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La donna e le alterità Le alterità della donna.Ferdinando DE SIMONE

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Ferdinando DE SIMONE

LA DONNA ... E L'ALTERITÀ LE ALTERITÀ DELLA DONNA

Alle mie nipoti, Clara e Rebecca Lotti, figlie di mia figlia Domenica Maria: che vivano la loro alterità con cognizione di causa, e dignità

CAROVIGNO, 2022

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Questa opera è di proprietà esclusiva delle mie nipoti, Clara e Rebecca LOTTI, figlie di mia figlia Domenica Maria. Tutti i diritti, riservati. Vietata la riproduzione.

Ringraziamenti Ringrazio, coram populo, il prof. Mimmo Lotti, già docente di Italiano presso la Scuola Media "Salvatore Morelli" di Carovigno, che ha fatto una lettura straordinaria dell'opera, sottolineando refusi e imprecisioni, suggerendo consigli, rettifiche e integrazioni. Con la sua incomparabile professionale competenza, ha dato un valore aggiunto a questa mia ricerca, sì da renderla degna di attenzione.

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PREMESSA. In quest'opera tratto l'argomento della donna, e precisamente dell'alterità che la connota sin dalla nascita e la contraddistingue vita natural durante. Taluni dicono che la donna è un mistero, un enigma; ciononostante, ella esiste, ha corporeità e spiritualità, nome-cognome-agnome, ed è l'essere umano più reale, più trascendente e più imprescindibile dell'umana specie. Si dice che la donna sia il coronamento dell'evoluzione animale, che però non è stata affatto magnanima nei suoi confronti, perché l'ha oberata di oneri gravissimi e pesantissimi, tra cui quello della continuità della specie. E vi ha aggiunto il ciclo mestruale, le tribolazioni, pene e tormenti che accompagnano la gravidanza, le doglie, il parto, l'allattamento, lo svezzamento ecc. ecc. E tutto ciò, lo si rileva stando alla natura; ma se consideriamo anche la sovrastruttura socio-storica culturale, la spietatezza di cui si è macchiata la componente maschile dell'umanità nei suoi confronti, ha del crudele e disumano, perché, per sopraggiunta, l'ha relegata in casa, obbligata alle faccende domestiche e soggetta all'autorità del marito, suo signore e padrone ecc. ecc. L'errore capitale sovente commesso è il considerare la maternità-gravidanza-nascita come cosa affatto naturale, circoscritta alla sfera privata familiare, al tempo presente, quando invece ha - da ogni punto di vista - un valore socio-culturale che la proietta verso l'avvenire. Rebus sic stantibus, è lo Stato che deve farsene carico al fine di salvaguardare sé stesso, la sua esistenza e la sua sopravvivenza, istituendo le provvidenze di legge (economiche, strutturali, organizzative, funzionali ecc.) a tutela della madre e del bambino. L'uomo è quello che è; e ciò che è, sa di indifferenza e di insignificanza per i più. La donna, invece, è quel che si vuole che sia, e se non lo è, le addossiamo tutte le responsabilità di questo mondo, ivi comprese le altrui colpe e negligenze. Praticamente, se l'uomo - come risaputo - è un despota, un imbroglione, un giocatore d'azzardo, un dissoluto, un disturbatore della quiete pubblica ecc. ecc., neanche ci facciamo caso; ma se la donna è frivola, incostante, prodiga, irascibile, cattiva ecc. ecc., ne abbiamo subito coscienza, ce ne dogliamo e non manchiamo di giudicarla una poco di buono. L'uomo: brutto e cattivo, e quanto più lo è, meglio è; la donna: dolce, gentile e piena di grazia, e dev'esser tale sempre e comunque, sennò è inescusabile, imperdonabile, rea. L'uomo adultero: è nella natura delle cose; la donna adultera: merita le pene dell'inferno. Riguardo al primo, giova leggere il frammento di una lettera che la moglie di Pitagora, la filosofa Teano {Crotone, VI sec. a.C.}, scrisse all'amica Euridice, circa 2.500 anni fa: "Quale dolore invade la tua anima? Tu sei disperata per niente altro se non perché quello con cui sei unita in matrimonio (synoikein) va [convive] con una cortigiana (hetaira), per il piacere del suo corpo (hedone tou somatos). Ma non ti affliggere, o meravigliosa tra le donne, non sai tu in effetti, che l’orecchio ora è preso dal piacere del suono della lira (organon) o di un canto musicale, ma quando ne è sazio gode volentieri ad ascoltare dell'aulos {flauto} e gli zufoli (dokanon) e, nonostante quel rapporto (koinonia), l'aulos è in grado di reggere il confronto con le corde musicali e l’ammirevole suono di una lira della più soave qualità? Considera che un rapporto analogo vi è tra te e la cortigiana con cui va (synoike) tuo marito. Tuo marito in effetti per qualità intrinseca del rapporto (schesis), per indole naturale (phisis) e per ragione (logos) si preoccupa di te. Ma quando per caso la sazietà lo prende, lui va, come diversivo, da una cortigiana. […] (Hercher, p. 606, n. 7)." {Claudia Montepaone, Lo spazio del margine. Prospettive sul femminile nella comunità antica.

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https://www.google.it/books/edition/Il_giudice_e_il_principe/wNkmT_vw_QwC?hl=it&gbpv=1&dq=quale +dolore+invade+la+tua+anima%3F&pg=RA1-PA213&printsec=frontcover

È nella natura delle cose che la donna deve essere madre, mettere al mondo 10, 15 e più figli {Carovigno, nell'800}, accondiscendere ai desiderata del marito: guai a lei se partorisce una femmina anziché un maschietto! E se sul suo viso o corpo appaiono le cosiddette voglie, è lei la colpevole. Quindi il rapporto uomo - donna è sentito e reso asimmetrico; la bilancia della giustizia e dell'equità pende sempre a favore del primo. P.e., Schopenhauer, ne L'arte di insultare (20029, riguardo al coito e gravidanza, scrive: "Il coito è principalmente affare dell'uomo, la gravidanza invece solo della donna." Ciò che si attribuisce all'essere donna, dal punto di vista dell'uomo è inconcepibile che sia altrimenti da ciò che il passato e la storia, Magistra vitae, lux veritatis, insegna. Vi è nel suo cervello di maschio, una specie di neuronale a-priori kantiano, che passa al setaccio della sua weltanschauung le posizioni, i comportamenti e gli atteggiamenti, la vita e il destino delle donne. P.e.: un tempo, poteva la donna istruirsi ed educarsi? No! non poteva e non doveva, perché con la cultura della mente, perdeva la grazia. La donna è anche sesso e, in quanto tale, come ha detto Marx, preda e serva del piacere. Per godere dei frutti della sua natura, l'uomo cerca di conquistarla, ma spesso l'aggredisce selvaggiamente e la stupra. Domanda che sorge spontanea: non è forse ovvio supporre che se c'è la donna, è pronto il lupo cattivo che la vuole mangiare? Fuor di metafora, è impossibile immaginare che ci possano essere stupratori aggressori che vogliono sfogare la loro aggressività sessuale sulle povere vittime, dagli stessi de-umanizzate? E lo Stato, lo sa o non lo sa? E poiché non può non saperlo, perché non provvede in merito, potenziando p.e. le forze dell'ordine con unità di specialisti nel ramo psichiatrico per individuare ex ante gli stupratori e quindi evirarli e condannarli ai lavori forzati a vita; al contempo, promuovendo una capillare e sistematica presa di coscienza da parte delle donne sui rischi e pericoli di tal fatta in cui possono incorrere. Una pari presa di coscienza deve acquisirsi da tutta la comunità nazionale. Lo stesso dicasi delle molestie sessuali sul posto di lavoro, dove occorre predisporre le debite misure di prevenzione e protezione. Che dire poi delle prestazioni sessuali in cambio di favori da chi occupa posizioni apicali sia nel pubblico che nel privato (p.e., per un posto di lavoro, avanzamento di carriera, superamento di concorsi pubblici ecc.). E allora, perché non inserire nel codice penale il reato di prestazione sessuale di scambio, al pari del voto di scambio? I fondamenti delle riflessioni personali sono questi miei convincimenti e la mia Weltanschauung: - non credo in Dio, creatore del cielo e della terra, ma credo nella religione, intesa come una costruzione intellettuale, socio-storica e culturale, spazio-temporalmente detefinita; - credo nella infinità dell'universo, nel tempo e nello spazio, ma non in una intrinseca finalità dei processi e degli esiti evolutivi; - la donna è sacra e divina, basti pensare alla Donna di Nazareth, la Vergine Maria, Madre del Figlio di Dio; - la donna, necessità imprescindibile per la esistenza e sopravvivenza del genere umano; - definisco l'uomo, come l'essere vivente messo al mondo dalla donna-madre; - intendo la libertà, hegelianamente, come intelligenza delle necessità (legali, normative, giuridiche);

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- intendo la libertà personale assolutamente mai disgiunta dalla responsabilità personale; - il diritto, come esercizio dello stesso, sancito e normato dal legislatore; ciò stante, non credo che ci siano a-priori diritti inalienabili {o meglio, non credo nella inalienabilità dei diritti umani), in quanto lo sono a-posteriori, dopo la loro legalizzazione. - sulla terra, nulla è assoluto, nel senso di ab-soluto, sciolto cioè da legami; - alla nascita l'uomo e la donna sono quelli che sono, esseri umani portatori dei talenti a loro dati dalla natura; e se una donna raggiunge livelli di eccellenza in qualche campo dello scibile umano, ciò è da attribuirsi a lei non in quanto donna, ma in quanto essere umano, concretamente situato, avente cioè nome cognome agnome; lo stesso dicasi dell'uomo; - sono da evitare e condannare tutte le generalizzazioni totalizzanti; - a nessuno è dato conoscere l'essenza delle cose, né tanto meno della donna e dell'uomo. - la donna e l'uomo, presi nella loro pura natura femminile o maschile, sono da considerare come valori estremi di una curva gaussiana, che ha nella parte mediana i valori delle infinite combinazioni tra il maschile e il femminile.

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INTRODUZIONE. Taluni dicono che la causa della donna è la causa dell'umanità. Io direi invece che la causa dell'umanità è primariamente la causa di sé, cioè la causa dell'umanità. L'umanità deve anzitutto problematizzare sé stessa, la sua esistenza e sopravvivenza. Di per sé, non è il fine di alcunché, perché effetto di mere causalità, cause e concause della filogenesi umana, dalla materia alla vita. Ma, il fine dell'umanità di certo non può essere la medesima causalità generante, perché il fine de quo non va disgiunto dalle cause socio-culturali che l'hanno edificata nel suo farsi storico. In altre parole, la umanità, lungi dall'essere una entità esistente de facto per generazione spontanea, viene bensì edificata intenzionalmente e sistematicamente dall'essere umano, o meglio, dagli uomini spazio-temporalmente situati nel contesto socio-culturale, morale e religioso di appartenenza. Il fine è la stessa umanità {come entità morale, responsabilità, solidarietà, libertà di coscienza ecc.}, metonimicamente considerata, che lo pone, o meglio, lo pongono gli uomini concreti, aventi nome cognome agnome. Insomma l'umanità deve chiedere a sé il perché del suo essere, dell'essere così e non altrimenti. Supposta l'esistenza di Dio creatore, qual è la finalità della creazione? Pervenire forse all'uomo "coronamento della creazione", al quale ordinò come è nella Genesi (1, 28), "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra ecc. ecc."? Allora perché si registra una percentuale così alta di sterilità maschile e/o femminile, che impossibilita i coniugi a moltiplicarsi e a riempire la terra? Il nostro Creatore contraddice forse sé stesso? E ancora, se per volere divino l'uomo e la donna devono moltiplicarsi, perché unitamente alla sterilità si registrano aborti spontanei, nati morti, nati inidonei alla procreazione? A mio avviso, posta tra parentesi l'ipotesi divina, si può ragionevolmente pensare che non c'è alcuna teleologia, nessun finalismo, nessuna finalità nella formazione evolutiva della specie umana. Venendo al mondo, gli uomini sono quelli che sono per effetto di una serie di cause, senza alcuna finalità precostituita. Certuni hanno affermato che la donna è per natura inferiore all'uomo. Mi chiedo come sia concepibile una tesi di questa fatta. La donna costituisce il 50% circa dell'intera umanità, e il 50% del patrimonio genetico della metà maschile. Come giustificherebbe, non dico l'uomo della strada, ma il filosofo, maschio d'ordine superiore, i suoi natali da una donna, carne della sua carne e ossa delle sue ossa, la madre sua cioè, d'ordine inferiore? Chi lo ha nutrito col suo latte, chi gli ha insegnato a parlare, e di conseguenza a logicare, fondamento imprescindibile delle sue elucubrazioni filosofico-metafisiche? Ciò stante, unitamente al dover essere madre inculcatole dalla natura con l'imposizione del nome donna-femmina, l'entità socio-politico-culturale deve garantirne il diritto, e l'esercizio dello stesso, in tutti i modi e tutele possibili, perché ne va della propria stessa sopravvivenza. Ma di questo, la succitata entità, retta e governata dal maschio, non ha coscienza, perché la considera, e sempre l'ha considerata, come cosa affatto naturale, senza dover riconoscere diritti ulteriori. Ed ecco sorgere l'hegeliana astuzia della ragione che crea il movimento del femminismo, il quale rivendica alle donne la parità dei diritti sociali, politici e giuridici con i maschi; e altresì l'abolizione dei ruoli tradizionalmente loro assegnati ecc. ecc. Il femminismo, però, si configura - a mio avviso - come mero stratagemma maschilista, sterilmente parolaio, finalizzato a distogliere la donna dall'azione stricto sensu politica con la sua immensa dote e forza socio-elettorale.

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Piuttosto che venire perennemente a singolar tenzone, l'uomo e la donna, personificanti la maschiezza e la femminezza, dovrebbero alimentare in sé quella misteriosa e spirituale simpatia di due persone libere e intelligenti, nate l'una per il compimento dell'altra, nel modo in cui fu esposto da Platone nel Simposio con il mito dell'androgino {o mito di Aristofane}. Ben lungi da quella spiritualità misteriosa e simpatetica verso l'altro sesso, nella materialità storica, chiara ed evidente, l'uomo pone e impone incessantemente l'alterizzazione della donna come negativizzazione della stessa. Ma la donna è anche positivissima: al solo apparire, ricrea l'animo e lo spirito. Tutto il mondo sa che è bella e ineffabile, una bellezza ineffabile cioè, e come dice il proverbio carovignese: la fèmmina, quann'è bedda di natura, quanti chjiù sciòrta vèi, chjiù bedda pari, e ci ncapu si metti lu cinniratùru, pari com'a la luna di scinnàru. {La donna, quando è bella di natura, quanto più sciolta va, più bella pare; e se in testa si mette il ceneraccio, pare come la luna di gennaio. E cioè: luminosa e splendente}

Questo studio verte sulle alterità della donna e si articola in due rami: a) quello delle connotazioni positive, b) quello delle connotazioni negative, che ovviamente seguono la Premessa e la Introduzione. I paragrafi nei quali si espongono le tesi degli autori prescelti, formano un tutto unico di di 23 paragrafi, ciascuno dei quali si compone della trascrizione dei brani all'uopo selezionati e delle mie Riflessioni personali. Seguono alla fine le Conclusioni e la Biblio-sitografia. Ove non diversamente esplicitato, le traduzioni in italiano dei brani in latino, francese e inglese sono mie, e parimenti miei sono le sottolineature, i caratteri in grassetto e quanto riportato in parentesi graffe (aperte e chiuse) "{...}". Le pagine delle opere originali sono così segnate: [p. x ==> y/Z] in grassetto e corpo 10, ove x = pagina reale, y = pagina del libro digitalizzato, Z = numero totale delle pagine. Nel caso del libro cartaceo, la segnatura delle pagine è semplice: [p. x] Ritengo ora utile spiegare l'alterità dal mio punto di vista. Seguono le definizioni stricto sensu filosofiche e quelle dei dizionari consultati. L'alterità appare filo-ontogeneticamente come relazione primaria tra la donna incinta e il frutto del concepimento che porta in grembo, tramite il cordone ombelicale e la successiva sua recisione. E parimenti, tra il neonato che viene al mondo e la madre. La relazione madre - figlio si costituisce come evento quasi sovra-naturale, e indubbiamente d'ordine divino, perché dopo Dio non vi è sulla terra altro essere dotato della potenza creatrice che dà alla luce un bene inestimabile. Una alterità, quindi, impregnata di amore: unità-binaria speciale cioè, fatta di amore e di legame ombelicale; la novella creatura, rispetto alla madre è l'altro-da-sé, ma interamente carne della sua carne, sangue del suo sangue, ossa delle sue ossa. Lord Byron (1821), nella 2a Scena del 1o Atto della tragedia Sardanapalus, così scrive: SARDANAPALUS. I speak of woman's love. MYRRHA. The very first Of human life must spring from woman's breast, Your first small words are taught you from her lips, Your first tears quench'd by her, and your last sighs Too often breathed out in a woman's hearing, When men have shrunk from the ignoble care

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Of watching the last hour of him who led them. [p. 33 ==> 43/454] SARDANAPALO Parlo dell'amore della donna. MIRRHA. Il primo {alimento} della vita umana deve sgorgare dal seno della donna, Le tue prime piccole parole ti sono insegnate dalle sue labbra, Le tue prime lacrime da lei asciugate, E i tuoi ultimi sospiri spirano troppo spesso nell'orecchio di una donna, Quando gli uomini rifuggono dalle ignobili {ingrate e gravi} cure Di vegliare l'ultima ora di colui che li guidava.

Di tutt'altra specie è l'alterità che si apre al neonato, segnata dal passaggio dalla vita intrauterina {provvista di tutto ciò di cui abbisogna: nutrimento, calore, sicurezza, protezione, scambi sensoriali, vissuti psicologici in sintonia con la madre} all'extra-uterina di un mondo altro da quello vissuto, e cioè: da un ambiente liquido a uno aereo, da uno caldo a uno temperato, da uno buio a uno di luce; insomma, dal proprio habitat congeniale all'altrui del Non-Io. Nel sublime evento della pro-creazione viene a innestarsi l'assurda recriminazione del pater familias che, pretendendo un figlio maschio, imputa alla moglie come delitto di lesa maestà paterna non solo l'aver partorito una femmina, ma anche la incapacità di non aver esaudito quel che era il suo desiderio più grande. L'alterità filo-ontogenetica, nel corso del tempo, viene a essere portata all'estremo da una socio-cultura e da un sentire comune, cupo e irriflessivo, che alterizza la donna dal sé, riducendo la totalità della sua essenza a una funzione meramente procreativa, compimento quasi del precetto biblico: crescete e moltiplicatevi. E così la donna-madre partorisce, e ha partorito 5-10-15-20 e più figli, ovviamente accudendoli, allattandoli e alimentandoli spiritualmente e di materno amore. P.e.: il nostro S. Morelli, universalmente noto come il deputato promotore dell'emancipazione femminile, nato a Carovigno il 1° maggio 1824, era il 4° genito di 15 figli, che la madre Donna Aurora mise al mondo dal 2/02/1822 all'11/07/1845; il Capo brigante Nicola Laveneziana, alias Lu Figghju di lu Re (Carovigno, 1° febbraio 1832), era il 3° genito di 14 figli, nati dal 5/03/1829 al 27/05/1853. E quand'ero piccolo, fine anni '50, sentivo dire che una Sig.ra, che abitava nei pressi dell'antico macello comunale, aveva partorito 21 figli. La donna, quindi, iperbolicamente puerpera a vita; ma anche angelo della famiglia, come scrisse G. Mazzini il 23 aprile 1860, in Dei doveri dell'uomo, 6° Cap. Doveri verso la famiglia: "L'Angiolo della Famiglia è la Donna. Madre, sposa, sorella, la donna è la carezza della vita, la soavità dell'affetto diffusa sulle sue fatiche, un riflesso sullo individuo della Provvidenza amorevole che veglia sull'umanità: sono in essa tesori di dolcezza consolatrice che bastano ad ammorzare qualunque dolore. Ed essa è inoltre per ciascun di noi l'iniziatrice dell'avvenire." [p. 41/85] Alterità = peccato metafisico: assolutizzare la particolarità d'esser madre, come essenza stessa della donna. Alterizzazione della donna = volerla altro da quel che è. In verità, a nessuno è dato sapere l'essenza delle cose, né tanto meno quella dell'uomo, maschio o femmina che sia. Delle cose sappiamo unicamente ciò che ci è dato socio-storicoculturalmente, dell'uomo invece ciò è impossibile, perché inficiato dal pre-giudizio del maschio, secondo cui egli è signore e padrone della vita e del mondo, e in primis della donna.

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Si potrebbe - in via puramente teorica - cercare di sapere la natura della donna e del maschio attraverso l'analisi delle scelte e dei connessi comportamenti e atteggiamenti che compiono nel loro farsi storico, ma esclusivamente a parità di precondizioni socio-economiche e culturali, mettendo tra parentesi ogni sorta di pregiudizio a loro riguardo. Mi spiego con un esempio: supponiamo di dover valutare il metodo migliore, in termini di velocità di scrittura a macchina, seguito da due dattilografi, dei quali uno scrive con due dita (uno dx e uno sx), e l'altro con le cinque dita della mano dx e della mano sx. Si può convenire teoricamente che migliore è il secondo metodo, perché si viene in ciò agevolati dall'impiego di tutte le dita. Ma questo vale solo in teoria, perché sovente si scontra con la realtà. Io, p.e., che ho incominciato a scrivere a macchina con due dita sin da quando avevo dieci anni circa (frequentavo la scuola elementare), e avevo acquisito una certa abilità. All'epoca nessuno di mia conoscenza - almeno credo - scriveva con dieci dita. Vi erano due impiegati comunali straordinariamente veloci con due dita, e io mi ripromettevo di esser al loro livello. Poi ho frequentato un corso di formazione professionale - ENAIP Puglia - in dattilografia e stenografia, e lì ho dovuto fare gli esercizi secondo la regola, e cioè con tutte e dieci le dita. E aggiungo con grande difficoltà, vale a dire, a fatica per la diversa impostazione delle mani. Insomma, quando ho acquisito una certa padronanza, la velocità di scrittura era enormemente migliorata. Questo per dire che, a parità di esercizio, il metodo migliore è ovviamente quello delle dieci dita. Rimarco il concetto: a parità di esercizio. Pertanto, se si vuole veramente sapere - nel caso in cui fosse moralmente e logicamente lecito porre tale questione - se la donna valga quanto l'uomo in un'attività specifica, occorre apportare, in relazione agli esiti delle performances individuali, le debite correzioni a una verifica meramente quantitativa che non tenga conto delle condizioni di partenza dei concorrenti. La donna? La si vuole dolce, gentile e piena di grazia. In verità, la donna è ciò che è: l'essere della donna, come del resto dell'uomo, non c'è, non esiste, perché propriamente è un farsi storico, un costruirsi mediante scelte individuali, libere, consapevoli e responsabili. La donna può a ragione dire: "Io non sono né un genere, né una specie, né un sesso {dolce, gentile, debole, secondo ecc. ecc.}. Io sono io, substantia individua rationalis naturae, cioè una persona in carne e ossa, che ha un nome, un cognome e un agnome come dicevano gli antichi. Purtuttavia, la donna, in quanto tale, ha in sé un qualcosa che sa di mistero e di trascendente. Alterità = priorità = pro-creazione. La filo-ontogenesi offre in modo del tutto naturale, a mio avviso, il principio o l'assioma che si deve supporre per la regolazione morale e sociale dei rapporti inter-personali. Il postulato specifico è che la donna è la condicio sine qua non, necessità imprescindibile per la sopravvivenza del genere umano, e perciò si deve assumere alla sacralità, ed elevarla alla dignità di sacerdotessa dell'Umanità. Se, come scriveva S. Morelli {La donna e la scienza (1861)}, Dio si è servito della donna per l'incarnazione del Figlio, Gesù Cristo, allora devesi riconoscere il lei non la schiava, né la causa efficiente del male, ma bensì il principio elementare assoluto da cui ha origine il rinnovamento spirituale e morale dell'umanità. E se Dio ha trasfuso nella donna un po' della sua potenza suprema, imponendole di creare e partorire l'uomo a sua immagine e somiglianza, implicitamente le ha detto di regnare e governare al posto suo, e perpetuare così la sua signoria, la sua sovranità sul mondo.

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Ciononostante, l'alterità della donna, la si è voluta caratterizzare storicamente in termini negativi a causa di una preconcetta sua minorità intellettuale, socio-politica e culturale, in quanto costituzionalmente inferiore all'uomo, signore e padrone del mondo e della vita, cui lei doveva sottostare, appunto, come l'inferiore al superiore. Una alterità, quindi, asimmetrica. In altre parole, la donna non è ciò che è, né ciò ch'ella si fa in piena libertà, responsabilità e coscienza, ma bensì ciò che altri da lei vogliono che sia, e impongono che debba essere. Inoltre la maternità, lungi dall'essere un fatto individuale e privato della donna, è sociale, e non può non coinvolgere la paternità, stante la verità lapalissiana, chiara e distinta, ch'ella non rimane incinta per partenogensi, indipendentemente cioè dal seme maschile. Pertanto, lo slogan femminista "Il corpo è mio e lo gestisco io", per quanto concerne l'aborto, è, a mio avviso, un peccato logico-razionale, perché - lo si rimarca a chiare lettere - non diviene gravida da sé, ma insieme con e tramite il partner maschile. La sua libertà non deve fare astrazione dalle sue responsabilità: prima di dare libero sfogo all'istinto sessuale, deve prevederne gli effetti possibili. Per cui, qualora decidesse di abortire, dovrebbe previamente acquisire il beneplacito del soggetto partecipante - suo malgrado - al concepimento. Nessuno, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, può pensare che la donna sia o debba essere uguale e identica all'uomo, come del resto nessun uomo è uguale e identico a uno del suo sesso. Ora, atteso che l'uomo e la donna sono entitità distinte e diverse, la loro relazione interpersonale deve sostanziarsi di una reciprocità complementare. Non si può negligere che l'alterità della donna è anche bellezza, pulcritudine, angelicità. Con il primo stilnovo la donna è un angelo del cielo per la sua bellezza e le sue virtù, e con Dante si arriva a concepire l'amore per la donna angelicata come fonte di elevazione spirituale alla conoscenza del Sommo Bene, del Divino ecc. ecc. Alterità = paradiso terrestre Per converso, viene assimilata al minerale (cosa, pietra), all'animale, al delinquente criminale {p.e.. riguardo all'infanticidio, all'abbandono del neonato (Vd. il numero dei trovatelli)}. Alterità = reificazione, cosificazione Alterità = animalizzazione Alterità = demonizzazione Ma in particolare la si depriva culturalmente {istruzione, educazione, formazione}, sociopoliticamente, storicamente {nei libri di storia, i protagonisti sono essenzialmente maschili: non viene messa in evidenza la presenza femminile negli eventi, avvenimenti e fatti narrati}, e soprattutto della parola {ha da essere silente, ha da tacitare}. Alterità = deprivazione *§* A questo punto, giova sapere quel che scrive il filosofo gesuita francese, Labarrière, nel discorso dell'alterità (1982): nell'Avant-propos e nel § 4.1.2. del IV Cap. L'élaboration du discours ou la diction de l'altérité. Pierre Jean Michel Marie LABARRIÈRE: Norolles-Francia, 21/06/1931 - † Paris, 12/07/2018. Gesuita e filosofo francese. Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1949, e ordinato sacerdote nel 1963. Dottore in Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana, e poi Dottore di Stato in Filosofia (1980), sotto la direzione di Paul Ricoeur. Professore di filosofia presso la Facoltà del Centre Sèvres (Facoltà dei Gesuiti di Parigi) prima di insegnare anche filosofia nel 1983, presso l'Istituto Cattolico di Parigi. https://fr.wikipedia.org/wiki/Pierre-Jean_Labarri%C3%A8re

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Avant-propos. [pp. 10-11] La vera alterità, quella che può avere significato per l'uomo, non può essere quella, sotto ogni riguardo irriducibile, del semplice dato, ma quella posta e riconosciuta come tale con un discorso che, da sé, avrebbe rinunciato, al contatto di questa differenza, alla sua propensione a ridurre tutto alla fissità dei suoi schemi. Per dirla in senso figurato: ciò che veramente è diverso da me e richiede che lo tratti come tale, non è il legno contro il quale cozzo, ma l'individuo di cui potrei essere commensale, attraverso la mediazione, tra tanti altri, di questa tavola che ci riunisce. Ciò che riporta ogni esperienza alla sua vera origine: la relazione dello stesso e dell'altro, concepita in modo che questo stesso e quest'altro siano l'uno e l'altro, e l'uno attraverso l'altro, spinti fino alle ultime implicazioni della propria logica, traendone il contenuto differenziato da questa stessa relazione. Detto questo, ho già più che abbozzato il tipo di riflessione che ritengo appropriato per trattare questo tema di attualità. Mi resta da confessare quali siano stati i miei riferimenti durante questa elaborazione logica. Lo farò mostrando come, a mio avviso, questo nuovo lavoro si rifà a quelli che ho precedentemente pubblicato, almeno a quelli che sono esplicitamente filosofici. Ciò farà meglio risaltare sia l'unità di contenuto tra questi diversi saggi sia la necessità che ho sentito di passare qui a un'altra formulazione di questo contenuto. Il tipo di logica all'opera nei monismi così come nei dualismi comuni, dichiarati o no, io lo caratterizzerò, riprendendo una parola che ho usato altrove, come una logica dei solidi. Con questo voglio dire che discorso e alterità, poiché questi sono i termini in questione, sono trattati come entità compatte, essendo ciascuna costituita per sé stessa nella sua giustapposizione all'altra e in virtù di un proprio principio organizzativo, in modo che la loro la seconda relazione è tale che ciò che si concede all'uno è necessariamente sottratto all'altro, e viceversa. Altro sarebbe il principio di una logica dialettica, che si potrebbe enunciare così: ogni volta che due termini sono in rapporto di necessità - cioè ogni volta che la loro dualità è espressione di una relazione originaria, che entrambi presuppongono, e che li pone entrambi, perciò, in un rapporto di mutua presupposizione {ipotesi, congettura} -, tutto ciò che si riconosce nell'uno, nel proprio ordine, lo è anche nell'altro. O ancora: la distanza massimale, irriducibile tra loro, è anche la ragione della loro identità. Questo principio logico mi è apparso vivo attraverso le espressioni che assume nelle due filosofie di cui ho già detto che mi parlano più di altre: quella di Platone, quella di Hegel. Ma poiché non ho ancora avuto la gioia di pubblicare nulla sulla prima, mi limiterò qui a Hegel. [...]

L'élaboration du discours ou la diction de l'altérité. § 4.1.2. L'alterità rivela la sua natura e il suo significato, ad un primo livello, quando si tiene conto del rapporto che questo termine mantiene con i suoi possibili antonimi {parola di significato contrario a un'altra}. Ne citerò due: la uguaglianza, la identità. Il primo di essi ha una tale significazione logica che presuppone la differenza dei termini di cui pronuncia l'equivalenza. Così per esempio, della diade sessuale, o di ogni differenza che si pone tra individui, soggetti, esseri di esperienza {esperti cioè}: ad esempio, c'è piena uguaglianza - dal punto di vista di un giudizio ahimè! ancora sovente teorico - tra la donna e l'uomo; vi è anche piena uguaglianza dei diritti fondamentali tra i membri dei vari gruppi razziali, culturali, sociali e religiosi; ma questa uguaglianza rifiuta ogni uniformità - semplice reiterazione dell'identico - per onorare giustamente l'uguale valore di termini realmente diversi. Uguali, di conseguenza, si dirà, ma non identici. Infatti l'identità implicherebbe, come sembra, un'omomorfia {o convergenza} assoluta, distruttiva di ogni vera relazione, la quale va pensata sempre nella modalità di una tensione riconciliatrice. Tuttavia, questa congiunzione della differenza e della similitudine {o somiglianza} - che non va intesa nel modo di una limitazione reciproca, ma come unità organica e contraddittoria del

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medesimo e dell'altro - non consiste nel tendere l'arco della significazione tra due poli, ciascuno dei quali sarebbe semplicemente omogeneo con se stesso: al contrario, è perché ciascuno, in altro modo, è al contempo sé-stesso e l'altro di sé-stesso che tra loro può svilupparsi l'unico e doppio movimento di attrazione e repulsione. Ciò è caratterizzato dal fatto che, per ciascuno dei partner, l'alterità dell'altro è precisamente ciò che definisce la sua identità - voglio dire l'identità di quest'altro - ciò che, di per sé, implica reversione {lat. reversio -onis, der. di revertĕre 'volgere indietro'}: ciò che di me fa ciò che sono, è l'identità di sé {l'identità personale} che abbia per contenuto quest'alterità dell'altro. Bisogna dire allora che due termini sono realmente uguali solo quando sono identici, cioè quando derivano la loro relazione da ciò che li fa realmente differenti: ciascuno, come totalità, essendo séstesso e l'altro di sé-stesso. Quindi l'identità è ciò che forma il contenuto dell'eguaglianza: il termine medio di questa relazione è la differenza comune dei termini in gioco. Tale è il posto del desiderio nel cuore dell'uomo di esperienza {dell'uomo esperto}, tale anche il luogo del discorso che è richiesto per dare una ragione logica a questa struttura. [pp. 319320]

*§* E ora le definizioni di alcuni dizionari. GRAND DICTIONNAIRE DE LA PHILOSOPHIE (2003).

ALTÉRITÉ. Du latin alteritas (de alter, <<autre>>); grec heterotês. Philos. Antique Come mostra Platone nel Sofista, l'identità non va senza alterità, poiché essere identico a sé è essere altro {diverso, differente} da ciò che non è sé. In questo senso generalissimo, ogni determinazione costituisce un'alterità: per Aristotele, altro si dice in tante accezioni quanto l'uno, lo stesso o l'essere, cioè secondo ciascuna categoria.1 A questo significato generalissimo, e tutto sommato ordinario {banale}, dell'alterità, Platone ne aggiunge un altro. Per Antistene o per i Megarici, nulla può dirsi propriamente di un essere, tranne la sua propria designazione: dire di un uomo, non semplicemente che è un uomo, ma che è grande o piccolo, ignorante o sapiente {dotto, erudito}, è attribuirgli qualcosa d'altro da sé. Poiché con Platone ammettiamo l'altro tra i generi dell'essere, non c'è impossibilità; possiamo ammettere che gli attributi sono altri dal soggetto senza tuttavia astenersi dall'attribuirglieli: dire di un uomo che è grande, ecc., o anche di tale o tal altro individuo che è un uomo, è ammettere che si definisce, non solo per opposizione, ma anche per inclusione di ciò che non è lui. Fuggendo così dalla tautologia, Platone fonda la possibilità della definizione. Si dice sovente che egli fonda anche la possibilità della predicazione, aprendo così la strada ad Aristotele. In realtà, la concezione aristotelica della predicazione, e il dunque della definizione, non implicano affatto, come in Platone, un'alterità interna al soggetto stesso. Aristotele, infatti, riserva il termine altro agli esseri che hanno una pluralità di specie, o di materia, o di definizione della loro sostanza.2 Se una definizione implica l'indicazione della differenza specifica, questa, precisa Aristotele, suppone una identità, non numerica, ma generica, o in mancanza una relazione di analogia.3 Se, a partire da Aristotele, il possesso di un attributo da parte di un soggetto non è per lui fonte di alcuna alterità, il cambiamento che colpisce il soggetto stesso, p.e. la crescita o il passaggio dall'infanzia all'età adulta e poi alla vecchiaia, è stato per tutto il pensiero greco una fonte di interrogazione sull'identità e l'alterità. Platone e Aristotele facevano affidamento alle rispettive nozioni di forma per concepire un'identità mantenuta attraverso il cambiamento; a coloro per i quali, come gli stoici, non c'è altra sostanza che la materia, i platonici della Moyene Academie opposero l'argomento crescente4, secondo cui un mutamento di forma di una data materia causa necessariamente la scomparsa dell'essere che essa costituiva nella sua prima forma; immaginate un uomo che prima ha tutte le sue membra, poi subisce l'amputazione di un piede: non sarà più lo stesso uomo, al punto d'essere in diritto di dire che il primo è perito, e che il nuovo non può portare lo stesso nome. In altre parole, se si rifiuta l'idea di forma, l'identità di un essere senziente, secondo questi filosofi, non è più concepibile.

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Ponendo le stesse forme intelligibili in dipendenza di un principio ancora superiore, Plotino vi introdusse l'alterità: non solo il mondo intelligibile comporta una molteplicità di forme, ma è contemporneamente intelletto e intelligibile; quanto l'intelletto si pensa sé stesso, il che implica l'unità dell'intelletto e dell'intelligibile, tanto è altro da sé stesso, poiché nello stesso tempo pensa sé ed è ciò che pensa. Che è solo un modo per radicalizzare l'idea di Platone nel Sofista, dell'alterità del medesimo. Frédérique Ildefonse [pp. 35-36] _________________________________ 1

Aristote, Métaphisique, V, 10, 1018a37. Id., V, 9, 1018a9-10. 3 Id., V, 9, 1018a12-13 4 ... omissis... 5 Plotino, Ennéades, V, 1, 4, 2

*§* GDLI: [p. 361-362/963] ==> http://www.gdli.it/sala-lettura/vol-i/1 ALTERITÀ: sf. Filos. Proprietà e condizone di essere altro (in opposizione al concetto di identità); ciò che non è soggettività: e però l'obiettività, il mondo esterno, il non-io. Bruno, 646: Il moto è alterità, quel che si muove sempre è altro ed altro. Gentile, 3-260: Per quanto sia il rilievo della differenza, onde il soggetto sente l'alterità, attraverso la quale si realizza la sua intima medesimezza, non c'è coscienza della differenza, senza coscienza di questa medesimezza; perché in questa diversità e identità insieme consiste quell'autocoscienza, che è l'essenza del reale. Idem, 5-138: Il momento dell'alterità è essenziale come il momento della pura oggettività nel ritmo dell'autocoscienza. L'alterità va superata; ma ci dev'essere. E deve essere vinta. Prima l'opposizione, poi la conciliazione e l'unità. Questa è l'eterna storia della convivenza umana, ossia dello sviluppo dell'esperienza morale. [p. 103 ==> 115/212] === Voce dotta, lat. alterĭtas - ātis (Boezio), "diversità, distinzione"; voce del linguaggio speculativo, modellata come astratto di alter "l'altro dei due", sul termine greco (e il suo concetto) eterotης "differenza essenziale e specifica" (astratto di eteroς "l'altro dei due"). G. Gentile: Genesi e struttura della società: saggio di filosofia analitica, Firenze, 1946, X, 6 G. Bruno: De gli eroici furori. https://filosofiacomparata.org/2020/12/07/giordano-bruno-de-gli-eroici-furori/ https://www.classicistranieri.com/liberliber/Bruno,%20Giordano/de_gli_p.pdf

*§* TRECCANI. Dizionario di filosofia (2009) ALTERITÀ Concetto filosofico che nel linguaggio scolastico si oppone a quello di ‘identità’. Già Platone, specialmente nei dialoghi dialettici (➔ per es. il Sofista), muovendo dall’opposizione eleatica dell’essere e del non essere o, più esattamente, di «quel che è» a «quel che non è», riconosce come, in questo secondo termine dell’antitesi, il «non essere» si risolva nell’«essere altro». Viene così risolta la mera negatività di ciascuna idea rispetto alle altre, e fondata la possibilità della predicazione e partecipazione reciproca delle idee. In Aristotele il concetto di a. si presenta solo come una delle forme possibili dell’«antitesi» o «opposizione», accanto, per es., alla «contrarietà» e alla «contraddizione»: rispetto a «bianco», «altro» è «verde», o qualsiasi altra cosa; «contraddittorio» è «non bianco», «contrario» è «nero». Il concetto di a. torna in primo piano quando, con Hegel, riacquistano importanza primaria i problemi logico-dialettici e metafisico-dialettici: il problema dell’«essere altro» (Anderssein) torna a presentarsi connesso con quello del «non essere» (Nichtsein): come dall’antitesi del «non essere» all’«essere» si genera il «divenire», così dal reciproco e indefinito convertirsi dell’«alcunché» (Etwas) in «altro» (Anderes) nasce il processo all’infinito, della «cattiva infinità». Da Hegel in poi il problema dell’a. e del suo rapporto con la negazione è rimasto tra le questioni capitali della dialettica. Diverso il problema dell’a. in quanto problema dell’«altro soggetto», ossia della molteplicità delle coscienze. https://www.treccani.it/enciclopedia/alterita_%28Dizionario-di-filosofia%29/

*§* Franco Remotti - Enciclopedia italiana - VII Appendice (2006)

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Diversità La diversità intravista Due cose nell'universo non possono essere assolutamente uguali tra loro": così nel 1440 si esprimeva N. Cusano nel suo De docta ignorantia (ii, 11). All'inizio del 18° sec. G.W. Leibniz, nel Proemio dei Nouveaux essais sur l'entendement humain (1704), sosteneva l'idea della "immensa sottigliezza delle cose", che solo Dio può penetrare, in quanto conosce perfettamente le infinite d. di cui è fatto il mondo. Gli uomini, dal canto loro, sono in grado di intravedere soltanto queste infinite d., ma quanto alla loro esistenza, quanto al fatto che vi sia una "diversità intrinseca delle cose" (ii, xxvii, 1), possono raggiungere un'idea chiara e convincersene con relativa sicurezza. Per Leibniz tuttavia la "diversità intrinseca delle cose" non è soltanto qualcosa di statico qualcosa che ha a che fare con lo spazio e possiamo percepire o intuire in una visione sincronica -, ma è anche una questione temporale: "la verità è che ogni corpo è alterabile, ed anzi alterato sempre attualmente, così da differire intrinsecamente da ogni altro" (ii, xxvii, 3). Qui la d. non riguarda solo la differenza tra due cose, collocate in punti diversi dello spazio, ma anche stati diversi di una stessa cosa in momenti distinti del tempo. Non si colloca cioè soltanto tra le cose, ma si insinua nelle cose stesse, le quali inevitabilmente si 'alterano', diventando 'altre', diverse da quelle che erano prima. Gli uomini dunque - immersi in un mondo che, oltre a essere infinitamente diversificato, si altera di continuo -, pur conoscendo solo confusamente tutte queste infinite diversificazioni nello spazio e nel tempo, sanno che esistono e si verificano senza posa. Inoltre, non sono spettatori inalterabili e impassibili, ma, facendo parte del mondo, sono direttamente coinvolti nei processi di diversificazione. Se il mondo in cui gli uomini devono vivere è fatto di infinite d. e alterazioni, a sua volta il loro essere "non può mai trovarsi in perfetto equilibrio", bensì in "una instabilità continua" (ii, xx, 6). Questa profonda instabilità del sé e del mondo genera nell'uomo un sentimento di inquietudine, che Leibniz considera di capitale importanza, in quanto, per un verso, segna in modo permanente l'essere umano, e, per un altro, si configura come il principale, se non unico, stimolo all'attività degli uomini. L'inquietudine e il disagio, che provengono dalla percezione confusa della d. e dell'alterabilità delle cose, denotano una "mancanza" originaria di sicurezza nei rapporti dell'uomo con sé stesso e con il mondo: un profondo disorientamento, a cui egli pone rimedio con la sua "industria" e la sua "attività", ovvero con la sua cultura. La diversità governata Da Leibniz si ricavano altre due indicazioni preziose. La prima concerne "l'ignoranza" e le "percezioni confuse" che si hanno delle d., le quali riducono la gamma delle d. che possono essere percepite; non essendo così "incomodati da sensazioni troppo distinte di numerosi oggetti che non ci riguardano", consentono di "agire più prontamente per istinto" (ii, xx, 6). L'ignoranza e la confusione risultano funzionali alla prontezza dell'agire, cui sarebbe d'ostacolo un'attenzione troppo acuta per le diversità. La seconda indicazione concerne invece le "operazioni dello spirito", mediante cui si stabiliscono delle "relazioni" tra le cose (ii, xi, 4). In particolare, mentre con l'astrazione si provvede a individuare ciò che vi è di comune tra un certo numero di cose, con la comparazione si instaurano rapporti di somiglianza, eguaglianza, disuguaglianza, e con la riunione si mettono insieme certe cose, avvalendosi dei rapporti di causaeffetto e di tutto-parte. Ignoranza e confusione da un lato, operazioni di tipo relazionale dall'altro determinano un effetto comune, quello di una riduzione delle d. che rende più agevole l'agire degli uomini: in un mondo 'decomplessificato' le alternative si riducono, i dilemmi si semplificano, i tracciati divengono più chiari e lineari. Anche la prospettiva antropologica individua la funzione primaria di ogni cultura nella funzione di 'messa in ordine' del mondo, di riduzione della complessità mediante i cosiddetti sistemi di classificazione. Tutte le società sono attratte per un verso dalla infinita d. delle cose e per l'altro avvertono l'esigenza di orientarsi in tale selvaggia complessità, provvedendo a

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classificare in qualche modo il reale. Quindi cercano un equilibrio tra questi due estremi: da un lato il riconoscimento della d. e della complessità, dall'altro l'esigenza dell'orientamento, che ovviamente tende a ridurre, a schematizzare, a irrigidire le alternative possibili. Tenendo conto di entrambi questi fattori e della tensione che si crea tra loro, è possibile apprezzare, nella loro funzionalità teoretica e nella loro profondità analitica, i sistemi di classificazione del mondo naturale che società senza scrittura hanno offerto all'occhio stupito di etnologi e di etnoscienziati. Gli Hanunóo delle Filippine - per fare un esempio su cui ha lavorato un etnoscienziato come H. Conklin - hanno classificato il loro universo botanico in 1800 taxa, mentre la scienza ufficiale ha classificato la stessa flora in meno di 1300 taxa. C. Lévi-Strauss, che ha dedicato ai sistemi di classificazione indigeni uno dei suoi testi più impegnativi, ha voluto giustamente sottolineare come alla loro base vi sia un'"esigenza di ordine" (1962; trad. it. 1964, p. 23) e come un "criterio ordinativo, qualunque esso sia, ha sempre un valore rispetto all'assenza di ogni ordinamento" (p. 22). Ma la raffinatezza e l'analiticità, messe in mostra da molti sistemi di classificazione indigeni, possono essere interpretate come la prova che l'ordine e la riduzione della complessità - condizioni che favoriscono l'orientamento - non sono di per sé sufficienti; vi è pure l'altra esigenza, quella del riconoscimento delle d., che spesso spinge i sistemi a superare la soglia dell'utilità. Come afferma Lévi-Strauss, "la proliferazione concettuale corrisponde a un'attenzione più viva per le proprietà del reale, a un interesse sempre all'erta per le distinzioni che è possibile introdurvi" o riconoscervi. Più in generale, "l'universo è oggetto di pensiero almeno nella stessa misura in cui è mezzo per soddisfare dei bisogni" (p. 15). Questa "brama di conoscenza oggettiva" può essere motivata, soltanto dall'infinità delle distinzioni possibili, che per un verso occorre ridurre e incapsulare nelle categorie dei sistemi classificatori, e per l'altro riconoscere nelle loro potenzialità al di là della soglia di utilità. Un sistema troppo povero stenta a garantire un adeguato orientamento. Il senso della complessità, di una d. non del tutto governata, aiuta invece a non scambiare il proprio sistema con la realtà cui vorrebbe imporre un ordine. https://www.treccani.it/enciclopedia/diversita_%28Enciclopedia-Italiana%29/ *§* Enciclopedia Italiana (1929) ALTERITÀ (dal lat. alteritas; fr. altérite; ted. Anderheit, Anderssein; ingl. otherness, alterity). - In opposizione a identità, indica il carattere di essere altro, distinto. Termine usato in filosofia specialmente per designare la qualità di ciò che è fuori (altro) del soggetto, dell'io, del pensiero (l'oggetto, il non io, la natura). https://www.treccani.it/enciclopedia/alterita_%28EnciclopediaItaliana%29/

*§* E infine, l'alterità nella Storia della Filosofia (Aristotele, Plotino). ARISTOTELE, Metafisica (Bompiani, 2002) Libro X, 8 [La differenza specifica e l'identità di genere che {la differenza spec.} presuppone] [p. 469] (a) Ciò che è diverso per specie è diverso da qualcosa in qualcosa, e questo deve essere comune ad ambedue le cose; per esempio se un animale è diverso da un altro per specie, sono e l'uno e l'altro animali: dunque è necessario che le cose che sono diverse per specie rientrino un uno stesso genere. Chiamo genere ciò per cui l'una e l'altra cosa sono considerate, appunto, una e medesima cosa, differenziantesi nell'una e nell'altra i modo non accidentale (sia che esso [1058a 11] si consideri come materia, sia che si consideri diversamente). Infatti non solo ci deve essere qualcosa di comune fra le due cose - per esempio che siano tutte e due animali - ma questo stesso - cioè l'animale - deve essere diverso in ciascuna delle due cose per esempio una cavallo e l'altra uomo -, e, pertanto questo termine comune è, nell'una e nell'altra, diverso per specie. E l'una cosa sarà, di per sé, una data specie di animale e l'altra un'altra specie di animale - per esempio l'una cavallo e l'altra uomo. È necessario, dunque,

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che questa differenza sia una diversità di genere. E chiamo differenza del genere una diversità che fa essere diverso il genere stesso. (b) Questa diversità dovrà, allora, essere una contrarietà. Il che è evidente anche per via di induzione. Infatti, tutte le divisioni si fanno per opposti, e si è dimostrato che i contrari sono in uno stesso genere; infatti, abbiamo visto che la conrrarietà è una differenza perfetta, e ogni differenza di specie, è differenza di qualche cosa rispetto a qualcos'altro in qualche cosa, e questo è ciò che è identico fra le due cose ed è appunto il genere che comprende e l'una e l'altra. Ed è per questo che tutti i contrari differenti per specie e non per genere sono nella stessa serie categoriale, sono diversi fra loro in massimo grado - infatti la loro differenza è perfetta - e non possono essere presenti insieme. Dunque, la loro differenza è una contrarietà. (c) Essere diversi per specie significa questo: essere nel medesimo genere, avere una contrarietà ed essere indivisibile (invece sono identiche per specie le cose che non hanno contrarietà e sono indivisibili). E bisogna specificare <<indivisibili>>, perché nel processo di divisione si incontrano contraietà anche negli intermedi, prima che si giunga agli indivisibili. (d) È evidente, pertanto, che nessuna delle specie di un genere può essere né identica né diversa specificamente rispetto a ciò che chiamiamo genere (e a buona ragione: infatti, la materia si indica mediante la negazione della forma, e il genere è materia di ciò di cui esso è detto genere, evidentemente non il genere nel senso di stirpe, come si dice ad esempio il genere o la stirpe degli Eraclidi, ma nel senso in cui si parla di genere nelle realtà naturali); e neppure rispetto ad altre cose che non appartengono allo stesso genere: da queste differiranno per genere, e invece differiranno per specie da quelle che si trovano nel medesimo genere; infatti, la differenza di una cosa rispetto a ciò da cui differisce per specie deve necessariamente essere una contrarietà e la contrarietà ha luogo solamente fra cose che appartengono a un medesimo genere. [p. 471] 9. [La differenza specifica è data da una contrarietà nell'essenza] Si potrebbe sollevare anche il seguente problema: per quale ragione la donna non è diversa dall'uomo per specie, pur essendo femmina e maschio contrari, e pur essendo questa differenza una contrarietà; e per quale ragione l'animale femmina e l'animale maschio non sono diversi per specie, malgrado sia, questa, una differenza essenziale dell'animale (e non come ad esempio la bianchezza o la nerezza), e maschio e femmina apparrtengano all'animale in quanto animale. Questo problema si riduce, in certo senso, a quest'altro: perché una contrarietà fa essere le cose diverse per specie e un'altra, invece, no? Per esempio, perché l'aver piedi e l'aver ali fanno le cose diverse per specie, mentre la bianchezza e la nerezza no? La ragione sta certamente in questo: le prime sono modificazione del genere, mentre le seconde non lo sono. E, poiché le cose sono in parte forma e in parte materia, le contrarietà che riguardano la forma [1058b] producono differenza di specie, invece quelle che esistono solo nel composto materiale non la producono. Perciò né la bianchezza né la nerezza dell'uomo producono una differenza di specie e fra l'uomo bianco e l'uomo nero non c'è differenza di specie; e non ci sarebbe differenza di specie, neppure se si desse a ciascuno un nome diverso. Infatti, bianco o nero è solamente l'uomo inteso come materia, e la materia non produce differenza: e per questo motivo i singoli uomini non sono specie dell'uomo, anche se le carni e le ossa di cui è composto questo uomo particolare sono diverse da quelle di cui è composto quest'altro uomo particolare: il concreto composto è, sì, diverso, ma non diverso per specie, perché nella sua forma non c'è contrarietà, e la forma costituisce il termine ultimo indivisibile. Callia è forma unita a materia; e anche l'uomo bianco è forma e materia, in quanto è Callia che è bianco; perciò, solo per accidente l'uomo è bianco. E anche il cerchio di bronzo e il triangolo di legno, o il triangolo di bronzo e il cerchio di legno, non sono diversi per specie in virtù della materia, ma perché la contrarietà è nella forma. E allora - si chiederà - la materia non potrà far sì che le cose siano diverse per specie, quando essa è in qualche modo diversa, oppure in un certo senso lo potrà? Infatti, perché mai questo dato cavallo è diverso per specie da questo dato uomo? Eppure le loro forme sono uni

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te alla loro materia. La risposta è questa: perché c'è una contrarietà nella loro forma. Infatti, c'è contrarietà anche fra uomo bianco e cavallo nero, ma questa è una contrarietà di specie, e non è una contrarietà che ha luogo in quanto l'uno è bianco e l'altro è nero, perché, se anche e l'uno e l'altro fossero bianchi, sarebbero, cionondimeno, differenti per specie. Invece, maschio e femmina sono affezioni proprie dell'animale, e non riguardano la sostanza ma solamente la materia e il corpo. Ed è per questo che dal medesimo sperma, a seconda che subisca una certa modificazione oppure una cert'altra, deriva il maschio oppure la femmina. Abbiamo detto, dunque, che cosa sia l'essere diverso per specie e perché alcune cose differiscano per specie ed altre no. [p. 475] *§* {Traduzione altra} ARISTOTELE (Mondadori, Vol. Primo. 2008) 8. [L'alterità specifica] [p. 954] È <<altro per specie>> ciò che differisce da un altro oggetto limitatamente a un qualcosa che deve essere immanente ad entrambi i termini dell'alterità: così, ad esempio, se un animale è diverso da un altro per specie, entrambi devono essere animali. È necessario, quindi, che le cose diverse per specie rientrino nello stesso genere. E, invero, io chiamo <<genere>> ciò secondo cui tutte e due le cose rendono lo stesso ed unico nome e che si determina in maniera differente in queste due cose non per accidente, tanto se esso stesso sia considerato come materia quanto se sia considerato diversamente. Infatti è indispensabile non solo che l'elemento comune appartenga a tutti e due i termini - che, cioè, ad esempio, questi siano tutti e due animali -, ma anche che questo stesso elemento comune, ossia l'animale, sia diverso in ciascuno dei due termini - che, cioè, l'uno sia cavallo e l'altro uomo -; ragion per cui l'elemento comune deve essere, per uno dei termini, diverso specificamente da ciò che è per l'altro. Esisteranno, così, di per sé da una parte un animale di questa determinata specie, dall'altra un animale di quest'altra determinata specie, e l'uno, ad esempio, sarà cavallo, l'altro sarà uomo. È necessario, perciò che questa differenza sia alterità del genere. Chiamo, infatti, differenza di genere un'alterità la quale rende diverso il genere stesso. E, pertanto, questa alterità sarà una contrarietà (il che è chiaro anche per induzione); infatti ogni divisione viene eseguita in base agli opposti, e abbiamo già dimostrato che i contrari rientrano nello stesso genere; dicevamo, infatti, che la contrarietà è la differenza perfetta, e la differenza specifica è sempre differenza di qualcosa limitatamente a qualcosa, sicché quest'ultima cosa è identica per tutti e due i termini, ossia è il loro genere (ed è questo il motivo per cui tutti i contrari che sono differenti per specie e non per genere fanno parte della stessa determinazione categoriale e sono massimamente diversi tra loro - giacché è perfetta la loro differenza - e non possono essere prodotti simultaneamente). L'espressione <<essere altri per specie>> vuol dire, dunque, questo: rientrare nello stesso genere, essere contrari ed essere indivisibili (sono, invece, identiche per specie tutte quelle cose che non sono contrarie e sono indivisibli); infatti nel corso della divisione e negli stadi intermedi vengono a prodursi certe contrarietà prima che si pervenga alle cose indivisibili; e di conseguenza risulta evidente che nessuna delle specie che costituiscono un determinato genere è specificamente identica o diversa rispetto a ciò che viene considerato come genere (né può essere diversamente, per il fatto che la materia viene indicta mediante negazione e per il fatto che il genere è materia di ciò di cui esso stesso viene predicato come genere - non certo nel senso in cui parliamo di genere e di stirpe degli Eraclidi, ma nel senso in cui il genere è un elemento contenuto nella natura di un oggetto) e allo stesso modo non è specificamente identica o diversa rispetto a cose che non rientrino nello stesso genere, ma, al contrario, le specie differiscono da queste cose per genere e differiranno specificamente solo da quelle cose che rientrano nello stesso genere. Difatti la fifferenza che intercorre tra cose differenti specificamente tra loro è necessariamente una contrarietà, e la contrarietà si riscontra soltanto in cose che rientrano nello stesso genere. [p. 956] 9. [La contrarietà dell'essenza come causa dell'alterità specifica] Si potrebbe porre la questione per qual motivo mai la donna non differisca per specie dall'uomo, dal momento che la femmina e il maschio sono contrari e la differenza che intercorre tra loro è contrarietà, e perché mai la femmina e il maschio dell'animale non [p. 957] siano diverse per specie, quantunque questa differenza appartenga all'animale nella sua essenza e non nel modo in cui sono suoi attributi bianchezza o nerezza, ma nel senso che l'elemento femminile e quello maschile sono proprietà dell'animale in quanto questo è animale. Porre una tale questione equivale, presso a poco, a chiedersi per quale motivo una sorta di contrarietà produca differenze specifiche e un'altra no, come, ad esempio, per quale motivo le differenze specifiche sono dovute al fatto che un animale è pedestre o alato e non al fatto che esso è bianco o nero. Si può rispondere che ciò avviene perché nel primo caso le affezioni sono proprietà peculiari del genere, mentre nel secondo caso sono meno autenticamente proprietà. E, poiché bisogna distinguere da una parte [1058b] la nozione di un oggetto e dall'altra la sua materia, tutte le contrarietà che si riscontrano nella nozione producono una differenza specifica, mentre tutte quelle che sono presenti in ciò che è associato alla materia non la producono. Perciò né la bianchezza né la nerezza di un uomo producono una differenza specifica, né un uomo bianco è diverso per specie rispetto ad un uomo nero, neppure se si assegna a ciascuno dei due un nome diverso. Infatti, in questo modo noi consideriamo l'uomo dal lato materiale, e la materia non produce differenza specifica; e, in realtà, per questo motivo i singoli

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uomini non sono affatto specie dell'uomo, quantunque siano diverse le carni e le ossa da cui è composto questo singolo uomo o quest'altro; il sinolo è, invece, indubbiamente diverso rispetto ad un altro sinolo, ma non è diverso in senso specifico, giacché nella sua nozione non esiste alcuna contrarietà. La nozione di <<uomo>> è l'infima specie indivisibile; Callia è, invece, nozione e materia; e l'uomo bianco è anch'esso forma e materia, solo perché Callia è bianco; l'uomo è, quindi, bianco solo accidentalmente. Né differiscono specificamente tra loro un cerchio di bronzo e uno dilegno; e un triangolo di bronzo differisce specificamenre da un cerchio di legno non a causa della materia, ma a causa della contrarieà che è presente nella loro definizione. [p. 958] Ma è forse la materia incapace di produrre cose specificamente diverse, essendo essa stessa in un certo modo diversa, oppure essa è, in un certo senso, capace di produrle? Perché, in realtà, questo determinato cavallo è specificamente diverso da questo <determinato>> uomo, quantunque i loro concetti non siano disgiunti dalla materia? Indubbiamente essi sono diversi perché nei loro concetti è presente una contrarietà, e si tratta di contrarietà specifica, ma non in quanto l'uno sia bianco e l'altro sia nero, giacché, anche se tutti e due fossero bianchi, nondimeno sarebbero termini specificamente diversi. Invece <<maschio>> e <<femmina>> sono affezioni proprie dell'animale, e per questo motivo il medesimo seme diventa femmina o maschio dopo aver subito una determinata affezione. Che cosa, dunque, sia l'alterità specifica, e per quale motivo alcune cose differiscano per specie ed altre no, è stato detto. __________________________________________________________________________________________ Come scrive Abbagnano (1971 - ALTERITÀ), la diversità può essere anche semplicemente

numerica, non così l'alterità (cfr. Aristotele, Metafisica, IV, 9, 1018a 12). E la differenza implica sempre la determinazione della diversità, mentre l'alterità no. Secondo Aristotele la distinzione di un genere in varie specie e la differenza di queste specie nell'unità di un genere, implica una alterità inerente al genere stesso; cioè un'alterità differenzia un genere e lo rende intrinsecamente diverso. [p. 16] In altre parole, per Abbagnano: l'alterità = l'essere altro, il porsi o costituirsi come altro. L'Alterità è un concetto più ristretto di diversità e più esteso di differenza. La diversità può essere anche numerica, non così l'alterità ...... *§* PLOTINO, Enneadi, V, I, 4 {1949}): LE TRE IPOSTASI ORIGINARIE. [p. 7 ==> 6/222] IV. - Ma si può pure vederlo da quanto segue: se uno mira questo nostro mondo sensibile, considerandone la grandezza e la bellezza e l'ordine dell'eterno roteare e gli dèi che sono in esso - gli uni visibili, gli altri invisibili - e i [p. 8 ==> 7/222] dèmoni e gli animali e le piante tutte, salga allora al suo archetipo e a quel reale che è tanto più vero e contempli lassù tutte queste cose esistenti in una natura spirituale ed eterna presso di Lui, in una coscienza e in una vita tutta loro propria e poi contempli il puro Spirito loro dominatore e la Sapienza instancabile e quella vita che è veamente tale sotto Satur-nus, il dio che è sazietà e nus (Spirito). Certo, Egli abbraccia in se stesso tutte le cose immortali, ogni spirito, ogni dio, l'anima intera, ferma, per l'eternità. A che poi dovrebbe cercar di cambiare, se Egli è beato? Dove mai si sognerebbe di trapassare, se ha tutto in sé? Intanto, Egli non cerca neppure di aumentare, essendo già perfettissimo. Perciò ancora, tutto ch'è in Lui è perfetto, a che Egli sia per ogni verso perfetto e non rechi in sé nulla che non sia tale; poiché non ha nulla, in se stesso, che non pensi: egli pensa, beninteso, non già come uno che cerchi, ma come uno che possegga. Così, la beatitudine non gli viene d'accatto perché Egli è già tutto, nell'eternità, è, intendo, la verace Eternità, della quale il tempo che scorre sull'Anima e la cinge è semplicemente una immagine, quel tempo che lascia cadere alcune cose per andare incontro a certe altre! Poiché cose perennemente nuove vorticano sull'Anima: una volta Socrate, un'altra volta un cavallo, uno qualunque degli esseri, insomma, senza interruzione. Lo Spirito, invece, è tutto; Egli serra in sé la universalità delle cose, immobilmente, allo stesso posto; ed Egli 'è', unicamente; e questo 'è' è sempre; il 'sarà' non ci sarà mai; ed anche nell' 'allora' Egli 'è', poiché non v'è neppure il 'passato'; non vi è certo lì una qualche cosa che sia trascorsa, ma tutto vi persiste immobile, perpetuamente, poiché è identico ed ama, per così dire, che il suo essere duri in quello stesso stato. Ma ogni singolo suo essere è Spirito, è Ente e il loro complesso è 'onnispirito' ed 'onniessere', mentre lo Spirito rende esistente l'Essere nel pensiero, l'Essere, da parte sua, per

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il fatto stesso ch'è pensato, dà allo Spirito il pensare e l'esistere. Pure, [p. 9 ==> 7/222] condizionamento del pensiero è qualcosa di diverso che è a un tempo condizionamento per l'essere. Così, per entrambi a un tempo v'è, quale condizionamento, qualcosa che è diverso dal pensiero e dall'essere. Certo è che essi coesistono insieme e non si lasciano l'un l'altro; ma questo uno che è a un tempo Spirito ed Essere e Pensante e Pensato risulta da una dualità: è Spirito in quanto pensa, è Essere in quanto è pensato. Non potrebbe infatti aver luogo il pensare se non ci fossero alterità ed identità. Ed ecco sorgere i principi fondamentali: Spirito, Essere, Alterità, Identità. Ed è un bene includere altresì Moto e Quiete: Moto, in quanto lo Spirito pensa; Quiete, poi, in vista dell'identità. Occorre l'Alterità a che vi sia Pensante e Pensato o, altrimenti, se elimini l'Alterità, si avrà una unità silenziosa; e poi anche pensato e pensato han da essere diversi tra loro per la mutua distinzione - e l'identità poiché lo Spirito è uno con se stesso e tutti gli esseri dello Spirto hanno qualcosa di unitario in comune: ché la differenza tra loro è nell'Alerità. La pluralità dei principi che così risulta crea il numero e la quantità; e la qualità poi è la loro caratteristica individuale. Da questi termini, come da tanti principi, scaturiscaono le altre cose. ______________________________________________________________________ ABBAGNANO (1971, p. 16): Del concetto di Alterità si avvalse Plotino per segnare la differenza tra l'unità assoluta del primo Principio e l'intelletto che è la prima emanazione di esso: l'intelletto essendo insieme pensante e pensato, è contrassegnato dall'Alterità, oltre che dalla identità. (Enneadi, V, I, 4.)

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1.0. - ALTERITÀ = tota mulier in utero, mulier sine utero, uterus sine muliere. Per molto tempo la donna è stata considerata inferiore all'uomo per via delle sue caratteristiche fisiche e del suo ruolo biologico, basti pensare al detto latino TOTA MULIER IN UTERO: lett., la donna è tutta intera nel suo utero; fig., la donna media non è intelligente. Dal lat. uterus i m. (e -um i n.) 1. utero, ventre materno. 2. meton., feto, bambino nel ventre materno. Ma chiediamoci prima di tutto che cosa è la donna. Simone de Beauvoir, ne Il secondo sesso (1949), dà questa risposta: "Tota mulier in utero {la donna si definisce in rapporto alla maternità, reale o potenziale}: è una matrice {un utero cioè}", dice uno. Tuttavia, parlando di certe donne, gli intenditori decretano: "Non sono donne", nonostante abbiano un utero come le altre. Tutti sono d'accordo nel riconoscere che ci sono femmine nella specie umana; oggi, come prima, costituiscono quasi la metà dell'umanità; eppure ci viene detto che “la femminilità è in pericolo”; siamo esortate: “Siate donne, restate donne, diventate donne. Ogni essere umano femminile non è quindi necessariamente una donna; bisogna che partecipi a questa realtà misteriosa e minacciata che è la femminilità. È secreta dalle ovaie? o immobile in fondo a un cielo platonico? Basta una sottoveste con frufru per riportarla con i piedi per terra? Sebbene alcune donne si sforzino con zelo di incarnarlo, il modello non è mai stato stabilito. La si descrive volentieri in termini vaghi e luccicanti che sembrano presi in prestito dal vocabolario dei chiaroveggenti. Al tempo di San Tommaso, appariva come una essenza, definita certamente come la virtù soporifera del papavero. Ma il concettualismo ha perso terreno: le scienze biologiche e sociali non credono più nell'esistenza di entità immutabilmente fisse che definirebbero determinate caratteristiche come quelle [p. 17/318] della donna, dell'ebreo o del nero; vedono il carattere come una reazione secondaria a una situazione {o meglio, una interazione tra l'individuo e l'ambiente}. Se oggi non c'è più femminilità, è perché non c'è mai stata. Questo significa che la parola "donna" non ha contenuto? Questo è ciò che affermano con vigore i partigiani della filosofia dell'illuminismo, del razionalismo, del nominalismo: tra gli esseri umani, le donne sarebbero solo quelle che si designano arbitrariamente con la parola "donna"; in particolare le donne americane pensano volentieri che le donne in quanto tali non abbiano più un posto; se una tarda di mente si crede ancora una donna, le sue amiche le consigliano di farsi psicanalizzare per liberarsi da questa ossessione. A proposito di un'opera, d'altronde assai irritante {snervante}, intitolata Modern Woman: a lost sex, Dorothy Parker ha scritto: "Non posso essere giusta con i libri che trattano delle donne in quanto donne... La mia idea è che tutti, tanto gli uomini che le donne, chiunque noi siamo, dovrebbero essere considerati esseri umani." Ma il nominalismo è una dottrina piuttosto scarsa; e le antifemministe si divertono a mostrare che le donne non sono uomini. Sicuramente la donna è, al pari dell'uomo, un essere umano: ma tale affermazione è astratta; il fatto è che ogni essere umano concreto è sempre singolarmente situato. Rifiutare le nozioni di eterno femminino, di anima nera, di carattere ebraico, non significa negare che oggi non ci siano ebrei, neri, donne: questa negazione non rappresenta per gli interessati una liberazione, ma una fuga dalla autenticità. [pp. 16-17 ==> 318] Giova leggere anche la tesi esposta dall'emerita prof. belga Jacqueline Vons nell'articolo pubblicato sul sito Centre Montaigne. Jacqueline VONS {n. l'a. 1943 in Belgio. Università François-Rabelais, Tours, Centre d'études Supérieurses de la Renaissance (CESR). Prof. Emerito di latino e di Storia della medicina al CESR}, nell'articolo pubblicato da Violante Giacomotto, il 4 maggio 2021, sul sito Centre Montaigne, Progetto in partenariato con il dipartimento di storia della medicina della Biblioteca interuniversitaria di

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salute e il progetto Perfecta (H. Cazes), tratta del corpo femminile, prendendone in considerazione le relazioni tra il libro erudito e gli errori popolari, e del progetto Tota mulier in utero. L'articolo de quo è da me tradotto dal francese in italiano. https://centre-montaigne.huma-num.fr/tota-mulier-in-utero.html

Introduzione Jacqueline Vons I trattati di anatomia pubblicati nel XVI e XVII secolo descrivono l'uomo (homo) nel senso generale dell'essere umano, in linea di massima asessuale {asessuato}, sebbene le figure e le rappresentazioni iconografiche siano più spesso maschili che femminili. La parte relativa al genere è quindi lasciata alla descrizione degli organi specificati per l'uomo e le donne, il che non è sinonimo di riconoscimento della differenziazione, essendo gli organi genitali femminili spesso descritti sul modello invertito degli organi maschili. Sulla base di questa osservazione, molti studi moderni hanno sviluppato un approccio genrée {relativo al genere, alle differenze non biologiche, ma sociali, culturali, tra gli uomini e le donne} al fenomeno che consente una definizione o ridefinizione della differenza tra i sessi all'inizio dei tempi moderni (1). Il nostro proposito è differente e la nostra problematica si riferisce ai legami tra questa nuova conoscenza anatomica, scoperta tramite esami post-mortem all'inizio dei tempi moderni e tramite interpretazioni di fenomeni fisiologici come la gravidanza e il parto, derivanti da credenze e pratiche ereditate dall'antichità. O per dirla altrimenti, quali erano le relazioni tra il libro erudito e gli "errori popolari" (Joubert) a proposito del corpo femminile, e come, per mezzo di quali parole veniva definito il corpo femminile? Si è formata una équipe che riunisce ricercatori francesi e stranieri intorno a questa problematica concernente i testi di anatomisti e di chirurghi del XVI e XVII secolo, che scrivono in latino e in vernacolo. I. Autopsia {analisi minuziosa e approfondita} del progetto Tota mulier in utero. Il titolo del portale riprende un aforismo tradizionalmente attribuito a Ippocrate, negli studi scientifici come nei forum e in altri luoghi di scambi e di comunicazione. La tendenza attuale è quella d'interpretare la formula {Tota mulier in utero} nel senso genré e denunciarla {tale formula cioè} come una visione restrittiva delle donne. Spicca tuttavia in modo evdiente che la citazione presa in prestito da Ippocrate, le cui numerose varianti sono poco significative di un cambiamento di significato, si situa in un contesto di morbilità {stato di malattia} e non di genere (2). L'idea generale - e banale - è che le affezioni dell'utero esercitano un'influenza sull'intero organismo delle donne. Uno dei trattati pseudo-ippocratici che ebbe un grande successo durante il Rinascimento, era costituito da lettere scambiate tra Democrito e Ippocrate; vi si legge l'aforisma seguente, regolarmente citato nei trattati di malattie delle donne, dovuto a Democrito che scrive a Ippocrate riguardo alla natura umana (De natura humana): [Vterus] sexcentarum aerumnarum mulieribus auctor ("L'utero è responsabile di 600 malattie (3) {tribolazioni, pene, tormenti} nelle donne}". Nella traduzione degli Aforismi di Ippocrate da parte di Leoniceno, editata da Ioannis Manelphi in Venezia, l'anno 1654, si legge nella Sezione V, aforisma 58: Non fluentibus [menstruis] autem ex utero morbi contingunt ("Ma quando le mestruazioni non fluiscono, le malattie hanno per causa l'utero”) (Hippocratis Aphorismi ... Ioannis Manelphi accessere prognostica itemque aphorismi selecti ad singulos morbos, Venetiis, apud Turrinum 1654). Il medico alchimista Jean-Baptiste Van Helmont (1579-1644) riprese la formula nel capitolo "Ignota actio regiminis" della sua opera Ortus Medicinae, pubblicata postuma nel 1648, certamente in un contesto di morbilità, ma aggiungendovi alcuni caratteri fisici e morali: Propter solum uterum mulier est id, quod est: barba caret, et licet humidore habitu, celerius tamen pubescit ("A causa del solo suo utero, la donna è ciò che è: non ha la barba e benché di temperamento più umido, ella diventa pubere più rapidamente ”) (Van Helmont J.B., Ortus Medicinæ ... Amsterodami, Apud Ludovicum Elzevirium, 1648, p. 340).

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Il portale comporterà due parti associate: uno studio lessicale di parole che designano l'anatomia femminile e un'antologia di testi anatomici. Genitalia - Studio lessicale dell'anatomia femminile (V. Giacomotto-Charra e J. Vons) Durante l'indagine, è apparso molto presto che il lessico anatomico era nello stesso tempo specializzato e comune; contrariamente alle idee preconcette, i differenti discorsi, eruditi o poetici, non erano reciprocamente a compartimenti stagni nel Rinascimento, e le conoscenze sulle donne circolavano sia in latino che in vernacolo, con il testo e l'illustrazione. Il nostro studio deve perciò prima identificare le res anatomicae femminili per mezzo delle parole e poi verificare se la diffusione di termini identici corrisponda alla diffusione di conoscenze identiche. Si constano varianti lessicali: Sono esse persistenti o no? In quale registro di testi le ritroviamo maggiormente? In che modo un termine s'impone o si perde, influenza o addirittura modifica l'organizzazione delle conoscenze? Per questo, bisogna studiare il termine nel suo contesto e tenere conto delle fonti utilizzate. Noi abbiamo privilegiato il censimento stabilito a partire da un corpus di testi (vedi la parte Perfecta) sotto forma di un database accanto a più articoli sintetici in pubblicazioni elettroniche particolarmente adattate a collegamenti intertestuali che saranno stabiliti tra libri digitali e studio lessicale e iconografico di ciò che costituisce, nei testi antichi, la "natura" della donna o le sue parti segrete. Principi metodologici Una tendenza spontanea consiste in questo: partire da ciò che sappiamo per ritrovare - o no - l'organo o persino il nome nei testi antichi. Questo metodo è necessariamente destinato a fallire e induce una visione critica che svaluta il passato in relazione alle nostre conoscenze attuali, dunque una concezione lineare dei progressi compiuti. Dire che gli anatomisti del XVI secolo non distinguevano la vagina dall'utero non è produttivo di saperi. Le concezioni fisiologiche legate alla ritenzione di semi maschili da parte dell'organo femminile potrebbero giustificare l'interpretazione di un singolo organo, munito di bocche che attraggono il cosiddetto seme, ciò che si verifica su delle tavole anatomiche. La posizione dell'anatomista in relazione al corpo esteso e la sua visione dall'alto potrebbero far credere alla presenza di un organo continuo. Dovremo anche prendere in considerazione l'etimologia e verificare la nascita di una parola e il suo adattamento alla realtà. Ad esempio, il nome della vagina (da vagina "guaina"), a dispetto delle rivendicazioni femministe di considerare questo organo come intrinseco al corpo femminile (ciò che è), continua a designare questa parte del sesso femminile in relazione all'introduzione della verga (o pene). Le traduzioni da una lingua all'altra mostrano un certa esitazione per l'identificazione delle strutture, quindi Jacques Grévin usa una sola espressione per tradurre due denominazioni latine: le "chairs cuirasseuses" di Grévin traducono le coriaceæ carnes descritte da Vésal nella De humani corporis fabrica (ediz. 1543, p. 535) e le colliculæ alæ dell'Epitome {compendio}). È ancora necessario assicurarsi, per il tramite della immagine o per il tramite della descrizione anatomica, di identificare esattamente ciò che prende il nome prima di verificare la pertinenza di una e l'altra traduzione. In definitiva, lo studio lessicale consentirà di verificare o negare la specificità degli organi che servono stricto sensu alla generazione, quindi funzionali, rispetto a quelli più generalmente relativi a un'anatomia sessuale, puramente descrittiva. Il progetto Total Mulier in utero ha costruito un parteniarato con il progetto Perfecta Antologia dei testi anatomici dal XVI-XVII secolo (Hélène Cazes) I testi scientifici e i loro termini si visualizzano come un discorso puramente informativo. Ciononosante trasmettono le domande e le rappresentazioni di una cultura, perché il discorso

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e lo sguardo anatomico fanno parte dei soggetti del loro tempo, che mettono in discussione, costruiscono e trasformano. L'indagine sul corpo femminile, l'identificazione e la denominazione delle sue parti, la comprensione del suo funzionamento e della sua coerenza sono lette nel panorama della loro produzione e ricezione: le domande essenziali, sulla differenza dei sessi, il ruolo di ciascuno di questi sessi nella generazione e, in generale, cos'è la "natura femminile". Tuttavia, per quest'ultima espressione, il termine natura (natura) designa contemporaneamente l'apparato genitale, la costituzione umorale, il carattere e lo stato sociale. In termini moderni, designerebbe il sesso tanto quanto il genere. L'imposizione di nomi scientifici non potrebbe sfuggire alle connotazioni, alle tradizioni e alle costruzioni immaginarie che circondano i suoi oggetti, il campo culturale che costituisce l'humus del discorso, anche in anatomia. Una delle sfide del progetto Tota Mulier in Utero, la partizione del sesso e del genere, si situerà così non nella delimitazione di oggetti classificati dalla fine del 20 ° secolo tra i testi scientifici del XVI secolo, ma nell'esplorazione dell'accertamento, nei trattati anatomici, di prime distinzioni: sempre nel quadro del finalismo aristotelico e la teoria degli umori, l'osservazione delle "parti" della donna solleva delle questioni su ciò che rivela o causa l'anatomia. Pertanto, i lessici della vergogna, del pudore, dell'erotismo, della duplicità o del peccato accompagnano la nominazione, quando non ne forniscono la stessa materia. Partner del progetto lessicale delle "parole dell'anatomia femminile", il progetto Perfecta - La Perfezione del corpo femminile, tra il discorso anatomico e la difesa delle donne, 16-18e ” (CRSH, University of Victoria), ha riunito testi e immagini di anatomia femminile ed esplora tra le nuove conoscenze sul corpo femminile della prima modernità la dimensione del "genere" e le sue questioni epistemologiche. Sito (in costruzione): https://hcmc.uvic.ca/project/perfecta/ (1) Laqueur T. W., Making sex : Body and gender from the Greeks to Freud, Harvard University Press, Havard, 1990 ; Park K., Secrets of women : gender, generation and the origins of human dissection, New York, 2006 ; Zuccolin G., « Questioni di genere tra medicina e filosofia nel medioevo. Tendenze storiografiche recenti », Revue des sciences philosophiques et théologiques, t. 101, 4, 2017, p. 585-610. (2) Aucun des traités hippocratiques consultés, De la génération, De la nature de l’enfant, De la nature de la femme, Des maladies des femmes, ne contient les termes exacts ni en grec ni, à notre connaissance, dans les traductions latines qui ont été faites de ces traités. (3) Six cents est un chiffre indéterminé, équivalant à plus de mille en français… Le texte bilingue de la Lettre de Démocrite à Hippocrate sur la nature de l’homme (lettre 23) : Ἡ δὲ γειτνιῶσα ταύτῃ µήτηρ βρεφέων, ἡ δεινὸν ἄλγος, τῶν ἐν γυναικὶ µόχθων µυρίων παραιτίη, µήτρη πεφώλευκεν·/« Dans le voisinage, est cachée la mère des enfants, la source de vives douleurs, la cause de mille maux, la matrice », in Hippocrate, Œuvres, tome IX, édité par Littré, Paris, Baillière 1841 (site http://remacle.org/ )

*§* Giova altresì leggere quel che dice a tale riguardo la prof. scrittrice Barbara Sandrucci nell'articolo Tota mulier in utero, pubblicato, il 14 dicembre 2007, in Internet: "Ecco come, per secoli, gli uomini ci hanno rappresentate: donna equivale a un groviglio di organi riproduttivi che, governando la propria fisiologia, ne determinano le emozioni, condannandola a una instabilità emotiva, a una eccessiva teatralità, a un'incorreggibile mutevolezza. Il tutto causato da un ciclo biologico che la umilia e la degrada. <<Tota mulier in utero>>: tutta la femminilità si risolve nell'utero e per questo la donna è più instabile, meno intelligente, ancorata a uno stadio inferiore di sviluppo. Niente di nuovo, diremo oggi, le classiche teorie pseudo-scientifiche che servivano da sostegno alla misoginia di quegli anni. ... A coloro che ci definiscono <<sesso debole>> consiglierei una bella visitina al reparto di Neurochirurgia dell'ospedale di Siena, dove una donna splendida e fortissima sta tenendo a bada una nera signora che la insidia da un anno e mezzo e ha davvero tirato fuori <<le ovaia>> (per non dire le palle...) anche questa volta, anche se non le ha più. Grazie davvero a mamma e papà per avermi fatto donna... per il futuro... speriamo che sia femmina. ...

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Così ripenso alle parole di Carla Lonzi: <<La donna appartiene alla specie vinta: vinta dal mito dell'uomo. Il privilegio dell'uomo su di lei, la donna lo soffre, ma lo subisce nell'ossequio che le ispira chi ha imposto sè come soggetto. Quello della specie vittoriosa dice alla donna: <<Renditi degna di me. Assorbi, attraverso la conoscenza del soggetto, il pensiero di chi è completamente umano e universale. Sotto la mia guida raggiungerai la dimensione del soggetto>>. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel." http://cercaunamagliarottanellarete.blogspot.com/2007/12/tota-mulier-in-utero.html

E giacché, relativamente all'osservazione delle parti della donna, e agli interrogativi che l'anatomia solleva, Jacqueline Vons menziona i lessici della vergogna, del pudore ecc. che ne accompagnano la nominazione, penso sia utile trattare l'argomento della pudicizia. Nel GDLI, alla voce si ha: "Pudicìzia (ant. pudicìcia), sf. Virtù particata da chi si astiene coscientemente da ogni impurità sessuale nei pensieri e nelle azioni, ispirando la propria condotta a modestia e a verecondia e conservandosi in ogni occasione casto. [...] 4. Letter., con metonimia: pube. Papini [in Lacerba, II-97]: Il sesso della femmina è vuoto a noi, intrepidi coglioni, amiamo gli abissi. Piccolo abisso in verità, quello che il pelo della pudicizia nasconde fra le due colonne del corpo e che il tosone della lussuria decora in fondo alla bianchezza del ventre maledetto che portò il peso di Giobbe, di Fausto e di Manfredo. = Voce dotta, lat. pudicitia, deriv. da pudicus (Vd. PUDICO). Pudico (ant. podico), agg. (plur. m. -chi, disus. -ci; superl. pudicìssimo). Che mostra pudicizia nel comportamento, che si sforza di ispirare le prorie azioni a pudicizia; che ha il senso comune della pudicizia e sente naturale avversione per tutto ciò che offende il riserbo personale (col rifiuto di mostrare nudo il proprio corpo o parte di esso) e il pudore per quanto attiene alla sfera dei rapporti sessuali e delle situazioni che, anche lontanamente, alludono a essa e le si riferiscono. [pp. 893-4] https://www.gdli.it/JPG/GDLI14/00000901.jpg --- https://www.gdli.it/JPG/GDLI14/00000902.jpg

A questo proposito, ritengo sia importante citare Diogene Laerzio che, nelle Vite dei Filosofi (1962) che , ci dà una gran bella definizione del pudore. "43. {Pitagora e Teano} Ebbero un figlio, Telauge, che successe al padre e, secondo alcuni, fu precettore di Empedocle. Ippoboto attesta che Empedocle così si rivolse a Telauge: Inclito rampollo di Teano e di Pitagora. Nessuna opera si tramanda di Telauge, di sua madre Teano alcune. Dicono pure che a Teano fu chiesto: <<In quanti giorni una donna diventa pura dal contatto con un uomo?>>, e che la sua risposta fu: <<Dal contatto del proprio uomo subito, dal contatto dell'altrui uomo mai>>. Ammoniva la donna che stva per coire {congiungersi sessualmente} col proprio uomo a deporre insieme con le vesti il pudore, e, quando si alzava, a riprenderlo insieme con queste. Interrogata: <<Che cosa mai {Quale pudore}?>>, rispondeva: <<Ciò per cui sono chiamata donna>>". [p. 399 ==>220/350] Infine vediamo come il Sig. Cavaliere Cesare Ripa, in Della novissima Iconologia (1625), presenta la pudiciza. "PUDICITIA [pp. 538-539-540 ==> 608-610/810] Una giovanetta vestita di bianco, in testa habbia un velo dell'istesso colore, che le cuopra la faccia fino alla cinta, con la destra manto tenghi un giglio parimenti bianco, & sotto il piede destro una testuggine. Vestasi di bianco, perché sotto di tal colore si figura la purità, & integrità della vita, dalla quale deriva la pudicizia, onde Salomone volendo persuadere il candore; & sincerità dell'animo dice: In omni tempore candida sint vestimenta tua.

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{In ogni tempo siano candide le tue vesti (Eccle 9,8)

Si fa velata nella guisa, ch'abbiamo detto perciòche la donna pudica, deve celare la bellezza della sua persona, e levare l'occasione a gl'occhi, i quali sono cagione il più delle volte di contaminare la pudicitia, & a questo proposito Tertulliano chiama tal velo armatura di timor d'infamia, & pudicitia, bastione di modestia, muro del sesso feminile, il quale non è passato da gl'occhi d'altrui; il medesimo Auttore determina il modo, al quale si deve distendere la forma del sopradetto velo, dicendo quanto son lunghi, & occupano i capelli, quando son distesi, tanto deve essere, & occupare il nominato velo, talche arrivi per fino alla cintura, ad imitatione de' Romani Gentili, i quali figurarono la Dea Pudicitia con la faccia coperta, come si può vedere nella Medaglia di Sabina moglie di Adriano Imperatore & in quella di Herennia; & di Martia Otacilla Severa, con tal titolo, PUDICITIA AUG. Le spose Romane per segno di pudicitia, etiamdio nello stesso giorno, che andavano a marito si velavano il capo. Onde in Sesto Pompeo leggesi, obnubis, caput operis, & nuptiae dictae à capitis opertione {Vela[re] e coprire il capo, e le nozze (sposalizio, matrimonio) dette (furono) da questa velatura e copertura del capo}, sopra che diffusamente discorre il Brissonio de ritu nuptiarum: costume osservato medesimamente da Matrone Romane, Poppea Sebina moglie di Nerone, ancorche impudica fusse per parer pudica, compariva in publico velata. Caio Sulpitio Galbo Romano repudiò la moglie, perche uscì fuora con la faccia scoperta: ne solo appresso Romani, mà anco appresso li Greci per dimostrare pudicitia, le donne andavano velate, e però Musco Poeta Greco, descrive Hero velata, come anco è descritta Penelope da Homero, & Helena particolarmente bella nella 3 Iliade. Protinus autem candidis operta velis ferebatur è domo. {Ond'ella in bianco velo prestamente ravvolta della stanza n'usciva)

Et nella Giudea riferisce Tertulliano de Coron. Milit. che le donne usavano di velarsi. Apud Iudaeos, dice egli, Tam solemne est feminis eorum velamen capitis, ut inde disgnoscantur, {Tertulliano, Liber De Corona militis, 4.2. https://www.thelatinlibrary.com/tertullian/tertullian.corona.shtml};

alle donne poi Christiane, S. Paolo a Corinthi comandò che orassero col capo velato, & nel cap. xj, spetialmente dice: {5} Omnis autem mulier orans, aut prophetans non velato capite, deturpat caput suum, unum enim est ac si decalvetur, {6} nam si non velatur mulier tondeatur, si vero turpe est mulieri tonderi, aut decalvari, velet caput suum. {5} Inoltre, ogni femmina che prega, ovvero profetizza col capo non velato, deturpa il suo capo, quasi si radesse la testa, {6}infatti se la femmina non si veli, si rada la testa, se è davvero turpe per la femmina tosarsi, o radersi la testa, allora si veli il suo capo.

S. Pietro ancora ordinò che tutte le donne entrassero nel tempio velate, & il suo successore Lino Papa fece mettere in essecutione detto ordine, come narra il Platina nella sua vita. Chi desidera più cose intorno al velo, legga il trattato di Tertulliano de velandis Virginibus che a noi assai è quello che habbiamo detto per confermatione della Pudicitia, che col velo figurata habbiamo. Tiene con la destra mano il giglio bianco, perciòche interpreta S. Girolamo scrivendo contro a Gioviniano, che il giglio è il fiore della pudicitia, & verginità, mentre nel Cantico de Cantici quella sposa celeste canta Pascitur inter lilia {Pascola tra i gigli}, cioè tra persone caste, e pudiche. Sotto al destro piede tiene la testuggine, per dimostrare, che le donne publiche devono stare assidue nelle case loro come fa la tartaruca nella sua casa datale dalla natura, pensiero di Fidia in quella sua statua, perciò che 'l nome & la persona d'una donna de bene non bisogna che esca dalle mura di casa. Sentenza di Tucidide presso Plutarco, de curis Muliebribus, Probae mulieris nomen itidem ac corpus domesticis parietibus contineri oportet. {Tucyd.apud Plut. de clar. mul.}

PUDICITIA DONNA vestita di bianco, nella destra mano tiene un Armellino. & hà il volto velato. Ogni peccato è macchia dell'anima; mà popriamente pare, che solo dalle cose veneree si dicano gl'huomini restar macchiati & immondi, dimandandosi da Latini Polluto solo colui,

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che in simili piaceri è immerso. Et chi in questo errava soverchiamente nella vecchia legge era castigato con la lepra, per la similitudne di contaminatione, & dovendo il popolo d'Israel ricever la legge da Dio, bisognò, che s'astenesse ancora dalle proprie mogli per tre giorni intieri, secondo il suo detto: Siate mondi voi come io son mondo, & netto; Per questa cagione si fà il vestito bianco, & l'Armellino il qual animale è tanto netto, che essenso serrato in qualche luodo d'immondezza, tal che non possa uscir senza imbrattarsi, elegge più tosto morire, che perdere in parte alcuna la sua candidezza. Il volto velato, significa, modestia, & pudicitia, & cominciò l'uso di velar la testa alla pudicitia, dalla memoria di Penelope, laquale, essendo pregata del padre a starsene in Lacedemonia per sua sodisfattione, & sentendosi spronare dall'altra banda dell'amor d'Ulisse suo marito a seguitarlo, non havendo ardir per modestia di manifestare apertamente la volontà, se ne stava tacendo col viso velato. PUDICITIA Si potrà ancora questa fanciulla far vestita di verde, con un Armellino in mano, il quale haverà al collo un collar d'oro & Topazij, come disse il Petrarca nel Trionfo della castità. Era la lor vittoriosa Insegna In campo verde un candido Armellino. {Francesco Petrarca - Trionfi (1374), Del Trionfo della Morte, Capitolo Primo, vv. 19-20} https://it.wikisource.org/wiki/Pagina:Le_rime_di_M._Francesco_Petrarca_I.djvu/376

E la veste verde significherà, che la pudicitia hà per fine la speranza delle cose promessole in premio da Christo N. Sig." *§* Alla fine, l'esasperazione esistenziale della massima latina ha portato al convertimento nel suo contrario. La donna, ridotta alla monodimensionalità dell'utero, della maternità cioè, quando diviene conscia di sé come persona - e non come cosa, funzione o ruolo -, avente coscienza e responsabilità, sceglie sua sponte di non voler essere madre, ma sic et simpliciter un essere umano dotato di libero arbitrio, che lo esercita, per l'appunto, negando la funzione materna. Mulier sine utero. Poi, non paga di questa sua immensa conquista personale, operando una semplice mutazione nell'ordine dei termini, perviene allo Uterus sine muliere, vale a dire, all'essere madre senza esser tale, senza rapporto materno con la creatura che dà alla luce. Praticamente, il bambino, lo procrea su commissione e, portata a termine la gravidanza, lo consegna ai committenti, futuri genitori. È la cosiddetta maternità surrogata o gestazione per altri GPA. Al metodo im-mediato, affatto naturale della generazione, subentra la tecnica artificiale della riproduzione assistita, tramite la quale l'embrione vien posto in gestazione nel grembo materno di una donna, che di fatto non è la madre biologica, perché l'embrione che si impianta, non è a lei geneticamente legato. Praticamente, la gravidanza surrogata, comunente utero in affito, è quella della gestante che offre la sua capacità gestazionale ad altri, che le hanno commissionato l'opera. Ciò stante, la donna, un tempo nobilmente madre naturale, diventa madre sostituta, allorché accoglie nel proprio utero per conto terzi un ovulo già fecondato. Sorge spontanea la domanda: la donna, ha il diritto di far questo? A mio avviso, di per sé la donna non ha alcun diritto, perché ciò che lei è e può, non è affatto determinato dalla sua individualità; alla nascita, non è ab-soluta, né indipendente, né autonoma: dipende da altri, e dalle condizioni socio-economico-culturali dell'ambiente in cui nasce. E se da adulta necessiterà del riconoscimento giuridico di alcunché di muliebre, deve conquistarlo osservando le leggi vigenti nel proprio contesto spazio-temporale determinato. Insomma, se la donna, in piena coscienza e responsabilità, vuol fare libero uso del suo utero, deve convicere con le sue armi il legislatore a legiferare in merito. E quali sono dette armi?

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Né più né meno le sue naturali: la forza numerica, essendo - le donne - il 50% circa della popolazione totale; e ovviamente il suo sesso. Ma c'è un ostacolo, grande e grosso più di una montagna: la mancaza di un loro spirito di corpo, congruente con l'mportanza e le difficoltà della richiesta. Schopenhauer scriveva che le donne sono tra di loro nemiche. Riuscirà il gentil sesso a nutrire quel sentimento di solidarietà imprescindibile per costituire un corpo sociopolitico, avente voce in capitolo nelle sedi che contano, per raggiungere i propri obiettivi? Io credo sinceramente che non ce la faranno, perché non hanno quello esprit de corps, e perché credono presuntuosamente che tutto è loro dovuto, in quanto donne, negligendo che nulla è dovuto all'uomo, in quanto maschio, e che questi deve lottare per potersi affermare e concretizzare i suoi progetti. *§*

RIFLESSIONI PERSONALI. È ovvio che la donna nella sua totalità non possa risiedere in una sua parte, seppure necessità imprescindibile per l'esistenza e sopravvivenza dell'umanità. Bene ha scritto Simone de Beauvoir (1976) che la donna è sicuramente, al pari dell'uomo, un essere umano, e che tale affermazione è astratta, perché ogni essere umano concreto è sempre singolarmente situato. In altre parole, l'essere umano, inteso non in modo astratto, ma concreto, è sempre nominato-cognominato-agnominato, sempre spazio-temporalmente situato in un dato contesto socio-storico-culturale. Né può essere negletta la giustezza del detto democriteo secondo cui l'utero è responsabile, iperbolicamente, di 600 malattie delle donne. E anche di quello dell'alchimista J. B. Van Helmont per il quale la donna, proprio a causa del suo utero, è quella che è (p.e., senza barba, pubere prima del maschio). Bene ha messo in evidenza J. Vons, contro gli anatomisti del XVI secolo, che la vagina è distinta dall'utero. E relativamente all'aforisma democriteo riguardante l'utero responsabile {iperbolicamente} di 600 malattie nelle donne, serve leggere - a mo' d'inciso -, nell'opera enciclopedica sulla donna, il § II., La Donna è un'inferma, del Cap. XV La Donna giudicata da Michelet (La donna. Opera enciclopedica. Volume II, 1869): "Le dicono capricciose. Ma è falsissimo. Per contrario sono regolate e molto sommesse alle potenze della natura. Chi sappia lo stato dell'atmosfera, l'epoca del mese, finalmente l'azione di queste due cose sopra una terza di cui parlerò, può predire più sicuramente che gli antichi auguri. S'indovina quasi a colpo sicuro qual sarà l'umore della donna melanconico od ilare, come s'atteggerà il suo pensiero, il suo desiderio, la sua fantasia. Per se stesse sono bonissime, dolci, tenere per chi le sostiene. Le loro stranezze, i loro bronci quasi sempre sono sofferenze. Sarebbe assai stolto chi vi badasse - solo allora si dee tanto più riguardarle, curarle, compatirle. Elle si rabboniscono, sentono dispiacere di quei tristi momenti, si scusano spesso con lagrime, vi avventano le braccia al collo e dicono: <<Sai bene... non è mia colpa.>> Tale stato è transitorio? Niente affatto. Dovunque la donna non estermina il suo sesso con un lavoro eccessivo (come le nostre dure villane che per tempo si fanno uomini), dovunque ella rimane donna, delle quattro settimane l'una ell'è generalmente ammalazzata {malaticcia}. La settimana che precede quella della crisi è già turbata, e gli otto o dieci giorni che seguono a questa dolorosa settimana si protrae un languore, una debolezza, che non si sapea diffinire. Ma ora si sa. È la cicatrizzazione d'una ferita interna, che, in sostanza, crea tutto questo dramma. Tantoché in realtà, 15 o 20 giorni su 28 (si può dire quasi sempre) la donna non solo è inferma, ma ferita. Ella sostiene del continuo la ferita eterna d'amore. [p. 347 ==> 424/531] {Jules Michelet (Parigi, 21/08/1798 - † Hyères, 9/02/1874). Storico francese. Studioso attento delle fonti archivistiche, scrisse una Storia di Francia in 19 volumi (1833-1867), opera monumentale incentrata sull'idea della progressiva affermazione della libertà nel sistema istituzionale francese, e una Storia della rivoluzione francese

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in 7 volumi (1847-1853), tema cui dedicò un decennio di ricerche, interrogando anche testimoni oculari. https://it.wikipedia.org/wiki/Jules_Michelet}

Interessante è poi il principio metodologico esposto dalla stessa emerita prof. in ordine allo studio lessicale dell'anatomia femminile, che rimarca la specificità degli organi stricto sensu funzionali alla generazione, in antitesi con la mera descrizione degli stessi. E soprattutto per aver esplicitato i lessici della vergogna, del pudore ecc. che accompagnano la nominazione delle parti femminili de quo. Si perviene quindi all'equazione di Teano, moglie di Pitagora: l'essere donna = pudicizia = sesso. A questo punto riformulerei la massima ippocritea in: Tota mulier in sua natura. La donna nella sua interezza sta nella sua natura {GDLI: "Natura.... 26. Apparato genitale (con part. riferimento agli organi genitali femminili considerati nel loro complesso sia limitatamente a singole parti, come la vulva, la vagina e lo stesso utero). Anche: pube."}

Mi sovviene il versetto 3.7 della Genesi: "Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s'accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture." Domanda che sorge spontanea: come facevano a sapere Adamo ed Eva che la vergogna risiedeva nelle loro pudenda? Che dire oggi delle variazioni sul tema della formula latina, Tota mulier in utero? Di certo la donna non può identificarsi totalmente con la funzione procreativa: in quanto essere umano, lei ha il diritto-dovere di natura di mettere a frutto le abilità e le capacità specifiche di cui ai talenti della parabola {Matteo 25, 14-30}. Nondimeno non può, in nome della libertà, negarla, perché la libertà va congiunta, sempre e comunque, con la responsabilità e dalla coscienza. Sarebbe un nocumento per tutto il mondo se la donna, o meglio, le donne scegliessero liberamente - come un sol corpo, un solo spirito - di non avere figli, perché in tal caso si estinguerebbero insieme con i maschi: Muoia Sansone con tutti i filistei. Parafrasando il Nietzsche dell'Anticristo, dico pervertita la donna, quando perde i suoi istinti, quando sceglie, quando preferisce, quel che è nocivo a sé e a tutta l'umanità. Oltretutto sarebbe un enorme spreco di energia, di forza, di ricchezza evolutiva, se le donne giungessero a tale risoluzione. Anche se l'evoluzione della specie umana non ha in sé alcuna finalità, e né la persegue, nondimeno attraverso le sue occulte cause misteriose, ha prodotto degli esseri, che pur nella loro infinita variazione di doti individuali, sono in grado di raggiungere le più alte vette dell'eccellenza sia culturale che morale, ed edificare sulla terra il paradiso tanto agognato. Ciò che si vuol sostenere è questo: a) non c'è alcuna segreta intenzione dell'evoluzione animale; b) l'uomo non ne è il coronamento, e ogni essere umano - il maschio e/o la femmina - gli è a fianco sullo stesso livello di perfezione; c) dati come esiti finali del processo, l'uomo e la donna, tra i due vi sono esseri caratterizzati da infinite combinazioni di mascolinità e femminilità - e tutti, così composti, si definiscono uomini, cioè persone. Con la loro scelta negativa - liberamente compiuta - le donne vanificherebbero l'incommensurabile processo evolutivo, durato migliaia e migliaia, se non milioni di anni, per dare i natali all'uomo e alla donna, prescindendo dalle variazioni sessuali, che, congiungendosi, celebrano il miracolo dell'umana natura maternita-paternità e della procreazione della novella creatura. Dice la donna: il corpo (o meglio, l'utero) è mio e lo gestisco io. Il che vuol dire diritto all'autonomia e all'autodeterminazione, che materialmente si traduce nella formula Tota mulier sine utero.

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Il diritto di libertà, autonomia e autodeterminazione, spetta de jure alle donne e agli uomini, solo quando vengono normativamente sanciti e regolati dal legislatore. Tra l'altro, il diritto, per definizione, è il suo esercizio, e tale esercizio non è mai assoluto, ma bensì relativo a determinati limiti e condizioni. Pertanto, l'equazione femminile: libertà = negazione della funzione materna, non va disgiunta dalla responsabilità e dalla coscienza. La responsabilità di chi - è, e ciò che è, e ciò che può - non dipende dalla sua individualità, sciolta da ogni legame con gli altri da sé e dalla socio-cultura dell'ambiente di nascita e di vita. P.e.. assumo la libertà di andare a 100 all'ora, quando la velocità massima consentita è di molto inferiore. Te ne assumi la responsabilità civile e penale quando vai a investire un pedone che attraversa, secondo le norme, le strisce pedonali.

La coscienza di chi - ella stessa - è figlia di.., che non si è fatta da sola, che ha il dovere morale e sociale di prendere parte attiva alla sopravvivenza della specie, ben conscia della sua potenzialità procreativa. La donna, più dell'uomo, può cogliere in sé, nel proprio spirito, nella propria coscienza, la prova della sua essenza superiore, della sua divinità, del miracolo della sua natura. E il miracolo è la creatura che dà alla luce, ch'ella nutre col proprio latte, e spiritualmente con l'educazione. La donna libera, responsabile e cosciente, non mercifica la sua capacità gestazionale, e il suo utero, bene prezioso e privilegio, valore morale-religioso, strettamente personale, non ha un carattere commerciale o cosale. L'uterus sine muliere, null'altro è se non la reificazione dell'ideale della femminilità. Tuttavia, vi sono casi in cui la donna rischia di diventare madre senza averlo voluto o senza averne avuto coscienza. E casi in cui, pur rimanendo felicemente incinta, non è in grado psico-fisicamente di portare a termine la gravidanza. Casi in cui è vittima di uno stupro: si considerino, p.e., le stuprazioni commesse dall'esercito nemico come effetto collaterale della guerra. L'aborto è l'unica soluzione, e a mio avviso non vi è nulla di immorale o di empio in questo. Se è lecito per l'evoluzione causare aborti spontanei, è parimenti lecito per la donna nelle suddette condizioni abortire, ma sempre e comunque con tutte le provvidenze che lo Stato nazionale, di concerto con le associazioni femministe e/o di volontariato civile e religioso, prende a tutela della salute fisica-mentale-psichica-sessuale-riproduttiva della donna che ha subito tale ignominiosa violenza, che grida vendetta agli occhi di Dio, e del mondo intero. Rimarco il concetto: il diritto di abortire è la legge che lo sancisce, con norme e regole esplicite, e soprattutto d'ordine previdenziale. Vi sono quelli che dichiarano apertis verbis che l'aborto non è un diritto. Bene! se non è un diritto, 30 milioni di donne lo renderanno tale con la forza della loro potenza numerica ed elettorale.

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2.0. - ALTERITÀ = inessenzialità. S. de Beauvoir, Il secondo sesso (1949). Simone Lucie Ernestine Marie Bertrand de BEAUVOIR {Parigi, 9/01/1908 - † 14/04/1986}, iscritta alla Sorbone nel 1926 e laureatasi con una tesi su Leibniz, consegue, l'anno 1929, l'agrégation {abilitazione all'insegnamento} in filosofia. Nello stesso anno s'incontra con il filosofo esistenzialista, Jean-Paul Sarte: ha inizio la loro storia d'amore, edificata su una grande e reciproca stima intellettuale: unione coniugale e intellettuale, costellata di rapporti extraconiugali, non di rado con la condivisione della stessa amante. Una vita vissuta insieme per più di 50 anni: J.-P. Sarte muore il 15/04/1980, e Simone de Beauvoir il 14/04/1986; sepolti entrambi nel Cimitero di Montparnasse, a sud di Parigi. La filosofa esistenzialista, nell'opera Il Secondo sesso (1949), non espone solo il suo pensiero sulle tematiche femminili, ma scrive anche una intera storia della condizione della donna dalla preistoria al Novecento, unitamente, come riporta Franco Restiano nel Capitolo XXX, Il pensiero delle donne sulle donne, della Storia della Filosofia (N. Abbagnano, 2006. Vol. 9), a "una intera ricostruzione dei tipi di esperienza che caratterizzano le diverse fasi della vita di ogni singola donna." [p. 99]. Il Secondo Sesso è in due libri: LIBRO 1°. Fatti e miti. 1a Parte - Destino: Cap. I. I dati della Biologia; Cap. II. Il punto di vista psicanalitico; Cap. III. Il punto di vista del Materialismo Storico. 2a Parte - Storia: Cap. I. {I nomadi}; Cap. II {Primi agricoltori}; Cap. III {Patriarcato e Antichità Classica}; Cap. IV. Cap. IV. {Dal Medio Evo al XVIII secolo in Francia}; Cap. V. 5° {Fin dalla Rivoluzione Francese: il lavoro e il voto}. 3a Parte - Miti: Cap. I. {Sogni, paure, idoli}; Cap. II. {Il mito della donne in 5 autori} I. Montherlant, Il Pane del Disgusto; II. - D.H. Lawrence, L'Orgoglio fallico; III. - Claudel e l'Ancella del Signore; IV. - Breton, La poesia; V. - Stendhal, Il romanzesco del vero; VI. {Sintesi}; Cap. III. {Miti e Realtà}. LIBRO 2°. L'esperienza vissuta. 1a Parte - Formazione: Cap. I, Infanzia; Cap. II. La fanciullezza; Cap. III. L'Iniziazione sessuale; Cap. IV. La lesbica. 2a Parte - Situazione: Cap. V. La donna sposata; Cap. VI. 2° La madre; Cap. VII. La vita di società; Cap. VIII. Prostitute ed Etere (donna di facili costumi); Cap. IX. Dalla maturità alla vecchiaia; Cap. X. Situazione e carattere della donna. 3a Parte - Giustificazioni: Cap. XI. La narcisista; Cap. XII. L'innamorata; Cap. XIII. La mistica. 4a Parte - Verso la liberazione: Cap. XIV. La donna indipendente. Conclusione. Praticamente, il primo attiene ai fatti e ai miti correlati con l'essere donna, vale a dire: il destino, per l'appunto, della donna come presentato e spiegato dalla biologia, psicanalisi e materialismo storico; la storia della condizione femminile dalla preistoria al Novecento; i miti pertinenti al passato e al tempo presente. Il secondo, invece, all'esperienza vissuta dalla donna nell'infanzia, fanciullezza, iniziazione sessuale, rapporti lesbici, matrimonio, maternità, vita di società, prostituzione ed hétaïrisme {condizione, costumi delle etere}, età adulta e vecchiaia, narcisismo, innamoramento, misticismo, indipendenza.

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All'inizio de Le deuxième sexe (I), ci sono due eserghi, cioè due motti o citazioni, il primo è di Pitagora: "Vi è un principio buono che ha creato l'ordine, la luce e l'uomo; e un principio cattivo che ha creato il caos, le tenebre e la donna." Il secondo, di Poullain de La Barre: "Tutto quanto è stato scritto dagli uomini sulle donne, deve essere sospetto, perché essi sono al contempo giudice e parte in causa." E quale sottotitolo della Introduzione {versione inglese}, "Woman as Other". Prima una breve sintesi, poi si riportano la traduzione mia dal francese della Introduzione (1° libro), del Cap. X (2° libro) e, correlativamente, le riflessioni personali e infine le conclusioni. In breve: Querelle del femminismo = voluminose sciocchezze, stupidaggini, idiozie. La donna = Tota mulier in utero. La femmina è in pericolo: Siate donne, restate donne, diventate donne. Ogni essere umano femminile non è quindi necessariamente una donna. Femminilità = realtà misteriosa e minacciata. Scienze biologiche e sociali = non esistono entità immutabili e fisse, definienti determinate caratteristiche della donna ecc. Il carattere = reazione secondaria a una situazione (interazione individuo-ambiente). Una certezza = la donna, al pari dell'uomo, un essere umano. Ogni essere umano = singolarmente situato. Nessuna donna può pretendere, senza malafede, di situarsi al di là del suo sesso. La donna appare come negativo cosicché ogni determinazione le viene imputata come limite, senza reciprocità. La donna si determina e differenzia in confronto all'uomo, e non questi in confronto a lei. La donna = l'inessenziale di fronte all'essenziale. L'uomo = il Soggetto, l'Assoluto; la donna = l'Altro. L'Alterità = categoria fondamentale del pensiero umano. Nessuna collettività si definisce UNA senza porre immediatamente l'ALTRA di fronte a sé. Levi-Straus = passaggio dallo stato di Natura allo stato di Cultura, tramite opposizioni. Il soggetto si pone solo opponendosi = si afferma come l'essenziale e costituisce l'altro come inessenziale, come oggetto. Nessun soggetto si pone di colpo come Altro dall'Uno che si pone Uno. Domanda cruciale = perché il ritornamento dell'Altro all'Uno non avviene. Donde scaturisce, nella donna, la sua sottomissione al maschio? Ci sono sempre state le donne; sono donne per la loro struttura fisiologica; fin dalla storia sono sempre state subordinate all'uomo = la loro dipendenza non è la conseguenza di un evento o di un divenire, non è avvenuta. In gran parte è perché sfugge al carattere accidentale del fatto storico che l'alterità appare qui come un assoluto. Se la donna si scopre come l'inessenziale che giammai torna all'essenziale, è perché, questo ritorno, lei non lo realizza. L'azione delle donne = un'agitazione simbolica: guadagnavano solo ciò che gli uomini erano disposti a concedere loro; non hanno preso nulla, hanno solo ricevuto. Il fatto è che non hanno i mezzi concreti per formare un tutto unitario da porsi in opposizione. Non hanno passato, né storia, né religione che sia loro propria. Esse vivono disperse tra gli uomini, riallacciate dall'habitat, lavoro, interessi economici, condizione sociale a certi uomini - padre o marito - più strettamente che ad altre donne. La divisione dei sessi = un dato biologico, non un momento della storia umana. Caratteristica fondamentale della donna = essere l'Altro nel cuore di una totalità, i cui due termini sono necessari l'uno all'altro. Il bisogno biologico = desiderio sessuale e desiderio di una posterità, che rende il maschio dipendente dalla femmina, non ha affrancato socialmente la donna. Rifiutare di essere l'Altro, rifiutare la complicità con l'uomo = rinunciare a tutti i vantaggi che l'alleanza con la casta superiore può loro conferire. L'uomo sovrano, signore-padrone, proteggerà materialmente la donna ligia e giustificherà la sua esistenza. La donna non pretende d'essere un soggetto, non ha i mezzi concreti per farlo = sperimenta il legame necessario che la lega all'uomo senza porre reciprocità, e spesso si diletta nel suo ruolo di Altro. Il solo fatto che la donna sia Altro, mette in discussione tutte le giustificazioni che gli uomini hanno saputo dare per essa = palesemente dettate dal loro interesse.

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Qualsiasi cosa scritta da uomini sulle donne dev'essere sospetta, perché essi sono giudice e parte in causa. Fin dall'antichità, satirici e moralisti si sono divertiti a dipingere il quadro delle debolezze femminili. La donna è una bestia che non è né ferma né stabile (S. Agostino). Una conseguenza della rivoluzione industriale = la partecipazione delle donne al lavoro produttivo: le rivendicazioni femministe escono dal dominio teorico, e trovano basi economiche. La borghesia si aggrappa alla morale antica = nella solidità della famiglia, il garante della proprietà privata. Richiede la donna al focolare domestico, tanto più amaramente quanto la sua emancipazione diventa una vera minaccia. All'interno della classe operaia, gli uomini hanno cercato di frenare questa liberazione, perché le donne sembravano loro pericolose concorrenti, e tanto più perché erano abituate a lavorare a salari bassi. Circolo vizioso = quando un individuo o un gruppo di individui è mantenuto in una situazione di inferiorità, il fatto è che è inferiore. La malafede consiste nel dare alla parola essere un valore sostanziale, quando il significato dovrebbe essere dinamico hegeliano = essere è essere diventato, è essere stato fatto come a noi si manifesta. Le donne, nel complesso, sono oggi inferiori agli uomini, nel senso cioè che la loro situazione permette loro meno possibilità; alcuni maschi temono la concorrenza femminile. Uno dei vantaggi che l'oppressione assicura agli oppressori = il più umile di loro si sente superiore: il più mediocre dei maschi credesi un semidio di fronte alle donne. Gli uomini traggono vantaggio dall'alterità delle donne. Maschi che soffrono di un complesso di inferiorità = nessuno è più arrogante, aggressivo o spezzane verso le donne di un uomo preoccupato per la sua virilità. Per spiegare la situazione delle donne, alcune donne sono nella posizione migliore. Non è una essenza misteriosa che detta agli uomini e alle donne la buona o mala fede = è la loro situazione che li dispone più o meno alla ricerca della verità. Molte donne oggi, avendo avuto la chance di vedersi restituire tutti i vantaggi dell'essere umano, si possono permettere il lusso dell'imparzialità. È senza dubbio impossibile affrontare qualsiasi problema umano senza pregiudizi. Morale beauvoiriana esistenzialista = ogni soggetto si pone concretamente, per il tramite di progetti, come una trascendenza; allorché la trascendenza ricade nell'immanenza, c'è una degradazione dell'esistenza nell'in sé, della libertà nella fatticità: questa caduta è una colpa morale se è permessa dal soggetto; se gli è inflitta, assume la forma di frustrazione e oppressione. In entrambi i casi, è un male assoluto. Il dramma della donna = il conflitto tra la rivendicazione fondamentale di ogni soggetto che si pone sempre come essenziale, e le esigenze di una situazione che la costituisce come inessenziale.

*§*

2.1. - Introduzione. [p. 16/318] Ho esitato a lungo prima di scrivere un libro sulle donne. L'argomento è irritante,

soprattutto per le donne, e non è una novità. La querelle {controversia, polemica, lungo dibattito spec. di natura culturale o politica} del femminismo ha fatto scorrere abbastanza inchiostro, ora è quasi finita: non ne parliamo più. Tuttavia se ne parla ancora. E non sembra che le voluminose sciocchezze {stupidaggini; idiozie} dette nel secolo scorso, abbiano gettato molta luce sul problema. Inoltre, c'è un problema? E qual è? Ci sono anche le donne? È vero che la teoria dell'eterno femminino ha ancora seguaci; sussurrano: "Anche in Russia, le donne sono ancora davvero molto donne"; ma altre persone ben informate - e talvolta anche le stesse - sospirano: "La donna si perde {scompare}, la donna è perduta". Non sappiamo più se ci sono ancora donne, se ci saranno sempre, se dobbiamo o non dobbiamo desiderarlo; quale posto occupano in questo mondo, quale posto dovrebbero occuparvi. "Dove sono le donne?, domandava di recente una rivista occasionale. Ma prima: cos'è una donna? "Tota mulier in utero {la donna è tutta intera nel suo utero, ovvero la donna si definisce in rapporto alla maternità, reale o potenziale}: è una matrice {un utero cioè}", dice uno. Tuttavia, parlando di certe donne, gli intenditori decretano: "Non sono donne", nonostante abbiano un utero come le altre. Tutti sono d'accordo nel riconoscere che ci sono femmine nella specie umana; oggi, come prima, costituiscono quasi la metà dell'umanità; eppure ci viene detto che “la femminilità è in pericolo”; siamo esortate: “Siate donne, restate donne, diventate donne. Ogni essere umano femminile non è quindi necessariamente una donna; bisogna che partecipi a questa realtà misteriosa e minacciata che è la femminilità. È secreta dalle ovaie? o immobile in fondo a un cielo platonico? Basta una sottoveste con fru-fru per riportarla con i piedi per ter

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ra? Sebbene alcune donne si sforzino con zelo di incarnarlo, il modello non è mai stato stabilito. La si descrive volentieri in termini vaghi e luccicanti che sembrano presi in prestito dal vocabolario dei chiaroveggenti. Al tempo di San Tommaso, appariva come una essenza, definita certamente come la virtù soporifera del papavero. Ma il concettualismo ha perso terreno: le scienze biologiche e sociali non credono più nell'esistenza di entità immutabilmente fisse che definirebbero determinate caratteristiche come quelle [p. 17/318] della donna, dell'ebreo o del nero; vedono il carattere come una reazione secondaria a una situazione {o meglio, una interazione tra l'individuo e l'ambiente}. Se oggi non c'è più femminilità, è perché non c'è mai stata. Questo significa che la parola "donna" non ha contenuto? Questo è ciò che affermano con vigore i partigiani della filosofia dell'illuminismo, del razionalismo, del nominalismo: tra gli esseri umani, le donne sarebbero solo quelle che si designano arbitrariamente con la parola "donna"; in particolare le donne americane pensano volentieri che le donne in quanto tali non abbiano più un posto; se una tarda di mente si crede ancora una donna, le sue amiche le consigliano di farsi psicanalizzare per liberarsi da questa ossessione. A proposito di un opera, d'altronde assai irritante {snervante}, intitolata Modern Woman: a lost sex, Dorothy Parker ha scritto: "Non posso essere giusta con i libri che trattano delle donne in quanto donne... La mia idea è che tutti, tanto gli uomini che le donne, chiunque noi siamo, dovrebbero essere considerati esseri umani." Ma il nominalismo è una dottrina piuttosto scarsa; e le antifemministe si divertono a mostrare che le donne non sono uomini. Sicuramente la donna è, al pari dell'uomo, un essere umano: ma tale affermazione è astratta; il fatto è che ogni essere umano concreto è sempre singolarmente situato. Rifiutare le nozioni di eterno femminino, di anima nera, di carattere ebraico, non significa negare che oggi non ci siano ebrei, neri, donne: questa negazione non rappresenta per gli interessati una liberazione, ma una fuga dalla autenticità. È chiaro che nessuna donna può pretendere senza malafede di situarsi al di là del suo sesso. Una nota scrittrice ha rifiutato alcuni anni fa di far apparire il suo ritratto in una serie di fotografie dedicate specificamente alle scrittrici: voleva essere classificata tra gli uomini; ma per ottenere questo privilegio si servì dell'influenza del marito. Le donne che affermano di essere uomini esigono tuttavia riguardi e omaggi maschili. Ricordo anche questa giovane trotskista in piedi su un palco nel bel mezzo di un incontro tempestoso, che stava per tirare un pugno nonostante la sua evidente fragilità; ha negato la sua debolezza femminile; ma era per amore di un militante a cui voleva essere uguale. L'atteggiamento di sfida in cui le donne americane si irrigidiscono, dimostra che sono ossessionate dal sentimento della loro femminilità. E, in verità, basta camminare con gli occhi aperti per constatare che l'umanità è divisa in due categorie di individui, i cui abiti, i volti, i corpi, i sorrisi, le andature, gli interessi e le occupazioni sono manifestamente diversi: forse queste differenze sono [p. 18/318] superficiali, forse sono destinate a scomparire. Quel che è certo è che per il momento esistono con evidenza eclatante. Se la sua funzione di femmina non basta a definire la donna, se ci rifiutiamo anche di spiegarla con l'eterno femminino, se ammettiamo che, sia pure a titolo provvisorio, che ci sono delle donne sulla terra, allora dobbiamo porci la domanda: che cos'è una donna? L'enunciato stesso del problema mi suggerisce subito una prima risposta. È significativo che io la domanda, la faccia. Un uomo non si sognerebbe mai di scrivere un libro sulla situazione singolare che essi - i maschi cioè - occupano nell'umanità. Se voglio definirmi, sono obbligata prima di tutto a dichiarare: “Io sono una donna”. Questa verità costituisce il terreno su cui si baseranno tutte le altre affermazioni. Un uomo non comincia mai a porsi come un individuo di un certo sesso: che sia un uomo, questo va da sé. È una cosa formale che nei registri dei municipi e nelle dichiarazioni di identità, le intestazioni maschile e femminile appaiono come simmetriche. Il rapporto dei due sessi non è quello di due elettricità, di due poli: l'uomo rappresenta sia il positivo che il neutro al punto che in francese diciamo "les hommes" per designare gli esseri umani, il significato singolare della parola "vir ”, essendo stato assimilato al significato generale della parola “homo”. La donna appare come il negativo tanto che ogni determinazione le viene imputata come un limite, senza reciprocità. Mi sono talvolta irri

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tata nel corso di astratte discussioni nel sentire gli uomini dirmi: "Tu pensi una cosa del genere perché sei una donna"; ma sapevo che la mia unica difesa era rispondere: "Lo penso perché è vero", eliminando così la mia soggettività; non si trattava di ribattere: “E tu pensi il contrario perché sei un uomo”; poiché è inteso che il fatto di essere uomo non è una singolarità; un uomo è nel suo diritto in quanto uomo, è la donna che è nel torto. In pratica, così come per gli antichi esisteva una verticale assoluta rispetto alla quale si definiva l'obliquo, esiste un tipo umano assoluto che è il tipo maschile. La donna ha le ovaie, un utero; ecco le condizioni singolari che la rinchiudono nella sua soggettività; si dice volentieri che pensa con le sue ghiandole. L'uomo dimentica superbamente che la sua anatomia include anche ormoni, testicoli. Prende il suo corpo come una relazione diretta e normale con il mondo che crede di cogliere nella sua oggettività, mentre considera il corpo della donna come appesantito da tutto ciò che lo specifica: un ostacolo, una prigione. "La femmina [p. 19/318] è femmina in virtù di una certa mancanza di qualità", diceva Aristotele. "Dobbiamo considerare il carattere delle donne come afflitto da una difettosità naturale." E San Tommaso, seguendolo, decreta che la donna è un "uomo mancato", un essere "occasionale". È ciò che simboleggia dalla storia della Genesi in cui Eva appare come ricavata, secondo Bossuet, da un "osso soprannumerario" di Adamo. L'umanità è maschio e l'uomo definisce la donna non in sé, ma relativamente a lui; non è considerata un essere autonomo. "La donna, l'essere relativo...", scrive Michelet. Così afferma il Sig. Benda nel le Rapport d'Uriel: "Il corpo dell'uomo ha un significato in sé, fatta astrazione da quello della donna, mentre quest'ultima ne è priva se non si evoca il maschio... L'uomo pensa a sé senza la donna. Lei non riesce a pensare a se stessa senza l'uomo. E lei non è altro che ciò che l'uomo decide; per questo la si chiama "il sesso", volendo dire con ciò che al maschio appare essenzialmente come un essere sessuato: per lui, ella è sesso, quindi lo è assolutamente. Essa si determina e si differenzia in confronto all'uomo e non lui in confronto a lei; lei è l'inessenziale di fronte all'essenziale. Lui è il Soggetto, lui è l'Assoluto: lei è l'Altro.* La categoria dell'Altro è originale quanto la coscienza stessa {fr., conscience; ingl., consciousness}. Nelle società più primitive, nelle mitologie più antiche, si trova sempre una dualità che è quella del Sé e dell'Altro; questa divisione non è stata prima posta sotto il segno della divisione dei sessi, non dipende da alcun dato empirico: è quanto emerge, tra gli altri, dalle opere di Granet sul pensiero cinese, da quelle di Dumézil sulle Indie e Roma. Nelle coppie VarunaMitra, Ouranos-Zeus, Sole-Luna, Giorno-Notte, inizialmente non è coinvolto alcun elemento femminile; non più che nell'opposizione del Bene al Male, dei principi di buon auspicio e di infausto, di destra e di sinistra, di Dio e Lucifero; l'alterità {altérité, alterity} è una categoria fondamentale del pensiero umano: nessuna collettività si definisce Una senza porre immediatamente l'Altra di fronte a sé. Bastano tre viaggiatori riuniti per caso nello stesso scompartimento perché tutti gli altri viaggiatori diventino "altri" vagamente ostili. Per il paesano, tutte le persone che non appartengono al suo villaggio sono "altre" sospette; per il nativo di un paese, gli abitanti di paesi che non sono il suo, appaiono come "stranieri"; gli Ebrei sono “altri” per gli antisemiti, i Neri per i razzisti americani, gli indigeni per i coloni, i proletari per le classi possidenti. Alla fine di uno studio [p. 20/318] approfondito sulle diverse figure delle società primitive, Lévi-Strauss {Claude (Bruxelles, 28/11/1908 - †Parigi, 30/10/2009). Antropologo, sociologo, etnologo e filosofo francese. Teorico dello strutturalismo} ha potuto concludere: "Il passaggio dallo stato di Natura allo stato di Cultura è definito dalla capacità dell'uomo di pensare alle relazioni biologiche sotto forma di sistemi di opposizioni: dualità, alternanza, opposizione e simmetria, sia che si presentino in forme definite o sfocate, costituiscono meno fenomeni che necessitano di essere spiegati che i dati fondamentali e immediati della realtà sociale". Questi fenomeni non si potrebbero comprendere se la realtà umana fosse esclusivamente un mitsein {ted., essere con} basato sulla solidarietà e amicizia. Al contrario, diventa chiaro se, seguendo Hegel, scopriamo nella coscienza stessa una ostilità fondamentale nei confronti di ogni altra coscienza. Il soggetto si pone solo opponendosi {pone se stesso solo in opposizione}: esso pretende di affermarsi come l'essenziale e costituire l'altro come inessenziale, come oggetto.

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Solamente l'altra coscienza gli oppone una pretesa reciproca: viaggiando, il nativo si accorge con scandalo che ci sono dei nativi nei paesi vicini che a loro volta lo considerano uno straniero; tra villaggi, clan, nazioni, classi, ci sono guerre, potlatchs {ingl., cerimonia amerindiana a carattere sacro che consiste in uno scambio di doni}, mercati, trattati, lotte che tolgono all'idea dell'Altro il suo significato assoluto e ne discoprono la relatività; volenti o nolenti, individui e gruppi sono obbligati a riconoscere la reciprocità del loro rapporto. Com'è allora che tra i sessi non si sia posta questa reciprocità, che uno dei termini si sia affermato come unico essenziale, negando ogni relatività rispetto al suo correlativo, definendo quest'ultimo come pura alterità? Perché le donne non contestano la sovranità maschile? Nessun soggetto si pone di colpo e spontaneamente come l'inessenziale; non è l'Altro che definendosi Altro definisce l'Uno: è posto come Altro dall'Uno che si pone come Uno. Ma perché il ritornamento dell'Altro all'Uno non avviene, bisogna che si sottometta a questo punto di vista estraneo. Da dove viene nelle donne questa sottomissione? Vi sono altri casi in cui, per un tempo più o meno lungo, una categoria è riuscita a dominare in modo assoluto un'altra. Spesso è la disuguaglianza numerica a conferire questo privilegio: la maggioranza impone la sua legge alla minoranza o la perseguita. Ma le donne non sono come i neri d'America, come gli ebrei, una minoranza: ci sono tante donne quanti uomini sulla terra. Spesso, inoltre, i due gruppi contrapposti sono stati dapprima indipendenti: non si conoscevano in passato, o ammettevano ciascuno l'autonomia dell'altro; ed è un evento storico che ha subordinato il più debole al più forte: la diaspora ebraica, l'introduzione della [p. 21/318] schiavitù in America, le conquiste coloniali sono fatti datati. In questi casi, per gli oppressi c'era un prima: hanno in comune un passato, una tradizione, a volte una religione, una cultura. In questo senso il riavvicinamento stabilito da Bebel {August Ferdinand (Deutz, 22/02/1840 - † Passugg, 13/08/1913). Politico e scrittore tedesco} tra le donne e il proletariato sarebbe il più fondato: i proletari non sono nemmeno numericamente inferiori e non hanno mai costituito una collettività a sé stante, ma in assenza di evento, si tratta di uno sviluppo storico che spiega la loro esistenza come classe e la distribuzione di questi individui in questa classe. Non ci sono sempre stati proletari: ci sono sempre state le donne; sono donne per la loro struttura fisiologica; fin dalla storia sono sempre state subordinate all'uomo: la loro dipendenza non è la conseguenza di un evento o di un divenire, non è avvenuta. È in (gran) parte perché sfugge al carattere accidentale del fatto storico che l'alterità appare qui come un assoluto. Una situazione che si è creata nel tempo può essere disfatta in un altro tempo: i Neri di Haiti, tra gli altri, lo hanno dimostrato; invece, sembra che una condizione naturale sfidi il cambiamento. In verità, non più della realtà storica la natura è un dato immutabile. Se la donna si scopre come l'inessenziale che non torna mai all'essenziale, è perché non realizza essa stessa questo ritorno. I proletari dicono “noi”. I Neri anche. Ponendosi come sudditi, trasformano i borghesi, i bianchi, in “altri” Le donne – tranne in certi congressi che restano manifestazioni astratte – non dicono “noi”; gli uomini dicono "donne" e usano queste parole per designare se stessi; ma non si pongono autenticamente come Soggetto. I proletari hanno fatto la rivoluzione in Russia, i neri ad Haiti, gli Indocinesi combattono in Indocina: l'azione delle donne non è mai stata che un'agitazione simbolica; guadagnavano solo ciò che gli uomini erano disposti a concedere loro; non hanno preso nulla: hanno ricevuto. È che non hanno i mezzi concreti per riunirsi in un'unità che si porrebbe in opposizione. Non hanno passato, né storia, né religione che sia loro propria; e non hanno, come i proletari, una solidarietà di lavoro e di interessi; non c'è nemmeno tra loro questa promiscuità spaziale che fa, dei Neri d'America, degli Ebrei dei ghetti, degli operai di Saint-Denis o delle fabbriche Renault, una comunità. Esse vivono disperse tra gli uomini, riallacciate dall'habitat, dal lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale a certi uomini – padre o marito – più strettamente che ad altre donne. Le borghesi sono solidali [p. 22/318] con i borghesi e non con le donne proletarie; le bianche, con gli uomini bianchi e non con le donne nere. Il proletariato potrebbe proporsi di massacrare la classe dirigente; un Ebreo o un Nero fanatici potrebbe sognare di impadronirsi del segreto del

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la bomba atomica e rendere l'umanità tutta ebrea, tutta nera: neanche in sogno la donna può sterminare i maschi. Il legame che la unisce ai suoi oppressori non è comparabile a tutti gli altri {legami}. La divisione dei sessi è infatti un dato biologico, non un momento della storia umana. È in seno a un mitsein originario che la loro opposizione ha preso forma e non l'ha spezzata. La coppia è un'unità fondamentale le cui due metà sono inchiodate l'una all'altra: nessuna divisione della società per sessi è possibile. Questo è ciò che caratterizza fondamentalmente la donna: essa è l'Altro nel cuore di una totalità i cui due termini sono necessari l'uno all'altro. Si potrebbe immaginare che questa reciprocità avesse facilitato la sua liberazione; quando Ercole fila la lana ai piedi di Onfalo, il suo desiderio lo incatena: perché Onfale {regina della Lidia. Venuto a mettersi Ercole al suo servizio, Onfale ebbe da lui uno o più figli} non è riuscita ad acquisire un potere duraturo? Per vendicarsi di Giasone, Medea uccide i suoi figli: questa leggenda selvaggia suggerisce che dal legame che la lega al bambino, la donna avrebbe potuto trarre un temibile ascendente. Aristofane ha immaginato in modo divertente in Lisistrata un'assemblea di donne dove avrebbero cercato di sfruttare in comune, per fini sociali, il bisogno che gli uomini hanno di loro: ma questa è solo una commedia. La leggenda, che afferma che le Sabine estasiate hanno opposto ai loro rapitori un'ostinata sterilità, racconta anche che, picchiandole con cinghie di cuoio, gli uomini hanno avuto magicamente la meglio sulla loro resistenza. Il bisogno biologico – desiderio sessuale e desiderio di una posterità – che rende il maschio dipendente dalla femmina, non ha affrancato socialmente la donna. Il padrone e lo schiavo sono uniti anche da un reciproco bisogno economico che non libera lo schiavo. Il fatto è che nel rapporto del padrone con lo schiavo, il padrone non pone il bisogno che ha dell'altro; ha il potere di soddisfare questo bisogno e non lo media; al contrario, lo schiavo nella dipendenza, nella speranza o nella paura, interiorizza il bisogno che ha del padrone; l'urgenza del bisogno, per quanto possa essere uguale in entrambi, gioca sempre a favore dell'oppressore contro l'oppresso: il che spiega perché la liberazione della classe operaia, ad esempio, è stata così lenta. Ora la donna è sempre stata, se non schiava dell'uomo, almeno una sua vassalla {strettamente dipendente dalla sua volontà e dalle sue decisioni}; i due sessi non hanno mai condiviso il mondo allo stesso modo; e ancora oggi, nonostante le sue condizioni stiano cambiando, la donna è gravemente handicappata. In quasi nessun paese, il suo statuto [p. 23/318] giuridico è identico a quello dell'uomo e spesso la pone in notevole svantaggio. Anche quando i diritti sono riconosciuti in astratto, una lunga abitudine impossibilita a trovare concreta espressione nella morale. Economicamente uomini e donne costituiscono quasi due caste; a parità di condizioni, i primi hanno situazioni più vantaggiose, stipendi più alti, più possibilità di successo rispetto alle loro recenti competitrici; occupano nell'industria, nella politica ecc., un numero molto maggiore di posti e sono quelli che ricoprono gli incarichi più importanti. Oltre ai poteri concreti che possiedono, essi sono investiti di un prestigio la cui tradizione viene sostenuta da tutta l'educazione del bambino: il presente avvolge il passato, e nel passato tutta la storia è stata fatta dai maschi. Nel momento in cui le donne cominciano a prendere parte all'elaborazione del mondo, questo mondo è ancora un mondo che appartiene agli uomini: questi non ne dubitano, quelle a malapena ne dubitano. Rifiutare di essere l'Altro, rifiutare la complicità con l'uomo, significherebbe per loro rinunciare a tutti i vantaggi che l'alleanza con la casta superiore può loro conferire. L'uomo sovrano {nel senso del Signore e padrone feudale} proteggerà materialmente la donna ligia {fedelissima del Signore} e sarà lui a giustificare la sua esistenza: con il rischio economico schiva il rischio metafisico di una libertà che deve inventarsi i propri fini senza aiuto. Infatti, accanto alla pretensione di ogni individuo di affermarsi come soggetto, che è una pretensione etica, c'è in lui anche la tentazione di fuggire {evitare} la sua libertà e di costituirsi come cosa: è un cammino nefasto, perché passivo, alienato, smarrito; è allora preda di volontà estranee, tagliato fuori dalla sua trascendenza, frustrato di ogni valore. Ma è un cammino facile: si evita così l'angoscia e la tensione dell'esistenza autenticamente assunta. L'uomo che costituisce la donna come un Altro, troverà quindi in lei una complicità profonda.

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La donna, quindi, non pretende di essere un soggetto perché non ha i mezzi concreti per farlo, perché sperimenta il legame necessario che la lega all'uomo senza porre reciprocità, e perché spesso si diletta nel suo ruolo di Altro. Ma sorge subito la domanda: com'è cominciata tutta questa storia? Comprendiamo che la dualità dei sessi, come ogni dualità, si sia espressa in un conflitto. Comprendiamo che se uno dei due riusciva a imporre la sua superiorità, questa doveva stabilirsi come assoluta. Resta da spiegare perché sia stato l'uomo a vincere all'inizio. Sembra che le donne avrebbero potuto riportare la vittoria; o la lotta avrebbe potuto non essere mai risolta. Come è possibile che questo mondo sia sempre [p. 24/318] appartenuto agli uomini e che solo oggi le cose comincino a cambiare? Questo cambiamento è un bene? Porterà o no a un'equa divisione del mondo tra uomini e donne? Queste domande sono ben lungi dall'essere nuove; sono già state date un gran numero di risposte; ma precisamente il solo fatto che la donna sia Altro mette in discussione tutte le giustificazioni che gli uomini hanno saputo dare per essa: troppo palesemente erano dettate dal loro interesse. "Qualsiasi cosa scritta da uomini sulle donne deve essere sospetta, perché sono sia giudice che parte in causa", ha detto Poullain de la Barre, un femminista del XVII secolo, poco conosciuto. Ovunque, in ogni tempo, i maschi hanno mostrato la soddisfazione che provano nel sentirsi i re della creazione. “Benedetto sia Dio nostro Signore, e Signore di tutti i mondi che non mi ha fatto moglie”, dicono gli ebrei nelle loro preghiere mattutine; eppure le loro mogli mormorano con rassegnazione: "Benedetto sia il Signore che mi ha creato secondo la sua volontà". Tra i benefici per i quali Platone ringraziò gli dèi, il primo era che lo avevano creato libero e non schiavo; il secondo, uomo e non donna. Ma i maschi non avrebbero potuto godere pienamente di questo privilegio se non l'avessero considerato come fondato nell'assoluto e nell'eternità: del fatto della loro supremazia hanno cercato di farne un diritto: "Quelli che hanno fatto e compilato le leggi, essendo uomini, hanno favorito il loro sesso, e i giureconsulti hanno mutato le leggi in principi", dice ancora François Poullain de la Barre {(Parigi, 1647 - † Ginevra, 1726) Filosofo e scrittore francese}. Legislatori, sacerdoti, filosofi, scrittori e studiosi si sono accaniti a dimostrare che la condizione subordinata della donna era voluta in cielo e vantaggiosa in terra. Le religioni forgiate dagli uomini rispecchiano questo desiderio di dominio: nelle leggende di Eva, di Pandora, disegnavano armi. Mettono al loro servizio la filosofia e la teologia, come abbiamo visto nelle frasi di Aristotele e di san Tommaso che abbiamo citato. Fin dall'antichità, satirici e moralisti si sono divertiti a dipingere il quadro delle debolezze femminili. Sappiamo quali accuse violente sono state sollevate contro di loro in tutta la letteratura francese: Montherlant {Henry de (Parigi, 21/04/1895 - † 21/09/1972) Scrittore, drammaturgo e poeta francese} riprende la tradizione di Jean de Meung {(Meung-sur-Loire, 1240 circa - † Parigi, 1305 circa) Poeta francese} con meno verve {estro, vivacità}. Questa ostilità sembra talvolta giustificata, spesso gratuita; in verità nasconde un desiderio di autogiustificazione più o meno abilmente mascherato. “È più facile accusare un sesso che scusare l'altro”, dice Montaigne {Michel Eyquem de (Bordeaux, 28/02/1533 - † Saint-Michel-de-Montaigne, 13/09/1592) Filosofo, scrittore e politico francese, noto anche come aforista} In alcuni casi il processo è ovvio. Colpisce, ad esempio, che il

codice romano per limitare i diritti delle donne invochi "l'imbecillità, la fragilità del sesso" nel momento in cui, per l'indebolimento della famiglia, essa diventa un pericolo per [p. 25/318] gli eredi maschi. Colpisce che nel XVI secolo, per tenere in tutela la donna sposata, si appellassero all'autorità di sant'Agostino, dichiarando che "la donna è una bestia che non è né ferma né stabile", mentre la nubile è riconosciuta capace di gestire i propri beni. Montaigne ha capito benissimo l'arbitrarietà e l'ingiustizia del destino assegnato alle donne: "Le donne non hanno affatto torto quando rifiutano le regole che si presentano al mondo, soprattutto perché sono gli uomini che le hanno fatte senza di esse." Naturalmente c'è briga e riotta {contesa, questione sì di fatti che di parole: Tommaseo-Bellini} tra loro e noi”, ma non al punto di farsi loro campione. Fu solo nel 18° secolo che uomini profondamente democratici considerarono obiettivamente la questione. Diderot {Denis (Langres, 5/10/1713 - † Parigi, 31/07/1784) Filosofo, enciclopedista, scrittore e

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critico d'arte francese}, tra gli altri, si propone di dimostrare che la donna è, al pari dell'uomo, un

essere umano. Poco dopo, Stuart Mill la difende con ardore. Ma questi filosofi sono di una imparzialità eccezionale. Nel 19° secolo, la disputa sul femminismo è tornata a essere una disputa partigiana; una delle conseguenze della rivoluzione industriale è la partecipazione delle donne al lavoro produttivo: in questo momento le rivendicazioni femministe escono dal dominio teorico, trovano basi economiche; i loro avversari diventano sempre più aggressivi; sebbene la proprietà fondiaria sia in parte detronizzata, la borghesia si aggrappa all'antica morale che vede nella solidità della famiglia il garante della proprietà privata: richiede la donna al focolare domestico tanto più amaramente quanto la sua emancipazione diventa una vera minaccia; anche all'interno della classe operaia, gli uomini hanno cercato di frenare questa liberazione, perché le donne sembravano loro pericolose concorrenti, e tanto più perché erano abituate a lavorare a salari bassi. Per provare l'inferiorità delle donne, gli antifemministi si sono poi avvalsi non solo della religione, filosofia e teologia, come prima, ma anche della scienza: biologia, psicologia sperimentale ecc. Tuttalpiù, si consentiva di accordare all'altro sesso "l'uguaglianza nella differenza". Questa formula che ha fatto fortuna, è molto significativa: è proprio quella usata nei confronti dei neri d'America nelle leggi di Jim Crow {Emanate, Negli Stati Uniti d'America, tra il 1877 e il 1964. Di fatto servirono a creare e mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, istituendo lo status di separati ma uguali per i neri americani e per i gruppi razziali diversi dai bianchi}: però questa cosiddetta segregazione egualitaria è servita solo a introdurre la discriminazione più estrema. Questa convergenza {similarità, analogia} non ha nulla a che vedere

con il caso: che si tratti di una razza, di una casta, di una classe, di un sesso ridotto a una condizione inferiore, i processi di giustificazione sono gli stessi. L'eterno femminino" è l'omologo dell'anima nera e del carattere ebraico. Il problema ebraico è d'altronde preso nel suo insieme, molto diverso dagli altri due: per l'antisemita l'ebreo non è tanto un [p. 26/318] inferiore quanto un nemico, e non è riconosciuto in questo mondo come avente un posto che gli appartenga; si desidera piuttosto annientarlo. Ma ci sono profonde analogie tra la situazione delle donne e quella dei neri: le une e gli altri si emancipano oggi dallo stesso paternalismo e l'ex padrona vuole tenerli al “loro posto”, cioè nel luogo ch'ella ha scelto per loro; in entrambi i casi, lei si profonde in elogi più o meno sinceri riguardo alle virtù del "nero buono" dall'anima inconscia, infantile, ridente; del nero rassegnato, e della donna "veramente donna", cioè frivola, infantile, irresponsabile, la donna sottomessa all'uomo. In entrambi i casi, trae argomento dallo stato di cose che ha creato. Conosciamo la battuta di Bernard Shaw {George (Dublino, 26/07/1856 - †Ayot St. Lawrence, 2/11/1950). Scrittore, drammaturgo, linguista e critico musicale irlandese. Premio Nobel per la letteratura nel 1925}: “Il bianco americano, dice, in sostanza, relega il nero

al rango di lustrascarpe: e conclude che è bravo solo a lustrare le scarpe. Troviamo questo circolo vizioso in tutte le circostanze analoghe: quando un individuo o un gruppo di individui è mantenuto in una situazione di inferiorità, il fatto è che è inferiore; ma è sulla portata della parola essere che bisognerebbe essere d'accordo; la malafede consiste nel darle un valore sostanziale, mentre ha il significato dinamico hegeliano: essere è essere diventato, è essere stato fatto come a noi si manifesta; sì, le donne nel loro insieme sono oggi inferiori agli uomini, cioè la loro situazione permette loro meno possibilità: il problema è sapere se questo stato di cose debba perpetuarsi. Molti uomini lo sostengono: ma non tutti hanno disarmato {si sono arresi, hanno cessato dalla lotta o da una opposizione, si sono dati per vinti}. La borghesia conservatrice continua a vedere nell'emancipazione delle donne un pericolo che minaccia la loro morale e i loro interessi. Alcuni maschi temono la concorrenza femminile. Nel Hebdo-Latin {Settimanale Latino} uno studente ha dichiarato l'altro giorno: “Ogni studentessa che accetta un lavoro come medico o avvocato, ci ruba un posto”; quello non ne metteva in dubbio i diritti in questo mondo. Gli interessi economici non sono gli unici. Uno dei vantaggi che l'oppressione assicura agli oppressori, è che il più umile tra di loro si sente superiore: un "povero bianco" del sud degli Stati Uniti ha la consolazione di dirsi che non è uno "sporco negro"; e i bianchi più ricchi sfruttano abilmente questo orgoglio. Allo stesso modo, il più mediocre dei maschi si crede un semidio di

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fronte alle donne. Era molto più facile per M. de Montherlant pensare a se stesso come un eroe quando si confrontava con le donne (d'altronde scelte a bella posta), allorché doveva svolgere il suo ruolo di uomo tra gli uomini: un ruolo che molte donne hanno assolto meglio di lui. È così che nel [p. 27/318] Settembre 1948, in un suo articolo su Le Figaro littéraire, il signor Claude Mauriac {(Parigi, 25/04/1914 - † 22/03/1996) Scrittore, saggista e drammaturgo francese} – di cui tutti ammirano la potente originalità – poteva scrivere riguardo alle donne: “Ascoltiamo con un tono (sic!) di cortese indifferenza... la più brillante tra di loro, sapendo bene che il suo spirito riflette più o meno brillantemente idee che vengono da noi." Non sono ovviamente le idee di M. C. Mauriac in persona che la sua interlocutrice riflette, dato che non gliene conosceva alcuna; che ella rifletta idee che vengono dagli uomini, è possibile: tra gli stessi maschi c'è più di uno che si attiene a opinioni che non ha inventato; ci si può chiedere se M. Claude Mauriac non avrebbe interesse a intrattenersi con una buona immagine riflessa di Cartesio, Marx e Gide, piuttosto che con se stesso; ciò che è notevole è che per l'equivoco del noi si identifica con san Paolo, Hegel, Lenin e Nietzsche, e, dall'alto della loro grandezza, guarda con disprezzo il branco di donne che osano parlargli alla pari; a dire il vero, ne so più di una che non avrebbe la pazienza di concedere al signor Mauriac un “tono di cortese indifferenza”. Ho insistito su questo esempio perché l'ingenuità maschile è davvero disarmante. Ci sono molti altri modi più sottili in cui gli uomini traggono vantaggio dall'alterità {altérité} delle donne. Per tutti coloro che soffrono di un complesso di inferiorità, qui c'è un linimento miracoloso: nessuno è più arrogante verso le donne, aggressivo o sprezzante, di un uomo preoccupato per la sua virilità. Coloro che non sono intimiditi dai loro simili, sono anche molto più disposti a riconoscere nelle donne un simile; anche a loro, però, il mito della Donna, dell'Altro, è caro per molte ragioni; non li si può biasimare per non sacrificare volentieri tutti i benefici che ne ricavano: sanno cosa perdono rinunciando alla donna come la sognano, ignorano ciò che arrecherà loro la donna quale sarà domani. Ci vuole molta abnegazione per rifiutare di porsi come Soggetto unico e assoluto. Inoltre, la stragrande maggioranza degli uomini non assume esplicitamente questa pretensione. Non pongono la donna come inferiore: oggi essi sono troppo imbevuti dell'ideale democratico per non riconoscere, in tutti gli esseri umani, degli uguali. In seno alla famiglia, la donna è apparsa al bambino, al ragazzo {o al giovanotto} come rivestita della stessa dignità sociale dei maschi adulti: poi egli ha sperimentato nel desiderio e nell'amore la resistenza, l'indipendenza della donna, desiderata e amata; sposato, rispetta nella sua donna, la sposa, [p. 28/318]la madre e, nell'esperienza concreta della vita coniugale, lei si afferma di fronte a lui come una libertà. Egli può quindi convincersi che non esiste più alcuna gerarchia sociale tra i sessi e che, nel complesso, nonostante le differenze, la donna è una pari. Poiché tuttavia osserva alcune inferiorità - la più importante delle quali è l'incapacità professionale - le mette sul conto della natura. Quando ha un atteggiamento di collaborazione e benevolenza verso le donne, tematizza il principio di uguaglianza astratta; e la concreta disuguaglianza che osserva, non la postula. Ma non appena entra in conflitto con essa, la situazione si ribalta: tematizzerà la disuguaglianza concreta e si autorizzerà persino a negare l'eguaglianza astratta. È così che molti uomini affermano con quasi buona fede che le donne sono uguali agli uomini e che non hanno nulla da rivendicare, e allo stesso tempo: che le donne non possono mai essere uguali agli uomini e che le loro rivendicazioni sono vane. Questo perché è difficile per gli uomini misurare l'estrema importanza delle discriminazioni sociali, le quali all'esterno sembrano insignificanti, le cui ripercussioni morali e intellettuali sono così profonde nella donna da sembrare che abbiano la loro origine in una natura originaria. L'uomo che ha più simpatia per la donna, non conosce mai bene la sua situazione concreta. Inoltre non c'è motivo di credere ai maschi quando si sforzano di difendere privilegi dei quali, non ne misurano neppure tutta la portata. Non ci lasceremo quindi intimidire dal numero e dalla violenza degli attacchi diretti contro le donne; né circonvenire con lodi interessate che sono tributate alla "vera donna"; né guadagnarci con l'entusiasmo che il suo destino suscita negli uomini che non vorrebbero condividerlo per nulla al mondo.

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Tuttavia non dobbiamo considerare, con meno diffidenza, le argomentazioni delle femministe: molto spesso la preoccupazione polemica le priva di ogni valore. Se la "questione delle donne" è così oziosa, è perché l'arroganza maschile ne ha fatto una "querelle"; quando litighiamo, non ragioniamo più bene. Quello che abbiamo cercato instancabilmente di dimostrare, è che la donna è superiore, inferiore o uguale all'uomo: creata dopo Adamo, è ovviamente un essere secondario, hanno detto; al contrario, dicevano altri, Adamo era solo un abbozzo, e Dio perfezionò l'essere umano quando creò Eva; il suo cervello è il più piccolo: ma è relativamente il più grande; il Cristo si è fatto uomo: forse è per umiltà. Ogni argomento richiama immediatamente [p. 29/318] il suo opposto e spesso entrambi sono falsi. Se vogliamo provare a vedere le cose chiaramente, dobbiamo uscire da questi schemi; dobbiamo respingere le vaghe nozioni di superiorità, inferiorità, uguaglianza che hanno pervertito tutte le discussioni e ricominciare da capo. Ma allora come porre la questione? E prima di tutto, chi siamo noi per porla? Gli uomini sono giudice e parte in causa: anche le donne. Dove trovare un angelo? In verità un angelo sarebbe mal qualificato per parlare, ignorerebbe tutti i dati del problema; quanto all'ermafrodita, è un caso molto singolare: non è contemporaneamente uomo e donna, ma piuttosto né uomo né donna. Credo che, per spiegare la situazione delle donne, siano ancora alcune donne a essere nella posizione migliore. È un sofisma pretendere di ridurre Epimenide {di Creta (Cnosso, VIII sec. a.C. - † VII sec. a.C.). Scrittore e filosofo greco antico} al concetto di Cretesi e i Cretesi a quello di bugiardo {Vd. il paradosso del mentitore}: non è un'essenza misteriosa che detta agli uomini e alle donne la buona o mala fede; è la loro situazione che li dispone più o meno alla ricerca della verità. Molte donne oggi, avendo avuto la chance di vedersi restituire tutti i privilegi dell'essere umano, possono permettersi il lusso dell'imparzialità: ne sentiamo persino il bisogno. Non siamo più come le nostre combattenti più vecchie; grosso modo abbiamo vinto la partita; nelle recenti discussioni sulla condizione delle donne, l'ONU non ha mai cessato di reclamare imperiosamente che l'uguaglianza dei sessi finisca di realizzarsi, e già molte di noi non hanno avuto mai da vivere la propria femminilità come un disagio o un ostacolo; molti problemi ci sembrano più essenziali di quelli che ci riguardano singolarmente: proprio questo distacco ci fa sperare che il nostro atteggiamento sia obiettivo. Tuttavia, conosciamo il mondo femminile più intimamente degli uomini, perché in esso abbiamo le nostre radici; capiamo più immediatamente cosa significa, per un essere umano, essere femminile; e ci preoccupiamo più di conoscerlo. Ho detto che c'erano problemi più essenziali; il che non impedisce che questo conservi una certa importanza ai nostri occhi: come influirà sulla nostra vita il fatto di essere donne? Esattamente, quali possibilità ci sono state date e quali negate? Quale destino possono aspettarsi le nostre sorelle più giovani, e in quale direzione dovrebbero orientarsi? È stupefacente come la letteratura femminile nel suo insieme sia, al giorno d'oggi, animata molto meno da una volontà di rivendicazione che da uno sforzo di lucidità. Uscendo da un'era di polemiche disordinate, questo libro è un tentativo, tra gli altri, di fare un bilancio. [p. 30/318] Ma senza dubbio è impossibile affrontare qualsiasi problema umano senza pregiudizi: il modo stesso di porre le domande, le prospettive adottate suppongono gerarchie di interessi; ogni qualità implica valori; non esiste una descrizione sedicente obiettiva {cioè imparziale} che non si sollevi da un background etico. Invece di cercare di dissimulare i principi che più o meno esplicitamente si sottintendono, è meglio prima enunciarli; quindi non siamo obbligati a specificare in ogni pagina quale significato diamo alle parole: superiore, inferiore, migliore, peggiore, progresso, regressione, ecc. Se passiamo in rassegna alcune delle opere dedicate alle donne, vediamo che uno dei punti di vista più spesso adottati è quello del bene pubblico, dell'interesse generale: in verità ciascuno intende con questo l'interesse della società come spera di mantenerlo o stabilirlo. Riteniamo che non esista altro bene pubblico che quello che assicura il bene privato dei cittadini; è dal punto di vista delle opportunità concrete date agli individui che giudichiamo le istituzioni. Ma nemmeno confondiamo l'idea di interesse privato con quella di felicità: questo è un altro punto di vista che incontriamo frequentemente.

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Le donne dell'harem, non sono più felici di una elettrice? La casalinga non è più felice dell'operaia? Non si sa cosa davvero significhi la parola felicità e ancor meno quali valori autentici ricopra; non vi è alcuna possibilità di misurare la felicità degli altri ed è sempre facile dichiarare felice la situazione che gli si vuole: coloro che sono condannati alla stagnazione in particolare, li si dichiara felici con il pretesto che la felicità è immobilità. È quindi una nozione a cui non faremo riferimento. La prospettiva che adottiamo è quella della morale esistenzialista. Ogni soggetto si pone concretamente attraverso progetti come una trascendenza; realizza la sua libertà solo mediante la sua perpetua trascendenza verso le altre libertà; non c'è altra giustificazione per l'esistenza presente che la sua espansione verso un avvenire indefinitamente aperto. Ogni volta che la trascendenza ricade nell'immanenza c'è una degradazione dell'esistenza nell'in sé, della libertà nella fatticità; questa caduta è una colpa morale se è permessa dal soggetto; se gli viene inflitta, assume la forma di frustrazione e oppressione; in entrambi i casi è un male assoluto. Ogni individuo che ha la preoccupazione di giustificare la propria esistenza, vive questo come un bisogno indefinito di trascendere se stesso. Ora, ciò che definisce in un modo singolare la situazione della donna è che, essendo come tutti gli esseri umani, una libertà autonoma, lei si scopre e si sceglie in un mondo in cui gli uomini le impongono [p. 31/318] di assumersi come l'Altro: si pretende di congelarla {o meglio, paralizzarla} in un oggetto, e di consacrarla all'immanenza, poiché la sua trascendenza sarà perpetuamente trascesa da un'altra coscienza {cioè da un altro soggetto (ego)}, essenziale e sovrana. Il dramma della donna è questo conflitto: tra la rivendicazione fondamentale di ogni soggetto che si pone sempre come essenziale, e le esigenze di una situazione che la costituisce come inessenziale. Come può realizzarsi, nella condizione femminile, un essere umano? Quali strade le sono aperte? Quali vanno a sboccare in vicoli ciechi? Come riconquistare la indipendenza nella dipendenza? Quali circostanze limitano la libertà di una donna; e lei, le può superare? Queste sono le questioni fondamentali che vorremmo chiarire. Cioè, interessandoci alle chance dell'individuo, non definiremo queste chance in termini di felicità, ma in termini di libertà. È evidente che questo problema non avrebbe senso alcuno se presupponessimo che un destino fisiologico, psicologico o economico grava sulle donne. Così cominceremo col discutere i punti di vista che la biologia, la psicoanalisi, il materialismo storico hanno sulle donne. Noi cercheremo poi di mostrare positivamente come si è costituita la “realtà femminile”, perché la donna è stata definita l'Altro, e quali sono state le conseguenze dal punto di vista degli uomini. Allora noi descriveremo dal punto di vista delle donne il mondo come viene loro proposto; e potremo comprendere in quali difficoltà esse s'imbattono quando, cercando di evadere dalla sfera che finora è stata loro assegnata, esse pretendono di partecipare al mitsein {essere con gli altri} umano. * [p. 307/318] Questa idea è stata espressa nella sua forma più esplicita da E. LÉVINAS nel suo saggio Il tempo e l'altro. Si esprime così: "Non ci sarebbe una situazione in cui l'alterità sarebbe portata da un essere in modo positivo, come essenza? Cos'è l'alterità che non entra, puramente e semplicemente, nell'opposizione di due specie dello stesso genere? Penso che l'opposto assolutamente contrario, la cui contrarietà non risenta in alcun modo del rapporto che può instaurarsi tra essa e il suo correlativo, la contrarietà che permette al termine di rimanere assolutamente altro, è il femminile. Il sesso non è una differenza specifica... Né la differenza dei sessi è una contraddizione... (Essa) non è nemmeno la dualità di due termini complementari, perché due termini complementari presuppongono un tutto preesistente... L'alterità si compie nel femminile. Termine dello stesso rango, ma di significato opposto alla coscienza." Suppongo che il signor Lévinas non dimentichi che la donna è anche per se stessa {di per sé, in sé} coscienza. Ma è stupefacente che adotti deliberatamente un punto di vista maschile senza segnalare la reciprocità del soggetto e dell'oggetto. Quando scrive che la donna è mistero, egli sottintende che lei è mistero per l'uomo. Cosicché questa descrizione, che vuol essere oggettiva, è in realtà un'affermazione del privilegio maschile.

*§* RIFLESSIONI PERSONALI. Si fa anzitutto presente che il termine Alterità (fr. Altérité) ricorre 23 volte (13 v. nel 1° Libro + 10 v. nel 2° libro). Nella traduzione inglese, invece, il termine Otherness: 3 occ..

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L'alterità, di per sé, non è negativa: è semplicemente neutra, perché la sua valenza valoriale è connessa con gli aggettivi che la qualificano, e con l'intento cui si mira. L'incipit della filosofa-scrittrice, secondo cui le voluminose sciocchezze scritte e pronunciate nel XIX sec. in ordine alla querelle del femminismo, non hanno fatto piena luce sul problema de quo, non è del tutto soddisfacente, perché, come scriveva il carovignese Salvatore Morelli nel 1861: "O buoni o cattivi che siano i libri, giuste o sbagliate le opinioni, sarà sempre possibile trarre qualche profitto da essi, sia rettificando gli errori o le inesattezze del passato, sia giovandosi delle verità ivi contenute." {La donna e la scienza, 1a ediz., p. 45/125}. Le sciocchezze, le stupidaggini e le idiozie adempiono infatti una funzione importante ai fini della presa di coscienza della giustezza delle nostre tesi, allorché confutiamo quelle avverse, con cognizione di causa e prove documentali. Il nucleo del pensiero beauvoiriano è costituito da queste proposizioni fondamentali: a) la donna è senza dubbio un essere umano al pari dell'uomo; b) la donna si determina e si differenzia in confronto all'uomo, e non questi in confronto alla donna; c) l'uomo è il Soggetto, l'Assoluto; la donna è l'Altro, e in quanto tale è l'inessenziale di fronte all'essenziale, che è l'uomo; d) nessun soggetto si pone di colpo e spontaneamente come l'inessenziale; non è l'altro che definendosi Altro definisce l'Uno: è posto come Altro dall'Uno che si pone come Uno. Ci si chiede, relativamente alla d): - se l'avverbiazione {di colpo e spontaneamente} non vale per la Donna, perché lo dovrebbe per l'Uomo? {https://www.gdli.it/contesti/avverbiazione/228734} - In quale specifica circostanza, ciò sarebbe avvenuto, e soprattutto a quale scopo, a cagione di che? Tra l'altro, se l'Uomo pone la donna come l'Altro da sé, ciò non vuol dire che il primo sia l'essenziale e l'altro l'inessenziale. A parer mio, trattasi di una posizione filosofica, che, non dissimilmente dalla fichtiana, dovrebbe portare, in virtù di tale (op)posizione, l'Uomo a prendere coscienza della sua limitazione e a rifletterci sopra. E riflettendoci, perverrebbe alla conclusione che l'Alterità della donna non è una mera accidentalità, ma bensì la necessità imprescindibile della stessa sua Umanità. Perché cassata l'Altro-donna, ipso facto, si cassa l'uomomaschio, e tutto il genere. E poi ci si chiede, in ordine all'uomo che pone la donna, chi egli sia, quando-dove-comeperché abbia compiuto, e compie, l'operazione de quo. E in particolare, quale sia stato, e sia, l'input innescante. Se la voce uomo è da intendersi metonimicamente (concreto x astratto = l'umanità) o sineddochicamente (singolare x plurale = tutti gli uomini), è inconcepibile che l'astratta umanità, e la totalità maschile abbiano potuto, fattualmente, fare detta operazione. O è da intendersi metaforicamente, e allora: uomo e donna, essenziale e inessenziale, altro non sono che mere metafore, e, in quanto tali, connotantesi di una valenza atemporale e aspaziale. C'è da dire, peraltro, che la generalizzazione totalizzante verrebbe da subito inficiata dal puro e semplice caso contrario, già presente, per così dire, vivo e vegeto, nella tesi della nostra filosofa, nel momento in cui rileva ed espone i dati dell'alterità e inessenzialità della donna rispetto all'uomo-maschio. In altre parole, si vuole sapere chi è questo uomo, assoluto, essenziale? E, parimenti, chi è questa donna, dis-assoluta, inessenziale? Ed eventualmente rispetto a chi, storicamente e spazialmente nominato-cognominato-agnominato; in base a quali criteri, logici e razionali, scientifici e sperimentali; a quali verifiche e valutazioni, ecc. ecc.?

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Infine, se nel corso della storia, la donna ha mai saputo, percepito, intuito questa sua inessenzialità? Se sì, in che modo, e come l'ha vissuta? E l'uomo-maschio, dove-quando-perché ha appreso questa capacità di riflessione critica sulla sua situazione e posizione rispetto alla donna, astrattamente considerata? Di certo non l'uomo della strada! La nostra filosofa scrittrice obietterà che se non avrà saputo o potuto filosofare in merito, di certo lo ha dimostrato nei comportamenti e atteggiamenti. E la donna di senso comune? Avrà mai avuto il tempo per fare considerazioni filosofiche sulla sua situazione, quando doveva accudire la sua numerosa prole (p.e., 10-15-20 figli), sbrigare le faccende domestiche, soddisfare bisogni maritali e, per di più, essa stessa lavorare? E che dire dell'istruzione, affatto in-disgiuntibile dalla condizione socio-economica familiare. Come potevano le femminucce, in età scolare, andare a scuola (se istituita, quella pubblica; se no, quella familiare), se doveva badare ai fratelli più piccoli; e come i maschietti, quando andavano, dall'alba al tramonto, in campagna a lavorare con i genitori? Primum vivere, deinde philosophari. Prima, procurarsi il necessario per vivere, poi filosofeggiare. In un universo senza poter avere del tempo a disposizione, senza risorse a portata di mano, senza strumenti intellettivi (riflessivi, critici, logico-razionali), acquisiti e formati; dominato dalle malattie, dall'indigenza, dalla morte, come può immaginarsi di poter applicare gli stessi criteri di giudizio, le stesse valutazioni, che valgono oggi, e dove questi mali e queste negatività non sono all'ordine del giorno? Riguardo alla proposizione a) del beauvoirismo {"Assurément la femme est comme l'homme un être humain" [p. 17/318]}, si obietta che è mal posta, perché l'unico essere, legittimato dalla filogenesi umana a imporre il nome di essere umano, per l'appunto a ogni uomo, è solo la donna-madre. Motivo per cui, l'essere umano è tale, per definizione e in modo sostanziale, unicamente perché partorito da sua madre. La domanda della filosofa perché il ritornamento dell'Altro all'Uno non si produca, per quanto concerne la donna [p. 20/318], è di agevole risposta. Per intanto diciamo che il soggetto che dovrebbe perseguire e conseguire tale ritornamento, è solo la donna, che - a parer mio forse per carattere e natura, forse per la particolare situazione in cui è stata ed è, forse perché crede in buona fede che tutto le sia dovuto in quanto donna, è stata impossibilità a reagire. L'unica colpa che può esserle imputata è che non ha preso coscienza di sé come cittadina di uno stato democratico, dove vigono regole particolari, quali quelle della forza elettorale, del potere politico, della formazione delle leggi, della gestione, amministrazione e distribuzione delle risorse. Il nostro Salvatore Morelli (La donna e la scienza, 3^ ed., 1869) così diceva alle donne: "Care Signore, il mondo è di chi se lo sa prendere --- Se voi volete la vostra posizione giuridica, dovete conquistarvela. .... riscuotetevi, associatevi con le consorelle d'oltremonti e d'oltremari per imporre ai legislatori una legge moralizzatrice ed emancipatrice , ...". [p. 292] Per la scrittrice-filosofa, il dramma della donna è tra il porsi sempre come essenziale e le esigenze situazionali che la costituiscono come inessenziale. In realtà, il dramma della donna, lungi dall'essere d'ordine esistenziale e metafisico, è bensì d'ordine politico: il suo dramma è non avere, materialmente, voce in capitolo dove si fanno le leggi e si gestiscono le scelte politiche ed economiche. Il dramma della donna oggi è che al massimo conta come una unità personale, ma non come soggetto politico, che può spendere a difesa dei propri interessi una dote elettorale e far valere un forte potere contrattuale nei confronti dei soggetti maschi. Riguardo all'asserzione beauvoiriana che la divisione dei sessi sia un dato biologico, e non un momento della storia umana [p. 22/318], si obietta che i sessi de quo non sono un dato biologico, ma un dato culturale, perché la creatura che viene al mondo, nasce in un mondo culturale, ed è proprio la cultura che stabilisce la divisione dei sessi: il dato biologico viene

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sussunto, per l'appunto, in un mondo d'uomo, spazialmente, temporalmente, socialmente e culturalmente determinato. E con la cultura si entra nella storia, e si fa la storia. Si osserva altresì che il sesso e i sessi sono quelli che sono, e naturalmente sono infiniti. È il soggetto culturale, agente in un dato spazio-tempo, che imponendo il nome maschio e femmina al neonato, edifica una scelta dicotomica, piuttosto che una politomica. Spiace anche rilevare che la frase "La donna è una bestia che non è né ferma né stabile" [p. 25/318], attribuita a S. Agostino, non è rinvenibile nelle opere del Doctor Gratiae.

È davvero notevole il punto di vista prescelto dalla filosofa-scrittrice, qual è quello della morale esistenzialista, secondo cui ogni soggetto si pone concretamente, attraverso progetti, come una trascendenza: se la trascendenza ricade nell'immanenza, si ha una degradazione dell'esistenza nell'in sé, della libertà nella fatticità: una caduta, quindi, che assume la forma di una colpa morale se il soggetto vi acconsente; se gli è imposta, assume la forma di una frustrazione e di una oppressione. Un male assoluto, in entrambi i casi. [p. 30/318] Pregevole, senza dubbio! Nondimeno, si fa notare che il primo compito morale, l'imperativo categorico che la filogenesi umana assegna primariamente alla creatura nascente, è quello di vivere, di attaccarsi alla vita con tutte le forze, di non abbandonarsi alla disperazione, di nutrire fiducia nei confronti dell'avvenire, di confidare nell'appoggio e nell'aiuto del prossimo. Il secondo imperativo è d'ordine socio-morale: edificarsi, nel proprio farsi storico, vita natural durante, all'insegna del principio della responsabilità, della solidarietà, della benevolenza, dell'accettazione e del rispetto nei confronti degli altri. Il terzo imperativo è d'ordine cognitivo-culturale: ricostruire intellettualmente la cultura vissuta, assorbita cioè direttamente dall'ambiente di vita. Il quarto imperativo è proiettarsi nel futuro, offrendo il proprio apporto, prezioso e imprescindibile, con scienza e coscienza, per la sopravvivenza della specie. Sorgono ora spontanee tre domande: a) la prima attiene alla nozione di progetto, se è da intendersi come meramente conoscitivo, nel senso dell'attività teorica del progettare {Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico (1972), Vol. 6°, Cap. VII, p. 206}, o come fondamentalmente pratico, diveniente cioè una prassiprogetto. Posta la questione in questi termini, ci si chiede, al fine di non incorrere nel male assoluto, il soggetto progettante, gravato da sì tanta responsabilità, quali studi specifici (scolastici, universitari, post-universitari ecc.) dovrebbe fare per non essere imputato di colpa grave. E in caso di dubbio, a quale consulente o giudice deve rivolgersi per non essere afflitto dai rimorsi? Nel caso della prassi-progetto, quali strumenti, strategie, modalità e tecniche occorrono per passare concretamente all'azione? b) la seconda, al chi: se tutti sono chiamati a porsi come trascendenza, non si corre il rischio che si crei confusione, competizione, sovrapposizione di progetti, antagonismi, lotte, accaparramento di risorse (naturali e umane, spazi e tempi, strumentali e tecnologiche ecc.)? c) la terza, alla conciliabilità della trascendenza progettuale con l'immanenza del primum vivere? Non è l'immanenza che dà da vivere? Di certo non tutti, uomini-donne, sono dotati di capacità e abilità congruenti con l'obbligo gravoso assegnato dalla morale esistenzialista. Tutto il mondo sa che qualsiasi dote umana (intellettuale, morale, cognitiva, tecnico-pratica ecc.) è gaussianamente distribuita tra la popolazione. Vale a dire che solo una percentuale limitata (15 % circa) potrebbe salvarsi dal male assoluto; e il restante 85%, sarebbe condannato già all'inferno. Praticamente, la morale esistenzialista stabilisce un obiettivo salvifico che nessuna persona normale è in grado di perseguire, e conseguire. E allora? A mio avviso occorrerebbe educare, ed educarsi, a dare un senso alla nostra vita, edificarla quotidianamente secondo il principio delle ordinarie virtù morali e religiose.

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In nota {*}, la filosofa-scrittrice lamenta, avverso Levinas, il fatto che questi adotti deliberatamente un punto di vista maschile senza segnalare la reciprocità del soggetto e dell'oggetto. In altre parole, quando Levinas scrive che la donna è mistero, sottintende che è mistero per l'uomo: una descrizione che vuol essere oggettiva, è in realtà un'affermazione del privilegio maschile. Cioè, Levinas non può, in quanto uomo, formulare una valutazione oggettiva sulla donna, perché sarebbe inficiata dal privilegio maschile? E in virtù di quale prerogativa i giudizi della donna filosofa sull'uomo non dovrebbero esserlo? La donna è mistero come lo è l'uomo, l'intero universo, la vita, il tempo, lo spazio infinito, il credo religioso, l'aldilà ecc. ecc. Mi chiedo e chiedo alla filosofa esistenzialista, dove risieda, in quanto affermato, il privilegio o il pregiudizio maschile. E poi perché il mistero, che si predica della donna deve connotarsi negativamente, quando è a tutti noto che può essere anche gaudioso e glorioso. Così come c'è il mistero della Trinità, può, fatte le debite proporzioni, esserci il mistero della donna. Incidentalmente, si porta all'attenzione del benevolo lettore il libro di Jo Croissant {Tolosa-Francia, 25/05/1949. Sposa di Ephraim, fondatore, nel 1974, della Comunità Cattolica delle Beatitudini}, Il mistero della donna, per cogliere la grandezza della donna in un'epoca difficile qual è l'attuale. *§* 2.2. - Capitolo X. Situazione e carattere della donna. In breve. Comportamenti di cui le donne sono accusate = non dettati dagli ormoni, né prefigurati nei compartimenti del suo del cervello: si dimostrano alla fine con la loro situazione. Opposizione del mondo femminile all'universo maschile = le donne non hanno mai costituito una società autonoma e chiusa, sono integrate nella collettività governata dai maschi. L'unità femminile = una solidarietà meramente meccanica: non c'è tra esse quella solidarietà organica sulla quale si fonda ogni comunità unificata, ridotta cioè a unità. Le donne si sono sempre sforzate di far lega per affermare un contro-universo, ma è ancora dal seno dell'universo maschile che esse lo pongono. Il paradosso della loro situazione = appartengono contemporaneamente al mondo maschile e a una sfera nella quale questo mondo viene contestato: rinchiuse in questa, assalite da quello, esse non si possono sistemare da nessuna parte con piena tranquillità. La stessa donna riconosce che l'universo nel suo insieme è maschile. Il suo destino è l'obbedienza e il rispetto. Il mondo non le appare come un insieme di utensili, mediatore tra la sua volontà e i suoi fini, come scrive Heidegger = al contrario invece, è una resistenza cocciuta, indomabile, dominata dalla fatalità e attraversata da capricci misteriosi. La mentalità della donna = perpetuare la mentalità delle civiltà agricole che adorano le virtù magiche della terra = ella crede nella magia. Erotismo passivo = il desiderio non come volontà e aggressione, ma come attrazione analoga a quella che fa oscillare il pendolo del rabdomante: la sola presenza della sua carne, gonfia e rizza il sesso maschile. Ignoranza della donna = non solo ignora quale sia l'azione reale capace di cambiare la faccia del mondo, ma vi si perde come nel centro di una nebulosa, immensa e confusa. Logica maschile = lei la maneggia male e, tra l'altro, difficilmente ha l'opportunità di usarla. Rispetto femminile delle leggi del mondo maschili = per un atto di fede. La fede trae la sua forza fanatica dal fatto che non è conoscenza = cieca, appassionata, testarda, stupida; ciò che pone, lo pone incondizionatamente, contro la ragione, contro la storia, contro ogni confutazione. La donna, non partecipando alla Storia, non ne comprende le necessità = diffida dell'avvenire e spera di poter arrestare il tempo. {p. 480/672} In genere, essendo cieca la sua fede = lei rispetta la legge semplicemente perché è la legge. In genere, accettando ciò che è = uno dei suoi tratti caratterizzanti è la rassegnazione. Rassegnazione = indulgenza = sterile prudenza. Le donne cercano sempre di preservare, riparare, organizzare piuttosto che distruggere e ricostruire di nuovo; preferiscono i compromessi e le transazioni alle rivoluzioni.

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Chiamate concretamente all'azione = se si riconoscono negli obiettivi loro assegnati, sono audaci e coraggiose come gli uomini. Molti dei difetti e colpe che loro si imputano: mediocrità, piccineria, timidezza, meschinità, pigrizia, frivolezza, servilità, esprimono solo il fatto che l'orizzonte è loro sbarrato. La donna, si dice, è sensuale e sguazza nell'immanenza = prima però vi è stata rinchiusa. Rinchiudiamo la donna in una cucina o in un boudoir, e ci stupiamo che il suo orizzonte sia limitato = le tagliamo le ali, e deploriamo che non sappia volare. Confinandola entro i limiti del suo Ego o della sua famiglia, le rimproveriamo il suo narcisismo e il suo egoismo col loro seguito: vanità, suscettibilità, cattiveria ecc.; la si priva di ogni possibilità di comunicazione concreta con altri. Si rintana ostinatamente nell'unica sfera che le è familiare = qui può esercitare una presa sulle cose, e in seno alla quale ritrovare una precaria sovranità. La donna, condannata alla passività = l'oscuro avvenire è ossessionato dai fantasmi della guerra, della rivoluzione, della carestia, della miseria: non potendo agire, lei si preoccupa. Lei si preoccupa, perchè non fa nulla = nella immaginazione tutte le possibilità hanno la stessa realtà: il treno può deragliare, l'operazione può fallire, l'affare può arenarsi: ciò che cerca invano di scongiurare nel suo lungo e tetro rimuginare, è lo spettro della sua stessa impotenza. Le confidenze delle donne (a medici, sacerdoti, assistenti sociali) = il modo più abituale è la lamentela: tra amiche, si lamentano ciascuno dei propri mali e tutte assieme dell'ingiustizia della sorte, del mondo e degli uomini in generale. Biasima il mondo intero perché è stato costruito senza di lei, e contro di lei. Dà la colpa a tutto l'universo maschile = il risentimento è l'altra faccia della dipendenza. Bisogno di rispettare l'universo maschile = si sentirebbe in pericolo, senza un tetto sopra la testa, se lo contestasse nel suo insieme; adotta l'atteggiamento manicheo, che le viene suggerito dalla sua esperienza domestica. Il marito, vittima d'elezione = in lui si incarna l'universo maschile, per il suo tramite la società maschile si è fatta carico della donna, e l'ha mistificata: l'universo maschile sopporta il peso del mondo e, se le cose vanno male, è colpa sua. Il marito a casa la sera = lei si lamenta con lui dei bambini, dei fornitori, delle faccende domestiche, del costo della vita, dei suoi reumatismi, del tempo che fa: vuole che si senta in colpa. Il marito, colpevole d'essere uomo = può avere le sue malattie, le sue preoccupazioni, ma non è la stessa cosa, perchè detiene un privilegio che lei sente come ingiustizia costante. Ostilità nei confronti del marito e dell'amante = invece di allontanarla da loro, la lega a loro, perché lei vuole avere l'uomo che odia a portata di mano per fargliela pagare. Consolazione suprema della donna = costituirsi martire, e abbondonarsi allegramente alla frenesia delle lacrime e delle scene. Incapacità delle donne a costruire solidamente un contro-universo dal quale poter sfidare i maschi = sporadicamente spettegolano sugli uomini in genere, si raccontano storie di letti e di parti, si comunicano oroscopi e ricette di bellezza. Mancanza di convinzione = le impossibilita a costruire questo mondo del risentimento che il loro rancore auspica. Atteggiamento verso l'uomo = troppo ambivalente. L'ambiguità dei sentimenti che la donna nutre per l'uomo, si ritrova nel suo atteggiamento generale nei confronti di sé e del mondo = il dominio in cui lei è rinchiusa, è investito dall'universo maschile, ma è frequentato da oscuri poteri di cui gli uomini stessi sono i giocattoli; se si allea con queste virtù magiche, a sua volta conquisterà il potere. L'uomo, in un universo coerente che è una realtà pensata = la donna, alle prese con una realtà magica che non si lascia pensare. Ambivalenza, nel modo in cui la donna tratta il suo corpo = è un fardello, reso debole dalla specie, sanguinante ogni mese, prolificante passivamente: non è per lei mero strumento della sua presa sul mondo, ma piuttosto una presenza opaca. Il corpo della donna = non solo un fardello, ma anche il suo meraviglioso doppio: lei lo contempla con stupore allo specchio, una promessa di felicità, un'opera d'arte, una statua vivente. Sognando se stessa, si meraviglia d'essere al contempo questa eroina e questa carne. La vita, non solo immanenza e ripetizione = ha anche un volto sfolgorante di luce: nei prati in fiore si rivela come Bellezza. La donna, conformata dalla natura alla fertilità del suo grembo = si sente travolta dal respiro che la anima, e che è spirito. Asservita al marito, ai figli e alla casa, è con l'ebbrezza che si troverà sola, sovrana sul fianco delle colline, non è più moglie, madre, massaia, ma un essere umano = contempla il mondo passivo, e si ricorda si essere tutta una coscienza, una libertà irriducibile. Davanti al mistero dell'acqua, allo slancio delle vette, la supremazia del maschio si annulla; quando cammina tra i cespugli di erica, quando affonda la mano nel fiume = non vive per gli altri, ma per se stessa.

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La donna, mantenendo la sua indipendenza attraverso tutte le sue servitù = amerà ardentemente la propria libertà nella Natura. Doppia appartenenza = al mondo carnale e a un mondo poetico: ecco la metafisica e la saggezza cui le donne aderiscono più o meno esplicitamente. La donna e la religione = la religione appare molto meno come uno strumento di costrizione che come uno strumento di mistificazione. Alla donna si richiede meno spesso di accettare la propria inferiorità in nome di Dio che di credersi, grazie a lui, uguale al maschio, signore e padrone; si rimuove la tentazione stessa della rivolta, avendo la pretesa di vincere l'ingiustizia. La donna, non più frustrata dalla sua trascendenza = assegna la sua immanenza a Dio. La donna, complice il Padre celeste = può rivendicare a voce alta la gloria della sua femminilità contro l'uomo. Come persona umana, non ha un grande peso = appena agisce in nome di una ispirazione divina, le sua volontà diventano sacre. L'insieme del carattere della donna, le sue convinzioni, i suoi valori, la sua saggezza, la sua morale, i suoi gusti e i suoi comportamenti = spiegato dalla sua situazione. Il fatto che le sia negata la trascendenza, normalmente le interdice l'accesso agli atteggiamenti umani più elevati: eroismo, rivolta, distacco (imparzialità, indifferenza spirituale, rinuncia), invenzione e creazione; ma nei maschi, questi non sono così comuni. Molti uomini, al pari della donna = relegati nel dominio intermedio, cioè nella medietà inessenziale. Assurdità del parlare della donna in generale, tanto quanto dell'uomo eterno = le comparazioni nelle quali ci si sforza di decidere se la donna è superiore, inferiore o uguale all'uomo, sono oziose, perché le loro situazioni sono profondamente diverse. Se le si confronta, queste stesse situazioni, è evidente che quella dell'uomo è infinitamente preferibile = ha cioè molte più concrete possibilità di proiettare nel mondo la sua libertà; ne consegue necessariamente che le realizzazioni maschili superano di gran lunga quelle delle donne: a queste è interdetto quasi fare alcunché. La liberazione della donna = non può che essere collettiva, e richiede prima di tutto che si compia l'evoluzione economica della condizione femminile. Molte donne che cercano in solitudine di raggiungere la loro salvezza individuale = cercano di giustificare la loro esistenza in seno alla loro immanenza: raggiungere cioè la trascendenza nella immanenza. Questo ultimo sforzo - a volte ridicolo, spesso patetico - della donna imprigionata per convertire la sua prigione in un paradiso di gloria, la sua servitù in libertà sovrana, che noi ritroviamo nella narcisista, nell'amante, nella mistica. [p. 475/672] Oggi è possibile comprendere perché, nelle requisitorie fatte contro la donna, dai Greci ai giorni nostri, si ritrovano molti tratti comuni; la sua condizione è rimasta la stessa attraverso cambiamenti superficiali, ed è questa {particolare condizione} che definisce ciò che si chiama il <<carattere>> della donna: lei <<sguazza nell'immanenza>>, ha lo spirito di contraddizione, è prudente e meschina, non ha il senso della verità, né della puntualità, manca di moralità, è bassamente venale, è mentitrice, commediante, interessata... Vi è in tutte queste affermazioni una verità. I comportamenti di cui vengono accusate, non sono però dettati alla donna dai suoi ormoni, né prefigurati nei compartimenti del suo cervello: sono in fondo indicati dalla sua situazione. A questo proposito, cercheremo di assumere su questa un punto di vista sintetico, il che ci obbligherà a qualche ripetizione, ma ci permetterà di cogliere, nel complesso del suo condizionamento economico, sociale e storico, <<l'eterno femminino>>. Si oppone talvolta il <<mondo femminile>> all'universo maschile, ma bisogna sottolineare ancora una volta che le donne non hanno mai costituito una società autonoma e chiusa; sono integrate nella collettività governata dai maschi, nella quale occupano un posto subordinato; sono unite solamente in quanto rese simili da una solidarietà meccanica: non vi è tra di esse questa solidarietà organica sulla quale si fonda ogni comunità unificata; si sono sempre sforzate - al tempo dei misteri eleusini come oggi nei club, saloni, [p. 476/672] laboratori di cucito - di far lega per affermare un <<contro-universo>>, ma è ancora dal seno dell'universo maschile che esse lo pongono. E da lì viene il paradosso della loro situazione: appartengono nello stesso tempo al mondo maschile e a una sfera nella quale questo mondo è contestato; rinchiuse in questa, assalite da quello, esse non possono sistemarsi da nessuna parte con tranquillità. La loro docilità si accompagna sempre a un rifiuto, il loro rifiuto di una accettazione; in ciò il loro atteggiamento somiglia a quello della fanciulla; ma {siffatto atteggiamento} è più

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difficile da sostenere perché, per la donna adulta, non si tratta più soltanto di sognare la propria vita mediante simboli, ma di viverla. La donna stessa riconosce che l'universo nel suo insieme è maschile; sono gli uomini che l'hanno plasmato, retto {governato} e ancora oggi lo dominano; quanto a lei, non si reputa responsabile di ciò; è inteso che ella è inferiore, dipendente; ella non ha imparato le lezioni della violenza, non è mai emersa come un soggetto di fronte agli altri membri della collettività; rinchiusa in carne e ossa nella sua dimora, lei si coglie come passiva di fronte a queste divinità dal volto umano, che definiscono fini e valori. In questo senso, c'è del vero nello slogan che la condanna a rimanere <<un'eterna fanciulla>>; si è anche detto degli operai, degli schiavi neri, degli indigeni colonizzati che erano <<grandi bambini>> così a lungo da non averne paura: ciò significava che essi dovevano accettare senza discutere le verità e le leggi che altri uomini proponevano loro. Il destino della donna è l'obbedienza e il rispetto. Lei non ha presa, neanche in pensiero, su questa realtà che la investe. È ai suoi occhi una presenza opaca. In effetti, lei non ha fatto pratica delle tecniche che le permetterebbero di dominare la materia; quanto a lei, non è con la materia che è alle prese, ma con la vita, e quest'ultima non si lascia [p. 477/672] dominare con gli strumenti: non si può che subirne le segrete leggi. Il mondo non appare alla donna come un <<insieme di utensili>> mediatore tra la sua volontà e i suoi fini, come lo definisce Heidegger: è al contrario una resistenza cocciuta, indomabile; è dominata dalla fatalità e attraversata da capricci misteriosi. Questo mistero di una goccia di sangue che nel ventre materno si muta in un essere umano, nessuna matematica può metterlo in un'equazione, nessuna macchina lo potrebbe accelerare o rallentare; ella prova la resistenza della durata che i più ingegnosi apparecchi falliscono a dividere o a moltiplicare; lei lo prova nella sua carne sottomessa al ritmo della luna e che gli anni prima maturano e poi corrodono. Quotidianamente, la cucina le insegna anche la pazienza e la passività; è un'alchimia; bisogna obbedire al fuoco, all'acqua, <<attendere che lo zucchero si sciolga>>, che la pasta lieviti e che il bucato si asciughi; che i frutti maturino. I lavori delle faccende domestiche somigliano a una attività tecnica; ma sono troppo rudimentali, troppo monotoni per convincere la donna delle leggi della causalità meccanica. D'altronde, anche in questo campo, le cose hanno le loro stranezze; ci sono tessuti che <<rinvengono {riacquistano la consistenza o la morbidezza originaria}>> e tessuti che non <<rinvengono>> al lavaggio, macchie che si cancellano e altre che persistono, oggetti che si rompono da soli, polveri che germogliano come delle piante. La mentalità della donna rende perpetua quella delle civiltà agricole che adorano le virtù magiche della terra: ella crede nella magia. Il suo erotismo passivo le fa scoprire il desiderio non come volontà e aggressione, ma come una attrazione analoga a quella che fa oscillare il pendolo del rabdomante; la sola presenza della sua carne gonfia e rizza il sesso maschile; perchè l'acqua nascosta non dovrebbe far sussultare la baghetta di avellano del rabdomante? Ella si sente circondata da onde, radiazioni, fluidi; crede alla telepatia, all'astrologia, alla radioestesia, alla tinozza di Franz Mesmer, alla [p. 478/672] teosofia, ai tavoli rotanti, ai veggenti, ai guaritori; introduce nella religione le superstizioni primitive: ceri, ex-voto ecc.; incarna nei santi gli antichi spiriti della natura: questo protegge i viaggiatori, questa le puerpere, quest'altro ritrova gli oggetti perduti; e naturalmente nessun prodigio la sconvolge. Il suo atteggiamento sarà quello della congiura e della preghiera; per ottenere un certo risultato, ella rispetterà certi riti testati nel tempo. È facile capire perché è abitudinaria; il tempo non ha per lei una dimensione di novità, non è uno sprizzo di creatività; poiché è votata alla ripetizione, vede nel futuro solo un duplicato del passato; conoscendo la parola e la formula, la durata si accompagna alle potenze della fertilità: ma questa stessa obbedisce al ritmo dei mesi, delle stagioni; il ciclo di ogni gravidanza, di ogni fioritura, riproduce in modo identico quello che l'ha preceduta; in questo movimento circolare, l'unico divenire del tempo è una lenta degradazione: corrode i mobili e gli abiti e sfigura il viso; le forze fertili vengono a poco a poco distrutte dalla fuga inesorabile degli anni. Così la donna non confida in questa forza che s'accanisce a disfare.

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Non solo ella ignora quale sia l'azione reale capace di cambiare la faccia del mondo, ma si perde in mezzo a questo mondo come nel centro di una nebulosa, immensa e confusa. Ella sa usare malamente la logica maschile. Stendhal rimarcava che lei la maneggia abilmente tanto quanto l'uomo, se il bisogno ve la sospinge. Ma è uno strumento che difficilmente lei ha l'opportunità di usare. Un sillogismo non serve né a far bene la maionese, né a calmare i pianti di un bambino; il ragionamento maschile non è adeguato alla realtà di cui lei ha esperienza. E nel regno degli uomini, [p. 479/672] poiché non fa nulla, il suo pensiero, non sfociando in alcun progetto, è indistinguibile dal sogno; lei non ha il senso della verità, per mancanza di efficacia; non è mai alle prese che con immagini e parole: per questo accetta senza imbarazzo {cioè con disinvoltura} le affermazioni più contraddittorie; non si preoccupa affatto di spiegare i misteri di un campo {ambito, sfera, settore} che è in ogni caso al di fuori della sua portata; si accontenta di conoscenze orribilmente vaghe su di sé: confonde partiti, opinioni, luoghi, persone, eventi; vi è nella sua testa una strana confusione. Ma dopo tutto, vedervi chiaro non è affar suo: le è stato insegnato ad accettare l'autorità maschile; rinuncia dunque a criticare, esaminare e giudicare per proprio conto. Si rimette alla casta superiore. Per questo il mondo maschile le appare come una realtà trascendente, un assoluto. <<Gli uomini fanno gli dei>>, dice Frazer, <<e le donne li adorano>>. Gli uomini non possono inginocchiarsi con una totale convinzione davanti agli idoli che essi stessi hanno creato; le donne, invece, quando incontrano queste grandi statue nel loro cammino, non immaginano che una mano le abbia fabbricate, e si prostrano docilmente. In particolare, a loro piace che l'Ordine e il Diritto si incarnino in un leader. In tutto l'Olimpo vi è un dio sovrano: la prestigiosa essenza virile deve raccogliersi in un archetipo di cui il padre, il marito, gli amanti non sono che riflessi incerti. È alquanto umoristico dire che il loro culto di questo grande totem è {di natura} sessuale; quel che è vero è questo, che davanti a lui soddisfano pienamente il sogno infantile della rinuncia e della genuflessione. In Francia, i generali: Boulanger, Pétain, de Gaulle, hanno sempre avuto le donne dalla loro parte; ricordiamo anche con quali fremiti di penna le giornaliste de l'Humanité, un tempo, evocavano Tito e la sua bella uniforme. Il generale, il dittatore - sguardo d'aquile, mento volitivo - è il padre celeste che l'universo della serietà esige, [p. 480/672] il garante assoluto di tutti i valori. È dalla loro impotenza e ignoranza che nasce il rispetto che le donne accordano agli eroi e alle leggi del mondo maschile; li riconoscono non per il tramite di un giudizio, ma per un atto di fede: la fede trae la sua forza fanatica dal fatto che non è conoscenza {cioè cultura, erudizione}: è cieca, appassionata, testarda, stupida; ciò che pone, lo pone incondizionatamente, contro la ragione, contro la storia, contro ogni confutazione. Questa cocciuta {testarda} riverenza può assumere a seconda delle circostanze due forme: talvolta al contenuto della legge, talaltra alla sua sola forma vuota cui la donna aderisce appassionatamente. Se fa parte della èlite privilegiata che si avvantaggia dell'ordine sociale costituito, lei lo vuole incrollabile, e si fa notare per la sua intransigenza. L'uomo sa di poter riedificare altre istituzioni, un'altra etica, un altro codice; riconoscendosi come trascendenza egli concepisce la Storia come un divenire; il più conservatore sa che una certa evoluzione è fatale e che ad essa deve adattare la sua azione e il suo pensiero; la donna, non partecipando alla Storia, non ne comprende le necessità; ella diffida dell'avvenire e spera di poter arrestare il tempo. Gli idoli proposti dal padre, dai fratelli, dal marito, se vengono abbattuti, lei non scandaglia {sonda, saggia} mezzo alcuno per ripopolare il cielo; ella si accanisce a difenderli. Durante la guerra di Secessione Americana {o Guerra Civile Americana, 12/04/1861-23/06/1865}, nessuno tra i sudisti era tanto appassionatamente schiavista quanto le donne; in Inghilterra al tempo della guerra dei Boeri {1880-1881, 1899-1902}, in Francia contro la Comune {18/03-7/06/1871, Parigi, Lione, Saint-Étienne, Marsiglia}, sono esse che si mostrarono le più arrabbiate; cercano di compensare, con l'intensità dei sentimenti che ostentano, la loro inazione; in caso di vittoria, si scatenano come delle iene sul nemico abbattuto; in caso di disfatta, rifiutano aspramente ogni conciliazione; non essendo le loro idee altro che atteggiamenti, è per loro indifferente difendere le cause più sorpassate: possono essere legittimiste nel 1914, zariste nel 1949. L'uomo talvolta le [p. 481/672] incorag

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gia sorridendo: gli piace vedere riflesse sotto una forma fanatica le opinioni che egli esprime con più moderazione; ma a volte anche lui s'indispettisce per l'aspetto stupido e testardo che rivestono {hanno, assumono} allora le sue stesse idee. È solo nelle civiltà e nelle classi altamente integrate che la donna appare così irriducibile {intransigente}. In genere, essendo cieca la sua fede, lei rispetta la legge semplicemente perché è la legge; che la legge cambi, lei salvaguardia il suo prestigio; agli occhi delle donne, la forza crea il diritto, poiché i diritti che esse riconoscono agli uomini, vengono dalla loro forza; è per questo che, quando una collettività viene sopraffatta, sono le prime a gettarsi ai piedi dei vincitori. In genere, esse accettano ciò che è. Uno dei tratti che le caratterizzano, è la rassegnazione. Quando si sono dissotterrate le statue di cenere di Pompei, si è notato che gli uomini erano immobili nei movimenti di rivolta, sfidando il cielo o tentando di fuggire, mentre le donne piegate, ripiegate su se stesse, volgevano il viso verso terra. Sanno di essere impotenti contro le cose: vulcani, polizia, boss, uomini. <<Le donne sono fatte per soffrire - esse dicono -. Questa è la vita ... non ne possiamo fare a meno>>. Questa rassegnazione genera in loro la pazienza che sovente ammiriamo. Sopportano le sofferenze fisiche molto meglio degli uomini; sono capaci di stoico coraggio quando le circostanze lo richiedono. In assenza dell'audacia aggressiva del maschio, molte donne si distinguono per la pacata tenacia della loro resistenza passiva: affrontano crisi, miseria, sventura più energicamente dei loro mariti; rispettose della durata che nessuna sollecitudine può superare, non misurano il loro tempo; quando applicano la loro tranquilla ostinazione a qualche impresa, a volte conseguono successi [p. 482/672] straordinari. <<Ciò che una donna vuole>>, dice il proverbio. In una donna generosa, la rassegnazione assume la forma dell'indulgenza: ammette tutto, non condanna nessuno perchè crede che né le persone, né le cose possano essere diverse da ciò che sono. Una donna orgogliosa può trasformarla in una virtù superba, come Madame de Charrière, rigorosa nel suo stoicismo. Ma genera anche una sterile prudenza; le donne cercano sempre di preservare, riparare, organizzare piuttosto che distruggere e ricostruire di nuovo; preferiscono i compromessi e le transazioni alle rivoluzioni. Nel XIX sec., costituivano uno dei maggiori ostacoli allo sforzo di emancipazione operaia: per una Flora Tristan, una Louise Michel, quante massaie perse nella timidezza pregavano i mariti di non correre rischi! Avevano paura non solo degli scioperi, della disoccupazione, della miseria: temevano che la rivolta fosse una colpa {o un errore}. Si comprende, che subire per subire, esse preferiscono la routine all'avventura: si ritagliano più facilmente una magra felicità a casa che sulla strada. La loro sorte si confonde con quella delle cose deteriorabili: perderebbero tutto perdendole. Solo un soggetto libero, affermandosi al di là della durata, può dare scacco a ogni rovina; questa risorsa suprema, la si è interdetta alla donna. È essenzialmente perchè non ha mai sperimentato i poteri della libertà, che ella non crede nella liberazione: il mondo le sembra retto da un oscuro destino, avverso il quale è mera presunzione opporsi. Queste strade pericolose che altri la vogliono costringere a seguire, non le ha rese lei praticabili: è normale che non vi si precipiti con entusiasmo. Nel caso in cui le si apre l'avvenire, non si aggrappa più al passato. Quando le donne sono chiamate concretamente all'azione, quando si riconoscono negli obiettivi loro assegnati, esse sono audaci e coraggiose come gli uomini. [p. 483/672] Molti dei difetti {o colpe} che vengono loro imputati: mediocrità, piccineria, timidezza, meschinità, pigrizia, frivolezza, servilità, esprimono semplicemente il fatto che l'orizzonte è loro sbarrato. La donna è, si dice, sensuale, sguazza nell'immanenza; ma prima vi è stata rinchiusa. La schiava imprigionata nell'harem non prova alcuna passione morbosa per la confettura di petali di rosa, per i bagni profumati: bisogna pure che ammazzi {faccia passare} il tempo; nella misura in cui la donna soffoca in un triste gineceo - casa chiusa {bordello} o casa borghese - ella troverà rifugio anche nell'agio e nel benessere; inoltre, se persegue avidamente la voluttà, molto spesso è perché ne è frustrata; sessualmente insoddisfatta, destinata alle asprezze del maschio, <<condannata alle brutture maschili>>, ella si consola con salse cremose, vini inebrianti, velluti, le carezze dell'acqua, del sole, d'una amica, di un giovane

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amante. Se ella appare all'uomo come un essere in quanto tale <<fisico>>, è perché la sua condizione la spinge ad annettere un'estrema importanza alla sua animalità. La carne {carnalità, sensualità} non grida in lei più forte che nel maschio: ma ella ne spia i più piccoli mormorii, e li amplifica; la voluttà, al pari della lacerazione della sofferenza, è il trionfo fulminante dell'immediato; dalla violenza dell'istante, l'avvenire e l'universo sono negati; al di fuori della fiammata carnale, ciò che c'è, non è niente, durante questa breve apoteosi, ella non è più mutilata né frustrata. Ma ancora una volta attribuisce tanto valore a questi trionfi dell'immanenza, solo perché questa è la sua unica sorte. La sua frivolezza ha la medesima causa del suo <<materialismo sordido>>; ella dà importanza alle piccole cose per mancanza di accesso alle grandi; le futilità che riempiono le sue giornate sono sovente le più gravi; deve alla sua toilette, alla sua bellezza, il suo charme e le sue chance. Ella si mostra spesso pigra, indolente; ma le occupazioni che le si propongono sono tanto vane quanto il semplice fluire del tempo; se ella [p. 484/672] è ciarliera, scribacchina, è per ingannare la sua oziosità; sostituisce agli atti impossibili le parole. Il fatto è che quando una donna è impegnata in un affare degno di un essere umano, sa mostrarsi attiva, efficiente, silenziosa, ascetica come un uomo. È accusata d'essere servile; è sempre pronta, si dice, a sdraiarsi ai piedi del suo padrone e a baciare la mano che l'ha colpita, è vero che in genere le manca il vero orgoglio; i consigli che “le riviste del cuore” dispensano alle mogli ingannate, agli innamorati abbandonati, sono animati da uno spirito di abietta sottomissione; la donna si logora in scene arroganti e finisce per raccogliere le briciole che il maschio è disposto a gettarle addosso. Ma cosa può fare una donna senza il sostegno maschile per la quale l'uomo è al contempo l'unico mezzo e l'unica ragione di vita? È obbligata a sopportare tutte le umiliazioni; lo schiavo non potrebbe avere il senso della “dignità umana”; gli basta ritirarsi da una situazione difficile (con abilità e astuzia). Infine, se lei è "con i piedi per terra", "pot-au-feu {casa e famiglia}", bassamente utilitarista, è perché è costretta a dedicare la sua vita alla preparazione del cibo e alla pulizia degli escrementi: non è da lì che può trarre il suo senso della grandezza. Deve assicurare la monotona ripetizione della vita nella sua contingenza e fatticità {fenomenologia ed esistenzialismo: il puro e contingente sussistere di un oggetto, di una cosa, talora in quanto distinto dall'effettività dell'esistenza umana}: è naturale per lei ripetere sé stessa, ricominciare, senza mai inventare, sentire che il tempo sembra girare in tondo senza portare da nessuna parte; è impegnata senza fare mai niente: si aliena dunque in ciò che ha; questa dipendenza dalle cose, conseguenza della dipendenza in cui è tenuta dagli uomini, spiega la sua prudente economia, la sua avarizia. La sua vita non è diretta verso dei fini {scopi, obiettivi}: si immerge nella produzione o mantenimento di cose che altro non sono che dei mezzi: vestiario, vitto e alloggio; questi sono qui intermediari inessenziali tra la vita animale e l'esistenza libera; l'unico valore attribuito ai mezzi inessenziali, è l'utilità; è al livello [p. 485/672] dell'utile che vive la massaia e si vanta solo d'essere utile ai suoi parenti. Ma nessun esistente si può accontentare di un ruolo inessenziale: distingue alla svelta fini e mezzi – come si osserva per di più tra i politici – e il valore dei mezzi diventa ai suoi occhi un valore assoluto. Così l'utilità, nel cielo della massaia, regna più alta della verità, della bellezza, della libertà; ed è in questa prospettiva, la sua cioè, che vede l'intero universo; ed è per questo che adotta la morale aristotelica del giusto mezzo, della mediocrità. Come trovare in lei audacia, ardore, distacco, grandezza? Queste qualità appaiono solo laddove una libertà si getta attraverso un futuro aperto, emergendo al di là di ogni dato. Rinchiudiamo la donna in una cucina o in un boudoir {salottino per signora intimo ed elegante}, e ci stupiamo che il suo orizzonte sia limitato; le tagliamo le ali, e deploriamo che non sappia volare. Apriamole il futuro!, e non sarà più obbligata a sistemarsi nel presente. Si dà prova della medesima incoerenza quando, confinandola entro i limiti del suo Ego o della sua famiglia, le si rimprovera il suo narcisismo e il suo egoismo con il loro seguito: vanità, suscettibilità, cattiveria {o malvagità} ecc.; la si priva di ogni possibilità di comunicazione concreta con gli altri; lei non sente nella sua esperienza né l'appello né i benefici della solidarietà, poiché, separata, si dà anima e corpo alla propria famiglia; non ci si può aspettare che

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vada oltre se stessa verso l'interesse generale. Si rintana {si rinchiude} ostinatamente nell'unica sfera che le è familiare, dove può esercitare una presa sulle cose, e in seno alla quale ritrovare una precaria sovranità. Tuttavia, la donna chiude invano le porte e oscura le finestre, non trova in casa sua un'assoluta sicurezza; questo universo maschile che lei rispetta da lontano senza [p. 486/672] osare avventurarvisi, la assale, e giustamente, perché è incapace di coglierlo attraverso delle tecniche, una logica certa, dei saperi articolati: lei si sente avvolta, al pari dell'infante e del primitivo, da pericolosi misteri. Vi proietta la sua concezione magica della realtà: il corso delle cose le sembra fatale e ciononostante tutto può accadere; distingue il possibile dall'impossibile, è pronta a credere a chiunque, accoglie e diffonde tutte le voci, scatena il panico; anche nei periodi di calma, vive nella preoccupazione. Di notte, nel dormiveglia, l'uomo giacente inerte è spaventato da quei volti da incubo che la realtà assume; così per la donna condannata alla passività, l'oscuro avvenire è ossessionato dai fantasmi della guerra, della rivoluzione, della carestia, della miseria: non potendo agire, lei si preoccupa. Il marito, il figlio, quando intraprendono un'impresa, se travolti da un evento, si assumono i rischi per conto proprio: i loro progetti, le istruzioni a cui obbediscono tracciano loro una strada sicura nell'oscurità; ma la donna si dibatte in una notte sfocata; lei "si preoccupa", perché non fa nulla; nell'immaginazione, tutte le possibilità hanno la stessa realtà: il treno può deragliare, l'operazione può fallire, l'affare può arenarsi; ciò che cerca invano di scongiurare nel suo lungo e tetro rimuginare, è lo spettro della sua stessa impotenza. La preoccupazione traduce la sua sfiducia nel mondo dato; se le sembra carico di minacce, pronto a sprofondare in oscure catastrofi, è perché lì non si sente felice. Il più delle volte non si rassegna a rassegnarsi; sa bene che ciò che subisce, lo subisce suo malgrado: è donna senza essere stata consultata; non osa ribellarsi; è di malavoglia che si sottomette; ha l'atteggiamento di una costante recriminazione. Tutti quelli che ricevono le [p. 487/672] confidenze delle donne: medici, sacerdoti, assistenti sociali, sanno che il modo più abituale è la lamentela {lagnanza, recriminazione}; tra amiche, si lamentano ciascuna dei propri mali e tutte assieme dell'ingiustizia della sorte, del mondo e degli uomini in generale. Un individuo libero si incolpa solo dei suoi insuccessi, se ne assume cioè la responsabilità: ma è dagli altri che tutto giunge alla donna, sono gli altri che sono responsabili delle sue disgrazie. La sua furiosa disperazione ricusa ogni rimedio; proporre soluzioni a una donna ostinata a lamentarsi, non aiuta: nessuna le sembra accettabile. Vuole vivere la sua situazione esattamente come la vive: in una rabbia impotente. Quando qualcuno le offre un cambiamento, alza le braccia al cielo: “Questo è tutto ciò di cui ho bisogno!" Lei sa che il suo malessere è più profondo dei pretesti che adduce per esso, e che non basta un solo espediente per liberarsene: biasima il mondo intero perché è stato costruito senza di lei, e contro di lei; fin dall'adolescenza, dall'infanzia, protesta contro la sua condizione; le è stato promesso un compenso, le è stato assicurato che, se avesse abdicato alle sue possibilità nelle mani degli uomini, le sarebbero state restituite cento volte tanto, e si considera disorientata, dà la colpa a tutto l'universo maschile; il risentimento è l'altra faccia della dipendenza: quando dai tutto, non ne hai mai abbastanza in cambio. Tuttavia, ha anche bisogno di rispettare l'universo maschile; si sentirebbe in pericolo, senza un tetto sopra la testa, se lo contestasse nel suo insieme: adotta l'atteggiamento manicheo che le viene suggerito anche dalla sua esperienza domestica. L'individuo che agisce si riconosce responsabile, al pari degli altri, del male e del bene; sa che spetta a lui definire gli obiettivi {fini, scopi}, farli trionfare; sperimenta nell'azione l'ambiguità di ogni soluzione; giustizia e ingiustizia, guadagni e perdite sono inestricabilmente intrecciati. Ma chiunque sia passivo, si mette fuori gioco e rifiuta di porre anche nel pensiero i problemi [p. 488/672] etici: il bene deve essere realizzato, e se non lo è, c'è una colpa per la quale vanno puniti i colpevoli. Come il bambino, la donna rappresenta a se stessa il bene e il male in semplici immagini di Épinal {Città della Francia settentrionale, nota per la fabbricazione di immagini popolari (imagerie) che rese celebre la città}; il manicheismo rassicura la mente rimuovendo l'ansia della scelta; decidere tra

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un flagello e un flagello minore, tra un beneficio presente e un beneficio futuro maggiore, dover definire da soli cos'è la sconfitta, cos'è la vittoria, è correre rischi terribili; per il manicheo il grano è chiaramente distinto dalla pula, e c'è solo da svellere la pula; la polvere si condanna e la pulizia è perfetta assenza di contaminazione; pulire è espellere rifiuti e fango. Quindi la donna pensa che "tutto è colpa" degli ebrei, o dei massoni, o dei bolscevichi, o del governo; è sempre contro qualcuno o qualcosa; tra gli anti-Dreyfusard, le donne sono state le più accanite molto più degli uomini; non sempre sanno dove risieda il principio maligno; ma quello che si aspettano da un "buon governo", è che lo spazzi via come si spazza via la polvere dalla casa. Per le ferventi golliste, de Gaulle appare come il re degli spazzini; piumini e strofinacci alla mano, esse lo immaginano a lustrare e strofinare per fare una Francia “pulita, netta”. Ma queste speranze si situano sempre in un avvenire incerto; intanto il male continua a rodere il bene; e non avendo a portata di mano gli ebrei, i bolscevichi, i massoni, la moglie cerca un responsabile contro il quale indignarsi più concretamente: il marito è una vittima d'elezione. È in lui che si incarna l'universo maschile, è per il suo tramite che la società maschile si è fatta carico della donna, e l'ha mistificata; {l'universo maschile} sopporta il peso del mondo, e se le cose vanno male, è colpa sua. Quando torna a casa la sera, lei si lamenta con lui dei bambini, dei fornitori, delle faccende domestiche, del costo [p. 489/672] della vita, dei suoi reumatismi, del tempo che fa: e vuole che si senta in colpa. Lei spesso nutre particolari rancori nei suoi confronti; ma questi soprattutto è colpevole di essere uomo; anche lui può avere le sue malattie, le sue preoccupazioni: "Non è la stessa cosa"; detiene un privilegio che lei sente vivamente come ingiustizia costante. È notevole che l'ostilità che prova nei confronti del marito, dell'amante, invece di allontanarla da loro, la lega a loro; un uomo che ha cominciato a detestare la moglie o l'amante, cerca di fuggirla: ma lei vuole avere l'uomo che odia a portata di mano per fargliela pagare. La sua consolazione suprema è costituirsi martire. La vita, l'hanno conquistata gli uomini: trasformerà questa stessa sconfitta in una vittoria. Ecco perché, come nella sua infanzia, si abbandonerà così allegramente alla frenesia delle lacrime e delle scene. Sicuramente è perché la sua vita si trascina su uno sfondo di rivolta impotente che la donna trova così facile piangere; senza dubbio ha meno controllo fisiologico di un uomo sul suo sistema nervoso e simpatico; la sua educazione le ha insegnato a lasciarsi andare: le consegne {ordini, istruzioni} giocano un ruolo importante qui da quando Diderot, Benjamin Constant versavano un profluvio di lacrime, mentre gli uomini hanno smesso di piangere poiché il costume glielo proibisce. Ma soprattutto la donna è sempre pronta ad adottare un comportamento fallimentare nei confronti del mondo, per il fatto che non lo ha mai francamente accettato. L'uomo dà il proprio consenso al mondo; anche la sventura non cambierà il suo atteggiamento, lo affronterà, non “si lascerà abbattere”; mentre è sufficiente una contrarietà per rendere alla donna di nuovo attuale l'ostilità dell'universo e l'ingiustizia della sua sorte; poi, si precipita nel suo rifugio più sicuro: se stessa; questa calda scia sulle sue guance, questo bruciore nelle sue [p. 490/672] orbite, è la presenza sensibile della sua anima dolente; morbide sulla pelle, appena salate sulla lingua, le lacrime sono anche una carezza tenera e amara; il viso arde sotto un leggero gocciolio d'acqua; le lacrime sono insieme lamentela e consolazione, febbre e freschezza calmante. Sono anche un alibi supremo. Improvvise come un temporale, sfuggendo a scatti, cicloni, acquazzoni, piovaschi, metamorfosano la donna in una fontana lamentosa, in un cielo tormentato; i suoi occhi non vedono più, una nebbia li vela: non sono più nemmeno uno sguardo, si sciolgono in pioggia; cieca, la donna ritorna alla passività delle cose naturali. La si vuole vinta: sprofonda nella sua sconfitta; cola a picco, annega, sfugge all'uomo che la contempla, impotente come davanti a una cataratta. Egli giudica sleale questo comportamento; ma lei ritiene che la lotta sia sleale fin dall'inizio, perché non le è stata messa nelle mani nessun'arma efficace. Ricorre ancora una volta a scongiuri magici. E il fatto che i suoi singhiozzi esasperino il maschio, le dà un motivo in più per precipitarvisi.

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Se le lacrime non sono sufficienti a esprimere la sua rivolta, reciterà scene la cui incoerente violenza sconcerterà ancora di più l'uomo. In certi ambienti, capita che l'uomo colpisca la sua sposa con colpi veri; in altri, proprio perché è più forte e il pugno è uno strumento efficace, si astiene da ogni violenza. Ma la donna, come il bambino, si abbandona a slanci simbolici: può gettarsi sull'uomo, graffiarlo, questi sono solo gesti. Ma soprattutto lavora per mimare nel suo corpo, attraverso le crisi nervose, i rifiuti che non riesce a realizzare concretamente. Non è solo per ragioni fisiologiche che è soggetta a manifestazioni convulsive: la convulsione è la [p. 491/672] interiorizzazione di un'energia che, scagliata verso il mondo, finisce per non cogliere alcun oggetto; è un dispendio a vuoto di tutte le forze di negazione suscitate dalla situazione. La madre ha raramente crisi di nervi di fronte ai suoi figli piccoli, perché può picchiarli, punirli: è di fronte al figlio maggiore, a suo marito, al suo amante, sul quale non ha alcun controllo, che la donna si abbandona alla disperazione furiosa. Le scene isteriche di Sophie Tolstoj sono significative; certamente, ha commesso il grave errore di non cercare mai di capire suo marito, e attraverso il suo diario non sembra né generosa, né sensibile, né sincera: è ben lungi dall'apparirci come una persona che si fa voler bene; ma se avesse ragione o torto non cambia l'orrore della sua situazione: per tutta la sua vita ha solo sopportato, attraverso continue recriminazioni, gli abbracci coniugali, le maternità, la solitudine, il modo di vivere che il marito le ha imposto: quando le nuove risoluzioni di Tolstoj hanno esasperato il conflitto, lei si è ritrovata disarmata contro la volontà nemica, che rifiutava con tutta la sua impotente volontà; si è gettata in delle commedie di rifiuto: falsi suicidi, false fughe, false malattie, ecc., odiose per il suo entourage, estenuanti per se stessa: è difficile vedere quale altra via d'uscita le fosse aperta, poiché non aveva ragioni positive per mettere a tacere i suoi sentimenti di rivolta, e nessun mezzo efficace per esprimerli. C'è davvero una via d'uscita che si apre alla donna arrivata alla fine del rifiuto, ed è il suicidio. Ma sembra che lo usi meno spesso dell'uomo. Le statistiche qui sono molto ambigue: se consideriamo i suicidi riusciti, ci sono molti più uomini che donne che attentano alla propria vita; ma tra di esse sono più frequenti i tentativi di suicidio. Forse perché si accontentano più spesso della commedia: giocano al suicidio più spesso degli uomini [p. 492/672] ma lo vogliono più raramente. In parte anche perché i mezzi brutali ripugnano loro: non usano quasi mai armi da taglio o da fuoco. Annegano molto più volentieri, come Ofelia, manifestando l'affinità della donna con l'acqua, passiva e piena di oscurità, dove sembra che la vita possa dissolversi passivamente. Nel complesso, osserviamo qui l'ambiguità che ho già evidenziato: ciò che la donna detesta, lei non cerca sinceramente di lasciarlo. Gioca la carta della rottura, ma alla fine rimane a casa dell'uomo che la fa soffrire; finge di lasciare la vita che la molesta, ma è relativamente raro che si suicida. Non le vanno a genio le soluzioni definitive: protesta contro l'uomo, contro la vita, contro la sua condizione, ma non evade da siffatta realtà. Ci sono una serie di comportamenti femminili che devono essere interpretati come proteste. Abbiamo visto che spesso la moglie tradisce il marito per sfida e non per piacere; sarà sventata e spendacciona apposta perché lui è metodico e parsimonioso. I misogini che accusano la donna d'essere "sempre in ritardo", pensano che le manchi "il senso della puntualità". In verità, abbiamo visto con quanta docilità si piega alle esigenze del tempo. I suoi ritardi sono deliberatamente acconsentiti. Certe (donne) civette credono con ciò di esasperare il desiderio dell'uomo e di valorizzare ancor di più la loro presenza; ma soprattutto la donna, infliggendo all'uomo qualche momento di attesa, protesta contro questa lunga attesa che è la sua stessa vita. In un certo senso, tutta la sua esistenza è un'attesa, poiché lei è rinchiusa nel limbo dell'immanenza, della contingenza, e la sua giustificazione è sempre nelle mani di un altro: aspetta l'omaggio, i voti degli uomini, attende l'amore..., attende la gratitudine e le lodi del marito, dell'amante; attende da loro le sue ragioni di esistere, il suo valore e il suo stesso essere. Da essi attende il suo [p. 493/672] sostentamento; sia che abbia in mano il libretto degli assegni, sia che riceva ogni settimana oppure ogni mese le somme che il marito le concede, bisogna che che abbia ricevuto la sua paga, che abbia ottenuto quest'aumento per poter regolare

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il conto del droghiere o acquistare un vestito nuovo. Lei aspetta la loro presenza: la dipendenza economica la mette a loro disposizione; lei non è che un elemento della vita maschile, mentre l'uomo è tutta la sua vita; il marito ha le sue occupazioni fuori della casa, la moglie subisce la sua assenza tutto il giorno; è l'amante – per quanto appassionato – che decide separazioni e incontri secondo i suoi obblighi. A letto attende il desiderio del maschio, attende – a volte con ansia – il suo proprio piacere. Tutto ciò che può fare è arrivare in ritardo all'appuntamento fissato dall'amante, o non essere pronta all'ora stabilita dal marito; in tal modo afferma l'importanza delle sue proprie occupazioni, rivendica la sua indipendenza, torna a essere per un momento il soggetto essenziale cui l'altro si sottomette passivamente. Ma queste sono vendette timide; così testarda com'è da far "aspettare" gli uomini, non compenserà mai le infinite ore passate a fare la posta, sperare, sottomettersi {rassegnarsi, assoggettarsi} alla benevolenza del maschio. In generale, pur riconoscendo nel complesso la supremazia degli uomini, accettandone l'autorità, adorando i loro idoli, va a contestare coi denti e con le unghie il loro regno; da lì viene questo famoso “spirito di contraddizione” che spesso le viene rimproverato; non possedendo un dominio autonomo, non può opporre verità, valori positivi a quelli affermati dai maschi; può solo negarli. La sua negazione è più o meno sistematica a seconda di come in essa sono dosati rispetto e rancore. Ma il fatto è che conosce tutti i difetti del sistema maschile, ed è pronta a smascherarli. [p. 494/672] Le donne non hanno presa sul mondo degli uomini, perché la loro esperienza non insegna loro a padroneggiare la logica e la tecnica: al contrario, il potere degli strumenti maschili si annulla ai confini del dominio femminile. C'è tutta una regione dell'esperienza umana che il maschio sceglie deliberatamente di ignorare, perché si arena al solo suo pensiero: questa esperienza, la donna la vive. L'ingegnere, così preciso quando elabora i suoi progetti, si comporta come un demiurgo in casa: una parola, ed ecco il suo pasto servito, le sue camicie inamidate, i suoi figli muti; procreare è un atto rapido come il colpo della bacchetta di Mosè; non si sorprende di questi miracoli. La nozione di miracolo differisce dall'idea di magia: esso pone, all'interno di un mondo razionalmente determinato, la discontinuità radicale di un evento senza una causa contro il quale si infrange ogni pensiero; mentre i fenomeni magici sono unificati da forze segrete di cui una coscienza docile può sposare - senza comprenderlo il continuo divenire. Il neonato è miracoloso per il padre demiurgo, magico per la madre che ha provato su di sé, in grembo, la sua maturazione. L'esperienza dell'uomo è intelligibile, ma piena di vuoti; quella della donna è, nei suoi limiti propri, oscura ma piena. Questa opacità lo rende pesante; nei suoi rapporti con lei, il maschio le sembra leggero: ha la leggerezza dei dittatori, generali, giudici, burocrati, codici e principi astratti. Questo è ciò che voleva dire, senza dubbio, quella massaia che un giorno mormorava, alzando le spalle: “Gli uomini, loro non pensano!" Esse dicono anche: “Gli uomini, loro non sanno: non conoscono la vita." Al mito della mantide religiosa, esse oppongono il simbolo del calabrone frivolo e importuno. È comprensibile come, in questa prospettiva, la donna ricusi la logica maschile. Non solo questa non fa presa [p. 495/672] sulla sua esperienza, ma sa anche che nelle mani degli uomini la ragione diventa una subdola forma di violenza; le loro affermazioni perentorie sono intese a mistificarla. La vogliono rinchiudere in un dilemma: o sei d'accordo, o non lo sei; in nome di tutto il sistema dei principi accettati, lei dev'essere d'accordo: rifiutando la sua adesione, è l'intero sistema che rifiuta; lei non può permettersi uno scandalo simile, non ha i mezzi per ricostruire un'altra società: nondimeno non aderisce a questa. A metà strada tra la rivolta e la schiavitù, si rassegna a malincuore all'autorità maschile. È con la violenza che, in ogni occasione, occorre farle assumere le conseguenze della sua incerta sottomissione. Il maschio insegue la chimera di una compagna liberamente schiava: vuole che, cedendogli, ella ceda all'evidenza di un teorema; ma lei sa che lui stesso ha scelto i postulati a cui si appiccicano le sue vigorose deduzioni; fintanto che lei evita di rimetterli in discussione, lui le chiuderà facilmente la bocca; tuttavia, non la convincerà, perché lei immagina l'arbitrarietà. Così lui l'accuserà

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con irritazione di testardaggine, di illogicità: lei si rifiuta di giocare, perché sa che i dadi sono truccati. La donna non pensa positivamente che la verità sia altra da quella che affermano gli uomini: ammette piuttosto che non è la verità. Non è solo il divenire della vita a insospettirla nei confronti del principio di identità, né che i fenomeni magici di cui è circondata, rovinano la nozione di causalità: è nel cuore del mondo maschile stesso, è in esso, in quanto appartenente a questo mondo, che lei coglie l'ambiguità di ogni principio, di ogni valore, di tutto ciò che esiste. Sa che la moralità maschile è una vasta mistificazione per quanto la riguarda. L'uomo assesta pomposamente un colpo al suo codice di virtù e onore; ma di nascosto [p. 496/672] la invita a disobbedirvi: egli si aspetta anche questa disobbedienza; senza di essa crollerebbe tutta questa bella facciata dietro la quale si rifugia. L'uomo si avvale volentieri dell'idea hegeliana secondo la quale il cittadino acquista la sua dignità etica trascendendosi {superando se stessi}verso l'universale: in quanto individuo singolare, ha diritto al desiderio, al piacere. I suoi rapporti con la donna si situano quindi in una regione contingente dove la moralità non si applica più, dove i comportamenti sono indifferenti. Con gli altri uomini, egli ha delle relazioni in cui sono coinvolti dei valori; è una libertà che si confronta con altre libertà secondo leggi che tutti universalmente riconoscono; ma con la donna – lei è stata inventata a questo scopo – lui cessa di assumere la sua esistenza, si abbandona al miraggio dell'in-sé, si pone su un piano inautentico; si mostra tirannico, sadico, violento o puerile, masochista, lamentoso; cerca di soddisfare le sue ossessioni, le sue manie; si "rilassa" in nome dei diritti che ha acquisito nella sua vita pubblica. Sua moglie spesso si stupisce – come Thérèse Desqueyroux {Romanzo di François Mauriac, pubblicato nel 1927} – del contrasto tra l'alta qualità delle sue parole, il suo comportamento pubblico e “le sue pazienti invenzioni dell'ombra”. Predica il ripopolamento: è abile nel non avere più figli di quanti gli convengono. Esalta le mogli caste e fedeli: ma invita la moglie del prossimo all'adulterio. Abbiamo visto con quale ipocrisia gli uomini decretano che l'aborto è un atto criminale quando ogni anno in Francia un milione di donne viene messo da uomini nella situazione di dover abortire; molto spesso il marito o l'amante le impone questa soluzione; spesso essi assumono anche tacitamente che vi si ricorrerà in caso di bisogno. Danno per scontato esplicitamente che la donna acconsentirà a rendersi colpevole di un delitto: la sua “immoralità” è necessaria per l'armonia della [p. 497/672] società morale, rispettata dagli uomini. L'esempio più lampante di questa doppiezza è l'atteggiamento del maschio nei confronti della prostituzione: è la sua domanda che crea l'offerta; ho detto con quale disgustato scetticismo le prostitute giudicano i rispettabili gentiluomini che condannano il vizio in generale, ma mostrano grande indulgenza per le loro manie personali; tuttavia, le ragazze che vivono dei loro corpi sono considerate perverse e debosciate, non i maschi che le usano. Un aneddoto illustra questo stato d'animo: alla fine del secolo scorso, la polizia scoprì in un bordello due ragazzine di età compresa tra i dodici e i tredici anni; c'è stato un processo in cui hanno testimoniato; parlavano dei loro clienti che erano dei signori importanti; una di loro aprì la bocca per dare un nome. Il procuratore {il pubblico ministero} la interruppe frettolosamente: Non infangare il nome di un uomo onesto! Un gentiluomo decorato con la Legion d'Onore rimane un uomo onesto nel momento in cui deflora una bambina; ha le sue debolezze, ma chi non le ha? Mentre la ragazzina che non accede alla regione etica dell'universale – che non è né magistrato, né generale, né un grande di Francia, niente che una ragazzina – gioca il suo valore morale nella regione contingente della sessualità: è una perversa, una dissoluta, una viziosa buona per la casa di correzione. L'uomo può, in molti casi, senza macchiare la sua alta figura, perpetrare in complicità con la donna atti che per lei sono stigmatizzanti. Lei fraintende queste sottigliezze, quello che capisce è che l'uomo non agisce conformemente ai principi che ostenta e che a lei chiede di disobbedirvi; non vuole quello che dice di volere: così lei non gli dà quello che lei finge di dargli. Sarà una moglie casta e fedele: e cederà segretamente ai suoi desideri, sarà una madre ammirevole: ma praticherà con cura la contraccezione e abortirà se necessario. L'uomo la rinnega

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ufficialmente, questa è la regola del gioco; ma è clandestinamente [p. 499/672] riconoscente a questa per la sua "piccola virtù", a quella per la sua sterilità. La donna ha il ruolo di quegli agenti segreti che possono essere fucilati se vengono catturati, e che vengono colmati di ricompense se ci riescono; sta a lei avallare tutta l'immoralità dei maschi: non è solo la prostituta, sono tutte le donne che fanno da cloaca al palazzo luminoso e sano nel quale vive la gente onesta. Quando poi parliamo loro di dignità, onore, slealtà, di tutte le alte virtù virili, non dobbiamo stupirci che esse si rifiutino di "marciare". Sorridono in particolare quando i maschi virtuosi vengono a rimproverarle d'essere interessate, commedianti, mentitrici: sanno benissimo che non c'è nessun'altra via d'uscita per loro. L'uomo è anche “interessato” al denaro, al successo: ma ha i mezzi per conquistarli attraverso il suo lavoro; alle donne è stato assegnato il ruolo di parassita: ogni parassita è necessariamente uno sfruttatore; ha bisogno del maschio per acquisire la dignità umana, per mangiare, per godere, per procreare; è mediante il servizio del sesso che si assicura i suoi benefici; e siccome la relegano in questa funzione, è del tutto uno strumento di sfruttamento. Quanto alle menzogne, salvo nel caso della prostituzione, non si tratta di un patto equo tra lei e il suo protettore. L'uomo esige che gli reciti una commedia: vuole che lei sia l'Altro; ma tutto ciò che esiste, per quanto selvaggiamente sereno, resta soggetto; lui la vuole oggetto: lei si fa oggetto; nel momento in cui si fa essere, esercita un'attività libera; questo è il suo tradimento originario; la più docile, la più passiva è ancora la coscienza; e basta talvolta che il maschio si accorga che, donandosi a lui, lei lo vaglia e lo giudica, perché si senta ingannato; lei non deve essere che una cosa offerta, una preda. Tuttavia, questa cosa, egli esige anche che lei gliela consegni liberamente: a letto le chiede di provare piacere; in casa, deve riconoscere sinceramente la sua superiorità e [p. 499/672] i suoi meriti; nel momento in cui obbedisce, deve quindi fingere l'indipendenza, mentre in altri momenti recita attivamente la commedia della passività. Mente per trattenere l'uomo che le assicura il pane quotidiano: scene e lacrime, trasporti d'amore, crisi di nervi; e mente anche per sfuggire alla tirannia che accetta per interesse. La incoraggia a commedie da cui traggono profitto il suo imperialismo e la sua vanità: lei rivolge contro di lui i suoi poteri di dissimulazione; si prende così rivincite doppiamente deliziose: perché, ingannandolo, soddisfa desideri particolari e gode del piacere di beffeggiarlo. La moglie, la cortigiana mentono fingendo trasporti che non sentono; poi si divertono con un amante, con degli amici, per l'ingenua vanità della vittima (del loro inganno}: "Non solo falliscono {fanno cioè cilecca, sessualmente}, ma vogliono comunque che ci affatichiamo {nel senso di darsi da fare freneticamente} con grida di piacere", dicono con rancore. Queste conversazioni sono come quelle dei dipendenti che dicono qualcosa di male dei loro "boss" in ufficio. La donna ha le stesse colpe, perché vittima della stessa oppressione paternalistica; ha lo stesso cinismo, perché vede l'uomo dal basso in alto come il servo vede i suoi padroni. Ma è chiaro che nessuno dei suoi tratti manifesta in modo perverso un'essenza o una volontà originaria: rispecchiano una situazione. "C'è falsità ovunque ci sia un regime coercitivo", dice Fourier. “Il proibizionismo e il contrabbando sono inseparabili nell'amore come nei "business (negli affari)". E gli uomini sanno che i difetti della donna manifestano la sua condizione, così bene che, ansiosi di mantenere la gerarchia dei sessi, incoraggiano nella loro compagna quegli stessi tratti che li autorizzano a disprezzarla. Senza dubbio il marito, l'amante si irritano per i difetti della particolare donna con cui convivono; tuttavia, sostenendo lo charme {il fascino, le grazie} della femminilità in generale, la considerano inseparabile dai suoi difetti. Se non è perfida, futile, vigliacca, [p. 500/672] indolente, la donna perde il suo fascino. In Doll's House, Helmer spiega quanto l'uomo si senta giusto, forte, comprensivo e indulgente quando perdona alle donne deboli i loro difetti infantili. Così i mariti di Bernstein provano un senso di tenerezza, di commozione – con la complicità dell'autore – nei confronti della moglie ladra, malvagia, adultera. Essi misurano, chinandosi su di essa con indulgenza, la loro virile saggezza. I razzisti americani, i coloni francesi vogliono anche che il nero si mostri ladruncolo, pigro, mentitore: dimostrando così la sua indegnità, si mette dalla parte degli oppressori; persistendo nell'essere onesto, leale, è cons testone. I difetti {le mancanze} della donna

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si esagerano quindi tanto più che lei non cercherà di combatterle, ma, al contrario, se ne adornerà. Ricusando i principi logici, gli imperativi morali, scettica nei confronti delle leggi di natura, la donna non ha il senso dell'universale; il mondo le appare come un insieme confuso di casi singolari; per questo crede più facilmente al pettegolezzo di un vicino che a una presentazione scientifica; senza dubbio rispetta il libro stampato, ma questo rispetto scivola lungo le pagine scritte senza aggrapparsi al loro contenuto: anzi, l'aneddoto raccontato da uno sconosciuto che aspetta in fila o in salotto, assume subito un'autorità preponderante; nel suo dominio, tutto è magico; fuori, tutto è mistero; non conosce il criterio della verosimiglianza, solo l'esperienza immediata la convince: l'esperienza sua propria o quella di altri, purché sia affermata con forza. Quanto a lei, per il fatto che isolata nella sua casa non si confronta attivamente con altre donne, si considera spontaneamente come un caso speciale; aspetta sempre che il destino e gli uomini facciano un'eccezione a suo favore; molto più che ai ragionamenti valevoli per tutti, [p. 501/672] lei crede alle illuminazioni che la attraversano; ammette facilmente che le sono inviate da Dio o da qualche oscuro spirito del mondo; di certe disgrazie, di certi incidenti {o accidenti}, pensa con calma: “Non succederà a me”; al contrario, immagina che “per me si farà un'eccezione”: ha il gusto per i privilegi; il commerciante le farà uno sconto, il vigile urbano {la guardia municipale} la lascerà andare senza il passi; le si è insegnato a sopravvalutare il valore del suo sorriso e ci si è dimenticati di dirle che tutte le donne sorridono. Non è che si ritenga più straordinaria del prossimo: è che non si confronta; per lo stesso motivo è raro che l'esperienza le infligga un diniego: subisce un fallimento, un altro, ma non totalizza. Ecco perché le donne non riescono a costruire solidamente un "contro-universo" da dove possono sfidare i maschi; sporadicamente spettegolano sugli uomini in genere, si raccontano storie di letti e di parti {p.e.: prematuri, indolori, pilotati, naturali, con il forcipe}, si comunicano oroscopi e ricette di bellezza. Ma per costruire davvero questo "mondo del risentimento" che il loro rancore auspica, mancano di convinzione; il loro atteggiamento verso l'uomo è troppo ambivalente. È infatti un bambino, un corpo contingente e vulnerabile, è ingenuo, un mormorio {ronzio} importuno, un tiranno meschino, un egoista, un vanitoso: ed è anche l'eroe liberatore, la divinità dispensatrice di valori. Il suo desiderio è un grossolano appetito e i suoi abbracci, una degradante fatica: tuttavia, l'ardore e il potere virile appaiono anche come una energia demiurgica. Quando una donna esclama con estasi: “È un uomo!", evoca nello stesso tempo il vigore sessuale e l'efficacia sociale del maschio che ammira: in entrambi, si esprime la stessa sovranità creativa. Lei [p. 502/672] non immagina ch'egli sia un grande artista, un grande uomo d'affari, un generale, un leader, senza essere un potente amante: i suoi successi sociali hanno sempre un'attrazione sessuale; al contrario, è pronta a riconoscere una sorta di genialità nel maschio che la soddisfa. È inoltre un mito maschile che lei riprende qui. Il fallo per Lawrence {David Herbert (Eastwood, 11/09/1885 - † Vence, 2/03/1930) Scrittore, poeta, drammaturgo, saggista pittore inglese} e per tanti altri è contemporaneamente una energia vivente e la trascendenza umana. Così la donna può vedere nei piaceri del letto una comunione con lo spirito del mondo. Dedicando all'uomo un culto mistico, si perde e si ritrova nella sua gloria. La contraddizione qui è facilmente eliminabile grazie alla pluralità di individui che partecipano alla virilità. Alcuni – quelli di cui sperimenta la contingenza nella vita di tutti i giorni – sono l'incarnazione della miseria umana; in altri viene esaltata la grandezza dell'uomo. Ma la donna accetta addirittura che queste due figure si fondino in una sola. “Se divento celebre, scriveva una giovane innamorata di un uomo che riteneva superiore, R... mi sposerà sicuramente perché la sua vanità ne sarà lusingata, a passeggiare a braccetto, gonfiando il petto.“ Tuttavia, lei lo ammirava follemente. Lo stesso individuo può benissimo essere, agli occhi della donna, avaro, meschino, vanitoso, insignificante e un dio: dopo tutto, gli dèi hanno le loro debolezze. Relativamente a un individuo amato per la sua libertà e umanità, si ha per lui questa severità esigente che è il contrario della stima autentica; mentre una donna inginocchiata davanti al suo maschio può benissimo vantarsi di "saperlo prendere", di "manovrarlo", lei accarezza con

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compiacenza "i suoi piccoli fianchi", senza che egli perda il suo prestigio; è la dimostrazione che lei non prova amicizia per la sua persona particolare come si compie negli atti reali; si prostra alla cieca davanti all'essenza generale di cui è partecipe l'idolo: la virilità è un'aura sacra, un valore clonato, fisso, che si afferma nonostante la meschinità dell'individuo che la [p. 503/672] porta; questo non conta; al contrario, la donna gelosa del suo privilegio si diletta nell'assumere su di lui una maliziosa superiorità. L'ambiguità dei sentimenti che la donna nutre per l'uomo, si ritrova nel suo atteggiamento generale nei confronti di se stessa e del mondo; il dominio in cui lei è rinchiusa, è investito {aggredito, assalito} dall'universo maschile; ma è frequentato da oscuri poteri di cui gli uomini stessi sono i giocattoli; se si allea con queste virtù magiche, a sua volta conquisterà il potere. La società asservisce la natura; ma la Natura la domina; lo Spirito si afferma al di là della Vita; ma si spegne se la vita non lo sostiene più. La donna si avvale di questo equivoco per accordare più verità a un giardino che a una città, a una malattia che a un'idea, a un parto che a una rivoluzione; si sforza di restaurare questo regno della terra, della Madre, sognato da Bachofen {Johann Jakob (Basilea, 22/12/1815 - † 25/1171887). Giurista, storico e antropologo svizzero, noto per la sua teoria sul matriarcato} per ritrovare l'essenziale di fronte all'inessenziale. Ma poiché anch'essa è un esistente che vive in una trascendenza, non può che valorizzare questa regione dove è confinata, trasfigurandola: le attribuisce una dimensione trascendente. L'uomo vive in un universo coerente che è una realtà pensata. La donna è alle prese con una realtà magica che non si lascia pensare: ne evade attraverso pensieri privi di contenuto reale. Invece di assumere la sua esistenza, contempla in cielo l'Idea pura del suo destino; invece di agire, erige la sua statua nell'immaginario; invece di ragionare, sogna. Da lì viene che, essendo così "fisico", lei sia anche così artificiale; che, essendo così terrestre, diventi così eterea. La sua vita, la passa a pulire casseruole e tegami, ed è un romanzo meraviglioso; vassalla dell'uomo, lei si crede il suo idolo; umiliata nella sua carne, lei esalta l'Amore. In quanto condannata a conoscere solo la fatticità contingente della vita, si fa sacerdotessa dell'Ideale. [p. 504/672] Questa ambivalenza si nota nel modo in cui la donna tratta il suo corpo. È un fardello: reso debole dalla specie {sesso debole}, sanguinante ogni mese, prolificante passivamente, non è per lei mero strumento della sua presa sul mondo, ma piuttosto una presenza opaca; non si assicura con certezza il piacere e si crea dei dolori che lo dilaniano; racchiude delle minacce: si sente in pericolo nei suoi "interni". È un corpo "isterico", per l'intima connessione delle secrezioni endocrine con i sistemi nervoso e simpatico che controllano i muscoli e le viscere; esprime reazioni che la donna rifiuta di assumere: nei singhiozzi, nelle convulsioni, nelle crisi di vomito; lui le sfugge, la tradisce; è la sua verità più intima, ma è una verità vergognosa che ella tiene celata. E, tuttavia, è anche il suo meraviglioso doppio; lei lo contempla con stupore allo specchio; è una promessa di felicità, un'opera d'arte, una statua vivente: lo modella, lo adorna, lo esibisce. Quando sorride allo specchio, dimentica la sua contingenza carnale; nell'abbraccio amoroso, nella maternità, la sua immagine si dissolve. Ma spesso, sognando se stessa, si meraviglia d'essere al contempo questa eroina e questa carne. La Natura le offre simmetricamente un doppio volto: alimenta "le pot-au-feu (pentola al fuoco)" {bollito contadino del Nord della Francia, con manzo e verdura cotti in acqua a fuoco lento per delle ore} e incita alle effusioni mistiche. Divenendo una casalinga, una madre, la donna ha rinunciato alle sue libere fughe nelle pianure e nei boschi; ha preferito la tranquilla coltivazione dell'orto; ha addomesticato i fiori e li ha messi nei vasi: tuttavia, lei ancora si esalta davanti ai chiari di luna e i tramonti. Nella fauna e nella flora terrestre vede soprattutto cibo, ornamenti; tuttavia, vi circola una linfa che è generosità e magia. La vita non è solo immanenza e ripetizione: ha anche un volto sfolgorante di luce; nei prati [p. 505/672] in fiore si rivela come Bellezza. Conformata alla natura dalla fertilità del suo grembo, anche la donna si sente travolta dal respiro che la anima, e che è spirito. E, nella misura in cui rimane insoddisfatta, dove si sente come la fanciulla inappagata, senza limiti, anche la sua anima si riverserà sulle strade indefinitamente srotolate, verso orizzonti senza limiti. Asservita al marito, ai figli e alla casa,

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è con l'ebbrezza che si troverà sola, sovrana sul fianco delle colline, non è più moglie, madre, massaia, ma un essere umano; contempla il mondo passivo: e si ricorda di essere tutta una coscienza, una libertà irriducibile. Davanti al mistero dell'acqua, allo slancio delle vette, la supremazia del maschio si annulla; quando cammina tra i cespugli di erica, quando affonda la mano nel fiume, non vive per gli altri, ma per se stessa. La donna che ha mantenuto la sua indipendenza attraverso tutte le sue servitù, amerà ardentemente la propria libertà nella Natura. Gli altri vi troveranno solo il pretesto per estasi raffinate; ed esiteranno, al crepuscolo, tra la paura di prendere un raffreddore e uno svenimento dell'anima{cioè, andare in estasi}. Questa doppia appartenenza al mondo carnale e a un mondo "poetico", definisce la metafisica, la saggezza, a cui le donne aderiscono più o meno esplicitamente. Si sforza di confondere vita e trascendenza; vale a dire che rifiuta il cartesianismo e tutte le dottrine che con esso si apparentano; si trova a suo agio in un naturalismo analogo a quello degli stoici o dei neoplatonici del XVI secolo: non sorprende che le donne, Margherita di Navarra in testa, si siano attaccate a una filosofia così materiale e così spirituale allo stesso tempo. Socialmente manichea, la donna ha un profondo bisogno di essere ontologicamente ottimista: le morali dell'azione non le convengono dal momento che le è interdetto di agire; subisce il dato: è quindi necessario che il dato [p. 506/672] sia il Bene; ma un Bene che si riconosca come quello di Spinoza per ragione, o come quello di Leibniz per calcolo, non la potrebbe riguardare. Ella rivendica un bene che sia un'Armonia vivente, in seno al quale situarsi per il solo fatto di vivere. La nozione di armonia è una delle chiavi dell'universo femminile: essa implica la perfezione nell'immobilità, la giustificazione immediata di ogni elemento a partire dal tutto e la sua partecipazione passiva alla totalità. In un mondo armonioso, la donna raggiunge così ciò che l'uomo ricerca nell'azione: fa presa sul mondo, dallo stesso imposta, coopera al trionfo del Bene. I momenti che le donne considerano come delle rivelazioni, sono quelli in cui scoprono la loro sintonia con una realtà che riposa in pace dentro di sé: sono questi momenti di luminosa felicità che Virginia Woolf {1882-1941} – in Mrs. Dalloway, nella Promenade au Phare – che K. Mansfield, in tutta la sua opera, concede alle loro eroine come ricompensa suprema. La gioia, in quanto impeto di libertà, è riservata all'uomo; ciò che la donna conosce è un'impressione di pienezza sorridente. Comprendiamo che la semplice atarassia può assumere un alto valore ai suoi occhi, per il fatto che vive normalmente nella tensione del rifiuto, della recriminazione, della rivendicazione; e non la si potrebbe rimproverare di godersi un bel pomeriggio o la dolcezza di una serata. Ma è un'illusione cercarvi la vera definizione dell'anima nascosta del mondo. Il Bene non è {non esiste}; il mondo non è armonia e nessun individuo vi ha un posto necessario. C'è una giustificazione, una compensazione suprema che la società ha sempre cercato di dispensare alle donne: la religione. Occorre una religione per le donne come ne occorre una per il popolo, esattamente per le stesse ragioni: quando condanniamo un sesso, una classe all'immanenza, è [p. 507/672] necessario offrire in cambio il miraggio di una trascendenza. È un enorme vantaggio per l'uomo che un Dio si addossi la paternità {responsabilità} dei codici che egli fabbrica: e proprio perché esercita un'autorità sovrana sulle donne, è giusto che questa gli sia conferita dal supremo essere. Tra gli altri, presso gli Ebrei, i Maomettani, i Cristiani, l'uomo è signore e padrone per diritto divino: il timore di Dio soffocherà nell'oppressa ogni velleità di rivolta. Si può scommettere sulla sua credulità. La donna adotta dinanzi all'universo maschile un atteggiamento di rispetto e di fede: Dio nel suo cielo le appare appena meno lontano di un ministro, e il mistero della genesi si unisce a quello delle centrali elettriche. Ma soprattutto, se si getta così volentieri nella religione, è perché questa viene a colmare un bisogno profondo. Nella civiltà moderna, dove la libertà gioca un ruolo importante -– anche per la donna – la religione appare molto meno come uno strumento di costrizione che come uno strumento di mistificazione. Alla donna si richiede meno spesso di accettare la propria inferiorità in nome di Dio che di credersi, grazie a lui, uguale al maschio, signore e padrone; si rimuove la tentazione stessa della rivolta, avendo la pretesa di vincere l'ingiustizia. La donna

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non è più frustrata dalla sua trascendenza, poiché va ad assegnare la sua immanenza a Dio; è solo in cielo che si misurano i meriti delle anime e non secondo le loro realizzazioni terrestri; su questa terra, non ci sono mai, secondo Dostoevskij, che occupazioni: lucidare scarpe o costruire un ponte, è la stessa vanità; al di là della discriminazione sociale, viene ristabilita la parità di genere. Per questo la fanciulla e l'adolescente si gettano nella devozione con un fervore infinitamente più grande di quello dei loro fratelli; lo sguardo di Dio che trascende la sua trascendenza umilia il ragazzo: rimarrà per sempre bambino sotto questa potente tutela, è una castrazione più radicale di quella con cui si sente minacciato dall'esistenza di suo padre. Mentre [p. 508/672] “l'eterna bambina” trova la sua salvezza in questo sguardo che la metamorfosa {trasforma, muta profondamente} in sorella degli angeli; annulla il privilegio del pene. Una fede sincera aiuta molto la bambina a evitare qualsiasi complesso di inferiorità; non è né maschio né femmina, ma una creatura di Dio. Per questo troviamo in molti grandi santi una fermezza del tutto virile: santa Brigida, santa Caterina da Siena, pretendevano arrogantemente di dominare il mondo; non riconoscevano alcuna autorità maschile: Caterina dirigeva perfino i suoi direttori con molta durezza; Giovanna d'Arco e Santa Teresa andavano per la loro strada con un'intrepidità che nessun uomo ha superato. La Chiesa fa attenzione a che Dio non autorizzi mai le donne a sottrarsi alla tutela dei maschi; ha rimesso esclusivamente in mani maschili queste temibili armi: rifiuto dell'assoluzione, scomunica. Testarda nelle sue visioni, Giovanna d'Arco fu bruciata. Tuttavia, sebbene sottomessa per volontà di Dio stesso alla legge degli uomini, la donna trova in Lui una solida risorsa contro di loro. La logica maschile è contestata per mezzo dei misteri; l'orgoglio dei maschi diventa peccato, la loro agitazione non è solo assurda, ma colpevole: perché rimodellare questo mondo che Dio stesso ha creato? La passività a cui è condannata la donna è santificata. Sgranando il rosario accanto al fuoco, sa di essere più vicina al cielo di suo marito che va ai meeting di politica. Non c'è bisogno di fare nulla per salvare la sua anima, basta vivere senza disobbedire. Si consuma la sintesi della vita e dello spirito: la madre non solo genera la carne, ma dona a Dio un'anima; è un'opera più alta che scoprire i futili segreti dell'atomo. Con la complicità del Padre celeste, la donna può rivendicare a voce alta la gloria della sua femminilità contro l'uomo. Non solo Dio reintegra così il sesso femminile, in [p. 509/672] genere, nella sua dignità; ma ogni donna troverà nell'assenza celeste un sostegno singolare; come persona umana, non ha un grande peso; ma appena agisce in nome di una ispirazione divina, le sue volontà diventano sacre; Madame Guyon {(Montargis, 13/04/1648 - † Blois, 9/06/1717) Mistica francese} dice di aver appreso, a proposito della malattia di una religiosa, << cosa fosse comandare mediante il Verbo e obbedire mediante lo stesso Verbo>>; così la devota camuffa la sua autorità in umile obbedienza; crescere i figli, dirigere un convento, organizzare un'opera, lei non è che un docile strumento in mani soprannaturali; non le si può disobbedire, senza offendere Dio stesso. Naturalmente, anche gli uomini non disdegnano questo sostegno; ma è poco solido quando si confrontano persone simili che possono anche rivendicarlo: il conflitto è finalmente risolto sul piano umano. La donna invoca la volontà divina per giustificare in modo assoluto la sua autorità agli occhi di coloro che le sono già naturalmente subordinati, per giustificarla ai suoi stessi occhi. Se questa cooperazione le è tanto utile, è perché si occupa soprattutto dei suoi rapporti con se stessa – anche quando questi rapporti riguardano gli altri; è solo in questi dibattiti assolutamente interiori che il silenzio supremo può avere forza di legge. In verità, la donna adduce la religione come pretesto per soddisfare i suoi desideri. Frigida, masochista, sadica, si santifica rinunciando alla carne, recitando la parte della vittima, soffocando intorno a sé ogni slancio vitale; mutilandosi e annichilendosi, sale di rango nella gerarchia degli eletti; quando martirizza marito e figli, privandoli di ogni felicità terrena, lei prepara loro un posto d'elezione in paradiso. Margherita da Cortona {Laviano-Perugia, 1247 - † Cortona, 22/02/1297. Religiosa, appartenente al Terz'Ordine francescano secolare}, "per punirsi d'aver peccato", ci dicono i suoi pii biografi, maltrattava il bambino per colpa sua, e gli dava da mangiare solo dopo aver sfamato tutti i mendicanti di passaggio; l'odio per il figlio indesiderato è, come si è visto, frequente: è una

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fortuna potersi dedicare a lui con [p. 510/672] una rabbia virtuosa. Da parte sua, una donna la cui morale è poco rigorosa, si mette agevolmente d'accordo con Dio; la certezza d'essere domani purificata dal peccato mediante l'assoluzione, aiuta spesso la pia donna a vincere i suoi scrupoli. Che abbia scelto l'ascetismo o la sensualità, l'orgoglio o l'umiltà, il pensiero che lei ha per la sua salvezza, la incoraggia a dedicarsi a quel piacere che preferisce a tutti gli altri: prendersi cura di sé; ascolta i moti del suo cuore, guarda i fremiti della sua carne, giustificata dalla presenza in lei della grazia come una donna incinta da quella del suo frutto. Non solo si esamina con tenera vigilanza, ma si racconta a un direttore spirituale; in passato poteva perfino assaporare l'ebbrezza delle confessioni pubbliche. Si racconta che Margherita da Cortona, per punirsi di un impulso di vanità, salì sul terrazzo di casa sua e si mise a gridare come una donna che partorisce: "Alzatevi, abitanti di Cortona, alzatevi con candele e lanterne, e uscite per ascoltare la peccatrice!" Enumerò tutti i suoi peccati, gridando la sua miseria alle stelle. Con questa fragorosa umiltà, soddisfaceva questo bisogno di esibizionismo di cui troviamo tanti esempi tra le donne narcisistiche. La religione autorizza l'autoindulgenza nella donna; le dà la guida, il padre, l'amante, la divinità tutelare di cui ha nostalgico bisogno; alimenta i suoi sogni a occhi aperti; occupa le sue ore vuote. Ma soprattutto conferma l'ordine del mondo, giustifica la rassegnazione recando la speranza di un futuro migliore, in un cielo asessuato. Per questo le donne sono ancora oggi, nelle mani della Chiesa, un bene così potente; per questo la Chiesa è così ostile a qualsiasi misura suscettibile di facilitare la loro emancipazione. Ci vuole una religione per le donne: ci vogliono delle donne, “donne vere” per perpetuare la religione. [p. 511/672] Vediamo che l'insieme del "carattere" della donna: le sue convinzioni, i suoi valori, la sua saggezza, la sua morale, i suoi gusti e i suoi comportamenti, è spiegato dalla sua situazione. Il fatto che le sia negata la trascendenza, normalmente le interdice l'accesso agli atteggiamenti umani più elevati: eroismo, rivolta, distacco {imparzialità; indifferenza spirituale, rinuncia}, invenzione e creazione; ma negli stessi maschi, questi non sono così comuni. Ci sono molti uomini che, come la donna, sono relegati nel dominio intermedio, cioè nella medietà inessenziale; l'operaio ne evade attraverso l'azione politica, esprimendo una volontà rivoluzionaria; ma gli uomini delle classi che si chiamano appunto "medie", vi si stabiliscono deliberatamente; votati come la donna alla ripetizione di compiti quotidiani, alienati {ridotti cioè in uno stato di alienazione} nei valori precostituiti, rispettosi dell'opinione pubblica e non cercando sulla terra altro che un vago conforto, l'impiegato, il commerciante, il burocrate non hanno alcuna superiorità sui compagni. La donna, invece, cucinando, lavando, gestendo la casa, allevando i suoi figli, mostra più iniziativa e indipendenza di un uomo che è asservito a delle consegne: ubbidire tutto il giorno ai suoi superiori, indossare un colletto inamidato e affermare il suo rango sociale. Lei invece può uscire in accappatoio nel suo appartamento, cantare, ridere con i suoi vicini. Lei agisce furbescamente, corre rischi minori, cerca di ottenere determinati risultati in modo efficace. Vive molto meno di suo marito in un mondo di convenzioni sociali e apparenze. L'universo burocratico che Franz Kafka {(Praga, 3/07/1883 - † Kierling, 3/06/1924) Scrittore boemo di lingua tedesca}– tra l'altro – ha descritto, questo universo di cerimonie, di gesti assurdi, di comportamenti senza scopo, è essenzialmente maschile; lei fa presa molto di più sulla realtà. Quando lui ha messo in colonna dei numeri, delle cifre, o convertito scatole di sardine in denaro, non ha afferrato altro che l'astratto: per lei invece, il bambino sazio nella sua culla, il lino bianco, l'arrosto sono beni più tangibili; tuttavia, proprio perché nel concreto perseguimento di questi obiettivi lei ne sperimenta la contingenza - [p. 512/672] e in modo correlativo la sua stessa contingenza -, capita spesso che lei non si alieni {non si smarrisca, si perda} in essi: resta disponibile. Le imprese dell'uomo sono insieme progetti e fughe: si lascia schiacciare {sopraffare} dalla sua carriera, dal suo personaggio; è volentieri importante, serio; {la donna,} contestando la logica e la moralità maschili, non cade in queste trappole: questo è ciò che Stendhal apprezzava così fortemente in lei; non elude con orgoglio l'ambiguità della sua condizione; non si nasconde dietro la maschera della dignità umana; scopre con più since

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rità i suoi pensieri indisciplinati, le sue emozioni, le sue reazioni spontanee. Ecco perché la sua conversazione è molto meno noiosa di quella del marito, non appena parla proprio a nome suo e non come la metà fedele del suo signore; snocciola le cosiddette idee generali, cioè le parole, le formule che si trovano nelle colonne del suo diario o in opere specializzate; dà di sé un'esperienza limitata, ma concreta. La famosa “sensibilità femminile” è un po' mito, un po' commedia; ma il fatto è che la donna è anche più attenta dell'uomo a se stessa e al mondo. Sessualmente vive in un clima maschile che è implacabile: ha per compenso il gusto delle "cose belle", ciò che può ingenerare leziosaggini {sdolcinatezze}, ma anche delicatezza. Poiché il suo dominio è limitato, gli oggetti che lei raggiunge le sembrano preziosi: non racchiudendoli né in concetti né in progetti, ne rivela la ricchezza; la sua voglia di evasione si esprime attraverso il suo gusto per le feste: si incanta davanti a un bouquet di fiori, una torta, una tavola ben apparecchiata; si diletta a trasformare il vuoto del suo tempo libero in un'offerta generosa; amante di risate, canzoni, parure, bibelot, è anche pronta ad accogliere tutto ciò che le palpita intorno: lo spettacolo della strada, quello del cielo; un invito, una uscita le aprono nuovi orizzonti; l'uomo molto spesso rifiuta di partecipare a [p. 513/672] questi piaceri, e quando entra in casa, le voci gioiose tacciono, le donne di famiglia assumono l'aria annoiata e decente che ci si aspetta da loro. Dal seno della solitudine, della separazione, la donna trae il senso della singolarità della sua vita: il passato, la morte, il trascorrere del tempo, lei ne ha un'esperienza più intima dell'uomo; si interessa alle avventure del suo cuore, della sua carne, del suo spirito, perché sa di avere solo questo destino sulla terra; e inoltre, poiché è passiva, subisce la realtà che la travolge in modo più appassionato, più patetico dell'individuo assorbito da un'ambizione o da un mestiere {lavoro, professione}; lei ha il tempo libero e il gusto di abbandonarsi alle sue emozioni, di studiare le sue sensazioni e di coglierne il senso. Quando la sua immaginazione non si perde in vani sogni, diventa simpatia: cerca di capire l'altro nella sua singolarità e di ricrearlo in sé; nei confronti del marito, del suo amante, è capace di una vera identificazione: fa suoi i suoi progetti, le sue preoccupazioni, in un modo che lui non potrebbe imitare. Presta la sua ansiosa attenzione al mondo intero; a lei appare come un enigma: ogni essere, ogni oggetto può essere una risposta; lei interroga avidamente. Quando invecchia, la sua attesa delusa si converte in ironia, e in un cinismo spesso gustoso; rifiuta le mistificazioni {alterazioni della realtà} maschili, vede il contrario contingente, assurdo, gratuito dell'imponente edificio edificato dai maschi. La sua dipendenza le interdice il distacco; ma a volte trae dalla devozione che le è imposta una vera generosità; dimentica se stessa in favore del marito, dell'amante, del figlio, smette di pensare a sé, è tutta un'offerta, un dono. Essendo malamente adatta alla società degli uomini, è spesso obbligata a inventare i suoi comportamenti; può accontentarsi meno di ricette già pronte, cliché; se è di buona volontà, c'è in lei un'inquietudine vicina all'autenticità più dell'importante sicurezza del marito. [p. 514/672] Ma lei avrà sul maschio questi privilegi soltanto se respingerà le mistificazioni che lui le propone. Nelle classi superiori, le donne si fanno ardentemente complici dei loro padroni perché ci tengono a trarre profitto dai benefici che questi garantiscono loro. Si è visto che le grandi borghesi, le aristocratiche, hanno sempre difeso i loro interessi di classe con molta più caparbietà dei loro sposi {consorti}: non esitano a sacrificare loro radicalmente la propria autonomia di essere umano; soffocano in sé ogni pensiero, ogni giudizio critico, ogni slancio spontaneo; ripetono a pappagallo le opinioni ammesse, si confondono con l'ideale che il codice maschile impone loro; nei loro cuori, anche sui loro stessi volti, ogni sincerità è morta. La massaia ritrova un'indipendenza nel suo lavoro, nella cura dei figli: ne trae un'esperienza limitata, ma concreta: quella che “si fa servire”, non ha più alcuna presa sul mondo; vive nel sogno e nell'astrazione, nel vuoto. Non conosce la portata delle idee che sfoggia; le parole che pronuncia hanno perso tutto il loro significato nella sua bocca; il finanziere, l'industriale, a volte anche il generale, si assumono seccature, preoccupazioni, si prendono dei rischi; acquistano i loro privilegi tramite un mercato ingiusto, ma almeno pagano di persona; le loro mogli, in cambio di tutto ciò che ricevono, non danno nulla, non fanno nulla; e credono ancor

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più, con una fede cieca, nei loro diritti imprescrittibili {incontestabili, insopprimibili}. La loro vana arroganza, la loro radicale incapacità, la loro cocciuta ignoranza ne fanno gli esseri più inutili, i più nulli {inetti, incapaci} che il genere umano abbia mai prodotto. Perciò è assurdo parlare de "la donna" in generale tanto quanto de "l'uomo" eterno. E si comprende perché tutte le comparazioni nelle quali ci si si sforza di decidere se la donna è superiore, inferiore o uguale all'uomo, sono oziose {vane, inutili}: le loro situazioni sono profondamente diverse. Se le si confronta, queste stesse situazioni, è evidente che quella dell'uomo è infinitamente preferibile, cioè che ha egli molte più concrete possibilità di proiettare nel mondo la sua libertà; ne consegue necessariamente che le realizzazioni maschili superano di gran lunga quelle delle donne: a queste, è quasi interdetto fare alcunché. Tuttavia, confrontare l'uso che nei loro limiti uomini e donne fanno della loro libertà, è apriori un tentativo senza senso, precisamente perché essi ne usufruiscono liberamente. Sotto forme diverse, le insidie {le trappole} della malafede, le mistificazioni della serietà minacciano gli uni come le altre; la libertà è intera in ciascuno. Solo perché nella donna rimane astratta e vuota, non può assumersi autenticamente che nella rivolta: questa è l'unica strada aperta a chi non ha possibilità di costruire nulla; bisogna che rifiutino i limiti della loro situazione e cerchino di aprirsi le strade dell'avvenire; la rassegnazione non è che rinuncia e una fuga; non c'è altra via d'uscita per le donne che lavorare alla propria liberazione. Questa liberazione non può che essere collettiva, e richiede prima di tutto che si compia l'evoluzione economica della condizione femminile. Tuttavia, ci sono state e ci sono ancora molte donne che cercano in solitudine di raggiungere la loro salvezza individuale. Esse cercano di giustificare la loro esistenza in seno alla loro immanenza: raggiungere cioè la trascendenza nell'immanenza. È quest'ultimo sforzo – a volte ridicolo, spesso patetico – della donna imprigionata per convertire la sua prigione in un paradiso di gloria, la sua servitù in libertà sovrana, che noi ritroviamo nella narcisista, nell'amante, nella mistica. *§*

RIFLESSIONI PERSONALI. La filosofa-scrittrice asserisce che i comportamenti di cui vengono accusate le donne, lungi dall'essere dettati dagli ormoni o prefigurati nei compartimenti del suo cervello, sono a conti fatti indicati dalla sua situazione. E precedentemente aveva scritto che non è un'essenza misteriosa che detta agli uomini e alle donne la buona o la mala fede, ma è bensì la loro situazione che li dispone più o meno alla ricerca della verità. Ciò è opinabile, perché non solo si mette da parte il libero arbitrio, ma soprattutto perché si lega la personalità individuale a una sorta di determinismo situazionale. In realtà, ciò che il soggetto è e sarà, è il prodotto della interazione - coscienziale e intenzionale o no - tra sé e l'ambiente socio-storico-culturale in cui vive e opera. La filosofa, dopo aver detto che le donne si sono sempre sforzate di far lega per affermare un contro-universo maschile, precisa tuttavia che è dall'interno di questo universo che esse lo pongono. Vale a dire che c'è sempre stato un universo maschile, distinto e separato dall'universo femminile: il che è - a suo avviso - paradossale. E qual è il paradosso? Semplicemente questo, che le donne appartengono contemporaneamente al mondo maschile e a una microsfera nella quale quel mondo viene contestato. Se così è - vero o verosimile -, come spiegare allora il fatto che per più 6-7.000 anni abbia persistito un legame coniugale di tal natura, paradossale, conflittuale e aperto? La filosofa dice che è la stessa donna a riconoscere che l'universo nel suo insieme è maschile. La donna!? Entità metafisica, o retorica!? E i miliardi e miliardi di donne reali, in carne e ossa, come avrebbero fatto a denunciare alla scrittrice l'insostenibilità della loro condizione familiare: in che modo, in che misura e forma, hanno opposto tale loro controuniverso? Quando lo hanno edificato, con quali mezzi e con quali prospettive?

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Ciò che è indubitabile è che la donna, o meglio, le donne hanno convissuto in famiglia con i loro rispettivi coniugi, e soprattutto hanno figliato, più e più figli: senza questa loro persistente e incessante procreazione, l'umanità non si sarebbe salvata dall'estinzione. La donna, dice la filosofa, crede nella magia: fatto del tutto riprovevole. Eppure - dico io - i più grandi maghi della storia sono maschi e non femmine. Cosa c'è di spregevole nel credere nelle virtù magiche della terra? Il nostro contadinoagricoltore, lo riscontra ogni anno, ogni stagione, ogni giorno: la magia della terra è una cosa buona e bella: è sì una metafora, come lo è p.e. la religione, quale metafora del mondo e della vita; e ciononostante ci crediamo tutti, e tutti ci battezziamo, ci cresimiamo ecc., e tutti andiamo in chiesa ad ascoltare la santa messa. La filosofa sottolinea l'erotismo passivo della donna, il cui desiderio, che non è né volontà né aggressione, è simile all'attrazione che fa oscillare il pendolo del rabdomante. E non è magia questa? Tra l'altro, spiace leggere spessissimo nell'opera beauvoiriana la triade padre marito amanti, come cosa affatto normale: a me, mi provoca contrarietà e profonda amarezza. L'accostamento sistematico di amanti alle donne, oltre che ai padri e ai mariti, è davvero repellente. È inaccettabile che si parli della donna senza dover menzionarne a ogni piè sospinto gli amanti, lasciando inteso che la donna è di per sé fedifraga. Se alcune lo sono per accidens, non lo sono affatto tutte per natura! Stando alla Nostra, la donna sa usare malamente la logica maschile. [p. 478/672] E qual è questa logica? È una logica speciale, distinta da altre logiche speciali? Il neonato, p.e., nasce forse dotato di una logica particolare a seconda del suo sesso? Non si comprende il perché della qualificazione maschile? Secondo me, la logica non è cosa altra dalla lingua parlata: vi è già dentro, allorché il parlante afferma o nega, congiunge, disgiunge o implica; e dalla lingua i logici astraggono e ricostruiscono la logica come scienza o teoria del pensiero. Ordunque, la cosiddetta logica maschile, è forse quella dell'argumentum ad personam? La stessa filosofa aveva scritto nel 1° Libro [p. 18/318]: "Mi sono talvolta irritata nel corso di astratte discussioni nel sentire gli uomini dirmi: "Tu pensi una cosa del genere perché sei una donna", ma sapevo che la mia unica difesa era rispondere: "Lo penso perché è vero, eliminando così la mia soggettività; non si trattava di ribattere: "E tu pensi il contrario perché sei un uomo", ecc. ecc. Di certo no! E che dire invece della logica della nostra filosofa, che qui si investe del ruolo di sacerdotessa del vero: il vero è, esiste; è una entità oggettiva, che si ha e si proclama. Domanda spontanea: il vero de quo agitur, è quello del senso comune, oppure della scienza, della religione? Quali i luoghi? I pozzi di Democrito, le botti di Diogene, le nubi dell'astrazione, in interiore homine (S. Agostino) {Si veda in proposito il § 1.13 del mio Saggio critico su Il Sistema della Riflessione (2019) di Salvatore Morelli}

Insomma, ciò che la filosofa avrebbe dovuto problematizzare è la logica della donna: se cioè, nel corso della filogenesi lei abbia sviluppato una logica tutta femminile, altra da quella maschile. E se, oggi, adoperando una sua logica particolare, questa è da ascrivere alla sua natura, oppure alla sua plurimillenaria condizione di sofferta soggezione al maschio? Il mio pensiero è che, vivendo lei a stretto contatto con il marito, si ponga come altra da lui, e ipso facto gli si opponga, e opponendosi diventi naturaliter eccessivamente critica; amplificatrice e glorificatrice delle sue cose e azioni, minimizzatrice e denigratrice di quelle del coniuge {in altre parole, riguardo ai propri, massimizza i pregi e minimizza i difetti; e viceversa per l'altro da sé, minimizza pregi e massimizza difetti}. E ancora, forse perché - come dice la de Beauvoir - la donna sguazza nell'immanenza, è rinchiusa nella cucina o confinata entro i limiti del suo ego o della sua famiglia, io debba sempre chiedere alla donna nominata-cognominata-agnominata, chi è il soggetto del fatto che lei mi

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sta raccontando? E perché lei con arroganza pretende che io debba sapere di chi e che costa stia parlando? Più che della logica al femminile, bisogna sviscerarne l'atteggiamento tipico: dell'arroganza cioè, presuntuosa e tracotante, del ritenersi depositaria della verità, del suo fare ossessivo e aggressivo, della incessante ripetizione del già detto e ridetto. E altresì, perché il più insignificante accidente della vita, è per questa donna - nominatacognominata-agnominata - una grave sciagura, un evento disastroso? Una spina di riccio di mare, 1 mm circa di lunghezza, conficcatasi per caso nella falangetta del dito indice della mano destra, ha rappresentato per lei una vera e propria catastrofe: il finimondo. E bene ha fatto la Nostra a dare risalto a un altro aspetto dell'essere donna, che per me è quella già nominata, vale a dire la lamentela {la lagnanza, la recriminazione} [p. 487/672], coniugata sempre con la monotonia della ripetizione, e mai disgiunta dalla consolazione suprema di sentirsi martire. [p. 489/672] Un'affermazione della filosofa-scrittrice mi ha fatto però sobbalzare - come suol dirsi sulla sedia: la donna, non partecipando alla storia, non ne comprende la necessità; ella diffida dell'avvenire, e spera di poter arrestare il tempo? [p. 480/672] Ma come? Da quando l'umana natura ha lasciato, per caso e necessità, le vestigia della animalità naturale, è proprio la donna che regge il peso maggiore dell'umanità nel suo farsi storico, se non altro perché dà alla luce i maschi che così possono fare la guerra e, combattendo, morire, oppure subire ferite, lacerazioni o amputazioni, nonché traumi psichici. E come Stabat Mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa, così sta la madre del figlio soldato, colpita nei suoi affetti materni. E che dire delle immancabili stuprazioni, definite come inevitabili effetti collaterali. E questi effetti inevitabili perdurano nel tempo e certificano ancora oggi nei lineamenti del viso, nel colore della pelle, nei capelli e nella corporatura dei figli e delle figlie e loro discendenti, la violenza subita dalle donne nel corso della Storia fatta di guerre e di stupri. La Storia, di per sé, è infinita, fatta di infiniti eventi, avvenimenti e fatti: maschili e/o femminili, positivi e/o negativi. La Storia = la Vita, e finché c'è vita, c'è storia. Quella che studiamo a scuola è solo una parte infinitesimale, e sempre connessa con il particolare punto di vista dello storico, con la scelta e il reperimento dei dati e delle fonti, dei metodi e strumenti di ricerca e di analisi ecc. ecc. E se la donna non si ri rinviene nella narrazione finale, non è perché non vi abbia preso parte, ma solo perché è stata, nella ricostruzione del fatto storico, negletta. Perciò, asserire che la donna non ha partecipato alla Storia, è una scempiaggine senza limiti, e oggettivamente falso. La donna, non ne comprende la necessità?! È lei che, dando alla luce la sua creatura, chiede ad alta voce, nel travaglio del parto, che la c.d. prassi storica dell'uomo-maschio edifichi un avvenire migliore, e acceleri i passi lenti della storia. Ciò state, atteso che la donna non risulta - come soggetto attivo - nella storia dell'umanità, e che, da sempre, dalla ricerca storiografica e dalla narrazione ufficiale non è stata presa in considerazione, allora è tempo che la Storia venga riscritta tutta quanta da capo, marcando con un evidenziatore la partecipazione, per l'appunto, della donna. E giustamente la filosofa scrive che la donna-madre non solo genera la carne, ma dà a Dio un'anima, e con la complicità del Padre celeste, può rivendicare a voce alta la gloria della sua femminilità contro l'uomo. [p. 508/672] Parole sante! Comunque già pronunciate dal nostro Salvatore Morelli 90 anni prima: "Creare è fare dal nulla qualche cosa, sebbene in quanto alle sustanze questa è prerogativa esclusiva di Dio, pure in quanto alla forma la si può dire comunicata in ispecialità al genio della Donna, alla quale è confidato il misterioso opificio dell'Uomo. Essa è che ne forma il tipo ideale nella mente; essa è che mercé la dinamizzazione vitale incuba l'uovicino nella matrice e ne sviluppa

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il germe; è dessa che disegna quel tipo ideale sul germe e ne forma l'embrione; è dessa , che perfezionandolo in tutti i lineamenti umani ne costruisce il feto, è dessa da ultimo, che ne matura l'esistenza nel suo utero, alimentandolo e modificandolo coll'alito del suo materno affetto. Sono dunque le ispirazioni della madre quelle che determinano nell'Uomo nascente le condizioni organiche e morali della vita." {p. 32, La donna e la scienza (1861)} Discutibile è invece l'asserzione beauvoiriana che l'insieme del carattere della donna, le sue convinzioni, i suoi valori, la sua saggezza, la sua morale, i suoi gusti e i suoi comportamenti sono spiegati dalla sua situazione. [p. 511/672] Si è già detto che il carattere della donna {e ovviamente dell'uomo} è il prodotto di due fattori: il patrimonio ontogenetico individuale e la situazione socio-storico-culturale in cui è e vive. Altrimenti non si spiegherebbe come dalla medesima situazione di origine, si formino personalità con caratteristiche caratteriali del tutto diverse. Condivisibile è invece la tesi secondo la quale la liberazione della donna non può che essere collettiva, e richiede prima di tutto ch'ella acquisisca l'indipendenza economica. Tuttavia, non si può negligere che la donna, economicamente indipendente, è pur sempre donna {o meglio, femmina}, e in quanto tale, richiede una più rigorosa e ininterrotta salvaguardia della sua dignità di persona, o piuttosto, di donna nei luoghi di lavoro. *§*

2.3. - Conclusione. La filosofa-scrittrice, nella Conclusione, sostiene che: "Affrancare la donna, è rifiutarsi di rinchiuderla nei rapporti ch'ella intrattiene con l'uomo, ma non negarli; che si ponga per sé, continuerà comunque a esistere anche per lui: riconoscendosi mutuamente {in modo reciproco} come soggetti, ciascuno rimarrà però un altro per l'altro; la reciprocità dei loro rapporti non sopprimerà i miracoli generati dalla divisione degli esseri umani in due categorie separate: desiderio, possesso, amore, sogno, avventura; e le parole che ci commuovono {turbano, eccitano}: dare, conquistare, unirsi, serberanno il loro significato; è all'opposto: quando sarà abolita la schiavitù di una metà dell'umanità e tutto il sistema di ipocrisia che esso implica, allora la "sezione" dell'umanità rivelerà il suo significato autentico e la coppia umana troverà il suo vero volto." Indi continua facendo propria la tesi marxiana: "<<Il rapporto immediato, naturale, necessario dell'uomo con l'uomo è il rapporto dell'uomo con la donna>>, ... Dal carattere di questo rapporto segue fino a che punto l'uomo abbia inteso se stesso come essere generico, come un uomo; il rapporto dell'uomo con la donna è il più naturale dell'essere umano in rapporto all'essere umano. Si mostra dunque fino a che punto il comportamento naturale dell'uomo è diventato umano o fino a che punto l'essere umano è diventato il suo essere naturale, fino a che punto la sua natura umana è diventata la sua natura. >>" E alla fine conclude che: "Non si potrebbe dire meglio. È in seno al mondo dato che spetta all'uomo di far trionfare il regno della libertà; per riportare questa suprema vittoria, è necessario, tra l'altro, che al di là delle loro differenze naturali, uomini e donne affermino in modo inequivocabile la loro fraternità." [pp. 654-655/672] Si osserva prima di tutto che il citato rapporto che la donna intrattiene con l'uomo è ovviamente quello coniugale e, stricto sensu, sessuale. Nondimeno, la donna, in quanto tale, può avere tali rapporti anche con donne e, come essere umano, rapporti di ogni genere (amicali, di buon vicinato, professionali, di lavoro subordinato o sopraordinato, collaborativi ecc.) con ogni e qualsivoglia membro dell'umana specie. Si osserva altresì che detto rapporto uomo-donna, ovvio e immediato, non abbisogna di alcuna mediazione riflessiva perché chicchessia sappia d'essere un uomo o una donna, e ciò stante, non vi è alcuna necessità perché la donna e l'uomo si riconoscano mutuamente - e so-

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prattutto mediamente (riflessivamente cioè) - come soggetti, perché lo sono già da subito, prima facie, in quanto uomo e in quanto donna. In ordine alla tesi marxiano-beauvoiriana, secondo cui il rapporto dell'uomo con la donna è immediato, naturale, necessario, faccio osservare che assolutamente immediato, naturale e necessario è unicamente il rapporto della donna-madre con la creatura {il feto} che cresce nel suo grembo, con la quale costituisce una unità duale e, con la rescissione del cordone ombelicale, la prima alterità immediata, naturale, necessaria. Per quanto concerne infine l'affermazione inequivocabile della fraternità che tutti, uomini e donne, dovrebbero nutrire, abbracciare e proclamare, si fa notare che se si allude a una Religione della fraternità, questa c'è già, ed è la cristiana, per la quale tutti gli uomini indistintamente sono figli di Dio, e quindi fratelli. E se è così, come si concilia ciò con l'ateismo professato da taluni? Per inciso, rappresento che 90-80 anni prima, Salvatore Morelli invitava tutte le donne ad associarsi per chiedere ai legislatori il riconoscimento completo dei diritti delle donne, proclamando, con LA RELIGIONE DELLA SCIENZA, l'affrancamento del proprio sesso. Gioverà leggere quanto sa me scritto al § 2.14. Fraternità del 2° Volume de La vita documentata di Salvatore Morelli (2018): La definizione di FRATERNITÀ del Tommaseo-Bellini è: "S. f. Astr. di Fraterno. Non dice tanto la naturale relazione tra fratelli, denotata piuttosto da Fratellanza, quanto il modo dell'osservare questa relazione ne' sentimenti e negli atti esteriori. Quindi ha senso, il più sovente, quasi fig., e il seg. es. congiunge l'idea della relazione nat. con la spontanea. Tratt. Piet. (C) Fratelli carnali di padre e di madre, per verace fraternità spirituale. 2. Ma il senso dell'es. cit. è principalm. spirit. (Rosm.)". SOLIDARIETÀ: "S. f. Astr. di Solidario. Nel ling. giurispr. inevitabile omai; ma nel ling. com. può dirsi Comunanza, Comuni interessi, Obbligazione o azione in solido. L'usano anche trasl. [T] Solidarietà politica, morale; e perfino Solidarietà che le verità hanno tra loro. Né necessario, né bello." Morelli qualifica "dialettico ma non vero, nè durabile" il programma della rivoluzione francese del 1789. E aggiunge che delle tre parole égalité, fraternité e liberté, su cui si fondava, "l'eguaglianza fu menzogna, la fraternità ipocrisia, la sola libertà un fatto." (3a Ed., La donna e la scienza, p. 269) Relativamente alla fraternità, dice che "è anch'essa una parola vuota di senso, dal punto di vista di non corrispondere alle sanzioni morali del dovere. Essa è un ['] ipocrisia che mentisce fra gli uomini di differenti famiglie rapporti di legittimità che le leggi non riconoscono. Di fatti il giorno in cui l'uomo della plebe a nome della fraternità entra nel guardaroba del Signore e ne indossa gli abiti, è carcerato come ladro! Le società religiose che si fondano sul principio della fraternità, finiscono per essere parassite, e sono condannate dalla scienza e dal senso morale dei popoli a dissolversi." (ivi, pp. 269-270) E infine "Se scopo della coesistenza sociale è lo scambievole interesse della conservazione dei suoi membri, non la ipocrita fraternità, ma la solidarietà costituisce il punto logico della vita comune. Io debbo cooperare al bene dell'altro, ed astenermi dal produrgli male, perchè nella reciprocanza io ottengo lo stesso - il suo bene ed il suo male è anche mio." (ivi, p. 270271) Nei principi fondamentali della nostra Costituzione, figura non la fraternità, ma la solidarietà politica, economica e sociale. (Art. 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua perso-

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nalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.) Nello Statuto Albertino, invece, nè l'una né l'altra. La fraternità compare invece nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (art. 1). La Déclaration universelle des droits de l'homme. Article premier: Tous les êtres humains naissent libres et égaux en dignité et en droits. Ils son doués de raison et de conscience et doivent agir les uns envers les autres dans un esprit de fraternité. Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fraternità. [Le 10 décembre 1948, les 58 États Membres qui constituaient alors l'Assemblée général ont adopté la Déclaration universelle des droits de l'homme à Paris au Palais de Chaillot (résolution 217 A (III). http://www.un.org/fr/universal-declaration-human-rights/index.html]

*§* Se nel 1869, il concetto di fraternità si connotava di una valenza assolutamente negativa, assai positiva era invece il 24 Gennaio 1871, quando, intervenendo contro il progetto di legge per le guarentigie alla Sede pontificia, Morelli ebbe a dichiarare: "Io ammetto che tutti ricevemmo il battesimo cattolico e che tutti fummo cullati sulle ginocchia di bronzo del Papato; ma da questa buona o mala ventura non può trarsi argomento che lo fossimo dopo aver subito un inganno, anche nelle parole con cui ci si accenna la credenza della curia romana, la quale prende il nome di cattolica. Come, cattolica? Ma la parola cattolica implica l'universalità, e per essere universale una cosa bisogna che sia verità accettata da tutto il mondo. Ora, non c'illudiamo, il cattolicesimo è la negazione del cristianesimo, del vangelo; Cristo solo avrebbe potuto fondare il cattolicesimo, perchè Cristo era il possessore della verità nel vangelo: egli aveva intenzione di creare con la Chiesa la coscienza dell'onesto e del giusto nelle moltitudini; egli aveva la buona intenzione di sviluppare in queste moltitudini il concetto della fraternità e della solidarietà. Ma i nostri pastori da Cristo in poi hanno serbata la medesima condotta? Guardate, ve lo dicano questi spettacoli. (Accennando i dipinti) Ecco che cosa hanno fatto i successori di Cristo; hanno divisi i popoli in guelfi e ghibellini incitandoli al fratricidio." (p. 307) Fraternità, solidarietà, Cristo: ecco la triade morelliana per edificare la coscienza dell'onesto e del giusto nelle moltitudini. E io direi, la pace, la giustizia e la spiritualità. E precedentemente, il 26 Ottobre 1860, da Lecce, Morelli scriveva al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi una lettera nella quale metteva in rilievo la sua "sublime abnegazione", il suo eroismo e la sua esistenza provvidenziale: <<I mezzi indicati da Voi nell'ultimo programma, parlano troppo chiaro per dover conchiudere, che avete un'alta missione a compiere, e che la Provvidenza ha statuito, che come il primo ciclo della rigenerazione morale si disse Mosaico, il secondo Cristiano, il terzo che si va compiendo da Voi e dai Vostri generosi seguaci, dovrà appellarsi senza dubbio Garibaldino. Sì Generale, Voi avete divinata la vera indole dell'epoca, le vere tendenze dello spirito umano, i bisogni imminenti cui si deve sopperire. Voi avete sconsacrata la guerra, avete proclamata la fraternità dei popoli, consigliando santamente ai Gabinetti l'abolizione della spada e l'adozione della scienza." Morelli mediante l'antitesi "sconsacrata la guerra - proclamata la fraternità" mette in evidenza con estrema chiarezza la bontà della fraternità. Nella Tornata del 30 Gennaio 1873, avuta la facoltà di parlare, Morelli lamenta, per quanto concerne il bilancio di previsione per il 1873 del Ministero della pubblica istruzione, una mancanza di equità e di organicità. "Io non mi credo abile abbastanza da farvi un quadro minuto e comparativo del modo onde sono distribuiti i 21 milioni della spesa di quest'anno. Però da qualche dato desumo come

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vi manchi quella equazione corrispondente al vincolo di fraternità che porta la mano e l'opera soccorritrice là dove urge il bisogno. Se il regno d'Italia è una famiglia, deh! non si creino nel suo seno, coi sentimenti regionali, i vecchi dissensi fatali alla integrità ed alla grandezza della patria. Imperocchè, o signori, permettete alla sincerità dell'animo mio confessarvi, che l'indifferentismo e l'egoismo, fomentati dal cattivo sistema di governo, fan sì che neppure due persone in Italia s'intendono l'una coll'altra, e possiamo dirci divisi oggi appunto che siamo uniti." (p. 4502) Indubitabilmente positiva è anche l'idea morelliana di equità: equità = equazione del vincolo di fraternità, "che porta la mano e l'opera soccorritrice là dove urge il bisogno" In quella del 9 Marzo 1875, Morelli, prendendo la parola sul bilancio di previsione del Ministero dei lavori pubblici, e specificatamente in merito al personale femminile dei telegrafi, dichiara, in relazione al problema dell'ammissione delle donne agli uffici pubblici (poste, scuole, ospedali, biblioteche, archivi, funzioni religiose, ecc.): "Io comprendo che un problema come questo che io ho avuto l'onore di posare la prima volta in Parlamento, non possa risolversi d'un tratto; ma una volta che se ne è riconosciuta la legittimità logica, economica e politica, ammettendo le donne a varie pubbliche funzioni, il non proporzionarne la misura alle esigenze universali del paese, è un vero controsenso. Signori, ricordatevi che ai tempi nefandi della regressione e delle guerre debbono subentrare quelli civili della perfettibilità e della fraternità umana. Noi italiani da Roma abbiamo il dovere di tramandare al mondo il verbo e gli esempi di questa terza civiltà, e mancheremmo alla promessa se non vi provvedessimo opportunamente riconoscendo il nesso tra la donna, la scienza..." (pp. 1912-1913) E parimenti positiva è la congiunzione morelliana della perfettibilità e della fraternità umana. Ora, fatta eccezione per la concezione della fraternità come ipocrisia, l'idea morelliana della fraternità è indiscutibilmente positiva. Allora sorge spontanea la domanda della causa di tale discrepanza. Essa risiede nel vizio colto da Morelli nel programma della rivoluzione francese, la quale aveva certamente agitato, scosso, scoperto "al mondo i tesori arcani di eroismo e di patriottismo immenso", ma che "al 48 riprodusse l'impero." (3a Ed., p. 269) Giova sapere anche quello che dice Antonio Maria Baggio ne Il principio dimenticato - la fraternità nella riflessione politologica contemporanea, Città Nuova Editrice, Roma 2007: "La rivoluzione francese nel 1789 inalbera, fra i numerosi <<motti>> che si susseguono nei cinque anni che trascorrono dalla convocazione degli Stati Generali alla reazione termidoriana, anche la celebre divisa <<Libertà, uguaglianza, fraternità. [...] Ciò che è nuovo, nel <<trittico>> dell'89, è l'acquisizione, da parte della fraternità, di una dimensione politica, attraverso il suo accostamento e la sua interazione con gli altri due principi che caratterizzano le democrazie contemporanee: la libertà e l'uguaglianza. Perché in effetti, fino a prima dell'89, si parla di fraternità senza libertà e uguaglianza civili, politiche e sociali o, anche, si parla di fraternità in sostituzione di esse. Il trittico rivoluzionario strappa la fraternità dalle interpretazioni - pur variegate - della tradizione e la inserisce in un contesto del tutto nuovo, insieme alla libertà e all'uguaglianza, come tre principi e ideali costitutivi di una prospettiva politica inedita. Per questo il trittico introduce - o almeno fa balenare lo sguardo - in un mondo nuovo; un novum che mette in crisi il modo col quale il cristianesimo aveva fino ad allora inteso la fraternità: un novum che si annuncia e subito cade, per la scomparsa immediata della fraternità dalla scena pubblica. Rimangono, in primo piano, la libertà ed uguaglianza, più spesso antagoniste che alleate - e antagoniste proprio perché prive della fraternità -, integrate in quale modo fra loro all'interno dei sistemi democratici; da diventare,

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anche altrove, le sintesi estreme di due visioni del mondo, di due sistemi economici e politici, che si contenderanno il potere nei due secoli successivi." (pp. 5-6) A mio avviso, invece, la fraternità, come sentimento di affetto e di amore, deve valere esclusivamente tra fratelli e sorelle: se la si estende anche all'universalità, è priva di senso, un flatus vocis, perché si converte nel suo contrario, in indifferenza cioè, se non proprio in avversione. L'unica virtù da acquisire e promuovere è invece il sentimento di rispetto per tutti gli essere umani senza eccezione alcuna, che porta a riconoscere la dignità, il decoro e i diritti dell'altro da sé, e a rifuggire da ogni comportamento e atteggiamento che possa essere offensivo e e lesivo.

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3.0. ALTERITÀ = eterodesignazione, e come negazione del diritto di prostituirsi. Maria Luisa MAQUEDA ABREU (Dipartimento di Diritto Penale - Università di Granada), La prostituzione: il peccato delle donne. Pubblicazione: 28/06/2017. CEFED, Quaderni Elettronici di Filosofia del Diritto. L'articolo si compone di: a) Sintesi b) Parole chiave c) 5 paragrafi: 1. INTRODUZIONE 2. DISCORSO MORALE: PROSTITUTE E MADRE-SPOSE. 3. IL DISCORSO DELL'ORDINE PUBBLICO O DEL POTERE DI ASSEGNARE SPAZI DI VITA NELLE CITTÀ CONTEMPORANEE. 4. IL DISCORSO DI GENERE O IL DISCIPLINAMENTO DELLE DONNE SOTTO UN MANDATO NON PATRIARCALE. 5. LA PROSTITUZIONE: IL “PECCATO” DELLE DONNE? d) BIBLIOGRAFIA.

Le note, segnate a piè di pagine nel testo spagnolo, sono qui scritte dopo la bibliografia. Alle note ho aggiunto, in parentesi quadre, la segnatura delle pagine, in questo modo: [p. x ==> y/Z] in grassetto e corpo 10, dove x = pagina reale, y = pagina dell'articolo digitalizzato, Z = numero tot. delle pagine. Per il download del testo spagnolo, scarica il file dal Web: https://www.equidhuma.com/wp-content/uploads/2022/02/EL-PECADO-DE-LAS-MUJERES.pdf

Le RIFLESSIONI PERSONALI sono riportate dopo le NOTE; la traduzione dallo spagnolo in italiano è mia. *§* SINTESI. Questo articolo si propone di analizzare le ragioni per le quali le prostitute, a causa della loro opzione sessuale, sono state criminalizzate dall'imposizione di distinti ordini normativi, fortemente coercitivi, che censurano gravemente la loro devianza {anomalia, aberrazione}. Essi si mostrano capaci di spiegare codesto continuum ininterrotto e interminabile di stigma (marchio, disonore, vergogna), persecuzione, inferiorizzazione, isolamento sociale o incarceramento che accompagna la storia della prostituzione delle donne e la mantiene tuttavia ancora oggi nelle profondità della gerarchia sessuale della società. [p. 64 ==> 1/26] PAROLE CHIAVE. Discorso morale, stratificazione sessuale, ideologia dell'ordine pubblico, paradigmi disciplinari, sanzione di genere.

*§* 1. INTRODUZIONE [p. 65 ==> 2/26] Più di un secolo fa, apparvero le prime rivendicazioni femministe a favore della liberazione delle prostitute dal giogo dello Stato. In un contesto fortemente regolamentarista, gruppi di donne manifestarono contro l'esteso dispositivo di controllo cui esse venivano sottoposte nelle loro condizioni di reclusione e isolamento sociale sotto una arbitrarietà insopportabile, e medica e poliziesca(1). Le esperienze più conosciute puntano alla Federazione Abolizionista Internazionale, guidata da Josephine Butler, in qualità di agente decisivo nella lotta contro la schiavitù femminile, i privilegi e il potere maschile; ma il fatto è che anche allora c'erano altri movimenti femministi e radicali - e delle prostitute coinvolte manifestarono contro la polizia dei costumi e a favore della libertà e dei diritti delle donne. Lo raccontano Walkovich e Arnaud nella loro storia delle donne in Occidente(2). Risulta interessante verificare che, in quei momenti storici decisivi, convivevano in lotta tre dei modelli caratteristici della regolazione della prostituzione: il modello regolamentarista,

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definito dalla sua tolleranza controllata e la reclusione a cui sottoponeva le lavoratrici del sesso {trabajadoras del sexo}, identificate con il vizio, le malattie e il cattivo esempio per le donne oneste e rispettabili; il modello abolizionista, favorevole alla rivendicazione di un'etica sessuale e di una superiorità morale femminile che sfidasse l'imponente supremazia degli uomini; e il modello pro-diritti, difensore della autodeterminazione sessuale delle donne nella prostituzione e del riconoscimento dei loro diritti sociali. Il quarto modello - il modello proibizionista - finirebbe per stabilirsi in paesi, come gli USA, dove non fu possibile introdurre una regolamentazione della prostituzione per la massiccia opposizione religiosa e femminista(3). Sorprende, in verità, la "somiglianza di famiglia" che esiste tra le strategie interpretative sulla sessualità e sull'ordine sociale esistente in [p. 66 ==> 3/26] questi ultimi decenni del XIX secolo, e quelli che sono ancora oggi controversi(4). Malgrado ciò, il fatto è che il passare del tempo non ha mantenuto intatta la purezza iniziale di quei sistemi, giacché gli sforzi per la loro legittimazione sono evoluti e vi sono stati alcuni cambiamenti nelle loro rigide etichette. Per esempio, sono regolamentisti o proibizionisti le crescenti politiche degli Stati occidentali di persecuzione delle lavoratrici del sesso negli spazi pubblici? Le incalzano e le sanzionano, come si faceva sotto il vecchio regolamentarismo, quando trasgredivano i controlli o lasciavano il loro isolamento spaziale, ma al tempo stesso è innegabile che hanno un segno inequivocabilmente proibizionista, perché l'azione dissuasoria delle loro punizioni è diretta contro di esse come infrazione dell'ordine morale della società(5). O anche, come esprimere in un termine così indefinito, quale quello dell'abolizionismo, gli innumerevoli cambiamenti che si sono prodotti in tutti questi anni nelle strategie ideologiche utilizzate per giustificare la necessità di sradicare ("abolire") la prostituzione? Si impone, perciò, un tentativo di chiarificazione al fine di approfondire le ragioni per le quali le prostitute, a causa di una libera opzione sessuale di disporre del proprio per offrire sesso per denaro, si son viste criminalizzare il loro contesto {ambiente} o sé stesse mediante l'imposizione di distinti ordinamenti normativi, fortemente coercitivi, che censurano pesantemente la loro deviazione. Essi - e i loro potenti discorsi - si trovano sicuramente nelle condizioni di spiegare questo continuum, ininterrotto e interminabile, di stigma, persecuzione, inferiorizzazione, separazione sociale o reclusione che accompagna la storia della prostituzione delle donne e che non sempre corrisponde a quella di altre “classi pericolose”, le cui identità sessuali sono state tradizionalmente messe in discussione e che, nondimeno, per ragioni che qui accerteremo, trovansi oggi in un processo di inclusione e normalizzazione sociale. Quei discorsi ai quali mi riferisco, non sempre convergenti, hanno un contenuto proprio e mostrano alcune coincidenze che giustificano questa proposta di analisi congiunta. Condividono, da un lato, il carattere egemonico che mira a un'origine istituzionale con ampi poteri di decisione in certi contesti socio-storici (la chiesa, la scienza, lo stato, il mondo accademico, gruppi di pressione ad alta rappresentatività nazionale e internazionale...) e, dall'altro, lo zelo repressivo che cerca l'eterna complicità del diritto per offrire soluzioni che si propongono di criminalizzare qualsiasi deviazione dai loro dogmi. Pensando alle loro differenze, si potrebbero segnalare questi tre distinti modelli con i loro corrispondenti paradigmi disciplinari: il [p. 67 ==> 4/26] primo, il discorso morale, che ha censurato storicamente la separazione delle lavoratrici del sesso dal loro ruolo di madre-sposa, violando così le leggi di Dio e degli uomini; il discorso di ordine pubblico, che promuove la loro esclusione dalle strade con il pretesto di salvaguardare la decenza, la salubrità e la sicurezza, minacciate dalle idee di impudicizia, degradazione e di disordine sociale che esse rappresentano; e il discorso di genere, che, nella loro brama di ricomporre l'ideale femminile, cerca ragioni per deresponsabilizzare {liberare da responsabilità} le prostitute dalla loro trasgressione sessuale in quanto vittime dell'oppressione sistemica da parte di poteri selvaggi così come il patriarcato e il capitalismo: il che spiega perché le loro proposte criminalizzatorie non sono dirette contro di esse, ma contro l'ambiente {o contesto} della prostituzione.

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2. DISCORSO MORALE: PROSTITUTE E MADRE-SPOSE. Si identifica con l'origine dello stigma collegato alla prostituzione(6).. Non è necessario risalire ai tempi remoti per riconoscere l'inequivocabile significato di rinfacciamento per le donne che si allontanano dai loro ruoli di genere: quelle "cattive donne” {malafemmine} dalla morale perduta {libertina, viziosa} o mai posseduta, consacrate alla sollecitudine {cura premurosa} degli uomini, al cattivo esempio e allo scandalo, a scapito delle donne oneste e onorevoli..., così come affermato dai discorsi che promuovono la necessità della loro separazione dalla vita pubblica(7). Siamo agli albori del regime penitenziario, nel quale le prime carceri di donne furono uno scenario {luogo} privilegiato degli sforzi dei poteri politici e religiosi di criminalizzare e sradicare questi modelli femminili di comportamento, che sfidavano le qualità proprie del loro sesso. Di questa alleanza rendono conto numerosi studi che spiegano le iniziative che, dalla Chiesa e/o con la sua collaborazione, venivano promosse per l'incarceramento di quelle donne deviate e il loro trattamento correzionale e redentore(8). Un'esperienza che in alcuni sistemi di ideologia nazional cattolica, come lo spagnolo, si estenderebbe largamente nel tempo mediante la creazione di carceri per “donne perdute", le quali dovevano essere sottoposte a controllo di genere patriarcale, volto a garantire il validità e la continuità dei valori femminili [p. 67 ==> (9) 5/26] tradizionali, vincolati alla privacy e ai dettami di una rigida morale cattolica . DuBois e Gordon hanno ragione quando sottolineano la necessità di non sottovalutare il peso della religione nel disciplinamento delle donne. Per troppo tempo, erano state tutte educate all'idea di peccato, in particolare quello sessuale, e hanno condiviso la colpa di abbandonarsi ai piaceri di una vita dissoluta senza inibizioni: era un sentimento di autoviolazione {carnale: stupro}, di violazione della fonte della loro dignità(10). Con la nascita della criminologia positivista alla fine del XIX secolo, questo discorso morale raggiungerebbe lo status di "scientifico", elevando definitivamente il genere a istanza legittimatoria di uno status differenziato per le donne. Le loro deviazioni avrebbero rappresentato una doppia trasgressione: contro le leggi umane e divine, e contro la stessa natura(11) che suppostamente avrebbe loro assegnato, in nome di un ordine sessuale universale, una posizione subalterna di reclusione in uno spazio domestico per evitare la loro malavita {vita disonesta} e garantire i loro ruoli femminili conformi. Ha ragione Heim quando afferma che in un ordine sociale nel quale la sessualità femminile non si concepiva al di fuori del matrimonio e della funzione riproduttrice, aveva senso che la prostituta fosse vista come un essere pericoloso, atavico, anormale e deviato, la cui condotta si costituiva ne “il paradigma delle condotte sessuali immorali"(12). Gli approcci biologicisti di Lombroso e Ferrero non furono altro che il principio di una lunga serie di visioni stereotipate sulla prostituzione femminile. La prostituta era il prototipo della donna delinquente, lontano dai sentimenti di pudore, pietà e maternità che erano gli attributi delle donne normali(13). Ferri era d'accordo con questa idea, che la prostituzione rappresentasse per le donne "la degenerazione speciale del loro sesso". Secondo le teorie psicoanalitiche, medici come Freud sostenevano che le donne criminali erano squilibrate, nevrotiche, escluse per la loro natura e inadatte al loro sesso e non contente del loro ruolo di mogli e madri, perché non possedevano gli attributi caratteristici della femminilità. Il loro senso morale carente, alieno dai sentimenti femminili, si spiegava allora col fatto che non era frenato nella sua natura dai controlli che la domesticità e la maternità imponevano al loro sesso. Il focolare domestico, il matrimonio e la famiglia erano il luogo delle donne e l'espressione del loro ruolo di madri e mogli. La prostituzione rappresentava la [p. 69 ==> 6/26] deviazione da quel ruolo e una sfida all' “ideale di femminilità", che tanto preoccupò la criminologia di segno eziologico, anche quella di influenza sociologica, meno impegnata a spiegare la criminalità delle donne che la loro conformità {approvazione} per l'effetto di tali controlli primari.

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Questi teorici del ruolo, di pensiero solo apparentemente più complesso, seguirono a parlare delle donne delinquenti come vittime di disfunzioni psicologiche o disadattamento sociale a causa dei loro deficit di socializzazione nei valori ideali femminili. Il determinismo biologico aveva lasciato il posto al determinismo sociale e la criminologia tradizionale evidenziava la loro complicità con la coercizione di genere e le sanzioni formali e informali applicate a tutte le donne, convergendo con quelle altre istanze sociali, politiche, religiose ed economiche che si sono storicamente appropriate del potere di criminalizzarle. La prostituzione e gli altri reati, chiamati in seguito "reati di status" a causa del loro rapporto con la domesticità e la sessualità delle donne, continuerebbero a essere il simbolo della deviazione femminile e un'opportunità privilegiata per estremizzarne il controllo(14). Gli effetti di questa costruzione di genere si sarebbero fatti sentire nello Stato spagnolo a partire dalla sua considerazione ufficiale come comportamento antisociale contrario alla morale e al buon costume. Ne dà un buon resoconto, durante il regime franchista, il tenore dei discorsi che chiedevano l'interventismo dei poteri pubblici per reprimere la loro pratica: “l'azione dell'autorità, in una nazione fondamentalmente sana come la Spagna, è potente per ripulire l'ambiente pubblico e influenzare efficacemente il miglioramento dei costumi” (Patronato di Protezione della donna, 1943). Poco importava che allora (1941) fosse stato ripristinato il sistema normativo dopo la fase abolizionista della Repubblica, né che anni dopo, propiziata dalla Lega spagnola per la morale, e dai settori cattolici “per la difesa della famiglia e dell'educazione cristiana”, sarebbero tornati all'abolizionismo (1956). I centri di detenzione, opportunamente diversificati, hanno funzionato ininterrottamente per tutto questo tempo: istituti penitenziari speciali "destinati esclusivamente all'internamento e al cambiamento delle donne recidive nelle infrazioni legate alla prostituzione” (1941); spazi simili alle vecchie “case di raccolta”, promossi dal Patronato di Protezione della Donna per separare le "donne pubbliche" dal vizio, tutelarle ed educarle secondo gli insegnamenti della religione cattolica (1942, 1952) e [p. 70 ==> 7/26] finalmente i “centri di rieducazione” che applicavano misure di sicurezza fino a tre anni di privazione della libertà per le donne - “pericoli sociali " - che facevano della prostituzione il loro modo di vivere (1970)(15). Questi ultimi furono creati dalla Legge sulla Pericolosità e Riabilitazione Sociale del 4 agosto 1970, che aprì, durante l'abolizionismo imperante, una fase autonoma di segno proibizionista, dove il discorso moralizzatore – l'idea di “rieducarle e salvarle per la più piena vita sociale” - già includeva gli imperativi di ordine pubblico – “difendere la società dai turbamenti che rappresentano un grave danno o rischio per la collettività” -, in linea di continuità con le pretese igieniste e medico-sanitarie del regolamentarismo ottocentesco, che ha conosciuto, con il passare del tempo, un'elaborazione più raffinata e penetrante(16). 3. IL DISCORSO DELL'ORDINE PUBBLICO O DEL POTERE DI ASSEGNARE SPAZI DI VITA NELLE CITTÀ CONTEMPORANEE. La nuova ideologia dell'ordine pubblico ci trasporta nella postmodernità sotto il peso di una cultura istituzionalizzata del controllo di segno fortemente selettivo ed escludente. La salvaguardia della legge e dell'ordine, soprattutto negli spazi pubblici, si converte nella parola d'ordine contemporanea delle politiche normalizzatrici, le quali mirano a combattere qualsiasi minaccia alla pace sociale quotidiana, proveniente da settori urbani marginali, ma con visibilità innegabile, come le lavoratrici del sesso, che si muovono e “insudiciano”(17) lo spazio pubblico provocando insicurezza e disagio. Si organizzano - insieme a tutti gli altri: mendicanti, venditori ambulanti, immigrati irregolari, gioventù deviata... - nel "simbolo vergognoso della decadenza sociale e morale della città”, come denunciava il sindaco Giuliani nel suo proclama newyorkese di fine secolo venti. Penso che il crescente interventismo statale sulla prostituzione di strada e su quelle altre minori espressioni di deviazione, debba situarsi in questo contesto di estese campagne di buon senso [p. 71 ==> 8/26] che promuovono la "vivibilità" delle città(18) e che si sono insediate nel

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sistema giudiziario come una manifestazione autoritaria più di quel potere statale, discriminatorio e ostile, che sta creando categorie inarrestabili di rischio sistematicamente isolate e sacrificate per la difesa di quell'indefinita, ma ossessiva ideologia dell'ordine pubblico nelle strade. La prostituzione e l'intero universo di esclusi devono allora rimanere fuori dall'analisi e dalla preoccupazione sociale, come afferma Mestre: fuori dalla "città" si converte nella situazione vitale nella quale una persona cade quando esce dalla società e, pertanto, già non è un problema che si è verificato nella società e appartiene alla società. Per questo si devono stabilire chiaramente i limiti, la linea tra dentro e fuori, i confini, gli spazi, i territori; in definitiva, "pratiche di zonizzazione”(19). La sua criminalizzazione e il suo incarceramento non è altro che una vecchia tattica che, sempre più, viene sostituita da nuove strategie disciplinari di natura puramente amministrativa, che contribuiscono in modo più rapido ed efficace a quella cultura dell'emergenza di fronte a una popolazione sempre più numerosa di soggetti, marcati dalla disuguaglianza e dalla precarietà dei loro diritti economici e civici. Nei loro confronti, le tecniche attuariali di stigmatizzazione sociale, divieto di utilizzo dello spazio pubblico, identificazione permanente e molestie da parte della polizia o sanzioni ripetute e minacciose, hanno permeato i linguaggi dei media e hanno intaccato l'immaginario collettivo che li considera accettabili per promuovere la separazione sociale di coloro che sono per lo più concepiti come "marmaglia". La legge diventa allora uno strumento per la gestione di queste persone escluse dalla vita sociale, obbediente ai codici che segnano i percorsi coercitivi dello Stato postmoderno(20). Le Nuove Ordinanze servono come veicolo per questa ambizione politica di combattere comportamenti considerati scomodi, indecorosi o che offrono un'immagine degradata della città, come l'offerta o la domanda di servizi sessuali nello spazio pubblico. Le prime linee guida repressive contro la prostituzione di strada puntavano in quella direzione, cioè verso una persecuzione indiscriminata di coloro che pubblicamente manifestavano la loro intenzione di offrire, negoziare o contrarre prestazioni sessuali, includendo talvolta anche la mera [p. 72 ==> 9/26] esibizione sessuale in luoghi pubblici, come avveniva originariamente in Francia(21). Il Regno Unito è stato inteso, ad esempio, come uno dei paesi più preoccupati per la minaccia che le prostitute rappresentano per la comunità per i loro stili di vita e dei loro diversi valori sessuali, e le punisce con sanzioni formali e informali - come l'invio di lettere ai proprietari di veicoli che sono stati rilevati circolanti in aree favorevoli alla contrattazione di servizi sessuali - offerta e domanda di prostituzione sulla pubblica via(22). Altri paesi dell'Unione Europea hanno seguito le loro orme(23). Lo Stato spagnolo è un esempio. L'Ordinanza civica di Barcellona inaugurò, nel 2005, il nuovo modello proibizionista del lavoro sessuale in strada per la difesa di uno spazio pubblico “non degradato” e la tutela dei diritti dei buoni cittadini a “non vedere” (“preservare gli utenti delle strade pubbliche dall'immersione forzata in un contesto sessuale”, dice letteralmente la norma) e a “non essere molestati o turbati”. Nei dieci anni successivi, l'iniziativa è stata seguita da numerose province spagnole che hanno accolto un sistema simile di incriminazione legale (“offrire”, “sollecitare”, “negoziare” o “accettare direttamente o indirettamente prestazioni sessuali a pagamento...") e un sistema variabile di sanzioni, volto a punire sia le prostitute che i loro clienti per atti considerati indistintamente indecenti, malsani e di cattivo esempio per i minorenni(24). Il prezzo che esse hanno pagato per queste strategie sanzionatorie è enorme. Recenti studi empirici che supportano le denunce fatte dalle associazioni di difesa delle lavoratrici del sesso, come Hetaira, Genera o Aprosex, mostrano le conseguenze negative che derivano da questo regime di proibizioni, che consolida un aumento incessante delle molestie e della discrezionalità della polizia, portano le lavoratrici del sesso a una situazione d'invisibilità e di illegalità che le rende indifese e le costringe a fornire più servizi sessuali e in condi

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zioni più precarie per fare fronte a sanzioni pecuniarie e riuscire a superare le difficoltà di una trattativa impossibile con i clienti(25). Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, lo spirito delle norme ha cominciato a cambiare per [p. 73 ==> 10/26] effetto dei nuovi slogan repressivi che sostituiscono il loro orientamento proibizionista con un altro, più selettivo, di segno abolizionista. L'evoluzione operata dalla nuova legge spagnola sulla sicurezza dei cittadini del 30 marzo 2015, nei diversi tempi della sua elaborazione, potrebbe sembrare rappresentativa di quello scambio di etichette cui mi riferisco. Mentre il testo del suo Disegno (di legge), tre anni prima, abbondava di proposte sanzionatorie indiscriminate per lavoratori e clienti, oggi, convertito in legge vigente, si dichiara formalmente abolizionista. Un'altra questione è se lo sia realmente. Il testo originario della legge sanzionava, in effetti, con multe che potevano arrivare a 30.000 €, l'offerta, la richiesta, la negoziazione o accettazione di servizi sessuali a pagamento nelle aree di pubblico transito, in prossimità di luoghi destinati all'uso da parte di minori o quando tali condotte, per il luogo in cui sono state effettuate, potessero generare un rischio per la sicurezza stradale. Ma in più, sia la prostituta che il cliente potevano essere sanzionati con la perdita della possibilità di ottenere permessi di soggiorno e di lavoro, se stranieri irregolari, oltre ad adottare la decisione di espellerli dal territorio nazionale. Dopo la sua entrata in vigore, il quadro è apparentemente molto diverso perché viene criminalizzato solo il cliente, cioè chi richiede o accetta prestazioni sessuali a pagamento (art. 36, n. 11). Sebbene il legislatore stesso, con uno spirito fortemente conservatore, non abbia saputo reprimere la tentazione di lasciare aperta la possibilità di incriminare la prostituta per infrazioni amministrative di esibizionismo osceno o disobbedienza nel caso in cui non osservi le prime prescrizioni della polizia di ritirarsi dallo spazio pubblico. Secondo le ultime notizie del quotidiano “Il Paese” del 27 settembre 2016, a quella data erano già state 367 multe per esibizioni oscene e 17.367 denunce di disobbedienza all'autorità(26). Quello che, in ogni caso, sembra certo è che l'influente filosofia del cosiddetto sistema nordico, insediato in Svezia e in altri paesi Scandinavi, ha recentemente ricevuto il sostegno decisivo del [p. 74 ==> 11/26] Parlamento Europeo con la Risoluzione del 26 febbraio 2014 sullo sfruttamento sessuale, la prostituzione e il suo impatto sulla uguaglianza di genere. Un modello di criminalizzazione del cliente che si era già insediato, tra l'altro, severamente sanzionatorio, in paesi come la Francia che ha approvato nel 2013 un nuovo regolamento di pubblica sicurezza, che ha annullato la vecchia legge Sarkozy che era stata così aggressiva con le prostitute di strada. In Italia, si fa l'esempio dei regolamenti di Rimini o Milano(27) e nello Stato spagnolo, quelli di Siviglia (2011) o Murcia (2013). Ma non è più l'ideologia dell'ordine pubblico a ispirare quei cambiamenti trascendenti nella fisionomia {aspetto} repressiva della prostituzione di strada, fondamentalmente perché non sarebbe in grado di giustificare una disparità di trattamento degli attori dello stesso spettacolo suppostamente incivile e degradante agli occhi della cittadinanza. Inoltre, i problemi che l'offerta o la negoziazione di servizi sessuali potrebbe generare per il transito pubblico o lo sguardo innocente dei minori, sono gli stessi e permangono, ugualmente intatti, i suoi effetti intrusivi ed escludenti: Come concluso nelle Giornate Femministe di Stato del dicembre 2009 sulle ordinanze comunali e sulla prostituzione: la penalizzazione dei clienti peggiora le condizioni di lavoro perché gli affari devono essere rapidi e semi-clandestini, con cui le prostitute ci perdono in quelle trattative ... ed è più facile per loro aderire prima alle richieste dei clienti (p.es.: in termini di non utilizzo di preservativi). Queste politiche favoriscono lo sviluppo

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di mafie e magnaccia, in quanto le lavoratrici del sesso, per evitare l'inseguimento della polizia, sono costrette a cercare “protettori” che le avvertano delle incursioni o le difendano nella ripartizione dello spazio, che di solito è molto scarso e altamente inquinato dall'emarginazione e dalla delinquenza(28). Gli argomenti di genere, in cambio, si fanno vedere dappertutto. Per esempio, una lettura attenta del contenuto della citata Ordinanza di Siviglia del 12 maggio 2011, sviluppata nel quadro del suo Piano comunale contro la prostituzione e lo sfruttamento sessuale, è assai esemplificativa del nuovo discorso ideologico. Il suo articolo 1° dichiara l'obiettivo di “preservare lo spazio pubblico come luogo di convivenza, civiltà e uguaglianza, in cui non viene promossa un'immagine sessista della donna come oggetto di consumo sessuale. Prima, [p. 75 ==> 12/26] nell'esposizione dei motivi, la finalità delle sue sanzioni era già stata giustificata ne “la lotta alla discriminazione contro le donne, alla violenza di genere e alla promozione di immagini diffamatorie e stereotipate delle donne”, che, in quanto “vittime”, devono essere al sicuro dalla censura legale. Tuttavia, la campagna aggressiva lanciata dalla Giunta Comunale dal 2008 per la presunta "sensibilizzazione" o la "dissuasione" dei clienti, li colpisce pienamente, promuovendo il disprezzo e lo stigma di sempre. Slogan del tipo "tu vali così poco che devi pagare” o “la prostituzione esiste perché paghi tu... il prezzo include l'umiliazione, la violenza, la vessazione...” sono stati denunciati pubblicamente per il loro impatto sull'immagine dispregiativa e umiliante che promuovono delle lavoratrici del sesso(29). Propongo di chiamare quest'ultimo discorso "discorso di genere”, perché, non dissimilmente dalle più autentiche costruzioni del patriarcato, si propone di segnare il luogo e il percorso delle donne utilizzando tattiche di potere intensamente coercitive. Non senza motivo il genere è, in sostanza, un codice normativo con una forte vocazione disciplinare che aspira a formulare, con l'ausilio delle sue tecniche di premi e castighi, le strategie di vita delle donne (e degli uomini). Le loro pretese di controllo sono sempre stati visibili nei confronti delle lavoratrici del sesso, ma sono cresciute a dismisura con l'immenso peso che l'ideologia abolizionista sta acquisendo nella formulazione e nel rinnovamento della politica ideologica - e punitiva - degli stati contemporanei. 4. IL DISCORSO DI GENERE O IL DISCIPLINAMENTO DELLE DONNE SOTTO UN MANDATO NON PATRIARCALE. Con i primi movimenti di purezza sociale, all'interno dell'abolizionismo ottocentesco, inizia la guerra contro la prostituzione che avrebbe posto fine all'alleanza di solidarietà che le femministe avevano contratto con le prostitute, sfidando insieme il controllo sessuale e la morale punitiva con cui lo stato le opprimeva. La sfida consisteva nel fatto che le donne "rispettabili", scavalcando un vero e proprio abisso di peccato sessuale, si sarebbero arrischiate a tendere la mano a donne marchiate come puttane. Si trattava della dichiarazione di una collettività femminile che andava oltre le barriere moralistiche e di classe. I riformisti visitarono le prostitute, parlarono con loro e guidarono il dibattito [p. 76 ==> 13/26] pubblico sull'argomento e fondarono case dove potessero "scappare" le prostitute...(30). DuBois e Gordon raccontano che le prostitute rifiutarono di assumere la condizione di vittime di schiavitù sessuale, che era il prezzo che si richiedeva loro, e che, da quel momento in poi, le tendenze repressive di questa prima campagna abolizionista furono più forti dei suoi aspetti liberatori e riempirono di scoraggiamento l'approccio femminista alla sessualità(31).

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La vittimizzazione delle prostitute si era così convertita nel primo mandato normativo di genere non imposto dal patriarcato. Si è invece configurata come una strategia escogitata dai ranghi femministi - da quello che oggi chiamasi femminismo radicale -, per esonerarle da ogni responsabilità per l'uso improprio del proprio corpo, per la loro complicità con il patriarcato o per la mercificazione della loro sessualità sotto l'offensiva predatoria del capitalismo neoliberista. Distinti discorsi sul significato delle loro trasgressioni che sono andate cambiando nel tempo, lasciando immutato il loro status di vittime. I rimproveri iniziali, più trasparenti, riconoscevano il peso della moralità. Le idee di vizio, promiscuità, degenerazione, "peccato" o "malavita", inerenti al lavoro del sesso, figuravano come ragioni che giustificavano la sua natura indegna e degradante. Sotto l'influenza del femminismo abolizionista, la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione della tratta di esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione in conto terzi del 2 dicembre 1949, nelle sue prime versioni, faceva riferimento alla prostituzione insieme ad “altri atti di immoralità” e nel suo testo finale proponeva la necessità di sottoporre le donne che si trovano in quella situazione a trattamento riabilitativo. In effetti, il Segretario Generale proponeva la creazione di servizi sociali accompagnati da un trattamento istituzionale che prevedeva un cambiamento d'ambiente, l'orientamento delle prostitute o la loro formazione in un mestiere che le aiutasse a trovare un lavoro che potesse facilitare il loro adattamento a una vita "normale". Il trattamento riabilitativo si sarebbe svolto, a suo giudizio, in istituzioni gestite secondo principi medico-educativi e dotate di strutture per l'assistenza medica delle malattie veneree, cure psichiatriche, orientamento e formazione professionale, che comincerebbero a funzionare al momento della presa in carico della persona. La [p. 77 ==> 14/26] polizia doveva collaborare strettamente con i servizi sociali per garantire il successo della riabilitazione. L'Assemblea Generale approvò l'articolo, senza che nessuno si opponesse alla sua continuità(32). Per molto tempo, le leggi che promuovevano la criminalizzazione delle pratiche connesse con la prostituzione, si appellarono anche alla difesa di un ordine morale collettivo incompatibile con questa “forma degradata di esercizio della sessualità"(33). Ma, per di più, c'era l'argomento dall'indegnità che figurava costantemente tra gli imperativi per abolire la prostituzione. L'affermazione del suo carattere "incompatibile con la dignità e il valore della persona umana” già apparsa nel Preambolo della stessa Convenzione del 1949, è stata ripetuta incessantemente nei testi abolizionisti. Per ricordare alcune menzioni rappresentative di qualsiasi epoca che risultano imprescindibili, si potrebbe tirar in ballo la Relazione Finale degli Esperti sullo sfruttamento sessuale nella Riunione tenutasi a Madrid nel 1986: “Nella prostituzione, il corpo della donna si assimila a una merce e... la donna si abbassa alla categoria di oggetto... sconvolgendo la sua personalità e distruggendo in sé il senso del suo valore. Pertanto, è un attacco alla dignità delle donne..."(34); o le parole di Lagarde: “per definizione, le donne che esercitano la prostituzione... sono corpo oggetto per il piacere di altri. Il suo corpo soggettivo, la sua persona, è reificato e non c'è un "io" al centro. In questa situazione non c'è possibilità di costruire una persona che si definisca, che si limiti, che si protegga e si sviluppi”(35). O, ultimamente, il De Miguel quando si riferisce ai loro corpi come “corpi nudi, in fila, senza nome, a disposizione di chiunque abbia soldi per pagarli"(36). Sono discorsi che si appropriano della dignità delle prostitute - che le spersonalizzano e le reificano - per poter negare la loro condizione di donne libere. Non è che disconoscano la loro libertà, ma la ignorano coscienziosamente per evitare che offuschino l'immagine ideale che hanno costruito del femminile. Quindi, privandole della loro posizione di soggetti, minimizzano l'affronto alle loro leggi di genere. Perché la prostituzione, ha detto il Comitato di esperti

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sullo sfruttamento sessuale, violenza e prostituzione riunitosi in Pennsylvania nel 1991, è più che un oltraggio alla dignità delle [p. 78 ==> 15/26] prostitute, è anche un attacco alla dignità di tutte le donne in quanto legittima “la vendita del corpo di qualsiasi donna”: Riducendo le donne a un bene {merce} che è possibile comprare, vendere, dominare, scambiare o acquisire, la prostituzione colpisce le donne nel loro insieme, rafforzando l'idea che la donna sia un oggetto, calpestando la sua condizione umana e consolidando l'inferiorità della condizione femminile in tutto il mondo(37). Riconoscere il valore del loro consenso, significherebbe dover tacciare le prostitute come “traditrici di genere” perché, come afferma criticamente Osborne, "si vendono" letteralmente al miglior offerente per un piatto di lenticchie senza notare in che cosa i loro "atti" significano per l'insieme delle donne(38). Anche simbolicamente, perché rappresentano la restaurazione del dominio maschile nelle società formalmente egualitarie: quando gli uomini si relazionano con una prostituta, accedono a un rapporto di potere con "la donna", con tutte le donne, nelle parole di De Miguel(39). Da qui quella lunga lista di ragioni che ingigantiscono la sua vulnerabilità per ragioni economiche o addirittura psicologiche: donne povere, senza risorse, provenienti da paesi periferici e destrutturati o, donne fragili, vittime di carenze affettive, di una socializzazione difettosa o di violenze fisiche o sessuali durante l'infanzia... Si tratta di giustificare una soggettività carente, alienata, per dissimulare la sua collusione con i poteri che la opprimono. Il patriarcato, in primo luogo, rappresentato dal “prostituente” che compra il suo corpo e la sua subordinazione(40), e, poi, il capitalismo che estrae gustosamente le plusvalenze(41). Poiché "esse giocano il gioco con le regole del padrone”, dice Femenías: è una strategia di sopravvivenza mascherata da liberazione, ma devi diffidare, insiste l'autrice, perché, sebbene la sua decisione e la sua scelta siano libere - la "libera impresa" è il mito su cui questa liberazione è costruita - fa bene in primo luogo, come al capitalismo che lo origina, al sistema prostituente e ai suoi beneficiari. Quando le prostitute difendono il loro lavoro, sono paragonabili, secondo i loro esempi, ai lavoratori sfruttati che lavorano e proteggono con le loro armi le piantagioni che non appartengono a loro o ai neri [p. 79 ==> 16/26] che hanno difeso i loro padroni mentre erano schiavi...(42). A cosa serve il femminismo “se vogliamo ammettere che tutte le decisioni sono libere e nessuno può metterle in discussione”?, si chiede De Miguel quando critica la tesi del consenso come base, secondo lei, dell'attuale patriarcato e dell'influenza del neoliberismo economico e sessuale(43). Ciò che non si può fare, soprattutto nell'ambito della sessualità, continua dicendo, è presentare ogni scelta che fa una donna come “un atto femminista”(44). È la "legge" degli imprenditori morali, che decidono per gli altri cosa è giusto e cosa è sbagliato: Non esiste una dialettica possibile tra i due campi nei quali riorganizzano il mondo, come afferma Scheerer, “i colpevoli devono essere i 'cattivi' e le 'vittime' innocenti". L'importante allora non è che qualcosa sia oggettivamente efficace o controproducente nella risoluzione dei conflitti, ma piuttosto che sia "la sua legge"(45). Così, al di là delle voci coinvolte, si sono costruiti i codici di un altro discorso normativo di genere, felicemente insediato nell'offensiva abolizionista contro la prostituzione: quello de la violenza contro le donne, dove si incontra l'origine delle incessanti confusioni tra prostituzione libera e forzata o tra prostituzione e tratta, quando coloro che forniscono i servizi sessuali sono immigrati. Seguendo il percorso segnato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del

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1949, l'ultima Risoluzione del Parlamento Europeo del 26 febbraio 2014 sullo sfruttamento sessuale, la prostituzione e il suo impatto sulla uguaglianza di genere, avanza pericolosamente in linea con la politica criminale nordica di penalizzazione del cliente e dichiara, nella sua esposizione dei motivi in ordine all'abolizionismo, come l'unica strategia in grado di “evitare che le donne [p. 80 ==> 17/26] cadano nella prostituzione". Basato su un rapporto di successo di Mary Honeyball, portavoce di una delle più potenti organizzazioni femministe abolizioniste in Europa - la Lobby Europea di Donne - il testo descrive la prostituzione e la prostituzione forzata – direttamente collegate con la tratta - come forme indiscriminate di ”violenza contro le donne e violazione della dignità umana e dell'uguaglianza di genere” o, indistintamente, come "violazione dei diritti delle donne" o "una forma di schiavitù” che dà origine e mantiene "la disuguaglianza di genere delle donne"(46). Le nuove argomentazioni istituzionalizzano un concetto di vittima in cui coercizione, abuso o inganno sono indifferenti nella lotta contro il dominio o l'oppressione strutturale del capitalismo patriarcato che monopolizza l'identità della prostituzione femminile. Il messaggio normativo è chiaro e ha un forte effetto pedagogico: “la società deve opporsi al sesso per denaro perché è il simbolo dell'oppressione patriarcale e della oggettivazione e vittimizzazione femminile”. Era il motto che ha ispirato la politica statale svedese(47) e oggi figura, come si è visto, nell'ideologia abolizionista del femminismo transnazionale quando esprime la sua priorità di evitare che "le donne cadano nella prostituzione”, indipendentemente dal segno - volontario o coercitivo - delle esperienze che le conducono ad essa. Condividono tutte, allo stesso livello, il rango di donne "prostituite". In questo modo, la violenza intrinseca alla prostituzione che denunciano, si converte in un meccanismo performante di un'altra violenza più grave - quella del sistema - con cui collaborano, ma anche della violenza soggettiva che comporta la negazione delle lavoratrici del sesso come soggetto politico, con la propria voce per formulare i propri diritti: Holgado li elenca come segue: il diritto di essere ascoltate e incluse nella progettazione delle politiche sulla prostituzione; il diritto di essere riconosciuti come soggetti politici con diritti (lavoro, emigrazione, vivere liberi dalla violenza dello stato e polizia...) e "diritto di essere" o "diritto di non essere”, a seconda della diversità delle situazioni - consensuali o coercitive - in cui trovansi nell'esercizio del lavoro sessuale(48). Non è complicato esemplificare con le violenze nelle quali il sistema ha il ruolo principale, e con la complicità [p. 81 ==> 19/26] che i loro discorsi gli prestano. In un contesto marcatamente abolizionista, le politiche degli stati si sforzano di criminalizzare l'ambiente della prostituzione volontaria procurando spazi ogni volta più ampi di vulnerabilità(49) e di impotenza per le lavoratrici del sesso che vedono intralciati i loro tentativi di combattere per i loro diritti e che perdono autonomia e azione nella necessità di nascondersi per passare inosservate. Il caso svedese è assai rappresentativo della vittimizzazione cui mi riferisco. Si dice che per effetto delle ultime riforme, sia cresciuto lo stigma {disonore, vergogna} e, con esso, la clandestinità e la discriminazione perché le lavoratrici del sesso hanno perso potere negli incontri sociali di tutti i tipi e si vedono spesso minacciate del ritiro della custodia dei propri figli e delle perquisizioni permanenti della polizia. La loro situazione d'isolamento è stata vista anche aumentare perché hanno dovuto lasciare le strade, gli assistenti sociali hanno difficoltà ad accedervi e i clienti non li aiutano più denunciando i casi di coercizione o abuso che rilevano, per paura di autoincriminazione(50). Gli stessi rapporti ufficiali svedesi non sono stati in grado di confutare questi argomenti e ammettere il probabile aumento della prostituzione nascosta e della pubblicità dei servizi sessuali su Internet, nonché i crescenti ostacoli sorti per la persecuzione dei comportamenti di sfruttamento della prostituzione. Tuttavia, sottolinea Jacobson, i politici

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si sentono molto orgogliosi perché sono riusciti a lanciare il loro messaggio che la prostituzione è violenza contro le donne: Questa lavoratrice del sesso svedese dice che una volta ha avuto l'opportunità di chiedere loro: "Non sei preoccupato che centinaia di donne scompaiono dalle strade? Sai dove sono adesso?" La loro risposta è stata chiara: “La cosa più importante è che il messaggio arrivi". Simile fu cosa ha risposto la nostra ministra di Qualità svedese, Mona Shalin, alla domanda: “Sei consapevole che questa legge fa male ai più deboli?”. “Lo so, risponde, ma vale la pena inviare il Messaggio"(51). Effetti simili si possono vedere nel resto dei paesi che intendono seguire le loro orme. La crescente proliferazione di regimi giuridici che si rifiutano di riconoscere le lavoratrici del sesso come soggetti giuridici, portano al loro isolamento sociale, a partire dalla negazione dei loro diritti civili e sono accompagnate da politiche di [p. 82 ==> 19/26] sicurezza urbana che le tormentano e non le proteggono contro ogni tipo di abuso (dei datori di lavoro, dei clienti, della polizia...)(52). È significativo che l'unica sentenza che nello Stato spagnolo ha riconosciuto il diritti lavorativi delle lavoratrici del sesso - la sentenza del Tribunale del Sociale n. 10 di Barcellona del 18 febbraio dal 2015 - ha affermato esplicitamente la necessità di adottare “una prospettiva di genere”, consapevole che la cittadinanza lavorativa è una garanzia contro la povertà, l'emarginazione, gli abusi di potere e lo sfruttamento a cui sono potenzialmente soggette(53). Nel caso delle donne straniere, la situazione è ancora più allarmante, come ha denunciato TAMPEP, una rete che funziona come un osservatorio delle dinamiche della prostituzione migrante in ventuno paesi europei; il che mette in evidenza come stanno diventando sempre più visibili le strategie di intervento pubblico che sacrificano i loro diritti come vittime a favore di una lotta preferenziale contro l'immigrazione illegale(54). Mi riferisco, per esempio, alle retate della polizia in strada o nei locali dove esse lavorano, che si giustificano con il pretesto di perseguitare i protettori e trafficanti sospettati di tratta o sfruttamento sessuale, e che troppo spesso si concludono con il loro arresto, l'internamento in centri di detenzione e la minaccia, quasi sempre soddisfatta, di espulsione per essere entrata nel paese “illegalmente” o rimanervi "irregolarmente". E non si tratta di esperienze isolate. Numerosi studi li spiegano in diversi paesi: Spagna(55), Germania(56), Regno Unito(57) o gli stessi Paesi Bassi nel contesto delle loro politiche anti-immigrazione(58). Di fronte a un'immagine così desolante, risulta sorprendente non incontrare, per più di quattro decenni, nessuna occasione in cui il femminismo istituzionale abbia alzato la voce per denunciare l'ingerenza abusiva dello Stato nella vita delle prostitute. Al contrario, immerso nelle sue campagne abolizioniste, ha mostrato una chiara indifferenza per i loro problemi più umani e sociali e la necessità di solidarietà con la loro lotta. C'è stato un [p. 83 ==> 20/26] significativo cambiamento di atteggiamento nel tempo, ci dice Mattieu, quando confronta due avvenimenti simili i cui protagonisti sono donne prostitute, e accaduti in Francia a ventisette anni di distanza: l'occupazione delle chiese di Lione nel 1975 in segno di protesta contro la repressione della polizia e a favore dei loro diritti; e le mobilitazioni del 2002 contro il disegno di legge Sarkozy sulla criminalizzazione degli atteggiamenti meramente passivi nell'esercizio della prostituzione in strada e nella politica di espulsione delle prostitute straniere. Di fronte alla posizione adottata dal femminismo di allora, di sostegno alle prostitute in una campagna di solidarietà per “la causa generale di donne”, oggi ha rinunciato a quell'alleanza contro la repressione statale, considerando che potrebbe essere inteso come “una impresa di legittima

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zione dell'attività di prostituzione." E conclude l'autrice, mentre le femministe abolizioniste e i militanti dei diritti delle prostitute si scontravano, il Parlamento votava la legge sulla sicurezza interna che prevedeva una pena detentiva per due mesi e una multa di 3750 € per i suddetti comportamenti. Il vecchio motto della campagna del 1975: i nostri figli non vogliono che le loro madri vadano in prigione, non sarebbe servito questa volta a nulla(59). Ma c'è tuttavia una violenza più invasiva e più insidiosa nei confronti delle lavoratrici del sesso, che è amministrata dal femminismo abolizionista e che funziona come un'autentica “sanzione di genere”: mi riferisco a quella svalutazione che viene loro imposta - come esseri alienati e di identità degradata o anche come semplici corpi senz'anima assimilabili alla merce, suscettibili di vendita o di affitto - per non essere in grado di soddisfare le aspettative create per quell'altro soggetto costruito e stereotipato che è la Donna (in lettere maiuscole)(60). Una cerimonia di "eterodesignazione" che si comporta come una strategia di dominio e di negazione con luoghi comuni a quelli frequentati dal patriarcato. Femenìas la qualifica lucidamente come “violenza simbolica” quando enumera le sue caratteristiche identitarie: “squalificando, negando, segregando, invisibilizzando, emarginando, frammentando o utilizzando arbitrariamente il potere sugli altri”(61). [Per la filosofa, questo momento della "eterodesignazione" è quello in cui chicchessia è in balia della definizione dell'altro egemonico sulla base di stereotipi che esaltano un tratto (che poi identifica come "carenza", "mancanza ", "incapacità") su una moltitudine di altri possibili. Anche se l'analisi di Femenías (2007: 70, 74) fa riferimento a un'altra violenza di genere, quella patriarcale. Questa concettualizzazione della violenza simbolica come costruzione svalutante dell' "altro" in riferimento alla prostituzione, operata da Juliano (2004: 68 ss.) o Lorente (2016: 311), è molto interessante.]

5. LA PROSTITUZIONE: IL “PECCATO” DELLE DONNE?. [p. 84 ==> 21/26] Pare legittimo pensare che lo stigma della prostituzione, a forza di una storicità protratta e di un appoggio istituzionale quasi ininterrotto, si sia insediato nell'universo femminile come segno identitario dell' “antimodello dell'esser donna"(62). Rendono conto di ciò, tutte quelle esperienze, qui narrate, di patologizzazione, incarceramento, inferiorizzazione ed emarginazione sociale che hanno collocato le prostitute tra le caste sessuali più vili e infamanti della stratificazione sessuale della società, dove hanno condiviso lo spazio con altre identità trasgressive tradizionalmente isolate e perseguitate come gli omosessuali, i transessuali o altre minoranze sessuali. Tutti loro, afferma Rubin, condividono tratti comuni di organizzazione sociale. Come quelle altre minoranze, le prostitute sono una popolazione sessuale criminale, stigmatizzata a causa della loro attività sessuale, che occupa le aree urbane perfettamente delimitate e deve combattere contro la polizia per difenderle e mantenerle. La persecuzione legale di queste popolazioni si giustifica mediante una elaborata ideologia che le considera indesiderabili, pericolose e inferiori, che non hanno il diritto di essere lasciate in pace(63). Il che mette in chiaro che la sessualità, in quanto categoria costruita, non naturale, non monolitica, che si costituisce nella società e nella storia, è organizzata in istanze di potere che incoraggiano e premiano alcuni individui e attività mentre puniscono e reprimono altri. Tradizionalmente, i sistemi di procedimento giudiziario sessuale (religioso, medico, sociale, politico...), sono stati incaricati di valutare e classificare gli atti sessuali secondo un sistema gerarchico di valore sessuale che non sempre rimane invariato, perché dipende dall'evoluzione delle idee e dai conflitti e dalle lotte intraprese dalle popolazioni "inferiori" per conquistare nuovi e più favorevoli spazi sociali. Il fatto è che lentamente si vanno modificando le linee di confine tra sesso positivo e sesso negativo, offrendo “rispettabilità” ad alcune condotte che prima erano nelle profondità della gerarchia sessuale della società. Non è il caso della prostituzione, che permane nel [p. 85 ==> 22/26] tempo come una sorta di "eresia sessuale" per le donne(64).

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Si interroga giustamente Lorente sulla profondità culturale del tabù che la prostituta infrange. Dev'essere inevitabile, afferma, affinché, nel XXI secolo, il processo della sua stigmatizzazione sia così attivo, essendo verificabile e costante il rifiuto pubblico e l'intenzionalità di circoscriverlo a territori marginali. L'autrice confronta la sua opzione sessuale con altre, storicamente ingiuriose {oltraggiose}, che hanno conosciuto un processo di integrazione progressiva, sociale e giuridica, come l'omosessualità - e forse si potrebbe esemplificare anche con la transessualità(65) - rispetto alla quale i produttori dell'ideologia sessuale hanno ceduto terreno e sono stati meno belligeranti(66). Dovremmo investigare il perché. Se esaminiamo i processi che hanno portato alcuni paesi intorno a noi, come i Paesi Bassi (2000)(67), la Germania (2001)(68) o la Nuova Zelanda (2003)(69), a una situazione simile di normalizzazione sociale e riconoscimento giuridico delle lavoratrici del sesso, c'è una corrispondenza di dati che non si dovrebbe sottovalutare. Mi riferisco all'influenza decisiva dei gruppi femministi che hanno assunto la priorità di salvaguardare i propri diritti umani e proteggerli dallo sfruttamento: il che ci porta a una conclusione inevitabile, quella dello spostamento delle istanze di controllo sessuale tradizionali (religioso, medico, politico, legale...) e la conquista di quello spazio da parte del femminismo al potere che è quello che impone la sua egemonia nelle decisioni in merito alla sessualità che colpiscono la prostituzione, inclinando la bilancia nella direzione più o meno democratica (o autoritaria) delle loro pretese. Vero è che viene raccontata una storia sulle frammentazioni e sui conflitti che altre popolazioni sessuali tradizionalmente emarginate come le lesbiche o i transessuali, hanno avuto origine all'interno della comunità femminista nella loro lotta per il riconoscimento della loro identità, ma non sono state - o forse non lo sono mai state - sotto i riflettori di una campagna istituzionale così spietata come questa a favore della loro scomparsa(70). Sono le lavoratrici del sesso, costituite nel simbolo [p. 86 ==> 23/26] della dominazione e dei privilegi maschili, che si trovano ad affrontare da sole, come minoranze all'interno delle minoranze, questa lotta che il femminismo abolizionista - comodamente installato nelle strutture di potere - paga a suo modo contro il patriarcato e ora anche, contro il capitalismo neoliberista(71). E le loro strategie sono devastanti. In un'imponente analisi della caccia alle streghe, come episodio significativo di una tattica di controllo delle donne e dello sviluppo di un regime patriarcale più aggressivo, Federici afferma che nella storia della società capitalista, il corpo è per le donne quello che era la fabbrica per i lavoratori dipendenti uomini: il terreno principale del loro sfruttamento e della loro resistenza(72). È un'idea che comprendo e che riflette molto bene la complessità materiale dei corpi e delle vite delle donne che si prostituiscono, le loro esperienze individuali e collettive di dominazione, abusi, sovversione e autonomia che così spesso appaiono disorientate sotto la immagine monolitica di una sessualità vittimizzata. C'è nei discorsi femministi che la esaltano, una logica di negazione che le invalida come attori della propria storia e che finisce per naturalizzare una forma di violenza - politica - sui loro corpi: il che che promuove la loro soggettività deviata (il loro “peccato”) e impedisce loro di "auto-designarsi"(73) e di costruire spazi di resistenza contro i poteri che le opprimono. Per questo le loro pratiche di insubordinazione sono così estremamente difficili perché, come esprime così bene Lorente, non viene loro riconosciuto altra azione distinta da quanto prescritto da questi discorsi: lasciare dove sono e abbandonare le loro vite sbagliate marchiate(74). ___________________________________________________________________________ BIBLIOGRAFIA ALMEDA, E. Corregir y castigar. El ayer y hoy de las cárceles de mujeres, Barcelona, Bellaterra, 2002. ARELLA, C./FERNÁNDEZ, C./NICOLÁS, G./VARTABEDIAN, J. Los pasos (in)visibles de la prostitución. Estigma, persecución y vulneración de los derechos de las trabajadoras sexuales en Barcelona, Barcelona, Virus, 2007.

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NOTE (1) Para una descripción de la red disciplinaria característica del sistema reglamentarista, véase Arella/Fernández, Nicolás/Vartabedian (2007: 49-50) [p. 65 ==> 2/26] (2) Walkovich (1993: 385) y Arnaud-Duc (1993: 106). Dubois y Gordon nos hablan asimismo de un minoritario movimiento feminista – una corriente pro-sexo-que mostró una resistencia política frente a la cultura sexual represiva del siglo XIX (1989: 69 ss.). [p. 65 ==> 2/26] (3) Salvo el caso de San Louis donde se implantó en 1874 y fue prontamente derogada, según noticias que ofrece Walkovich (1993: 380). [p. 65 ==> 2/26] (4) Walkovich (1995: 37). También Garaizábal (2007: 49). [p. 66 ==> 3/26] (5) Así también, Villacampa (2015: 420). [p. 66 ==> 3/26] (6) Sobre el estigma asociado al discurso moral, véase Lamo de Espinosa cuando afirma que detrás de él hay siempre la voluntad de controlar a un grupo social indeseado, de deslegitimarlo y situarlo fuera de la ley por sus actos degradantes, impuros... (1988: 29, 30). [p. 67 ==> 4/26]

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(7) Se corresponde con la descripción que Sor Magdalena de San Geronymo hacía de las mujeres prostitutas en su “Obrecilla” presentada en 1608 ante Felipe III para justificar la necesidad de su internamiento (Maqueda 2014: 28). Antes, otros moralistas habían escrito “sobre la mujer descarriada o en peligro de perderse” pero nunca llegaron a promover su encierro. Más ampliamente, Martínez Galindo, G. (2002: 49 ss.). [p. 67 ==> 4/26] (8) En territorio español fueron las “casas de arrepentidas” y las “casas de galeras y de recogimiento”. Ampliamente, Maqueda (2014: 27 ss). [p. 67 ==> 4/26] (9) Almeda (2002: 133-134). [p. 68 ==> 5/26] (10) DuBois/Gordon (1989: 61). [p. 68 ==> 5/26] (11) Juliano (2011: 17). [p. 68 ==> 5/26] (12) Heim (2006: 4). [p. 68 ==> 5/26] (13) Lombroso / Ferrero (1896: 596). [p. 68 ==> 5/26] (14) Son un ejemplo representativo los regímenes prohibicionistas, como el de EEUU, donde se sitúa buena parte de esta elaboración criminológica. Extensamente, Maqueda (2014: 40 ss.). [p. 69 ==> 6/26] (15) Una información amplia sobre esta evolución ideológica del discurso moral y las experiencias criminalizadoras que le acompañaron en Guereña (2012: 148 ss.). [p. 70 ==> 7/26] (16) Estos eran los fines que, expresados en forma neutra, se recogían en la Exposición de Motivos de esta Ley. www.boe.es/boe/días/1970/08/06/pdfs/A12551-12557.pdf [p. 70 ==> 7/26] (17) Sobre esa idea de “suciedad” que provee muros reales y metafóricos entre aquello que está limpio y la impureza que se amontona en el exterior, Pitch (2015: 65). [p. 70 ==> 7/26] (18) Era el título que encabezaba la campaña electoral en materia de seguridad pública en Holanda, en 2002 y que, con otros nombres, se ha instalado en buena parte de Europa. Más información en Maqueda (2015). [p. 71 ==> 8/26] (19) Literalmente Mestre (2004:248). [p. 71 ==> 8/26] (20) Así Wacquant (2003:63). [p. 71 ==> 8/26] (21) Sobre la llamada ley Sarkozy y el vínculo prostitución/delincuencia, Mathieu (2003: 34-35). [p. 72 ==> 9/26] (22) Kantola/Squires (2004: 79 ss.). [p. 72 ==> 9/26] (23) Italia es un ejemplo. Nos habla de ello Covre (2004: 240) cuando se refiere a todo un conjunto de dispositivos disciplinarios con voluntad de gobernar la prostitución. Y, recientemente, Pitch que da noticia del contenido de las distintas Ordenanzas municipales y de su objetivo de “limpiar” las ciudades en nombre del decoro (2015: 43,76 ss.). Más información general sobreesas políticas europeas de orden público, Villacampa (2015: 418, 440). [p. 72 ==> 9/26] (24) Una información amplia y detallada en Villacampa (2015: 413 ss.). [p. 72 ==> 9/26] (25) Más noticias en Villacampa (2015: 413 ss.). [p. 72 ==> 9/26] (26) Bajo el título “Denunciadas mil prostitutas y clientes por la ley mordaza”, p. 26. Sobre esa criminalización por desobediencia, no carente de precedentes (Daunis (2013: 655-656)), se pronuncia críticamente, Villacampa (2015: 447). Hay que contar, además, con la posibilidad que deja abierta la Ley de sancionar a la trabajadora sexual por la infracción leve de ejecutar en público actos de exhibición obscena (art. 37, nº 5) que ha tenido también una amplia acogida en la práctica: 120 mujeres habían sido sancionadas ya por esa conducta, según noticias del diario El País de 18/08/2016. Una vez más surge aquí la idea del decoro a que se refiere Pitch (2015: 43,) en cuyo nombre se esteriliza a la ciudad del desorden y la disolución que amenazan la vida de los buenos ciudadanos. [p. 73 ==> 10/26] (27) Según noticias que ofrecenHolgado/Neira (2014: 9). [p. 74 ==> 11/26] (28) www.feministas.org/IMG/pdf/ordenanzas_Silvi.pdf. [p. 74 ==> 11/26] (29) En una nota de prensa, la Asociación de defensa de las trabajadoras del sexo, Hetaira, aducía esas razones al pedir el 19 de septiembre de 2008 que “cesara el hostigamiento a las prostitutas por partede las corporaciones municipales”. [p. 75 ==> 12/26] (30) Literalmente, DuBois/Gordon (1989: 64). Esta idea también en Heim (2006: 6). [p. 76 ==> 12/26] (31) DuBois y Gordon (1989: 65). [p. 76 ==> 13/26] (32) The Penn State Report, Appendix I, UNESCO and CATW, 1992, pp. 24-25.Sobre la innegable relación de la rehabilitación con el estigma de la prostitución, demostrada a partir del hecho de que no se habla de ella en otros trabajos, por degradados que sean, Juliano (2004: 114). [p. 77 ==> 14/26]

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(33) Por ejemplo, en el Estado español, Maqueda (2009: 33) [p. 77 ==> 14/26] (34) The Penn State Report, Appendix II, UNESCO and CATW, 1992, pp. 35-36). [p. 77 ==> 14/26] (35) Lagarde (2000: 55). Ya Pateman (1995: 181 ss) había equiparado la venta de servicios sexuales con “la venta del yo de quien se prostituye” en su idea del contrato sexual como contrato de esclavitud y de subordinación (pp.267 ss). [p. 77 ==> 14/26] (36) De Miguel (2015: 13, 162). [p. 77 ==> 14/26] (37) The Penn State Report (1992: 9). [p. 78 ==> 15/26] (38) Osborne (2007: 41). [p. 78 ==> 15/26] (39) De Miguel (2007: 172). [p. 78 ==> 15/26] (40) Él compra el cuerpo y la subordinación de la prostituta para su beneficio y para la satisfacción de su placer de dominio,así es como ejercita el poder patriarcal extremo, en palabras de Femenías (2007: 50). [p. 78 ==> 15/26] (41) A través de esa nueva “cultura de la sexualidad” a que se refiere Cobo como realidad normativa que articula la identidad de las mujeres alrededor de su disponibilidadsexual y que sería el punto de partida de la formación de una cultura de la prostitución (2015: 15 ss.). [p. 78 ==> 15/26] (42) Femenías (2014: 50, 51). [p. 79 ==> 16/26] (43) De Miguel (2015: 341). Entiendo que no se puede confundir una lucha histórica de las prostitutas por defender su dignidad y su estatus de mujeres libres en el uso de sus cuerpos frente a la voluntad sistemática de convertirlas en víctimas sin voz y sin derechos con la realidad actual del neoliberalismo en que los cuerpos, todos los cuerpos, están con su consentimiento en elcentro de los dispositivos de control social como mercancías en venta, para plegarlos a las leyes del mercado (Pitch (2015: 45)). Me parece una visión reduccionista de la idea de libertad confundir lo uno con lo otro sin dejar de asumir algo que es obvio para cualquier feminista: que el cuerpo de las mujeres ha constituido –y sigue constituyendo-un lugar privilegiado para el despliegue de tácticas de poder del capitalismo patriarcal. Creo que hay que tener cuidado con que ese reclamo de la dignidad en mayúscula de las mujeres acabe formando parte de la retórica fuertemente conservadora de la postmodernidad que, no se olvide, tiene como una de sus rasgos identitarios más perversos la fragmentación de los vínculos y de las luchas sociales. Algo que no debiera permitirse ningún feminismo. [p. 79 ==> 16/26] (44) Una idea de Murphy citada por la autora en el desarrollo de su frívolo ataque a la posición “libertaria” de los grupos queery posfeministas en torno a la sexualidad (resumida en la frase: “yo lo he elegido, no hay problema”) (2015: 145). Comparto con De Lora sus lúcidas críticas a un planteamiento tan “maniqueo” y“tendencioso” como ese (2016: 7-8, nota nº 19) (y otros de los que hace gala De Miguel en su sectaria y excluyente militancia feminista). [p. 79 ==> 16/26] (45) Scheerer (1985: 268,275, 277). [p. 79 ==> 16/26] (46) Exposición de motivos de la Resolución y Considerandos B, C y V, que son los más explícitos en ese sentido. Véase ampliamente en internet en A7-0071/2014. Un discurso más efectivo –el de la violencia de género o el de los derechos humanos de las mujeres-que ha venido a sustituir a la antigua retórica de la inmoralidad, la lascivia o el pecado, como afirman Osborne (2002: 271) y Juliano (2004: 124). [p. 80 ==> 17/26] (47) Kulick (2004: 232). [p. 80 ==> 17/26] (48) Holgado (2013: 232). No son “sujetos de derechos” porque son” esclavas” y esta es una condición que se reserva para las mujeres “libres”, en esa división intra-géneros que se refiere Heim (2006:6), inconcebible en Estados de Derecho supuestamente guiados por la idea de igualdad. [p. 80 ==> 17/26] (49) Un concepto en expansión que aquí no se relaciona con la condición humana sino con la estructura social y los sistemas de poder, en el sentido reivindicado recientemente por Barrére (2016: 30-31) y Morondo (2016: 216-217). [p. 81 ==> 18/26] (50) Eriksson (2008: 187-188). [p. 81 ==> 18/26] (51) Jacobson comienza afirmando: “Soy una putasueca. No se nos ve mucho ...” (2007: 111-112). [p. 81 ==> 18/26] (52) Denuncia esa violencia sistémica y el apoyo que le prestan los discursos abolicionistas, Heim (2006 : 6 ss.). [p. 82 ==> 19/26] (53) En definitiva, la desprotección legal como base de la vulnerabilidad, especialmente “nociva”, de las clases trabajadoras en el mercado capitalista, como plantea Beltrán (2011: 57). Es también la idea que inspira el reciente informe de 25 de mayo de 2016 de Amnistía Internacional en favor de la regularización del trabajo sexual para luchar contra ladiscriminación y las desigualdades estructurales que sufren sus actoras. Con más amplitud, DeLora (2016:9) [p. 82 ==> 19/26] (54) Brussa (2004: 197-198). [p. 82 ==> 19/26] (55) Casal / Mestre (2002:154). [p. 82 ==> 19/26] (56) Volnovich (2006: 79). [p. 82 ==> 19/26]

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(57) Se refieren, en particular, a las redadas en el SOHO de Londres ycitan en su apoyo denuncias de organizaciones de mujeres acerca de esa práctica policial. Kantola/Squires (2004: 91). [p. 82 ==> 19/26] (58) Así Doezema (2004: 159-160). [p. 82 ==> 19/26] (59) Mathieu (2003: 31 ss.). [p. 83 ==> 20/26] (60) Smart (1994: 179). [p. 83 ==> 20/26] (61) Para la filósofa, ese momento de la “heterodesignación” es aquel en el que quienquiera que sea está a mercedde la definición del otro hegemónico sobre la base de estereotipos que potencian un rasgo (que luego identifica como “carencia”, “falta”, “incapacidad ) sobre una multitud de otros posibles. Si bien, el análisis de Femenías (2007: 70, 74) se refiere a otra violencia de género, la patriarcal. Muy interesante esa conceptuación de violencia simbólica como construcción desvalorizadora del “otro” en referencia a la prostitución, operada por Juliano (2004: 68 ss.) o Lorente (2016:311). [p. 83 ==> 20/26] (62) Sobre la idea de “antimodelo”, fruto de la heteroasignación en un contexto de exclusión social, Juliano (2004: 27 ss.) y Holgado (2013:235). Ambas se refieren, además, a su carácter de herramienta sexista de primer orden para controlar la sexualidad y la libertad de todas las mujeres y perpetuar la división y la insolidaridad ante ellas, rompiendo la solidaridad de género y aislando a las prostitutas. Ampliamente, Juliano (2004: 113). [p. 84 ==> 21/26] (63) Rubin (1989: 148). [p. 84 ==> 21/26] (64) Estas ideas se sitúan en el contexto de teoría radical sobre el sexo de Rubin (1989: 136 ss), donde las jerarquías sexuales son concebidas como proyectos de dominación. Así también, explícitamente, Federici (2010: 14) para quien esos proyectos sólo pueden sustentarse a sí mismos a través de la división, constantemente renovada, de aquéllos a quienes se intenta gobernar. [p. 85 ==> 22/26] (65) Para una descripción de los avances en el reconocimiento social y jurídico de la transexualidad, a nivel nacional e internacional, Machado (2007: 210 ss.). [p. 85 ==> 22/26] (66) Lorente (2016: 324-325). [p. 85 ==> 22/26] (67) Outshoorn (2001: 473 ss.). [p. 85 ==> 22/26] (68) Gay (2007: 153, 154). [p. 85 ==> 22/26] (69) Healy (2008: 190,192). [p. 85 ==> 22/26] (70) Echols (1989: 89 ss., 100 ss.). Sobre la experiencia española, Gil, SL. (2011: 131 ss.). [p. 85 ==> 22/26] (71) Sobre la trayectoria cómplice del feminismo (radical) con el capitalismo, como parte de una “política de la línea correcta” para combatir el patriarcado, Echols (1989: 86, 87). [p. 86 ==> 24/26] (72) Federici (2010: 26). [p. 86 ==> 24/26] (73) En los términos expresados otra vez por Femenías (2007: 74), de encontrar un lugar propio como sujetos: desde la exclusión, la inferiorizacion, la marginalización, debida a “esa” diferencia –decodificada como “carencia”, “falta”, “incapacidad”-para resignificarla de modo positivo. [p. 86 ==> 24/26] (74) Literalmente, Lorente (2016:325). [p. 86 ==> 24/26]

*§* RIFLESSIONI PERSONALI. Bene ha fatto la cattedratica spagnola ad approfondire le ragioni per le quali le prostitute, a causa di una libera opzione sessuale di disporre del proprio corpo per offrire sesso per denaro, si son viste criminalizzare il loro contesto e sè stesse. L'idea di definire la prostituzione come libera opzione sessuale di offrire sesso per denaro, è pienamente condivisibile. Avrei aggiunto però anche la libera opzione di didattica sessuale, finalizzata alla familiarizzazione dei giovani con le cose del sesso prima di costruire un rapporto d'amore con la partner. E avrei qualificato tale ulteriore opzione, quella cioè di educatrice del sesso, con l'attributo "generosa", che traggo dagli interventi parlamentari di Salvatore Morelli, Deputato del Regno d'Italia dal 1867 al 1880, da me più volte citato. Questi veniva definito: - "avvocato patrocinante delle generose" (La Civiltà Cattolica, 1880, p. 626) - "il paladino delle generose" (La Civiltà Cattolica, 1880, p. 229) - "il patrono delle generose" (Paolo Mencacci, 1879)

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- "il protettore ufficiale delle generose" (La Civiltà Cattolica, 1878, p. 231; 1876, p. 234) - "le Don Quichotte des généreuses" (L'Univers, 1° Marzo 1880) - "le héros des généreuses" (L'Univers, 18 Marzo 1879) Gioverà ora leggere i documenti parlamentari, e in particolare il suo intervento sul Cap. 16bis. Sifilicomi: "MORELLI SALVATORE. L'anno scorso io innalzai una protesta contro questa istituzione, che offende la dignità non solo della donna, ma anche del paese. (Ilarità) Io chiesi che questa somma fosse cancellata, il ministro accennò alla necessità di doverla mantenere, ed io pure convengo che nelle condizioni attuali in cui è oggi l'Europa (Nuova ilarità) non si può governare senza postriboli e senza prigioni. Ma non per tanto questa protesta io la reitero a nome dei principii di libertà, che vedo violati impunemente. Desidererei, però, dovendo rimanere quel ludibrio, che l'onorevole ministro provvedesse acciò fosse esonerata dalla tassa vergognosa... (Rumori e ilarità) la sventura di queste infelici, che io chiamo talvolta anche donne generose, e non prostitute... (Rumori di disapprovazione e ilarità vivissima e prolungata) La parola generose, che vi ha mosso a ridere, io l'adopro, signori, giusto per far omaggio alla dignità della donna (Risa), la quale esigerebbe un poco più di rispetto. Io stimo moltissimo la donna e m'interesso alla sua sorte, perchè riconosco, in lei la più potente leva della vita (Scoppio d'ilarità rumorosa), l'arbitra dei destini del mondo, e sono convinto che lasciandola nell'abbiezione non ci è possibilità di morale risorgimento. Questa vostra ilarità, o signori, quando parlo dello stato malagevole e dell'importanza della donna... PRESIDENTE. Prego i signori deputati a far silenzio. MORELLI SALVATORE... mi dice la causa dello scadimento in cui versa oggi il nostro paese, l'Europa e l'umanità intera. (Oh! oh!) Dunque propongo all'onorevole ministro di abolire almeno questa tassa la quale è veramente indecorosa. (Rumori e risa) CANTELLI, ministro per l'interno. Domando la parola. Voci a destra. Non parli! CANTELLI, ministro per l'interno. Io prego l'onorevole Morelli a osservare che qui non si tratta di tassa, si tratta di spesa. Ella potrà parlare di questo quando verrà in discussione qualche tassa. (Tornata del 25 Febbraio 1869, p. 9321) E anche l'intervento di Morelli, per fatto personale, nella 1a Tornata del 5 Maggio 1879, nella quale si discuteva dell'Interrogazione del deputato Arisi al Ministro dell'Istruzione pubblica sull'insegnamento obbligatorio della religione nelle scuole normali e sull'ammissione delle giovanette ai corsi ginnasiali: "[...] Nel giornale l'Univers di Parigi, verbigrazia, che ho qui, si legge un articolo lunghissimo manofatto, credo nel Vaticano, il quale pur riportando le rispettose parole dette all'indirizzo del pontefice in quest'Aula, invece di combattere, ragionando, i miei giudizi, mi stravisa nel fisico e nel morale, presentandomi ai suoi clienti come proteggitore delle femmine di mal costume! (Ilarità) Ora, signori miei, questa è una vera iniquità, e la è tanto più, in quanto che simile diceria trae origine da un fatto avvenuto il 1867 nella Camera italiana, che ha un senso assolutamente opposto a quello che per malignarmi gli si vuole attribuire. Io difatti volendo propugnare nel Parlamento la difesa dei diritti della donna, protestai contro l'articolo del bilancio che riflette i lupanari, e chiesi istantemente che invece di una istituzione che degrada la dignità della donna ed alimenta il mal costume, si organassero scuole e lavoro per disperdere la miseria e l'ignoranza, cause determinanti nei più dei casi, alla perdizione morale di tante migliaia di giovinette.

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Se è così dunque, e se il mio esempio ha messo da allora in qua questa questione all'ordine del giorno di tutti i Parlamenti europei, perchè invece di farmi un merito della presa iniziativa, mi si calunnia con atroci insinuazioni?" (p. 5902) Morelli si riferiva al quotidiano parigino L'Univers, Numero 4168, di Martedì 18 Marzo 1879. Ecco le parole del giornale (da me tradotte): "[...] Tal è, nondimeno, il Sig. Salvatore Morelli, deputato napoletano, divenuto celebre tra i celebri per il protettorato che egli accorda alle prostitute. Secondo lui, la società ha dei torti incommensurabili verso queste donne; egli non ha cessato d'esaltare alla Camera il loro patriottismo; egli le ha mostrate, dal primo giorno, come devotissime a Vittorio Emanuele; ha dato loro infine un appellativo che è passato nel nuovo vocabolario: le generose; egli persegue, a suo dire, la loro riabilitazione, la loro emancipazione. Amor con amor si paga: il Sig. Salvatore Morelli è, insomma, l'eroe delle prostitute. Si racconta che egli tiene degli album di fotografie che ritraggono le sue clienti." Quale aggettivo più nobile di generose per designare le lavoratrici del sesso che offrono i propri servizi anche a persone disabili e/o handicappate. Riguardo alla tesi iniziale della prof. spagnola, si osserva tuttavia che dovevansi previamente approfondire le ragioni per le quali: a) il sesso sia ritenuto peccaminoso, o meglio, l'oggetto della vergogna o pudore sia l'organo sessuale; b) quando ad Adamo ed Eva si aprirono gli occhi e s'accorsero che erano nudi, unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture {Genesi, 3, 7} A parer mio, il sesso - di per sé - non è peccaminoso: è sic et simpliciter quello che è, e la sua peccaminosità è d'ordine sovrastrutturale. Il perché Adamo ed Eva coprano con foglie di fico precisamente l'organo sessuale, è ugualmente sovrastrutturale, perché l'oggetto della vergogna o pudore non è necessariamente l'organo sessuale. P.e., "il pudore, presso i giapponesi antichi era determinato dal piede, dal tallone"; presso i Neozelandesi, invece, "il pudore è determinato dal naso." {Alfonso Maria di Nola (2019), Il senso del pudore e dell'osceno nelle varie culture}

In ogni caso, l'autrice menziona a ragione DuBois e Gordon, i quali sottolineano la necessità di non sottovalutare il peso della religione nella disciplinatio {a, meglio, addisciplinamento} delle donne, per lungo tempo educate all'idea di peccato, in particolare quello sessuale. E parimenti, Heim allorché afferma che in un ordine sociale in cui la sessualità femminile, al di fuori del matrimonio e della funzione procreatrice, è inconcepibile, ha senso vedere la prostituta come soggetto pericoloso, atavico, anormale e deviato, la cui condotta si costituisce nella immoralità paradigmatica delle condotte sessuali. E infine, Lombroso e Ferrero, le cui tesi biologiste originarono una sequela di stereotipi sulla prostituzione femminile. Praticamente, spiega Maqueda Abreu, la prostituta è il prototipo della delinquente, aliena da sentimenti di pudore, pietà e maternità, attributi della donna cosiddetta normale. In altre parole, se si pongono il focolare domestico, il matrimonio e la famiglia quali luoghi e ruoli privilegiati ed essenziali dell'esser madre e moglie, la prostituzione viene a configurarsi come deviazione da questi, e soprattutto come un attentato all'ideale della femminilità. In particolare, i due Lombroso-Ferrero (1903) scrivevano: "La prostituzione non è che il lato femminile della criminalità. E tanto è vero che prostituzione e criminalità sono due fenomeni analoghi o, per dir così, paralleli, che alle loro estremità si confondono, e vediamo spesseggiare tra la prostituzione le forme più miti del reato, come il furto, il ricatto, il ferimento. La prostituta è adunque una criminale, psicologicamente: se non commette reati, si è perché la debolezza fisica, la scarsa intelligenza, la faci-

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lità di procurarsi tutto ciò che desidera con il mezzo più facile e quindi, per la legge del minimo sforzo preferito, della prostituzione, ne la dispensa; e appunto per questo rappresenta la forma specifica della criminalità femminile, giacché le donne criminali sono straordinariamente anomale e mostrano una cattiveria estrema più che quella del maschio o caratteri, anche biologici, maschili; sono quindi fenomeni interamente eccezionali, che confermano doversi cercare la criminalità vera delle donne nella prostituzione." [pp. 571-572]

Contro Lombroso e suo genero Ferrero si obietta che se la prostituzione è il lato femminile della criminalità, che cosa è allora il meretricare di chi ha rapporto con prostitute? La prostituta, lungi dall'essere - per sua natura - una criminale, è solo una persona che esercita sua sponte un mestiere, antico quanto il mondo, ma non per questo meno dignitoso di altri. E per di più non lo potrebbe affatto, se venissero meno i clienti dominati da tale - per così dire - vizio. In relazione all'ideale della femminilità, inficiato peraltro dall'astrattezza, cui la prostituzione attenterebbe, oppongo la concretezza dell'obiettivo che la donna, nominata, cognominata e agnominata, dovrebbe perseguire e conseguire nel suo farsi storico, vale a dire edificarsi come alterità - psico-fisica e morale -, assolutamente femminile, rispetto all'essere maschile. Sorge spontanea la domanda: e la prostituta rientra in questa prospettiva della concretezza della femminilità? Certamente sì, per aver scelto di fare il mestiere de quo, liberamente, responsabilmente e coscientemente, e ciò stante come soggetto morale. Inoltre, gli attributi femminili, lei deve averli in sommo grado. Sorge altresì spontanea la domanda se esista la femminilità. Secondo Simone de Beauvoir, no! "Ogni essere umano femminile non è quindi necessariamente una donna; bisogna che partecipi a questa realtà misteriosa e minacciata che è la femminilità. È secreta dalle ovaie? o immobile in fondo a un cielo platonico? Basta una sottoveste con fru-fru per riportarla con i piedi per terra? Sebbene alcune donne si sforzino con zelo di incarnarlo, il modello non è mai stato stabilito. La si descrive volentieri in termini vaghi e luccicanti che sembrano presi in prestito dal vocabolario dei chiaroveggenti. Al tempo di San Tommaso, appariva come una essenza, definita certamente come la virtù soporifera del papavero. Ma il concettualismo ha perso terreno: le scienze biologiche e sociali non credono più nell'esistenza di entità immutabilmente fisse che definirebbero determinate caratteristiche come quelle [p. 17/318] della donna, dell'ebreo o del nero; vedono il carattere come una reazione secondaria a una situazione {o meglio, una interazione tra l'individuo e l'ambiente}. Se oggi non c'è più femminilità, è perché non c'è mai stata." {Il secondo sesso, Vol. I. Introduzione, p. 16/318} A mio avviso, invece sì. Ed è tanto più sostanziale, contemplabile e tangibile, quanto più l'alterità di cui sopra diventa materia, forma e spirito. Per quanto concerne invece la criminalizzazione del cliente, Maqueda Abreu mette in evidenza che questa rende peggiori le condizioni di lavoro delle lavoratrici del sesso, a causa della natura stessa degli affari che, sviluppandosi in clandestinità, ai margini cioè della legalità, devono essere veloci. In verità, il cliente, lungi dall'essere criminalizzato o penalizzato, dev'essere educato e posto nelle condizione previe, igienico-sanitarie, di fruire del servizio sessuale, in osservanza alle disposizioni in materia di sicurezza e salute della lavoratrice. Riguardo al lavoro sessuale, per giustificarne il carattere incompatibile con la dignità e il valore della persona umana, vengono menzionate le idee di vizio, promiscuità, degenerazione, peccato, malavita ecc. ecc. A mio avviso, l'incompatibilità con la dignità e il valore della persona umana, più che con il lavoro sessuale in sé, è da connettersi colla deprivazione della donna della libertà di eserci

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tare volontariamente tale lavoro, e primariamente coll'idea di obbrobrio che la religione cristiana fa pesare gravemente sul sesso. Avverso le leggi che, promuovendo la criminalizzazione delle pratiche prostitutive, appellavansi anche alla difesa dell'ordine morale collettivo che non poteva conciliarsi con la forma degradata di esercizio della sessualità e ovviamente con la dignità della persona umana, Maqueda Abreu afferma esser discorsi che si appropriano della dignità delle prostitute che le spersonalizzano e le reificano - per poter negare la loro condizione di donne libere. Quindi aggiunge che non disconoscono la loro libertà, ma la ignorano coscienziosamente per evitare che offuschino l'immagine ideale che hanno costruito del femminile. Insomma, mi pare di capire che la criminalizzazione della prostituzione adempia soprattutto una funzione strumentale ai fini della edificazione di un dato ideale di femminilità: la donna, tota mulier, moglie e madre, e cioè dolce, gentile e piena di grazia, per l'esclusivo interesse e vantaggio del maschio, suo signore e padrone. Relativamente a quanto detto dal Comitato di esperti sullo sfruttamento sessuale (Pennsylvania, 1991), e che cioè la prostituzione non è solo un oltraggio alla dignità delle prostitute, ma è anche un attacco alla dignità di tutte le donne, perché legittima la vendita del corpo di qualsiasi donna, insieme con l'autrice diciamo che la prostituta non vende il suo corpo, ma offre pattiziamente un servizio di natura sessuale, e soprattutto non vende sé stessa, e tanto meno l'anima. Si aggiunge che la lavoratrice del sesso è una persona individua, avente nome cognome agnome, non rappresenta che sé, e che non legittima altro che la propria libertà di scelta. Sostenere che la prostituzione si configuri come reato di genere, è mera artificiosità retorica, e che varrebbe anche per il cliente: chi va a prostitute non è l'umanità (maschile), come non lo è la femminità. Il patto meretricio viene onorato unicamente da due persone reali, vive e vegete, e non da due entità astratte, o sineddochiche. Ovviamente, la prostituzione è qui intesa come esercizio di una attività sessuale lucrativa liberamente pattuita, ma diventerebbe problema di genere se a prostituirsi fossero donne oppresse da gravi problemi economici {fame, povertà, indigenza, miseria}. Giustamente Maqueda Abreu punta il dito contro chi fa confusione tra la prostituzione libera e forzata o tra prostituzione e tratta. Al fine di scongiurare ciò, occorrerebbe - e noi lo ribadiamo con lei - spogliare l'attività prostitutiva, liberamente intrapresa, del suo involucro moralistico, in conformità dell'assioma: diritto, legislativamente sancito, di prostituirsi = meno tratta di donne, a scopo di sfruttamento sessuale. Citando Ana De Miguel, filosofa femminista spagnola, la Nostra sottolinea che, nell'ambito della sessualità, ciò che non si può fare, è presentare ogni scelta che fa una donna come "un atto femminista"; e altresì che è la "legge" degli imprenditori morali, quella di decidere per gli altri cosa è giusto e cosa è sbagliato. Come afferma Scheerer, non è importante che qualcosa sia oggettivamente efficace o controproducente nella risoluzione dei conflitti, ma che sia "la sua legge". Il messaggio normativo è chiaro e si connota di una forte valenza pedagogica: "La società deve opporsi al sesso per denaro perché è il simbolo dell'oppressione patriarcale e della oggettivazione e vittimizzazione femminile." Sembra davvero strano che nel mondo in cui viviamo, retto e governato dal dio denaro, ci siano taluni che con tenacia e determinazione contrastano la scelta socio-economica della prostituzione, e il suo disciplinamento come legittima opzione di lavoro. In opposizione alla ideologia abolizionista del femminismo trans-nazionale, la cui priorità è quella di evitare che le donne cadano nella prostituzione, senza relazione alcuna con la volontarietà o la coercizione delle esperienze causative, sicché son tutte, allo stesso livello, pro

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stitute, la nostra accademica di diritto mette in particolare risalto questo, che la violenza insita nella natura della prostituzione viene così a trasformarsi in un meccanismo altamente performante di una violenza assai più grave, qual è quella del sistema, ma anche di una violenza soggettiva che presuppone la negazione delle lavoratrici del sesso come soggetto politico, con la propria voce per formulare i propri diritti. E quali sono questi diritti? Ce lo dice Isabel Holgado, citata da Maqueda Abreu: - il diritto di essere ascoltate e incluse nella progettazione delle politiche sulla prostituzione; - il diritto di essere riconosciute come soggetti politici con diritti (lavoro, emigrazione, vivere liberi dalla violenza dello stato e polizia...) - il "diritto di essere" o "diritto di non essere”, a seconda della diversità delle situazioni - consensuali o coercitive - in cui trovansi nell'esercizio del lavoro sessuale. Tuttavia, come la stessa Maqueda Abreu spiega, il proliferare di ordinamenti giuridici che disconoscono le lavoratrici del sesso come soggetti di diritto, conduce con sé non solo il loro isolamento sociale, ma anche politiche di sicurezza urbana che le tormentano e non le tutelano dagli abusi dei clienti, dei datori di lavoro, della polizia ecc. Che dire? Il biblico peccato originale di Adamo ed Eva impallidisce di fronte al principio morboso che la cultura di questa società sottende: quello della ipocrisia, che pur condannando esplicitamente il sesso a pagamento, implicitamente ne ammette l'inevitabilità, stante il fatto oggettivo che la prostituzione c'è perché c'è la clientela. E poiché non può cancellare dalla faccia della terra i clienti, che son tanti, deve giocoforza tutelare - in tutti i sensi - le lavoratrici del sesso. La filosofa spagnola tematizza una ulteriore violenza contro le lavoratrici del sesso, assai più invasiva e insidiosa, esercitata dal femminismo abolizionista e da questo configurata come "sanzione di genere". Sia detto per inciso che è difficile per me comprendere perché si voglia criminalizzare il sexwork: a mio avviso, l'utilizzo del proprio corpo non è l'unico lavoro che possa oggettivare e denigrare la persona, perché a dire il vero non c'è lavoro che non utilizzi il corpo e quanto a esso pertinente, e parimenti non c'è lavoro che vada esente da rischi e pericoli, abusi e sfruttamento. La filosofa precisa quindi che la violenza invasiva e insidiosa de quo, si concreta nella svalutazione che viene imposta, appunto alle lavoratrici del sesso, come esseri alienati e di identità danneggiata o anche come semplici corpi senz'anima assimilabili alla merce suscettibili di vendita o di affitto, non in grado di soddisfare le aspettative create per l'altro soggetto, costruito e stereotipato, che è la DONNA, in lettere maiuscole. L'idea è chiara e distinta, avrebbe detto Cartesio, ma non del tutto accettabile la surrettizia svalutazione della DONNA, soggetto altro, costruito e stereotipato. Mi spiego: è una santa cosa idealizzare un tipo di donna, al fine di evitare il male peggiore, che è quello di avere a che fare con una donna (in lettere minuscole) psico-fisicamente simile, se non identica, all'uomo. È bene invece che sia un'alterità rispetto all'uomo, piuttosto che un'identità, che creerebbe nel prossimo suo solo confusione e disorientamento. Ma qual è propriamente codesta svalutazione imposta? Non altro - risponde la cattedratica - che una eterodesignazione, una sorta di strategia di dominio e di negazione, che la filosofa accademica argentina e femminista, María Luisa Femenía (Buenos Aires, 18/08/1950) qualifica in modo lucido - dice la Nostra - come violenza simbolica, allorché ne elenca le note caratteristiche: squalificando, negando, segregando, invisibilizzando, emarginando, frammentando e utilizzando arbitrariamente il potere sugli altri. In Nota, Maqueda Abreu scrive che la eterodesignazione è l'atto per il quale chicchessia trovasi alla mercé della definizione dell'altro egemonico, sulla base di stereotipi che mettono

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in risalto un tratto (identificato poi come carenza, mancanza, incapacità) su un gran numero di altri possibili. E altresì che trova assai interessante questo concettualizzare la violenza simbolica come costruzione della svalutazione dell'altro, relativamente alla prostituzione. Mi sovviene, a questo proposito, la tesi beauvoiriana della inessenzialità {Vd. Il secondo sesso (1949)}. Praticamente, secondo me: eterodesignazione abreuiana = inessenzialità beauvoiriana. Nell'ultimo paragrafo dell'articolo, l'accademica spagnola si interroga sulla prostituzione come peccato delle donne. E riflettendoci sopra, le pare legittimo pensare che lo estigma {disonore, vergogna} della prostituzione, in forza di una storicità protratta nel tempo e di un quasi ininterrotto sostegno delle istituzioni, si sia radicato nell'universo femminile come marchio di identità dell'antimodello dell'esser donna. Il che viene giustificato dalle narrate esperienze di patologizzazione, incarceramento, inferiorizzazione, emarginazione sociale, che hanno situato le prostitute tra i soggetti più vili e più infamanti della stratificazione sociale. La conseguente persecuzione legale avviene attraverso un'elaborata ideologia, che le qualifica indesiderabili, pericolose e inferiori, e soprattutto non aventi diritto a essere lasciate in pace. A mio avviso, il "peccato delle donne" de quo agitur, è tale solamente perché tale è inteso e dogmatizzato dalla società e dalla cultura. Motivo per cui, non posso che sottoscrivere quanto dice Maqueda Abreu: "La sessualità, in quanto categoria costruita, non naturale, non monolitica, che si costituisce nella società e nella storia, è organizzata in istanze di potere che incoraggiano e premiano alcuni individui e attività mentre puniscono e reprimono altri." E infine non posso non condividere il pensiero della Nostra avverso la logica di negazione dei discorsi delle femministe che sottende l'invalidazione delle prostitute come protagoniste della propria storia e la naturalizzazione di una forma di violenza politica sui loro corpi: il che ne promuove la soggettività deviata, e le impossibilita ad auto-designarsi e a edificare spazi di resistenza contro il potere oppressore.

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4.0. - ALTERITÀ = prostituzione, e libertà negata di prostituirsi. Secondo Lombroso (1903), "la prostituzione non è che il lato femminile della criminalità"{Cap. VIII, 22. Prostituzione e criminalità} [p. 571] N.B.: Il GDLI definisce la "Criminalità, sf. Carattere criminoso di un atto. - Anche in senso concreto: comportamento criminoso; impresa, azione gravemente delittuosa." [p. 971] E, "Criminoso, agg. Che ha la natura, i caratteri di delitto; delittuoso. 2. Proprio di delinquente, tipico di criminali. 3. Ant. Che costituisce peccato, peccaminoso. 4. Ant. Dannoso, pericoloso, ripugnante." [ibidem] Nella Prefazione, datata Torino 1° settembre 1892, Lombroso precisava che "se dovemmo provare che la donna riproduce, e più numeroso forse, un equivalente del criminale-nato maschile nella prostituta, bisogna ben convenire che questo equivalente, per quanto abbia la stessa origine atavistica e la stessa nota d'infamia nell'opinione pubblica, ha però una portata e un'influenza meno perversa, meno dannosa e meno temibile; e mentre non vi è delitto che non rechi con sé una iattura, il meretricio può essere una valvola {di sfogo} alla sicurezza ed alla morale: né, ad ogni modo, sarebbe sorto, né sarebbe permaso se non lo nutrisse il vizio maschile, di cui è uno sfogo tanto utile quanto vergognoso, sicché si potrebbe dire che la donna, anche dove più s'abbrutisce, dove più pecca, ci è ancora profittevole." [p. IX] Lo stesso autore poi rivela: "Non una linea di quest'opera quindi giustifica le molte tirannie di cui la donna è stata ed è tuttora vittima: dal Tabù che le vieta di mangiare le carni o di toccare le noci di cocco, fino a quello che le impedisce d'imparare, e peggio, di esercitare una professione una volta imparata: coercizioni ridicole o crudeli, prepotenti sempre, colle quali certo abbiamo contribuito a mantenere, e, quel che è più triste, ad accrescere la inferiorità sua, per sfruttarla a nostro vantaggio, anche quando ipocritamente coprivamo la docile vittima di elogi a cui non credevamo, e che, piuttosto di un ornamento, erano una preparazione a nuovi sacrifici." [p. X] Nondimeno, per Grazia Deledda, in Cura dell'amore {Il sigillo d'amore (1926)}, il bernoccolo della criminalità, la donna proprio non ce l'ha: "Si sa che il cranio dell’uomo è suddiviso in tanti scompartimenti o bernoccoli, entro ognuno dei quali si annida il seme delle nostre diverse tendenze: uno di questi bernoccoli è riserbato all’idea o tendenza dominante; che può essere l’ambizione, la religione, la criminalità: nelle donne, invariabilmente, è l’amore: spesso anche negli uomini. E quando questa idea degenera in malattia mentale basta un lieve atto operatorio per sradicarla." Questo non vuol dire che non possa avere, come persona individuale, il bernoccolo della criminalità; ma invariabile ha quello dell'amore. *§* Italo Tavolato (Trieste, 21/02/1889 - † Roma, 12/01/1963). Scrittore ed esponente del Futurismo. Profondo conoscitore della cultura tedesca. Autore di interventi come "Contro la morale sessuale" ed "Elogio alla prostituzione", apparsi nel 1913 su <<Lacerba>>, per i quali verrà processato per oltraggio al pudore. Nel 1915, aderisce al futurismo fiorentino e collabora a <<La Voce>>, <<L'Anima>> e <<Lacerba>>. https://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodpersona&Chiave=45168 http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2014/05/ave-puttana-lelogio-della-prostituzione.html "Ave puttana". Elogio della prostituzione di Italo Tavolato (1913) Prima una lunga discettazione sull'utilità dell'istituzione e sul prestigio che viene dalla durata: <<La puttana resta. Varia di stile; diventa mondana, da sacra che era; si chiama etèra; entra nel ditterione {bordello}; fa la cortigiana; vien confinata nella maison de tolérance; si muta in bagascia, mantenuta, donna allegra, donna perduta, farfallina, cocotte; la trovi per istrada e nei palazzi, nei lupanari, nei bordelli, nei casini, nelle case di ricreazione muta di stile, d'abito; l'essenza resta: la puttana è eterna”. E sul finire un lirico elogio della prostituta, testo di rara comicità involontaria, che è il brano qui postato. Secondo Vassalli Tavolato “è

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un personaggio libresco, un don Chisciotte che muove all' assalto di mulini a vento ideologici tenendo a propria Dulcinea... Papini>>. L'alcova elettrica, dopo una ricognizione su ambienti e personaggi fiorentini, letterati e giudici, preti e tenutarie, artisti e mercanti, grandi dame ed avvocati, riprende per intero l'articolo di Tavolato come “corpo del reato” ed è centrato sul processo che si svolse nel 1914, l'anno di Sarajevo. Il procuratore del Re assimila l'Elogio a un testo pornografico, atto a suscitare e ad eccitare istinti lussuriosi. L'avvocato difensore, tal Contri, dovrà dar fondo a tutta la sua dottrina per confutare e ribaltare la tesi. Alla fine ci sarà l'assoluzione con applausi futuristi."

Nell'Elogio della prostituzione, lo scrittore e futurista si lamenta per il continuo "spregiare e a denigrare la sessualità svincolata da imperativi morali, la prostituzione". Posta la prostituzione così svincolata, precisa che "tutte le morali variano, mutano, decadono, spariscono; la prostituzione resta. Perciò, se durata è indice di valore, la prostituzione è superiore all'etica." Dice infine di spargere "petali di rosa sul cammino donde verrà l'Anticristo che finalmente asservirà l'etica alla voluttà." [N. 4, p. 35] Al n. 7, menziona Mevio, poeta latino del I sec. a. C., disprezzato da Orazio, che un giorno scriveva: "Cosa miserabile, la prostituzione! Quel solletico dei nervi, quel prurito dell'epidermide detto voluttà, che cosa dovrebb'esso significare se non l'invito di Madre Natura alla prolificazione? L'amplesso ricingentesi in se medesimo, cioè la prostituzione, esclude l'unico fine, l'ultimo, più profondo scopo della sana sessualità di perpetuare la Specie, concretandosi nel Nascituro, essa non ha ragion d'esistere, e deturpa, inutile zizzania, i fioriti verzieri della Vita." Alle suddette parole, Tavolato aggiunge come fatto notorio che Mevio abbraccia la moglie una volta l'anno, il necessario per procreare, di anno in anno, una nuova vita, e altresì che mangia non per nutrirsi, ma bensì per dar da vivere al bottegaio, all'ortolano e al macellaio, e se deve prendere una carrozza {a cavalli), lo fa unicamente per dare qualcosa al vetturino. [pp. 1-2/4]

Al n. 8, stigmatizza la stupidità e la ridicolaggine di rimproverare alle puttane la loro venalità, e perciò di condannarle. "Dove mai c'è vergogna e bassezza, dove obbrobrio e indegnità, se la puttana vende il suo corpo? La superstizione, che vero amore non debba avere nulla a che fare con quattrini, deriva da completa ignoranza o da mascheramento della realtà, - non costa anche la moglie? - e sbocca in tentativi riformatori idioti, come quello di un tale abolizionista tedesco, il quale proponeva, a un congresso di pagar male le prostitute per sopprimere a mano a mano la prostituzione. Via i rancidi romanticumi e le inutili riforme, cara puttana! Hai gli occhi come fiamma di fuoco, tu! Io conosco le tue opere, e la tua carità, e la tua fede, e il tuo ministerio. Tu apri la tua mano, e sazi di benevolenza ogni vivente. E, acchè le tue secchie siano piene di latte, e le tue ossa siano abbeverate di midolla, ti renderemo, secondo le tue opere, al doppio. E ancora non basterà, perchè tutte le cose inutili, quanto necessarie alla tua bellezza, costan care. E costa caro, terribilmente, l'eletto del tuo core, il tuo ruffiano." [p. 2/4] Al n. 9, biasima con forza la scellerata assurdità della tradizione secondo cui le prostitute, subendo le voglie del primo venuto e declinato spontaneamente il diritto di rifiutare, quale caratteristica distintiva delle donne oneste, meritano l'abiezione della schiavitù, al di fuori della legge e della società civile. "La puttana schiava? Un corno. È chiaro. Quando tu, fratello, vai a passeggio o in caffè, in bordello o in chiesa o in altro ritrovo; quando viaggi o quando stai fermo; quale fra le molte puttane che incontri dovunque sarà di tua scelta? Indubbiamente Lulù, perché Lulù ti piace e ti garba. Io, vedi, io non voglio Lulù; io voglio Zazà, (che a te non piace), perché Zazà mi piace e mi garba oltremodo. E Lulù

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e Zazà, le donne perdute, verranno con noi tutte contente, e saranno molto gentili. E noialtre, fratello mio, dovremo stare molto attenti per non diventare schiavi delle schiave. Ora ascolta, fratello. Sai che cosa significhi la preferenza sessuale, quale importanza abbia la scelta? Se il tuo istinto non è sciupato del tutto da cristianesimo o da romanzi d'appendice, esso ti condurrà, senza fallo, sempre, verso il tuo naturale complemento sessuale, e la scelta non sarà arbitraria, bensì regolata da quella ferrea legge che determina l'attrazione sessuale, intraveduta da pochi - Dante, Goethe, Baader, Heise, Weininger - e conosciuta soltanto in singole sue manifestazioni. Ecco uno dei suoi aspetti: se tu, fratello t'affidi all'imperativo categorico dell'istinto, sceglierai spontaneamente tra tutte le puttane soltanto quella, che sarà in grado di ricambiare spontaneamente la tua simpatia con altrettanta simpatia. ("Amore che a null'amato amar perdona.") La tua voglia avrà il suo preciso riscontro nella sua voglia. È dunque imbecillaggine acuta credere che le puttane subiscano. Vincendo ostacoli formidabili - malattie, deformità, età - la sessualità accoppia solamente gl'individui fatti l'uno per l'altra, individui che a vicenda s'interessano e si piacciono. Lei ti piace, tu le piaci, fratello mio. Lulù, la donna pubblica, è tua. Chi te la può contestare? Lulù è tanto tua, quanto è mia Zazà la prostituta. Zazà che m'è scoppiata nel sangue come un colpo di fulmine. Ama Lulù, fratello; non esser moralista, ma uomo. Non lasciarti adescare da Menica dal sorriso cattolico né da Giuseppa, la povera e per di più onesta sartina. Lulù ti amerà; per una notta o per la vita; e la tua primavera non sfiorirà. Ma se sfiorirà; se vampiri morali ti suggeranno il sangue e fantasmi sentimentali e cerebrali disturberanno le tue notti; allora, fratello, non accusare la sessualità: bensì i veri responsabili delle tue angoscie, i tuoi suggestionatori: Cristo, Kant e la letteratura." [p. 2/4] Al n. 10, l'autore contrappone all'ammirazione, rispetto e riconoscenza che le anime pure tributano alla forza elementare della prostituzione, il raccapriccio che si prova quando questa, rotta la sua forma genuina e nobilissima, abbandona il dominio del corpo e ascende al regno dello spirito. L'autore pronuncia quindi una invettiva contro la cultura. "Ma la cultura, la putrida baldracca che caccia nell'abominio le puttane e ciò nonostante occhieggia col gazzettiere, schiavo di un direttore e schiavo di un pubblico, quindi due volte prostituto; la megera puritana che vuol appuzzare il mondo con tanfo di talamo e che pur sempre è pronta a scosciarsi davanti a ogni professore o prete o deputato; la nostra cultura, dico, misura la femmina sul metro dei valori intellettuali dell'uomo e la forza a prostituire i suoi caratteri snaturandola in maschia; e, mentre nella cultura ellenica e in quella del rinascimento poeti e filosofi trovavano fonte d'ispirazione e di pensiero nella puttana, i nostri snobs culturali cercano galante sollazzo presso la letterata. Però, questa nostra pereccelletissima cultura, papessa santificatrice della mediocrità per vigliacca paura del tuffo nell'istinto e del pericoloso rimbalzo verso la genialità - questa decrepita bagascia non continuerà più a lungo a trasfonder nelle nostre vene il suo sangue di piattola, c'è ancora chi vuole la vita nella sua pienezza, ch'è chi l'ama nelle sue posizioni e nelle sue negazioni; e ardono ancora fiamme d'anima non soffocate da preservativi della moralità." [p. 2/4] Il n. 11 reca come titolo "SALVE", formula di saluto che l'autore rivolge alle donne de quo agitur: "sincera puttana! Sei tipo; sfotti l'opinione pubblica e l'approvazione della società; non metti in compromesso i tuoi caratteri con cristallizzazioni ideali. Oh tu, fiore di verità! eroica puttana! Tra gli scherni e i dileggi{,} aspetti coraggiosa il tuo maschio. Osi l'esperimento. Finché un giorno egli arriva, e selvaggio, irrompe in te, per darti gioie tali, come la madre non le conosce. formosissima puttana! tu lo sai quanto le carni del mestiere siano più belle delle maritate polpettone; le vedi? - come, con sudata affettazione, si trascinano dietro i loro tafanari, onesti sì, ma grandi come cose. E, scorgi tu laggiù <<quella vedova finestra, quell'eclissato sole,

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quel schifo, quel puzzo, quel sepolcro, quel cesso, quel mestruo, quella carogna, quella febre quartana, quella estrema ingiuria e torto di natura>>, quella virtuosa zitella, insomma? Ha una funzione: d'incorare te, puttana, a persistere nel peccato. Quanto più ti sprofondi nel vizio, tanto più bella risorgi. comoda puttana! Ci risparmi la grande svergognatezza della dichiarazione d'amore. Con te, le nostre labbra non sfiorano l'amaro calice delle convenzionali finzioni amorose. Con te finisce la tragicommedia dell'amor galante e cavalleresco, tutto lezi e sdolcinature, indegno dell'uomo. Non ci fai perder tempo e non ci leghi. Intensifichi la nostra vita, cara puttana! impudica puttana! Non hai mangiato la mela della morale, e non temi, perciocché sei ignuda. Mostri tutto, anche le parolacce. Dai capelli alle piante dei piedi, non c'è zona del tuo corpo ove tu abbia localizzato la vergogna. Da te è sloggiato il pudore, la paura del corpo. Perciò ami la pulizia; perciò sei ricca di gesti e di colori. lontana puttana! Sogna, sogna l'impossibile, il tuo perfetto complemento! Lo sappiamo: quando parliamo a te, parliamo a noi. Puttana, la tua assenza ci arricchisce: aumenta la coscienza di noi stessi. A che valgono le barriere{:} moralità, religione, nobiltà d'animo, dignità, contegno, entro cui si chiudono le donne perbene? Invitano la libidine a salti acrobatici. La tua costante infedeltà, invece, ci dimostra l'inesistenza dell'amor idillico. E la tua monumentale assenza, muta puttana, che c'insegna la via verso casa nostra: verso il mondo delle idee. stupida puttana! Come son dolci le tue carezze! Puttana, abisso d'incoscienza, caos d'illogicità, ti preferiamo alla donna saputina. Noi non ci cerchiamo in te. Ti avviciniamo per allontanarci, per essere maggiormente noi. - Come sai baciare! Fecondo l'uomo. Gli dai gioia; quella gioia che è creatrice al pari del dolore. artificiosa puttana! Certi tristi scocciatori ti rimproverano il disonesto belletto, lo specchio, i pizzi, la seta, il taglio e colore dell'abito. Sei innaturale e voluta. - E così sia. Anche il genio è voluto. - La natura manda peste e terremoti; il perbenismo zoppica su piedi sudati, le unghie nere e i capelli appiccicaticci. Non è più rispettabile la puttana, lo <<strumento del diavolo>>, come dicevano i luminari della chiesa? Spengetevi, lumicini. Sian anche la notte. E trionfi anche il diavolo, per il trionfo ella vita. Salve, diavolo! Ave puttana!" [pp. 2-3/4] Il n. 12 è conclusivo. "In verità vi dico: chi odia la prostituzione resta irrimediabilmente cretino (Je ne juge pas, je constate). In verità vi dico: chi va sparlando, che la prostituzione sia un male necessario, è un malfattore. E chi afferma che sia un'istituzione sociale, si rende responsabile di calunnia. I tentativi di surrogare la prostituzione con religiosità, cibo vegetariano, antialcolismo, opuscoli morali, aumento di salario, ecc. ecc., son tutti falliti. La puttana resta. Varia di stile: diventa mondana, da sacra che era; si chiama etèra; entra nel ditterione {accr.. di ditterio (arcaico, eufemismo per bordello)}; fa la cortigiana; viene confinata nella maison de tolérance; si muta in bagascia, mantenuta, donna allegra, donna perduta, farfallina, cocotte; la trovi per istrada e nei palazzi, nei lupanari, nei bordelli, nei casini, nelle case di ricreazione - muta di stile, d'abito; l'essenza resta: la puttana è eterna. E la prostituzione non è altro che istinto, impulso naturale. Vivono i ritmi del loro sangue, le puttane; sono quello che sentono. Materia, negazione, caos, mondo avanti la creazione, aspettano il loro formatore. Chiamano dio e la bestia - questi deserti di umanità. L'uomo che sente e che pensa si specchia nella puttana; in tutta l'enorme sua estensione psichica; e riconosce in sé il superuomo e l'inferuomo. Puttana. Per il poveretto sei inferno o paradiso. Cioè: la perdizione. Per la mente forte: un orizzonte su cui fiammeggiano immagine e concetto. Puttana sacrata alla notte, notte tu stessa, in te il creatore risplende di luce propria. Puttana, sei la salvezza. - Dixi et salvavi animam meam." [p. 4/4]

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Il triestino Tavolato elogia la prostituzione, e ne afferma l'eternità. Il parigino Parent Duchatelet, invece, ne afferma l'universalità. Alexandre Jean-Baptiste Parent du Châtelet (Parent Duchatelet) {(Parigi, 29/09/1790 - † 7/03/1836) Medico igienista}, nel Tomo II della sua opera sulla prostituzione nella città di Parigi, considerata in rapporto all'igiene pubblica, alla morale e all'amministrazione, e precisamente nel Cap. XXIII. Le prostitute, son necessarie? [pp. 337-340 ==> 341-344/895], scrive che "le prostitute, in un'agglomerazione di uomini, sono inevitabili quanto le fogne e i depositi di immondizie; la condotta dell'autorità dev'essere la stessa nei confronti degli uni come degli altri: il suo dovere è di sorvegliarli, attenuare con tutti i mezzi possibili gli inconvenienti che son a essi inerenti, e, per questo, di nasconderli, di relegarli negli angoli più bui, in una parola, di rendere la loro presenza il più possibile inosservata. Questa decisione forse dispiacerà a qualche severo moralista che, dal profondo del suo eremo, crede di poter giudicare la condotta di quelli che son posti al timone della macchina sociale, e che li ritiene responsabili di tutti gli abusi che permangono. Rispettiamo questa opinione, che parte da un buon principio, ma esortiamo coloro che la professano a studiare meglio gli uomini e a tenersi al corrente dei loro vizi e delle loro virtù. Per quanto mi riguarda, risponderei ai detrattori della tolleranza, che l'amministrazione giudica conveniente avere nei confronti delle prostitute, con questo brano di sant'Agostino: Quid sordidius, quid inanius decoris et turpitudinis plenius meretricibus, lenonibus caeterisque hoc genus pestibus dici potest? Aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinibus: constitue matronarum loco, labe ac dedecore dehonestaveris. Sic igitur hoc genus hominum per suos mores impurissimum vita, per ordinis leges conditione vilissimum. {De Ordine, lib. II, cap. 4.12. http://www.augustinus.it/latino/ordine/index2.htm} Che cosa può dirsi di più sordido, di più inane di decoro, di più pregno di turpitudine delle meretrici, dei lenoni e di tutti gli altri flagelli di questa sorta? Strappa via le meretrici dalle cose umane e avrai turbato ogni cosa con la libidine {lussuria, piacere sessuale}. Ponile al posto delle matrone {donne maritate, madri di famiglia, spec. di altro rango} e avrai disonorato con l'infamia e il disonore. Come ho detto, quindi questo genere umano {l'umanità}, a causa dei suoi costumi, è il più impuro di vita, il più vile di condizione per principio {o legge} d'ordine. {Traduzione mia}

Ma sant'Agostino, prima di rinchiudersi nei chiostri, aveva conosciuto il mondo, e il suo vasto genio gli faceva esaminare le cose terrene con profondità tanto quanto tutto ciò che riguarda le più sublimi verità della morale e religione. La prostituzione esiste ed esisterà sempre nelle grandi città, perché, come la mendicità, come il gioco d'azzardo, è un'industria e una risorsa contro la fame, si potrebbe anche dire contro il disonore {la vergogna}; perché, a quale eccesso non può abbandonarsi un individuo privo di qualsiasi risorsa e che vede compromessa la sua esistenza! Questa risorsa è, è vero, quella della bassezza, ma esiste comunque. Se, malgrado le leggi, malgrado le pene, malgrado il pubblico disprezzo, malgrado la brutalità di cui spesso son vittime, malgrado le malattie spaventose, malgrado le inevitabili conseguenze della prostituzione, ci sono prostitute ovunque; non è una prova evidente che non possiamo impedir loro di prostituirsi, e che sono inerenti a, sono cioè connesse con la società?" [pp. 338-349 ==> 344/895] Date perciò per acquisite sia l'eternità che l'universalità della prostituzione, viene spontaneo domandarsi quali ne siano le cause. La risposta, ce la offre lo stesso Parent Duchatelet nel § 10 del 1° Capitolo del Tomo Primo: Quelle est la cause première de la prostitution [pp. 98-109 ==> 124-135/761]. Nel sommario enuncia molteplici cause, tra le quali la miseria e la povertà. "Di tutte le cause della prostituzione, in particolare a Parigi, probabilmente, e nelle altre grandi città, non vi è di più attiva che la mancanza di lavoro e la miseria, conseguenza inevitabile di salari insufficienti." [p. 103 ==> 129/761]

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A questo riguardo, nella NOTA (1), dice di leggere le osservazioni fatte a pag. 82, secondo cui le cause che portano (con sè) la prostituzione si trovano, in generale, nella civetteria e in un bisogno smodato di lusso: "Il desiderio di brillare, di avere belle toilette, fa cadere in errore queste sventurate, e una volta compiuto il primo passo, non si fermano più sulla strada dove sono entrate, o meglio, che hanno intrapreso." [pp. 82-83 ==> 108-109/761] È tempo ormai di sentire la voce del nostro Salvatore Morelli che, da chi gli era apertamente avverso, veniva definito, quasi per antonomasia: avvocato patrocinante delle generose, il patrono delle generose, il protettore ufficiale delle generose ecc. ecc.. Nella Tornata Parlamentare del 25/02/1869, intervenendo sul Capitolo 16 bis. Sifilicomi, Morelli dichiara che già prima, volendo propugnare in Parlamento la difesa dei diritti della donna, aveva protestato contro l'articolo del bilancio concernente i lupanari, e che aveva chiesto all'istante che, "invece di una istituzione che degrada la dignità della donna ed alimenta il mal costume, si organassero scuole e lavoro per disperdere la miseria e l'ignoranza, cause determinanti nei più dei casi, alla perdizione morale di tante migliaia di giovinette." In breve, Morelli denuncia tra le cause della prostituzione, il più delle volte, la miseria e l'ignoranza, e qualifica le prostitute con l'aggettivo generose, allo scopo di rendere omaggio alla dignità della donna, che merita più rispetto, in quanto riconosce in lei la più potente leva della vita, l'arbitra dei destini del mondo, e perché, lasciandola nell'abbiezione, non sarà possibile il risorgimento della morale. Ma la domanda cruciale attiene al perché si nega alla donna la libertà, o meglio, il diritto legalmente sancito di scegliere in coscienza e sua sponte, liberamente e responsabilmente, di meretricare, di fare cioè la prostituta. Avverso coloro che giudicano immorale tale modalità di prostituzione, si rileva che la morale o la moralità non è una entità metafisica, esistente di per sé, da cui attingere, di volta in volta, i lumi necessari per giudicare dei casi particolari di condotta. Si osserva che la morale non è altro che una costruzione intellettuale, edificata dalla società-stato nel suo farsi storico, operante mediante congetture e verifica, e qualora questa dà esito positivo, quanto congetturato si acquisisce per vero, o meglio, legittimo e giuridico.

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4.0.bis - ALTERITÀ = prostituzione e denaro, inadeguatezza prestazionecontroprestrazione. In sintesi: Prostituzione = umiliazione Prostituzione = denaro: la più completa e penosa inadeguatezza tra prestazione e controprestazione (Sineddoche) Prostituta: nome di persona singolare per il genere femminile

Nel saggio, Il ruolo del denaro nelle relazioni tra i sessi. Frammenti di una Filosofia del denaro, pubblicato su ÁGALMA {Rivista di studi culturali e di estetica fondata da Mario Perniola}, il sociologo e filosofo tedesco Georg Simmel {Berlino, 1°/03/1858 - † Strasburgo, 26/09/1918. Uno dei padri fondatori della sociologia, insieme con Émile Durkheim e Max Weber}, ponendo la tipicità della prostituzione nell'essere una relazione assolutamente momentanea senza conseguenza alcuna, asserisce che solo la transazione in denaro presenta un tale carattere e, "dando del denaro, ci si libera della relazione in modo più completo, ci si disobbliga in modo più radicale di quanto non avvenga offrendo un qualsiasi oggetto dotato di qualità specifiche, nel quale in virtù del suo contenuto, della sua scelta e del suo uso rimane più facilmente impresso un soffio della personalità del donatore. Al desiderio che si risveglia istantaneamente e che altrettanto istantaneamente si spegne, e al cui servizio si pone appunto la prostituzione, è adeguato solo l’equivalente in denaro che non lega a nulla, che in linea di principio è disponibile in qualsiasi momento e in qualsiasi momento è gradito." Praticamente, continua Simmel, riguardo al piacere venale, del tutto contrario a qualsivoglia relazione che oltrepassi il momento e l'impulso esclusivamente sessuale, "il denaro – che una volta dato si distacca in modo assoluto dalla persona e tronca ogni ulteriore conseguenza nel modo più radicale - presta un servizio materialmente e simbolicamente perfetto. Pagando in denaro, ci si libera della faccenda nel modo più radicale, così come ci si libera delle prostitute dopo aver ottenuto il soddisfacimento. Dato che nella prostituzione la relazione tra i sessi è limitata inequivocabilmente all’atto sessuale, essa viene ridotta al suo contenuto puramente generico, ovvero a ciò che qualsiasi esemplare del genere umano può fare e sentire; in essa personalità altrimenti estremamente opposte si incontrano e tutte le differenze individuali appaiono eliminate. Perciò il pendant {riscontro} economico di questo tipo di relazioni è il denaro che, trovandosi, analogamente, di là da ogni determinatezza individuale, significa, per dir così, il tipo generico dei valori economici, la rappresentazione di ciò che è comune a tutti i singoli valori." Nella sua analisi, Simmel evidenzia il motivo per il quale "la spaventosa degradazione insita nella prostituzione trova l'espressione più chiara nel suo equivalente in denaro. Senza dubbio il livello minimo della dignità umana è segnato dal fatto che una donna dia quanto ha di più intimo e personale, che dovrebbe essere offerto solo sulla base di un impulso del tutto individuale e dovrebbe essere compensato solo dallo stesso concedersi personale dell’uomo, per un contraccambio così impersonale, puramente esteriore e oggettivo. Qui noi avvertiamo la più completa e penosa inadeguatezza tra prestazione e controprestazione; o piuttosto avvertiamo che l’umiliazione della prostituzione consiste nel fatto che essa svilisce a tal punto il più personale e, in un certo senso, il più prezioso possesso della donna, che il valore più neutro e più lontano da tutto ciò che è personale viene sentito come un equivalente adeguato." Ora, se la prostituzione viene così a caratterizzarsi per la rimunerazione monetaria, ci si imbatte - secondo Simmel - in considerazioni antitetiche, che occorre esaminare per far meglio risultare il significato del denaro de quo. Sintetizzando previamente con Galimberti: l'impersonalità, l'esteriorità e l'oggettività del denaro, questo suo essere del tutto neutrale e refrattario all'elemento personale, significa che quando il soggetto X paga la prostituta Y, non l'apprezza nel giusto valore, non ne riconosce

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la specificità e la interiorità. Cioè: X tratta Y più come genere che come individuo, come fanno solitamente i maschi quando, parlando delle donne al plurale, fanno capire che ciò che suscita il loro interesse è esattamente lo stesso nella donna comune come nell'altolocata. Trattasi perciò di incontri dove viene scambiato il sesso - quanto di più personale, di più intimo e riservato - con il denaro - quanto di più impersonale, di più neutrale e di più esteriore. Lo scambio sesso-denaro/personale-impersonale genera un sentimento di sdegno e di avvilimento morale, cui le prostitute sfuggono senza indugio allorché rendono la prestazione sessuale impersonale e an-affettiva. Si costituisce così un rapporto a-temporale, senza passato e senza futuro, che le mogli - per lo più - sono disposte a concedere ai coniugi viziosi, più di quanto non lo sarebbero qualora si trattasse di una storia d'amore. Nel far poi risaltare con maggiore chiarezza il significato del denaro, a Simmel non sembra affatto che il carattere personalissimo e intimamente individuale, insito nel concedersi sessuale della donna, si accordi con la tesi secondo cui il rapporto meramente sessuale uomodonna sarebbe di natura generica e, ciò stante, proprio perché universale e pertinente anche al regno animale, annullerebbe la personalità e l'interiorità individuale. Scrive, infatti, il sociologo che, "se gli uomini sono tanto inclini a parlare delle donne <<al plurale>>, a giudicarle in blocco, mettendo tutto nello stesso calderone, senza dubbio una delle ragioni sta nel fatto che ciò che rende attraenti le donne per l’uomo dalla sensualità più rozza è esattamente lo stesso tanto nella principessa quanto nella sarta. Sembra quindi esclusa la possibilità di trovare proprio in questa funzione un valore autentico della persona. Tutte le altre funzioni caratterizzate da un’analoga universalità: il mangiare, il bere, le regolari attività fisiologiche, persino le attività psicologiche, l’impulso di autoconservazione e le funzioni tipicamente logiche non vengono mai poste in collegamento solidale con la personalità in quanto tale; ossia non si avverte mai che qualcuno, proprio nell’esercizio o nell’offerta di ciò che è indistinguibilmente comune a lui e a tutti gli altri, manifesti o ceda quanto ha di più intimo, di più essenziale e di più coinvolgente [per l’Io]." Nondimeno, a suo dire, l'atto in argomento, del tutto generico, viene davvero percepito, quanto meno dalla donna, decisamente personale, avente in sé quanto lei abbia di più intimo. Il che si comprende agevolmente se si è d'accordo con l'idea secondo cui "le donne sono immerse nella tipicità del loro genere più profondamente degli uomini, tra i quali il singolo si distacca in modo più differenziato e individualizzato da ciò che è tipico. Se questo è vero, ne consegue innanzi tutto che nella donna l’elemento conforme al genere e l’elemento personale possono coincidere più facilmente: se realmente le donne sono unite più strettamente e più profondamente dell’uomo all’oscuro fondo originario della natura, allora quanto esse hanno di più essenziale e di più personale si radica in modo più forte in quelle funzioni più naturali e più generali che garantiscono l’unità del genere. Inoltre ne consegue che l’unitarietà del sesso femminile, per cui ciò che è comune a tutte le donne si distingue in modo meno netto da ciò che ognuna è per sé, deve rispecchiarsi nella maggiore unitarietà dell’essere di ogni singola donna per sé." A questo proposito ci si chiede se questa unitarietà del sesso femminile trovi conferma nell'esperienza. Secondo Simmel, "l’esperienza sembra confermare che le singole forze, le singole qualità, i singoli impulsi della donna sono connessi psicologicamente in modo più immediato e più stretto di quanto non lo siano nell’uomo, nel quale i diversi aspetti dell’essere sono formati in modo più autonomo, cosicché lo sviluppo e il destino di ogni singolo aspetto sono relativamente indipendenti da quelli di ogni altro. L’essere della donna si trova di più sotto il segno del <<tutto o niente>> - o così quantomeno si può sintetizzare l’opinione comune che se ne ha -, le sue inclinazioni e le sue attività sono più strettamente associate, e più facilmente nelle donne che negli uomini è possibile che la totalità dell’essere, con tutti i suoi sentimenti, le sue volizioni, i suoi pensieri, sia sollecitata a partire da un unico punto. Se le cose stanno in questi termini, è certamente giustificato supporre che la donna con quest’unica funzione centrale, con il dono di quest’unica parte del suo Io, abbia donato real

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mente tutta la sua personalità in modo più completo e più privo di riserve di quanto nella stessa circostanza non faccia l’uomo, che è un essere più differenziato." In merito al significato e alle conseguenze che la società associa alla relazione sessuale uomo-donna, Simmel sostiene esser fondati sull'assunto che, nella relazione sessuale, la donna dà in cambio tutta sé stessa, e tutto il suo Io, insieme con la totalità dei suoi valori; l'uomo invece solo una parte della sua personalità. Per cui, in caso di adulterio, la società condanna la donna più duramente che l'uomo: ammette cioè che nell'uomo una trasgressione occasionale d'ordine sessuale sia conciliabile, almeno in tutto ciò che è intimo ed essenziale, con la fedeltà nei riguardi della moglie. Accade perciò che la società declassi irrimediabilmente la prostituta, facendola cioè scadere nel prestigio e nella considerazione sociale, mentre il peggiore individuo, vizioso e licenzioso, può sempre trarsi fuori dal fango relativamente agli altri aspetti della sua personalità, e conquistare una posizione sociale, uno status più alto di quello già posseduto. Nell'atto prostitutivo, cito testualmente: "l’uomo mette in gioco solo un minimum del suo lo, la donna invece un maximum - certo non nel singolo caso, ma nel complesso dei casi. Questa diversa proporzione rende comprensibili tanto la figura del protettore, quanto i casi così frequentemente denunciati di amore lesbico tra le prostitute: poiché dalle sue relazioni con gli uomini, in cui questi non entrano mai come persone reali e intere, la prostituta ricava un senso di vuoto e un’insoddisfazione spaventosi, allora cerca un completamento attraverso rapporti nei quali siano impegnati per lo meno anche altri aspetti della personalità. Quindi né l’idea che l’atto sessuale sia qualcosa di generico e di impersonale né il fatto che l’uomo, considerato esteriormente, vi partecipi tanto quanto la donna, possono rovesciare il nostro assunto che l’impegno della donna sia infinitamente più personale, più essenziale, più coinvolgente per l’Io, di quello dell’uomo, e che dunque il suo equivalente in denaro sia il più inappropriato e inadeguato che si possa pensare: il dare e il ricevere denaro significano il più profondo svilimento della personalità della donna." Nondimeno, l'elemento degradante della prostituzione - per quanto concerne la donna non risiede simmelianamente nel fatto che la donna si conceda a più uomini, vale a dire nel suo carattere poliandrico, ma bensì in quello poliginico. Ed è proprio questo elemento - sostiene il Nostro - "a ridurre incomparabilmente il valore peculiare della donna: la donna perde il suo valore di rarità. In effetti, se la si considera esteriormente, la prostituzione racchiude sia rapporti poliandrici che poliginici. Ma il vantaggio che, sempre, detiene colui che dà il denaro rispetto a colui che offre la merce{,} fa sì che solo i rapporti poliginici, che conferiscono all’uomo un’enorme superiorità, determinino il carattere della prostituzione. Anche in situazioni che non hanno assolutamente nulla a che fare con la prostituzione{,} le donne di solito avvertono come penoso e degradante accettare denaro dai loro amanti, mentre questo sentimento spesso non si estende a regali consistenti in oggetti; invece è per esse motivo di piacere e di soddisfazione dare loro del denaro agli amanti. Di Marlborough si diceva che il motivo del suo successo con le donne consistesse proprio nel fatto che accettasse da loro del denaro. La superiorità, appena messa in rilievo, di colui che dà il denaro su chi lo riceve, una superiorità che nel caso della prostituzione si amplia fino a determinare la più spaventosa distanza sociale, nel caso inverso procura alla donna la soddisfazione di veder dipendere da sé chi altrimenti è abituata a guardare dal basso verso l’alto." Il fatto sorprendente - seguendo Simmel - è che "in molte culture più primitive, la prostituzione non viene sentita come qualcosa di degradante o declassante." Fanciulle di tutte le classi sociali, nell'Asia anuca {Hanukkah (?)}, si prostituivano per farsi la dote, come anche le fanciulle di certe tribù africane: il che non pregiudicava nè la loro reputazione sociale, né la successiva vita matrimoniale. Per Simmel tale profonda differenza rispetto al nostro modo di sentire è da annettersi al fatto che "i due fattori, l’onore sessuale femminile e il denaro, devono trovarsi in una rela

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zione fondamentalmente diversa. Se la posizione della prostituzione, come noi la vediamo, è determinata, dalla distanza insormontabile, dalla completa incommensurabilità tra quei due valori, questi ultimi devono risultare più prossimi in condizioni culturali che abbiano maturato una visione del tutto diversa della prostituzione. Questa conclusione corrisponde ai risultati nell’analisi dell’evoluzione del guidrigildo {nell'antico diritto germanico, indennità dovuto dall'uccisore alla famiglia dell'ucciso, per riscattarsi dalla vendetta}, ovvero dell’ammenda in denaro per l’uccisione di un uomo. Il crescente valore attribuito all’anima umana e il decrescente valore attribuito al denaro confluiscono nel rendere impossibile il guidrigildo. Lo stesso processo culturale della differenziazione, che genera una particolare accentuazione dell’individuo, una sua relativa incomparabilità e impareggiabilità, fa del denaro l’unità di misura{,} e l’equivalente di oggetti tanto opposti che la sua indifferenza e la sua oggettività, sorte appunto in forza di ciò, lo fanno apparire sempre più inadatto a essere utilizzato come compenso per valori personali. La sproporzione tra merce e prezzo, che definisce il carattere della prostituzione nella nostra cultura, non sussiste ancora nella stessa misura in culture inferiori." Stando ai racconti dei viaggiatori, in moltissime tribù che vivono allo stato primitivo, le donne manifestano una straordinaria somiglianza psico-fisica con gli uomini. Quare, fa loro difetto quella differenziazione che assegna alla donna civilizzata e al suo onore sessuale un valore incompensabile in denaro. Il che per l'appunto accade, sottolinea Simmel, quando la donna, nei confronti degli uomini dello stesso contesto sociale, sembra essere "meno differenziata e più profondamente radicata nella tipicità del suo genere. La valutazione sociale della prostituzione mostra così esattamente la stessa evoluzione che si può osservare nella penitenza ecclesiastica e nel guidrigildo: in epoche primitive la totalità dell’uomo e i suoi valori interiori hanno un carattere relativamente non individuale, laddove il denaro per la sua rarità e il suo scarso impiego presenta un carattere relativamente più individuale. Nel momento in cui l’evoluzione ne modifica i tratti, rende impossibile la compensazione degli uni attraverso l’altro, oppure là dove ciò continua a sussistere, come nella prostituzione, porta a uno spaventoso svilimento del valore della persona." Nondimeno, dice Simmel a mo' di conclusione, nella prostituzione si palesa quel fenomeno per cui "il denaro, oltre una certa quantità, perde la sua mancanza di dignità e la sua incapacità di compensare valori individuali. La ripugnanza che la moderna <<buona società>> nutre per la prostituta è tanto più forte quanto più questa è misera e povera, e diminuisce in ragione dell’altezza del prezzo per cui la prostituta si vende, finché alla fine essa accoglie nei suoi salotti l’attrice che tutti sanno essere mantenuta da un milionario; laddove una simile donnetta forse è molto più sanguisuga, più imbrogliona, più intimamente corrotta di una cenciosa prostituta di strada. Per la stessa ragione si lasciano scappare i grandi ladri e si impiccano quelli piccoli, e il grande successo in quanto tale, indipendentemente dal suo campo e dal suo contenuto, produce un certo rispetto. Ma ciò che è essenziale ed è la ragione più profonda{,} è la circostanza che il prezzo di vendita, data la sua altezza esorbitante, risparmia all’oggetto venduto lo svilimento che altrimenti gli procurerebbe il semplice fatto di essere venduto." *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Non condivisibile è la tesi simmeliana secondo la quale l'umiliazione della prostituzione consiste nel fatto che essa svilisce a tal punto il più personale, e in un certo senso, il più prezioso possesso della donna, che il valore più neutro e più lontano da tutto ciò che è personale viene sentito come un equivalente adeguato. L'equazione simmeliana: prostituzione = denaro, è FUORVIANTE.

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La prostituzione è svilente se, e solo se, non si esercita per scelta personale: la si deve intendersi semplicemente come una libera professione, volta al soddisfacimento sessuale del cliente. Il Gran Consiglio della Repubblica e Cantone Ticino, il cantone più meridionale della Svizzera, emanava, il 22 gennaio 2018, la Legge sull'esercizio della prostituzione, pubblicata nel BU 2018, 111 e 439. https://m3.ti.ch/CAN/RLeggi/public/index.php/raccolta-leggi/legge/num/643/index17/550.500/evidenzia/false/esplodi/false#

La legge si compone di 12 Capitoli e 31 articoli. In particolare, il Capitolo Primo, concernente le Disposizioni generali, esplicita lo scopo e il campo di applicazione (Art. 1), le definizioni (Art. 2) e i luoghi vietati all'esercizio della prostituzione: a) Prostituzione di strada, b) Prostituzione nelle zone residenziali (Art. 3) . Dell'Art. 2, si riporta il primo comma: - È considerata prostituzione ai sensi della legge ogni attività volta a mettere a disposizione il proprio corpo o a praticare manipolazioni del corpo dei clienti, occasionalmente o per mestiere, con o senza congiunzione carnale, per il loro piacere sessuale in cambio di denaro o di altri vantaggi economici. L'acquisizione dei clienti è considerata esercizio della prostituzione." Ciò di cui, a parer mio, questa legge deficita è il non aver normato l'imprescindibile accertamento dell'idoneità psico-fisica e igienico-sanitaria del cliente che vuol accedere al servizio prostitutivo, allo scopo precipuo di tutelare la salute e l'integrità fisica della lavoratrice sessuale. Con Rosanna Galasso (2009) ci domandiamo: " E’ forse così utopistico auspicare che le prostitute raggiungano mai la forza contrattuale di esigere dai propri clienti il certificato medico, di data non anteriore a 3 mesi, pena l’impossibilità di accedere alla prestazione?" In ordine alla libertà sessuale della prostituta, Alberto Cadoppi (2019), nell'articolo Dignità, prostituzione e diritto penale, mette in evidenza, in quanto in modo speciale rilevanti: a) la Decisione del 20/11/2001, C-268/99, della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, con la quale la prostituzione da parte di persone che scelgono liberamente tale attività, e non dipendenti o subordinate ad alcuno o ad alcuna organizzazione, è stata ritenuta <<attività economica svolta in qualità di lavoratore autonomo", con conseguente autorizzazione di alcune prostitute provenienti da paesi dell'Est europeo a stabilire la loro attività lavorativa in Olanda; b) la Decisione dell'11/09/2007, Tremblay v. Francia, della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che ha affermato che la prostituzione sarebbe incompatibile con i diritti e la dignità della persona solo quando <<oggetto di costrizione>>, il che significa che quando essa è frutto di libera scelta è anzi espressione di quegli stessi diritti; c) varie sentenze della sezione tributaria della Cassazione Italiana che hanno riconosciuto la piena liceità dell'attività prostitutiva: così, Cass., sez., trib. 1°/10/2010, n. 20528, che ha affermato che l'attività di prostituzione può essere <<discutibile sul piano morale>>, ma <<non può essere certamente ritenuta illecita>>. Analogamente hanno poi deciso Cass., Sez. trib., 2/03-13/05 2011, n. 10578, e Cass. Civ., Sez. V, 27/07/2016, n. 15596; d) la sentenza n. 16207 del 2014 delle Sezioni unite della Cassazione Penale italiana, che, distinguendo opportunamente fra minorenni e maggiorenni, in relazione a questi ultimi ha definito attività <<del tutto libera, non sanzionabile dell'ordinamento, l'esercizio del meretricio che sia frutto di una scelta non condizionata da forme di coazione o di sfruttamento>>; e) ... omissis ..." [pp. 4-5/43] In nota, il prof. Alberto Cadoppi {Reggio Emilia, 15/06/1957} precisa che, per semplicità, userà di norma il termine prostituta, al femminile, senza negligere che le prostitute non sono solo donne. Userà peraltro anche l'espressione più neutra sex worker. Ora, se in Italia vi è la libertà prostitutiva, non ne è legislativamente sancito il diritto, e conseguentemente i connessi doveri, ivi compresi quello del tasse e quello della tutela della lavoratrice.

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Scrive U. Galimberti (2004), in Cercando un rapporto senza ieri e senza domani, che "di fronte al denaro tutto diventa merce, e l'ideale kantiano secondo cui <<l'uomo è da trattare sempre come un fine e mai come un mezzo>>, trova nella prostituzione, ma forse anche nel matrimonio per interesse, la sua più cruda smentita." Al filosofo, accademico e psicanalista, si obietta che chi vuol meretricare {avere rapporti con prostitute} intende fruire solo di un servizio di natura sessuale, e giammai vuol trattare la donna come un mezzo, perché ciò varrebbe per qualsiasi altro servizio, p.e.: un'attività professionale o una collaborazione domestica, che il/la professionista o la colf presta alle dipendenze dei rispettivi datori di lavoro. E parimenti non condivisibile è l'idea simmeliana che il più prezioso possesso della donna sia il sesso, come un tempo era la verginità. Il sesso è solo uno degli elementi costitutivi e caratteristici della muliebre personalità, e per di più non ne è la parte essenziale. Ciò che svilisce veramente, e grida vendetta al cospetto di Dio, è che la donna si debba prostituire per vivere e sopravvivere. L'arte o attività meretricia, se responsabilmente e consapevolmente esercitata, è di per sé degna al pari di qualsiasi altra arte o attività dell'essere umano: indegna e svilente è se chi vi ricorra, lo fa per mancanza di alternative, appunto, di lavoro. A questo proposito, sorge - come suol dirsi - spontanea la domanda: "Qual è il senso dell'Art. 1° della Costituzione, se la Repubblica Italiana non è capace di edificare il fondamento primario della sua stessa esistenza? È il lavoro che costituisce la dignità della persona, e questo è il 2° assioma della vita umana, essendo il 1° quello di vivere, in ogni caso. E non ci si prostituisce esclusivamente per denaro. Sovente meretricano spudoratamente quelle animate da uno smodato arrivismo, per le quali varrebbe l'equazione: carrierismo = prostituzione. Il sesso, e le connesse prestazioni, talvolta si configura come la extrema ratio cui la donna ricorre per fini, per così dire, nobili oppure venali, a puro scopo di lucro cioè. Una signora, nel raccontare le vicissitudini della sua famiglia, confessò che sarebbe stata anche disposta a concedersi per la salvazione del figlio. Un'altra, avrebbe accettato di buon grado che il marito amoreggiasse con una facoltosa, per il proprio tornaconto. Il già menzionato Galimberti (2014) ha fatto questa considerazione: "Dal momento che la prostituzione è uno scambio di sesso contro denaro, perché non cambiare la prospettiva e guardare le cose dal punto di vista del denaro invece che dal punto di vista del sesso? Se è vero infatti che in Italia, stando almeno alle statistiche, su 50 mila persone che si prostituiscono, 25 mila vengono dai paesi dell'Est e dai paesi africani, 15 mila dai paesi sudamericani e solo 5 mila sono italiane, vien da pensare che nei paesi avanzati, dove esiste una maggior libertà di relazioni sessuali, la prostituzione si estinguerebbe se non fosse alimentata dalla fame nel mondo, che è un motore più potente di quanto non sia la voglia di incontri occasionali d'amore. Laddove non è la fame, ma il desiderio di un rapido miglioramento delle proprie condizioni finanziarie, come sembra essere il caso delle italiane che si prostituiscono, anche alla base di questa prostituzione non troviamo il sesso, ma ancora il denaro." All'illustre professore si osserva che, in ordine alla prostituzione, il punto di vista vero e oggettivo è quello di riguardarla non da quello del denaro o del sesso, ma bensì da quello della libera volontà di talune di esercitare il mestiere notoriamente più antico del mondo. Si osserva altresì che i dati statistici cui egli fa riferimento, non palesano affatto l'entità del fenomeno prostitutivo delle italiane. Avrebbe dovuto, il professore, limitarsi a denunciarne il numero totale, esclusivamente in termini di percentuale rispetto alla popolazione di 60 milioni circa di unità, o meglio, rispetto al 50% del totale, e mettere in evidenza la percentuale connessa con la condizione di miseria o di estrema indigenza, con la fame cioè.

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Si osserva infine che la prostituzione non si estinguerebbe affatto qualora non fosse alimentata dalla fame, perché ciò che l'alimenta, unitamente alla scelta personale, è il vizio del cliente maschio a meretricare. Come rileva la sociologa Galasso (2009), "l'offerta di prostituzione esiste perché esiste una domanda di prostituzione, [e] come tutte le forme di mercato copre capillarmente l'intera realtà sociale collocandosi su diverse modalità di esercizio e differenti livelli di prezzo". Dal che derivano - a suo dire - 3 punti nevralgici del fenomeno: a) lo sfruttamento della prostituzione colpisce non a caso le categorie più deboli, appartenenti agli strati più bassi della scala sociale e non tutelati dalla forza del diritto: donne spesso con disagi socio-economici, immigrate ecc.; b) la svalutazione della persona insita nell'esercizio della prostituzione, riversa su chi si prostituisce il rifiuto sociale. La prostituta, pur rispondendo a un bisogno collettivo, incarna il capro espiatorio di una colpa comune: i clienti delle prostitute sono sempre la collettività, la stessa che condanna e ostracizza; c) tutti i tentativi di repressione e occultamento della prostituzione servono soltanto ad alimentare una pericolosa spirale di clandestinità e di violenza, dando nuovo vigore alle forme più estreme di schiavizzazione e sfruttamento. Relativamente al punto b), si obietta che nella prostituzione non vi è alcuna svalutazione della persona, quando l'attività de quo viene esercitata liberamente, responsabilmente, consapevolmente. E altresì che la prostituta non incarna alcunché, perché essa è, come ogni essere umano, quello che è, e se colpa vi si vuol ravvisare, è da attribuirsi unicamente alla società che si ostina ancora a vedere nel sesso il peccato originale della Genesi biblica. Nondimeno, non si può non convenire con la sociologa che è precipuo dovere di una società sedicente civile, sostenere lo sviluppo e la crescita delle persone delle fasce sociali più esposte allo sfruttamento sessuale, permettendo a chi non ha né nome né identità di essere titolare di un diritto, in condizione di difendersi. Per cui, "riconoscere la libertà di esercizio di soggetti giuridicamente autodeterminati, può agevolare il progressivo sviluppo verso una nuova identità sociale di chi vuole per scelta propria prostituirsi, facendo emergere il fenomeno della clandestinità: la prostituzione libera e autogestita può diventare, alla stregua delle altre forme di libertà in materia sessuale ormai riconosciute nella società, una attività esercitabile nel pieno rispetto dei presupposti fondanti della dignità umana."

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5.0. - ALTERITÀ = N. 2 della specie umana, sesso inestetico, sexus sequior. Arthur Schopenhauer {Danzica, 22 febbraio 1788 - † Francoforte sul Meno, 21 settembre 1860. Filosofo tedesco. Allievo di Schulze, Fichte e ammiratore di Kant. Considerato uno dei maggiori pensatori del XIX secolo e dell'epoca moderna. Celibe e misogino per convinzione, nonostante le molte relazioni con donne che ebbe durante la sua esistenza. Morì di pleurite acuta, a 72 anni. https://it.wikipedia.org/wiki/Arthur_Schopenhauer}, nel

saggio Essai sur les femmes. Parega & paralipomena {Traduction par J. Bourdeau, Février 2013), espone il suo pessimistico pensiero sulle donne (1851). Il testo, qui riportato, è da me personalmente tradotto dal francese. [3] Il solo aspetto della donna rivela che non è destinata né ai grandi lavori dell'intelligenza, né ai grandi lavori materiali. Ella paga il suo debito verso la vita non con l'azione, ma con la sofferenza, i dolori del parto, le ansie e le preoccupazioni dell'infanzia; deve obbedire all'uomo, essere una compagna paziente che lo rassicuri. Non è fatta per i grandi sforzi, né per i dolori o i piaceri eccessivi; la sua vita può passare più tranquilla, più insignificante e più dolce di quella dell'uomo, senz'essere di per sé né migliore né peggiore. Ciò che rende le donne particolarmente inclini a prendersi cura, a elevare {innalzare moralmente, spiritualmente; educare, nobilitare} la nostra prima infanzia, è che esse stesse restano puerili, futili e limitate; rimangono per tutta la vita come bambini grandi, una sorta di intermediario tra il bambino e l'uomo. Si osservi una fanciulla che gioca tutto il giorno con un bambino, ballando e cantando con lui, e si immagini cosa potrebbe fare un uomo, con la migliore volontà del mondo, al suo posto. Con le fanciulle, la natura sembra aver voluto fare quello che in stile drammatico viene chiamato un colpo di teatro {colpo di scena}; essa le orna per pochi [4] anni di una bellezza, di una grazia, di una perfezione straordinaria, a spese di tutto il resto della loro vita, affinché, durante questi rapidi anni di splendore, possano impossessarsi fortemente della fantasia di un uomo e trasportarlo a prendersene cura, in qualche modo, con lealtà {onestà e sincerità}. Per riuscire in questa impresa, la pura riflessione e la ragione non fornivano sufficienti garanzie. Così la natura ha armato la femmina, come ogni altra creatura, delle armi e degli strumenti necessari per assicurarne l'esistenza e solamente per il tempo indispensabile, poiché la natura in questo agisce con la sua solita parsimonia: proprio come la formica-femmina che, dopo la sua unione con il maschio, perde le ali che diventerebbero per lei inutili e perfino pericolose durante il periodo dell'incubazione, così anche la maggior parte delle volte, dopo due o tre parti, la femmina perde la sua bellezza, indubbiamente per lo stesso motivo. Perciò le fanciulle generalmente riguardano le occupazioni della casa o i doveri del loro stato come cose accessorie e pure bagattelle, mentre riconoscono la loro vera vocazione nell'amore, nelle conquiste e in tutto ciò che ne dipende: fare toilette, ballare ecc.. Più una cosa è nobile e compiuta, più si sviluppa lentamente e tardivamente. La ragione e [5] l'intelligenza dell'uomo non raggiungono il loro pieno sviluppo che verso il ventottesimo anno; nella donna, invece, la maturità della mente arriva al diciottesimo anno. Per cui ella non ha che una ragione di 18 anni, ben strettamente misurata. Per questo le donne rimangono vere bambine per tutta la vita. Vedono solo ciò che è davanti ai loro occhi, si aggrappano al presente, assumono l'apparenza per realtà e preferiscono le sciocchezze alle cose più importanti. Ciò che distingue l'uomo dall'animale è la ragione; confinato nel presente, ritorna con la mente al passato e pensa al futuro: da qui la sua prudenza, le sue preoccupazioni, le sue frequenti apprensioni. La ragione debole della donna non partecipa né di questi vantaggi né di quegli svantaggi; è afflitta da una miopia intellettuale che le permette, per una specie di intuizione, di vedere in modo penetrante le cose vicine; ma il suo orizzonte è limitato, ciò che è lontano le sfugge. Ne consegue che tutto ciò che non è immediato, passato e futuro, agisce più debolmente sulle donne che su di noi {maschi}: da qui anche questa {loro} tendenza molto più fre

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quente alla prodigalità, che a volte rasenta la follia. In fondo al loro cuore, le donne immaginano che gli uomini siano fatti per guadagnare denaro e le donne per spenderlo; se si impedisce loro di farlo quando il marito è ancora in vita, esse si [6] rifanno dopo la sua morte. E ciò che contribuisce a confermarle in questa convinzione, è che il marito dà loro i soldi, incaricandole di mantenere in buono stato la casa. - Tanti lati difettosi sono tuttavia compensati da un vantaggio: la donna che è più assorbita nel momento presente, purché sopportabile, lo gode più di noi; da qui quella giovialità che le è propria e che la rende capace di distrarre e talvolta di consolare l'uomo travolto da preoccupazioni e dolori. In circostanze difficili non si deve disdegnare di appellarsi, come un tempo facevano gli antichi Germani, ai consigli delle donne; perché hanno un modo di concepire le cose ben diverso dal nostro {cioè dei maschi}. Raggiungono la meta per la via più breve, perché il loro sguardo, in generale, si rivolge verso ciò che hanno a portata di mano. Per noi, invece, il nostro sguardo va oltre le cose che ci cavano gli occhi {accecano}, senza fermarci lì, e cerca ben oltre; abbiamo bisogno di essere ricondotti a un modo di vedere più semplice e rapido. A ciò si aggiunga che le donne hanno decisamente una mente più ferma, e vedono nelle cose solo ciò che realmente vi è; mentre, sotto l'influenza delle nostre passioni eccitate, ingrandiamo oggetti, e li adorniamo di chimere. [7] Le stesse native attitudini spiegano la pietà, l'umanità, la simpatia che le donne mostrano verso gli infelici, mentre sono inferiori agli uomini in tutto ciò che concerne l'equità, la rettitudine e la scrupolosa probità. Per la debolezza della loro ragione, tutto ciò che è presente, visibile e immediato esercita su di loro una influenza contro la quale non potrebbero prevalere né le astrazioni, né le massime stabilite, né le energiche risoluzioni, né alcuna considerazione del passato o del futuro, di ciò che è lontano o assente. Della virtù, esse hanno le qualità prime e principali, ma le secondarie e le accessorie fanno loro difetto... L'ingiustizia è dunque il difetto capitale delle nature femminili. Ciò deriva dalla scarsa misura di buon senso e di riflessione che abbiamo segnalato, e ciò che aggrava ulteriormente questa assenza è che la natura, rifiutando loro la forza, ha dato loro in sorte, per tutelare la loro debolezza, l'astuzia; da qui la loro istintiva furberia {furbizia, astuzia} e l'invincibile loro tendenza a mentire. Il leone ha i suoi denti e i suoi artigli; l'elefante e il cinghiale hanno le zanne, il toro ha le corna, la seppia ha il suo inchiostro che le serve per intorbidare l'acqua intorno; la natura non ha dato alla donna che la dissimulazione per difendersi e proteggersi; questa facoltà supplisce sia alla carenza di forza che l'uomo trae dal vigore delle sue membra [8] sia a quella di ragione. La dissimulazione è innata nelle donne, nelle più scaltre, come nelle più stolte. È naturale per lei usarla in tutte le occasioni come lo è per un animale aggredito difendersi immediatamente con le sue armi naturali; e così facendo, ha in una certa misura coscienza dei suoi diritti: il che rende quasi impossibile incontrare una donna assolutamente veritiera e sincera. Ed è proprio per questo che penetra così facilmente nella dissimulazione degli altri, e che non è prudente farne uso con lei. Da questo difetto fondamentale e dalle sue conseguenze nascono la menzogna, l'infedeltà, il tradimento, l'ingratitudine ecc.. Perciò le donne spergiurano {giurano il falso} in tribunale molto più frequentemente che gli uomini, e sarebbe un problema se si dovessero ammettere a prestare giuramento. Capita di tanto in tanto che delle signore, cui non manca nulla, vengano sorprese nei negozi nell'atto di rubare. Uomini giovani, belli, robusti sono destinati dalla natura a propagare la specie umana, affinché non degeneri. Tale è la ferma volontà che la natura esprime attraverso le passioni delle donne. È di tutte le leggi sicuramente la più antica e la più potente. Guai, quindi, agli interessi e ai diritti che si frappongono. Questi saranno, quando verrà il momento, qualunque cosa accada, inesorabilmente [9] schiacciati. Perché la morale segreta, inconfessata e perfino inconscia, ma innata delle donne, è questa: <<Abbiamo il diritto di ingannare coloro che si illudono di poter, provvedendo economicamente alla nostra sussistenza, confiscare a proprio profitto i diritti della specie. È a noi che sono stati affidati, è su di noi che poggia la costituzione e la salvezza della specie, la creazione della generazione futura; sta a noi lavorarci in tutta co

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scienza.>> Ma le donne non sono in alcun modo interessate a questo principio superiore in abstracto, esse lo comprendono solo in concreto, e non hanno, quando se ne presenta l'occasione, altro modo di esprimerlo che il loro modo di agire; e su questo argomento la loro coscienza le lascia molto più tranquille di quanto si possa pensare, perché nel fondo più oscuro del loro cuore sentono vagamente che, tradendo i loro doveri verso l'individuo, li soddisfano ancora meglio verso la specie che ha diritti infinitamente superiori. Poiché le donne sono create unicamente per la propagazione della specie e poiché tutta la loro vocazione è concentrata su questo punto, vivono più per la specie che per gli individui, e tengono più a cuore gli interessi della specie che gli interessi degli individui. Questo è ciò che dà a tutto il loro essere e alla loro condotta una certa leggerezza e visioni opposte a quelle dell'uomo: tale è l'origine di [10] questa disunione {disaccordo, disarmonia} così frequente nel matrimonio che è diventata quasi normale. Gli uomini sono naturalmente indifferenti l'uno all'altro; le donne sono, per natura, nemiche. Ciò si deve al fatto che l'odium figulinum, la rivalità che è ristretta tra gli uomini alla rispettiva corporazione {nella fattispecie, la rivalità del vasaio verso chi pratica lo stesso mestiere}, abbraccia l'intera specie tra le donne, poiché tutte esercitano solo la stessa professione, lo stesso affare. Per strada, è sufficiente che si incontrino per scambiarsi già sguardi da guelfi e ghibellini. È ovvio che al primo incontro due donne hanno più costrizione, dissimulazione e riservatezza di quanto ne avrebbero due uomini in un caso del genere. Per lo stesso motivo i complimenti tra donne sembrano più ridicoli che tra uomini. Si noti inoltre che l'uomo generalmente parla con una certa considerazione e un po' di umanità anche ai suoi subordinati di ceto più basso, ma è insopportabile vedere con quanta superbia una donna del mondo si rivolge a una donna di classe inferiore, quando non è al suo servizio. Forse ciò si deve al fatto che tra le donne le differenze di rango sono infinitamente più precarie che tra gli uomini e che queste differenze si possono modificare o sopprimere facilmente; il rango che un uomo occupa, dipende da mille considerazioni; per le donne, solo una [11] decide tutto: l'uomo al quale hanno saputo esser gradite. La loro unica funzione le mette su un piano di parità molto più marcato, quindi cercano di creare differenze di rango tra di loro. Bisognava che l'intelligenza dell'uomo fosse oscurata dall'amore, perché egli chiamasse bello questo sesso di piccola taglia, con le spalle strette, i fianchi larghi e le gambe corte; tutta la sua bellezza risiede infatti nell'istinto dell'amore {cioè nel sesso}. Invece di chiamarlo bello, sarebbe stato più giusto chiamarlo inestetico. Le donne non hanno né sentimento né intelligenza per la musica, e neppure per la poesia o le arti plastiche; è in loro solo mera finzione, mero pretesto, mera affettazione, messa a frutto per il loro desiderio di compiacere. Non sono in grado di prendere parte disinteressata a nulla, ecco il motivo: l'uomo, in ogni cosa, si sforza di dominare direttamente o con l'intelligenza o con la forza; la donna, al contrario, si riduce sempre e ovunque a un dominio assolutamente indiretto, vale a dire che non ha potere che attraverso l'uomo, ed è solo su di lui che esercita una influenza immediata. Di conseguenza, la natura porta le donne a cercare in ogni cosa un mezzo per conquistare l'uomo, e l'interesse che sembrano nutrire per le cose esterne è sempre una finzione, una deviazione, cioè pura civetteria e pura scimmiottatura. Rousseau [12] l'ha detto: "Le donne in generale non amano l'arte, non s'intendono di alcunché e non hanno genio alcuno". Chi non si ferma alle apparenze, se ne sarà già accorto. Basta osservare, per esempio, ciò che occupa e attira la loro attenzione in un concerto, all'opera o a teatro, per notare la disinvoltura con cui, nei momenti più belli dei più grandi capolavori, continuano il loro cicaleccio. Se è vero che i Greci non ammettevano le donne allo spettacolo, avevano perfettamente ragione; nei loro teatri si poteva almeno sentire qualcosa. Ai nostri tempi converrebbe aggiungere al mulier taceat in ecclesia, un taceat mulier in theatro, oppure sostituire un precetto all'altro, e appendere quest'ultimo a caratteri cubitali al sipario della scena. - Ma cosa si può pretendere di più dalle donne, se si riflette che nel mondo questo sesso non ha dato (al mondo) una sola mente veramente grande, né un'opera completa e originale nelle belle arti, né in alcun modo una sola opera di valore duraturo. Que

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sto è sorprendente nella pittura; eppure sono capaci quanto noi di coglierne il lato tecnico e coltivano quest'arte assiduamente, senza potersi vantare di un solo capolavoro, proprio perché mancano di quell'oggettività dello spirito che è necessaria soprattutto nella pittura; [13] non possono uscire da sé stesse {cioè dalla soggettività}. Anche le donne comuni non riescono nemmeno a sentirne la bellezza, perché natura non facit saltus. Huarte, nella sua famosa opera Examen de ingenios para las sciencias, che risale a 300 anni fa, nega alle donne qualsiasi capacità superiore. Le eccezioni isolate e parziali non cambiano nulla; le donne sono, e rimarranno, prese nel loro insieme, i Filistei {chi ha una mentalità reazionaria, meschina e conformista} più radicali e più incurabili. Grazie alla nostra organizzazione sociale, assurda al massimo grado, che fa loro condividere il titolo e la situazione dell'uomo per quanto elevati essi siano, eccitano con accanimento le sue ambizioni meno nobili, e per naturale conseguenza di questa assurdità, il loro dominio, il tono che impongono, corrompono la società moderna. Dovremmo prendere come regola questa frase di Napoleone I: “Le donne non hanno rango." Chamfort dice anche molto giustamente: "Sono fatte per commerciare con le nostre debolezze, con la nostra follia, ma non con la nostra ragione. Esiste tra esse e gli uomini una simpatia epidermica, e pochissima simpatia della mente, dell'anima e del carattere." Le donne sono il sexus sequior {sesso più debole, inferiore}, il secondo sesso a tutti gli effetti, fatto per stare in disparte e in secondo piano. Certo, non dobbiamo colpire la loro debolezza, ma è ridicolo rendere loro omaggio, e anche questo ci degrada ai loro occhi. La Natura, separando la specie umana [14] in due categorie, non ha fatto parti uguali…… - Così hanno sempre pensato gli antichi e i popoli dell'Oriente; comprendevano meglio il ruolo proprio delle donne di quanto non lo sappiamo noi con la nostra galanteria francese all'antica e la nostra stupida venerazione, che è davvero la compiutezza più completa della stupidità germano-cristiana. Questo è servito solo a renderle così arroganti, così impertinenti: a volte mi fanno pensare alle scimmie sacre di Bénarès, che hanno coscienza così bene della loro sacrosanta dignità e della loro inviolabilità, che pensano ogni cosa sia loro permessa. La donna in Occidente, quella che viene chiamata la dame {la signora}, si trova in una posizione del tutto falsa, perché la donna, il sexus sequior degli antichi, non è in alcun modo fatta per ispirare venerazione e ricevere omaggi, né per portare il capo più in alto dell'uomo, né di avere diritti uguali ai suoi. Le conseguenze di questa falsa posizione sono fin troppo evidenti. Sarebbe auspicabile che in Europa questo numero due della specie umana venisse rimesso al suo posto naturale e che la dame, oggetto di scherno dell'Asia intera, venisse soppressa, della quale Roma e la Grecia si sarebbero fatte ugualmente beffa. Questa riforma sarebbe una vera benedizione dal punto di vista politico e sociale. Il principio della legge salica è così ovvio, così indiscutibile, che sembra inutile formularlo. Quella che si chiama a [15] rigor di termini la signora europea, è un tipo di essere che non dovrebbe esistere. Non dovrebbe accadere al mondo che le donne di casa, applicate alla famiglia, e le fanciulle aspiranti a diventarlo, si educassero all'arroganza, e non al lavoro e alla sottomissione. È proprio perché ci sono delle dame in Europa che le donne del ceto basso, cioè la grande maggioranza, sono infinitamente da compatire {in quanto disgraziate} più delle donne dell'Oriente. Le leggi che regolano il matrimonio in Europa presuppongono la donna uguale all'uomo, e quindi hanno un falso punto di partenza. Nel nostro emisfero monogamo, sposarsi significa perdere metà dei propri diritti e raddoppiare i propri doveri. In ogni caso, dal momento che le leggi hanno concesso alle donne gli stessi diritti degli uomini, avrebbero anche dovuto conferire loro [16] una ragione virile. Quanto più le leggi conferiscono alle donne diritti e onori superiori al loro merito, tanto più restringono il numero di quelle che realmente partecipano a questi favori, e privano le altre dei loro diritti naturali, nella stessa proporzione in cui ne hanno dati di eccezionali a poche privilegiate. Il vantaggio che la monogamia e le leggi che ne derivano concedono alla donna, proclamandola uguale all'uomo, ciò che essa non è da nessun punto di vista, produce questa conseguenza che gli uomini assennati e prudenti spesso esitano a lasciarsi trascinare in un sacrificio così grande, in un patto così ineguale. Tra i popoli poli

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gami ogni donna trova qualcuno che si prende cura di lei; tra noi, invece, il numero delle donne sposate è molto limitato e c'è un numero infinito di donne che rimangono senza protezione: vecchie zitelle che vegetano tristemente, nelle classi alte della società; povere creature sottoposte a un lavoro duro e doloroso, nelle classi inferiori. Oppure diventano miserabili prostitute, che conducono una vita vergognosa e indotte dalla forza delle cose a formare una specie di classe pubblica e riconosciuta, il cui scopo speciale è quello di preservare dai pericoli della seduzione le donne felici che hanno trovato marito o che possono sperare di trovarlo. Nella sola città di Londra ci sono 80.000 prostitute: vere vittime della monogamia, crudelmente immolate [17] sull'altare delle nozze. Tutte queste sfortunate sono l'inevitabile compensazione della signora europea, con la sua arroganza e le sue pretese. Anche la poligamia è un vero vantaggio per le donne considerate nel loro insieme. Inoltre, dal punto di vista razionale, non si vede perché, quando una donna soffre di qualche malattia cronica, o quando non ha figli, o quando alla lunga è diventata troppo vecchia, il marito non dovrebbe prendersi un'altra donna come seconda moglie. Ciò che decretò il successo dei Mormoni fu proprio la soppressione di questa mostruosa monogamia. Concedendo alla donna diritti al di sopra della sua natura, abbiamo anche imposto dei doveri al di sopra della sua natura; da ciò deriva per lei una fonte di sventura. Queste esigenze di classe e di ricchezza sono davvero di tale peso che l'uomo che si sposa commette un'imprudenza se non fa un matrimonio brillante; se desidera incontrare una donna che gli piaccia perfettamente, la cercherà fuori dal matrimonio e si accontenterà di assicurare la sorte della sua amante e quella dei suoi figli. Se può farlo in modo giusto, ragionevole, sufficiente, e la donna cede, senza pretendere rigorosamente i diritti esagerati che solo il matrimonio le concede, allora perde onore, perché il matrimonio è alla base della società civile, e prepara una vita triste per se stessa, perché è nella natura umana essere eccessivamente preoccupata per le opinioni degli altri. Se, [18] al contrario, la donna resiste, corre il rischio di sposare un marito che le dispiace o di appassire rimanendo una vecchia zitella; perché ha pochi anni per decidere. È da questo punto di vista della monogamia che è bene leggere il profondo e dotto trattato di Tommaso De concubinatu. Vi vediamo che tra tutti i popoli civili di tutti i tempi, fino alla Riforma, il concubinato è stato un'istituzione accettata, fino a un certo punto legalmente riconosciuta e in nessun modo disonorevole. Fu la riforma luterana a farla cadere dal suo rango, perché vi trovò una giustificazione per il matrimonio dei preti, e la Chiesa cattolica non poteva restare indietro. È inutile discutere sulla poligamia, poiché di fatto esiste ovunque e si tratta solo di organizzarla. Dove trovi i veri monogami? Tutti noi, almeno per un po', e quasi sempre, viviamo nella poligamia. Se ogni uomo ha bisogno di più mogli, è giusto che sia libero, e anche che sia obbligato ad assumere più mogli; queste saranno così ricondotte al loro vero ruolo, che è quello di un essere subordinato, e vedremo scomparire da questo mondo la signora, questo mostro di civiltà europea e di stupidità germano-cristiana, con le sue ridicole pretese di rispetto e onore; [ci saranno} più [19] signore, ma anche più di quelle donne sfortunate, che ora riempiono l'Europa! … È ovvio che la donna per natura è destinata a obbedire. E la prova è che colei che viene posta in questo stato di assoluta indipendenza, contraria alla sua natura, si attacca immediatamente a qualsiasi uomo da cui si lascia guidare e dominare, perché ha bisogno di un padrone. Se è giovane, prende un amante; se anziana, un confessore. Il matrimonio è una trappola che la natura ci tende. - (M. 335.) L'onore delle donne, come l'onore degli uomini, è ovviamente un "esprit de corps". Il primo è di gran lunga il più importante dei due; perché nella vita delle donne il sesso è un grosso problema. “L'onore per una giovane consiste nella fiducia ispirata dalla sua innocenza, e per una donna nella fedeltà al marito. Le donne [20] attendono dagli uomini ed esigono da essi tutto ciò che è loro necessario e tutto ciò che esse desiderano. L'uomo in fondo non esige dalla donna che una cosa. Le donne quindi devono rassegnarsi a che gli uomini possano ottenere da loro que

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st'unica cosa, in cambio delle cure che essi s'impegnano a prendersi di loro e dei futuri figli: da questa disposizione dipende la felicità di tutte le donne. Per ottenere ciò, è essenziale che si sostengano a vicenda e dimostrino spirito di corpo. Marcino così come una sola donna e in schiere serrate di fronte all'esercito degli uomini, che, grazie al predominio fisico e intellettuale, possiedono tutti i beni terreni; ecco il nemico comune che si tratta di vincere e conquistare, per arrivare con questa vittoria a possedere i beni della terra. La prima massima dell'onore femminile era dunque che all'uomo si doveva inesorabilmente rifiutare ogni commercio illegittimo, per costringerlo al matrimonio come a una sorte di capitolazione; unico modo per sistemare tutto il genere femminile. Per raggiungere questo risultato, la massima precedente deve essere rigorosamente rispettata; tutte le donne con vero spirito di corpo vigilano sulla sua esecuzione. Una giovane che ha fallito s'è resa colpevole di tradimento nei riguardi di tutto il suo sesso, perché se questa azione diventasse generale, l'interesse comune sarebbe compromesso; la si cacci fuori dalla comunità, la si copra di vergogna; lei si trova [21] così ad aver perduto il proprio onore. Ogni donna deve fuggirla come un'appestata. Stessa sorte attende l'adultera perché ha violato uno dei termini della capitolazione concessa dal marito. Il suo esempio sarebbe di natura tale da dissuadere gli uomini dal firmare un simile trattato, e da questo dipende la salvezza di tutte le donne. Oltre a questo onore peculiare del suo sesso, l'adultera perde anche l'onore civile, perché la sua azione è un inganno, una grave violazione della fede giurata. Possiamo dire con una certa indulgenza "una giovane abusata", non diciamo "una donna abusata". Il seduttore può, attraverso il matrimonio, restituire onore alla prima, non può restituirlo alla seconda, anche dopo il divorzio. - A ben vedere, riconosciamo quindi che uno spirito di corpo utile, indispensabile, ma ben calcolato e basato sull'interesse, è il principio dell'onore della donna: non possiamo negarne l'estrema importanza nel destino della donna, ma non si può attribuirle un valore assoluto, al di là della vita e dei fini della vita, e meritando di sacrificarle l'esistenza... Ciò che dimostrerebbe in modo generale che l'onore della donna non ha un'origine veramente conforme alla natura, è il numero delle sanguinose vittime che gli vengono offerte, infanticidi, suicidi di madri. Se una giovane che prende un [22] amante commette un vero e proprio tradimento verso il proprio sesso, non dimentichiamo che il patto femminile era stato tacitamente accettato senza impegno formale da parte sua. E poiché nella maggior parte dei casi è lei la prima vittima, la sua follia è infinitamente più grande della sua depravazione. -(P. I 388.) *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Schopenhauer costruisce la sua pessimistica dottrina del rapporto uomo - donna sulla dualità valoriale superiorità - inferiorità, sia dal punto di vista della mente che del corpo. E pare che soffra di misoginia acuta: qualifica infatti le donne, tutte le donne, con aggettivazioni oltremodo spregiative con l'evidente scopo di significarne la debolezza, non solo mentale, ma anche fisica. Più che filosofico, il suo discorso sulle donne è retorico, obbrobioso, irrazionale e contraddittorio. Come può dire che la donna, solo a guardarla, non sembra destinata ai grandi lavori dell'intelligenza, né materiali? È proprio lei invece che dà alla luce, allatta e alimenta spiritualmente nell'infanzia chi poi sarà destinato ai cosiddetti grandi lavori. Non fatta - la donna - per grandi sforzi, per eccessivi dolori e piaceri?! Il Nostro già da subito sragiona: i dolori del parto e la gioia immensa di vedere e abbracciare la sua creatura non sono di per sé sovrumani? Scrive S. Morelli, ne La donna e la scienza (1^ Ed., 1861), che la presenza del neonato è per lei un incantesimo che copre d'oblio i dolori, gli stati d'ansia, i soprassalti strettamente concatenati al cominciamento e compimento del processo della procreazione."

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Spesso il filosofo chiama in causa la natura, attribuendole - retoricamente - poteri e scopi che non ha assolutamente e né potrebbe, come p.e. quelli strategici di ornare le fanciulle, negli anni del loro splendore, di bellezza, grazia e perfezione straordinarie, per impadronirsi del cuore e della mente dell'uomo che di loro si prenderà cura. La bellezza delle donne non è esclusivamente quella dello splendore che sboccia nella primavera della loro età, ma anche quando da adulte esprimono il loro essere donna con la bellezza, la grazia e la perfezione dello spirito, da sé stesse coltivate, e opportunamente promosse dalla socio-cultura del contesto ambientale in cui vivono. Tra l'altro, pur non essendo, per così dire, belle secondo i canoni imposti dai media, le donne attraggono a sé gli uomini, si sposano anche, e sono felici quando il coniuge è un essere umano e non una bestia. La donna ha in sé, per natura, una sorta di sex appeal del tutto personale. Ed esercita una forte attrazione sull'uomo non già col sesso, ma bensì con il suo essere proprio lei, in carne e ossa {cioè, nominata cognominata agnominata}, con il suo essere tipo, con i suoi atteggiamenti e portamenti ecc. Acquisita la finalità della bellezza muliebre di accalappiare l'uomo, la natura, visto che la mera riflessione e la ragione non davano sufficienti garanzie al tale riguardo, ha dotato - per il tempo strettamente indispensabile - la femmina dei mezzi necessari per assicurarne l'esistenza. Ecco perché, scrive Schopenhauer, la natura che opera sempre con parsimonia, fa sì che la femmina dell'uomo, dopo due o tre parti, perde la sua bellezza. Neglige, il Nostro, che, semmai la femmina perdesse la bellezza, ciò non accadrebbe dopo 2 o 3 parti, ma bensì dopo 10, 15, 20 parti. Neglige altresì che, se in genere le fanciulle ritengono accessori di scarsa importanza le faccende domestiche e i doveri del loro stato, questo, nella quasi totalità dei casi, non succede perché prediligono dedicarsi all'amore e alle conquiste, e quindi a fare toilette ecc., ma perché sono impossibilitate, sin dalla nascita e vita natural durante, a immaginare altrimenti la loro vita. Secondo l'aforisma schopenhaueriano, quanto più una cosa è nobile e compiuta, tanto più si sviluppa lentamente e tardivamente, l'intelligenza e la ragione dell'uomo conseguono il loro pieno sviluppo al compimento dei 28 anni; la donna, invece, la maturità della mente, al compimento dei 18 anni. Sicché lei, avendo una ragione di 18 anni, ben strettamente misurata, rimane vera bambina per tutta la vita. Si è chiesto il filosofo se tale ragione da 18enne non sia d'ordine naturale, ma bensì d'ordine socio-culturale che vieta alle femmine di acculturarsi, accedere alle libere professioni, prendere parte attiva alla vita sociale e politica? Se rimane - come egli dice - vera bambina per tutta la vita, ciò non è da imputare né alla natura, né alle donne, ma alla socio-cultura di appartenenza. Le femmine, per il filosofo, sono intellettualmente miopi: vedono solo ciò che è davanti ai loro occhi, si aggrappano al presente, prendono l'apparenza per realtà, e antepongono le sciocchezze alle cose più importanti. Non è possibile - si replica al filosofo - che tale difetto femminile sia da ascrivere semmai più a fattori culturali connessi con situazioni socio-economiche che a limitazioni naturali? Egli dice che la ragione è ciò che distingue l'uomo dall'animale? Bene! {si dà per certo anche se non è vero}, l'uomo, relegato nel presente, con la mente ritorna al passato e pensa al futuro: ecco donde derivano le di lui preoccupazioni e apprensioni, e il suo essere prudente. La donna, all'opposto, avente debole la ragione, non partecipa né dei vantaggi né degli svantaggi; per una specie di intuizione, vede in modo penetrante le cose vicine, ma il suo orizzonte è limitato, e ciò che è lontano le sfugge. Tutto ciò che non è immediato, il passato e il futuro, agisce più debolmente sulle donne che sui maschi: il che spiega la loro più frequente tendenza alla prodigalità, che rasenta a volte la follia.

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Praticamente, Schopenhauer, da grande filosofo, sostiene assurdamente che la donna, lungi dall'essere un essere umano, è bensì poco più che un animale. Gli si obietta: poteva essere illimitato il suo orizzonte, ed essere lei in grado di afferrare ciò che è lontano, relegata com'era in casa, e impossibilitata a oltrepassarne la soglia? Sostiene pure questo, che le donne sono inferiori agli uomini in tutto ciò che concerne l'equità, la rettitudine e l'integrità morale; e per di più il loro difetto capitale è l'ingiustizia, il che è da connettersi con una minore quantità di buon senso e di riflessione. Sorge spontanea la domanda: con quali strumenti - mentali, metodologici e operativi - il filosofo ha scoperto tutte queste negatività nelle donne? Per converso, in virtù di che, l'uomo schopenhaueriano sia già di per sé equo, retto, moralmente integro e giusto? Si eccepisce, riguardo al buon senso e alla riflessione che la donna possiede scarsamente, che non è la natura che li dà alla creatura messa al mondo, ma bensì l'educazione familiare e l'istruzione intenzionale e sistematica della scuola e delle agenzie formative. La natura, entità onnipresente e onnipotente, negando alle donne la forza, al fine di tutelarne la debolezza, ha dato loro in sorte l'astuzia, un'istintiva furbizia cioè, un'invincibile tendenza a mentire: una dissimulazione naturale per difendersi e proteggersi, facoltà che supplisce sia alla carenza di forza sia alla carenza di ragione. Tale dissimulazione è innata in tutte le donne, sia in quelle più scaltre sia in quelle più stolte. Ed è loro naturale usarla in tutte le occasioni. Motivo per cui, è quasi impossibile incontrare una donna sincera e veritiera. Il difetto muliebre genera: la menzogna, la fedeltà, il tradimento, l'ingratitudine ecc.. E in tribunale, le donne, molto più spesso che gli uomini, sono solite spergiurare. Si obietta ancora: se è condivisibile la tesi secondo cui alcune donne possano non essere sincere e veritiere, è del tutto falso che lo siano tutte. E così, le donne di Schopenhauer, oltre a essere, dal punto di vista della intelligenza e della ragione, pari quasi agli animali, sono anche, moralmente sleali e spergiure. Il filosofo corrobora ciò, affermando che la morale delle donne, segreta, inconfessata, inconscia e innata è quella di avere il diritto di ingannare chi s'illude di poter, provvedendo economicamente alla loro sussistenza, confiscare a proprio profitto i diritti della specie, affidati agli uomini, su cui {i maschi} viene fondata la costituzione e la salvezza della specie. Dice infatti Schopenhauer che la natura ha destinato gli uomini giovani, belli e robusti a propagare la specie umana affinché non degeneri, e la stessa natura esprime questa sua ferma volontà attraverso le passioni delle donne. Ma le donne - egli aggiunge - non sono affatto interessate a questo principio in abstracto, esse lo comprendono solo in concreto, e nel fondo più oscuro del loro cuore sentono vagamente che, tradendo i loro doveri verso l'individuo, li soddisfano meglio verso la specie che ha infinitamente diritti superiori. Poiché le donne - spiega il filosofo - sono create unicamente per la propagazione della specie e poiché tutta la loro vocazione è concentrata su questo punto, vivono più per la specie che per gli individui, e tengono più a cuore gli interessi della specie che gli interessi degli individui. Ci si chiede - replicando a gran voce - come fa la donna che ha debolezza di ragione, essere capace di discernere la differenza abissale tra diritti e doveri verso la specie e quelli verso gli individui, e altresì come fa a essere cosciente di essere stata creata per la propagazione della specie? La donna e l'uomo, alla nascita, sono quelli che sono, non hanno in sé scopi filogenetici. È la socio-cultura del contesto spazio-temporale determinato che li impone, e cogentemente, alle donne, non lasciando loro altra possibilità. La donna, p.e., potrebbe decidere liberamente e in coscienza di non avere figli, e quindi di non essere madre. La natura, per Schopenhauer, esprime addirittura una ferma volontà!? Se non è retorica questa, cos'è? A questo proposito, dovrebbe spiegare il filosofo perché mai si sono estinte, in passato, tante specie animali? E, io dico, tante specie proto-umane? Voglio dire questo, che la

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natura dai poteri divini, qualora esistesse, lungi dal procedere con ferma volontà, procederebbe invece a tentoni, per prove ed errori. La natura - ripeto quanto già detto altrove - non ha in sé il perché (finale), ma bensì il poiché (causale). È illogico, tra l'altro, immaginare che la donne siano state create unicamente per la propagazione della specie, perché non tutte le donne sono fertili, e parimenti non tutte le fertili si accoppiano con individui dell'altro sesso. Ed è illogico anche immaginare che la vocazione delle donne si focalizzi sul punto di avere a cuore più gli interessi della specie che quelli degli individui. A mio avviso può ammettersi che sia l'istinto materno gaussianamente distribuito nella popolazione femminile, ma non - e nel modo più assoluto - che la donna-madre, allorché partorisce, stia pensando più alla specie che alla creatura che dà alla luce. E mi chiedo e chiedo: come giustifica il filosofo la validità del suo assunto con quanto precedentemente affermato riguardo alla natura della donna, e in ispecie, alla sua debolezza di ragione, alla sua miopia cognitiva e soprattutto al fatto che per lei ha valore solo l'immediato, il presente, e che il lontano le sfugge del tutto? Per Schopenhauer gli uomini, per natura, sono l'un l'altro indifferenti, e le donne, per natura, nemiche. In breve: gli uomini, indifferenza vicendevole; le donne, nemicalità vicendevole. Dovrebbe spiegare il filosofo misogino perché gli uomini sono invece dediti a coltivare l'amicizia, ad associarsi, a collaborare e a combattere insieme, come un solo corpo. E lo stesso dicasi per le donne. È plausibile congetturare verosimile la detta indifferenza e nemicalità, ma è del tutto incongetturabile che tali atteggiamenti e sentimenti negativi siano naturalmente costitutivi dell'uomo e della donna. Schopenhauer pone l'equazione: donna = sesso inestetico. A suo dire, solo una intelligenza offuscata dall'amore poteva chiamare bello questo sesso di piccola taglia, con le spalle strette, i fianchi larghi, le gambe corte. Tutta la sua bellezza risiede nel sesso, cioè nell'istinto dell'amore. La bellezza - si obietta - non si può misurare con il metro o con il kg, un non so che di mistero e di magico che ti affascina, ti ammalia e ti seduce: e non col sesso, ma con lo sguardo, con un certo atteggiamento, un certo portamento, un sorriso, una voce, una grazia. E la si può cogliere, per così dire, anche nella femmina bassa di statura, e dalle spalle strette. Le donne, dice il filosofo, non hanno né sentimento né intelligenza per la musica, e neppure per la poesia, né per le arti plastiche. Ripetiamo quanto già detto, e replichiamo che ciò potrà essere vero non solo per le donne, ma anche per gli uomini. E, relativamente alle prime, doveva chiedersi il filosofo se tale mancanza fosse da addebitarsi, non già alla natura, ma bensì alle loro ordinarie, quotidiane condizioni di esistenza, che rendevano impossibile nutrire e coltivare tali sentimenti ed esercitare tali arti. Schopenhauer, accanto al biblico mulier taceat in ecclesia, pone il suo taceat mulier in theatro: basta osservare - egli dice - ciò che attira la loro attenzione in un concerto, all'opera o a teatro, per notare la disinvoltura con cui, nei momenti più belli dei grandi capolavori, continuano il loro cicaleccio. E sconsolato esclama che non si può pretendere di più dalle donne, se nel mondo questo sesso non ha partorito una sola mente veramente grande, né un'opera completa e originale nelle belle arti, né in alcun modo una sola opera di valore duraturo. E bravo il Nostro misogino!? Si è documentato su questo, e soprattutto si è chiesto il perché di tale mancanza? Non è vero forse che, quanto lamentato, sia da imputarsi alle proibitive condizioni socio-culturali che condannano le donne ad essere confinate in casa, e qui dedicarsi esclusivamente alle faccende domestiche e al coniuge, suo signore e padrone? Giova leggere, a questo proposito, il libro di Letizia Giangualano, L'ingegno di Minerva. Brillanti scienziate dall'antichità a oggi (2022). Schopenhauer pone anche queste equazioni:

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- le donne = sexus sequior {sesso inferiore, più debole} - la donna = numero due della specie umana Dopo la donna quasi bestia, ecco la donna scimmia, seppure {anche se} sacra. Ecco il filosofo stigmatizzare la galanteria francese all'antica, che ha reso le donne così arroganti e impertinenti, non dissimilmente dalle scimmie sacre di Bénarès, che hanno piena coscienza della loro sacrosanta dignità e inviolabilità, e pensano ogni cosa sia loro permessa. Le donne, precisa il filosofo, in quanto sexus sequior degli antichi, non sono assolutamente fatte per ispirare venerazione e ricevere omaggi, né per alzare il capo più in alto dell'uomo, né di avere diritti uguali ai suoi. L'esatto contrario della realtà e della verità, perché la donna di per sé ispira venerazione e manifestazioni di riverenza, e non chiede gli stessi diritti dell'uomo in quanto donna, ma in quanto essere umano: né più né meno, solo uguali diritti. Il suo esser sexus sequior schopenhaueriano confligge con il fatto che lei, e solo lei, procrea il cosiddetto sexus non sequior, vale a dire il sesso superiore. E poi non si deve dimenticare che è stata una donna, la VERGINE MARIA, a dare alla luce il Cristo, Figlio di Dio, e Dio Egli stesso. La donna non può essere il numero due della specie umana, essendo di per sé e dall'eternità il numero uno, per la semplicissima ragione, peraltro lapalissiana, che la specie umana, quando individualmente viene al mondo, vede e sente primamente ed esclusivamente la madre - che donna è - che lo nutrirà e alimenterà corporalmente e spiritualmente. Un altro blasfemo corollario che Schopenhauer trae dalla natura della donna, attiene al suo essere destinata a obbedire, essendo provato - a suo dire - che, quando trovasi in uno stato di assoluta indipendenza, peraltro contraria alla sua natura, si aggrappa subito a un uomo qualsiasi da cui lasciarsi guidare e dominare, perché ha bisogno di un padrone. Tre obiezioni al filosofo tedesco: a) l'assoluta indipendenza non è affatto contraria alla natura della donna, le è al contrario connaturale in quanto persona e non animale o cosa, e, ciò stante, un essere umano libero, responsabile e cosciente in un contesto ambientale edificato sulla libertà, sulla responsabilità e coscienza di ciascuno - sia esso maschio o femmina - e di tutti; b) la percentuale numerica di donne che sono in un tale stato è minimale, del tutto insignificante rispetto alla totalità delle donne costrette, per vivere e sopravvivere, a dipendere dall'uomo, in modo innaturale e immorale; c) qual è il problema se una donna, in uno stato di assoluta indipendenza, sceglie in piena libertà, responsabilità e coscienza di essere dominata da un uomo quale che sia? Il vero problema risiede invece nel fatto che la metà dell'umanità, per la sua quasi totalità, deve essere dipendente dell'altra metà, e sua succuba, soggiacente cioè alla sua volontà. Pone infine il Nostro l'equazione: l'onore delle donne (e degli uomini) = esprit de corps. E precisa che il primo {delle donne} è di molto più importante, perché nella vita delle donne il sesso è un grosso problema: per una giovane l'onore consiste nella fiducia che la sua innocenza ispira; per una donna, nella fedeltà al marito. Si obietta che se il sesso è un grosso problema, allora lo è sia per la donna che per l'uomo, e perciò bisognevoli entrambi di una intenzionale e sistematica educazione. Continua il filosofo asserendo che le donne attendono ed esigono dagli uomini tutto ciò di cui abbisognano, e tutto ciò che desiderano. Gli uomini esigono in fondo dalla donna solo una cosa. E le donne devono rassegnarsi a che gli uomini la ottengano, in cambio delle cure che essi devono prendersi della moglie e dei figli. Da queste disposizioni, Schopenhauer fa dipendere la felicità di tutte le donne, le quali, per conseguirla, devono sostenersi a vicenda e dimostrare spirito di corpo.

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Si obietta altresì che ciò che le donne attendono ed esigono dagli uomini, giacché impossibilitate a provvedervi da sé, è di poter vivere una vita dignitosa in santa pace, insieme coi figli e marito. Ed è falso che gli uomini esigano dalle donne solo il sesso. Il sesso, certamente sì, ma non solo, perché essi devono anche vivere, e non si vive di solo sesso. L'uomo ha bisogno di avere accanto a sé una persona dolce, gentile e piena di grazia, doti muliebri assolutamente, che gli sia compagna fedele e affettuosa, e non ossessiva e ostile. Conclusivamente, pontifica il filosofo, le donne devono - per spirito di corpo - marciare a schiere serrate contro l'uomo-nemico che, grazie al predominio fisico e intellettuale, è padrone di tutti i beni terrenti. Un nemico, quindi, da sconfiggere e conquistare al fine di impadronirsi di tutti i beni della terra. E così, alla tirannide maschile, il sedicente filosofo sostituirebbe la tirannide femminile, entrando così in contraddizione con sé stesso, avendo egli affermato che il maschio e la femmina sono destinate per natura a propagare la specie. Perciò, non l'alternarsi di tirannie, ma l'edificazione di una armonia sinergica tra i due sessi, è la soluzione dell'umano problema. Per il Nostro, la suprema massima dell'onore femminile è rifiutare spietatamente all'uomo ogni commercio illegittimo del sesso, al fine di costringerlo al matrimonio: una resa completa, una capitolazione cioè, unico modo per sistemare tutto il genere femminile. Una massima che deve essere sistematicamente rispettata, e tutte le donne con vero spirito di corpo devono esercitare una totale vigilanza sulla sua esecuzione. Tale spirito di corpo muliebre, mi pare sia una cosa buona e giusta, ma non per muovere guerra all'uomo e conquistare tutti i beni della terra, ma per avere, riconosciuto e sancito de jure et de facto, il diritto e la dignità di essere persona, non altrimenti dall'essere umano di sesso maschile. E se lo sciopero sessuale è necessario, che lo facciano - obtorto collo - a tempo indeterminato!

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6.0. - ALTERITÀ = Mulier taceat de muliere. Friedrich Wilhelm NIETZSCHE {Röcken, 15/10/1844 - † Weimar, 25/08/1900. Filosofo, aforista, poeta, saggista, compositore e filologo tedesco. Tra i massimi filosofi e scrittori di ogni tempo, la sua opera influenzò il pensiero etico, letterario, religioso, politico, psicologico ed epistemologico dell'Occidente, sec. XX. https://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Nietzsche} Nietzsche (1898), in Al di là del bene e del male. Cap. VII. Le nostre virtù. [p. 135 ==> 141/238], tratta dell'essere della donna in sé e della sua emancipazione. 232. [p. 155 ==> 161/238] La donna vuole rendersi indipendente: e tanto per incominciare vuole illuminare gli uomini sull’essere della <<donna in sé>>; questo è uno dei più odiosi progressi dell’abbruttimento generale dell'Europa. Imperocché quali brutte cose porteranno alla luce codesti esperimenti goffi della scienza della donna, che vuol metter a nudo sé stessa! La donna ha tanti motivi d’esser pudica: nella donna c’è tanta pedanteria, tanta superficialità, tanta sovrabbondanza di cose apprese alla scuola, di cose piccinamente presuntuose, sfrenate ed immodeste - si studi solamente i rapporti della donna coi bambini ! - tante cose che sinora non conobbero altro ritegno che quello ispirato dalla paura dell’uomo. Guai se l'eterno noioso nella donna - che ne è ben provvista - dovesse farsi largo: se la donna dovesse incominciar a disimparare radicalmente la sua giudiziosità e le sue arti, che sono quella della grazia, del diletto, del dissipare le cure, del render la vita più facile, d’insegnare a prenderla con leggerezza, se infine dovesse disimparare la sua fine capacità di destare degli appetiti aggradevoli! Si ode già adesso un clamore di voci femminine che, per sant’Aristofane! mette paura, s’odono delle minacce d'una precisione medica sul conto di ciò che la donna in primo ed in ultimo luogo esige dall'uomo. Non è forse indizio d'un pessimo gusto se la donna in tal modo s'accinge a diventar scientifica? Sinora la Dio mercè lo spiegare era affare degli uomini, dote degli uomini - e restava in tal modo <<tra di loro>>. Del resto, considerando tutto ciò che le donne scrivono sul conto della <<donna>> è lecito dubitare che la donna voglia proprio spiegarsi sul proprio conto, - o che possa volerlo. O se piuttosto con ciò la donna non vada in cerca d'un nuovo adornamento - mi pare che l'adornarsi faccia parte integrante dell'<<eterno femminino>>. In tal caso essa vuole ispirare paura di sé stessa: - e con ciò forse conquistare il potere. Ma non vuole la verità: che importa mai della verità alla donna! Nessuna cosa da quando il mondo è mondo, alla donna è stata più estranea, più antipatica, più avversa della verità: la sua grande arte consiste nella menzogna, ciò che maggiormente la preoccupa è l'apparenza, è la bellezza. Confessiamolo, noi uomini: noi amiamo precisamente codesta arte, codesto istinto nella donna, noi che siamo pesanti, e per nostra ricreazione ci accompagniamo volentieri a degli esseri, sotto le cui dita, sotto i cui sguardi, tra le cui tenere follie la nostra serietà, la nostra gravità, la nostra profondità assumono l’aspetto d’una grande sciocchezza. Infine, domando io: c’è stata mai una donna che abbia concesso profondità ad una testa femminina, giustizia ad un cuore di donna ? E non è forse vero, che, in tesi generale, chi ha dimostrato più disistima per la donna, sono state sempre le donne stesse? - Noi non di certo? - Noi uomini desideriamo che la donna non continui a compromettersi mediante i lumi del progresso; allo stesso modo che si deve alla previdenza ed al compatimento dell'uomo, se la Chiesa decretò « Mulier taceat in ecclesia! Sì, fu a tutto vantaggio della donna che Napoleone fece intendere alla troppo loquace madama De Staël <<mulier taceat in politicis!>> - ed io ritengo che sia un vero amico delle donne, chi oggidì consiglia loro: mulier taceat de muliere.

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233. [p. 156 ==> 162/238] È un indizio di corruzione degli istinti - di cattivo gusto - se la donna si richiama proprio a madama Roland {Viscontessa Marie-Jeanne Roland de la Platière, nata Manon Philipon (Parigi, 17/03/1754 - † 8/11/1793} o alla signora De Staël, oppure al signor Giorgio Sand, come se con ciò potesse provare qualche cosa in favore della donna. Per noi uomini le suddette sono le tre donne comiche per eccellenza - niente di più! - e ci forniscono precisamente i migliori, perchè involontari argomenti contraddittori contro l'emancipazione e l'autonomia della donna. 234. [p. 156 ==> 162/238] La stupidità nella cucina; la donna cuoca; l'orribile spensieratezza con cui si provvede all'alimentazione della famiglia e del padrone di casa! La donna non comprende che cosa significhi l'alimentazione: e vuol esser cuoca ! Se la donna fosse una creatura pensante essa avrebbe scoperto <<nella sua qualità di cuoca>> sin da millenni i più grandi fenomeni fisiologici ed avrebbe dovuto esser capace di tirare a sé il monopolio della medicina! Por colpa delle pessime cuoche - per la mancanza assoluta di ragionevolezza nella cucina, lo sviluppo dell’uomo è stato principalmente impedito e danneggiato più che per qualsiasi altra causa, ed anche oggidì abbiamo migliorato ben poco in tale riguardo. Questo sermone è diretto alle scolare dei corsi superiori. 235. [p. 157 ==> 163/238] Vi sono delle perifrasi e dei getti di spirito, delle sentenze, dei piccoli gruppi di parole nei quali si cristallizza improvvisamente tutta una civiltà, un’intera società. Servano d’appoggio al mio asserto le parole della signora De Lambert a suo figlio: <<Mon ami, ne vous permettez jamais que de folies, qui vous feront grand plaisir>> - sia detto tra noi, le più materne e più assennate parole, che un figlio abbia mai intese. 236. [p. 157 ==> 163/238] Ciò che Dante e Goethe hanno creduto a proposito della donna quegli, quando cantò <<ella guardava suso ed io in lei>>, questi allorché tradusse liberamente quel verso coll' <<eterno feminino che ci innalza>> -, non dubito che ogni donna non volgare si guarderà bene dall’approvare, imperocché essa crede la medesima cosa dell'eterno mascolino... 237. [p. 157 ==> 163/238] Sette proverbioli femminili. - Quando meno lo si aspetta, l’uomo a noi pian piano s'appressa. - L'età, ahimè! ed anche la scienza rinfrancano le più deboli virtù. - Veste nera e taciturnità fanno apparire spiritosa ogni donna. - A chi devo essere riconoscente della mia felicità? A Dio ed - alla mia sarta. - Da giovane: un antro, mascherato di fiori; da vecchia: una vipera n'esce fuori. - Nome sonante, belle gambe, e uomo per giunta; oh se potesse esser mio! - In poche parole, molto senso - qui mi casca l'asino. 237. {sic!} [p. 158 ==> 164/238] Le donne sinora furono trattate dagli uomini come altrettanti uccellini che da qualche albero si fossero smarriti in loro vicinanza; come qualche cosa di molto delicato, di facile a guastarsi, di selvaggio, di stravagante, di dolce, di più animato ma sempre come qualche cosa che bisogna rinchiudere perchè non prenda il volo. 238. [p. 158 ==> 164/238] L’intricarsi nel problema fondamentale <<uomo e donna>>, col negare l’abisso dell’antagonismo, la necessità d’una tensione perennemente nemica tra i due sessi, col sognare forse eguali diritti, eguale educazione, eguali aspirazioni e doveri, è l'indizio tipico d’una mente superficiale, ed un pensatore che s’è dimostrato superficiale a proposito di questo scoglio pericoloso - superficiale per istinto! - può, a buon diritto, essere sospettato, anzi ritenuto d'essersi rivelato, tradito: probabilmente in tutte le questioni fondamentali della vi

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ta, anche della vita futura, egli vedrà sempre corto e le profondità non gli saranno accessibili. Per contro un uomo profondo nello spirito ed anche nei suoi appetiti, quand’anco possieda quella profondità della benevolenza che spesso facilmente si scambia col rigore e colla severità, penserà la donna sempre al modo degli orientali: - egli dovrà concepirla quale una sua proprietà, che egli ha diritto di tener sotto chiave; come qualche cosa di predestinato a servire, e che nel servire raggiunge la propria perfezione, - appoggiandosi in ciò all'immensa ragionevolezza asiatica, alla superiorità degli istinti asiatici, come già fecero i Greci, i migliori discepoli ed eredi dell'Asia, i quali, com'è noto, dai tempi d'Omero a quelli di Pericle, vale a dire in ragione del progredimento della loro coltura, e dell’aumento della loro forza, passo per passo aumentarono di rigore contro la donna, vale a dire s'orientalizzarono sempre più. E ciò fu necessario, logico, umanamente desiderabile: si mediti sull'argomento, che ne vale la pena. 239. [pp. 159-162 ==> 165-168/238] Il sesso debole in nessun'epoca fu trattato con tanti riguardi dall’uomo come nella nostra - ciò forma parte dell'inclinazione e del gusto fondamentale democratico, come pure della mancanza di rispetto all’età - : quale meraviglia, se di tali riguardi si abusa? Ma si esige di più, s’apprende ad esigere, si finisce col ravvisare un’offesa in ogni tributo di stima, perchè si preferirebbe la concorrenza, anzi la lotta pei diritti: in breve, la donna va perdendo il suo pudore. Soggiungiamo subito che va perdendo anche di gusto. Essa disimpara a temere l'uomo, ma la donna che <<non sa più temere>> rinunzia ai suoi istinti più essenzialmente femminini. Che la donna ardisca farsi avanti, quando si trascura tutto quello che nell'uomo ispira timore, anzi, diciamolo più chiaramente, quando in tutti i modi si impedisce all’uomo d’esser uomo, ciò è ancora comprensibile e compatibile; quello che è più difficile a comprendersi si è che appunto per ciò la donna degenera. E questo avviene oggidì: non illudiamoci in proposito! Dovunque lo spirito industriale ha ottenuto il sopravvento sullo spirito militare ed aristocratico, la donna tende ad acquistare l’indipendenza economica e legale di un commesso; la donna-commesso sta sulla soglia della nuova società che sta formandosi. Mentre essa in tal modo prende possesso di nuovi diritti, tende a diventar <<padrona>> e scrive sulle sue bandiere l’<<emancipazione>> della donna, avviene con terribile precisione appunto il contrario : - la donna va indietro. Dalla rivoluzione francese in poi l’influenza della donna è scemata di misura che le sue pretese aumentarono: e l'emancipazione della donna, in quanto è voluta e favorita dalle stesse donne (e non da zucche vuote mascoline), si rivela come un sintomo curioso del progrediente indebolimento ed ottundamento degli istinti essenzialmente femminini. C'è della stupidità in un tale movimento, una stupidità quasi mascolina, di cui una donna ammodo - la quale è sempre anche una donna di senno - dovrebbe intimamente vergognarsi. Perdere la conoscenza del terreno sul quale deve necessariamente arriderle la vittoria, trascurare l’esercizio delle armi che alla donna son proprie, incanagliarsi dinanzi all’uomo per arrivare <<sino al libro>>, mentre prima si cercava l’educazione severa e l’umiltà finamente scaltra; tentar di demolire la credenza dell’uomo in un ideale fondamentalmente diverso dal suo, che si cela nella donna, la sua fede nell’eterno femminino: tentar di dissuadere all'uomo che la donna sia una specie d’animale domestico, più delicato, stranamente selvaggio o talvolta aggradevole, il quale chiede d’esser mantenuto, protetto, compatito; accumulare tendenziosamente tutti i titoli di schiavitù, ai quali nell’ordinamento sociale sin qui vigente la donna era sottoposta e lo è ancora (come se la schiavitù fosse un argomento contraddittorio e non piuttosto una condizione necessaria d'ogni coltura più elevata, d'ogni elevazione nella coltura); - che cosa significa tutto ciò senonché un rovinare degli istinti femminini, uno sfemminamento? È ben vero che vi sono molti amici e corruttori imbecilli della donna tra gli asini dotti del genere mascolino, i quali suggeriscono alla donna di sfemminarsi e d'imitare tutte le sciocchezze, che in Europa hanno ammorbato l’uomo, la virilità europea, - i quali vorrebbero far discendere {degradare} la donna al livello della coltura generale, alla lettura delle gazzette ed al poli

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ticare! In certi casi si vuol farne degli spiriti liberi, dei letterati: come se una donna irreligiosa per l’uomo profondo ed ateo non rappresentasse qualche cosa di ripugnante o di ridicolo - ; quasi dappertutto si corrompe i loro nervi con la musica la più morbosa e più pericolosa di quante mai ve ne furono (con la nostra musica tedesca modernissima) e le si rende ogni giorno più isteriche e meno adatte alla loro prima ed ultima missione, che è quella di metter al mondo dei figliuoli sani. In generale, si vuole <<incivilirle>> maggiormente, o, adoperando lo loro parole, render forte il sesso debole mercè la coltura, come se non ci fosse la storia ad insegnarci che civiltà ed indebolimento - vale a dire indebolimento, disorganamento, ammorbamento della forza della volontà - andarono sempre di {pari} passo e che le donne le più potenti ed influenti del mondo (ultima la madre di Napoleone) dovevano la loro possanza e la loro influenza sugli uomini precisamente alla forza della propria volontà - e non già ai maestri di scuola! Quello che nella donna c’ispira rispetto e non di rado anche timore, è la di lei natura, che è molto più naturale di quella dell’uomo, la di lei mobilità, l’agilità da vera bestia selvaggia, l’unghia della tigre che nasconde sotto il guanto profumato; il suo egoismo ingenuo, la sua inettezza ad esser educata, il suo essere intimamente selvaggio, l’inconcepibile, lo sconfinato, il divagante delle sue brame e delle sue virtù... Quello che ci ispira della pietà per codesto bel gatto pericoloso che chiamiamo <<donna>>, si è che essa è più soggetta a soffrire, che è più sensibile, più bisognosa d’affetto, più accessibile alle disillusioni di qualsiasi altro animale. Timore e pietà, ecco i sentimenti che l’uomo sinora provava dinanzi alla donna, sempre con un piede nella tragedia, la quale dilania mentre entusiasma. - Eh? Ed ora tutto ciò dovrebbe esser finito? E si lavorerebbe al disincantamento della donna? E si sta per formarne a poco a poco il più noioso degli esseri? Oh! Europa! Europa! Conosciamo molto bene l’animale cornuto, che tu hai preferito a tutti gli altri, ed il quale minaccia ancora di riuscirti pericoloso! La vecchia favola potrebbe ancora diventare <<storia>> - ancor una volta una smisurata imbecillità potrebbe impossessarsi di te e trascinarti seco! Colla differenza che quella imbecillità non servirebbe di maschera ad un Dio, ma soltanto ad un'<<idea>>, ad un' <<idea moderna!>> *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Nella Parte Settima, Le nostre virtù, dell' Al di là del bene e del male, Nietzsche, avverso la donna che vuol rendersi indipendente, scrive che dovrebbe invece vergognarsi per la tanta pedanteria, superficialità, saccenteria, gretta arroganza, gretta sfrenatezza e immodestia, nasconde in sé. E altresì per l'eterna noiosità di cui abbonda. Per il Nostro sarebbe davvero un guaio se incominciasse a perdere - radicalmente e per principio - l'abitudine di esercitare l'abilità e l'arte della grazia, del gioco, del fugare le preoccupazioni, dell'alleviare le sofferenze (i patimenti), e del prendere alla leggera. Praticamente, per prima e ultima cosa, cosa vuole la donna dall'uomo? È di pessimo gusto che voglia fare la scienziata, e stando a quello che le donne scrivono sulla donna, si è alquanto diffidenti sul fatto che la donna voglia e possa volere di essere illuminata su sé stessa. S'ella va cercando un nuovo agghindamento - che fa parte dell'eterno femminino -, allora vuole che si abbia paura di lei, e forse vuole così dominare. A lei di certo non importa la verità - esclude categoricamente il filosofo - perché da quando il mondo esiste nulla è più estraneo, ripugnante e ostile alla donna della verità: la menzogna è l'arte sua più grande, l'apparire e la bellezza, le sue somme faccende. A suo dire, gli uomini, ivi compreso lo stesso autore, rispettano e amano precisamente, nella donna, quest'arte e questo istinto.

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Nietzsche si chiede quindi se ci sia mai stata una donna che abbia riconosciuto una profondità {di pensiero} a una testa e una giustizia {reale e giusta} a un cuore femminile. E altresì se non sia stata proprio la donna stessa, e non gli uomini, a non stimare più la <<donna>>. Alla fine, accanto al mulier taceat in ecclesia, al mulier taceat in politicis, Nietzsche pone il mulier taceat de muliere. Se quanto Nietzsche ha pensato e scritto sulla donna, in ispecie riguardo alle di lei negatività caratteriali, sono da imputare all'universo femminile, e non già alla donna individuale che ha nome cognome agnome, spiace confutarlo, perché è sufficiente un singolo caso contrario per inficiare il suo pensiero. A fortiori, se sono moltissime le donne che hanno manifestato, e testimoniato, nel corso della storia, atteggiamenti e comportamenti degni di lode. Spiace altresì obiettare all'illustre filosofo che a nessuno, sulla Terra, è dato conoscere l'essenza delle cose e delle persone. Tutti lo vorremmo, ma siamo costitutivamentte impossibilitati per cagione della limitatezza delle nostre capacità logico-razionali, metodologiche, strumentali e linguistiche. E ciò stante, sbaglia egli a mio avviso allorché tratta l'argomento verità, quasi fosse una entità concreta che possa cogliersi, p.e., nei pozzi di Democrito, in interiore homine di S. Agostino, nelle vaste botti di Diogene, nelle nuvole dell'astrattezza. In verità, la verità è una idea astratta, priva di concretezza e soprattutto di terrestrità al pari delle idee dell'iperuranio platonico, priva perciò di senso reale, quantunque problematizzata sin dall'antichità. Non sta affatto nell'essere delle cose, perché tutto ciò che si coglie in esse, è altro da quel che sono, in quanto frutto di una immissione del singolo soggetto o della società, storicamente e culturalmente determinata. E se non c'è stata nessuna donna che abbia ammesso una profondità di pensiero e una giustizia giusta a una testa e a un cuore femminile, non è da imputare alla natura della donna, ma bensì alle avverse condizioni sociali e culturali in cui è vissuta ed educata. In ordine alla idea nicciana che sia proprio la donna, e non gli uomini, a disprezzare la donna in sé, si replica che quando alle donne sarà legislativamente e socialmente riconosciuto il diritto di essere persona libera, responsabile e soprattutto pensante, allora si potrà valutare tale disistima per la donna in sé. E infine, per quanto concerne la tacitazione che intende imporre alla donna, l'uomo dovrebbe prima di tutto imporla a sé, che non solo non sa nulla della natura della donna, ma neanche della natura sua stessa. Nietzsche ritiene una colossale stupidità che la donna sia cuoca, perché provvede al nutrimento della famiglia e del padrone di casa senza rifletterci su e senza valutarne le conseguenze: non capisce assolutamente cosa significa il cibo, e vuol essere cuoca. Se fosse una creatura pensante si sarebbe già da millenni impossessata dei più importanti elementi base della fisiologia e anche dell'arte medica. Ciò stante, il Nostro imputa alle cattive cuoche, e alla loro totale mancanza di ragione in cucina, il cattivo sviluppo dell'uomo. Occorre spiegare al filosofo che se la donna in cucina non è una brava cuoca, e non capisce cosa significa cibo, ciò è da imputare proprio ai pensatori suoi colleghi e alla società che ha impossibilitato, o piuttosto, ha vietato alle donne, da millenni e più, di istruirsi e fare vita sociale e politica. Inoltre, non vi è alcun legame logico-razionale tra il sapere cucinare e la conoscenza della fisiologia e dell'arte medica. E infine, perché l'illustre filosofo non filosofeggia sul fatto che gli uomini - in quanto esseri pensanti - non abbiano scelto di fare il cuoco al posto delle donne, ostacolando e danneggiando così gravemente lo sviluppo dell'uomo? Secondo Nietzsche è tipico di una mente superficiale sbagliarsi sulla questione fondamentale uomo e donna, negare a tale proposito l'abissale antagonismo e la necessità di una

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tensione perennemente ostile, sognare forse uguale diritti ed eguale educazione, uguali diritti e doveri. Chi ha invece una mente profonda concepirà la donna alla maniera degli orientali, e cioè come possesso, come proprietà che si tiene sotto chiave, come qualcosa predestinato alla servitù e in ciò raggiunge la perfezione. Geniale la tesi nicciana: la donna come proprietà da tenere sotto chiave, come qualcosa predestinata a servire, e in ciò realizzarsi. Risiede tale genialità nel fatto che sia stata partorita da una mente profonda, quella stessa che non nega l'antagonismo abissale esistente tra l'uomo e la donna; quella stessa che avrebbe dovuto invece comporne la perenne ostilità, ed esigere per entrambi l'uguaglianza dei diritti, dei doveri, della educazione. E invece si è risolta nella mera cosificazione della donna: un possesso, una proprietà, un qualcosa. L'emancipazione della donna, voluta e promossa dalla donna stessa e non soltanto da uomini dalla testa vuota, si configura, stando a Nietzsche, come un sintomo importante dell'avanzante indebolimento e ottundimento degli istinti femminili. In questo movimento, il Nostro vi coglie una stupidità quasi mascolina, della quale una donna benriuscita e avveduta dovrebbe assolutamente vergognarsi: - perdere la capacità di fiutare il terreno sul quale si può vincere con maggiore sicurezza; - negligere di esercitarsi nell'arte delle armi che le è propria; - incanagliarsi, mettersi cioè a precedere l'uomo, arrivando perfino a scrivere un libro, quando prima ci si atteneva alla disciplina e a una raffinata e astuta umiltà; - contrastare con virtuosa sfacciataggine la credenza dell'uomo che nella donna sia celato un ideale radicalmente diverso, che esista cioè necessariamente un qualche eterno femminino; - persuadere energicamente l'uomo che non si deve mantenere, curare, proteggere e trattare con tutti i riguardi la donna come un animale domestico tenero, singolarmente selvatico e spesso amabile e gradevole; - andare cercando ovunque con malagrazia e indignazione tutti gli elementi di schiavitù e di servaggio che la posizione della donna nell'ordinamento sociale ha finora avuto e ha ancora in sé (quasi fosse la schiavitù un argomento contro l'alta cultura e non piuttosto una condizione di ogni cultura, di ogni accrescimento di cultura); Tutto questo - a parere del filosofo - significa uno sgretolamento degli istinti femminili, una sfemminilizzazione (o sfemminimento). Ci sono, tra gli asini eruditi di sesso maschile, dice Nietzsche, un numero considerevole di stolti amici delle donne, che consigliano alla donna di sfemminilizzarsi in tal modo, e che vorrebbero degradare la donna fino alla cultura generale, e perfino alla lettura dei giornali e alla politica attiva. Si vuole addirittura fare delle donne degli spiriti liberi e letterati, come se una donna senza religione non fosse per un uomo profondo e senzadio qualcosa di assolutamente ripugnante e ridicolo. Quasi dappertutto son rese ogni giorno sempre più isteriche e inette alla loro prima e ultima missione, quella di partorire figli robusti e vigorosi. Soprattutto si vuole indottrinare e fortificare il sesso debole con la cultura, come se la storia non insegnasse, nel modo più persuasivo possibile, che il coltivarsi dell'uomo e l'indebolimento - il disgregamento, l'intaccamento della forza di volontà - sono andati sempre di pari passo, e che le donne più potenti e più influenti del mondo dovettero il loro potere e il loro sopravvento sugli uomini proprio alla loro forza di volontà - e non già ai maestri di scuola. Ciò che nella donna incute rispetto e assi spesso timore è la sua natura, più naturale di quella dell'uomo: la di lei genuina rapace astuta duttilità; i suoi artigli di tigre sotto il guanto profumato; l'ingenuo egoismo, la ineducabilità e l'intima selvatichezza, l'inafferrabilità, vastità, vaghezza delle sue brame e delle sue virtù.

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Ciò che, nonostante ogni paura, ci ispira della pietà per questa bella e pericolosa gatta donna, è che essa è più soggetta a soffrire, più vulnerabile, più bisognosa di affetto, condannata alla delusione più di qualunque altro animale. Praticamente, paura e pietà: con questi sentimenti l'uomo è stato finora di fronte alla donna sempre con un piede già nella tragedia che lacera mentre entusiasma. Alla cosificazione, Nietzsche vi aggiunge l'animalizzazione: la donna è così una gatta pericolosa con artigli di tigre sotto il guanto profumato, un uccello da tenere in gabbia perché non spicchi il volo, un tenero animale domestico, selvatico e spesso amabile. Il tema centrale di quest'ultimo paragrafo è comunque l'emancipazione della donna, voluta da lei e non solo da uomini sciocchi e superficiali. A mio avviso, l'emancipazione femminile è una cosa buona e giusta, perché la donna è, e dev'essere, una persona e non una cosa, e, non dissimilmente dall'essere umano di sesso maschile, libera e indipendente, e, contrariamente all'idea nicciana, avente diritto all'istruzione e alla cultura. In verità, la cultura corrobora e non infiacchisce la forza di volontà, tanto decantata dal filosofo. La forza di volontà è da perseguire come un bene solo se armonicamente composta con le altre facoltà e capacità dello spirito, le quali acquistano realtà e concretezza solo assorbendo, e nutrendosi di cultura. Si dice che la donna con la cultura perde la grazia, e noi morellianamente obiettiamo che una grazia senza cultura, è una grazia disgraziata {Tornata del 1° febbraio 1877}. Non condivisibile è perciò il giudizio nicciano secondo cui vi è nel femminismo una stupidità quasi mascolina, perché - a suo dire - porta con sé lo sgretolamento degli istinti femminili. In pratica, stando a Nietzsche, emancipazione = sfemminilizzazione. E noi obiettiamo: sfemminilizzazione sì, ma solo relativamente alla concezione della donna predestinata ad adempiere, quale sua prima e ultima missione, quella di partorire figli, e per di più, robusti e vigorosi. L'essere madre non è imposto alla donna dalla natura, come si credeva e voleva in passato anche da pensatori illustri, ma è una scelta che la donna edifica liberamente e responsabilmente. Non vi è alcun determinismo evolutivo causa-fine nell'essere donna, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che non tutte le donne possono procreare (quelle sterili, p.e.), come del resto non tutti gli uomini sono sessualmente potenti e fertili. *§* 6.1. ALTERITÀ = frutto amaro, come amarità. NIETZSCHE: Così parlò Zaratustra.

6.1.0. - Delle giovani e delle vecchie. [p. 114/523] <<Che cosa vai trascinando così paurosamente nel crepuscolo, Zaratustra? E

che cosa nascondi con tanta cura sotto il mantello? <<È forse un tesoro che avesti in dono? O un bambino che ti nacque? O forse vai tu stesso, ora, per le vie del ladro, tu amico del male?>> In verità, o mio fratello!, disse Zaratustra, è proprio un tesoro che mi fu regalato: è una piccola verità che io porto con me. Ma essa è selvaggia come un piccolo bambino, e se non le chiudessi la bocca essa griderebbe forte. Oggi, nell'andar solitario per la mia strada, nell'ora del tramonto, m'incontrai con una vecchierella che mi parlò all'anima così: <<Molte cose disse Zarathustra anche a noi donne, ma non ci parlò mai della donna>>. Ed io risposi: <<della donna non si deve parlare che agli uomini>>. <<Parla anche a me della donna, diss'ella, io sono vecchia abbastanza per subito dimenticare>>.

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Volli esaudire la vecchierella e le parlai così: [p. 115/523] Tutto nella donna è mistero, e tutto nella donna ha una soluzione: la quale si chiama gravidanza. L’uomo per la donna è un mezzo: il fine è sempre il figlio. Ma che cos’è la donna per l’uomo? Il vero uomo cerca due cose: il pericolo e il gioco. Vuole perciò la donna come il piú pericoloso trastullo. L’uomo deve venire educato per la guerra e la donna per il sollievo del guerriero; tutto il resto è follia. Frutti troppo dolci - non vuole il guerriero. Vuole perciò la donna; amara è anche la donna piú soave. La donna comprende meglio i bambini che l’uomo, ma l’uomo è piú infantile che la donna. Nel vero uomo si cela il bambino: vuole giocare. Su via, o donne, scoprite dunque il bambino nell’uomo! Un trastullo vi sia la donna, delicato e puro, simile alla pietra preziosa irradiata dalla virtù di un mondo che non esiste ancora. Il raggio d'una stella splenda nel vostro amore! La vostra speranza si chiami: <<possa io far nascere il superuomo!>> Vi sia del coraggio nel vostro amore! Col vostro amore dovete assalire colui che v’incute paura. Nel vostro amore ci sia l'onore vostro! Poco s'intende la donna d'onore. Ma sia questo il vostro onore: amar sempre piú di quanto vi si ama e non essere mai al secondo posto. [p. 116/523] L’uomo teme la donna quando essa ama: ella compie allora ogni sacrificio, e ogni altra cosa le par senza pregio. L’uomo teme la donna quando essa odia: poiché l’uomo è in fondo all'anima soltanto cattivo, mentre la donna è vile. Chi odia la donna piú d’ogni altro? Così parla il ferro alla calamita: <<io odio te piú d’ogni altra cosa, perché tu attiri, ma non sei abbastanza forte per ritenere!>>. La felicità dell’uomo si chiama: io voglio. La felicità della donna si chiama: egli vuole. <<Ecco, solo ora il mondo è perfetto!>> - pensa ogni donna che nella pienezza del suo amore obbedisce. E la donna deve obbedire e trovare una profondità per la sua superficie. Superficie è l'anima della donna, una spuma mobile e tempestosa in un’acqua poco profonda. Ma l’animo dell’uomo è profondo, il suo fiume scorre per sotterranee caverne: la donna sente la forza, ma non la comprende. E a me risponde la vecchierella: <<Molte cose gentili disse Zarathustra, e specialmente per quelle che sono ancor giovani. È strano, Zarathustra conosce poco le donne, eppure disse giusto di loro! Accade ciò forse perché per la donna, niuna cosa è impossibile? E ora per ringraziamento prendi una piccola verità. Sono vecchia abbastanza per dirtela! [p. 117/523] Avvolgila bene e chiudile la bocca se no grida forte, la piccola verità>>. <<Dammi, o donna, la tua piccola verità!>> io dissi. E allora la vecchierella mi disse: <<Vai dalle donne? Non dimenticare la frusta!>> Così parlò Zarathustra. *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Nel § Delle giovani e delle vecchie (Parte Prima), Nietzsche tratta la questione della donna in termini dicotomici: - In essa tutto è un mistero{enigma} e tutto ha una soluzione: la gravidanza. - Per lei, l'uomo, un mezzo; il fine, il bambino.

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- L'uomo cerca il pericolo e il gioco; vuole la donna come il più pericoloso dei giocattoli. - L'uomo, educato per la guerra; la donna, per il sollievo del guerriero: il resto è follia. - Il guerriero non vuole frutti troppo dolci: vuole perciò la donna, perché anche la più dolce è amara. - Di solito, la donna capisce poco dell'onore; sia questo il suo onore: amare sempre, più di quanto sia amata, e non essere mai al secondo posto {nell'amore sia il suo onore}. - L'uomo tema la donna quando ama: compie ogni sacrificio, e le altre cose sono senza valore. - L'uomo tema la donna quando odia: nel profondo dell'anima, l'uomo è soltanto cattivo; la donna, vile e malvagia. - Chi la donna odia più di ogni altro? Il ferro alla calamita: "Odio te più di ogni altra cosa, perché tu attiri, ma non sei abbastanza forte per ritenere {trattenere}. - La felicità dell'uomo: io voglio; la felicità della donna: lui vuole. - "Soltanto ora il mondo è perfetto!" Pensa la donna, quando, amando con tutto il cuore, obbedisce. - Il carattere della donna: un'epidermide animata e tempestosa sopra un'acqua poco profonda. L'animo dell'uomo è profondo, la sua corrente scorre in caverne sotterranee: la donna intuisce la sua forza, ma non la comprende. - La verità della vecchia: "Vai dalle donne? Non dimenticare la frusta!" La concezione nicciana della donna è ben lungi dall'essere lusinghiera: la donna è soltanto la madre che mette al mondo dei figli, e si serve dell'uomo come strumento atto allo scopo. Lei stessa ha una valenza strumentale, in quanto ha da portare sollievo all'uomo-guerriero, e da essere il più pericoloso dei suoi giocattoli. Da temere sia quando ama che quando odia, perché vile e malvagia. Assolutamente dipendente dall'uomo, vive in funzione dello stesso, volendo ciò che egli vuole, amandolo con tutto il cuore e obbedendogli ciecamente. L'anima sua non ha profondità, è mera superficie, un'epidermide cioè, una spuma sopra un'acqua poco profonda. Pur intuendo la profondità d'animo dell'uomo, non è in grado di comprenderla. Praticamente, la donna di Nietzsche non è una persona da trattare come fine in sé, ma semplicemente come un mezzo o un animale da frustare. *§* 6.1.1. - Del matrimonio e dei figli. [p. 121/523] Ho una domanda per te solo, o fratello: come scandaglio getto questa domanda nell'anima tua, perchè io sappia quanto è profonda. Tu sei giovane e desideri matrimonio e bambini. Ma io ti chiedo: sei tu un uomo che possa desiderare un bambino? Sei tu il vittorioso, il vincitore di te stesso, il dominatore dei sensi, il signore delle tue virtù? Questo io ti chiedo. O parla nel tuo desiderio la bestia e il bisogno? O la solitudine? O il malcontento di te? Voglio che la tua vittoria e la tua libertà abbiano desiderio d'un figlio. Devi costruire edifici viventi alla tua vittoria e alla tua liberazione. Sopra te stesso devi costruire. Ma prima di tutto devi aver finito di edificare te stesso, ed essere retto di corpo e di anima. Non devi soltanto propagare la tua stirpe più lungi, ma più in alto! A ciò ti giovi il giardino del matrimonio! Tu devi creare un corpo più sublime, un primo impulso, una ruota che giri sovra sè stessa - un creatore devi creare.

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[p. 122/523] Matrimonio: si chiama la volontà di due esseri a creare quell'uno che deve es-

sere superiore a coloro che lo crearono. Io chiamo matrimonio il reciproco rispetto di coloro che vogliono tal volontà. Sia questo il senso e la verità del tuo matrimonio. Ma ciò che fu detto matrimonio dalla folla dei superflui - come devo chiamarlo? Ah, la miseria di quelle anime unite! Ah, la lordura di quelle anime appaiate! Ah, la miserabile contentezza in due! Matrimonio dicono tutto ciò: e dicono i matrimoni siano conclusi in cielo. Ebbene, non so che farmi di questo cielo degli inutili! No, non voglio saperne, di questi bruti presi alla rete celeste! È lontano da me quel Dio che si avvicina zoppicando per benedire coloro che non ha congiunto! Non ridete di questi matrimoni! Qual fanciullo non avrebbe motivo di piangere sui propri genitori? Degno mi sembrò quest'uomo e maturo per il senso della terra: ma appena vidi la sua donna, mi parve la terra un asilo di mentecatti. Sì, io vorrei che la terra si agitasse convulsa, quando un santo ed un'oca s'accoppiano. Un tale mosse come eroe alla conquista della verità, e non s'acquistò alla fine che una piccola graziosa menzogna. La chiama il suo matrimonio. [p. 123/523] Un altro era riservato nelle sue relazioni e difficile nella scelta. Ma guastò, ad un tratto, tutta la sua società: chiamò ciò il suo matrimonio. Tal'altro cercava una ragazza con virtù d'angelo. Ma divenne ad un tratto il servo d'una donna, ed ora avrebbe bisogno egli stesso di divenire un angelo. Trovai finora compratori cauti ed accorti. Pure anche l'uomo più astuto compra la moglie nel sacco. Molte brevi follie - per voi hanno il nome d'amore. E il vostro matrimonio mette fine a codeste brevi follie, come un'eterna follia. Il vostro amore per la donna e l'amore della donna per l'uomo: ahimè, potess'essere pietà per gli Dei sofferenti e nascosti! Ma il più delle volte sono bestie che si intendon fra loro. Tuttavia il vostro amore migliore non è che una similitudine estatica e un doloroso ardore. Esso è una fiaccola che deve guidarvi a più alti cammini. Voi dovete amare al disopra di voi! Soltanto così imparate ad amare! E dovete bere perciò il calice amaro del vostro amore. C'è dell'amarezza anche nella coppa dell'amore migliore: così essa desta il desiderio del superuomo, così desta in te la sete, o creatore. Sete per il creatore, freccie e desiderio per il superuomo: parla, o fratello, è questa la tua volontà del matrimonio? [p. 124/523] Sacra m'è una tal volontà, un tal matrimonio. Così parlò Zarathustra. *§* RIFLESSIONI PERSONALI. - Al giovane che desidera sposarsi e avere dei figli, Nietzsche, per il tramite di Zaratustra, domanda se sia egli un uomo che possa ciò desiderare; se sia il vittorioso, il vincitore di sé stesso, il dominatore dei sensi, il signore delle sue virtù; ovvero se, nel suo desiderio, a parlare siano la bestia e il bisogno, cioè l'animale e la necessità, la solitudine e la scontentezza di sé Zaratustra vuole che sia la sua vittoria e la sua libertà ad avere tale desiderio, e che a tal fine deve erigere monumenti viventi alla sua vittoria e alla sua liberazione. In pratica, deve costruire su sé stesso; ma prima però deve aver finito di edificare sé stesso come soggetto retto di corpo e di anima. E questo perché non si tratta solo di propagare la stirpe più lontano, oltre sé stesso cioè, ma verso l'alto. Per far questo, occorrerà giovarsi del matrimonio.

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Deve creare un corpo più alto, un primo impulso, una ruota che gira per forza autonoma, deve creare un creatore. Il matrimonio, per definizione, è la volontà di due esseri di creare quell'UNO che deve essere qualcosa di più di quelli che lo hanno creato. Il matrimonio non è che il rispetto reciproco di coloro che vogliono tale volontà. Allora, come chiamare il matrimonio che moltissimi, i superflui cioè, chiamano matrimonio? La lordura di quelle anime appaiate, la miserabile contentezza in due. - Rispettabile pareva a Zaratustra quell'uomo, e maturo per il senso della terra: ma quando scorse la moglie, la terra gli sembrò un asilo di dementi {di pazzi}. L'augurio nicciano è che la terra tremi in modo convulso, quando un santo e un'oca si accoppiano. - Anche l'uomo più astuto compra la moglie nel sacco. - Molte brevi follie, ecco ciò che è l'amore per altri. E il loro matrimonio mette fine a tante brevi follie diventando una sola lunga stoltezza. - L'amore per la donna e l'amore della donna per l'uomo: se tutto ciò fosse pietà verso divinità sofferenti e nascoste {se fosse compassione di due divinità velate e sofferenti); ma per lo più si tratta di due bestie che si intendono tra loro. - Tuttavia l'amore, anche nella sua forma migliore, non è che un simbolo estatico e un doloroso ardore: è una fiaccola che deve far luce verso più alti sentieri. Bisogna amare al disopra di sé stessi {al di là di sé stessi}; imparare quindi ad amare. Per cui occorre bere il calice amaro dell'amore. C'è dell'amarezza anche nel calice del migliore amore: così esso instilla la nostalgia {il desiderio) del superuomo, così desta la sete nel creatore. Praticamente, la volontà del matrimonio è questo: sete per il creatore, frecce e desiderio per il superuomo. E quando ciò avviene, sacra è questa volontà, sacro è questo matrimonio. In altre parole, per Nietzsche ci sono diverse specie di matrimonio: - una lordura di due anime appaiate (tipica dei molti-troppi, i superflui); - un asilo di dementi o pazzi (un santo che si accoppia con un'oca); - una lunga stoltezza (il compratore anche astuto che compra la propria donna nel sacco); - una mera bestialità (l'amore dell'uomo per la donna e l'amore della donna per l'uomo, che il più delle volte trattasi di due bestie che si rivelano l'una all'altra); - e infine, una cosa sacra, quando l'amore migliore è una fiaccola che fa luce e guida verso i più alti sentieri, quando si ama al di sopra di sé stessi, quando s'impara a bere l'amaro calice dell'amore: c'è sempre dell'amarezza anche nel calice dell'amore migliore, che instilla il desiderio del superuomo, sì da rendere sempre assetato il creatore. Ponendo tra parentesi le prime 4, ci si concentra sulla sacralità del matrimonio. Nietzsche intende per matrimonio la volontà, per l'appunto essa stessa sacra, di due sposi di creare un UNO che è qualcosa di più di quelli che lo hanno creato. Sorge spontanea la domanda: se il matrimonio è l'unione di un uomo e di una donna, data per scontata la sacralità della volontà del marito, come può la moglie manifestare la sua volontà che sacra non è, né può essere, a causa di tutte le negatività caratteriali che la teoria nicciana le attribuisce e imputa? Sarebbe illogico ritenere sacro un tale matrimonio, mancando la sacralità della volontà della donna, l'unica parte per natura di mettere al mondo i bambini. Nondimeno non si può non cogliere la positività dell'idea nicciana che i nubendi, per esser tali, devono essere prima di tutto signori e padroni delle proprie virtù: vale a dire, liberi e vittoriosi. Ma la nubenda, lo potrà essere? Il matrimonio, tra l'altro, non si contrae tanto per, e soprattutto dando tutto per scontato. Occorre invece le parti contraenti definiscano in modo chiaro ed esplicito i rapporti coniugali, problematizzando anzitutto l'ovvio, e quindi definendo i diritti e i doveri di ciascuno, e le rispettive responsabilità.

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E i promessi-creatori del superuomo adempiranno la sacra missione della sua procreazione se non hanno di che vivere, o se non hanno l'imprescindibile istruzione e cultura? La donna, di certo, no!, perché Nietzsche le ha vietato di istruirsi e di arricchirsi culturalmente.

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7.0. - ALTERITÀ = estrastoria. Grande Dizionario della Lingua Italiana: Extrastòrico (estrastòrico, estraistòrico), agg. (plur. m. -ci). Che sta, avviene o è considerato fuori della storia. Cattaneo, III-2-116: Benché dunque Hegel abbia giudicato estraistoriche molte nazioni, e Leo ponga fuori dell'istoria persino i Chinesi, noi crediamo degno argomento d'istoria ogni modo d'essere dell'umana natura. B. Croce, II-6-418: Posto il concetto di una verità ferma ed extrastorica, lo scetticismo è inevitabile e invincibile. Gramsci, 8-17: Se in voga ritorna qualcuno è il solo Mario Missiroli, ... il maestro infallibile di un credo che non potrà aver mai dei credenti perché ormai diventato exstrastorico. = Voce dotta, comp. dal lat. extra "fuori" e storico. [p. 536] https://www.gdli.it/JPG/GDLI05/00000543.jpg

Giovanni BOVIO: Trani, 6/02/1837 - † Napoli, 15/04/1903. Laurea, Docente universitario, Pubblicista/Giornalista. Deputato del Regno d'Italia dalla XIII alla XXI Legislatura: n. 15 Progetti di legge presentati; n. 215 Interventi e citazioni; Incarico parlamentare - XVII Legislatura del Regno d'Italia -, Commissione di vigilanza sulla biblioteca della Camera, Presidente dal 16/12/1890 al 27/12/1892. Ambiti particolari: Filosofia, massoneria, politica scolastica. Tra i docenti più amati dell'ateneo napoletano per le sue doti oratorie. Stimato per la sua onestà e imparzialità, fece parte, l'anno 1893, del Comitato dei sette che condusse l'inchiesta parlamentare sulle banche. https://storia.camera.it/deputato/giovanni-bovio-18370206/organi#nav *§* Giovanni Bovio, la IX Lezione del Corso di Scienza del Dritto all'Università di Napoli [pp. 5668], la dedica a La donna, e, posta la proporzione "cinese : preistorico = donna : estrastorica", spiega che: - il primo è escluso dalla storia a causa della tradizione, la seconda invece a causa del suo sesso; - il primo ha sofferto la immobilità; la donna, sbalzi; - il primo sarà chiamato nella storia forse per conquista; l'altra, per emancipazione; - il primo dall'avarizia europea; l'altra, dalla liberalità virile. Quindi esamina tale figura estrastorica, che è la donna, nelle sue due forme. [p. 63] "Aprendo l'Iliade, la prima dipintura delle memorie antiche, troviamo due caratteri inesplicati, Tersite ed Elena. Infimo, certo, è il posto di Tersite; e pur si può domandare: Chi sta più sotto di quei due, quel deforme o quella formosissima? Tersite, l'ho spiegato in cento luoghi, è l'operaio pezzente dell'antichità, è deforme perchè la sua voce è il primo grido informe del proletariato, è soperchiato dall'aureo bastone odisseo perchè è grido solitario, sparisce subitamente perchè deve risorgere in Roma come plebe sull'Aventino, come Mario, come Spartaco. - Al di sotto di questo antico deforme, di questo querulo importuno, il cui apparire e sparire è come 'insetto che turba la vista eroica, tutto commesso alla balia irresponsabile degli Agamennoni, degli Ulissi e dei Calcanti, al di sotto, io dico, è qualcosa che può meritare attribuzioni peggiori, la donna, sia pur moglie e discendente di re e bella sin dove può salire il tipo greco, bella quanto la Venere di Milo. È bella, ma vile, adultera, sozza, danno comune, peste alle due case di Sparta e di Troja, velenosa per la sua bellezza istessa. Il che torna a dire: più è bella, più è donna, più è malefica. Torna a dire che la bellezza sua è più dannosa della deformità di Tersite. Un colpo odisseo a Tersite e basta; ma chi può badarsi dal veleno ch'esce dagli occhi di Elena, più reale dello sguardo avvelenatore del basilisco? È pianta dunque da circondare meglio di quelle dell'isola di Giava, e fu cacciata in fondo al gineceo. E così guardandola, pareva agli antichi draconigena, lupa noctuabunda, viri onus et dedecus, e attenuando, era socia tori et amphora nocturna. - E pur verrà tempo in ci quest'anfora notturna diverrà vas electionis. La ragione è questa, e la ho detta dinanzi, tale doveva esser la [64] donna quando la sua natura pareva domestica e non civile: Ciò che non era tutto per la città, e non serviva esclusi

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vamente alla città, non aveva pregio, non valore, anzi distraeva dalla città era danno, e rimaneva essenzialmente estrastorico. Il mondo greco può avere confidenti come Aspasia, il mondo latino dissoluto come Messalina, ma non tali che conducano imperi e regni come Caterina ed Elisabetta. E se Livia osa presumere più che al sesso non si addica, tosto entra Tacito: accedere matrem muliebri impotentia: serviendum foeminae! {Tacito, Annales ab excessu Divi Augusti, Libro 1°, § 4. https://digilander.libero.it/jfufmngv/Testi/Tacito/Annales.htm} La gradazione dello sprezzo è visibile: comincia dalla muliebre impotenza e finisce nella femmina. E se la viltà del Senato trascorrendo in troppo adulazione a Livia, che la vuol chiamata a un modo, chi ad un altro, tosto Tiberio rompe la ciarla e dice: moderandos feminarum honores. {Ibidem. Libro 1°, § 14. Poco onore a femmine! http://www.progettovidio.it/dettagli1.asp?id=1900&opera=Annali&libro=Libro%20I }

La ragione che lo storico adduce è parte del vero: muliebre fastigium in deminutionem sui accipiens; in quanto ogni onore gli pareva avvilito, se discendesse sino alla femmina. E si trattava della Imperatrice! Questo mondo latino però, dice taluno, non onorò la matrona, non santificò la Vestale, non discorse gran parte della sua epopea da Lucrezia a Virginia? - Onorò, io dico, anche la dea Febre: onorò la Vestale in quanto, se mi è lecito a dire, si sfemminiva, la sottomise al pontefice; l'ottima matrona volle filatrice di lana, la tenne sempre diminuta di capo propter infirmitatem sexus, e non le assentì mai trasmissione di nome o di potere: mulier familiae suae caput et finis. {Ulpian: ad edictum, D. 50.16.195.5: La donna è il principio e la fine della propria famiglia. {La donna inizia e finisce la propria famiglia. Dizionario dei termini giuridici e dei brocardi latini, di Edoardo Mori} Traducendo questo discorso in forma compendiosa, se ne preme questo: Tersite è la miseria ingenita, la donna è la colpa innata. Sotto la miseria sta la colpa: Tersite est res regum; la donna est res mala. Quando Tersite divenne Mario o Spartaco, e Cristo venne a dargli il valore della individualità sconfinata per reagire allo Stato assorbente e agli Agamennoni rappresentanti di Stato, Tersite santificato dal sangue del riscatto, poté farsi Gregorio VII e Sisto V. Il legnajuolo e il guardiano di porci poterono trasformarsi in principi della cristianità. Anche la donna salì, e santificata nel corpo della redenzione, poté valere illimitatamente come individuo, niente importando se avesse o no valore civile. Non l'ebreo, il romano, il greco, il maschio, la femina, ma l'individuo doveva valere, e Tersite si trasformò in pontefice, la femmina in donna. Così res regum divenne rex regum, e la res mala divenne turris davidica {Vergine Maria, sicuro rifugio alla strega della torre di Davide, simbolo della forza del Re, inespugnabile dai nemici, cinta di merli e sui cui muri pendono gli scudi dei vinti}; Tersite salì sino alla [p. 65] cima del castello di Canossa ad aspet-

tare inesorato il bacio supplichevole di Agamennone, Elena si fece Maria, Beatrice, Laura, Selvaggia, Clorinda, Giulietta. La Chiesa santificò il suo dolore e creò il tipo raffaellesco della maternità vergine per santificarla in ogni condizione e qualità della vita. <<Virgo virginum praeclara!>> { https://stabatmater.info/stabat-mater-italian-translation/} Anche la madre può essere vergine, perché la verginità è dello spirito. - Nel medesimo tempo che si temeva il quando iudex est venturus, si diceva per te, Virgo, sim defensus, ed era insieme il grido del terrore e della riparazione. Invano verdi torna al dies irae: possiede l'onomatopeja, non la credenza. Ha maestrevolmente ideato una grande ipocrisia melodica. Ei vive troppo nel secolo XIX, gli piace, e intende meglio la tisi di Violetta che il gemito di Maria. Anche il delitto si giunse a idealizzare, a tergere nella donna, e da codesto processo di raffinamento vennero fuori i tipi di Francesca, di Maria Stuart, di Parisina, di Beatrice Cenci, di Teresa Navagero. Come Farinata giunse a farsi un trono del suo letto di fiamme, così Francesca può nell'inferno crearsi un paradiso di amore nell'amplesso eterno di colui dal quale non fia mai divisa. Non v'è inferno, non adulterio, se l'amore sopravvive eterno. L'apoteosi della donna è compiuta. Resta qualcosa dopo l'apoteosi?

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Un effetto terribile. - L'anfora notturna divenne vaso di elezione, e il vaso si rifece anfora di loto: - perché la donna una volta al di sotto della società, un'altra volta al di sopra, una volta femmina, un'altra angelo, non ebbe mai persona sociale, non caput vivum, e rimase estrastorica, giacché condizione della natura storica è la socialità. - Demmo a quest'angelo le ali della fantasia, la snellezza dello spirito, e l'angelo volava, rasentando la luna, i pianeti, il sole; ma il sole gli scaldò i reni, le ali si spennarono, e l'angelo raccolse il volo sul postribolo! - Icaro volò troppo e cadde nel mare icarico; più sotto cadde la donna. Così come papa Celestino tornava Tersite innanzi a Bonifacio VIII largo d'inganni, Beatrice si rifaceva Elena innanzi alla società prodiga di patenti! Così Petrarca attaccava due ali a Laura e la liberava per le vie del sole. Il sole le ardeva le penne ed ella cadeva nel lupanare dove la sorprendeva Boccaccio! [p. 66] Oh come la farfalla è tornata in bruco!... Che cosa è divenuto l'angelo!... Come quegli occhi da' quali moveva Pace tranquilla senza alcun affanno Simile a quella ch'è nel cielo eterna sono diventati occhi procaci e putti! Come sguaiato s'è fatto quel sorriso... come breve... e in che lacrime si è converso!... Ora ve': nella chioma bionda dell'angelo caduto è comparso un fil d'argento, sulla guancia un primo sospetto di ruga. Ed ora addio: sei fatta soverchia nel mondo, per largo ch'ei sia: non ti accoglie la casa, che si reputa macchiata dalla tua presenza, non la Chiesa che si reputa profanata. Strascinati sino alla fossa; posa la patente santificata dallo Stato sulla pietra, e vattene in quella oscurità immensa che ti agguaglia a Semiramide, a Lucrezia, a Sardanapalo e a Francesco di Assisi! La società ti serba un epitaffio glorioso: - LA CHIAMAI ANGELO E LA BACIAI SOSPIRANDO. POI LA PATENTAI E LE PAGAI IL BACIO. POI LE SPUTAI SUL VISO. POI LA COPERSI SUBITAMENTE PER LIBERAR L'ARIA DALLE CAROGNE.

Questo ritorno della donna dalla natura angelica alla natura malefica è rappresentato con terribile nudità ed evidenza nel Faust. - Questo epitaffio sociale è intero in quel ditirambo misterioso del Goëte dal quale osiamo qui rimuovere una parte del velo. Lo chiamo ditirambo, perché rappresenta il periodo di dissoluzione e di vertigine in che nacque e nel quale ci travagliamo ancora; lo dico misterioso, perché i suoi caratteri sono simboli che appena scendono nella individuazione. Faust è Giangiacomo Rousseau risuscitato al grido della rivoluzione francese e viene a sperimentare gli effetti del contratto sociale, a misurare la distanza tra l'idealità vagheggiata e la realtà feroce. - Oimè, io ho oramai studiato filosofia, giurisprudenza, medicina e, lasso, anche la grama teologia! e d'ogni cosa sono andato al fondo con cocente fatica. Ed ecco, povero pazzo! ch'io ne so ora quanto innanzi. Mi chiamano maestro, mi chiamano anche dottore... e veggo manifesto che non sapremo mai nulla! Ahi, io ne avrò rapidamente consumato il cuore! - Ecco il grido dell'enciclopedista innanzi alla realtà: la mente si movea per una parte, le cose camminavano da un'altra. Il cuore gli si è rapidamente consumato, poiché innanzi al fatto ha sentito che L'albero della scienza non fu mai L'albero della vita. [p. 67] Faust è l'individuo scettico che si accora della perduta enciclopedia; Mefistofele è la società scettica che sorride di tutto, di Luigi XVI e di Robespierre, di Dio e della Dea Ragione e, a breve distanza, sorridendo manda al patibolo il re e il repubblicano, e poi sorridendo chiama un re la migliore delle repubbliche! Ed ora è facile sapere chi sia Margherita, il simbolo meglio individuato di quel vasto ditirambo epico, Margherita posta tra lo scetticismo sconsolato dell'uno e lo scetticismo beffardo dell'altro. Ella è l'individuo inerme e debole contro la potenza mefistofelica della società. - Ella dunque simboleggia tutt' i due momenti della donna, l'angelo e la prostituta.

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Questa Margherita prima è il fiore, lo spirito dell'alba, la verginità assoluta, l'incarnazione dell'idillio preistorico, il profumo della fede inconsapevole, l'antitesi intera ai due scettici: La voglio, grida Faust, al primo vederla, la voglio, attirato immediatamente dalla legge de' contrarii. - Mefistofele risponde: Io m'era appiattato presso al suo inginocchiatoio... Non ho alcun potere su di essa. - Dice vero: lo scetticismo beffardo non avea nessuna presa sullo spirito dell'innocenza. - Il potere bisogna crearlo: la società ne conosce i mezzi e i modi, e Mefistofele dice: Io conosco di bei ripostigli e tesori sepolti, ed or viene tempo ch'io dia ad essi un'occhiata. - E ne vengon fuori gli orecchini, la catenella, e la guarnitura, e Margherita se gli acconcia, e a vedersi trasformata dice la prima volta che i danari solo fanno miracoli. Ahi, noi altri poveretti!... Lo spirito dell'idillio è sfatato già da questi primi bagliori sociali. - Mefistofele non visto ha alitato sopra il cristallo. La lotta non poteva esser durevole; Mefistofele ha steso l'unghia sin dove poteva; Margherita gli è preda. - In quel punto la scena si muta: non più la cameretta pulita e il giardino, ma il duomo, e un popolo che trae al dies irae, e ultimo di quel popolo, chiusa la faccia ne' panni della vergogna, l'angelo caduto, Margherita, rifiuto del mondo, rifiuto di Dio. Ella sente che il duomo la respinge, i pilastri le si serrano contro, la volta le pesa sul capo. Or chi le viene alle spalle, accusatore, giudice, punitore implacabile? Mefistofele! la società prima la seduce, le spenna le ali postele, la incarognisce, e poi sghignazzando le rimprovera il peccato, la chiama roba vendereccia, e dice che i glorificati ritorcono la faccia da lei! - Non visto la seduce, non visto la condanna: la società istiga, incalza, percuote e non pare. Dopo un seguito lacrimevole di vicende che sono la solita storia della [p. 68] colpa non meditata, del fallo de' più deboli, ella dissennata, ignara del suo destino, è condannata a morire... e muore pima della sua liberazione. Mefistofele ritto su quel cadavere grida: È GIUDICATA! Una voce dall'alto risponde: È SALVA! Questa voce è il grido della società ventura, che compirà la salvazione della donna. L'enciclopedista scettico, la società scettica, l'individuo inerme, che di angelo diventa meretrice, ecco i tre tipi del vasto ditirambo di Goëte. - Il Mefistofele è una concezione filosofica, una mediocre individuazione artistica, perché al demonio tedesco manca il sorriso italiano, quello del galantuomo di Guicciardini, che come il senato di Tiberio sa mescolare insieme lacrymas, gaudium, questus, adulationem. Lasciando stare la cosa e l'angelo, la femina pagana e la donna cristiana, la società ventura compirà la salvazione della donna, dandole persona, qualità civile, intelletto storico: ricorderà allo Stato che esso è potere etico, non mercatore di patenti e ruffiano; che la prostituzione della donna è altresì dell'uomo, della famiglia, della società: che lo Stato il quale sancisce la prostituzione è atrio di bordello. Tanto mi bisognava ragionare intorno al passato e al presente della donna. Quale poi sia la sua natura giuridica, sin dove si estenda, che cosa io intenda per emancipazione della donna, e per che via e sino a che punto la debba asseguire, sono dottrine da esporre nella parte sistematica delle mie lezioni. Lo Stato etico si affermerà principalmente in questo motto. Quì non son femine da conio! {Divina Commedia/Inferno/Canto XVIII, v. 66. Non ci sono donne da traviare, da far prostituire}

*§* RIFLESSIONI PERSONALI. Posta la socialità come condizione della natura storica, Bovio sostiene che la donna, "una volta al di sotto della società, un'altra volta al di sopra, una volta femmina, un'altra angelo, non ebbe mai persona sociale, non caput vivum, e rimase estrastorica." [p. 65] E spiega che "ciò che non era tutto per la città, e non serviva esclusivamente alla città, non aveva pregio, non aveva valore, anzi distraeva dalla città era danno, e rimaneva essenzialmente estrastorico." [p. 64]

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Si obietta all'autore che nonostante il suo essere estrastorico, la donna è sempre stata accanto all'uomo ovviamente storico, edificatore di socialità e, ciò stante, di storia. Gli è stata accanto in tutti gli eventi, fatti e vicende vissuti, per l'appunto, dall'uomo nel corso del tempo; anzi lo ha previamente procreato, nutrito al proprio seno ed educato moralmente e intellettualmente. E soprattutto perché è stata lei a provare, e prova, su di sé gli orrori della guerra, in quanto perenne vittima sacrificale della violenza dell'uomo storico, che le ha usato violenza carnale, giustificando la stuprazione come effetto collaterale dell'ars bellica. Gli si obietta altresì l'immagine distorta che ci dà della donna, nell'estremizzare le condizioni e le opposizioni: "La chiamai angelo e la baciai sospirando. Poi la patentai e le pagai il bacio. Poi le sputai sul viso. Poi la copersi subitamente per liberar l'aria dalle carogne." [p. 65] La donna, quindi, transeunte - come cosa affatto naturale - "dalla natura angelica alla natura malefica". Perciò, pensando bovianamente, la donna non è solo una entità extra-storica, ma anche extra-legge gaussiana, per la quale una distribuzione normale delle probabilità implica che gli estremi (p.e., le angeliche e le meretrici) costituiscano cad. il 15/% circa, e la medietà invece il 70% circa. Per medietà si intende la donna normale, nominata cognominata agnominata, con la quale si ha che fare quotidianamente. Proprio lei che - a mio avviso - è l'artefice principale della socialità, che per il filosofo-politico è il fattore costitutivo della storia. La donna, la socialità la edifica anzitutto nel suo grembo e, rescisso il cordone ombelicale, in famiglia, tra le pareti domestiche. L'ultima obiezione, la rivolgo all'autore citando il carovignese Salvatore Morelli (La donna e la scienza, 1a Ed., 1861), che 16 anni prima scriveva che, "tolte le donne che sono la metà del genere umano, tolte le plebi nelle quali è la maggioranza de' popoli, tolti i fanciulli che formano un sesto de' viventi, non vi resta che appena l'uno per ogni mille di coloro, che si credono potenziati a pensare ed a dirigere le sorti uman." [pp. 52-53] Conclusivamente, rivolgiamo al filosofo tranese questa semplice domanda, ovviamente ironica: "È questo 1/1000 della popolazione che fonda la socialità, ed eo ipso la storia!?

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8.0. - ALTERITÀ = sesso affettivo, prevalenza della socialità sull'individualità. Auguste COMTE, o meglio, Isidore Marie Auguste François Xavier COMTE {(Montpelier, 19 gennaio 1798 - † Parigi, 5 settembre 1857), filosofo francese, considerato il fondatore del Positivismo}, nella Parte IV del Discours sur l'ensemble du positivisme (Ediz. 1907), sviluppa l'argomento della influenza femminile del Positivismo. [p. 216 ==> 238/454] QUATRIÈME PARTIE. INFLUENCE FÉMININE DU POSITIVISME. 91.- La femme, élément aflectif de la société, doit devenir le suprême régulateur humain. p. 216 92. - La femme et les idées modernes. p. 218 93. - Le positivisme donne satisfaction aux voeux légitimes de la femme. p. 220 94. - La femme ne doit pas commander. Elle doit modifier l'homme par l'affection et le conseil. p. 222 95. - L'action combinée des philosophes, des prolétaires et des femmes constitue la force morale. p. 227 96. - Positivisme et catholicisme. Le nouveau pouvoir spirituel sera supérieur à l'ancien. p. 231 97. - Dans le positivisme, le coeur et l'esprit s'entr'aident. p. 233 98. - Affinités de la femme pour le positivisme. p. 237 99. - Le catholicisme a purifié l'amour au détriment de la tendresse. p. 239 100. - Influence de la femme sur les prolétaires et sur les philosophes. p. 241 101. - Le salon permet à la femme d'exercer son influence sociale. p. 245 102. - L'action principale de la femme s'exercera toujours dans la famille. p. 246 103. - L'épouse. p. 243 104. - Mariage indissoluble. p. 251 105. - Veuvage éternel. p. 253 106. - La mère. p. 255 107. - L'éducation de l'enfant appartient a sa mère. p. 256 108. - Sophismes modernes sur les droits de la femme. p. 259 109. - L'évolution favorise, non pas l'égalité entre les sexes, mais leur différenciation. p. 262 110. - L'homme doit nourrir la femme. p. 263 111. - La femme doit recevoir la même éducation que l'homme. p. 265 112. - Récompense attachée à la mission affective de la femme. p. 269 113. - La femme et la chevalerie. p. 270 114. - Le culte de la femme. p. 273 115. - Le culte de la femme prépare le culte de l'Humanité. p. 279 116. - Les femmes exceptionnelles. p. 280 117. - Les femmes feront connaître le positivisme aux populations méridionales. p. 285 118. - La femme est l'élément sympathique du pouvoir modérateur. p. 283 [pp. 216-218 ==> 238-240/454]

91. - La donna, elemento affettivo della società, deve diventare il supremo regolatore umano. Qualunque sia l'ascendente che l'attiva adesione dei proletari deve procurare all'influenza sociale dei filosofi, l'impulso rigeneratore esige ancora un terzo elemento, indicato dalla vera teoria della natura umana, e confermato dal sano apprezzamento storico della grande crisi moderna. La nostra costituzione morale non si compone solamente di ragione e di attività, che rappresentano rispettivamente i due elementi: filosofici e popolari. È anche caratterizzata dal sentimento, in cui risiede anche il suo principio preponderante, secondo la teoria esposta all'inizio di questo Discorso. Ora, questo motore supremo, l'unica vera base dell'unità umana, non si trova punto rappresentato in modo abbastanza diretto né abbastanza completo nell'alleanza fondamentale che noi abbiano appena caratterizzato tra filosofi e proletari. Indubbiamente, il sentimento sociale dominerà lo sviluppo decisivo di ciascuno di questi due poteri. Ma la sua fonte non è affatto né abbastanza pura né abbastanza intima perché l'efficacia possa bastare al suo scopo, senza un'ispirazione più spontanea e meglio sostenuta. La socialità dei nuovi filosofi avrà molta consistenza, in quanto legata a convinzioni sistematiche; ma la sua propria razionalità attenuerebbe troppo la sua energia, se un impulso meno riflessivo non venisse abitualmente a rianimarla. Sebbene il loro nobile ufficio pubblico dovesse presto imprimere ai loro sentimenti un'attività sconosciuta ai pensatori astratti, questa

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eccitazione collettiva non può dispensare dalle emozioni private. Anche ciò che guadagneranno i loro costumi nel commercio dei proletari, potrebbe non essere sufficiente per compensare le ordinarie lacune dell'organizzazione speculativa. D'altra parte, se gli affetti propri del popolo sono più spontanei e più energici di quelli dei filosofi, in generale, hanno meno perseveranza e purezza. La loro destinazione attiva non permette loro di essere sufficientemente disinteressati né sufficientemente stabili. Tutti i vantaggi morali, inerenti alla sistematizzazione dell'elemento popolare, non sarebbero in grado di compensare le stimolazioni egoistiche di una situazione esigente, senza l'assistenza naturale di emozioni più dolci e più costanti. Dispensando i proletari dal formulare le loro lamentele o i loro desideri, i filosofi non ne possono trasformare l'inevitabile personalità. Così l'alleanza necessaria che dirigerà la nostra riorganizzazione, manca ancora di una rappresentazione sufficiente del supremo regolatore umano. Non può degnamente entrarvi che secondo un elemento che gli sia direttamente proprio, come l'elemento filosofico sta alla ragione e l'elemento popolare all'attività. Questo sarà il motivo fondamentale dell'indispensabile aggiunta delle donne alla coalizione rinnovatrice, non appena le loro tendenze e i loro bisogni diventeranno abbastanza apprezzabili. Questo terzo elemento solo permetterà all'impulso organico di assumere il suo vero carattere definitivo, assicurandovi spontaneamente la continua subordinazione della ragione e dell'attività all'amore universale, in modo da prevenire per quanto possibile le divagazioni di una e le perturbazioni dell'altro. Se la sua incorporazione offre al positivismo un mezzo indispensabile, essa gli presenta anche un dovere inevitabile, al fine di completare il movimento moderno nel suo complesso, al quale le donne sono rimaste fin qui troppo estranee... *§* [p. 218-220 ==> 240-242/454]

92. - La donna e le idee moderne. La rivoluzione non ha ancora saputo loro ispirare che simpatie individuali, senza alcuna adesione collettiva, secondo il carattere essenzialmente negativo proprio della loro prima parte. È soprattutto al medioevo che esse continuano a rapportare le proprie predilezioni sociali. Ora, questa preferenza non è solo dovuta, come si crede, ai giusti rimpianti riguardo alla decadenza dei costumi cavallereschi. Indubbiamente, il Medioevo offre loro l'unica epoca in cui il culto delle donne sia stato degnamente organizzato. Ma un motivo più intimo e meno interessato determina soprattutto la loro attrattiva spontanea per questi bei ricordi. Il più morale elemento dell'umanità deve preferire a ogni altro il solo regime che eresse direttamente a principio la preponderanza della morale sulla politica. Tale è, oserei assicurarlo, la fonte segreta dei principali rimpianti che ancora ispira nelle donne l'irrevocabile decomposizione del sistema sociale proprio del Medioevo. Senza disdegnare i diversi progressi speciali che l'umanità deve al movimento moderno, essi non saprebbero compensare, ai loro occhi, la regressione generale che sembra indicare loro una tendenza viziosa a ripristinare l'antica supremazia della politica sulla morale. La necessità passeggera di una tale aberrazione, corrispondente alla dittatura temporale che esigette l'imperfezione della spiritualità cattolica, dev'essere poco apprezzata, per mancanza di una vera teoria storica, da degli spiriti quasi estranei alla vita attiva. È dunque a torto {ingiustamente} che le donne siano state spesso tacciate di tendenza retrograda, in virtù di questi nobili rimpianti. Esse sarebbero più giustificate se rivolgessero a noi un rimprovero simile, per la nostra cieca ammirazione del regime greco o romano, posto ancora tanto al di sopra dell'organizzazione cattolico-feudale. Ma un tale errore deve soprattutto la sua persistenza a un'educazione assurda, da cui fortunatamente le donne sono preservate. Comunque sia, queste disposizioni femminili rappresentano ingenuamente la condizione principale della nostra vera rigenerazione, la necessità di ripristinare la subordinazione sistematica della politica alla morale, su una base più diretta, più estesa e più durevole di quella del medioevo. Il culto della donna costituisce quindi da allora un risultato caratteristico di un

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tale regime. Ecco dunque a quale prezzo il movimento rinnovatore otterrà l'intima adesione delle donne. Un tale programma deve sembrare retrogrado solo ai filosofi incapaci di soddisfarlo. Le donne quindi non rifiutano la rivoluzione, ma solamente il sentimento antistorico che dominò la sua prima parte, dove la cieca riprovazione del medioevo sconvolse le loro principali simpatie. Potevano esse accogliere un regime metafisico che sembrava collocare soprattutto la felicità umana nell'esercizio abituale dei diritti politici, per i quali nessuna utopia mai ispirerà loro una vera attrattiva? Ma esse simpatizzano profondamente con le giuste rimostranze popolari che caratterizzano lo scopo essenziale della grande crisi. I loro voti spontanei sosterranno sempre gli sforzi diretti dei filosofi e dei proletari a trasformare infine i dibattiti politici in transazioni sociali, facendo degnamente prevalere i doveri sui diritti. Se esse rimpiangono la loro dolce influenza precedente, è come, soprattutto oggi, tenersi nell'ombra un grossolano egoismo, che non viene più modificato dall'entusiasmo rivoluzionario. Tutte le ripugnanze che loro si rimproverano, concorrono dunque a far meglio emergere la necessità fondamentale di dissipare finalmente l'intima anarchia morale e mentale da cui emanano tutti i soggetti essenziali delle loro giuste recriminazioni. *§* [p. 220-222 ==> 242-244/454]

93. - Il positivismo dà soddisfazione ai voti legittimi delle donne. Affinché le donne si associno pienamente alla rivoluzione, è sufficiente oggi che questa tenda direttamente verso la sua destinazione organica, senza prolungare viziosamente il suo preambolo negativo, di cui non potevano sufficientemente comprendere la necessità per scusarne le aberrazioni. Bisogna che questa crisi finale, lungi dal respingere qualsiasi solidarietà con il medioevo, si ponga, secondo il suo vero carattere storico, come veniente a realizzare, su basi migliori, la preponderanza universale che allora fu conferita alla moralità. In breve, il positivismo deve far loro amare la seconda parte della rivoluzione, fondando i nostri costumi repubblicani sul sentimento cavalleresco. È unicamente così che si completerà l'impulso rigeneratore, che resterebbe insufficiente senza l'intimo concorso dell'elemento umano che meglio rappresenta il principio fondamentale del regime definitivo, la preponderanza della socialità sulla personalità. I filosofi possono solo dare a questo principio una consistenza veramente sistematica, che lo preserverà da ogni sofistica alterazione. La sua attività energetica non potrebbe emanare che dai proletari, senza i quali la sua applicazione verrebbe quasi sempre elusa. Ma le sole donne devono procurargli una purezza completa, priva nello stesso tempo di riflessione e di oppressione. Così istituita, l'alleanza rinnovatrice offrirà l'immagine anticipata dello stato normale dell'umanità e il tipo vivente della nostra stessa natura. Se la nuova filosofia non potesse ottenere un tale sostegno, dovrebbe rinunciare a rimpiazzare totalmente la teologia nel suo antico ufficio sociale. Ma la teoria fondamentale esposta all'inizio di questo Discorso, garantisce già l'attitudine femminile al positivismo, ancor più direttamente rispetto alla sua efficacia popolare. Perché, il suo principio universale, il suo modo di concepire e trattare il grande problema umano, non offrono che una consacrazione sistematica delle disposizioni che caratterizzano spontaneamente le donne. A questo sesso, come al popolo, esso apre una nobile carriera sociale nel tempo stesso che assicura le giuste soddisfazioni personali. In entrambi i casi, queste proprietà generali, lungi dall'essere affatto accidentali, costituiscono la continuazione necessaria della realtà che contraddistingue la nuova filosofia che fonda sempre il suo libero ascendente sull'esatto apprezzamento di ciò che è. Pregiudizi empirici non saprebbero a lungo impedire alle donne di sentire che il positivismo soddisferà meglio del cattolicesimo i bisogni di tutti, non solo intellettuali, ma soprattutto morali e sociali, che ancora li vincolano a un regime la cui giudiziosa sagacia non nasconde affatto la decrepitudine. Questi pregiudizi risultano oggi da una confusione scusabilissima tra la sana filosofia e il suo

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preambolo scientifico. L'aridità così giustamente rimproverata agli eruditi, si trova quindi imputata ai nuovi filosofi, il cui spirito ha dovuto prima seguire un regime simile. Ma l'ingiustizia di questa estensione diventerà manifesta quando il contatto si stabilirà. Le donne riconosceranno allora il rischio morale dei nostri studi scientifici che tengono soprattutto alla loro specializzazione dispersiva ed empirica, che rifiuta sempre il punto di vista sociale. Esse sentiranno così che una tale influenza non potrebbe estendersi all'iniziazione filosofica, anche spontanea, dove questi diversi studi non costituiscono che un seguito indispensabile di gradini preliminari per elevarsi degnamente alle teorie sociali, al fine di meglio applicare tutta la nostra esistenza al perfezionamento universale. Una preparazione sempre legata a questo unico scopo non sarà più confusa dal tatto femminile con una vita interamente votata alle puerilità accademiche. Inoltre, il tutto di questo Discorso basterebbe pienamente a dispensare, a questo riguardo, da ogni preventiva spiegazione. *§* [pp. 222-226 ==> 244-248/454]

94. - La donna non deve comandare; deve modificare l'uomo mediante l'affetto e il consiglio. Nel regime positivo, il destino sociale delle donne diventa subito una conseguenza necessaria della loro vera natura. Questo sesso è certamente superiore al nostro {maschile} in quanto all'attributo più fondamentale della specie umana: la tendenza a privilegiare la socialità sulla personalità. A questo titolo morale, indipendente da qualsiasi destinazione materiale, lei merita sempre la nostra tenera venerazione, come il tipo più puro e diretto dell'Umanità, che nessun emblema rappresenterà degnamente sotto forma maschile. Ma tale preminenza naturale non potrebbe procurare alle donne l'influenza {l'autorità} sociale che qualche volta si è osato sognare per loro, quantunque senza il loro consenso. - Poiché la loro superiorità diretta, quanto allo scopo reale di tutta l'esistenza umana, si combina con una inferiorità non meno certa quanto ai diversi mezzi per raggiungerlo. - Per tutti i generi di forza, non solo del corpo {cioè fisica}, ma anche dello spirito e del carattere, l'uomo sorpassa evidentemente la donna, secondo la legge ordinaria del regno animale. - Ora, la vita pratica è necessariamente dominata dalla forza, e non dall'affetto, in quanto richiede incessantemente una faticosa attività. - Se non bisognasse che amare, come nell'utopia cristiana di una vita futura affrancata da ogni necessità materiale, la donna regnerebbe. - Ma bisogna soprattutto agire e pensare, lottare contro i rigori del nostro vero destino: perciò l'uomo deve comandare, malgrado la sua minore moralità. - In ogni grande operazione, il successo dipende più dall'energia e dal talento che dallo zelo, sebbene questa terza condizione molto si ripercuota sulle altre due. Tal è la mancanza naturale di armonia generale fra le tre parti della nostra costituzione morale, che condanna le donne a modificare con l'affetto il regno spontaneo della forza. Il giusto istinto della loro superiorità affettiva suscita ordinariamente nel loro animo desideri di dominio, che una critica superficiale troppo spesso attribuisce a inclinazioni egoistiche. Ma l'esperienza ricorda sempre loro che, in un mondo in cui i beni essenziali sono rari e difficili, il dominio appartiene necessariamente al più potente, non al più amante, che ne sarebbe tuttavia più degno. Questo continuo conflitto porta solo a una modifica permanente della preponderanza maschile. L'uomo vi si presta, indipendentemente da qualsiasi sensualità, ancora meglio in quanto una segreta valutazione gli indica la naturale superiorità della donna quanto al principale attributo dell'umanità. Egli sente che il suo proprio dominio dipende soprattutto dalle esigenze della nostra situazione, che ci impone sempre operazioni difficili, dove l'egoismo agisce più della socialità. Cosicché, in tutte le società umane, la vita pubblica appartiene agli uomini, e l'esistenza delle donne è essenzialmente domestiche. Lungi dal cancellare questa diversità naturale, la civiltà la sviluppa in modo incessante, perfezionandola come indicherò qui sotto.

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Da lì risulta la similitudine fondamentale della condizione sociale delle donne con quella dei filosofi e dei proletari, in modo da spiegare la solidarietà necessaria fra questi tre elementi indispensabili del potere moderatore. Per i filosofi, l'analogia deriva dal fatto che la stessa fatalità, che impedisce alle donne di prevalere in virtù della loro superiorità affettiva, priva ancor più {a maggior ragione} i pensatori del dominio che essi credono dovuto alla loro preminenza teorica. Se i nostri bisogni materiali fossero più facile da soddisfare, la preponderanza pratica intralcerebbe meno il potere intellettuale. Ma, in questa ipotesi, la supremazia converrebbe di più all'elemento femminile. Poiché la nostra ragione si sviluppa soprattutto per illuminare l'attività, il suo stesso sviluppo è poco sollecitato dalla nostra costituzione cerebrale. L'amore solo conserverebbe allora la sua inalterabile spontaneità. In tal modo, il dominio del mondo reale appartiene ancor meno agli esseri pensanti che agli esseri amanti, quantunque l'orgoglio dottorale sia meno rassegnato della vanità femminile. Malgrado le sue pretese, la forza intellettuale non è, in fondo, più morale della forza materiale. Ciascuna di esse costituisce solo un mezzo, la cui moralità dipende del suo impiego. Nella nostra natura, non vi è di direttamente morale che l'amore, che solo tende immediatamente per far prevalere la socialità sulla personalità {o meglio, individualità}. Se dunque l'amore non può dominare, a che titolo regnerebbe lo spirito? Ogni supremazia pratica appartiene all'attività. La ragione è così ridotta, ancor più del sentimento, a modificare la vita reale. Ecco come l'elemento filosofico si trova escluso dal potere direttivo, almeno quanto l'elemento femminile. Nella sua vana lotta per regnare, lo spirito riesce solo a modificare. L'impossibilità di prevalere diventa anche la causa della sua moralità indiretta, che corromperebbe il suo chimerico dominio. Può migliorare molto l'ordine spontaneo, ma a patto di rispettarlo sempre. La sua attitudine sistematica lo porta a legare tra loro tutti gli elementi sociali che la loro natura dispone anche a modificare felicemente la preponderanza materiale. È così che l'influenza femminile diviene l'ausilio indispensabile di ogni potere spirituale, come il medioevo l'ha tanto dimostrato. La solidarietà naturale con l'elemento popolare si caratterizzerà completando questa analisi sociologica del potere morale. Dapprima puramente affettiva, la forza moderatrice diventa poi razionale, quando lo spirito vi si raccoglie, in mancanza di poter regnare. Non gli resta allora che divenire attivo con l'adesione spontanea della massa proletaria. Ora, questo complemento indispensabile deriva da questo, che il popolo, pur costituendo la base necessaria del potere pratico, rimane estraneo tanto quanto gli altri due elementi del governo politico. La forza propriamente detta, quella che governa gli atti senza regolare le volontà, proviene da due fonti ben distinte: il numero e la ricchezza. Anche se reputato più materiale rispetto all'altro, il primo elemento implica, tutto sommato, più moralità, perché, risultato da un concorso, suppone una certa convergenza di sentimenti e pensieri, meno compatibile con la preponderanza dell'egoismo che con il potere immediato della fortuna. Ma, proprio per questo, la sua natura è troppo indiretta e troppo precaria perché possa abitualmente prevalere. Si trova escluso del governo politico e ridotto all'influenza morale, per una conseguenza finale della necessità materiale che impone una pari situazione sociale alle donne e ai filosofi. La preponderanza fondamentale dei bisogni corporei {materiali} procura un ascendente immediato alla ricchezza, in quanto fornisce i mezzi per soddisfarli, perché i ricchi sono i depositari naturali dei materiali elaborati da ogni generazione per facilitare l'esistenza e preparare i lavori della successiva. Ciascuno di essi, dunque, condensa spontaneamente un potere pratico contro il quale nessuna moltitudine potrebbe prevalere se non in casi eccezionali. Questa necessità si manifesta anche tra i popoli militari, dove l'influenza numerica, sebbene più diretta, riguarda solo le modalità di acquisizione. Ma lo stato industriale, dove la violenza cessa di essere una fonte abituale di ricchezza, rende soprattutto sensibile una tale legge sociale. Lungi dal diminuire con il progresso della civiltà, la sua influenza naturale necessariamente aumenta, a mano

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a mano che l'accrescimento continuo del capitale moltiplica i mezzi per fare vivere quelli che non ne possiedono. È solo in questo senso che la massima immorale dell'antichità resterà sempre vera: Paucis nascitur {vivit} humanum genus {Lucano: Il genere umano nasce per pochi. The few provide subsistence for the many. Il mondo è destinato a preda di pochi}. Così, privata del potere politico, la massa proletaria diventa sempre più, presso i moderni, un elemento indispensabile del potere morale, come lo ha spiegato la terza parte di questo Discorso. La sua moralità, ancora più indiretta di quella dell'elemento filosofico, suppone maggiormente la subalternità pratica. Quando il governo passa, eccezionalmente, alla moltitudine, è la ricchezza che prende, contro la sua natura, una sorta di moralità, secondo la sua capacità di temperare una preponderanza allora violenta. Abbiamo sopra riconosciuto che le qualità eminenti, del cuore e della mente {o spirito}, proprie dei moderni proletari, derivano soprattutto dalla loro posizione sociale. Esse sarebbero notevolmente alterate se l'autorità pratica, inerente alla ricchezza, si trovasse abitualmente trasferita al numero. *§* [pp. 227-231 ==> 249-253/454]

95. - L'azione combinata dei filosofi, dei proletari e delle donne costituisce la forza morale. Tale è, in compendio, la teoria positiva della forza morale destinata a modificare il regno spontaneo della forza materiale, per il necessario concorso dei tre elementi sociali che restano estranei all'ordine politico propriamente detto. Da questa fondamentale combinazione risulta la nostra principale risorsa per risolvere, per quanto possibile, il grande problema umano, l'abituale preponderanza della sociabilità sulla personalità. I tre elementi naturali di questo potere moderatore gli conferiscono ciascuno qualità indispensabili. Senza il primo, mancherebbe di purezza e spontaneità; senza il secondo, di costanza e saggezza; senza l'ultimo, di energia e attività. Sebbene l'elemento filosofico non sia né il più diretto né il più efficace, è nondimeno lui che caratterizza un tale potere, in quanto lui soltanto ne sistematizza la costituzione e ne chiarisce l'esercizio, seguendo le vere leggi dell'esistenza sociale. Come organo sistematico della forza moderatrice, il potere spirituale gli ha imposto il proprio nome. Ma una tale denominazione tende a suggerire una falsa idea della natura di un potere ancora più morale che intellettuale. Rispettando una preziosa tradizione storica, il positivismo rettificherà nondimeno questa consuetudine, che emana da un tempo estraneo a ogni teoria sociale, e in cui lo spirito doveva essere il centro dell'unità umana. Le donne costituiscono dunque, nel regime positivo, la fonte domestica del potere moderatore, di cui i filosofi diventano l'organo sistematico, e i proletari la garanzia politica. Sebbene l'istituzione di questa combinazione fondamentale appartenga all'elemento razionale, non deve mai dimenticare che la sua stessa partecipazione è meno diretta di quella dell'elemento affettivo e meno efficace di quello dell'elemento attivo. Il suo ascendente sociale è possibile solo a condizione di fare sempre affidamento sul sentimento femminile e sull'energia popolare. Così, l'obbligo oggi di associare le donne al grande movimento di rigenerazione, lungi dal creare intralcio alla filosofia che dovrebbe presiederla, le fornisce, al contrario, un potente mezzo, manifestando la vera costituzione della forza morale destinata a regolare l'esercizio di tutti gli altri poteri umani. L'avvenire normale si trova allora già inaugurato tanto quanto lo consente l'attuale transizione, poiché l'impulsione rinnovatrice risulta dallo stesso fondamentale concorso che in seguito più sviluppato e meglio ordinato, caratterizzerà soprattutto il regime finale. Questo stato definitivo dell'umanità si annuncia così come pienamente conforme alla nostra stessa natura, dove il sentimento, la ragione e l'attività corrispondono esattamente, sia isolati, sia combinati, ai tre elementi necessari, femminile, filosofico e popolare, dell'alleanza rigeneratrice. Tutte le età sociali permettono di verificare, più o meno distintamente, una tale teoria, le cui tre facce risultano sempre dalla stessa fondamentale necessità, relativa alla legge biologica che subordina la vita di relazione alla vita di nutrizione. Ma è soprattutto qui che con

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viene il principio generale (il progresso è lo sviluppo dell'ordine), indicato, nella seconda parte di questo Discorso, per legare, in sociologia, ogni speculazione dinamica alla concezione statica corrispondente, perché l'evoluzione umana accresce sempre l'influenza moderatrice della forza morale, sia per lo sviluppo speciale dei suoi tre elementi, sia consolidando il loro concorso. La bella osservazione storica di Robertson sul graduale miglioramento della sorte delle donne è solo un caso particolare di questa legge sociologica. Tutti questi progressi hanno per principio comune la legge biologica che diminuisce la preponderanza della vita vegetativa sulla vita animale a misura che {via via che} l'organismo si eleva {perviene a un rango superiore} e si sviluppa. Nei diversi modi del regime politeista dell'antichità, il potere moderatore rimase sempre ridotto all'influenza domestica dell'elemento femminile, senza alcuna assistenza pubblica della forza intellettuale, che era ancora costantemente unita alla preponderanza materiale, dapprima come fonte, poi come strumento. Nel medioevo, il cattolicesimo occidentale iniziò la sistematizzazione del potere morale, sovrapponendo all'ordine pratico una libera autorità spirituale, solitamente assecondata dalle donne. Ho indicato, nella terza parte di questo Discorso, come l'evoluzione moderna abbia solo permesso di completare l'organizzazione del potere moderatore, facendo infine sorgere il suo elemento più energico, secondo l'intervento sociale proprio dei nostri proletari. La forza morale, dapprima ridotta alla sua fonte affettiva, e divenuta in seguito razionale, può così rendersi attiva, senza perdere il suo carattere fondamentale, poiché resta unicamente costituita da influenze esterne all'ordine politico propriamente detto. Tutti persuadono, consigliano e giudicano: ma nessuno comanda mai, salvo casi eccezionali. Da allora in poi, la missione sociale del positivismo consiste soprattutto nel sistematizzare la combinazione spontanea di questi tre elementi necessari, sviluppando la destinazione propria di ciascuno di essi. Malgrado le prevenzioni {preconcetti, pregiudizi} attuali, la nuova filosofia è tale da soddisfare tutte le condizioni di questo ufficio fondamentale. Una tale attitudine è sufficientemente verificata nelle parti precedenti di questo Discorso, nei confronti dell'elemento filosofico e dell'elemento popolare, sia separati, sia combinati. Non mi resta qui che caratterizzarla direttamente per l'elemento femminile. Questa spiegazione risulta spontanea dal principio affettivo posto, all'inizio di questo Discorso, come base universale del positivismo. Fondando il complesso della sana filosofia sulla preponderanza sistematica del cuore, le donne sono immediatamente chiamate a formare una parte essenziale del nuovo potere spirituale. La spiritualità cattolica non poteva vedere in esse che preziosi ausili, perché la sua fonte diretta era indipendente dal loro concorso. Ma la spiritualità positiva le apprezza come elemento indispensabile, poiché vi costituiscono la rappresentazione più naturale e più pura del suo principio fondamentale. Oltre alla loro influenza domestica, esse sono soprattutto destinate a ricondurre gli altri due elementi a questa unità comune, che dapprima emanò da esse, e da cui ciascuno di essi è sovente disposto ad allontanarsi. Qualunque debba essere, sui veri filosofi, il potere delle dimostrazioni che stabiliscono la preponderanza logica e scientifica del punto di vista sociale, la quale porta poi a far prevalere sistematicamente il cuore sullo spirito {o mente}, un tale nesso non potrebbe dispensarli da una stimolazione diretta dell'amore universale. Essi stessi conoscono talmente la poca efficacia pratica delle influenze puramente intellettuali che, nell'interesse della propria missione, non eluderanno mai questa dolce necessità. Oserei dire l'aver degnamente sentito, quando scrivevo, l'11 marzo 1846, a colui che, malgrado la morte, sarà sempre il mio compagno immutabile: "Per diventare un perfetto filosofo, mi mancava soprattutto la passione, sia profonda che pura, che mi fece abbastanza apprezzare il lato affettivo dell'umanità". Tali emozioni esercitano una mirabile reazione filosofica, collocando immediatamente lo spirito {la mente} sul vero punto di vista universale, la via scientifica non può elevarsi che mediante una lunga e difficile elaborazione, secondo la quale la sua verve esausta le impedisce di perseguire atti

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vamente le nuove conseguenze del principio così stabilito. Lo slancio diretto del cuore sotto l'impulsione femminile non è quindi solo indispensabile all'ascendente sociale di una filosofia che non potrebbe mai diventare popolare se la sua intima adozione richiedesse la dotta iniziazione che preparò la sua formazione originaria. Questa influenza abituale è necessaria anche a tutti i suoi organi sistematici, per contenervi la tendenza naturale delle speculazioni astratte a degenerare in oziose divagazioni, sempre più facili da perseguire che le sane ricerche. *§* ..... omissis ..... [pp. 233-237 ==> 255-259/454]

97. - Nel positivismo, il cuore e lo spirito si aiutano a vicenda. Secondo la sua necessaria conformità con il complesso della nostra natura, solo il regime positivo può consacrare lo sviluppo diretto, sia privato che pubblico, di questo mirabile attributo dell'umanità, fino a oggi rimasto allo stato rudimentale per mancanza di una degna cultura sistematica. L'eccitazione cattolica del cuore si trovava essenzialmente ostile allo spirito, che, da parte sua, tendeva necessariamente a scrollarsi di dosso un tale giogo. Al contrario, la disciplina positiva stabilisce naturalmente l'armonia più completa e più attiva tra il sentimento e la ragione. La riflessione tende sempre a fortificare la sociabilità, rendendo familiare il legame reale di ciascuno con tutti. Non essendo la nostra intelligenza in grado di trattenere impressioni non sistematizzate, l'assenza di teoria sociale ci impedisce ancora di percepire chiaramente questa solidarietà abituale, che solo i casi eccezionali possono svelarla. Ma un'educazione positiva, dove predomina sempre il punto di vista sociale, renderà naturalmente un tale apprezzamento più familiare di qualsiasi altro, perché tutta la nostra esistenza reale, sia individuale che collettiva, è costantemente legata a questi fenomeni. La fascinazione teologica o metafisica può solo ispirare e accogliere queste vane spiegazioni dottorali in cui si attribuisce così spesso all'uomo ciò che conviene solo all'umanità. Quando una sana teoria permette di vedere chiaramente ciò che è, ciascuno dovrà solo contemplare la propria esistenza, fisica, intellettuale o morale, per sentire continuamente ciò che deve a tutti i suoi predecessori e contemporanei. Colui che si crede indipendente dagli altri, nei suoi affetti, nei suoi pensieri o nei suoi atti, non potrebbe nemmeno formulare una tale bestemmia senza un'immediata contraddizione, poiché il suo linguaggio non gli appartiene. La più alta intelligenza è incapace isolatamente di costruire il minimo linguaggio, che richiede sempre la cooperazione popolare di più generazioni. Sarebbe superfluo qui caratterizzare ulteriormente l'ovvia tendenza della vera mente positiva a sviluppare sistematicamente la socialità, ricordando sempre che il tutto è l'unica cosa reale, le parti possono avere solo un'esistenza astratta. Oltre a questa continua felice reazione della mente sul cuore, lo stato finale dell'Umanità deve fornire ai nostri migliori sentimenti una cultura più pura, più diretta e più attiva che sotto qualsiasi regime precedente. Solo così gli affetti benevoli possono essere finalmente liberati da ogni calcolo personale. Tenderanno a prevalere, per quanto la nostra natura imperfetta lo permette, in quanto più soddisfacenti e più sviluppabili di tutti gli altri. Solo i cuori estranei ai terrori teologici e alle speranze possono assaporare pienamente la vera felicità umana, l'amore puro e disinteressato, in cui consiste proprio il bene sovrano, che le diverse filosofie anteriori tanto invano cercavano. La sua necessaria preminenza sarebbe del tutto caratterizzata da questa singola osservazione, di cui ogni anima sensibile troverà facilmente conferma personale: è anche meglio amare che essere amato. Sebbene un tale apprezzamento debba oggi sembrare esaltato, è direttamente conforme alla nostra vera natura, sempre meglio affettata {millantata} come attiva che come passiva. Ora, la felicità di essere amati non può mai essere esente da un ritorno egoistico: come non essere fieri d'aver ottenuto l'attaccamento {l'affetto} della persona che preferiamo a ogni altra? Se, quindi, amare ci soddisfa meglio, ciò dimostra la naturale superiorità degli affetti del tutto disinteressati. La nostra infermità radicale consiste soprattutto nel fatto che esse sono sponta

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neamente troppo inferiori alle inclinazioni egoistiche, indispensabili alla nostra conservazione. Ma quando sono eccitati, anche per un primo motivo personale, tendono a svilupparsi ulteriormente, in virtù della loro stessa gentilezza. Ciascuno di noi è inoltre invitato e sostenuto da tutti gli altri, i quali, al contrario, reprimono necessariamente i suoi impulsi egoistici. Concepiamo così come, senza alcuna esaltazione eccezionale, il regime positivo potrà sistematizzare queste tendenze naturali, in modo tale da imprimere ai nostri istinti simpatici un'attività abituale che finora non avrebbero potuto avere. Una volta liberato dall'oppressione teologica e dall'aridità metafisica, il nostro cuore sente facilmente che la vera felicità, sia privata che pubblica, consiste soprattutto nello sviluppare il più possibile la sociabilità, concedendo alla personalità solo le soddisfazioni che sono indispensabili, come inevitabili disabilità. È così che il positivismo si adatta direttamente a tutte le persone e a tutte le situazioni. Nelle relazioni più piccole, come verso le più preziose, l'umanità rigenerata metterà presto in pratica questa massima ovvia: dare è meglio che ricevere. A sua volta, questa eccitazione continua del cuore eserciterà sulla mente una felice reazione, affidata specialmente alle donne. L'ho caratterizzato già a sufficienza per essere dispensato dall'insistervi ulteriormente qui, poiché il sentimento mi ha solo fornito il vero principio di ogni sistematizzazione positiva, anche mentale. L'unica nota che devo ora aggiungere a queste indicazioni fondamentali, concerne la mirabile attitudine di tale procedura a superare agevolmente le più alte difficoltà filosofiche. In nome del cuore, si può imporre subito allo spirito un regime scientifico di cui si contesterebbe a lungo la conformità, se gli fosse segnalata solo da un esame razionale. Se si cerca, per esempio, di dimostrare a un geometra puro, anche eminente e coscienzioso, la superiorità logica e scientifica delle speculazioni sociali su tutte le altre contemplazioni reali, lo si convincerà solo dopo lunghi sforzi, che avranno esaurito le sue facoltà deduttive. Al contrario, il sentimento indicherà direttamente, al proletario o alla donna senza cultura, la verità di questo grande principio enciclopedico, del quale la loro ragione farà immediatamente attive applicazioni familiari. Solo così possono veramente prevalere dovunque elevate nozioni filosofiche, e da tutti gli studi indispensabili alla loro efficacia sociale si possono ricavare. L'istinto comprensivo è ancora più atto a eccitare attivamente lo spirito generale che a sottomettersi degnamente alla sua giusta influenza. Inoltre, quando avrà prevalso l'educazione positiva, le condizioni morali saranno spesso invocate come garanzie di una vera attitudine intellettuale. La saggezza rivoluzionaria della Convenzione prevede, a suo modo, tale solidarietà, osando talvolta porre i titoli repubblicani al di sopra delle prove scientifiche. Anche se una simile pratica divenne facilmente illusoria, e perfino abusiva, finché la morale universale non è sistematizzata, il rimprovero di una tendenza retrograda converrebbe di più all'uso attuale, che non fa pr niente concorrere il cuore alle garanzie professionali, sempre domandate solo alla mente. Ma queste aberrazioni si spiegano storicamente con la natura oppressiva delle sole credenze che hanno potuto finora presiedere alla coltura {educazione} diretta del sentimento. Il fatale antagonismo che persiste, dalla fine del medioevo, tra la mente e il cuore può trovare una via d'uscita solo nel regime positivo; nessun altro è capace di subordinare degnamente la ragione al sentimento, senza nuocere al loro proprio sviluppo, come ho stabilito all'inizio di questo Discorso. Nella sua vana supremazia attuale, lo spirito è, in fondo, il nostro principale disturbatore. Può diventare veramente organico solo abdicando a beneficio del cuore. Ma questa abdicazione è efficace solo a condizione di essere perfettamente libera. Ora, solo il positivismo è capace di un simile risultato, perché lo fonda proprio sul principio che la ragione invoca a sostegno delle sue pretensioni, la dimostrazione reale, che la mente non potrebbe ricusare senza riconoscere la sua personalità. Qualsiasi altro rimedio, teologico o metafisico, aumenterebbe necessariamente il male, provocando immediatamente l'intelligenza a nuove insurrezioni contro il sentimento. *§*

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[pp. 237-238 ==> 259-260/454]

98. - Le affinità della donna per il positivismo. Le donne, giudici migliori di noi nell'apprezzamento morale, sentiranno, per motivi diversi, che la superiorità affettività del positivismo, verso qualsivoglia altra filosofia, è ancora più pronunciata della sua preminenza speculativa, ormai incontestabile. Esse perverranno subito a questa conclusione, quando avranno smesso di confondere la nuova filosofia con il suo preambolo scientifico. Sebbene sia meno adatto del nostro alle induzioni molto generali e alle deduzioni molto prolungate, in una parola, a tutti gli sforzi astratti, il loro spirito è, di solito, meglio disposto a sentire questa combinazione della realtà con l'utilità, che caratterizza la positività. La loro ragione si avvicina molto, a questo proposito, a quella dei proletari, con il comune vantaggio di essere fortunatamente estranea alla nostra assurda educazione attuale. Ma esse hanno più del popolo una situazione normale assai favorevole al giusto spontaneo sviluppo della vita contemplativa, secondo la loro indipendenza abituale dal movimento pratico. In questo senso, il loro spirito si trova naturalmente disposto alla sana filosofia, che esige un'attenzione disinteressata senza indifferenza. La loro affinità mentale con i veri filosofi è, in fondo, molto superiore a quella degli eruditi propriamente detti, perché la generalità vi si assapora tanto quanto la positività, la sola che è sommariamente apprezzata da questi. È alle donne che Molière destinò la mirabile formula razionale che ho applicato ai proletari. Perciò il primo accenno sistematico della nuova filosofia, sotto il grande impulso di Cartesio, fu accolto già avidamente dallo spirito femminile. Questa fondamentale affinità si è altamente manifestata, quantunque si dovesse ancora interdire la sintesi positiva a tutte le alte speculazioni morali e sociali. Potrebbe dunque non svilupparsi molto quando il positivismo, finalmente completo, ha per dominio principale il soggetto più degno delle meditazioni dei due sessi? La nuova filosofia può così annoverare lo spirito femminile come la ragione popolare tra gli ausili naturali senza i quali non avrebbe mai vinto la profonda ripugnanza delle nostre classi colte, soprattutto in Francia, dove il suo sviluppo decisivo deve tuttavia compiersi. *§* [pp. 239-240 ==> 261-262/454]

99. - Il cattolicesimo ha purificato l'amore a detrimento della tenerezza {affetto}. Ma questo ausilio indispensabile dipenderà più dalle simpatie morali che dalle affinità intellettuali, non appena le donne apprezzeranno direttamente il positivismo, stando alla sua superiorità affettiva sul cattolicesimo medievale. Il cuore, allora, le spingerà soprattutto verso la sola filosofia che sistematizzi degnamente la preponderanza universale del sentimento. Nessun regime può loro ispirare tanta attrattiva {fascino} quanto quello che le rappresenta come la personificazione spontanea del vero principio fondamentale dell'unità umana, così posto sotto la loro speciale garanzia. Se oggi sembrano rimpiangere il passato, è unicamente perché non trovano altrove la giusta soddisfazione dei propri preziosi istinti sociali. Il carattere generale del regime cattolico conviene, in fondo, ancora meno al sentimento femminile che alla ragione maschile, perché sconvolge direttamente l'attributo dominante del cuore della donna. Nella pretesa perfezione morale del cristianesimo, si è sempre confuso la tenerezza {affetto} con la purezza. In verità, l'amore non potrebbe essere profondo se non è puro. Ma è solo in questo senso che il regime cattolico favorì il progresso della vera passione, mentre il politeismo consacrava soprattutto gli appetiti. Il cristianesimo, d'altronde, ha fin troppo provato che quella purezza, anche spinta fino al fanatismo, può esistere senza alcuna tenerezza. Tale è oggi la sua principale efficacia femminile, dacché l'impulso cavalleresco non corregge più l'austerità cristiana. Fondamentalmente, il regime politeistico era molto più favorevole alla tenerezza, sebbene essa mancasse di purezza. La sistematizzazione {il ridurre a sistema} cattolica dei sentimenti aveva per centro un affetto radicalmente egoista, che sconvolgeva soprattutto le inclinazioni migliori del cuore femminile. A parte il fatto che l'amore divino spingeva ciascuno all'isolamento monastico, la sua preponderanza era direttamente contraria alla tenerezza reciproca. Costretto ad amare la sua dama per il tramite del suo Dio, il cavaliere non poteva se

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guire degnamente, senza contraddizione sacrilega, le migliori ispirazioni del suo cuore, sempre smorzate da una tale interposizione. Quindi, lungi dall'essere veramente interessate alla perpetuità del vecchio regime, le donne si sentiranno presto spinte specialmente alla sua irrevocabile desuetudine, proprio in nome dei loro caratteristici sentimenti. Questa inevitabile tendenza si manifesterà quando le condizioni morali, naturalmente poste sotto la loro giusta sollecitudine, non saranno più compromesse da una socialità assolutamente materiale. Ora, il positivismo offre pienamente, al loro cuore anche meglio che al loro spirito, questa garanzia indispensabile. Secondo una profonda conoscenza della nostra vera natura, può solo combinare degnamente la tenerezza ingenua del politeismo con la preziosa purezza del cattolicesimo, senza temere le diverse perturbazioni sofistiche, proprie dell'anarchia attuale. Subordinando, l'un all'altra, queste due qualità fondamentali del cuore femminile, non esiterà affatto a porre la tenerezza al di sopra della purezza, che meglio si rapporta al vero scopo generale dell'umano miglioramento: la preponderanza della socialità sulla personalità {individualità}. Qualsiasi donna senza tenerezza si configura come una mostruosità sociale, anche più di qualsiasi uomo senza coraggio. D'altronde, avesse lei molta intelligenza, e anche energia, il suo merito non potrà perciò che andare a finire, d'ordinario, a detrimento proprio e altrui, a meno che non venga annullato da una disciplina teologica. Il suo carattere non le ispirerà che una vana insurrezione contro ogni autorità reale e il suo spirito non si occuperà che di forgiare sofismi sovversivi, come la nostra anarchia lo mostra troppo spesso. *§* [pp. 241-244 ==> 263-266/454]

100. - Influenza delle donne sui proletari e sui filosofi. Stando alla precedente teoria, nel suo insieme, il regime positivo offre dunque alle donne una nobile destinazione sociale, al contempo pubblica e privata, pienamente conforme alla loro vera natura. Senza uscire dalla famiglia, esse devono, a modo loro, partecipare al potere moderatore con i filosofi e proletari, rinunciando, ancor più di essi, a qualsiasi potere direttivo, anche domestico. Costituiscono, in breve, le sacerdotesse spontanee dell'Umanità, come di più verrà indicato alla fine di questo Discorso. Il loro ufficio consiste soprattutto nel coltivare direttamente il principio affettivo dell'unità umana, di cui esse offrono specialmente la personificazione più pura. A questo titolo, la loro influenza pubblica deve estendersi a tutte le classi, per ricordare a queste sempre la preponderanza fondamentale del sentimento sulla ragione e sull'attività. Ho già detto abbastanza come le donne reagiranno così nei confronti dei filosofi, che, a meno che non siano indegni della loro peculiare missione, sentiranno il bisogno personale di andare sovente a ritemprare lo spirito a questa fonte spontanea della vera socialità, al fine di meglio combattere l'aridità e la divagazione {fantasticheria} che tendono a risultare dalle loro abitudini. Il sentimento, quando è puro e profondo, rettifica da sé stesso i suoi abusi naturali, perché nuocciono necessariamente al bene che sempre persegue. Ma, al contrario, gli abusi della ragione e quelli dell'attività non possono essere segnalati, e soprattutto corretti, che dall'amore, che solo ne soffre direttamente. Ne risulta un dovere naturale della dolce abituale lamentela dell'elemento femminile nei confronti degli altri due elementi del potere moderatore, per ricondurli al principio fondamentale, affidato alla sua sorveglianza speciale, correggendo, in ciascuno di essi, i vizi cui è incline. Quanto ai proletari, questa influenza femminile è dunque destinata soprattutto a contrastare la loro tendenza spontanea ad abusare della loro caratteristica energia per ottenere con la violenza ciò che dovrebbero attendere da un libero assentimento. Malgrado le difficoltà di una tale missione, le donne vi troveranno meno ostacoli di quanti ne trovano, rettificando nei filosofi l'abuso del ragionamento. Ci sono finora pochi esempi di filosofi così distolti dall'argomentare quando bisogna sentire. Al contrario, sebbene l'azione delle donne oggi non sia affatto sistematizzata {o meglio, resa sistematica}, essa spesso corregge, nel popolo, l'abuso di energia. Questa differenza è dovuta, senza dubbio, all'attuale assenza di veri filosofi, poiché non si

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possono qualificare così vani sofisti e retori, psicologi o ideologi, incapaci di meditazione reale. Inoltre, va soprattutto attribuita al carattere dominante di ogni classe. L'orgoglio dottorale sarà sempre meno disposto della violenza popolare ad accettare l'efficacia del correttivo femminile; perché il proletario è animato più del filosofo dal principio affettivo, la cui diretta invocazione costituisce la sola arma delle donne. Un sofisma offre loro molti più ostacoli di una passione. L'influenza femminile degnamente subita dall'istinto proletario, costituisce realmente la nostra principale garanzia contro le immense perturbazioni sociali che l'anarchia attuale delle intelligenze sembra dover suscitare. Quantnque lo spirito non possa rettificare i sofismi sovversivi, il cuore sa preservarci dai disordini che essi provocano. L'ammirevole incoerenza per la quale mi sono congratulato con i nostri comunisti, ne fornisce una prova decisiva. In mezzo alle aberrazioni teoriche che involontariamente tendono a dissolvere o a paralizzare la società, molti proletari ci offrono così lo spettacolo quotidiano di una tenera venerazione per le donne, che non ha equivalenti in nessun'altra classe attuale. È importante insistere su questi felici esempi, non solo per rendere giustizia a una setta poco apprezzata, ma soprattutto per sentire le grandi risorse morali che il normale avvenire ci promette, secondo queste manifestazioni spontanee di uno stato di anarchia. Le predicazioni dottorali non hanno certamente avuto alcuna parte in questo prezioso risultato, che esse tendono piuttosto a impedire, fortificando, con assurde confutazioni, le stesse aberrazioni che attaccano. Ne siamo interamente debitori al sentimento popolare, degnamente suscitato sotto l'impulso spontaneo delle donne. Le popolazioni protestanti, dove la loro influenza è minore, sono oggi più esposte alle devastazioni pratiche del comunismo metafisico. Alle donne soprattutto noi dobbiamo anche quel po' di danni reali che subisce la costituzione della famiglia umana, nonostante un repubblicanesimo profondamente retrogrado, che sogna, come tipo della socialità moderna, l'eccezionale assorbimento della famiglia da parte della patria presso alcune popolazioni antiche. Questa felice tendenza alla rettifica pratica di tutte le aberrazioni morali, è talmente propria delle donne che si estende anche a delle seduzioni sistematiche che la rozzezza maschile giudica irresistibili. I funesti effetti del divorzio sono attenuati, da tre secoli, nella Germania protestante, dalla ripugnanza spontanea dell'istinto femminile. È così che si trovano contenuti oggi gli attacchi ancora più profondi, dai quali l'istituzione fondamentale del matrimonio è minacciata, stando alle facilitazioni che la nostra anarchia offre allo spirito metafisico per ringiovanire le sue antiche divagazioni. Nessuno di questi sogni ha potuto avere seriamente successo tra le donne, quantunque sembrassero tutte adatte assai a sedurle. Nella loro impotenza a confutare tali sofismi, che solo la vera scienza sociale può risolvere, i nostri dottori anarchici si persuadono facilmente che la ragione femminile dovrà soccombervi. Ma, per fortuna, le donne, come i proletari, non giudicano allora che attraverso il sentimento che le guida molto meglio di un'intelligenza ormai priva di ogni principio adatto a prevenirne o a correggerne le imminenti aberrazioni. Sarebbe superfluo qui insistere ulteriormente su queste indicazioni per caratterizzare l'attitudine naturale delle donne a rettificare ovunque i disordini morali tipici di ogni elemento sociale. Se questa preziosa influenza è già molto efficace sotto il solo impulso spontaneo del cuore, deve acquisire molta più consistenza, e anche estensione, con l'assistenza sistematica di una reale filosofia, che eliminerà tutti i sofismi, e dissiperà tutte le incoerenze, dalle quali il puro istinto non può preservarci abbastanza. Così l'influenza delle donne sulla vita pubblica non può essere unicamente passiva, per concedere loro l'indispensabile consacrazione della vera opinione comune, formulata dai filosofi e proclamata dai proletari. Oltre a questa partecipazione continua, individuale o collettiva, esse devono quindi intervenire attivamente e moralmente, al fine di ricordare dappertutto il principio fondamentale di cui saranno sempre i migliori organi spontanei, dopo averne fornito la fonte iniziale. Ma, per completare la caratterizzazione di questo doppio ufficio pubblico, è importante rimarcare la sua conciliazione naturale con la condizione necessaria che prescrive loro sempre un'esistenza essenzialmente domestica.

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*§* [pp. 245-246 ==> 267-268/454]

101. - Il salotto permette alla donna di esercitare la sua influenza sociale. La civiltà occidentale ha, da molto tempo, trovato una via d'uscita spontanea a questa apparente contraddizione, che gli antichi dovevano giudicare insolubile e che, in effetti, sussiste ancora in qualsiasi altro posto. Quando i costumi del medioevo ebbero assicurato alle donne una giusta libertà interiore, l'Occidente vide ben presto sorgere felici riunioni volontarie, dove la vita pubblica era intimamente mescolata alla vita privata, sotto la presidenza femminile. Sviluppati, soprattutto in Francia, durante la lunga transizione moderna, questi laboratori periodici dell'opinione spontanea sembrano oggi chiusi o snaturati, a causa della nostra anarchia umana e morale, che non permette alcun libero scambio abituale dei sentimenti e dei pensieri. Ma una tale consuetudine sociale, che non molto tempo fa aveva assai favorito il movimento filosofico da cui derivò la grande crisi, non poteva scomparire così in un ambiente dove la vera socialità tende invece a meglio prevalere. Riprenderà un'estensione più ampia e più decisiva, a mano a mano che la nuova filosofia radunerà menti e cuori. Tale è il modo naturale che solo conviene all'esercizio pubblico dell'influenza femminile, qui degnamente preponderante, con il pieno assentimento di tutti gli altri. Quando i salotti {letterari ecc.} saranno così riorganizzati, perderanno il loro antico carattere aristocratico, ora profondamente retrogrado. Il salotto positivista, sempre presieduto dalla donna, completerà il sistema delle riunioni abituali, tipiche dei tre elementi generali del potere moderatore. Saranno prima solennemente radunati nei templi dell'Umanità, dove presiedono necessariamente i filosofi, mentre la partecipazione delle donne, come quella dei proletari, deve soprattutto restarvi passiva. Ai club, dove l'elemento popolare domina naturalmente, gli altri due verranno comunque a farne parte, con un uditorio simpatico ma silenzioso. Infine, i salotti femminili svilupperanno un'intimità più attiva e più familiare tra i tre poteri moderatori, che peraltro vi accoglieranno cordialmente influenze direttrici degne di tale insieme. È soprattutto lì che le donne faranno liberamente prevalere la loro dolce disciplina morale, per reprimere, in uno stato nascente, tutti gli impulsi viziosi o abusivi. Un consiglio indiretto, ma opportuno e affettuoso, spesso distoglierà il filosofo da un'ambizione fuorviata o da un orgoglioso vagheggiamento. I cuori proletari vi si purificheranno abitualmente dai germi risorgenti della violenza o dell'invidia, sotto un'irresistibile sollecitudine, di cui apprezzeranno la santità. Dopo una delicata ripartizione della lode e del biasimo, meglio apprezzati, i grandi e i ricchi verranno lì a sentire sinceramente che tutte le qualsivoglia superiorità sono moralmente destinate al servizio continuo delle inferiorità. *§* [pp. 246-248 ==>268-270/454]

102. - L'azione principale della donna si eserciterà sempre nella famiglia. Quale che sia la reale importanza dell'ufficio pubblico così riservato alle donne nel regime finale dell'umanità, la loro nobile destinazione sociale è soprattutto caratterizzata dalla loro augusta vocazione domestica, fonte naturale di tutta la loro influenza come primo elemento necessario del potere moderatore. Nessuna filosofia attuale può degnamente consacrare questa base spontanea della nostra vera socialità. La metafisica ha esteso fin là la sua analisi corrosiva, senza che i suoi sofismi siano oggi razionalmente confutabili. Ma i dogmi domestici non soffrono meno dell'empirismo teologico, che si ostina a tenerli sotto la disastrosa protezione delle credenze decadute che, da molto tempo, compromettono tutto ciò che un tempo garantivano. I canti licenziosi dei trovatori ci attestano che, dalla fine del medioevo, le vane proteste del corpo ecclesiastico {clero} erano impotenti contro i gravi pregiudizi che una critica superficiale apportava già alla santità del vincolo coniugale. Queste proteste potettero ancor meno prevenire la scandalosa accoglienza che ottennero ovunque queste frivole massime di immoralità privata, pubblicamente applaudite, anche davanti ai re. Niente è dunque più scioccante della cieca pretesa della teologia di conservare la tutela dei dogmi domestici, che essa non ha potuto preservare da una discussione anarchica, e che sono veramente supportati, presso i

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moderni, solo da un felice istinto pubblico, soprattutto femminile. Senza nessun'altra sanzione sistematica che una ridicola finzione sull'origine fisica della donna, come avrebbero potuto resistere a speciosi sofismi, quando l'autorità che li consacrava era essa stessa screditata? D'ora in poi solo la filosofia positiva può garantirle nello stesso tempo contro la dissoluzione metafisica e contro l'impotenza teologica, mediante il loro legame inalterabile con il complesso delle leggi reali della nostra natura, personale e sociale. Questa relazione sarà dogmaticamente stabilita nel secondo volume del nuovo trattato di cui questo Discorso è solo il preludio sistematico. Costretto a limitarmi qui a una sommaria indicazione su questo argomento fondamentale, spero almeno che essa caratterizzi l'attitudine decisiva del positivismo a riorganizzare finalmente la vera morale. Un apprezzamento grossolano, brutalmente formulato dall'eroe retrogrado, sembra oggi non riconoscere alla donna altra vocazione necessaria che la sua sola destinazione animale, da cui molti utopisti staccherebbero anche l'educazione dei più piccoli, poi abbandonati all'astratta sollecitudine della patria. La teoria positiva del matrimonio e della famiglia consiste soprattutto nel rendere il principale ufficio delle donne pienamente indipendente da qualsiasi funzione propagatrice, per fondarlo direttamente sugli attributi più eminenti della nostra natura. Nonostante l'importanza morale della maternità, un equivoco decisivo testimonia che l'istinto pubblico considera la donna come essenzialmente caratterizzata dalla sua vocazione di sposa. A parte il fatto che il matrimonio umano è spesso sterile, una sposa indegna non può essere quasi mai una buona madre. È dunque, a tutti gli effetti, come semplice compagna dell'uomo che il positivismo deve soprattutto considerare la donna, escludendo prima ogni funzione materna. *§* [pp. 248-250 ==> 270-272/454]

103. - La sposa (consorte). Così concepito, il matrimonio costituisce il grado più elementare e più perfetto della vera socialità, che non può pervenire in nessun altro caso alla piena identificazione. In questa unione, di cui tutte le lingue civili testimoniano l'eccellenza, lo scopo più nobile della vita umana si trova conseguito per quanto possa esserlo. Il positivismo rappresenta la nostra esistenza come votata al perfezionamento universale ed eleva al primo rango il perfezionamento morale, caratterizzato soprattutto dalla subordinazione della personalità {individualità} alla socialità. Ora, questo principio incontestabile, indicato specialmente nella seconda parte di questo Discorso, conduce immediatamente alla vera teoria del matrimonio, in modo da interdire ogni aberrazione e ogni incertezza. In effetti, le differenze naturali dei due sessi, felicemente completate dalle loro diversità sociali, rendono ciascuno di essi indispensabile al perfezionamento morale dell'altro. Nell'uomo, dominano evidentemente le qualità proprie della vita attiva, con l'attitudine speculativa che ne è inseparabile. Al contrario, la donna è soprattutto votata alla vita emotiva. L'una è superiore in tenerezza, l'altro in ogni genere di forza. Nessuna intimità può essere paragonata a quella di due esseri così disposti a servirsi e migliorarsi reciprocamente, lontano da ogni rivalità abituale. La causa prima, pienamente volontaria, della loro unione, la fortifica con una nuova attrattiva, quando le scelte sono felicemente compiute e degnamente accettate. Tale è, quindi, nella teoria positiva, la principale destinazione del matrimonio: completare e consolidare l'educazione del cuore, sviluppando le più pure e le più vive di tutte le simpatie umane. Indubbiamente, il sentimento coniugale emana prima, soprattutto nell'uomo, da un istinto sessuale che è puramente egoistico e senza il quale, però, l'affetto reciproco avrebbe normalmente pochissima energia. Ma il cuore più amoroso della donna ha molto meno bisogno, in generale, di questa volgare eccitazione. Pertanto, la sua purezza superiore reagisce per fortuna per nobilitare l'attaccamento del maschio. La tenerezza è di per sé così dolce a provarsi che, quando ha iniziato sotto un impulso qualsiasi, tende a persistere per il solo suo charme {fascino}, dopo la cessazione della stimolazione iniziale. Allora l'unione coniugale diventa il mi

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glior tipo di vera amicizia, impreziosita da un incomparabile possesso reciproco. Poiché l'amicizia non può essere completa che da un sesso all'altro, perché là solamente essa si ritrova esente da qualsiasi concorrenza attuale o potenziale, nessun altro legame volontario coinvolge una pienezza tale di confidenza e di abbandono. Tale è dunque la sola fonte da cui possiamo gustare appieno la vera felicità umana, consistente soprattutto nel vivere per gli altri. Ma, oltre al proprio valore, questa santa unione assume una nuova importanza sociale, come base primaria indispensabile dell'amore universale, scopo definitivo della nostra educazione morale. Ho indicato, nella seconda parte, quanto sia falsa e pericolosa l'opposizione che tanti sedicenti socialisti vedono oggi tra questi due termini estremi dell'evoluzione del cuore umano. Chi non può attaccarsi profondamente all'essere che aveva scelto per la più intima associazione, apparirà sempre molto sospetto nella dedizione che sfoggia nei confronti di una folla sconosciuta. Il nostro cuore non può affrancarsi con dignità dalla sua personalità primitiva che con l'unica intimità che sia completa e duratura, a causa anche della sua destinazione esclusiva. Quando ha fatto quel passo decisivo, si eleva gradualmente a una sincera universalità di affetto abituale, capace di modificare attivamente la condotta, anche se con energia che decresce a man mano che il legame si estende. L'istinto pubblico già sente questa necessaria solidarietà, chiaramente indicata dalla vera teoria della natura umana, che la metterà definitivamente al riparo da ogni pregiudizio metafisico. Più l'impero morale della donna diventerà sistematico, secondo l'impulso positivista, meglio si apprezzerà la profonda saggezza dell'usanza volgare che sempre cercò nella vita privata {privacy} le migliori garanzie della vita pubblico. Uno dei segni meno equivoci dell'universale decadenza morale, inerente alla nostra anarchia mentale, risalta dalla vergognosa legislazione non ancora abrogata, secondo la quale, trent'anni fa, tutta la vita privata fu murata in Francia da psicologi che, senza dubbio, avevano bisogno di un muro del genere. *§* [pp. 251-252 ==> 273-274/454]

104. - Matrimonio indissolubile. È sufficiente aver colto la destinazione principale del vincolo coniugale per comprenderne immediatamente le condizioni necessarie, in cui l'intervento sociale tende, in generale, solo a consolidare e perfezionare l'ordine naturale. Prima, questa unione fondamentale può raggiungere il suo scopo essenziale unicamente perché è al contempo esclusiva e indissolubile. Queste due caratteristiche sono talmente peculiari che le relazioni illegali tendono esse stesse a manifestarle. L'attuale assenza di ogni principio morale e sociale ci fa comprendere da sola che si è osato erigere in modo dottorale l'incostanza e la frivolezza degli affetti a garanzia essenziale dell'umana felicità. Nessuna intimità può essere profonda senza concentrazione e senza perpetuità, perché la sola idea del cambiamento, lo provoca. Tra due esseri così diversi, quali l'uomo e la donna, non è troppo breve la nostra vita per conoscersi bene e amarsi con dignità? Nondimeno i cuori, di solito, sono così versatili che la società deve intervenire per evitare indecisioni o variazioni, il cui libero corso tenderebbe a far degenerare l'esistenza umana in una deplorevole serie di tentativi, senza via d'uscita e senza dignità. L'istinto sessuale può diventare un potente mezzo di perfezionamento solo mediante una costante e severa disciplina, la cui necessità sarebbe abbastanza confermata, se si considerassero, fuori dalla grande repubblica occidentale, le tante popolazioni che ancora non hanno potuto istituirla sufficientemente. Invano si è preteso ridurre a una semplice condizione climatica la scelta tra poligamia e monogamia. Questa frivola ipotesi è tanto contraria all'osservazione universale quanto a una sana teoria dell'umanità. Perfezionando sempre l'istituzione matrimoniale, così come qualsiasi altra, ovunque la nostra specie parte dalla poligamia più completa e tende alla monogamia più perfetta. Al nord, come al sud, si ritrova lo stato poligamo, risalendo abbastanza indietro nel corso delle epoche sociali: al sud, come al nord, lo stato monogamo prevale via via che la socialità si sviluppa; lo stesso Oriente vi perviene oggi {alla monogamia cioè}, tra le sue popolazioni più occidentalizzate.

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La monogamia occidentale costituisce quindi una delle istituzioni più preziose che dobbiamo al medioevo. Potrebbe aver contribuito forse, più di ogni altra, alla straordinaria superiorità sociale della grande famiglia moderna. Quantunque il divorzio l'abbia gravemente alterata nelle popolazioni protestanti, questa aberrazione temporanea è stata ivi molto contenuta dalle sante ripugnanze del sentimento femminile e dell'istinto proletario, che limitano i suoi danni alle classi privilegiate. La recrudescenza empirica della metafisica ufficiale può oggi suscitare dei seri timori circa l'estensione francese di una tale calamità. Ma la sana filosofia arriva in tempo per contenere essenzialmente queste tendenze effimere e fittizie, radicalmente contrarie al complesso dei costumi moderni. Questa lotta può essere diretta in modo da accelerare l'avvento di una sana teoria coniugale. Il positivismo ha tante ragioni in più per contare su di esso perché il suo spirito, sempre saggiamente relativo, gli permette di accordare, senza alcuna snervante incoerenza, concessioni eccezionali, che il carattere necessariamente assoluto di ogni dottrina teologica vietava. Solo una tale filosofia può conciliare l'indispensabile generalità delle varie regole morali con le motivate eccezioni che richiedono tutte le prescrizioni pratiche. *§* [pp. 253- 255==> 275-277 /454]

105. - La vedovanza eterna. Ma, lungi dal cedere così alle tendenze anarchiche, la donna perfezionerà l'unità fondamentale del matrimonio umano, facendo consacrare dai nostri costumi, quantunque senza alcuna vana ingiunzione di legge, il dovere della vedovanza eterna, complemento finale della vera monogamia. L'istinto volgare ha sempre onorato, anche nell'uomo, questa scrupolosa concentrazione del cuore. Nessuna dottrina è stata finora abbastanza pura, o abbastanza energica, per imporla. Secondo l'autorità superiore che procura una piena sistematizzazione, sempre pronta a motivare le sue decisioni sull'insieme delle leggi reali, il positivismo prescriverà agevolmente a tutte le anime delicate un obbligo complementare che deriva dallo stesso principio della regola fondamentale. Perché, se il matrimonio positivista è soprattutto destinato a perfezionare il cuore umano, la vedovanza diventa una conseguenza naturale dell'unità del legame. L'oblio di ogni moralità sistematica impedisce oggi di sentire la grandezza morale inerente a quella costanza postuma, che tante donne hanno un tempo praticato con dignità. Ma una profonda conoscenza della nostra vera natura rappresenta una considerazione siffatta come una fonte preziosa di perfezionamento, facilmente realizzabile, anche in gioventù, in tutti gli uomini nobilmente organizzati. In effetti, la vedovanza volontaria offre allo spirito e al corpo, tanto quanto al cuore, tutti i vantaggi essenziali della castità, senza esporsi ai gravi pericoli morali del celibato. Questa eterna adorazione di una memoria che la morte rende più toccante e più decisa, permette a ogni grand'anima, soprattutto filosofica, di meglio votarsi al servizio attivo dell'Umanità, utilizzandovi la preziosa reazione pubblica di un degno affetto privato. Così, la vera felicità individuale concorre con il bene comune a prescrivere un dovere simile a tutti coloro che hanno un sano apprezzamento reciproco. Questo santo prolungamento del più perfetto dei legami, oltre all'intima soddisfazione che sempre procura, troverà inoltre una ricompensa naturale in una estensione ancora più elevata. Se il legame sopravvive a uno, perché la gratitudine pubblica non dovrebbe garantirlo anche dopo l'altro, avvolgendo nella stessa bara quei cuori che la morte non potè disgiungere? Questa solenne eternizzazione di un degno matrimonio potrebbe talvolta essere attribuita in anticipo, quando i veri organi del sentimento pubblico la giudicassero ben meritata. Essa esorterebbe poi a nuovi servizi chi vi vedrebbe il pegno assicurato della piena e definitiva identificazione delle due memorie. Il passato ci offre già alcuni esempi spontanei di una tale solidarietà, come tra Dante e Beatrice, o Laura e Petrarca. Ma questi casi eccezionali non offrono un'idea giusta di questa novella istituzione, che sembrerebbe quindi limitata a eminenti anomalie. Legando ovunque la vita privata alla vita pubblica, al di là di ogni precedente possibilità, la rigenerazione finale permetterà

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di applicare la stessa ricompensa a tutti i cuori che l'avranno meritata, entro i limiti locali del loro proprio giudizio. Ecco come la tenerezza positivista troverà naturalmente preziose consolazioni, senza rimpiangere le chimere che ormai degradano tanto il cuore quanto lo spirito. La superiorità morale del nuovo regime si manifesta, anche a tale riguardo, in questo, che consola solo fortificando il legame. Infatti, le tanto decantate consolazioni cristiane dispongono di altre unioni che alterano l'efficacia principale del matrimonio, e che suscitano perfino un'ambiguità di affetto poco compatibile con la vaga utopia teologica. Fino al positivismo, nessuna dottrina aveva prescritto dogmaticamente la vedovanza, né istituito la comunità della bara, come doppio complemento estremo della monogamia umana. È perfezionando così la nostra grandezza morale che la nuova filosofia deve sempre rispondere alle stupide prevenzioni o alle infami calunnie. Il positivismo rende dunque la teoria del matrimonio indipendente da qualsiasi destinazione fisica, rappresentando questo legame fondamentale come la principale fonte di perfezionamento morale e, di conseguenza, come la base essenziale della vera felicità umana, sia pubblica che privata. Questa purificazione sistematica è tanto più preziosa che, senza supporre alcuna esaltazione eccezionale, risulta solamente da uno studio approfondito dell'umanità. Tutta l'efficacia personale e sociale del matrimonio sarebbe così realizzabile in una unione, che, sebbene più tenera, rimarrebbe sempre così casta come il legame fraterno. Malgrado l'istinto sessuale sia ordinariamente indispensabile, soprattutto nell'uomo, alla tenerezza iniziale, l'affetto può svilupparsi senza che sia soddisfatto. Purché la rinuncia si trovi, dalle due parti, abbastanza motivata, essa stimola maggiormente l'attaccamento reciproco. *§* [p. 255-256 ==> 277-278/454]

106. - La madre. Dopo aver così apprezzato la peculiare destinazione del matrimonio, indipendentemente dalla maternità, la teoria sociologica della donna deve essere completata con il concepimento dell'ufficio materno come un'estensione necessaria della missione morale, che caratterizza la sposa. Sotto questo nuovo aspetto, il positivismo dà ancora risalto alla dignità femminile, attribuendo alla madre la principale direzione di tutta l'educazione domestica, di cui l'educazione pubblica non costituisce poi che il complemento sistematico, secondo le indicazioni della terza parte. *§* [pp. 256-259 ==> 278-281/454]

107. - L'educazione del bambino appartiene di diritto alla madre. Questa decisione filosofica deriva dal principio fondamentale che, nello stato normale della società generale, affida necessariamente l'educazione al potere spirituale, che la donna rappresenta naturalmente in seno a ciascuna famiglia. Una tale regola sconvolge i pregiudizi attuali solo secondo la tendenza rivoluzionaria dello spirito a prevalere sul cuore, fin dalla fine del medioevo. I moderni sono stati così portati a negligere sempre più la parte morale dell'educazione, per darsi pensiero, oltre misura, della sua parte intellettuale. Ma, terminando lo stato rivoluzionario con la preponderanza sistematica del cuore sullo spirito, il positivismo rende all'educazione morale la sua preminenza naturale, come io l'ho sopra indicato. Da allora, le donne, che sarebbero, in effetti, poco idonee a dirigere l'attuale istruzione, riprenderanno, meglio che nel medioevo, la presidenza generale di un'educazione nella quale la morale dominerà sempre, e nella quale, fino alla pubertà, gli unici studi seguiti si ridurranno a esercizi estetici. I nostri antenati cavallereschi erano, ordinariamente, educati in questo modo sotto l'ascendente {l'influenza morale e psicologica} femminile, e di certo senza rammollirsi. Se dunque una tale preparazione convenne a dei guerrieri, come la si potrebbe temere in una società pacifica? Gli uomini non sono indispensabili che per l'istruzione, sia teorica che pratica. Quanto all'educazione morale, i filosofi non se ne dovranno impossessare, come ho indicato, che all'e

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tà in cui diventa sistematica, vale a dire negli ultimi anni che precedono la maggiore età. Anche la loro principale influenza morale sarà esercitata sugli uomini fatti per portarli nell'esistenza reale, sia privata che pubblica, a una giusta applicazione speciale dei principi inculcati nella giovinezza. Tutta la morale spontanea, cioè l'educazione dei sentimenti, quella che, in fondo, incide maggiormente sull'intera vita, deve dipendere essenzialmente dalle madri. È soprattutto in questo senso che importa lasciare sempre l'allievo in senso alla sua famiglia, sopprimendo i chiostri scolastici, come ho proposto. La preminenza naturale delle donne per questo ufficio fondamentale sarà sempre profondamente rispettata dai veri filosofi. Non dimenticheranno mai che gli esseri più simpatici sono necessariamente i più adatti a sviluppare negli altri gli affetti che devono prevalere. Consacrando la saggezza del volgo, la filosofia positiva rappresenterà sempre la cultura del cuore come più importante di quella dello spirito. La sua realtà caratteristica le impedisce di esagerare sempre l'efficacia della sistematizzazione e di disconoscere le condizioni essenziali. Non si può davvero sistematizzare, soprattutto nella morale, che ciò che preesiste spontaneamente. In tal modo, niente dispensa da un proprio e diretto sviluppo dei diversi sentimenti umani, anteriore a ogni disciplina filosofica. Questo ufficio fondamentale, che inizia con la vita, e che dura per tutto il corso dello sviluppo fisico, appartiene necessariamente alle donne. La loro attitudine è tale, a questo riguardo, che, in assenza della madre, una estranea ben scelta, di solito converrebbe meglio che il padre stesso, se ella potesse integrarsi sufficientemente nella famiglia. Solo le anime, nelle quali domina il sentimento, possono comprenderne degnamente l'importanza. Esse sole sanno realmente che la maggior parte degli atti umani, soprattutto nella giovane età, si devono apprezzare molto meno in sé stessi che tramite le tendenze che esse manifestano e le abitudini che esse suscitano. Rispetto al sentimento, non ci sono azioni indifferenti. Così giudicati, gli atti minori del bambino possono aiutare il duplice precetto fondamentale di tutta l'educazione positiva, sia spontanea che sistematica: sviluppare la socialità e smorzare l'individualità. Le azioni poco importanti sono anche le più adatte a permettere innanzitutto il sano apprezzamento dei sentimenti corrispondenti, sui quali l'osservazione può allora meglio concentrarsi, senza essere distratta da circostanze speciali. Inoltre, è solo da questi piccoli sforzi che il bambino può iniziare il difficile apprendimento della lotta interiore che dominerà tutta la sua vita, per subordinare gradualmente gli impulsi egoisti agli istinti simpatici. Sotto questi diversi aspetti, il precettore più eminente, anche di cuore, sarà sempre al di sotto di ogni degna madre. Quantunque quest'ultima spesso non sia in grado di formulare o di motivare le le sue decisioni abituali, l'efficacia finale farà normalmente emergere la superiorità reale della sua disciplina morale. Nessun'altro regime potrebbe cogliere così le occasioni più proprie per caratterizzare, senza affettazione, il fascino naturale dei buoni sentimenti e l'inquietudine legata alle ispirazioni egoistiche. Questa teoria sociologica della madre viene naturalmente a legarsi con quella della sposa, poiché la preponderanza {della scuola} materna, nonostante il suo spontaneo declino, continua a dirigere lo sviluppo del cuore fino all'età ordinaria del matrimonio. Allora l'uomo, governato involontariamente dalla donna, contrae nei suoi confronti, per tutto il resto della sua carriera, una subordinazione volontaria, che completa la sua educazione morale. Questo essere destinato all'azione viene a far consistere la sua principale felicità nel subire degnamente il salutare ascendente dell'essere votato all'affetto. L'ufficio fondamentale, al contempo privato e pubblico, assegnato alla donna nel regime positivo, non costituisce perciò, sotto ogni aspetto, che un vasto sviluppo sistematico della sua propria natura. Una vocazione tanto omogenea quanto determinata non può lasciare alcuna seria incertezza sulla posizione sociale corrispondente. Nessun altro caso essenziale non potrebbe confermare meglio questo principio universale dell'arte umana: l'ordine artificiale consiste sempre nel consolidare e migliorare l'ordine naturale. *§*

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[pp. 259-262 ==> 281-284/454]

108. - Sofismi moderni sui diritti della donna. Tutte le età di transizione hanno suscitato, come la nostra, delle sofistiche aberrazioni sulla condizione sociale delle donne. Ma la legge naturale che assegna al sesso affettivo un'esistenza essenzialmente domestica, non è stata mai gravemente alterata. Questa legge è talmente reale che ha sempre prevalso spontaneamente, quantunque i sofismi contrari restassero senza sufficiente confutazione. L'ordine domestico ha resistito ai sottili attacchi della metafisica greca, allora animata da una verve giovanile e che agiva sugli spiriti incapaci di una difesa sistematica. Non si possono quindi concepire oggi seri timori, vedendo sorgere, dalla nostra profonda anarchia mentale, alcune vane riproduzioni di utopie sovversive contro cui l'energica satira di Aristofane sollevava abbastanza l'istinto pubblico. Nonostante l'assenza di veri principi sociali sia ora più completa che durante la transizione dal politeismo al monoteismo, la ragione umana è pure molto meglio sviluppata, e soprattutto il sentimento lo è molto di più. Le donne erano allora troppo umiliate per respingere con dignità, anche con il loro silenzio, le dottorali aberrazioni dei loro sedicenti difensori, che avevano quindi da lottare solo contro la ragione. Ma, presso i moderni, la felice libertà delle donne occidentali permette loro di manifestare delle ripugnanze decisive, che bastano, in mancanza di rettifica razionale, a neutralizzare questi vagheggiamenti dello spirito, ispirati dalla sregolatezza del cuore. È solo il sentimento femminile che oggi frena le rovine pratiche che sembrerebbero dover produrre queste tendenze anarchiche. L'ozio aggrava questo pericolo presso le nostre classi privilegiate, dove peraltro la ricchezza esercita una funesta influenza sulla costituzione morale delle donne. Tuttavia, anche qui, il male è realmente poco profondo o molto ristretto. Non si sono mai veramente sedotti gli uomini, e ancor meno le donne, accarezzando le loro cattive inclinazioni. Non vi sono di veramente temibili che le seduzioni che si rivolgono alle nostre buone inclinazioni per snaturarne la direzione. Fantasticherie che scioccano direttamente tutte le delicatezze femminili non potevano dunque ottenere alcun ascendente reale, anche nei ranghi meglio disposti ad accoglierle. Ma, nel popolo, dove le loro rovine sarebbero così disastrose, la repulsione è molto più decisiva, perché l'esistenza proletaria indica maggiormente ai due sessi la loro vera rispettiva situazione. Così, soprattutto là dove importa consolidare maggiormente i dogmi domestici, il positivismo troverà pochi ostacoli alla piena ammissione della sua teoria naturale sulla condizione sociale delle donne, secondo la fondamentale duplice destinazione che ho appena loro assegnata. Nella sua più sistematica valutazione, questa teoria deriva dal grande principio relativo alla normale separazione dei due poteri elementari, che domina tutte le altre questioni sociali: perché, i motivi che concentrano l'esistenza femminile in seno alla famiglia, senza alcuna partecipazione al comando, anche domestico, non sono fondamentalmente che una più completa applicazione di quelli che proibiscono, in generale, al potere moderatore qualsiasi esercizio del potere direttivo. Poiché costituiscono l'elemento più puro e più spontaneo della forza morale, le donne devono soddisfare meglio le condizioni che sono loro peculiari. L'influenza affettiva che le caratterizza esige, ancor più dell'attitudine speculativa, una rigorosa rinuncia all'attività abituale del sesso dirigente {direttivo, dominante}. Se dunque i filosofi devono astenersi dagli affari pratici, le donne dovrebbero, a fortiori, rinunciarvi, anche se l'ordine naturale della società lasciasse loro la scelta: perché la delicatezza del sentimento, che costituisce il loro merito essenziale e la fonte del loro vero ascendente, è ancor più alterabile dalla vita attiva che la nitidezza e la generalità dei principi teorici. L'esercizio dell'autorità pratica non può conciliarsi con la crescita abituale dello spirito collettivo, perché preoccupa {nel senso di mettere in uno stato di incertezza} l'intelligenza con domande speciali. Ma molto di più nuoce alla purezza degli affetti, sviluppando impulsi egoistici. Questo pericolo sarebbe tanto meno evitabile per le donne, quanto più la loro anima, eminentemente tenera, manca ordinariamente di energia, in modo da non poter lottare abbastanza contro le influenze corruttrici. Meglio si approfondirà questo argomento fondamentale, più si sentirà, lungi dal nuocere alla loro vera vocazione, la

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loro situazione sociale è molto adatta a sviluppare, e perfino a perfezionare, le loro qualità principali. L'ordine naturale delle società umane è, sotto tutti gli aspetti, molto meno vizioso di quanto oggi lo indicano cieche declamazioni. Senza il regno spontaneo della preponderanza materiale, la forza la morale sarebbe snaturata, come se perdesse la sua destinazione caratteristica. Filosofi e proletari altererebbero ben presto le loro elevate qualità di spirito e cuore, se ottenessero l'ascendente temporale. Ma l'esercizio del comando corromperebbe ancora di più la natura femminile. Questa tendenza è fin troppo apprezzabile solo nelle classi superiori, dove spesso la ricchezza fornisce alle donne una funesta indipendenza e persino un potere abusivo. Ecco soprattutto ciò che obbliga a cercare, tra i proletari, il miglior tipo femminile, perché la tenerezza vi si sviluppa meglio e ottiene di più la sua giusta influenza. La ricchezza contribuisce ancora di più che l'ozio e la dissipazione alla degradazione morale delle donne privilegiate. *§* [pp. 262-263 ==> 284-285/454] 109. - L'evoluzione favorisce non l'uguaglianza tra i sessi, ma la loro differenziazione. A questo riguardo, come a ogni altro, il progresso continuo dell'umanità non fa che sviluppare di più l'ordine fondamentale. Lungi dal tendervi, la situazione rispettiva dei due sessi non tende affatto all'uguaglianza, interdetta dalla loro natura: il passato nel suo complesso conferma nettamente la tendenza costante dell'evoluzione umana a caratterizzare di più le loro differenze essenziali. Malgrado il miglioramento capitale che il medioevo apportò alla condizione sociale delle donne occidentali, questo tolse loro le funzioni sacerdotali che condividevano con gli uomini sotto il regime politeistico, dove il sacerdozio era piuttosto estetico che scientifico. A misura che il principio delle caste perdeva, presso i moderni, il suo antico ascendente, le donne venivano escluse dalla regalità e da ogni altra autorità politica. Le funzioni pratiche minori manifestano una tendenza equivalente ad allontanare sempre più le donne dalle diverse professioni industriali, anche da quelle che sembrano meglio dover loro convenire. Così, l'esistenza femminile si concentra di più nella famiglia, invece di staccarsene; contemporaneamente meglio sviluppa un legittimo ascendente morale. Lungi dal contraddirsi, queste due tendenze sono, al contrario, necessariamente solidali. Senza discutere di vane utopie retrograde, conta sentire, per meglio apprezzare l'ordine reale, che, se le donne mai ottenessero l'uguaglianza temporale che, senza il loro consenso, i loro sedicenti difensori richiedono, le loro garanzie sociali ne soffrirebbero tanto quanto il loro carattere morale: perché esse si troverebbero così soggette, nella maggior parte delle carriere, a un'attiva concorrenza quotidiana che non potrebbero sostenere; nello stesso tempo, la rivalità pratica corromperebbe le principali fonti dell'affetto reciproco. *§* [pp. 263-265 ==> 285-287/454]

110. - L'uomo deve nutrire la donna. Al posto di questi sogni sovversivi, un principio naturale garantisce pienamente l'esistenza femminile, fissando il doveri temporali del sesso attivo nei confronti del sesso affettivo. Solo il positivismo può, in virtù della sua realtà caratteristica, sistematizzare questo principio, in modo da farlo degnamente prevalere. Ma la nuova filosofia non ha affatto creato la tendenza universale che così proclama, dopo un giusto apprezzamento del movimento umano nel suo insieme. L'uomo deve nutrire la donna: tale è la legge naturale della nostra specie, in armonia con l'esistenza essenzialmente domestica del sesso affettivo. Questa regola, manifestata anche dalla più grossolana sociabilità, si sviluppa e si perfeziona a misura che l'evoluzione umana si compie. Tutti i progressi materiali che l'attuale situazione delle donne richiede, si riducono a meglio applicare questo principio fondamentale, le cui conseguenze devono ripercuotersi su tutte le relazioni sociali, soprattutto riguardo ai salari industriali. Conforme a una tendenza spontanea, questa regola si lega con la nobile destinazione delle donne come elemento affettivo del potere moderatore. L'obbligo è allora analogo a quello che prescrive alla

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classe attiva di nutrire la classe speculativa, perché quest'ultima possa degnamente attendere al suo ufficio fondamentale. Solo i doveri materiali del sesso attivo verso il sesso affettivo sono ancora più sacri, a causa della concentrazione domestica che l'ufficio femminile esige. Per quanto riguarda i pensatori, l'obbligo dei praticanti non è altro che collettivo; ma, nei confronti delle donne, è soprattutto individuale. Tuttavia, questa responsabilità diretta, che pesa specialmente su ogni uomo per la compagna che si è scelta, non dispensa affatto l'insieme del sesso attivo da un pari obbligo indiretto verso tutto il sesso affettivo. In mancanza dello sposo, e dei genitori, la società deve garantire l'esistenza materiale di ogni donna, sia a titolo di compenso di una inevitabile dipendenza temporale, sia soprattutto in vista di un indispensabile ufficio morale. Tale è dunque, a questo proposito, il vero senso generale del progresso umano: rendere la vita della donna sempre più domestica e liberarla maggiormente da tutto il lavoro esterno, al fine di meglio assicurare la sua destinazione affettiva. I privilegiati hanno già riconosciuto che ogni sforzo faticoso deve essere risparmiato alle donne. Questo è pressoché il solo caso in cui i nostri proletari devono imitare, quanto alle relazioni tra i due sessi, i costumi dei loro governanti temporali. Sotto ogni altro aspetto, il popolo occidentale avverte più di essi i doveri pratici degli uomini nei confronti delle donne. Esso arrossirebbe anche molto spesso per le barbare corvée, ancora imposte a tante donne, se il nostro regime industriale permettesse già di evitare una tale mostruosità. È soprattutto tra i nostri grandi e i nostri ricchi che si vedono questi vili contratti, peraltro così spesso fraudolenti, dove un intervento immorale determina nello stesso tempo la degradazione di un sesso e la corruzione dell'altro. Facendo meglio risaltare la vera vocazione della donna, ed espandendo maggiormente la scelta coniugale, i costumi spengono rapidamente la vergognosa venalità, risultata così dall'usanza delle doti, già quasi nulla presso i nostri proletari. Il principio positivista sugli obblighi materiali dell'uomo verso la donna, eliminerà sistematicamente questo residuo di barbarie, anche tra i nostri privilegiati. Per meglio pervenirvi, basterà realizzare un'ultima conseguenza della teoria sociologica del sesso affettivo, interdicendo alle donne ogni eredità. Senza questa soppressione, quella delle doti verrebbe elusa per un abbuono spontaneo. Non appena la donna viene dispensata da tutta la produzione materiale, è all'uomo solo che devono toccare gli strumenti di lavoro che ciascuna generazione prepara per la successiva. Lungi dal costituire un privilegio vizioso, una tale modalità di trasmissione si lega naturalmente a una grave responsabilità. Non è punto tra le donne che questa misura complementare susciterà una seria opposizione. Peraltro, una sana educazione ne farà loro capire l'utilità personale, al fine di preservarle da indegni corteggiatori. Questa importante prescrizione non deve neppure diventare legale se non dopo che si è affermata liberamente nei costumi, per l'universale convinzione della sua attitudine a consolidare la nuova costituzione domestica. *§* [pp. 265-269 ==> 287-291/454]

111. - La donna deve ricevere la stessa educazione dell'uomo. Per portare a termine la caratterizzazione della condizione sociale delle donne sotto il regime positivo, basta indicare, secondo la stessa teoria, la natura della loro educazione. La loro funzione fondamentale dissipa, a questo riguardo, ogni incertezza, manifestando l'obbligo di estendere ai due sessi, in modo pressoché uniforme, il sistema di educazione generale di cui sopra destinato ai proletari. Questo sistema, essendo libero da ogni specialità, è adatto tanto all'elemento simpatico del potere moderatore quanto all'elemento sinergico, anche per quanto riguarda gli studi scientifici. Se, verso i proletari, abbiamo riconosciuto quanto sia indispensabile la sana teoria storica, un'esigenza simile si estende anche alle donne, al fine di svilupparvi degnamente il sentimento sociale, sempre imperfetto finché la continuità non vi completa la solidarietà. Ora, applicando ai due sessi la necessità di un tale studio, e della conseguente sistematizzazione morale, non vi si può disconoscere un'eguale urgenza di preparazione scientifica che essa presuppone, e che peraltro offre direttamente a tutti un'importanza

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equivalente. Infine, poiché le donne devono presiedere a tutta l'educazione spontanea, bisogna che esse abbiano anche partecipato all'educazione sistematica che ne costituisce l'indispensabile complemento. Non c'è niente di veramente particolare per gli uomini che ciò che si chiama educazione professionale, che abbiamo riconosciuto non comporti in definitiva nessuna organizzazione propria, in quanto essa deve soprattutto risultare da un giudizioso esercizio, a seguito di un saggio sviluppo teorico. Le donne avranno quindi, come i filosofi, la stessa educazione dei proletari. Tuttavia, proclamando questa eguale partecipazione dei due sessi, sono ben lungi dal pensare, con il mio illustre precursore Condorcet, che le loro lezioni pubbliche debbano essere simultanee. L'apprezzamento morale, che deve sempre prevalere, interdice altamente una tale mescolanza, altrettanto funesta per entrambi i sessi. È al tempio, al club e al salotto, che essi dovrebbero associarsi liberamente, per tutta la loro carriera. Ma, a scuola, questi contatti prematuri impedirebbero a ciascuno di essi di sviluppare il proprio carattere, oltre l'evidente turbamento che subirebbero i loro studi. Finché, da una parte e dall'altra, i sentimenti non sono sufficientemente formati, importa molto che le loro relazioni restino parziali e circoscritte, sotto la costante sorveglianza delle madri. Nondimeno, questo obbligo di separare le lezioni pubbliche dei due sessi, quantunque gli studi siano gli stessi, non deve in alcun modo portare a istituire per le donne dei professori speciali. Una tale istituzione, oltre ai suoi inconvenienti finanziari, tenderebbe soprattutto a snaturare l'educazione femminile, suscitando un pregiudizio inevitabile sull'inferiorità dei propri organi. Perché l'istruzione fondamentale sia veramente la stessa per entrambi i sessi, bisogna che i professori siano comuni, malgrado la separazione delle lezioni. Il piano indicato nella terza parte di questo Discorso concilia queste due condizioni facilmente, non obbligando ciascun filosofo che a una sola seduta settimanale, o qualche volta a due. Un tale servizio può essere facilmente raddoppiato, senza ancora arrivare alle miserabili corvée dei maestri attuali. Ogni filosofo, dovendo del resto percorrere successivamente i sette gradi annuali di insegnamento positivo, l'obbligo di insegnare separatamente ai due sessi, potrebbe regolarsi in modo da dispensare il professore da ogni fastidiosa ripetizione. Del resto, gli uomini illustri che si incaricherebbero sempre di questo doppio ufficio, sarebbero presto edotti, per esperienza, sulla diversità didattica corrispondente alla naturale differenza degli uditori, senza tuttavia alterare mai la necessaria omogeneità dei metodi e delle dottrine. Esaltando, agli occhi di tutti, la dignità degli studi femminili, questa identità di organi deve anche esercitare una felice reazione sul carattere intellettuale e morale dei funzionari filosofici. Essi saranno così meglio allontanati dalle specialità oziose e riportati spontaneamente alle visioni d'insieme. La subordinazione fondamentale dello spirito al cuore, diventerà anche per loro più familiare, frequentando nello stesso tempo le nature più razionali e le più sentimentali. Questa uguale destinazione a entrambi i sessi completerà l'universalità enciclopedica dei nuovi filosofi. Forzati così a trattare parallelamente tutti i diversi ordini di concezioni reali, e altresì a interessare ugualmente due uditori così diversi, sarà necessario che il loro merito personale sia al livello del loro ufficio sociale. Ma, allo stesso tempo, l'insieme di queste condizioni tende così tanto a ridurre il loro numero, che si potrà trovare abbastanza uomini illustri per realizzare un piano siffatto, quando il loro reclutamento sarà sapientemente istituito e la loro esistenza materiale degnamente garantita. Non dimentichiamo d'altronde che la loro corporazione dev'essere occidentale, e per niente nazionale; in modo che i funzionari positivisti cambieranno la loro residenza anche più spesso di quanto non lo fecero, nel medioevo, i dignitari cattolici. Combinando tutte queste considerazioni, riconosceremo presto che l'educazione positiva potrà essere largamente organizzata, per entrambi i sessi, per tutti gli abitanti dell'Occidente, senza esigere l'equivalente delle spese inutili, anzi nocive, che travolgono oggi il solo clero anglicano Ogni funzionario filosofico troverebbe tuttavia una degna esistenza materiale, sebbene nessuno sia mai stato degradato dalla ricchezza. Oggi basterebbe un corpo di ventimila filosofi, e probabilmente sempre, per tutti i bisogni spirituali delle cinque popola

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zioni occidentali, poiché consentirebbe di istituire, su duemila punti del territorio positivista, il sistema completo dell'istruzione settennale. L'influenza delle donne e quella dei proletari non possono diventare mai abbastanza sistematiche per dispensare in nessun modo l'intervento filosofico. Tuttavia la loro crescente incorporazione nel complesso del potere moderatore, diminuirà l'ulteriore estensione della classe puramente speculativa, che il regime teologico moltiplicò troppo. Il privilegio dell'agiatezza senza produzione sarà quindi abbastanza raro e abbastanza meritato per non suscitare alcuna legittima recriminazione. Ovunque si sentirà che le spese consacrate all'esistenza filosofica, come all'esistenza femminile, lungi dall'essere onerose per la società attiva, costituiscono la fonte più preziosa del suo perfezionamento e della sua vera felicità, assicurando il corretto sviluppo delle funzioni speculative e affettive che caratterizzano l'umanità. Tutte le questioni relative alla teoria sociologica della donna, si risolvono perciò senza incertezza, secondo il principio fondamentale enunciato, all'inizio di questa quarta parte, sulla destinazione sociale del sesso affettivo, in virtù della sua costituzione naturale. Organi spontanei del sentimento che soli presiedono all'unità umana, le donne costituiscono l'elemento più diretto e più puro del potere moderatore, destinato a moralizzare sempre di più il necessario potere della forza materiale. A questo titolo, esse sono incaricate, dapprima come madri, poi come mogli, dell'educazione morale dell'umanità. Da ciò deriva la loro esistenza sempre più domestica, e la loro partecipazione sempre più completa all'istruzione generale, affinché la loro situazione tenda sempre a meglio svilupparne la vocazione. *§* [pp. 269-270==> 291-292/454]

112. - Ricompensa legata alla missione affettiva della donna. Ora è facile completare quest'apprezzamento sommario, caratterizzando anche la ricompensa naturale di un destino siffatto. Nessun'altra vocazione fa così tanto sentire la felicità di ogni essere: essa consiste soprattutto nello sviluppare il suo ufficio spontaneo: perché tutte le donne non hanno, fondamentalmente, che una stessa missione, quella di amare. Ma è la sola che ammette un numero illimitato di organi, e che, lungi dal temere una concorrenza, si estende per il suo tramite. Incaricate di mantenere in buono stato la fonte affettiva dell'unità umana, le donne sono dunque così felici che possono esserlo quando sentono degnamente la loro vera vocazione, e quando la possano seguire liberamente. Il loro ufficio sociale ha questo di mirabile, che le invita a sviluppare il loro istinto naturale e prescrive loro le emozioni che ciascuno preferisce a tutte le altre. Pertanto, le donne, in generale non hanno da domandare alla rigenerazione finale che adattare meglio la loro situazione alla loro destinazione, sia esonerandole da qualsiasi attività esterna, sia assicurando la loro giusta influenza morale. Ora, il regime positivo soddisferà direttamente questa duplice aspirazione, con l'insieme dei miglioramenti materiali, mentali e morali, che realizzerà nell'esistenza femminile. Ma, oltre a questa naturale ricompensa di un felice ufficio, il positivismo deve compiere, nei confronti delle donne, ciò che il medioevo potè solo abbozzare, sistematizzando il riconoscimento continuo che ispirerà sempre di più il loro salutare ascendente morale. In una parola, la novella dottrina universale può solo degnamente istituire il culto, a un tempo pubblico e privato, della donna. Sarà il primo grado permanente del culto fondamentale dell'Umanità, dove la conclusione di questo Discorso collocherà alla fine il centro generale del positivismo, tanto filosofico quanto politico. *§* [pp. 270-273==> 294-295/454] 113. - La donna e la cavalleria. I nostri antenati cavallereschi fecero, a questo riguardo, mirabili tentativi, che oggi sono maggiormente apprezzati solo dalle donne. Ma i loro nobili sforzi non potevano bastare, sia a causa di una sociabilità troppo militaresca, sia per l'insufficienza sociale della dottrina domi

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nante. Tuttavia, hanno lasciato ricordi imperituri; e anche noi dobbiamo loro ancora la parte migliore dei nostri costumi occidentali, quantunque già molto alterati dalla nostra anarchia. La filosofia negativa del secolo scorso ha rappresentato la cavalleria come cosa che giammai potesse rivivere, in quanto legata a credenze ormai retrograde. Ma questa solidarietà era più apparente che reale, e peraltro puramente temporanea. Essa è stata viziosamente esagerata dai moderni difensori del cattolicesimo, che non riuscivano a discernere sufficientemente la fonte affettiva di questa mirabile istituzione sotto la sua consacrazione teologica. Il sentimento feudale costituì certamente l'origine diretta e naturale della cavalleria, che solo in seguito domandò al cattolicesimo l'unica sanzione sistematica che potesse allora trovare. In fondo, il principio teologico era poco conforme all'impulso cavalleresco: l'uno concentrava la sollecitudine umana su un avvenire chimerico, mentre l'altro dirigeva tutta la nostra energia verso l'esistenza reale. Sempre posto tra il suo Dio e la sua dama, il cavaliere del medioevo non poteva conoscere questa piena unità morale che sola avrebbe sviluppato interamente la sua nobile volontaria missione. Arrivando alla fine della transizione rivoluzionaria, cominciamo a sentire che la cavalleria, lungi dall'estinguersi definitivamente, deve prevalere meglio nel vero regime moderno, secondo una sociabilità più pacifica e una dottrina più umana. E ciò perché questa grande istituzione corrispose a un bisogno fondamentale che si sviluppa maggiormente a misura che l'umanità diventa più civile: il protettorato volontario verso tutti i deboli. Il passaggio dall'attività conquistatrice degli antichi al regime difensivo dei guerrieri feudali, dovette suscitarne la prima manifestazione generale, allora sanzionata dalle credenze dominanti. Ma l'irrevocabile preponderanza della vita pacifica deve procurargli una migliore estensione, quando questo grande carattere temporale dell'ordine moderno sarà stato degnamente sistematizzato e moralizzato. Solamente il sentimento cavalleresco trasformerà la sua destinazione, secondo la felice modificazione che la nostra civiltà apporta sempre più all'abituale oppressione. Avendo il potere militare cessato d'essere militare per divenire industriale, la persecuzione non è più diretta alla persona, ma soprattutto alla fortuna. Questa trasformazione definitiva offre molti vantaggi, sia riducendo la gravità dei pericoli, sia rendendo la protezione più facile e più efficace; ma essa non dispenserà mai dal protettorato volontario, nemmeno sistematico. L'istinto distruttore si farà sentire sempre vivamente in tutti coloro che avranno, in qualsiasi modo, il potere di abbandonarvisi. Quindi, il regime positivo deve naturalmente offrire, come supplemento generale alla sistematizzazione morale, lo sviluppo regolare dei costumi cavallereschi tra i capi temporali. Quelli di loro che si sentiranno animati da una generosità equivalente a quella dei loro eroici predecessori, consacreranno non la loro spada, ma la loro fortuna, la loro attività e, all'occorrenza, tutta la loro energia, alla libera difesa di tutti gli oppressi. Proprio come nel Medioevo, questo ufficio volontario sarà esercitato soprattutto nei confronti delle classi specialmente esposte alle persecuzioni temporali, cioè alle donne, i filosofi e i proletari. Non può supporsi che l'istituzione meglio ispirata dal sentimento sociale debba rimanere estranea al regime che più svilupperà la sociabilità. Sotto questo primo aspetto, la ricostruzione finale dei costumi cavallereschi non offrirà che un rinnovamento della grande istituzione del medioevo, secondo un adattamento al nuovo stato mentale e sociale. Oggi, come allora, la devozione dei forti nei confronti dei deboli diverrà la naturale conseguenza della subordinazione della politica alla morale. È così che il potere moderatore trova dei generosi patroni nel seno stesso del potere direttivo, che esso deve riportare degnamente a severi doveri sociali. Ma, oltre a questo ufficio generale, la cavalleria feudale offriva, nei confronti delle donne, una vocazione più speciale e più intima, per la quale la superiorità del regime positivo sarà più completa e più evidente. Nel delineare il culto delle donne, il sentimento feudale fu male assecondato e persino, per molti aspetti, ostacolato dal principio cattolico. Direttamente contrari alla vera tenerezza reciproca, i costumi cristiani ne hanno favorito lo sviluppo solo attraverso un'influenza indi

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retta, prescrivendo la purezza abituale, indispensabile al vero amore. Sotto ogni altro aspetto, le simpatie cavalleresche poterono sorgere solo lottando sempre contro l'egoistica austerità di un regime che non consacrò mai il matrimonio, se non a titolo di una inevitabile infermità, sfavorevole alla salute personale. La salutare prescrizione della purezza vi si trovava, essa stessa, alterata da motivi interessati, che compromettevano molto la sua principale efficacia morale. Ecco perché, malgrado l'ammirevole perseveranza dei nostri generosi antenati, il culto della donna non poté essere, nel medioevo, che imperfettamente abbozzato, soprattutto nei costumi pubblici. Malgrado le empiriche pretensioni del cattolicesimo, ci sono tutte le ragioni per presumere che, se la situazione feudale avesse potuto svilupparsi sotto il politeismo, i sentimenti cavallereschi vi avrebbero prevalso meglio. *§* [pp. 273-278 ==> 295-300/454]

114. - Il culto della donna. Il regime positivo solo permette il pieno sviluppo del culto delle donne, mediante la sua intera sistematizzazione, dove le opinioni asseconderanno sempre la morale. Erigendo la tenerezza a principale attributo femminile, il nuovo culto farà nondimeno apprezzare in essa degnamente la purezza, legandola finalmente alla sua vera fonte e al suo fine essenziale, come condizione capitale della felicità e del perfezionamento. Uno studio approfondito della natura umano scarterà senza fatica i vani sofismi che la nostra anarchia ispira, su questo importante argomento, agli spiriti superficiali uniti a cuori grossolani. Anche il il materialismo scientifico presenterà, sotto questo aspetto, pochi ostacoli reali alla missione morale del positivismo. Il giudizioso medico Hufeland ha già rimarcato che il notorio vigore degli antichi cavalieri scartava in anticipo ogni seria obiezione ai pericoli fisici di una continenza abituale. Senza scindere i diversi aspetti di una tale questione, la valutazione positiva stabilirà facilmente che la purezza, imposta prima come condizione di ogni profonda tenerezza, non è meno importante al perfezionamento materiale e intellettuale dell'uomo e dell'umanità che al loro progresso morale. Secondo l'insieme delle specifiche indicazioni di questa 4a parte, il positivismo dispone tanto lo spirito quanto il cuore a organizzare degnamente, in tutta la vita reale sia privata che pubblica, il culto, al contempo individuale e collettivo, del sesso affettivo e del sesso attivo. Nate per amare ed essere amate, affrancate da ogni responsabilità pratica, liberamente ritiratesi nel santuario domestico, i nostri occidentali positivisti riceveranno da esse il puro omaggio abituale di una gratitudine pienamente sentita. Sacerdotesse spontanee dell'Umanità, non dovranno più vincere i propri scrupoli, né la terribile rivalità di un dio vendicativo. Ciascuno di noi apprenderà, fin dalla infanzia, a vedere, in tutto il loro sesso, la fonte principale della felicità e del perfezionamento umani, tanto pubblici che privati. Tutti quei tesori di affetto che i nostri antenati persero per uno scopo mistico, e che i nostri costumi rivoluzionari hanno in seguito misconosciuto, saranno allora accuratamente raccolti e applicati al loro vero fine, da popolazioni estranee a qualsiasi chimera degradante. Esseri nati per l'azione, e che si sentiranno i leader del mondo conosciuto, faranno consistere la loro principale felicità nel subire degnamente il felice ascendente morale degli esseri votati all'affezione. In breve, il ginocchio dell'uomo non si piegherà più se non davanti alla donna. Questo culto continuo deriva naturalmente da un'intima riconoscenza, determinata da un esatto apprezzamento abituale dei reali benefici del sesso affettivo nei riguardi del sesso attivo. Una convinzione familiare farà profondamente sentire a ogni positivista che la nostra vera felicità, tanto privata che pubblica, dipende soprattutto dal perfezionamento morale, e che questo deriva principalmente dall'influenza della donna sull'uomo, dapprima come madre, poi come sposa. È impossibile che un tale sentimento abituale non determini una tenera venerazione attiva verso un sesso al quale la sua posizione sociale interdice ogni concorrenza interessata. A misura che la vocazione femminile sarà meglio compresa e più sviluppata, ogni donna diventerà per ogni uomo la migliore personificazione dell'Umanità.

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Ma questo culto, prima emanato da una riconoscenza spontanea, sarà in seguito consacrato, secondo un apprezzamento sistematico, come un nuovo mezzo di felicità e di perfezionamento. L'imperfezione morale del sesso attivo gli impone di sviluppare, mediante un esercizio assiduo, i teneri affetti che sono in lui troppo inerti. Non c'è niente che possa meglio soddisfare questa importante condizione che una pratica familiare, sia privata che pubblica, del culto femminile. È soprattutto così che il positivismo ritroverà degnamente l'alta efficacia morale che il cattolicesimo ricava dalla preghiera. Un grossolano apprezzamento rappresenta oggi questo uso religioso come inseparabile dagli interessi chimerici che lo ispirarono nei primi uomini. Ma la sistematizzazione cattolica tese sempre a liberarla, quantunque il regime teologico non potesse mai permetterlo interamente. Da sant'Agostino, tutte le anime pure hanno sempre più avvertito, attraverso l'egoismo cristiano, che pregare può non essere domandare. A misura che prevarrà la vera teoria della natura umana, si concepirà meglio questa alta funzione, che il regime definitivo deve maggiormente sviluppare secondo un principio migliore. Nello stato normale dell'umanità, la preghiera, purificata da ogni calcolo personale, diverrà, secondo il suo vero fine morale, un'effusione solenne, individuale o collettiva, dei sentimenti generosi, sempre legati alle visioni generali. Il positivismo ne prescriverà la pratica giornaliera come atta a combattere gli impulsi egoistici e le idee ristrette che la vita attiva ordinariamente ispira. È soprattutto agli uomini che sarà raccomandata, perché hanno più bisogno d'essere regolarmente ricondotti verso i pensieri d'insieme e gli affetti disinteressati, da cui la loro esistenza abituale tende maggiormente ad allontanarli. Per assicurarne meglio l'efficacia, è importante che il suo oggetto sia nettamente determinato. Ora, questa condizione è naturalmente adempiuta dal culto femminile, che può così diventare molto più salutare del culto divino. Indubbiamente, la preghiera umana deve finalmente avere soprattutto in vista l'Umanità, come lo indicherò specialmente a conclusione di questo Discorso. Ma questo scopo sarebbe troppo vago per realizzare i felici effetti morali di un tale costume, se si volesse prima accentrarlo in questo modo. Forse la tenerezza femminile comporta questa improvvisa estensione diretta. Comunque sia, il sesso attivo non potrebbe pretenderlo nemmeno presso la classe contemplativa, meglio disposta a generalizzare tutto. È dunque solo il culto femminile, prima privato, poi pubblico, può preparare l'uomo al culto reale dell'Umanità. Nessuno è così sfortunato da non trovare tra le donne, sia come moglie che come madre, un soggetto degno di speciale affetto, che possa preservare il suo cuore da tutte le divagazioni nella sua adorazione privata del sesso amoroso {affettuoso}. La morte, che sembra dover distruggere questo culto individuale, deve, al contrario, consolidarlo purificandolo maggiormente, quando è ben istituito. Non è solo nell'esistenza collettiva che il positivismo farà sentire nettamente il legame del presente con il passato nel suo insieme, e anche con il futuro. Legando tutti gli individui e tutte le generazioni, la sua dottrina familiare permetterà a ciascuno di far meglio rivivere i suoi più cari ricordi, in un regime in cui la vita privata sarà riallacciata profondamente alla vita pubblica, fino al più piccolo cittadino. Gli spiriti ben coltivati sono già abituati a vivere con i loro eminenti predecessori medievali, e anche dell'antichità, quasi come farebbero nei confronti di amici assenti. Perché il cuore, molto più energico, non dovrebbe comportare anche questa ideale risurrezione? La vita pubblica ci offre già frequenti esempi di simpatie e antipatie sviluppate, a un livello elevato, presso immense popolazioni, per quanto riguarda i principali personaggi storici, soprattutto quando la loro attuale influenza resta apprezzabile. Niente impedisce di estendere ai fini privati una tale attitudine affettiva, per le relazioni che tutti sentono. La nostra cultura morale si è finora realizzata sotto un regime così inadatto che oggi non possiamo concepire abbastanza l'efficacia abituale che comporterà la sua rigenerazione positiva, che sempre si concentra sulla vita umana, sugli affetti come sui pensieri. Vivere con i morti costituisce uno dei privilegi più preziosi dell'umanità, che lo sviluppa ulteriormente a misura che le sue idee si espandano e i suoi sentimenti si purificano.

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Il positivismo deve dargli una grande spinta, nello stesso tempo spontanea e sistematica, non solo pubblica, ma anche privata. Lo estenderà anche in avvenire, facendoci così vivere con coloro che non sono nati; ciò che prima era impossibile per mancanza di una vera teoria storica, abbracciando in un solo sguardo l'insieme dei destini umani. Una miriade di esempi ci indica l'attitudine del cuore umano alle emozioni prive di ogni fondamento oggettivo, se non è quello ideale. Le visioni familiari del politeista, gli affetti mistici del monoteista, indicano, in passato, una tendenza naturale che il futuro deve utilizzare fornendogli una destinazione più reale e più nobile, secondo una migliore filosofia generale. Così, anche coloro che sarebbero purtroppo privi di un soggetto degno di affetto personale, potrebbero tuttavia istituire opportunamente il culto privato delle donne, scegliendo, tra i nostri predecessori, un tipo adattato alla loro propria natura. Le immaginazioni più potenti aprirebbero anche il dominio del futuro, costruendovi un ideale ancora più perfetto. Fondamentalmente, è quello che fecero spesso i nostri antenati cavallereschi, malgrado la loro ingenua ignoranza. Perché l'abitudine di una sana teoria storica non potrebbe aumentare, a questo proposito, le nostre facoltà naturali? Per l'avvenire, come per quanto riguarda il passato, la dottrina positiva estenderà tanto più questa felice attitudine nella misura in cui saprà preservarla da ogni divagazione snervante, imponendole delle leggi oggettive proprie a contenere la versatilità spontanea del cuore umano. *§* [pp. 279-280 ==> 301-302/454]

115. - Il culto della donna prepara il culto dell'Umanità. Ho dovuto insistere su questa istituzione, talvolta reale, talvolta ideale, del culto privato e individuale della donna, perché il suo culto pubblico e collettivo non potrebbe altrimenti comportare una profonda efficacia morale. La riunione degli uomini fortifica e sviluppa molto i loro propri sentimenti, ma senza poterli ispirare. Se dunque ciascuno non provasse isolatamente una tenera venerazione abituale per coloro che presiedono ai nostri principali affetti, una moltitudine così composta si limiterebbe a ripetere, nei templi dell'Umanità, delle formule vane in onore delle donne. Ma coloro che, tutti i giorni, rivolgendo loro sinceramente segreti omaggi, potranno, con il loro solenne concorso, esaltare sovente i loro rispettivi nobili sentimenti fino al più salutare entusiasmo. Nella mia ultima lettera alla mia eterna compagna, le dicevo spontaneamente: "In mezzo ai più gravi tormenti che possono derivare dall'affetto, non ho mai cessato di sentire che l'essenziale per la felicità è avere sempre il cuore degnamente colmo. [Vd. Testamento di Auguste Comte. (N. degli editori)] Dopo la nostra fatale separazione oggettiva, un'esperienza giornaliera ha meglio confermato questo apprezzamento: d'altronde si conforma alla vera teoria della natura umana. È attraverso tali abitudini individuali che si possono preparare convenientemente delle sincere pratiche collettive." L'attitudine caratteristica del positivismo è ancor più irrecusabile per questo culto pubblico della donna che per il culto privato, perché solo la sistematica preponderanza del punto di vista sociale permette di rendere tale omaggio al fine fondamentale dell'amore sessuale. Nelle grandi riunioni del medioevo, i cavalieri manifestavano contemporaneamente diversi sentimenti individuali, ma senza mai elevarsi al di sopra di una semplice estensione collettiva del culto privato. Sebbene questo culto debba rimanere il preambolo dell'altro, quest'ultimo consisterà soprattutto nel testimoniare direttamente la riconoscenza del popolo per l'ufficio sociale del sesso affettivo, quale organo spontaneo del principio fondamentale dell'unità umana e primo elemento del potere moderatore. Ora, un tale apprezzamento era impossibile nel Medioevo, per mancanza di una vera teoria sociale che abbracciasse l'insieme delle relazioni reali. Era addirittura inconciliabile con la dottrina dominante, dove Dio usurpava il posto dell'Umanità. ....omissis..... *§*

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RIFLESSIONI PERSONALI. Della teoria comtiana, 3 sono gli elementi caratteristici e costitutivi: il filosofico, il proletario {o il popolare}, l'affettivo. Una concezione triadica quindi, come la strutturazione della società in classi, quella: dei filosofi, dei proletari, delle donne, dei quali vengono qualificati il potere, l'autorità e il principio, rispettivamente, con l'attributo: spirituale, attivo, affettivo. I proletari e le donne si designano anche con sesso attivo, sesso affettivo. Triadica è la stessa natura dell'uomo: ragione (spirito, mente, intelligenza), forza materiale (corpo, energia, attività), sentimento (cuore, amore, affetto). Il Nostro, posta la pluriequazione: l'elemento filosofico : la ragione = l'elemento popolare : l'attività = l'elemento femminile : sentimento; esplicita definizioni, funzioni e rapporti reciproci degli elementi de quo. P.e.: - l'elemento filosofico è l'organo sistematico della forza moderatrice; - la donna, la fonte domestica del potere moderatore; - i proletari, la garanzia politica. I rapporti fra i tre elementi sono ricondotti a una continua subordinazione della ragione e dell'attività all'amore universale, personificato dalle donne. I filosofi possono dare a questo principio solo una consistenza sistematica, che lo preserverà da ogni alterazione sofistica. La sua attività energetica non potrebbe emanare che dai proletari, senza i quali la sua applicazione verrebbe quasi sempre elusa. L'azione combinata dei filosofi, dei proletari e delle donne crea - dice Comte - la forza morale, la cui peculiarità risiede nel modificare il regno spontaneo della forza materiale per mezzo del concorso dei tre elementi, che restano comunque esteriori, al di fuori cioè dell'ordine stricto sensu politico (§ 95) E della forza morale, la donna è l'elemento più puro e più spontaneo. Inoltre, il sentimento, la ragione e l'attività corrispondono esattamente, sia isolati, che combinati, ai tre elementi necessari - il femminile, il filosofico e il popolare - dell'alleanza rigeneratrice, che ha il compito di risolvere il grande problema umano: l'abituale preponderanza della sociabilità sulla personalità. Unitamente alla triade comtiana, si rileva altresì la dicotomia gerarchica della preponderanza/subordinazione, prevalenza/soggezione, superiorità/inferiorità o minorità. E così si ha: - la preponderanza della morale sulla politica; - la preponderanza della sociabilità sulla personalità o individualità; - la preponderanza fondamentale dei bisogni corporei o materiali; - la preponderanza fondamentale del sentimento sulla ragione e sull'attività; - la prevalenza sistematica del cuore sullo spirito; - la subordinazione della ragione e dell'attività all'amore universale; - la subordinazione sistematica della politica alla morale. E infine, dopo la triade e la dicotomia, ecco la unicità o singolarità del principio affettivo, base universale del positivismo. Insomma, a fondamento della filosofia comtiana vi è la preponderanza sistematica del cuore, ovvero la preponderanza universale del sentimento. Il Nostro, in particolare, coglie nella donna l'attitudine femminile al positivismo.

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Ne consegue che le donne, dominante universalmente il sentimento, poiché incarnano l'elemento affettivo, devono adempiere una funzione sociale imprescindibile, quella di essere il supremo regolatore umano. Non devono comunque comandare, ma rendere migliore l'uomo con l'affetto e il consiglio. Ma, qual è la concezione comtiano del rapporto uomo - donna? Nell'uomo, dominanti sono le qualità proprie della vita attiva, congiuntamente alla attitudine speculativa che ne è inseparabile; nella donna, invece, le qualità proprie della emotiva. La donna possiede una superiorità in tenerezza; l'uomo, in ogni genere di forza. Nonostante le sue pretese, la forza intellettuale non è, fondamentalmente, più morale della forza materiale. Ciascuna di esse costituisce solo un mezzo, la cui moralità dipende dal suo impiego. Nella nostra natura, non vi è di direttamente morale che l'amore, che solo tende immediatamente a far prevalere la socialità sulla personalità {o individualità}. La donna esercita la sua azione principale sempre in famiglia. E compito dell'uomo è nutrire la donna. Ma, in particolare, la donna, e il sesso femminile, cos'è? La donna è il tipo più puro e diretto dell'Umanità. Motivo per cui - asserisce Comte l'elemento più morale dell'umanità deve preferire a ogni altro regime, quello che eresse direttamente a principio la preponderanza della morale sulla politica {e cioè il positivismo}. Il cuore, infatti, spingerà le donne soprattutto verso la sola filosofia che sistematizza degnamente la preponderanza universale del sentimento. Nessun regime può loro ispirare tanto fascino {attrattiva} quanto quello che le rappresenta come la personificazione spontanea del vero principio fondamentale dell'unità umana, così posto sotto la loro speciale garanzia. Le donne comtiane sono quindi chiamate a formare una parte essenziale del nuovo potere spirituale. Il sesso femminile è senza dubbio superiore al maschile, per quanto concerne l'attributo più fondamentale della specie umana, la tendenza cioè a privilegiare la socialità sulla personalità, e tale muliebre destino sociale diventa - proprio nel regime positivo - una conseguenza necessaria della loro vera natura. A questo proposito, Comte mette in risalto che la nobile destinazione sociale delle donne è caratterizzata principalmente dalla loro augusta vocazione domestica, fonte naturale di tutta la loro influenza come primo elemento necessario del potere moderatore. E ancor più, che le donne, senza uscire dalla famiglia, devono partecipare al potere moderatore insieme coi filosofi e i proletari, rinunciando, più di essi, a qualsiasi potere direttivo, anche domestico. Il loro ufficio consiste soprattutto nel coltivare direttamente il principio affettivo dell'unità umana, di cui esse offrono in modo speciale la personificazione più pura. La loro influenza pubblica deve estendersi a tutte le classi, per ricordare a queste sempre la preponderanza fondamentale del sentimento sulla ragione e sull'attività. Questa preziosa influenza, che è già molto efficace sotto il solo impulso spontaneo del cuore, deve acquisire molta più consistenza, e anche estensione, mediante l'assistenza sistematica di una reale filosofia, che eliminerà tutti i sofismi, e dissiperà tutte le incoerenze, dalle quali il puro istinto non può preservarci abbastanza. Ma, per completare la caratterizzazione di questo doppio ufficio pubblico, è importante rimarcare la sua conciliazione naturale con la condizione necessaria che prescrive loro sempre un'esistenza decisamente domestica, non disgiunta dalla loro augusta vocazione - per l'appunto - domestica, e dalla loro vocazione di sposa. Ciò stante, poiché la superiorità femminile diretta, per quanto concerne lo scopo reale di tutta l'esistenza umana, si combina con una inferiorità non meno certa riguardo ai vari mezzi per raggiungerlo, e poiché la vita pratica è inevitabilmente dominata dalla forza e non dall'af

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fetto, la quale richiede una faticosa attività, è l'uomo che deve comandare, malgrado la sua minore moralità. Secondo Comte, nonostante l'importanza morale della maternità, l'istinto pubblico considera la donna essenzialmente caratterizzata dalla sua vocazione di sposa. Il matrimonio è il grado più elementare e più perfetto della vera socialità; ma, essendo spesso sterile, e non potendo essere, una sposa indegna, quasi mai una buona madre, è dunque, sotto ogni aspetto, come semplice compagna dell'uomo, che il positivismo deve soprattutto considerare la donna, escludendo dapprima ogni funzione materna. In breve, il positivismo rappresenta una esistenza, la nostra, votata al perfezionamento universale ed eleva al primo rango il perfezionamento morale, caratterizzato soprattutto dalla subordinazione della personalità {individualità} alla socialità. E tale è, quindi, nella teoria positiva, la destinazione principale del matrimonio: completare e consolidare l'educazione del cuore, sviluppando le più pure e le più vive di tutte le simpatie umane. Il sentimento coniugale emana senza alcun dubbio, soprattutto nell'uomo, dapprima da un istinto sessuale, meramente egoistico, e senza il quale, però, l'affetto reciproco avrebbe normalmente pochissima energia. Ma il cuore più amoroso della donna ha molto meno bisogno, in generale, di questa volgare eccitazione L'unica fonte da cui possiamo gustare appieno la vera felicità umana consiste soprattutto nel vivere per gli altri. Ma, oltre al proprio valore, questa santa unione assume una nuova importanza sociale come base primaria indispensabile dell'amore universale, scopo definitivo dell'educazione morale. Comte assicura che quando l'impero morale della donna diventerà più sistematico, conformemente all'impulso positivista, si apprezzerà meglio la profonda saggezza dell'usanza volgare di cercare sempre nella vita privata {privacy} le migliori garanzie della vita pubblica. Posta la straordinaria superiorità sociale della grande famiglia moderna, il Nostro asserisce che in ogni luogo, perfezionando sempre l'istituzione matrimoniale, la nostra specie parte dalla poligamia più completa e tende alla monogamia più perfetta; e che, fino al positivismo, nessuna dottrina aveva prescritto dogmaticamente la vedovanza, né istituito la comunità della bara, come doppio complemento estremo della monogamia umana. E che dire dell'istinto sessuale ordinariamente indispensabile, soprattutto nell'uomo, alla tenerezza iniziale? La risposta comtiana ha dell'incredibile: l'affetto può svilupparsi senza che sia soddisfatto {l'istinto sessuale}. Stante l'apprezzamento comtiano della peculiarità della destinazione del matrimonio, senza alcuna dipendenza dalla maternità, la teoria sociologica - appunto della donna - si completa con il concepimento dell'ufficio materno come un'estensione necessaria della missione morale, che caratterizza la sposa. Sotto questo nuovo aspetto, il positivismo dà maggiore risalto alla dignità della donna scrive Comte -, attribuendo alla madre la direzione principale di tutta l'educazione domestica, di cui l'educazione pubblica non costituisce poi che il complemento sistematico. Ecco l'assioma comtiano: Tutta la morale spontanea, cioè l'educazione dei sentimenti, quella che, in fondo, incide maggiormente sull'insieme della vita, deve dipendere essenzialmente dalle madri. E il duplice precetto fondamentale di tutta l'educazione positiva, sia spontanea che sistematica: sviluppare la socialità e smorzare l'individualità.

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Ricordiamo che l'esistenza della donna comtiana è assolutamente domestica, in seno alla famiglia cioè, senza alcuna partecipazione al comando {per l'appunto, domestico, oltre che sociale}. I motivi sono gli stessi - scrive Comte - che proibiscono al potere moderatore qualsiasi esercizio del potere direttivo. Le donne, costituendo l'elemento più puro e più spontaneo della forza morale, devono soddisfare al meglio le condizioni che sono loro tipici. L'influenza affettiva che le caratterizza esige infatti, ancor più dell'attitudine speculativa, una rigorosa rinuncia all'attività abituale del sesso dirigente {direttivo, dominante}. Se dunque i filosofi devono astenersi dagli affari pratici, le donne dovrebbero, a fortiori, rinunciarvi, anche se l'ordine naturale della società lasciasse loro la scelta: perché la delicatezza del sentimento, che costituisce il loro merito essenziale e la fonte del loro vero ascendente, è ancor più alterabile dalla vita attiva che la nitidezza e la generalità dei principi teorici E per giunta, l'esercizio del comando corromperebbe ancora di più la natura femminile. Il che, il Nostro, lo riscontra nelle classi superiori dove spesso la ricchezza fornisce alle donne una funesta indipendenza e persino un potere abusivo. Ecco ciò che obbliga a cercare, tra i proletari, il miglior tipo femminile, perché la tenerezza vi si sviluppa meglio e ottiene di più la sua giusta influenza. La ricchezza contribuisce più dell'ozio e della dissipazione alla degradazione morale delle donne privilegiate. Un altro principio comtiano, qualificato come naturale, garantisce pienamente l'esistenza {o meglio, la sopravvivenza} della donna, fissando i doveri temporali del sesso attivo nei riguardi appunto del sesso affettivo. L'uomo deve nutrire la donna: tale è la legge naturale della specie umana, in armonia con l'esistenza sostanzialmente domestica del sesso affettivo. Questa regola, che manifesta anche la più grossolana socievolezza, si sviluppa e si perfeziona a misura che l'evoluzione umana si compie. Conforme a una tendenza spontanea, questa regola si lega con la nobile destinazione delle donne come elemento affettivo del potere moderatore. L'obbligo è allora analogo a quello che prescrive alla classe attiva di nutrire la classe speculativa, perché quest'ultima possa degnamente attendere al proprio ufficio fondamentale. Solo i doveri materiali del sesso attivo verso il sesso affettivo sono ancora più sacri, a causa della concentrazione domestica che l'ufficio femminile esige. Per quanto riguarda i pensatori, l'obbligo dei praticanti non è altro che collettivo; ma, nei confronti delle donne, è soprattutto individuale. In mancanza dello sposo, e dei genitori, la società deve garantire l'esistenza materiale di ogni donna, sia a titolo di compenso di una inevitabile dipendenza temporale, sia soprattutto in vista di un indispensabile ufficio morale. Tale è dunque, a questo proposito, il vero senso generale del progresso umano: rendere la vita della donna sempre più domestica e liberarla maggiormente da tutto il lavoro esterno, al fine di meglio assicurarne la destinazione affettiva. A tal fine, la conseguenza ultima della teoria sociologica del sesso affettivo, è interdire alle donne ogni eredità. I privilegiati hanno già riconosciuto che ogni sforzo faticoso deve essere risparmiato alle donne. Non appena la donna viene dispensata da tutta la produzione materiale, esclusivamente all'uomo devono toccare gli strumenti di lavoro che ciascuna generazione prepara per la successiva. Per adempiere efficacemente la loro funzione e missione, le donne devono avere, al pari dei filosofi, la stessa educazione dei proletari. Tuttavia, proclamando questa eguale partecipazione dei due sessi, Comte è ben lungi dal pensare, al pari dell'illustre precursore Condorcet, che le loro lezioni pubbliche debbano essere simultanee. L'apprezzamento morale, che deve sempre prevalere, interdice altamente una tale mescolanza, altrettanto funesta per entrambi i sessi.

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Il loro ufficio sociale ha questo di mirabile, che le invita a sviluppare il loro istinto naturale e prescrive loro le emozioni che ciascuno preferisce a tutte le altre. Pertanto, le donne, in generale non hanno da domandare alla rigenerazione finale che adattare meglio la loro situazione alla loro destinazione, sia esonerandole da qualsiasi attività esterna, sia assicurando la loro giusta influenza morale. Ma, oltre a questa naturale ricompensa di un felice ufficio, il positivismo deve compiere, nei confronti delle donne, ciò che il medioevo potè solo abbozzare, sistematizzando il riconoscimento continuo che ispirerà sempre di più il loro salutare ascendente morale. In una parola, la novella dottrina universale può solo degnamente istituire il culto, a un tempo pubblico e privato, della donna. Sarà il primo grado permanente del culto fondamentale dell'Umanità. *§* La teoria di Comte si palesa subito non rispondente alla reale e ordinaria esistenza umana, e avente invece i caratteri propri dell'utopia, edificata com'è più sul dover essere, che sull'essere. Gli si obietta, in particolare, che non tutti gli uomini di sesso maschile sono filosofi, e né lo potrebbero, sia pure in potenza; non tutti i proletari sono, o potrebbero essere, dotati di forza o energia materiale; non tutte le donne sono dotate di tenerezza (amore, affetto, cuore), non tutte sono mogli, e non tutte le mogli sono madri. Osservo che tali possibilità sono distribuiti gaussianamente nella popolazione di riferimento. Gli si obietta infine d'aver oberato la donna di incommensurabili onori e oneri, e di averla al contempo deprivata della sua specificità, quella cioè di essere una persona {nello specifico, essere umano di sesso femminile} libera, indipendente, responsabile e cosciente, portatrice di diritti inalienabili: economici {p.e., lavoro, tutela dallo sfruttamento}, sociali {istruzione, vita sociale}, politici {libertà politica, elettorato attivo e passivo, associabilità in partiti e organizzazioni ecc.}, e oltretutto sessuali. E la mostruosità sociale di cui comtianamente si macchierebbe la donna senza tenerezza, è imputabile proprio a Comte, il quale relega la donna, vita natural durante, in casa: una mostruosità, questa, che grida vendetta al cospetto di Dio. Comte scrive addirittura che la legge naturale assegna al sesso affettivo un'esistenza assolutamente domestica. E che il regime positivo offre alle donne una nobile destinazione sociale, al contempo pubblica e privata, del tutto conforme alla loro vera natura. Ponendo tra parentesi il discorso metaforico, ci si chiede quali abilità mentali e operative abbia esercitato il nostro positivista per cogliere la legge naturale, da cui trae poi le conclusioni de quo. Ci si chiede anche chi - nel regime positivista - produca materialmente la ricchezza necessaria per assicurare la sopravvivenza dei membri della società, visto che di certo non sono le donne (il 50% circa del tot.), né i filosofi, né i proletari inabili (anziani, portatori di handicap, in età scolare, le forze armate, il clero ecc. ecc.). Secondo me, non c'è, né può esserci, una legge naturale che assegni a priori alle donne i compiti specificati dall'utopia comtiana. La natura, e la connessa evoluzione della specie, non ha in sé alcuna finalità da perseguire e conseguire. Heidegger avrebbe detto: c'è un poiché, ma non un perché. La donna, veniente al mondo, è quella che è, e lo è in un determinato contesto spaziotemporale e culturale, portatrice solo di istinti naturali, che non sono frutto né di apprendimenti né di scelte personali. Lei ne assorbe la cultura e, nel suo farsi storico, la ricostruisce con intelligenza e coscienza. Lei è, e diviene propriamente quella che sceglie di essere: p.e., filosofa, scienziata, avvocata, giudice, medico, ingegnere, docente, operaia, contadina, autista, meccanica ecc. ecc.. E perchè no! casalinga o perfino astronauta.

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Il ventaglio delle possibilità non risulta però decretato dalla natura, ma bensì dal complesso dei sedimenti culturali, che si accumulano progressivamente nel tempo e si consolidano in comportamenti e atteggiamenti, usi e costumi, credenze e tabù, e soprattutto in norme legislative e giuridiche che reggono e governano la vita spirituale, religiosa, morale, sociale, civile, intellettuale, lavorativa ecc. del mondo in cui si è. Ragione per la quale, se si impone alla donna una esistenza esclusivamente domestica, non è certo una imposizione di natura, ma bensì una imposizione di mera tirannide sociale e politica, configurantesi come un crimine di lesa dignità personale. Quando Comte dice che nella donna, la superiorità per quanto concerne il fine reale dell'esistenza umana si combina, si armonizza cioè, con una inferiorità relativamente ai mezzi per conseguirlo, neglige di dire che, lungi dall'essere naturale, tale inferiorità le viene imputata in virtù di particolari scelte socio-culturali che impossibilitano la donna a esplicare appieno le sue potenzialità, perché di per sé lei è in grado di padroneggiare ogni e qualsivoglia specie di metodi, strategie e mezzi per raggiungere un dato scopo. Si rileva con contrarietà che Comte naturalizza ciò che naturale non è, e così l'opinione pubblica si muta - appunto comtianamente - in istinto pubblico, il quale considera la donna essenzialmente caratterizzata dalla sua vocazione di sposa. Dovrebbe spiegare il Nostro, data per scontata la naturale vocazione, perché non tutte si sposano, o sono conviventi. Sorge allora spontanea la domanda: se è naturale la vocazione di sposa, perché viene negata alla donna quella che Comte chiama volgare eccitazione dell'istinto sessuale? E altresì: su quali basi d'ordine logico-razionale e naturale, devesi prescrivere dogmaticamente la vedovanza, e istituire la comunità della bara, come doppio completamento estremo della monogamia umana? Così, oltre a deprivare la donna del piacere sessuale, Comte la vuole deprivare anche del diritto di vivere una vita indipendente dal defunto marito. Da dire poi che la comunità di bara è davvero stupefacente, oltreché obbrobriosa, orribile a dirsi cioè, qualora la moglie sia ancora in vita, e debba accompagnare il defunto marito nell'aldilà. L'assioma comtiano, secondo cui tutta la morale spontanea, ovvero l'educazione dei sentimenti, deve dipendere unicamente dalle madri, si inficia da sé, perché, trattandosi di educazione, non tutte le madri sono in grado di promuoverla. In breve, non perché donna, la donna è una educatrice: necessita infatti di una adeguata, intenzionale e sistematica formazione. Comte pone il matrimonio come il grado più elementare e più perfetto della socialità, e al contempo contraddice sé stesso, affermando che la donna, essendo spesso sterile, e non potendo essere una sposa indegna quasi mai una buona madre, devesi considerare come semplice compagna dell'uomo, escludendo dapprima ogni funzione materna. Insomma, comtianamente parlando, la donna è tutto e il contrario di tutto. In realtà la donna è anzitutto un essere umano, e in secondo luogo una donna, e in quanto tale potrà scegliere - in piena libertà e coscienza - di essere sposa o non sposa, madre o non madre, oppure non scegliere alcuna delle alternative suddette, e vivere sic et simplicier la propria vita senza avere pendente sulla testa la spada di Damocle del dilemma de quo. In ordine al culto della donna, sia pubblico che privato, inteso da Comte come il 1° grado permanente del culto fondamentale dell'umanità, a mio avviso è del tutto impraticabile, essendo stata tolta alla donna l'esercizio delle funzioni dell'uomo di sesso femminile extra moenia domestiche, e riducendola a semplice educatrice del cuore e del sentimento. Ci si domanda chi altri potrà, e dovrà onorare e coltivare tale sentimento se non solo il coniuge e i figli? Chi e in che modo potrà e dovrà accertare e sanzionare le eventuali devianze e inadempienze, in casa e in famiglia?

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E inoltre in che modo e con quali mezzi le donne potranno, e dovranno domandare alla rigenerazione finale che la loro situazione venga adattata alla loro destinazione, essendo stata lei già esonerata da qualsiasi attività esterna? E infine, in ordine al culto dell'umanità, ovvero alla religione dell'umanità, come la donna, relegata in casa, potrà praticarne il culto e partecipare alle apposite cerimonie guidate dalle corporazioni sacerdotali? Conclusivamente, non posso che dire che la utopia comtiana è più utopica di sé stessa. N.B.: sulla tesi comtiana della non simultaneità dell'educazione-istruzione dei due sessi, è meglio stenderci sopra il canonico velo pietoso.

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9.0. - ALTERITÀ = preda e serva del piacere. Karl Heinrich MARX {(Treviri, 5 maggio 1818 - † Londra, 14 marzo 1883). Filosofo, economista, sociologo, politologo, giornalista e politico tedesco. Autore de Il Capitale (1867). Teorico della concezione materialistica della storia e, insieme con Engesl, del Socialismo scientifico. Considerato tra i pensatori più influenti sul piano politico, filosofico ed economico dell'Ottocento e del Novecento, nonché di tutta la storia dell'umanità. https://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Marx.}, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, tratta, in

particolare nel 3° Manoscritto, della proprietà privata e comunismo, e del denaro, presi in esame in questa mia ricerca. [PROPRIETÀ PRIVATA E COMUNISMO] IL RAPPORTO DELL'UOMO CON LA DONNA

"Nel rapporto con la donna, in quanto essa è la preda e la serva del piacere della comunità, si esprime l’infinita degradazione in cui vive l’uomo per se stesso: infatti il segreto di questo rapporto ha la sua espressione inequivocabile, decisa, manifesta, scoperta, nel rapporto del maschio con la femmina e nel modo in cui viene inteso il rapporto immediato e naturale della specie. Il rapporto immediato, naturale, necessario dell’uomo con l’uomo è il rapporto del maschio con la femmina. In questo rapporto naturale della specie il rapporto dell’uomo con la natura è immediatamente il rapporto dell’uomo con l’uomo, allo stesso modo che il rapporto con l’uomo è immediatamente il rapporto dell’uomo con la natura, cioè la sua propria determinazione naturale. Così in questo rapporto appare in modo sensibile, cioè ridotto ad un fatto d’intuizione, sino a qual punto per l’uomo l’essenza umana sia diventata natura o la natura sia diventata l’essenza umana dell’uomo. In base a questo rapporto si può dunque giudicare interamente il grado di civiltà cui l’uomo è giunto. Dal carattere di questo rapporto si ricava sino a qual punto l’uomo come essere appartenente ad una specie si sia fatto uomo, e si sia compreso come uomo; il rapporto del maschio con la femmina è il più naturale dei rapporti che abbiano luogo tra uomo e uomo. In esso si mostra sino a che punto il comportamento naturale dell’uomo sia diventato umano oppure sino a che punto l’essenza umana sia diventata per lui essenza naturale, e la sua natura umana sia diventata per lui natura. In questo rapporto si mostra ancora sino a che punto il bisogno dell’uomo sia diventato bisogno umano, e dunque sino a che punto l’altro uomo in quanto uomo sia diventato per lui un bisogno, ed egli nella sua esistenza più individuale sia ad un tempo comunità."[pp. 109-110] [PRIOPRIETÀ PRIVATA E COMUNISMO] Abbiamo visto che, presupposta la soppressione positiva della proprietà privata, l'uomo produce l'uomo, cioè produce se stesso e l'altro uomo; abbiamo visto poi che l'oggetto, che è l'attuazione immediata della sua individualità, è ad un tempo la sua propria esistenza per l'altro uomo, l'esistenza di questo e l'esistenza di questo per lui. Ma sia il materiale del lavoro sia l'uomo come soggetto sono nella stessa misura tanto il risultato quanto il punto di partenza del movimento (e nel fatto che l'uno e l'altro debbano essere il punto di partenza, consiste per l'appunto la necessità storica della proprietà privata). Quindi il carattere sociale è il carattere universale di tutto il movimento: come la società stessa produce l'uomo in quanto uomo, cosi l'uomo produce la società. L'attività e il godimento sono sociali tanto per il loro contenuto quanto per la loro origine: perciò sono attività sociale e godimento sociale. L'essenza umana della natura esiste soltanto per l'uomo sociale: infatti soltanto qui la natura esiste per l'uomo come vincolo con l'uomo, come esistenza di lui per l'altro e dell'altro per lui, e così pure come elemento vitale della realtà umana, soltanto qui essa esiste come fondamento della sua propria esistenza umana. Soltanto qui l'esistenza naturale dell'uomo è diventata per l'uomo esistenza umana; la natura è diventata uomo. Dunque la società è l'unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell'uomo con la natura, la vera risurrezione della natura, il naturalismo compiuto dell'uomo e l'umanismo compiuto della natura.

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[VI] L'attività sociale e il godimento sociale non esistono affatto soltanto nella forma di una attività immediatamente comune e di un godimento immediatamente comune, per quanto l'attività comune e il godimento comune, vale a dire l'attività e il godimento, che trovano la loro estrinsecazione e la loro conferma immediatamente in una società reale con altri uomini, avranno luogo ovunque quella espressione immediata della socialità sia fondata sull'essenza del suo contenuto e commisurata alla sua natura. Anche quando io esplico soltanto un'attività scientifica, attività che io raramente posso esplicare in comunità immediata con altri, io esplico un'attività sociale, perché agisco come uomo. Non soltanto mi è dato come prodotto sociale il materiale della mia attività - come la stessa lingua di cui lo scienziato si vale per esplicare la propria attività - ma è un'attività sociale la mia stessa esistenza, onde quel che io faccio da me, lo faccio da me per la società e con la coscienza di essere un essere sociale. La mia coscienza universale non è altro che la forma teoretica di ciò di cui la comunità reale, l'essere sociale, è la forma vivente, mentre al giorno d'oggi la coscienza universale è un'astrazione della vita reale e come tale si contrappone in forma ostile alla vita. Per questo anche l'attività della mia coscienza universale - in quanto tale - è la mia esistenza teoretica come essere sociale. Anzitutto bisogna evitare di fissare di nuovo la «società» come astrazione di fronte all'individuo. L'individuo è l'essere sociale. Le sue manifestazioni di vita - anche se non appaiano nella forma immediata di manifestazioni di vita in comune, cioè compiute ad un tempo con altri - sono quindi una espressione e una conferma della vita sociale. La vita individuale dell'uomo e la sua vita come essere appartenente ad una specie non differiscono tra loro, nonostante che il modo di esistere della vita individuale sia - e sia necessariamente - un modo più particolare o più universale della vita nella specie, e per quanto, e ancor più, la vita nella specie sia una vita individuale più particolare o più universale. Come coscienza di appartenere ad una specie l'uomo conferma la sua vita sociale reale e null'altro fa che ripetere la sua esistenza reale nel pensiero; inversamente, l'essere che appartiene ad una specie si conferma nella coscienza della specie ed è nella sua universalità, come essere pensante, per sé. L'uomo, per quanto sia da quel che si è detto un individuo particolare, e sia proprio la sua particolarità che lo fa diventare un individuo e un essere reale individuale della comunità, tuttavia è la totalità, la totalità ideale, l'esistenza soggettiva della società pensata e sentita per sé, allo stesso modo che esiste pure nella realtà tanto in forma di intuizione e di godimento reale dell'esistenza sociale, quanto come totalità delle manifestazioni vitali dell'uomo. [pp. 113-115] [PRIOPRIETÀ PRIVATA E COMUNISMO] Per un verso, quindi, in quanto la realtà oggettiva diventa ovunque per l'uomo nella società come la realtà delle forze essenziali dell'uomo, come la realtà umana, e perciò come la realtà delle sue proprie forze essenziali, tutti gli oggetti diventano per lui l'oggettivazione di se stesso, diventano gli oggetti che realizzano e confermano la sua individualità, i suoi oggetti, in altre parole egli stesso diventa oggetto. Come gli oggetti divengano per lui i suoi oggetti, dipende dalla natura dell'oggetto e dalla natura della forza essenziale ad essa corrispondente; infatti, proprio la particolarità di questo rapporto costituisce il modo particolare, reale della affermazione. Un oggetto si presenta all'occhio in modo diverso da quel che si presenti all'orecchio, e l'oggetto dell'occhio è diverso da quello dell'orecchio. La particolarità di ogni forza essenziale è appunto la sua essenza particolare, e quindi anche il modo particolare della sua oggettivazione, del suo essere vivente, oggettivo e reale. Non solo dunque nel pensiero, [VIII] ma anche con tutti i suoi sensi l'uomo si afferma nel mondo oggettivo. Per l'altro verso, dal punto di vista soggettivo: come soltanto la musica risveglia il senso musicale dell'uomo; come la più bella musica non ha per un orecchio non musicale nessun senso, [non] rappresenta un oggetto, dal momento che il mio oggetto può essere soltanto la

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conferma di una mia forza essenziale, e quindi può essere per me soltanto nella misura in cui la mia forza essenziale in quanto facoltà soggettiva è per sé, estendendosi il senso di un oggetto per me quanto si estende il mio senso (e un oggetto ha un senso soltanto per il senso corrispondente); così i sensi dell'uomo sociale sono diversi da quelli dell'uomo non sociale. Soltanto attraverso l'intero svolgimento oggettivo della ricchezza dell'essere umano, viene in parte educata, in parte prodotta la ricchezza della sensibilità soggettiva dell'uomo, e parimenti un orecchio per la musica, un occhio per la bellezza della forma, in breve i soli sensi capaci di un godimento umano, quei sensi che si confermano come forze essenziali dell'uomo. Infatti non solo i cinque sensi, ma anche i cosiddetti sensi spirituali, i sensi pratici (il volere, l'amore, ecc.), in una parola il senso umano, l'umanità dei sensi, si formano soltanto attraverso l'esistenza dell'oggetto loro proprio, attraverso la natura umanizzata. L'educazione dei cinque sensi è un'opera di tutta la storia del mondo sino ad oggi. Inoltre il senso, prigioniero dei bisogni pratici primordiali, ha soltanto un senso limitato. Per l'uomo affamato non esiste la forma umana dei cibi, ma soltanto la loro esistenza astratta come cibi; potrebbero altrettanto bene esser presenti nella loro forma più rozza, e non si può dire in che cosa differisca questo modo di nutrirsi da quello delle bestie. L'uomo in preda alle preoccupazioni e al bisogno non ha sensi per il più bello tra gli spettacoli; il trafficante in minerali vede soltanto il valore commerciale, ma non la bellezza e la natura caratteristica del minerale; non ha alcun senso mineralogico; e quindi occorreva l'oggettivazione dell'essere umano, tanto dal punto di vista teoretico che dal punto di vista pratico, sia per rendere umano il senso dell'uomo, sia per creare un senso umano che fosse corrispondente a tutta la ricchezza dell'essere umano e naturale. [pp. 118-119]

[PRIOPRIETÀ PRIVATA E COMUNISMO] 5) Un essere si considera indipendente soltanto quando è padrone di sé, ed è padrone di sé soltanto quando è debitore a se stesso della propria esistenza. Un uomo, che vive della grazia altrui, si considera come un essere dipendente. Ma io vivo completamente della grazia altrui quando sono debitore verso l'altro non soltanto del sostentamento della mia vita, ma anche quando questi ha oltre a ciò creato la mia vita, è la fonte della mia vita; e la mia vita ha necessariamente un tale fondamento fuori di sé, quando non è la mia propria creazione. La creazione è quindi una rappresentazione assai difficile da sradicare dalla coscienza del popolo; questi infatti non riesce a concepire che la natura e l'uomo possano esistere per opera propria, posto che ciò contraddice a tutti i dati evidenti della vita pratica. La teoria della creazione della terra ha ricevuto un fortissimo colpo dalla geognosia, cioè dalla scienza che presenta la formazione, il divenire della terra come un processo, come una generazione spontanea. La generatio aequivoca è l'unica confutazione pratica della teoria della creazione. {La generazione spontanea (o Abiogenesi, Archigonia, generatio aequivoca, generatio primaria) è la generazione di esseri viventi da materia non vivente}

Ormai è certamente facile dire all'individuo singolo quello che già disse Aristotele: tu sei generato da tuo padre e da tua madre, e quindi la congiunzione di due esseri umani, cioè un atto proprio della specie umana ha prodotto in te l'uomo. Tu vedi dunque che l'uomo è debitore della sua esistenza anche fisicamente all'uomo. Devi quindi tener presente non un unico lato soltanto, cioè il progresso all'infinito per cui vieni a chiedere chi ha generato mio padre, chi suo nonno e via di seguito. Tu devi anche porre attenzione al movimento circolare, che si può vedere sensibilmente in quel progresso, in base al quale l'uomo nella generazione riproduce se stesso, e l'uomo rimane quindi sempre soggetto. Però tu mi potrai rispondere: io ti concedo questo movimento circolare, ma tu devi concedermi a tua volta il progresso che mi spinge sempre più indietro sino a farmi domandare chi ha generato il primo uomo e in generale la natura. Posso limitarmi a controbattere: la tua domanda è essa stessa un prodotto dell'astrazione. Domandati come hai fatto ad arrivare a questa domanda; domandati se la tua domanda non proceda da un punto di vista, a cui non posso rispondere perché è assurdo. Domandati se quel progresso esista come tale per un pensiero razionale. Quando tu ti poni la domanda intorno al

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la creazione della natura e dell'uomo, fai astrazione dall'uomo e dalla natura. Tu li poni come non esistenti, eppure vuoi che te li provi come esistenti. Ed io ora ti dico: se rinunci alla tua astrazione, devi rinunciare pure alla tua domanda; se vuoi invece rimaner fedele alla tua astrazione, devi essere conseguente, e se pensi [XI] l'uomo e la natura come non esistenti, allora pensa come non esistente anche te stesso, perché tu stesso sei pure natura e uomo. Non pensare, non interrogarmi, perché non appena pensi e interroghi, la tua astrazione dall'essere della natura e dell'uomo perde ogni senso. Oppure sei tu un tale egoista che ogni cosa poni nel nulla, ma ciò nonostante vuoi essere ? [pp. 123-125] Tu puoi ribattere: Io non voglio porre la natura nel nulla, ecc.; voglio interrogarti intorno all'atto d'origine della natura, come interrogo l'anatomista intorno alla formazione delle ossa. Ma siccome per l'uomo socialista tutta la cosiddetta storia del mondo non è altro che la generazione dell'uomo mediante il lavoro umano, null'altro che il divenire della natura per l'uomo, egli ha la prova evidente, irresistibile, della sua nascita mediante se stesso, del processo della sua origine. Dal momento che la essenzialità dell'uomo e della natura è diventata praticamente sensibile e visibile, dal momento che è diventato praticamente sensibile e visibile l'uomo per l'uomo come esistenza della natura, e la natura per l'uomo come esistenza dell'uomo, è diventato praticamente improponibile il problema di un essere estraneo, di un essere superiore alla natura e all'uomo, dato che questo problema implica l'ammissione della inessenzialità della natura e dell'uomo. L'ateismo, in quanto negazione di questa inessenzialità, non ha più alcun senso; infatti l'ateismo è, si, una negazione di Dio e pone attraverso questa negazione l'esistenza dell'uomo, ma il socialismo in quanto tale non ha più bisogno di questa mediazione. Esso comincia dalla coscienza teoreticamente e praticamente sensibile dell'uomo e della natura nella loro essenzialità. Esso è l'autocoscienza positiva dell'uomo, non più mediata dalla soppressione della religione, allo stesso modo che la vita reale è la realtà positiva dell'uomo, non più mediata dalla soppressione della proprietà privata, dal comunismo. Il comunismo è, in quanto negazione della negazione, affermazione; perciò è il momento reale, e necessario per il prossimo svolgimento storico, dell'emancipazione e della riconquista dell'uomo. Il comunismo è la struttura necessaria e il principio propulsore del prossimo futuro; ma il comunismo non è come tale la meta dello svolgimento storico, la struttura della società umana. *§* [DENARO] [XLI] Se i sentimenti, le passioni, ecc. dell'uomo non sono soltanto determinazioni antropologiche in senso [stretto], ma affermazioni veramente ontologiche dell'essenza (della natura), e se essi si affermano realmente solo per il fatto che il loro oggetto è per essi sensibile, si intende che: 1) il modo della loro affermazione non è per nulla unico ed identico, ma anzi il modo diverso di affermarsi costituisce la particolarità della loro esistenza, della loro vita; il modo con cui l'oggetto è per essi, è il modo particolare del loro godimento; 2) là dove l'affermazione sensibile è la soppressione immediata dell'oggetto nella sua forma per sé stante (mangiare, bere, lavorare un oggetto, ecc.), proprio là ha luogo l'affermazione dell'oggetto; 3) in quanto l'uomo è umano, e quindi anche il suo sentimento, ecc., è umano, l'affermazione dell'oggetto da parte di un altro è anche un godimento suo proprio; 4) solo attraverso l'industria in pieno sviluppo, cioè attraverso la mediazione della proprietà privata, l'essenza ontologica della passione umana diviene tanto nella sua totalità quanto nella sua umanità; la scienza dell'uomo è quindi essa stessa un prodotto dell'attuazione pratica che l'uomo fa di se stesso; 5) il senso della proprietà privata - liberata dalla sua estraniazione - è l'esistenza degli oggetti essenziali per l'uomo, tanto come oggetto di godimento quanto come oggetto di attività. Il denaro, possedendo la caratteristica di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l'oggetto in senso eminente. L'universalità di questa sua caratteristica costituisce l'onnipotenza del suo essere; è tenuto per ciò come l'essere onnipotente... il denaro fa da mezzano tra il bisogno e l'oggetto, tra la vita e i mezzi di sussistenza dell'uomo. Ma ciò che media

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a me la mia vita, mi media pure l'esistenza degli altri uomini per me. Questo è per me l'altro uomo. «Eh, diavolo! Certamente mani e piedi, testa e sedere son tuoi! Ma tutto quel che io mi posso godere allegramente, non è forse meno mio? Se posso pagarmi sei stalloni, le loro forze non sono le mie ? Io ci corro su, e sono perfettamente a mio agio come se io avessi ventiquattro gambe» (GOETHE, Faust, Mefistofele) {Parte I, scena IV}. Shakespeare nel Timone di Atene: «Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso? No, o dèi, non sono un vostro vano adoratore. Radici, chiedo ai limpidi cieli. Ce n'è abbastanza per far nero il bianco, brutto il bello, ingiusto il giusto, volgare il nobile, vecchio il giovane, codardo il coraggioso... Esso allontana... i sacerdoti dagli altari; strappa di sotto al capo del forte il guanciale. Questo giallo schiavo unisce e infrange le fedi; benedice i maledetti; rende gradita l'orrida lebbra; onora i ladri e dà loro titoli, riverenze, lode nel consesso dei senatori. È desso che fa risposare la vedova afflitta; colei che l'ospedale e le piaghe ulcerose fanno apparire disgustosa, esso profuma e prepara di nuovo giovane per il giorno d'aprile. Avanti, o dannato metallo, tu prostituta comune dell'umanità, che rechi la discordia tra i popoli...» E più oltre: «Tu dolce regicida, o caro divorzio tra padre e figlio, tu splendido profanatore del più puro letto coniugale, tu Marte valoroso, seduttore sempre giovane, fresco, amato, delicato, il cui rossore scioglie la neve consacrata nel grembo di Diana; tu, dio visibile, che fondi insieme strettamente le cose impossibili, e le costringi a baciarsi! Tu parli in ogni lingua, per ogni intento [XLII]; o tu pietra di paragone di tutti i cuori, pensa, l'uomo, il tuo schiavo si ribella; e col tuo valore gettalo in una discordia che tutto confonda in modo che le bestie abbiano l'impero del mondo» Shakespeare descrive l'essenza del denaro in modo veramente incisivo. Per comprenderlo, cominciamo dall'interpretazione del passo di Goethe. Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l'effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà ? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario ? E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo ? E quindi non è forse anche il dissolvitore uni

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versale ? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvanochimica della società. Shakespeare rileva nel denaro soprattutto due caratteristiche; 1) è la divinità visibile, la trasformazione di tutte le caratteristiche umane e naturali nel loro contrario, la confusione universale e l'universale rovesciamento delle cose. Esso fonde insieme le cose impossibili; 2) è la meretrice universale, la mezzana universale degli uomini e dei popoli. La confusione e il rovesciamento di tutte le qualità umane e naturali, la fusione delle cose impossibili - la forza divina - propria del denaro risiede nella sua essenza in quanto è l'essenza estraniata, che espropria e si aliena, dell'uomo come essere generico. Il denaro è il potere alienato dell'umanità. Quello che io non posso come uomo, e quindi quello che le mie forze essenziali individuali non possono, lo posso mediante il denaro. Dunque il denaro fa di ognuna di queste forze essenziali qualcosa che esso in sé non è, cioè ne fa il suo contrario. Quando io ho voglia di mangiare oppure voglio servirmi della diligenza perché non sono abbastanza forte per fare il cammino a piedi, il denaro mi procura tanto il cibo quanto la diligenza, cioè trasforma i miei desideri da entità rappresentate e li traduce dalla loro esistenza pensata, rappresentata, voluta nella loro esistenza sensibile, reale, li traduce dalla rappresentazione nella vita, dall'essere rappresentato nell'essere reale. In quanto è tale mediazione, il denaro è la forza veramente creatrice. La domanda esiste, sì, anche per chi non ha denaro, ma la sua domanda è un puro ente dell'immaginazione, che non ha nessun effetto, nessuna esistenza per me, per un terzo, per la [...] {Parola omessa da Marx} [XLIII]; e quindi resta per me stesso irreale, privo di oggetto. La differenza tra la domanda che ha effetto, in quanto è fondata sul denaro, e la domanda che non ha effetto, in quanto è fondata soltanto sul mio bisogno, sulla mia passione, sul mio desiderio, ecc., è la stessa differenza che passa tra l'essere e il pensare, tra la semplice rappresentazione quale esiste dentro di me e la rappresentazione qual è per me come oggetto reale fuori di me. Quando non ho denaro per viaggiare, non ho nessun bisogno, cioè nessun bisogno reale e realizzantesi di viaggiare. Se ho una certa vocazione per lo studio, ma non ho denaro per realizzarla, non ho nessuna vocazione per lo studio, cioè nessuna vocazione efficace, nessuna vocazione. Al contrario, se io non ho realmente nessuna vocazione per lo studio, ma ho la volontà e il denaro, ho una vocazione efficace. Il denaro, in quanto è il mezzo e il potere esteriore, cioè nascente non dall'uomo come uomo, né dalla società umana come società, in quanto è il mezzo universale e il potere universale di ridurre la rappresentazione a realtà e la realtà a semplice rappresentazione, trasforma tanto le forze essenziali reali, sia umane che naturali in rappresentazioni meramente astratte e quindi in imperfezioni, in penose fantasie, quanto, d'altra parte, le imperfezioni e le fantasie reali, le forze essenziali realmente impotenti, esistenti soltanto nell'immaginazione dell'individuo, in forze essenziali reali e in poteri reali. Già in base a questa determinazione il denaro è dunque l'universale rovesciamento delle individualità, rovesciamento che le capovolge nel loro contrario e alle loro caratteristiche aggiunge caratteristiche che sono in contraddizione con quelle. Sotto forma della potenza sovvertitrice qui descritta il denaro si presenta poi anche in opposizione all'individuo e ai vincoli sociali, ecc., che affermano di essere entità per se stesse. Il denaro muta la fedeltà in infedeltà, l'amore in odio, l'odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l'intelligenza in stupidità. Poiché il denaro, in quanto è il concetto esistente e in atto del valore, confonde e inverte ogni cosa, è la universale confusione e inversione di tutte le cose, e quindi il mondo rovesciato, la confusione e l'inversione di tutte le qualità naturali ed umane. Chi può comprare il coraggio, è coraggioso anche se è vile. Siccome il denaro si scambia non con una determinata qualità, né con una cosa determinata, né con alcuna delle forze es

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senziali dell'uomo, ma con l'intero mondo oggettivo, umano e naturale, esso quindi, considerato dal punto di vista del suo possessore, scambia le caratteristiche e gli oggetti gli uni con gli altri, anche se si contraddicono a vicenda. È la fusione delle cose impossibili; esso costringe gli oggetti contraddittori a baciarsi. Se presupponi l'uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come un rapporto umano, potrai scambiare amore soltanto con amore, fiducia solo con fiducia, ecc. Se vuoi godere dell'arte, devi essere un uomo artisticamente educato; se vuoi esercitare qualche influsso sugli altri uomini, devi essere un uomo che agisce sugli altri uomini stimolandoli e sollecitandoli realmente. Ognuno dei tuoi rapporti con l'uomo, e con la natura, dev'essere una manifestazione determinata e corrispondente all'oggetto della tua volontà, della tua vita individuale nella sua realtà. Se tu ami senza suscitare una amorosa corrispondenza, cioè se il tuo amore come amore non produce una corrispondenza d'amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è un'infelicità. [pp. 151157]

*§* RIFLESSIONI PERSONALI. Marx scrive che il rapporto immediato e naturale della specie è il rapporto del maschio con la femmina; e che su questo rapporto si può giudicare il grado di civiltà cui l'uomo è giunto. A mio avviso, il rapporto immediato e naturale, e necessità imprescindibile dell'umana specie, è quello della madre con la creatura che ha in grembo. E per di più è un rapporto sostanziale, perché si configura come carne e ossa della sua carne e delle sue ossa. Il che va detto perché non tutte le femmine procreano: non tutte si sposano, e non tutte sono feconde. Lo stesso dicasi per il maschio. Giudico la partecipazione dell'individuo-maschio al procreare come mero atto per accidens: il padre può essere chiunque, la madre invece è certa con nome cognome agnome. Il grado di civiltà cui l'uomo giunge, si misura soprattutto in base alle leggi che la sociocultura della realtà spazio-temporale determinata, emana per proclamare la sacralità dell'essere donna e della maternità, e per tutelare e proteggere la madre e il bambino con le debite cautele d'ordine legislativo, organizzativo-strutturali ed economiche. Il rapporto uomo-uomo è indubbiamente importante, ma secondario rispetto al primario madre-bambino (feto), il quale più che naturale, è culturale: è infatti la socio-cultura che stabilisce la natura del rapporto uomo-uomo, e parimenti la natura del rapporto madre-nascituro, stante il fatto incontrovertibile, p.e., che anche le mucche figliano. Marx stesso lo lascia intendere, allorché scrive della educazione dei cinque sensi come opera di tutta la storia del mondo sino a oggi. Il senso - precisa -, prigioniero dei bisogni pratici primordiali, ha solo un senso limitato: un uomo che ha fame non coglie la forma umana del cibo, ma solo la sua esistenza astratta, che potrebbe essere altrettanto presente nella forma più rozza, non differendo, un tale modo di nutrirsi, da quello delle bestie. In preda alle preoccupazioni e ai bisogni, l'uomo non ha sensibilità al più bello degli spettacoli: il trafficante di minerali, vede solo il loro valore commerciale, non già la bellezza e la caratteristica natura del minerale, non ha cioè alcun sensibilità mineralogica. Per cui, occorreva l'oggettivazione dell'essere umano, dal punto di vista e teoretico e pratico, non solo per rendere umano il senso dell'uomo, ma anche per creare un senso umano corrispondente a tutta la ricchezza dell'essere umano e naturale. Ciò che Marx dice riguardo ai sensi, deve valere anche per il sesso e l'impulso sessuale dell'uomo e della donna. In altre parole, i nubendi devono prima di ogni cosa educarsi alla vita coniugale al fine di coglierne la bellezza e il valore umano, e non vivere consumando il matrimonio come le bestie.

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Per il filosofo, il singolo individuo, quando domanda, e si domanda, chi lo abbia generato, e chi abbia generato il padre, chi il padre del padre e così via, dovrebbe al contempo considerare non solo tale progresso all'infinito, ma anche il movimento circolare sensibile in questo, in base al quale l'uomo nella generazione riproduce sé stesso, rimanendo sempre soggetto. Il soggetto de quo è - secondo Marx - l'uomo socialista, per il quale tutta la storia del mondo altro non è che la generazione dell'uomo mediante il lavoro umano, null'altro che il divenire della natura per l'uomo: egli ha la prova evidente, irresistibile, della sua nascita mediante se stesso, del processo della sua origine. Se Marx intende "il lavoro umano" come essenzialmente produttore della socio-cultura, e cioè onnicomprensivo e pluridimensionale, il principio è inattaccabile, altrimenti è inficiabile di monodimensionalismo. Neglige il Nostro l'imprescindibilità della donna nel detto storico processo socialista, perché se lei non dà alla luce i bambini, che lei stessa dovrà alimentare col suo latte e con la sua azione educativa, il soggetto socialista, col solo suo lavoro umano, sarà impossibilitato a salvare l'umanità dalla sua inevitabile e totale estinzione. In sostanza, si obietta a Marx che della storia del mondo, lungi dall'essere l'uomomaschio - sia esso socialista o altro - il soggetto primario della sua generazione, è la femminamadre. Marx pone poi il denaro come forza creatrice e anche sovvertitrice, perché muta la fedeltà in infedeltà, l'amore in odio, l'odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l'intelligenza in stupidità. E così il denaro, in quanto potenza creatrice e sovvertitrice, è la universale confusione e inversione di tutte le cose, e ciò stante il mondo rovesciato, la confusione e l'inversione di tutte le qualità naturali e umane. Presupponendo invece marxianamente l'uomo come uomo, e il suo rapporto con il mondo come un rapporto umano, si può scambiare amore con amore, fiducia con fiducia, ecc. Se uno vuol godere dell'arte, dice Marx, dev'essere artisticamente educato; se vuol esercitare qualche influsso sugli altri uomini, dev'essere un uomo che agisce sugli altri uomini stimolandoli e sollecitandoli realmente. Ogni rapporto con l'uomo e con la natura, dev'essere una manifestazione determinata e corrispondente all'oggetto della propria volontà, della propria vita individuale nella sua realtà Praticamente, se uno ama senza suscitare una amorosa corrispondenza, cioè se il proprio amore come amore non produce una corrispondenza d'amore, se nella propria manifestazione vitale di uomo amante non fa di sé stesso un uomo amato, l'amore è impotente: una infelicità. Tesi assolutamente condivisibile, perché mira a costruire, nel caso specifico del legame coniugale uomo-donna, un'assoluta reciprocità, una corrispondenza d'amorosi sensi, dove l'uno fa di sé un essere amato dall'altra, e viceversa. Esprimo per inciso una obiezione alla tesi marxiana riguardo all'ateismo, inteso come negazione di Dio e ponente con questa negazione l'esistenza dell'uomo; e altresì al socialismo che non ha più bisogno di questa mediazione. Per intanto, il regressus in infinitum, concernente la domanda che il singolo uomo pone a sé stesso allorché vuol sapere chi è il padre di suo padre, del nonno, bisnonno, trisnonno ecc. ecc., è - a mio avviso - legittimo ed è umanamente comprensibile: l'ho fatto pure io quand'ero giovane, e non mi capacitavo del fatto che Dio fosse non causato. Non è necessitato l'uomo de quo a troncare siffatta regressione {in quanto de facto impossibile} e a chiamare in causa Dio. E parimenti non è necessitato, negando Dio, a professare l'ateismo, perché l'esistenza della specie umana è di per sé attribuibile - marxianamente - all'uomo e al socialismo.

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Questo socialismo, se non ha bisogno della mediazione divina per affermare l'esistenza dell'uomo, ha però bisogno della mediazione dell'evoluzione dell'universo, ivi compresi la nascita della vita e i processi produttori degli organismi viventi, incluso l'essere umano. In altre parole, per risolvere il problema posto da Marx, è agevole porre tra parentesi e Dio e l'ateismo, e porre semplicemente l'infinità dell'universo, sia nel tempo che nello spazio. Ovviamente, in ciò non vi è alcuna finalità, quanto piuttosto una causalità. Tradotto in breve: nella evoluzione del mondo e della vita, specificamente nella comparsa dell'uomo sulla Terra, non vi è un perché-fine, ma unicamente dei perché-causa.

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10. - ALTERITÀ = minorità, reciproco cosificare, reciproco uso delle facoltà sessuali. Immanuel KANT {(Konisberg, 22 aprile 1724 - † 12 febbraio 1804) Filosofo tedesco, ritenuto uno dei più importanti della storia della filosofia}, nel 1° Libro, De la faculté de connaître, della Anthropologie (1863), in ordine all'intelligenza, scrive questo: [pp. 146-147 ==> 163-164/501] "§ XLVII. - Un intendimento {facoltà di intendere, conoscere e giudicare; intelligenza} sano in sé (senza debolezze intellettuali) può avere però dei punti deboli in rapporto al suo esercizio: debolezze che rendono necessario il rinvio dell'esercizio dei suoi diritti fino alla maturità, o anche la rappresentazione delle propria persona da parte di un altro in ciò che riguarda gli affari civili. L'incapacità (naturale o giuridica) di un uomo d'altronde sano di mente, in ciò che tocca l'uso proprio del suo intendimendo nelle materie civili, si chiama pupillarità {Condizione giuridica e sociale di pupillo, di minore che, in mancanza di genitori esercitanti la patria potestà, è sottoposto a tutela; età pupillare. GDLI, p. 1013}. Se la pupillarità ha la sua ragion d'essere nella mancanza di maturità, allora essa prende in nome di minorità; ma se essa ha la sua ragion d'essere nelle disposizioni della legge rispetto ai suoi affari civili, la si può chiamare pupillarità legale o civile. I bambini sono naturalmente pupilli, e i loro genitori sono i loro tutori naturali. La donna maritata, di ogni età, è trattata, civilmente, come pupillo {recte pupilla}; il marito è il suo tutore naturale. Ma se lei vive con lui mantenendo la separazione dei beni, è tutt'altra cosa. Infatti, sebbene alla donna, per la natura del suo sesso, non manchi la lingua per difendere se stessa e il marito davanti ai tribunali (per ciò che riguarda il mio e il tuo) se si tratta di parlare, e sebbene possa, a questo riguardo, essere chiamata grande parleuse {una grande parlatrice}, tuttavia non conviene alle donne difendere i loro diritti personalmente più che fare la guerra. Perciò non si occupano personalmente dei loro affari civili; li fanno trattare da dei rappresentanti. E questa pupillarità legale rispetto ai pubblici affari, dà loro solo più autorità negli affari domestici, perché qui si tratta del diritto del più debole, diritto che il sesso maschile già si sente naturalmente chiamato a rispettare e a difendere." Nella Seconda Parte, Caratteristica antropologica, del 3° Libro, Della facoltà appetitiva, Kant, al § B, tratta il carattere del sesso. [pp. 294-295 ==> 311/501] "Tutte le macchine destinate a produrre con minor forza altrettanto effetto quanto se ne ottiene da altre con una forza maggiore, devono essere concepite CON ARTE. Si può dunque ammettere a priori che la natura abbia voluto mettere più arte nell'organizzazione della donna che in quella dell'uomo, perché ha dato più forza all'uomo, per renderli idonei alla più intima unione corporale, e dirigerli tuttavia, come esseri dotati di ragione che essi sono, al fine che gli è più caro, la conservazione della specie. Inoltre li ha anche dotati, e a questo titolo (come animali dotati di ragione), di inclinazioni sociali, al fine di convertire la loro comunione sessuale in un legame domestico e duraturo. Non è sufficiente, ai fini dell'unità e indissolubilità di un'unione, l'associazione volontaria di due persone; l'una delle parti deve essere sottomessa all'altra, e questa, reciprocamente, essere superiore a quella, per poterla dominare o governarla. Perché, con l'uguaglianza di due pretese che non potrebbero fare a meno l'una dell'altra, l'amor proprio non produce che discordia. Con il progresso della civiltà, la superiorità dev'essere di diversa natura: l'uomo dev'essere al di sopra della donna per le sue facoltà corporee e per il suo coraggio, ma la donna deve essere al di sopra dell'uomo per i doni della natura, al fine di rendersi padrona dell'inclinazione dell'uomo per lei. È il contrario nella natura selvaggia: la superiorità esiste solo dalla parte dell'uomo." *§*

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KANT, negli Scritti Politici e di filosofia della storia e del diritto, e in particolare ne La dottrina generale del diritto, Parte Prima Il diritto privato del mio e del tuo esterni in generale, tratta l'argomento del diritto personale di natura reale. (p. 458) E spiega che tale diritto "[22. -] consiste nel possedere un oggetto esterno come una cosa e nell'usarne come una persona. Il mio e il tuo che si fondano su questo diritto costituiscono gli enti domestici; e il rapporto che costituisce lo stato domestico è un rapporto di comunità tra esseri liberi che, per la reciproca influenza (della persona dell'uno su quella dell'altro), formano secondo il principio della libertà esterna (della causalità), una società, un insieme di membri (di persone viventi in comunità) che si chiama la famiglia. Il modo di acquisto di questo stato di cose e ciò che succede nel medesimo non si ha né per un fatto arbitrario (facto), né per un semplice contratto (pacto), ma soltanto per una legge (lege); ora, siccome esso non è un diritto su una cosa e nemmeno semplicemente un diritto verso una persona, ma nello stesso tempo anche un possesso di questa persona stessa, deve essere un diritto al disopra del diritto reale e personale, cioè il diritto dell'umanità che risiede nella nostra propria persona, il quale ha per conseguenza una legge naturale, che ci permette e ci rende possibile un tale acquisto. (p. 458) [23. -] L'acquisto che si fonda su questa legge è, quanto al suo oggetto, di tre specie: l'uomo acquista una donna, la coppia acquista dei figli, e la famiglia dei domestici. Ognuno di questo acquisti è nello stesso tempo inalienabile, e il diritto del possessore di questi oggetti è il diritto più personale di tutti." (p. 459) Trattando il diritto della società famigliare e in specie il diritto coniugale (Tit. 1°), Kant scrive: "[24. -] La comunità sessuale (commercium sexuale) è l'uso reciproco degli organi e delle facoltà sessuali di due individui (usus membrorum et facultatum sexualium alterius), e può essere o non un uso naturale (per mezzo del quale può essere procreato un suo simile) o un uso contro natura, e questo ha luogo o con una persona dello stesso sesso e con un animale di un'altra specie diversa dalla umana. Queste trasgressioni delle leggi si chiamano vizi contro natura (crimina carnis contra naturam), o anche vizi innominabili, e, quali attentati all'umanità che risiede nella nostra propria persona, non possono essere preservati, per nessuna restrizione e per nessuna eccezione, dalla universale e assoluta riprovazione. La comunità sessuale naturale è: o quella che obbedisce alla pura natura animale (vaga libido, venus vulgivaga {amore occasionale}, fornicatio), o quella che si conforma alla legge. Questo secondo caso è il matrimonio (matrimonium), cioè l'unione di due persone di sesso diverso per il possesso reciproco delle loro facoltà sessuali durante la loro vita. Lo scopo di procreare e allevare figli può ben essere quello che s'è proposto la natura e a cui s'ispira l'inclinazione dei sue sessi l'uno verso l'altro, ma l'uomo che si sposa non è obbligato di proporsi questo scopo per rendere questa unione legittima, perché altrimenti, cessata la procreazione, il matrimonio si scioglierebbe da se stesso nello stesso tempo. Anche nella supposizione che l'uomo e la donna non si proponessero altro scopo che il piacere risultante dall'uso (p. 460) reciproco delle loro facoltà sessuali, il matrimonio non sarebbe un contratto facoltativo, ma necessario per la legge stessa dell'umanità; vale a dire che, quando un uomo e una donna vogliono godere reciprocamente le loro facoltà sessuali, debbono necessariamente unirsi in matrimonio, e questa necessità è imposta loro dalle leggi giuridiche della ragione pura. [25. -] L'uso naturale, infatti, che un sesso fa dell'organo sessuale dell'altro è un godimento, per il quale una delle due parti si abbandona all'altra. In questo atto l'uomo riduce se stesso ad una cosa, il che è contrario al diritto dell'umanità che risiede nella sua propria persona. Questo diritto non è possibile che a una sola condizione, cioè che, mentre una delle due persone è acquistata dall'altra, proprio come una cosa, questa alla sua volta acquisti reciprocamente l'altra; così essa ritrova di nuovo se stessa, e ristabilisce la sua personalità. Ma l'acqui

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sto di un membro dell'uomo è nello stesso tempo acquisto di tutta la persona, perché la persona è un'unità assoluta; in conseguenza l'abbandono e l'accettazione di un sesso al godimento dell'altro non solo è ammissibile soltanto sotto la condizione del matrimonio, ma anche non è possibile che a questa condizione. Ciò che prova, per altro, che questo diritto personale è nello stesso tempo un diritto di natura reale è il fatto, che, se uno dei due sposi fosse fuggito o si fosse abbandonato al possesso di un'altra persona, l'altro è autorizzato in ogni tempo e incontestabilmente a ricondurlo in suo potere come una cosa. [26 . -] Per le stesse ragioni il rapporto degli sposi è un rapporto d'uguaglianza di possesso, tanto delle persone, che si posseggono l'una l'altra reciprocamente (il che non può aver luogo che nella monogamia, perché nella poligamia la persona che si abbandona ottiene soltanto una parte di quella a cui ella invece s'è abbandonata tutta, e riduce quindi se stessa a una cosa), come anche dei beni, quantunque le persone abbiano il diritto di rinunciare per mezzo di un contratto speciale all'uso di una parte di questi beni. (p. 461) Dal principio sopra menzionato segue, che il concubinato non è suscettibile di nessun contratto valevole in diritto, così come il mercato che si fa di una persona per un momento di godimento (pactum fornicationis). Perché, per ciò che riguarda quest'ultimo contratto, ognuno dovrà convenire che la persona che l'ha concluso non può essere costretta giuridicamente a mantenere la sua promessa, caso mai essa se ne pentisse; e così può essere annullato anche il primo contratto, quello del concubinato (come pactum turpe), perché questo sarebbe un contratto di locazione (locatio-conductio) avente lo scopo di far servire per l'uso di una persona una parte di un'altra persona, e in conseguenza, a cagione dell'indivisibile unità di tutte le parti della persona, questa si sacrificherebbe come una cosa all'arbitrio dell'altra; perciò in ogni parte può abolire il contratto concluso coll'altra, appena essa lo desideri, senza che l'altra parte possa fondatamente lamentarsi come di un'offesa al suo diritto. La stessa cosa vale anche relativamente al matrimonio morganatico {contratto da un sovrano con una persona di rango inferiore, in cui il coniuge e i figli sono esclusi dalla successione}, che ha lo scopo di utilizzare la disuguaglianza di condizione delle due parti a vantaggio della dominazione di una parte sull'altra; perché in fondo questa specie di matrimonio, secondo il diritto naturale, non è distinto dal concubinato e non è un vero matrimonio. Qui sorge la questione: se all'uguaglianza di coloro che si sposano, come tali, si contraddica, quando la legge dice dell'uomo nei suoi rapporti colla donna: <<Egli deve essere il tuo padrone>> (egli sarà la parte che comanda, la donna quella che ubbidisce). Ma questo non deve essere considerato come contrario all'eguaglianza naturale dei membri di una coppia, perché questo dominio si fonda soltanto sulla superiorità naturale delle facoltà dell'uomo su quelle della donna, nell'intento di procurare l'interesse comune della famiglia e il diritto al comando, che ne deriva per l'uomo; perciò questo dominio può essere derivato dallo stesso dovere dell'unità e dell'uguaglianza relativamente al fine. [27. -] Il contratto matrimoniale è compiuto soltanto colla coabitazione coniugale (copula carnalis). Un contratto tra due persone di sesso diverso colla clausola segreta di astenersi da ogni comunanza carnale, o colla conoscenza che una delle due parti o tutte e due sono inabili a ciò, è un contratto simulato, e non conclude nessun matrimonio; può quindi essere sciolto da ognuna delle due parti a piacimento. Ma (p. 462) se l'incapacità non sopravviene che in seguito, il matrimonio non può perdere nulla del suo diritto per questo fatto indipendente dalla volontà. L'acquisto di una moglie o di un marito non succede dunque facto (per la coabitazione) senza contratto precedente, nemmeno pacto (per un semplice contratto matrimoniale senza coabitazione ulteriore), ma soltanto lege, cioè come conseguenza giuridica derivante dall'obligo di non formare un'unione sessuale altrimenti che per mezzo del possesso reciproco del-

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le persone, il quale possesso consegue la sua attuazione soltanto per l'uso ugualmente reciproco delle facoltà sessuali." (p. 462) *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Si espone prima di tutto l'opinione kantiana con le parole del prof. Reinhardt BRANDT {Univ. di Marburgo}: "En opiniòn de Kant las mujeres son menores de edad, y ello tanto en la esfera moral como en la juridica. En el terreno de la ética las mujeres no pueden llevar a cabo acciones por mor del deber, sino únicamente actuar conforme a los principios que conlleva éste. Y en el plano jurídico adolecen de la competencia racional para legislar, de ahí la necesidad de que en todos los asuntos públicos deban verse representadas por un tutor. [(Cap. I, 1999) p. 20 ==> 32/306]

Secondo l'opinione di Kant, le donne sono minori di età, e ciò tanto nella sfera morale come nella giuridica. Sul piano dell'etica, le donne non possono portare a termine azioni per amore del dovere, ma solo agire secondo i principi che esso implica. Sul piano giuridico mancano della competenza razionale a legiferare, di qui la necessità che in tutte le incombenze {affari, faccende} pubbliche debbano essere rappresentate da un tutore. Si aggiunge poi la tesi secondo cui la donna, quantunque sia, per la natura del suo sesso, una grande parlatrice, non può fare l'avvocata di sé e del marito, in quanto giuridicamente portatrice di pupillarità legale o civile. Ha in ogni caso più autorità in famiglia, perché qui gode del diritto del più debole, che il sesso maschile è naturalmente chiamato a rispettare e difendere. A mio avviso, l'uomo maritato, tale diritto del più debole, non sa cosa sia: nei confronti della sua donna, esercita per habitus la più nefasta tirannide domestica, che sovente sfocia in abusi, maltrattamenti, violenze perverse (fisiche e morali) e addirittura femminicidio. Kant scrive pure che la natura ha dato più forza all'uomo per renderlo idoneo alla più intima unione corporale, e dirigerlo, in quanto dotato di ragione, al fine che gli è più caro: la conservazione della specie. Gli si obietta che non è l'uomo che dà alla luce i bambini, necessità imprescindibile della sopravvivenza della specie, ma è bensì la donna, e se questa non procreasse altro che maschi, la specie umana finirebbe per estinguersi, come si sono estinte - per altre avverse contingenze (epidemie, predazioni, glaciazioni, terremoti ecc. ecc.) specie animali e vegetali, e ovviamente tant'altre specie preumane. Non si comprende perché la natura - in ordine alla più intima unione corporale, o meglio, sessuale - abbia reso idoneo unicamente l'uomo, negligendo il fatto incontestabile che l'unione de quo si fa in due, e precisamente sesso maschile più sesso femminile, o viceversa. E se la donna fosse inidonea alla copulazione, come si potrebbe perseguire e conseguire il fine della conservazione della specie? Non si comprende altresì perché la natura abbia dotato solo uomo di ragione e non anche la donna. E tra l'altro, da chi o da che cosa è messo al mondo un tale maschio così dotato? Di certo, stando a Kant, da una cosa mancante di ragione! Non si comprende infine perché mai nella unione coniugale la donna debba essere inferiore e sottomessa, e l'uomo, superiore e dominante. Se Kant avesse voluto convertire davvero la comunione sessuale in un legame domestico e duraturo, avrebbe dovuto porre - filosoficamente prima, e giuridicamente poi - la immediata e assoluta uguaglianza dei due membri della unione, garantendo a entrambi pari dignità e diritti/doveri: in altre parole, alla donna non di più e non di meno che all'uomo. *§* Atteso che il matrimonio altro non è che un contratto, Kant solleva la questione se l'uguaglianza degli sposi sia o no in contrasto con la legge che dice: <<Egli deve essere il tuo padrone>>, e cioè che lui sarà la parte che comanda, lei quella che ubbidisce; e, ipso facto, dà la

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soluzione. Praticamente asserisce che siffatto dominio si fonda soltanto sulla superiorità naturale delle facoltà dell'uomo su quelle della donna, allo scopo di procurare l'interesse comune della famiglia, e il diritto al comando deriva da ciò esclusivamente per l'uomo. Desta meraviglia e perplessità che Kant, filosofo, assuma la Bibbia come fonte primaria e assoluta delle leggi che regolano i rapporti dell'uomo con la donna. Ora, ci si chiede, in virtù di quale principio logico-razionale, l'uomo debba comandare e la donna ubbidire? Se il matrimonio è un contratto, allora è giocoforza fondato sulla uguaglianza delle parti contraenti, e le scelte che queste si troveranno a compiere, devono essere da entrambe mediate e condivise, quali esiti finali di processi coscienziali di riflessione attenta e responsabile. Il dominio dell'uomo che, stando a Kant, si erige sulla superiorità naturale delle facoltà dell'uomo su quelle della donna, è palesemente in contrasto con la natura che assegna alla donna il compito di procreare l'uomo, e non viceversa. Del resto, non è inconcepibile che un essere inferiore possa dare la vita a uno superiore? Inaccettabile è poi l'idea che il diritto di comando dell'uomo sulla donna derivi da questo, che è lui a procurare l'interesse comune della famiglia. Il Nostro parla di interesse comune della famiglia, ma non aveva già detto che il matrimonio è un contratto? Se tale è, questo comune interesse della famiglia, da chi, come, quando e perché, sarebbe stato decretato, esplicitato e motivato? Per Kant il contratto matrimoniale non è contratto se esclude a priori la comunanza carnale. Se gli elementi costitutivi del contratto de quo sono la libera scelta e la coscienziale responsabilità personale, il contratto deve essere valido pur non contemplando la sessualità e la procreazione: l'uomo, p.e., può essere sterile e/o impotente, e la donna non atta alla procreazione; oppure tutti e due scelgono volontariamente di vivere in castità. Conclusivamente, per quanto concerne la cosificazione reciproca dei coniugi per la fruizione reciproca delle corrispettive facoltà sessuali, si osserva che i due nubendi si uniscono in matrimonio per l'amore che uno nutre per l'altra: una unione affatto sentimentale, cuore e mente, e poi carnale. E la carnalità, lungi dall'essere dai primordi dell'umanità finalizzata alla procreazione, è fine a sé stessa, e per accidens alla generazione dei figli. Voglio semplicemente dire che la cosiddetta natura non ha alcun fine da perseguire, e né la cosiddetta evoluzione. Il fine de quo è solo culturale, storicamente e geograficamente determinato, e ciò stante sovrastrutturale rispetto al dato stricto sensu naturale.

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11. - ALTERITÀ = delegittimazione delle donne a governare. L'Umanità, nel corso della sua storia millenaria vissuta sul Pianeta Terra, si è macchiata di - e perpetrato nel tempo - una colpa grave del genere del peccato originale di Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre: l'aver scelto cioè, ai fini del governo delle cose del mondo, il sesso maschile a discapito del femminile. E poiché tale scelta si è dimostrata fattualmente fallace, stante la corruzione dilagante, la degradazione sociale, la iniqua distribuzione della ricchezza (pochi ricchi <=> moltissimi poveri), l'arrivismo, la demeritocrazia, la guerra e la guerriglia urbana, la mercificazione del corpo femminile, le strupazioni delle donne sia in pace che in guerra {considerate qui inevitabili effetti collaterali}, urge correre ai ripari, edificando una scelta altra, che non può che essere quella del sesso cosiddetto debole e gentile, che edificherà una nuova società. Per intanto, come venne fatta la scelta in esame? La prima risposta, la dà Enrico Cornelio Agrippa (1549) nella sua opera sulla nobiltà ed eccellenza delle donne: [p. 27dx ==> 54/71] "Ma contro la giustizia divina e contro gli ordini della natura, essendo superiore la licenziosa tirannia degli uomini, la libertà data alle donne è loro interdetta da leggi inique, e impedita dalla consuetudine e dall'uso, e totalmente estinta dall'educazione: poiché la femmina dacché nasce, i primi anni è tenuta nell'ozio in casa, e come se non fosse atta a un più alto compito o incarico, nient'altro le è permesso di comprendere e immaginare se non l'ago e il filo. E poi, quando raggiunge gli anni della pubertà, è lasciata alla mercé di un marito geloso, oppure viene rinchiusa nella perpetua prigione di un monastero di monache. Tutti gli uffici pubblici le sono dalle leggi proibiti, non le è concesso chiamare in giudizio, ancorché ella sia prudentissima. Oltre a ciò, viene esclusa da: giurisdizione, arbitrato, adozione, intercessione, procura, tutela, cura, cause criminali [p. 28sx ==> 56/71] e testamentali. Similmente le è vietato predicare la parola di Dio. Il che manifestamente è contro la scrittura con la quale lo Spirito Santo promise loro, dicendo per bocca di Ioele: E profetizzeranno le vostre figlie. Nel qual modo anche al tempo degli Apostoli insegnavano pubblicamente così come notorio è di Anna di Simeone, delle figlie di Filippo e di Priscilla d'Aquila. Ma è tanta la malignità dei nuovi legislatori che hanno annullato il precetto di Dio con i loro comandamenti, decretando che le donne, quantunque nobilissime per naturale eccellenza e dignità, sono di più vile condizione che tutti gli uomini. Con queste leggi dunque le donne, quasi fossero sconfitte in guerra, sono forzate dagli uomini a sottomettersi ai vincitori, operante non una naturale o una qualche divina necessità o ragione, ma la consuetudine, l'educazione, la fortuna e una certa circostanza tirannica. Inoltre ci sono taluni che conformemente alla religione si sono arrogati un'autorità contro le donne, e con le sacre lettere provano la loro tirannide, portando sempre a giustificazione quella maledizione di Eva: Sarai sotto la potestà dell'uomo, e lo stesso ti signoreggerà. E se si risponde loro che Cristo strappò via la maledizione, di nuovo mi opporranno la stessa cosa con le parole di Pietro, al quale si accosta Paolo dicendo: Le donne siano suddite agli uomini, e le donne tacciano nella chiesa. Ma chi avrà conosciuto i vari tropi della scrittura, e gli affetti della medesima, vedrà facilmente che queste cose non [p. 28dx ==> 56/71] ripugnano {non sono cioè in contrasto, in antitesi} se non in modo vago, superficiale, esteriore. Vi è infatti, nella chiesa, un ordine siffatto che gli uomini nell'amministrare siano preposti alle donne, come i Giudei ai Greci nella promessa, tuttavia Dio non valuta le persone in modo parziale: perché in Cristo non c'è né maschio né femmina, ma la nuova creatura." Tesi ribadita dal nostro Morelli (1861) nel suo lavoro sulla donna e la scienza:

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Cap. II, p. 9. "Il primato (o supremazia) che l'uomo esercita sulla donna, si configura perciò come una palese usurpazione del diritto per mezzo della forza, come un grossolano controsenso in aperta antitesi con la logica. Iddio costituì i due sessi nell'identità duale della medesima natura, rendendoli simili in quello che determina la personalità umana, che è unico e medesimo. In effetti, l'unità originaria si conserva nelle forme organiche e non subisce che una sola variante nell'ordine sessuale. I sensi, per esempio, che sono gli organi essenziali della vita, adempiono in entrambi i sessi le medesime funzioni. L'intelletto, la volontà, la fantasia e la memoria, che attuano le potenzialità dello spirito umano, non sono dissimili nell'uomo e nella donna; nella donna, e parimenti nell'uomo, fanno, per così dire, funzionare il pensiero: in parole povere sono identici sia nell'uomo che nella donna." Cap. IX, p. 28. "La Donna è potentissima sotto qualsivoglia angolazione la si voglia considerare. Dopo Dio, non c'è che lei per creare {procreare, mettere al mondo} e animare la vita sociale, e finché questa grande forza {della natura} è abbandonata a sé stessa o è mal diretta, inevitabilmente produrrà danni assai gravi. Ma di cosa si può imputare il fuoco se invece di cuocere, bruciasse, quando fosse mal impiegato? E di cosa si vuol ritenere responsabile la donna se, senza istruzione ed educazione intellettuale, col cuore corrotto e sotto gli effetti prodotti sul suo animo {sede degli affetti, dei sentimenti} e sulla sua mente da una schiavitù millenaria, si è trovata a provocare sempre il male? E se gli uomini, invece di cercare in lei il raddoppiamento validissimo delle proprie forze, son divenuti dei gineconomi (?) {In verità il gineconomo nell'antica Grecia era il magistrato incaricato di sorvegliare i costumi femminili per impedire un'eccessiva ostentazione di lusso, specialmente nel vestiario, e anche di controllare gli eccessi degli uomini, particolarmente nel caso di banchetti troppo sontuosi. Per cui gineconomi, nel testo morelliano, è da intendersi antifrasticamente, cioè al contrario} che impongono alla donna -

piuttosto che vietare - il lusso al fine di deliziare una comunità volta alle esteriorità, e la lasciano assorbita dal pettegolezzo e dall'intrigo? [...] In verità la donna non è altrimenti da come la si è fatta. A ben guardare, la sua educazione non è per nulla significativa ai fini di quel che più dovrebbe sapere. Pertanto, se la donna non corrisponde allo scopo della creazione, è imputabile solo l'umanità che le ha negato la luce dell'intelletto. E sono altresì imputabili alcuni filosofi, i quali, assunta la supremazia del pensiero, non hanno mai di lei ben definito né i caratteri naturali né l'importanza: di contro, l'hanno avvilita e maledetta {hanno cioè invocato su di lei la condanna e il castigo di Dio}, e non risollevata quanto era auspicabile. Ma maledire i vizi senza apprestare i rimedi per estirparli, è come se si volesse conquistare il cielo {cioè il paradiso, il regno dei beati} con la bestemmia, che è la voce della disperazione." E non altrimenti da J. S. Mill (1869): [p. 1 ==> (9 di 200)] "Il principio che regola le relazioni sociali esistenti tra i due sessi: la su-

bordinazione giuridica di un sesso rispetto all'altro, è di per sé sbagliato, e ora uno dei principali ostacoli al miglioramento umano, e che dovrebbe sostituirsi con un principio di perfetta uguaglianza, che non ammette alcun potere o privilegio da un lato, né disabilità dall'altro." Se l'autorità degli uomini sulle donne, quando fu stabilita la prima volta, fosse stata il risultato di un confronto coscienzioso tra modalità diverse di costituire il governo della società; se, dopo aver provato vari altri modi di organizzazione sociale: {quali} il governo delle donne sugli uomini, l'uguaglianza tra i due, e tali modi misti e divisi di governo come si potrebbero inventare, si fosse deciso, in base alla testimonianza dell'esperienza, che il modo in cui le donne sono totalmente sotto il dominio degli uomini, non partecipando affatto ai pubblici affari ed essendo, in privato, sotto l'obbligo legale di obbedienza all'uomo cui hanno associato il suo destino, era la disposizione più favorevole alla felicità e al benessere dell'uno e dell'altra: la sua adozione generale si potrebbe quindi ritenere giusta per essere una prova che, all'epoca

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quando fu adottata, era la migliore, anche se [p. 8 ==> (16 di 200)] le considerazioni che allora la consigliavano potevano, come tanti altri primordiali fatti sociali della massima importanza, successivamente, nel corso dei secoli, aver cessato di esistere. Ma lo stato del caso è sotto ogni aspetto l'opposto di questo. In primo luogo, l'opinione a favore di questo sistema attuale, che subordina interamente il sesso debole al più forte, si basa solo sulla teoria, unicamente sulla teoria, perché non è mai stato sperimentato alcun altro {sistema}, cosicché l'esperienza, nel senso in cui volgarmente si oppone alla teoria, non può pretendersi che abbia pronunciato un verdetto. In secondo luogo, l'adozione del sistema della disuguaglianza non è mai stato il risultato di una deliberazione, o di una premeditazione, o di qualsiasi idea sociale, o di qualsiasi nozione di ciò da cui ha tratto giovamento l'umanità o il buon ordine della società. È sorto semplicemente dal fatto che fin dai primissimi albori dell'umana società, ogni donna (a causa del valore attribuitole dagli uomini, congiunto con una inferiorità nella forza muscolare) è stata trovata in stato di schiavitù nei confronti di un qualche uomo. Le leggi e i sistemi politici cominciano sempre riconoscendo le relazioni che trovano già esistenti tra individui. Convertono ciò che era un semplice fatto fisico in un diritto legale, conferiscono a esso la sanzione della società, e mirano principalmente alla sostituzione di mezzi pubblici e organizzati per affermare e tutelare questi diritti, al posto [p. 9 ==> (17 di 200)] di un irregolare e sregolato conflitto di forza fisica. Coloro i quali erano già stati obbligati all'obbedienza, vi divennero così legalmente vincolati. La schiavitù, dall'essere una mera questione di forza tra il padrone e lo schiavo, divenne regolarizzata e {altresì} una questione di patto tra i padroni, i quali, legandosi gli uni agli altri per la protezione comune, assicuravano con la loro forza collettiva i beni privati di ciascuno, compresi gli schiavi. Nei primi tempi, la grande maggioranza del sesso maschile erano schiavi, così come la totalità di quello femminile. E molti secoli trascorsero, alcuni dei quali di alta cultura, prima che qualche pensatore fosse abbastanza audace da mettere in dubbio la legittimità e l'assoluta necessità sociale, sia dell'una che dell'altra schiavitù. A poco a poco tali pensatori sono sorti: e (con l'ausilio del progresso generale della società) la schiavitù del sesso maschile, in tutti i paesi almeno dell'Europa cristiana (sebbene, in uno dei loro, solo negli ultimi anni) è stata finalmente abolita, e quella del sesso femminile si è gradualmente mutata in una forma più mite di subordinazione. Ma questa subordinazione, così com'è attualmente, non è un'istituzione originale, che prende un nuovo inizio da considerazioni di giustizia e convenienza sociale: è lo stato primitivo della schiavitù che perdura attraverso successive mitigazioni e modifiche, occasionate dalle stesse cause [p. 10 ==> (18 di 200)] che hanno ammorbidito le maniere generali, e portato tutte le relazioni umane più sotto il controllo della giustizia e l'influenza dell'umanità. Non ha perso la macchia {colpa, peccato, disonore} della sua origine brutale. Nessuna presunzione a suo favore, quindi, può esser tratta dal fatto della sua esistenza. L'unica presunzione che si potrebbe supporre che abbia, deve essere fondata sul fatto che sia durata fino ad ora, quando tante altre cose che sono venute giù dalla stessa odiosa fonte, sono state eliminate. E questo, infatti, è ciò che rende strano agli orecchi normali sentir affermare che la disparità di diritti tra uomini e donne non ha altra fonte che la legge del più forte." [p. 16 ==> (24 di 200)] "Se le persone sono perlopiù così poco consapevoli di quanto completa-

mente, durante la maggior parte della storia della nostra specie, la legge della forza sia stata l'unica e assoluta regola dichiarata di condotta generale, essendo ogni altra solo una conseguenza speciale ed eccezionale di legami particolari; e di quanto molto recente sia il periodo in cui si è persino asserito che le vicende della società in generale si regolassero in uniformità con qualsiasi legge morale; così quanto poco si ricorda o si considera come le istituzioni e i costumi che non hanno mai avuto fondamento alcuno se non la legge della forza, durino in epoche e stati di opinione generale che mai avrebbero permesso la loro prima istituzione."

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[p. 22 ==> (30 di 200)] "Tant'è vero che, in genere, innaturale significa solo inconsueto, e che ogni [p. 23 ==> (31 di 200)] cosa che è usuale {consueto, abituale}, appare naturale. La sottomissio-

ne delle donne agli uomini, essendo un costume universale, qualsiasi deviazione da essa appare, in modo del tutto naturale, innaturale. Ma quanto, anche in questo caso, il sentimento dipenda assolutamente dall'abitudine, appare da un'ampia esperienza. Nulla stupisce così tanto la gente delle remote parti del mondo, quando imparano per la prima volta qualcosa sull'Inghilterra, come il sentirsi dire che è sotto una regina: il che sembra loro così innaturale da apparire quasi incredibile. Agli inglesi questo non sembra minimamente innaturale, perché vi sono abituati; ma credono sia innaturale che le donne possano essere soldati o membri del parlamento." [p. 84 ==> (92 di 200)] "Inoltre, nella parte più brutale per natura e moralmente incolta delle clas-

si inferiori, la schiavitù legale della donna, e qualcosa del genere nell'assoggettamento meramente fisico come strumento, alla volontà del marito, fa sì che questo senta, nei confronti della moglie, una sorta di mancanza di rispetto e disprezzo che non prova verso nessun'altra donna, o nessun altro essere umano con cui è a diretto contatto; e gliela fa sembrare un oggetto appropriato per qualsiasi tipo di umiliazione." *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Contro la licenziosa tirannia degli uomini {Agrippa}, l'usurpazione del diritto per mezzo della forza {Morelli}, il perdurante stato primitivo della schiavitù della donna {Mill}, il sesso dolce e gentile deve muoversi compatto e opporre non solo la potenza {quasi militare} della sua forza numerica, ma anche le arti e le armi stricto sensu muliebri, soprattutto quelle antiche quanto il mondo, della natura cioè che gli è propria: vale a dire, la bellezza, il sex appeal, lo sciopero del sesso come Lisistrata della commedia di Aristofane {e farlo contro mariti, amanti e clienti}, oppure scendere in piazza a protestare a seno scoperto e a piedi nudi come la Marianne del dipinto a olio su tela di Eugène Delacroix (1830). Abbiamo tacciato le donne di impotenza coscienziale e politica, ora ne sottolineiamo l'incoscienza sic et simpliciter, che assai spesso non consente loro di rifuggire le occasioni prossime di rischio e pericolo per la propria incolumità. Non sanno le donne che se vanno, di sera al buio, nel bosco a far jogging o footing, c'è il lupo cattivo che le vuole mangiare? Non sanno che la libertà non vuol dire far sfoggio volgare della propria natura? Non sanno che se è in atto una guerra, è inevitabile la loro strupazione? Non sanno che un atto di violenza contro una sola donna, nominata cognominata agnominata, è un atto di violenza contro l'universo femminile, e richiede l'unanime sollevazione di tutte quante? Non sanno che le meretrici che esercitano per strada, configurano una piaga sociale e morale che necessita di un pronto intervento del legislatore? Non sanno che la prostituzione è un dato di fatto incontrovertibile da che mondo è mondo, e richiede una idonea regolamentazione statale {per la volontaria; per la coatta con il relativo sfruttamento, invece, un'azione di polizia}, riconoscendo - perché no? - anche la libertà di prostituirsi? Non sanno, infine, che in quanto madre, abbisognano di una tutela totale e incondizionata, per sé e la propria famiglia, d'ordine normativo, economico-finanziario, organizzativo, lavorativo ecc. ecc., prima del parto e dopo il parto? Non posso ora concludere se non ripetendo le parole di Morelli: "Care signore, il mondo è di chi se lo sa prendere. Se voi volete la vostra posizione giuridica, dovete conquistarvela."

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12. - ALTERITÀ = animalizzazione. Biasimo delle donne di Simonide, poeta giambico greco. Traduzione di Giacomo Leopardi. In questo giambo {componimento poetico di tono satirico e aggressivo} di 118 versi, nella versione di Leopardi (1826) da me rielaborata, il poeta greco, Simonide di Argo {Samo, VII sec. a.C. † VI sec. a.C.}, pare che inveisca contro le donne, perché le rappresenta attraverso 7 specie di animali e 2 di entità inanimate, simboli di negatività e positività. Nell'ordine: 1 - Ciacco {scrofa} = sporcizia, sudiciume, sozzeria 2 - Volpe = astuzia, furbizia 3 - Cane = malvagità, curiosità 4 - Terra = apatia, indolenza, pigrizia 5 - Mare = volubilità, incostanza, capricciosità e sbalzi di umore 6 - Ciuco cinereo = stupidità o testardaggine 7 - Faina = inaffidabilità e incontrollabilità (infida o scaltra, malvagia) 8 - Cavalla = fierezza smisurata, ambizione (desiderio di eccellere) 9 - Scimmia = bruttezza 10 - Ape = industriosità In principio, Giove formò diversamente la mente e l'indole delle donne. Tra le altre, fece una donna della tempra del ciacco {porco, maiale; scrofa, femmina adulta del maiale domestico}: le sue feci, ruzzolanti per casa in mezzo alla polvere, si calpestano; non si lava mai, né il corpo e né l'abito, ma nel sozzume {cose sozze, sudiciume, sporcizia} si impingua e si volta e rivolta ripetutamente su se stessa. Un'altra femmina, la formò dall'empia volpe, che di ogni cosa, qualunque essa sia, buona o cattiva, è dotta {ne ha cioè grande cultura): non serba {non mantiene immutato} né un metodo {sistema o mezzo per raggiungere uno scopo}, né una disposizione di spirito, ma ritiene {ogni cosa} essere in parte buona, in parte pessima. Dal cane ritrasse una donna malèdica {maldicente; detto di persona che ama sparlare degli altri, o dei mezzi e dei modi con cui la maldicenza si esprime}, che vuol tutto vedere, e tutto intendere; si aggira {vagare qua e là} per ogni angolo o cantone {vicolo o viuzza} o specula {scruta, guarda attentamente, osserva da una posizione elevata }; abbaia anche se non le si fa incontro anima viva; né per le minacce che il marito le fa, né se {questi} la piglia colpendola un sasso e cacciandole i denti dalla bocca, né per vezzi {smancerie, moine} e placide parole e maniere, sedendo in compagnia di estranei e ospiti, non cessa un attimo {di abbaiare} perché, come se sciogliesse un voto, sempre digrigna i denti e strepita. Un'altra donna, fatta di terra, gli Dei la diedero all'uomo, qual suo onere e pena: non intende altro che mangiare e coricarsi, e l'inverno, quando piove e il tempo è rigido, accosta la seggiola al focolare. Gli Eterni Dei ricavarono dal mare un'altra donna, talora gioconda, graziosa e facile {mite e docile, affabile e socievole} a tal punto che chi la pratica, la esalta come se fosse la donna migliore del mondo; talora, come la cagna con i suoi cuccioli, infuria e schizza aspra e selvaggia contro ospiti e domestici, amici e nemici: a rimirarla così, è se non altro spaventevole. Spesso, in estate, giace {calmo e placido} e i naviganti in cuor loro ne godono; spesso ferve e ulula, fremendo. L'oceano, qual cosa mutabile {incostante, mutevole}, ne è l'immagine naturale. I Celesti Dei, dal ciuco e dalla cenere {o meglio, dal cinereo ciuco }, fecero nascere una donna, costringendola con la forza, gli sproni {stimoli, incitamenti} e le minacce a compiere subito il suo dovere: molto si affatica e suda, ma negli angoli {più riposti} e vicino al focolare, dalla mattina al crepuscolo della sera, va rosicchiando {mangiucchiare a piccoli bocconi}, e non esita ad accomunarsi sessualmente con chicchessia.

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Uscì dalla faina un genere sgradevole, rincrescevole {che ispira antipatia}, povero di bellezza, d'amore e di grazia. Giace nel talamo svogliatamente, e ha sullo stomaco {detesta, non sopporta} il marito: ma spesso gode rubare ai vicini, e ingoiare le vittime prima che siano immolate {cioè le offerte alle cerimonie sacrificali}. Da una cavalla zazzeruta {dalla fluente criniera} e morbida {d'indole, di carattere} nacque una donna debole, che schiva i lavori servili e abomina {detesta profondamente, aborrisce} affannarsi. Preferirebbe morire piuttosto che porre mano alla macina, setacciare la farina per separarla dalla crusca, trovare i bruscoli {granelli di polvere, frammenti di paglia ecc.}, sbrattare la casa {liberarla da ciò che imbratta o ingombra}. Non s'arrischia a essere presente al forno per timore della fuliggine. Pure col marito si impaccia {si sente a disagio} allorché deve adempiere i doveri coniugali. Quattro o sei volte al giorno si libera dalle brutture {sudiciume, lordura}, si profuma e si pettina sempre vezzosamente, si infiora i capelli lunghi e nitidi. Di certo darà leggiadro spettacolo di sè agli altri, ma a gran discapito di chi la tiene {cioè il marito}, a meno che questi non sia un re o un principe, ai quali vanno a talento queste bagattelle. Quella che dalla scimmia i numi espressero, è la peste peggiore dell'umano vivere: bruttissima, screata {gracile, debole, di scarso valore}, senza natiche {sedere} e senza collo, col capo ficcato dentro le spalle. Camminando per la strada, è il trastullo e la favola della gente. Oh, 4 volte misero chi piglia in braccio una disgrazia o una simile sventura! Come la scimmia, è pratica di costumi e trappole. E non gliene cale del riso di chi vuol ridere. Non sa esser utile, e s'ingegna unicamente per questo: tutte le ore, con viva e concentrata attenzione, medita di ordire e tessere qualche infinito danno. Ma la donna che assomiglia all'ape, - beato chi la prende {in sposa}! - l'unica non biasimevole, ride di gioia tra sé e sè e rende prospera la vita mortale. Reciprocamente caritatevoli, poiché crearono una prole bella e gentile, entrambi i coniugi invecchiano dolcemente. Ella splende fra tutte, e un non so che di garbo l'avvolge e la seguita; non le piace però stare con le altre a parlare di sesso, di cose oscene e spregevoli cioè. {Vd. A Silvia di G. Leopardi, vv. 46-47 "Né teco le compagne ai dì festivi / Ragionavan d'amore"}

Questa che delle donne è prima e ottima {la più eccellente e la migliore}, dai Numi ci viene qualche volta elargita, ma tutte le altre anche risiedono tra noi per volere del fato, perché la donna è il massimo di tutti i mali che da Giove uscirono. E la peggio, ce l'ha chi la pensa diversamente, perché se hai una donna in casa, non credere di poter trascorrere una giornata intera sereno, lieto e allegro. Reputo una buona condizione non lasciare entrare in casa la fame {indigenza, povertà} e l'ospite rea {malvagia, crudele} che gli dei Immortali hanno in orrore. {Equivalenza: donna = fame. Dial. carovignese: "Brutta com'a la fama (cioè, bruttissima)"}

Se mai ti si dà occasione di giubilo, sia che ti venga dal cielo o dagli uomini, tanto adopera ella il cervello che trova materia per cui contendere. Né puoi accogliere estranei in casa, se alberghi questa vipera. Più hai titoli di casta {p.e., nobiliari}, e più lei ti insudicia {disonora, infama}; tu nemmeno la guardi, ma il vicino si beffa di te, e gongola del tuo caso, perché spesso vi riscontra la condanna altrui, e l'esaltazione e la celebrazione della propria donna. Né ci accorgiamo che una medesima sorte opprime tutti noi indistintamente, vale a dire che la donna è il peggiore dei mali che da Giove uscirono. Da Giove, che come vincolo infrangibile ce lo cinse al piede, talché molti, ferendo e battagliando per le donne, scesero agli Inferi. *§* RIFLESSIONI PERSONALI. La morale finale è che fra i mali che affliggono l'uomo, la donna è il peggiore di tutti. È evidente, prima facie, che non tutte le donne sono come Simonide le ha descritte. Tuttavia certo è con siffatti atteggiamenti e comportamenti abbiamo a che fare quotidianamente come cosa affatto naturale. Il che - è bene rimarcare - non significa che tutte le donne siano, simonideamente parlando, tali in quanto donne, ma bensì in quanto substantia individua,

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avente nome-cognome-agnome. Ovviamente ciò che dicesi della donna, devesi parimenti dire dell'uomo, indistintamente, perché esseri umani entrambi. Non condivisibile è perciò la morale finale: posto che la donna sia il peggiore di tutti i mali, ci si chiede come abbia essa fatto a persistere tale e quale per millenni. In altre parole, perché il cosiddetto progresso e la cosiddetta civiltà non hanno inciso significativamente sul carattere o indole della donna e dell'uomo, relativamente alla questione de quo? A fronte della femminile animalità simonidea, emerge con chiarezza l'impotenza del maschio che non ha avuto, e forse non ha, la capacità, la forza e i mezzi per tener testa a donne di tal fatta. E altresì il non edificante rapporto uomo-donna, sul quale è bene rifletterci sopra, al fine di edificarli all'insegna di una sana e saggia reciprocità di intenti e corrispondenza d'amorosi sensi. Il giambo di Simonide, più che denigrare le donne, a mio avviso, denigra una società disarmonica e disorganica, che non ha intelligenza di sé, e dei mali che l'affliggono, e dei possibili rimedi. Incidentalmente, il fatto di paragonare una persona a un animale o a un oggetto non è di per sé un male, come non lo è la metafora o la similitudine. P.e.: a un corso di aggiornamento, organizzato dalla rivista Scuola Italiana Moderna, tantissimi anni fa, si chiedeva a noi insegnanti elementari di paragonare un collega a un animale.

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13. - ALTERITÀ = inferiorizzazione. Jean HUARTE de San Juan. Nato nella città basca di Saint-Jean-Pied-de-Port (Bassa Navarra), tra il 1530 e il 1532 - † Baeza-Andalusia, 1592 circa. Fu uno dei medici e dei filosofi che posero le basi della psicologia moderna in Spagna. Tra le altre cose, propose che fosse possibile analizzare sperimentalmente le differenze psicologiche tra gli esseri umani. Fu uno dei primi a sostenere che vi era una relazione diretta tra l'intelletto e il cervello. L'opera sua più significativa: Examen de ingenios para las ciencias (1575). N.B.: I brani qui riportati son tratti dalla traduzione italiana (a cura di M. Camillo Camilli) della summenzionata opera di Huarte in lingua spagnola. Al fine di agevolarne la lettura e la comprensione, ho rivisto e modificato la punteggiatura, gli accenti (gravi, acuti), la grafia delle voci arcaiche, attualizzando costrutti e locuzioni [perilche (per la qual cosa, perciò, cosicché); fa di mestiero (bisogna, è necessario); s'ha a (si deve ...); corso/corsi (mestruazioni); adunque (dunque, perciò) ecc.]. Il numero di pagina è riferito al testo italiano, ed è in parentesi quadre, e carattere 10: [p. X ==> Y/409], ove X sta per la pg. reale del libro; Y per la pg. digitalizzata: 409, per il totale delle pagine. Nei casi dubbi, ho dovuto ricorrere sovente al testo originale spagnolo. In parentesi graffe {...}, voci di chiarimento. La segnatura in grassetto è mia.

Huarte, Essame de gl'Ingegni degl'Huomini per apprender le Scienze (Venetia, 1590). PROEMIO SECONDO. Al Lettore. [p. 15/409] Quando Platone voleva insegnare qualche dottrina grave, e sottile, e appartata {separata} dalla volgare opinione, sceglieva dei suoi scolari quelli che gli parevano di più delicato ingegno, e solo a questi diceva il suo parere, sapendo per esperienza che, insegnar cose delicate a uomini di basso intelletto, era una inutile perdita di tempo, un rompersi la testa e far perdere la dottrina. La seconda cosa che egli faceva dopo aver fatto l'elezione, era prevenirli con alcuni presupposti chiari e veri che non fossero lontani dalla conclusione, perché i detti e le sentenze che si danno fuori all'improvviso contro quello che il volgo tiene {per certo}, da principio non servono ad altro (non facendosi tale prevenzione) che a mettere in confusione chi ascolta, e generare un fastidio tale nelle menti che fa perdere alle stesse la pia affezione e aborrire la dottrina. Questa maniera di procedere vorrei io poter osservare con te, (curioso lettore) se vi fosse forma di poter prima trattare con te, e scoprirti da solo a solo il talento del tuo ingegno, perché, se fosse tale qual si conviene a questa dottrina, allontanandosi dai comuni ingegni, in segreto ti direi sentenze tanto nuove e particolari, che giammai penseresti che potessero cadere nell'immaginazione degli uomini. Ma, conciossiaché {poiché, benché, qualora} questo non si possa fare, dovendo quest'opera uscire in pubblico per tutti, non posso fare altro che metterti alquanto [p. 16/409] il cervello a partito, perché, se il tuo ingegno è dei comuni e volgari, so benissimo che tu sei già persuaso che il numero delle scienze, e la loro perfezione, si è già concluso da molti giorni. E a ciò sei mosso da una vana ragione che, non avendo costoro trovato altro da dire, è segno che nelle cose non vi è altra novità. E, se per ventura {per caso} tu hai questa opinione, non passar più oltre, e non leggere più innanzi, perché soffrirai di vedere quanta miserabile differenza d'ingegno ti occupò {ti tenne impegnato}. Ma, se sarai discreto, ben composto e sofferente {paziente, tollerante}, ti dirò tre conclusioni molto vere, benché per la loro novità son degne di gran meraviglia. La prima è che delle molte differenze d'ingegno che ci sono nella specie umana, una sola con eminenza {in sommo grado} ti può venire in sorte, se già la natura, siccome molto potente, al tempo che te la formò, non fece ogni suo sforzo nell'unire due sole, o tre, o, non potendo di più, ti lasciò stolto e privato di tutte. [In Spagna non può la natura unir più che due differenze d'ingegno, e in Grecia tre]

La seconda, che a ciascuna differenza d'ingegno corrisponde in eminenza una sola scienza, e non più, di tale condizione. Che, se tu non indovini a eleggere quella che corrisponde alla tua abilità naturale, sarai nelle altre molto rimesso {dappoco, mancante di fervore e splendore, debole, fiacco ecc.}, benché tu t'affatichi il giorno e la notte.

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La terza, che dopo aver conosciuto quale sia la scienza che più corrisponda al tuo ingegno, ti resta, per non errare, un'altra difficoltà maggiore: se la tua abilità è più adatta alla pratica che alla teorica, perché queste due parti (e per qualsivoglia sorta di scienza) sono tanto opposte fra loro, e ricercano ingegni tanto differenti, che si rimettono l'una con l'altra, quasi fossero veri contrari. Dure (io lo confesso) sono queste sentenze, ma esse hanno un'altra difficoltà, e asprezza maggiore, che d'esse non abbiamo a chi appellarci, o poter dire che ci sia fatto torto, perché, essendo Dio l'autore della natura e vedendo che questa non dà a ciascun uomo più che una differenza d'ingegno, come io dissi di sopra per l'opposizione o difficoltà che si trova nell'unirle, vi {alla natura cioè} si adatta, e delle scienze che per grazia distribuisce fra gli uomini, è un evento miracoloso [p. 17/409] che egli ne dia più che una in sommo grado. Ma vi sono (dice S. Paolo, Prima Lettera ai Corinzi, 12) le divisioni delle grazie, e lo Spirito è il medesimo. Vi sono le divisioni dei ministeri, ma è il medesimo Signore. Vi sono le divisioni delle operazioni, ma è il medesimo Dio che opera ogni cosa in tutti. Si dà a ciascuno il ministero dello Spirito per utilità {per il bene comune}; ad alcuno è dato dallo spirito il linguaggio della sapienza; a un altro quello della scienza, dallo stesso Spirito; a un altro la fede, nello stesso Spirito; a un altro la grazia della sanità {delle guarigioni}, nel medesimo Spirito; a un altro l'operazione della virtù, a un altro il dono della profezia, il dono di discernere gli spiriti, ad altri la varietà delle lingue, a un altro l'interpretazione delle lingue. Ma un medesimo Spirito che distribuisce a ciascuno come gli piace, opera tutte queste cose. Questo compartimento di scienze, non dubito che Dio lo faccia Dio avendo riguardo all'ingegno e alla naturale disposizione di ciascuno, perché i talenti che egli distribuì in S. Matteo, dice il medesimo Evangelista, li diede a ciascuno secondo la propria virtù. E il pensare che queste scienze soprannaturali non ricerchino certe disposizioni nel soggetto, prima che si infondano, è errore molto grande. Perché, quando Dio formò Adamo ed Eva, è cosa certa che, prima che li riempisse di sapienza, organizzò il loro cervello in modo che la potessero ricevere con soavità e fosse comodo strumento per poter con esso discorrere e ragionare. E però la divina scrittura dice: Diede loro il cuore di pensare, e li riempì di disciplina di intelletto. E che, secondo la differenza d'ingegno che ha ciascuno, si infonda una scienza, e non un'altra, o più o meno di ciascuna di quelle, è cosa che si lascia intendere nel medesimo esempio dei primi nostri padri, perché, riempiendoli Dio ambedue di sapienza, è conclusione verificata che ne infuse meno in Eva. Per la quale ragione dicono i Teologi che il Demonio ebbe l'ardire di ingannarla, e non osò tentar l'uomo, temendo la sua molta sapienza. La ragione di questo è [p. 18/409] (come più innanzi proveremo) che la naturale composizione che la donna ha nel cervello, non è capace di molto ingegno, né di molta sapienza. Nelle sostanze angeliche troveremo ancora il medesimo conto e ragione, perché, per dare Dio a un Angelo più gradi di gloria e più alti doni, dà prima loro una più delicata natura, e se si domanda ai Teologi a che serva questa natura tanto delicata, rispondono che l'Angelo, il quale ha più alto intelletto e migliore natura, si converte più facilmente a Dio, e usa il dono più efficacemente, e che il medesimo accade negli uomini. Da questo si inferisce chiaramente che, essendovi elezione d'ingegno per le scienze soprannaturali, e che una nessuna differenza di abilità è per loro uno strumento comodo, a fortiori lo richiederanno le lettere umane, perché devono essere apprese dagli uomini con la forza del loro ingegno. Il saper adunque distinguere e conoscere queste differenze naturali dell'ingegno umano, e applicar con arte a ciascuna la scienza, nella quale ha da fare con profitto, è l'intenzione di questa mia opera. Se io ne verrò a fine, (come ho fatto pensiero) ne daremo la gloria a Dio, poiché dalla sua mano viene il buono e il certo: e se no, tu sai bene, discreto lettore, che è impossibile trovar un'arte, e poterla ridurre a perfezione. Perché sono tanto lunghe e spaziose le scienze umane, che non basta la vita di un uomo per trovarle, e dar loro quella perfezione che debbono avere. Molto fa il primo inventore se egli scopre alcuni principi notabili, acciocché

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quelli che verranno dopo, con questo seme abbiano occasione di ampliare l'arte, e metterla in quel conto, in quella stima che conviene. Aristotele, alludendo a questo, dice che gli errori di quelli che prima cominciarono a filosofare, si devono avere in gran venerazione perché, essendo cosa tanto difficile trovare cose nuove, e tanto facile aggiungere a quello che già è stato detto e trattato, i difetti del primo non meritano per questa ragione d'essere molto ripresi, né chi aggiunge merita [p. 19/409] molta lode. Io confesso bene che questa mia opera non si può scusare per alcuni errore, per essere la materia tanto delicata, e dove non era strada aperta, per poterla trattare. Ma, se saranno in materia, dove l'intelletto abbia luogo di pensare, in tal caso ti prego, ingegnoso lettore, che, prima che tu dia la tua sentenza, legga tutta l'opera, e assicuri te stesso, quale sia la differenza del tuo ingegno; e, se in essa troverai qualcosa che a tuo parere non sia ben detta, considera bene le ragioni che più contra essa ti valgono, e, se tu non le saprai sciogliere, torna a leggere l'undicesimo capitolo, perché in esso troverai la risposta che esse possono avere. *§* In che maniera i padri debbano generare i figliuoli savii, e d'ingegno atto alle lettere. Cap. XV. [p. 289 ==> 310/409] [...] [p. 294 ==> 315/409] In quattro parti principali m'è parso di ripartire la materia di questo capitolo, per dare chiarezza a ciò si deve dire perché il lettore non si confonda. La prima è mostrare le qualità e il temperamento naturale che devono avere l'uomo e la donna per poter generare. La seconda, che diligenze devono usare i padri acciocché i loro filgiuoli riescano uomini buoni e onesti, e non femmine. La terza, in che modo riusciranno [p. 295 ==> 316/409] savi, e non pazzi. La quarta, come debbano conservarsi dopo che saranno nati, per conservare loro l'ingegno. Venendo dunque al primo punto, abbiamo già detto che Platone ammette che, nella Repubblica bene ordinata, debbano esserci i sensali dei matrimoni, i quali con arte sappiano conoscere le qualità delle persone che devono maritarsi, e dare a ciascun uomo la moglie che gli corrisponda in proporzione, e a ciascuna donna il suo uomo determinato. Nella quale materia cominciarono Ippocrate e Galeno ad affaticarsi, e diedero alcuni precetti e regole per conoscere quale donna sia feconda e quale non possa partorire. E quale uomo sia inabile a generare, e quale potente, e per far prole, ma di tutto questo dissero molto poco, e non con quella distinzione che bisognava almeno al proposito, che a me è necessaria. Perciò sarà necessario cominciare l'arte dai suoi principi, e darle brevemente l'ordine e il concerto {l'armonia} di cui ha bisogno, per far chiaro e manifesto da quale unione di padri escano figliuoli sani, e da quale, pazzi e negligenti. Per la qual cosa è necessario sapere prima una certa Filosofia particolare, la quale quantunque ai pratici dell'arte essa sia assai manifesta e reale, il volgo nondimeno ne fa poca stima: e dalla sua cognizione dipende tutto ciò che riguardo al primo punto deve dirsi; ed è questo, che l'uomo (se ci pare bene nella composizione che noi vediamo) non è differente dalla donna, come dice Galeno, in altro che nell'avere i membri genitali [p. 296 ==> 317/409] fuori del corpo. Perché, se noi facciamo l'anatomia di una donzella, troveremo che ella ha dentro di sé due testicoli, due vasi seminari e l'utero con la medesima composizione del membro virile, senza tralasciare alcun delineamento. E questo è talmente vero che, se, quando la natura ha finito di fare un uomo perfetto, lo volesse convertire in donna non dovrebbe fare altro che far ritornare in dentro gli strumenti della generazione. E se, fatta una donna, volesse tornare a farla uomo, col cavarle fuori l'utero e i testicoli, avrebbe fatto ogni cosa. Questo è accaduto molte volte alla natura, essendo così la creatura in corpo, come fuori. Del che sono piene le storie, ma alcuni hanno pensato che fossero favole, vedendo che i poeti l'avevano per le mani: ma la cosa è veramente così, che molte volte la natura ha fatto una femmina, e tale è stata uno o due mesi nel ventre materno, e sopravvenendole accidentalmente, nei membri genitali, abbondanza di calore, esce fuori ed è maschio. A chi sia accaduta

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questa strana trasformazione nel ventre della madre, lo si conosce poi chiaramente in certi movimenti che tiene, disdicevoli al sesso virile, femminei, la voce morbida e suadente. E sono questi inclini a far opere femminili e cadono ordinariamente nel nefando peccato. Molte volte la natura ha fatto invece un uomo coi suoi membri genitali in fuori, e sopravvenendo frigidità, tornano dentro, e resta femmina. [p. 297 ==> 318/409] Ciò si sa dopo che ella è nata, perché mantiene un'aria virile, così nelle parole come in tutti i movimenti e opere sue. Questo pare che si provi difficilmente; ma, considerando quello che molti storici autentici affermano, è cosa che si può credere assai facilmente. E che donne si sieno convertite in uomini, dopo che son nate, non si meraviglia già il volgo di udirlo, perché, oltre a quanto ne raccontano con verità molti antichi, è cosa accaduta in Spagna pochi anni addietro, e quel che ci vien mostrato dall'esperienza, non ammette dispute nè argomenti. Qual dunque sia la ragione e causa per cui si generano i membri genitali dentro o fuori, e la creatura riesce femmina o maschio, è cosa molto chiara, sapendosi che il calore distende e allarga tutte le cose, e il freddo le ritiene e le raccoglie. Onde è conclusione di tutti i Filosofi, e di tutti i medici, che se il seme è freddo e umido, ne nasce la femmina, e non il maschio; e se sarà caldo e secco, si genererà uomo, e non donna. Dal che si deduce chiaramente che non c'è uomo che (rispetto alla donna) si possa chiamare freddo, né donna calda, rispetto all'uomo. La donna, per essere feconda, dice Aristotele, deve essere fredda e umida, perché, se ella non fosse tale, sarebbe impossibile che le venissero le mestruazioni e che ella avesse latte, per sostentare nove mesi la creatura nel ventre, e due anni dopo che ella fosse nata, tutta le si guasterebbe e consumerebbe. Tutti i filosofi e medici dicono che l'utero ha la medesima proporzione col seme virile che ha la terra col grano [p. 298 ==> 319/409], o con qualsivoglia altro seme. E noi vediamo che se la terra non è fredda e umida, i lavoratori non ardiscono seminarvi, e il seme non attecchisce. Ma fra le terre, sono più feconde e più fertili nel rendere il frutto, quelle che hanno più freddo e umido. Come si vede per esperienza, considerando i luoghi sotto Tramontana, Inghilterra, Fiandra e Alemagna, la cui abbondanza di tutti i frutti fa stupire quelli che non ne sanno la ragione, e in paesi come questi, nessuna donna, maritandosi, fu mai senza prole, né ivi sanno che cosa sia essere sterile, tutte sono feconde e fanno prole per il molto freddo e umido. Ma, sebbene sia vero che la donna debba essere fredda e umida per potersi ingravidare, nondimeno ella potrebbe esserlo tanto da affogare il seme, come noi vediamo perché il molto piovere fa perdere il grano, e che non può maturare quando è molto freddo. Per cui s'intende che queste due qualità devono esserci con una certa mediocrità che passando, o non arrivandovi, si perde la fecondità. Ippocrate ha per feconda la donna il cui ventre è temperato cosicché il caldo non ecceda il freddo, né l'umido il secco, onde egli dice che le donne, le quali hanno il ventre freddo, non s'ingravidano, né quelle che l'hanno molto umido, né molto caldo e secco, e per la medesima ragione per la quale la donna e i suoi membri genitali fossero temperati, sarebbe impossibile potersi ingravidare, nemmeno essere donna, perché, se il seme di cui in principio ella fu formata, era temperato, i membri genitali sarebbero usciti fuori e sarebbe restata uomo. Onde [p. 299 ==> 320/409] le sarebbe cresciuta la barba e non le sarebbero venute le mestruazioni, anzi sarebbe riuscito il più perfetto uomo che la natura avesse saputo fare. Non può similmente l'utero, né la donna, esser caldo in misura predominante, perché se il seme, da cui si generò, fosse stato di tal temperatura, sarebbe nato uomo e non donna. Questo è certo senza dubbio alcuno, che le due qualità, le quali fanno feconda la donna, sono il freddo e l'umido, perché la natura dell'uomo ha bisogno di molto nutrimento per poter generare e conservarsi. Onde noi vediamo che a nessuna femmina, fra quante ne sono fra gli animali bruti, vengono le mestruazioni come alla donna. Per cui fu necessario farla tutta fredda e umida, in tal grado che ella curasse molto sangue flemmatico e non lo potesse logorare né consumare. Ho detto sangue flemmatico perché questo è adatto alla generazione del latte, del quale (dice Ippocrate e Galeno) si mantiene la creatura per tutto il tempo che ella sta nel ven

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tre, e se ella fosse temperata, produrrebbe molto sangue inetto alla generazione del latte, e tutto lo dissolverebbe come fa l'uomo temperato, e così non ne avanzerebbe affatto per nutrire la creatura. Perciò io tengo per certo, ed è impossibile che una donna sia temperata, né calda, ma tutte sono fredde e umide. Perché, se questo non è, mi dica il medico e il Filosofo, per quale ragione o causa a nessuna donna nasce la barba, e a tutte vengono le mestruazioni, quando sono sane, e per quale ragione o causa, essendo il seme, da cui fu fatta, temperato o caldo, nacque donna e non uomo. Ma anche se [p. 258 ==> 321/409] è vero che tutte son fredde e umide, non per questo son tutte nel medesimo grado di frigidità e di umidità: alcune sono nel primo, altre nel secondo, e altre nel terzo. E in ciascuno di questi si può impregnare se l'uomo le risponde nella proporzione del caldo, come appresso diremo. Da quali segnali si debbano conoscere questi tre gradi di freddo e di umido nella donna, e sapere quale sia nel primo, quale nel secondo, e quale nel terzo, non c'è stato fin qui alcun filosofo, né medico, che l'abbia detto. Ma, considerando gli effetti che fanno queste qualità sulle donne, possiamo ripartirli in ragione della intensità, e così sarà facile intenderlo. Il primo, per l'ingegno e abilità della donna. Il secondo, per i costumi e per la condizione. Il terzo, per la voce grossa o sottile {esile, tenue}. Il quarto, per le carni molte o poche. Il quinto, per il colore. Il sesto, per i capelli. Il settimo, per la bellezza o bruttezza. Quanto al primo c'è da sapere che sebbene sia vero (e sopra lo abbiamo provato) che l'ingegno e l'abilità della donna segue il temperamento del cervello e non d'altro membro veruno, nondimeno è di tanta forza e vigore l'utero e i suoi testicoli per alterare tutto il corpo che, se questi sono caldi e secchi, o freddi e umidi, o di qualsivoglia altra temperatura, le altre parti, Galeno dice che sono del medesimo tenore. Ma il membro che è il più partecipe delle alterazioni dell'utero, dicono tutti i medici essere il cervello, sebbene non trovino alcuna ragione su cui fondare tanta corrispondenza. È ben vero che Galeno prova con l'esperienza che, [p. 283 ==> 322/409] castrando una porca, questa diviene mansueta e grassa, e la sua carne diventa molto saporosa, e se ha i testicoli, parrà mangiar carne di cane. S'intende perciò che l'utero e i testicoli sono estremamente efficaci per comunicare a tutte le altre parti del corpo il loro temperamento, maggiormente al cervello per essere freddo e umido come essi sono. Fra i quali per la somiglianza è facile il transito. E se noi conveniamo che il freddo e l'umido sono le qualità che fan perdere la parte razionale, e i suoi contrari, cioè caldo e secco, le danno la perfezione e l'accrescimento, troveremo che la donna che mostrerà molto ingegno e abilità, avrà il freddo e l'umido nel primo grado, e se sarà assai balorda, è indizio questo che ella è nel terzo: dei quali due estremi partecipando, rivela il secondo grado, perché il pensare che la donna possa esser calda e secca, nè aver l'ingegno e l'abilita che conseguono a queste due qualità, è un errore gravissimo, perché se il seme da cui fu formata fosse stato prevalentemente caldo e secco, sarebbe nato uomo e non donna, ma per esser freddo e umido, nacque donna e non uomo. La verità di questa dottrina si comprende chiaramente considerando l'ingegno della prima donna che fu nel mondo, per cui, avendola fatta Dio con le sue proprie mani, e tanto compita e perfetta nel suo sesso, si deduce con assoluta certezza che ella sapesse molto meno di Adamo: il demonio, avendo ciò compreso, andò a tentarla, e non ardì mettersi a disputar con l'uomo, temendo il molto ingegno suo, e la sapienza [p. 302 ==> 323/409] sua: dire dunque che ad Eva fu tolto per colpa sua quel sapere che le mancava, nessuno lo può affermare, perché ella non aveva ancora peccato. Dunque il non avere la prima donna tanto ingegno, veniva dall'essere stata fatta da Dio fredda e umida, il quale temperamento è necessario perché la donna sia feconda e atta al partorire, e {ciò stante} contraddice al sapere; e se {Dio} l'avesse fatta temperata, come Adamo, sarebbe stata sapientissima, ma non avrebbe potuto partorire,

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né avere il suo corpo, se non forse per via soprannaturale. Su questa natura si basò San Paolo, quando disse: "La donna impari nel silenzio con tutta sottomissione, non permetto alla donna di insegnare, né di dominare sull'uomo, ma il serbar silenzio." Ma questo s'intende, non avendo la donna spirito, né altra grazia maggiore, quale sua naturale disposizione; ma se ella ottiene qualche dono gratuito {cioè grazia}, può benissimo insegnare e parlare. Poiché noi sappiamo che il popolo d'Israele, essendo oppresso e assediato dagli Assiri, mandò a chiamare Giuditta, donna sapientissima dei Sacerdoti dei Cabri e Carmi, che li riprese dicendo: "Dove si sopporta che Ozia {Re (783 circa - †742 a. C) dello stato ebraico di Giuda, chiamato pure Azaria} dica che, se entro cinque giorni non vien soccorsa, ha da rendere il popolo d'Israele agli Assiri? Non vedete voi che queste parole provocano Dio ad ira e non a misericordia? Come può essere che gli uomini pongano termine limitato alla misericordia di Dio, e che assegnino alla sua mente il giorno nel quale egli può soccorrerli e liberarli?" E alla fine di questa riprensione mostrò loro come dovessero placare Dio [p. 303 ==> 323/409] e conseguire quanto domandavano. Anche Debora, donna non meno saggia, insegnava al popolo d'Israele come dovesse ringraziare Dio per la grande vittoria che avevano ottenuta contro i loro nemici. Ma, restando la donna nella sua disposizione naturale, ogni sorta di lettere e di sapienza è repugnante all'ingegno suo. E per questo la chiesa Cattolica con molta ragione ha proibito che nessuna donna possa predicare, né confessare, né insegnare, perché il suo sesso non ammette prudenza, né disciplina. Si scopre ancora dai costumi della donna e dalla sua condizione, in quale grado di frigidità e umidità sia il suo temperamento, perchè se con l'ingegno acuto è ardita, aspra e spiacevole, è nel primo grado di freddo e di umido, essendo vero quello che noi abbiamo già sopra provato, che la cattiva condizione è sempre aggrappata alla buona immaginazione. Colei che ha questo grado di freddo e di umido, non sorvola su nessuna cosa, ogni cosa nota, ogni cosa riprende, e così è insopportabile. Di solito queste sogliono essere di buona conversazione, e non hanno paura di vedere uomini, né hanno per malcreato {maleducato, screanzato} chi dice loro qualche galanteria. Ma al contrario l'esser donna di buona condizione, e non darsi pena di cosa alcuna, il ridere in ogni occasione, perdonare ogni cosa e dormire molto bene, scopre il terzo grado di freddo e di umido, perché la molta piacevolezza d'animo è ordinariamente accompagnata dal poco sapere. Quella che sarà partecipe di questi due estremi, sarà nel [p. 304 ==> 325/409] secondo grado. La voce roca, grossa e aspra, secondo Galeno, è indizio di molto calore e secchezza, e noi l'abbiamo ancora provato di sopra secondo l'opinione di Aristotele. Perciò intenderemo che se la donna avrà la voce come l'uomo, sarà fredda e umida nel primo grado, e se molto delicata, sarà nel terzo. E partecipando di ambedue gli estremi, avrà una voce naturale di donna e sarà nel secondo grado. Quanto dipenda la voce dal temperamento dei testicoli, lo proveremo fra poco, trattando dei segnali dell'uomo. Anche la molta carne nelle donne è argomento di molto freddo e umido, perché esser grasso e grosso, dicono i medici, nasce negli animali per questa cagione. E invece l'essere asciutto e secco, è indizio di poco freddo e umido. L'avere le carni mediocri, cioè né poche né molte, è segno evidente che la donna è nel secondo grado di freddo e di umido. La piacevolezza, e l'asprezza loro, mostra i gradi di queste due qualità: la molta umidità fa le carni morbide; la poca, aspre e dure; la mezzana poi le fa di buona maniera. Il colore del viso, e delle altre parti del corpo, scopre ancora egli i gradi intensi o rimessi di queste due qualità. Quando la donna è molto bianca, dice Galeno, è indizio di molto freddo e umido, e invece quella che sarà moretta e bruna, è nel primo grado di freddo e umido, dei quali due estremi si fa il secondo grado, e si conosce [p. 305 ==> 326/409] dall'essere insieme bianca e colorita. L'avere molti peli, e un po' di barba, è segno evidente per conoscere il primo grado di freddo e di umido, perché tutti i medici affermano che i peli e la barba si generano dal calore

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e dalla siccità, e se sono neri è indizio di grande calore e grande siccità. Temperatura contraria si mostra quando la donna è senza nessun pelo, quella poi che è nel secondo grado di frigidità e umidità ha alquanto peli, ma ruvidi e dorati. La bruttezza e la bellezza ci aiutano a conoscere i gradi di frigidità e di umidità che hanno le donne. Nel primo grado per meraviglia riesce una donna bella, perché essendo secco il seme da cui fu formata, impedì che ella non riuscisse ben figurata. La creta bisogna che abbia umidità conveniente, acciocché il vasaio la possa formare e farne ciò che egli vuole; ma, essendo dura e secca, egli fa i vasi brutti e mal formati. Dice di più Aristotele, che il freddo e l'umido soverchio fanno di natura le donne brutte, perché se il seme è freddo e molto umido, non si può ben figurare, perché non sta in sé, come noi vediamo, che dalla creta molto molle si fanno i vasi mal figurati. Nel secondo grado di freddo e di umido riesce la donna molto bella, perché fu formata di materia bene stagionata e ubbidiente alla natura, il qual segno è di per sé solo evidente argomento che la donna è feconda, perché è cosa certa che la natura la seppe fare, ed è da credere che le desse il temperamento [p. 306 ==> 327/409] e la composizione necessaria al partorire, onde ella corrisponde quasi a tutti gli uomini in modo analogo, e tutti la desiderano. Nell'uomo non vi è alcuna potenza che abbia indizi o segnali per scoprire la bontà o la malattia del suo oggetto. Lo stomaco conosce i cibi per via del gusto, dell'odorato e della vista, onde la Sacra Scrittura dice che Eva posò gli occhi sull'albero vietato, e sulla parte che fosse soave al gusto. La facoltà generativa ha per indizio di fecondità la bellezza della donna, ed essendo brutta, l'aborrisce. Intendendo con questo indizio che la natura errò, e non le diede il temperamento adatto al partorire. *§* Quali diligenze si debbano usare perché nascano maschi e non femmine. §. III. [p. 315 ==> 336/409] Quei padri che vorranno rallegrarsi d'aver figliuoli savi e che siano abili alle lettere, devono procurare che nascano maschi, perché le femmine, per cagione del freddo e dell'umido del loro sesso, non possono avere ingegno profondo: solamente vediamo che parlano con qualche apparenza di abilità in materie leggere e facili, con termini comuni e molto studiati, ma poste alle lettere, non possono imparare altro che un po' di lingua latina, e questo per essere opera della memoria. Della quale grossezza esse non hanno colpa, ma il freddo e l'umido che le fece femmine, e queste medesime qualità abbiamo provato di sopra che contraddicono all'ingegno e all'abilità. Salomone, considerando quanto fosse grande la carestia di uomini prudenti e che nessuna donna nasce con ingegno e sapere, disse così: "Io ho trovato uno fra mille uomini, ma non ho trovato una fra tutte le donne, quasi volesse dire che fra mille uomini aveva trovato uno prudente, ma che fra tutte le donne non aveva saputo trovarne una savia. Perciò si deve rifuggire questo sesso, e procurare che [p. 316 ==> 337/409] il figliuolo nasca maschio, perché solo in lui si trova l'ingegno atto alle lettere. Perciò è necessario considerare prima quali strumenti siano ordinati dalla natura nel corpo umano a tale proposito, e quale ordine di cause e ragioni si deve osservare per poter conseguire il fine che noi cerchiamo. È dunque da sapere che fra molti escrementi e umori che sono nel corpo umano, di uno solo, dice Galeno, si serve la natura per fare sì che il genere umano si conservi. Questo è certo escremento che si chiama siero, o sangue sieroso, la cui generazione si fa nel fegato e nelle vene, al tempo che i quattro umori: sangue, flemma, collera e melanconia, pigliano la forma e la sostanza che debbono avere. Di tale liquore {sostanza liquida}, come questo, si serve la natura per disfare il cibo e operare che passi per le vene e per le vie strette, portando il nutrimento a tutte le parti del corpo. Finita quest'opera, la medesima natura provvede alle vene, il cui ufficio altro non è che tirare a sé questo siero, e mandarlo per i soli meati alla vescica e indi fuori del corpo; e questo per liberare l'uomo dall'offesa {danno} che tale escremento potrebbe fargli. Ma, vedendo ch'egli aveva certe qualità convenienti alla generazione, provvede a che due vene ne portassero parte ai testicoli e vasi seminari con un po' di sangue, da cui farsi tal seme qual si conveniva alla specie umana, onde piantò una vena nei reni dalla parte destra,

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la quale va a finire nel testicolo destro, e di quella medesima si fa il vaso seminario destro, e un'altra dalla parte sinistra, che ha similmente [p. 317 ==> 338/409] esito fino al testicolo sinistro, e di questa medesima si fa il vaso seminario sinistro. Le qualità di questo escremento, per le quali esso sia materia conveniente alla generazione del seme, dice il medesimo Galeno, sono una certa acrimonia {sapore acre, acidità} e mordacità che nasce dall'esser salato con le quali incita i vasi seminari e muove l'animale a procurare la generazione e a non lasciar questo pensiero. E perciò gli uomini molto lussuriosi sono dai Latini detti Salaci, uomini cioè che hanno molto sale nel seme. Dopo questo, la natura fece un'altra cosa degna di grande considerazione, ed è questa, che alla parte destra del rene e al testicolo destro diede molto caldo e secco; e alla parte sinistra del rene e al testicolo sinistro, molto freddo e umido, onde il seme, che si lavora nel testicolo destro, esce caldo e secco, e quello del testicolo sinistro, freddo e umido. Cosa pretenda la natura con questa varietà di temperamento, nei reni così come nei testicoli e nei vasi seminari, è cosa chiarissima, sapendosi per le storie molto vere, che al principio del mondo, e molti anni dopo, le donne partorivano sempre due figliuoli in un portato {parto, gravidanza}: e uno nasceva maschio, e l'altra femmina, il cui fine era che per ciascun uomo vi fosse una donna, per far crescere presto la specie umana. Provvide dunque che la parte destra dei reni desse materia calda e secca al testicolo destro, e che questo col suo gran caldo e secco facesse il seme caldo e secco per la generazione del maschio. E il contrario ordinò per la formazione della donna, che la parte sinistra [318 ==> p. 339/409] dei reni mandasse il seme freddo e umido al testicolo sinistro, e che questo suo freddo e umido facesse il seme freddo e umido, dal quale necessariamente si genera femmina e non maschio. Ma dopo che la terra fu piena di uomini, pare che si guastasse quest'ordine e concerto di natura, e la generazione si sdoppiasse: e (quel che è peggio) per un uomo che si genera, nascono ordinariamente sei o sette donne: onde si comprende che o la natura è stracca {fiacca, priva di vigore}, o qualche errore vi si frappone e non lascia ch'ella operi come vorrebbe. Qual sia questo, lo diremo un poco più sotto, quando porremo le condizioni che devono osservarsi acciocché senza fare errore il figliuolo nasca maschio. Dico dunque che bisogna usare sei diligenze con molta cura se i padri vogliono conseguire questo fine: una delle quali è mangiare cibi caldi e secchi; la seconda, procurare che si cuociano bene nello stomaco; la terza, far molto esercizio; la quarta, non accostarsi all'atto della generazione, finché il seme non sia cotto e ben stagionato; la quinta, avere a che fare con la moglie quattro o cinque giorni prima che le vengano le mestruazioni; la sesta, procurare che il seme cada nel lato destro dell'utero. Osservate le quali, (come noi diremo) è impossibile che si generi femmina. Quanto alla prima condizione, c'è da sapere che quantunque il buono stomaco cuocia e alteri il cibo, e lo spogli delle qualità che prima teneva, nondimeno [p. 319 ==> 340/409] non lo priva giammai interamente di esse. Perché, se noi mangiamo lattughe, le cui qualità sono fredde e umide, il sangue che se ne genera sarà freddo e umido, il siero freddo e umido, e il seme freddo e umido. E, se noi mangiamo il miele, le cui qualità sono caldo e secco, il sangue che se ne genererà sarà caldo e secco, e il siero caldo e secco, e il seme caldo e secco, perché è impossibile (come dice Galeno) che gli umori non ritengano le sostanze e qualità, le quali aveva il cibo prima che si mangiasse. Essendo dunque vero che il sesso virile consiste in questo, che il seme sia caldo e secco nel tempo della formazione, è cosa certa che bisogna che i padri usino cibi caldi e secchi per generare il figliuolo maschio. È ben vero che in una generazione di tal fatta, si corre un pericolo molto grande, perché, essendo il seme molto caldo e secco, abbiamo detto molte volte sopra, necessariamente si genera un uomo maligno, astuto, cavilloso e dedito a molti vizi e mali; e gli uomini come questi, se non sono tenuti a freno, sono pericolosi nella Repubblica. Perciò sarebbe meglio che non si formassero, ma con tutto questo non mancheranno padri che dicano: "Nasca mio figlio maschio, e sia un ladro, perché è meglio l'iniquità dell'uomo che la donna, la quale fa bene: se questo si può ben rimediare fa

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cilmente usando cibi temperati, che abbiano un po' di caldo e di secco, o per via di preparazione aggiungendo loro alcune specie. Queste, dice Galeno, sono le galline, le pernici, le tortore, i francolini, le colombe, i tordi, i merli, i capretti, che [p. 320 ==> 341/409] dice Ippocrate, devono mangiarsi arrostiti per riscaldare e disseccare il seme. Il pane, con cui si mangeranno, dev'essere bianco del fiore di farina, messovi del sale e degli anici, perché il bruno è freddo e umido, come presto proveremo, e molto dannoso all'ingegno. Il bere sia di vino bianco, e annacquato in proporzione tale che lo stomaco lo approvi e l'acqua con cui si tempera, sia molto dolce e delicata. La seconda diligenza che noi dicemmo, era il mangiare questi cibi in tanta moderata quantità che lo stomaco li potesse vincere, perché, sebbene i cibi siano caldi e secchi di per sé, diventano freddi e umidi se il caldo naturale non li può cuocere. Perciò, anche se i padri mangiano mele e bevono vino bianco, con questi cibi faranno il seme freddo e ne nascerà la femmina e non maschio. Per questa ragione la maggior parte della gente nobile e ricca patisce il travaglio di avere molte più figlie che uomini, perché mangiano e bevono quello che lo stomaco non può digerire e sebbene i cibi siano caldi e secchi, carichi di spezie, di zucchero, di miele, per essere in grande quantità li incrudiscono e non li possono vincere. Ma la crudità che fa più danno alla generazione è quella del vino, perché questo liquore, per essere così evaporabile e sottile, fa che gli altri cibi insieme con lui passino crudi ai vasi seminari, e che il seme inciti falsamente l'uomo senza che sia cotto e stagionato: onde Platone loda una legge che egli trovò nella [p. 321 ==> 342/409] Repubblica dei Cartaginesi, la quale proibiva che l'uomo e la donna maritati bevessero vino in quel giorno che pensavano d'accostarsi all'atto della generazione, sapendo che questo liquore faceva molto danno alla salute del corpo del bambino, e poteva essere causa che egli riuscisse vizioso, e di mali costumi. Ma, se si beve moderatamente, di nessun cibo si fa tanto buon seme per quel fine che noi cerchiamo, quanto del vino bianco e specialmente per dare l'ingegno e l'abilità: il che è quello che noi pretendiamo. La terza diligenza che noi dicemmo, era fare esercizio, più che mediocre, perché questo rode e consuma la smisurata umidità del seme e lo riscalda e dissecca. Per questa ragione si fa l'uomo fecondissimo e potente per generare, e invece l'oziare e il non esercitare le carni, è una delle cose che più raffredda e rende umido il seme. Per questo la gente ricca e agiata si carica di più figlie dei poveri lavoratori. Onde Ippocrate racconta che gli uomini principali della Scizia erano molto effeminati, donneschi, deliziosi, e inclini a far opere di donne, come scopare, lavare i piatti e fare il pane: e per questo erano impotenti a generare. E se nasceva loro qualche figliuolo maschio, riusciva o Eunuco o Ermafrodito. Per questo, vergognandosi e avendo dispiacere di questa cosa, determinarono di fare sacrifici a Dio e offrirgli molti doni, supplicandolo che non li trattasse così, o che desse loro rimedio per quel difetto, poiché egli [p. 322 ==> 343/409] poteva. Ma Ippocrate si burlava di loro, dicendo che nessun effetto accade che non sia meraviglioso e divino se per quella via si deve considerare, perché, riducendo qualsivoglia di essi alle cause naturali, in ultimo veniamo a finire in Dio, in virtù del quale operano tutti gli agenti del mondo, ma ci sono alcuni effetti che devono ridursi immediatamente a Dio, (che sono quelli che vanno al di fuori dell'ordine naturale) e altri per via dei mezzi, contando prima le cause intermedie, che sono ordinate a quel fine. Il paese che abitavano gli Sciti, dice Ippocrate, che è situato sotto il Settentrione, paese oltremodo umido e freddo, dove per le molte nuvole è una meraviglia quando si vede il sole. Gli uomini ricchi vanno sempre a cavallo, non fanno alcun esercizio, mangiano e bevono più di quello che il loro caldo naturale può consumare, le quali cose tutte fanno il seme freddo e umido. E per questa ragione generavano molte femmine, e se nasceva loro qualche maschio, riusciva della condizione che noi abbiamo detto. Sappiate, (disse loro Ippocrate) che il rimedio di questo non consiste nel fare sacrifici a Dio, e non fare altro; ma bisogna insieme con questo camminare a piedi, mangiare poco, e bere meno, e non star sempre a oziare. E acciocché voi intendiate chiaramente, prendete in considerazione la gente povera di questo paese, i

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vostri propri schiavi, i quali solamente non fanno sacrificio a Dio, né gli offrono doni, perché non tengono di che, ma bestemmiano il suo benedetto [323 ==> 344/409] nome, e gli dicono infinite ingiurie, perché li pose in così bassa fortuna. E con l'essere tanto cattivi e bestemmiatori, sono potentissimi a generare e dei loro figliuoli la maggior parte riescono maschi e robusti, non molli, non eunuchi, né ermafroditi, come i vostri. E la causa è perché essi mangiano poco, e fanno esercizio assai, e non vanno a cavallo come voi altri. Per le quali cause fanno il seme caldo e secco, e da questo si genera il maschio e non la femmina. Questa filosofia non fu intesa dal Faraone, né dal suo consiglio, poiché disse così: "Venite, teniamolo oppresso, acciocché non si moltiplichi e se leva guerra contro di noi, si unisca ai nostri nemici." E il rimedio che egli usò per vietare che il popolo d'Israele non crescesse tanto, o almeno che non nascessero tanti maschi di cui aveva maggiore paura, fu il tenerli bassi con molte fatiche di corpo e far mangiare loro i porri, l'aglio e le cipolle: il quale rimedio gli riusciva tanto male che il testo divino dice: "E quanto più li tenevano oppressi, tanto più si moltiplicavano e crescevano. E, parendogli pure che questo fosse il migliore rimedio che usar si potesse, venne a raddoppiare loro la fatica del corpo, il che così poco gli giovava, come se per ammorzare un grande fuoco, si dovesse gettare dentro molto olio o molto grasso. Ma se egli, o qualcuno dei suoi del consiglio, avesse saputo la Filosofia naturale, doveva dar loro da mangiare pane d'orzo, lattughe, melloni, zucche e cetrioli, [p. 324 ==> 345/409] e tenerli in ozio ben pasciuti e bene imbriacati, e non lasciarli vivere di privazioni, perché in questo modo avrebbero fatto il seme freddo e umido, e da quello si sarebbero generate più donne che uomini, e in poco tempo avrebbe abbreviato loro la vita, se avesse voluto. Ma cibandoli di molta carne cotta con agli, con porri e con cipolle, e facendoli affaticare in quel modo, facevano il seme caldo e secco con le quali due qualità si incitavano più alla generazione e sempre generavano maschi. A conferma di questa verità, Aristotele solleva un problema, il quale dice: "Qual è la ragione per la quale quelli che s'affaticano molto e gli etici {tisici, tubercolotici} patiscono, dormendo, molte polluzioni?" Al quale problema certo non sa rispondere, perché dice molte cose e nessuna di esse è nel vero. La ragione è che la fatica del corpo e la febbre etica, riscaldano e disseccano il seme, e queste due qualità lo fanno agro e mordace; e, poiché nel sonno si fortificano tutte le opere naturali, accade quello che dice il problema. Quanto fecondo e mordace sia il seme caldo e secco, lo nota Galeno con queste parole: "Ed è fecondissima, e presto da principio sveglia in un subito l'animale al coito, ed lascivo e pronto alla libidine." La quarta condizione era non accostarsi all'atto della generazione, finché il seme non fosse riposato, cotto e bene stagionato, perché, sebbene precederanno le tre diligenze passate, non sapremo ancora se egli sia venuto alla perfezione che deve avere. Maggiormente perché bisogna usare prima, sette o otto giorni [p. 325 ==> 345/409] addietro, i cibi già detti, acciocché si dia luogo ai testicoli che consumino nel loro nutrimento il seme, che fino a quell'ora era stato fatto da altri cibi, e succeda quel che noi andiamo descrivendo. Le medesime diligenze devono farsi col seme umano, acciocché egli sia fecondo e atto alla prole, come fanno gli ortolani con i semi che vogliono serbare: aspettano che maturino e s'asciughino e dissecchino, perché se li staccano dall'albero prima del punto giusto di maturazione e prima che siano arrivati a quel punto che si conviene, mettendoli un altro anno sotto terra, non possono far frutto. Per questa ragione ho notato che nei luoghi ove si usa molto l'atto carnale, si ha meno generazione che dove c'è più continenza. E le donne pubbliche, per non aspettare che il seme si cuocia e si maturi, non riescano mai gravide. Bisogna dunque aspettare alcuni giorni che il seme si cuocia, si maturi, e abbia una buona maturazione, perché per questa via acquista caldo e secco, e buona sostanza, piuttosto che la perda. Ma, come sapremo noi che il seme sia tal quale conviene che egli sia, poiché questa è cosa di tanta importanza: questo si lascia intendere facilmente quando saranno passati giorni che l'uomo non avrà avuto a che fare con sua moglie, sia per la continua incitazione, sia per il

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grande desiderio che egli ha dell'atto carnale. Il che tutto nasce dall'essere il seme fecondo e atto alla prole. La quinta condizione fu che l'uomo si congiunga con la donna nell'atto carnale, sei o sette giorni prima [p. 326 ==> 347/409] che la donna abbia le mestruazioni, perché l'uomo ha bisogno subito di molto cibo per nutrirsi. E la ragione di questo è che il caldo e il secco del suo temperamento logora e consuma non solo il sangue buono della madre, ma anche gli escrementi. Onde Ippocrate dice che la donna che ha concepito il maschio, è di buon colore e bella, il che nasce perché il fanciullo col suo molto caldo le consuma tutti quegli escrementi che sogliono far brutto il viso e a guisa di un panno lavato. E per essere così vorace è bene che abbia quella presa di sangue con cui possa nutrirsi. Il che si vede per esperienza, perché è per miracolo che si genera un maschio che non sia negli ultimi giorni del mese. Il contrario accade quando la gravidanza è di femmina, che per il molto freddo e umido del suo sesso, mangia molto poco e fa molti escrementi: onde la donna che ha concepito femmine, è brutta e piena di macchie, e le si attaccano mille sudicerie, e nel parto ha da stare altrettanti giorni di più a purgarsi, che se avesse fatto maschio. Su tale natura si basò Dio quando comandò a Mosè che la donna che partorisce maschio, stesse sanguinante una settimana, e non entrasse nel tempio finché non fossero passati trentatré giorni, E se ella partorisse femmina, fosse immonda due settimane e non entrasse nel tempio finché non fossero passati sessanta sei giorni: Di modo che, quando il parto è di femmina, il tempo della purgazione è doppio. E questo perché nei nove mesi che dimorò nel ventre, per il molto freddo [p. 327 ==> 348/409] e umido del suo temperamento, fece doppi escrementi, i quali non avrebbe fatto il maschio, e di molto maligna sostanza e qualità. Onde Ippocrate nota per cosa molto pericolosa trattenersi la purgazione alla donna che ha partorito femmina. Tutto questo s'è detto a questo proposito, che è molto meglio aspettare agli ultimi giorni del mese, acciocché il seme trovi molto alimento di cui potersi cibare. Perché, se l'atto della generazione si fa subito dopo che la purgazione sia finita, non s'attaccherà per difetto di sangue. Onde bisogna che i padri siano avvertiti che, se non si congiungono ambedue i semi, cioè quello dell'uomo e della donna, in un medesimo tempo, dice Galeno, non si farà alcuna generazione, quantunque il seme dell'uomo sia atto alla prole. E di questo renderemo la ragione ad altro proposito. Questo è ben certo: tutte le diligenze da noi raccontate hanno a essere usate dalla donna ancora, altrimenti il suo seme, lavorato male, impedirà la generazione. Perciò è necessario che si osservino l'un l'altro, acciocché in un atto medesimo si uniscano ambedue i semi. E questo importa molto la prima volta, perché il testicolo destro, e il suo vaso seminario (come dice Galeno) s'incita prima e dà il suo seme prima al sinistro; e se non si fa la generazione la prima volta, già nella seconda si corre sempre il pericolo di generare femmina e non maschio. Conosconsi questi due semi: prima al caldo e al freddo, poi alla quantità dell'essere molto o poco, e finalmente all'uscir presto o tardi. Il seme del testicolo destro esce [p. 328 ==> 349/409] bollendo, e tanto caldo che brucia l'utero della donna; non è molto in quantità ed esce presto. Per contrario, il seme del sinistro esce più temperato, molto in quantità e per essere freddo e grosso, tarda molto a uscire. L'ultima considerazione fu il procurare che ambedue i semi, del marito e della moglie, cadano nel lato destro dell'utero, perché in qual luogo, dice Ippocrate, si fanno i maschi, e nel sinistro le femmine. Galeno allega la ragione, dicendo che il lato destro dell'utero è molto caldo per la vicinità che egli ha col fegato, col lato destro dei reni, e col vaso seminario destro, dei quali membri abbiamo detto, e provato, che sono caldissimi. E, poiché tutta la ragione di far che il parto riesca maschio, consiste nel fare che nel tempo della formazione abbia molto caldo, è cosa certa che molto importa il mettere il seme in questo luogo. Il che la donna farà facilmente, ponendosi sopra il lato destro, passato l'atto della generazione, con la testa bassa e con i piedi posti in alto; ma bisogna che ella stia a letto un giorno o due, perché l'utero non abbraccia subito il seme se non passate alcune ore. I segni, dai quali si conoscerà se la donna resta gravida o no, sono a tutti molto manifesti e chiari, perché, se, quando ella si leva in pie

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di, il seme cadrà a terra, è cosa certa (dice Galeno) che ella non ha concepito. Sebbene in questo si ha da considerare una cosa che non tutto il seme è fecondo e atto alla prole, poiché una parte di esso è molto acquoso, il cui ufficio è attenuare il seme principale, acciocché [p. 329 ==> 350/409] egli possa passare per quelle vie strette, e questo è quello che la natura manda fuori, e si resta (quando ha concepito) con la parte atta alla prole. Conoscesi, perché è come acqua, e in poca quantità. Che la donna si levi in piedi subito, passato l'atto della generazione, è cosa molto pericolosa, onde Aristotele consiglia che ella faccia prima evacuazione degli escrementi e dell'urina, acciocché ella non abbia occasione di levarsi. Il secondo segnale, al quale si conosce, è che subito il giorno che segue, la donna sente il ventre vuoto, e specialmente intorno all'ombelico. Il che nasce perché l'utero, quando desidera concepire, se ne sta molto largo e disteso, perché veramente patisce la medesima enfiagione {gonfiore} e stiramento che è il membro virile. E, quando egli sta a questo modo, occupa molto luogo. Ma nel punto che concepisce, dice Galeno, subito si raccoglie e si fa come un gomitolo per tirare a sé il seme, e non lasciarlo uscire, e a questo mondo lascia molti luoghi vuoti. Il che dichiarano le donne, dicendo, che non è rimasta loro trippa, secondo che esse sono divenute magre. Oltre a questo aborriscono subito l'atto carnale, e le carezze del marito, perché l'utero ha già quello che egli voleva, ma il segno più certo (dice Ippocrate) è quando non vengono loro le mestruazioni e cresce il petto, e quando sentono fastidio per i cibi. *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Il medico e filosofo spagnolo, per corroborare la sua tesi che la donna non ha cervello, e che non è capace né di molto ingegno né di molta sapienza, si rifà alla genesi biblica, quando Dio creò Adamo ed Eva. Spiega quindi che il Creatore, prima di riempirli di sapienza, formò il loro cervello come strumento convenevole al discorrere e al ragionare. E, riempendoli entrambi di sapienza, ne infuse meno in Eva. Il che - a suo dire - è una conclusione verificata, stando a quanto dicono i teologi, secondo i quali il demonio ardì ingannare Eva e non osò nemmeno tentare Adamo, temendo la sua molta sapienza. A mio avviso, il Nostro commette 3 peccati mortali d'ordine logico: il primo, in quanto assume la Genesi come libro di verità, quando è a tutti noto che altro non è che un testo di mera retorica; il secondo, in quanto imputerebbe a Dio la colpa d'essere stato ingiusto e iniquo nei confronti della donna; il terzo, in quanto si avvale della fallacia sofistica della petizione di principio, nello specifico del "circolo vizioso": in cui la minore sapienza della donna è dimostrata deducendola dal fatto che il demonio sapeva di tale minorità, e a sua volta ciò può essere dimostrato solo per deduzione dalla prima. Ci si chiede: come faceva il demonio a sapere che Eva fosse meno sapiente di Adamo? E come mai Dio non aveva previsto, nella sua infinita onniscienza, che Eva avrebbe peccato? Da cosa deduce Huarte con assoluta certezza la minore sapienza di Eva rispetto ad Adamo? La risposta di Huarte è questa: Dio l'ha fatta con le sue proprie mani, e l'ha fatta perciò compita e perfetta nel suo sesso. Dire che a Eva fu tolto per colpa sua quel sapere che le mancava, nessuno lo può sostenere, perché lei non aveva ancora peccato. Motivo per cui, se la prima donna non aveva tanto ingegno, è perchè Dio l'aveva fatta fredda e umida, necessità imprescindibile perché fosse feconda e atta a partorire, e questo contraddice al sapere. In altre parole, se Dio l'avesse fatta temperata al pari di Adamo, sarebbe stata sapientissima, ma non in grado di partorire, e non avrebbe avuto il suo corpo. E proprio su tale natura {femminile} si basò San Paolo allorché diceva che la donna deve imparare a stare zitta e sottomettersi all'uomo, e giammai permettersi di insegnare e dominare sull'uomo. Huarte aggiunge poi che, escludendo le donne sapientissime, e restando la donna nella sua disposizione naturale, ogni sorta di lettere e di sapienza sarebbe in contrasto con il suo in

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gegno. Ha perciò agito ragionevolmente la Chiesa Cattolica quando ha proibito alla donna di predicare, confessare, insegnare, perché il suo sesso non ammette né prudenza, né disciplina. Il filosofo spagnolo non si accorge di incappare sempre nello medesima incongruenza teologica, e cioè che Dio abbia volutamente deprivato la donna, in quanto sesso femminile, di sapienza e ingegno, al fine di renderla feconda e atta a partorire. E avrebbe volutamente concepito di creare un sesso perfettissimo, e uno del tutto imperfetto. E né si accorge che la donna procrea non per generazione spontanea, ma perché vi è il maschio che la insemina. Per cui, avrebbe dovuto Dio deprivare anche il maschio della sapienza che gli aveva infuso alla creazione. E non si accorge neanche dell'incongruenza che il maschio - per scelta divina sapientissimo - è messo al mondo da una donna - parimenti per scelta divina - mancante di sapienza e ingegno. E infine non si accorge dell'assurdità di quel che dice, non considerando che da una donna, la Vergine Maria, è nato proprio il figlio di Dio, Gesù Cristo. Praticamente, secondo Huarte, la donna manca di sapienza e ingegno, in quanto donna. E l'uomo che ne abbonda assai, in quanto maschio. Se prima il filosofo aveva escluso le donne sapientissime, avrebbe dovuto escludere anche i maschi {dal punto di vista psicologico} imbecilli, idioti, borderline, incapaci di riflettere e agire, privi di scienza e coscienza. Che dire poi delle condizioni enucleate dallo spagnolo per non far nascere femmine? Logica assurdità! Non sapeva il filosofo che se la donna non dà alla luce femminucce, ne va della sopravvivenza dello stesso genere umano? Inoltre, allorché nasce una bambina {XX}, se colpa c'è, è semmai da imputare all'uomo {XY}, e non alla madre {XX}. Ecco alla fine l'ultimo peccato del nostro filosofo, quello del 2° Comandamento: "Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano." Huarte, collocando la donna in una posizione di inferiorità - secondo lui - naturale rispetto all'uomo che è l'essere più perfetto, ha di fatto pronunciato invano il nome di Dio, perché nelle sue vesti di un marionettista, uomo comune, ha mosso dal basso della sua terrestre condizione i fili della celeste creazione, disconoscendo di fatto all'Essere Supremo, creatore dell'universo, l'onniscienza, l'onnipotenza, l'eternità infinita.

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14. - ALTERITÀ = enigma impenetrabile. François-Marie-Charles FOURIER: Besançon, 7 aprile 1772 - † Parigi, 10 ottobre1837. Pensatore politico e riformatore sociale francese. Insieme con Saint-Simon e Owen, è considerato il fondatore del socialismo utopistico francese. Sua prima vasta opera: Théorie des quatre mouvements et des destinées générales {trad. it. Teoria dei quattro movimenti}. I brani da me tradotti in lingua italiana, son tratti dalla Théorie des quatre mouvements et des destinées générales (3a Edizione, Paris, 1846). L'opera si compone della Prefazione degli Editori, della Introduzione, del Discorso preliminare e di 3 Parti. Di queste, la Seconda titola "Descrizione di vari rami dei destini privati o domestici.>> Rilevanti ai fini della mia ricerca i paragrafi: IV, V, VI e VII. IV. Avilissement des femmes en civilisation {Condizione della donna e progresso storico} [p. 130 ==> 190/398] ==> 166-169

Si può vedere un'ombra di giustizia nella sorte che è toccata alle donne! La fanciulla non è una merce esposta in vendita a chi vuole negoziarne l'acquisto e la proprietà esclusiva? Il consenso che dà al vincolo coniugale non è derisorio e forzato dalla tirannia dei pregiudizi che la ossessionano fin dall'infanzia? La si vuole persuadere che sopporta catene intrecciate di fiori; ma può illudersi sul suo avvilimento {abiezione, degradazione}, anche in regioni ridondanti di filosofia, come l'Inghilterra, dove gli uomini hanno il diritto di condurre la loro donna al mercato, la corda al collo, e cederla, come una bestia da soma, a chi vuole pagarne il prezzo? Su questo punto il nostro spirito pubblico è più avanzato che in quei secoli bui in cui un certo Concilio di Macon, un vero concilio di vandali, discusse se le donne avessero un'anima? E la risposta affermativa non passò che a maggioranza di tre voti. La legislazione inglese, tanto decantata dai moralisti, accorda agli uomini diversi diritti non meno disonorevoli per il sesso {femminile}; tale è il diritto del marito di farsi assegnare un risarcimento pecuniario a spese dell'amante riconosciuto di sua moglie. Le forme sono meno rozze in Francia, ma la schiavitù è tutto sommato sempre la stessa. Vi si vedono, come dovunque, fanciulle languire, ammalarsi e morire per mancanza di quella unione che la natura imperiosamente comanda e che il pregiudizio vieta loro, sotto pena di avvizzimento, prima che siano legalmente vendute. Questi eventi, quantunque rari, sono ancora abbastanza frequenti per attestare la schiavitù del sesso debole, il disprezzo delle volontà della natura e l'assenza di qualsiasi giustizia nei riguardi delle donne. Tra gli indizi che promettevano degli esiti felici dall'estensione dei privilegi femminili, bisogna citare l'esperienza di tutti i paesi. Si è visto che le nazioni migliori furono sempre quelle che accordavano alle donne la massima libertà; lo si è visto presso i Barbari e i Selvaggi come presso i Civilizzati. I Giapponesi, che sono i più industriosi, i più coraggiosi e i più onorevoli tra i Barbari, sono anche i meno gelosi e i più indulgenti verso le donne, a tal punto che i Magots della Cina {Mandarini cinesi} si recano in Giappone per concedersi lì all'amore che è interdetto dai loro ipocriti costumi. I Taitiani, per la stessa ragione, furono i migliori di tutti i selvaggi; nessuna orda aveva spinto così lontano l'industria, tenuto conto delle poche risorse offerte dal loro paese. I Francesi, che sono i meno persecutori delle donne, sono anche i migliori tra i Civilizzati, in quanto sono la nazione più flessibile, quella da cui un abile sovrano può trarre il maggior profitto in breve tempo, in qualsiasi impiego; e malgrado alcuni difetti, come la frivolezza, la presunzione individuale e la sconcezza, sono nondimeno la prima nazione civilizzata, per il solo fatto della flessibilità, che è il carattere più opposto a quello de' Barbari. Si può altresì osservare che le nazioni più viziose sono sempre state quelle che maggiormente asservivano le donne: per esempio i cinesi che sono la feccia del globo, i più furfanti, i più vigliacchi, i più affamati di tutti i popoli industriosi, sono anche i più gelosi e i più intolle

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ranti per quanto concerne l'amore. Tra i Civilizzati moderni, i meno indulgenti verso il sesso sono stati gli Spagnoli; inoltre rimasero indietro rispetto agli altri Europei e non ebbero lustro nelle scienze né nelle arti. Quanto alle orde selvagge, il loro esame proverebbe che i più viziosi sono ancora quelli che hanno meno riguardo per il sesso debole e presso i quali la condizione delle donne è la più infelice. In generale: I progressi sociali e i cambiamenti di periodo avvengono in ragione del progresso delle donne verso la libertà, e la decadenza dell'ordine sociale avviene in ragione della diminuzione della libertà delle donne. Altri eventi influenzano queste vicende politiche; ma non vi è alcuna causa che produca anche rapidamente il sociale progresso o declino come il cambiamento nella sorte delle donne. Ho già detto che la semplice adozione dei serragli chiusi ci renderebbe in breve tempo Barbari, e la sola apertura dei serragli farebbe passare i Barbari alla Civiltà. In sintesi, l'estensione dei privilegi delle donne è il principio generale di ogni progresso sociale. ___________________________________________________________________________ V. Majorité amoureuse. Gli infortuni della virtù e le fortune del vizio. [p. 133 ==> 193/398] ==> 157-166 V. Maggiorità in amore. La sfortuna più grande per il nostro globo è che non si sia trovato tra i sovrani civili un solo amico delle donne, cioè un principe giusto verso le donne. Alcuni sono stati galanti, ma la galanteria è molto lontana dall'equità, di cui indicherò due disposizioni. Potranno queste sembrare germi del disordine, finché non se ne riconoscerà l'influenza. La prima misura di equità nei riguardi delle donne, sarebbe stata quella di concedere loro la Maggiore età in amore; per affrancarle - a una certa età - dall'umiliazione di essere messe in la vendita, e obbligate a rinunciare agli uomini fino a quando non viene uno sconosciuto a mercanteggiarle e a sposarle. Ritengo che non si sarebbe dovuto dichiarare le donne emancipate o affrancate all'età di 18 anni, fatte salve le opportune norme sull'esercizio dei loro amori. All'età di 18 anni, una donna ha già trascorso 4 anni in piena pubertà: è, io credo, un ritardo sufficiente perché gli uomini della città o del cantone abbiano avuto il tempo di riflettere o di optare se prenderla o lasciarla. Poiché gli uomini vogliono, secondo la legge del più forte, che venga interdetto il godimento {il piacere} a tutte le ragazze, per riservare le loro primizie al primo cafone che verrà a mercanteggiarle, non si dovrebbe dare una chance a quelle che definitivamente non trovano acquirenti? Non si dovrebbe, dopo una prova di parecchi anni, metterle in circolazione, autorizzarle a provvedersi come a loro piacerà, e prendere legalmente degli amanti, che esse lo stesso prendono senza questa autorizzazione? Colei che non ha trovato marito durante 4 anni di esposizione ai balli e alle passeggiate, alle messe solenni e ai sermoni, corre il forte rischio di non trovarne mai uno; i motivi che hanno allontanato i mariti, sussisteranno dopo come prima dei 4 anni di prova. Del resto, se il matrimonio è utile ai fini della civilizzazione, conviene incitarvi gli uomini, per la paura di perdere le primizie delle donne che lascerebbero disoccupate al di là dei 18 anni. Sarebbe tanto più saggio schierarsi a favore delle ragazze abbandonante, perché di solito sono le più belle, le più atte a procreare bei bambini. Si vede una moltitudine di belle donne che restano sole, perché la loro bellezza è uno spauracchio per gli uomini che temono d'essere cornificati e fanno del matrimonio un calcolo di ragione, gelosia e avarizia. Questo machiavellismo coniugale fa essere disoccupate le signorine più distinte, le più capaci di avere il governo della casa {ménage}. Non c'è niente di più rivoltante che vedere disprezzate queste ragazze sfortunate, perché non hanno il peso dell'oro a loro favore. Ehi! come mai ai loro genitori, che le hanno sulle proprie braccia, non è venuto in mente di proporre la riforma dei co-

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stumi così pregiudizievoli alle famiglie meno fortunate, che sono le più numerose e le più degne di protezione? Secondo queste considerazioni, si dovrebbero distinguere, nella Civilizzazione, le donne in due classi: le Giovincelle, al di sotto dei 18 anni, e le Emancipate, al di sopra dei 18 anni. Esse acquisirebbero fin da questa età il diritto di prendere degli amanti, fatte salve le leggi da fare sulla sorte dei figli nati da tali unioni. (Indicherò queste leggi in un trattato del 6° Periodo, poiché questo è la misura del 6° Periodo.) L'opinione pubblica si univa alla giustizia nell'esigere questo provvedimento. Si sa che le giovani che raggiungono i vent'anni senza essere sposate, vengono ridicolizzate dagli uomini. Ci si burla del loro abbandono; sono crivellate di sarcasmi e scherni, e costrette dall'opinione pubblica a contravvenire alla legge prendendo segretamente degli amanti. Gli uomini sono così maldicenti, così ingiusti verso le donne, che le prendono in giro in ogni caso, sia che abbiano conservato, sia che abbiano perso la verginità dopo l'età in cui questo fardello diventa troppo pesante da portare. Qual era il rischio di accordare alle donne la libertà amorosa dopo i 18 anni, e quali benefici si son ricavati dal sistema oppressivo dei filosofi? Con il loro metodo di educazione ipocrita che dà alle giovani donne una affettata noncuranza per l'amore, non sono pervenuti che a organizzare la Cornificazione universale. Da quel momento in poi, qualsiasi altro sistema più conforme alla volontà della natura difficilmente produrrebbe più cornuti di quanti se ne vedono oggi. Ehi! non sarebbe meglio, corna per corna, tentare un ordine meno oppressivo, meno avvilente per le donne? senza dubbio, perché la libertà amorosa sviluppa qualità preziose nelle classi che ne godono di più; sono le Dame di alto lignaggio, le Cortigiane di bon ton e le piccole Borghesi non maritate. È tra queste tre classi di donne che si percepiscono i più felici sviluppi; le loro qualità combinate costituirebbero la perfezione. In effetti: Le Dame di corte, intendo quelle galanti, hanno modi schietti, disinvolti, un tono espansivo che ispira amicizia. Seducono tutto di un colpo chi le vede per la prima volta; egli crede di trovare le donne al di sopra della natura umana, tanto differiscono dalle borghesi, che sono bugiarde meccaniche, anime anguste, in cui regna esclusivamente l'amore e non non lascia accesso a nessun'altra passione; sono di ghiaccio per l'amicizia, il gusto delle arti e di altri nobili sentimenti. Senza dubbio anche le dame di corte hanno i loro lati viziosi; ma danno all'intrigo varie tinte, naturalezza e magnanimità. Ehi! si possono biasimare per aver saputo abbellire il vizio, poiché esso solo deve regnare nella Civilizzazione? Le cortigiane d'alto bordo, a parte certe manovre rese necessarie dal loro genere di commercio, sono piene di nobili qualità: accoglienti, caritatevoli, cordiali; il loro carattere sarebbe sublime se avessero buone rendite; testimone quello di Ninon. Esse perdono, per l'abitudine del piacere, quello spirito circospetto, quei secondi fini del tutto carnali che si notano nei borghesi impastati di moralità, in quelle domestiche che, attraverso il loro sfoggio di sentimenti, lasciano trapelare a ogni istante una sensualità che si ostinano a negare, una sensualità che non fa sfigurare una donna quando è in equilibrio con i sentimenti dell'anima, come accade con le donne francamente galanti. Le piccolo-Borghesi, bottegaie, operaie, ecc., sono, prima del matrimonio, una classe di donne del tutto libere, specie nelle grandi città. Hanno amanti ostentati in barba al padre e alla madre, ne hanno di ricambio per ogni occasione, infine esse godono a profusione di ciò che è negato alle signorine di rango superiore; passano la giovinezza svolazzando da un uomo all'altro, sono tanto più intelligenti nel lavoro e più abili nel trovare qualche ingenuo che le sposi quando non sono più giovani. Indubbiamente si deve biasimare la loro mania di dissimulazione perpetua, una mania che deve essere attribuita al cattivo comportamento degli uomini della classe media che le circondano. Del resto hanno delle felici disposizioni, soprattutto sono delle eccellenti donne di casa, di gran lunga preferibili alle Agnese di primo livello.

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In breve: si eleverebbe alla perfezione il carattere femminile se si potessero unire le qualità delle tre classi di donne che ho citato; e tale sarebbe l'effetto di un ordine sociale in cui il sesso femminile godrebbe pienamente della libertà amorosa. Volendo raggiungere un solo scopo, quello di donna di casa, voi fallirete in tutto per aver desiderato troppo poco; le vostre giovinette, impastate di pregiudizi e di filosofia, sono esseri snaturati, sempre rose dal desiderio; hanno lo spirito in continua distrazione, lavorano con disgusto, sfiorano appena le arti che vengono loro insegnate, dimenticano dopo il matrimonio tutto ciò che hanno imparato e diventano presto cattive casalinghe se il marito non ha l'abilità di tenerle a freno. Il mondo le abbaglia, le trascina via sempre più velocemente perché non ne hanno esperienza, mentre una donna già esperta prima del matrimonio, sarà meno infatuata del piacere e, conoscendo i trucchi dei corteggiatori, si legherà tanto di più alla famiglia e al marito, poiché lo considererà come un protettore contro le persecuzioni maschili. Se prende dei sostituti, sarà per diversivo piuttosto che per passione; nei suoi amori non perderà di vista gli interessi della casa e addolcirà, per quanto possibile, l'inevitabile disgrazia della cornificazione. Donne simili convengono particolarmente agli uomini spensierati, ai mariti di buona pasta, che hanno bisogno di una moglie imperiosa, una virago {donna dotata di forza fisica, di coraggio e forza d'animo virili} che sappia tenere il governo della casa e portare i calzoni. Una tale moglie fa la felicità di un uomo debole; questi ottiene da lei il vero amore coniugale, che non è altro che una lega di interessi tra i coniugi, una coalizione contro le perfidie sociali. Quante altre classi di uomini che non saprebbero accontentarsi di queste donne mielate di pregiudizi, di questi automi filosofici il cui carattere è un enigma impenetrabile, e che, con la loro simulata ingenuità, suscitano la diffidenza anche dei filosofi! Sanno meglio di ogni altro quanto poco si debba contare su quell'aria di candore che l'educazione dà alle fanciulle. Ogni signora dalla condotta licenziosa è parsa candida come qualsiasi altra prima del suo matrimonio; questa patina di castità è una maschera che non impone a nessun uomo, non accelera affatto i matrimoni e non porta che a fare esercitare le donne nell'arte della simulazione. Si sa che un soffio d'amore creerà in loro passioni e svilupperà in loro un carattere ancora sconosciuto, la cui bontà o malizia è un enigma impenetrabile anche per gli uomini esperti. In breve, questo incomprensibile discorso dell'educazione filosofica è solo un circolo vizioso come tutte le consuetudini civili, e finisce solo per gettare tutti gli sposi nella disgrazia che vogliono evitare. Ciò che disorienta i filosofi è vedere che in ogni caso si arriva solo a questa cornificazione che è l'oggetto del loro terrore. Inoltre questi sapienti variano ogni giorno i loro sistemi di educazione, senza altro risultato che mascherare e non mutare le inclinazioni delle giovani. Naturam expellas furca, tamen usque recurret. {Anche se caccerai la natura con la forca, essa tuttavia ritornerà sempre. Orazio, Epistole, I, 10, 24}

Essi {i filosofi cioè} si allarmano se le donne vengono educate alla cultura delle scienze o delle arti; non vorrebbero che i giovani avessero altro gusto che quello di schiumare la pentola sul fuoco; tali sono le loro stesse parole, che fanno risuonare anche nei teatri. Si occupano solo di contrastare l'amore per il piacere; vedono solo corna in futuro; sono astiosi e assillanti sui gusti delle donne, ombrosi come gli eunuchi intorno alle odalische. Ah! quando si perverrà a districare i loro sistemi educativi, che variano ogni giorno (poiché ogni giorno escono nuovi trattati di morale che non sono mai in accordo con i precedenti), che frutto ne trarremo a vantaggio delle giovani? Vedremo sposarsi quelle che son piene di precetti [e non di denaro]? No, rimangono sole con le loro virtù. Ci sono solo due leve che decidono i matrimoni nella Civilizzazione: la fortuna e l'intrigo. I padri lo sanno bene, e così fanno più fatica a dotare le figlie che a educarle. Quanto all'intrigo, i padri non eccellono su questo punto e, malgrado le adulazioni che essi impiegano presso gli uomini da sposare, sono eluse da ogni ragazza un po' addestrata che sa essa stessa condurre l'intrigo e mettere in gioco batterie diverse dalle virtù. Queste ragazze consumate hanno l'arte di soffiare i buoni partiti alle pudibonde e di fare buoni matrimoni senza la mediazione di nessuno, mentre il matrimo

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nio dell'Agnès richiede l'intermediazione scandalosa di comari, parenti, notai e filosofi, che si mettono alle calcagna di un giovane per fargli una paternale e spingerlo nella trappola, come vedonsi i macellai e i loro cani circondare e spingere il bue al macello dove si rifiuta di entrare. È così che si combinano i matrimoni; gli uomini si vi si impigliano solo quando sono circondati da insidie, assillati da supplicanti e moralisti. Non saremmo così riluttanti se il matrimonio fosse davvero la garanzia della felicità, come lo è per chi sposa una donna opulenta. Come potrebbe un secolo così incline a esperimenti di ogni specie, un secolo che ha avuto l'audacia di rovesciare troni e altari, piegarsi così servilmente davanti a pregiudizi amorosi, gli unici il cui attacco avrebbe potuto produrre qualcosa di buono; e come mai non ci si è sognati di provare su questo punto i sistemi di libertà di cui s'è tanto abusato? Tutto ci invitava a sperimentarne l'effetto sull'amore, poiché la felicità degli uomini è proporzionata alla libertà di cui godono le donne. Supponiamo infatti di poter inventare un mezzo per ridurre tutte le donne, senza eccezione, a questa castità che è loro richiesta, di modo che nessuna donna possa abbandonarsi all'amore prima del matrimonio, né avere dopo il matrimonio altro uomo che suo marito ; ne risulterebbe che ogni uomo potrebbe avere in tutto il corso della sua vita solo la donna che avrebbe sposato. Ora, quale sarebbe l'opinione degli uomini su questa prospettiva di essere ridotti per tutta la vita a godere solo di una moglie che potrebbe dispiacergli il giorno dopo il matrimonio? Di certo ciascuno si opporrebbe individualmente all'autore di una tale invenzione, che minaccerebbe di annientare la galanteria, e i più ardenti nemici di un tale ordine sarebbero i filosofi, che sono fortemente dediti alla seduzione e all'adulterio; onde vediamo che tutti gli uomini sono personalmente nemici delle loro massime di castità, e che la felicità del sesso maschile è stabilita in proporzione alla resistenza delle donne ai precetti della fedeltà coniugale. La loro rigorosa osservanza causerebbe la disperazione di tutti gli uomini individualmente, senza eccettuare i filosofi, i quali, essendo più seducenti degli altri, sarebbero i più confusi dal trionfo delle loro massime amorose, come lo furono, nel 1789, dalla prova dei loro sistemi amministrativi. Un'altra conclusione che si può trarre dal dibattito che ci occupa, è che i Civilizzati sono nell'assoluta ignoranza circa l'impiego delle passioni nel sistema morale; poiché, adottando la modifica proposta riguardo alle donne, la distinzione di Minorità e Maggiorità amorosa, si arrivava a diversi risultati estremamente vantaggiosi per il bene della buona morale civile. Tra gli altri abusi che sarebbero stati sradicati, citerò la Confusione amorosa, che è una delle sedici caratteristiche della Civilizzazione. La metterò in parallelo con le Corporazioni amorose: esse sono una caratteristica del 6° periodo, di cui ciascuno apprezzerà i quadri, perché essa è la più vicina alla nostra e la più intelligibile per il Civilizzato, di cui ella conserva ancora vari usi domestici, come il ménage {governo della casa} incoerente. ___________________________________________________________________________ VI. Corporations amoureuses [pp. 139-144 ==> 200-204/398] ==> 169-176 VI. Corporazioni amorose. Con il nome di Confusione Amorosa, designo l'usanza di non ammettere alcuna gradazione di vizio o di virtù negli affari amorosi: per esempio, se si tratta di adulterio, ogni infedeltà coniugale è egualmente colpevole agli occhi dei filosofi, i quali invocano sulla donna i fulmini del cielo e della terra per la colpa più lieve. È tuttavia una gradazione di reato, nell'adulterio come ovunque: i rapporti con una donna sterile o con una donna già incinta, infine eventuali copulazioni che non sfociano in gravidanza, non sono forse peccatucci, soprattutto quando l'adulterio è condizionale, tacitamente tollerato dai coniugi? Bisogna dunque distinguere queste diverse sfumature di reato dall'adulterio colposo, come quello che causa la disgregazione della famiglia o che vi introduce discendenti eterogenei. Non ammettendo questa distinzione, confondendo e condannando in massa ogni specie di adulterio, non abbiamo fatto altro che renderli tutti scusabili, e concedere a tutti l'indulgenza che è dovuta a qualcuno. L'opinione ri-

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belle ha combattuto i persecutori con il ridicolo, e, sotto il nome di cornificazione, si è pervenuti a scusare e favorire le odiose perfidie che la legislazione confonde con reati molto lievi. Si è mancato lo scopo per eccesso di ingiustizia e di oppressione; si è riusciti solo a far trionfare in amore la menzogna e la depravazione. Se ogni piacere, fuori del matrimonio, è un crimine secondo i filosofi, diviene necessario negare tutto e ingannare senza tregua; per cui ogni donna e ogni ragazza si danno come modelli di fedeltà o di continenza; ma per quanto poco si ammettano gradazioni di virtù e di vizio, negli affari galanti, si vedrebbero nascere costumi legali e favorevoli alla verità così come ai piaceri. Ammettendo la distinzione di Minore e Maggiore età amorosa, le donne emancipate dopo i 18 anni devono classificarsi in tre corporazioni principali, cioè: 1° Le spose che non hanno che un uomo a vita {in perpetuo}, secondo il metodo civile; 2° Le Damigelle o Semi-Signore che possono cambiare possessore, purché li prendano successivamente, uno solo alla volta, e che la separazione avvenga con regolarità; 3° Le Galanti, i cui statuti sono ancor meno rigorosi. Ciascuna di queste tre classi si suddivide in tre generi o sfumature distinte da tabelle nominali in ogni città o cantone. Ogni donna cambia corporazione a piacere. Questo ordine di cose (le cui disposizioni accessorie sarebbero troppo lunghe da indicare) realizzerebbe la maggior parte delle riforme che oggi invano si tenta nel sistema amoroso: ad esempio, preverrebbe la seduzione e l'abbandono delle fanciulle. Se se ne vede un numero così grande vegetare tutta la vita nell'attesa di un marito, o cedere alla dissolutezza, è perché gli uomini hanno la facoltà di abusare tramite indugi di coloro che corteggiano, e perché queste non intravedono un termine al loro desolante celibato; ma, una volta fissato questo termine a 18 anni, un seduttore non avrebbe alcuna possibilità di abusare di una fanciulla. Se questa avesse ceduto, sarebbe stata respinta o ignominiosamente sospettata dal corpo delle Giovincelle; e comunque si sosterrebbe ancora con la certezza di non aspettare che fino ai 18 anni. A quell'età, i pretendenti sarebbero obbligati a pronunciarsi, in mancanza di che la Giovincella, per non perdere la sua bella giovinezza, entrerebbe a far parte del corpo delle Damigelle e, acquisendo il diritto di prendere un possessore, ella non sceglierebbe sicuramente chi l'avesse lusingata con la speranza del matrimonio; è un inganno che le giovani non perdonano. Allora si vedrebbe l'adulterio o la cornificazione ridotti a ben poca cosa; un seduttore avrebbe scarso successo con le donne sposate, perché queste rischierebbero di essere sospettate anche senza prove materiali, e classificate nella tabella delle dubbie, o in quella delle infedeli, se il reato fosse accertato. Le spose si ritroverebbero sorvegliate dai due corpi delle Damigelle e delle Galanti; da allora una donna non oserebbe formare il nodo coniugale che con una decisa inclinazione alla fedeltà. Di conseguenza, non ci si sposerebbe che molto tardi, nell'età della calma delle passioni, e il matrimonio si ritroverebbe ricondotto al suo scopo, che è quello di essere il sostegno della vecchiaia: è un ritiro dal mondo, un legame di ragione, fatto per la gente anziana e non per la giovinezza. Allora si dissiperebbe il pregiudizio che attribuisce un senso di ridicolo allo sposare delle ragazze già possedute da altri. Le Damigelle non sarebbero in alcun modo degradate per aver avuto degli amanti, poiché avrebbero atteso, per prenderne, l'età di diciotto anni come richiesto dalla legge. A sposarle non si avrebbe maggiore scrupolo di quanto se ne ha a sposare una vedova che ha figli. Se è un affronto essere un secondo possessore nel matrimonio, allora perché gli uomini amano così tanto sposare una vedova ricca e prendersi cura dell'educazione dei figli altrui, figli che possono provenire da padri diversi, se la vedova è stata galante ? Si passa sopra tutte queste considerazioni, mentre ci si crederebbe compromessi {rovinati nella reputazione} a sposare una fanciulla che non è stata che galante, senza aver avuto figli. Perciò, le nostre idee sull'onore e sulla virtù delle donne non sono che pregiudizi che variano a seconda della legislazione. Basterebbe una legge per mettere d'accordo l'opinione con la natura, e mettere nel novero dei piaceri decenti quelle galanterie che è ridicolo dichiarare vizi per le donne quando sono dichiarate gentilezze per gli uomini. Da allora, gli uomini non possono attendere

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alla gentilezza che nella misura in cui le donne vogliono ben abbandonarsi al vizio: una piacevole contraddizione, che del resto non è più piacevole dei nostri costumi e delle nostre opinioni civilizzate. (1) (1) L'adulterio è dichiarato crimine, eppure un uomo gode nella buona società di una considerazione proporzionata al numero dei suoi adulteri conosciuti e ostentati. Ammiriamo, lodiamo un Richelieu, un Alcibiade, che hanno sedotto una infinità di donne sposate; ma che caso ne facciamo di un uomo che, volendo obbedire alle leggi e alla religione, conserva la sua verginità per portarla come dono di nozze alla moglie? Un uomo simile è preso in giro da tutti. Nell'adulterio come nel duello, la legge è neutralizzata dall'opinione pubblica, che è non favorevole che all'inganno amoroso e persino alla sregolatezza. Infatti si copre d'infamia una povera fanciulla che si concede un figlio senza il permesso del comune, e la si dichiara colpevole pur essendo stata fedele all'amante; ma si compara la condotta di questa ragazza con quella delle donne oneste! Ora, cos'è una donna onesta in Francia? È una signora che comunemente ha tre uomini contemporaneamente, ovvero: il marito, l'amante in carica e qualche ex titolare che ritorna di tanto in tanto a valersi dei suoi diritti, come amico di famiglia, tutto questo per non parlare di flirt. Conducendo questo stile di vita, ottiene a pieno diritto la patente di donna onesta. Sia detto che, senza incolpare le donne che si divertono, esse non avranno mai tanti amanti quanto i loro mariti tra prima e dopo il matrimonio. L'opinione pubblica, così ridicola nelle sue ingiustizie, lo è ancora di più nelle sue contraddizioni. Per esempio, le ragazze incinte: si fa loro un crimine della gravidanza e un crimine dell'aborto volontario; tuttavia, se esse ci tengono all'onore, devono pensare ai mezzi per preservare l'onore cancellando le tracce della loro debolezza. Non sono quindi le ragazze da biasimare allorché abortiscono all'inizio della gravidanza quando il feto non è ancora un essere vivente, ma piuttosto l'opinione che si copre di ridicolo nel dichiarare perduto l'onore per l'innocentissimo atto di fare un figlio. I costumi in Svezia sono molto più sensati su questo punto che nel resto d'Europa; non disonorano una ragazza incinta, e inoltre vietano ai padroni di licenziare, a causa della gravidanza, una domestica alla quale non si potrebbe rimproverare alcun delitto. Usanza molto saggia in un paese che ha bisogno di popolazione. Ma a che cosa servirebbe soffermarsi sulla ridicolaggine delle nostre opinioni? Nessuno le ha giudicate meglio degli stessi adulatori che, non vedendo mezzi per conciliare civiltà e ragione, hanno adottato a questo proposito la tattica dei ciarlatani: quella di vantare oltre misura la loro civiltà orvietana {elettuario (preparato farmaceutico ottenuto mescolando vari medicamenti con sciroppo e miele) in voga dal XVI al XIX secolo}. Qualunque sia lo sconto che si fa sul merito di questo farmaco, gli si sta accordando sempre troppo valore, poiché non ne ha. Così hanno calcolato i filosofi, quando hanno immaginato di dirci che la società civile era la perfezione del perfezionamento della perfettibilità.

Allora l'egoismo e lo spirito servile che lo stato coniugale genera, si indebolirebbero. Corrompe principalmente il carattere delle donne, che adottano tutti i vizi dello sposo senza adottarne le buone qualità, risultato necessario della arrendevolezza {docilità} che loro si ispira. Maritate una giovane Agnes con Robespierre, il mese dopo sarà feroce come lui, lo incoraggerà in tutte i suoi crimini. Questa inclinazione servile delle spose sarebbe corretta dalla rivalità delle Damigelle, il cui spirito dominante non si identificherebbe con nessun uomo, poiché potrebbero cambiarlo; non ostentare che un carattere nobile e indipendente, e prendere le distanze su tutti i punti dai vizi inerenti allo stato coniugale: tra gli altri, l'egoismo che il matrimonio eleva al massimo grado, cosicché le persone sposate sono afflitte da una prodigiosa sfiducia nei confronti dei loro simili. Niente è più difficile che mettere accanto e far vivere due coppie di sposi. L'incompatibilità si estende dai padroni ai servi, e in ogni casa c'è una forte ripugnanza a prendere una coppia di coniugi come domestici. È perché non si ignora che lo spirito coniugale opera una lega di sposi contro tutto ciò che li circonda, che soffoca le passioni nobili e le idee liberali; ne consegue che la classe delle persone sposate è sempre la più astuta, la più indifferente alle disgrazie pubbliche o private, e il loro spirito antisociale è così ben riconosciuto che si pensa di fare un grande elogio di un uomo dicendo: il matrimonio non lo ha cambiato; ha mantenuto il carattere amabile di un ragazzo. Allora vedremmo la reputazione della virtù e del vizio ridotta al loro giusto valore. Ho osservato che i nostri costumi non distinguono alcuna gradazione del vizio; ogni donna è obbligata a fingere virtù, e in queste confuse pretese il vantaggio è tutto dalla parte delle donne più licenziose, perché riducono il numero degli amanti che hanno posseduto. Quante volte si vedono donne oneste che hanno avuto il piacere di una ventina di uomini, e chi, nella loro abi

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le coscienza, si spaccia per averne avuto solo una mezza dozzina, mentre una donna sfortunata che ne ha avute solo due o tre è diffamata più di chi ha sfidato le critiche. Questa confusione sarebbe chiarita dalla distinzione delle donne in varie corporazioni, abbinate a vari personaggi. Ripeto che queste tre confraternite amorose, di cui ho accennato, sarebbero suddivise in nove generi accessori, per evitare il più possibile ogni confusione; e così come ci sarebbero tre quadri di mogli costanti, dubbiose e infedeli, ci sarebbero anche tre quadri di Damigelle e tre quadri di Galante. Questo metodo si allineerebbe con l'Ordine delle Serie Appassionate di cui ho dato la definizione in nota A; e siccome è necessario porre alle estremità di ciascuna Serie due gruppi di transizione, questi gruppi sarebbero quelli delle Giovincelle e delle Indipendenti, di cui le une non hanno esercizio dell'amore sensuale, e le altre non osservano alcuno stato nell'esercizio di questa passione. Un tale Ordine è il minimo degli sviluppi regolari che si possono dare alle relazioni amorose; ogni sistema che frena ulteriormente le passioni cade necessariamente nei vizi dell'eguaglianza e della confusione filosofica di cui vediamo oggi gli odiosi risultati. ___________________________________________________________________________ *§* VII. Vices du système oppressif des amours. [pp. 144- ==> 204/398] ==> 176-186] VII. Vizi del sistema oppressivo degli amori. È da rimarcare che, nell'attuale disordine dei costumi amorosi, le donne hanno ottenuto l'unico privilegio che dovrebbe essere loro rifiutato: quello di far accettare al coniuge un figlio che non è suo e sulla cui fronte la natura ha scritto il nome del vero padre. Così, nell'unico caso in cui la donna sia colpevole, ella gode dell'alta protezione delle leggi, e, nell'unico caso in cui l'uomo sia veramente oltraggiato, l'opinione pubblica e la legge convengono di aggravare il suo affronto. Ehi! come mai i Civilizzati, così persecutori quando si tratta dei piaceri delle loro mogli, sono d'accordo così bonariamente nel chinare il capo sotto il giogo, nell'ospitare un frutto di adulterio evidente, nell'associarlo al loro nome e ai loro beni, quando dovrebbero mandare tra i trovatelli? Ecco dunque compiersi i voti della filosofia! È proprio nel matrimonio che gli uomini formano una famiglia di fratelli dove i beni sono comuni al figlio del vicino come al nostro. La generosità di questi onesti mariti civilizzati sarà in futuro oggetto di infinite risate, e ci vorranno ben alcune pagine divertenti come queste per aiutare a sostenere la lettura dei nostri annali, così spesso scritti in lettere di sangue. Questa tolleranza dei mariti sull'offesa più colpevole, ben si accorda con l'incoerenza generale che regna negli affari amorosi. Essa è a tal punto che si vede la religione e i teatri predicare pubblicamente costumi contraddittori; accanto a un tempio dove si insegna l'orrore degli intrighi e dei piaceri amorosi, si vede un circo dove il pubblico è addestrato solo all'esercizio di astuzie galanti e alla ricerca dei piaceri. La giovane che ha appena ascoltato una predica sul rispetto dovuto ai coniugi e ai superiori, andrà l'ora successiva a teatro, vi prenderà lezioni sull'arte di ingannare un marito, un tutore o altro argo {Nome di un mostro della mitologia greca con molti occhi: persona molto vigile}: e chissà quale delle due lezioni danno i migliori frutti. Queste scandalose contraddizioni si ripetono in tutto il meccanismo civilizzato; e quando si osservano tante stranezze a sangue freddo, non si deve pensare che la Civilizzazione nel suo insieme sia una società di pazzi, tanto più pazzi in quanto conoscono il principio del miglioramento sociale e si rifiutano di farne uso? Sanno che non si è passati dalla Barbarie alla Civilizzazione che addolcendo la servitù {schiavitù} delle donne; questa nozione sperimentale li avrebbe portati a dare maggiore estensione ai privilegi femminili; ne sarebbe derivato un ingresso nel 6° periodo, poi nel 7°, per la completa libertà delle donne. Da ciò si vede che la strada del progresso sociale era facile e conosciuta, e che vi saremmo entrati non appena avessimo voluto deviare dal sistema oppressore dei filosofi nei riguardi delle donne. Non sanno da se stessi che la fedeltà perpetua in amore è contraria alla natura umana; che se possiamo condurre a tali costumi qualche sempliciotto dell'uno o dell'altro sesso, non vi ridurremo mai la massa degli uomini o delle donne, e che, di conseguenza, qualsiasi legislazione che richieda caratteri così

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incompatibili con le passioni non può che produrre ridicole speculazioni e disordini pratici, poiché tutti gli organi sociali saranno tacitamente in combutta per autorizzare infrazioni? Non è questo il risultato del sistema amoroso che domina fin da 2500 anni? È solo una continuazione dei costumi oppressivi che regnavano nei secoli bui, costumi che diventa ridicolo pretendere in un secolo in cui ci si vanta della ragione e del rispetto per i voti della natura. Che gli antichi filosofi della Grecia e di Roma disdegnassero gli interessi delle donne non è sorprendente, poiché questi retori erano tutti partigiani esasperati dalla pederastia che avevano messo in grande onore nella bella antichità. Gettavano del ridicolo sulla frequentazione delle donne; questa passione era considerata disonorevole. Il codice di Licurgo eccitava i giovani all'amore sodomita, che a Sparta si chiamava il sentiero della virtù. Si provocava ugualmente questo genere di amore anche nelle repubbliche meno austere; i Tebani avevano formato un battaglione di giovani pederasti, e questi costumi ottenevano il voto unanime dei filosofi che, dal virtuoso Socrate al delicato Anacreonte, ostentavano solo l'amore sodomita e il disprezzo per le donne, che si relegava al secondo piano, chiudendole come in un serraglio e bandite dalla società degli uomini. Questi bizzarri gusti, non facendo presa sui moderni, c'è da stupirsi se i nostri filosofi non abbiano ereditato l'odio che gli antichi sapienti portavano alle donne, e che continuavano a svilire il sesso, a motivo di alcune astuzie cui la donna è costretta dall'oppressione che grava su di lei, poiché le si imputa come crimine ogni parola o pensiero conforme ai voti della natura. Imbevuti di questo spirito tirannico, i filosofi millantano il carattere delle megere dell'antichità che rispondevano con durezza alle parole di cortesia. Millantano i costumi dei Germani, che mandarono a morte le loro mogli per una infedeltà; infine sviliscono il sesso perfino nell'incenso che le danno, perché, che cosa di più incoerente dell'opinione di Diderot, il quale pretende che, per scrivere alle donne, "bisogna intingere la penna nell'arcobaleno e cospargere lo scritto con la polvere dalle ali delle farfalle". Le donne possono replicare ai filosofi: "La vostra Civilizzazione ci perseguita non appena obbediamo alla natura; ci siamo costrette ad assumere un carattere fittizio, ad ascoltare solo impulsi contrari ai nostri desideri. Per farci gustare questa dottrina, bisogna ben che mettiate in gioco le illusioni e i linguaggi menzogneri, come fate nei riguardi del soldato che fate cullare negli allori e l'immortalità per stordirlo sulla sua miserabile condizione. Se fosse veramente felice, potrebbe accogliere un linguaggio semplice e veritiero, che ci si guarda bene dal rivolgergli. È lo stesso con le donne; se fossero libere e felici, sarebbero meno avide di illusioni e lusinghe, e non sarebbe più necessario, per scriver a esse, coinvolgere l'arcobaleno e le farfalle. Ma se il soldato e il sesso femminile, e anche il popolo intero, hanno bisogno di essere continuamente ingannati, è un titolo di accusa contro la filosofia, che non ha saputo organizzare, in questo mondo, che il malessere e la servitù {schiavitù}. E quando si prende gioco dei vizi delle donne, essa fa la critica di se stessa: è lei che produce questi vizi per mezzo di un sistema sociale che, comprimendo le loro facoltà fin dall'infanzia e per tutta la vita, le forza a ricorrere alla frode per abbandonarsi alla natura. Voler giudicare le donne dal carattere vizioso che deplorano nella Civilizzazione è come se si volesse giudicare la natura dell'uomo dal carattere del contadino russo che non ha alcuna idea dell'onore o della libertà, o come se si giudicassero i castori in base all'ebetismo che essi mostrano nello stato domestico, mentre nello stato di libertà e di lavoro combinati diventano i più intelligenti di tutti i quadrupedi. Lo stesso contrasto regnerà tra le femmine schiave della Civilizzazione e le femmine libere dell'Ordine Combinato: queste supereranno gli uomini per devozione industriale, lealtà e nobiltà; ma, fuori dello stato libero e combinato, la donna diventa, come il castoro addomesticato o il contadino russo, un essere così inferiore al suo destino e ai suoi mezzi che si è portati a disprezzarla quando la si giudica superficialmente e in base alle apparenze. Quindi non bisogna sorprendersi se Maometto, il Concilio di Mâcon e i filosofi hanno messo in dubbio l'anima delle donne, e non hanno pensato che a ribadire i loro ferri invece di spezzarli.

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Le donne, sembrano aver bisogno di padroni piuttosto che di libertà; anche tra i loro amanti danno comunemente la preferenza a quelli i cui comportamenti la meriterebbero di meno. Ma come potrebbe la donna sfuggire alle inclinazioni servili e perfide quando l'educazione l'ha educata fin dall'infanzia a soffocare il suo carattere per piegarsi a quello del primo venuto, che il caso, l'intrigo o l'avarizia le avrebbero scelto per marito? La cosa sorprendente è che le donne si sono sempre mostrate superiori agli uomini quando hanno potuto dispiegare sul trono i loro mezzi naturali, dei quali la corona assicura loro il libero uso. Non è notorio che su otto sovrane, libere e senza marito, ve ne sono sette che hanno regnato con gloria, mentre su otto re di solito ci sono sette sovrani deboli? E se alcune donne non hanno brillato sul trono, è per aver, come Maria Stuarda, esitato e tergiversato di fronte ai pregiudizi amorosi che avrebbero dovuto arditamente calpestare. Quando hanno preso questo partito, quali uomini hanno saputo meglio portare lo scettro? Le Elisabettte, le Caterine, non facevano la guerra, ma sapevano scegliere i loro generali, e questo basta per averne di buoni. In ogni altro ramo dell'amministrazione, le donne non hanno dato lezioni all'uomo? Quale principe ha superato in fermezza una Maria-Teresa che, in un momento di disgrazia in cui era vacillante la fedeltà dei suoi sudditi, e i suoi ministri erano in preda allo sgomento, si impegna da sola a riaccendere ogni coraggio? Seppe intimidire la Dieta d'Ungheria, che era maldisposta nei suoi confronti; arringò i magnati in lingua latina e indusse i suoi stessi nemici a giurare sulle loro sciabole di morire per lei. Ecco un indizio dei prodigi che l'emulazione femminile opererebbe in un ordine sociale che desse libero corso alle loro facoltà. E tu, sesso oppressore, non passeresti al di sopra dei difetti di cui si accusano le donne se un'educazione servile ti formasse come loro a crederti un automa fatto per obbedire al pregiudizio e per strisciare davanti a un padrone che il caso ti darebbe? Non si son viste le tue pretese di superiorità confuse da Catherine, che ha calpestato sotto i piedi il sesso maschile? Istituendo favori titolati, ha trascinato l'uomo nel fango, e ha dimostrato che può, nella sua piena libertà, abbassarsi da sé stessa al di sotto della donna il cui svilimento è forzato, e di conseguenza scusabile. Sarebbe necessario, per confondere la tirannia degli uomini, che esistesse per un secolo un terzo sesso, maschile e femminile insieme, e più forte dell'uomo. Questo nuovo sesso dimostrerebbe, a colpi di frusta, che gli uomini sono fatti per i suoi piaceri, proprio come le donne; allora si udirebbero gli uomini protestare contro la tirannia del sesso ermafrodito, e confessare che la forza non deve essere l'unica regola del diritto. Ora, questi privilegi, questa indipendenza che si reclamerebbero contro il terzo sesso, perché rifiutano di accordarli alle donne? Non pretendo criticare qui l'educazione civilizzata, né insinuare che si debba suscitare nell'animo delle donne uno spirito di libertà. Certamente, ogni periodo sociale deve formare la gioventù a venerare il ridicolo dominante; e se è necessario nell'Ordine Barbaro abbrutire le donne, persuaderle che non hanno un'anima per disporle a farsi vendere al mercato e rinchiudere in un serraglio, è ugualmente necessario nell'Ordine civile inebetire le donne fin dall'infanzia per renderle adatte al dogma filosofico, alla servitù del matrimonio e alla degradazione di cadere sotto il potere di uno sposo il cui carattere sarà forse opposto al loro. Ora, come disapproverei un Barbaro che allevasse le sue figlie per gli usi della Civilizzazione dove non vivranno mai, disapproverei lo stesso un uomo Civilizzato che allevasse le sue figlie in uno spirito di libertà e di ragione proprio del 6° e 7° Periodo , dove non siamo pervenuti. Se accuso l'educazione attuale e lo spirito servile che essa ispira alle donne, parlo rispetto alle altre società dove diverrà inutile snaturarne il carattere a forza di pregiudizi. Indico loro il ruolo distinto al quale potranno arrivare, seguendo l'esempio di quelle che hanno superato l'influenza dell'educazione e hanno resistito al sistema oppressivo che il vincolo coniugale richiede. Nel segnalare queste donne che hanno saputo spiccare il volo, dalle Virago, come Maria-Teresa, a quelle dalle sfumature più dolci, come le Ninon e le Sévigné, sono autorizzato a dire che la donna, in stato di libertà, sorpasserà l'uomo in tutte le funzioni dello spirito o del corpo che non sono l'attributo della forza fisica.

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L'uomo sembra già presentirlo e si indigna e si allarma quando le donne smentiscono il pregiudizio che le accusa di inferiorità. La gelosia maschile è esplosa soprattutto nei confronti delle donne scrittrici; la filosofia le ha escluse dagli onori accademici e le ha ricacciate ignominiosamente alle faccende domestiche. Questo affronto non era dovuto alle donne sapienti! Lo schiavo che vuole scimmiottare il suo padrone non merita altro che uno sguardo di disprezzo da parte sua. Che cosa avevano a che fare esse con la banale gloria di comporre un libro, di aggiungere qualche volume a milioni di volumi inutili? Le donne dovevano produrre, non scrittori, ma dei liberatori, degli Spartachi politici, dei geni che concertassero i mezzi per tirar fuori il loro sesso dalla degradazione. È sulle donne che pesa la Civilizzazione; spettava alle donne attaccarla. Qual è la loro esistenza oggi? Non vivono che di privazioni, anche nell'industria, dove l'uomo ha invaso tutto, anche le meticolose occupazioni del cucito e della penna, mentre si vedono donne che si ingegnano all'arduo lavoro della campagna. Non è scandaloso vedere atleti trentenni accovacciati davanti a una scrivania e portare una tazza di caffè con le braccia pelose, come se mancassero donne e bambini per occuparsi delle cavillose funzioni degli uffici e della casa? Quali sono dunque i mezzi di sussistenza per le donne prive di {mezzi di} fortuna? La conocchia o il loro fascino, quando ce l'hanno. Sì, la prostituzione più o meno velata, ecco la loro unica risorsa, che la filosofia ancora le contesta; ecco la sorte abietta alla quale le riduce questa Civilizzazione, questa schiavitù coniugale che ella non si sognavano neppure di aggredire; e questa inavvertenza è imperdonabile, dal momento che la scoperta di Taiti, i cui costumi erano un monito della Natura, e dovevano suggerire l'idea di un Ordine sociale che potesse riunire la grande industria con libertà amorosa. Questo era l'unico problema degno di attenzione per le donne scrittrici; la loro indolenza a questo riguardo è una delle cause che hanno accresciuto il disprezzo dell'uomo. Lo schiavo non è mai così spregevole come quando, con la sua cieca sottomissione, persuade l'oppressore che la sua vittima è nata per la schiavitù. Le donne colte, lungi dal badare ai mezzi per liberare il proprio sesso, hanno sposato l'egoismo filosofico; hanno chiuso gli occhi all'asservimento delle compagne, la cui sorte esse avevano saputo evitare; non hanno cercato alcun mezzo di liberazione. È per questo che le Sovrane che avrebbero potuto aiutare il loro sesso, e che avevano, come Caterina, il buon senso di disprezzare i pregiudizi, non hanno fatto nulla per affrancare le donne. Nessuno ne aveva suggerito l'idea, nessuno aveva indicato un metodo di libertà amorosa. Ora, se alcuni piani fossero stati pubblicati a questo riguardo, sarebbero stati accolti e messi alla prova non appena un principe o una principessa equi fossero apparsi sul trono. Lo studio di questi processi di affrancamento era un compito imposto alle donne erudite; negligendolo hanno offuscato, eclissato la loro gloria letteraria, e i posteri non vedranno che il loro egoismo, il loro avvilimento; perché se le femmine scrittrici sanno in genere affrancarsi dai pregiudizi e folleggiare, non sono meno notate e criticate pubblicamente su questo argomento. Questa tirannia dell'opinione pubblica era sufficiente, mi sembra, per irritare le donne onorevoli e incitarle ad attaccare il pregiudizio, non con inutili declamazioni, ma con la ricerca di qualche innovazione che potesse sottrarre i due sessi dalla atroce e avvilente condizione del matrimonio. Lungi dalla tendenza ad alleggerire le catene delle donne, andava crescendo il pregiudizio contro la loro libertà. Tre accidenti contribuivano a radicare nei moderni questo spirito oppressivo del sesso debole: 1 L'introduzione della malattia venerea, i cui pericoli trasformano la voluttà in dissolutezza, e militano a restringere la libertà di unione tra i sessi (questa malattia è debellata dal ménage progressivo); 2 L'influenza del Cattolicesimo, i cui dogmi, nemici del piacere, lo privano di ogni influenza sul sistema sociale, e hanno aggiunto il rafforzamento dei pregiudizi religiosi all'antica tirannia del vincolo coniugale;

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3 La nascita del Maomettanesimo che, aggravando la sventura e il degrado delle donne barbare, riflette una falsa sfumatura di felicità sulla condizione meno deplorevole delle donne civilizzate. Questi tre accidenti formavano una rete di fatalità che più che mai precludeva la via a qualsiasi miglioramento basato sull'allentamento delle catene imposte alle donne, a meno che il caso non avesse prodotto qualche principe, nemico dei pregiudizi, e sufficientemente penetrante per fare in una provincia la prova delle disposizioni amorose che ho indicato. Questo atto di giustizia è stato l'unico che la Natura ha richiesto alla nostra ragione, ed è stato per punizione di questa ribellione ai suoi voti che abbiamo perso il passaggio nel VI e VII Periodo, e siamo rimasti ventitré secoli di troppo nell'oscurità filosofica e orrori civilizzati. *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Fourier mette in rilievo alcuni eventi, abbastanza frequenti, che attestano la schiavitù del sesso debole, il disprezzo delle volontà della natura e la mancanza di giustizia nei confronti delle donne. Quindi esplicita due principi etico-sociali: A) I progressi sociali e i cambiamenti di periodo avvengono in ragione del progresso delle donne verso la libertà, e la decadenza dell'ordine sociale avviene in ragione della diminuzione della libertà delle donne. B) L'estensione dei privilegi delle donne è il principio generale di ogni progresso sociale. In realtà, non credo possa esserci una sorta di automatismo tra il progresso sociale e la libertà delle donne, perché questo presupporrebbe essere le donne una componente spuria dalla società cui appartengono. La libertà è un bene che si conquista lottando con le forze di cui si dispone, e la lotta si ingaggia avverso un sistema di potere che vuole le donne sottomesse al fine di poter godere dei frutti della loro natura. Lamenta, il filosofo francese, che non ci sia stato tra i sovrani civili uno solo amico delle donne, cioè un principe giusto verso le donne: alcuni sicuramente galanti, ma la galanteria è ben lontana dalla equità. Gli si obietta che l'equità e la giustizia sociale non è cosa che possa calare dall'alto, come beneficenza elargita sua sponte dal re ai sudditi e, in ispecie, alle donne. È invece cosa che le donne devono edificare dal basso, dispiegando apertamente, sul campo delle rivendicazioni, la potenza numerica e naturale del proprio sesso. Si sorprende il Nostro del fatto che le donne si siano dimostrate sempre superiori agli uomini quando hanno potuto dispiegare sul trono i loro mezzi naturali, di cui la corona dava loro piena libertà di uso. E noi ci sorprendiamo del suo sorprendersi: le donne non devono dimostrare alcunché, né che sono superiori, né che non sono inferiori agli uomini; devono solo potere, al pari degli uomini, esplicare liberamente le proprie capacità e abilità naturali, fruendo delle medesime precondizioni dei maschi. Davvero interessante l'idea fourieriana di un terzo sesso, per confondere la tirannia degli uomini: un sesso maschile e femminile insieme, assai più forte dell'uomo. Questo neo-sesso dimostrerebbe, a colpi di frusta, che gli uomini sono fatti per i suoi piaceri, esattamente come le donne. Gli uomini protesterebbero a gran voce contro la tirannia del sesso ermafrodito, e riconoscerebbero ipso facto che la forza non deve essere l'unica regola del diritto. La domanda del Nostro è chiara e distinta: i privilegi e l'indipendenza che i maschi reclamano contro il terzo sesso, perché rifiutano di accordarli alle donne?

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E qui non possiamo che rimarcare quanto già sopra replicato: i privilegi e l'indipendenza de quo, le donne li devono acquistare da sé, mettendo in campo, p.e., la loro dote elettorale in conformità delle norme giuridiche vigenti in uno Stato di Diritto e soprattutto, non in quanto donne, ma in quanto esseri umani, al pari degli uomini. Il Nostro, segnalando alcune donne che hanno saputo spiccare il volo, si ritiene autorizzato a dire che la donna, in stato di libertà, sorpasserà l'uomo in tutte le funzioni dello spirito o del corpo che non siano l'attributo della forza fisica. L'errore del filosofo francese è lapalissiano: se la donna sorpasserà l'uomo, conseguirà tale successo non in quanto donna {sineddoche: il singolare per il plurale}, ma bensì in quanto persona avente nome, cognome e agnome, spazio-temporalmente situata. Il che vuol dire che non tutte le donne del mondo, se sia lecito usare il verbo sorpassare, potranno sorpassare e conseguire risultati di eccellenza nei confronti degli uomini, come del resto non tutti gli uomini del mondo lo potranno nei confronti delle donne. Il sorpasso in questione, l'uomo già lo intuisce, si scandalizza e si mette in ansia quando le donne dimostrano la falsità del pregiudizio che le accusa di inferiorità. L'invidia maschile esplode particolarmente nei confronti delle scrittrici; la filosofia le ha escluse dagli onori accademici, e le ha ricacciate in modo ignominioso nelle faccende domestiche. L'uomo ne ha ben donde d'essere preoccupato, perché non avrà più ciò di cui abbisogna per vivere semplicemente perché maschio, ma dovrà contenderselo, entrare in concorrenza con le donne. Per cui, sarà necessariamente obbligato a meritarselo: dovrà studiare, applicarsi, aggiornarsi, formarsi, acculturarsi e specializzarsi. Ecco ora il punctum dolens della questione femminile. Le donne sono un sesso {debole, dolce, gentile ecc. ecc.}, ma non una classe, né un corpo sociale; non sono che la sommazione di entità individuali, distinte e separate, prive di spirito di corpo. Schopenhauer le qualificava nemiche tra di loro. Costituiscono il 50% della popolazione nazionale, ma non hanno voce in capitolo nei luoghi dove si legifera, e attendono da altri le decisioni in loro favore. Praticamente, il loro avvenire giuridico dipende soprattutto dalla benevolenza maschile. Fourier ha focalizzato con chiarezza lo stile di vita {way of life}, in particolare, delle donne colte o erudite, le quali non badavano ai mezzi per liberare il proprio sesso: hanno sposato l'egoismo filosofico; hanno chiuso gli occhi all'asservimento delle compagne (o meglio, delle consorelle meno fortunate); non hanno cercato alcun mezzo di liberazione. A loro si imponeva come compito lo studio dei processi di affrancamento. E negligendolo, hanno offuscato ed eclissato la loro gloria letteraria. I posteri vedranno solo il loro egoismo, il loro avvilimento. Se le femmine scrittrici sanno affrancarsi dai pregiudizi e spassarsela, non sono al contempo meno criticate pubblicamente su tale argomento. Con Fourier diciamo che la tirannia del maschio era più che sufficiente per far perdere la calma e la pazienza alle donne erudite, e per incitarle ad attaccare il pregiudizio, non con declamazioni inutili e vane, ma con la ricerca di innovazioni che potessero sottrarre il sesso debole da una condizione atroce e avvilente, alleggerirne le catene e mitigare lo spirito oppressivo del maschio contro le donne. A questo proposito, reputo fondamentale evidenziare la domanda che il Nostro formula riguardo ai mezzi di sussistenza per le donne, per così dire, sfortunate e disgraziate. La risposta fourieriana - posta tra parentesi la conocchia o il fascino, ad averceli - è la prostituzione,

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l'unica loro vera risorsa. E questo è - egli lo rimarca - l'unico problema degno di attenzione per le donne scrittrici. E noi ci dichiariamo d'accordo con quanto detto dal filosofo francese, e rimarchiamo: cosa fanno le nostre cosiddette femministe per risolvere la piaga della prostituzione, e la piaga della disoccupazione femminile? Unitamente alle donne colte e alle sovrane, Fourier cita le donne mielate di pregiudizi, il cui carattere è un enigma impenetrabile, e che con la loro simulata ingenuità suscitano la diffidenza persino dei filosofi; e parimenti l'esempio delle donne abili nell'arte della simulazione, nelle quali un alito d'amore genera passioni e sviluppa un carattere del tutto sconosciuto, la cui bontà o malizia è un enigma impenetrabile anche per quegli uomini di grande esperienza di vita. Ben venga l'enigma impenetrabile del muliebre carattere, un fattore in più di attrazione per spingere più fortemente il maschio verso il gentil sesso al fine di disvelare il mistero di questa natura, per l'appunto, enigmatica. Termino con le parole di Salvatore Morelli (La donna e la scienza (3a Ed.): "Non finisco senza dire alle donne: <<Care Signore, il mondo è di chi se lo sa prendere. Se volete la vostra posizione giuridica, dovete conquistarvela. [...] Prima che questa generazione finisca di cadere lentamente, stupidamente a pezzi nell'abisso dell'eternità, riscuotetevi, associatevi con le consorelle d'oltremonti e d'oltremari per imporre ai legislatori una legge moralizzatrice ed emancipatrice, per tirare alla mensa della luce le madri operaie, che vivono cieche e prostre {prostrate} nei miasmi delle città e negli ardori delle campagne, e proclamando con la Religione della Scienza l'esaltamento del proprio sesso, aggiungere alle virtù naturali che vi decorano, l'aureola sublime d'un epopea rigeneratrice! {Scritto in Lecce il 1858. Riveduto a Napoli il 1869} [p. 292-293]

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15. - ALTERITÀ = mezzo in rapporto al fine-uomo. Antonio Francesco Davide Ambrogio ROSMINI-SERBATI {(Rovereto-TN, 24 marzo 1797 - † Stresa-VB, 1° luglio 1855) Patriota e liberale, Professore di Filosofia (Napoli) e Filosofo (il maggiore italiano dell'Ottocento), Teologo e presbitero. Per la Chiesa Cattolica è beato dal 18/11/2007. Istituì un Collegio di Educatori elementari nell'Istituto della Carità che aveva fondato.}, nella Filosofia del diritto (Napoli, 1845),

tratta il diritto della società domestica e, in particolare, nella prima sezione, Della società coniugale. {Libro Terzo, Diritto Sociale-Speciale. Parte Seconda.} Cap. V. Art. 5. § 2. Diritti e doveri distintivi. A. Primo titolo della prevalenza del marito, - il sentimento dell'uomo e non della donna, che lo spinge a rendersi capo di una stirpe. [p. 287 ==> 292/645] [...] 1384. Il desiderio di generare figliuoli, che sieno successori del generante, e ne' quali gran parte di sé medesimo sopravviva, a cui anche lasci la propria memoria, i propri affetti, i propri beni esteriori, de' quali egli sia capo e principe; non si sviluppa allo stesso modo nell'uomo e nella donna. Nell'uomo questo è un sentimento attivo, e lo spinge ad associare a sé una compagna che l'aiuti in tal opera; nella donna è passivo, si lascia associare all'uomo, e gode di secondarlo al suo intendimento. L'uomo brama la stirpe per sé, è in lui un desiderio assoluto: la donna brama di dare successione al marito, è un desiderio relativo. La donna ama il marito con ogni semplicità, e però il primo e maggior fine del matrimonio, la pienezza dell'unione, si conservò più nella donna, che non nell'uomo, in cui prevalse il secondo fine. Quindi l'adulterio fu riguardato sempre come peccato più opposto alla natura della donna e in lei più grave che non nell'uomo; e se in certi tempi fu tollerata la poligamia, non poté tollerarsi la poliandria, se non forse per rara eccezione, e in modo assai ristretto. La donna ancora ama i figliuoli semplicemente, siccome porzioni le più care delle sue viscere, ma l'amore materno s'esaurisce in essi, e non ha propriamente ad oggetto l'intera stirpe, la fondazione di futura progenie prospera e gloriosa; a cui il suo pensiero si stende sol di riflesso, partecipando della brama che scorge nell'uomo che essa ama, e a cui dà la prole. [p. 288 ==> 293/645] 1385. Considerata adunque la donna in relazione colla descritta filogonia dell'uomo; ella prende nozione di mezzo, di aiuto (adjutorium simile sibi), e l'uomo prende nozione di fine; nel qual senso s. Paolo dice, che vir non creatus est propter mulierem, sed mulier propter virum. [pp. 288-289 ==> 293-294/645] 1386. [... omissis ...] 1387. [... omissis ...] 1388. Se dunque questo sentimento della filogonia {il desiderio di generare figliuoli} è PROPRIO del sesso maschile, non delle femminile; egli diviene nel matrimonio titolo di superiorità da parte dell'uomo, perocchè noi abbiam dimostrato che là, dove è il proprio, ivi è il diritto, giacendo il principio universale della derivazione dei diritti <<in una attività PROPRIA d'una persona>>; egli è appunto uno di que' fatti dell'umana natura, che costituiscono titoli dei diritti: onde se la moglie volesse arrogarsi, contro natura, la qualità di stipite, e capo della famiglia, nuocerebbe al marito violando la proprietà naturale di lui, ed usurpandola. [p. 290 ==> 295/645]

1389. Dunque il diritto dato in ogni tempo all'uomo di essere principio, capo, principe della stirpe, è strettamente naturale, perché fondato in un sentimento naturale; come d'altra parte è naturale alla donna il sentimento della soggezione e del prestarsi al marito qual aiuto e mezzo, acciocch'egli possa soddisfare sì onesto e naturale suo desiderio colla procreazione de' figliuoli; ed in questa soggezione ed assistenza sta il bene della donna, ed è un bisogno per essa, come lo star sopra è un bisogno per l'uomo, sicchè fu detto acconcissimamente che la condizione naturale della moglie è riposta nell'amore disinteressato al marito e nel sacrificio. Il contrario non sarebbe natura nella donna, ma vizio; non sentimento della specie, ma indivi

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duale, e fattizio, che non forma punto di diritto, fondandosi ogni titolo giuridico ne' sentimento della natura comune e ben ordinata. [p. 290 ==> 295/645] 1390. La qual indole diversa de' sentimenti spontanei dell'uomo e della donna informa il matrimonio, e gli dà un cotal misterioso e dignitoso carattere. Per quella, e l'uomo entra nella società congiugale {coniugale} per trovarvi soddisfazione a tutti i naturali suoi desideri che col matrimonio si posson compire, fra' quali a quello di divenire stipite di una prosapia; e la donna altresì c'entra a condizione non inferiore, cioè per rinvenirvi del pari la soddisfazione a' desideri suoi, fra' quali è quello di soggiacere e di compiacere al marito, aiutandolo, onorandolo, amandolo, servendolo, e di riceverne in cambio tutela, onore, felicità. Tali sono i desideri nativi e legittimi de' due sessi: tali i titoli diversi de' loro diritti. Compete dunque al marito, secondo la convenienza della natura, l'esser capo e signore: compete alla moglie, e sta bene, l'essere quasi un'accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui, e del suo nome denominata. [pp. 290-291 ==> 295-296/645] B. Secondo titolo della prevalenza del marito - il fine prossimo della società congiugale {coniugale}, la scambievole soddisfazione. [p. 291 ==> 296/645] 1391. Il sentimento che spinge l'uomo a rendersi stipite di una prosapia riguarda l'effetto del matrimonio, la prole; non il matrimonio stesso, l'unione. Ora, se anco si considera l'unione, vedesi chiaramente, che per esser piena e perfetta, il marito dee soprastare, e regolar egli la convivenza, la moglie poi essere protetta, regolata, e servire al marito ed alla sua casa. [p. 291 ==> 296/645] 1392. La ragione di ciò si è, che dicendosi unione piena, si dice union felice. Oltredichè, la coniugale è di quelle società universali che abbracciano tutte le cose (134, 135, 141); onde i membri che la compongono presero, entrando in essa, l'obbligazione di adoperare ciascuno tutti i mezzi onesti possibili, a rendere la società loro prospera e felice. Or bene, questi mezzi si trovano distribuiti dalla natura, a' due sessi diversamente. Ella diede a un d'essi certe attitudini, che negò all'altro: quindi l'uno abbisogna dell'altro: quelle attitudini poi vennero così mirabilmente assortite, che consociate danno il più squisito accordo, e producono un solo risultamento, una soddisfacente e felice convivenza. E quali sono le doti naturali all'uomo? quali le doti naturali alla donna? L'uomo ha le dotti appunto che il rendono atto a comandare, coraggio, forza, attività, mente ferma o certo più sviluppata a cagione del suo stesso genere di vita, istinto all'azione, alla trattazion degli affari, al governo, alla superiorità. La donna ha tutte le doti che la rendono atta ad ubbidire e soddisfare alle tendenze dell'uomo, timida dolcezza, graziosa debolezza, attenta docilità; e delicata, tranquilla, casalinga, paziente e minuta, quale appunto le faccende interne della famiglia l'addimandano: oltracciò ella ha specialissima necessità di starsene ritirata e per non soggiacere a pericolo, e per eccitare in altrui illeciti desideri di sé, e per non ingelosire il marito: i quali riguardi doverosissimi le tolgono il potere spesso di trattare con libertà gli affari esteriori; e finalmente la natura ha posto in suo cuore quell'affezione disinteressata che dicevamo, per la quale essa nel bene del marito, e nell'esser gloria di lui si compiace. [pp. 291-292 ==> 296-297/645]

§ 3. Natura della superiorità del marito, e della soggezione della moglie. 1393. Il matrimonio adunque è una società: la messa comune sono gli stessi individui umani di differente sesso, i quali mettono in comune sè medesimi con tutto ciò di cui posson disporre. Gl'individui di sesso diverso hanno indole diversa, facoltà e attitudini diverse, tendenze e bisogni diversi: tutto ciò entra nella messa in comune. Se dunque nell'uomo v'ha attitudine, tendenza, bisogno di essere stipite e reggitore della famiglia, ciò non può essere distrutto, anzi dee trovar luogo nella società coniugale. Egli non è però signoria; è un diritto, è un officio sociale-naturale. [p. 292 ==> 297/645]

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1394. Medesimamente, se nella donna v'ha inclinazione e bisogno d'attenersi al marito, come vite all'olmo, come membro al capo, se v'ha in essa convenientissima attitudine ad esser aiuto al marito acciò consegua la paternità, e sua fida ministra nell'interior della casa, e sua consolatrice ne' travagli, e sua compagna de' gaudj, ad essergli finalmente un caro, un nobile, un maneggievole stromento a tutte le oneste volontà, ciò dee pure aver senza manco la sua effettuazione; ma ella non è servitù; di nuovo ell'è un diritto, un officio sociale-naturale. [p. 292 ==> 297/645]

1395. Noi vedemmo in che differisca la servitù dall'ufficio sociale. La servitù ha per fine il signore; ma l'ufficio sociale non ha per fine il bene d'un solo membro della società; anzi quello di tutta la persona collettiva; cioè il bene proporzionalmente compartito a tutti gl'individui che la compongono. Così tanto l'esercizio della superiorità del marito, quanto l'esercizio della soggezione della moglie hanno per unico fine la soddisfazione piena d'entrambi, la prosperità e il fiorimento della comune famiglia. [p. 292 ==> 297/645] § 4. Limiti della superiorità del marito e della soggezione della moglie. 1396. Sono non pochi autori, che limitano la soggezione della moglie in rebus conjugii et in rebus familiae. La quale limitazione è loro suggerita dall'aver essi posto attenzione al solo fine esterno del matrimonio, la procreazion della prole; poco badando al fine interno e immediato, che è il natural bene che due esseri fatti l'uno per l'altro cercano nella piena loro unione, e ritrovano. Ma noi che abbiamo stimato di dover dedurre tutta quanta la teoria della società coniugale <<dal concetto dell'unione perfetta fra due esseri umani di sesso diverso>>; ne inferimmo che i congiugi {coniugi} pongano tutti sè stessi nella loro società con tutte le loro cose, in modo conveniente alla natura. [pp. 292-293 ==> 297-298/645] 1397. Dalla quale dottrina consegue, che la superiorità del marito cotanto s'estenda, quanto è mestieri alla pienezza ed alla felicità dell'unione; e che in egual misura s'estenda la soggezione. [p. 293 ==> 298/645] 1398. Il diritto del marito alla superiorità, noi l'abbiamo dedotto in generale dal <<dovere che hanno i congiugi {coniugi} di contribuire ciascuno da parte sua alla maggiore possibile felicità d'entrambi, fine della società>>. Esigendo dunque la felice perfezione della società coniugale e dell'intera famiglia, che una sola mente e una sola volontà ragionevole regga, e che l'altra eseguisca e sia retta; ciascun congiuge {coniuge} dee prestarsi di buona voglia, acciocchè questo effetto abbia luogo. Ora, se uno deve reggere, certo dee farlo colui che sa, che può, che vuole, e dal cui reggimento non nascono alla famiglia stessa inconvenienti. Le quali condizioni non si verificano che nel marito. La moglie dunque dee sottostare, unicamente perchè ella dee volere il fine dell'unione e della casa, per questo dovere ch'ella ha comune col marito. Ma quale saranno dunque i limiti di questa rispettiva superiorità e soggezione? La natura veramente non gli ha determinati in generali, almeno non li ha determinati la natura umana come sta di presente; ella non ha fatto per avventura tutti gli uomini e tutte le donne col medesimo stampo; e siccome certi uomini tengono più che altri del carattere virile, così certe donne tengono più che altre del carattere femmineo. Quindi è, che il marito e la moglie debbono esercitare la relativa loro superiorità e soggezione con quel temperamento appunto che l'equità, ed un senso di ragionevolezza, ed un istinto privo di puntigli, loro suggerisce ed indetta. Non si possono segnare immutabili confini a tali contrapposti offici sociali, non si possono misurare colle seste; ma l'intento di produrre il maggior bene della famiglia, e il mutuo amore de' congiugi {coniugi} è quello che può e che deve tracciarli. Se v'ha obbligo di venire a transazione ogni qual volta i diritti di due persone sembran collidersi; molto più v'ha quest'obbligo, dove le due persone non ne debbono formare che una; e la transazione non che tendere a sottrarre l'occasione alla discordia, dee anzi volgersi a conciliare la più stretta concordia e la più intima consensione possibile. Qualora dunque avvenga per accidente che il marito sia meno atto a governare, egli dovrà limitare proporzionalmente la sua superiorità: e se

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vale assai la moglie ed ha veramente del maschio, egli dee prevalersi del valore di lei al bene della casa; ed ella può adoperarsi anche spontaneamente a tale scopo, purchè non passi il limite del risentimento giuridico, che in niun caso, per qualsivoglia pretesto, susciterà nel marito. [p. 293 ==> 298/645]

[... omissis ...] Cap. VI. ARTICOLO II. Il principio d'uguaglianza assoluta considerato nella società domestica. [p. 299 ==> 304/645] 1418. Abborrenti da sì disumane ingiustizie, alcuni rovinano nel contrario eccesso. Pongono l'animo a rilevar la donna dall'avvilimento, e sventuratamente concentrano la loro attenzione nel solo elemento di naturale eguaglianza ch'ella ha coll'uomo; dimenticando di considerare l'altro elemento pure naturale della disuguaglianza. Il loro errore nasce simigliantemente a quello de' primi dall'ommettere, e disconoscere una porzione della verità: i primi disconoscono la persona della donna, che è uguale a quella dell'uomo; i secondi, tenendo conto della dignità personale, disconoscono la natura della donna che è sott'ordinata come compimento ed aiuto a quella dell'uomo. [p. 299 ==> 304/645] 1419. Questi vogliono che nella famiglia, e la donna e l'uomo possano ugualmente, contro la tradizione di tutto il genere mano e contro il senso comune, pretendono introdurvi la democrazia, ossia il sistema del voto universale. [p. 299 ==> 304/645] 1420. Che nello stato di natura le famiglie sieno del pari indipendenti, viene di conseguenza. Che approssimandosi le famiglie l'una all'altre, rappresentate da' loro capi, per comporre le loro differenze o per unirsi in società, ciascun capo abbia una ugual ragione di voto, ciò parimenti s'intende. Ell'è questa una specie di democrazia tra le famiglie conviventi nello stato di natura; e ciò che di essa rimane dopo formata la società civile, è la democrazia divenuta civile. [p. 299 ==> 304/645] 1421. Ma sragiona oltre misura colui che si consiglia di trasportare quella democrazia nel seno stesso di ciascuna famiglia. Costui abusa d'un argomento d'analogia: la società civile può essere un'unione di capi di famiglia indipendenti, ma i membri della società coniugale sono per natura dipendenti, come abbiam dimostrato. [p. 299 ==> 304/645] [...] 1429. La donna dunque non ha alcun diritto di rappresentazione nelle pubbliche adunanze, se si considera come individuo; ma ella ha questo diritto, giuridicamente parlando, quando acquista la dignità o esercita l'ufficio di capo di famiglia. [p. 300 ==> 305/645] 1430. La donna non ha parimenti diritto di rappresentazione nelle politiche adunanze come moglie; perocchè ciò ripugna all'unità del capo di casa, alla piena sommissione dovuta al marito, e al consenso di volontà che dee aver con esso; giacchè sconcia ed intollerabile sarebbe, che il suo voto politico fosse a quello del marito contrario, e marito e moglie a due partiti politici opposti appartenessero, come accader potrebbe qualora anche la moglie potesse dare un voto distinto nelle pubbliche deliberazioni. [p. 300 ==> 305/645] *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Il diritto dato - in ogni tempo - all'uomo di esser principio, capo e principe della stirpe è strettamente naturale, perché fondato su un sentimento naturale; come è connaturale alla donna il sentimento della soggezione e del prestarsi al marito nel ruolo di aiuto e mezzo, affinché questi possa soddisfare l'onesto e naturale suo desiderio attraverso la procreazione dei figli. Motivo per cui, la condizione naturale della moglie è riposta nel suo disinteressato amore verso il marito, e nel suo sacrificio. Il contrario, per Rosmini, non sarebbe natura, ma vizio: sentimento non della specie, ma dell'individuale, oltretutto fattizio; il che non configura alcuna specie di diritto, poiché ogni titolo giuridico è fondato sul sentimento della natura comune e ben ordinata.

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Praticamente, il principio su cui poggia la teoria rosminiana della prevalenza dell'uomo sulla donna, è un principio di natura, assoluto e attivo, qual è il desiderio di generare figli; per converso, nella donna tale sentimento è passivo e relativo. In altre parole, l'uomo brama di per sé la stirpe, e il desiderio è assoluto; la donna brama di dare al marito la progenie {discendenza, stirpe}, e il desiderio è relativo. Dovrebbe il filosofo spiegare perché non tutti gli uomini si sposano, e perché tra gli sposi si annoverano anche gli sterili. Lo stesso dicasi per le donne. Quella rosminiana non è una natura degna di sé, perché incapace di far sì che tutti gli uomini e tutte le donne siano atti a dar vita a un figlio. Inoltre, come può qualificarsi assoluto il desiderio maschile della generazione quando ha bisogno di associare a sé la donna che gli sia di aiuto in un'operazione di tal fatta; e come può qualificarsi passivo quello della donna, quando tutto il mondo sa che non sempre essa cede alle amorose avance del maschio. Dovrebbe spiegare perché - stante l'imprescindibilità dell'associarsi uomo-donna ai fini della procreazione - non tutti gli uomini {p.e., i gay} desiderano associare a sé una donna, e perché non tutte le donne {p.e., le lesbiche} si lasciano associare a un uomo. Non si capisce perché, se il sentimento della filogonia è tipico del sesso maschile, la natura rosminiana non ha reso il maschio capace di procrearsi da solo quella stirpe che tanto brama? E altresì, perché la natura, nell'umana generazione, invece della perfetta parità numerica tra maschi e femmine, incappa in una inspiegabile disparità? E per di più, invece della perfetta specifica qualità di genere: maschile - femminile, genera individui di sesso ibrido, fluido ecc. ecc.. Naturale - pensa il roveretano - sia il sentimento della moglie di votarsi all'amore disinteressato verso il marito e al sacrificio. Ciò può forse valere per alcune donne, ma non per tutte, e assolutamente no per la donna considerata nella sua intrinseca essenza metafisica, perché questa nessuno la conosce, né la potrebbe. Spiace rilevare che, per quanto concerne la generazione dell'uomo, la natura operi con una bilancia falsa, "un abominio per l'Eterno", e contro l'interesse della donna. La partecipazione maschile sta tutta nell'atto strettamente temporale della inseminazione, nel rapporto sessuale cioè; quella femminile, in tutti i mesi della gravidanza, nel parto e post-partum, nell'allattamento e nello svezzamento. Quella maschile è meramente estrinseca; quella della donna appartiene alla sua propria natura, in quanto necessità imprescindibile, essendo la novella creatura carne e ossa della sua carne e delle sue ossa. Illogica è la tesi rosminiana secondo la quale, per ciò che concerne la filogonia dell'uomo, la donna adempie la funzione di mezzo e di aiuto, e l'uomo quella di fine o scopo, tenuto conto peraltro del detto paolino che vir non creatus est propter mulierem, sed mulier propter virum. Come si possono prendere per verità scientifiche le lettere di S. Paolo ai Corinzi? Scrive S. Paolo nel relativo Cap. 11, 8-9: "Non è l'uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo". Semmai fosse vero, ma è falso con chiarezza e distinzione, questo sarebbe applicabile solo al primo uomo e alla prima donna, ma niente affatto ai loro figli, e ai figli dei figli. Il testo biblico de quo è da ritenersi, una volta per tutte, assolutamente retorico, e nulla più. Naturale è per il beato roveretano il sentimento dell'uomo di essere principio e capo della stirpe; naturale è il sentimento della donna di essere soggetta e prestarsi al marito come aiuto e mezzo acciocché questi possa soddisfare l'onesto e naturale suo desiderio con la procreazione dei figli; e il bene della donna risiede in tale soggezione e assistenza, che è un bisogno per

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lei, com'è lo stare sopra, un bisogno per l'uomo: sicché fu detto - asserisce Rosmini - in modo assai acconcio che la condizione della moglie è riposta nell'amore disinteressato verso il marito e nel sacrificio. Si ripete per rimarcare la tesi rosminiana che il contrario non è natura nella donna, ma vizio; non sentimento della specie, ma individuale, e fattizio. Mi piange il cuore a sentire le parole del filosofo, la cui beatificazione - sentendo questa sua concezione della donna - grida vendetta al cospetto di Dio. Sicuramente Dio - per così dire - non avrebbe voluto che i suoi figli, l'uomo e la donna, fossero trattati in un modo così disumano, qualificando il primo come capo e principio della stirpe umana; e la seconda, come un ausilio e mezzo, quando è a tutti noto che se la donna non procrea, tutto il genere umano si estingue. La condizione naturale della moglie è quella d'essere moglie, persona e non cosa o strumento, dotata di personalità e dignità, che sceglie liberamente e in coscienza di coniugarsi e di essere madre. E se lo scopo precipuo dell'uomo è soddisfare col matrimonio il suo naturale desiderio di avere dei figli, lo scopo della donna giammai può essere quello di soggiacere e compiacere al marito, onorarlo, amarlo, servendolo, ma bensì d'essere considerata persona sacra in virtù della sua divina potenza procreatrice, e in nessun caso di essere lei consacrata al marito. Praticamente, secondo me, Rosmini con la sua beata dottrina non ha fatto altro che perturbare l'ordine sacro, vero e naturale, della condizione femminile nel creato. Doveva essere davvero strabico allorché vedeva chiaramente - come egli stesso dice - che l'unione coniugale, per essere piena e perfetta, il marito deve soprastare e regolare la convivenza, la moglie servire al marito e alla casa. Gli si obietta che la perfezione e la pienezza del matrimonio non può che fondarsi sulla pari dignità dei membri e sulla equa divisione dei compiti. Tuttavia, Rosmini dice una cosa giusta quando spiega che i membri che compongono una unione piena, entrano in essa con l'obbligo di adoperare ciascuno tutti i mezzi onesti possibili al fine di rendere tale società prospera e felice. Ma la giustizia del pensiero rosminiano è di breve durata, perché subito dopo egli sostiene che i mezzi di cui trattasi trovansi dalla natura distribuiti ai due sessi diversamente. In altre parole, la natura, entità che è rosminianamente più retorica che metafisica, diede a uno di essi certe attitudini, che negò all'altro; ragione per la quale l'uno ha bisogno dell'altro. A questo punto, sorge spontanea la domanda su quali siano le doti naturali dell'uomo, e quali quelli della donna. Ecco la risposta del roveretano: l'uomo ha le doti che lo rendono atto a comandare {forza, coraggio, attività, mente ferma o certamente più sviluppata a causa del suo stesso genere di vita ecc. ecc.}; la donna, tutte le doti che la rendono atta a ubbidire e a soddisfare le tendenze dell'uomo {timidezza, graziosa debolezza, attenta docilità ecc.}, e soprattutto la necessità molto speciale di starsene ritirata in casa, a) per non soggiacere al pericolo; b) per non eccitare gli altrui illeciti desideri di sé; c) per non ingelosire il marito. Ma poiché ciò non è abbastanza, ecco intervenire la natura per far sì che la donna, in cuor suo, si compiaccia nel bene del marito e nell'esser gloria di lui. Quindi, la donna è sempre e comunque priva di prestigio personale, autorità e grado {una deminutio capitis}. Rosmini insiste con la sua dicotomia valoriale e sentenzia che, sia l'esercizio della superiorità maritale che l'esercizio della soggezione muliebre, perseguono un unico scopo: la soddisfazione di entrambi, la prosperità e il progresso della famiglia comune. E per conseguire ciò, asserisce che una sola mente, e volontà ragionevole, deve reggere e governare; l'altra, eseguire ed essere retta; ed entrambi i coniugi, prestarsi di buonavoglia a causare tale effetto. Ovviamente, continua il filosofo, se uno deve reggere, di certo deve essere chi sa, può e vuole, e il cui reggimento non nuoccia alla famiglia stessa. Assolutamente sì, ma perché questo uno dev'essere aprioristicamente l'uomo?

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Se è l'uomo, deve esserlo non in quanto uomo, ma bensì in quanto membro capace e competente. Ma dico io, non sarebbe meglio pervenire all'unità di intenti e di governo attraverso la mediazione delle opzioni possibili, espresse dai vari componenti del nucleo familiare? Ma insorgere prontamente il filosofo, perché a suo dire il principio di uguaglianza assoluta nella società domestica, lo sostiene solo chi sragiona.

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16. - ALTERITÀ = smaternità. Rappresento anzitutto che con il termine smaternità non s'intende rinnegare la maternità, ma bensì l'equazione: donna = gravidanza = maternità, che assolutizza una sola dimensione, seppure importante e imprescindibile dell'essere donna, a fronte della pluridimensionalità del suo essere persona. Maternità, di certo, sì; ma solo come edificazione di una scelta libera, responsabile e cosciente, che potrebbe, tra l'altro, connotarsi, perché no!, di una valenza altruistica e disinteressata, quale capacità di amare e offrire liberamente senza contropartite, di rinuncia a una vita di donna, a una vita sessuale e sentimentale, allorché confligge con la vita di madre. Avverso chi sostiene che l'autonomia concessa alla donna rappresenti una minaccia per la società, si obietta che l'esistenza di questa non deve gravare esclusivamente sulla donna, ma è la società stessa che, presa coscienza della problematicità impellente della sua esistenza, prende su di sé l'onere di perseguirne la risoluzione, che ovviamente non può conseguirsi senza il coinvolgimento della donna, necessità imprescindibile ai fini della sopravvivenza della ... intera umanità. Perciò, si auspica una sorta di smaternizzazione, nel senso di disgravare la donna dalla generazione stricto sensu biologica {naturale, animale}, e conseguente sussunzione della stessa in un mondo d'uomo, culturale-sociale-morale-religioso, resa comunque indisgiuntibile dalla libertà di scelta della donna. In altre parole, si vuol sic et simpliciter dire che la donna, in quanto donna, deve, come direbbe Giambattista Vico, avvertire con animo perturbato e commosso d'essere assolutamente importante, anzi imprescindibile (aggettivo cui si è fatto spesso ricorso), e tale importanza dev'essere a lei riconosciuta legislativamente, socialmente e fattualmente, rimarcando con l'evidenziatore al fine di prevenire ogni e qualsivoglia fraintendimento, con adeguati e perenni stanziamenti di bilancio. Ma il termine in oggetto va considerato anche nel senso inteso, 146 anni fa, da Salvatore Morelli, allorché, prendendo la parola {Tornata Parlamentare del 12/12/1876} sull'impiego delle donne nel servizio telegrafico, rivolge al ministro Zanardelli l'interrogazione: "se è vero che un articolo del regolarmento non ammetta agli uffizi del telegrafo donne maritate, ed imponga alle giovinette impiegate di non prendere marito. Se è vera questa disposizione, io supplico, a nome della moralità, l'onorevole signor ministro di volerla cancellare senza indugio." Quindi, così prosegue: "Lo scopo del Governo, ammettendo le donne al telegrafo, è stato quello di schiudere ad esse una sorgente di vita onesta, non già di condannarle alla sterilità per un perpetuo celibato. O signori, quando noi abbiamo, a nome della ragione, combattuto il celibato clericale, il celibato delle caserme, come mai potremmo tollerare il celibato telegrafico? {Si ride} E aggiungete che il celibato nel processo fisiologico dell'uomo è qualche volta sopportabile dalla consistenza organica del medesimo, mentre per la donna è sempre rovinosa, producendo in lei una serie infinita di malanni. Ma si dice: la donna maritata non può fare un servizio prolungato, esso sarebbe interrotto dalla sopravvegnenza dei figliuoli e dal governo della famiglia. Questa può essere una scusa, ma non una ragione plausibile. Il legislatore ha l'obbligo anzitutto di rispettare le leggi della natura e la natura impone il crescite et multiplicamini {Ilarità}, non già il celibato che corrompe ed isterilisce le nazioni. Sia pure che la donna possa essere impedita momentaneamente per la generazione, deve ciò essere un motivo per escluderla da un ufficio consentito dai suoi talenti, e di cui ella ha bisogno per sè e per la sua famigliuola? O signori, se non s'impedisce all'uomo impiegato il ma

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trimonio, perchè lo si deve impedire alla donna? E se per l'uomo impiegato si usa indulgenza nel caso di malattia, perchè non dovrebbe farsi lo stesso per la donna maritata, nel sublime momento della generazione, quando invece di dare dei telegrammi, dà alla patria una creatura, da cui può emergere il genio di un pensatore o di un eroe? Signor ministro, io raccomando vivamente alla sua probità cavalleresca lo studio di quella parte del regolamento dei telegrafi che riflette le donne, e se l'inconveniente da me deplorato è vero, io lo prego, in nome del senso morale, di farlo scomparire. {Bene! Bravo!}" Ecco la risposta del MINISTRO PER I LAVORI PUBBLICI: "Ora dirò infine all'onorevole Morelli, che l'articolo del regolamento a cui egli ha accennato, è ben lontano da riferirsi ad alcuna maniera di celibato. Quell'articolo soltanto stabilisce che, nel caso che la donna voglia maritarsi e formare una propria famiglia, rimanga all'educazione dei figli ed agli altri obblighi della sua condizione, i quali troppo la sottrarrebbero ai propri doveri d'ufficio. Anche questa può essere una questione, ma quasi dovunque venne risolta come presso di noi; ma checché ne sia della medesima, certo è che nessun celibato è imposto alle donne telegrafiste, come a nessuna altra classe di donna dalle nostre leggi e regolamenti." MORELLI SALVATORE, di rimando: "Io mi auguro che non esista quel vincolo a cui mi riferiva nel mio discorso e che il senso dell'articolo sia quello esposto dall'onorevole ministro. Del resto è certissimo che finora non si è dato caso che si sia accettata alcuna donna maritata in quegli uffici. Per conseguenza si fa sospettare che il celibato telegrafico esista, malgrado tutta la buona volontà dell'onorevole Zanardelli." [pp. 214-218] Praticamente, come sottolinea Ginevra Conti Odorisio ne Il morso della mela, "la maternità - per S. Morelli - è un fatto sociale, non è un fatto privato." [p. 58] La giornalista e speaker radiofonica, Giuseppina Dente, nell'articolo L'altra faccia della maternità: quando arriva il rifiuto della gravidanza, pubblicato, il 9/11/2019, in GRAVIDANZAONLINE.IT, rileva che la maternità ingenera in alcune donne un vero e proprio rifiuto della gravidanza, non serenamente vissuta. Ne parla con la psicologa Daria Russo, specialista in materia, la quale precisa: "Il rifiuto della gravidanza può avvenire in diversi momenti, nei primi mesi o quando la pancia inizia a farsi vedere. La donna inizia prima a rifiutare se stessa e poi a rifiutare il bambino (al posto della pancia). In quel momento la futura mamma entra in uno stato depressivo associato a rabbia e distacco. Emotivamente non presente nelle cose che riguardano il fatto, appare infastidita da quello che la gravidanza le sta togliendo. Si arriva quasi a un rifiuto o negazione di quanto stia realmente succedendo." La giornalista rileva che l'incidenza del fenomeno diminuisce statisticamente con l'aumentare della gestazione: da 1 su 475 casi a 20 settimane a 1 su 2500 a termine: il più delle volte, perciò, la condizione è transitoria. La dottoressa aggiunge che, grazie a un adeguato supporto specialistico, la situazione si affronta e si supera: "La gravidanza è un momento psichico particolare, uno stato di suscettibilità detto di trasparenza psichica, in cui elementi dell'inconscio arrivano alla coscienza provocando difficoltà, angosce, dubbi. I corsi di preparazione al parto sono utili, in quanto il rilassamento e l'Hypnobirthing, la donna può essere aiutata e guidata a entrare in contatto con il proprio corpo e le sensazioni associate." In ogni caso, negli stati d'animo più complessi, come suggerisce la psicologa, è utile rivolgersi a uno specialista che supporti la donna in questa fase delicata. "Il sostegno psicologico che la donna può ricevere, dal proprio compagno, dalla famiglia e da un professionista quando necessario possono aiutare il superamento di stati di questa natura. Diventa importante, quando si lavora con le donne in gravidanza, avere una buona anamnesi, rispetto al fatto che la gravidanza sia stata desiderata o meno,

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l’esperienza di gravidanze precedenti, le paure relative al dolore del travaglio o quella di generare un figlio con malformazioni. L’importanza di queste informazioni è legata al fatto che questi pensieri si trasformano in angosce e si possono ripercuotere sul feto." Problematizzando l'angoscia genetica, la giornalista puntualizza che allorché la donna scopre d'esser incinta, si ha un percorso di crescita emotivo che va di pari passo con il cambiamento fisico: il corpo si prepara ad accogliere il nascituro e portare avanti la gravidanza con tutte le risorse necessarie. Ci sono delle mamme che vivono questo momento con serenità e con piacere, altre invece hanno difficoltà ad abituarsi ai cambiamenti, come spiegato dalla psicologa: "Accanto all'elaborazione del sé psichico, durante la gravidanza, anche il corpo e l'immagine del corpo subiscono modificazioni. La donna cambia forma, peso e rapporto con il proprio corpo e con l'ambiente circostante. La pancia contraddistingue il proprio esser gravida ed è l'espressione socialmente evidente di quanto le sta succedendo dentro. Non tutte le donne accettano questo cambiamento corporeo con il sorriso. Ci sono donne che si vedono brutte con la pancia, non riconoscono la propria femminilità, non accettano il proprio corpo, non sentono di averne più il controllo. Questa non accettazione può nel tempo diventare una paura trasferita sul feto, conosciuta anche col nome di angoscia genetica, ricollegabile al senso di inadeguatezza e insicurezza verso la propria capacità generatrice. L'aggettivo brutto non si associa più alla pancia ma al feto. Tali angosce comportano un impatto a livello ormonale e quindi un cambiamento di umore. Diventa importante che ci sia una struttura solida emotivamente della donna per poter supportare la separazione durante il parto ed evitare l'insorgenza di possibili disturbi psichici anche di rilievo, come le psicosi puerperali." Termina infine Giuseppina Dente col dire che sono più a rischio le donne che hanno vissuto un difficile rapporto con la madre, che hanno subito perdite prenatali, che hanno bassa autostima, disturbi dell'umore, scarso supporto familiare e sociale. Di certo c'è che talune donne rifiutano la maternità. Ciò stante, sorge spontanea la domanda se questa sia davvero l'essenziale per la donna. Secondo Nietzsche, in Così parlò Zaratustra {1a parte, 1883; 2a e 3a, 1884; 4a, 1885}, "Tutto nella donna è mistero, e tutto nella donna ha una soluzione: la quale si chiama gravidanza. L'uomo per la donna è un mezzo: il fine è sempre il figlio." [p. 115] Il duo Lambroso-Ferrero, ne La donna delinquente (1903), affermano essere la maternità "la funzione caratteristica della femmina e della donna, da cui deriva quasi tutta la sua variabilità organica e psichica: ed è una funzione eminentemente altruistica." [p. 106]. Il che va connesso "con il maggior volume, numero e complicazione degli organi sessuali primari e secondari in confronto ai maschi (mammelle, ovaia, utero, vagina, ecc.), e con l'altro fatto notorio e proverbiale che l'amore è la cosa più importante della vita femminile. <<L'amore, scrisse Madame de Staël, che è solo un episodio nella vita dell'uomo, è tutto nella vita della donna>>. {L'amour est l'histoire de la vie des femmes, c'est une épisode dans celle des hommes. Chapitre IV. De l'amour, pp. 169-170. De l'influence des passions sur ...} Ognuno può osservare che la grande preoccupazione di tutte le ragazze è l'uomo, il fidanzato, le nozze. Come si concilia questa contraddizione? Si concilia osservando che in lei prepondera sul bisogno individuale il bisogno della specie, della maternità, che solo spinge la donna verso l'uomo; l'amore femminile è una funzione subordinata della maternità. Se gli organi di sesso sono nella donna più complicati e numerosi (vulva, utero, ovaia, ecc.), in gran parte però essi non sono tanto genitali quanto maternali, e tanto più lo sono gli organi sessuali secondari, le mammelle, i fianchi, il cuscinetto delle Ottentotte {Vd. Steatopigia}, ecc.; tutti questi apparati, a differenza dei maschili, servono non all'accoppiamento, ma

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alla nutrizione e sviluppo del nuovo essere. E le mammelle, i fianchi, ecc., sono solo per l'uomo più raffinato nel tatto e nell'occhio apparecchi erotici perché lo eccitano indirettamente al coito; ma in sè non hanno tale funzione, come si vede percorrendo la scala zoologica; ed anche nei nostri selvaggi (Cafre, Ottentotte, Australiane, ecc.) in cui le mammelle, ridotte così spesso ad una flaccida e lunga borsa che si ripiega sulle spalle, se giovano al bambino, non eccitano certo l'amante. Anche psichicamente, il bisogno della specie, l'amor di madre si innesta e prevale sul bisogno del sesso." [pp. 124-125] I due autori menzionano altri casi in cui "non solo gli affetti materni, ma anche, per così dire, la sensibilità materna prevale sugli affetti e la sensibilità sessuale", e precisano che "organicamente, la donna è madre, più che amante dell'uomo. Se però talora essa è molto affezionata e devota al marito, è per altre cause indirette, più che per una simpatia sessuale. La donna cerca l'uomo, oltre che per il bisogno materno, per il bisogno di appoggio: <<È, scrivono i De Goncourt, nell'istinto del suo sesso di appoggiarsi a un più forte; per questo è felice quando è posseduta da un uomo; e per quella dolcezza di affetto che è propria alla donna, gli è grata come a un benefattore>>." [p. 126] Concludiamo, citando previamente G. Sand per la quale "L'amore è una schiavitù volontaria, alla quale la donna aspira per natura" [p. 129], con la sintesi degli autori che "l'amore femminile non è in fondo che un aspetto secondario della maternità; e tutti quei sentimenti d'affetto che legano la donna all'uomo non nascono dall'impulso sessuale, ma sono istinti di soggezione e di devozione acquistati per adattamento." [p. 132] Vigeva all'epoca l'equazione: donna = maternità. E come ben rileva Silvia Contarini, in Pensare la donna oltre la madre, neppure le femministe contestavano il ruolo materno. Infatti, la Contessa Gabriella Spalletti Rasponi, inaugurando <<nel nome di S. M. la Regina>> il primo congresso delle donne italiane a Roma (23-30 aprile 1908), illustra le motivazioni della iniziativa, e rassicura il pubblico in merito alla fedeltà della donna ai propri doveri tradizionali: "Il nostro femminismo non suona lotta, come molti credono [...]. Se rivendichiamo per la donna alcuni diritti, è perché la crediamo pronta a sostenere i nuovi doveri che la moderna civiltà le impone, senza che per questo debba dimenticare quelli che furono e saranno sempre il titolo più bello della sua gloria: la maternità e l'educazione dell'uomo! [...] La donna resterà sempre donna, e non ha certo la stolta quanto grottesca aspirazione di prendere il posto dell'uomo [...]. Da noi dipende il rendere simpatico il nostro lavoro e provare che non è un pericolo, ma un vantaggio per l'intera società." [pp. 20-21] Altre congressiste reclamavano a gran voce, e insistentemente, la coscienza morale e sociale delle donne al servizio del benessere familiare: "Oggi, nella complessa compagine della società, non solo nella famiglia, la donna è una necessaria energia vitale che può valere una potente, benefica efficacia quando rimanga nell'ordine e nell'armonia che i fatti stessi suggeriscono e impongono. [...] Or bene, nella società, ella deve operare come nella famiglia, non solo con amore, ma con discernimento. È necessario quindi ch'ella si renda conto della propria missione e dei propri doveri; è necessario che in lei si sviluppi quella che è stata detta, con felice espressione, la coscienza sociale. La donna ha falsato il concetto della sua missione, trascurando di coltivare il cuore e l'elevazione morale, paga di proclamarsi eguale all'uomo [...]. È [...] indispensabile dare ogni cura all'educazione femminile, perché dalla donna - come madre e come educatrice dipendono la coscienza e la moralità di un popolo, il quale <<si degrada e si leva come si degrada e si eleva la donna>>. La visione esatta della missione della donna, l'amore per

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l'infanzia eccitato dalla capacità di comprenderne i bisogni, di conoscerne le attitudini fisiologiche e psichiche [...], aiuteranno a raggiungere la meta." Gli stessi giorni congressuali, ecco levarsi in alto la voce critica di Emma Rosa Maggioni avverso quelle donne, a suo dire, infelici che avevano deciso di rinunciare alle gioie della famiglia in nome di un mal inteso femminismo: [...] <<il compito della donna è di essere consolatrice dell'uomo, e confortarlo e sorreggerlo>>! Il risveglio della coscienza dei nostri diritti non ci deve far dimenticare che la donna vera è quella che sa incarnare la pace della famiglia, poiché l'uomo [...], il solo che la possa rendere felice, la vuole sua e nella sua casa, [...] pur che la sua compagna gli sia dispensatrice serena del bello e del buono. Non potendo ammettere che in questa rivendicazione dei propri diritti la donna rinuncia spontaneamente al posto che è suo, di consigliera intelligente e vigile presso il marito, il padre, l'uomo che l'amante, presso tutta la gioventù [...], bisogna credere che [...] questo esercito sia formato da quelle donne ch'ebbero dalla sorte il divieto reciso delle gioie dell'amore e della famiglia, o per lo meno l'incapacità di sentirne tutto il valore. [...] Io nego il voto alla donna per amore della donna. Io sento profondamente che la vera vittoria del femminismo si avrà, non già quando saremo riuscite [...] a ficcare un piede nel campo maschile, ma il giorno in cui trionferemo nel nostro [...]. Ora invece, con questa smania d'entrare nel campo maschile [...] diamo a credere agli uomini che nel nostro campo non si abbia abbastanza da fare [...] In quanto ai bambini... Eh! [...] Saranno un piccolo passatempo, un incidente della vita della donna... Quando ci saranno! ... Perchè, per troppa dispersione di forze, la donna non sarà più produttiva; e poi, nei giorni delle elezioni parecchi piccini si bruceranno, giocando accanto al focolare deserto, altri precipiteranno dalle finestre, dove saranno andati ad aspettare indifferentemente l'uno o l'altro dei genitori... e così, a poco a poco, questa che peserà come un'ingiustizia sulla bilancia femminile, ... sarà eliminata. [pp. 119-120] Che dire del quadro apocalittico disegnato dalla Sig.ra Emma Rosa Maggioni? Mi fa cadere le braccia! Parlare poi dei bambini che precipitano dalle finestre, è davvero disgustoso. Salvatore Morelli scriveva che le femmine degli animali generano: la pecora, la gatta, la cagna ecc. E in tale virtù, forza e potenza generativa, la madre dell'uomo non è dissimile da quelle. La madre dell'uomo però, lungi dall'essere solo di natura animale, è altresì di natura culturale, e, per essere madre-culturale, si deve, intenzionalmente e sistematicamente, educare e formare, affinché diventi in coscienza una madre per scelta, libera e responsabile. Smaternità come dissociazione: gravidanza ≠ maternità. Nel sito Web, www.ilquotidianoitaliano.com, del 4/06/2022, Giuliana Vendola pubblica un articolo di attualità: L'utero è mio e lo gestisco io. Viene richiesto il significato filosofico di tale affermazione a due bioeticisti, Maurizio Mori e Alessio Musi. https://www.ilquotidianoitaliano.com/2022/06/04/lutero-e-mio-e-lo-gestisco-io-cosa-significa-dal-punto-divista-filosofico/

Ho già detto e ripetuto che la libertà è l'esercizio di un diritto. E questo è tale se legittimamente promulgato dagli organi competenti. Ora, di per sé l'affermazione riguardo all'utero è im-morale, in-accettabile secondo la morale corrente. Tuttavia, qualora si pervenga, dopo ampia e approfondita discussione sul tema, a una condivisione maggioritaria, socio-politica, allora un'affermazione di tal fatta diventa eo ipso del tutto morale. La mia tesi è che la morale, e la moralità, è una costruzione intellettuale, una entità culturale non estrastorica, ma figlia del tempo, e segue lo stesso processo logico-razionale della

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scienza, laddove una teoria, una legge, una concezione vale unicamente se intersoggettivamente condivisa, e fino a prova contraria. In breve, quando la maggioranza socio-politica ne sancisce la validità giuridica, l'affermazione de quo si configura come un diritto, per l'appunto, esercitabile. Tra l'altro, detta affermazione è intrinsecamente fallace, perché l'io, il mio, non sono absoluti, ma sono pertinenti a una persona, nominata-cognominata-agnominata, che di per sé, per nascita ed esistenza, dipende dal contesto familiare-sociale in cui è, e deve sottostare alle leggi e alle consuetudini che lo regolano. Ritornando al tema dell'utero. In linea di principio, cioè astrattamente, non ci vedo nulla di a-normale, perché se l'uomo, per così dire, vende senza difficoltà alcuna - d'ordine personale, morale, religioso, sociale - la sua intelligenza, la sua competenza professionale, la sua forza lavoro, al cosiddetto datore di lavoro, perchè dovrebbe essere vietato alla donna di offrire la propria capacità procreativa, e quindi il proprio utero, a una coppia di sposi che ne sono impossibilitati? Devo incidentalmente confessare al benevole lettore che io stesso mi sento rimordere la coscienza per aver posto sullo stesso piano della similitudine, p.e., il progetto edilizio di un ingegnere e la generazione di un bambino. Questa è, in coscienza, incommensurabile, ed è un peccato mortale, logico-morale, l'averla commisurata a un fatto meramente cartaceoprofessionale. A ben vedere, però, è la cultura che legittima ogni cosa e, quindi, la desacralizzazione - ripeto come mera ipotesi teorica - del dare alla luce un bambino. Maurizio Mori evidenzia che la generazione in futuro sarà radicalmente diversa da quella attuale. In effetti è vero, se nel XIX sec., p.e., la donna in età fertile aveva il sacrosanto dovere di di sfornare 10, 15, 20 figli, uno di seguito all'altro, come cosa affatto naturale. Oggi, al massimo, ne sforna due. All'epoca, unitamente a tanti figli, ce ne erano tanti altri abortiti, tanti altri nati morti, e tanti altri ancora abbandonati alla Ruota degli esposti {Vd. i cognomi: Esposito, Diotallevi, Diotaiuti, Proietti, Trovatelli ecc. ecc.}. Diversamente da quelli che credono che la natura faccia meglio della civiltà, il bioeticista pensa al contrario che la cultura faccia meglio della natura. Domanda spontanea: Di che cultura stiamo parlando? Non è figlia della cultura quella madre snaturata che ha lasciato per una settimana la figlia di 16 mesi, sola in casa, per raggiungere il compagno in un altro paese {https://www.fanpage.it/milano/dovera-la-mamma-che-ha-abbandonato-a-casa-la-figlia-di-16-mesi-per-unasettimana-ed-e-morta/}.

O di quei genitori che partono per le vacanze e dimenticano il figlio di 7 anni in strada ? {https://tg24.sky.it/cronaca/2022/07/12/partono-vacanze-dimenticano-figlio-bologna-}

O di quella coppia che lascia la figlioletta, in piena estate, nell'auto al sole per andare a fare un pic-nic? {https://www.fanpage.it/attualita/lasciano-la-figlioletta-nellauto-al-sole-per-andare-a-fare-un-pic-nic-genitoridenunciati/}

Ora se sono da imputare alla natura le catastrofi naturali: terremoti, inondazioni, alluvioni, epidemie, cavallette ecc., sono parimenti da imputare alla cultura: le guerre {ivi compresa la stuprazione della donna}, i genocidi, le armi di distruzione di massa {nucleari, biologiche, radiologiche ecc.}, oltreché la povertà, l'indigenza, e l'avvilimento della donna. La cultura farà meglio della natura solo quando l'umanità spegnerà in sé quella anumanità {a-numanità} che le è connaturale, perversa tanto quanto totalizzante, ed edificherà se stessa nel suo farsi storico all'insegna del rispetto: della vita in tutte le sue forme e valenze, della dignità della persona (sin dal concepimento, e vita natural durante), della sacralità della virtù procreativa della donna, della giusta mercede del lavoro, della meritocrazia ecc. ecc..

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Sia detto per inciso che per me l'essere umano {uomo e donna} non è quell'essere perfetto creato a immagine e somiglianza di Dio; ma solo un anello - meramente accidentale - della catena evolutiva, di per sé non perfetto, né unico. Perciò, ricorrente l'equazione: umanità = anumanità, l'obiettivo da raggiungere è che l'uomo diventi, per educazione e formazione, a immagine e somiglianza di Dio, esercitando sia le virtù teologali: fede, speranza, carità, che le virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Alessio Musio, bioeticista anch'egli, dice che una parte del mondo maschile guarda speranzoso alla realizzazione di un utero artificiale, con la possibilità di avere dei figli senza il tramite del corpo delle donne. E si meraviglia assai del fatto che ancora - tale utero artificiale - non si riesca a costruirlo, nonostante l'esponenziale progresso tecnologico. Vi aggiunge che, più che per un problema tecnico, è per una ragione semplice e al contempo commovente: il corpo della madre e il corpo del bambino nella gravidanza cooperano nella formazione della placenta, e la tecnica questo non riesce ancora a farlo. Mi domando con perplessità: Se oggi c'è la IA {Intelligenza artificiale} che potrebbe, di per sé, avere nei suoi circuiti, la coscienza e anche la sensibilità, perché non credere cosa fattibile realizzare un utero artificiale che sostituisca in tutto e per tutto quello materno? Ma con pari perplessità domando: Ne vale poi la pena? Perché non impiegare invece al meglio la potenza immensa, oltreché numerica, di cui le donne sono per natura dotate? Perché escluderle dal processo procreativo che hanno già attuato con successo per milioni di anni? *§*

RIFLESSIONI PERSONALI. Non c'è scopo alcuno, geneticamente fissato, nella filogenesi dell'essere umano. Si viene al mondo, per così dire, maschio o femmina ecc. ecc.. E l'uomo e la donna, alla nascita, sono quelli che sono: i loro perché sono essenzialmente causali, giammai finali. Sulla Umanità, considerata dal punto di vista della natura, viene a innestarsi la cultura, per cui i nascenti uomo e donna non sono soltanto esseri naturali, ma anche culturali. L'essere culturale non è però ab-soluto, sciolto dai legami con la natura originaria, ma è indissolubilmente e intrinsecamente bino: natura-cultura. I bisogni primari, l'uomo e la donna, ce li hanno e non li possono negligere, li devono soddisfare. Non ci si può, p.e., rifiutare di mangiare o dormire, o di fare sesso. Dal punto di vista della natura, chi nasce deve necessariamente vivere: anzitutto respirare, quindi mangiare e bere. In quanto essere culturale, formato ed educato a ciò, può scegliere di non respirare, non mangiare e bere. E la donna? In quanto natura, solo lei procrea. Se il creare, il fare cioè dal nulla, è prerogativa esclusiva di Dio, il procreare, il mettere al mondo, è prerogativa esclusiva della donna, cui è confidato il misterioso opificio dell'uomo {S. Morelli, La donna e la scienza, 1a Ed., p. 32}. In quanto essere bino, natura-cultura, nell'esercizio della libertà, compie o no la scelta della maternità. La libertà, però, stando a Hegel, non è altro che l'intelligenza delle necessità, e io direi più semplicemente, l'esercizio di un diritto. E questo è quello sancito dalle leggi dello stato in cui si è nati, e vi si vive. Se in condizioni normali, la donna può, senza impedimento alcuno, decidere sua sponte di avere o non avere figli, in condizioni straordinarie il cosiddetto Stato di Diritto può giocoforza imporre alla donna la maternità, quale necessità imprescindibile per la sua esistenza di Stato. Del resto, la donna deve, tra le altre cose, prendere coscienza di sé come cittadina responsabile, e tra i suoi diritti-doveri nei confronti dello Stato è quello di partecipare, in modo attivo e personale, alla perpetuazione della esistenza dello stesso. Extrema ratio sarebbe la norma coercitiva limitativa, per l'appunto, della libertà della donna di non esser madre. 232


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17. - ALTERITÀ = sfemminilità. Con il termine sfemminilità si intende: (a) l'opposto della femminilità, o meglio, il rifiuto volontario di ciò che attiene alla femminilità, da parte ovviamente delle donne, qual segno tangibile di emancipazione. Nello specifico, si tratta dei peli che talune femministe non vogliono togliersi in segno di libertà assoluta, come prova di ribellione contro i preconcetti d'immagine che la società impone alle donne; (b) il nascondimento della propria identità femminile per l'apprendimento e l'esercizio delle scienze. (a) Secondo il proverbio: Donna baffuta, sempre piaciuta, la peluria nelle donne ha in sé una forte capacità attrattiva per gli uomini. https://dettieproverbi.it/proverbi/italia/donna-baffuta-sempre-piaciuta/

Ci sono anche donne con la barba, le quali hanno deciso di farsela crescere, e sui social network ne vanno fiere: non solo quelle che soffrono di irsutismo o di scompensi ormonali, ma tante altre che si fanno gran vanto di questa condizione che le rende uniche al mondo. Sui social compaiono in gran numero donne con la barba, e alcune sono vere icone, p.e., la britannica Harnaam Kaur {Slough-Regno Unito, 29/11/1990. Nota come la modella con la barba, simbolo internazionale della lotta contro il bullismo} e Rose Geil {Donna barbuta che ha smesso di radersi, e con la sua barba batte gli uomini alle gare di barba} https://www.newnotizie.it/2019/08/23/rose-geil-donna-barbuta-lastoria/

E che dire dei peli sul seno? Un orrore per molte donne. Il contrario della femminilità. La pelle liscia e levigata è il sogno di tutte le donne; l'incarnato {il colore roseo della carnagione sana} perfetto però non è per tutte. Se la presenza di peli è un vero dramma, palesandosi sul petto, una tragedia. Peli che compaiono sul seno, luogo per eccellenza della femminilità, assumono dimensioni che vanno al di là della ordinaria preoccupazione. I peli sul seno sono in realtà assai normali per molte donne. Crescono soprattutto intorno all'areola {zona circolare altamente pigmentata} dei capezzoli e a volte anche in altre parti della mammella. In genere son dovuti a squilibri ormonali {pillola anticoncezionale, alterazione del sistema endocrino ecc. ecc.}. https://www.caffeinamagazine.it/salute/peli-sul-seno-mioddio-che-orrore-per-le-donne-che-li-hanno-molte-dipiu-di-quelle-che-pensi-sono-un-dramma-e-rappresentano-il-contrario-della-femminilita-ecco-perche-vengonoe-soprattutto-cosa-puoi-fa/

La giornalista Marzia NICOLINI, specializzata in beauty e wellness, nell'articolo del 5/09/2021, È arrivato il momento di normalizzare i peli sui seno?, scrive che "i peli che crescono sull'area del seno, d'abitudine attorno al capezzolo, sono considerati un tabù. Mai citati, mai mostrati, mai nominati nemmeno nelle pubblicità a tema epilazione: far finta che non esistono è la regola. Eppure, si tratta di un tipo di peluria decisamente comune. Sicuramente nulla di cui vergognarsi, anche se molte donne sosterrebbero il contrario, sentendosi addirittura sbagliate e poco femminili a causa di <<quei>> peli. La questione è stata sollevata in un recente articolo della rivista Allure, che ha sottolineato come a turno i peli pubici, quelli sulle gambe, quelli sotto le ascelle sono entrati nelle pubblicità e sotto i riflettori, in generale diventando un argomento di discussione e libera scelta se rimuoverli oppure no. Cosa che non è accaduta con quelli intorno al capezzolo. Ecco perché oggi vogliamo renderli i protagonisti del nostro pezzo." www.vanityfair.it/beauty/viso-e-corpo/2021/09/05/arrivato-momento-normalizzare-pelisul-seno

Per intanto, si rinviene la definizione di femminilità e di femminezza nel GDLI: Femminilità: sf. Il complesso dei caratteri fisici, fisiologici e psicologici, degli atteggiamenti, delle manifestazioni, dei sentimenti che sono tipici della donna.

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Gioberti, I-IV-486: La femminilità, risiede per contro in una coscienza incoata e confusa, che non erompe in riflessione, e non si estrinseca che sotto la forma istintiva del sentimento; onde la donna si sente debole, bisognosa di appoggio e di aiuto. Pirandello, II-2-512: Si sciupano, si sciupanao queste benedette figliuole! Troppe materie da studiare. Enorme sovraccarico intellettuale. E perdono, perdono il fiore della femminilità, la fragranza: quel certo non so che - che è il loro fascino. Palazzeschi, 4-28: Tutto il lei rivelava lo sforzo di una esistenza coraggiosa e difficile, e una femminilità sepolta come una gioia effimera o un lusso ch'ella non poteva concedersi. Alvaro, 9-45_ Bella, ma aspra, quasi ribelle alla sua femminilità, e con quegli occhi pronti, fuggitivi, che capivano tutto e misuravano tutto. Moravia, I-564: Con i capelli sciolti, lunghi fino quasi alla via, ella stette per un momento ferma, il viso serrato fra due onde affettuose e brune, gli occhi pudicamente rivolti in basso, commovente in questa sua improvvisa femminilità dopo tanta ostentazione di modi maschili. https://www.gdli.it/JPG/GDLI05/00000814.jpg}

FEMMINEZZA: sf. Raro. L'esser donna; carattere, natura della donna. Dante, Conv., I-xii-8: Ogni bontade propria in alcuna cosa, è amabile in quella; sì come ne la maschiezza esser ben barbuto, e nella femminezza essere ben pulita di barba in tutta la faccia. Mamiani, I-X: La maschiezza e la femminezza simboleggiano unicamente la simpatia misteriosa e spirituale di due esseri intelligenti e liberi. https://www.gdli.it/JPG/GDLI05/00000813.jpg

*§* La giornalista e scrittrice Guia SONCINI, nell'articolo, Comunque poco bella | Quelle che si ostinano a imporre l'estetica del pelo sotto le ascelle, del 20/06/2022, dice che "non puoi imporre a nessuno di trovare queste cose attraenti", vale a dire "mettere i denti separati o i rotoli di trippa sborsati dai pantaloni in tutti i servizi di moda." Esemplificando, ella ricorda che 23 anni fa, alla prima londinese di Notting Hill, la 31enne Julia Roberts, al massimo del suo splendore, "aveva i peli sotto le ascelle." E lei, insieme ad alcun'altre giornaliste, esponendo "i costumi delle celebrità e i di essi riflessi sull'universo dei mortali", aveva pensato a una "nuova tendenza", ma le veniva da "ridere: è Julia Roberts, ti pare che i peli suoi possano fare l'effetto dei miei?" Secondo le militanti, "devono cambiare i criteri estetici", i quali hanno per la Nostra una loro logica: un tempo erano di moda le grasse, perché esser grassa significava "avere accesso non contingentato al cibo, e quindi essere ricche: adesso se sei ricca puoi permetterti il tofu {prodotto alimentare ottenuto dai semi di soia gialla} e il pilates {ginnastica (metodo fitness) di tipo rieducativo, preventivo, riabilitativo, focalizzato sul controllo della postura ecc.} e sarai sottile (sorpresissima: i criteri estetici sono criteri di classe)." Quindi ella ripete ciò che le militanti vorrebbero: criteri estetici da abolire, e una nuova estetica nella quale tutte son belle. Al che, replica che "la bellezza esiste se esiste la bruttezza: tutte belle è come nessuna bella, tutte belle significa che <<bella>> non vale più niente, è la svalutazione fuori controllo." A suo dire, le militanti dovrebbero dire: "Ma chi se ne fotte di essere bella, se non sei pagata per esserlo, se non è il tuo mestiere esserlo, se non sei così geneticamente fortunata da esserlo senza sforzo." E invece dicono che "bisogna cambiare i criteri, per includere i peli sotto le ascelle come dettaglio attraente." In ogni caso, rimarca la giornalista, "cambiare i criteri vuol dire modificare la categoria delle escluse: qualunque criterio tu ponga, escluderà qualcuna, magari quella con le ascelle con l'alopecia." E nessuno, al pari di lei, farebbe questa obiezione, perché lei obietterebbe così: "Come la mettiamo col desiderio?"

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Secondo lei "al desiderio non si comanda, e puoi mettere ascelle pelose in tutti i servizi di moda, ma non puoi costringere nessuno a trovare attraenti le ascelle pelose, o i denti separati, o i rotoli di trippa sborsati dai pantaloni." Per quanto concerne Julia Roberts, molti anni dopo la primavera del 1999, a una militante che lodava l'attrice per quel gesto suo femminista, per quell'abbattimento dei canoni, per quell'affermazione identitaria, l'attrice rispondeva d'essersi semplicemente sbagliata a calcolare quanto era sbracciato il vestito, e che alzando il braccio per salutare la folla si sarebbero visti i peli, e infine ha esclamato: "È che sono scema." Ed ecco la conclusione di Guia Soncini: "Siccome era Julia Roberts, il suo essere ridicola e pelosa e raccapricciante non fu tale: era Julia Roberts, poteva permettersi anche i peli sotto le ascelle. Era Julia Roberts, e quindi aveva il desiderio garantito. Giacché nella società degli umani, mutano i tempi e i criteri estetici, ma una costante rimane: essa è iniqua." https://www.linkiesta.it/2022/06/peli-ascelle-julia-roberts/

*§* La Web editor Valeria PAGLIONICO, il 22/04/2022, su STILE TREND di fanpage.it, pubblica l'articolo Delia Duran, peli sotto le ascelle contro gli stereotipi d'immagine. <<È un gesto di libertà assoluta>>. In breve, Delia Duran, modella e attrice di origine venezuelana {n. Merida, 17/04/1988}, ha posato in intimo sui social, rivelando un dettaglio inedito: peli lunghi e scuri sotto le ascelle. Che siano veri o finti, importa poco, sottolinea la Web editor, perché "l’unica cosa certa è che le hanno permesso di lanciare un importante messaggio contro gli stereotipi legati all’immagine." Ma perché mostrare i peli sotto le ascelle? "Ad aver attirato le attenzioni del pubblico - è il commento di Valeria Paglionico - sono stati soprattutto i peli <<comparsi>> sotto le ascelle di Delia Duran (con ogni probabilità applicati appositamente per il servizio fotografico, basti pensare al fatto che in molti nei commenti hanno ricordato che al GF Vip non aveva neppure l'ombra di un pelo sul corpo). Nella didascalia degli scatti ha condiviso un messaggio importante sul tema, le sue parole sono state infatti <<Freedom. Gesto di libertà assoluta, contro i preconcetti d'immagine che ci impone la società>>. .... Si tratterà di una semplice strategia di marketing o di un'insolita svolta femminista?" www.fanpage.it/stile-e-trend/moda/delia-duran-con-le-ascelle-pelose-contro-gli-stereotipi-dimmaginee-un-gesto-di-liberta-assoluta/

*§* Per Veronica TIMPERI, Fashion journalist per il Messaggero e Leggo, nell'articolo Liscia, depilata o al naturale? Lourdes Leon, figlia di Madonna, sfila con le ascelle pelose, come Beyoncé e Lady Gaga, precisa che le dive degli anni '50, e in primis Sofia Loren, non amavano togliere i peli sotto le ascelle, "tendenza rafforzata nel '68 quando il movimento femminista ha elevato il mantenimento della peluria ad atto di ribellione. Un messaggio che oggi riecheggia più forte che mai. La figlia di Madonna, Lourdes Leon, ha sfilato a New York con tanto di ascelle pelose, riprendendo l'esempio della mamma in versione ribelle anni '80. Poi altre star di Hollywood - ... - hanno iniziato una campagna anti-depilazione ribadendo un concetto mai passato di moda: il corpo è mio e lo gestisco io." https://www.leggo.it/social/liscia_depilata_o_al_naturale-4004434.html?refresh_ce

*§* Lauren VALENTI, Senior Beauty Editor at Vogue, il 6/04/2022, pubblica l'articolo: 24 star che dimostrano come i peli sotto le ascelle siano l'ultimo gesto di autostima Julia Roberts, Lisa Bonet, ma anche Paris Jackons, Lourdes Maria Ciccone e Giorgia Soleri: ecco le 24 foto di 24 donne - del passato e del presente - che si sono opposte agli standard di bellezza femminile e hanno celebrato i peli sotto le ascelle. Nel testo, tra l'altro, puntualizza che la naturalezza di un'ascella non depilata diventa una scelta di carattere, e non di trascuratezza.

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E conclusivamente: "Qui, uno sguardo a tutti gli <<armpit moments>>, tra quelli del passato e quelli attuali, che potrebbero ispirarvi ad abbandonare ceretta, rasoio e crema depilatoria, se lo volete. O anche semplicemente ad apprezzare scelte diverse che si allontanano dagli standard di bellezza." https://www.vogue.it/bellezza/article/peli-ascelle-foto-star-che-non-si-depilano *§* Giulia MATTIOLI, giornalista presso il GEDI Gruppo Editoriale, il 1° Aprile 2021, nell'articolo Ascelle non depilate, il post Adidas crea scompiglio, fa presente prima di tutto il suo stupore: "Una foto di ascelle femminili non depilate e, al solito, si scatena il dibattito sociale. Ma questa volta sono in tanti e tante a prendere posizione e celebrare la scelta No Wax di Adidas by Stella McCartney." Quindi aggiunge che nell'attuale processo di normalizzazione di ogni tipo di corpo, di demolizione dei canoni imposti dal mondo patinato, di accettazione e body positivity {movimento socio-politico che mira a sfidare i canoni e i pregiudizi della società sui corpi, considerandoli tutti ugualmente belli/utili/degni nella loro diversità}, i grandi protagonisti sono "i peli delle ascelle, emblema

di emancipazione per una grossa fetta di universo femminile, ma anche considerati oltraggiosi, addirituttra disgustosi, da parte di chi li disapprova". C'è chi li trova orribili e schifosi, e lo dice apertis verbis o tramite le emoticon {faccine o smiley}, e chi invece plaude "alla scelta del brand e della modella di rappresentare un tipo di donna sicura di sé, e non schiava della dittatura estetica che per anni ha imposto al corpo femminile di dover essere perfettamente liscio, identificandosi o quantomeno sostenendo il movimento che porta il tag #nowax." Alla domanda di quando i peli delle donne siano divenuti un problema, G. Mattioli fa rilevare che il depilarsi è solo una delle tante imposizioni che la società ordina alle donne. Praticamente, la depilazione di ascelle e gambe è una imposizione estetica solo a partire dagli anni '20 del 900, quando vennero commercializzate le prime lamette per donna. Da lì, una massiccia campagna di marketing indicava la donna con la pelle liscia come "bella", e quella che non si depilava, "biasimevole". La pubblicità del XX sec. indicava parimenti come desiderabile la donna glabra, e a partire dagli anni '90, le donne sulle riviste patinate si mostravano non solo depilatissime, ma anche "lisce e lucide come se mai peluria si fosse permessa di crescere sul loro corpo." Relativamente all'Adidas, la giornalista ribadisce che il brand ha sovente utilizzato modelle e testimonial non depilate per promuovere i suoi prodotti: "tre anni fa la modella e artista Arvida Bystrom ha urtato la sensibilità di molti mostrando i peli sulle gambe, scatenando il putiferio social e attirando su di sé le ire funeste di molti utenti (incluse minacce)." E oggi il marchio propone come soggetti donne di ogni taglia e colore, con pelli non photoshoppate (o, almeno, non all’inverosimile), imperfezioni visibili. La strategia è chiara: normalizzare tutti i corpi e smettere di patinarli fino a renderli irreali. Puro marketing? Se lo chiedono in molti, e forse in parte lo è, ma di sicuro è un modo efficace di rappresentare una società in piena evoluzione, rivolgendosi soprattutto alla Generazione Z {i nati tra il 1995 e il 2010} {o Post Millennial} che più di ogni altra è avulsa dagli stereotipi e dalle imposizioni." https://www.repubblica.it/moda-ebeauty/2021/04/01/news/ascelle_non_depilate_peli_donna_adidas_stella_mccartney_pubblicita_leila_davis_no_wax-294633793/

La psicologa psicoterapeuta Laura GUAGLIO, nell'articolo Un Viaggio alla scoperta della femminilità, relativamente alla domanda se la femminilità sia una caratteristica innata o si acquisica col tempo, risponde che "esistono tanti elementi che condizionano lo sviluppo della femminilità e la consapevolezza di essere donne: non c'è una regola precisa di causaeffetto". E sottolinea che "la femminilità non è puramente estetica, ma riguarda un insieme di atteggiamenti e di modi di essere nel rapportarsi con gli altri, quali ad esempio la dolcezza, la grazia, la personalità, lo stile, il fascino, la sensualità, l'attenzione e la cura verso l'altro." {Fra parentesi, i sinonimi della voce Femminilità. sf. carattere-indole femminile | dolcezza, delicatezza, tenerezza, grazia, garbo, leggiadria, eleganza | charme, fascino, attrattiva, sex appeal. E i contrari: Mascolinità, Virilità | rudezza, asprezza | bruttezza, disarmonia.

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https://dizionari.repubblica.it/Sinonimi/F/femminilita.html }

E infine la conclusione: "Ci vuole coraggio per mostrare la propria femminilità al mondo, perché questo significa scegliere consapevolmente di essere protagoniste della propria vita." https://www.psicologa-novara.it/la-femminilita.html

Davvero notevole il periodo finale della psicologa, ma noi mettiamo in più che il coraggio de quo non sta tanto nel mostrare al mondo la propria femminilità, quanto piuttosto perseguirla e conseguirla, in modo intenzionale e sistematico, e con coscienza. *§* (b) Sara SESTI, docente di Matematica e ricercatrice in Storia della scienza, componente dell'Associazione Donne e Scienza, nell'articolo Costrette a fingersi uomini nella scienza, pubblicato il 19/03/2018, ci racconta le vicissitudini di tre donne che hanno brillato, in passato, nel campo della medicina e della matematica. AGNODICE (IV secolo a. C.) Fu la prima ginecologa. Di buona famiglia ateniese, si taglió i capelli e si travestì da uomo per studiare medicina con Erofilo, uno dei più rinomati medici dell’epoca, che insegnava ad Alessandria d’Egitto. Il travestimento fu reso necessario dal divieto di studiare medicina imposto alle donne e agli schiavi. Conclusi gli studi, rientrò ad Atene, dove diventò un’ostetrica molto ricercata. Usava mettere le pazienti a loro agio sollevando le vesti per rivelare il proprio sesso. Gelosi del suo successo, i medici la chiamarono davanti all’Areopago e la accusarono di sedurre le pazienti (cosa vietata dal giuramento d’Ippocrate, ora come allora). In tribunale lei sollevò di nuovo le vesti. Secondo la legge ateniese, per aver praticato la medicina sotto mentite spoglie, venne quindi condannata a morte. Nell’udire la notizia, numerose mogli di ateniesi illustri circondarono il tribunale e minacciarono di uccidersi contro l'esecuzione della sentenza. Ottennero non solo che Agnodice continuasse a esercitare, e finalmente in abito femminile, senza doversi più nascondere, ma che la legge venisse cambiata e che le donne nate libere potessero svolgere la professione medica, alla condizione che curassero soltanto altre donne. Così racconta Gaio Giulio Igino nelle "Fabulae", dove afferma che quella era la prima volta che tale privilegio veniva esteso alle donne. Secondo altre fonti, invece, pare che le ginecologhe esercitassero già nel V secolo a.C. , mentre per altri storici Agnodice, cioè “casta e giusta”, sarebbe il soprannome di Fanostrata che una stele funeraria indica come ostetrica (maia) e medico (iatros). SOPHIE GERMAIN (1776-1831) Le donne di scienza sono sparite dai libri di storia non solo per negligenza degli storici, ma anche perché - per essere prese in considerazione - dovevano pubblicare col nome dei mariti o con uno pseudonimo maschile e perciò, spesso le loro opere venivano attribuite ai maestri. Questo fenomeno si attenuó (senza mai sparire del tutto) solo quando le ragazze ebbero accesso alle università (dal 1876) e agli studi superiori. Sophie Germain, figlia di un ricco mercante di seta parigino, fu affascinata dalla matematica fin da bambina, quando a 13 anni lesse della morte di Archimede, troppo intento a cercare la soluzione di un problema geometrico per rispondere ad un gendarme romano che per rabbia lo uccise. Da allora fu colpita dalla magia del mondo dei numeri. Studiava di nascosto di notte, a lume di candela, contro la volontà dei genitori che lo ritenevano un interesse poco femminile. Negli anni, la famiglia fu costretta ad accettare la sua passione per la matematica e la fece seguire da un ottimo istitutore privato. Per accedere a studi superiori, poiché l'École Polythécnique di Parigi era preclusa alle donne, decise di assumere un'identità maschile. Con lo pseudonimo di "Antoine-Auguste Le Blanc" inizió una corrispondenza con il grande matematico Joseph Lagrange. I suoi lavori furono molto apprezzati dal professore che ne volle conoscere l'autore. Non si scandalizzò quando scoprì che era una ragazza, anzi la incoraggiò ad approfondire i suoi studi sulla na

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scente Teoria dei numeri e sul Teorema di Fermat, un rompicapo che ha impegnato per anni centinaia di studiosi. Sophie entrò a pieno titolo nella comunità dei matematici e trovò un altro mentore anche in Carl Gauss. La “Memoria sulle vibrazioni delle piastre elastiche” fu il suo contributo più importante alla Matematica, un lavoro ricco di brillanti intuizioni che gettò le fondamenta della moderna teoria dell'elasticità. Peccato che lo studio passò alla storia col nome di "equazione differenziale di Lagrange", corretto solo recentemente in LagrangeGermain. Quando la studiosa morì, sul certificato di morte non venne riconosciuta come matematica, ma solo come possidente terriera, un'altra cancellazione del suo lavoro e del suo valore. LA MARCHESA EMILIE DU CHATELET (1706-1749) Col suo metro e settantacinque di altezza, si doveva travestire da uomo per raggiungere i suoi amici matematici Mapertuis e Moreau al caffè dove gli scienziati si riunivano per discutere di filosofia. Fu la prima delle "Femmes Savantes", tradusse i “Principia” di Newton in francese contribuendo a divulgare in Francia la “nuova scienza” newtoniana che soppiantò la fisica cartesiana allora in auge. Fu una donna estremamente libera. A dispetto degli obblighi sociali, non si è mai sottomessa ai pregiudizi della sua epoca e ha saputo dar prova di stravaganza. Sposata con figli, ebbe molti amanti, tra cui Voltaire. Morì di parto." http://www.universitadelledonne.it/costrette%20a%20fingersi%20uomini.html

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18. - ALTERITÀ = disfavellazione. Con il termine disfavellazione, coniato con il pref. dis- avente valore sottrattivo e il suf. zione indicante l'azione e l'effetto conseguente, si intende la deprivazione, relativamente alla donna, del diritto di favella. Salvatore Morelli, in La donna e la scienza (1a Ed., 1861), scrive: "La tendenza a voler sempre parlare, e quella curiosità proverbiale, che è proprio del suo sesso ed a cui si è fatta longeva recriminazione come a prerogativa d'inettitudine, la facondia e la curiosità, dico, confirmano la mia opinione, perchè mostrano sino all'evidenza del fatto la grande missione che à la donna di acquistare e trasmettere le conoscenze. Senza la preordinazione alla scienza, di cui la parola non è che la forma, non avrebbe avuto uopo di tanta loquacità, non parlerebbe - senza la preordinazione alla scienza non avrebbe curiosità, ossia, non sentirebbe desiderio di piegar lo spirito a conoscere la ragione delle cose. Quindi rivolta questa naturale inchinevolezza all'intelligibile, quanta dovizia di sapere, e quali rapidi progressi non dovranno derivarne al pensiero, se la maggior parte del tempo, che ora va perduto nella cinigia del focolare, la donna lo impiegherà all'utile scovrimento dei veri, che sono latenti nei rapporti delle cose, e di cui à tant'uopo nel compiere l'atto solenne della generazione?" [pp. 6566]

Lo stesso Morelli, parlando della lingua patria, cita Dante e il verso 130 del Canto XXVI del Paradiso: "Opera naturale è ch'uom favella;..." {In nota: "che l'uomo favelli questa è opera et officio di natura, cioè che s'ha dalla natura; ma a questo modo o a questo altro la natura lascia in libertà d'arbitrio" [p. 594]}

Poiché, come scrisse Cicerone nella De Divinatione (2,58): "Nihil tam absurde dici potest, quod non dicatur ab aliquo philosophorum {Non c'è nulla di così assurdo che non esca dalla bocca di qualche filosofo. Italo Sordi (1992), p. 218}, giova leggere le assurdità concepite in passato sul diritto di favella negato alla donna. Torquato Tasso {(Sorrento, 11/03/1544 - † Roma, 25/04/1595). Poeta, scrittore, drammaturgo e filosofo italiano. Opera più importante, Gerusalemme liberata (1581)} nel Discorso della virtù feminile e donnesca (1583), dedicato a Eleonora d'Austria Gonzaga {(2/11/1534-5/08/1594), figlia di Ferdinando I, Imperatore d'Austria, e moglie di Guglielmo Gonzaga, Duca di Mantova}, espone la sua riflessione sulla virtù della donna, iniziando con la tesi di Tucidide. "Fu famosa sentenza di Tucidide, Serenissima Signora, che quella donna maggior laude meritasse, la cui laude e la cui fama tra le mura della casa privata fosser contenute. La qual sentenza addotta da Plutarco nell'operetta che egli scrisse delle Donne illustri, ivi è da lui rifiutata; e l'uno e l'altro famosissimo scrittore sovra l'autorità di più stimato scrittore può la sua autorità appoggiare, perché a Tucidide Aristotele è favorevole, e Plutarco a Platone. Crede Platone che l'istessa virtù sia quella della donna e quella dell'uomo, e che s'alcuna differenza è in loro, sia introdotta dall'uso e non dalla natura; e ne' libri civili vuol che le donne sian partecipi della republica e degli uffici militari, non meno che gli uomini; e dice che sì come la natura produce ambe le mani atte a tutte le operazioni, e l'usanza introduce poi in loro questa differenza di destro e di sinistro (perciò che quella che s'adopra di continuo par che s'adoperi e s'addestri nelle operazioni, e destra è nominata, ma l'altra che non è operata per incitazione diviene inabile a l'operare); così parimente produce l'uomo e la donna atti a tutti gli uffici civili e militari, ma l'uomo esercitandosi, e la donna standosi in ozio, aviene che l'uno quasi destro, e l'altro quasi sinistro siano nelle operazioni. Il quale esempio trasse egli per avventura dalla dottrina de' Pitagorici, i quali dividono in due ordini i mali e i beni, ponendo nell'ordine de' beni il destro, il maschio e 'l finito; e nell'ordine de' mali il sinistro, la femina e l'infinito. Conchiude nondimeno Platone che sì come quello è perfetto corpo e a tutte l'operazioni attis

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simo, il qual può non men bene la sinistra che la destra operare, così perfetta è quella republica, che non meno delle donne che degli uomini può valersi. Questa fu l'opinione di Platone. Ma Aristotele molto diversamente giudicò, perché egli vuole che il destro e il sinistro sian differenze poste non sol dall'uso ma dalla natura, non sol negli uomini ma nel mondo; che destra è quella parte dalla quale ha principio il movimento; onde, quasi contra natura, si prende per cattivo augurio quando il moto comincia dalla sinistra. ...il manco piede / giovinetto posi io nel costui regno, dice il Petrarca. Ma la parte sinistra è atta alla resistenza e alla sofferenza; e per questo su la spalla sinistra si sogliono i pesi sostenere, e tutta questa diversità procede dalla temperatura del corpo. E avendo la natura prodotto l'uomo e la donna di molto differente temperatura e complessione, si può credere che non siano atti ne' medesimi uffici: ma l'uomo, come più robusto, ad alcuni è disposto, e la donna, come più delicata, ad alcuni altri, onde nel principio della Politica, contra Platone conchiude Aristotele che la virtù dell'uomo e della femina non sian la medesima; perciò che la virtù dell'uomo sarà la fortezza e la liberalità, e la virtù della donna la pudicizia. E come piacque a Gorgia, così il silenzio è virtù della donna, come l'eloquenza dell'uomo. Onde gentilmente disse il Petrarca: In silenzio parole accorte e saggie." [p. 4/9] Tasso menziona Aristotele e Gorgia: ecco i riferimenti testuali dello Stagirita {Stagira 384 o 383 a. C. - † Calcide, 332 a.C.} nella Politica I (A), 13, 1260a 25-31: "S'ingannano quelli che dicono in termini generali che la virtù consiste in una buona disposizione d'animo o in un agire corretto o in altro di simile {Plat. Men. 71-73c}: molto meglio di chi dà siffatte definizioni, dicono coloro che, come Gorgia {Plat. Men. 71e-72}, enumerano le virtù. Per ciò si deve ritenere che, come il poeta ha detto della donna, lo stesso valga per tutti. <<alla donna il silenzio reca grazia>> {Soph. Aj. 293} ma all'uomo no davvero." [p. 499] Renzo Tosi (1992) che dà come traduzione della massima: 1386. A tutte le donne il silenzio porta abbellimento, spiega che il "silenzio è una delle doti che più sono apprezzate nelle donne, sia perché si accompagna a quella riservatezza che deve essere il maggior ideale, sia perché tradizionalmente raro (cf. nn. 1387, 1390)." Aggiunge: "emblematica è una gnome plautina (Rudens, 1114: Tacitast melior mulier semper quam loquens <<è sempre meglio una donna silenziosa che loquace>>, che si ritrova leggermente variata, fra le sentenze medievali (Walther 30956)." [p. 627] [N.B.: Rudens (La gomena), commedia di Tito Maccio PLAUTO] {Nella versione italiana, p. 61/80, "perché la donna è meglio tacita che loquace", La Gomena (1894)}

Lo stesso Tosi, riguardo alle donne ciarliere, riporta 2 adagi latini: - 1387. Quando si trovano insieme Ludmilla, Sibilla e Camilla fanno una confusione di discorsi e da questo e da questa e da quella. E precisa che "si mette così alla berlina la loquacità delle donne e il loro amore per il pettegolezzo, caratteristiche criticate spesso anche in epoca classica (si vedano ad es. Plauto, Trinummus, 800 s., Aulularia, 124 ss., Poenulus, 876 s., Giovenale, 6,438-440, Seneca retore, Controversiae, 2,5,12)." [p. 628] - 1390. Ciò che hai detto a una è come se l'avessi detto a tutte. "La fonte è Tertulliano (De virginibus velandis, 17,3. [...] Ricordo che l'impossibilità da parte delle donne di mantenere i segreti è oggetto di una favola di La Fontaine (8,6)" [p. 629] E infine: - 1388. Mulier taceat in ecclesia. La donna in chiesa taccia. "Questo adagio, tuttora citato per dire che le donne non devono avere voce in capitolo nelle assemblee, nei parlamenti e comunque nelle sedi importanti, deriva da un passo della prima lettera ai Corinzi di San Paolo (14,34; .... <<mulieres in ecclesiis taceant>>), in cui l'apostolo intende proibire ogni intervento delle donne durante la liturgia e prescrive addirittura che, se esse hanno qualcosa da chiedere, lo facciano in casa." [p. 628] A tale proposito, è bene sapere anche il pensiero dell'apologeta cristiano Tertulliano, esposto nel De virginibus velandis.

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Tertulliano {Quindo Settimio Fiorente Tertulliano, Cartagine 155-160 ca. - † Ignoti il luogo e la data di morte, 245 (?) d. C.. Padre della teologia latino-occidentale. Tra le prime opere, l'Apologeticum (197)}, DU VOILE DES VIERGES {Il Velo delle Vergini}.

IX. "Il n'est permis aux femmes, ni de parler dans l'église, ni d'enseigner, ni de baptiser, ni d'offrir le sacrifice, ni de s'arroger aucune des fonctions qui appartiennent à l'homme, à plus forte raison celles qui appartiennent aux prêtres. Ora l'Aiace di Sofocle: - "Donna, reca il tacer pregio alle donne". https://www.filosofico.net/aiacesofocle42.htm - "Donna, star zitta fa perfetta la donna" https://professoressaorru.files.wordpress.com/2010/02/aiace.pdf E la tragedia di Euripede, Gli Eraclidi: "Macarìa, uscendo dal tempio. Ospiti, all'uscir mio taccia d'ardire, / Prego, non apponete. Il so che a donna / È silenzio e modestia il più bel pregio, / E lo starsi tranquilla in chiuse soglie" [p. 358 ==> 373/509] {Nella traduzione di Ettore Romagnoli, si ha: "(Dal tempio esce Macarìa) Macarìa: La taccia di sfrontata a me non date, / ospiti: ciò per prima cosa io chiedo: / ché tacere, e far senno, e rimanere / tranquilla in casa, son per una donna / le primissime doti."}

La donna, quantunque deprivata del diritto di favella, serbava, come nota Morelli, quel genio oratorio che permise alla salentina Elena Dell'Antoglietta di trionfare, in cause difficili, sui più potenti avversari, e acquistare un primato tra le intelligenze giuridiche. Ecco quanto raccolto dal Nostro nel Giornale delle Due Sicilie del 21/06/1816: "<<Nella storia delle donne celebri, tra le quali leggonsi sì frequentemente i nomi di quelle, onde, somma gloria venne all'Italia tutta ed alla patria in particolare, fra le moltissime che si distinsero nelle arti, nelle scienze, e nell'amena letteratura, è difficile incontrarsi in alcuna la quale siasi resa illustre nel foro; difficile carriera sparsa di spine, in modo da allontanarne le anime soverchiamente sensitive della più bella metà del genere umano. Ma sia che la voce del proprio periglio renda coraggiosi i men forti, sia un fenomeno unico forse, era riserbato all'età nostra per ammirare nuovi prodigii del sesso, la Corte di Appello di Napoli è stata in questi giorni spettatrice del valore straordinario della Signora Elena dell'Antoglietta dei marchesi di Fragagnano di Lecce qui venuta a sostenere gravi suoi dritti ereditarii, lungamente impugnati in dispendioso litigio. Questo novello oratore perorò con tanta energia la sua causa, che destò sorpresa negli animi dei giudici non solo, ma di gran numero altresì di colti uditori dalla fama dei suoi pregi raccolti. Gli uomini men parziali non poterono non applaudire alla Donna eloquente, la quale superò l'espettazione pubblica per isceltezza di argomenti, per forza di stile, per felicità di espressioni. Non contento di sua difesa questo gentile (cioè nobile di nascita, d'origine) oratore, riassunse quanto dalla parte contraria era stato distesamente esposto, e con somma maestria trattò tutte le questioni legali proposte e ne trasse le conseguenze più favorevoli ai suoi diritti. Il bel sesso deve saper grado a giovane Donna che tanto l'onora, ed il pubblico rendendo i dovuti omaggi ai di lei talenti, dee incoraggiarla a proseguire nella difficile carriera delle scienze, onde serva da sprone a ogni altra donna, che per mente e cultura sia capace di imitarne il nobile esempio!>>. Nello stesso giornale del 1816, sotto la data del 24 giugno, si trova pure pubblicato quanto segue: <<La perorazione della signora Elena dell'Antoglietta della quale parlammo nel 21 del corrente à avuto il più felice successo: le sessioni riunite della Corte di Appello occupatesi a giudicare dei di lei dritti, li ànno confirmati a voto unanime. Questa causa sarà memorabile nei fasti del nostro foro non solo per il valore della chiarissima Donna, ma per il profondo sapere altresì, per l'ingegnosa difesa, e per le urbane maniere con le quali il signor Michele Tomaia avvocato contrario sostenne le ragioni dei contraddittori. Il signor Vincenzo de Stefano cui era

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affidato il pubblico Ministero spiegò in tale occasione tutta la forza e l'energia del dotto giureconsulto e dell'oratore eloquente>>." [pp. 100-101] Non si può comunque negligere che spesso la donna loquace, e soprattutto dotta, è oltremodo insopportabile quando, facendo sfoggio della propria cultura, ingenera negli astanti una giustificata avversione. Ecco quello che dice Decimo Giunio Giovenale {Aquino, 55 d. C. - † Roma, 135-140 d. C.}, poeta satirico latino nella Satira VI contro le donne, vv. 434-456. Testo latino: http://mizar.unive.it/mqdq/public/testo/testo?codice=IVV%7Csatu%7C006 Illa tamen grauior, quae cum discumbere coepit 435 Laudat Vergilium, periturae ignoscit Elissae, Committit uates et comparat, inde Maronem Atque alia parte in trutina suspendit Homerum. Cedunt grammatici, uincuntur rhetores, omnis Turba tacet, nec causidicus nec praeco loquetur, 440 Altera nec mulier. uerborum tanta cadit uis, Tot pariter pelues ac tintinnabula dicas Pulsari. iam nemo tubas, nemo aera fatiget: Vna laboranti poterit succurrere Lunae. Imponit finem sapiens et rebus honestis; 445 Nam quae docta nimis cupit et facunda uideri Crure tenus medio tunicas succingere debet, Caedere Siluano porcum, quadrante lauari. Non habeat matrona, tibi quae iuncta recumbit, Dicendi genus, aut curuum sermone rotato 450 Torqueat enthymema, nec historias sciat omnes, Sed quaedam ex libris et non intellegat. odi Hanc ego quae repetit uoluitque Palaemonis artem Seruata semper lege et ratione loquendi Ignotosque mihi tenet antiquaria uersus 455 Nec curanda uiris. opicae castiget amicae Verba: soloecismum liceat fecisse marito. Traduzione: https://online.scuola.zanichelli.it/perutelliletteratura/files/2010/09/testi-it_giovenale_t10.pdf 434 Ancora peggio è quella che appena seduta a tavola, 435 loda Virgilio, giustifica Didone morente, paragona tra loro i poeti, mette sulla bilancia da una parte Virgilio e dall'altra Omero65. Si ritirano i filologi, sono sconfitti i retori, la folla tace, neanche un avvocato o un araldo, 440 neanche un'altra donna osa parlare; tanta è la forza delle sue parole che sembra ne vibrino i catini e i campanelli della casa; nessuno scomodi i bronzi e le trombe; lei sola basta a difendere dall'eclissi la luna66. Il saggio mette un limite anche alle cose che fanno onore, 445 ma quella che vuole sembrare dotta ed eloquente, deve rialzare le tuniche a mezza gamba, sacrificare un porco a Silvano, andare a un bagno di poche lire67. Speriamo che la matrona che ti siede accanto

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non abbia un suo stile, non ti scagli addosso un entimema 450 tortuoso, che non conosca tutta la storia, che non capisca tutto quello che legge68. Odio la donna che è sempre a consultare la grammatica di Palemone, che osserva tutte le norme e le regole del linguaggio, che mi cita da filologa versi ignoti, roba indegna 455 dell'attenzione degli uomini: critichi pure l'amica incolta, il marito potrà bene permettersi un solecismo!69 NOTE: 65. Ancora peggio... Omero: ben peggiore è la donna colta (vv. 434-456), che tormenta gli ospiti del banchetto con lo sfoggio della cultura, giustificano il suicidio di Didone e paragonando Omero a Virgilio. 66. nessuno ... la luna: si credeva che il frastuono dei bronzi e il suono delle trombe potesse far cessare l'eclissi della luna. 67. Il saggio ... di poche lire: la donna acculturata deve comportarsi in tutto e per tutto come un uomo, e cioè indossare la tunica corta maschile, sacrificare a Silvano, il dio dei boschi il cui culto riservato agli uomini, e frequentare i bagni popolari, dove l'ingresso costa poco. 68. Speriamo... che legge: l'entimema è un sillogismo in forma abbreviata, usato nelle argomentazioni retoriche. 69. Odio... un solecismo!: la donna colta consulta la grammatica di Remmio Palemone, retore e grammatico dell'età neroniana, maestra di Quintiliano; essa preferisce la poesia arcaica, e corregge gli errori del marito. [pp. 21-22 ==> 10-11/17]

*§* RIFLESSIONI PERSONALI. Riempie di stupore ascoltare - per così dire - la voce dei filosofi che s'impancano a parlare e giudicare, in modo perentorio e inesorabile, dell'essenza ed esistenza della donna: di quel che essa è o non è, di quel che può o non può fare, dire ecc. ecc. E ciò a cagione della natura che ha prodotto l'uomo e la donna diversamente, non atti, cioè idonei, appunto per natura, ai medesimi uffici. Motivo per cui la virtù dell'uomo e della donna non sono la medesima, stando all'ipse dixit aristotelico. Non si addice alla donna la cultura e la favella? Forse perché la natura non lo ha voluto! Allora si facciano i conti in tasca allo stagirita. Dice Aristotele che il vivente è composto di anima e di corpo, e di questi la prima per natura comanda, e l'altro è comandato. Ci si chiede in che modo e con quali mezzi Aristotele abbia visto, sentito, toccato l'anima, o se ne sia in qualche modo accorto. Dico questo perché, io, dell'anima, non ho mai avuto cognizione, né l'ho vista, sentita, toccata, e infine né me ne sono accorto. Di certo Aristotele avrà avuto allora ben altre capacità mentali o poteri straordinari per conoscerla, che a me non sono dati. Ci si chiede altresì in che modo e con quali mezzi l'anima comanda il (o sul) corpo. Il filosofo dice pure che negli esseri viziati o che si trovano in una condizione viziata, spesso si vede che il corpo comanda sull'anima proprio per tale condizione abietta e contro natura. Ma non aveva detto che è la natura che produce, e che l'anima per natura comanda, e il corpo per natura è comandato? Poi precisa che nelle relazioni del maschio verso la femmina, l'uno è per natura superiore, l'altra inferiore; l'uno comanda, l'altra è comandato: ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio in questo modo. Se così è, Aristotele deve rispondere alle obiezioni che gli faccio muovere da S. Morelli: "Se i fatti di sessanta secoli fossero pure infecondi di prove convincenti, basterebbe volgere lo sguardo sulla famiglia, sulla società, su di noi stessi, basterebbe aprire la pagina della vita comune, per determinare in modo assoluto la potentissima influenza della Donna sullo spirito dell'Uomo." [La donna e la scienza (1861), pp. 170-171] "Ella in seimil'anni di assenza morale, non à dovuto che immobilizzarsi nell'inettitudine, o per lo meno le è stato forza camminare a ritroso come il granchio!" [ibidem]

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"Or se con la falsa scienza, con la scienza delle astrattezze e delle utopie inaccessibili anche alla mente dell'Uomo, la Donna si è pure sveglia alla vita del pensiere, come può negarsele la prerogativa intellettuale, come può farsi eco ai falsi giudici del Lamennais, del Cousin, e di tutti coloro che àn conchiuso per la inettitudine del gentile sesso?" [ibidem, pp. 43-44] La cosa più stupefacente è quando a negare alla donna i diritti naturali, nella fattispecie, di favella, sia la religione insieme con i suoi rappresentanti più importanti. Quell'apologeta cristiano, autore del De virginibus velandis, non solo nega alla donna il diritto di parlare in chiesa, ma anche di insegnare, di battezzare, di offrire il sacrificio, ecc. ecc. Mi chiedo su cosa basa queste sue perentorietà. Sicuramente sarà ricorso a san Paolo e alla sua prima lettera ai Corinzi. E san Paolo, a sua volta, su che avrà basato tale pensiero? Pare che, avendolo proferito il santo, sia indiscutibile. E così, all'ipse dixit aristotelico occorre aggiungere il dixit paolino. Cosa vuol dire poi questa spiegazione: che "... le ingiunzioni di Paolo e le raccomandazioni di Pietro, vanno lette in un ambiente in cui le strutture culturali e il peccato, ieri come oggi, hanno alterato il rapporto genesiaco. L'appello all'ordine, al decoro, all'armonia, ci fa pensare al divenire della creazione della terra (Genesi 1): dal caos informe, all'ordine e al molto buono. Dio ama l'ordine, il decoro e l'armonia in chiesa e nella famiglia. Di conseguenza la stima della persona comporta anche il rispetto dei ruoli sia nella famiglia sia nella chiesa, diversamente si ha {a} che fare con l'anarchia. La donna sappia essere donna e onori il marito nel Signore e l'uomo impari ad amare la moglie come Cristo ama la Chiesa, se egli desidera che sia <<sottomessa>> o lo rispetti." https://maran-ata.it/bibbia-e-spiritualita/04-approfondimentiteologici/26-tacciano-le-donne-in-assemblea/

Una obiezione, la devo incidentalmente fare riguardo al caos e informe all'ordine e al molto buono: questo caos, da dove esce fuori, e perché caos? La verità è che la Genesi, data come verità scientifica assoluta, altro non è che una narrazione retorica, come è retorica il personaggio Dio e quanto egli fa. Conclusivamente, il negare alla donna di parlare in chiesa ecc. ecc., è - a parer mio - solo la stupida espressione di un potere clerico-maschile, che per giustificare una assurda clericotirannia, si arrampica sugli specchi. In altre parole, se la Vergine Maria avesse taciuto, Gesù Cristo non sarebbe nato. Se la Madonna era, è e sempre sarà degna d'aver dato alla luce il Figlio di Dio, perché le donne non son degne di accedere all'ordine sacerdotale? Se non si vuole che siano sacerdoti, almeno si costituisca, seduta stante, un sacerdozio femminile d'ordine infinitamente superiore per onorare e glorificare la Donna Madre di Dio? Questo non succederà mai, perché vorrebbe dire togliere tanti, e tantissimi posti di lavoro ai sacerdoti maschi, escludendo ovviamente le vere vocazioni. Si dice che Gesù - onnisciente e onnipotente - abbia scelto solo uomini per costituire i 12 Apostoli; ma tra questi scelse anche chi lo avrebbe tradito, e chi lo avrebbe rinnegato. Non potrebbe aver commesso un'omissione, non includendo donne tra i 12? Praticamente, la religione è una costruzione intellettuale, edificata in un determinato contesto storico-geografico; edificata unicamente sulla credenza e sulla fede, del tutto irrazionale: il voler giustificare, con la parola e con il ragionamento logico, le cose che attengono alla religione, è perciò privo di senso. E chi si ostina ad argomentare la scelta de quo, è davvero in malafede. Il negare quindi l'accesso delle donne all'ordine sacerdotale è solo l'esito di una scelta terrena, e in quanto tale emendabile conformemente ai costumi del tempo.

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19. - ALTERITÀ = individuo del genere umano. La donna: non inferiore e, se non superiore, almeno uguale; il fine, la parte più perfetta dell'umanità. Annetta VADORI [(Venezia, 1° settembre 1761 - † Napoli, 20 novembre 1832). Sposò il nobile Mattia Butturini, di Salò, avvocato, poeta e librettista presso il teatro di S. Benedtto, il 1° giugno 1785 a Venezia. Matrimonio di breve durata: la Vadori, l'8 agosto 1786, ne richiese l'annullamento al tribunale ecclesiastico, che le fu concesso con sentenza del 14/03/1787 per <<impotentia respectiva naturalis et insanabilis>>. Esercitò un ruolo attivo nella Società di Pubblica Istruzione, aperta per la prima volta alle donne: organismo finalizzato a diffondere i nuovi principi democratici e a recepire le istanze della popolazione, di cui facevano parte vari letterati, e dove Ugo Foscolo ricopriva la funzione di segretario. L'attività della Vadori è documentata, tra l'altro, dalla traduzione dell'opera di Aubert du Bayet, Rapporto d'una festa civica celebrata in Costantinopoli da' Francesi e Veneziani riuniti per la felice rigenerazione di Venezia (1797), che lei lesse in una seduta dell'assemblea e pubblicata per deliberazione della stessa. Nella suddetta Società, la Vadori compì anche la sua battaglia per i diritti delle donne. Il 24 termidoro {11° mese dell'anno, da luglio ad agosto}, salita alla tribuna per pronunciare il solenne giuramento di fedeltà alla patria (<<vivere libera o morire>>), denunciava il tentativo di <<escludere dall'esercizio dei diritti comuni le donne>>, con un appassionato discorso nel quale evocava le virtù delle donne (offuscate da una rappresentazione unilaterale dei loro vizi), i meriti di tante eroine della storia. L'assemblea l'aveva acclamata, decretando la pubblicazione del suo intervento: Discorso della cittadina Annetta Vadori pronunciato nella Società di Pubblica Istruzione in occasione che fu invitata a pronunciare il giuramento solennt: vivere libera o morira (1797). A tale importante riconoscimento non era però seguita nessuna concreta iniziativa governativa o progetto di riforma, deludendo di fatto le molte aspettative femminili. Da ciò prende l'input La causa delle donne. Discorso agli italiani della cittadina **, pubblicato anonimamente, ma da più parti attribuito alla Vadori. Morì sola e in misera in Napoli. https://www.treccani.it/enciclopedia/anna-vadori_%28DizionarioBiografico%29/]

Annetta VADORI, ne La causa delle Donne (1797), espone agli Italiani, "Cittadini fratelli carissimi", il suo pensiero sulla contraddittorietà delle ragioni dei politici e dei filosofi in ordine alla supposta inferiorità delle donne, e della non coniugabilità delle differenze di genere con i principi di uguaglianza ed equità, volti al superamento di ogni discriminazione di sesso. In altre parole, l'assunto della Verdari è che la donna, o meglio, tutte le donne hanno diritto di esercitare i diritti civili e politici, e di accedere a tutte le cariche pubbliche, elettive e non. [p. 3] CITTADINI FRATELLI CARISSIMI. {1.} È giunto il momento felice della bramata riforma del genere umano; è giunta l'epoca desideratissima della più bella di tutte le mode, ch'è quella della Libertà ed Uguaglianza: ma in mezzo ad una contentezza universale noi abbiamo motivo di piangere e di rammaricarci. Sapientissimi Italiani, che benefici riproducete, dietro le mosse de' valorosi Francesi, i diritti naturali dell'uomo, permetteteci di rappresentarvi le nostre giuste querele. Il vostro eroico progetto di render liberi tutti gli uomini; questo medesimo progetto sì amato, sì commendato da tutti, ci concede la libertà di parlare ed esporre francamente le nostre ragioni. Noi sappiamo che invece di offendervi meriteremo il vostro aggradimento, facendo uso del prezioso dono della libertà, di cui siete voi medesimi i benemeriti sostenitori. [p. 4] 2. È già più d'un anno che noi nel ritiro delle nostre case andiamo considerando i vostri nuovi piani, le vostre nuove costituzioni. Agli uomini affidate la legislazione, agli uomini i governi e le magistrature; agli uomini le ambasciate, le trattazioni, i tribunali, gli eserciti. Dappertutto in somma risuonano gli uomini, e le femine non si sentono mai nominare che per il solo uso matrimoniale, o quasi matrimoniale relativo agli uomini. Dunque voi altri, Signori adottatori del nuovo sistema, non pensate che ai vostri vantaggi, e alla felicità del vostro sesso mascolino; dunque o non tenete le donne per individui del genere umano, o pensate a felicitar di cotesto una sola metà. Qualunque di queste due stravaganze sarebbe troppo indegna del vostro spirito, e leverebbe tutta la gloria alli savissimi vostri progetti. Noi, Fratelli Carissimi, nel complesso del genere umano pretendiamo di non essere inferiori: in conseguenza di questa superiorità, o almeno uguaglianza, pretendiamo di essere considerate al par degli uomini

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in tutti i pubblici interessi dell'universale riforma. Queste sono le nostre due pretensioni, questi i due articoli della nostra causa. Il primo può dirsi preliminare; ed il secondo è un risultato del primo. [p. 5] ARTICOLO PRIMO. Le donne per natura sono eguali, anzi superiori agli uomini. 3. Cittadini, riproduttori gloriosissimi della natural libertà ed eguaglianza, noi non vogliamo tesservi la storia delle nostre lodevolissime imprese. I Libri sacri e profani, greci e latini, antichi e moderni delle nazioni colte e barbare, tutti i libri del mondo sono pieni di glorie feminine in ogni genere, in dottrina letteraria, in prudenza legislatrice, ed in coraggio. Il popolo Ebreo conterà sempre le sue Debore, le sue Gioeli, le sue Giuditte. Le Storie Greche non finiranno mai di parlare delle Teani, delle Diotime, delle Iparche, delle valorose Persiane che umiliarono il gran Ciro. Roma non tacerà in verun tempo le Fabiole, le Marcelle, l'Eustachie; ricorderà sempre con gratitudine le memorande Sabine, e le coraggiose domatrici di Coriolano. Le Anne d'Inghilterra, le Lisabette di Spagna, le Terese di Germania, le Catterine della Russia, saranno sempre avanzi pregevolissimi di quelle Monarchie. L'illustre Nazion Francese non si potrà mai dimenticare delle sua Fayette, delle Satigne, delle Dacier, delle Tranquille; non potrà mai cancellare l'immortali imprese di Madama Eon, che abbiamo veduta a' giorni nostri laureata nella Sorbona, ammessa nel Parlamento, Capitanessa de' Dragoni nell'esercito, Secretaria de' di lei Ambasciatori in Inghilterra ed in Russia, Ministra Plenipotenziaria nella corte di Londra. E questa nostra Italia, [p. 6] questo bel giardino di Europa quante non può vantare donne rinomatissime che ognor fiorirono nel so seno, e le ammirazioni si trassero dietro di tutto il mondo! Costoro non sono che un saggio picciolissimo delle innumerabili glorie feminine, delle quali scriver potrebbesi centinaia di volumi. Noi per altro non vogliamo tediarvi con una storia sì voluminosa, perché non la consideriamo necessaria. Vi giudichiamo eruditi, e perciò crediamo inutile il richiamare alla vostra memoria i successi antichi e moderni, de' quali siete informati. Vi consideriamo filosofi, e perciò vogliamo convincervi colla filosofia e colla ragione, piuttostochè coll'erudizione della storia. 4. Quando fu creato il primo uomo, voi sapete quanto ei da principio fosse infelice in mezzo alle sue maggiori felicità. Non vi è stato uomo di più sana e perfetta complessione; non vi è stato possidente di più copiose e meno invidiate ricchezze; non vi è stato Sovrano di più vasti e sicuri dominj: eppure egli non era nè contento, nè soddisfatto, egli era ancora infelice. Ma qual cosa mancavagli per una perfetta felicità? Gli mancava il suo simile, il suo eguale. Egli aveva tutti gli organi della favella, e non trovava persona con cui potesse ragionar e parlare. Egli sentiva nascersi nell'anima mille pensieri, mille riflessioni, e non trovava un altro uomo a cui poter palesare con interno piacere i prodotti della sua mente; era internamente commosso ed agitato, e non trovava a cui poter comunicare secondo il natural suo desiderio gli affetti del proprio cuore. Egli aveva nella sua macchina una potenza generante e produttrice, e non trovava il modo [p. 7] né forse il sapeva, di porla in esercizio. Egli si sentiva inclinato alla società, e fratellanza, e non trovava un simile con cui potersi unire e fraternizzare. La costituzione intrinseca di questo uomo richiedeva la compagnia d'un'altra creatura ragionevole, la qual fosse nel tempo stesso e differente da lui ed eguale a lui. Gli organi della generazione, ed i naturali affetti che l'accompagnano, richiedevano senza dubbio una creatura differente: ma tutte l'altre passioni ed inclinazioni dirette alla società, richiedevano una creatura eguale. Che fece l'Autor della Natura per soddisfare a tutti questi bisogni? Diede all'uomo per compagna la donna, ed ecco maravigliosamente equilibrata nella donna e nell'uomo la differenza e l'eguaglianza; cioè la differenza de' sessi, e l'eguaglianza delle nature. Eccettuate dunque le potenze produttrici, e tuttociò che con esse ha necessaria relazione, l'uomo e la donna nel rimanente sono per natura egualissimi. Sapientissimi cittadini, potrete voi negare questa naturale eguaglianza? 5. Ma fu conceduta all'uomo la superiorità, ed alla donna fu intimata la soggezione. Noi sentiamo con meraviglia, che ci venga rinfacciata questa disuguaglianza da uomini filosofi, e sostenitori de' diritti naturali. Non sanno forse cotesti uomini milantatori, che la superiori

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tà da loro vantata non fu effetto della natura, ma piuttosto della colpa? Non sanno che siccome all'uomo furono imposte altre pene, che dovevano a lui più rincrescere per la sua maggior cupidigia, ed infingardaggine, che lo inclinano a molta ambizione ed a poca fatica, così alla donna furon dati i castighi dell'infermità e delle doglie, [p. 8] perché dovevan riuscirle più duri per la sua maggior delicatezza, che la rende più sensibile alla soggezione ed al dolore? Non sanno che questa vantata disuguaglianza è tutta teologica e fuori dell'ordine fisico dell'intrinseca natura? Non sanno che la nostra pretesa soggezione non comprende tutte le donne, ma solamente le spose? Non sanno ch'è privata e domestica tra marito e moglie, e non ad altro fine diretta, che al regolamento della famiglia, fuori de' quali limiti non dee giammai uscire per verun titolo? Non sanno che questa superiorità rinchiusa ancora in questa maniera fra le strette mura della casa vuolsi credere necessariamente limitata, anziché non distrugga quella fraternità ed uguaglianza, che fu opera della natura, ed a cui per conseguenza sì le donne che gli uomini hanno tutti nella stessa maniera un egual diritto naturale? Pesate, o filosofi, la nostra e la vostra costituzione intrinseca nella bilancia della filosofia, e vedrete che la nostra soggezione non solo è posteriore alla natura, ma in questo suo vero aspetto non esce mai dai confini matrimoniali, e non ha relazione alcuna cogli affari pubblici della società, che formano tutto l'oggetto delle nostre lagnanze. 6. Internatevi più oltre, o Filosofi sapientissimi, nei secreti della Natura, e spogliatevi dei prgiudizj che finora regnarono sopra la terra; esaminate con occhio imparziale la formazione delle prime creature ragionevoli, e scoprirete con meraviglia vostra, che se vi è qualche disuguaglianza naturale fra gli uomini e le donne, il vantaggio è tutto per noi. Le donne furono create dopo dell'uomo: dunque sono più perfette di lui. Questo argomento che sarà forse per [p. 9] sembrarvi strano, vien dettato a noi dallo stesso ordine fisico della creazione del mondo. Prima furono create le acque e la terra, e dopo di esse gli alberi, e tutti gli altri vegetabili, ed i vegetabili per natura son più perfetti della terra e dell'acqua. Prima esistettero i vegetabili, e dopo di essi tutte le bestie e della terra e del mare e dell'aria; ed è certo che le bestie son più perfette dei vegetabili. Prima ebbero vita tutte le bestie, e dopo di esse l'uomo; e voi ben sapete, o Filosofi ragionevoli, quanto sia l'uomo più perfetto della bestia. Prima finalmente fu creato l'uomo, e poi la donna: inferitene voi, o Logici Italiani, la conseguenza legittima. 7. Sembra, che l'autor della natura volesse darci in quest'ordine di cose due lezioni utilissime di vera filosofia morale: egli di grado in grado andò creando opere più perfette. Dal confuso mescuglio de' primi materiali della grand'opera passò all'ordinata divisione fra le acque e la terra; dal rassodamento della terra passò alla formazione de' vegetabili, dai vegetabili ascese alle bestie, dalle bestie all'uomo, dall'uomo alla Donna: così noi abbiamo sempre aspirato alla più alta perfezione delle nostre cognizioni, e di tutte le operazioni nostre, ed ascendiamo di continuo dalle buone alle migliori. Ecco la prima lezione di morale che risulta dall'ordine della creazione. La natura ha voluto insegnarci in secondo luogo, che dobbiamo in tutti i nostri disegni prima attendere ai mezzi, e poi al fine. L'acqua e la terra nutriscono le piante, e non furono create le piante che dopo la terra e l'acqua. Le piante alimentano la bestia, e la bestia non esistette che dopo le piante. Le bestie tributano all'uomo ed alimento, e servigio in mille [p. 10] maniere, e non ebbe vita l'uomo che dopo la bestia. L'uomo è destinato per difesa, e mantenimento della donna, e la donna non si fece vedere al mondo che dopo l'uomo. Illuminatevi, o Italiani; i rapporti d'infermità, e di perfezione, che vede la vostra filosofia tra la terra e la pianta, e la bestia e l'uomo, tra l'uomo e la donna gli stessi rapporti dovete scoprire. La confessione sarà dura per voi: ma sarà confessione filosofica, sarà gloriosissima per l'umanità che ha il vanto di spogliarsi a' giorni nostri di tutti gli antichi, e mal fondati pregiudizj. 8. Direte, o Cittadini Italiani, che la disuguaglianza delle forze tra l'uomo e la donna è troppo visibile, e palpabile, e che dee necessariamente misurarsi dalla maggior, o minor forza naturale la naturale loro superiorità, od infermità. Permettete, o uomini, che vi diano le donne con franchezza filosofica il meritato titolo di miserabili sofisti. Studiate sulla natura, e arrossi

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te. Il sapientissimo architetto dell'uomo e della donna distribuì con mano sì maestra le nostre, e le vostre forze, che non ne rimanesse offesa l'uguaglianza. Diremo ancora di più: le distribuì con sì sapienti misure, che nel caso che si peccasse contro il giusto equilibrio, comparissero le nostre forze superiori alle vostre. Egli diede a voi altri maschi la forza superiore del corpo, ed a noi altre femine quella dello spirito. La ruvidezza del volto, la robustezza dei nervi, la durezza del cuore, l'ostinazione dell'intelletto, la rusticità delle membra, e per fino della voce, questi sono i corredi della vostra forza corporale. L'avvenenza del volto, la morbidezza delle carni, l'amorevolezza [p. 11] del cuore, l'acutezza dell'ingegno, la delicatezza di tutto il corpo, e per sino della voce, queste sono l'armi della nostra forza spirituale. Voi altri creati dopo le bestie siete meno lontani dalla loro selvatichezza, e noi altre create dopo l'uomo abbiamo più purgata e perfetta l'umanità. Voi altri formati dalla terra siete una composizione di parti dure, e grossolane; noi altre formate dalla carne, siamo un impasto di massa più pura, e più dilicata. Voi altri insomma avete una forza che partecipa più della materia, e noi altre una forza, che partecipa più dello spirito. Parlate, o filosofi, colla lingua della verità: dite sinceramente, quale di queste due forze sia la più perfetta, qual la superiore. Se non darete col labbro la sentenza giusta, contraddirete a voi medesimi vergognosamente. La filosofia dice, ch'è più perfetta la forza dello spirito di quella del corpo. L'esperienza c'insegna, ch'è maggiore il vigore della forza nostra di quello della vostra. L'uomo, e la donna contano sei mille anni di esistenza, e la forza delle femine conta sei mille anni di vittoria sopra la forza dei maschi. Uomini, volgete il guardo per un momento alla serie delle vostre debolezze, e poi se avete tanta temerità, e sfrontatezza, vantate se potete la forza del vostro corpo in confronto alla forza del nostro spirito. X. {(?) recte, 9.} Dunque, Cittadini, il primo articolo della nostra causa è già deciso. La natura umana non fu compita né felice per sino che non fu creata la donna. Siamo differenti per sesso, ma simili, ed uguali per natura. Se vi è tra di noi un qualche genere di disuguaglianza, il vantaggio è tutto nostro. Se l'uomo fu creato prima, [p. 12] fu in ciò considerata la donna come il fine, e la più perfetta parte dell'umanità. Se all'uomo fu conceduta più forza corporale per difesa delle donne, alla donna fu accordata più forza spirituale per freno, e regolamento dell'uomo. Se l'uomo si è avvantaggiato sulla donna per un maggior numero di libri, ed altri prodotti dello spirito, ciò non è un risultato della disuguaglianza della natura, ma bensì della diversità dell'educazione. Le donne letterate, le politiche, le legislatrici, le guerriere poc'anzi accennate non furono inferiori a verun uomo di educazione eguale, anzi furono maggiori. Il pregiudizio di non istruire le femine è nato dalla forza, e dall'insidia degli uomini, che sarebbero con egual istruzione molto inferiori a noi altre in ogni genere a proporzione della minor acutezza del loro ingegno. Le donne insomma sono eguali agli uomini: anzi siamo noi per natura tanto superiori, quanto è superiore la forza dello spirito a quella del corpo. Questo principio filosoficamente innegabile è il fondamento, e la base della pretensione ch'esporremo nell'articolo seguente. ARTICOLO SECONDO. Le donne han diritto di essere a parte di tutti i pubblici interessi della presente riforma d'Italia 10. Carissimi Italiani, noi siamo eguali a voi in tutte le cose che non dipendono da forza materiale; in quelle poi che dipendono da forza spirituale noi siamo superiori. Già ne siete stati [p. 13] convinti, né potete negarlo senza rinunciar alla filosofia. Dunque noi abbiamo un vero diritto di essere a parte di tutti gli affari pubblici dipendenti dallo spirito e dall'intelletto, e questo nostro diritto è naturale, ed intrinsecamente annesso alla natura umana; diritto non inferiore al vostro, anzi tanto maggiore, e più forte, quanto noi per lo spirito siamo più sublimi di voi. Abbiamo dunque diritto di assistere a tutte le vostre adunanze, ed assemblee; abbiamo diritto di concorrere alla formazione delle leggi, alle quali dobbiamo del pari assoggettarci. Abbiamo diritto di sedere nei Tribunali, nei Magistrati, nei Direttorj esecutivi; abbiamo diritto di andare ai Consolati, alle Commissioni, alle Ambasciate; abbiamo diritto di maneggiar le fi

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nanze, di governar le provincie, di regolare gli eserciti; abbiamo diritto di approvare, o riprovare tutti i trattati Nazionali, o di commercio, o di alleanza, o di guerra, o di pace. Questi sono, Fratelli carissimi, i nostri diritti innegabili, e queste le nostre giuste pretese. 11. Direte forse, che gli affari domestici, proprj del sesso feminino, c'impediscono l'esercizio di questi nostri diritti. Questa vanissima scusa è troppo indegna del vostro talento filosofico. Osservate in primo luogo, che non sono proprie della donna tutte quelle occupazioni, che per volgar pregiudizio si chiamano domestiche: il filare, il tessere, il lavorare, il cucinare, e mille altre cose simili, anzi l'educare ancora la picciola famiglia, dopo separata dal latte, queste sono occupazioni generiche non meno proprie d'un padre che d'una madre. Il crederle caratteristiche del nostro sesso è una volgare [p. 14] stoltezza, che fa disonore alla filosofia. Come potrà la vera sapienza comportare, che tanti uomini stolti, ed ignoranti, non capaci della rocca, e del fuso, sieno chiamati a consiglio per affari pubblici della maggior importanza; e tante donne all'incontro dotte, d'acuto ingegno, e di posata prudenza abbiano da tener nascosti i loro sublimi talenti, dai quali grandissimo vantaggio ridonderebbe all'umanità! È ora, che si tolga dal mondo questo perniciosissimo pregiudizio, come ne furono tolti tanti altri. Osservate in secondo luogo che lo stato matrimoniale tiene occupata la donna e l'uomo; la zappa, e la fucina, ed ogni altro impiego di forza tiene occupato sì l'uomo che la donna. Per qual ragione avendo l'uomo, e la donna, ciascun del pari i suoi privati doveri, si crederà di poter negare ad ogni donna l'esercizio d'ogni diritto, e di doverlo accordare ad ogni uomo? Cittadini, non è più il tempo di tali parzialità, e di manifeste ingiustizie. Osservate in ultimo luogo, che ancor quando il matrimonio rendesse la donna meno proporzionata dell'uomo ad alcuni pubblici affari, questa minor proporzione non comprenderebbe tutto il nostro sesso. Le fanciulle e le vedove formano un popolo innumerevole, e più innumerabile ancora vi riuscirà se vi porrete a canto tutte le maritate, che o separate sono da' loro mariti, o disgustate di loro. Perché tante donne, che formano la maggior parte del nostro sesso, dovranno essere private de' loro proprj diritti naturali? 12. In somma noi altre donne, o popoli dell'Italia, siamo individui dell'umanità; siamo una metà del genere umano; siamo uguali per natura al rimanente degli uomini; abbiamo un vero [p. 15] diritto naturale di approvare o riprovare le nuove leggi; abbiamo finalmente tutta la propensione necessaria per l'esercizio di questo nostro diritto. Dunque le nostre pretensioni sono giuste, e fondate sulla legge naturale; dunque l'esclusione che foste per dare in appresso alle donne in tutti i vostri consessi, sarebbe un'esclusione contraria all'equità. Dunque tutti i progetti che da qui innanzi si maneggieranno, tutte le leggi che si pubblicheranno, saranno invalide senza il nostro concorso. Dunque è vostro dovere il chiamar le donne a Consiglio per dare al sistema di libertà ed eguaglianza il conveniente vigore ed autencità. Non dovrete arrossire d'imitare i dottissimi Ateniesi, ed i prudentissimi Spartani, i quali dividevano colle loro donne le pubbliche cure del Governo. Voi, o Italiani, siete filosofi, e perciò non potrete lasciar di fare quello che v'insegna la filosofia e che vi detta la natura. Voi siete gli amanti della Libertà, e non potrete soffrire che rimanga schiava una metà intera del genere umano. Voi siete i difensori dell'eguaglianza, e non potrete far a meno di sostenere la causa di chi è simile a voi, ed eguale vostro. Voi siete politici, e dovete conoscere per necessità, che se il nostro sesso vi è amico, l'esecuzione del gran vostro progetto è sicura; se è contrario a' vostri disegni, questi stessi vostri disegni saranno vani. Voi siete finalmente appassionati e pieghevoli pel nostro sesso, e non potrete fare a meno di non armarvi tutti a difesa delle femine Italiane in una causa sì giusta. Così lo speriamo dalla filosofia, dalla giustizia e dall'amorevolezza vostra. 13. Che se poi non vorrete piegarvi alla ragione [p. 16]; se vorrete far risuonare ad inganno nostro le dolci parole di Libertà ed Eguaglianza, sostenendo nel tempo stesso con incoerenza l'intiera tirannia degli uomini sopra le donne, sappiate in tal caso, che essendo la nostra potenza nota a tutto il mondo, e noto assai a voi medesimi quanto possano i nostri comandi, i nostri sospiri, il nostro contegno, la nostra condiscendenza, siccome insieme con noi distruggereste tutti i nimici dell'uguaglianza, senza di noi non li distruggerete giammai.

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*§* RIFLESSIONI PERSONALI. La bramata riforma del genere umano, per quanto concerne la libertà e l'uguaglianza, per le donne, più che di contentezza, è motivo di pianto e di rammarico, dice la Vadori, che rimprovera i maschi di pensare esclusivamente ai vantaggi e alla felicità del proprio sesso, e non reputare le donne individui del genere umano. La pretesa delle donne - secondo l'autrice - è di non essere inferiori, e, per effetto di questa superiorità o almeno uguaglianza, di essere considerate al pari degli uomini in tutti gli interessi pubblici dell'universale riforma. Viene messa in luce l'evidente contraddizione nella condotta degli uomini, del tutto incapaci di coniugare diversità ed equità, e cioè la differenza sessuale con i principi di giustizia e di uguaglianza. Articola quindi la sua pretesa in due punti: il primo, come preliminare; il secondo, come sua naturale conseguenza. In ordine al primo, ella dice di non voler tessere la storia delle lodevolissime imprese muliebri. E poiché considera gli interlocutori dei filosofi, vuole convincerli con la filosofia e colla ragione, piuttosto che con la erudizione della storia. Ci si chiede, obiettando, come può l'autrice convincere il cosiddetto sesso-forte per mezzo della filosofia e della ragione, senza l'erudizione della storia, se ha tiranneggiato da sempre il sesso debole? Alla forza del tiranno maschio, occorre contrapporre la potenza di fuoco delle armi proprie femminili. Il problema, vero e reale, è come le donne raggiungeranno la necessaria sinergia tra di esse. Il primo uomo, appena creato, l'autrice lo reputa un infelice tra le tante e più grandi felicità: complessione perfetta, ricchezze più copiose e meno invidiabili, sovranità di domini più vasti e sicuri, e tuttavia non contento, non soddisfatto, e ancora infelice. Domanda che sorge spontanea: dove ha letto siffatte infelicità? Nella Genesi, queste valutazioni non ci sono. Saranno forse una femminile congettura? E cosa gli mancava per una perfetta felicità, domanda l'autrice? Gli mancava - risponde lei - il suo simile, il suo eguale; sentiva nascere in sé, nella sua anima, mille pensieri, mille riflessioni ecc. ecc. Congetture femminili, non suffragate dal testo biblico. Tra l'altro, le mille riflessioni che sentiva, non sarebbero potute nascere nella sua anima, vivendo nel giardino dell'Eden, del tutto privo di ostacoli, opposizioni, condicio sine qua non per l'esercizio di un pensiero riflessivo. E coì, qual Deus ex machina, l'Autore della Natura, per soddisfare ai suoi bisogni, gli dà per compagna la donna, equilibrando meravigliosamente nella donna e nell'uomo la differenza e l'uguaglianza. Si obietta all'autrice che l'equilibrazione della differenza e dell'uguaglianza non è un apriori, ma un aposteriori, perchè alla nascita, l'uomo e la donna sono quelli che sono, e l'equilibrazione de quo si persegue e consegue esclusivamente dalla socio-cultura, che deve deliberare in merito. La Nostra precisa infatti che fu concessa all'uomo la superiorità, e alla donna fu intimata la soggezione. Contro gli uomini filosofi, uomini millantatori, e contro la loro tanta decantata superiorità per natura, obietta perentoriamente che questa disuguaglianza è tutta teologica. Invita quindi i sedicenti filosofi a pesare, sulla bilancia della filosofia, la intrinseca costituzione dell'uomo e della donna, e a vedere che la soggezione femminile non solo è posteriore alla natura, ma che non esce mai dai confini matrimoniali, e per di più non ha alcuna relazione con gli affari pubblici della società: l'oggetto delle lagnanze del sesso femminile. Tesi assolutamente condivisibile.

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Secondo l'autrice, se i filosofi si spogliassero dei pregiudizi regnanti sulla terra, ed esaminassero con occhi imparziali il formarsi delle prime creature ragionevoli, scoprirebbero con meraviglia che se c'è disuguaglianza di natura tra uomini e donne, il vantaggio è pro le donne, essendo state create dopo l'uomo, e perciò più perfette di lui. Tesi assolutamente non condivisibile, in quanto contraddittoria: da una parte, l'autrice si serve della Genesi biblica per asserire la superiorità della donna, e dall'altro giudica la disuguaglianza tutta teologica. A mio avviso, lei sbaglia comunque, perché la Bibbia è un testo prettamente retorico, non una fonte certa di verità, né di scienza né di storia né di morale. Una lezione morale, che Verdari trae dall'ordine della creazione, e che la natura ha voluto dare è questa, che nei nostri disegni dobbiamo prima di tutto attendere {cioè considerare o apprestare} ai mezzi e poi al fine. Ecco perché l'uomo viene destinato per la difesa e il mantenimento della donna, e la donna non si fece vedere al mondo che dopo l'uomo. Ma mi chiedo come si possa sostenere questo: non lo sa che quando - per così dire - la Natura ha creato l'uomo, della donna non aveva il minimo pensiero. Legga con più attenzione la Genesi, 2.15 "Dio il Signore prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino dell'Eden perché lo lavorasse e lo custodisse." Quindi, l'uomo, allorché fu creato, non poteva essere destinato a difendere e mantenere la donna, dal momento che non era stata ancora creata, né concepita. L'autrice si cimenta poi in un'impresa difficile, se non impossibile: dimostrare che il sapientissimo architetto dell'uomo e della donna distribuì con maestria le forze femminili e le forze maschili in modo tale da non offendere l'uguaglianza. Inoltre, le distribuì così sapientemente che, nel caso in cui si peccasse contro il giusto equilibrio, comparissero le forze femminile superiori alle maschili. Un'altra tesi verdariana contraddittoria in sé: come può l'Architetto, superlativamente qualificato come sapientissimo, sbagliare nella distribuzione delle forze, e peccare contro il giusto equilibrio delle stesse, e privilegiare le forze delle donne a discapito degli uomini? L'autrice, non paga di ciò, aggiunge che l'uomo e la donna contano sei mila anni di esistenza, e ciò stante, la forza delle donne, essendo superiore, conta sei mila anni di vittoria sopra la forza dei maschi. Due enormi obiezioni: a) servirsi della Bibbia, per la quale l'uomo è stato creato 6.000 anni fa, come testo scientifico, quando avrebbe dovuto convincere gli uomini-antagonisti con la ragione e la filosofia; b) e al contempo dichiarare che la soggezione delle donne - altro che 6.000 anni di vittoria sugli uomini!!! - è tutta teologica. La Verdari persevera nelle sue fallacie: l'uomo, creato prima? Ergo, la donna è il fine, la più perfetta parte dell'umanità. All'uomo fu accordata più forza corporale per difesa delle donne, a queste invece più forza spirituale per freno e regolamento dell'uomo. Ora la contraddizione: dice lei che se l'uomo si è avvantaggiato sulla donna per un maggior numero di libri scritti e di altri prodotti dello spirito, ciò non è dovuto a una disuguaglianza di natura, ma bensì a diversità dell'educazione. Il pregiudizio di non istruire le femmine nasce dalla forza e dall'insidia degli uomini, che sarebbero, con eguale istruzione, molto inferiori alle donne in ogni campo, in proporzione alla maggiore acutezza del loro ingegno. Ma non aveva lei stessa asserito che alla donna fu accordata più forza spirituale per freno e regolamento dell'uomo? L'unica possibile conclusione è questa, che le donne, per 6.000 anni, non hanno messo a frutto questa sedicente superiorità spirituale, e non hanno posto un freno all'insidia degli uomini, e né hanno saputo contrastare la loro forza fisica.

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Nel secondo articolo, l'autrice afferma con solennità che le donne, in tutte le cose non dipendenti dalla forza materiale, sono eguali agli uomini; nelle cose invece dipendenti dalla forza spirituale, sono superiori. Il che non può negarsi - precisa - senza rinunciare alla filosofia. Ciò stante, dichiara che le donne hanno il diritto di prendere parte a tutti gli affari che dipendono dallo spirito e dall'intelletto, diritto questo naturale e intrinsecamente annesso alla natura della donna; diritto maggiore e più forte del diritto maschile, in quanto le donne, appunto, sono per spirito più sublimi degli uomini. Si obietta che le donne devono prendere parte a tutti gli affari che attengono alla vita socio-politica nazionale e internazionale, non in quanto donne dotate di capacità sublimi, ma bensì in quanto membri di una comunità, non dissimilmente dagli uomini. Ed è ovvio che, a parità di educazione e di condizione socio-economica familiare, non tutte le donne sono di per sé superiori a tutti agli uomini, perché occorre valutare l'incidenza delle doti personali, le inclinazioni, l'indole, i talenti: caratteristiche che, come più volte evidenziato, sono gaussianamente distribuiti nella popolazione, sia femminile che maschile. E se una donna è superiore a un uomo, in un qualsivoglia campo specifico, lo è non perché donna, ma perché persona individuale nominata-cognominata-agnominata, come dicevano gli antichi. L'autrice, contro gli uomini asserenti che gli affari domestici, propri del sesso, impediscono alle donne l'esercizio dei diritti de quo, obietta a ragione che semmai il matrimonio rendesse la donna meno atta dell'uomo ad alcuni pubblici affari, tale minorità non varrebbe per tutto il sesso, ma solo per le maritate. Non rientrano nel computo totale, le fanciulle e le vedove che costituiscono un popolo innumerevole, e ancor più innumerevole se si includono le maritate separate o disgustate dei mariti. Nulla da eccepire: parole sacrosante. E parimenti nulla da eccepire in merito alla conclusione configurantesi come ultimatum al sesso forte: persistendo nell'inganno, nell'incoerenza, nella tirannia sulle donne, gli uomini si troveranno giocoforza di fronte alla potenza femminile in assetto di guerra, a tutto il mondo nota. Ma una perplessità è d'obbligo: riusciranno le donne a esprimere questa potenziale forza d'urto tanto decantata, se in 6.000 anni di di storia hanno operato in ordine sparso, ciascuna per sé? Non sarà forse vero che le donne, tra di loro, non sono affatto amiche, ma bensì nemiche?

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20. - ALTERITÀ = femminilità. E. LÉVINAS {Kaunas (Lituania), 12/01/1906 - † Parigi, 25/12/1995. Filosofo e accademico francese di origine ebraico-lituane. Tra i più influenti pensatori del Novecento. Studia alle università di Strasburgo e di Friburgo in Brisgovia e, successivamente, insegna alla Scuola Normale Israelita Orientale di Parigi (assumendone la direzione dal 1946 al 1961), e alle università di Poitiers, di Paris-Nanterre e alla Sorbona, in cui resta come professore emerito sino al 1979. Accanto ai due capolavori della maturità, Totalité et Infini. Essai sur l'extériorité (1961) e Autrement qu'être ou au-delà de l'essence (1974), ricordiamo la pubblicazione delle opere inedite: Carnets de captivité et autres inédits (2009), Parole et silence et autres conférences inédites (2009) e Eros, littérature et philosophie (2013). Il Tempo e l'Altro (Le Temps et l'Autre), apparso la prima volta nel 1948, comprende 4 conferenze tenute dall'autore, l'anno 1946-47, al Collège philosophique fondato da Jean Wahl. Si trascrive del Cap. Quarto: qui il § L'eros [35-36/84], e successivamente il § La fecondità [sx, p. 41-42/84]

Tematizzando l'alterità, Lévinas ci espone una significativa analisi dell'eros e della filiazione, cioè della relazione di filialità. Pone anzitutto l'equazione: alterità = femminilità, e la femminilità = alterità assoluta. Cercando la purezza dell'alterità dell'altro, la coglie nella femminilità, ovvero nella sessualità. In sintesi. Domandandosi quale sia l'alterità che non entra, puramente e semplicemente, nella opposizione di due specie del medesimo genere, Lévinas risponde: la femminilità. E spiega che il contrario, assolutamente contrario, la cui contrarietà non è, in alcun modo, intaccata dal rapporto che può instaurarsi tra essa e il suo correlativo; la contrarietà cioè che permette ai suoi termini di rimanere assolutamente altri, è la femminilità {il femminino, l'eterno femminino, l'essenza immutabile della femminilità}. A suo avviso, il sesso non è una differenza specifica, in quanto si colloca a lato della divisione della logica in generi e specie. La differenza dei sessi non è una contraddizione, in quanto la contraddizione dell'essere e del nulla conduce dall'uno all'altro, e non lascia spazio alla distanza. La differenza dei sessi non è una dualità di due termini complementari, in quanto due termini complementari presuppongono una totalità preesistente. Il dire che la dualità sessuale presuppone la totalità, è porre anticipatamente l'amore come fusione. Il pathos dell'amore sta nella insuperabile dualità degli esseri: è una relazione che sguscia via per sempre, nondimeno è una relazione che non neutralizza ipso facto l'alterità, ma la conserva. In altre parole, l'altro, in quanto altro, non è qui un oggetto che diventa nostro, o che diventa noi: si ritira invece nel suo mistero. Ecco il mistero della femminilità - femminilità: essenzialmente altro - non allude a nessuna nozione romantica della donna, misteriosa, sconosciuta o misconosciuta. Lévinas precisa che se, per sostenere la tesi della eccezionale posizione della femminilità nell'economia generale dell'essere, si richiama ben volentieri ai grandi temi di Goethe, Dante, al culto della Donna nella cavalleria e nella società moderna, non intende negligere le legittime pretese del femminismo. Praticamente, egli vuole dire: a) che questo mistero non va compreso nel senso etereo {celestiale, spirituale} di certa letteratura; b) che, nella materialità più brutale, più spudorata o più prosaica dell'apparizione della femminilità, non vengono eliminati né il mistero, né il suo pudore; c) che la profanazione non è una negazione del mistero, ma una delle relazioni possibili con esso; e) che ciò che gli sta veramente a cuore, in questa concezione della femminilità, non è tanto la inconoscibilità, quanto piuttosto il modo d'essere della femminilità, che consiste nel nascondersi, e questo nascondersi è, per l'appunto, il pudore. In altri termini, l'alterità della femminilità non sta, sic et simpliciter, né nella esteriorità dell'oggetto, né nella opposizione di una volontà. L'altro non è un essere che incontriamo, che ci minaccia o che vuole impadronirsi di noi; e se è refrattario al nostro potere, ciò non vuol dire che che sia una potenza più grande della nostra. È l'alterità che determina tutta la sua potenza. Il suo mistero costituisce la sua alterità. Lévinas scrive che l'alterità d'altri, posta come mistero, a sua volta definito come pudore, non la pone in termini di libertà identica alla sua, e alla prese con la sua: egli non pone cioè un altro esistente di fronte a sé, ma pone l'alterità.

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L'altro, infatti, non si caratterizza all'inizio come libertà, da cui poi sarà dedotta l'alterità: è l'alterità che egli ha in sé come essenza. Ecco perché il Nostro ha cercato questa alterità nella relazione assolutamente originale dell'eros, relazione che è impossibile tradurre in termini di potere. Insomma, sta descrivendo una categoria che non rientra nella opposizione essere - nulla, né nella nozione di esistente. Mentre l'esistente si realizza nel soggettivo e nella coscienza, l'alterità si realizza nella femminilità. Il termine alterità è allo stesso livello della coscienza, ma nel significato opposto. La femminilità non si realizza come essente in una trascendenza diretta verso la luce, ma nel pudore. Qui - spiega il filosofo franco-lituano - il movimento è inverso: la trascendenza della femminilità sta nel ritrarsi altrove, movimento opposto al movimento della coscienza. Ma non è per questo né inconscio né subconscio: non vi è altra possibilità che chiamarlo mistero. Solo mostrando ciò per cui l'eros differisce dal possesso e dal potere, può ammettersi una comunicazione nell'eros. Esso non è né lotta, né una fusione, né una conoscenza. Il suo è un posto eccezionale fra le relazioni. Ed è la relazione con l'alterità, con il mistero, cioè con l'avvenire, con ciò che, all'interno di un mondo, dove tutto è presente, non è mai presente, con ciò che può non essere presente quando tutto è presente. Non con un essere che non è presente, ma con la dimensione stessa dell'alterità. Là dove tutte le possibilità sono impossibili, là dove non si può più potere, il soggetto è ancora soggetto grazie all'eros. L'amore non è una possibilità, non è dovuto alla nostra iniziativa, è senza ragione, ci invade e ci ferisce e tuttavia l'io sopravvive in esso. Il piacere sessuale che non è un piacere come un altro, giacché non è un piacere solitario come il mangiare e bere, conferma - suo avviso - i punti di vista dell'autore sul ruolo e sul posto eccezionale della femminilità, e sulla assenza di ogni sorta di fusione nell'eros.

§ L'eros [35-36/84] Proprio nella vita civile si trovano le tracce di questa relazione con l'altro che

bisogna cercare nella sua forma originaria. Esiste una situazione in cui l'alterità dell'altro appare nella sua purezza? Esiste una situazione in cui l'altro non possieda l'alterità soltanto come il rovescio della sua identità, in cui non obbedisca soltanto alla legge platonica della partecipazione, secondo la quale ogni termine contiene qualcosa dello stesso e proprio per questo anche qualcosa dell'altro? Non ci potrebbe forse essere una situazione in cui l'alterità caratterizzi un essere a titolo positivo, come un'essenza? Di che genere è l'alterità che non entra assolutamente nell'opposizione delle due specie del medesimo genere? Io penso che il contrario assolutamente contrario, la cui contrarietà non è modificata in nulla dalla relazione che si può stabilire fra esso e il suo correlativo, la contrarietà che permette al termine di restare assolutamente altro, è la femminilità. Il sesso non è una differenza specifica qualunque. Esso si situa al di fuori della divisione logica in generi [sx, p. 36-38/84] e in specie. Questa divisione non arriva certamente mai a raggiungere un contenuto empirico. Ma non è questo il senso in cui non permette di render conto della differenza dei sessi. La differenza dei sessi è una struttura formale, che però divide la realtà in un altro senso e condiziona la possibilità stessa di intendere la realtà in termini di molteplicità, contro l'unità dell'essere proclamata da Parmenide. La differenza dei sessi non è neppure una contraddizione. La contraddizione dell'essere e del nulla conduce l'uno all'altro, non lascia posto alla distanza. Il nulla si trasforma in essere, ed è questo che ci ha condotti alla nozione di "il y a". La negazione dell'essere avviene sul piano dell'esistere anonimo dell'essere in generale. La differenza dei sessi non è neppure la dualità di due termini complementari, poiché due termini complementari presuppongono una totalità preesistente. Ora, dire che la dualità sessuale presuppone una totalità significa porre in partenza l'amore in termini di fusione. Il carattere patetico dell'amore consiste nella dualità insuperabile degli esseri. È una relazione con ciò che si sottrae per sempre. La relazione non neutralizza ipso facto l'alterità, ma la conserva. L'aspetto patetico del piacere sessuale sta nel fatto di essere in due. L'altro in quanto altro non è qui un oggetto che diventa nostro o che finisce per identificarsi con noi; esso, al contrario, si ritrae nel suo mistero. Questo mistero della femminilità - della femminilità che è altro per essenza - [dx, p. 36-38/84] non si riferisce neppure a una qualche concezione romantica della donna misteriosa, sconosciuta o incompresa. Se, certamente, per sostenere la tesi del

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la posizione eccezionale della femminilità nell'economia dell'essere, mi riferisco volentieri ai grandi temi di Goethe o di Dante, a Beatrice e all'Ewig Weibliches (eterno femminino), al culto della donna nella cavalleria e nella società moderna (che non si spiega evidentemente con la necessità di dare manforte al sesso debole), se, più precisamente, penso alle pagine mirabilmente ardite di Léon Bloy, nelle sue Lettres à sa Fiancée, non voglio ignorare le pretese legittime del femminismo, che presuppongono tutta l'esperienza acquisita dalla civiltà. Voglio dire semplicemente che questo mistero non deve essere compreso nel senso etereo di certa letteratura; che nella materialità più brutale, più sfacciata o più prosaica dell'apparizione della femminilità, non vengono eliminati né il suo mistero, né il suo pudore. La profanazione non è una negazione del mistero, ma una delle relazioni possibili con esso. Ciò che mi sta a cuore in questa concezione della femminilità, non è soltanto l'inconoscibilità, ma un modo di essere che consiste nel sottrarsi alla luce. La femminilità è nell'esistenza un evento differente da quello della trascendenza spaziale o dell'espressione, che vanno in direzione della luce. È una fuga dinanzi alla luce. Il modo di esistere della femminilità consiste nel nascondersi, e questo fatto di nascondersi è appunto il pudore. Perciò questa alterità [sx, p. 38-39/84] della femminilità non consiste in una pura e semplice esteriorità oggettuale. Non è fatta neppure di un'opposizione di volontà. L'altro non è un essere che incontriamo, che ci minaccia o che vuole impadronirsi di noi. Il fatto è che è refrattario al nostro potere non implica una potenza più grande della nostra. È l'alterità che determina tutta la sua potenza. Il suo mistero costituisce la sua alterità. Precisamente fondamentale: io non pongo altri [autrui] innanzitutto in termini di libertà, caratteristica nella quale è implicito in partenza lo scacco della comunicazione. Poiché con una libertà non può esserci altra relazione se non quella della sottomissione e dell'asservimento. In ambedue i casi una delle due libertà è annientata. La relazione fra padrone e servo può essere colta al livello della lotta, ma allora diventa reciproca. Hegel ha mostrato appunto in che modo il padrone diventa il servo del servo e il servo il padrone del padrone. Ponendo l'alterità d'altri [autrui] in termini di mistero, definito a sua volta dal pudore, non la pongo in termini di libertà identica alla mia e alle prese con la mia, non pongo altro esistente di fronte a me, ma pongo l'alterità. Esattamente come nel caso della morte, non è con un esistente che abbiamo a che fare, ma con l'evento dell'alterità, con l'alienazione. Non è la libertà ciò che caratterizza l'altro in primo luogo, da cui poi verrà dedotta l'alterità; è l'alterità ciò che l'altro ha in sé come essenza. Ed è per questo che abbiamo cercato questa alterità nella relazione assolutamente originale dell'eros, relazione che è [dx, p. 38-39/84] impossibile tradurre in termini di potere e che non bisogna tradurre in quel modo, se non si vuole falsare il senso della situazione. Stiamo descrivendo dunque una categoria che non rientra nell'opposizione essere-nulla, né nella nozione di esistenza. Essa è un evento all'interno dell'esistenza, che è differente rispetto all'ipostasi, per mezzo della quale nasce un esistente. Mentre l'esistente si realizza nel "soggettivo" e nella "coscienza", l'alterità si realizza nella femminilità. Termine di uguale dignità, ma di senso opposto rispetto alla coscienza. La femminilità non si realizza come esistente in una trascendenza diretta verso la luce, ma nel pudore. Il movimento è dunque qui inverso. La trascendenza della femminilità consiste nel ritrarsi altrove, movimento opposto al movimento della coscienza. Ma non è, per questo, inconscio o subconscio, e non vedo altra possibilità se non quella di chiamarlo mistero. Mentre nel porre altri [autrui] in termini di libertà, nel pensarlo in termini di luce, siamo obbligati a confessare lo scacco della comunicazione, noi abbiamo confessato soltanto lo scacco del movimento che tende a impadronirsi di una libertà o a possederla. Solo mostrando ciò per cui l'eros differisce dal possesso e dal potere possiamo ammettere una comunicazione nell'eros. Esso non è né una lotta, né una fusione, né una conoscenza. Bisogna riconoscere il suo posto eccezionale fra le relazioni. È la relazione [sx, p. 39-40/84] con l'alterità, con il mistero, cioè con l'avvenire, con ciò che, all'interno del mondo, dove tutto è presente, non è mai

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presente, con ciò che può non esser presente quando tutto è presente. Non con un essere che non è presente, ma con la dimensione stessa dell'alterità. Là dove tutte le possibilità sono impossibili, là dove non si può più potere, il soggetto è ancora soggetto grazie all'eros. L'amore non è una possibilità, non è dovuto alla nostra iniziativa, è senza ragione, c'invade e ci ferisce e tuttavia l'io sopravvive in esso. Una fenomenologia del piacere sessuale, che potrò appena accennare in questa sede - il piacere sessuale non è un piacere come un altro, poiché non è un piacere solitario come il magiare e il bere -, sembra confermare i nostri punti di vista sul ruolo e sul posto eccezionale della femminilità, e sull'assenza di ogni sorta di fusione nell'eros. La carezza è un modo di essere del soggetto, in cui il soggetto nel contatto con un altro va al di là di questo contatto. Il contatto in quanto sensazione fa parte del mondo della luce. Ma ciò che è accarezzato non è, a rigor di termini, toccato. Non è la dolce morbidezza o il calore della mano data nel contatto ciò che cerca la carezza. Questo cercare della carezza costituisce la sua essenza per il fatto che la carezza non sa che cosa cerca. Questo "non sapere", questa confusione fondamentale è il suo carattere essenziale, è come un gioco con qualcosa che si sottrae, e un gioco assolutamente senza progetto né piano, non con [dx, p. 39-40/84] ciò che può diventare nostro e identificarsi con noi, ma con qualcosa d'altro, sempre altro, sempre inaccessibile, sempre a venire. La carezza è l'attesa di questo avvenire puro, senza contenuto. Essa è fatta di questa fame crescente, di promesse sempre ricche, che dischiudono prospettive nuove nell'inafferrabile. Essa si alimenta di una fame che rinasce all'infinito. Questa intenzionalità del piacere sessuale, intenzionalità unica dell'avvenire in quanto tale, e non attesa di un fatto futuro, è sempre sfuggita all'analisi filosofica. Freud stesso non dice della libido molto più della sua ricerca del piacere, allorché considera il piacere come semplice contenuto, a partire dal quale si comincia l'analisi, ma che non viene analizzato in se stesso. Freud non cerca il significato del piacere così intenso nell'economia generale dell'essere. La nostra tesi, che consiste nell'affermare il piacere sessuale come l'evento stesso dell'avvenire, dell'avvenire puro di qualsiasi contenuto, del mistero stesso dell'avvenire, cerca di rendere conto del suo posto eccezionale. È possibile caratterizzare questo rapporto con l'altro che si realizza per mezzo dell'eros in termini di scacco? Ancora una volta, sì, se si adotta la terminologia delle descrizioni correnti, se si vuole caratterizzare la dimensione erotica con l' "afferrare", il "possedere" o il "conoscere". Non c'è nulla di tutto questo o c'è lo scacco di tutto questo nell'eros. Se si potesse possedere, afferrare e conoscere l'altro, esso non sarebbe l'altro. Possedere, conoscere, afferrare [sx, p. 40-42/84] sono sinonimi di potere. D'altronde, il rapporto con l'altro viene cercato generalmente in termini di fusione. Ho voluto appunto contestare che la relazione con l'altro sia una fusione. La relazione con altri [autrui] è l'assenza dell'altro; non assenza pura e semplice, non l'assenza del puro nulla, ma assenza in un orizzonte di avvenire, un'assenza che è il tempo. Orizzonte dove potrà costituirsi una vita personale in senso all'evento trascendente, ciò che abbiamo chiamato sopra la vittoria della morte, e di cui dobbiamo dire qualcosa per terminare. *§* In sintesi. La fecondità {l'essere fecondo, capacità di procreare}: Relazione di filialità. D.: In che modo l'io potrà diventare altro nei confronti di se stesso? R.: Questo può accadere solo in un modo: attraverso la paternità. La paternità è la relazione con un estraneo che, pur essendo altri, è me; la relazione dell'io con un me stesso, che è tuttavia estraneo a me. Il figlio non è semplicemente opera mia, come un poema o come un oggetto costruito da me: non è neppure mia proprietà. Le categorie del potere e quelle dell'avere sono in grado di designare la relazione con il figlio. Né la nozione di causa, né quella di proprietà permettono di cogliere il fatto della fecondità. Io non ho mio figlio; io sono in qualche modo mio figlio.

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D'altra parte, il figlio non è un evento qualsiasi che mi accade, per esempio, la mia tristezza, la mia sventura o la mia sofferenza. Si tratta di un io, si tratta di una persona. Infine, l'alterità del figlio non è quella di un alter ego. La paternità non è una simpatia grazie alla quale posso mettermi al posto del figlio. È per il mio essere che io sono mio figlio e non per la simpatia. La paternità non è semplicemente un rinnovamento del padre nel figlio e la sua fusione con lui, essa è anche l'esteriorità del padre in rapporto al figlio, un modo di essere pluralistico. La fecondità dell'io deve essere apprezzata nel suo giusto valore ontologico, ciò che non è ancora stata fatto mai fino a ora. Il fatto che è una categoria biologica, non neutralizza per nulla il paradosso del suo significato, anche psicologico. Mi premeva far risaltare che l'alterità non è assolutamente l'esistenza di un'altra libertà a fianco della mia. Su quest'ultima ho un potere, mentre quella mi è assolutamente estranea, senza relazione con me. La coesistenza di diverse libertà è una molteplicità che lascia intatta l'unità di ciascuna; oppure questa molteplicità si riunifica in una volontà generale. La sessualità, la paternità e la morte introducono nell'esistenza una dualità che interessa l'esistere stesso di ciascun soggetto. L'essere stesso si reduplica. La concezione eleatica dell'essere domina la filosofia di Platone, nella quale la molteplicità era subordinata all'uno e in cui il ruolo della femminilità era pensato all'interno delle categorie di passività e di attività, era ridotto alla materia. Platone non ha colto la femminilità nella sua connotazione specificamente erotica. Non ha lasciato, nella sua filosofia dell'amore, alla femminilità una funzione diversa da quella di offrire una immagine dell'Idea, la quale soltanto può essere oggetto d'amore. Il carattere tutto particolare della relazione dell'uno con l'altro passa inosservato, Platone costruisce una Repubblica che deve imitare il mondo delle Idee; fa la filosofia di un mondo della luce, di un mondo senza tempo. A partire da Platone, l'ideale della socialità verrà sempre cercato in un ideale di fusione. Si penserà che nella sua relazione con l'altro, il soggetto tende a identificarsi con lui, dissolvendosi in una rappresentazione collettiva, in un ideale comune. È la collettività che dice noi, che, rivolta verso il sole intelligibile, verso la verità, sente l'altro a fianco a sé, e non di fronte a sé. ... Collettività che si stabilisce necessariamente intorno a un terzo termine che fa da intermediario.

§ La fecondità. [sx, p. 41-42/84] Torniamo alla preoccupazione che ci ha condotti dall'alterità della morte all'alterità della femminilità. Dinanzi a un evento puro, dinanzi a un avvenire puro, che è la morte, dove l'io non può potere nulla, cioè dove non può più essere io, noi cercavamo una situazione in cui gli fosse tuttavia possibile restare io, e abbiamo chiamato vittoria sulla morte questa situazione. Ancora una volta, non si può qualificare questa situazione in termini di potere. In che modo l'io potrà restare io in un tu, senza essere tuttavia l'io che io sono nel mio presente, cioè un io che ritorna fatalmente a sé? In che modo l'io potrà diventare altro nei confronti di se stesso? Questo è possibile in un modo soltanto: con la paternitàLa paternità è la relazione con un estraneo che, pur essendo altri [autrui], è me; la relazione dell'io con un me stesso, che è tuttavia estraneo a me. Il figlio infatti non è semplicemente opera mia, come un poema o come un oggetto da me costruito; non è neppure mia proprietà. Né le categorie del potere, né quelle dell'avere sono in grado di designare la relazione col figlio. Né la nozione di causa, né la nozione di proprietà permettono di cogliere il fatto della fecondità. Io non ho mio figlio; io sono in qualche modo mio figlio. Solo che le parole "io sono" hanno qui un significato differente rispetto al significato [dx, p. 41-42/84] eleatico o platonico. C'è una molteplicità e una trascendenza in questo verbo esistere, una trascendenza che manca persino alle analisi esistenzialistiche più ardite. D'altra parte, il figlio non è un evento qualsiasi che mi accade, come, per esempio, la mia tristezza, la mia sventura o la mia sofferenza. Si tratta di un io, si tratta di una persona. Infine, l'alterità del figlio non è quella di un alter ego. La paternità non è una simpatia grazie alla quale io posso mettermi al posto del figlio. È per il pio essere che io sono mio figlio e non per la simpatia. Il ritorno dell'io a sé che comincia con l'ipostasi non è dunque senza remissione, grazie alla prospettiva di avvenire dischiusa dall'eros. Invece di ottenere questa remissione mediante la dissoluzione impossibile

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dell'ipostasi, la si realizza per mezzo del figlio. Non è dunque secondo la categoria della causa, ma secondo la categoria della paternità che si realizza la libertà e si compie il tempo. La nozione di élan vital di Bergson che unifica nello stesso movimento la creazione artistica e la generazione - ciò che noi chiamiamo la fecondità - non tiene conto della morte, ma soprattutto tende verso un panteismo impersonalistico nel senso che non sottolinea a sufficienza la contrazione e l'isolamento della soggettività, momento ineluttabile della nostra dialettica. La paternità non è semplicemente un rinnovamento del padre nel figlio e la sua fusione con lui, essa è anche l'esteriorità del padre in rapporto al figlio, un modo di esistere pluralistico. La fecondità dell'io deve essere apprezzata nel suo giusto valore [sx, p. 42-43/84] ontologico, ciò che non è ancora stato fatto mai fino a ora. Il fatto che è una categoria biologica non neutralizza per nulla il paradosso del suo significato, anche psicologico. Ho cominciato con la nozione della morte, con la nozione della femminilità, sono approdata a quella del figlio. Non ho seguito un modo di procedere fenomenologico. La continuità del discorso è quella di una dialettica che parte dall'identità dell'ipostasi, dall'asservimento dell'io al sé e va verso la conservazione di questa identità, la conservazione dell'esistente, ma con la preoccupazione di liberare l'io nei confronti di sé. Le situazioni concrete che sono state analizzate rappresentavano la realizzazione di questa dialettica. Molti momenti intermedi sono stati saltati. L'unità di queste situazioni - la morte, la sessualità, la paternità - è apparsa fino a ora soltanto in rapporto alla nozione del potere che queste situazioni escludono. Era questo il mio scopo principale. Mi premeva di far risaltare che l'alterità non è assolutamente l'esistenza di un'altra libertà a fianco della mia. Su quest'ultima ho un potere, mentre quella mi è assolutamente estranea, senza relazione con me. La coesistenza di diverse libertà è una molteplicità che lascia intatta l'unità di ciascuna; oppure questa molteplicità si riunifica in una volontà generale. La sessualità, la paternità e la morte introducono nell'esistenza una dualità che interessa l'esistere stesso di ciascun soggetto. L'esistere stesso si reduplica. La concezione eleatica dell'essere è superata. Il tempo [dx, p. 42-43/84] costituisce non la forma decaduta dell'essere, ma il suo stesso evento. La concezione eleatica dell'essere domina la filosofia di Platone, nella quale la molteplicità era subordinata all'uno e in cui il ruolo della femminilità era pensato all'interno delle categorie di passività e di attività, era ridotto alla materia. Platone non ha colto la femminilità nella sua connotazione specificatamente erotica. Non ha lasciato, nella sua filosofia dell'amore, alla femminilità una funzione diversa da quella di offrire un'immagine dell'Idea, la quale soltanto può essere oggetto d'amore. Il carattere tutto particolare della relazione dell'uno con l'altro passa inosservato, Platone costruisce una Repubblica che deve imitare il mondo delle Idee; fa la filosofia di un mondo della luce, di un mondo senza tempo. A partire da Platone, l'ideale della socialità verrà sempre cercato in un ideale di fusione. Si penserà che nella sua relazione con l'altro, il soggetto tende a identificarsi con lui, dissolvendosi in una rappresentazione collettiva, in un ideale comune. È la collettività che dice "noi", che, rivolta verso il sole intelligibile, verso la verità, sente l'altro a fianco a sé, e non di fronte a sé. Collettività che si stabilisce necessariamente intorno a un terzo termine che fa da intermediario. Il Miteinandersein è pur sempre anch'esso la collettività del "con" ed è intorno alla verità che si rivela nella sua forma autentica. È collettività intorno a qualcosa di comune. Perciò, come in tutte le filosofie della comunione, la socialità di Heidegger si ritrova all'interno del soggetto solo ed è in termini di solitudine che viene condotta l'analisi [sx, 4344/84] del Dasein, nella sua forma autentica. A questa collettività del fianco a fianco, ho tentato di contrapporre la collettività dell' "iotu", non assumendola tuttavia nel senso di Buber, presso il quale la reciprocità è ancora il legame fra due libertà separate, e presso cui il carattere ineluttabile della soggettività isolata è sottovalutato. Ho cercato la trascendenza temporale di un presente verso il mistero dell'avvenire. Essa non è una partecipazione a un terzo termine, sia esso una persona, una verità, un'opera, una professione. È una collettività che non è una comunione. Essa è il faccia a faccia senza intermediario, e ci è fornita nell'eros dove, nella prossimità dell'altro, è integralmente

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mantenuta la distanza, il cui carattere patetico è fatto contemporaneamente di questa prossimità e di questa dualità. Ciò che viene presentato come lo scacco della comunicazione nell'amore costituisce proprio la positività della relazione; questa assenza dell'altro è proprio la sua presenza come altro. Al cosmo, che è il mondo di Platone, si oppone il mondo dello spirito, dove le implicazioni dell'eros non si riducono alla logica del genere, dove l'io si sostituisce allo stesso e altri [autrui} all'altro. *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Levinas scrive che l'altro ha in sé come essenza l'alterità. E questa, ovviamente ogni esistente ce l'ha in sé. Obiezione: se l'essenza di tutti e di ciascuno è l'alterità, allora si ha a che fare con una essenza universalmente presente in ogni esistente, caratterizzato non altrimenti che - essenzialmente cioè - dalla alterità, in ordine alla quale tutti sono uguali. L'alterità levinasiana, risolvendo l'esistente in un non so che di astratto, lo disumanizza; nullifica il principio degli indiscernibili {Legge di Leibniz} e pone sterilmente l'uguaglianza degli esseri umani, i quali hanno, indistintamente e indistinguibilmente, la medesima essenza, che è esattamente l'alterità. Se così è, una alterità di tal fatta non può che convertirsi nel suo contrario, nell'assoluto nulla cioè, e in particolare nell'indistinguibile, ne "la notte nella quale, come si suol dire, tutte le vacche sono nere" {Hegel, Fenomenologia dello Spirito (2008), Prefazione, p. 67} La concezione della femminilità come sessualità, non fa che rendere peggiore la condizione della donna, perché assolutizza una sola dimensione, negligendo di fatto tutte le altre. Secondo me, prima facie, il rapporto uomo - donna non è mediato dal sesso, ma bensì dall'essere persona, dall'essere, la donna, una sostanza individua che appare, come per incanto, speciale agli occhi altrui, dotata in modo esclusivo di un non so che di sublime, che fulmina e pervade. Non già l'aspetto fisico, ma l'alone suggestivo e arcano che la circonda attrae l'uomo, e fortemente gli impressiona il cuore e la mente. E il sesso? Solo a posteriori, allorché le due anime, dopo aver preso coscienza, ciascuno di sé e dell'altro, prendono il volo come la formica regina e i maschi, e si congiungono toccando il cielo con un dito, al massimo della felicità. Nella stupefacente concezione della femminilità, il Nostro dice a chiare lettere che non è tanto l'inconoscibilità, quanto piuttosto il modo d'essere della femminilità che gli sta veramente a cuore. E in che consiste? La risposta è assai semplice: il modo d'essere della femminilità consiste nel nascondersi, e questo nascondersi è il pudore. A questo proposito mi sovviene il passo 2.25 della Genesi "L'uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna", e il 3.7. "Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s'accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture." Sorge spontanea la domanda: perché il pudore biblico e il pudore levinasiano si concentra proprio lì? Il sesso è quello che è, né pudico né impudico, né verecondo né inverecondo. È la cultura che la società costruisce nel suo farsi, che connota il sesso di una valenza peccaminosa. Pervenendo alla formula: Alterità = Femminilità = Mistero = Pudore, non si comprende ancora il nesso della femminilità con il pudore: c'entra forse il peccato originale? Se il soggetto della femminilità è la donna, in carne e ossa, che è anzitutto un essere umano libero, responsabile e cosciente, allora deve essere lei a scegliere, in piena e assoluta autonomia e indipendenza, se realizzarsi moralmente all'insegna del pudore e della verecondia, oppure della spudoratezza e dell'inverecondia. Relativamente al pudore, il femminista ante-litteram Salvatore Morelli, primo deputato del Regno d'Italia a propugnare in Parlamento l'emancipazione della donna, scriveva, 90 anni prima: "La virginità, che è la gemma più cara della pudibonda giovinezza, ella la sagrifica

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per divenir madre, come l'Eterno quando dà nascimento ad un bene cosmico, fa assorbire nei cataclismi le bellezze delle cose create" {S. Morelli, La donna e la scienza, 1a Ed., 1861, pp. 44-45} Meglio di Lévinas quindi Morelli che pone: la verginità = la gemma più preziosa = la maternità. Qui giunti, approfittiamo dell'occasione per riflettere un po' sopra il tema della fecondità, trattato dal filosofo lituano nel paragrafo successivo. D. In che modo l'Io potrà diventare altro nei confronti di se stesso? R. La paternità. Quindi afferma che la paternità è la relazione dell'Io con un me stesso, che è tuttavia estraneo a me. Se prima ci siamo stupiti della concezione levinasiana della femminilità, a fortiori ce ne stupiamo adesso riguardo a quella della fecondità, intesa come paternità. Si osserva, in quanto alla relazione di filialità, che l'alterità più im-mediata {non mediata cioè dalla riflessione}, sostanziale e naturale, non è la paternità, ma bensì la maternità. L'alterità della maternità è speciale, essendo al contempo, secondo la natura della donna, una unità e una dualità. È infatti nel grembo della madre, nell'utero cioè, che il concepito si sviluppa come carne della sua carne, e ossa delle sue ossa. E con la rescissione del cordone ombelicale, la maternità sarà sempre una unità duale, perché è la madre che allatta la sua creatura, la nutre fisicamente e spiritualmente. Nel sacro evento assolutamente naturale, la paternità è presente come mero accidente; e la relazione di filialità, padre-figlio, una mera esteriorità. Lévinas scrive pure che la fecondità dell'io deve essere apprezzata nel suo giusto valore ontologico, e aggiunge che, anche se è una categoria biologica, non neutralizza il paradosso del suo significato anche psicologico. Si obietta che la fecondità, essendo stricto sensu capacità della donna, deve essere apprezzata non solo nel suo giusto valore ontologico, ma anche e più di tutto nel suo valore filogenetico, da intendersi come una necessità imprescindibile, perché legata alla stessa esistenza e sopravvivenza della specie umana. Conclusivamente: - alterità = femminilità = sessualità = mistero = pudore - alterità = fecondità = paternità Questioni spontanee: come fa l'Io a prendere coscienza dell'alterità che ha in sé come essenza? E soprattutto come, e se, coglie quella del prossimo? Quali operazioni compie, a quali capacità o abilità mentali fa ricorso? Quando e perché (causale - finale), e quali i prerequisiti cognitivi e metacognitivi? Per esempio: il cosiddetto uomo della strada, sa o non sa che ha in sé l'alterità come essenza? Per tale apprensione, è rilevante il sesso, l'età, la scolarità? E se sì, in che misura statistica? L'Io, la mattina quando esce di casa, deve fare prima un esame di coscienza per esser certo di non aver smarrito in sogno la sua alterità come essenza? Oppure questa gli si presenta, o gli è sempre presente, alla mente sua sponte? Per chi non è filosofo né accademico, è importante problematizzare questa alterità? A che pro? Camminando per la sua strada, allorché scansa i pedoni che gli ostacolano il passo, qual è la cosa più urgente? Fronteggiare l'ostacolatore che ti si para davanti in tutta la sua bruta materialità, o ripiegarsi su se stesso e riflettere sulla esistenza della propria e dell'altrui alterità?

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Per me, l'alterità levinasiana per significare qualcosa deve opporsi a un'alterità avversa, in una data situazione conflittuale, in un contrasto, in una polemica ecc., dove, ai fini della risoluzione, occorre prendere coscienza di sé, dell'altro da sé e della problematicità situazionale. Domanda che sorge spontanea: se non c'è un chicchessia che ti è fattualmente in opposizione, perché sprecare energie fisiche e mentali per cogliere un'alterità, un'astrattezza cioè, priva di realtà e materialità, atteso che l'Io e l'Altro devono avercela in sé, in interiore homine come la verità agostiniana? Affermo quindi che l'alterità, lungi dall'essere una essenza, è un mero sentire senza avvertire: il cervello, attraverso le reti e le connessioni neuronali, passa al setaccio del neutroindifferente, del positivo-benevolo, del negativo-malevolo, i rapporti interpersonali che possiamo avere con il prossimo che incrociamo. Così un bambino di 3 anni che stringe la mano alla madre camminando sul marciapiede, si accorge fuggevolmente del coetaneo che gli passa accanto in senso contrario, e si volta indietro, con sguardo vigile e attento, per meglio osservarlo. Praticamente, gli altri (p.e., gli adulti), rientranti nella categoria del neutro-indifferente, sono stati cerebralmente messi tra parentesi. Questa funzione, ce l'hanno i bambini come dote naturale, ce l'abbiamo tutti e ce l'hanno pure gli animali, il cui cervello passa, p.e., al setaccio del rischio-pericolo, gli eventuali competitor dello stesso habitat. Lévinas scrive che l'esistente si realizza nel soggettivo e nella coscienza, lasciando intendere che la coscienza sia una entità, un qualcosa di reale, che chi viene al mondo, già ce l'ha. Ripetiamo quanto abbiamo sopra scritto riguardo all'alterità. La coscienza è semplicemente l'avvertire con animo perturbato la opposizione che il non-io fa all'io. E se l'io è all'uopo educato e formato, anche il rifletterci su. Ciò stante, ritengo, altrimenti da Lévinas, che l'alterità e la coscienza siano allo stesso livello, e nel significato uguale. Si fa osservare per inciso che Simone de Beauvoir aveva assiomatizzato che "la catégorie de l'Autre est aussi originelle que la conscience elle-même." {p. 19/318. Le deuxième sexe, I. 1949}

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21. - ALTERITÀ = beltà, qual paradiso in terra. Padre Maestro F. Benedetto FEDELE di San Filippo di Argirò, teologo e predicatore. Battezzato col nome di Francesco, assunse il nome di Benedetto quando entrò nel Terz'Ordine Regolare di San Francesco nel 1607. Nato a San Filippo d'Argirò {odierna Agira, prov. di Enna} il 18/04/1588, conseguì il dottorato in filosofia e teologia a Roma. Noto predicatore, pubblicò moltissime sue prediche. Fu provinciale di Sicilia nel 1629 e commissario generale del 1637. Morì a San Filippo d'Argirò il 3/09/1648. https://www.treccani.it/enciclopedia/fortunatofedele_%28Dizionario-Biografico%29/

Il Rev. Padre Benedetto FEDELE, nel 15° dei suoi Sacri Panegirici de Santi (Venezia, 1640), trattando di San Giuseppe sposo di Maria Vergine, Madre di Dio, al punto n. 4. espone la ragione per la quale Dio diede a Giobbe {42.12-15}*, dopo tanti travagli, 3 figlie tanto belle che il mondo giammai vide come simili. Menziona quindi Mosè che avrebbe detto: "Non sunt iuventae mulieres speciosae, sicut filiae Job in universa terra." E aggiunge che ciò avvenne, stando a Olimpiadoro, affinché Giobbe si ricreasse alla loro vista, e scordasse del tutto i passati travagli. "Ut earum aspectu omnis superioris aerumnae funditus interiret." Infine precisa: "Quasi con la vista delle sue figlie dar l'habbia voluto Dio un paradiso in terra; e pria che lo chiamasse in cielo, bearlo." Praticamente, dice il Padre Fedele, Dio ha inteso beatificare, rendere cioè felice Giobbe, con la bellezza delle sue figlie. [p. 165 ==> 184/755] Lo stesso Rev. Padre, al n. 5: "Se chiedete da un huomo tale, che cosa gli paia sua moglie? sicuramente vi risponderà: ella è la mia felicità, la mia beatitudine, il paradiso; guardando lei, mi rallegro, mi felicito, mi beatifico. E sì come un Angelo beato per non rimaner punto senza bearsi, ove và, ha seco il paradiso, così anche io, ho, ove vado, meco congionto il mio cielo. ... la terrena belleza contanto prevale ne' cori de gli huomini". [p. 166 ==> 185/755] "Havendo San Giuseppe inanzi gli occhi suoi continuamente presente il miracolo dell'humane bellezze più interne, che esterne, più spirituali, che corporali", il teologo ennese mette in evidenza ch'egli trascorreva di certo una vita beata, e cita prima Orazio e poi Seneca. "Costumavano i Latini - insegna Padre Fedele - per ispiegar una bella moglie, nomarla Compedes aureae ceppi d'oro. Onde Oratio. Tenetque grata compede vinctu {In realtà: "Telephum, quem tu petis, occupavit / non tuae sortis iuvenem puella / dives et lasciva tenetque grata / compede vinctum. 21-24 Telefo, che tu brami, giovane non della tua condizione, se l'è preso una ragazza ricca e lasciva ed in ceppi graditi lo tiene avvinto. Orazio, Odi IV, 11 in Carmina Selecta, Pars III}.

Mi persuado questo Proverbio si sia ritrovato per ispiegar la forza della rara bellezza d'una Donna, della quale affettionato l'honesto Sposo per sempre mai goderla, in guisa continuamente seco si trattiene, che par vi sia legato, e posto quasi a ceppi: Aureae compedes. A questi ceppi era legato un certo huomo Romano, di cui dice Seneca, che per non potersi per qualche nuovo accidenti separarsi dalla moglie; mentre usciva da casa la conducea seco, e strettamente se le legava: Exiturus in publicum cum uxoris fascia pectus colligabat; & ne puncto quidem horae praesentia eius carere poterat. Aurae compedes." {Uscendo in pubblico (in istrada cioè), legava a sé il petto della moglie con un laccio, e neppure un attimo poteva privarsi della sua presenza. Ceppi d'oro. L. Anneo Seneca, Filosofo. Tomo Primo contenente Opuscula Moralia, Padova 1702, Ex Typographia Seminarii. P. 22/589}

Ed ecco quanto si legge ne La donna e la scienza (1861) del nostro S. Morelli: "[La donna] ora amante con infuocata aspirazione riflette l'Uomo e lo modifica conforme ai segreti suoi desiderii; sicché come l'automa nei suoi movimenti accenna la velata presenza del giocoliere, così questi tutto assorbito dall'affetto dilei, riverbera negli atti suoi il nascosto fuoco, e sol si bea Nel paradiso della sua bellezza. Egli affronterebbe ogni malanno, sosterrebbe ogni fatica, toccherebbe l'impossibile, l'inescogitabile per raccogliere da quell'anima romita l'alito della benevolenza!" (p. 165)

*12 Il Signore benedì gli ultimi anni di Giobbe più dei primi; ed egli ebbe quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. 13 Ebbe pure sette figli e tre figlie; 14 e chiamò la prima, Colomba; la seconda, Cassia; la terza, Cornustibia. 15 In tutto il paese non c'erano donne così belle come le figlie di Giobbe; e il padre assegnò loro un'eredità tra i loro fratelli." [L Sacra Bibbia, Società Biblica di Ginevra, 2018. p. 542]

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22. - ALTERITÀ = meravigliosa beltà. Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim (Colonia, 14/09/1486 - † Grenoble, 18/02/1535), Alchimista, Astrologo, Esoterista e Filosofo tedesco. Medico personale di Luisa di Savoia, nonché storiografo di Carlo V, ritenuto principe dei maghi neri e degli stregoni, riuscì tuttavia a sfuggire alla inquisizione. Il suo pensiero risiede essenzialmente nella sua opera più importante, De occulta philosophia, scritta nell'arco di 20 anni circa (1510-1530): la filosofia occulta è la magia, considerata <<la vera scienza, la filosofia più elevata e perfetta, in una parola la perfezione e il compimento di tutte le scienze naturali>>. A Margherita d'Asburgo, zia di Carlo, futuro imperatore allora giovanissimo e ancora sotto tutela, dedicò il De nobilitate et praecelentia foeminei sexus (Nobiltà e preminenza del sesso femminile), un trattatello, che verrà stampato 20 anni dopo ad Anversa, nel quale sostiene la superiorità della donna rispetto all'uomo, dal momento che - egli afferma - già il nome della prima donna, Eva, che significa vita, è più nobile di quello di Adamo, che vuol dire terra; anche l'essere stata creata dopo l'uomo è motivo di maggiore perfezione e il corpo femminile, secondo lui, galleggia in acqua più facilmente. Inoltre la donna è più eloquente e più giudiziosa tanto che <<filosofi, matematici e dialettici, nelle loro divinazioni e precognizioni sono spesso inferiori alle donne di campagna e molte volte una semplice vecchietta ne sa più di un medico>>. https://it.wikipedia.org/wiki/Agrippa_von_Nettesheim

Trascrivo il trattatello De nobilitate et praecellentia foeminei sexus, tradotto dal francese in italiano: Della Nobiltà et Eccellenza delle donne, Venezia 1549. bub_gb_60xaVD_dcC.pdf. Al fine di agevolare la lettura e comprensione, ho dovuto fare adattamenti, correzioni e integrazioni in ordine a: punteggiatura, grafia, accenti, parole, citazioni, congiunzioni, annotazioni ecc., e nei casi dubbi son dovuto ricorrere al testo originale latino, De nobilitate et praecellentia foeminei.pdf.

Per quanto concerne la numerazione delle pagine, il sistema scelto è "p. n(sx/dx) ==> y/71", dove "n" segna la pagina reale; "sx o dx", la relativa colonna, sinistra / destra; "y", la pagina del testo digit.; "71", il tot. delle pp. digitalizzate. In parentesi graffe "{...}" e in corpo 10, le mie aggiunte esplicative. In sintesi: L'inclita stirpe femminile è, quasi infinitamente, più nobile del rozzo sesso maschile. Fu fatta la donna più eccellente dell'uomo, tanto quanto ella ebbe nome più eccellente di lui. Presso i teologi e i giureconsulti, l'argomentare dai nomi è di grandissima importanza. L'eccellenza della donna viene investigata non solo dal nome, ma dalle cose stesse, dagli uffici e dai meriti. La donna è più nobile dell'uomo nella materia della creazione. La donna è più capace dell'uomo, e spesse volte più ripiena di splendore e bellezza divina: lo si comprende dalla politezza e dalla meravigliosa beltà di lei. Il corpo della donna è delicatissimo sia a vederlo che a toccarlo. Nella misura, nell'ordine, nella figura e nella disposizione di tutto il corpo, sommamente e ampiamente in ogni cosa è bellissima. Tutto ciò che di bellezza è capace il mondo, fu dato da Dio alla donna affinché di lei ogni creatura si stupisca, e per molte ragioni la riverisca e la ami. Il Signore diede a Giobbe tre bellissime figlie, assai più graziose delle 3 Grazie: né in tutto il mondo donne più belle si trovarono. È chiarissimo (Galeno e Avicenna) il seme della femmina è materia e nutrimento dell'embrione, e non quello del maschio, che in un certo qual modo entra in esso come l'accidente nella sostanza. Se le madri sono stolte, i figli sono pazzi; se le genitrici sono savie, i loro parti spargono odore di prudenza. Nei padri si ha l'opposto: essendo essi savi, il più delle volte generano figli insensati; e i genitori producono figli ingegnosi, purché la madre sia savia. Non vi è altra ragione perché le madri, più che i padri, amino i propri figli, se non questa: che in loro sentono, e hanno molto più del suo quelle che questi. Quel che supera tutte le cose mirabili, è mirabilissimo questo, che la donna da sola, senza l'uomo, ha potuto produrre l'umana natura: il che non è concesso all'uomo. {Vd. Nesesolgi, p. 271} La favella, dono veramente divino, per la quale solo precediamo le bestie. E la donna è, nel parlare, più dotta, più eloquente e più copiosa dell'uomo. {Ecclesiastico} La femmina buona è grazia sopra ogni grazia. La donna è compimento, perfezione, felicità, benedizione e gloria dell'uomo. Cristo, venuto al mondo umilissimo per purgare la superbia del peccato del primo padre, assunse il sesso maschile come più basso, e non il femminile più sublime e più nobile. Il sesso femminile è chiamato religioso e sacro {Maria Vergine}

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Le donne famosissime nel sacerdozio. Chi sarebbe in grado di annoverare le lodi innumerevole di esse, da cui tutto il nostro essere, tutta la conservazione del genere umano, il quale altrimenti scomparirebbe in breve tempo, tutte le famiglie e tutte le Repubbliche dipendono? {Ulpiano} Hanno le donne la potestà di mettere il nome alla famiglia, di modo che i figli siano denominati dalla madre, e non dal padre. Gli antichi legislatori e fondatori della Repubblica, uomini per sapienza e scienza gravi e prudentissimi, Licurgo dico e Platone, sapendo sulla base dei penetrali della filosofia che né per eccellenza d'animo, né per forza di corpo, né per dignità di natura, le donne sono inferiori agli uomini, ma in eguale misura abili in ogni cosa, determinarono che le donne e gli uomini si esercitassero insieme negli incontri di lotta e negli esercizi ginnici ecc. ecc. Contro la giustizia divina e contro gli ordini della natura, essendo superiore la licenziosa tirannia degli uomini, la libertà data alle donne è loro interdetta da leggi inique, impedita dalla consuetudine e dall'uso, e totalmente estinta dall'educazione. La donna, dacché nasce, i primi anni nell'ozio in casa, nient'altro le è permesso e comprendere e immaginare se non l'ago e il filo. Similmente le è vietato predicare la parola di Dio. Tanta è la malignità dei nuovi legislatori che hanno annullato il precetto di Dio con i loro comandamenti, decretando che le donne, quantunque nobilissime per naturale eccellenza e dignità, sono di più vile condizione che tutti gli uomini.

*§* [p. 4dx ==> 9/71] Dio ottimo massimo, creatore di tutte le cose, padre e sommo bene dell’uno et

dell’altro sesso, pienissimo di fecondità creò l’uomo simile a sé, creandolo maschio e femmina. La differenza dei quali sessi non consiste se non {eccetto che, tranne che} nella diversità delle parti del corpo, nelle quali l’uso del generare ricercava diversità necessaria; ma e al maschio e alla femmina diede la medesima e totalmente indifferente forma dell’anima: tra le quali non vi è veruna differenza di sesso. La donna al pari dell’uomo ha avuto per sorte la medesima ragione, mente e favella {facoltà di parlare, la parola}: e tende a uno stesso fine di beatitudine {piena e completa felicità dello spirito}, ove non ci sarà alcuna eccezione di sesso. Così, secondo la verità evangelica, risorgendo nel proprio sesso, non più useranno l’ufficio {si varranno, si serviranno} di quello; ma viene loro promessa la similitudine degli angeli. Dunque fra l’uomo e la donna, in quanto all’essenza dell’anima, nessuna cagione {causa, motivo} [p. 5sx ==> 11/71] si ha in virtù della quale, per nobiltà, l’uno debba precedere all’altro; ma in ciascuno di essi è innata una pari libertà di dignità. Oltre all'essenza divina dell'anima, nelle altre cose poi che sono nel maschio, l'inclita stirpe femminile è, quasi infinitamente, più nobile del rozzo {e sgraziato} sesso maschile. Il che allora pur sarà provato e confermato; mentre questo stesso, e quel che è la nostra intenzione, sarà dimostrato non con parole finte e false, né con cavillazioni logicali {sofistiche}, con i quali molti sofisti sogliono inviluppare {confondere, mettere in difficoltà} gli uomini; ma con la difesa e il soccorso di ottimi autori, con le storie veraci delle cose fatte, con ragioni manifeste, e con le testimonianze ancora delle sacre scritture, e con le costituzioni della legge civile e canonica. Primieramente dunque (acciocché io pure incominci a trattare la materia) è fatta la donna più eccellente dell'uomo, tanto quanto ella ebbe nome più eccellente di lui: poiché Adamo significa terra, ed Eva traduce vita: e quanto la vita è più degna della terra, tanto la donna devesi anteporre all'uomo. E non bisogna dire che il far giudizio di tali cose dai nomi, sia debole argomento: giacché noi sappiamo che il sommo artefice delle cose e dei nomi conobbe le cose prima che le nominasse: il quale, per non esser tratti in inganno, fabbricò i nomi in maniera che esprimessero la natura della cosa, la proprietà e l'uso, poiché (e questo anche le leggi romane, lo testificano) la verità degli antichi nomi è questa, che fossero convenienti alle cose, [p. 5dx ==> 11/71] e che apertamente le significassero. E perciò presso i Teologi e i Giureconsulti l'argomentare dai nomi è di grandissima importanza: come leggiamo scritto di Nabal, che secondo il suo nome è stolto, e la sua stoltizia è con esso. Onde San Paolo, nell'Epistola ai Romani, dovendo mostrare la somma eccellenza del Cristo, usa tale argomento dicendo: "Perché è fatto tanto migliore degli angeli, quanto egli ha conseguito nome più eccellente a paragone di loro"; e in altro luogo: "Dio gli dette un nome che è al di sopra di ogni nome, che nel nome di Gesù si pieghino tutte le ginocchia dei celesti, dei terresti, e de

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gl'inferi". Si aggiunga che non piccola forza dell'una e dell'altra legge è contenuta nelle obbligazioni e significazioni delle parole, nelle condizioni e dimostrazioni, nelle condizioni apposite e simili maniere di disposizioni e capi delle leggi, come può comprendersi in quegli stessi e simiglianti altri titoli dell'una e dell'altra legge: poiché in essa argomentiamo dalla interpretazione del nome, similmente dalla forza del verbo, e del vocabolo, e anche dalla etimologia e forma del nome e dell'ordine delle parole: poiché le leggi acutamente {con sottigliezza d'ingegno} considerano le significazioni dei nomi per potere in cotal modo cavarne qualche senso. E anche Cipriano contro i Giudei argomenta che il primo uomo pigliò il nome dai quattro punti cardinali del mondo, che sono Anatole, Dysis, Arctos, Mesimbrios, [p. 6sx ==> 12/71] che significano Oriente, Occidente, Settentrione, Mezzogiorno, E il medesimo, nello stesso libro, interpreta {così} il nome di Adamo: perché la terra {si} è fatta carne; benché tale esposizione sia discordante dai detti di Mosè, poiché presso gli Ebrei si scrive non con 4, ma bensì con 3 lettere. Nondimeno tale interpretazione non è da biasimare in così santo uomo che non seppe la lingua ebraica, della quale molti santi ed espositori delle sacre lettere ne furono - senza biasimo - ignoranti. E se non mi si deve concedere una licenza simile, che si sia lecito in lode del sesso femminile fingere una pari etimologia del nome di Eva; almeno dai secreti segni, che i Cabalisti mi lascino dire solamente questo, che il nome della donna ha più conformità col Tetragramma {Nella religione ebraica, le 4 lettere dell'alfabeto ebraico (JHWH) con le quali viene trascritto, privo di segni per le vocali, il nome di Dio}, nome ineffabile della divina onnipotenza, che non quello dell'uomo, il quale al nome divino, né nei caratteri, né nella figura, né nel numero, si conviene {si addice, si adatta}. Ma di ciò ora lasceremo di parlare: perché son cose lette da pochi, e intese da meno, e richiedono una narrazione più ampia che in questo luogo scriverla si convenga. Noi intanto investigheremo l'eccellenza della donna non solo dal nome, ma dalle cose stesse, dagli uffici e dai meriti. Consideriamo dunque (come dicono) le scritture e, cominciando dal principio della creazione, diciamo che la donna, nel primo ordine dell'esser creati, ha avuto una dignità superiore all'uomo. Sappiamo che tutte le cose che da Dio ottimo massimo [p. 6dx ==> 13/71] sono state fatte, specialmente in questo sono differenti, che alcune di esse perpetuamente rimangono incorruttibili, e altre soggiacciono alla corruzione e mutazione: e Dio, nel crearle, procedette in questo ordine: che, cominciando dal più nobile di uno, finisse nel nobilissimo dell'altro. Sicché, primieramente creò incorruttibili gli Angeli e le anime: poiché Agostino disputa che l'anima del primo nostro parente, prima che fosse formato il corpo, fu creata insieme con gli Angeli. Creò i corpi incorruttibili, come i cieli e le stelle, e gli elementi certamente incorruttibili, ma sottoposti a varie mutazioni, delle quali tutte le altre cose, soggette alla corruzione, compose: procedendo dai più vili, per ciascun grado di dignità di nuovo ascendendo alla perfezione dell'universo. Di qui primieramente uscirono i minerali, poi i vegetali, le piante e gli alberi, poscia gli zoofiti; (cioè piante, animali) finalmente gli animali bruti, per ordine, rettili, pesci, uccelli, e i quadrupedi. Ma in ultimo creò due uomini simili a sé: il maschio, dico prima; e, infine, la femmina, nella quale si portarono a perfezione i cieli e la terra, e ogni loro ornamento. Infatti il creatore, pervenuto alla creazione della femmina, in quella {creazione} si riposò, quasi non gli restasse da creare altra cosa più onorata; e in essa tutta la sapienza e potenza del {divino} Fattore si concluse e si compì: e, di più oltre lei, nessun'altra creatura si trova, né si può immaginare. Essendo [p. 7sx ==> 14/71] dunque la donna l'ultima creata, e fine e compimento perfettissimo di tutte le opere di Dio, chi negherà ch'ella, per la somma eccellenza, non sia degnissima sopra ogni creatura? E senza di lei, il mondo, già totalmente perfettissimo e compiuto in ogni cosa, sarebbe stato imperfetto, e, non altrimenti che in una creatura di gran lunga più perfetta di tutte le altre, potè realizzarsi compiutamente. Infatti, sarebbe assurdo e discordante pensare che Dio avesse realizzato un'opera così grande in qualcosa di imperfetto: perché, essendo il mondo fatto dal sommo artefice a guisa di integerrimo e perfettissimo circolo, bisognava che si compisse in quella particella che tramite un nesso indissolubile unisse in sé il primo di tutte le cose con l'ultimo di ognuna. Così la donna, mentre si fabbrica il mondo, fra tutte le cose create - in quanto al tempo - fu l'ultima, e la me

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desima, per autorità così come per dignità, fu la prima nel concetto della mente divina, proprio come di lei scrive il Profeta: prima che fossero creati i cieli e le stelle, Dio lei elesse e preelesse. Ed è divulgata quella sentenza dei filosofi: sempre il fine (usando io il loro modo di parlare) è primo nella intenzione, e ultimo nella esecuzione. E la donna fu l'opera ultima di Dio, e da Lui fu introdotta in questo mondo come sua regina in un palazzo reale già per lei preparato, ornato e compiuto di tutti i doni. Meritatamente dunque ogni creatura la ama, la venera e la onora, [p. 7dx ==> 14/71] e ogni creatura meritamente a lei è soggetta, e a lei ubbidisce, essendo lei Regina e fine di tutte le creature, e perfezione e gloria tributata in tutti i modi. Per la qual cosa il sapiente disse di lei: Glorifica la generosità della donna avente familiarità con Dio; e per di più il Signore amò lei fra tutti. Inoltre, quanto alla ratio {fondamento, principio} del luogo in cui fu creata la donna, ella si allontana dalla nobiltà del sesso maschile: le sacre scritture abbondantissimamente ce ne rendono testimonianza, poiché la donna fu formata insieme con gli Angeli nel paradiso, luogo parimenti nobilissimo e sommamente dilettevole, l'uomo però fu fatto fuori dal paradiso, nell'agro rurale insieme con gli animali bruti; poi, per creare la donna, venne tradotto in paradiso. E perciò ella, per una certa propria dote di natura, come avvezza all'eminentissimo luogo della sua creazione, guardando in giù dall'alto quanto si voglia, non patisce vertigine, né vede confusamente, come agli uomini suol accadere. Inoltre, se capita che l'uomo e la donna insieme anneghino, escluso ogni aiuto esterno, ella più a lungo galleggia, laddove l'uomo piuttosto va a fondo e si sommerge. Ma che la dignità del luogo faccia la nobiltà della persona, le leggi civili e i canoni sacri manifestamente lo confermano, e la consuetudine di tutte le genti non solo nel considerare gli uomini, ma qualsivoglia animale e persino le cose inanimate, specialmente [p. 8sx ==> 16/7] osserva questo, che quanto in più degno luogo sono nati, tanto più siano qualificati di alto lignaggio. E perciò Isacco comandò a suo figlio Giacobbe di non prender moglie della Terra di Canaan, ma della Mesopotamia, della Siria di migliore condizione. E una cosa non dissimile è presso San Giovanni, quando Filippo diceva: Noi abbiamo trovato Gesù Nazareno, figlio di Giuseppe, e Nataniele gli disse: A Nazaret, può esserci qualcosa di buono? Ora andiamo alle altre cose. La donna è più nobile dell'uomo nella materia della creazione: perché fu creata non di inanimato e vilissimo loto {fango, melma}, così come l'uomo, ma di materia purificata, vivificata e animata, dico di anima razionale che partecipa alla mente divina. A questo vi si aggiunge che l'uomo fu fatto da Dio di terra, la quale produce ogni specie di animali, quasi per sua propria natura e aiutata dall'influsso celeste. Mentre la donna, al di là di ogni influenza del cielo e prontitudine {zelo, fervore} della natura, e senza l'aiuto di alcuna virtù, fu da Dio solo creata, ugualmente in ogni cosa corrispondente a sé medesima, integra e perfetta; l'uomo intanto, perdendo una costola, dalla quale fu formata la donna, cioè Eva, del dormiente Adamo, e così profondamente, che non si sentì svellere la costola, che Iddio gliela tolse e la diede alla donna. Sicché l'uomo è opera della natura e la donna opera d'arte di Dio, e perciò ella per lo più è più capace dell'uomo, e spesse volte più ripiena di splendore e bellezza divina. [p. 8dx ==>16/71] Il che si può facilmente comprendere dalla politezza {finezza, raffinatezza, compitezza, garbatezza, signorilità, squisitezza} e dalla meravigliosa beltà di lei: poiché, essendo la bellezza non altro che lo splendore del volto e del lume divino insito nelle cose, e rilucente nei corpi formosi, ha scelto di abitare, e di risplendere nelle donne abbondantissimamente, e molto più che negli uomini. E da qui il corpo della donna è delicatissimo sia a vederlo che a toccarlo: la carne è tenerissima, il colore chiaro e bianco, la pelle liscia e lucida, la testa bella, la chioma vaghissima, i capelli delicati e sottili, splendenti e lunghi, il volto venerabile, lo sguardo lieto, la faccia formosissima sopra ogni cosa, il collo candido, la fronte spaziosa e rilucente; ha gli occhi più vivi e più lucenti, e di amabile letizia e grazia adornati, sopra ai quali ci sono le ciglia composte in giro sottile, le medesime con leggiadra chiarezza e distanza conveniente sono divise, dal cui mezzo discende il naso uguale e misurato nel modo giusto; sotto il quale vi è la bocca, bella e graziosa per le tenere labbra conformemente fatte, fra le quali per picciolo riso si vedono biancheggiare i denti minuti, e collocati con ordine uguale, e risplendenti a guisa d'avo

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rio, e sono di minor numero di quelli dell'uomo, per non essere ella né ingorda mangiatrice, né mordace; d'intorno poi sorgono le mascelle e le gote tenere e morbide, piene di onestà, e colorite non [p. 9sx ==> 18/71] altrimenti che se fossero rose. Il mento rotondetto {circolare} e piacevole per la convenevole {giusta} concavità. Sotto il quale ha il collo schietto {sottile} e alquanto lungo, tenuto alto {diritto} sulle rotonde spalle. La gola delicata e bianca, ritemprata da mediocre grassezza. La voce e la favella soave, il petto ampio ed eminente, vestito ugualmente di carne, con le mammelle sode, e con la rotondità di quelle insieme e del ventre. I fianchi morbidi, il dorso piano e diritto, le braccia lunghe, le mani affusolate, le dita rotonde e lunghe con le giunture ben disposte. L'inguine e le cosce ragionevolmente grasse, le gambe carnose. Le estremità delle mani e dei piedi finiscono in giro circolare, e i membri tutti ottimamente nutriti. Aggiungici il camminare maturo, i passi modesti e gravi, il movimento onesto e i gesti degni. Oltre a ciò, nella misura, nell'ordine, nella figura e nella disposizione di tutto il corpo, sommamente e ampiamente in ogni cosa è bellissima. E in tutto l'ordine delle creature non vi è spettacolo così meraviglioso, né miracolo tanto da riguardare: di maniera che non vi è nessuno, se non sia cieco, che totalmente non veda che tutto ciò che di bellezza è capace l'universo mondo, Dio insieme lo radunò e lo diede alla donna, affinché di lei ogni creatura si stupisca, e per molte ragioni la riverisca e ami, tanto da vedere - come di solito accade che gli spiriti incorporei e i demoni spesse volte delle donne ardentissimamente s'innamorano: il che non è un'opinione fallace, [p. 9dx ==> 19/71] ma per molte esperienze verità manifesta. E lascio da parte quel che i poeti scrissero degli amori degli dei, e delle amate dei medesimi: come di Dafne da Apollo diletta, della figliola di Salmoneo da Nettuno, di Ebe {divinità della giovinezza, figlia di Zeus e di Era}, di Iole e di Onfale da Ercole, e di quelle di cui gli altri dei s'infiammarono, e di assaissime delle quali Giove s'innamorò. Questo dono di bellezza cotanto divino, e così degno di essere amato dagli dei e dagli uomini, gli scritti sacri in molti luoghi, più le altre doti di grazie, nelle donne onoratissimamente commendano {approvano, lodano}: onde si legge nella Genesi che i figlioli di Dio, vedendo le figliole degli uomini che erano belle, di esse si scelsero per mogli quelle che vollero. Leggiamo anche di Sara, moglie di Abramo, che fu bella, anzi bellissima sopra le altre donne della terra. Similmente il servo di Abramo, mentre vide Rebecca, fanciulla di singolare bellezza, seco tacitamente disse: Questa è quella che il Signore ha apparecchiato per Isacco, figlio di Abramo, e Abigail, moglie di Nabal, pessimo uomo, era savia e accorta, e parimenti di bell'aspetto; e per questo motivo salvò la vita e la facoltà di suo marito dal furore di Davide. E così un uomo cattivo si salvò per mezzi di una bella donna. Infatti Davide le parlò così: Vai pacificamente in casa tua, ecco io ho udito la tua voce, e ho fatto onore alla tua faccia. Poiché, essendo ogni bellezza o nell'animo o nel parlare o nel corpo, Abigail tutta fu, e per prudenza [p. 10sx ==> 20/71] di spirito, e facondia e grazia di parlare, e per leggiadria di corpo, bellissima: ciò considerato, morto Nabal suo marito, diventò una delle mogli di Davide. E Betsabea fu donna di tanta eccellente bellezza che Davide, preso dall'amore di lei, sposatala dopo la morte del marito, la innalzò sopra le altre, dandole dignità di regina. Ancora Abisab Sunamite, per essere fanciulla bellissima, fu scelta per giacere con Davide Re già vecchio, affinché gli ravvivasse il fuoco della passione. Per la qual cosa, egli volle accrescerle sommi onori, e dopo la morte di lui fu tenuta come Regina. A ciò si riferiscono quelle cose che leggiamo riguardo alla meravigliosa bellezza della Regina Vasti {prima moglie del re persiano Assuero, nel Libro di Ester}, e anche di Ester che a lei fu anteposta {preferita}, e fu più eccellente di lei, quanto fu di volto più bella e più graziosa. Leggiamo anche di Giuditta, la cui bellezza fu dal Signore accresciuta, di modo che coloro i quali la videro, furono colpiti da mirabile stupore. Infine, di Susanna, che fu sommamente delicata e di bellissimo aspetto. Leggiamo altresì che dopo le varie tentazioni usate contro Giobbe e dopo i suoi patiti e superati guai, oltre agli altri premi che meritò per la somma pazienza, il Signore gli diede tre bellissime figlie assai più graziose delle tre Grazie: né in tutto il mondo donne più belle di loro si trovarono. Leggiamo inoltre le storie delle sante vergini, e senza dubbio ci meraviglieremo di quanta mirabile pulcritudine {bellezza}, e di speciosissima {molto bella, di una bellezza ap

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pariscente} forma, a paragone delle altre figlie degli uomini, la Chiesa Cattolica le celebra, [p. 10dx ==> 20/71] lodandole solennemente; ma molto più la principale di tutte, Maria Vergine,

immacolata genitrice di Dio, della cui bellezza si stupisce il Sole e la Luna, e dal cui speciosissimo volto risplendette insieme tanta castità e santità di pulcretudine che benché abbagliasse parimenti gli occhi e le menti di tutti, nondimeno mai nessuno dei mortali dalle sue attrattive cascò pure nel più piccolo pensiero di lascivia. E queste cose dai sacri libri, dove tante volte si fa menzione della bellezza, più diffusamente e quasi con le parole proprie le ho raccontate, affinché manifestamente conosciamo che la bellezza delle donne, non solo presso gli uomini, ma anche presso Dio, viene nobilitata e accresciuta di onori. E perciò in un altro luogo nelle sacre lettere troviamo che Dio comandò che fosse ammazzato tutto il sesso maschio perfino i bambini, e che le donne belle fossero preservate. E nel Deuteronomio si permette ai figli d'Israele di scegliersi per moglie le donne belle, tra le cattive {prigioniere, schiave} che essi menavano. Oltre a questa meravigliosa bellezza, la donna è anche dotata di una certa dignità di onestà {vale a dire, pudore, verecondia}, il che non accade agli uomini: infatti i capelli della donna si allungano tanto che possono coprire tutte le parti del corpo più vergognose. Aggiungi a ciò che tali parti del corpo, nei bisogni naturali, alla donna (ciò che suol accadere agli uomini) non è affatto necessario toccarle. Finalmente, a mo' di grazia meravigliosa, la natura stessa ordinò i genitali alle donne non [p. 11sx ==> 22/71] prominenti come agli uomini, ma stanti in dentro, e riposti in luogo più sicuro e più secreto. E inoltre la natura ha concesso più verecondia alle donne che agli uomini. Onde spesse volte è accaduto che una donna, inferma di pericoloso apostema {ascesso} in tale parte, ha scelto piuttosto la morte che darli a vedere, né a toccare, al medico. E questa onestà di verecondia {questo pudore}, sia la morente che la morta la conservano, come è massimamente manifesto in quelle che annegano: giacché, come afferma Plinio, e l'esperienza lo dimostra, il corpo morto della donna giace prono {disteso sul ventre}, con la faccia volta in giù, avendo la natura nel loro morire rispetto per la loro onestà; ma quello dell'uomo giace supino, cioè disteso sulla schiena. Aggiungesi a questo che il membro degnissimo, per il quale specialmente siamo differenti dagli animali bruti, e dimostriamo la natura divina, è il capo, e principalmente in quello nostro; ed è certo che la testa degli uomini diventa brutta per la calvizie, e la donna giammai diventa calva per il grande privilegio di natura, oltre a ciò il volto negli uomini, per la barba a loro odiosissima, tanto spesso diviene brutto e coperto di sordidi peli, che a stento si possono discernere dalle bestie. Invece nelle donne rimane sempre la faccia pura e bella. E fu da ciò che per le leggi delle dodici tavole {Corpo di leggi compilato nel 451-450 a.C. dai decemviri legibus scribundis, contenente regole di diritto privato e pubblico} si proibiva alle donne di radersi, affinché non crescesse talora la barba, e si nascondesse l'onestà {il pudore}. Similmente della mondizia {purezza, innocenza} e della politezza {raffinatezza di modi, buona educazione} della donna è a tutti pur [p. 11dx ==> 22/71] questo evidentissimo argomento che ella essendosi una volta mondanamente lavata, tutte le volte che poi con acqua pura si lava, l'acqua non riceve macchia alcuna di lordura; ma l'uomo, quantunque ben lavato, tutte le volte che di nuovo si lava, egli intorbida e imbratta l'acqua. Aggiungici che per ordine della natura, nelle donne, per i luoghi più secreti, ogni mese si espellono le superfluità {le sostanze superflue}, le quali agli uomini escono di continuo per il volto, parte del corpo umano molto più degna. Oltre a ciò, essendo fra gli altri animali concesso solo ai razionali di alzare la faccia verso il Cielo, la natura e la sorte in questo meravigliosamente provvidero ed ebbero riguardo per la donna, che se per caso fortuito ella dovesse cadere, quasi sempre cascasse con le spalle a terra, e non mai, ovvero non senza cagione traboccasse a terra col volto, ovvero col capo innanzi. Per non tralasciare questo, non vediamo noi che nella procreazione del genere umano la natura ha anteposto la donna agli uomini? Il che è chiarissimo, perché secondo Galeno e Avicenna il seme della femmina è materia e nutrimento dell'embrione, e non quello del maschio, che in un certo modo entra in esso come l'accidente nella sostanza: perciò, secondo la legge, il massimo e speciale ufficio delle donne è concepire e conservare il concepito, per la qual cosa vediamo che i più assomigliano alle madri, perciò conforme

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mente al loro sangue sono procreati, e questo avviene [p. 12sx ==> 25/71] assai spesso nella forma del corpo, e sempre nei costumi: se le madri sono stolte, i figli sono pazzi; se le genitrici sono savie, i loro parti spargono odore di prudenza. Nei padri invece si ha l'opposto: essendo essi savi, il più delle volte generano figli insensati; e i genitori stolti producono figli ingegnosi, purché la madre sia savia. Né vi è altra ragione perché le madri, più che i padri, amino i propri figli, se non questa, che in loro sentono, e hanno molto più del suo quelle che questi. Per la medesima causa che ho detto, stimo anche che è in noi innato l'essere disposti ad avere più affezione alla madre che al padre, cosicché l'uno con piccolo, e l'altra solamente amiamo con grandissimo affetto. E per la stessa causa la natura diede alle donne il latte di tanto vigore, che non solo nutrisce i bambini, ma ristora anche gli infermi, ed è sufficiente a mantenere in vita chiunque di età matura. Esemplificando, si legge in Valerio Massimo di una certa giovane plebea che nutrì sua madre in prigione con le proprie mammelle, conciossiacosaché {poiché} altrimenti ella sarebbe morta di fame, per la quale amorevolezza alla madre fu donata la salute, a entrambe perpetui alimenti, e il carcere fu consacrato tempio della pietà. Ed è manifesto che quasi sempre la donna ha maggiore misericordia e pietà dell'uomo; il che ancora [p. 12dx ==> 25/71] Aristotele lo attribuisce propriamente al sesso femminile, per la qual cosa penso che Salomone disse: "Dove non è la donna, geme e patisce l'infermo" {Ecclesiaste, XXXVI [27]}: o perchè ella, nell'aver cura e attendere ai malati, è di mirabile destrezza e prontezza, o che il latte della donna agli infermi debilitati, e anche prossimi alla morte è (a effetto) immediato e potentissimo rimedio, col quale si restituiscono alla vita. E di qui è (come dicono i medici) che il calore delle mammelle, appoggiate al petto degli uomini consunti dalla troppa vecchiezza, eccita, accresce e conserva in essi il calore vitale {amore passionale, fuoco d'amore}. Il che fu ben inteso da Davide che si scelse la fanciulla Abisag Sunamite {di Sunam; oggi Solem}, scaldandosi nella sua vecchiezza con gli abbracciamenti di lei. Inoltre - come è a tutti manifesto - la donna è perciò più atta al sacro ufficio del generare, perché ella di dieci anni e anche di meno può sostenere l'uomo{cioè, assumere su di sé l'onere di un marito}, mentre questi ce la farà solo più avanti negli anni. E inoltre tutti sanno che solo la donna degli animali che partoriscono, dopo che ella è gravida, e che comincia a portare il feto nel ventre, non molto tempo dopo che ha partorito, è incline a ripercorrere l'opera già fatta: il suo vaso (lo chiamano matrice) è a tal punto disposto a ricevere il seme umano che - come si legge - la donna ha talvolta concepito senza coito alcuno. Così ha scritto Averroè: quel gran fisico di una certa femmina che con la sua matrice si tirò dentro il seme virile sparso nel [p. 13sx ==> 26/71] bagno. Aggiungesi a questo un altro stupendo miracolo di natura: la donna gravida, se ha sentito appetito, senza nocumento vive di carne non cotta, e di pesci crudi, e spesse volte digerisce senza alcun disturbo {o malanno}, e converte in salutifero nutrimento del corpo i carboni, il loto {fango, melma}, le pietre, allo stesso modo i metalli, i veleni e altre cose simili. E al di fuori di questi, quanti miracoli la natura si diletti di produrre nelle donne, non se ne meraviglierà nessuno che abbia letto i volumi dei Filosofi e dei Medici. L'esempio dei quali (uno solamente ne dirò) è qui a portata di mano, il mestruo. Il quale sangue, oltre che libera dalla {febbre} quartana, dalla idrofobia, cioè da quel male che patiscono quelli che son morsi dai cani rabbiosi, dal malcaduco {epilessia}, dall'elefantiasi (che è una specie di lebbra), dall'impeto malinconico {melancolia}, dall'insania {pazzia, follia; psicosi}, e da molte specie di infermità perniciosissime; e fa infinite altre cose degne di non minore ammirazione: fra le meravigliose vi è che estingue anche gli incendi, acquieta le tempeste, caccia via il pericolo delle onde, disperde tutte le cose nocive, scioglie le malie e discaccia i cacodemoni {gli spiriti maligni, i geni cattivi}. Delle altre cose per ora non è nostra intenzione di addurre più prove, nondimeno dirò per giunta, secondo la dottrina dei filosofi e dei medici validata dall'esperienza, che nelle donne è un dono divino che tutti devono ammirare {apprezzare, stimare profondamente}, con il quale esse stesse con la propria virtù concessa loro in ogni genere di morbi {malattie, infermità} possono [p. 13dx ==> 26/71] medicarsi da sé, senza che vi si aggiunga nessun altro aiuto esteriore. Ma quel che supera tutte le cose mirabili, è mirabilissimo questo, che la donna da sola, senza l'uomo, ha potuto

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produrre l'umana natura: il che non è concesso all'uomo. E ciò si tenne per vero presso i Turchi, ossia i Maomettani, presso i quali molti si stimano essere stati concepiti senza il seme virile, e simili: nella loro lingua, questi così nati son chiamati Nesesolgi. Si narra anche di alcune isole, dove le donne concepiscono con il soffio del vento, la qual cosa tuttavia noi non concediamo essere vera, poiché solamente Maria Vergine, solo lei dico, senza uomo concepì e partorì Cristo, suo figlio, della propria sostanza e naturale fecondità, giacché la beatissima Vergine è vera e naturale madre di Gesù; e questi, vero e naturale figlio di lei: dico naturale, perché fu uomo, e secondariamente figlio naturale della Vergine, in quanto ella non fu sottoposta alla natura corrotta, onde neanche partorì con dolore, né stette sotto la potestà di uomo. E per la benedizione perveniente fu tanta la sua fecondità, che al concepire non ebbe bisogno dell'opera del maschio. Fra i bruti animali consta che alcune femmine, senza provare il maschio sono feconde, come degli avvoltoi femmine dice Origine contro Fausto - si narra nelle storie, e gli antichi dissero - che non so quali cavalle concepivano, spirante il vento Zefiro, delle quali Virgilio cantò in questo modo: [p. 14sx ==> 28/71]

Ne l'alte rupi inver Zephiro volte Tutte stan con la bocca, & le sottili Aure pigliando, spesso senza alcuni Congiungimenti gravide sono di vento. {Libro III delle Georgiche, vv. 433-441: E quando poi ne la stagion novella Serpeggiar ne le cupide midolle Sentono il noto ardor, su l'alta cima D'ignude rupi radunate e immote Stan con la bocca a i zefiri rivolte L'aure bevendo, e, meraviglia a dirsi! Senz'altre nozze gravide di vento Scendono allor precipitose in fuga Tra scogli e balze, e per le cupe valli; ...}

Ora, che dirò io della favella, dono veramente divino, per la quale solo precediamo {superiamo, sopravanziamo in qualità, importanza, autorità ecc.} le bestie, e la quale Mercurio Trismegisto giudica che sia uno dei pregi medesimi dell'immortalità, ed Esiodo la denomina ottimo tesoro dell'uomo? Non è la donna, nel parlare, più dotta, più eloquente e più copiosa dell'uomo? E quanti siamo noi, da chi primieramente abbiamo imparato a parlare se non dalle madri e dalle balie? E la natura produttrice delle cose, provvedendo in ciò sagacemente al genere umano, concesse al genere femminile che, in qualche luogo, difficilmente si ritrovi una donna muta. Bella cosa certamente, e lodevole, precedere gli uomini in quello che la specie umana è in special modo superiore agli animali bruti. Ma dalle profane, quasi tenuti fuori dai termini, ritorniamo alle sacre lettere, e cominciamo la cosa perfino dalle stesse fonti della religione. Primamente sappiamo senza dubbio che mediante la donna Dio benedisse l'uomo: la quale benedizione, quasi ne fosse indegno, non meritò d'averla prima che la donna fosse creata. Con ciò concorda quel proverbio di Salomone: Chi avrà trovato la donna buona, ha trovato il bene, e piglia la benedizione dal Signore {Proverbi, Cap. XVIII, n. 22}. E quello dell'Ecclesiaste: Beato il [p. 14dx ==> 28/71] marito della buona donna, il numero dei loro anni si raddoppierà {Ecclesiastico Cap. XXVI, 1}. E nessun uomo può agguagliarsi in dignità a colui che sarà degno di avere la donna buona: poiché (come dice l'Ecclesiastico) la femmina buona è grazia sopra ogni grazia {Ecclesiastico Cap. XXVI, 19}. E perciò Salomone nei Proverbi la chiama corona. E Paolo, gloria dell'uomo; e la gloria d'altra parte si definisce come compimento e perfezione della cosa che si quieta e si diletta nel suo fine, cioè nel mentre che non vi si può aggiungere niente di più, onde cresca la sua perfezione. La donna dunque è compimento, perfezione, felicità, benedizione e gloria dell'uomo, e (come dice Sant'Agostino) la prima società umana in questa vita mortale: è necessario perciò che ella sia amata da ogni uomo, chi non l'amerà, chi l'avrà in odio, è alieno non solo dall'umanità ma da ogni virtù e da ogni grazia. E

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forse a questo dovrebbero riferirsi quei misteri cabalistici, come Abramo fu benedetto da Dio tramite Sarah, togliendo dal nome di lei la lettera "h", e aggiungendola al nome del marito, e fu chiamato Abraham. E come anche Giacobbe acquistò la benedizione: mediante la donna, cioè mediante la madre. Vi sono nelle sacre scritture più cose di tal genere, ma che non occorre esplicarle in questo luogo. La benedizione viene dunque data grazie alla donna, e la legge per colpa dell'uomo, la legge - dico - dell'ira e della maledizione, poiché a lui e non a lei, che non era stata ancora creata, fu interdetto il frutto dell' [p. 15sx ==> 30/71] albero del paradiso {della scienza del bene e del male}, perché Dio, fin dal principio, volle ch'ella fosse libera. Sicché l'uomo, mangiando, peccò, e non la donna: quello e non questa diede la morte; e noi tutti abbiamo peccato in Adamo e non in Eva; e il peccato originale non dalla madre femmina, ma dal padre maschio noi l'abbiamo contratto, ed è per questo che l'antica legge comandò che si circoncidessero tutti i maschi, e le femmine restassero incirconcise, statuendo cioè che il peccato originale fosse punito solamente in quel sesso che aveva peccato. Oltre a ciò, Dio non rimproverò la donna per il fatto che avesse mangiato, ma per aver dato all'uomo occasione di peccare, e questo per di più in modo imprudente, essendo stata tentata dal Diavolo. L'uomo dunque peccò con scienza certa {coscientemente, con piena consapevolezza}, e la donna errò per ignoranza {ignorantemente, inconsciamente} e perché ingannata. Infatti fu in origine tentata dal Diavolo che la conobbe eccellentissima sopra tutte le creature, e come dice san Bernardo: Vedendo, il diavolo, la di lei meravigliosa bellezza, e sapendo ch'ella era tale e quale l'aveva prima conosciuta nel divino lume, e che avrebbe avuto sopra tutti gli Angeli la facoltà di parlare con Dio, solo contro la donna riversò tutto il suo odio e la sua invidia a causa della sua eccellenza. Perciò Cristo, venuto al mondo umilissimo per purgare la superbia del peccato del primo padre, assunse il sesso maschile come più basso, e non il femminile più sublime e più nobile, e poi perché noi fummo condannati per il peccato dell'uomo, e non della donna volle il creatore - [p. 15dx ==> 30/71] in quel sesso che aveva errato, in quello si facesse l'espiazione della colpa; e tramite il medesimo sesso che per ignoranza era stato tratto in inganno, si facesse la vendetta. E perciò fu detto al serpente che la donna, ovvero (come più veramente si legge) il seme della donna pesterà {schiaccerà con il piede} il suo capo, e non disse l'uomo, né il seme dell'uomo. E quindi forse per questo che l'ordine sacerdotale fu dalla chiesa affidato al maschio piuttosto che alla femmina: poiché ogni sacerdote rappresenta Cristo; e Cristo, il primo uomo peccatore, cioè lo stesso Adamo. Da questo già s'intende quel Canone che così comincia: <<Questa immagine, ecc. ...>>, nella quale si dice che la donna non è fatta a immagine di Dio, cioè alla corporea similitudine di Cristo. Nondimeno Dio, dico Gesù stesso, non volle essere figlio dell'uomo, ma della donna, che egli onorò così tanto da pigliare carne soltanto da lei, e Cristo fu detto appunto figlio dell'uomo non a causa del maschio, ma a causa della femmina. E questo è quel grande prodigio, di cui si stupisce oltremodo il Profeta, che la femmina circonda il maschio, quando cioè il sesso è divorato dalla Vergine, e porta Cristo in corpo. Similmente, risorgendo Gesù dalla morte, apparve alle donne prima che agli uomini. Ed è cosa nota che dopo il morir del Salvatore gli uomini abbandonarono la fede; ed è manifesto che le donne non avessero mai abbandonato la fede e la religione cristiana. E mai nessuna persecuzione della fede, né errore in essa, né eresia alcuna è [p. 16sx ==> 32/71] emersa dalle femmine: degli uomini consta altrimenti. Cristo, da chi fu consegnato, venduto, comprato, accusato, dannato, tormentato, crocifisso, e alla fine messo a morte, se non dagli uomini? Anzi dal suo Pietro fu rinnegato, dagli altri discepoli abbandonato, soltanto dalle donne fu accompagnato fino alla Croce e al Sepolcro. E anche la moglie di Pilato, benché fosse pagana, si sforzò di salvare Gesù più lei che chiunque altro di quelli che gli avevano creduto. A questo ci si aggiunge che quasi tutta la scuola dei Teologi l'afferma, che allora la Chiesa rimase solo presso la donna, cioè Maria Vergine: per la qual cosa e a ragione il sesso femminile è chiamato religioso e sacro. Ma se qualcuno insieme con Aristotele dicesse che, fra tutti gli animali, i maschi sono più forti, più prudenti e più nobili, a costui san Paolo, dottore più eccellente, gli risponderebbe così: Dio scelse le cose stolte del mondo per confondere i sapienti.

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Dio scelse le cose deboli del mondo per confondere le forti. Dio scelse le cose vili e disprezzate dal mondo, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono {Prima lettera ai Corinzi, 1, 27-28}. Poiché, fra gli uomini, chi fu più sublime di Adamo in tutte le doti delle grazie della natura, la donna lo umiliò. Chi più forte di Sansone? La donna vinse la sua fortezza. Chi più casto di Lot {patriarca della Bibbia, nipote di Abramo (figlio di suo fratello Aran)}? La donna lo provocò all'incesto, cioè al peccato di lussuria che si commette fa parenti. Chi più religioso di Davide? La donna turbò la sua santità. Chi più savio di Salomone? La donna lo [p. 16dx ==> 32/71] ingannò. Chi più paziente di Giobbe, che il Diavolo spogliò di tutti i beni, uccise la famiglia e i figli, lo riempì di piaghe, di marcia {materia suppurativa, pus} e di dolore in tutto il corpo; nondimeno dalla sua prima semplicità e pazienza d'animo, non lo potè muovere all'ira, e la donna lo provocò a sdegno, in questo fu superiore al Diavolo, esasperandolo fino a maledire. E se pure è lecito in questa comparazione menzionare Gesù, del quale nessuna cosa è più possente né più savia, essendo egli l'eterna sapienza e potestà di Dio, egli sopportò di essere superato da quella donnicciola cananea, allorché le disse: Non è bene pigliare il pane dei figliuoli, e darlo ai cani; e lei gli rispose: Veramente, Signore, eppure i cagnolini mangiano dei minuzzoli che cascano dalla mensa dei loro padroni {Matteo, 15, 25-28}. E Cristo, vedendo già che per tale argomento non poteva vincere, la benedisse dicendole: Ti sia concesso come tu vuoi. Chi fu più servente nella fede di Pietro, principe degli apostoli? Eppure egli, sommo pastore della Chiesa, fu indotto a negar Cristo da una femmina. Dicano i Canonisti ciò che vogliono, che la sua chiesa non possa errare; quella Papessa la schernì pure con una galante astuzia. Ma direbbe alcuno, queste cose si rivolgono in biasimo delle donne piuttosto che nell'accrescere la loro lode: al quale le donne risponderanno così: Se è necessario che uno di noi perda o un qualche bene o anche la vita, preferisco rovinare te che me. E [p. 17sx ==> 34/71] ciò con un esempio di Innocenzo III, il quale lasciò scritto in una sua lettera decretale a un certo Cardinale Legato pontificio, cioè della Sede Romana: Se bisogna proprio che sia confuso, tu o io, sceglierò piuttosto che sia tu. E oltre a questo, anche le leggi civili permettono alle donne esser lecito provvedere a se medesime con danno altrui. E nelle sacre lettere non è spesso benedetta e lodata l'iniquità della donna più che il ben dell'uomo? Non è lodata Rachele che con bella astuzia ingannò suo padre che cercava idoli? Non è similmente celebrata Rebecca, perché Giacobbe con frode ottenne la benedizione del padre, e poi cautamente gli fece schivare l'ira del fratello? Raab, meretrice, ingannò coloro che cercavano le spie di Giosuè, e lo si attribuì a giustizia. Giaele andò incontro a Sisara e gli disse: Entra nel mio padiglione, Signore; e offrendole, egli, dell'acqua da bere, ella gli diede da bere un otre di latte. E ponendosi a giacere, ella lo coprì. E dormendo Sisara, ella entrò nascostamente, e gli percosse il capo con un chiodo, e ammazzò colui che si era fidato di lei per salvarsi. E per tale notabile tradimento la scrittura dice: Benedetta tra le donne Giaele, sia benedetta nel suo tabernacolo. Leggete la storia di Giuditta, e notate le sue parole verso Oloferne: Accetta (dice ella) le parole dell'ancella tua: perché, se tu le seguirai, il Signore ti farà perfetto; venendo, ti annuncerò ogni cosa, così ti condurrò in mezzo a Gerusalemme, e avrai tutto il popolo d'Israele come pecore, le quali [p. 17dx ==> 34/71] non hanno pastore, e non abbaierà neppure un cane contro di te, perché tali cose mi sono state dette dalla provvidenza di Dio. E addormentato che ebbe Oloferne con lusinghe, gli percosse il collo e gli tagliò la testa. Dite di grazia, quale consiglio più iniquo delle insidie più crudeli, e che tradimento fatto con maggiore inganno si può pensare? E nondimeno per questo motivo la scrittura la benedice, la loda e la innalza al cielo. E assai migliore è reputata l'iniquità di una donna che il retto agire di un uomo. Non faceva bene Caino offrendo in sacrificio le primizie di ottimi frutti? E appunto per questo fu rimproverato da Dio. Non operava parimenti Esaù {figlio di Isacco e Rebecca, e fratello gemello di Giacobbe}, quando con ubbidienza piena di carità, andava a caccia, e al vecchio e decrepito padre procacciava il cibo? E intanto egli è defraudato della benedizione, ed è odiato da Dio. Oza, mentre sostiene l'arca inclinata, e già quasi cascante, fu percosso a morte subitanea. Il Re Saul, quando apparecchia al Signore per sacrificio le ostie degli Amalechiti, le più grasse, fu discacciato dal

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regno, e anche consegnato allo spirito maligno. Sono scusate le figlie di Loth per l'incesto che commisero col padre, e a lui, benché fosse ubriaco, non gli si ammise scusa, e la sua successione non è accettata dalla Chiesa di Dio. L'incestuosa Tamara viene scusata, e dicesi più giusta di Giuda il Patriarca, e merita di estendere la linea del parentado del salvatore con il fraudolento incesto. Venite ora, uomini forti e robusti, e voi ingegni [p. 18sx ==> 36/71] scolastici di scienza, gravidi e con altrettanti esempi provate l'opinione contraria, che meglio sia la iniquità dell'uomo, che la donna operante il bene. Certo non la potrete difendere se non con allegorie, dove allora sarà l'autorità della donna uguale con quella dell'uomo. Ma ritorniamo: la somma eccellenza di tanto felicissimo sesso, ciascuno la può conoscere tramite questo evidentissimo argomento: che la creatura più degna di tutte, della quale nessuna mai fu, né sarà più degna, fu donna, dico, la beatissima Vergine, della quale (posto ch'ella certamente sia concepita fuori del peccato originale) Cristo non fu maggiore in quanto all'umanità. Similmente è lecito argomentare {con Aristotele}: Di quel genere è più nobile dell'altro, il quale, essendo ottimo, è più nobile dell'ottimo dell'altro genere: nel genere femminile l'ottima è Maria vergine, nella mascolina nessuno nacque maggiore di Giovanni Battista. E quanto lo sopravanzi la Santa Vergine che è sopra tutti i cori degli Angeli esaltata: non c'è nessun cattolico che non lo sappia. Si potrà similmente argomentare in questo modo: quel genere, il cui sesso è peggiore del pessimo, è anche inferiore al detto genere: e già sappiamo che la creatura la più viziosa e pessima di tutte è l'uomo, ovvero è stato Giuda che tradì Cristo, del quale esso Cristo disse: Buona cosa sarebbe stata per quell'uomo che non fosse nato; ovvero che ci sarà qualche Anticristo peggiore di lui, nel quale abiterà tutta la potenza di Satana. [p. 18dx ==> 36/71] Inoltre, la Scrittura ci presenta molti uomini, dannati nei tormenti eterni, e in nessun luogo si legge che qualche donna sia dannata. A questo testimonianza, vi si aggiunge anche una certa nobile eccellenza degli animali bruti: poiché l'Aquila, che è regina, e la più nobile di tutti gli uccelli, è sempre femmina, né mai si trova che sia del sesso maschile. E gli Egizi hanno dimostrato che perfino la Fenice, che è un uccello unico al mondo, non sia se non femmina. All'opposto il Regolo, serpente, altrimenti detto Basilisco, sopra tutti gli animali velenosi, velenosissimo, non è se non maschio, e inoltre è impossibile che nasca femmina. L'eccellenza, la bontà, l'innocenza di questo sesso si può assai abbondantemente ancora dimostrare con queste ragioni: che l'origine di tutti i mali è dagli uomini, e non dalle donne, perchè il primo essere umano creato, Adamo, ebbe l'ardire di trasgredire la legge del Signore, serrò le porte del Cielo e rese tutti noi soggetti al peccato e alla morte. Infatti tutti pecchiamo, e moriamo, in Adamo e non in Eva. E il suo primogenito aprì le porte dell'inferno. Questi fu il primo invidioso, il primo omicida e fratricida, e il primo che disperò della misericordia divina. Lamech {discendente di Caino} fu il primo bigamo {cioè reo di bigamia}. Noè fu il primo ubriaco e suo figlio Cam {uno dei tre figli di Noè, insieme a Sem e Jafet}, il primo che discoprì le vergogne a suo padre. Nembrot, primo tiranno e insieme idolatra. Il primo adultero, l'uomo; il primo che commise [p. 19sx ==> 38/71] l'incesto, l'uomo. Inoltre furono uomini i primi che strinsero alleanza coi demoni, e inventarono le arti profane. I figli maschi di Giacobbe, i primi che vendettero il loro fratello. Il Faraone d'Egitto fu il primo che ammazzò i fanciulli. Gli uomini furono i primi che lussuriarono contro natura: testimoni ne sono Sodoma e Gomorra, che già furono città famose, e andarono in rovina per le scelleraggini degli uomini, e per tutti leggiamo avere gli uomini, mercé la loro temeraria lussuria, preso due e tre, e infinite mogli e, giacendo con molte, commettere adulterio e fornicazione. Così, di più mogli e di più concubine, furono mariti: Lamech {discendente di Caino}, Abramo, Giacobbe, Esaù, Giuseppe, Mosè, Sansone, Elkana, Saele, Davide, Salomone, Assun, Roboamo, Abia {o Abiam, re di Giuda}, Caleph, Assuero e innumerevoli altri: i quali singoli, oltre alle meretrici e concubine, ebbero più mogli; né contenti del matrimonio di esse, per saziare la loro lussuria, con le loro ancelle s'impacciarono {furono in rapporto con...}. In nessun luogo troviamo che qualche donna, eccetto una sola, Betsabea, non si sia paga di un solo marito. E ancora nessuna ne troverai che abbia avuto due mariti, avendo avuto figli dal primo marito, perché le donne sia per pudicizia che per castità sono molto più continenti {mo

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rigerate} degli uomini: le quali, essendo sterili, leggiamo che spesso si astennero dal coito, e in-

trodussero dal marito un'altra moglie: così come Sara, Rachele e molte altre sterili, le quali introdussero le proprie ancelle, affinché destassero [p. 19dx ==> 38/71] i loro mariti a non restare senza discendenti. Ma ditemi di grazia, quale uomo, quantunque vecchio, frigido, sterile e non atto al matrimonio, sia mai stato così tanto pietoso e clemente nei confronti della moglie, da mettere in sua vece un altro che cospargesse di fertile seme il ventre suo fecondo? Anche se leggiamo che Solone e Licurgo già fecero leggi simili, cioè, che se qualcuno già attempato e non atto a generare, e affatto inetto e pigro negli atti venerei {o rapporti venerei}, si fidanzasse con una fanciulla, a lei fosse concesso scegliersi qualcuno e giovane e amico{o meglio, un giovane amico}, e di forza e di nobili costumi, col quale, dolcemente giocando e lottando, pigliasse piacere; purché tale parto si affermasse essere del marito, né perciò si dicesse esser d'altri, né di adulterio. Si legge essere state fatte le leggi, ma non osservate, non tanto per la durezza degli uomini, quanto per la continenza delle donne, che le ricusarono. Sono ancora innumerevoli le preclarissime donne, le quali con la singolare pudicizia e anche con l'amore matrimoniale di gran lunga sopravanzarono tutti gli uomini: come fu Abigail, moglie di Nabal, Artemisia di Mausolo, Argia {o Egia} moglie di Polinice Tebano {figlio di Edipo e di Giocasta}, Giulia di Pompeo, Porzia di Catone, Cornelia di Gracco, Messalina di Sulpizio, Alcesti di Admeto, Isicratea di Mitridate re di Ponto. Similmente Didone fabbricatrice di Cartagine, e Lucrezia Romana e Sulpizia di Lentulo. Sono infinite le altre, delle quali la fede della verginità e pudicizia neppure con la morte si può mutare: gli esempi delle quali [p. 20sx ==> 40/71] si offrono da sé: Atalanta Calidonia, Camilla Volsca, Ifigenia Greca, Cassandra e Crise. A queste si aggiungono le vergini lacedemoni, le spartane, le milesie e le tebane, e altre senza numero, che le storie degli ebrei, dei greci e dei barbari ci raccontano: le quali stimarono la pudicizia più che i regni, e finalmente più che la propria vita. Ma se ancora si ricercano gli esempi della pietà, fra gli altri si rappresenterà quello di Claudia, sacerdotessa vestale, verso il padre, e di quella giovanetta plebea verso la madre, della quale abbiamo parlato di sopra. Ma a queste cose, qualche critico maligno potrebbe opporre gli esiziali matrimoni di Sansone, di Giasone, di Deifobo e di Agamennone, e altre tragedie di tal fatta: le quali, chi le esaminerà a fondo con sguardo (come dicono) linceo {cioè particolarmente acuto e perspicace}, troverà che le mogli sono accusate falsamente, perché non è mai avvenuto che una qualche donna si sia comportata cattivamente con un buon marito; che le mogli non sono malvage se non contro i martiri rei, i quali, anche se talvolta s'imbattono nelle buone, spesso per difetto di sé stessi, le mogli diventano pessime. Pensate voi, se fosse stato concesso alle donne di fare le leggi e di scrivere le storie, quante tragedie avrebbero potuto compore sulla inestimabile malizia degli uomini, fra i quali infiniti se ne trovano micidiali {che uccidono, che danno la morte}, ladri, assassini, falsari, incendiari, traditori: i quali anche al tempo di Giasone e del Re Davide con tanta moltitudine si erano dati ai ladrocini; che costituirono i Capitani delle loro stesse turbe, e ancora oggidì ce ne è di essi un numero infinito [p. 20dx ==> 40/71] onde avviene che tutte le prigioni sono piene di uomini, in ogni luogo tutte le forche sono cariche di uomini. All'opposto le donne sono state inventrici di tutte le arti liberali, d'ogni virtù, di ogni beneficio: il che specialmente lo dimostrano gli stessi nomi delle arti e delle virtù. A questo si aggiunge cosa che è notabile, che anche le parti del globo terrestre {cioè la terra, il mondo} sono chiamate con nomi di donne, cioè l'Asia, dal nome di una ninfa: figlia del titano Oceano e della titanide Teti; l'Europa, dal nome della figlia di Agenore; la Libia, dal nome della figlia di Epafo, che dicesi anche Africa. Infine, se discettiamo di ciascuna specie di virtù, in tutte la donna otterrà il primo posto. Donna fu infatti quella che offrì a Dio il primo voto di verginità, dico Maria Vergine, che in seguito meritò d'essere madre di Dio. Le profetesse furono sempre ispirate dallo spirito divino più che gli uomini: il che è noto nelle Sibille, testimoni Lattanzio, Eusebio e Agostino. Così Maria, sorella di Mosè, era profetessa: ed essendo il popolo d'Israele per andare in rovina, e Geremia in cattività, Olda, moglie dello zio materno, si desta profeta al di sopra delle forze dell'uomo {per profetizzare, appunto, al popolo d'Israele che stava per andare in rovina}. Passiamo in ras

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segna le sacre scritture, e vedremo che la costanza delle donne nella fede e nelle altre virtù è di gran lunga più apprezzata che quella degli uomini, come in Giuditta, in Ruth, in Ester: le quali sono state celebrate con così grande gloria da imporre i nomi anche ai sacri volumi. Quell'Abramo, il quale, quantunque per la fermezza della sua fede la scrittura l'avesse chiamato giusto, perché credette [p. 21sx ==> 42/71] a Dio, nondimeno è assoggettato a Sara sua moglie, e la voce del Signore gli comanda: In tutte le cose ch'ella ti dirà, ubbidisci alla sua parola. Similmente Rebecca, credendo fermamente, va a interrogare Dio, e meritevole della risposta di lui, ascolta la novità: Due genti nel tuo utero, e due popoli dal tuo ventre si divideranno. E la vedova Sarettana credette a Elia, quantunque dicesse cosa difficile per lei. Così Zaccaria redarguito dall'Angelo per la sua incredulità, diventò muto; ed Elisabetta, sua moglie, con l'utero e con la voce profetizza, ed è lodata perché fedelmente credette: la quale, poi Maria vergine beatissima la lodò dicendole: Beata sei tu che hai creduto quel che ti è stato detto dal Signore. Allo stesso modo Anna profetessa, dopo la rivelazione di Simeone, faceva professione di fede in Dio, e parlava di lui a tutti quelli che volevano udire, aspettando la redenzione di Israele. E Filippo aveva quattro figlie vergini profetanti. Che dirò di quella Samaritana, con la quale Cristo parlava presso il pozzo? E sazio della fede della credente, rifiuta i cibi degli Apostoli. A queste ci si aggiunge la fede della Cananea, e di quella che pativa il flusso di sangue. Non è forse vero che anche la fede e la confessione di Marta era simile a quella di Pietro? E quanta sia stata la costanza della fede in Maria Maddalena, ci è noto tramite gli Evangeli, perché essa, mentre i Sacerdoti e i Giudei crocifiggono Cristo, piange ai piè della Croce, porta gli unguenti, lo cerca nel sepolcro, e [p. 21dx ==> 42/71] interrogandolo in veste di ortolano, riconosce in lui Dio: corre dagli Apostoli, annuncia loro che egli è risuscitato; quelli dubitano, questa confida {nel fatto che Gesù era risorto}. Che diremo anche di Priscilla, femmina santissima che insegnò ad Apollo, uomo apostolico {che fa cioè opera di apostolato} dottissimo nella legge, e vescovo dei Corinti, né fu vergogna all'Apostolo imparare da una donna quelle cose che egli avrebbe poi insegnato in chiesa. Aggiungi, inoltre, che quelle che col patire il martirio, e col disprezzar la morte hanno dato testimonianza della loro costanza, non sono numericamente meno degli uomini. Né si deve qui passare sotto silenzio quella madre ammirabile, degna di essere ricordata da tutti i buoni: la quale, vedendo al suo cospetto i sette figli perire di tormento crudele, non solo sopportava di buon animo, ma fortemente li confortava nella morte, ed ella, confidando in Dio per ogni cosa, dopo i figliuoli per amore delle leggi del creatore e della patria, si lasciò morire. E similmente Teodolinda, figlia del Re dei Bavari, non convertì i Longobardi alla fede di Cristo? E Gresilla sorella dell'Imperatore Enrico I, gli Ongari? E Clotilde, figlia del Re di Burgundia, i Francesi? E una certa Apostola, donna di infima condizione, gli Spagnoli? Alla fine solo questo sesso religiosissimo, anch'esso specialmente è quello nel quale, persino al giorno d'oggi, la fede cattolica e le continue opere di pietà risplendono. Ma affinché nessuno dubiti che le donne possano quelle medesime cose che [p. 22sx ==> 44/71] gli uomini: trattiamo questa materia con esempi, e troveremo che mai nessuna prova di straordinaria audacia, in nessun tipo di virtù, è stata perpetrata dagli uomini, che dalle donne con eguale valore non sia stata spesso data. Nei tempi antichi, presso le genti, furono nel Sacerdozio famosissime Melissa di Cibele, dal cui nome poi le altre sacerdotesse della Dea si chiamarono Melisse; similmente Ippecaustria, sacerdotessa di Minerva, Mera {o Era} di Venere, Ifigenia di Diana, e le sacerdotesse di Bacco, illustre per molti nomi: così come sono le Tiadi, le Menadi, le Baccanti, le Eliadi, le Mimallonidi, le Euhiadi, le Edonidi, le Bassaridi, le Triateridi. Ancora presso i Giudei, Maria, sorella di Mosè, entrava insieme con Aronne nel Santuario, e fu stimata come Sacerdote. E nella nostra religione, benché alle donne sia interdetta l'amministrazione del sacerdozio, nondimeno sappiamo che nelle storie si racconta che una volta, fingendo d'esser maschio, una donna ascese all'altezza del sommo pontificato. Né delle nostre sono meno note tante santissime Badesse e Monache: le quali, gli antichi non si sdegnarono chiamarle Sacerdoti. Nella profezia, presso le genti di tutto il mondo, ebbero pregio e fama le Sibille, Cassandra, Maria sorella di Mosè, Debora, Odda, Anna, Elisabetta, le

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quattro figlie di Filippo, e molte altre più recenti sante donne, come Brigida e Ildegarda. Oltre a ciò, nella Magia, sia dei buoni [p. 22dx ==> 44/71] sia dei mali demoni, con inespugnabile disciplina {insuperabile perizia} su tutti Circe e Medea fecero cose assai meravigliose più dello stesso Zoroastro, benché dai più si credesse esser questi l'inventore di tale arte. Poi nella filosofia furono preclare Teano, moglie di Pitagora, e anche Dama, sua figlia: furono di chiaro nome e fama nell'esporre le oscurità delle sentenze paterne. Similmente Aspasia e Diotima, discepole di Socrate; Lastenia Mantinea e Axiothea Fliasia, ambedue discepole di Platone. E finalmente Plotino loda Gemina, e commenda anche Amficlea; e Lattanzio, Temiste. La chiesa cristiana si rallegra ed esalta in Santa Caterina, la quale, sola e fanciulla, soverchiò di gran lunga tutta la dottrina dei savi del suo tempo. E non voglio qui negligere la Regina Zenobia, discepola del filosofo Longino, la quale, per la copiosa e candida scienza delle lettere fu soprannominata Efinissa: le cui opere sacrosante, Nicomaco le tradusse in lingua greca. Passiamo all'arte oratoria e alla poesia. Ecco che si fanno incontro Armesia, sopannominata Androginea, Ortensia, Lucera, Valeria, Copiola, Saffo, Corinna, Cornificia Romana, ed Erinna Telia, ovvero Tesbia, la quale venne cognominata Epigrammista, e presso Sallustio Sempronia, e presso i giureconsulti Calpurnia. Se oggidì alle donne non fosse vietato di imparare le lettere, già a quest'ora le donne, più eccellenti d'ingegno [p. 23sx ==> 46/71] che gli uomini, sarebbero giudicate illustri per chiarissima dottrina. Che diremo di questo, che le donne unicamente per propria natura, (pare che) vincano facilmente i maestri di tutte le discipline? Non si vantano i grammatici d'essere artefici del parlar bene? E ciò, non l'impariamo noi assai meglio dalle madri e dalle nutrici, che da essi? L'eloquentissima lingua dei Gracchi, non fu essa formata e fatta loro imparare dalla madre Cornelia? E a Sile, figlio di Aripito, Re di Scizia, non gli insegnò la lingua greca Istrina sua madre? E i fanciulli nati nelle colonie introdotte presso le genti straniere, non ritennero essi il parlare dalle madri? Né per nessun'altra causa Platone e Quintiliano con tanta sollecitudine trattarono dello scegliere idonea nutrice per i bambini, se non affinché la lingua e il sermone del fanciullo si formasse bene, e discretamente. E i poeti nelle loro ciance e favole, e i Logici nella loro litigiosa loquacità non sono vinti dalle donne? E in nessun luogo è oratore così buono, o così perfetto, che pure a una vil meretrice nel persuadere sia superiore. Quale abachista {esperto nel fare i conti}, sommando falsamente, può ingannare una donna nel pagare il debito? E qual musico arriva al canto, e alla soavità della voce di lei? I Filosofi, i Matematici, gli Astrologi nelle loro indovinazioni, e precognizioni, il più delle volte, non sono essi inferiori alle femmine di villa? E una vecchierella, essa spesse volte non supera un dotto medico? Socrate (se dovessimo dar fede alla testimonianza dell'oracolo di Apolline sapientissimo [p. 23dx ==> 46/71] sopra tutti) essendo già vecchio non si degnò di imparare ancora alcune cose da Aspasia: così come anche il teologo Apollo non si vergognò di essere ammaestrato da Priscilla. E se anche si ricerca la prudenza, ci sono per esempio Opi, annoverata tra le Dee, Plotina moglie di Traiano, Amalasunta Regina degli Ostrogoti, Emilia moglie di Scipione. Alle quali si aggiunge Debora donna di Labidoth femmina prudentissima, la quale (come si legge nei libri dei Giudici) alquanto tempo giudicò sopra il popolo di Israele, e per ogni lite che occorreva, i figli d'Israele andavano da lei, la quale, similmente, ricusando Barach la battaglia contro i nemici, essendo essa eletta Duce dell'esercito ebreo, uccisi e messi in fuga i nemici, ne riportò la vittoria. Leggesi ancora nella storia dei Re, Adalia {Attalia o anche Sattalia} Regina aver regnato e giudicato in Gerusalemme per 7 anni. E Semiramide, dopo la morte del Re Nino, governò i popoli per 40 anni. E tutte le Candaci Regine di Etiopia regnarono e con prudenza e con sapienza grandissima: delle quali ne è menzione negli atti degli Apostoli: e Giuseppe quel fido scrittore dell'antichità ne racconta cose mirabili. Si aggiunge anche Nicaula, Regina di Saba, che venendo dagli ultimi confini della terra per udire la sapienza di Salomone, per testimonianza del Salvatore, ha da condannare tutti gli uomini. Similmente ci fu una certa Tecoite, donna sapientissimaa, che con argomentazioni contiene il Re Davide, con oscuro [p. 24sx ==> 48/71] parlare {enigmi} gli insegna, e con l'esempio di Dio lo mitiga. Né qui son da tralasciare Abigail e Betsabea, che l'una liberò suo marito dall'ira di

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Davide, e dopo la morte del suo sposo divenne Regina e moglie del Re; l'altra, fu madre di Salomone, e con prudenza impetrò il regno a suo figlio. Nella invenzione delle cose abbiamo gli esempi di Ifis, di Minerva, e di Nicostrata. Nel fondare un impero e città abbiamo Semiramide, che tenne la monarchia dell'universo mondo, e anche Didone, e le Amazzoni. Nei fatti d'arme, Tomiri, regina dei Messageti, la quale vince Ciro, monarca dei Persiani; e ancora Camilla Volsca, e Calisca di Boemia, ambedue Regine. Similmente gli Indiani Pande, le Amazzoni, le Candaci, le donne Lennensi, le Focensi, le Chie e le Persiane. Leggiamo di molte altre illustrissime donne, le quali con virtù meragigliosa nella estrema disperazione delle cose restituirono la salvezza a tutta la loro nazione, e fra queste c'è Giuditta, la quale dal beato Geronimo è celebrata con queste parole, dicendo: Pigliate la vedova Giuditta, come esempio di castità, ed esaltatela con lode trionfale e con perpetuo onore, perché il rimuneratore della castità la rese esempio da poter esser imitato non solo dalle donne, ma anche dagli uomini, e le concesse tale virtù affinché potesse vincere chi da tutti non poteva esser vinto, e superare chi non poteva essere superato. Leggiamo ancora che una certa savia donna chiamò Ioab [p. 24dx ==> 48/71] e gli diede nelle sue mani la testa di Siba, nemico di Davide, per conservare la città Abela, che era la città principale in Israele. E un'altra femmina, gettando un pezzo di pietra di macina dalla sommità di una torre, lo scaraventò sulla testa di Abimelech {re di Gerar, al tempo di Abramo}, e gliela spezzò, eseguendosi la vendetta di Dio su di lui, perché aveva male operato al cospetto del Signore contro il proprio padre, avendo ammazzati 70 fratelli sopra una pietra. Così Ester, moglie del Re Assuero, non solo liberò il suo popolo da morte bruttissima, ma oltre a questo lo adornò di sommo onore. E assediata Roma dai Volsci, essendo capitano Gneo Marzio Coriolano, la città, che gli uomini con le armi non potevano difendere, Veturia, già vecchia madre di Coriolano, riprendendo il figlio, la salvò. Artemisia {di Caria, - 350 a. C, eresse il Mausoleo di Alicarnasso, una delle 7 meraviglie del mondo antico} tolse l'armata ai Rodiani che l'avevano assaltata, e soggiogò l'Isola, e nella città di Rodi vi pose una statua, che li tacciasse con sfregio di perpetua infamia. E chi potrebbe a sufficienza lodare quella nobilissima giovane {Giovanna d'Arco, alias Pulzella d'Orléans}, benché nata di bassa condizione, la quale, nel 1.428, anno di Nostro Signore Gesù Cristo, essendo il regno di Francia assalito dagli Inglesi, a guisa di Amazzone, pigliate le armi e conducendo lei la prima schiera, combatté tanto valorosamente e con buon esito, che abbattuti gli inglesi in molte battaglie, restituì al Re di Francia il regno già perduto: a perpetua memoria di ciò, presso Genabo, Città della Gallia, ora [p. 25sx ==> 50/71] Orliens, sul ponte sopra il fiume Loira, a quella giovane, in suo onore, fu eretta una statua. Potrei, dalle storie antiche così come dalle moderne dei Greci, dei Latini e dei Barbari, trarre i racconti di innumerevoli donne che furono eccellentissime; ma affinché l'opera non fosse troppo grande, ho voluto attenermi alla brevità, perché di esse Plutarco, Valerio, Boccaccio e molti altri ne scrissero. Ed è per questo che delle donne, non ne ho parlato più diffusamente, e molte cose ho taciuto come quella che non sono di natura tanto ambiziose: presumerò di poter esporre con un breve discorso le eccellenze e le virtù infinite delle donne. Giacché, chi sarebbe in grado di annoverare le lodi innumerabili di esse, da cui tutto il nostro essere, tutta la conservazione del genere umano, il quale altrimenti scomparirebbe in breve tempo, tutte le famiglie e tutte le Repubbliche dipendono? La qualcosa chiaramente fu conosciuta dal fondatore di Roma, il quale, non avendo femmine, non esitò a intraprendere una crudelissima guerra contro i Sabini, con il ratto delle figlie, perché egli considerò che un impero di tal fatta, sarebbe tosto caduto, se non ci fossero state le donne. Finalmente, essendo stato preso il Campidoglio dai Sabini, e combattendosi crudelissimamente nel mezzo della piazza a bandiere spiegate, correndo le donne a mettersi in mezzo fra ambedue le schiere, cessò la battaglia. Alla fine fatta la pace e la confederazione, strinsero assieme un'amicizia perpetua, [p. 25dx ==> 50/71] onde Romolo impose i loro nomi alle Curie. Consenzienti i Romani, nelle tavole delle pubbliche leggi fu espressamente disposto che la donna non macinasse, non cucinasse, né la moglie dal marito, né il marito dalla moglie, accettasse in dono cosa alcuna, affinché conoscessero essere tutte le loro sostanze in comune fra di essi. E di qui finalmente

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venne quella consuetudine che chi introduceva la sposa, le comandasse di dire: DOVE TU, IO; significando: dove tu sei Signore, io son Signora, e dove tu sarai padrone, io sarò padrona. Oltre a ciò, dopo che furono cacciati i Re di Roma, essendo Capitano Coriolano Marzio, essendosi le legioni dei Volsci accampate cinque miglia lontano dalla città, furono messe in fuga dalle donne, per il quale beneficio fu dedicato un tempio alla Fortuna femminile, e anche per deliberazione del Senato furono loro concessi privilegi di grande onore e dignità, che sono questi: che camminando per strada, vadano sul lato più degno, e che ciascun uomo, levandosi in piedi, le onori spostandosi da un lato {facendosi da parte}. E in più sono concesse loro le vesti di porpora con i fregi dorati, il portare addosso e agli orecchi ornamenti di pietre preziose, anelli e collane. E gli Imperatori, che poi successero, per legge ordinarono: ogni volta che in qualche luogo si stia per deliberare il divieto di portare certe vesti e ornamenti, che sotto quello {divieto} non si intendano essere le donne. E fu anche consentito loro di succedere nelle eredità [p. 26sx ==> 52/71] e nei beni. Similmente fu dalle leggi permesso che i funerali delle donne si celebrassero con pubbliche lodi, come quelli degli uomini illustri, perchè dovendosi offrire un dono votivo ad Apolline Delfico per il voto fatto da Camillo, e non essendoci in Roma tanto oro, le donne di propria volontà diedero i propri personali ornamenti. E nella guerra che Ciro fece contro Astiage, essendo messe in fuga le genti persiane, dal biasimo delle donne furono queste ammonite e di nuovo risospinte alla battaglia, e così ebbero una gloriosa vittoria. E per tale egregio fatto Ciro emanò una legge, secondo la quale i re di Persia, dovendo entrare in città, pagassero a ciascuna donna una moneta d'oro. E anche Alessandro {Magno} il Macedone, essendo entrato due volte in quella citta, due volte fece distruibire tale moneta, e poi comandò che il dono si raddoppiasse alle donne in gravidanza. E così dagli antichi Re dei Persiani, e dei Romani (dico dalla prima origine della città e dell'impero di Roma), le donne ebbero sempre privilegi di ogni sorta di onore. Né meno furono riverite dagli imperatori, e perciò anche l'imperatore Giustiniano nel redigere le leggi stimò esser cosa buona ricorrere alla moglie per un consulto {o una consultazione}. E altrove la legge dice questo, che la moglie nell'onore meritatamente risplende, affinché senta il suo splendore, ché quanto sia onorato il marito, altrettanto sia anche la moglie. In questo modo, la moglie dell'Imperatore è detta Imperatrice, quella del Re Regina, quella [p. 26dx ==> 52/71] del Principe Principessa, e chiamasi illustre di qualunque condizione ella sia nata. E Ulpiano dice: Il Principe, cioè l'Imperatore, non è soggetto alle leggi, ma l'Augusta, che è la moglie del Principe, quantunque non sia ella dispensata dal rispetto delle leggi, ciononostante egli le ha conferito i medesimi privilegi che ha la Maestà sua. Ed è per questo che alle donne illustri è permesso essere giudici e arbitre, e poter investire, ed essere investite di un Feudo, e fra i vassalli decretare ciò che è di diritto. A questo proposito fa sì che la donna possa avere servi particolari come l'uomo, e anche giudicare fra gli estranei {alla famiglia, non legati da parentela}. Hanno le donne la potestà di mettere il nome alla famiglia, di modo che i figli siano denominati dalla madre, e non dal padre; hanno anche, quanto ai pregi, grandi privilegi, espressi qua e là in diversi luoghi nel corpo del diritto civile, dove anche è vietato che una donna di onesta vita e fama si debba incarcerare per debiti civili, anzi il giudice che la condannerà al carcere, verrà punito con pena capitale. Ma se si ritenesse sospetta di qualche delitto, sia rinchiusa in un monastero, ovvero sia data alle donne che la imprigionino. Poiché, secondo la legge, la femmina è di condizione migliore dell'uomo, e anche perché, nel medesimo genere di delitto, molto più grave viene reputata la colpa di lui, che di lei: perciò, esso, trovato in adulterio, è condannato a morte; l'adultera si sbatte in un monastero. Azone, nella [p. 27 sx ==> 54/71] summa che fa sopra il titolo al senatoconsulto velleiano {atto del senato, circa metà del I sec. d. C, col quale si pose un limite alla capacità giuridica delle donne, facendo divieto alla donne di intercedere pro aliis}e lo Speculatore, nel trattato sulle dichiarazioni di rinuncia, raccolgono insieme assai più privilegi. Similmente quegli antichi Legislatori e fondatori della Repubblica, uomini per sapienza e scienza gravi e prudentissimi, Licurgo dico e Platone, sapendo sulla base dei penetrali {fig., al pl., la parte più segreta, più riposta dell'anima; segreti, misteri} della filosofia che né per eccellenza d'animo, né per forza di corpo, né

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per dignità di natura, le donne sono inferiori agli uomini, ma in eguale misura abili in ogni cosa, determinarono che le donne e gli uomini si esercitassero insieme negli incontri di lotta e negli esercizi ginnici, anche in ciò che è pertinente all'arte della guerra: nel tirar con l'arco, la fionda, e nel lancio delle pietre, nel combattere con le armi a piedi e a cavallo, nell'accamparsi, nell'ordinare le schiere, nel condurre l'esercito; e (per dirla in breve) che tutte le medesime arti fossero esercitate in comune dagli uomini e dalle donne. Leggiamo gli scrittori dell'antichità degni di fede, e troveremo nella Getulia {antica regione del Nord-Africa}, nella Battri {o Battriana o Bactriana: antica regione storica dell'Asia Centrale}, nella Galazia {antica regione dell'Anatolia centrale, oggi parte della Turchia}, esser stata usanza che gli uomini si dessero alla mollezza {vita licenziosa, costumi effeminati}, e che le donne coltivassero i campi, edificassero, negoziassero, cavalcassero, combattessero e facessero le altre cose che da noi oggidì fanno gli uomini. Presso i Cantabri {antica popolazione di 11 tribù celtiche sulla costa settentrionale della Spagna}, i maschi davano la dote alle femmine, le sorelle avevano cura di dar moglie ai fratelli, e le figlie erano costituite eredi. Presso gli Sciti {sette mussulmane, la cui origine risale alle guerre civili del primo sec. dell'egira (7° d. C.)}, [p. 27dx ==> 54/71] i Traci {popolazione indoeuropea, storicamente stanziata nell'estremità sudorientale della penisola balcanica: la Tracia, oggi grossolanamente corrispondente alla Bulgaria meridionale, Turchia europea e Grecia nordorientale} e i Francesi, gli uffici erano comuni alle donne e agli uomini;

e, trattando della guerra e della pace, nei giudizi e nelle deliberazioni, si introducevano le donne. Il che, lo dimostra il patto stipulato dai Celti, popoli della Gallia, con Annibale con queste parole: SE ALCUNO dei Celti si lamenta che gli si sia fatta ingiuria da qualcuno dei Cartaginesi, di simil causa sia giudice il Senato di Cartagine, ovvero i Capitani che saranno in Spagna. Se qualche Cartaginese sarà ingiuriato da qualcuno dei Celti in qualche cosa, giudichino di ciò le donne dei Celti. Ma contro la giustizia divina e contro gli ordini della natura, essendo superiore la licenziosa tirannia degli uomini, la libertà data alle donne è loro interdetta da leggi inique, e impedita dalla consuetudine e dall'uso, e totalmente estinta dall'educazione: poiché la femmina dacché nasce, i primi anni è tenuta nell'ozio in casa, e come se non fosse atta a un più alto compito o incarico, nient'altro le è permesso di comprendere e immaginare se non l'ago e il filo. E poi, quando raggiunge gli anni della pubertà, è lasciata alla mercé di un marito geloso, oppure viene rinchiusa nella perpetua prigione di un monastero di monache. Tutti gli uffici pubblici le sono dalle leggi proibiti, non le è concesso chiamare in giudizio, ancorché ella sia prudentissima. Oltre a ciò, viene esclusa da: giurisdizione, arbitrato, adozione, intercessione, procura, tutela, cura, cause criminali [p. 28sx ==> 56/71] e testamentali. Similmente le è vietato predicare la parola di Dio. Il che manifestamente è contro la scrittura con la quale lo Spirito Santo promise loro, dicendo per bocca di Ioele: E profetizzeranno le vostre figlie. Nel qual modo anche al tempo degli Apostoli insegnavano pubblicamente così come notorio è di Anna di Simeone, delle figlie di Filippo e di Priscilla d'Aquila. Ma è tanta la malignità dei nuovi legislatori che hanno annullato il precetto di Dio con i loro comandamenti, decretando che le donne, quantunque nobilissime per naturale eccellenza e dignità, sono di più vile condizione che tutti gli uomini. Con queste leggi dunque le donne, quasi fossero sconfitte in guerra, sono forzate dagli uomini a sottomettersi ai vincitori, operante non una naturale o una qualche divina necessità o ragione, ma la consuetudine, l'educazione, la fortuna e una certa circostanza tirannica. Inoltre ci sono taluni che conformemente alla religione si sono arrogati un'autorità contro le donne, e con le sacre lettere provano la loro tirannide, portando sempre a giustificazione quella maledizione di Eva: Sarai sotto la potestà dell'uomo, e lo stesso ti signoreggerà. E se si risponde loro che Cristo strappò via la maledizione, di nuovo mi opporranno la stessa cosa con le parole di Pietro, al quale si accosta Paolo dicendo: Le donne siano suddite agli uomini, e le donne tacciano nella chiesa. Ma chi avrà conosciuto i vari tropi della scrittura, e gli affetti della medesima, vedrà facilmente che queste cose non [p. 28dx ==> 56/71] ripugnano {non sono cioè in contrasto, in antitesi} se non in modo vago, superficiale, esteriore. Vi è infatti, nella chiesa, un ordine siffatto che gli uomini nell'amministrare siano preposti alle donne, come i Giudei ai Greci nella promessa, tuttavia Dio non valu

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ta le persone in modo parziale: perché in Cristo non c'è né maschio né femmina, ma la nuova creatura. In verità agli uomini per la durezza del loro cuore furono permesse alcune cose contro le donne, così come agli Ebrei già si concessero i ripudi, i quali perciò non offendono la dignità delle donne, anzi, mancando ed errando gli uomini, le donne a vituperio di essi hanno la potestà di giudicare, e la Regina di Saba ha da giudicare quelli di Gerusalemme. Coloro dunque che, giustificati per fede, sono fatti figli di Abramo, figli dico della promessa, soggiaceranno alla donna, e sono obbligati e sottoposti al precetto di Dio che dice ad Abramo: Ascolta e ubbidisci la voce di Sara in tutte quelle cose, che ella ti dice. Ora finalmente, riducendo le molte parole in una, abbiamo dimostrato la somma eccellenza del sesso femminile: dal nome, dall'ordine, dal luogo, dalla materia; e che dignità abbia avuto la donna sopra l'uomo, poi dalla religione, dalla natura delle umane leggi, e anche confusamente da varie autorità, ragioni ed esempi. Tuttavia non così tante cose abbiamo detto, e anzi molte altre e infinite abbiamo tralasciato di dire, perché non sono venuto a scrivere mosso dall'ambizione, ovvero dalla lode di me medesimo, ma dal dovere e dalla [p. 29sx ==> 57/71] verità, affinché per il mio tacere non sembri come sacrilegio che con una certa empia taciturnità io sottragga al sesso così devoto le sue debite lodi (quasi stessi detestando il talento datomi). Ma se qualcuno, più curioso e diligente di me, troverà qualche ragione pretermessa da noi, che egli suppone possa sostenere questa opera nostra, stimerò non d'essere ripreso da lui, ma d'essere aiutato, in quanto col suo ingegno e dottrina renderà migliore questa nostra buona fatica. Perciò affinché l'opera non cresca di troppo grande volume, qui termino. [N.B.: Mancanti nella traduzione italiana {dal francese} del 1549, Venezia, Gabriel Giolito Ferrari: https://archive.org/details/bub_gb_6Ox6XaVD_dcC} le pp. 28sx-dx, e 29 sx, le ho integrate con quelle della medesima opera del sito web: https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k58849g/f6.image#] *§* RIFLESSIONI PERSONALI. Bene ha fatto il filosofo tedesco a rimarcare che la responsabilità della condizione in cui versa la donna, più vile di quella di tutti gli uomini, ricade sui legislatori. E ciò stante - dico io -, p.e., sulla politica, sui partiti, sugli organi costituzionali dello Stato {italiano}. La donna a codeste entità non chiede alcunché di più e di altro che quello che ogni cittadino esige legittimamente da chi lo governa: rispetto della dignità personale, tutela della propria individualità, lavoro, equa retribuzione, meritocrazia ecc. Ciononostante, gli si obietta d'aver preso la Bibbia (testo sacro) come la bibbia delle cose della scienza (cosmogonia, biologia, antropologia). La Bibbia è, a parer mio, retorica, metafora, allegoria, e nulla più. Come può una persona sensata credere che Dio, nella Genesi, camminasse nel giardino sul far della sera, e chiamasse l'uomo e gli dicesse: "Dove sei?" {Genesi, 3-7.9} E come accettare la tesi agrippina secondo cui la praecellentia, l'eccellenza cioè o la superiorità della donna sull'uomo è fondata sul fatto che lei ebbe nome più eccellente di lui? Accettare poi, p.e., come verità scientifica che la prima donna sia stata formata da Dio con la costola che aveva tolto al primo uomo, è davvero un oltraggio all'intelligenza {pensiero critico, riflessivo}. A mio giudizio, è unicamente la filogenesi che nella evoluzione, senza alcuno scopo preordinato, ha - per così dire - messo al mondo degli esseri viventi che, attraverso infinite ibridazioni inter-intra-specifiche, hanno assunto la umana forma del maschio e della femmina, ovviamente con le infinite variazioni d'ordine sessuale. Giova anche sapere, come scrive Agrippa, che un tempo le donne avevano la potestà di mettere il nome alla famiglia, in modo che i figli fossero denominati dalla madre, e non dal padre. A questo proposito, Morelli diceva che: "se si mira l'imperio maritale, che senza porci nulla le toglie anche il conforto di perpetuare il proprio nome nei figliuoli esclusivo frutto de' suoi visceri; le usurpa il privilegio che la Donna madre à sulla propria fattura, conservato anche dai

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Romani alla femina delle bestie nella nota massima partus sequitur ventrem!...". {La donna e la scienza, 1a ediz., p. 16}

In Italia, la Corte Costituzionale, con un comunicato del 27/04/2022, ha reso noto di aver dichiarato illegittime le norme giuridiche che attribuiscono in modo automatico il cognome del padre ai figli, elemento fondante della identità personale. La dichiarazione della Consulta attiene, in particolare, alla illegittimità dell'art. 262 del Codice Civile nella parte in cui non consente ai genitori, di comune accordo, di attribuire al figlio il solo cognome della madre e su quella parte che, in mancanza di accordo, impone il solo cognome del padre, invece che quello di entrambi i genitori. https://www.blblex.it/newsletter.php?id=982&lang=it {C.C., Libro I, Titolo VII - Della filiazione. Art. 262. Cognome del figlio. - Il figlio naturale assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio naturale assume il cognome del padre. Se la filiazione nei confronti del padre è stata accertata, o riconosciuta successivamente al riconoscimento da parte della madre, il figlio naturale può assumere il cognome del padre aggiungendolo o sostituendolo a quello della madre. Nel caso di minore età del figlio, il giudice decide circa l'assunzione del cognome del padre.}

Mi domando perché le femministe, invece di sputare su Hegel, non hanno - essendo il 50% della popolazione - esercitato l'iniziativa legislativa mediante la proposta di un progetto di legge {Art. 71 della Costituzione} al fine di stabilire un volta per sempre che il diritto di dare il proprio cognome ai figli spetta esclusivamente alla madre, perché di tutta evidenza e immediatezza. Non si può non condividere le parole di Agrippa allorché inveisce contro la licenziosa tirannia degli uomini, che in spregio alla giustizia divina e agli ordini della natura, impossibilita le donne all'esercizio della libertà per il tramite di leggi inique. E parimenti contro la Chiesa Cattolica che vieta alla donna di accedere agli ordini sacri, al sacerdozio cioè, e predicare la parole di Dio. Il che è per me davvero incomprensibile e irrazionale. Si legge che, anche in relazione all'ordinazione sacerdotale ed episcopale, la Chiesa cattolica insegna che il requisito de quo è una questione di legge divina {https://it.wikipedia.org/wiki/Sacerdozio_femminile}. Legge divina!? E quando mai Dio ha promulgato una legge del genere? E soprattutto perché e in che modo? Inaccettabile è invece la tesi agrippina che Cristo assunse il sesso maschile perché più vile, e non il femminile, più sublime e più nobile, e anche perché fummo tutti condannati per il peccato dell'uomo e non della donna. Il Cristo, Salvator Mundi, non va disgiunto dalla Religione detta Cristiana, motivo per cui se la religione - costruzione intellettuale, edificata storicamente - è maschile, maschile sarà il Salvatore, indipendentemente dalla viltà o nobiltà del sesso. E che dire della enunciazione agrippina riguardo ai Nesesolgi con riferimento a Maria Vergine, la quale concepì, senza uomo, e partorì Cristo, suo figlio, della propria sostanza e naturale fecondità? Il Nostro teologo dovrebbe spiegare perché, stante tale partenogenetica procreazione, il Cristo venuto al mondo è maschio e non femmina. {Il sesso del nascituro è determinato al momento della fecondazione dell'ovulo, allorché è decisiva la combinazione dei cromosomi del sesso: X e Y. Il cromosoma sessuale dell'ovulo materno è sempre X, quello dello sperma paterno può essere X o Y. Quindi, XX = femmina; XY = maschio. Vd. http://www.universitadelledonne.it/parteno.htm}

Agrippa definisce mirabilissimo, tra tutte le cose mirabili, questo, che la donna da sola, senza l'uomo, ha potuto produrre l'umana natura. Ha negletto - il filosofo - la cosa più ovvia ed extra-mirabilissma, e cioè questa: è la donna che procrea l'uomo, e senza la di lei procreazione l'umanità non solo non esisterebbe, ma neppure sopravvivrebbe, e sarebbe al contrario destinata all'estinzione certa. In verità, Agrippa aveva espresso una domanda retorica: "Chi sarebbe in grado di annoverare le lodi innumerevole di esse, da cui tutto il nostro essere, tutta la conservazione del genere umano, il quale altrimenti scomparirebbe in breve tempo, tutte le famiglie e tutte le Repubbliche dipendono?"

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Sarei stato molto più soddisfatto se avesse il teologo corroborato questo pensiero con più enfasi e argomenti, perché è in gioco il destino stesso del genere umano. La donna = la necessità imprescindibile dell'Umanità. Agrippa ha inteso glorificare la bellezza della donna, ma non tutte le donne sono belle. Incidentalmente, si rappresenta che il termine bellezza (beltà: 1 v.) ricorre 16 volte nel trattatello {Nell'edizione francese, beauté: 22 volte}. C'è da dire che i canoni della bellezza femminile sono transeunti, storicamente e geograficamente determinati, e, nella vita di tutti i giorni, riguardo alla relazione interpersonale uomodonna, del tutto soggettivi. E poi ciò che ha significatività per la donna, non è tanto la bellezza fisica, quanto quella interiore, p.e.: la dolcezza, la gentilezza, la grazia ecc.. E Agrippa, lo ha messo in evidenza solo in parte, allorché ha coniugato la politezza con la meravigliosa beltà di lei. Per quanto bella possa essere una donna, purtroppo anche lei è un essere umano, terrestre e non celeste, che ha sempre in sé e comunque qualcosa di animalesco, di repellente. Ciò che è davvero sconveniente nella trattazione agrippina, è l'aver voluto annoverare tra le eccellenti anche la donna che: umiliò il sublime Adamo; vinse la forza di Sansone; indusse all'incesto il casto Lot; turbò la santità di Davide; ingannò il savio Salomone; provocò a sdegno Giobbe, esasperandolo fino a maledire. Conclusivamente, non si rileva nell'opera agrippina alcunché di trascendentale. L'autore si è rivelato un semplice raccoglitore di informazioni sulla donna, dette già e ridette da scrittori precedenti, peraltro dallo stesso menzionati {p.e.: G. Boccaccio, Plutarco}, nessuna nuova luce proiettata sul mondo femminile, nessun punto di vista originale e illuminante, nessun nuovo percorso da intraprendere, niente di niente. Eppure la donna necessitava di una mente illuminata che la sollecitasse a prendere coscienza di sé, della sua condizione di subalternità rispetto al maschio, della sua potenza numerica, della sublimità della sua natura; e la inducesse ad avere in mano le redini del suo futuro e, ciò stante, del futuro dell'umanità. La donna = procreatrice non solo di creature, ma bensì di un mondo nuovo.

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23. - ALTERITÀ = bellezza e grazia. Il 2° vol. dell'Opera Enciclopedica (Ed. Claudio Perrin), La donna (1869), tratta de LA DONNA NELLA NATURA E NELLA SOCIETÀ.

Il 1° Cap. concerne La bellezza: [p. 5 ==> 10/531] Il primo attributo della Donna, il primo dono e l'arma più terribile largitale dalla natura è la bellezza. Un bel volto di donna è lo spettacolo più bello che sia dato contemplare sulla terra, e il suono della voce della donna amata è l'armonia più dolce che possa beare l'orecchio e l'anima dell'uomo. La bellezza della donna fu celebrata alle volte in modo assai bizzarro. Alfonso Karr, nel suo romanzo: Sotto i Tigli, pone argutamente in canzone coloro, i poeti sopratutto {sic}, che materializzarono, se ci si passa l'espressione, la bellezza, la cosa più eterea che abbiavi al mondo. Un giorno, dic'egli, tolsi in mano un libro di non so più quale autore e lessi quel che segue: Ella avea una fronte d'avorio, occhi di zaffiro, sopracciglia e cappelli d'ebano, guancie di rosa, bocca di corallo, denti di perla e collo di cigno. Ciò può destare il desiderio di un ladro, ma non di un amante. I capelli, gli occhi, la fronte, le sopracciglia, i denti, la bocca, le labbra, il collo, il seno della donna somministrarono mille immagini ora sublimi e graziose, ora ridicole e strane ai poeti di tutti i tempi e di tutte le nazioni. La donna di perfetta bellezza deve avere trenta {30} qualità leggiadramente espresse da Brantome {Pierre de Bourdelle, alias Brantome (Périgord, 1540 - † 15 luglio 1614. Storico e biografo francese} nel modo seguente: 1. Tre cose bianche: pelle, denti e mani; 2. Tre nere: occhi, sopracciglia e palpebre; 3. Tre rosse: labbra, guancie e unghie; 4. Tre lunghe: corpo, capelli e mani; 5. Tre corte: denti, orecchi e piedi; 6. Tre larghe: petto, fronte e divisione delle sopracciglia; 7. Tre strette: bocca, via e collo del piede; 8. Tre grosse: braccia, coscie e polpaccio; 9. Tre sciolte: dita, capelli e labbra; 10. Tre piccole: mammelle, naso e testa. Per esser bella non è però sempre necessario che la donna sia bianca, giacché a molti vanno più a sangue le brunette, e le Spagnuole sogliono dire: Aunque io sia mormica no soi da menos preciar, vale a dire: Quantunque io sia brunetta non sono però da disprezzare. E l'Ariosto dice che la bella Marfisa era brunetta alquanto. Pochi al mondo hanno provato e descritto il fascino della donna come Gian Giacomo Rousseau là dove dice nella Nuova Eloisa: .... omissis ... [p. 6 ==> 11/531] È impossibile descrivere con più vivi colori il desiderio ineffabile che la bellezza femminea eccita nell'uomo. Quasi tutti i poeti hanno, come dicemmo, celebrato la donna che hanno amata: Fra' Greci, Omero, Sofocle; Fra' Latini, Lucrezio, Catullo, Orazio, Gallo, Virgilio, Tibullo, Properzio, Ovidio, ecc.; Fra' gl'Italiani, Dante, Petrarca, Boccaccio, Guinicelli, Cino da Pistoia, Ariosto, Tasso, Della Casa, Annibal Caro e va dicendo, fino al vivente Giovanni Prati; ... omissis ... Il grande poeta inglese, Byron, che tante e tante donne amò, specialmente la contessa Guiccioli, italiana, le dipinse ne' suoi Canti immortali con arte meravigliosa:

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Io amo le donne, dice egli, e rimugino alle volte nella mia mente l'idea di quel tiranno romano il quale desiderava che il genere umano non avesse che una testa per reciderla d'un sol colpo. Il mio desiderio non è men vasto, ma non così perverso e feroce. Io ho spesso desiderato che il sesso femmineo non avesse che una bocca rosata per poter baciare tutte le donne ad un tempo dal settentrione al mezzogiorno. [...] [p. 7 ==> 12/531] Ma cos'è che costituisce la bellezza nelle donne? I pareri sono diversi su questo punto e a porre i nostri lettori in grado di formarsi un'idea di ciò che si ha ad intendere per vera bellezza, ci faremo a considerarla in tutti i suoi particolari e sotto tutti i suoi aspetti. Quattro cose contribuiscono a comporre una bellezza perfetta: il colorito, la proporzione dei lineamenti, la espressione e la grazia. Un bel misto di rosso e bianco fusi insieme in modo però che il bianco predomini, ecco il più bel color delle carni. Il pudore ed il candore danno alla carnagione un colorito ineffabile. La bellezza è inseparabile dalla sanità e dalla gioventù. Il colorito non dev'essere uguale in ogni dove, ma deve avere le sue gradazioni. Il vermiglio delle guancie deve imbiancare alla base del volto e l'incarnato delle labbra deve essere simile a quello di una rosa che sboccia. La testa ha da essere di una forma quasi tonda e coll'apparenza di un ovale. La fronte, grande, aperta, rispianata, tondeggiante. I capelli lunghi, fitti, ben piantati, ben lisci e di un bel [p. 8 ==> 13/531] colore d'ebano sono i più belli. I biondi meglio si addicono alla prima giovinezza. Gli occhi ben spaccati, neri, castagni o di un azzurro chiaro: i grandi sono i più belli; i piccoli hanno un non so che di vivo e piccante. Le sopracciglia leggermente incurvate a semicircolo, terminanti da una parte all'angolo esteriore dell'occhio e dall'altra alla nascita del naso. Le sopracciglia nere son le più belle, ma debbono esser sempre del colore dei capelli. Le guancie sode, vermigliuzze, né troppo piatte, né troppo protuberanti: le guancie piatte rivelano la vecchiezza e le rialzate, l'infanzia. Le orecchie corte e tinte di un lieve color rosato. Il naso diritto e ben tirato: il naso camuso è meno spiacente del lungo e ricurvo. La bocca piccola e ben modellata sì che formi, sorridendo, su ciascuna delle guancie una fossetta, che addimandasi la fossetta delle Grazie. Le labbra né troppo grosse, né troppo sottili, del colore della rosa sbocciante, come abbiam detto più sopra. I denti bianchi, piccoli, uguali, ben disposti: più son bianchi più son belli e lasciamo che i barbari se li tingano e i guitti li lascino ingiallire. Il mento tondo e fiorente. Il collo dritto e carnoso, un po' lungo e grazioso nelle movenze. Le spalle men larghe che le anche. Le braccia tonde, sode e bianche. La mano un po' lunga e ben snodata. Le dita tondeggianti, vermiglie intorno alle unghie e affusolate alle estremità. Il seno ben diviso in due bianche, sode e tonde mammelle, né troppo copiose, né troppo esigue. La persona svelta e spigliata. Le coscie bianche e carnacciute, digradanti verso le ginocchia, che debbono essere tonde, unite e ben tornite. Le gambe sottili e svelte, col polpaccio un po' pieno. Finalmente il piede piccolo e le dita disposte in maniera che terminino quasi in punta. Tale ha da essere la donna veramente bella e perfetta, il capo lavoro della natura. Le grazie sopperiscono alla bellezza e meglio si sentono di quello che non si esprimano: è un segreto maraviglioso e una specie di mistero nella natura.

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Una donna piace ed esaminando partitamente tutte le sue fattezze, non se ne trova una sola che caratterizzi la bellezza; però ella piace e piace persino più di una persona realmente bella. È un dono naturale, un non so che inesprimibile; in una parola ella è fornita di grazie. La bocca è la sede delle grazie e il sorriso è la loro più bella espressione. La grazia ora è effetto della natura ed ora dell'arte. Gli esercizii giovanili, soprattutto la danza, divincolano il corpo, ne rendono i movimenti più facili e sciolti, e gli danno conseguentemente della grazia. Le grazie naturali, nelle donne, hanno il dono di abbellire ogni cosa; ma queste grazie sono rarissime, e più belle e piacenti della stessa bellezza: Et la grâce plus belle encor que la beauté, come dice un poeta francese. La bellezza sublime che non consiste soltanto nella morbida dolcezza della pelle, nella fioritezza di una carnagione di gigli e rose, nella languidezza seducente degli occhi inumiditi, nella vivacità piccante degli occhi pieni d'un fuoco malizioso, ma che consiste ancor più nell'equa proporzione e nella rispondenza perfetta dei lineamenti; questa rara bellezza trovasi più frequentemente nei paesi che godono di un clima puro e benigno. L'Italia contiene più belle donne che la Francia, e la Sicilia e Malta producono alla loro volta più belle donne dell'Italia. [...] In generale ciò che contribuisce più di ogni cosa alla bellezza del sesso femminile è un genere di vita piacevole e libero da tutti i travagli e battibecchi delle passioni, l'uso di cibi sani e un clima fertile e temperato.

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CONCLUSIONE. Com'è già evidente al lettore, questo lavoro, lungi dall'essere esaustivo, altro non è che una presa di coscienza di un argomento tanto vasto quanto complesso, trattato già da una moltitudine di studiosi e studiose, scrittori e scrittrici, filosofi e filosofe ecc. ecc.. Ritengo personalmente che l'alterità sia di per sé un bene, anzi il massimo dei beni di cui usufruiamo alla nascita. Allorché viene al mondo, il bambino sente l'alterità materna cui è corporalmente congiunto tramite il cordone ombelicale e, con la recisione di questo, assume l'alimento per il suo sostentamento direttamente dal seno materno. Poi sente, seppur senza avvertire, gli altri da sé come parte della cerchia familiare, ai quali risponde benevolmente senza ritrarsi. Il cervello è fatto così, che la ripetizione del vissuto rafforza la disposizione d'animo favorevole, e tutto quello che si caratterizza come anomalo rispetto al favorevolmente acquisito, lo perturba. E passa via via al setaccio dell'accettazione o rifiuto, in modo del tutto automatico, il prossimo nel quale accidentalmente ci si imbatte. Crescendo e avendo a che fare con il gruppo dei pari (vicinato, scuola, oratorio parrocchiale ecc. ecc.), l'essere in fieri incomincia a costruire la propria identità personale, e altresì l'altrui alterità in termini di amicizia e inimicizia, cooperazione e competizione, armonia e antagonismo ecc. ecc.. Il percorso di crescita delle femmine - astrattamente inteso - non è poi tanto diverso da quello dei maschi, se si esclude la connotazione negativa di inferiorità che, un tempo, le caratterizzava a motivo del sesso. Il creatore principale di questa negatività femminile è proprio il maschio, il quale, volendo fruire dei servizi del gentil sesso, e godere dei frutti della sua natura, inventa delle ragioni, in modo capzioso e pretestuoso, per giustificare le sue pulsioni, i suoi istinti e le sue passioni: praticamente, la sua tirannide lussuriosa. Cesare Lombroso, nell'introduzione a La donna delinquente (1903), scrive che nessuna linea della sua opera "giustifica le molte tirannie di cui la donna è stata ed è tuttora vittima: dal Tabù che le vieta di mangiare le carni o di toccare le noci di cocco, fino a quello che le impedisce d'imparare, e peggio, di esercitare una professione una volta imparata: coercizioni ridicole o crudeli, prepotenti sempre, colle quali certo abbiamo contribuito a mantenere, e, quel che è più triste, ad accrescere la inferiorità sua, per sfruttarla a nostro vantaggio, anche quando ipocritamente coprivamo la docile vittima di elogi a cui non credevamo, e che, piuttosto di un ornamento, erano una preparazione a nuovi sacrifici." [p. X] Quindi, alterità = razionalizzazione: termine introdotto da Ernest Jones nell'articolo Rationalization in every-day life, The Journal of Abnormal Psychology, Vol. 3., 1908, pp. 161169.https://it.wikipedia.org/wiki/Razionalizzazione_(psicologia) https://psycnet.apa.org/doiLanding?doi=10.1037%2Fh0070692

Pertanto, le motivazioni addotte dall'individuo di sesso maschile riguardo alla inferiorità che viene imputata al gentil sesso, sono meramente pretestuose, e capzioso il ragionamento che vi soggiace. Tuttavia non si può negligere che la donna, nel corso di una storia plurimillenaria, ha convissuto, e si è abituata a convivere, con questa sorta di deminutio capitis, come cosa affatto naturale, conforme cioè alla sua muliebre essenza. Non si può parimenti negligere che è mancato al sesso cd. debole lo spirito di corpo, e in particolare una condottiera capace di condurle e spronarle a lottare con le armi loro connaturali per abbattere i pregiudizi maschili e le connesse norme giuridiche, ingiuste e inique, per materializzare la propria dignità di essere umano, libero e indipendente, e in primis la propria natura femminile: l'imprescindibilità della sopravvivenza del genere umano.

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È bene sapere che il genere umano non è affatto il fine della evoluzione animale, né l'uomo è il coronamento della creazione. Nel suo essere così e non altrimenti, non vi è nulla che possa far pensare a uno scopo latente, a una intenzionalità o a una provvidenza divina, ma unicamente una concatenazione casuale di cause, che appunto per accidens hanno conseguito un prodotto che dicesi essere umano nelle molteplici variazioni di uomo-donna. La mia tesi è che, dati due valori X e Y, le infinite combinazioni esprimono e si sostanziano in una distribuzione gaussiana, per cui ci sarà una percentuale estrema di soggetti con caratteri prettamente maschili {XY}, e una pari percentuale estrema di soggetti con caratteri prettamente femminili {XX}, e infine una percentuale mediana di combinazioni con caratteri sia maschili che femminili. In altri termini, è improbabile, ma non impossibile, che un domani la donna metta al mondo solo maschi o solo femmine: il che comporterebbe la conseguente estinzione della specie umana. Lasciando la faccenda umana al caso, è assai probabile però che si superino le estreme accidentalità casuali. Vi è però un fattore perturbante, che già da subito dovrebbe suscitare timore e spavento, perché ce l'abbiamo tutti in casa, in carne e ossa: è la donna. È lei che potrebbe, in piena e assoluta libertà, decidere di non voler essere madre. E se ciò può sembrare ai più un'ipotesi stravagante, le formule latine, già oggi a tutti note, dovrebbero farci ricredere: Tota mulier sine utero, Uterus sine muliere. Addirittura vi è chi, sua sponte e in piena salute, si sottopone all'intervento chirurgico della salpingectomia bilaterale per non incorrere in una gravidanza naturale. Prima dell'operazione la donna de quo dichiarava di vivere il rapporto sessuale col terrore di rimanere incinta: diventava perciò odiosa e intrattabile, non si sentiva serena e libera. Aggiungeva d'esser consapevole dei suoi gusti e del suo egoismo, ma al contempo credeva che ogni donna dovesse edificare da sé la propria scelta. https://www.open.online/2022/11/14/francesca-guacci-salpingectomiabilaterale-no-figli/

Il convertimento assoluto della formula Tota mulier in utero nel suo esatto contrario, si ha però con l'avvertire la maternità da un'altra prospettiva. "Con il mio terzo figlio - racconta la nota attrice romana Anna Foglietta - ho avuto un momento di down psicologico e mi sono così arrabbiata con tutte quelle persone che dipingono la maternità come il periodo in cui dobbiamo essere sempre felici, sempre sorridenti, sempre pazienti... Non è così! Mi è capitato di percepire mio figlio come un fastidio." L'attrice spiega di aver avvertito il bisogno di ritagliarsi uno spazio-tempo tutto per sé, e proprio allora ha interiormente provato un sentimento di fastidio verso la sua creatura. "Volevo un mio spazio e in quel momento lui rappresentava l'ostacolo al raggiungimento di quella esigenza. Bisogna ammettere che è molto faticoso e che psicologicamente dovremmo essere un pochino più aiutate e soprattutto dovrebbe esserci permesso di fare questo tipo di considerazione senza per questo sentirci sbagliate o sentirci meno madri". https://www.dayitalianews.com/anna-foglietta-figlio-belve/

Qualcosa in merito, la esprimo con le parole del carovignese Salvatore Morelli: "Non si maravigli, o Signora, se attribuisco alla donna la potenza creatrice. [...] Creare è fare dal nulla qualche cosa, e sebbene in quanto alle sustanze questa è prerogativa esclusiva di Dio, pure in quanto alla forma la si può dire comunicata in ispecialità al genio della Donna, alla quale è confidato il misterioso opificio dell'Uomo. Essa è che ne forma il tipo ideale nella mente; essa è che mercè la dinamizzazione vitale incuba l'uovicino nella matrice e ne sviluppa il germe; è dessa che disegna quel tipo ideale sul germe e ne forma l'embrione; è dessa, che perfezionandolo in tutti i lineamenti umani ne costruisce il feto; è dessa da ultimo, che ne matura l'esistenza nel suo utero alimentandolo e modificandolo coll'alito del suo materno affetto. {La donna e la scienza, 1a Ed. 1861, pp. 31-32} E lo stesso Morelli ne specifica la missione sulla terra:

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"Ella viene sulla terra per proseguire l'opera di Dio! Infatti quando deve compiere la sua altissima missione, quando sente in sé quella rivoltura psicologica, che mette in attività tutte le potenze della vita, impaziente spezza i guinzagli patriarcali, e sormontando ogni ostacolo, dominatrice degli elementi che la circondano, disfà tutto il passato per presentare all'avvenire il frutto prezioso di suoi visceri. La virginità, che è la gemma più cara della pudibonda giovinezza, ella la sagrifica per divenir madre, come l'Eterno quando dà nascimento ad un bene cosmico, fa assorbire nei cataclismi le bellezze delle cose create. La presenza del nuovo nato è per lei un incantesimo, che ricopre d'oblio i dolori, le ambasce, i soprassalti da cui s'iniziarono e si compirono i processi della generazione. Cominciò da fanciulla a sentire il prestigio di questa potenza arcana, allorché nella spensieratezza dell'innocenza si circondò di bambini artificiali, e provvide in miniatura alla masserizia della nuova casa. Ora che ella è giunta a maturità di forze, ora che può produrre i tipi della sua brillante fantasia nel concreto della vita reale, ora che deve provare l'ebbrezza della creazione, ella invoca Dio in suo ausilio, e lo costringe a mostrarsele nei muti palpiti della sua fattura. Sicché la Donna genitrice può dirsi in un rapporto d'intimità con Colui che tutto muove, mentre altri non lo vede, nè può vederlo, che per lontanissime curve. Il suo seno è come il primo tempio, nel quale l'Uomo per la prima fiata innalza la mente alla venerazione ed al culto! Ecco, Signora benemerita, perché la Donna è più religiosa dell'Uomo. Ella à più d'appresso l'alito dell'onnipotenza, ella vede più vicino i beneficii del Creatore, quindi sente per Lui più lirico entusiasmo di gratitudine, ed è più inchinevole alla preghiera, onde averlo coadiutore nell'esplicazione delle sue forze generatrici." {ibidem, pp. 4446}

INTELLIGENTI PAUCA {A chi sa intendere, poche parole bastano} Per terminare l'argomento, dirò questo: la donna che procrea l'uomo (e la intera umanità), ne celebra le esequie. È lei - e non l'evoluzione, e nemmanco l'uomo con le sue suicide guerre atomiche - che ha la facoltà e il potere di causare l'estinzione del genere umano. Abbiamo percorso un cammino davvero impervio, iniziando da una assurda inconcepibile inessenzialità e attraverso empie e blasfeme denigrazioni della natura della donna, siamo pervenuti alla fine alla esaltazione della sua bellezza e della sua grazia. Vi aggiungiamo ora altre prerogative, per mettere in risalto la sua preminenza sull'uomo. Le traiamo da Des prérogatives de la femme et de sa haute prééminence sur l'homme, di E. H. de Sainte-Croix (Paris, 1849). Nel Cap. XI, Modestia e pudore della donna, l'autore spiega che l'eccellenza di un'anima si può giudicare unicamente dalle azioni. Praticamente, se ne conoscono le qualità, buone o cattive, solo dall'esterno. Posta, quindi, la modestia come segno tangibile di un'anima bella, e un'aria esaltata come segno infallibile di un'anima sfacciata e senza pudore, l'autore, in merito alla domanda da rivolgersi al lettore: a quale dei due sessi si debba attribuire la modestia e il pudore, risponde così: "Queste due virtù, che sono i fedeli custodi della purezza e testimoni irrecusabili dell'innocenza di un'anima, non sono naturali per la donna, quanto lo è per l'uomo la sfrontatezza? È quindi profondamente oltraggioso che si faccia sentire una parola licenziosa; questo è così vero che, se si trovano uomini non abbastanza riservati da dimenticare di dire qualcosa in contrasto con queste virtù, la donna è talmente sdegnata che il pudore appare subito nei suoi occhi e sul suo volto, e nello stesso istante si colora del vermiglio dell'innocenza, accrescendone il fascino e innalzando lo splendore della sua bellezza (Fontenelle diceva che il pudore è il complemento delle grazie e della bellezza). E da queste vergognose parole che sono così familiari all'uomo, dobbiamo trarre la conclusione che sono a lui connaturali.

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L'esperienza, infatti, ci fa vedere che i giuramenti, le blasfemie, le trivialità offensive trovansi sempre sulle labbra dell'uomo, e che è disgraziatamente troppo raro vederlo modesto e riservato. A tavola, la donna ha una sobrietà che le è naturale; per l'uomo, al contrario, non è mai abbastanza soddisfatto se non va all'eccesso e allo svilimento. C'è qualcosa di più innocente dello sguardo di una donna? Il semplice movimento dei suoi occhi non indica piuttosto che è offesa da tutto ciò che non è conforme al pudore? Mentre l'uomo, tanto lascivo quanto lei casta, tiene costantemente i suoi di sentinella, per interpretare indegnamente l'azione più innocente. Se la donna ride è con piacere, se cammina è con decenza e gravità. Se guarda uno sventurato, è con sguardo di commiserazione; la sua aria è sempre dolce e affabile; in una parola, tutte le sue maniere sono degne di lei. Ma l'uomo è di carattere opposto, impetuoso e dissoluto nella sua gioia, da cui nascono tante azioni scandalose indegne di un'anima dotata di ragione. Ci affrettiamo ad aggiungere, tuttavia, che esistono fortunatamente delle eccezioni a favore di quest'ultime; ma, in generale, c'è una differenza tanto piccola per l'uomo quanto grande e onorevole per la donna. [pp. 34-36 ==> 42-44/66] Fin qui giunti, a mo' di conclusione diciamo, per quanto concerne l'alterità della donna e le sue alterità, che nella peggiore delle ipotesi, si deve trattare - per così dire - il mondo femminile non dissimilmente da quello animale e/o vegetale: vale a dire, come specie protetta. Il deputato carovignese Salvatore Morelli, nella 1a Tornata Parlamentare del 14/06/1875, proponeva alla Camera dei Deputati 9 progetti di legge, il secondo dei quali trattava: Dei diritti e dei doveri dei coniugi riguardo alla prole. Egli basava questa proposta su 3 considerazioni, costruendo la prima sull'erroneità della condotta dei Governi che "creati dalla società umana per migliorare le sorti, si mostrano più zelanti della prosperità del bestiame, che della vita dell'uomo, ordinando allo sviluppo del primo copiosi mezzi nei bilanci, ed abbandonando l'ultima alle generalità confuse, sterili, e dispotiche d'inconsulte leggi sociali". Ora, mettendo fra parantesi le altre due considerazioni e il conseguente articolato di legge, si intende utilizzare la stessa logica per proporre al legislatore italiano una legge di tutela della donna, considerandola esattamente come una specie protetta, non diversamente da specie animali e vegetali. Praticamente, si pone l'assioma normativo: La donna deve essere trattata al pari degli animali e delle piante, quali specie protette. Se appare agli occhi dell'animale predatore una preda facile da violentare e stuprare come cosa del tutto naturale, allora è compito dello Stato salvaguardare l'integrità e la dignità della donna, con tutte le provvidenze di legge. Eccone l'articolato: Art. 1°. Si conia il crimine di lesa dignità della donna, afferente a qualsivoglia forma di violenza sulla stessa, in particolare il femminicidio e lo stupro. Art. 2°. Si stabilisce nel Bilancio dello Stato l'entità del fondo, in misura congrua con la valenza mortale del crimine de quo. Art. 3°. Si edifica una struttura organizzativa di gestione {chi deve fare che cosa, con quali mezzi, e tempi} dei delitti di tal natura. Art. 4°. Si impone alla struttura di cui al precedente art. la specializzazione di nuclei operativi e investigativi. Art. 5°. Si condanna il femminicida alla pena dell'ergastolo, non disgiunta dai lavori forzati a vita. Art. 6°. Si sanziona la castrazione chirurgica, unitamente alla detentiva vita natural durante, dello stupratore e degli stupratori gruppali.

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Art. 7°. Si impone alle donne la frequenza di corsi periodici e sistematici di educazione e formazione a rifuggire le occasioni prossime che possano essere comuni al criminale, per l'appunto, di tali violenze e stupri. Art. 8°. Si impone allo Stato di dotare le donne, in situazione di pericolo, di dispositivi elettronici di segnalazione agli organi competenti. Art. 9°. Si impone allo Stato di sostenere le spese processuali, ivi comprese quelle degli avvocati, delle vittime contro i violentatori. Art. 10°. Si decreta la istituzione di una specifica entità organizzativa ad hoc, articolata in nuclei operativi di pronto intervento immediato, su tutto il territorio nazionale. Art. 11°. Si impone la istituzione correlata di una struttura psico-terapeutica, socioassistenziale, medico-sanitaria specifica per crimini siffatti. Art. 12°. Si istituisce una struttura di verifica e valutazione delle azioni intraprese dagli organi competenti in ordine ai delitti di cui trattasi. E se lo Stato latita, o impossibilitato a far fronte alla gravità ed estensione del fenomeno, allora è tempo ormai che l'iniziativa passi nelle mani delle militanti femministe, le quali, presa coscienza del detto crimine, si assumano l'onere dell'azione di contrasto, per mezzo di una struttura organizzativa, per così dire, parallela a quella dello Stato, e siano, previo autofinanziamento, pronte a intervenire con efficacia ed efficienza a sostegno delle vittime: in ogni caso e sempre, in carne e ossa, accanto alle vittime.

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INDICE.

PREMESSA. ............................................................................................................................................................................... 3 INTRODUZIONE. .................................................................................................................................................................... 6 1.0. -­‐ ALTERITÀ = tota mulier in utero, mulier sine utero, uterus sine muliere. .................................... 20 RIFLESSIONI PERSONALI. .............................................................................................................................................. 27 2.0. -­‐ ALTERITÀ = inessenzialità. ................................................................................................................................. 30 2.1. -­‐ Introduzione. ............................................................................................................................................................. 32 RIFLESSIONI PERSONALI. .............................................................................................................................................. 41 2.2. -­‐ Capitolo X. Situazione e carattere della donna. .......................................................................................... 45 RIFLESSIONI PERSONALI. .............................................................................................................................................. 64 2.3. -­‐ Conclusione. ............................................................................................................................................................... 67 3.0. ALTERITÀ = eterodesignazione, e come negazione del diritto di prostituirsi. ............................... 72 RIFLESSIONI PERSONALI. .............................................................................................................................................. 89 4.0. -­‐ ALTERITÀ = prostituzione, e libertà negata di prostituirsi. ................................................................. 96 4.0.bis -­‐ ALTERITÀ = prostituzione e denaro, inadeguatezza prestazione-­‐controprestrazione. . 102 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 105 5.0. -­‐ ALTERITÀ = N. 2 della specie umana, sesso inestetico, sexus sequior. ........................................ 109 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 114 6.0. -­‐ ALTERITÀ = Mulier taceat de muliere. ....................................................................................................... 120 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 123 6.1. ALTERITÀ = frutto amaro, come amarità. .................................................................................................... 126 6.1.0. -­‐ Delle giovani e delle vecchie. ....................................................................................................................... 126 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 127 6.1.1. -­‐ Del matrimonio e dei figli. ............................................................................................................................ 128 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 129 7.0. -­‐ ALTERITÀ = estrastoria. .................................................................................................................................... 132 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 135 8.0. -­‐ ALTERITÀ = sesso affettivo, prevalenza della socialità sull'individualità. ................................. 137 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 164 9.0. -­‐ ALTERITÀ = preda e serva del piacere. ...................................................................................................... 171 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 177 10. -­‐ ALTERITÀ = minorità, reciproco cosificare, reciproco uso delle facoltà sessuali. .................... 180 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 183 11. -­‐ ALTERITÀ = delegittimazione delle donne a governare. ..................................................................... 185 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 188 12. -­‐ ALTERITÀ = animalizzazione. .......................................................................................................................... 189 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 190 13. -­‐ ALTERITÀ = inferiorizzazione. ........................................................................................................................ 192 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 203 14. -­‐ ALTERITÀ = enigma impenetrabile. ............................................................................................................. 205 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 216 15. -­‐ ALTERITÀ = mezzo in rapporto al fine-­‐uomo. ......................................................................................... 219 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 222 16. -­‐ ALTERITÀ = smaternità. .................................................................................................................................... 226 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 232 17. -­‐ ALTERITÀ = sfemminilità. ................................................................................................................................. 234 18. -­‐ ALTERITÀ = disfavellazione. ............................................................................................................................ 240 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 244 19. -­‐ ALTERITÀ = individuo del genere umano. ................................................................................................. 246 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 251 20. -­‐ ALTERITÀ = femminilità. ................................................................................................................................... 254 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 260 21. -­‐ ALTERITÀ = beltà, qual paradiso in terra. .................................................................................................. 263 22. -­‐ ALTERITÀ = meravigliosa beltà. ..................................................................................................................... 264 RIFLESSIONI PERSONALI. ........................................................................................................................................... 281

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23. -­‐ ALTERITÀ = bellezza e grazia. ......................................................................................................................... 284 CONCLUSIONE. ................................................................................................................................................................. 287 BIBLIO-­‐SITOGRAFIA. ..................................................................................................................................................... 292 INDICE. ................................................................................................................................................................................. 303

304


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La donna e le alterità Le alterità della donna.Ferdinando DE SIMONE by Colacicco Gennaro - Issuu