Voi che ci avete mandati i soliti mezzi di Governo, ci avete mandato le tasse, ci avete mandato tutto ciò che ha di più penoso la personalità governativa italiana, ed essi ne sono giustamente scontenti. Ce cosa manca ai Romani dunque? Studiate questa cosa quale può essere, e vedete se non è la libertà che dovete portare a Roma. Io non credo che sul terreno di Roma voi potrete funzionare come funzionate qui, come avete funzionato a Torino: la giustizia distributiva che nel regno d'Italia venne meno, a Roma non sarà il caso che possa mancare. Il monopolio del potere, il monopolio anche della sapienza a Roma deve scomparire; il popolo italiano non può, non deve essere il trastullo di alcuna casta. Il popolo italiano deve

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servire solo al grande fine del benessere proprio, deve godere dei benefizi che gli vengono dal progresso della civiltà e dall'attività sua. Il vostro studio adunque, o signori, non deve rivolgersi a proporre guarentigie pel Papa, ma nel preparare guarentigie al popolo italiano. Io ve lo dichiaro: non sono per la politica del saliscendi, io non aspiro a nulla, non invidio nulla, dico la verità soltanto, e non per onta di chicchessia, ma per l'interesse del mio paese. Vorrei che voi foste degli eroi, sarebbe una gloria per l'Italia e per me cittadino italiano se vedessi che voi compite atti nobili, di tale efficacia da rimettere la patria nostra sul suo seggio della gloria tradizionale. Vi ripeto adunque quello che vi ho detto un'altra volta. Col presente Statuto a Roma non potrete stare; scontenterete tutti, ed anche voi stessi. Lo Statuto ha reso, lo riconosco, i suoi servizi al paese da venti anni che esiste, ma ora è invecchiato. È il dictatus papae di Gregorio Magno, è la legge salica di re Faramondo; vedete quindi un po' se noi possiamo andare innanzi con l'incrociamento del sillabo e della legge salica! Egli è mestieri che v'ispiriate ai bisogni dell'oggi, e che vi poniate in istato di assicurare al paese la libertà, la legalità, la giustizia, con tutti i mezzi di svolgimento e di progresso. Egli è mestieri che scriviate sulle porte di Roma: non più inerzia, non più manomorta; nessun cittadino analfabeta, nessuna zolla improduttiva, nessun braccio senza lavoro! Detto ciò non proseguo, perchè sono stanco e malato, raccomando al Governo la sollecita soddisfazione delle esigenze dei Romani. Lo stato di malessere in cui quel gran paese oggi si trova, potrebbe dare in inquietezze e disturbi spiacevolissimi; bisogna fare in modo da prepararci a Roma col Governo giusto ed onesto, la calma artistica e serena che questo civilissimo popolo ci ha fatto sperimentare negli anni che ci fu dato godere la sua gentile ed affettuosa ospitalità." Si legge ne L'Italia nei Cento Anni del Secolo XIX, alla data del 24 Gennaio 1871, che: "Alla Camera l'on. Salvatore Morelli pronuncia un violento discorso contro la legge delle Guarentigie, che secondo lui tende alla ristaurazione del Pontefice, che egli chiama <<grande malfattore>>." (p. 12) In verità, lungi dall'essere un discorso violento, mi pare che quello di Morelli sia, lo diciamo con Pier Carlo Masini, "un ampio e vigoroso discorso per motivare il suo voto contrario" (p. 259). *§* Tornata del 1° Marzo 1871 (pp. 845-847 = interroga il ministro d'agricoltura e commercio circa la notizia della deviazione di partenza della Valigia orientale da Brindisi a Trieste) INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO SALVATORE MORELLI RELATIVA ALLA VALIGIA DELLE INDIE PRESIDENTE. Il deputato Morelli Salvatore desidera interrogare l'onorevole ministro d'agricoltura e commercio, incaricato del portafoglio dei lavori pubblici, sulle cause che fanno deviare da Brindisi a Trieste la Compagnia peninsulare incaricata del trasporto della valigia delle Indie. Domando all'onorevole ministro se e quando intende di rispondere alla presente interrogazione. CASTAGNOLA, ministro per l'agricoltura e commercio e reggente il ministero dei lavori pubblici. Sono disposto a rispondere anche immediatamente. PRESIDENTE. L'onorevole Salvatore Morelli ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Onorevoli signori, movente a questa interrogazione è stata la voce corsa negli ultimi giorni pei giornali italiani, del tramutamento da Brindisi a Trieste della società Peninsulare, addetta al trasporto della valigia delle Indie. Quale allarme abbia destato in tutta la nazione tale notizia ognuno può desumerlo dall'importanza annessa ai grandi vantaggi economici che l'apertura dell'istmo di Suez e la rivoluzione commerciale che ne segue ha fatto sperare a quanti ne veggono le non lontane conseguenze. Quindi anche il sospetto che

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l'illustre città di Brindisi, primo scalo, testa di linea cui toccò in tutti i tempi la fortuna di tenere desti e rannodati i nostri rapporti commerciali con l'Oriente, dovesse oggi essere abbandonata dall'importante società marittima di quell'Inghilterra che nel Parlamento ed in tutti i modi ne celebrò la preferenza; sospettare solo, dico, che un porto famoso per comodità e sicurezza come quello di Brindisi, nella cui enorme estensione di 120 ettari è il più splendido asilo per centinaia di navi da guerra e da commercio, possa essere abbandonato per raggiungerne un altro più lontano di duecento leghe, doveva necessariamente impormi il dovere di chiedere conto al Ministero sulla verità delle indicate dicerie. Se dovessi attenermi a quel che l'onorevole Dentice, Deputato di Brindisi, riferì ad una riunione di colleghi meridionali, la causa per la quale la Peninsulare traporterebbe i suoi penati a Trieste sarebbe stato l'arenamento di due legni che ebbe luogo nei mesi passati. Altri invece, negando cotesto arenamento, hanno asserito procedere ciò da null'altro che dalla mancanza di un bacino di carenaggio, e di altri comodi non ancora realizzati in quella stazione. Laonde, per sapere il netto della cosa e dissipare così le angosciose apprensioni da cui è legittimamente preoccupato il paese per un fatto, il quale, se non compromette la fortuna del suo grande avvenire commerciale e industriale, ne ritarda per lo meno i vantaggi, io spero che l'onorevole ministro voglia dare sul medesimo spiegazioni categoriche e tali da soddisfare nelle mie le esigenze della nazione, manifestate dalla stampa di tutti i colori. MINISTERO PER L'AGRICOLTURA E COMMERCIO. Comincerò col rispondere all'onorevole deputato Salvatore Morelli che non consta in modo alcuno al Ministero dei lavori pubblici che la società Peninsulare voglia prolungare la sua linea sino a Trieste o ad altro porto. Questa cosa è stata detta dai giornali: molti periodici se ne sono occupati; ma realmente, in modo positivo non consta menomamente al Governo che la società Peninsulare abbia intenzione di tradurre in atto questo concetto che la pubblica stampa le attribuisce. Può darsi che la cosa avvenga, perchè egli è a ritenersi che secondo il sistema col quale è regolato a Brindisi il trasporto della valigia delle Indie, quei piroscafi sono obbligati a rimanere sei giorni inoperosi nel porto. Generalmente la valigia delle Indie arriva la mattina del mercoledì, ed il piroscafo non prende quella proveniente dall'Inghilterra che al martedì della settimana successiva. Quindi sono sei giorni di forzate stallie alle quali è obbligato il piroscafo. Però può darsi benissimo che la compagnia Peninsulare voglia utilizzare quel tempo piuttosto che rimanere sei giorni inoperosa nel porto di Brindisi, e pensi di prolungare le sue corse o a Trieste o ad altro porto. Ma, ripeto, se ciò è probabile, non ne consta però in modo alcuno al Governo. Anzi io dirò che, fra il Governo e la società Peninsulare, non corre nessun rapporto, perchè, se la medesima si è recata a Brindisi, vi si è recata dietro concerti presi col Governo inglese e non già dietro concerti presi col Governo italiano. L'onorevole Morelli Salvatore crede che questa idea, che si attribuisce alla Peninsulare, sia nata da qualche disastro marittimo o da mancanza di comodità che si verifichi nel porto di Brindisi. Quanto ai disastri, dirò che nulla consta al Ministero che ho l'onore di reggere interinalmente. Rimane l'altra questione, quella cioè della mancanza delle comodità necessarie al raddobbo delle navi. Ed io colgo l'occasione per osservare che è questa una lacuna che pur troppo si riscontra in quel porto, e che è assolutamente necessario di colmare. Se noi vogliamo che i bastimenti, non solamente di estere nazioni, ma anche italiani, possano far capo a Brindisi, ed ivi dimorare; se noi vogliamo cogliere dalla ferrovia che mette capo a Brindisi tutto quel frutto che ci è lecito di pretendere dopo i sacrifizi che il paese ha fatto, egli è necessario che quel porto presenti tutti i comodi che sono necessari per il raddobbo delle navi. Ora io posso assicurare l'onorevole Salvatore Morelli e la Camera che questa questione è precisamente una di quelle che ha interessato ed interessa il Governo del Re. Diffatti precisamente in questi giorni si sono tenute delle conferenze per vedere se fosse possibile stabilire a Brindisi un sistema di bacini galleggianti, ossia un elevatore secondo il sistema Clark con diversi pontoni; quale sistema pare che presenti buone guarentigie e che offra anche il beneficio

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di potere essere prontamente attuato. Si esaminerà pur anco se convenga piuttosto addivenire alla costruzione di un bacino in muratura. Credo però che si propenderà al sistema dell'elevatore Clark, e lo si preferirà a quello del bacino in muratura, per questione di tempo, perchè il bacino in muratura esigerà almeno tre anni prima che possa essere finito, ed invece vi è speranza che in uno spazio di tempo molto più breve possano questi pontoni galleggianti, questi pontini secondo il sistema Clark essere stabiliti. Si assicuri dunque l'onorevole deputato Salvatore Morelli, si assicuri la Camera che il Governo non perde d'occhio questa questione importantissima, e che anzi la studierà nel modo il più rapido possibile. Credo che fra non molto avrò l'onore, di concerto col mio collega il ministro delle finanze, di presentare un progetto di legge onde, anche in questa Sessione, sia provveduto a questo sentito bisogno. MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole ministro della cortese risposta che mi ha fatta. Io non ho punto dubitato che vi possano essere in Italia ministri, deputati o cittadini ribelli alla fortuna del proprio paese fino al punto di non preoccuparsi delle condizioni necessarie a convergere in vantaggio nostro il movimento commerciale iniziato dal canale di Suez. Sì, signori, lo dichiaro con immensa soddisfazione: quanti sono in questa Camera parteciparono alla gioia sincera di quella vera festa del mondo solennizzata sulla terra dei Faraoni due anni dietro. Io ricordo fra tanti altri l'impegno dell'onorevole Arrivabene, il quale ha tanto lavorato per determinare i suoi amici inglesi alle simpatie verso il classico porto di Brindisi, designato geograficamente dalla natura ad essere il primo e più vicino scalo dei nostri rapporti con l'Oriente. L'onorevole mio amico l'ex-deputato Gaetano Brunetti ha fatto pure egli sforzi generosi fino ad assordare, direi, l'Italia intera coi tanti suoi discorsi tendenti a sollecitare il maggior bene possibile di quel porto. Ho veduto anche premurosi i ministri e premurosissimo il direttore generale delle poste Barbavara per promuovere mezzi ed agevolazioni al transito per l'Italia della valigia delle Indie. Però, signori, permettete che con la solita mia franchezza io vi esprima la mia dispiacenza nel non vedere nei mezzi adoprati finora e nelle promesse dell'onorevole ministro, delle quali prendo atto, quella serie di misure larghe e conforme ai doni che in questi ultimi avvenimenti ci ha presentati la fortuna. Abituati alla rettorica più che alla logica, noi italiani ingrandiamo le piccole cose, ed impiccoliamo le grandi. Non basta soltanto provvedere in Brindisi all'escavazione, ai docks, al bacino di carenaggio, alle arginature e banchine, non che all'epurazione dell'aria col disseccamento del fiume Piccolo e delle terre paludose. Ogni provincia la più povera sarebbe capace di menare a termine lavori i quali non oltrepassano la spesa di cinque milioni. Io dal genio del Governo nazionale e forse anche da quello del Ministero Lanza desidererei slanci e provvedimenti degni della situazione. Io desidererei che il commercio d'Oriente, troppo vasto per non poter essere assorbito solo da Brindisi, estendesse i suoi benefizi a tutti i porti italiani dell'Adriatico. Crederei quindi necessario ed urgente per l'uomo rimuovere anzitutto le barriere doganali. L'utile di un paio di milioni che esse arrecano alla finanza, sarebbe contraccambiato dalla ricchezza immensa di cui si farebbe sorgente il porto di Venezia, di Pescara, di Ancona, di Bari e di Brindisi, quando eseguiti sollecitamente i debiti studi sulle specialità locali di ciascun sito, si formolassero all'industria privata di Europa capitolati agevolativi dei grandi lavori necessari al deposito delle merci straniere. Se l'Inghilterra e le altre nazioni hanno con questo accorgimento prosperata la sorte dei loro popoli, perchè noi non dobbiamo trarne norma da quegli esempi per recare ai Veneziani

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ed a tutti gli abitanti dell'Adriatico e del regno la prosperità promessa col risorgimento nazionale? Ove l'avvenimento del commercio orientale fosse surto così alla non pensata, vi sarebbe stata la scusa del tempo, del metodo e di non so qual altra cosa per giustificare il Governo. Ma quando, signori, io ricordo che i lavori di Brindisi sono cominciati il 1838, quando ricordo che anch'io giovanetto sin dal 1846, nei primi albori della nostra rivoluzione, fui in grado di prevedere questa grande fortuna all'Italia nei miei Quadri storici di Brindisi, vedendovi oggi tentennare di fronte a fatti compiuti con la inefficacia di mezzucci che sfruttano le speranze deviandoci la fortuna, mentre non si tratterebbe, lo ripeto, che della spesa di circa cinque milioni, io debbo deplorare questa condotta non solo perchè nociva agl'interessi nazionali, ma anche perchè ci discredita all'estero, facendoci giudicare incapaci dagli stranieri. PRESIDENTE. Prego il deputato Morelli di avvertire che si tratta di una semplice interrogazione. MORELLI S. Perdoni: io debbo compiere il mio pensiero. Ho presto finito. Animo dunque, signori, smettere le barriere doganali dell'Adriatico, il mondo vuole libertà vere in tutto, e nel momento che cade la barriera di Suez, quella di Roma e quella delle Alpi col traforo del Moncenisio, la pervicacia di mantenere codeste contro lo sviluppo dei commerci nei porti e nelle stazioni, più che danno, sarebbe colpa gravissima. Io mi auguro quindi che vorrete tener conto di questo mio breve richiamo sul più vitale argomento economico dei nostri giorni, e quando l'animo vostro non vi fosse apparecchiato, mi basta il conforto di avere con esso adempiuto ad un dovere verso la nazione e verso la cara città di Brindisi, alla cui terra mi legano le memorie della culla e quelle tenerissime della mia prima educazione letteraria. *§* Tornata del 22 Maggio 1871 (p. 2268 = propone un emendamento all'articolo 2 del progetto di legge sui matrimoni dei militari) PRESIDENTE. Prima di dare la parola ad altri leggo una proposta dell'onorevole Salvatore Morelli, che modificherebbe l'articolo secondo nel modo seguente: <<Quando non si provi con atto di notorietà che la promessa sposa possa contribuire ai pesi del matrimonio colla sua produttività (Scoppio d'ilarità) intellettuale od artigiana, l'ufficiale o l'assimilato non potrà contrarre matrimonio se prima non assicuri con vincolo ipotecario, a favore della medesima e della prole nascitura, una rendita di lire 1200.>> *§* Tornata del 22 Maggio 1871 (pp. 2272-2273 = lo svolge) PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Morelli Salvatore. MORELLI SALVATORE. Dirò poche parole. La legge che discutiamo, benchè sostenuta dall'onorevole ministro della guerra e dalla maggioranza come una suprema necessità militare, tornerà funestissima alla pubblica moralità più di quanto lo si pensi. Se l'onorevole deputato che mi ha preceduto vi annunzia che oggi, senza richiedersi le due mila lire, si contano moltissimi matrimoni clandestini, appena votata questa nuova barriera giuridica, la cui spiacevole impressione mi ha fatto dare testè alla presente legge il nome di legge cinese, signori, io ve lo anticipo con dolore, voi vedrete più rari i matrimoni e più facili le prostituzioni. A dir vero, io no so dove vogliate andare. Per sostenere un sistema incorreggibile, vi ribellate alla natura umana, e la costringete, povera schiava, all'ubbidienza d'un ministro della guerra. (Ilarità) Voi conservatori dovreste più che ogni altro tendere al miglioramento del giure e della moralità domestica, unico palladio dell'ordine sociale. Quando invece vi spingete tant'oltre calpestando le leggi della natura, violando i diritti del cuore con una ingerenza liberticida, privando la parte più bella e più gagliarda della gio

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ventù italiana di quelle consolazioni che non si negano nemmeno agli animali bruti, quando siete, dico, in un pendìo precipitoso, non vi deve sembrare strana la protesta solitaria che per la salute del paese vi si manda dall'ultimo stallo dell'estrema sinistra. Senza un esercito permanente si può vivere, ma senza moralità giammai. Un ministro dunque non può nè deve sagrificare questa vera forza fondamentale degli Stati a ciò che è fittizio e transitorio quanto la vecchia disciplina militare combattuta oramai dalla scienza e dalle istituzioni della libertà presso tutte le nazioni civili. Io non mi brigherei per nulla dei matrimoni degli ufficiali come di ogni altro cittadino. Un ufficiale è un gentiluomo, e la sua educazione e la sua onoratezza garentiscono meglio di qualunque legge la possibilità ed il decoro dei connubi matrimoniali. Oltre a questa ragione di riguardo verso gli uffiziali ve ne ha un'altra di rispetto alla personalità della donna, la quale perchè non fu rivelata da alcuno, mi ha spinto a contemplarla nel proposto emendamento. Secondo questa legge la donna italica è una meschina passività. Essa non può sposarsi ad un ufficiale dell'esercito se non ha 2000 lire di rendita. Giudicando in tal guisa il Ministero e la Commissione, mentre seguono il mal vezzo di valutare più la cosa che la persona, più il cavallo dell'uomo, sembra pure che vivano fuori del mondo. Nel momento in cui la donna si riscuote ovunque, si presenta in tutte le nazioni come quinto Stato (Ilarità) se non come primissimo; nel momento in cui il severo Parlamento inglese si occupa della donna, il comune di Firenze, sotto gli auspicii lodevolissimi di distinte signore, appoggia l'iniziativa democratica per una splendida esposizione di lavori femminili, e la produttività intellettuale ed artigiana della donna si manifesta in tutte le sfere della vita. (Ilarità) Non ridiamo, signori, perchè queste son cose troppo gravi ed importanti. Guardate un po' Parigi, e non riderete più. Furono le leggi da caserma come questa che ridussero la Francia nella sua presente dolorosa posizione! Tornando dunque all'argomento, io vi ripeto essere ingiurioso alla dignità della donna il niun calcolo da voi fatto delle sue doti personali. Ragguardevoli pensatrici, che si elevarono in pubbliche lettura al livello dei più sapienti cattedratici; che scrivendo utili opere ed addicendosi all'insegnamento, guadagno anche più di 2000 lire l'anno, impedireste voi che si unissero in matrimonio agli ufficiali dell'esercito, solo perchè non effettuano con ipoteca la somma stabilita nella legge? Ah no, signori, giudicando così per creare un odioso privilegio alla possidenza non vi mostrerete nè giusti, nè morali, ed è appunto per cansare dalla vostra coscienza la tentazione d'un'ingiustizia e di un'immoralità che io vi ho proposto l'emendamento all'articolo secondo. Esso non copre tutta l'anormalità della legge che io ritengo errata in principio, ma è un solenne appello allo sviluppo del lavoro, una protesta in favore del diritto della donna, e se si vuole anche una riserva tutelatrice della pubblica moralità. Spero che l'onorevole Ricotti non come ministro, ma da bravo cittadino si mostri deferente ai motivi della mia proposta, anche perchè poi essa transitoriamente condiziona ma non distrugge il concetto della dote da lui prefissa pel benessere degli uffiziali. Ho detto. *§* Tornata del 30 maggio 1871 (pp. 2467-2469 / 2470-2472 = presenta un ordine del giorno contro il progetto per provvedimenti finanziari / enuncia un progetto di legge sull'istruzione femminile) PRESIDENTE. Ora viene l'ordine del giorno dell'onorevole Salvatore Morelli. Ne do lettura: <<La Camera respinge le proposte del Ministero, e, invitandolo a provvedere intanto alle urgenze amministrative con operazioni finanziarie sui crediti arretrati dello Stato, nomina una Commissione di 27 deputati per procedere ad una generale inchiesta sull'andamento di tutti i Ministeri, e proporre i mezzi necessari ad eliminare le cause del disavanzo col definitivo e regolare assetto della cosa pubblica.>>

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Mi occorre fare due osservazioni all'onorevole Salvatore Morelli. Riguardo alla prima parte della risoluzione da lui proposta, è da ritenersi che non si può con un ordine del giorno respingere un disegno di legge, ma bensì votando per alzata e seduta gli articoli del medesimo. Quanto alla seconda parte del suo ordine del giorno, debbo ripetere l'osservazione che ho fatto non è molto tempo, cioè che, a tenore del regolamento, ogni mozione per inchiesta vuol essere presentata con una proposta d'iniziativa parlamentare, e trasmessa prima al Comitato privato. Con queste avvertenze e pregando l'onorevole Morelli di modificare poi il suo ordine del giorno, domando se è appoggiato. (È appoggiato.) MORELLI SALVATORE. Tengo conto delle osservazioni regolamentari fatte al mio ordine del giorno dall'onorevole presidente, ma non me ne preoccupo. Io feci questa proposta non per dar prova di tecnicismo parlamentare, ma allo scopo di esporre qualche mia idea sull'argomento che si discute da più giorni. Se il mio ordine del giorno quindi mi dà diritto alla parola, ciò è tutto quello che io desiderava: laonde comincio il mio discorso dichiarando l'onorevole ministro Sella uno dei più avveduti ed ingegnosi uomini di Stato, e vedendolo al momento un po' distratto, lo prego a porgermi la sua attenzione. SELLA, ministro per le finanze. Son tutto orecchie. MORELLI SALVATORE. Una prova dell'ingegno dell'onorevole Sella si rileva dalla posizione in cui trovasi la Camera da alcuni giorni. È cosa nuova che un'Assemblea politica si ponga nella necessità di pregare un Ministero per rimanere al suo posto, quando forse nell'animo suo aveva deliberato di rovesciarlo. Ebbene, a questa condizione ha condotto la Camera l'ingegno dell'onorevole Sella. Ora un uomo di spirito così elevato...(Movimento del ministro per le finanze) Non intendo adularlo, ma voglio avere una ragione di più nel rimprovero che sarò per muovergli. MINISTRO PER LE FINANZE. Sono frizzi. MORELLI SALVATORE. Non frizzi, ma verità. In un uomo di tanto spirito io non avrei mai supposto l'errore di proposizioni così rachitiche e meschine come quelle che ha presentate. Egli ha fatto le viste di trovarsi ancora a Torino mettendoci innanzi quelle stesse panacee che hanno rovinato le finanze del regno d'Italia nel corso di dieci anni. Per l'onorevole Sella l'avvenimento di Roma al quale prese tanta parte, non esiste, l'apertura dell'istmo di Suez è ancora un sogno, il tunnel del Moncenisio non è compiuto, queste correnti di vita nuova che incrociano dall'oriente all'occidente la nazione sono effimere ed inesistenti. Ora il ministro Sella, con quell'ingegno che lo distingue, per lo meno avrebbe dovuto pensare che questo è l'ultimo periodo di un'amministrazione mal andata, che a Firenze debbono seppellirsi tutti gli errori, tutti gli arbitrii, tutte le ingiustizie, che qui deve l'Italia dire: punto, e basta. Se gli Italiani aspirano ad andare a Roma, signori, non è per visitare una città cospicua e monumentale, ma è perchè vogliono vedere riformata, trasformata l'amministrazione flagello, che li crucia da dieci anni. Ora l'onorevole Sella aveva senno ed opportunità di presentarci un programma novo e confortante; egli doveva liquidare la situazione e dirci quello che si deve fare a Roma. Al suo orecchio certamente arrivano i clamori dei contribuenti, come arrivano al nostro; non c'è giorno in cui noi non ci sentiamo assordati, che non ci si scriva dai collegi: le tasse ci uccidono, ci schiacciano; le nostre casipole [: casa piccola e di aspetto meschino. Treccani Online] le dobbiamo lasciare al demanio; in tutte le ore del giorno siamo tormentati dagli agenti fiscali. Tali spiacevoli rivelazioni, un uomo che sta all'amministrazione dello Stato, deve averle meglio d'ogni altro, e l'onorevole Sella finge d'ignorarle. Io non so come si possa resistere dinanzi allo spettacolo terribile di vedere che gli Italiani, mentre compiono i loro destini a Ro

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ma, fuggono dall'Italia, costituiscono l'odiosa tratta dei fanciulli vendendo alla speculazione straniera i loro bambini! Infatti la statistica ci dimostra che negli ultimi anni la emigrazione è stata di 127,757 persone. L'Italia, signori, con questo cielo, con questa terra, con tante condizioni di vita, che han formato e formeranno sempre l'invidia del genere umano, l'Italia non offre, sotto il Governo dell'onorevole Sella e dei suoi correligionari politici (Ilarità), non offre, dico, i mezzi di vita si suoi abitanti. Questo è dolorosissimo, questo è qualcosa che costituisce un vero processo all'amministrazione. Eppure non sarebbe stato malagevole indovinare, quel che dobbiamo fare andando a Roma. Noi, signori, ci troviamo non di fronte ad una crisi, ma ad una vera palingenesi: vedete i fenomeni che avvengono in Europa, guardate Parigi; credete voi che quello sia un fatto staccato dal resto del mondo? No, esso ha attinenza con l'ordine politico-sociale che ha governato e governa quasi tutta l'Europa; quindi non bisogna giudicarlo isolatamente; esso impone agli statisti di ogni paese il dovere di rimontare alle cause che lo produssero; esso impone l'obbligo di sapere quale sistema malaugurato ha condotto lentamente a traverso il giro di mezzo secolo quella grande, quella cospicua città allo stato anormale in cui oggi si trova. Si sente spesso condannare gente che disperatamente combatte e muore sotto le rovine dei più grandi monumenti. Ah, signori, deploriamo, sì deploriamo tutti quelle orrende catastrofi, ma guardiamoci dall'essere ingiusti fino al segno di addossarne la responsabilità ai soli sciagurati esecutori. Chi ha educato quei popoli al disprezzo dei principali monumenti l'uomo e la libertà, chi li ha esasperati con ingiuste e dispotiche rappresaglie, non ha diritto di farsi giudice delle loro colpe. L'onorevole Bonghi ieri ci augurava che il Thiers rimanesse al suo posto lungamente perchè ciò formerebbe una grande guarentigia per l'Italia. Onorevole Bonghi, ella si sbaglia di troppo se crede che dai criteri dell'ideale di Thiers possa venire il bene d'Italia; è l'ideale di Thiers che ha germinato nel cuore della Francia, con una dominazione dispotica e corruttrice, la presente miseria, è stata la sua politica sciovinista, sono stati i suoi discorsi che hanno spinta improvvisamente quella grande nazione ad una guerra inutile e rovinosa. Un medico sapiente non guarda i fenomeni così superficialmente, ma rimonta alle cause e le combatte, ed io avrei desiderato che l'onorevole Sella ciò avesse fatto, mostrandosi perspicace sino al punto d'investigare le cause del malessere del paese; io avrei voluto in lui un inesorabile chirurgo per troncare la cancrena dall'ime sue radici. Questo impulso che avrebbe caratterizzato in lui l'uomo della circostanza, io gliel'avrei augurato di gran cuore, ma non c'è possibilità: nemo dat quod non habet, e l'onorevole Sella, tenendo fermo alle inveterate abitudini del suo sistema, non ha visto che la grande missione impostagli dall'andata a Roma era quella di ricostituire l'Italia moralmente ed economicamente. Questa idea, o signori, non è solamente mia, fin l'onorevole Minghetti l'altro giorno così di passata vi ha detto: che noi dobbiamo andare a Roma anche moralmente. Certo egli con quella frase non ha potuto intendere che dobbiamo andare a Roma col catechismo del Papa, perchè la esigenza di una cosa di cui quella città è troppo largamente saturata, non avrebbe avuto senso logico. L'andare moralmente a Roma dunque per l'onorevole Minghetti non poteva avere altro legittimo significato di quello che vi si debbono recare le condizioni del diritto e della morale civile su cui basa il programma della nostra rivoluzione. L'onorevole Sella ci presenta la domanda di 150 milioni di corso forzoso, più un'altra imposta sul sale, ed un'altra sulla proprietà fondiaria. Ma io credo che la possibilità tributaria sia sormontata, che bisogna farsi coscienza e non andare più oltre: come crede altresì che si possa sopperire ai bisogni amministrativi dell'oggi con operazioni finanziarie sui crediti non esatti dello Stato.

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Quando si arriva all'eccesso del 49 per 100 sulla proprietà fondiaria, mentre in Francia si paga il cinque ed in altri paese su per giù non si oltrepassa il dieci, credo che debba aversi il ritegno di non tormentare di più i poveri possidenti. In quanto all'imposta del sale, i Veneti vi hanno detto che cosa importi all'igiene del paese il sale; vi hanno detto che la mancanza di sale fa sviluppare una malattia terribile in quelle provincie... PRESIDENTE. Onorevole Morelli, quella proposta non esiste più. MORELLI SALVATORE. La prego di lasciarmi parlare. PRESIDENTE. Io le lascio tutta la libertà, ma è mio dovere farle avvertire che quella proposta non esiste più, perchè fu ritirata, che perciò non è più il caso di parlarne. MORELLI SALVATORE. Grazie. Io non ne parlo che per togliere la tentazione a chiunque volesse riproporla; in ogni modo sono lieto che il signor ministro ebbe questo pietoso accorgimento. Riguardo al corso forzoso, i miei amici lo combattono. Su questa materia noi non abbiamo udito quanto vi è di più intelligente e capace nella Camera; dottissimi economisti di tutti i lati del Parlamento, hanno manifestato i loro giudizi severi contro il corso forzoso. Ma essi, secondo me, l'hanno guardato nello statu quo come strumento di monopolio; io al contrario credo che non siavi mezzo più agevole alle transazioni sociali della carta moneta, e che l'unico mezzo per salvare l'economia troppo demersa delle nazioni, è il corso forzoso. La Banca Nazionale, secondo l'inchiesta alla quale si procedè anni addietro con tanta onestà, dottrina e patriottica sollecitudine dall'onorevole Seismit-Doda e da tutti i membri della Commissione, si vuole che abbia 1,300,000,000 di corso forzoso. Ora, se questo 1,300,000,000 di carta circolante si dovesse realizzare in danaro, io sono sicuro che il giorno in cui i detentori di carta si presentassero in frotta a quel grande istituto di credito, la Banca Nazionale infallibilmente dovrebbe dichiarare la bancarotta, perchè le riserve metalliche equivalenti essa nè le possiede, nè può possederle. Questo corso forzoso dunque ha solamente valore fiduciario in quanto è garantito dal Governo. Ora, domando io, è egli corrispondente ai bisogni del paese questo 1,300,000,000 di carta a corso forzoso? Un oratore dell'estrema Destra ieri diceva che sì. Nelle sue previsioni e nel circolo monopolista io credo che il suo sì possa giustificarsi; ma rapporto ai bisogni del paese può egli mai ritenersi da senno questa somma come equivalente alle esigenze effettive delle sociali necessità in cui versa il nostro regno? Io non lo credo. Se domandate al proprietario perchè non coltiva la sua terra, vi dirà: perchè non ho mezzi. Chiedete al municipio perchè non migliora le condizioni edilizie, e non aumenta il benessere della popolazione, vi dirà: non ho mezzi; all'industriante perchè non dà uno slancio alla propria industria, vi risponderà: perchè non ho mezzi; all'uomo di lettere, allo scrittore, a chiunque voi domandiate oggi perchè non si va innanzi, perchè la terra non produce, perchè non si progredisce nello sviluppo economico, tutti risponderanno: non abbiamo mezzi. E di fronte ad uno spettacolo di questa fatta, che, come dissi, conduce gl'Italiani ad abbandonare le belle sponde della loro carissima patria per chiedere ospitalità e fortuna all'America ed all'Australia, bisogna che gli economisti e gli uomini che hanno un po' di coscienza se ne preoccupino seriamente. È la più turpe delle tirannidi quella la quale lascia isterilire tre quarti del territorio e tre quarti della popolazione, restringendo i mezzi fiduciari nelle mani di pochi. Io non sono di coloro che vorrebbero distrutti gl'istituti di credito. Per me prosperi pure la Banca Nazionale e tutte le Banche, ma la loro non debba essere ostacolo alla prosperità generale del paese circoscrivendo artificialmente i mezzi di credito della nazione al solo utile dei loro partigiani. Se quindi il corso forzoso concesso alle banche è limitato a favorire minoranze che opprimono l'attività delle moltitudini, e se i mezzi di lavorare e di produrre, voi li fate consistere nella circolazione fiduciaria, io credo che sia imprescindibile obbligo di allargare questa cir-

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colazione conformemente al bisognevole, e non secondo i calcoli convenzionali di speculatori sulla pubblica miseria. Per questa veduta economica di giustizia e di prosperità, il corso forzoso voi, signori, potreste portarlo a più miliardi, e, secondo me, potreste fare un'operazione che, mentre dall'un canto vi distruggerebbe l'onere gravosissimo del debito pubblico, abilitandovi a diminuire le numerose ed insopportabili tasse, dall'altra vi costituirebbe un elemento di attività industriale e commerciale per accrescere in immenso la ricchezza della nazione. Accennando al debito pubblico sia lontano da me il sospetto di volerlo cancellare, frodando i creditori. Anzitutto un Governo deve essere onesto, antesignano di buona fede. Io ho deplorato sempre una parola che scappò all'onorevole ministro Sella un giorno, quando trattandosi del più sacro dei diritti, del diritto della sventura, del diritto dei danneggiati politici, egli disse pubblicamente in questa Camera, che l'unica risposta da farsi a simili pretensioni sarebbe stata per lui il non pagare. E tale linguaggio inqualificabile l'onorevole Sella lo usò giusto nel momento in cui egli costringeva lo Stato a pagare dei milioni a taluni principi spodestati autori dei danni che si reclamavano. Dunque egli non riconosceva il diritto di quei patrioti che coi propri dolori gli avevano fabbricato lo stallo di ministro di un gran regno, mentre poi stimava giusto quello di stranieri che erano stati i sacrificatori del suo paese. Io, lasciando la responsabilità morale di siffatti principii all'onorevole Sella, non dirò: non pagate; non dirò: bruciate il libro del debito pubblico, da cui verrebbe necessariamente la rovina di molti interessi e non lo dico, signori, perchè sono convinto che le catastrofi, in qualunque classe sociale avvengano, sono sempre una scossa ed un grave dissesto per tutta la comunanza. Quello che io desidero è una operazione economica, legittima ed onesta che potrebbe compiersi benissimo pacificamente e senza danno di alcuno. Questa operazione sarebbe la conversione almeno parziale da passivo in attivo del debito pubblico, per quella tangente che riflette soltanto i creditori interni dello Stato. Voi potrete compierla, delegando il pagamento di questi oneri ai comuni ed alle provincie. Contemporaneamente voi emettereste tanta carta quanta ne comprende l'entità del capitale, del cui interesse si rende responsabile il comune e la provincia verso i possessori delle cartelle; mentre dall'altro canto con una legge imporreste ai comuni ed alle provincie medesime opere produttive in tutti i sensi, miglioramenti di territorio, sviluppo di agricoltura, viabilità, porti ed un miliardo per le scuole. Sì, signori, per le scuole dovete spendere proprio un miliardo, perchè in questo è il vero segreto del grande avvenire degli Italiani. Se volete fare prospera e felice durevolmente la patria nostra, il mezzo efficace, il mezzo infallibile è nella pubblica e privata educazione. Un giornale ufficioso stamani si lagnò che le donne di Parigi (Oh! Ilarità) sieno la causa del malessere di quel paese. Con ciò il giornale l'Opinione, finalmente dà ragione alla mia insistenza nel chiedervi il miglioramento giuridico e morale della donna. Quando la vecchia scuola l'ha fatta così trista, è giuocoforza, onorevole Dina, saggiare almeno come espediente le teorie illuminatrici e moralizzatrici da me proclamate in un nuovo ordine metodico di educazione domestica e sociale. Signori, se volete che quel triste figurino di una rivoluzione cruenta e terribile che Parigi presenta oggi a tutto il mondo, non serva di modello anche alle generazioni nostre, afferrate il salvataggio che vi do; ve lo do con tutta l'anima nell'impeto d'una forte e profonda convinzione per fargli fruttar bene a questa carissima patria nostra. Credetelo pure, io non vivo che con questo sentimento, di vedere migliorata la sorte del mio paese, di vedere temperati i dolori di questa povera umanità. (Bravo!) Solo perchè io sono costante alla rappresentazione di un principio, a cui credo si annodi tutta la felicità del mondo non si lascia modo ed occasioni per tormentarmi calunniandomi e bistrattandomi in tutti i sensi. Ma io non mi curo, sto saldo al mio posto, e lascio dire i giornali che senza combattere le mie opinioni, hanno vaghezza di punzecchiarmi contorcendo il senso e le

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parole dei miei discorsi. Quel che mi addolora non per me, ma pel danno che si reca alla moralità è la tendenza al mendacio. La stampa deve essere propugnatrice di verità, ed è doloroso che giovani ingegnosi, i quali hanno in mano i destini della coscienza del paese, debbano seguire questo brutto vezzo alterando la verità, ed esagerando in modo le cose da far parere, mostruosamente eccentrici, uomini i quali, presentando nella propria vita il ricordo di avere con ineffabili sacrifizi contribuito ad aprire le porte della libertà, hanno pure diritto di essere chiamati loro amorevoli concittadini. Il salvataggio dunque che io, nella furibonda tempesta sociale che oggi incalza le nazioni da tutte le parti, offro con piena convinzione d'infallibili successi al Governo ed al paese, è il seguente progettino di legge. <<Art. 1. Fra dieci anni ogni madre italiana dovrà avere acquistata l'attitudine intellettuale e morale d'istruire ed educare i propri figliuoli alle conoscenze elementari della vita. Art. 2. Per raggiungere questo scopo, nel giro di un anno decorrente dalla promulgazione della presente legge, in luogo delle attuali, verranno fondate in tutto il regno, dai municipi che ne assumono la esclusiva amministrazione, scuole civili materne, in proporzione di una per ogni duecento abitanti. Art. 3. Affinchè esse rispondano alla educazione intellettuale e morale, verranno organizzate decentemente ed in maniera da sistemare le generazioni al lavoro produttivo con macchine, libri e quanti oggetti si stimino necessari al normale simultaneo sviluppo della mente e del corpo. Art. 4. Nelle scuole materne si adoprerà il metodo semplice dal noto all'ignoto, come quello che, svolgendo con l'analisi la riflessione nei discenti, rende loro più agevole l'acquisto della verità. Per far comprendere poi ad essi che cosa sono ed in quale guisa debbono usare della propria esistenza, verranno insegnate con ordinata successione le seguenti materie: a) Nozioni di notomia, psicologia, logica e fisiologia: b) Nozioni d'igiene; c) Nozioni di morale civile; d) Il calendario del lavoro e l'economia della produzione; e) Nozioni di lingua italiana, leggere e scrivere; f) Nozioni di fisica, chimica ed agronomia; g) Nozioni di matematiche elementari; i) Nozioni di geografia; l) Nozioni di storia; m) Nozioni del sistema politico ed amministrativo con cui si governa il proprio paese; n) Il galateo della libertà; (Si ride) o) Pratiche di pedagogia, specialmente alle donne, per renderle col magistero dell'insegnamento atte a fondare la tradizione della scienza nella famiglia. Art. 5. Perchè queste conoscenze indispensabili per ogni classe di cittadino siano ordinatamente esposte in forma didattica e facile, il ministro dell'istruzione pubblica, appena promulgata questa legge, bandirà un concorso col premio di 100 mila lire, da rilasciarsi a quella società di pensatori che fra un anno ne fornirà l'intera esposizione in uno o più libri elementari, dopo che da un Areopago nazionale convocato in Roma verranno giudicati opportuni allo scopo delle scuole materne. Art. 6. L'insegnamento del catechismo, delle storie sacre e di qualunque materia religiosa è vietato nelle scuole materne. (Voci a destra. Oh! oh! La libertà!) Art. 7. Esse saranno promiscue, gratuite ed obbligatorie. Art. 8. I cittadini che trascurano la istruzione e l'educazione dei propri figliuoli e dipendenti verranno ammoniti dall'autorità municipale, e persistendo, ad istanza della medesima, si procederà contro di essi dal pretore, il quale, secondo il grado di pervicacia, estenderà la loro condanna da cinque giorni a tre mesi di prigionia, e sotto la minaccia delle medesime sanzioni costringerà ad istruirsi i maggiorenni che non lo sono per propria negligenza.

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Art. 9. La stessa pena colpirà i sindaci ed i commissari della pubblica istruzione municipale allorchè venga constatato esistere nel comune, dopo tre anni dalla promulgazione della presente legge, cittadini analfabeti per loro incuria. Art. 10. Anche gli insegnanti saranno responsabili del fatto loro. Sicchè, quando si provi che dolosamente, per interesse partigiano abbiano violato il programma della scuola materna, insinuando nei discenti massime contrarie alla civiltà, saranno sottoposti al giudizio ed alle pene sopraindicate, non che alla interdizione di un anno dal loro uffizio. Art. 11. La nomina dei maestri dei due sessi verrà fatta dal municipio per concorso di merito o di esperimento, e nel caso di parità sarà sempre preferita la donna. (Ilarità) Art. 12. In ogni comune, a spese del municipio e con apposito regolamento si organizzerà un giurì censore, composto di non meno di 20 fra i cittadini dei due sessi (Ilarità) più notabili per intelligenza e patriottismo. Questa istituzione avrà la cura morale di ispezionare le scuole materne e di promuovere fra gli abitanti del regno la solidarietà della vita e il buon costume, chiedendo alla comunanza per mezzo del municipio lavoro ed istruzione in pro di quei cittadini che per tale notorio difetto sono in pericolo di delinquere o di prostituirsi. Art. 13. In tutte le questioni riguardanti l'istruzione e la morale pubblica, il municipio non si pronunzierà che dopo aver sentito il parere del giurì censore. Art. 14. Ogni cittadino italiano può privatamente insegnare, purchè nelle materie della scuola materna si attenga al programma metodico di questa legge. Art. 15. I regolamenti delle scuole materne verranno redatti, conforme allo spirito di questa legge, dalle autorità municipali dalle quali dipendono. Art. 16. Il soldo dei maestri pei due sessi non potrà essere minore di 150 lire al mese. Quando però nel corso di un anno daranno prova non equivoca di straordinaria valentìa e di zelo nello sviluppo intellettuale dei discenti, dopo l'esame, avranno una gratificazione da 250 a 1000 lire, secondo che i Consigli municipali, dietro parere del giurì censore, si persuaderanno dell'utilità dell'opera loro. Art. 17. I mezzi necessari alla fondazione, mantenimento e lustro della scuola civile materna saranno desunti da una tassa progressiva da imporsi in ragione della fortuna dei contribuenti, cui dalla presente legge rimangono autorizzati i municipi, ciascuno secondo il bisognevole. Art. 18. I conventi, le chiese superflue, i seminari e tutti i cespiti demaniali che si stimino utili a quest'uso, il Governo li concederà gratuitamente e senza indugio ai municipi che ne lo richiederanno. Art. 19. Le deputazioni provinciali convocheranno alla fine di ottobre di ciascun anno, nel luogo di loro residenza, i presidenti e i segretari del giurì censore dei comuni dipendenti dalla loro giurisdizione territoriale, per discutere i risultati della scuola materna, e con dettagliato rapporto al Parlamento provocare le misure legislative che l'esperienza pratica farà giudicare necessarie al progresso intellettuale e morale del popolo italiano. Art. 20. Tutte le disposizioni contrarie a questa legge rimangono abrogate. Ecco, o signori, qual è il senso delle parole dell'onorevole Minghetti, andare a Roma moralmente; è solo così che si va moralmente a Roma. (Ilarità) Con ciò non fo voti perchè l'onorevole Minghetti venga al Ministero, questo desiderio, a dirla francamente, io non l'ho. L'onorevole Minghetti ha fatto pur troppo prova della fallacia del suo sistema da non poter sospettare in chicchessia di questa parte della Camera un proposito così strambo. È vero che io, fiducioso nella perfettibilità umana, dovrei supporre in una mente così bene nudrita di forti studi un ravvedimento dei passati errori; ma, signori, è difficile che uomini di Stato giunti all'età sua (Ilarità generale) subiscano diminuzione di capo con l'abdicazione delle proprie e l'accettazione delle altrui credenze.

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Oltre a queste idee che ho manifestato alla Camera, e che credo, ove il Ministero volesse un poco meditarle, potrebbero rendersi fruttuose al paese, io credo indispensabile un'altra proposta. Non c'è stata discussione solenne in quest'Assemblea, nella quale da tutte le parti da destra, da sinistra e dal centro non si sia manifestata dispiacenza per la cattiva amministrazione. L'onorevole Sella stesso per giustificarsi non ha trascurato qualche volta di dire: che non si potevano presentare i bilanci, perchè le ruote dell'amministrazione erano lente ed incagliate; egli stesso ha suggerito anche l'idea di una certa riforma indispensabile al miglioramento burocratico. Ora, in vista di queste rivelazioni, io credo, o signori, che il malessere della cosa pubblica non sia dipeso da difetto d'intelligenza pratica nei ministri. Non bisogna fare questo torto agl'Italiani, perdio! Gl'Italiani hanno altezza d'ingegno pari a quella degli stranieri; e se vogliamo mettere da banda un pochino d'umiltà evocando la storia degli umani progressi, noi dobbiamo ricordare che gl'Italiani furono sempre gl'iniziatori delle originali vedute e delle grandi riforme tanto nell'ordine ideale quanto nell'ordine economico. Quindi io non fo questo torto a chicchessia. Gli errori che deplorammo e deploriamo tuttavia, non furono in gran parte addebitabili a povertà d'ingegno, ma agli effetti di un sistema accentratore, anarchico e rovinoso. Come volete voi che si amministri bene alla cieca? Non abbiamo statistica, non abbiamo una pianta dei beni dello Stato; se io domandassi all'onorevole Sella in nome della mia sovranità elettorale: datemi conto del valore effettivo che può produrre l'intelligenza di 25 milioni d'Italiani, statisticamente questo dovrebbe essere assodato, ed intanto il ministro non può dirmelo. Ditemi fin dove si potrebbe spingere lo sviluppo commerciale e industriale d'Italia? E l'onorevole Sella deve tacersi, perchè gli mancano i dati di fatto. Quali, e quanti sono i beni dello Stato. Egli pure lo ignora. Quando dunque, signori, ci mancano questi, che sono i concreti su cui debbono lavorare gli statisti, è impossibile amministrare bene la cosa pubblica. Adunque l'errore fondamentale dell'amministrazione sta in questa mancanza; per cui si dovrebbe provvedere ad ogni costo al compimento della statistica ed alla formazione della platea dei beni dello Stato; anche perchè, se noi dobbiamo votare milioni a carico dei contribuenti bisogna che lo facessimo con cognizione di causa. Ora che sappiamo noi di questi beni dello Stato? Che sappiamo noi di queste entità economiche del paese, se la statistica ci manca? Quindi è una suprema necessità quella di dotarne anzitutto l'amministrazione con la massima sollecitudine. Inoltre, in tempo di rivoluzione si fa quel che si può. Dal 1860 fino ad oggi gl'impiegati sono stati presi così alla carlona e quasi nessuno collocato al posto della propria capacità. Ora è venuto il momento che bisogna mettersi in grado di sapere in mano di chi è affidata l'amministrazione pubblica. E tanto più io chiedo questo, signori, in quanto che la bufera della reazione comincia già a fischiarci agli orecchi. Ricordatevi che alla testa del Governo francese c'è il Thiers. Ora nell'amministrazione dello Stato noi abbiamo uomini che non sappiamo a qual gradazione politica appartengono, e d'onde vengono. TORRE. Sono onesti. MORELLI SALVATORE. Io non nego loro l'onestà: rispetto tutti gl'impiegati; ma voglio saper questo. Noi dobbiamo constatarlo anche per lo scopo di premiare coloro che ne fossero meritevoli. Pensate, signori, alla responsabilità che assumiamo votando alla cieca ingentissime somme per migliaia d'impiegati del cui personale siamo in perfetta ignoranza, e se credete appoggiate la inchiesta che io formalmente propongo all'uopo per tutti i Ministeri. Io la domando anche perchè da quella stessa parte della Camera colla sua sincerità l'onorevole Massari accennava, che il disavanzo ha luogo principalmente pel disordine amministrativo.

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Quando altro indizio mancasse a giustificare l'urgenza di questa misura, essa lo sarebbe abbastanza ricordando solo quanto riuscisse proficua quella espletata nella marina. Io non voglio augurarmi che le condizioni degli altri Ministeri siano le stesse, anzi voglio sperare al contrario che tutto vada di bene in meglio, ma desidererei essere convinto se in fatti le cose procedono in modo plausibile, e conseguentemente vorrei che, prima di fondare in Roma l'amministrazione dello Stato, noi potessimo conoscere le effettive condizioni organiche e personali di questi vasti centri burocratici, che danno moto ed attività al complicato lavorìo dell'azienda nazionale. Nutro quindi la speranza che la Camera, scorgendo nel mio pensiero l'intento onesto di migliorare quanto più è possibile l'andamento della cosa pubblica, voglia degnare del suo voto l'inchiesta che io mi farò sollecito sottoporre alla sua discussione, secondo le norme regolamentari accennatemi testè dall'onorevole presidente. Ho finito. MINISTRO PER LE FINANZE. Io pregherei gli onorevoli deputati, che hanno ancora a svolgere ordini del giorno e controprogetti, di abbreviare, per quanto è possibile, i loro discorsi e di limitarsi al soggetto che ci sta innanzi. Se si spazia su altri argomenti, se si vuole discorrere persino dell'istituzione delle scuole materne (Ilarità), non so quando potremo terminare i nostri lavori. (Segni di assenso) *§* Tornata del 30 Maggio 1871 (p. 2484 = ritira l'ordine del giorno sopraindicato : "enuncia un suo progetto di legge sull'istruzione femminile") TORRIGIANI. [...] L'onorevole Salvatore Morelli fa pure una proposta. Questa sua proposta non è neppure il riassunto di tutto quello che ha detto alla Camera perchè, se non erro, egli è andato molto al di là nelle molte idee svolte innanzi ad essa. Trattasi di un miliardo di cui ha parlato l'onorevole Morelli sui crediti arretrati dello Stato, ed io non vado errato certo affermando alla Camera che, trattandosi invece di un centinaio di milioni di arretrati... MORELLI SALVATORE. Domando la parola TORRIGIANI... sarebbe un po' difficile ricavare la somma da lui prevista. Può darsi che non l'abbia ben compreso, ma ad ogni modo la sua proposta sembra tale alla Commissione da non potere assolutamente essere accettata. [...] PRESIDENTE. Onorevole Morelli, ritira il suo ordine del giorno o lo mantiene? MORELLI SALVATORE. Lo ritiro. *§* Tornata del 14 Giugno 1871 (p. 2895 = interroga il ministro delle finanze sull'applicazione della legge riguardante le volture catastali) INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE SULLE VOLTURE CATASTALI PRESIDENTE. Essendo presente l'onorevole ministro delle finanze, comunico alla Camera una domanda d'interrogazione stata [sic] presentata dall'onorevole Morelli Salvatore. Essa è la seguente: <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro delle finanze sull'applicazione della legge riguardante le volture catastali in rapporto della tassa del bollo.>> Domando al signor ministro se e quando intenda di rispondere a questa interrogazione. SELLA, ministro per le finanze. Bisognerebbe che sapessi meglio di che si tratta. MORELLI SALVATORE. Si tratta di una semplice interrogazione. PRESIDENTE. Allora darò prima la parola all'onorevole Morelli, e dopo il signor ministro dichiarerà quando intenda di rispondere.

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MORELLI SALVATORE. La camera ed il Ministero ricorderanno senza dubbio le difficol-

tà messe innanzi dal distinto nostro collega Cancellieri, riguardo alla tassa di bollo sui certificati per le volture catastali, quando nei dì scorsi ne discutemmo la legge. Allora l'onorevole ministro Sella, esprimendo un apprezzamento del suo Consiglio di amministrazione, ritenne che la tassa di bollo, malgrado non espressa nella legge, si dovesse pagare, e soggiunse ancora esservi i tribunali per quei contribuenti che non la credessero giusta e regolare. La maggioranza diede la sua approvazione a questo verdetto del Ministero, e con questo suo voto generò serii imbarazzi a danno della più numerosa e più povera classe dei piccoli proprietari. Un carissimo mio amico dell'infanzia, avvocato Vincenzo Aurisicchio, mi scrive da Ostuni sul malcontento che quest'onere ingiustificabile produce specialmente fra i contadini di quel grande e patriotico [sic] paese. Simili reclami mi pervengono pure da Terra di lavoro e da altre provincie per l'enormità che presenta il fatto di contribuenti i quali sono obbligati a pagare cinque lire pel certificato della voltura, mentre la loro piccola proprietà non è imposta che del tenue tributo fondiario di tre o quattro lire. Mi si danno altresì assicurazioni che taluni intendenti di finanza, ispirandosi nell'equità e nel silenzio della legge, non esigono diritto di bollo. Ora, se nel signor ministro non vi è il preconcetto di volere con questa misura cercare una nuova tassa mascherata, e bruciante che tocca la corda sensibile delle nostre campagne, se non vuole tormentare più di quanto lo furono fin oggi i poveri contribuenti italiani, se ha veramente amore dell'ordine e della giustizia, io lo prego a voler sottoporre a nuovo esame la presente quistione per essere risoluta, non conforme al fiscalismo di taluni suoi agenti, ma secondo la legge e la ragione del senso comune. Invece d'inviare i contribuenti ai tribunali, io desidererei che il Ministero consultasse in proposito l'alta magistratura, perchè io son certo che i membri della Corte di cassazione, cui è confidata la tutela del dritto, non saprebbero autorizzare l'amministrazione delle finanze alla percezione d'un cespite non risultante chiaramente dalla legge del bollo alla quale si riferisce. MINISTRO PER LE FINANZE. La Camera ricorderà che, quando si discusse il disegno di legge sulle volture catastali, fu inteso da tutte le parti che quella era una questione la quale voleva essere lasciata all'interpretazione dei tribunali, ed io non posso mettere il mio arbitrio al posto delle leggi. Io posso invitare l'amministrazione a tener d'occhio questa questione, perchè non è certo nostro proposito tormentare i cittadini nell'applicazione di una legge importante, come è quella delle volture catastali; ma l'onorevole Salvatore Morelli capirà come sulla riserva in cui ci siamo posti tutti, malgrado le divergenti opinioni quando la legge fu discussa, io non mi potrei pronunciare in senso veruno in questa seduta. MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole ministro della risposta nella quale mi promette rinvenire su quest'ardente questione nei modi prudenziali da me raccomandati, e prendo atto della sua promessa. Intanto ho l'onore di dirgli sembrarmi strano il desiderio da lui rinnovato in questo discorso di vederla risolta, secondo i casi speciali, dai tribunali ordinari. Con le tortuosità di una procedura fiscale e per piccolissime somme, non è possibile pretendere che 25 milioni di contribuenti adiscano il magistrato per far dire in una sentenza la verità che si vede da tutti ad occhio nudo. Se egli ed il suo Consiglio di amministrazione pensarono altra volta che la tassa di bollo debba pagarsi anche per i certificati delle volture, le quali poi alla fin fine servono più agli interessi tributari dello Stato che a quelli dei particolari, ritornino oggi a vedere l'enormezza di questa misura nella sua pratica applicazione, prendano un voto consultivo sulla medesima dall'alta magistratura, e scrutando tutti questi elementi veggano un po' la ragionevolezza del reclamo portato da me alla Camera per risparmiare ai cittadini italiani vessazioni che sormontano in modo sconvenientissimo la legge e la moralità. Ho detto. *§*

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Tornata del 18 Giugno 1871 (p. 3045 / p. 3051 = presenta un ordine del giorno sul progetto di legge per riordinamento dell'esercito) PRESIDENTE. Prima di concedere la parola all'onorevole relatore, darò comunicazione alla Camera dei diversi ordini del giorno che furono presentati. Il primo è dell'onorevole Salvatore Morelli, ed è così concepito: <<La Camera, riconoscendo nel Governo italiano la missione di iniziare a Roma un'era di pace e di libertà, invita il Ministero alle pratiche più efficaci per accordarsi con gli altri Stati d'Europa nel civile pensiero di un generale disarmo, creando un tribunale internazionale che decida con giustizia le questioni fin oggi risolte coi disastri d'inumane e dispendiosissime guerre.>> (Movimenti diversi) [...] PRESIDENTE. Veniamo allo svolgimento dei diversi ordini del giorno. Primo è quello dell'onorevole Salvatore Morelli. Ne do di nuovo lettura: <<La Camera, riconoscendo nel Governo italiano la missione di iniziare a Roma un'era di pace e di libertà, invita il Ministero alle pratiche più efficaci per accordarsi con gli altri Stati d'Europa nel civile pensiero di un generale disarmo, creando un tribunale internazionale che decida con giustizia le questioni fin oggi risolte coi disastri d'inumane e dispendiosissime guerre.>> La Commissione respinge od accetta quest'ordine del giorno? Una voce a sinistra. L'onorevole Morelli non c'è. PRESIDENTE. Che ci sia o non ci sia, io faccio il mio dovere, ponendo a partito. CORTE, relatore. La Commissione respinge l'ordine del giorno dell'onorevole Morelli, poichè non sa vedere dove e come potrebbe prendere i due milioni d'uomini che, per lo meno, occorrerebbero per fare eseguire le deliberazioni di questo Congresso. PRESIDENTE. Domando se è appoggiato. (Non è appoggiato.) *§* XI LEGISLATURA (5 DIC. 1870 - 20 SETT. 1874) SESSIONE 2 (27 NOV. 1871 - 19 OTT. 1873) Tornata del 4 Dicembre 1871 (p. 18 = Domanda l'urgenza della petizione 5 del Consiglio comunale si Sessa Aurunca) MORELLI SALVATORE. Pregherei la Camera di accordare l'urgenza alla petizione del municipio di Sessa Aurunca. Mi pare che sia la 5a. (È dichiarata urgente.) *§* Tornata del 6 Dicembre 1871 (pp. 64 e segg.= parla nella discussione generale del bilancio definitivo del 1871 del Ministero degli affari esteri, e chiede informazioni circa il contegno del console italiano a Lima in occasione di una dimostrazione fatta da italiani) DISCUSSIONE DEL BILANCIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI 1871 MORELLI SALVATORE. Dai giornali stranieri ed italiani abbiamo appreso nei dì passati come a Lima si sia versato sangue italiano nella ricorrenza di una solennità, che quella colonia di nostri connazionali celebrava in omaggio all'avvenimento del 20 settembre. Relazioni ulteriori pervenute da San Francisco ci fanno intravedere che, mentre la popolazione di Lima si associò con simpatica solidarietà alla gloria legittima dei nostri connazionali e sostenne la dimostrazione; mentre la diplomazia (eccetto il console francese) elevò delle proteste contro l'aggressione violenta del Governo di Lima a danno della vita e della libertà di parecchie centinaia di liberi cittadini, fra cui contansi molti Italiani, il nostro rappresentante, colui che doveva esserne il naturale tutore e difensore, si mostrò quasi colpevole di una indifferenza poco degna di chi rappresenta in luoghi così lontani il regno d'Italia.

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Io vorrei, signori, che per nostro onore così non fosse, epperò desidererei di sapere dall'onorevole ministro degli affari esteri se il console italiano si sia condotto realmente come viene riferito dai giornali che si sono studiati di presentarcelo connivente con quel Governo fino al punto di farcelo comparire sdegnoso quanto un prete alle glorie del proprio paese. (Risa) Spero che la parola dell'onorevole ministro valga a dileguare il dubbio penoso che emerge da tali notizie, e dopo le sue risposte mi riservo aggiungere quanto giudicherò opportuno a soddisfare il bisogno d'una riparazione sollecita ed energica a favore dei nostri connazionali di Lima cui mirai interpellandolo. VISCONTI-VENOSTA, ministro per gli affari. Se l'onorevole deputato Morelli avesse avuto la compiacenza di farmi avvisato che intendeva chiamare l'attenzione della Camera sui fatti avvenuti al Perù, a cui ha accennato, io avrei potuto mettermi in grado di fornirgli più ampi schiarimenti: ciò non gli dico per fargli alcun rimprovero, perchè riconosco che in occasione della discussione del bilancio egli aveva perfettamente diritto di parlare di questo incidente. Ma ciò servirà anche a scusarmi presso la Camera e presso l'onorevole Morelli, se ora, preso in certo modo all'improvviso su di un incidente fra i molti di cui sono chiamato a occuparmi, non posso entrare in tutti gli schiarimenti in cui sarei altrimenti entrato. Se l'onorevole deputato Morelli volesse in seguito fare di questo l'oggetto di un'interpellanza, io sarò disposto a rispondergli più partitamente, anche perchè così potrò meglio chiarire e giustificare la condotta del nostro rappresentante a Lima. Questo posso dire fin d'ora, che gli Italiani residenti a Lima si apprestavano a manifestare con dimostrazioni pubbliche la gioia che avevano provata in occasione dell'avvenimento che ha compiuta l'unità nazionale. Al Perù le passioni religiose sono molto vive; queste pubbliche dimostrazioni potevano dunque divenire l'oggetto di conflitti altamente deplorevoli. Il nostro rappresentante non si è mai diviso dal sentimento nazionale che animava gli Italiani residenti al Perù, ma ha intromessa la sua azione fra il Governo e la colonia in uno scopo di prudenza e di pacificazione, ed io certo di questo non gli potrei fare rimprovero, anzi debbo dichiarare che ho approvata pienamente la condotta tenuta in quell'occasione dal nostro rappresentante. MORELLI SALVATORE. Perchè l'onorevole ministro non creda che io abbia voluto fare una recriminazione al nostro rappresentante, la Camera permetterà che io scelga, fra i tanti articoli pubblicati in proposito negli ultimi giorni, una lettera scritta da San Francisco, nella quale è determinata quale sia stata la condotta del nostro rappresentante in quella funesta occasione. <<Onorevole signor redattore della Voce del Popolo. Cittadino di Lima e testimonio oculare del deplorevole fatto accaduto in quella città il giorno 20 dello scorso settembre, io lessi con bastante sorpresa nel numero d'ieri dell'eccellente vostro periodico la strana relazione che ne fecero giornali male informati od interessati a falsare il vero aspetto delle cose. Affine dunque di correggere false voci messe in voga, mi prendo la libertà di indirizzarvi queste linee, convinto che troveranno gentile accoglienza nelle colonne del vostro accreditato giornale; assicurandovi fin d'ora che la simpatia della grande maggioranza dei miei compatrioti e di tutta la stampa (salvo un foglio clericale) era sinceramente per la popolazione italiana, come rileverete dall'acclusa copia del Nacional, il foglio peruviano più rispettabile. Il clero del mio paese, come ben diceste, è fatalmente molto ricco ed influente; una piaga terribile che inceppa, protetto dal Governo, il progresso nel Perù come nella vostra bella Italia. Il 14 settembre ricorreva la festa detta dell'Esaltazione della Santa Croce, e il nostro clero, che la solennizzava con quello splendore di apparati e di pompe solo possibili a chi non fa che ingannare i fedeli, fece pure un'imponente processione per le vie, portando le effigie di Pio IX e della Vergine Maria; ma nessuno torse al clero un capello, nè impertinenze di sorta furono commesse sulla effigie in questione. Tutto si passava tranquillamente.

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Venne il 20, anniversario dell'occupazione della gloriosa Roma per parte delle truppe italiane. La patria non è mai obliata dai buoni, e come lo poteva essere dagl'Italiani colà stabiliti? Forti dei diritti che le leggi del mio paese accordano ad ogni pacifico cittadino o straniero, essi domandarono all'autorità il permesso di celebrare quel giorno con una processione per le vie. Il presidente Balta rispondeva negativamente, adducendo che una grande quantità di cittadini essendo favorevole al papa e nemici d'Italia, un sanguinoso disordine poteva esserne la conseguenza. Questo atto di servile divozione al clero irritava giustamente i vostri compatrioti non solo, ma i buoni Peruviani e la stampa in generale. Gl'Italiani però si proposero di obbedire all'ingiunzione presidenziale. Non così gli altri cittadini di Lima. Essi, a capo dei quali stavano gli studenti delle Università locali, vollero dimostrare coi fatti che simpatizzavano per gl'Italiani, e in numero di 20,000 in quel giorno scesero sulla piazza Bolivar, ove uno dei miei amici del Nacional pronunciava un entusiastico discorso in favore dell'Italia. Dopo il mio amico saliva sulla tribuna un vostro connazionale, di cui ora non rammento il nome. Mentre questi arringava la moltitudine, la piazza venne circondata dalle truppe del Governo che caricarono a punta di baionetta la popolazione, trascinando in carcere oltre 800 persone, fra le quali il console belga. La bandiera italiana però non fu fatta abbassare in nessun luogo. Intanto Balta era a pranzare dal nunzio apostolico, giunto pochi dì prima, in una villa a venti miglia da Lima. L'indomani il clero, contrariamente a ciò che venne affermato, non fece alcuna pubblica dimostrazione. Nè è vero che il ministro d'Italia abbia fatto il suo dovere. Egli spinse la cosa tanto oltre che fu causa, almeno in parte, dell'arresto di molti italiani e peruviani, e poscia abbandonò interamente gli uni e gli altri. Per questo devo dirvi che il 28, giorno in cui lasciai Lima, i vostri connazionali erano più indignati col loro ministro che col Governo peruviano per la sua riprovevole condotta. Gradite, signore, ecc. San Francisco, 28 ottobre 1871. <<M. T.>> >> Da questa lettera l'onorevole ministro potrà desumere che le spiegazioni da lui date non sono punto soddisfacenti. Se egli vuole tempo per rispondere convenientemente alla mia interrogazione, aspetterò quanto sarà necessario; ma, lo ripeto, se egli vuole che la cosa si fermi a questo punto, io fin d'ora fo proposta d'un'interpellanza, perchè credo sia debito della nostra diplomazia, specialmente oggi che l'Italia deve parlare da Roma come grande nazione tutelatrice ovunque dei propri concittadini e della civiltà d'ogni paese, di mettere tutta la sua sollecitudine per far rispettare la bandiera ed il nome italiano. Comprendo che un Thiers in diciottesimo, come il capo del Governo di Lima, tenga pei gesuiti e non mostri alcuna simpatia pei nostri interessi; ma, quando si vede che in una popolazione ci sono venti mila cittadini che con nobile generosità si dicono solidali e difendono il diritto degli Italiani rendendo omaggio al nostro risorgimento, credo molto deplorevole che colui il quale è destinato a rappresentare gl'interessi d'Italia si mostri indifferente ad attentati contro la vita e la libertà di cittadini che ha il dovere di proteggere. Lo ripeto adunque: se l'onorevole ministro vuole che la cosa finisca con un'interrogazione, aspetterò ulteriori sue risposte più confacenti alla circostanza; se poi desidera lasciarla incompleta come ha minacciato di fare nella riservatissima risposta, allora mi propongo di muovergliene interpellanza formale. MINISTRO PER GLI AFFARI ESTERI. Se l'onorevole deputato Morelli intende su questo fatto di trarre o una interrogazione o una interpellanza, non rifiuterò certamente di rispondergli; ed allora, coi rapporti del nostro agente e console generale al Perù alla mano, potrò anche meglio provare in che modo la condotta di lui, nella difficile circostanza di cui ha parlato l'onorevole deputato Morelli, sia giustificata; ma fin d'ora io posso trovare, nella stessa lettura

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fatta dall'onorevole deputato Morelli, gli argomenti per mettere sotto la sua vera luce la condotta di quel funzionario. Io comincio dal dichiarare che tra i rapporti di un funzionario del Governo italiano ed uno scritto anonimo pubblicato in un giornale, la mia scelta non è dubbia; io so a chi debbo credere, e so a chi debbo non credere. Questo non è il criterio dell'onorevole deputato Morelli; poichè per esso parmi che basti una corrispondenza anonima per condannare un funzionario... MORELLI SALVATORE. Domando la parola. Non è una censura, nè una condanna la mia... PRESIDENTE. Non interrompa. Risponderà poi, se crede. MINISTRO PER GLI AFFARI ESTERI. Se si tratta di un semplice schiarimento, e se realmente il giudizio dell'onorevole deputato Morelli non si è già formato in modo sfavorevole verso il nostro rappresentante, me ne compiaccio. Che cosa dunque prova la lettera di cui testè egli ha dato conoscenza alla Camera? Gl'Italiani residenti a Lima si proponevano di festeggiare il ricordo della unione di Roma all'Italia con una processione. Ebbene, come aveva l'onore di dire, le passioni religiose sono vivissime al Perù; il fanatismo vi è grande in certe classi della popolazione; ed il presidente della repubblica ed il suo Governo hanno creduto che questa processione potesse dare luogo a conflitti, a disordini, a spargimento di sangue. Se questa opinione del Governo peruviano fosse fondata o no, non tocca a me il giudicarlo, perchè questo riguarda quel Governo, e non riguarda noi. Ebbene, che cosa è avvenuto in seguito all'interdizione della progettata processione, fatta dal Governo? Il nostro console si è intromesso presso gl'Italiani in un pensiero di prudenza e perchè non volessero essere, anche nella manifestazione di un sentimento legittimo e naturale, cagione di sventure in un paese in cui godevano l'ospitalità. Un certo numero di cittadini peruviani invece ha creduto di dover protestare contro la determinazione presa dal loro Governo. La quistione era dunque diventata una quistione politica interna. Vi fu una radunanza. il Governo la sciolse; avvenne una repressione, la quale non fu fatta già contro gl'Italiani, ma contro un meeting, a cui potevano essere convenute persone di diverse nazionalità, ma che era un meeting locale, un meeting di cittadini peruviani. Il nostro console, vedendo che le passioni erano più che mai concitate, ha continuato nella sua opera conciliativa ed ha rivolto agli Italiani un proclama nel quale certo non sconfessava alcuno dei sentimenti patriottici che potevano animare i nostri connazionali, esso ha vegliato a che questa commemorazione dell'unione di Roma all'Italia potesse ugualmente compirsi ma non in pubblico, bensì con riunioni private, in modo che l'ordine pubblico potesse essere turbato, ed è quello che è avvenuto. Ora io domando alla Camera se l'azione del nostro rappresentante, come si è spiegata, possa essere l'oggetto di un biasimo da parte dell'onorevole deputato Morelli o possa essere riprovata da parte del Governo. Io credo che il nostro rappresentante abbia agito prudentemente, e credo che gl'Italiani stabiliti a Lima, seguendo i suoi consigli, abbiano dato anzi una prova di moderazione e patriottismo; poiché, se certo è sempre legittima la manifestazione di quei sentimenti che si attingono nell'amore della patria, vi sono anche per gl'Italiani stabiliti all'estero dei doveri e dei riguardi i quali nascono dal pensiero che essi godono dell'ospitalità d'un paese a cui possono apportare e col loro lavoro e colla loro industria un nuovo argomento di prosperità, ma a cui non devono essere cagione di dissidi e di turbolenze civili. (Segni di assenso a destra) MORELLI SALVATORE. Io lo ridico anche un'altra volta, non ho avuto in animo minimamente di censurare e condannare a priori il nostro console a Lima. Mio proposito è stato quello di sapere se le cose che venivano dette dai giornali stranieri e con brutale compiacenza anche dai paolotti d'Italia fossero vere. Se l'onorevole ministro degli esteri avesse avuto la amabilità di esprimersi sulle prime come ha fatto di poi, io non avrei dato la noia alla Camera di leggere una lettera, nè avrei mosse lagnanze che gli sembrarono severe a carico di quel nostro rappresentante. Adesso che

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il ministro degli esteri ha chiarita non censurabile la sua condotta alla Camera ed al paese, io non aggiungo altro, ritenendo che la verità dei fatti fosse quale egli l'ha esposta. Intanto, prima di lasciar la parola, raccomando all'onorevole ministro appunto di vegliare perchè cessi infine questo cancro che si chiama gesuitismo: gesuitismo il quale dà la caccia qui a Roma, a Lima ed ovunque più che ad ogni altro ai patrioti figli d'Italia, disturbando il lavoro fecondo della scienza e della libertà. *§* Tornata del 25 Gennaio 1872 (p. 600 = presenta una risoluzione) PRESIDENTE. [...] L'onorevole Morelli Salvatore ha presentato una risoluzione che sarà trasmessa al Comitato privato. *§* Tornata dell'8 Marzo 1872 (pp. 1063-1070 / pp. 1070 = svolge la detta proposta riguardante la nomina di una Giunta per la riforma di articoli dello Statuto e di leggi organiche, e per un'inchiesta amministrativa / la ritira) SVOLGIMENTO DI UNA PROPOSTA DEL DEPUTATO SALVATORE MORELLI PER LA REVISIONE DELLO STATUTO PRESIDENTE. Ora viene il turno della proposta del deputato Salvatore Morelli per la revisione dello Statuto, e di alcune leggi organiche, e per una inchiesta amministrativa. MORELLI SALVATORE. La proposta che ho avuto l'onore di presentare alla camera non è nuova: essa, quantunque alterata nella compilazione dell'ordine del giorno, venne fatta altre volte più largamente a Torino ed a Firenze anche da rispettabili uomini politici di gradazione meno radicale, e meno tesa della mia. In nessun momento però fu più ragionevole e giustificata quanto lo è oggi peri compiuti destini d'Italia a Roma. La patria nostra dopo tanti secoli di schiavitù morale, politica ed economica sorge a nuova vita e afferma se stessa in faccia alle genti non solo come ricca e potente nazione, ma anche come iniziatrice della nuova, della vera legge morale emergente dai trionfi della scienza che sorge, sulle religioni che tramontano. La grande rivoluzione economica portata in Oriente dalle conquiste inglesi e francesi, la decadenza della Turchia, le reti ferroviarie che dal Moncenisio a Brindisi rendono l'Italia via delle Indie e dei mari della China, i disquilibri della Spagna e del Portogallo, il cataclisma della Francia, l'apertura dei fianchi alpini, la via del Pacifico che avvicina il commercio oceanico, tutto ciò apre innanzi a noi, progenie degli intrepidi naviganti di Amalfi, di Genova e di Venezia, un avvenire superbo e tale da cancellare in brevissimo tempo ogni traccia di dolore. Di fronte adunque ad una fortuna così vasta, potremo noi rimanere perplessi fra istituzioni contraddittorie ed incomplete, le quali ricordandoci una ai momenti in cui eravamo chiamati terra dei morti, i disagi dei tristi giorni della divisione, dileguano le speranze concepite legittimamente nell'entità giuridica d'una grande e libera patria? Soffriremo ancora noi che la diplomazia ci tratti con le umilianti maniere dell'impero, permettendo al presidente Thiers le velleità di cui fece non seria prova nei dì passati a danno del nostro dritto e della nostra dignità? No, signori, l'Italia oggi deve parlare alto da Roma come si conviene alla sesta potenza di Europa, ed io sono dolente che la nostra diplomazia non abbia ritirato il Nigra da Parigi appena cominciati i tentennamenti di Versailles. Al Pirro di Francia invocato con intento parricida dai Tarantini del Vaticano (Si ride), come a qualunque altro soverchiatore, rispondete con la fermezza del Governo d'un gran paese che senza provocare alcuno fa i fatti suoi in casa propria. Se voi saprete avvalervi della vostra posizione, io son sicuro che il giorno in cui un Cinea Goulard qualunque avrà voglia di visitare Roma degli Italiani, vi verrà come l'antico ambasciatore greco rispettosamente a piedi scalzi e a capo scoperto. (Viva ilarità) Una voce. Anche d'inverno?

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MORELLI S. Però bisogna essere, non parere di essere: a questo sublime scheletro geogra-

fico del regno d'Italia (Ilarità) formato con tanti magnanimi sforzi dobbiamo pensiero, nervatura, ed organismo consistente pari alla sua titanica grandezza; a questa Italia bellissima, pettinata (Risa) ancora alla foggia feudale col simbolo delle torri, dobbiamo sostituire l'aureola della scienza e diadema della libertà. Le parole come i simboli, o signori, spiegano la situazione delle cose, e gli stranieri che ci veggono ancora vestiti col lacero saio dell'evo medio, gli stranieri che non veggono nell'incarnato di nuove istituzioni il rilievo d'un efficace e positivo risorgimento, sospettandoci deboli come allora, se anche non giungono ad opprimerci, traggono argomento dallo statu quo per giudicarci impotenti. Animo dunque, usciamo da questo stato di ascetismo politico, che togliendo al Parlamento italiano la drammaticità dei grandi principii e delle larghe istituzioni, lo confonde con un coro di frati (Risa); andiamo innanzi coraggiosamente, facciamo qualche cosa degna della situazione. Con ciò io non intendo neppure spingervi sino al programma che vi dissi necessario per Roma, nel discorso sulle guarentigie, ma desidero che diate al paese stanco di male ed assetato di bene, un segno di vita nuova, facendo almeno quel che, nel tramutare i mobili in una casa che deve servirgli di abitazioni, suol fare ogni buon padre di famiglia per vivere coi suoi figliuoli nel modo meno disagiato e più comodamente possibile. Ecco, o signori, lo scopo modesto della mia proposta. Io non vi ho designato riforme, niente affatto; io vi ho detto soltanto: appurate la situazione, vedete dove siamo e che dobbiamo fare, se cioè lo Statuto, gli organici, e il personale delle amministrazioni anche oggi nelle mutate condizioni del regno debbono rimanere com'erano a Firenze e a Torino. Non voglio certamente forzarvi a credere alla logica necessità della riforma dello Statuto; ma io, signori, a questa necessità credo moltissimo. Io credo anzi che il regno d'Italia, come è oggi a Roma, non abbia ancora un diritto pubblico, ossia non abbia uno Statuto che sia emanazione del potere costituente approvato in egual modo con un'unica formola giuridica dalle diverse provincie d'Italia. paragonate fra loro i plebisciti su cui si fonda l'unità nazionale, e nella varietà delle loro espressioni troverete vero, arcivero il mio giudizio. Anche poi a voler ritenere come legittimo lo Statuto che re Carlo Alberto nel 1848 donò al bravo popolo di Piemonte iniziatore dell'unità nazionale, io credo, o signori, che i principii della legge salica francese di cui venne informato, non sono più quelli che sotto l'influenza plebiscitaria debbono essere base al diritto pubblico italiano sul terreno di Roma. Lo credo, perchè i criteri che guidarono il potere assoluto dal quale emerse 24 anni dietro per le esigenze d'un regno di quattro milioni, non sono, nè possono essere gli stessi di quelli che debbono manodurre il legislatore di oggi, il quale deve ispirarsi in un regno d'Italia di 25 milioni con Roma capitale, nelle mutate condizioni religiose, e quel che più monta, nel rincalzo del quarto e quinto Stato, ossia dei proletari e delle donne, che si agglomerano imperiosamente, ed impongono col terrore degl'incendi la soluzione immediata dei più ardui problemi sociali. No, non è possibile l'equilibrio d'una vita robusta e gagliarda camminando sui trampoli delle contraddizioni, senza uno Statuto che rappresenti a capello i bisogni dei tempi e dei popoli cui serve. Però quando non valesse l'esempio dell'Inghilterra, della Svizzera e del Portogallo, i quali, mentre io parlo già riformano i loro Statuti, cento e cento ragioni di ordine logico, di armonia e di convenienza politica determinerebbero la Commissione d'inchiesta da me invocata a proporvene la revisione. È impossibile, dopo l'abolizione del potere temporale, e le gravi modificazioni intramesse negli antichi rapporti tra lo Stato e la Chiesa, che si mantenga il primo articolo dello Statuto senza mettere clero, cittadini e magistratura del regno nella dura contraddizione nella quale si

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trovò impegnata ultimamente la Cassazione di Napoli, dovendo giudicare del matrimonio civile. E tanto più lo credo impossibile, in quanto che mi è noto che tra poco saranno riferite alla Camera centinaia di petizioni, le quali a nome di un gran parte della cittadinanza italiana lo domandano senza indugio. È impossibile che le garanzie sulla libertà individuale, sul domicilio e sulla proprietà sieno integralmente mantenute, quando la responsabilità dei ministri e d'ogni altro agente del potere esecutivo nello Statuto è derisoria, perchè sfugge al rigore pratico delle sanzioni giuridiche. È impossibile che la magistratura diventi, per virtù della sua indipendenza, il quarto potere dello Stato e il palladio della legge, finchè la giustizia sarà emanazione, non della coscienza sociale, sua legittima sorgente, ma del Re come vuole lo Statuto. È impossibile che la rappresentanza nazionale risponda al suo scopo supremo, finchè in forza dello Statuto una gran parte di essa emerga dal seno di impiegati soggetti gerarchicamente allo stesso Governo di cui deve essere giudice. È impossibile infine, o signori, che si attendano le economie, la prosperità e la pace, alle quali mirano oggimai gli sforzi di ogni Governo civile, da uno Statuto che vi sancisce, nella necessità dell'esercito permanente, nei privilegi la manomorta e nei vincoli del suffragio la niuna garanzia della libertà, la quale non esiste, non può esistere che nella maggiore estensione numerica del potere elettorale. Quando poi tutto questo mancasse, per me vi sarebbe una ragione potentissima a chiederne la riforma, perchè lo spirito del nostro Statuto offende il diritto dei diritti, il cittadino dei cittadini, la donna. Esso, prendendo norma dalla linea agnatica della famosa legge salica di re Faramondo, nientemeno che, non solo esclude la donna dai diritti sociali, ma priva anche le figlie delle dinastie dal godimento degli onori e della successione. La prova di questo sconcio gravissimo noi l'avemmo chiara e lampante il 27 novembre. In quel giorno sabatico, in cui le donne preludiavano di fatto il diritto di rappresentanza, invadendo gli stalli dei deputati, la principessa Margherita sedeva nella tribuna della diplomazia, esclusa dagli onori del trono, di cui godeva il re ed il principe suo marito. Se questo sia equo e conforme allo spirito cavalleresco di tempi civili, lo lascio giudicare a voi stessi, mentre io, schivo da ogni allusione cortigiana, rilevo fra tutti anche questo argomento per sollecitare la cancellazione di una odiosa disuguaglianza. L'onorevole presidente dei ministri già me ne fa esplicita promessa nella legge della riforma comunale e provinciale, incorporandovi la mia proposta pel voto elettorale alle donne; e voi, signori, finirete pure tutti per dichiararvi prigionieri del gran principio di emancipazione (Viva ilarità) che io cullo da anni, sfidando anche l'arme del ridicolo. Altra disuguaglianza poi più odiosa e più pericolosa della prima, lo Statuto ve la determina nell'organismo parlamentare. Mentre siamo tutti figli della stessa urna, tutti rappresentanti della nazione, moltissimi, benchè meritevoli e dabbene, debbono sedere qui col beneficio di stipendi cospicui, ed altri, che servono egualmente il paese con zelo ed amore, non debbono avere neppure un bicchier d'acqua. (L'oratore beve - Ilarità generale) Voci. L'acqua c'è, e zuccherata! (Nuova ilarità) MORELLI S... tagliati fuori da ogni godimento. E badate, o signori, che questa considerazione non influisce poco agli scioperi della Camera, ed al cattivo andamento della cosa pubblica spesso deplorati da noi stessi e dalla stampa. Sommato tutto, voi vedete dunque ad occhio nudo, la discrepanza marcabilissima esistente fra il concetto del regno d'Italia che viene a Roma col proposito di demolire il passato per edificare l'avvenire della scienza e della libertà, e quello di istituzioni statuarie le quali, con la loro elasticità contraddittoria, si offrono molto più a ristaurare il vecchio che a fondare e a sviluppare il nuovo. Voi direte: ma noi abbiamo libertà quanto e più di quella che ci abbisogna; in nessun paese si scrive e si parla liberamente come fra noi.

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Sì, è innegabile, in Italia si scrive e si parla come si vuole, e la prova è questo discorso sullo Statuto; ma, per la stessa ragione per la quale si possono toccare i confini dell'assurdo e dell'anarchia, per quella stessa si è impedito a parlare e a scrivere quando e come si vuole; per quella stessa ragione per la quale lo scrittore e l'oratore può sormontare i limiti della legalità e compiere funesti atti di arbitrio. Ciò significa che la libertà in Italia non è un'istituzione garantita, ma è l'arbitrio ex-lege lasciato ai cittadini ed al potere, sicchè essa può far buona prova quando trova persone illuminate ed autorità morali; ma diviene l'anarchia, diviene il dispotismo più efferato, quando il legislatore nello Statuto tralascia di garantirla con larghe prescrizioni educative che sviluppino nelle moltitudini simultaneamente all'intelligenza il senso morale, e con rigorose sanzioni che impediscano agli agenti del potere esecutivo gli eccessi di arbitrio che si deplorano giornalmente. Se quindi nello Statuto non trovate nulla che accenni allo sviluppo della scienza ed alla determinazione della responsabilità, che sono le sole ed uniche guarentigie della libertà, come potrete sostenere che esso basti alla libertà del paese e non debba subire alcuna riforma? ASPRONI. Bravo! MORELLI S. O, signori, diciamo pur francamente che ciò che costituisce la causa principale del malcontento presso le nostre popolazioni, è la mancanza di sincerità nelle franchigie promesse, ed il giorno in cui con eque riforme voi assicurerete questa sincerità alle istituzioni liberali, allora sì che, scomparso ogni dissenso, i cittadini non avranno di che dolersi, e voi proseguirete senza scosse l'opera del nazionale risorgimento. Passando ora dalle considerazioni sullo Statuto a quelle degli organici amministrativi, ho l'onore di dirvi che essi richiedono in pari modo di essere riveduti ed emendati. Gli organici, oltre alle imperfezioni dello Statuto cui derivativamente partecipano, contengono in sè anche il vizio rovinoso di un Governo anomalo, che non esitò appellarsi Governo-partito, convergendo a benefizio di pochi la giustizia e gl'interessi della nazione. Ciò vi si ripete, non solo dai clamori costanti dei cittadini mal governati, ma eziandio da lagnanze degli stessi ministri e di altri agenti del potere esecutivo, i quali spesso trovano in questo il legittimo discarico alla responsabilità di loro atti eccessivi. Quando non bastasse la prova evidente dell'inchiesta sul Ministero della marina, voi avete tanti altri argomenti per dimostrare che gli organici della nostra amministrazione pubblica invece di essere un metodo semplice per manodurre e tutelare cosa pubblica, non rendono giustizia ai cittadini dello Stato, e costituiscono un pandemonio, un imbroglio inestricabile, un accentramento soffocante che paralizza la feconda attività delle sfere sociali imprigionando il regno. Oggi sono i senatori Vacca e Siotto-Piator che vi denunciano gli sconci dell'organico giudiziario nella dipendenza fiscale dei magistrati, negl'indugi strazianti dell'istruzione segreta, nell'abuso poliziesco dell'arresto preventivo le cui risultanze annuali elevano il numero dei detenuti all'enormezza di 80 mila; domani sarà il deputato Romani, consigliere d'appello, che vi rileva gli arbitrii del pubblico Ministero; più tardi sarà un pretore che si lagnerà della sua dipendenza dal carabiniere da' cui rapporti dipende l'esaltamento o la destituzione sua; dalla Sicilia vi pervengono grida di dolore provocate dalla tortura; da Salerno e da tutte le parti del regno reclami disperati d'innocenti cittadini che da più anni sono prigionieri senza giudizio; gli stessi impiegati, la magistratura stessa è scontenta per insufficienza di soldi, per arbitrii gerarchici ed altri mali motivati in gran parte dalle organiche imperfezioni del sistema. E banale, signori, che in questi lampi della storia amministrativa italiana io vi fotografo il Ministero che debba supporsi meglio ordinato, perchè più attinente all'osservanza della legge; negli altri dove giuoca più l'arbitrio io son sicuro che debba esservi di peggio come lo accenna con la stampa il saettìo giornaliero delle malcontente popolazioni. Abbiate da fare qualche volta sui dicasteri e vedete un po' quante inutili ruote debbono muoversi, quanti giri e rigiri debbono percorrersi nei latiboli della burocrazia. Io potrei presentarvi mille fatti concreti per

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darvene la prova più evidente, ma porterei vasi a Samo. Laonde mi basta ricordare qualcuna delle tante irregolarità, anche per richiamare il Governo al dovere di sollecitarne i legittimi provvedimenti. Giuliano Fusco, Gennaro Passaretti ed altri cittadini di Cascano in Terra di Lavoro, sin dal 1857 ebbero occupata buona parte di talune loro piccole proprietà dalla strada nazionale. Il Ministero dei lavori pubblici del Governo di Napoli liquidò l'avere di ciascuno, ma non giunse a pagarlo per gli avvenimenti del 1860. Potreste voi mai credere, o signori, che il Governo italiano che ne raccolse l'eredità, non solo risponde a cento reclami col non pagare nel lunghissimo periodo di dodici anni, ma esige invece da quegli onesti agricoltori anche il tributo fondiario sul lembo di terra coperto dalla via? (Movimento) Potreste mai credere che l'amministrazione italiana, per punire mancanze personali dei mugnai, abbia ordinato draconianamente la chiusura di tutti i mulini in Castelforte, obbligando migliaia di cittadini a pascersi più giorni di ghiande e di granone bollito? Potreste voi immaginare che in quel di Carinola un sotto-prefetto impedisca ad un cittadino di lavorare onestamente per vivere? Potreste voi immaginare che, mentre si pagano grosse somme ad impresari per forniture militari, i Ministeri del ramo non hanno trovato modo di soddisfare le istanze di cento infelici coloni del circondario di Formia per somministrazioni alla guerra del 1860, constatate da ricevute? Eppure, signori, questi ed altri piccoli fatti simili costituiscono l'assieme di un regime anormale che eleva a sistema la negazione della giustizia. Ora io domando: se i germi di tanto malessere amministrativo sono negli organici, non trovate voi ragionevole che si sottopongano a revisione? Come riconosciuti tanto rovinosi potrebbero senza iattura e scandalo servire di norma ad un Governo civile, che deve prefiggersi meta ultima un largo discentramento, la giustizia e la moralità? Andiamo innanzi. La terza parte della mia proposta reclama la necessità di un'inchiesta sul personale delle amministrazioni dello Stato, ed in quanto a ciò credo non siavi alcuno che ne obbietti l'urgenza. Questa proposta, son sicuro, non potrà dispiacere neppure agli stessi impiegati buoni e meritevoli. Ognuno di noi ha potuto tollerare negli undici anni che gli uffici pubblici si distribuissero alla carlona e secondo le ispirazioni personali dei governanti. Oggi però il paese che paga tanti e tanti milioni di stipendi, vedendosi mal servito, ha dritto di sapere chi sono e donde vengono coloro che amministrano la cosa pubblica. Anzitutto, signori, bisogna moralizzare le amministrazioni con premi alla virtù e pene al vizio. È con questo che si mantengono prospere e salde le nazioni, ed io non so se la grandezza di Roma antica sia dovuta più agli allori del Campidoglio che ai precipizi della Rupe Tarpea. (Bene! vicino all'oratore) Il certo è però che Roma fu grande e temuta finchè si mantenne rispettosa alla legge morale il cui equilibrio sta nella pratica integrità di questi due termini. Dal giorno in cui venne in disuso la Rupe Tarpea, e le scale del Campidoglio furono accessibili a fastose vanità, i Romani subirono quel decadimento millenario contro cui cominciarono a sollevarsi soltanto nella memoranda giornata del 20 settembre. La condotta serbata dal Governo italiano a Roma non sembra però abbastanza diligente a ristaurare la moralità ed a compiere una grande missione rigeneratrice, malgrado s'abbia a capo l'onorevole Lanza, il quale ha fama di uomo onesto. L'errore vostro, signori ministri, sta in ciò: voi avete creduto che Roma sia fine e non mezzo. No, signori, voi sbagliate rotondamente, credetelo a me che, più che collega deputato, posso dirmi padre vostro, e per la rappresentanza del più indipendente ed illustre collegio elettorale, culla degli Ausonii, da cui l'Italia prese la prima volta nome di nazione, assumo le

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gittimamente come il numero 1 negli stalli della Camera, così la nobile, la dignitaria caratteristica quasi di Adamo del Parlamento, per premurarvi ad accettare le mie proposte, non ispirate ad altro che al sentimento del nazionale benessere. (Risa generali) Ritenete con me dunque, o signori, che Roma è mezzo e non fine. Gl'Italiani hanno voluto Roma non pel gusto di possedere la città più monumentale, il più vasto museo delle glorie latine, ma per l'altissimo scopo di costruire in essa il cervello d'Italia, le cui scintille geniali debbono essere faro al mondo d'una terza civiltà. L'errore di metodo quindi, lo scambio di termini logici dei quali avete abusato fin oggi è la vera causa che vi ha fatto scontentare tutti i partiti e tutte le credenze. Con la logica non si scherza, o signori, e voi avete scherzato pur troppo da due anni che siete qui. L'onorevole Bonghi giorni dietro chiedeva permesso al Parlamento per citare Aristotile padre della logica: se dipendesse da me, pel meglio del paese, io dichiarerei Aristotile presidente della Camera (Ilarità), e ciò senz'affatto pregiudicare i diritti acquisiti dall'onorevole Biancheri. I Romani, che dovevano esservi gratissimi per la splendida posizione alla quale promettevate condurre il loro paese elevandolo a capitale del regno, sono più scontenti di tutti. Quando dovevate alleviarli dai mali passati coi benefizi della scuola civile e della immensa manomorta infeudata al partito clericale, voi dal municipio alla polizia avete in tutto organizzato la contraddizione lasciando le cose nella sostanziale immobilità d'una conciliazione e d'uno statu quo impossibile. Eppure, per contentare le legittime aspirazioni dei Romani e dell'universa Italia nel rapporto della legge morale da contrapporsi al Vaticano, invece di perdere il tempo nelle lotte interessate di provvedimenti empirici, dovevate piuttosto provvedere alle urgenti necessità dell'istruzione popolare, cosa che potevate fare in una legge di tredici parole: Art. 1. L'ignoranza volontaria è delitto. Art. 2. L'istruzione elementare è laica, gratuita e obbligatoria, ecc. I più grandi e sinceri amici della Francia oggi sono Jules Simon, Gambetta e tutte quelle intelligenze che propugnano la riscossa morale con l'istruzione obbligatoria, e voi mettendovi per questa medesima via diventerete gli amici ed i benefattori d'Italia. Per dare poi una modica e comoda abitazione a venti mila operai che vivono disagiati in putenti ed umidi casolari bastava applicare le leggi del regno anche a questa provincia. Se i cento vastissimi chiostri abitati da un migliaio appena di frati e suore, in gran parte stranieri, che cospirano contro la patria nostra, li aveste fatti entrare nel commercio della vita comune incamerandoli, a quest'ora, signori, Roma avrebbe ringiovanito il suo sistema edilizio, ed i Romani vivrebbero più comodamente, benedicendo l'opera vostra. Per contrario la vostra falsa pietà verso l'ultramontanismo del Vaticano vi ha fatto disgustare tutti. Voi vi scusate mettendo innanzi l'internazionalità dei generalati, ed io vi dico, nel paese, il quale con le Dodici Tavole diede la giurisprudenza al mondo, a nome del salus publica e della legge di espropriazione per comune utilità potete e dovete spostare chiunque dimori nelle provincie del regno. Eppoi non sarebbe egli più naturale che cotesti dignitari cattolici abitassero nel Vaticano presso al vecchio pontefice loro capo legittimo? È possibile, per Dio! che, per lasciare al Papa celibe e senza famiglia il fasto di undicimila stanze, e a codesti suoi seguaci immensi chiostri e palazzi costituenti quasi la metà di Roma, debba farsi sentire a migliaia e migliaia di cittadini il caro e il disagio più spaventevole delle abitazioni? (Bene!) Se la scienza germanica, pur rendendo un gran servigio alla civiltà, ha sciolto il terribile problema posato da Filangeri e da altri giurispubblicisti nel secolo passato, di trovare cioè modo come spegnere più uomini nel più breve tempo possibile, la scienza italiana che assume il potere sociale caduto dalle mani del Papa deve risolvere un problema più morale e più generoso del primo, vedere cioè come far vivere meglio e il più armonicamente possibile le classi

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sociali con la comunione dell'intelligenza per rendere produttivi, tutti gli elementi inerti, invertendo la guerra contro l'uomo in lotta sublime con le forze uberifere della natura. Un Governo che avesse compreso quest'altissimo dovere, nè avrebbe omessa la sollecitudine necessaria ai sovrindicati provvedimenti riparatori, nè avrebbe fatto passar due anni senza alcun rimedio allo spettacolo vergognoso dell'agro romano, il quale, di fronte ad una emigrazione sconfortante ed alla povertà del proletariato, costituisce un vero delitto ed un pericolo serissimo. Il latifundia Italiam perdiderunt avrebbe dovuto essergli ricordo bastevole per presentarsi alla Camera appena giunti a Roma con una legge formolata in questi sensi: <<La Camera, considerando contrario all'igiene ed all'economia pubblica lo stato presente dell'agro romano, decreta: Art. 1. Il Governo è autorizzato all'espropriazione per utilità pubblica di tutto quel vasto territorio che prende nome di Agro romano, nello scopo di fondarvi centri agricoli corrispondenti al bisognevole, coi medesimi patti offerti dall'America all'emigrazione europea. Art. 2. I mezzi necessari a questa impresa di utilità nazionale il Governo li desumerà dal corso forzoso di biglietti ipotecari alla cui emissione con la presente legge è autorizzato fino al valore di un miliardo. Art. 3. L'attuale municipio di Roma è sciolto ed in sua vece è preposto al regime della città e direzione dei lavori dell'agro romano un decemvirato elettivo dalle più note capacità economiche, sotto la sorveglianza e controllo del Parlamento nazionale.>> PRESIDENTE. Onorevole Morelli, sono obbligato a richiamarla alla questione, perchè evidentemente se ne discosta. MORELLI S. Mi pare di essere nella questione, signor presidente, avendo con quel che ho detto dimostrato come si può far presto quando si vuole sinceramente il bene. Era questo dunque, signori ministri, che la previsione d'un Governo illuminato avrebbe dovuto consigliare. Agendo così, non solo avreste guadagnato il cento per cento sulla pubblica opinione, ma avreste chiuso anche la bocca alle maldicenze della curia pontificia, la quale con le famose guarentigie vi crea ostacoli in ogni punto per non lasciarvi camminare. Del resto sono conti ridicoli. Il Vaticano, come l'uomo della forchetta (Viva ilarità), per quanto ricorra a medici, non ne troverà alcuno che gli tolga dallo stomaco il regno d'Italia (Risa di approvazione) condotto qui, non dal capriccio, ma dalla forza di eventi che con tutta la sua infallibilità non potrà mai più dominare. Però, signori, se i vecchi partiti sono logici, mostriamo di esserlo anche noi organizzandoci. Vedere la gloriosa democrazia le cui forze riunite al grido di Roma o morte hanno compiuta l'unità geografica d'Italia, oggi che siamo padroni del campo, sperperarsi invece di riunirsi a Roma per compiere la vera unità, l'unità ideale, e morale della nazione; come d'altra parte vedere voi Governo non far nulla che accenni allo scopo della missione assunta, è proprio dispiacevole e sconfortante. Cominciate dunque, o signori, a guardare in faccia la situazione ed ad agire con coraggio e sincerità. In Italia non vi è sul tappeto che una sola grande e stringente questione complessiva interna, quella della Chiesa; risolvetela definitivamente e presto. La mia proposta ve ne dà il motivo; prendetela in considerazione. Se vi è da modificarla, la modificheremo, ma accettatene il concetto, prevenite la fase delle riforme nella quale dobbiamo entrare fatalmente. La fatuità dello statu quo non è più conciliabile colle esigenze imperiose del paese. Il regno d'Italia è un vascello ad elice dalla caldaia bollente; non può, non deve naufragare nelle acque morte delle credenze e dei privilegi. Il suo mare, il mare dove egli navigò sempre altero e sicuro, è l'oceano della libertà; il macchinista che volesse impedirgli di camminare comprimendone il vapore, lo disporrebbe ad uno scoppio inevitabile. Ho detto.

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PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. La Camera non richiederà da me che io segua l'oratore in

tutte le digressioni che ha fatte nello svolgimento della sua proposta. Se fosse tale il mio compito, io certamente dovrei spendere un'intiera tornata per rispondere su tutti i punti agli argomenti che in materie gravi e disparate egli ha toccati ed ha cercato di svolgere. Io mi restringerò a parlare intorno alla proposta ch'egli ha presentata. Egli chiede che sia eletta una Commissione dalla Camera per procedere alla riforma dello Statuto, per rivedere tutti gli organici, e per fare un'inchiesta su tutto il personale dello Stato. A me pare che basta enunziare questa proposta, perchè subito apparisca la quasi impossibilità di metterla in atto. Ma lasciamo ciò in disparte, e prediamo ad esaminare il merito di essa; vediamo se vi sia la necessità d'imprendere un lavoro così vasto, gigantesco, come vorrebbe l'onorevole Morelli. [...] Se egli ha delle proposte speciale di miglioramenti a qualcuna delle nostre leggi, le presenti, e potranno essere esaminate; ma il voler tutto distruggere, mentre sì difficile è il riedificare; il voler atterrare in massa tutto quel che esiste per sostituirvi non si sa che cosa, io credo che sia questa un'idea assurda, e che non sarà mai ammessa dalla Camera. Per siffatte considerazioni io prego vivamente il deputato Morelli Salvatore a ritirare le sue proposte. MORELLI S. L'onorevole presidente del Consiglio mi ha frainteso. Egli, dopo un discorso di due ore nel quale è esposto chiaramente i mali ed i rimedi, dice buoni Statuto, organici ed amministratori, che io giudico sorgente delle angustie di cui si duole il paese. Per convertire l'onorevole Lanza alla mia opinione ci vorrebbero tempo e lena che adesso mi mancano assolutamente per fare novi discorsi dimostrativi sui bilanci dei nove Ministeri dai quali risultano le fallacie organiche, economiche e politiche da me accennate. Nel sospetto quindi che la maggioranza, attenendosi all'idea da lui espressa della niuna necessità delle chieste riforme, mi respinga la proposta, fo atto di prudenza politica ritirandola per riproporla a migliore occasione, se pure l'incalzare di maree invisibili non lo imponga al Governo precipitosamente. *§* Tornata del 19 Marzo 1872 (p. 1294 = spiegazioni personali) SEGUITO DELLA DISCUSSIOE SULLO SCHEMA DI LEGGE PER PROVVIDEMENTI FINANZIARI PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione generale del progetto di legge sui provvedimenti finanziari. L'onorevole Morelli Salvatore mi ha fatto osservare che ieri chiese la parola per un fatto personale; io non ho avvertito questa sua domanda, lo prego quindi ora di accennare il fatto personale. MORELLI SALVATORE. L'onorevole ministro Sella ieri nel suo discorso lanciò anche a me, estraneo alla materie che si discute, due insolenze... PRESIDENTE. Onorevole Morelli, lo prego ritenere che in questa Camera non vi è alcuno che, quando il voglia, possa rivolgere insolenze a qualche suo collega. MORELLI SALVATORE. Mi lasci parlare, onorevole presidente, e giustificherò la mia asserzione. Colla prima l'onorevole ministro mi attribuiva opinioni ostili alla proprietà. Voci al centro e a destra. No, anzi ha detto il contrario. MORELLI SALVATORE. Non occorre che voi lo neghiate, le sue parole mi rivelarono perfettamente una vecchia accusa data a Proudhon, ed io la respingo, perchè nei miei libri, nei miei discorsi ed in nessun atto della mia vita ho manifestato mai idee contrarie alla proprietà legittima, che credo indispensabile e necessaria alla vita di ognuno.

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La seconda, attribuendomi nimicizia alla monogamia, mi faceva supporre nientemeno che fautore dell'abbassamento della donna e della distruzione del matrimonio (Ilarità generale) e della famiglia. PRESIDENTE. Continui, onorevole Morelli. MORELLI SALVATORE. Lasciando ai pubblicani la responsabilità di queste accuse per l'obbligo che avrebbero di dar lavoro ed istruzione a quelle disgraziate cui forniscono patente da bordello... (Oh! oh! - Rumori di disapprovazione) PRESIDENTE. Onorevole Morelli, ritiri questa parola sconveniente. Questo non è un linguaggio da tenere in un Parlamento. MORELLI SALVATORE. La è voce italianissima (Scoppio d'ilarità rumorosa); l'ho ripetuta per abborrimento. Tornando quindi al mio richiamo ho l'onore di ricordare alla buona fede dell'onorevole ministro Sella, che da venti anni che io ho proclamato in Italia il principio dell'emancipazione della donna, non vi è una parola, un accento solo che non miri a consolidare e prosperare la famiglia con la rigenerazione morale ed intellettuale della donna, che voglio promossa ovunque (Ilarità) Io invece, signor ministro, dovrei essere ringraziato da ogni statista, per avere offerto alla nuova civiltà una forza novella nel connubio della donna e la scienza, che ho svolto con l'entusiasmo d'una profonda convinzione in una pratica e completa teoria. (Rumori) PRESIDENTE. Ma questo non è fatto personale; io sarò costretto di ritirare la facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Quella del mio libro, per quanto la cospirazione del silenzio e le volgari derisioni partigiane cerchino nasconderlo, è la completa teoria del sistema economico e morale dell'umana perfettibilità. La gente da trivio la traveste e la calunnia, il mio illustre amico Stuart Mill, di cui voi stesso, signor ministro, invocate spesso l'autorità, disse invece pubblicamente quando io gl'inviai il libro: <<Quel che ci ha di speciale nella vostra teoria è il nesso intimo fra l'idea dell'emancipazione ed il concetto della moralità>>. Questa teoria che voi fate segno a insinuazioni è quella stessa che, nel ricevere il volume dove venne pubblicata per la prima vola, fece esclamare in una stupenda lettera all'uomo più morale del mondo, alla santa persona di Giuseppe Mazzini cui il popolo romano ed il mondo intero ha decretato l'apoteosi: <<Voi, nel libro La donna e la scienza, avete elevato il primo e più potente grido di rigenerazione.>> (Rumori prolungati, e movimenti d'impazienza) PRESIDENTE. Io non posso assolutamente lasciarla continuare sopra questo argomento, mentre che il fatto personale è già esaurito. MORELLI SALVATORE. Non è esaurito. Potrei portare qui l'autorità di altri distinti ingegni dei due emisferi per constatare il vostro fallace giudizio, ma per convincervi della vostra ingiustizia, mi basta un solo argomento. Se questa mia teoria fosse scorretta, ma perchè me la rubate a brandelli innestandole alle riforme dell'istruzione pubblica e della legge provinciale e comunale, come fecero, benchè con senso di squisita equità, l'onorevole Lanza e l'onorevole Correnti? (Ilarità generale) E quando poi vi riducete a questo punto non osate, per Dio! di fare delle insinuazioni, le quali, mostrandovi contraddittori finiscono per pregiudicare non a me ma a voi stessi. *§* Tornata del 16 maggio 1872 (p. 2148-2149 = parla nella discussione del progetto di legge per il bonificamento del fiume piccolo) DISCUSSIONE DEL PROGETTO DI LEGGE PEL BONIFICAMENTO DELLA VALLE DEL FIUME PICCOLO PRESSO BRINDISI PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca dunque la discussione del disegno di legge per il bonificamento della valletta del fiume Piccolo. La discussione generale è aperta. [...] PRESIDENTE. La parola spetta all'onorevole Morelli Salvatore.

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MORELLI SALVATORE. L'anno scorso in Firenze mossi un'interrogazione all'onorevole

ministro dei lavori pubblici, il cui portafoglio in quell'epoca era tenuto dall'onorevole Castagnola. Quell'interrogazione mirava a sollecitare il Governo onde provvedere alla costruzione nel porto di Brindisi di un bacino di carenaggio. Il signor ministro rispose che avrebbe provveduto, e, quando non gli fosse riescito con un bacino in fabbrica, avrebbe dato mano ad uno di quei galleggianti. Ora è passato un anno e questo bacino non si vede ancora. Io desidero sapere dall'onorevole ministro dei lavori pubblici la ragione di questo ritardo, per la quale, come mi si riferisce, una parte del commercio rivolto a Brindisi ha dovuto deviare. Era il caso di aspettarsi da parte del Governo un po' di diligenza, perchè la questione di Brindisi è questione di sommo interesse nazionale; ma, essendo avvenuto il contrario, io voglio sapere, ripeto, la cagione che ha impedito all'onorevole ministro dei lavori pubblici l'adempimento di questa promessa. MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. Mi permetto di osservare, che attualmente trattiamo di bonifiche. Se l'onorevole Morelli Salvatore poi vuole dirigere un'interrogazione o un'interpellanza al ministero, io gli risponderei solamente, se me lo permettesse la Camera, che il Governo si sta seriamente occupando del porto di Brindisi, e non solamente per quello che riguarda il bacino di carenaggio, ma per quanto è al medesimo necessario. [...] *§* Tornata del 24 Maggio 1872 (pp. 2317-2318 = interroga il ministro dell'interno sulle misure che intende adottare per sottrarre i lavoratori dell'agro romano dal disagio di dormire allo scoperto nelle vie di Roma) INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore ha presentato questa domanda d'interrogazione all'onorevole ministro per l'interno. <<Il sottoscritto desidera d'interrogare l'onorevole ministro dell'interno sulle misure che intende adottare per sottrarre i lavoratori dell'agro romano dal disagio di dormire allo scoperto nelle vie di Roma>>. Prego l'onorevole ministro dell'interno di dichiarare se, e quando intenda rispondere a questa interrogazione. MINISTRO PER L'INTERNO. Rispondo anche immediatamente. Prima di tutto io chiedo all'onorevole Morelli che mi dia i mezzi d'impedire il fatto che egli lamenta. Non si può impedire altrimenti che cercando di persuadere questi lavoratori alle buone, tenendo loro discorsi all'uopo, dimostrando loro la poca convenienza di dormire in luoghi aperti, così per la salute, come per l'igiene, e anche per la decenza. Del resto, che cosa mai vuole che faccia il Governo? Vuole che ricoveri tutta questa gente? È un'avvertenza, la quale dovrebbe piuttosto esser fatta al municipio di Roma. MORELLI SALVATORE. Sono lieto che l'onorevole presidente del Consiglio ministro dell'interno riconosca nella sua equità, che il fatto dei contadini dell'Agro romano da me rilevato nella presente interrogazione, sia grave abbastanza da meritare l'attenzione del Governo e del municipio. Ma, giusto perchè è grave, io credo che egli, come capo della pubblica amministrazione, deve dar mano a tutti i mezzi per ripararlo istantemente. Mio proposito non è stato quello d'incolpare di questa crudele eredità del potere temporale dei papi nè lui nè il municipio di Roma; però io non posso comprendere come lui ed il municipio rimangano ulteriormente inerti di fronte allo spettacolo disgustevole di circa mille contadini, i quali, per isfuggire il miasma della campagna che genera le febbri, accampano lassi e seminudi la notte con le loro donne e figliuoli, come tribù di zingari, nelle vie di Roma a cielo scoperto. Se non vi fosse l'esempio dei Workhouse di Londra e di altre capitali, dove per queste agglomerazioni eventuali di proletari si è provveduto con vasti asili dai rispettivi municipi, io vi

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direi: è poi vero, signori del Governo e signori del municipio, che vi sono mancati assolutamente i mezzi per ricoverate tanti padri di famiglia, tanti onesti lavoratori che col sudore della loro fronte procacciano a voi, ai gaudenti, a tutta la nazione gli agi e la ricchezza? Quale giustizia è mai quella d'un ordine sociale e d'un sistema politico che lascia gavazzare in vasti conventi poche oziose e nocive fraterie, mentre poi nega ingratamente un modesto asilo al santo operaio che costringe la terra a cacciare dal suo seno quei tesori che sono vita e ricchezza di tutte le classi? Quando dunque una considerazione di umanità, di decenza, di pubblica igiene non dovesse ispirarvi cotal provvedimento, io credo che dovreste esserne costretti dall'idea di sottrarre il nuovo ordine di cose alla critica degli stranieri, i quali veggono, in simili scene, ripetute, sotto il Governo italiano, le stesse brutture dell'antica dominazione. Badate bene, o signori, che il cattivo trattamento all'operaio è anche inizio di cattiva economia. Imperocchè, sottraendo alle forze produttrici alimentate ordinariamente da scarso cibo, anche il riposo della notte, efficace riparatore alle perdite di energia che arreca il pesante lavoro del giorno, invece di aumentare si diminuisce grandemente tanto la privata quanto la pubblica ricchezza. A vista quindi di queste e di altre ragioni di ordine pubblico che per brevità tralascio, io raccomando vivamente alla carità civile dell'onorevole Lanza il concorso del Governo onde il municipio si abbia senza indugio i locali ed i mezzi adatti ad ospitare degnamente i contadini di queste campagne che chiedono asilo, e così far cessare uno scandalo il quale, se finora fu onta del Governo dei papi, perdurando finirebbe per divenire vitupero nazionale. *§* Tornata del 3 Giugno 1872 (p. 2480 = parla intorno al capitolo 4 del bilancio definitivo per il 1872 del Ministero della guerra) MORELLI SALVATORE. Non credano i miei colleghi che io voglia mettere la falce in una messe estranea ai miei studi abituali, io intendo soltanto di fare delle osservazioni su questo capitolo di grave importanza, cui mi dà i primi argomenti il discorso dell'onorevole La Marmora pronunziato l'altro giorno dall'estrema diritta della Camera. L'onorevole La Marmora, facendo appello al nuovo principio politico che dovrebbe essere norma ai nostri uomini di Stato, disse una cosa vera, disse che l'opera nostra non si deve confondere con quella del cesarismo: noi, cioè, non possiamo più nè cesareggiare, nè seianeggiare, montando il Campidoglio come i conquistatori dell'impero latino. In ciò siamo precisamente d'accordo; l'epoca nostra ha per bandiera: scienza e libertà. Conseguentemente, in Roma i nostri uomini di stato non debbono ispirarsi in tradizioni viete, se vogliono che le cose del paese procedano bene nelle vie della civiltà e del progresso. Però se l'onorevole La Marmora con tali accenni dava a divedere di comprendere lo spirito dei tempi nuovi, egli si ingannava nel credere che mezzi a questo nuovo indirizzo possano essere quelli che servirono all'antico cesarismo. L'onorevole La Marmora vorrebbe eterna l'immobilità degli eserciti permanenti, e quindi sorse con una critica abbastanza piccante contro l'attuale operoso ministro della guerra, sindacando però non sostanzialmente, ma profilarmente le riforme che l'onorevole Ricotti ha introdotte nell'esercito. Chi dice esercito permanente, signori, dice diritto quiritario, dice diritto divino, un anacronismo perfetto, cioè, affatto estraneo allo spirito della vita presente. Se l'onorevole ministro Ricotti quindi ha iniziato una riforma nell'esercito, egli si è mostrato più geniale e meglio informato dell'onorevole La Marmora sulle esigenze dei tempi nuovi. Con ciò non è già che io mi dica contento di quanto si è fatto dal Ministero nel ramo della guerra. Se stesse a me, che voglio ringiovanito da cima a fondo l'organismo dello Stato, comincierei a cambiare il titolo di questo Ministero, io comincierei a chiamarlo il Ministero della pace, invece che della guerra. (Ilarità)

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Sì, signori, l'Europa, il mondo intero è inorridito di questa parola che con le sue terribili emanazioni ha saturata di sangue umano la terra col sagrificio di milioni di vittime. Non è più possibile nell'ordine giuridico, morale ed economico del mondo moderno mantenere, in istato di manomorta, quattro milioni dei più validi cittadini produttori; non è possibile spendere tre miliardi e mezzo per mantenere questi quattro milioni di soldati; e non è più possibile lasciar perdere sei altri miliardi che dovrebbero essere il prodotto di cotesta gioventù vigorosa chiamata a costituire gli eserciti permanenti d'Europa. Se per la scuola che impara a vivere l'Europa spende soli 150 milioni, non è egli un'enormezza che sciupi 10 mila milioni per le caserme che imparano a morire? O, signori, la nuova civiltà di cui l'Italia deve farsi in Roma iniziatrice e maestra alle altre nazioni, è appunto la civiltà della ragione, della pace e della fratellanza universale. Io l'anno scorso ebbi l'onore di proporre alla Camera un ordine del giorno con cui s'invitava il Ministero a farsi iniziatore presso le nazioni civili di un Anfizionato, tribunale internazionale, per decidere le questioni pendenti fra gli Stati, ed oggi ne rinnovo le premure all'onorevole ministro Ricotti. Imperocchè, io non so comprendere come le questioni tra uomo e uomo, tra famiglia e famiglia, tra municipio e municipio, debbano decidersi per via di giudicati normali, e che poi, quando trattasi di questioni tra nazione e nazione, si debba giungere fino alla bestialità di rinnegare la ragionevolezza: giacchè chi si raccomanda ad una spada, ad un'arma qualunque per risolvere una questione che dipende dal giudizio della mente, altro non fa che rinnegare la ragionevolezza. Quindi io non chiamerei per nulla codardo colui che negasse di battersi in duello, bensì colui che non avesse il coraggio di mantenersi ragionevole: è questi il codardo, perchè il primo e vero coraggio per l'uomo civile è quello di mantenere la integrità razionale della propria natura, unica e sola prerogativa per la quale ci si rende superiore alle categorie degli altri esseri. Così pure una nazione che si abbandona impunemente alle provocazioni della guerra per l'iniquo scopo di malintesa supremazia, questa nazione, signori, non può meritare altro titolo fuorchè quello di vigliacca e codarda. Questa è concludenza logica, e la logica è inesorabile con tutti. E ritenete pure che il primo Stato che in Europa, dopo i lutti provocati dalla sanguinosa catastrofe della Francia, si farà provocatore di una guerra, sarà maledetto dall'intero genere umano! Quindi io desidero che il nostro Ministero, che la nostra diplomazia si facciano essi iniziatori di un'era di pace. L'onorevole ministro della guerra, cui pure fo lode non per quel che fa, ma per quel che sarà fare col suo patriottico buon volere nell'armamento della nazione, mi dirà: ma che cosa vorreste? Vorreste che noi, i quali oggi ci troviamo in condizione che c'impone il dovere di armarci, stessimo inermi? No, mai no, signor ministro, armate l'Italia fino ai denti; però, io vi ripeto quello che disse l'altro ieri il vecchio guerriero La Marmora, io vi dico: non lo fate in modo da far supporre agli stranieri che voi vi armiate per assalire, fate comprendere che noi vi armate per difendervi. Ebbene, come altrimenti potreste riescire a ciò, se non cominciando col cangiare il nome del vostro Ministero? Ma non sareste onoratissimo, onorevole ministro, se, invece di chiamarvi ministro della guerra, vi chiamereste ministro della pace, che val quanto dire ministro sostenitore dei diritti della ragione, dei diritti del progresso, ministro infine d'istituzioni che non reprimono, non uccidono, ma prosperano la vita dell'infelice umanità? Essendo così dunque, d'ora innanzi battezzate, vi prego, il vostro Ministero, Ministro della pace, non Ministero della guerra, realizzando così nella sfera delle vostro attribuzioni il si vis pacem para bellum dell'esperienza latina. Dette queste cose, desidero sottoporre all'acume amministrativo dell'onorevole Ricotti ed alla Camera talune osservazioni che riguarderebbero l'avvenire del soldato e dell'uffiziale. Comincio quindi col dirgli, che finchè saremo costretti dalla inqualificabile posizione d'Europa, si pensi almeno a fare in modo che tanti contadini, tanti operai che sono chiamati sotto le bandiere per tutelare i diritti della patria, non rimangano sospesi nelle abitudini del la-

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voro, e si cerchi anche, se è possibile, di renderli produttori impiegando i loro ozii alle ferrovie, alle bonificazioni agrarie ed a tutti i lavori pubblici dei luoghi dove dimorano. Quanto poi al miglioramento morale ed intellettuale dei nostri soldati io penso che possa farsi anche qualche cosa. L'onorevole ministro ha il merito di aver portata la luce nel tenebrio delle caserme iniziandovi la scuola, e di questo io lo lodo come deve fare ogni onesto rappresentante, ma la scuola, quale è oggidì nella milizia, non produce i buoni effetti che dovrebbe produrre. Adesso che noi dovremo votare la legge sull'istruzione obbligatoria sentiremo il difetto di una cosa essenzialissima, dei maestri di scuola. Ora io dico, perchè non cogliere quest'occasione di un vivaio di giovani ufficiali, bass'ufficiali e soldati operai che hanno una tal quale istruzione, e non promuovere in essi lo studio della pedagogia e specialmente della pedagogia rurale? Di questa gente, o signori, facendone tanti apostoli d'istruzione nelle campagne, ne fareste ancora tanti buoni produttori. E ciò non sarebbe male agevole, perchè le ore che questi giovani dovrebbero spendere nei ritrovi, nei divertimenti, ove talvolta si corrompono, le spenderebbero all'istruzione, la quale per essi sarebbe un buon capitale, perchè terminando il servizio militare, tornerebbero alla società con doti preziose che li renderebbero più utili e più ben accetti alla madre patria. Io, o signori, ho dovuto dispiacermi più volte nel vedere che molti bravi uffiziali usciti riformati dall'esercito, rimangano sul lastrico. Ora, se questi trovassero modo come apprendere durante il tempo del servizio, per esempio, la lingua inglese, la lingua francese, le teorie tecniche della grande industria, e del gran commercio, uscendo e non avendo professione, potrebbero vantaggiarsi di questi mezzi, e se non trovassero ad occuparsi nel loro paese, altre nazioni aprirebbero le porte alla loro buona fortuna. Sarebbe questo un vantaggio immenso all'economia del paese, e mentre, ripeto, noi deploriamo che tuttavia debba mantenersi uno statu quo che pesa molto alle popolazioni ed all'umana coscienza, almeno si troverebbe modo di temperare le angustie, i dispendi ed anche, direi, la poca moralità che da questo stato di cose emerge. Raccomando quindi al patriottismo dell'onorevole ministro della guerra, che si voglia adoperare a tutt'uomo, onde con queste ragionevoli riforme s'inizi per l'Italia quell'era di prosperità, di moralità e di giustizia, che è scopo supremo del nostro politico risorgimento. Darei qui termine alle mie osservazioni sul bilancio della guerra, se non mi occorresse un chiarimento dell'onorevole ministro sul duello dei militari. Io ho saputo che i soldati i quali si trovano in tali congiunture, se si battono sono puniti, se non si battono sono anche puniti. Sarebbe tempo oramai che si determinasse se quest'atto contiene in sè una criminalità, oppure se è un atto cavalleresco, come s'è creduto sino ad oggi. Questo è necessario assodarsi, sì per ispiegare l'apparente contraddizione, e sì anche perchè quei giovani, i quali si trovano talvolta in simili cimenti, possano per lo meno esimersi da punizioni che non sono loro dovute. BOTTA. Il mio compito è assai più modesto, e, direi, più breve di quello del mio amico Morelli. Lascio all'onorevole Morelli la gloria di propugnare le teorie dell'avvenire, e mi duole doverlo dire, d'un avvenire che forse non arriverà mai. Io mi terrò nel campo della realtà. *§* Tornata dell'8 Giugno 1872 (p. 2665 = sui capitoli del bilancio del Ministero di agricoltura e commercio) PRESIDENTE. Capitolo 6. razze equine, lire 1,064,405. MORELLI SALVATORE. Domando la parola. Questo capitolo mi suscita nell'animo una legittima protesta. L'onorevole ministro d'agricoltura e commercio ha detto finora che le principali questioni il Governo le ha già fatte studiare. Ha parlato del miglioramento della condizione degli operai, del miglioramento delle abitazioni delle classi agricole; ora da questo capitolo rilevo che si spendono grosse somme per far belle le razze equine; altre leggi ci dicono che il Governo prenda cura anche delle razze pecorine, ma e per la razza umana? (Ilarità generale)

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Non ridete, signori ministri e signori colleghi, la domanda è importantissima e deve imporvi di meditarvi sopra seriamente. Quali cure dunque, quali somme spende l'Italia per migliorare la generazione dei cittadini, nella cui gran parte il tipo organico è assolutamente fiacco e scaduto, se non pure deturpato? Quali medaglie, quali premi sono assegnati nei bilanci dello Stato per rimunerare le madri che si propongono di fare belli, forti ed operosi figli alla patria? Nulla, signori, proprio nulla, e ciò produce tre gravissimi mali. Il primo è il discredito dei Governi, i quali, mentre in forza del sistema centralizzatore pretendono di assumere una specie di paternità su tutto, con la loro azione poi pare che mirino a sfruttare ed a reprimere l'uomo, non a migliorarlo moralmente e fisicamente. Il secondo male è che noi che dovremmo essere gli iniziatori di questo progresso civile, non ci mettiamo neppure al seguito dell'America, dell'Inghilterra e fino, come mi si dice, della Russia, nazioni presso le quali si è statuita la puericoltura e la esposizione annuale dei fanciulli. Il terzo male da ultimo cui dà origine codesta negligenza è l'ingiustizia con la quale si tratta la donna. (Ah! ah!) Voi premiate con croci ed intente guise i lavori dell'uomo; voi premiate gli eroi, premiate gli artisti, e la madre che è l'operaio sublime, il primo artista del mondo, per questa madre benefattrice della nazione voi non avrete nè incoraggiamento, nè un premio quando vi presenti nella prole figure che onorano l'umanità per bellezza di forme ed elevata intelligenza? O, signori, pensateci: l'uomo si fa; si fa sapiente e morale con l'istruzione, si fa robusto, operoso, ed avvenente con le ispirazioni genetiche della madre e con l'igiene. Organizzando dunque i mezzi che rispondono a questo scopo, carezzando il senso estetico delle madri con le premiazioni, voi susciterete in esse il benefico entusiasmo di porre ogni cura perchè le future generazioni vengano come debbono essere gladiatori di libertà, degni della nostra grande patria. Io non sarò certo indiscreto fino a pretendere una risposta subitanea in materia tanto grave; ma voi onorevole Castagnola, ed anche voi onorevole Lanza, che movendo il capo par che sorridiate alle mie parole, mettetevi la mano alla coscienza e fate studiare la grande questione da me accennata portandoci in bilancio una spesa corrispondente all'importanza dello scopo prefisso nelle mie poche parole, le quali, quando voi non risponderete con un fatto degno, da semplice protesta si cangeranno in un progetto d'iniziativa parlamentare. Ho detto. PRESIDENTE. Capitolo 6. Razze equine, lire 1,064,405. (È approvato) *§* XI LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (05.12.1870 - 20.09.1874) Sessione 2 (27 nov. 1871 - 19 ott. 1873) Tornata del 9 Giugno 1872 (p. 2692 = intorno al capitolo 7 del bilancio definitivo del Ministero della pubblica istruzione) MORELLI SALVATORE. Prego l'onorevole ministro per l'istruzione pubblica di voler porre mente ad un vuoto che esiste nell'Università di Napoli, per la mancanza della cattedra di chimica organica e della cattedra di igiene. È doloroso che in una delle primarie Università d'Italia, le cui gloriose tradizioni la fa [sic] spesso visitare dagli stranieri, vi difetti l'insegnamento di due così importanti dottrine. Perciò raccomando pure all'onorevole relatore della Commissione d'intendersela col signor ministro, affinchè l'Università di Napoli venga presto fornita di queste due cattedre, e di quant'altro possa abbisognare. MINISTRO REGGENTE L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Per ora sono nell'impossibilità di dire altro se non che esaminerò più tardi la questione. MORELLI S. Promettete di provvedere? MINISTRO REGGENTE L'ISTRUZIONE PUBBLICA. M'impegno di occuparmi della questione, ma non posso promettere di risolverla in un senso più che in un altro.

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*§* Tornata del 10 Giugno 1872 (p. 2716-2717 = sul capitolo 55 del bilancio medesimo) PRESIDENTE. [...] Capitolo 55. Spese diverse di belle arti. L'onorevole Salvatore Morelli ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Su questo capitolo io intendo di fare una preghiera all'onorevole ministro dell'istruzione pubblica. Io non so se l'onorevole ministro abbia provveduto onde incoraggiare l'arte italiana moderna. Io vedo che si spende moltissimo per conservare le opere dell'arte antica e quella dei tempi medi; io desidererei per lo meno che si desse mano a sviluppare il genio vivente della nazione. Noi abbiamo una distintissima classe di artisti la quale oggi non ha più gli aiuti che aveva in altri tempi, perchè lo spirito del secolo è rivolto a ben altro che a favorire l'arte. Quindi desidererei che l'onorevole ministro dell'istruzione pubblica mi dicesse prima se egli ha preso quest'iniziativa, e poi, ove non se ne sia dato pensiero, se egli abbia la volontà di rendere questo importante servizio alla nazione. MINISTRO REGGENTE L'ISTRUZIONE PUBBLICA. È una interessantissima questione quella che solleva l'onorevole Morelli Salvatore, ma anch'essa si risolve in danaro. Noi siamo in vere strettezze finanziarie e ben lo sa la Camera che, nel votare le imposte, ha uditi tutti i reclami dei contribuenti. Noi però, anzitutto, dobbiamo conservare quei monumenti che hanno fatto la gloria artistica del passato; l'urgenza per l'arte moderna potrà venire in seguito. [...] PRESIDENTE. Onorevole Michelini, intende parlare? (Ai voti! ai voti!) MICHELINI. Se l'onorevole Morelli non insiste, rinunzio a parlare. MORELLI S. Di fronte al diniego dell'onorevole Sella, dirò che io credo che il ministro dell'istruzione pubblica non debba ricordare, quando sta a quel banco, il ministro delle finanze. L'onorevole Sella non intenderà certamente mineralizzare il cervello d'Italia! (Ilarità) Egli, tanto speculativo, invece ricorderà che gran parte della ricchezza e della gloria alla nostra cara patria proviene dalle sorgenti dell'arte, e conseguentemente dovrebbe farsi sollecito a volgere il suo intuito sulle presenti miserrime condizioni artistiche del regno, per vedere se sia il caso di dover resecare qualche cosa da ciò che superfluamente è destinato in bilancio al culto della storia antica, alla consacrazione della morte, per rivolgerle alla consacrazione del nuovo pensiere e della vita presente. Io non so perchè noi dobbiamo spendere eccessivamente per far rivivere i morti e poi mostrarci tanto avari nel provvedere alla condizione d'essere dei viventi. Desidero quindi, sotto questo rapporto, non dico che dovevasi aggravare il bilancio dello Stato, ma che si studi e si veda se sia possibile economizzare ed invertire qualche somma di quelle dedicate ai musei, verbigrazia, per poter fondare una gallerie d'opere nuove, nelle quali sarebbe immortalata l'epopea dei tempi nostri, non meno grande e meravigliosa di quelle eroiche di tutto il mondo. Io non credo che le epoche greche, latine e medioevali abbiano più diritto della nostra a vedere rilevate nei monumenti le opere delle glorie nazionali. Anche noi, signori, abbiamo fatto qualche cosa; e giacchè ne arride la fortuna di sopravvivere ad avvenimenti che ricondussero l'Italia al seggio dell'antica grandezza, non trascuriamo, perdio! di raccomandarne all'arte moderna la legittima perpetuazione. Che cosa ci mancherebbe per eseguire il disegno? Gli artisti? Ma l'Italia, come vi ho detto innanzi, ha un vivaio di genii, che bisogna coltivare ed incoraggiare; lasciandoli invece senza considerazione e senza entusiasmo, repressi dalla miseria, si commette un vero crimine contro il progresso, perchè i genii sono vita delle nazioni e stelle che le guidano nel buio dei secoli per la via del morale e civile risorgimento.

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Spero quindi che l'onorevole ministro Sella, da quello scienziato distinto che è, oggi si compiaccia promettere almeno alla Camera di voler fare ogni opera perchè questa mia proposta, ispirata unicamente dall'interesse dell'arte e degli artisti in Italia, venga realizzata nel più breve tempo e nel modo più agevole che gli sarà possibile. [...] BONGHI, relatore. Se mel permette la Camera, dirò che in questo senso qualche cosa si può fare senza oltrepassare la somma inscritta nel bilancio. Nel bilancio dell'istruzione pubblica è stanziata qualcosa per l'oggetto che l'onorevole Morelli si propone. Razzolando di qua e di là, vi sono forse un quaranta o più mila lire da potersi spendere ogni anno in acquisto di quadri. Però bisognerebbe che da una parte l'onorevole Morelli Salvatore abbassasse le ali, le raccogliesse, e si restringesse nella cifra già stanziata nel bilancio dell'istruzione pubblica, e dall'altra il ministro riconoscesse che questa somma potrebbe essere spesa con maggior cautela, con migliore scelta, con maggiore costanza di criteri, e senza obbedire alle pressure che non sempre i migliori artisti fanno con più forza. [...] *§* Tornata del 10 Giugno 1872 (p. 2718-2720 = intorno al capitolo 62) PRESIDENTE. [...] <<Capitolo 62. Scuole secondarie, lire 28,243.>> Sul capitolo 62 è scritto l'onorevole Morelli Salvatore. MORELLI SALVATORE. Su questo capitolo io intendo muovere un'altra preghiera all'onorevole ministro della pubblica istruzione. Le scuole secondarie, di privata o comunale iniziativa, hanno acquistato una certa importanza progressiva, la quale meriterebbe di essere sorretta con tutti i mezzi possibili; invece io credo che dal Ministero si vanno spesso cercando occasioni per impedire che queste scuole si sviluppino e producano quel bene cui mirarono i fondatori, per esempio, nel collegio che ho l'onore di rappresentare c'è un ginnasio sotto il titolo dell'eminente filosofo Agostino Nifo, il quale è condotto ammirabilmente da un municipio patriottico, anzi troppo patriottico, per essersi deciso in tempi così avari a sacrificare alla civiltà delle sue generazioni gran parte dell'entrata comunale, e da un direttore e professore distinti, la cui opera coscienziosa fa sperimentare largamente di più in più i benefizi dell'istruzione. Ebbene, sull'appoggio dei favorevoli rapporti del chiarissimo Quercia, provveditore scolastico di Caserta, si è domandato qualche ausilio al Ministero. Si sono domandati i mezzi per introdurvi delle scuole tecniche, delle scuole agronomiche, non che l'autorità di agevolarne gli studenti, pareggiandolo ai ginnasi governativi, e questi mezzi di educazione economica, tanto importanti in una regione, come è quella di Terra di Lavoro, il Ministero li ha negati. Io però mi augurerei che l'onorevole Sella, il quale tiene molto a che la finanza dello Stato vada prosperando mercè lo sviluppo delle industrie, colga l'opportunità favorevole della reggenza di questo Ministero per lasciarvi il prezioso ricordo di questi aiuti all'istruzione che io ardentemente invoco. Altrimenti, come si fa! Benchè siamo a Roma, non c'illuderemo del miracolo della produzione spontanea. Se i nostri contadini non comprendono nulla dei concimi chimici, dei progressi dell'agricoltura che oggi fanno tanto aumentare le produzioni del suolo in altre contrade, l'onorevole Sella non potrà pretendere che le nostre terre aumentino in produzione, e noi saremo sempre immersi in angosciosa povertà. A fine quindi di promuovere la prosperità economica della nazione e poi quella di una regione a me prediletta per tanti ricordi carissimi, io desidererei prima di tutto che si studiasse la questione in genere, per vedere se non sia il caso di dare a tutti i ginnasi, specialmente a quelli di istituzione comunale, dei sussidi per annettervi scuole agronomiche, chimiche e d'igiene. In secondo luogo desidererei, specialmente per questo benemerito ginnasio di Sessa Aurunca, che il Ministero, prendendo in considerazione i magnanimi sforzi del municipio e del professorato, che con tanta alacrità mirano a collocarlo per l'istruzione, fra i migliori istituti educativi del regno, si adoperasse affine di passar sopra a certe finitezze modali e concedergli, oltre

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al pareggiamento, quei sussidi di strumenti e di mezzi necessari alla fondazione delle chieste scuole tecniche. VILLA-PERNICE. Domando la parola. MORELLI SALVATORE. Non dispero che l'onorevole nostro collega, membro della Commissione del bilancio, che ha chiesto ora di parlare voglia appoggiare questa mia domanda; ma, se egli intende di combatterla, io imprenderò da capo a parlare, ed allora avremo indubbiamente una polemica. (Ilarità) VILLA-PERNICE. Non sorgo per combattere le idee esposte dall'onorevole Salvatore Morelli, chè anzi faccio plauso alle medesime; ma io voleva solo osservare che egli avrebbe potuto esporle allorquando si è discusso il bilancio di agricoltura e commercio. Ed allora, se egli avesse esaminato quel bilancio, si sarebbe persuaso come l'onorevole ministro di agricoltura e commercio abbia adoperata molto cura per estendere l'insegnamento agrario. MORELLI SALVATORE. Domando la Parola. VILLA-PERNICE. È noto come si siano istituite delle scuole di agricoltura anche superiori; come ci siano stazioni agrarie, dove appunto gli strumenti e le macchine sono messe a disposizione dei contadini e di tutti coloro che possono usarne con profitto. Ma io crederei che, nella discussione dell'attuale bilancio, questa materia sia fuori di luogo. Non è certo fuori di luogo l'osservazione, ma alla medesima si è già risposto cogli stanziamenti fatti nel bilancio di agricoltura, industria e commercio. MORELLI S. Io mi sono rivolto adesso all'onorevole ministro Sella, perchè credo che in lui sia la sintesi di tutti gli altri ministri. (Si ride) È da lui, gran tesoriere dello Stato, che dipendono tutti senza eccezione alcuna; l'altro ministro mi avrebbe detto indubitatamente: non ci sono danari, non ci sono fondi, bisogna che me la intenda col mio collega delle finanze, e allora la cosa si sarebbe rimandata alle calende greche. Al contrario rivolgendomi ora all'onorevole ministro Sella, quest'eccezione non ci sarà di certo, ed io sono sicuro che egli, sia perchè oggi ha in sè il Ministero delle finanze, sia perchè rappresenta quello dell'istruzione pubblica, esaudirà la mia modesta ma importantissima preghiera. LANZA, presidente del Consiglio. Mi pare che s'inganna a partito l'onorevole Morelli... MORELLI S. Oh, questo intervento in causa non me l'aspettavo! PRESIDENTE DEL CONSIGLIO... quando crede che una proposta la quale riguarda un altro ministro, come sarebbe nel caso presente quello di agricoltura e commercio, possa essere accolta, in sua assenza e senza che egli vi acconsenta, da un altro ministro. Questa è una tale assurdità nel sistema costituzionale... MORELLI S. Domando la parola per un fatto personale. PRESIDENTE DEL CONSIGLIO... che richiede, da parte mia, non solo una riserva, ma una protesta. Se l'onorevole Morelli intende che non solo la discussione possa aver luogo per ciascun bilancio, e per le spese e i servizi amministrativi che lo riguardano, ma che poi ne' rispettivi bilanci si possano una per una ripetere anche proposte che riguardano i bilanci già votati, possiamo essere sicuri che questa discussione, la quale dura già da tanto tempo, finirà per perpetuarsi e per produrre confusione. Io credo che in nessun Parlamento si segua un tale sistema. Lo pregherei pertanto di riservare alla presentazione del bilancio di definitiva previsione questa sua proposta, e di farlo anche per un riguardo, al quale certamente non vorrà mancare l'onorevole Morelli, per un riguardo al ministro d'agricoltura e commercio, che in tutte le circostanze si è sempre mostrato molto propenso a promuovere e svolgere l'insegnamento agrario, e che quindi non lascierà [sic] di prendere inconsiderazione la sua proposta, qualora la creda utile ed attuabile. Per ogni cosa naturalmente bisogna aspettar l'occasione e non farla inopportunamente; e il fare altrimenti è il vero modo di pregiudicar le proposte invece di vantaggiarle. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli ha la parola per un fatto personale. MORELLI S. Io non credo di essere caduto nell'incoerenza di cui implicitamente mi appuntava l'onorevole presidente del Consiglio; tanto meno poi credo di aver mancato di riguar

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do alcuno verso l'onorevole Castagnola, ministro d'agricoltura e commercio. Questa è questione d'istruzione pubblica, ed io mi sono rivolto all'onorevole ministro che ne regge il portafoglio, appunto perchè conosco che quel municipio si rivolse sin dal passato inverno all'onorevole suo predecessore per ottenere il vantaggio delle scuole tecniche, e del pareggiamento, e dalla legge è incaricato precisamente il ministro dell'istruzione pubblica di fare specialmente l'ultima concessione. Forse mi sono troppo inoltrato, forse ho varcato anche i limiti capillari della giurisdizione, perchè tra le altre cose, nella imprecisione delle categorie in cui ancora si aggirano le varie sfere del Governo, non sappiamo se certe istanze dipendano dal Ministero dell'istruzione pubblica, o da quello di agricoltura e commercio. Però non mi pento del fatto mio, imperocchè, avendo dovuto parlare di cosa che riguarda lo sviluppo intellettuale ed economico di uno dei più importanti circondari agricoli, io mi sono creduto in diritto ed ho stimato coerentissimo rivolgere la mia parola all'onorevole Sella, il quale oggi ha il portafoglio dell'istruzione pubblica. E quindi insisto acciò egli possa dire una buona parola intorno a questa questione, anche per la solidarietà che il Ministero deve avere fra tutti i suoi componenti. Non comprendo poi come ancorchè non ci fosse l'onorevole Castagnola, rivolgendosi un deputato al ministro dell'istruzione pubblica per ricordargli una domanda, la quale, perchè comprendeva, insieme colla istanza per le scuole tecniche, anche quella del pareggio, fu rimessa al ministro dell'istruzione pubblica invece che a quello di agricoltura, io non comprendo, ripeto, come per tale mozione questo deputato possa autorizzare l'onorevole presidente del Consiglio a tacciarlo d'incoerenza. O, signori, invece di sofisticare, io crederei opportunissimo che, pel bene del paese, l'onorevole Sella, senza entrare in queste discussioni di forma, dicesse qualche cosa in proposito. Noi siamo troppo Spagnuoli (Ilarità): dovremmo finirla con queste cerimonie fuori di moda... PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Mi pare che ne usi nessuna. (Si ride) MORELLI S. (Con vivacità) Guardiamo un poco alla sostanza, per Bacco! Con questo stare nelle cerimonie, dimenticando il positivo della vita, noi ritarderemo in modo spiacevolissimo il progresso della prosperità nazionale, ed io desidero che ciò non avvenga. Mettiamolo giù una volta per sempre codesto regolamentarismo esagerato che non ha ragione di essere. Non è possibile far bene gl'interessi legittimi dei nostri elettori e dell'Italia intera quando si creano ostacoli fittizi come quelli che mi si oppongono, e per rispondere ad una questione importantissima d'istruzione pubblica, deve venirsi innanzi ai ministri col galateo, col calendario, col compasso e non so con quale altro istrumento. (Ilarità) Io non capisco che significhi questo: bisogna passar sopra anche a certe indoli poco regolamentabili, come la mia, per esempio. (Si ride) PRESIDENTE. Capitolo 62... MORELLI S. Ma dica qualche cosa, l'onorevole Sella. (Si ride) MINISTRO REGGENTE L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Se così desidera, è presto detta una parola. Vuol egli che il ministro dell'istruzione pubblica vada a dare degli strumenti agrari? Ma allora tanto varrebbe che il ministro d'agricoltura e commercio venisse a stabilire degl'insegnamenti di greco o di ebraico. Non è questione di cerimonie. Ciascuno però deve stare nella sua sfera d'azione, altrimenti nasce la confusione, l'anarchia generale. *§* Tornata del 13 Giugno 1872 (p. 2820-2823 = sul paragrafo B dell'articolo 1 del progetto di legge sulle convenzioni per servizi marittimi) PRESIDENTE. Ora passeremo al paragrafo: << B) Convenzione stipulata addì 14 aprile 1872, per la rescissione dei contratti postali con la compagnia di navigazione Adriatico-Orientale, e per la sostituzione da Brindisi ad An

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cona e Venezia del servizio della compagnia di navigazione a vapore Peninsulare ed Orientale a quello dell'Adriatico-Orientale.>> [...] Permetta; prima darò la parola all'onorevole Morelli, che intende parlare su tutta la convenzione. [...] MORELLI SALVATORE. Io traggo argomento da poche parole pronunziate testè dall'onorevole relatore della Commissione, per congratularmi con lui il quale ha mostrato di essere, come ogni altro giovine di spirito, deferente per la libertà. Egli si sentiva adontato delle accuse mosse ieri dall'onorevole Michelini alle convenzioni. E questo sta bene; ma però la giustificazione, direi il pudore della libertà cui ha fatto cenno oggi l'onorevole Di Rudinì, non salvano punto queste convenzioni dalle censure subite, nè ne trasnaturano l'indole dannosa. Per dimostrarvelo sino all'evidenza, o signori, io non vi stancherò con un lungo discorso, ma limiterò solo il mio dire a tre considerazioni: una di libertà, un'altra d'interesse ed una terza di convenienza politica. Che queste convenzioni, signori, stabiliscano un privilegio, che violano il principio di libertà, ve l'ha detto oggi l'incidente per il quale abbiamo dovuto agitarci parecchi momenti nella Camera, a riguardo delle lettere con cui l'onorevole Casaretto offriva a buon mercato il servizio di altre società; se non fosse così, quando vi era tale concorrenza nelle offerte, non dovevansi respingere, come si è fatto. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, è dovere mio di avvertirla che ella rientra nella discussione generale, la quale è chiusa. MORELLI SALVATORE. Non entro affatto nella discussione generale delle convenzioni, ma rilevo la violazione di un principio che dice ordine a questa come alle altre. O signori, giova ricordarlo, il Governo venuto a Roma, ha avuta una missione che non è stata quella certamente di conservare e moltiplicare i privilegi, i monopolii e le ingiustizie. Signori, l'Italia è gravida abbastanza di privilegi, ed il Governo è venuto a Roma colla missione direi di un parto cesareo (Ilarità); il Governo italiano ha il dovere di togliere dal seno della nazione i privilegi e le barriere che la tennero schiava e mendica per tanti secoli. Io non so come la storia dovrà giudicare gli uomini di Stato che oggi governano l'Italia e la gran parte di Europa. Mentre spendono milioni per forare montagne, per tagliare istmi, per disfare e distruggere anche le famose muraglie chinesi, poi vengono poco a poco a rifabbricare barriere. Certamente la storia, che vede l'Europa divorata da queste contraddizioni, dovrà conchiudere che tali Governi sieno men che pazzi. Nel Comitato l'onorevole segretario del Ministero di agricoltura e commercio sostenne che a queste convenzioni si era devenuto per provvedere alla necessità di metterci al livello delle altre nazioni, di fronte al grande avvenimento del taglio dell'istmo di Suez, che moltiplica nella nostra penisola, come frontiera e primo scalo dell'Oriente, le esigenze del gran commercio. Ma, signori del Governo, non ci era poi altro mezzo? (No! no! dal banco della Commissione) Come no? Il vostro no dommatico non avrete forza a dimostrarlo ragionevole, epperò cade come qualunque gratuita asserzione che non ha ragione di essere. Voi cessereste di profferire questo no, se vi deste un momento la cura di porgere orecchio ai saggi consigli di persone abbastanza perite nelle cose marittime e nell'amministrazione pubblica dello Stato. Basterebbe leggere il discorso che un uomo eminente, già nostro collega, pronunciava l'anno scorso nel Senato, per vedere se era necessario ricorrere a questi mezzucci pericolosi, fallaci e insufficienti. L'onorevole Bixio, l'anno scorso, ha trattato profondamente e dottamente nel Senato questa questione. Ebbene egli non ha punto accennato a queste convenzioni, quando metteva in vista la serie dei mezzi che il patriottismo ed un fino senso pratico gl'ispiravano. Una voce al banco della Commissione. Ma le voterà al Senato. MORELLI SALVATORE. Non ha detto che si debbano elevare barriere, creare privilegi a società particolari, nè ha accennato a misure che possono sembrare utili momentaneamente,

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ma che finiscono sempre per paralizzare l'attività delle nazioni. No, egli ha detto: pensate innanzitutto ad esaminare attentamente le condizioni marittime, commerciale ed industriali del regno, poichè da esse potrete vedere quanto siano al di sotto delle altre nazioni, e come dobbiamo sentir l'obbligo di metterci al loro livello. Egli vi ha ricordato che i Romani furono i primi a passare il mar Rosso e ad arrivare là dove oggi il signor Rubattino ha arditamente fatto sventolare, pel primo, la bandiera italiana. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, le faccio osservare che non siamo più alla discussione generale. L'attuale discussione ha per oggetto la convenzione D. È d'uopo che stiamo nei limiti della questione, altrimenti non giungeremo mai alla fine di questa discussione; mi duole di dovere fare questa osservazione ai miei colleghi. MORELLI SALVATORE. L'onorevole Bixio chiedeva che si fondasse una colonia ed una stazione marittima ad Assab sulle sponde del mar Rosso. Che si cercasse di moltiplicare i nostri legni a vapore, ottenere ribassi di tariffa nei transiti dalla società del canale di Suez, provocarne il riscatto accordandosi con gli altri Governi, migliorare i porti del mezzogiorno, fornendoli di magazzini, di bacini e di ogni allettamento di approdo. Insomma l'onorevole Bixio diceva quel che avrebbe detto ogni altro sapiente e patriota economista: togliere le barriere, eliminate ogni ostacolo e fate sì che l'avvenire industriale e commerciale nostro si sviluppi largamente e durevolmente nella spontanea attività della nazione. Sì, o signori, non privilegi, non barriere, non monopolii, ma libertà e mezzi d'utilità e di sicurezza agli approdi; imperocchè, ripeto un'altra volta quel che dissi nel Comitato: il commercio, come i liquidi, corre là dove trova le pendenze. Per convincere la Camera, dunque, che fuori di queste convenzioni non vi erano altri mezzi da tentare più proficui alla nazione, dovreste provare di avere fatto sperimento dei sopra indicati. Ma no, signori ministri, voi non ne tentaste alcuno, anzi faceste il rovescio di quello che la scienza e la libertà vi consigliavano. Non parlo dei porti del versante Adriatico, unico mare che dovrebbe dirsi esclusivamente italiano. Io ricordo soltanto Brindisi. Prometteste di compiere i lavori del porto, l'avete fatto? No. Dove è il bacino di carenaggio che con tanta asseveranza mi diceste in Parlamento a Firenze di volervi collocare? Quale cura vi siete data per farvi affrettare dalla società assuntrice la costruzione dei magazzini? Come avete provveduto alla salute pubblica ed all'industria col bonificamento di quell'ubertoso e vasto territorio? Dimenticandolo assolutamente. A tutte queste domande, signori, voi non potete rispondere che con una negazione prolungata; sicchè dunque dobbiamo conchiudere, che prima di queste convenzioni vi rimaneva a fare qualche altra cosa, stimolare cioè in tutti i sensi l'attività industriale e commerciale del paese, senza vincolarla con patti che violano il principio della libera concorrenza. Io, arrivati a Roma, mi lusingavo almeno che avreste ristabilito l'antica monumentale via Appia che congiungeva questa grande metropoli con Brindisi. E tanto più lo sperava, in quanto che ne trovai espresso il desiderio, fra gli altri, anche in un opuscolo di un diligente amministratore di queste provincie, cavaliere Capri Galanti. Il gentiluomo si proponeva e dimostrava sino all'evidenza che la via più breve, perchè più retta era la via Appia, e per conseguenza dovevansi sul suo tracciato regolarizzare le lungherie che interessi privati ispirarono al Governo pontificio nella costruzione delle Romane. Tutto questo quindi, signori, fa vedere, che il concetto del Governo non è d'una libertà feconda e progressiva, ma che egli sta perfettamente sulla via del monopolio e del privilegio, ed io desidero pel bene di questa carissima patria di vedergliela abbandonare del tutto. Imperocchè il privilegio ci tenne disuniti ed oppressi per tanti secoli, e la libertà, solo le aspirazioni generose della libertà e della giustizia, ci hanno uniti. Quindi, se voi vorreste ristabilire il privilegio, voi, suscitando odii civili, fareste del regno d'Italia il sacco del parricidio. Gl'Italiani, o signori, voi lo sapete, sono assetati di giustizia.

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Un'altra considerazione... PRESIDENTE. Onorevole Morelli, ella comprende bene che la Camera non può sentire considerazioni di un ordine generale, ora che siamo alla discussione degli articoli. MORELLI SALVATORE. Parlo di questa convenzione, e voglio considerarla come una possibile minaccia ai nostri interessi nazionali. Voi avete contrattato con una società grandiosa, immensamente ricca di mezzi e d'influenza, che ha più di 100 legni a vapore; ebbene, o signori, appena vi siete stretti, o almeno si è vociferato che voi vi stringevate con questa società inglese, quelle italiane che stavano per sorgere sono scomparse in germe. (No! no!) A Venezia, a Milano, a Genova, dove si erano studiosi di farne sorgere varie con forti capitali... MALDINI. Non è vero. MORELLI SALVATORE... sono scomparse. (Voci. No! no!) MAUROGONATO. Domando la parola. MORELLI SALVATORE. Vedete quindi che sotto il rapporto degl'interessi non torna conto che voi stringiate dei patti con una società onnipotente. L'Inghilterra, o signori, è allopatica in commercio, l'Inghilterra nella potenza e nelle astuzie del traffico non v'ha chi la pareggi, tranne l'America; ora, se voi vi mettete in relazione con queste società sarete assorbiti, il vostro commercio diventerà commercio inglese. C'è poi un'altra considerazione di convenienza politica. Chi vi dice, o signori, cosa avverrebbe così dei nostri porti nel caso di una guerra? Io già non credo alla guerra... MUSOLINO. Lo vedrà MORELLI SALVATORE. Mi si dice: lo vedrà. Ed io rispondo che il tempio di Giano rimarrà aperto lungamente, e quella nazione che si farà provocatrice di una nuova guerra sarà maledetta dal genere umano. A questo io aggiungo pure che un'altra grave considerazione, la quale ci deve tenere guardinghi e verso l'Inghilterra e verso compagnie di altri grandi Stati nella ricorrenza di queste convenzioni, è appunto quella di doverle naturalmente affidare la nostra bandiera. Ora, o signori, se i nostri patriotti marini si sforzano a tutt'uomo per farsi essi conduttori e sostenitori della dignità nazionale e della nostra bandiera, come noi la consegneremo in mano a gente estranea? Non sarà egli una vergogna il sentir dire che l'Italia oggi nazione di 25 milioni, la quale, quando era divisa già possedeva nel solo ex-regno delle Due Sicilie da 150 legni da guerra che la facevano figurare come quarta potenza marittima, adesso, costituita a grande nazione, l'Italia deve comparire più debole e bisognosa di società straniere che trasportino la sua bandiera nell'India e nei mari asiatici. Per queste ragioni e per altre che ometto, poichè vedo l'onorevole presidente intollerantissimo oggi, con me... PRESIDENTE. Onorevole Morelli, mi permetta. Io non posso accettare questo suo complimento, è la Camera che è impaziente. MORELLI SALVATORE... io dichiaro di non votare questa convenzione, e desidererei, che, prima di votarla, i miei colleghi ci pensassero dieci volte. Non so se sarà cosa buona il farlo per le altre convenzioni sotto il rapporto della libertà; ma, se una ragione di servizio interno li indurrà a giustificare il voto che daranno alle altre, quello della Peninsulare non lo potrebbero giammai, essendo esso pericoloso non solo alla libertà, ma agli interessi ed alla convenienza politica del paese che rappresentiamo. *§* Tornata del 20 Giugno 1872 (pp. 3114-3115 = intorno al capitolo 63 del bilancio definitivo del Ministero dei lavori pubblici) MORELLI SALVATORE. Io, avendo riguardo alla eccezionale situazione della Camera, mi limito a fare una semplice raccomandazione all'onorevole ministro dei lavori pubblici. Egli per lettera mi assicurò che avrebbe soddisfatto i desiderii dei municipi e del Consiglio provinciale di Terra di Lavoro premurosi per la costruzione della strada consortile Sessa-Mignano, caratterizzandola fra quelle alle quali la legge del 1868 assegna un sussidio nazionale. Oggi io

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desidero da lui la conferma di quella promessa, acciò questa via tanto necessaria ed urgente all'industria ed al commercio d'una sì importante regione agricola, usufruisca, senza indugio, una parte della somma stanziata in bilancio per tali costruzioni. DEVICENZI, ministro per i lavori pubblici. È una strada obbligatoria? MORELLI SALVATORE. Sicuramente, quella stessa di cui le scrissi e le parlai lungamente dopo Pasqua ultima, e su cui ella ebbe la cortesia di rispondermi una lettera affermativa che io inviai ai miei elettori. Le faccio poi un'altra raccomandazione, onorevole ministro, ed è questa. Il Governo deve ancora soddisfare ai proprietari eredi di Ferriero Giuseppe da Carinola, ed ai signori Giuliano Fusco, Gennaro Passaretti ed altri cittadini di Cassano, il prezzo del terreno che venne occupato in varie zone della via nazionale da Carinola per Cassano. Sono quindici anni oramai che quei proprietari aspettano il prezzo del loro terreno non solo, ma si fa ancora loro pagare la fondiaria sulla proprietà che usufruisce lo Stato. So che l'onorevole ministro ha emesse delle disposizioni in proposito, perchè egli stesso me ne scrisse; ma vedendo tanto indugio nell'adempimento d'un dovere; vedendo che viene applicato un trattamento diverso a questi creditori del Governo, pagando gli uni e dimenticando gli altri, io sospetto che sopra luogo ci debba essere qualche mano che trattenga l'attuazione degli ordini del signor ministro. In vista quindi di tale irregolarità, desidero che faccia atto di autorità, e richiami gli agenti locali cui diresse i suoi ufficii, all'affrettamento della giustizia alla quale hanno diritto onesti agricoltori, e che è l'unico argomento per accreditare il Governo liberale, e l'onestà dei ministri. *§* Tornata del 29 Novembre 1872 (p. 3423 = presentazione di una domanda a procedere contro di lui) PRESIDENTE. [...] L'onorevole ministro di grazia e giustizia trasmette alla Presidenza la domanda del procuratore del Re, presso il tribunale civile e correzionale di Firenze, della facoltà di procedere contro l'onorevole deputato Morelli Salvatore. Questa domanda sarà trasmessa al Comitato privato. *§* Tornata del 6 Dicembre 1872 (p. 3572 = sua istanza intorno alla petizione 474 del Capitolo di Sessa Aurunca) MORELLI SALVATORE. Prego la Camera che la petizione numero 474 del capitolo di Sessa Aurunca venga rimessa urgentemente al Ministero delle finanze come si è fatto per tutte le altre che concernono il disgravio del 30 per cento. PRESIDENTE. Onorevole Morelli le fo avvertire che una disposizione di legge, intesa a provvedere intorno alle petizioni per la ritenuta del 30 per cento, è compresa nel progetto sulla soppressione delle corporazioni religiose stato [sic] presentato alla Camera, quindi la petizione di cui ella ha chiesta l'urgenza, come tutte quelle che avessero tratto allo stesso argomento, d'ora in poi saranno inviate alla Commissione che sarà incaricata di riferire su quel progetto di legge. MORELLI SALVATORE. Sta bene. *§* Tornata del 14 Dicembre 1872 (p. 3765 / p. 3774 = Presentazione della relazione sulla domanda di procedere contro il deputato Morelli Salvatore / parla sul riepilogo generale dello stato di prima previsione per il 1873 dell'entrata) PRESENTAZIONE DI UNA RELAZIONE. PRESIDENTE. L'onorevole Righi ha la parola per presentare una relazione. RIGHI, relatore. Ho l'onore di presentare alla Camera la relazione sulla domanda di autorizzazione per procedere contro il deputato Morelli Salvatore. (V. Stampato n° 150-A) [...] PRESIDENTE. Riepilogo del bilancio...

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MORELLI SALVATORE. Domando la parola. PRESIDENTE. Sul riepilogo del bilancio... MORELLI SALVATORE. Sì. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Non fo un'interrogazione, ma un semplice richiamo al signor

ministro delle finanze su di un fatto il quale, se fosse ripetuto ovunque, potrebbe suscitare gravissimi disordini. Il fatto è il seguente, come mi viene riferito da cittadini rispettabilissimi. I due piccoli comuni di Castelforte e San Cosmo, in Terra di Lavoro, rappresentati da integerrimi patrioti, non poterono, per intrighi ed influenze sotterranee, trovare un esattore che si contentasse dell'uno e mezzo, del due o del tre per cento. Messi in mora, essi si determinavano già a delegare per tale esazione in economia un consigliere, quando venne loro imposto dagli agenti fiscali del luogo o di accettare un loro dipendente, il quale pretendeva o il dodici o l'otto per cento, o altrimenti si sarebbe provocato lo scioglimento dei due Consigli. Tale atto, signor ministro, eccessivamente dispotico, perchè minaccia la costituzionalità di assemblee deliberanti, le quali hanno origine dalla sovranità popolare, ed odiosamente usuraie perchè finirebbero per autorizzare gli esattori ad incassare le magre rendite di comuni poverissimi per conto proprio, mi ha destato nell'animo un vero raccapriccio. E qualunque nutra fiducia che il sotto prefetto di Formia abbia a quest'ora, con la prudenza che lo distingue, ottenuto ai due piccoli municipi sottoposti alla sua tutela amministrativa la dovuta riparazione, pure insisto acciò dal potere centrale delle finanze si emettano all'uopo ordini categorici. Così potrà impedirsi in avvenire ed ovunque la fiscalità exlege che, aggravando con tanta enormezza il sistema tributario, toglie ogni prestigio al Governo e minaccia di degenerare in una vera spogliazione dei municipi e dei cittadini, i quali, con le dolenti note esposte dall'Opposizione in questa Camera nei dì passati, vi significarono le torture, le ingiustizie alle quali sono fatti segno. PRESIDENTE. Ma, onorevole Morelli, ne faccia oggetto d'interrogazione speciale; non posso tener sospesa la votazione del bilancio, per un soggetto che vi è affatto estraneo. MORELLI SALVATORE. Quel che voleva dire, onorevole presidente, l'ho già detto, per conseguenza è inutile la formalità d'una interrogazione speciale ch'io ho voluto evitare. MINISTRO PER LE FINANZE. Farò esaminare anche la questione di cui parla l'onorevole Salvatore Morelli, quantunque essa sia di competenza dei municipi. Certo, come ho già dichiarato nella discussione del bilancio passivo, l'amministrazione si è più volte occupata a fare ridurre gli aggi eccessivi. [...] *§* Tornata del 16 Dicembre 1872 (p. 3813-3818 = interroga il ministro dell'interno sul decreto di scioglimento della società dei corrieri, cuochi e camerieri della città di Roma) INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE. MORELLI SALVATORE. Il 7 dicembre presentai una domanda di interrogazione al banco della Presidenza per l'onorevole signor ministro dell'interno, e quando gli fu comunicata promise che prima di lunedì si sarebbe discussa. Ora, siccome la Camera fu da quel dì in poi occupata in gravi discussioni, così rimanemmo entrambi nell'aspettazione del momento più acconcio all'opportunità. Adesso che tale momento mi sembra arrivato, prima che s'entri nella discussione del bilancio dell'interno, desidererei che l'onorevole ministro avesse la compiacenza di dirmi se è disposto ad ascoltarne lo svolgimento ed a rispondervi. LANZA, ministro per l'interno. Come già le ho detto, sono sempre disposto a rispondere, quando creda di fare la sua interrogazione. MORELLI SALVATORE. La ringrazio. PRESIDENTE. L'onorevole Ministro dell'interno, avendo annuito che abbia luogo la interrogazione presentata dall'onorevole Salvatore Morelli, ne do lettura:

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<<Il sottoscritto desidera interpellare l'onorevole ministro dell'interno sul decreto di scioglimento della società dei corrieri, cuochi, camerieri e pasticcieri della città di Roma.>> L'onorevole Morelli ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Dopo i richiami mossi all'onorevole ministro dell'interno da questi banchi per l'impedimento al comizio del Colosseo nel quale si doveva discutere una delle più importanti questioni politiche, e dopo altri richiami venutigli dai medesimi banchi per l'eccessivo apparato militare del giorno 24 novembre quando doveva avere luogo l'assemblea popolare sul suffragio universale, io credeva che l'onorevole ministro desistesse da queste misure di repressione. Invece, prescindendo dal processo che seguì quest'atto nel quale furono compresi e il cittadino Parboni... (Risa ed interruzioni a destra) ed altri... Non so perchè si meraviglino; su questo suolo di grandi memorie nazionali, ed innanzi alle tradizioni del cives romanus, qual maggior gloria per noi del dirci tutti cittadini? Una voce a destra. Vi sono anche dei campagnuoli, non abitano tutti la città. MORELLI SALVATORE. Ma i campagnuoli dei nostri tempi, non sono nè iloti nè schiavi e partecipano tutti ai diritti della cittadinanza. Quindi, mettendo da banda la sofistica distinzione, riprendo il filo del discorso dicendo che, dopo le indicate misure, l'onorevole ministro decretò lo scioglimento di parecchie società, le quali avevano, secondo lui, la colpa di avere mandato dei delegati al comizio. Laonde rimasero fulminate dall'anatema ministeriale le associazioni di Parma e di Firenze, dieci altre delle Marche, quella di Lodi e da ultimo quella di Roma. Gli agenti della polizia a Firenze non si comportarono come è debito di convenienza verso cittadini di un libero paese, imperciocchè, dopo aver perquisita la sede della società del Fascio operaio, sequestrandovi quanto vi era, eseguirono poi altre perquisizioni in casa d'integerrimi cittadini, quali sono reputati i professori Gaspar, D'Amico e Martinati. Anzi, nella casa di quest'ultimo, non trovandovi che una bambina di dieci anni, credettero legalizzare il verbale facendoglielo sottoscrivere. Dopo queste scene melodrammatiche si venne allo scioglimento della società dei camerieri, cocchieri ed altri operai di Roma. Qui la polizia si comportò piuttosto con prudenza. Anzitutto, come era suo debito, invitò alla questura il signor vice-presidente Bernardo Ansuini, e comunicatogli il decreto di scioglimento, lo invitò in compagnia di due ispettori alla sede della società, coll'incarico di confiscare le carte, il denaro e quant'altro vi era depositato. Ciò diffatti avvenne scrupolosamente, ed il verbale che vi fu redatto conchiudeva dicendo: non avervi trovato nulla di attendibile. Chi conosce l'indole delle società operaie in Italia, e specialmente l'indole seria, quieta degli operai romani, incapace di disordini, si è meravigliato di queste misure dell'onorevole ministro, domandandosi da qual legge abbia egli mai potuto attingere l'ispirazione di tali atti repressivi. Forse dallo Statuto? Ma lo Statuto garantisce senza riserve il diritto di riunione. Forse da altre leggi speciali? Non ce ne sono, per quanto io sappia, in Italia così odiose e liberticide. E ciò fa veramente onore al Parlamento italiano ed anche a quello piemontese, i quali si sono sempre rifiutati di ammettere restrizione alcuna al naturalissimo e legittimo diritto di associarsi. In ogni modo, per coonestarne l'esercizio e smentire le insinuazioni calunniose che ne minano l'esistenza, basta guardare all'andamento di coteste associazioni. Appena alcuno vi rifletta un pochino sopra vedrà di leggieri che, se i nostri operai sentono bensì l'impulso universale della perfettibilità col miglioramento morale ed economico, ciò non vogliono conseguire a danno delle altre classi privilegiate, con cui sentono solidali i rapporti della vita, ma col concorso della loro amicizia e dei loro caritativi ausilii di pensiero e di mezzi. Diffatti io credo che qua dentro non ci sia alcuno il quale non appartenga, come socio onorario, a qualcosa di queste associazioni. (Mormorio a destra) La prima società che si fondò a Roma, per esempio, elesse a suo presidente un principe romano, il principe di Teano. Egli vi ha di poi rinunziato quando si venne alla discussione del

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suffragio universale. Forse un lord inglese non l'avrebbe fatto, ed avrebbe seguita l'ispirazione della società, facendosene piuttosto il moderatore. Ma io non voglio entrare negli apprezzamenti che abbiano potuto consigliare a quell'onorevole presidente di dimettersi. La sua volontaria dimissione però non è argomento per dire che quegli operai non fossero su di un terreno legalissimo, il quale costituisce il sostrato del nostro diritto pubblico, in quei quadri dei plebisciti italiani (Additando le iscrizioni plebiscitarie che stanno dietro il banco della Presidenza), che nelle loro leggende [sic] sanciscono il sovrano diritto elettorale, nel quale venne stipulato il patto della nostra grande unità. Anche la società operaia del collegio che ho l'onore di rappresentare elesse a suo presidente onorario il principe Umberto; e così se voi, signor ministro, vi deste la cura di visitare queste associazioni, vi troverete una tendenza alla fusione colle classi privilegiate, vi trovereste il vergine sentimento della libertà, non iscompagnato dall'amore della virtù e dell'ordine. Le tendenze dunque, o signori, dei nostri operai, non sono affatto rivoluzionarie, nel senso anarchico e dissolvente, ma rivoluzionarie nel senso di quel miglioramento progressivo, di quella graduale trasformazione che è legge suprema di tutte le cose. Quando dunque talvolta essi manifestano delle aspirazioni, io non credo che sia poi un delitto l'avere delle aspirazioni; nè voi, nè alcun potere di questo mondo, che non sia quello dell'inquisizione, può arbitrarsi di combattere la verità in germe nel pensiero e nei desiderii onesti. Se vogliono discutere qualche cosa che sia d'ordine politico, io credo che abbiano acquistato precisamente oggi, che siamo a Roma sulla terra dei comizi, questo diritto di poterlo fare. Sì, signori, lo ripeto, lo ridico un'altra volta, in questo Parlamento: pel nostro secolo non vi è d'indiscutibile che il diritto di discutere. Se dunque, non nella legge, non nell'indole benigna e troppo modesta dei nostri confratelli operai d'Italia, non nei fatti, in che altro si è potuto ispirare l'onorevole ministro nel prendere misure cotanto rigorose contro le innocenti società di mutuo soccorso? Ha egli visto forse che queste istituzioni abbiano fatta mala prova nella Francia, nell'Inghilterra, nella Svizzera, nel Belgio e nella stessa Germania? Ma, se l'onorevole ministro si fosse ispirato in queste esperienze luminose, allora io credo, signori, che avrebbe avuto nella prova contraria uno stimolo potente a favorire queste associazioni, anzichè a disfarle. In Germania specialmente, i re di Prussia si mostrarono sempre studiosissimi di estendere e fecondare il principio di associazione nella classe operaia per contrabbilanciare l'influenza dei nobili (Iunker), e infrenando coì il dispotismo feudale di quei signorotti, oggi la Germania si trova di essere la più potente nazione di Europa, e, per servirmi di una frase accentuata di un nostro illustre collega, la Germania è oggi il più forte animale del mondo! Io, signori, ho avuto tra mani molte opere in riguardo all'organizzazione delle società di mutuo soccorso; ne ho lette delle italiane e delle francesi, e fra le altre c'è un lavoro pregevolissimo del nostro collega Alvisi, il quale ha fatto studi seri su questa materia. Ebbene, sapete voi nel 1863 quante associazioni di mutuo soccorso vi erano in Inghilterra? Trentatrè mila e tante centinaia che non ricordo. Queste trentatrè mila e tante centinaia di associazioni di mutuo soccorso avevano 400 milioni circa di capitale, destinati a soccorrere i membri delle società medesime... PRESIDENTE. Onorevole Morelli, si tenga all'argomento. MORELLI SALVATORE... e servivano tanto bene allo sviluppo industriale e commerciale di quell'emporio di attività, che lo stesso Governo inglese le favoriva, e dove non sorgevano spontanee dall'iniziativa privata, egli medesimo dava i mezzi per farle nascere. Diffatti, che cosa si è visto in Inghilterra?... PRESIDENTE. Onorevole Morelli, non è il caso di fare qui la storia delle associazioni operaie: venga all'interrogazione. MORELLI SALVATORE. Io non mi dilungo, ma traggo argomento dall'esperienza di prospere nazioni per convincere il ministro dell'erronea misura. Lasciando dunque per brevità l'Inghilterra, vengo al Belgio.

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Il Belgio, o signori, si trova nelle medesime condizioni di benessere industriale e commerciale, solo perchè c'è un grande sviluppo di associazioni. Credete voi, onorevole Lanza, che perchè il Governo belga abbia lasciato corda lunga agli operai di occuparsi anche di politica, sia avvenuto mai in quella piccola Inghilterra il minimo disordine? Nient'affatto: il Belgio è un paese modello, dove la mutualità operaia, cancellando il vitupero dell'ignoranza, dell'ozio e della mendicità e creando vasti interessi al lavoro per tutti, ha costituito la più grande garanzia dell'ordine pubblico. Il Belgio, verbigrazia, conta di soli operai minatori e pescatori l'enorme cifra di 83,000. Ora, malgrado tante agglomerazioni, chi potrebbe provare che queste abbiano dato occasioni ai pericoli cui accenna con le sue paure la polizia italiana? Potrei dire altrettanto dell'America e della Svizzera, ma, temendo un richiamo alla brevità del signor presidente, mi limito solo a parlare dell'Italia, chiedendo a chiunque quale disturbo hanno mai arrecato all'ordine queste 1200 associazioni di mutuo soccorso che vi si trovano organizzate? Tranne le effimere cospirazioni sognate dagli agenti del Ministero, in tante provocazioni di malcontento, quando mai questi martiri del lavoro diedero segni di poca devozione alla patria e di ostilità alla costituzione della sua unità? L'impressione che si è ricevuta universalmente dall'atto dell'onorevole ministro è stata penosa e desidero che egli si ponga in grado di allontanare da sè quella responsabilità che emana dal medesimo, dichiarando quali motivi lo hanno a ciò indotto. Se la sua riposta sarà coerente ai desideri miei ed a quelli dei miei amici e del paese, m'acqueterò, altrimenti presenterò una risoluzione alla Camera, che circoscriva il potere esecutivo nelle rigorosa osservanza delle leggi che garentiscono il diritto di associazione. MINISTRO PER L'INTERNO. Dubito molto che la mia risposta possa appagare l'onorevole Salvatore Morelli, giacchè professiamo principii ben diversi in materia di Governo. Io esporrò i fatti nella loro integrità, come è mio debito di fare, e spero che la Camera non avrà difficoltà ad approvare l'operato del Governo. L'onorevole Morelli ci fece l'apologia delle società di mutuo soccorso. Non ce n'era bisogno, giacchè siamo tutti convinti dell'utilità di tali associazioni, e tutti, credo, abbiamo più o meno, secondo le nostre forze, contribuito a promuoverne l'istituzione. Noi conveniamo pienamente che queste associazioni sono utili nell'ordine sociale, come sono particolarmente vantaggiose agli operai che ne fanno parte. [...] L'onorevole Morelli non può ignorarlo, questa società che si era istituita per uno scopo di beneficenza, ha fuorviato in seguito all'intromissione di mestatori politici, i quali cercarono di farne uno strumento alle loro mire rivoluzionarie e sovversive. [...] Ora io domando all'onorevole deputato Morelli, il quale conosce meglio di me queste cose, se il Governo poteva rimanersi indifferente a fronte di dichiarazioni, non solo contrarie alle nostre istituzioni, ma sovversive delle medesime, e tendenti a sostituirvi una nuova e illegittima forma di Governo? Se il deputato Morelli crede che la libertà di associazione si debba spingere fino al segno di permettere che si organizzi un altro Stato nello Stato, che si possano formare dei nuovi statuti, e preparare tutti i mezzi che occorrono a scender poi sulla piazza tosto che le circostanze paiano opportune; se egli crede questo, io non posso certamente seguirlo in tal via, senza mancare, non che ai miei principii, ma al debito che mi corre di far rispettare le leggi, e massime il patto fondamentale dello Stato, cioè lo Statuto. Io domando che cosa direbbe il deputato Morelli se si costituissero dei comitati i quali tendessero apertamente con dichiarazioni e statuti a restaurare il Governo borbonico o il potere temporale del Papa? NICOTERA. Ci sono MINISTRO PER L'INTERNO. Se ci fossero sparirebbero ben presto.

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Io ripeto che questo non può permettersi, altrimenti la società non sarebbe difesa; vi sarebbe una continua agitazione, un permanente disordine nel paese, e con questo la miseria e il malcontento che condurrebbero a uno stato di cose insopportabile. Io non aggiungo di più, perchè quello che ho detto mi pare sufficiente a persuadere la Camera che quanto fece il Governo gli era imposto dal supremo dovere che gl'incombe di mantenere il rispetto dovuto alle leggi dello stato e all'ordine pubblico. MORELLI SALVATORE. La risposta dell'onorevole ministro è stata evasiva ed insoddisfacente. Egli asserendo aver emanato il decreto di scioglimento delle associazioni operaie, perchè queste tendevano ad uno scopo apertamente repubblicano, cerca giustificare un'eccessiva misura con l'esagerazione di un'effimera reità. Sia pure che le società di mutuo soccorso avessero aderito al suffragio universale ed alla Costituente, ma sarebbe egli questo il caso di condannarle a morte con un decreto sommario? E quando erano realmente colpevoli di fellonia, perchè non farle giudicare dal magistrato competente? Io però volendo dimostrare che queste società si fondarono sul concetto del mutuo soccorso, non debbo che leggere alla Camera due o tre articoli consacrati nel loro statuto, dai quali si rileva chiarissimamente come esse volevano ben altro che ribellarsi alle presenti istituzioni del paese. L'articolo 11, per esempio, dice: <<L'associazione istituirà delle scuole serali ed in fine dell'anno darà dei premi a coloro che ne avranno maggiormente profittato. (Risa ironiche a destra) Art. 22. Il socio malato ha diritto al medico, ai medicinali ed all'assistenza fraterna dopo tre mesi dalla sua ammissione. Art. 23. In caso di malattia il socio è obbligato ad avvertirne la segreteria, e quand'anche non domandasse il medico alla società, dovrà riceverne la visita affinchè venga constatato lo stato della sua salute e possa godere del sussidio. E via via poi si parla di un sussidio che sarebbe statuito per il socio malato impotente al lavoro, o pei figli quando questi morisse. Come vedere dunque, o signori, queste associazioni sono prettamente di mutuo soccorso. Quello che io voglio ricordare all'onorevole ministro dell'interno è questo, che le privazioni generano l'appetito, e che comprimendo le esigenze legittime della ragione umana si dà luogo a scoppiare. Voi volete impedire in tempo libero che il cittadino si occupi di politica e guardi un po' agl'interessi del proprio paese; ebbene voi così generate in lui il desiderio di occuparsene di più o di scoppiare quando glielo impedite illegalmente. Io non comprendo perchè allarmarsi che si voglia discutere anche dagli operai il diritto elettorale. Ma se questo è parte del nostro diritto pubblico vigente, come volete voi escludere gli operai dalla fondata speranza di potere anch'essi portare un giorno il loro voto all'urna, partecipando alle garanzie costituzionali del proprio paese cui pagano tributi di sangue e di danaro? Dice l'onorevole Lanza, ma si voleva proclamare la Costituente. E voi vi allarmate, signor ministro, che gli operai al di fuori chiedano anche essi il miglioramento dell'ordine legislativo del paese? (Mormorio a destra) Non ci costituiamo in odioso monopolio, signori, ricordiamoci che siamo l'eco dell'opinione pubblica del paese, noi siamo emanazione di quella, non quella di noi, quindi dobbiamo rispettare certe ispirazioni ed aspirazioni invece di combatterle, perchè combattendole, noi andiamo al brutto cimento di metterci in contraddizione della sovranità nazione che ci fornisce il mandato non per osteggiarla ma per tutelarne i diritti sacrosanti primissimo dei quali è l'esercizio della libertà di discutere di cui volevano avvalersi le società disciolte. Varie fiate qui dentro si è parlato di questa befana dei ministri che si chiama Costituente, ne ha parlato l'onorevole Crispi, ne ha parlato l'onorevole Bertani, ne hanno parlato altri deputati, ne ho parlato anch'io, quando discorsi del giuramento politico, come al certo ricorderà l'onorevole ministro.

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Ebbene io non credo di essere per ciò colpevole nè in faccia alla Camera, nè in faccia alla nazione. Ora, se questo desiderio di svolgere più opportunamente e conforme alle esigenze della grande palingenesi compiuta in Italia non è stato vietato a me, come rappresentante del paese, perchè volete proibirlo a coloro da cui questa rappresentanza ha origine e nascimento? Sarebbe ormai da comprendersi, un Governo che si rispetta non deve aver paura... MINISTRO PER L'INTERNO. Non ho paura. MORELLI SALVATORE... non deve aver paura delle vaghe fosforescenze di opinioni individuali, comunque radicalissime, ma apprezzarne il valore. Un potere esecutivo armato di tanti mezzi, che ha la coscienza di fare il proprio dovere, non teme affatto nè il grido della repubblica, nè quello della costituente. I Governi repubblicani, o signori, non s'improvvisano, essi sono l'emanazione dei bisogni sociali. L'Italia, come la maggior parte di Europa liberata testè dalla incrociata servitù del papato e dell'impero, non ha peranco ideale repubblicano. E se non vi possono esser fatti dove non vi sono idee, è inutile allarmarsi delle voci vaghe e dei platonici desiderii di pochi spiriti generosi che ne vorrebbero affrettare l'attuazione. Quel che voi dovreste fare, signor ministro, non è la odiosa persecuzione ai credenti in questo modo di essere, ma la rettificazione d'un sistema amministrativo anarchico che scontenta tutti. Chi vuol persistere nel mal governo, o signori, finisce per provocare egli stesso la peggiore delle repubbliche, la repubblica della disperazione! Quando il Governo italiano procedesse per la dritta via della giustizia e della libertà, quando egli si mostrasse meno tenero della manomorta e cessasse d'incamerare tutte le forze vive operaie del paese a beneficio del privilegio che come tenia vorace dissecca i visceri della nazione, allora sì che le grida dei repubblicani non trovando alcun appoggio nei rimorsi del cattivo Governo, passerebbero inavvertiti come cosa indifferente. Ritenga il signor ministro che io dico questo per convinzione e dovere di coscienza, non già per nascondere rapporti coi promotori del comizio. Libero cittadino, esprimo liberamente il mio pensiero patriottico innanzi alla maestà del sole. Vi piaccia o dispiaccia, dico la verità come la sento, perchè non intendo ingraziarmi con alcuno tradendo la mia coscienza ed il paese che rappresento. Risponda dunque alla vostra insinuazione, signor ministro, che io non ho aderito alla manifestazione che si è fatta pel suffragio universale, non già perchè questo non sia un principio che io non ammetta, ma perchè non l'ho veduto circondato di quelle garanzie le quali possono rendere efficace questa riforma fecondissima di libertà. Detto ciò, io credo che sarebbe tempo, giacchè l'onorevole ministro si fa ancora illusione di potersi mantenere nella contraddizione che lo soffoca, a voler richiamare alla memoria i precedenti della sua vita. Io ho letto, onorevole Lanza, i suoi discorsi, ed ho desunto da essi che anch'egli ammette il principio d'associazione, ma il guaio è questo, quando si siede a quel posto (Accennando il banco dei ministri), si neutralizza la coscienza dei principii. Appena giunto alla presidenza del Gabinetto, l'onorevole Lanza è diventato un altro uomo e pensa diversamente da quello che pensava quando era deputato. Dunque io, senza presentare nessuna risoluzione alla Camera, fo appello al patriottismo dello stesso onorevole Lanza perchè impedisca ai suoi agenti di tormentare gli operai che sono gli eroi di tutti i giorni, che sono i creatori della ricchezza nazionale; si rispettino questi corpi associati, ed essi invece di fare la paura del Governo, ne faranno la forza. Io ricordo un fatto dell'onorevole ministro dell'interno. Nel 1848 nel Belgio queste coalizioni operaie già erano formate in proporzioni estesissime: il Governo le favorì, ed il popolo ne fu tanto contento, che appena proclamata la repubblica in Francia e naturalmente Leopoldo re dei Belgi si disponeva anche egli ad andare via, gli venne l'ispirazione di scendere in mezzo agli operai coalizzati, e recando in una mano la

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corona ed in un'altra lo Statuto, disse: signori, voi esistete perchè io vi ho fatto esistere; dunque, dite adesso se io debbo conservare queste due suppellettili, oppure riportarle là dove le ho tolte. Dopo tale manifestazione di amicizia, gli operai applaudirono il re e lo fecero tornare al suo posto perchè non ebbe mai la triste ispirazione di impedire che gli operai discutessero sui propri destini e facessero il proprio benessere che d'ordinario i Governi sono impotenti a fare. Ho detto. DEL ZIO. Bravo! *§* Tornata del 18 dicembre 1872 (p. 3881 = parla sul capitolo Sanità interna dello stato di prima previsione per il 1873 del Ministero dell'interno) SEGUITO DELLA DISCUSSIONE SUL BILANCIO PREVENTIVO DELL'INTERNO PER IL 1873 PRESIDENTE. [...] Sanità interna. - Capitolo 15. Personale, lire 14,207 35. La parola spetta all'onorevole Morelli Salvatore. MORELLI SALVATORE. Permetta la Camera che sul capitolo della sanità annesso al bilancio del Ministero dell'interno, volga un richiamo al Governo sulle malagevoli condizioni igieniche che infermano la salute dei cittadini italiani. Fra le tante cause che generano tra noi il tifo, le perniciose e le molteplici epidemie, debbono noverarsi i cimiteri d'ordinario costrutti a breve distanza dagli abitati. Per quanto, o signori, possa essersi diligenti nella inumazione dei cadaveri, non si giunge mai ad evitare che dalle tombe traspirano le esalazioni miasmatiche, le quali per la vicinanza sono trasportate delle correnti aeree immediatamente nelle città e nei villaggi che ne rimangono ammorbati. In vista di sì grave considerazione io spero che l'uffizio supremo di sanità si occupi di questa gravissima questione, la quale, oltre all'interesse igienico, ne comprende anche uno morale ed un altro economico. Ognun di voi conosce, o signori, a quante profanazioni e bagordi servano oggi i cimiteri, e come la religione delle tombe sotto le forme attuali non si tenga più nell'antico rispetto. Ognun di voi conosce altresì le centinaia di milioni che si spendono pel culto della morte, sia guardando ai valori delle preziose zone di terreno occupate dai cimiteri, sia calcolando il lusso monumentale con cui si mantengono specialmente nelle grandi e popolose città. Or in vista del lagrimevole spettacolo d'una nazione che ha ancora le masse lavoratrici ignoranti, scalze, mal nudrite, e senza tetto; in vista dello stato miserando e della povertà a cui si condannano i più sapienti e benemeriti patrioti, la coscienza dovrebbe imporre al Governo ed ai municipi di provvedere un po' meglio alla vita dei tanti produttori della ricchezza e del pensiero nazionale, anzi che ai morti, i quali trovansi nobilmente collocati Sotto le ali del perdon di Dio, senza aver più uopo degli umani soccorsi. Questo veramente è vezzo italiano. Noi sentiamo la barbara voluttà di tormentare, affamare ed infamare gli spiriti più elevati, i cittadini più meritevoli fino ad anticiparne la morte, e dopo che non sono più ci preoccupiamo di glorificarli. Per rivendicare dunque alla vita le sue intransigibili ragioni, senza ledere i diritti della morte circoscritti nei limiti modesti d'una memoria affettuosa, io prego il Governo far osservare premurosamente dal Consiglio sanitario, se sia il caso di sostituire il rito della cremazione dei cadaveri al sistema antieconomico e profanatore dei cimiteri. Quando a me, io credo che adottando questo rito si renda un omaggio alla sapienza tradizionale di Roma antica, la quale invece di allontanare e per sempre i trapassati, come si fa barbaramente oggidì abbandonandoli alla chimica della terra, ne conservava preziosamente le ceneri nel Larario della famiglia. Credo ancora che dopo averne sentito proclamare l'utilità da vari corpi scientifici internazionali, la cui voce trovò un'eco favorevolissima nell'autorevole Congresso medico di Firenze, e dopo gli esperimenti fatti a Milano dagli illustri professori

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Gorini e Bertani nostro collega, sul modo di rendere pratica la cremazione con mitissima spesa, ed evitando ogni esalazione, dopo tutto questo, ripeto, Governo e municipi non debbono esitare più a metterli in uso da per tutto. Così saranno paghi i voti della scienza e del progresso di cui io ebbi l'onore anticipare i giudizi al Parlamento italiano, presentando sin dal 1867 un progetto di legge, il quale, mentre circoscriveva il culto cattolico nella chiesa, impediva pure i dispendi economici e gli eccessi morali del cimitero con l'igienico e semplicissimo processo della cremazione. Quando presentai alla Camera quel modesto disegno unito a due altri concernenti una riforma radicale e completa delle scuole, e la reintegrazione giuridica della donna, si ebbe l'infanticida crudeltà di soffocare negli uffici le tre idee nascenti, usando loro sino la inusata scortesia di [non] ammetterli alla lettura. Ora che gli oracoli della scienza mi danno ragione, sono contento avere anticipato con quell'atto al mio caro paese l'iniziativa d'una grande riforma. *§* Tornata del 19 Dicembre 1872 (p. 3933-3934 = propone la soppressione del capitolo 46 dello stato medesimo) PRESIDENTE. [...] Capitolo 46. Ricompense per azioni generose, 7960 lire. MORELLI S. Propongo che questo capitolo venga cancellato dal bilancio del Ministero dell'interno. Un Governo che per i delitti che si commettono nel regno presenta la enorme spesa di 31 milioni, dovrebbe sentir rossore di stanziare la meschinissima somma di 6000 lire per ricompensa di azioni generose. Io credo, o signori, che il popolo italiano, per quanto si siano adoperati i despoti a degenerarne i nobili e geniali istinti, non giunse mai a tal punto di degradazione da non poter segnare di lato alle colpe numerosi ed eclatanti atti di virtù. Se la legge di equilibrio, come nel fisico, esiste anche nel mondo morale, e se la legge dell'equilibrio impone ad ammettere che quanti sono i delitti, tante debbano essere pure le azioni generose, io credo che il Ministero dia in questo capitolo del bilancio la prova più flagrante dell'avversione del sistema alle virtù civili ed eroiche che d'ordinario si sviluppano coi benevoli eccitamenti delle ricompense sociali. Giudicano dunque per tal riguardo il presente capitolo oltraggiante alla maestà della nazione, io spero che tanto l'onorevole ministro Lanza quanto la Camera consentiranno che non rimanga ulteriormente nel bilancio come falsa ed odiosa misura della nostra decadenza morale. Voci. Ai voti! ai voti! MINISTRO PER L'INTERNO. Domando la parola. Voci a destra. Non risponda. MINISTRO PER L'INTERNO. Io invece prego la Camera di voler confermare il capitolo. Il deputato Morelli crede forse che questa somma sia destinata a rimunerare le grandi azioni generose, comunque avvengano, e qualunque persona possa esserne l'autore. Ma qui si tratta modestamente di dare alcun risarcimento a qualche povero operaio, o contadino, ad una persona insomma che non abbia sostanze, e che in occasione di un incendio, o d'inondazione, o simili disastri, corre pericoli, sciupa gli abiti, perdendo inoltre il tempo che avrebbe occupato in un lavoro fruttuoso. D'altra parte deve sapere il deputato Morelli che al Ministero dell'interno si distribuiscono medaglie al valore civile appunto per azioni di questa natura, cioè fatti generosi operati da nostri concittadini, dei quali possiamo gloriarci che il numero è abbastanza considerevole; e queste medaglie ad alcuni si danno ad honorem, per altri invece si aggiunge un sussidio che certamente riesce accetto e gradito avuto riguardo alle loro infelici condizioni di fortuna. Dimodochè veda il deputato Morelli che mentre egli crede, proponendo la soppressione di que

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sto capitolo, di fare un atto eroico, priverebbe di un lieve sussidio molti infelici che certo non gli sarebbero grati della sua iniziativa in quest'occasione. Voci. Ai voti! Ai voti. MORELLI SALVATORE. Ho fatto questo richiamo non per compiere un atto eroico come ironicamente si è espresso l'onorevole Lanza, ma per un sentimento di dovere patriottico, parendomi che 6000 lire stanziate per azioni generose, senz'alcuna spiega potessero servire il pretesto a nuove calunnie da parte dei nostri inesorabili nemici. Tutto ciò che voi dite, signor ministro, non apparisce, e questo articolo delle ricompense che solo constata il trattamento della virtù in Italia non fa certo il vostro elogio. L'ho fatto pure per impegnare il Governo abbastanza oscitante [: negligente; incerto, esitante] nel promuovere le virtù cittadine, e perchè da ultimo i nostri bilanci andando all'estero e mettendo sotto gli occhi dello straniero la comparazione tra lo stato criminale in cui sono circa 80 mila italiani e le ricompense meschine disposte per le azioni generose, farebbe un bruttissimo senso. Quando però l'onorevole ministro creda che questo articolo debba mantenersi come è, io non dico altro, lasciandone a lui la responsabilità intera e completa. *§* Tornata del 20 Dicembre 1872 (pp. 3962-3963 = sua dichiarazione intorno ai procedimenti contro i membri del Parlamento per i libretti di ferrovia smarriti) DICHIARAZIONI DEI DEPUTATI CORRADO E MORELLI SALVATORE, E INCIDENTE CIRCA LIBRETTI DI FERROVIA SMARRITI DA DEPUTATI, E INTORNO AI PROCEDIMENTI CONTRO I MEMBRI DEL PARLAMENTO MORELLI SALVATORE. Signori, anch'io mi trovo sotto la medesima imputazione degli onorevoli colleghi Ruspoli e Corrado. (Mormorio a destra) Un individuo che non conosco fu sorpreso con un biglietto di circolazione ferroviaria; e perchè aveva il numero del libretto che io dichiarai avere perduto nel maggio ultimo, il procuratore regio del tribunale di Firenze, senz'altro fondamento che pel sospetto di poter io assumere una responsabilità nello sviluppo del processo, domandò alla camera il mio intervento in giudizio. Essendo però questa una prerogativa parlamentare, non credei conveniente immischiarmivi affatto, e ne lasciai libero il giudizio alla Camera, la quale vi si pronunziò nel Comitato privato. Ora per completare l'opera, io prego l'onorevole presidente e la Commissione incaricata di riferirne l'esito a volerne proporre senza indugio le conclusioni in tornata pubblica, perchè la Camera vi si pronunzi definitivamente. PRESIDENTE. La relazione sarà distribuita stasera. MORELLI SALVATORE. Quanto poi possa concernere la mia azione privata, per lo scopo di far intera e completa la luce sull'insidia che mi si tende per disonestarmi, senza aderire a premure sospette perchè non giustificate, i miei colleghi si rassicurino che, quando ne fia d'uopo, sarò sollecito di rivendicarmi giuridicamente con la maggiore esemplarità. MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. Io non aggiungo altro a quello che ho detto poc'anzi, cioè che quando avrò preso cognizione degli atti, se sarà il caso, li trasmetterò alla Camera. SULIS. Sono onorabilissime le dichiarazioni fatte dai nostri colleghi Ruspoli, Corrado e Morelli. Ma l'articolo 45 dello Statuto non riguarda privilegi d'individui, ma bensì prerogative della Camera. Se gl'individui possono abdicare al proprio privilegio, essi non devono, non possono fare gettito delle prerogative dell'Assemblea. Dico questo unicamente perchè non vorrei che per effetto di queste, ripeto, onorabilissime dichiarazioni individuali dei nostri colleghi, venisse in alcuna parte a menomarsi l'interesse di queste prerogative, sull'applicazione delle quali deve rimanere intatto il giudizio, prima del Comitato, e poi della Camera. Fatta questa riserva, io applaudo a quanto hanno detto i nostri colleghi; ma intendo che le medesime dichiarazioni non possano per nulla pregiudicare quei giudizi che sarà il caso di

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pronunciare nei singoli casi di accusa promossa dagli ufficiali del pubblico Ministero, che sono agenti amovibili a volontà del potere esecutivo, contro un deputato. NICOTERA. Ho chiesto la parola quando l'onorevole presidente ha annunziato che la relazione riguardante l'onorevole Morelli, sarebbe distribuita oggi. L'ho chiesta per pregare la Camera a voler acconsentire che, come prima cosa, fosse messa all'ordine del giorno di domani questa relazione. Se pure la Camera avesse presa un'altra risoluzione riguardo ai suoi lavori, mi pare valga la pena di fare un'eccezione in questo caso. Da qualche tempo si vede un fenomeno abbastanza strano. Si spargono delle voci contro taluni deputati; i giornali di un partito si studiano di aggravare queste voci, a diffonderne la notizia, e ciò per produrre un'impressione nel pubblico. Poi la Camera di Consiglio delibera di non esservi luogo a procedere contro l'individuo accusato; ma l'effetto si è prodotto; almeno per qualche tempo l'opinione pubblica è rimasta in sospeso sul conto di quel deputato, un discredito si è ottenuto. Io credo che, nell'interesse del decoro e della dignità della Camera, quando una domanda che colpisce un deputato è presentata, bisogna che la Camera se ne occupi immediatamente. [...] *§* Tornata del 21 Dicembre 1872 (pp. 3972 - pp. 3977-3991 = Discussione sulla proposta di dar facoltà di procedere contro il deputato Morelli Salvatore) DOMANDA DI AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE CONTRO IL DEPUTATO SALVATORE MORELLI PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione sulla domanda d'autorizzazione a procedere contro il deputato Morelli Salvatore. Le conclusioni della Commissione sono le seguenti. <<La Camera, invitando il guardasigilli a dare le occorrenti istruzioni ai procuratori generali e procuratori del Re affinché non si rivolgano, a sensi dell'articolo 45 dello Statuto, alla Camera per l'assenso ivi richiesto, prima che siasi verificata la necessità della traduzione in giudizio dei deputati, passa, allo stato delle cose, all'ordine del giorno.>> Ha facoltà di parlare l'onorevole Bonfadini, che ha preso iscrizione contro queste conclusioni. BONFADINI. La Camera ricorderà che ieri quando fu posto all'ordine del giorno la domanda di autorizzazione per procedere contro l'onorevole Salvatore Morelli, non era stata distribuita ai deputati la relazione della Commissione sopra questa domanda. In questo stato di cose, ho preso iscrizione contro le conclusioni della Commissione, perchè mi pareva che la discussione in certo modo preliminare che si era fatta, accennasse ad una grave discussione politica, mi pareva, specialmente per le dichiarazioni degli onorevoli Asproni e Sulis, che la relazione della Commissione dovesse tendere a dare una grande autorità all'articolo 45 dello Statuto, e di trarne le più gravi conseguenze riguardo alle prerogative parlamentari. Essendo io di avviso contrario alla disposizione espressa nell'articolo 45 dello Statuto... (Movimento), è una mia opinione, e quindi inclinato a cercarne, per quanto sia possibile, la diminuzione, mi sono iscritto contro le conclusioni della Commissione. Ma ora ho lette queste conclusioni; ho letto la relazione che le precede, ed ho visto con piacere, che in questa relazione è posta affatto da parte la questione politica relativa all'articolo 45 dello Statuto, che il voto della Commissione si appoggia esclusivamente a considerazioni legali, a considerazioni relative alla forma sotto la quale il procuratore del Re ha creduto di doversi rivolgere al Parlamento. Siccome è pure mia convinzione che la forma sotto la quale il procuratore del re si è rivolto alla Camera non è quale avrebbe dovuto essere perchè la Camera potesse legalmente autorizzare il procedimento contro l'onorevole Salvatore Morelli, io riconosco che le conclusioni sono quali il criterio legale avrebbe potuto consigliarle. Io rinuncio quindi a parlare contro le conclusioni della Commissione, soltanto faccio una dichiarazione individuale.

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Ieri l'onorevole Asproni ha dichiarato in questa Camera che egli si vanta di non aver mai dato il suo assenso a nessuna autorizzazione a procedere... ASPRONI. E non lo darò mai! BONFANDINI. Quanto a me dichiaro di aspirare al vanto contrario, e quindi appoggiandomi alle parole pronunziate ieri, molto decorosamente, dall'onorevole Salvatore Morelli, il quale pel primo domanda che si accordi la chiesta autorizzazione a procedere contro di lui, io non mi sento di rifiutare a un deputato, il quale per un fatto qualunque si trova sotto un'imputazione, non mi sento, dico, di ricusare a questo deputato la situazione legale che egli decorosamente domanda, e perciò dichiaro che personalmente voterò perchè si accordi la chiesta autorizzazione. (Bravo! a destra). [...] SI RIPRENDE LA DISCUSSIONE PRESIDENTE. Ora si riprende la discussione intorno alla domanda di procedere contro l'onorevole deputato Morelli Salvatore. Spetta la parola all'onorevole Massari. MASSARI. [...] Questa è la mia opinione, ed è per queste ragioni, lo ripeto, senza preoccupazione nè di parte nè di persona, io mi associo al voto che esprimeva l'onorevole Bonfadini, e voterò perchè sia conceduta l'autorizzazione a procedere contro il deputato di cui si tratta. (Bene! a destra) PRESIDENTE. L'onorevole Ercole ha facoltà di parlare. ERCOLE. Senza avere certo il vanto di essere un dotto levita di Temi, come diceva or ora l'onorevole Massari, tuttavia io mi permetto di trattare brevemente in questa Camera la questione di legalità. Io sono così persuaso di convincere i miei onorevoli colleghi, che, spero, ci riuniremo in un voto unanime; almeno io ho questa profonda convinzione, perchè ho troppo altissima stima de' mie colleghi. Signori, quando la questione è venuta per la prima volta in Comitato privato, non so se lo ricordiate, io ebbi l'onore di proporre l'ordine del giorno puro e semplice su questa domanda. Se io avessi potuto svilupparlo, avrei detto in poche parole le ragioni che m'inducevano a proporre l'ordine del giorno semplice sulla domanda di procedere contro l'onorevole nostro collega Salvatore Morelli. Ma venne posto innanzi l'ordine del giorno dell'onorevole Rattazzi, e voi sapete come succede in questi casi, io ho dovuto acquietarmi; ed ho ritirato il mio ordine del giorno. Ora che è venuto il mio turno di parola, dirò brevemente, le ragioni che m'inducono non solo a votare l'ordine del giorno proposto dall'onorevole Giunta incaricata di riferire sulla questione, ma a dichiarare francamente che io andrei più in là se fosse possibile. Chi dava il diritto al procuratore regio di fare una domanda di questa natura? Io sono persuaso che se l'onorevole guardasigilli avesse avuto in mano l'incartamento e lo avesse attentamente esaminato, tanta è la fede che ho nel suo illibato carattere e nella sua sapienza, sono persuaso, dico, che non si sarebbe indotto a presentare alla Camera questa domanda. Il procuratore regio viene, in base degli articoli 43, 45, 49, 376 e 404 del Codice penale toscano a chiedere l'autorizzazione a procedere in confronto del nostro collega Morelli per diretta cooperazione nel fatto che si obbietta al signor ingegnere Luchini, e che a suo dire, riveste i caratteri di un tentativo di frode. Ma è questa la legge da applicare? Egli ha dimenticato che vi sono regolamenti speciali, approvati con decreti reali, che si riferiscono a questa materia. Ma, il procuratore regio di Firenze, anche volendo fare troppo zelo, doveva ricordare che, nelle regole di diritto vi è quella, che in toto jure, generi per speciem derogatur; et illud potissimum habetur, quod ad speciem directum est; e che D'Agnessau scrisse: <<Il faut, dans chaque genre d'affaires, consulter la loi qui lui est propre, autrement tout deviendrait incertain, si l'on voulait dépayser les principes, en faisant des applications forcées d'une loi à une autre, quoique les objets en soient essentiellement différents:> che

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l'applicazione di questa regola ha luogo specialmente in materia penale; che perciò avendo il legislatore fatte disposizioni speciali per tutto ciò che ha tratto alla polizia delle ferrovie, queste devono essere rispettate. In caso contrario non vi ha che dispotismo, anarchia, ed eccesso di potere. Ora, se mi permette la Camera, citerò alcuni di questi regolamenti speciali. [...] Signori, ritenete che pur troppo vi sono degli abusi da parte di alcuni membri del Ministero pubblico e che, fintantochè non si porrà in pratica la massima del chi rompe, paga, vale a dire della riparazione giudiziaria, non si avrà retta giustizia. La Camera, allo stato delle cose, non deve perciò essere tanto corriva a concedere le autorizzazioni a procedere che le sono domandate. Qui non è questione di sufficienti indizi di reità; si tratta soltanto della fervida immaginazione del procuratore del re di Firenze, il quale dice essere prevedibile che l'onorevole Morelli possa essere coinvolto nel processo Luchini. Per tutte queste considerazioni, conchiudo pregando la Camera, non solo di votare con cuore le conclusioni della Giunta, ma, se fosse possibile, di andare più oltre. Ho detto. Voci. Ai voti! ai voti! ASPRONI. Se si domanda la chiusura, chiedo facoltà di parlare contro. GUERZONI. Domando la parola come rappresentante il relatore. PRESIDENTE. Come rappresentante il relatore, non può parlare ora; parlerà a suo turno. GUERZONI. Ordinariamente al relatore è concesso di parlare. PRESIDENTE: Il regolamento non dà il diritto al relatore di parlare quando vuole. Esso deve seguire il suo turno d'iscrizione come gli altri deputati. Io non posso fare dei favori. GUERZONI. Io non ho domandato nessun favore. Io ricorreva soltanto alle consuetudini della camera. PRESIDENTE. La consuetudine non porta che il relatore parli quando lo chiede. La Camera però permette quasi sempre che il relatore parli l'ultimo, riassumendo la discussione. DE FALCO, ministro di grazia e giustizia. Spero che la Camera consentirà di non rispondere per ora al discorso dell'onorevole Ercole ed ai fatti speciali che egli è venuto narrando all'occasione di questa discussione. La verità l'altro giorno si raccomandava proprio di non convertire la Camera in un tribunale di appello o di Cassazione; ed oggi, se volessi seguire il discorso dell'onorevole Ercole, dovrei imprendere una disamina di molte ordinanze di camere di Consiglio, di molte requisitorie di pubblici Ministeri approvate o rivocate dal tribunale o dalla Corte d'appello, di molte sentenze di tribunali o di Corti per discuterne la legalità e la giustizia. E vede bene la Camera che essa, con siffatte disamine, non solo trascenderebbe ogni legittimo confine, ma assumerebbe un compito assai grave, quello di giudicare non una causa sola, ma di rivedere e riesaminare tutte le cause del regno. Però, mettendo da parte la lunga digressione dell'onorevole Ercole, veniamo per un momento alla questione speciale che di presente si occupa. Io non intendeva, signori, di prender parte a questa discussione, perchè era mio desiderio lasciare intieramente alla coscienza ed alla discrezione della Camera la estimazione dei fatti che le sono stati riferiti e dei provvedimenti che sui fatti medesimi essa credesse prendere. Ed era tanto più fermo in questo proponimento, in quanto che la storia del Parlamento Italiano fa prova che effettivamente la Camera, facendo in tutti i casi giusto governo di quella grande prerogativa che l'articolo 45 dello Statuto stabilisce a favore dei deputati, non l'ha mai riguardata siccome un privilegio personale d'impunità, ma come una grande garanzia politica di libertà e di indipendenza del voto dei deputati stessi; e convinta di questa verità, non intese mai frapporre ostacolo al corso della giustizia ed al proseguimento dei processi, ed è stata larga nel concedere l'autorizzazione per procedere contro deputati prevenuti od imputati di reati, appunto perchè fu, e dovette essere sempre convinta che il processo contro alcuno dei suoi

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membri non fu giammai mosso da spirito di parte o passione politica, ma unicamente per ragioni di giustizia. Ciò non pertanto, signori, nel caso che ci occupa le conclusioni presentate dalla Commissione alla Camera sono state queste: che la Camera dichiari non esservi nello stato presente delle cose, luogo ad accordare l'autorizzazione per procedere contro il deputato Salvatore Morelli, e che voti nel tempo stesso un ordine del giorno col quale inviti il ministro a dare le occorrenti istruzioni ai procuratori generali ed ai procuratori del Re, affinchè non si rivolgano, a sensi dell'articolo 45 dello Statuto, alla Camera, per l'assenso ivi richiesto, prima che siasi verificata la necessità della traduzione in giudizio dei deputati. E queste conclusioni sono state motivate dalla maniera colla quale il procuratore del Re ha fatta la domanda di autorizzazione, per essersi creduto di trovare nelle parole della stessa non un concetto certo e determinato, ed una formola precisa e legale, ma piuttosto una formola incerta e dubitativa che avrebbe accennato ad un processo non compiuto, e ad una imputazione non interamente provata. Però il ho il dovere di esporre alla Camera le ragioni dalle quali il procuratore del re ha potuto essere mosso a fare in quella guisa la sua domanda... Una voce a sinistra. Ha potuto... MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA... Sì, ha potuto essere mosso a formulare in quel modo la sua domanda, ed a dichiarare dall'altra parte l'interpretazione ed il significato che io posso e debbo dare alle raccomandazioni che la Commissione ha creduto indirizzare al Ministero, mercè l'ordine del giorno proposto al voto della Camera. Già in questo compito io sono stato prevenuto dalla Commissione medesima, perciocchè l'onorevole relatore di questa nel suo rapporto ha tolto effettivamente ogni intendimento di riprovazione o di censura che si era malevolmente insinuato di volersi infliggere con questa risoluzione del Comitato, mercè l'ordine del giorno da esso proposto. La Commissione ha ridotto la cosa, come effettivamente era, ad una questione pura di diritto e d'interpretazione; ed è di questa che intendo esclusivamente occuparmi. Ed invero, signori, io che non intendo penetrare nella coscienza altrui, e rispetto più che ogni altro la coscienza dei giudizi e dei magistrati, io non mi farò ad indagare se nel fatto in esame la formola adoperata dal procuratore del re nella sua richiesta sia stata piuttosto un atto di eccessiva deferenza alla Camera, un sentimento di squisita delicatezza verso lo stesso deputato al quale ripugnava fino di dare il nome d'imputato, e d'indicarlo come colpito da indizi o da prove che egli, il procuratore del Re, credeva sufficienti alla spedizione di un mandato di comparizione, e quindi alla sua traduzione in giudizio; ovvero se abbia invece adoperata quella formola perchè effettivamente nell'animo suo non abbia creduto il processo compiuto, e la imputazione non sostenuta da sufficienti indizi, ma soltanto possibile a risultare dal proseguimento dell'istruzione. Io lascio questo esame al senso ed al giudizio della Camera. Per me, non volendo ricercare nel fatto l'intenzione vera della formola adoperata dal pubblico Ministero nella sua richiesta, mi fo invece di ricercarne il significato legale, il significato di diritto. Ebbene, signori, voi conoscete che è stato lungamente dibattuto, se l'autorizzazione a procedere per i giudizi criminali, di cui parla l'articolo 45 dello Statuto, dovesse richiedersi fino dai primi atti dell'istruzione, o piuttosto al termine ed al compimento di essa, quando proprio si tratta di procedere ad atti contro la persona dell'imputato, a mandati di cattura, o per lo meno di comparizione. Non sono mancati di coloro i quali hanno creduto che quella guarentigia dell'articolo 45 dovesse intendersi con tanta larghezza, con tanta estensione, che, non appena un deputato fosse denunciato, querelato, e tutto al più prevenuto di un reato, sicchè dovesse figurare siccome imputato nella intestazione del processo e negli atti d'istruzione, dovesse domandarsi l'autorizzazione a procedere per ogni atto istruttorio; e non potesse, senza di questa, nè udirsi nemmeno pel chiarimento di qualche fatto, nè procedersi innanzi nell'istruzione, ma dovesse sospendersi ogni atto ed ogni procedura, finchè l'autorizzazione a procedere si sia ottenuta.

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E questa questione, signori, che è esaminata da qualche scrittore, si è pur di sovente presentata all'esame della Camera. Io ho qui una relazione scritta dall'onorevole Mantellini il 21 marzo di quest'anno, in cui di siffatta questione si fa lungo ragionamento. Si trattava della domanda d'autorizzazione a procedere contro il deputato Mazzucchi, la quale si era presentata dopo che moltissimi atti istruttorii erano stati fatti, molti provvedimenti dati dal giudice istruttore, e l'istruzione aveva pressochè compito tutto intero il suo corso. Ora, da parte del deputato Mazzucchi si opponeva la nullità degli atti eseguiti; si diceva che quegli atti erano nulli per abusivo eccesso di potere, e recanti sfregio alle prerogative ed inviolabilità della Camera, perchè fatti senza la precedente autorizzazione prescritta dall'articolo 45 dello Statuto. [...] MANCINI. Domando la parola. MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. Ora io credo che il procuratore del Re, nel caso in discorso, abbia inteso seguire la prima teorica anzichè la seconda. Egli, per eccessiva deferenza al Parlamento (Risa ironiche a sinistra), per soverchio rispetto a quella prerogativa dell'art. 45, ha opinato che fin dai primi atti dell'istruzione avesse bisogno dell'autorizzazione della Camera; ha creduto che, senza di questa, non potesse dare nemmeno la qualifica d'imputato all'onorevole Morelli, e, per lasciare tutto impregiudicato, si è espresso con quella formola dubitativa che si legge nel suo rapporto: <<Il fatto che si obbietta al signor Luchini riveste i caratteri di un tentativo di frode, e nello sviluppo della procedura è prevedibile che possa imputarsi all'onorevole Salvatore Morelli una diretta cooperazione a tale reato, che è previsto e punito dagli articoli 43, 45, 47. 376 e 404 del Codice penale toscano. <<Non potendo, per l'articolo 45 dello Statuto, tradurre in giudizio l'onorevole deputato Salvatore Morelli, senza l'autorizzazione di codesta onorevolissima Camera, il sottoscritto si onora di rassegnare alle SS.LL. onorevolissime le unite carte onde, con piena cognizione di causa, possano dare quelle disposizioni che stimeranno convenienti.>> Ora, signori, lo ripeto, io non intendo discutere del fatto: non è mia abitudine di voler interpretare le persuasioni altrui; pure, se si legge con attenzione il rapporto del procuratore del Re, si scorge di leggieri [: "†Di Leggieri, †Di Leggiere, e †Di Leggiero. Posti avverb. vagliono Agevolmente, Leggiermente," Tommaseo-Bellini] che effettivamente egli credeva giunto a tal punto il processo che bisognava per lo meno citare l'onorevole Morelli, ascoltarlo in contraddizione del Luchini, per avere da loro quelle delucidazioni che potevano menare alla scoperta del vero. E siccome da queste indagini poteva chiarirsi la condizione vera delle cose, così il procuratore del Re domandava l'autorizzazione di tradurre l'onorevole Morelli in giudizio, appunto perchè reputava forse di dover rilasciare contro di lui un mandato di comparizione per poter procedere a quell'interrogatorio ed a quella contraddizione. Io non esamino qui la questione promossa dall'onorevole Ercole, se, cioè, provato il fatto, questo costituisca o no reato, perchè non è questo nè il luogo nè il tempo di tal disamina. Dico soltanto che il motivo pel quale il procuratore del Re fece quella sua domanda, provenne non da altro che da una deferenza eccessiva verso la Camera, per aver creduto di aver bisogno della sua autorizzazione fino dal principio dell'istruzione, fino dalle prime informazioni e dai primi atti del processo. Quella domanda pertanto, così come venne dal procuratore del Re, fu dal Ministero mandata alla Camera. Si è detto da qualcheduno, che il ministro doveva non mandarla. Questa, signori, è molto ardua questione che desidererei non fosse toccata. Io non so se in questi casi il Ministero debba tenersi siccome semplice organo di trasmissione degli atti che gli vengono dalla magistratura, e trasmetterli così come li riceve; ovvero debba farsi giudice dei medesimi per decidere se sia o no il caso di rimetterli alla Camera, perchè provvegga nei termini delle sue facoltà sugli stessi. Certo questo ultimo sistema, ragionevole fino ad un certo punto, se diventasse regola, e peggio se fosse abusato, potrebbe menare a conseguenze non facilmente prevedibili. Il fatto è che secondo il sistema finora costantemente seguito, gli atti in discorso siccome furono ricevuti, furono trasmessi alla camera.

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Ora la vostra Commissione vi propone di mantenere la teorica spiegata in occasione della autorizzazione Mazzucchi, vale quanto dire, che non sia il caso di domandare l'autorizzazione se non quando il processo è compiuto, se non quando siasi verificata la necessità di tradurre l'imputato in giudizio, quando cioè sia il caso di rilasciare o un mandato di comparizione o un mandato di cattura. E sopra queste considerazioni vi propone di non accordare, allo stato delle cose, la chiesta autorizzazione, e di raccomandare perchè istruzioni in questo senso sieno date ai procuratori generali, ed ai procuratori del Re. Ebbene, signori, io veramente mi compiaccio che la questione che ho accennata sia risolta in questo senso: di lasciare libero il corso alla giustizia, di lasciare libero il procedimento e l'istruzione, finchè non si tratti proprio di tradurre il deputato, prevenuto o imputato, in giudizio; e in questo senso io accetto la raccomandazione fattami dalla Camera. Io darò queste istruzioni ai procuratori del re e ai procuratori generali; raccomanderò loro di compiere liberamente gli atti di istruzione e gli atti del procedimento, e di rivolgersi alla Camera allora solo quando, compiuta l'istruzione, si siano raccolti tali indizi da credere necessario di rilasciare un mandato di comparizione o di cattura per tradurre l'imputato in giudizio. Così l'azione della giustizia sarà più ampia e più libera; la prerogativa dell'articolo 45 dello Statuto sarà mantenuta nei suoi giusti e legittimi confini, e la Camera avendo sempre e in tutti i casi dinanzi un processo istruito, le prove e gl'indizi raccolti lascierà [sic], con tranquillità e piena cognizione di causa, libero corso alla giustizia, per rifermare sempre più nella coscienza del popolo il sentimento che tutti siamo eguali innanzi alla legge, e che i primi a rispettarla ed a sottomettersi al suo impero sono quelli che hanno il nobile mandato di concorrere a farla. In quanto al fatto speciale, di cui ci occupiamo, io l'ho detto poc'anzi e lo ripeto ancora una volta, ne lascio a voi ed alla vostra coscienza intero il giudizio. Credete che il processo non sia ancora completo? Sospendete pure l'autorizzazione; quando sarà completo, allora delibererete, se sarà il caso, sulla domanda di procedere. (Benissimo! Bravo! a destra) Molte voci a destra. La chiusura! la chiusura! ASPRONI. Domando la parola contro la chiusura. PRESIDENTE. Domando se la chiusura è appoggiata. (È appoggiata) L'onorevole Asproni ha facoltà di parlare contro la chiusura. ASPRONI. Farò due semplici osservazioni. La prima è che non vi è esempio in cui una discussione (e molto meno trattandosi di una questione grave come la presente), si chiuda dopo il discorso del ministro. La seconda è, direi, personale. L'onorevole Bonfadini mi ha fatto l'onore di mettermi in scena, combattendomi diametralmente e spingendosi audace sino a negare che sia osservato l'articolo dello Statuto che garantisce la inviolabilità del deputato. Io ho interesse e dovere di provare la giustizia del principio da me propugnato, e dimostrare alla Camera ed a chi ascolta, o leggerà, che vi è ragione di essere contrario alle conclusioni della Commissione, non che alla pretesa di rimettere l'onorevole Morelli in mano della magistratura giudicante. Spero che non sdegnerete di ascoltare me che sostengo una tesi non accettata neppure, e credo a torto, da vari dei miei stessi amici politici. BERTEA. Domando la parola. PRESIDENTE. Per la chiusura? BERTEA. No, tra l'apertura e la chiusura. (Si ride) Prego la Camera di non chiudere la discussione, senza che la Commissione... PRESIDENTE. Permetta, se avesse atteso pochi istanti, avrebbe sentito che le sue parole tornavano superflue, giacchè vi sono parecchi ordini del giorno, e la Commissione, a tenore del regolamento, ha il diritto di esprimere la sua opinione sui medesimi, facendo tutte le osservazioni che crede. BERTEA. Siccome avevo sentito l'onorevole presidente dichiarare che considerava come un favore l'accordare la parola all'onorevole Guerzoni, io reclamava questo favore.

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MANCINI. Domando la parola per un appello al regolamento. GUERZONI. Domando la parola per una dichiarazione. PRESIDENTE. L'onorevole Mancini ha la parola. MANCINI. Se vi sono ordini del giorno presentati, è lodevole usanza della Camera, il no-

stro onorevole presidente lo sa meglio di me, che si dia lettura di questi ordini del giorno prima di deliberare sulla chiusura, perchè dipende talvolta dalla natura degli ordini del giorno, i quali devono essere tuttora sviluppati dai proponenti, che la Camera riconosca esservi o no pericolo a deliberare la chiusura, e ad impedire la loro confutazione. PRESIDENTE. Non è veramente cosa prescritta dal regolamento; ma non vi è nulla per cui io mi possa rifiutare a questa preghiera. Darò dunque lettura di questi ordini del giorno. Il primo è dell'onorevole Michelini: <<Sopra la domanda di autorizzazione a procedere contro il deputato Salvatore Morelli, propongo l'ordine del giorno puro e semplice.>> Poi viene l'ordine del giorno dell'onorevole Pisanelli in questi termini: <<La Camera, prendendo atto delle dichiarazioni del ministro di grazia e giustizia, passa all'ordine del giorno.>> Vi è poi un altro ordine del giorno così concepito: <<La Camera, udite le dichiarazioni fatte nella tornata di ieri dall'onorevole Salvatore Morelli, concede la chiesta autorizzazione. Invita però il guardasigilli a dare le opportune istruzioni alla magistrature inquirente affinchè non si rivolgano alla Camera domande per autorizzazioni a procedere contro i deputati, se prima non risulti la necessità della traduzione in giudizio, e passa all'ordine del giorno.>> Sottoscritti: Broglio, Rudini, Casalini, Calciati, Bonfadini, Puccioni, Minucci, Pancrazi, Tenani e Boselli. L'onorevole Guerzoni aveva chiesto di parlare. GUERZONI. Io parlerò sugli ordini del giorno. PRESIDENTE. Pongo ai voti la chiusura. (Dopo prova e controprova, la chiusura è ammessa.) ASPRONI. Domando la parola per un fatto personale. (Rumori) PRESIDENTE. Scusi, non c'è fatto personale. Non posso darle la parola. Voci. No! no! ASPRONI. Io provocherò uno scandalo. (Oh! oh!) PRESIDENTE. Onorevole Asproni, ella è incapace di fare una cosa simile, che sarebbe indegna di lei. (Bene!) ASPRONI. Non è lecito di vietarmi di parlare. PRESIDENTE. Domando se la proposta dell'ordine del giorno puro e semplice, fatta dall'onorevole Michelini è appoggiata. (È appoggiata) L'onorevole Michelini ha facoltà di parlare. MICHELINI. È vero, non siamo tutti d'accordo. Per esempio, l'onorevole Bonfadini sarebbe disposto ad accordare la richiesta autorizzazione di procedere contro il nostro collega Morelli, sia perchè egli, non approvando l'articolo 45 dello Statuto, si crede autorizzato a dargli una ristretta interpretazione, sia perchè lo stesso Morelli chiede che sia accordata l'autorizzazione di procedere contro di lui. Ma, quanto al primo motivo, io osservo che qui noi, in questa bisogna, non la facciamo da legislatori, ma bensì da giudici; noi abbiamo da una parte la legge, cioè l'articolo 45 dello Statuto, dall'altra il fatto concreto che riguarda il deputato Morelli. Noi non siamo padroni di dare larga o stretta interpretazione al detto articolo, dobbiamo darli la vera, genuina interpretazione; la quale, secondo me, è di negare il nostro consenso quando non avvi reato, come appunto accade nel nostro caso, il procurator del Re non appoggiandosi a reato vero e presente, ma solo possibile, futuro.

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Quanto al desiderio dell'onorevole Morelli che contro di lui si proceda, esso gli fa onore, e dimostra sempre più la sua innocenza, ma noi non dobbiamo tenerne nessun conto; noi dobbiamo badare unicamente all'articolo 45, non ad altro. Invocherò a questo riguardo un esempio assai celebre del Parlamento subalpino, un deputato del quale, essendo stato accusato di peculato, non si potè contro di lui procedere, benchè acconsentisse, e fu necessario rinunciasse al mandato legislativo. Allora solamente fu fatto il processo, e fu assolto. Questo accadeva nel 1861 o 1862. Parmi pertanto che, generalmente parlando, siamo d'accordo sul doversi respingere la domanda del procuratore del Re di Firenze, e la divergenza delle opinioni non consistere che nei mezzi, cioè sui motivi di tale reiezione. Cotali motivi sono stati formolati nei vari ordini del giorno, di cui la Camera ha udito la lettura. (Si parla) Ebbene la mia opinione è che la Camera deve negare la chiesta autorizzazione, ma senza addure i motivi. Ecco perchè ho proposto l'ordine del giorno puro e semplice, ha significazione del quale, appena occorre accennarlo, è che la Camera non prende la domanda in considerazione, cioè rifiuta quell'autorizzazione. Non dimentichiamo che noi siamo giudici, che il nostro ufficio è circoscritto al caso che abbiamo presentemente sotto gli occhi; che pertanto non possiamo dar norme per l'avvenire per casi simili. Quantunque il principale ufficio della Camera sia di far leggi unitamente agli altri due poteri dello Stato, tuttavia talvolta è rivestita del potere giudiziario. Ciò accade segnatamente nella verificazione dei poteri. Quando la Camera ammette un eletto in questo recinto, la fa da giudice; la qual cosa è così vera che, secondo alcune costituzioni, la verificazione dei poteri dei legislatori, quando i poteri sono contestati, si fa dall'ordine giudiziario. Ebbene, quando la Camera esamina un'elezione, ogni deputato adduce i motivi che lo inducono ad approvarla od a rigettarla, ma tali motivi sono ommessi nella sentenza della Camera stessa, la quale si limita a convalidare od invalidare l'elezione. La ragione è chiara. La Camera non deve, non può vincolare le Camere che succederanno. Lo steso dobbiamo fare nel caso presente. Il procuratore del Re, che ci chiede di poter procedere contro il deputato Morelli, non si appoggia sopra un reato; dunque prematura è per lo meno la sua domanda, e noi dobbiamo respingerla. A questo fine non abbiamo nemmeno bisogno di esaminare l'articolo 45, perchè, quantunque non esistesse, non si potrebbe mai procedere contro un cittadino, non che contro un deputato, per un reato prevedibile. Io mi associo alle dichiarazioni fatte dalla Giunta e ripetute da oratori che mi precedettero, la questione attuale non essere questione politica, però non entrare in essa spirito di parte. La cosa deve essere così, e sarebbe troppo esosa se fosse diversamente, perchè, lo ripeto, noi qui non siamo legislatori che devono talvolta obbedire alla convenienza, quando non urta colla giustizia universale; noi siamo magistrati, il cui giudizio è determinato, circoscritto dalla legge. Il procuratore del Re ha errato gravemente, e credo che il ministro della giustizia, valendosi dell'articolo 129 della legge sull'ordine giudiziario del 1865, gli farà una conveniente ammonizione; ma cotal cosa non ispetta alla Camera, la quale non deve che dire sì o no sulla chiesta autorizzazione. Veramente quell'articolo 129, come in generale l'organamento del Ministero pubblico, io non li approvo, perchè vorrei la massima indipendenza del Ministero pubblico dal potere esecutivo. Vorrei che il ministro della giustizia si limitasse ad amministrare e non invadesse mai le attribuzioni giudiziarie, come fa collo spingere o col frenare il Ministero pubblico; cose molto pericolose.

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Ma questa questione non si deve, non si può trattare ora. Non versiamo in jure costituendo, ma in jure constituto. Dunque l'articolo 129 c'è; il ministro se ne valga. Queste sono le ragioni che mi convincono dovere la Camera approvare l'ordine del giorno puro e semplice. Spiacemi che non sia stato proposto da altri più di me autorevoli, perchè allora avrebbe probabilità di esito favorevole. Ma io sono così convinto della convenienza che sia preferito agli altri ordini del giorno, che, ringraziando coloro che lo hanno appoggiato, persisto a desiderare che sia posto ai voti. PRESIDENTE. Ora viene l'ordine del giorno dell'onorevole Pisanelli. Il proponente ha facoltà di parlare. PISANELLI. Esporrò con brevi parole le ragioni che mi hanno spinto a presentare l'ordine del giorno, di cui l'onorevole presidente ha dato lettura. Ma permettetemi, o signori, che in una questione sì grave, nella quale si dileguano dai nostri sguardi tutti i rapporti di parte, io esprima qui francamente qual è la mia opinione. Mi è accaduto in altra congiuntura di esprimerla nel Comitato; permettetemi che io la ripeta ora nella Camera innanzi al paese. Non entrerò ad esaminare il contegno che ha tenuto la Camera in passato; constato soltanto che oggi stesso, all'occasione di nuove domande, si sono sollevate in questo recinto le due più recise ed opposte opinioni. Alcuni han detto: la Camera non deve conceder mai l'autorizzazione; altri hanno sostenuto che la camera deve concederla sempre. Entrambe queste opinioni sono fallaci. Riconosco volentieri, che nell'articolo 45 è sancita un'alta garanzia per l'indipendenza e la libertà del deputato; ma ciò non scema il concetto che quell'articolo sancisce un privilegio: e noi, o signori, noi che rappresentiamo il popolo ricaviamo dal diritto comune la nostra forza, il diritto comune debb'essere la nostra divisa e la nostra bandiera. ASPRONI. È, che non c'è diritto comune per voi altri! PRESIDENTE. Onorevole Asproni, abbia almeno la dignità di se stesso. ASPRONI. Sacrificano gli uomini grandi. PISANELLI. Questo concetto però non mi spinge sino a richiedere l'abolizione dell'articolo 45; ma mi costringe a protesta contro qualunque esagerata, smodata interpretazione che se ne facesse. Sì, o signori, noi primi dobbiamo sentire il grande beneficio del trionfo del diritto comune, della uguaglianza civile; noi primi dobbiamo dar l'esempio di non impedire, di non turbare il libero corso della giustizia; noi primi dobbiamo mostrare confidenza nei magistrati del nostro paese. Chi può dubitare che se la calunnia si lancia contro un deputato, rimarrà vinta o schernita? Sicchè il negare sistematicamente l'autorizzazione, sarebbe un contraddire i progressi del diritto, il più importante sentimento delle nazioni moderne, l'uguaglianza civile. Ma da ciò non segue che noi dovessimo lacerare l'articolo 45. E con quale diritto lo faremmo? È un articolo dello Statuto e dobbiamo rispettarlo. Io so come a questi giorni non sia facile uno di quegli abusi del potere esecutivo che sono avvenuti nelle epoche più tristi della storia, ma so che noi non siamo arbitri delle garanzie costituzionali; so che, se oggi siamo liberi da ogni sospetto, nessuno può assicurarsi che non spunti un giorno procelloso. È dunque un dovere per noi di mantenere inviolata la garanzia sancita dall'articolo 45. E può essa venir meno, quando la rifiuta il deputato stesso contro cui si domanda l'autorizzazione? Io non [con]divido l'opinione di alcuni miei amici; non devesi in nessun modo tener conto delle dichiarazioni del deputato che venga qui a provocare un giudizio. I diritti nostri, i nostri doveri possono forse dipendere dal concetto, dalla volontà, dal capriccio di un deputato? Il deputato è libero di regolare la sua condotta, secondo il suo giudizio, secondo il sentimento della propria coscienza, ma noi abbiamo il dovere di regolare la nostra secondo i principi indeclinabili della legge. FOSSA ed altri. Bravo! È giustissimo!

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PISANELLI. Ebbene, o signori, qual è il compito che a noi affida l'articolo 45? Esso c'im-

pone il debito di esaminare la domanda del pubblico Ministero, e questo esame ha lo scopo di premunire il deputato, impedendo un giudizio che, sotto le apparenze della giustizia, contenesse una bieca minaccia contro la libertà e l'indipendenza dei rappresentanti del paese. In questa congiuntura, le attribuzioni della Camera non debbono confondersi con quelle del magistrato. La Camera non ha l'incarico di ricercare le prove, non quello di esaminarle. I poteri tutti, se vogliono essere rispettati, debbono mantenersi nei termini loro. Quando un potere trascende i confini in cui è dalla legge circoscritto ed invade gli altri poteri, si corrompe e si frange. L'esame delle prove è del tutto demandato alla magistratura; essa sola può dire se ci sia o non ci sia reato, se ci siano indizi sufficienti o no. L'esame della Camera è ben diverso; non deve trascendere i limiti di quella guarentigia politica che è scopo dell'articolo 45. Ma qui, signori, ci troviamo innanzi ad un caso in cui qualunque esame è impossibile, poichè il nostro esame diventa possibile quando occorre tradurre in giudizio un deputato. Noi dobbiamo rispettare l'apprezzamento fatto dalla magistratura. Quale è l'apprezzamento delle prove, che ha fatto il magistrato che domanda l'autorizzazione? A lui risulta che dalle indagini fatte sembra probabile che possa un deputato essere implicato in una processura. Signori, da questo stato degli atti se ne può inferire la traduzione in giudizio? Evidentemente no. Qui non siamo più nel diritto politico, non siamo nell'articolo 45, siamo in un altro campo. Ma, secondo il diritto comune, potete voi tradurre in giudizio un uomo del quale si dice soltanto dal magistrato essere probabile che risulti la possibilità della reità? Una sola può essere la conclusione di questo discorso: l'autorizzazione è stata invocata inopportunamente. Se diceste altrimenti, voi mettereste il deputato, che pure è guarentito dall'articolo 45, in una condizione peggiore di quella di ogni altro cittadino, perocchè la imputazione contro un individuo qualunque diviene nota, si divulga quando vi è l'azione penale, quando il magistrato è convinto della giustizia dell'imputazione; ma contro un deputato si divulgherebbe anche quando non ci fosse la convinzione del giudice. Basterebbe per un deputato la sola possibilità che egli fosse reo. La possibilità non è e non può essere fondamento legittimo per tradurre un individuo in giudizio e molto meno potrà esserlo per tradurre un deputato guarentito da una speciale sanzione. Fintanto che il magistrato non è costretto dalla sua coscienza ad apporre la qualifica d'imputato, ha nei suoi poteri tutti i mezzi per procedere innanzi, per chiarire, per investigare: non ha bisogno di rivolgersi ad un potere straordinario. L'esercizio di questo potere comincia quando il magistrato crede di poter apporre con sicurezza una imputazione e tradurre in giudizio il deputato. Questi confini non possono essere alterati per compiacenze personali, per riguardi benevoli. È importante, io lo ripeto, che ogni potere si svolga fra i propri confini; al pubblico Ministero che, persuaso della possibilità di una imputazione, si rivolge a noi, possiamo, dobbiamo rispondere: per ora non avete bisogno del nostro potere, vi basta il vostro. (Benissimo! su vari banchi) Adunque, o signori, io non posso avere un'opinione diversa da quella manifestata dalla Commissione, ed accetto francamente l'ordine del giorno dalla medesima proposto e che è stato accettato dal guardasigilli. Egli ha riconosciuto l'opportunità di inviare ai pubblici Ministeri istruzioni opportune perchè simili fatti non si ripetano; egli ha spiegato la condotta del pubblico Ministero di Firenze, ed io accetto queste sue spiegazioni. Egli ha ricordato che il pubblico Ministero, parte per deferenza alla Camera, parte perchè forse preoccupato da una opinione di diritto diversa da quella che si è manifestata nella Camera, è venuto a domandare questa autorizzazione. Ebbene, queste dichiarazioni del Ministero mi acquietano pienamente. Esse corrispondono all'ordine del giorno formolato dalla Commissione, e d'altra parte spiegano il contegno del pubblico Ministero, il quale, essendo un magistrato egregio, ha potuto cadere nell'errore solo per soverchio scrupolo delle prerogative parlamentari.

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Accettando io le idee contenute nell'ordine del giorno formolato dalla Commissione, credo che possa la Commissione stessa recedere dalla sua proposta e contentarsi delle dichiarazioni del ministro, nelle quali desidererei quasi con un voto unanime vedere assenziente anche la Camera. (Benissimo! Bravo!) PRESIDENTE. Rileggo l'ordine del giorno presentato dall'onorevole Broglio ed altri: <<La Camera, udite le dichiarazioni fatte nella tornata di ieri dall'onorevole Salvatore Morelli, concede la chiesta autorizzazione; <<Invita però il guardasigilli a dare le opportune istruzioni alla magistratura inquirente affinchè non si rivolgano alla Camera domande per autorizzazione a procedere contro i deputati, se prima non risulti la necessità della traduzione in giudizio, e passa all'ordine del giorno.>> Domando se quest'ordine del giorno è appoggiato. (È appoggiato) L'onorevole Broglio ha la parola per svolgerlo. BROGLIO. La Camera comprende che io non sorgo ora a sviluppare il mio ordine del giorno per una grande speranza che io abbia di vederlo accolto. Purtroppo, e dico purtroppo dal mio punto di vista, la posizione presa dall'onorevole Pisanelli è tale da poco meno assicurargli il voto della Camera, perchè si è associato alla Commissione ed alle dichiarazioni dell'onorevole ministro, ed avendo aggiunto delle gravi considerazioni, è troppo difficile vincere una corrente formata da confluenti così forti. Ma, siccome le ragioni esposte non mi hanno convinto, così io mi credo obbligato a sostenere il mio assunto davanti alla Camera. Nelle considerazioni dell'onorevole Pisanelli ci sono però due parti nelle quali io convengo pienamente: nell'interpretazione, o piuttosto nell'adesione da lui data all'interpretazione presentata dall'onorevole ministro sulla genesi, per così dire, dell'atto presentato dal procuratore del Re. È naturale che il procuratore del Re, trovandosi tra quelle due opinioni contrarie, quella allegata dall'onorevole ministro, dagli uni che voglio che non si presenti la domanda di autorizzazione se non a processo compito, degli altri i quali dubitavano o ritenevano che qualunque atto per compiere il processo contro un deputato sarebbe nullo se non ci fosse intervenuta l'autorizzazione della Camera, è naturale, dico, che il procuratore del Re, messo fra due, ci sia attenuto a quella interpretazione che a lui pareva la più prudente, di venire, cioè, a richiedere l'autorizzazione della Camera nel primo stadio del processo. Ammetto pure pienamente le cose dette dall'onorevole Pisanelli e dall'onorevole ministro prima di lui, per dimostrare che questa non è l'interpretazione retta dell'uffizio del magistrato. Per conseguenza, nel mio ordine del giorno mantengo quella parte dell'ordine del giorno proposto dalla Commissione che invita il ministro a dare le opportune istruzioni, affinchè non avvengano gli inconvenienti additati dall'onorevole Pisanelli. Ma c'è una parte nelle argomentazioni dell'onorevole Pisanelli che non posso accettare, ed è per questo che debbo mantenere il mio ordine del giorno. Io non entrerò a trattare la questione legale accennata dall'onorevole Ercole; evidentemente non est hic locus; le ragioni da esso addotte per dimostrare che non c'è azione penale in quel fatto saranno ragioni che potranno essere poste innanzi al tribunale chiamato a pronunciare sentenza, non mai tali da poterle addurre qui dentro. Così pure io non entrerò a parlare lungamente dell'articolo 45 dello Statuto; accennerò soltanto che tutte le disposizioni costituzionali presso tutti i popoli hanno sempre avuto una ragione d'essere, la quale va via via accrescendosi o diminuendo, e qualche volta anche scomparendo del tutto, di mano in mano che mutano le condizioni e gli usi della società. L'articolo 45 dello Statuto è una conseguenza di fatti antichissimi e storici, quando contro la libertà dei Parlamenti non v'era cosa che i Governi dispotici non osassero; è dunque naturale che i Parlamenti provvedessero alla propria sicurezza, come alla propria sicurezza provvedevano an

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che altri cittadini in un modo molto meno legittimo. Le mura dei conventi, le porte delle chiese, le cancellate dei castelli feudali, i pioli e le catene dei palazzi aristocratici nelle città, erano tante difese e tanti asili contro le prepotenze della polizia. Se questi privati provvedevano in tal modo alla salvezza di quello che essi credevano un loro diritto, è ben naturale che molto meglio e in un modo molto più lodevole ci provvedessero i Parlamenti. Ma è anche evidente che questi pericoli sono estremamente diminuiti, se non vogliamo dire assolutamente scomparsi. Ed in questo io non mi posso accostare all'opinione dell'onorevole Pisanelli, il quale teme che possano nascerne inconvenienti. Agli occhi miei, nello stato attuale delle cose, gli atti prepotenti dei Governi dispotici contro i Parlamenti mi paiono assolutamente impossibili, perchè ecciterebbero nell'opinione pubblica un tal senso d'indignazione da essere subito vendicati da questa sola opinione o da fatti popolari. Una volta ci fu un re (Ilarità), non voglio parlarne in modo troppo severo, perchè scontò caramente [: "§. Caramente, vale anche A prezzo caro, alto, grande. Lat. caro pretio." Vocabolario della Crusca, 4a edizione] la sua colpa, il quale osò presentarsi a cavallo alle porte di un Parlamento, entrarvi cogli stivali alla scudiera, sproni e frustino, chiedendo che gli fossero consegnati in mano due celebri membri del Parlamento. Non voglio neppure contrappore un'antitesi individuale: le convenienze costituzionali mel vietano: citerò solo di passaggio un ministro. Potete voi immaginare che l'onorevole nostro presidente del Consiglio giunga qui a cavallo, cogli stivali alla scudiera? (Viva e prolungata ilarità) Evidentemente un simile fatto non può succedere, lo credo impossibile. Questo però non vuol dire che io abdichi all'articolo 45 dello Statuto, nè che io consigli alla Camera di abdicarvi. Queste sono armi che i Parlamenti debbono conservare, ma delle quali debbono saper fare un uso prudentissimo e soltanto quando un'evidente necessità lo consiglia per tutelare la propria indipendenza e il proprio decoro. Voci al banco della Commissione. Come ora. BROGLIO. Ora domando se nel caso attuale possano, anche di lontano, essere minacciati l'indipendenza e il decoro della Camera. (Sussurro a sinistra) È egli sorto in mente ad alcuno che il processo iniziato abbia potuto essere suggerito e spinto innanzi dal potere esecutivo? È evidente, o signori, che, nello stato attuale delle cose, un Ministero o ha la maggioranza della Camera o non l'ha. Nel primo caso, non ha bisogno di ricorrere a nessuno di questi mezzi per assicurarsela; nel secondo, non sarebbe certo con questi mezzi che se l'acquisterebbe; sarebbe un modo di perderla, quando l'avesse. Una voce. L'ha già perduta. BROGLIO. Se l'ha perduta, perchè non l'hanno fatto cadere? (Si ride) Io spero di aver provato che alla dignità, al decoro e all'indipendenza della Camera non è da provvedersi colla decisione che noi saremo per prendere nell'attuale questione; invece dalla nostra decisione dipende il decoro di un individuo che appartiene al Parlamento, ed io non credo che la Camera nostra voglia mettere quest'individuo in quella posizione dolorosa alla quale accennava l'onorevole Ruspoli con nobili parole e che indicava oggi l'onorevole mio amico Massari, costringerlo cioè a dare le sue dimissioni per entrare nel diritto comune ed aver così il modo di far proclamare la propria innocenza. Questo sarebbe, secondo me, l'effetto di una decisione della Camera diversa da quella che noi proponiamo, e per questo io mantengo il mio ordine del giorno. (Bene! a destra - Movimenti diversi) PRESIDENTE. Onorevole Guerzoni, ha facoltà di parlare per esprimere l'avviso della Commissione sui diversi ordini del giorno. GUERZONI. (Della Commissione) Il mio amico Righi, avendo dovuto assentarsi da Roma per un gravissimo suo interesse, ha voluto affidare a me il non ambìto e delicato ufficio di relatore della Commissione. Io mi limiterò a fare, a nome della medesima, poche e brevi dichiarazioni le quali saranno anche più concise dopo la lucida esposizione dei termini della questione fatta dall'onorevole ministro, e dopo le eloquenti parole dell'onorevole Pisanelli.

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Oratori di questa e di quella parte della Camera hanno suscitata la questione dell'articolo 45 dello Statuto per prerogative parlamentari. La Commissione non ha creduto che il quesito contenuto in quell'articolo 45 fosse nemmeno sottoposto ai suoi studi; essa si è interdetto assolutamente di entrare in questo campo vasto ed elevato, nè solo ha rifiutato a se stessa di pronunziare un qualsiasi apprezzamento, giudizio ed interpretazione sulle circostanze del fatto, ma essa ha pure rinunciato a formulare un qualsiasi giudizio intorno a quella vastissima e gravissima guarentigia parlamentare che il nostro Statuto sancisce. Se io dovessi esprimere un'opinione personale, io mi accosterei a quella eloquentemente manifestata dall'onorevole Pisanelli. Da una parte si vorrebbe fare della guarentigia parlamentare una specie di arma del medio evo, che si dovrebbe assolutamente gittare, come vecchia, inutile, anzi pericolosa; dall'altra si vorrebbe farne una specie di armatura di ferro che coprisse il deputato da capo a piedi ed anche contro la irrecusabile azione della legge o della giustizia. Fra queste due interpretazioni, credo che la vera sia questa (Si parla): che l'articolo 45 è uno scudo il quale protegge il deputato contro le eventualità di possibili insidie del potere esecutivo, ma che esso deve essere maneggiato e trattato con somma prudenza, soltanto quando le necessità politiche lo richiedano, e senza chiudere per questo la porta all'azione della legge. Il caso che noi avevano davanti era speciale, era diverso da tutti gli altri che erano venuti dinanzi alla Camera nei tempi trascorsi, era nuovissimo ed era un caso di pura forma e di mera procedura. Il procuratore del Re si presentò alla Camera con una domanda di procedere contro un deputato, basando questa sua domanda, non già sopra delle prove indiziali, e nemmeno sopra il convincimento che egli avesse potuto formarsi dell'imputabilità del deputato in questione, ma soltanto sulla prevedibilità di un reato che nel corso del processo avrebbe potuto manifestarsi. Davanti a questo modo di richiesta, davanti a questa forma, la Commissione ha creduto di non poter accordare la chiesta autorizzazione. Però nella domanda del procuratore del Re vi poteva essere un indizio di un sistema, di un'interpretazione degli obblighi e dei diritti della magistratura intorno ai limiti della guarentigia parlamentare: poteva darsi che la magistratura per un riguardo, per una deferenza, come disse il signor ministro guardasigilli, verso i deputati, credesse di non poterli convenire in giudizio nemmeno nello stadio istruttorio: e potevano all'incontro supporsi altre ragioni, che noi, per rispetto alla libertà della magistratura stessa, non abbiamo voluto andare indagando; ma infine, pareva evidente che la magistratura interpretava questa sua facoltà di chiamare in giudizio i deputati, ricorrendo al Parlamento in un modo, il quale poteva essere, qualora fosse stato seguito, pericoloso. Allora il Comitato dapprima, e la Giunta dopo, d'accordo con esso, hanno creduto che fosse il caso di richiamare la magistratura ad una più esatta interpretazione, ad un più preciso concetto dei criteri che la dovevano guidare; in siffatta questione ha creduto di dovere allontanare questo pericolo, che la magistratura, per eccesso forse di riguardi, per un malinteso omaggio verso la Camera, tenesse poi nel fatto sospesa sopra un deputato la perpetua minaccia di un processo. Dopo che il nostro ordine del giorno venne accettato tanto dall'onorevole ministro, quanto dall'onorevole Pisanelli, sarebbe superfluo l'aggiungere parole in sua difesa. Certo noi non teniamo alla forma ed alle parole di quell'ordine del giorno: esso in sostanza diceva quello che assai esplicitamente dichiarò l'onorevole ministro. Sentì anch'egli la necessità d'invitare i magistrati a riservarsi l'intera libertà d'interrogare e procedere verso i deputati nello stadio istruttorio, lasciando poi loro la facoltà di chiedere al Parlamento l'autorizzazione di procedere, qualora fossero raccolti tutti gli elementi indiziali o di prove che potessero formare il criterio di una chiara imputabilità.

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La Commissione quindi aderisce di buon grado all'ordine del giorno dell'onorevole Pisanelli, ricambiandogli la gentilezza colla quale egli stesso volle aderire al nostro. Sull'ordine del giorno dell'onorevole Broglio non dirò che una parola sola. Vi sono delle ragioni che riguardano unicamente il deputato Morelli. La Commissione non le ha esaminate, nemmeno nel primo dei suoi studi, e non viene neanche oggi a chiedere il perchè il deputato Morelli non si sia anche prima affrettato a fare quelle nobili dichiarazioni che egli è venuto a fare ieri alla Camera. La Commissione spera che il deputato Morelli, forte della sua innocenza, vorrà avere piena fiducia nella tutela della legge e dei tribunali del suo paese per ottenere piena giustizia. Ma dalle dichiarazioni e dai sentimenti di un deputato la Commissione non potrebbe far dipendere le proprie deliberazioni, nè molto meno l'interpretazione di un articolo dello Statuto, al che condurrebbe necessariamente l'ordine del giorno dell'onorevole Broglio. La Commissione quindi si associa all'ordine del giorno dell'onorevole Pisanelli, e respinge quello dell'onorevole Broglio, insieme a quello dell'onorevole Michelini, il quale si fonda in sostanza con quello dell'onorevole Broglio. Voci. Ai voti! PRESIDENTE. Come la Camera ha inteso, la Commissione ritira il suo ordine del giorno, ossia aderisce a quello dell'onorevole Pisanelli; abbiamo pertanto le seguenti proposte: Prima l'ordine del giorno puro e semplice proposto dall'onorevole Michelini; quindi l'ordine del giorno Pisanelli, che è il seguente: <<La Camera, prendendo atto delle dichiarazioni del ministro di grazia e giustizia, passa all'ordine del giorno>> e a questo aderisce la Commissione. Poi viene il voto motivato dell'onorevole Broglio, secondo il quale si concede l'autorizzazione a procedere contro Morelli, udite le sue dichiarazioni di ieri, e quindi si viene ad una proposta identica a quella della Commissione. Infine l'onorevole Asproni ha presentato una proposta, che sarebbe la seguente: <<Il sottoscritto propone che sia soppresso il libretto di circolazione, e vi si provveda in modo più sicuro.>>. Voci. È fuori di posto. PRESIDENTE. Ma questa proposta, come l'onorevole Asproni stesso non potrà negare, troverebbe sede più opportuna nella discussione del bilancio dei lavori pubblici, o di quello interno della Camera. ASPRONI. Accetto. PRESIDENTE. Dunque l'ordine del giorno puro e semplice avrebbe la precedenza. Onorevole Michelini, ritira il suo ordine del giorno? Voci. Ritiri! Ritiri! MICHELINI. No, non lo ritiro. PRESIDENTE. Siccome l'onorevole Michelini mantiene il suo ordine del giorno, e avendo esso la precedenza, lo pongo ai voti innanzi tutto. (È respinto) Ora viene l'ordine del giorno dell'onorevole Pisanelli, che è il più largo. MANCINI. Chiedo licenza, signor presidente, di domandare al signor ministro una spiegazione per evitare equivoci. L'ordine del giorno, a cui la Commissione si è accostata, accetta le dichiarazioni del ministro. Ora, a me sembra essersi dal ministro incidentalmente detto nel calore del suo discorso che, a parte i mandati di comparizione e di cattura, l'istruzione in tutti gli altri atti era libera contro deputati. Io credo che molti sentano il bisogno di una spiegazione più precisa e meglio luminosa e circoscritta di questa sua dichiarazione, la quale, intesa troppo letteralmente, potrebbe importare erronee conseguenze.

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Io credo doversi la medesima interpretare in tal senso, che l'autorizzazione sia sempre necessaria, non solo quando si tratta di procedere a mandati ma anche ad interrogatorii verso la persona di un deputato colla veste d'imputato e generalmente a tutti quegli atti d'istruzione che riguardano la di lui persona, le visite domiciliari, insomma la persecuzione personale del deputato. Con questa limitazione, anche io non ho difficoltà a riconoscere che l'intenzione è libera di ricercare le prove del reato e degli autori, e solo allorchè il pubblico Ministero, completate le sue investigazioni, abbia elementi bastevoli a mettere la mano sulla persona di un deputato per un fatto che costituisca reato, debba rivolgersi alla Camera per ottenere la sua autorizzazione. Attenderò dall'onorevole ministro, a maggiore tranquillità, conformi dichiarazioni, che egli forse potrà anche considerare implicite nelle altre procedure che ha già fatte; e darò anche io il mio voto all'ordine del giorno. PRESIDENTE. Il signor ministro di grazia e giustizia ha facoltà di parlare. MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. Nel mio discorso ho spiegato, credo, chiaramente il mio pensiero. Io ho detto quello che la Camera ha già altre volte dichiarato, che nel senso, cioè, dell'articolo 45 dello Statuto (Forte! forte!) l'istruzione contro un deputato sia libera fino al punto in cui si debba procedere ad atti contro la sua persona, quali il mandato di comparizione o di cattura o altro modo di diretta e personale traduzione in giudizio; che l'istruzione ed il processo possono proseguire fino a che si tratti di tradurre il deputato in giudizio; che insomma gli articoli 805 e 806 del Codice di procedura penale sieno intesi come il commento e la spiegazione di quella guarentigia. Di qui vede l'onorevole Mancini che siccome gl'interrogatorii, nella qualità d'imputati non possono avere luogo che dopo la spedizione di un mandato di comparizione o di cattura, così effettivamente sono atti questi i quali, nel tempo della Sessione, non possono essere fatti se non dopo il consenso della Camera di tradurre l'imputato in giudizio. L'udizione per contrario del deputato siccome testimone, o pel chiarimento di un fatto, può a mio senso aver luogo anche prima dell'autorizzazione; il suo interrogatorio in qualità d'imputato, siccome deve seguire il mandato di comparizione o di cattura, o la traduzione in giudizio, così deve esser preceduto dall'autorizzazione della Camera. Insomma tutta la parte istruttoria del processo può e deve essere fatta, a mio modo di vedere, senza prima domandare l'autorizzazione a procedere; ma tutto quello che tocca la persona del deputato come imputato e si manifesta nella sua effettiva traduzione in giudizio, deve, durante la Sessione, essere preceduto dal previo consenso della Camera, ai termini dell'articolo 45 dello Statuto. (Segni di assenso) PRESIDENTE. Rileggo l'ordine del giorno Pisanelli, a cui si unisce la Commissione. <<La Camera, prendendo atto delle dichiarazioni del ministro di grazia e giustizia, passa all'ordine del giorno.>> La pongo ai voti. (La Camera approva.) *§* Tornata del 23 Gennaio 1873 (p. 4329 = discorre sul titolo delle ferrovie dello stato di prima previsione per il 1873 del Ministero dei lavori pubblici) MORELLI S. Sono lieto che sia presente l'onorevole ministro della guerra perchè quanto sto per dire interessa lui come il ministro dei lavori pubblici. Tanto all'uno quanto all'altro dei due Ministeri, non è ignoto che da molti anni dietro erasi progettato un tronco di ferrovia per congiungere le due importanti fortezze di Capua e Gaeta. Il predecessore dell'onorevole ministro della guerra l'appoggiò con tutta l'efficacia, e prometteva che avrebbe forniti i mezzi per agevolarne la costruzione, riconoscendo la necessità di congiungere le indicate due fortezze nel cui perimetro, in tutte le evenienze di guerra che riguardano il Mezzogiorno, si raccolsero in ogni tempo le forze della nostra difesa.

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Questo tronco di ferrovia fu iniziato da una società privata e appoggiata vivamente dal Consiglio provinciale di Caserta che deliberò di sussidiarne la costruzione con 800 mila lire, e da altri comuni circostanti. Il ministro dei lavori pubblici dal canto suo, quando si discusse la legge sulle ferrovie Meridionali, promise di far sì che la costruzione di questo tronco fosse, come tant'altri, sussidiata dalla entrata delle multe, e allora mi ricorda, che per tale esplicita promessa del Ministero, l'onorevole relatore della Commissione mi fece recedere dalla proposta di un ordine del giorno presentato alla Camera, nello scopo di costringervelo senza indugio. Però, da quel momento in poi le cose rimasero senza alcun seguito, anzi, stando a quel che mi vien riferito, il tracciato e le opere iniziatevi dalla società privata che ne assumeva l'impresa, sono in un dispiacevolissimo deperimento. Importando quindi che una delle più fertili contrade di Terra di Lavoro, qual è il circondario di Formia, non rimanga delusa nella speranza di godere anch'essa i benefizi di cui godono gli altri paesi d'Italia, io fo stringentissima premura ai due Ministeri dei lavori pubblici e della guerra, onde messi d'accordo tra loro, forniscano, senza indugio, i mezzi necessari ad un'opera, la quale include in sè moltiplici [sic] ed importanti interessi. Il primo interesse, o signori, è quello di agevolare l'industria ed il commercio pur troppo esili e rachitici in tutti i luoghi mancanti ancora dei rapidi trasporti ferroviari. Il secondo consiste nella economia che il Governo farebbe sui trasporti postali e da guerra, non che sulle spese ingenti della pubblica sicurezza necessari annualmente a combattere i briganti, che spesso nidificano nei luoghi come questi pieni di nascondigli montuosi e senza traffico per difetto assoluto di viabilità. Il terzo e grave interesse è quello, che deve ispirar l'equità verso popolazioni benemerite della patria, pei longanimi sacrifici di vite e di pecunia fatti alla causa del paese nella tremenda guerra del 1860, di cui le campagne del circondario di Formia furono orrendo teatro. E qui debbo anche ricordare come a moltissimi coloni, e proprietari che somministrarono bestiame ed ogni fornitura alle truppe belligeranti, non si diede finora, malgrado le mie insistenze, alcuna riparazione. L'interesse poi ultimo, o signori, e più stringente, che deve spingere il Governo alla subitanea costruzione del tronco ferroviario di Sparanise, è quello della possibile eventualità d'una guerra per la quale l'Italia paga annualmente centinaia di milioni onde non essere colta alla sprovvista e fornirsi di ogni mezzo di difesa. Ora io domando all'onorevole ministro della guerra alle cui previsioni intelligenti auguro un giorno l'onore ed il titolo di ministro della pace, se voi dovete armare il regno, e fornire alle provincie del mezzogiorno le difese dei loro baluardi tradizionali, perchè lasciate ancora divise le due fortezze di Capua e Gaeta, mentre congiunte da un tronco di pochi chilometri di ferrovia vi mettono in grado di assicurarvi uno dei più importanti punti strategici? Io ho la certezza, o signori, che a questa interrogazione l'onorevole ministro non ha che rispondermi, tanto più poi se gli soggiungo l'esempio della sagacissima Prussia, la quale, congiungendo tutte le sue fortezze con una rete di ferrovie strategica, ha reso la Germania inespugnabile ed onnipotente. Nè si dica che del tronco da Sparanise a Gaeta si possa far a meno per la linea Danisi che verrà costrutta per abbreviare il transito da Roma a Napoli; imperocchè quella linea verrà troppo esposta al mare, in modo che una semplice cannoniera del nemico basterebbe ad impedirvi i trasporti da guerra ed a disordinarvi il sistema della difesa. Se volete dunque una via sicura, interna e coperta, tra Capua e Gaeta, secondo il tipo strategico indicatovi dall'onorevole Cerroti, voi dovete dare tosto esecuzione coi mezzi dello Stato, col lavoro della stessa guarnigione dei soldati nelle ore di ozio come si suole in Prussia, al tronco di ferrovia da Sparanise a Gaeta. È con questo che voi proverete al mezzogiorno di Italia e a tutto il regno che sente sinceramente disposti a garantire egualmente a tutte le provincie dalla possibile eventualità della

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guerra, promovendo opere le quali, oltre allo scopo della difesa nazionale, implicano, come ho detto, quelli importantissimi della prosperità economica e della sicurezza politica e sociale dei nostri concittadini. Qui mi fermo, e perchè l'ora tarda mi impedisce di andare oltre, e perchè sono sicuro d'una cortese ed efficace risposa degli onorevoli ministri Devincenzi e Ricotti, i quali, esaminata la cosa con maturità, non potranno a meno di riconoscere la ragionevolezza delle mie sollecitudini. *§* Tornata del 30 Gennaio 1873 (pp. 4501-4510 = nella discussione generale dello stato di prima previsione per il 1873 del Ministero della pubblica istruzione) PRESIDENTE. La facoltà di parlare spetta ora all'onorevole Morelli Salvatore. Io però mi permetto di pregare gli onorevoli oratori che sono iscritti di voler usare un po' più di sobrietà nelle loro parole, perchè, se tutti i discorsi dovessero essere lunghi come quello, bellissimo del resto, pronunziato dall'onorevole Guerzoni, temo che quindici giorni non basterebbero per esaurire la discussione generale. Raccomando quindi agli onorevoli oratori di essere il più possibile economi di parole. MORELLI SALVATORE. Io mi meraviglio che il presidente abbia riservato questa raccomandazione a me... PRESIDENTE. Non l'ho fatta solo per lei personalmente, ma per tutti. MORELLI SALVATORE. Del resto, io darò una prova di sobrietà, dichiarando che non ripeterò i molti dettagli sui quali si trattennero lungamente gli onorevoli oratori che mi hanno preceduto. Signori, il periodo della rivoluzione italiana fu compiuto a Firenze appena proclamavasi coi plebisciti la decadenza del potere temporale dei papi. A Roma doveva cominciare il periodo organico, non solo per la vita nazionale, ma per la civiltà del mondo, con le istituzioni della scienza e della libertà. Ebbene, noi siamo qui da due anni, e gli atti del Governo pare che esprimano un concetto ben diverso, ed assai lontano dalle aspirazioni che delineavano il programma della nostra marcia gloriosa. Sulle mura monumentali e nereggianti di tempo, dove la maestà della nazione vi comandava a nome del suo benessere di ergere la bandiera della scienza, voi timidamente nascondendo questa sotto il peplum di un'autorità arbitraria, fate sventolare ancora come minaccia d'un dominio rinascente la bandiera della fede. Al chi viva delle nuove generazioni invece di rispondere: Galileo, voi rispondete Tommaso d'Aquino! In vista quindi della inqualificabile confusione nella quale andate da più in più immergendo lo spirito del paese, permettetemi di dirvi, o signori, che voi generate negli animi il legittimo sospetto di voler scambiare le carte in mano, falsando il compito e l'indirizzo della più grande rivoluzione. Ed io sono dolentissimo, come lo debbono essere tutti gli uomini di mente e di cuore, non tanto della uggiosa malinconia che la condotta del Governo fa serpeggiare nel regno, quanto delle recriminazioni che ci vengono da quegli stessi stranieri avvezzi a considerare l'Italia nostra maestra della sapienza e culla dei genii, quasichè noi fossimo insufficienti a comprendere la missione che abbiamo assunta venendo qui. Leggete i giornali di Francia, d'Inghilterra, di Germania e fin d'America, i quali, traendo argomento dagl'indugi e tentennamenti con cui si procede nel disegno della riforma, ripetono ogni giorno a squarciagola: gl'Italiani pare abbiano inteso, andando a Roma, di fare una meschina conquista territoriale soltanto; essi si mostrano sordi alla voce del progresso umano che grida ai quattro venti: organizzate la scienza. E sotto il peso di questi giudizi, invece di accrescere la nostra influenza all'estero, l'andiamo sempre più scemando di vigore, con grave scapito degli interessi e del primato consen-

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titoci dalla storia. Noi al contrario che cosa facciamo qui? Ci illudiamo, burlandoci a vicenda e trascurando quello che è positivamente utile alla vita del paese. È un vizio della razza latina, o signori, l'ingrandire le piccole cose ed impicciolire le grandi. Una questione che non è più una questione, perchè risolta definitivamente nel 1867 dal patriottismo dell'onorevole ministro Rattazzi, voglio dire l'incameramento della manomorta e lo scioglimento delle corporazioni religiose, oggi s'ingrandisce in guisa che finirà per essere anche fomite di una grossa agitazione politica, e la questione dell'istruzione pubblica poi, che è la vera e la più grande di tutte, la lasciano nell'indifferenza. Basta volgere uno sguardo al bilancio del 1873 per averne la prova. Questo povero bilancio ha avuto l'infortunio di tutti i figli che nascono nell'agonia della madre; niuna cura si ebbe di lui e fu lasciato anche anonimo. Nessuno degli onorevoli membri della Commissione volle adottarlo, e neanche l'onorevole relatore si è degnato coprirlo col manto della sua carità, legittimandolo col suo nome. Eppure di ciò non fo carico nè a lui, nè al ministro Scialoja: essi raccoglievano il frutto di un sistema vieto e rachitico, quando non vi era tempo a raddrizzarlo, e di fronte alle presenti esigenze di questo importantissimo ramo della pubblica amministrazione, si contentarono d'esserne ufficiosi raccoglitori, ma non di assumerne la responsabilità, coprendolo del proprio nome. Imperocchè, figli anch'essi della Magna Grecia, debbono partecipare alle tradizione della grande scuola che diede la scienza al mondo antico e deve insegnare ai futuri il modo di essere pensatori ed eroi. Questo bilancio, o signori, manca d'equità e di concetto organico. Manca d'equità in quanto che, malgrado la confusione delle cifre, che non fa intendere affatto come sieno distribuiti i 21 milioni destinati all'istruzione pubblica, pure guardando le cose all'ingrosso, con un certo senso comparativo, si scorge ad occhio nudo come il suo miglior pregio non sia quello della giustizia distributiva. Qualcuno forse, ignorando le circostanze malaugurate da me esposte sopra, sul nascimento di questo bilancio, potrà leggervi in fondo il protezionismo, ed alludere ai danni della coltura del paese. Ma io, signori, non ispingo fino a questo punto il mio risentimento, anzi apro qui una parentesi per dirvi, che il cadere del bilancio dell'istruzione pubblica la prima volta nelle mani dell'onorevole Sella, e la seconda dell'onorevole Scialoja, ritenuto da molti come irregolarità, mi dà occasione di confessare che io veggo in questo fatto una grande rivelazione. Imperocchè, ciò vuol dire doversi i signori ministri del regno d'Italia persuadere, che finchè l'intelligenza del popolo italiano non è calcolata primissimo tra i valori, voi non avrete mai quello sviluppo economico, quella ricchezza e prosperità che debbono costituire il benessere del paese e ricolmare i vuoti immensi che si sono fatti nello scialacquo amministrativo del regno d'Italia. Detto ciò, chiudo la parentesi e riprendo a dirvi, o signori, che questo bilancio manca di equità. Io non mi credo abile abbastanza da farvi un quadro minuto e comparativo del modo onde sono distribuiti i 21 milioni della spesa di quest'anno. Però da qualche dato desumo come vi manchi quella equazione corrispondente al vincolo di fraternità che porta la mano e l'opera soccorritrice là dove urge il bisogno. Se il regno d'Italia è una famiglia, deh! non si creino nel suo seno, coi sentimenti regionali, i vecchi dissensi fatali alla integrità ed alla grandezza della patria. Imperocchè, o signori, permettete alla sincerità dell'animo mio confessarvi, che l'indifferentismo e l'egoismo, fomentati dal cattivo sistema di governo, fan sì che neppure due persone in Italia s'intendono l'una coll'altra, e possiamo dirci più divisi oggi appunto che siamo uniti. Veniamo all'applicazione del fatto da me deplorato. Per quanto si vogliano falsare i dati statistici delle provincie meridionali, esse sono quasi la metà d'Italia; ebbene, o signori, questa metà si trova ad un livello molto inferiore delle altre provincie consorelle, per la sventura su-

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bita di sottostare non solo più lungamente alla dominazione dispotica dei suoi antichi padroni, ma anche alla venefica influenza della curia romana. Ora queste provincie che vi hanno presentato un fenomeno spiacevole e minaccioso nelle ultime elezioni municipali di Napoli, e quale voi avreste dovuto essere attenti per mettere un argine nell'avvenire, ebbene, come avete voi trattato queste provincie nel riparto dell'istruzione pubblica, che è l'unica barriera che voi dovete opporre ai conati insidiosi dell'ultramontana negromanzia (Si ride) che v'insulta e vi minaccia sotto la lorica [: corazza] impermeabile d'una inviolabilità artificiata da voi medesimi nella illogica e funesta legge delle guarentigie. Cosa avete assegnato dunque in questo bilancio alle provincie meridionali? Signori, nel dirlo ci è da farsi rosso dalla vergogna; il più gran centro di popolazione che abbisogna di maggiori mezzi per la coltura non riceve dallo Stato che due soli milioni, dai quali, desunto il milione di tasse scolastiche che alla loro volta pagano i suoi studenti, l'effettivo assegno si riduce ad un solo miserabile milione. Sicchè da questo calcolo risultando ad ognuno l'enorme evidenza che, di 21 milioni, la metà circa del regno non ne percepisce che uno solo, lascio alle considerazioni della Camera e del paese di giudicare se in questo fatto siavi equità. Non è spirito d'interesse regionale che mi fa rilevar questo, o signori, sono ormai al tramonto e niuno mi potrà riputare ostile al principio unitario che ha assorbito tutta la mia esistenza, ma è per mostrare come l'egoismo e l'imprevidenza amministrativa si studii a creare dissidi e malcontento nel paese con siffatta ingiustizia. Avendovi dimostrato fino all'evidenza come nel bilancio sottoposto alla discussione della Camera difetti il principio di equità, ora vi proverò pure che in esso manca il concetto organico della riforma. Per persuadervene basta leggere la relazione che lo precede. In essa voi troverete uno studio aritmetico col quale si giustificano gli aumenti e le diminuzioni degli assegni. Vi troverete anche qua e là considerazioni e raffronti vaghi delle scuole superiori estere con le nazionali, ma non vi lampeggia un criterio definito, preciso e pratico della riforma che c'incalza trovandoci di fronte al sistema della manomorta rappresentato dal papato che ha per sè una bandiera, che ha per sè la più diffusa delle letterature, che ha libri, giornali, scuole contate testè a migliaia dall'onorevole Guerzoni, chiese numerosissime ed immensamente più efficaci delle stesse scuole, che ha per sè migliaia di confessionali, milioni di proseliti nelle classi più sventurate ed ignoranti, che ha per sè apostoli, donne, fanciulli fanatizzati dal catechismo; insomma, signori, confessiamolo senza illuderci, l'Italia se in diritto non è apparentemente del papato, ha ancora il prete in corpo, ha ancora un superbo Mikado che fa umiliare ai suoi piedi il Taikun e 25 milioni d'uomini ridotti dalla cecità governativa ad essere chiamati dalla storia i Giapponesi d'Europa. In questa condizione di cose era da sperarsi che i seguaci della scienza, che i soldati della civiltà avessero almeno accennato al pensiero ed alla forza necessaria per contrabbilanciare [sic] il potere ieratico al quale mossero guerra venendo a Roma. Ma di tutto ciò, non dà alcun segno di vita la relazione e il bilancio del Ministero d'istruzione pubblica, unico campo ove si armeggia efficacemente contro l'autorità teocratica. Però gli uomini che governano l'Italia sono più contenti della conciliazione che del lavoro necessario a contrapporre al sistema della depressione che mantiene in istato di manomorta la terra, l'intelligenza, il capitale e tutte le forze produttive del paese, il sistema della perfettibilità, il quale, istruendo le masse popolari, mette in moto tutte le forze della vita rendendole riccamente produttive col lavoro sistematico e costante. Ora io vi domando, di questi propositi cosa c'è nel bilancio che discutiamo? Nulla: esso non dà neppure un lampo di ciò che dovrebbe essere il concetto della nostra rigenerazione. Non mi si dirà (e lo dissero già gli onorevoli Morpurgo e Guerzoni): il signor ministro si è proposto di fare delle riforme.

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E diffatti io vedo che, dacchè l'onorevole Scialoja è venuto al Ministero, ha veramente iniziato degli atti i quali dimostrano che in lui c'è del buon volere. Però io non iscorgo neppure negli atti del signor ministro dell'istruzione pubblica qualche cosa che risponda alle esigenze dei tempi. Già, nel regno d'Italia, pare che si voglia fare una ribellione contro la geometria. Tutte le riforme cominciano dal vertice per andare alla base. Il ministro guardasigilli vuole riformare il sistema giudiziario, e da dove comincia? Dalla Corte suprema; vuol dire che comincia a fare prima il cornicione per scendere poi alla metà, e indi venire alle fondamenta (Interruzione presso l'oratore) No, scusate, non si deve far così. Dunque l'onorevole ministro Scialoja, tuttochè preveggente, in questo ha fallito. Il metodo da lui adoperato è precisamente all'inverso di quello che avrebbe dovuto adottarsi. Egli è venuto a Roma non per dare la scienza a questi 12 milioni circa di italiani che sono animali prettamente ignoranti, ma a chi ha pensato di dar la scienza? Agli scienziati. Si è preoccupato a creare un altro Vaticano, un Vaticano della scienza. Ma onorevole Scialoja, ne abbiamo di troppo avendone uno. (Si ride) Io credo sarebbe meglio che scomparisse anche quest'ultimo: nel senso di vederlo trasformato conforme alle aspirazioni del mondo moderno. Noi, signori, non solo non possiamo accettare questa specie di accentramento dommatico della scienza aulica a cui risponderebbe il bizzarro concetto d'un nuovo Vaticano, ma non possiamo illuderci neppure di ricostruire l'Università del medio evo, perchè quell'istituzione non ha più ragione di essere, non dovendo oggi contrabbilanciare [sic] l'influenza dei seminari. Ciò che fa mestieri oggi a Roma è l'areopago della sapienza, vale a dire qualche cosa che rappresenti il cervello d'Italia, la costituente intellettuale della nazione rappresentata da ciò che vi ha di più spiccato e luminoso nel campo del pensiere. E coerentemente a questo concetto io non do torto al ministro Scialoja se ha collocato in quest'Università degli uomini eminenti, ma ripeto: l'opera non fu fatta neppure a perfezione, perchè non ha risposto alle esigenze degli studi universitari, ed io debbo ricordare con dispiacere le dimostrazioni degli studenti romani a quest'uopo. La prima volta si è cominciato a colpire la buona scolaresca romana volendo eccezionalmente dare alla legge delle tasse un effetto retroattivo. Ora in ciò non posso essere dell'opinione dell'onorevole ministro, perchè questa legge la dovete applicare a coloro che si iscrissero dopo la pubblicazione della medesima, ma a coloro che hanno già stretto un contratto sinallagmatico coll'Università, come si vuol imporre una tassa diversa da quella che avevano assunto l'obbligo di pagare? Quindi io, senza approvare il modo intempestivo con cui avanzarono cotal reclamo gli studenti, non posso però non giustificarne la ragionevolezza. Poco dopo quel fatto, un'altra dimostrazione più clamorosa significò al paese che nell'Università di Roma rimanevano ancora scoperte nientemeno che venti cattedre. Circa 500 o 600 studenti un bel mattino organizzata una processione all'inglese e preceduti da una bandiera con la leggenda: Gli studenti di Roma reclamano gli insegnamenti che mancano nell'Università! si recarono al Ministero esponendo: che se non si provvedeva in tempo essi non sarebbero stati in grado di subire gli esami. L'onorevole ministro, facendo atto d'autorità, disse che non piegava la testa a pressioni plateali, ma che avrebbe fatto quanto credeva utile e conveniente. Si scusò poi dicendo non avere potuto coprire quelle cattedre perchè mancano gli uomini. Signor ministro, questa è una scusa vecchia. In Italia, come in tutte le parti del mondo, gli uomini e le cose sono in corrispondenza della necessità, dei bisogni. È una legge d'equilibrio questa. I genii e gli strumenti della civiltà non mancano: ma essi cangiano nome col cangiar dei tempi. Nella letteratura il genio si chiama Omero, poi Virgilio, e poi Dante, e succedaneamente si trovano intorno a questi astri maggiori, gl'ingegni culti e necessari all'esplicazione del pensiero delle tre epoche.

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Come allora e sempre, neppure adesso ve n'ha difetto. Se oggi avete tale esigenza per le Università, gli uomini ci sono, se non si vedono è segno che non si vogliono trovare dal partito che Governa il paese. BONGHI. Si prendono per concorrenza. MORELLI S. Ed io, perdoni onorevole Bonghi, desidererei che certo odioso processo d'eliminazione proverbiale e sistematico nel regno d'Italia avesse termine una volta, poichè ha lasciato languire nella fame e nella miseria più orrenda uomini meritevolissimi, che avrebbero potuto rendere servizi al Governo ed al paese. Sì, o signori, questo processo d'eliminazione è appunto quello che nasconde ed allontana dall'amministrazione gl'ingegni più morali e più illuminati d'Italia. Se un uomo, per quanto dotto e scienziato ei sia, non crede al vitello d'oro, non è del coloro di quelli che stanno al potere; si allontana, si caccia via. E questo uomo al contrario voi dovreste andarlo a cercare colla lanterna cinica. Nel 1869, mi pare, fu dato l'ostracismo da alcune Università dei distinti patrioti che sono vere illustrazioni della scienza, solo perchè non erano del colore del ministro dell'istruzione pubblica. Io non so davvero quanto in questo si sia potuto aver ragione e come un atto di tal natura possa essere plausibile. Oh! non mancano, lo sapete meglio di me, le intelligenze in Italia, ed io sono dolente che quelli i quali sono i più indipendenti di carattere, che hanno la coscienza del bene e vogliono farlo davvero in pro del loro caro paese, che hanno l'amore della verità, siano bistrattati, moralmente torturati, e costretti ad isterilire i tesori dell'ingegno nelle dure privazioni, non soltanto se stanno in ufficio, ma fuori ed in tutti i modi. Diffatti, se si dispongono a stampare un libro, c'è un vespaio di giornali pagati che lo discreditano e non lo fanno vendere più, o lo seppelliscono nei vortici della cospirazione del silenzio; se si danno a stampare un giornale, si tendono tante insidie sotterranee che dopo due o tre mesi questo giornale deve scomparire, deve morire a forza; insomma sia che vogliano professare, sia che vogliano rendere produttiva in un modo qualunque la loro intelligenza, si pongono tutti gli ostacoli ed il discredito possibile perchè questi uomini non possano lavorare. Vedete dunque, o signori, che l'è una cospirazione costante di un sistema contro l'intelligenza modesta e devota alla verità; ed io desidererei che l'onorevole ministro si mettesse per una via che fosse più giusta, e che non gli lasciasse cadere addosso questa grave responsabilità, come è avvenuto a qualcheduno dei suoi predecessori. Io non voglio trattenerci degli studi universitari, perchè ne hanno detto abbastanza gli onorevoli oratori che mi hanno preceduto; parlerò sibbene della riforma delle scuole secondarie ordinata dal signor ministro. Il ministro dell'istruzione pubblica ha ordinato una inchiesta nelle scuole secondarie. Il pensiero io lo lodo indubbiamente; ma il pensiero non onora il Ministero. Ecco in che senso, o signori. Questo Ministero quale missione ha? Esso non ha altra missione che quella di tenere d'occhio i vari insegnamenti e di raccogliere i dati statistici sulla condotta degli insegnanti nelle scuole? Se un Ministero non ha questo concetto, egli non ha che fare, egli dichiara la propria decadenza; quindi io credo che questi studi, invece di andarli raccogliendo di qua e di là, si sarebbero oggi dovuti fare nel seno dello stesso Ministero. Era suo obbligo. Ma come! I signori provveditori non hanno rapporti intimi col ministro, tutti i corpi insegnanti non sono in relazione col Ministero? E se dalla somma di tanti indizi e prove evidenti non risulta il criterio che deve formarsi sull'andamento e bisogni delle scuole, bisogna conchiudere che il Ministero è estraneo e non esercita alcun controllo. Lo dico sinceramente, io avrei creduto opportuno una inchiesta ordinata dal Parlamento, mentre ritengo questa come confessione d'impotenza da parte del Ministero, non da parte del ministro presente il quale essendo arrivato da poco al reggimento dell'istruzione pubblica non può assumere oggi la responsabilità di queste negligenze di qualche suo predecessore. La Commissione d'inchiesta, come l'avete ordinata signor ministro, include un altro vizio del sistema. Si nominarono degli uomini ragguardevoli per il loro ingegno, e si organizzò; poi

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si è preso un personaggio anch'esso ragguardevole per pratica amministrativa, ma che di scuole non deve intendersene troppo. Sarà un uomo dotto, un buon organizzatore di comuni, di trasferimenti di capitali e di pubblica sicurezza, ma un ministro dell'interno presidente di questa Commissione d'inchiesta, mi sembra in verità una cosa strana. Si dice che in Italia c'è un difetto abituale, ed è quello di collocare sempre gli uomini fuori posto. Come volete che non ci sia l'anarchia nelle amministrazioni, quando nessuno posa sul seggio dove egli può dare prova della sua capacità? Io non voglio con questo togliere certamente alcun merito all'onorevole senatore Cantelli. Egli è un vecchio amministratore, e sarebbe stato benissimo designato in una questione amministrativa; ma qui si tratta di una questione tecnica, direi così, qui si tratta di scuole; ed io avrei creduto opportuno che a quel posto fosse designato altro personaggio. L'onorevole ministro però ha seguito le sue ispirazioni senza curarsi punto dell'incoerenza che dovea presentare a chiunque, vedendo presieduta dall'onorevole Cantelli una Commissione per inchiesta alle scuole secondarie, nella quale si noverano i nomi di Luigi Settembrini e di altre grandi capacità in questo ramo. Da quanto ho detto, o signori, voi vedete che io non tocco la questione dell'ordinamento delle scuole universitarie e secondarie, perchè ripeto, questo è un campo invaso ed in parte mietuto dagli antecessori in questa discussione, ed io non intendo di ripeterne gli argomenti. Passiamo adesso a quello che l'onorevole ministro ha promesso intorno alle scuole primarie. Su questo in verità io non posso dir nulla, perchè egli ha presentato un disegno di legge complementare a quello sull'istruzione obbligatoria dell'onorevole Correnti. Ma io vedo che neppure in quella legge l'onorevole Correnti determinava con un carattere razionale i limiti della scuola elementare, la quale è, se vogliamo, la base fondamentale di tutto lo sviluppo dialettico della scienza nelle altre scuole, come non si è neppure toccato al punto logico a cui si doveva giungere per farla rispondere allo scopo che si propone. Signori, io sento parlare spesso del bisogno di educazione, e quanti ne parlano tutti ripetono che ci vuole l'educazione del cuore e non già quella della mente, perchè noi abbiamo mezzi di sviluppo intellettuale sufficientissimi e dobbiamo educare il cuore il quale non si può nè si deve educare che colla religione. E l'altro giorno ho sentito anche l'onorevole Morpurgo parlare, mi pare, di necessità della religione. (Interruzioni) L'onorevole Guerzoni su questo punto invece è stato incirconciso. (Ilarità) Parlando dunque di educazione io ho sentito a dire: ma vedete un po' cosa vogliono fare costoro! Sono degli atei, vogliono cacciare Dio dalle scuole! Voi, signori, questo ritornello lo trovate ogni giorno nei giornali clericali, sulle labbra delle donne e sventuratamente anche su quelle di uomini che si dicono progressisti. Vogliono distruggere la famiglia, aggiungono queste genti, togliendo la religione dall'educazione, che è la sola in cui è la forza divina, la forza miracolosa di allevare i fanciulli secondo la buona morale. Ora innanzitutto io dico a questi signori che la pensano così: credono essi che Dio sia una tanto piccola cosa da supporre che possa essere distrutto da me che sono un piccino, o da altri che sono anche deboli come posso esserlo io? Si possono abolire gl'idoli di questa o di quell'altra confessione, ma non Dio. Dio non si leva nè si mette da alcuno, egli sta da sè, emerge nella mente umana come compimento del mondo morale, come succursale metafisica della ragione nel punto in cui si propone spiegare le origini delle cose. L'intelletto nascente e volgare può essere soddisfatto dalle spiegazioni della scienza sui fenomeni della vita. Egli, circoscritto nell'umile sfera del sensibile, non ha bisogno di raggiungere le astrazioni metafisiche, se non quando si propone di divenire filosofo o teologo, e la istruzione elementare, la quale non deve provvedere la società di filosofi o di teologi, ma d'intelligenti, onesti e laboriosi produttori, non ha bisogno della religione nella scuola.

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D'altra parte, se oggidì e sempre vi è stato difetto di buona educazione perchè si è anteposto come mezzo educativo la religione alla scienza, volendo uscire da questo stato anormale, non è gli mestieri [: "Variante ant. di mestiere, che sopravvive nell'uso letter. limitatamente al sign. di <<bisogno, necessità>> nelle frasi essere, fare, avere mestieri" (Treccani Online] di cangiare l'indirizzo sostituendo la scienza alla religione? Non è vero d'altra parte che il progresso è ateo. Il progresso ha la sua religione nella scienza, ha le sue chiese nelle case di lavoro e nella scuola che spiega l'uomo e gli pone al petto una medaglia, su cui da un lato vi è inciso diritti e dall'altro doveri. Ragionando così i pregiudicati conchiudono, che gli amici della scienza intendono distruggere la famiglia. Ecco un'altra cosa impossibile, o signori. Le grandi opere della natura umana non si distruggono. Come si può distruggere la famiglia? Dove ci sarà sempre una donna, uomo e fanciullo ci sarà sempre famiglia, non si arriverà mai a spegnerne i germi. Si potrà modificare più o meno la costituzione organica della famiglia, si potranno allargare o restringere i diritti corrispondenti ai componenti della medesima, ma, lo ripeto ancora una volta, distruggere il fondamento della famiglia è una cosa impossibile. Veniamo dunque al fatto della educazione. Anzitutto, è d'uopo vedere che cosa è quest'uomo, per sapere se colla religione voi potete educarlo. Arrivati a tal punto, io vi anticipo che già è stato giudicato questo sistema religioso come impotente ad educare. E chi ha fatto per 15 secoli l'educazione del popolo italiano? Ma non è stata la Chiesa? E i suoi maestri non furono i preti? Ebbene, se noi oggi ci troviamo in istato criminale (Ilarità), in una stanchezza tremenda, in una nebbia morale che ci oscura l'orizzonte e non c'intendiamo più, chi ci ha messo in tale durissima condizione? Ma non è stata questa scuola? E di ciò, a dir vero, io non chiamo responsabile neppure quel bravo vecchio del Papa come gli altri chierici che in questo momento storico rappresentano la Chiesa; questa è una istituzione vecchia, essi l'hanno ricevuta dai loro predecessori, coi suoi vizi, coi suoi difetti, col suo malessere, ed essi, responsabili in faccia al mondo come tutti dell'opera loro, assumono una indiretta responsabilità, come ho detto pel ministro dell'istruzione pubblica in quanto agli errori dei suoi predecessori. Bisogna dunque, o signori, badare bene a questo primo atto, che impegna tutta la vita, che è la pietra fondamentale da cui dipende il benessere o malessere della società. Ebbene, avendo innanzi l'uomo che dovete educare, non vi sembra necessario, prima di ogni altro, conoscere che cosa ei sia? I preti vi hanno detto che l'uomo è un mistero, come è un mistero la verità. Domandatene all'onorevole Mantegazza, e vi dirà che è un fatto che va studiato. Ora, studiato quest'uomo, che cosa si trova? Si trova che è un organismo determinato dall'attività di cinque sensi e diretto e governato dalla forza visiva e razionale d'uno spirito dotato d'intelletto, di volontà, di fantasia e di memoria. La facoltà primordiale, autonoma che podesta l'uomo a vedere, a distinguere e giudicare è l'intelletto, l'intelletto solo lo fa ragionevole e superiore alle categorie degli altri esseri. Tute le altre facoltà dello spirito debbono sottostare ai suoi avvisi; sicchè l'intelletto è per la vita umana quel che la corda è per l'orologio, quel che è il timone è per la barca. Tutte le altre facoltà e specialmente la volontà che ha sede nel cuore, funzionano male ed imperfettamente quando l'intelletto non è istruito abbastanza per illuminarle della sua luce divina. Figuratevi di lasciare l'uomo ignorante, chi può prendere il posto dell'intelletto per infrenare e dirigere le passioni del cuore? Voi dite la religione, ed io vi dico sbagliate, imperocchè l'esperienza di tanti secoli vi avverte quanto poco hanno potuto le religioni che trascurano la coltura dell'intelletto, a contenere nei limiti della ragionevolezza, uomini nei quali si è lasciato sviluppare ampiamente la parte sensibile nel cuore, e tacere l'intelligibile coll'inerzia della facoltà che lo produce.

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Voi e tutti ricordiamo come gente devotissima, ma ignorante, appena dopo uscita di chiesa s'immerge nelle crapule e nei delitti, ciò che vuol dire che le parole della fede indiscutibile che non convincono il suo intelletto, sono un freno debolissimo ed impotente a sostenere l'impeto delle passioni. In questo caso che cosa avete voi, o signori? Avete la corruzione, il ruptus cum, ossia l'intelletto rotto, divorziato dal cuore; mentre nel caso in cui l'intelletto è istruito, esso si subordina ai suoi placiti luminosi ed il legame che li tiene stretti si chiama virtù. Con ciò io mi lusingo aver dimostrato fino all'evidenza, non a voi miei maestri, ma a quella parte del paese che ne ha bisogno, come sia un errore volgarissimo quello di credere che si possa educare il cuore senza l'istruzione scientifica della mente; e, perpetuandosi questo errore, significherebbe di non aver nulla imparato dall'esperienza funesta di quest'errore millenare. Vediamo un poco ora a che si ridurrebbe dunque questa educazione elementare. La cosa è semplicissima. Osservate quanto in proposito ha fatto la Chiesa ed imitatela. La Chiesa ha preso l'enciclopedia teologica, l'ha tradotta in pochi principi elementari nel Catechismo. Questo lo ha consegnato alle madri di famiglia e le madri di famiglia l'hanno trasmesso alla coscienza delle generazioni. E la Chiesa con questo sistema semplicissimo si è resa onnipotente; essa ha organizzata la tradizione della fede religiosa nella famiglia, in modo da poter vivere quattordici secoli. E ritenete, o signori, che tutto il segreto dei grandi principii sta nell'organizzazione. Ma credete davvero che la Prussia abbia vinta la Francia realmente per preponderanza di forze? No; la Francia si contrabbilanciava colla Prussia, aveva forze eguali ad essa, e forse superiori. Se la Prussia ha vinto, si è perchè essa aveva organizzato solidamente le sue forze, mentre la Francia le aveva dissipate e disperse. Ora questo spirito organizzatore della Prussia lo dovete imitare pur voi nel campo pacifico dell'istruzione popolare. Voi avete l'enciclopedia della scienza, di cui la stessa teologia poi è complemento; ebbene voi dovete precisamente desumere tutti i principii cardinali dalla enciclopedia della scienza e tradurli in un libriccino che deve servire di base all'istruzione elementare costituendo la tradizione della scienza nella famiglia. È questo che dovete regolare, nei primi rudimenti dell'istruzione, perchè, se voi non date la conoscenza dell'uomo e della verità alla creatura nascente, non arriverete mai a renderla ragionevole. Essa deve sapere che cosa è, e che cosa deve fare. E questa conoscenza non la può avere, se non dandole elementarmente quei principii che sono la base della scienza, che sviluppano i giudizi, che danno all'uomo la facoltà di distinguere e di giudicare. Insegnandole coll'alfabeto il nudo leggere e scrivere, che cosa le avete dato? Ma l'avete resa più infelice, perchè, non avendo il mezzo di distinguere, che sta tutto nell'intelletto, voi lasciate questo principale potere dello spirito nello stato d'inerzia perfetta. Non faccia dinieghi, onorevole Guerzoni, perchè, quando vogliamo tenere una discussione su questo campo, la faremo larghissima, e spero di renderla mio prigioniero. (Si ride) GUERZONI. Scusi: io non faccio niente. Ella si serve di questo luogo oratorio per rinforzare il suo discorso. MORELLI S. Ora che cosa dovete dare all'uomo? Dovete dare i criteri della ragione, dovete renderlo ragionevole. E per renderlo ragionevole non potete rimanere nè con la legge Casati nè coi regolamenti tenebrosi e contraddittori delle scuole. Io comprendo bene le ragioni per le quali questa gioventù esce dalla scuola talvolta più fiacca di quello che era quando vi entrò. Voi avete mancanti come vi ho detto sopra, i due dati fondamentali, cioè l'uomo e la verità, e avete anche falsato il metodo, il quale, invece di condurre le teneri intelligenze per la via naturale e legittima dal noto all'ignoro, voi, col catechismo religioso preposto a tutto, fate far loro il cammino opposto e contraddittorio dall'ignoto al noto.

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L'uomo, voi dite, appena nasce, deve rivolgersi a Dio; ma, se egli è un essere finito, come può fare questo passo di gigante di raggiungere l'infinito che è l'ultimo punto a cui si può arrivare? Io avrei desiderato che l'onorevole ministro ci avesse fatto tralucere nei suoi provvedimenti scolastici qualche cosa che si avvicinasse a questi criteri, ed egli lo poteva benissimo; ma intanto, mentre aspettiamo che ei ci mostri la via che vorrà seguire nelle riforme, andiamo innanzi esaminando quale è l'aspirazione universale del mondo moderno. Voi, sapienti come siete, o signori, non avete uopo che ve lo dica io: adesso non si sente da tutte le parti che una voce: facciamo l'uomo, faciamus hominem. In Inghilterra, in Francia ed in tutti i paesi della terra non si sente ripetere che questa gran parola: faciamus hominem. Or, di fronte a tale universale esigenza, come deve rispondersi? Voi avete accolto con una certa ilarità un argomento di cui io vi ho parlato spesso, l'argomento della maternità, l'argomento della donna. (Ilarità) Ebbene, questo è argomento seriissimo [sic], imprescindibile, senza cui non si raggiungerà mai il fine completo di migliorare le condizioni organiche, intellettuali e morali della razza umana, espresso nel grido faciamus hominem! Io son tanto persuaso di questa verità, che vi direi senza esitazione: chiudete le scuole maschili e profondete tutti i mezzi all'educazione delle donne. A questo riguardo ringrazio l'onorevole ministro Scialoja, il quale, emulando i suoi colleghi Lanza e Correnti, nella sua proposta di legge universitaria ha fatto una parte anche alle donne. Sono giusto e franco, e, se censuro i ministri, non ometto di riconoscere il bene che fanno. La donna, signori, ha tre missioni sulla terra: ha la missione di generare l'uomo, la missione d'educarlo e quella di rimuoverlo dacchè nasce fino al punto in cui muore. (Movimenti diversi) Meditateci un poco sopra e vedrete se non è vero. Faccia fare un po' di silenzio, signor presidente: questa è una questione sacra. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, io vedo anche che la Camera lo ascolta con molta attenzione; ma vorrei pure che venisse all'argomento del bilancio. MORELLI SALVATORE. Mi lasci dire, onorevole presidente, e vedrà che non solo sono nell'argomento del bilancio, ma che lo propugno dal lato più logico ed efficace. Riprendendo dunque il mio discorso dal punto dell'interruzione, io vi ripeto, o signori, che l'azione fisiologica della maternità determina nella generazione la parte organica e le tendenze spirituali dell'uomo nascente. (Si ride) I figli vengono secondo le ispirazioni delle madri. Se si offrono alla loro contemplazione, nei quadri e nelle statue, belle e robuste figure di eroi e di esseri geniali, vi fanno i figliuoli con quelle forme estetiche e con nobili tendenze; se poi, inconscie che la generazione è creazione, subiscono sensualmente l'impressione di esseri brutti e degradati, questo stesso riproducono nelle loro creature. La Grecia ha perpetuato il tipo della sua razza pei ricordi che se ne fa ogni momento alle madri nei monumenti di cui è ricca. Guardate qui in Roma le pitture e statue dei musei e del Vaticano e vi spiegherete la maestosa bellezza che impronta questa popolazione, specialmente nelle donne; come vi spiegherete in pari modo la ragione per la quale, ove mancano i monumenti, la fantasia artistica della donna, non trovando in chi ispirarsi di meglio, vi riproduce il tipo del coniglio (Ilarità) e simili cose. Vedete dunque, o signori, se bene educata, come e quanto la donna influirà a migliorare il complesso organico delle nostre popolazioni e come dipende dall'influenza benefica della maternità fornire all'onorevole ministro della guerra, che io seguito ad appellare della pace, le legioni robuste che debbono difendere l'indipendenza e l'unità della patria. Assodato dunque questo primo fatto, vediamo se è vera l'altra mia proposizione concernente l'idea che la migliore educatrice dell'uomo sia la madre.

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L'educazione per me, o signori, è come il colore che si pone ad un quadro per la significazione estetica del concetto che rappresenta. Perchè questo colore riesca a mettere in risalto il disegno ideale, bisogna che le sue tinte sieno distribuite gradualmente dal pittore che l'ha concepito. Se questo si facesse da un pennello estraneo al disegno, l'espressione del quadro non riescirebbe mai perfetta. Ora, se la madre ha concepito il figliuolo, ella ne ha disegnato il concetto della vita, metterete voi in dubbio, o signori, che debba essere solo essa la educatrice, sotto pena di veder falsato il concetto della nuova generazione? Diffatti nessuno meglio della madre sa le tendenze, le inclinazioni, i contorni istintivi che ha il figlio, e nessuno meglio della madre, che l'ha disegnato, saprà dargli i colori e le tinte più convenienti al suo disegno. Sicchè dunque, se lascierete [sic], come è oggi, ignorante, negletta ed avvilita la donna, se permetterete ulteriormente la manomorta nella famiglia, la donna non vi crescerà i fanciulli per farne uomini come si deve; voi avrete sempre uno sciupìo delle forze migliori nelle crescenti generazioni, e farete mancare quello sviluppo di carattere, di dignità, di pensiero e di azione dei quali avete bisogno per poter dare al paese il posto civile conquistato tra le nazioni con ineffabili sacrifizi. Mi duole non poter dare a queste mie idee lo sviluppo che meritano, e doverle oggi, come altra volta, accennare fugacemente. Se però nei miei discorsi passati e presenti su questa tesi vi sono vuoti, la responsabilità di essi in faccia al mondo morale cui io diressi sempre la mia parola, l'assumeranno i signori presidenti della Camera. (Viva ilarità) PRESIDENTE. Sì, onorevole Morelli, l'assumo intiera. MORELLI SALVATORE. Quel che è intollerabile è la mala fede con cui vengo da taluni giudicato. Mentre io tratto una questione nuova contro cui sorgono pregiudizi millenari, e la poso sul terreno moralissimo dell'istruzione, mi si è fatto colpa di averla pregiudicata trattandola frammentariamente, e con insinuazioni maligne si è fatto credere che io facessi del concetto sacro dell'emancipazione della dona un sinonimo di corruzione. La benevolenza con cui oggi mi ascoltate, o signori, è la migliore smentita a queste balorde dicerie. Ritornando ora all'argomento della missione educativa della donna, io debbo ribattere vivamente l'errore di credere che l'intelligenza della donna sia inferiore a quella dell'uomo. Questo fu un pregiudizio molto fatale alla civiltà, imperocchè tanti tesori di sapienza morale e civile avrebbero militato in suo pro, se si fosse riflettuto che la natura, sempre logica, non poteva affidare alla donna le tre missioni altissime e geniali di cui ho avuto l'onore di parlarvi testè, senza fornirla dell'intelletto, mezzo indispensabile alla loro esplicazione. Quel che io vedo però con massima compiacenza è il dileguamento di questi pregiudizi. Oggidì che anche i ministri del regno d'Italia cominciano ad amoreggiare con le mie idee, simili svarioni di fantasie bastarde non provocano che commiserazione. Io mi auguro dunque, o signori, di vedere presto nel nostro caro paese che ogni casa sia una scuola e che ogni madre sia un maestro dei figliuoli e della famiglia. Ma, per raggiungere questo scopo, bisogna diffondere la scienza pedagogica quanto e più del catechismo cattolico, ed organizzare scuole quanto è più delle chiese. Queste scuole poi, per tornare veramente fruttuose, io credo che debbano essere produttive, promiscue, laiche ed obbligatorie. Ho detto, signori, che la scuola debba essere produttiva. Ciò mi è stato ispirato dalla condizione irragionevole e miserrima fatta alla gioventù dalla organizzazione presente delle scuole elementari. Secondo le leggi e regolamenti che vigono i fanciulli italiani sono costituiti in istato di manomorta sino a diciotto anni. Dopo quattro corsi elementari, cinque ginnasiali e tre liceali che affastellano nella loro mente per lunghi dodici anni una serie infinita di conoscenze sconnesse e confuse, questi poveri ragazzi escono di scuola per entrare nello studio della professione, e si trovano innanzi alle imperiose esigenze della leva, senza aver ancora acquistato l'attitudine di lavorare per procacciarsi il pane.

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Come vedete dunque, o signori, questo colpevole sciupo di forze deve finire in Italia, e lo potrà soltanto se voi vi degnerete accogliere il mio consiglio, rendendo produttive le scuole elementari del regno, e proclamando nella prima età obbligatorio il lavoro per tutte le classi. L'educazione oggi falsa l'indirizzo della natura umana sviluppando, non simultaneamente col lavoro e coll'istruzione il corpo e lo spirito, ma separatamente or l'uno ed or l'altro. Se voi con una legge provvederete che nella scuola elementare si organizzi e vi s'insegni l'arte e la scienza, gli inconvenienti da me deplorati scompariranno senza indugio. Ma naturalmente mi direte: come si fa ad insegnare la scienza e l'arte alla creatura nascente, al ragazzo? Si può benissimo. Andate ad osservare i giardini di Froebel, i quali finora non sono che un divertimento, e vedrete come, con l'uso dei concreti, le teorie più alte, le cose più astratte si trasfondono nella coscienza del ragazzo sviluppandogli la riflessione e dotandolo in piccolo del criterium di cui si serve in grande il filosofo per iscoprire la verità. L'istruzione del lavoro poi, signori, sarebbe molto più agevole organizzarla, imperocchè basterebbe introdurre nelle scuole le arti ed i mestieri più comuni, fornirvi macchine produttive, e ciò basterebbe ad utilizzare così gran tesoro di attività giovanile che oggi si logora e sciupa senza scopo sotto gli occhi di tanti economisti e di tanti uomini di Stato, i quali, disprezzando questi valori, si meravigliano che l'Italia sia povera. Dunque la scuola produttiva può organizzarsi benissimo all'età di sette anni e ricevere nel suo seno ogni classe di cittadini. Così, signori, scomparirebbero molte miserie. Io vedo, per esempio, che in Italia, una delle sventure maggiori è questa. Nello stato della presente educazione gli uomini di scienza talvolta sono messi nella dura necessità di non potersi procacciare neanche quello che si procaccia l'operaio comune. L'operaio comune può guadagnarsi tre lire al giorno; ebbene, quest'uomo che ha studiato tanto logorandosi sui libri per la civiltà e la prosperità del paese, se quest'uomo distinto non trova posto come esercitare la scienza, bisogna che si umilii all'elemosina o si suicida morendo di fame, perchè egli non sa fare altro, e se si adatta a qualche ufficio volgare, finisce per perdere nell'opinione il prestigio di professore ed è inesorabilmente perduto. Dunque c'è una suprema necessità di cambiare il fondo dell'educazione sociale, smettendo il falso ed irragionevole sistema che lascia la vita umana fino a 18 anni nella scuola senza abitudine al lavoro. Non credo di esagerare assicurandovi che con questo potente mezzo di risorgimento morale voi scongiurerete molti pericoli; imperocchè tutti i problemi posati dall'Internazionale, dalla lega della pace e dai radicali più spiccati del mondo, non potranno resistere innanzi a questa pratica e legittima soluzione. Quando voi avrete organizzata la scienza ed il lavoro, non avrete più paura di nulla ed avrete provato al mondo che avete iniziato quell'èra di civiltà che prometteste venendo a Roma. Io, lasciando questa tesi e passando oltre, desidero pure che la scuola sia promiscua. Voi, che vi mostrate tanto teneri della costituzione della famiglia, mi avete detto qualche volta che io coi miei principi tendevo ad attentare quasi alla sua integrità, e l'onorevole Sella mi attribuì un giorno un'opinione che io non aveva. Ebbene, signori, io vi dico che intorno a ciò sono più conservatore di voi, perchè desidero perfettamente di trasfondere nella grande famiglia sociale gli affetti della piccola famiglia, io lo desidero di gran cuore e col più legittimo mezzo morale, coll'educazione promiscua. Voi volete dividere nel campo educativo i bambini. E perchè? Non nascono insieme? La natura non li fa nascere per vivere uniti? E quando essi nella scuola apprenderanno il modo come rispettarsi scambievolmente, come debbono vivere nella grande società umana non sarà per essi un beneficio immenso? Se voi volete dividerli, come avete fatto finora, commetterete un grave errore. Voi guastate così la sintassi degli affetti domestici che dovete conservare nella grande famiglia sociale se volete rilevare il carattere e la dignità, se volete mantenere l'a

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more, la concordia, il benessere, lo sviluppo dell'ingegno, perchè la promiscuità fa nascere un'emulazione straordinaria fra i due sessi, il loro intelletto emerge più di quello che non farebbe quando fossero educati isolatamente. Io vi ho manifestato ancora, o signori, il desiderio che la scuola sia laica. Nei lampi che vi ho accennato, riguardo al pericolo di abbandonare alla sola religione l'educazione sociale, vi ho fatto comprendere che la religione da se [sic] sola non può educare, perchè si rivolge al cuore e non all'intelletto che è la facoltà autonoma dello spirito umano. Quindi io credo che dalle scuole debba la religione scomparire. Lo Stato non deve ingerirsi affatto di questo, non deve affatto prendere parte all'insegnamento religioso, perchè egli offende l'uguaglianza di trattamento dovuto alle altre confessioni, le quali resterebbero lese dalla preferenza d'un altro tipo confessionale nelle scuole. Lo Stato invece deve provvedere onde nelle scuole venga insegnato il concetto della morale universale, che appartiene al genere umano; quando ha fatto questo, nessuna confessione se ne può dispiacere, perchè in fondo avendo ogni religione per base la moralità, quello che vi è estraneo non ha nulla che fare; quindi per non offendere, ripeto, i diritti dei vari contribuenti, perchè ci sono i cattolici, i protestanti, gli ebrei ed altri che pagano, bisogna che le scuole sieno laiche e non precludere la via ad alcuno di usufruirne gl'insegnamenti. Mi si dice: voi volete distruggere la religione! Niente affatto, io non voglio distruggere nulla: io vi dico: lasciate la religione alla Chiesa e alla famiglia. Ognuno pensi come vuole, lo Stato non se ne deve ingerire. Anzi colgo questa occasione per dichiaravi, che io credo cattiva politica quella di tormentare, in certo modo, gli uomini che rappresentano i culti e le religioni. Questo è anti politico. Voi dovete combattere l'istituzione della Chiesa con le istituzioni della scienza. Organizzate la scienza, ecco il modo più esplicito per vincere questa grande battaglia della civiltà. Combattendo invece i preti, che sono anche nostri concittadini, voi col loro martirio moltiplicate le simpatie ed accrescete la vita d'una condizione di cose della quale essi medesimi sono scontentissimi. Appresso io desidero che la scuola sia obbligatoria. Io ho sentito parecchi professori, che sono sostenitori della libertà a tutta oltranza, senza garanzia alcuna, anche quando dovesse straripare nel male. Io vorrei che venisse un uomo innanzi a coloro che la pensano così, armato di coltello, col proposito di uccidersi o di uccidere gli altri, che cosa farebbero codesti signori? Gli lascierebbero [sic] la libertà di uccidere, e glielo impedirebbero? No, signori, la libertà del male non è possibile. Voi potete permettere la discussione di una cosa che non è giudicata erronea; ma quando avete la scienza e la storia che vi giudicano erronei certi sistemi, e più della scienza e della storia avete l'evidenza dei fatti, non si ha più diritto di legittimare il dubbio provocando audacemente discussioni esaurite, che pel consenso universale e costante han potere di cosa giudicata, indentificandosi alla verità. Detto ciò, completo l'ultima condizione che io desidero nella scuola elementare parlando dell'istruzione obbligatoria. Quando voi, signori, avete un cumulo di tradizioni, che si impossessano del corpo e dello spirito ed innestano tutta la vita, alla vostra volta siete in obbligo di imporre la scienza di cui si veggono i benefici effetti a primo intuito. Dovete sentire quest'obbligo, perchè voi sapete che senza la diffusione della scienza, come ho detto testè, non avrete nè la ricchezza, nè il lavoro, nè la prosperità, nè il carattere e la dignità di popolo, nè tutto quello che costituisce lo sviluppo intero della vita del paese. Si dice: ma si offende la libertà dei padri di famiglia. Io domando a questi signori così zelanti della libertà dei padri di famiglia, perchè essi non propongono di abolire il Codice penale, il quale alla fin della fine non combatte che gli effetti. I delitti non sono effetti della ignoranza?

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E se è così, come voi permettete che questi effetti siano condannati dalla multa fino alla morte, e poi non volete combattere la causa che è l'ignoranza! Io vi ripeto dunque con tutta l'energia dell'animo che voi avete il dovere di combattere questa causa, e di stabilire l'obbligatorietà dell'istruzione civile. E se non lo fate, ripeto, commettete un grandissimo errore, perchè quello sviluppo rapido, progressivo, che deve avere il paese dal lato dell'intelligenza, non lo avrà che per mezzo dell'istruzione. D'altra parte siamo noi bisognosi d'istruzione, quel popolo che si negherà ad accettare un espediente rigeneratore adottato sin da Caronda re del Sibariti, dall'Olanda, dalla Svizzera e da quanti ci han preceduto nelle vie delle libertà? Signori, io ho parlato a lungo su quest'argomento, ma non quanto avrei voluto, perchè sventuratamente ho dovuto toccare una corda sensibile, che è quella che oggidì ha anche urtato un po' l'onorevole nostro presidente. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, io non sono che l'interprete della Camera. MORELLI SALVATORE. Ringrazio la Camera che mi è stata indulgente della sua attenzione, e conchiudo aggiungendo soltanto all'onorevole ministro Scialoja ed a' suoi colleghi, che il principio da me professato è il più conservatore di tutti, e della verità della mia asserzione ve ne dà luminosa ed autorevole prova il ministro Gladston [sic] illustre capo del presente Gabinetto inglese. Fu in un suo ultimo discorso che quell'uomo di Stato espresse il generoso concetto di trovarsi nella scienza il mezzo più efficace alla conservazione. Noi unitamente a tutte le nazioni ci troviamo di fronte all'epoca più burrascosa registrata nella storia del mondo; se sapremo determinare a base della riforma questo nuovo elemento di forza, questa leva potente e fecondissima di civiltà che io vi presento nella unione dei due termini la donna e la scienza, noi, dico, signori, libereremo la patria nostra da molte convulsioni e da moltissimi dolori. Pensate, signori ministri, che le questioni sociali non potrete risolverle che con queste due parole applicate ed organizzate opportunamente nelle istituzioni del paese. Finisco convinto di avere soddisfatto il mio dovere. Se voi ora signor ministro farete il vostro dando all'Italia la costituzione della scienza, ciò che essa indubbiamente le acquisterà in potenza, grandezza e credito nei consessi del mondo civile, sarà anche gloria vostra e del Parlamento che ne favorirà il patriottico disegno. (Bene! Bravo!) *§* 1 Tornata del 5 febbraio 1873 (pp. 4629 / 4630 = istanza sulle relazioni di petizioni / sua proposta relativa) RELAZIONE DI PETIZIONI. MORELLI SALVATORE. Io desidererei che il servizio delle petizioni fosse regolarizzato diversamente, ed uscisse da quel procedimento ritardatario nel quale si tenne confinato finora. La Commissione diligentissima fa il suo lavoro, e questo lavoro rimane inosservato alla Camera ed al paese. Ora è un inconveniente veramente spiacevolissimo quello di vedere che il diritto di petizione in Italia venga quasi ad annientarsi, tenendo i reclami dei cittadini italiani lungo tempo nascosti senza alcun provvedimento, e non dando più a coloro che li inviano alla Camera la notizia della risultanza che essi hanno. Per evitare quindi tale inconseguenza che si risolve in discredito della Camera medesima, io desidererei che la Presidenza, come fa pel deliberato della Giunta delle elezioni, facesse anche per le petizioni, vale a dire con quella stessa diligenza colla quale s'incarica di comunicare alla Camera l'arrivo delle petizioni, si incaricasse anche di partecipare alla medesima ed agli interessati la risoluzione che sarà stata presa su ciascuna petizione. Operando così giorno per giorno, non si accumulerebbero centinaia e migliaia di petizioni, delle quali non si sa mai qual è il risultato. a

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Nel metodo serbato a tale riguardo dalle abitudini parlamentari, non vi è solo, o signori, la delusione di una legittima speranza emergente dalle guarentigie costituzionali, ma vi entra anche un po' la questione di convenienza. Imperocchè, se è intollerabile tra persona e persona la mancanza di risposta, la dev'essere intollerabilissima per migliaia di cittadini, i quali, sapendo di averne il diritto, si rivolgono invano al Parlamento per le violazioni ed omissioni del potere esecutivo. Per eliminare adunque queste, che io credo motivo gravissimo di malcontento, specialmente tra le classi che soffrono, io pregherei la Presidenza di ordinare in questo modo il servizio delle petizioni. Quando ve ne siano di quelle che debbono essere discusse dalla camera ad istanza di uno o più deputati, si fisserà il giorno e la tornata in cui avrà luogo. Quando poi non ne sia il caso, le conclusioni della Commissione, come ultima sentenza, ultimo giudizio portato sulle petizioni medesime, verrebbe comunicato dai giornali al paese ed agli interessati, e così non si farebbe vedere che in certo qual modo noi manchiamo al galateo. Se l'onorevole presidente crede che il regolamento nel suo silenzio al riguardo gli vieti ciò, io presento la seguente risoluzione, la quale toglierebbe ogni dubbio: <<La Camera delibera che la Presidenza proclami in seduta pubblica le conclusioni sulle petizioni, a misura che le vengono trasmesse dalla Giunta; riservandosi di discutere soltanto quelle per le quali si fa richiesta da uno o più deputati fra quindici giorni decorrenti dal dì in cui se ne riferisce il pronunciato.>> DI SAN DONATO. Pregherei l'onorevole Morelli a voler rimandare queste sue osservazioni alla prossima discussione che avremo alla Camera sul regolamento; io trovo che sono osservazioni giustissime le sue e lo pregherei a non pregiudicarle oggi. Il modo col quale funziona la Commissione delle petizioni, non certo per opera sua, non può durare; ed il regolamento merita anche da questa parte un serio esame. In quanto al rapporto che il deputato Morelli vorrebbe che si facesse sulle petizioni, a modo di quello che si fa per le elezioni, questo non potrebbe avvenire altrimenti senonchè in forza di un nuovo regolamento della Camera. Ecco perchè prego l'onorevole Morelli a rimandare a quell'occasione la sua proposta. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, le osservazioni messe innanzi dall'onorevole San Donato, presidente della Commissione, sono giustissime. Ella ha sollevato delle questioni che non possono essere trattate e risolute se non in occasione della revisione del nostro regolamento interno. Mi permetta inoltre di farle osservare che ella non ha posto ben mente a quanto venne da me detto sul numero delle petizioni a riferire quando ha accennato che ve ne sono più di migliaia in ritardo. Come ebbi occasione di far rilevare l'altro giorno, in risposto all'onorevole Nicotera, moltissime petizioni sono inviate alle Commissioni incaricate dell'esame dei progetti di legge a cui le medesime si riferiscono, cosicchè si può dire che queste petizioni sono esaurite. Quelle invece che debbono essere discusse direttamente dalla Camera, non ascendono che a poche centinaia. Debbo poi far notare che i signori deputati sono stati informati delle conclusioni proposte sulle petizioni a riferire; che anzi ciascun di loro avendone gli elenchi sotto gli occhi, può immediatamente prendere cognizione delle petizioni sulle quali è pronta la relazione. Quanto poi al metodo a seguire perchè l'esito delle medesime venga a conoscersi dai petenti e dal pubblico, la Presidenza si è sempre attenuta alle norme vigenti, cioè di partecipare loro il voto della Camera appena è stato emesso. Se vi sono altre proposte da farsi al riguardo, avranno sede più opportuna nella discussione che avrà luogo sulla revisione del nostro regolamento. *§* Tornata del 5 Febbraio 1873 (pp. 4645-4646 = propone l'invio al ministro delle finanze della petizione 5 del municipio di Sessa)

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MORELLI SALVATORE. Io avrei desiderato che la Commissione avesse conchiuso d'in-

viare questa petizione al signor ministro dell'interno, il quale, assumendo la paterna tutela delle amministrazioni comunali, avrebbe potuto, se non altro, vedere quale importanza abbiano i danni di cui si lamentano, per mezzo del loro municipio, gli abitanti di Sessa Aurunca. Non sentendomi dunque soddisfatto del pronunciato della Commissione, io insisto perchè questo reclamo del municipio di Sessa Aurunca, di cui constato la verità come testimone oculare delle orribili devastazioni prodotte da uno spaventevole uragano nel suo territorio, sia raccomandato all'onorevole ministro dell'interno, onde, dietro accurato esame delle autorità locali, venga provveduto conforme alla legge. [...] MORELLI SALVATORE. L'onorevole ministro dell'interno pare che abbia voluto far colpa agli abitanti di Sessa Aurunca dell'indugio posto nella discussione di questa petizione. Ma io stamane appunto mi doleva con la Presidenza e con la Camera di questo inconveniente che veggo, con dispiacere, sistematico nel Parlamento italiano, e che bisogna far scomparire senza indugio. Se il metodo, con cui si discutono le petizioni in quest'Assemblea fosse diverso e più sollecito, l'onorevole ministro ed il Governo sarebbero stati avvertiti dei danni gravissimi sopportati dagli abitanti di Sessa Aurunca fino dal momento che la petizione arrivava alla Camera. Avvenendo ciò oggi dopo un anno e più, di chi la colpa? Quanto ai danni sopportati dagli abitanti di Sessa Aurunca, io non comprendo come abbiano potuto riferirsi ad un sussidio. Un collegio patriottico come quello che ho l'onore di rappresentare, se ebbe l'abnegazione di non chieder nulla pei danni e sacrifizi immensi sopportati nella guerra del 1860, oggi ha dovuto rivolgersi alla Camera, secondo me, non per invocare la pietà del Governo, ma per esercitare il diritto che la legge in simili casi concede a tutti i contribuenti col reclamo dell'abbandono di una parte dei tributi che non trovano più il corrispettivo nella produzione del suolo. Questo e non altro io credo sia il senso dell'invio al ministro dell'interno di questa petizione. Se la medesima si troverà giusta, l'onorevole ministro non avrà nè dispendi nè incomodi; imperocchè il ministro delle finanze, dietro un semplice suo avviso, disporrà quanto occorre a soddisfare i legittimi desiderii dei reclamanti. Si ponga dunque ai voti la mia proposta, e, quand'anche la maggioranza della Camera, seguendo le ispirazioni della Commissione e dell'onorevole Lanza, non creda approvarla, il torto non sarà mio. [...] PRESIDENTE. [...] L'onorevole Morelli propone che la petizione numero 5 sia inviata al ministro delle finanze. Pongo ai voti questa proposta. (È rigettata) *§* Tornata del 12 Marzo 1873 (p. 5209 = chiede l'invio d'urgenza alla Commissione per il progetto sulle corporazioni religiose della petizione 599 del Capitolo di Sessa Aurunca) MORELLI SALVATORE. Ho domandato di parlare a fin di chiedere alla Camera che la petizione segnata col numero 599, con la quale il capitolo di Sessa Aurunca reclama giustamente contro la tassa del 30 per cento ed altre infrazioni alla legge che ledono i suoi diritti, fosse rimessa d'urgenza alla Commissione eletta pel disegno di legge sulle corporazioni religiose. PRESIDENTE. Osservo agli onorevoli Alippi e Morelli, come a tutti gli onorevoli nostri colleghi, che queste petizioni, per deliberazione della Camera, sono tutte inviate d'ufficio alla Commissione che dovrà riferire intorno al progetto di legge relativo alla soppressione delle corporazioni religiose nella provincia romana. *§*

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Tornata del 15 Marzo 1873 (p. 5311-5313 = Seguito della discussione sul progetto di legge relativo al riordinamento dell'esercito) PRESIDENTE. La discussione è rimasta sospesa all'articolo 66, del quale do lettutra: <<Art. 66. Gli ufficiali in tiriro e quelli in riforma, provveduti di pensione vitalizia, tranne che di provata assoluta inabilità a qualunque servizio militare, possono in tempo di guerra essere richiamati in servizio di complemento sino ai seguenti limiti di età: Gli ufficiali generali sino al 70° anno compiuto; Gli ufficiali superiori sino al 65° id. Gli ufficiali inferiori sino al 55° id.>> [...] DI GAETA. [...] Io sono come lui, di quest'avviso, ma allora fate delle leggi più onerose, più gravi, estendete l'obbligo del servizio militare fino ai 50 e 60 anni per tutti i cittadini egualmente, obbligate anche le donne a marciare in caso di guerra, e in questa proposta credo sarebbe d'accordo con me l'onorevole mio amico Morelli (Si ride), facciamo, dico, delle leggi di questa natura, sta bene;ma una volta stabilita la legge essa deve essere uguale per tutti, e non perchè uno ha avuto l'onore di essere stato ufficiale deve avee obblighi maggiori degli altri. [...] *§* 2a Tornata del 21 Marzo 1873 (pp. 5496-5497 = Votazione nominale e approvazione della proposta del deputato Perrone) PRESIDENTE. Rileggo l'ordine del giorno del deputato Perrone, e lo pongo ai voti: <<La Camera, confidando che il Ministero continuerà a provvedere efficacemente alla difesa dello Stato, prende atto delle dichiarazioni del Ministero, e passa all'ordine del giorno.>> Su quest'ordine del giorno è chiesa la votazione nominale. (Rumori d'impazienza) Voci al centro. Si ritiri! è molto tardi! Molte voci a sinistra. No! no! (Si procede all'appello.) Votarono in favore: [...] Votarono contro: ... Morelli Salvatore... Astenuti: [...] Assenti: [...] PRESIDENTE. Risultamento della votazione: Presenti 258 Votanti 253 Risposero sì 153 Risposero no 100 Si astennero 005 (La Camera approva la proposta del deputato Perrone.) *§* a 2 Tornata del 28 Marzo 1873 (p. 5684 = Seguito della discussione sulla proposta di legge della commissione d'inchiesta sulla tassa di macinazione) CORDOVA. [...] E qui, o signori, mi sia permesso concludere. Noi inaugurammo, col risorgimento d'Italia, un'èra di speculazioni, di sempre nuove speculazioni e sulle Banche e sulle ferrovie, sulle bonifiche, sui beni demaniali, ecclesiastici, canali, Regìe, appalti per terra e per mare; ma nessuna speculazione fu sì barbara come quella del contatore pel macinato, battezzato col sangue al 1° gennaio 1869 e pasciuto col pianto, col sudore e colla bestemmia del popolano. MORELLI S. Bene! *§*

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Tornata del 4 Aprile 1873 (pp. 5877/5878 / p. 5894 = Svolgimento del progetto di legge del deputato Macchi per modificazioni ad un articolo del Codice penale, relativo al giuramento / Annunzi d'interrogazioni dei deputati Minervini, Morelli Salvatore, Mazzoneli e Arrigossi) PRESIDENTE. Rileggo il progetto di legge presentato dall'onorevole Macchi, al quale si associarono gli onorevoli Caldini, Sineo, Varè, Miceli, Morelli Salvatore, Mazzoleni, Mussi, Bertani, Mazzoni, Cucchi e Salaris. <<I sottoscritti propongono una legge nei termini seguenti: Nell'articolo 299 del Codice di procedura penale, tra il secondo e il terzo periodo, sono inserite le seguenti parole: Chi dichiara professare credenze, le quali non hanno riti, è ammesso a giurare sul suo onore e sulla sua coscienza.>> Domado se questo progetto di legge è preso in considerazione. (È preso in considerazione.) [...] PRESIDENTE. [...] L'onorevole Salvatore Morelli ha presentato la seguente domanda: <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro dell'interno sugli avvenimenti di Sessa Aurunca.>> Questa domanda verrà parimente comunicata all'onorevole ministro per l'interno. *§* Tornata del 6 Maggio 1873 (p. 6077 = si associa alla domanda d'urgenza del deputato Di San Donato per la petizione 682 delle Commissioni dei municipi di Gaeta e di Terracina) MORELLI SALVATORE. Non solo riconosco la ragionevolezza della domanda d'urgenza fatta dall'onorevole Di San Donato, ma considerando quanto l'esecuzione della linea ferroviaria Danise sia utile e agli interessi di Napoli, di Roma ed a quelli dell'intera nazione, domando che le petizioni che le riguardano sieno, se è possibile, dichiarate urgentissime. PRESIDENTE. L'onorevole Di San Donato, a cui si unisce l'onorevole Morelli Salvatore, fa istanza perchè questa petizione sia dichiarata urgente. Se non vi è opposizione, è ammessa la dichiarazione d'urgenza. (È ammessa) *§* XI LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (05.12.1870 - 20.09.1874) Sessione 3 (15 nov. 1873 - 20 sett. 1874) 1a Tornata del 1° Dicembre 1873 (pp. 173-174 = rammenta una sua proposta per riforme nella relazione di petizione) PROPOSTE ED ISTANZE DIVERSE CONCERNENTI LE PETIZIONI MORELLI SALVATORE. Domando la parola. L'anno scorso in febbraio io ebbi l'onore di presentare alla Camera la seguente proposta: <<La Camera delibera che la Presidenza proclami in seduta pubblica le conclusioni sulle petizioni a misura che le vengono trasmesse dalla Giunta; riservandosi di discutere soltanto quelle per le quali sarà richiesto da uno o più deputati fra 15 giorni decorrenti dal dì in cui se ne riferisse il pronunciato.>> L'onorevole presidente e l'onorevole Di San Donato, mi pare, trovarono giusta questa mia proposta; però, siccome si doveva venire tantosto alla discussione del regolamento della Camera, credettero opportuno di rimandare la medesima a quando verrebbe discusso il regolamento medesimo. Ora io vedo che dopo un anno circa, questo regolamento non si discute, mentre il tempo stringe, e non si farà neppur nulla prima che vengano le feste. Dopo le feste poi comincierà [sic] la discussione di progetti di legge di molta importanza, e tale misura, la quale è una vera riparazione correttiva del falso metodo adoperato dalla Camera, nel non rispondere che tardivamente o mai alle petizioni dei cittadini italiani, sarà pure dimenticata. È per evitare quindi simile inconveniente che io mi sono affrettato a ricordarne la Presidenza; imperocchè se ella dal regolamento non è autorizzata a denunziare alla Camera le peti

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zioni che arrivano, e procede in tal guisa da lunghi anni senza osservazione, essendo regolare che la Camera abbia contezza dei reclami che le s'inviano, perchè poi non potrebbe anche denunciare le conclusioni della Commissione delle petizioni tutte le volte che le vengono trasmesse? Ciò sarebbe ragionevolissimo ed eviterebbe l'errore metodico seguito finora di lasciare senza risposta i reclamanti. Ognuno di noi può comprendere da sè quanto torni dolorosa ai cittadini del regno d'Italia la violazione di questa guarentigia costituzionale, ed una delle cause per le quali il Parlamento italiano ha perduto non poco del suo prestigio, è appunto quella di non aver dato legittimo sfogo ai ricorrenti che gli chiedevano giustizia. Signori, ricordiamo che in tempi oscurissimi come questi le condizioni amministrative del regno d'Italia non sono le più felici; torti se ne fanno specialmente alle classi diseredate, e se le lasciamo senza riparazione le ingiustizie precludendo la via ancora al tribunale supremo della rappresentanza nazionale, noi spingeremo la sfiducia del popolo italiano fino a disperare delle istituzioni della libertà con cui si promise di governarlo. Detto ciò, io spero dal buon senso dell'onorevole presidente e dall'equità della Camera, che questa mia proposta venga messa in uso prima che si discuta il progetto di regolamento stato [sic] trasmesso alla Commissione. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, se ieri l'altro ella fosse stato presente, avrebbe sentito la proposta fatta dall'onorevole Broglio per un invito alla Commissione incaricata di presentare una relazione sulle modificazioni da introdurre nel nostro regolamento intorno alle petizioni; e se i nostri lavori ce lo permetteranno, si può ritenere che allora quella proposta verrà in discussione, e quella sarà l'occasione opportuna per rinnovare la proposta da lei testè rammentata. Quanto a me, è ben noto all'onorevole Morelli al pari che alla Camera, essendo le attribuzioni tutte del presidente tracciate dal nostro medesimo regolamento, io non potrei accettare nè in un senso nè nell'altro la sua proposta. Ond'è che io non potrei aderire a questo suo desiderio, perchè non sarebbe in mia facoltà una deroga al regolamento, senza che la Camera l'avesse resa esecutoria col suo voto. Epperò ella potrà dar corso alla sua proposta in uno di questi due modi: o rinviandola alla Commissione incaricata delle modificazioni al regolamento, ovvero facendone una proposta formale da passare all'esame degli uffici. MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole presidente delle spiegazioni che mi ha favorite e prometto di formolare un articolo che abbia a prender posto nel paragrafo che il nuovo regolamento stabilirà per le petizioni; benchè io persista a credere che ciò potrebbe essere anticipato dal potere discrezionale della Presidenza, cui per tanta buona opera niuno saprebbe muoverle rimprovero. PRESIDENTE. Quanto a me desidero che ella possa concordarsi colla Commissione del regolamento che si discuterà quanto prima, poichè appena le modificazioni proposte abbiano il voto della Camera, possono essere poste immediatamente in corso di esecuzione. Onorevole Maldini, ha facoltà di parlare. *§* Tornata dell'11 Dicembre 1873 (p. 443-445 = parla nella discussione generale dello stato di prima previsione per il 1874 del Ministero d'agricoltura e commercio) PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del bilancio di prima previsione per il 1874 del Ministero di agricoltura e commercio. La discussione generale è aperta. Il primo iscritto a parlare contro è l'onorevole Salvatore Morelli. MORELLI SALVATORE. Io non intendo fare un lungo discorso, ma delle osservazioni e delle raccomandazioni all'onorevole ministro.

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Questo bilancio, invece di dirsi dell'agricoltura e commercio, dovrebbe denominarsi bilancio della vita, perchè gli argomenti che lo concernono sono base all'esistenza ed alla prosperità della nostra penisola. Tutti gli altri bilanci hanno in sè qualche cosa che può sembrare repressiva ed opprimente al paese, ma questo e quello dell'istruzione pubblica rappresentano lo scopo sublime di ricostituire la vita italiana nei suoi poteri psicologici e fisiologici. Essendo così, vediamo un po' che cosa fa il Ministero per convertire in terra produttiva tante centinaia di migliaia, se non pur milioni di ettari, che oggi producono disgraziatamente emigrazioni, miserie e morte? Noi, o signori, abbiamo qui stesso sotto gli occhi lo spettacolo dell'Agro romano. Nei tre anni da che siamo in Roma, si è proposto di farne una vasta enfiteusi, costituita in centri agricoli. Ma dove è questa legge? Quando viene presentata alla Camera? E ciò che io domando, a nome del paese, al signor ministro, onde si sappia quando e come verrà risoluto uno dei grandi problemi attinenti alla prosperità di Roma e dell'universa Italia. Noi abbiamo anche in istato di manomorta tante sorgenti di ricchezza, tanti altri luoghi che potrebbero produrre una prospera esistenza ai nostri concittadini, e da questi non traspirano che miasmi ed epidemie; sicchè ci vediamo passeggiare dinanzi balda la mendacità e la morte ogni momento. (Oh! oh! - Movimenti a destra) Non ridano, perchè le febbri, il colera, la difterite, il tifo e tanti altri malanni sono lì per darmi ragione. Io sono stato negli ultimi giorni a Napoli, ed in quella cara e splendida città non vi era una spanna di distanza da un carro funebre all'altro, da una processione a tanti altri simboli mortuari da spaventare ed inorridire lo spirito umano. Abbiamo molte tenute deliziosissime fra i beni della Corona, che oggi non servono neppure all'uso della Corte, restando infruttuose ed abbandonate così come se fossero cose da nulla, come sarebbero, per esempio, i siti reali di Caserta. Altra volta io feci in Parlamento la proposta di convertire quella reggia monumentale ad uso di una esposizione universale permanente, che richiamerebbe nel seno del nostro paese le industrie di tutte le parti del mondo, e formerebbe un centro di ricchezza nella Terra di Lavoro, che una volta si diceva Campagna felice, ed oggi, dopo le rovine della guerra e del brigantaggio rimaste ancora senza riparazione, può dirsi valle di lagrime. Ebbene, dopo quella mia mozione, il Governo non ha fatto nulla e quella reggia è tuttavia pesante gravezza alla Lista civile; quei parchi vastissimi, quei giardini immensi, che occupano migliaia e migliaia di moggi di terra, sono abbandonati e deserti, mentre potrebbero, senza che ne venisse alterato l'ordinamento estetico, servire alla istruzione, fondandovi la grande scuola che sopperisca alle esigenze dell'agricoltura per tutto il regno, ed allo studio delle scienze naturali. Colà, o signori, potrebbe mettersi in rilievo la mappa del mondo, e, con una passeggiata, dare occasione ai visitatori ed alla gioventù studiosa di apprendere la geografia in concreto. Colà si potrebbero altresì concentrare tutte le piante e gli animali dell'intero universo e presentare così agli studiosi la materia ad una completa coltura che schiuderebbe alla patria nostra vaste miniere di morali e materiali risorse. A tali cose dovrebbe pensare l'onorevole ministro d'agricoltura e commercio. Non è senza ragione costituito l'ufficio di questo Ministero. I reggitori d'un regno giovine come il nostro, debbono promuovere le iniziative, alle quali il paese non ha ancora spontaneità. Per mettere poi la salute pubblica al coperto dei miasmi che si sviluppano da luoghi paludosi, la scienza somministra un mezzo agevolissimo. Essa vi presenta il famoso Eucalyptus globulus. È questo un albero d'un'utilità immensa; cresce così rapidamente che in otto anni forma una pianta del valore di circa 20 lire, è perennemente verde, produce una resina la quale non solo spande un odore gratissimo nei luoghi dove l'albero ha sede, ma serve anche ad usi terapeutici. Quest'albero, piantato nel mezzodì della Francia, ha arricchito molti proprietari, portando una salutare rivoluzione nella silvicoltura. Esso si può non solo piantare, ma anche seminare; sicchè, se l'onorevole ministro volesse

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darsi cura di raccomandarne la adozione ai municipi in tutti i luoghi paludosi, e specialmente nell'Agro romano e dei dintorni della città eterna, noi potremmo benissimo far riviere i boschi sacri, che erano guarentigia di quel grande centro dell'antico popolo romano che arrivava insino ai sette milioni. Io dunque chiedo ragione di tutto ciò all'onorevole ministro, e non per ispirito di opposizione sistematica, ma allo scopo che ei rifletta sulla situazione del paese, e perchè non avessimo la sventura di vedere ogni anno tanti nostri concittadini abbandonare il più bel cielo, la più ricca terra del mondo per cercare asilo oltre l'Oceano. 175,000 emigranti all'anno, signor Ministro, moltiplicheranno senza dubbio le presenti miserie del regno d'Italia, contrariamente al giudizio di coloro i quali pensano che gli emigranti formino la ricchezza della patria. Imperocchè, di tutta la gente che valica i mari, è più quella che perisce che quella che ripatria ["Ripatriare, †Ripadriare, e †Repatriare. V. n. ass. e pass. ... V. anco Rimpatriare." Tommaseo-Bellini], e i pochissimi che ritornano in paese con qualche avere non lo compensano dei milioni che ha perduto con tanta sottrazione di braccia, le quali, dedicate al lavoro locale, sarebbero state di tanto profitto e ricchezza comune. Questo che io vi dico, o signori, lo vedrete giustificato fra non guari da un importante lavoro statistico, scritto con sincero patriottismo dall'egregio giovane avvocato Giovanni Florenzano. Un'altra raccomandazione io fo all'onorevole ministro ed è quella di voler insistere perchè il regno d'Italia abbia una volta una statistica dalla quale desuma i criteri dell'entità economica della nazione e ne conformi l'imponibile. Un'amministrazione pubblica che non ha statistica, o signori, è come un sartore che vuol fare l'abito senza misura. Io desidero che alla diligenza messa dal Governo eleggendo il distintissimo Racioppi alla direzione della statistica nella sede del regno, aggiungesse anche la solerzia d'una disposizione circolare ai municipi per sollecitare la statistica secondo i tipi della scienza e non arbitrariamente come si suole quando se ne affida la manipolazione a uomini senza perizia; perchè allora la statistica invece di produrre del bene produce del male, non determinando i caratteri e i criteri economici su cui deve basarsi concretamente l'amministrazione dello Stato. Quando poi i suoi avvisi non arrivassero ad ottenere una esatta statistica dai municipi, allora potrebbero provvedervi con le sanzioni di una legge; perchè, ripeto, è una vergogna il non poter soddisfare ad un bisogno così urgentemente richiesto dal benessere della cosa pubblica. Un'altra raccomandazione pure intendo fare all'onorevole ministro, e questa concerne le scuole tecniche, dappoichè pare che il Governo italiano abbia in mira di aristocratizzare le scuole degli artigiani. Ricordiamo che la scuola tecnica serve alla educazione dell'operaio e non deve essere monopolio solo dei grandi centri. Per questo io desidererei che si pensasse piuttosto a diffondere queste scuole, specialmente nella parte che concerne l'agricoltura, perchè le generazioni apprendessero per tempo il metodo del lavoro, e da qual fonte nasca la vera ricchezza degl'Italiani. Invece vediamo a Napoli un sontuoso stabilimento che onora immensamente il genio dell'eminente commendatore Del Giudice, distintissimo patriota che vi è preposto, ma io credo che questa specie di lusso straordinario alla scuola tecnica non produca il bene che dovrebbe produrre. Sarebbe molto più utile, signor ministro, diffondere queste scuole ed unirle anche alle elementari. Io non comprendo il vantaggio che si ricavi dividendo lo sviluppo dello spirito da quello del corpo. Spirito e corpo, corpo e spirito devono svolgersi simultaneamente, se non si vuole menomare l'unità della vita. Per conseguenza, si dovrebbero provvedere nelle scuole elementari i mezzi dell'educazione al lavoro i quali sono appunto le scuole tecniche, le scuole artigiane.

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Detto ciò, finisco raccomandando all'onorevole ministro di ordinare che si rimuovano gli ostacoli che si fanno agli alunni nelle scuole private quando debbono subire l'esame per entrare negli istituti tecnici. Io non comprendo questi imbarazzi che si frammettono, come non comprendo a che miri l'impedimento dello sviluppo del genio che si offre a dar prova della sua entità. Ma lasciate che ognuno si presenti in qualunque tempo a fare gli esami, senza stabilire scadenze fisse. E che? Avete preso per corso forzoso o per cambiale anche questo? Io desidererei, tanto dal ministro della pubblica istruzione quanto da quello di agricoltura e commercio, che si provvedesse affinchè una Commissione permanente di studi tecnici ricevesse agli esami chiunque voglia sostenerne l'esperimento; e quando avesse la capacità di ottenere il suo diploma, glielo si dia, poichè io non consentirei mai al Governo l'arbitrio di simili odiose barriere innanzi allo spirito delle generazioni, cui si osa dire imperiosamente: devi sapere quando lo voglio io. Questo, signor ministro, in lingua volgare si chiama despotismo che nessun uomo onesto può tollerare nel Governo civile del suo paese. Ho finito. BRANCA. Io non mi addentrerò nel campo delle rosee speranze che l'onorevole mio amico Morelli vorrebbe veder realizzate dall'onorevole ministro di agricoltura e commercio, poichè appartengo a quella scuola che ha più fede in chi fa da sè che nell'incoraggiamento del Governo. Io mi limiterò dunque anzitutto a presentare una semplice questione di bilancio. [...] *§* Tornata del 15 Dicembre 1873 (pp. 576-578 = interroga il ministro della guerra sul come e quando intende provvedere alla congiunzione delle due fortezze di Capua e di Gaeta mercè un tratto di ferrovia) INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE AL MINISTRO DELLA GUERRA PRESIDENTE. Annunzio all'onorevole ministro della guerra una domanda d'interrogazione dell'onorevole Salvatore Morelli. Essa suona in questi termini: <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole signor ministro della guerra sul come e quando egli intenda di provvedere alla congiunzione delle due fortezze di Capua e di Gaeta, mercè un piccolo tratto di ferrovia, riconosciuto indispensabile anche dal Comitato della difesa nazionale.>> Domando all'onorevole ministro della guerra se e quando intende rispondere a questa interrogazione. RICOTTI, ministro per la guerra. Quando vuole. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, le do la parola per svolgere la sua interrogazione. MORELLI SALVATORE. È la quinta volta, mi pare, che ho l'onore di pregare il Governo, in Parlamento, perchè si accinga a congiungere le due fortezze di Capua e Gaeta con un breve tratto di ferrovia. Le ragioni che m'indussero e m'indurranno sempre a ripetere la mia istanza sono tre: una d'ordine pubblico, l'altra d'ordine militare e la terza d'ordine economico. Non occorre che oggi io ricordi alla camera quel che dissi altra volta intorno ai vantaggi economici ed alla sicurezza che emergerebbero agli abitanti del circondario di Formia con questo tratto di ferrovia riconosciuto necessario alla prosperità pubblica dal Consiglio provinciale e dalle rappresentanze comunali di Terra di lavoro. Tanto meno è mestieri che io mi diffonda sull'importanza della domanda che muovo all'onorevole ministro, giacchè nel rapporto militare, sotto il quale io intendo che egli la riguardi, il Comitato d'armamento nazionale l'ha già intesa completamente. Capua e Gaeta, o signori, costituirono dalla più lontana antichità il baluardo del mezzogiorno; tutte le battaglie che si combatterono in quella bassa Italia ebbero luogo negli spazi vastissimi e strategicamente accidentali che dividono le due fortezze.

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Da Annibale attraversando tutti i cicli militari dei barbari, Svevi, Aragonesi, Angioini, Governi vice-regnali e borbonici, fino al nostro ultimo risorgimento nazionale, capitanato per volere di popolo da Vittorio Emanuele con Garibaldi e Cialdini, in tanto variar di tempi e di fortuna, dico, Capua e Gaeta conservarono integra la tradizione del loro carattere incontestabile della difesa necessaria all'indipendenza ed all'onore italiano. Anche Baiardo, signori, il famoso capitano francese venne a cogliere dalle sponde del Volturno qualche fronda dei suoi allori. Ora, io credo che la guerra sia stata oggimai giudicata, e moralmente sfatata in modo, che le cause che la producono, in avvenire si risolveranno a transitorie risse di popoli. Sì, l'educazione tempererà man mano i costumi, vincerà i pregiudizi ed i rancori eccitati da interessi o da altre passioni, saranno discussi e composti umanamente, o al più si risolveranno in momentanee risse di popoli e non già in quell'assassinio premeditato che si chiama la guerra! E guai a chi desse l'incentivo di contristare l'umanità con la catastrofe dolorosissima di cui è l'umanità spettatrice nell'ultimo conflitto franco-germanico, che ha lasciato dietro di sè le stragi, la fame e il disquilibrio economico che minaccia l'ordine dei due mondi. Però quando vedo l'onorevole ministro ed il Governo del mio paese impegnarsi a tutt'uomo per spendere molti milioni nell'armamento nazionale, io mi domando se egli pensi alle provincie del Mezzogiorno, se qualche piccola parte di questi milioni la impieghi a promuovere progetti di miglioramenti che diano lavoro alla classe lavoratrice di quei sofferenti concittadini, i quali, l'onorevole ministro non deve ignorarlo, hanno pur fatto qualche sacrificio per la redenzione italiana. E se nelle opere pubbliche d'interesse militare che si vanno costruendo vi è anche un'utilità per il commercio locale e per l'economia dei paesi devi si spende il danaro, io desidererei che le provincie meridionali possano giovarsi anche di questa utilità come se ne giovano le altre provincie. Ma, prescindendo da questo fatto, c'è un'altra considerazione, d'ordine tutto politico. Quando gli abitanti di queste provincie non veggono rivolgere lo sguardo dell'onorevole ministro della guerra a Capua ed a Gaeta, che hanno riconosciute sempre come difesa della patria, dubitano che il signor ministro possa avere non benevoli intenzioni a loro riguardo. Ognuno può essere certo che nè io nè altri cui è noto il patriottismo dell'onorevole Ricotti può sospettare che si premediti l'abbandono a se stesso del Mezzogiorno d'Italia all'evenienza di una aggressione straniera. Ma la generalità fa i giudizi a suo modo; e quando vede in quest'ordine di cose, troppo distratto ed incurante, specialmente il ministro della guerra, ha pur diritto di nutrire qualche sospetto. C'è anche un'altra considerazione da fare, o signori, ed è quella della economia che il tratto ferroviario da me proposto darebbe incontestabilmente. Il Governo spende ogni anno pei trasporti militari necessari a Capua e Gaeta vistosissime somme. Ebbene, qualunque società che assumesse l'esercizio di quel tronco ferroviario, potrebbe sostenere senza esitazione l'obbligo di fare gratuitamente cotal servizio, per un numero considerevole di anni, come altra volta fu proposto dalla società De Nobili che ne ha rilevati i disegni e gli studi occorrenti alla esecuzione. Nè si obbietti ristrettezza di mezzi od altro motivo che ne aggiorni indefinitamente l'esecuzione per portare soccorso ad altri luoghi. Imperocchè se vi sono pericoli d'invasioni straniere, questi debbono credersi minori dalle Alpi che dal mezzogiorno; e se necessità di riparazioni a sofferti sacrifizi per la causa del paese, niuna plaga d'Italia ne ha tanto diritto quanto il circondario di Formia, che fu teatro alla guerra del 1860, ed al brigantaggio dodicenne, il quale scelleratamente immolò intere famiglie di patrioti al negromantismo ultramontano. Io poi debbo ricordare all'onorevole ministro Ricotti che il mio invito non tende ad altro che ad un'opera conforme al sistema prussiano di cui è imitatore. Quel Governo, o signori, arma la Germania non fabbricando buoni bastioni, ma congiungendo i preesistenti con ferrovie economiche costrutte dalle stesse guarnigioni militari.

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Non sarebbe egli dunque giustissimo che il nostro ministro della guerra facesse sorgere prussianamente anche fra noi, con le braccia dell'esercito, queste ferrovie strategiche le quali, contribuendo in una alla difesa e ricchezza della nazione, acquisterebbero, in tempo di riposo, un titolo di verace benemerenza ai nostri giovani soldati? Io mi lusingo che egli voglia ispirarsi in queste salutari vedute, e che un pieno consentimento alla mia proposta mi esima dall'incomodare la Camera ulteriormente. MINISTRO PER LA GUERRA. L'azione del ministro della guerra nella costruzione delle ferrovie è assai limitata in Italia, e non può essere diversamente. [...] MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole ministro della guerra della risposta che mi ha data. Però non posso a meno di fargli riflettere, che sebbene la scienza tenga ora in poco conto i mezzi di difesa di Capua e Gaeta, come tiene in poco conto anche le armi perfezionate e le fortificazioni sinora erette, pure, dacchè egli è così sollecito di mettere il paese in buone condizioni per ogni eventualità, lo pregherei d'essere insistente, onde i milioni che l'Italia spende alla difesa delle altre provincie italiane sian pure adoperati per quella non meno importante delle provincie meridionali. Io, ripeto, non credo alla guerra, ma se guerra vi sarà, l'onorevole ministro Ricotti che è pur esso un distintissimo generale, non può nè deve sconoscere l'importanza militare della testa di linea che da Capua e Gaeta guarda strategicamente a tre punti, al mare, a Roma ed agli Abruzzi. Ci pensi dunque e provvederà com'è obbligo di patriottismo. *§* Tornata del 13 Febbraio 1874 (p. 1442 = presenta una proposta di legge) PRESIDENTE. [...] L'onorevole Morelli Salvatore ha presentato un disegno di legge che sarà trasmesso agli uffici. *§* Tornata del 24 Febbraio 1874 (pp. 1740-1741 = domanda l'urgenza della petizione 898 del capitolo di Ostuni) MORELLI SALVATORE. Prego la Camera a dichiarare d'urgenza la petizione segnata col numero 898. Questa petizione, sottoscritta dal procuratore del Capitolo di Ostuni, in Terra d'Otranto, concerne un legittimo reclamo contro la negligenza del Governo, il quale nel 1867 fino ad oggi non ha provveduto alla rettificazione di un errore di fatto occorso nella misura delle pensioni in rapporto alla rendita effettiva che quei sacerdoti percepivano dal vasto patrimonio incamerato. Diffatti, o signori, da questi documenti originali, che deposito sul banco della Presidenza, a schiarimento della medesima, risulta fino all'evidenza, che i canonici di Ostuni, fra i quali si noverano eminenti intelligenze e venerandi patrioti, percepivano su per giù una rendita di circa sei lire al giorno, e nel loro patrimonio, per l'entrata biennale di 22 mila alberi d'ulivo, trovavano il largo margine di rimunerare degnamente i non partecipanti, i quali estendevano i capitolari fino al numero di 75. Ora, se coll'incameramento dei beni della manomorta si ebbe in mira di sviluppare la produzione di una vasta proprietà, onde accrescere con la pubblica la privata ricchezza, assegnando a coloro che traevano la vita l'equivalenza in pensioni adeguate alla rendita dello statu quo, è strano e contrario ad ogni principio di giustizia che, invece di regolare le pensioni medesime sui valori reali desumibili dalla posizione concreta dei fondi, si sia voluto procedere altrimenti, tenendo invece dietro ad erronee rivelazioni di qualche procuratore inesperto, il quale, alterando la verità, danneggiava gl'interessi dei correligionari e del paese. Io, o signori, considero questi come interessi sociali, perchè in realtà essi non alimentavano soltanto i pochi cittadini addetti al culto, ma un vasto numero di famiglie, ed ho visto coi propri occhi, nell'ultimo mio viaggio sino a Brindisi, che, fra tutti gl'interessi spostati dalla rivoluzione, quello che ha più influito alla povertà nella quale versano paesi patriottici che pri

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ma erano ricchi, come Ostuni, Carovigno, San Vito ed altri molti, sia stato l'assorbimento da parte del Governo delle rendite di quelle vaste proprietà che diedero alimento per secoli alla vita sociale, senza curarsi poi di dare l'equivalenza, almeno finchè un nuovo assetto non la dimostrasse inutile. Per queste ragioni adunque, e per un'alta considerazione di umanità che si fa chiara a tutti, io spero di non vedere negata l'urgenza, anche perchè quando verrà discussa questa petizione io mi propongo di consigliare una misura riparatrice, la quale farà comprendere a tutti che, se il nuovo ordine di cose sfata il vecchio, non fa guerra negando giustizia all'uomo di qualsiasi veste si ricopra ed a qualunque classe appartenga. (È dichiarata d'urgenza) *§* Tornata del 25 Febbraio 1874 (p. 1813-1814 = sue raccomandazioni in favore delle operaie della manifattura di tabacchi di Roma) MORELLI SALVATORE. Domando la parola per fare una modesta raccomandazione all'onorevole presidente dei ministri che ha il portafoglio della finanza. Egli, come noi tutti, deve aver notizia della scena spiacevole avvenuta stamane nella piazza di Monte Citorio. (Interruzione) Non interrompano, è la fame che bussa alle porte del Parlamento! PRESIDENTE. Ma, onorevole Morelli, ella vuol fare un'interrogazione. MORELLI SALVATORE. No, signor presidente, essendo stata già presentata alla Camera una petizione sull'argomento, mi basta limitarmi ad una semplice raccomandazione, la quale ha in mira di provocare un provvedimento di urgenza e null'altro. Dopo ciò, riprendo a dire che stamane circa sette od ottocento operaie, quasi tutte madri di famiglia, si recarono in massa alla Camera per chiedere ai rappresentanti della nazione che venga loro fatta giustizia a riguardo dell'orario e dello stipendio sminuiti dalla regìa cointeressata nella fabbrica dei tabacchi. Esse si lamentano, che prima lavoravano nove ore al giorno dalle 6 alle 3, guadagnando due lire, ed ora coll'introduzione di una macchina, il lavoro è ridotto a 5 ore, di cui una parte si perde infruttuosamente per rifare i sigari sbagliati, e lo stipendio è limitato alla meschinità di 15 a 20 soldi per giorno. Se la cosa sta in questi precisi termini, pare evidentemente che la Regìa, la quale si obbligava di dare agli operai lo stesso trattamento che ricevevano dallo Stato, abbia smosse le basi del contratto, ed il Governo che mantiene il controllo su questo ramo della pubblica amministrazione, debba sentire il dovere di richiamarla all'osservanza dei patti. Tale dovere specialmente oggi, o signori, è di gravissima importanza; imperocchè nel difetto di lavoro che si deplora ovunque, ogni attacco alla esistenza delle classi povere può essere argomento di gravi disordini. Per queste considerazioni quindi, ed allo scopo di non vedere reiterata anche domani la minaccia di rimaner chiusa la fabbrica dei tabacchi a sì numerosa classe di operaie, io prego il signor ministro perchè faccia valere l'autorità del Governo, onde cessi uno stato di cose offensivo alla giustizia ed all'umanità. (I deputati escono) MINGHETTI, presidente del Consiglio. Io non era qui presente quando l'onorevole Morelli faceva l'istanza; se l'onorevole Morelli vede in ciò qualche cosa che sia contrario alla legge, mi faccia una interpellanza ed io gli risponderò. MORELLI SALVATORE. Occorrendo mi avvarrò di questo dritto. *§* Tornata del 26 Febbraio 1874 (p. 1815 = domanda l'urgenza della petizione 903 presentata dalle operaie predette) MORELLI SALVATORE. Per le ragioni da me esposte ieri sera, domando che la petizione 903 delle lavoratrici di sigari nella manifattura dei tabacchi di Roma sia dichiarata d'urgenza. (È dichiarata d'urgenza)

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*§* Tornata del 10 Marzo 1874 (pp. 2163-2164 = interroga il ministro della guerra se intenda far precedere alle opere della difesa nazionale quelle più possibilmente produttive per soccorrere le classi lavoratrici) PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore ha presentato una domanda d'interrogazione al ministro della guerra; è la seguente: <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro della guerra se intende far precedere alle opere della difesa nazionale quelle più possibilmente produttive per soccorrere le classi lavoratrici.>> (Si ride) Prego il signor ministro della guerra a dire se e quando intenda rispondere a questa interrogazione. Una voce a destra. Dopo i bilanci. RICOTTI, ministro per la guerra. Veramente io credo che l'onorevole Salvatore Morelli vuole interrogarmi sulla costruzione di ferrovie, le quali non dipendono dal Ministero della guerra ma da quello dei lavori pubblici. Tuttavia io non avrei difficoltà di accettare anche subito la sua interrogazione. PRESIDENTE. Il signor ministro della guerra suppone che l'onorevole Morelli voglia parlare della ferrovia da Gaeta a Capua. (Ilarità) MORELLI SALVATORE. Passando sopra alla celia dell'onorevole presidente... PRESIDENTE. È cosa seria, onorevole Morelli. MORELLI SALVATORE. Ha celiato, ed io, proseguendo, dico che muoveva questa interrogazione al ministro della guerra perchè, in vista dei trionfi da lui riportati nella Camera col voto dell'altro giorno, che gli accordò 79 milioni per l'armamento nazionale, dovendo spendere una parte di questa ingentissima somma nel bilancio dell'anno corrente, desidererei che l'onorevole ministro, come membro del Governo del mio paese, tenesse d'occhio le condizioni miserevolissime nelle quali versano le classi operaie di tutte le provincie italiane. A dir vero, signori, io credeva che i miei colleghi plaudissero a questa mia interrogazione, invece li ho visti ridere, e me ne dolgo di cuore, perchè noi non veniamo qui a perdere il tempo o per proprio divertimento, ma vi siamo allo scopo di lenire quanto è possibile i dolori dei nostri concittadini. Laonde, ritenendo come definitivamente approvata questa rilevantissima spesa, io domando... PRESIDENTE. Onorevole Morelli, se la Camera approvò questa spesa è per dare del lavoro. MORELLI SALVATORE. Scusi, mi lasci parlare, e vedrà che la mia non è esagerazione. Lettere provenienti da tutte le parti del regno rivelano che la posizione è sconfortantissima, è miserrima, manca il lavoro, manca il pane, non si ha come vivere, e noi siamo di fronte a tre altri mesi nei quali potremo assistere al triste spettacolo della fame che desola le Indie e taluni paesi della Russia. Ora, l'onorevole ministro Ricotti, ottenendo dall'autorità della Camera di erogare in opere di difesa 79 milioni, io desidererei che queste spese di guerra, le quali sventuratamente vanno a finire nell'abisso, si cominciassero ad adoperare in quelle opere che sono possibilmente produttive, quindi da strade ferrate e da quanto altri lasci la speranza, che in caso che la guerra non abbia luogo, come io ho fiducia, il danaro non sia stato speso invano ed abbia prodotta l'efficacia di sollevare dalla miseria le classi lavoratrici. L'onorevole ministro della guerra sa che il suo collega dei lavori pubblici, con la sagacia di eque previsioni, mercè una circolare a tutti i municipi, ottenne che si desse da vivere alle moltitudini con lavori stradali. Se adesso quel provvedimento dell'onorevole Spaventa fosse completato coll'impiego dei milioni addetti all'armamento nazionale in opere di utilità pubblica che vi hanno coerenza, io son certo che rimarrebbero in parte giustificate le gravezze tributarie che costituiranno l'equivalente di spese sì enormi, e si allontanerebbe l'onta della fame da cui sono minacciate le po

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polazioni del più ricco paese del mondo. Su tal riguardo io prego l'onorevole ministro Ricotti a dar mano senza indugio ai lavori militari di Terra d'Otranto dove più incalzano i bisogni, ed al mirabile tronco di ferrovia per il quale in tante volte ho logorato i polmoni, vale a dire quello che deve congiungere Capua e Gaeta. Adesso che egli ha ottenuto dalla Camera di stabilire un campo trincerato a Capua, non vi ha nessun dubbio che queste due fortezze dovranno essere depositi di corpi d'armata e d'istrumenti da guerra. Come si regolerà l'onorevole ministro quando vorrà trasportare rapidamente cotali mezzi di difesa, se non si apparecchia nella costruzione della indicata ferrovia, l'agevole argomento pei trasporti necessari? Ma, si dirà, c'è un'altra via in progetto, la via Danisi che verrà pel litorale di Gaeta. Signori, anch'io desidero che quella via si compia, ritenendo che vie e scuole non sono mai soverchie; però non mi lusingo che possa servire acconciamente ai fini della difesa nazionale, imperocchè essendo troppo esposta al litorale, basterebbe una scorridoia nemica ad impedirne l'esercizio. Insisto quindi perchè l'onorevole ministro Ricotti trovandosi adesso nelle condizioni di potere anche risparmiare qualcosa, degli undici milioni circa che si debbono spendere nel campo trincerato di Capua e per rifare la fortezza di Gaeta, riseghi una parte della somma medesima per l'indicato tronco ferroviario, il quale costerà pochissimo avendo il suo predecessore ministro Govone, fatto eseguire gli studi, e per mezzo di una società privata se n'era già messa in esecuzione una gran parte. Laonde all'onorevole Ricotti rimarrebbe ben poco da fare per fornire con la difesa in quel punto strategico della penisola un mezzo di risorsa economica che la nazione deve alla patriotica [sic] provincia di Caserta, la quale fu teatro della guerra di redenzione, immolando per dodici interi anni sull'altare della patria la vita e le sostanze dei migliori suoi figliuoli. MINISTRO PER LA GUERRA. L'onorevole Morelli, nel suo discorso, è partito da due fatti che non sono pienamente esatti. Prima di tutto egli ha supposto che il progetto di legge che stiamo discutendo sia già approvato. Ora la Camera vede benissimo che quand'anche il medesimo sorta qui l'esito favorevole, esso non potrà aver vigore ed essere convertito in legge prima di due o tre mesi, dovendo ancora essere discusso in Senato ed ottenere poscia la sanzione reale. In secondo luogo, in questa legge sono specificatamente indicate le opere da farsi, ma non vi è fatto cenno alcuno di ferrovie; quindi, qualunque sia l'importanza che possa avere il tronco fra Capua e Gaeta, sia sotto il punto di vista militare, sia sotto il punto di vista commerciale, non è in questa legge che ne possa essere tenuto conto, essendo alla medesima interamente estranea. Ciò non esclude però che questa quistione possa essere in seguito trattata, e posso anche assicurare l'onorevole Morelli che già ebbe a formare oggetto di studio fra il ministro della guerra e quello dei lavori pubblici. L'onorevole Morelli raccomandava poi anche, al ministro della guerra, di impiegare le somme contemplate in questa legge nel dar lavoro agli operai, in vista massimamente dello stato di miseria in cui versano quest'anno per il rincaro generale dei viveri. A questo proposito, la Camera sa che il ministro dei lavori pubblici ha a sua disposizione delle somme cospicue, colle quali sta promuovendo lavori in quasi tutte le provincie d'Italia; e se questo progetto sarà sollecitamente convertito in legge, sarà mia premura di fare intraprendere immediatamente i lavori per le somme che mi sono per quest'anno concesse, cioè per i due milioni e mezzo. E quand'anche le somme autorizzate da questa legge siano per fortificazioni e non per costruzione di ferrovie, procureranno sempre lavoro agli operai. Del resto, ripeto, io credo che col tempo si dovrà costruire questa ferrovia fra Gaeta e Capua, poichè è utile anche militarmente parlando; al momento però non posso prendere nessun impegno speciale, essendo una cosa affatto estranea all'attuale progetto di legge. MORELLI SALVATORE. Pare che l'onorevole ministro abbia risposto favorevolmente alla mia interrogazione, poichè quando col dar mano alle opere di difesa nazionale egli promette lavoro agli operai, io sono soddisfattissimo.

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Riguardo poi al tronco di ferrovia Capua-Gaeta sono del pari contento della sua risposa e ne prendo atto avendo egli implicitamente promesso che un giorno o l'altro questa ferrovia si dovrà fare. Gli sarei grato se egli ne affrettasse l'esecuzione mettendosi d'accordo col signor ministro dei lavori pubblici, il quale non ne ignora la duplice importanza economica e militare. Ho detto. *§* a 1 Tornata del 20 Marzo 1874 (p. 2504 = appoggia l'invio al ministro di grazia e giustizia della petizione del capitolo di Ostuni) MORELLI SALVATORE. Ringrazio la Commissione che ha conchiuso conformemente alle ragioni da me esposte, nel reclamare l'urgenza della petizione inviata alla Camera dal Capitolo di Ostuni. Lo stesso fo all'onorevole guardasigilli, il quale ne ha consento l'invio al Ministero, ma mentre fo questo non posso affatto accettare le giustificazioni con cui ha inteso coprire la negligenza dell'amministrazione nei provvedimenti per la liquidazione finale delle pensioni al clero italiano. Signori, se ciò era comandato dalla legge del 1867 sullo scioglimento delle corporazioni religiose ed incameramento della manomorta, non credete voi esorbitante che gli agenti del potere esecutivo tanto solleciti alla presa di possesso dei patrimoni ecclesiastici, abbiano indugiato poi un intero settennio per assegnare il corrispettivo delle pensioni a coloro che ne traevano la vita? Io lo credo esorbitante e me ne duole; imperocchè non è possibile che coi mezzi di un grande Stato si esigano circa due lustri per applicare una legge in quella parte che riflette la giustizia dovuta, più che a migliaia, a milioni di cittadini italiani. (Sussurro e commenti) E dico milioni, o signori, perchè, senza illuderci, al patrimonio ecclesiastico era legata la vita non pure dei preti, ma delle numerosissime famiglie con le quali questi avevano attinenze. E lo ripeto ancora, una delle cause della miseria che oggidì contrista specialmente i comuni rurali devesi attribuire allo spostamento d'interessi avvenuto rimandando alle calende greche l'equivalenza delle rendite dei beni incamerati per lo scopo di migliorare l'economia pubblica del paese. Posto ciò, ci vuol poco a comprendere come da un procedimento tanto anormale sia sorto il sospetto o che l'amministrazione trascuri l'osservanza delle leggi per difetto di mezzi al disbrigo degli affari, o che le manchi il senso della giustizia. Nell'un caso e nell'altro il sospetto è deplorevole e toglie a Governo gran parte del suo prestigio. Quindi sotto questo punto di vista non deve spiacere all'onorevole Vigliani se io insisto, onde faccia l'estremo delle sue forze per rendere giustizia al clero italiano, ordinando la definitiva liquidazione delle pensioni uniformemente alla indicata legge del 1867. A tal uopo io desidero che si smettano i pretesti di false denuncie [sic], e si ponga mente al valore reale dei fondi di manomorta come risulta dagli estimi più recenti; come desidero del pari che si prenda una misura di equità verso i sacerdoti non partecipanti, i quali vivevano con rendite speciali assorbite tra i beni incamerati senza avere di essi alcuna considerazione. Ne ho visto molti, o signori, di questi disgraziati nell'estrema miseria raccomandarmisi non solo in Ostuni, in Polignano a Mare, Carovigno, San Vito d'Otranto ed in molti altri paesi per ottenere loro dalla Camera la giustizia che invoco, e che mi auguro voglia trovare eco nel cuore dell'onorevole guardasigilli, per cancellare dall'amministrazione una negligenza anormalissima verso Capitoli come quello di Ostuni, il quale, ricchissimo qual era, vede ora gemere nelle più dure privazioni gli eminenti patrioti e gli uomini di scienza che lo decorano. Tanto più poi io mi lusingo che il guardasigilli vorrà farsi sollecito alle mie insistenze, perchè, saggio com'è, deve comprendere più che ogni altro quanto noccia al credito delle istituzioni, mancare alla santità di patti riconosciuti solennemente in leggi sancite dai poteri dello stato. Ho detto.

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MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. L'onorevole Morelli Salvatore chiede che io mi met-

ta di proposito a provveder sopra la petizione della quale si tratta e sopra le altre congeneri istanze. Io prego l'onorevole deputato a credere che è mio sistema di mettermi sempre di proposito a fare ciò che appartiene alle mie attribuzioni; e lo prego anche di credere che io non sono un temporeggiatore, che le cose che debbo fare le faccio con tutta sollecitudine, e l'accerto che, ogni volta gli accadrà di rivolgersi al Ministero della giustizia, io gli potrò provare che, non solo non si sono perduti nè anni, nè mesi, nè giorni, ma che si è fatto il possibile, e presto. Ma io vorrei che l'onorevole Morelli, il quale probabilmente non avrà mai posto piede in nessuna pubblica amministrazione, e certo non si sarà mai trovato incaricato di una grave mole di affari di pubblico servizio, si volesse anche persuadere che non è tanto facile ai pubblici amministratori di fare le cose con quella celerità che il loro sentimento e il loro cuore suggerirebbero. Vi sono delle difficoltà le quali non si superano coi mezzi di cui le umane forze possono disporre. Quelle lagnanze di cui egli si preoccupava, se furono molto numerose nei primi anni dell'esecuzione delle leggi da cui derivano, sono ora di tanto diminuite che credo che non verranno più al Parlamento petizioni, o per lo meno non ne verranno che pei casi dubbi, non già per ritardi nel provvedere. Accade poi non di rado che, dopo che i petenti hanno esaurito tutti i loro mezzi avanti all'amministrazione, si rivolgono, come ad un ultimo rifugio, alla maestà del Parlamento. E non bisogna credere che tutto il tempo che è trascorso dalle prime loro istanze sino al momento in cui le presentano al Parlamento, sia stato un tempo perduto: è stato un tempo impiegato ad esaurire i mezzi amministrativi. Prego dunque l'onorevole Morelli a persuadersi che io non ho bisogno di nessun eccitamento per occuparmi seriamente delle petizioni di cui si tratta, come di tutte quelle che venissero fatte all'amministrazione. E lo prego anche di avvertire che il provvedere non appartiene al Ministero della giustizia e dei culti, ma ad un'amministrazione autonoma per legge, all'amministrazione del Fondo per il culto, sulla quale il Ministero esercita la sua sorveglianza. Questa sorveglianza io la vado esercitando, e non mancherò certamente al dovere che la legge deferisce al Ministero, come sono persuaso che l'amministrazione del culto compirà esattamente il suo dovere. *§* Tornata del 27 Maggio 1874 (pp. 3986-3987 = chiede l'urgenza e la rimessione al ministro guardasigilli della petizione 980 del capitolo di Manduria) ATTI DIVERSI PRESIDENTE. La parola spetta all'onorevole Salvatore Morelli sul sunto delle petizioni. MORELLI SALVATORE. Per le stesse ragioni di giustizia accennate altra volta alla Camera, io chieggo oggi l'urgenza per la petizione segnata col n° 980, mercè la quale il capitolo di Manduria, illustrato dal filosofo e martire della libertà, Marco Gatti, chiede la liquidazione definitiva delle pensioni, conformemente alla rendita dei beni patrimoniali incamerati con la legge del 1867. Oltre a ciò, prego l'onorevole presidente perchè, d'accordo coi membri della Commissione delle petizioni, si compiaccia rimettere questa senza indugio all'onorevole ministro guardasigilli, essendo identica a due altre di Ostuni e di Grumo, sulle quali nella tornata del 20 marzo venne così decretato dalla Camera, col consenso dello stesso guardasigilli. PRESIDENTE. Questo dipenderà dalla Giunta delle petizioni; la Camera non può che inviare la petizione alla medesima. MORELLI SALVATORE. Io credo possa accettarsi benissimo la mia proposta, imperocchè essa non deroga affatto al regolamento, evitando di riportare alla discussione pubblica in quest'Aula, reclami sui quali esiste già un solenne pronunciato.

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PRESIDENTE. Vuol dire che la Commissione delle petizioni, che ora ha pochissimo a fa-

re, riferirà alla Camera le sue conclusioni d'urgenza, perchè credo che regolarmente debba constatarsi la identità dell'oggetto di questa petizione e delle precedenti, e quindi convenga inviarle alla Commissione delle petizioni. Se non vi sono opposizioni, s'intenderà dichiarata urgente. (L'urgenza è ammessa) MORELLI SALVATORE. Mi perdoni, onorevole presidente, ma io non posso arrendermi a queste conclusioni. Noi siamo allo scorcio della Sessione coi bilanci e con leggi urgentissime, che non lasciano speranza di poter dedicare neppure un minuto alle petizioni. Quindi, mi sembra che col seguire cotal norma si verrebbe a deludere le legittime aspettative di cittadini italiani distinti per sapere e patriottismo, i quali dopo avere atteso invano un atto di giustizia per sette anni, reclamandone oggi al Parlamento ne avrebbero la cruda risposa di vedere inviata la loro petizione al dimenticatoio. Volendo dunque mostrarci equi senza pregiudizio di alcuna legge o regolamento, io rinnovo la mia preghiera al signor presidente. PRESIDENTE. Io le ripeto che non è di competenza della Presidenza di ordinare questo invio, ma bisogna prima che la Giunta delle petizioni conosca e riferisca sulla petizione... MORELLI SALVATORE. Interroghi la Camera. PRESIDENTE... e il desiderio dell'onorevole Morelli sarà soddisfatto, facendo ufficio presso la Giunta delle petizioni. MORELLI SALVATORE. Mi auguro che, adoprando la sua efficace parola in proposito coll'onorevole Commissione, ottenga dalla medesima l'invio al Ministero dell'indicata petizione pel chiesto provvedimento. PRESIDENTE. Io farò ufficio presso il presidente della Commissione delle petizioni, perchè la medesima provveda il più preso possibile in proposito. MACCHI. Come presidente di quella Commissione io prometto, per quanto sta da me, di fare il più presto possibile. MORELLI SALVATORE. Grazie! *§* Tornata del 1° Giugno 1874 (pp. 4099-4101 = propone una diversa intitolazione al bilancio del Ministero della guerra / ritira la fatta proposta) PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del bilancio definitivo del Ministero della guerra per il 1874. Rammento alla Camera che a tenore della deliberazione già presa cadono in discussione solo quei capitoli pei quali è proposta una variazione. Onorevole Morelli ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Non debbo fare un lungo discorso sui capitoli di questo bilancio, ma desidero dalla Camera un atto di coerenza sulle generalità del medesimo, argomento il quale non esige che pochi minuti di sviluppo. Mi permettano dunque, o colleghi, di dire, che dopo i conati generosi della grande lega fondatasi a Parigi per la pace e la libertà, questo nobilissimo concetto perchè vero, perchè giusto, non solo venne praticamente adottato da due illustri nazioni, l'America e l'Inghilterra, nella questione dell'Alabama, ma s'impossessò con la celerità dell'elettrico di tutte le coscienze civili, che lo festeggiarono come una vera redenzione morale ed economica, costringendo vari Parlamenti ad adottarne il principio. Di fatti dopo che vidi cadere senz'appoggio a Firenze nel 1870 un ordine del giorno da me presentato in questo senso alla Camera italiana, l'illustre deputato Richard l'anno passato ottenne un vero trionfo nel Parlamento inglese che gli votò consimile proposta, e poco dopo, presente lo stesso Richard alla nostra tribuna diplomatica, veniva da quest'Assemblea accettata ad unanimità l'identica mozione sostenuta splendidamente da uno dei più grandi oratori d'Italia, nostro caro collega Mancini.

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Questi fatti connessi ai disastri dell'ultima guerra franco-prussiana, che hanno scosso il mercato del mondo fino ad affamare i popoli più ricchi, mettono oggimai la questione della pace all'ordine del giorno di tutti i paesi civili, proclamando un prossimo congresso a Bruxelles, e ponendo fin lo czar delle Russie nell'impegno di associarsi ai potentati per iscemare gli orrori della guerra. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, le osservo che non vi può essere discussione generale sul bilancio di definitiva previsione, e non si può parlare fuorchè in merito ai capitoli variati. MORELLI SALVATORE. Sia pure così; ora che mi sono inoltrato, debbo esplicare completamente la mia ispirazione. (Ilarità) Se voi dunque, o signori, all'unanimità condannate questo sistema funestissimo che distrugge la libertà, la vita e le sostanze delle nazioni; se voi deste il mandato alla diplomazia italiana di prendere accordi con quella straniera per sostituirgli l'anfizionato, non vi sembra leggero e contraddittorio il titolo di Ministro della guerra che ancora mantenete a quello che si dedica agli armamenti? Sì, signori, le parole dicono le cose, e la diplomazia cui l'onorevole nostro ministro degli esteri consiglia per vostro mandato la pace, dovrà rispondere certamente: medice cura te ipsum; finchè voi Italiani avete un Ministero della guerra, con questa parola che rivela tutto un sistema, non avete dritto a consigliarci la pace. Ora, in vista di tutto ciò, io non vi domando nulla che scemi la forza del paese, nulla che comprometta la sua unità e indipendenza di fronte alle nazioni armate; io vi chieggo soltanto un atto di coerenza. Una volta proclamata all'unanimità la pace, voi dal suolo di Roma dove le proclamazioni assumono importanza mondiale, dovete dare il buon esempio agli altri popoli, cominciando a trasformare questa vieta istituzione, questo simbolo di morte, dal nome, il quale io desidero che da Ministero della guerra sia cangiato in Ministero della difesa. La difesa, come è legittima per gl'individui è legittima anche per le nazioni, quindi non vi è nè provocazione nè scandalo morale che i Governi abbiano un Ministero della difesa. Dopo però che la storia, la scienza e la coscienza del mondo ha condannate le guerre capricciose e ambiziose di conquista, io credo che non sia più lecito a nessun popolo che ha un Codice penale per punire nei privati simili misfatti, tenere in piede anche nominalmente un'istituzione che li comanda, li impone alle generazioni con sacrifizi di sangue e di danaro. No, le nazioni hanno una coscienza morale come l'uomo individuo, e ciò che essa non permette a lui, non può permetterlo a chicchessia per l'unità della legge. Voi lo sapete, o signori, una delle cause principali che, come ho detto, ha scosso il mercato del mondo minacciando la bancarotta fino alla prospera America, è stata la guerra francoprussiana, la quale ha distrutto trenta mila milioni. (Esclamazioni a destra) Sì, trenta miliardi; e non gridino all'esagerazione perchè il fatto è aritmeticamente vero. Cinque miliardi di oro ha incamerato l'imperatore di Germania per danni di guerra; altri cinque miliardi si sono distrutti negli immensi armamenti e cogl'incendi di città e di proprietà private; e venti miliardi infine sono la risultante della produzione mancata per due anni ai due grandi paesi. E badate che in tutto questo non è calcolato l'immenso valore delle vittime umane che vi si spensero. Laonde, o signori, in nome dell'umanità che grida al mondo ufficiale: lasciatemi vivere, insegnatemi a vivere; in nome del povero nostro paese oppresso dai tributi, nelle cui vene non è rimasta che un po' di linfa, il quale inorridisce vedendo stanziati in questo bilancio della guerra 213 milioni; in nome della scienza, in nome della storia, approvate la proposta che io fo, la quale se apparentemente accenna al mutamento d'un nome, nel fondo, con l'aiuto della nostra diplomazia, e con l'influenza degli amici dell'umanità, finirà per essere l'inizio efficace della trasformazione d'un sistema divoratore di uomini e di sostanze.

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È su questo come sulle altre grandi riforme interne proposte da me e da altri colleghi, che io vorrei sperimentare il patriottismo e l'intelligenza degli uomini di Stato che seggono al banco dei ministri. Restringendomi soltanto all'argomento della guerra, io dico, che se la diplomazia si accordasse sul disarmo, l'Italia, tenendo in piedi la forza necessaria per l'ordine interno, e i quadri d'un esercito eventuale, potrebbe risparmiare più di cento milioni l'anno, dando al ministro delle finanze per l'amministrazione dello Stato i mezzi che oggi vuol piluccare dagli esinaniti produttori della penisola con leggi esorbitanti. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, saranno belle le sue considerazioni, ma non posso lasciarla continuare. Però se vuole parlare su qualche capitolo le serberò la parola. MORELLI S. Onorevole presidente, mi lasci dire poche altre parole, e vengo subito alla conclusione. CADOLINI, relatore. C'è il regolamento che non le permette di parlare. MORELLI S. Mettetevi dunque su questa via, sulla via dei principii, sulla via delle riforme, e cessate voi e tutti gli Stati d'Europa d'incocciarvi a fare assegno sulla forza brutale. Ricordatevi che sulle baionette non si dorme, ve lo disse un napoleonide. Per far prosperare e stare tranquille le nazioni non vi sono che due mezzi, l'istruzione ed il lavoro. Tuttavolta se le presenti circostanze della Camera non mi hanno permesso di svolgere i sette progetti sulla riforma al Codice civile (Si ride) coi quali intendo raggiungere questo scopo di redenzione morale, l'animo mio rimane lieto di aver fatto il proprio dovere verso la civiltà umana cui ho dedicata la vita, e mi auguro che la bandiera dei grandi principii che ho mantenuta alta ed immacolata per sette anni nel primo stallo di quest'Aula, se io non ritorno, abbia assegnata dalle vicende dell'urna un petto più forte ed un ingegno più perspicace della mia modesta personalità. Detto ciò, o signori, io presento alla vostra approvazione il seguente ordine del giorno: <<La Camera, considerando incomportevole alla civiltà che il bilancio del Ministero dedicato alle armi elevi a sistema la guerra, assumendone il nome, ordina che da oggi innanzi il medesimo si appelli: Bilancio del Ministero della difesa.>> Spero intanto che il signor ministro Ricotti con l'intera Assemblea si degnino di votarlo, anche perchè il Governo di una nazione civile sotto questo punto di vista non può mostrarsi inferiore a quello dei papi, i quali ebbero un Ministero delle armi e non un Ministero della guerra. Proverei un gran dolore vedendolo respinto, come lo provai allorchè proposi l'ordine del giorno pel tribunale internazionale, e la Camera, con le sue ripugnanze, permise che così nobile iniziativa l'assumesse con tanta gloria la Camera inglese. Ma la responsabilità non sarà mia. PRESIDENTE. Sarà suo merito, onorevole Morelli. (Ilarità) MORELLI SALVATORE. Io non desidero nulla, purchè si faccia il bene dell'umanità. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, mi permetta che io le faccia osservare che il concetto suo sarà lodevolissimo; ma, come ella sa, è la massima della Camera che nei bilanci di definitiva previsione non si discute nessuna proposta nuova. Parmi dunque che ella dovrebbe riservare questo ordine del giorno per l'epoca in cui verrà in discussione il bilancio di prima previsione. Del resto, secondo la consuetudine do la parola all'onorevole relatore, se intende esprimere l'avviso della Commissione. Prima però domando se questa proposta sia approvata. (È appoggiata) MORELLI SALVATORE. È appoggiata da tutta l'umanità, onorevole presidente. (Ilarità) PRESIDENTE. Sarà; ma tutta l'umanità non può far sì che vi siano quindici deputati che appoggino la sua proposta, se non si alzano.

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Ha facoltà di parlare l'onorevole relatore. CADOLINI, relatore. Io posso dire soltanto che qualunque questione di questo genere non può essere sollevata che nell'occasione in cui si discute il bilancio di prima previsione, perchè simili argomenti non si possono trattare che nella discussione generale. Ora, siccome nel bilancio di definitiva previsione non vi può essere discussione generale, così la Camera non si può occupare dell'ordine del giorno proposto dall'onorevole Morelli. RICOTTI, ministro per la guerra. Io mi associo all'opinione espressa dall'onorevole relatore. Del resto mi rimetto interamente alla decisione della Camera. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, per non offendere la massima adottata dalla Camera, io lo pregherei di rinviare questo suo ordine del giorno alla discussione del bilancio di prima previsione, e questa preghiera gliela faccio nell'interesse appunto del principio, che ella intende sostenere. MORELLI SALVATORE. Quando la Camera e l'onorevole presidente vogliono così, sia fatta la loro volontà. PRESIDENTE. Siccome l'onorevole Morelli non insiste nella sua proposta passeremo alla discussione dei capitoli... *§* XI LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (05.12.1870 - 20.09.1874) 3 PROGETTI DI LEGGE PRESENTATI 1. Anno 1871 = Fondazione della scuola civile materna, promiscua, gratuita e obbligatoria (Iniziativa Parlamentare) - C. 10, 14 febbraio 1871 2. Anno 1872 = Nomina di una commissione d'inchiesta parlamentare di trenta membri sulle condizioni legislative ed amministrative dello Stato (Iniziativa Parlamentare) - C. 15, 20 gennaio 1872 3. Anno 1874 = Per assicurare con guarentigie giuridiche la sorte dei fanciulli e delle donne (Iniziativa Parlamentare) - C. 6, 13 febbraio 1874 *§* XII LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (23.11.1874 - 03.10.1876) Sessione 1 (23 nov. 1874 - 21 feb. 1876) Camera dei Deputati - Sessione del 1874 / Tornata del 28 Novembre 1874 (p. 30 = Convalidazione della sua elezione) CONVALIDAMENTO DI ELEZIONI. PRESIDENTE. La Giunta per la verificazione delle elezioni ha trasmesso il seguente elenco di elezioni non riconosciute viziate nella loro forma .... Sessa - Morelli Salvatore .... Do atto all'onorevole Giunta della presentazione di queste relazioni, e se non vi sono opposizioni, si intenderanno approvate le elezioni delle quali ho dato lettura. (Sono approvate) *§* Tornata del 25 Gennaio 1875 (pp. 697 = Votazione per appello nominale, e reiezione del voto proposto dal deputato Cairoli) PRESIDENTE. Ora verremo ai voti. La Camera ritiene che l'onorevole Cairoli in occasione della sua interpellanza, che ha svolta nella seduta di sabato, ha presentato la seguente risoluzione: <<La Camera, considerando che la libertà individuale e l'inviolabilità del domiciio, garantite dallo Statuto, furono offese dagli arresti di Villa Ruffi, passa all'ordine del giorno.>> Su questa risoluzione hanno chiesto che si voti per appello nominale gli onorevoli: [...] Si procederà dunque all'appello nominale. Coloro che approvano la risoluzione dell'onorevole Cairoli, risponderanno sì, coloro che non l'approvano risponderanno no. (Movimenti)

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Prego gli onorevoli deputati a voler fare silenzio, affinchè l'ufficio di Presidenza possa raccogliere con esattezza i suffragi della Camera. (Si fa l'appello nominale.) Risposero no: [...] Risposero sì: ... Morelli Salvatore... Assenti: [...] Risultamento della votazione: Presenti e votanti 353 Risposero no 232 Risposero sì 121 (La Camera respinge la risoluzione proposta dall'onorevole Cairoli) *§* Tornata del 2 Febbraio 1875 (pp. 921-922-923 / 941 = parla sul capitolo 5 dello stato di prima previsione di agricoltura e commercio pel 1875 (Agricoltura) / per fatto personale) PRESIDENTE. Il primo inscritto per parlare sul capitolo 5 è l'onorevole Salvatore Morelli. Ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Io mi era proposto di non prendere la parola in questa discussione; ma vedendola, con grande compiacimento dell'animo mio, allargata in considerevoli proporzioni, credo debito di buon cittadino aggiungere anch'io, ai discorsi degli oratori che mi hanno preceduto, alcune modeste considerazioni, essendo ormai tempo che il Parlamento si occupi con serietà dell'agricoltura. Se ogni nazione, o signori, ha la sua impronta speciale, quella che la posizione geografica impone indubitatamente all'Italia, è la caratteristica di popolo agricolo e marinaio. In Italia vi potranno essere geni creatori, principi della scienza e dell'arte; vi potranno essere eroi, filosofi, pensatori, pittori, scultori, avvocati, meccanici, preti, ed ogni altra destinazione individuale o castale; tuttavolta la base della vita nazionale sarà sempre l'agricoltura ed il commercio, e guai a chi non sa leggere questo destino nella vastità della sua terra feconda, e nell'estensione di cinque mila chilometri di littorale nei tre mari. Giova ricordarlo, o signori; finchè il popolo italiano seppe essere agricoltore e marinaio, fu ricco, forte potente e temuto; quando abbandonò cotesto suo indirizzo nativo, lasciando infeconde le sue terre e deserti i suoi porti, per fare dei suoi figli una generazione fanatica solo dell'arte, del canto, del ballo, e di un ordine professionale che ha uopo di vivere all'altrui mercè, allora, o signori, il popolo italiano cadde sfibrato e schiavo ai piedi dello straniero. (Ah!, ah! al centro) Non ridano, chè la nostra storia sta lì per convincerli di questa bruciante verità. Io non nego che tra i venticinque milioni che abitano la penisola vi debba essere anche chi si dedichi a quel che costituisce la poesia morale della vita, apprendendo discipline ed esercitando industrie in altre sfere; ma il primo dato educativo, quello cioè che determina il carattere e la posizione collettiva della maggioranza del paese, dev'essere definito chiaramente, normalmente nello sviluppo su vasta scala delle forze agricole e commerciali. Posto ciò, io domando di nuovo come l'anno scorso al signor ministro dell'agricoltura e commercio, al cui ufficio mantengo il simpatico battesimo di ministro della vita, come egli ha risposto a questa grande esigenza? Ma cosa abbiamo fatto, paese e Governo, perchè le condizioni della ricchezza nazionale si svolgano convenientemente? Signori, la risposta è spiacevolissima; se non siamo dove eravamo, dobbiamo confessare che abbiamo camminato pochissimo nel progresso dell'economia. Io so che l'onorevole ministro ed il suo valoroso segretario hanno spesso dei viaggi per accertarsi ocularmente di quello che si opera in talune provincie.

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Pur plaudendo a questa diligenza, debbo confessare la inanità, e perchè parziale, e perchè questo buon volere ufficiale non dà alcuna prova di essersi moltiplicata la produzione e migliorate le sorti dell'agricoltore. Questa santa persona a cui il regno deve la sua ricchezza, la sua forza, la sua grandezza, è nella povertà e depressione più commovente; il credito personale, del quale si abbonda verso altre classi, a lui è perfettamente disdetto; se si presenta ad una Banca il povero agricoltore per avere i mezzi necessari a produrre e dare da mangiare ai signori ministri, ai signori deputati (Si ride), al paese intero, questo benefattore di tutti non trova credito, non trova chi gli dia dieci centesimi, e per ottenere qualche cosa ha bisogno del medium che si chiama l'usuraio. Ella che viaggia, signor ministro, può vedere coi propri occhi come i contadini produttori vivano squallidi, in abituri antigienici, mal vestiti, mal calzati, mal nutriti per l'usura che divora il frutto dei loro sudori prima di nascere. E tanto più giova rilevare questa malaugurata situazione, in quanto che per promuovere l'aumento della produzione, fa mestieri mettere in istato di vigore le forze produttive dei lavoratori. Ad ottenere quest'intento d'immensa utilità nazionale e per emancipare dall'usura il povero agricoltore, dovrebbe ordinarsi che le Banche cui sono affidati i valori dello Stato riconoscessero il suo credito personale somministrandogli con equo interesse i mezzi che possono essere garentiti dalla sua industria, e sottraendolo all'usura del 5, 6, 10 e sin dodici per cento al mese cui lo sottopongono crudelmente coloro che sfruttano i vantaggi della circolazione. Io credo, io spero che dopo la lettura dell'inchiesta agricola, nella quale suppongo risalti con evidenza questo stato di cose la Camera debba provvedere con una legge per assicurare l'avvenire della pubblica ricchezza circondando il produttore di quelle garentie [sic] morali e finanziarie che gli vengono negate, o gli fanno pagare carissime dalla ignoranza di chi non sa apprezzarne il valore e gli stenti. Intanto, finchè non si provvede dal Parlamento in modo definitivo, io prego il signor ministro di voler raccomandare agli istituti di credito perchè, ove non possa cessare, si moderi almeno un inconveniente, il quale è il principale ostacolo allo sviluppo industriale dell'agronomia italiana. Un'altra considerazione che io sottometto alla camera, ed è quella dello stato pericolante di taluni istituti agrari. Gli istituti agrari in Italia sono pochissimi e, se vogliamo anche, non vanno bene. E non vanno bene perchè non sono organizzati, come voleva giustamente il mio egregio collega ed amico Mussi, essendo sforniti di mezzi di sviluppo i quali determinano il criterio metodico del modo come l'agricoltura possa svilupparsi e progredire largamente e sistematicamente. Io so che questo non procede da inscienza o malvolere delle persone che sono addette alla direzione ed all'istruzione di codesti istituti agrari. Ho conoscenza e stima di parecchi di essi, fra cui ricordo con piacere vari professori ed il direttore Ferreri, uomini egregi, preposti all'istituto agrario di Terra di Lavoro. Visitando quell'istituto col chimico Enrico Santella, giovane di belle speranze, io mi avvidi che il suo ordinamento era plausibile, che il Ferreri, pieno di senso pratico e diligentissimo, aveva un vasto disegno e molta ansia per isviluppare la prosperità in quella nobile provincia; ma mi convinsi pure che i mezzi erano incorrispondenti al fine. Dirò di più, l'organico di questi istituti agronomici è troppo ristretto, anzi, se vogliamo, finisce per essere una cosa di lusso: perchè non vi si tratta già del come gli scienziati agronomi debbano investigare il modo di rendere produttiva la terra che non produce ma si tratta di fare degli esperimenti meschini per voler quasi provare che la terra la più fertile sia produttiva. Questo, signori, è fuor d'opera, non essendovi necessità di dimostrare quel che è già evidente, ed in tutto ciò io vedo piuttosto un lusso, e non quello che dovrebbe essere utile allo sviluppo agronomico del nostro paese.

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Il da farsi invece è che l'onorevole signor ministro, le provincie ed i comuni si adoperino a tutt'uomo perchè questi istituti fossero forniti di mezzi, per cui i vasti spazi di terreno e le lunghissime catene di monti, i quali rimangono come un deserto, senza un filo d'erba, senza il menomo segno di vegetazione, potessero rendersi produttivi. Sì, il compito degli istituti agrari dovrebbe essere quello di creare gli agricoltori illuminati, e di rendere feconde le terre che non producono. Invece essi sono insufficienti nell'organizzazione ed insufficientissimi nel numero. Perchè l'onorevole ministro di agricoltura e commercio non si propone di formare un grande organico che fornisca ad ogni comune una scuola agraria? Si pensa alle scuole elementari, si pensa alle scuole classiche superiori, e alle scuole agrarie non si vuol pensare? Ma io credo che verrà il tempo in cui questa scuola dovrà dichiararsi obbligatoria, ed ogni padre di famiglia sarà in dovere di saper tanto da insegnare ai propri figli come debbono coltivare la terra e come possono farla produrre. Intanto cominciamo adesso quest'opera con la salutare diffusione delle scienze affini che dicono ordine all'agricoltura, e così noi potremo arrivare un giorno a tale propaganda da fare penetrare nella mente del popolo italiano il criterio di una vita prospera, di una vita feconda di benessere, e se vogliamo, anche di libertà. Queste cose io ho voluto raccomandare all'onorevole ministro, perchè pare che ne sia il tempo. Bisogna uscire da certe discussioni accademiche e profilari, quando il problema si posa nell'austerità di bisogni urgenti ed imprescindibili per la vita dello Stato e della nazione; bisogna risolverlo determinando il concetto di un organico generale, onde eliminare quanto è possibile la fiscalità e mettere il paese nell'attitudine libera e positiva di fare emergere i suoi tesori latenti. Che noi facciamo degli esperimenti microscopici, che noi studiamo la tale o tal altra produzione, sta bene; ma se questi esperimenti non li rendiamo comuni, come osservava benissimo quell'acuto e brillante ingegno dell'onorevole Mussi, se non li rendiamo comuni alle infime classi agricole, è come non si facesse assolutamente nulla. La scienza dei Mandarini cinesi può essere apprezzata nelle alte sfere, ma non basta ad educare le moltitudini; noi abbiamo bisogno della scienza popolare, della scienza che fa tutti coscienti del proprio dovere, che sa dire all'uomo quello che è e quello che deve fare per compiere degnamente il suo destino. Finchè non raggiungiamo questo punto, utilizzando con la diffusione dell'intelligenza, gl'immensi tesori della terra e dei mari di cui è ricco il nostro paese, noi attenderemo invano la prosperità promessa dalla meravigliosa nostra politica redenzione ed il ministro delle finanze si dibatterà perpetuamente fra i crucci della bancarotta e le illusioni del pareggio. Non è coll'abbandono e colla depressione fiscale delle forze produttive, ma collo sviluppo delle medesime, che voi potrete arrivare al punto di equilibrare la finanza dello Stato. L'esempio di questo nuovo indirizzo, a cui ho oggi invitato l'onorevole ministro di agricoltura e commercio, ve l'ha porto da Caprera l'arcangelo della rivoluzione italiana, Garibaldi. Egli è venuto in Roma col proposito umanissimo ed altamente patriotico di affrettare il progresso economico in cui è il segreto della grandezza delle nazioni. Io spero che quest'uomo tipico serva di norma ai ministri ed al paese per rimettersi sulla buona via. Come tutti comprendono, ciò che dico è più un sentimento di benevolenza che una censura, ed il giorno in cui non vedrò più il Governo sordo ai buoni consigli che vengono da questa parte della Camera e dal paese, e si determinerà ad amministrare lodevolmente l'Italia, io di cuore ne sarò lietissimo. Ho finito. [...] MORELLI SALVATORE. Domando la parola per un fatto personale. PRESIDENTE. Permetta: non c'è fatto personale, onorevole Morelli.

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MORELLI SALVATORE. L'onorevole Michelini mi ha fatto dire una cosa che non ho det-

ta. PRESIDENTE. Accenni il fatto personale. MORELLI SALVATORE. L'onorevole Michelini ha fatto credere che io determinassi come

criterio della mia opinione l'ingerenza del Governo nell'agricoltura e nel commercio. L'onorevole Michelini può essere sicuro che non ho proposto nulla che avesse questo senso. Io ho precisamente detto quello che ha ripetuto egli medesimo, che, cioè, dove l'azione dei privati non sopperisca alle necessità dello sviluppo industriale e commerciale del paese, deve venire in ausilio il Governo, poichè abbiamo in stato di fatto un Ministero speciale, il quale esercita una patria potestà sulle industrie, sul commercio e sull'agricoltura. Io non so a chi dovremmo rivolgerci per vedere migliorati questi istituti, i quali non possono nè svilupparsi nè crescere se non coll'opera del ministro di agricoltura e commercio. L'onorevole Michelini deve pure credere che noi siamo affezionati alla libertà quanto lui, illustre veterano, e ne abbiamo un giusto criterio. Non vogliamo che la libertà serva al male, non vogliamo che sia scompigliata ed anarchica, non vogliamo che sia scopo ma mezzo di sviluppo della vita, la vogliamo saggia, morale, operosa, garentita dall'intelligenza e dalla responsabilità. È sotto questo punto di vista razionale, venerando amico Michelini, che noi consideriamo la libertà. Quanto alla ripugnanza che egli mostra nel veder invocare il ministro pel miglioramento delle scuole agricole, la risposta è facilissima. Quando questa libertà la vediamo sottoposta a certe tutele statutarie, che lo stesso onorevole Michelini riconosce, non è colpa mia se, sedendo in Parlamento, mi rivolgo al ministro di agricoltura, industria e commercio per promuovere quelle condizioni che possono dare al paese un modo di essere migliore di quello nel quale melanconicamente versa da quindici lunghissimi anni di malandata amministrazione. *§* Tornata del 10 febbraio 1875 (pp. 1161-1163 = sul capitolo 30 dello stato di prima previsione dell'istruzione pubblica pel 1875 -Scuole normali-) MORELLI SALVATORE. Io ho domandato la parola anzitutto per compiacermi coi miei colleghi di tutte le parti della Camera, perchè oggimai si rende giustizia al più grande dei problemi da me posato la prima volta in Parlamento, e che per tre lustri ho dovuto propugnare fra le negazioni di questo consesso e la indifferenza del paese. Io sono ben lieto di aver udito nella discussione del bilancio del Ministero di agricoltura, oltre da tanti altri oratori, dall'ingegnoso ed erudito nostro collega Mussi fino all'onorevole Luzzatti, che è uno dei più culti fra gli aspiranti al governo del paese, che bisogna promuovere l'educazione della donna; ed oggi l'onorevole ministro, facendo plauso a quello che diceva il deputato Peluso, ha precisamente confermato questo concetto. Io però congratulandomi con la Camera e col Governo dell'omaggio reso alla verità, e senza diffidare affatto delle intenzioni dell'onorevole ministro, la cui mente lucidissima mi lusinga che farà per l'istruzione pubblica quanto un bravo patriota può pensare e dare, anche perchè deve ispirarsi nelle condizioni anormali in cui versa il paese, oso sperare che finalmente si determinerà a concepire un organico, il quale affidi del tutto alle donne la pedagogia. Signori, l'ufficio delle scuole elementari è ufficio di maternità; nessuno può disimpegnarlo con efficacia maggiore delle madri di famiglia bene educate e bene istruite. Quindi io desidererei che le scuole normali, giustamente stigmatizzate dall'onorevole Bonghi come anormali, fossero organate e diffuse sufficientemente, perchè le donne potessero istruirsi in modo da mettersi in condizione di rendere l'istruzione elementare ai loro figliuoli, senza aspettare che vi provveda il comune colle sue scuole. Io non so se i miei colleghi intendano con serietà provvedere i mezzi necessari a questo grande scopo di rigenerazione nazionale. L'altro giorno ho avuto a scandalizzarmi, a dir vero, per due cose: per la proposta dell'onorevole ministro, che io non riconobbi adatta alla sua in

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telligenza eminente, e per la ripugnanza che si aveva dai miei colleghi a somministrare i mezzi onde l'educazione fosse controllata convenientemente. Io spero che di fronte allo sconcerto morale in cui versa il paese, e che nessuno deve dissimularsi, tutti i mezzi si adoperino perchè la scuola, l'istruzione e l'educazione non manchino a nessuna classe di cittadini. Signori, è tempo di finirla. Oggi tutti i problemi economici morali, d'ordine pubblico ed anche di miglioramento fisico dei cittadini italiani, si risolvono con l'istruzione e con l'educazione. Se occorre, sospendete ogni altro lavoro, fate tutte le economie, smorzate anche i lumi della notte, risparmiando la spesa del gaz che si consuma nelle città per acquistare i mezzi che mancano all'incremento dell'intelligenza nazionale! (Ilarità) È là, signori, la fonte di ogni bene e di tutte le prosperità. Quando voi sarete giunti a questo fine, ristaurando il più grande dei monumenti l'uomo, non avrete più bisogno di una tutela patriarcale che oggimai si fa anche oppressiva a tutte le classi. Che cosa significa quest'assorbimento di poteri che paralizza l'attività naturale e legittima delle diverse sfere della vita italiana? Esso, dibattendosi nei parossismi d'un dispotismo soverchiatore, esoso, impotente non gioverà a nulla e inaridirà, a lungo andare, la spontanea e feconda genialità della nazione. Egli è invece dovere stringentissimo per tutti il largo e completo discentramento dei poteri, il quale ponendoci in grado di svincolare lo spirito da regolamentarismo, per fare ciascuno la parte sua, specialmente su questo terreno, ci sentiremo potenziati ad affrettare la più grande delle rivoluzioni, la rivoluzione individuale la quale si compie nelle scuole. E sapete chi lo può con maggiore efficacia e con più vigore? La madre di famiglia, la donna. Preordinate adunque la coscienza della madre di famiglia con le scuole normali, con tutti i mezzi a introdurre nelle case, nelle famiglie, la tradizione della scienza, come il Papato ebbe l'avvedutezza di farlo per la fede a fine di governare 15 secoli da autocrate e da assoluto padrone, ed allora sì che avrete costituito un ordine di cose che infallibilmente assicura la tranquillità, la prosperità e la ricchezza del paese. (Bene!) PRESIDENTE. Se non ci sono obbiezioni... MORELLI SALVATORE. Un momento, signor presidente, debbo ancora parlare. (Ilarità) L'onorevole signor ministro, che è il capitano di quella illustre legione che si chiama corpo insegnante nel quale è il primo potere degli Stati (e dico primo, perchè il potere intellettuale che costituisce lo spirito e la mente delle nazioni primeggia su tutti), deve sapere che vi sono molti insegnanti i quali reclamano pel trattamento ostile che ricevono e dalle autorità locali ed anche dal Ministero. Questi insegnanti nel 1860 furono presi alla buona e collocati nelle scuole normali, nelle scuole secondarie. Il Governo si valse dell'opera loro e li lodò. Ma, dopo quattro o cinque anni di benemerenza, se ne vengono le autorità locali stesse per ordine del Ministero, e dicono loro: bisogna provvedervi della patente, altrimenti vi impediamo di fare i maestri e sarete condannati alla fame. Questa severità, onorevole ministro, mi sembra inumana ed irragionevole. Se il corpo degli insegnanti elementari, ed anche delle scuole secondarie, non avesse dato prova di capacità, di attitudine al suo ufficio, comprenderei che si fosse rigorosi fino al punto di volerli patentati; ma una volta che lo stesso Ministero e le autorità locali hanno riconosciuto che questi insegnanti possono rendere buoni servizi all'istruzione, perchè devesi imporre loro il divieto di seguitare a fare il proprio ufficio, solo perchè non hanno la patente? Io credo, signori, che in questa materia si dovesse procedere con criteri diversi di quelli adottati finora. Imperocchè è ormai assodato che gli sperimenti degli esami il più delle volte sono fallaci, e spesso avviene che si ottenga una patente per ragioni affatto opposte a quella di una vera capacità pedagogica. Bisogna dunque trovar modo come sincerarsi un poco più delle attitudini di uomini a cui è affidata la garanzia dell'avvenire del paese.

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Quanto a me io credo che l'insegnamento dovrebbe riguardarsi come un cottimo morale. Il maestro di scuola dovrebbe mallevare il suo merito pedagogico più che con uno sperimento di successo fortuito, con l'esame dei suoi alunni. Quando voi trovate un uomo il quale trasmette con agevolezza nella coscienza dei giovanetti le materie che gli imponete di insegnare, con questo avrete già ottenuta la prova sufficiente della sua capacità. Io non so, a dir vero, perchè non si preferisca questo sistema, ed altri titoli di merito, alla patente. E non so parimenti perchè, dopo di essere stati ben serviti in un lungo tirocinio, non si rilasci a tanti bravi giovani la patente medesima per equipollenza e senza esame, invece di appellarsi ad una prova che può anche essere una furberia od un inganno. Quindi, sotto questo punto di vista, pregherei l'onorevole ministro perchè aguzzasse un po' il suo fino intelletto, per vedere se fosse il caso di adottare un temperamento che liberi i poveri insegnanti da simili vessazioni, tollerandoli nel proprio ufficio finchè non compiano il tirocinio di dieci anni richiesto dalla legge, per essere patentati, ed usando verso di essi più equità nel calcolo degli equipollenti. Io comprendo che l'onorevole ministro potrà obbiettarmi, come argomento d'incapacità, la ripugnanza di taluni insegnanti a subire gli esami. Ma risposta è facilissima. Dopo un servizio di 5, 6, 7 od 8 anni, dopo di essere stati lodati dall'autorità locale e dal Ministero, non è egli stranissimo doversi assoggettare ad una prova, nella quale, se non l'invidia o la prepotenza, può anche la fatalità mettere in giuoco, per un'inezia qualunque, l'onore ed il credito di una persona? Ricordiamo, o signori, Giovan Battista Vico fu riprovato con tanti altri spiriti geniali come il suo, e l'onorevole Bonghi, con la larghezza della sua intelligenza, io credo che non si assoggetterebbe al rigore di un esame, perchè in una data materia potrebbe venirgli meno la memoria ed essere riprovato. Come vedesi dunque la ripugnanza a subire gli esami è legittima quando si tiene conto del male che potrebbe derivarne. Si attenga quindi il signor ministro e i suoi agenti all'equa estimazione dei titoli acquisiti dagl'insegnanti, non in dieci, che è troppo, ma in sei anni di tirocinio, che è giusto, e li sottragga all'esame, dando loro la patente per equipollenza, la quale, volenterosi come sono, servirà d'incoraggiamento a lavorare con più amore per la causa della nostra civiltà. (Bene! a sinistra) MINISTRO PER LA PUBBLICA ISTRZIONE. Darò una brevissima risposta, poichè la preghiera dell'onorevole Morelli è soddisfatta già da un tempo dalla legge e dal regolamento. Quelli che hanno un servizio lodevole possono ottenere la patente per titoli equipollenti, come suol dire la nostra legge. Quelli che hanno un esercizio lodevole, l'amministrazione dell'istruzione pubblica accorda loro la facoltà d'insegnare. Se si va a domandare a ciascheduno dei maestri se ha un esercizio lodevole, esso vi risponde che l'ha lodevolissimo, e che è un'ingiustizia il non dargli la patente. Ma non bisogna sempre aver fede nel maestro, dappoichè, per sincero che abbia l'animo, naturalmente è turbato nel giudizio di se medesimo. Mi si citi il nome di qualcuno il quale abbia avuto un esercizio lodevole, ed abbia presentato certificati i quali attestino la sua capacità ad insegnare, al quale il Consiglio superiore dell'istruzione pubblica non abbia dato la patente. Mi si dica il nome di qualcuno che non sia stato ammesso ad insegnare, quando sia stato fornito di tutti i requisiti voluti; mi si venga a dire il nome, non qui, ma al Ministero, poichè l'amministrazione dell'istruzione non ha nulla di segreto, e si vedrà che quello esercizio lodevole non è provato, che questo libro da lui stampato, anzichè essere reputato degno di grande encomio, è tenuto dall'amministrazione per mediocrissimo. La nostra legge non è dura; ma per quanto essa sia dolce, non è possibile che essa soddisfaccia i desiderii di tutti coloro che vogliono trovare a questo modo di collocarsi e di vivere.

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PRESIDENTE. Non essendovi opposizione, s'intende approvato il capitolo 30, Scuole

normali per allievi maestri ed allieve maestre (Personale), lire 817,879. (La Camera approva) *§* Tornata del 10 Febbraio 1875 (pp. 1167-1168 = sul capitolo 37{Scavi}) MORELLI SALVATORE. L'Italia si preoccupa giustamente dei tesori nascosti nella sua terra, per cui ha preordinato gli scavi, onde raccogliere tutto quello che può interessare alla storia della nostra grandezza antica. Però, quantunque finora se ne sia stata fatta copiosa raccolta, noi ignoriamo perfettamente quali valori artistici abbiamo in nostro possesso. Ed è su di ciò che io domando al signor ministro dell'istruzione pubblica, se egli ha provveduto per redigersi un inventario esatto dei medesimi. Imperocchè come parte preziosa del patrimonio della nazione, bisognerebbe che i suoi rappresentanti potessero ad ogni richiesta, sapere cosa valgano e come si conservino. Di più io desidererei anche che l'onorevole signor ministro ponesse mente alle condizioni dei musei. I musei, signori, non debbono servire solo agli archeologi, bisogna che essi addivengano parte efficace dell'istruzione, offrendo nei loro rilievi monumentali alle generazioni, la storia vivente degli uomini e delle cose nell'avvicendarsi dei tempi. Come sono tenuti però oggi i musei non può affermarsi che rispondano a questo fine supremo di pubblica utilità. Ammasso disordinato di monumenti misteriosi pei visitatori cui manca il senso archeologico, i musei non rappresentano che il cimitero dell'arte antica. Per correggere quindi questo metodo erroneo, essi dovrebbero essere aperti all'ispirazione popolare. E sotto questo punto di vista, desidererei che ciascun monumento avesse almeno una leggenda italiana per la comune intellezione, essendo spiacevolissimo che i visitatori non forniti di guide o di ciceroni, escano da questi grandi depositi sbalorditi e confusi, senza la precisa significazione degli oggetti che si offrivano ai loro sguardi. Questo errore io lo vedo anche ripetuto nei monumenti che sono per le vie delle città, i quali, o hanno una leggenda che non si comprende dal popolo, o non ne hanno alcuna. Prendiamo, per esempio, la colonna Antonina, nelle cui spire in rilievo è sculta un'epopea. Ebbene questo grandioso monumento non ha una leggenda italiana, che dica a generazioni ignare del latino il senso storico che esso rappresenta. Sono queste le preghiere che fo all'onorevole ministro dell'istruzione pubblica pei musei, ed ai municipi per le leggende delle vie e monumenti che sempiternano uomini e fatti degni di ricordanza. Passando oltre su questo argomento, mi piacerebbe che si tenesse conto della molteplicità infinita di opere, le quali sono, direi, oramai superflue. Che noi teniamo conservati gelosamente gli oggetti che servono alla storia del paese, è ragionevolissimo; ma che noi ne dovessimo avere un numero tale da formare un museo infinito, riempiendone edifizi immensi, questo non sarebbe conforme nè alle scientifiche nè alle economiche nostre necessità. Egli è tempo che l'Italia, la quale pei bisogni dello Stato deve decimare la forza della produzione spremendo i cittadini con gravosissimi balzelli, cominci a tenere un po' in conto i vantaggi che potrebbe ricavare da questa specie di manomorta. Io crederei che essendovi l'America ed altre nazioni giovani, prive e desiderose dei monumenti superflui a noi, e ricche invece di macchine industriali, sarebbe il caso che facessimo con esse uno scambio, dando loro quello che non ci bisogna e ricevendone invece macchine e somme le quali sarebbero un mezzo efficace a rannodare il passato con l'avvenire, fondando nuove gallerie artistiche e industriali in cui troverebbero largo sviluppo il genio nazionale con l'opera gagliarda di giovani ingegnosi, che oggi languiscono nella povertà, mentre si sentono podestati a proseguire la gloriosa tradizione dell'arte e della scienza italiana. (Bravo! Bene!) MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Ad ordinare, ad invigilare che si effettui l'inventario degli oggetti di belle arti, e siano meglio ordinati i musei, dovrebbe provvedere ap-

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punto la direzione degli scavi e dei musei contro la quale probabilmente l'onorevole Morelli ieri ha votato. Quanto poi a permettere a questa direzione di cambiare gli oggetti d'arte con le macchine agrarie, dirò all'onorevole Morelli che io non gliene do affidamento. I nostri musei hanno piuttosto del manchevole che del superfluo, quindi è ragionevole permettere lo scambio dei musei italiani fra loro, ed anche fra un museo italiano ed uno estero, non già per avere macchine agrarie, ma per compiere nei nostri musei la serie degli oggetti d'arte di cui molti difettano; dappoichè noi non abbiamo in essi se non quello che ci fu possibile raccogliere, ma non tutto quello che la storia e l'arte degli altri paesi vorrebbe vi fosse, perchè giovar potessero essenzialmente all'insegnamento. MORELLI S. Io non ho fatto che sottoporre allo studio dell'onorevole ministro Bonghi una proposta che potrebbe essere utile al paese. Se egli nega a priori la superfluità dei monumenti, nei musei italiani, io gli rispondo con l'avviso di uomini periti che mi han detto tutt'altro, e lo prego da capo a fare eseguire senza indugio un inventario dei nostri tesori artistici. È così solo che egli giudicherà saggia e patriottica la proposta che oggi gli sembra strana ed inattuabile. È tempo oramai, signor ministro, che si provveda al genio vivente della nazione, essendosi troppo sagrificato al culto della morte, di cui questi grandi depositi improduttivi di utilità, finiscono per essere simbolo! *§* Tornata del 17 Febbraio 1875 (pp. 1360-1363 = nella discussione dello stato di prima previsione dell'interno discorre sulle condizioni del comune di Sessa) PRESIDENTE. [...] L'onorevole Morelli Salvatore era iscritto sul capitolo 10; ma, come ha inteso, è stato proposto che la discussione su questo capitolo sia aggiornata dopo che sarà discusso il bilancio delle finanze; perciò le riservo la parola per quell'occasione. Aderisce? MORELLI SALVATORE. Prego l'onorevole presidente ad accordarmi la parola per pochi istanti, dovendo fare considerazioni estranee allo stanziamento della cifra. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Io mi associo completamente alle proteste elevate testè in quest'Aula dall'onorevole mio amico e collega Mussi contro l'ingerenza governativa, la quale manda in rovina l'amministrazione comunale e provinciale. Sì, signori, una delle cause del nostro malessere nazionale è nello sgoverno delle provincie e dei municipi, perchè questi sono le membra vitali dello Stato. Carità di patria dovrebbe imporre al Parlamento un'inchiesta seria, accurata, sull'amministrazione comunale e provinciale; imperocchè lo stato di disordine morale ed economico in cui versa oggidì, costituisce, nella peggiorazione del passato dispotismo, un vero pericolo all'ordine pubblico ed alla prosperità del paese. Io dichiaro anzitutto che non fo allusioni personali ai prefetti e sotto-prefetti, fra cui contiamo gentiluomini stimabilissimi. Ritengo i funzionari che reggono l'azienda pubblica abili e bravi, ma il metodo del loro governo è sbagliato, com'è viziosa la legge che esclude i loro atti da ogni responsabilità. Invece di rendersi studiosi a raccogliere e mettere in moto tutte le forze vive per far prosperare gli abitanti che amministrano, illuminando Governo e Parlamento delle leggi necessarie all'uopo, i prefetti e i sotto-prefetti si chiudono come il ragno in un buco, si dividono dal paese, che involgono in una tela di diffidenze, aguzzando l'ingegno per tormentarlo poliziescamente, e servendosi di uomini pregiudicati ed invisi per seminare a piene mani il malcontento. Tutto il loro studio è d'incatenare i municipi. S'ingeriscono nelle elezioni e ne adulterano il senso, danno mano allo scialacquo del danaro pubblico, soffocano i reclami dei cittadini,

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combattono la opinione pubblica spontanea e ne creano una bugiarda ed artificiale, soffiano la discordia, perseguitano i buoni cittadini ed esaltano la gente fiacca e intrigante. PRESIDENTE. Ma, onorevole Morelli, questo è volere rientrare nella discussione generale. Ora si discute il capitolo 10. MORELLI SALVATORE. Quello che io dico è inerente al capitolo 10. PRESIDENTE. Scusi, onorevole Morelli, io me ne appello a lei, come si può andare avanti in questa maniera? È nell'interesse della Camera e del paese che le faccio questa osservazione. MORELLI SALVATORE. Mi lasci completare il pensiero perchè così faremo presto. Proseguo dunque affermando, che dei sindaci, fra cui si contano rispettabilissimi gentiluomini, fanno tanti agenti di polizia, tanti oppressori dei propri concittadini, tanti servitori del capriccio e della prepotenza. Laonde, disgustati tutti i buoni, avremo lo spettacolo di vedere assunti in questa carica i più immondi speculatori. Io, signori, venuto su alla Legislatura dirò quasi per generazione spontanea in tre elezioni nel collegio di Sessa Aurunca, che mi ha onorato del suo suffragio, non ho creduto mai immischiarmi nell'azienda municipale, perchè ritengo odiosa l'ingerenza da qualunque parte venga. Però, di fronte alla condotta incostituzionale del Governo nella nomina del sindaco, e dell'allarme che ne è derivato fra quelle popolazioni, sento il dovere di esporne i reclami giusti e legittimi dalla tribuna parlamentare, anche perchè la Camera vegga nell' ab uno disce omnes dell'onorevole presidente del Consiglio, come quello da me riferito al riguardo della condotta delle autorità politiche delle provincie, non sia un'esagerazione. Sappiano dunque che, in conseguenza delle dimissioni date dall'ex-sindaco signor avvocato Pasquale Ruotolo, il Ministero Lanza assunse a quel posto un tal Federico Tumulo. Questi, di plausibile condotta fino a quel punto, s'intronfiò tanto nella carica, e condusse così male le cose dell'amministrazione da indignare quanti erano uomini onesti in quel comune, che relativamente è uno dei più ricchi d'Italia. Si ribellò contro di tutti ed anche contro di me. Diffatti nel novembre 1873, avendogli io telegrafato da Napoli, che pei ricatti avvenuti nei pressi di Carinola, come accennavano i giornali, conveniva recarsi di conserva dal prefetto di Caserta per prendere gli accordi necessari a prevenire con efficaci misure il risveglio del brigantaggio in un'annata tanto scarsa, egli, il bravo amministratore, mi rispose superbamente e scortesemente: <<Non essendo vero il risveglio del brigantaggio in questa contrada, mi astengo di venire dal prefetto. Il sindaco: Federico Tumulo.>> Io però vi andai e feci il mio dovere col prefetto Coffaro. Procedendo di questo tuono, il Tumulo disgustò tutti, e per rimettere in funzione quel Consiglio Municipale, disertato dai migliori, si trovò un pretesto qualunque e fu sciolto. Allora costituzionalmente si sperò di avere un delegato regio che facesse respirare quel paese; ma la speranza fu vana, perchè l'ex-sindaco ebbe il coraggio e l'astuzia d'intrigar tanto, che la dabbenaggine governativa, non solo gli rimase nelle mani l'amministrazione di quel municipio, la quale fu convertita in un'esosa dittatura, ma gli diede anche la croce di cavaliere. (Si ride) Rifattosi il municipio con elezioni eseguite sotto le pressioni delle più dure violenze, di cui ancora risuona lo scandalo nei giornali del Napoletano, la maggioranza dei voti l'ebbe Giovanni Frangetti, patriota onesto, di fermo e conciliante carattere, ed intelligente amministratore sulla cui fronte serena lampeggia il martirio subito dal padre nelle galere politiche. Il Frangetti dunque fu l'anziano della Giunta municipale. Il giudizio sul Tumulo l'aveva dato la società operaia di Sessa di cui è presidente onorario il principe Umberto, nella tornata del 22 novembre 1874, con questo considerando che rilevo da un verbale sottoscritto pel Consiglio dal distinto cittadino signor Francesco Morra: <<Il Consiglio ha fatto considerare che il signor presidente (Federico Tumolo), anzi che curare l'educazione degli operai, promuovere la fraterna amorevolezza fra loro, incoraggiare

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le arti, promuovere il lavoro, e procurare loro finalmente quei mezzi di miglioramento che sono lo scopo principale della società di mutuo soccorso, come tassativamente è prescritto nell'articolo 1 dello Statuto, ha cercato anzi di scinderli e di formare un partito da servire unicamente alle sue mire ambiziose.>> Altro giudizio sul disordine amministrativo del Tumulo emerge da questo verbale: <<Il sottoscritto, segretario del comune di Sessa Aurunca, certifica che il Consiglio comunale nella tornata del venti luglio mille ottocento settantaquattro, ha presa la seguente deliberazione: Il Consiglio, Sentita la relazione dei revisori; Esaminati i chiarimenti dati dal cessato sindaco; senza arrestarsi interamente alla suddetta relazione, che trova in taluni punti in contraddizione con i precedenti deliberati con la realtà dei fatti; Trova irregolare l'operato dei revisori per aver dato troppo severi giudizi, stantechè avrebbero dovuto essi soltanto rilevare se i pagamenti fatti erano alla base di deliberazioni consiliari, e ben giustificati; Deplora le discordie civili che da circa un anno si fomentano nel paese con scapito dell'amministrazione e della pacifica cittadinanza; Respinge tutti gli appunti fatti ad onesta personalità, e non trova a dare provvedimenti sulla segreteria, il di cui disimpegno ha ispirato sempre fiducia, sia per la tenuta degli atti, sia per la onestà di cui ha dato sempre prova; Senza neanche arrestarsi al resoconto morale approva il conto del 1873, e per rilevare con precisione se ci fosse stato errore nel pagamento fatto all'intraprenditore dei lavori alla casa comunale Ranieri Vincenzo, passa alla nomina di una Commissione composta di due consiglieri, il di cui unico compito sia quello d'intentare giudizio contro il cennato Ranieri per la restituzione dello indebito esatto, nel qual caso il sindaco rimante autorizzato a stare in giudizio; di verificare se dallo appaltatore dei lavori alle carceri mandamentali, Leone di Lanna, era dovuto il ribasso del 17 per cento sull'ammontare di essi in lire 25,115 06, o pure sull'ammontare del primitivo progetto in lire 4561; di verificare finalmente se il compenso dato all'ingegnere Cesare Pastore, in lire 1004 60 per assistenza, direzione e misura finale ai lavori delle carceri stesse, era dovuto dal medesimo appaltatore o dall'amministrazione. - Sessa Aurunca, li 7 dicembre 1874. - Visto: Il sindaco ff.: G. Frangetti. - Il segretario: Leggio.>> Il giudizio poi sulla condotta del Frangetti lo emise il Consiglio intero non escluso il Tumulo come rilevasi dal seguente verbale: <<Il Consiglio, interprete dei voti del paese, esprime al signor Frangetti Giovanni un attestato di stima e di gratitudine, stantechè, da che trovasi a capo dell'amministrazione comunale, ha ridonato la concordia al Consiglio ed al paese. Il Consiglio, ad unanimità di voti, accetta e fa proprio il voto espresso dal signor Rossolillo. Il presidente ringrazia sentitamente il signor Rossolillo ed il Consiglio per questo nuovo attestato di fiducia. Del che si è redatto il presente processo verbale che, dopo letto, è stato sottoscritto dal presidente, dal consigliere anziano e dal segretario. Per copia conforme, il segretario, firmato: Leggio. Visto il Sindaco ff., firmato: G. Frangetti.>> Dopo tutto questo, e dopo anche la disfatta subita dal Tumulo nelle elezioni politiche pel cui trionfo adoprò le arti più liberticide, il Governo lo rifà sindaco di Sessa, e pone la maggioranza di quel Consiglio, composta di diciassette cittadini dei più notabili per censo ed intelligenza nella condizione di dimettersi. Pervenutomi un loro reclamo, io notificati la incostituzionalità dell'atto suo al Ministero dell'interno, e l'onorevole suo segretario mi rispose, che es-

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si, facendo così, si erano ispirati nel criterio dei maggiori voti ottenuti dal Tumulo, ciò che non era esatto come ho dimostrato con la lettura dei verbali. Io invito intanto il signor ministro dell'interno a giustificare l'atto suo, benchè creda impossibile di poterlo fare con successo di fronte alla verità da me constatata con documenti irrefragabili. (Voci vicino all'oratore: Bene!) [...] MORELLI SALVATORE. Come io prevedeva, l'onorevole signor ministro, non potendo contrastare la verità dei fatti da me narrati, nè lodare il sindaco di Sessa, si è chiuso nel silenzio, scusandosi di non aver udita la mia voce. Ebbene, io, pel piacere di ascoltarne la risposta, ho la pazienza di riepilogare in breve tutto il mio discorso. Sappia dunque il signor ministro che egli ha nominato sindaco del comune di Sessa Aurunca un tal Federico Tumulo, contro il voto del paese, disgustato delle prepotenze di cui abusò in quell'amministrazione e come sindaco e come commissario regio, e strappando il potere all'anziano Giovanni Frangenti, suffragato dalla benevolenza dei concittadini e dalla maggioranza del Consiglio, ha perpetrato una violazione al sistema costituzionale. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, questo è un suo apprezzamento. MORELLI SALVATORE. Questo è un atto contrario al sistema costituzionale, onorevole presidente. PRESIDENTE. Non c'entra qui la Costituzione, sono apprezzamenti suoi personali. MORELLI SALVATORE. Niente affatto; la differenza che passa tra il Governo assoluto e dispotico ed il Governo costituzionale, sta appunto in ciò, che il primo colloca negli uffici gli amministratori ad arbitrio, il secondo vi mantiene quelli che hanno l'appoggio della maggioranza, ed io non poteva mai immaginare che noi dovessimo vedere questa strambezza di scegliere la gente la più impopolare ed inetta all'amministrazione pubblica del paese. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, questi sono giudizi suoi personali. MORELLI SALVATORE. Sono invece verità che emergono da fatti ineluttabili e da tradizioni rispettate in ogni libero reggimento, ed è perciò che ne chiedo stretto conto all'onorevole ministro dell'interno. In verità mi duole che mi si facciano ostacoli a questi legittimi richiami sulla sorte malandata delle provincie e dei municipi. Ebbene, signori, sappiate che tutte le miserie e il verme roditore dell'organismo dello Stato stanno lì, e forse verrà giorno in cui noi cercheremo la forza e la ricchezza per mantenere la nostra dignità, la nostra fortuna all'interno ed all'estero, e non la troveremo, perchè dissipata dai cattivi amministratori delle provincie e dei comuni. PRESIDENTE. (Interrompendo e scuotendo il campanello) Tutto questo è discussione generale, ed io non posso permettere... MORELLI SALVATORE. Io prego l'onorevole presidente di non turbarmi anche lui col suo campanello. (Viva ilarità) Dunque, signor ministro, io lo prego di rispondere a questa mia interrogazione: di dirmi la ragione per cui il Governo ha voluto rimettere al potere municipale di Sessa Aurunca un uomo, il quale non si era distinto nè per intelligenza (Rumori a destra), nè per attitudine amministrativa, nè per altra facoltà che fosse estranea anche all'amministrazione, ma che però avesse un valore. Mi dica, signor ministro, d'onde attingeva il diritto di sfatare le onorabilissime capacità di cui abbonda quel ricco ed illustre municipio per collocare in seggio il sindaco Tumulo, al quale, mancando ingegno, tatto e convenienza, come addimostrò nella sua scompigliata azienda, può dirsi uomo che non è uomo? (Ilarità) Qualunque sia però l'esito di questo dibattimento, io sarò lieto di avere adempiuto ad un dovere verso i miei onesti elettori. (Oh! oh!) MINISTRO PER L'INTERNO. Se mai per caso avessi nominato sindaco una donna, ritirerei subito il decreto. (Si ride)

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Io non ho che una sola cosa a rispondere all'onorevole Morelli. Non conosco altro d'incostituzionalità che la violazione della legge. La legge segna i limiti entro i quali il potere esecutivo sceglie i sindaci dei comuni, e questi limiti non sono stati menomamente violati. L'onorevole Morelli dice che si è nominato un sindaco il quale non ha la fiducia dei suoi concittadini. Ora i suoi concittadini avevano un mezzo molto semplice per impedire che fosse nominato, se non godeva la loro fiducia, ed era quello di non mandarlo al Consiglio comunale. *§* Tornata del 18 febbraio 1875 (pp. 1389-1390 = sul sistema penitenziario) MORELLI SALVATORE. Dalla relazione dell'onorevole Di Rudinì e dai discorsi che si sono fatti nella Camera ieri ed oggi, si rileva il gran bisogno di venire alla riforma del sistema penitenziario italiano. Io sperava che l'onorevole ministro dell'interno, e specialmente il signor direttore generale delle prigioni, il quale fino ad ora in molte parti si è riconosciuto abile e volenteroso al miglioramento del sistema carcerario del regno, si fosse adoperato, dopo il Congresso tenuto a Londra, e dopo quanto fu reclamato dalla stampa italiana, a formulare un organico corrispondente ai bisogni penitenziari del nostro paese. Questo lavoro io non lo veggo, nè ci si fa sperare di essere in alcun modo iniziato. E me ne duole perciocchè, o signori, è sconvenientissimo che da un Governo civile vengano adoperati gli stessi mezzi di repressione crudelissimi, che si usavano dai Governi antropofaghi e barbari (Ilarità a destra); antropofaghi, sì, perchè se non divoravano l'uomo, lo distruggevano in tutti i sensi, moralmente e materialmente. Egli è ormai tempo, o signori, che questo difficile ed importantissimo problema si studi nelle sue origini. L'oratore che mi ha preceduto, per arrivarvi ha mostrata la necessità della riforma della legge penale; ed io aggiungo che per raggiungere un sistema completo di redenzione, si dovrebbero migliorare e trasformare tutte le leggi, cominciando da quella dell'istruzione pubblica e terminando al Codice civile. Quando l'istruzione pubblica è insufficiente e le leggi sociali non determinano un criterio coattivo per garentire ai cittadini, fin dalla loro nascita, i mezzi necessari per lo svolgimento delle loro facoltà, gli uomini rimangono incompleti ed ignoranti, e quindi capaci di tutte le delinquenze che noi deploriamo oggidì. Sotto questo punto di vista, che è il più vero e ragionevole, i legislatori debbono abituarsi a considerare il delinquente come un uomo imperfetto cui manca qualche cosa, come un ammalato morale, ed il luogo di espiazione come un ospedale morale che gli appresti i mezzi efficaci alla guarigione. Talchè un sistema penitenziale deve essere null'altro che un sistema riparatore. TAMAIO. Bravo, onorevole Morelli, questa è la verità. MORELLI S. Quali sono i mezzi per giungere a questo scopo? Sono quegli stessi, o signori, che avrebbero dovuto adoperare i genitori per fare dei disgraziati malfattori altrettanti esseri ragionevoli e bravi cittadini, vale a dire l'istruzione ed il lavoro. Ma sarebbe egli agevole oggidì fare qualche cosa malgrado le difficoltà finanziarie, nelle quali versa il paese, per migliorare le condizioni delle carceri italiane? Potremmo noi diminuire, senza danno all'ordine pubblico, l'orribile e doloroso spettacolo di 80 mila reclusi, ed il dispendio della cifra enorme segnata nei bilanci all'uopo? Io credo di sì, o signori. Anzitutto io vorrei che cessasse nei guardasigilli d'Italia questa specie di inesorabilità sistematica, che fa vedere soltanto dopo anni ed anni un indulto, un'amnistia e simili indulgenze; mentre io credo che quando i prigionieri cominciano a migliorarsi nei costumi e nelle abitudini si dovrebbero liberare, anche in considerazione di non lasciarli vieppiù intristire da contatti demoralizzatori.

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Desidererei altresì che il signor ministro guardasigilli sollecitasse quanto è possibile l'economia degli arresti preventivi ed il corso dei giudizi per sgomberare le prigioni di molte migliaia di sofferenti, come desidererei pure che l'onorevole ministro dell'interno desse ai suoi agenti ordini categorici per non essere così corrivi a mantenere oltre 24 ore nelle prigioni coloro pei quali non evvi grave indizio di reità. In questo modo, o signori, noi potremo diminuire di molto il numero esorbitante dei prigionieri e sgravare i contribuenti dell'enorme spesa che sopportano. Per raggiungere una seria economia poi in questo ramo dell'amministrazione, vi sarebbe anche un altro mezzo, e sarebbe quello di affidare all'industria privata il regime delle prigioni, sotto la sorveglianza disciplinare del Governo. Io sono sicuro che, offrendo in un capitolato il beneficio di vasti locali e di centinaia di braccia, i capitalisti speculatori non mancherebbero per organizzare l'istruzione ed il lavoro produttivo nelle prigioni italiane. Sicchè quello che oggi è gravosissimo per lo Stato, potrebbe così divenire in breve sorgente di ricchezza e di moralità inestimabile. Questo, o signori, è di facile attuazione; imperocchè lo facevano nel Napoletano con le fabbriche di Sava ed altre, ed io visitando le prigioni di Napoli ho trovato che già il Governo ne saggia il sistema in quella di San Efraim nuovo. Colà, se non erro, l'amministrazione è affidata all'industria privata sotto la vigilanza della forza pubblica, e la produzione è cresciuta, la condizione dei prigionieri è migliorata, e se i ragguagli furono esatti, parrebbe che lo Stato vi guadagni qualche utile, oltre alla moralità dei condannati ed ai dispendi che gli costavano. Sono queste le raccomandazioni che io voleva fare all'onorevole ministro dell'interno; spero che esse, non come consiglio, ma come incitamento, lo premurino a dare al paese un organico del sistema penitenziale come lo reclama la civiltà dei tempi nuovi. *§* Tornata del 23 Febbraio 1875 (p. 1530 = sulle pensioni) MORELLI SALVATORE. Io ho chiesto di parlare, quando l'onorevole presidente del Consiglio, ministro delle finanze, attribuiva, come è perfettamente, la liquidazione delle pensioni a quel tribunale che si chiama la Corte dei Conti, per escludere in tal guisa la responsabilità che si addebita al Governo in vista dell'aumento sensibilissimo delle medesime in ciascun anno. È pur vero, ripeto, che quel magistrato giudica sulla legittimità di coloro che hanno diritto ad ottenere pensioni, ma la materia di questi giudizi la apparecchiano i capi della pubblica amministrazione. Imperocchè sono i ministri e i loro dipendenti immediati quelli che il più delle volte, per puntigli od altre cause disciplinari di poco conto, impongono il ritiro ad impiegati validissimi, i quali potrebbero servire altre decine di anni, ed in tal modo sopraccaricano allo Stato il peso enorme di circa 65 milioni di pensioni. Di questi casi se ne contano moltissimi presso tutti i dicasteri e specialmente in quelli della guerra e della giustizia. Gli onorevoli ministri della guerra ci fecero assistere allo spettacolo di vedere mandati al ritiro uffiziali robusti, intelligenti e di sperimentato coraggio per leggieri motivi, che avrebbero potuto eliminarsi con un semplicissimo traslocamento, o permettendo la revisione di giudizi disciplinari nei quali, come in quello del valoroso maggiore Brera piemontese, si ammise l'accusa di un subalterno e si escluse la difesa, non permettendogli, mi pare, i testimoni a discarico! I guardasigilli del pari abusarono di questo espediente rovinoso al servizio della giustizia, aggravando questo articolo con pensioni a magistrati integerrimi, il cui ufficio era reclamato dalla fiducia e dalla stima del paese intero. Ora essendo in questo metodo erroneo e rovinoso il germe di una gravezza pesantissima pei contribuenti, io reclamo dall'acume speculativo, e dalla saviezza economica dell'onorevole ministro Minghetti, la sollecita rettificazione del medesimo, da cui deriverà certamente il risparmio di parecchi milioni al bilancio nazionale.

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Quanto poi al modo di ridurre positivamente la cifra delle pensioni, io sottopongo al suo studio un'ispirazione suscitatami da questa discussione, e che mi sembra pratica ed utilissima. Si tratterebbe di capitalizzare le pensioni, dando a coloro che lo richieggono l'equivalente in beni demaniali, o riceverle in pagamento di rate per quelli acquistati. Io credo che il Governo abbia dovuto avere delle richieste in questo senso, e se non vi ha aderito, ne sono dolente per la cosa pubblica. Imperocchè, con tale conversione si vantaggerebbe lo Stato, diminuendo il fondo pensioni, ed utilizzando beni i quali producono poco o nulla, e nel medesimo tempo si darebbe agio alle persone che le fruiscono nella passività di un godimento precario e muto di speranza, a mettere in opera la propria attività industriale, moltiplicando la produzione pel proprio benessere e per la prosperità economica del regno. Lo spirito ingegnoso dell'onorevole Minghetti, rivolto ansiosamente a cavare anche dalle radici delle erbe i mezzi pel pareggio, non lascierà [sic] cadere certamente una proposta da cui possono emergere incontestabili vantaggi. MINISTRO PER LE FINANZE. Mi è d'uopo rettificare un errore nel quale è incorso l'onorevole Salvatore Morelli. Mi pare che egli si immagini che il Governo dispensa impiegati dal servizio d'autorità molto largamente. Ora questo è un errore. Per dispensare d'autorità, secondo il decreto 23 dicembre 1871, ogni ministro bisogna che porti in Consiglio di [sic] ministri la questione, e che sia discussa caso per caso, ed io posso assicurare l'onorevole Salvatore Morelli che questo avviene rarissimamente. Rare volte un ministro si induce a portare e far discutere in Consiglio una cosa di questo genere. Del resto tutte le pensioni non si danno che dietro domanda degli aventi diritto. Quanto poi all'idea di capitalizzare, dirò così, in terre, la pensione, è certo che l'idea si presenta con qualche speranza di utilità, ma io non ho mai visto nessuna domanda di questo genere; ne ho visto molte di gente che avrebbe preso del denaro, ma di gente che abbia domandato di capitalizzare, ad una ragione plausibile, in terre, non mi è mai capitato di scorgerne. Poi è certo che ci vorrebbe una legge speciale per questo, perchè un ministro non potrebbe arbitrarsi di dire: tu cesserai di aver la pensione, pigliati questi pochi iugeri di terra. *§* Tornata del 6 Marzo 1875 (p. 1844 = parla sul capitolo 9 dello stato di prima previsione dei lavori pubblici (Opere idrauliche, ecc.)) MORELLI SALVATORE. Ho una brevissima preghiera da fare all'onorevole ministro. Da parecchi anni mi arrivano vivissimi reclami dagli abitanti di Castelforte e di altri paesi, pei danni considerevoli che arreca alle campagne vicinali l'allagamento delle acque del Garigliano nei mesi d'inverni. Questo disastroso inconveniente, che mette in pericolo, quando pur non distrugga per intero, la fortuna dei produttori di quella ubertosissima contrada, deriva dall'interramento della foce del detto fiume. Laonde io credo che, nella stessa guisa con cui il governo della cosa pubblica ha sopperito a simili necessità sorte in altre provincie, sia ora sperabile dall'equità dell'onorevole ministro dei lavori pubblici una misura riparatrice per frenare le ire del Garigliano e garantire a quei contribuenti, che ne hanno tutto il diritto, la sicurezza di poter raccogliere interi i sudati frutti della loro terra. Per ottenere questo intento l'onorevole signor ministro non deve adoprare grandi mezzi, e credo bene che impegnandone lo zelo dell'ufficio tecnico dei lavori pubblici dimorante a Caserta, esso nella sua previdenza troverà modo come, con piccolissima spesa, evitare i danni cui soggiacciono i possidenti delle proprietà soggette alle alluvioni, e la responsabilità amministrativa dello Stato, il quale dovrebbe certamente concorrere in una più larga misura quando il male crescesse d'intensità. MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. Le opere del Garigliano non sono fra quelle classificate di prima o di seconda categoria, epperciò non è nella competenza del Ministero dei lavori pubblici di prendere iniziativa intorno alle medesime. Potrei però far degli studi intorno alle

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condizioni di questo fiume; ma ripeto che questi lavori non entrano nella competenza diretta della mia amministrazione. Le opere da eseguirsi sarebbero di terza o di quarta categoria, e dovrebbero essere iniziate e compiute, secondo la nostra legislazione, dagli interessati con quel maggior o minor concorso dello Stato che le leggi vigenti consentono. MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole signor ministro della risposta cortese. Anch'io sapeva che il Garigliano non è compreso in alcuna categoria del bilancio; nondimeno ho stimato mio dovere, come deputato del collegio ove i danni deplorati avvengono, di richiamarvi sopra l'attenzione del Governo, il quale ha l'obbligo di accorrere là dove l'azione dei privati è insufficiente. Io intanto mi affido alla saggezza dell'onorevole ministro Spaventa, e, quand'anche per difetto legislativo egli non possa altro, la sua autorità solleciti gli agenti dei pubblici lavori a studiare il male nelle cause che lo producono e a proporne l'ovviamento, consigliando intanto gli interessati di scongiurarlo momentaneamente con esiguo dispendio collettivo. *§* Tornata del 9 Marzo 1875 (pp. 1912-1914 = intorno al capitolo 26 dello stato di prima previsione dei lavori pubblici - Personale dei telegrafi -) MORELLI SALVATORE. Fra tante amarezze subite dall'onorevole ministro in questa discussione, la Camera mi permetterà che io gli presenti una dolcezza, e questa consiste appunto in un attestato di benemerenza che, a nome della civiltà del nostro paese, io faccio all'onorevole ministro Spaventa ed all'egregio direttore generale dei telegrafi, signor D'Amico, per aver ammesso al servizio telegrafico le donne. (Si ride) DI SAN DONATO. Averle ammesse al solo servizio telegrafico è troppo poco! (Ilarità) MORELLI SALVATORE. Però, traendo argomento dalla generosa interruzione dell'onorevole mio amico Di San Donato, io volgo preghiera all'onorevole ministro Spaventa di voler guardare la questione un po' più largamente di quello che non ha fatto finora. Anzitutto, io desidero che l'ammissione ai telegrafi delle giovinette non sia un privilegio esclusivo dei grandi centri. Finora si è provveduto per Napoli, Torino, Milano e Firenze; io desidero che a questo beneficio partecipino le donne di tutta Italia; e tanto più lo desidero, inquantochè una tale misura del Governo non è diretta a fare un complimento cavalleresco, ma a tradurre in pratica il grande principio dell'emancipazione da me proclamato, nel quale è incluso un alto interesse morale ed economico del paese. Quindi, dovendosi con ciò offrire alle donne un onesto lavoro, che le campi dalle insidie della corruzione, egli è mestieri di farne partecipare in un'equa misura la classe specialmente delle donne civili di quei paesi dove mancano le risorse al lavoro produttivo, e passa la vita di donne di pensiere e meritevolissime, senza speme fra le angoscie delle più dure privazioni. È indubitato che chi abita Roma, Torino, Napoli, Firenze, può trovare modo di vivere anche senza essere telegrafista; ma nei piccoli centri delle provincie meno irradiate dalla luce della civiltà, in quei circondari, in quei paeselli, o signori, vi sono delle famiglie le quali potrebbero trarre grande vantaggio dall'occupazione che le loro figliuole fossero ammesse ad avere nell'esercizio telegrafico. È sotto questo punto di vista dunque che io prego l'onorevole ministro non solo ad ordinare il servizio telegrafico in modo che risponda più estesamente a queste nuove e legittime esigenze, ma che incoraggi le scuole private con macchine e mezzi acconci allo scopo, permettendo che le alunne delle medesime siano ammesse in tutto il regno. Spero altresì che questa idea, utile e vantaggiosa alla civiltà del nostro paese, trovi anche un margine più largo nelle altre amministrazioni. Oggimai, o signori, è principio di economia, da tutti ammesso, la divisione del lavoro. Ed una volta già constatato che il progresso dei nuovi tempi deve trarre utilità moltissima anche dal lavoro delle donne, bisogna che gli uffici sociali siano divisi in modo da abbandonare assolutamente ad esse quelli che non esigono grande fatica e sforzi muscolari. L'uomo, chiamato agli sviluppi della grande industria e del gran commercio, non può rimanere indifferente al

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moto che lo circonda nella immobilità di funzioni non omogenee all'energia delle sue forze. Quindi, facendosi innanzi imperiosamente come quinto stato, la grande famiglia delle donne che reclama lavoro, sotto pena di traviare e corrompere la società, è giustizia per esse, ed è decoro per noi premunirle dalle deviazioni morali, cui le sospinge quasi sempre la povertà e l'ignoranza, collocandole almeno negli uffici secondari. Abbiamo, per esempio, l'ufficio delle poste; ma quale più idoneo al lavoro delle donne? Abbiamo, nel campo dell'istruzione pubblica, le scuole elementari; e chi meglio della donna può disimpegnare questa missione di maternità? Abbiamo certe funzioni nelle stazioni ferroviarie, il notariato, gli ospedali, le farmacie, le biblioteche, gli archivi, le funzioni religiose; tutti uffici da donna. (Ilarità) E non ridano, perchè la divisione del lavoro farà sì che anche la Chiesa dei nuovi tempi sarà ben servita dalle migliori educatrici, dalle più benemerite madri di famiglia in veste legittima di sacerdotesse della moralità sociale. (Si ride) Io comprendo che un problema come questo che io ho avuto l'onore di posare la prima volta in Parlamento, non possa risolversi d'un tratto; ma una volta che se ne è riconosciuta la legittimità logica, economica e politica, ammettendo le donne a varie pubbliche funzioni, il non proporzionarne la misura alle esigenze universali del paese, è un vero controsenso. Signori, ricordatevi che ai tempi nefandi della regressione e delle guerre debbono subentrare quelli civili della perfettibilità e della fraternità umana. Noi italiani da Roma abbiamo il dovere di tramandare al mondo il verbo e gli esempi di questa terza civiltà, e mancheremmo alla promessa se non vi provvedessimo opportunamente riconoscendo il nesso tra la donna, la scienza... PRESIDENTE. E il bilancio dei lavori pubblici. (Ilarità generale) MORELLI SALVATORE. Sì, ed è appunto da esso, onorevole presidente, che io traggo argomento a chiedere che le donne entrino nei lavori pubblici del paese, e siano istruite nelle scienze attinenti al bilancio sul quale discutiamo. È il lavoro nel quale sta il segreto della redenzione civile, morale, economica e politica per cui si affaticano cotanto le nazioni. Mi ascolti quindi con la benevolenza di cui mi onora l'Assemblea, e permetta pure che io colga questa occasione per deplorare il voto col quale la Camera dei comuni d'Inghilterra ha respinto nei giorni passati il bill tendente ad accordare alle belle figlie di Scozia i diplomi nelle varie facoltà universitarie. Di questo io ne fo un fatto personale per me che propugno la necessità della scienza alla donna, e per la veneranda memoria dell'illustre mio amico Stuart Mill, protestando solennemente in favore del diritto illimitato ed imprescindibile della donna all'umano sapere. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, questo non ha nulla a che fare col bilancio in discussione. MORELLI SALVATORE. Perdoni: questo interessa l'Inghilterra, l'Italia e l'umanità intera. PRESIDENTE. Ebbene, ne parlerà quando verrà in discussione il bilancio dell'umanità (Si ride) MORELLI SALVATORE. Seguitando invece, io mi auguro che il telegrafo abbia sbagliato nel trasmetterci la notizia che il Parlamento inglese abbia vietato all'Università di Scozia di accordare diplomi alle donne; e, se fosse vera, pregherei gl'illustri confratelli di Westminster a respingere d'ora innanzi le leggi sulla forza brutale che minaccia la vita umana, ed a votare unanimi quelle che mirano allo sviluppo intellettuale delle donne, riconoscendo nelle mie parole null'altro che affetto ad un grande principio, ed alta stima per la loro simpatica nazione. E la mia preghiera, io credo sia conforme alla serietà del gran popolo inglese, il quale, come gli antichi Romani è oggi vessillifero di progresso economico e di libertà civile. Anzi io sono sicuro che le stesse donne inglesi tradurranno con la loro saggezza le mie preghiere in un reclamo solenne, a cui farà seguito senza dubbio il chiesto provvedimento legislativo. Chiudendo questa parentesi e ritornando ai telegrafi, io spero che l'onorevole ministro dei lavori pubblici, dopo l'atto di benemerenza che io gli ho presentato a nome della civiltà, vo-

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glia essere cortese di una risposta soddisfacente, non per me, ma per quel sesso vivificatore che ogni buon cavaliere come lui deve avere interesse d'ingraziarsi. (Si ride) [...] MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. La Camera sarà persuasa che la questione dell'impiego delle donne nei telegrafi non ha potuto essere riguardata dal ministro dei lavori pubblici come una questione dell'incarnazione del verbo, o qualcosa di simile. Io l'ho considerata come una questione di tornaconto finanziario. Dopo la istituzione degli ausiliari che devono sostituire gli impiegati di carriera, abbiamo riconosciuto che sarebbe tornato conveniente imitare ciò che è stato fatto altrove, cioè affidare parte di questo servizio alle donne. E così abbiamo fatto. L'onorevole Morelli ha già ricordato come nei grandi uffizi siano state introdotte le donne per il servizio telegrafico. Infatti ne abbiamo 15 nell'uffizio di Milano, 12 in quello di Firenze, 15 a Napoli, 12 a Venezia, 8 a Palermo, e credo che a quest'ora sono state introdotte anche nell'uffizio di Torino. Ma l'onorevole Morelli desidererebbe che l'amministrazione non si fermasse qui, ma adoperasse le donne anche negli uffizi minori. Ebbene, anche a questo si è provveduto... MORELLI SALVATORE. Bene! MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI... dentro certi limiti, con certe cautele. Fin dal 1873 il Governo ha, con un decreto, determinato che in ciascun ufficio telegrafico di seconda categoria, il cui servizio richiegga l'opera di due impiegati, la direzione generale dei telegrafi abbia facoltà di destinarne uno solo, il quale possa farsi aiutare da un parente, o da una parente, che prende il nome di aiutante. MORELLI SALVATORE. Benissimo! MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. Spero così di aver corrisposto al desiderio dell'onorevole Morelli. Quanto alla raccomandazione che mi fa l'onorevole Di Cassibile, cioè che tutti gli uffizi telegrafici lungo la ferrovia da Reggio a Monesteraci siano adoperati per uso di privati, gli dico che è una cosa non possibile, non tutti gli uffizi telegrafici si prestano a quest'uso; i principali sì, perchè hanno un personale sufficiente, ma i minori non potrebbero, perchè non ne avrebbero il modo. MORELLI SALAVATORE. Benchè non l'abbia ascoltato intieramente, perchè fuori dell'Aula qualche minuto, ringrazio l'onorevole ministro delle gentili assicurazioni, le quali corrispondono, se non in tutto, in parte ai desiderii che io aveva manifestato di vedere esteso vieppù il lavoro telegrafico alle donne. Prima di finire però rinnovo la preghiera a lui ed a tutti i ministri di studiare il modo più acconcio per renderne possibile l'ammissione nelle poste ed in altri uffici pubblici; come pure desidererei che, una volta riconosciuta l'idoneità e l'attitudine delle donne, dietro l'esame che subiscono, potessero avere un attestato qualunque, il quale servisse loro di mezzo come trarre la vita anche in uffici di amministrazione privata. Questo sarebbe un fatto non pregiudizievole a chicchessia, mentre servirebbe caritativamente al benessere di tante disgraziate. Ho detto. *§* Tornata dell'11 Marzo 1875 (pp. 1992-1993 / 1996-1997 = raccomanda la bonifica dei terreni intorno al Telese / di quelli di Mondragone) MORELLI SALVATORE. Appoggio vivamente la raccomandazione fatta dal collega Ungaro per indurre il Governo a porre ogni opera di bonificazione per rendere salubri i terreni circostanti alle acque minerali di Telese, alle quali oggidì concorre gente del Mezzogiorno e delle più lontane nazioni. Signori, il bagno di Telese, per la sua efficacia depurativa e ricostituente, può appellarsi senza esagerazione: bagno redentore. Io che non ho fede nei miracoli, ho cominciato a sospet-

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tarli dal momento che ho veduto gente impossibilitata a vivere da mali cronici, dopo quel bagno maraviglioso riaversi in modo da passarsela felicemente in florida sanità per lunghi anni. Con eguale impegno e per ragione di utilità pubblica anche superiore, faccio all'onorevole ministro la stessa raccomandazione per le svariate e preziosissime sorgenti termali e minerali di Suio, le quali poste a ridosso di Castelforte dovrebbero tornare ad essere quel che furono sotto il Governo di Roma antica, ricostituente igienico pei principi, pel popolo e per le milizie. Io non so veramente come adesso questa, che è pure una ricchezza nazionale, non sia tenuta in conto dal Governo italiano, e specialmente dal ministro della guerra. Mentre i Francesi, i Tedeschi ed altre nazioni traggono tanto vantaggio dagli stabilimenti balneari rendendoli deliziosi, noi abbandoniamo le benefiche sorgenti di Suio, tradizionali per la loro efficacia, al miasma palustre ed al disagio di accedervi per mancanza di vie rotabili. Io comprendo che l'onorevole ministro mi risponderà essere queste opere di interesse municipale, provinciale, o dell'industria privata; ma pur riconoscendo questa verità, io soggiungo, che il Governo dello Stato deve concorrervi anch'esso, come concorse agli stabilimenti di Montecatini e di altre contrade del regno. Imperocchè il compito delle strade e quello delle bonifiche appartiene al Governo; e se l'onorevole Spaventa, come io lo pregai l'altro giorno, per evitare danni presenti e maggiori dispendi in avvenire, ordinerà degli studi sul Garigliano, le cui acque slagandosi nei pressi di Suio si rendono palustri e miasmatiche, si vedrà rilevato il bisogno di un concorso urgente ed efficace da parte dello Stato, per creare nella romita e disagevole contrada di Suio, la Vichy dell'Italia, ed una grande risorsa economica ai paesi circonvicini. Ci pensi ed operi col suo buon volere l'onorevole ministro, e senza promettermi nulla per ora, mi apparecchi una serie e categorica risposta quando sarà illuminato in proposito dall'ufficio tecnico di Caserta, alla cui diligenza debbono esserne deferiti gli studi. [...] MORELLI SALVATORE. Il vasto demanio comunale di Mondragone, usurpato per uso di caccia dal passato Governo di Napoli, venne dal medesimo abbandonato alle bonifiche. Dietro reclami di quel municipio, il Governo italiano, con decreto del 1863, ordinò la restituzione di una parte del territorio, ritenendo l'altra col pretesto di dover essere ancora bonificata. E dico col pretesto, in quanto che dall'assieme delle circostanze di fatto risulta il contrario di ciò che si asseriva. Anzitutto la sua posizione topografica è superiore di un metro alla piana che fu restituita; la qual cosa dice chiaramente che, essendosi riconosciuto disseccato il fondo inferiore, deve esserlo maggiormente quello superiore, qual è appunto la parte del demanio reclamata. Ma vi ha di più; quei terreni che prima si affittavano 50 lire al moggio, ora dalle bonifiche non si danno meno di lire 257 al moggio. Quindi, se fossero acquidosi e bisognevoli di bonifica, non sarebbero richiesti a sì caro prezzo. Intanto, malgrado questa luminosa dimostrazione, la prefettura e l'ufficio tecnico locale, prima risposero alle legittime impazienze del municipio ed abitanti di Mondragone, che per bonificare quei fondi abbisognava l'enormissima somma di lire 657,500, e quando si videro incalzati da ragionevoli premure di rilasciare i fondi al godimento del comune medesimo, perchè, ove vi fosse stata necessità di bonificarne qualche parte, dalle rendite lo avrebbe fatto egli stesso sotto la vigilanza del Governo, prefettura e bonifica finirono per inviare i reclamanti ai tribunali. Ora chi ha senso morale vede in questo giuoco il vecchio pretesto del lupo e dell'agnello di Esopo, per impedire che i poveri abitanti di Mondragone consegnano la proprietà d'un dritto, che il Governo medesimo ebbe l'equità di riconoscere loro col decreto del 1863. Per queste considerazioni dunque giustificate dal non iscorgere neppure nel bilancio dei lavori pubblici nessuna cifra attinente alla bonifica di quelle terre, e vedendo dalle medesime emergere una rendita cospicua, io fo solenne appello alla giustizia del signor ministro perchè

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voglia interessarsi premurosamente di questo spiacevole fatto, il quale, quando dovesse impedire ulteriormente la restituzione di quella parte di demanio al comune di Mondragone, rinviandolo alle lungherie ed agl'insopportabili dispendi d'un giudizio, assumerebbe senza fallo le odiose apparenze d'una frode perpetrata in pieno meriggio. MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. Conosco la cosa di cui parla l'onorevole Morelli, ed ecco come sta. I beni demaniali dei comuni delle provincie napoletane che erano dentro il raggio di una bonificazione, furono aggregati all'amministrazione delle bonificazioni istesse, in virtù di rescritti del Governo borbonico. L'amministrazione delle bonifiche non era tenuta a pagare al comune, cui questi beni appartenevano, se non che una rendita eguale a quella che i medesimi ne ritraevano prima della bonificazione. Le terre di Mondragone si trovano in questa condizione. Ma l'onorevole Morelli ha ricordato un decreto del 6 giugno 1863, col quale il defunto ministro Manna ordinò che i beni demaniali dei comuni aggregati alle bonificazioni napolitane che non si trovavano regolarmente affittati, e la cui bonificazione fosse compiuta, fossero restituiti ai comuni per essere, a senso delle leggi napoletane, divisi fra i cittadini. Della costituzionalità di questo decreto si è molto disputato, ed io dal canto mio non ne farei un altro simile. Ma tutte le terre che non furono restituite per effetto di questo decreto, o si trovano vincolate da affitti dell'amministrazione, ovvero appartengono ad una bonificazione la quale non è compiuta. Non basta che alcuni terreni, per effetto di colmate, si siano elevati, come diceva l'onorevole Morelli, di un metro e mezzo, perchè la bonificazione si possa ritenere compiuta per fare la restituzione delle terre, ed allora ha luogo una liquidazione finale, per effetto della quale i proprietari, le cui terre sono state bonificate, pagano la plus valenza o il maggior valore che queste sono venute ad acquistare per effetto della bonificazione, come potrebbero aver diritto ad avere il rimborso delle maggiori tasse pagate durante l'esecuzione delle opere di bonificazione. Stando così le cose, se il comune di Mondragone non ha riavute le terre, io non posso restituirgliele se non a bonificazione compiuta. MORELLI SALVATORE. L'onorevole ministro Spaventa, al quale questo fatto è assolutamente estraneo, ha voluto coprire, come si suol dirsi, col manto della carità, gli amministratori che si fecero sordi ai reclami del municipio e cittadini di Mondragone, giustificandone l'indugio con una sottile distinzione. Io però non posso acquetarmivi, imperocchè il dritto dominicale del municipio di Mondragone non si fondava soltanto sulla parte del demanio restituita, ma riflette l'intera proprietà senza tema di prescrizione. Quindi, avendo il Governo sentito il dovere di restituire i beni bonificati nel 1863, non trovo ragione perchè non debba farsi altrettanto pel rimanente che nel 1875, dalla quintuplicazione dell'estaglio, si riconosce egualmente bonificato. Facendo appello quindi alla prudenza civile dell'onorevole Spaventa, io mi auguro che in questa faccenda troppo delicata egli farà valere la sua rigida integrità, onde il comune di Mondragone si abbia ciò che gli spetta, ciò che gli è dovuto conformemente alle tradizioni del suo dritto ed alla coscienza morale che ispirò il decreto del ministro Manna. Noi tutti conosciamo la trista posizione economica dei municipi d'Italia, possiamo supporre agevolmente quanti sospetti di usurpazione di frode sorgerebbero in quello poverissimo di Mondragone, nel caso che gli si negasse giustizia. Io, ripeto, ho fiducia nella moralità dell'onorevole ministro Spaventa, e credo bene che, dopo l'esame dei fatti, disporrà senza reticenze la reclamata soddisfazione non fosse altro, per evitare il legittimo malcontento ed i conflitti spiacevolissimi che, senza dubbio, verrebbero suscitati dalla inconsulta negazione del Governo. Ho detto. *§*

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Tornata del 21 Marzo 1875 (pp. 2315-2317 = parla sul progetto per modificazioni alle leggi sul reclutamento) MORELLI SALVATORE. Io ringrazio l'egregio amico e collega Pierantoni, il quale ha eloquentemente esposto gran parte delle cose che io aveva in pensiero di dire alla Camera; sicchè non mi rimane che di fare qualche breve raccomandazione all'onorevole ministro della guerra. E comincio col deplorare la poca cura che si ha del corpo sanitario, adducendo la prova di un fatto notevolissimo, senza entrare nella larga messe degli appunti rilevati ieri dall'illustre Palasciano. Io ho avuto parecchi reclami di medici che sono tenenti e luogotenenti, addetti al servizio giornaliero dell'esercito. Ebbene, o signori, mentre si accordano i cavalli a quelli di gradi superiori, i quali d'ordinario non vanno in servizio, si mettono poi questi poveri tenenti e luogotenenti nella durissima condizione o di seguire a piedi le ambulanze, o di provvedersene a proprie spese, decimando il magro stipendio per accorrere là dove si rende bisognevole la loro opera. Se questo si fa dal Ministero per economia, la si deve giudicare inconsulta e malintesa; imperocchè non è possibile che pesi al bilancio di un grande Stato, il quale spende 180 milioni per la guerra, la concessione dei cavalli ai medici per trovarsi solleciti ovunque li richiami la salute dei soldati. Io spero che il ministro Ricotti provvederà convenientemente a questa ragionevole esigenza, che intralcia uno dei più importanti servizi dell'esercito italiano, e se vorrà fare economia, pensi piuttosto d'impedire che fuori servizio i cavalli dello Stato siano adoperati per divertimento ad altro uso, come pur troppo accade di vedere. Avendo intanto la parola, la Camera mi permetterà dei richiami sulla sostanza di questa legge e sulle sue conseguenze. Credo che il ministro, come i nostri egregi colleghi Farini, Nicotera ed altri si siano ispirati ad un sentimento di patriottismo quando, vedendo tutta l'Europa in armi, hanno fatto ressa per armare anche l'Italia. Ora, io plaudisco all'idea di livellarci alla potenza degli altri Stati, ma d'altra parte desidererei che non si mancasse da canto nostro di fare intendere ai Governi stranieri quale abisso essi scavano paralizzando l'attività della produzione con la forza d'inerzia delle caserme, e sottraendo alla prosperità dei popoli i miliardi che si spendono per organizzare la guerra, che è un vero assassinio premeditato. Una diplomazia che, invece di ispirarsi ai benefizi immancabili della scienza, della pace e della libertà, dissipa le forze e le sostanze delle nazioni, organizzando la guerra su vasta scala e senza necessità, permettete, o signori, che lo dica, questa diplomazia è in istato di pazzia ragionante. (Ilarità) E dico in istato di pazzia ragionante, in quanto che io non comprendo come in tanta luce di sapere politico ed economico, gli uomini eminenti che governano l'Europa possano lusingarsi di rilevare le nazioni col valore militare, il quale è scomparso, dal momento che al coraggio dell'uomo si è sostituito il meccanismo di armi terribili e micidiali. Nè so comprendere come questi popoli potranno battersi, quando, malcontenti, affamati e senza fibra, s'invitino alla guerra. O signori, è tempo di cangiare indirizzo; queste leggi che incamerano le generazioni a profitto del capriccio, sono sostanzialmente rovinose, perchè finiscono per fare dell'Europa un cimitero! (Ilarità) È tempo che la nostra diplomazia lo faccia intendere a quella degli altri Stati, e si divenga finalmente, dopo tanto strazio di uomini e di sostanze, all'arbitrato internazionale, e ad un prudente disarmo. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, venga all'articolo 9. MORELLI SALVATORE. Io, che ho tanta deferenza per il nostro presidente, non mi aspettava di essere interrotto. PRESIDENTE. Io ho molta deferenza per lei, ma ne debbo avere molto di più pel mio dovere. (Si ride)

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MORELLI SALVATORE. Qui si tratta di leggi che si pubblicano in Europa, le quali sono

contrarie all'umanità, e vuole che io taccia? PRESIDENTE. Venga alla questione, senza fare di queste digressioni. MORELLI SALVATORE. È precisamente questo che sto facendo, signor presidente. (Ilarità prolungata) Ora vorrei sapere dall'onorevole ministro se egli ha pensato alle influenze e conseguenze di questa legge sui matrimoni (Scoppio d'ilarità) e sulla moralità della famiglia. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, parli sull'argomento, altrimenti non la posso lasciar continuare. Ella deve comprendere che la Camera è stanca... MORELLI SALVATORE. Ma io ci sono nell'argomento, e l'onorevole presidente mi deve permettere... PRESIDENTE. Non devo permettere che quello che si deve fare, che è di discutere sull'articolo 9. Se ella continuerà a trattare di quistioni, la cui sede poteva tutt'al più trovarsi nella discussione generale, sarò costretto di interrogare la Camera. MORELLI SALVATORE. Se nella discussione generale mi avessero lasciato parlare, io non avrei aspettato questo momento per dire le mie idee. Permetta dunque che mi rivolga ai miei colleghi, dicendo loro: signori, voi specialmente di quel lato della Camera, che vi dite conservatori.. Una voce a sinistra. Non conservano niente. MORELLI SALVATORE... voi dovete pensare seriamente al crollo che date alla famiglia organizzando col militarismo il celibato in così ampie proporzioni. Quando gli eserciti permanenti erano limitati, nacque con essi la necessità del postribolo. Ditemi voi ora cosa addiverranno le nazioni, se lo spirito di caserma si estenderà su l'universa cittadinanza? (Esclamazioni a destra) Sono previsioni giuste sulla moralità del paese, e sull'ordine sociale, che meritano considerazioni e non queste interruzioni. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, se ella continua a voler parlare su questo articolo, divagando sopra argomenti estranei al medesimo, io dovrò sospendere la seduta, o quanto meno interrogare la Camera se intende lasciarla parlare. MORELLI SALVATORE. Io sto ragionando sull'argomento, e prego prima l'onorevole presidente e poi i miei onorevoli colleghi, di rendere all'onestà delle mie intenzioni la dovuta giustizia. Non è spirito di ostilità al Ministero o a coloro che ne sostengono le opinioni, che mi ha spinto a parlare su questa legge, ma è l'orrore del sistema della guerra che fa povera e gemente con l'Italia l'Europa intera. Io desidero che l'onorevole Ricotti rifletta sul seriissimo inconveniente che si produrrà nel paese da questo atto, nel caso che essa dovesse vincolare i nostri giovani fino ai 39 anni per non contrarre matrimoni. Se ciò avvenisse, o signori, noi con questo atto voteremmo la nostra decadenza nazionale. Imperocchè io ho letto nei giorni passati un notevole articolo sul giornale Il Diritto nel quale si dimostrava ad evidenza, che l'indebolimento della Francia è proceduto in ragione diretta della diminuzione dei matrimoni. PRESIDENTE. (Con forza) Io invocherò l'articolo del regolamento e consulterò la Camera perchè è impossibile di andare avanti così... conchiuda. MORELLI SALVATORE. Conchiudo raccomandando al padre di famiglia, al rappresentante della nazione, all'onorevole signor ministro di ritirare questa legge, quantunque volte i sospetti dei mali da me accennati, dovessero diventare realtà nella sua applicazione, minando col celibato la famiglia base e sostegno dell'umana società! (Ilarità). Non ridete sulle previsioni morali d'una comunanza che pur vi appartiene. PRESIDENTE. Saranno cose buonissime, ma fuori dell'argomento. *§*

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Tornata del 23 Aprile 1875 (pp. 2610-2613 / pp. 2620-2621 / p. 2626 = su quello concernente le Casse di risparmio postali) SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DELLA PROPOSTA DI LEGGE PER LA ISTITUZIONE DI CASSE DI RISPARMIO POSTALI PRESIDENTE. L'onorevole Salvatore Morelli propone un articolo da porsi prima dell'articolo 15, che è in discussione, e che suonerebbe così: <<I libretti delle Casse di risparmio, contenenti un valore di lire 500, saranno ammessi a favore dei possessori, in prova del censo richiesto per l'esercizio del diritto elettorale.>> Onorevole Morelli, ha facoltà di svolgere la sua proposta. MORELLI SALVATORE. Come ha visto la Camera, lungo la discussione di questa legge, io non ho pronunziata alcuna parola di opposizione, perchè in fondo l'istituzione cui mira è informata a principii che possono sviluppare nel paese il sentimento della dignità e della moralità; e se si fossero accettati i consigli e gli emendamenti che vennero proposti dai miei onorevoli amici di sinistra, la legge sarebbe risultata conforme alle esigenze del progresso civile ed economico, al quale non dubito che si sia dovuto ispirare, nel presentarla alla Camera, anche l'onorevole proponente. Dopo questa affermazione di buona fede, io vengo innanzi con due emendamenti, che credo utili e indispensabili allo scopo. Il primo è quello che ha letto l'onorevole presidente, l'altro viene in seguito all'articolo 16. Col primo emendamento io ho inteso di avvalorarne sempre più il concetto e dare la spinta al risparmio, annettendovi il criterio del diritto elettorale. Coloro che hanno la virtù di sacrificare le piccole passioni facendo dei risparmi, hanno già innanzi alla società un valore morale. Il valore morale, o signori, è il primo ed il più rispettabile capitale del cittadino, ed un economista ingegnoso come l'onorevole Sella, deve tenerne conto, specialmente quando si fa propugnatore di leggi che intendono educare il paese alla previdenza, che n'è feconda genitrice. Considerando dunque le salutari metamorfosi che avverranno in Italia con questa istituzione, se non viene adulterata, io mi sono detto: un uomo il quale ha avuto la virtù di mettere in serbo 500 lire coi propri risparmi, perchè non debba premiarsi ammettendolo all'esercizio del diritto elettorale? Se colui il quale per meriti intellettuali e per condizioni anche meno apprezzabili, è iscritto nelle liste senza alcun censo, nel caso nostro, avendo nell'onesto cittadino la prova evidente della continenza, che è una preziosa virtù, quando a questa prova si aggiunga l'effettivo valore reale di 500 lire, perchè non riconoscere in questo cittadino l'esercizio del diritto elettorale? Quindi, la vista di queste ragioni evidentissime, suppongo che la Commissione ed il Ministero non si opporranno affatto a questa proposta. (Si fa osservare all'oratore dai vicini che nessun ministro si trova presente al banco) Lo dico presumendo che vi fossero, ed anche perchè gli amici glielo faranno sapere. (Si ride) Non dubito poi che il mio emendamento sarà votato dalla Camera, considerando che esso possa ben valere a soddisfare un desiderio che è nell'animo di tutti, quello cioè di allargare quanto è possibile le basi derisorie del suffragio elettorale amministrativo e politico. Mi si dirà, certamente, noi non possiamo così di straforo modificare la legge elettorale; e per supporre questa risposta, basta ricordare come si comportò ieri l'onorevole relatore verso il deputato Di Cassibile. A dir vero quel suo rifiuto ad una giustissima proposta mi scandalizzò. Imperocchè quando certi principi bussano alle porte di bronzo dell'onorevole Di Cassibile, vuol dire che sono maturi; ed uno scienziato progressista, come l'onorevole Quintino Sella, deve fare di berretto alle grandi idee che agitano la società e non deve schivarne la soluzione con ostacoli immaginari. Ieri l'onorevole Sella ebbe il torto di non considerare che la donna maritata... (Ilarità)

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Una voce al centro. Ci siamo! MORELLI SALVATORE. Ci siamo perfettamente, e ci saremo sempre, finchè si nega giustizia alle donne, lasciando insoluto il problema dei loro diritti. Diceva dunque, o signori, che la donna maritata, la quale ha la virtù di sacrificare i propri desiderii facendo un cumulo di risparmi, sarà anche buona massaia per sapere usare convenientemente di questi risparmi, senza il consenso del marito, il quale può essere anche un dissipatore e farne mal uso. Detto ciò per incidente, proseguo a dichiararvi che col mio emendamento non si vulnera nessuna legge elettorale, e si fa anzi omaggio alle maggioranze diseredate, facendole entrare per le porte della virtù all'esercizio del diritto elettorale, e schiudendo una larga via di sicurezza e di progresso alle nostre istituzioni. Forse, o signori, non è lontano il giorno in cui voi tutti avvertirete quanto sia pericoloso mettere i cittadini fuori l'orbita della legge, e riconoscerete altresì essere principio di alta e saggia politica quello di non escludere nessuna classe, nessun individuo dalla partecipazione di quei diritti pei quali gli Stati proclamano l'uguaglianza. Ora, voi, che vi dite conservatori, siete perfettamente agli antipodi, mentre io, proponendovi di estendere il voto elettorale, cerco smorzare le ire dei cittadini i quali, perchè si veggono impunemente messi al bando della legge, cospirano e si ribellano. Vegga dunque l'onorevole Sella come io ho ragione di sperare che egli, valoroso e gran capitano dei conservatori, dovrebbe aderire a questa proposta, non essendovi nessuna difficoltà di diritto o di fatto che gli imponga di opporsi all'accettazione della medesima. E tanto più oso sperarlo, in quanto che egli in questo modo darà impulso efficacissimo ad una istituzione che può dirsi creata da lui medesimo. Diffatti, coloro i quali hanno desiderio di arrivare all'esercizio del diritto elettorale, si faranno solleciti a conservare i loro risparmi, raddoppiando lo spirito di previdenza che egli assume di promuovere con questa legge. Ho finito. SELLA, relatore. Sull'articolo aggiuntivo proposto dall'onorevole Salvatore Morelli io devo osservare che andiamo proprio fuori della legge che ci sta davanti, perchè si vorrebbe col medesimo a toccare la legge elettorale... (Il ministro dell'interno entra nell'Aula) Non posso dire senza che il ministro dell'interno lo sappia, perchè è entrato ora nell'Aula, ma in sostanza senza che si sia studiata veruna disposizione per mettere queste leggi in armonia. Diffatti, se s'intende d'allargare il suffragio elettorale il fatto non riescirà soltanto a vantaggio dei libretti delle Casse di risparmio; bisognerebbe quindi escogitare le innovazioni che sono da farsi alla legge per ottenere un effetto di questa natura. Io posso ringraziare l'onorevole Salvatore Morelli dell'appoggio che vorrebbe dare all'istituzione che si tratta di impiantare, con questo favore che esso vorrebbe accordare ai libretti; ma, mi pare che proprio non sarebbe conveniente nè opportuno l'adottare una simile disposizione senza coordinarla con altre riforme. Potrei poi osservare che una disposizione, mercè la quale un libretto di una certa entità desse senz'altro il diritto al suffragio elettorale, si presterebbe facilmente a manovre elettorali, poichè si capisce perfettamente che uno il quale abbia dei fondi disponibili, senza fare, del resto, dei sacrifici, potrebbe fare degli elettori quanti gliene potrebbero occorrere. La Commissione quindi non crede sia il caso di entrare nell'ordine di considerazioni che sollevò l'articolo proposto dall'onorevole Salvatore Morelli. [...] MORELLI S. Io avevo già previsto che l'onorevole relatore avrebbe respinto il mio emendamento, e sono lieto di averne indovinato anche le ragioni. Per altro, non voglio essere ingiusto con lui, e dichiaro che apprezzo l'osservazione fatta sulle manovre a cui potrebbe dare luogo il mio emendamento in tempo di elezioni. Per evitare però tali inconvenienti, io ridurrei a tre anni almeno il possesso del libretto, e sono sicuro che così svanirebbe ogni preoccupazione.

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Egli caldeggiatore dell'istituzione del risparmio, dovrebbe a primo intuito riconoscere, che col mio emendamento, quest'istituzione avrebbe un largo sviluppo. Ma l'onorevole Sella non la pensa così, e respingendolo vuol dire che la sua proposta non è sincera, vuol dire che egli ha altro in mente e non crede neppure al principio del risparmio, perchè, se ci credesse accetterebbe i mezzi coi quali può più largamente conseguirsi. Non c'è una ragione positiva che possa indurre il Governo e la Commissione a non ammettere il mio emendamento: non è positivo il dire che la legge elettorale non si possa modificare sempre ed ovunque, o signori. Le leggi sono modificabili secondo le necessità sociali del paese al quale servono. Questa specie d'immobilità l'ha sconosciuta anche l'onorevole Minghetti un giorno, osservando molto giudiziosamente che il Codice civile deve anch'esso subire delle modificazioni. Dunque non so come il Pilade, od Oreste di questa eminente coppia che si chiama onorevole Sella, possa disconoscere il suo onorevole collega Minghetti, il quale già venne nella sentenza in cui sono io colla mia proposta. Mi affido impertanto all'ultima ancora, sperando specialmente che quella parte della Commissione che appartiene alla sinistra parlamentare, segua la via dei principii e non subisca l'influenza eterogenea dell'onorevole Sella. Ed in proposito mi duole di non vedere al suo posto quell'innocente colomba del mio amico Macchi (Ilarità generale), perchè sarei sicuro che egli col suo spirito benevolo e coll'esempio, influirebbe al trionfo d'un principio, che coll'estensione del voto a base della continenza e del risparmio svilupperebbe ampiamente la dignità, la libertà e la moralità della nazione. PRESIDENTE. La Commissione respinge l'articolo aggiuntivo dell'onorevole Salvatore Morelli, che egli vorrebbe posto dopo l'articolo 14. Ne do nuovamente lettura colla modificazione da ultimo recatavi dal proponente stesso: <<I libretti delle Casse di risparmio, che si posseggono da tre anni, contenenti un valore di lire 500, saranno ammessi a favore dei possessori in prova del censo richiesto per l'esercizio del diritto elettorale.>> Pongo ai voti quest'articolo. (È respinto) [...] PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore ha presentato un'aggiunta all'articolo 16. Egli vorrebbe che in fine dell'articolo si aggiungessero queste parole: <<e specialmente ai piccoli agricoltori, con garanzia privilegiata sul raccolto della loro industria.>> MORELLI SALVATORE. Questo è un inciso abbastanza chiaro da non esigere molte parole per essere spiegato. L'istituzione delle Casse di risparmio e il modo onde utilizzare i fondi dovrebbero mirare principalmente a salvare l'agricoltura dall'usura. Sì, o signori, io l'ho detto altre volte, e lo ripeto ancora, noi Italiani dobbiamo essere anzitutto agricoltori, epperò, permettetemi la frase, abbiamo bisogno di cincinnatizzare l'Italia. (Ilarità) Sì, questa è la frase propria, dobbiamo cincinnatizzare l'Italia, se vogliamo dare forza, indipendenza economica e prosperità al paese. Ora io veggo che, mentre si cerca di far prosperare il commercio affidandogli tutta la circolazione, gli agricoltori (e specialmente i piccoli) rimangono perfettamente in preda all'usura. Quindi credo che sia l'ora opportuna di cominciarvi a provvedere. La Commissione e l'onorevole Sella hanno stabilito nell'art. 16, che i prestiti debbono essere fatti alle provincie, ai comuni, ai consorzi specialmente, per lo sviluppo delle strade. Va benissimo. Ma pensiamo anche un po' alla produzione, onorevoli signori. Le strade sono un

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gran mezzo, ma conviene che diamo anche le agevolazioni necessarie agli agricoltori per sviluppare la loro produzione. Quindi io pregherei la Camera di non volersi opporre a questo emendamento; imperocchè la difficoltà che mi si potrebbe mettere innanzi, dei dispendi occorrenti per ottenere dalla Cassa dei depositi e prestiti questi piccoli sussidi, potrebbe svanire benissimo, quando si formulasse nel regolamento una disposizione atta a dare agli uffici postali un mezzo semplice e gratuito per somministrare ai poveri coloni che ne facciano domanda i prestiti, dei quali hanno bisogno. Io spero, ripeto, che l'onorevole Sella, col quale sono pure stato clementissimo nella discussione di questa legge (Si ride), e, se vogliamo, anche cortese e gentile, vorrà essere gentile e cortese anche con me, se non pure questa parte della Camera, e coi poveri agricoltori che ne hanno più diritto, accettando la disposizione, di cui egli medesimo vede l'importanza e l'utilità. PRESIDENTE. Prego la Commissione di esprimere il proprio avviso sulla proposta dell'onorevole Morelli. SELLA, relatore. Se per ragione di gentilezza fosse lecito mutare opinione, certo io mi dovrei arrendere all'invito, che con così cortesi parole mi è stato fatto; ma io devo osservare qui che l'impiego dei fondi, che si troveranno disponibili presso la Cassa dei depositi e prestiti, non può dagli agenti dello Stato essere fatto cercando le persone. MORELLI S. Vengono esse! SELLA, relatore. è evidente che, se si entrasse in questa via, l'onorevole Ferrara avrebbe ragione di reclamare contro l'estrema ingerenza dello Stato, che andrebbe a fare il banchiere ai privati; sarebbe veramente un sistema d'ingerenza governativa così spinto, che sono ben lontano non solo di arrivare fin lì, ma dal tentare neppure di avviarmi per una strada di questa natura. [...] MORELLI S. L'onorevole Sella ha dato a credere alla Camera che io, con la mia proposta, abbia voluto farmi fautore dell'ingerenza governativa. Onorevole Sella, queste non sono le mie aspirazioni, come pure non sono quelle dei miei colleghi. Pretermetto di osservare che, fra tanti onorandi amici, l'illustre professore Ferrara parlò in questo senso esprimendo il concetto dell'opposizione, alla quale mi onoro di appartenere, e dimostrando che la parte fallace della legge stava appunto nella ingerenza governativa. La mia proposta non ammette dubbi e si limita a far sì, che la parte dei risparmi designata pei prestiti, si dedichi principalmente alle classi dei piccoli agricoltori per sottrarli alle spoliazioni dell'usura. Naturalmente se si stabilisse questo per legge non occorrerebbe che il Governo, con la lanterna di Diogene in mano, andasse cercando gli agricoltori che ne sentono il bisogno. Gli stessi bisognosi si presenterebbero agli uffici postali, e dietro quelle formalità stabilite dal regolamento, potrebbero ottenere il sussidio che invocano. L'onorevole Sella, il quale è un vecchio amministratore, dovrebbe lui stesso studiare il modo come rendere agevole l'accesso agli agricoltori presso gli uffici postali, e col metodo il meno dispendioso possibile. Se poi egli crede che ci siano delle difficoltà insormontabili ad accettare la mia proposta, la responsabilità del rifiuto ricada su di lui, ricordandogli, che se un Papa per un gran rifiuto andò all'inferno, egli per questo che non è tanto grande, potrebbe sopportare le pene del purgatorio. (Si ride) PRESIDENTE. Onorevole Morelli, mantiene la sua proposta? MORELLI SALVATORE. Sì, la mantengo. [...] PRESIDENTE. Rileggo l'emendamento proposto dall'onorevole Morelli, che sarebbe come un'aggiunta all'articolo 16. Dopo l'articolo medesimo, egli propone che si dica: <<e specialmente ai piccoli agricoltori con garanzia privilegiata sul raccolto della loro industria.>>

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La Commissione lo respinge? SELLA, relatore. Sì, signore. PRESIDENTE. Lo pongo ai voti. (È respinta) *§* Tornata del 14 Maggio 1875 (pp. 3226-3227 = sull'altro concernente le tasse universitarie e gli esami) SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DEL PROGETTO DI LEGGE SULLE TASSE UNIVERSITARIE E IL SISTEMA DEGLI ESAMI PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore ha la facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Io prendo la parola non per fare un lungo discorso, riaprendo una discussione già esaurita col voto di ieri su questa legge, ma per domandare all'onorevole ministro dell'istruzione pubblica uno schiarimento, e dirigergli delle raccomandazioni al riguardo degli esami non solo delle Università cui mira questa legge, ma altresì d'ogni altro istituto scolastico soggetto alle tasse. Mi sia cortese quindi di dirmi l'onorevole ministro se, in conseguenza dell'approvazione di questa legge, la quale stabilisce delle difficoltà specialmente alle classi povere, se quante volte i diseredati dalla fortuna si presentino alle Università o agli altri istituti superiori, constatando la loro povertà, vi saranno ricevuti gratuitamente. Signori, sarebbe una grande miseria e vitupero grandissimo alla nostra civiltà se i rettori delle scuole italiane fossero d'oggi innanzi autorizzati all'odioso ufficio di sbarrare le porte al genio popolare, il quale d'ordinario si alleva fra le angoscie [sic] della miseria. L'altra preghiera che fo all'onorevole ministro è quella di raccomandare agl'istituti, cominciando dagli studi secondari, fino agli universitari, di avere un po' di considerazione per quei giovani i quali non riescono in qualcuna delle materie molteplici cui vengono esaminati. L'egregio nostro collega Umana vi ha detto ieri come sia impossibile richiedere ai giovani studenti in ogni tesi quella larghezza di vedute che appena si possiede da professori speciali. Quindi a me sembra ingiusto non coprire queste piccole fallacie con un'equa compensazione, e ingiustissimo poi fare loro ripetere tutti gli esami quando siano rimandati per non aver risposto adeguatamente ad una o a più domande. (Il ministro conversando con deputati, l'oratore sospende per poco il suo discorso) Un'altra raccomandazione io fo all'onorevole ministro dell'istruzione pubblica, ora che è sbarazzato di altri interlocutori, ed è questa. Nei rapporti sociali si suole avere tra uomo e uomo una certa discretezza, tutte le volte che uno non può soddisfare un altro. Ora non so perchè il Governo debba essere inesorabile quando i padri di famiglia constatano di non potere pagare ad una data epoca quello che dovrebbe servire per l'ammissione dei loro figliuoli agli esami, e danno sicurtà di adempiere in altro momento. Queste, signor ministro, sono delle piccole facilitazioni che bisogna fare anche per lo scopo nobilissimo di rendere possibile la diffusione del sapere nel nostro paese, ed io credo che le scuole prosperino a misura che nei loro amministratori concorrano simultaneamente scienza ed affetto. Un'altra raccomandazione che le fo da ultimo è quella concernente l'esame del latino e del greco. Onorevole signor ministro, ella è un uomo dotto, e sa benissimo che per apprendere queste due lingue morte non bastano dieci lunghi anni. È una vera ipocrisia quindi quella di far credere che i giovanetti possano apprenderle sufficientemente in due o tre anni per darne prova in un pubblico esame. Non mi dissimulo che coloro i quali hanno la felicità di possedere queste lingue, si debbano reputare ricchi e fortunati; ma come la fortuna e la ricchezza è patrimonio di pochi, così il greco ed il latino può essere soltanto dei letterati, o di quei professori che vi trovano un nes

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so intimo con la propria carriera, non già studio obbligatorio per la gente comune, la quale ha uopo d'investigare il metodo più sollecito per procacciare il necessario al vivere. Sarei quindi lietissimo se, anche prima di discutere la legge sulle scuole secondarie, l'onorevole Bonghi provvedesse amministrativamente, perchè d'ora innanzi gli esami di latino e di greco non siano obbligatorii. Invece il signor ministro dovrebbe provvedere a che in tutti gli istituti si potessero apprendere le lingue viventi. Voi vedete, o signori, quale spirito d'emigrazione si sviluppi nel mondo civile oggidì. Ora, se voi fornirete alla gioventù italiana il mezzo come acquistare queste utili cognizioni, ma voi le schiuderete dinanzi le porte della grande fortuna dilatando i confini della patria fin là dove possono commerciare di pensiero e di azione col passaporto della parola. Ecco in complesso quanto io doveva esprimere all'onorevole signor ministro, da cui mi attendo risposte soddisfacenti. BONGHI, ministro per l'istruzione pubblica. Io dubito molto di ricordarmele tutte le sue preghiere; ad ogni modo procurerò di soddisfarla. MORELLI SALVATORE. Posso riassumerle se così crede. Dal momento che il signor ministro è stato frastornato... PRESIDENTE. È inutile, onorevole Morelli, sono state intese abbastanza. MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Parmi che l'ultima fosse questa, che io avessi sciolto i giovani dall'obbligo del latino e del greco. MORELLI SALVATORE. Desidererei che li sciogliesse. MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Questo non ha punto che fare coll'ordinamento degli esami universitari. MORELLI SALVATORE. Ci ha da fare certamente. PRESIDENTE. Coll'ordinamento degli studi, ma non con quello degli esami. MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Ad ogni modo dirò all'onorevole Morelli le mie idee in proposito, sebbene ciò non entri punto nell'argomento che stiamo trattando. Dirò che io ho appunto limitato, nel mio decreto sulla licenza liceale, senza sciogliere il complesso dell'insegnamento secondario, la necessità assoluta di una cognizione del greco. Quanto alla questione se lo studio delle lingue classiche debba essere mantenuto o no, è una questione, quando si voglia farla, poichè per me non ho dubbio, difficilissima e complicatissima che non avrebbe qui opportunità, alla quale non siamo preparati nè punto nè poco, e che avremo tempo di discutere quando sarà presentata dalla Commissione la relazione sul progetto di legge sull'insegnamento secondario che io ho proposto. La seconda domanda che ha fatto l'onorevole Morelli mi pare che sia che vengano ammessi i poveri a proseguire il corso universitario pur non avendo i mezzi di pagare le tasse. Questa domanda, abbenchè non abbia affinità colla presente legge, pure vi trova almeno un'occasione. Infatti le tasse che esistono sono di molto maggior rilievo di quelle che s'introducono con questa legge, le quali sono piccolissime e per sè non aumentano nè scemano la difficoltà dei poveri. Del rimanente v'è un articolo nella legge del 15 novembre 1859 che dispone che siano esentati dal pagamento della tassa quegli studenti poveri che danno prova di profitto e di condotta. È chiaro che questa disposizione serve ad aiutare l'ingegno operoso ed infelice, pur provvedendo che nella società non si introduca un vagabondo ed un ozioso di più. Sicchè non rimane che continuare in questo rispetto come si è fatto finora. Anzi, debbo dire che l'amministrazione potrebbe anche usare una larghezza maggiore nell'applicazione di quest'articolo di quello che usa, ed io sono disposto, nel regolamento che debbo fare per dare effetto a questa legge, a rendere meno malagevoli le condizioni per l'esenzione della tassa. In quanto poi al respiro pel pagamento della tassa questo si accorda. [...] Credo dunque di avere risposto a tutto.

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*§* Tornata del 18 Maggio 1875 (pp. 3358-3360 = interroga il Ministero intorno all'arbitrato internazionale) INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE PRESIDENTE. Annunzio un'altra domanda d'interrogazione presentata dall'onorevole Morelli Salvatore, che è la seguente: <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro degli affari esteri sulle pratiche della nostra diplomazia con quella degli altri Stati per effettuare l'ordine del giorno riguardo l'arbitrato internazionale votato ad unanimità della Camera il 24 novembre 1873.>> L'onorevole ministro è d'avviso che questa interrogazione possa aver luogo ora? MINISTRO PER GLI AFFARI ESTERI. Sì, signore: io sono agli ordini della Camera. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli ha facoltà di svolgere la sua interrogazione. MORELLI SALVATORE. L'onorevole Ministro per gli affari esteri e la Camera ricorderanno che nel 24 novembre 1873, mentre era alla tribuna della diplomazia l'insigne uomo di Stato inglese signor Ricard, si votava un ordine del giorno del nostro illustre amico e collega Mancini, in favore della pace. Questo atto, che onora il Parlamento italiano, impose alla nostra diplomazia il dovere di fare ogni diligenza a fine di prendere accordi con quella degli altri Stati, per mettere termine alla condizione allarmante dell'Europa fanatizzata dal genio malefico della guerra. Io sono sicuro che l'onorevole Visconti-Venosta, ossequente al volere della rappresentanza nazionale, ed interprete della missione di pace assunta dall'Italia nel ripristinare la sua sovranità a Roma, abbia dovuto dare ai nostri rappresentanti all'estero le istruzioni necessarie perchè s'intendano sul modo più acconcio di procedere ad un ragionevole disarmo, consistente nel limitare sui bilanci degli Stati le spese improduttive degli armamenti, e sostituire alla ingiustificabile brutalità della guerra il tribunale internazionale. La mancanza però di presentare al Parlamento il Libro Verde in cui si solevano pubblicare gli atti diplomatici, e la niuna esternazione ufficiale avuta finora in proposito, mi hanno imposto il dovere di muovergli la presente interrogazione, onde la Camera ed il paese, che ne hanno tutto il diritto, sappiano come il Governo italiano faccia valere la sua legittima influenza a beneficio della pace. Comprendo bene che, finchè non si calmano le irritazioni dell'ultima guerra, la Francia agitata dal tetano della disfatta, e la Germania dalle apprensioni d'una vittoria eccessiva, difficilmente s'inducano spontaneamente al disarmo. Ma è questo appunto il miracolo che il mondo civile si attende da un Congresso diplomatico. Questo giurì d'onore deve persuadere gli attori di un duello eseguito in rissa brutalmente, senza secondi e senza testimoni, che, ora che vi sono gli uni e gli altri, non si può più permettere di rimanere con l'arme al braccio, e si debbono stringere la mano da bravi cavalieri. Sarà egli mai possibile che Francia e Germania non si persuadano dell'abisso che scaverebbe sotto i loro piedi un'altra guerra, assumendo la grave responsabilità della propria e dell'altrui rovina? E tanto più, o signori, questa condizione di cose deve cessare, in quanto che lo stato di allarme delle due nazioni impone a tutti i paesi di Europa il dovere di spendere anch'esse stravagantemente per tenere in piedi numerosi eserciti. Sapete voi che, per questa mania di armamenti, scompariscono dal mercato del mondo circa venti mila milioni all'anno, tra quel che si spende per tenere in piedi sei milioni di soldati e quel che non si produce? Se questo dunque è opposto affatto a quei principii di civiltà caldeggiati dalla scienza e dall'etica dei nuovi tempi, che proclamano la inviolabilità della vita umana, e la tutelano con lo sviluppo dei mezzi economici; se, per mantenere le caserme, o signori, si arriva alla somma ingiustizia di abbandonare le moltitudini lavoratrici alla più squallida miseria, schiacciate dal peso di tributi soffocanti, ragion vuole che i Governi facciano senno, ed, evitando le stragi,

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conducano i popoli alla guerra santa e pacifica della scienza contro l'ignoranza, del lavoro contro l'inerzia, moltiplicando le scuole, gli aratri, le vanghe e le macchine, che sviluppano la produzione, e danno pace e sicurezza ad ogni classe della comunanza civile. (Bene!) L'umanità, signori, si ribella, vedendo, fra tanta luce di progresso, elevata a sistema la guerra. L'umanità si ribella di fronte allo spettacolo inqualificabile di vedere consacrata alla morte la gioventù più rigorosa e i tesori più cospicui delle nazioni. No, è tempo di finirla con un sistema irragionevole e criminale. L'umanità vuol vivere, ed è debito d'ogni reggimento civile di offrirgliene il mezzo, mettendo in moto le forze morali e materiali, da cui emerge il benessere e la prosperità di tutti. Io spero che uno spirito elevato come quello dell'onorevole signor ministro degli esteri, vorrà apprezzare l'importanza della mia domanda, per rispondere in modo soddisfacente non solo al senso politico e morale degl'Italiani, ma anche a quello della Lega della pace e della libertà, che da Parigi estende le sue fila su milioni di proseliti in tutto il mondo, e che ha motivato ovunque congregazioni di uomini insigni, i quali lavorano per la riforma del diritto internazionale. La deferenza che gli stranieri hanno avuto verso gl'Italiani, nominando presidente dell'arbitrato per l'Alabama l'illustre uomo di Stato nostro compatriota Schlops, e del Congresso di Gand, quell'altra nostra illustrazione che è l'onorevole Mancini, impone un obbligo imprescindibile alla nostra diplomazia di mettere ogni studio, di esercitare la sua legittima influenza nei consigli di Europa, perchè ai Ministeri di guerra si sostituiscano Ministeri di difesa, ed al rovinoso agglomeramento d'inutili eserciti, quel tanto di forza indispensabile all'ordine interno degli Stati. Ammettendo pure che finchè dura il dualismo del bene e del male, i conflitti siano inevitabili, come tra gli individui, così tra i popoli, egli è debito degli onesti e dei galantuomini di ogni paese a far sì che il bene cominci a prevalere sul male, e che le stragi che non si compiano in rissa vengano evitate dal giudizio ragionevole degli arbitramenti. Si compiaccia dunque, signor ministro, di dire alla Camera ed alla nazione quel che la nostra diplomazia sta operando in pro della pace, e come ella influisca alla riunione di un Congresso internazionale che dovrà fondarla colla stabilità d'un nuovo patto fraterno. Emulando poi i ministri degli esteri del Belgio e d'Inghilterra, dica pur lei una parola per dissipare dalla coscienza dei nostri concittadini le giuste apprensioni che le voci di guerra in questi ultimi giorni hanno suscitato nella coscienza universale. (Bene! a sinistra) MINISTRO PER GLI AFFARI ESTERI. [...] PRESIDENTE. È soddisfatto l'onorevole Morelli? MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole ministro della cortese risposta, e spero che gli atti della diplomazia italiana d'oggi innanzi risponderanno sempre più efficacemente alle nobili promesse che fece innanzi a quest'Assemblea nel 1873, ed ha ripetuto oggi, per lo scopo d'inaugurare l'era del progresso pacifico desiderata da tutte le genti. *§* 1a Tornata del 2 Giugno 1875 (pp. 3802-3803 = osservazioni sull'articolo 42 del progetto per ordinamento del notariato) PRESIDENTE. [...] <<Art. 42. I testimoni devono essere maschi, maggiori d'anni ventuno, cittadini del regno o stranieri in esso residenti, essere in pieno esercizio dei diritti civili e non essere interessati nell'atto. Non sono testimoni idonei i ciechi, i sordi, i muti, i parenti e gli affini del notaro e delle parti nei gradi indicati nell'art. 24, i mariti di esse, i praticanti e gli amanuensi del notaro e le persone addette al suo servizio. I fidefacienti devono avere i requisiti stabiliti per i testimoni, ma non sono loro d'ostacolo le attinenze e le qualità accennate nel precedente capoverso.>>

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MORELLI SALVATORE. La Camera mi permetterà che io invochi una modificazione a

questo articolo 42. In esso si dice che i testimoni, i quali possono sottoscrivere un atto notarile, sieno solo i maschi, e con questa frase si escludono impunemente, crudelmente le donne (Si ride), dando loro una nota d'incapacità. Ora io, signori, non trovo nè giusto, nè equo, nè sensato che si faccia torto ad una personalità nella quale talvolta e quasi sempre vi è più coerenza, più senso comune e più amore alla fede dei patti ed alla verità. Finchè le donne furono analfabete vi poteva essere una scusa che legittimasse la loro esclusione da questi atti; ma oggi che esse danno prova del loro ingegno, istruendosi con una maravigliosa facilità, e talora colla loro dialettica fanno tacere uomini dottissimi, a me sembra che sia un oltraggio il non volerle considerare. Io vorrei domandare a voi, legislatori dell'anno di grazia 1875, se è lecito, dopo tanto mutare di uomini e di cose, tener fermo alle limitazioni odiose delle leggi delle dodici tavole; vorrei sapere almeno la ragione per la quale vi determinate ad un divieto ingiustificabile negli atti civili, mentre poi riconoscete la donna capace di testimoniare nei processi penali. Signori, la verità è una, e chi può affermarla legittimamente nell'ordine di fatti che compromettono la libertà e la vita dell'uomo, deve meritare maggior fede nelle affermazioni che riguardano interessi molto inferiori alla preziosità della vita e della libertà. D'altra parte bisogna che essere coerenti, e i legislatori, i quali hanno riconosciuto nella donna la missione sublime e delicata dell'insegnante, non che tutte le altre prerogative giuridiche che ora esercita in concorrenza con l'uomo, non possono, nè debbano permettere che le si rechi l'onta di crederla mancante della coscienza necessaria a sottoscrivere come testimone un atto notarile. Non è certamente un complimento quello che si fa ad una signora di cui si abbia tutta la stima ed i riguardi, dichiarando che ella, nell'esercizio di questi piccoli diritti, sia da meno di un pelapiede da trivio. Per queste ragioni quindi mi auguro che il cavalleresco ministro guardasigilli, col permesso dell'onorevole Cencelli (Il deputato Cencelli discorre col guardasigilli), voglia a suo tempo aderire ai nove progetti di legge da me presentati alla Camera, nell'interesse dell'educazione dei fanciulli e dei diritti delle donne, accettando che si elimini dall'articolo 42 sul notariato la parola maschi, la quale esclude assolutamente l'altro sesso dal sottoscrivere gli atti pubblici nella qualità di testimone. VIGLIANI, ministro di grazia e giustizia. L'onorevole Morelli, guidato dalla nota sua particolare simpatia e sollecitudine verso il gentil sesso, solleva una questione di principio... MORELLI SALVATORE. Precisamente. MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA... delicata assai in proposito della legge relativa al notariato. Io credo che non sia questo il momento opportuno nè di trattare nè di sollevare una questione di tanta importanza. Comprende bene l'onorevole Morelli che non si potrebbe in materia di atti notarili stabilire norme che siano diverse da quelle che abbiamo già scritte nel Codice civile, nei Codici di procedura ed in altre parti della nostra legislazione. Verrà il giorno, onorevole Morelli, in cui ella potrà più largamente difendere questa causa nobile e cavalleresca. Ma per ora io lo pregherei di voler contentarsi di aver fatto sentire la sua voce, di avere in qualche modo protestato contro ciò che si sta facendo, di aver tenuta salva la causa. Permetta quindi che per ora si segua, quanto al notariato, quella norma che è stata seguita per i testamenti nel Codice civile e per molti altri atti e del processo civile e del processo penale. Un motivo di necessità nelle procedure penali obbliga a sentire i maschi e le femmine che si trovano informati di fatti penali; ma, a parte i casi in cui la necessità obbliga a derogare, in tutti gli atti giudiziari e notarili, finora la testimonianza, o peso od onere che sia, è riservata al sesso più forte.

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Pregherei quindi l'onorevole Morelli a volersi tener pago per ora di queste mie osservazioni. MORELLI SALVATORE. Io ringrazio l'onorevole guardasigilli della promessa che fa di volere rivedere quelle disposizioni che riflettono specialmente la donna, ed io gliene do il destro, avendo già, come ho detto e come tutti i nostri colleghi sanno, presentato nove progetti di legge in proposito (Si ride), i quali sono la riforma coordinata di quelle parti dei Codici italiani che difettano nella considerazione cui la civiltà obbliga i legislatori verso la personalità giuridica della donna. Accetto poi come una preziosa caparra i sentimenti di simpatia che l'onorevole Vigliani mostra per questa causa veramente nobile ed umanitaria, e spero che egli ministro guardasigilli colla sua autorità mi sarà sostegno validissimo per risolvere un problema a cui si rannodano tutte le questioni che agitano la società moderna. Io ne ho indicata la via al Parlamento ed al paese. Se essi mi seguono ammettendo nell'organico della vita legale le garanzie da me proposte, renderanno felice l'Italia completando la missione del secolo decimonono, il quale deve chiudersi con la proclamazione solenne dei diritti della donna e dei fanciulli. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli per ora non insiste? MORELLI SALVATORE. Non insisto e prendo atto delle promesse dell'onorevole guardasigilli. *§* 1a Tornata del 14 Giugno 1875 (pp. 4222 / pp. 4239 = si dà lettura di nove suoi progetti per modificazioni alla legislazione civile) LETTURA DI NOVE PROGETTI DI LEGGE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE PRESIDENTE. Essendo stata ammessa dagli uffici la lettura di alcune proposte di legge presentate dall'onorevole Salvatore Morelli, vi si procede. Onorevole Morelli, quando intende svolgere questi progetti di legge? MORELLI SALVATORE. Se si trattasse di breve discussione, pregherei la Camera di farlo domani; ma, o signori, quello che io debbo svolgere è un intero sistema di riforme nelle leggi sociali, per determinare in maniera più consona alla civiltà dei tempi nuovi le garanzie giuridiche pei diritti dei fanciulli e per quelli delle donne. Io mi era iscritto per parlare contro ai provvedimenti di pubblica sicurezza, e se non si affrettava la chiusura della discussione generale, avrei dimostrato con evidenza matematica al Governo del mio paese che la forza brutale ha fatto il suo tempo, e che per ordinare lo spirito perturbato degli Italiani, creando il costume, il carattere, l'intelligenza, la laboriosità, e tutte le condizioni che fanno ricco, potente e stimato un popolo, ci vogliono le riforme da me invocate. Non potendo dunque opportunamente in tanta angustia di tempo e di situazione svolgere i nove disegni di legge da me presentati, prometto di compiere questo dovere al riaprirsi della Camera. (Benissimo! a sinistra) [...] 1a Tornata del 14 giugno 1875, pp. 4239 - 4256 Riforme legislative proposte al Parlamento italiano dal deputato Salvatore Morelli, per assicurare con nuove guarentigie giuridiche la sorte dei fanciulli e delle donne. (Vedi pagina 4222.) MIEI SIGNORI! Nel 18 giugno 1867 ebbi l'onore di presentare al Parlamento tre progetti di legge concernenti l'emancipazione del pensiere, della coscienza, e della donna. Questo frutto di convinzioni profonde desunte dalla legge dei secoli sul corso logico della grande rivoluzione, che alla fine dei due millenii [sic] cristiani si va compiendo, con la sosti

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tuzione della scienza alla scuola dommatica, con la circoscrizione del potere religioso nella Chiesa, e con la redenzione morale e civile della donna, emancipandola, mercè l'istruzione ed il lavoro, dall'umiliante soggezione alla quale fu costretta dall'ignoranza e dall'inerzia; questo frutto di profonde convinzioni, dico, se per meschini appicchi di forma, apparentemente sembrò respinto al dimenticatoio degli archivi, dalla diffidenza che suscitano le cose nuove, seguì invece il destino della grande pubblicità, alla quale d'ordinario van soggette le proposte parlamentari, dando motivo alla coscienza universale di metterle in discussione. Contemporaneamente il retto ed eroico senso del generale Garibaldi, cui diedi lettura dei tre disegni di legge a Monsummano, non solo ne constatò l'opportunità in una lunga lettera pubblicata sul giornale il Diritto, ma intese anche a rendere possibile l'attuazione con la sublime riscossa di Mentana; mentre, d'altra parte, gl'illustri pensatori Mazzini, Stuart Mill, Victor Hugo, Jules Simon, Dora d'Istria, Léon Richer, ed altri molti, nelle questioni sociali al certo più conservatori dell'antica maggioranza di questa Assemblea, m'incoraggiarono a procedere oltre, riconoscendo all'Italia nostra per la mia modesta iniziativa l'onore del suo primato natio, anche nel processo storico di queste riforme. D'allora in poi, sotto la tempesta incessante di ridicole opposizioni, ripetendo l'eppur ti muovi di Galilei, vi venni con rispetto ricordando le tre proposte, che costituiscono nella mente mia la pietra angolare del sistema della perfettibilità, con cui deve sfatarsi quell'anacronismo omicida, antieconomico ed immorale che si chiama sistema di repressione, onde stabilmente e universalmente prosperi l'avvenire delle nazioni, e voi e i Parlamenti d'Inghilterra e d'Ungheria, ossequiosi alla verità deste opera di discuterli in varie occasioni. Ora, dopo il silenzio di circa un anno sull'argomento, emulando lo stesso vostro buon volere, al riguardo dell'incominciata riforma nel campo religioso e dell'istruzione pubblica, permettete che io vi ripresenti i disegni di legge coi quali si connettono quelle elementari, essenzialissime del diritto comune riguardanti la posizione eteroclita delle donne e dei fanciulli, che strettamente vi si riferiscono. Finchè i destini di queste due personalità non sono normalizzati nei Codici, in modo da esigere considerazione e mezzi di sviluppo adeguati al fine d'un'esistenza conforme alle istituzioni della libertà, ogni sforzo che si proponga lo scopo di ricondurre la deviata società sul sentiero della ragione, rimane efimero [sic] e senza effetto. Credete voi, o signori, che gli uomini avvezzi per le millenarie tradizioni del diritto feudale a giudicar donne e fanciulli come cosa, potranno ritener serie le ingiunzioni della istruzione obbligatoria e del matrimonio civile, con le quali intendete a migliorare le sorti, quando nei Codici mantenete le barriere e le vecchie norme d'una soggezione brutale? Credete voi, che senz'aver prescritto coi vincoli di un cottimo morale l'arduo compito dell'educazione mercè le sanzioni dei premi e delle pene corrispondenti, i genitori disimpegneranno d'ora innanzi con più esattezza di quel che fecero fino ad oggi il loro ufficio, interpretando il verbo educare non come sinonimo di ottundere ed impecorire, reprimendo la vita infantile con mezzi duri, ma come equivalente di sviluppare e condurre alla meta del benessere per le vie della ragione? O signori, non lo credete, e per non frustrare le vostre speranze e cominciar bene le riforme, dovete iniziarle in quella parte del diritto comune che riguarda le donne e i fanciulli, non essendo possibile che da rettificazioni non coordinate emerga la dignità e robustezza di uomini liberi, in esseri cresciuti all'ombra di leggi stravagantemente autoritarie, e nelle braccia e fra le uggiose malinconie di madri schiave. Forse io vi sembrai pervicace, quando, non potendo fare una larga discussione su quest'argomento, mi industriai ricordarvelo, introducendolo in tutti i miei discorsi; però, se voi qualche volta al pari di me provaste la febbre delle convinzioni, avete dovuto compatire all'impazienza di un collega, il quale, fissato nel suo ideale la donna e la scienza, il programma della redenzione civile, l'unico binario che conduca l'umanità alla meta di una vita prospera e felice, deve necessariamente credere che l'ente giuridico della prima, quale principio e fi

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ne dell'esistenza sociale, si rilevi in tutti i problemi della vita come quello che riflette la sua presenza a qualsiasi atto riguardante l'umano consorzio. Diffatti, si parla del modo come migliorare l'organismo dell'uomo? Ed in questo entra la donna per l'azione fisiologica della maternità, da cui dipende il divenire bello o brutto, forte o debole. Si parla dell'istruzione e educazione dello spirito? E non può astrarsi da lei, che nell'edificio elementare dell'infanzia lo avvia alla verità e alla virtù, o al pregiudizio e al vizio? Si tratta di economia e di finanza? E non può sfuggire al pensatore statista, che studia le cause della miseria sociale, la considerazione di derivare questa in gran parte dallo stato 'inerzia improduttiva, nella quale una educazione bastarda ed umiliante trattiene le donne che sono la metà della popolazione, e i fanciulli che ne subiscono gli esempi e gli ammaestramenti funesti. Si parla da ultimo della guerra, di pace, di criminalità, di epidemie e di qualunque altro bene o male? E la influenza della donna si disvela a tutti coloro che hanno buon senso, per giustificare i fenomeni che affannano o deliziano l'umana famiglia. Se dunque quest'essere nobilissimo ha tanta importanza da imporci il dovere di affermare ai quattro venti Della donna nelle dita È il telaio della vita! come un giorno improvvisai nell'entusiasmo del mio apostolato, chi ha torto, coloro che la dimenticano, o io il quale l'addito nello statu quo, inconscia causa efficiente dei mali che ci contristano, e coll'intelligenza e la moralità vorrei farne, come deve essere, la prima forza del nuovo incivilimento? Mi auguro, quindi, o signori, dal vostro patriottismo che, per ragioni così chiare e lampanti, vi determiniate alla adozione delle riforme che reclamo per la donna e pei fanciulli, fondando con saggie misure l'armonia giuridica tra il vecchio e il nuovo diritto, conformemente alle istituzioni della libertà, ed eliminando le antinomie e i dissensi che alimentano odii, disordini e guerre tra lo Stato e la famiglia. Per me, o colleghi, è certezza matematica non potersi organizzare l'unità della vita comune fra l'uomo e la donna con due coscienze, due diritti e due morali opposte, come quelle sostenute dalle leggi antiche rifuse nel Codice napoleonico sotto la maschera dell'uguaglianza e della libertà, che oggi è, su per giù, base al governo generale del mondo. Ritenni e ritengo che il piccolo Stato che si chiama famiglia, non debba alimentare dualità in una costituzione discorde, da quella della grande famiglia che si chiama Stato. Ritenni e ritengo che un potere bifronte, il quale col sistema politico sorrida alla libertà in piazza, e brusco e diffidente mantenga nella famiglia le dispotiche catene del diritto quiritario; che un potere il quale capovolge la logica, giudicando l'effetto maggiore della causa, il figlio nell'ordine dei diritti personali maggiore della madre, sia un potere arbitrario e dissennato, che alimenta contro se stesso una persecuzione lenta ed efficace sostenuta nella più irragionevole e odiosa delle soggezioni dalla donna, influentissimo e terribile cospiratore. Per uscire dunque da una lotta perenne, latente, da cui germina l'odio fra gli uomini e la guerra di esterminio fra le nazioni, io vi prego, o colleghi, in nome della santa causa che ci unì in quest'Aula, e per onore dell'Italia nostra, di unificare i rapporti dello Stato e della famiglia, costituzionalizzandola mercè le guarentigie reclamate dalla scienza e dalla giustizia, pel diritto della donna e pel diritto dei fanciulli. Quando vedete l'imperatrice delle Russie dalla più alta autocrazia scendere sul terreno delle mie idee (*), e tante altre principesse e donne illustri con ammirabile politica saggezza impegnare cure e tesori alla redenzione delle donne, avendo già compreso che non si educano bene le generazioni se non si rimonta alle madri da cui nascono, e che oggidì i reggitori delle nazioni non possono governare convenientemente senza darsi cura delle officine lavoriere e delle scuole, quando, dico, siete in presenza di questo consolantissimo spettacolo, ma che co-

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sa aspettate voi per procedere con metodo razionale e sistematico, alle riforme che debbono rendere questa Roma eterna, iniziatrice di una terza civiltà? Temete forse che le mie proposte disturbino l'ordine della famiglia, spostandone la missione e conducendo la donna sulla via della dissolutezza? Lo sospettino questo i nostri avversari, ma non voi. Basta leggere i miei libri e scorrere su tutto quel che ho detto e scritto in proposito nel ventenne apostolato emancipatore, al quale dedicai tutti i beni della mia travagliatissima vita, per convincersi che io non voglio nè Androgini, nè Ginandri, nè il mostruoso uomo-donna di Dumas, nè la donna-uomo di altro bizzarro romanziere. Io voglio che il tipo della famiglia, di questa grande opera della natura, rimanga base inconcussa della società umana, procedendo armonicamente, come dentro, così fuori della casa. La divisione dei sessi nel sistema educativo che, secondo ragione, dovrebbe essere promiscuo, e l'esclusione di uno di essi dall'attività esterna degli uffici sociali, è per me ingiustizia somma, sperpero di forze, disordine e rovina di tutti gli interessi. O Signori, niente più nuoce al progresso umano della resistenza che i legislatori oppongono alla ragione per rispetto ad un convenzionalismo diametralmente opposto ai fini supremi della natura. Se la legge deve avere a base la realtà e non l'ipotesi, è dovere per noi di rettificare senza indugio gli errori dei padri nostri, ispirandoci nell'ordine reale delle cose. Come vedete dunque, io sono perfettamente logico e desidero che lo siate anche voi. Il dilemma è inesorabile: dove non saprete regnar voi con la scienza civile dello Stato, risorgerà la dominazione tradizionale, perchè i popoli non vivono nel vuoto, hanno bisogno di un obbiettivo al quale afferrarsi, e quando si manca alle promesse di nuove e più utili istituzioni, essi si volgono al passato, e si riconciliano anche con chi odiarono cordialmente. Una volta quindi che coi plebisciti e con altre leggi avete sciolto il vecchio potere sociale, nelle cui mani la donna fu forza compressiva per tenere coll'ignoranza in istato di manomorta la società umana, il Parlamento italiano ha l'obbligo di organizzare il nuovo potere facendo della donna, con la scienza e la libertà, la forza illuminatrice ed attiva che prepara nel seno della famiglia, mercè l'istruzione ed il lavoro, la moralità ed il benessere economico, dai quali emerge durevole e senza scosse il vero progresso sociale e politico della nazione. Sociale, perchè l'Italia facendosi iniziatrice d'una nuova educazione, questa non può effettuarsi senza il ministerio della maternità. Politico, perchè dovendo la patria nostra estendere fatalmente la sua influenza in Oriente, dove la chiamano la posizione geografica, i nuovi porti e le nuove vie del mare, ciò non può avvenire in forza di barbare conquiste, ma in nome del principio dell'emancipazione delle donne tenute schiave dall'islamismo. Sicchè, come vedete, o signori, le funzioni che io voglio circondate da garanzie sono quelle stesse auguste della maternità, e i diritti che voglio riconosciuti alla donna sono null'altro che mezzi di svolgimento per raggiungere il fine supremo del miglioramento della famiglia e della società. E se vi propongo che le donne sieno ammesse all'esercizio elettorale, la mia esigenza è suffragata da un sentimento di giustizia, che l'autorità del Parlamento inglese sostenne testè con 152 voti, fra cui contò l'autorevolissimo del presidente dei ministri Disraeli e di due altri membri del Gabinetto. E se io insisto per l'abolizione delle leggi di tolleranza, la mia voce oggidì non è più isolata come nel 1867, quando la prima volta lo proposi al Parlamento; ma è reclamo universale della gente onesta d'ogni paese, cui non potrete, nè dovrete resistere per la solita scusa che da questa innovazione ne verrebbe male. Signori, il male c'è, nè potrà essere mai più minaccioso di quel che si mostra; e le mie proposte non intendono che a combattere le esiziali conseguenze. Vedendo quindi glorificare la vostra autorità legislativa in faccia al mondo, che attende da Roma la gran parola della nuova civiltà, mano all'opera, votate le garanzie che vi propongo per la donna e pei fanciulli, e abrogate gl'interdetti statuiti nelle leggi vigenti, che improvvi

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damente limitano o vietano l'esercizio di diritti indispensabili alla dignità personale ed al bene della famiglia. Nè a ciò fare manca un legittimo addentellato nei precedenti giuridici del nostro regno; imperocchè una volta che il Codice civile, per molte riforme introdottevi fra gli altri dalla perspicace saggezza dell'ex-ministro Pisanelli, riconosce la donna come cittadino nel suo art. 7, la considera maggiorenne come l'uomo a 21 anni nell'articolo 240, le dà facoltà di adottare nell'articolo 202, la chiama a succedere ugualmente all'uomo nell'articolo 736 e seguenti, l'ammette alla legittima nella successione testamentaria con l'articolo 805 e seguenti, non le vieta alcun contratto inclusivamente al testare ed al donare, negli articoli 1052 e 672, le consente il titolo di pubblica mercantessa nel Codice di commercio, le apre le porte dell'insegnamento e delle professioni, la propone elettrice amministrativa nel progetto di riforma alla legge provinciale e comunale presentato dall'onorevole Peruzzi ministro dell'interno nel primo Ministero Minghetti, e ripresentato, a mia proposta, per voto del Comitato privato della Camera dal Gabinetto Lanza-Sella, e chiama la donna da ultimo ad esercitar uffici telegrafici e postali, una volta, dico, che la sua personalità giuridica è messa in tanto rilievo, sembra strano o per lo meno non serio violare la logica del senso comune, mantenendo nelle leggi sociali barriere contrarie alla giustizia ed alla verità In conseguenza delle esposte ragioni quindi, e di quelle che vi verrò indicando mano mano sommariamente in una serie di considerandi, io mi attendo da voi, o colleghi, la piena approvazione delle riforme che vi propongo, senza le quali non si educano bene i fanciulli, e si ostacola il complemento giuridico della donna, menomando quella stessa capacità, che il legislatore non ha esitato riconoscerle, negli atti più importanti della vita. Roma, 26 maggio 1875 SALVATORE MORELLI Deputato al Parlamento italiano (*) Allorchè l'imperatrice delle Russie, nell'anno 1873, dalla villeggiatura di Sorrento si recò in Roma, la Libertà ed altri giornali italiani, riassumendo un articolo biografico della Revue des deux mondes, dichiararono apertamente che quella grande e sapiente signora è nel terreno delle mie idee, spendendo ogni cura per la istruzione ed educazione morale delle donne di quel vastissimo impero. Questo splendido esempio pratico, facendo svanire le apprensioni surte all'apparire della mia teoria, io mi auguro che infervori le donne italiane a coadiuvarmi nella difesa della loro santissima causa, sostenendo efficacemente le riforme da me proposte, ed organizzandosi in tutta la nostra penisola sotto il titolo di Società redentrice, col nobile scopo di tutelare la dignità e il decoro delle figlie del popolo, mercè la fondazione di stabilimenti, che forniscano alle bisognose di ogni comune sufficiente lavoro ed istruzione. Se la storia glorificò il nome di Cornelia e delle altre dame romane che fecero sacrifizio dei propri monili per la difesa della patria pericolante, quale apoteosi non serberà a quelle egregie donne, nostre contemporanee, che avranno la virtù di dedicare una parte anche minima delle spese di lusso, e del tempo che si consuma in ozi rovinosi, allo scopo nobilissimo e umanitario di salvare i destini del proprio sesso?

PRIMO PROGETTO DI LEGGE Della celebrazione del matrimonio, e dei diritti e doveri dei coniugi fra loro. Considerando, che se fu compatibile la superiorità domestica del marito, quando i legislatori negavano alla donna lo sviluppo dell'intelligenza e l'azione giuridica, oggi che la sua personalità è rilevata da un'educazione luminosa, e dal riconoscerle gran parte dei suoi diritti, ciò riescirebbe ingiusto e contrario al principio di eguaglianza. E considerando d'altra parte essere più utile all'ordine, alla libertà ed alla civiltà dei nuovi tempi, statuire a base dell'amministrazione domestica la capacità effettiva dei coniugi riconosciuta dal contratto nuziale con la promiscuità o divisione del lavoro, invece di una cieca presunzione di legge che attribuisce la superiorità al marito, anche quando questa manchi assolutamente di base, io ho l'onore di proporvi all'uopo le seguenti disposizioni legislative: ARTICOLI DEL CODICE CIVILE • Art. 94. Nel giorno indicato dalle parti, l'ufficiale dello stato civile alla presenza di due testimoni, ancorchè parenti, darà lettura agli sposi degli articoli 130, 131 e 132 di questo ti

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tolo, riceverà da ciascuna delle parti personalmente, l'una dopo l'altra, la dichiarazione, che essi si vogliono rispettivamente prendere in marito e moglie, e di seguito pronunzierà in nome della legge che sono uniti in matrimonio. Art. 131. Il marito è capo della famiglia: la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome, ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli creda opportuno di fissare la sua residenza. Art. 132. Il marito ha il dovere di proteggere la moglie, di tenerla presso di sè, e somministrarle tutto ciò che è necessario ai bisogni della vita in proporzione delle sue sostanze. La moglie deve contribuire al mantenimento del marito, se questo non ha mezzi sufficienti. Art. 133. L'obbligazione del marito di somministrare gli alimenti alla moglie cessa, quando la moglie, allontanatasi senza giusta causa dal domicilio coniugale, ricusi di ritornarvi. Può inoltre l'autorità giudiziaria, secondo le circostanze, ordinare a profitto del marito e della prole il sequestro temporaneo di parte delle rendite parafernali della moglie. Art. 134. La moglie non può donare, alienare beni immobili, sottoporli a ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, nè transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti senza l'autorizzazione del marito. Il marito può con atto pubblico dare alla moglie l'autorizzazione in genere per tutti o per alcuni dei detti atti, salvo a lui il dritto di rivocarla.

PROPOSTE DI RIFORMA o Art. 94. Nel giorno indicato dalle parti, l'ufficiale dello stato civile, alla presenza di due testimoni, ancorchè parenti, data lettura agli sposi degli articoli 130, 131 e 132 di questo titolo, riceverà da ciascuna delle parti personalmente, l'una dopo l'altra, la dichiarazione, che esse si vogliono rispettivamente prendere in marito e moglie, e che la nuova famiglia dovrà assumere il nome di entrambi o di uno dei coniugi sotto il regime della promiscuità o della divisione del lavoro, pronunciando di seguito in nome della legge che sono uniti in matrimonio. o Art. 131. La personalità giuridica della famiglia è rappresentata dal marito e dalla moglie, nei limiti del contratto nuziale, che determina i loro poteri amministrativi sulla base dell'equità e senza soggezione di alcuno di essi: tanto che ogni trasmutazione di residenza od altro atto che sposti il modo di essere della famiglia, deve consentirsi da ambidue i coniugi. o Art. 132. Il marito e la moglie hanno il dovere di vivere insieme proteggendosi scambievolmente, e di somministrarsi a vicenda tutto ciò che è necessario alla vita in proporzione delle proprie sostanze. o Art. 133. L'obbligazione dei coniugi di somministrarsi gli alimenti cessa, quando uno di essi, allontanatosi senza giusta causa dal domicilio coniugale, ricusi di ritornarvi. Può inoltre l'autorità giudiziaria, secondo le circostanze, ordinare a profitto del coniuge e della prole che rimangano nel domicilio medesimo il sequestro temporaneo d'una parte dei suoi beni. o Art. 134. Il marito o la moglie, che non vi sono autorizzati dal contratto nuziale o da atti posteriori, non possono isolatamente donare, alienare beni immobili, sottoporli a ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, nè transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti. *** SECONDO PROGETTO DI LEGGE Dei diritti e dei doveri dei coniugi riguardo alla prole. Considerando erronea la condotta dei Governi, i quali creati dalla società umana per migliorarne le sorti, si mostrano più zelanti della prosperità del bestiame, che della vita dell'uomo, ordinando allo sviluppo del primo copiosi mezzi nei bilanci, ed abbandonando l'ultima alle generalità confuse, sterili, e dispotiche d'inconsulte leggi sociali;

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Considerando che il cattivo andamento dell'educazione nella famiglia, derivi in gran parte dalla mancanza di determinazione logica negli articoli 138 e seguenti del Codice civile sul fine che si propone al dovere dei coniugi, e sui mezzi e la persona più adatta al conseguimento del medesimo; Considerando che ove questo fine, i mezzi e la persona corrispondente fossero anche ben definiti, i genitori negligenti deluderebbero lo spirito della legge per difetto di adeguate sanzioni, ho l'onore di proporre al vostro voto: ARTICOLI DEL CODICE CIVILE • Art. 138. Il matrimonio impone ad ambidue i coniugi l'obbligazione di mantenere, educare ed istruire la prole. PROPOSTE DI RIFORMA o Art. 138. Il matrimonio impone ad ambidue i coniugi l'obbligazione di mantenere ed istruire per educare la prole alle discipline ed ai mestieri con lavoro proporzionato allo sviluppo graduale delle loro forze. o Art. 139 (da aggiungersi) La missione d'istruire per educare la prole nell'infanzia, spetta specialmente alla madre, come colei la quale indovina meglio la vocazione dei figliuoli ed è più abile a farsi intendere. o Art. 140 (da aggiungersi) La educazione consiste nell'abituare le creature nascenti all'istruzione ed al lavoro che detraggono l'uomo dalla brutalità dell'istinto, e per le vie della ragione lo conducono al benessere della vita civile. o Art. 141 (da aggiungersi) Il Consiglio municipale di ogni comune nel primo giorno dell'anno dichiarerà benemeriti della nazione i genitori diligenti, e distribuirà premi specialmente alle madri più studiose nel promuovere il progresso organico, intellettuale e morale dei figliuoli. o Art. 142. (da aggiungersi) Quando dalle risultanze statistiche annuali emerga, che figliuoli nati sani deturpino l'organismo o vizino l'indirizzo dello spirito, perchè i genitori ne trascurino l'igiene, e l'istruzione, lasciandoli oziare, o abbandonandoli per amor di guadagno a lavori eccessivi, questi d'ordine del Consiglio verranno ammoniti dal capo del municipio, ed ove gli si mostrino renitenti, saranno deferiti al potere giudiziario, il quale, se il caso non è previsto dal Codice penale, li condannerà all'ammenda da una a cento lire, o all'arresto e carcere da un giorno ad un mese. *** TERZO PROGETTO DI LEGGE Della patria potestà. Considerando incompatibile con le presenti istituzioni costituzionali la patria potestà del diritto quiritario, che dichiarava il marito assoluto padrone della moglie e dei figliuoli suoi schiavi; Considerando che, quantunque ammessa dai Codici europei, una tal quale circoscrizione del potere di cui era rivestito il pater-familias, pure, per l'istinto degli uomini, a credere più alle parole che ai fatti, nelle moltitudini ignoranti e pregiudicate quella formola di legge contrasta con la partecipazione di entrambi i coniugi al potere domestico, implicita al matrimonio civile, armando spesso la mano del marito a manomettere la vita della moglie e dei figliuoli, dei quali si crede ancora assoluto padrone, e rinnovando le ferocie dei popoli barbari; per queste ed altre ragioni, io propongo: ARTICOLI DEL CODICE CIVILE TITOLO VIII. DELLA PATRIA POTESTÀ. • Art. 220. Il figlio, qualunque sia la sua età, deve onorare e rispettare i genitori. Egli è soggetto alla potestà dei genitori sino all'età maggiore, ed all'emancipazione. Durante il matrimonio tale potestà è esercitata dal padre, e se egli non possa esercitarla dalla madre. Sciolto il matrimonio la patria potestà viene esercitata dal genitore superstite.

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PROPOSTE DI RIFORMA TITOLO VIII. DEL GOVERNO DELLA FAMIGLIA. o Art. 220. Il governo della famiglia deve essere diretto dai genitori secondo le norme della moralità del dritto civile e dei patti nuziali. Il figlio o la figlia qualunque sia la sua età deve onorare e rispettare i genitori. Sì l'uno come l'altra sono soggetti al loro consiglio sino all'età maggiore od all'emancipazione. Sciolto il matrimonio il governo della famiglia viene esercitato dal genitore superstite. *** QUARTO PROGETTO DI LEGGE Dello scioglimento del matrimonio. Considerando, che ammesso il matrimonio civile, di cui è legge suprema la volontà dei coniugi, ne viene come logica conseguenza il diritto di disunirsi, quando gravi motivi di dissenso domestico, rendendo incompatibile il consorzio del marito e della moglie, per gli scandali e le rovine che ne derivano alla educazione dei figliuoli, dispongano con maturo consiglio le medesime volontà allo scioglimento del matrimonio; Considerando, che la separazione personale, invece di sopperire al bene dei coniugi ed all'educazione dei figliuoli, mantiene nell'incertezza le loro sorti, generando rapporti clandestini che offendono la legge morale e dissolvono la famiglia; Considerando da ultimo, essere più utile al buon costume ed all'ordine pubblico lo scioglimento del matrimonio; anche perchè questa minaccia tiene i coniugi in maggior riguardo del vincolo contrattuale, e nel timore di perdersi trovano quella stessa forza di affetti che prima dello sposalizio li fa ansiosi di possedersi. In conseguenza di queste ed altre serie vedute in ordine al meglio dell'educaione sociale, io ho l'onore di proporvi: ARTICOLI DEL CODICE CIVILE • Art. 148. Il matrimonio non si scioglie che colla morte di uno dei coniugi: è ammessa però la loro separazione personale. PROPOSTE DI RIFORMA o Art. 148. Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi o col divorzio, il quale sarà sempre preceduto dallo sperimento giudiziario della separazione personale. o Art. 149 (da aggiungersi). Quando decorso un anno dal giudizio preparatorio della separazione personale, le cause del dissenso fra i coniugi sieno cresciute in modo da non lasciare alcun dubbio sulla impossibilità della loro coesistenza matrimoniale, il magistrato, ad istanza di entrambi o di uno di essi, dopo maturo esame, pronunzierà definitivamente sentenza di divorzio. o Art. 150 (da aggiungersi). Questa sentenza che scioglie i coniugi da ogni reciprocanza personale di nome e di diritto, assicurerà in modo categorico la sorte dei figli, affidandone l'educazione ordinariamente alla madre, eccezionalmente al padre, sempre col concorso dei mezzi di entrambi, o collocandoli in istabilimenti pubblici, sia a spese dei genitori se possidenti, sia a spese del comune se poveri. *** QUINTO PROGETTO DI LEGGE Della filiazione. Considerando immorale ed ingiusto che per l'incertezza della paternità le leggi sociali, le quali proclamano l'eguaglianza di diritto, si contraddicano poi nell'arbitraria distinzione dei figli legittimi e naturali, per cui una larga parte delle generazioni senza colpa viene al mondo con un marchio disonorante; Considerando, che questa sconvenienza mendace, la quale in frode del diritto umano sogna nel seno della società civile lo stato di natura, potrebbe evitarsi ammettendo come accessorio il nome del padre, e come essenziale condizione alla legittimità il nome della madre, cui

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la prole veramente si appartiene per la nota massima del diritto antico partus sequitur ventrem; Considerando infine che tale riforma, reclamata dal cuore dell'umanità, interesserebbe maggiormente le madri a non abbandonare i propri figliuoli e ad essere più affettuose e studiose dell'educazione loro, con vantaggio immenso del benessere sociale, io propongo: Al titolo VI Della filiazione, nel Codice civile, prima dell'articolo 159, debbono statuirsi le seguenti disposizioni legislative: ARTICOLI DEL CODICE CIVILE. TITOLO VI. CAPO I. DELLA FILIAZIONE. CAPO II DELLE PROVE DELLA FILIAZIONE LEGITTIMA. CAPO III. • Sezione I. - Della filiazione della prole nata fuori del matrimonio e della legittimazione. • Sezione II. - Della legittimazione dei figli naturali. PROPOSTE DI RIFORMA. TITOLO VI. CAPO I. DELLA FILIAZIONE. CAPO II. Della prova della filiazione generata col matrimonio. CAPO III. Della prole nata fuori del matrimonio e del riconoscimento. N.B. Si propone che venga cancellata la parola Sezione I nel Capitolo III, come pure la Sezione II e la leggenda [sic] che segue, accordando tutte le disposizioni del Capitolo III e di altri titoli secondo il senso dei seguenti articoli. o Art. 1. In omaggio alla giustizia ed alla umana dignità la odierna distinzione dei figli legittimi e naturali è abolita, mantenendo per gli effetti necessari invece quella di riconosciuti e non riconosciuti, la quale non pregiudica punto la loro posizione morale innanzi alla società. o Art. 2. Ogni figlio nato sotto l'imperio delle leggi italiane è legittimo, e la sua esistenza viene assicurata sullo stato civile dal cognome della genitrice. o Art. 3. Quando il padre lo voglia, può anche esso perpetuare il suo nome nella prole, aggiungendolo a quello della madre; nel caso opposto sarà egualmente tenuto, in proporzione del suo stato sociale, di concorrere al nutrimento ed all'educazione dei figliuoli, finchè non sieno abili a produrre e a vivere da se stessi. *** SESTO PROGETTO DI LEGGE Della filiazione della prole nata fuori del matrimonio. Considerando immorale ed ingiusto, che l'uomo si sottragga per opera della legge alla responsabilità che assume verso la prole e la donna che rese madre, vietando le indagini sulla paternità; Considerando che la maggior parte delle seduzioni a danno del buon costume e dell'ordine pubblico avvengono dalla mancanza di questa responsabilità, per la quale il pudore e il diritto della donna, senz'alcuna garanzia, sono vittima della scaltrezza insidiosa di chi vuole conculcarli, io propongo: ARTICOLI DEL CODICE CIVILE • Art. 189. Le indagini sulla paternità non sono ammesse fuorchè nei casi di ratto, o di stupro violento, quando il tempo di esso risponda a quello del concepimento. • Art. 190. Le indagini sulla maternità sono ammesse. Il figlio che reclama la madre deve provare di essere identicamente quel medesimo che fu da lei partorito. Non è però ammessa la prova per testimoni, se non quando vi sia già un principio di prova per iscritto, o quando le presunzioni e gli indizi risultanti da fatti già certi siano abbastanza gravi per determinarne l'ammissione. PROPOSTE DI RIFORMA o Art. 189. L'uomo che genera è responsabile del fatto proprio.

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o Art. 191. Le indagini sulla paternità e maternità saranno raccolte con le norme della procedura ordinaria. *** SETTIMO PROGETTO DI LEGGE Riforma a nove articoli del Codice civile, di commercio e di procedura. Considerando che gl'interdetti stabiliti nei Codici civile, di commercio e di procedura civile concernenti il divieto alla donna di far da consulente nei Consigli di famiglia; di essere tutrice, protutrice, curatrice; di fare da testimone nei testamenti e negli atti dello stato civile, quand'anche eccezionalmente stipulati in mare o in tempo di guerra da militari; di essere arbitra, di sottoscrivere come testimone il verbale di pegnorazione dei mobili, di esercitare la facoltà cambiaria e portare all'urna il voto elettorale delle camere di commercio; considerando, dico, che tali divieti, giustificabili forse in tempo d'ignoranza, oggidì finiscono per essere un oltraggio al diritto ed alla dignità della donna, e non hanno più ragione di essere una volta che, diffusa l'istruzione, il progresso dei tempi imporrà il dovere di fare della donna l'apostolo della scienza ed il maestro della famiglia, io propongo: ARTICOLO UNICO. Quella parte degli articoli 252, 268, 788, 789, 791, 799 del Codice civile, 10 e 594 del Codice di procedura civile e 199 del Codice di commercio, la quale limita o impedisce alle donne italiane l'esercizio dei diritti che vi si contemplano, rimane abrogata. *** OTTAVO PROGETTO DI LEGGE Leggi e regolamenti di tolleranza. Considerando abbominevole la situazione che le leggi di polizia fanno in Europa a circa un milione di donne, rese schiave di arbitrii scostumati e d'immondi speculatori, che ne usufruiscono la deturpazione in luoghi organizzati al sovvertimento d'ogni senso morale, fra gli ozi e le lussurie più nefande; Considerando che, malgrado le necessità imposte dal celibato ieratico e degli eserciti permanenti, l'Italia deve iniziare una riforma reclamata dal mondo civile contro gli eccessi d'una scuola di corruzione che mina le basi dell'umana società, mi fo il dovere di proporvi. o Art. 1. Le leggi e i regolamenti che riguardano la prostituzione sono aboliti. o Art. 2. Nella decorrenza di due mesi dalla pubblicazione della presente, il Governo del re sottoporrà al voto della Camera una legge colla quale si provveda alla sorte delle donne pericolanti, ed eliminando gli arbitrii, le patenti ed i registri che infamano per tutta la vita le traviate, s'impongono, sotto severe sanzioni, agli organizzatori delle case di tolleranza, che prenderanno il nome di case di conversazione, il lavoro, l'istruzione, l'igiene, la possibile decenza ed il rispetto alla vita, alla libertà ed ai risparmi delle disgraziate che vi ospitano. *** NONO PROGETTO DI LEGGE Diritto elettorale amministrativo e politico. Considerando assolutamente contrario alla giustizia, che la donna la quale riconosciuta dalla legge sociale come cittadino soggetto ad ogni tributo di sangue e di danaro, sia esclusa dal dritto di eleggere gli amministratori della cosa pubblica; Considerando che questa sconvenienza odiosa potrebbe eliminarsi, riconoscendo in lei una prerogativa inerente alla personalità giuridica di ogni italiano, e senza spostarla affatto dalle sue funzioni domestiche, ho l'onore di proporvi: ARTICOLI DELLA LEGGE PROVINCIALE E COMUNALE SULLE ELEZIONI • Art. 26. Non sono elettori nè eleggibili gli analfabeti, quando resti nel comune un numero di elettori doppio di quello dei consiglieri; le donne, gl'interdetti, o provvisti di consulente giudiziario, ecc.

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Art. 21. Al padre si tiene conto della contribuzione pagata pei beni dei figli di cui abbia l'amministrazione per disposizione di legge. Al marito della contribuzione che paga la moglie eccetto il caso di separazione di corpo e di beni. • Art. 22 comma 2°. Il padre può delegare ad un figlio l'esercizio dei suoi diritti elettorali. PROPOSTE DI RIFORMA o Art. 26. Non sono elettori nè eleggibili gli analfabeti, quando resti nel comune un numero di elettori doppio di quello dei consiglieri; gl'interdetti o provvisti di consulente giudiziario, ecc. o Art. 21. Al padre ed alla madre si tiene conto della contribuzione pagata pei beni dei figli di cui abbiano l'amministrazione per disposizione di legge. Al marito ed alla moglie, della contribuzione che pagano personalmente, eccetto il caso di separazione di corpo e di beni. o Art. 22. comma 2°. Il marito e la moglie possono assumere l'uno per l'altro l'esercizio del loro dritto elettorale o delegarlo ad uno dei propri figli, come possono praticare altresì le sorelle ai fratelli e viceversa. •

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LEGGE ELETTORALE POLITICA. Art. 11. comma 2°. Al padre si terrà conto delle imposte che si pagano pei beni della sua prole, dei quali esso abbia il godimento. Al marito di quelle che paga la moglie, eccetto che siasi fra loro pronunziata la separazione del corpo. Art. 15. Le imposte dirette pagate da una vedova o dalla moglie separata di corpo dal proprio marito, saranno computate pel censo elettorale a favore di quello dei suoi figli o generi di primo e secondo grado da lei designati. Parimenti il padre che paghi imposte dirette, ecc. in diversi distretti elettorali potrà in quello di essi ove egli non eserciti il suo dritto elettorale delegare ad uno dei suoi figliuoli da lui nominato, per farlo godere dell'elettorato [,] le imposte cui soggiacciono gli stabili, che dovrà specificatamente indicare. La delegazione non potrà farsi che per atto autentico. Entrambe le suddette due delegazioni saranno rivocabili.

PROPOSTE DI RIFORMA o Art. 11 comma 2°. Al padre ed alla madre si terrà conto delle contribuzioni che si pagano pei beni della loro prole, dei quali essi abbiano il godimento. Al marito ed alla moglie delle imposte che ciascun di essi paga, eccetto che siasi fra loro pronunziata la separazione del corpo. o Art. 15. Le imposte dirette pagate da una vedova, o dalla moglie separata di corpo dal proprio marito, saranno computate pel censo elettorale a favore di quelli dei suoi figli maschi e femmine, o generi e nuore di primo e secondo grado da lei designati. Parimenti il padre che paghi imposte dirette in diversi distretti elettorali, potrà in quello di essi ove egli non eserciti il suo dritto elettorale delegare ad uno dei suoi figliuoli maschi e femmine, o generi e nuore da lui nominati per far loro godere dell'elettorato, le imposte cui soggiacciono gli stabili che dovrà specificatamente indicare. La delegazione non potrà farsi che per atto autentico. Queste, come le delegazioni delle donne al marito, al padre o al fratello per trasmettere il loro voto all'urna elettorale saranno rivocabili. *** N.B.: Oltre che nel Portale storico della Camera dei Deputati (1a Tornata del 14 giugno 1875), i 9 disegni di leggi sopra riportati sono rinvenibili in: Riforme Legislative proposte al Parlamento italiano dal Deputato Salvatore Morelli il 26 maggio 1875 per assicurare con nuove guarentigie giuridiche la sorte dei fanciulli e delle donne, Tipografia Eredi Botta, Roma 1875 *§* Tornata del 18 Novembre 1875 (p. 4514 = di altro suo progetto riguardo all'articolo 49 delle legge sui giurati)

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PRESIDENTE. Ora si dà comunicazione alla camera di diversi progetti di legge, la cui let-

tura fu autorizzata dagli uffici. PISSAVINI, segretario. (Legge) Disegno di legge del deputato Salvatore Morelli: <<Risultando dalla pratica che il divieto di pubblicare gli atti delle Corti d'assise eleva un'odiosa presunzione di leggerezza contro il magistrato popolare, senza preservarne la coscienza dal contrasto delle correnti partigiane, e sottrae i giudizi al controllo della pubblica opinione, riconosciuto ovunque come garanzia indispensabile alla libertà dei cittadini ed all'esatta applicazione delle leggi, il sottoscritto propone: Art. 1. L'articolo 49 della legge sull'ordinamento dei giurati e sulla procedura nei giudizi avanti la Corte d'assise, è abrogato. Art. 2. L'ufficio del presidente presso la Corte d'assise, con istantanei comunicati, farà correggere dai giornali le opinioni che falsificano la verità dei fatti attinenti al giudizio.>> PRESIDENTE. È presente l'onorevole Morelli Salvatore? (Non è presente) *§* Tornata del 19 Novembre 1875 (p. 4542 = lo ritira) PRESIDENTE. [...] Onorevole Morelli, io l'aveva chiamato fin da ieri a fissare il giorno in cui dovesse avere luogo lo svolgimento della sua proposta di legge; ora lo pregherei di esporre il suo intendimento al riguardo. MORELLI SALVATORE. Io ringrazio l'onorevole presidente della compiacenza che ha avuta ieri ed oggi. Quel progetto di legge io lo presentati alla segreteria della Camera il giorno 22 ottobre ultimo, quando si elevavano reclami dalla stampa italiana e straniera contro l'articolo 49 della legge sui giurati circa il divieto di pubblicare gli atti dell'ormai famoso processo testè discusso in questa Corte di assisie [sic], e lo feci per dare occasione al Parlamento di risolvere subito al suo riaprirsi questa ardente questione che interessa tanto da vicino la libertà di stampa. Ora che vedo con vero compiacimento che tale desiderio è condiviso dall'onorevole collega Puccini della destra e dall'onorevole collega Mancini della sinistra, io, facendo omaggio specialmente a quest'ultimo, principe dei giureconsulti, abbandono la mia proposta alla sua discrezione, anche perchè tale discussione lo riguarda personalmente. Mi riservo però d'insister onde la proposta fiscale dell'onorevole Mancini si cangi nel correttivo morale d'un comunicato del presidente della Assise da me indicato, e ciò perchè credo che la stampa italiana, comparativamente a quella di altri paesi, sia onesta e devota alla verità più di quanto possa immaginarsi, e perchè anche noi legislatori abbiamo il dovere di rispettare la libertà della stampa, e di usare riguardi alla insigne famiglia dei pubblicisti, i quali, rappresentanti della pubblica opinione, costituiscono il quinto potere dello Stato. ERCOLE. È il quarto! MORELLI S. Lo sapete tutti, ed io me lo tengo in pectore! (Viva ilarità) Una voce. Il potere femminile. (Si ride) MORELLI S. E siccome suppongo benissimo che solo per errore possano venire talvolta travisati i fatti, così credo che basti un richiamo del presidente della Corte di assise perchè i fatti medesimi vengano ristabiliti. PRESIDENTE. Dunque si associa... MORELLI SALVATORE. Anzi abbandono la mia proposta e mi unisco a quella dell'onorevole Mancini, salvo la lieve modificazione alla quale accennai. PRESIDENTE. Sta bene. *§* Tornata del 19 Novembre 1875 (pp. 4546-4547 / pp. 4559-4560 = (discorre intorno allo stato di prima previsione di grazia e giustizia pel 1876)

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MORELLI SALVATORE. Io sono nello stesso ordine di idee dell'onorevole Pissavini, e mi

felicito che egli si sia tolta la cura di prevenirmi acconciamente, riservandomi ora di aggiungere alle sue efficaci raccomandazioni le mie preghiere caldissime in favore dei pretori. Se si potesse fare un'inchiesta sulle condizioni economiche di questi poveri paria della magistratura, io sono sicuro che l'onorevole guardasigilli sentirebbe rossore della posizione malagevole in cui essi si trovano. Io ne conosco degli abilissimi che possono meritatamente sedere nei tribunali, e questi vivono in estremo disagio colle loro povere famiglie; sarebbe tempo oramai di prendere delle misure urgenti, non foss'altro che per salvare il prestigio e la dignità del magistrato oltremodo scaduta. Detto ciò, ripeto all'onorevole guardasigilli quello che dissi altra volta al suo collega delle finanze. Io desidererei che non si fosse tanto corrivi nel dare il ritiro ai magistrati, e specialmente ai magistrati che hanno acquistato rinomanza per capacità, probità e dignità colla quale prestano i loro servizi. L'onorevole guardasigilli, il quale, comunque giovaneggiante... (Ilarità) MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. (Sorridendo) Biancheggiante. MORELLI SALVATORE. Giovaneggiante, dico, e uso questa frase per significare la prosperità della vita che gli auguro lunga e felice. L'onorevole guardasigilli, dunque, il quale vede pur albeggiare sulla sua testa la veneranda canizie (Ilarità), dovrebbe essere un po' più curante dei suoi coevi, e premurare la discussione di un progetto di legge presentato dall'onorevole collega ed amico deputato Della Rocca, sottoscritto anche da me, per l'abrogazione dell'articolo 202 con cui si impone ai magistrati di ritirarsi dall'ufficio a 75 anni. O signori, si sono mandati al ritiro uomini venerandi che onoravano la magistratura italiana, ed abbiamo dovuto avere il dolore di vederne fra essi anche uno impazzito per questa improvvida disposizione. Far rimanere questi uomini rispettabili, tanto devoti alla scienza ed al paese, sotto la bipenne morale di una condanna così enorme quale è quella che si dà loro, è come anticiparne la morte, la qual cosa dal punto di vista morale costituisce una vera indegnità per un Governo civile. Però non basta guardare soltanto questo fatto sotto il triplice aspetto della scienza, della giustizia e della moralità, bisogna considerarlo altresì dal lato economico e finanziario di cui si è tanto premurosi in quest'epoca interessata. Ebbene, onorevole guardasigilli, lei non vede che, quando si manda via uno di questi onorandi magistrati, bisogna dargli la pensione e poi fornire di altro soldo colui che lo sostituisce? Ora, con questo ingiustificabile andamento, io non so quale spirito di economia sia quello che animi l'amministrazione del Governo italiano quando, invece di apprezzare le virtù che adornano uomini ai quali è affidato il sacerdozio della giustizia, si arrivi al punto di tagliare ciecamente lo stame di onorate carriere per aggravare i contribuenti di un altro stipendio, privando la nazione del servizio di uomini intemerati che non si rifanno con agevolezza. Ultimamente l'onorevole guardasigilli ne dava un penoso esempio quando decretava il ritiro di uno dei più colti magistrati del regno, dell'insigne Giovanni Chiaia, uomo il quale appartiene alla pleiade di quegli spiriti educati a forti studi che onorano altamente la letteratura ed il foro italiano. Ora io dico, al Governo italiano, qualunque possa essere l'irritazione nervosa, poichè anche i magistrati sono uomini, bisogna tenere conto dei loro pregi personali, e non già costringerli, con violenti misure, a dare le proprie dimissioni. Io spero che l'onorevole guardasigilli, per le ragioni esposte e pei fatti cui accennai, voglia tenersi d'ora innanzi nei limiti della più stretta prudenza. Imperocchè, ripeto, i buoni magistrati non si rifanno di creta, e si reca un gran disturbo morale al paese, sia spingendoli alla dimissione con importuna severità disciplinare, sia condannandoli al ritiro con l'articolo 202.

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Se questo sistema dovesse ulteriormente prevalere, noi vedremmo fra non guari assottigliata la falange degli uomini che illustrano il foro italiano, e la perdita di tanti magistrati che la nazione è avvezza a venerare sarebbe dolorosamente rimpianta. Figuratevi, per esempio, o signori, che si strappasse da Roma l'onorando Mottola, presidente della Corte d'assise, uomo rispettabilissimo e rispettato da tutti; io sono sicuro che questo atto sarebbe condannato da quanti hanno in pregio il decoro della magistratura italiana. E ritenete che questo egregio presidente Mottola io non ho l'onore di conoscerlo, ma mi dicono tutti che sia un fior di galantuomo e che meriti ammirazione per la sua saggezza ed imparzialità. Laonde, rispondendo anche ad una cortese affermazione, che interrompendomi, m è venuta dall'egregio amico e collega Ercole, io prego ancora l'onorevole guardasigilli di frenare in proposito lo spirito meteorico del suo dicastero, e di affrettare, anche per solidarietà, l'abrogazione dell'articolo 202, il quale a 75 anni finirà per colpire anche la sua persona. È egli sperabile che abbia almeno carità di se stesso? (Si ride) Detto ciò, io raccomando all'onorevole guardasigilli un altro importantissimo fatto, purchè, invece di discorrere con gli onorevole Corte e Maurigi (I deputati Corte e Maurigi si allontanano dal banco dei ministri), mi offra cortese sua attenzione. Noi parliamo sempre qui dentro della giustizia: e la grazia? Io non so come l'onorevole guardasigilli, che ha un aspetto cavallerescamente umano, possa essere inesorabile verso i disgraziati. Non si vede mai un indulto, non si vede mai un'amnistia. Dacchè sta al posto di ministro guardasigilli non ricordo mai uno di quei decreti che allevino le sventure dei meno colpevoli, liberando lo Stato di un enorme dispendio. Eppure fra i centomila condannati italiani ve ne sono tanti che meriterebbero di andare alle case loro! eppure ve ne sono tanti che per la loro buona condotta e ravvedimento nei luoghi di pena meriterebbero di avere una considerazione dal Governo. Ora, questo importa qualche cosa allo Stato, sotto l'aspetto dell'economia, perchè se, dietro i rapporti che vengono dal dicastero del suo collega l'onorevole Cantelli e dai suoi dipendenti, prendesse argomento di tenere in vista quella gente la quale è meritevole di una considerazione, io credo che qualche milione potrebbe risparmiarsi. Ci pensi l'onorevole guardasigilli e vedrà che quest'atto pietoso al quale lo invito, beneficando l'umanità infelice, farà bene all'economia ed alla morale del paese. Finisco intanto pregandolo che altra volta non parli con altri quando io lo invito cortesemente a prestarmi la sua attenzione. PRESIDENTE. Questo invito doveva rivolgerlo ai suoi colleghi che lo intrattenevano. (Si ride) MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. La prego di credere che ho ascoltato tutto quanto ella ha detto. [...] MORELLI SALVATORE. L'onorevole guardasigilli ha tratto argomento da una mia preghiera, con cui intendo spingerlo a fare uso del diritto di grazia, che è una delle prerogative del suo dicastero, per lanciare al mio indirizzo delle frasi ingiuriose. Egli ha detto, che il Governo italiano ha le amnistie pei reati politici e non ne avrà mai per gli assassini, come se io consigliandogli di alleviare la pena ai piccoli malfattori che serbano buona condotta nell'espiazione, abbia avuto la triste idea di ridonare alla società gli incorreggibili che ne compromettono l'ordine. Egli ha detto altresì, che se si largheggiasse di più nella grazia si riprodurrebbero nel regno d'Italia dei Governi caduti, i quali associavano con gli indulti alle feste delle dinastie, le feste degli assassini. L'onorevole guardasigilli non doveva a me dirigere queste parole; a me le cui idee anticipano due secoli di progresso; a me che ho due rivoluzioni in corpo, e dodici anni di carcere politico, coi quali, dopo avere rovesciato quei poteri e quelle tradizioni, siamo giunti fino a Roma.

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Non è invenzione mia il diritto di grazia, onorevole guardasigilli, io lo trovo fra le prerogative del potere esecutivo, e trovandolo, vi chieggo se non debba anch'esso servire a qualche cosa. L'onorevole ministro Minghetti, con la sagacia economica che lo distingue, va scrutando tutte le pieghe della nazione per trovare come compiere il sospirato pareggio. Ebbene, in vista di questa sete di oro, facevo male io, consigliando all'onorevole guardasigilli di tenere conto un po' del diritto di grazia, perchè annualmente facendo uscire tra quelli che meglio si contengono nelle prigioni un dieci o dodici mila uomini, si potesse risparmiare qualche milione, il quale potrebbe servire a rialzare la classe dei pretori di cui abbiamo deplorato le condizioni malagevolissime? L'onorevole guardasigilli è ricorso all'autorità di Beccaria per dire che del diritto di grazia non si deve fare abuso. Anche io, onorevole guardasigilli, credo che questa sia cosa da medio evo, e che non se ne dovrebbe neppure usare; ma giacchè voi persistete nel sistema della repressione che si spinge fino alla pena di morte, combattuta dal Beccaria, e respingete il sistema della perfettibilità da me arditamente propugnato, avvolgendo ancora l'Italia in questo vecchiume medioevale, senza dar mano alle richieste riforme della scienza e della civiltà; giacchè, dico, persistiamo a mantenere luoghi penitenziari che a tutt'altro servono che alla correzione dei malvagi, cerchiamo almeno di non accumulare alle disgrazie morali della nazione anche questi dispendi enormi che si fanno, tenendo inopportunamente in prigione degli uomini i quali hanno dato prova di morigeratezza, ed acquistato in certo modo un diritto a poter ritornare nelle loro famiglie. Prima dunque d'invocare l'autorità di Beccaria sul diritto di grazia, l'onorevole guardasigilli avrebbe dovuto dimostrare che il suo sistema ideale, progressivo e coordinato, informasse perfettamente lo spirito della nostra legislazione penale, che la questione sociale sia tra noi risoluta, che la giustizia venga sempre amministrata esattamente, e che infine il carcere sia organizzato coi mezzi morali, umani e ragionevoli, con cui si conducono i malfattori a sicura redenzione. *§* Tornata del 15 Dicembre 1875 (p. 5244 / pp. 5257-5258 = intorno a quello di agricoltura e commercio) DISCUSSIONE DEL BILANCIO DI PRIMA PREVISIONE PEL 1876 DEL MINISTERO DI AGRICOLTURA E COMMERCIO PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del bilancio pel 1876 del Ministero di agricoltura, industria e commercio. La discussione generale è aperta. La parola spetta all'onorevole Salvatore Morelli. MORELLI SALVATORE. Onorevoli signori, un anno da io ebbi l'onore di prendere anche la parola su questo bilancio, che mi piacque di battezzare col nome di bilancio della vita, e, per quanto vi abbia riflettuto sopra, ho trovato che questo nome è proprio, è giusto. A tale mio concetto rispondono anche le idee dell'onorevole Lacava, il quale nella sua relazione ha manifestato dei criteri che svelano perfettamente l'importanza di questo bilancio. L'onorevole relatore, con acume non comune, e dirò anche con dottrina di Stato che gli apparecchia un posto distinto fra gli amministratori del paese, ha detto che questo bilancio bisogna che abbia uno sviluppo, non rispondendo, come attualmente è, alle esigenze dell'economia di una grande nazione. Io la penso proprio così, e mi compiaccio di vedere proclamato il mio intimo convincimento da banchi semi-ufficiali. Un ministro di agricoltura, industria e commercio è oggidì quello che nella mitologia figurava di essere Atlante; egli ha sulle sue spalle tutto un mondo, e l'onorevole Finali ne è obe-

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so, come i suoi colleghi di oltremonte e di oltremare lo sono da quelli di altre nazioni. Il regno minerale, il vegetale e l'animale sono tutti affidati ai suoi omeri. Questi tre regni, dai quali emerge la vita della nazione, dipendono dal regime più o meno razionale, più o meno affettuoso, paterno, del ministro di agricoltura, industria e commercio, non solo in Italia, ma ovunque vi sia questa istituzione accentrata. Ora, io non debbo dissimularlo, l'onorevole ministro attuale non manca di attività; egli è operoso, viaggia sempre, presenzia tutte le feste agricole, fa parte di tutti i comizi, promuove musei industriali e via via. Non debbo neppure dissimularmi che quell'anima innocente dell'egregio suo segretario, onorevole Morpurgo (Ilarità), adopera tutta la sua dottrina (ed è veramente un uomo dotto e colto) per investigare il modo come far andar meglio la amministrazione dell'agricoltura e commercio. Ultimamente io ho avuto un suo libro, scritto benissimo, con buona critica, che mira all'esame della gravissima materia delle scuole tecniche. Non ho potuto leggerlo intero, perchè mi è pervenuto soltanto due o tre giorni or sono, ma dalle prime pagine ho scorto che è un libro buono, fatto come può farlo un uomo ben istrutto nella materia, che si trova in una pubblica amministrazione, dove si ha l'agevolezza di attingere da dati statistici e pratici i criteri necessari alla verità dei giudizi. Però non dissimuliamoci, da quest'attività e dell'onorevole ministro e dell'onorevole suo segretario generale non emerge ancora quello che direbbesi concetto organico dell'economia del paese. L'Italia, signori, ha bisogno della costituzione agricola. Ebbene, nessun altro ha il compito di occuparsi di questo lavoro importantissimo, quanto il ministro di agricoltura e coloro che dipendono dalla sua amministrazione. Ora, per far ciò, non vedo ancora un disegno grandioso dell'opera stupenda che si deve compiere definitivamente. A nessuno più è lecito d'ignorare come quello di cui abbisogni essenzialmente l'Italia sia l'intelligenza, come in essa il mondo civile abbia riconosciuto il vero segreto della ricchezza, della grandezza, del coraggio, del carattere, della potenza, di tutto. Ebbene, io credeva che l'onorevole ministro d'agricoltura e commercio si fosse dato la mano col suo collega dell'istruzione pubblica per accordarsi sul modo come diffondere l'intelligenza nel paese; ma nè l'uno, nè l'altro, per quanto mi sembra, si mostrarono ancora volenterosi nel trovare il modo di dotare l'Italia della costituzione della scienza. Lasciando da una parte l'onorevole ministro per l'istruzione pubblica, sia perchè in questi giorni ha accennato a larghe riforme, ed anche per un riguardo, essendo egli ancora malato, mi fermo soltanto ad esaminare e giudicare quanto concerne il bilancio che discutiamo. Sapete voi, o signori, quante scuole d'agricoltura vi sono in Italia? Cinquantaquattro. E sapete coi a che numero si estendono le scuole tecniche? A settanta. Ora, vi pare egli che queste scuole siano proporzionate a 27 milioni d'agricoltori, dappoichè noi tutti abitanti della penisola su per giù non siamo che agricoltori? Ed infatti (lo dico con sincero compiacimento del nostro avvenire economico), oggidì anche uomini distinti per natali e fortuna, si rendono studiosi di acquistare le cognizioni che sono necessarie per lo sviluppo della loro ricchezza domestica. Dunque, ripeto, vedete un po' se c'è proporzione tra le esigenze di un popolo di 27 milioni, e cinquantaquattro scuole agronomiche e settanta scuole tecniche! A me sembra che, se l'importanza del Ministero di agricoltura dovesse limitarsi a tanta poca cosa, il suo compito sarebbe per lui una vanità amministrativa, e per gli Italiani una amara derisione. Io comprendo che l'onorevole ministro risponderà: ma il mio bilancio è povero; tutti gli altri hanno uno stanziamento chi di 100 e chi di 200 milioni, mentre al mio Ministero non sono assegnati che 11 milioni, compresi anche più di tre milioni per l'Economato, e con questa meschina somma che cosa volete che faccia? Io non posso dare quello sviluppo che desidererebbe l'oratore a questo ramo della pubblica amministrazione. Sì, lo comprendo, onorevole ministro, fino ad un certo punto ella dice bene, e mi meraviglio come i suoi colleghi, e specialmente l'onorevole Minghetti, che aspira al pareggio del bi

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lancio, non siasi accorto che il danaro che si spende dal Ministero di Agricoltura, o, per meglio dire, che si impiega per lo sviluppo intellettuale ed economico del paese, è il vero mezzo per pareggiare, non solo il bilancio delle finanze, ma il bilancio morale, intellettuale ed economico della nazione. È spiacente che uomini eminenti a cui non sono ignoti i segreti della scienza e della ragione di Stato, come l'onorevole Minghetti, presidente del Consiglio, facciano mostra di non vedere che la questione finanziaria si risolva in questione di economia, e che la questione di economia si risolve in questione d'intelligenza. D'onde si vogliono ritrarre le risorse se non si sviluppa l'intelligenza del popolo quanto è necessaria, non solo alla prosperità, ma alle necessità dello Stato? Voi, signor ministro, che avete il regno minerale nelle mani, ditemi un poco: è veramente così sterile, appo noi, questa vasta sorgente di ricchezza da non poter dare mille tanti più dei prodotti attuali? Voi che avete in pugno il mondo vegetabile, voi che conoscente l'immenso spazio italiano, ditemi: è davvero tanto popolato di piante, che non lasci più altro a desiderare? Io non credo che siasi fatto nè quanto si doveva, nè quanto era possibile, quando dopo tanti anni di dominazione veggo calvi gli Appennini e deserti di piante l'Agro Romano, il Tavoliere di Puglia, una gran parte del territorio di altre provincie continentali, e spazi immensi nella Sicilia e nella Sardegna! Due anni or sono, da questa tribuna pregai il Ministero di agricoltura di diffondere, per quanto era possibile, l'eucalyptus globulus, albero meraviglioso per la gigantesca figura che assume in men di due lustri, per la utilità commerciale e per l'efficacia terapeutica, che ha la potenza di fugare le febbri, neutralizzare i cattivi miasmi e dare sanitò agli abitanti nei luoghi pregiudicati. Ebbene, io non so se il Governo italiano abbia fatto venire dall'Australia due navi cariche di semi per provvedere alle supreme necessità igieniche dello Stato, imponendo ai comuni ed ai proprietari di seminarli nelle zone più infette. Questa Roma, di cui spesso deploriamo l'aria non buona, questa Roma che un tempo contenne una popolazione eguale se non più dell'attuale di Londra, giusto perchè aveva un'aria buonissima, e l'aveva perchè c'erano i boschi sacri, da cui erano circondate le sue mura; ebbene, o signor ministro, perchè, con queste tradizioni di un gran popolo rispettoso della vita sociale, fino a gettare nel rogo chi attentasse con la minima profanazione ai mezzi indicati a conservarla incolume, perchè, dico, non obbligate i proprietari dei territori che circondano Roma a fare delle grandi piantagioni di questi alberi? Ma perchè tanta esitanza di fronte al salus publica suprema lex est. L'eucalyptus globulus potrebbe sanare benissimo questa Roma, col suo immenso agro, come desideriamo tutti col generale Garibaldi; e l'onorevole ministro dovrebbe contribuirvi, mettendo per condizione nella vendita dei beni demaniali siti in luoghi miasmatici la piantagione dell'eucalyptus globulus. O signori, questo è il modo più sollecito ed economico per risparmiare la vita a migliaia di agricoltori; e se l'Agro romano venisse, non dico rimboschito, ma assiepato di questa pianta maravigliosa, col suo risanamento sarebbe agevolissima la fondazione di quei centri agricoli che debbono sviluppare la ricchezza e la prosperità della Roma futura. Dunque, signor ministro, io le ripeto, non sono dolente di lei, ma del sistema sciamannato con cui si governa il paese. Lei non mi è antipatico (Viva ilarità); si metta d'accordo con i suoi colleghi, che sono parimenti responsabili delle iatture che fanno gemere gli Italiani, e tutti insieme siano solleciti a che questa sorgente della ricchezza nazionale venga altrimenti utilizzata. Andiamo innanzi. Il mondo animale in mano di chi è? (Si ride) In mano sua, signor ministro. Io invidio la sua pastorale posizione. (Ilarità prolungata)

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Ma vedo che l'onorevole ministro, diligentissimo nel fare le statistiche delle pecore e dei buoi e dei cavalli; nell'andare in cerca di stalloni dappertutto; e dando anche cavalierati e medaglie a chi presenta i migliori allievi (e questo non è male, anzi approvo la diligenza di un ministro il quale cerca di sviluppare la pastorizia, questo elemento di vita del paese) non pensi poi, o vi pensa pochissimo al disgraziato contadino, all'animale uomo! Eppure ella dovrebbe esservi più deferente, perchè nella sua alta posizione è il capitano dei contadini! (Ilarità) Che cosa fa per questi disgraziati? Come? Non è degno di essere collocato nella statistica del miglioramento l'animale uomo? Non è forse degno della sua attenzione? Bisognerebbe confessarlo però, o signori, la supina negligenza di trascurare il miglioramento della razza umana, interessandosi più delle bestie che dell'uomo, è vizio ufficiale della vecchia Europa. Si fanno ovunque esposizioni delle bestie e se ne rimunerano largamente gli allevatori, mentre niun paese ancora si dà pensiero di vedere come proceda l'umana generazione, per gratificare chi ha più belli, più robusti, più intelligenti e più bene educati i figliuoli, e con un premio alle madri più degne, promuovere una salutare emulazione. Per esempio, l'onorevole ministro (Il ministro parla coll'onorevole Massari) se l'onorevole Massari lo permette (Ilarità), potrebbe bandire una esposizione di questo genere. (Ilarità) Ma non ridano, signori, per Dio! che questo fatto è gravissimo e piuttosto, da buoni padri di famiglia, concentratevi in seria meditazione e pensate che, il miglioramento fisico e intellettuale dei nostri concittadini [è] il problema che dobbiamo risolvere. (Si ride) Onorevole presidente, voi che avete il campanello (Ilarità) fate fare un poco si silenzio. PRESIDENTE. Procure lei di raccogliere l'attenzione e la serietà della Camera. MORELLI SALVATORE. Ma io, signor presidente, ho l'onore di dirle che sto trattando un argomento alla cui serietà prima lei, che presiede la Camera, deve far di berretto ad esempio degli altri. Dunque, o signori, questo è un grave fatto. Noi ci curiamo poco del benessere dei nostri concittadini e di noi stessi. Se fummo valenti in Italia a fare la rivoluzione collettiva, la quale ha soddisfatto la grande ambizione di rendere una e indipendente l'Italia, non pare che lo fossimo egualmente nel coronare l'opera con la rivoluzione individuale che deve fare gli italiani. Sì, signori, la rivoluzione individuale è urgente, è indispensabile per redimerci definitivamente; e questa sublime, pacifica rivoluzione si fa nelle scuole, si fa nelle famiglie con la istruzione che educa e con la educazione che ci rende operosi del bene. Io vi vorrei vedere condito in tutto, onorevole ministro, tranne che in questo. (Si ride) Un Governo potrà essere sopportabile se è codino in finanza ed in amministrazione. Siate pure codini, siate anche ultra papisti; ma in nome della civiltà, quando si tratta dello sviluppo dell'intelligenza che deve educare e condurre il paese a grandi destini, quando si tratta di questa nobile crociata rimastaci a combattere ed a cui siamo chiamati dal mondo civile, quando si tratta di questo, o signori, non esitate, non indietreggiate; siate sinceramente e largamente rivoluzionari seminando la scienza a piene mani, Sì, seminate la scienza, seminatela per tutti ed ovunque se volete costituire un ordine di cose stabilmente progressivo, che scongiuri ogni eventualità e vi renda degni della benedizione nazionale. La vasta classe dei contadini esige principalmente e più urgentemente le vostre cure, le cure di tutti, ed a preferenza di ogni altra cosa, bisogna provvedere al loro meglio senza indugio, senza aspettare il domani, quando forse il potere ci è scappato dalle mani e non potrete fare più nulla. È vano, o signori, vedere perduto il tempo utile nel quale si ha podestà di fare il bene, per aspettare poi di combattere i successori, incolpandoli delle proprie negligenze. E sul proposito ricordo quanto abbiamo visto operare da uno dei più colti nostri amministratori, l'onorevole Villari. Finchè egli coprì cariche cospicue, non tenne conto dei reclami fatti da noi nel muni

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cipio napoletano, e con la stampa, per redimere quelle plebi con l'igiene e con l'istruzione; appena fu dimesso, assunse quei reclami come bandiera di opposizione; ma bisogna rendergli giustizia, lo ha fatto bene. Andiamo innanzi. L'illustre Bertani un giorno è venuto, ed ha pregato il signor ministro di agricoltura di fare un'inchiesta sulle condizioni miserevoli dei contadini. Ebbene, il Governo allora si mostrò veramente favorevole a questa proposta; ma da quel giorno in poi non abbiamo visto, non abbiamo sentito più nulla di questo interessantissimo argomento. I contadini, in molte parti pur troppo, d'Italia, sono oggi quelli che erano prima, abitano in luoghi umidi, sono ignoranti, vanno laceri e scalzi, non mangiano neppure il pane che producono, signor ministro, mangiano pane di orzo, di granone misto con ghiande, ed in taluni luoghi settimane intere nel rigido inverno cibano i figliuoli di erba senza sale. (Interruzioni dell'onorevole Di Sambuy). In molte provincie italiane è proprio così, onorevole Di Sambuy, ed io mi felicito coi proprietari dei fondi in quelle regioni che trattano umanamente i loro contadini. Questo stato di cose è tanto più deplorevole, in quanto che la vasta classe dei nostri contadini è proba, di facile contentatura, paziente, operosa, e lavora più di quella di ogni altro paese. Se non produce altrettanto o più, è perchè lavora scompigliatamente e senza metodo. Sì, il metodo è quello che manca alla vita italiana, e, cominciando da questa Assemblea, che, per difetto di metodo, non procede bene nei suoi lavori, dobbiamo confessarlo tutti, per farne ammenda in tempo ed opportunamente. Tornando poi sul cattivo contegno di talune classi superiori verso la classe operaia, specialmente delle campagne, io, signori, dichiaro che questa è una vergogna nostra. Noi abbiamo una solidarietà colla gente minuta del nostro paese (Bravo! bene!); se essi sono disonorati, partecipiamo anche noi a quel disonore, perchè siamo tutti Italiani. (Segni d'approvazione) Una voce. bravo! Questo è vero. MORELLI SALVATORE. All'estero, i vizi degli emigrati riverberano sulla nazione. Si dice, ingenerosamente e con poca coscienza, ma si dice: sono Italiani e sono canaglia. Studiamoci dunque, o signori, a cancellare questo vitupero coll'eccitamento della solidarietà fra le classi fortunate e quelle lavoratrici per lo sviluppo, del senso morale e delle condizioni indispensabili al miglioramento della vita. (Bravo!) Io desidero che cittadini e Governo si accordino in questo scopo supremo, onorevole ministro; come desidererei pure che le signore di tutta Italia si costituissero in comitato sotto un'alta presidenza per tutelare l'istruzione, l'educazione, il lavoro e la moralità delle figlie degli operai, e specialmente delle povere contadine. Sì, anche le contadine, onorevole signor ministro, debbono essere degne della vostra sollecitudine. (Ilarità prolungata) Perdonate, signori, questo riso ha un cattivo senso, quando si sappia, e lo sappiamo tutti, che i luoghi più infestati di corruzione sono piedi di queste disgraziate. Perchè non si cerca di diffondere il sapere fra questa povera gente? Gli è tempo di provvedere; le classi agiate debbono essere più vicine e più curanti delle classi infime, predisponendo nel loro miglioramento igienico, intellettuale e morale lo sviluppo dei propri averi. Ai tempi di Roma antica questa solidarietà era più sentita e le vaste clientele di quei grandi signori ne sono una prova. Nel medio evo la carità cristiana era vincolo di affettuosa benevolenza tra le classi, e se oggidì che volgiamo in tempi più illuminati ed umani non hanno più efficacia quelle vecchie forme, si ristabilisca almeno questa salutare solidarietà coi rapporti degli interessi al bene comune nella convivenza sociale. Dalla mancanza di questa solidarietà fra le classi, o signori, germina a poco a poco quella divisione, quell'odio fraterno di cui ci diede orrendo spettacolo la Comune di Parigi, nelle cui fiamme voraci soffiarono anche 1800 donne! Comprendo che a queste mie sollecitazioni si risponderà come sempre, in Italia non esistere tali pericoli; ma questa è una vana lusinga, perchè fra noi vi è un malcontento stermina

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to, e se finora non partecipammo ai disastri di altre nazioni, è perchè il patriottismo e la natura ci ha aiutati. L'amore immenso che ciascun cittadino porta all'Italia redenta con immani sacrifici, e la terra uberifera ed il sole più lucente del mondo che ci amplettono amorosamente come due braccia della provvidenza, sono stati i veri angeli custodi della nostra pace e della tranquillità interna. Ma, signori, il giorno in cui ci verranno meno questi benefizi, il giorno in cui alle vacche grasse del sogno di Faraone succederanno le magre, ed alla calma del tempo terranno dietro terremoti, alluvioni e tutti i malanni di un grande cataclisma, credete voi che sarà possibile contenere allora nella medesima paziente calma questi milioni di esseri umani, che si tengono lontani dai vincoli della civile società in istato, che dirò giumentale non sapendovi scolpire meglio la loro deplorevole degradazione? (Ilarità) E qui pare che il signor ministro mi dica: ma cosa debbo fare, come debbo fare? Io non ho mezzi: come posso dare scuole e lavoro per 25 milioni? Io questo non lo nego; ma dico: mettetevi d'accordo col vostro collega dell'istruzione pubblica. Fate che le classi più ricche diano i mezzi per la costituzione della scienza, delle scuole; vedrete che questo sistema non mancherà al suo compito, poichè ha sempre dato dei grandi sviluppi di benessere in tutti i tempi ed in tutte le generazioni, come mi sta ricordando a bassa voce il mio illustre e santo amico Asproni. (Ilarità) Prescindendo dunque dai guadagni che il progresso intellettuale, reso produttivo sugli elementi economici del paese, vi darà, voi avrete anche un risparmio nelle carceri, perchè dei detenuti, quando il popolo è istruito e moralizzato, ce ne saranno ben pochi, dei malfattori ve ne saranno anche pochi, dei carabinieri se ne farà senza, si farà senza delle guardie di sicurezza pubblica, ed anche degli eserciti permanenti i quali sembrano più organizzati per reprimere i malfattori interni, di quello che per combattere mitologiche guerre. Pel bilancio della guerra noi avrete bisogno soltanto di 50 o 60 milioni, e per gli altri anche di meno. Dunque quello che spendete pel miglioramento dell'intelligenza del popolo italiano, voi lo guadagnerete nel risparmio che farete indubitatamente sugli altri rami dell'amministrazione dello Stato. Organizzate la scuola produttiva, come io la proposi nel 1873 al ministro dell'istruzione pubblica. Non è possibile che la forza infantile debba perdersi impunemente nella sedentarietà oziosa e sterile. Noi abbiamo adesso uno sviluppo meccanico immenso, perchè non lo utilizzeremo? Perchè volete far restare l'uomo sino a 18 anni, senza apprendere il modo di produrre per alimentarsi onestamente? No, signori, questo è un grande errore economico. La scuola deve rendersi produttiva in Italia, la scuola deve essere agricola ed obbligatoria; l'istruzione, anche elementare, deve dare i primi insegnamenti pratici dell'agricoltura a tutti i cittadini. Figuratevi, se tanto lusso, tanta eccedenza di forza infantile si raccogliesse in un solo fascio, quale immenso tesoro di produzione essa vi darebbe. Si comprende che la scuola produttiva è un problema da risolvere, ma risolviamolo una volta, ci va del nostro decoro e della nostra fortuna nazionale. Io ho tanta fede nel gran bene che emergerà all'Italia dall'agricoltura, che, non solamente ne renderei obbligatoria l'istruzione, ma arriverei fino a non permettere i matrimoni, se non dopo che gli sposi avessero subito un esame catechistico sui precetti fondamentali dell'agricoltura. Nè questo è tutto, onorevole ministro. Avete anche altre risorse a sperimentare. Ultimamente un distinto professore, che dichiaro benemerito dell'Italia per l'immenso suo amore all'agricoltura, il professore Ottavi di Casale, ha proposto l'istituzione di cattedre ambulanti, ed io non sono alieno dall'insistere perchè le cattedre ambulanti si stabiliscano anche fra noi, anzi vado più in là, e prego il ministro che si cominci a fare tesoro della curiosità delle nostre plebi. La domenica trovate sulle piazze dei comuni rurali i contadini intenti ai giuochi, intenti ad ammirare un funambulo, un cerretano qualunque e talvolta anche ad ubbriacarsi; ebbene

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utilizzate questo tempo, signor ministro. Preparate apostoli dell'agricoltura, i quali si rechino in quei luoghi dove è necessario diffondere le cognizioni agricole. Questi apostoli farebbero la domenica, in quelle piazze, degli esperimenti chimici e fisici, parlerebbero dei concimi chimici, di cui i nostri contadini non hanno neppure l'idea, e dei quali la natura geologica d'Italia ha cotanto bisogno per accrescere la produzione. Sapete come potreste avere questi apostoli? Potreste fare un capitolato, se l'onorevole De Sanctis che al momento si distrae col suo discorso ve lo permettesse, invitando tutti gli uomini di buona volontà a mettersi in giro per fare questi esperimenti, dando loro un titolo ed una posizione. A questo modo vedrete se in breve non si diffonderanno le cognizioni agricole. Vi è un'altra cosa ancora da fare. Quel cittadino che si chiama prete (ed io sono persuaso che anche Sua Santità lo permetterebbe perchè è una cosa buona), il prete alla domenica, spiegando il Vangelo ai contadini che si raccolgono nella cappella, ma perchè non deve avere l'obbligo di fare una lezione di agricoltura? ... Una voce al centro. Ma se non lo sa. (Ilarità) MORELLI SALVATORE. Se non la sa deve essere obbligato ad apprenderla. Occupandosi del cielo più lo si deve della terra. Dirò ancora dippiù [sic]. Io desidererei di utilizzare anche quelli che sono chiamati giardini pubblici. Ma a che valgono questi giardini? Utilizziamoli, signor ministro, Tenerli così, senza scopo, per passeggiarvi soltanto, per respirarvi un po' di ossigeno, non mi pare che sia la cosa migliore in questo secolo della chimica nel quale si utilizza tutto. Sarebbe, per esempio, mio pensiere che nei giardini pubblici, tutte le piante avessero una leggenda [sic], nella quale fosse descritta la natura dell'albero, il modo come si coltiva, l'uso terapeutico, se è possibile; ed allora, le donne, i fanciulli che vanno in tale giardino avrebbero la più bella ed utile lezione di storia naturale. Un altro, è sarà l'ultimo, desiderio scientifico che io vi manifesto, signor ministro. Io vorrei che specialmente a Roma si formasse un gran giardino geografico, un planisterio [sic, planisfero], ove si vedessero in rilievo le parti del mondo, ove fossero, con le indicazioni, con le leggende, la natura delle piante, dei minerali, del terreno, degli animali, delle acque, delle produzioni. In questo modo voi ed il municipio, che dovreste esserne i fattori, rendereste un gran richiamo qui di stranieri e anche di cittadini italiani, i quali verrebbero a studiare la geografia sul concreto, praticamente, sensibilmente e in modo più esatto di quello che non avviene quando si studia in teoria. Dunque operiamo qualche cosa, mettiamoci d'accordo; io non vi faccio opposizione per l'opposizione, come ha detto oggi l'onorevole Cavalletto; io vi faccio l'opposizione perchè vedo che il regime non va, signori ministri; e quando il sistema non va, vi logorate voi, si logora il paese, ci logoriamo tutti. Vediamo dunque d'iniziare organicamente, con le risorse della scienza, l'epoca di prosperità promessa dalla rivoluzione. Io desidero che voi facciate conto delle preghiere e dei consigli d'oro che vi ho dato. Sono proprio consigli d'oro. Se non fossi povero, ed avessi il potere come voi, oh perdio! signori, vorrei essere davvero il salvatore di tutti. (Ilarità). Ma con questo pio desiderio nell'animo finisco, ringraziandovi della benevola attenzione della quale mi avete onorato. (Bravo! Benissimo! - Applausi a sinistra) [...] MORELLI SALVATORE. Io ringrazio l'onorevole ministro delle sue risposte e respingo l'idea che mi si vuole attribuire di volere tutto concentrare nelle mani del Governo, per fare quello che dovrebbero fare i privati. Ma sventuratamente non c'è da illudersi; nè l'onorevole Michelini può dimenticare che abbiamo un ministro dell'agricoltura e commercio da cui dipendono molte cose, che riflettono questi tre rami dell'amministrazione pubblica, e che senza il suo intervento non si possono fare. Nel paese manca l'iniziativa, non si è capito che esso farà meglio se farà da sè.

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Se non procediamo così come dobbiamo regolarci? Raccomandare forse al paese di fare altrimenti in avvenire, cioè di fare da sè il proprio meglio, sviluppando le risorse industriali, commerciali ed agricole? Ma finchè il paese non vuol fare da sè, bisogna che noi scuotiamo anche un po' il potere centrale che assorbisce la facoltà dell'iniziativa. Io dunque non ho fatto che il mio dovere di deputato, venendo alla Camera a dire al Governo: date la costituzione agricola al paese, quando i cittadini non se la possono fare da sè: date il metodo del vivere civile e del vivere economico agli Italiani. Mi pare quindi che operando così io non abbia punto leso il principio della libertà di cui, benchè ultimo, sono pure da 27 anni modesto soldato. Quanto all'eucaliptus, a cui ho accennato e per la diffusione del quale l'onorevole amico e collega Comin ha presentato, con lodevole intento umanitario, un ordine del giorno, io prego il signor ministro di non fare opposizione, perchè l'esperienza ha dati salutarissimi frutti. Nel mezzogiorno della Francia, onorevole ministro, vi erano lande più deserte e più miasmatiche di quelle dell'Agro romano, ebbene oggi quelle lande sono diventati boschi di eucalyptus globulus, ed hanno arricchito quei proprietari; prima soggetti da un momento all'altro alla morte o alla più squallida miseria. Invece di opporsi, l'onorevole ministro dovrebbe mandare un paio di navi in Australia o nelle Indie per caricarle di semi di queste piante, e obbligare il demanio e i proprietari a seminarli nell'Agro romano, e in tutti i luoghi palustri. Come? Se un cittadino vuol tenere una botte di polvere od altra materia incendiaria presso di sè, voi, in nome della salute pubblica, potete imporgli di farla portare via per tema che produca danno, eppoi lasciereste [sic] tranquilli in una colpevole negligenza coloro che ritengono la morte nel proprio campo? PRESIDENTE. Onorevole Morelli, c'è una proposta formale. MORELLI SALVATORE. Io raccomando adunque all'onorevole ministro e al suo patriottismo la proposta dell'onorevole Comin, tanto più che è urgente di vedere definita la questione dell'Agro romano e del Tevere. Mi duole che l'onorevole ministro nulla abbia detto riguardo ai giardini pubblici e riguardo ai giardini geografici che vorrei vedere formarsi nelle città e nei grandi centri comunali. Desidero quindi che egli non dimentichi quanto io ho detto in proposito per convergerlo il più presto possibile a bene della scienza, della vita e del decoro nazionale. PRESIDENTE. L'onorevole Comin ha presentato il seguente voto motivato: <<La Camera, convinta della necessità di risanare, per quanto è possibile, gl'immensi terreni nei quali i lavoratori agricoli lasciano, lottando colle febbri, la vita, invita il ministro d'agricoltura e commercio a promuovere con ogni mezzo la piantagione dell'eucalyptus, sopperendo anche in parte alle spese necessarie.>> COMIN. Trovo singolare che l'onorevole ministro d'agricoltura e commercio si mostri così sfiduciato. Trovo che non c'è motivo di sfiducia. [...] [...] Io non so comprendere perchè in una questione come questa si mostri tanta svogliatezza. C'è molto da fare. L'onorevole Morelli ha citato l'esempio della Francia, la quale ha risanati degli immensi terreni tanto in parecchi punti del suo territorio, quanto in Algeria. Io credo dunque che anche l'Italia abbia non solo la possibilità, ma il dovere sacrosanto di fare queste piantagioni e di salvare così tanta parte delle nostre popolazioni, le quali periscono miseramente lottando colle febbri e colla fame. [...] PRESIDENTE. Rileggo la proposta dell'onorevole Comin: <<La Camera, convinta della necessità di risanare, per quanto è possibile, gl'immensi terreni nei quali i lavoratori agricoli lasciano, lottando con le febbri, la vita, invita il ministro dell'agricoltura e commercio a promuovere con ogni mezzi la piantagione dell'eucalyptus, sopperendo anche in equa parte alla spesa necessaria.>>

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Pongo ai voti questo voto proposto dall'onorevole Comin. (Dopo prova e controprova, è respinto.) *§* Tornata del 19 Dicembre 1875 (pp. 5437-5438 = raccomandazioni circa alle acque del Garigliano) MORELLI SALVATORE. Due anni or sono io premurai l'onorevole signor ministro dei lavori pubblici di rivolgere la sua attenzione alle acque del Garigliano. L'onorevole ministro fu compiacente d'incaricare gli ingegneri della provincia di Terra di Lavoro per eseguire gli studi opportuni e portare rimedio ai disastri che provengono dalle confluenze disordinate di quel fiume. Anzi non solo questo egli fece, ma permise anche di annetterlo nella categoria dei fiumi il cui corso deve essere sistemato per opera del Governo, mediante una legge, la quale dovrà pareggiare su questo argomento le provincie meridionali alle altre consorelle d'Italia. Ora, dopo tali precedenti, io avrei desiderato di vedere nel bilancio del corrente anno assegnata anche qualche somma pel Garigliano, e tanto più l'avrei desiderato, in quanto che nelle ultime alluvioni tutti i terreni circostanti a questo fiume furono allagati per parecchi giorni, e la patriottica Castelforte ed altri paesi rimasero isolati dal resto della provincia senza quei conforti di cui non fa difetto alle grandi città in simili circostanze. Io non credo poi che le opere necessarie a regolare il corso del Garigliano possano allarmare un pubblico amministratore. Si tratta soltanto di allargare le foci, per renderne più agevole lo sbocco al mare, e ciò può farsi con poche migliaia di lire unitamente alla bonifica degli stagni che rendono malsana l'aria delle ricche sorgenti termali e minerali di Suio, dove, come dissi altra volta, lo Stato italiano deve ristabilire l'antico stabilimento balneario, che fu la Vichy del vecchio impero romano. Pensi dunque l'onorevole ministro Spaventa a provvedere, non fosse altro che son sussidi dal fondo delle spese eventuali, alle legittime esigenze di quei poveri comuni, che in ogni movimento meteorico veggono in pericolo la vita e le sostanze dei loro abitatori, mentre nei bagni di Suio e nelle acque del Garigliano sistemate all'irrigazione, dovrebbero avere un efficace mezzo di risorgimento economico. MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. L'onorevole Morelli deve sapere che il Garigliano nei riguardi di difesa non è classificato tra le opere di seconda categoria, e secondo la legge vigente non potrebbe esservi compreso; per conseguenza non sarei autorizzato ad attingere a nessuno dei capitoli del bilancio, destinati per i lavori di questo genere, per spendere alcuna somma per il Garigliano. Quello che poteva fare era di promuovere nelle popolazioni interessate il desiderio di provvedere da loro medesime. Se le popolazioni si fanno vive e vogliono fare qualche cosa, il Governo può venire in loro aiuto in forza anche delle disposizioni vigenti, ma in linea di sussidio. Se poi le cose restano così, allora non vi è che attendere quando verrà una legge sopra le opere idrauliche, la quale sia informata ad altri principii in quanto alla classificazione. Questa legge è stata invocata dal Parlamento con un ordine del giorno, ma colla riserva che non si farebbe se non quando lo stato finanziario del paese sia tale che permetta di pensare ad aumentare questo onere, il quale è già abbastanza grave, sul bilancio dello Stato. MORELLI SALVATORE. Io ringrazio l'onorevole ministro Spaventa della risposta cortese che implica la promessa d'un sussidio della quale prendo atto. Però non me ne tengo contento, e spero che egli solleciti la legge che deve regolare il corso dei fiumi meridionali, come regola quelli delle altre provincie del regno. Quest'anno Terra di lavoro, che è l'Eden d'Italia, soffrì considerevoli disastri per le alluvioni del Garigliano, del Volturno e di altri. Or io domando al ministro che, coi grandi sacrifici fatti alla redenzione d'Italia testimonio di avere cuore largo e fecondo di patriottismo, se sia giusto che le popolazioni delle sue provincie natie s'abbiano trattamento diverso mettendolo fuori legge, quando debbono esse partecipare ai benefizi tutelari di questo bilancio.

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Invano, signor ministro, attenderemmo che simili opere venissero eseguite dall'iniziativa privata. Il Governo che accentra nelle mani tutti i poteri, non solo ha disavvezzi gl'Italiani a fare da sè, ma si è imposto l'obbligo di assumere anche la soddisfazione dei piccoli bisogni. Laonde, e come cittadino del mezzogiorno e come patriarca dell'ente Stato, io mi auguro che in avvenire farà sentire anche alle provincie napoletane la giustizia distributiva di cui dev'essere equo dispensiere a tutti. Ho finito. *§* XII LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (23.11.1874 - 03.10.1876) Sessione 2 (06 mar. 1876 - 03 ott. 1876) Tornata del 27 Aprile 1876 (pp. 330-332 = Discorre intorno al progetto per un'inchiesta agraria) MORELLI SALVATORE. Io mi felicito coll'egregio signor ministro Calatabiano, il quale sospinto dalla scienza e dal patriottismo che lo decorano, compie finalmente l'opera di un'inchiesta tante volte proposta in quest'Aula e dalla stampa, sulle condizioni dei lavoratori delle campagne italiane. Ieri da vari oratori si parlò acconciamente su quello che si crede utile perchè l'inchiesta riesca conforme ai desiderii del Parlamento e del paese. Anche oggi ho con piacere udito l'onorevole Alvisi, il quale, riguardando questa questione da vari punti essenziali, ha con amore dimostrato come sia mestieri coordinare il capitale al benessere delle classi agricole per potere l'inchiesta avere un effetto salutare. L'onorevole ministro di agricoltura e commercio, pur difendendo lo scopo e i limiti d questo atto legislativo dal punto di vista del Governo, ha fatto sperare che da parte sua si farà quanto è possibile per cavarne il maggior frutto. Signori, questo modo di appurare le necessità del paese non è nuovo. Inchieste se ne sono fate moltissime, però sventuratamente esse quasi sempre rimasero lettera morta. Ora la questione che sta dinanzi al Parlamento è la più grave questione finora sottoposta allo studio della rappresentanza nazionale. È la questione della vita italiana! Quindi, per rispondere alla sua gravità ed importanza, la Camera dovrebbe essere tutta impegnata a questo amplissimo lavoro, delegando ciascun rappresentante della nazione a presiedere in ogni collegio un Comitato dei più intelligenti ed operosi cittadini per raccogliere i dati di cui fa uopo, onde illuminare questo supremo giurì della nazione sui provvedimenti legislativi che dovrà emettere, per migliorare la sorte degli operai, specialmente delle campagne. Ma ove si creda inopportuno, io non mi contento che si nomini una Commissione di pochi deputati come altra volta; io desidero che questa Commissione, la quale deve abbracciare i bisogni dell'universa Italia, sia composta almeno di trenta deputati, e divisa in sezioni costituisca tante Sotto Commissioni che si associno i più volenterosi cittadini e gli uomini di scienza, perchè siano loro guida a raccogliere nelle varie regioni, non i si dice transitorii, ma le impressioni dello stato reale delle cose con la maggiore sollecitudine possibile. E richieggo la sollecitudine, signori, in quanto riconosco la urgenza dei provvedimenti, e perchè sono convinto che in questi lavori di pubblica aspettazione le lungaggini scemano prestigio ed efficacia alla cosa. Se voi vorrete limitare a nove deputati l'esecuzione di questo gran lavoro, quando non riesca una burla, esigerà tanti anni da frustrarne lo scopo salutare; imperocchè è assolutamente impossibile a tanta poca gente di percorrere in breve tempo tutto il territorio italiano e fare gli studi svariati nei quali consiste l'adempimento della propria missione. Oltre a ciò, vi è anche da considerare i milioni che occorrerebbero seguendo questo metodo e la impossibilità di trovare deputati i quali si sobbarchino al disagio di un lavoro così lungo e stentato. Di più, io desidero che non s'interroghino, come si è fatto spesso in altre inchieste, le classi che per la loro posizione sociale possono essere interessate a nascondere la cancrena.

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Signori, è tempo di vedere quello che c'è di male nell'organismo italiano per guarirlo opportunamente, e guai! se noi ci addormentiamo sulle angosce della nazione; avremmo forse fra non guari a pentircene ed a piangerne amaramente. Dunque è mestieri che la commissione guardi le cose nel loro essere concreto e ne investighi le cause. Essa deve scendere nei tuguri dei poveri operai; deve osservare nella vita intima, specialmente del contadino, quello che raccomandava ieri giustamente l'onorevole Bertani, come mangia, cioè, come veste, come dorme. Ed io sono sicuro che, procedendo in tal guisa, la Commissione troverà molti milioni di persone che vivono coll'asino, colle galline, col bue, col maiale, insieme giacenti sulla nuda paglia, bevendo la morte nei miasmi del letamaio. Ora, egli è necessario che ciò venga in luce, perchè il Governo da una parte, ed i comuni, le provincie e le classi sociali abbienti dall'altra, possano mettere un riparo a questa che è miseria nazionale, perchè indebolisce l'energia dei produttori. Sì, signori, il muscolo dell'operaio è la forza della nazione, come la sua intelligenza è fiaccola della ricchezza, e noi dobbiamo far sì che l'organismo dell'operaio si fortifichi con la igiene e la sua intelligenza si illumini, per essere ragionevole, sano ed operoso produttore. A dir vero, io non capisco come quelli che sono ricchi non pensino che questi benefici coltivatori delle loro terre, questi strumenti dei loro agi, questi mantenitori della loro elevata posizione, quanto sono più ben trattati e ben nutriti, tanto più accrescono la forza della produzione. Ed è veramente deplorevole la cecità delle classi abbienti, le quali, mentre fanno trattamento umano ai cavalli e ai cani, mentre associano alle loro confidenze, ai godimenti e al lusso il servidorame adulatore, che non produce nulla, negligano poi con inqualificabile leggerezza il benessere dell'operaio, al cui lavoro essendo legata la loro fortuna, meritano cordiale trattamento nelle proprie abitazioni. L'inchiesta agricola, o signori, che noi dobbiamo votare dice: ordine all'intelligenza, alla moralità, all'economia, al sistema tributario, alla terra, al capitale, al lavoro ed al salario, quindi le indagini si debbono fondare sui rapporti di queste varie considerazioni a riguardo del contadino. Molte volte, parlando alla Camera, io l'ho pregata di considerare che la sorgente vera della nostra gloria e della nostra ricchezza è l'intelligenza popolare. Disgraziatamente però questi avvisi rimasero senza effetto nelle allucinazioni dell'empirismo amministrativo, e quando io aggiungeva che la questione finanziaria si riduce ad una questione di economia, e quella di economia in questione di intelligenza, non mancò chi dicesse: l'onorevole Morelli vuole riempire le casse dello Stato coll'intelligenza; ma è proprio così, o signori, a misura che scomparisce l'ignoranza e crescono i lumi, le nazioni acquistano dignità, forza, ricchezza ed influenza. Quando l'Italia aveva circa ventisei milioni di analfabeti, era espressione geografica e terra dei morti. Appena è cominciata a diffondersi l'istruzione e ridotta la cifra degli analfabeti a 15 milioni, l'Italia ha ripreso l'indumento di nazione civile, e dopo sedici anni incederebbe maestosa nelle vie di un progresso largo e fecondo senza gli ostacoli frapposti artificiosamente alla coltura della sua intelligenza. La prova di quel che io dico è nell'esempio pratico della Svizzera e di altri paesi di suolo arido e accidentato. Ebbene, questi, in grazia dell'intelligenza popolare, producono immensamente, non hanno debiti e sono ricchi. Spero dunque che l'egregio ministro Calatabiano, da uomo di scienza, metta a contribuzione la sua alta coltura per provvedere che le scuole tecniche si diffondano in modo da sopperire alle necessità agricole del paese. Ed io su tale proposito non solo vorrei che si facessero studi nel senso di dotare ogni comune dell'insegnamento agricolo, desidererei altresì che si concretasse il mio concetto di rendere produttive anche le scuole infantili. Signori, il grande sviluppo meccanico che oggi

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si manifesta, non viene a caso, ma significa che l'epoca nostra deve cominciare dall'usufruire le forze delle generazioni sin dal momento in cui nascono. I buoni amministratori debbono far sì che le scuole nelle quali dell'animale della natura deve farsi l'uomo ragionevole, siano organizzate in modo che riescano utili anche per un lavoro meccanico e produttivo qualsiasi. Qui dovrei fermarmi per non invadere il campo mietuto agli oratori che mi precessero: ma nell'ordine dell'inchiesta che discutiamo vi è un'altra considerazione non fatta da alcuno, la quale concerne l'orario del lavoro, ed il salario. Nei paesi dove non è ancora adottato per sistema la mezzadria, o la partecipazione ai frutti industriali, dagli adulti con gli scioperi si ripara alle eccessive esigenze dei capitalisti. Ma vi sono due classi, o signori, che impotenziate dalla loro debolezza, hanno uopo della pietà tutoria della legge. Queste classi, o signori, sono i fanciulli e le donne, i quali subiscono orari impossibili, sono assoggettati a fatiche in certi luoghi durissime e quando si è a pagarli, ricevono il terzo o il quarto del salario che si corrisponde comunemente all'uomo. Ora io, in nome dell'umanità, in nome della giustizia, domando che l'inchiesta converga anche su questa parte della miserevole condizione operaia. I fanciulli e le donne non debbono essere adoperati in lavori incomportevoli alla loro forza organica. I fanciulli e le donne non debbono subire orari più lunghi di quelli che si impongono agli uomini. I fanciulli e le donne debbono avere per salario il corrispettivo del lavoro. Non è lecito abusare della debolezza dei fanciulli con un lavoro opprimente che ne impedisce lo sviluppo organico e li fa rachitici. Non è lecito abusare del lavoro della donna offendendo la giustizia distributiva con la diminuzione arbitraria del salario. E se un pregiudizio ha invasa la vecchia Europa fino al punto di mantenere una consuetudine barbara nel considerare da meno il lavoro della donna, un altro senso di moralità deve imporre ai legislatori il dovere di cancellare questo pregiudizio. Imperocchè alla donna cui si nega il legittimo salario del proprio lavoro, si apre indirettamente la porta della corruzione. Io non attendo risposta dall'egregio signor ministro; però mi lusingo che egli nell'ora di provvedere all'inchiesta tenga conto delle osservazioni da me espresse al Parlamento, perchè essa riesca allo scopo soddisfacente ed efficace che questa Assemblea si propone nel votarla. (Bravo! Bene!) Ho detto. *§* Tornata del 1° Maggio 1876 (p. 406 = Parole del presidente nell'annunziare la morte del deputato Asproni. Considerazioni del ministro guardasigilli, e sua proposta di onoranza. Aggiungono parole di duolo e fanno alcune osservazioni i deputati Umana, Ferrari, Bonfadini, Mariotti, Sella, Minghetti, La Porta ed il ministro per l'interno. Repliche. È approvata la proposta del guardasigilli) ANNUNZIO DELLA MORTE DEL DEPUTATO ASPRONI. PRESIDENTE. Coll'animo profondamente amareggiato, partecipo alla Camera la dolorosa perdita dell'onorevole deputato Asproni, deceduto ieri in questa città, dopo breve e penosa malattia. [...] *§* Tornata del 7 Giugno 1876 (pp. 1326-1328 = interroga il Ministero intorno alla distribuzione del sale agrario) PRESIDENTE. [...] L'onorevole Morelli Salvatore ha presentato questa domanda d'interrogazione: <<Io sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro delle finanze sulla distribuzione del sale agrario e industriale.>>

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L'onorevole ministro per le finanze aderisce che quest'interrogazione abbia luogo adesso? MINISTRO PER LE FINANZE. Come vuole. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Io non debbo che fare poche raccomandazioni all'onorevole ministro delle finanze. Vi sono dei reclami da tutte le parti d'Italia, che il beneficio, che si volle concedere all'industria agraria colla vendita del sale a basso prezzo, venga meno per la pessima distribuzione che si fa del medesimo. Il sale agrario rimane nel fondo dei magazzini, nei grandi centri, e non si distribuisce affatto alle piccole borgate, alle quali deve servire principalmente. Essendo ciò anormale e contrario allo scopo della legge, io prego l'onorevole ministro di dare le opportune disposizioni, affinchè l'agricoltura possa approfittare dovunque di questo beneficio, il quale pel meglio della nostra ricchezza ed igiene nazionale, dovrebbe estendersi a tutte le industrie che ne hanno d'uopo. L'Italia, o signori, non vive soltanto dell'industria agraria, ella ha altre sorgenti di economia che fa mestieri sviluppare quanto è possibile, liberandole dalla fiscalità che le inceppa e irrigidisce. Si sono fatti, per esempio, tante volte reclami a Torino, a Firenze, e credo anche a Roma, perchè l'industria dei gelatieri godesse il beneficio del sale agrario, per rispondere all'esigenza del consumo. Quest'industria oramai si è resa benemerita, specialmente a Napoli, per i gelati eccellenti che vi si fanno, e perchè da questa vasta e laboriosa classe di produttori emergono uomini abilissimi, i quali sono richiesti in tutti i paesi civili del mondo, dove rimangono e tornano in patria sempre ricchi ed onorati. Vi è poi da considerare, signor ministro, che lo sviluppo di questa industria reca vantaggio alla finanza, all'economia privata, ed all'igiene. Reca vantaggio alla finanza in quanto che il produttore che oggi paga il sale a 70 lire il quintale, sgomentandosi dell'enormità del prezzo, limita l'industria, e lo Stato perde sullo smercio del genere di privativa, e perde anche sulla ricchezza mobile, mentre se il gelatiere potesse usare il sale agrario d'infima qualità, la sua speculazione si estenderebbe di più con profitto suo e dello Stato, il quale troverebbe il cui bono nello spaccio di una immensa quantità di sale, e nell'incremento della ricchezza mobile. Che l'estensione dell'invocato provvedimento giovi anche all'economia privata, non è uopo di molte parole per dimostrarlo. La classe dei gelatieri, che con le limitazioni fiscali oggi guadagna 5, quando queste si rendessero più miti guadagnerebbe dieci, venti, cento, secondo l'estensione della sua industria, in modo che lungo la vita, a luogo d'incontrare la miseria ed il fallimento, troverebbe una modica fortuna per rinfrancare l'onesta vecchiaia. Che da ultimo produca gran bene all'igiene, oggimai è risaputo da quanti ne conoscono i rudimenti. Imperocchè, specialmente nei paesi meridionali, sino le infime classi sono obbligate, in taluni mesi dell'anno, di ricorrere al refrigerio del gelato. Comprendo bene che oggi, come sempre, mi si opporrà la pregiudiziale del contrabbando cui potrebbe dare luogo l'estensione del sale agrario ai gelatieri. Ebbene, a questa io tengo pronta la risposta, e vi dico: signori, volete impedire il contrabbando? Togliere le barriere. Sono queste che ve lo creano, e finchè vi ostinate a mantenerle, esse ve lo faranno pullulare come il fungo sul letamaio. D'altra parte poi io so che, per garentire dal contrabbando il Governo, vari ricchi industriali dei grandi centri d'Italia si sono offerti di garentire l'uso della concessione con depositi di grosse somme; e per non parlare di altri, mi basta ricordare un'offerta presentata anni dietro a nome della classe dal cittadino Giuseppe Dorio, che è uno dei più distinti gelatieri di Napoli. Quale contrabbando dunque può aver luogo quando, alla vigilanza dello stato, si unirà anche quella degl'interessati ad impedirlo, per non compromettere la loro cauzione?

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L'altra obbiezione che io preveggo è quella stata fatta altre volte, perchè i gelatieri guadagno molto, e che si dovesse fare un beneficio, questo dovrebbe convergere sulle classi più povere. Anch'io sarei lietissimo se si potesse largheggiare sulle classi infelici; ma quando un supremo bisogno dello Stato impone di mantenere la tassa sul sale, si giovi almeno ad una classe, la quale come ho dimostrato, se riceve un'abilitazione, la rimanda in altrettante utilità e, con un maggiore spaccio del genere, e con l'aumento della ricchezza mobile. Per tutte queste considerazioni, raccomando vivamente al signor ministro di studiare, sulle cose da me esposte, il temperamento più acconcio alla prudenza ed all'equità MINISTRO PER LE FINANZE. Io non mi rifiuto mai di studiare, onorevole Morelli... MORELLI S. Efficacemente però. MINISTRO PER LE FINANZE... temo però che imponendomi tanti studi io non possa poi riuscire a qualche cosa di concreto da sottomettere alla Camera. La questione sollevata dall'onorevole Morelli quanto all'industria agricola, io credo abbia un grande interesse, e credo che ci si provveda abbastanza colle disposizioni attuali; tuttavia farò tutte le facilitazioni possibili, essendo un argomento del massimo interesse. Siccome agricoltore, io all'atto pratico ho trovato delle difficoltà nelle forme processuali, negli incombenti che bisogna usare prima di ottenere che questo benedetto sale sia affidato all'agricoltore; però di questa questione me ne occuperò nuovamente. Quanto all'industria gelatiera, io non so che cosa si possa fare; però l'onorevole Morelli, mi permetta una sola osservazione. Se consideriamo quale quota-parte del prezzo del sale che serve all'industria gelatiera entra nel prezzo di un gelato che si vende, mi pare che la porzione diventa tanto piccola che quand'anche l'industria gelatiera paghi il sale un po' più caro, siccome lo si fa pagare da chi prende il gelato, e non da chi vive di solo pane, e da chi beve dell'acqua, così mi pare che sia un'imposta sopportabile per l'industria gelatiera; tuttavia, come ho detto, non ho nessuna difficoltà di occuparmi anche di questa raccomandazione. MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole signor ministro delle finanze della cortese risposta con cui mi assicura, che favorirà l'agricoltura. Quanto alla questione dei gelatieri poi, lo prego di non avere a male se gli ho detto di studiare. O, signori, io sarei felice se davvero i signori ministri, finchè reggono i destini del paese, si mantenessero al posto da bravi studenti. (Si ride) Imperocchè, mettendo da banda il motto della sapienza antica: ars longa vita brevis, noi possiamo trarre frutto dalla nostra esperienza parlamentare per conchiudere che, anche quando si è sapienti e saggi come l'onorevole presidente del Consiglio, Agostino Depretis, nella tenebrosa letteratura amministrativa, lampeggiano sempre nuovi fenomeni, che meritano lo studio e la considerazione degli astronomi politici. Considerato quindi anche come un nuovo fenomeno quello dei gelatieri, io mi auguro che, prescindendo dalle considerazioni esposte, l'onorevole ministro voglia studiarlo ed approfondirlo, non fosse altro che per la gratitudine che ogni buon gustaio come lui (Si ride), deve alla classe dei gelatieri. Non sarebbe giusto il conchiudere che, perchè non si possono rendere partecipi al disgravio sul sale altri cittadini, non si debbano neppure costoro. D'altra parte, io non domando pei gelatieri il privilegio di vendere loro il sale buono invece di 70, 12 lire al quintale, io dico soltanto: sollevate le piccole industrie, e specialmente quella dei gelatieri, concedendo loro il sale che date all'agricoltura. Se questa, che pure sarà per arrecare vantaggio allo Stato, è proposta da respingersi dall'onorevole ministro, lo lascio giudicare alla sua coscienza, assicurandolo però che io insisterò sempre finchè non la veggo approvata, perchè la credo giusta ed utile agli interessi ed al benessere del paese.

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MINISTRO PER LE FINANZE. Ripeto che io non ho difficoltà di continuare nella mia vita

di studente. (Ilarità) Ho sempre amato gli studi ed evidentemente, anche essendo ministro, studierò, e studierò finchè avrò vita. Quanto all'insistenza colla quale il deputato Morelli domanda che si ribassi il sale che serve all'industria ... MORELLI SALVATORE. Non che si ribassi, ma che si dia una qualità invece di un'altra. MINISTRO PER LE FINANZE. Ma, onorevole Morelli, di qui non si scappa: ella vuol dare un vantaggio all'industria gelatiera, e per questo bisogna dare il sale a questo genere di consumatori ad un prezzo minore che a tutti gli altri. O febbre, o chinino, onorevole Morelli. Inoltre, la prego di osservare che il sale in Italia si paga un prezzo che è il più elevato di tutti i paesi d'Europa, che le plebi pagano questo sale ad un prezzo enorme, e quando fossimo in grado di fare queste riduzioni, dovremmo cominciare dal ridurre la tariffa generale dei prezzi del sale, senza occuparci dell'industria gelatiera. Mi permetta dunque, onorevole Morelli, di rimanere nella mia opinione. *§* Tornata del 9 Giugno 1876 (pp. 1409-1412 = raccomanda le bonifiche del bacino del Volturno) MORELLI SALVATORE. Giacchè ho il piacere di avere vicinissimo a questa tribuna l'onorevole Zanardelli, gli rivolgo la parola sul capitolo 96 che tratta delle bonifiche del bacino inferiore del Volturno e Bagnoli. Da parecchi anni io tormento i signori ministri dei lavori pubblici per i reclami incessanti che mi vengono dagli abitanti di varie contrade di Terra di Lavoro, i quali hanno interesse ad usufruire i vantaggi dei fondi bonificati col loro danaro, e a non sottostare al pagamento di un tributo temporaneo che l'arbitrio l'ha perpetuato. L'anno scorso richiamai l'attenzione dell'onorevole ministro Spaventa sui beni bonificati nelle vicinanze di Mondragone, i quali, invece di essere assegnati agli abitanti di quel comune, che ne hanno tutto il diritto per le spese sostenute finora, rimangono tuttavia nelle mani della Bonifica, con proventi decuplicati. Dopo di questo, reclami di altri cittadini di Sessa Aurunca, fra i quali il noto venerando patriota Luca Marchegiano, esprimevano il dolore di vedersi ancora perseguitati pel pagamento di un tributo che si esigeva arbitrariamente, essendo scaduto da più anni il termine del decreto-legge da cui venne imposto. Il 13 maggio ultimo ricevei dall'egregio assessore, signor Dottore Trabucco, una petizione sottoscritta da 28 fra i più distinti cittadini di Casale di Carinola, e mi feci il dovere di presentarla alla Camera, come era loro desiderio, domandandone l'urgenza. È naturale, o signori, che cadendo qui in acconcio di anticiparne la discussione, e potendo esporre meglio le circostanze di fatto nell'argomento che ci occupa, voi mi permettiate che io la legga, per informare più esattamente il ministro e l'Assemblea sulla ragione dei reclamanti. <<L'ex-Governo borbonico (dice la indicata petizione) nel 1839 decretava il bonificamento dei fondi acquitrinosi siti nel bacino inferiore del Volturno, e con decreto 13 agosto detto anno, tra l'altro disponeva: Art. 3. I proprietari dei terreni circostanti ai fondi di bonificazione, i corpi morali, i pubblici stabilimenti, i comuni e le provincie contribuiranno, secondo i casi, alle spese, in proporzione dei vantaggi che li riguardano e della salubrità dell'aria che acquistano. Per effetto del sopra citato decreto risultano evidenti due cose. 1° Che per essere tenuto a concorrere alla spesa, faceva d'uopo trovarsi compreso nel perimetro del bacino bonificabile; 2° Che doveva farsi riguardo all'utile derivato ai fondi o alla salubrità dell'aria. Intanto, in linea provvisoria e per alleviare il peso alle due provincie di Napoli e Terra di lavoro, le quali complessivamente concorrevano all'opera con un'annua cifra di ducati 50,000,

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venne gravata tutta la proprietà del comune di Carinola, ovunque sita e posta, della tassa moggiatica. Però una tale tassa fu dichiarata temporanea e provvisoria e da cessare dietro la liquidazione delle contabilità di ciascuna confidenza, per essere sostituita da un'altra tassa più equa, cioè quella della tassa rettificata, da importi in proporzione degli utili realmente ricevuti dai proprietari, i quali utilisti avrebbero dovuto a rate annue versare tanto quanto fosse stato necessario a ripianare il credito della regia tesoreria, ed a rimborsare quei particolari i quali erano stati caricati di un contributo non dovuto affatto. E che avrebbe dovuto tanto eseguirsi rifulge come luce meriggiana dai due seguenti decreti: 1° Con decreto 11 maggio 1855 fu disposa la limitazione del raggio delle opere di bonificamento, la liquidazione dei vantaggi ottenuti da ciascun proprietario del comune e l'indennizzo a costoro dell'indebito pagato. 2° Con decreto del 14 agosto 1864 fu disposta la liquidazione delle contabilità di ciascuna confidenza, e ciò nello scopo di dare finale compimento al contenuto nell'articolo 3 del sopra citato decreto 13 agosto 1839. Ora cotali disposizioni non solo sono rimaste lettera morta, ma quando dopo un periodo di oscillazioni e di dubbi sul se avesse dovuto aver termine il contributo moggiatico, oggi si vede redivivo, e se ne assimila nientemeno l'esazione a quella del contributo fondiario!! Ma i sottoscritti non intendono sollevare la questione generale, la quale sarà certamente sollevata nel seno del Parlamento da tutti i comuni interessati, sivvero dimostrare che la frazione Casale, complessivamente riguardata, non ha nulla che vedere colle opere di bonificamento: 1° Perchè collocata fuori il raggio di bonifica, trovandosi a circa due chilometri distante dalla sponda destra della provinciale di Fondi, a confine dei montuosi comuni di Teano e Roccamonfina; 2° Perchè, per effetto della sua salubre postura e per la distanza che intercede tra essa ed il basso fondo bonificato, che è di circa chilometri 16, nessunissimo vantaggio ha ricevuto nè pel fatto dei fondi, nè pel lato dell'aria, ecc.>> Dal contesto di questo documento, che non leggo intero per non istancare la Camera, voi, o signori, vedete bene che un arbitrio ignoto, come il destino dei fatalisti, usurpa impunemente i poteri sovrani, sormonta le leggi, impedisce il godimento dei vantaggi a coloro che hanno diritto ad una quota dei beni bonificati, ed esige tributi gravosi da altri che non debbono. Io, a dir vero, mi meraviglio come siasi potuto essere sordi finora di fronte a fatti che non costituiscono soltanto un'ingiustizia, ma una patente immoralità. Nè so comprendere come questa istituzione delle bonifiche stia nel bilancio dello Stato come un astratto, senza la rappresentanza di chi possa assumere la responsabilità di un'azienda cospicua e di atti arbitrari ingiustificabili. È tempo però, onorevole ministro, di tagliar corto e finirla. Sono troppe le durezze fiscali che per necessità soffrono le povere popolazioni del circondario di Formia con tutto il resto d'Italia, per dovere anche subire soprusi e iatture come quelle contro le quali si reclama. Se finora esse non ebbero giustizia, e la questione rimase coperta di tenebre, bisogna diradare senza indugio queste tenebre e scoprire, sia anche con una inchiesta severa, chi ha impedito finora di assegnare i beni bonificati ai cittadini cui appartengono; chi ha perpetuato il processo di bonifica, sussidiato riccamente per essere eseguito in breve tempo, lasciando esposte alla mal'aria le popolazioni circostanti; e chi da ultimo ha usato l'arbitrio di esigere fuori termine, e da persone che non erano affatto obbligate, questo eccezionale tributo. Io mi affido all'onestà e giustizia dell'onorevole Zanardelli, e spero che egli, con l'attività che lo distingue, voglia soddisfare senza indugio le legittime esigenze di una parte d'Italia tanto benemerita per sacrificio e disinteresse nelle sofferenze e nelle guerre della redenzione nazionale.

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LA PORTA, relatore. L'opera delle bonifiche nelle provincie napoletane senza dubbio me-

rita di richiamare l'attenzione del signor ministro dei lavori pubblici, siccome quella che è regolata da decreti o rescritti del passato Governo, che si trovano, rispetto alle popolazioni, in condizioni molto differenti da quelle che vigono nelle altre provincie del regno. Sulla bonifica del Volturno vi hanno cespiti riuniti, che sono frutto delle tasse che pagano le popolazioni, e che ammontano ad una cifra di 328,000 lire. L'opera fu incominciata nel 1840, in seguito a decreti e rescritti del Governo borbonico, e dessa è in gran parte avanzata, poichè abbiamo un totale di opere per 18,558 ettari, ma ne rimangono ancora a bonificare 3570. L'onorevole Morelli ha segnalato all'attenzione dell'onorevole ministro il servizio riguardante la bonifica del Volturno; e senza dubbio egli lo ha fatto opportunamente. Quindi, da parte della Commissione generale del bilancio, non si ha difficoltà di unirsi alla raccomandazione dell'onorevole Morelli, onde il ministro esamini lo stato di fatto della bonifica del Volturno, e dia, occorrendo, gli opportuni provvedimenti, senza però per questo pregiudicare quell'esame generale che riguarda tutte le bonifiche delle provincie napoletane, per la condizione speciale in cui esse si trovano [...] MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. L'argomento delle bonifiche forma oggetto effettivamente di molte sollecitudini presso il Ministero, ed è troppo naturale che io ben volentieri segua le raccomandazioni che vennero fatte dagli onorevoli Cavalletto e Morelli nonchè dall'onorevole relatore, di occuparmi cioè con vivissima cura di questo importante argomento che si connette così strettamente non solo alla produttività del suolo, ma anche all'igiene del paese. [...] Venendo poi alle bonifiche del Volturno e Bagnoli, di cui parlò l'onorevole Morelli, io so che egli, fino dalla discussione relativa al bilancio di prima previsione ha fatto istanza perchè fosse provveduto alle bonifiche del Garigliano. Non so se di queste egli voglia ora parlare. (No! no!) Se si tratta delle medesime, posso assicurarlo che al prefetto di Caserta furono date positive istruzioni perchè promuova il consorzio, come si deve fare per opere che sono di seconda categoria. Se si tratta di altre opere, lo pregherei di trasmettermi le istanze di cui ha dato lettura, ed io l'assicuro che farò tutte le verificazioni occorrenti pei relativi provvedimenti. MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole ministro e l'onorevole relatore, mio amico La Porta, dell'appoggio cortese che mi hanno concesso mentre espongo alla Camera fatti che per un Governo civile costituiscono un vero scandalo. È esatto il ricordo dell'onorevole Zanardelli che io altre volte abbia parlato del Garigliano e del Volturno, ma la questione è diversa da quella sulla quale oggi richiamo la sua attenzione. Parlai del Volturno e del Garigliano per premurare il Governo di far entrare con una nuova legge questi come tutti i fiumi delle provincie meridionali, nella vasta famiglia dei fiumi italiani, ed arginarli per impedire nei mesi iemali [: invernali] inondazioni devastatrici, facendo a quegli abitanti eguale trattamento di quello che si ebbero i confratelli dell'Italia superiore. L'onorevole ministro Spaventa mi promise che la questione si sarebbe studiata, come merita d'esserlo, e per verità devo coscenziosamente confessarlo, egli ne diede gli ordini al genio civile locale. Tanto che io spero che oggi le cose siano a tale punto da spingere l'onorevole Zanardelli ad affrettare i provvedimenti necessari all'uopo, mettendo in avvenire quelle laboriose e pacifiche popolazioni al coperto dai deplorevoli disastri sofferti altra volta. Però, se io debbo ringraziare il signor ministro del modo gentile e sollecito come ha risposto alle mie private preghiere, ordinando un consorzio, non tralascio di pregarlo perchè studii il modo come classificare questi fiumi, e farli entrare nella categoria di quelli beneficiati dallo Stato. È pure esatto che trattai in vari rincontri la questione delle bonifiche confusamente e separatamente da quella dei fiumi, nella universalità igienica ed economica della prosperità na

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zionale, e nelle particolari condizioni della provincia di Terra di Lavoro, a cui mi legano i più cari ricordi dell'epopea nazionale nella piccola parte da me rappresentata dal carcere politico al Parlamento, in cinque lustri di lotta morale. Mi riesce quindi graditissimo vedere oggi la mia voce solitaria riflessa negli autorevoli criteri degli onorevoli ministro Zanardelli, Cavalletto e La Porta, tanto che dichiaro di associarmi perfettamente alle considerazioni di generale utilità messe innanzi dai medesimi. Gli è ormai tempo, o signori, che l'Italia da un polo all'altro del suo territorio proclami la necessità del bonificamento positivo ed efficace, da cui emerge sanità e ricchezza. Imperocchè, dopo l'esempio delle altre nazioni, l'indugio oltre i sedici anni di regno unitario passati sotto questo rapporto infruttuosamente, pel Governo della Sinistra sarebbe imperdonabile colpa. L'onorevole Zanardelli quindi studii la questione ardente della bonifica e vi provvegga con sollecitudine patriotica, perchè in essa è il segreto della grande soluzione dei problemi sociali che agitano le moltitudini diseredate. Egli, a differenza degli antecessori che si mostrarono sordi alle giustissime sollecitazioni mie e dell'onorevole collega Comin, incoraggi i volenterosi, ed imponga anche colla severità d'una legge apposita, a nome del salus publica ai proprietari di fondi paludosi negligenti, almeno la piantagione di quegli alberi i quali oggimai sono constatati come epuratori della cattiva aria. (Bravo! a sinistra) Signori, se io fossi ministro, ciò che non ambisco (Ilarità), si assicurino, farei che qualche volta per la salute pubblica e pel bene di tutti si segnalasse il mio nome, sicuro come sono che anche gli uomini del privilegio e dell'immobilità finiscono dopo il fatto compiuto per benedire i Governi giusti, i quali, promovendo la prosperità della nazione, prosperano anche di maggiore ricchezza e sicurezza la loro classe. Si cominci dunque la grande opera del bonificamento delle terre italiane seminando eucalyptus globulus in tutti i luoghi palustri e miasmatici, e questa iniziativa sia presa con una energica circolare del diligente ministro Zanardelli; così mentre provvede ai casi speciali come è quello del reclamo presentatogli in quest'Assemblea a nome dei cittadini di Casal di Carinola, provvederà anche coerentemente alle legittime esigenze dell'universa Italia. *§* Tornata del 19 Giugno 1876 (p. 1629 / p. 1634 = due petizioni sul voto delle donne e sul divorzio) RELAZIONI DI PETIZIONI. MACCHI, relatore. [...] Colla petizione 12,217 Dansilla Dal Verme Loschi, Rosa Ganzetta De Salvi, Elena Bonacorsi Prina, e Giovanna De Salvi Negri delle provincie venete, si rivolgono al Parlamento, chiedendo che voglia riformare la legge comunale e provinciale per quanto riguarda la capacità giuridica delle donne, nel senso che anche esse possano, mediante procuratore, liberamente nominato, concorrere alle elezioni amministrative, e far parte dei Consigli comunali e provinciali, non che delle Giunte e Deputazioni. (Movimenti diversi) Queste signore non chiedono una novità. È quello che si faceva già in altri tempi, anche sotto Governi stranieri, taluni dei quali, per altro, erano migliori amministratori di parecchi Governi non stranieri. Ad ogni modo, siccome questa questione venne studiata anche da noi, ed ora fu creata dal Ministero una Commissione apposita per riordinare la legge comunale e provinciale nel senso di ottenere un maggiore decentramento, la Commissione propone che la petizione di queste signore sia mandata agli archivi, affinchè il Parlamento possa trarne partito, quando verrà il caso di sancire la legge. MORELLI SALVATORE. Questa petizione, signori, è un segno dei tempi. (Ilarità) La verità immatura, l'utopia della emancipazione della donna dall'ignoranza, dal pregiudizio e dalla

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soggezione, diviene aspirazione della coscienza sociale, che i legislatori hanno obbligo di realizzare con provvedimenti adeguati. Io applaudisco alle conclusioni della Commissione; soltanto prego l'onorevole Presidenza di aver cura, perchè nell'ora in cui verrà al Parlamento il progetto di legge che si sta formulando dalla Commissione governativa riguardo alla legge provinciale e comunale, la quale implica anche quella delle elezioni amministrative, questa petizione sia rimessa alla Commissione che sarà eletta a tal uopo. Finisco esprimendo il desiderio che l'esempio di queste brave signore veneziane fosse seguito da tutte le donne italiane. Il giorno in cui sentiranno da sè medesime l'interesse della propria dignità, ed apprezzeranno legittimamente la forza del loro diritto appoggiando efficacemente i pochi che lo sostengono, sarò il giorno della vittoria d'un gran principio, che apre l'èra della loro redenzione giuridica. PRESIDENTE. La Giunta propone che la petizione che porta il numero 12,217 sia deposta negli archivi. Se non vi sono opposizioni, questa conclusione si intenderà approvata. (È approvata) [...] MORELLI SALVATORE. L'onorevole Macchi, nella relazione sulla petizione di cui si tratta, mentre ha detto che altre nazioni si affrettano ad introdurre nelle loro leggi la riforma del divorzio, e che il nostro ex-collega Ricciardi estraparlamentarmente ha cercato di promuoverne con un opuscolo la discussione, non ha ricordato poi le iniziative di questo Parlamento in proposito. Se questo spirito di dimenticanza non l'avesse invaso mentre riferiva questa petizione, avrebbe dovuto dichiarare, anche per mantenere intatta la cronologia delle riforme legislative del nostro Parlamento, che nei nove progetti di legge da me presentati più volte alla Camera per assicurare la sorte dei fanciulli e delle donne, vi è anche la legge del divorzio... MACCHI, relatore. È vero. Ha ragione! (Ilarità) MORELLI SALVATORE. Aggiungo a questo, o signori, che essendo rimasti caducati dalla chiusura dell'ultima Sessione quei disegni di legge, io mi sono astenuto di ripresentarli in questi giorni per non creare fastidi all'illustre guardasigilli, col quale ebbi in proposito un abboccamento. Essi però saranno riprodotti, o insieme, o isolatamente, nel prossimo novembre. Mi auguro intanto che l'animo gentile dell'onorevole Macchi e la Camera non sospettino che questo mio richiamo amichevole provenga da spirito di vanità. O signori, siamo amici di vecchia data, e ci conosciamo. Chi nella Camera si contiene in una modesta posizione, come me, non può avere l'addebito di questa colpa. Confesso però di sentire un gran dolore quando non mi veggo ricambiata la giustizia che io rendo indistintamente all'ingegno ed alle opere dei miei colleghi. Le iniziative dei principii sono figlie predilette dello spirito, e l'uomo le ama ardentemente e ne è gelosamente custode. Laonde è dispiacevole vedere strappati brandelli della mia povera roba, senza ricordare mai la stoffa e la persona cui appartengono. Signori, siamo giusti con tutti! MACCHI, relatore. Dichiaro al mio amico Morelli che non mi era dimenticato di lui. Fu solo per non offendere la sua grande modestia che non l'ho citato; imperocchè è regola comune che si lodano soltanto gli assenti; ed io non voleva fare gli elogi che merita in sua presenza. *§* XII LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (23.11.1874 - 03.10.1876) 2 PROGETTI DI LEGGE PRESENTATI 1. Anno 1875 = Per assicurare con nuove guarentigie la sorte dei fanciulli e delle donne (Iniziativa Parlamentare) - C. 29, 26 maggio 1875 2. Anno 1875 = Abrogazione dell'articolo 49 sull'ordinamento dei giurati e sulla procedura nei giudizi davanti la Corte d'assise (Iniziativa Parlamentare) - C. 30, 15 novembre 1875 *§* XIII LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (20.11.1876 - 02.05.1880)

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Sezione 1 (20 nov. 1876 - 23 gen. 1878) Tornata del 24 Novembre 1876 (p. 24 = Convalidamento della sua elezione) [...] Sessa - Morelli Salvatore. [...] La Camera prende atto della validità di queste elezioni. *§* Tornata dell'11 Dicembre 1876 (pp. 194-195 / pp. 197-198 = sue rimostranze intorno alla quistione delle bonifiche del Volturno) PRESIDENTE. Bonifiche. [...] MORELLI SALVATORE. L'onorevole ministro ricorderà che l'anno scorso, nella ricorrenza della discussione del bilancio dei lavori pubblici, io gli raccomandai la questione delle bonifiche nel bacino del Volturno; ricorderà ancora che ho insistito vivamente da lontano e da vicino, al suo Ministero ed a quello delle finanze per rendere giustizia ai reclami dei comuni di Carinola e Mondragone, coi quali si domanda la liquidazione definitiva. Gli dissi pure che quella questione è un imbroglio, e che dallo studio dei precedenti di cui sono depositari i municipi interessati e la Deputazione provinciale di Caserta, emergono circostanze di fatto che puzzano di criminalità. E per convincersene dirò brevemente come la cosa è andata. Il Governo borbonico in un lucido intervallo, con un decreto-legge provvide alla bonificazione di quel vasto territorio che si chiama il bacino del Volturno, proprietà demaniale dei comuni circostanti, imponendo agli abitanti una tassa eccezionale, la quale doveva cessarsi di contribuire al 1862, in considerazione certamente di proseguire l'opera mano mano coi prodotti dei beni migliorati, il cui possesso doveva senza indugio, dietro un conguaglio, restituirsi ai proprietari. Però di questo non si fece nulla, l'amministrazione irresponsabile creata per l'uopo operò a modo suo, ritenendo per sè beni e rendite, ed il Governo italiano, erede del Governo borbonico, avrebbe dovuto sentire il dovere di rettificare quell'amministrazione, restituendo i beni bonificati alle popolazioni cui appartengono, perchè la bonifica aveva fatto questo vantaggio, che un moggio di terra, il quale si affittava 30 carlini, adesso si affitta 30 e anche 40 ducati. Sarebbe stato naturale quindi che tale plusvalenza dei terreni, dietro una liquidazione formale, dovesse per lo meno dividersi fra lo Stato ed i comuni; ma niente affatto, lo Stato ha mangiato tutto: di quella grande massa di beni, ha restituito soltanto qualche zolla: ed intanto che cosa fa ora? Esige coattivamente come fondiaria la tassa che fu imposta allo scopo della bonifica, la quale è già compiuta; e mentre esso è possessore della massa dei sopraddetti beni, ed è debitore perchè usufruisce gli estagli decuplicati, domanda, non ai proprietari dei pochi fondi quotizzati, ma a comuni interi la plusvalenza del poco suolo restituito. In quest'anno migliaia e migliaia di contadini, di gente povera, sono afflitti dalle persecuzioni fiscali coi ruoli, messi fuori per pagare la così detta plusvalenza. Onorevole ministro, il caso è grave tanto che io non esiterei ordinare per l'uopo in omaggio alla moralità ed alla giustizia un'inchiesta parlamentare (Oh! oh!), o un'inchiesta giuridica. Non dicano oh! signori, perchè il caso è grave, ripeto, e dovete alla prudenza civile del prefetto, e dell'intendente di Caserta, ed anche un po' alla mia cooperazione, se dall'imprudente ed inopportuna intimazione degl'indicati ruoli di plusvalenza non siano nati dei disordini. È dunque in nome della pace pubblica, e del decoro del Governo dei miei amici, che io supplico lei signor ministro ed il collega delle finanze di voler sospendere i ruoli di plusvalenza fino alla liquidazione finale, essendo generale convincimento che lo Stato da essa risulterà debitore. E quando ciò non possa aver luogo, siate equi, uniformatevi all'annata poco fertile, e ordinate che la somma sia pagata con respiro a sconti annuali dai possidenti dei beni quotizzati, e non già da intere popolazioni fra cui sono maggioranza di piccoli agricoltori che non hanno da mangiare, perdio!

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Io dico agli Italiani: pagate le tasse giuste, perchè senza le tasse non si può governare, ma non posso permettere che il Governo riscuota ciò che non gli è dovuto per legge, e che più non restituisca quello che deve alle povere popolazioni. Spero che gli onorevoli ministri delle finanze e dei lavori pubblici studino per regolare con una nuova legge la materia delle bonifiche tanto vitale per l'Italia, e da uomini probi, coscienziosi, e patrioti distinti, non sottoscrivano precedenti che disonorerebbero questa amministrazione, come ne hanno vituperato altre. [...] MORELLI SALVATORE. Intantochè l'onorevole ministro dei lavori pubblici si occuperà a redigere una legge, come è mio desiderio, prego il suo onorando collega, ministro delle finanze, perchè sospenda la esecuzione dei così detti ruoli di plusvalenza che si sono imposti a gente cui non ne incombe il dovere. Mi spiego in poche parole, e ripeto quello che ho detto testè per far più chiara la posizione della questione ai due ministri presenti ed alla Camera. Nel 1855, mi pare, il Borbone di Napoli fece un decreto col quale stabilì che tutti i demani comunali del bacino del Volturno che erano in condizioni malagevole, palustre, fossero bonificati. Per quest'uopo impose ai cittadini di quei luoghi una tassa speciale. Questa tassa doveva avere termine nel 1862, ma fu riscossa anche dopo quell'epoca, ed il Governo da quei terreni che prima davano 30 carlini a moggio, adesso ne esige 30, e 40 ducati all'anno. Ora, naturalmente sarebbe stato giusto che il Governo avesse dato a quei comuni la metà, un terzo della plusvalenza o avesse restituito i fondi, come era obbligato, imponendo loro, se ci fosse stato il caso dietro liquidazione, la plusvalenza stessa. Ma la cosa non è così. Qui si tratta che il Governo tiene tutto in mano; alcune zolle di terra, è vero, per quieto vivere le ha restituite a taluni comuni quotizzandole a 100, a 200 contadini, ed intanto dice ad intere popolazioni: la tassa e la plusvalenza non debbono pagare soltanto quei che godono i beni quotizzati, ma tutti i comuni, tutti i cittadini anche collocati fuori la zona di bonificazione; e questi alla loro volta soggiungono: come dobbiamo pagare noi una obbligazione che non abbiamo contratto: voi c'imponente come fondiaria una tassa speciale che doveva aver termine il 1862, voi vi usufruite la gran parte dei nostri fondi bonificati, e poi per quel poco che avete restituito, invece di rivolgevi ai possidenti delle quote, volete infelicitare un'intera comunanza? Ecco la questione, onorevole signor ministro, e in essa sono involuti 2, 3, 4 mila contadini. Pensateci, l'annata è troppo triste per gli agricoltori, e l'onorevole ministro delle finanze lo sa meglio di me, perchè ha il regno d'Italia fra le dita (Si ride), quando siano scarsi i ricolti e come siano inopportune le imposizioni ingiustificate ed ingiustificabili. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, mi pare che ella potrebbe riservarsi la parola in occasione della discussione del bilancio delle finanze. MORELLI S. Rispondo all'onorevole presidente, che la materia che io tratto, essendo comune ai ministri dei lavori pubblici e delle finanze, vedendoli ambidue presenti ora alla Camera, mi avvalgo di questa occasione per interessare e l'uno e l'altro all'esame dei fatti che vi si rapportano. Senza precludermi quindi la via di esercitare anche il mio diritto di rappresentante della nazione sul bilancio delle finanze, quando il caso lo richiegga, io scongiuro gli onorevoli Depretis e Zanardelli a volerla far finita con la stomachevole questione delle bonifiche del Volturno, sospendendo i ruoli e completando la liquidazione. Così confonderanno gli avversari comuni, i quali ci addossano una responsabilità che non abbiamo, e così pure essi renderanno giustizia e daranno pace a quelle popolazioni, e tanto più me l'auguro dalla loro probità politi-

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ca, inquantochè essi sanno meglio di me, che il malcontento condensato rovescia i Governi, come la benedizione dei popoli prospera ed allunga la vita dei ministri. (Bene!) *§* Tornata del 12 Dicembre 1876 (pp. 214-218 = parla sull'impiego delle donne nel servizio telegrafico) MORELLI SALVATORE. Anch'io aveva in animo di parlare al riguardo del lavoro della donna sul bilancio dei lavori pubblici, ai quali sono già iniziate con l'ammissione ai telegrafi, ed a qualche piccolo ufficio postale e ferroviario, ma per il pochissimo tempo che resta alla discussione dei bilanci ne aveva smesso il pensiero. Avendomene però dato occasione l'egregio amico e collega Pissavini e il diligentissimo ministro Zanardelli, sento il dovere di dire qualche cosa, non fosse altro che per rettificare taluni apprezzamenti e raccomandare la riforma di un articolo del regolamento che si oppone al matrimonio delle impiegate telegrafiche. (Ilarità) E anzitutto o signori, permettete che esprima la mia sentita compiacenza, se veggo un deputato ed un ministro simpatico parlare francamente e con devozione della grande questione della donna. (Movimenti diversi) PRESIDENTE. Veramente coi lavori pubblici poco ha che fare. MORELLI SALVATORE. Ha da fare moltissimo, e quel che oggi si dice in proposito ne è l'affermazione pratica in omaggio alla giustizia e alla verità. Soltanto io desidero dal mio amico ministro Zanardelli una rettificazione. Egli ha attribuito ad uno statista straniero l'origine e lo sviluppo di questa questione. Signori, io ebbi l'onore di essere amico di quell'illustre inglese, Stuart Mill, e adesso faccio una rivelazione che interessa un poco anche la scienza italiana nel corso storico d'un gran problema: Stuart Mill non aveva il proposito della redenzione morale, civile e politica della donna. Egli aveva delle idee parziali. Egli voleva soltanto, seguendo il desiderio e le aspirazioni del suo paese, attribuire alla donna alcuni diritti e fu sollecito nella Camera dei Comuni, in compagnia di Brahigt di Favcet e di altri deputati eminenti di proporre che alla donna fosse concesso solo il diritto del voto. Ebbene, o signori, quando io vidi che una mente così lucida, così altamente pensatrice limitava, in una questione tanto colossale (Ilarità), le sue esigenze, me feci ardito di mandargli i miei libri e le proposte fatte alla Camera italiana, e nella lettera che li accompagnavano esprimergli il desiderio di appoggiarmi con la sua autorità nel compito difficilissimo. Il disegno mi riuscì a capello, perchè in una risposta lusinghiera mi promise di scrivere un libro, promessa che egli cortesemente mi mantenne, inviandomi dopo un anno da Avignone il prezioso volumetto intitolato l'Assujettissement des femmes. Come vedete dunque, o signori, il problema completo della redenzione della donna è stato formulato e posato in Italia, è figlio del nostro pensiero, e creatura nostra (Si ride), e senza affidarlo al baliato straniero, dobbiamo noi sentire il dovere di sorreggerlo e di risolverlo in tutte le sue conseguenze pratiche, nelle quali vi è una miniera d'infiniti benefizi a favore del genere umano. Passando ora ad altro, debbo manifestare la mia dispiacenza di non essermi trovato presente quando l'onorevole mio amico Pissavini richiamava l'attenzione del ministro sulle dicerie di una stampa poco cavalleresca che vituperarono nell'estate scorso l'istituzione delle giovani telegrafiste. La stampa rende un gran servizio al progresso quando si dedica all'apostolato della verità e della giustizia, ma quando serve a passioni selvagge, a meschini interessi, od a basso egoismo, essa cade nel fango spogliandosi d'ogni prestigio. (Bene! Bravo!) Anch'io, signori, lessi gli attacchi che si facevano alle telegrafiste e ne presi interesse, come soglio per tutto ciò che concerne la gran questione della donna, ma dopo serie informazioni compresi che le dicerie erano calunnie ispirate a qualche impiegato maschio da gelosia di mestiere.

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E qui, signori, permettete che io combatta un pregiudizio sciocco da cui sono invasi i così detti uomini, fra i quali sono anche io. (Scoppio d'ilarità) Noi uomini crediamo che sviluppando l'intelligenza della donna, e mettendo le sue forze a profitto della civiltà mercè la sua ammissione all'insegnamento, alle professioni ed agli uffici sociali, ci venga sottratta qualche cosa attinenti ai poteri della vita, subendo quasi la diminutio capitis. (Bene! - È vero!) Niente affatto. La donna è espansiva, è universalista: s'immedesima con l'uomo, col quale è condannata dalla natura a vivere unita, ed ha la prepotenza di trasfondere in lui, come le virtù di cui può essere dotata, anche i vizi che la contaminano. (Bene!) È da lei che sorgono i geni, è in lei che s'ispirano gli eroi. Se dunque la donna è potenziata a fare del bene, perchè dobbiamo volere che sia operatrice di male, inconscia di sè stessa nella deturpazione e nella negghienza? Se essa è un valore, se è una forza produttiva, perchè dobbiamo abbandonarla alla passività della inerzia corrompitrice? Se può adempiere meglio dell'uomo all'educazione della famiglia, facendoci morali ed intelligenti produttori i figliuoli, perchè dobbiamo allontanare da lei questo compito sublime negandole la pedagogia che è la scienza delle buone madri? (Bene! Bravo!) Se può rendere dei servigi al paese, perchè glielo si deve impedire con una serie infinita di ostacoli artificiosi ispirati d'ordinario da inqualificabile gelosia di sesso? Persuadiamoci, o signori, i destini delle nazioni sono in potere della donna, e dall'odio del genere umano che si addensa sul capo degli Stati come la Turchia, perchè tengono in schiavitù la donna, dovete cavare argomento per conchiudere che questo secolo si dirà dei diritti della donna, come il precedente si disse dei diritti dell'uomo. Non so poi perchè la perspicacia dell'onorevole ministro Zanardelli lo abbia fatto dubitare momentaneamente della soluzione di questo problema, dichiarando che non si sapesse che la donna doveva ancora abbandonarsi al regime delle leggi romane, od alle idee del progresso. A questo dubbio della soluzione di un problema a cui cominciò a dar mano la passata amministrazione, e che già trova simpatie nel potere riparatore dei nostri amici dell'attuale Gabinetto, io non debbo che richiamare la sua attenzione su gli atti che il Governo mano mano va facendo per l'uopo. Ma poi come si ritornerebbe al trattamento giuridico dell'antica Roma, di fronte alle tre correnti della vita nuova che si chiamano stampa, telegrafo e ferrovia, di cui l'onorevole ministro, essendo signore e patrono (Ilarità), vede meglio di me impossibile un ritorno all'immobilità giuridica delle leggi delle dodici tavole? MAZZARELLA. No, no! (Ilarità) MORELLI SALVATORE. Ogni secolo d'altronde ha i suoi speciali bisogni, e se fu una necessità sociale del popolo romano tenere a quell'epoca limitata la donna al meschino esercizio dell'ago e del fuso, negandole l'intelligenza, come un Concilio cattolico le negò l'anima, nei tempi nostri nei quali la economia apprezza tutte le forze, ed in cui lo stesso onorevole ministro Zanardelli riconosce la superiorità intellettuale delle donne nel modesto ufficio telegrafico, non vi è ragione di miscredere al trionfo di un principio, che immortalerà il Governo che sarà il primo ad adottarlo. Quindi io mi auguro che l'onorevole ministro faccia alle donne larga parte e nei telegrafi e nelle poste e nelle ferrovie, in ciò che esse possano essere adoperate, perchè questa divisione di lavoro è base alla moralità ed alla prosperità economica del paese. Io morrò con la credenza che la donna sia il primo fattore della civiltà, e credo, o signori, un delitto gravissimo per le conseguenze abbandonarla all'ignoranza e all'abbiezione. No, non ama l'umanità chi avversando le mie dottrine, che mirano a fare della donna un essere morale e intelligente allevatore dei figliuoli, voglia tenerla abbietta come una zucca senza pensieri!

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No, signori, il secolo comincia ad apprezzare tanto le preziose facoltà della donna che fra non molto la giustizia sociale affiderà alle sue cure diligenti tutti i piccoli uffici dal telegrafo alla chiesa. (Si ride) PRESIDENTE. Onorevole Morelli, venga alla questione: la questione è dei telegrafi. MORELLI SALVATORE. Onorevole presidente, io non pensavo di essere uscito dall'argomento, ma quando ella me ne avvisa, io vi rientro subito interrogando l'onorevole signor ministro: se è vero che un articolo del regolamento non ammetta agli uffizi del telegrafo donne maritate, ed imponga alle giovinette impiegate di non prendere marito. Se è vera questa disposizione, io supplico, a nome della moralità, l'onorevole signor ministro di volerla cancellare senza indugio. Lo scopo del Governo, ammettendo le donne al telegrafo, è stato quello di schiudere ad esse una sorgente di vita onesta, non già di condannarle alla sterilità per un perpetuo celibato. O signori, quando noi abbiamo, a nome della ragione, combattuto il celibato clericale, il celibato delle caserme, come mai potremmo tollerare il celibato telegrafico? (Si ride) E aggiungete che il celibato nel processo fisiologico dell'uomo è qualche volta sopportabile dalla consistenza organica del medesimo, mentre per la donna è sempre rovinosa, producendo in lei una serie infinita di malanni. Ma si dice: la donna maritata non può fare un servizio prolungato, esso sarebbe interrotto dalla sopravvegnenza dei figliuoli e dal governo della famiglia. Questa può essere una scusa, ma non una ragione plausibile. Il legislatore ha l'obbligo anzitutto di rispettare le leggi della natura e la natura impone il crescite et multiplicamini (Ilarità), non già il celibato che corrompe ed isterilisce le nazioni. Sia pure che la donna possa essere impedita momentaneamente per la generazione, deve ciò essere un motivo per escluderla da un ufficio consentito dai suoi talenti, e di cui ella ha bisogno per sè e per la sua famigliuola? O signori, se non s'impedisce all'uomo impiegato il matrimonio, perchè lo si deve impedire alla donna? E se per l'uomo impiegato si usa indulgenza nel caso di malattia, perchè non dovrebbe farsi lo stesso per la donna maritata, nel sublime momento della generazione, quando invece di dare dei telegrammi, dà alla patria una creatura, da cui può emergere il genio di un pensatore o di un eroe? Signor ministro, io raccomando vivamente alla sua probità cavalleresca lo studio di quella parte del regolamento dei telegrafi che riflette le donne, e se l'inconveniente da me deplorato è vero, io lo prego, in nome del senso morale, di farlo scomparire. (Bene! Bravo!) MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. [...] Ora dirò infine all'onorevole Morelli, che l'articolo del regolamento a cui egli ha accennato, è ben lontano da riferirsi ad alcuna maniera di celibato. Quell'articolo soltanto stabilisce che, nel caso che la donna voglia maritarsi e formare una propria famiglia, rimanga all'educazione dei figli ed agli altri obblighi della sua condizione, i quali troppo la sottrarrebbero ai propri doveri d'ufficio. Anche questa può essere una questione, ma quasi dovunque venne risolta come presso di noi; ma checchè ne sia della medesima, certo è che nessun celibato è imposto alle donne telegrafiste, come a nessuna altra classe di donna dalle nostre leggi e regolamenti. MORELLI SALVATORE. Io mi auguro che non esista quel vincolo a cui mi riferiva nel mio discorso e che il senso dell'articolo sia quello esposto dall'onorevole ministro. Del resto è certissimo che finora non si è dato caso che si sia accettata alcuna donna maritata in quegli uffici. Per conseguenza si fa sospettare che il celibato telegrafico esista, malgrado tutta la buona volontà dell'onorevole Zanardelli. *§* Tornata del 16 Dicembre 1876 (pp. 367-369 = nella discussione generale del bilancio di prima previsione d'agricoltura pel 1877) PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del bilancio di prima previsione pel 1877 del Ministero di agricoltura e commercio.

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È aperta la discussione generale. L'onorevole Morelli Salvatore ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. I segni di gentile benevolenza con cui la Camera si degna ascoltarmi tutte le volte che prendo a parlare di agricoltura, industria e commercio, da che ebbi l'onore di dare a questo bilancio il battesimo di bilancio della vita, mi anima sempre più a vezzeggiarne, direi, le materie, per renderne meglio accetta la discussione e metterne in luce l'importanza. Io ho letto con molto interesse la relazione che l'egregio mio amico l'onorevole Alvisi ha scritto su questo bilancio. È una breve ma completa monografia del corso storico di quest'amministrazione; e mi compiaccio con lui che ha rilevato i criteri contraddittorii delle passate amministrazioni in rapporto alle aspirazioni del partito che oggi ha il governo della cosa pubblica. Io, signori, ho molta fiducia nella scienza e nella probità dell'onorevole ministro che ora ha il portafoglio dell'agricoltura, industria e commercio. Egli, distintissimo professore di economia, partecipando alle vedute della maggioranza che sostiene l'attuale Gabinetto, è naturale che voglia dare a questo bilancio ed a questa amministrazione un impulso di salutare progresso; ed ho visto con immenso compiacimento che fin dal principio del suo ministero egli ha incarnato negli atti suoi quello spirito di libertà del quale deve essere informato il Governo della Sinistra. Da talune pubblicazioni venute fuori in questi ultimi giorni, io ho visto che l'onorevole ministro Maiorana s'interessa moltissimo della statistica; anzi egli ha impreso a produrre una specie di statistica che sarebbe, direi, il complemento dell'inchiesta fatta sulle cose industriali. E ciò, signori, sapete che cosa importa? Importa preparare la materia, il concreto su cui deve studiare l'uomo di Stato per poter amministrare bene. Perchè poi non fu tutto per colpa degli uomini quello che noi lamentammo in passato, ma moltissime cose dovettero farsi a tentoni e vennero storpiate e male adatte alle necessità della vita nazionale, per la mancanza di un inventario preciso delle forze e delle sorgenti della pubblica ricchezza. Ed io, o signori, lo ripeto anche un'altra volta in questa Camera: un uomo di Stato che amministra senza statistica, è un sartore che fa l'abito senza misura. (Bene!) Quindi sotto questo punto di vista l'onorevole ministro di agricoltura, industria e commercio fa vedere quanta importanza egli annetta al buon indirizzo del suo dicastero. Ho visto anche la fusione di due amministrazioni separate, che portavano un grave dispendio allo Stato, la fusione cioè dell'amministrazione dei pesi e misure con quella del marchio. Questo è un fatto molto ragguardevole; perciocchè, prescindendo che toglie molti impicci al commercio, e produce un risparmio considerevole, esso dà occasione a maggiore guadagno per le finanze. Però, onorevole ministro, tutto quello che ella ha fatto colla sua attività, col suo ingegno, col suo patriottismo, tutto quello che ha fatto il suo degnissimo segretario generale, onorevole Branca, mio simpatico amico, non credo che raggiunga il verbum di un'organizzazione corrispondente alle esigenze dell'economia italiana ed alle istituzioni della libertà. Io comprendo che, dal patriarca nostro ministro delle finanze (Ilarità), fino all'onorevole Maiorana-Calatabiano si accampa sempre una ragione, ed è quella della brevità del tempo e dei pochi mezzi. Ma, onorevole signor ministro, bisogna dare consistenza alle istituzioni; e per darvi consistenza bisogna che abbiano il loro statuto, la loro organizzazione organica. E questo io l'ho detto premurosamente più volte anche ai miei onorevoli avversari politici delle altre amministrazioni: lo ripeto adesso; e sono sicuro che l'attuale ministro, più confidente di loro nella lealtà delle mie parole, preoccupato dei gravi interessi del paese, saprà farsi sollecito di coordinare la materia in una legge che restituisca a tutti i rami dell'amministrazione dell'agricoltura, industria e commercio la loro autonomia spontanea e razionale. Io raccomandai al suo predecessore le scuole, le cattedre ambulanti; e credeva che, essendo passato un anno dal momento della mia raccomandazione a quello della crisi, egli si

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fosse dato pensiero di adottare questa grande risorsa dell'agricoltura. Ebbene, ho visto che nulla si fece allora. Spererei che l'attuale onorevole ministro cominciasse a pensarvi seriamente, onde questa istituzione che ha prodotti grandi vantaggi all'agricoltura dell'Inghilterra, della Francia e del Belgio ne produca anche all'agricoltura nazionale. L'altro giorno quel giovane Cincinnato che è l'onorevole Mussi... (Si ride) Sì, sì, egli stesso in questa Camera si è dato il modesto titolo di contadino, ed è di fatti un illuminato e geniale agricoltore, che ha molta passione per la madre terra, per le scienze naturali, e spende brillanti ed efficaci discorsi all'immegliamento dell'industria agraria. Da ciò quindi riterrete legittimo che io lo chiami Cincinnato, sarà il Cincinnato della Lombardia. Questo nostro egregio collega, dunque, giorni sono si doveva che il Governo permettesse l'esportazione delle ossa, ed il pensiero d'impedirla gli veniva inspirato da una petizione d'industriali milanesi dottamente riferita alla Camera dall'onorevole Del Zio, e sostenuta da una legge dell'altro nostro collega, onorevole Bertani. Ora io sono perfettamente del loro avviso. Quello che serve alla coltura delle nostre terre ed all'attività della nostra produzione, deve essere gelosamente custodito. Così fanno tutte le altre nazioni. Possiamo anche noi, finchè non isviluppiamo la potenzialità delle nostre forze economiche, far tacere per poco i nostri istinti universalisti e chiuderci in un modesto egoismo, anzi senza egoismo a noi basta imitare la speculazione straniera facendo servire alla produzione nelle nostre campagne i concimi che altri ne porta via. Ora, per questo il modo ne è semplicissimo. Nè per ciò deve il Ministero abbandonare il principio del libero scambio, al quale si legano con le grandi risorse del commercio i futuri destini del mondo civile. (Bene!) Diamo nozioni di chimica agraria al popolo italiano, ed egli saprà usarne a proprio vantaggio, nell'interesse della propria industria. A ciò basterà un poco di buon volere, e se occorrerà, un piccolo disegno di legge che ordini le scuole vaganti agricole, come in Francia, nel Belgio ed in tutte le parti dove l'agricoltura è tenuta in pregio. Ultimamente ho dovuto compiacermi, anche a proposito di quel che altra volta ebbi l'onore di dire alla Camera a riguardo delle scuole agricole ambulanti nel leggere una lettera stupenda, e dico stupenda perchè è il prodotto della mente di una signora (Movimenti), di una distinta pensatrice lombarda. Questa egregia signora, che io vorrei vedere collocata in un posto eminente nella pubblica istruzione, è Anna Maria Mozzoni, la quale ha stampato una lunghissima e giudiziosa lettera sullo stato delle scuole agricole, che io mi farò un pregio di presentarla all'onorevole ministro. Molti oggi si occupano di questa materia; ed io desidererei che l'onorevole ministro tenesse conto delle investigazioni che si fanno da tutti, perchè queste scuole si diffondano ovunque rendendole praticamente utili al nostro paese. Altre volte raccomandai ancora ai signori ministri dell'agricoltura e commercio i così detti giardini geografici. Io desidererei dal ministro che qualche volta se la intendesse col suo collega dell'istruzione pubblica, imperocchè io credo che questi due Ministeri, rappresentando lo spirito ed il corpo della nazione, debbono immedesimarsi e compenetrarsi per provvedere coordinatamente e simultaneamente al sincrono sviluppo dei poteri della vita. Ora sarebbe il caso, per esempio, che questi giardini geografici fossero promossi da entrambi, prima di tutto perchè sono un abbellimento edilizio, e sarebbe delizioso vederli sorgere nelle grandi città, come Roma, Napoli, Milano, ecc. Eppoi, d'altra parte, essi servirebbero anche ad agevolare l'istruzione geografica. Quel che oggi si fa, e talvolta imperfettamente, in lunghissimi anni, allora si potrebbe in brevissimo tempo, acquistando con più precisione la cognizione del cosmos, perchè il concreto scolpisce più presto nella mente dei giovani quello che l'astratto fa lentamente, con moltissima fatica, e spesso anche con deplorevole imprecisione.

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In ultimo io raccomando all'onorevole ministro di por mente ad un fatto gravissimo che spesso si deplora qui, e di cui l'altro giorno hanno parlato taluni miei colleghi rivolgendosi al ministro dell'interno, per la condizione cioè dei contadini e per l'emigrazione. Signori, la condizione dei contadini in Italia è triste, e la Camera ha provveduto perchè si faccia una inchiesta sollecitamente, ma finchè non sia fatta quest'inchiesta e non si comincia a dare provvedimenti adeguati, noi potremo anticipare qualche atto che elimini una delle cause determinanti alla emigrazione. Questa causa, o signori per la quale i nostri piccoli agricoltori fuggono del paese natio sapete quale è? La difficoltà di avere il capitale per industriarsi. Ora io dirò al signor ministro: non sarebbe il caso adesso di pensare perchè la circolazione del capitale fosse più equilibrata? Il commercio ha, è vero, una grande importanza. Anzi dirò, è una delle mammelle della nazione (Si ride), come l'industria ne è l'altra e del cui alimento ci nutriamo tutti; ma il commercio è circondato di tanti privilegi. Ebbene, ora sarebbe il caso, non di togliere prestigio e forza al commercio, poichè la rovina del commercio sarebbe rovina dello Stato, ma di cercar modo come equilibrare gli interessi di tutte le classi. Adesso il capitale è concentrato tutto nelle mani del commercio. Se un uomo ricchissimo, milionario, ha bisogno di dieci centesimi, deve andare dal commerciante per farsi mettere la firma, altrimenti la Banca non dà un centesimo. Dunque il resto della nazione è disonorato? Dunque la classe dei proprietari non ha valore in sè, non è riconosciuta dallo Stato che è padre di tutti i cittadini, e con la sua garenzia dà valore di moneta alla carta circolante? Dunque quella del commercio è la classe cui solo spettano questi poteri supremi di primogenitura? Ora se ciò avviene, ed è dolorosissimo pei proprietari, avviene con grave danno delle forze produttive della nazione nella classe numerosa dei piccoli industriali e specialmente degli agricoltori. Io dico dunque che il signor ministro d'industria e commercio, di fronte alla situazione poco felice che questo stato di cose produce all'economia del paese, debba sentire il dovere stringentissimo di diffondere il credito con giustizia ed equità fra tutte le classi sociali. (Bene!) Verbigrazia, lo Stato ha 600 milioni in circolazione; ebbene questi dovrebbero andare divisi così: 200 milioni al commercio, 200 milioni alla proprietà fondiaria, 200 milioni alla piccola industria; e con questa divisione, signor ministro, con questa equa distribuzione che metterebbe il Governo nella condizione di dare estensione e solidità al credito fondiario pur troppo inceppato e di fondare nei diversi centri circondariali delle casse agricole, sapete che miracolo fareste? Quello di sottrarre all'usura opprimente, direi anche omicida, quelle povere classi, che vedendosi alla disperazione, sono condannate ad uscire dal proprio paese e andare a cercare fortuna in America o nell'Australia. Questo è un fatto gravissimo. Alla maggioranza degli Italiani oggi non rimane che un solo mezzo per avere il capitale senza la firma del commerciante: quello del pegno. E sapete, signor ministro, a qual ragione? Alla ragione rovinosa dell'usura. Ecco come molti sventurati mi hanno detto che ciò avvenga: si porta un oggetto qualunque al Banco; quest'oggetto ha il valore di tanto, ebbene all'individuo non si danno almeno i due terzi di quel tanto che vale, si dà invece il quarto o al più il terzo del valore. Il disgraziato che non trova l'equivalente dei suoi bisogni in questa somministrazione che riceve dal Banco, che cosa fa? Prende la cartella e la porta all'usuraio, il quale per pochi centesimi si appropria oggetti che costarono al bisognoso infiniti sacrifizi. (È vero!) Dunque vedete, signor ministro, che anche sotto questo punto di vista il meschino soccorso che lo Stato permette al piccolo operaio e al piccolo agricoltore contro pegno, viene anche frustrato. Io quindi raccomando alla sua anima italiana di provvedere a queste necessità. Ciò facendo si renderà un servizio alla civiltà del paese e si aumenteranno i prodotti dello stesso commercio, perchè quando saranno aumentate le industrie, naturalmente il commercio,

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per la medesimezza d'interesse che ha con le stesse, avrà i mezzi più vasti per diffondere le produzioni all'estero, e guadagnerà di più. Sperando quindi che l'onorevole signor ministro Maiorana voglia iniziare in Italia la riforma delle leggi commerciali specialmente al riguardo della circolazione, onde tutti i cittadini partecipino egualmente al credito dello Stato, senza le difficoltà prammatiche che oggi glielo impediscono, io mi lusingo di vedere con ciò prosperata mano mano e senza scosse la condizione di quelle turbe infelici, che con immensa iattura della nostra economia emigrano per regioni lontanissime in cerca di meno aspra fortuna. *§* Tornata del 26 Gennaio 1877 / Tornata del 1° Febbraio 1877 / Tornata del 26 Marzo 1877 (p. 873 / pp. 1028-1030 / pp. 2296-2312 = Lettura di una proposta di legge per la capacità delle donne di testimoniare in tutti gli atti pubblici / Svolgimento della proposta di legge d'iniziativa del deputato Morelli Salvatore, per dare facoltà alle donne di testimoniare negli atti pubblici / Discussione del disegno di legge diretto ad ammettere la testimonianza della donna negli atti pubblici e privati) PRESIDENTE. Gli uffici avendo ammesso alla lettura una proposta d'iniziativa dell'onorevole deputato Salatore Morelli, vi si procederà PASSAVINI, segretario. (Legge) <<Considerando, che la interdizione alle donne italiane di testimoniare nei testamenti ed in altri atti, costituisce una ingiustificabile contraddizione con ciò che è statuito nei Codici del regno, i quali le riconoscono capaci della patria potestà, di far parte dei Consigli di famiglia, di testare, di contrattare e di garantire innanzi al magistrato civile e penale, la verità dei fatti; <<Considerando, che questo divieto, mentre offende l'entità morale e la personalità giuridica delle donne, in mancanza di testimoni maschi, specialmente nei luoghi abbandonati di analfabeti, arreca difficoltà alla stipulazione degli atti, mi faccio il dovere di sottoporre al voto della Camera il seguente progetto di legge: Art. 1. Le donne italiane sono riconosciute capaci a fare da testimone in tutti gli atti ammessi dalle leggi dello Stato. Art. 2. Le disposizioni contrarie alla presente legge rimangono abrogate.>> PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore è presente? (Non è presente) Quando verrà, gli si chiederà in qual giorno intende svolgere questo suo disegno di legge, e la Camera delibererà. / [Tornata del 1° Febbraio 1877] SVOLGIMENTO DI UN DISEGNO DI LEGGE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE PER ACCORDARE ALLE DONNE LA FACOLTÀ DI TESTIMONIARE NEGLI ATTI PUBBLICI PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento della proposta di legge dell'onorevole Morelli Salvatore, per riconoscere alle donne la facoltà di testimoniare in ogni atto pubblico. L'onorevole Salvatore Morelli ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Onorevoli signori, eccomi al posto per sostenere, come sempre, i diritti della donna. Questa fiata, al pari delle altre, avrei dovuto presentare tutte le proposte che io credo acconcie a ricostituire la donna nello stato giuridico che le spetta. Quindi avrei dovuto riprodurre tutti i disegni di legge presentati il 26 maggio 1875; ed a ciò mi avrebbe incoraggiato la presenza al posto di guardasigilli dell'illustre mio amico Macini, principe dei giureconsulti viventi, il quale, colla sua genialità, fece introdurre molte riforme nel Codice civile riguardo ai diritti della donna sotto il Ministero Pisanelli.

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Però, o signori, ricordando una frase caratteristica di questo periodo, pronunciata al momento in cui si leggeva la risposta al discorso della Corona dal chiarissimo deputato Correnti, cioè che questo è un periodo più di ritocchi che di riforme, io, per non recare fastidio al prelodato guardasigilli, ho pensato di tenere per ora da un canto la sintesi delle proposte depositate come semenzaio del diritto nuovo negli atti della Camera, e di cominciare dalla presente, quanto piccola, altrettanto ragionevole e necessaria, perchè le donne siano riconosciute abili a fare testimonianze giudiziali e strumentarie in tutti gli atti ammessi dalle leggi dello Stato. Questa legge, ripeto, o signori, è molto poca cosa; però, dopo venti anni di propaganda, fra le torture morali di tradizioni affatto opposte ai principii che ho sempre con sincerità ed entusiasmo sostenuto, è la prima volta che io posso svolgere un progetto di legge di simile natura, dopo avere avuto il dolore di vederne tanti soffocati negli uffici, senza neppure la cortesia comunissima al Parlamento italiano, di permetterne la lettura. Fu allora che disperando di poter entrare nella discussione per la porta, cercai di entrare per la finestra, e ciò che non mi si lasciava dire legittimamente, io lo dicevo di straforo. Ecco come. Si presentava, per esempio, dall'onorevole Sella un progetto di legge finanziario, ed io domandava la parola per parlare della donna. Il ministro della pubblica istruzione veniva su con un altro progetto di legge, ed io v'innestava l'argomento della donna. Il ministro d'agricoltura veniva fuori con qualche sua proposta, ed io ribatteva lo stesso argomento. Sicchè posso dire di aver fatto dieci anni di propaganda e di aver divulgato questo principio, sempre indirettamente innestandolo ad altre materie. Aveva forse torto o ragione di procedere così? Era tale poi l'importanza di questo argomento che dovessi irrompere, e non aspettare un'altra epoca? Io ne aveva molta ragione, o signori. Aveva elevato una bandiera, e non poteva, e non doveva ripiegarla. Era la bandiera di un nuovo principio, la bandiera della vita di fronte a quella della morte, rappresentata dalla vecchia autocrazia del papato e dell'impero. Queste mie convinzioni profonde costituivano il sistema semplicissimo della perfettibilità umana contro il sistema della repressione, dispendioso ed inefficace. Quindi mi era studiato di divulgare qui e fuori, ad ogni costo, il concetto da cui doveva emergere la somma dei mezzi necessari a tradurlo nell'ordinamento giuridico con la forza morale della pubblica coscienza, e coi poteri legislativi della Camera. All'uopo mi sforzai tante volte tra i rabbuffi degl'increduli indicare l'origine di tutta questa lebbra morale da cui è affetta l'umanità in quella serie infinita di delitti, nefandezze, ruberie, che fanno della società un vero pandemonio, e non solo qui, signori, ma dappertutto. Nè si vanti l'Inghilterra, la Francia, la Prussia o la Russia: non si vanti nessuno, poichè il mondo è corrotto dappertutto, l'intelletto è confuso, la volontà sbrigliata, e la vita si deve ricostituire ovunque sopra le basi solide e durevoli della scienza, e della moralità il cui asse oggidì è assolutamente spezzato. Ora, per far ciò bisogna investigare la cagione dei mali. La cagione dei mali, signori, sta nel nido, sta nell'uovo, e quest'uovo è rappresentato dalla donna nella famiglia. Gli Egiziani attribuivano all'uovo di Cnef il bene ed il male; ebbene, o signori, la storia e la scienza può legittimamente legare all'influenza della donna abbiettata e vituperata le origini dei mali che contristano l'umanità. La prova è facilissima; se le madri di famiglia avessero i criteri necessari alla buona educazione, esse, vi darebbero dei produttori, comincierebbero a mettere nello spirito nascente l'orologio per bene usare il tempo, svilupperebbero i germi dei buoni principii nell'animo dei fanciulli, educherebbero questi fanciulli al lavoro e non all'inerzia, e quindi ne verrebbe un elemento di economia e di ricchezza sociale, che non è sperabile diversamente. Si dice, facciamo danari, ristoriamo le finanze, equilibriamo i bilanci: ma cosa volete fare? Dei miracoli? Se non accrescete con l'educazione l'attività al lavoro, e con l'attività al lavoro la produzione nel paese; e se non preparate tutto ciò nelle donne, nelle madri di famiglia

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che sono le maestre e le condottiere delle nuove generazioni, da chi vorrete che vi venga la ricchezza, la quale non può derivare altrimenti che dal buon uso del tempo e dello spazio? Passando da questo argomento a quello importantissimo dell'istruzione, ditemi, signori, la prima maestra della vita non è forse la donna? Non è forse la donna che genera l'uomo, lo alleva e lo educa? Queste sono tre alte missioni che le vengono imposte dalla natura e si appalesano chiaramente a tutti. Conseguentemente è impossibile che possiate avere la donna adatta all'adempimento dei doveri della maternità, se non le fornite il necessario all'intelligenza, perchè essa lo trasmetta ai figliuoli, e ne faccia tesoro per la civiltà del paese. Dunque, senza andare più oltre, è indubitato che l'influenza che esercita la donna sui destini della famiglia, della società e dell'umanità, è infinita. Quindi io credei mio debito patriottico divulgare e fare accettare queste mie convinzioni. PRESIDENTE. Prego l'onorevole Morelli di riflettere che qui non si tratta d'istruzione pubblica; la questione è ristretta, secondo la proposta di legge, a dare alla donna la capacità di testimoniare in giudizio. Se si divaga così, dove andiamo? MORELLI SALVATORE. Mi lasci parlare, è la prima volta che posso farlo con larghezza e vedrà che sono coerente. (Movimenti) PRESIDENTE Lei parla sempre. (Ilarità) È mio dovere di richiamarla alla questione. MORELLI SALVATORE. Ci sono nella questione, perchè, dimostrando sotto questi punti di vista l'importanza della maternità, io legittimo il bisogno delle leggi che propongo. Detto ciò, mi si permetta che faccia dei richiami indispensabili alla integrità delle mie dottrine, e conchiuderò subito con la legge proposta. Taluni hanno fatto credere che l'emancipazione della donna per me fosse sinonimo di corruzione. Contro queste dicerie bugiarde protesta specialmente il mio libro: La donna e la scienza. Associare la cosa più pura e più luminosa del mondo alla donna, equivale a volerla redenta nella coscienza e nelle opere della vita. Questa rivelazione della scienza fu preceduta secoli prima dall'arte nello stupendo lavoro della Madonna del libro di Raffaello, ed io sono felice di trovarmi associato in un concetto così santo col principe immortale della pittura italiana. Si è detto ancora che volessi distrarre colla coltura la missione della donna dalla educazione dei figliuoli. Signori, io non voglio distrarre niente, e respingo l'insinuazione che io volessi stereotipare il concetto bizzarro del romanziere francese facendo della donna l'uomo e dell'uomo la donna. No, signori, rimangano pure tutte e due quali sono e come la natura li ha fatti. (Ilarità) Mio proposito è che ciascuno di essi adempia ai doveri che sono imposti dalla destinazione propria, integrandosi l'un l'altro. (Nuove risa) La scienza che ho invocata per la donna è semplice, non è quella cattedratica, non è quella astratta dei filosofi. Niente di ciò. Io non ho fatto che richiedere per la donna le conoscenze elementari ed indispensabili alla vita, e l'attitudine pedagogica di sviluppare nei figliuoli la riflessione, la quale è il dato con cui lo spirito umano può arrivare alla verità. PRESIDENTE. Ma questo è un trattato sulla donna, e l'argomento invece è tutt'altro. La prego di venire alla questione. MORELLI SALVATORE. La donna, si è detto, colla cultura della mente perde la grazia. Ma niente affatto, signori. La donna colla cultura della mente acquista grazia; una grazia senza cultura per me è una grazia disgraziata. (Si ride) Lascio stare le allusioni che si sono fatte per quel che può essere esercizio dei diritti che chiamerebbero l'attività della donna fuori della casa, per uffici pubblici e via discorrendo. Su questo, signori, io non mi fermo, perchè quando posso ottenere che la cultura della donna sia conforme alle esigenze dei tempi ed alle missioni che a lei sono affidate dalla natura, questo mi basta. Poi il corpo elettorale è arbitro di decidere se si debba o no avvalere delle facoltà speciali di cui può essere dotata. Quel che io domando pure è che si cancellino dalle

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leggi del paese gl'inconsulti divieti coi quali si priva la società di adoperare pel pubblico bene, in date circostanze, l'efficacia attività della donna. Ora, giacchè non posso altrimenti contenere la insolita irrequietezza dell'onorevole presidente (Ilarità), io mi avvicino a conchiudere, sopprimendo gran parte del mio discorso. PRESIDENTE. Io non sono irrequieto, onorevole Morelli; io qui adempio ad un dovere che mi è imposto dalle mie attribuzioni. Il mio dovere è di fare che gli oratori si tengano alle questioni che sono in discussione; ora ella non vi si attiene abbastanza. Se poi, per essere amico suo e di coloro che seggono a sinistra, le lasciassi una libertà più ampia di quella che si deve, oltrechè io mancherei al mio compito, incorrerei nei rimproveri della Camera. MORELLI S. In considerazione dunque della incontestabile capacità della donna ed influenza della donna nel processo della vita, io ho richiesto parecchie volte che a lei si attribuissero i diritti che si attribuiscono alla personalità umana; quindi ho presentato delle leggi; queste leggi sono rimaste lettera morta finora. Però ho voluto limitare le mie proposte a questa che ho l'onore di svolgere, la quale credo sia opportuna e pratica al segno da essere presa in considerazione ed approvata dalla camera. Questa, o signori, mi è stata ispirata da un fatto avvenuto giorni innanzi. Nottetempo era morente un disgraziato, quando si è fatto ressa ad un tale individuo che abitava in quella casa, perchè si levasse per fare da testimone in un testamento. Quella casa era piena di signore e due maschi parenti. Ebbene, di estraneo c'era solo il notaio e talune vicine; si è andato in cerca di altri testimoni maschi, e non si sono trovati. La persona è morta, e il testamento non si è fatto, e negli interessi di quella famiglia è avvenuta una vera catastrofe. Ecco il fatto, signori, che, raccontatomi da un amico, mi ha mosso a sottoporre ai vostri voti il presente progetto di legge. Io ho detto a me stesso, che era una incoerenza quella dei legislatori, i quali, dopo avere permesso che le donne facessero parte del consiglio di famiglia, che esercitassero la patria potestà, che potessero affermare la verità innanzi ai tribunali criminali e civili e di poter contrattare e commerciare, stabilirono poi che le medesime non possano attestare la verità dinanzi ad un notaio. Se questi incagli alle transazioni sociali avvengono in una capitale, pensate voi nelle vostra prudenza ciò che accadrà nei comuni rurali. È tempo quindi che si cancelli un divieto irragionevole, ricordo odioso di antica schiavitù. Un'epoca che spende miliardi per agevolare coi telegrafi, con le ferrovie e coi trafori delle montagne i transiti, i rapporti e le convenzioni sociali, non può permettere barriere, le quali, inceppando il corso degli affari, recano onta alla dignità della donna. Queste dunque furono le ragioni, o signori, che mi spinsero a domandarvi la presa in considerazione della presente legge. Io spero che l'onorevole guardasigilli voglia anch'egli aderirvi. E tanto più spero l'autorevole approvazione dell'illustre amico Mancini, in quanto che lo riconosco gran cavaliere come è grande giureconsulto. (Ilarità) Ringrazio intanto la Camera della benevolenza addimostratami, le ricordo che compito di questa Legislatura è la riparazione dei diritti sconosciuti finora, fra cui primeggiano quelli della donna, alla quale si legano i più ardui problemi della civiltà. Sì, o signori, io credo che la vera redenzione debba essere opera stupenda della donna Messia. (Viva ilarità) MANCINI, ministro di grazia e giustizia. Benchè io non possa spingere il sentimento di cavalleria, di cui mi ha gratificato il mio onorevole amico deputato Morelli, sino al punto di associarmi al suo programma in favore di una causa, che egli chiama dell'emancipazione della donna, e di cui si mostra infaticabile campione; mi è forza riconoscere che l'odierna sua proposta non può essere in nessuna guisa appuntata nè di ingiustizia, nè di irragionevolezza. (Benissimo!) [...] Esamineremo poi a suo tempo se l'articolo debba rimanere formolato e concepito come venne da lui proposto, nè quindi vogliamo ora pregiudicare questioni secondarie. Così, per

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dimostrarmi un po' più cavaleresco del mio amico Morelli, dirò non parermi conveniente restringere questa disposizione alle sole donne italiane, facendo un monopolio verso le sole donne nostre concittadine della sua generosità, o meglio della sua giustizia, quando i nostri Codici ammettono come testimoni tanto i cittadini italiani, che gli stranieri residenti in Italia... MORELLI SALVATORE. Sì! sì! Accetto! accetto! MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. ...negli atti pubblici e nei testamenti. Ma non anticipiamo: tutto ciò più tardi farà oggetto di esame e di discussione. Per ora, da parte mia, dichiaro di non oppormi che il disegno di legge presentato dall'onorevole Morelli sia dalla Camera preso in considerazione. (Benissimo!) PRESIDENTE. Pongo a partito la presa in considerazione della proposta di legge dell'onorevole Morelli Salvatore, la quale è stata svolta, ed è accettata in massima dall'onorevole ministro di grazia e giustizia. Coloro i quali credono che la proposta dell'onorevole Morelli debba essere presa in considerazione sono pregati di alzarsi. (È presa in considerazione.) / [Tornata del 26 Marzo 1877 PRESIDENTE. Ora si procederà alla discussione del progetto di legge per facoltà alle donne di testimoniare negli atti pubblici. (Se ne dà lettura.) La discussione generale è aperta. Ha facoltà di parlare l'onorevole Filopanti. FILOPANTI. La legge che vi è proposta, e che spero sarà approvata dal Parlamento, segnerà un passo nel progresso della giustizia e della civiltà. Godo che sia per averne onore l'onorevole nostro collega Morelli, che duolmi che sia, per circostanze impreviste, assente. Desidero solo che sia fatto un lieve emendamento di forma, sia alla redazione originaria dell'onorevole Morelli, sia a quella della Commissione. Voce. Non c'è la Commissione. PRESIDENTE. C'è la Camera che basta e vale per essa. FILOPANTI. Dicendo genericamente che le donne sono ammesse a testimoniare, come nella redazione dell'onorevole Morelli, si potrebbe intendere che non ci sia limitazione di età, e che anche le bambine siano ammesse a testimoniare. La Commissione ha rimediato in parte agl'inconvenienti di questa generica espressione, ma, nonostante, non credo felice la redazione della Commissione, imperocchè il dire che saranno ammesse a far testimonianza le donne che avranno le condizioni di capacità richieste dalle leggi, conduce a credere che sussista la legge precedente. Ora la legge attuale richiede, fra le condizioni per essere testimone, quella di essere maschi, ed a rigore di termine tale condizione implicherebbe che la donna per essere testimone dovesse essere maschio. Io quindi vorrei che s'introducesse un emendamento sul quale mi sono consultato con un nostro collega, che io nomino a cagione d'onore, cioè coll'onorevole Varè, che lo appoggierà [sic], spero, coll'autorità della sua parola; questo emendamento consisterebbe nel dire che <<le donne sono equiparate agli uomini nella facoltà di testimoniare.>> BIZZOZERO. Io aveva domandato la parola nella discussione generale supponendo che alcuno intendesse di combattere questo progetto di legge, ma vedendo che non vi è alcuno iscritto contro, trovo inutile il fare una discussione, e quindi rinunzio alla parola. VARÈ. Ho domandato la parola quando cominciava il suo discorso l'onorevole Filopanti; ma egli poi mi ha fatto l'onore di nominarmi e di esprimere anche la mia opinione. Dunque mi resta poco da dire. Intendo di proporre un emendamento all'articolo 1; ma ora siamo nella discussione generale e così forse sarebbe troppo presto.

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In qualunque modo io riassumo quello che ha detto l'onorevole Filopanti; la redazione dell'articolo 1 è confusa, inesatta, in quanto che, mentre si tratta di cambiare la legge, questo articolo si riferisce alla legge esistente, e precisamente a quella legge che bisogna cambiare. Noi abbiamo l'articolo 788 del Codice Civile, che dice: <<Coloro che sono chiamati a fare i testimoni nei testamenti debbono essere di tale età, essere cittadini dello Stato, debbono essere maschi, e non avere perduto i diritti civili.>> L'articolo primo ora proposto richiamerebbe quello che richiamare non può, quello appunto che vuole distruggere. Dunque io, d'accordo coll'onorevole Filopanti, propongo come emendamento questa nuova formola: <<Le donne sono equiparate agli uomini, quanto alla facoltà di fare testimonianza, negli atti pubblici.>> FILOPANTI. Io mi sono permesso di fare le mie osservazioni, che sono specialmente relative all'articolo 1, mentre eravamo ancora nella discussione generale, perchè il primo articolo è tutta intera la legge. PRESIDENTE. Onorevole Filopanti, io non le ho fatto verun appunto per questo. Non è quindi necessaria questa sua discolpa. L'onorevole Nocito ha facoltà di parlare. NOCITO. Sono dolente che in questo momento solenne, nel quale si discute una legge che si riattacca al programma dell'emancipazione della donna dell'onorevole Morelli, manca precisamente il suo principale difensore, e della Commissioni non ci sono finora che due per caso. Ad ogni modo ci caveremo alla meglio dal grave compito che l'onorevole Morelli, partendo, ci ha lasciato in eredità. Ma ci consoliamo d'altra parte che le difficoltà che si fanno a questo progetto di legge sono piuttosto di redazione, anzichè di principio e di sistema. La difficoltà che ci viene mossa dall'onorevole Filopanti, appoggiata dall'autorevole parola dell'onorevole Varè, consisterebbe nel supporre, che coll'articolo 1 di questo progetto di legge, si venga ad ammettere quel concetto che si vuole eliminare, cioè, che si vengano a riconoscere le leggi precedenti le quali escludono le donne dal testimoniare negli atti pubblici, mentre con questo progetto si vogliono includere le donne stesse nel numero di quelli che sono ammessi a testimoniare. Ma mi pare che questa osservazione sia piuttosto sottile che altro; tanto sottile che se ne va in vapore. Dappoichè quando noi abbiamo detto con questo articolo del progetto di legge: Le donne sono riconosciute capaci a fare da testimoni in tutti gli atti ammessi dalle leggi dello Stato, ben s'intende che delle leggi dello Stato in virtù di questo principio intendiamo abrogare precisamente quella parte, la quale esclude le donne dal fare testimonianza. Nelle parole del progetto di legge, così come venne proposto e formulato dalla Commissione e dal proponente, non vi è alcuno equivoco. Noi non veniamo già a riconoscere un principio che vogliamo escludere, quando diciamo che le donne aventi le condizioni volute della legge possono farla da testimoni. Ei si sa che non bastava fin qui la condizione del sesso maschile per potere testimoniare negli atti pubblici, ed ora, eliminata la condizione del sesso, restano in vigore tutti gli altri requisiti. Ciò è chiaro abbastanza nel progetto di legge. Dire, o farci dire il contrario, a me pare, mi permetta di dirlo l'onorevole Varè, un'osservazione troppo sottile; ed io lo prego a non voler mettere avanti ulteriori ostacoli di simile specie, ed a lasciar passare il progetto tal quale è stato concordato coll'onorevole ministro. VARÈ. Tutt'altro che voler mettere degli ostacoli; io voglio agevolare, voglio fare una formola la quale da tutti si capisca, in primo luogo, e poi possa sopportare la critica di coloro i quali prendessero dalla forma una occasione di non approvare, come approviamo tanto l'onorevole Nocito quanto io, il concetto di questa legge. L'onorevole Nocito, per difendere il progetto della Commissione, ha letto le parole dell'onorevole proponente, non quelle che la Commissione vi ha sostituite.

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Le parole del proponente erano forse più chiare, erano almeno un po' più esatte di quelle che propone la Commissione. La Commissione dice: <<Le donne aventi le condizioni di capacità richieste dalle leggi.>> Ora le leggi, tali quali sono per ora, non inducono alcuna condizione sotto la quale le donne possono essere testimoni; cosicchè si richiama quello che richiamare non si può. Invece colla mia formola tutte le altre condizioni, della età, della cittadinanza, della mancanza di condanne penali, restano comuni alle donne come agli uomini; si fa scomparire soltanto la condizione eccezionale dell'essere maschio. NOCITO. Io dichiaro che, tanto l'articolo 1, come è stato proposto dall'onorevole Morelli, come quello proposto dalla Commissione, non meritano le censure che ha fatto l'onorevole Varè. Io prendo a base di esame l'articolo 1 della Commissione, la quale dice: <<Le donne aventi le condizioni di capacità richieste dalle leggi possono testimoniare negli atti pubblici.>> Che cosa si vuole intendere con questo articolo 1? Si vuole dire che quando le donne hanno le condizioni che hanno i testimoni in generale per deporre negli atti pubblici, la qualità di donna non esclude dal fare testimonianza negli atti pubblici. VARÈ. Allora ditelo. NOCITO. Ebbene, con questo articolo mi pare che il concetto sia assolutamente salvo. Invece la formola che vuol mettere avanti l'onorevole Varè precisamente fa cadere in quel tal vizio che egli vuole eliminato. Quando egli mi dice: <<le donne aventi tutte le altre condizioni...>> VARÈ. Non dico questo. NOCITO... aventi tutte le altre condizioni volute dalla legge per fare testimonianza sono ammesse a fare da testimoni negli atti pubblici, egli fa comprendere che già l'essere donna è una delle condizioni per fare da testimoni. Chi dice altre condizioni suppone già che quella di donna sia una delle condizioni. È in sostanza accennare all'equivoco che l'onorevole Varè voleva eliminato. Io credo che tanto l'articolo 1 della Commissione quanto l'articolo 1 del proponente esprimano perfettamente il concetto che noi vogliamo indicare. Se peraltro la Camera crede che quella dell'onorevole Varè sia una formula più esplicativa e vuole accoglierla, lo faccia pure. Noi, vedendo salvo il concetto, ci rassegneremo ad una formula poco corretta per non prolungare di troppo in vane questioni di parole questa discussione. CATUCCI. Io ho domandato la parola più per scrupolo che per altro. Io, per principio generale, voto questa legge. Ripeto, ho domandato la parola per uno scrupolo, e mi dirigo all'onorevole ministro guardasigilli ed alla Commissione per essere chiarito e tranquillizzato. Vi sono taluni atti della vita nei quali la donna maritata, per esempio, potrà trovarsi a far da testimone secondo la legge che discutiamo. Taluni di questi atti, nei quali la donna sarà intervenuta come testimone, possono essere annullati, e qualche volta avvi la responsabilità anche del testimone per le conseguenze giuridiche dell'annullamento. Ora io domando: si estende anche alla donna, in siffatti casi, la responsabilità civile, al id quod interest, non potendosi dubitare della penale? (Interruzioni vicino all'oratore) Ora, badi la camera, io domando: una donna maritata, per esempio, avrebbe d'uopo dell'autorizzazione del marito? Possono nascere molti dubbi, molte questioni. Ripeto, io ho questo scrupolo; piuttosto, per tranquillizzarmi, desidererei di sentire la parola autorevole del guardasigilli, o di qualcuno della Commissione. Io dico e ripeto, in principio voto la legge, poichè è sempre un passo che noi facciamo verso della civiltà e della uguaglianza perfetta dinanzi la legge. Mi piace che questa capacità si estenda anche alle donne. Per me il marito non diminuisce la capacità giuridica della donna. Se la moglie negli atti della vita ha mestieri dell'autorizzazione del marito, non è per comple-

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tamento di capacità, ma per un certo ossequio al suo compagno indissolubile nella vita coniugale, per la concordia ed armonia famigliare. Badiamo, signori, che qualche fiata si potrebbe trovare una donna maritata, ad insaputa del marito, sottoposta a gravi responsabilità, trascinata a gravi e pericolose conseguenze di responsabilità civile. Ripeto, ho domandato la parola piuttosto per scrupolo, ma io voto la legge. Le leggi, per essere buone, accettabili, debbono esprimere il bisogno de' popoli: non mi pare che nel momento vi sia questo bisogno. Io ho grande stima per la donna, ma non la vorrei vedere esposta a dei pericoli niente indifferenti. GRIFFINI LUIGI. Io non crederei che si potesse dare gran peso al dubbio che è stato sollevato testè dall'onorevole Catucci. Egli disse: <<Preoccupiamoci di questo, che la donna, in massima, per le nostre leggi civile, non può obbligarsi, senza l'autorizzazione maritale, e che voi la porreste col presente progetto di legge nella condizione di assumere una responsabilità o civile o penale, senza esservi stata dal marito autorizzata.>> Ma in quanto alla responsabilità penale è naturalissimo che, qualunque donna possa incorrerla, senza avere ottenuto preventivamente l'autorizzazione del marito, imperocchè le donne sono soggette alle leggi punitive nel modo stesso come gli uomini. Ed ogniqualvolta una donna, anche maritata, commetta un reato, essa può essere sottoposta e deve anzi essere sottoposta a pene, malgrado che il marito non abbia interloquito menomamente. In quanto poi alla responsabilità civile, io, forse, non arrivo a comprendere quello che avrà con maggiore intelligenza afferrato l'onorevole Catucci; ma non so capacitarmi come si possa incontrare una responsabilità civile, intervenendo ad un atto nella qualità di semplice testimonio, ed esprimendo precisamente che vi si interviene in tale qualità. Non vedo come il testimonio possa andare incontro a questa responsabilità civile, mentre non assume obbligazione di sorta. Perciò mi pare che non possa fare ostacolo la qualità di donna maritata a che la firma da lei posta, come testimone, possa essere valida negli atti pubblici, mentre essa col suo intervento non fa che rendere regolare e provante l'atto, e non sottopone mai se stessa, almeno come a me pare, ad alcuna responsabilità civile. Credo per queste brevi considerazioni che, come dissi, non si debba dare gran peso al dubbio sollevato dall'onorevole Catucci, sino a quando egli non giunga a dimostrarmi che, anche coll'intervenire ad un atto pubblico come semplice testimonio, si può incorrere in una responsabilità civile. Dal momento che ho licenza di parlare, osserverò che, se avessi potuto prevedere che un'idea, che è venuta a me, era balenata anche alla mente dell'onorevole Filopanti e dell'onorevole Varè, mi sarei astenuto dal presentare, come presentai prima che essi parlassero, un emendamento, il quale fa piena ragione alle cose da essi esposte. Ma siccome pensai che intorno a questo disegno di legge nessuno forse avrebbe parlato e l'articolo della Commissione, d'altra parte, parevami fosse veramente manchevole, come hanno dimostrato anche gli onorevoli Filopanti e Varè, così, prima che cominciasse la discussione, ed anzi intanto che si stava leggendo il progetto, ho presentato anche io un emendamento così concepito: <<Le donne sono pareggiate agli uomini nella capacità di testimoniare negli atti pubblici.>> Ma, poichè l'ho presentato, ne parlerò per confortare, qualunque sia forse cosa inutile, esuberante, dopo ciò che dissero gli onorevoli Filopanti e Varè. Si dà questa combinazione, che in tre, senza che l'uno abbia parlato cogli altri, o, per lo meno, senza che io abbia preso alcun concerto coll'onorevole Filopanti o coll'onorevole Varè, senza che io abbia potuto menomamente indovinare l'idea che essi avevano, in tre abbiamo ritenuta la medesima necessità, abbiamo presentato il medesimo emendamento quantunque concepito con parole un po' diverse. Questo, secondo me, concorrerebbe, ove ne fosse d'uopo, a stabilire l'opportunità della modificazione.

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Tale opportunità poi venne molto bene dimostrata, nè credo che le contrarie osservazioni della Commissione siano di natura da farci ricredere. Ed invero, la Commissione come formula l'articolo? <<Le donne aventi le condizioni di capacità richieste dalle leggi, possono testimoniare negli atti pubblici.>> Ma le donne, non avendo mai potuto testimoniare negli atti pubblici, non hanno la capacità richiesta dalle leggi. Quindi, col riferirsi ora a capacità che già esistono nelle leggi, si dice cosa, secondo me, che non può essere accettata. Anzi, riguardando l'idea sotto un altro punto di vista, sarebbe possibile di interpretare quest'articolo della Commissione nel senso che le donne non potranno mai testimoniare negli atti pubblici, perchè esse non hanno, o meglio finora non hanno avuta la capacità richiesta dalle leggi. Ma quando noi invece ci riferiamo alla capacità riconosciuta negli uomini, con una locuzione semplicissima noi esprimiamo la nostra idea ed eliminiamo qualunque dubbio. È per ciò che mi confermo sempre più nel convincimento dell'opportunità dell'emendamento che ho presentato. Del resto, siccome il mio e quello dell'onorevole Varè, oltre di esprimere la stessa idea, quasi quasi cono concepiti negli stessi termini, io lascio giudice la Camera intorno alla scelta dell'uno o dell'altro. PRESIDENTE. L'onorevole Muratori ha facoltà di parlare, ma mi pare che si potrebbe chiudere la discussione generale. (Segni d'assenso dell'onorevole Muratori.) Se nessuno chiede di parlare, dichiaro chiusa la discussione generale. (La discussione generale è chiusa). Veniamo alla discussione degli articoli. L'articolo 1 proposto dalla Commissione è così concepito: <<Le donne aventi le condizioni di capacità richieste dalle leggi, possono testimoniare negli atti pubblici.>> A quest'articolo abbiamo tre emendamenti. Uno è dell'onorevole Griffini, un altro dell'onorevole Muratori, ed il terzo degli onorevoli Filopanti e Varè. Quello dell'onorevole Muratori è così concepito: Le donne possono intervenire come testimoni negli atti pubblici e privati, quando abbiano le altre condizioni di capacità richieste dalla legge.>> Quella dell'onorevole Griffini così suona: <<Le donne sono pareggiate agli uomini nella capacità di testimoniare negli atti pubblici.>> Quello degli onorevole Filopanti e Varè è nei seguenti termini: <<Le donne sono equiparate agli uomini quanto alla facoltà d'essere testimoni negli atti pubblici.>> Come la Camera vede, in queste proposte c'è più differenza nella dicitura che nel concetto. Quella che mi pare più ampia è la proposta dell'onorevole Muratori, la quale parla anche degli atti privati. MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. Chiedo di parlare. Duole anche a me di non vedere presente a questa discussione l'onorevole Salvatore Morelli, perchè in verità appartiene a lui l'iniziativa di questo disegno di legge e l'insistente sollecitudine per la sua approvazione. [...] [...] PRESIDENTE. Siccome ho annunziato alla Camera, l'ultima redazione concordata tra la Commissione e il Ministro è la seguente, e come emendamento ha la precedenza; ne do lettura: <<Sono abrogate le disposizioni di legge che escludono le donne dall'intervenire come testimoni negli atti pubblici e privati.>> Come vede la Camera, questo articolo comprende i due articoli del progetto della Commissione. Sicchè, votando quest'articolo, la legge è completa.

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Metto dunque ai voti l'articolo del quale ho dato lettura. Coloro i quali sono d'avviso che debba essere approvato, sono pregati d'alzarsi. (Dopo prova e controprova rimane approvato.) Prima di passare alle votazioni per scrutinio segreto, do lettura di un'interrogazione fatta all'onorevole ministro di grazia e giustizia. [...] PRESIDENTE. [...] Si procede all'appello nominale per la votazione a scrutinio segreto sui tre progetti di legge stati votati per alzata e seduta. (Il segretario Quartieri fa l'appello nominale.) [...] L'esito della votazione sul terzo progetto di legge: <<Ammissione delle donne a testimoniare negli atti pubblici e privati,>> è il seguente. Presenti e votanti 204 Maggioranza 103 Voti favorevoli 136 Voti contrari 68 (La Camera approva.) *§* Tornata del 27 marzo 1877 (p. 2316 = Ringraziamenti del deputato Morelli Salvatore a coloro che nella seduta precedente sostennero il disegno di legge concernente la testimonianza delle donne negli atti pubblici e privati) MORELLI SALVATORE. Domando la parola. PRESIDENTE. Su di che, onorevole Morelli? MORELLI SALVATORE. Ieri la Camera si degnò di approvare il disegno di legge, da me presentato, per ammettere le donne alla testimonianza degli atti pubblici e privati. Assiduo, come sono sempre, alle tornate parlamentari, sono dolente di non essermici trovato nell'occasione solenne in cui per la prima volta, dopo tanti conati, veggo attecchire, sotto il mio modesto nome, una legge riguardante i diritti della donna. Però, prevedendo il caso, io aveva fatto una preghiera all'onorevole guardasigilli, ed era rimasto d'accordo con lui che questo disegno di legge dovesse essere discusso dopo Pasqua, quando la sua salute fosse perfettamente ristabilita; laonde in conseguenza di ciò io era andato pei fatti miei. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, l'ordine del giorno si stabilisce dal presidente, d'accordo colla Camera. MORELLI SALVATORE. L'onorevole presidente dice bene, ma io non ho torto quando riferisco la mia momentanea assenza alla malattia dell'onorevole guardasigilli, senza cui la legge non poteva discutersi. In ogni modo, essa venne approvata, e ciò prova che nel Parlamento italiano la grande idea da me agitata ha oggi una forte maggioranza. Quindi ringrazio il presidente, il guardasigilli, i miei colleghi della Commissione e la camera che mi resero l'alto onore di mettere la prima pietra di un sistema di riparazione alla più bella parte del genere umano, cui sono confidati dal genio della natura i destini delle nazioni. (Conversazioni e movimenti) PRESIDENTE. Abbiano la bontà di fare silenzio. *§* 1a Tornata del 1° Giugno 1877 (p. 3945 = sue raccomandazioni riguardo alle scuole normali delle allieve maestre) PRESIDENTE. [...] Capitolo 27, variato. Scuole normali per allievi maestri ed allieve maestre (Personale), lire 785,900 e centesimi 57. MORELLI SALVATORE. Su questo capitolo 27 io intendo di fare poche raccomandazioni all'onorevole signor ministro. Se la verità non è mai inutilmente ripetuta, permetta la Camera che io ridica oggi quel che tante volte ho detto, dichiarando la scuola elementare ufficio di maternità da affidarsi più

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proficuamente alle maestre. Anzi questa mia convinzione va tant'oltre da credere non lontano il tempo in cui la pedagogia sarà abbandonata esclusivamente alle donne, onde ogni casa addivenga una scuola, ed ogni madre di famiglia sia una intelligente genitrice, allevatrice e maestra dei suoi figliuoli. Ma finchè non si arriva a questo punto, o signori, si sente urgentissima in Italia la necessità di moltiplicare le scuole normali per formare un vivaio d'insegnanti, i quali rispondano numericamente all'obbligo dell'istruzione elementare, sancito con l'ultima legge dell'onorevole Coppino. Ora, non potendo altrimenti sopperire, io prego l'onorevole ministro di decretare come essenziale all'istruzione di tutti gli educandati femminili l'insegnamento della pedagogia, e di mettere in uso nei paesi ove manca questo benefizio, cattedre ambulanti che la diffondano ovunque, qual fondamento della dottrina civile che deve sostituire la religiosa, rendendo illuminate, operoso e probe le nostre moltitudini. Sì, o signori, la pedagogia, permettetemelo che lo dica, è come un ponte pel quale le nuove generazioni debbono passare dal campo del credere, al campo del conoscere, dove sono sospinte dallo spirito del secolo, ed il nobile, il geniale architetto di questo ponte, è la donna. (Ilarità) PRESIDENTE. Onorevole Morelli, siamo al capitolo 27 e le sue osservazioni riguardano il capitolo 28. MORELLI SALVATORE. Quel che dico è precisamente riferibile a questo capitolo, il quale riguarda le scuole normali ove s'insegna pedagogia, che come ha udito l'onorevole signor presidente, io vorrei introdotta anche negli educandati di cui si parla nel capitolo che segue. In ogni modo accolgo il suo avviso che interpreto come un richiamo alla brevità, e dopo un'altra lievissima raccomandazione finisco. Questa raccomandazione che dirigo non solo al Governo ma al paese, concerne la necessità di purgare le nuove generazioni dal brutto vezzo del turpiloquio. Se ciò avviene specialmente nelle famiglie e nelle scuole per la intrusione di domestici corrotti, è tempo che i genitori ed il Governo provvedano, perchè la nuova educazione vada immune da questa tabe morale [: "Tabe. S.f. I Medici chiamano con questo nome tutte le sorti di consunzioni generate da diverse malattie croniche." (Tommaseo-Bellini)]. I domestici sono i più attinenti ai fanciulli, ed è quindi utilissimo, urgente, indispensabile, che fra tante altre scuole si fondi anche quella pei domestici ai quali sono affidati i figliuoli nella prima età (Bene!). Ho detto. MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA. L'onorevole Morelli non deve sperare, ma essere certo che non è meritato il biasimo che dalle sue ultime parole verrebbero all'amministrazione; egli deve essere certo che in nessuna amministrazione si ammettono domestici corrotti, che parlino così turpemente da guastare l'animo dei giovanetti. Si procura sempre di fare una buona scelta. [...] Quando alla seconda raccomandazione, io credo che bisogni assolutamente cercare di estendere la cognizione pedagogica. Mi pare di averne parlato nella seduta precedente. Nè tuttavia si potrà prendere senza molta ponderazione un provvedimento generale perchè se certi educandati presero quasi un aspetto di scuole normali, molte famiglie si trovarono riluttanti a lasciarvi le loro figliuole. Io ho un antico studio sopra gli educandati i quali possono essere trasformati a quest'ufficio; ad ogni modo, terrò conto delle raccomandazioni fattemi dall'onorevole Morelli. MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole ministro delle dichiarazioni e promesse che si è compiaciuto di farmi. *§* Tornata del 7 Giugno 1877 (pp. 4198-4199-4200 = interroga il Ministero circa le bonifiche del Volturno e la ferrovia Capua-Gaeta)

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PRESIDENTE. Annunzio ora che sono state presentate tre domande d'interrogazione all'o-

norevole ministro dei lavori pubblici, di cui darò lettura. La prima è dell'onorevole Salvatore Morelli, così concepita: <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro dei lavori pubblici per sapere: 1° Se dopo il decreto che ha sciolta la Commissione per le bonifiche del bacino del Volturno, voglia al più presto completare la liquidazione delle vertenze pendenti tra lo Stato e i comuni di Carinola, Mondragone ed altri; 2° Se nell'assetto delle ferrovie nazionali vorrà comprendere il piccolo tronco che deve congiungere Capua e Gaeta per ragioni militari e commerciali, conformemente agli studi eseguiti sul progetto Nobile dai due Ministeri della guerra e del lavori pubblici.>> [...] PRESIDENTE. Onorevole Morelli ha la parola. MORELLI SALVATORE. Essendo le due mie interrogazioni un semplice ricordo al Governo per risolvere due questioni da me trattate cento volte alla Camera e al Ministero, dispenso i miei colleghi dalla noia di due discorsi, ed attenderò a prendere atto della risposta del ministro, che credo sarà conforme ai sensi di giustizia manifestatimi privatamente. (Bene! Bravo!) [...] MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. Dichiaro all'onorevole mio amico Morelli che avrò tutte le cure di adempiere ai desiderii a cui ho [: ha] fatto cenno [...] MORELLI SALVATORE. Domando la parola. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Io prendo atto delle gentili parole dette e della promessa fattami dall'onorevole ministro; e spero che col suo patriottismo renderà alle popolazioni che ho l'onore di rappresentare, ciò che esse per giustizia hanno chiesto tanti anni invano. *§* Tornata del 13 Giugno 1877 (p. 4485 = Seguito della discussione dello schema di legge per modificazioni alla imposta sulla ricchezza mobile) MINISTRO PER LE FINANZE. [...] Dovete dedurre dal numero dei contrinuenti le donne che non hanno ancora per quanto ne spiaccia al mio amico Salvatore Morelli, il diritto elettorale. (Si ride) MORELLI SALVATORE. L'avranno. *§* La GAZZETTA UFFICIALE DEL REGNO D'ITALIA, Anno 1878, N.14, Roma Venerdì 18 Gennaio 1878, riporta a p. 210 "I funerali di S. M. il Re Vittorio Emanuele II". La PARTE UFFICIALE del Supplemento al n. 14 della stessa Gazzetta, pubblica gli "elenchi delle Rappresentanze delle Provincie, Municipi, Magistrature, Corpi Morali, Istituti, Società, ecc. intervenute ai solenni Funerali di S. M. il Re Vittorio Emanuele II, il dì 17 gennaio 1878." In rappresentanza dei Municipii di Sessa Aurunca (Fraetto, Mondragone, Castelforte, San Cosimo e Carinola), vi è "Salvatore Morelli, deputato." (p. 44) Per inciso, si fa notare che, il 1° Gennaio 1878, era morto in Carovigno Casimiro Morelli, il padre del Nostro. *§* XIII LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (20.11.1876 - 02.05.1880) Sezione 2 (07 mar. 1878 - 01 feb. 1880) Tornata del 15 Maggio 1878 (p. 957 = Presentazione di una proposta di legge dal deputato Salvatore Morelli sul divorzio) PRESIDENTE. [...] L'onorevole Morelli Salvatore ha presentato una proposta di legge che sarà trasmessa agli uffizi perchè ne autorizzino o no la lettura.

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*§* Tornata del 16 Maggio 1878 / Tornata del 25 maggio 1878 (pp. 989-990 / pp. 1098-1106 = Si dà lettura di una sua proposta di legge sul divorzio / la svolge / è presa in considerazione) LETTURA DI UNA PROPOSTA DI LEGGE DEL DEPUTATO SALVATORE MORELLI SUL DIVORZIO PRESIDENTE. Gli uffici avendo ammesso alla lettura una proposta di legge dell'onorevole Salvatore Morelli, vi si procede. PISSAVINI, segretario (Legge) Art. 1. Il matrimonio potrà essere sciolto quando non esistono figli o discendenti nei seguenti casi: 1° Per impotenza sopravvenuta ed insanabile; 2° Per infedeltà di uno dei coniugi, o prostituzione della moglie accertate da un giudicato; 3° Per tentativo di consorticidio; 4° Per condanna ai lavori forzati a vita; 5° Per prodigalità estrema. 6° Per incompatibilità di carattere constatata da contrasti e disordini abituali nella famiglia, che ne rendano impossibile la convivenza. Art. 2. Il presidente del tribunale a cui si ricorre da uno o da entrambi i coniugi, nei casi contemplati nei commi 4°, 5° e 6° del precedente articolo, tenterà la conciliazione e quando, decorsi sei mesi, le sue pratiche tornino inutili, verrà pronunziata sentenza di divorzio, la quale condannerà altresì alle spese ed ai danni che ne motivò il giudizio, ed impedirà alla moglie di portare ulteriormente il nome del marito. Art. 3. Quando vi siano figli o discendenti, il matrimonio potrà sciogliersi egualmente e con le medesime procedure, allorchè si verificano gli estremi dei commi 2°, 3°, 4° e 5° dell'articolo 1. Art. 4. La moglie non può contrarre nuovo matrimonio se non dopo trecento giorni dalla data del divorzio. Art. 5. La sorte dei figli nati nel matrimonio di cui si pronuncia lo scioglimento, sarà dalla medesima sentenza regolata secondo le norme stabilite nel Codice civile per la separazione personale. Art. 6. Le disposizioni contrarie alla presente legge rimangono abrogate. Roma, 15 maggio 1878. PRESIDENTE. È presente l'onorevole Morelli? (Parecchi deputati stanno nell'emiciclo.) Prego gli onorevoli colleghi di recarsi al loro posto. Onorevole Morelli, quando intende di svolgere questa proposta di legge? MORELLI SALVATORE. Se la Camera e il presidente lo consentono, chiederei che fosse messo all'ordine del giorno di giovedì o di venerdì venturo. PRESIDENTE. Quando sarà presente il ministro di grazia e giustizia gli manifesterò questo suo desiderio e si potrà quindi, di concerto, fissare il giorno per lo svolgimento di questa proposta di legge. [...] SVOLGIMENTO DI UNA PROPOSTA DI LEGGE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE INTORNO AL DIVORZIO PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di una proposta di legge d'iniziativa del deputato Morelli Salvatore intorno al divorzio. Essendo già stato letto il progetto di legge, do la parola all'onorevole Morelli Salvatore per svolgerlo. MORELLI SALVATORE. Onorevoli signori, quando le dottrine hanno un fondo di verità, non importa chi le proponga; esse a lungo andare acquistano quella importanza che produce gli effetti benevoli che dalle medesime si attendevano.

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Venti anni addietro la mia modesta persona proclamava un principio, quello della redenzione morale intellettuale e civile della donna. In quel primo momento la mia voce fu voce nel deserto, tanto che le stesse donne ne ridevano. Però a lungo andare, sotto le opposizioni diuturne di genti sistemate nei pregiudizi medioevali, con un poco di costanza, signori, io arrivai ad acclimatare questo principio in Italia ed a far comprendere coi miei libri e coi miei giornali, che l'istruzione della donna è una suprema necessità, che i poteri pedagogici son suo diritto inalienabile, essendo a lei affidata dalla natura la missione di educare i figliuoli. Da deputato poi ho chiesto ed ottenuto, che alla donna si aprissero le porte della scienza, che le si affidassero i piccoli uffici dello Stato come quelli della pedagogia, del telegrafo, delle poste, ed altri consimili, per aver modo di trovare l'onesto vivere quando ne manchi, che le si dessero nuove garanzie nel Codice civile, e che si abolissero i regolamenti sanitari, contro il cui vitupero dieci anni or sono fui il primo a protestare solennemente a nome della prostrata dignità della donna. Questo è stato il compito che mi sono addossato come una vera missione, e sfido chiunque a trovare nei miei volumi e negli atti della Camera una sola frase allusiva alla propaganda infame dei miei neri calunniatori, i quali asseriscono pervertitrici le mie dottrine. Adesso io veggo che non solo all'estero, ma anche qui le illustrazioni della scienza e delle lettere si danno cura, mettono studio per sviluppare i valori morali ed intellettuali delle donne italiane. Abbiamo visto diffatti uomini eminenti tra cui ci sono degli ex-ministri e qualche ministro presente, che han fatto e fanno delle lezioni per arricchire il patrimonio ideale e artistico delle donne, ciò che dimostra una alla maturità dell'idea, la gentilezza del loro animo. Anzi a Firenze, vivaio di opere immortali ed antesignana sempre di civiltà, un considerevole numero di distintissime dame discute splendidamente nel circolo filologico sul destino del proprio sesso. E se a questo fatto importantissimo, che mi fa sperare di vedere un giorno le donne italiane organizzate in una vasta rete di associazioni per provvedere da loro medesime al proprio benessere ed a quello della famiglia affidata alle loro cure, se a questo fatto, dico, si aggiungono gli scritti luminosi che vengono fuori ogni dì dall'intelligenza femminile, dovrà conchiudersi che le derisioni se ricoprirono il solitario propugnatore di questo principio in altro tempo, non era difetto della persona, ma vizio della società corrotta, la quale tenendo a vile la donna, credeva ridicolo e derideva chiunque proponeva la soluzione di questioni che miravano a perfezionarne l'essere, per fare di lei la leva potente del progresso intellettuale, morale e civile della moderna società. Sì, signori. Questo argomento messo nel Parlamento inglese ha fatto anche ridere. E sapete quali erano i sostenitori della questione della donna in quella severissima Assemblea? Stuart Mill, un grande canonista della scienza moderna, un grand'uomo di Stato, della cui autorità voi vi valete diuturnamente qui, ed anche nei vecchi scritti; era un Bright, ex-ministro, un uomo di alta importanza nel Governo inglese. Ebbene adunque, se io, ultimo tra voi, ho sostenuto questa questione nella Camera, e si è riso, non si è riso pel modo come io l'ho proposta, come io l'ho svolta, ma pel modo poco degno con cui era considerata, ed apprezzata la personalità della donna. Mia prima cura, venendo in Parlamento, si fu quella di mettere in pratica un concetto metodico sapientissimo del cancelliere inglese Bacone. Egli ricorda agli statisti ed ai legislatori che il segreto delle riforme sta nel Codice civile; egli dice che il Codice penale è generato dal Codice civile, e che quindi, se una nazione si vuol mettere veramente sulla via della perfettibilità, e vuol dare un equilibrio morale e giuridico al suo paese, bisogna che vada in quello a trovare le origini dei disordini da cui è contristata la società. (Bene!) Quindi a voi questo deve essere noto, perchè qualche volta anche sono stato un po' petulante. Io, come ho detto testè, vi ho presentati parecchi progetti di legge, tutti miranti ad aggiungere garanzie nuove ed efficaci per la personalità della donna, e a dare ad essa quella

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considerazione che per lo innanzi le si negava. Fra quelle leggi vi era stata anche questa del divorzio, che ho avuto l'onore di ripresentarvi adesso. Naturalmente, da uomini di pensiero quali voi siete, non posso sentirmi obbiettare l'inopportunità della medesima, come credono le genti comuni, e qualche volta anche uomini di alta coltura, troppo attinenti alla sacramentalità del matrimonio, i quali suppongono che debba essere l'immobilità, che non deve subire mai fasi, che nelle sue forme organiche ed estrinseche non debba essere mai modificato. Ora, signori, quest'opportunità c'è; basta volgere uno sguardo, non alle statistiche ufficiali, le quali talvolta non tengono conto di certi dettagli che dovrebbero essere base agli apprezzamenti dell'uomo di Stato per apprestare i mezzi di benessere del paese che governa, ma basta por mente alle colonne dei giornali, dove trovasi la statistica del male diuturnamente, dove trovasi una serie innumerevole di misfatti, di delitti, di contravvenzioni alle leggi. La maggior parte di queste iatture sociali derivano dalle sconnessioni e disarmonie giuridiche della famiglia. Da una parte è da apprezzarsi moltissimo l'opera di un giornalismo patriottico tanto studioso nel raccogliere i dati del malessere sociale, i quali potrebbero avere anche la loro parte d'utilità negli apprezzamenti delle situazioni che sono chiamati a fare gli amministratori della cosa pubblica; ma da un altro lato, signori, e specialmente dal lato morale, io supplico questi vecchi miei colleghi, perchè anch'io sono stato pubblicista, di smettere questo stillicidio velenoso, perenne (Si ride) che essi fanno cadere nella coscienza sociale delle nuove generazioni. Signori, l'esempio diuturno del male converte in abitudine della vita il male stesso. Quando voi presentate alle generazioni lo spettacolo perenne della possibilità del tale o tal altro delitto, lo spettacolo che si può assassinare il simile, che si può rubare, che si possono commettere grassazioni, ma non sapete che in tal modo si vince la reazione morale di meno inchinevoli al maleficio i quali stimando questo un modo di essere del paese ne imitano gli esempi alla prima occasione? E i giovanetti e le donne in ispecialità le quali sentono parlare abitualmente del male, e lo vedono drammatizzato con colori così vivi, con suoni così seducenti come sanno farlo i giornalisti ingegnosi e colti, se ne impressionano, e spesso convertono in fatto proprio l'opera nefanda d'altrui. Signori, nella vita c'è il dualismo: c'è il bene e il male. Però una legge di equilibrio fa effettuare e l'uno e l'altro. Ciò che veramente addolora ogni anima onesta è la tendenza dell'epoca nostra nel nascondere il bene, e far prevalere sempre la visione del male. Se la stampa liberale che è la vera e la più efficace scuola del popolo italiano, se la valorosa legione degli apostoli civili che l'alimenta ed a cui la libertà e l'indipendenza del paese debbono tanto, accetta il mio amichevole avviso, acquisterà un altro titolo di benemerenza dalla patria cui frutterà grandemente la loro propaganda educatrice. Detto ciò in parentesi rivengo sulla mia proposta. La grande paura che si affaccia a proposito di una legge così importante, come è la legge sul divorzio, si è che con essa si attenti alla famiglia. Cosa volete? Voi distruggete la famiglia, si dice da alcuno, e i giornali dell'altro mondo (Si ride) gridano alle donne cattoliche calunniandomi sempre: ecco un uomo che vuol distruggere la famiglia! Ma, signori, distruggere la famiglia! La famiglia non è fine, la famiglia è mezzo, ed essa, come tale deve rispondere a scopi molto elevati, e quando manca al suo compito per effetto del suo organamento, è debito del legislatore farle subire le opportune modificazioni. Molti sono gli apprezzamenti fatti sulla famiglia. Gli evoluzionisti la dicono un'istituzione sociale; i preti ritengono la famiglia opera di Dio. Dalla costola d'Adamo, essi sostengono, fu fatta Eva compagna del primo uomo, e con questa coppia Dio fondò la famiglia. Il Bachofen, profondo indagatore dell'origine della famiglia, crede che lo stato primitivo degli uomini era quello promiscuo; poi da questa promiscuità si passò allo stato di famiglia, e

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questa famiglia era rappresentata dalla madre Quindi il primo tipo della famiglia era il matriarcato. E questo matriarcato, secondo Erodoto, Senofonte e tutti gli scrittori dell'età classica, ebbe lunga vita nella Licia dell'Asia minore, in Africa sulle coste del Mediterraneo, come sui monti del Mar nero ed in Grecia, nell'età preellenica. Kerkops, certamente personaggio mitologico non essendovene ricordanza in nessuno storico antico, fu il primo a modificare l'ordine della famiglia ammettendovi la bilateralità, col riconoscimento di un marito alla moglie e del padre ai figliuoli. In seguito, colla discesa degli Ariani, mercè le emigrazioni indo-europee si venne a formare il patriarcato; la donna addivenne parte secondaria, d'onde nel corso dei tempi raggiunse lo stadio di una completa schiavitù, benchè per ironia si fosse mantenuto sempre alla unione dei due sessi il nome di matrimonio in segno del primato della maternità nella famiglia. Teseo, il quale fondò la prima città Attica coll'elemento autoctono indigeno e gli Ariani, la fece governare dagli Eupatridi, specie di patriarchi o ottimati di quei tempi. Ora lasciando stare tutti questi ricordi storici, queste fasi sociologiche della famiglia, è certo però, signori, che essa è un fatto che ha avuto una grande considerazione presso tutti i popoli. Ed io credo che, pur astraendo dalle credenze religiose di ogni confessione, la famiglia sarà sempre un'istituzione di somma importanza, e la si deve giudicare una delle grandi opere della natura, che non verrà mai dato ad alcuno di distruggere. Chi dice che si può distruggere la famiglia, dice una cosa che non può stare; perchè dove c'è uomo, donna e fanciullo c'è la famiglia. (Ilarità - No! no!) Sì, sì, perdonate, le forme estrinseche, organiche possono variare sempre, e sono state variate; ma la base, il fondamento, le condizioni essenziali, dirò, non vengono mai meno. Ed in ciò sta la eternità della famiglia. Ora questa famiglia non è stata affatto immobile; ha subito le sue fasi. Essa si è modificata, ha cangiato spesso modo di essere, c'è stata l'ammissione del ripudio come c'è stato il divorzio. Quando il marito era autorato [: autorizzato. Vd. §. 2.27. Neologismi] dalla legge romana ad una potenza grande sulla famiglia, allora prendeva la moglie e la mandava via. In seguito, quando alla moglie si diede una certa compartecipazione all'esercizio dei diritti domestici, si concesse anche a lei il diritto di potersi dividere dal marito, ciò che costituiva il divorzio (divortium) detto così a diversitate mentium; aut quia in diversas partes ibant. Questo divorzio, signori, lo ebbero gli Israeliti sull'autorità del Deuteronomio. Anche gli Egiziani ed i Greci ebbero il divorzio. Ed a proposito dei Greci qui mi piace di fare un onorato ricordo del nostro insigne collega Mariotti (Ilarità), il quale nella sua splendida traduzione delle orazioni di Demostene ha avuto cura di rendere un vero servizio ai giuristi, ricostituendo da disparati frammenti il Codice degli Ateniesi. INDELLI. Questo è vero. PESSINA. È vero, è vero! MORELLI SALVATORE. All'autorevole conferma dei due egregi colleghi Pessina e Indelli io aggiungo l'articolo dell'indicato Codice, il quale dice così: Come per virtù della legge si fa il matrimonio, così si scioglie. I Romani, nei primordi della repubblica, non ebbero divorzio; ma poi i trattamenti dei mariti divennero così atroci, che le mogli cominciarono a ribellarsi, e ve ne furono di quelle che attentarono anche contro la vita dei loro sposi. Tito Livio ricorda il fatto di 170 mogli che si abbandonarono a simili eccessi. Crescendo poi il dissidio in tutte le famiglie, il legislatore romano disse: così non si può vivere, e quindi ammise il divorzio, estendendolo alla mutua volontà delle parti; di maniera che tutte le volte che i coniugi credevano di non poter vivere di buon accordo, si presentavano all'autorità ed il divorzio era pronunziato. E questa libertà, o signori, che si concedette in quel tempo ai coniugi di potersi separare, sapete quale conseguenza portò? Che per molti anni non avvenne mai un caso di divorzio, se se ne eccettui un [sic] solo, quello di un tale Spurio Corvilio Rugo, ricordato da Aulo Gellio.

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In seguito poi, come si abusa di tutte le cose, si abusò anche di questa legittima libertà che i legislatori avevano data ai Romani, e si convertì in argomento di ambizione facendosi i divorzi per arricchire. Le grandi dame di Roma divorziavano una volta all'anno per acquistare patrimoni, ed anche Cesare, anche Pompeo, Antonio ed altri personaggi politici formavano base della loro grande fortuna nel sistema del frequente divorziare, lucri faciendi causa. Allora Augusto, seguendo le ispirazioni dei filosofi morali, con la legge Giulia pose un limite a questo diritto, ma il divorzio seguitò a sussistere tuttavia, circondato di nuove garenzie. I primi cristiani non si attennero sempre alla sentenza di San Matteo: quod Deus coniunxit homo non separet; ma ammisero il divorzio per servizio divino, per adulterio e per ragioni di Stato, come risulta da un capitolare di Carlo Magno (Balusìo, 1. VI) Lo stesso Carlo Magno ed una serie di principi divorziarono più volte. San Gregorio Magno portò un limite alla legge romana, ma tuttavia il divorzio sussistette più ristrettamente; poscia venne il Concilio di Trento, e si chiusero le porte del divorzio. Tuttavolta siccome era in potere del Papa di violare il sacramento quando gli piaceva, allorchè andava un principe con moneta sonante (Si ride) e ne chiedeva a lui permesso, era sicuro di ottenerlo. ERCOLE. Meno Napoleone I. MORELLI SALVATORE. Napoleone più che grande guerriero era filosofo, era genio, ed i filosofi e i genii non si umiliano. Egli sapeva che doveva esercitare un diritto naturale, e lo esercitò eroicamente. (Bravo! - Ilarità) Dunque il divorzio si mantenne sempre o signori, perchè, ripeto, l'immobilità è dei morti, non dei vivi, e non è possibile che qualunque sia il legislatore potesse permettere che le cose rimanessero in istato assolutamente di confusione e di disordine, massime quando questo disordine si aggira nel seno delle famiglie. I protestanti ammisero il divorzio e tuttavia esiste in Inghilterra, in Germania, in Isvizzera ed anche in Grecia ed a Gerusalemme, dove le cause si estendono financo a taluni difetti organici, come il cattivo fiato, la diuresi ed altre piccole debolezze. Il giureconsulto Boemero nel Jus ecclesiasticum protestantium riduce a sette i casi del divorzio fra i protestanti: 1° L'aborto procurato; 2° il rifiuto ai doveri del matrimonio, o la negazione della parte di Dio, come dicono gli Arabi; 3° il non volersi conformare alle leggi di natura; 4° l'adulterio consumato; 5° l'adulterio presunto per la fuga del marito con una donna di mala vita; 6° la diserzione maliziosa; 7° l'attentato di uno dei coniugi contro la vita. La rivoluzione francese, col decreto 20 settembre 1792, lo ammise così: 1° per mutuo consenso; 2° per dissidio; 3° per cause determinanti, come la demenza, la follia ed il furore di uno dei coniugi, e per la condanna di uno di essi a pena afflittiva ed infamante, ecc. Come era naturale, tanta la larghezza in tempi così vertiginosi, doveva produrre gravi inconvenienti: laonde fu giuocoforza nel Codice Napoleone limitarne le facoltà. Durante il tempo che regnò quel Codice in tutta Europa, pochi casi di divorzio si verificarono, come pochissimi se ne verificano in tutti i paesi dove si ammette il divorzio. Un giovane viaggiatore mi assicurava che nell'India, nella Cina e nel Giappone dove è ammesso per 12 cause, il divorzio avvenga raramente. Lo stesso fenomeno si avvertì durante il tempo che regnò il Codice Napoleone in Italia. Sapete quanti casi di divorzio avvennero? A Milano 11, a Napoli 6, in Sicilia 2. Ora andate un po' a vedere presso i tribunali italiani gli scioglimenti per vizi radicali e le separazioni personali che si effettuano adesso e li numererete a migliaia. Dunque, ritenete pure, o signori, che il divorzio e l'usbergo del pudore, è il guardiano della famiglia, ed è il mezzo con cui i coniugi sentano l'istessa ansia in cui si trovavano prima di sposarsi. (Ilarità)

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È vero, signori, questa è una legge del cuore umano; quando un oggetto si possiede assolutamente si disprezza, quando invece si ha di quest'oggetto un vivo desiderio si ama di più. (Bravo! Bene! - Ilarità) Quando voi ammettete il divorzio che cosa avviene? Che la donna timida, paurosa di perdere lo stato matrimoniale che è confacente alla sua mite natura, quand'anche possa avere dei capricci li reprime e dice: no, questo mi farebbe perdere la mia posizione, io diventerei nemica di mio marito, egli mi abbandonerebbe per sempre. Lo stesso dicasi dell'uomo. Un uomo che ami una donna, quando può temere di perdere quell'angelo del suo cuore, dice: no, non voglio dare occasione (Ilarità) al divorzio. Fu il Portalis, mi pare, quel gran giureconsulto francese che disse: che il matrimonio indissolubile sia la tomba dell'amore. (Movimenti) Sicuro, egli aveva ragione, il matrimonio indissolubile per tutta la vita è la disperazione dei cuori... Una voce... È vero! (Si ride) MORELLI SALVATORE... e si finisce per arrivare al periodo dell'intolleranza. Non parlo di quegli animi nobili e gentili che stimano ed amano la moglie e ne sono riamati e venerati, in modo da mantenere sempre intatta la sintassi degli affetti... (Ilarità) Io vorrei che vi fossero in gran numero di queste coppie, che tutti fossero così bene appaiati, ma quando c'è il caso contrario, quando voi avete due esseri che si repulsano, quando tra essi c'è forza centrifuga invece della centripeta (Ilarità), volete che questi due esseri facciano della loro famiglia una galera? No, io stimo troppo la donna, stimo troppo anche l'uomo... (Viva ilarità) Una voce. Meno male. MORELLI SALVATORE... da non desiderar loro neppure lontanamente un sì crudele destino. Ma mi si dirà: come vi viene in testa di farvi innanzi a domandare questa legge sociale altamente importante? Come? Chi l'ha domandata? Quando mai le moltitudini italiane hanno chiesto questa riforma? Ed a questa obbiezione io rispondo con Giambattista Vico: è l'intelletto delle nazioni quello che le governa, non sono le moltitudini. Ora, l'intelletto delle nazioni, o signori, si condensa nel cervello dei Parlamenti e dei pensatori più geniali ed illuminati... Una voce vicina all'oratore. Non solamente. MORELLI SALVATORE. Ma stia zitto... (Ilarità) cui è confidata ovunque la missione del pubblico reggimento. Le moltitudini non domandano, perchè i popoli, o signori, sono sventuratamente ignoranti, e come i fanciulli, sentono dolore di qua, dolore di là, pungolo di qua, pungolo di là, ma non sanno determinare il punto d'onde nasce la loro sventura; essi non sanno indicare la causa di questo loro strazio, e quando parlano le plebi, quando parlano le moltitudini, sapete, o signori, come parlano? Non lasciatele parlare mai, perchè esse parlano col petrolio e con la dinamite. Per cui, provvedete. Ma, deputato Morelli, mi si dirà, abbiamo la separazione personale. È questo il mezzo con cui, quando vi sono divergenze, quando vi sono attriti in famiglia, si disuniscono gli sposi. Signori, la separazione personale è un espediente fondato sull'immoralità che cancrena l'umano consorzio. Sapete voi che cosa fate con la separazione personale? Voi distruggete una famiglia: perchè, non vi è da illudersi, quando si è fatto un processo e si sono già scoperti o dei segreti della moglie contro il marito o del marito contro la moglie, si è formato tanto sangue nero fra questi due esseri, che è impossibile che si riuniscano. Essi non possono conciliarsi più, e ri-

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marranno sempre coll'ira nel cuore rugumando [: "†Rugumare. V. Ruminare" (Tommaseo-Bellini)] sdegni l'uno contro l'altro. Ma ciò non è tutto. La separazione personale produce anche altri tristissimi effetti. Primamente statuisce una condizione disuguale fra i coniugi mantenendo il marito disobbligato, e ponendo la moglie alla dipendenza del marito stesso. Poi, se gli sposi sono giovani il marito si abbandonerà liberamente a tutta la lussuria, mentre la moglie bene educata sarà martire. Quando ciò non sia si creano di lato a questo matrimonio, messo in attenzione di destino, due altre famiglie da cui nascono figli senza nome e senza stato, i quali perchè generati dall'adulterio, che è un delitto, sfuggono ad ogni possibilità di legittimazione. Questi esseri sventurati poi, crescono senza speranza e con l'ira nel cuore, odiano la società che li abbandona, e non li educa come tutti gli altri figli dell'uomo! Che cosa avete fatto dunque, signori, con la separazione personale? Non avete fatto altro senonchè accrescere fomite [: "Fòmite, e †Fòmito. S. m. Aff. al lat. aureo Fomes, itis; ... Esca, ed Ogni materia secca che prende facilmente fuoco. (Fanf.)" (Tommaseo-Bellini)] alla cancrena del costume sociale! Il calcolo medio delle separazioni personali è di mille casi l'anno. Or con mille casi all'anno, la legge autorizza la rovina di 3000 famiglie, imperocchè 1000 se ne anarchizzano con la scomposizione, e 2000 ne sorgono con i nuovi rapporti inevitabili dei coniugi separati. Da ciò quindi la possibile derivazione di 2000 figli illegittimi all'anno, i quali rimangono senza nome e senza stato per volere della legge. Ma non è egli crudele, o signori, aprire le porte alla sciagura ed al disonore di tanti infelici? Se l'onorevole presidente me lo permette chiederei riposare. PRESIDENTE. Riposi pure onorevole Morelli. La seduta è sospesa per cinque minuti. SEGUITO DELLO SVOLGIMENTO DELLA PROPOSTA DEL DEPUTATO S. MORELLI. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli ha facoltà di continuare il suo discorso. MORELLI SALVATORE. Signori! Tutte le nazioni civili hanno il divorzio. I protestanti d'Inghilterra, di Germania, di Svizzera e di altri paesi hanno il divorzio; i Greci lo hanno del pari, ed il divorzio è ammesso anche largamente, come ho detto di sopra, al sepolcro di Cristo, in Gerusalemme. Ciò non vuol dire che si domandi di estendere quest'istituzione nella medesima guisa in Italia. No, perchè le condizioni d'Italia forse non comporterebbero di allargare, per tanti piccoli casi, la divisione della famiglia, la quale è sempre spiacevole e dolorosa. Però io ve la domando per pochissime cause gravi e per quattro ragioni: una ragione logica, una ragione morale, una ragione economica ed una ragione politica e sociale. La ragione logica voi la vedete a primo intuito. Il Parlamento italiano 15 o 13 anni addietro si glorificò votando il matrimonio civile; e questo fu un atto di libertà a cui dovette dar mano il Governo della nazione; perchè? Perchè non era possibile impedire la celebrazione dell'atto solenne del matrimonio per le altre confessioni, che non fossero state la cattolica, nel nostro paese. Ci sono di quelli che non credono alla perpetuità del matrimonio, al sacramento matrimoniale. Ma volete voi che credano a forza? Le son queste cose intime, cose della coscienza individuale; conseguentemente il legislatore dovette provvedere perchè tutti i cittadini abitanti il regno d'Italia avessero potuto avere la opportunità di ammogliarsi, senza subire la severità di una confessione che non era la loro. Quindi, o signori, una volta che voi avete stabilita la premessa, come potrete poi negare la conseguenza? Una volta che voi avete detto: il matrimonio si può contrarre senza la benedizione del prete, senza la sacramentazione sacerdotale, ma io non so perchè voi adesso poniate

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tanti scrupoli ad ammettere il divorzio. Io spero che, come la Camera, la quale è wigh [: Whig, liberale], è liberalissima, non avrà degli scrupoli ad accettare la legge del divorzio, anche i venerandi senatori (Ilarità) si convinceranno che bisogna essere coerenti, che, una volta che hanno accettato il matrimonio civile, le conseguenze devono subirle fatalmente. (Movimenti) O signori, nel mondo non vi è che un solo ente il quale ha diritto di governare. E sapete quale è? È la logica, che si impone a tutti. E sapete pure che fa questa logica? È un ente vendicativo: chi si ribella a lei ne è severamente punito. Una voce a sinistra. Bene! MORELLI SALVATORE. E quando null'altro male gliene venisse, egli è condannato a subire gli estremi dell'incoerenza che fa parere gli uomini senza carattere. L'altra ragione, signori, vi ho detto essere ragione morale. Bisognerebbe che ciascuno guardasse al nido, alla famiglia per conoscere in quali condizioni essa si trova, e specialmente certe famiglie che sono negli strati inferiori dove manca l'educazione, manca la luce del sapere, e dove spesso per difetto di lavoro non vi è neppure il pane! Vedete come si fanno i matrimoni. Il più delle volte quelli che si uniscono in matrimonio, e specialmente le donne, sono ingannate. Per mezzo di parenti e di mezzani venali si fa creder loro all'esistenza d'un mondo che non c'è, poi conchiusa l'unione, si riconosce dall'uomo o dalla donna, che l'essere del quale s'è fatto un compagno, non è quello che si supponeva. Sovente l'inganno cade sulle sostanze, sulla ricchezza del patrimonio. Così voi, che ammettete l'errore come base del divorzio, dovrete riconoscere che l'errore è implicito nel modo col quale si contrae il matrimonio fra noi. Persone innocenti sono raggirate da immondi speculatori e sono tratte là dove non vorrebbero andare. Ora quando vi si mostra che è occorso un errore, che vi è un tradito od una tradita, non credete voi siavi il caso di scioglimento del matrimonio se già per causa di errore la chiesa stessa lo permette? La condizione di cose che deriva dall'essere i coniugi costretti a rimanere uniti tutta la vita, è disgraziata, è immorale. Sia pure perpetua l'unione quando vi è sincerità di affetti; ma quando gli sposi non s'amano, perchè volete esercitare sopra di essi una coercizione che crea tanti imbarazzi e tanti mali? Il divorzio, sotto questo punto di vista, diventa elemento di moralità, e se voi l'ammettereste moltiplichereste i matrimoni. A proposito di moltiplicazione di matrimoni, vi annunzio una cosa che non vi dispiacerà. (Ilarità) Non ridano, o signori, perchè la notizia è serissima. Mi si dice che il Sommo Pontefice Leone XIII... Voci. Prende moglie! MORELLI SALVATORE... tra le grandi riforme che ha in animo di introdurre nella chiesa vi comprenderà anche quella relativa al matrimonio dei preti. (Viva ilarità) Questo sarebbe un atto di alta moralità (Si ride), perchè l'origine del disordine etico della coscienza sociale, è venuta dal celibato dei preti. Io, benchè calunniato spesso indecentemente ed ingiustamente dai giornali cattolici, auguro tanta gloria a Leone XIII, perchè facendo dei preti buoni padri di famiglia, avrà benmeritato della civiltà del mondo. Fra le altre, in appoggio della mia proposta, vi ha la ragione economica. La ragione economica è anch'essa evidente. Quale è la conseguenza di queste unioni che si perdono in attriti domestici? mancanza di lavoro, mancanza di educazione dei figliuoli, moltiplicità di delitti; da esse insomma derivano tutti i mali che si deplorano. Vedete un po' quanti processi si agitano innanzi alle nostre Corte d'assise come conseguenza dei mali che vi ho accennati; mentre io parlo se ne discutono uno celebre a Roma ed un altro a Napoli; e quanti altri processi della stessa natura non hanno avuto luogo in Italia e fuori?

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In Francia, per esempio, vi è stato il famoso processo Duval. Ebbene, o signori, perchè voler costringere la società domestica a questo stato d'allarme, che poi finisce per essere allarme sociale, non essendo alla fin fine la società che la riunione di tante famiglie? Se non per altro, voi dovreste accettare, anche in via di esperimento, la formula del divorzio. (Viva ilarità) Voci. Esercizio provvisorio. (Interruzioni) MORELLI SALVATORE. Sia pure, mettiamoci anche in questa via se così potremo migliorare la situazione. Si dice facciamo l'inchiesta; l'inchiesta, o signori, è fatta: apriamo la statistica delle separazioni e vedrete qual contingente spaventevole vi dà. Un amico mi diceva che in Milano ammontano a 896, ma io vi chiamo ad esaminare la condizione di tutti i centri popolosi d'Italia, e la troverete tanto perturbata da esigere pronta riparazione. Se riflettete un po' o signori, vedrete che un terzo dei suicidi che avvengono fra noi, succedono per questo motivo, per questo malessere a cui si abbandona il substratum della società che si chiama la famiglia. Vedrete pure che un terzo delle pazzie e dei duelli nasce da questo, come un terzo degli 80,000 o 90,000 carcerati all'anno proviene anche dalla stessa origine. Ora tutto ciò offende l'economia sociale del paese. Come si può mantenere uno stato di cose così allarmante? Il male cresce da dì in dì, da anno in anno, e può divenire finalmente anche incurabile. Io sono dolente che gli uomini che rappresentano i Governi degli Stati facciano come i dottori empirici che curano tutte le malattie nei fenomeni esterni, senza darsi pensiere di combatterne le cause nell'interno dell'organismo ove riseggono; la politica non è che l'epidermide sociale e gli statisti non si attengono sistematicamente che a questa esteriorità. Io mi auguro che voi, signori ministri, col buon senso italiano saprete seguire un metodo più razionale che arrechi sollecitamente sanità alla patria. Un'altra ragione per cui io ho presentato la legge sul divorzio è ragione politica, ed è ragione sociale. Se voi indolenti lasciate la famiglia nel presente malessere, senza educazione, senza lavoro e disordinata dove arriverete? Voi sentite, o signori, che il socialismo rumoreggia dovunque, ed io credo che mai, come al presente, gli Stati non ebbero l'obbligo stringente di riformare colle leggi civili le condizioni sociali, affine di provvedere a questi bisogni imprescindibili. Col ritoccare il Codice civile, o signori, voi troverete i mezzi alle legittime soddisfazioni di tutte le classi. Questo non è solo mio desiderio, ma è voto di tutti gli spiriti preveggenti, fra cui mi piace nominare l'insigne pubblicista E. De Girardin. Sarebbe ormai tempo di uscire dall'apatia e dalla contraddizione che ci divora. Abbiamo proclamata la libertà in piazza, e manteniamo il dispotismo in famiglia. (Bene!) Abbiamo abolito il potere temporale nell'orbita legislativa e permettiamo che se ne adorino i simboli in casa. Dove arriveremo camminando di questo passo? Signori, la vita dev'essere bilancio di diritti e di doveri. Una via tutta diritti è dispotismo; una vita tutta doveri è servitù. Questa disparità eccessiva costituisce la difficoltà della situazione; fatela scomparire con le riforme da me indicate. Facciamo, sì facciamo che si proiettano i riverberi della libertà nella famiglia, facciamo che essa ritempri la fibra e rinvigorisca gli animi, ed allora, signori, credete pure che quei benefizi che vi attendete da questa libertà li avrete largamente. Ora credo di dover togliere la noia alla camera (No! no!) raccomandando la presa in considerazione di questa legge. Uomo leggendario, Benedetto Cairoli (Ilarità prolungata), la legge che ho presentato è una delle tante che non hanno potuto non essere il desiderio del vostro animo patriottico e ge

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neroso. (Si ride) Io spero che la medesima, la quale riflette una grande questione di principii, faccia uscire il Parlamento da quello stato di empirismo asfissiante, in cui è rimasto da due mesi in qua. Il Ministero, accettando questa legge, mostrerà al paese che anche al posto di primo ministro sta sempre l'amico della patria e l'uomo della libertà. Anche voi (Rivolto al guardasigilli) (Si ride), veterano della libertà, ho io bisogno di raccomandare la presa in considerazione di questo progetto? Se non bastano le ragioni e gli argomenti che vi ho messo innanzi, se non basta l'esempio dell'illustre predecessore Mancini, non ne trovate voi nei vostri ricordi di insigne giureconsulto e di egregio patriota? Accettando questa legge, signori, non solo comincierete [si] a fare sentire alla famiglia i benefizi delle riforme liberali, ma lenirete gli strazi del presente e scongiurerete i disastri dell'avvenire. (Applausi - Bravo!) CONFORTI, ministro di grazia e giustizia. Onorevoli signori deputati, l'onorevole Salvatore Morelli dalla sua prima giovinezza, bisogna rendergli questa giustizia, ha difeso eloquentemente i diritti della donna. La sua profonda convinzione, della quale nessuno può dubitare, certamente gli merita il più grande elogio. Il suo progetto intorno al divorzio, signori, presenta molte difficoltà. Lasciamo per un momento la teoria, e veniamo ai fatti. Il Codice che ora governa l'Italia, come voi sapete, è uno dei migliori Codici d'Europa, ed ha meritato gli applausi dei più grandi giureconsulti. Or bene, allorchè una Commissione all'uopo istituita preparava il progetto di detto Codice, questa questione del divorzio fu ventilata; ma, il credereste? nessuno dei commissari (ch'erano uomini sapienti ed eminenti giureconsulti), nessuno osò di propugnarla. Il matrimonio, se da una parte deve considerarsi come un contratto, dall'altra lo si deve riguardare come una grande istituzione sociale, perchè è la base della famiglia, la quale alla sua volta è il fondamento dello Stato. Ora a me non pare che dopo pochi anni dacchè è stato pubblicato il nuovo Codice civile, sia conveniente introdurvi un cambiamento così radicale, come è quello proposto dall'onorevole Morelli. Oltre a ciò, io non credo che le leggi, e specialmente le leggi sostanziali possano essere esclusivamente il portato di una volontà subiettiva; ma credo invece che esse debbano prima essere reclamate dalla pubblica opinione, come un risultamento del diritto che si feconda nella coscienza popolare. [...] Voi ricordate certamente la riforma che fu fatta in Inghilterra intorno al dazio sui cereali. Ebbene, o signori, quantunque la detta riforma fosse oltremodo giusta, perchè nientemeno il popolo pagava un miliardo sul pane in favore dei possessori de' latifondi, pure per essere tradotta in legge vi fu bisogno di sette anni di combattimento, di milioni di opuscoli, di libri, di giornali, di assemblee e di uomini grandissimi che la propugnarono come erano Cobden e Bright. Ora senza tutto questo movimento della pubblica opinione, a me non pare che sia ora opportuno di proporre una riforma sì radicale, la quale non so come possa essere accettata dalle donne, di cui tanto è propugnatore l'onorevole Morelli... MORELLI SALVATORE. È desiderata e voluta. MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA... perchè, o signori, con questo progetto di legge naturalmente si pone lo scetticismo al limitare del matrimonio. Mi giova infine ricordare che la istituzione del divorzio non è nuova in Italia, perchè essa fu attuata nel regno di Napoli con la pubblicazione in quel reame del Codice francese; e ricordo che, durante il non breve periodo in cui quel Codice ebbe vigore, non si verificarono che due o tre casi di divorzio, i quali non raccolsero la pubblica approvazione. E fino a quando, lo ripeto, la opinione pubblica non si manifesterà favorevole a questa istituzione, non credo che la si possa introdurre nei nostri Codici.

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Ma ad ogni modo, senza entrare nella discussione dei diversi elementi che costituiscono questo progetto di legge, e trattandosi per ora di una semplice presa in considerazione, senza menomamente pronunziarmi sul merito di esso, non mi oppongo a che venga preso in considerazione dalla Camera. MORELLI S. Ringrazio l'onorevole guardasigilli dell'adesione sua a che sia preso in considerazione il mio progetto di legge. Quanto ai dubbi manifestati sull'efficacia che questo progetto di legge e l'applicazione del divorzio possano avere al benessere del paese, io già ho risposto, sicchè ora non mi rimane che ripetere ciò che ho detto testè: fate la prova. (Ilarità) Potrete in seguito verificare e, se occorrerà, mettere in uso quei mezzi legali che sono a vostra disposizione. PRESIDENTE. Domando se la presa in considerazione del progetto di legge stato presentato dall'onorevole Salvatore Morelli sia appoggiata. MORELLI SALVATORE. A unanimità. (È appoggiata) PRESIDENTE. Essendo appoggiata la pongo ai voti. Fatta prova e controprova la presa in considerazione è ammessa. *§* Tornata del 21 Maggio 1878 (p. = Lo svolgimento della proposta di legge del deputato Salvatore Morelli sul divorzio è fissato per la seduta del 25) PRESIDENTE. [...] Essendo presente l'onorevole ministro di grazia e giustizia, debbo annunziare che nella seduta di venerdì fu ammessa dagli uffici alla lettura una proposta di legge sul divorzio d'iniziativa del deputato Salvarore Morelli. Ora, siccome fu determinato di fissare lo svolgimento di questa proposta quando fosse stato presente l'onorevole guardasigilli, così gli chieggo se non crede opportuno che il medesimo abbia luogo nella seduta di giovedì o venerdì prossimo. CONFORTI, ministro di grazia e giustizia. Giovedì prossimo, sta bene, accetto. PRESIDENTE. Giovedì o venerdì prossimo secondo che sarà fissato nell'ordine del giorno. è soddisfatto l'onorevole Morelli? MORELLI SALVATORE. Grazie. *§* Tornata del 27 Maggio 1878 (p. 1183 = Richiesta la chiusura della seduta) PRESIDENTE. Essendo domandata la chiusura, debbo dichiarare se essa è appoggiata. (È appoggiata.) Essendo appoggiata, la metto ai voti. MORELLI SALVATORE. La chiusura è respinta. PRESIDENTE. La prego di non interrompere. Metto adunque ai voti la chiusura. (Fatta prova e controprova, la chiusura è approvata.) *§* Tornata del 30 Maggio 1878 (p. 1276 = Risposta del ministro per la pubblica istruzione alle nove interrogazioni a lui rivolte) MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA. Invece trovo che le scuole normali femminili sono abbondanti di maestre, le quali considerano quest'istituzione come una posizione loro aperta. E ciò dico specialmente per utta quella bassa borghesia dove troviamo tante figliuole d'impiegate rimaste sul lastrico. è ben naturale che le donne, per cui le posizioni sono così scarse, vi accorrano volentieri tratte anche da una certa vocazione naturale all'insegnamento... MORELLI SALVATORE. Bravo! (Ilarità) *§* Tornata dell'11 Giugno 1878 / Tornata del 12 Giugno 1878 (p. 1633 / p. 1656 = si annunzia una sua interrogazione sulle bonifiche di Terra di Lavoro.) PRESIDENTE. [...]

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Non essendo presente l'onorevole ministro dei lavori pubblici prego l'onorevole ministro per le finanze di renderlo avvertito che l'onorevole Salvatore Morelli ha presentata la seguente domanda d'interrogazione: <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro dei lavori pubblici sulle bonifiche di Terra di Lavoro.>> MINISTRO PER LE FINANZE. Riferirò all'onorevole mio collega dei lavori pubblici questa interpellanza. [...] / PRESIDENTE. Essendo presente l'onorevole ministro dei lavori pubblici, annunzio la seguente interrogazione a lui diretta: <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro dei lavori pubblici sulle bonifiche di Terra di lavoro. Salvatore Morelli.>> BACCARINI, ministro per i lavori pubblici. Potrò rispondere dopo terminata la discussione del capitolo dei lavori pubblici, che rimase sospeso. PRESIDENTE, Accetta onorevole Morelli? MORELLI SALVATORE. Accetto. PRESIDENTE. Resta così inteso. *§* Tornata del 13 Giugno 1878 (p. 1674 = appoggia la domanda di urgenza di una petizione presentata da cittadini romani abitanti in Trastevere) MORELLI SALVATORE. Appoggio le raccomandazioni dell'onorevole Pianciani. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, lasci parlare prima il presidente. L'onorevole Pianciani chiede che la petizione 1688 sia dichiarata d'urgenza e rinviata alla Commissione che sta esaminando il disegno di legge sulle costruzioni ferroviarie. Se non si fanno obbiezioni, questa petizione s'intenderà dichiarata d'urgenza. (L'urgenza è ammessa) La Presidenza poi si farà un dovere di seguire le prescrizioni del regolamento; quindi la petizione sarà rinviata alla predetta Commissione. Ha facoltà di parlare l'onorevole Morelli. MORELLI SALVATORE. Ho già detto quel che doveva. (Si ride) PRESIDENTE. Ma non era detto regolarmente. (Ilarità) *§* Tornata del 15 Giugno 1878 (pp. 1791-1793 = svolge la sovraenunziata interrogazione) SVOLGIMENTO DI UNA INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE SULLE BONIFICHE DI TERRA DI LAVORO PRESIDENTE. È all'ordine del giorno per oggi una interrogazione dell'onorevole Salvatore Morelli all'onorevole ministro dei lavori pubblici. <<Il sottoscritto chiede d'interrogare l'onorevole ministro dei lavori pubblici sulle bonifiche di Terra di Lavoro.>> Do la parola all'onorevole Morelli per isvolgere la sua interrogazione. MORELLI SALVATORE. La presente interrogazione all'onorevole ministro dei lavori pubblici mi dà la opportunità di ripetere alla Camera i reclami dei contribuenti del circondario di Formia, obbligati al pagamento della tassa per la bonificazione di quel vasto territorio senza goderne i benefizi. Un decreto-legge dell'ex-Governo di Napoli stabiliva che le terre bonificate dovessero rendersi ai proprietari mercè un indennizzo per la plusvalenza, e che, compiuta l'opera, la tassa non dovesse esigersi oltre il 1862. Intanto lungo il tempo che visse la Commissione creata all'uopo dal detto decreto, le rendite decuplicate di circa 70 mila ettari furono assorbite dallo Stato senza alcun rendiconto, e la tassa, quasi convertita in contributo fondiario sui ruoli esecutivi, venne tuttavia imposta dal 1862 in qua con la fiscalità più severa.

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Io non so se lo Stato nell'inizio della bonificazione anticipasse delle somme; ma (Depretis parla col ministro) col debito permesso dell'onorevole Depretis, ove ciò sia, liquidando le rendite percepite in circa 40 anni da così vasto ed uberifero territorio, e non dovrebbe aver più diritto di esigere la tassa, e, secondo ogni buon calcolo, dovrebbe sentire il dovere di restituire ai comuni i beni bonificati senza ulteriore indennizzo. Ciò io lo sperava, signor ministro, quando l'onorevole Zanardelli suo predecessore mi prometteva di darvi opera sollecitamente, iniziando i suoi disegni con un decreto che abolì la Commissione primitiva, e sottopose la parte tecnica di quelle bonifiche al Ministero dei lavori pubblici e l'amministrativa al demanio. Ma con questo metodo le cose peggiorarono, imperocchè, se con quella prima Commissione non si arrivò mai a dare un finale assetto a così vasti interessi, malgrado l'opera intelligente del barone Savarese e di altri personaggi che la componevano, adesso con quel Saturno della favola che si chiama il demanio, non solo si perdono le traccie [sic] della desiderata liquidazione, ma si lasciano deperire le opere compiute e non si procede con alacrità sul territorio che rimane a bonificarsi. Dopo quindi, che la saggezza del Senato ha spiegata la bandiera delle bonifiche con la legge su quelle che riguardano l'agro romano, il Governo che deve essere quanto lui vegliante sulla salute della patria bisogna che non ritardi di vantaggio come i benefizi da me chiesti per la Terra di Lavoro, così quelli che si aspettano tutte le regioni d'Italia da una legge che regoli e provveda universalmente a questo gran bisogno economico della nazione, la quale, essendo eminentemente agricola, non può sopportare l'onta di tenere, dopo 18 anni dalla proclamata redenzione, quasi la metà del suolo infruttifero e mortifero, mentre i suoi figli lavoratori versano nelle più grandi miserie ed emigrano ogni anno a centinaia di migliaia in lontanissime regioni. Questo fatto non è solo d'interesse economico, ma lo è anche d'interesse politico e sociale, risolvendo la questione del ventre, la quale è la più ardente e pericolosa dell'epoca nostra. Io spero, signor ministro, che con questa legge vi meritiate più che il titolo di riformatore, quello di Governo bonificatore, e sostituendo a quella fiscale del demanio la direzione ragionale del Ministero di agricoltura, cui mantengo sempre il nome di Ministero della vita, facciate della terra la base ed il fondamento della ricchezza nazionale. (Bene!) MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. Alla domanda del discretissimo mio amico Morelli risponderò brevi parole. Le bonifiche del Volturno, che si estendono ad 80,000 ettari circa, rimontano al decreto del 1839. Per i primi 10 anni anticipava le spese necessarie il Governo napoletano. Poi doveva pagare la provincia di Napoli 30,000 ducati l'anno, e la provincia di Caserta 20,000 ducati, in isconto dei quali era stabilita una tassa così detta moggiatica, ossia di un carlino a moggio, che si paga anche adesso ed equivale a lire 127 all'ettaro, colla quale si dovevano rimborsare le due provincie. A fare queste anticipazioni il Governo durò 10 o 12 anni, poi se ne stancò e smise. Però dopo alcuni anni, nel 1852... MORELLI. Nel 1860. MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. No, prima: nel 1852 fu stabilito che alla tassa così detta moggiatica fosse aggiunto un certo sussidio sui redditi demaniali per costituire il fondo con cui si facevano questi lavori, pei quali più tardi fu anche aggiunta la tassa così detta rettificata, la quale rende già circa 100,000 lire, vale a dire una tassa equivalente ai due quinti del reddito dovuto alla plusvalenza del terreno. [...] Però, nei primi dieci, o dodici anni, nei quali lo Stato anticipava le somme, esso è rimasto creditore verso la bonifica di circa 5,000,000. Ora, gli interessati locali, i quali domandano sempre la restituzione dei demani ed il termine della bonifica, non quanto poi possano, in fin dei conti, avere un giovamento, perchè

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quando saremo alla liquidazione, allora verrà il dare ed avere, e ci sono questi 5,000,000, che non so come potranno fare a pagarli. Ciò dico, non per eccepire che non si debba sollecitare il più che sia possibile il soddisfacimento dei desideri degl'interessati locali, ma per dire la verità. [...] Ricorderà l'onorevole Morelli che nel 1860 fu fatto un decreto di restituzione di parecchi di questi demani, e furono restituiti ai comuni tutti quelli pei quali la bonificazione si doveva considerare come compiuta. I demani che restano costituiscono la parte per la quale il progetto di bonificazione non è stato adempiuto. [...] L'onorevole Morelli ha detto che bisogna estendere anche all'infuori di questo circolo di bonificazione del Volturno l'opera del Governo; che bisogna guardare a quanti terreni incolti abbiamo in Italia; che bisogna che il Governo diventi un Governo bonificatore più che riparatore. M'associo a lui completamente, tanto più che molte volte in quest'Aula si sono fatte raccomandazioni perchè si provveda all'unificazione delle leggi in materia di bonificazione e s'adempia al disposto della legge dei lavori pubblici, in cui all'articolo 131 si stabilisce che dovrà farsi una legge speciale per le opere bonificatorie. [...] In quanto alle bonificazioni del Volturno, spero che l'onorevole Morelli si contenterà che io dichiari che prenderò in considerazione le sue raccomandazioni, e che porterò avanti lo studio nel senso più benevolo possibile, ma avendo riguardo alle necessità amministrative, ed ai termini della giustizia, tanto per le parti che egli rappresenta così degnamente, quanto per lo Stato, i cui interessi voglio pure essere tutelati. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli ha la parola per dichiarare se è o no soddisfatto della risposta del ministro. MORELLI SALVATORE. Prendo atto e ringrazio l'onorevole ministro delle spiegazioni che ha dato riguardo alla mia interrogazione. Spero che, come egli ha promesso, voglia rendere senza indugio giustizia ai contribuenti di Terra di Lavoro ed affrettare sollecitamente la presentazione della legge riguardante le bonifiche, perchè, io ripeto, credo che sia una delle cose essenziali per la nostra economia nazionale l'avere un Governo bonificatore, essendo la terra ubertosa lo stemma tradizionale d'Italia, il fondamento della nostra prosperità. *§* Tornata del 17 Giugno 1878 (pp. 1807-1810 = parla in favore del progetto di legge sull'insegnamento della ginnastica) MORELLI SALVATORE. Il discorso dell'onorevole Gabelli mi ha dato occasione di fare alcune osservazioni su questo progetto di legge. L'onorevole Gabelli che è un distinto ingegnere dovrebbe sapere che la retorica la quale è stata il piccone della rivoluzione per demolire il passato, ha già fatto il suo tempo, e che oggidì per edificare la vita nuova in Italia abbiamo grande uopo di geometria e non di retorica. Egli giudicando severamente questa legge retoricamente ha ab irato volte le spalle anche alla sua scienza, la quale non può non riconoscere la necessità di provvedere urgentemente allo sviluppo fisico-morale ed intellettuale della nazione. (L'onorevole Gabelli domanda la parola) La ginnastica, signori, è complemento della pedagogia e l'onorevole ministro De Sanctis si è avvisato bene di presentare questo progetto di legge alla Camera per renderla obbligatoria. L'onorevole Fambri, colla sua eloquenza guerriera che dirò scimitarrica (Ilarità), si è intrattenuto a guardare la ginnastica dal punto di vista militare più che altro, e da questo punto credo la guarderanno l'onorevole Marselli ed altri specialisti del Parlamento. Ed io, signori, pur apprezzando la gran utilità d'una istituzione, la quale a lungo andare renderà meno dispendioso e più efficace il servizio militare, voglio guardare la ginnastica co-

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me preordinazione metodica al lavoro, per il quale reclamava l'onorevole Luzzatti un mese addietro. Egli diceva (e mi piace di vederlo qui presente), che in Italia si lavora poco. Ebbene, o signori, una delle ragioni per cui non si lavora quanto basti in Italia, sapete quale è? È appunto perchè manca il metodo del lavoro, di cui è parte essenziale la ginnastica. (Bene!) Credete voi che realmente nel mezzogiorno, verbigrazia, non si lavori? Scommetterei che nessuno dei più strenui lavoratori d'Italia possa assomigliarsi al lazzarone napoletano nei movimenti ditirambici infiniti che fa di giorno e di notte. (Ilarità) Quell'uomo è sempre in moto; ma, perchè il suo moto non è apprezzato e non ha valore? Perchè non è metodico e non produce nulla, o pochissimo. Quindi, lo ripeto, se vi è una ragione per cui in Italia non si lavora e non si produce abbastanza, si è appunto perchè manca il metodo. (Bravo!) Chi deve darlo questo metodo, signori? Deve darlo la scuola, deve darlo l'educazione primitiva. Ebbene, sotto questo punto di vista, l'onorevole ministro ha reso un vero servizio al paese, facendo entrare nella pedagogia la ginnastica, la quale, come ho detto, dev'essere una preordinazione al lavoro, ed all'attività produttiva. È inutile lusingarci di raggiungere un certo grado di prosperità se non ci corrediamo di questi mezzi di sviluppo, dei quali ci danno largo esempio le nazioni più civili. I quattro fattori principali della economia sociale, tempo, spazio, intelligenza e lavoro, saranno fecondi a noi d'immensi benefizi come lo sono ad altri paesi, quando noi, col metodo d'una educazione razionale, impareremo alle nuove generazioni che il tempo è danaro, che le campagne sono miniere di ricchezze, che l'intelligenza è l'uomo, che il lavoro è la vita. Ora in questo progetto di legge io intraveggo un dato educativo che, migliorando fisicamente il popolo italiano, gli faccia acquistare la coscienza delle proprie forze per far convergere al bene collettivo le condizioni di prosperità che lo circondano. Non creda però l'onorevole ministro che io giudichi sufficiente al grand'uopo questa sua proposta isolata come è. No; essa, se non è coordinata, è una miseria [in] rapporto all'ideale di un critico eminente come il ministro De Sanctis. Noi, signori, abbiamo fatto una legge d'istruzione obbligatoria per le classi inferiori. Io fui membro della Commissione; e mi ricordo che nel seno della medesima propugnai il principio che, essendo l'istruzione elementare ufficio di maternità, dovesse esclusivamente abbandonarsi alla donna: ma questo mio concetto non venne accettato, perchè, come si disse dai miei colleghi, ne sarebbe stata turbata l'economia della legge. Poco tempo dopo il modo civile fu funestato dalla morte di Re Vittorio Emanuele. A lui successe Umberto I. Sapete quale grande parola il nuovo Re d'Italia disse alla nazione? La mia diletta consorte, disse egli, la Regina Margherita, vi educherà l'erede del trono sulle tradizioni dell'Avo suo. (Benissimo!) Questa parola, o signori, degna di un Re cittadino, è tutto un programma di redenzione morale. Nessun sovrano ancora l'aveva pronunziata, e noi ne dobbiamo essere lieti, imperocchè i poteri pedagogici della maternità riconosciuti dal Capo dello Stato, finiranno per divenire sanzione della vita comune e fondamento d'immancabile civiltà. Era quindi da sperarsi che, mentre il ministro proponeva questa legge, avesse anche ubbidito alla grande parola del Re, proponendo un'altra legge con la quale la scuola elementare fosse abbandonata assolutamente al suo naturale maestro, la donna. (Bene!) L'indugio però frapposto a questo provvedimento non toglie la sua grande importanza alla ispirazione del secolo peda[go]gico qual'è [sic] il nostro formolata sì nobilmente e solennemente da Re Umberto, che la Regina Margherita splendore e poesia morale della nazione, si degnerà mettere in opera coi mezzi della sua grande potenza, e coi lumi d'una sovrana coltissima qual ella è. Così, la Regina Margherita promotrice di questa redenzione, sarà la capitana delle madri italiane il cui cuore batte per la patria e per la virtù nell'educare i propri figliuoli. (Bene!)

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Io dico questo, o signori, con sincerità d'animo, come eco dell'opinione universale, dappoichè non ho l'onore di conoscere personalmente nè il Re nè la Regina, non essendo mai stato in Corte, e dico questo, ripeto, perchè sento che ove le madri italiane potessero avere una guida, una vessillifera di così alta entità e potenza, esse contribuirebbero al miglioramento dei destini del paese, poichè hanno la saggezza immanente negli istinti e nella storia della nazione. Ora, onorevole signor ministro, io avrei voluto da lei qualche cosa che fosse più importante della legge che ci ha presentato; avrei voluto che ella nel suo alto ufficio avesse riconosciuto il baliato del genio italiano.(Ilarità) Voci. Come? MORELLI SALVATORE. Sì, il ministro dell'istruzione pubblica ha il baliato del genio nazionale (Viva ilarità); ed io desidero che contempli bene la missione che gli è stata affidata. Signor ministro, crede ella che con piccoli provvedimenti disparati si possa ottenere la rigenerazione morale e materiale dell'Italia? Io non lo credo. Ho deplorato anche quando erano altri dotti suoi predecessori al Ministero, che essi non abbiano mai saputo orizzontarsi sulle nuove condizioni fatte al nostro paese dagli avvenimenti dell'ultimo trentennio, per formulare un criterio organico in un progetto di legge e presentarlo alla Camera, onde dotare la nazione della costituzione della scienza, e provvedendo una volta per sempre dall'alto al basso, non aggiungere da giorno in giorno nuove insignificanti rattoppature. Se la fortuna c'impone ancora di tenere rattoppato lo stivale geografico, almeno, signor ministro, lo stivale morale ed intellettuale d'Italia, essendo in nostro potere, facciamolo tutto a nuovo. Disgraziatamente però io debbo dire che si è poco coerenti quando si fanno le cose a spizzico e non si coordinano i mezzi al fine. La legge obbligatoria delle scuole elementari, per esempio, esigeva diligenza estrema da parte del Governo per moltiplicare i maestri. E malgrado che io ne facessi premura e sollecitazioni in questa Camera agli antecessori di questo Ministero, le cose rimasero come sono. Proposi che in tutti gli stabilimenti nazionali, e specialmente negli educatorii femminili, si dovesse insegnare obbligatoriamente la pedagogia. Adesso ne rinnovo la preghiera all'onorevole ministro Desanctis [sic], perchè quando vi mancano i maestri, anche che vogliate moltiplicare le scuole, tutto ciò, o signori, è inutile. Avete fatta la legge obbligatoria per le classi infime: credete necessario soltanto l'alfabeto in Italia, e quelle altre cognizioni confuse, che vi s'insegnano? Io non lo credo. Anzitutto vorrei nella scuola elementare, che il fanciullo, dacchè comincia ad avere attitudine muscolare, possa esercitarsi al lavoro: e quando queste scuole non possono crearsi, perchè le classi inferiori della società sono sparpagliate, specialmente nelle campagne, allora si dovrebbero organare delle cattedre ambulanti per insegnare, nel luogo dove si trovano discenti, i criteri necessari a renderli buoni cittadini, onesti operai e bravi produttori. Non essendo quindi ordinate così le cose, la scuola elementare in Italia è inefficace, anzi con la mia solita chiarezza la dirò un vero imbroglio, senza attribuire la colpa all'onorevole De Sanctis, che ha preso il portafoglio dell'istruzione pubblica da poco; o ad altri che lo precedettero: no questo è un vizio organico, è la gobba di un sistema sbagliato, che la si può guarire soltanto facendo tutto da capo. L'istruzione pubblica del regno d'Italia fa questa condizione ai giovani: ve li tiene 18 anni in uno stato di mummificazione perfetta nella scuola, e dopo 18 anni, questi disgraziati escono dalla scuola senza sapere ancora che cosa è l'uomo, senza sapere come procacciarsi il necessario alla vita. (Il deputato Cavallotti pronunzia qualche parola) Non ischerzi onorevole Cavallotti, la maggior parte degli scolari di questo non sanno niente, e se lo sapessero io mi glorierei del mio paese. Ecco dunque ciò che dobbiamo fare,

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onorevole De Sanctis: dobbiamo far sì che nelle scuole elementari si semplifichi lo studio in modo che il giovanetto con pochi principii generali della scienza per se stessi semplicissimi, da animale della natura quale venne alla luce, addivenga l'uomo ragionevole. Nè mi si opponga che ciò sia difficile, imperocchè la difficoltà sta tutta nel metodo, sapendosi comunemente oggidì come coi mezzi sensibili e con immagini concrete si arrivi a comprendere le verità ontologiche le più astratte e generali. Avete veduto cosa hanno fatto i preti? I preti hanno compenetrato il sovrintelligibile della divinità, hanno fatto arrivare la teologia nelle coscienze delle donne e dei fanciulli. In che modo? Coi simboli. Ella, onorevole De Sanctis, saprà quanto tutti quelli che hanno figliuoli, e sono cattolici, come la madre di famiglia dimostri ai fanciulli ancora lattanti il mistero della Trinità con questo movimento: (E l'oratore accenna colle dita il numero 3 e il numero1.) (Ilarità) Tre persone in un solo Dio. E in tal modo imprimono nelle coscienze infantili le più astruse conoscenze. Se con questo metodo dunque, o signori, si arriva a tanto, ma come potrebbero supporsi difficili le cardinali nozioni della scienza dell'uomo che mettono capo nel mondo sensibile? PRESIDENTE. Onorevole Morelli, torniamo alla ginnastica. MORELLI SALVATORE. Questa si chiama ginnastica... PRESIDENTE. Delle dita. (Ilarità) MORELLI SALVATORE... intellettuale, che, aggiunta alla fisica, completa l'unità della vita umana cui deve rispondere l'azione tutelare di un Governo illuminato. PRESIDENTE. Stia all'argomento. MORELLI S. Giacchè l'onorevole presidente è così intollerante... (Ilarità) PRESIDENTE. Grazie! MORELLI S. Cercherò di compiere il mio pensiero. O benedetto Biancheri, ove sei? (Ilarità - No! no!) Non dico questo per far torto a lei che è un perfetto gentiluomo. (Rivolgendosi al presidente) E, se mai il presidente si è risentito della mia frase... PRESIDENTE. Si figuri se mi risento! MORELLI S.... io che l'ho in grande estimazione la ritiro, e dichiaro che ho detto così, perchè mi ricorda che l'onorevole Biancheri era con me molto indulgente, quando svolgevo le mie dottrine. (Ilarità vivissima) Dunque, onorevole signor ministro, completiamo la istruzione elementare come io ho avuto l'onore di pregarla sin qui, e poi pensiamo ad un'altra cosa. L'alta letteratura nazionale non ha da essere rappresentata convenientemente? Lo deve essere, onorevole ministro, e non dalle classi infime, non dai poveri operai, o da professionisti che hanno bisogno di far presto per vivere, ma da coloro che si trovano in una condizione superiore. Sì, questo è giusto, se voi combattendo l'ignoranza in basso imponete alle classi lavoratrici l'alfabeto e il tecnicismo, dovete anche combattere l'ignoranza più influente e più pericolosa in alto. È deplorevole, signori, vedere tanti giovani ricchi gavazzare nell'ignoranza e nell'ozio, mentre illuminati potrebbero fare onore a se stessi ed alla patria. Io quindi domando che quella che si chiama letteratura classica, quelli che si chiamano studi vengano tolti dai ginnasi, i quali dovrebbero trasformarsi in iscuole tecniche, di cui ha maggior bisogno l'Italia, e rimangano solo facoltativi in tutte le altre scuole professionali; mentre poi è mio pensiero che quelli studi siano imposti alle alte classi; perchè la nazione ha diritto di avere un semenzaio d'uomini illustri che possano rappresentarla in tutti i rami del

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sapere. Ed io non capisco come certi benemeriti della fortuna non debbano corrispondere adeguatamente agli obblighi morali, intellettuali e civili che la patria impone a tutti i cittadini. Detto ciò finisco ringraziando la Camera della benevola attenzione della quale mi ha onorato. (Bene! Bravo!) [...] PRESIDENTE. L'onorevole Gabelli ha facoltà di parlare. GABELLI. Poichè io sono perfettamente d'accordo coll'onorevole Morelli che i tempi... MORELLI SALVATORE. Non ho detto... PRESIDENTE. Non interrompa, onorevole Morelli: l'hanno tollerato lei, e adesso non sia ella intollerante verso gli altri. (Ilarità) GABELLI... che i tempi della rettorica debbono essere finiti, veniamo dunque, onorevole Fambri, più strettamente alla ginnastica ed alla legge che ci è stata proposta. *§* Tornata del 20 Giugno 1878 (pp. 1945-1946 = prende parte alla discussione generale del bilancio definitivo 1878 del Ministero della guerra) PRESIDENTE. Spetta all'onorevole Morelli Salvatore di svolgere. (Movimenti - Conversazioni, alcuni deputati discorrono col ministro della guerra) Prego gli onorevoli colleghi di far silenzio e di lasciar libero l'onorevole ministro della guerra affinchè egli possa ascoltare l'oratore. MORELLI SALVATORE. Quando era ministro della guerra l'onorevole Ricotti, lo pregai caldamente a voler provvedere onde nel tempo in cui erano raccolte nelle caserme le nostre giovani reclute, egli provvedesse al modo di farle uscire dalla condizione malaugurata di analfabeti, e se fosse possibile, facesse insegnar loro qualche nozione di agronomia, essendo esse nel maggior numero agricoltori. Per tal modo finita la ferma diverrebbero maestri dei loro compagni di lavoro. L'onorevole Ricotti mi promise che avrebbe provveduto a questa necessità anche sotto il punto di vista morale di deviare nelle ore di ozio i giovani soldati dalle intemperanze cui sogliono abbandonarsi. Ebbene, se in tutti i distretti militari la cosa si trova come mi è avvenuto di vedere in quel di Caserta, a ciò non si è provveduto in modo serio e durevole, tanto che se non fosse la carità civile di ufficiali superiori, queste scuole nelle caserme non vi sarebbero ancora. Io debbo con immenso piacere e con soddisfazione dell'animo mio lodare qui pubblicamente i distinti colonnello marchese di Bagnasco, ed il tenente colonnello Delù, i quali amando di vero affetto il reggimento affidato al loro comando, impegnano a tale cura i migliori ufficiali e fanno il sacrificio di rendersi essi medesimi maestri ai loro soldati. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, lasciamo stare gli elogi personali. MORELLI SALVATORE. Se siamo così pronti a male dire in Italia, lasci pure onorevole presidente che io questa volta dica per amor di verità bene di questi egregi ufficiali. PRESIDENTE. Ma non si concreta la discussione parlando in bene o in male delle persone. MORELLI SALVATORE. Scusi, io non la penso così, ma, pregato di non insistere, finisco di parlarne. PRESIDENTE. Così la prego io, perchè è mio dovere. MORELLI SALVATORE. Mi auguro intanto che l'onorevole signor ministro voglia tenere presente questa mia preghiera, onde sia nelle caserme organizzata normalmente la scuola per i soldati analfabeti, come ne espressi l'idea al suo onorevole predecessore. L'altra preghiera che io debbo rivolgergli poi è un richiamo alle leggi dell'umanità intorno all'epoca in cui si compiono le grandi manovre. Io non so quali ragioni vi siano per sottoporre il nostro giovane esercito a fatiche tanto straordinarie non solo, ma per costringerlo a cuocersi sotto i raggi del sollione, per questi esercizi militari.

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Comprendo che l'esercito debba esporre la propria esistenza quando la patria è in pericolo, quando deve combattere, ma logorare le forze dei nostri soldati senza alcun utile pratico, non lo credo nè opportuno nè giusto. L'anno scorso io ho veduto morire di tifo e di apoplessia parecchi soldati ed ufficiali. (Esclamazioni - Il ministro ride) Non rida signor ministro, perchè la vita del soldato è un valore sacro alla patria, e lo sciuparla senza un'urgente necessità è cosa dannosissima. Accolga piuttosto con benevolenza il consiglio di ordinare le manovre nelle mezze stagioni, perchè si ottiene l'intento atteso da questa istituzione e si evita un'inutile ecatombe di vittime umane. Pensi l'onorevole ministro che i soldati dopo tre anni debbono tornare al lavoro, e che accasciandoli con esercizi intempestivi e superiori alla sopportabilità organica, essi tornano alle loro case malaticci, inutili a sè ed al paese. (Bene!) La terza preghiera, da ultimo, signor ministro, che io raccomando specialmente, più che alla mente sua, al paterno suo cuore, è questa: lei che ha l'apparenza di un santo uomo (Ilarità prolungata), ha messo fuori una circolare che, a dir vero, non ha fatto piacere a nessuno... PRESIDENTE. Li prego, onorevoli colleghi, facciano silenzio. MORELLI SALVATORE... la circolare cioè concernente i matrimoni dei militari. (Oh! oh! - Rumori - Ilarità) Signor ministro, bisogna essere anche un po' fisiologo, e comprendere che dove ci sono organi, ci debbono essere funzioni. (Ilarità vivissima) Come vuole lei impedire legittime unioni in un esercito composto, specialmente adesso, della migliore gioventù di tutte le classi sociali; perchè non sono soltanto genti comuni, non sono soltanto contadini, ma vi sono anche dei gentiluomini, delle persone colte e ragguardevolissime nell'esercito; e pretendete che arrivando costoro in una città qualunque non destino affettuose simpatie, le quali creano un'infinità di rapporti? Signori, il mito di Marte e Venere è sempre vivo; e l'onorevole ministro colla sua circolare non lo cancellerà. Miglior partito quindi, secondo me, sarebbe quello di rifare il decreto dell'onorevole Ricotti ed asciugare con la legittimazione delle nozze, le lagrime di migliaia di madri infelici, e di figliuoli cui si nega sussistenza, nome ed avvenire. Se non venne il finimondo per queste famigliuole amnistiate da re Vittorio... ERCOLE. Non sono stati amnistiati, l'amnistia non ha compreso questi. MORELLI SALVATORE. Sia pure che non fossero amnistiati, ma tollerati, egli è certo che dalla umanità di questo provvedimento non ne venne male a nessuno. Data così un po' di pace a tante povere famigliuole, sarebbe tempo di studiare seriamente la questione dei matrimoni dei militari e risolverla in modo equo ed inoffensivo al servizio pubblico. Signori, badate che avendo estese le basi della leva, e legati i cittadini fino a 39 anni alle caserme voi avete menomato di tanto i matrimoni. Badate che la menomazione dei matrimoni è perdita di forza nazionale, e che la Francia per questo perdè il suo eroico primato. Badate che chiudendo in faccia ai figli del soldato le porte della legittimità civile, voi ristaurate man mano la potenza clericale coi matrimoni ecclesiastici moltiplicati all'infinito. Badate al malcontento che questo stato anormale di cose desta nell'esercito e nel paese. Badate da ultimo alla grande questione morale che tale disordine genera nella pubblica coscienza. D'altra parte a me sembra che riguardo ai matrimoni dei militari vi sia un gran pregiudizio. Si crede che la moglie scemi il coraggio e l'ardore militare al soldato. Niente di ciò, o signori. La donna è ispiratrice di eroismo oggi come lo fu pei 300 delle Termopili, come lo fu per le crociate del medio evo, ed io sono sicuro che all'ora del cimento l'angelo di simpatia che è moglie al soldato italiano lo spingerà animosamente alla vittoria. (Bene!)

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Cercate dunque di non reprimere, ma di regolare con saggezza quelli del cuore, che son pure diritti sacrosanti, e se vedete che elevando la barriera di 40,000 lire pel matrimonio dei nostri ufficiali... ERCOLE. 20,000. MORELLI SALVATORE.... vi produce l'immenso contrabbando morale dei matrimoni clandestini, siate di più facile contentatura, scemate tal somma, accettate gli equivalenti, e così eviterete fra tutti i disordini anche la corruzione crescente nel paese. Oggi che le donne sono ammesse al telegrafo, alle poste, all'istruzione pubblica ed all'esercizio di qualsiasi professione ed industria, ma perchè constatata una di queste condizioni non debba essere permesso all'ufficiale dell'esercito italiano di contrarre legittime nozze? Con queste raccomandazioni quindi io mi auguro che l'onorevole ministro voglia provvedere in modo da conciliare gl'interessi dell'umanità con l'ufficio del soldato. Ho detto. (Bravo!) *§* Tornata del 4 Luglio 1878 (pp. 2593-2594 = di quello dell'entrata relativamente all'imposta sui fabbricati) PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Morelli Salvatore. Voci. La chiusura! la chiusura! PRESIDENTE. Scusino ho dato facoltà di parlare all'onorevole Morelli. Quando vogliono la chiusura, la domandino a tempo. MORELLI SALVATORE. Quando parlava l'onorevole ministro io lo interruppi a fin di pregarlo perchè le mitigazioni alle fiscalità degli agenti finanziari dalla Sicilia fossero estese a tutto lo Stato. Tale interruzione mi veniva suggerita dai reclami che mi arrivano dalla provincia di Terra di Lavoro e specialmente da Traetto, Castelforte e San Cosimo, dove la severità e l'esagerazione nei rilievi del reddito imponibile per la revisione dell'imposta fondiaria sui fabbricati, ha scossa più che la pazienza, la fede di vecchi ed intemerati patrioti, usi a sagrificare vita e sostanze al bene del paese. Non dubito, che di fronte a tali eccessi l'autorità locale abbia fatto il suo dovere per evitare l'infinito malcontento che atti di simile natura provocano tra le popolazioni. Ma ove ciò non sia, io raccomando all'uomo eminente e probo che regge il Ministero della finanza, perchè voglia al riguardo e senza indugio emettere un provvedimento categorico ed energico, il quale, se da una parte assicura ciò che per legge è dovuto allo Stato, dall'altra elimini le vessazioni che tormentano i contribuenti. Lo faccia il ministro Doda e senza indugio; imperocchè l'irruenza degli agenti fiscali è perdita di prestigio e di simpatia pel Governo e per la Sinistra che lo sorregge. (Bene!) PRESIDENTE. L'onorevole ministro per le finanze ha facoltà di parlare. MINISTRO PER LE FINANZE. Per dimostrare all'onorevole Salvatore Morelli ed a quanti altri s'interessano di questa questione, che non è della sola Sicilia che io mi sono preoccupato, come, del resto, è mio dovere di non distinguere una regione dall'altra, leggerò le due circolari telegrafiche, che io ho spedito su questa questione, non adesso, ma dopo i primi reclami. La prima, del 26 maggio, suona così: <<Raccomando prosecuzione concordati rendita fabbricati e modi i più conciliativi a tutti gli intendenti di finanza e a tutti gli agenti superiori delle imposte.>> La seconda del 17 giugno era la seguente: <Ripeto raccomandazione modi conciliativi con i contribuenti; raccomando maggior numero possibile concordati; mi indichi nomi agenti che a parer suo avessero esagerato relativi criteri e al caso mandi subito ispettori a moderarli.>> (Bene!) Mi pare, o signori, che istruzioni più precise e più conciliative di queste, emanate molto prima che mi venisse rivolta qualsiasi interrogazione in questa Camera, non si sarebbero potuto dare.

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Questi sono documenti interni amministrativi che mi sono permesso di leggere alla Camera, perchè veda con quanta solerzia e desiderio del bene io proceda in questa materia. Spero che l'onorevole Morelli e i suoi amici ne saranno soddisfatti. *§* Tornata del 16 Gennaio 1879 (p. 3359 / p. 3380 = si annunzia una sua interrogazione circa il divieto di maritarsi alle donne impiegate negli uffici telegrafici / la svolge) PRESIDENTE. [...] Essendo presente l'onorevole ministro dei lavori pubblici, do lettura di una interrogazione a lui rivolta dall'onorevole Salvatore Morelli. <<Il sottoscritto chiede di interrogare l'onorevole ministro dei lavori pubblici se intende applicare pei telegrafi l'articolo, che impedisce di maritarsi alle donne impiegate.>> Chiedo all'onorevole ministro dei lavori pubblici se e quando intenda rispondere a questa interrogazione. MEZZANOTTE, ministro per i lavori pubblici. Durante il bilancio ed al capitolo relativo. PRESIDENTE. Dunque al capitolo relativo l'onorevole Salvatore Morelli prenderà la parola per isvolgere la sua interrogazione. [...] MORELLI SALVATORE. Io ringrazio l'onorevole ministro delle buone intenzioni che mostra, ma sventuratamente di buone intenzioni è anche lastricata la strada dell'inferno. (Ilarità) Quindi non posso accontentarmi affatto delle sue promesse troppo generiche. Io desidero che egli consideri, che il pretesto di non potere le donne maritate attendere alla famiglia ed all'ufficio, posto innanzi per mantenere questa disposizione liberticida e demoralizzatrice, è insussistente. Imperocchè, voi avete le impiegate alle scuole, le quali hanno uopo anche di stare sette, otto ore in ufficio, ebbene credete voi che esse durante il tempo dell'insegnamento possano attendere alle cose domestiche? eppure molte migliaia d'insegnanti maritate esercitano quell'ufficio pubblico senza alcun inconveniente. Avete altre impiegate, anche di condizione inferiore, nelle fabbriche dei tabacchi; ebbene queste donne sono occupate non otto ore, ma dieci e qualche ora di più; e nonpertanto ad esse non è impedito di prender marito. Essendo dunque questa una cosa normale per tutte le donne che dentro e fuori d'Italia prendono parte ai pubblici lavori, io non capisco tutto questo scrupolo per eccezionarne le impiegate al telegrafo. Tanto più poi è da far le maraviglie della ingiustificata diffidenza verso le telegrafiste in quanto che questi uffici sono adesso disimpegnati col massimo zelo, e gli stessi superiori hanno manifestato che il servizio delle donne va benissimo, ed andrà molto meglio ancora, se al benefizio dell'onesto guadagno che ottengono dal proprio lavoro, le giovani impiegate aggiungano la soddisfazione dei dritti del core col legittimo matrimonio, che è sovrana aspirazione della esistenza di tutte le donne. Io non credo poi tanto difficile trovare un modo che concili lo stato coniugale con le esigenze del servizio. Vuol dire che nei casi di malattia si userebbe per le donne la stessa indulgenza che si ha per gli uomini, e quando mancassero al proprio dovere per negligenza colpevole, sarebbero mandate vie. Non è però nè giusto nè onesto adottare a priori una misura immorale, con cui si fecondano i germi della corruzione sociale, come è quella che io combatto. Se l'umanità nuova non tollera più il celibato dei preti come causa di disordine morale, perchè con la ipocrisia del sacrifizio di rinunziare alla monogamia ha accreditato un vasto contrabbando di poligamia e poliandria (Ilarità - Bravo! Bene!), se si è pure intolleranti del celibato militare, che contribuisce anch'esso a corrompere il pubblico e privato costume, come voi Governo civile darete il tristo esempio del celibato coatto negli uffici dei telegrafi nazionali? L'unisessualità, signori, è sterile d'ispirazioni e di opere; mentre il tipo della vita rigogliosa e feconda è bisessuale. (Si ride)

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Guai se i vostri regolamenti attentano alla sua conservazione: porterete nella coscienza il rimorso di aver guastato il ritmo della natura umana! (Ilarità! - Bene!) PRESIDENTE. Così è esaurita la interrogazione dell'onorevole Morelli. *§* Tornata del 21 Gennaio 1879 (p. 3508 = nella discussione dello stato di prima previsione 1879 di agricoltura e commercio appoggia la raccomandazione per la diffusione della coltura dell'eucalyptus) MORELLI SALVATORE. Lo scetticismo di cui è compreso l'onorevole Manfrin fu lo stesso che invase il ministro d'agricoltura e commercio onorevole Finali, quando la prima volta io ebbi l'onore di parlare di questa utilissima pianta alla Camera. Però dopo il largo esperimento che se n'è fatto anche in Italia, è inopportuno mettere ancora in dubbio l'utilità immensa dell'eucalyptus globulus. Io unisco quindi alle raccomandazioni dell'onorevole Comin anche le mie, perchè quando manca l'iniziativa nel paese, bisogna che il Governo si faccia un poco sollecitatore. Ed a quest'uopo non c'è bisogno neppure di spendere danaro; basta che il Ministero lo divulghi e lo raccomandi, e la discussione che abbiamo fatta oggi alla camera è di grande effetto, perchè i volenterosi si provvederanno del seme di queste piante salutifere e così a poco a poco ne vedremo allargata la diffusione in tutta Italia. Nell'Australia, signori, questo albero è una vera ricchezza e finisce anche per sostituire il ferro, perchè invece del minerale si adopra il legname stagionato dell'eucalyptus nella costruzione delle rotaie, cosicchè vi sono in grande uso le legnovie invece delle ferrovie. (Il deputato Cavalletto fa segni di disapprovazione) Non crolli il capo, onorevole collega patriarca (Ilarità), non crolli il capo, perchè il fatto è proprio così; nell'Australia si costruiscono legnovie per la forte resistenza che offre l'eucalyptus stagionato. Non so se questa resistenza si ottenga con mezzi chimici oppure no, ma il fatto sta che questo legno è consistente al punto che si adopera invece del ferro. Ora, quando da noi l'esperto agricoltore, invece di far salire l'eucalyptus al cielo, lo decapiterà, lo manterrà ad una certa altezza, questa pianta riccamente chiomata diventerà assai più utile all'assorbimento dei miasmi. Le campagne che sono orribili maremme, le cui esalazioni pestilenziali attaccano specialmente i poveri contadini, saranno libere da questo malanno, nel giorno in cui ci serviremo di tali piante, se non in modo da imboschire, almeno da formarvi delle siepaie, e queste dovrebbero avvenire in tutti i luoghi dove il bisogno lo richieda. Finisco dunque raccomandando all'onorevole ministro, che senza spendere denaro, quel seme che fa venire dall'Australia, e che può raccogliere anche qui dalle piantagioni e dai vivai del Governo, lo faccia arrivare ai comizi agrari, perchè ne consiglino agli agricoltori la piantagione, tanto utile alla terapeutica ed all'economia nazionale. *§* Tornata del 22 Gennaio 1879 (pp. 3538-3539 = si annunzia una sua interrogazione sulle precauzioni in vista della peste sviluppatasi ai confini di Europa) ANNUNZIO DI UNA INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO MORELLI SULLE PRECAUZIONI DA PRENDERSI CONTRO LA PESTE MANIFESTATASI AI CONFINI D'EUROPA PRESIDENTE. È giunta alla Presidenza la seguente domanda d'interrogazione: <<Il sottoscritto chiede d'interrogare il presidente del Consiglio, ministro dell'interno, sulle precauzioni ordinate in vista della peste sviluppatasi ai confini di Europa. Salvatore Morelli.>> Prego l'onorevole ministro dei lavori pubblici di comunicare questa interrogazione all'onorevole presidente del Consiglio, ministro dell'interno, affinchè possa in un'altra tornata dichiarare se, e quando, intenda rispondere a questa interrogazione.

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MEZZANOTTE, ministro per i lavori pubblici. Trasmetterò all'onorevole presidente del

Consiglio, ministro dell'interno, l'interrogazione annunziata dall'onorevole presidente della Camera. *§* Tornata del 23 Gennaio 1879 (p. 3579 = altra sulla restituzione dei beni bonificati al comune di Mondragone e ad altri di Terra di Lavoro) SI FISSA IL GIORNO PER LO SVOLGIMENTO DI UNA INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO MORELLI S. AL MINISTRO DEI LAVORI PUBBLICI PRESIDENTE. È pervenuta alla Presidenza la seguente domanda d'interrogazione: <<Il sottoscritto desidera interrogare il ministro dei lavori pubblici sulla restituzione dei beni bonificati al comune di Mondragone e ad altri di Terra di lavoro che vi hanno diritto. Morelli Salvatore.>> Chiedo all'onorevole ministro dei lavori pubblici se e quando intenda rispondere a questa interrogazione. MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI. La questione è abbastanza grave. Io pregherei l'onorevole Salvatore Morelli di rimandare la sua interrogazione a lunedì prossimo. PRESIDENTE. Onorevole Salvatore Morelli, accetta che la sua interrogazione sia rimandata a lunedì prossimo? (Silenzio) Non sorgendo opposizioni resta così stabilito. *§* Tornata del 30 Gennaio 1879 (pp. 3777-3779 = svolge la prima) PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del bilancio di prima previsione pel 1879 del Ministero degli affari esteri. Furono differite fino alla discussione generale di questo bilancio alcune interrogazioni. INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO MORELLI SALVATORE AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SULLE PRECAUZIONI ORDINATE IN VISTA DELLA PESTE SCOPPIATA AI CONFINI DI EUROPA PRESIDENTE. La prima, dell'onorevole Salvatore Morelli, è del tenore seguente: <<Il sottoscritto chiede d'interrogare il presidente dei ministri, ministro dell'interno e degli affari esteri, sulle precauzioni ordinate in vista della peste sviluppatasi ai confini d'Europa.>> Do facoltà di parlare all'onorevole Morelli per isvolgere la sua interrogazione. MORELLI SALVATORE. Signori, appena corsero le novelle funeste della apparizione della peste sui confini di Europa, io fui sollecito di presentare al presidente della Camera una domanda d'interrogazione indirizzata al ministro dell'interno e degli esteri. Lo scopo mio era quello di sapere quali fossero le intenzioni del Governo per cooperare cogli altri Stati all'arrestazione del morbo contagioso; tanto più che l'Italia situata alle frontiere dell'Oriente da cui emana la vita pel sole del quale è culla, e la morte per orribili epidemie che cause endemiche vi mantengono da antichissimi tempi sotto l'influenza di Governi ciechi e brutali inspirati alla fatalità, l'Italia, dico, deve sentire prima di ogni altro la urgenza di prevenirne gli effetti micidiali. Duolmi però che prima della brevissima comunicazione fatta ieri al Senato, Parlamento e paese, abbiano dovuto ignorare le intenzioni del Governo e che da alcun giornale ed in altra guisa si sia saputo la patriottica iniziativa presa all'uopo dall'onorevole Depretis, e se erasi associato alla Germania ed all'Austria nell'ordinare le precauzioni necessarie. Del resto io non dubito che le promesse fatte dall'onorevole presidente del Consiglio e ministro degli esteri all'altro ramo del Parlamento, quando venne interrogato su ciò, saranno mantenute; vale a dire son certo che si daranno tutti gli ordini efficaci affinchè e sulla via del Mar Nero e sulle altre vie possa il paese essere difeso dal contaggio [sic], da cui potrebbe essere minacciato per l'esteso littorale [sic] e per la rapidità dei traffici terrestri e marittimi.

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Però io colgo questa occasione per deplorare alludendo non al solo Governo italiano ma a quello di tutti gli Stati, che le grandi questioni della vita che riguardano la vera forza ed i più preziosi valori, sieno collocate nelle ultime categorie, tal che o non si riguardano o lo sono con leggerezza, specialmente dalla diplomazia nella quale l'umanità dovrebbe più sentire, dovrebbe più palpitare per quanto la diplomazia è composta di personaggi eminenti per intelligenza e gentilezza. Chi avrebbe mai creduto che dopo le stragi della guerra d'Oriente si adunava un congresso a Berlino per lo scopo della pace, la quale può ottenersi soltanto plebiscitariamente, dando cioè ai popoli la libera elezione del proprio governo e risolvendo le questioni dell'istruzione educatrice al lavoro, dell'economia, dell'igiene e della libertà, ed invece questo congresso retrocedeva ai luoghi comuni delle invasioni brutali, vulnerando il principio di nazionalità al cospetto dei rappresentanti italiani che ne sono la bandiera e nella stessa capitale della Germania dove aveva avuto la sua consacrazione di immani sacrifizi, di sangue e di eroismo. E della questione della vita? Nulla. E di un'altra grande questione di umanità che ha tanta attinenza con quella della vita? Anche nulla. Sapete qual è, o signori, questa grande questione di umanità a cui io alludo? È l'abolizione della schiavitù delle donne in Oriente. (Ilarità - Rumori) Sì (Con forza), voi avete visto lord Beaconsfield e tutta la diplomazia inglese occuparsi dell'abolizione della schiavitù dei neri, e ciò è un fatto che l'onora; ma intanto la diplomazia non ha creduto d'introdurre nel trattato di Berlino un articolo che proibisse la tratta ed il mercato vergognoso che in Oriente si fa su larga scala delle belle figlie del Caucaso. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, la prego di tenersi all'argomento. MORELLI SALVATORE. La diplomazia che rappresenta gli Stati dovrebbe anzitutto tenere innanzi ai suoi sguardi, come suo scopo ciò che è più favorevole allo sviluppo morale, economico e civile di quelli. Ora voi vedete invece che quando la diplomazia si raccoglie, si raccoglie per lo più allo scopo di danneggiarli, di dividerli a zolla a zolla, di vedere chi possa giungere a possederne qualche parte, ma non si raccoglie mai per risolvere le grandi questioni che assicurano nella prosperità dei popoli la stabilità dei Governi. Se nell'ultimo Congresso vi fosse stata una grande consacrazione di principii, la diplomazia ne avrebbe avuta lode da tutto il mondo civile. Sì, questi tanti guai che offendono oggi l'umanità come il colera, il tifo, altre malattie endemiche e la peste nera che miete gli uomini del 95 per cento, si sarebbero potuti prevenire sicuramente se i diversi Stati si fossero occupati a mantenere ciascuno dentro la propria giurisdizione un igiene efficace alla conservazione e vigore del corpo umano. Credetelo, signori, se Bismarck ed i personaggi che lo circondavano nel momento solenne in cui si redigevano i protocolli sul tappeto verde del Congresso, avessero mostrato simpatia per la causa delle schiave di Oriente, e per la questione dei disagi in cui versa la vita delle moltitudini, l'opera loro li avrebbe glorificati, ravvivando nelle nazioni la fiducia dileguata da tanti disinganni. Invece le moltitudini si lasciano vivere come giumenti, e questo è pericolo, danno e vergogna della civiltà moderna. Ora, come volete che quando si beve la morte, quando si è pieni di miasmi, quando non si cura la vita nè sotto il punto di vista del cibo, nè sotto quello del vestire, nè sotto quello dell'abitare; quando, infine, si va innanzi in un modo abbietto, come volete che non si sviluppino queste ed altre pericolose epidemie? Non si deve dunque scherzare più col male: si deve pensare seriamente alla stipulazione di un trattato internazionale, il quale lo prevenisse e ponesse un riparo allo sviluppo ed invasione dei morbi contagiosi.

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Rivolgo poi speciale preghiera su tale argomento all'onorevole presidente del Consiglio, ministro degli esteri e ministro dell'interno, perchè ricordi quello che si tentò una volta dall'onorando ministro Lanza. (Interruzioni vicino all'oratore) Egli è vecchio nostro collega, e lasciate che lo chiami onorando, e per l'età e per la parte assunta nel risorgimento nazionale. Ebbene, quando era ministro, l'onorevole Lanza proposte al Senato un Codice d'igiene, ed il Senato se ne occupò. Se ne occupò pure, quando fu ministro, il distinto nostro collega Nicotera, ed io non so perchè quel Codice d'igiene non sia oggi fra le istituzioni legislative del nostro paese. È deplorevole, signori, che fra noi ed in gran parte dei paesi di Europa si parli troppo di libertà, senza utilizzarne i benefizi. Laonde può dirsi che finora siensi fatte le chiacchiere, i malefizi e le burle della libertà, non già le sue istituzioni feconde di ordine e di benessere. Ecco, quindi, una necessità inerente a queste; un Codice d'igiene per provvedere al miglioramento della vita dei nostri concittadini. Per credere alla sua urgenza, basta guardare lo spettacolo che vi offrono le cerne militari, nelle quali quasi due terzi di quelli che son chiamati al servizio debbono riformarsi perchè non sani. Questo da che cosa deriva? Dalla cattiva igiene. Dunque, illustre presidente del Consiglio, gran patriarca Depretis, condannato ad essere sempiternamente ministro del regno d'Italia (Ilarità), provveda a questo grande benefizio, faccia di tutto perchè il paese sia senza indugio dotato di un Codice d'igiene, e nel tempo stesso che la diplomazia italiana non sia l'ultima nel soccorrere l'umanità contro il flagello terribile che la minaccia. Ho detto. (Bene! Bravo!) PRESIDENTE. Spetta di parlare all'onorevole presidente del Consiglio. PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Io veramente ho poco da rispondere all'interrogazione dell'onorevole Morelli; solamente debbo giustificarmi di alcune accuse, di alcune piccole frecciate che egli mi ha indirizzato. MORELLI SALVATORE. No, no! PRESIDENTE. Prego, onorevole Morelli, ascolti con calma la risposta. (Ilarità) PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Egli lamenta che il Ministero non abbia preso alcuna iniziativa al sopraggiungere delle notizie che allarmarono il paese, delle notizie cioè, dell'apparizione di una malattia contagiosa sulle frontiere, come egli disse, d'Europa. Ma, onorevole Morelli, io credo che il Ministero abbia fatto tutto quello che poteva fare; si è rivolto ai rappresentanti dell'Italia all'estero, i quali erano in grado di fornire sullo spaventevole fatto le notizie più esatte e più credibili, e li ha richiesti di notizie quotidiane, particolareggiate, esatte, a fine di potere prendere in tempo i provvedimenti opportuni. Questo era il primo obbligo del Governo; e questo fu fatto subito. Aggiungerò, come ho avuto occasione di dichiarare all'altro ramo del Parlamento, che la nostra Legazione di Pietroburgo, la sola che fosse in grado di dare al Governo notizie credibili, possibilmente sicure, ebbe cura di notificare immediatamente la notizia funesta dell'apparizione di questo pericolo, e in appresso di comunicare giornalmente tutte le notizie pervenute al Governo centrale dell'impero russo. Il Governo aveva da temere l'apparizione di questo flagello solamente da quella parte, in via diretta, cioè dalla parte del mare. Or bene, appena queste notizie avevano preso una certa gravità, il Governo aveva emanato il decreto, che la Camera conosce, in forza del quale le provenienze dal mar Rosso, e dal mar d'Azoff [: Mar d'Azov, sezione settentrionale del Mar Nero], onde ci potrebbe venire il pericolo, sono soggette alle misure sanitarie consigliate dall'esperienza. L'onorevole Morelli e la Camera sanno invero benissimo che questa malattia si è sviluppata sulla riva destra del Volga, in una località che pare abbia una infelice predisposizione per tutte le malattie contagiose; perchè risulta che quando vi apparve il colera, vi ha infuriato in modo straordinario. [...]

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L'onorevole Morelli dice che la diplomazia scherza coi mali dell'umanità. Ha detto qualche cosa di simile. Egli avrebbe voluto che nel Congresso di Berlino, dove si sono posate tante e sì gravi questioni, si fosse posta anche quella della emancipazione delle donne in Oriente. MORELLI SALVATORE. È questione di vita quella! PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. L'emancipazione della donna in Oriente, è tal problema, che io veramente non avrei consigliato ad alcuno di proporre nel congresso di Berlino. Ce n'erano già tanti, così gravi, e che presentavano per la loro soluzione tante difficoltà, che l'aggiungervi anco questo mi sarebbe sembrato temerario. Del resto, l'onorevole Morelli raccomanda al Governo il sistema preventivo, in fatto d'igiene. Egli vorrebbe che la legge già presentata dall'onorevole Lanza, fosse ripresentata al Parlamento, e che si avesse un Codice d'igiene. Io non ho avuto ancora il tempo di occuparmi di questo argomento, ma assicuro l'onorevole Morelli, che lo ritengo degno di tutta la considerazione del Governo; e quando lo avrò esaminato, vedrò se le circostanze parlamentari mi permetteranno di ripresentarlo alla Camera, in un tempo vicino e con tali disposizioni da poterne sperare l'approvazione del Parlamento. Da ultimo riguardo all'altra considerazione dell'onorevole Morelli, ed a quella specie di rimprovero che ha indirizzato alla diplomazia, e quasi ai Governi, io lo prego di osservare, che anche la civiltà non facit saltus, si procede per gradi. Venne l'abolizione della schiavitù, verrà anche la liberazione da lui desiderata delle donne d'Oriente; ma ci vuole un po' di tempo. Bisogna che il fiume della civiltà abbia potuto invadere completamente quelle regioni, per potere supporre che la riforma vagheggiata dall'onorevole Morelli possa essere adottata. Io non ho altro a soggiungere su di questo argomento. PRESIDENTE. [...] Ora l'onorevole Morelli ha facoltà di dichiarare se sia o no soddisfatto della risposta dell'onorevole ministro. MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole presidente del Consiglio, ministro degli affari esteri, delle risposte che mi ha dato. Io però non posso rimanere sotto l'accusa di frecciatore che egli mi ha fatta. Anzitutto io desidero che, come fra noi deputati, così fra deputati e ministri non manchi mai quella convenienza e quel rispetto che ci è dovuto e che noi dobbiamo ai signori rappresentanti del potere esecutivo. Io non mi sono arbitrato mai di usare una frase non rispettosa verso chicchessia e specialmente poi all'indirizzo dell'onorevole Depretis, pel quale ho avuto sempre, come gran patriota, stima e venerazione. Se ho detto all'onorevole presidente del Consiglio che mi sembrava che non avesse presa l'iniziativa, si è perchè quest'iniziativa realmente non si conosceva dal paese. Era un fatto psicologico dell'onorevole ministro. (Si ride) Voleva forse che io penetrassi nello spirito suo a indovinare i segreti? Se agli atti suoi si fosse data pubblicità, allora naturalmente, sapendolo, io ne avrei dato lode all'onorevole ministro, anzichè dirigergli su di ciò una interrogazione. Del resto io mi affido al suo patriottismo perchè la vita italiana possa esser migliorata. Mi affido al suo patriottismo perchè col mezzo della nostra diplomazia si faccia interprete presso la diplomazia straniera di questo spirito di solidarietà che io invoco in difesa della vita umana; spirito di solidarietà che noi vorremmo più sentito in Europa, anzi tra tutti i popoli, affinchè i flagelli che ci minacciano scomparissero per sempre. PRESIDENTE. Così è esaurita l'interrogazione dell'onorevole Salvatore Morelli. *§* Tornata del 5 Marzo 1879 / Tornata del 7 Marzo 1879 (pp. 4630-4637 / p. 4698 = nella discussione generale dello stato di prima previsione del Ministero dell'istruzione pubblica par-

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la delle condizioni della istruzione e dell'azione che lo Stato dovrebbe avere sulla medesima / nel rispondere per fatto personale accenna alle condizioni dei farmacisti non patentati) MORELLI SALVATORE. Signori, il grido generoso... (Conversazioni) PRESIDENTE. Facciano silenzio. MORELLI SALVATORE... dato dall'insigne Baccelli, relatore del bilancio che stiamo discutendo, io lo credo opportunissimo. È un risveglio che deve mettere sull'avviso il ministro della pubblica istruzione, tutti noi e la nazione intera, e non credo come nel suo dotto discorso ha detto il nostro caro amico l'onorevole Umana, che sia un falso allarme. No, signori. Sono nove anni oramai che siamo venuti a Roma col proposito di contrapporre alle istituzioni della Chiesa le istituzioni della scienza. Ebbene, la costituzione della scienza all'Italia non si è ancora data. Il papato invece è intero come era nel medio-evo; ha le sue chiese, ha i suoi preti, ha i suoi monaci, che si moltiplicano invece di mancare, ha i suoi simboli per tutte le vie, ha i suoi missionari, maestri di scuola, libri, giornali, ed anche l'apostolo più potente del mondo, signori, ha la madre di famiglia che con cura incessante insegna la dottrina cattolica nella casa. (È vero! - Bene!) Gli è vero che il papa fin oggi è stato tranquillo; per un anno ha fatto credere essere anche egli illuminato dalla scienza, di partecipare anch'egli alla evoluzione intellettuale del secolo; ma tutto ad un tratto non so come gli sia venuto in mente di uscire dal pacifico suo riserbo nel quale ciascuno lo ammirava sommo sacerdote, per ricominciare colla spada in mano la politica del fratricidio, chiedendo alla reazione internazionale quel potere temporale abolito dai plebisciti della nazione e dal consenso del mondo civile. (Benissimo!) Questa politica dispettosa noi potevamo compatirla in Pio IX pontefice, il quale è stato come il genitore della rivoluzione italiana. Quel nostro grande commilitone, quel venerano vegliardo, che pure aveva regnato, era un uomo che dei suoi danni si risentiva e noi lo compativamo. Dicevamo: egli ha governato da Re più anni ed ora ha perduto il regno, ed è naturale che si risenta; lasciamo che pianga, lasciamo che desideri la restaurazione. Ciò non impedirà che si abitui alla vita di pontefice e che intanto gli ordini civili prosperino nel regno d'Italia. Ma Leone XIII! Uomo di alta coltura, che cittadino italiano, sotto la protezione del Governo della madre patria va a sedere liberamente sommo sacerdote sulla cattedra di San Pietro, quest'uomo di pensiero, mentre ha dinanzi lo spettacolo di una delle correnti più formidabili del progresso umano, la stampa, invece di avvertirla che non si poteva più indietreggiare, che il mondo cammina coi piedi suoi, e che tutte le minacce, tutte le scomuniche sono cose che si perdono nell'Olimpo (dove si crede che seggano i pontefici, dal momento che si dichiararono infallibili essendo essi una divinità vivente), di fronte a questo spettacolo, dico, come mai invece di pronunciare parole di pace e di rassegnazione, invece di dire: farò il sacerdote, cercherò di migliorare le condizioni morali della chiesa, (perchè egli lo sa, la morale non si predica, ma si pratica e s'inculca coll'esempio) come mai, ripeto, egli ha pronunziato quel discorso che tutto il mondo civile ha interpretato per minaccia di guerra all'unità italiana, ed ai progressi legittimi della libertà? (È vero!) Leone XIII avrebbe potuto invece costruirsi un regno durevole nella coscienza sociale riprendendo come Cristo l'ufficio sublime di maestro della virtù alle generazioni, e depurando il sacerdozio dell'ignoranza e dei vizi che discreditano la religione. Con questo sapiente e giusto proposito avrebbe dovuto dire ai preti: Signori! sinora siete stati celibi; prendete moglie! (Ilarità) Fatevi padri di famiglia e siate buoni educatori, dando a questa umanità traviata l'esempio della vita onesta e laboriosa. Questa sarebbe stata la parola di pace, la parola conveniente in un'epoca in cui l'ordine fisico, morale e intellettuale è travolto dalla più spaventevole meteora. (Bravo!)

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Oh Leone XIII, contentati di vivere pontefice, circondato dell'ossequio rispettoso che indubbiamente ti verrà da quanti sanno apprezzare la dottrina ed il buon cuore. Chè se dall'alto ufficio pontificale, circondato di autorità morale e di prestigio, vorrai aggiungere la tentazione ambiziosa di un inutile regno temporale, l'Italia non ti toccherà, come non ha toccato il tuo predecessore, ma ti maledirà come madre tua e nostra. Vivi pontefice; e quando non troverai pace in terra, vanne in cielo (Sorrisi), perchè abbiamo il diritto di esser cittadini di un gran paese, abbiamo il diritto di non essere turbati nella pace delle famiglie e nell'ordine costituito dalla sovranità della nazione. (Bravo! Bravissimo!) Io spero che da sommo pontefice sarai saggio, perchè hai mente nudrita di forti studi; e non ti nego pure la buona coscienza, perchè credo che ciò che dicesti al giornalismo ultramontano non sia che l'insinuazione del partito nero, il quale traendo argomento dai dissidi di Europa vorrebbe spingerti alla rovina della patria! Dunque, signori, sotto quest'aspetto l'illustre mio amico Baccelli, a cui auguro il potere perchè vedo che la sua relazione, è fatta con isquisito senso pratico proprio di quei benemeriti che sono degni di arrivarvi (Ilarità); sotto quest'aspetto adunque la sua parola è patriottica, ed esprime l'idea che fra tutti i bilanci, quello del Ministero dell'istruzione pubblica, sempre importante, oggi l'è importantissimo. Un giorno, signori, che io ebbi a parlare sul bilancio dell'agricoltura e commercio, battezzai quel Ministero, Ministero della vita; l'onorevole Coppino con quel fino senso critico che l'adorna, quando fummo dietro le quinte mi disse: Onorevole Morelli, il Ministero di agricoltura e commercio concerne il corpo, c'è il Ministero dell'istruzione pubblica che rappresenta lo spirito e l'intelletto della nazione, il quale sovrastando tutti gli altri, sarebbe chiamato Ministero della vita. Dalla risposta del signor ministro deduco che egli miri allo sviluppo delle facoltà intellettuali del paese, legando così al suo dicastero la medesima importanza attribuitagli dall'onorevole relatore e da tutti. Io però, benchè abbia visto più volte l'onorevole Coppino a quel posto con desideri buoni, delle riforme necessarie a migliorare la educazione del paese non credo se ne siano fatte abbastanza. Il Ministero dell'istruzione pubblica, o signori, è un caos; ha internamente un disordine, una malattia organica, che bisogna guarire. In questo io vorrei che l'onorevole Coppino taianeggiasse (Ilarità), procedesse cioè recisamente nelle sue deliberazioni per rinnuovare uomini e cose. L'onorevole ministro deve confessare che egli non ha semovenza nel suo gabinetto. (Si ride) È circondato da catene, è circondato da tanti impacci, per cui, se anche volesse fare un po' di bene alla istruzione pubblica del paese, ciò non gli riescirebbe agevolmente. Il ministro è costretto a prendere questo genio italiano che ha nelle braccia e a soffocarlo, perchè così gli comanda l'ordine organico del suo dicastero, così gli comandano i regolamenti. Parliamoci chiaro; il Ministero dell'istruzione pubblica che dovrebbe esserne il sollecitatore è un inceppamento allo sviluppo intellettuale del paese (Ilarità); bisogna che esso sia districato da tutte quelle ruote inutili le quali gl'impediscono quell'azione vivificatrice, che egli deve esercitare nelle diverse sfere della pubblica istruzione. Un'infinita centralizzazione impedisce al ministro dell'istruzione pubblica di fare qualche cosa da sè; egli deve interrogare continuamente il libro che contiene i regolamenti e i controregolamenti; un pasticcio indigeribile (Si ride), e poi bisogna che si appelli al Consiglio superiore della pubblica istruzione, nè con ciò si finisce. Questo Congresso d'uomini dotti, d'uomini illustri ha anche i suoi pregiudizi, ha anche i suoi regolamenti da cui non è lecito scostarsi, e che mi han riferito, procede tardivamente ai suoi atti con solennità concistoriale. Conseguentemente, quando questa specie di concistoro è in buona vena, fa delle concessioni e si appella ai regolamenti favorevoli; quando è in cattiva vena si appella ai regolamenti sfavore-

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voli, e voi vedete perciò delle disposizioni contraddittorie da un mese all'altro, ciò che costituisce un vero pandemonio nell'amministrazione dell'istruzione pubblica del paese. Abbiamo poi, o signori, questo fatto, che per tutti gli esami si devono formulare le tesi dal Ministero dell'istruzione pubblica e mandarle ai diversi corpi accademici delle provincie. Prima di tutto, questo urta la suscettività di questi corpi accademici, i quali mentre sono formati di professori valentissimi, si vedono in certo modo tagliati fuori dalla legittima azione, che dovrebbero esercitare in conformità degli studi e delle altre condizioni personali della scolaresca. Ora è al Ministero che si formano queste tesi, secondo che viene in capo ad un professore, il quale sarà luminare, innanzi a cui io faccio di berretta, ma che non può conoscere tutte le peculiarità necessarie a rendere efficace l'atto che si compie. Formulando le tesi in astratto nel Ministero sapete cosa avviene? Avviene questo, che esse talvolta riescono oscure in modo da non potere essere neppure distrigate dagli stessi professori, e danno la risultante, in media, che di 100 giovani ne sono approvati 10. In verità simile prova è scoraggiante ed io desidererei che, pure mantenendo quella sorveglianza, che il capo della pubblica istruzione deve esercitare sulle coscienze dei giovani e sugli istituti dell'insegnamento pubblico, il ministro facesse in modo da non urtare i professori locali, ed anche da non mettere bastoni nelle ruote del progresso intellettuale dei giovani studenti. Per le carpette dei ginnasi e per qualunque piccola cosa si deve ricorrere al Ministero dell'istruzione pubblica. Da ciò ne viene che poi il padre di famiglia, o la madre di famiglia, scrivono al deputato dicendo: <<È stata fatta un'ingiustizia: mio figlio per un punto non è passato all'esame, abbiate la bontà, signor deputato, di andare dal ministro per ottenere una riparazione.>> Ed in tal modo voi create nei genitori legittimamente irritati un'insopportabile petulanza. Una voce. Anche le donne sono petulanti? MORELLI SALVATORE. Io dico di chiunque, anche delle donne, per quanto rispetto io abbia per esse, che in queste circostanze il Ministero dell'istruzione le riduce ad essere pure petulanti (Ilarità prolungate), quando scrivono due e più volte al deputato di andare dal ministro per un punto non ottenuto in un esame, o per qualche cosa di simile. Parliamo ora dei maestri di scuole. Quei poveri paria, a cui è affidata l'istruzione del paese, sono trattati male; non hanno nessuna garanzia, tranne quella data loro con la legge sua, onorevole ministro; con quella legge che fu votata ultimamente dai due rami del Parlamento. Ma pur quella garanzia non mette in salvo la famiglia, mette in salvo soltanto il professore e qualche figlio suo. Ora io desidererei che pei maestri di scuola, si fosse un poco più indulgenti di quel che non lo si sia stato finora. Dopo che un di essi ha fatto cinque anni di lodato servizio, non credete voi che questo possa valere quanto un esame? Se vi ha già dato la prova della sua valentia in un cottimo morale, che voi gli avete imposto; se questa prova l'ha superata bene e per sufficiente spazio di tempo, perchè volete costringere questo pover'uomo, a presentarsi a dare un esame? Specialmente se è un uomo di età, egli si sente in certo modo impicciolito; crede di compromettere la sua dignità; gli manca il vigore, gli manca il coraggio e l'ardire di fare questo esame, e conseguentemente rimane disprezzato, nel suo valore didattico, solo perchè non sa esporsi davanti agli esaminatori. Non sarebbe un atto di equità, signor ministro, se invece di stabilire 10 anni per ottenere una patente, si fissasse un periodo di esperimento di 5 anni? Lo stesso dicasi per certe altre professioni, per esempio per le farmacie. Ci sono dei farmacisti, i quali esercitano da 20 anni, sotto la vigilanza dei corpi sanitari delle diverse provincie, sotto quella delle autorità locali, e lodati da sindaci e da prefetti; e a che cosa vale il lungo e buon esercizio loro? Niente. Bisogna che vadano a fare un intero cor

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so all'Università, per poter avere la licenza o patente d'esercizio e così poter riscuotere poi dai morosi loro clienti l'equivalente di quello che essi danno in medicine. Ora, signor ministro, qui vi è anche mancanza di equità. Quando un individuo ha esercitato bene la sua professione per spazio di sei, sette, otto anni, e ha dato prova della sua valentia, della sua probità, della sua intelligenza, bisognerebbe tenergliene conto, ed invece di assoggettarlo ad un esame, specialmente quando è un uomo di età, si dovrebbe accordargli questo pezzo di carta che si chiama: patente. Bisogna farlo vivere; perchè a volte questi inceppamenti sono cause che fanno restar senza pane delle numerose famiglie. E ce ne sono migliaia in questa condizione. Io lo so, signor ministro; ella ha fatto qualche cosa d'importante per l'istruzione pubblica. La preziosa legge sull'istruzione obbligatoria, di cui è dotato il paese, è un glorioso suo ricordo. Ebbene, signor ministro, vegga di compiere questa grande opera che ella ha iniziata. Per quanto se ne predichi diuturnamente noi non abbiamo ancora la scuola, la scuola educatrice, la scuola redentrice del costume sociale. Ella dovrebbe far sì che questa scuola vi fosse efficacemente organizzata: tutta Italia dovrebbe essere una scuola! Il papato che sfida ancora la moderna società ha la scuola, perchè ha i suoi simboli sparsi per tutte le vie; li ha nelle case, nel tempio, li ha in tutti i luoghi, ai quali si aggiunge costante e diuturna propaganda efficacissima. Ma noi, signor ministro, che abbiamo? Abbiamo delle piccole scuole dove vicino raglia l'asino, pigola il pulcino, grugnisce un altro animale, e vi si appastano miasmi nocivi alla sanità del corpo e dell'anima. Io mi sono trovato qui in Roma a sentire insegnare un professore di fisica, che è un uomo distintissimo. E vicino alla porta della sala c'era un asino, c'era un bue, c'era una carretta. (Ilarità) Ma, signor ministro! questi sono proprio fatti! Io sono osservatore e queste cose le dico perchè le ho vedute; e mi duole che nel mio paese la scuola che è tempio della scienza sia così trascurata. Se non circondiamo di prestigio la scuola, dove noi dovremmo innalzare l'altare alla libertà, alla giustizia, alla verità, alla moralità, al sapere? Così noi cominciamo male, mentre voi vedete intanto che la chiesa del mondo vecchio è piena di simboli, è odorosa d'incensi, è circondata d'illusioni infinite. Facciamo qualche cosa che possa assicurare le generazioni future che nell'opera nostra, nel nostro ideale, c'è un concetto organico e che si mira realmente ad alcun che di grande. Per adesso, onorevole ministro, la scuola non che il memento homo del 2 novembre, un po' di polvere che si getta sulla testa, e che un soffio di vento porta via. Bisogna che, come dissi testè, fra noi tutto sia scuola; scuola nella famiglia ed ovunque scuola. Nella via stessa, bisogna che il cittadino invece di passare il tempo nel vuoto di vaghe e talvolta anche futili e nocive impressioni, trovi qualche cosa che lo istruisca. Ovunque abbiamo dei monumenti, ma questi monumenti non parlano al popolo per la cui istruzione sono esposti. Ci troviamo in Italia dove si parla naturalmente l'italiano; ebbene, abbiamo, verbigrazia, fra i tanti monumenti il Pantheon, simbolo della libertà di coscienza, della tolleranza dei culti, e dell'universalismo dell'antico gran popolo di Roma, e nessuna leggenda [sic] rivela alle generazioni che ne guardano con incanto la sublime mole il senso storico e l'artistico che in esso si contengono. Lo stesso avviene di altri grandi monumenti, degli obelischi, delle colonne, delle statue, dei nomi che esprimono i ricordi gloriosi di uomini e di cose con caratteri cuneiformi, con geroglifici egiziani, con iscrizioni greche, latine o con altro linguaggio inintelligibili ai popoli viventi. Il poema della colonna Antonina, della colonna Traiana, è lettera morta se una guida od un cicerone prezzolato non ne rivela ai passanti la finalità. La stessa negligenza scorgesi pure nei musei e nelle pinacoteche. Conserviamoli, signori miei, questi monumenti, ma s'indichi cosa significhino per servire d'istruzione al popolo. Con questi concreti che sotto forme artistiche monumentali attraggono più di ogni altra cosa la fantasia popolare, si ha una scuola perenne di ispirazioni per l'eroismo e la virtù che fecero degni di tanta onoranza i venerandi padri nostri. (Bene!)

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Un'altra scuola importante con maestro perenne, signori, l'Italia dovrebbe averla con pochissima spesa, specialmente nelle grandi città, nei giardini pubblici. Ebbene, credete voi che non si potrebbe formare anche di questi un mezzo d'istruzione popolare? Sì, se si avesse la pazienza, onorevole ministro, d'insistere presso i municipi perchè ciascuna pianta avesse una leggenda [sic], nella quale non solo fosse indicata la natura della pianta medesima, ma di questa anche la utilità negli usi della vita. Così i maestri, i domestici, od anche le mamme che vi conducono i piccini vi troverebbero un mezzo delizioso di gratuita e facile istruzione. Si potrebbe penetrare nelle case di lavoro, dove sono dei giovani, ed insegnare loro i criteri del giusto e dell'onesto. E questa sarebbe una propaganda degna e facile. Non vi dico poi i vantaggi che questo sistema potrebbe arrecare nelle campagne. Nelle campagne, dove si riuniscono i contadini al lavoro, potrebbero riescire efficacissime le cattedre ambulanti. Si potrebbero così insegnare gli elementi della chimica applicata all'agricoltura, l'uso dei concimi chimici, che sono adesso la base dello sviluppo industriale della nazione. Dunque, signor ministro, tutti questi piccoli provvedimenti, di poco costo, ma di efficacissima utilità, io desidererei che, colla sua energia, coll'opera sua, illuminata e patriottica, venissero posti in atto. Pel medesimo intento aggiungerò anche tre altre considerazioni. Io sono irremovibile dal criterio manifestato tante volte in questa Camera, sulla pedagogia. Essendo, secondo una mia convinzione, nel passaggio della nostra epoca dal credere al conoscere, dovrà essere la scienza delle madri di famiglia, la dottrina civile che deve, se non sostituire, chiarire ed esplicare la dottrina cristiana. Quindi ritengo che sia obbligo oggi del Governo civile di moltiplicare quanto è possibile le maestre. (Bravo) Voi avete oltre alle scuole normali quella della egregia Miss Schuabb, la quale ha fatto buona prova in Napoli, a quanto mi asseriscono, perchè io non sono stato mai nel suo stabilimento, nell'applicazione del metodo froëbelliano. Ebbene, signor ministro, se si insegna coll'aiuto dei concreti agevolmente ai fanciulli mercè quel sistema, io credo che si potrebbe benissimo consigliare ai comuni di mandare per conto proprio ciascuno una donna perchè si istruisse al buon metodo, e col ritorno in patria ne facesse poi divulgazione fra i propri concittadini. Pel bene dell'istruzione è anche desiderabile fra noi la promiscuità nella scuola. Adesso le scuole in America (e lo dico specialmente all'onorevole Sella, che mi ha l'onore di ascoltarmi e di guardarmi) (Si sorride), sono promiscue. Si educa nella scuola come si educherebbe nella famiglia, con i maschi e le femmine insieme, ed in questo modo, signori, si ottiene il grande beneficio che questi due esseri imparino per tempo a rispettarsi, a stimarsi e ad amarsi fra giusti limiti nella scuola. (Movimento) Con ciò quel che mi si susurra a bassa voce e che non posso pronunciare in pubblico, si evita sicuramente. (È vero) Questa specie di contrabbando che noi vorremmo, non dirà sbandire, perchè non si possono sbandire assolutamente certe cose (Ilarità), ma limitare e frenare, ritenete pure che verrà temperato e frenato solo da questo sistema di educazione, il quale omai [: "Omai. Avv. di tempo. Lo stesso che Oramai" (Tommaseo-Bellini)] ha una larga base in America, in Inghilterra, nella Svizzera, ed è già in uso, credo in Russia e nell'Olanda. Quand'è così, non capisco perchè noi dobbiamo sognare di fare degl'istituti speciali per le donne, mentre possiamo iniziare questo sistema di educazione, il quale non risponde ad altro che allo scopo di educare la futura società alla rispettosa stima scambievole dei sessi in forma famigliare.

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Voi, ripeto, trovate la famiglia composta di uomini e di donne, di maschi e di femmine, così dovete mantenerla, perchè il tipo della società, che voi stessi chiamate famiglia umana, non esiste più se separate i due sessi; la famiglia deve essere bisessuale. Bisogna che l'educazione risponda alla sua volta a questo sistema, a questo ritmo, del quale è mestieri mantenere le traccie [sic] nella grande famiglia sociale, con l'educazione morale a quel modo. Educando separatamente i bambini e le bambine, mentre sono condannati dalla natura a vivere insieme tutta la vita, voi fate ignorar loro le legittime convenienze del vivere sociale, e, come già vi ho detto, create quel contrabbando che demoralizza le generazioni. (Bene!) Un'altra preghiera riguardo all'educazione le dirigo, onorevole ministro. La scuola allora avrà efficacia davvero, quando dopo i sette anni almeno, metta l'uomo nell'attitudine di apprendere a lavorare. Non c'illudiamo, in Italia abbiamo tre condizioni che importa di ben considerare, marinai cioè, agricoltori e artigiani. Ora è a costoro, è all'educazione specialmente di queste tre immense categorie che il ministro dovrebbe seriamente pensare. Io non vorrei che le scuole fossero quali sono oggi, una stiva, un mummificatorio (Si ride) direi quasi, dove i fanciulli debbono stare con le mani in mano per otto o dieci anni, senza apprendere come si guadagni il pane! Sì, signori, i fanciulli escono dalla scuola e non sanno come si lavori, non sanno come si produca. (Benissimo!) Ora è un delitto, fra tante miserie, il lasciare sussistere in Italia questo stato di cose e il non sottoporre le nuove generazioni alle leggi del tempo e dello spazio, elementi nei quali deve aggirarsi tutta la loro vita. È quindi necessario che esse abbiano, come dissi altra volta, l'orologio nello spirito, (Ilarità) che sappiano, cioè, apprezzare questo grande regolatore dell'economia sociale che si chiama tempo, questo grande elemento di ricchezza sociale che si chiama spazio. Se noi non mettiamo le scuole in condizioni che possano realmente col lavoro produrre una seria educazione, ma quale sarà il vantaggio, onorevole ministro, che noi potremo ottenere da esse? Quello stesso che si ricaverebbe mandando i nostri fanciulli alle scuole ascetiche, le quali paralizzando l'attività individuale, fanno attendere ogni bene dalla divina provvidenza. Ma bisogna pensarvi, poichè la scuola tanto più vale quanto più è utile, quanto più conduce l'uomo dalla stato d'animalità allo stato di razionalità, dallo stato d'inerzia allo stato di attività produttiva. (Bene) Io sono sicuro che fra i tanti giovani di 18 anni che prendono la licenza liceale, moltissimi non sanno che cosa è l'uomo e come debba adoprarsi per essere onesto e bravo produttore. Qui dunque c'è un bisogno urgentissimo di moralità, di economia e di ordine pubblico, e voi, signor ministro potete ad esso provvedere senza dispendio dello Stato e dei comuni, ma facendo qualche innovazione, istituendo delle cattedre ambulanti, di cui ho già parlato. MANCINI. Bravo! MORELLI SALVATORE. Per esempio, in un posto c'è un ebanista, un calzolaio, un mestierante qualunque; ebbene, si affidi a costoro l'incarico d'istruire un numero di fanciulli all'arte loro e s'istituisca altresì in ogni municipio il cattedratico ambulante, che vada in mezzo a quei figliuoli a fare la sua lezione. Questo, signori, è il metodo con cui si può rendere educatrice la scuola senza dispendi. Imperocchè se anche per ottenere questo beneficio dagli artigiani insegnanti mestieri, dovesse assegnarsi loro per l'uopo un locale gratuito dal comune, ciò implicherebbe una spesa tenuissima sopportabile da chiunque. Se voi seguirete a tenere i fanciulli lontani dal lavoro produttivo, voi certamente mancate allo scopo che vi siete prefisso con l'obbligatorietà dell'istruzione. Lo stesso temperamento dovrebbe usarsi nei luoghi marittimi per l'insegnamento pratico della navigazione e della pescicoltura, come nei comuni agricoli per l'insegnamento dell'agricoltura.

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È solo nei comuni dove tale agevolezza potesse mancare che sorgerebbe l'obbligo per lo Stato, per la provincia e pel comune di creare dei giardini, dei campi modelli, e si potrebbero obbligare i piccoli contadini a lavorare lì, facendo loro guadagnare anche qualche cosa, e così si renderebbe quella terra produttiva; facendo in questo modo che l'Italia non sia più povera, non sia più debole: essa così diventerà invece la redentrice di se stessa coi miracoli del lavoro intelligente, e voi, onorevole ministro, dovete essere il degno iniziatore di questo rinnovamento che dovrà rialzare i destini della patria italiana. Adesso io parlerò di un'altra cosa; non certo degli studi secondari, perchè so che l'onorevole ministro (e ne dà avviso nel suo pregevole lavoro anche l'illustre nostro collega l'onorevole relatore) sta compilando un disegno di legge per riformare le scuole secondarie. Badi però, onorevole ministro, che anche questa è questione gravissima. Chiunque vuol fare gli studi per divenire avvocato o medico vuol dire che può spendere del danaro, e lo Stato si potrebbe quindi sgravare di molte spese applicando tutto quello che si paga eccessivamente per le scuole secondarie alle primarie, che ne hanno grandemente uopo. Su questo io non mi fermo perchè, ripeto, egli nel suo criterio vedrà quel che sia a farsi onde simili scuole corrispondano veramente alle esigenze del paese. Io vado più in là, vado alle scuole universitarie. A queste, onorevole ministro, bisogna pensare seriamente: le scuole universitarie esigono la maggiore considerazione. In questa categoria duolmi di non essere del parere del mio carissimo amico Baccelli, quando egli dice che l'Università è contrapposta al seminario. È vero, nel medio evo era così. L'Università surse per opposizione al seminario, ma adesso il seminario ha perduta la sua primitiva importanza e finirà per non risorgere più. Il giorno in cui, come esige la ragione dei tempi e la santità delle credenze, stabiliremo con una legge che nessuno possa entrare nella carriera ecclesiastica se non dopo conseguita la licenza liceale, onorevole Baccelli, in quel giorno i seminari non ci saranno più o saranno rarissimi. Quindi, l'Università oggidì deve corrispondere ad uno scopo molto più vasto di quello che rappresentava nel medio evo, essa deve invece organare in se l'enciclopedia della scienza, per servire allo sviluppo geniale di tutte le categorie che costituiscono la mentalità della nazione. E qui, o signori, mi permetterete di ripetere una mia opinione fondata sul duplice concetto della unicità della legge e della giustizia distribuitiva. Io credo che nella stessa guisa con cui lo Stato impone l'alfabeto alle infime classi, possa imporre l'alta scienza, l'alta coltura alle classi superiori. Come è possibile che si possa consentire a coloro che posseggono più degli altri, ed hanno quindi maggiore opportunità di coltivare lo spirito, di poter essere della gente da nulla? Ma non hanno obblighi costoro in faccia allo Stato? Se li ha il contadino, perchè non deve averli un ricco, quando si può calcolare che l'ignoranza opulenta deve necessariamente riescire più dannosa alla società di quanto non può esserlo l'ignoranza meschina e priva dei mezzi di nuocere? E badate che noi faremmo bene ai signori, costringendoli a fare dei loro piccini dei grandi uomini, i quali aggiungerebbero alla ricchezza le glorie del sapere. In Inghilterra i lord sono tutta gente istruita, illuminata. E sapete quale spettacolo per la diffusione dell'alta cultura vi presenta la Gran Bretagna? Che la diplomazia più ragguardevole, più influente, più rispettata è la diplomazia inglese. Ora perchè noi non dobbiamo avere una aristocrazia, sia patrizia, sia borghese, all'altezza della posizione nella quale si trova, per poterne poi cavare fuori dei diplomatici illustri, ed altri valentuomini in servizio dello Stato? Io renderei obbligatoria a coloro che posseggono più di 30,000 lire di rendita l'alta scienza, la coltura superiore, tutto quello, insomma, che completa la letteratura nazionale e che non si può apprendere nelle scuole comuni. Ed allora che avreste voi? Avreste questo beneficio:

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che degli altolocati ignoranti in Italia non se non conterebbero più, e nello stesso tempo le Università, che da questi signori si potrebbero pagare bene, non peserebbero più sullo Stato. Così voi agevolereste la via alle menti elette delle classi inferiori, le quali non avendo mezzi, troverebbero nelle vaste organizzazioni universitarie l'opportunità di sviluppare il loro genio a vantaggio proprio ed a gloria della patria. Un'altra preghiera ancora, signor ministro; si ricordi che noi abbiamo fatto l'unità geografica, ma non abbiamo ancora l'unità dello spirito e della lingua. Io credo che la letteratura italiana deve cominciare ad avere il suo sostrato in un vocabolario che rappresenti la lingua illustre di tutte le regioni d'Italia. La Crusca, signori, è il risultato della filologia archeologica raccolta nei codici del trecento, del cinquecento, e via via; ma noi tranne il vocabolario di qualche dialetto, non abbiamo una raccolta completa della lingua vivente in ciascuna parte d'Italia. Eppure in essa vi sono delle frasi bellissime, vi si scorgono modi di dire di buona lega, e perchè questi tesori del nostro eloquio debbono andare perduti? La Francia non ha il suo dizionario nazionale? Non lo ha l'Inghilterra? E perchè non dovremmo averlo anche noi? Io con ciò non voglio togliere di mezzo il lavoro sulla filologia archeologica che si fa attorno ai classici, ma desidererei vivamente che si lavorasse anche in quest'altro campo, e come il ministro della istruzione pubblica ha nominato delle Commissioni in ciascuna provincia d'Italia per raccogliere i frammenti dei monumenti che si scoprono, così vorrei che ci fossero pure delle Commissioni filologiche le quali si adoperassero a raccogliere i lavori già fatti proseguendoli con altri da fare sulle voci ed i modi di dire di buona lega disseminati nei dialetti. Così noi potremmo conservare e sviluppare il patrimonio della nostra lingua, che dal trecento in qua è cresciuto immensamente. Ora da queste considerazioni permettetemi che passi ad una pietosa preghiera. Signori, in Italia vi è un orribile spettacolo, ed è quello di vedere dei vecchi venerandi che hanno consumata tutta la loro vita per la scienza, o per le lettere, o per le arti, i quali talvolta si trovano in tal condizione da dover quasi mendicare, e che, dimenticati, finiscono miseramente negli ospedali. Questa irriverenza che si spinge fino al sacrilegio di vedere il merito gittato col piede nella fossa, deve cessare, ed io prego l'onorevole ministro di studiare il modo come a Montecassino, dove ebbero sede gli Arvali, collegio di sacerdoti da cui sorgevano i pontefici del paganesimo, dove con San Benedetto nacquero i pontefici della cattolicità avessero asilo se non i pontefici, almeno i vecchi sacerdoti delle lettere, dell'arte e della scienza nella tarda età, destinando la pingue rendita, che finora si somministra ai frati, come mezzo di vita per tanti venerandi e poveri vecchi, per tanta gloriosa e brava gente. (Si ride) Non ridano, signori, ho detto che è un sentimento di pietà che m'ispira queste frasi! PRESIDENTE. Onorevole Morelli, non badi alle interruzioni, e non apostrofi i suoi colleghi. MORELLI SALVATORE. Onorevole presidente, la sua osservazione m'impone il dovere di frenare l'impeto da cui era preso per un atto che mi è sembrato poco riguardoso alla preghiera che io faceva; dunque ella non creda che fosse mancanza di rispetto a lei ed alla Camera. PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Morelli, continui. MORELLI SALVATORE. Invece di continuare, poichè veggo che l'onorevole ministro è stanco, che la camera benchè benevolente è pur stanca, ed io lo sono del pari, ringrazio tutti, signor presidente, e mi siedo. (Bravo! - Molti deputati vanno a congratularsi con l'oratore) [...] PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore ha facoltà di parlare per un fatto personale. MORELLI SALVATORE. Io veramente non pensava a parlare di nuovo di questa discussione, ma vi sono stato tratto pei capelli dall'onorevole De Crecchio, il quale, benchè di miti apparenze, qualche volta mostra di voler dare delle lezioni ai suoi colleghi; ed oggi, per

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esempio, ha tentato di farlo anche con me. È un professore, e quindi deve credere compito del suo ufficio. (Ilarità) Però non si è apposto male quando mi ha attribuito l'intenzione che io volessi, in certo modo, riconoscere come legittima la posizione dei farmacisti, per i quali implorai indulgenza dall'equità del ministro. Io convengo perfettamente che, quando vi è una legge, la si deve applicare; ma quello che non mi persuade è proprio questo: che l'onorevole De Crecchio professore di Università, quindi membro di un corpo accademico, come fors'anche membro del corpo sanitario, o medico esercente, venga a dichiarare la criminalità dei farmacisti, che si trovano senza patenti. Perdoni, l'onorevole De Crecchio, non sono io, che colle mie ricette abbia talvolta autorizzato i farmacisti a spedire medicinae le quali, potendo essere veleni, possono anche essere riuscite nocivi alla salute privata e pubblica; ma ha potuto essere lui o sono stati certamente i suoi colleghi. Dunque, se egli crede che siano in istato criminoso queste categorie di farmacisti, bisogna che ne assuma un poco di responsabilità, e si riguardi complice dei farmacisti stessi. (Si ride) Ma non è questa la questione, o signori. Io ho mostrato il disagio, in cui si tengono circa tre mila famiglie in Italia, per la persistenza del Ministero nel negare la patente farmaceutica pel titolo di un lungo e lodevole esercizio. Vi sono dei disgraziati... (Interruzione dell'onorevole Bonghi non intesa) Ascolti tranquillamente, onorevole Bonghi... PRESIDENTE. Non badi alle interruzioni, onorevole Morelli. MORELLI SALVATORE. Se, o signori, vi sono circa tre mila farmacisti in Italia, che mancano di patenti la cosa è naturale. Figli di farmacisti, alla morte del genitore sono rimasti ad esercitare la loro officina, garantiti dai medici e dai corpi sanitari locali larghi di tolleranza; sicchè, continuando nell'esercizio di tale professione, hanno potuto accreditare il loro nome, suffragati sovente anche dall'autorità tradizionale dei padri loro. Ne è quindi avvenuto che per 10, 15 o più anni sono rimasti così in uno stato anormale. Ritengo, come ogni uomo di buon senso, che quando un farmacista conosca scientificamente la chimica come i Berti Pichat, i De Luca, Mamone Caprio e gli Scarpitti di Napoli, come i Greco di Lecce ed altri moltissimi, saprà adempire meglio alle funzioni di specificatore e dosatore dei medicinali; ma, in nome di Dio, volete portare la severità al punto di compromettere l'esistenza di tante famiglie? Se un farmacista, che non ha fatto gli esami, si trova già accreditato nel suo paese e rende servizi alla pubblica ed alla privata salute, sarà egli giusto di costringerlo, specialmente quando è un povero vecchio, di fare lo studente nell'Università per compiere il corso di chimica e poi esporsi all'esame col proposito di conseguire la patente che gli dia autorità alla somministrazione dei medicinali? Non andate fino a tal punto, perchè così voi in Italia accrescerete il malcontento, che già va progredendo di giorno in giorno. PRESIDENTE. Ha finito onorevole Morelli? MORELLI SALVATORE. No signore. L'onorevole De Crecchio, facendola sempre da professore, e da professore d'Università, ci faceva sentire, a proposito degli ordinamento degli studi, che non dovevamo parlarne. Non li toccate! Questa è roba nostra, non li toccate, voi siete profani! voi non siete canonizzati. (Si ride) Onorevole De Crecchio, noi siamo gente modesta, ma abbiamo sempre avuto un poco di buona volontà di studiare, abbiamo da più di venti anni addietro pubblicato dei libri su queste materie, abbiamo fatto i nostri esami, e l'onorevole De Crecchio può sapere dagli archivi dell'Università di Napoli, dove egli è cattedratico, che diplomi universitari gli abbiamo anche noi in lettere, scienza e facoltà per la professione di avvocato.

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Se, come diceva il Giordani, il giro delle opinioni non fosse tardo in Italia, non solo, ma anche nella Camera, l'onorevole professore conoscerebbe che la coordinazione delle riforme scolastiche in tutti i gradi accademici è il nostro ideale, e fu sempre precipua cura dei nostri lavori da pubblicisti e parlamentari... DE CRECCHIO. Chiedo di parlare per un fatto personale. MORELLI SALVATORE... E se almeno l'onorevole De Crecchio avesse avuto la bontà di seguire il mio discorso avrebbe visto che su ciò io ho idee chiarissime e pratiche, perchè mi sono occupato della istruzione elementare, del regolamento che dovrà fare il ministro sulla istruzione secondaria, e ho detto chiaro come il sole, quale dovrebbe essere l'ordinamento universitario, vale a dire il tutto comprensivo delle enciclopedia della scienza. L'onorevole De Crecchio sa benissimo, da culto professore qual è, che l'enciclopedia della scienza comincia dall'alfabeto e finisce alla metafisica ed alla teologia. Ora io lo prego di credere in ciò che ho detto non ho avuto la più piccola idea di far rimprovero a chicchessia; ho censurato insieme all'organico accentratore del Ministero dell'istruzione, i regolamenti scolastici; ed ho incoraggiato l'onorevole ministro, poichè so che è volenteroso e liberale patriota, di adottare delle riforme, affinchè spariscano quegli inconvenienti, che oggi si deplorano in Italia. E nel fare ciò ho trovato un appoggio validissimo non solo nei professori egregi Umana, Buonomo, Merzario ed altri, ma anche nell'onorevole Bonghi. Infatti l'onorevole Bonghi che è un valentuomo con l'aggiunta di ex-ministro, non si è peritato di associare la sua alla nostra voce nelle esigenze di un miglioramento in questo ramo importantissimo della pubblica amministrazione. Che osa vuole l'onorevole De Crecchio? Se anch'io ho ragionato degli ordinamenti scientifici, ho usato d'un mio dritto, perchè la scienza è patrimonio dell'umanità e non già monopolio ufficiale, come si tenterebbe di far credere: se anche io ho criticato gli organici e i regolamenti scolastici, vuol dire che l'istruzione pubblica in Italia non procede bene, mentre dovrebbe andare benissimo; e se ho parlato con un po' d'energia è solo perchè desidero che spariscano gli inciampi da cui vengono frustrati i suoi scopi salutari. (Benissimo!) PRESIDENTE. L'onorevole De Crecchio ha facoltà di parlare per fatto personale. DE CRECCHIO. Io sono veramente maravigliato come l'onorevole Morelli abbia voluto fare di me un così gran colpevole... MORELLI SALVATORE. No, no. Ella è un'anima innocente. (Si ride) PRESIDENTE. Onorevole Morelli, non interrompa. DE CRECCHIO... da far credere che io abbia avuto l'arroganza di lasciar trasparire dalle mie parole che soltanto noi professori dobbiamo occuparci della pubblica istruzione. Ma, onorevole Morelli, in tutto il mio discorso io non ho detto una parola sola che potesse alludere a così strana pretensione, che cioè debba essere un monopolio dei professori l'occuparsi della pubblica istruzione. L'onorevole Morelli crede poi che io abbia oppugnato le sue idee di riforma sull'insegnamento. Mai no, onorevole Morelli. Veramente non ho avuto la fortuna di ascoltare tutto il suo discorso, e non sono affatto entrato nella questione cui egli accenna. Io non so se una certa franchigia da lui voluta per l'esercizio professionale debba riferirsi ai farmacisti o ad altri; se da ciò dipenda o no la fortuna di migliaia di famiglie: ho voluto solamente dire che la libertà d'insegnamento non deve essere sconfinata, come non deve esser data facoltà, senza prove d'idoneità, all'esercizio professionale; e qui, per citare una persona a me cara, ho citato l'onorevole Morelli che ieri propugnava una certa indulgenza verso gli esercenti arbitrariamente, e mi sono creduto nel debito di dire qualche cosa contro quest'opinione. In quanto poi a lezioni, davvero, onorevole Morelli, che ella me ne ha voluto dare una, dicendomi da dove comincia l'enciclopedia fin dove finisce, ed io l'accetto, e non ho la pretesa di restituirgliela. *§*

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Tornata del 2 Aprile 1879 (p. 5486 = annunzio di una sua interrogazione sul contegno delle autorità scolastiche di Firenze verso le maestre di scuola) PRESIDENTE. [...] Do poi lettura di un'interrogazione rivolta all'onorevole ministro della pubblica istruzione, pregando il presidente del Consiglio di volerla comunicare al suo collega. <<Il sottoscritto desidera d'interrogare l'onorevole ministro della pubblica istruzione sul contegno delle autorità scolastiche di Firenze verso le maestre di scuole. Salvatore Morelli.>> (Ilarità generale prolungata) Prego di far silenzio. *§* Tornata del 6 Aprile 1879 (p. = 5626 = votazione per la nomina di due commissari della Giunta delle petizioni) PRESIDENTE. [...] Risultato della votazione per la nomina di due commissari della Giunta delle petizioni: Schede n° 270 - Maggioranza, 136. Il deputato Morelli Salvatore ebbe voti 102 " Chimirri 068 " Guarini 066 " Capo 062 Ebbero voti: [...] Nessuno degli onorevoli deputati avendo ottenuto la maggioranza dei voti, si rinnoverà la votazione col ballottaggio tra gli onorevoli Morelli Salvatore, Chimirri, Guarini e Capo che ne ottennero il maggior numero. *§* Tornata del 24 Aprile 1879 (p. 5669 = chiede sia dichiarata d'urgenza la petizione n° 2046 e rinviata alla Commissione sulle nuove costruzioni ferroviarie) ATTI DIVERSI MORELLI SALVATORE. Chiedo di parlare. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli ha facoltà di parlare sul sunto delle petizioni. MORELLI SALVATORE. Prego la Camera di dichiarare l'urgenza per la petizione segnata col numero 2046 dei sindaci di Sessa e di Traetto, e di altri cittadini per la costruzione del tronco ferroviario Sparanise-Sessa-Gaeta. Prego poi specialmente l'onorevole presidente perchè questa petizione venga senza indugio trasmessa alla Commissione che ha in esame il disegno di legge in discussione. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore chiede che la petizione 2046 sia dichiarata di urgenza; non essendovi opposizione, l'urgenza verrà conceduta. (È accordata) E la Presidenza si farà un dovere, secondo il regolamento prescrive, d'inviare subito questa petizione alla Commissione incaricata dell'esame del disegno di legge sulle costruzioni ferroviarie. MORELLI SALVATORE. Grazie. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore ha rimesso alla Presidenza un disegno di legge di cui egli è iniziatore. Sarà mandato agli uffizi perchè ne ammettano la lettura. *§* Tornata del 28 Aprile 1879 (p. 5698 = Morelli è citato per la Sparanise-Gaeta) ANGELONI. [...] Ed io seguendo questo stesso concetto militare, soggiungo che la linea poc'anzi accennata di Cajanello ad Isernia, messa in relazione coll'altra linea di SparaniseGaeta, di cui l'onorevole mio vicino deputato Salvatore Morelli con tanta costanza ed amore da più di 12 anni si è preoccupato, e con quell'altro importante di Lucera-Cambobasso, formerebbero tutte una grande latitudinale, per cui allacciandosi Gaeta e il Garigliano alla forte po-

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sizione di Lucera e del Melfese, gioverebbe grandemente alla difesa indiretta di Napoli e del suo litorale. [...] *§* Tornata del 29 Aprile 1879 (pp. 5707-5708 = si dà lettura di una sua proposta di legge per l'abrogazione dell'articolo 189 del Codice civile) PRESIDENTE. [...] Si dà lettura della proposta di legge dell'onorevole Morelli Salvatore. DI CARPEGNA, segretario (Legge) <<Signori! - L'articolo 189 del Codice civile italiano, col quale si vietano le indagini sulla paternità, è la perpetuazione di un odioso privilegio medioevale che turba il senso razionale, morale e civile dei nostri tempi, e non può permettersi che tuttavia sussista in una legislazione, la quale non fu e non dev'essere mai seconda ad altra di Europa. Di fatti, pretendere che nei giudizi civili non si possa raccogliere la prova di uno stato di cose che si esplica in larga serie di pratiche e di consuetudini appariscenti è enorme, e lo sembra di più quando si rifletta che coi lumi della scienza si arriva oggidì all'accertamento degli stessi fatti psicologici, dai quali emerge il criterio della responsabilità nei giudizi penali. E questa ingiuria alla ragione che riverbera una tal quale diffidenza sullo spirito indagatore della magistratura, è, o signori, il minor dei mali che quell'articolo produce nei rapporti della società. Imperocchè se si guardi alle sue conseguenze, si vedrà che la disposizione contenuta in esso, è una delle cause determinanti al celibato corrompitore dei costumi; favorisce le seduzioni che amareggiano la soavità della famiglia; apre l'adito a quelle disgraziate carovane di esposti, i quali vedendosi senza nome ingiustamente abbandonati al disprezzo ed alla miseria per opera della legge del proprio paese, chiedono alle circostanze l'opportunità di conculcarla con atroci delitti; guasta il carattere delle generazioni esimendole dalla responsabilità degli atti più solenni della vita: quest'articolo infine denega la giustizia e sveste di ogni garanzia la donna, permettendo che con le più inique seduzioni si attenti impunemente al suo pudore, perduto il quale, essa precipita infelice nel baratro della dissolutezza. Se di fronte a ragioni così chiare vi persuaderete della necessità di cancellare dal nostro Codice una disposizione tanto funesta alla privata e pubblica moralità, io, signori, vi supplico di approvare il seguente disegno di legge. Articolo unico L'articolo 189 del Codice civile è abrogato. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore è presente? MORELLI S. Eccomi PRESIDENTE. Quando sarà presente l'onorevole guardasigilli, stabiliremo il giorno in cui potrà essere svolto il disegno di legge dell'onorevole Salvatore Morelli [...] MORELLI SALVATORE. Chiedo di parlare. PRESIDENTE. Parli pure. MORELLI SALVATORE. Siccome il presidente del Consiglio desidera che non si interrompa la discussione sul disegno di legge per le nuove costruzioni di strade ferrate, e lo svolgimento del disegno di legge dell'onorevole Baccelli essendo stato rimandato dopo questa discussione... Una voce. No, no! PRESIDENTE. Scusi, Ella non ha ben compreso. MORELLI SALVATORE. Io desidero che lo svolgimento della mia proposta, la quale è abbastanza grave, ed esige la presenza del guardasigilli, abbia luogo dopo la discussione del disegno di legge per le costruzioni ferroviarie. *§* Tornata del 29 Aprile 1879 (p. 5709 = rieletto e proclamato commissario per le petizioni) PRESIDENTE.

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[...] Votazione di ballottaggio per la nomina di due membri della Giunta delle petizioni: Votanti 221 L'onorevole Morelli Salvatore ottenne voti 143 Capo 94 Chimirri 84 Guarni 65 Schede bianche 18 - Nulle 2. Quindi gli onorevoli Morelli Salvatore e Capo, avendo ottenuto il maggior numero di voti, li proclamo eletti membri della Giunta delle petizioni. *§* 1a Tornata del 5 Maggio 1879 (pp. 5896 / p. 5902 = / fa talune osservazioni in occasione dello svolgimento della interrogazione del deputato Arisi sull'insegnamento e sulla ammissione delle giovanette nei corsi ginnasiali) SVOLGIMENTO DELL'INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO ARISI AL MINISTRO DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA SULL'INSEGNAMENTO OBBLIGATORIO DELLA RELIGIONE NELLE SCUOLE NORMALI E SULL'AMMISSIONE DELLE GIOVANETTE AI CORSI GINNASIALI. PRESIDENTE. L'onorevole Arisi è presente? Voci. Sì! sì! PRESIDENTE. Lo invito a svolgere la sua interrogazione della quale do lettura. <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro dell'istruzione sull'insegnamento obbligatorio della religione nelle scuole normali, e sull'ammissione delle giovanette ai corsi ginnasiali.>> L'onorevole Arisi ha facoltà di parlare. ARISI. [...] Ho finito, ma prima di concludere dichiaro che nel dirigere questa interrogazione all'onorevole ministro dell'istruzione pubblica non sono stato mosso dall'intendimento di fare concorrenza all'onorevole e carissimo mio amico Morelli e alle sue teorie su questa materia, che gli procurano la fortuna e l'onore d'essere regalato da un Comitato di gentili signore del diploma di marito universale (Ilarità vivissima), ma da un puro sentimento di giustizia e come interprete dei sentimenti liberali della maggioranza dei padri di famiglia. (Bene! Bravo!) MINISTRO DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA. [...] L'onorevole Arisi rifiuta la intiera comunanza colle idee dell'onorevole Morelli; ce ne sono degli altri che possono rifiutare la comunanza con molte opinioni dell'onorevole Arisi. MORELLI SALVATORE. Domando di parlare per un fatto personale. PRESIDENTE. Nelle interrogazioni non è permesso d'interloquire altro che all'interrogante ed al ministro. MORELLI SALVATORE. Non ho chiesto di parlare che per un fatto personale. MINISTRO DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA. [...] [...] PRESIDENTE. Essendo stata così esaurita l'interrogazione dell'onorevole Arisi, domando all'onorevole Morelli quale sia il fatto personale sul quale intende di parlare. MORELLI SALVATORE. Onorevole presidente, il mio fatto personale è chiaro. L'onorevole Arisi interrogante e l'onorevole ministro hanno alluso, nominandomi, alle mie dottrine, alle dottrine educatrici che mi sono onorato di esporre sovente alla Camera e che da venti anni professo con la convinzione profonda di doversi raggiungere, con la loro universale applicazione, la pace, il benessere e la civiltà del mondo intero. Questo per me sarebbe stato un onore, ma mi è parso che, specialmente il collega Arisi, vi abbia alluso celiando, come se contro la verità potesse celiarsi, e riverberandovi sopra così senza volerlo, le malignazioni di volgari calunniatori, che spargono dubbiezze della moralità

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delle medesime. Ciò non può essere il concetto nè del ministro tanto mite di animo, nè del mio onorevole collega, specialmente quando egli stesso sorge qui difensore dei diritti della donna seguendo il mio esempio. Non pertanto, signori, colgo questa occasione per deplorare, che mentre io sono stato pazientissimo tanti anni in un vero spineto per allevare questa piantolina della redenzione della donna, determinando i criteri ideali, mercè cui soltanto lei rivestita dei poteri pedagogici dovrà essere leva potente ai progressi morali e civili delle nazioni, altri che usufrutta i miei pensieri quando non mi dimentica con acerba ingratitudine, mi maledice crudelmente! E tanto più io deplora questo sistema, del quale si abusa verso di me, perchè si manca di equità verso un uomo che ha procacciato al partito liberale, cui si onora di appartenere, la vittoria di una dottrina acclamata oggidì da tutti gli Stati. La cosa poi si fa più dura quando si pensi che le ironie, e le malignazioni sembrano l'eco di quanto l'ultramontanismo reazionario va spacciando in tutta Europa per combattere le mie dottrine. Nel giornale l'Univers di Parigi, verbigrazia, che ho qui, si legge un articolo lunghissimo manofatto, credo nel Vaticano, il quale pur riportando le rispettose parole dette all'indirizzo del pontefice in quest'Aula, invece di combattere, ragionando, i miei giudizi, mi stravisa nel fisico e nel morale, presentandomi ai suoi clienti come proteggitore delle femmine di mal costume! (Ilarità) Ora, signori miei, questa è una vera iniquità, e la è tanto più, in quanto che simile diceria trae origine da un fatto avvenuto il 1867 nella Camera italiana, che ha un senso assolutamente opposto a quello che per malignarmi gli si vuole attribuire. Io difatti volendo propugnare nel Parlamento la difesa dei diritti della donna, protestai contro l'articolo del bilancio che riflette i lupanari, e chiesi istantemente che invece di una istituzione che degrada la dignità della donna ed alimenta il mal costume, si organassero scuole e lavoro per disperdere la miseria e l'ignoranza, cause determinanti nei più dei casi, alla perdizione morale di tante migliaia di giovinette. Se è così dunque, e se il mio esempio ha messo da allora in qua questa questione all'ordine del giorno di tutti i Parlamenti europei, perchè invece di farmi un merito della presa iniziativa, mi si calunnia con atroci insinuazioni? L'onorevole ministro quindi, che ha animo mite e gentile, raccogliendo l'allusione dell'onorevole collega Arisi non ha potuto nè dovuto intendere che io voglia abbandonare il regime delle scuole promiscue ad una condizione di cose compromettenti la morale. Queste scuole io le ho raccomandate a lei ed ai suoi predecessori De Sanctis, Bonghi, Scialoja e Correnti, come le più acconce ad educare i due sessi a vivere onestamente insieme, rispettandosi da che sono fanciulli, e a sviluppare in essi la intelligenza, con l'emulazione suscitata dal naturale antagonismo. L'onorevole Coppino sa pure, come tutti coloro che mi hanno onorato col leggermi e con l'ascoltarmi, che io sono perfettibilista umanitario. Io credo, signori, che la perfettibilità individuale e sociale debba pervenire dalla donna fatta depositaria dei poteri pedagogici. Credo che acquistando essa con questi poteri la dottrina civile che è la dottrina della vita, debba essere la forza più efficace dell'educazione della famiglia e della società. Credo che tutti i problemi sociali, che impensieriscono gli Stati, si riducano a problema di educazione, e che senza la redenzione intellettuale, giuridica e morale della donna, nessun di essi verrà normalmente e definitivamente risoluto. Come si possono avere infatti uomini eroici, geniali e robusti se le madri non sanno crearsene il tipo nella fantasia e provvedere al loro allevamento igienico quando nascono? Come può aversi la moralità se le madri non sanno abituare i loro figliuoli, da che nascono, alla legge del dovere? Come possono diffondersi ed organarsi la scienza, il lavoro produttivo,

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l'economia e la ricchezza, quando le madri ignorano il metodo di rendere pensanti, facenti, produttori ed economici i piccini? Vedete dunque, o signori, che tutto quello, che si spera per la civiltà e per il benessere è nel nido dove la donna impera, esercitando la sua influenza in bene o in male, secondo che è bene o male educata. Quindi io non m'inganno se insisto che la mia dottrina, la quale ha per bandiera LA DONNA E LA SCIENZA, invece di essere derisa e calunniata, si ritenga da tutti gli uomini di buona volontà, e specialmente dai miei onorevoli colleghi, come salvamento di una umanità naufragata nelle sirti [: "Sirte. S. F. ... Seccagna, Luogo arenoso in mare. Syrtis, in Virg. ... 2. Fig." (TommaseoBellini)] delle più brutali passioni. Ringrazio intanto l'onorevole Arisi ed il ministro dell'occasione offertami di protestare contro chi ingiustamente maligna su di me. (Bene! Bravo! - Molti deputati vanno a congratularsi con l'oratore. MINISTRO DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA. Chiedo di parlare. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare. MINISTRO DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA. L'onorevole Morelli, che ha trovato, in quanto ho detto, ragione di parlare per un fatto personale, deve concedermi una delle due cose, o che io non mi sono bene spiegato, o che egli non mi ha bene inteso. MAZZARELLA. E l'una e l'altra. (Ilarità) PRESIDENTE. Non interrompa, onorevole Mazzarella. MINISTRO DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA. Io debbo fargli osservare che ho detto solamente questo: vi sono delle persone che, come l'onorevole Arisi, non accettano tutte le opinioni dell'onorevole Morelli; vi sono altre persone che non accettano nè quelle dell'onorevole Arisi, nè le mie. Da ciò l'onorevole Morelli può vedere se avessi io voluto creargli una qualunque necessità di fatto personale. *§* Tornata del 14 Maggio 1879 (pp. 6179-6182 = Il deputato Varè, prendendo argomento dalla assoluta indipendenza reciproca fra la Chiesa e lo Stato, parla contro il disegno di legge) SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE SULL'OBBLIGO DI CONTRARRE IL MATRIMONIO CIVILE PRIMA DEL RITO RELIGIOSO. PRESIDENTE. [...] L'onorevole Varè ha facoltà di parlare. VARÈ. [...] Confesso che nel vedere riportate queste parole l'animo mio si confortava, perchè in esse sono espresse nobilmente i veri principii di libertà. Fu l'onorevole Lucchini, mi pare, che si impensierì per il gran numero dei bastardi che diceva esistere, lamentando tanto il loro numero da far quasi parere che fossero a suo carico. (Ilarità generale) Signori, se c'era un modo di provvedere logicamente a tale inconveniente, sarebbe stato quello che la Commissione, della quale fa parte il mio amico l'onorevole Salvatore Morelli si fosse fatta iniziatrice di un disegno di legge eguale a quello che fu altra volta presentato dallo stesso Morelli. Ed a questo proposito io trovo una fragrante contraddizione nello stesso onorevole Morelli per non essersi dichiarato della minoranza della Commissione. Se si vuol provvedere per il presente non solo, ma anche per l'avvenire, all'inconveniente che si lamenta relativamente al gran numero di bastardi, invece di violare la libertà dei contraenti e dei sacramenti, si abolisca l'articolo 189 del Codice civile che costituisce veramente un regresso in confronto del diritto comune, in confronto del diritto civile di tanti altri Stati d'Europa. Parlo dell'articolo che vieta le indagini della paternità. Le nostre tradizioni ripugnano a questa che è stata un'importazione francese. Le indagini della paternità sono un giusto esercizio della facoltà naturale in ciascheduno di cercare la verità, quando da questa verità possono scaturire diritti. Gl'incovenienti che si appalesano col sistema francese sono molto superiori a qualche scandalo che possa avere cagionato l'indagine della paternità; indagine che è permessa in In-

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ghilterra, in Austria ed in altri Stati d'Europa. In Francia, o signori, adesso si fa un movimento dell'opinione pubblica per fare abolire il corrispondente articolo. L'onorevole Morelli Salvatore avrebbe dovuto, come membro della Commissione, trovare qui la sede appropriata per la sua proposta. C'era dunque modo di provvedere a tutti questi bastardi senza venire a violare i principii del diritto. MORELLI SALVATORE. Domando di parlare per più fatti personali. (Ilarità) *§* Tornata del 15 Maggio 1879 (pp. 6217-6219 = I deputati Salvatore Morelli e Varè parlano per fatti personali) SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE SULL'OBBLIGO DI CONTRARRE IL MATRIMONIO CIVILE PRIMA DEL RITO RELIGIOSO. PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della proposta di legge sull'obbligo di contrarre il matrimonio civile prima del rito religioso. L'onorevole Muratori ha facoltà di proseguire il suo discorso. (Conversazioni) Prego di fare silenzio. MURATORI. [...] PRESIDENTE. L'onorevole Alli-Maccarani ha facoltà di parlare. ALLI-MACCARANI. [...] E per ciò, disgiunto dal matrimonio il principio religioso, il divorzio ne deriva come conseguenza necessaria, e l'onorevole Salvatore Morelli che lo proponeva ha ragione. Non vi ha scelta possibile: o con l'onorevole Morelli che inneggia al contratto puramente civile, e quindi il divorzio; o con noi che vogliamo serbato il prestigio al rito religioso, affinchè possa mantenersi indissolubile il vincolo matrimoniale. [...] [...] VARÈ. Onorevole presidente, ho chiesto di parlare per un fatto personale. PRESIDENTE. Ce ne sono altri che hanno diritto di parlare per fatti personali, onorevole Varè. VARÈ. Prima del mio non credo. PRESIDENTE. C'è quello dell'onorevole Lucchini, quello dell'onorevole Salvatore Morelli, e poi il suo. Sono fatti personali messi in serbo dalle sedute precedenti. VARÈ. Ah! dagli altri giorni? (Ilarità) PRESIDENTE. Esaurita poi la discussione generale, esauriremo i fatti personali, altrimenti non si finisce più. Ora spetterebbe di parlare all'onorevole Nocito il quale cede la sua volta all'onorevole Mancini. Voci. A domani! a domani! PRESIDENTE. Si esauriscano almeno i fatti personali per fare qualche cosa! Voci. Sì! sì! sì! PRESIDENTE. Onorevole Lucchini.... Voci. Non è presente. PRESIDENTE. Ma essendo questo un turno straordinario non vorrà dire che l'onorevole Lucchini perda il suo. Onorevole Salvatore Morelli vuol'ella dichiarare i suoi fatti personali ed esaurirli. (Si ride) MORELLI SALVATORE. Da diverse parti della Camera mi si è fatto l'onore di chiamarmi in causa nella discussione di questa legge, per la qual cosa, a me conviene dare una breve risposta a coloro che mi hanno nominato, e che mi hanno indirizzato la parola con significazione... Una voce. Di biasimo. (Si ride) MORELLI SALVATORE... non di biasimo, con significazione d'interessamento razionale alla materia che si discute.

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Il primo che parlò su questa legge fu il mio carissimo collega Arisi, il quale fervente com'è di patriottismo, credè di scorgere in essa una offesa alla libertà, e senza nominarmi accennò ad una certa dispiacenza nel vedere che qualche fautore di progresso civile, che siede su quei banchi (La sinistra) sia oggi membro della Commissione che la sostiene. Ora io ho a dire una parola franca. Benchè seduto qui (Il banco della Commissione), benchè quando debbo parlare per comodo dei miei polmoni scelga sempre gli stalli dell'estrema sinistra vicini all'emiciclo, pure, signori, rimango sempre numero 1 della Camera (Ilarità), epperò mantengo il mio diritto numerico. Laonde, non permetto a nessuno dei miei colleghi di credermi allontanato dallo stallo parlamentare non ottenuto da alcuno, ma conquistato con la lotta ideale di trent'anni, e da quell'ampia sfera di principii liberali di cui sono stato fautore con essi per lunghissimi anni. Bisogna però intenderci su questo argomento della libertà; avvegnachè da qualche tempo circola su di esso fra noi un equivoco che genera malintesi e diffidenze. Anzitutto tengo a dichiarare che la libertà è mezzo e non fine; che essa non è assoluta, ma relativa al progresso individuale dell'uomo e collettivo della società. Sicchè quando questo argomento della libertà deve servire a demolire, io comprendo, che quantunque sulla superficie della terra non vi possa essere niente di assoluto, si può ammettere come mezzo di demolizione anche la libertà assoluta, ed allora avrete non la libertà, ma l'anarchia della libertà. Quando poi, o signori, la libertà deve essere mezzo di ricostituzione individuale, sociale o politica di un paese, ma allora per essere feconda di bene deve essere compresa nelle quattro grandi categorie di libertà di coscienza, di pensiero, di stampa e di associazione confortata dalle leggi che ne ordinano e ne garantiscono l'esercizio. Ah! sì La libertà non può essere che nella legge, e, anzi dirò, nel quadrilatero della legge morale, legge intellettuale, legge fisica, legge sociale entro cui l'uomo onesto e sano di mente può esercitare questo dritto con la certezza di raggiungere per essa i benefici scopi che si propone. Lo stesso non avverrebbe quando a qualcuno venisse il ticchio di usare di questa libertà fuori legge. Cominciando, per esempio, dalla legge fisica e morale, figuriamoci che uno dicesse: io sono padrone di me, sono libero, adesso mi getto da una finestra; appena arrivato a terra il disgraziato si trova con le gambe spezzate, o col capo rotto, ed è così punito della duplice violazione delle leggi fisiche, e di quelle morali attinenti all'equilibrio ed alla propria conservazione. Lo stesso avviene quando si voglia esercitare la libertà fuori le leggi della ragione umana, o contro quelle sociali, e la prova delle iatture che se ne inducono, sono nelle tante miserie della vita, e nell'immenso numero dei prigionieri. Laonde non vi è legislatore che di fronte all'abuso della libertà esercitata contro la legge non sorga a garantirne la società. Ecco, o signori, la origine di questa legge, la quale è stata fatta non per restringere la libertà, ma per richiamare certe categorie di cittadini italiani al rispetto della legge che regola la materia dei matrimoni. Il clericato, che nelle tradizioni di un mondo ipotetico vastissimo, prodotto dal lavoro fantastico di quasi due millenni, crede di essere il padrone di tutto e di tutti; e specialmente poi, signori, colui che di Pietro tien le chiavi, si ritiene un vice Dio in terra, come gli lasciò detto la felice memoria di Pio IX, l'infallibile; in conseguenza gli duole di vedere, che anch'egli oggi deve rispettare, come ogni buon cittadino italiano, le leggi dello Stato. Invece egli avrebbe il desiderio di ricostituire il vecchio dominio temporale, sottoponendo alla sua sudditanza anche i sovrani eletti dai plebisciti. (Bene!) PRESIDENTE. Onorevole Salvatore Morelli, e se si attenesse un po' al fatto personale, non sarebbe bene? MORELLI SALVATORE. Perfettamente vi sono; parlo della libertà sul cui campo fui tirato pei capelli. Conseguentemente, che cosa trovate voi nell'opera di questa casta, signori? Un'opposizione continua, ostile, durevole contro lo Stato. Se cotestoro ci potessero cacciare via da Roma sarebbero felicissimi. È tale la persistenza loro nell'opposizione che talvolta vio

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lano anche le leggi del galateo. Sì, signori, è deplorevole che dopo 9 anni che noi siamo qui, dopo che l'eletto della nazione, il Re d'Italia colla sua famiglia è al Quirinale, è deplorevole, dico, che il Vaticano persista a mantenere su quel Palazzo un interdetto. (Rumori) Ebbene, signori, la Regina d'Italia, per tal divieto, è obbligata disagiarsi, uscendo di casa per udir la messa o compiere altri atti religiosi. (È vero! Bene!) PRESIDENTE. Onorevole Morelli, è un fatto personale questo? MORELLI SALVATORE. Vedrà che l'è perfettamente. Voci. L'ha levato. PRESIDENTE. Ella usa troppo dell'indulgenza della Camera. Non esca dal fatto personale. MORELLI S. Non l'ha levato. (Rumori) Scusatemi un momento. PRESIDENTE. Ma questo non ha nulla che fare colla legge del matrimonio, e tanto meno col fatto personale, la prego. MORELLI S. Ma questo è ragionare, signor presidente, in difesa dei diritti della sovranità nazionale. Ella non deve opporsi alla convenienza di tale difesa, anche perchè con questi argomenti io debbo giustificarmi in faccia a coloro che credono inopportuna la mia adesione a questa legge. PRESIDENTE. Questo è un modo curioso e troppo largo d'interpretare il fatto personale. MORELLI S. Non mi restringa la parola, sia amante delle larghezze, onorevole presidente! (Viva ilarità) Dunque, o signori, delle due l'una: o i vaticanisti hanno la persuasione che noi dovremo rimanere a Roma, ed avrebbero dovuto rispettare il principio di autorità della sovranità nazionale negli alti personaggi che la rappresentano al Quirinale. O non hanno questa persuasione e nutrono ancora la speranza che dobbiamo andarcene, ma allora anche per sentimento di ospitalità, di buona educazione e di cavalleria non avrebbero dovuto permettere che... (Benissimo!) che alla più gran dama, alla cui gentilezza e virtù materne fa leggiadro ornamento il prestigio della sovranità, si facesse l'onta volgare di farla scendere dal palazzo per udire la messa fuori. (Benissimo!) Questi atti d'irriverenza al paese ed ai sovrani che lo rappresentano vi dicano con quale spirito si guardi l'Italia dal Vaticano. DI SAMBUY. Sono opinioni. MORELLI S. Sono opposizioni selvaggie, non sono opinioni, onorevole Di Sambuy. L'interdetto nel quale si mantiene ancora la chiesa del Quirinale è il tacito esercizio di un diritto che il papato crede di mantenere su quel palazzo della nazione. Io non voglio dilungarmi per dimostrare, avendolo fatto tanto bene l'onorevole guardasigilli, tutta la serie infinita d'insidie che si tendono alla nostra posizione in Roma ed all'interno del regime dello Stato. Però, signori, io debbo rispondere due parole all'accusa che mi ha diretta ieri a bruciapelo il mio venerando amico l'onorevole Varè. (Venerando! - Ilarità) Sì venerando! benchè egli giovaneggi pure è venerando per sapere e per età! (risa) Ora, l'onorevole Varè diceva ieri, che si maravigliava come l'onorevole Salvatore Morelli difensore dei diritti delle donne, era venuto qui a sostenere un progetto di legge come quello che si discute, mentre ne aveva proposti due altri alla Camera, ch'egli avrebbe sostenuto benissimo perchè morali, perchè giusti, quali sono appunto quello dell'abolizione dell'articolo 189 sulle indagini della paternità, e la legge sul divorzio. Laonde pareva a lui che vi fosse contradizione tra quella e questa legge restrittiva. Onorevole Varè, io sono coerente sempre a me stesso, ed il giorno in cui non lo fossi più, sarebbe il giorno del mio suicidio. (Oh!) Una voce. Allora esce dalla legge fisica! MORELLI SALVATORE. Prometto all'interruttore di non uscire mai da nessuna legge. Io ho presentato questi due progetti, anzi quello del divorzio spero che verrà fra pochi giorni alla Camera. (Movimenti) Con quella legge che abolisce l'articolo 189, io, signori, voglio garantire

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la sorte delle donne e dei figliuoli che sono senza nome e senza registrazione alcuna; con questa legge poi voglio guarentire la sorte dei figliuoli e delle donne che subiscono un inganno crudele facendosi loro credere di essere in istato legittimo, quando la promessa dinnanzi alla Chiesa e la benedizione, non costituiscono nè per sè, nè pei figliuoli, nessun diritto, nessuna garanzia. Sotto questo punto di vista adunque l'onorevole Varè deve riconoscere che io non ho affatto mancato al mio proposito. All'onorevole Bortolucci poi (il quale, bisogna dire la verità, è stato temperato questa volta più che mai, ed il suo discorso è un buon discorso, o quantunque non vi manchi lo spillo per pungere Morelli) dirà che, quando io lo interrompeva, egli faceva il novero delle tre forme di matrimonio presso gli antichi romani, quando è arrivato all'uso (Ilarità), io ho detto: questo è matrimonio dei preti; ed egli ha aggiunto: l'onorevole Morelli pare che abbia poca dimestichezza collo studio delle leggi. Onorevole Bortolucci, io consento che ella sia un magistrato, consento anche che abbia la sua erudizione, ma non gli do il diritto di fare da maestro ai suoi colleghi... BORTOLUCCI. L'ha voluto. MORELLI SALVATORE... non gli consento di erigersi a censore di capacità. Io non potrò avere le larghe doti del suo lungo curialismo (Movimenti); però, onorevole Bortolucci, ho studiato anch'io il diritto, e l'ho studiato in una età in cui si possono determinare nella mente i criteri della scienza, e se non mi sono curializzato, ciò non importa che non ne abbia seguìto i progressi in più ampi e liberi orizzonti. Adesso, o signori, dovrei proseguire rispondendo a qualche altra frase che mi è stata diretta dall'onorevole Alli-Maccarani nel suo vivace discorso; però, siccome la Camera ha udite lunghe e dotte perorazioni, io la ringrazio della bontà che ha avuta di ascoltare questo mio fatto personale, e finisco. (Bene! Bravo!) PRESIDENTE. L'onorevole Varè ha facoltà di parlare per un fatto personale. Prego gli onorevoli deputati di prendere i loro posti. VARÈ. [...] *§* Tornata del 18 Maggio 1879 (pp. 6337-6339 / pp. 6340bis e ter = fa alcune dichiarazioni personali nella discussione del disegno di legge relativo al matrimonio civile e svolge un ordine del giorno nella discussione del disegno di legge relativo all'obbligo del matrimonio civile prima del rito religioso nell'amnistia da incorrere dagli ufficiali dell'esercito / la ritira dopo dichiarazioni) MORELLI SALVATORE. Chiedo di parlare. PRESIDENTE. Perdoni, onorevole Morelli. Prima di darle la facoltà di parlare, debbo chiedere alla camera se l'ordine del giorno da lei presentato, e non accettato dal Ministero nè dalla Commissione, sia appoggiato. Coloro che l'appoggiano sono pregati di alzarsi. (È appoggiato) L'onorevole Morelli ha facoltà di svolgere il suo ordine del giorno. MORELLI SALVATORE. Non è questa, o signori, la prima volta che io porto alla Camera il reclamo formulato nel mio ordine del giorno. In altra tornata, quando era al Ministro della guerra l'onorevole senatore Bruzzo, io gli feci delle raccomandazioni caldissime per richiamare il suo sguardo riparatore sulla condizione malagevole delle famiglie dei militari. Adesso mi è parso che votata questa legge si possa prendere una misura la quale produca il beneficio che allora mi proponeva di sollecitare. La Commissione per mezzo dell'egregio relatore ed il Ministro con la parola autorevole del guardasigilli non accettano la mia proposta per convenienze politiche e di opportunità, mentre io giudico invece che lo dovrebbero nell'interesse di entrambe queste convenienze. Rivolgendomi al relatore io gli dico: credete voi, onorevole collega Parenzo, che militari onoratissimi possano stare tranquilli dopo il vitupero legittimamente inflitto sul matrimonio anormale che si dice ecclesiastico nella lunga discussione fatta al riguardo in questa Camera?

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Ma essi sentiranno il dovere di regolare la loro posizione, facendo registrare il loro matrimonio negli atti dello stato civile dall'autorità del municipio. E se non facessero questo, signori, per ragioni di economia, come mi accenna sotto voce l'onorevole collega Ercole, sapete che ne verrebbe? Ne verrebbe che dovrebbero abbandonare la loro onorata carriera pel rigore dei regolamenti militari, e dopo che con lunghi servizi, con grandi privazioni hanno rilasciato un tanto l'anno dal loro soldo per dare ai figliuoli ed alla moglie una pensione, morti essi in istato illegittimo nei rapporti della propria famiglia, questi disgraziati non avrebbero alcun diritto. Ora, signori miei, da ciò si vede chiarissimamente che non è la riparazione invocata contro un male esistente che può produrre disordine fra l'esercito, ma è la persistenza nel credere che invece di un amalgama ragionevole, si vogliono usare mezzi che urtano le fibbre [sic] del cuore ed offendono l'umanità. Io ricordo e tutti ricordiamo che quand'era al Ministero l'onorevole Ricotti, provvide a questa necessità e nulla avvenne di male per ciò nell'esercito. L'onorevole Ricotti, se mal non mi appongo, ottenne per i militari maritati solo in linea religiosa l'amnistia, e con questo rimedio sopì molte angosce in numerose famiglie. Se allora dunque non si ebbe a deplorare nulla, oltre al rinnovamento degli sposalizi in chiesa, di cui lo Stato manteneva la tolleranza, come potete supporre, o signori, che avverrà il finimondo adesso che si chiudono le porte allo scandalo del matrimonio ecclesiastico, a quest'infrazione alla legge: come potete supporre, dico, che cada il mondo se si ottenga dal Capo dello Stato un atto di clemenza pei poveri ammogliati anormalmente come sono parecchi dei nostri bravi ufficiali? La posizione di queste centinaia di famigliuole è infelicissima; i loro figliuoli non hanno nè pensione, nè altro riguardo appena perduto con la morte il genitore non riconosciuto dalla legge. E d'altra parte se senza amnistia si va a legittimare il matrimonio allo stato civile, per la ragion della dote tanti bravi difensori della patria, bisogna che escano dall'esercito e spezzino una carriera per moltissimi decorata di gloriose memorie. Pensiamo, o signori, che gli ufficiali capaci e valorosi non si fanno di creta nè si creano subitaneamente come gli uomini di Cadmo battendo il piè sulla terra. Io credo che si arrechi maggiore danno all'esercito tenendo scontente centinaia di famiglie anzichè apportandovi la riparazione da me invocata, la quale poi, per una volta tantum, non costa troppo all'erario dello Stato. Bisogna pure, nel calcolare il dispendio che ne avverrebbe, tener conto delle centinaia di ufficiali morti, ammogliati ecclesiasticamente ed ai quali lo Stato non ha potuto pagar pensione, mentre avere per l'uopo ritenuto il tanto per cento l'anno. Laonde è il caso di dire: una cosa copre l'altra. E d'altra parte io credo che quel piccolo svantaggio che viene pecuniariamente all'erario è riguadagnato in mille tanti col ricostituire normalmente le famiglie di numerosi ufficiali. Prego quindi in ispecial modo l'onorevole guardasigilli ed il ministro della guerra, gentilissimi cavalieri come sono, di volere far pratiche energiche ed efficaci, perchè nel giorno della prossima festa dello Statuto a queste povere famiglie di militari, sia apportato il contento della grazia sovrana. Imperocchè io non credo alla sconvenienza costituzionale attribuita alla mia modestissima proposta. No, signori, la Camera può e deve costituzionalmente mettersi in rapporto col capo dello Stato per mezzo dei ministri, e questi hanno il dovere di trasmettergli come i reclami del paese, così quelli che nell'Aula parlamentare si pronunziano. Se ogni cittadino ha il diritto d'inviare istanze chiedenti grazia per mezzo del guardasigilli, perchè non dovrebbe potere la Rappresentanza nazionale nella sua collettività sovrana per affare di tanto momento come è questo che riguarda il benessere dell'esercito. (Bene!) Una voce a sinistra. Siamo poca cosa. MORELLI SALVATORE. No, non siamo poca cosa quando stiamo qua dentro ed abbiamo coscienza di rappresentare ventisette milioni d'italiani, con la somma di tutti i loro grandi e molteplici interessi. Io credo anzi che in certi momenti abbiamo anche il diritto di giudicare i vivi ed i morti. (Viva ilarità) E conseguentemente, tutte le volte che come ora nelle forme co

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stituzionali, nelle forme delicate, che i gentiluomini sogliono usare, si volga una preghiera ai ministri perchè la trasmettano rispettosamente al Capo dello Stato, io credo che si faccia cosa legittima e legittimissima poi quando questo reclamo si fa nell'interesse dell'umanità sofferente. (Bene! Bravissimo!) PRESIDENTE. La facoltà di parlare spetta all'onorevole presidente del Consiglio. DEPRETIS, presidente del Consiglio. Io rinnovo la preghiera già fatta dall'onorevole guardasigilli, perchè l'onorevole Morelli non insista nella sua proposta. Tutto quello che si attiene all'ordinamento dello esercito è talmente grave, talmente delicato che assolutamente non conviene farne oggetto di una discussione e di una risoluzione improvvisa. Poi, lo creda l'onorevole Morelli e lo creda la Camera, il male non è così grave, ed in così larghe proporzioni come lo ha dipinto l'onorevole Morelli; esso è molto più mite, e molto meno sensibile. In ogni modo conviene tener fermo tutto ciò che mantiene la disciplina e l'ordinamento dell'esercito. Guai a noi, o signori, se ad ogni tratto, sia per una ragione, sia per l'altra, veniamo con amnistie, con variazioni, con mitigazioni nell'ordinamento militare, a scuotere quella che è l'essenza dell'esercito, l'obbedienza alle leggi e la disciplina la più severa, la più assoluta. (Bene!) [...] PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Io ringrazio l'onorevole Finzi per le nobili e patriottiche parole colle quali ha gentilmente appoggiata la questione da me posta oggi in questa Camera. Sarà quello che hanno detto gli onorevoli ministri, quello che ha detto l'onorevole Finzi, che la cosa, cioè, per la sua complicata delicatezza non si possa, senza discuterla e studiarla, risolvere convenientemente, ed io mi vi sobbarco. Però desidero che questo esame sia fatto senza indugio, e depongo all'uopo nel cuore del patriarca Depretis, capo del Governo (Ilarità), i germi della mia proposta, perchè egli li fecondi in senso al gabinetto che presiede a fine di recare il chiesto sollievo a tante spose e pargoletti infelici. La cosa è fattibilissima, tanto più dopo le dichiarazioni dell'onorevole Ricotti. Egli ha detto che i matrimoni militari solennizzati nella sola Chiesa non sono così numerosi. Ebbene se sono pochi davvero ma perchè non regolarizzarli, perchè non farli entrare nella normalità dei matrimoni contratti secondo le regole dello stato civile? È una questione ardentissima, e si potrebbe prendere un sollecito temperamento a suo riguardo; come pure si potrebbe d'ora innanzi diminuire certe esigenze, che io non esito a chiamare stravaganti, quali sono appunto quelle a cui vengono sottoposti i matrimoni militari nella costituzione di una dote eccessiva. Si potrebbe permettere che quando la donna ha un'onorata industria, ha un ufficio qualunque, potesse maritarsi anche con un ufficiale, perchè possiederebbe, sui prodotti della propria attività, l'equivalente della dote; si potrebbe insomma togliere questo severissimo che non solamente offende le leggi della natura, ma produce nell'esercito un malcontento indicibile. Fatte quindi queste poche raccomandazioni, mi associo all'onorevole Finzi e ritiro il mio ordine del giorno come desideravano i ministri ed i colleghi della Commissione. (Bene!). PRESIDENTE. Essendo ritirato l'ordine del giorno, non ha più seguito la discussione. *§* a 1 Tornata del 26 Maggio 1879 (p. 6597 = prega la Camera di ammettere fra le urgenti la petizione n° 2126, e di trasmetterla alla Commissione del disegno di legge per le nuove costruzioni ferroviarie) PRESIDENTE. [...] L'onorevole Morelli Salvatore ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Prego la Camera di voler dichiarare d'urgenza la petizione 2126; questa petizione è sottoscritta dall'ingegnere signor Giuseppe Palazzi di Napoli; quindi prego l'onorevole presidente, come usa il presidente Farini, di inviare la medesima alla Commissione incaricata dell'esame della legge per le nuove costruzioni ferroviarie. PRESIDENTE. Se non vi sono obbiezioni, l'urgenza s'intenderà accordata.

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(È accordata) Quanto poi al trasmettere la petizione stessa alla Commissione per il disegno di legge sulle costruzioni di nuove strade ferrate, è il regolamento che provvede. Adunque, ciò che vien fatto dall'onorevole presidente Farini, sarà parimente fatto da me a seconda di quanto il regolamento prescrive. *§* a 1 Tornata del 26 Maggio 1879 (p. 6598 = sua mozione per la sollecita relazione delle petizioni) PRESIDENTE. L'onorevole Morelli ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Come ha udito la Camera dall'egregio collega Vollaro, la Commissione delle petizioni a cui ho l'onore di appartenere, è in regola. Non pertanto l'onorevole Chiaves ha ragione; io ho reclamato parecchie volte per gli indugi che si mettono nel discutere le petizioni alla Camera, ed ho avvertito che vi è un difetto di metodo. Le discussioni che si fanno sulle petizioni alla Camera talvolta sono ultronee ["Ultroneo. Agg. Spontaneo. Voce che non suona elegante. Ultroneus, in Sen. e Apul." (Tomamseo-Bellini)], non producono alcun effetto. Perciò io chiedeva che per queste si facesse ciò che si fa per le elezioni; vale a dire che appena la Commissione ha pronunziato su di esse, il pronunziato medesimo dovesse essere riferito dal presidente alla Camera nel principio della tornata in cui ne ha notizia. Quando sorgesse un deputato per chiedere una petizione fosse discussa, si discuterebbe, altrimenti, nessuno sorgendo a fare opposizione, rimarrebbe approvata la conclusione della Giunta; e così si otterrebbe il risultato che le petizioni sarebbero al corrente, i petenti rimarrebbero avvertiti dai giornali che pubblicano i resoconti della Camera, oppure per comunicazione che potrebbe loro farsi dalla segreteria della Camera stessa. Se non si cambia metodo, le cose rimarranno sempre così, e i deputati avranno ragione, come ho avuto ragione io altra volta di reclamare che questo servizio importantissimo del Parlamento funzioni con maggior sollecitudine ed esattezza. PRESIDENTE. Le osservazioni dell'onorevole Morelli Salvatore saranno opportune quando si discuterà il regolamento della Camera. *§* 2a Tornata del 6 Giugno 1879 (p. 7049 = domanda sia dichiarata d'urgenza la petizione n° 2139 e trasmessa alla Commissione delle ferrovie) PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore ha facoltà di parlare sul sunto delle petizioni. MORELLI SALVATORE. In nome dell'onorevole collega Friscia, infermo, prego la Camera di dichiarare d'urgenza la petizione del comune di Sciacca segnata col numero 2139; e, quando la Camera l'avrà accordata, raccomando all'onorevole presidente di farla pervenire senza indugio alla Commissione per le costruzioni ferroviarie. [...] PRESIDENTE. L'onorevole Salvatore Morelli propone che la petizione 2139 sia dichiarata d'urgenza. (È dichiarata d'urgenza) *§* 2a Tornata del 12 Giugno 1879 (pp. 7310-7313 = nella relativa discussione del disegno di legge nel dimostrare l'importanza della linea Capua-Gaeta, ne raccomanda la classificazione in seconda categoria) PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del progetto di legge per la costruzione di nuove linee ferroviarie. Ora si inizierà la discussione sulle linee da aggiungersi alla tabella B, cioè alla seconda categoria. Il primo iscritto è l'onorevole Salvatore Morelli il quale ha facoltà di parlare sopra un'aggiunta alla tabella B.

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MORELLI SALVATORE. Signori, il tronco ferroviario Sparanise-Sessa-Gaeta, del quale io

imprendo a parlare, è un'antica conoscenza della Camera dei deputati, avendo io per il lungo corso di circa dodici anni che ho l'onore di sedere in quest'Aula, battuto sempre forte perchè il Governo volgesse il sguardo su di esso, come importante opera pubblica diretta principalmente a provvedere alla difesa del paese. Sventuratamente in Italia, signori, regna ancora un pregiudizio, pregiudizio il quale è figlio della situazione in cui siamo stati attratti fatalmente nell'ultimo periodo dei contrasti con l'Austria e con la Francia, di riconoscere cioè che la parte da cui possono venire sempre i danni alla nostra patria, sia la parte del nord soltanto; laonde tutte le cure, tutti gli studi si sono rivolti a premunire l'Italia in quelle regioni, fortificandola alle Alpi e nella valle del Po. Però, signori, è ormai tempo di considerare che l'Italia d'oggi non è l'Italia di ieri; imperocchè, se quando il valoroso Piemonte, il patriottico Piemonte iniziava le lotte del risorgimento italiano, vi era ragione di concentrare tutti i mezzi della difesa nazionale nella valle del Po; se quando non avevamo ancora riscattate Venezia e Roma poteva esservi ragione a convergere tutte le nostre cure a fortificarci in quel punto, oggi, signori, che le correnti sono cangiate, oggi che la guerra è all'oriente e che l'Italia ne addiviene la più vicina e principale frontiera minacciata dai pericoli di una possibile conflagrazione, oggi, o signori, per dovere nazionale, bisogna volgere lo sguardo anche al mezzogiorno. Questa previsione, oltre alle tante altre considerazioni economiche, commerciali e di ordine pubblico, mi ha fatto due lustri insistente e persistente, perchè, come la valle del Po e le Alpi del nord, nel mezzogiorno il bacino del Volturno, che è il capo trincerato maravigliosamente costrutto dalla natura per servire in lunghissimi milleni [sic] a tutte le rivendicazioni nazionali, fosse fornito dell'indispensabile ed efficace mezzo di un breve tronco ferroviario, per cui, in caso di guerra, dai due depositi di Capua e di Gaeta potessero agevolmente e senza indugi trasportarsi armi ed armati. Qualcuno fra i nostri valorosi ed illustri generali aveva posto mente al pericolo che avremmo corso, nel caso di una invasione dalla parte del mezzogiorno, quando non fosse fortificato questo punto della difesa nazionale; ed io ricordo, o signori, che quando l'insigne uomo a cui l'Italia deve l'alleanza prussiana, dalla quale ci pervennero Venezia e Roma, voglio dire il generale Govone, fu ministro della guerra, disse a me, che l'avevo più volto e dalla tribuna parlamentare e privatamente interessato alla costruzione di questo tronco di ferrovia indispensabile alla nostra difesa: <<onorevole Morelli, quando lo Stato non possa concorrere in altra guisa a quest'opera di utilità nazionale, io gliela farò costruire prussianamente con la stessa guarnigione di Capua, di Gaeta e di Caserta, perchè l'unione di Capua con Gaeta per ferrovia io, al par di lei e di quanti amano l'integrità e l'indipendenza della patria, la credo non solo indispensabile, ma urgente a prevenire ogni possibile eventualità.>> Ma non fu solo il generale Govone nell'emettere al riguardo un così benevolo ed incalzante giudizio. Alla sua voce autorevole si associò in seguito anche quella favorevolissima della Commissione per la difesa nazionale, cui diede ascolto efficacemente, anche l'egregio ministro Ricotti, prendendo interesse, e tanto interesse a completare quel campo trincerato, con un tronco di ferrovia ed altro di cui fa bisogno, che nella legge di 79 milioni per la difesa nazionale approvata dalla Camera, egli ne destinava 10 pel campo trincerato fra Capua e Gaeta, ciò che vuol dire per la costruzione di questa ferrovia e rimpellamento di qualche magazzino di deposito. Imperocchè le trincee in quel punto sono nei naturali accidenti del suolo e non vi è da spendere per l'uopo un centesimo, ed ogni altra fortificazione sarebbe inutile. Voi lo sapete, o signori, oggidì, pel perfezionamento delle armi, non è con le fortificazioni che si fanno le guerre. Nemmeno la Cina più crede alle millenarie e famose sue muraglia [sic]. Anche la muraglia cinese è caduta dinanzi all'uragano ricostituente della civiltà. DELLA ROCCA. Non ancora.

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MORELLI S. Se non lo è interamente ha cominciato a cadere, onorevole Della Rocca, e

cadrà infranta dai flussi e riflussi delle diplomazie e dei commerci che la invadono. Oggi la guerra si fa sui continenti con le ferrovie, per mare con le torpedini; ed io non mi lusingo, o signori, che malgrado tutto il rispetto che posso avere per la genialità dei nostri costruttori marittimi, che si possano costruire tanti Duilio e tanti Lepanto per quanti sono necessari a coprire i nostri 5000 chilometri di littorale. Qual altro rimedio ci sarebbe, signori? Quello soltanto di tenere in una rispettosa distanza i nemici col mezzo economico delle torpedini e di spedire rapidamente e con agevolezza grandi masse di soldati là dove il bisogno lo richiede. (Bene!) Così se le ferrovie debbono servire alla difesa nazionale, nessuna è più importante, nessuna, richiama la vostra attenzione, più di quella che io sostengo e che ho visto con piacere finalmente collocata in questa gran legge delle nuove costruzioni. Ma Governo e Commissione hanno poi reso giustizia davvero a questo disgraziato mio figlio, che si chiama il tronco di Sparanise-Gaeta? (Ilarità) Sì, signori, è figlio mio, è il mio verbo fatto ferrovia! Sono quasi dodici anni che per amore d'Italia e dei miei cari elettori gli somministro in quest'Aula, l'alito amoroso della vita, e posso dirlo benissimo mio diletto figliuolo. (Ilarità Benissimo!) Ebbene, ha reso realmente giustizia il Governo a questa povera mia creatura mettendola in terza categoria? Io non lo credo. Eppure essa meritava un'altra considerazione, perchè la stessa Commissione, signori, composta di insigni patrioti e di eminenti statisti, quando ha dovuto stabilire il criterio della classificazione delle vie, ha riconosciuto che questo tronco di ferrovia (almeno per quanto ne dicevano i giornali, allorchè sotto gli insoffribili ardori canicolari dell'anno scorso, discuteva la legge e preparava la relazione), la Commissione giudicava tanto importante questo tronco di ferrovia alla difesa da dirlo quasi intrinseco e viscerale alla nazione. Ora signori miei, queste frasi così giudiziose e tanto scultorie, che cosa significano? Significano certamente che ha un'importanza primordiale; significano che il tronco SparaniseSessa-Gaeta non sta bene collocato nella terza categoria, e che debba essere almeno tramutato nella seconda. Ma non basta questo. Se voi, signori, guardate un po' la storia del nostro paese, dalle guerre Puniche, da Fabio Massino fino a Vittorio Emanuele e Garibaldi, ditemi, questi nostri eroi dove hanno dovuto posare nel momento in cui rivendicavano e difendevano i diritti d'Italia? Non hanno dovuto posar lì quell'immenso campo trincerato, lì sulla maestosa via millenaria consolare Sparanise-Sessa-Gaeta? E lei, onorevole presidente (Si ride), non era testimone anche lei con tanti generali dello stato maggiore, quando Vittorio Emanuele, attendato a Sant'Agata, vicino a Sessa, vegliava la guerra nazionale per la cacciata d'Italia dell'ultimo Borbone? Non è stato lì che Garibaldi si è incontrato la prima volta col Re d'Italia per annunziargli le vittorie riportate a Maddaloni ed a Capua? Non è stato lì che l'eroe popolare, presentando al Sovrano i plebisciti delle provincie meridionali, consacra l'unità nazionale, battezzando fratelli in quel nuovo Giordano che si chiama Volturno ventisette milioni d'Italiani? (Bravo! Benissimo!) E oltre a questi grandi fatti contemporanei, vi sono le immanenze geografiche, vi sono i ricordi immortali della storia leggendariamente conservati dal popolo. Il contadino, verbigrazia, della Campagna Felice vi sa dire dove fu la tenda di Annibale, indicandovi le colline sulle quali il più grande capitano del mondo tenne stanza coi suoi eserciti vittoriosi. Vi sa dire che il tal monte si chiama monte Fabio; ed è una delle grandi trincee naturali dove il generale romano Fabio Massimo restituit rem temporeggiando; e se il Governo della sinistra ravviverà di più quelle memorie con la sollecita costruzione di questa ferrovia, io sono sicuro che da qui a mille anni vi sarà ricordato anche con grato animo il nome del Ministro Depretis, che he è fautore.

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Gran merito, onorevole ministro dei lavori pubblici, avrete voi ed i vostri colleghi se si compiranno queste opere che il nostro insigne predecessore lucubrò con tanto studio ed affetto patriottico. Non è poi, signori, solo una ragione altamente italiana di difesa nazionale quella che impone il dovere di tenere in alta considerazione questa ferrovia: è anche una ragione economica la quale non è meno imperiosa della prima. Questa ferrovia traversa una zona vastissima di quell'illustre provincia che si chiama Campagna Felice, ed è la più feconda e la più sparsa di ricche condizioni economiche. Tal che se s'intendesse indugiarne la costruzione o deviarne il transito, come si vorrebbe da chi ha interessi locali opposti, e ne soffrirebbe iattura la difesa nazionale, e si perpetrerebbe una grande ingiustizia contro circa 111 mila abitanti, i quali tagliati fuori da questo gran beneficio, non avrebbero speranza di raggiungere altrimenti il benessere della propria esistenza. Signori, la linea Sparanise-Sessa-Gaeta attraversa uno spazio di circa 70,000 ettari di terra ubertosissima, nella quale vi sono dieci considerevoli comuni, vi è il cantiere di costruzione Formia-Gaeta, vi sono boschi, vi è il fiume Garigliano, le cui acque dovranno servire di forza motrice ed alla irrigazione delle circostanti campagne, e vi sono le ricche sorgenti di acque minerali in quel di Transo e di Sujo che furono nell'antichità e dovranno tuttavia essere bagno ricostituente e redentore alla vita organica di tante migliaia di sofferenti italiani e stranieri, sol che l'industria vi erga edifizi decenti e confortevoli. Oltre a ciò il luogo dove è il tracciato normale di questa linea fu sempre centro di traffico: basta mettersi su quella via al punto detto Sant'Agata, nei pressi di Sessa Aurunca per vedere un traffico perenne di notte e di giorno. E poi aggiungete che il Governo stesso deve spendere 90 e più mila lire all'anno per trasporti di guerra, somma che, colla ferrovia, sarebbe assolutamente cancellata dai bilanci, nè puossi lasciar senza considerazione il mercato di Sessa che ogni settimana vi richiama il bestiame, il frumento e tutti gli altri prodotti di quella e di altre provincie limitrofe. Devesi altresì tener conto della grande utilità che deve derivarne dal commercio delle isole vicine, Palmarie e di Ventotene, le quali portando i prodotti loro a Gaeta, avrebbero, con questa ferrovia, l'agevolezza di farli arrivare a Napoli, a Roma, negli Abruzzi ed ovunque loro meglio torni vantaggioso. Dunque sotto il punto di vista economico questa è una via immensamente produttiva, e non lascia affatto dubbio che oltre le spese di esercizio dia a chi ne assuma la costruzione una larga utilità. Nè questo è tutto, imperocchè oltre alle ineluttabili ragioni dette fin qui, o signori, per giustificare il miglioramento di categoria a questa modestissima linea, vi è poi una veduta di ordine pubblico del massimo interesse. Quel suolo così accidentato, che ha tanto bene servito alla difesa di Napoli, e di tutte le provincie meridionali, ha servito anche di nido ai briganti nel dodicennio della reazione borbonico-clericale ed il Governo italiano dovette tenervi impedita buona parte dell'esercito e spendere milioni senza poterli snidare. Ora, signori, colla ferrovia, il brigantaggio non potrà più rimanervi, lo Stato non ne sopporterà più i dispendi e quelle contrade non avranno più a temere della vita e della prosperità. V'è poi una ragione di giustizia riparatrice che parla al cuore di ogni onesto uomo. Noi tutti sappiamo, o signori, che nel 1860 quella vasta e splendida zona del territorio italiano fu il teatro della guerra. Da ciò facilmente si comprende che gli abitanti di essa hanno dovuto sopportare disastri infiniti. Alternandosi di fatti in quei paesi e campagne amici e nemici, fu loro tolto il bestiame, le vettovaglie e tutto quanto occorreva alla fornitura delle milizie. Nè di questi danni furono mai rivaluti, poichè stante il brigantaggio che infierì dopo la guerra e per altre circostanze non poterono approfittare d'una legge, la quale stabiliva un perentorio per la scadenza dei reclami. Tal che presentati questi fuori i termini fissati, molte volte al Ministero della guerra, non ottennero alcuna riparazione. I danni ascesero a molte centinaia di migliaia di lire. Io conosco questi dettagli, perchè a me sono arrivati parecchi reclami, di quei cittadini danneggiati, e per quanta cura io ponessi

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perchè il Ministero della guerra desse la soddisfazione che era loro dovuta, mi udii sempre ripetere un terribile non possumus, perchè il tempo delle indennità era scaduto. Oltre a ciò bisogna considerare, che essendo stato quel territorio il campo chiuso di briganti per circa tre lustri, le stragi, le rapine e le devastazioni furono un terribile flagello per quei disgraziati cittadini. Credete voi, signori, che non si debba una riparazione a coloro i quali hanno sofferto tanto pel risorgimento nazionale? E se l'equità non vi consente di crederlo, vi pare bene allogata in terza categoria questa ferrovia, che come ho detto, è d'un alto interesse per la difesa nazionale, per lo sviluppo economico, e deve anche rispondere alla giustizia riparatrice, cui hanno diritto gli abitanti che soffrirono iattura pel bene della nazione? Ora, dopo quanto ho detto io desidero che Camera e Governo, rendano omaggio ai grandi interessi nazionali, ed alle grandi memorie che si rannodano alla Sparanise-Sessa-Gaeta. Signori, Ministero e Camera avranno ben meritato della patria mandando a termine con eque risoluzioni questo progetto di legge, il quale non racchiude solamente un interesse politico ed economico; esso ha uno scopo altamente sociale. Niente è più provvidenziale nelle presenti miserie quanto il dare sviluppo al dinamismo da cui precede la produzione e lo sviluppo economico delle nazioni. La legge quindi che ci sta dinanzi provvederà adeguatamente alle necessità economiche, commerciali, militari e politiche del nostro paese, purchè non si tentenni. Ella, onorevole ministro, bisogna che nell'amore del bene pubblico si rifaccia giovine per dare a queste opere l'impulso e la celerità che meritano. Imperocchè le grandi leve della prosperità per l'epoca moderna sono due: dinamismo e mentalità. Il dinamismo è rappresentato dalle macchine della produzione e dal binario delle ferrovie. La mentalità poi è favorita da un altro binario sublime e tutto ideale che consiste nei due termini: la donna e la scienza, che io ho avuto l'onore di proclamare come unico ed efficace mezzo di rifare l'educazione morale e civile divulgando la scienza con l'apostolato efficace delle madri di famiglia. Sì, se quel venerando patriarca, se quel Mosè d'Italia del presidente dei ministri, onorevole Depretis, il quale a quest'ora è forse come l'antico su l'Orebbe a parlare con Dio (Ilarità), se egli vecchio patriota farà il miracolo di far approvare queste ferrovie, e di attuarle senza indugio, siate certi, o signori, egli passerà a piedi asciutti il mar Rosso, il mar Nero, e tutti i mari, comunque tempestosi si fossero. (Bravo! Bene! a sinistra - Rumori - Molti deputati si rallegrano con l'oratore) *§* Tornata del 24 Giugno 1879 (p. 7838 = si associa alla raccomandazione fatta dal deputato Carbonelli per la precedenza a darsi nella costruzione alla linea Taranto-Brindisi) MORELLI SALVATORE. Chiedo di parlare. Mi associo di cuore alle premure dell'onorevole Carbonelli per la Taranto-Brindisi, che interessa tanto la mia provincia natia, e fo la stessa raccomandazione per il tronco GaetaSessa-Sparanise. Signori, il giorno, in cui mi onorai di sviluppare le ragioni molteplici per le quali quella linea avrebbe dovuto passare in una migliore categoria, io vi dimostrai fino all'evidenza la sua importanza, anzi la sua urgenza militare. Ora, sotto questo punto di vista, io sono sicuro che il ministro della guerra, emulando i suoi predecessori Govone e Ricotti, s'interporrà per affrettare la costruzione di questa ferrovia. Con tale sicurezza d'animo, io spero, che tanto il ministero dei lavori pubblici, quanto il prelodato suo collega della guerra, si faranno essi medesimi sollecitatori della costruzione di questa ferrovia, la quale credo sia ritenuta da essi medesimi una delle più importanti per completare il campo trincerato che ad ogni evenienza dovrà servire alla difesa delle provincie meridionali e dell'Italia intera. Quindi io mi auguro che il signor ministro e l'insigne relatore mi daranno in proposito una categorica risposta, perchè ripeto, è di somma urgenza che la costruzione di quel tronco preceda quella degli altri della terza categoria.

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*§* Tornata del 25 Giugno 1879 (pp. 7874-7878 = svolge un'aggiunta all'articolo 6 diretta ad agevolare la costruzione delle linee di terza categoria) SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE PER LE COSTRUZIONI FERROVIARIE. PRESIDENTE. Ieri la camera approvò i primi nove articoli della legge sulle costruzioni ferroviarie, lasciando però sospeso l'articolo 6, e incominciò la discussione del 10. Sull'articolo 6 erano stati presentati due emendamenti, uno dall'onorevole Melodia e l'altro dall'onorevole Salvatore Morelli. Questi emendamenti furono mandati alla Commissione, e la Commissione oggi riferisce intorno ai medesimi, facendo essa stessa la seguente proposta di sostituzione all'articolo 6: <<Per intraprendere i lavori di costruzione delle ferrovie, di cui all'articolo 5, occorre il previo assenso delle provincie interessate che complessivamente rappresentano almeno i due terzi del contributo e regolarmente s'impegnino al pagamento delle rispettive quote di concorso.>> Onorevole Morelli Salvatore, ella ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Io non so perchè il Governo e la Commissione non abbiano aderito all'ammissione dell'articolo che io ho proposto. Qui si tratta di agevolare quanto è possibile la costruzione della terza categoria, e nel caso in cui la maggioranza dei comuni si trovi già di avere il capitale necessario per questa costruzione, senza incomodare nè Governo, nè provincie ad anticipare le rate cui sono obbligati in forza di questa legge, si dovrebbe lasciar loro almeno la libertà di venire a tali costruzioni prima dei 20 anni stabiliti nella legge. Questa restrizione, a dir la verità, non ha niente nè dell'umano, nè del ragionevole. Perchè volete creare imbarazzi ai comuni, i quali si trovano, come ho detto testè, nella condizione di avere i capitali da poter anticipare la costruzione delle vie, mantenendo pure la scadenza dei sussidi a rigore come voi la fissate in questa legge? Signori miei, non mi entra proprio in mente l'opposizione che si fa dalla Commissione e dal Governo. Se con quest'articolo s'intendesse fare anticipare la tangente che deve lo Stato o le provincie, mi si potrebbe dire: voi volete in tal modo impedire che si costruiscano quelle linee che hanno diritto alla preferenza di categoria. Ma qui si tratta invece che, senza impegno e senza scapito di alcuno, si affrettino delle ferrovie cui sono legati gravi interessi economici, e di nazionale difesa, le quali debbono essere a cuore di quanti amano la prosperità e la sicurezza del paese. Detto ciò io mi attendo una risposta più plausibile e dal Ministero e dalla Commissione; perchè in verità non deve permettersi nè un ministro e neppure una Commissione composta di egregi uomini e rappresentata in questa bimestrale discussione dalla splendida intelligenza di quell'aquilotto (Ilarità) quale è il mio amico Grimaldi, di respingere proposte che mirino, come la mia, ad eliminare le possibili difficoltà che agevolmente si frapporranno per rendere frustranei i benefizi che Parlamento e Ministero si propongono di arrecare alla nazione. (Bene!) [...] PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole ministro dei lavori pubblici. MEZZANOTTE, ministro dei lavori pubblici. Quanto all'emendamento proposto dall'onorevole Melodia, io mi riferisco a tutto quello che il relatore della Commissione ha già espresso. Debbo però dichiarare che l'emendamento dell'onorevole Morelli tratta un argomento assai diverso. L'onorevole Morelli dice: <<Quando la maggioranza dei comuni interessati dimostri di avere i capitali necessari alla costruzione della ferrovia che li riguarda, Stato e provincie debbono concorrere alla pronta esecuzione dell'opera, pur serbando nelle scadenze dei sussidi a cui sono obbligati, il tempo stabilito dalla presente legge.>>

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Dunque è cosa affatto diversa da quella dell'emendamento dell'onorevole Melodia. Ora io debbo dire all'onorevole Salvatore Morelli perchè quest'emendamento non si può accogliere. Imperocchè ciò che egli chiede lo trova già nella legge all'articolo 15, di cui mio mi permetto di leggere il testo: <<Qualora poi da parte degli interessati venisse offerta l'anticipazione senza interessi della quota spettante al Governo, le linee cui tale quota si riferisce, avranno la precedenza nell'ordine della costruzione. <<La restituzione dell'anticipazione suddetta verrà dallo Stato eseguita entro dieci anni a decorrere dal giorno dell'apertura delle linee all'esercizio ed in dieci annue rate senza interessi.>> È qui che si fa il caso che gli enti interessati anticipino quella parte che dovrebbe pagare il Governo; ed è provveduto al modo di rimborso di questa parte. Vede dunque l'onorevole Morelli che, essendo precisamene nella legge provveduto a ciò che egli richiede, il suo emendamento non avrebbe ragione di essere. MORELLI SALVATORE. Io ringrazio il ministro del chiarimento che ha inteso darmi, ma confesso di non essermi mai accorto che l'articolo letto da lui contenga il provvedimento da me reclamato. Tuttavia io credo, che a ciò provveda meglio e più coerentemente la legge generale dei lavori pubblici di quel che non fa la disposizione letta dell'onorevole ministro, e se deploro la reiezione del mio articolo aggiuntivo, è soltanto perchè una legge organica di questa mole vorrei vederla completa a fine di non scemarne l'efficacia. Intanto convinto d'aver fatto il mio dovere, io finisco dicendo al ministro ed alla Commissione: vi abbiamo coadiuvato coscienziosamente a fare un'opera buona e ragionevole, voi non ci avete ascoltati, abbiatene la responsabilità. E tu, onorevole Grimaldi, relatore insigne, la cui genialità versatile e scintillante, ti lega al possesso fatale di dieci portafogli, tu specialmente dovresti unirti a me nel chiedere che si completi l'opera la quale costituirà per te, per l'egregio predecessore Morana, e per tutti coloro che vi hanno collaborato, compreso anche il nostro illustre presidente, un vero titolo di benemerenza nazionale. Ho detto. (Bene!) PRESIDENTE. Onorevole Morelli, ritira ella la sua proposta? MORELLI SALVATORE. La ritiro. PRESIDENTE. Va bene. *§* 1a Tornata del 30 Giugno 1879 (pp. 8108-8109 = un emendamento col quale si propone di tener fermi gli obblighi già assunti coll'articolo 5 concernenti le linee Velletri-Terracina, Sparanise-Gaeta) PRESIDENTE. [...] L'onorevole Morelli Salvatore propone la seguente aggiunta all'articolo del Ministero: <<Fermi restando per le medesime, gli obblighi assunti con l'articolo 5.>> [...] PRESIDENTE. Ora rileggo l'aggiunta dell'onorevole Morelli: <<Fermi restando per la costruzione delle medesime (cioè delle ferrovie da Velletri a Terracina e da Sparanise a Gaeta) gli obblighi assunti con l'articolo 5.>> Domando se l'aggiunta dell'onorevole Morelli sia appoggiata. (È appoggiata) Essendo appoggiata ha facoltà di parlare. MORELLI SALVATORE. Onorevole presidente, la mia aggiunta è chiarissima, non ci vuole discussione per comprenderne la ragionevolezza, e non si dovrebbe fare altro che interrogare Commissione e Ministero se l'accettano. A me sembra che lasciando l'articolo com'è formulato, potrebbe generare dubbiezze in ordine alla priorità di costruzione già acquistata con approvazione della Camera, dalle due linee Sparanise-Sessa-Gaeta e Terracina-Velletri.

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Quindi, ad evitare che quando saranno ammanniti ["Ammannire. V. a. Preparare, Apparecchiare." (Tommaseo-Bellini)] i mezzi per costruire queste due linee si opponga, che non vi si possa dar mano all'opera, senza la coordinazione con la Napoli-Roma, la quale non è ancora che una promessa del Governo, deve assolutamente aggiungersi all'articolo del Ministero il mio emendamento. D'altra parte io non so comprendere la riserva della coordinazione; imperocchè la NapoliGaeta-Roma dovrà essere direttissima come l'hanno propugnata con entusiasmo patriottico gli onorevoli colleghi Di San Donato e Capo, e come deve ritenerla indispensabile il Parlamento pei riguardi dovuti a quell'illustre città e pei grandi interessi che rappresenta, ed allora questa riserva è inutile, dovendosi la longitudinaria Napoli-Gaeta congiungere e completare fatalmente con la Terracina-Velletri; talchè è bene se la costruzione di questa preceda quella dell'altra; o la Napoli-Gaeta-Roma debba essere semi-diretta, ed allora la condizione medesima è inutile, imperocchè la coordinazione avverrà di fatto costruendo i 29 chilometri che congiungeranno la Gaeta-Sparanise alla Terracina-Velletri. Nell'una o nell'altra ipotesi quindi è superfluo, e potrebbe essere anche dannoso agli abitanti che dovranno godere i benefizi delle indicate due linee sottometterne la costruzione ad un così elastico condizionale. Laonde io supplico Governo e Camera di rispettare il pronunciato solenne di pochi giorni dietro, accettando il mio emendamento all'articolo del Ministero. *§* XIII LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (20.11.1876 - 02.05.1880) Sezione 3 (17 feb. 1880 - 02 mag. 1880) Tornata del 20 Febbraio 1880 (p. 31 = Presenta un disegno di legge sul divorzio) PRESENTAZIONE DI UN DISEGNO DI LEGGE D'INIZIATIVA DEL DEPUTATO MORELLI, E PROPOSTE DEI DEPUTATI RIGHI E VOLLARO RELATIVE AD ALCUNI DISEGNI DI LEGGE PRESENTATI NELLA PASSATA SESSIONE. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli Salvatore ha presentato un disegno di legge di sua iniziativa, che sarà inviato agli uffici affinchè ne autorizzino la lettura. *§* Tornata del 21 Febbraio 1880 (p. 63 = Si dà lettura del disegno di legge sul divorzio, ammesso dagli uffici) PRESIDENTE. [...] Si dà lettura di un disegno di legge dell'onorevole Morelli Salvatore, che gli uffici hanno ammesso alla lettura. DEL GIUDICE, segretario. (Legge) Art. 1. Il divorzio è ammesso: 1. Nel caso di condanna di uno dei coniugi ai lavori forzati a vita; 2. nel caso di separazione personale completa dopo sei anni, quando vi sono figli, e dopo tre anni quano non ve ne sono. Art. 2. Il procedimento pel divorzio sarà identico a quello stabilito dalla legge per la separazione personale. Art. 3. La sentenza, che dichiarerà sciolto il matrimonio, provvederà anche ai mezzi per l'allevamento e l'educazione dei figliuoli, i quali verranno affidati di preferenza alla madre, se altre gravi ragioni non consiglino il contrario. Art. 4. I figli nati durante la separazione personale da altre unioni dei coniugi divorziati, acquistano la legittimità col susseguente atto di matrimonio. Art. 5. Le disposizioni del Codice penale concernente lo adulterio rimangono abrogate. PRESIDENTE. è presente l'onorevole Salvarore Morelli? (Non è presente)

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Non essendo presente, si stabilirà in altro giorno quando egli intenda di svolgere il suo disegno di legge. *§* Tornata del 27 Febbraio 1880 / Tornata del 28 Febbraio 1880 (p. 244 / p. 288 / pp. 293294 = domanda d'interrogare il ministro dei lavori pubblici sulle bonifiche di Terra di Lavoro / la svolge / replica al ministro) PRESIDENTE. Essendosi un momento allontanato l'onorevole ministro, leggerò due domande d'interrogazione pervenute alla Presidenza. La prima dell'onorevole Salvatore Morelli, in questi termini: <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro dei lavori pubblici se, in vista delle condizioni tristissime nelle quali versano Castelforte, Traetto ed altre popolazioni rurali di Terra di Lavoro, per epidemie palustri e mancanza di ogni mezzo di vita, sia disposto ad attivare bonifiche ed altri lavori, dei quali è già decretata l'esecuzione. Salvatore Morelli.>> Prego l'onorevole ministro dei lavori pubblici di voler dichiarare se e quando intenda rispondere a questa interrogazione. MINISTRO DEI LAVORI PUBBLICI. Ai rispettivi capitoli del bilancio. PRESIDENTE. Mi sembra che si potrebbe rimandare lo svolgimento di questa interrogazione al capitolo 86, Bonifiche. Le pare, onorevole ministro? MINISTRO DEI LAVORI PUBBLICI. Precisamente. PRESIDENTE. L'onorevole Morelli acconsente? MORELLI S. Sì. [...] PRESIDENTE. [...] Bonifiche. - Capitolo 86. Lago di Bientina, lire 60,000. A questo capitolo fu rinviata una domanda d'interrogazione dell'onorevole Morelli Salvatore così concepita: <<Il sottoscritto desidera interrogare l'onorevole ministro dei lavori pubblici, se, in vista delle condizioni tristissime nelle quali versano Castelforte, Traetto ed altre popolazioni rurali dell'Agro Sessano e di altre contrade di Terra di lavoro, per epidemie palustri e per mancanza di ogni mezzo di vita, sia disposto ad attivare le bonifiche ed altri lavori, dei quali è già decretata la esecuzione.>> L'onorevole Morelli Salvatore ha facoltà di svolgere la sua interrogazione. MORELLI SALVATORE. Lo stato della mia salute se mi ha permesso di compiere un sacro dovere presentando l'interrogazione testè letta dall'illustre nostro presidente, per pregare il Governo di andare in soccorso di quei comuni di Terra di Lavoro, i quali come Traetto, Castelforte ed altri villaggi dell'Agro sessano, veggono mietere centinaia di vittime al giorno dalla morte per febbri palustri e per fame, non mi permette che ne faccia un largo svolgimento. Laonde mi limito ad aggiungere, che quel che esprimo nell'interrogazione è meno che la verità, come possono attestare gli onorevoli Visocchi, Grossi, Comin e Pierantoni, che in questa tardissima ora veggo solo presenti alla Camera. Attendo dunque che l'onorevole ministro Baccarini dia in proposito una risposta categorica sull'affrettamento della legge per le bonifiche, e sulle disposizioni subitanee che intende dare in sollievo di quelle sofferenti popolazioni. [...] MORELLI SALVATORE. Ringrazio l'onorevole ministro delle promesse che ha fatto, e lo prego di considerare che la provincia di Terra di Lavoro era la Campania felice, e che sarebbe vergogna che sotto il regno della libertà, invece di migliorare i suoi destini, divenisse una valle di lacrime. Questo solo voleva dire. (Bene!) PRESIDENTE. Così è esaurita l'interrogazione dell'onorevole Morelli. MINISTRO DEI LAVORI PUBBLICI. Ecco, non posso lasciare passare le ultime parole dell'onorevole Morelli, le quali potrebbero far l'impressione che il peggioramento della condi

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zione dell'Agro Campano, fosse effetto degli atti del Governo italiano. Ecco, anche in questo corrono grandi pregiudizi rispetto all'antica felicità tanto dell'Agro romano, come del Campano e delle maremme toscane al tempo dell'Etruria. In primo luogo le condizioni non erano eguali; ed in secondo luogo non furono mai santi interamente quei luoghi che sono malsani oggi. [...] [...] MORELLI SALVATORE. Io debbo una parola all'onorevole ministro per dichiarare che non allusi al Governo presente per renderlo responsabile di mali vecchi e non perpetrati dalla sua amministrazione, ma pel solo scopo di eccitarlo a fare il bene. Convengo che le evoluzioni della vita cosmica portano a quei cangiamenti cui egli ha accennato. Comprendo pure benissimo che vi siano delle opere le quali esigono miliardi ed anche tempo e tempo; ma io desidero che quei grandi patrioti, che reggono la cosa pubblica, s'impesieriscano delle condizioni in cui sono specialmente i bravi contadini delle pazientissime plebi italiane, e facciano senza indugio ciò che è possibile per diminuire le loro angosce. È incredibile, signori, che in paesetti rurali di qualche migliaio di anime, come avete udito confermare dall'onorevole collega Visocchi, siano morti in quest'anno in Terra di Lavoro da 5 a 6 cento anime di febbre palustre e di fame! Se le cose dunque sono arrivate a questo estremo non troverete nè esagerata, nè ingiuriosa la frase della quale mi sono servito per eccitare il patriottismo dell'onorevole ministro Baccarini a provvedere sollecitamente, perchè sieno mitigate nei limiti del possibile, ripeto, le miserie che contristano quella grande e importantissima provincia. PRESIDENTE. [...] Gli onorevoli Visocchi, Grossi, Comin, Pierantoni e Morelli S. domandano che la legge sulle bonifiche, già presentata dall'onorevole ministro dei lavori pubblici, sia dichiarata d'urgenza. Non essendovi obbiezioni s'intenderà dichiarata d'urgenza. (È dichiarata urgente) *§* Tornata del 4 Marzo 1880 (p. 417 = Il Presidente comunica la domanda del deputato Mrelli per lo svolgimento del disegno di legge sul divorzio) PRESIDENTE. Essendo presente l'onorevole guardasigilli, debbo comunicargli ancora che l'onorevole Morelli Salvatore fa istanza perchè sia svolto un disegno di legge da lui presentato, e di cui fu data lettura, intorno al divorzio. Onorevole guardasigilli, quando potrebbe assistere? MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. Se l'onorevole Morelli acconsente, io non avrei difficoltà di accettare questa discussione preliminare sul suo disegno anche nella tornata di lunedì prossimo. PRESIDENTE. In principio di seduta. Acconsente, onorevole Morelli? MORELLI. Non ho nulla in contrario. PRESIDENTE. Sta bene. Dunque, non sorgendo opposzioni, anche lo svolgimento della proposta di legge dell'onorevole Salvatore Morelli intorno al divorzio, sarà posto all'ordine del giorno di lunedì al principio della seduta. È inteso così. *§* Tornata del 6 Marzo 1880 (p. 543 = Ordine del giorno per le tornate di lunedì) Alle ore 2 pomeridiane: 1° Svolgimento della proposta di legge del deputato Morelli Salvatore per disposizioni concernenti il divorzio; [...] *§* 2a Tornata dell'8 Marzo 1880 (pp. 567 e segg. = svolge la sua proposta di legge sul divorzio)

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[N.B.: Si ricorre alla pubblicazione: Salvatore Morelli, Il Divorzio con ritratto dell'autore, Roma, Edoardo Perino, Editore libraio, s.d., di pp. 46, al fine di trarre i 5 articoli della legge che Morelli illustra alla Camera, e che sono questi: Art. 1- Il divorzio è ammesso: 1. Nel caso di condanna di uno dei coniugi ai lavori forzati a vita; 2. Nel caso di separazione personale completa dopo sei anni, quando vi sono figli, e dopo tre anni quando non ve ne sono. Art. 2. Il procedimento pel divorzio sarà identico a quello stabilito dalla legge per la separazione personale. Art. 3. La sentenza, che dichiarerà sciolto il matrimonio, provvederà anche ai mezzi per l'allegamento e l'educazione dei figliuoli, i quali verranno affidati di preferenza alla madre, se altre gravi ragioni con consigliano il contrario. Art. 4. I figli nati durante la separazione personale da altre unioni dei coniugi divorziati, acquistano la legittimità col susseguente atto di matrimonio. Art. 5. Le disposizioni del Codice penale concernenti lo adulterio rimangono abrogate. // Vd. anche Tornata del 21 Febbraio 1880] PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento della proposta di legge del deputa-

to Morelli Salvatore per disposizioni concernenti il divorzio. L'onorevole Salvatore Morelli ha facoltà di svolgere la sua proposta di legge, della quale è già stata data lettura alla Camera. (V. Stampato, n° 65) MORELLI SALVATORE. Onorevoli signori, prima di cominciare lo svolgimento di questa mia proposta, permettete che io ringrazi l'illustre nostro presidente Farini, tutti i colleghi e quei signori e signore italiani e stranieri che coll'alito della loro benevolenza, sottraendomi alla minaccia del morbo ferale che mi ha afflitto tre lunghi mesi, mi hanno riabilitato nuovamente all'onore di rivenire alla tribuna parlamentare in servizio della verità, della libertà e della giustizia. È la quarta volta, o signori, che io presento alla Camera questa mia proposta di legge, e duolmi che una voce tenebrosa, dia all'atto della mia coscienza individuale, l'adombramento di un preconcetto settario e rivoluzionario. Sì, miei colleghi, il giornale ufficiale del Vaticano giorni addietro diceva, che il deputato Morelli Salvatore si presentava innanzi alla Camera per fare gara all'enciclica del Pontefice con la sua legge sul divorzio. Chi conosce la mia modestia, la mia educazione ed il mio solitario modo di vivere, dirà che l'asserzione dell'Osservatore Romano è infondata ed anche un po' calunniosa. Abbiamo dovuto essere, è vero, tutti cospiratori, quando tra le spire dei coccodrilli del dispotismo (Ilarità) fummo costretti organare la redenzione della patria. Ma oggi che siamo liberi cittadini ed è permesso a tutti di discutere ed operare in pien meriggio quanto non è vietato dalle leggi, io debbo confessare che nell'ordine delle mie idee, se adesso comincio a vedere un sodalizio, un'accolta d'uomini, considero che sono stato per 30 lunghissimi anni solitario; ed allora vedo che ho cospirato sì, ma soltanto colla mia coscienza, guardando allo spettacolo d'una società, che si corrodeva nei vizi più nefandi e che non sapeva trovare la via maestra per uscire da questo insopportabile stato. Il mio povero intelletto nella dodicenne prigionia politica pensava al modo come investigare le ragioni di questa anomalia; e naturalmente andando da effetti a cause, da cause ad effetti, giunse a conchiudere che i germi delle corruzioni sociali erano nella famiglia; e che quindi per trarci da questa anormalità bisognava cangiare l'indirizzo dell'educazione della donna, da cui dipende la fiacca o robusta generazione, il buono o cattivo allevamento dei figliuoli, la spinta per far camminare l'uomo o sulla via della virtù o su quella del vizio. Come si fa a cangiare quest'indirizzo, o signori? La ispirazione per una adeguata risposta, me la diedero gli stessi preti. Essi per poter acquistare nel seno dell'umanità una lunga e millenaria dominazione, si servirono della donna. Le consegnarono la dottrina cristiana e con questo apostolato ottennero 15 secoli di regno assoluto. In un momento di transizione, come è questo, era facile comprendere che per sostituire al credere il conoscere dovea affidarsi la dottrina civile alla madre di famiglia e divulgando il

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sapere si arrivava per via di lei ad acquistare quel dominio intellettuale e morale delle generazioni, che il vecchio potere del medio evo aveva sì lungamente esercitato (Bene! a sinistra) Ebbene, io, o signori, appena avvenuta la rivoluzione, con questa idea fissa in mente mi presentai al paese, con la piena convinzione acquistata riflettendo nei dodici interi anni della prigionia politica sui problemi della vita intima. E sapete quale fu la prima parola che pronunziai? Fu quella che si dovesse guardare alla grande soluzione, alla prima soluzione che si presentava allo sguardo del pensatore, alla soluzione, cioè, dell'educazione pedagogica e morale della donna a cui sono legate quelle di tutte le altre questioni urgenti. Il mio grido quindi, incessante, continuo, con libri, giornali e con ogni maniera di pubblicità, fu uno: Bisogna educare la donna, bisogna dare alla donna i criteri accertati, indiscutibili della scienza, che sono leve potenti al regime della realtà e costituiscono la scienza della vita, affinchè trasmetta questa ai figliuoli, e poi naturalmente, sostituendo questo metodo luminoso a quello cieco della fede, ponga le generazioni in grado di rispondere più adeguatamente ai fini razionali dell'era nova. (Bene! a sinistra) Così, ovunque sono stato ho messo innanzi questo grande, luminoso e fecondo sistema che conduce alla perfezione l'essere umano, e con la massima economia, senza strazi raggiunge la meta dell'ordine e del benessere sociale. Inviai in questo senso un disegno di legge a Garibaldi, dittatore delle Due Sicilie, ne scrissi ai principi della scienza, italiani e stranieri, e quando sotto le più atroci persecuzioni, aperte e latenti di avversari crudeli, venni coperto dal voto del popolo napoletano, nei sette anni che fui consigliere di quel municipio, il quale per la estesa amministrazione, e per l'importantissimo bilancio, dà le viste di un piccolo Stato, il mio primo pensiero si fu quello di proporre, fra tanti altri miglioramenti materiali, che si stralciassero sei milioni dal bilancio in una sola volta, per costituire il patrimonio dell'intelligenza a quella vastissima e geniale popolazione. Il regolamento che io formulai mirava allo scopo di istruire le donne napoletane alla pedagogia, perchè divenissero le maestre e le educatrici della famiglia, in base ai principii della vita nuova, ed anche a quel positivissimo di organare scuole di arti e mestieri ovunque per sistemare alla moralità quell'immensa massa di popolo, la quale soffre perchè lavora senza metodo e produce poco, malgrado che la sua scompigliata attività non conosca riposo. Le signorie vostre, o colleghi, cui è nota la mia petulanza in queste materie, possono immaginare quanto io dicessi allora per far accettare dal Consiglio questa urgentissima riforma. Arrivai sino al punto di dire che per un anno sospendessero le opere pubbliche non urgenti, e smorzassero anche i lumi la notte, a fine di accendere con la scuola il faro dell'intelligenza a quel gran paese, per evitare i naufragi della corruzione e le sirti del delitto che ne vituperano la maestà. Ogni opera però fu vana, anche quando giunsi a dire ad un consigliere, il quale chiedeva la reiezione della mia proposta, perchè la pecunia serviva alla costruzione di strade ed alle restaurazioni dei monumenti: che il primo monumento a rifare sia l'uomo! Non pertanto, ad onore di quell'assemblea comunale, debbo aggiungere che gli avversari vinsero per un punto solo, e se la santa persona del rimpianto collega ed amico Asproni si fosse trovata al posto, la vittoria sarebbe stata mia con grande vantaggio di quella popolazione. Come vedete dunque in un ideale tutto mio, transustanziato in me dalla contemplazione di lunghi anni sulle tradizioni pitagoriche della Magna Grecia patria mia, sui libri, e sulla realtà della vita, l'ispirazione settaria attribuitami calunniosamente dai giornali clericali non ha ragione di essere. Io poi ho vagheggiato sempre il concetto non solo di determinare i criteri organici dell'istruzione educatrice col predominio della donna, ma anche di riformare il Codice civile in quella parte in cui si fa impedimento allo sviluppo della famiglia e della società. Dai primi momenti, infatti, che ebbi l'onore, quattordici anni indietro, di sedere nel Parlamento italiano, ho battuto sempre forte perchè alla donna si dessero i poteri pedagogici, sic

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chè nella unione della donna e la scienza la nuova umanità trovasse il binario ideale, dirò, che la conduca ad un solido e durevole perfezionamento. Ho domandato anche ripetutamente la riforma del primo libro del Codice civile il quale, tuttochè migliorato relativamente ad altri di Europa, è tuttavia imperfetto, covando in sè quei germi dei disordini sociali, che avviano le nazioni alla guerra civile. Sta difatti in quel libro l'impedimento all'educazione della famiglia imposta senza un determinato concetto e senza le debite sanzioni; sta in quel libro la mancanza di coordinazione dei rapporti sociali tra l'uomo, la donna e i figliuoli, nei sensi dei progressi della scienza e della libertà. Io dunque non desistetti e per ben quattro volte, o signori, tornai su questa questione lungo la mia vita parlamentare la quale per me, in certi periodi, fu durissima non per animosità personali, o per rancori partigiani, poichè io, pur rimanendo saldo al mio posto, nelle mie convinzioni e tra le file del mio partito, ho amato e amo tutti i miei onorevoli colleghi come la mia famiglia; ho sentito sempre per essi la fraterna solidarietà dei rappresentanti d'una stessa nazione, quantunque abbiano fatta lunga resistenza ai legittimi desiderii di riforme giustissime ed utilissime al paese. Io però, signori, non ho mai sospettato che gli avversari fra cui si contano spiriti eminenti per larga e profonda coltura, resistessero alle mie proposte per antipatia al progresso. Mainò, ragionevole e positivo quale sono più di quanto si creda, ho sempre pensato che la loro ripugnanza a por mano alle riforme delle leggi sociali, nascesse da un certo panico che s'impossessa di tutti gli uomini di Stato per le riforme di questo genere. Stuart Mill, che era pure ardito novatore, mi scriveva in una lettera che conservo: non essere possibile nè a lui nè ai suoi amici andar oltre come io desiderava, nel chiedere al Parlamento inglese maggiori garenzie giuridiche in favore dei dritti della donna. Ciò egli attribuiva alla gelosia del suo paese nel conservare l'ordine prestabilito, ma io mi persuado che questa malattia comune, la quale pei disordini di talune nazioni può essere causa di grandi disastri. Io presentai una volta 14 leggi di riforma al primo libro del Codice civile. (Si ride) Questo primo conato rimase inane e quelle leggi non furono neppure ammesse alla lettura. E poichè fra esse ve n'era una che riguardava la cremazione dei cadaveri, mi ricorda che un giovane di cui possiamo deplorare la perdita perchè elettissima intelligenza, il Civinini, si scandalizzava perchè io avessi usato la parola cremazione in luogo della voce italiana incenerimento dei cadaveri. Come si vede chiaro, Civinini, lucidissimo intelletto, trovò un pretesto filologico per respingere una legge la quale innovava una delle più gelose costumanze sociali, quale è quella dei sepolcri. Se tornasse in vita però vedrebbe che oggi la cremazione è ammessa anche dal municipio di Roma, e che la parola con cui si designa non è incenerimento ma cremazione come appellavasi dal rito antico del Greci e dei Latini. Così dunque quelle proposte rimasero soffocate negli atti. Alla nuova Legislatura io rivenni all'assalto, ma se mi si permise la lettura non potei svolgerla per fittizi temporeggiamenti. Persuaso finalmente che per riuscire doveva ripresentare alla Camera quelle leggi l'una dopo l'altra, mi decisi a staccarne quella concernente il divorzio, la quale più fortunata delle altre ebbe l'onore della lettura, non solo, ma anche della presa in considerazione. Ma questo lo debbo, in verità, ai miei amici della Sinistra, ed anche a quel venerando vecchio del Conforti, comunque pure egli tentennante e dubbioso, perchè diceva che ci volevano i meetings, ci volevano le manifestazioni popolari che egli non vedeva ancora per avere questa riforma sociale. Nonpertanto l'eminente giureconsulto non negò alla medesima la presa in considerazione. Questa legge, o signori, dagli uffici fu sbiascicata (Ilarità), e ne riuscì una Commissione, la quale se mi fece l'onore di nominarmi presidente, era in maggioranza contraria alla legge.

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Dal racconto che ho fatto, dall'esame cronologico dell'andamento parlamentare delle mie proposte, la Camera può scorgere benissimo se in ciò ci sia qualche cosa di settario, come scorrettamente i giornali clericali giorni addietro mi imputavano. Signori, il divorzio è divenuto una necessità, un'urgenza d'ordine pubblico (Mormorio), un'urgenza di moralità sociale reclamata dal bisogno della pace sociale, di una di quelle tre paci che un giorno solennemente invocava l'illustre nostro collega e mio carissimo amico il deputato Del Zito in un suo notevole discorso. Ebbene, la pace sociale, o signori, in gran parte è riposta nell'ordinamento della famiglia: e non crediate che i legislatori delle altre parti abbiano atteso tanto tempo per quanto ne abbiamo atteso noialtri. Nossignori; tre quarti del mondo hanno il divorzio. La sola parte, la sola grande famiglia che manca di questo mezzo di quiete e di benessere sociale è costituita dalle stirpe latine: Italia, Spagna e Francia. L'egregio ed ingegnoso avvocato Cesare Revel di Torino ha testè pubblicato un importante libro sul divorzio, nel quale enumera così i casi ammessi dalle diverse nazioni d'Europa. In Austria si hanno sei casi di divorzio pei cristiani; e, per le altre confessioni che ammettono il divorzio, tutti i casi pei quali viene domandato. L'Austria confinante con noi, vicina a noi... LACAVA. Cattolica... MORELLI SALVATORE. Non è solamente cattolica. LACAVA. Dico di sì. MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. Non ammette però il divorzio pei cattolici. PRESIDENTE. Prego che facciano silenzio. MORELLI SALVATORE. Non c'è pei cattolici, ma c'è per le altre confessioni anche cristiane. Ed io qui debbo ricordare un fatto che onora immensamente il nostro insigne collega Crispi. Un giorno in cui si discuteva la legge sul matrimonio civile egli pose mente alla ferita che si sarebbe fatta alla libertà delle altre confessioni, se non si fosse introdotta una clausola, la quale avesse conservata intatta la libertà di quelle che ammettono il divorzio. Invece ci si volle passar sopra; si volle dare un'occhiatina al Papa, e che cosa è avvenuto? Che la legge sul matrimonio civile, che è una riforma la quale onora i legislatori italiani, non produce più quel beneficio che avrebbe potuto produrre, se si fosse lasciata libertà a coloro che professano una religione la quale ammetta anche il divorzio, e di poterne usufruire, sotto il disposto della nostra legislazione sul matrimonio civile. (Mormorio) Abbiamo in Germania undici casi di divorzio; nel Belgio c'è il divorzio per adulterio, tanto per la moglie quanto per il marito, per eccessi, sevizie e gravi ingiurie dell'uno verso l'altro coniuge. In Olanda si hanno molti casi di divorzio. In Isvezia il divorzio è larghissimo e con quella stessa facilità con cui le parti volontariamente si uniscono, possono disunirsi. Vuol dire che la coscienza morale della Svezia è integra, vuol dire che il legislatore della Svezia può far conto che quei che si uniscono possono rispettare il loro voto, e non violarlo, come avviene quando si fanno degli obblighi morali così severi fra genti corrotte. In Inghilterra è ammesso il divorzio per causa d'incompatibilità di consorzio avvenuta dopo il matrimonio, oltre a quella dell'adulterio, il quale, per la moglie, può essere basato sopra il semplice motivo dello sfregio al talamo, mentre per il marito ci vuole non solo l'unione ad altra donna, ma debbono anche concorrervi le dimostrazioni dell'abbandono e di atti di crudeltà. In Inghilterra vi è pure la separazione personale. Fa meraviglia però che in un paese governato da una graziosa regina, da una saggissima signora, le donne non abbiano ancora quelle garanzie che dovrebbero avere. Ciò procede forse, o signori, da una legge fisica: i sessi, quando sono diversi, si attirano e si amano; si respingono e si odiano quando appartengono al medesimo genere. Quindi io non mi meraviglio che la regina d'Inghilterra, benchè pietosa, gentile e coltissima, stia anche in ciò scrupolosamente alle forme costituzionali e non faccia

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valere la sua potente e benefica ingerenza personale alla redenzione giuridica delle donne confidate alla tutela della sua sovranità. PRESIDENTE. Onorevole Morelli!... MORELLI S. Lo dico con tutti i riguardi ed il rispetto verso una Sovrana che onora il mio ideale, perchè regna con quella soave dignità che costituisce il miglior pregio delle donne. PRESIDENTE. Prenda altri esempi. MORELLI SALVATORE. Non ho altro da dire in proposito e vado oltre. In Russia il divorzio è ammesso per motivi, il cui valore deve essere apprezzato dal potere sacerdotale, il quale, concentrandosi nell'imperatore, dipende da un suo ukase concederlo a chi lo domanda. In Polonia si conserva il divorzio tal quale fu stabilito dal Codice di Napoleone, malgrado gli sforzi dei clericali per farglielo smettere. In Grecia egualmente la materia del divorzio è regolata dal Codice di Napoleone, che vi ha sempre vigore. In Svizzera si accorda il divorzio se risulta al tribunale che la continuazione della vita comune sia incompatibile fra le persone unite in matrimonio. Potrei, signori, addurvi anche l'esempio dell'America; in America vi è il divorzio per volontà delle parti, la condizione dell'educazione sociale di quel paese che spende miliardi per istruire ed educare la gente sua, lo pone nella posizione di poter avere il divorzio assoluto, di rimettere cioè alla volontà delle parti di disgiungersi nello stesso modo che si uniscono, senza produrre il minimo disordine. Ma, signori miei, vi farò forse meravigliare dicendo che il Papato ha pur esso il divorzio, il Papato che lo contrasta agli altri ha diciotto motivi di divorzio che prendono il nome di impedimenti dirimenti. Però il nome non cangia la natura della cosa, e la sostanza rimane la stessa; sicchè se l'impedimento dirimente scioglie il matrimonio, e permette come alla principessa di Monaco di rimaritarsi, dagli effetti comuni si vede chiaro che gli impedimenti dirimenti sono sinonimi di divorzio. E qui cade l'acconcio di fare anche un'altra osservazione sulla natura del matrimonio che la Chiesa vuol considerato come grande sacramento soltanto. Ma se per unire gli sposi anche ecclesiasticamente è indispensabile il loro consenso che è estremo fondamentale del contratto civile, a che poi menare tanto scalpore contro il potere laico che sostiene perfettamente lo stesso? Come vedete dunque tutta la opposizione al divorzio è un ammasso di sofismi, e si tengono due pesi e due misure lucri faciendi causa. Sì, la questione non è morale, ma è questione economica per la Chiesa. La Chiesa segna nel suo bilancio come grandi risorse tributarie i sette sacramenti, quindi le duole di perderne la pasciona, specialmente se si tratta del matrimonio, il quale essendo un tributo a larga base rappresenta per essa l'importanza economica d'una tassa sul macinato! (Ilarità generale) Una voce. Questa sta bene. MORELLI SALVATORE. Io però mi meraviglio come si faccia tanta resistenza a permettere che l'ordine della famiglia non sia disturbato, come lo è attualmente, per la opposizione a non voler aprire quella valvola di sicurezza che si chiama il divorzio. Eppure ci è da comprendere che tra la buona gente italiana si salverebbe cavolo e capra una volta che tutto si riduce ad una questione d'interesse, escludendo, come si esclude, la repugnanza della questione morale, quando vediamo tuttodì che ottiene il divorzio chi ha buoni quattrini da pagare alla curia. Se sono veri cristiani, se sono veri cattolici quelli che abitano il regno d'Italia, sentiranno la necessità di farsi benedire, e pagheranno la benedizione come l'hanno pagata sempre. Quindi il tributo per la Chiesa non si perde, e intanto con questa precauzione giuridica si eviterebbero quei drammi sanguinosi, che la mancanza del divorzio produce nel seno di tante famiglie disgraziate.

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Quale figura vi fanno coloro che, chiamati a prevenire così aspre sciagure, si oppongono al rimedio efficace consigliato dalla scienza, dall'esperienza e dalla civiltà? Il mondo, signori, avrà ragione di sospettare che i ritardatari del progresso, i quali rimangono impassibili spettatori di tante stragi e di tante miserie sociali, s'ispirino non nella carità di Cristo, ma nella truculenza di Nerone... PRESIDENTE. Onorevole Morelli!... MORELLI SALVATORE... il quale assisteva festante all'incendio di Roma suonando l'arpa! Io però li supplico di essere umani pel meglio di tutti. PRESIDENTE. (Con forza) Onorevole Morelli, la richiamo a quella moderazione di linguaggio, che ci è imposto dalle leggi dello Stato. MORELLI SALVATORE. Non ho nominato nessuno, onorevole presidente. Signori, noi siamo qui spettatori delle scelleraggini, delle tragedie che si consumano nelle famiglie italiane. A me piange il cuore nel pensare come, dopo avere tutti cooperato a far grande la patria, ci sia riservato il dolore di vederla insanguinata, di vederla deturpata da tanti assassini. Ebbene, o signori, uno dei moventi a questi assassini è la resistenza che si fa allo svilupparsi delle istituzioni civili, allo espandersi di quella libertà che ci ha costato tanto e sì grandi sacrifizi. È impossibile che quando voi avete fatto assaporare i benefizi delle libertà alle popolazioni, gli uomini possano stare tranquilli sotto il giogo delle antiche, viete e condannate repressioni. Voi che mettete le famiglie nella situazione terribile di guardare da lontano la libertà, di sentirla dappertutto predicare tesoro inapprezzabile, senza ottenerla, quali conseguenze volete averne? Ma, signori, questa è una contraddizione, questa è una fallacia che porta a quelle rivoluzioni sociali dalle quali spero si terrà ben lontano il nostro dilettissimo paese. Abbiamo assistito agli spettacoli della Fadda, agli spettacoli della Trossarello, al terribile dramma di Verona, e poi a tanti altri che non mi basta la memoria per poterli noverare tutti. Ma da che cosa hanno cagione questi spettacoli? Da che derivano essi? Derivano appunto da queste resistenze che si fanno ai miglioramenti indispensabili nella legge, che determina i rapporti sociali. Come volete reggere i destini della terza Italia con un Codice fatto in base al diritto romano? Comprendo che i giureconsulti educati a quella classica scuola siano teneri delle sue dottrine, e vi si attengono tenacemente, ma i legislatori che debbono oggi provvedere a rapporti e costumi nuovi, come possono fare astrazione dalla realtà, imponendo ad un popolo vivo la legislazione di un popolo morto tanto tempo innanzi? Chi potrebbe lusingarsi da governar bene le nazioni dei tempi nostri con le leggi delle dodici tavole a 4000 anni di distanza, e fra tanti cangiamenti di costumi e di ogni condizione della vita? In un tempo eminentemente corrivo all'analisi che disamina e scruta tutto; in un tempo in cui il legislatore ha il beneficio di poter misurare anche gli infinitesimi della realtà col microscopio, non volete in questo tempo esaminare i presenti bisogni sociali per corrispondervi con leggi adeguate? Ma facciamo, signori, che quando si uniscono dei giureconsulti eminenti per formare una legge riguardante specialmente i rapporti della famiglia, v'intervenga lo scienziato, il quale per natura dei suoi studi può illuminare il legislatore in ciò che per la sua posizione non ha obbligo di sapere. Io ricordo con piacere al riguardo che nei giorni passati lessi su questo proposito un discorso preliminare alla cattedra fatto dal nostro egregio collega De Crecchio. Gli rendo sincere lodi per l'insistenza che egli poneva, perchè nei giudizi si tenesse conto dei progressi della scienza, e si chiamassero quei professori i quali tecnicamente possono dar ragione dei fenomeni che non si conoscono comunemente da tutti. È così, signori, che bisogna determinare i criteri dei rapporti nella società nuova; non già alla cieca, non già con la fantasmagorica teoria delle presunzioni. Le presunzioni sono giudizi

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a priori, i quali possono essere un capriccio, una illusione, possono essere come quegli atti psicologici, i quali partono dall'opinione che la realtà proceda come la intima fantasmagoria di un critico stralunato. Invece conviene che le leggi basino sulla perfetta conoscenza dei fatti cui si riferiscono, che sieno lo studio della vita reale; è così che esse riescono conformi alle precise necessità, ed in armonia ai rapporti sociali cui si riferiscono. Detto ciò, signori, mi accingo a spiegare la formola della mia proposta di legge, cominciando dal domandare a me stesso, se tranne le condizioni di opportunità, quella del divorzio sia da ritenersi ancora come una vera questione. Io son sicuro che quanti sono nel nostro paese i giureconsulti più chiari, come Mancini, Pessina, il nostro ministro Villa ed altri moltissimi, e quanti sono i pensatori come l'insigne professore Ellero in Italia, tutti ritengano il divorzio maturo a divenir legge dello Stato. Guardando poi alla Francia, dove oggi si discute ampiamente, abbiamo avuto i grandi giureconsulti della rivoluzione e ne abbiamo anche adesso i quali se ne fanno fautori sull'esempio dei primi Odillon-Barrot, nel 1848, il quale nel suo famoso rapporto fece vedere con precisione matematica la ragionevolezza del divorzio. Adesso abbiamo il luminoso ed energico ingegno dell'egregio deputato Naquet, che lo propugna nella camera francese con tanto sapere ed entusiasmo; abbiamo Louis Blanc, Emile De Girardin, il mio carissimo amico Léone Richer, a cui io mando da quest'Aula un saluto. Sì, signori, Léon Richer che sostiene in Francia con ammirabile costanza e vigore la difesa dei diritti della donna, ha scritto anche un volume splendidissimo sul divorzio, che mi ha fatto l'onore d'inviarmi. E poi da ultimo, in compimento di tutto questo abbiamo la celebre pubblicazione di Alessandro Dumas, la quale è una grande novità letteraria, e fa oggi il giro del mondo. Signori, il Dumas ha compassato per lungo e per largo il campo delle tradizioni teologiche in questa materia, e non vi ha trovato la ragione che giustifichi l'opposizione del papato. (Oh!) Sì, percorrendo dalla creazione fino all'ultimo periodo, non ha trovato mai la formula divina della indissolubilità del matrimonio. Anzi dalla sua genialità artistica fa balenare che nella formula del Dio liberale, (Ilarità) non quello di cui parla dottamente un bellissimo volume del nostro chiaro collega Filopanti: vi sia il libero scambio degli affetti perchè quel Dio disse alle genti crescite et multiplicamini senz'altro. (Risa) Dunque, signori, vedete che sono moderatissimo quando mi presento a voi dicendo: noi non abbiamo questa garanzia della sicurezza nella famiglia che si chiama divorzio; voi dovete consentirne la istituzione, pareggiando l'Italia agli altri paesi civili che ne sperimentano i benefizi. Il divorzio, fu detto un'altra volta in questa Camera, ha la forza di vivificare fra i coniugi gli affetti, di rinnovarli ogni giorno e di mantenere gli animi loro nello stato in cui erano prima del matrimonio; perchè il divorzio crea un certo salutare panico nell'animo e specialmente in quello della donna, la quale vede nel matrimonio la sua condizione normale; epperò pel timore di essere abbandonata dal marito la moglie fa il suo dovere meglio quando c'è il divorzio, che quando non c'è. Diffatti [sic], se si calcolano i casi di separazione personale che avvengono fra noi e quelli di divorzio che si avverano nei paesi dove questa istituzione c'è e che, come vi ho detto, sono i tre quarti della umanità civile, si vede che vi è una differenza notevolissima. In Italia sventuratamente la statistica di questi atti giudiziari non è fatta bene. Ed io raccomando tale sconcio all'onorevole guardasigilli, il quale, diligentissimo come è, ha già fatto il primo passo, disegnando con la sua mano maestra il quadro della statistica che deve dar preciso conto dei casi di separazione, che avvengono in tutto il nostro Stato. I dati dunque che si possono raccogliere sono questi; ma non sono i veri. Separazioni personali domandate nel 1873, 1137. Io richiesi ad un mio amico, quando mi presentai l'altra volta per proporre il divorzio: cosa ti sembra di queste cifre? mostrandogli i dati che aveva rice

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vuto in proposito. Mi sembra una burla, disse, perchè come è possibile che tra 27 milioni d'italiani, con la discrezia morale che c'è, possano essere avvenuti nel 1873, solo 1137 casi di separazione personale? E quell'amico mio, giovane nostro collega di questa parte della Camera, appartenente alla Lombardia, mi soggiunse: io posso assicurarvi che solo a Milano avvengono da sette ad ottocento domane di separazione personale all'anno. Non sono ritenute tutte tali da decretare la separazione personale, ma domande ve ne sono sempre in gran copia. Ora, io spero che l'iniziativa presa dall'onorevolissimo nostro guardasigilli voglia aver compimento, perchè la statistica è indispensabile. A questo punto giova ricordare ciò che ho detto altra volta in quest'Aula. Signori, la statistica è la base dell'amministrazione pubblica. Non è possibile che si possa amministrar bene senza dati statistici. Un amministratore pubblico che vuol governare senza statistica è un sartore che fa l'abito senza misura. Proprio così. Partendo dunque dai dati raccolti nel citato libro dell'operosissimo avvocato Revel, nel 1873 le domande per separazione furono 1137, e fu ammessa soltanto per 197. Ma, signori, i casi di separazione personale sono a migliaia ogni anno nel regno d'Italia. Ancorchè la cifra delle domande rivolte alla magistratura fosse quella limitatissima testè indicata, le separazioni personali volontarie estragiudiziali sono migliaia, e queste producono molto più danno morale, ed anche economico al paese di quelle deferite all'autorità giudiziaria. Vediamo dunque adesso le conseguenze del divorzio fra i popoli che l'hanno adottato. Nel Belgio, paese cattolico, in 38 anni dal 1840 al 1867 vennero celebrati 1,230,733 matrimoni, e furono pronunziati solo 2111 divorzi. Vedete, signori, la proporzione che c'è. I divorzi sono dunque un mezzo conservatore della famiglia; invece di moltiplicare le dissenzioni, consolidano sempre più l'armonia dei cuori, e per conseguenza fortificano l'animo degli sposi all'onesto vivere. Venendo poi più particolarmente alla ripartizione di questi 2111 divorzi, vanno divisi così: Nel Brabante 1 per ogni 217 matrimoni, a Liegi 1 per ogni 318 matrimoni, a Nançon 1 per ogni 900 matrimoni, a Anversa 1 per ogni 1110 matrimoni, a Haineau 1 per ogni 1144 matrimoni, nella Fiandra orientale 1 per ogni 1558 matrimoni, nella Fiandra occidentale 1 per ogni 2630 matrimoni, nel Lussemburgo 1 per ogni 3268 matrimoni, a Edimburgo 1 per ogni 5155 matrimoni. O signori, avete visto le proporzioni che ci sono? Avete visto voi quale assetto, quale armonia ristabilisce nell'ordine della famiglia il divorzio? Avete visto come sia una valvola di sicurezza per l'onore, per la dignità, e per tutto quanto concerne il benessere dello stato coniugale? Volete invece ora sapere quali gravissimi danni produca oggi tra noi la separazione personale? Prima di tutto voglio accennare qualche cosa del modo come si fanno questi benedetti matrimoni, perchè tra noi vi è il concetto assolto che l'uomo deve essere non l'affettuoso compagno, ma il padrone della donna, dei figliuoli e del patrimonio della famiglia, malgrado talune limitazioni mascherate ed insignificanti. Ora i matrimoni sono contratti male, ed il più delle volte sono sorprese che si fanno allo spirito di disgraziate ragazze, le quali devono essere vittima di uno speculatore ignobile. Una delle piaghe del nostro primo libro del Codice civile è questa, che si basa il matrimonio sulla presunzione. (Interruzione a bassa voce di un deputato che siede vicino all'oratore) Vi prego di ascoltarmi, non fatemi defaticare, perchè mi manca il respiro.

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Che l'uomo abbia una capacità superiore a quella della donna sempre, e che debba essere egli il condottiero della famiglia, e debba essere egli colui che deve farla prosperare, capite bene, come questo non sia vero. E quindi, in un tempo, in cui si chiede un poco di sperimentalismo con l'esame dei fatti, sarebbe anche utile che il Codice, in questa parte, fosse riformato, e che desse facoltà ai consigli di famiglia, ai genitori, a quanti hanno la tutela dei minorenni, d'investigare quali dei due coniugi è il migliore amministratore, lo sposo o la sposa. Se questo si facesse, le cose andrebbero molto meglio di quello che vanno ora. Al marito inetto, verbigrazia, cui la legge attribuisce ciecamente l'azienda domestica, sarebbe nell'atto coniugale sostituita dall'autorità dei parenti la moglie, spesso meglio ispirata al bene, meglio educata e più economica. Così la pace domestica potrebbe essere più solida. Ma se stabilito per regola che il marito deve essere il padrone della casa, che egli deve regnare, mentre non può competere colla moglie in quel che concerne il regime della famiglia, che cosa avete allora? Avete la dissoluzione, avete la rovina degli interessi, e a poco a poco anche della medesima famiglia. Ora sapete quali benefizi produce la separazione? Ve le dirò io. Due coniugi che si dividono sono naturalmente in disarmonia fra loro. Questa disarmonia può essere anche motivata dal sistema di educazione, la quale non essendo promiscua, non prepara i due sessi a rispettarsi scambievolmente sin dalla fanciullezza. La separazione personale vi produce la funesta conseguenza di sconvolgere una famiglia. Una volta formato il sangue nero tra l'uomo e la donna è difficile ristabilire l'armonia. Sciolta quindi la famiglia, i coniugi rimangono per molti anni esempio di scandalo ai poveri figliuoli, i quali si demoralizzano coll'impressione diuturna della lotta terribile tra il padre e la madre. La donna sentirà il bisogno d'amare e si unirà ad altro uomo; l'uomo, l'ex-marito s'unirà anche esso ad un'altra donna. Cosa avverrà da questo disordine morale? Ne avverrà che voi avrete due matrimoni criminosi e perchè? Perchè innanzi alla legge quei disgraziati non sono sciolti ancora dai loro vincoli. Da queste unioni criminose, nasceranno dei figli, Signori, questi figliuoli costituiscono una gran piaga, una grande miseria per la società. Questi figliuoli non possono avere il nome del padre, non possono essere registrati negli atti dello stato civile; sono considerati come belve feroci, come estranei al consorzio sociale: essi portano per tutta la vita il tatuaggio del vitupero che la legge incise sulle loro membra. O signori, questo è ingiusto, è immorale, è inumano. Cosa hanno fatto quelle migliaia e migliaia di creature che son pure cittadini italiani, per portare il marchio dell'infamia; per essere segnate a dito? Da quale atto può emergere la loro complicità al delitto dei genitori? Mi piange il cuore, o signori, nel vedere presso di noi questa piaga sociale, alla quale potremmo portare un rimedio se lo volessimo! Sapete che ascende circa a 80 mila il numero di questi disgraziati che sono i figli del delitto, che sono soggetti all'odioso diritto d'albinaggio cancellato dalle leggi civili per gli stranieri e mantenuto solamente per questi sventurati che nascono presso di noi da unioni che la legge considera criminose? Se il presidente me lo premette mi riposerei qualche minuto. PRESIDENTE. La seduta è sospesa per cinque minuti. (Succede una pausa di cinque minuti) L'onorevole Morelli ha facoltà di continuare il suo discorso. MORELLI SALVATORE. Signori, io ho detto quali sono le conseguenze della separazione personale organizzata com'è oggi. Vediamo un po' quali possano essere le conseguenze che si producono dal divorzio. Ho detto già brevemente che il divorzio anzitutto garantisce ciò che è la base, e fondamento della dignità della donna, il pudore, garantisce il pudore che è pure l'onore della famiglia e la poesia morale delle nazioni. La donna anzitutto crede (e vi è chiamata dalla natura a crederlo), che il suo stato normale sia quello del matrimonio; quindi tiene a che questo matrimonio sia per lei una unione af

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fettuosa, dolce, lontana dalle amarezze. E poichè le amarezze sogliono nascere da dissesti fra lei ed il marito, quando c'è la paura che il marito possa allontanarsi da lei, dividersi da lei legalmente, oh! allora, signori, si guarderà bene a non dare alcun passo che possa arrecargli dispiaceri. Lo stesso avviene dell'uomo. Un uomo che ha amato una donna e che l'ha fatta sua compagna, se ha il timore che possa esservi momento in cui la sua compagna lo abbandoni, e giuridicamente si unisca ad altro uomo, questi ci penserà bene, se ha cuore. E dico se ha cuore, imperocchè ve ne hanno anche di quelli dal cuore di sughero, e per questi va bene, ma un uomo che abbia affetto ci penserà prima di dar dispiaceri alla moglie. E valga d'esempio il caso di un illustre pensatore, deputato alla Camera francese, il cui nome simpatico mi ricorda al momento il nostro egregio collega Petruccelli. Un'altra conseguenza favorevole del divorzio sapete qual è, o signori? È che moltiplica i matrimoni. A voi non dev'essere ignoto quanta gente non si lega in matrimonio nel timore che esso non sia per riuscire un ergastolo, un inferno. Mezzo quindi efficacissimo a moltiplicare i matrimoni è il divorzio, perchè colui che deve contrarlo pensa, che se avverrà che non s'intenda coll'altro coniuge, c'è un'uscita per salvarsi. Col divorzio si salvano entrambi. Ma quando quest'uscita non c'è, allora viene la disperazione. Or bene questa disperazione, esaminatela un pochino e vedrete che conduce alle terribili tragedie di cui vediamo le ultime nefande scene nelle Corti d'Assise del regno d'Italia. Di più, o signori, un'altra tristissima conseguenza l'avete nei suicidi. Nella statistica dei suicidi sapete chi ci dà il maggiore contingente? Le madri di famiglia! Il maggior numero dei suicidi è composto di madri di famiglia! Vuol dire che la condizione della donna, nello stato attuale del matrimonio, è una condizione inferiore a quella dell'uomo, è più intollerabile di quella del medesimo. Mi rimane a dire ancora qualche cosa riguardo alla mia formola che è basata precisamente sulle condizioni presenti della separazione. PRESIDENTE. Onorevole Morelli, tenga conto del suo stato di salute, e guardi di riepilogare il suo discorso. MORELLI S. Onorevole presidente, abbiate pietà del mio cuore; io amo questa legge che è parto del mio pensiero, quanto una madre possa amare i suoi figliuoli. (Ilarità) Permettete adunque che, chiamato dal dovere di compiere la mia missione da questa tribuna, finchè non dica ciò che debbo, pur ringraziandovi per l'affettuoso richiamo, vi risponda col soldato francese: La garde meure, mais ne se rend pas! PRESIDENTE. Abbia pietà dei suoi polmoni, onorevole Morelli. MORELLI S. Dunque, o signori, io restringo la formola della legge presente ai casi della separazione personale. Quando vi è prole io desidero che la separazione sia come una sentenza preparatoria, la quale abbia la durata di tre anni; se nei tre anni i coniugi si riuniscono, ebbene, il divorzio non ha luogo, se non si riuniscono allora hanno il diritto di domandare il divorzio. Quando vi è prole poi il divorzio avverrà dopo sei anni di separazione non interrotta da riavvicinamento alcuno, ed ho pure indicato i provvedimenti per assicurare la sorte dei figli. Sempre però il divorzio è un atto libero che dipende dalla volontà delle parti, e non debba essere coatto da alcuna violenza. L'altro caso che io contemplo in questa legge è quello della condanna a vita di uno dei coniugi. Ciascuno di noi ricorda le scene terribili che avvengono in Italia ed anche altrove per questa indissolubilità del matrimonio rispetto a tante povere mogli, le quali debbono mantenere il nome di un assassino, di un brigante, di un tristo qualunque che ha deturpato il nome della famiglia e quello della sposa. Come volete che questi rimangano marito e moglie dopo un assassinio che ha fatto condannare lo sposo o la sposa ai lavori forzati a vita? È una cosa impossibile, innaturale, perchè rende frustranei gli scopi principali del matrimonio. Dunque bisogna prendere una misura intorno a questo tristissimo caso della condanna a vita. La rendono necessaria, indispensabile gli esempi che sono avvenuti negli ultimi anni,

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quello terribile, verbigrazia, dell'Agnoletti a Milano, il quale parricida, uccisore del figlio sconta ora la sua pena in galera, e la disgraziata signora che lo sposò deve chiamarsi ancora sua moglie. Ma queste le son cose inumane, e bisogna portate una sollecita riparazione a tanta anormalità della nostra legislazione. Ecco perchè io desidero che la Camera acconsenta ad ammettere, che i matrimoni dei condannati ai lavori forzati a vita vengano sciolti. A coloro i quali in proposito mi potrebbero obbiettar contro l'eventualità della grazia sovrana, io rispondo anzitutto, che il divorzio è atto volontario, e che la grazia costituendo non la regola ma l'eccezione, non interessa il legislatore per la vecchia massima quae raro eveniunt, praetereunt legislatores. L'altra condizione che io insisto sia ammessa in questa legge, è di potersi legittimare i figli che nascono dalle unioni durante le separazioni personali. Naturalmente, come ho detto, la moglie in questi casi si unisce con un altro uomo, il marito si unisce con un'altra donna; perchè dunque lasciare questa piaga sociale, perchè perpetuare questa ingiustizia che dei figli nati sotto l'impero delle leggi italiane, delle leggi morali, siano tutti chiamati illegittimi, siano tutti messi fuori della legge? Perchè abbandonare a questa deplorabile condizione le disgraziate creature del nostro paese, quando l'umanità si fa sollecita di creare comitati di patronato per le bestie? Signori, io raccomando al cuore della Camera che faccia scomparire questo vitupero dalla nostra legislazione. L'altro fatto ancora che vivamente raccomando è quello di non moltiplicare i processi per adulterio. Una volta che voi ammettete il divorzio, le condanne per gli adulteri non hanno più ragione di essere. L'onorevole guardasigilli non tentenni il capo, non faccia così, cristifichi se stesso (Ilarità) usando largamente verso gl'infelici di quella carità di cui esubera il suo animo gentile. Ricordi pure la frase di Cristo ai vecchioni quando domandarono di lapidare l'adultera: <<Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra.>> (Ilarità) Onorevole guardasigilli, io non ho altro da dire perchè mi manca la lena. Credo però di avere espresso chiaramente il mio pensiero. Il gran bisogno d'oggi è quello di badare più alle riforme sociali che alle riforme politiche. Signori, noi guardiamo empiricamente l'epidermide, la scorza e poi l'organismo, sia sciancato, sia comunque, lo vogliamo lasciare com'è. Signori, badiamo che l'organismo è la prima cosa; noi dobbiamo guardare che viviamo ancora nel medio evo, noi viviamo nella disarmonia più scandalosa; proclamiamo la libertà in piazza ed abbiamo il dispotismo in famiglia. Mentre qui in Italia, essendo guardasigilli l'illustre nostro collega Mancini, abbiamo proclamato la donna essere razionale, capace di testimoniare negli atti pubblici e privati, vale a dire mentre le abbiamo attribuita la facoltà di testimoniare la verità, andate nella famiglia e il marito vi dice che questo non lo riguarda e perchè? Perchè nella legge c'è sempre il riverbero di quel terribile dogma delle leggi delle dodici tavole a cui s'informano ancora parecchi Codici di Europa: Paterfamilias uti legassit super pecunia tutelare suae rei ita jus esto. Ma credete, ripeto, che si possa vivere dopo 4000 anni con gli stessi dogmi legali? No, i dogmi finiscono e si succedono secondo l'ispirazione geniale dell'epoca che li proclama. Signori, il mondo ha camminato moltissimo e noi abbiamo bisogno di studiare la realtà oggi quale è. Noi abbiamo il bisogno di guardare le necessità quali si mostrano oggi sotto le tre correnti della vita nuova, che si chiamano stampa, elettrico, ferrovie; e domani, o signori, la navigazione aerea sarà l'ultima parola del secolo, e sarà, infallantemente. (Si ride) Sì, signori, la navigazione aerea si perfeziona. (Ilarità) Non ne dubitate, perchè la scienza tra poco vi farà trovare in questa condizione felice, di andare a contrarre il vostro matrimonio in America, e tornar qui a passar la luna di miele. (Si ride) Dunque, onorevole guardasigilli, io conosco il vostro buon animo, l'acume del vostro ingegno, il patriottismo vostro, pensate che appartenete al Ministero Cairoli, il quale ha per bandiera le riforme.

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Quello che vi raccomando è questo, di lasciare le riforme cutanee e di badare alle riforme organiche sociali; e quella che io vi domando adesso è una delle più indispensabili. Rifate il primo libro del Codice civile; vedete come quel libro erra fortemente nello stabilire i rapporti della famiglia. Voi andate col principio che la famiglia debba essere governata dall'uomo, anche quando quest'uomo sia inetto. La scienza e la civiltà invece impongono di ricordare ai legislatori, che la donna bene istruita e bene educata è, come dissi altrove, non solo un gran valore, ma la tesoriera dei valori della vita! Ora il tempo è venuto, signori, in cui l'uomo e la donna debbono esser guardati dal punto di vista delle loro capacità. Ed è questo termine di capacità che va designato nella legge; e non fare come si è fatto fin oggi, e formare l'anarchia sociale che vediamo nelle famiglie. Quei disordini che deploriamo, e che spesso diventano fomite a tragedie, non sono causate da disposizioni legislative che sono un vero anacronismo? Io spero, onorevole guardasigilli, che penserete a questo alto bisogno della società moderna. Voi con ciò non farete un'opera transitoria, ma legherete quello del gabinetto presente ed il vostro nome alla storia e sarete ammirato e benedetto dalla posterità. (Benissimo! Bravo! - Applausi - Molti deputati vanno a stringere la mano all'oratore) PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole ministro guardasigilli. VILLA, ministro di grazia e giustizia. Parlerò breve. [...] Io quindi, consentaneo al voto già espresso dalla Camera, non posso che pregarla di voler prendere in considerazione il progetto di legge dell'onorevole Morelli, al quale il Governo si riserva di apportare quelle modificazioni che riterrà convenienti. (Applausi a sinistra - Bene! a destra) MORELLI SALVATORE. Prego il signor presidente di permettermi una sola parola. Io ringrazio l'onorevole guardasigilli della simpatia mostrata col suo discorso a questo grande principio che noi stabiliremo nel paese per produrre i frutti della più cara delle paci, della pace sociale. PRESIDENTE. Non essendovi opposizioni, pongo ai voti la presa in considerazione della proposta di legge sul divorzio presentata dall'onorevole Morelli. Chi l'approva, sorga. (È approvata) La Camera prende in considerazione la proposta di legge che sarà rimandata agli uffici. *§* XIII LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA (20.11.1876 - 02.05.1880) 7 PROGETTI DI LEGGE PRESENTATI 1. Anno 1877 = Facoltà delle donne di testimoniare negli atti pubblici (Iniziativa Parlamentare) - C. 10, 24 gennaio 1877 2. Anno 1877 = Facoltà delle donne di testimoniare negli atti pubblici (Iniziativa Parlamentare) - C. 53, 1 febbraio 1877 3. Anno 1878 = Disposizioni concernenti il divorzio (Iniziativa Parlamentare) - C. 15, 15 maggio 1878 4. Anno 1878 = Disposizioni concernenti il divorzio (Iniziativa Parlamentare) - C. 63, 6 giugno 1878 5. Anno 1879 = Abrogazione dell'articolo 189 del Codice civile (Iniziativa Parlamentare) C. 50, 24 aprile 1879 6. Anno 1880 = Sul divorzio (Iniziativa Parlamentare) - C. 1, 19 febbraio 1880 7. Anno 1880 = Disposizioni relative al divorzio (Iniziativa Parlamentare) - C. 65, 18 marzo 1880

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1.12. Aprile-Giugno 1880. Situazione politica. Da: Alfredo Comandini-Antonio Monti, L'Italia nei Cento Anni (1801) del Secolo XIX (1900) Giorno per Giorno Illustrata 1871-1990, Volume V: Mercoledì 28 Aprile 1880. "Alla Camera le tribune sono affollatissime. In sede di discussione del progetto di legge dell'esercizio provvisorio dei bilanci per il mese di maggio viene posta all'ordine del giorno la questione di fiducia. Parlano gli on. Crispi, Minghetti, Nicotera. Giovedì 29 Aprile 1880. "Anche oggi le tribune della Camera sono affollatissime, continuandosi la discussione politica ieri impegnata sul progetto dell'esercizio provvisorio dei bilanci. L'on. Baccelli svolge un ordine del giorno di fiducia nel Ministero. Parlano quindi gli on. Abignente, Zanardelli, Bertani, Crispi. Posto in votazione l'ordine del giorno dell'on. Baccelli, malgrado un'abile difesa di Depretis, questi viene respinto con 177 voti contro 154 e 4 astenuti. Deputati presenti 335. La Camera sospende la seduta. Stasera il Ministero rassegna al Re le proprie dimissioni. Venerdì 30 Aprile 1880. Si ha oggi notizia che il Re non ha accettato le dimissioni rassegnate ieri del Ministero. Sabato 1 Maggio 1880. La stampa si occupa diffusamente della crisi parlamentare. Domenica 2 Maggio 1880. Con decreto in data d'oggi il Re, non avendo accettato le dimissioni del Gabinetto, scioglie la Camera, fissando le elezioni generali per il 16 maggio. Si spera con ciò di poter costituire una maggioranza compatta che scongiuri il pericolo delle crisi frequenti. Il Senato e la Camera sono convocati per il 26 corr. Martedì 4 Maggio 1880. In tutta Italia incominciano i discorsi elettorali e si inizia la campagna per le prossime elezioni. Domenica 16 Maggio 1880. In tutta Italia fervono le elezioni politiche. [...] Eletti. ... Lacedonia: De Sanctis (S), 668. Ballottaggi.... Martedì 18 maggio 1880. Continuano gli scrutini. Oggi risultano eletti.... Mercoledì 26 maggio 1880. Si pubblica oggi l'elenco completo dei deputati eletti nelle votazioni del 16 e 23 corrente. Il Re inaugura oggi la 1a sessione della XIV Legislatura. Martedì 1 Giugno 1880. I giornali di sinistra accentuano la vittoria del loro partito affermando che la Sinistra ha avuto nelle ultime votazioni 270 voti e la Destra 150. *§* XIV Legislatura del Regno d'Italia, dal 26 maggio 1880 al 2 ottobre 1882. 1a Sessione Tornata del 14 Giugno 1880 (p. 334 = Vacanza dei Collegi di Sessa Aurunca, Minervino Murge e Macomer) PRESIDENTE. L'onorevole De Sanctis scrive: <<Il sottoscritto, eletto deputato nei collegi di Sessa Aurunca, di Minervino Murge e Lacedonia dichiara di optare per quest'ultimo suo collegio.>> Per conseguenza do atto all'onorevole De Sanctis di questa sua comunicazione e dichiaro vacanti i collegi di Sessa Aurunca, e di Minervino Murge. Praticamente, cosa era successo? Questo - scrive Vincenzo Riccio (1917) -, che: "La Sinistra, scissa in gruppi, indebolita da gare personali, non si mostrò in quella legislatura atta a compiere le riforme che con tanta concordia di manifestazioni, con tanto slancio e tanta fede, il corpo elettorale aveva da essa sperato. In quel moltiplicarsi di gruppi e gruppetti, Morelli stette principalmente con i dissidenti meridionali. Fu tra coloro che, guidati da Crispi, Nicotera e con più misura da Zanardelli, combatterono il Ministero Cairoli-Depretis. Nella seduta del 29 aprile 1880 il Gabinetto fu messo in minoranza su una questione riguardante la

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proroga dell'esercizio provvisorio, e nella quale la Commissione del bilancio, presieduta da Crispi, si schierò apertamente contro il Ministero. Salvatore Morelli però, assente da Roma, non partecipò alla votazione. Il 2 maggio la sessione venne prorogata. Con decreto dello stesso giorno la Camera venne sciolta, i comizi convocati per il 16 maggio, ossia nel più breve termine possibile. Furono elezioni combattute con asprezza, con violenza, fra uomini della stessa parte politica e dalle quali uscirono soltanto rinforzati gli avversari comuni, ossia fu accresciuto il piccolo manipolo di Destra. De Sanctis, ministro della Pubblica Istruzione, forte del suo collegio di Lacedonia, accettò di mettere la propria candidatura bei collegi di Minervino Murge e di Sessa Aurunca, per metter fuori della Camera Giovani Bovio e Salvatore Morelli. E riuscì. Bovio fu vinto per pochi voti; stanco, ammalato, Morelli neanche si presentò a contrastare al ministro, antico suo amico e compagno di fede, il collegio che egli aveva presentato per quattro legislature. De Sanctis, eletto in tre collegi, optò poi per Lacedonia. Riconvocato il collegio di Sessa, Salvatore Morelli questa volta ritentò le sorti dell'urna, facendo caldo appello all'affetto dei suoi antichi elettori, ai quali molti deputati di Sinistra inviarono un indirizzo ricordando le virtù del loro antico rappresentante. Alcuni (Vastarini-Cresi, Colaianni Federigo, Capponi, Fazio) si recarono nel collegio a sostenere la candidatura di Morelli. Invano! Il cuore dei suoi antichi elettori si era definitivamente allontanato da Lui. Così Salvatore Morelli uscì dalla Camera. Il colpo fu terribile per lui. Si ritirò a Pozzuoli in una modesta stanzetta di albergo, e dopo pochi mesi morì." *§* In sintesi i dati delle elezioni dalla X alla XIV Legislatura. Collegio di Sessa Aurunca: LEGISLATURA: X Data delle elezioni: 10 Marzo 1867 / 17 Marzo 1867 Elettori Iscritti 783 Elettori Votanti (1a Vot.) 361 (Ball.) 477 ELETTO Morelli Salvatore (1a Vot. 180 / Ball. 283) NON ELETTI Nolli bar. Rodrigo (1a 101 / Ball. 186) _____*_____ LEGISLATURA: XI Data delle elezioni: 20 Novembre 1870 / 27 Novembre 1870 Elettori Iscritti 895 Elettori Votanti (1a Vot.) 439 (Ball.) 573 ELETTO Morelli Salvatore (1a Vot. 179 / Ball. 317) NON ELETTI Settembrini Luigi, prof. (1a Vot. 127 / Ball. 217) Riola Stanislao (1a Vot. 90) _____*_____ LEGISLATURA: XII Data delle elezioni: 8 Novembre 1874 Elettori Iscritti 1018 Elettori Votanti 739 ELETTO Morelli Salvatore (Voti 393) NON ELETTI Amore Nicola (Voti 233) Riola Stanislao (Voti 92) _____*_____ LEGISLATURA: XIII Data delle elezioni: 5 Novembre 1876 Elettori Iscritti 1001

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Elettori Votanti ELETTO NON ELETTI

712 Morelli Salvatore (Voti 516) Falco Pasquale (Voti 167) _____*_____ LEGISLATURA XIV Data delle elezioni 16 Maggio 1880 Elettori Iscritti 934 Elettori Votanti 402 ELETTO De Sanctis Francesco, prof., min. istruz. pubbl. (Voti 339) (*) ^DATA ELEZIONI 11 Luglio 1880 Elettori Iscritti 941 Elettori Votanti 765 ELETTO Falco Pasquale (Voti 390) NON ELETTI Morelli Salvatore (Voti 155) Di Lorenzo G. B., avv. (Voti 109) Tumolo Federico (Voti 80) (*) De Sanctis Francesco: opta per il collegio di Lacedonia, il 14 Giugno 1880. *§* Irma Melany Scodnik (1916), in Salvatore Morelli (Per un dimenticato), lamenta che "Togliergli lo scanno di deputato era [come] privarlo del mezzo più acconcio dal quale perorare a favore di ciò che gli stava a cuore più della vita! Questo colmo d'ingiustizia provocò una reazione nello stesso Parlamento: e andò coprendosi di firme illustri il seguente nobilissimo indirizzo di cui si conserva gelosamente l'originale anche per le firme autografe fra le quali ci sono nomi oggi consecrati a fama imperitura. A Salvatore Morelli, Roma, 13 luglio 1880 Se i pochissimi chiamati ad esercitare il diritto elettorale esprimessero esclusivamente e dovunque il patriottismo del paese e la misura della sua civiltà, ci potremmo amaramente lagnare di veder Voi, martire invitto d'ogni idea umanitaria, allontanato dalla rappresentanza nazionale. Ma per fortuna sappiamo, e questo ci conforta, che il giudizio sulla vostra benemerenza vuole essere rintracciato in una cerchia più serena e più vasta che non sia l'urna d'un Collegio elettorale. Né al recente deplorato giudizio di questo si confonderebbero le voci uscenti dal cuore del popolo italiano; tanto meno l'approveranno le menti elevate che dividono con noi le sublimi aspirazioni. Con questo conforto ci vogliamo augurare che ben presto possiate essere richiamato a quel posto che degnamente per molti anni, con intemerata fede, occupaste nel Parlamento. PIRRO APORTI - Q. FILOPANTI - E. FAZIO - FELICE CAVALLOTTI - E. PASQUALE - A. ELIA - LUIGI FERRARI - G. BOVIO - A. BIZZOZZERO - ACHILLE MAJOCCHI - PAOLO FABRIZI - T. DE DOMINICIS - L. BOSSETTI - A. SALTI - A. BASETTI - GUGLIELMO LUCCHINI - SUARDI GIOVANNI - F. COLAIANNI - VOLLARO - M. GARIBALDI - CARLO CARRELLI - FARINA - A. FORTIS - A. D'ARCO - P. GROSSI - B. GRIMALDI - G. DELLA ROCCA - PANATTONI - LUIGI PELLEGRINI - FRISCIA - RAFFAELE GIOVAGNOLI - DI PISA - CARLO ZOPPOLI - CUCCHI FRANCESCO - F. CARMINE

E poco di poi, indette le elezioni generali un gruppo parlamentare diresse agli elettori di Sessa Aurunca una bella lettera che terminava con le parole: <<Onorate Voi stessi rieleggendo Salvatore Morelli!>> e si recarono sul luogo per appoggiare quella rielezione. Ma Egli non potè allietarsi del compimento di questo atto d'equità: stava morendo! Fu allora che si spense la sua travagliata esistenza (1880), in una cameretta d'albergo a Pozzuoli: la sua salma riposa nel cimitero di quella città..."

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Giuseppe Gabrieli (Il deputato Salvatore Morelli, II Parte, in Raccolta rassegna Storia dei Comuni - Anni 1984-88, Vol. 10, pp. 167 e segg.) riferisce questo: "Nicola Borrelli scrive che Morelli aveva una modesta <<stanzuccia>> a Caserta e ce lo descrive <<fiero diritto, digiuno>>. Quella figura assorta, poveramente vestita ma pulitissimamente, era un po' fastidiosa ai Ciacchi del patriottismo. Che voleva con quella sua emancipazione? Buffonate. E fu risolto di metterlo fuori. Non era facile. Egli aveva giornalmente congratulazioni e incoraggiamenti da Victor Hugo, dal Quinet, così come li aveva avuti dal Mazzini, dal Garibaldi e da grandi magnanimi d'Inghilterra, d'America, di Spagna, di tutto il mondo. Duro a dirsi: ma fu trovato Francesco De Sanctis per abbattere in Sessa Aurunca Salvatore Morelli. E cadde>> Morì a Pozzuoli qualche mese dopo, in una camera d'albergo, in condizioni di grave indigenza. Qualcuno disse che era morto di fame. [...] Perfino un gruppo di parlamentari (per la cronaca 34) diresse agli elettori di Sessa Aurunca una bella lettera che terminava con le parole: <<Onorate voi stessi rieleggendo Salvatore Morelli>> e si recarono sul posto per appoggiare quella rielezione7. Ma egli stava morendo!" (p. 169-179 / 7 I. M. SCODNIK, Un precursore: Salvatore Morelli, Napoli, 1903) Si osserva, contrariamente a quanto riferito dal Gabrieli, che i 35 deputati, e non 34, la lettera, la scrissero a Morelli e non agli elettori di Sessa Aurunca. E altresì, contrariamente a quanto riferito dalla Scodnick che, le elezioni generali, in realtà furono elezioni suppletive, e si svolsero l'11 luglio 1880, per cui non è vero che "poco di poi" il 13 luglio 1880, "un gruppo parlamentare diresse agli elettori di Sessa Aurunca una bella lettera..." Infatti, il Regio Decreto del 17 giugno 1880, n. 5498, "convoca(va) per il giorno 11 Luglio 1880 il Collegio Elettorale di Sessa Aurunca per la nomina del proprio deputato." (Allegato, Parte 11, Gazzetta Ufficiale) Ed ecco i risultati della votazione: SESSA AURUNCA. - Iscritti: 941, votanti 765. Falco cav. avv. Pasquale eletto con voti 390; Morelli 155; Di Lorenzo 109 (Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, Anno 1880, Roma - Martedì 13 Luglio, Num. 167) Nel Portale Storico della Camera dei Deputati, relativamente a Pasquale Falco, nato a Sessaurunca [sic] (Napoli) il 1 dicembre 1838, e deceduto a Napoli il 1 giugno 1882 (Laurea in Giurisprudenza, avvocato), leggiamo nella LEGISL. XIV - 1a Sessione, Tornata del 2 Giugno 1882, la sua COMMEMORAZIONE FUNEBRE: PRESIDENTE. Onorevoli colleghi. Un telegramma del prefetto di Napoli mi annuncia la morte del nostro collega Pasquale Falco avvenuta ieri in Napoli. Pasquale Falco era nato il 1838 in Sessa Aurunca e da quella città fu eletto nel dicembre 1880 a successore dell'integerrimo patriota e cuore gentilissimo che fu Salvatore Morelli. [...] GROSSI. [...] PRESIDENTE. Dichiaro vacante il collegio di Sessa Aurunca.

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1.13. Gennaio-Novembre 1880. Malattia, Morte, Commemorazione. Venerdì 2 Gennaio 1880, BERGAMO NUOVA pubblica in prima pagina l'articolo: Morelli e le donne. "I giornali liberali di Roma pubblicarono una lettera diretta al deputato Salvatore Morelli, da una commissione di signore americane per partecipare la candidatura della signora Vittoria Woodhall alla presidenza degli Stati Uniti. Noi riproduciamo oggi la lettera delle signore americane, e la risposta che fece l'on. Morelli alle sue ammiratrici, affinché vegga il pubblico in qual conto è tenuto un uomo che ha sofferto per lunghi anni e con animo invitto il carcere per amore della libertà, si fece poi strenuo campione di una nobile idea - l'emancipazione della donna - raccogliendo lo scherno degl'idioti, degli egoisti e dei pratici, apostolo di una scuola che finirà per trionfare. L'on. Salvatore Morelli è gravemente infermo, ed è perciò coll'animo dolorosamente commosso che facciamo posto alle sue lettere: New-York, 14 ottobre 1879 <<Al più strenuo, al più tenace, al più convinto e al più dotto sostenitore dei diritti della donna le signore di New-York, riunite in regolare assemblea mandano auguri di prosperità e salute. Uniscono agli auguri ritratto e biografia dell'eroina Vittoria Voodhal che oggi, onore al sesso, viene acclamata candidata alla presidenza degli Stati Uniti, onde il campione italiano ne procuri la diffusione a mezzo della stampa. Nulla aggiungono a questa preghiera che è per sè stessa un nuovo trionfo dell'infaticabile apostolo, al quale esprimono i sensi della loro illimitata riconoscenza. La Commissione: Miss Clary-Hastart, Mistress Reannine Bloonster, Miss Josephine Edwads, Eloisa Milna Ludwig, Aghathe Alomplodering. All'illustre Salvatore Morelli deputato al parlamento italiano - Roma>> Ed ecco la risposta dell'onorevole Morelli: Roma, 25 novembre Egregie signore, <<Quando mi pervenne la vostra lettera gentile col ritratto e biografia, il nome dell'illustre Vittoria Voodhal candidata alla presidenza di codesto grande e libero paese, avea già ricevuto dalla stampa italiana i meritati e legittimi onori. A questa spontanea manifestazione dell'opinione simpatica pel riscatto della donna da me agitata per venti lunghi anni, aggiungerò speciali rilievi e in Parlamento e fuori, proclamando avverato nel Governo degli Stati Uniti il sistema armonico della famiglia già previsto nel mio apostolato. Spesso lo dimostrai che, illuminata e educata, la donna farà riflettere gli splendori delle sue virtù anche personalmente fuori della casa, realizzando così da senno col concordo ad ogni opera delle forze dei due sessi la vita della famiglia, di cui ora l'umanità assume bugiardamente il nome, chiamandosi famiglia umana. Con ciò io non feci che seguire i progressi della scienza diretti a ricostituire col verismo razionale nella loro normale semplicità i tipi della natura, sfigurata dal convenzionalismo il quale permette l'unione dell'uomo e della donna fuori della famiglia, non nei gravi e serii negozi, ma negli spettacoli, nelle sale da ballo, in tutto ciò che sa di ridicolo e ne scema la dignità. Porti dunque la donna dotata d'incontestabile coscienza morale e di capacità governativa il suo contingente al lavoro del pubblico bene, quando liberi voti ve la chiamino e si dia così la legittima rappresentanza effettiva nell'esercizio della sovranità alla più importante metà dei popoli; la quale ne venne finora prepotentemente esclusa.

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Questo, o signore, lo si può e lo si deve specialmente da voi, la cui ricchezza e potenza emerge non solo dalla sincerità delle libere istituzioni che permettono largo sviluppo tecnico e mentale all'allevamento dei figliuoli, ma anche dal vostro sesto senso, che è il senso economico, col quale l'America da buona massaia raccoglie diligentemente, non elimina e sperpera i valori della vita. Quindi nella stessa guisa che in paesi dispotici e semi-barbari, dove si spende più per far morire che per far vivere, più per reprimere che per educare, vengono perseguitati ed affamati l'ingegno e la virtù, nei vostri Stati Uniti invece, presso il quale il primo dei valori l'intelligenza, quando questa trovisi anche in una donna eminente e capace di amministrare gli interessi della grande Repubblica, si spezzano le barriere artificiali del pregiudizio e se ne fa sperimento affidandole i poteri sella sovranità. Se lo sperimento riesce (e riescirà, perchè la Vittoria Woodhall alle doti di un nobile carattere e di uno spirito lucidissimo assimilatore e comprensivo, aggiunge l'elemento etico e l'affetto preponderante nelle donne, di cui mancano sovente con danno della cosa pubblica le amministrazioni di uomini duri e senza scrupoli), il mondo civile avrà appreso dai potenti figli dell'Oceano, che di fronte al bene comune si fan tacere gli egoismi e le stolide presunzioni di sesso. Perchè poi cotal privilegio dovrebbe essere esclusivamente delle monarchie? Ma se il regno di una Vittoria funziona tanto bene fra i consanguinei degli americani in Inghilterra, qual ragione vi sarebbe a supporre che appo loro un'altra Vittoria non dovesse riescire con eguale, se non con maggiore efficacia alla prosperità degli Stati Uniti? Io, spero, io desidero ardentemente che il fatto si compia anche in previsione che l'89 è vicino e la presenza della Woodhall al Governo americano sarebbe una pratica ricognizione dei diritti dell'uomo, fatta un secolo innanzi dai Titani della rivoluzione francese. Il Governo di Vittoria, per la cognizione più intima che ha delle legittime esigenze del proprio sesso, provvederebbe più opportunamente a scongiurare i moti socialisti che si preparano dalle donne, le quali rappresentanto il quinto se non il primo stato. Esso, riducendo al suo vero significato la parola emancipazione contorta dalla ignoranza degli inetti e dalla perfidia dei malvagi influirebbe a riformare la legislazione per rendere alle donne: 1. Coi poteri pedagogici, l'adeguata istruzione a fine di compiere convenientemente le tre principali ed imprescindibili missioni di generare, educare e muovere l'uomo sotto l'influenza di morali e savie ispirazioni; 2. Le garanzie personali e contrattuali sancite nella costituzione dello Stato per togliere le sconcordanze che disordinano specialmente quei paesi nei quali è proclamata la libertà in piazza e si mantiene ancora il dispotismo in famiglia; 3. La scuola promiscua, perchè i due sessi apprendano da fanciulli a rispettarsi fra loro e non facciano più della vita un contrabbando sistematico; 4. Infine l'abolizione degli ostacoli medioevali, che impediscono l'esercizio legittimo dei diritti, lo sviluppo delle proprie facoltà e l'applicazione del genio della donna in vantaggio del pubblico bene, quando le circostanze lo richieggono. Voglio augurarmi che queste modestissime considerazioni trovino eco nel corpo elettorale degli Stati Uniti, e che gli illustri uomini concorrenti alla candidatura della Presidenza si ritirino cavallerescamente innanzi alla simpatica e stupenda figura di Vittoria Woodhall, perchè si compia senza ostacoli il voto della civiltà. Ciò debbono anche per rendere omaggio alle donne americane, le quali educano così bene i loro figliuoli da fare di quel popolo il primo popolo del mondo moderno, e perchè questo avvenimento sarà per l'America più glorioso della abolizione della schiavitù dei negri. Gradite intanto, signore, i sensi di stima e di ammirazione, coi quali ricambio a voi ed al gran paese che vi è nobilissima patria, i saluti cordiali di cui vi compiacesti onorarmi.>> Devotissimo

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Salvatore Morelli Deputato al Parlamento Italiano *§* Mercoledì 18 Agosto 1880. LA STAMPA Archivio Storico dal 1867. GAZZETTA PIEMONTESE (Torino, 18 Agosto 1880) pubblica l'articolo di Marius su Salvatore Morelli. Lo riportiamo per intero: ITALIA ROMA. Salvatore Morelli. La visita di Naquet - La cameretta di Salvatore Morelli - La caratteristica - Dal 1848 al 1860 Un episodio all'isola di Ventotene - Morelli deputato ed oratore. (Marius) - 17 Agosto. - I giornali hanno pubblicato che Naquet, il valente oratore che innanzi al Parlamento francese sostiene i diritti della donna, verrà qui in Roma per visitare Salvatore Morelli; ed è vero: così almeno egli stesso scrisse, aggiungendo che qualche suo amico gli terrà compagnia. Sta bene l'onoranza resa al nostro intrepido propugnatore de' diritti de' deboli, ma io non so quale senso d'amarezza proveranno i visitatori francesi quando saranno qui. Salvatore Morelli giace infermo in una modesta camera di via dell'Eminentissimo Vicario. È una cameretta lunga sei metri, larga quattro; fortunatamente però, e come non sempre capita a Roma, alta sette. Un lettuccio in ferro, due tavolini ingombri di libri, quattro seggiole ed un vecchio seggiolone ne formano tutto il suppellettile. La cameretta appartiene a gente che affitta; buona gente, ma senza vincolo d'affetto per l'infermo. Veglia per lui Paolino, un vecchio e bravo usciere della Camera, che i momenti liberi impiega a sbrigare le faccende dell'antico deputato. Due medici, giovani e valenti, napoletano l'uno ed abruzzese l'altro, gli portano il conforto della scienza, e qualche amico il sollievo d'una stretta di mano, d'un abbraccio. Trovai il Morelli seduto sul suo seggiolone: vidi il suo grande occhio lampeggiare di gioia, ma non sentii più la sua maschia voce ricambiarmi il saluto dell'arrivo. Dimagrito come se una lunga febbre l'avesse logoro, il Morelli mi strinse ripetutamente la mano e parlammo di molte cose, di talune delle quali, per ora, il tacere è bello. Gli domandai del viaggio di Naquet ed egli me ne fece vedere la lettera, come pure altre di illustri scienziati e di gentili signore. Più d'una volta mi venne in mente di dire il mio giudizio su Salvatore Morelli, il quale Morelli, a me, che solo da tre anni l'avvicino, è parso così diverso da quello che mi appariva quando lo giudicavo attraverso la lanterna magica di certa stampa. Il Morelli, a mio avviso, più che pell'intelletto non comune, pella coltura non ordinaria, va considerato essenzialmente pella bontà del cuore, pella fermezza del carattere e la costanza in un grande proposito. Una fede sincera ed un ardore che mai non sminuisce, una vita spesa a tutto beneficio dei deboli formano la sua caratteristica. In questa sua fede taluna volta si spinse troppo oltre; colorì, come si dice, troppo le tinte; e fu allora che gli avversari lo colsero e ci dipinsero un Morelli quale non è quello che vi darà la storia. Sì! la storia, la quale, esaminando il movimento delle idee nel problema sociale della redenzione della donna, metterà in prima lista Salvatore Morelli, nobile figura che rimarrà. Povero Morelli! che vita travagliata ha egli mai avuto! Il 25 giugno del 1848 il fedifrago Borbone me lo mette in prigione e ve lo trattiene sino al 25 giugno 1860. Dodici anni rotondi! Libero, eccolo di nuovo a combattere, e nel giornalismo fatto bersaglio della persecuzione dei procuratori del Re. Ci volle una amnistia di fuoco, come egli si esprime in suo poetico linguaggio, per liberarsi di tutti i processi, cioè l'incendio degli archivi giudiziari. Di Morelli carcerato si narrano azioni molto nobili, ed io ne narro una che mi pare faccia bene all'anima.

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Era un giorno dell'aprile 1854, nell'isola di Ventotene, una delle Palmarie. Il Morelli era lì con altre centinaia di condannati che formavano una colonia penale politica. Il mare era grosso e tre ragazzini, giovanetti pescatori, di quelli che un valente scultore ci ha ora dato il tipo all'Esposizione di Torino, tenevano il mare su picciola barchetta. Un colpo di vento li aveva messi in pericolo e gridavano aiuto, ma invano; le donne piangenti accorrevano alla spiaggia e nessuno si muoveva. Il Morelli non consulta che il suo coraggio, si slancia e colle sue robuste braccia s'apre la via fra i marosi, afferra la barchetta e la trascina con sè a salvamento. Fu spettacolo commovente e di pura gioia, ed il direttore dello stabilimento, accorso, dice alla popolazione plaudente che domanderà la grazia pel Morelli. Intanto il nostro amico si ritira ed in quella incontra un altro condannato, Nicola Paladini, che, più infelice di lui, aveva, per cagione politica, non solo perduta la libertà, ma era stato distaccato dalla famiglia. A quel poveretto era giunta in quell'istante la notizia della morte d'un figlio. Che schianto! Certe idee non vengono in mente che alle anime grandi, e l'anima di Morelli è grande. "Paladini ha bisogno di rivedere la famiglia, ed io qui posso ancora aspettare". Va dal direttore e gli dice che nel rapporto metta il nome del Paladini invece del suo: il direttore esita, ma, convinto, cede. Un mese dopo il Paladini, graziato, era tra le braccia della madre dei suoi figli! La commozione per quel fatto nell'isoletta, ed il nome del Morelli è adesso ancora colà venerato. Povero Morelli! condannato per una futilità, ad ogni tentativo di cospirazione esterna era per lui ed i suoi compagni un nuovo processo, un nuovo aggravamento di pena; sicchè egli portò per parecchi anni la catena del galeotto. Quando Nicotera e Pisacane, coi loro trecento, votatisi alla morte, si fermarono a Ponza e sbarcarono a Sapri, il Morelli sperò un istante che quei prodi venissero a Ventotene, ma fu delusione il cui dolore accrebbe la notizia del disastro. Morelli, direttore a Napoli del Pensiero, che si tirava a 15 mila copie (grande cosa per quei tempi), ebbe a collaboratori Ippolito Paderzali e Francesco Plantulli. Costui imprigionato dal Borbone a 15 anni, morì a Cagliari professore di letteratura. La parodia della prima cantica della Divina Commedia è opera che rivela un grande ingegno, cui solo manca il fondo dello studio! Ma il giornalismo, se valse a schiudere al Morelli le porte di Palazzo Vecchio, lo danneggiò assai nell'avere: sicchè deputato, menò vita tapina. Eletto nel marzo del 1867, fu costantemente rieletto fino a questa quattordicesima legislatura. Sedette sempre all'estrema Sinistra e con coscienza intraprese l'apostolato per la rigenerazione della donna. Esordì con sette progetti di legge in una volta: e fu questo il suo torto. Dei sette progetti uno solo ebbe fortuna, e fu quello che ammette la donna a testimoniare in giudizio. Nella passata legislatura il vento spirava favorevole a quello sul divorzio, ed in questa io penso che sarà accolto se il Villa terrà fermo. Così il voto ardente dell'autore del libro <<La donna e la scienza>> sarà una realtà. Come creatore, il Morelli è focoso e pieno d'immagini, talune non vere. È incisivo e rivela il grande studio, la grande concentrazione d'idee. È ascoltato con affetto, ma certe espressioni troppo vive, direi troppo naturali, creano attorno a lui un'ilarità che spesso nocque alla gravità della causa. Ben visto da tutti, il Morelli non ha nemici ed i suoi colleghi vecchi e nuovi s'augurano di cuore di rivederlo fra loro, però coll'antica ciera d'uomo robusto. Il Morelli ha cinquant'anni con quale altra unità assieme: non è alto di statura ma ben proporzionato: la barba biondo-rossa alla Nazzarena. Non è egli in intenzione il Salvator mulierum?

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*§* Il 26 Settembre 1880, L'EQUILIBRIO riporta in CRONACA: "Abbiamo ottime notizie circa la salute dell'on. Salvatore Morelli, nostro ottimo e carissimo amico, il quale ora trovasi in Pozzuoli. Ci si lascia sperare che il vecchio patriota sarà pienamente ristabilito fra giorni." (p. 4) *§* Pietro Palumbo (1908) conferma che Morelli, "per una ostinata bronchite si ridusse a Pozzuoli. Di là, pochi giorni prima che morisse, scrisse a 13 ottobre 1880 a suo fratello Eugenio: <<la mia salute migliora assai con l'aria e col regime di questo splendido albergo, dove sono visitato ogni giorno da alti personaggi. Giorni dietro una gran dama inglese, moglie del Principe Mele, venne da Castellammare col marito per visitarmi. Vedi dunque che sono in buona compagnia>>.43 (43 Carte Bernardini) Ma il miglioramento non continuò. Egli morì il 22 di quel mese, serenamente, ma nella più grande indigenza. Gli amici dovettero intervenire per le spese di vitto e medicine. Il presidente della Camera spedì aiuti e volle che gli si facessero funerali degni della dignità parlamentare e dell'uomo (pp. 29-30) *§* Sabato 23 Ottobre 1880. LA STAMPA Archivio Storico dal 1867. GAZZETTA PIEMONTESE. Torino, Sabato 23 Ottobre 1880, n. 294. p. 3 di 4 (in 3a Colonna, nelle ULTIME NOTIZIE) scrive: Un nostro telegramma ci annunzia la morte di Salvatore Morelli. Pochi uomini hanno sofferto tanto per la patria come lui, e pochi ne hanno avuto così magro compenso. Il Borbone lo aveva fatto imprigionare il 25 giugno 1848; Morelli non riebbe la libertà che il 25 giugno 1860. Da quel giorno lavorò e sofferse sempre per la causa della libertà italiana, e per la sua nobile e forse troppo immatura idea dell'emancipazione della donna. Fu giornalista a Napoli; fu deputato di Sinistra, fino a quest'ultima legislatura. Le elezioni generali del maggio scorso lo lasciarono sul terreno. Forse forse questa ingratitudine dei suoi antichi elettori di Sessa Aurunca aggravò le condizioni della sua salute, già molto affievolita, e lo trasse innanzi tempo al sepolcro. Aveva poco più di cinquant'anni. Non aveva fatto studi profondi, ma aveva ingegno pronto, svegliato. I suoi discorsi, forse un po' troppo eccentrici, erano però sempre ispirati alla convinzione la più profonda. La sua onestà era proverbiale, tant'è vero che morì nella più completa miseria! Ad altro giorno forse più ampi particolari sulla vita di Salvatore Morelli. E in 4a Colonna, nelle ULTIMISSIME: = Morte di Salvatore Morelli. È annunziata la morte di Salvatore Morelli, ex-deputato di Sessa-Aurunca e patrocinatore infaticabile dei diritti della donna. Già da parecchi mesi l'on. Morelli era in condizioni gravissime di salute. Infine in 5a Colonna. Napoli. 23 g., ore 9.45 ant. Oggi si faranno a Pozzuoli i funerali a Salvatore Morelli. Saranno modesti quanto povera fu la vita dell'on. deputato di Sessa Aurunca. *§* Il 24 Ottobre 1880, L'EQUILIBRIO dà questa triste notizia: "SALVATORE MORELLI L'Integerrimo ed indipendente ex Deputato, illustre ed onorevole nostro amico è morto a Pozzuoli. L'Egregio Sindaco di quella città siam sicuri che provvederà per l'esequie, essendo morto privo di mezzi perchè onestissimo. La nazione è profondamente addolorata perchè in lui ha perduto il vero amico lo strenuo difensore dei diritti del popolo e della donna. Noi anche dolenti mandiamo un salve alla sua bell'anima ed una lacrima sulla sua tomba." (p. 3) *§* Roma, Domenica 24 Ottobre 1880. FANFULLA, Num. 290, p. 2:

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SALVATORE MORELLI. È morto il povero Salvatore Morelli. È morto ieri mattina a Pozzuoli, dove i medici lo avevano consigliato di ritirarsi, dopo la grave malattia dell'anno scorso che lo ridusse in così deplorevole stato. Fanfulla ha scherzato volentieri sopra Salvatore Morelli, o meglio sopra la sua idea fissa di emancipare la donna. Però ne ha rispettata sempre la integrità del carattere, il saldo patriottismo, la irreprensibile onestà. Povero Morelli! gli uomini onesti sono troppo rari a questi lumi di luna per non sentirne la perdita con dolore. Salvatore Morelli era un patriota di vecchio stampo. Implicato nei moti rivoluzionari del quarantotto, fu condannato dal Borbone alla galera. Subì anch'egli la stessa sorte di Poerio, di Settembrini, di Spaventa, di Braico. Passò la sua giovinezza errando di ergastolo in ergastolo. Con quale fermezza d'animo sopportasse il martirio lo prova un fatto che si riferisce a quei primi tempi della sua prigionia. Per un atto di coraggio da lui compiuto nella colonia gli spettava il diritto della grazia sovrana. C'era fra i suoi compagni di pena un padre di famiglia, ed egli invece chiese con generosa abnegazione la grazia per lui. Traslocato di poi al bagno penale di Ischia, vi incontrò Cesare Braico, col quale, ad onta delle diverse opinioni, contrasse un'amicizia che doveva durare tutta la vita. Io mi onoro di conoscere Cesare Braico - un soldato valoroso, un di quei gentiluomini del vecchio stampo i quali consideravano il patriottismo come un obbligo sacro, e che oggi non vantano mai le ansie, gli strazi sofferti; la cui ambizione si compendia tutta nella coscienza serena di un dovere compiuto, e che conservano a dispetto dei capelli canuti gli entusiasmi, la fede, il candore dei loro venti anni. Una nobile generazione di artisti, fededdio! - una generazione che ha avuto molti fatti e poche parole, e che ogni giorno conta disgraziatamente un vuoto nelle sue file! Liberato dalla galera dagli avvenimenti del 1860, Il Morelli fu prima eletto consigliere al municipio di Napoli. Eletto deputato nel 1867 nel collegio di Sessa-Aurunca, ebbe confermato il suo mandato per quattro legislature successive, fino alle ultime elezioni generali. Alla Camera sedette all'estrema sinistra, e parlò sempre che gli se ne dava l'occasione e anche quando non gli si dava, sul suo argomento prediletto, l'emancipazione della donna che ormai era per lui una specie di fissazione! Bastava l'annunzio di un suo discorso per mettere di buon umore deputati, ministri e reporter, a far accorrere le signore nelle tribune. Come oratore non aveva certo un grande ordine nelle sue idee, nè la sua mente era delle più equilibrate; ma era convinto e tollerante, nè si adirava delle risate con le quali alcune volte tutta la camera accoglieva le sue uscite imprevedute. Ricordo d'averlo veduto l'ultima volta a Monte Citorio, l'anno passato, quando egli svolse il suo progetto di legge sul divorzio. La malattia che ieri ha finito per condurlo alla tomba, lo aveva lasciato affranto. Pure Morelli era soddisfatto. Quante volte non aveva egli presentato quel progetto di legge. La penultima volta, com'egli disse, era stato biascicato dagli uffici, e finalmente compariva alla luce del sole. Fece una delle sue solite perorazioni strampalate in cui mescolò alla rinfusa verità sacrosante e stranezze nuove. La camera al solito rise; ma il ministro Villa rispose con uno dei discorsi più elevati che abbia mai fatti in vita sua. Da quel giorno non ho più veduto Salvatore Morelli. La malattia non gli dava requie. Vennero le elezioni generali ed egli non fu rieletto deputato a Monte Citorio. Era nel numero dei dissidenti e per conseguenza il ministero si fece un dovere di combatterlo. E quest'uomo che aveva vissuto povero tutta la sua vita, nutrendo sovente le lunghe giornate con un bicchiere di caffè-latte, si trovò contro, nel suo collegio di Sessa-Aurunca, lo stesso De Sanctis, questo illustre stordito, stato chiamato nel ministero unicamente perchè ci fosse l'apostolo che aveva bandito la probità e la morale nelle colonne dell'organo della democrazia.

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Fu un colpo mortale pel povero Morelli; e di allora in poi non si riebbe più. Forse, negli ultimi giorni, ripensando al De Sanctis gli dovettero tornare alla mente le tristi parole di Bruto a Filippi: <<O virtù, tu non sei che un nome!>> Morelli fu uno dei primi uomini politici d'Italia che si fecero conoscere a Roma. In quei primi tempi del 1871 passava le sue giornate e le sue sere a quel famoso caffè Cavour, sul canto di piazza Colonna, dove si adunavano tutti gli spostati, convenuti allora alla nuova capitale. Era un bohémien e come tale viveva. Un giorno si sparse non so come la notizia che Salvatore era diventato ricco ad un tratto per un'eredità che gli era capitata improvvisa. Povero Morelli! è morto povero come ha vissuto! Lelios. *§* IL MESSAGGERO. Anno II. N. 294. ROMA, Domenica 24 Ottobre 1880. (p. 2) SALVATORE MORELLI L'altro ieri mattina è morto a Pozzuoli l'on. Salvatore Morelli; la scienza e l'amicizia non hanno bastato a salvarlo da una morte immatura. Patriota di antica data egli, anche quando era colpa pensare all'Italia, lavorò coraggiosamente per la redenzione nazionale, e ne ebbe dai Borboni, persecuzioni, prigionia, bastonate. Il Morelli non si scoraggiò mai, ma la sua salute cominciò allora a logorarsi. Inviato in Parlamento dagli elettori di Sessa Aurunca, vi rimase vino alle ultime elezioni, amato e stimato da tutti i partiti. Era così onesto il suo patriottismo, così mite il suo carattere, che non era possibile non essergli amico. Alla Camera sostenne sempre le idee della emancipazione della donna e della necessità del divorzio, e si dedicò alla propaganda delle sue idee coll'ardore d'un apostolo e la costanza d'un missionario. E la sua opera non fu inutile alla civiltà; alcune idee che egli sostenne sono già un fatto; il divorzio speriamo che lo sarà tra breve. L'on. Morelli, si può affermarlo sicuramente, ha avuta la morte affrettata dal dolore di non essere stato rieletto deputato per l'attuale legislatura. Egli non era ambizioso, ma voleva aver modo di continuare efficacemente il suo apostolato. Salvatore Morelli vivrà lungamente nel cuore di quanti lo conobbero, come un patriota che poverissimo, si mantenne onesto e indipendente come un uomo che fece del bene a quanti potè farlo, e male a nessuno. *§* IL MESSAGGIERE VOGHERESE. Anno IV. N. 77. 26 Ottobre 1880. SALVATORE MORELLI L'ex deputato di Sessa Aurunca - il reietto della borghesia nell'ultime elezioni dopo trent'anni di lotta generosa - è sceso nella fossa, colpito al cuore dall'immeritato abbandono di gente che la gratitudine non conosceva neppure di nome e che all'ingegno ed al cuore povero, schietto, onesto e lungamente provato preferì il nome di un uomo nuovo che parlava e parla dall'alto de' suoi quattrini e del... pulpito apostolico romano. La solita logica - la solita gratitudine umana, degna dei giambi del Carducci. * Salvatore Morelli non è più. L'antico patriota bastonato e relegato dai Borboni - l'antico giornalista libero e intemerato - del Dittatore, del Pensiero di Napoli - il generoso utopista di quella grande necessità sociale che si chiama il divorzio, dorme da qualche giorno nella tomba immatura che forse ha desiderata ed invocata, fra le angoscie [sic] accascianti dell'animo, riuscito vittorioso a tante prove, fra la miseria che da lungo tempo lo circondava senza atterrirlo, fra il dubbio della umanità che ha costantemente beneficato e che ebbe il torto di credere sempre buona, sempre grata. Ciò che non poterono nè il bastone, nè le catene borboniche lo ha potuto l'ingratitudine di un collegio.

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La tarda ed amara e immeritata delusione ha fiaccato quell'animo nobile, ha isterilita e disfatta quella fibra generosa - ha ucciso Salvatore Morelli. * Qualche mese è scorso, e un altro grande generoso, Giuseppe Garibaldi, dal suo romito scoglio di Caprera, chiedeva conto per lettera al povero Morelli della malferma salute, e lo incoraggiava e lo soccorreva. Ricordo d'aver letto la lettera del generale sulla Ragione di Milano. Salvatore Morelli fu vivamente commosso - n'ebbe una stretta al cuore - ringraziò con mestissime linee il memore amico, e ripensando al glorioso passato, meditando sul triste presente uscì in una melanconica nota che denunziava il dolore, lo sconforto, e il presentimento della prossima morte. Sentiva di non poter più reggere nella tenda dell'oblìo e dell'impotenza! Io le ricordo quelle linee dell'antico deputato. Mi rimasero scolpite nella mente e nel cuore. Il mio ciglio le salutò con una lagrima. <<Se continua così, scriveva l'infelice a Giuseppe Garibaldi, se continua così, e se non mi aiutano, finirò per soccombere!>>. Rammentiamolo, Italiani: sono queste le parole di un legislatore d'Italia, di un uomo d'ingegno e di cuore, di un patriota. E rammentiamoci che queste parole furono pronunziate in mezzo ad una nazione che copre di alloro, di brillanti, di ricchezze le saltatrici, le mime, e le cantanti. Per chi pensa non è mestieri aggiunger verbo: ciò è grave e doloroso! * Pur troppo il mesto presentimento di Salvatore Morelli si avverò. A nulla giovarono i soccorsi e le cure degli amici, a nulla la bontà del clima. L'animo era colpito - lo spirito era franto - il poveretto finì per estinguersi. La irreparabile sentenza dell'ingratitudine fu eseguita. Ora tacerà per sempre la sua voce, che da trent'anni, per le cause dell'umanità, si alzava costante, da prima derisa, dileggiata da ministri e deputati, poscia discussa, poi appoggiata dal Villa, poi applaudita. Nè avrà più palpiti quel cuore che non ha mai cessato di battere per il bene, e che ispirò al povero Morelli il suo libro <<La donna e la scienza>> - libro male accolto in Italia, disconosciuto, compreso da pochi, fra i quali pochi Giuseppe Mazzini. Eppure è un libro di importanti problemi, oggi onorati della discussione mondiale. * Salvatore Morelli morì come visse. Povero, libero, integerrimo. Fra tanti dolori, fra tante delusioni recò nella tomba il conforto di aver visto una parte delle sue idee far passaggio nelle leggi ed una parte seriamente discutersi pel diritto costituendo. Fra queste ultime, il divorzio - che si discusse e si discute insieme alle altre utopie dell'ex deputato di estrema sinistra. E quando le utopie si discutono, credete a me che è proprio buon segno. È segno che le utopie si appalesano verità, che le stranezze diventano assiomi, per le quali il riso sprezzante o l'indifferenza si cangieranno nell'applauso dell'ammirazione e nel trionfo dell'accoglimento. -<<Eppur si muove!>> disse già Galileo, deriso e perseguitato. Ed ebbe ragione. Morelli ha ripetuto il motto pel divorzio, e il divorzio verrà, per quanto gli avversari amino sorridere colla solita degnazione. E verrà perchè è questione di giustizia, di pace, di amore, di alta morale. Il trionfo del divorzio sarà una nuova causa vinta dall'umanità. I timidi, gli incerti, i leziosi, gli uomini dalla mente limitata e dal cuore di cartone potranno disconoscerla e maledirla - ma codesta vittoria sarà benedetta ed applaudita dalla coscienza pubblica come il fine di tante equivoche posizioni, di tanti dolori, di tanti scandali, e diciamolo anche di tanti delitti.

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La data del trionfo del divorzio sarà la più bella epigrafe da scolpirsi sulla pietra dell'avello che raccoglie le stanche ossa e reca il nome generoso di SAVATORE MORELLI! A. Pepe *§* Il 28 Ottobre 1880, nel n. 19 de LA ZANZARA, Giornale Umoristico. Satirico, umoristico, illustrato. Punzecchia ogni quindici giorni. Un commosso omaggio alla memoria del coraggioso deputato: "Donne che avete intelletto d'amore spargete lacrime e fiori sulla tomba di Salvatore Morelli. Egli fu l'apostolo dei vostri diritti e dedicò la vita alla vostra emancipazione. Ebbe mente vasta di legislatore, che gli stolti non arrivarono a comprendere e fu patriota dello stampo antico. Di lui può dirsi, senza tema d'errare, che le sue idee saranno campo fecondo al bene dell'umanità." in Alberto Forzoni (2003), p. 177. *§* Il 31 Ottobre 1880, nel n. 44 de L'ILLUSTRAZIONE ITALIANA rivista settimanale degli avvenimenti e personaggi contemporanei sopra la storia del giorno, la vita pubblica e sociale, scienze, belle arti, geografia e viaggi, teatri, musica, mode [ecc.], tra "Gli Eccetera della Settimana" si rinviene questo interessante articolo di Cicco e Cola su Salvatore Morelli: "Avete letto l'articolo di Girardin in risposta a Dumas, anzi in appoggio a Dumas? Se faccio questa domanda non è per invitarvi a leggerlo, che Dio guardi, ma semplicemente per osservare che in Italia il povero Salvatore Morelli non è mai arrivato a dire un terzo delle stramberie stampate dal Girardin, eppure hanno sempre riso di lui e delle sue teorie sulla emancipazione della donna: e qualche volta hanno riso a sproposito, mentre il Girardin è tenuto dai francesi un uomo serio! e la sua prosa si pubblica in una delle prime Riviste di Francia!! Povero Morelli! è morto a Pozzuoli senza aver potuto svolgere in Parlamento la sua proposta di legge per il divorzio, nella quale c'era molto più buon senso che nell'articolo di Girardin. Gli elettori di Sessa Aurunca, essendo tutti uomini, non aveano più voluto un rappresentante occupato esclusivamente delle femmine. Col Morelli la Camera italiana, nella quale le figure spiccate si vanno facendo più rare, ha perduto un tipo originalissimo. Salvatore Morelli, con la barba tagliata corta e i capelli appiccicati sul cranio dalla pomata, una catena di similoro sopra un panciotto di colore impossibile, era pure un uomo che aveva avuto la costanza rara di vivere nella miseria, mentre l'ottenere un posto od una posizione qualsiasi gli sarebbe costato la sola fatica di domandarlo. Pure era stato in galera dieci anni e anche là aveva fatto del bene quando aveva potuto. Nè parlare di miseria è una esagerazione: gli intimi di Salvatore Morelli sanno come egli vivesse spesso e volentieri ventiquattro ore con un caffè e latte preso la mattina e una minestra presa la sera. Nè si può offendere la memoria di lui dicendo che quando l'ultima volta cadde ammalato in Roma, il presidente Farini, per mezzo di persona fidatissima e rispettabile, dovette fare al Morelli dolce e garbata violenza onde accettasse un sussidio per sopperire alle spese della malattia. Ed il Morelli alloggiava allora in una meschinissima cameretta, nella quale uno de' democraticoni de' nostri giorni sdegnerebbe di tenere il proprio domestico. Alla Camera Salvatore Morelli, sempre assiduo alle sedute, ora [: era] come suol dirsi, la banca delle tenebre. I suoi numerosi compagni dell'ultimo settore di sinistra lo tormentavano sempre, nè gli risparmiavano alcuna burla. Salvatore Morelli sorrideva e lasciava fare. Quando domandava la parola toccava agli altri a sorridere: ma non sorridevano, ridevano addirittura; si affollavano intorno al suo banco come se egli recitasse una farsa anzichè un discorso parlamentare. Nelle tribune godeva moltissima popolarità e certe donne, delle quali lo dicevano protettore, erano spesso attratte dalla curiosità di vederlo. Mi si assicura ch'egli non abbia mai conosciuto nè avvicinata alcuna delle sue protette. Quando parlava non seguiva un filo di ragionamento: le sue idee saltellavano di palo in frasca e l'oratore, spesso interrotto dalle risate, usciva facilmente dal seminato. Pure, cosa che non capita a tutti, egli era convinto di quanto diceva.

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Per quanto ridessero, e per quanto invece si legga sul serio l'articolo del signor Girardin, Salvatore Morelli non ha mai detto, come il direttore della France, che <<l'umanità ha fatto la donna eguale all'uom>> e <<non c'è cosa che fa l'uomo che la donna non possa fare.>>" (p. 267 e p. 270) *§* Lunedì I. Novembre 1880. IL PROPUGNATORE: Giornale Politico-CommercialeAmministrativo-Agronomico. Anno XX. Lecce Lunedì I Novembre 1880, Num. 43. SALVATORE MORELLI Diamo posto al seguente dispaccio che Benedetto Cairoli spedì alla famiglia Morelli: Sindaco = Ostuni Espresso Carovigno. Sua E. Presidente Consiglio Ministri mi ordina partecipare per condoglianza famiglia compianto Salvatore Morelli di cui apprezzo grandemente integrità di carattere bontà di cuore patriottismo ingegno dottrina. Prego comunicarlo. Sottoprefetto Pozzuoli Postumi suffragi sono cotesti, che pure onorano la memoria degli illustri estinti. Ma non basta. Quando un uomo ha saputo fare olocausto di tutto se stesso alla patria, illustrandola con gli scritti e con la parola tribunizia, con la onestà esemplare, con storica rassegnazione di un martirio edificante la società civile: quando un uomo innalzato all'altissimo posto di Deputato, vi discende, dopo anni parecchi, più povero di prima - alla memoria di quest'uomo non bastano suffragi di parole, ma ci vogliono gli efficaci esempi di sentita devozione, ci vogliono atti di verace riparazione, se non di retribuzione verso i vicinissimi parenti diseredati e bisognosi. E noi ce lo auguriamo! - Il Parlamento ed il governo che vengano in aiuto della sconsolata e squallida famiglia Morelli - Deh si scongiuri la estrema povertà dei superstiti, i quali educati al severo programma del loro rimpianto fratello, morirebbero della fame anch'eglino, anzicchè riportare un sol rimorso di obliare la scuola dei più duri sacrifizii!... (pp. 3-4) *§* Mercoledì 3 Novembre 1880. LA STAMPA Archivio Storico dal 1867. GAZZETTA PIEMONTESE, Anno XIV, Torino, Mercoledì 3 Novembre 1880, Num. 305, pp. 2-3 di 4: BRINDISI. Illuminazione del Porto - La ferrovia di sbarco - Per Salvatore Morelli - Il dazio sul vino-mosto. [...] A Carovigno, comune di questo circondario a poca distanza da qui, s'è voluto dare pubblica testimonianza d'affetto al concittadino Morelli Salvatore. Il Municipio preso parte ufficialmente alla mesta cerimonia: fu inviato un telegramma al sindaco di Pozzuoli, col quale lo si ringraziava delle cure e delle estreme onoranze fatte all'illustre estinto, e lo si officiava a conservare in località distinta quella salva affinchè la si possa a suo tempo trasportare a Carovigno e collocarla in apposita tomba. *§* Il 14 Novembre 1880, nel giornale L'EQUILIBRIO (pp. 3-4), Costantino Galasso termina l'articolo LA DONNA E SALVATORE MORELLI con queste parole: "Se il matrimonio è un contratto deve essere solubile. Ecco il divorzio. Ecco la ultima parola della vita parlamentare dell'onorevole Morelli, ecco l'ultima parola mormorata dalle sue labbra in su la breccia, dove vittima, dopo lungo combattere, egli fu abbandonato da tutti. Queste pagine scritte quando l'uomo illustre viveva ancora, finivano con un augurio, con un voto, con una speranza. Finivano con la speranza che il popolo italiano avrebbe corretto l'opera poco generosa degli elettori di Sessa Aurunca. Ma la natura ha corretto l'opera di tutti.

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E Salvatore Morelli è morto povero, come Socrate, prima di aver giudicato i suoi giudici. Socrate non fu vinto dallo scherno accumulato da Aristofane contro le sue utopie e restò immobile in teatro quando tutti ridevano alle sue spalle; così Morelli ha saputo mantenere dallo stallo di deputato la saldezza dei suoi principii, non ostante le contrarietà. Non ha mentito né disdetto sé medesimo; non ha chiesto, ma donato oltre il suo avere; senza gradi; senza ufficii; è morto poverissimo. Istruito nella giurisprudenza dal vecchio cospiratore Matteo Galasso1 inciampò ben presto nel brulicame spregevole della polizia borbonica e per dodici anni fu trascinato dall'uno all'altro luogo di pena. I giornali onesti han riferito parecchi aneddoti della vita intemerata di quest'uomo, ma, a dir breve, tutta la sua esistenza è un romanzo di atti sorprendenti. E così a non lunghi intervalli l'umanità pratica i suoi veri miracoli per conforto di chi ha fede in lei. (1) L'esattezza di queste poche parole le quali onorano un mio avo io l'ho riscontrata presso la medesima famiglia Morelli." Il sac. Francesco Maria Andriani, figlio di Vincenzo Andriani ed editore dell'opera paterna, Carbina e Brindisi - Memorie del Dott. Vincenzo Andriani, 1888, riportandovi alcune note biografiche, dice che Salvatore Morelli, "recatosi a Pozzuoli per guarire da una ostinata bronchite, che da qualche tempo lo travagliava, non fu possibile respingere il morbo fatale, ed a Pozzuoli cessò di vita il giorno 2 Ottobre 1880 [in verità, il 22 ottobre 1880] di anni 56 compiti. Il Sindaco di quel luogo, dopo di avergli fatto fare i più solenni funerali a spese del Ministero, diè subito notizia a queste Autorità locali, come si rileva da relazione stampata sul giornale brindisino (L'Unione Cittadina) in data 2 novembre dello stesso anno. È a ricordare che, all'avvicinarsi dell'ora di Dio, quando le illusioni svaniscono, il suo fratello Luigi presentatagli un'Immagine di Nostra Donna, di Maria SS.ma di Belvedere, guardatala e, presala fra le mani confidente in Lei, baciata e ribaciata più volte la rimise sul capezzale. Poco dopo... alzati gli occhi al cielo ... era cadavere!! .. (pp. 79-81) È bene sapere che il sac. F. Andriani è autore del MATRIMONIO CIVILE DIVORZIO CAPACITÀ GIURIDICA DELLA DONNA (1a Edizione, Ostuni 1880, e 2a Edizione, Ostuni 1893), che avversa la concezione morelliana della donna. Per comprendere appieno la portata innovativa del disegno di legge "Per la reintegrazione giuridica della donna", proposto da Morelli, il 18 giugno 1867, basta leggere i pensieri che il sacerdote Francesco Maria Andriani, compaesano di Morelli, dava alle stampe 13 anni dopo, con il suo succitato scritto. Nel III Cap., Contro alla capacità giuridica della donna, il sacerdote scriveva: "Io non ho ancora letto, o inteso leggere da altri, dacchè il mondo è mondo, che la donna sia stata corredata di quest'altra prerogativa. Nessuna legge fa menzione di questo, nè nei codici presenti, e passati si è veduta mai una simile novità: questa è una bella invenzione, come tante altre del nostro secolo. Però, se ci avviciniamo là, ove la religione ci chiama, e ci guida, vedremo la donna sprovvista di questa voluta capacità, anzi decaduta per opera stessa delle sue mani fin dal principio di sua creazione. Ciocchè sta scritto - sta scritto a nostro insegnamento. La donna dunque non fu emancipata; ma soggetta all'uomo, perchè iniziatrice del male, e della scena miserabile della vita. Sedotta, sedusse - ingannata, ingannò - fu infedele, e rimase delusa - fu leggera, e non fu forte, e pagò giustamente il fio del proprio mal fatto, ed a noi, sgraziatamente, lunga ci lascò eredità di affanni! Nella pienezza dei tempi - quando cioè la giustizia, e la pace si diedero la mano, e fecero dolce armonia, si vide la donna dall'Uomo-Dio innalzata nel matrimonio cristiano da non essere considerata più come serva, o come schiava; ma compagna fedele nel terrestre pellegrinaggio; depositò allora le vesti, che la bruttavano, e riprese la sua nobile dignità. Ma lasciando queste cose da parte, e vediamo, se possa anco per poco esserci questa voluta capacità. [...] Dunque la vera assoluta capacità della donna, ovvero, la sua vera emancipazione è l'esser madre, aver figli, tenere il buon go

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verno della famiglia. Questo è il suo vero mandato. La estensione dei dritti, che le si vorrebbero dare sono come abbiam detto, fuori la destinazione, che l'è stata commessa; a ciò s'oppone la sua debole conformazione, il suo debole sesso - s'oppone l'essere sposa, s'oppone l'essere madre, s'oppone la famiglia per la quale fu destinata. Voler dunque concederle una capacità giuridica, volerla proprio emancipare è spostare l'ordine da Dio concesso all'ordine. Di qui la confusione - di qui l'inganno, non è altro, che creare una società, che si renda colpevole. Leggiera è qualunque malizia, in paragone della malizia della donna, dice la Scrittura, e così in molti altri luoghi sono riportate simili parole. {Vd. Libro dell'Ecclesiastico Capo XXV.} Che ne sarebbe quindi se la donna fosse posta in commercio, cioè in mezzo agli affari del mondo? Il mondo diverrebbe un palco-scenico di turpitudini, la società corrotta, ed il male, farebbe gran festa. [...] Se noi dunque, che ci chiamiamo progressisti, e cerchiamo con apposite leggi migliorare i destini dell'umanità, e poi veniamo innanzi con queste cause dissolvitrici, siamo piucchè mai regressisti; anzi il secolo ha tutto il dritto di gridare, che siano rei, e rei di lesa-umanità, e se queste non sono fantastiche utopie, qual saranno i capricci maggiori? Sconvolgere la società sotto il falso apparato d'un miglioramento sociale, è una grossa bestemmia, è un inganno - bestemmia riguardo alla religione - inganno riguardo alla politica, ed alla storia delle genti." (pp. 37-42) *§*

Lunedì 15 Novembre 1880. LA STAMPA Archivio Storico dal 1867. GAZZETTA PIEMONTESE, Anno XIV, Torino Lunedì 15 Novembre 1880, Num. 317. - Lunedì 15 Novembre 1880, p. 2 di 4 (1a Colonna): BRINDISI. Stazione ferroviaria - Monumento a Salvatore Morelli [...] (Nello) - 15 novembre. [...] Mi si dice verranno dati alle stampe i discorsi pronunziati sulla tomba del povero Morelli. In quanto al trasporto del cadavere da Pozzuoli al vicino Carovigno, si crede pericolosa la inumazione ora, senza una diligente e pronta iniezione. In caso contrario dovrà differirsi a raccogliere gli avanzi 18 mesi dopo l'interro, giusta il Regolamento sui cimiteri vigenti nel Napoletano. Intanto il Consiglio comunale di Pozzuoli, riunito in sessione ordinaria, ha votato all'unanimità l'erezione a spese pubbliche di un monumento all'illustre estinto, nominando un Comitato per raccogliere le offerte che potranno venire da ogni parte d'Italia. *§* Legisl. XIV - 1a Sessione - Tornata del 15 Novembre 1880 (pp. 1635-1636-1637 = Il presidente legge la commemorazione dei deputati Englen, Incontri, Arnulfi e Ricasoli e parlano poi brevemente i deputati Mantellini, Nicotera, Cavalletto ed il presidente del Consiglio) PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Nicotera. NICOTERA. È difficile dire meglio e più di quello che ha detto l'egregio nostro presidente, nel ricordare le virtù patriottiche dei nostri colleghi defunti. [...] Ed ora, o signori, permettetemi che dica una parola sola per ricordare un nostro collega, al quale l'ingiustizia della lotta elettorale, l'ingratitudine e la sconoscenza hanno tolto il solo premio, il solo compenso a cui aspirava, morire rappresentante della nazione per la quale aveva pure tanto sofferto; parlo di Salvatore Morelli. (Benissimo! Bravo!) PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole presidente del Consiglio. CAIROLI, presidente del Consiglio. [...] Il mio pensiero ricorre pure, con emozione, alla memoria di Salvatore Morelli. Collega per molti anni; amico mio fino all'ultimo giorno, il suo nome, per chi lo ricorda per onorarlo deve ispirare per la bontà, sempre congiunta al suo convinto apostolato, e manifestata in tutte le fasi della sua vita, solo nobili sentimenti.

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Io non aggiungo altro. Dirò solo che è un conforto il sapere che i benemeriti cittadini non muoiono; lo attesta questo compianto, che non è un fuggevole contributo alla loro memoria. (Bene!) *§* LA DONNA. Anno XII. Serie II. Num. 15. Bologna, 10 Gennaio 1881. [...] "L'ardito sostenitore della riabilitazione della donna, è morto in Pozzuoli colpito da ostinata bronchite. Il Bersagliere del 5 luglio scrisse: <<Mesi sono il Morelli lesse su di un giornale che nella Campania morivano centinaia d'infelici al giorno per febbre malarica, si levò dal letto con la febbre e corse a Montecitorio, perorò la causa di tanti poveri malati insieme alla eletta schiera dei Deputati della Provincia, ottenne pronti ed energici rimedi dal Ministero, e non tralasciò di raccomandare la bonifica, a Lui tante volte promessa, delle Valli del Liri e di Sessa Aurunca. Il Presidente della Camera, veduto lo stato piuttosto grave dell'onorev. Morelli, disse: <<Onorevole, abbia cura della sua salute!>> quasi presago che quella gita in Montecitorio fosse stata, come lo fu, causa della gravissima bronchite divenuta cronica, e che tutte le cure prescritte dai più distinti medici non hanno potuto vincere! Gli fu consigliato respirare l'aria di Pozzuoli; il Ministero gli concesse apposito coupè di prima classe e nella metà di settembre, col suo medico curante, col germano Eugenio, con l'onorevole Marcora, si recò in Napoli, e di là nella città delle anticaglie, ove memorabili sono gli avanzi del tempio sacrato alle Ninfe ed a Serapide. La falce della morte ci ha rapito il Morelli, che non ha certo avuto alcuna malattia morale, (1) ma che è vissuto anche in Pozzuoli, calmo e tranquillo in grembo alle sue idee; se dimostrava dispiacere, questo avveniva quando osservava che i suoi principii erano apprezzati all'Estero e non nella Patria sua; in Buenos Ayres, Enrique De Parodi ha pubblicato in questo stesso anno un opuscolo sul divorzio che conclude, dopo esposte le teoriche del Morelli: <<Mociones en las Cameras de Francia y de Italia, attetas de la literatura que ponen la fuerza de sus talentes al servicio de la bona causa, todo conspira à que la legislacion se inspire en los principios de equidad de que unicamente derive lu universal acatamiento.>> L'opuscolo di cui è parola fu spedito al Morelli in Roma e di là in Pozzuoli. Si può disconvenire dalle idee del Morelli, ma gli stessi avversari lo han tenuto in grande rispetto e lo hanno amato di gran cuore. Gli eminenti uomini politici di ogni colore, compresi i Ministri, e in Roma e in Pozzuoli, gli han fatto onori e visite. Egli abitava nell'antico palazzo della Gran Bretagna, situato su ridente collina, da cui si gode vasto orizzonte ed aria balsamica, profumata da ville incantevoli; l'albergo era divenuto un via-vai di personaggi distinti; la sua stanza era ampia, bene ammobigliata, dal verone si vedeva l'incantevole Nisita; il convalescente possedeva tutta la gentilezza e la cordialità, che mai gli eran venute meno, sia nelle carceri borboniche, sia nel Parlamento, sia in Pozzuoli. Gli uomini che concepiscono le grandi idee e percorrono i tempi (pare destino!) muojono per l'ordinario senza aver raggiunto lo scopo!... Il Gran Maestro non è più! Ora sorgeranno gli Apostoli! Lui. (Dal giornale <<Il Cronista>> di Caserta) (1) Non crediamo che il Morelli non fosse malato di nossuna malattia morale; l'articolo del dott. Eugenio Fazio, pubblicato nei num. scorsi di questa nostra Donna, prova tutto il contrario. (N. d. R.)." (pp. 233-234 ==> 166-167/503)

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1.14. Anno 1883. Il Propugnatore. Lunedì 3 Dicembre 1883 (Lecce), IL PROPUGNATORE - Giornale Politico-CommercialeAmministrativo-Agronomico, riporta questa lettera di Pasquale Brandi Lotti: "ADDIO DI SALVATORE MORELLI. Egregio amico Cisaria Nella speranza di far cosa grata a voi, agli amici ed ai diecimila lettori del vostro pregevole Popugnatore vi mando a pubblicare un Addio di Salvatore Morelli, da lui spedito - nel '50 - alla sua famiglia, dal carcere di S. Francesco di Lecce. È un bellissimo Addio dal quale emana largamente un'onda di profumo che invade, ricco di squisita sentimentalità verso la famiglia, i parenti e gli amici del martire delle libertà italiane, e che rivela, in fine, la virtù eroica di Colui che ogn'altro amore spartanamente sacrifica e pospone a quello - di cui palpitò l'incompreso Genio d'Alighieri - della Redenzione della Patria. E questo Addio - degnissimo di luce e dell'aperto - giova altresì pubblicarlo per essere trapiantato là - come gentil fiore nato in seno al patriottismo italiano - in quella splendida aiuola, accanto all'Autore, ove si accoglie amorosamente la pleiade degli uomini illustri della Nazione, che si chiama la Storia. Eccovi, dunque, l'Addio, e se mai qualcuno prenderà vaghezza di sapere coloro che inimicarono Morelli, come si vedrà nel corso del predetto, avvalendomi della mia solita franchezza, non esiterò a dire che furono appunto vecchi sanfedisti, irreconciliabili nemici d'Italia, che, fatti accorti dei progressi giganteschi dell'idea democratica e dei pericoli che sovrastavano a chi voleva lottare col tempo, pretesero camminare nelle vie del progresso e di scavalcare il partito di azione. Di tutto ciò si avverte anche il governo del De Pretis che in onta alle libere istituzioni e agl'ideali della Patria, concede onorificenze e cariche governative a chi fino a ieri ha sospirato il ritorno del Borbone, destituito di senso comune, e perfino... d'onesto vivere civile. Finisco, perché so che la memoria di certi camaleonti in falsetto progressista, lascia in chi legge ed ascolta un non so che d'irresistibile fetore di acido fenico! E vogliate credermi inalterabilmente Vostro Pasquale Brandi Lotti (1) L'Addio di Salvatore Morelli. "Madre mia, Padre mio, Fratelli miei, Amici, Parenti, Patria diletta Addio! Addio, e forse per sempre! Null'altra gioia conforta la pover'anima mia oltre quella di vedervi un dì o l'altro lieti di quella felicità eterna promessa da Dio agli uomini, ed alternata sì dalla sociale corruzione, ma giammai distrutta. È anche mia letizia pensare di non aver madricola di maleficio, e di avere compagna una coscienza pura e intemerata. Non pertanto, ove il fuoco della gioventù m'abbia tal fiata trascinato ad addolorar qualcuno, io ne domando scusa e perdono, lo domando con fronte dimessa, e con veracità, come se lo domandassi a Dio, oltre il sepolcro. Voi non me lo negherete, lo spero, anche a riguardo di quell'amore ch'io vi portai, ardentissimo, sincero amore, per il quale se tutti voi, miei diletti, non avrete la sventura di piangermi estinto, senza il conforto nè del sole, nè dell'aure della culla, e su d'un marittimo e lontano scoglio, (2) proverete la gioia di vedermi perennemente cospirare al benessere della Patria. Sì, tenete questa mia fede giurata col sacro pegno del perdono lasciatovi da gran tempo per coloro che ingiustamente m'inimicarono!... Tenetela come la speranza che l'oggi non somiglierà il domani. Tenetela.... che io parto, irreparabilmente parto! Madre mia, Padre mio, fratelli, parenti, amici, patria diletta. Addio!

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sacra terra, amorosamente Addio! Lecce dal carcere di S. Francesco 13 maggio 1850. Tutto vostro Salvatore Morelli

(1) Questo Addio mi è stato dato dall'egregio amico e concittadino Sac. D. Francesco Andriani, presso il quale si conserva - manoscritta - la Storia del nostro paese, scritta e corredata di preziosi documenti dal padre Dottor Vincenzo Andriani, che fu amico e compagno in merito letterario dell'Avv. Raffaele Azzariti, entrambi astri luminosi e benefici della nostra terra, spariti in giovine età. Il Sac. Andriani - si è detto sempre - è nemico della sua patria sol perchè non si decide una volta a stampare quella Storia. A me non pare così. Difatti egli è così gentile che non esita un istante nel dare qualche notizia patria, a chi ne lo domandi. - Gran bella cosa! - mi risponde il malignuzzo lettore - e vi aggiunge: che il non pubblicare quella Storia costituisce al Sac. Andriani un fatto che Domineddio non gli perdonerà giammai. E conclude: - Fors'egli aspetta l'anticristo per farsi tipografo?? Potrebbe essere!... (2) L'isola di Ponza.

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1.15. 1884. The Woman Question in Europe. Aurelia Cimino Folliero De Luna. Chapter IX. Italy. I. - A General Review. By Aurelia Cimino Folliero De Luna. Aurelia Cimino Folliero De Luna (Napoli, 1827 - Firenze, 1895), nel "Chapter IX. ITALY." de The Woman Question in Europe, A SERIES OF ORIGINAL ESSAYS, Edited by Theodore Stanton, M.A. G. P. Putnam's Sons, New York-London-Paris, 1884, termina il suo saggio A General Review (Una analisi generale), menzionando Salvatore Morelli. "Before closing this brief sketch, I desire to mention with deep gratitude the name of the man who first lifted up his voice in Italian Parliament tu defend and protect women. Salvatore Morelli deserves the veneration of every Italian woman. His first book, "Woman and Science" (La donna e la scienza), dedicated to Antona Traversi, was animated by a just and noble spirit, too radical, however, to meet with universal approbation. When he entered Parliament, Morelli, with the same courage, constancy, and radicalism, demanded the complete emancipation of women. Conservatives laughed, and many friends of our movement trembled for the cause. Ably seconded by Mancini, he succeeded in securing for women the right to testify in civil actions, a dignity which they had not previously enjoyed, although, by an absurd contradiction, they could be witnesses in criminal cases, convict of murder by a single word, and send the criminal to the scaffold. One of Morelli's last public acts was a divorce bill, which was examined by the Chamber. Guardasigilli Tomman Villa, the then Minister of Justice, was inclined to accept it, but death, which occurred in 1880, saved poor Morelli the pain of seeing his proposition rejected. An appeal to women has been made to raise a modest monument to Salvatore Morelli in memory of his good deeds. The reforms called for by Morelli and the other leaders of the Italian women's movement have not all been granted; some have not even received serious attention. But I make no doubt, that in a few years the woman question will be better understood in this country, will be regarded from a more elevated standpoint, and will obtain more general and more hearty support; for, if we turn to the past, we are astonished at what has already been accomplished in this direction. (pp. 318-319) ____*_____ Prima di chiudere questo breve saggio, desidero con profonda gratitudine menzionare il nome dell'uomo che per primo levò alta la voce nel Parlamento italiano per difendere e proteggere le donne. Salvatore Morelli merita la venerazione di ogni donna italiana. Il suo primo libro "Woman and Science" (La donna e la scienza), dedicato ad Antonia Traversi, era animato da uno spirito giusto e nobile, troppo radicale, tuttavia, per incontrare l'universale approvazione. Quando entrò in Parlamento, Morelli, con lo stesso coraggio, costanza e radicalismo, chiese la completa emancipazione delle donne. I conservatori risero, e tanti amici del nostro movimento tremarono (trepidarono) per la causa. Abilmente appoggiato da Mancini, egli riuscì ad assicurare alle donne il diritto di testimoniare negli atti civili, una dignità della quale esse non avevano precedentemente goduto, sebbene, per un'assurda contraddizione, potessero essere testimoni in casi di crimine, condannare per omicidio con una sola parola, e mandare al patibolo il criminale. Uno degli ultimi atti pubblici di Morelli fu il disegno di legge sul divorzio che venne esaminato dalla Camera. Il guardasigilli Tommaso Villa, l'allora ministro della giustizia, era propenso ad accettarlo, ma la morte avvenuta nel 1880, salvò il povero Morelli dal dolore di vedere rigettato il suo progetto. Un appello delle donne è stato fatto per erigere un modesto monumento a Salvatore Morelli in memoria delle sue buone azioni. Le riforme invocate da Morelli e da altri leader del movimento delle donne italiane non sono state per nulla concesse; alcune non hanno ricevuto nemmeno una seria attenzione.

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Ma io non dubito che in pochi anni la questione della donna sarà meglio compresa in questo paese, sarà considerata da un più elevato punto di vista, e otterrà un sostegno più generale e più sostanzioso; perché, se guardiamo al passato, noi sbalordiamo alle cose che già sono state compiute in questa direzione.

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1.16. 1905. Ugo Pesci, Firenze Capitale (1865-1870). Ugo Pesci, nei suoi appunti di ex-cronista, in Firenze Capitale (1865 - 1870), scrive: "Salvatore Morelli, perpetuamente indignato contro qualunque ministero, aveva intuonato il solito ritornello gridando: - Andiamo via in massa! appelliamoci al paese! - ciò che i suoi amici dell'estrema sinistra si guardavano bene dal fare. (p. 286 ==>296/560). In realtà, Morelli quelle esclamazioni, nella tornata dell'11 luglio 1870 (p. 3223) allorché si svolgevano le Interrogazioni dei deputati Miceli Corte, Nicotera e Oliva intorno ad alcune dichiarazioni del ministro Olivier ed alle questioni di Roma e di Spagna, le aveva pronunciate sì, ma in questi termini però: "Usciamo in massa, ed appelliamoci al paese.", suscitando Rumori e interruzioni. Le pronunciò dopo che l'on. Oliva aveva ribadito al Presidente che era nel suo diritto di parlare, e altresì che, a ogni modo, si consultasse la Camera, ecc. L'on. Brunetti parimenti obiettava: "Non si vuole lasciare parlare da questo lato, ma soltanto dall'altro." (Rumori a destra). E infine l'on. La Porta: "C'è un'intolleranza che fa vergogna!". Precedentemente lo stesso Morelli ed altri a sinistra avevano protestato con forza a voce alta: "Parli! Parli!", contro il presidente della Camera che all'on. Micelli reclamante: "Se crede che io non debba parlare, e che questioni di così alta importanza debbano essere lasciate al libito dei signori ministri, io protesterò e tacerò.", così aveva risposto: "È la Camera che decide. Io interrogherò la Camera." (ivi, 3220) Il Presidente, (Con calore), ribadiva la sua decisione, e cioè questa, che l'on. Micelli non poteva parlare. E Micelli: "Li prego di ascoltarmi, perché sono questioni che riguardano i più vitali interessi della nazione... (Rumori a destra e agitazione a sinistra)" (ivi) Ora, al di là delle valutazioni puramente soggettive degli atteggiamenti e dei comportamenti del deputato Morelli, resta il fatto incontrovertibile che nelle 601 tornate della X Legislatura (dal 22 Marzo 1867 al 25 agosto 1870), e precisamente nelle 75 che segnano nominativamente il Nostro, l'espressione di cui trattasi è attestata solo, e soltanto, una volta: l'11 luglio 1870. Sorge spontanea la domanda da rivolgere all'ex-cronista Pesci: l'appunto de "il solito ritornello", dove e come lo abbia acquisito.

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1.17. Anno 1909. Gaetano Della Noce, Musica patriottica in Lecce. Gaetano DELLA NOCE, Musica patriottica in Lecce, in RIVISTA STORICA SALENTINA, Anno VI (1909), pp. 291-310 MUSICA PATRIOTTICA IN LECCE Prima del 1860, quando l'Arcangelo della patria oppressa, compiendo la sua alta missione, passava, indomito, pei campi di battaglia, sugli aspri gioghi dell'Alpe o sotto l'infuocato sole della Trinacria; mentre la reazione infieriva più crudele in Napoli, ove - ciò malgrado una legione di poeti osava cantare le speranze della patria e Giannina Milli, la poetessa animosa, che, traversando l'Italia, avea lanciato dovunque i versi frementi di patriottico amore, incitava alla riscossa, vaticinando l'avvenire: Ah!... come ogni argine distrugge invitto della vulcanica lava il poter. Sorgi!... Benchè ultima nel gran conflitto, compir d'Italia puoi tu il voler! in Lecce i canti della patria, che i figli d'Italia sprigionavano dai loro petti come un sospiro di speranza o come un grido incitatore alla pugna, durante le aspre marce o sui campi di battaglia, sopra le zolle di strage livide e fra i cespugli di sangue roridi, poco o nulla si conoscevano ancora. Ma nei salotti ove una dama bella reggeva lo scettro della grazia e dell'intellettualità - tra i quali non ultimo era quello della mia ava materna Giovanna de Angelis, moglie di Pasquale Greco, un salotto in cui erano passati e passavano poeti, artisti e patrioti - la musica patriottica, quella specialmente che Giuseppe Verdi avea saputo innestare nelle sue opere, sgorgava da una gola canora o erompeva da cento petti. E spesso tra le strofe suadenti di <<Santa Lucia>>: Sul mare luccica stella d'argento... (una melodia popolarissima in quel tempo) e tra le composizioni che eseguivano gli autori stessi, frequentatori assidui di quei salotti: Beniamino ed Eduardo Rossi, Cesare Balsamo, Carmine della Ratta, Realino Cimino, i maestri Beniamino de Franco e Raffaele Elmo, la cavatina dell'<<Attila>> Cara patria, già madre e reina di possenti, magnanimi figli... e il nostalgico coro degli esuli sull'<<Eufrate>> nel <<Nabucco>> Va, pensiero, sull'ali dorate, va, ti posa sui clivi, sui colli, ove olezzano libere e molli l'aure dolci del suolo natal... sospirati da voci delicate e soavi, lanciati, come un grido invocatore, da voci robuste, spaziavano - melodie fatidiche - d'intorno, rinnovellando sempre, e sempre più intense, palpiti di alta commozione nei cuori. In quei salotti - è fuor di dubbio - si parlava dei dolori e delle speranze della patria; e in quello di Giovanna Greco non poco. Basta considerare che era frequentato da Beniamino Rossi e da Salvatore Morelli, due belle e spiccatissime figure degli anni della rivoluzione. Il primo era una figura assai simpatica di gentiluomo e d'artista [...]. Il secondo era appena da poco tempo tornato dalla relegazione sopportata a Ponza, ad Ischia e a Ventotene, dove fin dal 49, giovanetto a 22 anni [in realtà ne aveva 25], era stato

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confinato, principalmente per la pubblicazione d'un suo libretto contro i Borboni [il che è palesemente falso]: Piaghe e Speranze dei Comuni. Avvocato anch'egli, nel '44 avea pubblicato Il Romitorio di Belvedere, nel '48 il Cenno Biografico di Pio IX, Redentore della libertà italiana; nello stesso anno Brindisi e Ferdinando II, o Il passato, il presente e l'avvenire di Brindisi; Momenti lirici (Versi e Prose) e Le Feste Costituzionali (tipografia Del Vecchio), un opuscoletto in cui è una minuta descrizione delle feste celebrate a Lecce il 3, 4 e 5 marzo 1848 per la Costituzione accordata da Ferdinando II, dedicandolo <<Alla civile prudenza del popolo Leccese>>; nel 58 avea scritto Sul sistema della riflessione per volgarizzare il sapere, con cui concorreva al premio istituito dal prof. dott. Carlo Ravizzi, consinstente in una rendita di franchi 700 per una memoria che meglio rispondesse ad un quesito di scienze morali e ne avea spedito il manoscritto, a Milano, alla Commissione composta da Antonio Odescalchi, Cesare Cantù, Giuseppe Sacchi, Francesco Restelli e Felice Manfredi. Ora, mentre lavorava intorno a La Donna e la Scienza, meditata nei duri e lunghi ozii della prigione, e che, tra gli altri non pochi suoi scritti: Maglie e il suo avvenire, L'Ideale delle leggi positive, Il Galateo del magistrato, Lo studio della parola per le scuole del popolo, Le promesse della scienza, rimane il suo più importante lavoro, sul quale oggi in ispecie, non sarebbe male rivolgere lo sguardo, scriveva versi e le Glorie di Sant'Oronzo, protettore della Famiglia Salentina, un canto che Pasquale Greco pubblicava a sua devozione pei tipi di Alessandro Simone (1859). I coniugi Greco, rivedendolo esule dopo tanti anni di pena, eludendo il potere, affrontandone la crudelissima ira, lo avevano accolto nella loro casa e segretamente gli avevano affidata l'educazione dei loro figliuoli (Morelli: la Donna e la Scienza). E proprio in casa Greco egli scrisse, in quel torno di tempo, varii canti patriottici e canzonette per musica ed inni religiosi (*). Varie canzonette, forse anche per sdebitarsi dell'ospitalità gentile e della cara protezione, le dedicava a Giovanna Greco-de Angelis, cui indirizzava pure La Donna e la Scienza. Vale la pena pubblicarne una, ch'io conservo tra parecchi manoscritti di lui e l'autografo del suo maggior lavoro. Ha per titolo La Fede, ed è affatto inedita: ----------Sono un'orfana gemente senza pane, senza tetto: mi donò la buona gente questo lacero corpetto; queste calze, questa veste che di cenci son conteste. Eppur serbo nel mio cor lieta immagine d'amor! ---------- L'abitino di Maria nel partir da questo mondo mi lasciò la Mamma mia! E sott'esso io mi nascondo, come in arca salvatrice ch'è rifugio all'infelice, che racchiude ogni tesor del Celeste mio Fattor! ---------- Se lo scherno od il sorriso di qualcun cui m'avvicino lampeggiar mi veggo in viso, tosto corro all'Abitino. Quell'immagine pietosa che nel seno tengo ascosa

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col supremo suo vigor fa trionfarmi d'ogni error. ---------- Nel mattino, nella sera, o sto sazia, o sto digiuna, io gli volgo una preghiera e la gioia in me s'aduna!... Allo strazio ed al tormento si succede un pio contento! Ah! la Fede del Signor mi dà calma nel dolor! (*) Che si occupasse con un certo compiacimento di letteratura sacra lo prova non solo la pubblicazione di Le Glorie di S. Oronzo e Il Martirio di S. Oronzo e degli altri primi Cristiani Salentini, coll'aggiunta delle orazioni e del responsorio per l'undena (Lecce 1858, Editore Pietro parodi, Tipografia N. Del Vecchio), ma anche questa scherzosa lettera indirizzatagli da un suo fratello prete, lettera che trovo tra varie sue carte: Serenissimo Principe, È circa un mese che io Le inviai mia lettera chiedendole in grazia un canto popolare messo in armoniosa musica per la Vergine di Belvedere, e non ancora lo ricevo. Desidererei che tal cosetta fosse stampata, ma se a Lei ciò dispiace mi contento averla anche manoscritta. Si compiaccia riscontrarmi, nella intelligenza che anche una negativa mi sarà grata. Umilmente mi proffero Carovigno, 24 marzo 1859 Di Lei dev.mo servo, Sacerdote MORELLI. [N.B.: Don Francesco Morelli, fratello del Nostro, aveva scritto e pubblicato un Triduo da recitarsi ricorrendo in Carovigno LE FESTE della MADONNA DI BELVEDERE, Tipografia fratelli Giov. e Dom. Cannone, Bari 1851]

In quei salotti dunque, per tornare a quel che dicevo innanzi, è fuor di dubbio, considerando un po' i frequentatori, che anche la politica facesse capolino, che si presentasse attento orecchio ai canti del Berchet, del Fusinato, del Mercantini, del Dall'Ongaro - di cui furtivamente, si riusciva ad aver qualche copia - alle poesie patriottiche del Morelli o del Rossi, e che i nomi di Giuseppe Garibaldi e di Vittorio Emanuele, di Patria e d'Italia, e le parole tiranno, redentore, eroe si pronunziassero e si sentissero pronunziare, spesso tra l'impallidir delle dame, di quelle dame della nostra Lecce, le quali qualche po' di tempo dopo - il 2 giugno 1861 - cinte tutte della serica sciarpa tricolore, dovevano assistere, nel teatro della città, alla glorificazione della patria redenta, nella prima festa memorativa dell'Unità Nazionale Italiana, e mentre Pasquale Greco - sempre prudente - serrava un uscio o una finestra dischiusa per paura che le parole arrischiate volassero fuori. Diamine... Con Sozj Carafa c'era poco da scherzare!... Egli sguinzagliava dappertutto i suoi segugi per cogliere a volo una parola, un gesto, un moto, capaci di rivelare un soggetto pernicioso, per frugare scrupolosamente nelle case, in quelle dei giovani ardenti e delle persone più tenute d'occhio in ispecie, in cerca d'una carta rivelatrice o d'una poesia sovversiva, e far quindi guardare il carcere, senza por tempo in mezzo, a questo o a quello, come per poco non toccò, fra gli altri, anche al nostro illustre Clemente Antonacci (e a parecchi suoi compagni) pel suo canto vibrato e ardimentoso (1859): Vero? Su l'Alpi sventola dunque il vessil di guerra che al gran riscatto appellane della Sabauda terra? Vero... Un Eroe magnanimo viene alla bella impresa ed un'antica offesa giuronne vendicar...

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che i gendarmi, sapientemente gabbati questa volta, grazie all'abilità e all'audacia dei giovani patrioti, non riuscirono a rintracciare. Con Sozi Carafa c'era poco da scherzare! E di questo s'accorgeva ben presto nuovamente il povero Morelli, che, era mandato a guardare le brune pareti del carceri di S. Francesco, nella segreta cellulare, e di là veniva confinato in Maglie, dove malgrado l'aiuto e la protezione di Francesco Saverio Giannotta, uno degli scrutinati del 1821, sopportò pene non lievi, ma seppe sempre nobilmente resistere e protestare contro la forza (*) (*) Dall'opuscolo Ordine del giorno per <<l'Orfanotrofio Salentino>>, di cui il Morelli fu il primo Direttore (16 luglio 1860), dalla prefazione scritta da Gaetano Brunetti, mi piace riportare quanto segue: .. omissis ...

* Ma non appena si cominciarono a respirare le prime aure della libertà, quando il Dittatore dalla bionda chioma leonina e dal fulgore d'Arcangelo sprigionantesi dagli occhi azzurri, baciato dalla vittoria anche al Volturno, costituiva, con la leggendaria legione della camicia rossa, divampante come vivida fiamma l'Italia, giunsero, come portate dal soffio della libertà, e divennero notissime anche tra noi le note dei canti degli oppressi e degli insorti, giunsero le note degl'Inni guerrieri, sotto le quali s'era combattuto e s'era vinto. [...]

* Frugando in uno scaffale, in una vecchia cartella di musica sulla quale si legge la data del 1860, tra l'Inno di Garibaldi e l'Inno di Mameli, la Marcia Coro dei Cacciatori delle Alpi del Rossari e l'Inno a Vittorio Emanuele di Paolo Giorza, tra la Nnocca e L'arrivo de lo Dittatore, tra un Canto popolare del Carlini su parole di L. M. Bocci: <<Disprezzando l'antico servaggio...>> e la Marcia: <<Della gloria è giunto il dì>>, mi è capitato di trovare alcuni di questi canti. Due sono di Salvatore Morelli. Sono manoscritti e forse vergati di proprio pugno; il che m'induce a credere che altre copie non esistono e che son quindi affatto ignorati. Il primo ha per titolo La Pazienza, ed è una cantata popolare, di cui è anche del Morelli la musica, una melodia facile assai, flebile, in minore. I versi dicono: Figliuoli, non piangete se scarso cibo avete, il cor di Garibaldi avrà di noi pietà. Il sol che oggi tramonta domani sorgerà... Forse altre strofe avran dovuto seguire a questa prima; ma nel manoscritto non sono riportate. Il secondo è un Coro Trionfale, musicato dal dilettante Giuseppe Miglietta da Maglie. In calce al manoscritto si legge: Anno della vera redenzione politica 1860. È un andantemarziale di buona fattura e d'una non disprezzabile ispirazione. I versi del Morelli sono i seguenti: All'Italia dobbiamo la culla, All'Italia dovremo la tomba; quanto esiste, dal Dio sino al nulla, tutto, tutto l'Italia ci diè: il parlar che soave rimbomba, l'amicizia, la gloria, la fè. Riverenti siam dunque alla Pia

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che di prodi l'affetto c'ispira! Consacriamo alla terra natia le ricchezze, la vita, l'onor. Alla madre, se geme o sospira ci lenisca l'affanno e il dolor. Qual v'ha cosa più cara dei nati? E pur questi di Bruto la mano all'Italia anco volle immolati e quel sangue l'Italia salvò; nuovo germe sul suolo romano il gran genio latino svegliò. All'Italia il pensiero più santo, all'Italia l'amore più puro; è l'Italia che desta l'incanto; è l'Italia che spinge al valor! Infamato rimane ed oscuro quei che nega all'Italia il suo cor! [...]

* Questa ed altra musica locale, insieme con gli altri canti nazionali, fu ripetute volte eseguita - v'ha chi lo ricorda ancora - nel salotto di Giovanna Greco-de Angelis, un salotto ove si inneggiava alla patria risorta e della patria instancabilmente si discorreva senza che Pasquale Greco - il quale da quel buon patriota che era, pubblicando Le Norme Educative (1861), apponeva questa dedica: a Vittorio Emanuele II - Galantuomo dei re - primo restauratore - della nazionale autonomia - questi poveri pensieri - messi fuori - in su l'alba del patrio Risorgimento - a segno di profonda riconoscenza - ad augurio di indeclinabile prosperità - ad attestato di sudditale affetto - ecc. - senza che Pasquale Greco, dicevo, frenasse gl'impeti patriottici del biondo Salvatore Morelli, e, tra una barzelletta ed un dolce rimprovero, gli raccomandasse la prudenza e la cautela, e senza che più impallidissero le belle dame. Le dame belle anzi e le fanciulle leggiadre e gentili di Lecce nostra - lo ho accennato innanzi - eran tutte raccolte, pervase tutte da un solo sentimento di tenerezza e di giubilo che il sorriso, cui le labbra dolcemente si atteggiavano, rivelava, nel Teatro della città; eran tutte raccolte, con la coccarda appuntata sul petto o cinte dalla serica ciarpa dai tre fatidici colori la sera del 2 giugno 1861 per assistere alla prima festa commemorativa dell'Unità Nazionale Italiana, serto vago e incantevole di fiori umani, tra i vividi fuori rossi, tra i candidi fiori radiosi, tra il verde delle palme e dei lauri, tra le bandiere e i drappi tricolori, di cui erano adorni i palchi, la sala, il soffitto, il palcoscenico, inondati di fulgida luce. E in quella sera memorabile il canto inneggiante alla libertà, il canto della patria risorta, ora non più ancella, non più serva, ma bella e raggiante regina, eruppe una volta ancora da cento e cento petti; eruppe, in quell'ora, e si elevò solenne al cielo, come s'elevava, forse in quell'ora istessa, in tutte le città sorelle, inno di trionfo e di grazie, inno gioioso e augurale. Ed eruppe da cento petti e si elevò, trionfale, al cielo, dettato dal cuore entusiasta e commosso e dall'intelletto sfavillante di nostri concittadini, poeti e musici, nell'ora in cui i voti lungamente sospirati erano alfine resi paghi: Gioacchino Stampacchia, Beniamino Rossi, Realino Cimino. [...]

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1.18. Anno 1929. Morelli nel discorso di Mussolini alla Camera: Patti Lateranensi. MINISTÈRE DES AFFAIRES ÉTRANGÈRES Mardi 11 juin 1929. N° 135 RECUEIL DE DOCUMENTS ÉTRANGERS Supplément aux Bulletins de Presse étrangère ----------------------------------------------------------SOMMAIRE - L'ITALIE ET LE SAINT-SIÈGE Deuxième Partie I. - DISCOURS DE M. MUSSOLINI, chef du gouvernement italien, prononcé le 13 mai 1929, à la Chambre des députés, dans la discussion sur la ratification des accord du Latran ............................................................. Page 2 II - [...] III - [...] IV - [...] V - [...]

Pour et contre le Loi des garanties. A cette époque, on discutait la Loi des garanties. Au Sénat comme à la Chambre, des personnalités notables prirent part à cette discussion: Toscanelli, Coppino, Boncompagni, Berti, Bonghi, Crispi, Mancini et, naturellement, les ministres. De même au Sénat: Chambry Digny, Menabrea, Capponi et l'éminent historien Micheli Amari. Trois tendances s'opposaient entre elles. La gauche disait: vous donnez trop au Pape. Un orateur de la gauche alla jusqu'à dire: <<Si vous donnez au Souverain Pontife assez de terre pour qu'il puisse poser dessus sa pantoufle sacrée, vous lui restituez son pouvoir temporel!>>. Salvatore Morelli, a la séance du 24 janvier 1871, s'exprimait ainsi: <<Quand vous trouvez dans la loi des conditions comme les suivantes: inviolabilité, immunité des lieux où siège d'office le Souverain Pontife, sans contrôle de l'Etat; sujétion des pouvoirs politiques et administratifs du royaume au service de la curie; liste civile; honneurs royaux dus aux Pontife; internationalité de ses actes et de ses légations; souveraineté illimitée sur un clergé nombreux; exemption du serment pour les évêques, - quand vous trouvez disait-il, des conditions semblables, comment mettriez-vous en doute que le pouvoir temporel ait été restauré e qu'il soit plus fort qu'avant sa chute?>> Cette thèse ètait celle de l'honorable Salvatore Morelli. Celle de Toscanelli était exactement aux antipodes: <<Le pape ne doit apparaître aux yeux d'aucun peuple comme susceptible de subir l'influence d'un Etat quel qu'il soit; le jour où une telle dépendance serait patente, le Pape aurait perdu son caractère de pasteur universel>>. Donc Rome, donc la rive droite du Tibre, donc l'éternel débouché sur la mer. Entre les deux, l'opinion moyenne qui, par la Loi des garanties, créa en fait une souveraineté. La Loi des garanties créa une souveraineté: le Pape n'était plus un sujet, mais un souverain. Usant d'une terminologie à la mode, d'importation américaine, pourrions-nous dire qu'il était souverain cent pour cent? Cent pour cent, non. Il lui manquait quelque chose: il lui manquait le territoire. Il ya la phrase typique: il continue à jouir...; en réalité, c'était là reconnaître tacitement une souveraineté territoriale; tant il est vrai qu'au cours des années qui suivirent, jamais l'Etat italien ne fit rien pour revendiquer, même lointainement, un droit de souveraineté quelconque dans l'enceinte de Vatican. Les garanties ne furent pas acceptées; et à la fin de 1871, l'Italie et Rome étaient dans cette situation singulière: le Roi usurpateur, le Pape prisonnier.

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Le Pape ne reconnaissant pas l'unité de la patrie; ne reconnaissant pas la conquête de Rome, protestant violemment dans tous ses actes publics et dans tous ses actes diplomatiques contre la conquête de Rome réalisée par la Révolution italienne. Dures années! Années obscures! C'est seulement en 1874 qu'apparaît un rayon de lumière; e ce rayon est liè au nom de l'évêque Bonomelli. Nous avons le devoir, nous autres Fascistes, de rappeler avec une grande sympathie cette belle et très digne figure de prêtre et de patriote. (p. 8) http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6244599w/f1.item.r=salvatore%20morelli.zoom

*§* LEGISLATURA XXVIII. 1 SESSIONE. DISCUSSIONI. Tornata del 13 Maggio 1929 (p. 129 / pp. 139-140) a

Seguito della discussione dei disegni di legge: Esecuzione del Trattato, dei quattro allegati annessi e del Concordato sottoscritti in Roma, fra la Santa Sede e l'Italia, l'11 febbraio 1929 Disposizioni per l'applicazione del Concordato dell'11 febbraio 1929 tra la Santa Sede e l'Italia, nella parte relativa al matrimonio - Disposizioni su gli Enti ecclesiastici e sulle Amministrazioni civili dei patrimoni destinati a fini di culto. PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge: Esecuzione del Trattato, dei quattro allegati annessi e del Concordato sottoscritti in Roma, fra la Santa Sede e l'Italia, l'11 febbraio 1929 - Disposizioni per l'applicazione del Concordato dell'11 febbraio 1929 tra la Santa Sede e l'Italia, nella parte relativa al matrimonio - Disposizioni su gli Enti ecclesiastici e sulle Amministrazioni civili dei patrimoni destinati a fini di culto. MUSSOLINI, Capo del Governo, Primo Ministro. Chiedo di parlare. PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Capo del Governo. Ne ha facoltà. MUSSOLINI, Capo del Governo, Primo Ministro. (Quando il Capo del Governo sale alla tribuna, il Presidente, i ministri e i deputati sorgono in piedi e lo salutano con vivissime e prolungate acclamazioni - Grida ripetute di: Viva il Duce! - Segni di vivissima attenzione). Onorevoli camerati, non è per una ovvia consuetudine che io comincio il mio discorso col mandare un ringraziamento alla Commissione dei diciotto che ha esaminato i disegni di legge, e particolarmente al relatore onorevole Solmi che ha compiuto opera sotto molti aspetti egregia. [...] Venne così in discussione in quel torno di tempo la Legge sulle Guarentigie in conseguenza del Decreto reale del 9 ottobre divenuto poi legge. Vi parteciparono tanto al Senato quanto alla camera degli uomini notevoli e taluno di alta rinomanza: il Toscanelli, il Coppino, il Boncompagni, il Berti, Bonghi, Crispi, Mancini, e naturalmente i ministri. Così al Senato: il Cambray Digny, il Menabrea, il Capponi e Michele Amari, storico eminentissimo. Infine la discussione pose di fronte tre tendenze. La sinistra diceva: voi date troppo al Papa. Un oratore della sinistra giunse ad affermare: <<Se voi date al Sommo Pontefice tanto di terra quanto basta perchè egli vi possa posare sopra la sua sacra pantofola, voi restituite il potere temporale al Papa!>>. E precisamente l'on. Salvatore Morelli, nella seduta del 24 gennaio 1871, così si esprimeva: <<Quando voi trovate nella legge queste condizioni: inviolabilità, immunità dei luoghi dove siede di ufficio il Pontefice, senza controllo dello Stato, sudditanza dei poteri politici e amministrativi del regno ai servizi della Curia, internazionalità dei suoi atti e legazie, dominio illimitato di esso sul vasto clero, esenzione dei vescovi dal giuramento; quando voi avete queste condizioni, come potete mettere in dubbio, egli diceva, che il potere temporale sia restaurato meglio e più forte di quanto non lo era prima della sua caduta?>>

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Questa era la tesi dell'onorevole Salvatore Morelli. Viceversa la tesi dell'onorevole Toscanelli era esattamente agli antipodi. <<Il Papa non deve sembrare a nessun popolo come soggetto a subire le influenze di qualsiasi Stato: il giorno in cui ciò fosse palese, egli avrebbe perduto il suo carattere di pastore universale>>. Quindi Roma, quindi la riva del Tevere; quindi la solita striscia al mare. In mezzo l'opinione media del Governo di allora, che, in realtà, con questa Legge delle Guarentigie, ha creato una sovranità. C'è la sovranità, con la Legge delle Guarentigie: il Papa non era più un suddito, era un Sovrano. Usando la terminologia di moda, importata dall'americanismo, potremo dire che questa sovranità era al cento per cento? No, non era al cento per cento: mancava qualche cosa, mancava il territorio. C'è la frase tipica: continua a godere; ma in realtà era un tacito riconoscimento di una sovranità territoriale; tanto è vero che, negli anni che seguirono, giammai ci fu un atto dello Stato italiano che rivendicasse, anche lontanamente, una qualsiasi sovranità nella cinta del Vaticano. A ciò si ridussero <<le franchigie territoriali>> previste dal già ricordato Decreto Reale dell'ottobre 1870. La legge non fu accettata; e alla fine del 1871 l'Italia e Roma erano in questa singolare posizione: il Re usurpatore; il Papa prigioniero. Il Papa che non riconosceva l'unità della Patria; che non riconosceva la conquista di Roma, e che protestava violentemente in tutti i suoi atti pubblici e in tutti gli atti diplomatici, contro la conquista di Roma realizzata dalla rivoluzione italiana. Tempi duri, quelli! Tempi foschi! È solo nel 1874 che appare uno spiraglio di luce; e questo spiraglio di luce è legato al nome del Vescovo Bonomelli. Bisogna ricordare con molta simpatia, anche noi Fascisti, questa bella, degnissima figura di patriota e di sacerdote! (pp. 139-140)

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1.19. Testimonianza del prof. Nicola Cretì. Erano gli anni degli studi ginnasiali, quando, tra le varie carte (libretti d'opera, cataloghi di dischi e tanto altro) di mio padre Salvatore, mi capitò tra le mani un opuscoletto del francese Vassy sul pensiero e l'opera di Salvatore Morelli edito nel 1878. Con una certa curiosità cominciai a sfogliarlo, ne lessi alcune pagine soffermandomi più sull'aspetto linguistico che sui contenuti. E passarono alcuni anni... Un giorno, sulla Gazzetta del Mezzogiorno, lessi un interessante articolo-saggio del prof. P. F. Palumbo dedicato alla straordinaria eccezionalità e modernità del pensiero politico, sociale, morale e pedagogico di S. Morelli, una delle menti più luminose della seconda metà dell'Ottocento. La lettura del saggio del Palumbo mi interessò e mi riportò indietro a quell'opuscoletto del Vassy [Frédéric Vassy, Nos contemporains SALVATORE MORELLI Député du Collège èlectoral de Sessa Aurunca au Parlement italien - Lettre à M.r Léon Gambetta, Rome 1878]: lo ricercai e lo trovai, non si era perduto! Questa volta il mio interesse passò totalmente ai contenuti. Una meravigliosa scoperta: la straordinaria personalità storica di S. Morelli, precursore di una nuova e più umana società, incentrata sul ruolo e sulle grandi virtù della donna. A questo punto, dopo aver letto e approfondito, anche con altri contributi culturali, i vari contenuti del libretto, mi son chiesto - riflettendo - come era stato possibile che una così determinata amnesia storica soffocasse il pensiero del Morelli nella più assoluta ignoranza: dove era tutta l'accademia culturale italiana, mentre da quasi un secolo la dottrina del Morelli godeva di validi apprezzamenti di stima in Francia, in Inghilterra e in America. È vero purtroppo, le dittature frenano e fanno tremare anche le libere coscienze. E un "eccentrico", un moralista e un precursore dei tempi è meglio tenerlo << fuori dai giochi>>. E a questo punto voglio ricordare una quasi insignificante cosa, dalla quale si potrebbe evincere una pur timida azione di difesa dell'amnesia storica degli italici accademici nei confronti di Morelli. Mio padre, Salvatore Cretì, classificato, cioè segnalato e registrato, come sovversivo durante tutto il Ventennio, nella sua bottega di calzolaio in Via Cattedrale a Carovigno aveva quasi tutte le pareti coperte da ritratti di musicisti, letterati, pittori, e tra questi vi era un quadretto con la figura di Wolfgang Amadeus Mozart a vista, e sul retro, verso il muro, un ritaglio di giornale (forse satirico) con il volto di S. Morelli. È chiaro che il ritratto del Morelli comportava qualche rischio in più, perché non era <<gradito>> alla caserma, ossia alle forze dell'ordine. Finalmente il tempo ha sconfitto l'assordante silenzio, tutto italiano, sull'opera e sul pensiero di S. Morelli: accademici, sociologi, ma anche semplici intellettuali o giovani impegnati in attività socio-culturali hanno fatto cadere questo peso del silenzio, studiando e diffondendo a tutti i livelli il pensiero morelliano. Ora all'orgoglio dei Carovignesi si associa anche quello nazionale e internazionale. Prof. Nicola Cretì, già docente di Italiano, Latino e Greco presso il Liceo Classico "A. Calamo" di Ostuni.

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INDICE

SALVATORE M ORELLI: LA VITA DOCUMENTATA. Volume Primo. ............................................................... 3 1.0. Prefazione. ....................................................................................................................................................................... 3 1.1. Introduzione. .................................................................................................................................................................. 5 1.2. Anni 1824 -­‐ 1843. Nascita -­‐ Laurea in Giurisprudenza ............................................................................. 12 1.3. Anni 1844 -­‐ 1848. ...................................................................................................................................................... 19 1.4. 1848 -­‐ 1850. Processo Morelli. Prima Parte. .................................................................................................. 23 1.4.1. La Guardia Nazionale. ........................................................................................................................................... 38 1.4.2. Istruzione Criminale relativa al tentativo di guerra civile in Carovigno ........................................ 44 1.4. 1848-­‐1850 Processo Morelli. Seconda Parte ................................................................................................. 63 1.5. 1850-­‐1858. Via crucis. Approdo all'isola di Ponza. Maschio del Castello d'Ischia. Ventotene. 80 1.6. Anni 1858 -­‐ 1859. ...................................................................................................................................................... 86 1.7. Anno 1860. Processo per Discorso diretto a spargere malcontento contro il Governo .............. 88 1.8. Anni 1860 -­‐ 1862. ...................................................................................................................................................... 96 1.8.1. Anni 1860 -­‐ 1870. S. Morelli nell'Epistolario di G. Mazzini. .............................................................. 109 1.9. Anni 1862 -­‐ 1866. ................................................................................................................................................... 110 1.9.1. Anni 1863 -­‐ 1870. L'Italia nei Cento anni del secolo XIX (1801-­‐1900) ....................................... 118 1.9.2. Anno 1872. Il Pensiero, Roma-­‐Napoli. ....................................................................................................... 119 1.10. Anni 1863 -­‐ 1867. Morelli Consigliere Comunale a Napoli. ............................................................... 122 1.11. Anni 1867 -­‐ 1880. Morelli Deputato del Regno d'Italia. ...................................................................... 130 1.12. Aprile-­‐Giugno 1880. Situazione politica. ................................................................................................... 467 1.13. Gennaio-­‐Novembre 1880. Malattia, Morte, Commemorazione. ...................................................... 471 1.14. Anno 1883. Il Propugnatore. ........................................................................................................................... 484 1.15. 1884. The Woman Question in Europe. Aurelia Cimino Folliero De Luna. ................................. 486 1.16. 1905. Ugo Pesci, Firenze Capitale (1865-­‐1870). .................................................................................... 488 1.17. Anno 1909. Gaetano Della Noce, Musica patriottica in Lecce. .......................................................... 489 1.18. Anno 1929. Morelli nel discorso di Mussolini alla Camera: Patti Lateranensi. ......................... 494 1.19. Testimonianza del prof. Nicola Cretì. .......................................................................................................... 497

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LA VITA DOCUMENTATA DI SALVATORE MORELLI by Colacicco Gennaro - Issuu