DE SIMONE FERDINANDO
IL DIRITTO DI PATRONATO E IL BENEFICIO DI BELVEDERE In 2 Volumi Volume I: Il diritto di patronato Volume II: Il beneficio di Belvedere
- VOLUME PRIMO Il diritto di patronato
Alle mie nipoti Clara e Rebecca Lotti
CAROVIGNO 2016
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INTRODUZIONE Il diritto di patronato o giuspatronato o patronato 1.Etimologia; 2.Definizione; 3. Nel Diritto Romano; 4. Nel diritto canonico, i primi secoli dell'Età della Chiesa; 5. Nel Diritto Canonico, dal sex. XII in poi; 6. La complessa struttura in estrema sintesi. 1. Etimologia. "= lat. JUSPATRONATUS da JUS diritto e PATRONATUS patronato. Presso i Romani significò quella Superiorità padronale che rimaneva al cittadino sul servo affrancato. Nei tempi moderni s'intende il Diritto, che ha alcuno sopra certi benefizi ecclesiastici e facoltà di conferirli". Patrono "= lat. PATRONUS da PATER padre, che significò protettore, e in modo speciale il padrone relativamente al servo affrancato, il protettore a riguardo del cliente. Propr. Chi fa la parte di padre verso alcuno; Protettore, Oggi dicesi a' Santi, ovvero ad Uomini potenti; e nel diritto canonico Chi abbia fondata una chiesa o un benefizio ecclesiastico ed abbia il diritto di nominarne il titolare". (Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, Edizioni Polaris, 2^ Edizione 1993) 2.Definizione. Secondo il Vocabolario on line Treccani: "patronato s.m. [dal lat. tardo patronatus - us <<condizione di patrono>>]. - 1. Nel diritto romano, rapporto personale che si stabilisce, in seguito alla manumissione, fra il manumittente (patrono) e il manomesso (liberto), e da cui scaturiscono diritti e doveri per entrambi. ... 3. Nel diritto canonico, privilegio legale che compete ai fondatori di chiese, cappelle o benefici, o ai loro aventi causa, e che si concreta soprattutto in un diritto di collazione di un ufficio ecclesiastico". E "patrono s.m. [dal lat. patronus, der di pater - tris <<padre>>]. 1. Nell'antica Roma, colui che ha manomesso, cioè affrancato, uno schiavo, considerato nel suo rapporto con la persona manomessa, in quanto mantiene verso questa particolari diritti e doveri. ... 4. In diritto canonico, il titolare del diritto di patronato, cioè del privilegio che compete ai cattolici fondatori di chiese, cappelle e benefici di conferire un ufficio ecclesiastico". 3.Diritto Romano. Per una più esauriente comprensione del giuspatronato nel diritto romano, si fa riferimento all'utile pubblicazione, Istituzioni di diritto romano, di Cesare Sanfilippo (già professore emerito nell'Università di Catania): "94. Il diritto di patronato. Concetto e contenuto. Lo schiavo liberato (detto <<libertino>> o <<liberto>>), sebbene libero e cittadino, non è proprio del tutto uguale al nato libero (ingenuus), non solo nella pubblica stima, ma anche dal punto di vista giuridico. In primo luogo, egli è affetto da alcune particolari incapacità di diritto pubblico (ineleggibilità ad alcuni alti uffizi) e di diritto privato (mancanza di connubium con persone della classe senatoria). In secondo luogo, il liberto resta parzialmente vincolato al manomittente, che vien detto patrono, e ai discendenti di questo. Egli deve al patrono, del quale assume anche il prenome ed il nome, con l'aggiunta della qualità di liberto di lui, obsequium et reverentia, il che importa il divieto di accusarlo in giudizi criminali o di intentare contro di lui azioni infamanti, l'obbligo di prestargli una serie di servigi, che si concretano nell'assistenza al patrono in ogni sua necessità, secondo gli usi sociali. Più tardi si pretese che il liberto si vincolasse alla prestazione di speciali munera, aventi 1Bw&sa=X1=bo
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contenuto patrimoniale, mediante giuramento (ius iurandum liberti), prestato prima della manomissione con valore semplicemente religioso e ripetuto subito dopo con piena efficacia giuridica (promissio iurata). Il patrono ha anche diritto a succedere ereditariamente al liberto che non abbia sui heredes; a lui spetta inoltre la tutela legitima sul liberto impubere e sulla liberta. Fra patrono e liberto esiste un reciproco obbligo agli alimenti, in caso di indigenza, che può essere fatto valere extra ordinem. 95. Cessazione del diritto di patronato. L'ingratitudine grave del liberto può provocare, nel diritto imperiale, il suo ritorno in schiavitù (revocatio in servitutem). Per converso, il patrono può perdere, a titolo di pena, il suo diritto di patronato, quando abbia compiuto gravi atti contro il liberto, come, per es., quando abbia mosso contro di lui un'accusa capitale o si sia rifiutato di prestargli gli alimenti, ecc. L'inferiorità politica e sociale del liberto, con la conseguente impossibilitò di accesso alle cariche pubbliche, poteva essere eliminata, a partire dall'età di Augusto, mediante la concessione dell'anello d'oro, distintivo dell'ingenuus (ius aureorum anulorum); ma una completa equiparazione del liberto all'ingenuo, con la conseguente estinzione dei diritti di patronato, si aveva solo con la restitutio natalium, concessa in età più tarda dall'imperatore col consenso del patrono. Giustiniano concesse infine a tutti i liberti i due suddetti benefici, tenendo fermi però in ogni caso i diritti del patrono, estinguibili solo per remissione da parte di quest'ultimo." (pp. 145-146, Cesare Sanfilippo, Istituzioni di diritto romano, X Edizione, Rubbettino Editore, 2002 - on line) http://books.google.it/books?id=Nz_ATjPoI3YC&pg=PA146&lpg=PA146&dq=patronato+nel+diritto+romano&source =bl&ots=OC9yVfLSJ4&sig=3dOwMkoMILIt52DDUaXcC2zzqKs&hl=it&sa=X&ei=emMBTOkE5P54QSZx72NCA&ved=0CEEQ6AEwBA#v=onepage&q=patronato%20nel%20diritto%20romano&f=false
4. Nel Diritto Canonico, i primi secoli dell'Età della Chiesa. Tracce significative del diritto di patronato (anzitutto della sua componente fondamentale: la presentazione), si rinvengono già nel IV secolo. Scrive Francesco Paccheneda (Dimostrazione del libero diritto collativo ..., Napoli 1761, pp. CXXX e sgg.) che al tempo della pace costantiniana [Costantino I (27 febbraio 274 - 22 maggio 337), imperatore romano dal 306 alla sua morte] molto spesso si dedicavano a Dio, e liberamente e nei luoghi pubblici, Altari e Templi. "Ma siccome non potea riconoscere altronde l'opera de' nuovi edifizj, che dalle pie largizioni de' fedeli, e cari suoi figli, così traendo dall'immenso fondo di carità i contrassegni distinti di una grata, e vicendevole corrispondenza, ammise nelle elezioni de' sagri Ministri dell'Altare quel popolo, colle cui sostanze i Ministri dell'Altare si sostentavano, e di poi i primi sagri edifizj si eressero". In altre parole, non potendo essere la chiesa riconoscente in modo diverso, acconsentì a che il popolo che forniva il necessario sostentamento, eleggesse i ministri del culto. Aggiunge l'autore che, per le particolari vicissitudini storiche della chiesa nei primi secoli, non si rileva alcun segno tangibile, chiaro ed esplicito, di quello speziale diritto di patronato che poi si giudicherà spettante ai fondatori. Ponendo tra parentesi il fatto che tale diritto veniva in larga misura compensato "da quella egregia facoltà, che aveano la plebe, il popolo, e tutti i laici nelle elezioni, ed ordinazioni de' Vescovi, e delle altre dignità della Chiesa" [In nota (1), il relativo passo di Luois Thomassin, che rinveniamo completo online, Vetus et nova ecclesiae disciplina, (Venezia, 1760), Tomo 2, Libro 1, Cap. 29 (De Jure Patronatus, seu de praesentatione per quinque priora Ecclesiae saecula), n. 10 (Illud ergo ex his concluditur, Patronatum quidem Ecclesiasticum in Occidente fundamenta habuisse primum, Laicum autem in Oriente prius emersisse, antequam ejus ulla in Occidente eminerent vestigia, saltem quoad jus praesentandi. Sed hanc Patronatus Laici obscuritatem inter priora haec saecula abunde compensabat egregia illa potestas, qua fruebantur tum laici in Episcoporum, aliorumque Beneficiorum electionibus & ordinationibus.), 64-65 (Da ciò si conclude che certamente il patronato ecclesiastico in origine avesse avuto i fondamenti in Occidente, il patronato laico invece fosse in Oriente venuto piuttosto, prima che in Occidente venisse alla luce quella sua impronta, almeno per 1Bw&sa=X1=bo
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quel che riguarda il diritto di presentazione. Ma questa oscurità del Patronato laico, durante questi primi secoli abbondantemente (la) compensava quella potestà di cui fruivano allora i laici nella elezione e ordinazione dei vescovi e degli altri beneficiari]; oltre al comune diritto che il popolo esercitava in ordine all'elezione
dei ministri, è indubitabile per Paccheneda: "che in quella prima età della Chiesa alcuni distinti onori in particolar nome si prestavano a' fondatori. E certamente appare dalle lettere di S. Paolino, ch'era costume; che che altri ne dica, che il voglia derivar da' Gentili; di scolpire i nomi, e gli elogj de' fondatori in su le Chiese da esso loro fondate; onde derivò, che le Chiese medesime assai volte da' fondatori il nome traessero, di cui luminosi esempli ne' titoli, o sia Basiliche della Chiesa Romana s'incontrano, come la Basilica Costantiniana, il titolo di Damaso, di Vestina, di Eudossia, e somiglianti. Con tale onorifica nota volle la Santa Chiesa tramandare alla memoria de' posteri il benefizio ricevuto dalla pietà de' fondatori, e con simboli esterni di onore dimostrare la gratitudine sua, secondo che avvisa l'Appostolo: Cui honorem, honorem". (Paccheneda, p. CXXXI. n. XII) Tra l'altro, il grande frutto di cui i fondatori di allora godevano, lungi dal limitarsi solo a tale onore esterno, portava con sé altri diritti: "nella età di S. Gio: Crisostomo era costante regola della Chiesa nella celebrazione de' sagrifizj divini, e nelle sante oblazioni il nome de' fondatori si recitasse, ed altri sagri emolumenti traesse". (Paccheneda, p. CXXXI. n. XIII) Per cui, può ritenersi fondata, e a ragione, la tesi secondo cui i fondatori avessero una parte distinta nella "destinazione dei sagri Ministri", come del resto anche i giureconsulti traggono dall'opera di Crisostomo. "E certamente le Chiese dinominandosi da' fondatori, quantunque in piena proprietà di costoro non si potessero più considerare; pur nondimeno alcuni onori ritenendo, che in contraccambio rendeva loro la Chiesa, quelli in proprietà loro rimasero, e la natura di diritto, e di ordinaria facoltà, ed assidua giuridizione a pro' de' fondatori ne surse, di manierachè col nome la facoltà acquistarono di essere dinominati JURA honorifica, utpote jure jam debita" (diritti onorifici, in quanto a buon diritto già obblighi). (Paccheneda, p. CXXXI, CXXXII. n. XIII) Qui Paccheneda in nota (1) riporta il seguente passo di François de Roye: Verius est, statim atque pax data est Ecclesiae, & Templa coeperunt aedificari, eorumque conditoribus sensim concessa fuisse JURA, quae hodie generali Jurispatronatus appellatione continentur. (Ad Titulum de iure patronatus Libro tertio decretalium, Caput Secundum, pag. 7]. È assai certo che, appena fu data la pace alla chiesa e s'incominciò a costruire i tempi, ai loro conditori furono concessi a poco a poco dei diritti che oggi nel nome generale del diritto di patronato sono contenuti.
Ora, anche se è assai difficile indicare con precisione i diritti onorifici dei fondatori, e la loro ampiezza, perché non c'è stata nella chiesa un'univoca e universale disciplina, e per di più nei sinodi particolari si è dichiarata talora una facoltà, talora un'altra; nondimeno si è sempre, e stabilmente, affermata la volontà della chiesa di contraccambiare con la più grande gratitudine le opere pie e le disposizioni dei fondatori. Praticamente il diritto di patronato: "è surto nella chiesa da virtù di gratitudine, ut nempe (sono parole di Francesco le Roy) ita in perpetuum testetur Ecclesia quantum suis fundatoribus debeat; ut ita fugiat ingratitudinis vitium, in qua nec est ruga, nec macula; ut ita perpetuum sanctae liberalitatis suae monumentum iis relinquat; sicut fundatores Ecclesiarum in iis juspatronatus habent quasi αντιδωρον, quasi aliquam remunerationem suae pietatis, & justissimum munificentiae suae symbolum in Ecclesia. E più avanti: Pia illa vicissitudo, justa illa retributio, VERA est jurispatro1Bw&sa=X1=bo
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natus introducendi RATIO, O CAUSSA; a cui vuolsi aggiungere l'altra nè sì sublime, nè propria, qual è quella, ut fideles alliciantur ad fundandas Ecclesias". (Paccheneda, p. CXXXII. n. XIV) É sorto per testimoniare, per l'appunto così, quanto la chiesa debba ai suoi fondatori; in modo da rifuggire così il vizio dell'ingratitudine, nella quale (chiesa) non vi è né ruga né macchia (la chiesa è senza macchia senza ruga, ma santa e immacolata: Efeso 4, 25-27); in modo da lasciar loro così un monumento eterno della loro santa liberalità: così come i fondatori delle chiese hanno in esse il diritto di patronato, non altrimenti che αντιδωρον (dono), come una qualche remunerazione della loro pietà, e un giustissimo simbolo del loro essere munifico con la chiesa. E più avanti: Quel pio scambio, quella giusta ricompensa, è la vera ratio e causa dell'introdurre il diritto di patronato. A cui si vuole aggiungere un'altra ragione, non così sublime e né propria, qual è quella di allettare i fedeli a fondare le chiese.
Il diritto di patronato si origina quindi dalla gratitudine della chiesa verso i fondatori di chiese ecc., e al contempo esso stesso diventa lo strumento di cui si serve la chiesa per allettare le persone pie (i fedeli, i credenti, i devoti) a edificare chiese, cappelle, benefici ecclesiastici, e anche un segno tangibile della propria riconoscenza a fedeli per altri meriti degni. Ø Causa - effetto/strumento - fine. Ø Pietà dei fedeli : Fondazione edificazione dotazione di chiese = Gratitudine della chiesa : Diritto di patronato. Ø Atti altri di benemerenza: Gratitudine della chiesa: Diritto di patronato. Da una parte, la pietà (devozione a Dio, profondo sentimento religioso) innesca i comportamenti virtuosi dei fedeli, quali fondazione-edificazione-dotazione, che, a loro volta, innescano la virtù della riconoscenza della chiesa, la quale appunto produce il patronato (con i suoi onori, oneri e utilità); dall'altra, la chiesa usa strumentalmente il diritto di patronato per esprimere concretamente la sua riconoscenza verso altre benemerenze. Ritengo molto utile (anche parafrasando) riportare incidentalmente ciò che scrive il Paccheneda in merito all'idea che a quei tempi si aveva del patronato, e quindi in merito all'antica disciplina fondata sulla connessione dell'ordine e del titolo (: beneficio): "Giova premettere, ch'egli fu antichissimo e solenne statuto della Chiesa di non potersi in conto alcuno ordinare talun Chierico senza titolo, o sia senza Chiesa, od Altare, di cui esser dovea servo e Ministro: e da ciò ne avvenne, che ordinato ch'egli era, già esser diceasi servo di quello Altare, e di quella Chiesa, alla quale per mezzo dell'elezione, e poi dell'ordinazione si costituiva ed applicava: Hujus Altaris servus." Una siffatta disciplina s'incentrava su due solide ragioni: I. la prima, attinente al sostentamento materiale (temporale) dei Chierici, affinché, secondo il precetto apostolico, abbiano in quanto addetti all'Altare di che vivere dalle offerte fatte all'altare (1 Corinzi 9, 11-14); II. la seconda, che è la principale, all'ufficio spirituale, affinché adempiano le sacre funzioni, e perseguano la propria e l'altrui salvezza per cui erano ordinati, con diligenza e disciplina. (Paccheneda, pp. CXXXII, CXXXIII. n. XV) Venne poi fuori il nome di beneficio, che denotava unitamente alla chiesa e l'altare, all'ufficio e le sacre funzioni, anche i proventi (le entrate, i guadagni, i redditi, gli introiti) correlati al patrimonio della chiesa cui era addetto il ministro, e coi quali egli doveva provvedere al proprio sostentamento. Si fa quindi palese quel connubio indivisibile: ordine-beneficio, ministro-altare, chierico-chiesa, che la disciplina ecclesiastica preservò per moltissimi secoli. Siffatta disciplina dei primi tempi, perciò, non costituiva la collazione dell'ordine distintamente e separatamente dalla collazione del titolo o beneficio: per 1Bw&sa=X1=bo
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mezzo della sola unica ordinazione era destinato il chierico al sacro ufficio che poteva esercitare, appunto, in virtù dell'ordine. E, assai spesso, l'ordinazione veniva fatta nella chiesa dove l'ordinato doveva, per così dire, ministrare la chiesa (cioè svolgere il ministero del sacerdote). Peraltro il Concilio Calcedonense (a. 451), col Canone VI (Nessun chierico deve essere ordinato assolutamente), aveva proibito le ordinazioni assolute, stabilendo che erano irrite, per cui l'ordinato non poteva esercitare il ministero ricevuto. Per essere ordinati, infatti, si doveva essere in possesso di un titolo di ordinazione, come attribuzione a una specifica chiesa. Un'ordinazione senza titolo (cioè senza chiesa), quindi, era da ritenersi invalida, priva di validità, nulla. Can. VI. Nullum absolute ordinari, nec Presbyterum, nec Diaconum, nec omnino aliquem eorum, qui sunt in ordine Ecclesiastico, nisi specialiter in Ecclesia Civitatis, vel Pagi, vel Martyrio, vel Monasterio, is qui ordinatur, designetur. Eos autem, qui absolute ordinantur, decrevit Sancta Synodus, irritam, & invalidam habere hujusmodi manuum impositionem, & nunquam exercere, aut operari posse ad ejus, qui ordinavit, injuriam. (Paccheneda, Nota 1, p. CXXXIV. n. XVI) Canone VI. Nessuno deve essere ordinato assolutamente (cioè in modo non determinato da rapporti, da relazioni) né come presbitero né come diacono né affatto come uno di quelli che sono nell'ordine ecclesiastico, a meno che, colui che è ordinato, non sia distintamente designato in una chiesa della città o del pago (distretto territoriale di campagna, borgo rurale), in un monastero o in una chiesa consacrata a un martire. Di contro, coloro che sono ordinati assolutamente, decretò il santo sinodo di avere irrita e invalida una siffatta imposizione delle mani, mai possono esercitare (il sacro ministero) o celebrare (l'ufficio divino) per l'ingiuria (propriamente in origine, atto contrario ai principi della giustizia e del diritto e che reca danno a qualcuno) dell'ordinante.
Allorché la nuova disciplina, l'XI sec., distinse i benefici ecclesiastici dalla sacra ordinazione, "surse la voce di collazione di benefizio quante volte un Chierico di già ordinato ad un qualche titolo, o chiesa perpetuamente si applicava". È agevole intuire, quale fosse il diritto del fondatore della basilica nella deputazione (assegnazione di un incarico) dei ministri, e quale il diritto del vescovo ordinatore: concorrendo il primo nell'elezione del rettore, che egli offeriva (presentava) al vescovo ut ordinetur (affinché l'ordinasse); e il secondo, in qualità di Ministro dell'ordine, tramite l'ordinazione attribuiva all'eletto la facoltà di esercitare le funzioni religiose. Il che si evince chiaramente dagli antichi canoni, come dice Paccheneda che pone in nota quelli afferenti ai Concili del V e VI secolo della Chiesa, e alle Novelle di Giustiniano, nei quali si menziona la facoltà concessa di fondatori di eleggere (o nominare), e quindi offerire (cioè presentare) i rettori delle basiliche, e farne la postulazione ai vescovi per la collazione dell'ordine (conferimento dell'ordine). L'autore cita l'esempio antichissimo del Canone X del Concilio Arausicano (a. 441), spiegando che: "Si prescrive con questo Canone, che se alcun Vescovo volesse edificare una Chiesa nell'altrui territorio, o sia nella Diocesi altrui, in tal caso abbia il Vescovo edificatore il favore di destinarvi i chierici di suo gradimento, ma che quelli debba ordinare is, cujus territorium est, o sia il Vescovo Diocesano: reservata aedificatori Episcopo hac gratia, ut quos DESIDERAT Clericos IN RE SUA videre, ipsos ORDINET is, cujus territorium est. Si soggiunge poi: vel SI ORDINATI JAM SUNT, ipsos habere acquiescat, cioè dire, che ove i Chierici fossero di già ordinati, ed in virtù dell'ordinazione potessero adempiere quel ministero, a cui si destinavano, in tal caso il Vescovo Diocesano non potendo più conferire l'ordine, doveva contentarsi, che quelli vi fossero destinati dal fondatore: ed in vero sono notabili quelle parole, ipsos habere ACQUIESCAT".(Paccheneda, p. CXXXIX. n. XIX) Ecco tale Canone X (I Concilio d'Oranges) che rinvengo anche on line, trascrivo alla lettera indicando gli errori in parentesi quadre col corpo 8, e traduco. 1Bw&sa=X1=bo
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In sunto: il vescovo che voglia edificare una chiesa in territorio d'altri, non si arroghi l'ordinazione dei chierici, perché riservata all'ordinario del luogo, il quale deve altresì accondiscendere a mantenere i chierici che fossero già ordinati, conformemente alle disposizioni del fondatore. "Si quis episcopus in alienae [aliene] civitatis territorio [terreturio] Ecclesiam aedificare disponit vel pro agri sui aut ecclesiastici vel quacumque [quamcumque] suorum oportunitate, permissa licentia aedificandi, qua prohiberi hoc votum nefas est, non praesumat dedicationem [dedictionem] quae illi omnimodo [omnimodis] reservanda est in cuius territorio Ecclesia adsurgit, reservata [reservatis] aedificatori hac gratia [hanc gratiam] ut quos desiderat clericos [clericus] in re sua videre, ipsos ordinet [ordinit] is cuius territorium [territurium] est, vel si iam ordinati sunt, ipsus habere adquiescat, et omnis [omnes] Ecclesiae ipsius gubernatio ad eum in cuius territorio [terreturio] ecclesia [eclesia] surrexerit, pertinebit [pertenebit]. Et si quid ipsi Ecclesiae fuerit ab episcopo conditore conlatum, is in cuius territorio est, auferendi exinde aliquid non habeat potestatem. Hoc solum aedificatori episcopo crededimus reservandum. Quod si etiam quicumque Ecclesiam aedificaverit et alium magis quam eum in cuius territorio aedificat invitandum putaverit, tam ipse cui contra constitutione vel districtione gratificari vult quam omnes episcopi, qui ad husiumodi dedicationem invitantur, a conventu [conventum] abstinebunt. Si ordinem excesserit, in reatu devocabitur". Se un vescovo nel territorio di una città altrui stabilisce di edificare una chiesa o per una qualsiasi convenienza dei suoi o del terreno suo o ecclesiastico, una volta autorizzata la licenza di edificare, come non è lecito vietare questo desiderio, non si arroghi la dedicazione, che è da riservarsi in ogni caso a colui nel cui territorio la chiesa si eleva, in quanto è stata riservata all'edificatore questa grazia: che i chierici che egli desidera vedere nella sua proprietà, colui al quale il territorio appartiene, ordini quegli stessi o, se già ordinati, accetti di mantenere, e il governo, appunto, di tutta chiesa spetterà a quello nel cui territorio la chiesa sarà sorta. E se una qualche cosa alla stessa chiesa sarà assegnata dal vescovo conditore (fondatore, edificatore) colui al quale appartiene il territorio, non abbia invece la potestà di portare via alcunché. Abbiamo ritenuto che questo sia da riservarsi solo al vescovo edificatore.E se anche la persona che avrà edificato la chiesa, riterrà essere da invitarsi un altro più che colui nel cui territorio edifica, tanto lo stesso al quale vuol compiacere contro la costituzione o l'impedimento, quanto tutti i vescovi, che sono invitati a siffatta dedicazione (consacrazione e/o ordinazione), si astengano dal convenuto (eviteranno di fare ciò che è stato concordemente stabilito). E se eccederà (andrà oltre, uscirà dai limiti del) la norma (cioè l'ordine), sarà tratto nella condizione di accusato. Incidentalmente si fa presente che il citato Canone X si trova online - http://www.internetsv.info/Arelatensem.html "Concilia Galliae 314-506 - COLLECTIO CANONICA CONCILIUM ARELATENSE SECUNDUM NUNCUPATA a. 442-506. Collectio Arelatensis, dicta <<Secundi concilii Arelatensis>> (e collectione Hispana), Romae MMVII. È la prima collezione di questa Regione (Galliae), e veniva attribuita a un solo concilio. In realtà non si tratta soltanto di un concilio, bensì di una collezione composta in Gallia tra il 492 e il 506. Essa contiene: i canoni del I concilio di Arles (314); i canoni del I concilio ecumenico di Nicea (325); i canoni del I concilio di Oranges (441) e i canoni del I concilio di Vesance (442)".
Sono, altresì, in nota (1) [Paccheneda, p. CXXXV. n. XVI] i Capitoli 2 e 18 delle Novelle di Giustiniano, rispettivamente, n. 57 e n. 123. In verità qui trascriviamo e traduciamo quelli (e vi aggiungo il Capitolo 10 della Novella 131) rivenuti online - Iustiniani Novellae (Schoell & Kroll) http://webu2.upmf-grenoble.fr/Haiti/Cours/Ak/Corpus/Novellae.htm
Il Capitolo 2 (Novella 57) sancisce, avverso i fondatori che vogliono istituire dei chierici nelle chiese che essi hanno fondato, che è permesso loro solamente di presentarli. Novella LVII, CAPUT II. Illud quoque ad honorem et cultum sedis tuae decernimus, ut si quis aedificans ecclesiam aut etiam aliter expendens in ea ministrantibus alimenta voluerit aliquos clericos statuere, non esse ei fiduciam ullam quos vult per potestatem deducere tuae reverentiae ad ordinandos eos ...[sed] examinari a tua sanctitate, sententiaque tua et qui pontificalem sedem rexerit semper hos suspicere ordinationem, qui et tuae beatitudini et qui postea opportuni videbuntur existere et dei ministerio digni: ut non profanentur sancta dei (hoc videlicet quod sacris sancitur eloquiis), sed intacta haec et ineffabilia 1Bw&sa=X1=bo
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tremendaque constituta, sancte et deo amabiliter et venerande tractari. <Epilogus> Quae igitur placuerunt nobis et per hanc sacram declarata sunt legem, beatitudinem tuam servare perpetue sancimus, cognoscentes quia non minus nobis cura est sanctarum ecclesiarum utilitatum quam ipsius animae. Dat. III. nonas Novembres CP.imp.dn. Iustiniani pp. Aug. anno XI., post cons. Belisarii v.c. anno secundo. [Meglio: Datum nonas Novembres Costantinopoli, imp. Dn. Iustiniani PP. Augusti, anno undecimo, post Belisarii Cons. anno secundo] Novella 57, Capitolo 2. E per quel che riguarda l'onore e la devozione (che si devono) al tuo seggio stabiliamo questo, che, se qualcuno, edificando una chiesa, o anche altrimenti, pagando gli alimenti (mezzi di sussistenza) a coloro che in essa ministrano (a Dio), abbia voluto istituire (nominare) dei chierici, non creda assolutamente che (siano ordinati) quelli che, agendo d'autorità, vuol portare alla Reverenza Vostra per essere ordinati; ma che siano esaminati dalla Santità Vostra, e, secondo il vostro parere e secondo il parere di chi reggerà il seggio pontificale, ricevano sempre l'ordinazione quelli che, e alla Beatitudine Vostra e dopo, sembreranno essere capaci e degni del ministero divino: in modo che non siano profanate le cose sante di dio (vale a dire ciò che è sancito dalla sacre scritture), ma queste cose intangibili, ineffabili e tremende, in modo sacro e inviolabile costituite, siano trattate e amabilmente e venerabilmente (con rispetto, con riverenza) verso dio. Sanciamo che la Beatitudine Vostra preservi senza interruzione le quali cose che insomma a noi piacquero e per mezzo di questa sacra legge proclamate, e che sappiate che non di meno ci appartiene la cura degli interessi delle sante chiese quanto della stessa anima. Dato a Costantinopoli, il 3 novembre, l'11° anno del regno dell'Imperatore Giustiniano, perpetuamente Augusto, e il 2° anno dopo il Consolato di Belisario.
Il Capitolo 18 (Novella 123) tratta dei fondatori delle chiese che devono eleggere, e presentare, chierici idonei (cioè degni). Novella CXXIII, CAPUT XVIII. Si quis oratoriam domum fabricaverit et voluerit in ea clericos ordinare aut, ipse aut eius heredes, si expensas ipsi(s) clericis ministrant et dignos denominant, denominatos ordinari. Si vero qui ab eis eliguntur tamquam indignos prohibent sacrae regulae ordinari, tandem sanctissimus episcopus quoscumque putaverit meliores ordinari procuret. 1. Sancimus autem reverentissimos clericos suis ecclesiis observare et omne eis competens eccleisasticum ministerium adimplere, hoc requirente uniuscuiusque civitatis sanctissimo episcopo, et uniuscuiusque ordinis ecclesiastici primatibus eos qui haec non custodierint regulari multae subdentibus. Novella 123, Capitolo 18. Nel caso qualcuno abbia fabbricato una casa oratoriana (ovvero un luogo adibito al culto religioso; o più semplicemente un oratorio) e voglia in essa ordinare (nominare) i chierici, o egli stesso o i suoi eredi; qualora provveda alle spese degli stessi chierici, e designi chierici degni, i designati sono ordinati. Ma nel caso siano da essi eletti, per così dire, (chierici) indegni, le sacre regole ne vietano l'ordinazione, allora il vescovo santissimo, chiunque altro avrà giudicato migliore, procuri che sia ordinato. 1. Sanciamo ora che i molto reverendi chierici si prendano cura delle proprie chiese, e adempiano ogni ministero ecclesiastico a essi spettante, e al contempo richiediamo questo al santissimo vescovo di ciascuna città, e ai primati di ciascun ordine ecclesiastico, di sottoporre alla canonica punizione coloro che queste cose non avranno osservato.
Il Capitolo 10 (Novella 131) tratta del testatore che dispone di costruire un oratorio. E vi si ordina al vescovo di sostituire i rettori incapaci. Novella CXXXI, CAPUT X. Si quis aedificationem venerabilis oratorii aut xenodochii aut ptochii aut orphanatrophii aut nosocomii aut alterius reverendae domus in novissima voluntate fieri disposuerit, oratorium quidem intra quinque annos compleri iubemus providentia locorum episcopi et civilis iudicis, xenodochium autem et ptochium aut aliam venerabilem domun intra unum fieri annum. 1. Si autem intra annum non fecerint heredes xenodochium aut quamlibet venerabilem domum a testatore dispositam fieri, iubemus eos domum aut comparare aut locare, ubi possunt quae iussa sunt adimplere, donec huiusmodi domus venerabilis expleatur. 2. Et si quidem ipse testator decreverit, qui debeant xenodochi fieri aut ptochotrophi aut alteri tales gubernatores, sive suis heredibus huiusmodi electionem commiserit, iubemus modis omnibus heredes eius quae ab eo definita sunt adimplere, locorum beatissimis episcopis inspicientibus, si gubernatio recte procedit, et si invenerint non utiles existentes rectores, licentiam habentibus si1Bw&sa=X1=bo
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ne damno alios pro eis opportunos efficere. Novella 131. Capitolo 10. Nel caso qualcuno, nelle ultime volontà (disposizioni contenute nel testamento), abbia disposto che venga fatta l'edificazione di un venerabile oratorio o di un senodochio (o xenodochio: ospizio per forestieri e pellegrini) o di un ospizio per indigenti (gr. ptochós, mendico) o di un orfanatrofio o di un nosocomio (ospedale) o di altra casa degna di rispetto, ordiniamo che entro 5 anni sia completato l'oratorio e per di più con la previdenza del vescovo dei luoghi e del giudice civile, il senodochio poi e l'ospizio per mendicanti o altra venerabile casa entro un anno sia fatto. 1. Ma se invece entro l'anno gli eredi non avranno fatto il senodochio o una qualsivoglia venerabile casa che il testatore loro impose di costruire, ordiniamo che essi acquistino o prendano in affitto una casa, dove possano assolvere le disposizioni che sono, fino al momento in cui una casa venerabile di tal natura non sia finita. 2. E nel caso, appunto, lo stesso testatore abbia deciso chi debbano essere fatti direttori del senodochio o direttori dell'ospizio per mendicanti o altri simili governatori (amministratori), o abbia affidato l'elezione di tal fatta ai propri eredi, ordiniamo in ogni caso che i suoi eredi adempiano le cose che da esso (testatore) sono state disposte, e che i beatissimi vescovi dei luoghi controllino, se il governo proceda rettamente, e se troveranno non utili i rettori che ci sono, avranno la licenza di nominare (appunto, in qualità di rettori) altri capaci al loro posto.
É altresì citato [Paccheneda, Nota (4), p. CXXXIV. n. XVI] il IV Concilio d'Orleans (Aurelianense, celebrato nel 545, ovvero un secolo dopo), ripreso successivamente al punto XX, nel quale si palesa l'ampia facoltà dei fondatori, e padroni. I signori e padroni dei predii (predio: fondo, proprietà fondiaria) dove avevano costruito i loro Oratori e Basiliche, avevano l'abitudine di intromettere in essi i Chierici vaganti (nel Medioevo, ecclesiastici che prestavano servizio saltuariamente in luoghi diversi e non erano aggregati a diocesi né destinati a chiese particolari), quindi già ordinati, senza il consenso del vescovo della diocesi,
per cui con il Canone VII il Concilio, prescrisse: "(De Oratoriis, & Clericis in illis servire debentibus.) Ut in Oratoriis, domini praediorum minime contra votum Episcopi, ad quem territorii ipsius privilegium noscitur pertinere, peregrinos Clericos intromittant; nisi forsitan quos probatos ibidem districtio (al. discretio) Pontificis observare praeceperit." (Paccheneda, p. CXXXIX. n. XX) (Degli oratori e dei chierici che in essi devono servire.) Che negli oratori i signori dei predii per nulla introducano chierici vaganti contro il voto del Vescovo, al quale si riconosce che spetti il privilegio dello stesso territorio; se non forse quelli buoni che, ivi stesso, il discernimento del pontefice avrà raccomandato di rispettare.
E col Canone XXXIII lasciava all'arbitrio dei fondatori intromettere e deputare ivi chierici già ordinati, purché non vaganti: (De construentibus in agro Oratorium pro Clericis.) Si quis in agro suo habet, aut habere postulat Dioecesis, primum, ut terras ei deputet sufficienter, & Clericos etiam deputet, qui ibidem sua officia impleat. (Paccheneda, pp. CXXXIX, CXL. n. XX) (Di coloro che costruiscono nel proprio territorio l'oratorio per i chierici). Se chi nel suo territorio, o ha o postula di avere la diocesi, in primo luogo, e assegni a essa terre a sufficienza, e assegni anche i chierici, che compiano ivi i propri uffici (in modo che una degna riverenza sia tributata ai luoghi consacrati).
Pertanto, posto il chierico già ordinato, e quindi capace di adempiere il sacro ufficio, allora - stabilisce e dichiara il predetto canone - la sua deputazione alla chiesa deve essere fatta solo dal fondatore e dotatore. Paccheneda fa qui osservare che il Canone utilizza l'espressione deputet terras, & Clericos, significando questo: giacché il fondatore deve deputare, cioè concedere e assegnare le terre da cui trarre il necessario sostentamento sia la chiesa sia i ministri dell'altare, è ad arbitrio del fondatore il deputare i chierici, già ordinati, per svolgere il sacro ministero. E parimenti, nel caso fossero chierici vaganti, non vi si dovevano intromettere contra votum Episcopi: si preservava così il privilegio territoriale (poi detto giurisdizionale) e la potestà approvativa del vescovo. Sovente accadeva che l'eletto dal fondatore necessitasse dell'ordine, motivo per cui si ha assai spesso la locuzione (formula) offrirsi al Vescovo, riferita appunto all'eletto affinché ricevesse l'ordine Clericale e, quindi, la capacità di esercitare il sacro ministero. Infine nella nota succitata (4) [Paccheneda, p. CXXXIV. n. XVI], il lettore 1Bw&sa=X1=bo
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è invitato a prestare attenzione alle espressioni, riferite da Graziano e attribuite al papa Pelagio I (Roma, ... - 4 marzo 561, pontefice dal 555/556 alla sua morte), qui riportate, previamente verificate nel Corpus Juris Canonici (1582). Capitolo 31, Causa 16, Questione 1, Parte Seconda, Decreti di Graziano: Pelagius Papa Bono, Episcopo Savinati: In Parochia tua, Basilica S. Laurentii, quae in POSSESSIONE filii, & ConsiliaRii nostri, viri magnifici Theodori fundata est, officium Presbyterii deesse cognovimus. Et quia praefatus filius noster nobis retulit, se INVENISSE Ruffinum quemdam Monachum, olim sibi vita, Religione, & Moribus comprobatum, & nunc POSTULAT ibi Presbyterum CONSECRARI (quod subito fieri nos prorogata observantia non acquievimus) ideo dilectio tua his litteris acceptis, Sabbatho veniente FACIAT eum DIACONUM: & si Deus voluerit, & vixerimus, mediana hebdomada Presbyterum FACIEMUS; quatenus superveniente Paschali festivitate sacra ministeria in memorata basilica à persona competeneti valeant adimpleri. Pelagio papa buono, al Vescovo Savinate: Siamo venuti a sapere che la Basilica di San Lorenzo, la quale è stata fondata nella tua parrocchia e che ora è nel possesso del nostro figlio e Consigliere, Teodoro, uomo magnifico, manca dell'ufficio di presbitero. E poiché il prefato nostro figlio ci ha riferito di aver trovato il monaco Ruffino, che un tempo lui ha verificato essere di vita esemplare, religione e morale. E postula che questo (monaco) ivi sia consacrato presbitero (poiché subito non ci siamo rassegnati a che si prolungasse nel tempo l'osservanza ritardata dei doveri religiosi) perciò la tua dilezione (il tuo spirituale amore), ricevuta questa lettera, sabato prossimo, faccia lui diacono, e se dio vorrà, e noi saremo in vita, a metà settimana, lo faremo presbitero; in quanto, sopraveniente la festività della Pasqua, ha importanza che i sacri ministeri nella celebre basilica siano adempiuti da persona competente.
Nella Glossa marginale è scritto: Il monaco presentato dal patrono, deve essere istituito dal vescovo. Capitolo 4, Causa 18, Questione 2, Seconda Parte, Decreti di Graziano. Pelagius Papa Mellito Subdiacono. (Ille debet abbas institui, quem sua congregatio, & possessionis dominus ordinari poposcerit. Abbatem in Monasterio illum volumus ORDINARI, quem sibi de sua Congregatione & Monachorum electio, & POSSESSIONIS DOMINUS, & (quod magis observandum est) ordo vitae, ac meritum poposcerit ORDINARI. Il Papa Pelagio al suddiacono Mellito (Si deve istituire quell'abate che la sua congregazione e il signore della possessione vorranno che sia ordinato). Vogliamo che nel monastero sia ordinato l'abbate che da parte della sua congregazione, e l'elezione dei monaci, e il signore della possessione e (il che si deve maggiormente osservare), il sistema di vita morale esigeranno che sia ordinato.
Capitolo 30, Causa 18, Questione 2, Seconda Parte, Decreti di Graziano (attribuito dai Correttori Romani anche a Pelagio): Pelagius Papa ait: Eleutherius frater, & Coepiscopus noster queritur, quod mater ejus in casa, quae castellum dicitur, Oratorium construxerit, ac dedicaverit, & in eodem loco Monachos CONSTITUERIT; ex quibus UNUS est PRESBYTER: hoc autem tempore &c. (Nel Sommario: Non debet episcopus aliquid à monasterio exigere praeter conditiones, quae dedicationis tempore constitutae sunt) Non deve il vescovo esigere alcunché dal monastero oltre le condizioni che al tempo della dedicazione (cioè consacrazione). Il papa Pelagio dice: Eleuterio, fratello e coepiscopo nostro, si lamenta che sua madre in casa, che si dice castello, aveva costruito un oratorio e aveva (fatto) consacrare, e aveva (fatto) ivi istituire dei monaci, uno dei quali è presbitero: questo poi ecc.
Si riassume quanto omesso, traducendo la Glossa: "Eleutherius ] Casus. "La madre del vescovo Eleuterio fece consacrare un certo monastero (cioè oratorio) che ella stessa aveva edificato in casa sua, che si dice casello, e al tempo della consacrazione tra sè e il vescovo Cardello (nella cui diocesi si trova l'oratorio) fu fatta questa convenzione: che delle oblazioni che vengono offerte il giorno della consacrazione o nel giorno della nascita dei martiri dei quali proprio in quel luogo ci sono le reliquie, la metà spetterebbe al monastero, e l'altra metà al vescovo. Contrariamente a tale convenzione, il presbitero Mario, il vescovo sciente o forse nesciente, veniva, e ai monaci o al presbitero, che era uno di essi, procurava molestie e gravami, e quasi uccideva di botte il presbitero di nome Gaudenzio, né permetteva che quello ivi celebrasse la messa, a meno che non restituisse a titolo di pensione qualche cosa oltre la convenzione predetta, da darsi allo stesso vescovo. Ma quando il vescovo Eleuterio, al posto della madre, in merito a questo si lamentò, il Papa Gelasio gli affidò la causa, e gli ordina di, se troverà che in tal modo era stata stipulata la convenzione al tempo della consacrazione, in quanto così convenuto, fare che quella sia osservata. Ma se invece nessuna convenzione era stata fatta, dividendo ciò a metà tra il vescovo e i monaci, faccia che si assegni qualcosa allo stesso vescovo in segno di sottomissione, fatto salvo che nessuno impedisca al presbitero Gaudenzio di celebrare le messe". 1Bw&sa=X1=bo
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Prestando quindi attenzione alle parole di Pelagio, si rileva questo: che il vescovo deve istituire chi è dal patrono proposto, purché ritenuto idoneo. E non può (il vescovo, o chi per lui) esigere se non quanto, e non di più, convenuto con il fondatore al tempo della consacrazione. Soprattutto - continua Paccheneda - occorre riflettere su quanto statuito dal Concilio Toledano IX (anno Christi 655) al Canone II, ove si dà risalto a qualcosa di più particolare e specifico che la disciplina antica del patronato straordinariamente conferma. (Sommario: Fundatores ecclesiarum ordinandos in eis episcopo offerant.) Decernimus, ut quamdiu earumden fundatores Ecclesiarum in hac via superstites exstiterint, pro eisdem locis curam permittantur habere solicitam, & solicitudinem ferre paecipuam, atque Rectorer idoneos in eisdem Basilicis, eisdem ipsi OFFERANT Episcopis ORDINANDOS; quod si tales forsitan non INVENIANTUR ab eis, tunc quos Episcopus loci probaverit Deo placitos, sacris cultibus instituat, cum eorum conniventia servituros. Quod si spretis eisdem fundatoribus Rectores ibidem praesumpserit Episcopus ordinare, & ordinationem suam irritam noverit esse, & ad verecundiam sui alios in eorum loco, quos iidem ipsi fundatores condignos elegerint, ordinari. (Canone II. Fundatores Ecclesiarum, ministros eligant ibi servituros. Con. Toletanum IX / Capitolo 32, Causa 16, Questione 7, Decreti Graziano, Corpus Juris Canonici)
(Paccheneda, pp. CXXXV, CXXXVI. n. XVI) (Sommario: I fondatori delle chiese propongano al vescovo coloro che in esse siano da ordinarsi.) Decretiamo che, finché i fondatori superstiti delle medesime chiese esisteranno in questa vita, sia loro concesso di aver per i medesimi luoghi una cura attenta e una precipua sollecitudine, e di presentare, essi stessi, ai vescovi idonei rettori affinché siano ordinati nelle medesime basiliche. Che se tali forse non siano da essi trovati, allora il vescovo del luogo preponga ai sacri culti quelli che avrà giudicato graditi a dio, e che serviranno con la loro indulgenza. Che, se, disprezzati i medesimi fondatori, il vescovo presumerà di ordinare lì stesso i rettori, e riconoscerà essere la sua ordinazione irrita e a sua onta e vergogna, siano ordinati al loro posto altri, che gli stessi fondatori (vorranno) sceglieranno degni. Si riporta la Glossa marginale: Patronus sacerdotem accusat. E la correlata annotazione: Ergo patroni possunt accusare vel denuntiare sacerdotem.
Il IX Concilio Toledano segna con chiarezza i confini giuridici tra fondatori e vescovi, stabilendo da una parte, per i fondatori, il diritto di presentazione e dall'altra, per il vescovo, l'obbligatorietà dell'ordinazione. Una volta che il fondatore ha edificato la sua scelta e presentato il suo eletto al vescovo, questi non può non ordinarlo. Il Paccheneda evidenzia, sulla base del citato Canone, che: "due erano ordinariamente le voci distinti a quei tempi, cioè l'una di elezione, che al fondatore si apparteneva, alla quale dovea succedere l'atto di offerire l'ordinando al Vescovo; e l'altra di ordinazione, la quale è propria del Vescovo; il quale se spreto fundatore, ordinasse il Rettore nella Basilica, questi non poteva esercitarvi alcuna funzione ecclesiastica, e vi si dovea anzi ordinare colui, il quale fosse eletto dal fondatore". Quando - continua - si distinse l'ordinazione dal beneficio, nuove voci si affermarono, quali quella del conferire, non già l'ordine, bensì il beneficio, e quella dell'investire, cioè dell'istituire l'ordinato al beneficio, che l'ufficio (ovvero l'esercizio delle sacre funzioni) in sé racchiude e comprende. Sarebbe perciò un errore considerare equivalenti le voci eleggere nominare offerire dell'antica disciplina del patronato, e la voce presentare della moderna (a partire cioè dal XII secolo). Tutte le volte che allora si usavano siffatte voci, a causa dell'indivisibile connessione tra ordine e beneficio, venivano sempre dirette al vescovo per la sola ordinazione dell'eletto (e nominato), non già come il più delle volte avviene oggi per l'istituzione collativa del titolo (vale a dire per il conferimento del beneficio ecclesiastico), giacché oggi per lo più l'elezione, e la nomina, ha luogo per gli ordinati e non per gli ordinandi. (Paccheneda, pp. CXXXVI, CXXXVII. n. XVII) 1Bw&sa=X1=bo
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Dal momento che allora in un solo atto concorreva il fondatore e il vescovo, il primo con l'offerire il rettore che egli aveva scelto per la sua chiesa, il secondo con l'ordinarlo, fu inevitabile che in quell'unico e solo atto si comprendesse la istituzione collativa del titolo [cioè: presentazione del rettore prescelto, ordinazione (conferimento del sacro ordine), conferimento del beneficio]. Ora, se è indubitabilmente certo (Paccheneda, p. CXXXVII. n. XVIII) che fino all'XI secolo, non era stata operata alcuna distinzione tra l'ordinazione e il beneficio, per cui è sempre stata uniforme fino al XI sec. la disciplina del patronato, come fu sancita dal IX Concilio Toledano, dai Canoni antecedenti e dalle Novelle giustinianee, allora non è corretto sostenere che prima dell'XI secolo i fondatori avessero acquistato un qualche diritto collativo, dal momento che una siffatta voce, nel senso della nuova disciplina, non spuntò prima della citata distinzione di ordine e beneficio: alcuni potrebbero anche sostenere che, siccome il fondatore concorre mediante l'elezione, e il vescovo mediante la sola ordinazione (senza la quale non può essere esercitata alcuna funzione spirituale), nell''atto di elezione si potrebbe comprendere anche l'altro, che poi si chiamò collativo della propria chiesa, vale a dire di quel che poi si disse beneficio, preso separatamente dall'ordine. A dire il vero, non sempre, stante e in virtù della antica disciplina del patronato, si concedeva la chiesa a chi abbisognava dell'ordine, perché a volte si concedeva a chi era già ordinato; e non sempre la consacrazione e l'ordinazione venivano fatte nella basilica ("ove s'incardinava ministro") alla quale il chierico veniva ascritto. È agevole ricavare da questo: sia quanto ampio fosse il diritto dei fondatori, sia come non fosse dissimile dal diritto dei secoli successivi. "Ed in vero trovandosi taluno assolutamente ordinato senza titolo, come ve n'ha degli esempli prima del Concilio Calcedonense, o trasferendosi, il che rade volte avveniva, un Chierico al servizio di altra Chiesa, o per altra cagione talun ritrovandosi senza titolo, o sagro luogo assegnato, o dovendo talun Chierico il proprio territorio, e Diocesi lasciare per girne peregrino in un'altra; in tal caso potrebbesi da sì fatte circostanze appalesare qual si fosse la facoltà, che vi esercitassero i fondatori, o padroni." (Paccheneda, p. CXXXVIII. n. XIX) Ne sono un chiaro esempio i sopra riportati Canoni: il X del Concilio Arausicano (441), e il VII e il XXXIII del IV Concilio d'Orleans. La conferma del fatto che talvolta si concedevano le chiese a chi era già ordinato, si ha agevolmente dai Concili celebrati sotto Carlo Magno, l'anno 813, per correggere appunto la disciplina di quei tempi, allorché le chiese si davano e toglievano, senza il consenso del vescovo, a laici chierici abati. E addirittura gli stessi chierici, per uno smodato desiderio (avidità, brama) di passare da un titolo a un altro, acquisivano per mezzo del denaro la chiesa proprio dai laici possessori. E dai laici venivano date le chiese a presbiteri, dietro pagamento di una maggiore somma di denaro contante [XXI, Nota (2), p. CXLII: "... in concilio Turonense III. illud memoratur vitium late jam serpisse, ut alii aliorum opimiores Parochias invadent, majore Patronis pecunia numerata. Nel Concilio Turonense III, si fa menzione di quel vizio già ampiamente diffuso, che alcuni occupano le più ricche parrocchie degli altri, con maggiore denaro contante]. Ai disordini che seguirono, così gravi, cercò
di porre rimedio, l'a. 813, l' XI Concilio di Arles, col sancire: "ut laici Presbyteros absque judicio proprii Episcopi non EJICIANT de Ecclesiis, nec alios IMMITTERE praesumant. Ut laici omnino a Presbyteris non audeant munera exigere propter COMMENDATIONEM ecclesiae. QUIA plerumque propter cupiditatem a laicis, talibus Presbyteris Ecclesiae DANTUR, qui ad peragendum Sacerdotale officium sunt INDIGNI". (Paccheneda, pp. CXL, 1Bw&sa=X1=bo
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CXLI. n. XXI) Che i laici non scaccino senza il giudizio del Vescovo i presbiteri dalle chiese, né presumano di immettere altri; che i laici non osino assolutamente di esigere dai presbiteri doni per la raccomandazione (appoggio, giudizio favorevole) alla chiesa; dal momento che il più delle volte per cupidigia le chiese sono date dai laici a tali presbiteri, che sono indegni di compiere l'ufficio sacerdotale.
Si fa presente che detto XI Concilio si tenne, l'anno 813, nella città arcivescovile di Arles (Arelate, de Area lata, a motivo del suo territorio vasto e spazioso) (ProvenzaFrancia), per le istanze di Carlo Magno in merito alla disciplina ecclesiastica. Dei canoni (in tutto 26), si fa menzione anche dell'8° (La podestà de' Vescovi ne' proventi di Chiesa esser tutta nel difenderli, e dispensarli a' poveri, come la parte de' laici di esser loro ubbidienti) e del 22° (I Chierici vagabondi non sieno ammessi a ministrare in altra Chiesa, anzi si sforzino di tornare in potere del proprio Vescovo.).
E nel Concilio Cabilonense, riferito da Graziano, con maggiore chiarezza si decretò questo: C. XXXVIII, Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars: (Sommario: Absque episcoporum consensu laici presbyteros de ecclesijs non eijciant). Inventum est, quod multi arbitrii sui temeritate, &, quod est gravius, ducti cupiditate, Presbyteris quibuslibet ABSQUE CONSENSU Episcoporum Ecclesias DANT, vel AUFERUNT. Unde oportet, ut canonica regula servata, nullus ABSQUE CONSENSU Episcopi, cuilibet Presbytero Ecclesiam DET. Quam si juste adeptus fuerit, hanc nonnisi gravi culpa sua, & coram Episcopo canonica severitate amittat. Capitolo 38, Causa 16, Questione 7. (Sommario: Senza il consenso dei vescovi i laici non caccino via dalle chiese i presbiteri). Si è trovato che molti (laici), con la temerità del loro arbitrio, e (il che è più grave) mossi da cupidigia, senza il consenso dei vescovi danno o tolgono le chiese a qualsivoglia presbitero. Ciò stante, occorre che, osservata la canonica regola, nessuno senza il consenso del vescovo a qualsivoglia presbitero dia la chiesa, che se secondo la legge avrà ottenuto, soltanto per grave sua colpa, la perde dinanzi al vescovo per il tramite della canonica severità
Non dissimilmente, e nel Concilio di Magonza (Renania-Palatinato, Germania - a. 847, Papa Gregorio III) e nel III Concilio Turonense (a. 813). Ca. XV. Ne Presbyteri, sine consensu Episcoporum, per Ecclesias constituantur, vel ab eis recipiantur. Quicunque presbyter ecclesiam per pretium adeptus fuerit, omnino deponatur; quum eam contra ecclesiasticae regulae disciplinam habere dignoscitur. Qui autem presbyterum legitime ad ecclesiam ordinatum per pecuniam expulerit, eamque sibi totaliter vendicaverit; quod vitium late diffusum summo studio emendandum est. Itemque interdicendum est clericis sive laicis, ne quis quamlibet ecclesiam presbytero dare praesumat sine licentia et consensu sui episcopi. (Ancient laws of England, p. 73. CAPITULA ET FRAGMENTA THEODORI. In margine: Conc. Turon. 3. c. 15. Conc. Mogunt. sub Rhab. c. 12. Rhab. ep. ad Herib. c. 19. Regino . 1. 1. c. 338.) Affinché i presbiteri, senza il consenso dei vescovi, non siano per quanto riguarda le chiese istituiti (scelti, nominati) o da esse siano accettati. Qualunque presbitero che abbia ottenuto una chiesa tramite un compenso in denaro, sia del tutto deposto, in quanto si riconosce che l'abbia avuta contrariamente alla disciplina della regola ecclesiastica. Chi invece avrà per denaro cacciato via il presbitero legittimamente ordinato alla chiesa, la rivendicherà totalmente per sé: tale vizio, ampiamente diffuso, è da emendarsi con sommo impegno. E parimenti è da proibirsi a chierici o laici questo, che nessuno presuma di dare una qualsivoglia chiesa a un presbitero senza licenza e consenso del suo vescovo.
[Concilium Turonense. Can. XV. Presbyter, qui alterius Ecclesiam pretio adeptus est, deponatur, & nemo Presbytero Ecclesiam dare audeat sine Episcopi consensu. (L. Howel, Synopsis Canonum Ecclesiae Latinae, Londra, M.DCC.X., p. 388)] Paccheneda aggiunge che dallo stesso Concilio Turonense (a. 813) si apprende che (Paccheneda, p. CXLII. n. XXI, e Nota (2)) [(Nota (2): Can. XXX. In realtà, 1Bw&sa=X1=bo
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Can. XV. Presbyter, qui alterius Ecclesiam pretio adeptus sit, deponatur; & nemo Presbytero Ecclesiam dare audeat sine Episcopi consensu. P. 388, Concilium Turonense (813), Synopsis canonum ecclesiae latinae, Laurence Howel] taluni
avevano l'ardire di occupare le chiese possedute da altri, offrendo ai fondatori e padroni un prezzo maggiore. Nel periodo carolingio, si sente spesso parlare di propria ecclesia, di ecclesia propriae hereditatis del fondatore, e le chiese transiscono da un proprietario a un altro come un bene immobile qualsiasi (Enc. It. Treccani). Ora, Graziano, Capitolo 37, Causa 16, Questione 7, Decreti Seconda Parte: Sommario: Non licet laicis presbyteros de ecclesia eijcere. Laici PRESBYTEROS de ecclesiis non ejiciant, neque in eis constituant sine consensu Episcoporum suorum Sommario: Non è consentito ai laici di scacciare i presbiteri dalle chiese. I laici non scaccino i presbiteri dalle chiese, e né istituiscano in esse senza il consenso dei propri vescovi.
E assai spesso capitava che, spartita l'eredità tra più fratelli, si nominavano tanti sacerdoti e ministri, quanti erano, appunto, gli eredi. A ciò si mise riparo con i Concili Cabilonense e Triburiense. Praticamente la chiesa si trovò a fronteggiare l'abuso che i laici facevano del patronato che avevano sulle chiese fondate dai loro antenati. Se la pietà (devozione a dio, profondo sentimento religioso) aveva portato gli antichi fedeli a fondare nei loro poderi, per il conforto spirituale delle proprie famiglie e di quelle degli agricoltori dei loro beni, oratori e cappelle che in seguito divennero in gran parte chiese parrocchiali, e se questa pietà fu dalla chiesa ricompensata col concedere, appunto, ai fondatori di nominare i rettori delle stesse cappelle, come attestato dal Can. 7 del IV Concilio Aurelianense (a. 541), e dal Cap. 2 del IX Concilio di Toledo (a. 655), l'avidità, l'avarizia, la cupidigia, innescò in essi comportamenti deprecabili, quali l'usurpazione delle rendite temporali di quei luoghi sacri, alle quali davano il nome di Chiese, e affidavano il governo delle cose spirituali, che chiamavano Altare, a sacerdoti il più delle volte inetti, scegliendo quelli che si accontentavano di poco compenso. E quel che è peggio, quando l'eredità si spartiva tra più eredi, questi rapaci usurpatori si spartivano tra sé le chiese (ossia i beni temporali di quei sacri luoghi). E assai spesso capitava che ognuno di essi assegnava un sacerdote al governo dell'Altare (cioè delle cose spirituali). A così gravi abusi, rimediò il Concilio Cabilonense, celebrato su ordine di Carlo Magno, l'813, col Canone 26 seguente: Perlatum ad nos est, quod inter haeredes Ecclesiae in rebus propriis constitutae dividantur, & tanta per eandem divisionem simultas oriatur, ut unius altaris quatuor partes fiant, & singulae partes singulos habeant Presbyteros. Quod sine discordia, & simultate nullo modo fieri potest. Unde nobis visum est, quod hujuscemodi Ecclesiae inter haeredes dividi non debeant. & si in contentionem venerint, & simultates inter eos surrexerint, per quas Sacerdos suo ibi officio canonice funfi non possit, praecipiatur ab Episcopo Civitatis, ut nullo modo ibi Missarum solemnia celebrentur, donec illi ad concordiam redeant, & pari voto atque consilio ecclesia illa Sacerdotem canonice habeat, qui libere ibi suum ministerium peragere possit. ["Hujusmodi constitutionibus occasionem dederunt subortae gravissimae Patronorum contentiones; ubi enim Fundatoribus Ecclesiarum plures haeredes successerant; in ipsa haereditatis divisione dividenda etiam fore altaria proponebant. Hinc in Concilio Cabilonensi II. anni 813. can. 26. relato in additione 3. Capitularium cap. 51. ita legitur: Perlatum est ..., Gratiani Canones Genuini Ab Apocryphis Discreti, p. 174. / Francesco Santoni, Dell'origine, varia spezie, ..., pp. XXXV, XXXVI - § 46 / Concilium Cabilonense I, Can. XXVI. Ecclesiae inter haeredes dividi non debent., p. 391, Synopsis canonum ecclesiae latinae, L. Howel.) Ci è stato riferito che tra gli eredi vengono divise le chiese costituite nelle cose di proprietà, e a causa della medesima divisione sorgano conflitti (rivalità, gelosie) così numerosi, che di un unico altare si facciano quattro parti, e le singole parti abbiano singoli presbiteri; il che senza discordia, e rivalità in nessun modo può essere fatto. Onde abbiamo giudicato che in nessun modo si debbano dividere tali chiese tra gli eredi, e se verranno a contesa e tra di loro sorgeranno dei conflitti per i quali il sacerdote non può adempiervi canonicamente il suo ufficio, si prescriva dal vescovo della città che in nessun modo vi celebrino i riti religiosi delle messe, finché quelli non si trovino d'accordo, e con pari voto e consiglio 1Bw&sa=X1=bo
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quella chiesa abbia canonicamente il sacerdote, il quale liberamente ivi possa compiere il suo ministero.
Del che ne tratta anche il Capitolo 1 del De iure patronatus (Tit. 38, Decretali di Gregorio IX). Ma, si chiede Santoni (Dell'origine, varia spezie...), "qual fu, di grazia, la ragione, per cui questo Concilio soffrir non volle, che il governo spirituale d'una Chiesa venisse diviso fra più Sacerdoti, quando l'universale disciplina di quei tempi esigeva, che le Chiese venissero uffiziate da più Ecclesiastiche persone?" La ragione, a suo avviso, è questa, che tra i sacerdoti ai quali i patroni laici affidavano l'amministrazione della chiesa medesima, non vi era quella necessaria subordinazione che la disciplina ecclesiastica e la ragione naturale imponevano: uno indipendente dall'altro, senza quindi quello spirito e principio di unità sancito dai sacri canoni, quale fu espresso da San Girolamo con queste poche, "ma sugose parole: omnis Ordo ecclesiasticus suis rectoribus nititur". (Santoni, p. XXXVI.) Specificatamente San Girolamo, nella Epistola 125, n. 15, così scriveva: Nulla ars, absque magistro discitur. Etiam muta animalia & ferarum greges ductores sequuntur suos. In apibus principes sunt: grues unam sequuntur ordine literato. Imperator unus: Judex unus provinciae. Roma ut condita est, duos fratres simul habere reges non potuit, & parricidio dedicatur. In Rebeccae utero Esau, & Jacob bella gesserunt. Singuli Ecclesiarum Episcopi, singuli Archipresbyteri, singuli Archidiaconi: & omnis ordo ecclesiasticus sui rectoribus nititur. In nave unus gubernator: in domo unus dominus: in quamvis grandi exercitu unius signu expectatur. Nessun'arte si apprende senza maestro. E anche i muti animali e le mandrie di animali selvatici seguono i propri conduttori. Nelle api ci sono i capi: le gru seguono una in ordine letterato, cioè a mo' di lettera (In nota, il Santoni precisa: Plinius Lib. 10, Cap. 23. Gruum ordinem in volando observans; a tergo, inquit, sensim dilatante se cuneo porrigitur agmen. Eo ordine disposita Y literam repraesentant, cujus aciem ductrix efformat. Osservando l'ordine delle gru in volo, da tergo, dice, che si dilata a poco a poco, la schiera si protende a cuneo. Disposte in tale ordine, rappresentano la lettera Y, della quale la guida forma la punta.]. Un Imperatore, un Giudice di Provincia. Roma appena fu fondata, non poté avere 2 fratelli simultaneamente re, e si dedica all'assassinio. Nel grembo materno di Rebecca, Esau e Giacobbe si fecero guerra l'un l'altro. Singoli vescovi delle chiese, singoli archipresbiteri, singoli arcidiaconi; e ogni ordine ecclesiastico si affida ai suoi rettori. Sulla nave, un governatore, in casa un signore, in qualsivoglia grande esercito si aspetta il comando di uno. (§ 42, pp. XXXIII, XXXIV. Santoni)
Santoni aggiunge che Graziano ha ricopiato questa "bellissima argomentazione" e l'ha inserita nel suo Decreto, Causa 7, Question 1, Cap. 41. È proprio così: Graziano infatti si serve di tali similitudini e afferma che non ci possono essere due o più prelati nella medesima chiesa, ma singoli prelati in singole chiese. Sommario: In una ecclesia duo praelati esse non debent. In apibus princeps unus est, grues unam sequuntur ordine litterario. Imperator unus, iudex unus provinciae. Roma, ut condita est, duos fratres simul habere reges non potuit, & parricidio dedicatur. In Rebeccae utero Esau & Iacob bella gesserunt: singuli ecclesiarum episcopi, singuli archipresbyteri, singuli archidiaconi, & omnis ordo ecclesiasticus suis rectoribus nititur. Tra l'altro, lo stesso Graziano con mirabile chiarezza decretava: Capitolo 4, Causa 21, Questione 2, Decreti Seconda Parte: Sommario: Una ecclesia duobus sacerdotibus dividi non potest. Sicut in unaquaque ecclesia unus presbyter debet esse; ita ipsa, quae sponsa, vel uxor eius dicitur, non potest dividi inter plures presbyteros: sed unum tantumdomo habebit sacerdotem, qui eam caste, & sincere regat. Unde interdicimus, ut nullus praesumat ecclesiam inter duos vel plures dividere: quia ecclesia 1Bw&sa=X1=bo
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Christi uxor & sponsa debet esse, non scortum; sicut Calixtus Papa testatur. Sommario. Un'unica chiesa non si può dividere a due sacerdoti. Come in ogni singola chiesa ci deve essere un solo presbitero; così la stessa (chiesa), che sua promessa sposa e moglie si dice, non si può dividere tra più presbiteri: ma avrà un solo sacerdote, il quale devotamente e bene regga. Per cui probiamo che nessuno presuma di dividere la chiesa tra due o più: in quanto la chiesa deve essere promessa sposa e moglie di Cristo, non prostituta, come il Papa Callisto attesta.
E la ragione di cui sopra, ancora più chiaramente si sostenne nel Cap. 2 del citato Titolo 38, e ripresa dal Concilio Triburiense (a. 895, nel Palazzo Reale, chiamato Tribur, presso Magonza, sotto Arnoul, Re di Germania e poi anche Imperatore) che, appunto, si oppose alle prepotenze (atti abusivi, illegali) dei Patroni laici col seguente Canone 32: Quaecunque Ecclesia pluribus cohaeredibus sit obsessa, concordi unanimitate undique procuretur, ne propter aliquas discrepationes servitium dei minuatur, & cura populi irreligiose agatur. Si vero contingat pro ea compartecipes dissidere, & sub uno presbytero nolle eam procurare, & propterea jurgia & contentiones tam inter ipsos, quam inter Clericos incipiant frequentari, quia juxta Apostolum Servos Dei non oportet litigare, Episcopus tollat inde Reliquias, & sub magna cura honorifice collocet eas, atque ejusdem Ecclesiae claudat ostia, & sub sigillo signet ea, & antequam concordi unamimitate unum omnes eligant Presbyterum, qui idoneus sit sacrosanctum procurare, & populo dei utiliter praesse. (p. XXXVI, § 47., Santoni, Dell'origine, varia spezie,...) Qualunque chiesa sia assediata da ogni parte da più coeredi con concorde unanimità, procuri che non sia intaccato, a causa dei dissensi, il servizio divino, e la cura del popolo non sia empiamente condotta. Per di più qualora capiti che i compartecipi siano in disaccordo per essa, e non vogliono amministrarla sotto un unico presbitero, e per questo i diverbi (alterchi, litigi, dispute) e le contese, tanto tra gli stessi quanto tra i chierici, incomincino a farsi più frequenti, dal momento che secondo l'apostolo non è opportuno che i servi di Dio litighino, il vescovo tolga di lì le reliquie, e li metta onorevolmente al sicuro con grande cura, e chiuda le porte della medesima chiesa, e le segni sotto sigillo, e nessuno celebri il sacro servizio in essa prima che tutti con concorde unanimità scelgano un presbitero, che sia idoneo ad amministrare le cose sacre, e utilmente governi il popolo di dio.
Il principio dell'unità del governo delle chiese, nella persona di un unico rettore, è qui categoricamente sancito. E ancora più lo sarà, l'a. 1179, dal III Concilio di Laternano. Stigmatizzati dai Concili dell'a. 813 gli abusi dei patroni laici, e ribadita l'imprescindibile necessità dell' autorizzazione previa del vescovo a che i laici concedessero le loro chiese, un altro abuso spuntò a scapito della disciplina del patronato e della canonica indulgenza verso i fondatori: alcuni vescovi, chiamati a ordinare, o consacrare, le persone che i patroni presentavano, ricusavano di ordinarle senza una legittima causa. Si provvide a ciò con i Capitolari dell'Imperatore Ludovico Pio (figlio di Carlo Magno): tutte le volte che i laici presentavano ai vescovi i chierici da consacrarsi, e che erano degni di lode per dottrina e moralità, i vescovi non potevano rifiutarsi (nulla qualibet occasione eos rejiciant). E il Concilio di Parigi (Concilium Parisiense II, a. 829) prescrisse che: Cap. XXII. Si Laicus idoneum, utilemque Clericum obtulerit, nulla qualibet occasione ab Episcopo, sine certa ratione repellatur; & si rejiciendus est, diligens examinatio, & evidens ratio, ne scandalum generetur, manifestum faciat. Se il laico presenta un chierico idoneo e utile, con nessuna qualsivoglia facoltà (potere, mezzo) sia dal vescovo respinto, e se sia da respingersi, un diligente esame e una motivazione evidente, affinché non si generi scandalo, (lo) faccia manifesto. (Paccheneda, pp. CXLIIV, CXLV / p. 425, Synopsis canonum ecclesiae latinae, L. Howel).
Conclusivamente, i testi sopra riportati esplicitano con chiarezza sia i diritti di cui beneficiavano i fondatori, e su quanto ampi essi fossero; sia il rigore della chiesa e dei sacri canoni non solo nel perseguire l'uso illecito del patronato, ma anche nel preservare inviolabili i diritti dei fondatori. E parimenti la potestà dei patroni di offerire al vescovo la persona prescelta per la collazione dell'ordine, o di dare (o concedere) la propria chiesa a chi già era ordinato antecedentemente al 1Bw&sa=X1=bo
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consenso del vescovo, e, per l'appunto, la potestà approvativa del vescovo, perchè il sacro ministero non fosse affidato a soggetti indegni. (Paccheneda, p. CXLV). Col generale movimento di riforma e di liberazione della Chiesa da ogni ingerenza laicale, sviluppatosi nel sec. XI, si affermerà in modo assoluto il principio che con la consacrazione si cancella (dichiara nullo, elimina, sopprime), eo ipso, il diritto dei laici di disposizione sulla chiesa. Principio, che sarà ampiamente corroborato dai testi soprattutto della seconda metà del XI sec. e del XII. (Treccani) 5. Nel Diritto Canonico, dal sec. XII in poi. In base alle statuizioni dei Concili (lateranensi e trentino), del Corpus Iuris Canonici, Codex Iuris Canonici ecc. il giuspatronato si configura come il diritto, che la chiesa concede, di presentare una persona idonea al godimento di un beneficio vacante (cioè la facoltà di usufruire di un bene, di esercitare un diritto). Per dovere di riconoscenza verso chi impiegando i propri beni patrimoniali ha fondato una chiesa, un beneficio ecclesiastico ecc., la chiesa concedeva loro determinati diritti, principalmente quello di concorrere in modo regolare e duraturo alla collazione (conferimento di beneficio ecclesiastico). Il complesso di dette prerogative costituisce appunto il diritto di patronato, che ordinariamente nasce, - appunto, previa concessione della chiesa (e in quanto concessione, regolato dalle leggi della Chiesa) -, da un atto di fondazione, i cui elementi costitutivi sono: I. fundatio in specie (anzitutto l'assegnazione del suolo) II. extrucio (l'effettiva reale costruzione) III. dotatio (la dotazione di quanto necessario) Specificatamente, il diritto di patronato è il complesso dei diritti-doveri-agi, onori- oneri-utilità, privilegi-incombenze-vantaggi, che spettano a cattolici fondatori, costruttori, dotatori, col consenso dell'ordinario del luogo, di chiese, cappelle, benefici ecclesiastici ecc. In verità, prima del Concilio tridentino, che abrogò ogni patronato altro da quello sopra definito, il patronato si acquisiva anche ex gratia, cioè per concessione papale o vescovile. Inoltre lo stesso Concilio (Sessione XXV, Cap. IX, Decretum de Reformatione), prescriveva di dimostrare l'autenticità del titolo di possesso, e stabiliva rigorosi modi di prova, soprattutto quando si trattava di provare il diritto di soggetti potenti (aventi cioè grande potere, autorità e influenza; o meglio, presumibilmente pre-potenti): "Il Santo Sinodo stabilisce che il 'diritto di patronato' abbia origine da fondazione o da istituzione, che possa provarsi con documenti autentici e con altri elementi richiesti dal diritto; ... Quando, invece si tratta di persone, comunità, università, nelle quali si suppone per lo più che tale diritto abbia avuto origine facilmente da usurpazione, dovrà richiedersi una documentazione più nutrita e più scrupolosa, per poter provare questo titolo. ... Tutti gli altri patronati sui benefici, sia secolari che regolari o parrocchiali, sulle dignità o su qualsiasi altro beneficio, su una Chiesa Cattedrale o collegiata; e così pure la facoltà e i privilegi concessi, - sia in forza del patronato, che per qualsiasi altro diritto, - di nominare, scegliere e presentare ad essi quando si rendono vacanti (eccetto, i legittimi patronati sulle chiese cattedrali e gli altri che appartengono all'imperatore, ai re, a quanti hanno un regno e agli altri principi supremi, che hanno diritto di comando sui loro sudditi, e quelli che sono stati concessi in favore degli studi generali, tutti questi, dunque, si devono considerare abrogati e nulli, insieme col quasi possesso che ne sia seguito".
A riprova dell'intransigenza della Chiesa per ciò che riguarda l'esercizio, regolare e canonico, del diritto di patronato, si riporta che il Concilio Romano del 1725 (Capitolo Unico, Titolo De Iure Patronatus) imponeva ai vescovi "il dover esattamente informarsi, quali, e quanti padronati siano nelle loro diocesi, e se siano legittimamente istituiti a tenore del Concilio di Trento sess. 25 cap. 9 de Reformatione. (p. 254, Luigi Fiorani, Il Concilio Romano del 1725, Roma 1978, - http://books.google.it) Ebbene: Ø il Tridentino aveva abrogato il patronato concesso a titolo di favore; 1Bw&sa=X1=bo
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Ø il Codice pio- benedettino, sostanziando l'avversità della chiesa contro l'ingerenza dei laici nelle cose ecclesiastiche, impossibilitava di costituire, in futuro, e a qualsivoglia titolo, nuovi diritti di patronato; Ø in ultimo, Paolo VI con il motuproprio, Ecclesiae Sanctae, abrogando "i privilegi non onerosi, eventualmente concessi fino ad oggi a persone fisiche o morali, che comportano un diritto di elezione, di nomina, o di presentazione per qualsiasi ufficio o beneficio non concistoriale vacante,...", di fatto sopprimeva l'istituto del diritto di patronato (6 agosto 1966). In essenza, il diritto di patronato è ius spirituali annexum, diritto annesso a cosa spirituale, di cui i laici si rendono capaci o per concessione della Chiesa perché fondatori e dotatori, o ex gratia, cioè per privilegio elargito d'autorità dal sommo pontefice. Per cui, provenendo dalla liberalità della Chiesa, è ordinato dai sacri canoni e, conformemente a essi, può essere acquisito, ereditato, trasmesso, perduto. Esso non è meramente spirituale, né meramente temporale: Ø Non è spirituale, giacché compete al laico e transisce agli eredi. Ø Non è temporale, giacché non si può vendere. Ø E parimenti non è: in parte spirituale, in parte temporale, essendo semplice e non ammette divisione. Tuttavia si concede, decreta Graziano, che sia in parte temporale e in parte spirituale, e nondimeno è semplice, perché tale divisione è da ascriversi piuttosto all'intelletto che alla norma. Per cui, pur non essendo propriamente spirituale, tuttavia è annesso a cosa spirituale. O meglio, è un diritto che ha annessa la spiritualità. Nondimeno, per San Tommaso [San Tommaso d'Aquino, Summa Theologica, Seconda Parte della Seconda Parte. Questione 100. Articoli 1 e 4. - http://www.carimo.it/somma-teologica/II_II_q100.htm], "omne quod est spirituali annexum est spirituale" (a. 1 arg. 6), "tutto ciò che è annesso allo spirituale è sempre spirituale", e il diritto di patronato è compreso tra le cose connesse con i beni spirituali. "Praeterea, spiritualibus annexa videntur ius sepulturae, ius patronatus, et ius primogeniturae secundum antiquos, (quia primogeniti, ante legem, sacerdotis officio fungebantur), et etiam ius accipiendi decimas." (a. 4 arg. 3) "Le cose connesse con i beni spirituali sono il diritto di sepoltura, il diritto di patronato, e, per gli antichi, il diritto di primogenitura (perché i primogeniti, prima della legge (mosaica), avevano l'ufficio di sacerdoti), e finalmente il diritto di riscuotere le decime".
Ma in quanti modi può un bene essere connesso con le cose spirituali, e in particolare il diritto di patronato? Per il doctor angelicus, in due modi: "Uno modo, sicut ex spiritualibus dependens, sicut habere eneficia ecclesiastica dicitur spiritualibus annexum quia non competit nisi habenti officium clericale. Unde huiusmodi nullo modo possunt esse sine spiritualibus. Et propter hoc, ea nullo modo vendere licet, quia, eis venditis, intelliguntur etiam spiritualia venditioni subiici. Quaedam autem sunt annexa spiritualibus inquantum ad spiritualia ordinantur, sicut ius patronatus, quod ordinatur ad praesentandum clericos ad ecclesiastica beneficia; et vasa sacra, quae ordinantur ad sacamentorum usum. Unde huiusmodi non praesupponunt spiritualia, sed magis ea ordine temporis praecedunt. Et ideo aliquo modo vendi possunt, non autem inquantum sunt spiritualibus annexa". (a. 4 co.) "Primo, come dipendente da esse: il possesso dei benefici ecclesiastici, p. es., non è dato che a una persona investita di un ufficio clericale. Perciò codesti beni non possono essere mai disgiunti dalle cose spirituali. E quindi in nessun modo può esser lecito venderli: perché venderli significa mettere in vendita anche le cose spirituali connesse. Ci sono invece dei beni che sono connessi con beni spirituali in quanto ad essi sono ordinati; tali sono: il diritto di pa1Bw&sa=X1=bo
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tronato, che consiste nel presentare dei chierici ai benefici ecclesiastici, e i vasi sacri, i quali sono ordinati all'uso dei sacramenti. Perciò codesti beni non presuppongono le cose spirituali, ma piuttosto in ordine di tempo le precedono. Essi quindi in quale modo si possono vendere, però non in quanto connessi con dei beni spirituali".
E ancora il Divo Tommaso [Divi Thomae Aquinatis, Doctoris Angelici Ordinis Praedicatorum Opera, Tomo 12, (Venezia, 1780)]: "IN QUARTUM LIBRUM SENTENTIARUM, DISTINCTIO XXV. QUAESTIO III. Art. II. (Utrum sacramenta possint emi, & vendi sine simonia) Questiuncula III. 3. Praeterea. Iuspatronatus est quoddam spirituali annexum. SOLUTIO III. Ad tertiam quaestionem dicendum, quod sicut ex dictis patet, spirituale quod sub pretio poni non debet, est duplex, scilicet ipsa res sacra, ut sacramenta; & actus competens alicui ex officio sacro; & secundum hoc etiam est duplex spirituali annexum: quoddam annexum est ipsis sacramentis, sicut vasa sacra, & huiusmodi; quaedam sunt annexa officiis sacris, sicut decimae, & iuspatronarus, secundum quod iuspatronatus est potestas praesentandi clericum ad beneficium ecclesiasticum; & in utroque committitur simonia quantum ad id quod de spiritualitate habet." (pp. 55-57) Per quanto attiene alla terza questione, com'è chiaro in base a quanto detto, lo spirituale, che non deve essere apprezzato, è duplice: ovviamente la stessa cosa sacra, come i sacramenti; e l'atto che compete a uno per il sacro ufficio; e in secondo luogo anche questo annesso allo spirituale è duplice: certi sono annessi agli stessi sacramenti, come i vai sacri, e (altro) di tal natura; altri sono annessi ai sacri uffici, come le decime e il diritto di patronato, secondo il quale il diritto di patronato è la potestà di presentare il chierico a un beneficio ecclesiastico, e in entrambi i casi si commette simonia per ciò che riguarda la spiritualità.
In breve, il diritto di patronato, che è la potestà di presentare il chierico a un beneficio ecclesiastico è annesso allo spirituale perché ad esso ordinato, ovvero perché connesso con il sacro ufficio. Ma cosa vuol dire propriamente spirituale, e spirituali annexum? Paul-Gabriel Antoine (Theologia Moralis Universa ..., Venezia 1749) dà queste definizioni: "n.4. Spirituale, id est, res vel actio sacra seu ad salutem animae specialiter ordinata, vel ad cultum dei pertinens, ut dona Spiritus sancti, gratia, virtutes, oratio, sacramenta, divina officia, benedictiones, reliquiae sanctorum; item omnis potestas supernaturalis, ejusque usus, ut omnis actus ordinis vel jurisdictionis Ecclesiasticae. n. 5. Per Spirituali annexum intelligitur id, quod ad spirituale ordinatur, vel ab eo dependet, aut ei conjungitur. Potest autem conjungi vel antecedenter, ut jus Patronatus, quod supponitur praesentationi ad beneficium, altaria, vasa sacra quae antecedenter ordinantur ad sacrificium Missae, & ei praesupponuntur: vel concomitanter, ut labor intrinsecus & necessarius administrationi sacramentoturm: vel consequenter, ut proventus beneficii, qui supponit officium divinum." (Articulus III. Se Simonia. Quaest. I, p. 185) (Traduzione mia) N. 4. Spirituale, cioè, cosa o azione sacra o specialmente ordinata alla salvezza dell'anima, o pertinente al culto divino, come i doni dello Spirito Santo, la grazia, le virtù, l'orazione (preghiera), i sacramenti, gli uffici divini, le benedizioni, le reliquie dei santi; parimenti la potestà soprannaturale, e il suo uso, come ogni atto dell'ordine o della giurisdizione ecclesiastica. n. 5. Per annesso allo spirituale, si intende ciò che è ordinato allo spirituale, o da esso dipende, o ad esso si congiunge. Può d'altra parte essere congiunto o antecedentemente, come il diritto di patronato, che è subordinato alla presentazione al beneficio, altari; come i vasi sacri, che sono antecedentemente ordinati al sacrificio della messa, o che essa presuppone (implica necessariamente); o concomitanti, come il lavoro intrinseco e necessario all'amministrazione dei sacramenti; o conseguentemente, come il guadagno del beneficio, che presuppone l'ufficio divino.
Se è così, allora ogni controversia giudiziaria a esso afferente si configura come causa d'ordine spirituale: nessun giudice che non sia ecclesiastico può e deve trattarla. Alessandro III, il 1180, in una lettera indirizzata al Re d'Inghilterra così scriveva: Causa vero juris patronatus ita coniuncta est et connexa spiritualibus causis, quod nonnisi ecclesiastico judicio valeat definiri, cioè: la causa del 1Bw&sa=X1=bo
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diritto di patronato è indubbiamente così congiunta e connessa con le cause spirituali, che soltanto dal giudice ecclesiastico vale che sia definita, ovvero, la causa del diritto di patronato spetta alla giurisdizione ecclesiastica [Decretalium D. Gregorii Papae IX. Compilatio Liber Secundus, Titulus I. De Iudiciis. Cap. III]. E all'interrogativo della Glossa marginale "Ius patronatus cur censeatur spirituale", si risponde così con l'annotazione "m Connexa.]": "Ius vero patronatus non dicitur proprie spirituale: sed spirituali annexum ... quod eius causa annexa est spiritualibus causis: unde spirituale censetur propter connexitatem: quia quae religiosis adhaerent, religiosa sunt". Tra l'altro, se i laici non devono intromettersi nei negozi ecclesiastici, non possono a fortiori trattare cause connesse con le cose spirituali. E qualora sia mista, spirituale e civile, la causa segue più la natura dello spirituale che quella del civile (quae religiosis adhaerent, religiosa sunt). Qui si fa presente che con la Legge 9 aprile 1850, n. 1013, promulgata da Vittorio Emanuele II, successivamente estesa alle varie provincie del regno, e mai abrogata (Treccani, 1949, p. 525): "Art. 1. Le cause civili tra ecclesiastici e laici od anche tra soli ecclesiastici, spettano alla giurisdizione civile, sia per le azioni personali che per le reali o miste di qualunque sorta. Art. 2. Tutte le cause concernenti il diritto di nomina attiva e passiva ai benefizi ecclesiastici, od i beni di essi o di qualunque altro Stabilimento ecclesiastico sia che riguardino al possessorio, ovvero al petitorio, sono sottoposte alla giurisdizione civile. Art. 3. Gli ecclesiastici sono soggetti, come gli altri cittadini, a tutte le Leggi penali dello Stato. Pei reati nelle dette Leggi contemplati, essi verranno giudicati nelle forme stabilite dalle Leggi di procedura, dai Tribunali laici, senza distinzione tra crimini, delitti e contravvenzioni, Art. 4. Le pene stabilite dalle Leggi dello Stato non potranno applicarsi che dai Tribunali civili, salvo sempre all'ecclesiastica Autorità l'esercizio delle sue attribuzioni pell'applicazione delle pene spirituali, a termini delle Leggi ecclesiastiche. ...". (In Legislazione del regno di Sardegna dal 1848 al 1860 http://www.dircost.unito.it/root_subalp/1850.shtml
Ora, dalla peculiarità che sostanzia il suo essere essenzialmente ius spirituali annexum, derivano, come teorema da assiomi e postulati, alcune proprietà e prerogative, la principale delle quali conferisce al vescovo, cioè all'ordinario del luogo (ad quem pertinet institutio), la potestà esclusiva dell'investitura alla chiesa, cappella o beneficio su cui si esercita il diritto di patronato. Qualora i chierici accolgano direttamente dai laici siffatto conferimento, sono severamente puniti: Et clerici qui institutionem laicorum recipiunt, communione priventur, et si perstiterint à ministerio ecclesiastico, et ordine deponantur. Si osserva che l'istituzione canonica all'eletto o presentato non può essere dal vescovo ricusata senza addurre validi motivi, altrimenti è ammissibile appello all'autorità superiore. E si osserva altresì che la presentazione dà un semplice diritto personale al beneficio (jus ad rem), il pieno diritto sopra di esso (jus in re) si acquisisce esclusivamente tramite l'istituzione canonica. Anzi, senza licenza del vescovo nessuno deve fondare chiese, e nessuno deve edificare la chiesa prima che il vescovo della città venga, personalmente o per interposta persona, pianti proprio in quel luogo una croce, designi pubblicamente l'atrio; e prima che colui che vuol costruire, abbia determinato (e donato), coram episcopo, quanto necessario alla funzionalità della chiesa (illuminazione, 1Bw&sa=X1=bo
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custodia ecc.). E, una volta così costruita (e dotata), è sempre il vescovo che la con-
sacra e, dopo la consacrazione, egli stesso fissa la croce nel luogo in cui è stato fabbricato l'altare, quindi asperge il luogo con l'acqua benedetta, cantando l'antifona ecc. E ancora, in quanto spirituali annexum, esso è semplice e indivisibile, non si può comprare e/o vendere (i patroni contravventori, laici o chierici, sono passibili di scomunica e di perdita del diritto stesso); e non è altresì stimabile: nel caso, per es., il diritto di patronato sia realmente annesso a un fondo, esso transisce certamente al compratore, facendo astrazione dalla natura dell'atto di alienazione, solo se il prezzo o valore del fondo non sia per questo stimato di più di quel che varrebbe senza l'annesso patronato; ma soprattutto non è assolutamente un diritto di proprietà. Il patrono non ha in maniera assoluta nessun diritto di amministrarli da sé, né un diritto sui beni né sulla riscossione dei frutti, dei proventi e delle entrate Si configura semplicemente come jus honorificum, onerosus et utile. Detto altrimenti, il patrono in virtù del diritto di patronato consegue tre cose: honos (honor), onus, et utilitatem. L'onore consiste primariamente nello ius praesentandi (fondamentalmente honorificum), cioè nel presentare un chierico idoneo all'autorità ecclesiastica affinché questa, con la institutio, lo investa della carica ecclesiastica e lo immetta nel possesso del beneficio; e secondariamente in altri diritti onorifici, quali: un posto distinto in chiesa (o meglio, uno stallo permanente nel coro), la precedenza nelle processioni e nelle assemblee, nell'avere per primo l'acqua benedetta, l'incensamento, il pane benedetto, il bacio della pace, la nominale menzione nelle preghiere, la sepoltura in chiesa, e il lutto della stessa alla sua morte [mediante un drappo o una cintura funebre intorno alla chiesa, sia al di dentro che al di fuori: in chiesa, il drappo funebre del patrono si mette al di sopra di quello dell'Alto Giustiziere; al di fuori, è quello dell'alto giustiziere che è al di sopra. In breve: l'Alto Giustiziere non ha gli onori nella chiesa che dopo i patroni, ma fuori della chiesa egli li precede]. Si precisa che i drappi o lo stemma non provano il diritto di patronato se non sono messi sulla chiave di volta o sul frontespizio del portale. In più, il diritto di mettere gli stemmi nella chiesa è personale della famiglia del fondatore, per cui non passa affatto all'acquirente anche se questi succede al diritto di patronato. E quand'anche avesse ceduto alla chiesa il suo diritto di presentazione, il patrono fruisce sempre degli altri diritti onorifici. L'onere, in questo: che incombe al patrono difendere la chiesa affinché non venga dilapidata. In concreto, proteggerla, vigilare sui suoi beni, e cooperare alla sua conservazione e interezza: in caso di cattiva amministrazione deve farne denuncia al vescovo. Un altro onere attiene al rigoroso rispetto dei tempi prescritti per la presentazione: 4 mesi, se patrono laico, 6 mesi se patrono ecclesiastico. E, data l'importanza che si annetteva alla funzionalità dei ministeri ecclesiastici, delle chiese e dei benefici, che non potevano, e non dovevano essere lasciati per molto tempo privi di titolare, in caso di inadempienza del patrono (entro i 4/6 mesi dalla vacanza), il vescovo subentrava d'autorità e provvedere liberamente all'investitura della persona in grado di amministrarli con merito. E infine l'utilità (vantaggi, benefici, alimenti, di esigere di essere soccorso con i beni della 1Bw&sa=X1=bo
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chiesa qualora venga a trovarsi in stato d'incolpevole indigenza. Per converso, il diritto di patronato si perde, tra l'altro, per la semplice ingerenza nella percezione dei redditi del beneficio, che comporta, come sancisce il Tridentino, non solo la scomunica e l'interdetto, ma anche la perdita ipso iure del patronato; l'ingratitudine verso la chiesa, e la protezione data a eretici, scismatici e infedeli. 6. La complessa struttura in estrema sintesi. IL DIRITTO DI PATRONATO è qualcosa di assolutamente complesso, come ben si evince dalla TABULA BENEFICIALIS e dalla TABULA IURISPATRONATUS, compilate da Giuliano Viviani, e poste prima dell'INDEX PARTIUM LIBRORUM ET CAPITUM PRAXIS IURISPATRONATUS, nella parte iniziale della Praxis Iurispatronatus acquirendi, conservandique illud, ac amittendi modos breviter continens. .... Auctore IULIANO VIVIANO Pisano I.V.D. Primatialis Pisanae Ecclesiae Decano, ac Protonotario Apostolico, Ginevra 1673. TABULA BENEFICIALIS (Tavola che concerne il beneficio ecclesiastico) sit fundatum auctoritate Episcopi Beneficium ecclesiasticum est ius percipiendi fructus ex bonis Deo dicatis, clerico propter officium Divinum competens mediante canonica institutione, & requirit quod (Il beneficio ecclesiastico è il diritto di percepire i frutti dai beni a Dio dedicati, spettanti al chierico per l'ufficio divino, mediante la canonica istituzione, e richiede che)
(sia fondato con l'autorizzazione del vescovo)
habeat quid spiritualitatis annexum (abbia annesso il quid di spiritualità)
Clerico conferri debeat (si debba conferire a un chierico)
& à persona ecclesiastica (e da persona ecclesiastica)
conferens non possit illud sibi conferre, & pure, & sine conditione conferatur (chi conferisce non può conferirlo a sé, e si conferisce senza riserve e senza condizioni)
& sit perpetuum (e sia perpetuo)
maius, aliud minus [maggiore (qual è il vescovado), l'altro minore (es., canonicato)]
curatum, aliud simplex, & non curatum [curato (che ha annessa la cura delle anime), l'altro semplice, e non curato (che non ha annessa la cura delle anime)]
saeculare, aliud regulare [secolare (il cui titolare appartiene al clero secolare), l'altro regolare (o religioso, il cui titolare appartiene al clero regolare)]
collativum, aliud electivum [collativo (che è conferibile), l'altro elettivo]
ecclesiae collegiatae, aliud 1Bw&sa=X1=bo
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ecclesiae non collegiatae Beneficium est quia aliud est
multiplex,
(Il beneficio è molteplice, in quanto uno è)
[di chiesa collegiata (che ha un capitolo di canonici, senza essere sede vescovile), l'altro di chiesa non collegiata]
duplex, idest cum dignitate, & iurisdictione, aliud simplex sine dignitate, & iurisdictione (duplice, cioè con dignità e giurisdizione, l'altro semplice senza dignità e giurisdizione)
sacerdotale, aliud non sacerdotale [sacerdotale (il cui godimento è riservato ai sacerdoti per l'esplicazione del loro ufficio), l'altro non sacerdotale]
patrimoniale, aliud magistrale, seu doctorale, alius prestimoniale [patrimoniale, l'altro magistrale o dottorale (che si conferisce per concorso a un maestro o dottore, o licenziato in teologia o in diritto canonico o civile), l'altro prestimoniale (relativo a rendita ecclesiastica destinata a un clerico già officiante privo di prebenda o a un chierico per portare a termine gli studi in seminario)]
concistoriale, aliud non concistoriale [concistoriale (conferito in concistoro dal papa), l'altro non concistoriale]
de mensa, aliud non de mensa [di mensa (cioè incorporato alla mensa vescovile o capitolare o abbaziale, così da non risultare mai vacante, e non si dà in tali benefici negligenza nella provvisione; mensa: rendita spettante al vescovo espressa in beni destinati al mantenimento e al vitto degli ordinari diocesani e delle curie rispettive), l'altro non di mensa]
ecclesiae numeratae, aliud ecclesiae non numeratae [di chiesa numerata (nella quale è certo, e definito, il numero dei canonici), l'altro di chiesa non numerata]
monoculare, aliud non monoculare [monoculare (quando in una chiesa è presente al massimo un beneficio, o se a uno compete soltanto la collazione di un beneficio e perviene a riserva), l'altro non monoculare (quando, avendo al massimo la collazione di quel beneficio, ha la presentazione a un altro beneficio; quando, avendo soltanto la libera collazione di quel beneficio, avrebbe anche la simultanea collazione con un'altra persona, o collegio, o altro, o con altri benefici; quando in una chiesa sono presenti più benefici, o quando il collatore ha la collazione di più benefici di cui sopra detto)]
manuale, seu amovibile, aliud perpetuum [manuale (che non si conferisce ad alcuno in perpetuo, ma secondo il volere di chi conferisce o di altri, in modo che a capriccio di quello può essere rimosso ogni qual volta e in qualunque modo avrà voluto) o amovibile, l'altro perpetuo]
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affectivum, aliud reservatum aliud devolutum [affettivo (per apposizione della mano del papa; e differisce dalla riserva perché la riserva implica un atto verbale ed espresso; l'affezione invece implica l'atto reale, un fatto reale, dal quale ha origine la tacita riserva, come quando il papa appone la mano sulla disposizione di un qualche beneficio; e l'affezione è di maggiore efficacia della riserva), l'altro riservato, l'altro devoluto]
liberum, aliud iurispatronatus (libero, l'altro di diritto di patronato)
iurispatronatus ecclesiastici, aliud iurisp. laicalis, aliud iurisp.mixti (di diritto di patronato ecclesiastico, l'altro di diritto di patronato laicale, l'altro di diritto di patronato misto)
confertur in titulum, aliud in commendam, [si conferisce conformemente al titolo (e si acquisisce mediane titolo idoneo e canonico, dove il beneficio ecclesiastico senza canonica istituzione non si può ottenere, ergo con la canonica istituzione si può giustamente ottenere, la quale istituzione si assume per qualunque provvisione; e la canonica istituzione si dice quella fatta secondo i canoni), l'altro in commenda (donazione dell'uso di un beneficio ecclesiastico vacante a sacerdote o laico, che ne divengono titolari e lo conservano a vita; assegnazione provvisoria di beneficio)]
providetur praevio concursu, aliud cum simplici examine (si provvede previo concorso, all'altro con semplice esame)
requirit residentiam, non requirit
aliud
(richiede la residenza, l'altro non richiede)
litigiosum, aliud non litigiosum [litigioso (che è oggetto di contestazione giudiziaria; cioè, quando su di esso pende una lite, tanto da, essa pendente, essere sospesa la potestà dell'ordinario, cosicché non possa conferire fino al momento in cui il futuro della lite sarà dichiarato compiuto), l'altro non litigioso]
compatibile, aliud incompatibile [compatibile (che si può mantenere insieme con un altro beneficio liberamente e lecitamente), l'altro incompatibile]
uniforme, aliud difforme [uniforme (o conforme, che è del medesimo nome), l'altro difforme (che non è conforme, né del medesimo nome, come dignità e canonicato, o canonicato e beneficiato o cappellania)]
proprium, aliud improprium [proprio (che ha una porzione distinta, e in perpetuo si conferisce dal vescovo, o ordinario, e ha obblighi spirituali annessi, e che il soggetto al quale è stato conferito il beneficio è persona ecclesiastica, cioè chierico e simili), l'altro improprio (che manca delle 1Bw&sa=X1=bo
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predette qualità)
nominatum, aliud innominatum [nominato (che ha un nome speciale, oltre il nome comune del beneficio, come arcidiaconato, decanato, arcipresbiterato, e simili, che sono benefici, ma ha un nome precipuo e speciale), l'altro innominato (che è un beneficio semplice carente di speciale nome, e perciò nelle impetrazioni, nella appellazione dei benefici non è inclusa la dignità, se non si esprima)]
habenti clericatum, ordinem, & aetatem requisitam (all'avente il chiericato, l'ordine, e l'età richiesta)
Beneficium confertur (Il beneficio è conferito)
simplex confertur habenti primam tonsuram, & annum decimumquartum (semplice, si conferisce all'avente la prima tonsura, e 14 anni di età)
curatum habenti annum vigesimumquintum, Episcoipatus habenti annum trigesimum (curato, all'avente 25 anni di età; l'episcopato, all'avente 30 anni di età)
canonicatus, & dignitas non habens curam animarum habenti annum vigesimum secundum (il canonicato, e la dignità che non ha la cura delle anime, all'avente 22 anni di età)
à Papa, vel eius executore (dal Papa, o dal suo esecutore)
Beneficium confertur (Il beneficio è conferito)
ab Episcopo, seu eius Vicario (Dal vescovo, o dal suo vicario)
ab inferioribus habente in Episcopalia (dagli inferiori che egli ha nel vescovato)
morte naturali (per morte naturale)
professione in religione approbata (per professione religiosa approvata)
Beneficium amittitur, & vacat (Il beneficio si perde, e vaca)
resignatione,seu cessione (per rinuncia o cessione)
contractu matrimonij (per contratto di matrimonio)
delicto [per delitto (colpa, peccato)]
sententia, & (per sentenza di tribunali o giudici)
unione 1Bw&sa=X1=bo
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(per unione)
TABULA IURISPATRONATUS (Tavola che concerne il diritto di patronato)
Collegij ecclesiastici (Col-
Ecclesiasticum
legi ecclesiastici)
personae ecclesiasticae
(Ecclesiastico)
(persone ecclesiastiche)
Iuspatronatus est Ius honorificum, onerosum, & utile, quod est, vel (Il diritto di patronato è un diritto onorifico, oneroso e utile, cioè, o)
familiare, & gentilitium transitorium ad illos de familia (famigliare e gentilizio, che passa a quelli di famiglia)
personale, quod cum persona extinguitur
saeculare, quod est, vel (secolare, cioè, o)
(personale, che si estingue con la persona)
haereditarium transitorium ad haeredes (ereditario che passa agli eredi)
privatarum personarum (di persone private)
Regum, & Principum (di Re e Principi)
antiquum, seu modernum (antico o moderno)
passivum, aliud activum (passivo, l'altro attivo)
Mixtum ex ecclesiastico, & saeculari (Misto da ecclesiastico e secolare)
fundatione (per fondazione)
Iuspatronatus acquiritur cum consensu dioecesani ab omnibus qui non reperiuntur prohibiti (Il diritto di patronato è acquisito con il consenso del diocesano da tutti coloro che non si riconoscono interdetti)
constructione (per costruzione) dotatione (per dotazione) reaedificatione (per riedificazione)
privilegio (per privilegio)
praescriptione (per prescrizione)
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successione haereditaria (per successione ereditaria)
permutatione (per permutazione)
Iuspatronatus transfertur (Il diritto di patronato si trasferisce)
venditione cum universitate bonorum (per vendita, insieme con l'universalità, cioè la totalità dei beni)
donatione, seu legato cum consensu dioecesani [per donazione o legato (: donazione testamentaria), con il consenso del diocesano]
in ecclesia Cathedrali, & Collegiata (sulla Chiesa Cattedrale e sulla Chiesa Collegiata)
ecclesia curata Iuspatronatus haberi potest (Il diritto di patronato si può avere)
(la chiesa curata)
cappellania (la cappellania)
Altari (l'Altare)
Basilica (la Basilica)
Monasterio (il Monastero)
Hospitali [l'Ospedale (: orfanatrofio, asilo per pellegrini, ospizio]
Oratorio (l'Oratorio)
Collegio, &c. (il Collegio ecc.)
per quasi possessionem procedentem ex praesentationibus quae sortitae sint effectum ex institutione, & beneficij possessione Iuspatronatus conservatur (Il diritto di patronato si preserva)
(non altrimenti che per mezzo del possesso che proviene da presentazioni che hanno sortito l'effetto della istituzione e del possesso del beneficio)
per praesentationem, quae fit intra quadrimestre à patrono laico, qui variare potest, & intra semestre à patrono ecclesiastico, seu mixto à die vacationis beneficij, & praesentantur habentes qualitates requisitas (per mezzo della presentazione che è fatta entro 4 mesi dal patrono laico, che può variare, ed entro 6 mesi dal patrono ecclesiastico, o misto, dal giorno della vacazione del
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beneficio, e sono presentati coloro che hanno le qualità richieste)
facilis inter compatronos, si constet de existentia iurispatron. (facile tra compatroni, se si fonda sull'esistenza del diritto di patronato)
difficilis inter ecclesiam vindicantem se in libertatem & patronum iuspatr. habere dicentem, &
Iuspat. probatio. (La prova del diritto di patronato)
(difficile tra la chiesa che si affranca, e il patrono che dice di avere il diritto di patronato, e)
cognitio causae iurisp. spectat ad iudicem ecclesiasticum. (e l'istruzione del processo sul diritto di patronato spetta al giudice ecclesiastico)
per autentica documenta fundationis, & dotationis privatarum personarum
(per mezzo di documenti autentici di fondazione e dotazione)
(persone private)
per multiplicatas praesentationes per antiquissimum temporis cursum, qui hominum memoriam excedat, & tres praesentationes sufficiunt aliasve secundum iuris dispositionem
Iuspat. probatur respectu (Il diritto di patronato si prova, riguardo alle)
(per mezzo di numerose presentazioni nel corso di un tempo antichissimo che ecceda la memoria dell'uomo, e tre presentazioni sono sufficienti, o altrimenti secondo le disposizioni di legge)
personarum potentium habentium iurisdicitionem in
per autentica documenta cum praesentationibus continuatis saltem per 50. annos, (per mezzo di documenti
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loco beneficij (persone potenti, aventi giurisdizione nel luogo del beneficio)
autentici con presentazioni continuate almeno per 50 anni)
& regulariter centenaria cum titulo sufficit (e regolarmente è sufficiente un tempo di cento anni con titolo)
per praesentationem scienter facta de indigno tempus
(per la presentazione fatta scientemente di uno indegno)
[per un certo tempo (temporaneamente), o]
ob lapsum temporis dati ad praesentandum
ad vel
(per il lasso di tempo dato per presentare)
ob derogationem factam à Papa
Iuspatron. amittitur
(per deroga fatta dal Papa)
(Il diritto di patronato si perde)
ex destructione ecclesiae (per distruzione, rovina della chiesa)
unione (unione)
non usu (il non uso)
perpetuo (per sempre)
donatione, seu cessione delicto patroni, si iuspatr. vendat (la donazione, o la cessione, per colpa del patrono, nel caso venda il diritto di patronato)
si labatur in haeresim, vel (qualora scivoli nell'eresia, o)
in crimen laesae maiestatis (nel delitto di lesa maestà)
si fit proditor patriae (sia traditore della patria)
si occidat rectorem beneficij, vel (uccida il rettore del beneficio, o)
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si usurpet bona beneficij patronati. (usurpi i beni del beneficio soggetto al patronato)
Per la trattazione completa e gli approfondimenti si rimanda all'opera originale rinvenibile on line in Internet - Digitalizzata Google http://books.google.it/books?id=98tFAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q=prestimoniale&f=false:
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PREFAZIONE La presente ricerca si divide in 3 parti: La PARTE I contiene quanto dalla Chiesa canonicamente normato sul diritto di patronato dal 1123 al 1966, in particolare coi Concili Lateranensi (I, II, III, IV, V), il Concilio di Trento, il Corpo di Diritto Canonico, il Codice di Diritto Canonico pio-benedettino, e infine con la lettera apostolica, Ecclesiae Sanctae, di Paolo VI. Relativamente ai primi 3 concilii lateranensi, si fa presente che il testo dei canoni utili, è dapprima trascritto nella lingua inglese on line (Internet) rinvenuta, e poi da me tradotto. È invece direttamente in italiano il testo dei canoni del 4° concilio. Per quanto attiene al 5° concilio, sono ricopiati alcuni periodi del testo latino (mia la successiva traduzione) della bolla pontificia, Regimini Universalis Ecclesiae, di Leone X. In relazione al Concilio di Trento, il cui testo è già in italiano, si fa riferimento alle Sessioni 14, 21, 22, 24 e 25. Qui si rimarcano il Canone 12 della Sessione 14, il quale delibera che per l'avvenire il diritto di patronato si acquisisce solo per fondazione, costruzione e dotazione della Chiesa (cappella, beneficio, ecc.) e non più ex gratia; e il Capitolo 9 della Sessione 25 che stabilisce i modi di prova del diritto di patronato, riafferma il divieto ai patroni di intromettersi nella percezione dei frutti beneficiali, e ribadisce che la vendita del diritto di patronato è punita oltre che con la scomunica anche con la perdita del diritto stesso. Nel Corpo di Diritto Canonico (testo in latino e traduzione mia) il diritto di patronato è specificatamente sviluppato al Titolo 38 del 3° libro delle Decretali (Gregorio IX), al Titolo 19 del 3° Libro del Libro Sesto (Bonifacio VIII), al Titolo 12 del 3° Libro delle Clementine (Clemente V). Dei Decreti di Graziano, ivi contenuti, si riporta quanto, degno di nota, vi è nelle glosse e nelle nuove annotazioni, unitamente ai capitoli attinenti, appunto, al diritto di patronato. Nel Codice pio-benedettino, testo in latino e traduzione mia, il diritto di patronato è l'oggetto specifico del Capitolo 4° (Canoni 1448-1471) e del Capitolo 5° (Canoni 1472-1482, concernenti diritti e obblighi del beneficiario). Qui si mette in evidenza il Canone 1450, il quale sancisce che per l'avvenire nessun diritto di patronato può essere, ad alcun titolo, in modo valido costituito; e il Canone successivo, che incarica gli ordinari dei luoghi di persuadere i patroni ad accettare, in contraccambio del diritto di patronato di cui sono in possesso, o almeno del diritto di presentazione, suffragi spirituali anche perpetui per sé e per i propri discendenti. In ultimo la norma n. 18 (§ 1-2) di cui alla Lettera ap., Ecclesiae Sanctae, con la quale Paolo VI ha di fatto soppresso l'istituto del diritto di patronato. La PARTE II, il commento al De iure patronatus che Verani fa nel suo Juris Canonici Universi Commentarius Paratitlaris. Dà, il Verani, anzitutto un sommario esegetico dei 31 capitoli contenuti nel Titolo 38 (3° Libro delle Decretali di Gregorio IX), del Capitolo Unico nel Titolo 19 (3° Libro del Libro Sesto di Bonifacio VIII), dei 3 Capitoli nel Titolo 4 (2° Libro del Libro Settimo) e infine dei 2 Capitoli nel Titolo 12 (3° Libro delle Clementine di Clemente V). Quindi una trattazione completa del diritto di patronato in 8 paragrafi, aventi questi argomenti: 1Bw&sa=X1=bo
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I. Che cosa sia il diritto di patronato e in quali modi si acquisisce. II. Di quante specie sia il diritto di patronato, e quali le sue differenze. III. Chi siano i soggetti capaci di diritto di patronato, e quali diritti loro competano. IV. Sulla potestà di presentare, e sulla stessa attuale presentazione del chierico al beneficio vacante. V. Quale diritto e potestà abbiano il pontefice romano e i vescovi sui benefici dei patroni laici o ecclesiastici. VI. In quanti modi il diritto di patronato si trasferisca ad altri. VII. Attraverso quali modi il diritto di patronato si perda o si estingua. VIII. Si producono e si spiegano 12 questioni scelte (alle quali l'autore dà risposte articolate, o immediate (affermative e/o negative) o previo distinguo, esplicitando in ogni caso la ratio): i. Nel caso qualcuno costruisca la chiesa in un fondo altrui, padrone ignaro o anche contro il suo volere, il diritto di patronato è acquisito da parte dell'edificatore o da parte del vero padrone del fondo? ii. Forse il diritto di patronato decade legalmente per chi è impedito dal vincolo della scomunica maggiore? iii. Forse il chierico acquisisce il diritto di patronato, nel caso edifichi con i redditi della chiesa una cappella, e la doti? iv. Se molti siano i presentati, forse si deve istituire uno di essi e preferirlo a tutti gli altri? v. Chi prima abbia assegnato una dote alla chiesa fondata senza dote alcuna, già consacrata, acquisisce forse il diritto di patronato? vi. Quando i patroni sono due, si richiede forse il consenso del vescovo a che un patrono lasci all'altro socio il suo diritto di presentare alla medesima chiesa? vii. Nel caso il diritto di patronato sia lasciato a un laico per testamento, si richiede forse il consenso del vescovo? viii. Forse il patrono trasferente il diritto di patronato alla confraternita della chiesa, che egli istituisce erede universale con l'obbligo di amministrare i servizi della chiesa, può tuttavia obbligare a destinare le oblazioni fatte alla chiesa a certi usi pii? ix. Forse la chiesa è tenuta a mantenere il patrono, se i suoi beni siano confiscati? x. Forse, se il diritto di patronato non sia annesso a nessun bene in particolare, né alla stessa università dei beni, è anche allora compreso nella confisca di tutti i beni fatta dal giudice laico? xi. Forse il patrono per la confisca dei beni viene privato del diritto di patronato escluso dalla confisca per il fatto che il fondatore abbia disposto che transisca agli agnati o ad altre persone aventi certe qualità? xii. Forse il patrono può promettere che presenterà qualcuno vacante il beneficio? La PARTE III, la dissertazione sul diritto di patronato che Oesthoff fece per conseguire il dottorato nell'uno e l'altro diritto (canonico e civile). Siffatta tesi si compone di un breve scritto, dopo il frontespizio e prima del testo, col quale l'autore dedica l'opera all'Arcivescovo di Colonia, e di 6 capitoli. Il 1° tratta della origine, definizione, divisione e delle differenze del diritto di patronato, e pone sull'argomento, come del resto tutti gli altri capitoli, delle questioni alle quali si risponde o in modo immediato (in senso affermativo e/o 1Bw&sa=X1=bo
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negativo) o previo distinguo, e con l'esplicitazione della ratio. In particolare, in questo primo capitolo vengono sollevate 5 questioni: I. Come il patronato laicale acquisito tramite il patrimonio del laico, pervenendo alla chiesa per legato o per donazione, diventa ecclesiastico, pervenendo questo (patronato ecclesiastico) al laico, diventa nello stesso modo laicale? II. Forse il beneficio fondato dal chierico coi redditi percepiti dalla chiesa al cui servizio egli è, è del diritto di patronato ecclesiastico? III. Quale diritto di patronato debba considerarsi spettante al chierico e al laico? IV. Di quale diritto sia il patronato spettante a una confraternita di laici approvata dal vescovo e affissa (ovviamente il decreto di approvazione) a una chiesa determinata? V. Chi sia il giudice nelle cause del diritto di patronato? Il 2°, dei modi attraverso i quali si acquisisce il diritto di patronato per quel che riguarda la proprietà. E, 8 questioni: I. Forse il papa, per un aumento di dote, può concedere a uno il diritto di patronato? II. Forse anche il vescovo per un aumento di dote può concedere il diritto di Patronato? III. Forse si acquisisce il diritto di patronato con una prescrizione immemoriale? IV. Forse secondo il nuovo diritto tridentino può acquisirsi con una più breve prescrizione immemoriale? V. Forse anche per riparazione della chiesa si acquisisce il diritto di patronato? VI. Forse mediante l'assegnazione di una dote alla chiesa già consacrata, fatta con il consenso del vescovo, si acquisisce il diritto di patronato? VII. Forse per acquisire il diritto di patronato si richiede il consenso del vescovo e una speciale riserva (esclusiva di un diritto) da parte di chi dona o fonda? VIII. Forse chi fonda una chiesa collegiata acquisisce su di essa il diritto di patronato anche senza una riserva speciale? Il 3°, dei diritti dei patroni. E, 7 questioni: I. Forse il fondatore può presentare sé stesso o suo figlio? II. Forse i patroni nel presentare possono variare? III. Forse il laico, dopo aver pronunciato il giuramento di non variare, può lecitamente e validamente variare? IV. Forse, lite pendente tra i presentati in merito alla presentazione, nel caso uno di loro muoia o rinunci, è valido variare o nominare un altro al suo posto, prima che consti dell'efficacia del diritto di presentazione verso la persona del superstite? V. Forse a causa della lite protratta oltre il tempo prefisso per la presentazione del patrono, può il vescovo conferire il beneficio? VI. Se nella fondazione si dica: sia presentato il chierico, forse questi deve avere assolutamente 14 anni? VII. Chi mai siano considerati i chiamati nel patronato gentilizio o misto? Il 4°, dei diritti che competono al vescovo e ai patroni circa la stessa chiesa 1Bw&sa=X1=bo
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soggetta a patronato. E, 2 questioni: I. Se una chiesa, o semplice o parrocchiale, sia eretta dal pontefice in collegiata contro il volere del patrono laico, forse al patrono rimane, dico salvo, il diritto di patronato? II. Forse mediante l'unione di un beneficio soggetto a patronato fatta con un (beneficio) libero, contro il volere del patrono, si perde il diritto di patronato? Il 5°, della prova del dritto di patronato e della sua translazione. E, 9 questioni: I. Forse con il Concilio di Trento che abrogò tutti gli altri patronati fuorché quelli acquisiti per fondazione o dotazione, si ritiene eo ipso anche abrogato il patronato concesso per aumento di dote? II. A chi spetti il diritto di patronato nel caso sia stato dato in dote alla moglie, il fondo cui è annesso il diritto di patronato? III. Se veramente il diritto di patronato competa all'erede fedecommissario o all'usufruttuario di tutti i beni, forse all'erede diretto? IV. Forse, assegnato a un depositario il beneficio cui (è) annesso il diritto di patronato, spetta quel diritto allo stesso depositario? V. Forse nella locazione del fondo cui (è) annesso il diritto di patronato, questo (diritto di patronato) passa al conduttore? VI. Forse il diritto di patronato passa al creditore a motivo del pegno? VII. Forse passa al depositario? VIII. Forse nella confisca dei beni il diritto di patronato passa al fisco? IX. Forse con la vendita dell'universalità cui unito (è) il diritto di patronato, passa questo diritto al compratore? Il 6° e ultimo, della deroga e perdita del diritto di patronato. In particolare sono esaminati 8 casi di perdita o di estinzione del diritto di patronato, e poste 2 questioni: I. Forse il vescovo o il legato a latere può derogare al diritto di patronato? II. Forse il beneficio del diritto di patronato non cade sotto la riserva, se, mentre i presentati, durante il contrasto tra i patroni, litigano su di esso, uno o ambedue dei presentati muoiono in curia o presso la sede apostolica, al punto che la collazione, per esempio, fatta dal papa riguardo a tale beneficio contestato, debba ritenersi valida anche senza espressa deroga? Si aggiunge che il Commentario e la Dissertazione vengono corredate di Appendice, rispettivamente, I e II, da me composte raccogliendo on line (Internet) le note bio-biblio-sitografiche dei canonisti, giureconsulti ecc. citati e/o nominati, dei quali - anche se non di tutti - si riportano principalmente le opere da me consultate per i riscontri testuali. Devo qui rilevare che i due autori hanno usato, nel corpo del testo, riferimenti bibliografici in forma di abbreviazioni, e talvolta con modalità di scrittura non univoche (vale a dire, non osservate con continuità): il che ha reso assai difficile l'identificazione sia dell'autore sia dell'opera scritta, o di parte di essa, e il relativo reperimento. Nella traduzione ho chiaramente indicato con un tipo di scrittura ridotta (carattere di corpo 8), e in parentesi quadre: autore, opera (luogo, data di edizione) e capitoli, titoli e paragrafi citati. Ho altresì usato in corpo otto il simbolo [?] per significare che il riferimento bi1Bw&sa=X1=bo
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bliografico è errato; e, parimenti con la stessa grandezza del carattere, la formula "[In realtà: ......], per segnalare e riportare, laddove possibile, il riferimento corretto. In generale, il testo scritto in parentesi tonde col corpo ordinario (dodici) è proprio dell'autore, così com'è nell'opera originale; invece a carattere otto è da me utilizzato per i chiarimenti, le esplicitazioni, le spiegazioni ecc. che ritengo utili e/o necessari.
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SITO-BIBLIOGRAFIA CIVILTÀ CATTOLICA (LA) - Anno vigesimonono, 23 settembre 1878, Volume VIII. Della Serie Decima - Firenze, 1878. "De preteso patronato regio nelle provincie meridionali d'Italia" (pp. 5-20) - Digitalizzato Google http://www.archive.org/stream/s10laciviltcat08romeuoft#page/6/mode/2up
<<COLLECTIO CANONICA CONCILIUM ARELATENSE SECUNDUM NUNCUPATA>> a. 442-506 È la prima collezione di questa Regione (Galliae), e veniva attribuita ad un solo concilio. In realtà non si tratta soltanto di un concilio, bensì di una collezione composta in Gallia tra il 492 e il 506. Essa contiene: i canoni del I concilio di Arles (314); i canoni del I concilio ecumenico di Nicea (325); i canoni del I concilio di Oranges (441) e i canoni del I concilio di Versance (442). http://www.internetsv.info/index.html
DOCUMENTA CATHOLICA OMNIA: TUTTI I CONCILI / Materia: De Regionum Synodis Conciliisque http://www.documentacatholicaomnia.eu/01_20_De_Regionum_Synodis_Conciliisque.html
DIZIONIARIO DI ERUDIZIONE STORICO-ECCLESIASTICA DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI ..., Compilazione di Gaetano Moroni romano, primo Aiutante di Camera di Sua Santità Gregorio XVI, vol. III, in Venezia dalla Tipografia emiliana. MDCCCXL. Digitalizzato Google http://books.google.it/books?id=p8_6ERK4fbIC&pg=PA33&lpg=PA33&dq=sesto+concilio+di+arles+813&source=bl &ots=BbGjEJsMVU&sig=Ad11Kz9ZihnW-ZrdmIz6TsBJP8Y&hl=it&sa=X&ei=56ERT7fdOGN4gSV_fTdAw&ved=0CCoQ6AEwAg#v=onepage&q=sesto%20concilio%20di%20arles%20813&f=false
Dizionario storico degli autori ecclesiastici contenente la vita de' Padri, ... Tomo Quarto, In Venezia, M.DCC.LXXI. Digitalizzato Google http://books.google.it/books?id=O70OAAAAIAAJ&pg=PA298&lpg=PA298&dq=Concilio+di+Arles+823&source=bl &ots=jEbJhUzAHT&sig=8zWZ5n5tWjds246n9JHmaZMZ0TI&hl=it&sa=X&ei=P6ERT6qiJ-rE4gSUms3Aw&ved=0CC8Q6AEwAg#v=onepage&q=Concilio%20di%20Arles%20823&f=false
ENCICLOPEDIA ITALIANA DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma - Vol. XXVI, PALEO-PETE, Edizione 1949 ENCYCLOPÉDIE OU DICTIONNAIRE RAISONNÉ DES SCIENCES, DES ARTS ET ... TOME PREMIER, PARIS, MDCCLI, Denis Diderot, Jean Rond d'Alambert - Digitalizzato Google http://books.google.it/books?id=DXREAAAAcAAJ&pg=PA153&lpg=PA153&dq=LE+DROIT+DE+PATRONAGE& source=bl&ots=ACwRbTGQ32&sig=ivKYEBb4rpR1cZV1iFTw0pyuafg&hl=it&sa=X&ei=hJcZT6TBL4KI4gTzyqDHDQ &ved=0CC0Q6AEwAQ#v=onepage&q=LE%20DROIT%20DE%20PATRONAGE&f=false
TOME DOUZIEME. PARL=POL, MDCCLXV. Digitalizzato Google http://books.google.it/books?id=P082Gt2ifgYC&pg=PA184&lpg=PA184&dq=encyclop%C3%A9die+ou+dictionnaire +raisonn%C3%A9+des+sciences+droit+de+patronage&source=bl&ots=q2J2vEBNSu&sig=lYIpPrqvt8A8S9FDgvdqG a5OdKc&hl=it&sa=X&ei=FJ8ZT5fFO8yO4gTC1q3rDQ&ved=0CCMQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false
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BERARDI Carlo Sebastiano, Gratiani Canones Genuini ab apocryphis discreti, Corrupti ad emendatiorum codicum fidem exacti, ... Opera et Studio Caroli Sebastiani Berardi, ... Partis II. Tom. Secundus., ..., Taurini, MDCCLV. Digitalizzato Google http://books.google.it/books?id=tM9EAAAAcAAJ&pg=PA174&lpg=PA174&dq=Hinc+in+Concilio+Cabilonensi+II.+ anni+813.+can.+26&source=bl&ots=nfFovLUITs&sig=kyNalFbYP-pOT8FPk1nt0gssm4&hl=it&sa=X&ei=UT4VT4a8HayQ4gSA6dD1Cw&sqi=2&ved=0CCMQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false
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IL DIRITTO DI PATRONATO (Iuspatronatus) nelle STATUIZIONI CANONICHE dal 1123 al 1966, nel COMMENTARIO di G. F. Verani del 1705 e nella DISSERTAZIONE DOTTORALE di J. C. Oesthoff del 1767. 1.Concili Lateranensi (I, II, III, IV, V) a) Concilio Lateranense I (1123) b) Concilio Lateranense II (1139) c) Concilio Lateranense III (1179) d) Concilio Lateranense IV (1215) e) Concilio Lateranense V (1512) 2.Concilio di Trento (1545) 3.Corpo di Diritto Canonico (1580) 4.Codice di Diritto Canonico - pio-benedettino (1917) 5.Paolo VI, Lettera apostolica Ecclesiae Sanctae (1966) 6.Commentario dell'Universo Diritto Canonico (G. F. Verani, 1705) 7.Dissertazione Dottorale (J. C. Oesthoff, 1767). *§*
1. CONCILI LATERANENSI (I, II, III, IV, V) 1.A. CONCILIO LATERANENSE I (1123) Convocato da Callisto II (Dicembre 1122), si svolse presso la Basilica di San Giovanni in Laterano (Roma), dal 18 al 27 marzo (6 aprile?) 1123. Di quanto normato si riportano i canoni che attengono al diritto di patronato (4, 14 e 20), rinvenuti in inglese su Internet: http://www.fordham.edu/halsall/basis/lateran1.html, e da me medesimo tradotti. CANON 4 Summary. Lay persons, no matter how pious they may be, have no authority to dispose of anything that belongs to the Church. Text. In accordance with the decision of Pope Stephen [[6]], we declare that lay persons, no matter how devout they may be, have no authority to dispose of anything belonging to the Church, but according to the Apostolic canon (39) the supervision of all ecclesiastical affairs belongs to the bishop, who shall administer them conformably to the will of God. If therefore any prince or other layman shall arrogate to himself the right of disposition, control, or ownership of ecclesiastical goods or properties, let him be judged guilt y of sacrilege. Note 6. A pseudo-Isidorian ordinance. Mansi, I, c. 892 Denzinger, no-36i. Comment. This canon was directed against lay investiture of ecclesiastical dignities. Like canon 10 of this series, it was one of the chief provisions of the Concordat of Worms, and contributed perhaps more than any other to the termination of the struggle between the papacy and the Empire. It asserts without compromise the principle that ecclesiastical jurisdiction can emanate only from 1Bw&sa=X1=bo
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the Church. As the power of conferring sacred orders, so also does that of conferring benefices belong exclusively to the bishops. Among the Germanic tribes the national laws gave to the builder of a church, to the feudal lord or to the administrator, full right over the church built or founded by him. As it was his ecclesia propria, he exercised full authority over the ecclesiastics, whom, with the consent of the bishop in each case, he appointed and also dismissed at pleasure. In the course of the investiture conflict private right over churches was abolished, the jus patronatus, however, remained and the builder or feudal lord was granted the jus praesentandi whenever a vacancy occurred in the church. In the case of major benefices, that is, those of episcopal or supraepiscopal rank, ecclesiastical rights were safeguarded by a distinction between the spiritual and secular elements in the filling of such vacancies. The collation of the ecclesiastical offices was clearly distinguished from that of the temporalities. The bestowal of the former pertained obviously to the authority of the Church, that of the latter was conceded to the secular authority. Any encroachment on these ecclesisastical rights the council characterizes as a sacrilegious act. This canon was renewed by the Second and Third Lateran Councils in canons 25 and 14 respectively. §§§ CANONE 4. SOMMARIO. Le persone laiche, non importa quanto possano essere pie, non hanno alcuna potestà di disporre di qualcosa appartenente alla chiesa. TESTO. Conformemente alle deliberazioni di Papa Stefano [(6)], noi statuiamo che le persone laiche, non importa quanto devote possano essere, non hanno la potestà di disporre di qualcosa che appartiene alla chiesa; al contrario, statuiamo, secondo il Canone Apostolico (39)*, che la cura degli affari ecclesiastici compete al vescovo, che li amministrerà secondo la volontà di Dio. Se perciò un principe, o un laico, si arrogherà il diritto di disporre dei beni ecclesiastici, il diritto di dominio o di proprietà, che sia giudicato colpevole di sacrilegio. NOTA 6. Un'ordinanza pseudo-isidoriana. Mansi, I, 892 c. 10, no- 36i. COMMENTO. Questo canone fu diretto contro le investiture laiche delle dignità ecclesiastiche. Come il canone 10 di questa serie, fu uno dei provvedimenti principali del Concordato di Worms, e contribuì forse più degli altri a por termine alla lotta tra il Papato e l'Impero. In modo assoluto, esso asserisce il principio che la giurisdizione ecclesiastica può provenire solo dalla chiesa: tanto il potere di conferire i sacri ordini, quanto anche il potere, spettante esclusivamente al vescovo, di conferire i benefici ecclesiastici. Tra le tribù germaniche il diritto nazionale dava a chi costruiva una chiesa, un signore feudale o un amministratore, il pieno diritto sulla chiesa edificata o fondata da lui. Come se questa fosse una chiesa sua (ecclesia propria), egli esercitò tutto il potere sugli ecclesiastici che, comunque col consenso del vescovo, egli nominava e altresì destituiva a suo piacimento. Nel corso della lotta delle investiture, il diritto personale concernente le chiese fu abolito, tuttavia lo jus patronatus restò e all'edificatore o al signore feudale fu concesso il diritto di patronato tutte le volte che occorreva la vacanza nella chiesa. Nel caso dei benefici più importanti, cioè del rango vescovile o arcivescovile, i diritti ecclesiastici furono salvaguardati mediante la distinzione tra gli elementi, spirituale e secolare, nella copertura di siffatte vacanze. La collazione degli uffici ecclesiastici fu chiaramente distinta da quella delle cose temporali. Il conferimento del primo fu ovviamente di pertinenza dell'autorità ecclesiastica, quello del secondo fu concesso all'autorità se1Bw&sa=X1=bo
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colare. Ogni usurpazione dei diritti ecclesiastici, il concilio li caratterizza come atti di sacrilegio. Questo canone fu rinnovato dal Secondo e dal Terzo Concilio lateranense, rispettivamente, nei canoni 25 e 14. *Canone Apostolico 39: I Canoni Apostolici (85 canoni ecclesiastici) costituiscono l'ultima parte dell'8° libro delle Costituzioni apostoliche (il 380 circa), documento canonico-liturgico più importante, per l'appunto, nel IV secolo. (http://books.google.it/ PATRES ECCLESIAE. Un'introduzione alla teologia dei padri della Chiesa, E. Cattaneo-G. De Simone-C. Dell'Osso-L. Longobardo):
Can. 39. Let the bishop have the care of ecclesiastical revenues, and administer them as in the presence of God. But it is not lawful for him to appropriate any part of them to himself, or to give the things of God to his own kindred. But if they be poor, let him support them as poor; but let him not, under such pretences, alienate the revenues of the Church. (http://www.ccel.org/ccel/schaff/anf07.ix.ix.vi.html) §§§ Canone 39. Che il vescovo abbia la responsabilità delle entrate ecclesiastiche, e le amministri come se fosse alla presenza di Dio. Ma a lui non è consentito di appropriarsi di una parte di esse, o di dare le cose di Dio ai suoi propri congiunti. Ma se essi sono poveri, dia loro sostentamento in quanto poveri, ma non alieni, con il pretesto di tale povertà, le entrate della chiesa. (La traduzione dall'inglese è da me medesimo fatta) *** CANON 14 Summary. Laymen are absolutely forbidden to remove offerings from the altars of Roman churches.
Text. Following the canons of the holy fathers, we absolutely and under penalty of anathema forbid laymen to remove the offerings from the altars of the churches of St. Peter, of The Savior (Lateran Basilica), of St. Mary Rotund, in a word, from the altars of any of the churches or from the crosses. By our Apostolic authority we forbid also the fortifying of churches and their conversion to profane uses. §§§ CANONE 14. SOMMARIO. Assolutamente si proibisce ai laici di sottrarre le offerte dagli altari delle chiese romane. TESTO: In conformità dei canoni del Santo Fratello, assolutamente noi proibiamo, e sotto pena di scomunica, ai laici di sottrarre le offerte dalle chiese di San Pietro, del Redentore (Basilica Laterana) e di Santa Maria della Rotonda. In una parola, da tutti gli altari o meglio dalle chiese o dalle croci. Parimenti con la nostra apostolica autorità proibiamo anche la fortificazione delle chiese e la loro conversione a usi profani. *** CANON 20 Summary. Churches and their possessions, as well as the person ans things connected with them, shall remain safe and unmolested. Text. Having in mind the example of our fathers and discharging the duty of our pastoral office, we decree that churches and their possessions, as well as the persons connected with them, namely, clerics and monks and their servants (conversi), also the laborers and the things they use, shall remain safe and 1Bw&sa=X1=bo
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unmolested. If anyone shall dare act contrary to this and, recognizing his crime, does not within the space of thirty days make proper amends, let him be cut off from the Church and anathematized. §§§ CANONE 20. SOMMARIO. Le chiese e le loro possessioni, come beni, persone e cose con esse connesse, devono essere tranquille (non molestate) e al sicuro. TESTO. Avendo in mente l'esempio dei nostri fratelli e assolvendo il dovere del nostro ufficio pastorale, noi decretiamo che le chiese e le loro possessioni, come i beni e le persone connesse con esse, vale a dire, i chierici e i monaci e i loro frati conversi (cioè i frati laici), anche i lavoratori e gli strumenti che essi usano, devono restare al sicuro e indisturbate. Se qualcuno oserà agire contrariamente a questo, individuato il crimine, entro lo spazio di trenta giorni non fa veramente ammenda, che sia tagliato fuori dalla chiesa e sia anatemizzato (scomunicato). _*_*_*_*_*_*_*_ 1.B. CONCILIO LATERANENSE II (1139) Il Concilio Lateranense II, convocato da Innocenzo II, si svolse a Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano, dal 4 all'11 aprile 1139. Dei 30 canoni di riforma emanati, si riporta il Canone 25 in lingua inglese con traduzione da me fatta. 25. If anyone receives provostships, prebends or other ecclesiastical benefices from the hand of a lay person, let him be deprived of the benefice unworthily received. For the decrees of the holy fathers state that lay people, no matter how devout they may be, have no power of disposal over ecclesiastical property. §§§ 25. Se qualcuno riceve la prepositura (titolo, dignità, ufficio di preposto), prebende o altri benefici ecclesiastici dalla mano di un laico, che sia privato del beneficio in modo indegno ricevuto. Conformemente ai decreti dei Santi Padri statuiamo che i laici, per quanto devoti possano essere, non hanno l'autorità di disporre dei beni ecclesiastici, mobili e immobili. (http://www.legionofmarytidewater.com/faith/ECUM10.HT)
_*_*_*_*_*_*_*_ 1.C. CONCILIO LATERANENSE III (1179) Convocato a Roma dal Papa Alessandro III, si svolse in 3 Sessioni: il 5, il 7 e il 19 marzo 1179. Dei 27 canoni conservati, si riportano i Canoni 8 e 14 (con relativa traduzione). Canon 8: "The patrons of benefices shall nominate to such benefices within six months after the occurrence of a vacancy". (Third Lateran Council (1179) - The Catholic Encyclopedia. Vol. 9. New York: Robert Appleton Company, 1910: http://www.newadvent.org/cathen/09017b.htm)
§§§ "I patroni dei benefici devono fare le presentazioni per tali benefici entro mesi 6 da quando consta che siano vacanti". (Traduzione mia) Il "Third Lateran Council (1179)" (http://www.legionofmarytidewater.com/faith/ECUM11.HTM) particolareggia il Canone 8 nei termini seguenti: 8. Let no ecclesiastical ministries or even benefies or churches be assigned or 1Bw&sa=X1=bo
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promised to anyone before they are vacant, so that nobody may seem to wish for the death of his neighbour to whose position or benefice he believes himself to be the successor. For since we find this forbidden even in the laws of the pagans themselves, it is utterly disgraceful and calls for the punishment of God's judgment if the hope of future succession should have any place in God's church when even pagans have taken care to condemn it. But whenever ecclesiastical prebends or any offices happen to become vacant in a church, or are even now vacant, let them no longer remain unassigned and let them be conferred within six months on persons who are able to administer them worthily. If the bishop, when it concerns him, delays to make the appointment, let it be done by the chapter; but if the election belongs to the chapter and it does not make the appointment within the prescribed time, let the bishop proceed according to God's will, with the advice of religious men; or if by chance all fail to do so, let the metropolitan dispose of these matters without opposition from them and in accordance with God's will. §§§ Canone 8. Che i ministeri ecclesiastici o anche i benefici o le chiese non siano assegnati o promessi a nessuno prima che risultino vacanti, affinché non possa sembrare che taluni desiderino la morte del proprio prossimo al cui ufficio o beneficio reputano di essere essi stessi i successori. Poiché troviamo ciò proibito anche nel diritto degli stessi pagani, questo è del tutto disonorevole e richiede la punizione del castigo divino se l'aspettativa della futura successione dovesse realizzarsi nella chiesa di Dio, quando persino i pagani si sono preoccupati di condannarlo. Ma una volta che accade che delle prebende ecclesiastiche o alcuni uffici risultino vacanti in una chiesa, o sono anche ora vacanti, che non rimangano a lungo non assegnati e che siano conferiti entro sei mesi a persone che sono in grado di amministrarli degnamente (meritatamente). Se il vescovo, quando gli compete, tarda a fare l'assegnazione, che questa sia fatta dal capitolo; ma se l'elezione spetta al capitolo ed esso non fa l'assegnazione nel tempo prescritto, che il vescovo agisca conformemente alla volontà di Dio, previa consultazione di religiosi; o se per caso tutti non riescano a far così, che il metropolita (nella Chiesa latina, arcivescovo di una diocesi metropolitana con facoltà di giurisdizione sui vescovi della provincia) risolva tali questioni senza opposizione da parte loro e in conformità con la volontà di Dio. (Parimenti da me così tradotto). *** 14. Because the ambition of some has now gone to such lengths that they are said to hold not two or three but six or more churches, and since they cannot devote the proper care to two, we order, through our brethren and most dear fellow bishops, that this be corrected, and with regard to this pluralism, so contrary to the canons, and which gives rise to loose conduct and instability, and causes definite danger to the souls of those who are able to serve the churches worthily, it is our wish to relieve their want by ecclesiastical benefices. Further, since some of the laity have become so bold that disregarding the authority of bishops they appoint clerics to churches and even remove them when they wish, and distribute the property and other goods of the church for the most part according to their own wishes, and even dare to burden the churches themselves and their people with taxes and impositions, we decree that those who from now on are guilty of such conduct are to be punished by anathema. Priests or clerics who receive the charge of a church from the hands of lay persons {11 11. whether under cover of patronage or in any other way }, without the autho1Bw&sa=X1=bo
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rity of their own bishop, are to be deprived of communion, and if they persist, they are to be deposed from the ecclesiastical ministry and order. We firmly decree that because some of the laity force ecclesiastics and even bishops to come before their courts, those who presume to do so in the future are to be separated from the communion of the faithful. Further we forbid lay persons, who hold tithes to the danger of their souls, to transfer them in any way {12: 12. without the consent of their bishop added in H} to other lay persons. If anyone receives them and does not hand them over to the church, let him be deprived of Christian burial. §§§ 14. Poiché al presente l'ambizione di alcuni è così smisurata da credersi capaci di mantenere non due o tre, bensì sei o più chiese, e dal momento che essi non sono in grado di dedicarsi con diligenza a due, noi ordiniamo, per il tramite dei nostri fratelli e molto cari compagni vescovi, che ciò sia emendato, e in merito a tale pluralismo (cumulo in una sola persona di benefici, uffici) così contrario ai canoni, e che provoca instabilità e dissolutezza comportamentale, e costituisce un effettivo pericolo per le anime di coloro che sanno servire meritatamente le chiese; è nostro desiderio liberarli dal desiderio di benefici ecclesiastici. In più, poiché alcuni laici sono diventati così sfacciati che, non curandosi dell'autorità del vescovo, assegnano i chierici alle chiese e addirittura li rimuovono quando piace a loro, e distribuiscono la proprietà e gli altri beni della chiesa per lo più a loro piacere, e anzi osano gravare le stesse chiese e i loro devoti di tasse e imposizioni, noi decretiamo che quelli che d'ora in avanti sono colpevoli di tale condotta sono da scomunicare. I preti e i chierici che ricevono l'incarico di una chiesa dalle mani di un laico, senza l'autorizzazione del loro proprio vescovo, devono essere deprivati della comunione e, se persistono, destituiti dal ministero ecclesiastico e dall'ordine. Con fermezza decretiamo che, poiché alcuni laici costringono ecclesiastici e addirittura vescovi a comparire davanti ai loro tribunali, quelli che presumono in futuro di far così, siano staccati dalla comunione dei fedeli. Inoltre noi proibiamo che i laici, che detengono le decime correndo il pericolo delle loro anime, trasferiscano in qualche modo tale privilegio ad altri laici (senza l'autorizzazione del loro vescovo). Se qualcuno li riceve e non li rimette alla chiesa, che sia deprivato della sepoltura cristiana. _*_*_*_*_*_*_*_ 1.D. CONCILIO LATERANENSE IV (1215) Convocato da papa Innocenzo III (1198-1216) il 19 aprile 1213, si svolse in 3 Sessioni nel periodo 11-30 novembre 1215. Dei 70 capitoli complessivi, si riportano il XXXII, il XLIV e il XLV concernenti il diritto di patronato, rinvenuti in Internet: www.totustuustools.net/concili/lateran4.htm / www.internetsv.info/index.html XXXII I patroni lascino al clero una quota conveniente Bisogna estirpare un costume abusivo che ha preso piede in alcune regioni: chi ha il diritto di patronato sulle chiese parrocchiali e altre persone, rivendicando a sé, completamente, i proventi delle stesse chiese, lasciano ai sacerdoti addetti ad esse una quota così misera, che essi non possono mantenersi con sufficiente dignità. Infatti, come abbiamo potuto sapere con certezza, i sacerdoti addetti alle parrocchie non hanno assegnata, per il loro sostentamento, se non la quarta parte del quarto, cioè, un sedicesimo delle decime. Avviene, di conseguenza, 1Bw&sa=X1=bo
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che in queste regioni non si trovi quasi un parroco che abbia una pur minima conoscenza delle lettere. E poiché non si deve legar la bocca al bue che tritura (il fieno) (40), e chi serve all'altare deve vivere dell'altare (41), stabiliamo che, nonostante qualsiasi consuetudine in contrario del vescovo, del patrono o di qualsiasi altro, venga assegnata ai sacerdoti una quota ad essi sufficiente. Chi ha una chiesa parrocchiale non deve soddisfare al suo servizio per mezzo di un vicario, ma personalmente, secondo che la cura della stessa chiesa richiede, a meno che la chiesa parrocchiale sia annessa ad una prebenda o ad una dignità. In questo caso permettiamo che colui che ha tale prebenda o dignità, essendo necessario che egli presti il suo servizio presso la chiesa maggiore, abbia nella stessa chiesa parrocchiale un vicario adatto e permanente, canonicamente eletto, il quale, come si è detto, abbia una quota conveniente dei proventi stessi della chiesa. Diversamente, il parroco deve considerarsi privato di essa, che può quindi essere liberamente assegnata ad altri che voglia e possa adempiere quanto stabilito. Proibiamo, poi, assolutamente che qualcuno, con frode delle rendite ecclesiastiche, possa dare ad altri una pensione sui redditi di una chiesa che debba provvedere ad un proprio sacerdote. (40) Cfr. Dt 25, 4; I Cor 9, 9; I Tm 5, 18 (41) Cfr. I Cor 9, 13 *** XLIV Le costituzioni dei Principi non devono Portar pregiudizio alle chiese. Ai laici, anche se pii, non è stato dato alcun potere di disporre dei beni ecclesiastici: essi sono tenuti a obbedire e non a comandare. Deploriamo, quindi, in alcuni di essi l'intiepidimento della carità al punto che non hanno alcun ritegno a impugnare con le loro costituzioni, o piuttosto con le loro invenzioni, la libertà ecclesiastica che anche i principi secolari, per non dire dei santi padri, hanno voluto garantita con molti privilegi. Ciò fanno, illecitamente, non solo con l'alienazione dei feudi e di altri beni ecclesiastici e usurpazione delle giurisdizioni, ma anche le fondazioni mortuarie e altri diritti connessi con lo spirituale. Volendo, perciò, salvaguardare in queste cose gli interessi delle chiese e provvedere contro l'imposizione di così gravi pesi, con l'approvazione del santo concilio, noi decretiamo che tali costituzioni e approvazioni di feudi o di altri beni ecclesiastici, prese, senza il consenso legittimo delle persone ecclesiastiche, dal laico potere, non hanno alcun valore - non possono infatti chiamarsi costituzione, ma destituzione o distruzione e addirittura usurpazione delle giurisdizioni - e che si ha il dovere di reprimere quelli che osassero perpetrare queste cose con la censura ecclesiastica. *** XLV Quel Patrono che uccide o mutila il chierico di una chiesa perde il diritto di Patronato In alcune province i patroni delle chiese, i loro vicari e gli avvocati sono diventati così insolenti che, non solo, quando si tratta di provvedere alle chiese vacanti idonei pastori, frappongono difficoltà ed inganni, ma presumono anche di disporre a loro arbitrio dei possessi e degli altri beni ecclesiastici, e (cosa orribile a dirsi) non temono di giungere a uccidere dei prelati. Ma poiché ciò che è destinato alla difesa non deve essere ritorto a danno ed oppressione, proibiamo espressamente che i patroni, vicari o avvocati, possano 1Bw&sa=X1=bo
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trasformarsi in usurpatori, più di quanto non permetta il diritto. Se poi credessero di poter fare il contrario, siano severissimamente puniti col rigore delle pene canoniche. Stabiliamo, tuttavia, con l'approvazione del santo concilio, che, se i patroni, gli avvocati, i feudatari, i vicari o altri beneficiati osassero, con empia audacia, uccidere o mutilare, sia essi direttamente, sia per mezzo di altri, il rettore di una chiesa o altro chierico di essa, perdano senz'altro: i patroni, il loro diritto di patronato; gli avvocati, la loro avvocatura; i feudatari, il loro feudo; i vicari, il loro vicariato; i beneficiati, il loro beneficio. E perché il ricordo della pena non sia tramandato meno a lungo del delitto commesso, niente dei succitati passi agli eredi, ma i loro discendenti non potranno essere ammessi fra i chierici fino alla quarta generazione, né potranno conseguire qualsiasi onore di prelazione nelle case religiose, a meno che non abbiano ottenuto benevolmente la dispensa. _*_*_*_*_*_*_*_ 1.E. CONCILIO LATERANENSE V (1512) Il Concilio Lateranense V fu celebrato in Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano, dal 3 maggio 1512 (Papa Giulio II) al 16 marzo 1517 (Papa Leone X). Si riportano (con traduzione da me fatta) i periodi utili della bolla Regimini Universalis Ecclesiae con la quale Leone X, il 4 maggio 1515, promulgò il decreto della X sessione. (http://www.documentacatholicaomnia.eu) Leo episcopus servus servorum dei ad perpetuam rei memoriam sacro approbante concilio. Regimini universalis ecclesiae ... Et cum ecclesiasticus ordo confundatur si sua unicuique iurisdictio non servetur ordinariorum iurisdictioni quantum cum deo possumus favere ac litibus finem celerius imponi et litigantium immoderatis sumptibus et expensis parci satagentes statuimus et ordinamus quod singulae causae tam spirituales quam civiles et mixtae ac forum ecclesiasticum quomodolibet concernentes et beneficiales dummodo beneficia ipsa generaliter reservata non fuerint et ipsorum singulorum beneficiorum fructus redditus et proventus vigintiquatuor ducatorum auri de camera secundum communem aestimationem valorem annuum non excedant in prima instantia extra Romanam curiam et in partibus coram ordinariis locorum dumtaxat cognosci et terminari ita quod nulli ante definitivam sententiam liceat appellare nec appellatio si fuerit emissa ullatenus admitti nisi ab interlocutoria quae vim habeat definitivae vel a gravamine minime concernente negotium principale quod per appellationem a definitiva sententia reparari non possint nisi alter collitigantium adversarii sui potentiam merito perhorrescens seu alia probabili et honesta causa aliter quam per proprium iuramentum saltem semiplene probata coram ordinario non auderet litigare. Eo enim casu causae ipsae etiam appellationum in dicta curia etiam in prima instantia committi et cognosci et terminari possint. Alioquin appellationes et illarum etiam aliarum causarum huiusmodi commissiones in posterum et quidquid inde secutum fuerit nullius sint roboris vel momenti. Iudices autem et conservatores a sede apostolica deputati si in altero iurium graduati non fuerint assessorem partibus non suspectum ab ipsis partibus vel 1Bw&sa=X1=bo
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earum altera requisiti assumere et secundum eius relationem iudicare teneantur. Et quia saepius et multiplici relatione percepimus quamplurimas ecclesias et illis praesidentes episcopos tam citra quam ultra montes vexari in eorum iurisdictionibus iuribus et dominiis ac turbari a domicellis principibus et nobilibus eorumdem qui sub colore iurispatronatus quod in beneficiis ecclesiasticis habere confingunt nullo privilegio apostolico suffulti sine ordinariorum collationibus et literis et absque aliquo saltem colorato titulo beneficia non solum clericis sed etiam laicis conferre sacerdotes et clericos delinquentes ad eorum libitum punire decimas omnium rerum ad quarum solutionem de iure tenentur ac cathedralium et alia quae legis dioecesanae et iurisdictionis sunt et ad ipsos episcopos dumtaxat pertinent temere auferre fraudare usurpare seu ut praemissa fiant mandare ac ipsa et fructus quoscumque ne a civitatibus terris et locis eorum extrahantur prohibere feuda possessiones et praedia occupare et indebite detinere seu ad feuda et bona ipsarum ecclesiarum eis concedendum ac beneficia ecclesiastica personis per eos nominatis conferendum minis et terroribus ac aliis viis indirectis inducere et compellere et alia quamplurima damna iacturas et iniurias ecclesiis et earum praelatis ac clericis praefatis inferri non modo permittere sed etiam expresse mandare praesumant. Attendentes igitur quod laicis in clericos et personas ecclesiasticas ac bona ecclesiastica non est attributa facultas atque aequum et iustum esse ut in eos iura insurgant qui illa offendere praesumunt nec non considerantes quantum ex his tam nostro et apostolicae sedis honori quam personarum ecclesiasticarum quieto et prospero statui non sine damnanda pernicie derogetur ac cupientes eos quos ad observantiam iurium virtutum praemia non inducunt non tam adiectarum exaggeratione poenarum quam adiiciendarum de novo formidine a temerariis ausibus refrenare omnes et singulas constitutiones quae super decimarum solutione et contra violatores et raptores ecclesiarum et incendiarios agrorum depopulatores et tam sanctae Romanae ecclesiae cardinales quam venerabiles fratres nostros episcopos et alias personas ecclesiasticas saeculares et regulares capientes detinentes et eorum iurisdictionem et iura quomodolibet indebite occupantes aut eos in eorum iurisdictionis exercitio perturbantes seu molestantes eos quoque ad conferendum beneficia ecclesiastica personis per eos nominatis aut alias de illis pro eorum libito voluntatis disponendum et feuda ac bona ecclesiastica in emphyteusim concedendum aut alias vendendum temere compellentes nec non statuta contra libertatem ecclesiasticam facientes et ad praemissa auxilium consilium vel favorem praestantes hactenus emanarunt innovamus. Et cum ea nedum iuri contraria sed etiam ecclesiasticae libertati opprobriosa sint quamplurimum et adversa ut de officio nobis credito dignam deo possimus reddere rationem affectibus et monitis paternis imperatorem reges principes duces marchiones comites barones et quoscumque alios alterius cuiuscumque nobilitatis praeeminentiae potentiae seu potestatis excellentiae vel dignitatis existentes attente hortamur in domino eisdem in virtute sanctae obedientiae mandantes ut ipsi constitutiones praedictas observent et faciant a suis etiam subiectis inviolabiliter observari quacumque consuetudine contraria non obstante si divinam offensam et sedis apostolicae debitam vitare voluerint ultionem. Ac collationes de dictis beneficiis sic factas nullas et irritas nihilominus esse decernimus ac illis utentes reddentur inhabiles ad alia beneficia ecclesiastica obtinenda donec cum eis super hoc per sedem praedictam fuerint dispensatum.
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§§§ Leone Vescovo, servo dei servi di Dio, a futura memoria della cosa con l'approvazione del sacro concilio. Al governo della chiesa universale ..... E poiché l'ordine ecclesiastico si sconvolge se a ciascuno non si preservi la sua giurisdizione; per quanto possiamo con Dio essere favorevoli alla giurisdizione degli ordinari; adoperandoci perché più rapidamente si ponga fine alle liti e si evitino spese e dispendi smodati da parte dei litiganti; noi statuiamo e ordiniamo che le cause singole tanto spirituali quanto civili e miste, e concernenti in qualche modo il foro ecclesiastico e beneficiali (cioè afferenti ai benefici ecclesiastici), purché gli stessi benefici non siano in generale riservati e i frutti, redditi e proventi degli stessi singoli benefici non eccedano il valore annuo di 24 ducati d'oro secondo la comune estimazione della camera (apostolica), siano in prima istanza, al di fuori della curia romana, e nelle parti istruite e risolte al massimo davanti agli ordinari dei luoghi, così che a nessuno prima della sentenza definitiva sia consentito appellarsi (cioè rivolgersi a un magistrato) né l'appello, qualora prodotto, essere d'altra parte ammesso, se non dopo una sentenza interlocutoria avente valore di una sentenza definitiva o dopo un gravame per nulla riguardante l'affare giuridico principale; poiché tramite appello non si può rientrare nel proprio diritto dopo una sentenza definitiva, a meno che uno dei due litiganti, temendo a ragione la potenza del suo avversario o per altra probabile e onesta causa, altrimenti che (in un altro modo che) con il proprio giuramento, provata almeno con prove semipiene (nel sistema delle prove legali, erano quelle che in numero di due o più facevano pienamente prova) davanti all'ordinario, non osi procedere per vie legali. Infatti in tale evenienza, le cause stesse anche di appello si possono intraprendere, istruire e concludere in detta curia anche in prima istanza. Al contrario gli appelli e l'intraprendimento di quelle, anche delle altre cause di tal natura, in futuro e quello che seguirà siano perciò di nessuna forza e peso. I giudici invece e i conservatori (in alcuni comuni e corporazioni medioevali: titolo dei magistrati che garantivano l'osservanza degli statuti o ricoprivano varie cariche amministrative) nominati dalla sede apostolica, se non saranno laureati in uno dei due diritti, siano tenuti ad assumere un assessore che non desti sospetto alle parti, previa richiesta loro presentata dalle stesse parti o da una delle due, e a giudicare secondo la sua relazione. E poiché più spesso e da molteplici relazioni abbiamo appreso che moltissime chiese, e i vescovi a esse preposti, tanto al di qua quanto al di là dei monti, sono vessati e turbati per quanto attiene alle loro giurisdizioni, diritti e autorità dagli egregi principi e nobili, i quali, col pretesto del diritto di patronato che pretendono di avere sui benefici ecclesiastici, non supportati da alcun privilegio apostolico, da collazione o lettera vescovili, e neppure da una parvenza di titolo, pretendono di: conferire i benefici non solo ai chierici ma anche ai laici; punire a loro piacere i sacerdoti e i chierici che commettono errori; sottrarre, defraudare e usurpare sconsideratamente le decime di ogni cosa al cui pagamento per legge sono tenuti, e (le decime) delle cattedrali e quant'altro rientri nella giurisdizione e legge diocesana, e spettante unicamente ai vescovi medesimi; proibire che si portino le stesse (decime) e qualsiasi frutto fuori dalle città, dalle terre e dai loro luoghi; occupare feudi, possessioni e beni immobili e indebitamente detenerli; o indurre e costringere con le minacce, col terrore e con altre maniere indirette a ceder loro i feudi e i beni delle chiese e a conferire i benefici ecclesiastici a persone da essi nominate; non solo permettere, ma anche comandare espressamente che si procurino moltissimi altri danni, sciagure e ingiustizie alle 1Bw&sa=X1=bo
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chiese e ai loro prelati e ai predetti chierici. Facendo dunque attenzione a questo: che ai laici nessun potere è dato sui chierici, sulle persone ecclesiastiche e sui beni appartenenti alla chiesa, e che è giusto ed equo che le leggi riprendano vigore nei confronti di coloro che hanno l'audacia di avversarle; anche considerando quanto per essi si tolga sia all'onore nostro e della sede apostolica sia alla condizione di pace e di prosperità delle persone ecclesiastiche, non senza rovina da condannarsi; e desiderando trattenere da temerari atti di audacia quelli che le ricompense delle virtù non inducono all'osservanza delle leggi, non tanto con l'esagerazione delle pene accresciute (messe in aggiunta) quanto per la novità delle stesse pene da accrescersi con la paura; rinnoviamo tutte e le singole costituzioni che finora emanarono: sul pagamento delle decime; contro i profanatori e predatori delle chiese; contro i devastatori incendiari dei campi; contro coloro che prendono e tengono in prigione sia i cardinali della santa chiesa romana sia i venerabili nostri fratelli vescovi e le altre persone ecclesiastiche, i secolari e i regolari; contro coloro che indebitamente s'impossessano di qualsivoglia loro diritto e giurisdizione; o li perturbano nell'esercizio della loro giurisdizione; o li tormentano anche perché conferiscano i benefici ecclesiastici a persone da essi nominate o perché dispongano altrimenti di essi secondo il capriccio della loro volontà, e perché concedano i feudi e i beni ecclesiastici in enfiteusi; o comunque li costringono a vendere senza motivo; anche emanano decreti contro la libertà ecclesiastica; assicurando riguardo a quanto premesso l'ausilio, il consiglio e il favore (benevolenza, approvazione, buona disposizione). Ed essendo tali atti oltremodo obbrobriosi (infamanti), contrari e ostili non solo al diritto ma anche alla libertà ecclesiastica, affinché possiamo rendere degna ragione a dio dell'ufficio a noi affidato, con gli affetti e i moniti paterni esortiamo attentamente in Dio l'imperatore, i re, i principi, i duchi, i marchesi, i conti, i baroni, e chiunque altro esistente di qualsivoglia altra nobiltà, preminenza, potenza o potestà, eccellenza o dignità, in virtù della santa obbedienza ai medesimi ordiniamo che gli stessi osservino le predette costituzioni e facciano in modo che anche dai propri sudditi inviolabilmente siano osservate, non costituendo ostacolo qualsivoglia consuetudine contraria se vorranno evitare l'offesa divina e il debito castigo della sede apostolica. E decretiamo che le collazioni concernenti detti benefici così fatte, siano nulle e almeno inefficaci e coloro che fruiscono di essi siano fatti inidonei a ottenere altri benefici ecclesiastici finché non si dispenserà a essi dalla sede predetta in merito a questo.
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2. CONCILIO DI TRENTO (1545) Il Concilio di Trento, indetto da Paolo III con la bolla Laetare Jerusalem (Rallegrati, Gerusalemme), per lo più si svolse a Trento nella Chiesa di S. Maria Maggiore, concludendosi poi sotto il pontificato di Pio IV. Obiettivi: § edificare il controllo della Chiesa sull'ortodossia cattolica, chiarificando e ordinando dottrina e legislazione; § riformare profondamente sia la Chiesa sia la vita del clero. Le 25 Sessioni - 13 Dicembre 1545 / 4 Dicembre 1563 - sono così articolate: Ø Papa Paolo III (1534-1549): o Sess. I-VIII Trento 1545-47 o Sess. IX-XI Bologna 1547 Ø Papa Giulio III (1550-1555): o Sess. XII-XVI Trento 1551-1552 Ø Papa Pio IV (1559-1565): o Sess. XVII-XXV Trento 1562-1563. Trattano del diritto di patronato le Sessioni: XIV, XXI, XXII, XXIV e XXV, di cui si riportano i canoni e i capitoli utili, colti online su Internet: www.totustuustools.net/concili/trento.htm. - www.internetsv.info/index.html
SESSIONE XIV (25 novembre 1551) - Decreto di riforma. Canone XII Nessuno, di qualsiasi dignità ecclesiastica o secolare possa essere, fuori del caso di chi avesse fondato e costruito ex novo una chiesa, un beneficio o una cappella, o di chi avesse dotato competentemente coi propri beni patrimoniali una chiesa (cappella ecc.) già eretta, ma priva della dote sufficiente, può o deve chiedere ed ottenere in nessuna maniera il diritto di patronato. Nel caso di fondazione o di dotazione, l’istituzione sia riservata al vescovo e non ad altri a lui inferiore. Canone XIII Inoltre non sia lecito al patrono, col pretesto di qualsiasi privilegio, presentare, in nessun modo, qualcuno per i benefici del suo diritto di patronato, se non al vescovo ordinario del luogo, a cui spetterebbe la provvista e l’istituzione dello stesso beneficio, se non vi fosse il privilegio. Diversamente, la presentazione e l’investitura che ne fosse seguita, siano e vengano considerate nulle. *** SESSIONE XXI (16 giugno 1562) - Decreto di riforma. Canone VII Bisogna avere molta cura anche di questo: che ciò che è destinato ai sacri ministeri, col passare del tempo non vada affievolendo e non se ne perda dagli uomini la memoria. Quindi i vescovi, anche in qualità di delegati della sede apostolica, potranno trasferire a loro volontà i benefici semplici - anche di diritto di patronato, - da quelle chiese che per vecchiezza od altro motivo fossero andate in rovina e non potessero per mancanza di mezzi essere restaurate, alle chiese madri o ad altre chiese degli stessi luoghi o di luoghi vicini, dopo aver convoca1Bw&sa=X1=bo
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to quelli cui la cosa interessa. In queste chiese erigano altari e cappelle sotto le stesse invocazioni o li trasferiscano in altari o cappelle già erette, con tutti gli emolumenti e gli oneri, che gravavano sulle chiese originarie. Procurino anche di rifare e di restaurare le chiese parrocchiali cadute, anche se fossero di diritto di patronato, ciò, coi frutti e proventi di qualsiasi natura, che in qualsiasi modo appartengono alle stesse chiese. Se questi non bastassero, inducano con ogni mezzo opportuno tutti i patroni e quelli che percepiscono qualche frutto da queste chiese, o, in mancanza di questi, i loro parrocchiani, perché compiano questo loro dovere, senza che si possa addurre alcun appello, esenzione o altra cosa in contrario. Nel caso che tutti fossero molto poveri, siano trasferiti alle chiese madri o a quelle più vicine, con facoltà di destinare tanto le suddette chiese parrocchiali, quanto le altre che fossero in cattivo stato, ad usi profani, ma non ignobili, lasciandovi una croce. Canone VIII È giusto che tutto quello che riguarda il culto di Dio nella diocesi debba essere curato dall’ordinario e, se necessario, da lui provveduto. Ogni anno, quindi, i monasteri dati in commenda, chiamati anche abbazie, priorati, prepositure, in cui non fiorisce l’osservanza della regola, ed inoltre i benefici, sia con cura d’anime che senza, secolari e regolari in qualsivoglia maniera dati in commenda, anche esenti, siano visitati dai vescovi, anche in qualità di delegati della sede apostolica. Curino pure, gli stessi vescovi, con opportuni rimedi, anche col sequestro dei frutti, che le cose che hanno bisogno di rinnovamento o di restauro, siano rifatte, e che la cura delle anime, se fosse annessa ad esse o a quello che con esse è connesso, ed altri doveri inerenti siano esattamente soddisfatti, non ostante qualsiasi appello, privilegio, consuetudini, - anche prescritte ab immemorabili, qualsiasi diritto dei conservatori, decisione e proibizione dei giudici. Se in essi, invece, fosse viva la osservanza delle regole, i vescovi facciano in modo, che i superiori di tali regolari conducano la vita conforme alle loro regole e le facciano osservare e tengano a freno, nel compimento del dovere, i loro dipendenti e li guidino. E se, dopo essere stati ammoniti, non li visitassero entro sei mesi e non li correggessero, allora gli stessi vescovi, anche come delegati della sede apostolica, potranno visitarli e correggerli, come potrebbero farlo gli stessi superiori secondo le loro regole. Ogni appello, privilegio, esenzione sarà impossibile e non servirà a nulla. *** SESSIONE XXII (17 settembre 1562) - Decreto di riforma. Canone XI Se la cupidigia, radice di tutti i mali (353), dominasse talmente un chierico o un laico, - di qualsiasi dignità questi possa essere insignito, anche imperiale o regale, - da spingerlo, direttamente o per mezzo di altri, con la forza o con la minaccia, o anche mettendo di mezzo chierici o laici, con qualsiasi raggiro o colore, a volgere a propria utilità e ad usurpare le giurisdizioni, i beni, i censi, i diritti, anche feudali ed enfiteutici, i frutti, gli emolumenti o qualsiasi provento di una chiesa o di un beneficio qualsiasi, secolare o regolare, dei monti di pietà e di altri luoghi pii, che dovrebbero essere destinati alle necessità dei poveri e dei loro amministratori; e chi osasse impedire che vengano percepiti da coloro, cui per 1Bw&sa=X1=bo
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diritto spettano; questi sia scomunicato fino a che non abbia restituito completamente alla chiesa o al suo amministratore o al beneficiato le giurisdizioni, i beni, i diritti, i frutti, i redditi, di cui si è impadronito o che a lui in qualunque modo, anche per donazione per interposta persona, sono pervenuti; e che non abbia ricevuto l’assoluzione dal romano pontefice. Se poi egli fosse patrono di quella chiesa, sia perciò stesso privato del diritto di patronato, oltre alle pene già dette. Quel chierico poi, che architettasse questa indegna frode e usurpazione, o acconsentisse ad essa, sia sottoposto alle stesse pene, sia privato di qualsiasi beneficio, sia considerato inabile a qualsiasi altro beneficio, e sia sospeso dall’esercizio dei suoi ordini, anche dopo la completa soddisfazione e l’assoluzione, a giudizio del suo ordinario. *** SESSIONE XXIV (11 novembre 1563) - Decreto di riforma. Canone XVIII Giova assai alla salute delle anime essere governate da parroci degni e adatti. E perché ciò possa esser fatto più diligentemente e più rettamente il santo sinodo stabilisce, che quando per morte o per rinunzia una chiesa parrocchiale si rende vacante - anche se la cura spetta alla chiesa o al vescovo ed è amministrata da una o più persone; anche nelle chiese dette patrimoniali o recettive, in cui il vescovo è solito dare la cura delle anime ad uno o più (persone tutte che sono tenute a sostenere l’esame di cui sotto) - anche se la stessa chiesa parrocchiale fosse riservata, sia in modo generale che speciale, anche in forza di qualche indulto o privilegio in favore di cardinali della santa chiesa romana, di abati, o di capitoli, il vescovo, non appena ha avuta notizia della vacanza, debba nominare, se necessario, un vicario adatto, con l’assegnazione di un’adeguata parte di frutti, a suo giudizio, il quale sostenga gli oneri della stessa chiesa, fino a che non sia stato nominato il rettore. Inoltre, il vescovo e chi ha diritto di patronato, entro dieci giorni od altro tempo da determinarsi dal vescovo, nomini dinanzi agli esaminatori alcuni chierici adatti a reggere la chiesa. Sia permesso, tuttavia, anche ad altri, se conoscessero qualche altro idoneo a questo ufficio, di fare i loro nomi, perché si possa fare poi una diligente ricerca sull’età, sui costumi, e sulla capacità di ciascuno. Se poi al vescovo o al sinodo provinciale sembrasse meglio, - conforme all’uso della regione, - i candidati all’esame siano convocati con pubblico editto. Passato il tempo stabilito, tutti quelli che sono stati iscritti, siano esaminati dal vescovo o, se questi fosse impedito, dal vicario generale e dagli altri esaminatori che non devono essere meno di tre. Se i voti di questi fossero pari o singolarmente diversi, il vescovo, o il vicario potrà aggiungere il suo voto a colui, cui sembrerà più opportuno darlo. Gli esaminatori vengano presentati ogni anno nel sinodo diocesano dal vescovo o dal suo vicario almeno in numero di sei e siano di gradimento del sinodo e tali da ottenere la sua approvazione. Quando si rende vacante una chiesa, il vescovo ne scelga tre, che assieme a lui facciano l’esame; verificandosi un’altra vacanza, scelga gli stessi o altri tre fra i sei, quelli, cioè, che crederà meglio. Questi esaminatori siano maestri, dottori o licenziati in teologia o in diritto canonico; o anche altri chierici - o regolari -, anche dei mendicanti o secolari, a ciò particolarmente adatti. Giurino tutti sui santi vangeli di Dio, che essi, messa da parte qualsiasi umana considerazione, eseguiranno fedelmente il loro ufficio e si guardino bene dall’accettare, né prima né dopo, in occasione di questo esame, 1Bw&sa=X1=bo
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qualsiasi cosa. In caso contrario sia essi che gli altri che danno, incorrano nel reato di simonia, da cui non potranno essere assolti se non con la rinunzia ai benefici che in qualsiasi maniera, anche prima, avevano; e siano resi inabili per l’avvenire anche ad altri. Di queste cose, inoltre, siano obbligati a rendere conto non solo dinanzi a Dio, ma, se fosse il caso, anche nel sinodo provinciale, da cui, se si venisse a riscontrare che hanno in qualche modo agito contro il loro dovere, potranno essere puniti gravemente, a suo arbitrio. Fatto, quindi, l’esame, siano pubblicati i nomi di quelli giudicati idonei, per età, costumi, dottrina, prudenza e per quelle altre qualità che li rendono capaci di governare la chiesa vacante; tra questi il vescovo scelga quello che giudicherà più adatto degli altri. E a lui - non ad altri - sia fatto il conferimento della chiesa da quegli cui spetta conferirla. Se poi questa fosse di diritto di patronato ecclesiastico e quindi la nomina appartenesse al vescovo, e non ad altri, colui che il patrono giudicherà migliore tra i candidati approvati dagli esaminatori, dovrà presentarsi al vescovo per essere da lui nominato. Quando poi la nomina dovesse farsi da altri che non sia il vescovo, allora il solo vescovo scelga tra i degni il più degno, e il patrono lo presenti a colui, cui spetta la nomina. Se si trattasse di diritto di patronato di laici, quegli che sarà presentato dal patrono dovrà essere esaminato dagli stessi deputati di cui sopra, e non sarà ammesso, se non dopo che sarà stato trovato idoneo. In tutti i casi sopraddetti, però, non si provveda alla chiesa per mezzo di nessun altro, se non attraverso uno dei predetti esaminati e approvati dagli esaminatori, secondo la norma data. Nessuna devoluzione, o appello - anche se interposto alla sede apostolica, ai suoi legati, vicelegati, nunzi, vescovi, metropoliti, primati o patriarchi - potrà impedire o sospendere l’esecuzione della relazione di questi esaminatori. In caso diverso, il vicario che il vescovo avesse già assegnato temporaneamente, di propria iniziativa, alla chiesa vacante o che dovesse assegnare in seguito, non sia rimosso dalla cura e dal governo di quella chiesa, fino a che lui o altri, che fosse stato approvato o scelto, come già detto, non sia stato provvisto. Tutte le provviste o nomine fatte in maniera diversa da quanto prescrive la forma riferita sopra, devono essere considerate illegittime. Non impediranno questo decreto le esenzioni, gli indulti, i privilegi, le prevenzioni, le nuove provvisioni, gli indulti concessi a qualsiasi università, anche dietro versamento di una certa somma e qualsivoglia altro impedimento. Se, tuttavia, i redditi di questa parrocchia fossero così tenui da non comportare il peso di tutto questo esame; o non vi sia alcuno che cerchi di sottoporsi a questo esame; o si temesse di suscitare facilmente risse e tumulti di una certa gravità, per le note fazioni o divisioni che vi sono in alcuni luoghi, l’ordinario - se in coscienza e col consiglio dei deputati crederà opportuno agire in tal modo, omesso questo procedimento, potrà provvedere con un altro esame privato, osservando tuttavia le prescrizioni già esposte. Se poi il sinodo provinciale crederà di dover aggiungere od omettere qualche cosa circa la forma dell’esame, potrà farlo. *** SESSIONE XXV (3-4 dicembre 1563) - Decreto di riforma generale. Capitolo IX: Come non è giusto abolire i legittimi diritti di patronato e violare le pie volontà dei fedeli, così non deve permettersi che con questa scusa si assoggettino i benefici ecclesiastici, come da molti svergognatamente si sta facendo. Perché, 1Bw&sa=X1=bo
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quindi, in ogni cosa si osservi il debito modo, il santo sinodo stabilisce che il "diritto di patronato" abbia origine da fondazione o da istituzione, che possa provarsi con documenti autentici e con gli altri elementi richiesti dal diritto; o anche da presentazioni che si siano ripetute per un tempo lunghissimo, che ecceda la memoria d’uomo; o anche in altro modo, secondo le disposizioni del diritto. Quando, invece, si tratta di persone, comunità, o università, nelle quali si suppone per lo più che tale diritto abbia avuto origine facilmente da usurpazione, dovrà richiedersi una documentazione più nutrita e più scrupolosa, per poter provare questo titolo. E la prova del tempo immemorabile non sarà loro sufficiente, se non nel caso che oltre agli altri elementi necessari - si possano provare da atti autentici anche le presentazioni per non meno di cinquant’anni continui, e che abbiano sortito tutte il loro effetto. Tutti gli altri patronati sui benefici, sia secolari che regolari o parrocchiali, sulle dignità o su qualsiasi altro beneficio, su una chiesa cattedrale o collegiata; e così pure le facoltà e i privilegi concessi, - sia in forza del patronato, che per qualsiasi altro diritto, - di nominare, scegliere e presentare ad essi quando si rendono vacanti (eccetto, i legittimi patronati sulle chiese cattedrali e gli altri che appartengono all’imperatore, ai re, a quanti hanno un regno e agli altri principi supremi, che hanno diritto di comando sui loro sudditi, e quelli che sono stati concessi in favore degli studi generali), tutti questi, dunque, si devono considerare abrogati e nulli, insieme col quasi possesso che ne sia seguito. Questi benefici potranno esser conferiti, da quelli che hanno il diritto di darli, come benefici liberi e le provviste abbiano pieno effetto giuridico. I vescovi, inoltre, potranno respingere quelli che sono stati presentati dai patroni, se non fossero adatti. Se il diritto di istituzione appartenesse ad inferiori, i candidati siano esaminati dal vescovo, conformemente a quanto altrove è stato stabilito da questo santo sinodo. In caso contrario, il conferimento fatto dagli inferiori, sia nullo e vano. Quanto ai patroni dei benefici di qualsiasi ordine e dignità, anche se fossero comuni, università, collegi di qualsiasi qualità di chierici o di laici, quando si tratta della riscossione dei frutti, dei proventi, delle entrate di qualsiasi beneficio, anche se avessero su di essi, per fondazione e dotazione, il diritto di patronato, non si intromettano in nessun modo e per nessun motivo ed occasione ma, non ostante qualsiasi consuetudine, li lascino liberamente al rettore o beneficiario, perché li distribuisca. Né osino trasferire ad altri tale diritto di patronato con titolo di vendita, o con qualsiasi altro titolo, contro le disposizioni del diritto. Se facessero diversamente, siano sottoposti alla scomunica e all’interdetto, e siano per ciò stesso privati del diritto di patronato. Le accessioni, inoltre, - fatte per via di unione - di benefici liberi alle chiese soggette al diritto di patronato, anche di laici, a chiese parrocchiali ed altri benefici di qualsiasi specie, anche semplici, alle dignità o agli ospedali, così da trasformare questi benefici liberi in benefici della stessa natura di quelli cui vengono uniti, e da sottoporli al diritto di patronato, se non hanno ancora conseguito completamente il loro effetto, si deve supporre che le stesse unioni siano state concesse con la simulazione, non ostante qualsiasi formula usata o derogazione espressa. Lo stesso sarà di quelle fatte in futuro, da qualsiasi autorità, anche apostolica. Tali unioni non dovranno più essere eseguite; e gli stessi benefici uniti, quando si renderanno vacanti, siano assegnati liberamente come prima. Quelle fatte da non più di quarant’anni, malgrado avessero ottenuto il loro effetto e la piena incorporazione, siano rivedute ed esaminate dagli ordinari, come 1Bw&sa=X1=bo
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delegati della sede apostolica; quelle che fossero state ottenute con la falsità o con l’inganno, siano dichiarate nulle assieme con le unioni; i benefici siano separati e conferiti ad altri. Allo stesso modo, qualunque patronato sulle chiese e su qualsiasi altro beneficio o dignità prima libero, acquistato da non oltre quarant’anni, e quelli che saranno acquistati in futuro, per aumento della dote, per una nuova costruzione o per altra simile causa, siano diligentemente esaminati dagli ordinari, anche con l’autorità della sede apostolica, quali suoi delegati, come già detto sopra, senza che in ciò possano trovare impedimento nelle facoltà o nei privilegi concessi a chiunque. Quelli che non fossero stati legittimamente costituiti per un’evidentissima necessità di una chiesa, di un beneficio o di una dignità, siano revocati, senza danno di chi li ha, e dopo aver restituito al patrono quello che egli avesse dato per ottenere il diritto, restituiscano tali benefici al primitivo stato di libertà, non ostante i privilegi, le costituzioni e le consuetudini, anche immemorabili.
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3. CORPO DI DIRITTO CANONICO, Corpus Juris Canonici 1580 Il Corpus Juris Canonici (C.J.C.) è il complesso delle norme di diritto canonico emanato da Gregorio XIII con la bolla Cum pro munere del 1° Luglio 1580, e pubblicato a Roma nel 1582. Si compone delle seguenti compilazioni: 1. Decretum (Magistri) Gratiani (o Concordia Discordantium Canonum), compilato a Bologna, gli anni 1140-1142, dal monaco Graziano. 2. Liber Extra (o Decretales), ovvero le Decretali che Gregorio IX pubblicò con la bolla Rex pacificus, il 3 settembre 1234. 3. Liber Sextus Decretalium, di Bonifacio VIII (Anno 1298); 4. Clementis papae V constitutiones (o Clementinae), decretali raccolte da Clemente V dopo il Concilio di Vienna, e promulgate da Giovanni XXII nel 1317 5. Extravagantes Johannis XXII, raccolta di decretali (1325 circa) 6. Extravagantes communes, raccolta di decretali di vari pontefici da Bonifacio VIII (1294-1303) a Sisto IV (1471-1484), elaborata da un anonimo compositore. 7. Il C.J.C. rimase in vigore sino alla codificazione ordinata da Pio X e promulgata da Benedetto XV nel 1917. (http://www.treccani.it/enciclopedia/corpusiuris-canonici/)
Ai fini della presente analisi, si fa riferimento al "set of the 1582 Corpus Iuris Canonici, the "Body of Canon law" digitalizzato in 3 Volumi, rinvenibile online in Internet (http://digital.library.ucla.edu/canonlaw/, Aprile 2011). La traduzione dal latino è fatta da me medesimo. Ora, il diritto di patronato è ivi trattato in: 1. DECRETUM MAGISTRI GRATIANI, SEU CONCORDIA DISCORDANTIUM CANONUM (1140-1142) 2. DECRETALIUM D. GREGORII PAPAE NONI COMPILATIO: a. LIBER SECUNDUS - TITULUS I. De iudiciis. CAP. III; b. LIBER TERTIUS - TITULUS XXXVIII. De iure patronatus. Capp. I-XXXI. 3. LIBER SEXTUS DECRETALIUM Domini Bonifacij Papae octavi: a. LIB. III. - TITULUS XIX. De iure patronatus. Cap. Unicum. 4. CLEMENTIS PAPAE QUINTI CONSTITUTIONES: a. LIBER 3. - TITULUS XII. De iure patronatus. Capp. I-II *§*§*§* 3.1. DECRETUM MAGISTRI GRATIANI Con il Decretum, in origine Concordia discordantium canonum, il monaco Graziano [nato alla fine dell'XI sec. a Chiusi (Siena) o a Ficulle (Terni] si prefiggeva di superare le incoerenze della canonica normativa del tempo. Praticamente l'opera, configurantesi come collezione (cioè una raccolta di testi di diritto canonico) e trattato, si compone di tre parti: I. La prima consta di 101 distinzioni; e queste, di canoni. II. La seconda, di 36 causae (cause giudiziarie, cioè diversi trattati ordinati in forma di causa), articolantisi in: causa, questio, caput. III. La terza, probabilmente aggiunta in seguito, è semplicemente una colla1Bw&sa=X1=bo
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na di fonti. (http://www.internetsv.info/DecretumGr.htm) Si riporta quanto scritto nelle glosse ordinarie e in margine, e anche i capitoli che, in qualche modo, trattano del diritto di patronato. Si fa riferimento al testo: DECRETUM GRATIANI EMENDATUM, ET NOTATIONIBUS ILLUSTRATUM Una cum glossis, GREGORII XIII. PONT. MAX. iussu editum. ROMAE In Aedibus Populi Romani MDLXXXII. *§* NOTATU DIGNA IN GLOSSIS ET NOVIS NOTATIONIBUS & novis notationibus Decreti v Ius patronatus quadrupliciter transfertur v Ius patronatus quale est v Ius patronatus ad quos haeredes transit v Ius patronatus qualiter dividitur inter haeredes v Ius patronatus transire facit novus haeres v Patronus tribus causis efficitur v Patronus an possit iuri suo renuntiare v Patronus tria consequitur ex iure patronatus v Patronus plures praesentare potest ad unam ecclesiam v Patrono pauperi debet ab ecclesia subveniri v Patrono debetur honor, onus, et emolumentum v Patroni non exigant xenia ab ecclesia v Patronis discordantibus, quid faciendum est
1549 1549 1552 1554 1549 1549 1553 1549 1505 1551 1549 2476 1553
*§* Decreti Secunda Pars. Causa XVI, Quaestio VII. Si precisa che il segno: v indica la Glossa in margine (o marginale); • indica la Glossa ordinaria. 1549 - (Sommario:) In ecclesia, quam quis aedificat, nihil sibi prae ceteris vendicet. C. XXVI. Piae mentis amplectenda devotio est ... v Ius paronatus quale est. • Piae mentis.] Nunc vide quale ius patroni habeant in ecclesia. Est autem iuspatronatus quoddam ius quod non est mere spirituale, nec est mere temporale. spirituale non est: quia competit laico, et transit ad heredes, ut infra eadem considerandum. temporale non est, quia vendi non potest, ut extra de iure patronatus de iure. Nec potest dici quod partim sit temporale, partim spirituale: cum ipsum sit simplex, nec recipiat divisionem ut extra eodem tit.cap.I. tamen bene concedo, quòd sit partim temporale, et partim spirituale: et tamen simplex est: quia talis divisio potius ad intellectum, quam ad actum referenda est, ut dicit lex, quae dicit, quod illud quod dicitur, quod servus dicitur communis, potius ad intellectum quam ad actum est referendum, ut ss. de stipu.ser.servus communis. dicitur tamen annexum spirituali: extra de iurepa. de iure. ...
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v Patronus ex tribus causis efficitur. • Piae mentis.] ... Efficitur autem quis patronus tribus de causis: dotatione, constructione, et fundazione. unde versus: Patronum faciunt dos, aedificatio, fundus. Dotatione et constructione, ut inf.ea. filiis. Fundatione, ut 18. q.2. abbatem. Si quis autem post consecrationem dat aliquid ecclesiae, per hoc non sit patronus: sed qui ante consecrationem dat aliquid ecclesiae, sit patronus: hoc ideo, quia ille perducit rem de non esse ad esse. Item alia ratione, quia si post consecrationem fieret aliquis patronus, iam videretur imponi servitus rei sacrae: quod esse non debet, ut ss.de ser. servitutes 2§.ult. et quod humani iuris esse desinit, servitutem non recipit. ss.commu.praed. l.caveri. ... v Patronus tria consequitur ex iure patronatus honor, onus, et emolumentum. • Piae mentis.] ...Sunt autem tria quae consequitur patronus, honorem videlicet, onus, et utilitatem. honorem habet in praesentando, onus habet in defendendo ecclesiam, ne quis dilapidet eam. ut infra.ea.filijs. Utilitatem habet: quia si vergit ad inopiam, providebit ei ecclesia, ut infra.ea.quicunque. et licet omnibus pauperibus teneatur providere, tamen ei abundantius quam alij, ut extra de testa cum in officis. ... v Ius patronatus quadrupliciter transfertur. Res permutata, donatio, venditioque. • Piae mentis.] ...Transfertur autem ius patronatus quattuor modis in alium, Primo, successione, ut infra eadem considerandum. Secundo donatione, ut extra eo.ex insinuatione. et c.consultationibus. Tertio permutatione, ut infra eadem nemini. Transit etiam quarto cum universitate, ut extra eodem cum saeculum. ... v Ius paronatus transire facit novus haeres. • Piae mentis.] ... Ius autem patronatus non descendit ad heredes proportionibus haereditarijs, sed quilibet eorum est patronus in solidum, ut extra eod.cap.I.sicut et alia iura, quae incorporalia sunt, in solidum descendunt ad quemlibet heredum, ut .ss.de servitu.viae.Ioan. *** Decreti Secunda Pars. Causa XVI, Quaestio V. 1505-1506 - (Sommario:) Episcopus, qui in alterius dioecesi ecclesiam aedificat, eius consecrationem sibi vendicare non valet. C. I. Si quis episcoporum in alienae civitatis territorio pro quacumque suorum opportunitate ecclesiam aedificare disponit; non praesumat dedicationem facere: quae illius est, in cuius territorio ecclesia assurgit. Aedificatori vero episcopo haec gratia reservetur; ut quos desiderat clericos in re sua ordinari; ipsos ordinet is, cuius territorium est: vel si ordinati iam sunt; ipsos habere acquiescat: et omnis ecclesiae ipsius gubernatio ad eum, in cuius civitatis territorio ecclesia surrexit, pertinebit. Item ex concilio Toletano 4.c.34. v Patronus plures presentare potest ad unam ecclesiam. *** Decreti Secunda Pars. Causa XVI, Quaestio VII. 1Bw&sa=X1=bo
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1550-1551 - (Sommario:) Laici presbyteros de ecclesiis non eijciant. C. XXIX. Contra sanctorum patrum censuras videtur existere, si saecularis, vel laicus presbyteros ab ecclesiis, in quibus tempore ordinationis eorum nominati, vel introducti fuerint, videtur expellere. Si vero fundatores ecclesiarum ad inopiam vergere coeperint, ab eisdem ecclesijs temporalis vitae suffragia percipiant. Unde in Toletano concilio 4.c.37.legitur. • Contra.] Nominati.] Ergo ex sola nominatione aliquis consequitur ius, ut 72.dist.placuit.8.q.2. dilectissimi. e.q.6. nominationes. De hoc dixi 63 dist.quanto. • Expellere.] Hic habes quòd expelli videtur qui non admittitur ad dignitatem, ad quam est nominatus vel electus, nam idem, est auferre quod non dare, ut dixi supra eadem q.I. decimae, ... • Si vero. Casus. Supra dictum est in c.piae et cap. Frigentius. quòd patronus in ecclesia quam fundavit, aditum habeat processionis. Nunc ostendit Gratia. quòd si ad inopiam vergat, debet inde percipere alimenta. quod probatur per seq. cap. *** Decreti Secunda Pars. Causa XVI, Quaestio VII. 1551-1552 - (Sommario:) Fundatores ecclesiarum, si inopes coeperint esse, ab eisdem alimenta accipiant. C. XXX. Quicumque fidelium devotione propria de facultatibus suis ecclesiae aliquid contulerint, si forte ipsi, aut filij eorum redacti fuerint ad inopiam; ab eadem ecclesia suffragium vitae pro temporis usu percipiant. Si ergo ecclesiasticas facultates dispensandi potestatem non habent laici, multo minus ecclesias ipsas quibuslibet ad regendum committere, vel alijs auferre valent. Hic autem distinguendum est, quid iuri fundatores ecclesiarum in eis habeant, vel quid non. Habeant ius providendi, et consulendi, et sacerdotem inveniendi: sed non habent ius vendendi, vel donandi, vel utendi, tamquam proprijs. Unde in canonibus invenitur concilio Toletano, 9.c.I. v Patrono pauperi debet ab ecclesia subveniri. • Quicumque.] CASUS. Statuit in hoc c.concilium Tolet. ut si patroni primi, vel eorum filij ad inopiam redigantur: ab ecclesia, unde sunt patroni, suscipiant alimenta. • Aliquid.] non tamen propter quamlibet rem modicam datam ante consecrationem efficitur quis patronus, nisi tam tunc dederit, quod sufficiat ad necessaria ministrorum, et ad luminaria, ut de conse.dis.I.nemo. • Ad inopiam.] Sed nonne ecclesiae tenentur omnibus pauperibus subvenire, ut supra eadem q.I. quoniam? Respondit sic, sed istis abundantius quam alijs, extra de testa.cum in officijs. et melius providebit ei, qui quandoq; fuit dives, quam pauperi, ut 41.dis.non cogantur. Istud autem intelligas, quando patronus in summam egestatem deductus est, et quando ecclesiae superest • Si ergo. Casus. Concludit Grat. ex supradictis, dicens, quod si laici res ecclesiae disponere non possunt, multo minus ecclesias alijs dare, vel offerre valent. Et ostendit quod patroni habent ius inveniendi sacerdotem in ecclesia, et providendi ecclesiae, se non alienandi, vel utendi rebus ecclesiae tamquam proprijs. *** 1Bw&sa=X1=bo
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Decreti Secunda Pars. Causa XVI, Questio VII. 1551-1552 - (Sommario:) Heredes eius, qui ecclesiam construxit, et ipsi pro ea solicitudinem gerere debent. C. XXXI. Filijs, vel nepotibus, ac honestioribus propinquis eius, cui construxit, vel ditavit ecclesiam, licitum sit hanc bonae intentionis habere solertiam; ut si sacerdotem, seu ministrum aliquid ex collatis rebus praeviderint defraudare; aut commonitionis honestae conventione compescant, aut episcopo, vel iudici corrigenda denuntient. Quòd si talia episcopus agere tentet; metropolitano eius haec insinuare procurent. Si autem metropolitanus talia gerat; Regis haec auribus intimare non differant. Ipsis tamen heredibus in eisdem rebus non liceat quasi iuris proprij potestatem praeferre, non rapinam, non fraudem ingerere, nec violentiam quamcumque praesumere: sed hoc solum in salutarem solicitudinem adhibere; quòd aut nullam noxam operatio nocens attingat, aut multam, vel aliquam partem salutaris mercedis assumat. Si quis vero deinceps haec monita temerare praesumpserit; et male rapta cum confusione restituet, et excommunicationis annuae sententiam substinebit. Item ex concilio Toletano.c.2. • Filiis vel nepotibus.] Casus. Hoc c. dividitur in duas partes. In prima dicitur, quòd si patroni viderint sacerdotem bona ecclesiae defraudantem, denuntient episcopo vel iudici ab episcopo instituto. Et si episcopus defraudaverit, vel fraudari permiserit, insinuent metropolitano, qui si talia faciat, vel fieri permittat, conquerantur regi. In secunda parte dicitur, quod patroni nulla bona ecclesiastica invadere, vel fraudare debent, seu nullum damnum ecclesiae inferant: et ita ecclesiae serviant, ut à Deo multam, vel salte aliquam retributionem mereantur, Et si qui contrafecerint, ablata restituet, et annuae subiacebit excommunicationi. Secunda pars incipit ibi, Ipsis tamen heredibus. v Ius patronatus ad quos heredes transit. • Propinquis.] Et sic videtur quod iuspatronatus non transeat nisi ad heredes sanguinis tantum. tamen c. indistincte loquitur de quolibet herede. i.ea.considerandum.et c.si plures. .. v Patronus sacerdotem accusat. • Denuntient.] Ergo patroni possunt accusare vel denuntiare sacerdotem, ut supra eadem q.I. constitutum. ... • Annua.] idest, per annum abstinebit à sacramentis ecclesiae, si laicus est. si clericus deponetur. 12.quaest.2. Apostolicos. et cap. abbatibus. *** Decreti Secunda Pars. Causa XVI, Quaestio VII. 1551-1552 - (Sommario:) Fundatores ecclesiarum ordinandos in eis episcopo offerant. C. XXXII. Decernimus, ut quamdiu fundatores ecclesiarum in hac vita superstites extiterint; pro eisdem locis curam permittantur habere solicitam, atque rectores idoneos in eisdem basilicis ijdem ipsi offerant episcopis ordinandos. Quòd si tales forsitan non inveniantur ab eis; tunc, quos episcopus loci probaverit Deo placitos, sacris cultibus instituat, cum eorum conniventia servituros. Quòd si spretis eisdem fundatoribus rectores ibidem praesumpserit episcopus ordinare; et ordinationem suam irritam noverit esse,et ad verecundiam suam alios in eorum loco (quos ijdem ipsi fundatores condignos elegerint) ordinari. • Decernimus.] Casus. Statutum fuit in concilio Toletano, ut fundatores 1Bw&sa=X1=bo
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ecclesiarum curam habeant et solicitudinem pro eisdem ecclesijs: et idoneos rectores repraesentent episcopo in ipsis ordinandos ecclesijs. Si vero episcopus alios ordinaverit, non quos patroni obtulerint ordinandos, ad verecundiam sui irrita erit ordinatio: et alij quos patroni voluerint, substituantur. *** Decreti Secunda Pars. Causa XVI, Quaestio VII. 1553-1554 - (Sommario:) Episcoporum providentia à fundatoribus ecclesiae honorentur. C. XXXV. Considerandum est de ecclesiis, quae inter coheredes divisae sunt: quatenus si secundum providentiam, et admonitionem episcopi ipsi coheredes eas voluerint tenere; et honorare faciant. Sin autem hoc contradixerint; in episcopi potestate maneat, utrum eas consistere permittat, aut reliquias inde auferre velit. v Patronus an possit iuri suo renuntiare • Considerandum.] Coheredes.] etiam extranei. et videtur quod indistincte loquatur. nam quaedam iure patronatus ad extraneos heredes transeunt, ut C. de in ius vo.1.2. videtur ergo quod si patronus conferat ecclesiae vel extraneo ius patronatus, quod amodo non potest convenire dilapidantes ecclesiam, vel etiam petere alimenta. arg. ad hoc extra de testib.significavit. Probabilius videtur quod tali iuri quod est ad utilitatem et favore inductum ecclesiae, non possit patronus renuntiare. unde licet filij abstineant ab hereditate: non ideo perdiderunt iuspatronatus, ut ss.de iurepa.filij. nec enim generali renuntiatione remittitur dolus, ut ss.de libe.lega.Aurelius. Ego credo quod tali iuri possit renuntiari, cum donari possit, ut extra ea. ex insinuatione.Ioan. Sed ibi concessa fuit administratio.non iuspatronatus.j.ea.nemini. *** Decreti Secunda Pars. Causa XVI, Quaestio VII. 1553-1554 - (Sommario:) Reliquiae auferantur ecclesijs, si plures heredes de eis contenderint. C. XXXVI Si plures heredes contenderint de communi ecclesia; auferri iubeat episcopus reliquias sacras, et ecclesiam claudi: donec communi consensu, et consilio episcopi statuant ibi presbyterum, et unde vivat. Ut ergo ex his auctoritatibus colligitur, de manu laicorum ecclesiae recipiendae non sunt, nisi cum consensu episcoporum, iuxta illud concilij Moguntini primi sub Carolo, c.29 v Patronis discordantibus quid faciendum est. • Si plures.] Auferri.] Hic dicitur quod episcopus propter discordiam patronorum debet claudere ecclesia, ut extra ea.c.I. et 2. Alibi dicitur quod sua auctoritate confert si patroni non concordant usq; ad 4. menses, ut extra eod.quoniam in quibusdam. alibi usque ad sex menses, ut extra eo.tit. eam te. Distinguas ergo quia aut discordia est inter episcopum et patronum: aut inter ipsos patronos. Si inter episcopum et patronum, tunc episcopus ponet oeconomum in ecclesia quovique sit terminatum negotium, ut extra de of.or.cum vos. Sed si inter patronos est discordia, aut est super electione facta ab eis: aut super ipso iurepatronatus. Si in electione dissentiunt, tunc si potest fieri sine scandalo, praeserat episcopus illum qui maioribus iuvatur meritis, ut extra eod.quoniam in quibusdam. 1Bw&sa=X1=bo
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Sed si pares sunt, gratiam potest facere cui vult, ut 63.dist.si forte. Et extra eo.cum autem. Si vero contentio est de iure patronatus, episcopus instituat aliquem in ecclesia: et ille postmodum praesenteter ab eo qui evincit iuspatronatus, ut extra eo.tit.si vero. et hoc faciat si concordes non fuerint usque ad sex menses à tempore vacationis: vel usque ad quattuor à tempore motae controversiae, ut extra eo.ti.eam te. et c.cum propter. Si autem episcopus hoc sine scandalo facere non potest, tunc claudet ecclesiam, ut hic dicitur, et extra eo.tit.cap.I et 2. v Ius patronatus qualiter dividitur inter heredes. • Communis.] ... Sed queritur si duo sunt patroni, et unus reliquit plures filios, et alter unicum, an iste unus par ius habeat cum illis pluribus? Videtur quod sic, cum ex pluralitate successorum non debeat variari obligatio, ut ss.de ver.obl.L.2. unde omnes illi debent reputari pro uno, cum in loco unius succedant, ut ss.de co.et demo. cui fundus quemadmodum si plures sunt modo canonici in ecclesia quod prius fuerunt: non plus iuris habent modo multi quod prius habuerunt pauci. Sed contra quilibet istorum est patronus in solidum, ergo isti plures plus habent iuris quam ille unus. et hoc probatur .ss.de bo.lib. si libertur. Item secundum hoc non plus iuris haberet cui concessa est potestas eligendi, quod prius per se habuit: quod falsum videtur, ut extra de elec.ne pro defectu. et c.quia propter. et ss.de alsig.lib.1.I.in fi. Dic quod sunt omnes aequaliter patroni, quia ius est indivisibile, ut extra eo.c.I. forte hoc verum est, cum hereditas est divisa. Vide cap.2 de iure patro.in clement. *** Decreti Secunda Pars. Causa XVI, Quaestio VII. 1553-1554-1555 - Non liceat laicis presbyteros de ecclesia eijcere. C. XXXVII. Laici presbyteros de ecclesiis non eijciant, neque in eis constituant sine consensu episcoporum suorum. Item ex concilio Cabilonensim 2.c.42. *** Decreti Secunda Pars. Causa XVI, Quaestio VII. 1555-1556 - (Sommario:) Absque episcoporum consensu laici presbyteros de ecclesijs non eijciant. C. XXXVII. Inventum est, quòd multi, arbitrij sui temeritate, et (quod est gravius) ducti cupiditate, presbyteris quibuslibet absque consensu episcoporum ecclesias dant, vel auferunt. Unde oportet, ut canonica regula servata, nullus absque consensu episcopi sui cuilibet presbytero ecclesiam det; quam si iuste adeptus fuerit, hanc non nisi gravi culpa sua, et coram episcopo canonica severitate amittat. Sicut ergo auctoritate Hieronymi decimas male possessas à laicis episcopo consentiente licet Decreti Tertia Parsmonachis de manu laicorum recipere, et eas perpetua stabilitate tenere; sic et ecclesias à laicis male detentas cum consensu episcoporum licet monachis ad ordinandum accipere, et eis in perpetuum prouidere. Unde Urbanus Papa I I. • Inventum.] Casus. Dictum fuit in concil.Cabilon.' quod quidam laici sine consensu episcopi, propria auctoritate ecclesias dabant presbyteris, vel auferebant: et ideo statutum fuit in eodem concilio, ut nullus det ecclesiam presbytero sine consensu episcopi. et postquam ipsam iuste fuerit 1Bw&sa=X1=bo
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adeptus: non sine gravi culpa interveniente coram episcopo ordine iudiciario probata, eam perdat. *** Decreti Tertia Pars. De consecratione. Distinctio I. 2475-2476 - (Sommario:) Sine dignitate episcopi loci, nova non dedicetur ecclesia. C. IX. Nemo ecclesiam aedificet, antequam episcopus civitatis veniat, et ibidem crucem figat, publice atrium designet, et ante prefiniat, qui aedificare vult, quae ad luminaria, et ad custodiam, et ad stipendia custodum sufficiant: et ostensa donatione sic domum aedificet; et postquam consecrata fuerit, atrium eiusdem ecclesiae sancta aqua conspergat. • Et postquam consecrata.] ... Postquam ergo episcopus crucem in loco, in quo altare fabricandum est, fixerit; tunc aspergat locum aqua benedicta, hanc canendo antiphonam, et c. • Nemo.] Haec est quarta pars distinctionis, in qua dicit et probat per duos canones, quod nullus debet ecclesias fundare sine licentia episcopi. Ioan.de Fant. • Casus.] Hactenus ostendit cuius auctoritate ecclesiae sunt consecrandae. Nunc vero ostendit cuius auctoritate sint aedificandae. Dicit ergo quod qui ecclesiam vult construere, coram episcopo civitatis debet assignare quae necessaria sunt ecclesiae: et tunc episcopus per se vel per interpositam personam ibi crucem figat, et atrium designet, ut sic ecclesia cum fuerit constructa, consecretur, et postea atrium aqua benedicta aspergatur. • Nemo ecclesiam.] cuius auctoritate ecclesiae debeant fundari sive consecrari, ostendit I.q.2.placuit. • Custodum.] idest, sacerdotum et hospitum. ... • Ecclesia sine dote consecrata à quo debet dotari. • Domum.] quam complere debet intra quinque annos, si est oratorium, si est ptochotrophium vel xenodochium, intra annum. in authen. de eccle.tit.§. si qui aedificatione.coll.9. Sed quid si episcopus consecrat ecclesiam vel fundat non eidem assignata dote? Dicit Baz. quod episcopus tenetur eam dotare. extra de praeb.c. episcopus. Sed melius est ad hoc tantum fundatores teneri, ut 16.q.7.piae mentis et c. si plures arg. de ritu nup. qui liberos. Et dicit lex, quod heres fundatoris tenetur in authen.de eccl.titu.§.si autem.et §.si quis aedificationem rerum... • Consecrata.] idest, fundata, vel aqua benedicta aspersa. *** Decreti Tertia Pars. De consecratione. Distinctio I. 2475-2476 - (Sommario:) Non consecretur ecclesia, quae pro quaestu cupiditatis aedificatur. C. X Si quis basilicam non pro devotione fidei, sed pro quaestu cupiditatis aedificat, ut quidquid ibidem de oblatione populi colligitur, medium cum clericis dividat, eo quòd basilicam in terra sua quaestus causa condiderit (quod in aliquibus locis usque modo dicitur fieri:) hoc de cetero observari debet, ut nullus episcoporum tam abominabili voto consentiat; nec basilicam, quae non pro sanctorum patrocinio, sed magis sub tributaria conditione est condita, audeat consecrare. v Patroni non exigat xenia ab ecclesia. • Si quis basilicam.] Casus. Quidam in possessione sua basilicam con1Bw&sa=X1=bo
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struxit: et eam sic consecrari volebat, ut medietas oblationum perveniret ad ipsum. dicitur quod nullus episcopus debet eam consecrare sub hac conditione. • Dividat.] arg. quod patroni non debent accipere vel exigere xenia vel huiusmodi ab ecclesia. ... v Possessio ubi ecclesia est fundata, debetur ipsi ecclesiae. • Sub tributaria.] ar. quod non licet dare aliquid ecclesiae constructae vel construendae etiam possessionem ubi fundata est, interveniente pactione, ut ius patronatus habeat: quia ipso iure ei debetur, etiam si non petat vel in pactum deducat, ut 16.1.7.piae. et cap.decernimus. et cap. ...
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DECRETI DI GRAZIANO Cose degne di essere notate nelle glosse e nelle nuove notazioni (annotazioni, osservazioni critiche). Decreti Seconda Parte. Causa 16, Questione 7. e nelle nuove notazioni del decreto. 1549 - (Sommario:) Nella chiesa, che qualcuno edifica, nessuna cosa rivendichi per sé rispetto a tutti gli altri. Capitolo 26. La devozione di una mente pia sia da sostenere ... v Il diritto di patronato qual è. • Di una mente pia.] Ora vedi quale diritto abbiano i patroni nella chiesa. È inoltre il diritto di patronato, per così dire, un diritto che non è meramente spirituale, né è meramente temporale. Spirituale non è, poiché compete a un laico, e passa agli eredi, come ... Temporale non è, poiché non si può vendere, come ... Né si può dire che sia in parte temporale, in parte spirituale; né, essendo esso stesso semplice, ammetta divisione come ...; tuttavia rettamente concedo che sia in parte temporale e in parte spirituale, e nonostante ciò è semplice: poiché tale divisione è da riferirsi all'intelletto piuttosto che all'atto, come dice la legge, la quale dice, che quello che si dice, che servo si dice comune, piuttosto all'intelletto che all'atto (comportamento, condotta) deve riferirsi, come ... Si dice però annesso allo spirituale: Vedi inoltre il Titolo de iure patronato, e il Capitolo de iure. ... v Patrono si diventa per tre ragioni. • Di una mente pia.] ... Qualcuno poi è costituito patrono in base a tre ragioni: dotazione, costruzione e fondazione, onde i versi: Due cose fanno il patrono, edificazione, fondo. Dotazione e costruzione, come ... Fondazione, come ... Se qualcuno dopo la consacrazione dà qualcosa alla chiesa, per questo non sia patrono: ma chi prima della consacrazione dà qualcosa alla chiesa, sia patrono: ciò per questa ragione, perché quello porta la cosa dal non essere all'essere. Anche per un'altra ragione, perché se dopo la consacrazione qualcuno diventasse patrono, già sembrerebbe imporsi la servitù a una cosa sacra, il che non deve essere, come ..., e ciò che cessa di essere del diritto umano, non ammette la servitù. ... v Il patrono dal diritto di patronato consegue: onore, onere ed emolumento. • Di una mente pia.] Sono poi tre cose che consegue il patrono, cioè: onore, oneri e utilità. Ha l'onore nel presentare, ha l'onere (responsabilità) nel difendere la chiesa, affinché nessuno la dilapidi; come ... Ha utilità perché, se versa in povertà, a lui provvederà la chiesa, come ... e sebbene sia tenuta a provvedere a tutti i poveri, non di meno a lui molto di più che agli altri, come .... v Il diritto di patronato in quattro modi si trasferisce. Cosa permutata, donazione e vendizione. • Di una mente pia.] ... Si trasferisce poi il diritto di patronato a un altro in quattro modi: o Primo, per successione, come .... o Secondo, per donazione, come ... 1Bw&sa=X1=bo
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o Terzo, per permutazione, come .... o Quarto, passa anche con l'universalità, come .... v Il diritto di patronato, un nuovo erede fa passare. • Di una mente pia.] Il diritto di patronato non passa agli eredi in proporzione della eredità, ma chiunque di essi è patrono in solido, come ... e gli altri diritti che sono immateriali, in solido passano a qualsivoglia degli eredi ... *** Decreti Seconda Parte. Causa 16, Questione 5. 1505-1506 - (Sommario): Un vescovo, che edifica una chiesa nella diocesi di un altro, non ha il potere di rivendicare a sé la consacrazione. Capitolo 1. Se uno dei vescovi, nel territorio di un'altra città, stabilisce di edificare una chiesa per una qualsiasi convenienza dei suoi, non presuma di fare l'inaugurazione: la quale è di quello nel territorio del quale la chiesa viene eretta. Senza dubbio al vescovo edificatore sia riservata questa grazia: quali chierici desideri siano ordinati nella sua realtà, ordini gli stessi colui al quale il territorio appartiene: o se già sono stati ordinati, gli stessi si compiaccia di avere: e il governo di ogni chiesa dello stesso spetterà a quello nel territorio della città del quale, la chiesa egli erigerà. Parimenti dal Concilio di Toledo 4.c.34. v Il patrono può presentare a una chiesa più persone. *** Decreti Seconda Parte. Causa 16, Questione 7. 1550-1551 - (Sommario): I laici non scaccino i presbiteri dalle chiese. Capitolo 29. Sembra che sia contro le censure dei santi padri, se un secolare o un laico pensa di cacciar via presbiteri dalle chiese, nelle quali furono nominati o introdotti al tempo della loro ordinazione. Se veramente i fondatori delle chiese cominciassero a versare in povertà, dalle medesime chiese percepiscano i suffragi della vita temporale. Onde nel Concilio di Toledo ... • Contro.] Nominati.] Perciò dalla sola nomina qualcuno consegue il diritto ... Di ciò dissi nella 63a distinzione, quanto. • Cacciar via.] Qui tu hai che sembra che si scacci chi non è ammesso alla dignità alla quale è nominato o eletto, infatti è la stessa cosa togliere che non dare come ... • Se in verità. CASO. Sopra si è detto nel Capitolo "di una mente pia" e nel Capitolo successivo riguardante "Frigenzio", che il patrono nella chiesa che fondò, ha il diritto di partecipare alle processioni. Ora mostra Graziano che se versa in povertà, deve a causa di ciò percepire gli alimenti, il che si prova mediante il capitolo seguente. *** Decreti Seconda Parte. Causa 16. Questione 7 1551-1552 - (Sommario:) I fondatori delle chiese, se cominciassero a essere privi di mezzi, dalle medesime prendano gli alimenti. Capitolo 30. Chiunque dei fedeli abbia per devozione propria portato qualcosa alla chiesa secondo le sue possibilità, se per caso gli stessi o i loro figli fossero ridotti in povertà, dalla medesima chiesa percepiscano i suffragi secondo la necessità del tempo della vita. 1Bw&sa=X1=bo
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Se perciò i laici non hanno la potestà di dispensare (distribuire, spendere, amministrare) le facoltà (beni, ricchezze) della chiesa, allora molto meno hanno la potestà di affidare a chiunque le stesse chiese per la reggenza, o possono strapparle ad altri. Qui però occorre distinguere, quale diritto abbiano i fondatori delle chiese in esse, e quale no. Abbiano il diritto di provvedere e prendersi cura, e di trovare il sacerdote: ma non hanno il diritto di vendere o donare o servirsene, come se fossero proprie. Di cui si trova nei canoni del Concilio Toletano, 9.cap.I. v Del patrono povero, dalla chiesa si deve venire in aiuto. • Chiunque.] CASO. Statuisce in questo capitolo il concilio di Toledo, che se i primi patroni, o i loro figli siano ridotti in povertà: dalla chiesa, della quale sono patroni, prendano gli alimenti. • Qualcosa.] Non tuttavia per qualsivoglia cosa modica data prima della consacrazione, qualcuno è reso patrono, a meno che non abbia allora dato tanto da essere sufficiente ai bisogni della vita dei ministri, e alla illuminazione, come .... • In povertà.] Ma non è forse vero che le chiese sono tenute a soccorrere tutti i poveri, come ...? Risponde così, ma a questi con maggiore abbondanza che agli altri, ... e meglio provvederà a colui che un giorno fu ricco, che al povero, come ... Poi intendi questo, quando il patrono fu ridotto in somma indigenza, e quando alla chiesa sovrabbonda. ... • Se perciò. Caso. Conclude Graziano sulla base delle cose suddette, dicendo, che se i laici non possono disporre delle cose della chiesa, molto meno hanno il potere di dare e conferire le chiese. E mostra che i patroni hanno il diritto di trovare il sacerdote nella chiesa, e di provvedere alla chiesa, ma non di alienare o di servirsi delle cose della chiesa come se fossero di proprietà. *** Decreti Seconda Parte. Causa 16, Questione 7. 1551-1552 - (Sommario:) Gli eredi di chi costruì la chiesa, e gli stessi, devono nell'interesse di essa mostrare sollecitudine (diligente prontezza). Capitolo 31. Ai figli o nipoti e ai più onesti vicini per parentela (cioè parenti) di chi costruì o arricchì la chiesa, sia lecito avere questa solerzia di buone intenzioni, che qualora abbiano inteso che un sacerdote o un ministro sottragga qualcosa dalle proprietà conferite, o reprimano con la convenzione di un richiamo all'onestà, o al vescovo o al giudice denunzino le cose da correggere. Che qualora il vescovo cerchi di fare tali cose, procurino di rendere noto queste cose al metropolita (vescovo di una provincia ecclesiastica). Ma se il metropolita compia tali cose, non procrastino di porre queste cose all'attenzione del Re. Nondimeno agli stessi eredi, relativamente alle medesime cose, non sia lecito, per così dire, anteporre la potestà di un proprio diritto, imporre né la rapina né la frode, né congetturare una qualsivoglia violenza; ma ricorrere a questo (suo diritto) unicamente per una salutare sollecitudine: Che o l'azione dannosa nessun nocumento consegua, o prenda una grande o un qualche parte della salutare mercede. Se qualcuno in verità dopo presumesse di violare questi moniti, e riportasse male le rapine con imbarazzo, e si addosserà una sentenza di scomunica per un annuo. Parimenti in base al Concilio di Toledo 9.c.2. • Ai figli o nipoti.] Caso. Questo capitolo si divide in due parti. Nella prima si dice che se i patroni vedranno un sacerdote che defrauda i beni della chiesa, denunzino al vescovo o al giudice dal vescovo istituito. E 1Bw&sa=X1=bo
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se il vescovo abbia defraudato, o abbia permesso che si frodasse, rendessero ciò noto al metropolita; qualora questi faccia tali cose, o permetta che siano fatte, si lamentassero al re. Nella seconda parte si dice che i patroni di nessun bene ecclesiastico debbano impossessarsi o frodare, o che nessun danno arrechino alla chiesa: e così si mettano al servizio della chiesa, affinché da Dio si ottengano una grande o almeno una qualche retribuzione. E se qualcuno abbia trasgredito, restituisca le cose tolte, e sarà soggetto a una scomunica di un anno. La seconda parte incomincia ivi, Agli stessi tuttavia eredi. v Il diritto di patronato a quali eredi passa. • Ai vicini.] E così sembra che il diritto di patronato non passi se non soltanto agli eredi secondo i rapporti di sangue; tuttavia il capitolo parla indistintamente di qualsivoglia erede, ... v Il patrono accusa il sacerdote. • Denunzino.] Quindi i patroni possono accusare o denunziare un sacerdote, come .... • Annua.] cioè, per un anno si asterrà dai sacramenti ecclesiastici, se è laico; se è chierico sarà destituito ... *** Decreti Seconda Parte. Causa 16. Questione 7. 1551-1552 - (Sommario:) I fondatori delle chiese presentino al proprio vescovo coloro ai quali deve essere conferita una carica. Capitolo 32. Deliberiamo che per tutto il tempo che i fondatori delle chiese in questa vita saranno vivi, nell'interesse dei medesimi luoghi siano autorizzati ad avere una cura sollecita, e rettori idonei, riguardo alle medesime basiliche, gli stessi presentino ai vescovi per il conferimento dell'incarico. Che se per caso questi non siano dagli stessi trovati, allora il vescovo del luogo nomini ai sacri culti quelli che stimerà graditi a Dio, che si metteranno al servizio con la loro condiscendenza. Che se, disprezzando i medesimi fondatori, il vescovo avrà immaginato di ordinare i rettori proprio qui, e abbia appreso che la sua ordinazione non è valida, e a sua onta che si ordinano, al loro posto, altri che gli stessi fondatori avranno scelto meritevoli. • Deliberiamo.] Caso. Fu statuito nel Concilio di Toledo che i fondatori delle chiese dimostrino cura e sollecitudine nell'interesse delle medesime chiese: e idonei rettori presentino al vescovo ai fini dell'ordinazione nelle stesse chiese. Ma se il vescovo ordinerà altri, e non quelli che i patroni avranno presentato, l'ordinazione sarà senza effetto a sua onta; e altri che i patroni avranno voluto, siano messi al loro posto. *** Decreti Seconda Parte. Causa 16, Questione 7. 1553-1554 - (Sommario:) Dai fondatori delle chiese si rispetti la previdenza dei vescovi. Capitolo 35. È da considerarsi, riguardo alle chiese che sono divise tra coeredi, fino a qual punto se in conformità della previdenza (lungimiranza) e l'ammonizione del vescovo gli stessi coeredi abbiano voluto quelle tenere, e facciano onorare. Ma se poi ciò avranno contraddetto, rimanga nella potestà del vescovo se permettere che quelle permangano, o volere che si portino via da lì le reliquie.. v Il patrono se possa rinunciare al suo diritto. • È da considerarsi.] Coeredi.] anche estranei. E sembra che parli senza 1Bw&sa=X1=bo
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fare distinzioni. Infatti certe cose con il diritto di patronato passano a eredi estranei, come .. Sembra perciò che qualora il patrono attribuisca il diritto di patronato a una chiesa o a un estraneo, che d'ora in poi non possa citare in giudizio coloro che dilapidano la chiesa, o anche chiedere gli alimenti ... Molto probabilmente sembra che a tale diritto che è spinto alla utilità e al favore della chiesa, non possa il patrono rinunciare, onde sebbene i figli si astengano dalla eredità: non perciò hanno perduto il diritto di patronato, .... Io credo che a tale diritto si possa rinunciare, potendo essere donato, come ... Ma ivi fu concessa l'amministrazione, non il diritto di patronato .... *** Decreti Seconda Parte. Causa 16, Questione 7. 1553-1554 - (Sommario:) Le reliquie si portino via dalle chiese, qualora più eredi si contendessero il diritto su dette chiese. Capitolo 36. Se più eredi si contendessero il diritto sulla chiesa comune; il vescovo comandi che si portino via le sacre reliquie, e si chiuda la chiesa, finché di comune accordo e con il parere del vescovo non pongano ivi il presbitero, onde viva. Per questa ragione, come sulla base di queste autorità si deduce, le chiese non si devono accettare dalle mani dei laici, se non con il consenso dei vescovi, in conformità del Concilio di Magonza I sotto Carlo, c.29. v Discordanti i patroni, che cosa si deve fare. • Se più.] Si portino via.] Qui si dice che il vescovo a causa della discordia tra i patroni, deve chiudere la chiesa, come ... Altrove si dice che con la sua autorità conferisca se i patroni non si mettano d'accordo fino a 4 mesi, come .... Altrove fino a 6 mesi, come .... Distingui perciò questo: o la discordia è tra il vescovo e il patrono, o tra gli stessi patroni. Se tra il vescovo e il patrono, allora il vescovo pone un economo nella chiesa fino a quando non sia terminato il negozio (faccenda), come ... Se tra i patroni è la discordia, o sull'elezione da essi fatta o sullo stesso diritto di patronato: se dissentono sull'elezione, allora se si può fare senza scandalo, il vescovo darà l'incarico a colui che si gioverà di maggiori meriti, come ..... Ma se sono pari, può dare l'incarico a chi vuole, come .... Ma se la contesa è sul diritto di patronato, il vescovo istituisca uno nella chiesa: e quello in seguito sia presentato da chi evincerà il diritto di patronato .... e ciò faccia se non saranno concordi fino a sei mesi dal tempo della vacazione; o fino a 4 mesi dal tempo della controversa insorta. come .... Se invece il vescovo ciò senza scandalo non può fare, allora chiuda la chiesa, come qui si dice, e .... v Il diritto di patronato in che modo si divide tra gli eredi. • Comune.] .. Ma si chiede se i patroni sono due, e uno lascia più figli, e l'altro uno solo, se questo unico non abbia un diritto pari a quello dei più numerosi? Sembra che sì, non dovendosi variare l'obbligazione in base alla pluralità dei successori, come ... onde tutti quelli devono essere calcolati in luogo di uno, succedendo al posto di uno, come ... : non hanno più diritto i molti che ebbero prima come pochi. Ma al contrario chiunque di questi è patrono in solido, perciò questi più numerosi hanno più diritti di quello solo, e ciò si prova ..... Parimenti secondo questo, colui al quale è concessa la potestà di eleggere, non avrebbe un diritto maggiore di quello che per sé aveva prima. Il che sembra falso, come ... Dite 1Bw&sa=X1=bo
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che sono tutti ugualmente patroni, poiché il diritto è indivisibile .. per esempio questo è vero, quando l'eredità è divisa. Vedi Cap. 2 De iure patronatus in Clemente. *** Decreti Seconda Parte. Causa 16, Questione 7. 1553-1554-1555 - (Sommario:) Non sia lecito ai laici scacciare i presbiteri dalla chiesa. Capitolo 37. I laici non scaccino dalle chiese i presbiteri, e né in esse, senza il consenso del vescovo, istituiscano. Parimenti dal Concilio di Cabillone (città degli Eduli, oggi Chalon-sur-Saone) 2.c.42. *** Decreti Seconda Parte. Causa 16, Questione 7. 1555-1556 - (Sommario:) Senza il consenso del vescovo i laici non scaccino i presbiteri dalle chiese. Capitolo 37 Si è trovato che molti, con temerario arbitrio, e (ciò è più grave) mossi da cupidigia, danno chiese a presbiteri senza il consenso dei vescovi, o li scacciano. Onde è opportuno che, osservata la regola canonica, nessuno senza il consenso del suo vescovo dia a qualsivoglia presbitero la chiesa, che qualora avesse ottenuta secondo la legge, a questa rinunzi e al cospetto del vescovo con il rigore canonico, soltanto per colpa sua grave. Come perciò per l'autorità di Geronimo le decime, in modo non giusto possedute dai laici, consenziente il vescovo, è consentito ai monaci ricevere dalla mano dei laici, e tenerle stabilmente nel tempo; così anche le chiese, in modo non giusto detenute dai laici, consenzienti i vescovi, è consentito ai monaci ricevere ai fini dell'ordinazione, e ad esse per sempre provvedere. Onde Urbano Papa I, I. • Trovato.] Caso. Fu detto nel Concilio di Cabillone che certi laici senza il consenso del vescovo, di propria volontà davano le chiese ai presbiteri, o li scacciavano: e perciò fu stabilito nel medesimo concilio che nessuno desse la chiesa al presbitero senza il consenso del vescovo, e dopo che la stessa avrà ottenuto secondo le regole, non se non per colpa grave sopraggiunta, provata davanti al vescovo secondo l'ordine giudiziario, quella perda. *** Decreti Terza Parte. Sulla consacrazione. Distinzione 1. 2475-2476 - (Sommario:) Senza la dignità (autorità, rango) del vescovo del luogo, una nuova chiesa non sia inaugurata. Capitolo 9. Nessuno edifichi una chiesa, prima che il vescovo della città venga, e ivi pianti una croce, designi pubblicamente l'atrio, e prima determini, colui che vuole edificare, quali cose siano sufficienti alla illuminazione, e alla custodia e allo stipendio dei custodi; e con la donazione così ostentata edifichi, e dopo che sarà stata costruita, asperga l'atrio della medesima chiesa con l'acqua santa. • E dopo consacrata.] ... Perciò dopo che il vescovo avrà piantato una croce nel luogo dove è da fabbricarsi l'altare, allora asperga il luogo di acqua benedetta, cantando questa antifona ... • Nessuno.] Questa è la quarta parte della distinzione, nella quale dice e 1Bw&sa=X1=bo
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prova per due canoni, che nessuno deve fondare chiese senza la licenza del vescovo ... • Caso.] Fin qui mostra con l'autorità di chi le chiese si devono consacrare. Ora senza dubbio mostra con l'autorità di chi si debbano edificare. Dice perciò che chi una chiesa vuole costruire, davanti al vescovo della città deve assegnare quelle cose che sono necessarie alla chiesa; e allora il vescovo o di persona o per il tramite di altri, pianti ivi una croce, e delimiti l'atrio, così da essere consacrata, quando la chiesa sarà stata costruita, e dopo l'atrio si asperga di acqua benedetta. • Nessuno la chiesa.] con l'autorità di chi le chiese si devono fondare o consacrare, mostra.. • Dei custodi.] cioè dei sacerdoti e degli ospiti ... v Una chiesa consacrata senza dote da chi deve essere dotata. • Luogo di culto.] che deve completare in 5 anni, se è oratorio, se è ospizio per indigenti o un ospizio per ospiti stranieri, in un anno, ... Ma che cosa se il vescovo consacra una chiesa o la fonda senza una dote assegnata? Dice .. che il vescovo è tenuto a dotarla. ... Ma meglio è a ciò solo i fondatori siano tenuti... E dice la legge che l'erede del fondatore sia tenuto .... • Consacrata.] cioè, fondata o aspersa di acqua benedetta. *** Decreti Terza Parte. Sulla consacrazione. Distinzione 1. 2475-2476 - (Sommario:) Non si consacri la chiesa che si edifica per lucro e cupidigia. Capitolo 10. Se uno edifica una basilica non per devozione di fede, ma per lucro e cupidigia, affinché proprio lì qualcosa dalla oblazione del popolo si guadagni, dividendo la metà con i chierici, per il fatto che abbia fondato nella sua terra per guadagno una basilica, (il che in alcuni luoghi fino a poco fa si dice che accada) questo peraltro si deve osservare, che nessuno dei vescovi accondiscenda a tale voto così abominevole, né osi consacrare una basilica che viene fondata non per il patrocinio dei santi, ma più sulla base della condizione di lucrare. v I patroni non esigano regali dalle chiese. • Se qualcuno la basilica.] Caso. Un tale nella sua possessione costruì una basilica (chiesa, cattedrale): e voleva che questa fosse consacrata, affinché pervenissero a lui stesso la metà delle oblazioni. Si dice che nessun vescovo deve quella consacrare sulla base di questa condizione. • Dividi.] Argomenta che i patroni non devono ricevere regali o doni di tal fatta dalla chiesa v La possessione dove la chiesa si edifica, si deve alla stessa chiesa. • Sotto condizione tributaria.] Argomenta che non è lecito dare qualcosa a una chiesa costruita o da costruire, anche la possessione ove è fondata, ponendo la condizione che abbia il diritto di patronato, poiché con lo stesso diritto si deve ad esso, anche se non chieda o nel patto stabilisca...
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3.2. DECRETALIUM D. GREGORII PAPAE NONI COMPILATIO 3.2.A. LIBER SECUNDUS. TITULUS 1. DE JUDICIIS. Alexan. iij. illustri regi Angliae. (Sommario:) Causa iurispatronatus spectat ad iudicium ecclesiae. hoc dicit specifice, et ad litteram. CAP. III. (p. 522) Quanto divina gratia: et infra. Causa vero iurispatronatus ita coniuncta est et connexa spiritualibus causis: quòd non nisi ecclesiastico iudicio valeat diffiniri. • Quanto.] Laici causas connexas spiritualibus tractare non possunt. hoc dicit. • CASUS. Dicitur hic, quod causa iuris patronatus ita est annexa spiritualibus causis, quod nullus nisi iudex ecclesiasticus de ea iudicare debeat. Not. quod causa mixta inter spiritualem et civilem, magis sequitur naturam spiritualis quàm civilis. ... • Connexa.] Ius vero patronatus non dicitur proprie spirituale: sed spirituali annexum. §§§ Alessandro III. All'illustre Re dell'Inghilterra. (Sommario:) La causa (causa legale, affare giudiziario, azione giuridica, processo) relativa al diritto di patronato spetta alla giurisdizione della chiesa. Questo dice specificamente e alla lettera. CAPITOLO 3. Quanto la divina grazia, e infra (sotto, in basso; lo stesso che vedi sotto, vedi oltre). In verità la causa del diritto di patronato è così congiunta e connessa con le cause spirituali che ha valore solo se è definita da un tribunale ecclesiastico. • Quanto.] I laici non possono trattare cause connesse con lo spirituale. Questo dice. • CASO.] Si dice qui che la causa del diritto di patronato è così annessa alle cause spirituali che nessuno, se non il giudice ecclesiastico, a proposito di essa debba esprimere un giudizio. Nota che la causa mista tra lo spirituale e il civile, segue più la natura spirituale che quella civile. • Connessa.] In verità il diritto di patronato non è detto propriamente spirituale: ma annesso allo spirituale. *** 3.2.B. LIBER TERTIUS. TITULUS XXXVIII. DE IURE PATRONATUS. Ex concilio Mediolanensi. (Sommario:) Si propter discordiam patronorum ecclesia caret administratore, cessatur in ecclesia à divinis, tolluntur reliquiae, et ostia clauduntur, si aliter sine scandalo ecclesiae provideri non potest. hoc dicit cum cap. sequenti. CAP. I. (p. 1315-1316). Perlatum est: et infra. Nobis visum est, quòd ecclesia inter haeredes patroni dividi non debeat. Et si simultates inter eos surrexerint, propter quas sacerdos suo ibi officio canonice fungi non possit: si aliter provideri non poterit, praecipiatur ab episcopo, ut nullo modo ibi Missarum solemnia celebrentur, donec ad concordia redeant, et ecclesia sacerdotem canonice habeat, qui libere suum ministerium valeat exercere. • Perlatum est.] Duo facit concilium. Primo prohibet ecclesiam inter patronos dividi: Secundo ponit quid facere debeat episcopus cum patroni 1Bw&sa=X1=bo
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non ordinant ecclesiam. Secunda: ibi, Et si. Abb. Sic. CASUS. Aliquando contingit, quod unus patronus ecclesiae relinquit plures haeredes: quilibet haeredum vult pro suo arbitrio ecclesiam ordinare cum vacat: statuit concilium, quod inter haeredes patroni ecclesia dividi non debeat: et si discordia fuerit inter eos, propter quam sacerdos ibi ordinari non possit, episcopus praecipiat ut nullo modo Missarum solemnia celebrentur ibidem, donec ad concordiam redeant, et canonice provideant ecclesiae. Not. quod ecclesiae dividi non debent. Item episcopus potest compellere patronos ecclesiarum discordantes per subtractionem divinorum ut ad concordiam redeant. • Non debeat.] quia ad mutabilitatem mundanarum necessitatum ecclesia turbari non debet. ... Et nota quod iuspatronatus apud unumquenq; haeredum est insolidum quo ad omnem eius effectum.... • Simultates.] in est, latentia odia sive discordiae. §§§ Dal Concilio di Milano (Convocato nel 355 a Mediolanum - Milano - dall'imperatore romano Costanzo II) (Sommario:) Se a causa del contrasto tra i patroni si priva la chiesa dell'amministratore, si viene meno nella chiesa ai riti religiosi, si portano via le reliquie, si sbarrano le porte, se si può provvedere altrimenti senza scandalo, questo dice con il capitolo seguente. CAPITOLO 1. Fu riferito, e infra. Si giudicò da parte nostra che la chiesa non debba essere divisa tra gli eredi del patrono. E se conflitti (rivalità, gelosie) sorgeranno tra di loro, a causa dei quali il sacerdote non possa adempiervi canonicamente il suo dovere: se altrimenti non si potrà provvedere, si prescriva dal vescovo che in nessun modo ivi si celebrino i riti religiosi delle messe, fino al momento in cui non tornino (essi patroni) alla concordia, e la chiesa abbia canonicamente il sacerdote che possa liberamente esercitare il suo ministero. • Fu riferito.] Due (cose) fa il concilio. Primo: vieta che la chiesa sia divisa tra i patroni. Secondo: pone ciò che deve fare il vescovo quando i patroni non ordinano la chiesa (con persona idonea). Secondo: ivi, E se. Abate Siculo. • CASO. Talvolta accade che il patrono di una chiesa lasci più eredi: chicchessia degli eredi vuole a sua discrezione assegnare qualcuno alla chiesa quando questa risulti vacante. Statuisce il concilio che tra gli eredi del patrono la chiesa non debba essere divisa: e se ci sarà discordia tra di loro, per la quale il sacerdote non possa ivi essere ordinato, il vescovo prescriva che in nessun modo si celebrino i riti religiosi, fino al momento in cui non ritornino alla concordia, e provvedano canonicamente alla chiesa. Nota che le chiese non devono essere divise. Parimenti il vescovo può costringere i patroni delle chiese che sono in disaccordo, a motivo della sottrazione dei riti religiosi, a mettersi d'accordo. • Non debba.] poiché la chiesa non deve essere turbata dalla mutevolezza delle necessità mondane. ... E nota che il diritto di patronato è in solido (cioè in rapporto obbligatorio di solidarietà) presso ciascuno degli eredi, per questo ad ogni suo effetto. • Conflitti.] cioè: odi latenti o discordie. •
*** Ex concilio Triburien.' [(f) Exstat hoc Concilium, inquit Mabillonius, anno 895 convocatum in villa regia Tribure, paulo infra Moguntiam ad Rhenum, praesente Arnulfo rege, .. Traxit autem hoc Triburiense concilium nomen suum à Triburia villa regia non longe à Moguntiaco; de qua Trithemius in Chronico Hirsaugiensi edito anno 1690, pag. 1Bw&sa=X1=bo
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49, ad annum 896 haec tradit: Notandum, quod villa praenominata Triburia inter Rhenum & Moganum sita non procul à Moguntia in descensu fluminis ab Oppenheim ad manum dextram, olim magna, nobilis & inclita fuit, in qua reges sequenter conventus celebrare principum consueverunt. ... - p. 575, Acta sanctorum Belgii selecta, Volume 6, Digitalizzato Google, http://books.google.it/]
Summatum est in capitulo proximo. CAP. II. (p. 1316) Quaecunque ecclesia: et infra. Si contingat pro ecclesia diffidere patronos, ut eam nolint sub uno presbytero procurari, episcopus (si aliter non poterit ipsi consulere) tollat inde reliquias, atque eiusdem ecclesiae claudat ostia; ut sacrum mysterium nullus in ea celebret, antequam unum eligant presbyterum, qui sacrosancta sit idoneus procurare. • CASUS. Si patroni ecclesiae discordes fuerint, ut eam nolint de uno presbytero ordinare: si episcopus aliter ecclesiae consulere non poterit, tollat inde reliquias, et claudat ostia ecclesiae, nec divinum ibi celebretur officium, donec canonice unum elegerint presbyterum. Ista due capitula reducenda sunt ad c. sequens. Not. quod episcopus potest compellere patronos discordantes, ad ordinandam ecclesiam de uno presbytero. §§§ Dal Concilio Triburiense (Anno 895) Il sommario è nel capitolo successivo. CAPITOLO 2. Una chiesa qualsiasi, e infra. Qualora capiti che in relazione a una chiesa i patroni discordino, che non vogliano che quella sia amministrata sotto un solo presbitero, (se non potrà altrimenti provvedere alla stessa), il vescovo porti via di là le reliquie, e chiuda le porte della stessa chiesa, affinché nessuno celebri in essa il sacro rito (religioso), prima che eleggano un presbitero che sia idoneo a occuparsi delle cose sacre. • CASO. Se i patroni della chiesa saranno discordi da non voler quella ordinare con un unico presbitero: se il vescovo altrimenti non potrà provvedere alla chiesa, porti via di là le reliquie, e chiuda le porte della chiesa, né ivi si celebri la funzione finché avranno eletto un presbitero. Questi due capitoli sono da ricondursi al capitolo seguente. Nota che il vescovo può costringere i discordanti a ordinare una chiesa con un presbitero. *** Ex concilio Lateran.' (Sommario:) Si patroni in praesentando discordant, praefertur praesentatus à maiori parte, si est idoneus: et si hoc sine scandalo fieri non potest, vel patroni infra tempus debitum non praesentant, episcopus ordinabit ecclesiam. CAP. III. (pp. 1316-1317) Quoniam in quibusdam locis fundatores ecclesiarum, aut haeredes eorum, potestate, in qua eos ecclesia hucusq; sustinuit, abutuntur: et cum una ecclesia unius debeat esse rectoris, pro sua dissensione plurimos repraesentant: Praesenti decreto statuimus, ut si forte in plures partes fundatorum se vota diviserint, ille praeficiatur ecclesiae, qui maioribus iuvatur meritis, et plurimorum eligitur et approbatur assensu. Si autem hoc sine scandalo esse nequiverit, ordinet antistes ecclesiam sicut melius eam secundum Deum viderit ordinandam. Et id ipsum etiam faciat, si de iure patronatus questio emerserit inter aliquos, et cui competat, infra quatuor menses non fuerit diffinitum. Concilium Lateran.' sub Alexan. iij. c. 17. et c. 4. eodem tit. in I. compilatione. • Quoniam.] Primo ponit abusum patronorum. Secundo constitutionem: ibi, Praesenti. Abbas. • CASUS: In quibusdam locis patroni ecclesiarum, vel eorum haeredes, abutuntur potestate sibi ab ecclesia concessa: quia cum una ecclesia unius debeat esse rectoris, ipsi in discordia plurimos praesentant; unde 1Bw&sa=X1=bo
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statuit Lateranen.' concilium, ut si forte vota patronorum in plures partes se diviserint, ille praeficiatur ecclesiae, qui plurimorum eligitur et approbatur assensu, et aliàs idoneus fuerit: Si autem hoc sine scandalo fieri non poterit, episcopus ordinet ecclesiam secundum quod melius sibi visum fuerit: In fine dicit, si de iure patronatus quaestio emerserit inter aliquos: et illa infra quatuor menses non fuerit diffinita, extunc superior ordinet ecclesiam. Not. quod ex fundatione ecclesiarum acquiritur ius patronatus. Item plures rectores non debent institui in una ecclesia. Item electio maioris partis tenet, dummodo electus sit idoneus. Item propter scandalum aliquando receditur à iure. Item si quaestio iuris patronatus infra quatuor menses non finiatur, episcopus postea ordinare potest ecclesiam. Vide concilium Trident. sessio. 14 de reforma. c. 12 et sess. 25 de refor. c.9 • Fundatores.] Not. quod ex fundatione ecclesiae acquiritur ius patronatus. • Abutuntur.] et ita perdere debent privilegium. • Sine scandalo.] arg. (argumentatur) quod propter scandalum receditur a iure. • Ordinet antistes.] ponendo ibi rectore, ita quod ipsum postea repraesentet si voluerit. §§§ Dal Concilio Lateranense. (Sommario:) Se i patroni discordano sulla presentazione, sia da preferire il presentato dalla maggior parte, se è idoneo; e se questo non può avvenire senza scandalo, o i patroni non presentano nel tempo debito, il vescovo ordinerà la chiesa con qualcuno. CAPITOLO 3. Poiché in certi luoghi i fondatori delle chiese o i loro eredi abusano della potestà, nella quale fin qui la chiesa li sostenne, e dovendo essere la chiesa di un solo rettore, per le loro divergenze ne presentano di più. Con il presente decreto statuiamo che se per caso i voti dei fondatori si divideranno in più parti, sia da preporre alla chiesa colui che si giovi di più meriti, e sia eletto e approvato con l'assenso dei più. Se poi ciò non potrà essere senza scandalo, il responsabile ordinerà la chiesa come meglio sembrerà essa sia da ordinarsi secondo Dio. E ugualmente faccia questo stesso, se la questione sul diritto di patronato sarà emersa in mezzo ad alcuni, e da parte di colui al quale competa, entro quattro mesi non sarà risolta. Vedi il Concilio di Trento, Sessione 14 Decreto di riforma, canone 12 e Sessione 25, c. 9. Concilio Lateranense sotto Alessandro III, c. 17 e c. 4 del medesimo Titolo nella I Compilazione. • Poiché.] Primo: pone l'abuso dei patroni. Secondo, il provvedimento, ivi, Con il presente. Abate. • CASO. In certi luoghi i patroni delle chiese, o i loro eredi, fanno cattivo uso della potestà ad essi concessa dalla chiesa: in quanto, dovendo una chiesa essere di un solo rettore, gli stessi in disaccordo ne presentano molti: onde statuisce il Concilio lateranense, che se per caso i voti dei patroni si divideranno in più parti, sia da preporre alla chiesa quello che sia eletto e approvato dall'assenso dei più, e, per altre ragioni, idoneo. Se poi questo non si potrà fare senza scandalo, il vescovo ordinerà la chiesa in base a ciò che meglio gli sembrerà. Infine dice, se la questione sul diritto di patronato emergerà tra alcuni: e quella entro quattro mesi non sarà risolta, appunto da allora il superiore ordinerà la chiesa. Notare che dalla fondazione delle chiese si acquisisce il diritto di patronato. Parimenti più rettori non devono essere istituiti in una chiesa. Parimenti l'e1Bw&sa=X1=bo
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lezione dei più vincola, purché l'eletto sia idoneo. Parimenti a causa dello scandalo talvolta si recede dal diritto. Parimenti se la questione del diritto di patronato entro quattro mesi non sia definita, il vescovo poi può ordinare la chiesa. Fondatori.] Nota che dalla fondazione si acquisisce il diritto di patronato. Abusano.] e così devono perdere il privilegio. Senza scandalo.] si dimostra che per lo scandalo si recede dal diritto. Ordinerà il primo sacerdote.] collocando ivi il rettore, così da ripresentare poi lo stesso se vorranno. ***
Ex eodem. (Sommario:) Excommunicantur patroni laici, qui clericos instituunt et destituunt in ecclesiis etiam patronatis, vel bona ipsarum aliter administrant: Et clerici qui institutionem laicorum recipiunt, communione priventur. CAP. IIII. (p. 1317) Praeterea quia in tantum quorundam laicorum processit audacia, ut, episcoporum auctoritate neglecta, clericos instituant in ecclesiis, et removeant cum voluerint; possessionem quoque, atque alia ecclesiastica bona, pro sua voluntate plerumque distribuant, ipsos anathemate decernimus feriendos. Clericus autem, qui ecclesiam per laicos sine proprij episcopi auctoritate receperit, communione privetur: et si perstiterit, à ministerio ecclesiastico, et ordine deponatur. • Praeterea.] Duo sunt dicta. Secundum: ibi, Clericus. Abbas. Sicul. • CASUS. Quidam laici patroni in tantam audaciam prorumpunt, ut sine auctoritate episcoporum clericos instituant in ecclesiis, et destituant: et possessiones et alia bona ecclesiarum pro sua voluntate distribuant: propter quod Lateran.' concilium decernit illos anathemate feriendos: Clerici vero, qui ecclesias de manibus recipiunt laicorum sine auctoritate episcopi sui, communione priventur: et si eas non dimiserint, à ministerio ecclesiae et ordine deponantur. Not. quod laici etiam patroni de rebus ecclesiarum spiritualibus vel temporalibus, sine auctoriate episcopi sui nihil disponere debent. Item sine auctoritate episcopi clerici non debent institui in ecclesiis. Item poena clerici recipientis beneficium de manu laici est, ut communione priventur. Item poena clerici non dimittentis beneficium receptum à laico est, quod deponi debet. §§§ Dal medesimo (Concilio Lateranense) (Sommario:) Sono scomunicati i patroni laici che istituiscono e destituiscono chierici nelle chiese ancora soggette a patronato; e amministrano in altro modo i beni delle stesse. E i chierici che accolgono l'istituzione dei laici, siano privati della comunione. CAPITOLO 4. Per questa ragione, poiché l'audacia di quei laici giunge a tal punto che, negletta l'autorità dei vescovi, istituiscono chierici nelle chiese e li rimuovono quando vogliono; ed anche le possessioni e gli altri beni ecclesiastici il più delle volte distribuiscono a loro piacimento; giudichiamo gli stessi passibili di scomunica. Poi il chierico che avrà accolto una chiesa dai laici senza l'autorizzazione del proprio vescovo, sia privato della comunione. E se persiste, sia destituito dal ministero ecclesiastico e dall'ordine. • CASO: Certi patroni laici si spingono fino a tanta audacia che senza l'autorizzazione dei vescovi istituiscono i chierici nelle chiese e li desti1Bw&sa=X1=bo
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tuiscono: e le possessioni e gli altri beni delle chiese secondo la propria volontà distribuiscono: per la qual cosa il Concilio Lateranense li giudica passibili di scomunica. E altresì i chierici che accolgono dalle mani dei laici le chiese senza l'autorizzazione del proprio vescovo, siano privati della comunione: e se non lasceranno quelle chiese, siano privati del ministero (ufficio del sacerdote e dell'ecclesiastico) e dell'ordine. Notare che anche i patroni laici non devono affatto disporre delle cose spirituali e temporali delle chiese, senza l'autorizzazione del loro vescovo. Parimenti, senza l'autorizzazione del vescovo, i chierici non devono essere istituti nelle chiese. Similmente la pena del chierico che accoglie il beneficio dalle mani del laico è quella di essere privato della comunione. E la pena del chierico che non lascia il beneficio accolto dal laico è quella di essere deposto (allontanato, rimosso dal ministero, cioè dal sacerdozio). *** Alexander iij. Eboracen'. archiepiscopo. (Sommario:) Si patronus laicus successive praesentat duos, et secundus instituitur ab episcopo, valet institutio. hoc dicit primo. Patronus non potest clerico vel alteri ecclesiae conferre ecclesiam patronatam, vel alteri donare. CAP. V. (p. 1318) Quod autem consulis, si clericus idoneus ad vacantem ecclesiam praesentatus, non fuerit ab episcopo dioecesano admissus, et postmodum alius idoneus praesentatus, et institutus ab episcopo, possessionem tenuerit corporalem: an primo clerico ecclesiam petente, debeat posterior removeri, vel posterior priori praeferri: Dubium non est, quin in casu isto melior sit conditio possidentis: quoniam antequam praesentatio per dioecesanum episcopum approbetur, ratum non est quod à patrono fuerat inchoatum. De caetero tuae prudentiae respondemus, quòd si laici clericis, vel collegiis, de concessionibus vel donationibus instrumenta confecerint, in haec verba vel similia: concessi vel dedi ecclesiam, et praesenti charta firmavi: si consensus episcopi non accesserit, nihil agi videtur: quia pro non dato habetur, quod ab illo datur, qui non potest de iure donare. • Quod autem.] Duo sunt dicta. Secundum: ibi, De caetero. Abb. Sicu. • CASUS. Patronus ecclesiae ad vacantem ecclesiam praesentavit praelato suo (ad quem pertinet institutio) clericum idoneum: clericus ille non fuit à praelato admissus: postmodum patronus voluntate mutata alium idoneum praesentavit, qui fuit ab episcopo institutus, et in possessionem inductus: quaeritur quis istorum alteri praeferri debeat? Respondet, quod in casu isto melior est conditio possidentis, quia antequam praesentatio per episcopum approbetur, ratum non est quod à patrono fuit inchoatum. Not. quod licitum est laico patrono variare ante institutionem praesentati. Item nota casum in quo melior est conditio possidentis, scilicet quoniam laicus patronus praesentat primo unum, nec recipitur, et praesentat secundo alium, et recipitur: secus est in clerico patrono. §§§ Alessandro III. All'arcivescovo di Eboraco, città della Britannia, oggi York. (Sommario:) Se il patrono laico presenta due, uno dopo l'altro, e il secondo è istituito dal vescovo, l'istituzione vale. Questo dice il primo punto. Il patrono non può conferire a un chierico o ad un'altra chiesa una chiesa soggetta al patronato, o ad altri donare. CAPITOLO 5. Poi tu chiedi consiglio su questo, se un chierico idoneo, presen1Bw&sa=X1=bo
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tato a una chiesa vacante, non sarà stato ammesso dal vescovo diocesano, e in seguito un altro idoneo, presentato e istituito dal vescovo, avrà ottenuto il reale possesso: forse a vantaggio del primo chierico che aspira alla chiesa, debba il successivo essere rimosso, o il successivo sia da preferire al precedente. Non c'è dubbio, anzi in questo caso migliore è la condizione del possessore: poiché prima che la presentazione sia approvata dal vescovo diocesano, non vale ciò che il patrono ha appena cominciato. Peraltro alla tua lungimiranza rispondiamo che, se i laici a favore dei chierici o delle associazioni (religiose) avranno portato a termine istrumenti di concessione o donazione in questi termini o simili: concessi o detti la chiesa, e firmai sul presente foglio: se il consenso del vescovo non sopraggiungerà, si ritiene che nulla si compia: poiché non si ha per dato, ciò che è dato da chi non può de iure dare. • Poi tu.] Due sono le sentenze. La seconda, ivi, Peraltro. Abate Siculo. • CASO. Il patrono di una chiesa, alla chiesa vacante, presentò al suo prelato (al quale spetta l'istituzione) un chierico idoneo: quel chierico non fu ammesso dal prelato: poi il patrono, cambiando parere, presentò un altro idoneo, che fu dal vescovo istituito e immesso nel possesso: si chiede chi di questi debba essere preferito all'altro? Risponde che in questo caso la migliore condizione è del possidente, poiché prima che la presentazione fosse approvata dal vescovo, non fu ratificato ciò che dal patrono era stato iniziato. Nota che è lecito al patrono laico variare prima dell'istituzione del presentato. Parimenti nota il caso nel quale è migliore la condizione del possidente, vale a dire quando il patrono laico ha presentato dapprima uno, e non è ammesso, e poi presenta un altro, ed è ammesso: altrimenti se il patrono è un chierico. *** Idem Exonien'. episcopo. (Sommario:) Comparans vel emens iuspatronatus, eo spoliari debet. Vel sic: Qui emit iuspatronatus ut possit praesentare filium vel nepotem seu quem vult, eo privari debet. hoc dicit. Et utraque lectura potest sustentari. CAP. VI. (pp. 1318-1319) Quia clerici quidam advocatias ecclesiarum comparant, vel quocunque modo possunt, acquirunt, ut postomodum eorum filij, vel nepotes, ad easdem ecclesias praesententur: Praecipimus, ut id arctius inhibere procures: Eosdem advocationibus taliter acquisitis, appellatione postposista spoliando. • Quia clerici.] Primo ponit excessus. Secondo poena, ibi, Eosdem. Abb. • CASUS. Quidam clerici comparant ius patronatus ecclesiarum, vel alio modo quo possunt acquirunt, ut postmodum cum vacaverint, eorum filij vel nepotes praesententur ad eas. praecipit Papa episcopo Exonien.' ut hoc districte prohibeat, et eosdem clericos advocationibus taliter acquisitis appellatione remota spoliet. Not. quod qui iuspatronatus emit, eo debet privari. • Advocatias.] i. iuspatronatus, quod quandocunque dicitur advocatio: ut hic: quandocunque vicedominatus,vel custodia sive guardia; ... • Comparant.] per se tantum: quod esse non potest, cum sit spirituali annexum idest eodem de iure. sed cum universitate potest obligari. ... §§§ Lo stesso al vescovo di Exon. (Sommario:) Chi compra o vende il diritto di patronato, di questo deve essere 1Bw&sa=X1=bo
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privato. O nel modo che segue: chi compra il diritto di patronato affinché possa presentare il figlio o il nipote, o chi vuole, di quello deve essere privato. Questo dice. Ed entrambe le letture si possono sostenere. CAPITOLO 6. Poichè certi chierici comprano le avvocazìe delle chiese o le acquisiscono come possono in altro modo, affinché poi i loro figli o nipoti siano presentati alle medesime chiese; prescriviamo che tu curi di inibire ciò più severamente: privando, senza appello (ovvero senza possibilità di interporre appello), i medesimi delle avvocazioni così acquisite. • Poichè i chierici.] Primo: pone gli eccessi. Secondo: la pena. • CASO. Certi chierici comprano il diritto di patronato delle chiese o lo acquisiscono come possono, affinché in seguito, vacando, fossero ad esse presentati i loro figli o nipoti. Il Papa ordina al vescovo exoniense di proibire ciò rigorosamente e di privare i medesimi chierici delle avvocazioni acquisite in tal modo, e senza possibilità di interporre appello. Nota che chi compra il diritto di patronato, di questo deve essere privato. • Avvocazia.] cioè diritto di patronato, che talora si dice avvocazione, come qui; talora, visdominato (la dignità, la giurisdizione dei visdomini - nell'età feudale, chi faceva le veci del signore -) o custodia (sorveglianza, difesa) o guardia; ... • Comprano.] per l'appunto di per sé, il che non può essere, essendo annesso allo spirituale, cioè sulla base del medesimo diritto, ma con la universalità può essere vincolato. *** Idem Herforden.' episcopo, et abbati de Forde. (Sommario:) Iuspatronatus consistens in aliqua universitate temporalium, transit cum ipsa universitate; etiam si universitas transeat tantum quo ad utile dominium, nisi iuspatronatus specifice sit exceptum. hoc dicit, Et est notabilis casus, et quotidie allegatur. CAP. VII. (pp. 1319.1320) Ex litteris I. ... omissis ... • Ex litteris.] Dividitur in duas partes. Primo ponit querela episcopi. Secundo dantur sibi iudices, et instruuntur quomodo debeant diffinire: ibi, Mandamus. Abbas Siculus. §§§ Il medesimo al vescovo di Herford (città della Germania del Nord Reno-Westfalia) e all'abate di Ford (Sommario:) Il diritto di patronato consistente in qualche totalità di cose temporali, passa con la stessa totalità, anche se la totalità passi per qualche ragione soltanto ai fini dell'utile (effettivo) dominio (possesso, potere), a meno che il diritto di patronato non sia stato escluso. Questo dice. Ed è notevole il caso, e quotidianamente si presenta. CAPITOLO 7. Dalle lettere. ... omissis ... • Dalle lettere.] Si divide in due parti. Primo: pone la querela (denuncia) del vescovo. Secondo: gli si danno i giudici, e si istruiscono in che modo debbano decidere: ivi, Ordiniamo. Abate Siculo. *** Idem Vintonien.' episcopo. (Sommario:) Si laicus, clerico vel religioso loco concedit ecclesiam sine consensu episcopi: non obstante tali concessione, quae non valet, ad ipsam ecclesiam cum vacaverit, poterit praesentare, et eam alteri ecclesiae de consensu 1Bw&sa=X1=bo
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episcopi poterit concedere. hoc dicit cum cap. cum laici. et cap. suggestum. infra eo. CAP. VIII. (pp. 1320-1321) Illud praetereundum non duximus, quòd si laicus episcopo inconsulto ecclesiam non vacantem concedit religiosae domui, et postea cum vacaverit ad praesentationem eiusdem laici, clericus ibi fuerit per dioecesanum episcopum institutus, prior concessio secundam institutionem, quo minus habeatur rata et firma, non potest aliquatenus impedire; cum illa concessio de iure nullius possit esse momenti; tum quia de re non vacante facta est; tum quia laicus sine auctoritate episcopi, nemini potest ecclesias dare: Licet religioso loco iuspatronatus conferendi liberam habeat facultatem. Si vero iuspatronatus vacante ecclesia, religioso loco contulerit, et aliquis sine praesentatione fratrum eiusdem loci, fuerit in ipsa ecclesia institutus, eius secundum rigorem iuris est, institutio irritanda. • Illud.] Dividitur: quia ponit duo dicta. Secundum: ibi, Licet. Ab. • CASUS. Patronus ecclesiam non vacantem concedit alicui religiosae domui inconsulto episcopo, postmudum vacante ecclesia, patronus praesentavit clericum episcopo, ad ecclesiam illam vacantem, et episcopus illum instituit: queritur utrum prima concessio impediat secundam? Respondet Papa, quod secunda concessio tenet non obstante prima, quae de iure nullius est momenti, tum quia de re non vacante facta est, tum quia laici sine auctoritate episcopi nulli possunt ecclesias dare, quamvis iuspatronatus possint loco religioso conferre: Si autem ecclesia vacante iuspatronatus loco religioso contulerit, et aliquis sine praesentatione fratrum eiusdem loci fuerit institutus, eius institutio est de iuris rigore irritanda. Not. quod non praestat impedimentum quod de iure non sortitur effectum. Item ecclesia non vacans concedi non potest. Item laici possunt dare iuspatronatus loco religioso. §§§ (Sommario:) Se il laico concede a un chierico o a un luogo di culto una chiesa senza il consenso del vescovo, nonostante tale concessione che non ha valore, alla stessa chiesa quando vacherà, potrà presentare, e questa chiesa potrà ad altra chiesa concedere con il consenso del vescovo. Questo dice con il capitolo quando i laici, e con il capitolo aggiunto, e dopo esso. CAPITOLO 8. Non abbiamo pensato di ignorare quello, che se il laico, senza aver consultato il vescovo, concede una chiesa non vacante a un luogo di culto e, dopo quando sarà vacante, a seguito della presentazione del medesimo laico il chierico ivi sarà stato istituito dal vescovo diocesano, la prima concessione non può entro certi limiti impedire la seconda istituzione, (né) che si abbia valida e ferma, dal momento che quella concessione può essere a norma di legge di nessun peso, sia perché fu fatta in ordine a cosa non vacante sia perché il laico senza autorizzazione del vescovo a nessuno può dare le chiese; sebbene abbia la libera facoltà di conferire il diritto di patronato a un luogo di culto. Se invece avrà conferito il diritto di patronato, vacante la chiesa, a un luogo di culto e qualcuno, senza la presentazione dei confratelli del medesimo luogo, sarà istituito nella stessa chiesa, legalmente la sua istituzione è da annullare. • CASO. Il patrono concede una chiesa non vacante a qualche casa di culto senza aver consultato il vescovo; poi, vacante la chiesa, il patrono ha presentato il chierico al vescovo, appunto, a quella chiesa vacante, e il vescovo ha quello istituito: si chiede se mai la prima concessione ostacoli la seconda. Risponde il Papa che la seconda concessione regge, nonostante la prima, che propriamente è di nessun peso, sia perché fu fatta 1Bw&sa=X1=bo
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su cosa non vacante sia perché i laici senza l'autorizzazione del vescovo non possono dare le chiese a nessuno, sebbene possano conferire a un luogo religioso il diritto di patronato. Se poi, vacante la chiesa, avrà conferito il diritto di patronato al luogo di culto, e qualcuno senza la presentazione dei confratelli del medesimo luogo sarà stato istituito, la sua istituzione è a rigore di legge da annullare. Nota che l'impedimento che a norma di legge non sortisce effetto, non produce. Parimenti la chiesa non vacante non si può concedere. Parimenti i laici, senza l'autorizzazione del vescovo, non possono dare le chiese. Parimenti i laici possono dare il diritto di patronato a un luogo di culto. *** (Sommario:) Instituti in ecclesiis patronatis, per novos patronos mutari non possunt, nec vicissitudines ecclesiarum per eos fieri. CAP. IX. (pp. 1321-1322) Querimoniam: et infra. Absurdum videtur omnino, ut ad singulas patronorum secundum humanam conditionem, mutationes, ecclesiarum ordinationes mutentur. Et vicissitudines ecclesiarum ab advocatis vel aliis praesumantur. • Querimoniam.] Habet duo dicta. Secundum, ivi, Et vicissitudines. Abbas. • CASUS. Dicitur in capitulo isto, quod propter mutationes patronorum ordinatio ecclesiarum mutari non debet ab ipsis patronis, vel ab aliis: quod esset absurdum, cum in patronorum potestate ecclesia non consistat. Not. quod propter mutabilitatem rerum mundanarum mutari non debet dispositio ecclesiarum. • Mutationes.] Licet patroni mutentur successione vel alio modo, ecclesiae status propter hoc mutari non debet, cum in ipsorum dispositione ecclesia non sit, sed potius episcoporum: nec possunt illam extrahere de sua potestate. ... • Vicissitudines.] id est, permutationes, ut puta si patroni haberent plura iura patronatus, non possunt illa permutare sine auctoritate episcopi. Hostien.' §§§ (Sommario:) Coloro che sono istituiti in chiese soggette a patronato, non possono essere sostituiti dai nuovi patroni, né può accadere per il loro tramite in relazione alle vicissitudini delle chiese. CAPITOLO 9. Motivo di lamentela, e infra. Si giudica assolutamente assurdo che a ciascun cambiamento dei patroni secondo l'umana condizione, si cambino le ordinazioni delle chiese. E che le vicissitudini delle chiese dagli avvocati o da altri siano congetturate. • Motivo di lamentela.] Ha due sentenze. La seconda, ivi, E le vicissitudini. Abate. • CASO. Si dice in questo capitolo che in conseguenza dei cambiamenti dei patroni, l'ordinazione delle chiese non deve essere cambiata dagli stessi patroni o da altri: il che sarebbe assurdo, perché la chiesa non rientra nella potestà dei patroni. Nota che per la mutabilità delle cose del mondo non si deve cambiare la disposizione delle chiese. • Mutazioni.] Sebbene i patroni si sostituiscano per successione o in altro modo, lo stato della chiesa a causa di questo non si deve cambiare, non essendo la chiesa nella disposizione degli stessi, ma piuttosto dei vescovi; né possono togliere quella dalla sua potestà. 1Bw&sa=X1=bo
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Vicissitudini.] Cioè permutazioni, come per esempio se i patroni avessero più diritti di patronato, non possono quelli permutare senza l'autorizzazione del vescovo. Ostiense.
*** Idem Eboracen.' archiepiscopo. (Sommario:) Patronus ecclesiam clerico conferre non potest: et si contulerit, potest hoc non obstante ad ecclesiam praesentare rectorem. CAP. X. (p. 1322) Cum laici episcopis nescientibus, aut non consentientibus, ecclesias clericis concedunt, in quibus habent iuspatronatus; et postea poenitentia ducti, alios ad easdem episcopis repraesentant, et illi ad eorum praesentationem, in eisdem ecclesiis ab episcopis instituuntur; eorum debet institutio stare, qui auctoritate sunt episcopi instituti: concessione priori (quae nulla est), omnino evacuata. Non enim licet laicis clericos in ecclesiis praesumptione propria ordinare. • Cum laici.] Summatum est scilicet eodem capitulo illud. Primo ponitur dictum. Secundo ratio: ibi, Non enim. Abb. • CASUS. Aliquis laicus patronus concedit ecclesiam vacantem alicui clerico, ignorante episcopo, aut non consentiente, postea poenitentia ductus clericum alium praesentavit episcopo, et episcopus ipsum instituit: quaeritur quae concessio valeat? Dicitur, quod institutio illius valere debet, qui auctoritate episcopi est institutus, non obstante prima concessione, quae nulla est: quia non licet laicis clericos in ecclesiis ordinare. • Laicis.] Nec etiam clericis patronis licet ecclesiam ordinare. §§§ Il medesimo all'arcivescovo di Eboraco (città della Britannia) (Sommario:) Il patrono non può conferire la chiesa a un chierico, e qualora l'avesse fatto, può nonostante ciò, presentare il rettore alla chiesa. CAPITOLO 10. Quando i laici, vescovo nesciente (cioè ignaro, inconsapevole) o non consenziente, concedono a dei chierici le chiese sulle quali esercitano il diritto di patronato; e dopo, indotti dal pentimento, relativamente alle stesse ai vescovi presentano altri, i quali per effetto della loro presentazione sono istituiti dai vescovi nelle medesime chiese; deve permanere l'istituzione di quelli che sono stati istituiti con l'autorizzazione del vescovo; essendo la concessione anteriore, che è nulla, assolutamente distrutta. Non è infatti consentito ai laici ordinare i chierici nelle chiese sulla base della propria presunzione. • Quando i laici.] Il sommario è ben inteso nel medesimo capitolo VIII. Primo: si pone la sentenza. Secondo: la ratio (ragione): ivi, Non infatti. Abate. • CASO. Un patrono laico concede una chiesa vacante a un chierico, il vescovo ignaro o non consenziente; dopo, mosso dal pentimento, presentò un altro chierico al vescovo, e il vescovo lo istituì: si domanda quale concessione abbia valore. Si risponde che deve valere l'istituzione di quello che è stato istituito con l'autorizzazione del vescovo, nonostante la prima concessione che è nulla: poiché non è consentito ai laici ordinare o chierici nelle chiese. • Ai laici.] Neanche ai patroni chierici è consentito ordinare la chiesa. *** Idem abbatibus, Prioribus et clericis per archiepiscopatum Eboracen.' constitutis. 1Bw&sa=X1=bo
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(Sommario:) Religiosi vendicare vel retinere non possunt ecclesias sibi concessas à laicis, sine dioecesani consensu; nisi legitime praescripserint, vel postea dioecesanus consenserit. CAP. XI. (p. 1322.1323) Cura pastorali: et infra. Mandamus, quatenus ex donatione laicorum, nisi auctoritas dioecesani episcopi et consensus adsit, nullus vestrum aliquas sibi ecclesias vendicare praesumat, vel retinere taliter acquisitas: Nisi legitima fuerit praescriptione munitus, aut dioecesani episcopi habuerit postea consensum. Cum enim laici non possint in alios nisi ius, quod habent, transferre, husiusmodi concessiones irritas penitus esse censemus. • Cura pastorali.] Tria facit: Primo ponit dictum. Secundo exceptionem: ibi, Nisi. Tertio rationem ipsius: ibi, Cum enim. Abb. • CASUS. Quidam religiosi et alii etiam clerici, quod erat contrarium iuri: unde mandat Papa praedictis religiosis, quod nullus eorum ecclesias recipiat ex donatione laicorum, sine auctoritate et consensu dioecesani episcopi, vel retinere praesumat taliter acquisitas: nisi legitima fuerint praescriptione muniti, vel postea consensum habuerint dioecesani episcopi: quia enim laici non possunt in alios, nisi ius quod habent transferre, huiusmodi concessiones irritae sunt censendae. Not. quod laici ecclesias conferre non possunt. Item titulus non idoneus acquiritur alicui. Item rati habitio retrotrahitur. Item nemo plus iuris in alium transferre potest, quàm ispe habeat. • Legitima.] id est, quadragenaria, quae sola currit contra ecclesia. §§§ Il medesimo agli abati, priori e chierici per l'arcivescovato di Eboraco costituitisi. (Sommario:) I religiosi non possono rivendicare o mantenere le chiese a loro concesse dai laici senza il consenso del diocesano; a meno che non abbiano (ciò) legittimamente prescritto, ovvero abbia successivamente il diocesano consentito. CAPITOLO 11. Con sollecitudine pastorale, e infra. Ordiniamo, nella misura in cui ordiniamo, che dalla donazione dei laici, senza autorizzazione e consenso del vescovo diocesano, nessuno di voi presuma di attribuire a sé qualche chiesa, o mantenerla in tal modo acquisita. A meno che non si sarà munito di una legittima eccezione giuridica o dopo abbia ottenuto il consenso del vescovo diocesano. Infatti, dal momento che i laici non possono trasferire ad altri, se non il diritto che hanno, giudichiamo che concessioni di tal fatta siano assolutamente non valide. • Con sollecitudine pastorale.] Tre fa: Primo, pone la sentenza. Secondo, l'eccezione, ivi, A meno che non. Terzo, la ragione dello stesso, ivi, Infatti dal momento che. Abate. • CASO. Certi religiosi e altri anche chierici, il che è contrario al diritto: onde comanda il Papa ai predetti religiosi che nessuno di essi accetti delle chiese per donazione dei laici senza l'autorizzazione e il consenso del vescovo diocesano, o presumano di tenerle in tal modo acquisita, a meno che non si siano muniti di una legittima prescrizione (estinzione di un diritto), o dopo abbiano ottenuto il consenso del vescovo diocesano: poiché infatti i laici non possono ad altri trasferire se non il diritto che essi hanno, sono da ritenere non valide le concessioni di tal fatta. Nota che i laici non possono conferire le chiese. Parimenti il titolo non idoneo si acquisisce da alcuni. Parimenti l'avere validità legale in maniera inversa si raccoglie. Parimenti nessuno può trasferire ad altro un diritto più di quello che egli stesso ha. 1Bw&sa=X1=bo
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*** (Sommario:) Si patroni ecclesiae vacantis infra tempus à iure concessum non praesentant, episcopus ordinabit ecclesias. CAP. XII. (pp. 1323-1324) Si vero ordinatio alicuius ecclesiae ad tuam institutionem spectat, et pro controversia laicorum de iure patronatus inter se disceptantium, prorogatur: Fas tibi sit appellatione remota, in eadem personam idoneam instituere: Ita quod repraesentetur ab eo, qui ius evicerit patronatus. • Si vero.] Primo ponitur quaestio. Secundo solutio: ibi, Fas. Tertio limitatio: ibi, Ita. Abbas. • CASUS. Inter aliquos vertitur controversia de iure patronatus super aliqua ecclesia, propter quam controversiam differtur ultra tempus à iure constitutum ordinatio ipsius: dicit Papa, quod episcopus appellatione remota ordinet ecclesiam de persona idonea, ita quo institutus repraesentetur ab eo, qui ius obtinuerit patronatus. • Prorogatur.] ultra quatuor menses scilicet eodem quoniam et eodem cum propterea §§§ (Sommario:) Qualora i patroni di una chiesa vacante non presentino (cioè non esercitano il diritto di presentazione) entro il tempo concesso dal diritto, il vescovo ordinerà le chiese (cioè nominerà qualcuno ad esse). CAPITOLO 12. Se in verità l'ordinazione di una chiesa spetta alla tua istituzione e, a causa della controversia dei laici che discettano tra di loro in merito al diritto di patronato, viene rimandata: Ciò che è lecito per te, senza appello (ovvero senza possibilità di interporre appello), sia istituire una persona idonea in essa. Così da essere presentato da chi avrà la meglio nella discettazione sul diritto di patronato. • Se in verità.] Primo: si pone la questione. Secondo: la soluzione: ivi, Ciò che è lecito. Terzo: la limitazione: così che. Abate • CASO. Tra alcuni è in corso una controversia sul diritto di patronato su una chiesa, per la quale controversia l'ordinazione dello stesso si procrastina oltre il tempo stabilito dal diritto: dice il Papa che il vescovo, senza appello, conferisca la chiesa a persona idonea, così che chi è istituito sia presentato da colui che avrà ottenuto il diritto di patronato. Notare ciò che qui si dice, che fu detto in que .... Parimenti una persona idonea deve essere istituita nella chiesa. Parimenti sebbene chi sia stato investito goda a pieno titolo, tuttavia deve essere presentato dal patrono, che evincerà il diritto di patrtonato: il che è vero • Si procrastina.] oltre i quattro mesi, è chiaro nei capitoli III e IIII. *** (Sommario:) Si ius patronatus ecclesiae devenit ad exemptos, per hoc in nullo debet laedi ius episcopale. CAP. XIII. (p. 1323-1324) Cum seculum reliqueritis: et infra. Prohibemus, ne cum ratione feudorum emptorum, aliterve acquisitorum, vel etiam alio modo iuspatronatus in ecclesiis parochialibus acquisieritis, episcopo ius parochiale minuere praesumatis. • Cum seculum.] Primo exordium decisum: Secundo prohibitio: ibi, Prohibemus. Abb. Sicul. • CASUS. Hospitalarij aliquando acquirunt ius patronatus in ecclesiis parochialibus ratione feudorum emptorum, aut etiam alio modo: prohibet 1Bw&sa=X1=bo
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eis Papa, ne ius episcopale hac occasione diminuant episcopo dioecesano. Not. quod ius patronatus transit cum universitate in venditione. Item religiosi viri non habent plus iuris in ecclesiis in quibus iuspatronatus habent, quàm alii. Glo. seq. ponit quatuor vel quinq; modos, quibus transit iuspatronatus, et ponit versus. Emptorum.] Sic ergo iuspatronatus transfertur venditione cum universitate: et hoc verum est, nisi specialiter sit exceptum scilicet eodem ex litteris. et venditio feudi facta intelligitur de voluntate domini, aliter non valeret, in constitutione Friderichi de feudis. Transfertur etiam successione scilicet eodem quoniam in quibusdam, et ... et permutatione ... et alienatione universitatis, ut hic: et donatione cum consensu episcopi facta scilicet eodem quod autem. et c. illud et ... Unde Versus. Iura patronatus transire facit novus heres; / Res permutata, donatio, venditioque. Bernardus. Minuere.] Et ita nihil plus iuris debent isti religiosi habere, quàm illi à quibus ius habuerunt: et sic episcopus ius suum integrum habebit: quia per mutationem talem ecclesiae ordinatio mutari non debet. scilicet eodem querimoniam. et scilicet eodem cura. ...
§§§ (Sommario:) Se il diritto di patronato di una chiesa perviene agli esenti (che non dipendono dall'autorità del vescovo), non per questo deve assolutamente ledersi il diritto del vescovo. CAPITOLO 13. Quando avrete abbandonato il secolo (il mondo terreno), e infra. Proibiamo, quando grazie ai feudi comprati o altrimenti acquisiti o anche in altro modo avrete acquisito il diritto di patronato delle chiese parrocchiali, che presumiate di intaccare il diritto parrocchiale del vescovo. • Quando.] Primo: l'esordio definito. Secondo: la proibizione: ivi, Proibiamo. Abate Siculo • CASO: Talora gli Ospitalieri (ordine religioso votato al servizio dei poveri e dei pellegrini) acquisiscono il diritto di patronato sulle chiese parrocchiali in virtù dei feudi comprati o anche in altro modo: il Papa vieta loro di intaccare il diritto episcopale, in questa circostanza del vescovo diocesano. Nota che il diritto di patronato passa, nella messa in vendita, con l'universalità dei beni. Parimenti i soggetti religiosi non hanno più diritto degli altri nelle chiese nelle quali hanno il diritto di patronato. • La Glossa seguente pone 4 o 5 modi per i quali passa il diritto di patronato e pone i versi. • Dei compratori.] Così dunque il diritto di patronato si trasferisce tramite vendita, con l'universalità dei beni: il che è vero, a meno che non sia distintamente escluso, è chiaro nello stesso capitolo VII. E la vendita del feudo s'intende fatta per volontà del signore, altrimenti non ha valore, in base alla costituzione federiciana sui feudi. Si trasferisce altresì con la successione (Cap. III), permutazione e l'alienazione dell'universalità dei beni, come qui; e con la donazione fatta con il consenso del vescovo (Cap. V, Cap. VIII)... Onde i versi: Fa trasferire i diritti di patronato, il nuovo erede: / la cosa permutata, la donazione e la vendita. Bernardo. • Intaccare.] E così questi religiosi non devono avere più diritti degli altri dai quali hanno avuto il diritto: e così il vescovo avrà integro il suo diritto, poiché per tale mutazione l'ordinazione della chiesa non si deve mu1Bw&sa=X1=bo
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tare, si intende nel senso di cui al capitolo IX e al capitolo XI. ... *** (Sommario:) Sine consensu patroni non potest quis ecclesiam occupare. CAP. XIIII. (p. 1324) Ex insinuatione O. clerici accepimus, quòd cum ei frater eius, iuspatronatus quod in quibusdam ecclesiis habebat, liberaliter contulisset: eas quidam sine ipsius assensu occuparunt, et detinent occupatas: et infra. Mandamus, quatenus (si est ita) earum detentores, ut easdem praedicto clerico restituant, per eum libere [et pacifice] ordinandas, monitione praemissa compellas. • Ex insinuatione.] Primo narrat factum. Secundo dat iudices: ibi, Mandamus. Abbas. • CASUS. O. clericus conquestus fuit domino Papae, quod cum frater eius concesserit ius patronatus, quod communiter habebant in quibusdam ecclesiis, quidam clerici sine ipsius assensu et praesentatione, illas ecclesias occupant et detinent occupatas: mandat Papa, quatenus si est ita, detentores illarum compellantur, ut illas praedicto clerico restituant, per eum libere ordinandas. Not, quod patronus potest dare ius patronatus, sive ius praesentationi personae privatae. §§§ (Sommario:) Senza il consenso del patrono, uno non può occupare una chiesa. CAPITOLO 14. Dalla notifica di O. chierico apprendiamo che avendo suo fratello a lui liberamente conferito il diritto di patronato che aveva in talune chiese, certuni le occuparono senza l'assenso dello stesso, e le detengono occupate. E infra. Ordiniamo, nella misura in cui ordiniamo (se così è), che i detentori di quelle, restituiscano le medesime al predetto chierico, che sono da ordinarsi per il suo tramite liberamente (e pacificamente); e che tu costringa con l'ammonimento di cui in premessa. • Dalla notifica.] Primo: narra il fatto. Secondo: dà i giudici, ivi, Ordiniamo. Abate. • Caso. Il Chierico O. lamentò al Signore Papa che, avendogli suo fratello concesso il diritto di patronato che insieme avevano in certe chiese, certuni senza l'assenso e presentazione dello stesso chierico, occupano quelle chiese e le detengono occupate: ordina il papa, nella misura in cui ordina, se è così, che i detentori di quelle siano costretti a restituirle al predetto chierico, che per il suo tramite sono da ordinare liberamente. Nota che il patrono può dare il diritto di patronato, o il diritto di presentazione a persona privata. *** (Sommario:) Non potest patronus ecclesiam sibi retinere, vel etiam alteri concedere propria auctoritate. CAP. XV. (p. 1324-1325) Consuluit nos: et infra. Cum sanctuarium Dei iure hereditario teneri non possit: non decet aliquatenus sustineri, ut clerici ecclesias à parentibus suis fundatas, propria auctoritate detineant; aut laici filis, vel aliquibus aliis, concedant easdem. • Consuluit.] Primo ponit ratio. Secundo dispositio: ibi, Non decet. Ab. • CASUS. Dicitur hic, quod sanctuarium Dei haereditario iure possideri non potest: et ideo sustineri non debet, quod clerici auctoritate propria detineant ecclesias à parentibus eorum fundatas, nec laici possunt ecclesias concedere filiis aut aliquibus aliis, cum sola praesentatio, et non 1Bw&sa=X1=bo
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concessio, pertineat ad patronum. Not. quod successio haereditaria in ecclesia reprobatur. Item laici patroni ecclesiasurm aliquibus ecclesis concedere non possunt auctoritate propria. Hereditario.] successio haereditaria in ecclesia esse non debet.
§§§ (Sommario:) Non può il patrono tenersi per sè la chiesa, o anche concedere ad altro di propria autorità (di proprio arbitrio). CAPITOLO 15. Consultò noi, e infra. Poiché non si può un santuario di Dio ritenere di diritto ereditario, non va bene che fino a un certo punto si sostenga che i chierici detengano di proprio arbitrio le chiese fondate dai propri parenti: o che i laici concedano le stesse ai figli o a qualunque altro. • Consultò.] Primo: pone la ragione. Secondo: la disposizione: ivi, Non va bene. Abate. • CASO. Si dice qui che un santuario di Dio non si può possedere per diritto ereditario, e perciò non si deve sostenere che i chierici detengano di propria autorità le chiese fondate dai loro parenti, né che i laici possano concedere le chiese ai figli o a qualunque altro, spettando al patrono la sola presentazione e non la concessione. Nota che la successione ereditaria nella chiesa è disapprovata. Parimenti i patroni laici delle chiese non possono concedere le chiese ad alcuni con la propria autorità. • Ereditario.] la successione ereditaria nella chiesa non deve esistere. *** (Sommario:) Iuspatronatus per se vendi non potest. CAP. XVI. (p. 1325) De iure vero patronatus: et infra. Mandamus, quatenus si R. illud comparavit (cum inconveniens sit vendi iuspatronatus, quod est spirituali annexum) contractum illum irritum esse decernas. • CASUS. Dicitur hic quod iuspatronatus cum sit spirituali annexum, vendi vel emi non potest: et ideo qui illud comparaverit, talis contractus irritus est decernendus. Not. quod spirituale vel spirituali annexum vendi vel emi non potest. • Vendi.] per se tantum, sed cum universitate bene potest vendi. scilicet eodem cum seculum. et etiam obligari scilicet eodem ex litteris. • Irritum.] ipso iure: quia spirituale vel spirituali annexum vendi non potest, nec etiam redimi. §§§ (Sommario:) Il diritto di patronato di per sé (cioè considerato nella sua essenza e singolarità) non si può vendere. CAPITOLO 16. Dell'autentico diritto di patronato, e infra. Ordiniamo che, nella misura in cui ordiniamo, se R. comprò quel diritto di patronato (essendoci l'inconveniente che si vende il diritto di patronato che è annesso allo spirituale), tu giudichi quel contratto non valido. • CASO: Si dice qui che il diritto di patronato, essendo annesso allo spirituale, non si può né vendere né comprare: e perciò chi quello avrà comprato, tale contratto è da ritenersi non valido. Nota che lo spirituale o l'annesso allo spirituale non si può vendere o comprare. • Vendersi.] di per sé soltanto, ma insieme con il tutto si può bene vendere; è chiaro espresso nei capitoli XIII e VII. • Non valido.] ai sensi dello stesso diritto, poiché lo spirituale o l'annesso allo spirituale non si può vendere, e neanche riscattare. 1Bw&sa=X1=bo
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*** (Sommario:) Patronus non potest sine episcopi vel Papae consensu, etiam loco religioso conferre ecclesiae decimas, vel aliud spirituale. CAP. XVII. (p. 1325-1326) Nullus Laicus decimas aut ecclesiam, aut quicquid ecclesiastici iuris est, sine concessione sui pontificis, monasteriis vel canonicis conferat. Et si quis episcopus improbitatis vel avaritiae causa consentire noluerit, Romano Pontifici nuncietur; et quod offerendum est, tunc eius licentia offeratur. • Nullus.] Habet duo dicta. Secundum: ibi, Et si quis. Abb. Sicul. • CASUS. Statuitur hic, quod nullus laicus decimas, vel ecclesiam, aut quicquid ecclesiastici iuris est, sine consensu episcopi sui monasteriis vel canonicis conferre praesumat: Si vero episcopus improbitatis causa vel avaritiae consentire noluerit requisitus, Romano Pontifici nuncietur, ut de ipsius licentia quod offerendum est offeratur. Not. quod laicus nullum spirituale vel spirituali anexum concedere potest alicui, sine auctoritate episcopi. §§§ (Sommario:) Il patrono non può senza il consenso del vescovo o del Papa, anche a un luogo di culto conferire le decime di una chiesa o un'altra cosa spirituale. CAPITOLO 17. Nessun laico conferisca le decime o una chiesa, o qualunque cosa che attiene al diritto ecclesiastico, senza la concessione del suo pontefice, a monasteri o a canonici. E se un vescovo per avarizia o improbità non vorrà essere d'accordo, si riferisca al Romano Pontefice, e ciò che è da offrirsi, allora con la sua licenza si offra. • Nessuno.] Ha due sentenze. La seconda, ivi, E se qualcuno. Abate Siculo. • CASO. Si statuisce qui, che nessun laico presuma di conferire a monasteri o a canonici le decime o una chiesa o qualunque cosa sia del diritto ecclesiastico, senza il consenso del proprio vescovo. Ma se il vescovo per improbità o avarizia, dietro richiesta, non vorrà consentire, si riferisca al Romano Pontefice, e con la sua licenza ciò che si deve conferire, sia conferito. Nota che il laico non può conferire a nessuno nulla che sia spirituale o annesso allo spirituale, senza l'autorizzazione del vescovo. *** (Sommario:) Si quis episcopus, in ecclesia alterius dioecesis est patronus, praesentatus ab eo debet admitti, si est idoneus. CAP. XVIII. (p. 1326) Significasti: et infra. Si episcopi post promotionem suam, praesentationes personarum ad ecclesias, à patronis earum, pro ecclesiis sibi commissis adepti fuerint: personae idoneae, quas ad eas vacantes praesentaverint, sunt admittendae. • Significasti.] Legitur variis modis. Primo quod episcopus habet ius praesentandi in alia dioecesi: Sed secundum aliam lecturam non refert, an sit patronus in alia vel in propria dioecesi. Tertio potest secundum aliam lecturam intelligi, quod non iuspatronatus, sed mera praesentatio fuit concessa episcopo. Abbas Siculus. • CASUS. Aliquis episcopus postquam adeptus est episcopatum, acquisivit iuspatronatus in aliquibus ecclesiis à patronis ipsarum pro ecclesia 1Bw&sa=X1=bo
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sua: Dicitur hic, quod si personas idoneas ad illas ecclesias vacantes praesentaverit, admittendae sunt. Not. quod si quis episcopus habet iuspatronatus in ecclesiis alterius dioecesis tenetur ei praesentare clericum. Vel pone casum aliter ut in sequenti. Significasti.] Casus litteralis est talis: Quidam episcopus nomine ecclesiae suae, obtinuit iuspatronatus in aliqua capella dioecesis alterius: clericum quem ipse praesentavit, ille ad quem spectat confirmatio, recipere tenetur, etiam de alio episcopatu.
§§§ (Sommario:) Se un vescovo è patrono nella chiesa di un'altra diocesi, il presentato da lui deve essere ammesso, se è idoneo. CAPITOLO 18. Significasti: e infra. Se i vescovi dopo la loro promozione, ottennero, a favore delle chiese loro affidate dai loro patroni, il diritto di presentazione delle persone alle chiese: le persone idonee, che essi avranno presentato a chiese vacanti, sono da ammettersi. • Significasti.] Si legge in vari modi. Primo: che il vescovo ha il diritto di presentazione in altra diocesi. Ma secondo un'altra lettura non importa se sia patrono in altra o nella propria diocesi. Terzo: si può intendere secondo un'altra lettura, che non il diritto di patronato ma la mera presentazione fu concessa al vescovo. Abate Siculo. • CASO. Un vescovo, dopo aver conseguito la dignità di vescovo, acquisì il diritto di patronato in certe chiese dai patroni delle stesse a favore della sua chiesa. Si dice qui, che se avrà presentato persone idonee a quelle chiese vacanti, sono da ammettere. Nota che se un vescovo ha il diritto di patronato in chiese di altre diocesi, è tenuto a presentare a quel vescovo un chierico. O poni il caso altrimenti come nel seguente. • Significasti.] Il caso epistolare è simile: Un certo vescovo a nome della sua chiesa ottenne il diritto di patronato in qualche cappella di un'altra diocesi: il chierico che lo stesso presentò, quello al quale spetta la conferma, è tenuto ad accettare, anche di un altro episcopato. *** (Sommario:) Institutus ad presentationem eius, qui tunc iuspatronatus ecclesiae possidebat, removeri non debet: licet illud ius ab eo postmodum evincatur; secus si non possidebat, sed tantum credebatur esse patronus. CAP. XIX. (p. 1326-1327) Consultationibus: et infra. Si aliquis clericus in ecclesia fuerit institutus ad praesentationem illius, qui eiusdem ecclesiae credebatur esse patronus, et postea iuspatronatus alius evicerit in iudicio, institutus non debet ab ipsa propter hoc removeri, si tempore praesentationis suae, ille qui eum praesentavit, ius patronatus ecclesiae possidebat: cum ex hoc ei, qui de iure debet habere, nullum in posterum praeiudicium generetur. Si vero non possidebat, sed tantum credebatur esse patronus, cum non esset, poterit ab eadem ecclesia removeri. • Consultationibus.] Duae sunt partes. Secunda: ibi, Si vero. Abb. • CASUS. Aliquis credebatur patronus alicuius ecclesiae: praesentavit aliquem ordinario ad illam ecclesiam vacantem, et ille fuit per episcopum institutus: postea alius contra illum evicit ius patronatus in iudicio: quaeritur, utrum ille institutus propter hoc debeat removeri? Respondet Papa, si tempore praesentationis suae ille qui praesentaverit eum, ius patronatus ecclesiae possidebat, et credebatur patronus, non debet propter 1Bw&sa=X1=bo
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hoc ab ipsa ecclesia removeri, cum per hoc patrono nullum praeiudicium in posterum generetur: Si vero non possidebat ius patronatus, sed tantum credebatur esse patronus cum non esset, ab ipsa potest ecclesia removeri. Not. quod ex sola possessione, cum bona fide acquiritur ius. Item argumen. quod plus valet quod est in opinione, quàm quod est in veritate. Item quod legitime factum est, non debet irritari, licet ad eum casum deveniat, à quo non potuit incipere. Item ex sola opinione non acquiritur ius. Removeri.] quia quod legitime factum est, non debet irritari, licet ad eum casum deveniat à quo incipere non potuit. ..
§§§ (Sommario:) Chi è stato istituito conformemente alla presentazione di chi possedeva il diritto di patronato della chiesa, non deve essere rimosso: anche se quel diritto sia poi evinto; diversamente se non possedeva, ma soltanto si credeva che fosse il patrono. CAPITOLO 19. Con le consultazioni: e infra. Qualora un chierico sia stato istituito in una chiesa sulla base della presentazione di chi si credeva fosse il patrono della medesima e in seguito in giudizio un altro evinse il diritto di patronato, colui che fu istituito non deve dalla stessa chiesa a motivo di ciò essere rimosso, se al tempo della sua presentazione, quello che lo presentò, possedeva il diritto di patronato: non generandosi da ciò a suo danno, che de iure deve avere, alcun pregiudizio in futuro. Ma se non possedeva, ma soltanto si credeva che fosse il patrono, non essendo, si potrà dalla medesima chiesa rimuovere. • Con le consultazioni.] Due sono le parti. La seconda, ivi Ma se, Abate. • CASO. Uno si credeva il patrono di una chiesa: presentò all'ordinario qualcuno a quella chiesa vacante, e quello fu dal vescovo istituito: in seguito un altro evinse contro quello il diritto di patronato in giudizio: si chiede, se mai quello che è stato istituito, a motivo di ciò debba essere rimosso. Risponde il Papa, se al tempo della sua presentazione, quello che lo aveva presentato possedeva il diritto di patronato, ed era creduto il patrono, non deve a causa di ciò essere rimosso dalla stessa chiesa, non arrecando per questo alcun pregiudizio al patrono in futuro. Ma se non possedeva il diritto di patronato, ma soltanto era creduto essere il patrono quantunque non lo fosse, dalla stessa chiesa si può rimuovere. Nota che dal solo possesso, con la buona fede si acquisisce il diritto. Parimenti, si argomenta che vale più ciò che è in un'opinione che ciò che è nella verità. Parimenti, ciò che è legittimamente fatto, non si deve annullare, sebbene arrivi a quel caso dal quale non può incominciare. Parimenti, dalla sola opinione non si acquisisce il diritto. • Essere rimosso.] poiché ciò che legittimamente è stato fatto, non si deve annullare, sebbene giunga a quel caso da quale non poté incominciare. Parimenti dalla sola opinione si acquisisce un diritto. *** (Sommario:) Valet secunda concessio ecclesiae facta alteri ecclesiae per episcopum et patronum, non obstante priori facta per patronum solum. CAP. XX. (p. 1327) Suggestum est, quòd cum ecclesiae quaedam de assensu domini fundi auctoritate Eboracensi archiepiscopi, ecclesiae beati P. Eboracensi concessae et assignatae sint in praebendam, canonici de Novoburgo concessio1Bw&sa=X1=bo
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nem illam irritare nituntur, occasione donationis, quam sibi asserunt prius factam. Unde licet in donationibus ecclesiarum requirendus sit et expectandus patronorum consensus: quia tamen ecclesiae, nisi auctoritas intervenerit pontificialis, canonice concedi non possunt: Significamus, quòd prior concessio, si cum assensu patroni, et auctoritate dioecesani episcopi facta est, aut eius assensus fuerit postea subsecutus, posteriori concessioni praefertur: alioquin illa debet praeferri, quamvis posterius facta, quae consensu domini fundi, et episcopi auctoritate fulcitur. §§§ (Sommario:) Prevale la seconda concessione della chiesa fatta a un'altra chiesa, per mezzo del vescovo e del patrono, nonostante la prima fatta solo per mezzo del patrono. CAPITOLO 20. Si aggiunge che essendo certe chiese, conformemente all'assenso del signore del fondo e con l'autorizzazione del arcivescovo di Eboraco, concesse e assegnate per prebenda alla chiesa del beato Pietro di Eboraco, i canonici di Novoborgo si sforzano di annullare quella concessione, per l'occasione (cioè a causa, a motivo, con il pretesto) della donazione che asseriscono fatta loro prima. Onde sebbene nelle donazioni delle chiese sia da richiedersi ed esigersi il consenso dei patroni, dato che le chiese tuttavia non si possono canonicamente concedere se non previo intervento dell'autorità del pontefice; significhiamo che la precedente concessione, se con l'assenso del patrono e con l'autorizzazione del vescovo diocesano è stata fatta, o il suo assenso sia poi susseguito, si preferisce alla concessione posteriore. Del resto si deve preferire, quantunque fatta posteriormente, quella che si appoggia al consenso del signore del fondo e all'autorizzazione del vescovo. *** (Sommario:) Ab officio et beneficio removetur, qui monitus non dimittit ecclesiam sine consensu episcopi sibi concessam. h.d. CAP. XXI. (p. 1327) Relatum est nobis, quòd nonnulli occasione laicae recognitionis, non requisita episcopi audientia, beneficia ecclesiastica sibi praesumunt in vestris parochiis vendicare. Quoniam igitur huiusmodi personae non intrant per ostium, sed aliunde conscendunt, ac per hoc indigni sunt pastoris nomine vel praerogativa gaudere: Mandamus, quatenus eos si commoniti praedicta minime resignaverint (nisi episcopali concessione muniti fuerint) ab officio reddatis et beneficio alieno: et infra. Laici spoliantes ecclesiam excommunicantur. hoc dici. Ad hoc quoniam quidam laici ecclesias possessionibus spoliant, ut sic viros ecclesiasticos faciant coram seculari iudice litigare: vobis iniungimus, ut id publice sub interminatione curetis anathematis prohibere. Si quis autem prohibitionis vestrae contemptor extiterit, eum excommunicationi subdatis. §§§ (Sommario:) Dall'ufficio (incarico) e dal beneficio è rimosso chi, ammonito, non lascia la chiesa concessagli senza il consenso del vescovo. Questo dice. CAPITOLO 21. Fu a noi riferito che alcuni in occasione di una laica ricognizione, senza aver chiesto udienza al (cioè il permesso di essere ricevuti e ascoltati dal) vescovo, presumono di rivendicare a sé i benefici ecclesiastici nelle vostre parrocchie. Perciò, poiché persone di tal fatta non entrano per la porta d'ingresso, ma salgono da un altro luogo, e per questo non sono degni di godere della prerogativa e 1Bw&sa=X1=bo
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del nome di pastore; ordiniamo che, nella misura in cui ordiniamo, se, avvertiti, non avranno assolutamente restituito i predetti beni (a meno che non si saranno muniti della concessione del vescovo), voi mandiate quelli fuori dall'ufficio e dall'altrui beneficio: e infra. I laici che spogliano la chiesa si scomunicano. Questo dice. A seguito di ciò, poiché certi laici spogliano le chiese delle loro possessioni, così che fanno litigare persone ecclesiastiche davanti al giudice secolare: vi imponiamo che curiate di proibire ciò pubblicamente sotto la minaccia della scomunica. Se poi ci sarà qualche disprezzatore della vostra proibizione, sottomettetelo alla scomunica. *** (Sommario:) Si quaestio iurispatronatus infra sex menses non terminatur à tempore vacationis, libere potest episcopus sine praesentatione ibidem instituere rectorem. hoc dicit. Sed intellige de patronis ecclesiasticis; nam in laicis sufficiunt quatuor menses. CAP XXII. (pp. 1328-1329) Eam te decet: et infra. Illas autem ecclesias, de quarum patronatu controversia fuerit, si infra sex menses postquam vacaverint, non fuerit controversia terminata: licitum tibi sit de persona idonea ordinare. • CASUS. Si de iure patronatus alicuius ecclesiae controversia fuerit inter aliquos, et infra sex menses non fuerit terminata postquam vacaverit, ex tunc licitum sit superiori eandem de persona idonea ordinare. Not. quod questio iurispatronatus infra sex menses terminari debet. §§§ (Sommario:) Se la questione del diritto di patronato non si risolve entro sei mesi dal tempo della vacanza, il vescovo può liberamente senza presentazione ivi istituire il rettore. Questo dice. Ma intendi: questo è da riferirsi ai patroni ecclesiastici; infatti per quanto attiene ai patroni laici, bastano 4 mesi. CAPITOLO 22. Conviene per te quella: e infra. Ora sia lecito a te ordinare con persona idonea quelle chiese, sul patronato delle quali ci sarà stata una controversa, se entro sei mesi dopo che risulteranno vacanti, non sarà risolta la controversia. • CASO: Se sul diritto di patronato di una chiesa ci sarà stata una controversia tra alcuni, e non sarà stata risolta entro sei mesi dopo che sarà risultata vacante, da allora sia lecito al superiore ordinare quella con una persona idonea. Nota che la questione del diritto di patronato deve risolversi entro sei mesi. *** (Sommario:) Patronus iuspatronatus propria auctoritate alienare non potest, nec ab ecclesia aliquid temporale exigere, nisi tempore fundationis à dioecesano illud fuerit sibi reservatum. CAP. XXIII. (pp. 1329-1330) Praeterea quoniam advocati ecclesiarum ius advocationis, donationis, vel emptionis titulo, aliisq; pro sua voluntate contractibus, in alios transferre praesumunt, fodrum, albergarias, regium, et similia tamquam à propriis rusticis, ab ecclesiis extorquentes: Praesenti decreto statuimus, eos sive advocati, sive patroni, vel vicedomini, sive custodes, vel guardias habentes, seu quocunque alio nomine censeantur, à gravaminibus ecclesiarum cessare, nihilque in ipsis praeter antiquos et moderatos redditus à locorum epi1Bw&sa=X1=bo
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scopis institutos exigere: aut si aliud exegerint, excommunicationi subdantur. Contractus quoque huiusmodi quos fecerunt, vel facient in futurum, vim aliquam decernimus non habere. • Praeterea.] Primo ponitur duplex factum reprensibile. Secundo contra secundum statuit, et poenam imponit. Tertio contra primum discernit. Secunda: ibi, Praesentis. Tertia: ibi, Contractus. Abbas. • CASUS. Patroni ecclesiarum iuspatronatus titulo donationis, vel emptionis, vel aliis contractibus pro arbitrio suo, in alios transferre presumunt, et alias exactiones ab eis exigunt, tampquam à propriis rusticis: unde statuit concilium, quod ab huiusmodi gravaminibus cessare debeant, et nihil aliud exigant praeter antiquos redditus ab episcopis institutos: et si aliud exegerint, excommunicentur. Contractus husiumodi, si quos fecerint, statuit Papa non tenere. Not. quod patroni ecclesiarum id solum ab ecclesia debent habere, quod à canonibus reperitur concessum. Item contrafaciens excommunicari debet. Item iuspatronatus vendi vel emi non potest. • Advocati.] id est, patroni • Ius advocationis.] iuspatronatus, vel potius ius advocationis: nam alii dicuntur patroni, et alii advocati. • Emptionis.] Qualiter iuspatronatus transferatur venditione, seu aliis modis, dictum est scilicet eodem cum seculum. • Fodrum.] fodrum est collecta, quam imponebant isti patroni ecclesiis, et est vulgare Lombardorum. • Albergarias.] id est, pactiones quae debentur pro comestionibus. Haec glossula non est Bernardi: quid autem sit Albergaria, rectius tradit hic Hostiensis. • Regium.] quod regi debetur, sive tributum regi debitum. • A locorum episcopis institutos.] Statui ergo possunt redditus patrono vice tributi sive pensioni: ut hic patet, et ... §§§ (Sommario:) Il patrono non può di sua volontà alienare il diritto di patronato, né dalla chiesa esigere qualcosa di materiale (cioè relativo al mondo terreno, e quindi non spirituale) se questo non gli sia stato riservato dall'ordinario diocesano al tempo della fondazione. CAPITOLO 23. Inoltre, poiché gli avvocati, a titolo di donazione o di vendita, e per altre ragioni, a loro piacimento per mezzo di contratti congetturano di trasferire ad altri il diritto di avvocazione (cioè il diritto di patronato) delle chiese, estorcendo dalle chiese, tanto quanto dai propri contadini, il fodro (nell'alto Medioevo, dovere cui erano tenuti gli abitanti di un paese di rifornire di foraggio e biada i cavalli dei pubblici ufficiali di passaggio), la albergaria (o albergheria: nel Medioevo, obbligo del vassallo, persona o città, di ospitare per un dato numero di giorni all'anno il proprio signore con un seguito limitato), tributi regi e simili; con il presente decreto statuiamo che essi, o avvocati o patroni o visdomini (nell'età feudale, chi faceva le veci del signore) o custodi o sorveglianti o con qualunque altro nome siano qualificati, desistano dalle molestie avverso le chiese e che nulla riscuotano in esse oltre i redditi antichi, e moderati, stabiliti dai vescovi dei luoghi: o se altro esigano, siano sottoposti alla scomunica. I contratti, anche di tal natura che essi fecero, o faranno in futuro, stabiliamo che non hanno alcuna efficacia. • Inoltre.] Primo: si pone un duplice fatto riprensibile. Secondo: contro il secondo statuisce, e impone la pena. Terzo: contra il primo decide. Secondo, ivi, Con il presente. Terzo, ivi, Il contratto. Abate. • CASO: I patroni presumono di trasferire a loro piacimento ad altri il di1Bw&sa=X1=bo
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ritto di patronato delle chiese nella forma di donazione o di acquisto o tramite altri contratti, ed esigono altre esazioni da essi tanto quanto dai propri contadini; onde il concilio statuisce che da siffatte molestie debbano astenersi, e nient'altro esigano oltre gli antichi redditi dai vescovi stabiliti; e se altro esigeranno, siano scomunicati. Statuisce il Papa di non mantenere contratti di tal natura, eventualmente fatti. Notare che i patroni delle chiese devono ottenere dalla chiesa solo ciò che nei canoni si trova concesso. Parimenti coloro che operano al contrario devono essere scomunicati. Parimenti il diritto di patronato non si può vendere e non si può comprare. Avvocati.] cioè i patroni. Il diritto di avvocazione.] cioè il diritto di patronato, o piuttosto il diritto di avvocazione, infatti alcuni si dicono patroni, altri avvocati. Di acquisto.] In che modo il diritto di patronato si trasferisce con la vendita, o in altri modi, è detto ben inteso nel medesimo capitolo XIII, Quando il secolo ecc. Fodro.] fodro è la colletta, che questi patroni imponevano alle chiese, ed è termine volgare dei Lombardi. Albergaria.] cioè, impegni che si devono per la commestione (cioè il mangiare, il pasto). Regio.] ciò che si deve, ovvero tributo dovuto al re. Dai vescovi dei luoghi stabiliti.] Possono perciò essere fissati dei redditi al patrono come tributo o pensione, come qui è manifesto ... ***
(Sommario:) In pluribus successive praesentatis à patrono laico, episcopo datur gratificatio: sed in praesentatis à persona ecclesiastica, potior est primo praesentatus. hoc dicit specialiter: et est unum de principalioribus capitulis tituli. CAP. XXIIII. (p. 1330) Cum autem advocatus clericum idoneum episcopo praesentaverit; et postulaverit postmodum eo non refutato alium aeque idoneum in eadem ecclesia admitti: quis eorum alteri praeferatur, iudicio episcopi credimus reliquendum, si laicus fuerit cui ius competit praesentandi. Verum si collegium, vel ecclesiastica persona praesentationem haberet, qui prior est tempore, iure potior esse videtur. • Cum autem.] Laicus patronus uno praesentato potest alium praesentare, secus in patrono clerico. Et secunda pars: ibi, Verum. Abb. Sic. • CASUS. Patronus ad vacantem ecclesiam clericum idoneum praesentavit episcopo, et eo non reprobato postmodum alium praesentavit idoneum: quaeritur quis praeferri debeat? Respondet Papa, iudicio episcopi est relinquendum. Et hoc verum est, si laicus fuerit praesentator: sed si collegium vel ecclesiastica persona praesentationem habuerit, qui prior est tempore, potior est iure. Not. quod laicus patronus variare potest in praesentando, antequam praesentatus sit admissus: collegium vel ecclesiastica persona non potest variare. Item qui prior est tempore, potior est iure. §§§ (Sommario:) In relazione a diversi presentati, uno dopo l'altro, dal patrono laico, al vescovo è data la liberalità: ma relativamente ai presentati da persona ecclesiastica, di maggior valore è il presentato per primo. Questo dice in particolare: ed è uno dei più importanti capitoli del titolo. CAPITOLO 24. Avendo poi l'avvocato (cioè il patrono) presentato al vescovo un 1Bw&sa=X1=bo
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chierico idoneo, e avendo in seguito chiesto, quello non respinto, che un altro ugualmente idoneo fosse ammesso a quella chiesa: chi dei due sia preferito all'altro; crediamo che sia da lasciarsi al giudizio del vescovo, se laico sarà stato colui al quale compete il diritto di presentare. Ma se un collegio (religioso) o una persona ecclesiastica avesse (il diritto di) presentazione, chi è primo nel tempo, si giudica preferibile nel diritto. • Avendo poi.] Il patrono laico, presentato uno, può presentare un altro, altrimenti per quanto concerne il patrono chierico. E la seconda parte: ivi, Ma. Abate Siculo. • CASO. Un patrono, relativamente a una chiesa vacante, presentò al vescovo un chierico idoneo e poi, questo non respinto, presentò un altro idoneo: si chiede chi si debba preferire. Risponde il papa, si deve lasciare al giudizio del vescovo. E questo è vero, se il presentatore sarà stato laico: ma se avrà avuto il diritto di presentazione un collegio o una persona ecclesiastica, chi è primo nel tempo, è preferibile secondo la legge. Notare che il patrono laico può variare nel presentare, prima che il presentato sia stato ammesso: il collegio (associazione religiosa) o la persona ecclesiastica non può. Parimenti chi è primo nel tempo, è giuridicamente preferibile. *** Clemens tertius. (Sommario:) Ex constructione ecclesiae, facta de consensu episcopi, acquiritur ius patronatus. hoc primo. Patronus non eligit praelatum in conventuali ecclesia, sed in capella sic. hoc secundo. Patrono debetur processionis honor, et alimentatur ab ecclesia si vergat ad inopiam. hoc tertio. Et iste textus est de principalioribus. CAP. XXV. (pp. 1330-1331) Nobis fuit: et infra. Inquisitioni tuae tale damus responsum, quòd si quis ecclesiam cum assensu dioecesani construxit, ex eo iuspatronatus acquirit. Caeterum in conventuali ecclesia, non electioni praelati faciendae, sed iam factae honestius patroni postulatur assensus: nisi aliter de sua iurisdictione obtineat, ut partes suas interponere debeat electioni tractandae. Secus tamen est in capella: in qua unus presbyter à patrono eligitur, et pro institutione habenda, loci episcopo praesentatur. Pro fundatione quoque ecclesiae honor processionis fundatori servatur: et si ad inopiam vergat, ab ecclesia illi modeste succurritur sicut in sacris est canonibus institutum. • Nobis.] Tria sun dicta. Secundum: ibi, Caeterum. Tertium: ibi, Pro fundatione. Abbas Siculus. • CASUS. Quaesitum fuit à Papa, utrum aliquis efficiatur patronus ex sola constructione ecclesiae? Item quaeritur, utrum patronus sit ad electionem plebani cum clericis admittendus, vel repellendus, quamvis allegaverit se ex longa consuetudine interesse debere: taliter respondet Papa, quod si aliquis de assensu episcopi ecclesiam construxerit, ex hoc ipso iuspatronatus acquirit. Ad secundam quaestionem respondet, quod in ecclesia conventuali consensus patroni ad electionem faciendam non est requirendus, sed electioni iam factae eiusdem requiri debet consensus, nisi altiter de sua iurisdictione obtineat. Sed in capella ubi unus presbyter eligitur, patronus ipsum episcopo praesentare potest, et debet de iure. Item patrono honor processionis servatur, et si ad inopiam vergat, ab ecclesia illi secundum facultates ipsius succurrit, sicut est in canonibus constitutum. Nota, quod ex sola constructione ecclesiae acquiritur iuspa1Bw&sa=X1=bo
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tronatus. Item in collegiata ecclesia ius electionis non cadit in laicum patronum: secus in capella, ubi unus tantum eligitur. Item patrono debetur honor processionis. Item si patronus ad inopiam vergat, ecclesia illi succurrere debet. Assensu dioecesani.] Aliàs non potest. ... Construxit.] et ita ex constructione acquiritur iuspatronatus. ... In conventuali.] Conventualis dicitur, ex quo due vel tres in collegio sunt. Modeste.] Habito respectu ad facultates ecclesiae, et ad qualitatem personae. .. Additio. Unde versus. Patrono debetur honor, onus, utilitasque: / Praesens ut praesit, defendat, alatur egenus.
§§§ Clemente III. (Sommario:) Dalla costruzione della chiesa, fatta col consenso del vescovo, si acquisisce il diritto di patronato. Questo il primo punto. Il patrono non sceglie il prelato nella chiesa conventuale, ma nella cappella sì. Questo il secondo punto. Al patrono si deve il posto d'onore nella processione, ed è dalla chiesa provvisto dei mezzi di sussistenza se versa nell'indigenza. Questo il terzo punto. E questo testo è dei più importanti. CAPITOLO 25. A noi fu (presentata una domanda), e infra. Alla tua ricerca (indagine, inchiesta, investigazione) diamo la seguente risposta, che se qualcuno costruisce una chiesa con il consenso del diocesano, in base a ciò acquisisce il diritto di patronato. D'altronde nella chiesa conventuale si postula l'assenso del patrono non all'elezione da farsi del prelato, ma alla già più rettamente fatta: a meno che non ottenga altrimenti in base alla sua giurisdizione di dover esprimere le sue tesi riguardo all'elezione da trattarsi. Diversamente vale per la cappella: nella quale un presbitero è eletto dal patrono, e ai fini dell'istituzione da aversi, viene presentato al vescovo del luogo. Per la fondazione della chiesa è anche riservato al fondatore il posto di onore nelle processioni, e se versa nell'indigenza, dalla chiesa modestamente gli si porta soccorso, come stabilito nei sacri canoni. • A noi.] Tre sono le sentenze. Seconda, ivi, Tuttavia. Terza, ivi, Per la fondazione. Abate Siculo. • CASO. Fu richiesto al papa, se mai qualcuno fosse stato istituito patrono in virtù della sola costruzione di una chiesa. Parimenti si richiede, se mai il patrono sia da ammettere all'elezione del pievano con i chierici, o da respingere, sebbene egli abbia addotto che per una lunga consuetudine vi doveva prender parte. Talmente risponde il Papa, che se qualcuno, previo assenso del vescovo, avesse costruito una chiesa, da ciò stesso acquisirebbe il diritto di patronato. Alla seconda questione risponde che per quanto riguarda la chiesa conventuale, il consenso del patrono non si deve richiedere, ma all'elezione già fatta si deve richiedere il consenso del medesimo, qualora non altrimenti ottenga in base alla sua giurisdizione. Ma nella cappella ove un presbitero è eletto, il patrono può presentare lo stesso al vescovo, anzi deve secondo il diritto. Parimenti al patrono è riservato il posto d'onore nelle processioni, e se versa in miseria, la chiesa, secondo le possibilità dello stesso, lo soccorre, com'è stabilito nei sacri canoni. Notare che dalla sola costruzione della chiesa si acquisisce il diritto di patronato. Parimenti nella chiesa collegiata il diritto di elezione non rientra nel potere dei patroni laici, altrimenti nella 1Bw&sa=X1=bo
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cappella, dove uno soltanto è eletto. Parimenti al patrono si deve il posto di onore nella processione. Parimenti se il patrono versa in miseria, la chiesa lo deve soccorrere. Assenso diocesano.] per altre ragioni non può. Costruì.] e così dalla costruzione si acquisisce il diritto di patronato. Nella conventuale.] Si dice conventuale quando due o tre sono in collegio. Modestamente.] Avuto riguardo per le possibilità della chiesa, e per la qualità della persona. Onde i versi. Il patrono ha come sorte onore, onere (responsabilità) e utilità: / affinché di persona governi, difenda e sia nutrito se bisognoso.
*** (Sommario:) Patronus ecclesiae vacantis, quamquam sit clericus, ad eam se praesentare non potest. CAP. XXVI. (p. 1331-1332) Per nostras postulasti litteras edoceri, utrum clericus ad vacantem ecclesiam, in qua ius obtinet patronatus, seipsum (si est idoneus) valeat praesentare. Cum igitur nullus se ingerere debeat ecclesiasticae praelationis officiis: Respondemus, quòd nullus se potest ad personatum alicuius ecclesiae praesentare; quamtumque studiis et meritis adiuvetur. • Per nostras.] Aliàs, Per tuas. Consultatio ponitur et responsio. Secunda pars: ibi, Cum igitur. Abbas. • CASUS. Clericus habet iuspatronatus in aliqua ecclesia: quaeritur utrum possit ad eam vacantem praesentare seipsum: et respondet quod non, quantumcunque sit idoneus: quia nullus seipsum eligere debet. Nota, quod nullus debet seipsum ingerere alicuius praelationis officio. Item nullus potest seipsum praesentare, quantumcunq; sit idoneus. • Praesentare.] quia differentia debet esse inter praesentatum et praesentantem: dantem et recipientem. .. §§§ (Sommario:) Il patrono di una chiesa vacante, quantunque sia chierico (e idoneo), alla medesima non può presentare sé stesso. CAPITOLO 26. Postulasti di essere informato (istruito) attraverso la nostra lettera, se mai un chierico a una chiesa vacante nella quale consegue il diritto di patronato, possa presentare sé stesso (se sia idoneo). Dal momento che nessuno deve imporsi nelle funzioni della scelta ecclesiastica, rispondiamo che nessuno può sé stesso presentare al personato (specie di dignità ecclesiastica) di una chiesa, quantunque si giovi di studi e di meriti. • Attraverso la nostra.] In altro luogo, Attraverso la tua. Si pone la consultazione e la disposizione. La seconda parte: ivi, Quando perciò. Abate. • CASO. Un chierico ha il diritto di patronato in una chiesa: si chiese se mai possa a quella vacante presentare sé stesso: e risponde che non, sebbene sia idoneo: poiché nessuno deve scegliere sé stesso. Nota che nessuno deve imporsi nelle funzioni di una qualche scelta. Parimenti nessuno può presentare sé stesso, quantunque sia idoneo. • Presentare.] poiché deve esserci differenza tra il presentato e il presentatore, tra chi dà e chi riceve. *** (Sommario:) Si quaestio iurispatronatus inter patronos non diffinitur infra qua1Bw&sa=X1=bo
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tuor menses, episcopus ordinabit ecclesiam sine praeiudicio eorumdem. CAP. XXVII. (pp. 1332-1333) Cum propter discordias laicorum. et infra. Fraternitati tuae mandamus, quatenus si de iure patronatus quaestio emerserit inter aliquos: et [ab eo] cui competit, infra quatuor menses non fuerit diffinitum, ex tunc ecclesiam ipsam de persona non differas idonea ordinare: Ita quòd illi ex hoc non debeat in posterum praeiudicium generari, qui ius evicerit patronatus. • Cum propter.] Dividitur, quia primo dictum ponit. Secundo protestationem subdit: ibi, Ita quòd. Abbas. • CASUS. Dicitur hic, quòd si quaestio emerserit inter patronos de iure patronatus, et infra quatuor menses non fuerit diffinita, liceat ex tunc episcopo ecclesias ordinare, ita tamen quòd non fiat in posterum praeiudicium illi qui ius evicerit patronatus. Nota quod questio iurispatronatus infra quatuor menses terminari debet. Item propter discordias patronorum, non debet ecclesia privari divino officio. Item ordinatio episcopi, non facit praeiudicium patrono evincenti iuspatronatus. • Quatuor.] scilicet eodem ... Quod dicitur hic, intellige per id quod dicitur. §§§ (Sommario:) Se la questione del diritto di patronato tra i patroni non si definisce entro 4 mesi, il vescovo ordinerà la chiesa senza pregiudizio di essi. CAPITOLO 27. Quando a causa delle discordie dei laici, e infra. Alla tua fraternità ordiniamo, nella misura in cui ordiniamo, se la questione sul diritto di patronato emergerà tra alcuni, e [da quello], cui compete, entro quattro mesi non sarà stata risolta, che da allora non rinvii di ordinare la stessa chiesa con persona idonea: in modo che da ciò non debba in futuro arrecarsi pregiudizio a chi evincerà il diritto di patronato. • Quando a causa.] Si divide, poiché dapprima si pone la sentenza. In secondo luogo espone la protesta: ivi, Così che. Abate. • CASO. Si dice qui che se la questione emergerà tra i patroni sul diritto di patronato, ed entro 4 mesi non sarà risolta, sia lecito da allora al vescovo ordinare le chiese, ma in modo che non rechi pregiudizio a chi evincerà il diritto di patronato. Nota che la questione del diritto di patronato deve risolversi entro 4 mesi. Parimenti che a causa delle discordie dei patroni, la chiesa non deve essere privata dell'ufficio divino. Parimenti che l'ordinazione del vescovo non nuoce al patrono che evince il diritto di patronato. • Quattro.] è chiaro nel medesimo ... Ciò che si dice qui, intendi per ciò che si dice. *** (Sommario:) Legatus de latere ecclesiam cuius alia ecclesia est patrona, collationi suae reservare potest, licet non vacet, et conferre cum vacat. hoc primo. Ex duobus praesentatis à patrono laico, potest superior instituere secundum. hoc secundo. Et si quo ad intellectum iste textus habet duo dicta diversa: licet quo ad litteram ambo commisceantur. CAP. XXVIII. (pp. 1333-1334) Cum dilectus filius: et infra.... omissis ... • Cum dilectus.] Dividitur. Nam primo ponitur petitio. Secundo diffinitio: ibi, Nos igitur. Abbas. Siculus. • CASUS. Episcopus Hostien.' Apostolicae sedis legatus mandavit archidiacono Carnoten.' ut ecclesiam quae primo vacarert, in archidiaconatu suo donationi suae reservaret, prohibendo eidem ne alicui conferret ean1Bw&sa=X1=bo
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dem, de qua V. clerico suo providere volebat. Tandem vacavit ecclesia de Berouilla: archidiaconus contra mandatum legati G. subdiaconun praesentavit ad ipsam dioecesano episcopo, qui tamen non fuit admissus: legatus hoc audiens cassavit quod archidiaconus fecerat, et ecclesiam illam praefato V. concessit sic vacantem: post hoc vacavit quaedam praebenda in ecclesia Sancti Martini Carnoten.' quae assignari debebat de iure H. clerico: diocesanus episcopus considerans quod praebenda sancti Martini magis congruebat V. prefato, quàm ecclesia de Berouilla, et ecclesia de Berouilla magis congruebat H. clerico, praebendam sancti Martini assignavit V. Clerico legati, et ecclesiam de Berouilla post assignationem ipsius V. ad praesentationem ipsius archidiaconi praedicto H. clerico concessit: unde orta fuit controversia inter H. clericum, et G. subdiaconum cui archidiaconus ecclesiam de Berouilla contulerat: unde dictus H. et praefatus G. subdiaconus ad curiam accesserunt, diu super ipsa ecclesia litigando: dominus Papa auditis hinc et inde propositis, considerans, quod et si archidiaconus Carnoten.' praedictus praefatum G. subdiaconum tamquam laicus presentavit, et ipse non fuit per dioecesanum admissus, sed dictus H. ab archidiacono presentatus, et ab episcopo instituitus: secundum decre. Alex. non primus, sed secundus debet ecclesiam obtinere: Si vero archidiaconus predictum G. subdiaconum tamquam clericus praesentavit in eo quod tamquam clericus faciebat, suberat iurisdictioni legati: unde non contra probationem, sed contra prohibitionem legati, qui donationi suae collationem ipsius ecclesiae decernebat reservandam, ad eam non potuit alium postmodum praesentare: unde Papa praesentationem ipsius G. minus canonice facta decrevit: et ea non obstante pronunciavit concessionem ipsius ecclesiae H. clerico factam, canonicam extitisse, adiudicando eidem ecclesiam ipsam cum fructibus medio tempore perceptis adversario perpetuum silentium imponendo. Nota quod legatus potest sibi reservare collationem vacaturi beneficij. Item laicus patronus sive clericus patronus ratione patrimonij quantum ad praesentationem non subest legato: unde eo intuito ecclesiam concedere non potest: quod est valde notandum. Item clericus patronus ratione patrimonij sui variare potest: quia in hoc non reputatur clericus, sed laicus. Item praesentatus quousque non fuerit institutus, non dicitur habere plenum ius. Item qui canonice non habet ecclesiam, fructus quos medio tempore percipit, restituere debet. §§§ (Sommario:) Il legato a latere (cardinale che rappresenta il papa in occasioni di particolare importanza) unilateralmente può riservare una chiesa di cui un'altra chiesa è patrona alla sua collazione (conferimento di un beneficio ecclesiastico), sebbene non sia vacante, e conferirla quando lo è. Questo il primo. E dei due presentati dal patrono laico, il superiore può istituire il secondo. Questo il secondo. E se in qualche modo secondo il significato (senso) questo testo ammette due sentenze diverse: sebbene per qualche ragione testualmente ambedue siano confuse. CAPITOLO 28. Quando il diletto figlio: e infra. ... omissis ... • Quando il diletto.] Si divide. Infatti, nel primo: si pone la petizione; nel secondo: la definizione, ivi, Noi perciò. Abate Siculo. • CASO. Il vescovo di Ostia, legato della Sede Apostolica, ordinò all'arcidiacono di Carnot che riservasse al suo donare la chiesa che prima fosse risultata vacante nel suo arcidiaconato, proibendogli di conferire 1Bw&sa=X1=bo
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ad alcuno quella, della quale voleva provvedere (cioè dotare) V., un suo chierico. Infine vacò la chiesa di Berouilla: l'arcidiacono contro il mandato del legato, presentò per la stessa al vescovo diocesano il suddiacono G., che tuttavia non fu ammesso: il legato, sentendo ciò, annullò ciò che l'arcidiacono aveva fatto, e quella chiesa al predetto V. concesse così vacante: dopo di ciò vacò una certa prebenda nella Chiesa di San Martino di Carnot, che doveva essere assegnata di diritto a H. chierico: il vescovo diocesano, considerando che la prebenda di San Martino conveniva di più al predetto V. che la chiesa di Berouilla, e la chiesa di Berouilla più conveniva al chierico H., assegnò la prebenda di San Martino a V. chierico del legato, e la chiesa di Berouilla, stante l'assegnazione dello stesso V. secondo la presentazione dello stesso arcidiacono, concesse al predetto H. chierico: onde nacque una controversia tra H. chierico e G. suddiacono, cui l'arcidiacono aveva conferito la chiesa di Berouilla: onde il detto H e il predetto G. suddiacono ricorsero alla curia, a lungo litigando in merito alla stessa chiesa: il Signore Papa, ascoltate le argomentazioni dalle due parti, considerando che se l'arcidiacono di Carnot predetto, così come laico presentò il prefato G. suddiacono, e lo stesso non fu dal diocesano ammesso; ma il detto H. dall'arcidiacono presentato, e dal vescovo istituito: secondo il decreto del Papa Alessandro non il primo, bensì il secondo deve ottenere la chiesa. Ma se l'arcidiacono di Carnot presentò il citato G. suddiacono così come chierico: in ciò che così come chierico faceva, sottostava alla giurisdizione del legato: onde non contro l'approvazione, ma contro la proibizione del legato, il quale stabiliva da riservarsi al suo donare la collazione della stessa chiesa, ad essa non poté un altro in seguito presentare: onde il Papa decretò la presentazione dello stesso G. fatta meno canonicamente e nonostante quella proclamò che la concessione della stessa chiesa fatta al chierico H. fosse conforme alle leggi della chiesa, assegnando al medesimo la chiesa stessa con i frutti percepiti nel frattempo, imponendo all'avversario il perpetuo silenzio. Nota che il legato può riservare a sé la collazione del beneficio che sarà vacante. Parimenti il patrono laico o il patrono chierico secondo la natura del patrimonio quanto alla presentazione non sottostà al legato: onde in vista di ciò non può concedere la chiesa: il che è assai notevole. Parimenti il patrono chierico a motivo del suo patrimonio può variare: poiché in ciò non si reputa chierico, ma laico. Parimenti il presentato finché non sarà stato istituito, non si dice avere il pieno diritto. Parimenti chi canonicamente non ha la chiesa, i frutti che nel frattempo percepisce, deve restituire. *** (Sommario:) Si laicus patronus duos successive praesentet, valet institutio de secundo, non obstante appellatione prius facta per primum: episcopus tamen qui malitiose primum repulit, eidem in competenti beneficio providere compellitur: et in hoc ultimo est casus singularis. CAP. XXIX. (pp. 1335-1336) Pastoralis officij: et infra. Postulasti edoceri, an clericus ad aliquam ecclesiam à patrono laico praesentatus, si dioecesanus episcopus ipsum non duxerit admittendum, ex huiusmodi praesentatione aliquid iuris assequatur in illa: Et si forte idem ad sedem Apostolicam appellaverit, et post appellationem ab ipso interpositam, idem patronus alium curaverit praesentare ac secundum instituit episcopus praesentatum, idem ab ipsa ecclesia 1Bw&sa=X1=bo
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debeat amoveri. Nos igitur Alexandri Papae vestigiis inhaerentes, qui inter praesentatos à clerico et laico patronis distinguens, inter praesentatos à laico conditionem possidentis censuit meliorem: Dicimus, quòd institutio praesentati, secundo loco à laico patrono, robur obtinet firmitatis. Veruntamen constituimus, ut episcopus, qui praesentatum idoneum malitiose recusavit admittere, ad providendum eidem in competenti beneficio compellatur: quatenus puniatur in eo, in quo ipsum non est dubium deliquisse. • Pastoralis.] In prima ponitur consultatio. In secunda responsio: ibi, Nos. Et utraque pars subdividitur, ut patet intexu. Abbas. • CASUS. Aliquis est praesentatus episcopo à patrono laico, ad aliquam ecclesiam vacantem: sed episcopus ipsum non admisit: quaeritur utrum ex tali praesentatione ius sit illi acquisitum in illa ecclesia, et si ille appellaverit, vel alius instituatur, et post appellationem patronus alium praesentaverit, et episcopus secundum praesentatum instituerit; quaeritur, utrum ille ab ecclesia debeat removeri: Innocentius vero volens inhaerere vestigiis Alexandri, qui distinguens inter praesentatos à laico et clerico patronis, possidentis conditionem censuit meliorem; respondet quod institutio secundo loco praesentati à laico patrono, robur obtinet firmitatis: Sed quia episcopus idoneum clericum sibi praesentatum malitiose recusavit, statuit, ut ad providendum eidem in competenti beneficio compellatur, quatenus puniatur in eo in quo peccavit. Nota quod laicus patronus potest variare ante institutionem. Item inter praesentatos à laico et clerico, melior est conditio possidentis. Item aliquis punitur in eo in quo peccavit, et merito, quia iniuriam fecit primo praesentato. §§§ (Sommario:) Qualora il patrono laico presenti due, uno dopo l'altro, vale l'istituzione del secondo, nonostante l'appello in precedenza prodotto dal primo: il vescovo, tuttavia, che fraudolentemente ha escluso il primo, è costretto a provvedere il medesimo del beneficio che compete. E in quest'ultimo risiede il caso singolare. CAPITOLO 29. Dell'ufficio pastorale, e infra. Postulasti di essere edotto, se un chierico presentato dal patrono laico a una chiesa, se il vescovo diocesano non lo avrà portato all'ammissione, da tale presentazione un qualche diritto consegua in quella: e se per caso il medesimo avrà fatto ricorso alla sede apostolica, e dopo l'appello dallo stesso interposto, il medesimo patrono un altro avrà provveduto a presentare, e il vescovo avrà istituito il secondo presentato, il medesimo dalla stessa chiesa debba essere allontanato. Noi perciò, seguendo le orme del Papa Alessandro che tra i presentati dai patroni, chierico e laico, distinguendo tra i presentati dal laico stimò migliore la condizione del possessore: diciamo che l'istituzione del presentato in secondo luogo da un patrono laico ottiene la solidità della quercia. Ma tuttavia stabiliamo che il vescovo, il quale ricusò in modo malizioso l'ammissione di un presentato idoneo, sia costretto a provvedere il medesimo del competente beneficio; (stabiliamo altresì), nella misura in cui è stabilito, che sia punito per ciò in cui lo stesso, non c'è dubbio, abbia commesso una mancanza. • Del pastorale.] Nella prima si pone la consultazione. Nella seconda la risposta: ivi, Noi. E ciascuna delle due parti si suddivide come è chiaro nel testo. Abate. • CASO. Qualcuno è presentato al vescovo dal patrono laico riguardo a una chiesa vacante: ma il vescovo non lo ammette: si chiede se mai da tale presentazione quello abbia acquisito un diritto in quella chiesa, e se 1Bw&sa=X1=bo
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quello avrà presentato appello, o l'altro sarà istituito, e dopo l'appello il patrono avrà presentato l'altro, e il vescovo avrà istituito il secondo presentato: si chiede se mai quello debba essere rimosso dalla chiesa. Il Papa Innocenzo, volendo seguire le orme del Papa Alessandro, il quale distinguendo tra i presentati dal patrono laico e dal patrono chierico, stimò migliore la condizione del possessore; risponde che l'istituzione in secondo luogo del presentato dal patrono laico, ottiene la forza della stabilità; ma poichè il vescovo ricusò maliziosamente un chierico idoneo a lui presentato, statuì che sia costretto a provvedere il medesimo del competente beneficio, nella misura in cui è statuito, che sia punito per ciò in cui peccò. Nota che il patrono laico può variare prima dell'istituzione. Parimenti tra i presentati da un laico o da un chierico, c'è una migliore condizione di possessore. Parimenti uno è punito per ciò in cui peccò, e meritatamente, perché arrecò un danno al primo presentato. *** (Sommario:) Si ad praesentationem rectoris ad titulum ecclesiae aliquis fuerit ordinatus: patronus, qui non consensit, ad ipsam cum vacabit, poterit praesentare. CAP. XXX. (p. 1336) Postulasti per sedem Apostolicam edoceri, ut cum rectores parochialium ecclesiarum quosdam praesentent ad suarum ecclesiarum titulos ordinandos, utrum electio talium ad ipsos rectores pertineat, vel etiam ad patronos: et si in his patronorum non est requirendus assensus, utrum ius illis salvum maneat eligendi: ut cum ipsas ecclesias vacare contigerit, intitulati huiusmodi non sint aliis praeferendi? Ad quod breviter respondemus, quòd per intitulationem huiusmodi, nullum patronis praeiudicium generatur, quin possint alios ad illas ecclesias cum vacaverint, praesentare: nisi de patronorum processisset assensu. §§§ Sommario:) Se conformemente alla presentazione, qualcuno sarà stato ordinato in qualità di rettore della chiesa: il patrono che non è d'accordo, alla stessa, quando sarà vacante, potrà presentare. CAPITOLO 30. Postulasti di essere edotto tramite la Sede Apostolica su questo, che, presentando i rettori delle chiese parrocchiali certuni da ordinarsi ai titoli delle loro chiese, se la elezione di tali attenga agli stessi rettori o anche ai patroni; e se per quelli dei patroni non deve richiedersi l'assenso; se permanga integro per essi il diritto di elezione: che, quando capiterà che le stesse chiese siano vacanti, coloro ai quali è stato in tal modo conferito il titolo, non siano da preferire ad altri? A ciò rispondiamo brevemente che per siffatto conferimento di titoli, nessun pregiudizio si arreca ai patroni, anzi possono presentare altri a quelle chiese quando saranno vacanti, qualora non avesse avuto origine dall'assenso dei patroni. *** Gregorius nonus Archiepiscopo Eboracen.' (Sommario:) Patronus etiam clericus ecclesiam vacantem conferre non potest: et si contulit, potest nihilominus ad illam praesentare. CAP. XXXI. (p. 1337) Transmissae ad nos tuae litterae continebant, quòd cum capitulum Eboracen.' ecclesiam de Gameforde vacantem, in qua ius obtinent patronatus, R. clerico concessissent, ipsi postmodum L. clericum tibi ad eandem ecclesiam praesentarunt post appellationem ab eodem R. ad sedem Apo1Bw&sa=X1=bo
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stolica interiectam: et infra. Consultationi tuae taliter respondemus, quòd cum ex vi iuris patronatus, non concessio sed praesentatio pertineat ad patronum praesentatum (si ei aliquid non obsistat canonicum) instituere in ipsa ecclesia poteris, ut pote potiorem. §§§ Gregorio IX all'Arcivescovo di Eboraco (città della Britannia) (Sommario:) Il patrono anche chierico non può conferire una chiesa vacante: e se l'ha fatto, può tuttavia a quella presentare. CAPITOLO 31. La tua lettera a noi inviata conteneva questo, che, avendo il capitolo di Eboraco concesso la chiesa vacante di Gameforde, nella quale detiene il diritto di patronato, al chierico R., lo stesso capitolo poi ti presentò il chierico L. per la medesima chiesa ; dopo l'appello dal medesimo R. interposto alla Sede Apostolica; e infra. Alla tua richiesta di un parere, rispondiamo che, attenendo al patrono, in forza del diritto di patronato, non la concessione ma la presentazione, (se non osti un qualche canone) tu potrai istituire nella stessa chiesa il presentato, che può essere preferibile.
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3.3. LIBER SEXTUS DECRETALIUM Domini Bonifacij Papae octavi 3.3.A. LIB. III. - TITULUS XIX. DE IURE PATRONATUS. Bonifacius octavus. (Sommario:) Donatio iurispatronatus laici facta loco ecclesiastico, etiam sine consensu episcopi, non tenet: tamen praeiudicat iuri episcopi. hoc dicit. Dominicus. C. UNI. (CAP. UNICUM) (pp. 564-565) Si laicus iuspatronatus ecclesiae sibi competens, eidem, vel alteri ecclesiae, seu loco religioso duxerit conferendum: huiusmodi collatio, quamvis absq; assensu episcopi facta fuerit, efficax est censenda. Per praefatam tamen collationem iuri episcopi, qui eidem assensum non praebuit, nolumus in aliquo derogari. DE IURE PATRONATUS Dictum fuit supra de praebendis et dignitatibus et alijs beneficijs ecclesiasticis tam secularibus quam regularibus, verum quia illa beneficia aliquando sunt patronata: et dubitaret aliquis de effectibus iurispatronatus, et de ipso iurepatronatus: ideo ponit rubricam, de iurepatronatus. Laicus quadrimestre tempus habet ad praesentandum; ecclesia vero semestre, licet a laico acquisiverit iuspatronatus, hoc dicit. Dominicus. Verum licet patronus laicus ad praesentandum tempus habeat quadrimestre duntaxat: ecclesia tamen vel monasterium, cui facta est à laico iurispatronatus collatio, tempus habet semestre. Et omnino quantum ad praesentationem pertinet, non ut patronus laicus, sed ut patronus debet ecclesiasticus reputari. • CASUS. Aliquis laicus habebat iuspatronatus in aliqua ecclesia: quia forte eam fundaverat, id est, donaverat fundum ad eam aedificandam: vel eam aedificavit, vel dotavit, vel omnia fecit simul: iste laicus vult illud iuspatronatus donare illi ecclesiae, et eam quietare, ut de caetero sit in libera dispositione dioecesani: vel vult donare alteri ecclesiae: utrum possit sine auctoritate dioecesani? Videtur quod non: quia si laicus detineat decimas: tamen non potest illas donare alteri ecclesiae sine consensu episcopi. ... sic in proposito videbatur, quod laicus non posset iuspatronatus transferre in ecclesiam sine consensu dioecesani. Non obstante ista ratione dubitandi, decidit Romanus Pontifex in contrarium, quod laicus potest alteri donare iuspatronatus sine consensu dioecesani: tamen per hoc non sit praeiudicium ipsi dioecesani: et ideo ecclesia habebit collationem et praesentationem: sed dioecesanus habebit institutionem. Sed ponamus quod laicus donavit iuspatronatus alicui ecclesiae: vacat nunc ecclesia patronata: utrum ecclesia habebit tantum quatuor menses ad praesentandum sicut laicus? Videtur quod laicus habet tantum quatuor menses ad praesentandum: similiter ecclesia debet solun habere quatuor menses: quia succedit in locum laici: Tamen Romanus Pontifex ista ratione dubitandi non obstante decidit in contrarium: videlicet quod ecclesia habebit sex menses ad praesentandum: quia mutata persona, mutatur etiam qualitas ipsius beneficij: Et si ecclesia habebit sex menses: licet patronus laicus, in cuius locum successit ecclesia, habet solum quatuor. Et sic ecclesia debet reputari ut patronus ecclesiasticus, et non ut laicus. Not. primo quod laico potest competere iuspatronatus. quod verum est ex dispensatione iuris, sed non de mero iure: quia iuspatronatus est annexum iuri spirituali, id est, institutioni quae est ius spirituale: et de spirituali et eius annexis est idem iudicium: sed illa facultas fuit concessa laicis ut facilius inducerentur ad ecclesias aedificandas, vel do1Bw&sa=X1=bo
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tandas: unde istud iuspatronatus consistit in praesentatione ad ecclesiam patronatam: quia patronus potest eligere personam, dummodo eligat idoneam. Item istud iuspatronatus consistit in alio, videlicet in processione: quia cum patronus primum venit ad ecclesiam patronatam, ministri ecclesiae debent illi ire obviam processionaliter, et eum in ecclesia recipere processionaliter. quod verum est, quatenus status suae personae illud requirit: puta, quia est rex vel duc: alias si status persona non requirit, non deberet recipi processionaliter: nec ministri ecclesiae debent illi obviam ire. Item in alio consistit iuspatronatus: quia patronus in ecclesia patronata est pre caeteris honorandus in sessionibus et sepultura. Item si patronus deveniat ad paupertatem, ecclesia tenetur ipsum alere de superfluo acceptis necessariis pro ministris ecclesiae. Not. quod laicus potest iuspatronatus donare alteri ecclesiae sine consensu episcopi. Not. quod laicus patronus ad praesentandum habet solum quatuor menses: sed persona ecclesiastica habet sex menses: et ideo episcopus non potest instituere absq; presentatione: nisi elapsis illis sex mensibus in persona ecclesiastica, vel quatuor in laico.... Not. quod patronus potest dare iuspatronatus illi ecclesiae, cuius est patronus. §§§ Bonifacio VIII. (Sommario:) La donazione del diritto di patronato del laico fatta a un luogo di culto (ecclesiastico), e per giunta senza il consenso del vescovo, non regge; tuttavia reca nocumento al diritto del vescovo. Questo dice. Domenico. CAPITOLO UNICO. Se il laico avrà considerato il diritto di patronato che gli compete, da conferirsi alla medesima chiesa o ad altra chiesa, ovvero a un luogo di culto (monasteri ecc.); una collazione di tal natura sebbene sia stata fatta senza l'assenso del vescovo, è da ritenersi valida. Tuttavia riguardo alla predetta collazione, non vogliamo che si deroghi in nulla al diritto del vescovo che alla medesima non avrà dato l'assenso. SUL DIRITTO DI PATRONATO. Si è detto sopra in merito alle prebende (mezzi di sussistenza) e alle dignità e agli altri benefici ecclesiastici tanto secolari quanto regolari (canonici), ma poiché quei benefici talvolta attengono al patronato, e qualcuno dubitasse degli effetti del diritto di patronato e dello stesso diritto di patronato: perciò pone le leggi sul diritto di patronato. Il laico ha tempo 4 mesi per presentare; la chiesa in verità 6 mesi, sebbene avesse acquisito dal laico il diritto di patronato. Questo dice. Domenico. Certo sebbene il patrono laico abbia solo un quadrimestre di tempo per presentare: la chiesa tuttavia o il monastero, cui è stata fatta dal laico la collazione (conferimento di un beneficio ecclesiastico) del diritto di patronato, ha un semestre di tempo. E assolutamente per quanto attiene alla presentazione, non come patrono laico, bensì come patrono ecclesiastico deve essere considerata. • CASO. Un laico aveva il diritto di patronato in una chiesa: poiché forse aveva quella fondata, cioè, aveva donato il fondo per la sua edificazione: o quella edificò, o dotò, o tutte queste cose fece nel medesimo tempo: questo laico vuole quel diritto di patronato donare a quella chiesa, e quella far tacere (quietare), affinché fosse peraltro a disposizione piena del diocesano; o vuole donare a un'altra chiesa: se mai possa senza l'autorizzazione del diocesano? Si giudica di no, poichè se il laico detiene le decime, tuttavia non può quelle donare a un'altra chiesa senza il consenso del vescovo. .. così in proposito si considerava che il laico non po1Bw&sa=X1=bo
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tesse trasferire il diritto di patronato alla chiesa senza il consenso del diocesano. Pur non essendoci alcun motivo di dubbio, il Romano Pontefice decide altrimenti, poiché il laico può a un'altra chiesa donare il diritto di patronato senza il consenso del diocesano: tuttavia per questo non si rechi pregiudizio allo stesso diocesano: e perciò la chiesa avrà la collazione e la presentazione; ma il diocesano avrà la istituzione. Ma poniamo che il laico donasse il diritto di patronato a una qualche chiesa: vaca ora la chiesa soggetta al patronato: forse la chiesa avrà solo 4 mesi per presentare; similmente la chiesa deve solo avere 4 mesi: poiché succede al posto del laico. Tuttavia il Romano Pontefice, pur non essendoci alcun motivo di dubbio, decide il contrario: senza dubbio la chiesa avrà 6 mesi per presentare; poiché mutata la persona, muta anche la qualità dello stesso beneficio. E così la chiesa avrà 6 mesi, sebbene il patrono laico, al posto del quale succede la chiesa, abbia solo 4 mesi. E così la chiesa deve considerarsi come patrono ecclesiastico e non come laico. Nota: primo, che al laico può competere il diritto di patronato; che tuttavia è dell'amministrazione del diritto, ma non del mero diritto, in quanto il diritto di patronato è annesso al diritto spirituale, cioè, alla dottrina (ordinamento) del diritto spirituale; e dello spirituale e del suo annesso, il giudizio è il medesimo; ma quella facoltà fu concessa ai laici affinché fossero indotti più facilmente a edificare le chiese, o a dotarle: onde questo diritto di patronato consiste nella presentazione alla chiesa soggetta al patronato: poiché il patrono può eleggere la persona, purché la elegga idonea. Parimenti questo diritto di patronato consiste in altro, vale a dire nella processione; poiché quando il patrono viene per primo alla chiesa soggetta al patronato, i ministri della chiesa devono andare incontro a quello in processione, e quello accogliere in chiesa processionalmente, il che è vero, nella misura in cui lo stato della persona lo richiede, come per esempio per il re o il duca: in altro luogo se lo stato della persona non lo richiede, non si dovrebbero accogliere in processione, né i ministri della chiesa devono andare incontro. Parimenti in altro consiste il diritto di patronato: poiché il patrono nella chiesa soggetta al patronato è prima di tutto il resto da onorare nei posti a sedere e nella sepoltura. Parimenti se il patrono cade in povertà, la chiesa è tenuta a mantenerlo con il superfluo, dopo aver garantito il necessario a favore dei ministri della chiesa. Nota che il laico può donare il diritto di patronato a una chiesa senza il consenso del vescovo. Nota che il patrono laico ha solo 4 mesi per la presentazione: ma la persona ecclesiastica ha 6 mesi: e perciò il vescovo non può istituire senza presentazione, se non sono trascorsi quei sei mesi per quanto concerne la persona ecclesiastica, o quattro mesi per il laico.... Nota che il patrono può dare il diritto di patronato a una chiesa, della quale è patrono.
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3.4. CLEMENTIS PAPAE QUINTI CONSTITUTIONES 3.4.A. LIBER III - TITULUS XII. DE IURE PATRONATUS CAPP. I-II Clemens v. in concilio Viennensi. (Sommario:) Si praesentatis ad ecclesias per patronos ecclesiasticos, in quibus ipsi non consueverunt omnia onera supportare, non assignetur intra terminum competentem congrua portio, dioecesanus eam assignare debebit: Quod locum non habet, quando onera sunt per patronos supportanda. hoc dicit. Zabarella. DE IURE PATRONATUS. Vidimus supra de praebendis, et dignitatibus et alijs beneficijs clericorum tam secularium quàm religiosorum: verum quia nonnumquam in dictis beneficijs est effectus praesentationis, et aliquod ius, quod patronis debetur et ideo annectit rubricam, de iurepatronatus. CAP. I: (pp. 222-226) Ut constitutio, quae ad ecclesiam aliquam, quemvis etiam ad exemptorum praesentationem admitti consuetudine non obstante contraria prohibet, nisi praesentato de proventibus eiusdem ecclesiae, talis coram dioecesano portio fuerit assignata, unde iura possit episcopalia solvere, et sustentationem habere congruam sicut expedit, observetur; ipsam declarare, ac quaedam adiicere consulta huiusmodi sacri concilij approbatione providimus, Dioecesanis sub obtestatione divini iudicij districtius inhibentes, ne praesentatum aliquem per quamcumque personam ecclesiasticam ius praesentandi ad ecclesiam aliquam habentem admittant, nisi intra certum terminum competentem per dioecesanos ipsos praesentantibus praefigendum, ipsi praesentato fuerit coram eis (ut praescribitur) congrua de proventibus ecclesiae portio assignata: Quam si forsan ijdem praesentantes intra terminum ipsum assignare neglexerint, ne factum eorum noceat praesentato: statuimus, ut extunc dioecesani debeant praesentatum (nisi aliud canonicum obsistat) admittere, et in poenam presentantium ad dioecesanos ipsos potestas assignationis huiusmodi devolvatur. Praecipimus autem dioecesanis eisdem sub ipsius obtestatione divini iudicij, ipsorumque conscientias oneramus, quod moderationem portionis ipsius debite faciant, nec odio vel favore, vel alias in pluri vel minori circa illam scienter excedant. Sane in prioratuum vel aliorum tam regularium quàm secularium locorum ecclesijs, in quibus religiosi vel alij ad quos eorum redditus pertinere noscuntur, praedicta consueverunt onera supportare: praemissa nullatenus observentur: sed onera omnia, quae ecclesiarum ipsarum perpetuis presbyteris, aut vicarijs incumberent si dicta eis assignatio facta esset, religiosi et alij supradicti plene subire, ac presbyteros, seu vicarios ipsos decenter tractare, necnon sustentationem eis praestare sufficientem, et congruam teneantur. Ad quae omnia integraliter adimplenda, et nihilominus ad observationem debitam assignationis per dioecesanum in casu alio (ut praemittitur) faciendae, religiosos praedictos et alios quoslibet à dioecesanis eisdem ecclesiastica volumus censura compelli: Non obstantibus exemptionibus aut alijs quibuslibet privilegijs, consuetudinibus, vel statutis, quae circa praemissa vel eorum aliquod religiosis ipsis, aut alijs in nullo volumus suffragari. §§§ Clemente V. In Concilio di Vienna. (Sommario:) Qualora ai presentati alle chiese da parte dei patroni ecclesiastici, nelle quali (chiese) gli stessi non furono abituati a sostenere tutti gli oneri, non si assegni entro il termine prescritto una congrua parte, il diocesano dovrà quella (parte) assegnare. Il che non ha luogo quando gli oneri si devono sostenere dai patroni. Questo dice. Zabarella. 1Bw&sa=X1=bo
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SUL DIRITTO DI PATRONATO. Sopra ci siamo occupati delle prebende, e delle dignità e di altri benefici dei chierici, tanto secolari quanto religiosi: ma poiché talvolta in detti benefici risiede l'effetto della presentazione, e un qualche diritto che si deve ai patroni, per questo motivo annette la raccolta di leggi sul diritto di patronato. CAPITOLO 1. Affinché si osservi la disposizione che proibisce che chiunque sia ammesso a una chiesa, anche alla presentazione degli esenti, nonostante la consuetudine contraria, a meno che al presentato non sia stata assegnata una parte dei proventi della medesima chiesa in presenza del diocesano, onde poter soddisfare i diritti vescovili, e avere congrui mezzi di sostentamento come conviene (alla utilità delle chiese); ci siamo preoccupati di affermare la stessa (disposizione), e aggiungere quelle decisioni di tal natura con l'approvazione del sacro concilio, inibenti con più forza ai diocesani, sotto il giuramento del giudizio divino, di ammettere un presentato da parte di una qualunque persona ecclesiastica, avente il diritto di presentare a qualche chiesa, a meno che entro il termine certo stabilito, da prefissarsi dallo stesso diocesano per i presentatori, allo stesso presentato non sia stata assegnata, in loro presenza (come è prescritto) una congrua parte dei proventi della chiesa. Nel caso che i medesimi presentatori dimenticassero di assegnare tale parte entro il termine medesimo, affinché la loro azione (o meglio, inazione) non noccia al presentato: statuiamo che ex tunc (cioè dal termine decorso) i diocesani debbano ammettere il presentato (a meno che non osti un canonico impedimento), e in riparazione dei presentatori sia devoluta al diocesano stesso la facoltà di tale assegnazione. Prescriviamo poi ai medesimi diocesani sotto il solenne giuramento dello stesso giudizio divino, e le loro coscienze oneriamo, che costituiscano, come si deve, una quantità moderata della stessa parte, né eccedano con avversione o simpatia, o per altre ragioni (per esempio, per premio o per timore) in più o in meno circa quella scientemente. Ammettiamo pure che nelle chiese dei priorati o di altri luoghi tanto regolari (cioè canonici) quanto secolari, nei quali i religiosi o altri ai quali i redditi di esse (chiese) non si riconoscono appartenere, i predetti oneri si abituarono a sostenere: le cose premesse in nessun modo si osservino: ma tutti gli oneri che pesassero sui perpetui presbiteri o sui (perpetui) vicari delle medesime chiese, nel caso in cui detta assegnazione fosse stata fatta loro, i religiosi o altri suddetti siano tenuti assolutamente a subire, e a trattare con decoro i presbiteri o gli stessi vicari, ed anche a garantire loro sufficienti e congrui mezzi di sostentamento. A tutte le quali cose da adempiere interamente, e tuttavia alla debita osservanza dell'assegnazione da farsi a cura del diocesano nell'altro caso (come è detto prima), i predetti religiosi o qualsivoglia altri, vogliamo che siano costretti dai diocesani medesimi mediante censura ecclesiastica. Non costituendo ostacolo le eccezioni o qualsivoglia altro privilegio, le consuetudini o gli statuti, le quali cose, in nessun modo, riguardo alle cose premesse o a una di esse, vogliamo suffragare a favore dei religiosi o di altri. *** (Sommario:) In plures heredes unius ex pluribus patronis transit iuspatronatus per stirpes. CAP. II. (pp. 226-229) Plures ab uno, ex patronis ecclesiae relicti haeredes, vocem dumtaxat unius habebunt in praesentatione rectoris. Et ut facilius provideatur ecclesiis, non inconveniens reputamus, patronos ipsos inter se posse libere convenire, de rectore ab eis alternis vicibus praesentando: Quibus etiam ex eadem causa permittimus ut plures ad vacantem ecclesiam possint eo modo 1Bw&sa=X1=bo
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praesentare personas, quod una ex eis eligi per episcopum valeat, et admitti. • CASUS. Frater meus et ego habebamus ius patronatus in aliqua ecclesia; volumus praesentare personam idoneam: certum est quod si patroni dissentiant, tunc praesentatus a maiori parte debet istitui. ... Sed quaeritur, utrum filij fratris mei habebunt quilibet suam vocem, vel utrum ipsi simul habeant unam vocem? Dicit quod solum habent unam vocem, quia iuspatronatus competit per stirpes, non per capita. Sed quaeritur, utrum possumus convenire inter nos ut praesentemus episcopo aliquem clericum alternis vicibus? Dicit quod sic, ut facilius provideatur ecclesijs. Sed utrum laicus possit praesentare tres clericos sub conditione, ut episcopus eligat quem voluerit? Dicit quod sic, quia potest laicus patronus variare: secus si esset patronus clericus. Colligo aliqua notabilia. Primo, quod plures heredes non habent nisi unam vocem, quia si defunctus viveret, ipse non haberet nisi unam vocem. Nota, quod patroni possunt convenire inter se, ut praesentent alternatis vicibus. Not. quod patroni plurium ecclesiarum inter se possunt illa iura dividere, ut scilicet unus sit patronus in una, alius in alia, licet sit secus in patronatu libertorum: talis enim patronatus inter patronos dividi non potest, licet alimentorum praestantiones dividere possint. ... Et primo ideo quia fortius est ius patronatus libertorum, quàm ecclesiarum: unde illud non alienatur, istud autem sic. Item illud transit in suos, etiam non heredes. ... §§§ (Sommario:) Verso più eredi di uno solo tra più patroni transisce il diritto di patronato per stirpe. CAPITOLO 2. Più eredi lasciati da uno dei patroni di una chiesa, avranno la voce al massimo di uno solo per quanto concerne la presentazione del rettore. E affinché più facilmente si provveda alle chiese, non reputiamo incoerente che i patroni stessi tra di loro possano liberamente convenire sul presentare da parte loro il rettore in modo alterno. Ciò stante, per la medesima causa (cioè della più agevole provvisione delle chiese) permettiamo anche che possano presentare in quel modo più persone, poichè una di esse possa essere eletta tramite il vescovo, e ammessa. • CASO. Mio fratello ed io avevamo il diritto di patronato in una chiesa: vogliamo presentare una persona idonea. Certo è che se i patroni dissentono, allora deve essere istituito il presentato dai più. ... Ma si chiede, forse che i figli di mio fratello avranno ciascuno la sua voce, o forse che gli stessi insieme abbiano una sola voce? Dice che ha solo una voce, poiché il diritto di patronato compete per stirpe, non per individuo. Ma si chiede, forse che possiamo convenire tra di noi di presentare al vescovo qualche chierico alternamente? Dice che così più facilmente si provveda alle chiese. Ma forse che il laico possa presentare tre chierici sotto la condizione che il vescovo scelga quello che vuole? Dice che così, poiché può il laico patrono variare: diversamente se fosse patrono un chierico.Deduco altre cose di rilievo. Primo, che più eredi non hanno se non una sola voce, poiché se il defunto vivesse, lo stesso non avrebbe se non una sola voce. Nota che i patroni possono tra di loro convenire di presentare in modo alternato. Nota che i patroni di più chiese possono dividere tra di loro quei diritti, affinché evidentemente uno sia patrono in una, l'altro in un'altra, sebbene sia diversamente nel patronato dei liberti: infatti tale patronato tra i patroni non si può dividere, sebbene possano dividere i pagamenti degli alimenti. ... E in origine per questo che è 1Bw&sa=X1=bo
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più drastico il diritto di patronato dei liberti che delle chiese: onde quello non si aliena, questo invece sì. Parimenti quello passa ai suoi, anche non eredi. ...
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4. CODICE DI DIRITTO CANONICO PIOBENEDETTINO (1917) Il Codice pio-benedettino fu promulgato da Benedetto XV nel 1917 con la Constitutio apostolica Providentissima Mater Ecclesia. CODEX IURIS CANONICI Pii X Pontificis Maximi BENEDICTI PAPAE XV Auctoritate Promulgatus Prefatione, fontium annotatione et indice analytico-alphabetico Ab Ero PETRO CARD. GASPARRI Auctus ROMAE Types PolyglottisVaticanis MCMXVII Ai fini della presente analisi, si fa riferimento al "CODEX IURIS CANONICI an. 1917 - Textus sine fontium annotatione - Romae MMVII" (www.internetsv.info/Text/CIC1917.pdf)
Il diritto di patronato è regolato dal Codice nel LIBER TERTIUS, PARS QUINTA, TITULUS XXV, CAP. IV. De iure patronatus, Canoni 1448 -1471, qui riportati unitamente alla traduzione da me fatta, che segue "§§§". Si riportano altresì (con relativa traduzione) i canoni 1472-1482 del Capitolo V riguardante i diritti e le obbligazioni del beneficiario. CANONI 1448-1471 Can. 1448. Ius patronatus est summa privilegiorum, cum quibusdam oneribus, quae ex Ecclesiae concessione competunt fundatoribus catholicis ecclesiae, cappellae aut beneficii, vel etiam eis qui ab illis causam habent. §§§ Canone 1448. Il diritto di patronato è il complesso dei privilegi con determinati oneri che per concessione della Chiesa competono ai cattolici fondatori di una chiesa, di una cappella o di un beneficio, o anche a coloro che ne sono gli aventi causa (chi riceve un diritto da un'altra persona, che è il dante causa). *** Can. 1449. Ius patronatus est. I. Reale, vel personale, prout alicui rei cohaeret vel directe ad personam spectat; II. Ecclesiasticum, laicale, mixtum, prout titulus, quo quis iure patronatus potitur, est ecclesiasticus, vel laicalis, vel mixtus; III. Hereditarium, familiare, gentilitium, mixtum, prout transit ad heredes, vel ad eos qui de familia aut de gente sunt fundatoris, vel ad eos qui simul sunt heredes et de familia vel gente fundatoris. §§§ 1Bw&sa=X1=bo
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Canone 1449. Il diritto di patronato è (di tre specie): I. Reale o personale, secondo che è connesso con un qualcosa, appunto, di reale (la terra, il castello ecc.) o appartiene direttamente alla persona (es.: del fondatore); II. Ecclesiastico, laicale o misto, secondo che il titolo per il quale qualcuno usufruisce del diritto di patronato è ecclesiastico, laicale o misto; in pratica: è ecclesiastico quando l'edificazione, fondazione o dotazione avvengono con beni ecclesiastici; laicale, con beni laicali, cioè secolari; misto, con beni in parte ecclesiastici e in parte laicali; III. Ereditario, famigliare, gentilizio, misto, secondo che si trasmette agli eredi o a coloro che sono della famiglia o della gente (cioè della gens, stirpe) del fondatore, ovvero (il misto) a coloro che sono nello stesso tempo eredi, famigliari o gentilizi del fondatore. *** Can. 1450. I. Nullum patronatus ius ullo titulo constitui in posterum valide potest. II. Loci autem Ordinarius potest: i. Fidelibus qui ex toto vel ex parte ecclesias exstruxerint vel beneficia fundaverint, spiritualia suffragia, eorum liberalitati proportionata, concedere vel ad tempus vel etiam in perpetuum; ii. Fundationem beneficii admittere ea adiecta conditione, ut beneficium prima vice conferatur clerico fundatori vel alii clerico a fundatore designato. §§§ Canone 1450. (Sostanziando la contrarietà della chiesa avverso qualsivoglia ingerenza laicale nel conferimento dei benefici ecclesiastici stabilisce che): I. In avvenire, nessun diritto di patronato può essere, ad alcun titolo, costituito validamente (cioè secondo le norme della legge canonica). II. L'Ordinario del luogo può invece: i. Ai fedeli che in toto o in parte abbiano edificato chiese o fondato benefici, concedere suffragi spirituali, in misura congrua alla loro liberalità, o a tempo (cioè per un periodo limitato) o anche per sempre; ii. Permettere la fondazione del beneficio alla condizione in più che il beneficio, la prima volta, sia conferito al chierico fondatore o ad altro chierico designato dal fondatore. *** Can. 1451. I. Curent locorum Ordinarii ut patroni, loco iuris patronatus quo fruuntur aut saltem loco iuris praesentandi, spiritualia suffragia etiam perpetua pro se suisve acceptent. II. Si patroni id noluerint, eorum ius patronatus canonibus qui sequuntur, regatur. §§§ Canone 1451. (Correlativamente affida agli Ordinari dei luoghi questo compito:) I. Gli Ordinari dei luoghi facciano in modo che i patroni, al posto del diritto di patronato di cui fruiscono o per lo meno al posto del diritto di presentazione, accettino suffragi spirituali anche perpetui per sé e per i propri discendenti. II. Se i patroni non accetteranno ciò, il loro diritto di patronato sia regolato 1Bw&sa=X1=bo
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dai canoni che seguono. *** Can. 1452. Electiones ac praesentationes populares ad beneficia etiam paroecialia, sicubi vigent, tolerari tantum possunt, si populus clericum seligat inter tres ab Ordinario loci designatos. §§§ Canone 1452. Elezioni e presentazioni popolari ai benefici anche parrocchiali, dovunque sono ancora validi, si possono tollerare soltanto se il popolo scelga il chierico tra tre designati dall'Ordinario del luogo. *** Can. 1453. I. Ius patronatus personale transmitti valide nequit ad infideles, publice apostatas, haereticos, schismaticos, adscriptos societatibus secretis ab Ecclesia damnatis, nec ad quoslibet excommunicatos post sententiam declaratoriam vel condemnatoriam. II. Ut ad alios ius patronatus personale transmitti valide possit, requiritur consensus Ordinarii in scriptis datus, salvis legibus fundationis itemque praescripto can. 1470, §1, n. 4. III. Si res, cui ius patronatus reale cohaeret, ad aliquam personam de qua in §1 transeat, ius patronatus suspensum manet. §§§ Canone 1453. (Impossibilita a fare alcune cose connesse con la trasmissione del patronato:) I. Il diritto di patronato personale non può essere validamente trasmesso (ceduto, lasciato) agli infedeli, agli apostati in pubblico, agli eretici, agli scismatici, agli iscritti a società segrete dalla Chiesa condannati, né a qualsivoglia scomunicato dopo la sentenza declaratoria (che accerta l'esistenza di una situazione di fatto e ne dichiara le conseguenze giuridiche) o condannatoria (che contiene una condanna). II. Affinché il diritto di patronato personale possa essere validamente trasmesso ad altri, è richiesto il consenso scritto dell'Ordinario, senza violare le leggi della fondazione e parimenti il prescritto canone 1470, art. I.IV. III. Se la realtà, alla quale il diritto di patronato è unito, passa a una qualche persona di cui all'art. I., il diritto di patronato rimane sospeso. *** Can. 1454. Nullum ius patronatus admittatur, nisi authenticis documentis aut aliis legitimis probationibus evincatur §§§ Canone 1454. (Prescrive che il diritto di patronato deve edificarsi su prove documentali:) Nessun diritto di patronato sia ammesso, qualora non si evinca da documenti autentici o da altre prove legittime. *** Can. 1455.Privilegia patronorum sunt: I. Praesentandi clericum ad ecclesiam vacantem vel beneficium vacans; II. Salva exsecutione onerum et honesta beneficiarii sustentatione, alimenta ex aequitate obtinendi ex ecclesiae vel beneficii reditibus, si qui super1Bw&sa=X1=bo
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sint, quoties patronus ad inopiam nulla sua culpa redactus fuerit, etiamsi ipse iuri patronatus renuntiaverit in commodum Ecclesiae, vel pensio in limine fundationis ipsi patrono fuerit reservata, quae ad sublevandam eius inopiam non sufficiat; III. Habendi, si ita ferant legitimae locorum consuetudines, in sui patronatus ecclesia stemma gentis vel familiae, praecedentiam ante ceteros laicos in processionibus vel similibus functionibus, digniorem sedem in ecclesia, sed extra presbyterium et sine baldachino. §§§ Canone 1455. I privilegi dei patroni sono così stabiliti: I. Il diritto di presentare il chierico alla chiesa vacante o al beneficio vacante; II. Il diritto di ottenere secondo equità alimenti dai redditi della chiesa o del beneficio, tenendo nel dovuto conto l'adempimento degli oneri e il sostentamento dignitoso del beneficiato, nel caso in cui tali redditi siano sovrabbondanti, tutte le volte che il patrono sia ridotto in povertà senza alcuna sua colpa, anche se lo stesso abbia rinunciato al diritto di patronato a vantaggio della Chiesa o se la pensione, riservata al principio della fondazione allo stesso patrono, non sia sufficiente ad alleviare la sua povertà; III. Il diritto di avere, solo a condizione che lo permettano le legittime consuetudini dei luoghi: lo stemma della sua gente o della sua famiglia nella chiesa del suo patronato, la precedenza sugli altri laici nelle processioni o funzioni similari, un posto d'onore in chiesa, ma fuori del presbiterio e senza baldacchino. *** Can. 1456. Uxor per seipsam ius patronatus exercet, minores per parentes aut per tutores; quod si parentes vel tutores acatholici sint, ius patronatus interim suspensum manet. §§§ Canone 1456. La moglie esercita il diritto di patronato per sé stessa, i minori per il tramite di parenti o di tutori; e se i parenti o i tutori siano acattolici, il diritto di patronato rimane nel frattempo sospeso. *** Can. 1457. Praesentatio, nullo iusto obstante impedimento, sive agatur de patronatu laicali sive de ecclesiastico et mixto fieri debet, nisi brevius tempus lege fundationis vel ligitima consuetudine praescriptum fuerit, saltem intra quatuor menses a die quo is, cui ius est instituendi, patronum certiorem fecerit de vacatione beneficii et de sacerdotibus qui in concursu fuerunt probati, si agatur de beneficio quod per concursum conferri debet. §§§ Canone 1457. La presentazione, senza un valido impedimento ostativo, che si tratti di patronato laicale o ecclesiastico o misto, deve avvenire, salvo che non sia prescritto un tempo più breve dalla legge di fondazione o dalla legittima consuetudine, almeno entro 4 mesi dal giorno in cui chi è titolare del diritto di istituzione non abbia informato il patrono della vacanza del beneficio e dei sacerdoti che furono approvati in un concorso, nel caso in cui si tratti di beneficio che deve essere conferito per concorso. 1Bw&sa=X1=bo
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*** Can. 1458. I. Si intra praescriptum tempus praesentatio facta non fuerit, ecclesia vel beneficium pro eo casu fit liberae collationis. II. Si vero lis, quae intra utile tempus dirimi nequeat, exoriatur sive circa ius praesentandi inter Ordinarium et patronum ve1 inter ipsos patronos, sive circa ius praelationis inter ipsos praesentatos, suspendatur collatio usque ad finem controversiae, et interim, si opus sit, oeconomum ecclesiae vel beneficio vacanti Ordinarius praeficiat. §§§ Canone 1458. I. Se nel tempo prescritto non sarà stata fatta la presentazione, la chiesa o il beneficio relativamente a quella circostanza diviene di libera collazione. II. Ma se la lite (processo, causa, controversia giudiziaria), che non possa essere risolta in tempo utile, nasca o riguardo al diritto di presentazione tra l'Ordinario e il patrono ovvero tra gli stessi patroni, o riguardo al diritto di prelazione tra gli stessi presentati, sia sospesa la collazione fino al termine della controversia, e frattanto, se è necessario, l'Ordinario preponga un economo alla gestione della chiesa o del beneficio vacante. *** Can. 1459. I. Si plures singulares personae sint patroni, possunt tum pro se tum pro suis successoribus de alternis praesentationibus inter se convenire. II. Ut autem haec conventio sit valida, accedat oportet Ordinarii consensus in scriptis datus, qui tamen semel praestitus nequit valide ab eodem Ordinario vel eius successoribus, patronis invitis, revocari. §§§ Canone 1459. I. Qualora siano patroni più persone singole, possono sia per sé sia per i propri successori convenire tra sé su presentazioni alterne. II. Ma affinché questa convenzione sia valida, deve aggiungersi il consenso scritto dell'Ordinario, che tuttavia una volta dato non può dal medesimo Ordinario o dai suoi successori, contro la volontà dei patroni, essere validamente revocato. *** Can. 1460. I. Si ius patronatus collegialiter exerceatur, ille praesentatus habeatur, qui maiorem suffragiorum numerum retulerit, ad normam can. 101 §1; quod si, duobus scrutiniis sine effectu institutis in tertio scrutinio plures maiorem prae ceteris, sed aequalem inter se suffragiorum numerum habuerint, ii omnes praesentati censeantur. II. Si ius patronatus penes singulares personas sit, quae inter se de alternis praesentationibus non convenerint, ille praesentatus habeatur, qui maiorem saltem relative suffragiorum numerum retulerit; et si plures eundem, maiorem quam ceteri, suffragiorum numerum habuerint, omnes censeantur praesentati. III. Qui ex diversis titulis ius patronatus obtinet, tot habet in praesentatione 1Bw&sa=X1=bo
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suffragia, quot titulos. IV. Quilibet patronus, antequam praesentatio acceptetur, non unum tantum, sed plures praesentare potest, tum una simul tum etiam successive, intra tempus tamen praescriptum, modo illos ne excludat quos prius praesentavit. §§§ Canone 1460. I. Qualora il diritto di patronato sia collegialmente esercitato, si consideri presentato quello che avrà riportato il maggior numero di suffragi ai sensi del Canone 101.1; e, se, effettuati due scrutini senza effetto, nel terzo scrutinio parecchi avranno ottenuto un maggior numero di suffragi rispetto a tutti gli altri, anzi addirittura un egual numero, si considerino presentati tutti quelli. II. Se il diritto di patronato sia nel potere di singole persone, che tra di sé non convennero su presentazioni alterne, si consideri presentato chi avrà riportato, almeno in modo relativo, il maggior numero di suffragi; e se parecchi rispetto a tutti gli altri avranno ottenuto il medesimo maggior numero di suffragi, siano considerati presentati tutti. III. Colui che ottiene il diritto di patronato sulla base di titoli diversi, ha tanti suffragi riguardo alla presentazione, quanti titoli ha. IV. Qualsiasi patrono, prima che la presentazione sia accettata, non solo uno, bensì più può presentare, sia insieme sia anche uno dopo l'altro, però nel tempo prescritto, purché non escluda quelli che presentò prima. *** Can. 1461. Nemo potest praesentare seipsum neque aliis patronis accedere ut suffragiorum numerum ad praesentationem necessarium pro se compleat. §§§ Canone 1461. Nessuno può presentare sé stesso né aggiungersi ad altri patroni al fine di conseguire, a suo favore, un numero di suffragi necessario alla presentazione. *** Can. 1462. Si ecclesiae vel beneficio provideri debeat per concursum, patronus, etiam laicus, non potest praesentare, nisi clericum legitime ex concursu probatum. §§§ Canone 1462. Qualora si debba provvedere a una chiesa o a un beneficio per concorso, il patrono anche laico non può presentare, se non il chierico legittimamente approvato alla fine del concorso. *** Can. 1463. Persona praesentata debet esse idonea, idest, ipso praesentationis vel saltem acceptationis die, qualitatibus omnibus praedita, quae iure seu communi seu peculiari vel lege fundationis requiruntur. §§§ Canone 1463. La persona presentata deve essere idonea, cioè, lo stesso giorno della presentazione o almeno dell'accettazione, dotata di tutte le qualità che sono richieste dal diritto, ordinario o speciale, o dalla legge di fondazione.
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*** Can. 1464. I. Praesentatio fieri debet loci Ordinario, cuius est iudicare utrum idonea sit persona praesentata. II. Ordinarius ad suum formandum iudicium, debet ad normam can. 149 de persona praesentata diligenter inquirere et opportunas notitias, etiam secretas, si opus fuerit, assumere. III. Ordinarius non cogitur patrono patefacere rationes cur personam praesentatam admittere non possit. §§§ Canone 1464. I. La presentazione deve essere fatta all'Ordinario del luogo, cui spetta giudicare se la persona presentata sia idonea. II. L'Ordinario, ai fini della formazione del suo giudizio, deve a norma del Canone 149 fare diligentemente indagini sulla persona presentata e acquisire opportune informazioni, anche segrete, nel caso in cui sia necessario. III. L'Ordinario non si induce a svelare al patrono le ragioni per le quali non possa ammettere la persona presentata. *** Can. 1465. I. Si praesentatus non idoneus fuerit repertus, patronus, dummodo tempus utile ad praesentandum sua negligentia lapsum ne sit, potest alium intra tempus de quo in can. 1457 praesentare; sed si ne hic quidem idoneus repertus fuerit, ecclesia vel beneficium pro eo casu fit liberae collationis, nisi patronus vel praesentatus intra decem dies a significatione recusationis recursum a iudicio Ordinarii ad Sedem Apostolicam interposuerit; quo pendente, suspendatur collatio usque ad finem controversiae et interim, si opus sit, oeconomum ecclesiae vel beneficio vacanti Ordinarius praeficiat II. Praesentatio, labe simoniaca infecta, est ipso iure irrita, et etiam institutionem forte subsecutam irritam reddit. §§§ Canone 1465. I. Se il presentato non sarà stato trovato idoneo, il patrono, purché il tempo utile ai fini della presentazione non sia decaduto per sua negligenza, può presentare un altro entro i termini di cui al canone 1457; ma se neppure questo sarà trovato idoneo, la chiesa o il beneficio in quel caso sia di libera collazione, a meno che il patrono o il presentato entro 10 giorni dall'espressione della ricusazione non abbia interposto ricorso avverso il giudizio dell'Ordinario alla Sede Apostolica; pendente tale causa, è sospesa la collazione fino al termine della controversia; nel frattempo, se necessario, l'Ordinario preponga un economo alla gestione della Chiesa o del Beneficio vacante. II. La presentazione, inficiata dall'infamia della simonia, è per lo stesso diritto non valida, e rende non valida anche l'istituzione eventualmente susseguita. *** Can. 1466. 1Bw&sa=X1=bo
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I. Legitime praesentatus, et idoneus repertus, acceptata praesentatione, ius habet ad canonicam institutionem. II. Ius concedendi canonicam institutionem proprium est Ordinarii loci, non autem Vicarii Generalis sine mandato speciali. III. Si plures et omnes idonei praesentati sint Ordinarius eligit quem magis idoneum in Domino iudicaverit. §§§ Canone 1466. I. Legittimamente il presentato, e per giunta trovato idoneo, dopo che è stata accettata la presentazione, ha diritto alla canonica investitura. II. Il diritto di conferire la canonica investitura è proprio dell'Ordinario del luogo, ma non del Vicario Generale senza un mandato speciale. III. Nel caso in cui i presentati siano più di uno e tutti idonei, l'Ordinario sceglie quello che più avrà giudicato idoneo dal punto di vista delle cose del Signore. *** Can. 1467. Institutio canonica pro quolibet beneficio etiam non curato dari debet, nullo iusto obstante impedimento, intra duos menses ex quo praesentatio facta sit. §§§ Canone 1467. L'istituzione canonica per qualsivoglia beneficio anche non curato (beneficio curato: dir.can., beneficio ecclesiastico che ha annessa la cura d'anime) deve essere data, a meno che non impossibiliti un giusto impedimento, entro 2 mesi da quando la presentazione sia stata fatta. *** Can. 1468. Si praesentatus ante canonicam institutionem renuntiaverit vel mortuus fuerit, patronus rursus ius praesentandi habet. §§§ Canone 1468. Nel caso in cui il presentato rinunci prima della canonica investitura o sia morto, il patrono esercita nuovamente il diritto di presentazione. *** Can. 1469. I. Onera seu officia patronorum sunt: i. Ordinarium loci monere, si bona ecclesiae seu beneficii dilapidari viderint, quin tamen se immisceant administrationi eorundem bonorum; ii. Aedificare denuo ecclesiam collapsam aut reparationes, iudicio Ordinarii, necessarias in eadem facere, si ex titulo aedificationis ius patronatus habeant, et nisi onus aedificandae denuo vel reparandae ecclesiae aliis incumbat ad normam can. 1186; iii. Supplere reditus, si ex titulo dotationis ius patronatus proveniat, cum ecclesiae vel beneficii reditus ita defecerint, ut nequeat amplius vel cultus decenter in ecclesia exerceri, vel beneficium conferri. II. Si ecclesia collapsa fuerit vel necessariis indigeat reparationibus, aut si reditus defecerint ad normam §1, nn. 2, 3, ius patronatus interim quiescit. III. Si patronus, intra tempus ab Ordinario sub poena cessationis patronatus praefiniendum, ecclesiam denuo aedificaverit vel restauraverit aut reditus auxerit, ius patronatus revigescit; secus ipso iure et sine ulla declaratione cessat. 1Bw&sa=X1=bo
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§§§ Canone 1469. I. Gli oneri o gli uffici dei patroni sono: i. Avvertire l'Ordinario del luogo quando si renderanno conto che i beni della Chiesa o del beneficio vengono dilapidati; ma senza intromettersi nell'amministrazione dei loro beni. ii. Edificare di nuovo la chiesa rovinata o fare le riparazioni, a giudizio dell'Ordinario in essa necessarie, se hanno il diritto di patronato a titolo di edificazione e se non competa ad altri l'onere di riedificare o riparare la chiesa a norma del canone 1186; iii. Supplire alla mancanza o insufficienza dei redditi, se il diritto di patronato scaturisca dal titolo di dotazione, se i redditi della chiesa o del beneficio si esauriscono così che il culto non possa essere più esercitato e con decenza, o il beneficio essere conferito. II. Se la chiesa sarà andata in rovina o mancherà delle necessarie riparazioni, o se i redditi verranno meno, a norma dell'art. I.ii e I.iii, il diritto di patronato nel frattempo tace. III. Se il patrono, entro il tempo da definirsi a cura dell'Ordinario sotto pena di cessazione del patronato, avrà riedificato la chiesa o l'avrà restaurata o ne avrà accresciuto i redditi, il diritto di patronato acquista vigore; altrimenti cessa ai sensi del diritto medesimo e senza alcuna dichiarazione. *** Can. 1470. I. Praeter casum de quo in can. 1469, §3, ius patronatus exstinguitur: i. Si patronus iuri suo renuntiaverit; eius tamen renuntiatio ex integro fieri potest aut ex parte; nunquam vero potest aliis compatronis, si qui sint, damnum afferre; ii. Si Sancta Sedes ius patronatus revocaverit aut ipsam ecclesiam vel beneficium perpetuo suppresserit; iii. Si contra ius patronatus legitime praescriptum fuerit; iv. Si res, cui ius patronatus inhaeret, pereat, aut exstinguatur familia, gens, linea cui secundum tabulas fundationis reservatur; quo in altero casu nec ius patronatus hereditarium evadit, nec Ordinarius valide permittere poterit donationem iuris patronatus alii fieri; v. Si, consentiente patrono, ecclesia vel beneficium uniatur alii liberae collationis, aut ecclesia fiat electiva vel regularis; vi. Si patronus ius partronatus simoniace in alium transferre attentaverit; si lapsus fuerit in apostasiam, haeresim aut schisma; si bona ac iura ecclesiae vel beneficii iniuste usurpaverit aut detineat; si rectorem vel alium clericum ecclesiae servitio addictum aut beneficiarium per se vel per alios occiderit vel mutilaverit. II. Propter crimina de quibus in §1, n. 6, ius patronatus amittit solus patronus reus et, ob delictum postremo memoratum, eius quoque heredes. III. Ut ex delictis enumeratis in §1, n. 6, patroni censeantur ius patronatus amississe, requiritur et sufficit sententia declaratoria. IV. Censura aut infamia iuris innodati post sententiam condemnatoria vel declaratoriam, usque dum censura vel infamia perdurant, nequeunt ius patronatus exercere eiusque privilegiis uti. 1Bw&sa=X1=bo
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§§§ Canone 1470. I. Eccetto il caso di cui al canone 1469.III., il diritto di patronato si estingue: i. Se il patrono avrà rinunciato al suo diritto; tuttavia la sua rinuncia non può essere fatta di nuovo o per una parte; ma giammai può arrecare danno ad altri compatroni, nel caso in cui ci siano; ii. Se la Santa Sede avrà revocato il diritto di patronato o avrà per sempre soppresso la stessa chiesa o beneficio; iii. Se legittimamente contro il diritto di patronato ci sarà una prescrizione; iv. Se la realtà (terra, proprietà ecc.) alla quale il diritto di patronato è strettamente connesso, va perduta (va in rovina, scompare) o si estingue la famiglia, la gente, la linea (discendenza) alla quale, secondo le tavole di fondazione, esso è riservato; nel quale altro caso né il diritto di patronato ereditario esce fuori, né l'Ordinario validamente potrà permettere che la donazione del diritto di patronato sia fatta a un altro; v. Se con il consenso del patrono la chiesa o il beneficio si unisca ad altro di libera collazione, o la chiesa diventi elettiva o regolare; vi. Se il patrono avrà tentato di passare in modo simoniaco ad un altro il diritto di patronato; se l'errore sarà stato in apostasia, eresia o scisma; se avrà usurpato o detenga ingiustamente i beni o i diritti della chiesa o del beneficio; se avrà ucciso o mutilato il rettore o altro chierico addetto al servizio della chiesa o dei beneficiari per il suo o per l'interesse di altri. II. A causa dei crimini di cui all'art. I.vi. solo il patrono reo perde il diritto di patronato e, per la colpa infine richiamata alla memoria, anche i suoi eredi. III. Affinché, in relazione ai delitti enumerati nell'art. I.vi., i patroni siano giudicati perditori riguardo al diritto di patronato, è richiesta ed è sufficiente una sentenza dichiaratoria. IV. Coloro che sono colpiti da censura o da infamia di diritto (scaturente dalla condanna per atti illeciti gravi, quali duello, stupro, eresia, simonia ecc.) dopo la sentenza condannatoria o dichiaratoria, finché perdura la censura o l'infamia, non possono esercitare il diritto di patronato e fruire dei relativi privilegi. *** Can. 1471. Si cui Sedes Apostolica sive in concordantis sive extra concordanta indultum concesserit praesentandi ad ecclesiam vacantem vel ad beneficium vacans, non inde ius patronatus oritur, et privilegium praesentationis strictam interpretationem pati oportet ex tenore indulti. §§§ Canone 1471. Se la Sede Apostolica o con accordo unanime o al di fuori di accordi avrà concesso a qualcuno l'indulto di presentare a una chiesa vacante o a un beneficio vacante, non da ciò discende il diritto di patronato e il privilegio della presentazione, la rigorosa interpretazione deve esser manifesta dal tenore dell'indulto. *§*§*§* CAPUT V. De iuribus et obligationibus beneficiariorum. 1Bw&sa=X1=bo
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CAPITOLO V. Sui diritti e obbligazioni dei beneficiari. *** Can. 1472. Quilibet beneficiarius, capta legitime beneficii possessione, omnibus fruitur tam temporalibus, quam spiritualibus, quae beneficio adnexa sint. §§§ Canone 1472. Qualsivoglia beneficiario, dopo aver legittimamente preso possesso del beneficio, gode di tutti i frutti sia temporali sia spirituali che sono ad esso annessi. *** Can. 1473. Etsi beneficiarius alia bona non beneficialia habeat, libere uti frui potest fructibus beneficialibus qui ad eius honestam sustentationem sint necessarii; obligatione autem tenetur impendendi superfluos pro pauperibus aut piis causis, salvo praescripto can. 239, §1, n. 19. §§§ Canone 1473. Anche se il beneficiario abbia altri beni non beneficiali, può liberamente disporre e fruire dei frutti beneficiali che siano necessari al suo dignitoso sostentamento; ma è vincolato per obbligo a impiegare il rimanente a favore dei poveri o delle cause pie, salvo quanto prescritto dal canone 239.1.19. *** Can. 1474. Si ad beneficium obtinendum susceptio alicuius ordinis requiratur, beneficiarius talem ordinem ante beneficii collationem iam receperit oportet. §§§ Canone 1474. Qualora, per ottenere un beneficio, si richieda la ricezione di un ordine qualunque, il beneficiario deve ricevere tale ordine prima della collazione (conferimento di un beneficio ecclesiastico) del beneficio. *** Can. 1475. I. Beneficiarius tenetur peculiaria onera beneficio adnexa fideliter adimplere et praeterea canonicas horas quotidie recitare. II. Si, nullo legitimo detentus impedimento, obligationi recitandi horas canonicas non satisfecerit, fructus pro rata omissionis non facit suos, eosque fabricae ecclesiae aut Seminario dioecesano tradat vel in pauperes eroget. §§§ Canone 1475. I. Il beneficiario è tenuto ad assolvere scrupolosamente i peculiari oneri annessi al beneficio e inoltre a recitare quotidianamente le ore canoniche (le preghiere recitate nelle ore canoniche: in passato, ogni ora della giornata destinata alla recitazione di determinate preghiere);
II. Qualora, senza essere trattenuto da un qualche impedimento, non soddisfacesse all'obbligazione di recitare le ore canoniche, deve ridurre i frutti beneficiali percepiti in proporzione dell'omissione, e metterli a disposizione per la fabbrica della chiesa o del seminario diocesano o erogarli ai poveri. *** 1Bw&sa=X1=bo
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Can. 1476. I. Beneficiarius bona ad suum beneficium pertinentia, ut beneficii curator, administrare debet, ad normam iuris. II. Si negligens aliove modo in culpa fuerit, damna resarcire beneficio debet, atque ad ea compensanda ab Ordinario loci compellendus est; et, si sit parochus, a paroecia amoveri poterit ad normam can. 2147 seqq. §§§ Canone 1476. I. Il beneficiario deve amministrare, secondo le norme del diritto, quanto pertinente al suo beneficio, come curatore dello stesso. II. Qualora egli sia negligente o comunque colpevole, deve riparare i danni arrecati al beneficio, e dall'ordinario del luogo deve essere costretto alla loro compensazione; e, nel caso in cui egli sia parroco, potrà essere rimosso dalla parrocchia in forza del canone 2147, e segg. *** Can. 1477. I. Sumptus ordinario modo connexi cum bonorum beneficialium administratione et fructuum perceptione, a beneficiario ferendi sunt. II. Impensae pro extraordinariis domus beneficialis reparationibus, ab iis ferendae sunt quibus onus reficiendi beneficialem ecclesiam incumbit, nisi fundationis tabulae aut legitime conventiones et consuetudines aliud caeant. III. Minores reparationes quae ipsi incumbunt, beneficiarius quamprimum perficiat, ne maiorum necessitas enascatur. §§§ Canone 1477. I. Le spese normalmente connesse con l'amministrazione dei beni beneficiali e con la percezione dei frutti, devono essere sostenute dal beneficiario. II. Le spese per le riparazioni straordinarie della casa beneficiale, devono essere sostenute da coloro sui quali incombe l'onere di rifare la chiesa beneficiale, a meno che non dispongano diversamente i contratti della fondazione o legittimamente le convenzioni e le consuetudini. III. Che il beneficiario effettui al più presto le più piccole riparazioni che gli competono, affinché non sorgano necessità più gravi. *** Can. 1478. Ordinarius loci obligatione tenetur advigilandi etiam per vicarios foraneos ut beneficialia bona conserventur et rite administrentur. §§§ Canone 1478. L'Ordinario del luogo è tenuto per obbligo a vigilare, anche tramite i vicari foranei, affinché i beni beneficiali siano conservati e amministrati per bene. *** Can. 1479. In locatione bonorum beneficialium anticipatae solutiones ultra semestre prohibentur sine licentia Ordinarii loci, qui in casibus extraordinariis congruis praescriptionibus caveat ne talis locatio in damnum vergat loci pii aut 1Bw&sa=X1=bo
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successorum in beneficio. §§§ Canone 1479. Riguardo alla locazione dei beni beneficiali, i pagamenti anticipati oltre il semestre sono vietati senza l'autorizzazione dell'Ordinario del luogo, il quale in casi straordinari mediante prescrizioni adatte disporrà che siffatta locazione non si volga a danno del luogo di culto o dei successori nel beneficio. *** Can. 1480. Annui reditus beneficii inter successorem et antecessorem eiusve heredes, in casu obitus, pro rata temporis quo beneficio uterque deservierit, distribuantur, omnibus proventibus et oneribus currentis anni computatis, nisi legitima consuetudo aut peculiaria statuta rite approbata alium iustae compositionis modum induxerint. §§§ Canone 1480. I redditi annuali del beneficio siano ripartiti tra i successori e i predecessori o, in caso di morte, i loro eredi, in proporzione del tempo nel corso del quale ciascuno dei due si sia dedicato al beneficio, calcolati tutti i proventi e gli oneri del corrente anno, sempre che la legittima consuetudine o i peculiari statuti formalmente approvati non abbiano prodotto un altro modo di giusta composizione. *** Can. 1481. Deductis cuiuslibet generis expensis et salvo praescripto can. 472, n. 1, fructus beneficii vacantis pro altera dimidia parte accrescunt doti beneficii vel massae communi, pro altera cedunt fabricae ecclesiae seu sacrario, salva legitima consuetudine qua fructus omnes in bonum commune dioeceseos erogentur. §§§ Canone 1481. Dedotte le spese di ogni genere fatte e tenendo nel dovuto conto ciò che è stato prescritto dal Canone 472.1., i frutti del beneficio vacante si aggiungono per metà parte alla dote o alla massa comune del beneficio, per l'altra metà passano alla fabbrica della chiesa o al santuario, fatta salva la legittima consuetudine per la quale tutti i frutti siano destinati al bene comune della diocesi. *** Can. 1482. Quod ad mediam annatam, quam vocant, attinet, ea, ubi viget, retineatur, et peculiaria statuta ac laudabiles consuetudines in unaquaque regione circa eam vigentes serventur. §§§ Canone 1482. Ciò che attiene alla annata intermedia, che così chiamano dove è in vigore, sia mantenuta, e siano conservati gli statuti speciali e le consuetudini lodevoli in ciascuna regione in ordine a essa vigenti. *** Can. 1483. I. Bona mensae episcopalis ab Episcopo diligenter administrentur. II. Domus episcopalis sarta tectaque conservetur et, si opus sit, restauretur et reparetur impensis eiusdem mensae, quoties huiusmodi onera ex peculiari titulo aliis non incumbant. 1Bw&sa=X1=bo
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III. Curent quoque Episcopi ut, accurato inventario confecto, utensilia omnia vel bona mobilia domui episcopali forte addicta atque in mensae dominio constituta, ad successorem ex toto secureque transmittantur. §§§ Canone 1483. I. I beni della mensa (dir.can., rendita spettante al vescovo espressa in beni destinati al vitto e al mantenimento) vescovile siano amministrati dal vescovo con diligenza. II. La casa vescovile sia conservata in buone condizioni e fornita di tetto, e, se necessario, sia restaurata e riparata a spese della stessa mensa, tutte le volte che oneri di tal fatta non competano ad altri in forza di un particolare titolo. III. I vescovi curino altresì che, previo accurato inventario, siano totalmente e con sicurezza trasmessi al successore tutti gli utensili o i beni mobili della casa vescovile, per esempio, assegnati e soprattutto costituiti a diritto di proprietà della mensa.
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5.PAOLO VI, LETTERA APOSTOLICA ECCLESIAE SANCTAE (1966) Il 6 agosto 1966, Paolo VI, con la lettera apostolica di motuproprio, Ecclesiae Sanctae, ordina la promulgazione delle norme applicative di alcuni decreti del Concilio Vaticano II. Qui di seguito si riporta la n. 18 concernente la "Soppressione di diritti e privilegi nel conferimento degli uffici o dei benefici (Decr. Christus Dominus, n. 28) 18. § 1. Il bene delle anime esige che il Vescovo goda della libertà richiesta per conferire con giustizia ed equità ai sacerdoti più idonei gli uffici e benefici, anche non curati. La Sede Apostolica stessa non si riserva più il conferimento di uffici o di benefici, siano essi curati o non curati, salvo i benefici concistoriali. Nel testo di fondazione di qualsiasi beneficio sono proibite per sempre le clausole che limitassero la libertà del Vescovo quanto al loro conferimento; sono abrogati i privilegi non onerosi, eventualmente concessi fino ad oggi a persone fisiche o morali, che comportano un diritto di elezione, di nomina, o di presentazione per qualsiasi ufficio o beneficio non concistoriale vacante; sono abrogate le consuetudini e ritirati i diritti quanto alla nomina, all'elezione, alla presentazione di sacerdoti ad un ufficio o beneficio parrocchiale; la legge del concorso, anche per gli uffici o benefici non curati, è soppressa. Per ciò che concerne le cosiddette elezioni popolari, dove sono in vigore, è compito della Conferenza Episcopale proporre alla Sede Apostolica le misure ritenute più adatte perché, nella misura del possibile, vengano abrogate. § 2. Se però, in questa materia, diritti e privilegi sono stati stabiliti attraverso una convenzione tra la Sede Apostolica e una Nazione, oppure attraverso un contratto intervenuto con persone fisiche o morali, sarà necessario trattare della loro cessazione con gli interessati. www.vatican.va/.../hf_p-vi_motu-proprio_19660806_ecclesiae-sanctae_it.html Ciò stante, l'istituto del diritto di patronato è di fatto soppresso, dopo il Concilio Vaticano II, da Paolo VI.
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6.JURIS CANONICI UNIVERSI COMMENTARIUS PARATITLARIS (G.F. VERANI, 1705) seu Dilucida explicatio, nova methodo exhibita, omnium Pontificiarum Decretalium, quae continentur in quinque libris Gregorii IX. & aliarum Bonifacii VIII. in Sexto; ac Constitutionum Recentiorum Pontificum in Septimo. Clementinarum Clementis V. Extravagantium Joannis XXII. & Communium. Explicaturque quid jure novo per decreta Conciliorum, praesertim Tridentini statuitur. CUILIBET TITULO Praetexitur Summarium Exegeticum omnium capitum, quae in eodem continentur cum praecipuis Glossae Doctrinis; & in calce adjicjuntur plures selectae quaestiones pertinentes ad materiam ejusdem Tituli. OPUS Digestum quinque Tomis respondentibus quinque libris Decretalium. TOMUS TERTIUS AUTHORE R.P.D. CAJETANO FELICE. VERANI Niciensi Clerico Regulari Sacrae Theologie, & Juris Canonici Professore. MONACHII, Sumptibus, ac Typis JOANNIS JAECKLINI, Typographi Electoralis, & Bibliopolae, Anno M.DCCV. (http://books.google.it/books?id=5G9FAAAAcAAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false)
*§* ELENCHUS TITULORUM. Summariorum Exegeticorum, Paragraphorum, ac Quaestionum, quae in hoc tertio Tomo in tertium librum Decretalium continentur. TITULUS I. ... omissis ... ... omissis ... TITULUS XXXVIII. De Jure patronatus. 806 Summarium Exegeticum omnium capitum, quae in hoc titulo continentur 806 §. I. Quid sit Jus patronatus, & quibus modis acquiratur. 812 §. II. Quotplex sit Jus patronatus, & quae ejus differentiae. 814 §. III. Qui sint capaces Juris patronatus, & quae Jura ijsdem competant. 819 §. IV. De potestate praesentandi, & de ipsa actuali praesentatione, Clerici ad beneficium vacans. 823 §. V. Quid juris, & potestatis habeant Pontifex, & Episcopi in beneficiis Patronorum laicorum, vel ecclesiasticorum. 829 §. VI. Quot modis Jus patronatus transferatus in alios. 831 §. VII. De modis, quibus Jus patronatus amittitur, vel estinguitur. 835 §. VIII. Producuntur, & diluuntur duodecim selectae quaestiones. 837 §*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§* 806 1Bw&sa=X1=bo
Lib. III. Titulus XXXVIII.
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T I T U L U S XXXVIII. De jure Patronatus. Cum in praecedenti titulo Pontifex egerit de Capellis, quae interdum constituuntur à fundatoribus cum beneficio, sibique reservant jus praesentandi, vel nominandi clericum ad illud, ideo in praesenti titulo agit de hoc jure patronatus. Ex beneficiis ecclesiasticis quaedam sunt, in quibus authoritate superioris illi instituuntur clerici, quos patroni praesentarunt, seu nominarunt, vel obtulerunt Episcopo: quapropter in jure canonico extat praesens titulus de jure patronatus, & quamvis patronus in jure sumatur multipliciter, ut notat Panormitanus, nimirum pro advocato respectu causae, quam promovendam assumit patrocinio suo l. rem non novam §. patroni C. de judic. Interdum pro Domino respectu servi manumissi, seu liberti, ut liquet ex tot. tit. ff. de jure patron. adeo ut jus patronatus accipiatur pro eo jure, quod competit Dominio, manumittendi servum suum, seu dimittendi eum liberum, pro quo beneficio manumissionis acquirit Dominus, qui & patronus dicitur, jus, seu potestatem in personam servi manumissi (qui & libertus dicitur) ad obedientiam, & operas sibi praestandas. Demum secundum praesens institutum sumitur patronus pro eo, qui Ecclesiam construxit, dotavit, fundavit & jus patronatus accipitur pro illa potestate, quam sacri canones concedunt fundatori praesentandi aliquem clericum idoneum Ecclesiasticum ad beneficium ab ipso fundatum: unde ad Patronum pertinet clericum promovendum nominare, seu praesentare Papae, vel Episcopo, aut alteri inferiori Ordinario: ad Papam vero, vel Episcopum pertinet Clericum oblatum, & praesentatum à Patrono istituere, eique conferre beneficium. SUMMARIUM EXEGETICUM Omnium capitum, quae in hoc titulo continentur. C. PERLATUM I. h. t. Ex Concilio Mediolanensi statuitur, quod si inter Patronos sit tale dissidium, ut non possit Sacerdos suo fungi officio, si aliter provideri non possit, Episcopus praecipiat, ut in Ecclesia non celebrentur missarum solemnia, donec patroni concordent, & Ecclesia suum habeat sacerdotem liberum; quia Ecclesia dividi non debet. Ubi notat Glossa, jus patronatus apud unumquemque haeredum esse in solidum, quoad omnem ejus effectum, praeter sacerdotis praesentationem, quae est apud omnes, adeo ut electio sit individibilis, & transeat ad quemlibet haeredem in solidum, quod si haeredes non concordant, possunt inter se pacisci 807
De jure Patronatus
cisci, ut alternis vicibus praesentent. Hinc hodie non relinquuntur missarum solemnia si absque scandalo possit Ecclesia ordinari. C. QUAECUNQUE 2. h. t. Ex Concilio Triburiensi statuitur: ut ultra praedicta in c. praeced. Episcopus tollat etiam inde reliquias, claudat tamen ostium, donec patroni eligant unum idoneum. Ubi notat Glossa, textum non loqui de reliquiis in altari sitis, sed de iis, quae servantur in capsulis. Quod vero ad remedium attinet interdicendi celebrationem divinorum, tollendi reliquas, & claudendi januas Ecclesiae, notat Panormitanus hic, posse Episcopum hodie illo uti, si spes affulgeat hac ratione sedandi dissidia inter patronos. Quod si con1Bw&sa=X1=bo
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tentio sit super ipso jure patronatus consultius est, si Episcopus expectet tempus praefixum ad praesentandum, quo elapso si patroni non praesentent, ad Episcopum pertinet instituere, dummodo id possit absque scandalo. Quod si contentio orta sit inter Episcopum, & patronum, tunc ne Ecclesia destituatur suo servitio, ponendus est Oeconomum, seu Vicarius in Ecclesia, donec lis absolvatur c. cum vos de offic. ordin. C. QUONIAM 3. h. t. Ex Concilio Lateranensi statuitur, quod si Patroni dissentiant, & diversi diversos praesentent, sit is praeferendus cui majora merita, & plura vota favent. Quod si id non possit sine scandalo fieri, debeat Episcopus ordinare, prout consultius judicaverit expedire. Idque confirmatur etiam jure novo in Concilio Tridentino sess.14. de refor. c. 32. [In realtà: c. 12. et c. 13.] & sess. 25. c. 9. Hoc idem debet Episcopus exequi quando inter aliquos oritur quaestio de jure patronatus, & lis inter quatuor menses non finitur. Ubi notandum est, jus patronatus, ex mera gratia, & benignitate Ecclesiae concedi laicis, seu potius ipsis permitti per conniventiam, ut excitentur ad costruendas, fundandas, & dotandas Ecclesias. Quia si spectemus naturam beneficii, & collationis, cum sit quid spirituale, cui ex permissione Ecclesiae annexum est jus patronatus, nec fundatio, nec constructio, nec dotatio tantam per se posset potestatem conferre laico praesentandi ad beneficium ecclesiasticum. Rursus hoc jus patronatus acquiritur ex fundatione Ecclesiae, non ex restauratione, vel refectione ejusdem, nisi totaliter esset Ecclesia destructa, quia tunc qui de consensu episcopi reaedificat, acquirit jus patronatus, quia perinde est, ac de novo Ecclesiam aedificare. Caeterum qui est à pluribus patronis praesentatus, non est necesse, habeat majora merita, sed sufficit, si sit idoneus, quamvis alter sit dignior. Quando vero sunt plures patroni, necesse est, ut major pars illorum consentiat, adeo ut major pars sumatur respective ad omnes simul, non vero ad minorem, adeo ut si essent octo patroni, major pars constituatur per numerum quinarium. Hoc autem procedit quando praesentatio sit à patronis collegialiter, c. Ecclesia de elect. secus enim esset, si praesentarent sigillatim. Rursus ubi sunt plures patroni, debent omnes vocari, alioquin non vocati possent agere de contemptu c. quod sicut de elect. Verum id non est necesse, quando singuli possunt seorsim praesentare, & explicare suum actum argum. 1. per fundum ff. de servit. rust. praed. Verum Panormitanus contrarium sentit ex doctrina Bartoli in l. omnes populi ff. de just. & jur. ubi ait, quod sive à Collegio consensus, sit explicandus, sive à pluribus, sive à singulis, si in actu major pars possit providere minori, semper debent ipsi esse simul, & quasi collegialiter procedere, ne se mutuo praejudicent. C. PRAETEREA 4. h. t. Ex eodem Concilio Lateranensi statuitur, ut patroni laici non possint sine authoritate Episcopi instituere clericos, vel removere, vel bona ecclesiastica pro sua voluntate distribuere, & si secus fecerint incurrunt excommunicationem ferendam per sententiam judicis. Rursus ut clerici repicientes Ecclesias per laicos sine authoritate Episcopi sint privandi communione, & si perstiterint sint deponendi à ministerio ecclesiastico, & ab ordine. Notat tamen Glossa, laicum se immiscentem spiritualibus, & temporalibus juris patronatus non esse ipso jure excommunicatum, sed excommunicandum, & clericum accipientem à laico sine authoritate Episcopi Ecclesiam, nec esse ipso jure suspensum, sed suspendendum. Caeterum clericus, qui assentitur suae electioni factae per laicos, sit ineligibilis c. quisquis de elect. Ex hoc autem textu desumitur etiam regula, quod patronus sive sit laicus, sive ecclesiasticus non consequitur jus instituendi, vel destituendi, nec administrandi bona Ecclesiae, 1Bw&sa=X1=bo
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sed solum jus praesentandi Episcopo, ut habetur in Tridentino sess. 14. c. 13. de refor. ubi mandat Episcopis, ut praesentatos à patronis, nisi fuerint idonei, repellant, ut habetur in sess. 25. de refor. c. 9. C. QUOD AUTEM 5. h. t. Alexander III. rescribit Archiepiscopo Eboracensi, quod si Patronus praesentet idoneum pro Ecclesia, & Episcopus eum non admittat, si deinde praesentet alium idoneum, quem Episcopus admittat, primus praesentatus, & non admissus, non possit agere, nec sit praeferendus: quia ante approbationem Episcopi praesentatio non est rata, nec dat jus perfectum praesentato: & melior semper est conditio possidentis. Rursus declarat Pontifex, laicum patronum sine consensu Episcopi non posse Ecclesiam donare alicui clerico, vel collegio, & si donet, donatio est nulla. Notat tamen Glossa, casum positum in textu, quod secundus praesentatus sit praeferendus primo, & melior sit conditio possidentis, tantum valere, quando laicus praesentat, non ita quando persona ecclesiastica, quia non potest variare c. cum autem h. t. laicus vero potest variare ante institutionem Episcopi. C. QUIA CLERICI 6. h. t. Idem Pont. rescribit, eum qui emit jus patronatus,vel alio modo illud acquirit, ut praesentet suos filios, vel nepotes esse privandum tali jure. Textus tamen intelligitur de emente injuste jus patronatus, vel illud solitarie acquirente: quia si quis emat jus patronatus cum universitate, id potest licite fieri. C. EX LITTERIS 7. h. t. Idem Pont. declarat, jus patronatus transire cum universitate, nisi specia808
Lib. III. Tit. XXXVIII.
specialiter excipiatur, tametsi universitas detur conductori solum ad firmam, seu quoad dominium utile: hinc si conductor praesentet ante motam litem super jure patronatus, praesentatio valet, & post motam litem nihil est innovandum. Ex quo textu liquet, jus patronatus consistens in aliqua universitate temporalium transire cum ipsa universitate, tametsi universitas tantum transeat, quoad dominium utile: nisi tamen jus patronatus fuerit specifice exceptum. Nomine autem universitatis hic intelligitur quando res aliqua non solum unum aliquid, sed plura tum corpora, tum jura continet, ut explicat Panormitanus hic num. 10. quando igitur haec universitas tum corporum, tum jurium emptione, vel locatione, aut alio modo transfertur in alium, res tota transit in illum cum omnibus suis oneribus, juribus, actionibus, proinde etiam cum jure patronatus: quia inhaeret rei habenti universitatem bonorum. C. ILLUD PRAETEREUNDUM 8. h. t. Idem Pontifex declarat, laicum non posse concedere Ecclesiam non vacantem inconsulto Episcopo alicui loco religioso; adeo ut si post talem concessionem Ecclesia vacet, & laicus nominet clericum, qui instituatur ab Episcopo; secunda electio, & institutio valida sit, & firma, quia prima nullius fuit valoris: siquidem fuit de Ecclesiae non vacante. Praeterea, quia laicus sine consensu Episcopi non potest Ecclesiam alicui dare; bene tamen jus patronatus alicui loco pio. Ubi notat Glossa, Ecclesiam non vacantem non posse concedi privatae personae, bene tamen de consensu Episcopi posse concedi loco pio, immo de consensu Episcopi potest jus patronatus etiam dari laico, ut censent plures ob c. ex insinuatione 14. h. t. verum in illo textu non est sermo de donatione, sed 1Bw&sa=X1=bo
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tantum de renunciatione. Mihi tamen placet quoad jus patronatus dandum loco religioso à patrono laico sine consensu Episcopi sententia Panormitani hic num. 3. ubi procedit cum distinctione: vel enim constat, Ecclesiam dari à patrono in proprietatem vel solum concedi jus patronatus, vel concedi indistincte Ecclesiam, adeo ut dubium sit, an intendat dare Ecclesiam, vel jus patronatus: & respondet, in primo casu concessionem factam sine authoritate Episcopi nullius esse valoris, proinde non habere vim transferendi jus patronatus. In secundo casu respondet, quod si expresse concedat jus patronatus simul cum aliqua universitate, ut cum castro, tunc transit cum eadem universitate etiam jus patronatus sine authoritate Episcopi c. ex litteris sup. h. t. quia ad concessionem castri, quod est principale, non requiritur authoritas Episcopi, ideo nec in concessione juris patronatus quod se habet ut accessorium, quod sequitur naturam sui principalis. Quod si concedatur jus patronatus per donationem factam inter vivos loco religioso; neque tunc requiritur consensus Episcopi. In tertio casu quando constat de intentione dantis, sed concessio Ecclesiae facta est de consensu Episcopi, respondet Panormitanus, jus patronatus transire cum tali concessione, & aliis juribus, quae patronus ibi habet. C. QUERIMONIAM 9. h. t. Idem Pont. declarat, quod si patroni succedant, vel varientur, non possint mutare ordinem Ecclesiarum, quia ut notat Glossa hic patroni non possunt disponere de Ecclesia, vel de rebus Ecclesiae, sed tantum possunt Ecclesiam defendere, & denunciare excessus sacerdotum Episcopo c. praeterea eod. Hinc quamvis patronus habeat jus praesentandi, nihilominus legitime institutus ad praesentationem unius patroni, si eo defuncto, vel ex alia causa succedant plures patroni, non potest ad instantiam succedentium amoveri, quia institutus non habet suum jus principaliter, & per se à patrono, sed solum secundario, & per accidens: jus enim habet principaliter, & per se ab Episcopo, proinde ad instantiam patronorum succedentium non potest amoveri. C. CUM LAICI 10. h. t. Idem Pont. declarat, laicos non posse propria authoritate ordinare clericos in Ecclesiis juris patronatus, adeo ut, si concedant Ecclesiam alicui sine licentia Episcopi, & deinde praesentent alium Episcopo, qui ab Episcopo instituatur, valeat haec institutio, quia prima concessio fuit nulla. Ubi notandum est, ex benignitate Ecclesiae, patronum laicum ob Ecclesiam illegitime, & nulliter concessam non privari jure patronatus, sed ab Ecclesia admitti ejus praesentationem, ac si non deliquisset. Hinc notat Glossa, quod quando aliquid de jure non valet, liceat poenitere, & contra suum factum venire. Caeterum quando prima electio est nulla, non impedi secundam l. Congregatio [In realtà: Congregato] de elect. C. CURA PASTORALIS 11. h. t. Idem Pont. statuit, ut nullus Religiosus possit acquirere, vel retinere Ecclesias concessas laicis sine consensu dioecesani, nisi ob legitimam praescriptionem, vel subsequentem Episcopi consensum: non enim laici possunt transferre nisi jus quod habent, & quia habent jus paronatus dependenter ab Ecclesia, non possunt sine consensu illius illud transferre: unde clerici, vel Monachi sine authoritate Episcopi non possunt illud acquirere. Notat tamen Panormitanus hic num. I. posse Ecclesiam jure proprietatis praescribi per aliam Ecclesiam, ut illi subjiciatur, vel uniatur, non vero per clericum, ut eam habeat tanquam Praelatum. Caeterum licet sine previo consensu Episcopi concessio Ecclesiae facta per laicum sit per se nulla, nihilominus si postea petatur consensus, & obtineatur suum acquirit valorem, quia ex regula jur. in 6. ratihabitio retrotrahitur, & comparatur mandato. 1Bw&sa=X1=bo
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C. SI VERO 12. h. t. rescribit idem Pont. quod si Patroni dissentientes de jure patronatus infra quatuor menses non praesentent, debeat Episcopus idoneum aliquem instituere, ut post litem, qui vicerit, praesentet jam institutum. Ubi notandum est, praesentationem patroni tunc esse posteriorem illae Episcopi & institutum ab Episcopo non posse molestari, sed tantum per subsequentem praesentationem Ecclesia indulget patrono, ut sui juris possesisonem capiat. C. CUM SAECULUM 13. h. t. declarat idem Pont. quod si ex emptis, & Religiosis transferatur 805
De jure Patronatus.
tur jus patronatus, non propterea minuitur jus Episcopale in illa Ecclesia. Ubi notat Glossa, Religiosos non plus juris habere in Ecclesiis, in quibus habent jus patronatus, quam habeant alii patroni laici. Caeterum jus patronatus existens in aliquo feudo ratione Ecclesiae ibi sitae transit in venditionem cum ipso universo feudo, non autem in venditionem rei particularis, & hoc procedit de quacunque legitima translatione feudi in alium. C. EX INSINUATIONE 14. h. t. declarat idem Pont. neminem sine consensu patroni posse occupare Ecclesiam. Ubi notat Glossa, posse tamen patronum dare jus praesentandi alicui particulari de consensu Episcopi. Hinc si sint duo patroni in solidum, potest unus concedere alteri liberam praesentationem, totius beneficii. Excipiuntur tamen tres casus, in quibus Episcopus potest instituere non praesentatum à patrono. Primo si Patronus sit negligens in praesentando, & non praesentet intra sex menses, si sit Ecclesiasticus, & si laicus intra quatuor. Secundo si Patronus praesentet indignum. Tertio quando Papa, vel Legatus a latere confert beneficium, quid tamen limitatur à Panormitano, ut Legatus non possit se praeferre Patrono nisi hic fuerit ecclesiasticus. Et ita intelligitur cap. cum dilectus 28. h. t. C. CONSULUIT 15. h. t. Idem Pont. declarat, patronos non posse sibi retinere, nec aliis concedere Ecclesias sine consensu Episcopi. Ubi notat Glossa, Ecclesiam abominari successionem haereditariam in beneficiis, & ecclesiis; proinde merito Pontificem prohibere, ne filii Patronorum, quantumvis clerici, sua vel parentum authoritate sine institutione Episcopi beneficia, aut Ecclesias praetenso titulo fundationis à parentibus factae, vel ipsi occupent, vel parentes ipsis, aut aliis concedant. Ratio hujus prohibitionis est, quia ex jure patronatus non plus ipsis convenit, quam solum, & simplex jus praesentandi. Non vero jus conferendi beneficium, quia hoc jus pertinet ad solam Ecclesiam. Sin vero essent plures patroni, possent unum ex se ipsis praesentare c. cum in jure de elect. Rursus accedente authoritate, & institutione Episcopi, potest pater filium praesentare, sed nemo se ipsum quia inter praesentantem, & praesentatum debet dari distinctio. C. DE JURE 16. h. t. declarat idem Pont. jus patronatus per se non posse vendi, cum sit annexum spirituali: quod si vendatur, venditio non tenet. Caeterum diximus in praecedentibus posse vendi cum universitate, quia ut notat Panormitanus hic num. 2. mixtum cum duabus naturis assumit sibi naturam potentioris, & dignioris, & cum jus patronatu sit partim spirituale, ratione juris conferendi, quod respicit, & cui est connexum, & partim temporale, ratione commo1Bw&sa=X1=bo
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dorum, ideo prohibetur venditio, ac si ex integro esset spirituale. Et ob hanc rationem putarim, etiam cum universitate non vendi jus patronatus, sed tantum concedi alteri sine pretio, tanquam ejus accessorium, quod sequitur principale. Unde si jus patronatus sit annexum castro quod venditur, transit quidem ad emptorem propter connexionem cum castro, non vero propter pretium exactum ob tale jus patronatus in se. C. NULLUS 17. h. t. declarat idem Pont. Patronum non posse dare canonicis, vel monasteriis decimas, vel Ecclesias, vel aliud pertinens ad jus spirituale sine consensu Episcopi, quod si Episcopus consentiat causa avaritiae, & improbitatis, mandat Pontifex, ut denuncietur Papae, & quod offerendum est cum ejus licentia offeratur. Ex quo textu liquet, non posse laicum dare Ecclesiam sine consensu episcopi; licet possit dare jus patronatus; quod si laicus de facto conferat, & Episcopus postea consentiat, collatio tenet, quia ratihabitio retrotrahitur, & comparatur mandato cap. cura pastoralis 9. h. t. [In realtà: cura pastorali 11.] cap. suggestum 20. eod. t. C. SIGNIFICASTI 18. h. t. declarat idem Pont. quod si aliquis Episcopus habeat jus praesentandi in aliena Ecclesia, & praesentet idoneum, sit hic admittendus. Ubi notandum est, posse Episcopum à patrono titulo donationis, vel alio acquirere jus patronatus in Ecclesia alterius dioecesis, ut liquet ex c. 16. q. 7. in quo casu de jure communi tenetur Episcopus praesentare clericum dictae dioecesis, non autem peregrinum sine approbatione Episcopi talis dioecesis c. fin. de cler. pereg. Hodie tamen consuetudo invaluit, ut quilibet Patronus possit praesentare, quemlibet Clericum, dummodo sit idoneus. Rursus si Episcopus in sua dioecesi acquisivit à Patrono jus patronatus, & instituere ad tale beneficium pertineat ad Praelatum inferiorem, tunc tenetur hic admittere praesentationem factam ab Episcopo, quia Episcopus in sua dioecesi potest quemlibet clericum approbare. Excipitur tamen nisi manifeste constaret, praesentatum ab Episcopo non esse idoneum. Caeterum ad beneficia curata debent eligi, & praesentari digniores ex Concilio Tridentino sess. 24. de refor. c. 18. C. CONSULTATIONIBUS 19. h. t. rescribit idem Pont. quod si quis possideat jus patronatus, & praesentet idoneum, quem Episcopus instituit; si deinde in lite Patronus amittat jus patronatus, & alius vincat, non possit hic jam praesentatum, & institutum ab alio ante litem removere ab Ecclesia, quia ut notat Glossa hic, est quasi in possessione cum bona fide, proinde acquirit titulum, tametsi qui praesentaverit revera non fuerit Patronus c. cum olim de causa possess. & propriet. Huc pertinet, quod vulgo dicitur, nonnumquam plus valere, quod est in opinione, quam in veritate: verum credulitas sine possessione non juvat. C. SUGGESTUM 20. h. t. Idem Pont. declarat, concessionem Ecclesiae factam prius à Patrono sine consensu Episcopi cedere concessioni factae authoritate Patroni, & assensu dioecesani. Ubi notat Glossa per subsequentem consensum fieri validum, quod ab initio non erat validum. Caeterum ex textu liquet, Ecclesiam patronatam non posse mutari alienari, donari, vel concedi alteri, non solum sine authoritate Episcopi, sed neque 806
Lib.III. Titulus XXXVIII.
neque sine consensu patroni, ut defensoris Ecclesiae, qui illius bona, & jura te1Bw&sa=X1=bo
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netur tueri c. Monasterium 17. q. 6 [In realtà: c. Monasterium C. 16. Q. 7]. C. RELATUM 21. h. t. Idem Pont. statuit, ut Clericus, qui obtinuit beneficium, vel Ecclesiam sine consensu Episcopi, si monitus eidem non renunciet, sit ab Ordinario suspendendus ab officio, & beneficio. Rursus sub poena excommunicationis prohibet Pontifex, ne laici spolient Ecclesias suis bonis. Ubi notat Glossa, consentientem electioni de se facta per abusum laicorum fieri ineligibilem, nec posse promoveri sine dispensatione c. quisquis de elect. Rursus actorem teneri sequi forum Rei conventi. Caeterum prohibitus sub excommunicatione, non est ipso jure excommunicatus, sed est excommunicandus c. conquaestus de foro compet. C. EAM TE 22. h. t. statuit idem Pont. ut si lis de patronatu moveatur inter patronos; & vacante Ecclesia lis intra sex menses non terminetur, debeat Episcopus ordinare personam idoneam. Immo notat Glossa quod si oriatur scandalum inter Patronos, tunc Episcopus debeat reliquias tollere, & claudere ostia c. considerandum 15. q. 6. In realtà: c. considerandum C. 16. Q. 7]. Verum hodie id non est amplius in usu, sed Episcopus espectat sex menses, & si nolit expectare, potest ordinare Ecclesiam post quatuor menses. C. PRAETEREA 23. h. t. Lucius III. declarat, Patronos, Vicedominos, Custodes, Guardianos propria authoritate non posse alienare jus patronatus, nec Ecclesiam gravare, nec aliquid exigere nisi antiquos reditus moderatos, quos Episcopi in ipsa fundatione instituerunt, idque sub poena excommunicationis, & Pontifex declarat irritum contractum alienationis. Ex hoc textu deducit Panormitanus tanquam regulam, Patronum non propria authoritate, sed Episcopi, posse sibi reservare aliquod servitium, vel pensionem, vel quid aliud temporale, dummodo hoc gravamen sit moderatum: hinc possunt defendi, quae Parochi interdum tenentur Patronis exhibere, si ipsi in ipsa fundatione haec sibi reservarunt. C. CUM AUTEM 24. h. t. idem Pont. rescribit, quod si Patronus laicus praesentet plures successive idoneos, & non excludat primum: possit Episcopus eligere, quem maluerit ex praesentatis, & sic datur locus gratificationi. Sin vero patronus praesentans successive est ecclesiasticus, vel collegium tunc primus praesentatus est instituendus, quia in hoc casu, qui prior est tempore, est etiam potior in jure. Hinc patet discrimen inter Patronum laicum, & ecclesiasticum, quia ille potest variare in praesentando, antequam instituatur praesentatus, non ita clericus. Caeterum licet Patronus laicus possit variare, & praesentare secundum: non tamen ob hoc potest prorsus excludere primum, quia Episcopus jam acquisivit jus eligendi ex illis, quem putaverit eligendum, ut notat Panormitanus hic num. 2. C. NOBIS 25. h. t. Clemens III. rescribit, eum, qui de consensu Episcopi extruxit solus totam Ecclesiam, effici patronum. Rursus patronum non posse interesse electioni faciendae de Prelato Ecclesiae, sed post electionem esse postulandum ejus consensum, nisi Patronus habeat specialem facultatem interessendi electioni. Id autem non procedere in Capella, quia tantum Patronus eligit, & praesentat Episcopo. Rursus statuit Pontifex, ut Patrono concedatur honor praecedentiae in processionibus: immo si patronus vergat ad inopiam, debeat Ecclesia ab ipso patronata ei succurrere modeste tamen, & secundum jura, hoc 1Bw&sa=X1=bo
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est, ut notat Glossa habito respectu ad facultates Ecclesiae, & qualitatem personae. Ex hoc textu infertur, jus eligendi Praelatum in Ecclesia collegiata non cadere in patronum laicum c. Messana de elect. neque valere contrariam consuetudinem; neque Episcopum posse id concedere, sed solum Papa: secus si patronus sit clericus, potest hoc jus habere ex consuetudine, vel etiam ex concessione Episcopi. Caeterum jus patronatus non solum acquiritur, eo quia quis fundet, dotet, vel construat seorsim, vel simul totaliter Ecclesiam in compensationem beneficiorum, qua praestitit eidem Ecclesiae, verum etiam aliis modis per accidens. Primo ex concessione, & privilegio Pontificum, qui possunt ecclesiis liberis adoptare potentes Patronos pro earundem indemnitate. Secundo eo quia per venditionem universitatis, vel ejus permutationem, principale quod venditur, transit ad alterum, ad quem trahitur jus patronatus tanquam accessorium. Tertio per successionem hereditariam. Quarto per concessionem, seu donationem liberalem. Quinto per confiscationem: si enim principale transit in fiscum, qui est loco haeredis extranei, trahit secum jus patronatus, ut accessorium. Sexto per praescriptionem immemorialem, ad quam contra aliam Ecclesiam inter praesentes solent assignari decem anni, & inter absentes viginti. Communior tamen sententia generatim docet requiri 40. annos, quia interest Ecclesiae, ne veniat in jus Patroni parum pij, parumque benevoli in Ecclesiam. Sed quidquid sit de jure communi: hodie tamen standum est Concilio Tridentino sess. 14. de refor. c.12. & sess. 23. de refor. c. 9. si C. PER NOSTRAS 26. h. t. Innocentius III. rescribit, nullum etiam clericum idoneum doctum, & benemeritum habentem jus patronatus in aliqua Ecclesia, posse se praesentare, quia ut notat Glossa eo ipso, quod qui se ipsum praesentat, repellendus est tanquam ambitiosus. Hinc desumitur regula, quod nemo possit praesentare se ipsum, eo quia videatur ambitiosus per hunc textum. Tum quia praesentatio habet rationem beneficij, quod non habet locum nisi inter dantem, & recipientem quapropter inter praesentantem, & praesentatum debet dari distinctio. C. CUM PROPTER 27. h. t. mandat idem Pont. quod si de jure patronatus quaestio emerserit inter aliquos, & intra quatuor menses non fuerti definita, Episcopus debeat istituere personam idoneam, ut tamen in posterum non afferatur prejudicium ei, qui jus patronatus evice811 De jure Patronatus. evicerit. Ubi notandum est cum Panormitano tempus non currere ignoranti, nec legitime impedito. C. CUM DILECTUS 28. h. t. Idem Pont. declarat, quod si Patronus praesentet unum, qui non istituatur ab Episcopo; si postea praesentet alium, qui instituatur, primus non habeat jus ad Ecclesiam, quamvis praesentans fuerit clericus, si tamen praesentaverit, ut laicus, hoc est ratione patrimonii. Rursus si una Ecclesia sit patrona alterius, possit Legatus à latere sibi reservare illam Ecclesiam non vacantem, & cum vacat eam conferre inconsulto Patrono: secus tamem si Patronus sit laicus, ut etiam si sit clericus, dummodo sit Patronus ratione patrimonii. Demum declarat Pontifex, eum, qui canonice non possidet Ecclesiam, teneri eam relinquere, & fructus restituere. Ex quo textu liquet, praesentatum, per solam praesentationem, non assequi verum jus in beneficio, 1Bw&sa=X1=bo
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sed tantum quandam juris inchoationem, tametsi possit appellare, si Episcopus illum malitiose excludat ab institutione. Rursus Clericum Patronum ratione proprii patrimonii posse variare in electione, eo quia tunc non praesentat ut clericus: & praesentatum non habere plenum jus nisi postquam fuerit institutus. C. PASTORALIS 29. h. t. declarat idem Pont. quod si praesentatus à Patrono laico rejiciatur ab Episcopo, & appellet ad Papam, interim Patronus alium praesentet, qui tamen instituitur, hic secundus Ecclesiam obtinet, eo quia inter praesentatos a laico melior sit conditio possidentis: quod si Episcopus malitiose exclusit praesentatum idoneum, compellitur, ut illi provideat de beneficio competenti. Ut autem Episcopus probet se malitiose non exclusisse praesentatum tenetur ostendere, ipsum non fuisse idoneum: siquidem quilibet praesumitur bonus, si non probetur malus. Praeterea ex eo itidem probatur malitia, si eum repellat nullo facto de eodem examine. C. POSTULASTI 30. h. t. Idem Pont. rescribit, quod si Rector Ecclesiae parochialis praesentet aliquos ordinandos ad titulum suae Ecclesiae non requisito Patrono, & praesentati ordinentur, non praejudicat Patrono, quia ipse, quando vacat beneficium potest alios praesentare relictis ipsis ordinatis, & titulatis, si non consenserat eorum praesentationi, & institutioni: secus si consensit. Quinimo ut notat Glossa si patrono praesente, & non contradicente aliquis intituletur censetur consetire [consentire], quod tamen à pluribus negatur, quia Patronus debet ipse Rectorem, & clericum praesentare, si Ecclesia non sit collegiata. C. TRANSMISSA 31. h. t. Gregorius IX. rescribit Archiepiscopo Eboracensi, Patronum non posse conferre seu concedere, vel instituere Ecclesiam, sed tantum praesentare, adeo ut, si uni conferat Ecclesiam, & postea praesentet alium Episcopo, quamvis primus appellaverit ad Papam; nihilominus potest Episcopus instituere hunc praesentatum. Ex quo textu etiam colligitur, Patronum ex vi juris patronatus non habere jus conferendi, seu eligendi, sed tantum praesentandi clericum instituendum ab Episcopo. IN SEXTO C. SI LAICUS unic. h. t. Bonifacius VIII. declarat, posse laicum sine consensu Episcopi dare suum jus patronatus eidem Ecclesiae, cui est connexum, vel etiam alteri Ecclesiae, aut loco pio, & quamvis haec donatio teneat, non tamen praejudicat juri Episcopi, qui non consentit, adeo ut Episcopus semper debeat instituere praesentatum ab Ecclesia. Rursus quamvis laicus, quando erat Patronus, habuerit tantum quatuor menses ad praesentandum vacante Ecclesia; nunc tamen Ecclesia, cui est donatum jus patronatus habet sex menses: quia Ecclesia, quantum ad praesentandum reputatur Ecclesiasticus Patronus, cui de jure competunt sex menses. Ex hoc textu iterum liquet, posse à laico Ecclesiam libere donari alteri Ecclesiae, seu loco religioso etiam sine consensu Episcopi, licet non debeat derogari per hanc donationem juri Episcopali. Rursus jus patronatus à laico translatum in Ecclesiam, vel locum religiosum fieri Ecclesiasticum, quia quando res non privilegiata transfertur ad privilegiatum, sit privilegiata, ut notat Teraquel. de jure primogeniti in praefat. n. 123. IN SEPTIMO
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C. SANCTISSIMO 1. h. t. Hadrianus VI. revocat omnes concessiones beneficiorum electivorum juris patronatus hactenus factas à primo anno Pontificatus Innocentii VIII. qui Romae coronatus fuit pridie Idus Septembris anno reparatae salutis 1484. Et ut liberius de personis bene meritis provideatur ecclesiis cathedralibus, & monasteriis, ut etiam aliis dignitatibus, beneficiis, hospitalibus; omnes & singulas reservationes, & concessiones juris patronatus, ac facultates, & indulta praesentandi, seu nominandi personas hujusmodi ad Ecclesias, monasteria, Prioratus praeposituras, & alias dignitates, personatus, administrationes, officia, canonicatus, praebendas, & alia beneficia ecclesiastica cum cura, vel sine cura, saecularia, & ordinum quorumcunque regularia revocat, & declarat esse nullius roboris. C. SI PATRONI 2. h. t. Paulus IV statuit, ut Patroni beneficij Ecclesiastici, sive sint laici, sive clerici, si praesentaverint aliquem ex Apostatis, & extra claustra vagantibus ad beneficium de eorum jure patronatus existens, quod tunc vacet, careant Patroni jure praesentandi alios ad eadem beneficia pro illa tantum vice, & delcarat praesentationes hujusmodi eo ipso esse irritas, inanes, & nulla. C. POENITENTIARIUS 3. h. t. Pius IV. ex decretis reformationis Poenitentiariae Apostolicae statuit, ut Poenitentiarius, seu Apostolicae poenitentiariae regens debeat abstinere à concessione juris patronatus, seu praesentandi ad beneficia ecclesiastica propter argumentum fructuum, sed tantum ex causa fundationis, vel dotationis, aut constructionis. Ex quo textu iterum liquet, jus patronatus non aquiri nisi 812
Lib.III. Tit. XXXVIII.
ri nisi ab eo, qui Ecclesiam fundat, vel dotat, vel construit, & donationem fructuum beneficii non sufficere ad acquirendum jus patronatus. IN CLEMENTINIS C. UT CONSTITUTIO I. h. t. Clemens V. in Concilio Viennensi declarat, Patronos clericos, vel Religiosos, & exemptos, qui praesentant aliquem ad Excclesiam, debere intra terminum praescribendum ab Episcopo assignare congruam portionem de proventibus Ecclesiae, ut ferat onera ejusdem: quod si intra terminum praescriptum Patroni negligant hanc portionem congruam assignare, statuit Pontifex, ut Episcopus praesentatum instituat, cui etiam assignet moderatam portionem, exclusa omni passione, & compellat Patronos etiam religiosos censura ecclesiastica. Quod si Patroni, seu clerici non obstantibus quibuscunque, sive Religiosi prasentantes in iisdem ecclesiis ipsimet ferunt onera ejusdem ecclesiae: tunc declarat, non esse assignandam aliam portionem, sed sufficere, si Presbyteros, & Vicarios congrue & decenter tractent. Ex hoc textu infertur, negligentiam Patroni suppleri per Episcopum, ad quem devolvitur facultas assignandi congruam portionem ei, qui Ecclesiae inservit Excipiuntur tamen Ecclesiae, in quibus Religiosi, & alii percipientes earum redditus, onera jurium Episcopalium, & hanc curam ipsi ferunt; tunc enim sufficit, si Vicarius alatur honeste. Quia ibi nequit congrua portio distincta assignari. C. PLURES 2. & ult. h. t. Declarat idem Pont. quod si unus Patronorum decedat relinquens plures filios, omnes filii relicti habeantur pro una voce in jure patronatus, eo quia jus patronatus competat per stirpes, non per capita. Pos1Bw&sa=X1=bo
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sunt tamen Patroni convenire inter se libere de praesentando Rectore ab iisdem alternis vicibus, immo possunt etiam praesentare plures clericos ad una Ecclesiam, ut Episcopus eligat, quaem maluerit. Ubi notandum est cum Glossa, Patronos habentes plures Ecclesias posse convenire, ut unus prasentet unam, & alter alteram. *§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§ 812 COMMENTARIUS PARATITLARIS §. I. Quid sit ius patronatus, & quibus modis acquiratur. Ius patronatus ab Hostiensi in summa tit. de iure patr. definitur potestas nominandi, seu praesentandi, & offerendi clericum promovendum ad beneficium simplex & vacans: displicet tamen pluribis haec definitio, Primo quia dicitur potestas praesentandi, & offerendi, cum jus patronatus non solum in hac facultate, verum etiam in aliis multis consistat. Secundo quia apponitur beneficium simplex, cum plures patroni habeant jus praesentandi, & nominandi clericos etiam ad beneficia, quibus est annexa cura animarum, ut etiam ad dignitates, ad personatus, imo ad Ecclesias cathedrales, & Metropolitanas: hoc enim jus habent Reges Galliae, & Hispaniae. Tertio nec placet quod addatur beneficium vacans, quia consensus patroni non solum est necessarius, quando beneficia vacantia per obitum clericorum conferuntur: sed etiam quando alio quovis modo per mutationem, unionem, translationem, renuntiationem dantur: nihilominus definitio tradita ab Hostiensi à pluribus propugnatur, ut recta: quia Hostiensis per beneficium simplex intellexit beneficia non electiva, & quae non sunt Praelaturae, sive simplicia sint, ut Capellaniae; sive curata, ut parochiae, & asserit praesentationes, ad dignitates, & Praelaturas non fieri ex praescripto juris communis, sed ex privilegio sedis Apostolicae, vel consuetudine legitime praescripta. Rursus per beneficium vacans intellexit beneficium conferendum alteri. Recentiores tamen Canonistae cum Abbate in rubric num. 3. describunt jus patronatus, quod sit jus honorificum, onerosum, & utile competens alicui in Ecclesia, quam ex consensu Episcopi, vel Dioecesani fundavit, construxit, vel dotavit ipse, vel is à quo causam habuit, cum potestate praesentandi clericum instituendum ad beneficium vacans. Dicitur jus honorificum, quia cedit in honorem Patroni posse praesentare, & nominare Episcopo, vel Papae Rectorem Ecclesiae à se fundatae: tum quia ei etiam competit praecedentia in processionibus, ut desumitur ex c. nobis 25. h. t. ubi Clemens III. statuit, ut Patrono detur honor processionis. Additur Onerosum, quia patronus tenetur Ecclesiam defendere, ne ejus bona indebite dilapidentur can. filiis 16. q. 7. [In realtà: cap. filiis 16. q. 7.] Rursus dicitur utile, quia ex jure patronatus, haec in patrono oritur utilitas, ut si è [cioè: ex] pingui fortuna in tenuem deveniat, & inopiam laboret, ex redditibus ultra necessaria remanentibus debeat pinguius ali ab Ecclesia à se fundata, quam alii pauperes, ut desumitur ex d. c. nobis 25. h. t. ubi Clemens III. etiam statuit, quod si Patronus vergat ad inopiam, Ecclesia debeat modeste illi succurrere secundum jura: nimirum habito respectu ad facultates Ecclesiae, & qualitatem personae. Adduntur aliae particulae: Competens alicui in Ecclesia, quam fundavit, construxit, vel dotavit. quia jus patronatus acquiritur hisce tribus modis, scilicet per 1Bw&sa=X1=bo
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fundationem, constructionem, & dotem juxta 813
De jure Patronatus.
juxta communem versum apud Glossam: Patronum faciunt dos, aedificatio, fundus: ex eo, quod aliquis Ecclesiam fundaverit dicitur Patronus illius c. piae mentis 16. q. 7. c. nobis de jure patronat. c. Abbatem 18. q. 2. Rursus qui Ecclesiam aedificavit etiam dicitur acquirere jus patronatus c. nobis de jure patron. c. piae mentis c. monasterium c. filius ead. caus. [In realtà: c. filiis] Demum etiam ille jus patronatus acquirit, qui Ecclesiam dotavit c. nemo de consecrat. dist. I. ille vero dicitur Ecclesiam dotare, qui sufficientes annuos redditus assignat, c. filius 31 [In realtà: c. filiis 31]. Hinc si eadem persona Ecclesiam fundat, construit, & sufficienter dota ex triplici causa acquirit jus patronatus, nimirum ratione fundi, aedificationis, & doti: quapropter possunt plures esse patroni ejusdem Ecclesiae ex diversis titulis, si enim Petrus det fundum pro Ecclesia, Paulus eam aedificet, et Joannes illam dotet, omnes acquirunt jus patronatus, Petrus sub titulo fondi, Paulus aedificationis, Joannes dotis, & desumitur ex c. filius caus. 16. q. 7. [In realtà: c. filiis caus. 16. Q. 7.] ibi enim dicitur disjunctive, qui construxit, vel dotavi Ecclesiam; proinde alterutrum sufficit ad acquirendum jus paronatus ex vi propositionis disjunctivae. Quinimmo si plures concurrant ad fundandam, aedificanda, vel dotanda Ecclesiam; adhuc omnes aequaliter, & in solidum enanciscuntur (in verità: en nanciscuntur) jus patronatus, tametsi unus plus alio contulerit, dummodo omnes sufficientem, & competentem dotem suppeditaverint, quamvis singuli seorsim non tantum dederint, ut sufficeret ad simul fundandam, aedificandam, & dotandam Ecclesiam: ratio est, quia in jure simpliciter dicitur, quod jus patronatus acquiratur per dotem & non distinguit, an unus, vel plures Ecclesiam dotaverint: quod si unus adeo tenuiter Ecclesiam dotet, ut dos non sufficiat pro alendis ministris, & suppeditandis luminariis, is non acquirit jus patronatus, nec dicitur patronus Ecclesiae, sed tantum benefactor, ut notant Garcia de benefic. p. 5. c. 9. num. 55. Abbas ad rubric. h. t. num. 6. Rursus per solam assignationem fundi, seu soli non acquiritur statim jus patronatus, sed tantum postquam Ecclesia fuerit constructa, & dos data, vel ab ipso fundatore, vel ab alio: & ratio est, quia non potest quis dici patronus, vel Dominus illius, quod non est, & fortassis non erit argum. c. penult. de eccles. aedif. Juvat hic observare, quod sub nomine constructionis comprehenditur etiam reparatio, seu reaedificatio: si enim Petrus Ecclesiam ferme totam destructam ita instauret, ut nova indigeat consecratione acquirit in illa ex consensu Episcopi jus patronatus: quia si Ecclesia ita collapsa sit, ut nova indigeat consecratione, perinde se habet, ac si ab initio construeretur: & tunc prior patronus, qui collapsam Ecclesiam non restauravit amittit jus patronatus, si illud obtinuit ex eo tantum, quod Ecclesiam construxerit argum. l. quid tamen 10. §. penult. ff. quib. mod. usufructus amittit: si tamen tantum per partes Ecclesia instauretur, licet postea tota fuerit reparata, primus structor non amittit jus patronatus argum. d. l. quod tamen §. I. V. plene. Quidam enim teste Glossa in c. quoniam de jure patronat. procedunt cum hac distinctione, vel enim quis per partes Ecclesiam collapsam reparavit, vel ex toto. Si primum non acquirit jus patronatus, quia sicut domus, vel navis si per partes tantum successive tota reficiatur, censetur eadem, quae ante, ac proinde Dominus usumfructum, aut servitutem, quam habebat non amittit: ita neque patronus amittit jus patronatus, quod habet in Ecclesia, quae tantum per partes successive instauratur: secus si ex toto reparetur, ac 1Bw&sa=X1=bo
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innovetur est alia domus, & prior Dominus amittit usumfructum l. quid tamen. ss. quibus modis ususfructus amittatur, & ita dicendum de Ecclesia. Imo si Ecclesia collapsa ex eiusdem ruderibus, restauraretur ab alio, adhuc prior non maneret patronus, licet eadem videretur esse Ecclesia, eo quia ex simili materia, & eiusdem ruderibus constructa, quia jus semel extinctum in re pereunte non amplius reviviscit, ut habetur in l. qui res 98. §. arcam. ff. de fol. Verum aequitas videtur exigere ut Episcopus, antequam alius collapsam restauret Ecclesiam, priorem moneat patronum, si velit ipse eam reaedificare, quia cum habuerit jus patronatus in illa, debet caeteris praeferri argum. c. ult. de locat. & notat Fagnanus in c. quoniam 3. V. Fundatores h. t. Pari pacto si dos assignata alicui Ecclesiae omnino pereat, antiquus patronus amittit jus patronatus acquisitum titulo dotis, si alius novam dotem sufficientem assignet. Non tamen jus patronatus acquisitum titulo dotis amittitur ex eo, quod Ecclesia fuerit collapsa, quia dos adhuc potest servari indemnis: proinde ratione illius, qui Ecclesiam dotavit, retinet jus patronatus: & quamvis Ecclesia collapsa ab alio restauretur, adhuc remanet cum suo jure patronatus titulo dotis, quamvis suberveniat alius, qui alio titulo acquirat etiam jus patronatus. Ratio assignatur ab Abbate in c. quoniam 3. h. t. num. 11. quia quando plures causae concurrunt ad aliquem effectum, quarum quaelibet per se sufficit, non deficit effectus ob defectum alterius causae tantum, quia cuilibet causae respondet effectus proprius. Si quis vero taliter dotaret Ecclesiam, ut nec expresse, nec tacite haberet animum eam dotandi, sed tantum eidem donandi talem pecuniam; is non censeretur acquirere jus patronatus, sed tantum diceretur benefactor talis Ecclesiae: ratio est, quia jura concedunt jus patronatus tantum dotanti, non vero benefacienti, ut notat Abbas in d. c. quoniam 3. num. 3. h. t. qui vero dotat Ecclesiam, acquirit jus patronatus, quamvis illud sibi non reservaverit, dummodo expresse illud non remiserit. Ut autem quis acquirat jus patronatus per fundationem, constructionem, vel dotationem, requiritur authoritas, & consensus dioecesani, quia cum jus patronatus sit jus quoddam rei spirituali conjunctum non potest acquiri sine consensu Ecclesiae: neque potest quis ecclesiam aedificare sine consensu Episcopi c. nemo. dist. I. de consecrat. & c. authoritate 4. de privil. in 6. unde si saecularis sine consensu Praelati ecclesiastici Ecclesiam aedificet, non debet ex 814 Lib. III. Titulus XXXVIII. suo delicto beneficium consequi ut notat Abbas in c. nobis 25. num. 2. h. t. Verum sufficit si post aedificatam Ecclesiam petatur, & obtineatur consensus Episcopi, à quo Ecclesia consecretur, ut docent Barbosa de offic. Episc. alleg. 70. num. 21 & Garcia loco cit. c. 9. num. 71. debet tamen hic consensus haberi ab Ordinario loci, in quo aedificatur Ecclesia: & nomine Ordinarii intelligitur quilibet Praelatus, tametsi non sit Episcopus, dummodo episcopalem habeat jurisdictionem in loco, ubi Ecclesia aedificatur, ut nota Barb. de offic. Episc. alleg.70. n. 30. quinimo sede vacante Capitulum potest etiam hunc consensum dare laico cupienti Ecclesiam aedificare: & consensum Capituli tunc sufficere ad acquirendum jus patronatus docet Barb. loc. cit. num. 32. Non tamen consensus Vicarii generalis, si non habeat speciale mandatum Episcopi, sufficit, ut notat Garcia loc. cit. c. 9. num. 75. Caeterum non est semper necesse, quod consensus Episcopi sit expressus, sed subinde tacitus, & praesumptus sufficit. Praeter tres recensitos modos acquirendi jus patronatus potest etiam hoc acquiri per privilegium concessum à summo Pontifice: etenim Pontifex ex eo, quod aliquis sit de Christiana Republica benemeritus, potest illi concedere jus patro1Bw&sa=X1=bo
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natus in aliqua Ecclesia, tametsi illam non fundaverit, nec construxerit, nec dotaverit. Inferiores tamen Antistites non possunt hoc privilegium ei tribuere, qui Ecclesiam non fundavit, neque extruxit, neque dotavit: imo jus patronatus concessum ex privilegio ab Episcopis fuit omnino sublatum per Concilium Tridentinum, tametsi in illo dicatur, quod sit ejusdem prorsus naturae, ac roboris, ac si ex fundatione, vel dotatione competeret, cum sit ad instar, & non proprie ex fundatione, & dotatione. Et ita declarasse sacram Congregationem asserit Garcia loc. cit. c. 9. num. 115. Neque obstat hactenus dictis Concilium Tridentinum sess. 14. c. 12. ubi ait, quod nemo, nisi Ecclesiam, Beneficium, aut Capellam de novo fundaverit, & construxerit jus patronatus potest obtinere, ex quo textu videtur inferri, non sufficere solum fundare, sed simul requiri etiam construere, quia particula & est copulativa, simulque jungit fundationem, & constructionem. Nam contra est, quia illa particula & in praecitato textu non sumitur copulative, sed disjunctive, idque desumitur ex aliis textibus juris, ut notat Glossa in c. ex parte 2. de rescript. V. & perpetuo, & expresse habetur in l. sape ff. de V. S. & in l. conjunctionem §. eod. ubi habetur, quod conjunctio nonnunquam pro disjunctione accipiatur, verba textus sunt: Conjunctionem enim nonnunquam pro disjunctione accipi Labeo ait, idque tunc praesertim contingit, quando ex aliis juribus constat, particulam & esse sumendam disjunctive: etenim paulo inferius Concilium loquitur disjunctive ait enim, in causa autem fundationis, aut dotationis hujusmodi institutio Episcopo, & non alteri reservetur, particula enim aut est disjunctiva, adeo ut sensus sit, quod sola fundatio, & sola dotatio sufficiat ad acquirendum jus patronatus. § II Quotuplex sit ius patronatus, & quae eius differentiae. Dividitur jus patronatus tripliciter, scilicet in ecclesiasticum, laicale, & mixtum, per c. cum autem 24. h. t. Ecclesiasticum est, quod competit collegio, vel personae ecclesiasticae nomine, & ratione Ecclesiae, monasterii, capituli, dignitatis, vel beneficii: quia tametsi originem traxerit ex bonis patrimonialibus laicis, si tamen, vel ab initio, vel postea translatum fuerit in Ecclesiam per fundationem, dotationem, vel alium titulum, sit ecclesiasticum: & censetur jus patronatus ecclesiasticum, ut notat Garcia de benefic. p. 5. c. I. num. 553. ubi num. 555. addit, quod jus patronatus competens Episcopo, vel aliis Praelatis ecclesiasticis ratione dominii temporalis pertinentis ad suam Ecclesiam sit ecclesiasticum. Unde quamvis jus patronatus suam à bonis patrimonialibus laicorum originem traxerit, ut fiat ecclesiasticum, sufficit, si titulo aliquo honesto, ut donatione, legato, testamento, fundatione in Ecclesiam, vel Collegium ecclesiasticum, vel etiam in personam ecclesiasticam intuitu Ecclesiae, dignitatis, aut beneficii ecclesiastici transferatur, & desumitur ex c. si laicus unic. h. t. in 6. ubi Bonifacius VIII. statuit, quod quamvis laicus, quando erat patronus habuerit quatuor menses ad praesentandum vacante Ecclesia; attamen nunc Ecclesia, vel monasterium, cui fuit donatum jus habebit sex menses, quia Ecclesia quantum ad praesentandum deputatur patronus non laicus, sed ecclesiasticus. Juspatronatus laicale, seu saeculare est quod laico competit sumpta nomenclatione à persona; imo etiam quod à clerico ratione dotationis, vel fundationis ex bonis patrimonialibus saecularibus obtinetur; vel ex successione paterna, aut alio saeculari titulo ei obtingit, ut notant Glossa, & Panormitanus in cap. cum dilectus 28. h. t. Garcia de beneficiis p. 5. c. I. num. 5. q. 2. Regulariter juspatronatus praesumitur tale, quale est subjectum, à quo bona fide possidetur; adeout si possideatur à laico praesumatur laicale, tametsi originem trahat ex 1Bw&sa=X1=bo
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fundatione vel dotatione Presbyteri, ut nota Mascardus de probationis conclus. 959. num. 12. argum. Glossa in can. sint manifesta 12. q. I. V. probantur, è converso si possideatur à persona ecclesiastica accensetur ecclesiasticis, diciturque juspatronatus ecclesiasticum per cap. consultationibus 19. h. t. Quamvis juspatronatus sit laicale, ac possideatur à persona laica, non tamen vendi potest per se; quia est annexum spirituali, & si vendatur, contractus est irritus, nullumque sortitur valorem c. de jure vero 16. h. t. ubi Glossa notat annexum spirituali non posse emi, nec, vendi c. quando de judic. [In realtà: c. quanto de judic.] potest tamen vendi cum universitate c. cum saeculum, & obligari c. literis: imo potest redimi c. quaerelam de simonia quia spirituale, vel annexum spirituali non recipit aestimationem. Quod si clericus beneficiatus ex proventibus sui 815
De jure Patronatus
sui beneficii, aliisque bonis acquisitis intuitu Ecclesiae fundet, vel dotet Ecclesiam, seu Capellam, nominetque patronos suos consanguineos laicos, ad quos devolvatur jus patronatus, sit hoc tunc censendum laicale, vel ecclesiasticum videtur esse aliqua difficultas. Sed spectato jure communi, quo clerici prohibentur testari de acquisitis intuitu Ecclesiae argum. c. 1. 8. q. [In realtà: 9.] & 11. de Testam. tale juspatronatus censeri debet ecclesiasticum, & accenseri juribus Ecclesiae, ut notat Abbas c. 3. de Ecclesiis aedificandis num. 12. ubi addit, peccare clericos, qui ex redditibus Ecclesiae, vel bonis acquisitis intuitu Ecclesiae aedificant Ecclesias, si eas attribuant proprio patrimonio, fundentque juspatronatus, quod Testamento relinquant saecularibus; quia tunc sibi usurpant bona Ecclesiae, de quibus perinde disponunt, ac si haberent dispoticum dominium; cum tantum sint administratores: haecque de jure communi. Quod si ex insolita consuetudine, vel privilegio daretur facultas testandi de hujusmodi bonis, censet Garcia de benef. p. 5. c. I. num. 594. posse clericum sibi, vel saecularibus haeredibus applicare juspatronatus; perinde ac si de bonis patrimonialibus instituisset tale juspatronatus; sicque disponere de tali jure patronatus pertinet ad haeredes, & tale juspatronatus censetur laicale; quia ad laicos transfertur tunc dominium; & juspatronatus sit laicale: perinde ac si juspatronatus laicale donatione, vel alia ratione transferatur in Ecclesiam, Capitulum, vel monasterium, vel adnectatur alicui beneficio, ut decanatui, praepositurae sit ecclesiasticum; & de illo ut Testamento, vel de ecclesiastico judicium fertur, ut notavit Covarruvias in qq. pract. c. 36. num. a. & desumitur ex c. si laicus unic. h. t. in 6. ratione translati dominii est utrinque par ratio. Juspatronatus mixtum est, quod participat de jure patronatus ecclesiastico, & laicali; hinc dicitur mixtum, quia ex utroque constat, simulque Ecclesiae, vel clerico intuitu Ecclesiae, & laico competit; ut si clericus ex bonis ecclesiasticis dotavit Ecclesiam, quam laicus fundavit, & construxit, tunc juspatronatus est mixtum, quia ratione dotationis competit clerico; & participat de jure patronatus ecclesiastico; & titulo fundationis, & constructionis convenit laico, & participat de jure patronatus laicali; quod si laicus cederet juri suo, quod transferret in Ecclesiam, vel clericum, deperderet naturam jus patronatus mixti, & fieret simpliciter ecclesiasticum: sicut vice versa si clericus vel Ecclesia transferret in laicum jus suum authoritate Apostolica, evaderet simpliciter laicale: quia attenditur persona, quae praesentat, ac possidet jus praesentandi, & secundum conditionem illius iuspatronatus dicitur ecclesiasticum, vel laicale, ut nota Barbosa lib. 3. Jur. Eccles. c. 12. num. 16. sicut si laicus justo titulo, & adhibitis solem1Bw&sa=X1=bo
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nitatibus à jure requisitis acquirat bona ecclesiastica, haec desinunt esse ecclesiastica, & fiunt laicalia juxta conditionem personae cui adhaerent. Caeterum juspatronasus, sive sit ecclesiasticum, sive laicale, semper secundum se, & ex objecto suo, si non est simpliciter, & intrinsece mere spirituale; est saltem annexum antecedenter spirituali, scilicet ex parte principii, à quo suam ducit originem: cum enim jus patronatus fuerit institutum à potestate ecclesiastica, quae procul dubio est spiritualis, ideo saltem antecedenter semper est annexum potestati spirituali, à qua sunt omnia beneficia ecclesiastica. Rursus ex parte proprii actus, & objecti, ac finis, ad quem jus patronatus ordinatur, est etiam annexum sprirituali: siquidem ordinatur, ut clericus instituatur in beneficio ecclesiastico, in quo si idoneus fuerit deprehensus, debet necessario institui, ut desumitur ex c. significasti 18. h. t. ubi statuitur: quod si, qui jus habet praesentandi in aliena Ecclesia praesentet idoneum, sit admittendus. Ipsa actualis praesentatio etam ordinatur ad spirituale, scilicet ad instituendum clericum in beneficio spirituali. Demun jus ipsum praesentandi est etiam spirituale tum ratione originis, tum finis: neque obstat, quod tale jus possideatur à laico; quia laici per privilegium, & beneficium ab Ecclesia illis concessum sunt capaces juris spiritualis, quod possint possidere. Caeterum jus patronatus secundum se, & intrinsece est potius dicendum annexum spirituali, quam mere spirituale, ut nota Garcia tract de benefic. p. 5. c. 9. num. 6. & desumitur ex c. de jure vero 16. h. t. ubi dicitur quod jus patronatus per se vendi non possit: & additur etiam ratio, quia sit spirituali annexum, eo quia ordinetur ad jus spirituale obtinendum, seu ad institutionem in beneficio spirituali, quam praesentatio debet praecedere. Et quamvis per institutionem tribuatur instituto jus ad beneficium, si tantum sit electus; vel in beneficio si sit institutus, & confirmatus; & jus instituendi; & confirmandi sint simpliciter spiritualia: non tamen jus praesentandi est spirituale; ratio est, quia per praesentationem nullum jus confertur praesentato ad beneficium, nec in beneficio; sed tantum, ut possit in illo institui ab Episcopo, idque etiam ex eo evincitur, quia liberum est patrono laico etiam post factam praesentationem sed nondum à superiore ecclesiastico acceptatam, resilire, & alium praesentare, ut statuitur in c. cum autem 24. ubi dicitur, quod patronus laicus possit variare in praesentando ante quam praesentatus instituatur, licet non ita clericus: unde ipsum jus praesentandi, quamvis per praesentationem non conferat praesentato ullum jus ad beneficium, vel in beneficio, ac propterea non sit simpliciter, & intrinsece mere spirituale, est tamen annexum spirituali, quatenus est ab ecclesiastica potestate spirituali, & ordinatur ad finem spiritualem. An vero jus patronatus mixtum accensendum sit potius spirituali, quam laicali? Respondetur, cum distinctione: si patroni inter se pacificantur, vel conveniant, ut praesentent alternis vicibus Clericum ad beneficium, ut rescribitur in clement. 2. h. t. tunc pro ea vice, qua laicus praesentat, censetur totum laicale; & è contra pro ea vice, quae praesentat ecclesiasticus 816
Lib. III. Tit. XXXVIII.
sticus est totum Ecclesiasticum: quia cum praesentationes fiant alternatim sine mixtione jurium, sit separatio jurium, & quodlibet concurrit totaliter in sua specie, pro ea vice, qua sit praesentatio à solo laico, vel solo ecclesiastico: tunc enim mixtorum natura per inductam alternativam reducitur pro illis vicibus ad sua simplicia. Quod si Patroni non utantur hac alternativa, sed simul, & semel praesentent, tunc in pluribus proximius accedit ad naturam juris patronatus lai1Bw&sa=X1=bo
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calis, & recedit à jure patronatus ecclesiastico: adeo ut si simul, & semel patroni ecclesiasticus, & laicus praesentent, non sit necessarium examen per concursum, neque est locus reservationi Pontificiae, ut notat Garcia de benefic. p. 5. c. I. num. 582 Nihilominus in favorabilibus proximius accedit ad ecclesiasticum, & recedit à laicali, adeo ut laicus, qui alias si esset solus patronus deberet praesentare intra quatuor menses, si simul concurrat cum patrono ecclesiastico gaudeat longiori tempore, seu semestri, cum ipso ecclesiastico: ratio est, quia quando non privilegiatus in materia individua, quae non patitur separationem, concurrit cum privilegiato gaudet privilegio istius argum. l. si communem. ff. quemadmodum servitutes amittantur, ubi hoc privilegium conceditur habenti rem communem cum pupillo: hinc in individuis privilegium uni ex pluribus sociis concessum extenditur ad omnes, ut notat Glossa l. fin. C. de divers. rescript. & fusius obtendit Fagnanus in c. cum propter 27. n. 53. h. t. Praeter tripartitam speciem juris patronatus ecclesiastici, laicalis, & mixti, solet etiam subdividi in haereditarium, & gentilitium; illud dicitur, quod transit, ad quoscunque haeredes etiam extraneos: gentilitium, in quo tantum succedunt haeredes, qui sunt de sanguine, & de familia fundatoris, ac habent eadem stemmata gentilitia. Caeterum id potissimum dependet ex prima institutione juris patronatus: siquidem est in potestate fundatoris, si velit omnino remittere jus patronatus, vel sibi tantum, aut familiae suae, vel etiam aliis haeredibus illud reservare. Quod si dubitetur de mente fundatoris, tunc jus patronatus censetur haereditarium, & non solum ad filios, vel consanguineos patronos; verum etiam ad alios extraneos haeredes devolvitur, si in fundatione non sit aliter statutum: vel per consuetudinem, aut legitimam praescriptionem aliud introductum. Nihilominus licet in dubio jus patronats praesumendum sit haereditarium; eliditur tamen haec praesumptio, quando in institutione juris patronatus semper fuerit facta mentio familiae, vel descendentium, & nunquam haereditariae qualitatis, quamvis haeredes extranei non sint esclusi, tunc enim praesumitur esse jus patronatus gentilitium, hoc est addictum familiae, cujus frequenter fundator meminit, ex illa enim repetita familiae mentione infertur, quod mens fundatoris fuerit, ut jus partonatus esset gentilitium, ut notat Barbosa lib. 3. jur. ecclesiast. univers. c. 12. num. 20. ubi etiam addit, ad probandum jus patronatus gentilitium sufficere leviores probationes: & ratio etiam videtur esse, quia qualitas gentilitia magis favet libertati Ecclesiae: siquidem facilius familia extinguitur, quam haereditas; cum haec etiam transeat ad alios, qui non sunt de eadem familia. Juvat tamen adnotare, quod jus patronatus haereditarium, ita transit ad haeredes, ut tamen eorum successio, non fiat in capita, sed in stirpes, adeo ut si ex pluribus patronis unus decesserit, & tres reliquerit haeredes, isti nonnisi unum suffragium habeant in praesentando; proinde debent inter se convenire, ut conspirent in unum clericum praesentandum, vel ut alternis vicibus singuli eorum praesentent, ut tradit Gonzales ad regul. 8. cancell. Gloss. 45. num. 61. Lambertinus de jurepatron. lib. I. p. 2. q. I. art. 25. & desumitur ex clement. Plures 2. h. t. ubi statuitur, quod quando unus patronorum moritur relinquens plures filios, omnes filii relicti habeantur pro una voce in jure patronatus, eo quia jus patronatus competat per stirpes, & non per capita. Rursus quod patroni possint convenire inter se libere de praesentando Rectore ab iisdem alternis vicibus. Rursus solet etiam dividi jus patronatus in activum, & passivum: illud est, ex quo Patronus potest praesentare ad beneficium: passivum dicitur, per quod certi de aliqua familia si idonei sint exclusis aliis extraneis, debeant ad beneficium ecclesiasticum praesentari, & admitti, seu institui ab Episcopo, ut notat Barbosa 1Bw&sa=X1=bo
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lib. 3. jur. eccles. unvers. c. 12. num. 52. Dividitur etiam in jus patronatus personale, & reale: illud dicitur, quod cohaeret personae fundatoris, vel haeredis ejusdem quocunque in loco is existat: reale, quod cohaeret tantum loco, & transit non solum ad haeredem fundatoris, verum etiam ad quemcunque possessorem ejusdem loci. Differentiae inter jus patronatus ecclesiasticum, & laicale plures recensentur. Primo quia jus patronatus laicorum est semper magis privilegiatum, quam ecclesiasticum, idque ex indulto Ecclesiae, ut nimirum laici habeant aliquam remunerationem, ex suis fundationibus, & ut iidem facilius alliciantur, ac invitentur: secus ecclesiastici cum non nisi raro habeant jus patronatus ex fundatione; sed frequentius ex privilegio, & donatione, ideo non videntur mereri illum favorem, quem Ecclesia indulget laicis. Hinc quoad effectum jus patronatus laicale differt ab ecclesiastico, quia patronus laicus non solum unum clericum, sed etiam plures simul, vel successive potest ad idem beneficium praesentare, ut statuitur in clement. 2. h. t. ubi dicitur, quod laici patroni possint praesentare plures personas ad unam Ecclesiam; & Episcopus teneatur ex illis unum eligere: quando tamen Patronus laicus dicitur posse plures simul praesentare, id non intelligitur privative, seu revocando illum, quem primo praesentavit, sed accumulative, adeo ut Episcopo relinquatur electio, possitque instituere, quemnam ex illis magis idoneum deprehenderit, ut desumitur ex c. cum autem 24. h. t. ubi statuitur, quod si patronus laicus praesentet successive plures idoneos non exclu817
De jure Patronatus
excludens primum, Episcopus possit eligere quem vult ex praesentatis. Sin vero praesentans successive sit persona ecclesiastica, vel Collegium, tunc primus est instituendus: quia in hoc casu, qui est prior tempore, est etiam potior in jure: & ut notat Glossa in d. clem. Patronus laicus potest variare in praesentando, antequam instituatur praesentatus; non ita Clericus, vel Collegium, quia ecclesiasticus non potest praesentare nisi unum, ut desumitur ex c. quod. autem 5. h. t. & ratio secundum Innocentium est, quia ejus praesentatio ut pote facta nomine Ecclesiae habet potius vim electionis, in qua electores non possunt variare electionem facta. An vero Episcopus ex pluribus praesentatis à Patrono laico teneatur digniorem instituere: procedendum est cum distinctione, caeteris paribus dignior ex Concilio Tridentino semper praeferendus est, adeo ut si Episcopus neglecto magis idoneo, minus idoneum institueret, non excusaretur à peccato contra justitiam distributivam, & desumitur ex c. quoniam 3. h. t. ubi dicitur, quod si Patroni dissentiant, & diversos praesentent, qui habet majora merita, & plura vota, debeat praeferri, ut habetur in Trident. sess. 14. de refor. c. 12 & sess. 25. c. 9. quia in distributione beneficiorum justitia distributiva exigit, ut digniores praeferantur minus dignis. Caeterum institutio digni omisso digniore si semel facta fuerit, sustinetur, ne alioquin cum damno Ecclesiae sub hoc praetextu plures contingat institutiones impugnari, ut notat Panormitanus in c. Pastoralis 29. h. t. Sin vero dignus à majori; & dignior à minore parte, ac numero Patronorum praesentetur, tunc Episcopus debet dignum instituere: & ratio est quia tunc dignior non censetur praesentatus, cum plura vota collimaverint in minus dignum, qui propterea fuit electus ex pluralitate suffragiorum ad praesentationem, & desumitur ex. c. quoniam 3. & ibi Glossa V. qui majoribus h. t. & ex clement. 2. h. t. Hinc si duo 1Bw&sa=X1=bo
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sint Patroni Clericus unus, alter laicus, & unum idoneum praesentaverint, & postea Patronus laicus variet, sicut potest, & alterum magis idoneum praesentet accumulative, Episcopus tenetur primum instituere, eo quia ab utroque sit praesentatus, & laicus non potest variare in praejudicium compatroni, ut nota Panormitanus in c. cum autem 24 h. t. n. 4. Quod si dignus praesentetur à minore parte Patronorum, & indignus à majori, tunc tenetur Episcopus dignum instituere omisso indigno, licet in ejus electionem plures collimaverint Patroni: siquidem praesentatio indigni non attenditur: ratio est, quia indignus non censetur capax beneficii, vel saltem non habetur idoneus; proinde electio cadens in illum est irrita ob incapacitatem subjecti: quapropter tunc totum jus electionis consolidatur in illis paucis, qui dignum praesentant argum. c. dudum 22 & congregato 53. de elect. & docet Vivianus de jure patron. p. 2. lib. II. c. 9. num. 12. Quod si Episcopus Clericum idoneum à solo Patrono laico praesentatum bona, vel mala fide, adhuc durante quadrimestri rejecit: & interim Patronus alium minus idoneum, sed absolute dignum praesentavit, & Episcopus illum instituit; tunc posterior dignus priori dignori praeferendus est, ac in sua possessione relinquendus non obstante appellatione interposita a primo praesentato ad superiorem infra quadrimestre. Ratio est, quia ultimus institutus ex vi institutionis acquisivit jus in re, & primus tantum acquisivit jus ad ipsam praesentationem, non vero ad beneficium: neque removendus est à possessione sui juris, cum alteri nondum sit acquisitum, ut desumitur ex c. si tibi absenti 17. de praebend. in 6. Tum quia per interpositam appellationem primo praesentatus non potest praejudicare Patrono laico, quin cumulative possit secundum, & etiam tertium praesentare. Quod si Episcopus dolose exclusit ab institutione primum praesentatum, tunc eidem tenetur in poenam providere de alio competente beneficio, ut desumitur ex c. Pastoralis 29. h. t. ubi statuitur, quod si praesentatus à patrono laico rejiciatur ab Episcopo, & appellet ad Papam, si interim Patronus alium praesentat, & hic instituitur ab Episcopo; iste secundus obtinebit, quia inter praesentatos à laico est melior conditio possidentis: interim Episcopus, qui malitiose praesentatum idoneum recusativt, compellitur providere illi de beneficio competenti. Quod si quaeratur quomodo in tali casu probetur malitia Episcopi? Respondet Glossa in d. c. Pastoralis, teneri Episcopum ostendere, quod à se exclusus non sit idoneus, quia quilibet praesumitur bonus, si non probetur malus. Item ex eo evincitur Episcopi malitia, quia eum reijecit nulla facta de ipso examinatione. Verum quia Patrono laico licitum est plures Clericos accumulative praesentare, inter quos electio datur Episcopo, adeo ut possit hic ex praesentatis, quem maluerit instituere, videtur inconveniens, quod Episcopus utendo jure suo poenam incurrat, ex qua obligetur ad providendum primo rejecto de beneficio competenti: siquidem utens jure suo non censetur alicui esse injurius. Ob hanc difficultatem Panormit. in d. c. Pastoralis 29. n. 9. h. t. explicat decisionem Pontificis tantum procedere, quando Episcopus primum praesentatum malitiose, & dolose exclusit, scilicet sine rationabili causa denegavit illi institutionem, qua ratione quasi incitavit Patronum ad praesentandum alium. Secluso autem dolo ait Panormitanus, non teneri Episcopum propera institutione primi intervertere tempus Patrono ad secundum praesentandum, si voluerit. Tum quia ut nota Zoesius h. t. num. 50. secundus praesentandus per patronum fortassis erit dignior primo. Differunt etiam ratione temporis jus patronatus ecclesiasticum, & laicale, quia Patrono ecclesiastico conceditur integrum semestre ad praesentandum c. eam te 22. h. t. & laico tantum quadrimestre, adeo ut patronus ecclesiasticus possit in1Bw&sa=X1=bo
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tra sex menses praesentare, & laicus non nisi intra quatuor; alias jus providendi Ecclesiae ad Episcopum, seu ad illum superiorem 818 Lib. II. (cioè: III) Titulus XXXVIII. rem, qui habet jus instituendi libere devolvitur, & habetur etiam in c. si laicus unic. h. t. in 6. ubi Bonifacius VIII. statuit, quod quamvis laicus, quando erat Patronus, habuerit quatuor menses ad praesentandum vacante Ecclesia; nunc tamen Ecclesia, vel monasterium, cui fuit donatum jus, habebit sex menses: quia Ecclesia quantum ad praesentandum reputatur patronus non laicus, sed ecclesiasticus. Ratio hujus discriminis ex eo petitur, quia cum patronus ecclesiasticus in eo gravetur, quod unum tantum possit praesentare ad beneficium, cum laicus possit plures non privative, sed cumulative, ideo ut patronus ecclesiasticus relevaretur, plus temporis ei ab Ecclesia indulgetur ad inquirendum de clerico aliquo digno, & idoneo: aequum enim est, ut qui gravatur in uno, relevetur in alio l. eum qui. ff. de injuriis, & famos. libel. sed ecclesiasticus patronus in eo gravatur, quod non possit variare, nec plures accumulative praesentare, sicut patronus laicus; unde aequitas exigebat, ut in altero relevaretur, scilicet per longius tempus ad praesentandum, ut notat Glossa magna in c. si laicus unic. h. t. in 6. Quod si petatur, à quo tempore incipiat currere hoc quadrimestre in patrono laico, & semestre in ecclesiastico. Communis sententia est, incipere à die notae vacationis, non vero à die ipsius vacationis; adeo ut patrono ignoranti, vel alias legitime impedito, non currat tempus statutum ad praesentandum; quinimo in dubiis potius ignorantia Patroni, quam scientia praesumitur; nisi concurrentes circumstantiae vicinitatis loci, & praesentiae Patroni aliter suaserint argum. c. quia diversitatem 5. de concess. praebend. & notat Zoesius h. t. n. 57. non enim debet quis privari sine culpa jure, quod possidet, & sicut ignorantia excusat à culpa, ita non debet patrono dari culpae. Hinc ad evitandas lites in plerisque Provinciis usus invaluit, ut Patronus de beneficio vacante certioretur, moneaturque per Episcopum ad praesentandum. Praeterea notat Barbosa de offic. Episc. p. 5. allegat. 72. num. 177. posse Episcopum etiam post lapsum tempus ex gratia praesentationem patroni admittere argum. c. 2. in V. liceat, & c. litteras de supplend. neglig. Praelat. id tamen limitatur, nisi inciderit in poenam privationis pro ea vice ob praesentationem indigni, quod tamen tantum procedit de patrono ecclesiastico, quia laicus potest accumulative plures praesentare, Barbosa Jur. Eccles. univers. lib. 3. c. 12. num. 174. & desumitur etiam ex c. cum vos. de offic. jud. ordinar. Excommunicato autem non currit tempus, nisi fuerit in mora petendi absolutionem à censura argum. c. un. §. I. ne sede vacant. in 6. & nota Zoesius h. t. num. 58. imo Episcopus potest instituere praesentatum à patrono laico excommunicato, licet non teneatur: non item à clerico excommunicato, cui competit ratione beneficii, à quo per excommunicationem suspenditur. Quod si Patroni inter se non conveniant, litemque instituant de ipso jure patronatus, currit nihilominus eis tempus, & nisi aliquis ex illis intra legitimum tempus praesentaverit devolutio sit ad Episcopum salvo jure illius qui vicerit, ut proxima vacatione possit libere praesentare. Sin vero unus ex litigantibus jam fuerit in possessione praesentandi, & alter tantum contendat de proprietate, tunc possessor debet praesentare, nec removebitur praesentatus, quamvis contendens de proprietate vicerit postea in judicio: quod tamen procedit, si possessor fuerit in bona fide: ratio est, quia ad possessorem sicut in aliis, etiam hic, pertinent fructus rei possessae, adeo ut habeat jus eos percipeindi; & ipsa praesentatio est 1Bw&sa=X1=bo
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proprius fructus juris patronatus c. consultationibus 19. h. t. c. querelam 24. de elect. c. cum olim 7. de causa possess. proinde qui est in possessione praesentandi legitime praesentat. Idque certum est si praesentatio facta sit ante litem in judicio introductam. Quid vero dicendum sit si lite jam mota praesentatio facta fuerit? dissentiunt doctores, volunt plures praesentationem tunc debere quidem recipi, sed institutionem differri, donec lis absoluta fuerit, ac decisa, idque desumunt ex c. ex litteris 7. h. t. ubi Pontifex rescribit, quod si conductor praesentaverit ante motam litem super jure patronatus praesentatio teneat; sed si praesentatio facta sit post motam litem nihil debeat innovari. Ratione etiam nituntur hoc evincere, quia lite pendente, non possunt fructus, illi percipi, qui re evicta non possunt restitui; talis est fructus juris patronatus, quia Clericus semel praesentatus, & institutus non amplius removetur: videntur hanc sententiam docere Panormit. in d. c. ex litteris 7. num. 8. & 9. Barb. in collect. ad d. c. num. II. Zoesius h. t. n. 43. Contraria tamen sententia communior est, & probabilior, adeo ut non obstante lite inchoata, & pendente Patronus possit cum effectu praesentare, dummodo duo concurrant, quorum primum est, ut possessio non vocetur in dubium: secundum ut possessor bona fide possideat, quia in praesentando solum attenditur possessio juris patronatus c. cum Ecclesia de causa possess. & propriet. c. consultationibus 19. h. t. ubi Pontifex rescripsit, quod quando qui possidet jus patronatus, & praesentat idoneum, quem Episcopus instituit; si deinde in lite patronus perdit jus patronatus, & alius vincit, praesentatus, & institutus non est removendus ab Ecclesia: & ratio additur à Glossa ibidem, quia qui est in quasi possesione cum bona fide acquirit titulum, licet qui praesentaverit revera non fuerit patronus c. querelam de elect. quia interdum plus valet quod est in opinione, quam quod in veritate; sed credulitas sine possessione non juvat. Tum quia pendente lite non debet quis privari commodo suae possessionis c. ut lite pendente nihil innovetur. Neque fundamenta oppositae sententiae urgent: quia in d. c. ex litteris 7. h. t. argumentum inde deductum à contrario congrue explicatur de possessore, cujus possessio sit dubia, propterea non pacifica, ut conjicitur ex facti specie illius capitis; miles enim probabiliter tunc prima vice praesentavit, & ejus possessio non era pacifica 819
De jure Patronatus
cifica, sed dubia. Ad aliud, quod addebatur de fructibus non percipiendis, quando re evicta non possunt amplius restitui. Respondetur, id esse verum de illis fructibus, qui salvo usu possessionis possunt restitui: non vero de fructibus, qui ita sunt annexi possessioni, ut si non percipiantur, amittitur possessio: hinc licet in l. certum C. de rei vendic. dicatur, quod evincenti in petitorio debeant fructus restitui; haec tamen regula fallit in iis fructibus, qui ex sua natura tales sunt, ut salvo usu possessionis non possunt restitui. Neque est novum, quod pendente lite fructus percipiantur: siquidem pendente lite super matrimonio potest maritus illius fructibus uti c. 1. & 2. ut lite pendente, & tamen fructus tunc matrimonii non possunt amplius restitui. Praeterea respondent Joannes Honorius h. t. num. 58. & Rippa in c. cum Ecclesia num. 93. in fin. de caus. possess. quoad fructum juris patronatus non attendi regulam restitutionis, eo quia jus patronatus non producit fructus, quos possessor lucretur, ac ditior fiat, non enim possessor ex eo, quod praesentet Clericum ad beneficium, inde evadit locupletior cum damno proprietarii, ut contingit in 1Bw&sa=X1=bo
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aliis fructibus naturalibus: proinde afferunt, fructum jurispatronatus non esse restituendum, & interim possessorem bonae fidei posse illum percipere etiam lite pendente, eo quia non sit privandus pacifica possessione. Quod si petatur, quomodo acquiratur possessio jurispatronatus, probabilior sententia est, acquiri per unum actum praesentationis cum bona fide, & secura institutione. Alia differentia inter utrumque jus patronatus ecclesiasticum, & laicale in eo est sita, quod parochiae pertinentes ad jus patronatus laicorum non possint conferri per concursum, de quo loquitur Tridentinum sess. 24. c. 18. de reformat. adeo ut illi tantum per examinatores debeant examinari, qui à Patrono laico praesentati fuerint, sive isti fuerint plures, sive unus tantum, seclusis aliis non praesentatis, qui alias ad concursum possent examinari. Immo si jus patronatus sit mixtum adhuc illi tantum debent examinari, qui à Patronis praesentantur, vel nominantur, quia libertas Patroni laici ob mixturam clerici non debet restringi, ut notat Fagnanus in c. cum propter 27. h. t. ubi etiam addit, ita fuisse declaratum à sacra Congregatione. Neque obstat, quod magis dignum debeat ad se trahere minus dignum argum. l. qua Religiosis. ff. de rei vendic. & jus patronatus ecclesiasticum esse dignius laicali. Nam id tantum procedit quoad commoda, & privilegia, non vero quoad damna, & poenas: cum enim Patrono laico concedatur, ut possit praesentare sine concursu, non debet privari hoc privilegio ex eo, quod Clericus cum ipso concurrat in eadem praesentatione. Praeterea quamvis in mixtis naturalibus non semper attendatur, quod dignius est: in mixtis tamen quae sunt talia juris ministerio, illud est potentius, quod magis prodest, & jus alterius non laedit, ut in jure patronatus mixto est jus praesentandi, quod habet laicus; magis enim prodest, & jus alterius non laedit: tunc jurisdictione jus laici habetur potentius, & dignius, eo quia magis prosit, & non laedat jus alterius. Quando vero jus patronatus est ecclesiasticum, tunc admittitur concursus; sed si institutio pertineat ad Episcopum, peracto examine Patronus ecclesiasticus habet electionem, & illum praesentat, quem ex approbatis ab examinatoribus digniorem esse censuerit. Sin vero institutio ad Praelatum Episcopo inferiorem spectet, tunc Episcopus solus ex iis, qui idonei reperti sunt digniorem eligit, quem Patronus inferiori Praelato praesentat, ut desumitur ex Tridentino sess. 24. c. 18. de refor. In Bulla tamen Pij V, cui initium est, Ad exequendum excipiuntur parochiae, quae monasteriis, vel aliis ecclesiis unitae, & incorporatae sunt, in his enim sola Praelati nominatio sufficit, & nominatus, si in examine sine concursu approbatus fuerit ab Ordinario ponitur in Ecclesia, non tanquam Parochus, sed ut Vicarius, ut notat Engel. de praebend. num. 67. Est etiam alia differentia, quia jus patronatus ecclesiasticum per Papam, & ejus legatum potest impediri, eique derogari: quia Papa, & ejus legatus possunt sibi reservare beneficium primo vacaturum, & cum primum vacaverit, etiam conferre irrequisito Patrono ecclesiastico, ut docet Glossa in clement. 2. de praebend. V. Apostolicis, & de ipso legato Papae etiam constat ex c. cum dilectus 28. h. t. Sed de jure novo, hujusmodi derogationes prohibentur à Concilio Trident. sess. 24. c. 19. de refor. & Pirhing. h. t. num. 136. notat, in Germania nullum esse usum talis reservationis ob concordata. Secus jus patronatus laicale, quamvis de plenitudine potestatis possit impediri, eique derogari, nunquam tamen praesumitur eidem derogatum, nisi specifice in litteris Apostolicis id exprimatur; idque ne laici à piis fundationibus retrahantur. Imo hoc etiam procedit, si jus patronatus sit mixtum, idque in favorem laici Patroni, quod tamen intelligendum est de patronatu laicali ex fundatione, vel dotatione; non vero ex privilegio tantum, vel consuetudine legitime praescripta, quia tunc cessat finis, ob quem Ec1Bw&sa=X1=bo
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clesia indulget laicis tale privilegium, quia Patronus Laicus non fuit fundator, nec dotavit Ecclesiam. Demum differunt etiam quia Patronus ecclesiasticus, si inidoneum praesentet privatur jure suo pro illa vice c. 2. de supplend. neglig. Praelat. secus laicus si praesentet inidoneum, adhuc potest alium praesentare, ut notat Barbosa de offic. & potest Episc. allegat. 75. n. 105 [In realtà: alleg. 72 n. 105.]. §. III. Qui sint capaces jurispatronatus, & quae jura iisdem competant. Certum est, non solum Clericos, sed etiam fideles laicos capaces esse juris patronatus ex indulto, & gratia Ecclesiae, non ex debito argum. c. quoniam 3. h. t. Immo non solum 820
Lib. III. Titulus XXXVIII.
solum mares, verum etiam foeminas argum. c. fin. de concess. praebend. & non solum puberes, sed etiam impuberes, quia cum hi omnes sint capaces haereditatis, & legati, sequitur esse itidem capaces juris patronatus annexi persaepe eidem haereditati, vel legato. Ob eandem rationem sunt etiam capaces juris patronatus spurii, & illegitimi, ut colligitur ex can. piae mentis., can. Frigentius 15 sequent. 16. q. 7. Imo etiam irregulares, & excommunicati, aut alia censura affecti, quia hi omnes possunt possidere bona, quibus annexum sit jus patronatus, & possunt itidem fundare Ecclesias, ac beneficia ecclesiastica, ut nota Pirhing. lib. 3. decret. h. t. sect. 1. §. 3. n. 19. Neque obstat, quod jus patronatus sit spirituale, vel saltem annexum spirituali, ut habetur in c. de jure vero 16. h. t. ubi dicitur, quod jus patronatus per se non possit vendi, eo quia sit spirituali annexum, scilicet beneficio ad cujus institutionem ordinatur. Nam licet laici per se non sint capaces jurium spiritualium per textum c. decernimus de judic. fiunt tamen capaces hujus juris spiritualis ex speciali gratia, & indulto Ecclesiae concedentis ipsis, ut possint hoc jus acquirere, & possidere, ut habetur in c. quoniam 3. h. t. idque ut laici alliciantur, ac invitentur ad Ecclesias construendas, ac dotandas, & ad beneficia fundanda, ut notat Fagnanus in d. c. 3. n. 3. Si urgeas ad actum praesentandi esse necessarium judicium intellectus de idoneitate personae, ac rationis discerniculum, quo impuberes carent, praesertim si nondum sint septennes. Respondetur, exinde tantum sequi, impuberes ut etiam amentes, & furiosos non esse capaces juris patronatus quoad exercitium, non vero quoad habitum. Praeterea si pupillus nondum sit septennis, non per se ipsum praesentat, sed per tutorem, ut notat Garcia tract. de benefic. p. 5. c. 9. num. 193. Quod si pupillus sit septennio major, sed tamen infra annos pubertatis tunc quamvis conveniat praesentationem fieri authoritate tutoris dati ad regendas actiones pupilli, ut notat Garcia loc. cit. n. 95. [In realtà: n. 195.] nihilominus si solus pupillus praesentaret dignum, ejus praesentatio valida foret, & praeferenda factae à tutore, tametsi hic digniorem praesentaverit: quia pupillus est proprie Dominus juris patronatus, & ejus tutor non administrat spiritualia. Tum quia nullo jure habetur, quod ad talem praesentationem requiratur necessario authoritas tutoris, ut notat Zoesius h. t. n. 40. Posse tamen tutorem probabiliter praesentare, si non contradicat pupillus, asserit Garcia de benefic. p. 5. c. 9. num. 193. eo quia tutor non solum habeat potestatem administrandi bona pupilli, verum etiam regendi ejus actiones. Quod si 1Bw&sa=X1=bo
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Patronus fuerit pubes, se adhuc minor 25. annis, tunc potest ex se praesentare: quia quoad spiritualia jam est sui juris, & independens à patria potestate, ut notat Garcia loco cit. num. 198. quin imo si praesentatio fieret ab alio etiam curatore sine mandato pupilli, praesentatio foret irrita, quia curator non datur ad regendam pupilli personam; sed ad ejus bona temporalia administranda. Excipitur tamen jus patronatus competens filio ratione bonorum adventitiorum, quorum ususfructus pertinet ad patrem: si enin jus patronatus sit iisdem bonis annexum, ejus fructus, seu praesentare clericum ad beneficium pertinebit etiam ad patrem. Non tamen Judaei, & Pagani, & alii infideles sunt capaces juris patronatus, tametsi ecclesias fundent, construant, ac dotent, vel castra emant, quibus sit annexum jus patronatus, quia Ecclesia hoc privilegium tantum concessit laicis fidelibus, non vero infidelibus, ut patet ex can. quicunque 16. q. 7. ubi expresse dicitur: Quicunque fidelium. Tum quia jus patronatus est ecclesiasticum, & infedeles cum sint extra Ecclesiam, non possunt esse capaces juris ecclesiastici: quod si Judaei, vel Pagani fundent Ecclesiam, tenentur illam dotare, & ea sit liberae collationis, ut notat Fagnanus in c. nobis 25. n. 9. adeo ut infidelis ob fundationem, & dotationem Ecclesiae non acquirat jus Patronatus ob incapacitatem, quia per Baptismum non est ingressus Ecclesiam. Hoc idem etiam firmari potest ex cognatione spirituali, quam infidelis non acquirit, si puerum baptizet, aut de sacro fonte levet, ut tradit Joannes Andreas [In realtà: Joannes Andreae] in c. ex eo. num. 1. & 5. de reg. jur. in 6. De haeretico an capax sit juris patronatus videtur esse major difficultas, quia haereticus est baptizatus. Nihilominus de jure communi non est capax juris patronatus, quia omnia ejus bona, etiam quibus est annexum jus patronatus confiscantur per text. c. cum secundum leges de haeret. in 6. & quamvis haec ratio non videatur militare de haereticis toleratis in Germania: nihilominus adhuc isti accensendi sunt incapacibus juris patronatus: eo quia haereticus per haeresin se separavit ab Ecclesia, & est extra illam: consequenter illi non competit hoc jus, quod Ecclesia tantum ex gratia, non debito, concedit fidelibus, manentibus in Ecclesia. Tum quia haereticus privatur honore, quem in ecclesiis obtinet Patronus argum. c. didicimus 31. causa 24. q. I. quapropter gratia à sede Apostolica concessa fidelibus, ut sint capaces juris patronatus, non extenditur ad haereticos, ut notant Abbas in c. nobis 25. num. 3. h. t. & Fagnanus ibidem num. 10. hinc si Patronus lapsus in haeresin praesentet Clericum ad beneficium, praesentatio illa est irrita, & in poenam haeresis privatur tali jure. Quod si ad fidem catholicam iterum revertatur, recuperat jus patronatus, nisi per sententiam Judicis fuerit illo privatus, ac damnatus ob haeresin. Neque obstat, quod haeretici sint Christiani, possintque contrahere cognationem spiritualem baptizando, vel sacro fonte levando, proinde etiam esse capaces juris patronatus. Nam contra est, quia cum haeretici condemnent Ecclesiam, non merentur favorem ejusdem, praesertim cum ab Ecclesia recesserint per haeresin, proinde neque merentur gratiam, quam Ecclesia concedit fidelibus eos instituendo capaces juris patronatus. Haec autem procedunt de jure communi: quia in aliquibus Germaniae locis dicuntur 821
De jure Patronatus.
cuntur fieri praesentationes ab haereticis toleratis ad beneficia ecclesiastica, & institui clerici ab iisdem praesentati. Ponitur tamen difficultas, an quando castrum datum in dotem habet annexum jus patronatus, pertineat hoc ad uxorem habentem castrum illud in dotem, vel 1Bw&sa=X1=bo
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ad maritum. Pro solutione difficultatis juvat observare, dotem bibartiri in aestimatam, & non aestimatam; illam dici, cujus valor certo pretio taxatur; hanc quae nullo taxatur pretio: potest autem ex duplici fine dos aestimari. Primo aestimatione faciente veram venditionem, nimirum ea intentione, ut maritus soluto matrimonio non teneatur restituere dotem in individuo, sed sufficiat, si pretium aequivalens donet. Secundo potest aestimari aestimatione non faciente venditionem, & tunc contingit, quando dos restituenda est in individuo, licet pro majori securitate taxetur valor illius, ut nimirum si fortassis culpa mariti periret, possit aestimatum pretium repeti. Praeterea maritus matrimonio inito acquirit dominium directum, & utile, tam civile, quam naturale dotis aestimatae aestimatione faciente venditionem argum. l. quoties 5. [In realtà: quotiens 5.] C. de jure dotium, quia censetur, eam emisse pro pretio credito, adeo ut totum ejus lucrum, & periculum sit penes maritum, & si pereat, tametsi sine culpa mariti, adhuc censeatur marito perire, qui propterea contrahit obligationem, refundendi pretium dotis soluto matrimonio: uxor tamen adhuc retinet jus aliquod in re dotali; adeo ut si in caeteris bonis mariti non reperiatur sufficiens pretium dotis, dominium rerum dotalium, quae adhuc existunt ipso facto redeant ad uxorem, quae potest illas sibi vendicare exclusis omnibus aliis creditoribus, quamvis privilegiatis: hinc maritus non habet plenum dominium in dotem uxoris l. in rebus 30. C. de jure dot. Haec tamen procedunt ex suppositione, quod matrimonium sit jam initum, quia dos in ratione dotis, non completur nisi per actualem contractum matrimonii, adeo ut promissio dotis non sit absoluta, sed conditionata, si matrimonium ineatur: hinc si antequam contrahatur, dos fuisset data sponsae, & periret, damnum non esset mariti, sed uxoris, cui censeretur perire. Ejusdem juris est, sive dos constituatur in rebus consistentibus in numero, pondere, aut mensura, quia dos imitatur naturam mutui, & transfert dominium in maritum, perinde ac dominium mutui transfertur in mutuatarium l. res in dote 42. [In realtà: l. res in dotem 1. 2.] §. de jure dot. Caeterum dominium naturale dotis inaestimatae, vel aestimatae sine venditione manet, vel penes dantem, si fuit dos profectitia, vel penes uxorem, si fuit adventitia, & desumitur ex d. l. in rebus 30. C. de jur. dot. maritus tamen in tali dote praeter usumfructum habet etiam dominium civile, quia hoc ei competit, qui licet vere non sit dominus rei, juris tamen fictione censetur Dominus in ordine ad quosdam effectus cujusmodi sunt libera administratio, & vendicatio. Ut autem satisfiat difficultati, certum est, jus patronatus non pertinere ad maritum, si sit annexum boni paraphernalibus uxoris, vel illi competat ratione majoratus, vel successionis, ut haeredi, vel consanguineae fundatoris: ratio est, quia sicut alia bona acquiruntur extra suam dotem, ita eidem acquiritur jus patronatus iisdem annexum; accessorium enim sequitur suum principale; & jus patronatus est accessorium iisdem bonis: cum igitur uxor acquirat plenum dominium circa talia bona, ita etiam circa jus patronatus iisdem annexum; proinde ad solam uxorem pertinet tunc praesentare clericum ad beneficium, non ad maritum, qui propterea in tali praesentatione non potest se immiscere, nisi fortassis ex urbanitate uxoris id ei concedatur. Major difficultas igitur est, quando jus patronatus est annexum bonis dotalibus, an tunc jus praesentandi spectet ad uxorem, vel maritum: Abbas in c. fin. de concess. praebend. num 8. Felin. in c. cum olim de majorit. & obedient. n. 2. asserunt, jus praesentandi pertinere tunc ad solam uxorem, eo quia apud ipsam maneat verum, ac naturale dominium dotis l. in rebus 30. C. de iur. dot. consequenter etiam manet jus patronatus, tanquam accessorium ad ipsam dotem. 1Bw&sa=X1=bo
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Quod si objicias textum in c. per vestras de donat. inter vir. & uxor. & c. salubriter de usur. ubi fructus, & commodum dotis dicuntur pertinere ad maritum; proinde etiam jus patronatus, & ipsa praesentatio debet ad maritum pertinere; quia praesentatio est quidam fructus, & emolumentum juris patronatus: Respondent, praesentationem esse quidem fructum, & quidem pretio aestimabilem, non tamen qui inserviat ad ferenda matrimonii onera; proinde non transire ad maritum, quia ad ipsum tantum transeunt illi dotis fructus, qui inserviunt ad onera matrimonii portanda, seu qui adferunt aliquid lucri, & maritus per eorum acquisitionem, sit ditior: per praesentationem autem clerici ad beneficium, qui praesentat, non sit ditior, nec talis praesentatio, licet sit fructus juris patronatus, inservit ad ferenda onera matrimonii: unde licet fructus dotis transeant ad maritum, non ita jus praesentandi, licet sit fructus juris patronatus annexi bonis ipsius dotis. Si objicias secundo jus patronatus transire cum universitate rei: & maritum fieri dominum rei dotalis post initum matrimonium l. doce ancillam C. de rei vindic. proinde fieri etiam dominum juris patronatus. Respondent, jus patronatus transire cum universitate rei quando plenum atque perfectum universitatis rei dominium acquiritur, non vero quando plenum ac perfectum dominium non acquiritur: maritus autem non acquirit hoc plenum ac perfectum dominium in dotem uxoris, quia dominium naturale semper manet penes uxorem. Quamvis haec sententia plurimum habeat probabilitatis, nihilominus, probabilius putarim, jus patronatus annexum bonis dotalibus transire ad maritum, ut docent Garcia de benefic. p. 5. c. 19. [In realtà: c. 9.] num. 149. Zoesius h. t. num. 36. Tiraquel. Guttier. & alii: siquidem marito non solum acquiruntur fructus bonorum dotalium, ut desumitur ex d. c. salubriter de usur. verum etiam fictione juris dominium 822
Lib. III. Titulus XXXVIII
nium civile in ordine ad omnes illos effectus, qui jure non excipiuntur argum. l. dare [In realtà: l. doce] C. de rei vindicat. & ibi Glossa V. dotalem, & docent hanc sententiam Bartol. hic. n. 3. & Bald. n. 6. apud Garciam loc. cit. quapropter una cum principali, seu bonis dotalibus transit ad maritum etiam accessorium, seu jus patronatus, quia nullibi in jure reperitur exceptum. Sicut igitur jus patronatus transit cum re dotali quoad dominium civile ad maritum: ita etiam ipsa praesentatio, quae est ejus fructus, se habens accessorie ad fructus rei dotalis, quamvis non sit pretio aestimabilis. Non tamen Patrono sive laico, sive ecclesiastico praeter jus praesentandi competit aliud jus, vel potestas circa bona Ecclesiae; adeo ut Patronus non possit libere disponere, nec instituere, au destituere Clericos in Ecclesia, cujus est Patronus, idque statuitur in c. Praterea 4. h. t. ubi dicitur, quod Patroni laici, qui sine authoritate Episcopi instituunt clericos, vel removent, vel bona ecclesiastica pro sua voluntate distribuunt, sint excommunicati. Ratio etiam hoc idem suadet, quia laici nullam habent potestatem disponendi de rebus ecclesiasticis, cum sint alterius fori, hoc idem etiam statuitur in Concilio Tridentino sess. 25. c. 9. § Patroni autem de refor. quinimo Clericus, qui permisit se institui in beneficio absque proprii Episcopi authoritate, privatur communione, & anathemate percutitur, & si persistit in ministerio ecclesiastico etiam deponitur, ut habetur in d. c. praeterea 4. h. t. ubi dicitur, quod Clericus, qui recipit Ecclesiam per Laicos sine authoritate Episcopi sit privandus communione, & si perstiterit, deponatur à ministerio ecclesiastico, & ab ordine. Laicus vero se intromittens in spiritualibus, vel temporalibus juris patronatus, non est ipso jure excommunica1Bw&sa=X1=bo
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tus, sed excommunicandus, & clericus sinens se institui non est suspensus, sed suspendendus: verum si canonicam institutionem velit postea impetrare, debet vitium intrusionis in petitione exprimere, quia ratione intrusionis contraxit inhabilitatem, ut promoveatur ad beneficia ecclesiastica, ad quae fuit intrusus. Imo neque potest promoveri ad aliud beneficium, vel dignitatem ecclesiasticam, ut habetur in c. quisquis 43. de elect. ubi expresse dicitur, quod si clericus per abusum potestatis saecularis electus praesumpserit consensum dare, ejus electio sit ipso jure irrita, & electus ineligibilis redditur, adeo ut ad nullam dignitatem ecclesiasticam eligi possit. Neque possunt patroni libere conferre ecclesias, vel beneficia, in quibus habent jus patronatus, sed tantum possunt praesentare, ut habetur in c. transmissae 31. & ult. h. t. ubi Gregorium IX, declarat, quod patronus non possit conferre, seu concedere, vel instituere Ecclesiam, sed solum praesentare; hinc si uni conferat Ecclesiam, & mox alium praesentet Episcopo, licet primus appellaverit ad Papam, nihilominus Episcopus potest instituere hunc praesentatum: & ex eod. c. infertur, posse patronum retractare proprium factum si noverit illud invalidum esse, vel cedere in praejudicium Ecclesiae, vel tertiae personae, vel in damnum animae ac salutis propriae. Praeterea qui Ecclesiam collegiatam fundavit, construxit, vel dotavit, licet sit Patronus illius, non tamen habet jus eligendi Praelatum, adeo ut non possit suffragium ferre in ejus electione, si laicus sit, imo neque interesse electioni faciendae, neque requirendus est ante electionem, ut habetur in c. nobis 25. h. t. ubi Clemens III. ait, quod Patronus non possit interesse electioni faciendae de Praelato Ecclesiae, sed tantum quod post electionem postuletur ejus assensus, nisi fortassis Patronus habeat specialem facultatem interessendi electioni: & ratio id etiam suadet, quia laici non sunt capaces jurium spiritualium, nec ullam habent de rebus, & personis ecclesiasticis disponendi potestatem c. tua 25. de decim. nisi ipsis à sacri canonibus, vel sede Apostolica fuerit concessum, adeo ut sine hac concessione nullum laicis competat jus in res, aut personas ecclesiasticas: atqui Patronis laicis ab Ecclesia tantum conceditur jus praesentandi, non autem eligendi, quia jus eligendi est magis spirituale; quam jus praesentandi, cum praesentatio immediate dirigatur ad superiorem Ecclesiasticum, ut praesentatum constituat in Ecclesia, vel beneficio, adeo ut clericus praesentatus non acquirat jus ad beneficium, nec in beneficio per praesentationem, sed tantum per institutionem, ut habetur in c. quod autem 5. h. t. ubi Alexander tertius statuit, quod si Patronus praesentet idoneum pro Ecclesia, & Episcopus illum non admittat, si deinde praesentet alium idoneum, quem Episcopus admittit, primus praesentatus, & non admissus non potest agere, nec est praeferendus, quia ante approbationem Episcopi non est rata praesentatio, & melior est conditio possidentis. Electio autem è contra dat electo jus ad beneficium, & proxime dirigitur ad electum c. quod sit 6. de elect. in 6. unde licet possit laicus ratione juris patronatus praesentare clericum ad beneficium, non tamen eligere, quamvis Ecclesiam collegiatam fundaverit, construxerit, vel dotaverit. Quinimo neque potest Laicus habere jus nominandi, vel praesentandi Praelatum, seu Rectorem in Ecclesia collegiata, sed tantum in Ecclesia non collegiata, ut habetur in d. c. nobis 25. h. t. & ratio etiam desumitur ex eo, quia Praelati Ecclesiarum collegiatarum sunt in dignitate constituti, & in illis obtinent praecipuum locum, exercentque jurisdictionem in foro externo, etiam in ipsos clericos; proinde non decet, ut Praelati Ecclesiarum collegiatarum constituantur per Laicos. Hinc nec per ullam consuetudinem etiam immemorialem potest laicus, quamvis sit Ecclesiae Patronus acquirere jus eligendi Praelatum Ecclesiae collegiatae, ut de1Bw&sa=X1=bo
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sumitur ex d. c. nobis 25. h. t. & ex c. Massana 56. de elect. ratio est, quia id cederet in nimium ecclesiasticae libertatis praejudicium, si electio, vel constitutio Praelatorum collegiatarum concederetur laicis. Moris tamen est praesertim in Germania ut laici nomine Principum intersint tractatui de electione instituenda, ita tamen ut liberam facul823 De jure patronatus. facultatem eligendi relinquant ecclesiasticis, & tantum defensionis causa assistant ad eum duntaxat finem, ut electio rite, tranquille, & ordinate peragatur; tametsi nec id permitti deberet: sed ubi consuetudo invaluit, tolleratur. Non tamen potest Episcopus regulariter Ecclesiam parochialem partronatam invito patrono commutare in aliam Ecclesiam, ut in collegiatam: ratio est, quia id cederet in manifestum praejudicium Patroni, qui non posset amplius Parochum praesentare: & sicut invito Patrono non potest auferri jus praesentandi directe argum. c. monasterium 33. ita neque indirecte convertendo Ecclesiam parochialem patronatam in collegiatam. Si tamen necessitas urgeret, & cederet in evidens majus bonum Ecclesiae, & Patronus non posset contradicere; tunc posset converti in collegiatam; & Patronus si absque reservatione juris, & protestatione consenserit; tunc electio Rectoris ad collegium clericorum pertinet: sin autem sibi reservaverit jus praesentandi, illud retinet. Caeterum hoc est discrimen inter electionem, & praesentationem, quia electio sit à collegio, seu Ecclesia habente conventum, & per electionem jus acquiritur Praelato electo: si enim fuerit idoneus, & canonice electus, debet à superiore confirmari, & ante confirmationem habet tantum jus ad Praelaturam, non in Praelatura. Secus praesentatio regulariter solum sit ad beneficia, quae non cadunt sub electionem, & quae non sunt Praelaturae, nec jus tribuunt irrevocabile. Prohibitum est etiam, & quidem sub poena excommunicationis ferendae, ne Patroni Ecclesiasiarum in recognitione juris patronatus aliquid ab ipsis exigant, neque tributa, nec collectas militum, nec ullum servitium alendi canes venaticos, aut alia jumenta, nec possint gravare aliis oneribus, vel exactionibus, & desumitur ex c. praeterea 23. ubi Lucius III. statuit, quod Patroni,Vicedomini, Custodes, Guardiani non possint propria authoritate alienare jus patronatus, nec gravare Ecclesiam, nec aliquid exigere, nisi antiquos reditus moderatos, quos Episcopi in fundatione instituerunt, idque sub poena excommunicationis, & contractus alienationis, declaratur irritus, Ratio etiam id suadet, quia talia gravamina non exiguntur, nisi à subditis, & supponunt jurisdictionem in imponente: atqui Ecclesiae, & illarum Ministri non subjiciuntur potestati saeculari; proinde non possunt à saecularibus gravari; & solum in d. c. praeterea excipitur, nisi Patronus in fundatione sibi reservet cum authoritate Episcopi, aliquam pensionem annuam, & quidem moderatam spectata quantitate redituum Ecclesiasticorum, adeo ut dos necessaria non minuatur. Potest etiam Patronus, seu fundator Ecclesiae ex consensu Episcopi in ipsa fundatione honestam conditionem apponere, etiam contra jus commune, & nonnunquam etiam cum derogatione juris episcopalis: debet tamen id fieri tempore fundationis, ut notat Glossa in c. 2. V. non pertinere caus. 10. q. I. ratio est, quia quilibet est rei suae moderator, & arbiter, proinde in donatione, fundatione, vel traditione potest velle donare, vel fundare cum hac, vel illa licita, & honesta conditione: secus post factam fundationem, vel donationem non potest amplius talis conditio apponi, ut notat Glossa in l. 4. C. de donat. qua sub mod. ubi dicitur: Perfecta donatio conditiones postea non patitur. Rursus haec conditio adjicienda est ex consensu Episcopi, quia fundator est privata persona, & non potest propria authoritate ca1Bw&sa=X1=bo
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nones immutare c. requisisti 15. de testam. Idque vel maxime procedit, si mutatio fiat in praejudicium Episcopi. Caeterum Patronus non potest disponere de fructibus, & reditibus Ecclesiae, nec eos convertere ad certos determinatos usus quantumvis pios. Ratio est, quia Laicus non potest disponere de bonis Ecclesiarum, quia sunt omnino exempta à juridsictione, & potestate laica, etiam ipsorum Principum c. generaliter 16. q. 1. c. convenior in qualibet. c. sancimus 23. q. fin. c. bene quidem dist. 96. adversus. c. non minus de immunit. Eccles. §. IV. De potestate praesentandi, & de ipsa actuali praesentatione clerici ad beneficium vacans. Possessori juris patronatus quamvis revera dominium juris patronatus non competat, si tamen sit possessor bonae fidei potest clericum nominare, & hic potest institui: quia nominare, seu praesentare clericum, habere in processionibus honorificum locum, accipere subsidium vel alimenta tempore inopiae ab Ecclesia, sunt fructus juris patronatus: & generatim fructus rei debentur possessori ejusdem, dummodo sit possessor bonae fidei c. gravis de restit. spoliat. Verum ut quis dicatur possessor bonae fidei, duo desiderantur, & quidem copulative, quorum primum est, ut communiter reputetur Patronus. Secundum ut sit in possessione praesentandi, nec solus error communis sine possessione sufficit; & hoc pacto solet limitari l. Barbarius 3. ff. de offic. Prator. Imo procedit etiam quando cum communi errore concurrit possessio, vel quasi possessio proprietatis, seu potestatis, ut notat Abbas in c. consultationibus 19. h. t. ubi Glossa notat, quod qui est in quasi possessione cum bona fide, acquirit titulum, tametsi qui praesentaverit non fuerit revera Patronus c. querelam de electione. c. cum olim. de causa possess. & propriet. Non tamen sufficit nuda possessio, sed ulterius requiritur, ut is qui praesentat, sit in possessione cum bona fide, & existimet jus praesentandi sibi competere. Acquiritur autem haec possessio etiam per unicum actum praesentationis, admissae tamen à Praelato ecclesiastico c. cum Ecclesia sub trina. Haec tamen procedunt de jure antiquo, quia hodie post Concilium Tridentinum, sess. 25. c. 9. de refor. ad valorem praesentationis, non sufficit si praesentans communiter reputetur Patronus, & sit in quasi possessione juris praesentandi, sed ulterius requiritur, ut doceat de titulo, & proprietate juris Patronatus ex fundatione 482 (in verità 824)
Lib. III. Tit. XXXVIII.
tione, aut dotatione, & titulus debet constare ex authentico instrumento, vel ex multiplicatis praesentationis à tempore immemoriali, ut recte notat Pirhing h. t. sect. 4. §. I. num. 88. ubi addit, decretum Concilii non habere locum, si controversia non sit de titulo, seu proprietate juris patronatus, sed solum vertatur inter duos, vel tres praesentatos, ad quem ex praesentantibus jus patronatus pertineat, ut si controvertatur, quisnam eorum in jure patronatus successerit: tunc enim inter praesentatos debet praeferri is, quem praesentavit, qui est in pacifica, immediata possessione juris praesentandi, ut notat Fagnanus in d. c. consultationibus 19. n. 16. h. t. Difficultas tamen oritur, quando sunt duo litigantes super eodem jure patronatus, & unus eorum est Clericus praetendens illud ex litteris fundationis sibi 1Bw&sa=X1=bo
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competere post extinctam familiam masculinam fundatoris: & alter est laicus, qui succedit, ut extraneus fundatori, seque defendit per possessionem cum bona fide à tempore immemoriali; cuinam tunc ex hisce duobus litigantibus jus praesentandi competat. Plures in ea sunt sententia, ut clerico illud adjudicent: eo quia publicum instrumentum à fundatore erectum, & appobatum ab Ordinario loci, doceat jus praesentandi ex fundatione acquisitum, tamdiu manere in familia fundatoris, quamdiu linea masculina non extinguitur, & hac extincta transire ad clericum: haec autem familia supponitur extincta; proinde jus patronatus acquisitum clerico. Tum quia Tridentinum sess. 25. c. 9. de refor. ait: In iis personis, in quibus id jus plerumque usurpatione potius quaesitum praesumi solet; plenior, & exactior probatio ad docendum verum titulum requiratur; nec immemorialis temporis probatio aliter eis suffragetur: sed laicus successor, non amplius ex linea masculina fundantis familiae descendens si sibi usurpet illud jus praesentandi, cum non possit verum titulum probare; non debet probatio petita à tempore immemoriali ei suffragari, hinc Fagnanus in d. c. consultationibus num. 15. h. t. ait, post Concilium Tridentinum non esse deserendum illis Authoribus, qui dixerunt, cum duo sunt praesentati unus ab existente in possessione praesentandi; alter vero ab habente proprietatem juris patronatus, instituendum esse praesentatum à bonae fidei possessore: ergo cum Clericus supponatur habere proprietatem juris patronatus, & laicus solam possessionem à tempore immemoriali docent, esse jus patronatus adjudicandum Clerico. Hoc idem etiam adstruit Barbosa in collect. ad Tridentinum Concil. sess. 25. c. 9. n.15. de reformat. ubi ait, non suffragari immemorialem praesentationem, quando constat de initio invalido à principio, ut si appareat, quod fuerit usurpatum jus patronatus ex privilegio, & non ex fundatione, & dotatione. Adhaerent huic sententiae Gonzales Glossa 18. num. 43. Piasecius in d. c. consultationibus, Mantica decis. 318. Barbosa allegat. 72. num. 67. sed constat, laicum ab initio sibi usurpasse invalide jus patronatus, cum illud non habuerit ex fundatione, vel dotatione: consequenter possessio immemorialis non videtur ei suffragari. Nihilominus alii probabilius censent, jus praesentandi esse adjudicandum laico possessori, & qui in judicio se defendit beneficio praescriptionis à tempore immemoriali contra patronum Ecclesiasticum proprietatis: quia ut notat Barbosa p. 3. de offic. & potest Episc. allegat. 72. num. 67. rigor praescriptus à Concilio Tridentino loc. cit. sess. 25. c. 9. non procedit si agatur inter ipsos patronos juxta decisionem Rotae Romanae coram Mantica decis. 18. cui adherent Gonzales Glossa 18. num. 59. Piasecius in prax. nova Episc. p. 2. c. 5. num. 7. V. non tamen adeo ut jus patronatus possit praescribi ab uno contra alium conpatronum, ut censuit Rota Romana decis. 548. num. 2 apud Farinac. p. 2. recent. & quia in praesenti casu controversia est de jure patronatus, non contra Ecclesiam liberam, sed inter ipsosmet Patronos clericum, & laicum; ideo rigor Concilii Tridentini non videtur urgere, unde praecipuum fundamentum, quo nititur contraria sententia desumpta ex authoritate Concilii non videtur subsistere: quia authoritas Concilii tantum procedit, quando agitur contra Ecclesiam super libertate beneficii. Tum quia ut notat Pirhing loc. cit. num. 88. decretum Concilii non habet locum, quando controversia non est de titulo, seu proprietate juris patronatus, ut etiam notat Fagnanus in d. c. consultationibus n. 16. h. t. Quod si dicas, ex parte possessoris laici obstare malam fidem, & defectum tituli. Contra est, quia supponitur semper titulus aliquis saltem coloratus, proinde possessor saltem supponitur bonae fidei, praesertim cum possessio à tempore immemoriali habeat vim tituli argum. l. fin. ff. de aqua pluvia arcenda, idque ut 1Bw&sa=X1=bo
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procedat, sufficit sola capacitas in exercente, ut notat Fagnanus in c. cum contingat. num. 9. de for. compet. & cum laicus non sit incapax juris patronatus, quod possidet à tempore immemoriali, non est dicendus carere titulo, nec mala fide possidere jus patronatus. Tum quia Concilium Tridentinum potius favet huic secundae sententiae, si enim textus integer producatur, dicitur in sess. 25. c. 9. num. 15. Nec immemorialis temporis probatio aliter eis suffragetur, quam si praeter reliqua ad eam necessaria praesentationes etiam continuatae, non minori saltem quam 50. annorum spatio, quae omnes effectum sortita sint authenticis scripturis probentur: sed laicus à tempore immemoriali semper fuit agnitus pro Patrono, & omnes praesentationes quotquot habuit ultra 50.annos etiam supponuntur sortitae suum effectum: ergo hujusmodi praescripto sufficit etiam ex Concil. Tridentino, ad producendum justum titulum suae possessionis. Quid vero dicendum sit, si lite pendente super jure patronatus, & nondum finita intra quadrimestre, vel semestre, an tunc currat Patrono tempus ad praesentandum, vel potius pro illa vice privetur jure praesentandi, quod devolvatur, ad superiorem Ecclesiasticum? non conveniunt doctores: proinde procedendum est cum distinctione, si lis sit inter Patronos super quasi possessione juris patronatus: vel super proprietate juris patronatus, quod nemo adhuc possidet. tunc 825.
De jure Patronatus.
tunc jus devolvitur ad Dioecesanum, & desumitur ex c. cum propt. 27. h. t. ubi expresse statuitur, quod si questio vertatur inter Patronos de jure patronatus, & infra quatuor menses non definiatur, ad Episcopum pertineat instituere personam idoneam; ita tamen ut ex hoc non fiat praejudicium praesentationi imposterum: & ratio quae movit Pontificem ad id statuendum fuit, ne propter litem & contentionem Patronorum Ecclesia careret Rectore ultra tempus à jure definitum, & ne illi detrimentum inferretur, ut notat Fagnanus in c. quoniam 3. h. t. num. 16. ubi etiam statuitur, quod si Patroni dissentiant, & diversi diversos praesentent, qui habet majora merita, & plura suffragia praeferatur, & si hoc non potest fieri sine scandalo, Episcopus ordinet, prout consultius judicaverit. Idque faciat, quando inter aliquos nascitur quaestio de jure Patronatus, quae inter quatuor menses non definitur. Quod si lis non inter Patronos moveatur, sed inter patronum, & Episcopum, eo quia praetendat Episcopus Ecclesiam liberam esse, & patronus contendat esse sibi subjectam; tunc tempus ad praesentandum non currit Patrono, neque Episcopus potest beneficium conferre, sed tantum Oeconomum Ecclesiae dare, donec lis absolvatur, ut notat Barbosa p. 3. de offic Episc. allegat. 75. [In realtà: alleg. 72] num. 140. Fagnanus in d. c. quoniam num. 18. Sin vero agitetur inter Patronos, & praesentatum, & dubium sit, an praesentatus sit capax praesentationis, tunc definienda prius est lis inchoata, quia agitur de jure quaesito praesentati; proinde Patronus non potest pendente lite praesentare alium, quin inferat injuriam praesentato; si praesentet alium privative ad primum; non ita si accumulative, si sit Patronus laicus, quia hic potest accumulative plures praesentare, ut ex illis Episcopus instituat magis idoneum. Neque quando lis est inter praesentatos contendente alterutro se esse alteri praeferendum, potest Patronus alium praesentare, donec lis absolvatur: quia constitutio in c. quoniam 3. h. t. cum à jure communi exorbitet, fitque odiosa ob solam paritatem rationis non extenditur ad casus similes, ut notat Abbas in in d. c. quoniam 3. num. 7. h. t. Imo hoc etiam procedit, quando lis movetur super jure eligendi, vel conferendi 1Bw&sa=X1=bo
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ob discrimen inter utrumque jus: siquidem in praesentatione non agitur de tam gravi Patronorum prejudicio, si lite adhuc pendente Episcopus alium instituat: secus in jure electionis sit gravissimum praejudicium electoribus, si ipsis exclusis jus instituendi devolveretur ad alium, quia fortassis institueretur, quem nollent, vel habere non expediret, ut notat Fagnanus in d. c. quoniam 3. num. 22. h. t. Verum Episcopus potest prorogare tempus à jure concessum Patronis litigantibus, quia cum jure sit Episcopo jus devolutum, cedere potest eidem, non tamen ultro semestre, quod illi conceditur ad devolutum beneficium libere conferendum: alioquin elapso semestri, si Episcopus non conferat beneficium, jus illud conferendi devolvitur ad alium superiorem ecclesiasticum, ut ad Archiepiscopum, ut habetur in c. nulla de concess. praebend. & notat Barbosa p. 3. de offic. & potest. Episc. allegat. 72. n. 143. Patronus non potest se ipsum ad beneficium praesentare: quia in praesentatione tres necessario debent personae interesse, Patronus, qui clericum praesentet, clericus qui praesentetur, & Episcopus qui clericum à Patrono praesentatum instituat: sin autem Patronus se ipsum praesentaret, duae tantum, non tres personae interessent contra essentiam, & naturam praesentationis. Tum quia praesentans dicit relationem ad praesentatum, cui correlative opponitur; & eadem persona non dicit relationem, ad se ipsam, neque opponitur sibi ipsi, quapropter inter praesentantem, & praesentatum necesse est intercedat distinctio argum. c. per nostras 26. h. t. ubi Innocentius III. statuit, ne ullus tametsi clericus doctus, idoneus, & benemeritus habens jus patronatus in aliqua Ecclesia, possit se praesentare: ubi etiam assignatur alia ratio; quia nullus debet se ingerere officiis ecclesiasticae praelationis; ut enim notat Glossa in d. c. per nostras eo ipso quod se ingerit, repelli debet tanquam ambitious. Demum sicut inter dantem, & recipientem necessaria est distinctio, cum nemo det sibi ipsi c. cum ad nostram de instit. ita inter praesentatum & praesentantem necessaria est distinctio. Tum quia persona electa non videtur computanda inter eligentes, ut augeat numerum eligentium, eo quia electio dicat relationem ad alium c. didicimus 24. q. 8. Immo neque Patronus potest se praesentare per Procuratorem ad id constitutum, nec per alium à se delegatum, quia adhuc virtualiter Patronus se ipsum praesentaret, quidquid enim Procurator, vel delegatus agit, non suo nomine id praestat, sed sui principalis, cuius vices gerit, quapropter ipse principalis adhuc censeretur se ipsum praesentare, ut notant Paris lib. 9. de rescind. benefic. q. 17. num. 113. Joann. Andre. in c. ex insinuatione 14. num. 3. h. t. Hinc nec potest Procurator se ipsum praesentare, quia non debet beneficium à propria persona originem trahere ad excludendam ambitionem. Sin vero Patronus transferret in alium jus praesentandi, à quo se abdicaret, & hic alter nominaret ad beneficiun ipsum Patronum, tunc censent plures praesentationem fore validam, & praesentatum Patronum instituendum in beneficio: quia tunc Patronus non praesentaret se ipsum, sed praesentaretur ab alio habente jus pro illa vice praesentandi quemcunque, prout ipsi consultius visum fuerit, quapropter si judicaverit Patronum idoneum esse, non videtur, cur debeat excludi, ac esse deterioris conditionis quam alii, qui possent praesentari. Immo dioecesanus, ad quem pertinet institutio motu proprio posset Patronum Clericum instituere in beneficio, in quo habet jus patronatus: quia tunc Patronus se ipsum non praesentaret, sed tantum institutio fieret ex ejus consensu, quod in jure non prohibetur. Quinimo posset etiam Patronus clericus humillime supplicare Dioecesano, ut sibi velit beneficium illud conferre, quia in hoc casu neque
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826 LIb. III. Titulus XXXVIII. neque se ipsum praesentaret, sed cederet jure suo, & tantum rogaret Praelatum, ut sibi velit beneficium conferre: sicut enim Ordinarius potest alteri clerico idoneo beneficium conferre, ita etiam clerico Patrono, si idoneus fuerit deprehensus, & id consultius visum fuerit Episcopo, ut notat Barbosa lib. 3. de jure eccles. univers. c. 12. num. 199. Quod si duo sint Patroni, quorum unus sit laicus, alter Clericus, nulli dubium, quin laicus possit clericum praesentare, & hic posset pro illa vice cedere jure suo se abstinendo à praesentatione, quo pacto ipse solus remaneret praesentatus, & si idoneus deprehenderetur esset instituendus argum. can. Congregatio. 16. q. ult. c. propter [In realtà: quia propter] de elect. quia tunc Patronus se ipsum non praesentat, sed tantum consentit praesentationi de se factae. Pater habens jus patronatus potest ad beneficium praesentare filium argum. c. consulvit 15. h. t ubi notat, Glossa, quod tametsi Pater non possit se ipsum praesentare, potest tamen filium nominare ad beneficium, quia tunc non habetur successio haereditaria cum Pater antea non possederit tale beneficium. Tum quia ad Patronum pertinet sola praesentatio, non vero institutio, seu collatio beneficii, & ut notat Pirhing h. t. sess. 4. §. 2. num. 92. nullibi reperitur in jure prohibitum Patrono praesentare suum filium. Neque obstat quod in d. c. consulvit 15. Laici prohibeantur, filiis suis propria authoritate concedere Ecclesias: quia praesentare non est concedere, nec instituere; ad Episcopum enim pertinet concedere beneficium, quapropter à contrario sensu habetur argumentum, & infertur, non esse prohibitum Patrono proprium filium praesentare, licet sit prohibitum eidem concedere beneficium, in d. c. consulv. prohibetur sola concessio, & collatio, non vero praesentatio. Tum quia in l. illud. 5. ff. quod cujusque univers. non habetur, quod Pater Filio, & filius Patri suffragium, seu vocem electionis dare non possit. Neque obstat quod Pater, & Filius in jure censeantur una persona l. fin. C. de impuberibus, & aliis substitutionibus quapropter Pater si Filium praesentaret, se ipsum in effectu censeretur praesentare contra c. per nostras 26. h. t. Nam contra est, quia Pater, & Filius non nisi fictione juris, & in certis casibus censentur una, ac eadem persona: & quia in his casibus non comprehenduntur electio, & praesentatio ad beneficia, ideo in iis censentur diversae personae, adeo ut Pater possit suffragari filio, vel etiam illum praesentare, ut notat Barbosa lib. 3. jur. eccles. univers. alleg. 72. n. 94. Nec urget, quod Pater, & Filius quoad bona non distinguantur; proinde neque quoad personas. Nam contra est, quia licet Filius quidquid acquirit, dicatur illud acquirere patri suo §. I. institut. per quas personas. Id tamen non intelligitur de bonis, quae Filius acquirit in spiritualibus, imo neque de bonis castrensibus, vel quasi castrensibus, sed tantum de bonis profectitiis, & adventitiis, quoad usumfructum l. cum oportet C. de bonis quae liberis. Neque inde sequitur, quod ex communione bonorum inferatur una tantum persona: quia Pater, & Filius re ipsa, & physice sunt duae personae realiter distinctae; & tantum juris fictione habentur pro una persona: hinc ubi jus eos non habet pro una persona, ut in casu nostro, rei veritas potius, quam juris fictio spectari debet. Hinc rationes, ob quas Patronus prohibetur se ipsum praesentare, cessant in filio, quia hic revera, & physice est diversa persona, & realiter distincta à patre: cessat etiam vitium ambitionis, quia praecise acceptat, quod ei confertur, perinde ac acceptaret quilibet alius praesentatus. Non enim Filius Patroni debet esse deterioris conditionis, quam alii extranei, quos Patronus potest praesentare, ut notat Barbosa in d. c. consulvit. n. 3. Tum quia Episcopus filio suo legitime nato si idoneus deprehendatur potest beneficium conferre, ut notat Abbas in c. quia 6. h. t. ergo à fortiori 1Bw&sa=X1=bo
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poterit Pater praesentare ad beneficium filium; cum praesentatio non sit collatio, nec institutio, nec det jus in beneficio. An vero Patronus teneatur praesentare digniorem? Certum est, Patronum sive ecclesiasticum, sive laicum teneri praesentare dignum, seu habentem qualitates requisitas ad beneficium: quia beneficia ecclesiastica non possunt conferri indignis, & praesentatio est propter collationem: non tamen tenetur Patronus praesentare digniorem prae digno, nisi id expresse à fundatore cautum sit. Id interest discriminis inter Patronum laicum, & ecclesiasticum, & inter beneficia simplicia, & curat, quia si Patronus sit ecclesiasticus, & beneficium curatum, tunc Patronus tenetur digniorem praesentare ex Tridentino sess. 24. c. I. de refor. ubi dicitur, eosque alienis peccatis communicantes mortaliter peccare, nisi quos digniores, & Ecclesiae magis utiles ipsi judicaverint, praefici diligenter curaverint: & licet per praesentationem clericus non praeficiatur, sed tantum per institutionem; nihilominus praesentatio ordinatur ad institutionem. In canonicatibus vero, & Capellis si beneficium sit simplex, potest Patronus etiam ecclesiasticus praesentare dignum, omisso digniore, quia in jure nullibi expresse habetur, quod sint in hujusmodi beneficiis digniores praesentandi: proinde hoc onus non debet imponi Patronis, cum à jure ipsis non injungatur. Secus vero Patronus laicus non tenetur praesentare ad beneficium semper digniorem, quia Patrono laico nullibi in jure prohibetur, quin possit praesentare dignum ad beneficium, cujus habet jus patronatus, & Concil. Tridentinum sess. 24. de refor. tantum exigit, ut praesentatus à Patrono laico examinetur, & si idoneus deprehensus fuerit instituatur, unde Concilium tantum exigit idoneitatem, seu quod praesentatus sit dignus, ut notat Garcia de beneficiis p. 7. c. 16. n. 17. Neque obstat, quod in c. quoniam 3. h. t. ille dicatur preficiendus Ecclesiae, qui majoribus juvatur meritis, quia Pontifex in d. c. non imponit onus Patronis laicis praesentandi semper digniorem, & eum, qui majoribus juvatur meritis, sed tantum, ait, quod tutius agant Patroni laici 827
De jure Patronatus.
laici, si dignorem praesentent, quia sic respondent voto Ecclesiae. Praeterea in d. c. Pontifex vult, quod ille preficiatur Ecclesiae, qui majoribus juvatur meritis; qui vero praesentatur tantum, non praeficitur, quia praefici est institui, quod pertinet ad Episcopum, non ad Patronum laicum. Tum quia posset d. c. quoniam commode explicari, procedere quando Patronus laicus praesentat plures clericos accumulative ad idem beneficium, tunc enim pertinet ad Episcopum illos omnes examinare; & tunc Pontifex in d. c. quoniam injungit Episcopo, ut ille ex examinatis praeficiatur Ecclesiae, qui majoribus juvatur meritis. Idque desumitur ex can. monasterii [In realtà: cap. monasterium / ovvero: ex cap. monasterii] 16. q. 7. & hoc videtur etiam supponere c. quoniam 3. h. t. in quo plures dicuntur praesentati à Patronis, & inter illos jubetur ab Episcopo ille praefici, qui majoribus juvatur meritis. Potest Patronus laicus in praesentandis clericis variare, postquam unum idoneum praesentaverit, si res sit adhuc integra, seu nondum illius institutio facta sit, adeo ut possit non obstante prima praesentatione alios ad id beneficium praesentare, accumulative tamen, non vero privative, ut excludatur primus praesentatus idoneus, quia licet primus praesentatus non acquiverit jus in re, sed tantum jus ad rem, potest tamen petere ut instituatur in beneficio, ad quod fuit praesentatus, si idoneus fuerit deprehensus, ut desumitur ex c. quod autem 5. h. 1Bw&sa=X1=bo
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t. Verum si Episcopus plures praesentatos examinaverit, eosque idoneos deprehenderit, non tenetur instituere primum praesentatum ex pluribus praesentatis à Patrono laico, sed potest instituere quem noverit fore Ecclesiae utiliorem: quia praesentati non habent jus in beneficio, sed tantum ad beneficium, & institutus ab Episcopo acquirit jus in beneficio: postquam enim praesentatus sive primo, sive secundo loco, institutus est ab Episcopo, acquirit plenum jus in beneficio, tametsi realis institutio, seu traditio possessionis nondum sit facta, quia in juribus spiritualibus per solam verbalem institutionem, seu collationem acquiritur jus in re, quamvis actualis immisso in possessionem nondum sit facta, ut habetur in c. si tibi 17. de praeb. in 6. hinc si praesentatus à Patrono verbaliter instituatur ab Episcopo; & postea Episcopus alium realiter, & cum traditione possessionis institueret; haec posterior institutio foret invalida; quamvis in rebus profanis hoc non procedat l. quoties 15. [In realtà: l. quotiens 15.] C. de rei vindic. ubi si res vendatur, duobus, habetur potior quoad dominium is, cui prius tradita est. Caeterum potest Patronus laicus dupliciter plures praesentare, vel omnes simul, ut Episcopus ex illis unum eligat, & instituat, quem deprehenderit magis idoneum: vel successive, & diversis temporibus, praesentando unum post alterum; & tunc quando Patronus praesentat secundum, non excludit primum, sed tantum accumulative addit secundum, tertium, vel quartum: quo pacto variatio sit à patrono laico non privative per rejectionem prioris praesentati, sed accumulative, adeo ut in arbitrio Episcopi sit, unum, quem maluerit; & noverit fore utiliorem Ecclesiae, ex illis eligere, ac instituere. Quod si Patronus omnino rejiceret priorem praesentatum, tunc Episcopus non posset illum instituere, ut docent communiter Canonistae. Quoties autem Patronus laicus possit variare in praesentatione clerici? plures respondent, non posse variare nisi semel argum. l. boves 89. §. I. ff. de verb. signif. quia variatio, cum sit odiosa debet restringi. Tum quia etiam ipsa aequitas hanc suadet institutionem, ut nimirum vitetur confusio, ut notat Garcia tract. de benefic. p. 5. c. 9. num. 244. Quod si objicias clement. 2. §. fin. h. t. ubi plures dicuntur praesentari, respondent, ibi Pontificem loqui de praesentatione plurium simul, non vero successive, nisi fortassis prima praesentatio fuerit irrita, eo quia facta sit coram non habente potestatem instituendi argum. c. cum laici. 3. h. t. [In realtà: c. cum laici. 10. h.t.] tunc enim dicunt, posse praesentare tertium eum accumulando secundo, eo quia primus ut pote invalide praesentatus excluditur. Verum communior, & probabilior sententia est, posse Patronum laicum absolute non solum secundum, tertium, & quartum, sed etiam plures alios successive praesentare: quia id ipsi non prohibetur, & desumitur etiam ex c. cum. autem. 24. c. Pastoralis 29. h. t. & notat Glossa in clement. 2. h. t. V. plures: ratio est, quia Patronus laicus cum tertium, & quartum nominat, non recedit à primis, sed eos aggregat primis. Tum quia quo plures nominat, eo utilius rem Ecclesiae gerit, nimirum ut ex pluribus unus ab Episcopo eligatur, ac instituatur: quapropter cum haec variatio sit in favorem, & libertatem Ecclesiae extendi potius, quam restringi debet. Neque haec variatio indicat levitatem in praesentante, quia non variat sententiam exclusivam primae praesentationis, proinde non recedit à primo consilio, & praesentatione, sed manente prima sententia accumulat primo praesentato etiam alios, unde cum non recedat à prima sententia non potest levitatis redargui. Si dicas, facultatem simpliciter datam primo actu finiri l. boves §. hoc sermone. ff. de V.S. praesertim in materia odiosa. Repondetur, hanc variationem paulo superius explicatam non esse odiosam, sed favorabilem, & utilem Ecclesiae: quia in ea potest Episcopus instituere digniorem, & quem noverit fore utiliorem 1Bw&sa=X1=bo
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Ecclesiae aliis minus dignis omissis: cum enim sit variatio accumulativa, tantum abest, quod sit odiosa Ecclesiae, ut potius consulat libertati ejusdem, cum Episcopus possit libere ex pluribus eligere digniorem: unde non est variatio, de qua sit mentio in clement. 2. Neque facultas data Patrono praesentandi finitur primo actu, alioquin non posset Patronus post praesentationem primi secundum praesentare, quod adversatur juri. Neque urget, quod in c. cum autem, & c. quod autem c. pastoralis h. t. tantum habeatur quod post praesentationem primi possit secundus praesentari, & in clement. 2. h. t. numerum pluralem sufficienter salvari in numero binario argum. regul. 14. jur. in 6. pluralis locutio duo828
Lib. III. Tit. XXXVIII.
duorum numero est contenta. Nam contra est, quia in praefatis textibus, licet tantum nominentur alius, & secundus, non tamen excluduntur tertius, quartus, quintus, & alii, quapropter in relatis textibus tantum significatur, quod Patronus laicus possit plures praesentare; & quamvis numerus pluralis salvetur in binario, non tamen in d. clement. numerus pluralis coarctatur ad solum binarium, sed tantum ponitur binarius, quia cum recedat ab unitate, accedit ad pluralitatem, quam incipi constituere, haec autem pluralitas sicut incipit à binario, ita prosequitur ad ternarium, quaternarium, quinarium, ut notat Garcia de benefic. p. 5. c. 9. n. 216. Quod vero ad patronum ecclesiasticum attinet, certum est, quod si collegium, vel persona Ecclesiastica, cui competit jus praesentandi nomine Ecclesiae, scienter praesentet indignum, privatur ipso jure, vel saltem debet privari per sententiam Judicis jure praesentandi pro illa vice, & ad proximum superiorem devolvitur libera collatio argum. c. in cunctis 7. §. clerici de elect. 6 c. 2. de supplend. neglig. Praelat. & notat Barbosa in collect. in c. cum autem 24. n. 5. h. t. Ratio discriminis est, quia eatenus laico praesentanti indignum conceditur ut praesentet secunda, vel etiam tertia vice alios, qui sint digni, quia Patronus laicus supponitur minus expertus circa ecclesiastica, & minus tempus habet ad praesentandum, quam clericus. Tum quia Patronus laicus praesentat nomine proprio: ecclesiastico vero ex officio, nomine, & jure Ecclesiae, cujus actus debent esse puriores argum. c. 2. de translat, & clement. unic. de renuntiat. Rursus Patronus ecclesiasticus majorem habet praxin circa praesentationes ad beneficia ecclesiastica, & etiam longius tempus ad deliberandum; quapropter ignorantia, quae potest Patronum laicum excusare, non ita excusat ecclesiasticum. Demum quia praesentatio facta à Patrono ecclesiastico habet vim electionis, in qua publicato semel scrutinio, non datur amplius locus variationi per textum in c. publicato 58. de elect. Hinc si patronus laicus etiam scienter praesentet indignum, adhuc illi conceditur quadrimestre, ut possit dignum, & idoneum praesentare, quia Patronus laicus habet jus variandi, & mutandi sententiam: quod si intra quadrimestre potest variare, quando praesentavit dignum antequam Episcopus illum instituat; à fortiori ut corrigat proprium errorem, poterit variare, quando praesentavit indignum, cum talis praesentatio irrita fuerit, ac nulla argu. c. 2. de transl. & c. tua de cleric. non residentibus: quod si tempus quadrimestre fuerit elapsum, & patronus laicus solummodo indignum praesentaverit, tunc potest Episcopus libere alium instituere: qua elapso quadrimestri fas est Episcopo instituere etiam quando Patronus nullum praesentavit, idque jure devolutionis ad ipsum: proinde etiam quando Patronus praesentavit indignum, & intra quadrimestre non mutavit sen1Bw&sa=X1=bo
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tentiam: quia tunc perinde censetur, ac si nullum praesentasset argum. c. 2. de translat. sin vero Patronus ecclesiasticus ignorans praesentet indignum variare non potest, donec praesentatio repudietur; & hac repudiata intra semestre potest alium praesentare; alioquin ante factam repudiationem sine sua culpa privaretur jure suo: sin autem sciens praesentavit indignum, tunc ipso facto privatur jure praesentandi, perinde ac privatur jure eligendi qui scienter elegit indignum c. cum in cunctis §. ult. de elect. Notat tamen Barbosa de offic. & potest. Episcop. allegat. 72. num. 105 quod Ptronus si praesentet inhabilem sub conditione impetrandi dispensationem, non debeat pro ea vice privari facultate praesentandi, si durante quadrimestri, vel semestri non obtenta dispensatione alium dignum, & idoneum praesentet, & ita fuisse decisum à Rota Romana refert Farinac. p. 2. recent. decis. 568. Quod si quaeratur, cur Patrono laico ad praesentandum, tantum concedatur quadrimestre, & patrono ecclesiastico semestre numerandum à die vacationis cognitae c. quoniam 3. in fin. c. cum propter 27. h. t. & expressius c. unic. §. verum h. t. in 6. ubi Bonifacius VIII. statuit. Quod quamvis laicus quando erat Patronus habuerit quatuor menses ad praesentandum vacante Ecclesia: nunc tamen Ecclesia, vel monasterium, cui fuit jus donatum, habet sex menses, eo quia Ecclesia quantum ad praesentandum reputatur Patronus ecclesiasticus, non laicus? Respondetur, rationem discriminis ex eo peti, quia aequum erat, ut qui in uno gravatur, in alio sublevetur: & quia laico patrono conceditur facultas variandi, seu post unum praesentatum, etiam alium praesentandi; ideo debuit in alio gravari, adeo ut ad praesentandum ei non concederetur nisi quadrimestre: secus Patronus ecclesiasticus, quia non potest variare, debuit sublevari per longius tempus ei concessum ad maturius cogitandum, ac deliberandum circa praesentationem, quam non potest iterare, & ideo jura ei concedunt semestre numerandum à die cognitae vacationis. Praeterea intra id tempus tenetur Patronus actu praesentare, vel per se ipsum immediate, vel per litteras praesentationis ab ipso datas, & quas praesentatus tenetur offerre superiori, ad quem institutio pertinet: & hoc tempus non currit Patrono ignoranti, vel legitime impedito, sicut non currit tempus praefixum ad eligendum c. quia diversitatem 5. de concess. praebend. ratio est: quia nemo sine sua culpa privandus est jure quod possidet, currit tamen hoc tempus etiam diebus feriatis cum sit continuum, ut notat Barbosa de offic. Episc. allegat. 32. n. 127. [In realtà: allegat. 72. N. 127.] & in collect. c. cum propter 27. num. 3. h.t. Quod si propter negligentiam Patroni laici non praesentantis intra quadrimestre collatio beneficii devolvatur ad Ordinarium, vel quia Papa beneficia vacantia in curia non contulit intra mensem juxta c. 3. de praebend. in 6, utroque hoc casu Ordinarius habet semestre ad conferendum. 829
De jure Patronatus §. V. Quid juris, & potestatis habeant Romanus Pontifex, & Episcopi in beneficiis Patronorum laicorum, vel Ecclesiasticorum. Certum est, summum Pontificem ex plenitudine potestatis papalis posse cuilibet Patronatui ecclesiastico, vel laicali derogare, si justa subsit causa; tametsi non censeatur velle derogare patronatui laicali, nisi haec derogatio specifice in litteris Apostolicis exprimatur: & facilius posse derogare patronatui ecclesiastico, ut notant Abbas in c. cum dilectus 28. num. 11. in fin. h. t. Covarruvias qq. pract. c. 36. num. 1. quia tametsi jus patronatus etiam laicis fundatoribus non competat, nisi ex indulto, & gratia Ecclesiae, adeo ut eadem Ecclesia, quae gratiam 1Bw&sa=X1=bo
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concessit laico, possit eam denegare ex justa causa, non tamen ita facile ab Ecclesia derogatur juri patronatus laicali; idque ne Principes, & Domini saeculares à piis retrahantur fundationibus, si passim eorum juribus derogaretur: quae ratio non militat de jure patronatus ecclesiastico, cum hoc non à laicis, sed ab Ecclesia ut plurimum suam ducat originem. Tum quia Praelati Ecclesiarum plus juris habent in bona Ecclesiasticorum, quam laicorum; proinde etiam plus juris in jus patronatus Ecclesiasticum, quam laicale. Hinc si jus patronatus originative sit Ecclesiasticum, & competat laico tantum ex speciali privilegio, vel etiam consuetudine legitime praescripta; potest tunc Papa ei derogare etiam per clausulam illam generalem: ad cujuscunque Patroni praesentationem beneficia pertineant: ut docet Covarruvias pract. qq. c. 36. n. 5. quia tunc cessat ratio, ob quam jus canonicum prohibuit derogari ecclesiis, ac beneficiis Patronatis laicorum, quia laici tunc nihil ad illa beneficia contulerunt. Quod si jus patronatus sit mixtum, pertineatque ad Ecclesiasticum simul & laicum, tunc à Papa illi non derogatur per clausulam generalem, si nulla fiat specialis mentio juris patronatus laicalis: quia tametsi in jure patronatus mixto quoad commoda, privilegia, & favores dignius trahat ad se minus dignum; non ita quoad damna, odia, & poenas; proinde quoad derogationes, ac reservationes, perinde habetur, ac si solus laicus simpliciter Patronus esset. Hinc si Patronus Ecclesiasticus, & laicus sint simul compatroni, simulque habeant jus praesentandi, tum etiam laicus habet semestre ad praesentandum ob communionem cum Ecclesia; ut desumitur ex cap. si laicus unic. h. t. in 6. & nota Garcia p. 5. c. 9. num. 210. quia in favorabilibus, & commodis dignius trahit ad se minus dignum. Praeterea quia generatim socius, qui per se non est privilegiatus ob communionem cum socio privilegiato in re, aut jure communi indivisibili, commodum, & privilegium alterius socii participat, adeo tu consequatur per alium quod per se non consequeretur l. si communem 9. ff. quemadmodum servit. amitt. ubi dicitur, quod qui communem fundum habet cum pupillo servitutem viae in eo retinet, tametsi neuter illo fuerit usus propter pupillum: ubi Glossa marginalis notat, quod privilegium unius consortis, seu pupilli, prosit alteri consorti etiam non pupillo in rebus indivisibilibus. Pari pacto si clericus, & laicus sint compatroni, non potest contra laicum praescribi jus patronatus minore tempore, quam contra clericum: quia quando res communis est individua aequius est, ut socius ob socium privilegiatum, commodum consequatur, quam ut socius privilegiatus damnum patiatur ob socium non privilegiatum: aequitas enim exigit, ut in rebus individuis non patiatur quis damnum ratione rei, quae cum altero est illi communis, ut notat Covarr. pract. qq. c. 36. num. 5. Potest etiam Papa citra consensum patroni beneficia conferre, quia potest derogare cujuis juri, & potestati in beneficia ecclesiastica: quia jus patronatus cum concedatur authoritate Ecclesiae, & ex indulto, & gratia ejusdem: ideo potest authoritate illius etiam auferri. Non tamen ex solo arbitrio, sed ex justa, & honesta causa: alioquin laici averterentur à piis fundationibus. Tum quia Principum privilegia secum trahunt naturam cujusdam contractus: unde requiritur justa, & honesta causa. Quod si jus patronatus laicorum originem habeat ex sola praescriptione, consuetudine, vel privilegio; tunc à Papa potest ei derogari per solam clausulam appositam, quia ut superius diximus, cessat ratio avertendi saeculares à piis fundationibus, cum tale beneficium non traxerit originem ex bonis laicorum. Rursus quando laicus re ipsa non est patronus, sed tantum bona fide possidet jus patronatus, plures censent, posse tunc Papam tali juri patrona1Bw&sa=X1=bo
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tus derogare, etiam per clausulam generalem contentam in litteris Apostolicis; ita enim censet Covarruvias pract. qq. c. 36. num. 6. quia tunc Papa per derogationem non infert injuriam Patrono, vel possessori, non Patrono, quia is revera non possidet jus patronatus: non possessori, quia is non est verus Patronus. Nihilominus alii censent, per solam clausulam generalem non derogatum iri tali juri patronatus: quia tametsi possessor non sit verus Possessor, est nihilominus Possessor bonae fidei, adeo ut fruatur fructibus, & commodis rei possessae: & quia praesentatio est fructus juris patronatus non debet possessor bonae fidei illo privari per clausulam generalem. An vero si Romanus Pontifex irrequisito Patrono conferat beneficia vacantia apud sedem Apostolicam, eo ipso dicendus sit derogasse juri patronatus laicorum. Plures censent requiri consensum Patroni. Sed juvat observare quod in c. licet de praebend. in 6. & clement. 3. Romanus Pontifex sibi reservavit jus conferendi Ecclesias, dignitates, personatus, & alia beneficia vacantia apud sedem Apostolicam: an vero sint etiam reservata Romano Pontifici beneficia pertinentia ad jus patronatus laicorum, si vacaverint apud sedem Apostolicam, ac propterea collatio facta à Papa sit admittenda Covarruvias loc. cit. asserit in Hispania esse usu receptum 830
Lib.III. Titulus XXXVIII.
ceptum, ut non admittatur: & hoc idem etiam moris esse in Gallia addit Rebussus apud eundem Covarruv. adeo ut in neutro regno recipiantur collationes beneficiorum pertinentium ad jus patronatus Regium absque ipsius Regis consensu. Imo alii hoc idem extendunt ad jus patronatus Ducum, Principum, Marchionum, Comitum: verum Staphileus refert, Papam consuevisse juri Patronatus horum laicorum derogare, quotiescunque apud sedem Apostolicam obitu beneficiarii Ecclesia, vel beneficium vacat, & sententia Staphilei probabilior est. Sin vero Episcopus instituat in beneficio sine consensu, & praesentatione Patroni regulariter institutio est ipso jure irrita, & desumitur ex c. decernimus 32. caus. 16. q 7. & etiam ex c. ex insinuatione 14. ubi Pontifex declarat, sine consensu Patroni nullum posse Ecclesiam occupare, quapropter institutio Episcopi facta sine consensu Patroni nullum sortitur valorem, quia institutio censetur facta in contemptum Patroni. Id tamen limitatur, dummodo Patronus laicus intra quadrimestre reclamet, & contradicat, alioquin elapso quadrimestri institutio convalidatur, & rata habetur per supervenientem ex post facto consensum Patroni: ratio est, quia sciens institutionem esse factam sine sua praesentatione, & consensu, si non contradicat, cum commode possit censetur, eam approbare, ratamque habere argum. c. suggestum 20. h. t. c. 2. de iis, quae fiunt à Praelat. & notat Garcia p. 5. c. 9. num. 232. ratio etiam ex eo petitur, quia nullitas collationis ab Ordinario facta sine consensu Patroni est inducta in favorem ejusdem patroni, proinde nulla est, si ipse voluerit, & contradixerit. Quod si Patronus praesens fuerit, & tacuerit, tunc institutio facta ab Episcopo censenda est valida in sententia saltem probabili, quia cum Patronus potuerit praesentare, & non praesentaverit, reclamare contra institutionem factam ab Episcopo, & non reclamaverit; tametsi expresse non consentiat, adhuc tacite censetur consentire: non ita si taceret ob metum ab Episcopo incussum, ut notat Azorius lib. 6. c. 22. q. 8. Dantur tamen plures casus, in quibus institutio facta ab Episcopo sine consensu, & praesentatione Patroni est valida, eosque recenset Barbosa lib. 3. jur. eccles. c. 12. num. 65. ut si Patronus negligat intra tempus à jure praefixum praesentare 1Bw&sa=X1=bo
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clericum ad beneficium, tunc Episcopus jure ad ipsum devoluto potest instituere, sed pro illa vice tantum, quia pro aliis servatur Patrono jus integrum: & desumitur ex cap. 2. in fin. de supplen. neglig. Praelat. Verum ut id procedat, debet prius constare, quod tempus ad praesentandum jure concessum à die notae vacationis numerandum, jam effluxerit, imo debet hujusmodi scientia esse certa, nec sufficit verisimilis, aut interpretativa, ut notat Garcia de benefic. c. 2. numer. 34. Rursus quando à Patronis praesentatio sit in discordia, adeo ut non possit ex praesentatis ullus institui sine scandalo, tunc etiam pertinet ad Episcopum consulere utilitati Ecclesiae, ac illi provideri de Rectore. Legatur Barbosa d. lib. 3. c. 12. n. 65 & sequent. ubi plures alios recenset casus. An vero praesentatio facta à patrono antequam beneficium vacet illicita sit; plures asserunt, nullum praesentationem sortiri valorem, ut nec etiam promissionem factam à Patrono de praesentatione facienda, si haec promissio praecesserit beneficium vacans, eo quia daretur ansa optandae mortis beneficiarii: nihilominus quia haec ratio cessat postquam vacat Ecclesia, & tempus praescriptum ad praesentandum effluxerit, tunc ut consulatur Ecclesiae Episcopus potest instituere argum. c. 2. &. 3. de concess. praeb. Caeterum ante vacationem Ecclesiae, seu beneficii, Patronus non potest concedere potestatem praesentandi, ut desumitur ex c. 2. de concess. praebend. in 6. quia votum ingerit, & occasionem praebet captandae alienae mortis, ut notat Garcia de benefic. p. 10. c. 1. n. 4. & Barbosa lib. 3. jur. eccles. c. 12. n. 205. Neque prodest consuetudo in contrarium insolita, & immemorialis; quia haec si inoleverit, fuit irrationabilis, proinde tanquam iniqua nullam potuit obligationem inducere. Non tamen praesentatio facta à Patrono ante vacationem beneficii impedit, quo minus possit Patronus vacante postea beneficio aliam praesetationem facere: quia prior utpote invalida, perinde reputatur, ac si non fuisset: siquidem ex regul. jur. 52. in 6. quod de jure non sortitur suum effectum, perinde habetur, ac si non esset. Ex eo autem quod Patronus sit Dominus juris patronatus quoad praesentationem, non potest Episcopus beneficium, quod est juris patronatus alteri donare, nec unire alteri beneficio, vel Ecclesiae absque consensu patroni sive is clericus fuerit, sive laicus; & desumitur ex c. exposuisti 33. de praebend. & docet Garcia de benefic. p. 12. c. 2. quia injuria tunc Patrono inferretur, qui per talem unionem amitteret jus praesentandi; consequenter ne cedat in ejus praejudicium in jure prohibetur, ne talis unio fiat sine consensu Patroni, & habetur in c. monasterium 33. causa 16. q. 7. ubi Glossa addit, non posse Episcopum invito Patrono ex Ecclesia parochiali facere monasterium, quia derogaretur juri praesentandi, si Praelatus monasterii imposterum institueretur per electionem. Immo neque potest Episcopus beneficium concedere in proprietatem, licet per modum incorporationis alteri beneficio: neque ex reditibus Ecclesiae patronatae erigere sine consensu Patroni in alia Ecclesia beneficium; tametsi non amitteretur per hanc erectionem novi beneficii jus patronatus: quia Patroni interest, ne reditus Ecclesiae patronatae alienentur, vel uniantur alteri Ecclesiae, quapropter potest se tali novae erectioni opponere argum. c. filiis 31. caus.16. q. 7. excipitur tamen urgens necessitas, quia tunc potest ex reditibus juris patronatus erigi novum beneficium: ratio est, quia Patronus non nisi ex indulto, & gratia Ecclesiae possidet jus patronatus; proinde non potest Patronus impedire, quo minus urgente necessitate Ecclesiae subveniatur indigenti, vel etiam utilitati. Hinc etiam contradicente Patrono potest Episcopus applicare reditus beneficii patronati ad utilitatem Ecclesiae erigendo in illo novum benefici
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De jure Patronatus.
neficium: non enim ullum inde sit Patrono praejudicium, quia is manet in possessione integra sui juris praesentandi ad beneficium. Praeterea quia disponere de bonis Ecclesiae patronatae non pertinet ad Patronum, sed ad Episcopum, quia Patronus tantum habet jus praesentandi, c. Noverint 6. caus. 10. q. 2. [In realtà: q. 1.] Sin vero unio beneficii facta sit, sed non canonice eo quia defuerit consensus; vel si Patronus instituerit hanc unionem sine authoritate Episcopi; & postea accedente consensu Patroni, & authoritate Episcopi fiat alia unio; haec secunda valida erit c. suggestum 20. h. t. ubi dicitur, quod concessio Ecclesiae facta prius à patrono sine consensu Episcopi cedit concessioni factae authoritate patroni, & assensu dioecesani, quia concessio, vel unio invalide facta est nulla, ac perinde se habet ac si non fuisset facta; proinde non potest impedire, quin secunda concessio, seu unio suum sortiatur effectum. Legatus à latere, consequenter etiam Nuncius Apostolicus cum potestate legati à latere potest derogare patronatui ecclesiasticorum; non ita laicorum c. dilectus 6. de officio delegati & desumitur etiam ex. c. cum dilectus 28. de jure patronatus. Episcopus tamen non potest derogare juri patroni laici, nec ecclesiastici: si tamen praeveniendo praesentationem patroni conferret beneficium; collatio non esset irrita; sed si Patronus interim intra tempus jure praescripum praesentet; prima collatio facta ab Episcopo evanescit c. 32. Decernimus 16. q. 7. Quod si intra id temporis patronus neminem praesentaverit, nec se opposuerit collationi factae ab Episcopo, tunc prima collatio subsistit in suo valore, ob jus ad Episcopum devolutum. Tum quia prima collatio non irritatur, nisi secuta praesentatione patroni intra tempus jure praefixum; unde si haec non sequatur, manet collatio facta ab Episcopo in suo valore. § VI. Quot modis ius patronatus transferatur in alios. Quatuor potissimum modis jus patronatus legitime quaesitum transfertur in alios, successione, permutatione, donatione, & venditione juxta vulgatos versus, quos refert Glossa in c. saeculum h. t. Jus patronatus transire facit novus haeres, Res permutata, donatio,venditioque. Quamvis nonnulli in ea fuerint opinione, ut censuerint, jus patronatus successione non transire nisi ad haeredes sanguinis: communior tamen, & vera sententia est, jus patronatus transferri ad quosvis haeredes etiam extraneos, ut notat Glossa in c. filiis 16. q. 7. quinimo Glossa in c. perlatum I. h. t. ex communi consensu approbata asserit, jus patronatus ex aequo, seu in solidum ad quemlibet transire haeredem, tametsi non sit haeres ex aequa portione institutus. Ratio est, quia jura incorporalia non sunt divisioni obnoxia l. si sepulchrum C. de relig. & sumpt. funer. unde jus patronatus cum non possit dividi, ex aequo, & in solidum transit ad quemlibet haeredem, perinde ac caeterae servitutes indivisae transeunt ad singulos haeredes l. stipulationes ff. de verb. oblig. Hinc cuilibet haeredi, ut Glossa notavit conveniunt omnes effectus patronatus excepto jure nominandi, quod ita manet apud omnes commune, ut unus seorsim ab aliis non possit nominare: sed tantum omnes simul, & communiter: ratio est, quia jus nominandi utpote annexum spirituali est indivisibile, neque potest à pluribus dividi. Unde si singuli haeredes redacti sint ad egestatem debet quilibet eorum 1Bw&sa=X1=bo
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ex reditibus Ecclesiae patronatae sustentari, & quilibet eorum in ea Ecclesia praecipuum habere locum: sed quoad jus nominandi non quilibet seorsim ab alio nominat, sed omnes simul, & in communi. Possunt tamen haeredes Patroni pacisci inter se, ut alternatim nominent, si pactum ita ineatur, ut unus eorum semel nominet, & alter alia vice, & sic deinceps, & desumitur ex clement. 2. h. t. ubi statuitur, quod quando unus Patronorum moritur, & relinquit plures filios, omnes filii relicti habentur pro una voce in jure patronatus; eo quia jus patronatus competat per stirpes, non per capita. Rursus quod possint Patroni inter se convenire libere de praesentando Rectore ab eis alternis vicibus: idque si sint laici, vel Clerici ex patrimonio, ut ibidem notat Glossa. Possunt etiam patroni habentes plures Ecclesias convenire, ut unus praesentet unam, alter alteram, ita Panormitanus in d. c. perlatum I. h. t. Immo jus patronatus transit etiam ad haeredes extraneos ex testamento institutos, & desumitur ex c. cum saeculum 13. h. t. & notat Abbas in d. c. perlatum I. num. 2. h. t. & non solum in haeredes masculos, sed etiam in foeminas Glossa in c. quoniam investituram 16. q. 7. unde si filia sit una cum fratre haeres aeque succedit ac frater, & quia juspatronatus tanquam accessorium sequitur haereditatem, ideo perinde ac haereditas transit ad marem, & faeminam: quod si filius non sit haeres, eo quia haereditatem repudiaverit, non succedit in jure patronatus, quod se habet accessorium ad haereditatem, quia accessorium sequitur principale. Quod si ex pluribus filiis solus primogenitus sucedat ad haereditatem, ispe solus etiam succedit ad jus patronatus, à quo caeteri filii excluduntur. Hinc si pater filio in certa re instituto extraneum haeredem universalem faciat, jus patronatus non in filiium, sed in extraneum transfertur, quia transit cum haereditate, seu rerum universitate. Caeterum potest jus patronatus legari ex testamento, quia cum possit donari inter vivos, potest etiam legari ex testamento. Si tamen legetur laico probabilior sententia est, quod requiratur consensus Episcopi, sicut requiritur quando jus paronatus donatur laico: ratio est quia cum jus patronatus sit spirituale, vel saltem annexum spirituali, laicus non potest disponere sine consensu Praelati ecclesiastici, ut transferatur in laicum: non ita si transferatur in Ecclesiam. 832 Lib. III. Tit. XXXVIII. An vero jus patronatus sejunctum ab haereditate, & transiens ad seniorem familiae acquiratur Religioso, qui ante emissam professionem omnibus suis juribus renuntiavit, videtur adesse aliqua difficultas, quia renuntiatio fuit generalis omnium jurium quoad universitatem, consequenter fuit etiam renuntiatio juris patronatus, quod propterea videtur transire in donatarium, cui Religiosus omnia sua jura donavit: ita docent Abbas in c. ex litteris num. 12. de jure patronat. Barbosa de offic. Episcopi allegat. 71. num. 22. Riccius de probat juris patronat. resol. 186. num. 3. Nihilominus putarim, tale jus patronatus non obstante praevia renuntiatione transire ad Religiosum seniorem familiae: ratio est, quia talis renuntiatio, quamvis facta in forma amplissima, non se extendit ad jus patronatus ut sejunctum ab haereditate: siquidem renuntiatio omnium bonorum, ac jurium, quae à Novitiis bimense ante professionem fieri solet, non aliter fit quam intuitu regularis professionis, proinde secundum mensuram, & exigentiam talis professionis: propterea solum est renuntiatio eorum, quae particulari Religioso non possunt competere ratione votorum: atqui sola bona temporalia sunt incompatibilia cum votis emissis, non vero jura spiritualia, vel quasi spiritualia, quia haec optime possunt cum tribus solemnibus vitis cohaerere, ut docet D. Thomas 2. 2. q. 186. art. 4. ad 4. [In realtà: art. 7. ad 4.]. 1Bw&sa=X1=bo
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Hinc Religiosi professi sunt capaces beneficiorum, possuntque nomine proprio agere quoad ea, quae concernut beneficium, ut etiam super jure eligendi, ut notat Navarrus in commen. 2. de regul. cum igitur Religiosus sit capax jurium spiritualium, sequitur esse itidem capacem juris patronatus, quia hoc vel est spirituale; vel saltem annexum spirituali, ut explicuimus in praecedentibus. Hinc in renuntiatione, & donatione omnium jurium facta intuitu religiosae professionis non comprehenditur jus spirituale; eo quia sit in superiori genere ad ea, quibus renuntiat Novitius, ut docet Bald. in l. fin. circa fin. C. de edict. Lambertinus lib. I. de jure patron. p. 2. q. 4. art. 6. Quamobrem quando jus patronatus est gentilitium, seu transit semper per successionem ad seniorem familiae, tametsi conjungatur cum haereditate, & Novitius qui supponitur senior familiae renuntiet haereditati intuitu religiosae professionis, non tamen censetur renuntiare juri patronatui, praesertim si hoc sit sejunctum ab haereditate. Neque obstat, quod jus patronatus transeat cum universitate bonorum, & jurium; quia id tantum procedit quando jus patronatus est annexum juribus, ac bonis comprehensis in universitate: non ita quando est sejunctum, ut docent Garcia de benefic. p. 5. c. 9. numer. 12. Riccius in prax. resol. 162. num. 3. [In realtà: resol. 173. n.3.] Rota Romana decis. 1152. num. 4. p. 3. Dubitari tamen potest, an tale jus patronatus gentilitium sejunctum ab haereditate, & devolutum ad Religiosum, acquiratur eidem Religioso,vel monasterio? Respondetur, acquiri Religioso seniori de tali familia, adeo ut ad ipsum solum pertineat jus praesentandi: ratio est quia Religiosi etiam post emissam solemnem professionem sunt capaces jurium spiritualium, vel quasi spiritualium, ut sunt jus eligendi, jus honorificum, & alia id genus jura: atqui jus patronatus; vel est spirituale, vel annexum spirituali, proinde non transit ad monasterium ob incapacitatem Religiosi, sed manet in Religioso, ut in proprio subjecto capaci. Tum quia etiam jus donandi lauream doctoratus, quod acquirit Religiosus ratione cathedrae, vel alterius tituli non acquiritur monasterio, sed manet apud Religiosum, cui speciatim inhaeret, ut liquet ex ipsa praxi, & illis Religiosis, qui in publicis academiis sunt Professores scientiarum, ipsi enim soli, & non Religio, conferunt lauream doctoratus post praevium examen, & hoc jus ipsis solis competit, & non Religioni: quia hujusmodi jura non sunt realia, sed mera personalia, quae non separantur à persona, neque acquiruntur monasterio: & quia jus patronatus ut sejunctum à quocunque alio jure temporali est institutum pro solo seniore de familia, est jus personale, & pro ipso exercendo est electa talis persona, & quasi industria ejusdem: id enim pertinet ad provisionem Ecclesiae, ut desumitur ex. c. quoniam §. is autem de offic. & potest. delegat. & docet Lambertinus lib. 2. de jure patron. p. I. c. 2. art. 11. n. 12. Si petatur, quid juris, quando jus patronatus est gentilitium, & familia, & agnatio extincta, an etiam transeat ad extraneos? Respondetur cum distinctione, vel enim fundator voluit jus patronatus esse illorum de familia taxative, adeo ut ad ipsos tantum debeat pertinere, non vero ad eorum haeredes extra familiam; & tunc si ultimus de familia instituat haeredem alium de extranea familia, tunc jus patronatus gentilitium una cum haereditate non transit ad haeredem extraneum; sed extincta familia, & agnatione, extinguitur jus patronatus, & Ecclesia sit libera: Patronus enim in fundatione Ecclesiae potest remittere jus patronatus in totum, vel pro parte, & etiam limitative illud inducere in praejudicium descendentium, vel extraneorum haeredum pro ut ipsi magis libuerit, ut desumitur ex c. si laicus unic. h. t. in 6. Sin vero jus patronatus ab institutore fuerit concessum simpliciter illis de familia absque ulla taxatione, tunc una cum haereditate 1Bw&sa=X1=bo
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transit etiam jus patronatus ad extraneos haeredes, non ex provisione hominis, sed legis; cui provisio hominis non adversatur argu. c. perlatum I. h. t. ut notat Fagnan. n. 25. ibidem. Quid vero dicendum sit de jure patronatus haereditario, an transeat ad fideicommissarium & usufructuarium universalem, procedendum est cum distinctione: si enim jus patronatus sit personale relictum tali personae, & ejus successoribus, tunc non transfertur in fidei commissarium, vel usufructuarium, sed remanet penes haeredem, & successorem. Ratio est, quia contra voluntatem instituentis non potest jus patronatus transferri, & cum institutor solum tali personae, & ejus haeredibus, ac successoribus applicuerit jus patronatus, non potest hoc transferri ad usufructuarios, & fideicommissarios 833 De jure patronatus. rios excluso haerede successore. Tum quia haeres gravatus, si restituat haereditatem fideicommissario, non proprie haereditatem, sed bona per haereditatem accepta restituit: non enim instituit fideicommissarium haeredem, quapropter per hanc restitutionem fideicommissarius, & usufructuarius non fiunt haeredes, proinde ad ipsos non transit jus patronatus. Quod si jus patronatus sit reale, docet Zoesius h. t. num. 12. tunc jus patronatus transire ad fideicommissarium; eo quia jus patronatus sit annexum bonis haereditariis, quae cum transeant ad fideicommissarium, ad eundem etiam tanquam accessorium ad eadem bona transit jus patronatus, quia accessorium sequitur suum principale. Objicit tamen Covarruvias lib. 2. variat. resol. c. 18. num. 8. quia ad fideicommissarium tantum transeunt jura respicientia commodum pecuniarium. Tum quia jus sepulchri non transit ad fideicommissarium, sed remanet penes haeredem directum, à quo non aufertur, tametsi haereditate privetur, ut indignus l. si quis fuit haeres ff. de Religiosis & sumpt. funer. Tum quia etiam ius patronatus civile respiciens libertos manet penes haeredem gravatum, nec restituitur fideicommissario l. si Patroni filius §. ad senat. consult. Trebell. unde si haec iura non veniunt nomine haereditatis, sequitur, quod ius patronatus Ecclesiasticum non transeat ad fideicommissarium. Sed respondetur, haec non obstare, quia quamvis ius patronatus pecunia aestimabile non sit, nihilominus potest esse utile fideicommissario, si ad inopiam vergat, quia constitutus in paupertate alitur ab Ecclesia patronata. Praeterea est discrimen inter alia iuria allegata; quia ius sepulchri sequitur solos haeredes: patronatus civilis tantum ad liberos in potestate patris constitutos transit §. datur autem instit. de assignat. liber. Secus ius patronatus ecclesiasticum potest transire etiam ad non haeredem. Si urgeas, haereditatem transire in fideicommissarium, & usufructuarium universalem; proinde etiam ius patronatus annexum haereditati. Contra est, quia licet ad fideicommissarium transferantur bona haereditatis, eo quia haeres sit gravatus; non tamen transfertur ipsa haereditas formaliter; consequenter nec jus patronatus, cum hoc supponatur annexum haereditati, non vero bonis haereditatis: unde ius patronatus non est accessorium bonorum haereditatis: consequenter ex eo, quod haec bona transferantur in fideicommissarium, & usufructuarium, non tamen transfertur ius patronatus, cum non sit accessorium ad talia bona: quamobrem ius patronatus antiquum, & haereditarium, quod haereditatem formaliter sumptam sequitur, tanquam eius accessorium non transfertur, quamvis transferantur bona hareditatis. Si dicas usufructuario universali concedi omnia iura tam realia, quam personalia utilia l. I. & aliis ff. ad Senat. consult. Trebell. consequenter etiam esse concedendum usufructuario universali ipsum ius patronatus. Contra est, quia licet 1Bw&sa=X1=bo
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fideicommissario, & usufructuario universali competant omnia iura realia, & personalia, quae haereditati competunt ob bona per haereditatem acquisita: non ita illi competunt ea iura, quae habentur iure sanguinis, vel successionis, quia fideicommissarius, & usufructuarius non est ex eodem sanguine, nec successor, proinde non communicato sanguine, vel successione, non transfertur ius patronatus quamvis transferantur omnia iura realia, & personalia utilia. Si quaeratur, an in divisione haereditatis facta à Judice possit ius patronatus uni tantum ex cohaeredibus adiudicari, procedendum itidem est cum distinctione, si enim ius patronatus sit annexum alicui speciali castro, tunc potest illi cohaeredi adiudicari, cui pro parte haereditatis, quae illi contingit, assignatur idem castrum; eo enim ipso quod ius patronatus est annexum tali castro se habet accessorie ad illud, & quia accessorium sequitur suum principale, ideo una cum castro potest adiudicari uni ex cohaeredibus: quod si ius patronatus non sit annexum castro, nec alteri bono ex universitate bonorum, tunc probabilius videtur, non posse uni ex cohaeredibus adiudicari, ut nota Zoesius h. t. n. 13. quia vel divisio sit in partes aequales, & tunc non est ratio, cur uni potius quam alteri debeat assignari: vel sit in partes inaequales, & tunc in compensationem alicuius adiuducari uni ex cohaeredibus ius patronatus redoleret simoniam. Quamobrem cum ius patronatus non possit dividi remanet aequaliter penes omnes cohaeredes, adeo ut omnes simul per modum unius debeant praesentare. Si urgeas textum in c. ex insinuatione 14. h. t. ubi dicitur posse ius patronatus cedi compatrono: proinde etiam per divisionem posse uni ex cohaeredibus adiudicari. Contra est, quia in d. c. ex insinuatione tantum agitur de cessione omnino liberali, non vero de illa, quae sit in compensationem: quia haec redolet simoniam. Hinc ob eandem rationem debitor si nihil habeat in bonis, non potest suo creditori cedere ius patronatus, quia videretur illud cessisse in compensationem, quod foret simoniacum. Titulo permutationis transfertur ius patronatus, quando permutatur cum alio spirituali c. ad. quaestione sup. de rer. permutat. licet non possit ius patronatus permutari cum bono aliquo temporali, neque pro bono temporali dari in compensationem; potest nihilominus permutari cum alio iure spirituali. Praeterea si ius patronatus est reale scilicet castro, vel praedio annexum, tunc facta permutatione castri, vel praedii accessorie per eandem permutationem etiam transfertur ius patronatus. Quod si ius patronatus sit personale, tunc cum re temporali non potest permutari c. fin. de rer. permut. bene tamen cum alio iure, vel re spirituali poterit sine vitio permutari, quia tunc sit permutatio spiritualis cum spirituali: sed ut fiat haec permutatio est necessarius consensus Episcopi, qui perinde in permutando, ac donando debet adhiberi, ut nimirum ea permittat, quae in utilitatem, & commodum Ecclesiae cedunt, ut notat Zoesius h. t. num. 25. alioquin si permutatio iurium spiritualium cederet in damnum Ecclesiae non deberet Episcopus eam permittere. Titu. 834 Lib. III. Titulus XXXVIII. Titulo donationis transfertur etiam ius patronatus: siquidem potest donari laico, vel clerico, aut Ecclesiae, Coenobio, Collegio, seminario, monasterio nomine, & iure Ecclesiae, aut dignitatis, cui praeest. Si tamen donetur laico, vel clerico causa ipsius, non Ecclesiae; donatio est irrata, nisi accesserit Episcopi consensus; ne scilicet ius patronatus Ecclesiae transeat ad hominen suspectum, vel minus gratum Ecclesiae, ut notat Panorminatus in c. illud. 8. h. t. ubi statuitur, quod laicus sine consensu Episcopi non possit ecclesiam alicui dare. Verum consenus Episcopi sufficit, si sit expressus, vel tacitus, seu ut iura loquuntur, 1Bw&sa=X1=bo
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per ratihabitionem. Praeterea sufficit, si ad donationem factam statim accedat Episcopi consensus, vel ex intervallo temporis; ut si Episcopus gratam, & acceptam habeat donationem ante factam. Potest tamen Patronus laicus etiam sine consensu Episcopi Dioecesani libere donare ius patronatus non solum reale, quod est annexum universitati, vel castro alteri donato, quod transfertur in dnatarium una cum castro argum. c. cum saeculum 13. h. t. sed etiam personale potest donare Ecclesiae, monasterio, vel alteri loco pio, ut etiam clerico nomine Ecclesiae, vel dignitatis, quam obtinet argum. c. illud. 8. h. t. ubi statuitur, quod laicus non possit concedere Ecclesiam non vacantem inconsulto Episcopo alicui loco religioso, ex quo per contrarium infertur, quod possit Ecclesiam vacantem inconsulto Episcopo concedere Ecclesiae, vel monasterio, vel alteri loco religioso: ratio est, quia tunc Ecclesia liberatur à manu laicorum, & beneficium Ecclesiasticum restituitur pristinae suae naturae, ut notat Pirhing. hic num. 6. Quod si objicias c. cura pastoralis [In realtà: cura pastorali] 11. h.t. ubi statuitur, quod nullus Religiosus possit acquirere, vel retinere Ecclesias concessas laicis sine consensu dioecesani, nisi propter legitimam praescriptionem, vel subsequentem consensum Episcopi, eo quia laici non possint transferre, nisi ius quod habent. Respondetur, ibi Pontificem tantum loqui de transferentibus illa, quae ad se non pertinent, cuiusmodi sunt ipsae Ecclesiae quoad proprietatem & beneficia quoad titulum: non vero loquitur de iure patronatus, quod pertinet ad patronos, ut notat Zoesius h. t. n. 14. Respondetur etiam secundo, Patronum non posse per se, & singulariter illud donare laico, vel etiam clerico, ut personae privatae sine consensu Episcopi, id enim desumitur ex c. si laicus unic. h. t. in 6. ubi Bonifacius VIII. expresse statuit, quod laicus sine consensu Episcopi, possit dare suum ius patronatus eidem Ecclesiae, in qua est ius, vel etiam alteri Ecclesiae, aut alteri loco pio, & quod donatio sit efficax, & teneat: unde à contrario sensu infertur, quod si fiat à laico alicui loco non religioso sine consensu Episcopi, donatio fit inefficax, ac nullius roboris: ratio est, quia quando donatio iuris patronatus sit à laico alicui loco non religioso alienatur ab Ecclesia; proinde debet Episcopus inspicere, an expediat Ecclesiae mutare Patronum, ne forte Ecclesia gravetur per hanc mutationem; consequenter non debet haec mutatio fieri nisi accedente authoritate, & consensu Episcopi. Tum quia pertinet etiam ad Episcopum inspicere, an donatio sit vere liberalis, vel aliquam redoleat simoniam. Excipitur tamen casus, quo unus ex pluribus compatronis remittit alteri suum ius patronatus, hanc enim remissionem posse fieri irrequisito Episcopo docet Glossa in c. ex insinuatione 14. V. liberaliter contulisset h. t. quia haec remissio non est alienatio, ne proprie donatio. An vero possit ipsemet Episcopus laico iure donationis concedere ius patronatus in Ecclesia alioquin libera, si haec pertineat ad mensam episcopalem, & suam collationem. Respondetur, non posse tale ius patronatus laico concedere spectato iure communi argum. c. hoc consultissimo 2. de reb. eccles. non alienand. in 6. ubi dicitur: Hoc consultissimo prohibemus edicto universos, & singulos Praelatos Ecclesias sibi commissas, bona immobilia, seu iura ipsarum laicis submittere, subjicere, seu supponere absque Capituli sui consensu, & Apostolicae sedis speciali licentia. Concordat etiam Tridentinum sess. 14. c. 12. de refor. ubi statuitur, quod nemo cuiusvis dignitatis ecclesiasticae, vel saecularis, quacunque ratione ius patronatus impetrare, aut obtinere possit, aut debeat, nisi ratione fundationis, constructionis, & dotationis, ut notat Barbosa in collect. in c. 2. de rebus eccles. non alienand. in 6. num. 4. & fuse id probat. Garcia p. 5. c. 9. n. 128. Id tamen procedit spectato iure communi, quia si alicubi ex consuetudine contraria, & legi1Bw&sa=X1=bo
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time praescripta secus à tempore immemoriali servatum fuisset, aliqui putant tunc derogatum iri iuri communi. Verum putarim, talem consuetudinem cum sit facti, & consistere in facto indigere legitima probatione; & tunc etiam attendendum esse praeiudicium, quod inde ecclesiis infertur. Titulo venditionis etiam transfertur ius patronatus, non tamen venditione per se prae-cise spectata, quia ius patronatus cum sit spirituale, vel annexum spirituali, non potest per se vendi absque simonia c. quia Clerici 6. c. de iure. 16. h. t. ubi expresse statuitur, quod ius patronatus per se vendi non possit, cum sit spirituali annexum, & si vendatur, contractus non tenet, & concordat Concilium Tridentinum sess. 25. c. 9. de reformat. Verum licet ius patronatus utpote annexum spirituali non possit per se, & solitarie vendi absque vitio simoniae, & si vendatur uterque contrahens in poenam delicti privetur ipso iure patronatus per textum c. quia clerici 6. h. t. & Tridentinum d. ss. 25. nihilominus cum universitate bonorum, ut si castrum aliquod vendatur, cui annexum sit ius patronatus, tunc cum castro accessorie venditur ius patronatus, quod propterea transit ad emptorem una cum castro, quia accessorium sequitur suum principale, cui est annexum, ut notat Riccius decis. 179. nisi nominatim, & expresse in contractu fuerit exceptum ius patronatus, ut desumitur ex c. ex litteris 7. h.t. ubi statuitur, quod ius patronatus transeat cum universitate, nisi specialiter excipiatur, etiam si univesitas detur conductori solum ad firmam, id 835
De jure Patronatus
id est quoad utile dominium, adeo ut si conductor praesentet ante motam litem super jure patronatus, praesentatio teneat, & post motam litem nihil sit innovandum. Juvat tamen adnotare, quod quando cum universitate bonorum jus patronatus venditur, non debet intuitu juris patronatus majus pretium exigi, quia tunc contractus esset simoniacus. Caeterum ut jus patronatus per venditionem sui principalis, cui annectitur accessorie vendatur, non debet fieri specialiter de eodem patronatu conventio aut mentio, quia eo ipso, quod castrum venditur, nisi specialiter excipiatur jus patronatus, hoc etiam transit ad emptorem, ut desumitur ex d. c. ex litteris 7. h. t. Transit etiam jus patronatus in emptorem rei particularis ut fundi, palatii, castri, cui accessorie adhaeret, ut notat Garcia 5. p. c. 9. n. 33. & sequent. Imo transit etiam in Emphyteutam, & Conductorem in longum tempus ratione dominii utilis transeuntis in Emphyteutam, & Conductorem fundi, vel castri, cui accessorie jus patronatus est adnexum. Caeterum dicitur jus patronatus vendi cum universitate rei, eo quia vendatur cum tota ea re, in qua est universitas. Universitas autem juxta praesens institutum intelligitur, quando res aliqua non solum est particularis, sed etiam continet in se non solum corpora rerum, verum etiam jura universitatis, ut explicat Abbas in c. ex litteris de jure patronatus n. 10. & sequent. Hinc quando ea res ex toto in emptorem transit; transferuntur etiam servitutes, onera, jura, & actiones ad eam pertinentes. Jus patronatus non cuicunque rei certae inest, sed tantum rei habenti bonorum universitatem, quo pacto dicitur inhaerere villae, castro, monasterio, Ecclesiae, conventui, seminario, civitati, Provinciae: haec enim habent jura universitatis. Immo etiam ipsa haereditas universitatem continet, eo quia sit quid universim l. honorum 2. ff. de V. S.& l. haereditas ff. de petit. haeredit. §. VII. De modis, quibus ius patronatus amittitur, vel extinguitur. 1Bw&sa=X1=bo
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Certum est, variis modis posse jus patronatus amitti, vel extingui, ut notat Barbosa lib. 3. jur. eccles. univers. c. 12. n. 254. & hos modos commode reduci ad tres classes; quarum prima desumitur ex defectu fundamenti; secunda ex delicto, & tertia ex non usu, & ex subsecuta praescriptione: ob defectum fundamenti amittitur jus patronatus si Ecclesia absque ulla spe reaedificationis pereat, vel dos ei adimatur argum. §. fin. institut. de usufruct. quia tunc cum pereat Ecclesia, perit etiam jus patronatus: quia hoc fundabatur in Ecclesia, & deficiente fundamento, necesse est, curruat res fundata: hinc extinguitur jus patronatus, si Ecclesia, cui adhaerebat penitus destruatur sine spe reaedificationis, vel reditus omnino deficiant, quia rei non existentis nullae sunt qualitates. Secundo amittitur jus patronatus, si Patronus patiatur Capellam converti, seu commutari in Ecclesiam collegiatam, quia tunc rector non posset amplius praesentari Episcopo, ut instituatur, sed debet eligi, & Patronus laicus non potest tali electioni se cimmiscere, nec suffragium dare, sed ad summum potest interponere suas partes in tractatu electionis c. nobis 25. h. t. ubi Clemens III. statuit, ut Patronus non possit interesse electioni faciendae de Praelato Ecclesiae, sed tantum post electionem postuletur ejus assensus, nisi Patronus habeat specialem facultatem interessendi electioni: secus est in Capella. Tertio deperditur etiam jus patronatus, si Ecclesia, cui est adnexum jus patronatus alteri Ecclesiae, vel monasterio uniatur absque reservatione juris patronatus: ratio est, quia tunc prima Ecclesia unita secundae, censetur quasi extincta: proinde etiam jus patronatus, cui erat obnoxia, cessante enim principali, cessat accessorium; idque procedit licet Ecclesia patronatui obnoxia uniatur alteri Ecclesiae, vel monasterio ex consensu tacito Patroni absque juris reservatione, ut notat Pirhing sess. 5. §. 4. h. t. Propter delictum amittitur jus patronatus. Primo si Patronus Rectorem, vel aliquem clericum Ecclesiae patronatui obnoxiae per se, vel per alium occidere, vel mutilare nefaste praesumpserit, & tunc privatio extenditur usque ad quartum gradum, quoad ejus posteros c. in quibusdam d. poenis. & tunc jus patronatus cedit Ecclesiae, cui fuit injuria illata, quasi in aliquam compensationem, damni illati. Secundo si Patronus se haereseos, vel laesae majestatis reum constituerit, quia tunc bona omnia delinquentis cedunt fisco; proinde sicut privatur omnibus bonis, ita etiam jure patroantus c. vergentis 10. infra de haeret. c. cum secundum leges eod. tit. in 6. & hoc etiam procedit de schismaticis, apostatis, fautoribus haereticorum, ut notat Barbosa d. lib. 3. c. 12. n. 260. his enim omnibus bona omnia confiscatur, & cum universitate bonorum, vel alia re particulari, cui adhaeret jus patronatus, hoc cedit fisco. Verum ut privatio ex hisce praefatis capitibus delicti effectum sortiatur, necessaria est sententia declaratoria Judicis, quamvis delictum fuerit notorium, ut notat Gaillus lib. 2. observat. 51. n. 6. Tertio si scienter, & malitiose se ingerat quoad perceptionem fructuum beneficii, sive eos in proprios usus convertat, sive tantum impediat, ne ad beneficiatum perveniant, vel quacunque arte, aut quocunque quaesito colore sibi usurpet: quinimo ita delinques praeter privationem juris patronatus, etiam incurrit excommunicationem ipso jure, à qua nonnisi à summo Pontifice absolvi potest ex Concilio Tridentino sess. 22. c. I. C. quod si ejusdem Ecclesia de refor. Quarto privatur etiam Patronus jure patronatus, si tutulo venditionis, aut alio quocunque modo prohibito, & contra canonicas sanctiones jus illud in specie transferre praesumpserit in alium c. quia clerici 6. h. t. ubi statuitur, quod emens jus patronatus, vel alio modo acquirens, ut 1Bw&sa=X1=bo
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Lib. II. Titulus XXXVIII.
ut praesentet suos filios, vel nepotes spoliatur eodem jure. Quod si quaeras, cui tunc applicandum sit jus patronatus, aliqui dicunt illud cedere Ecclesiae, cui facta est injuria simoniae: alii censent, remanere apud Patronum, & nituntur ea ratione, quia venditio utpote simoniaca non tenet. Praeterea quia in prefato textu c. quia 6. h. t. poena injungitur emptori, non venditori. Verum ex Concilio Tridentino sess. 25. c. 9. de refor. etiam venditor incurrit poenam subjicitur enim & ipse poenis excommunicationis, & interdicti: unde putarim, jus patronatus tunc applicatum iri Ecclesiae, adeo ut haec restituatur libertati, ut notat Piasecius p. 2. c. 9. art. 1. num. 37. Sed oritur difficultas, ad quemnam perveniat jus patronatus, quando per confiscationem omnium bonorum amittitur. Respondetur cum distinctione, si jus patronatus sit reale, & accessorie adhaereat bonis confiscatis, tunc etiam extra casum laesae majestatis, & haereseos transit una cum bonis confiscatis in fiscum, etiam quoad exercitium; & bonis postea per fiscum divenditis transit simul in emptorem, quia accessorium sequitur suum principale, prasertim cum jus pattronatus non vendatur per se, neque exigatur intuitu ipsius majus pretium. Sin vero jus patronatus sit personale, & per se principale, adeo ut accessorie non adhaereat bonis, tunc non includitur in confiscatione bonorum, nec Judex laicus potest illud per se addicere, nec adjudicare fisco, quia laicus non potest disponere directe de jure patronatus, cum sit spirituale, vel annexum spirituali, & Judex laicus non habet jurisdictionem in res spirituales, quapropter in tali casu remanet penes delinquentem, donec per Judicem ecclesiasticum Patronus tanquam indignus privetur jure patronatus. Secuta vero sententia privatoria Judicis, si jus patronatus sit sanguinis, & spectet ad familiam, vel consanguineos, aut eos, qui sunt de genere, ad illos transit servata dispositione fundatoris: sin vero sit haereditarium etiam transmittitur una cum haereditate, cui adhaeret, ad extraneos. Sin autem non adhaereat haereditati tanquam quid accessorium, tunc estinguitur jus patronatus, & Ecclesia restituitur suae libertati: sin autem non sequatur sententia Judicis privatoria, tunc jus patronatus haereditarium transit ad haeredem, vel ex testamento, vel etiam ab intestato, nisi in crimine haeresis ut notat Garcia de benefic. p. 5. c. 9. num. 25. & sequent. Per non usum amittitur jus patronatus, quando cessante legitimo impedimento Patronus per multum temporis neglexit Rectorem praesentare instituendum ab Episcopo in Ecclesia vacante: verum quia difficulter potest determinari quantum temporis debuit fluxisse, ut per non usum amittatur jus patronatus; ideo probabilior, & communior sententia est, quod si in Ecclesia patronatui obnoxia Rector sine praesentatione Patroni fuerit per duas vices à Dioecesano institutus non reclamante patrono, censetur tunc hic per non usum amittere jus patronatus, cum enim jus patronatus praejudicet liberae Episcoporum collationi, & libertas Ecclesiae sit favorabilis; censetur Patronus renuntiasse juri suo, si per duas vices, quando Ecclesia vacavit, non praesentavit Rectorem & permisit sciens, & non contradicens eum institui à Dioecesano: tum quia ius patronatus cum sit spirituale, vel annexum spirituali, per se non debetur laico, sed illi tantum ex gratia, & indulto Ecclesiae conceditur; adeo ut sit veluti quoddam privilegium concessum laicis, qui fundant, construunt, dotant Ecclesias; consequenter sicut alia privilegia onerosa per non usum, aut usum contrarium facile amittuntur, ita & ius patronatus per omissionem duarum praesentationum deperditur, & tunc Ecclesia efficitur liberae collationis, & liberatur à servitute iuris patronatus. Per praescriptionem deperditur etiam ius patronatus, quando Patronus per totum 1Bw&sa=X1=bo
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illud tempus, quod de iure requiritur ad legitimam praescriptionem, omisit praesentare Rectorem instituendum in Ecclesia vacante, si eo tempore nullum adfuit legitimum impedimentum, quo detineretur, ne posset Rectorem praesentare: communiter tamen censent, quod si per duas vices Rector sine praesentatione facta à Patrono fuerit institutus, censendus sit iure praescriptionis amisisse ius patronatus, & tunc Ecclesiae restituitur libertas, adeo ut possit Dioecesanus absque praesentatione, & irrequisito Patrono instituere Rectorem. Quod si dicas, ius patronatus esse spirituale, vel saltem spirituali adnexum, proinde non posse praescribi saltem à laico: siquidem ob eandem rationem iura decimandi non praescribuntur à laicis per textum c. causam 7. de praescript. Contra est, quia tamesti ius patronatus sit annexum spirituali, conceditur tamen laicis, ob aliquam rem temporalem, nimirum ob fundationem, dotationem, vel constructionem Ecclesiae, in hisce enim fundatur ius patronatus, & quia temporalia possunt à laicis praescribi, ita etiam saltem indirecte ipsum ius patronatus fundatum in temporalibus. Secus ius decimandi fundatur in aliquo spirituali, nimirum in administratione Sacramentorum, & solvuntur decimae pro congrua sustentatione clericorum ministrantium laicis Sacramenta: unde id interest discriminis inter ius praesentandi, & ius exigendi decimas, quia illud fundatur in temporali, hoc in spirituali, consequenter potest illud praescribi à laicis, non vero ius decimandi. Quid vero iuris, si alicui legitime supponatur donatum ius praesentandi, & donatio litteris consignata, si is, cui donatum est tale ius, prius decesserit, quam occasio ei daretur praesentandi, & litteras aperiendi; & eius haeredes etiam ferme per saeculum nunquam apertis litteris praesentaverint, & Episcopus semper instituerit Rectorem Ecclesiae patronatui obnoxiae irrequisitis haeredibus. Certe tunc ius hoc patronatus censeretur extinctum per non usum unius ferme saeculi. Tum quia foret ab Episcopo collatore praescriptum, ut satis liquet ex generalibus principiis traditis in titulo de prescriptione 837
De jure Patronatus.
ptione. Tum ex eo, quod praescriptio procedat etiam contra ignorantes: lex enim de praescriptione, & usucapione juxta communiorem, & veram juris peritorum sententiam sancita fuit ob bonum commune Reipublicae, & pro pace conservanda, litibusque praescindendis; alioquin ob incertitudinem jurium innumerae ferme suborirentur lites, si ob praetensam ignorantiam juris proprii posset jus praescriptionis à privatis personis impugnari, ac subverti. Demum quia haeredes tenebantur litteras aperire, ut possent propria dignoscere jura, obligationes, unde si eas non aperverint, iisdem dandum est culpae. Si objicias commune illud effatum, non valenti agere non currit praescripio argum. l. I. C. de annal. except. Respondetur cum Abbate c. ex transmissa num. 13. de praescript. illud effatum procedere in sensu composito cum impedimento juris, ut est aetas pupillaris, Ecclesia vacans, tempus hostilitatis, in his enim, & similibus casibus censetur praescriptio dormire; proinde non currere: secus est in sensu diviso & sine tali impedimento juris; & cum impedimento facti non generalis, tunc enim currit praescriptio. §. VIII. Producuntur, & diluuntur aliquot selecta questiones, Quaeritur primo, an si quis in fundo alieno inscio, vel etiam invito Domino construat Ecclesiam jus patronatus acquiratur aedificanti, an vero Domino fundi? 1Bw&sa=X1=bo
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Respondetur jus patronatus Ecclesiae construendae in alieno solo acquiri constructori, non vero Domino fundi, licet hic possit Ecclesiam in suo fundo aedificatam, si nondum consecrata fuerit inscio, vel invito constructore propria authoritate occupare, vel destruere argum. l. quemadmodum 29. §. I. V. at aliud est ff. de leg. Aquil. Ratio est quia aequitati non videtur consonum, ut per aedificationem Ecclesiae domino invito, ac inscio auferatur dominium sui fundi: quod nostrum est sine facto nostro ad alium transferri non potest l. si non debet 74. ff. de R. J. non enim invito domino possumus citra injuriam ei illatam disponere de illius rebus. Si dicas construere Ecclesias cedere in favorem religionis, id non obstat, quia favor religionis dirigendus est juxta regulas aequitatis, quae non dictant esse alteri damnum inferendum, neque privandum jure suo ipso invito, ut notat Canisius in c. quoniam 3. n. 4. h. t. Quod si Ecclesia in fundo alieno invito domino constructa, fuerit etiam consecrata, tunc dominus fundi non potest eam occupare, nec demoliri; sed constructor tenetur solvere domino pretium fundi juxta peritorum aestimationem argumento c. comperimus 2. caus. 14. q. 6. Si urgeas, dominum fundi non posse propria authoritate effodere ossa defuncti ab extraneo illata in suum fundum absque ecclesiastico decreto l. ossa 8. in princ. ff. de relig. & sumpt. funer. consequenter non posse dominum fundi destruere Ecclesiam nondum consecratam, & ipso irrequisito constructam in suo fundo. Contra, est enim discrimen; quia eatenus non potest effodere ossa, quia id publicae utilitatis causa receptum fuit, ne defunctorum cadavera inhumata iacerent l. sunt persona 43. ff. eod. secus ne inferatur damnum proximo, non permittuntur Ecclesiae construi in alieno fundo invito domino, praesertim cum Ecclesia multum spatium exigat; & non possit constructor esse dominus Ecclesiae à se aedificatae, quin sit etiam dominus illius spatii, quod Ecclesia occupat; & hoc perinde foret ac surripere rem alienam invito domino: secus si ossa defuncti sepeliantur in fundo alieno, remanet fundus semper sub dominio antiqui domini, qui nihil deperdit juris in suo fundo. Caeterum dominus feudi potest etiam invito vassallo in fundo feudali Ecclesiam construere ob dominium sibi reservatum, ratione cujus potest etiam invito vassallo feudum vendere, dummodo à domino detur vassallo aequivalens c. un. l. 3. feud. tit. 9. Quaeritur secundo, an jus patronatus licite in eum cadat, qui vinculo majoris excommunicationis detinetur? Respondetur cum Joan: Andre. in c. nobis 25. num. 3. h. t. non privari quoad habitum si ante excommunicationem possederit tale jus patronatus; sed tantum quoad actum, seu usum, & exercitium, adeout si ante petitam absolutionem ab excommunicatione praesentet clericum, talis praesentatio sit nullius valoris. Ratio est, quia excommunicato prohibita est communicatio, & usus, seu exercitium cujusvis juris ecclesiastici; & cum praesentatio sit exercitium talis juris; & post admissam ab Ordinario praesentationem acquiratur jus, & actio ad petendam institutionem in beneficio, ad quod fuerat clericus praesentatus; ideo praesentare est prohibitum habenti jus patronatus, si fuerit majore excommunicatione ligatus, donec absolvatur. Tum quia majore excommunicatione ligatus non potest eligere, ad praelaturas ecclesiasticas, neque ad beneficia, & si eligat electio est irrita c. unic. ne sede vacante in 6. sed praesentatio in jure aequivalet electioni, ut notat Glossa in c. ult. V. electione de elect. in 6. & ratio est, quia etiam ipsa praesentatio jus aliquod tribuit, praesertim si fuerit acceptata. Potest tamen Episcopus assentiri, ut excommunicatus toleratus, & non vitandus Ecclesiam aedificet, ac jus patronatus acquirat quoad habitum, quodque post absolutionem à vinculo excommunicationis exerceat, acquiratque quoad usum. 1Bw&sa=X1=bo
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Id interest discriminis inter excommunicatum vitandum, & non vitandum quoad praesentationem; quia vitandus nunquam licite, neque valide praesentat sive patronus sit laicus, sive ecclesiasticus; & si fuerit in mora ad legitime praesentandum Episcopus valide, ac licite confert beneficium; ne Ecclesia diutius destituatur suo rectore. Sin vero patronus sit excommunicatus toleratus, licet Episcopus non teneatur acceptare ejus praesentationem, cum nemo teneatur communicare cum excommunicato, quamvis tolerato, attamen potest si velit illam licite acceptare, ac valide instituere praesenta838
Lib.III. Titulus XXXVIII.
sentatum; quia non tenetur vitare excommunicatum toleratum; proinde non prohibetur acceptare eius praesentationem. Quaeritur tertio, an si clericus ex reditibus Ecclesiae aedificet Capellam, eamque dotet, acquirat ius patronatus? Respondetur, illud acquirere, sed limitate ad dies vitae; adeout cum obitu fundatoris extinguatur, vel pertineat ad eam Ecclesiam, ex cuius reditibus fuit Capella constructa, & dotata; desumitur ex cap. ult. de pecul. cleric. & ex cap. Relatum 12. de Testam. Nomine autem Ecclesiae, si haec collegiata non fuerit, ius patronatus acquiritur successori in beneficio, ex cuius reditibus defunctus Capellam, & beneficium construxerat, ac dotaverat. Sin vero Ecclesia fuerit collegiata ius patronatus acquiritur toti Capitulo eiusdem collegiatae. Ratio est quia Ecclesia succedit in omnibus iuribus acquisitis à clerico ex bonis beneficii; sed ex bonis patrimonialibus Ecclesiam construat, ac dotes; tunc non solum sibi acquirit ius patronatus, sed etiam suis haeredibus, ad quos post obitum devolvitur. Sin autem in fundo proprii patrimonii ex reditibus sui beneficii ecclesiastici Ecclesiam construat, eo vivente ius patronatus ad ipsum in solidum pertinet; & post eius obitum devolvitur partim ad haeredes, & partim ad Ecclesiam, ex cuius beneficio Ecclesiam construxit. Quaeritur quarto, an si multi praesententur, aliquis ex illis institui debeat, ac ceteris praeferri? Respondetur, esse procedendum cum distinctione. Si patronus, qui antea praesentaverat Titium, postea praesentet Caium, velitque hunc institui; si patronatus sit laicus, in arbitrio Praelati est instituere quem ex illis duobus maluerit, & desumitur ex cap. cum autem 24. de jure patronatus ubi statuitur quod patronus laicus possit variare re adhuc integra; seu antequam primus praesentatus sit institutus; quia quando patronatus est laicus secunda praesentatio non irritat primam; neque è converso. Sin vero patronatus sit ecclesiasticus, tunc qui prior est tempore, est potior iure; proinde primo praesentatus debet institui. Sin vero unus, ac idem sit praesentatus à patrono laico, & ecclesiastico, tunc non potest laicus variare, nec praesentare secundum; sed instituendus est praesentatus ab utroque, ut notat Panormitanus in d. c. cum autem 24. h. t. Ratio est: quia cum Patronus ecclesiasticus non possit variare, frustraretur iure suo, si secundus praesentatus à laico institueretur. Quod si beneficio esset annexa cura animarum, & secundus praesentatus à laico patrono esset notabiliter magis idoneus, posset tunc secundus institui omisso priore, ut docet Joan. Andreas in d. c. cum autem 24. h. t. ob majorem aptitudinem, quae in beneficiorum collatione attendi debet. Sin autem duo sint patroni non concordes in praesentatione; adeo ut unus praesentet Petrum, & alius Paulum, tunc in arbitrio collatoris est conferre utri maluerit. Imo Panormitanus docet, posse tunc Episcopum instituere tertium, quia in discordia patronorum ius illum non adigit ad instituendum unum ex praesentatis. Sin autem plures sint patroni dissentientes; is tunc debet institui, in quem plura suffragia collimant. 1Bw&sa=X1=bo
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Quod si plures praesentent per modum collegi, vel Capituli sunt tunc omnes convocandi, qui commode possunt convocari; alioquin qui non fuit vocatus potest irritare per Judicem factam praesentationem, argumento cap. cum in Ecclesiis 33. de praebend. in 6. ubi ita disponitur de electione, & collatione à pluribus collegialiter facienda. Quaeritur quinto, an qui Ecclesiae sine ulla dote fundatae, & prius iam consecratae dotem assignaverit ius patronatus acquirat? Respondent aliqui, eum, qui post consecrationem Ecclesiae, eidem dotem donat non acquirere ius patronatus, ita censet etiam Glossa in c. piae mentis 17. q. 7. [In realtà: c. piae mentis 16. q. 7.] eo quia Ecclesia per consecrationem sit res facta, cui servitus iure imponi non potest l. servitutes 3. §. ult. ff. de servitutibus; quod enim desiit esse humani iuris servitutem non recipit l. caveri ff. communia praediorum; hinc propugnantes hanc sententiam dicunt, ius patronatus non posse acquiri nisi Ecclesia prius dotetur, quam consecretur. Nihilominus contraria sententia communior est, ac probabilior, quam docent Abbas in c. quoniam num. 9. h. t. Innocentius, & alii; eo quia gratia Ecclesiae dotis constitutio retrotrahitur ad tempus constructae, & nondum consecratae Ecclesiae; idque ut fideles alliciantur ad Ecclesias dotandas. Verum id procedit quando is qui sine dote fundavit, vel construxit Ecclesiam est vita functus, vel ad eum commode aditus non patet: alioquin si interrogatus, an velit Ecclesiae dotem dare, ac esse patronus, & ipse nolit; non sit patronus respectu dotis; sed alius qui Ecclesiam longe ante consecratam dotavit; & tunc ambo sunt patroni. Quaeritur sexto, an quando duo sunt patroni, requiratur consensus Episcopi, ut unus alteri patrono socio remittat suum ius praesentandi ad eandem ecclesiam. Respondent plures affirmative: quia remittere alteri patrono ius praesentandi, perinde est, ac eidem dare ius adaequatum, quod antea non habebat; siquidem quando plures praesentant singuli praesentant inadaequate, et omnes simul adaequate; quando autem unus remittit alteri socio suum ius praesentandi; tunc hic acquirit ius magis adaequatum, quod antea non habebat; cumque illud acquirat gratis, utique per modum donationis: sed ad donandum laico ius patronatus requiritur consensus Episcopi, ne ius patronatus transeat ad hominem ignotum, ac invisum Ecclesiae cum eius detrimento; ut etiam ad praecidendam omnem fraudis occasionem; quia persaepe est ficta emptio. Nihilominus contraria sententia est etiam probabilis quam docent Lambertinus lib. I. de jure patronatus p. 2. q. 2. art. 12. Abbas, qui eam dicit aequitati maxime consonam; & alii plures, quorum sententia mihi videtur probabilior: ratio est, quia tunc non instituitur novus patronus; sed idem ius quod duobus inerat, penes unum solum remanet; adeout extinguatur in primo, & perserveret. 839
De jure Patronatus.
severet in secundo. Est ius patronatus indivisibile, ut alia jura spiritualia; unde licet habeat extensione, qua potest à pluribus participari; non tamen dividitur per partes; quapropter nulla sit donatio, nec domini mutatio: & ex alio capite nihil damni Ecclesia patitur, nec ius patronatus transfertur in aliquem Ecclesiae ignotum, ac invisum, aut suspectum hominem, cum maneat tantum penes alium jam notum Ecclesiae, & acceptum. Quaeritur septimo, an si jus patronatus legetur laico ex testamento requiratur consensus Episcopi. Certum est, jus patronatus posse ex testamento legari ut communiter docent cum Panormitanus in cap. cum saeculum 13. h. t. quia jus patronatus ex consensu Episcopi donari potest inter vivos: unde difficultas est, 1Bw&sa=X1=bo
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an mortis causa, seu ex testamento legari possit irrequisito Episcopo? Affirmat Federicus cons. 3. Sed communis, ex vera opinio est, requiri necessario consensum Episcopi si laico donetur; non ita si Ecclesiae, ne scilicet jus patronatus transeat ad ignotum, invisumque Ecclesiae; & ne haec ullum patiatur ex tali donatione damnum. Dubitatur tamen, an consensus Episcopi sufficiat, si succedat testamento jam antea facto: Panormitanus in d. c. cum saeculum 13. h. t. respondet, sufficere, si Episcopus ex intervallo temporis etiam post mortem testaroris consentiat; quae opinio est probabilior: sed antequam consensus Episcopi accesserit jus patronatus manet penes haeredem; quia cum jus patronatus sit spirituale, vel spirituali annexum, non potest per solam voluntatem laici transferri ad alium, & jura tantum permittunt ut transferatur in filios, & haeredes, non vero in legatarios, ut notat Abbas. Hinc jus patronatus neque locatione potest in alium transferri: quia jure & ratione locationis conductor non acquirit dominium directum, neque utile rei conductae; proinde ratione locationis jus patrnatus non transit ad conductorem. Quaeritur octavo, an patronus Ecclesiae transferens jus patronatus in confraternitatem, quam instituit haeredem universalem cum obbligatione manutendi servitia Ecclesiae, possit tandem obligare, ut distribuat oblationes factas Ecclesiae ad certos pios usus? Respondetur negative. Ratio est, quia laicus non potest disponere de bonis Ecclesiarum, quaeque pertinent ad Ecclesiam; & quae sunt sub dominio ejusdem: quia bona Ecclesiae sunt omnino exempta à jurisdictione laica c. generaliter 16. qu. 1. c. conventus c. in qualibet c. sancimus 23. q. fin. c. quamquam de censibus in 6. & clem. unic. de immunit eccles. & statuitur etiam in constitutione 8. Leonis X. quae incipit Regimini: atqui oblationes, quae fiunt Ecclesiae, acquiruntur eidem, & accensentur bonis ecclesiasticis, adeo ut eximantur à jurisdictione laica c. quia c. sanctorum c. hanc consuetudinem 18. q. 10. [In realtà: c. quia c. sanctorum c. hanc consuetudinem Causa X. q. 1.] & ratio est, quia quando offeruntur Deo, transeunt de jurisdictione laica ad illam Ecclesiae, cujus dominio subjiciuntur; perinde ac omnia alia bona, quae Deo dicantur: quapropter non possun laici disponere de iisdem oblationibus, neque ullum circa illas dominium exercere: adeo ut nec ipsa consuetudo in oppositum possit praevalere, eo quia habeat jus resistens, ac prohibens; ne spiritualia laicis applicentur c. Massana c. sacrosancta de elect. & ita censuit Rota in Calaritana oblationum 21 Octob. 1588. coram Pamphilio. Hinc testator non potest obligare haeredes, ut convertant oblationes in alios determinatos usus, nisi in quos possunt converti Cum enim Ecclesia capax sit oblationum, eidem acquiruntur, & eo vel maxime, quia praesumuntur factae intuitu talis Ecclesiae, ut notant Rebussus de decimis q. I. n. 29 & 30. Abbas in c. I n. 4. de statu Monachor. Socinus de oblat. lib. 18. n. 5. Cum enim sit in potestate cujusvis disponere ad libitum de rebus propriis, potest illas transferre in cujus dominium voluerit; proinde offerentes bona alicui Ecclesiae intuitu ejusdem, praesumuntur transferre eadem bona in dominium ejusdem Ecclesiae. Neque obstat, quod testator sit Patronus Ecclesiae: quia inde tantum sequitur habere quasdam praeminentias, & jus praesentandi, adeo ut sine ejus praesentatione non possit, quis institui c. decernimus c. monasterium 16. q. 7. c. fin de instit. c. ex insinuatione 14. h. t. Non tamen ullum acquirit dominium, aut jus circa bona Ecclesiae, immo neque retinet super ea, quibus Ecclesiam dotat c. noverint 10. q. 1. ubi habetur: Noverint conditores basilicarum in rebus, quas iisdem ecclesiis offerunt, nullam se potestatem habere. Quamobrem dispositio testatoris proposita in facti specie tantum subsistit, quatenus instituit haeredem ipsam confraternitatem, & dotat Ecclesiam, non vero quatenus injungit obliga1Bw&sa=X1=bo
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tionem taliter disponendi de oblationibus, quia testator non potuit ita disponere ob defectum dominii in tales oblationes. Voluntas autem testatoris quando non potest impleri in totum, debet secundum illam partem impleri, quae potest executioni mandari l. filiae suae §. I. ff. de condit. & demonstrat. & notant Bald. in l. precibus num 24. C. de impuber. Mantica lib. 3. de conjectur. ult. volunt. tit. 3. n. 6. unde licet non possit in facti specie impleri voluntas testatoris quoad dispositionem oblationum, debet nihilominus eadem executioni mandari quoad alia. Accedit etiam, quia voluntas testatoris praesumitur conformis dispositioni juris communis l. haeredes mei §. cum ita ff. ad Trebell. ut fuse ostendit Rippa num. 74. disponere autem circa oblationes factas Ecclesiae est contra jus commune, consequenter praesumendum est, quod testator laicus si scivisset esse contra jus, non disposuisset de illis, ut notant Glossa in l. tale pactum in fin. ff. de pact. Mantica lib. 5. de conjectur ultim. volunt. tit. 15. n. 21. Demum quia voluntas testatoris tunc est pia; & mens pia regulatur ratione, & non sibi usurpat, quae sunt sub jurisdictione alterius, nec intendit aliquid disponere contra jus commune. Quaeritur nono, an Ecclesia teneatur Patronum alere, si ejus bona confiscata sint? Certum est, Ecclesiam teneri alere suum patronum, si hic ad egestatem reducatur, ut communiter docent 840 Lib. III. Tit. XXXVIII. docent cum Glossa in c. nobis 25. h. t. ubi Clemens III. statuit, quod si patronus vergat ad inopiam, Ecclesia debeat illi succurrere modeste secundum jura, quamobrem difficultas est, an hujusmodi obligatio oriatur etiam, quando patronus ob bonorum confiscationem redigitur ad egestatem. Et respondendum est, quod si Patronus privetur etiam cum bonis jure patronatus, tunc Ecclesia non tenetur ipsum alere, quia sicut jus patronatus transit in alium, seu fiscum, ita Ecclesia contrahit obligationem cum secundo, quam habebat cum priori patrono: cum enim jus percipiendi alimenta adhaereat juri patronatus, transit cum ipso ad alium c. ex. litteris de pignor. jus enim percipiendi alimenta est ita annexum juri patronatus, ut non possit ab ipso separari, ut notant Abbas in c. Praeterea 23. h. t. Tiraquel. de retract. consanguin. §. 36 Glossa I. num. 32. Surdus de aliment. tit. 7. q. 32. num. 13 & quia per confiscationem omnium bonorum patronus privatur etiam jure patronatus annexo universitati bonorum, ut notant Glossa in c. filis & nepotibus 16. q. 7. Lambertinus de jure patron. lib. 3. q. 8. art. 8. Julius Clarus lib. 5. recept. sentent. §. fin. q. 78. V. 8. Garcia de benefic. p. 5. c. 9. num. 27. ideo privatur etiam jure exigendi alimenta ab Ecclesia patronata: tametsi jus patronatus non sit sub dispositione Judicis laici tanquam quid annexum spirituali, transit nihilominus cum universitate bonorum, ut desumitur ex. c. cum saeculum 13. h. t. proinde cum universitas bonorum transeat in fiscum ad ipsum etiam transit jus patronatus annexum eidem universitate bonorum: quinimo tametsi jus patronatus non esset annexum universitati bonorum, sed tantum alicui speciali castro, adhuc transiret cum castro in alium, quia si transit cum universitate bonorum, eo quia sit eidem annexum; debet etiam transire cum bonis particularibus, si sit iisdem annexum, est enim utrinque par ratio, & salvatur quod tunc jus patronatus per se directe, & immediate non transferatur in alium, sed tantum indirecte, mediate, secundario, quatenus trahitur à castro, cui jus patronatus est annexum, & quatenus accessorium sequitur suum principale. Quaeritur decimo, an si jus patronatus non sit annexum ulli bono in particulari, nec ipsi universitati bonorum, etiam tunc comprehendatur in confiscatione bo1Bw&sa=X1=bo
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norum omnium facta per Judicem laicum? Respondetur negative cum Glossa in clement. pastoralis V. sententiae de re judic. Rota in Agathen. jurispatron. 4. Martii 1602. coram Pamphilio & decis. 232. num. I. coram Coccino: ratio est perspicua, quia tunc cessat ratio accessorii sequentis suum principale ob defectum connexitatis: si enim jus patronatus non sit annexum universitati bonorum, non potest ab illa trahi ad fiscum; & hic cum sit potestas laica non potest se extendere directe, & immediate ad jus patronatus, cum hoc sit spirituale, vel annexum spirituali: quapropter cessante connexitate cessat accessorium, quod trahitur à suo principali: cum jus patronatus non supponatur connexum cum universitate bonorum, non potest ab hac, ut à principali trahi ad fiscum: quapropter neque indirecte potest fiscus se extendere ad jus patronatus, quia extensio indirecta fundatur in connexitate. Cum igitur Patronus tunc non amittat jus patronatus, nec amittit jus percipiendi alimenta ab Ecclesia patronata, si ob confiscationem bonorum redigatur ad egestatem: ratio est, quia jus percipiendi alimenta ab ecclesia patronata nectitur inseparabiliter juri patronatus. Verum Judex ecclesiasticus potest Patronum privare jure patronatus quando ei bona confiscata sunt, eo quia ob crimen, quo meruit confiscationem bonorum, se constituit indignum jure patronatus, ut communiter docent Glossa in c. filiis, & Nepotibus 16. q. 7. & in clement. pastoralis V. substantia de re judic. Garcia de benefic. p. 5. c. 9. num. 28. & tunc si privetur jure patronatus, privatur jure percipiendi alimenta: imo si bona confiscarentur à Judice ecclesiastico Patronus etiam privaretur jure patronatus, quamvis non esset annexum bonorum universitati, nec ulli bono in particulari: ratio est, quia jurisdictio Iudicis ecclesiastici extenditur etiam ad spiritualia, & annexa spiritualibus c. quanto de jud. & nota Lambertinus de jure patronat. lib. 3. q. 8. art. 8. num. 10. & hoc est discrimen inter Judicem laicum, & ecclesiasticum, quia ille ob defectum jurisdictionis non potest privare Patronum jure patronatus, si hoc non sit connexum bonorum universitati, vel alicui particulari bono, quia potestas laicalis non extenditur ad spiritualia, nec ad annexa spiritualibus: secus Judex ecclesiasticus cum universitate bonorum privat patronum etiam jure patronatus, eo quia ejus potestas se extendat ad spiritualia, & annexa spiritualibus. Quaeritur undecimo, an Patronus ob confiscationem bonorum privetur jure patronatus exempto à confiscatione, eo quia fundator disposuerit, quod transeat ad Agnatos, vel alias personas habentes certas qualitates? Respondetur cum distinctione, si confiscatio omnium bonorum fiat à Judice ecclesiastico, patronum privari jure patronatus, ut notat Garcia de benef. p. 5. c. 9. num. 29. ratio est, quia quantum est ex vi confiscationis patronus privatur jure patronatus, quia confiscatio tunc oritur ab habente authoritatem directam in jus patronatus, eo quia sit authoritas spiritualis, seque extendat ad spiritualia. Quia vero supponitur obstare dispositio fundatoris, ideo non transit in fiscum, sed transfertur ad eos, qui fuerunt à fundatore vocati. Quod si confiscatio fiat à Judice laico, tunc etiam subdistinguitur, vel jus patronatus fiat per se sine connexione ad universitatem bonorum, & tunc per confiscationem bonorum non privatur patronus jure patronatus, quia sententia confiscationis utpote profecta à Judice laico, non se extendit ad jus patronatus; consequenter remanet apud patronum cum jure percipiendi alimenta ab Ecclesia, donec per sententiam Judicis ecclesiastici privetur. Sin vero jus patronatus sit annexum universitati bonorum, tunc per confiscatione, omnium 841 1Bw&sa=X1=bo
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omnium bonorum indirecte, & secundario privatur jure patronatus, quia propter connexionem, trahitur ab universitate bonorum: accessorium sequitur suum principale. Juvat tamen observare, quod si Patronus, cui bona confiscata sunt, sit fundator Ecclesiae, non amittit per confiscationem jus patronatus, quamvis confiscentur bona per sententiam Judicis ecclesiastici, neque Ecclesia liberatur ab onere suppeditandi eidem necessaria alimenta, ut recte notat Surdus de aliment. tit. I. q. 54. num. 11. quia alimenta non debentur illi, eo quia praecise sit Patronus, sed quatenus est fundator. Id enim fundatio operatur, ut cum ipso fundatore contrahatur obligatio antidoralis ratione gratitudinis ex causa fundationis, & quia non obstante privatione juris patronatus, adhuc fundator, semper remanet fundator, nec possit fieri, ut Ecclesiam, quam fundavit, non fundaverit: ideo semper viget in Ecclesia obligatio gratitudinis eidem suppeditandi alimenta in casu egestatis, aut necessitatis. Tum quia ut perseveret obligatio, sufficit, si remaneat aliqua ex finalibus causis, ratione cujus fuit inducta l. si non lex. ff. de haered. instit. & notat Tiraquel. tract. cessante causa limitat. 22. Surdus cons. 361. n. 20. Quaeritur duodecimo, an Patronus possit promittere se aliquem praesentaturum vacante beneficio? Respondetur negative, quia non valet mandatum de praesentanda certa persona antequam beneficium vacet; ut communiter docent, & prae caeteris Marescot. lib. 2. variar. resol. c. 33. num. I. ubi citat tres decisiones Rotae: hinc neque potest Patronus promittere, se praesentaturum determinatam personam: siquidem ratio, quae impedit mandatum, impedit etiam promissionem: eatenus impeditur mandatum, quia est dissonum rectae rationi, eo quia aperiat viam ad votum alienae mortis captandae, quod jus vel maxime abhorret l. fin. C. de pact. & c. ex tenore de concess. praebend. atqui haec ratio etiam urget in promissione, utrinque enim aperit viam ad votum alienae mortis captandae: stante enim promissione non nisi difficulter excluditur tale votum, ut notat Rota coram Puteo decis. 1238. num. 3. V. quia respondetur lib. I. immo non solum de jure, verum etiam in conscientia talis promissio non esset licita, idque desumitur ex generalibus regulis in materia scandali; daret enim ansam promissario peccandi, dum conciperet votum captandi alienam mortem. Neque obstat, quod promissio sit potius materia indifferens: quia jus ea omnia reprobat, ex quibus oritur occasio alienae mortis captandae; proinde talis promissio est prohibita tanquam scandalosa. Quod si prasentatio facienda sit à collegio per modum collegii, & singuli de collegio promittant se praesentaturos aliquem, si occasio contigerit, tunc censent plures, eos excusatum iri à culpa saltem gravi; eo quia promissio singulorum seorsim ab aliis non inducit obligationem sed tantum quandam convenientiam, eo quia sit promissio personae singularis, quae cum non sit totum collegium, sed tantum pars, seu membrum ejusdem, non potest ligari, nec obligari, nisi collegialiter agat; proinde nisi omnes sint collegialiter congregati: quapropter, talis promissio potius accipitur ut continens verba urbanitatis, quae non inducunt obligationem, l. quod conditor. [In realtà: quod venditor] ff. de dolo, & l. sciendum ff. de aedilit. edit. & nota Cardinalis in clement. exivi §. nos igitur de V. S. §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
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COMMENTARIO DELL'UNIVERSO DIRITTO CANONICO SUDDIVISO PER TITOLI ovvero chiara spiegazione, esibita con un nuovo metodo, di tutte le decretali pontificie che sono contenute nei 5 libri di Gregorio IX; e delle altre di Bonifacio VIII, nel Sesto; e delle recenti costituzioni dei Pontefici, nel Settimo; delle Clementine di Clemente V; delle Estravaganti di Giovanni XXII, e delle Comuni. E si spiega che cosa si statuisce col nuovo diritto, attraverso i decreti conciliari, principalmente del Concilio di Trento. A QUALSIVOGLIA TITOLO si antepone il sommario esegetico (cioè interpretativo) di tutti i capitoli che nel medesimo sono contenuti, unitamente alle precipue dottrine della glossa; e in calce si aggiungono più questioni selezionate, pertinenti alla materia del titolo medesimo. OPERA Digesto (repertorio di leggi e normative) di 5 libri corrispondenti ai 5 libri delle Decretali. TOMO TERZO Autore R.P.D. GAETANO FELICE VERANI (1647-1713), Chierico Nicese, Regolare Professore di Sacra Teologia e di Diritto Canonico. MONACO, JOHANN JAECKLIN, 1705 ELENCO DEI TITOLI, dei sommari esegetici, dei paragrafi e delle questioni che in questo terzo tomo, nel terzo libro delle decretali, sono contenuti. TITOLO 38. DEL DIRITTO DI PATRONATO. Sommario esegetico di tutti i capitoli che in questo titolo sono contenuti. § 1. Cosa sia il diritto di patronato e in quali modi si acquisisce. § 2. Di quante specie sia il diritto di patronato, e quali le sue differenze. § 3. Chi siano i soggetti capaci del diritto di patronato, e quali diritti a essi medesimi competano. § 4. Sulla potestà di presentare, e sulla stessa attuale presentazione del chierico al beneficio vacante. § 5. Quale diritto e potestà abbiano il Romano Pontefice e i vescovi sui benefici dei patroni laici o ecclesiastici. § 6. In quanti modi il diritto di patronato si trasferisca ad altri. § 7. Dei modi attraverso cui il diritto di patronato si perde o si estingue. § 8. Si producono e si spiegano 12 questioni scelte. §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§ Libro 3, Titolo 38 SUL DIRITTO DI PATRONATO. Avendo il Pontefice nel precedente titolo parlato delle Cappelle, che talvolta sono erette assieme al beneficio da fondatori che riservano per sé il diritto di presentare o nominare il chierico a quello (beneficio), parla perciò nel presente titolo di questo diritto di patronato. Tra i benefici ecclesiastici ci sono alcuni nei quali con l'autorità del superiore s'istituiscono quei chierici che i patroni presentarono o nominarono o proposero al vescovo: per la qual cosa nel diritto canonico appare questo titolo sul diritto di patronato, e per quanto "patrono" nel diritto si assuma sotto vari aspetti, come nota il Panormitano, proprio in confor1Bw&sa=X1=bo
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mità dell'invocato rispetto nei confronti della causa, assume di svilupparla (appunto, la causa) con il suo patrocinio. Con riferimento alle Leggi giustinianee [CJ.3.1.0. (De iudiciis), CJ.3.1.14pr. (Imperator Justinianus Rem non novam neque insolitam adgredimur, sed antiquis), CJ.3.1.14.4. (Imperator Justinianus Patroni autem causarum), CODICE GIUSTINIANO], talora per riguardo
verso il padrone dello schiavo manomesso (manomettere: nel diritto romano, affrancare uno schiavo mediante la manomissione) o liberto (schiavo affrancato), come è chiaro da tutto il Titolo De iure patronatus [Dig. 37.14.0. (De iure patronatus), Libro 37, DIGESTO GIUSTINIANO], a tal puto che il diritto di patronato si interpreta come quel diritto che compete al padrone di manomettere il suo schiavo o di lasciarlo libero; per quel beneficio di manomissione il padrone, che si dice patrono, acquisisce il diritto, o piuttosto la potestà, nei confronti della persona dello schiavo manomesso (che si dice liberto) (nella Roma antica, schiavo liberato, cui spettano diritti civili più limitati in confronto ai cittadini liberi) all'obbedienza e a prestazioni d'opera a suo favore. Infine secondo il presente istituto il patrono si assume per colui che costruì, dotò e fondò la chiesa, e il diritto di patronato si intende per quella potestà che i sacri canoni concedono al fondatore di presentare un chierico idoneo al beneficio ecclesiastico da esso fondato: onde spetta al patrono nominare il chierico da promuovere, o presentarlo al Papa o al Vescovo o ad altro inferiore all'Ordinario: al Papa in verità, o al Vescovo, compete istituire il chierico proposto e presentato dal patrono, e conferirgli il beneficio. SOMMARIO ESEGETICO di tutti i capitoli che in questo titolo sono contenuti. CAPITOLO 1 (Perlatum) [Compilazione delle DECRETALI di Gregorio IX, Libro 3, Titolo 38]. Con il Concilio di Milano si statuisce che, se tra i patroni ci sia un dissidio tale che il sacerdote non possa adempiere al suo ufficio, se non si possa provvedere altrimenti, il Vescovo prescriva che nella chiesa non si celebrino i riti delle messe fino al momento in cui i patroni non siano d'accordo e la chiesa abbia il suo sacerdote libero. Dal momento che la chiesa non si deve dividere, ivi la Glossa nota che il diritto di patronato in mano a ciascuno degli eredi, è in solido per quel che riguarda ogni suo effetto, oltre alla presentazione del sacerdote che è in mano a tutti, così da essere l'elezione indivisibile e da trasmettere a chicchessia degli eredi in solido. E qualora gli eredi non siano d'accordo, possono tra di loro pattuire di presentare in modo alterno. Quindi oggi non si trascurano i solenni riti delle messe se senza scandalo la chiesa possa essere ordinata (se cioè possa essere assegnata una persona idonea, appunto, alla chiesa). CAPITOLO 2 (Quaecunque) [Titolo 38, DECRETALI]. Con il Concilio Trburiense (Anno 895) si statuisce che, oltre quanto detto nel capitolo precedente, il Vescovo porti via le reliquie, chiuda però le porte, finché i patroni non eleggano uno idoneo. Ivi la Glossa nota che il testo non parla delle reliquie poste sull'altare, ma di quelle che sono conservate nelle capsule. Il che attiene al rimedio di interdire la celebrazione dei riti sacri, di portare via le reliquie e di chiudere le porte della chiesa. Panormitano nota qui, che il vescovo oggi possa fare ricorso a ciò, se gli arrida la speranza di sedare in tal modo i dissidi tra i patroni. Che se la contesa verta sullo stesso diritto di patronato, è meglio se il Vescovo aspetti il tempo prefissato per la presentazione. Se trascorso il quale, i patroni non presentino, compete al vescovo istituire, purché possa ciò senza scandalo. Che se la contesa sia sorta tra il Vescovo e il patrono, allora, affinché la Chiesa non sia privata del suo servizio, deve porsi nella chiesa o un economo o un vicario, fino a quando la lite non si risolva [Cap. 4 (Cum vos plerumq;), Sommario (Si ordinatio vacantis ecclesiae 1Bw&sa=X1=bo
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etiam patronatae ex iusta causa differtur, est ibi per episcopum oeconomus ponendus), Titolo 31 (De officio iudicis ordinarii), Liber 1, DECRETALI].
CAPITOLO 3 (Quoniam) [Titolo 38, DECRETALI]. Con il Concilio di Laterano si statuisce che se i patroni siano in disaccordo e i diversi (patroni) presentino persone diverse, sia da preferirsi colui che più meriti e più voti favoriscono. Che se ciò non possa farsi senza scandalo, debba il vescovo ordinare come meglio giudicherà di risolvere (la questione). E ciò è confermato dal nuovo diritto di cui al Concilio di Trento [Sessione 14, Decreto di riforma, Canoni 12-13 / Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 9]. Parimenti il vescovo deve assolvere ciò quando tra alcuni nasce una questione sul diritto di patronato, e la lite non si porta a termine entro 4 mesi. Dove è da notarsi che il diritto di patronato, per mera grazia e benevolenza della Chiesa si concede a laici, o piuttosto agli stessi si permette per indulgenza affinché siano stimolati a costruire, fondare e dotare le chiese: perché, se consideriamo la natura del beneficio e della collazione, essendo qualcosa di spirituale, cui con il permesso della chiesa si annette il diritto di patronato, né la fondazione né la costruzione né soltanto la dotazione di per sé possono valere (cioè fruttare, rendere) al laico la potestà di presentare al beneficio ecclesiastico. D'altra parte questo diritto di patronato si acquisisce per fondazione della chiesa, non per restauro o riparazione della medesima, salvo che la chiesa non sia del tutto distrutta, in quanto allora chi riedifica con il consenso del vescovo, acquisisce il diritto di patronato, poiché è come edificare di nuovo la chiesa. Inoltre chi è presentato da più patroni, non è necessario che abbia più meriti, ma è sufficiente che sia idoneo, quantunque un altro sia più degno. Quando in verità ci sono più patroni, è necessario che la maggior parte di essi sia d'accordo, così da assumersi la maggior parte rispettivamente a tutti insieme, ma non alla parte minore, a tal punto che se i patroni fossero 8, la maggior parte sia costituita per mezzo del numero quinario (cioè il numero di 5: maggioranza assoluta, la metà + uno). Questo d'atra parte vale quando la presentazione sia fatta dai patroni in comune [Capitolo 48 (Ecclesia vestra destituta pastore. In particolare il Sommario: Electio debet fieri verbo, & de illo quem consenserit maior pars capituli & non respectu aliarum partium.), Titolo 6 (De electione et electi potestate.), Liber 1, DECRETALI]; diversamente sarebbe infatti se presentassero sigillatamente (distintamente, singolarmente). Ancora dove ci sono più patroni, tutti devono essere convocati, altri-
menti i non convocati possono parlare di ignominia [Cap. 28 (Quod sicut ex litteris tuis. In particolare il Sommario: Nominatio vel appellatio eius cuius non interest, electionem non impedit: sed si vocandus contemnitur, eo prosequente contemptum, cassatur electio etiam confirmata: & potest prosequi nisi consenserit electioni: quod potest etiam ex post facto. ...), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]. Ma ciò
non è necessario quando i singoli possono presentare separatamente, ed esplicare (cioè compiere, attuare) il proprio atto [Dig. 8.3.0. (De servitutibus praediorum rusticorum.), Dig. 8.3.11. (Per fundum, qui plurium est), Libro 8, DIGESTO]. Ma Panormitano intende il contrario conformemente alla dottrina di Bartolo in ordine alla Legge giustinianea [Dig. 1.1.0. (De iustitia et iure), Dig. 1.1.9. (Omnes populi, qui legibus et moribus reguntur), Libro 1, DIGESTO], dove dice che il consenso sia da esprimersi o da un collegio o dai più o dai singoli, se nell'atto la parte maggior possa prendere provvedimenti per la minore, gli stessi devono essere sempre insieme, e quasi procedere collegialmente affinché non si danneggino reciprocamente. CAPITOLO 4 (Praeterea) [Titolo 38, DECRETALI]. Con il Concilio di Laterano si statuisce che i patroni laici non possono senza l'autorizzazione del vescovo istituire o destituire i chierici, o disporre a loro piacimento dei beni ecclesiastici; nel caso in cui facciano altrimenti, incorrono nella scomunica da sanzionarsi mediante sentenza del giudice. Ancora, che i chierici che ricevono le chiese dai laici senza l'autorizzazione del vescovo, devono essere privati della 1Bw&sa=X1=bo
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comunione e, se persistono, devono essere rimossi dal ministero ecclesiastico e dall'ordine. La Glossa tuttavia nota che il laico che s'intromette nelle cose spirituali e temporali del diritto di patronato non è ipso iure (per il diritto stesso, in virtù della stessa norma di legge, per disposizione derivante immediatamente dalla stessa legge, senza necessità di un atto o provvedimento applicativo), in forza della stessa legge, scomunicato, ma da scomunicarsi, e
il chierico che accetta la chiesa dal laico senza l'autorizzazione del vescovo, non è in forza della stessa legge sospeso, ma da sospendersi. Del resto il chierico, che acconsente alla sua elezione fatta per il tramite dei laici, sia ineleggibile [Cap. 43 (Quisquis electioni. In particolare il Sommario: Consentiens electioni de se factae per abusum potestatis secularis, efficitur ineligibilis ad dignitatem, & electio est nulla. Eligentes autem à beneficiis per triennium suspenduntur, & tunc sunt privati potestate eligendi.), Titolo 6 (de electione, et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]. D'altra parte,
da questo testo si desume anche la regola che il patrono, sia esso laico o ecclesiastico, non consegue il diritto di istituire o destituire, né di amministrare i beni della chiesa, ma unicamente il diritto di presentare al vescovo, come si trova nel Concilio Tridentino [Sessione 14, Decreto di riforma, Canone 13 (Inoltre non sia lecito al patrono, col pretesto di qualsivoglia privilegio, presentare, in nessun modo, qualcuno per i benefici del suo diritto di patronato, se non al vescovo ordinario del luogo, a cui spetterebbe la provvista e l'istituzione dello stesso beneficio, se non vi fosse il privilegio. Diversamente, la presentazione e l'investitura che ne fosse seguita, siano e vengano considerate nulle.], dove
ordina ai vescovi di respingere i presentati dai patroni, a meno che non siano idonei [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 9]. CAPITOLO 5 (Quod autem) [Titolo 38, DECRETALI]. Alessandro III, con un rescritto inviato all'arcivescovo di Eboraco, affermò che, se il patrono presenti uno idoneo per la chiesa, e il vescovo non lo ammetta; se in seguito presenti un altro idoneo, che il vescovo ammette; il primo presentato, e non ammesso, non possa intentare un'azione legale, né sia da preferirsi: poiché prima dell'approvazione del vescovo la presentazione non è rata (cioè giuridicamente valida), né dà un diritto perfetto al presentato. E migliore è sempre la condizione del possessore. Ancora dichiara il Pontefice che il patrono laico senza il consenso del vescovo non può donare la chiesa a un qualche chierico o a un collegio; e se dona, la donazione è nulla. Nota tuttavia la Glossa che il caso posto nel testo, che il secondo presentato sia da preferirsi al primo, e migliore sia la condizione del possessore, vale soltanto quando presenti un laico, non così quando presenti una persona ecclesiastica poiché non può variare [Cap. 24 (Cum autem advocatus. In particolare il Sommario: In pluribus successive praesentatis à patrono laico, episcopo datur gratificatio: sed in praesentatis à persona ecclesiastica, potior est primo praesentatus.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]; il laico può senza
dubbio variare prima dell'istituzione del vescovo. CAPITOLO 6 (Quia clerici) [Titolo 38, DECRETALI]. E anche con un rescritto dispose il pontefice che chi acquista il diritto di patronato, o lo acquisisce in altro modo, al fine di presentare i propri figli o nipoti, deve essere privato di tale diritto. Il testo tuttavia s'intende riferito a chi si procura ingiustamente il diritto di patronato o a chi lo acquista da solo, perché, nel momento in cui qualcuno acquisti il diritto di patronato unitamente all'universalità (o totalità: complesso dei beni considerati nella loro totalità), ciò può legalmente accadere. CAPITOLO 7 (Ex litteris) [Titolo 38, DECRETALI]. E il pontefice dichiara anche che il diritto di patronato transisce (o meglio, passa) insieme con l'universalità, a meno che non sia specificatamente escluso, sebbene l'universalità sia al conduttore (locatario, affittuario) concessa solamente ad firmam L'espressione ad firmam, "dalla quale proviene anche l'odierno termine ‘firma’ nell'accezione di segno autografo posto a garanzia di un documento, ebbe nel 1Bw&sa=X1=bo
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periodo medievale un senso tecnico e stava ad indicare la presenza della fides che rafforzava in maniera duratura gli effetti di un accordo; essa, si badi, è da porre in relazione con le formule fidem facere e manum facere, che risalivano al diritto romano informando la stipulatio ed influenzando la disciplina delle obbligazioni". In sostanza "le concessioni ad firmam equivalevano a un'alienazione quasi assoluta dei beni, e per questo motivo furono fortemente temute dai seguaci della riforma gregoriana, attenti alla conservazione del patrimonio ecclesiastico". Luigi ALONZI, Terre e rendite nei secoli XII-XIII: Normandia, Inghilterra, Terrasanta www.storiamediterranea.it/public/md1_dir/r1491.pdf.
o per quel che riguarda l'utile possesso: quindi se il conduttore presenti prima della lite mossa sul diritto di patronato, la presentazione ha valore e dopo la lite mossa nulla è da innovare. Sulla base di questo testo è chiaro che il diritto di ptronato, consistente in una qualche universalità di beni temporali, passa assieme alla stessa universalità, quantunque l'universalità passi per quel che riguarda l'utile dominio, a meno che, nonostante ciò, il diritto di patronato non sia stato specificatamente escluso. Ora con la parola "universalità" qui s'intende quando una qualche cosa contenga non solo una unica, ma più cose, sia corpi sia diritti, come esplica Panormitano qui al n. 10. Quando perciò questa universalità, sia dei corpi (solidi, materiali) sia dei diritti, è trasmessa a un altro per vendita o locazione o in altro modo, la totalità delle cose passa a quello con tutti i suoi oneri, diritti, azioni (diritto di perseguire giudizialmente), e dunque con il diritto di patronato, giacché inerisce a una cosa (realtà) avente l’universalità dei beni. CAPITOLO 8 (Illud praetereundum) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che il laico non può concedere la chiesa non vacante a un luogo di culto, senza aver consultato il vescovo, al punto che, se dopo tale concessione, la Chiesa risulti vacante e il laico nomini un chierico che è istituito dal vescovo, la seconda elezione, e l'istituzione, è valida e ferma, poiché la prima non fu di alcun valore, trattandosi di una chiesa non vacante; poi perché il laico senza il consenso del vescovo non può dare ad alcuno la chiesa; nondimeno rettamente (si dà) il diritto di patronato a un qualche luogo pio. Dove nota la Glossa che la chiesa non vacante non si può concedere a persona privata, tuttavia si può rettamente concedere a un luogo pio conformemente al consenso del vescovo, anzi con il consenso del vescovo il diritto di patronato si può dare anche a un laico, come parecchi pensano a motivo della Decretale [Cap. 14 (Ex insinuatione. In particolare il Sommario: Sine consensu patroni non potest quis ecclesiam occupare.), Titolo 38, Liber 3, DECRETALI]. Tuttavia in quel testo il discorso non verte sulla donazione, ma soltanto sulla rinunciazione (cioè rinuncia). Non di meno a me piace per quel che riguarda il diritto di patronato da darsi a un luogo religioso dal patrono laico senza il consenso del vescovo giusta la sentenza di Panormitano, qui al numero 3 dove procede con una distinzione: o risulta evidente davvero che la chiesa è data dal patrono in proprietà o è concesso soltanto il diritto di patronato, ovvero si concede la chiesa senza fare distinzioni, così da essere dubbio se intenda dare la chiesa o il diritto di patronato. Risponde che, nel primo caso, la concessione fatta senza l'autorizzazione del vescovo, non è di alcun valore, dunque non ha il potere di trasferire il diritto di patronato. Nel secondo caso, risponde che, qualora conceda espressamente il diritto di patronato insieme con una qualche universalità, ad esempio con un castro (nell'Italia medievale, centro giuridico e territoriale raccolto intorno a un castello), allora passa assieme all'universalità medesima anche il diritto di patronato senza l'autorizzazione del vescovo [Cap. 7 (Ex litteris), Tit. 38, Liber 3, DECRETALI], poiché, ri1Bw&sa=X1=bo
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guardo alla concessione del castro, che è il principale, non si richiede l'autorizzazione del vescovo, perciò neppure in ordine alla concessione del diritto di patronato che si ha come accessorio, il quale segue la natura del suo principale. Che, qualora si conceda a un luogo religioso il diritto di patronato tramite donazione fatta tra viventi, neppure allora si richiede il consenso del vescovo. Nel terzo caso, quando risulta evidente sulla base dell'intenzione del dante (causa: chi cede un diritto a un altro soggetto), ma la concessione della chiesa è fatta dopo il consenso del vescovo, risponde Panormitano, il diritto di patronato passa con tale concessione e con gli altri diritti che il patrono ivi ha. CAPITOLO 9 (Querimoniam) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che se i patroni subentrano o si cambiano, non possono mutare l'ordine delle chiese, in quanto, come nota la Glossa, in questo caso i patroni non possono disporre della chiesa o delle cose della chiesa, ma solo possono difendere la chiesa e denunciare al vescovo le trasgressioni (o le deviazioni morali) dei sacerdoti [Cap. 4 (Praeterea. In particolare la GLOSSA: Casus. ... Not. quod laici etiam patroni de rebus ecclesiarum spiritualibus vel temporalibus, sine auctoritate episcopi sui nihil disponere debent.), Tit. 38, Liber 3, DECRETALI]. Da ciò
sebbene i patroni abbiamo il diritto di presentare, nondimeno chi è legalmente istituito secondo la presentazione di un unico patrono, qualora a causa della sua morte o per altra causa subentrino più patroni, non può essere destituito su istanza di coloro che subentrano, in quanto chi è istituito non consegue il suo diritto primariamente e di per sè dal patrono, ma soltanto secondariamente e per accidens (accessoriamente, accidentalmente): consegue infatti il diritto primariamente e di per sé dal vescovo, per cui non può essere destituito a richiesta dei patroni che subentrano. CAPITOLO 10 (Cum laici) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che i laici non possono di propria volontà ordinare i chierici nelle chiese di diritto di patronato, al punto che, qualora concedano la chiesa a qualcuno senza licenza del vescovo e poi presentano al vescovo un altro, il quale viene dal vescovo istituito, ha valore questa istituzione, in quanto la prima concessione fu nulla. Dove è da notarsi che, per clemenza della chiesa, il patrono laico, per la chiesa concessa in modo illegittimo e nullo, non è privato del diritto di patronato, ma dalla chiesa è ammessa la sua presentazione, come se non avesse peccato. Per questo la Glossa nota che quando qualcosa de jure non vale, è lecito pentirsi, e andare in opposizione al suo fatto reale. Del resto quando la prima elezione è nulla, non è impedita la seconda [Cap. 53 (Congregato), Tit. 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]. CAPITOLO 11 (Cura pastoralis) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice statuisce che nessun religioso può acquistare o mantenere chiese concesse da laici senza il consenso del diocesano, se non per una legittima eccezione o per il susseguente consenso del vescovo. Infatti i laici non possono trasferire se non il diritto che hanno, e poiché hanno il diritto di patronato in dipendenza della chiesa, non possono, senza il consenso di quella (chiesa), trasferirlo: quindi i chierici o i monaci senza l'autorizzazione del vescovo non lo possono comprare. Nota tuttavia il Panormitano, qui al numero 1, che la chiesa, secondo la legge della proprietà, si può ordinare tramite un'altra chiesa, per essere a quella assoggettata o unita, ma non tramite un chierico, per averla come prelato. Del resto per quanto, senza il consenso previo del vescovo, la concessione della chiesa fatta dal laico sia di per sé nulla, nondimeno, qualora poi si chieda e si ottenga il consenso, acquista il suo valore (cioè efficacia, validità), in quanto, in base alla re1Bw&sa=X1=bo
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gola giuridica [Regula 10 (Ratihabitionem retrotrahi, & mandato non est dubium comparari.), Tit (De regulis juris), Titolo aggiunto al Tit. 12 (De verborum significatione), Liber 5, LIBRO SESTO], la ratifica si retrdata e si dispone con un mandato. CAPITOLO 12 (Si vero) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice risponde che qualora i patroni dissenzienti sul diritto di patronato non presentino entro 4 mesi, deve il vescovo istituire uno idoneo, affinché dopo la lite, chi evincerà, presenti chi è già stato istituito. Dove è da notarsi che la presentazione del patrono in quel caso è posteriore a quella (istituzione) del vescovo, e chi è istituito dal vescovo non può essere molestato, ma soltanto per la susseguente presentazione la chiesa concede al patrono di prendere possesso del suo diritto. CAPITOLO 13 (Cum saeculum) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che qualora tramite contratti di vendita il diritto di patronato si trasferisca a religiosi, non per questo si sminuisce il diritto del vescovo in quella chiesa. Dove nota la Glossa che i religiosi non possono avere nelle chiese, in cui hanno il diritto di patronato, un diritto maggiore di quello che hanno altri patroni laici. Del resto il diritto di patronato esistente in un feudo a motivo della chiesa ivi situata, passa nella vendita con lo stesso universo feudo, ma non nella vendita di una proprietà parziale, e questo è valido in relazione a qualunque legittima traslazione del feudo a un altro. CAPITOLO 14 (Ex insinuatione) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che nessuno può occupare la chiesa senza il consenso del patrono. Dove nota la Glossa che nondimeno il patrono può dare il diritto di patronato a qualcuno in particolare con il consenso del vescovo. Per cui, qualora siano due i patroni in solido, uno può concedere all'altro la libera presentazione di tutto il beneficio. Si eccepiscono tuttavia tre casi, nei quali il vescovo può istituire non il presentato dal patrono: I. Primo, qualora il patrono sia negligente nel presentare, e non presenti entro 6 mesi, se ecclesiastico; e entro 4 mesi, se laico. II. Secondo, qualora il patrono presenti uno indegno. III. Terzo, quando il papa, o il legato a latere (cardinale che rappresenta il papa in occasioni di particolare importanza), conferisce il beneficio, il che è tuttavia limitato dal Panormitano a che il legato non possa anteporre se stesso al patrono a meno che questi non sia ecclesiastico. E così si intende ai sensi della Decretale [Cap. 28 (Cum dilectus filius), Titolo 38 (De iure patronatus, Liber 3, DECRETALI]. CAPITOLO 15 (Consuluit) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che i patroni non possono tenersi per sé, né concedere ad altri, le chiese senza il consenso del vescovo. Dove nota la Glossa che la chiesa aborrisce la successione ereditaria per quanto attiene ai benefici e alle chiese. Dunque giustamente il pontefice proibisce che i figli dei patroni, ancorché chierici, con la propria o con l'autorità dei parenti, senza l'istituzione del vescovo, occupino essi stessi, o i parenti agli stessi o ad altri concedano benefici o chiese, accampando il titolo della fondazione fatta dai parenti. La ratio di tale proibizione è questa, che il diritto di presentazione è semplice, dal momento che secondo il diritto di patronato non conviene (si confà) agli stessi più che a uno solo; ma non il diritto di conferire il beneficio, in quanto questo diritto appartiene alla sola chiesa. Se invece i patroni sono più di uno, può presentare uno di essi [Cap. 33 (Cum in iure peritus existas. In particolare il Sommario: Si ex septem compromissarijs, tre eligunt quartum, & ille consentit, & est idoneus: confirmabitur electio), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]. Ancora, 1Bw&sa=X1=bo
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aggiungendosi il parere favorevole e l'istituzione del vescovo, può il padre presentare il figlio, ma nessuno sé stesso poiché tra il presentante e il presentato deve esserci distinzione. CAPITOLO 16 (De jure) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che il diritto di patronato di per sé non si può vendere, essendo annesso allo spirituale; che se si vende, la vendita non tiene (cioè non è valida). Del resto abbiamo detto nei capitoli precedenti che si può vendere con l'universalità, perché, come nota il Panormitano qui al numero 2, il misto con due nature prende su di sé la natura del più potente e del più degno; ed essendo il diritto di patronato in parte spirituale, a motivo del conferimento del diritto, del quale si occupa e al quale è connesso; e in parte temporale, a motivo degli agi: per questo è vietata la vendita, come se fosse in toto spirituale. E per questa ragione abbiamo supposto che anche con l'universalità non si vende il diritto di patronato, ma soltanto si concede ad altri senza prezzo, come suo accessorio, il quale segue il suo principale. Onde qualora il diritto di patronato sia annesso al castro che si vende, passa senza dubbio al compratore per la connessione con il castro, ma non per il prezzo esatto (cioè che è stato riscosso) per tale diritto di patronato in sé. CAPITOLO 17 (Nullus) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che il patrono non può dare ai canonici (cioè ai chierici) o ai monasteri le decime o le chiese o altro pertinente al diritto spirituale senza il consenso del vescovo; che, qualora il vescovo consenta per avarizia o improbità (cioè disonestà), ordina il pontefice, sia denunciato al papa, e ciò che è da offrirsi con la sua licenza, sia offerto. In base a questo testo è indubbio che il laico non possa dare la chiesa senza il consenso del vescovo, quantunque possa dare il diritto di patronato; che qualora il laico concretamente conferisca, e il vescovo poi consente, la collazione ha valore, perché la ratifica si retrotrae (cioè si riporta indietro, ovvero è retrodatata) ed è messa sullo stesso piano del mandato di cui alle Decretali [Capitoli 11 (Cura pastorali), 20 (Suggestum est), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. CAPITOLO 18 (Significasti) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che, qualora un vescovo abbia il diritto di presentare in una chiesa di altri, e presenti uno idoneo, questi sia da ammettere. Dove è da notarsi che il vescovo può dal patrono, a titolo di donazione o di altro, acquistare il diritto di patronato in una chiesa di un'altra diocesi, com'è chiaro in base al Decreto [Causa 16, Questione 7, Capitolo 1 (Decimas, quas in usum pietatis concessas esse), Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. In questo caso, secondo il diritto comune, il vescovo è tenuto a presentare il chierico di detta diocesi, ma non un chierico vagante (nel Medioevo, ecclesiastici che prestavano servizio saltuariamente in luoghi diversi e non erano aggregati a diocesi né destinati a chiese particolari) senza l'approvazione del vescovo di tale diocesi [Cap. 4 (Te nobis proponente didicimus), Titolo 22 (De clericis peregrinis), Liber 1, DECRETALI]. Oggi tuttavia è invalsa la consuetudine che qualsivoglia patrono possa presentare qualsivoglia chierico purché idoneo. Ancora qualora il vescovo nella sua diocesi abbia acquisito il diritto di patronato e spetti al prelato inferiore istituire a tale beneficio, allora questi è tenuto ad ammettere la presentazione fatta dal vescovo, perché il vescovo nella sua diocesi può approvare qualsivoglia chierico. Si solleva tuttavia un'eccezione: se non constasse in modo manifesto che il presentato dal vescovo non sia idoneo. Del resto ai benefici curati (beneficio ecclesiastico che ha annessa la cura delle anime) devono essere eleti e presentati i più degni secondo il Concilio di Trento [Sessione 24, Decreto di riforma, Canone 18]. 1Bw&sa=X1=bo
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CAPITOLO 19 (Consultationibus) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice risponde con un rescritto che, qualora qualcuno possegga il diritto di patronato e presenti un idoneo che il vescovo istituisce; se poi in una controversia giudiziaria il patrono perda il diritto di patronato, e un altro vinca, questi non può rimuovere dalla chiesa il già presentato, e istituito, da un altro prima della lite, in quanto come nota la Glossa, questi è quasi in possesso con buona fede, pertanto acquisisce il titolo, sebbene chi abbia presentato, in realtà non sia stato patrono [Cap. 7 (Cum olim quaestio), Titolo 12 (De causa possessionis et proprietatis), Liber 2, DECRETALI]. A questo si riferisce ciò che comunemente si dice: talvolta vale di più ciò che si trova in un'opinione che in una verità, ma la credulità senza possesso non giova. CAPITOLO 20 (Suggestum) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che la concessione della chiesa fatta prima dal patrono senza il consenso del vescovo, cede (cioè soccombe) alla concessione fatta con l'autorizzazione del patrono e l'assenso del diocesano. Dove nota la Glossa che, a motivo del consenso susseguente, diventa valido ciò che all'inizio valido non era. Infatti, in base al testo è chiaro che la chiesa soggetta al patronato non può essere cambiata, alienata, donata o concessa ad altri, non solo senza l'autorizzazione del vescovo, ma neppure senza il consenso del patrono, che, come difensore della chiesa, è tenuto ad avere cura dei beni e dei diritti di quella [Cap. 33 (Monasterium, vel oratorium canonice constructum à dominio constructoris eo invito non auferatur), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO].
CAPITOLO 21 (Relatum) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice statuisce che il chierico, il quale ottenne il beneficio o la chiesa senza il consenso del vescovo, qualora, ammonito, non rinunci alla medesima, debba dall'ordinario essere sospeso dall'ufficio. Ancora sotto pena di scomunica il pontefice proibisce ai laici di derubare le chiese dei propri beni. Dove nota la Glossa che il consenziente alla sua elezione, fatta abusivamente dai laici, diventa ineleggibile, né può essere promosso senza dispensazione (dispensa, deroga, esonero) [Cap. 43 (Quisquis electioni de se factae per saecularis potestatis abusum), Tit. (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]. Ancora che l'attore (cioè chi promuove l'azione legale) è tenuto a seguire il foro (cioè il tribunale) della giurisdizione del reo. Del resto, "è proibito" sotto pena di scomunica, non è per il diritto stesso (cioè in forza della stessa legge) "è scomunicato", ma da scomunicarsi [Cap. 16 (Conquestus est nobis. In particolare il Sommario: Laici usurpantes iura ecclesiastica, velut sacrilegi per iudicem ecclesiasticum compelluntur.), Titolo 2 (De foro competenti), Liber 2, DECRETALI].
CAPITOLO 22 (Eam te) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice statuisce che, qualora la lite sul patronato sia mossa tra i patroni, e la lite, vacante la chiesa, non si risolva entro 6 mesi, il vescovo deve ordinare una persona idonea. Anzi nota la Glossa che, qualora si crei scandalo tra i patroni, allora il vescovo deve togliere le reliquie e chiudere le porte [Cap. 35 (Considerandum est de ecclesiis ... aut reliquias inde auferre velit), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. Senza dubbio, oggi, ciò non è più di uso comune, ma il vescovo aspetti 6 mesi e, se non vuole aspettare, può ordinare la chiesa dopo 4 mesi. CAPITOLO 23 (Praeterea) [Titolo 38, DECRETALI]. Lucio III dichiara che i patroni, i vicedomini, i custodi, i guardiani non possono alienare, di propria volontà, il diritto di patronato, né gravare (imporre tasse, tributi e sim.) la chiesa, né esigere qualcosa se non i moderati redditi antichi che i vescovi stabilirono in relazione alla stessa fondazione, e ciò sotto pena di scomunica. E il pontefice dichiara ir1Bw&sa=X1=bo
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rito (di legge, di negozio giuridico e sim., privo di valore legale) il contratto di alienazione. Da questo testo il Panormitano trae, per così dire, la regola che il patrono non per sua volontà, ma per volontà del vescovo può a sé riservare qualche servizio o pensione o qualcos'altro temporale (cioè materiale), purché questo gravame sia moderato: d'ora in poi possono essere rivendicate (dai patroni) quelle cose che intanto i parroci sono tenuti a mettere a disposizione dei patroni, se gli stessi (patroni) riservarono a sé queste cose nella stessa fondazione. CAPITOLO 24 (Cum autem) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice risponde con un rescritto che, qualora il patrono laico presenti in successione (l'uno dopo l'altro) più idonei, e non escluda il primo, possa il vescovo scegliere tra i presentati quello che avrà preferito, e così si dà luogo alla gratificazione (benevolenza, liberalità). Ma se invece il patrono che presenta in successione, è un ecclesiastico o un collegio (associazione religiosa), allora è da istituire il primo presentato, perché in questo caso chi è primo temporalmente (in relazione al tempo), è anche primo giuridicamente (dal punto di vista giuridico). È perciò manifesto il discrimine tra il patrono laico e il patrono ecclesiastico, dal momento che quello può variare nel presentare prima che il presentato sia istituito, non così il chierico. Del resto sebbene il patrono laico possa variare e presentare un secondo, nondimeno non può per questo escludere del tutto il primo, perché il vescovo già acquisì il diritto di scegliere tra quelli chi avrà ritenuto di dover scegliere, come nota il Panormitano qui al numero 2. CAPITOLO 25 (Nobis) [Titolo 38, DECRETALI]. Clemente III risponde con un rescritto che si fa diventare patrono, chi con il consenso del vescovo costruì da solo tutta la chiesa. Ancora il patrono non può intervenire nell'elezione da farsi in relazione al prelato della chiesa, ma dopo l'elezione il suo consenso si deve postulare, a meno che il patrono non abbia la speciale facoltà di partecipare all'elezione. Al contrario ciò non vale per quanto concerne la cappella, in quanto solo il patrono sceglie e presenta al vescovo. Ancora statuisce il pontefice che al patrono si conceda l'onore della precedenza nelle processioni; per di più qualora il patrono versi nell'indigenza, la chiesa da esso stesso sottoposta al patronato deve soccorrerlo con moderazione, per quanto questo sia conforme al diritto, come nota la Glossa, avuto riguardo però alle facoltà della chiesa e alla qualità della persona. Da questo testo s'inferisce che il diritto di scegliere il prelato in una chiesa collegiata (chiesa con capitolo di canonici ma senza vescovo) non rientra nelle prerogative del patrono laico [Cap. 56 (Massana ecclesia pastore vacante), Titolo 6 (De electione et eleti potestate), Liber 1, DECRETALI], né vale la consuetudine contraria, e non può il vescovo concederlo, ma solo il papa: diversamente qualora il patrono sia un chierico, può avere questo diritto per consuetudine o anche per concessione del vescovo. Del resto il diritto di patronato non solo si acquisisce per questo, che qualcuno fondi, doti o costruisca, separatamente o nello stesso tempo, totalmente la chiesa, in contraccambio dei benefici che ha assicurato alla chiesa, ma anche in altri modi per accidens (accessoriamente, accidentalmente): I. Primo, per concessione e privilegio dei pontefici, che possono prendere per le chiese libere patroni potenti per la loro sicurezza (incolumità). II. Secondo, per questo, che con la vendita dell'universalità o della sua permu-tazione, il principale che si vende, passa a un altro cui si annette il diritto di patronato come accessorio. III. Terzo, per successione ereditaria. IV. Quarto, per concessione o donazione liberale. 1Bw&sa=X1=bo
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V. Quinto, per confisca: qualora infatti il principale passi al fisco, che è alla stregua di un erede estraneo, trae con sé il diritto di patronato, come accessorio. VI. Sesto, per prescrizione immemoriale (di cosa che è impossibile ricordare tanto è antica), alla quale, contrariamente all'altra chiesa, si suole assegnare 10 anni tra i presenti, e 20 anni tra gli assenti. Tuttavia una sentenza più comune insegna in generale che si richiedono 40 anni, in quanto importa alla chiesa di non capitare nel diritto di un patrono non abbastanza pio e non abbastanza benevolo verso la chiesa. Ma qualunque cosa sia del diritto comune, oggi tuttavia occorre attenersi al Concilio di Trento [Sessione 14, Decreto di riforma, Canone 12 / Sessione 23, Decreto di riforma, Canone 9]. CAPITOLO 26 (Per nostras) [Titolo 38, DECRETALI]. Innocenzo III risponde con un rescritto che nessuno, neanche un chierico idoneo, dotto e benemerito, avente il diritto di patronato in una chiesa, può presentare sé stesso poiché, come nota la Glossa, chi presenta sé stesso, è eo ipso da repellere (respingere, rifiutare) tanto quanto ambizioso. Da ciò si desume la regola che nessuno può presentare sé stesso, proprio perché sembra ambizioso per questo testo. E poi perché la presentazione tiene conto del beneficio che non ha luogo se non tra il dante e il ricevente: tra presentante e presentato deve perciò esserci distinzione. CAPITOLO 27 (Cum propter) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice ordina che, qualora la questione sia sorta tra alcuni sul diritto di patronato, e non sia risolta entro 4 mesi, il vescovo deve istituire una persona idonea, ma senza che si arrechi in futuro pregiudizio a chi evincerà il diritto di patronato. Laddove (cioè mentre, quando - avversativo) è da notarsi con Panormitano che il tempo non scorre per l'ignorante né per chi è legittimamente impedito. CAPITOLO 28 (Cum dilectus) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che, qualora il patrono presenti uno, che non è istituto dal vescovo; qualora poi presenti un altro, che è istituito; il primo non ha diritto alla chiesa, quantunque il presentante sia stato un chierico, ma nel caso abbia presentato come laico, questo è possibile a norma del patrimonio. Per di più qualora una chiesa sia patrona di un'altra (chiesa), può il legato a latere (rappresentante del pontefice in missioni speciali, cerimonie religiose, congressi eucaristici, ecc.) riservare a sé quella chiesa non vacante, e quando vaca conferirla senza consultare il patrono: diversamente però qualora il patrono sia laico, come anche se sia chierico, purché sia patrono a norma del patrimonio ( si precisa tra l’altro che a partire dal XII secolo, uno poteva essere ordinato chierico senza che gli fosse chiesto il servizio di una chiesa. Doveva solo presentare un titolo di ordinazione che regolasse il problema della sua sussistenza. Il titolo del patrimonio o il titolo del beneficio permettevano di ricevere l'ordinazione, perché, grazie al patrimonio personale o al reddito beneficiale, il chierico poteva provvedere al proprio sostentamento).
In definitiva dichiara il pontefice che chi non possiede canonicamente la chiesa, è tenuto a lasciarla e a restituire i frutti. Secondo tale testo è chiaro che il presentato, con la sola presentazione, non consegue il vero diritto nel beneficio, ma soltanto una certa incoazione (inizio, avvio, avviamento di un’azione legale) di un diritto, sebbene possa ricorrere in appello, qualora il vescovo lo escluda dall'istituzione in modo malizioso. Inoltre il chierico grazie al titolo del suo patrimonio può variare nell'elezione, perchè in quel caso non presenta come chierico, e il presentato non ha il pieno diritto se non dopo che sia stato istituito. CAPITOLO 29 (Pastoralis) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice dichiara che, qualora il presentato dal patrono laico sia respinto dal vescovo, e fa 1Bw&sa=X1=bo
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appello al papa, il patrono nel frattempo presenti un altro che con tutto ciò è istituito, questo secondo ottiene la chiesa perché tra i presentati dal laico, migliore è la condizione del possessore; che, qualora il vescovo maliziosamente escluda il presentato idoneo, sia costretto a provvedere quello del beneficio che compete. Ma per provare di non aver escluso maliziosamente il presentato, sia il vescovo tenuto a far conoscere che lo stesso non era stato idoneo: dato che qualunque persona si presume buona, se non si prova che è cattiva. Ancora parimenti da ciò si prova la malizia, se respinga uno senza averlo esaminato. CAPITOLO 30 (Postulasti) [Titolo 38, DECRETALI]. Inoltre il pontefice risponde con un rescritto che, qualora il rettore di una chiesa parrocchiale presenti alcuni da ordinare a pieno titolo (cioè tutti gli effetti) alla sua chiesa senza aver ricercato il patrono, e i presentati siano ordinati, non arreca pregiudizio al patrono, in quanto lo stesso, quando vaca il beneficio, può presentare gli altri, non considerando gli stessi ordinati e titolati, qualora non abbia consentito alla loro presentazione e istituzione: altrimenti se consentì. Anzi in fondo, come nota la Glossa, qualora, presente il patrono e non contraddicente, qualcuno sia investito, si ritiene che acconsente, il che però dai più si nega, in quanto il patrono stesso deve presentare rettore e chierico nel caso in cui la chiesa non sia collegiata. CAPITOLO 31 (Transmissa) [Titolo 38, DECRETALI]. Gregorio IX risponde con un rescritto all'arcivescovo di Eboraco che il patrono non può conferire, concedere o istituire una chiesa, ma solo presentare, al punto che, qualora conferisca a uno la chiesa, e poi presenti un altro al vescovo, sebbene il primo abbia fatto appello al papa, nondimeno il vescovo può istituire questo presentato. Dal quale testo si deduce anche che il patrono in forza del diritto di patronato non ha diritto di conferire o eleggere, ma soltanto di presentare il chierico che deve essere istituito dal vescovo. NEL SESTO LIBRO DELLE DECRETALI DI BONIFACIO VIII. CAPITOLO UNICO (Si Laicus) [Titolo 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO]. Bonifacio VIII dichiara che il laico senza il consenso del vescovo può dare il suo diritto di patronato alla medesima chiesa alla quale esso è connesso, o anche a un'altra chiesa o un luogo pio, e sebbene questa donazione tenga, non reca tuttavia pregiudizio al diritto del vescovo che non consente, al punto che sempre il vescovo debba istituire il presentato dalla chiesa. Inoltre, sebbene il laico, quando era patrono, abbia avuto solo 4 mesi per presentare, vacante la chiesa, ora tuttavia la chiesa, alla quale è stato donato il diritto di patronato, ha sei mesi, poiché la chiesa, per quanto attiene alla presentazione, si reputa come patrono ecclesiastico, al quale de iure competono 6 mesi. Con questo testo è nuovamente provato che la chiesa può essere liberamene donata da un laico a un'altra chiesa, o a un luogo religioso anche senza il consenso del vescovo, per quanto non si debba derogare per questa donazione al diritto vescvile. Infine il diritto di patronato trasferito dal laico alla chiesa o a un luogo religioso, diventa ecclesiastico, poiché quando una cosa non privilegiata si trasferisce a un qualcosa privilegiato, sia privilegiata, come nota Andrea TIRAQUELLO (Alias, André Tiraqueau) [Commentarii De Nobilitate et Iure Primogeniorum, (Lione 1617), Prefatio n. 123 (Decimoquinto, si plures legati mittantur, is verba legationis debet facere qui inter caeteros est senior), (p. 439)].
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NEL SETTIMO LIBRO [Titolo 4 (De jure patronatus), Liber 2, LIBRO SETTIMO, pp. 80-82: Liber Septimus DECRETALIUM constitutionum apostolicarum adjectus ad plenam, et perfectam Juris Apostolici cognitionem. In: Gregorii Papae IX. DECRETALES, una cum LIBRO SEXTO, CLEMENTINIS et EXTRAVAGANTIBUS, ad veteres codices restitutae et Notis Illustratae: Quibus accedunt SEPTIMUS DECRETALIUM, et Jo. Pauli Lancelotti INSTITUTIONES JURIS CANONICI, cum Indicibus necessariis. TOMUS SECUNDUS. Augustae Taurinorum, MDCCXLV. http://books.google.it/books?id=nRxCAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v =onepage&q&f=false / Clementis Papae VIII DECRETALES quae vulgo nuncupantur
LIBER SEPTIMUS DECRETALIUM CLEMENTIS VIII., LIB. III. TITULUS XXI. DE IURE PATRONATUS. Ex generali concilio Tridentino. Cap. I. Nemo nisi ex fundatione vel dotatione ius patronatus obtineat. Ex eodem. Cap. II. Praesentatio fiat ordinario; alias praesentatio et institutio sit nulla. Ex eodem. III. Quomodo probandum ius patronatus. Cui deferendum munus patronorum. (p. 111) - http://reader.digitale-sammlungen.de/en/fs1/object/display/bsb10543694_00155.html] CAPITOLO 1 (Sanctissimus) [Titolo De iure patronatus]. Adriano VI revoca tutte le concessioni dei benefici elettivi del diritto di patronato fin qui fatte dal primo anno del pontificato di Innocenzo VIII, il quale fu consacrato a Roma il 12 settembre 1484, anno della salute riacquistata. E affinché più liberamente si provveda con persone benemerite alle chiese cattedrali, ai monasteri, come pure agli altri, cioè dignità, benefici, ospedali; tutte e le singole riserve (restrizioni, limiti), concessioni di patronato, facoltà e indulto (dir.can., concessione particolare accordata dal papa a persona singola o anche a comunità religiosa, di fare o di ottenere qualcosa in deroga alla legge ecclesiastica) di presentare o di nominare tali persone a chiese, monasteri, priorati, prepositure e altre dignità, a personati, amministrazioni, uffici, canonicati, prebende, e altri benefici ecclesiastici con o senza cura (delle anime), secolari e canonici di qualsivoglia ordine, revoca e dichiara che sono di nessuna validità. CAPITOLO 2 (Si patroni) [Titolo De iure patronatus]. Paolo IV statuisce che i patroni di benefici ecclesiastici, siano o laici o chierici, qualora abbiano presentato uno degli apostati e dei (chierici) vaganti fuori dalla chiostra (o meglio, dal chiostro) al beneficio esistente (cioè disponibile) del loro diritto di patronato che a quell'epoca risulti vacante, i patroni siano privati per quella sola volta del diritto di presentare altri ai medesimi benefici, e dichiara che le presentazioni di tal fata sono eo ipso (automaticamente, di per sé) irrite e nulle. CAPITOLO 3 (Poenitentiarius) [Titolo De iure patronatus]. Pio IV, in conformità dei decreti di riforma della penitenzieria apostolica (dir.can., tribunale della Santa Sede che si occupa delle questioni relative al foro interno, di voti, giuramenti, clausure, ecc.), statuisce che il penitenziere o il reggente della penitenzieria apostolica (cioè il cardinale preposto alla sacra penitenzieria apostolica) deve astenersi dalla concessione del diritto di patronato, o del diritto di presentare ai benefici ecclesiastici con il pretesto dei frutti, ma solo per causa di fondazione, dotazione e costruzione. Dal quale testo è chiaro ancora una volta che il diritto di patronato non è acquisito se non da colui che la chiesa fonda o dota o costruisce, e la donazione dei frutti del beneficio non è sufficiente per acquisire il diritto di patronato. NELLE CLEMENTINE [(Constitutiones Clementinae) Clementis Papae Quinti Constitutiones, Liber 3 Clementinarum, Titulus 12 (De iure patronatus)]. 1Bw&sa=X1=bo
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CAPITOLO 1 (Ut constitutio) [Titolo 12, CLEMENTINE]. Clemente V, nel Concilio di Vienna, dichiara che i patroni, chierici o religiosi, e gli esenti (ordine religioso esente: che non dipende dall'autorità del vescovo), i quali presentano uno alla chiesa, (gli) devono, entro il termine prescritto dal vescovo, assegnare una congrua parte dei proventi della chiesa, affinché sostenga gli oneri della medesima; che, qualora entro il termine prescritto i patroni trascurino di assegnare questa congrua parte, statuisce il pontefice, il vescovo istituisca il presentato, al quale assegni anche una parte moderata, esclusa ogni passione (cioè con equilibrio e senza interesse), e costringa i patroni, anche religiosi, con la censura ecclesiastica. Che, qualora i patroni presentanti, sia chierici, non costituendo ostacolo qualsivoglia impedimento, sia religiosi, sopportino essi stessi riguardo alle medesime chiese gli oneri della stessa chiesa, dichiara quindi che non deve essere assegnata un'ulteriore parte, ma che è sufficiente se trattino i presbiteri e i vicari in modo congruo e decente. Da questo testo si inferisce che si pone rimedio alla negligenza del patrono per il tramite del vescovo, al quale è devoluta la facoltà di assegnare una congrua parte (dei proventi) a chi si prende cura della chiesa. Sono escluse tuttavia le chiese nelle quali i religiosi o gli altri percipienti i loro redditi, adempiono gli oneri dei diritti vescovili e questa cura. In quel caso infatti è sufficiente se il vicario sia mantenuto dignitosamente, poiché in tale situazione non può essere assegnata una congrua parte distinta. CAPITOLO 2 (Plures ab uno) [Titolo 12, CLEMENTINE]. Dichiara il medesimo pontefice che, qualora muoia uno dei patroni lasciando più figli, tutti i figli lasciati si considerino come una voce sola riguardo al diritto di patronato, per il fatto che il diritto di patronato compete per stirpe (insieme delle persone che rappresentano la discendenza immediata del defunto), non per singolo individuo. Nondimeno i patroni possono liberamente convenire tra sé di presentare il rettore da sé stessi a turno; anzi possono presentare anche più chierici a una chiesa, affinché il vescovo elegga chi avrà preferito. Laddove è da notare con la Glossa che i patroni aventi più chiese, possono convenire che uno presenti a una chiesa, e l'altro all'altra. *§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§* COMMENTARIO PER TITOLI §. 1. Cosa sia il diritto di patronato e in quali modi si acquisisce. Il diritto di patronato è definito dall'OSTIENSE [Summa super titulis Decretalium, (Venezia, 1480), Titolo (De iure patronatus. In particolare: QUID SIT IUSPATRONATUS. ... iuspatronatus est potestas representandi instituendum ad beneficium ec.simplex et vacans: ut patet in inferioribus.), Liber III. (p. 485 e segg.)] come la potestà di nominare o di presentare o di proporre il chierico da promuoversi a un beneficio semplice e vacante: questa definizione tuttavia dispiace ai più: I. Primo, perché si dice potestà di presentare e proporre, quando il diritto di patronato non solo in questa facoltà, ma anche in molte altre consiste. II. Secondo, perché si applica al beneficio semplice, quando più patroni hanno il diritto di presentare e nominare i chierici anche a benefici ai quali è annessa la cura delle anime, come anche alle dignità, ai personati (dignità ecclesiastica), infine alle chiese cattedrali e metropolitane: hanno questo diritto infatti il re di Spagna e il re della Gallia. 1Bw&sa=X1=bo
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III. Terzo, neppure piace che si aggiunga "beneficio vacante", in quanto il consenso del patrono non solo è necessario quando si conferiscono i benefici vacanti per morte dei chierici, ma anche quando si danno per qualsivoglia altra modalità, cioè per mutazione, unione, traslazione, rinuncia. Nondimeno la definizione tratta dall'OSTIENSE, dai più si propugna (cioè si sostiene) come retta (corretta, giusta, appropriata), in quanto l'OSTIENSE, per beneficio semplice, intese i benefici non elettivi, e che non sono prelature, o siano semplici come le cappellanie o curati (beneficio curato, beneficio ecclesiastico che ha annessa la cura delle anime) come le parrocchie, e asserì che le presentazioni alle dignità e prelature non si fanno in base al prescritto del (in base a ciò che è prescritto, stabilito, imposto dal) diritto comune, ma in base a un privilegio della sede apostolica o in base a una consuetudine legittimamente prescritta. Ancora per beneficio vacante intese un beneficio da conferirsi ad altri. I più recenti canonisti (esperto, studioso di diritto canonico) con ABBATE (cioè PANORMITANO) [Commentaria seu Lectura in … Decretalium librum …, Volume 3, 2 Edizione, (1527), De iurepatronatus, Rubrica. n. 3 (Juspatronatus quid sit et eius diffinitio.), (p. 232)], rappresentano il diritto di patronato nei termini di un diritto onorifico, oneroso e utile che compete a uno nella chiesa che egli stesso o l'avente causa (cioè chi acquisisce un diritto da colui che ne è titolare) fondò con il consenso del vescovo o del diocesano, costruì o dotò, con la potestà di presentare il chierico da istituire al beneficio vacante. Si dice diritto onorifico perché concede per riguardo verso il patrono di poter presentare, nominare al vescovo o al papa il rettore della chiesa da sé fondata: e anche perché gli spetta la precedenza nelle processioni, come si desume dalla Decretale [Capitolo 25 (Nobis fuit), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] nella quale Clemente III statuisce che al patrono si dà l'onore della processione. Si aggiunge "oneroso", in quanto il patrono è tenuto a difendere la chiesa affinché i suoi beni non siano indebitamente (cioè senza giusta causa, senza diritto) dilapidati [Cap. 31 (Filijs, vel nepotibus), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. Ancora si dice utile, in quanto dal diritto di patronato discende a favore del patrono questa utilità, che se la fortuna da pingue (ricca) diventa tenue (scarsa), e soffra l'inopia (mancanza di mezzi di sostentamento, povertà, indigenza), dai redditi che residuano oltre il necessario deve essere pinguemente mantenuto dalla chiesa da sé fondata, più che gli altri poveri, come si desume dalla suddetta Decretale [Cap. 25, Titolo 38, Liber 3, DECRETALI] dove Clemente III statuisce altresì che, qualora il patrono versi nell'indigenza, la chiesa deve con moderazione soccorrerlo secondo il diritto: avuto riguardo, appunto, per le facoltà della chiesa e per la qualità della persona. Si aggiungono altre particole (in un testo scritto, piccola sezione di una parte di esso): Che compete a uno nella chiesa che fondò, costruì e dotò, in quanto il diritto di patronato si acquisisce in questi tre modi, vale a dire per fondazione, costruzione e dote secondo il comune verso nella Glossa: Fanno il patrono: dote, edificazione, fondo: da allora, uno che abbia fondato la chiesa, si dice patrono di quella [Capitolo 26 (Piae mentis), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO] / [Cap. 25 (Nobis fuit), Tit. 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] / [Cap. 3 (Abbatem cuilibet monasterio non alium), Causa 18, Questione 2, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. Inoltre si dice an-
che che acquisisce il diritto di patronato, chi la chiesa edificò [Cap. 25 (Nobis), Tit. 38, DECRETALI] / [Capp. 26 (Piae mentis), 33 (Monasterium, vel oratorium), 31 (Filiis, vel nepotibus), Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. In ultimo acquisisce il diritto di patronato anche chi dotò la chiesa [Cap. 9 (Nemo ecclesiam aedificet), Decreti Tertia Pars, De consecratione, Distinctio Prima, GRAZIANO]. A dire
il vero si dice che dota la chiesa, chi assegna dei redditi per sufficienti anni, giusto il Decreto citato [Cap. 31 (Filiis), Causa 16, Questione 7, GRAZIANO]. Di qui se la medesima persona fonda, costruisce e sufficientemente dota la chiesa, in conseguenza della triplice causa acquisisce il diritto di patronato, si1Bw&sa=X1=bo
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curamente in virtù del fondo, edificazione e dote. Possono esserci perciò più patroni della medesima chiesa in base ai diversi titoli. Se infatti Pietro dà il fondo per la chiesa, Paolo la edifica e Giovanni la dota, tutti acquisiscono il diritto di patronato: Pietro in base al titolo del fondo, Paolo della edificazione, Giovanni della dote; e si desume dal suddetto Decreto [Cap. 31 (Filiis), Causa 16, Questione 7, Graziano]; dove infatti è detto disgiuntivamente, chi costruì o dotò la chiesa. Pertanto ai fini dell'acquisizione del diritto di patronato, in forza della proposizione disgiuntiva, è sufficiente o l'una o l'altra (delle due). E anzi se più concorrono a fondare, edificare e dotare la chiesa, e ancor più tutti in egual misura, ecco tutti in solido conseguono il diritto di patronato, sebbene uno più dell'altro abbia contribuito, purché tutti abbiano fornito una dote sufficiente e appropriata, per quanto i singoli separatamente non abbiano dato tanto da essere sufficiente a concretizzare le tre azioni insieme: fondare, edificare e dotare la chiesa. La ratio è che in diritto si dice semplicemente questo, che il diritto di patronato si acquisisce per dote e non distingue se uno o più abbiano dotato la chiesa: se uno così poco doti la chiesa, che la dote non sia sufficiente per mantenere i ministri e bastare alle luminarie (cioè all'illuminazione fatta con fiaccole, lumi ad olio ecc.), egli non acquisisce il diritto di patronato, né si dice patrono della chiesa, ma soltanto benefattore, come notano GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus, et doctissimus, (Magonza, 1614), Parte 5 (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum, continet 9. cap.), Capitolo 9 (De patronis), (p. 503), n. 55 (Acquiritur ius patronatus ex dotatione Ecclesiae, etiam iam constructae, & etiam iam consecratae, quando esset sine dote, & cum consensu Episcopi id fieret, num. 55.), (p. 510)] e ABBATE (PANORMITANO) [Commentaria seu Lectura in … Decretalium librum …, De iurepatronatus. Rubrica., n. 6 (Juspatronatus quomodo acquiratur. Juspatronatus potest esse penes plures dotantes vel fundatores vel construentes ecclesiam. Juspatronatus non acquirit ille qui modicum dat pro dote ecclesiae nisi concurrat cum alijs insimul dotantibus: quo casu tam ille qui modicum quam ille qui multum dat efficitur patronus.), (p. 232)]. Ancora per la sola assegnazione del fondo o del
suolo, non si acquisisce subito il diritto di patronato, ma soltanto dopo che la chiesa sarà stata costruita e la dote sarà stata data, o dal suo fondatore o da altri. La ratio è che non può dirsi patrono, o signore di quella, chi non è, e forse non (lo) sarà [Cap. 5 (Ad audientiam nostram pervenit), Titolo 48 (De ecclesiis aedificandis vel reparandis), Liber 3, DECRETALI]. Giova qui osservare che sotto il nome di costruzione si comprende anche la riparazione o la riedificazione: se infatti Pietro riporta una chiesa quasi del tutto distrutta alla condizione precedente, così da aver bisogno di una nuova consacrazione, acquisisce in essa, con il consenso del vescovo, il diritto di patronato: poiché, nel caso la chiesa sia crollata così da aver bisogno di una nuova consacrazione, si considera come se si costruisse dall'inizio. E allora il patrono precedente che non ha restaurato la chiesa andata in rovina, perde il diritto di patronato, se lo ottenne soltanto per il fatto che aveva costruito la chiesa, argomenta la Legge giustinianea [Dig. 7.4.0. (Quibus modis usus fructus vel usus amittitur.), Dig. 7.4.10pr. (Quid tamem si fundus villae fuit accessio?), Dig. 7.4.10.7. (In navis quoque usu fructu sabinus scribit), Libro 7, DIGESTO]: se tuttavia la chiesa fosse ripristinata (cioè riportata allo stato originario, o meglio, restaurata) solo in parte, sebbene in seguito sia stata tutta riparata, il primo costruttore
non perde il diritto di patronato, argomenta la citata Legge di Giustiniano [Dig. 7.4.10.1. (…. verum etiam si demolitis aedibus testator alias novas restituerit: plane si per partes reficiat, licet omnis nova facta sit, aliud erit nobis dicendum), DIGESTO]. Infatti certuni, sulla base dell'attestazione
della Glossa di cui alla Decretale [Cap. 3 (Quoniam in quibusdam locis fundatores ecclesiarum. In particolare la GLOSSA: h Fundatores.] Not. Quod ex fundatione ecclesiae acquiritur ius patronatus: ut hic, & 16.q.7.filiis. &.eo.nobis.sed ex refectione vel reparatione non acquiritur: …. quod intelligo cum omnimo non est destructum monasterium vel ecclesia. Sed si funditus destructum sit, & de consensu episcopi aliquis vellet reaedificare ecclesiam, credo quod acquirat iuspatronatus, quia perinde est ac si ab initio ecclesiam construxisset. ...), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], procedono con questa distinzione: infatti, chi riparò parzial-
mente la chiesa crollata, o chi completamente. Se il primo non acquisisce il diritto di patronato, in quanto, nello stesso modo che la casa o la nave, se ricostruita in parte e completamente solo in un secondo tempo, si considera la me1Bw&sa=X1=bo
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desima che già (era), analogamente il signore non perde l'usufrutto o la servitù che aveva: così né il patrono perde il diritto di patronato che ha nella chiesa, che soltanto in parte è in seguito ricostruita: altrimenti, qualora sia completamente riparata e rinnovata, è un'altra casa, e il primo signore perde l'usufrutto [Dig. 7.4.0. (Quibus modis usus fructus vel usus amittitur.), Dig. 7.4.10pr. (Quid tamem ), Libro 7, DIGESTO]. E così è da dirsi a proposito della chiesa. Infine, qualora una chiesa, rovinata al suolo, fosse dai suoi ruderi restaurata da un altro, il primo non rimarrebbe ancora patrono, per quanto la chiesa sembrasse essere la medesima, perché costruita con materia non dissimile da quella dei suoi ruderi, in quanto il diritto, una volta estinto nella cosa andata in rovina, non torna più in vita, come si ha nella Legge giustinianea [Dig. 46.3.0. (De solutionibus et liberationibus), Dig. 46.3.98. (Qui res suas obligavit), Liber 46, DIGESTO]. Tuttavia l'equità sembra esigere che il vescovo, prima che un altro restauri la chiesa crollata, avvisi il primo patrono, se voglia egli stesso riedificarla, dal momento che, avendo il diritto di patronato in quella, deve preferirsi agli altri [Cap. Ultimo (cioè il 4 (Potuit emphyteuta), Titolo 18 (De locato et conducto), Liber 3, DECRETALI] e nota FAGNANI [Commentaria in secundam partem tertii libri decretalium, (Venezia, 1764), De JUREPATRONATUS, Cap. Quoniam., n. 57 (Patronus antiquus requirendus est, & praeferendus extraneo in reaedificatione Ecclesiae dirutae. …. Aequum tamen est, ut antequam Episcopus extraneo de consensu suo aedificare volenti consentiat, antiquum patronum super hoc requirat, & ipsum cuilibet extraneo praeferat.), Titolo 38 (De iure patronatus), (pp. 233-238)].
Similmente, se la dote assegnata a una chiesa va completamente perduta, l'antico patrono perde il diritto di patronato acquisito con il titolo della dote, nel caso in cui un altro assegni una nuova dote sufficiente. Tuttavia il diritto di patronato acquisito con il titolo della dote, non si perde per il fatto che la chiesa sia crollata, in quanto la dote si può ancora preservare indenne: dunque in virtù di quel (titolo), chi dotò la chiesa, conserva il diritto di patronato. E sebbene la chiesa crollata sia da un altro restaurata, egli rimane ancora con il suo diritto di patronato per il titolo della dote, quantunque sopraggiunga un altro, che con altro titolo acquisisce parimenti il diritto di patronato. La ratio è assegnata da ABBATE (PANORMITANO) [Commentaria ad tertium librum decretalium, (Torino, 1577), Tit. Deiurepatronatus, c. Quoniam (Cap. III), n. 11 (Iuspatronatus quod quaeritur ex sola constructione ecclesiae perditur si ecclesia ruat: secus illud quod acquiritur ex datione fundi, vel alterius loci, vel constructione ecclesiae, vel illud quod quaeritur ex dotazione.), (pp. 189v-190r)]: che, quando più cause concorrono a un effetto,
delle quali qualunque causa è di per sé sufficiente, l'effetto non viene meno soltanto per difetto dell'altra causa, dato che a qualunque causa risponde il proprio effetto. In verità, nel caso uno dotasse la chiesa in modo tale da non avere l'intenzione né espressamente né tacitamente di dotarla, ma soltanto di donare una tale somma di denaro; non si riterrebbe che acquisisse il diritto di patronato, ma soltanto si direbbe benefattore di tale chiesa. La ratio è che la legge concede il diritto di patronato soltanto a chi dota, non in verità al beneficiante, come nota il citato ABBATE (PANORMITANO) [ibidem, Commentaria ad tertium librum decretalium, c. Quoniam (Cap. III), n. 2 (-3-4) (Patronus consequitur iuspatronatus ex tolerantia, & gratia papae, non quod ipse sit habilis cum sit ius spirituale. Papa potest providere de ecclesia patronata laicorum, sine praesentatione patronorum: alius vero citra papam nemo potest.), (pp. 189v-190r)]: chi realmente dota la chiesa, acquisisce il
diritto di patronato, sebbene non l'abbia riservato per sé, purché non abbia espressamente rinunciato a esso. D'altra parte affinché una persona acquisisca il diritto di patronato per fondazione, costruzione o dotazione, si richiede l'autorizzazione e il consenso del diocesano, perché, essendo il diritto di patronato un certo diritto congiunto alla realtà spirituale, non si può acquisire senza il consenso della chiesa: né può uno edificare la chiesa senza il consenso del vescovo [De consecratione, Distinctio Prima, Cap. 9 (Nemo ecclesiam aedificet), Decreti Tertia Pars, GRAZIANO] / [Cap. 4 (Auctoritate), Titolo 7 (De priviliegiis), Liber 5, LIBRO SESTO]; onde se un secolare edifica la chie-
sa senza il consenso del prelato ecclesiastico, non deve, a causa del suo delitto, conseguire il beneficio come nota ABBATE (PANORMITANO) [ibidem, Commenta1Bw&sa=X1=bo
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ria ad tertium librum decretalium, c. Nobis (Cao. XXV), n. 2 (Iuspatronatus acquiritur ex constitutione ecclesiae cum consensu episcopi: alias secus.), (p. 196r)]. Ma è sufficiente se dopo l'edificazione della chie-
sa si chieda e si ottenga il consenso del vescovo, dal qual la chiesa sia consacrata, come insegnano BARBOSA [Pastoralis solicitudinis, sive De officio, et potestate episcopi, Pars Tertia. (Lione, 1724), Allegazione 70 (Episcopi sine consensu an juspatronatus donari, vel alio modo acquiri possit?), n. 21 (Consensus in acquisitione jurispatronatus ex post facto intervenire potest.), (p. 230)] e GARCIA [ibidem, Cap. 9 (De Patronis), n. 71 (Ius patronatus acquiritur ex praedictis causis interveniente authoritate, & consensu ordinarij, non alias, numer. 71]. Nondimeno si deve avere questo consenso dall'ordinario del
luogo in cui si edifica la chiesa: e con il nome di ordinario s'intende qualsivoglia prelato, quantunque non sia vescovo, purché abbia la giurisdizione vescovile nel luogo dove la chiesa viene edificata, come nota BARBOSA [ibidem, Allegazione 70, n. 30 (Praelatus quilibet etiam inferior, dummodo habeat Episcopalem potestatem potest jurispatronatus acquisi sui consensum praestare.)]. Anzi, vacante la sede, anche il capitolo può dare questo con-
senso al laico che chiede di edificare la chiesa; e insegna BARBOSA [ibidem, Allegazione 70, n. 32 (Capitulum Sede Vacante potest dare licentiam aedificandi Ecclesias, ut acquiratur juspatronatus)]
che il consenso del capitolo è sufficiente per acquisire il diritto di patronato. Non basta tuttavia il consenso del Vicario Generale, se non ha un mandato speciale del vescovo, come nota GARCIA [ibidem, Cap. 9 (De patronis), n. 75 (Vicarius Episcopi, sine speciali mandato, non habet authoritatem ad reservationem iuris patronatus, num 75.)]. Del resto non è sempre necessario che il consenso del vescovo sia espresso, ma è sufficiente, subito dopo, tacito e presunto. In più rispetto ai tre modi recensiti di acquisire il diritto di patronato, si può anche acquisire per privilegio concesso dal sommo pontefice: e infatti il pontefice, per il fatto che uno sia benemerito della Repubblica Cristiana, può a quello concedere il diritto di patronato in qualche chiesa, sebbene quella non abbia fondato, né costruita, né dotata. Tuttavia i sacerdoti inferiori non possono accordare questo privilegio a chi la chiesa non fondò, né costruì, né dotò. In ultimo il diritto di patronato concesso come privilegio dai vescovi fu totalmente soppresso dal Concilio di Trento, quantunque in quello si dica che sia proprio della medesima natura e forza come se competesse per fondazione o dotazione, essendo quasi, e non propriamente, per fondazione e dotazione. E afferma GARCIA [ibidem, Cap. 9 (De patronis), n. 115 (Ius patronatus ex privilegio revocatum est per Concilium, numero 115), In particolare: Quinto, notandum est ius patronatus ex privilegio, revocatum esse per Concilium d.c. 9 vers. Reliqui, super quo declaratio S. Congregationis, quae sic ait, ex hoc versiculo dubitatum fuit, an patronatus ex privilegio censeri debeant sublati. Et Congregatio die 14. Decemb. 1581 & 1586 censuit esse ablatos patronatus ex privilegio, non autem ex fundatione, vel dotatione.), (p. 520)] che così la Sacra Congregazione ha dichiara-
to. Né fin qui a quanto detto si oppone il Concilio di Trento [Sessione 14, Decreto di riforma, Canone 12 (Nessuno, di qualsiasi dignità ecclesiastica o secolare possa essere, fuori del caso di chi avesse fondato e costruito ex novo una Chiesa, un beneficio o una cappella, o di chi avesse dotato completamente coi propri beni patrimoniali una Chiesa (cappella ecc.) già eretta, ma priva della dote sufficiente, può e deve chiedere ed ottenere in nessuna maniera il diritto di patronato. Nel caso di fondazione o di dotazione, l'istituzione sia riservata al vescovo e non ad altri a lui inferiore)], allorché dice che nessuno può ottenere il diritto di patronato, se
non abbia fondato di nuovo e costruito una chiesa, un beneficio o una cappella. Dal quale testo sembra inferirsi che non è sufficiente solo il fondare, ma nello stesso tempo si richiede anche il costruire, in quanto la particola "&" è copulativa, e "simul" congiunge fondazione e costruzione. Infatti è al contrario, in quanto quella particola "&" nel precitato testo non si assume come copulativa, ma disgiuntiva, e ciò si desume da altri testi del diritto, come nota la Glossa [Cap. 2 (Ex parte. In particolare: …. & perpetuo illi renunciasse praebendae, amoveretur ab ea, …. Verum quoniam non credimus ita praecisse scripsisse, ...), GLOSSA: a Et Perpetuo.] …. Si coniunctim mandentur: & coniunctiva ponitur pro disiunctiva: &, pro, vel. ff. de ver. sig. l. saepe. & l. coniunctione,. & econverso disiunctiva ponitur pro copulativa...), Titolo 3 (De rescriptis), Liber 1, DECRETALI], ed espressamente si ha nelle Leggi giustinia-
nee [Dig. 50.16.0. (De verborum significatione), Dig. 50.16.53pr. (Saepe ita comparatum est, ut coniuncta pro disiunctis accipiantur et disiuncta pro coniunctis), Dig. 50.16.29. (Coniuctionem enim nonnumquam pro disiunctione accipi labeo ait:), Liber 50, DIGESTO], allorché si ha che la congiunzione talvolta si prende
per disgiunzione, le parole del testo sono: Labeo dice che talvolta la congiunzione si prende per disgiunzione. E ciò allora soprattutto avviene quando sulla 1Bw&sa=X1=bo
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base di altri diritti consta che la particola "&" sia da assumere in modo disgiuntivo: e infatti poco più giù il Concilio Tridentino parla in termini disgiuntivi, dice infatti, in ordine poi alla questione della fondazione o dotazione di tal natura l'istituzione al vescovo e non ad altri è riservata: infatti la particola "aut" è disgiuntiva, al punto che il senso sia questo, che la sola fondazione, e la sola dtazione, basti per acquisire il diritto di patronato. § 2. Di quante specie sia il diritto di patronato, e quali le sue differenze. Il diritto di patronato si divide triplicemente (in modo triplice), cioè in ecclesiastico, laicale e misto, stante la Decretale [Capitolo 24 (Cum autem), Titolo 38 (De iure patronatus), DECRETALI]. È ecclesiastico poiché compete a un collegio o a persona ecclesiastica, a nome e per conto della chiesa, del monastero, del capitolo, della dignità o del beneficio. Che, sebbene abbia avuto origine da beni patrimoniali laici, se però o all'inizio o in seguito si sia mutato in chiesa per fondazione, dotazione o per altro titolo, sia ecclesiastico, e si ritiene diritto di patronato ecclesiastico, come nota GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (Magonza, 1614), Quinta Pars (De his, ad quos spectat dispositio, et provisio beneficiorum), (pp. 258 e segg.), Lib. III, Titulus XXXVIII, Cap. 1(De Papa), n. 553 (Ius patronatus Ecclesiasticum est, quod, licet originem habuerit ex patrimonio laici, fuerit tamen, vel ab initio, vel postea in Ecclesiam tranlatum, & quod competit Ecclesiae, vel ratione Ecclesiae, n. 553.)], aggiungen-
dovi [ibidem, n. 555 (Si laicus patronus ex fundatione fiat religiosus, tale ius patronatus est Ecclesiasticum, quia transit in Monasterium durante tamen vita Monachi, ubi iure sanguinis defertur in posteros, & illis adsunt, & si Episcopus obtinens Comitatum, vel Ducatum, ratione illius habeat ius patronatum, iudicabitur Ecclesiasticum. & ius patronatus spectans ad Prioratum est Ecclesiasticum, licet Prioratus sit iuris patronatus laici, n. 555.)] che il diritto
di patronato che compete al vescovo o ad altri prelati ecclesiastici a norma del dominio temporale appartenente alla sua chiesa, sia ecclesiastico. Onde, quantunque il diritto di patronato abbia tratto la sua origine dai beni patrimoniali dei laici, per diventare ecclesiastico, è sufficiente che con un qualche onesto titolo, come donazione, legato, testamento, fondazione si muti in chiesa o in collegio ecclesiastico o anche in persona ecclesiastica in considerazione della chiesa, dignità o beneficio ecclesiastico. E si desume dalla Decretale [Capitolo Unico (Si laicus), Titolo 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO] nella quale Bonifacio VIII statuisce che sebbene il laico, quando era patrono aveva 4 mesi per presentare, vacante la chiesa, nondimeno ora la chiesa o il monastero cui fu donato il diritto avrà 6 mesi, dato che la chiesa, per quanto attiene al presentare, si considera patrono non laico, bensì ecclesiastico. Il diritto di patronato è laicale o secolare perché compete al laico per la nomenclatura (denominazione, il chiamar per nome) assunta dalla persona; infine perché si ottiene anche dal chierico per dotazione o fondazione con i beni patrimoniali secolari, o per successione paterna o per altro titolo secolare capitatogli, come notano la Glossa e ABBATE (PANORMITANO) [Commentaria ad tertium librum decretalium, (Torino, 1577), Tit. De iurepatronatus, c. Cum dilectus (XXVIII), (pp. 197v-198r)] e GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (Magonza, 1614), Pars Quinta, Cap. 1 (De Papa), n. 5 (Papa potest sine causa clericum suo privare beneficio. nu. 2 cum seq. In particolare: Etenim Papa potest iuri positivo derogare, & contra illud dispensare, & disponere ad sui libitum, etiam sine causa secundum Innoc. …)]. Regolarmente il diritto di
patronato si presume tale, qual è il soggetto dal quale è in buona fede posseduto, al punto che se è posseduto da un laico, si presume laicale, per quanto tragga origine da fondazione o dotazione di un presbitero, come nota MASCARDI Giuseppe [Conclusiones probationum, Volumen Secundum, (Francoforte, 1661), Conclusione 959 (Judiciale iuramentum, quibus in casibus possit recusari, & ibidem non nulla referuntur necessaria, quae requiruntur ad eius delationem.), n. 12 (Iuramentum iudiciale à parte incontinenti acceptatum non potest amplius nisi e causa à deferente revocari), (p. 783)] e argomenta la Glossa [Cap. 21 (Sint manifestae res propriae episcopi (si tamen habet proprias).. In particolare la GLOSSA: n Probantur.] (A margine: Clericorum bona an praesumantur esse de bonis ecclesiae.) … quod semper res acquisitae praesumuntur esse de bonis ecclesiae, nisi probetur contrarium.), Causa 12, Questione 1, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. Per converso qualora sia posseduta da persona 1Bw&sa=X1=bo
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ecclesiastica si ascrive agli ecclesiastici, e si dice diritto di patronato ecclesiastico a norma della Decretale [Cap. 19 (Consultationibus), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Sebbene il diritto di patronato sia laicale e si possieda da una persona laica, non di meno di per sé non si può vendere poiché è annesso allo spirituale, e nel caso si venda, il contratto è irrito (cioè non valido) e non sortisce alcuna efficacia [Capitolo 16 (De iure vero patronatus. In particolare la Glossa: f Irritum.] ipso iure: quia spirituale vel spirituali annexum vendi non potest, nec etiam redimi.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dove la Glossa nota che l'annesso allo spirituale non si può comprare né vendere [Cap. 3 (Quanto divina gratia), In particolare la GLOSSA: Quanto-] Laici causas connexas spiritualibus tractare non possunt. Hoc dicit. / Casus. Dicitur hic, quod causa iuris patronatus ita est annexa spiritualibus causis, quod nullus nisi iudex ecclesiasticus de ea iudicare debeat. …), Titolo 1 (De iudiciis), Liber 2, DECRETALI]; si può tuttavia vende-
re con l’universalità [Cap. 13 (Cum seculum reliqueritis), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], e impegnare (ipotecare) [Cap. 7 (Ex Litteris), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. In ultimo si può riacquistare [Cap. 15 (Querelam monachorum de Acra recepimus), Titolo 3 (De simonia), Liber 5, DECRETALI], poiché lo spirituale, o l'annesso allo spirituale, non ammette estimazione (cioè determinazione del valore economico). Che se il chierico beneficiato (o beneficiario) con i proventi del suo beneficio, e con altri beni acquisiti in considerazione della chiesa, fondi o doti la chiesa o la cappella, e nomini come patroni i suoi consanguinei laici, ai quali sia devoluto il diritto di patronato, sia questo allora da ritenersi laicale o ecclesiastico: sembra esserci qualche difficoltà. Tuttavia, considerato il diritto comune per il quale si proibisce ai chierici di fare testamento sui profitti percepiti grazie alla chiesa, argomentano le Decretali [Capp. 1 (Quorundam ad nos relatione pervenit. In particolare il Sommario: Episcopus de rebus patrimonialibus testari potest, de rebus vero ecclesiae seu intuitu ecclesiae quaesitis testari non valet.), 8 (Ad haec praesentibus innotescat, quod clerici per ecclesiam sunt adepti, de iure testari non possunt), 9 (Quia nos... de his tamen quae consideratione ecclesiae perceperunt, nullum de iure possunt facere testamentum.), 11 (Relatum est, …. Quoniam scriptum est: In ore duorum vel trium testium stat omne verbum.), Titolo 26 (De testamentis & ultimis voluntatibus.), Liber 3, DECRETALI], tale diritto di patronato si deve ritenere ecclesiastico e ascrivere alla giuri-
sdizione della chiesa, come nota ABBATE (PANORMITANO) [Commentaria seu Lectura in … Decretalium Librum, Volume 3, Edizione 2, (1527), Panormita.super tertio. De ecclesiis edificandis, Ad audientiam (Cap. 3), n. 12 (Dotans ecclesiarum ex redditibus beneficij sui acquirit iuspatronatus illi beneficio et non consanguineis suis.)]; dove aggiunge che peccano i chierici che con i redditi della
chiesa o con i beni acquisiti grazie alla chiesa, edificano chiese, nel caso in cui le stesse attribuiscano al proprio patrimonio e fondino il diritto di patronato, che lasciano per testamento ai secolari, perché allora usurpano a proprio beneficio i beni della chiesa, dei quali peraltro dispongono come se avessero un dispotico dominio, pur essendo solo amministratori: e queste cose secondo il diritto comune. Che se conformemente a un'insolita consuetudine, o per privilegio, si desse la facoltà di fare testamento sui beni di tal natura, pensa GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (Magonza, 1614), Quinta Pars, Cap. 1, n. 594 (Sed id videtur procedere in specto iure communi secundum quod Beneficiati non possunt testari, sed Ecclesia succedit, secus stante consuetudine, ut in Hispania, ex qua possunt testari, ac eis ab intestato succedit, ac etiam in Episcopis habentibus facultatem testandi, & ita videtur in Hispania receptum, n. 594 & 595.), (p. 322)] che il chierico possa a suo vantaggio o
a vantaggio degli eredi secolari usare il diritto di patronato come se avesse fondato il diritto di patronato sui beni patrimoniali, e così spetta agli eredi disporre di tale diritto di patronato, e tale patronato si ritiene laicale; dal momento che allora è trasferito ai laici il dominio, il diritto di patronato sia laicale: nello stesso modo come se il diritto di patronato laicale per donazione o per testamento o per altra ragione fosse trasferito a una chiesa, un capitolo o un monastero, o fosse annesso a un qualche beneficio, come decanato, prepositura, sia ecclesiastico: e su quello come sulla giurisdizione ecclesiastica si regge, come notò COVARRUVIAS [Practicarum quaestionum Liber Unus, (Lione, 1558), Cap. 36 (De iure patronatus laicorum ad differentiam iuris patronatus ecclesiastici, & utriusque derogationem.), n. 2 (Ius patronatus laicorum, quo pacto ab ecclesiastico distinguatur.), (p. 240)]; e si desume dalla Decretale [Cap. Unico (Si laicus), Titolo 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO]: secondo la norma del dominio trasferito, una
pari ragione è da entrambe le parti. 1Bw&sa=X1=bo
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È misto il diritto di patronato che partecipa del diritto di patronato ecclesiastico e laicale: perciò si dice misto, perché consta di entrambi, e compete insieme alla chiesa o al chierico in considerazione della chiesa, e al laico. Se il chierico con i beni ecclesiastici dotò la chiesa che il laico fondò e costruì, allora il diritto di patronato è misto, in quanto in virtù della dotazione compete al chierico, e partecipa del diritto di patronato ecclesiastico; e in base al titolo della fondazione e costruzione è confacente al laico, e partecipa del diritto di patronato laicale. Che se il laico rinunciasse al suo diritto, e lo trasferisse alla chiesa o al chierico, perderebbe la natura del diritto di patronato misto e diventerebbe semplicemente ecclesiastico: come viceversa, se il chierico o la chiesa trasferisse il suo diritto a un laico con l'autorizzazione apostolica, diventerebbe semplicemente laicale, in quanto si considera la persona che presenta e possiede il diritto di presentare e, secondo la sua condizione, il diritto di patronato si dice ecclesiastico o laicale, come nota BARBOSA [Iuris ecclesiasticis universi, (Lione, 1660), Pars II, Liber Tertius (De Rebus ecclesiasticis.), (p. 109), Cap. 12 (De iurepatronatus.), n. 16 (Iuspatronatus ecclesiasticum in laicos titulo oneroso permutationis cum auctoritate Apost. translatum an desinat esse Ecclesiasticum, & efficiatur laicale, ostenditur.), (pp. 188-195)]; proprio come, nel caso il laico a giusto titolo e servendosi
delle formalità legali richieste dal diritto acquisisca i beni ecclesiastici, questi cessano di essere ecclesiastici e diventano laicali conformemente alla condizione della persona alla quale sono congiunti. Del resto il diritto di patronato, sia o ecclesiastico o laicale, sempre di per sé e considerando il suo oggetto, se non è semplicemente e intrinsecamente (cioè nell'essenza) meramente spirituale, è almeno antecedentemente annesso allo spirituale, ovviamente dal punto di vista del principio dal quale trae la sua origine. Infatti, essendo stato il diritto di patronato istituito dalla potestà ecclesiastica che indubbiamente è spirituale, perciò almeno antecedentemente è sempre annesso alla potestà spirituale alla quale appartengono tutti i benefici ecclesiastici. Ancora, dal punto di vista del proprio atto, oggetto e fine al quale il diritto di patronato è ordinato (cioè finalizzato), è anche annesso allo spirituale: a patto però che sia ordinato a istituire il chierico nel beneficio ecclesiastico nel quale, qualora sia stato trovato idoneo, deve necessariamente essere istituito, come si desume dalla Decretale [Capitolo 18 (Significasti), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] in cui si statuisce: che se, chi ha il diritto di presentare in una chiesa di altri, presenti uno idoneo, sia da ammettersi. La stessa presentazione attuale è ordinata allo (cioè rivolta a un fine, qual è lo) spirituale, vale a dire per istituire il chierico in un beneficio spirituale. In definitiva lo stesso diritto di presentare è anche spirituale sia in virtù della origine sia in virtù del fine: né osta che tale diritto si possegga da un laico, in quanto i laici, per privilegio o per grazia a essi concessa dalla chiesa, sono capaci di (cioè titolari di diritti e doveri afferenti al) diritto spirituale che possano possedere. Del resto il diritto di patronato in sé e in essenza è piuttosto da dirsi annesso allo spirituale, che meramente spirituale, come nota GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (Magonza, 1614), Pars Quinta, Cap. 9 (De patronis), n. 6 (Ius patronus, cuius varias diffinitiones adducunt doctores relati, est ius non more spirituale, sed temporale potius annexum antecedenter quia ordinatur ad praesentandum ad Beneficia, &c. qua tamen ratio non videtur generalis, & alia ratio est, quia adhaeret Ecclesiae, quae est spiritualis, à n. 4. & ad 8.), (p. 503 )] e si desume dalla Decretale [Capitolo 16 (De iure vero patronatus), Titolo 38 (De iure patronatus),Liber 3, DECRETALI] dove si dice che il diritto di pa-
tronato di per sé non si può vendere; e si aggiunge anche la ratio: che sia annesso allo spirituale, per il fatto che è ordinato (cioè diretto, rivolto a un fine) a conseguire un diritto spirituale, o all'istituzione in un beneficio spirituale che la presentazione deve precedere. E sebbene per mezzo dell'istituzione si attribuisca all'istituito (a chi è stato istituito) il diritto al beneficio, se soltanto sia eletto; o nel beneficio, se sia istituito e confermato; e il diritto di istituire e di confermare siano semplicmente 1Bw&sa=X1=bo
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spirituali: nondimeno non è spirituale il diritto di presentare. La ratio è che per mezzo della presentazione nessun diritto si attribuisce al presentato al beneficio, né nel beneficio; ma solo affinché possa essere istituito in quello dal vescovo, e ciò si evince anche dal fatto che il patrono laico ha la facoltà, anche dopo la presentazione fatta, ma non ancora accettata dal superiore ecclesiastico, di recedere e presentare un altro affinché sia istituito, come si statuisce nella Decretale [Capitolo 24 (Cum autem), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dove si dice che il patrono laico possa variare nel presentare prima che il presentato sia istituito, per quanto non così il chierico: onde lo stesso diritto di presentare, sebbene con la presentazione non conferisce al presentato alcun diritto al o nel beneficio, e non sia perciò, semplicemente e intrinsecamente, genuinamente spirituale, è nondimeno annesso allo spirituale, nella misura in cui è legato alla potestà ecclesiastica ed è ordinato a un fine spirituale. O forse il diritto di patronato misto sia da ascriversi allo spirituale, piuttosto che al laicale? Si risponde con la distinzione: se i patroni tra sé pattuiscono e convengono di presentare a turno il chierico al beneficio, come è nel rescritto di cui alla Clementina [Cap. 2 (Plures ab uno, Titolo 12 (De iure patronatus), Liber 3, CLEMENTINE], allora relativamente a quella volta che presenta il laico, si consideri totalmente laicale; e di contro relativamente a quella volta che presenta l'ecclesiastico, è tutto ecclesiastico: poiché essendo fatte le presentazioni alternativamente senza mistione (mescolanza, fusione) di diritti, sia la separazione dei diritti, e qualsivoglia (dritto) concorre totalmente in rapporto alla sua specie, relativamente a quella volta che la presentazione sia del solo laico o del solo ecclesiastico: infatti allora la natura del misto mediante l'alternativa introdotta si riduce per quelle volte ai suoi elementi semplici. Che qualora i patroni non si avvalgano di questa alternativa, ma insieme e nello stesso tempo presentino, allora in più cose accede in modo più verosimile al diritto di patronato laicale, e recede dal diritto di patronato ecclesiastico: al punto che, se simultaneamente e insieme i patroni, ecclesiastico e laico, presentino, non sia necessario l'esame per concorso, e né c'è spazio per la riserva pontificia, come nota GARCIA [ibidem, Tractatus de beneficiis, Pars Quinta, Capitolo 1, n. 582 (Etiam Beneficia iuris patronatus mixti, non comprehenduntur sub reservationibus, nec à Legato conferri possunt, nec valeret provisio Papae, non facta de eo mente, &c. n. 582.), (p. 322)].
Nondimeno nelle cose favorevoli in modo più verosimile accede all'ecclesiastico e recede dal laicale, a tal punto che il laico che, in altre circostanze, se fosse solo patrono, dovrebbe presentare nello spazio di 4 mesi, qualora concorra insieme con un patrono ecclesiastico, godrebbe di un tempo più lungo, o semestre, con lo stesso ecclesiastico. La ratio è che quando il non privilegiato in una materia indivisibile che non tollera separazione, concorre con il privilegiato, gode del privilegio dello stesso, argomenta la Legge giustinianea [Dig. 8.6.0. (Quemadmodum servitutes amittuntur), Dig. 8.6.10pr. (Si communem fundum ego et pupillus haberemus, licet uterque non uteretur, tamen propter pupillum et ego viam retineo), Liber 8, DIGESTO], dove questo privilegio si
concede all'avente la cosa comune con il pupillo (orfano sotto tutela, minorenne): di qui, riguardo agli individui, il privilegio concesso a uno dei parecchi soci si estende a tutti, come nota la Glossa [Cap. 43 (Quia nonnulli diversi modis litteris Apostolicis abutuntur. In particolare la GLOSSA: l Expensis ac damnis.] Et merito debet istorum malitia puniri in expensis & damnis alteri parti...), Tit. 3 (De rescriptis), Liber 1, DECRETALI] e più ampiamente dimostra FAGNANI [Commentaria in Secundam Partem Tertii Libri DECRETALIUM, (Venezia, 1764), Cap. Cum propter (Cap. 27), n. 53 (Compromissum de causa Ecclesiastica fieri potest in duos laicos ob adiunctionem unius clerici.), Titolo (De Iure patronatus), (p. 259)].
Oltre la tripartita specie di diritto di patronato, ecclesiastico laicale e misto, si suole anche suddividere in ereditario e gentilizio: quello (cioè l'ereditario) si dice poiché passa a qualunque erede anche estraneo; gentilizio, secondo il quale succedono solo gli eredi che sono del sangue (vincolo di sangue, parentela, discendenza, stirpe) 1Bw&sa=X1=bo
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e della famiglia del fondatore, e hanno i medesimi stemmi gentilizi. Del resto ciò dipende soprattutto dalla prima istituzione del diritto di patronato: dato che rientra nella potestà del fondatore, se voglia assolutamente rinunciare al diritto di patronato o destinarlo esclusivamente a sè o alla sua famiglia o anche agli altri eredi. Che nel caso si dubiti dell'intenzione del fondatore, allora il diritto di patronato si consideri ereditario, e non solo ai figli o ai patroni consanguinei, ma anche agli altri eredi si devolve, se nella fondazione non sia altrimenti statuito, o altro sia introdotto per consuetudine o per legittima prescrizione. Nondimeno, sebbene nel dubbio il diritto di patronato sia da presumere ereditario, si elide tuttavia questa presunzione quando nell'istituzione del diritto di patronato sempre sia stata fatta menzione della famiglia o dei discendenti, e mai della qualità ereditaria, sebbene gli eredi estranei non siano esclusi. Infatti in quel caso si presume che sia gentilizio il diritto di patronato, questo è destnato alla famiglia di cui frequentemente il fondatore si ricorda; dunque da questa ripetuta menzione della famiglia si inferisce che la volontà del fondatore sia stata questa, che il diritto di patronato fosse gentilizio, come nota BARBOSA [Ius Ecclesiasticum Universum, Libri Tres, Volume 2 (Lione, 1660), Liber Tertius (De rebus ecclesiasticis), (p. 109), Cap. 12 (De Jurepatronatus), n. 20 (Haereditarium juspatronatus est, quod transit ad quoscumque haeredes, etiam extraneos, nisi in fundatione esset expressum, quod transiret tantum ad haeredes sanguinis de consensu piscopi.) (pp. 188189], dove altresì aggiunge che, per provare il diritto di patronato gentilizio, sono
sufficienti le verifiche più facili da eseguire. E la ratio sembra anche essere questa, che la qualità gentilizia è maggiormente propizia alla libertà della chiesa: se davvero la famiglia si estingue più facilmente dell'eredità, passando questa anche ad altri che non sono della stessa famiglia. Giova tuttavia osservare che il diritto di patronato ereditario passa agli eredi così che la loro successione non avviene in relazione alle singole persone, ma alla stirpe, al punto che, nel caso uno di parecchi patroni sia morto, e abbia lasciato tre eredi, questi soltanto abbiano un solo suffragio (espressione della propria volontà) nel presentare. Perciò devono tra sé convenire di accordarsi sulla presentazione di un solo chierico, o di presentare a uno a uno alternativamente, come tramanda GONZALEZ [Commentatio ad regulam octavam cancellariae, (Lione, 1738), Glossema perutile ac dilucidum, PARS SECUNDA, Glossa 45, n. 61 (Episcopus & capitulum si discordant in collatione, intrat provisio praeventiva Papae.), (p. 63)] / LAMBER-
TINI [Tractatus de iure patronatus clarissimorum omnium U.I.C., (Venezia, 1607), Libro 1, Parte 2, Questione 1, Art. 25 (182. An iuspat. successione donatione legato vel alia translatione, an illi in quos est facta translatio per capita vel per stirpes succedant, art. 25. p. 289)] e si desume dalla Clementina [Capitolo 2 (Plures ab uno), Libro 3, Titolo 12 (De iure patronatus), Liber 3, CLEMENTINE] dove è statuito che quando uno dei
patroni muore lasciando più figli, tutti i figli lasciati si considerano come unica voce per quanto attiene al diritto di patronato, per il fatto che il diritto di patronato compete per stirpe e non per persona singola. D’altra parte i patroni possono convenire tra sé liberamente di presentare il rettore da sé medesimi, alternativamente. Ancora si suole anche dividere il diritto di patronato in attivo e passivo: quello (cioè l'attivo) è (il diritto) in base al quale il patrono può presentare al beneficio; si dice passivo per il fatto che alcuni di una famiglia, qualora siano idonei, esclusi gli altri estranei, devono essere presentati al beneficio ecclesiastico, e ammessi o istituiti dal vescovo, come nota BARBOSA [ibidem, Liber Tertius, Cap. 12, n. 52 (Juspatronatus per usurpationem non acquiritur, imo tale praesumere volens, excommunicationis sententiae subicitur.), (p. 189)]. Si divide anche in diritto di patronato personale e reale: il primo si
dice perché forma un tutto unico con la persona del fondatore o i suoi eredi in qualunque luogo egli esista: reale, perché forma un tutto unico soltanto con il luogo, e passa non solo all'erede del fondatore, ma anche a qualsivoglia possessore del medesimo luogo. Più differenze si contano tra il diritto di patronato ecclesiastico e laicale. 1Bw&sa=X1=bo
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Primo perché il diritto di patronato dei laici è sempre più privilegiato di quello ecclesiastico, e ciò per concessione della chiesa, affinché i laici abbiano appunto una qualche remunerazione dalle sue fondazioni e affinché i medesimi più facilmente siano allettati e attratti: diversamente, avendo gli ecclesiastici solo di rado il diritto di patronato per fondazione, ma più frequentemente per privilegio e donazione, perciò non pare che meritino quel favore che la chiesa indulge (cioè benignamente concede) ai laici. Perciò per quel che riguarda l'effetto, il diritto di patronato laico differisce (si differenzia) da quello ecclesiastico, in quanto il patrono laico, non solo un unico chierico, ma anche più, insieme o in successione (l'uno dopo l'altro), può presentare al medesimo beneficio, come è statuito nella citata Clementina [Capitolo 2, Titolo 12], dove si dice che i patroni laici possono presentare più persone a una chiesa, e il vescovo è tenuto a scegliere uno di essi. Tuttavia, quando si dice che il patrono laico possa presentare più insieme, ciò non s’intende in modo privativo (cioè sottrattivo), o meglio, nel senso di revocare chi egli presentò in un primo tempo, ma in modo cumulativo, al punto da lasciarsi al vescovo l'elezione, e che possa istituire uno di quelli che abbia trovato più idoneo, come si desume dalla Decretale [Capitolo 24 (Cum autem.), Titolo 38] dove si statuisce che se il patrono laico presenti in successione più idonei non escludendo il primo, il vescovo possa eleggere chi vuole dei presentati. Ma se chi presenta in successione (in sequenza, l'uno dopo l'altro) sia una persona ecclesiastica o un collegio, allora è da istituirsi il primo, in quanto, in questo caso, chi è primo temporalmente, lo è anche giuridicamente. E come nota la Glossa in detta Clementina, il patrono laico può variare nel presentare, prima che il presentato sia istituito; non così il chierico o il collegio, in quanto l'ecclesiastico non può presentare se non uno, come si desume dalla Decretale [Cap. 5 (Quod autem.), Titolo 38 (De iure patronatus.), Liber 3, DECRETALI]. E la ratio secondo Innocenzo è questa, che la sua presentazione, giacché fatta a nome della Chiesa, ha piuttosto valore di elezione, riguardo nella quale gli elettori non possono variare l'elezione fatta. O forse il vescovo tra i più presentati dal patrono laico sia tenuto a istituire il più degno: si deve procedere con una distinzione: il più degno tra tutti gli altri dello stesso valore, secondo il Concilio di Trento, è sempre da preferirsi, al puto che se il Vescovo, negletto il più idoneo, istituisse il meno idoneo, non sarebbe discolpato dal peccato contro la giustizia distributiva, e si desume dalla Decretale [Capitolo 3 (Quoniam.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dove si dice che se i patroni dissentano e presentino diversi, si debba preferire chi ha maggiori meriti e più voti, come si ha nel Tridentino [Sessione 14, Decreto di riforma, Canone 12 / Sessione 25, Canone 9], in quanto nella distribuzione dei benefici la giustizia distributiva esige che i più degni siano preferiti rispetto ai meno degni. D'altra parte l'istituzione del degno, omesso il più degno, qualora una sola volta sia stata fatta, si preserva, affinché al contrario non accada, con danno alla chiesa, che con questo pretesto più istituzioni siano sottoposte a impugnazione, come nota PANORMITANO [ibidem, Commentaria ad tertium librum decretalium, c. Pastoralis (XXIX), In particolare: 1. Patronus si unum post alium praesentet potest episcopus secundum instituere. 2. Patronus post primi praesentationem variare potest, & praesentare: sed prius praesentatus fuerit repulsus ab episcopo malitiose, debet ab ipso competenti beneficio honorari.9. 3. Appellatione interposita, potest aliquando attentari id, quod poterat attentari illa interposita. 4. Patronus ecclesiasticus si praesentaverit secundum, qui fueriti institutus; talis institutio non valet; quia prima praesentatio habet vim electionis. 5 Praesentatus primo loco si non instituatur ab episcopo sine causa legitima, potest appellare. 6 Episcopus si non instituit praesentatum intra sex menses non per hoc privatur potestate instituendi. 7 Praesentatus non institutus ab episcopo, quoniam praesumatur indignus. 8 Appellatio si non est interposita potest succumbens habere regressum contra iudicem qui male iudicavit. 9. Episcopus si non instituit primo praesentatum, an & quo casu incidat in poenam.), (p. 198r)]. Ma se poi il degno dalla maggior parte, e il
più degno dalla minor parte, del numero dei patroni sia presentato, allora il vescovo deve istituire il degno. La ratio è che allora il più degno non si considera presentato, avendo più voti collimato sul meno degno che fu perciò eletto in ba1Bw&sa=X1=bo
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se alla pluralità dei suffragi per la presentazione, e si desume dalla Decretale [Capitolo 3 (Quoniam), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], e ivi la Glossa [b Qui maioribus.] Simile. 63.distin.si forte. Sed nunquid requiritur quod maioris sit meriti, & quod plures eum praesentent? Hoc videtur velle haec littera, sed videtur sufficiere si sit idoneus, dum tamen habeat maiorem partem licet alius sit melior....],
e dalla Clementina [Cap. 2 (Plures), Titolo 12 (De iure patronatus), Liber 3, CLEMENTINE]. Di qui qualora i patroni siano due, uno chierico e l'altro laico, e abbiano presentato uno idoneo, e in seguito il patrono laico cambi, proprio come può, e cumulativmente presenti un altro più idoneo, il vescovo è tenuto a istituire il primo, per il fatto che sia presentato da uno dei due, e il laico non può variare in pregiudizio (cioè a danno) del compatrono, come nota PANORMITANO [ibidem, Commentaria seu Lectura in … Decretalium librum, Volume 3, Edizione 2, De iure patronatus, Cum autem (Cap. 24), n. 4 (3-4-5. Patronus ecclesiasticus non potest nisi semel praesentare cuius praesentatio habet vim electionis. Electores postquam elegerunt non possunt ulterius variare.), (p. 274)].
Che se il degno sia presentato dalla parte meno numerosa dei patroni, e l'indegno da quella più numerosa, allora il vescovo è tenuto a istituire il degno, omesso l'indegno, sebbene sulla sua elezione abbiano collimato più patroni. Ammesso che non si attenda la presentazione dell'indegno, la ratio è che l'indegno non si ritiene capace del beneficio, o almeno non si reputa idoneo. Dunque l'elezione che cade su quello, è irrita (cioè non valida, e nulla) per l'incapacità del soggetto. Per la qual cosa, allora tutto il diritto di elezione si consolida in quei pochi che presentano il degno [Capp. 22 (Dudum ad audientiam nostram quaestione perlata. In particolare il Sommario: Electus à maiori & saniori parte capituli, si est & erat idoneus tempore electionis, confirmabitur. si autem erat indignus in ordinibus, scientia vel aetate, & fuit scienter electus: electus à minori parte si est dignus, confirmabitur.), 53 (Congregato. In particolare il Sommario: Si maior pars capituli scienter eligit indignum, valet electio de digno à minori parte, etiam ex eodem scrutinio facta. Hoc dicit secundum veriorem intellectum & intrinsecum.), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI] e insegna VIVIANI [Praxis iurispatronatus, (Ginevra, 1673), Parte 2, Libro 11, Capitolo 9 (Sententia diffinitiva in tali iudicio est necessaria, & ob ea potest appellari), n. 12 (In praxi tunc quando adest contradictor quomodo procedatur.), (p. 265)]. Che se il vescovo, in buona o
mala fede, rifiuti un chierico idoneo presentato da un solo patrono laico, ancora durante il quadrimestre; e nel frattempo il patrono presentò un altro meno idoneo, ma assolutamente degno, e il vescovo lo istituì; allora il successivo degno è da preferirsi al precedente più degno, e da lasciarsi nel suo possesso nonostante l'appello interposto dal primo presentato al superiore entro i 4 mesi. La ratio è che l'ultimo istituito, in forza dell'istituzione, acquisì il diritto in re (cioè nel beneficio), e il primo acquisì soltanto il diritto alla stessa presentazione, ma non al beneficio. Né è da rimuovere dal possesso del suo diritto, non essendo ancora acquisito ancora dall'altro, come si desume dalla Decretale [Cap. 17 (Si tibi absenti per tuum. In particolare il Sommario: Beneficium mihi collatum ante dissensum meum alteri conferri non potest, nisi terminus mihi datus ad consentiendum esset elapsus: & tunc etiam post terminum antequam alteri conferatur, potero consentire.), Tit. 4 (De praebendis et dignitatibus), Liber 3, LIBRO SESTO]. E poi perché, mediante l'interposto
appello, il presentato in un primo tempo non può danneggiare il patrono laico, anzi può cumulativamente presentare il secondo e anche il terzo. Che se il vescovo dolosamente (con inganno, con astuzia) escluse dall'istituzione il primo presentato, allora è tenuto, a titolo di risarcimento, a provvedere (dotare qualcuno di qualcosa) il medesimo di un altro conveniente beneficio, come si desume dalla Decretale [Capitolo 29 (Pastoralis), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] nella quale si statuisce che se il presentato dal patrono laico viene respinto dal vescovo, e si appelli al papa; se nel frattempo il patrono presenta un altro, e questo è istituito dal vescovo; questo secondo prevarrà, poiché tra i presentati dal laico la condizione migliore è del possessore: nel frattempo il vescovo che maliziosamente (in mala fede) ricusò il presentato idoneo, è costretto a provvedere quello di adeguato beneficio. Che se si chiede: in un caso così grave, come si provi la malafede del Vescovo? Risponde la Glossa [f Malitiose.] Sed quis probabit quod malitiose non admiserit? ... Dicendum est hic, quod episcopus debet ostendere, quod ille non sit idoneus, quia quilibet praesumitur bonus nisi probetur malus. ..]
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di cui alla predetta Decretale [Cap. 29, Titolo 38, DECRETALI], che il vescovo è tenuto a dimostrare che non sia idoneo chi egli ha escluso, dal momento che chiunque si presume buono, se non si prova che è cattivo. Parimenti da ciò si evince la malafede del vescovo, poiché lo respinge senza averlo esaminato. Tuttavia poiché è permesso al patrono laico presentare più chierici cumulativamente, tra i quali l'elezione è fatta dal vescovo così che possa istituire tra i presentati chi abbia egli preferito, sembra disdicevole che il vescovo, avvalendosi del suo diritto, incorra in una pena per la quale sia obbligato a provvedere il primo respinto di un beneficio appropriato: dato che non si pensa che, chi si avvale del suo diritto, sia ingiusto nei confronti di qualcuno. Per questa difficoltà PANORMITANO [ibidem, Commentaria ad tertium librum decretaliuum, c. Pastoralis (XXIX), n. 9 (Episcopus si non instituit primo praesentatum, an & quo casu incidat in poenam.), (p. 198r)] spiega che la decisione del pontefice vale soltanto quando il vescovo escluse il primo presentato maliziosamente e dolosamente, vale a dire senza un motivo ragionevole gli negò l'istituzione, per la quale ragione quasi spinse il patrono a presentare un altro. Escluso ora il dolo, PANORMITANO dice che non si sostiene che il vescovo con la sollecita istituzione del primo sottragga del tempo al patrono per presentare un secondo, nel caso avesse voluto (appunto, presentare un altro). E poi perché, come nota ZOESIO [Commentarius ad Decretales Epistolas Gregorii IX. P.M., (Lovanio, 1732), Titolo 38 (De Jure Patronatus), n. 50 (Institutio praesentati à Laico intra tempus facta est valida. In particolare: … Nec obstat, quod potuisset postea praesentari dignior, quia institutio digni tenet.), (p. 275-283)], forse il secondo che deve essere presentato
dal patrono, sarà più degno del primo. Il diritto di patronato ecclesiastico e laicale differiscono altresì in rapporto al tempo, in quanto al patrono ecclesiastico si concede un semestre intero per presentare [Capitolo 22 (Eam te decet.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], e al laico soltanto un quadrimestre, al punto che il patrono ecclesiastico possa presentare nell'arco di 6 mesi, e il laico soltanto nell'arco di 4 mesi. Inoltre il diritto di provvedere alla chiesa è liberamente devoluto al vescovo o a quello superiore che ha il diritto di istituire, e si ha anche nella Decretale [Capitolo Unico (Si laicus), Titolo 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO] nella quale Bonifacio VIII statuisce che, sebbene il laico, quando era patrono, avrà avuto 4 mesi per presentare, vacante la chiesa, ma ora la chiesa o il monastero, cui fu donato il diritto, avrà 6 mesi, perché la chiesa, quanto al presentare, si configura come patrono non laico, ma ecclesiastico. La ratio di tale discrimine si trae da questo, che, essendo il patrono ecclesiastico gravato in ciò, che egli possa presentare solo uno al beneficio, potendo il laico (presentare) più (persone) in modo non privativo (cioè non sottrattivo) ma cumulativo, per questa ragione affinché il patrono ecclesiastico sia risollevato (da una condizione negativa), più tempo gli è concesso dalla chiesa per investigare su un chierico degno, e idoneo. Infatti è conforme a equità che, chi è gravato in uno, sia alleggerito in altro [Dig. 47.10.0. (De iniuriis et famosis libellis), Dig. 47.10.18pr. (Eum, qui nocentem infamavit, non esse bonum aequum ob eam rem condemnari: peccata enim nocentium nota esse et oportere et expedire.), Liber 47, DIGESTO]; ma il patrono ecclesiastico in ciò è gravato, che non possa
variare né presentare più persone cumulativamente, come il patrono laico; onde l'equità esige che nell'altro si alleggerisca, cioè con un tempo più lungo per presentare, come nota la Glossa grande nella citata Decretale [Cap. Unico (Si laicus. In particolare la GLOSSA: Casus. … sed clericus patronus non potest variare: & sic gravatur in hoc: ideo debet in alio relevari, videlicet quia habet sex menses ad praesentandum. ..), Tit. 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO].
Che nel caso si domandi, da quale tempo incominci a scorrere questo quadrimestre per il patrono laico e il semestre per il patrono ecclesiastico, l'opinione comune è che incomincia dal giorno della vacazione conosciuta, non dal giorno della vacazione stessa, al punto che per il patrono ignorante o legittimamente impedito per altre ragioni, non scorre il tempo statuito per presentare. E anzi nel dubbio si presume l'ignoranza del patrono piuttosto che la conoscenza, 1Bw&sa=X1=bo
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sempre che non abbiano consigliato diversamente le concomitanti circostanze della vicinanza del luogo e della presenza del patrono [Cap. 5 (Quia diversitatem. In particolare il Sommario: Semestre ad eligendum seu conferendum à iure praefixum non currit legitime impedito: nec incipit currere, nisi à die notitiae vacationis.h.d. Et est textus multum allegabilis, & cotidianus.), Tit. 8 (De concessione praebendae et ecclesiae non vacantis), Liber 3, DECRETALI]. E nota ZOESIO [ibidem, Commentarius in Lib. III. Decretalium, Titolo 38 (De Jure Patronatus), n. 57 (Tempus illud an currat ignoranti? In particolare: … Facit & ratio, quod ubi non est culpa, non debeat esse poena. Culpam autem hic removet justa ignorantia.), (p. 276-284)] che non
si deve infatti privare, chi è senza colpa, del diritto che possiede: proprio come l'ignoranza scagiona da una colpa, così non si deve incolpare il patrono di negligenza. Quindi al fine di evitare le liti in parecchie province invalse l'uso che il patrono fosse informato del beneficio vacante, e dal vescovo esortato a presentare. Inoltre, nota BARBOSA [Pastoralis solicitudinis sive DE OFFICIO ET POTESTATE EPISCOPI, PARS TERTIA, (Lione, 1628), Allegazione 72, n. 177 (Episcopi in collatione beneficiorum suae dioecesis de iure communi fundatam habent intentione.), (pp. 198-213)] che il vescovo può per benevolenza, anche
dopo il tempo trascorso, ammettere la presentazione del patrono; argomentano le Decretali [Capp. 2 (Sicut nobis tua fraternitas intimavit. In Particolare: … ad vacantes ecclesias tibi personas idoneas praesentaverint: extunc tibi liceat (appellatione remota) in eisdem ordinare rectores, qui eis praeesse noverint & prodesse...), 3 (Litteras vestrae discretionis accepimus), Titolo 10 (De supplenda negligentia praelatorum.), Liber 1, DECRETALI]. Ciò nondimeno è limitato, salvo che non sia incappato nella pena
della privazione, per quella volta, a causa della presentazione di uno indegno, il che vale però soltanto in relazione al patrono ecclesiastico, poiché il laico può presentare cumulativamente più persone: BARBOSA [Ius Ecclesiasticum universum, Libri Tres, Volume 2, Liber Tertius, Cap. 12 (De Iurepatronatus.), n. 174 (Indignum si praesentet patronus nisi infra tempus legitimum alium idoneum praesentaverit, potest Episcopus per se electionem, atque institutionem perficere), (pp. 192209 )]; e si desume anche dalla Decretale [Cap. 4 (Cum vos plerumq;), Titolo 31 (De officio iudicis ordinarij.), Liber 1, DECRETALI].
Per chi è scomunicato poi non scorre il tempo, se non sia stato in mora per richiedere l'assoluzione dalla censura [Cap. Unico (Si ad episcopum & capitulum communiter pertineat collatio praebendarum), Titolo 8 (Ne sede vacante aliquid innovetur.), Liber 3, LIBRO SESTO] e nota ZOESIO [ibidem, Commentarius in Lib. III. Decretalium, Titolo 38 (De Jure Patronatus), n. 58 (An currat excommunicato?), (pp. 276-284)]. Infine il vescovo può istituire il presentato
dal patrono laico scomunicato, sebbene non sia tenuto; ma non (il presentato) dal chierico scomunicato al quale spetta in virtù del beneficio dal quale è sospeso per la scomunica. Che se i patroni tra sé non siano d'accordo, e intraprendono una lite sullo stesso diritto di patronato, scorre nondimeno per essi il tempo e, se uno di quelli non abbia presentato nell'arco di tempo legittimo, la devoluzione (appunto, del diritto) sia a favore del vescovo, fatto salvo il diritto di chi avrà la meglio, affinché possa liberamente presentare nella successiva vacazione. Ma se invece uno dei litiganti già sia stato in possesso del diritto di presentare, e l'altro litighi solo per la proprietà, allora il possessore deve presentare, né il presentato sarà rimosso, sebbene colui che litiga per la proprietà avrà vinto poi in giudizio. Che tuttavia scorre, qualora il possessore sia stato in buona fede: la ratio è che al possessore spettano, così come negli altri casi, anche in questo i frutti del bene posseduto, così come ha il diritto di percepirli. E la stessa presentazione è il peculiare frutto del diritto di patronato [Cap. 19 (Consultationibus), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] / [Cap. 24 (Querelam), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI] / [Cap. 7 (Cum olim quaestio), Tit. (De causa possessionis et proprietatis), Liber 2, DECRETALI]. Pertanto chi è in possesso
del diritto di presentare, legittimamente presenta. E ciò è certo se la presentazione sia fatta, prima di iniziare un'azione giudiziaria. Ma che cosa sia da dirsi se, mossa già la lite, la presentazione sia stata fatta? I dottori dissentono: i più vogliono che la presentazione in quel caso debba certamente essere recepita, ma l'istituzione essere differita fino al momento in cui la lite non sia stata portata a termine e decisa, e ciò essi desumono dalla Decretale [Capitolo 7 (Ex litteris), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] nella quale il pon1Bw&sa=X1=bo
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tefice risponde con un rescritto che se il conduttore abbia presentato prima della lite mossa sul diritto di patronato, la presentazione tenga (sia cioè valida); ma se la presentazione sia stata fatta dopo scoppiata la lite, nulla sia da innovare (cioè modificare, variare). Con un ragionamento essi anche sostengono di dimostrare questo, che, pendente la lite, non si possono percepire quei frutti che, vinta la causa, non possono essere restituiti. Tale è il frutto del diritto di patronato, poiché il chierico, una volta presentato e istituito, non si rimuove più. Sembrano insegnare questa sentenza PANORMITANO [ibidem, Commentaria ad tertium librum decretalium, c. Ex litteris (VII), n. 6 (7-8-9 (Patronus cui est mota lis super iurepatronatus an interim possit praesentare rectorem in ecclesia lite pendente.8. Fructus rei cuius lis pendet, an interim possit peti.9.), (pp. 191r-191v)], BARBOSA [Collectanea Doctorum, tam Veterum quam recentiorum, in ius pontificium universum, Volume 2, Cap. Ex Litteris. VIII., n. 11 (Praesentatio jurispatronatus, si lite mota sit facta, differri debet institutio), (pp. 344-347)], ZOESIO [ibidem, Commentarius in Lib III. Decretalium, Titolo 38 (De Jure Patronatus), n. 43 (An & lite ei mota tempore praesentationis.), (pp. 275-282)]. Nondimeno una sentenza contraria è più comune e più probabile,
al punto che, nonostante la lite incominciata e pendente, il patrono possa presentare con successo, purché concorrano due condizioni, la prima delle quali è che il possesso non sia messo in dubbio: la seconda è che il possessore possegga in buona fede, poiché solo nel presentare si considera il possesso del diritto di patronato [Cap. 3 (Cum Ecclesia Sutrina pastore vacaret. In particolare il Sommario: Si spoliatus possessorio & petitorio simul agens, possessionem & spoliationem probat, sed non dominium seu proprietatem, obtinet in possessorio, sed succumbet in petitorio.), Tit. 12 (De causa possessionis et proprietatis), Liber 2 / Cap. 19 (Consultationibus. In particolare il Sommario: Institutus ad praesentationem eius, qui tunc iuspatronatus ecclesiae possidebat, removeri non debet: licet illud ius ab eo postomodum evincatur; secus si non possidebat, sed tantum credebatur esse patronus.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dove il pontefice, tramite rescritto, dispose
che, quando chi possiede il diritto di patronato e presenta uno idoneo che il vescovo istituisce, se poi nella lite perde il diritto di patronato e un altro ha la meglio, il presentato e istituito non è rimovibile dalla chiesa: la ratio è posta lì stesso dalla Glossa, che chi è per così dire in possesso in buona fede, acquisisce il titolo, sebbene chi abbia presentato, in realtà non sia stato patrono [Cap.24 (Querelam), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]; in quanto talvolta vale di più ciò che si opina (si ritiene, si crede) di ciò che è vero; ma la credulità senza il possesso non giova. E poi perché, pendente la lite, uno non deve essere privato degli agi del suo possesso [Titolo 16 (Ut lite pendente nihil innovetur.), Liber 2, DECRETALI]. E né i fondamenti (cioè i principi, i capisaldi) dell'opposta sentenza incalzano: poiché in detta Decretale [Cap. 7 (Ex litteris), Titolo 38 (De iure patronatus.), Liber 3, DECRETALI] l'argomento indi dedotto dal contrario, congruamente si sviluppa in merito al possessore del quale sia dubbio il possesso, perciò non pacifico, per essere trattato secondo la fattispecie di quel capitolo; il milite infatti probabilmente allora, per la prima volta, presentò e il suo possesso non era pacifico, ma dubbio. Riguardo all'altro, che si aggiunge in ordine ai frutti che non si devono percepire, poiché, vinta completamente la causa, non possono più essere restituiti, si risponde che ciò è vero per quanto attiene a quei frutti che, senza che venga meno l'uso del possesso, possono essere restituiti: ma non riguardo ai frutti che sono così annessi al possesso che qualora non si percepiscano, si perde il possesso: di qui sebbene nella Legge giustinianea [CJ.3.32.22. (Certum est mala fide possessores omnes fuctus solere cum ipsa re praestare, CJ.3.32.0. (De rei vindicatione), CODICE] si dica che a chi evince nel petitorio debbano essere restituiti i frutti: questa regola tuttavia viene meno per quei frutti che per loro natura sono tali che, salvo (tenendo nel dovuto conto) l'uso del possesso, non si possono restituire. Né è insolito che, pendente la lite, i frutti si percepiscano, se anche, pendente la lite sul matrimonio, il marito può far uso dei frutti di quello [Capp. 1 (A memoria nostra non excidit. In particolare il Sommario: Privilegium etiam à principe impetratum, per quod privatus quis sine causae cognitione lite pendente usu possessionis, tamquam surreptitium non valet, seu tamquam rationi obvium est revocandum.), 2 (Laudabilem. In particolare il Sommario: Accusatus de adulterio ad separationem tori, non debet lite pendente privari possessione coniugali.), Titolo 16 (Ut lite pendente nihil innovetur), Liber 2, DECRETALI], e nondimeno i frutti appunto del matrimonio non possono più 1Bw&sa=X1=bo
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essere restituiti. Inoltre Joannes HONORIUS [Totius Iuris Canonici Compendium, sive, Brevis Summa in quinque libros Decretalium, (Colonia, 1656), Titolo 38 (De Iurepatronatus.), n. 58 (Patronatae Ecclesiae ordinatio & institutio si propter litem & controversiam differatur servandae est dintinctio hic annotata.), (pp. 800-813)] e RIPA [c. cum Ecclesia num. 93. in fin. de caus. possess. [?] / Vedere: [Cap. 3 (Cum ecclesia Sutrina pastore vacaret. In particolare il Sommario: Si spoliatus possessorio & petitorio simul agens, possessionem & spoliationem probat, sed non dominium seu proprietatem, obtinet in possessorio, sed succumbet in petitorio.), Titolo 12 (De causa possessionis et proprietatis), Liber 2, DECRETALI] / [Commentaria ad ius canonicum, (1585) [?]] / [Interpretationes. Ioan. Francisci a Ripa in primam et secundam decretalium & Commentaria, 1554, [?]] rispondono che, per quel che riguarda
il frutto del diritto di patronato, non si considera la regola della restituzione, per il fatto che il diritto di patronato non produce frutti che il possessore lucri diventando più ricco. Infatti il possessore non per il fatto che presenti il chierico al beneficio, diviene poi più ricco con danno del proprietario, come accade a proposito di altri frutti naturali. Perciò portano a sostegno (a giustificazione) che il frutto del patronato non è restituibile, e che intanto il possessore in buonafede può quel (frutto) percepire anche con una lite pendente, per il fatto che non debba essere privato del pacifico possesso. Che se si chieda come si acquisisce il possesso del diritto di patronato, la sentenza più probabile è che si acquisisce per mezzo di un solo atto di presentazione in buonafede, e con la susseguita istituzione. Un'altra differenza tra l'uno e l'altro diritto di patronato, ecclesiastico e laicale, è posta in ciò, che le parrocchie che hanno attinenza con il diritto di patronato dei laici, non possono essere conferite per concorso di cui parla il Concilio di Trento [Sessione 24, Decreto di riforma, Canone 18], così da dover essere esaminati mediante esaminatori solo quelli che siano stati presentati dal patrono laico, siano stati questi o più o uno soltanto, esclusi gli altri non presentati che possono essere esaminati un'altra volta per concorso. Anzi qualora il diritto di patronato sia misto, finora si devono esaminare solo quelli che dai patroni sono presentati o nominati, perché la libertà del patrono laico a causa della mistura non si deve restringere per il chierico, come nota FAGNANI [Commentaria in secundam partem Tertii Libri DECRETALIUM, De Iure patronatus, Cap. Cum propter (Cap. 27), (pp. 253 e segg.)], aggiungendovi anche che così è stato dichiarato dalla Sacra Congregazione. Né osta che il più degno debba trarre a sé il meno degno, argomenta la Legge giustinianea [Dig. 6.1.0. (De rei vindicatione), Dig. 6.1.43. (Quae religiosis adhaerent, religiosa sunt), Liber 6, DIGESTO], e che il diritto di patronato ecclesiastico sia più degno di quello laicale. In verità ciò vale solo per quel che riguarda gli agi e i privilegi, ma non i danni e le pene. Dunque, concedendosi al patrono laico di poter presentare senza concorso, non deve essere privato di questo privilegio per il fatto che il chierico concorra con lui stesso alla medesima presentazione. Inoltre sebbene nelle cose naturali miste non sempre si fa attenzione a ciò che è più degno, nelle cose miste però che tali appartengono al diritto, è più potente quello che maggiormente è utile al ministero, e non lede l'altrui diritto, come è, nel diritto di patronato misto, il diritto di presentare che il laico ha. Infatti è più utile e non lede l'altrui diritto: allora per la giurisdizione il diritto del laico si considera più potente e più degno, per il fatto che sia di più utile e non leda il diritto altrui. Allorché il diritto di patronato è veramente ecclesiastico, allora è ammesso il concorso; ma se l'istituzione spetti vescovo, ultimato l'esame, il patrono ecclesiastico ha (il diritto del) la elezione e presenta chi degli approvati dagli esaminatori, avrà stimato essere il più degno. Ma se invece l'istituzione spetti a un prlato inferiore al vescovo, allora solo il vescovo, tra quelli che sono stati trovati idonei, elegge il più degno che il patrono presenta al prelato inferiore, come si desume dal Concilio di Trento [Sessione 24, Decreto di riforma, Canone 18]. Tuttavia nella bolla di Pio V, che inizia Ad exequendum, si escludono le parrocchie che ai 1Bw&sa=X1=bo
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monasteri o ad altre chiese sono unite e incorporate. In esse infatti la sola nomina del prelato è sufficiente, e il nominato, se in un esame senza concorso sia stato approvato dall'ordinario, si pone nella chiesa, non tanto come parroco, ma come vicario, come nota ENGEL [Collegium universi Juris Canonici, (Salisburgo, 1751), §. VI. De Collatione, quae fit per Legatos Sedi Apostolicae & ordinarios inferiores, n. 67 (Parochiales Ecclesiae quomodo conferendae per concursum?), (pp. 573-577)].
Vi è anche un'altra differenza, che il diritto di patronato ecclesiastico, per mezzo del papa e di un suo legato, si può ostacolare e a esso derogare: in quanto il Papa e il suo legato possono riservare a sé il beneficio che prima sarà vacante, e quando il primo sarà risultato vacante, anche conferirlo, senza che il ptrono ecclesiastico sia stato ricercato, come insegna la Glossa nella Clementina [Cap. 2 (Per litteras à sede Apostolica vel legatis. ... Nisi hoc in Apostolici litteris caveant expresse.), Titolo 2 (De praebendis et dignitatibus.), Liber 3, CLEMENTINE] e come anche consta riguardo allo stesso legato del papa conformemente alla Decretale [Capitolo 28 (Cum dilectus filius. In particolare il Sommario: Legatus de latere ecclesiam cuius alia ecclesia est patrona, collationi suae reservare potest, licet non vacet, & conferre cum vacat. hoc primo. Ex duobus praesentatis à patrono laico, potest superior instituere secundum. hoc secundo. Et sic quo ad intellectum iste textus habet duo dicta diversa: licet quo ad litteram ambo commisceantur.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Ma secondo il nuovo diritto, le deroghe (cioè le abrogazioni parziali) di tal fatta sono vietate dal Concilio di Trento [Sessione 24, Decreto di riforma, Canone 19]; e PIRHING [Jus canonicum nova methodo explicatum, Tomus Tertius, (1722), Titolo 38 (De Jure Patronatus.), Sezione 5, § 5 (An S. Pontifex, circa Patroni consensum, possit Beneficia conferre, & an etiam Legatus Papae possit juri Patronatus derogare?), n. 136 (Ex hoc cap. colligitur primo. …), (pp. 551-552)] nota che in
Germania non vi è nessun uso di tale riserva a causa di concordati (patti, convenzioni ecc.). Altrimenti il diritto di patronato laicale, sebbene dalla pienezza della potestà possa essere impedito e a esso si possa derogare, giammai tuttavia si presume a esso derogato se ciò non sia specificamente espresso nelle lettere apostoliche; e questo perché i laici non si distolgano dalle pie fondazioni. Infine questo vale anche se il diritto di patronato sia misto, e ciò in favore del patrono laico, che tuttavia è intendersi in relazione al patronato laicale per fondazione o dotazione; ma non per privilegio soltanto o per consuetudine legittimamente prescritta, perché appunto cessa lo scopo per il quale la chiesa concede ai laici tale privilegio, dal momento che in quel caso il patrono laico non fu fondatore e né dotò la chiesa. Differiscono soprattutto anche perché il patrono ecclesiastico, se presenta uno non idoneo, per quella volta è privato del suo diritto [Cap. 2 (Sicut nobis tua fraternitas intimavit), Titolo 10 (De supplenda negligentia praelatorum), Liber 1, DECRETALI]; diversamente il laico, qualora presenti uno non idoneo, può perfino presentare un altro, come nota BARBOSA [Pastoralis solicitudinis sive De Officio et Potestate Episcopi, Pars Tertia, (Lione, 1628), Allegazione 72 (Episcopus quando debeat praesentatos à Patronis instituere.), n. 105 (Praesentantes minus idoneum, vel indignum peccant mortaliter, & si sunt patroni Ecclesiastici privantur ea vice iure praesentandi, si autem laici, possunt intra quadrimestre alium praesentare, nisi scienter praesentaverint.), (pp. 197- 206)].
§ 3. Chi siano i soggetti capaci del diritto di patronato, e quali diritti ad essi medesimi competano. È certo che non solo i Chierici, ma anche i fedeli laici sono capaci (cioè titolari di diritti e doveri) di diritto di patronato per concessione e grazia della chiesa, non per debito (dovere, obbligo, ciò a cui si è tenuti), argomenta la Decretale [Cap. 3 (Quoniam in quibusdam locis fundatores.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Anzi non solo i soggetti di sesso maschile, ma anche di sesso femminile, argomenta la Decretale [Capitolo finale (Cap. 16. Cum dilecta in Christo filia comitissa Flandren.), Titolo 8 (De concessione praebendae et ecclesiae non vacantis), Liber 3, DECRETALI]; e non solo gli adulti, ma anche i fanciulli, perché essen-
do capaci di ereditare e di fare testamento, ne consegue che sono similmente capaci del diritto di patronato annesso molto spesso alla medesima eredità e lascito. Per la medesima ragione sono anche capaci di diritto di patronato i figli 1Bw&sa=X1=bo
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spuri (cioè di padre ignoto) e i figli illegittimi, come si deduce dai Decreti [Capp. 26 (Piae mentis), 27 (Frigentius), 28 (Ecclesias per congrua), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. Infine anche gli irregolari e gli scomunicati, o coloro che sono colpiti da altra censura, poiché tutti questi possono avere in proprietà beni ai quali sia annesso il diritto di patronato, e possono similmente fondare chiese e benefici ecclesiastici, come nota PIRHING [Jus Canonicum nova methodo explicatum, Tomus Tertius, (1722), Libro 3, Titolo 38 (De Jure Patronatus.), Sezione 1 (De Definitione, & divisione Juris Patronatus, & modis, quibus acquiri, & à quibus personis obtineri potest.), (p. 519), § 3 (Quinam sint capaces Juris patronatus, sive quibus competere potest, vel non?), n. 19 (XIX. Assertio 4. Non tantum legitime nato; sed etiam spurio; vel alii illegitimo competere potest jus patronatus, ut colligitur ex c. Piae. 26. & seq. & c. Filiis. 31. caus. 16. q. 7. In quibus generatim statuitur, ut quicunque Christianus fundaverit, exstruxerit, vel dotaverit Ecclesiam, jus patronatus acquirat, nec reperitur ullum jus scriptum, quod illegitimum hoc jure privet. Deinde cum spurius, seu illegitimus sit capax haereditatis, vel legati relicti ab extraneo, potest haereditare, vel legato etiam jus patronatus acquirere, quippe quod cum rerum universitate transfertur. Idemque est, si spurio, vel illegitimo donetur, vel vendatur res aliqua, cui annexus est Patronatus. Azor cit., c. 21. q. 15.), (p. 523)].
Né osta che il diritto di patronato sia spirituale, o almeno annesso allo spirituale, come si ha nella Decretale [Cap. 16 (De iure vero patronatus. In particolare il Sommario: Iuspatronatus per se vendi non potest.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] in cui si dice che il diritto di patronato di per sé non si può vendere, per il fatto che sia annesso allo spirituale, cioè al beneficio alla cui istituzione è ordinato (finalizzato). Infatti sebbene i laici di per sé non siano capaci di diritti spirituali secondo il testo della Decretale [Cap. 2 (Decernimus, ut laici ecclesiastica tractare negotia non praesumant.), Titolo 1 (De judicis), Liber 2, DECRETALI], diventano tuttavia capaci di questo diritto spirituale per grazia speciale e per concessione della chiesa che agli stessi concede di poter acquisire e possedere questo diritto, come si ha nella Decretale [Capitolo 3 (Quoniam), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], e ciò affinché i laici siano allettati e invitati a costruire e dotare le chiese, e a fondare i benefici, come nota FAGNANI [Prosperi Fagnani COMMENTARIA In Tertium Librum Decretalium, (Venezia, 1764), De jurepatronatus, Capitolo 3 (Quoniam in quibusdam locis fundatores Ecclesiam), n. 3 (Juspatronatus est transmissibile ad quoscumque haeredes.), (p. 510)].
Qualora tu insista su questo, che ai fini dell'atto di presentazione è necessario il giudizio sull'idoneità intellettiva della persona e della sua capacità di giudizio di cui i fanciulli sono privi, soprattutto se non ancora settenni; si risponde che da ciò consegue solo che i fanciulli, come anche gli stolti e i pazzi, non sono capaci di diritto di patronato per quel che riguarda l'esercizio, ma non per quel che riguarda l'avere (il prendere possesso, il possedere). In più se il pupillo (minorenne, orfano sotto tutela) non sia ancora settenne, non di per sé presenta, ma per il tramite del tutore, come nota GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, Tomus Primus, (Colonia, 1735), Parte 5, Capitolo 9 (De Patronis.), § 1 (De aliis Notabilibus), n. 193 (191 Ex ratione communis sententiae videbatur in vigore tutorem nullo modo posse praesentare nisi de voluntate & consensu ipsius pupilli majoris septennio saltem tacito, ut quia sciens tutorem praesentasse non contradixisset nec praesentasset alium &c. vel nisi pupillus sit infans nondum habens 7. annos qui praesentare non potest. & n. seq., (p. 520)]. Che se il pupillo sia più
grande di sette anni, ma tuttavia al di sotto degli anni della pubertà, allora sebbene convenga che la presentazione sia fatta con l'autorizzazione del tutore incaricato di dirigere le azioni del pupillo, come nota GARCIA [ibidem, Parte 5, Cap. 9, § 1, n. 195 (194 Nihilominus etiam si pupillus sit major septennio videtur aequa communis opinio, quae supponit posse absolute tutorem praesentare, &c. - 195 Id quod prius dictum est procedet in curatore puberis minoris 25. annis.), (p. (526)]; nondimeno, se il solo pupillo presentasse uno degno, la sua presentazione
sarebbe valida e da preferirsi a quella fatta dal tutore, sebbene questi abbia presentato uno più degno: in quanto il pupillo è propriamente il Signore del diritto di patronato, e il suo tutore non amministra le cose spirituali. E poi perché senza alcun diritto si ha che per tale presentazione sia necessariamente richiesta l'autorizzazione del tutore, come nota ZOESIO [ibidem, Commentarius ad Decretales, (Lovanio, 1732), Titolo 38 (De Jure Patronatus), n. 40 (Tutor an praesentsare possit?), (p. 275)]. GARCIA asserisce [ibidem, Parte 5, Cap. 9, n. 193] che può nondimeno il tutore probabilmente presentare se il pupillo non faccia opposizione, per il fatto che il tutore non solo ha la potestà di amministrare i beni del pupillo, ma anche di diri1Bw&sa=X1=bo
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gere le sue azioni. Che se il patrono sia stato nella pubertà, ma ancora minore di 25 anni, può allora presentare da sé: in quanto per quel che riguarda le cose spirituali già appartiene al suo diritto, e indipendente dalla patria potestà, come nota GARCIA [ibidem, Parte 5, Cap. 9, n. 198 (Et quando filius familias est patronus praesentatio spectat ad ipsum filium, & non ad patrem.), (p. 527)]. E per di più infine se la presentazione fosse fatta da un altro anche curatore senza il mandato del pupillo, la presentazione sarebbe irrita (invalida, nulla), perché il curatore non si dà per governare la persona del pupillo, ma per amministrare i suoi beni temporali. Si esclude tuttavia il diritto di patronato che compete al figlio in virtù dei beni supplementari (aggiuntivi) il cui usufrutto appartiene al padre: infatti nel caso il diritto di patronato sia annesso ai medesimi, allora il suo frutto, o meglio, il presentare il chierico al benefico, spetterà anche al padre. I Giudei, i Pagani e altri infedeli non sono però capaci del diritto di patronato, sebbene costruiscano e dotino le chiese, o comprino dei castri ai quali sia annesso il diritto di patronato, poiché la chiesa concesse questo privilegio solo ai laici fedeli, ma non agli infedeli, come chiaramente si evince dal Decreto [Cap (Quicunque fidelium devotione propria de facultatibus suis ecclesiae aliquid), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO] dove espressamente si dice: "Chiunque dei fedeli". E poi perché il
diritto di patronato è ecclesiastico, gli infedeli, essendo al di fuori della chiesa, non possono essere capaci di diritto ecclesiastico: se i Giudei o i Pagani fondino una chiesa, sono tenuti a dotarla, e sia quella di libera collazione, come nota FAGNANI [Prosperi Fagnani COMMENTARIA in Secundam Partem Tertii Libri DECRETALIUM, (1661), De Iure patronatus, Cap. Nobis (Cap. 25), n. 9 (7 Iudeus, vel Paganus non acquirit ius patronatus, si ecclesiam fundet, vel construat. Tenetur tamen eam dotare, n. 9.), (pp. 250-251)], al punto che l'infedele per fondazione e
dotazione della chiesa non acquisisce il diritto di patronato per incapacità, dal momento che non è entrato in chiesa tramite il battesimo. Questo parimenti si può anche affermare per l'affinità allo spirituale che l'infedele non acquisisce, qualora battezzi il bambino o lo levi dal sacro fonte (levare dal fonte, dal sacro fonte, dai fonti: tenere a battesimo), come riferisce Giovanni D’ANDREA (Joannes Andreae) [Omnium canonici iuris interpretum facile principis, In sextum Decretalium Librum Novella COMMENTARIA, (Venezia, 1612), In titulum de Regulis iuris Commentarij vulgo Mercuriales nuncupati. (p. 2), De regulis iuris in sexto, Regula XXXVIII (Ex eo non debet), nn. 1 e 5 (Si Iudeus paganus vel haereticus baptizavit, seu levavit, an contrahatur spiritualis cognatio. n. 5. & 8.), (pp. 21-22)] / [Cap. 5 (Quod latenter, aut per vim, vel alias illicite introductum est, nulla debet stabilitate subsistere. In particolare il Sommario: Illicite factum, obligationem non inducit), Titolo 41 (De regulis juris), Liber 5, LIBRO SESTO]. Per quanto attiene all'eretico se sia capace di diritto di patronato,
la difficoltà sembra essere maggiore, perché l'eretico è battezzato. Nondimeno secondo il diritto comune non è capace di diritto di patronato, in quanto tutti i suoi beni, anche quelli ai quali è annesso il diritto di patronato, sono confiscati a norma della Decretale [Cap. 19 (Cum secundum leges. In particolare il Sommario: Bona haereticorum ipso iure sunt confiscata: quod probatur triplici argumento legali. Sed apprehensio bonorum fieri non debet per dominum secularem, nisi prius pronuntiatum fuerit super crimine per iudicem ecclesiasticum, qui hoc possit. Ioan. And.), Titolo 2 (De haereticis), Liber 5, LIBRO SESTO], e sebbene questa ratio non sembra essere utile agli
eretici tollerati in Germania, nondimeno finora questi sono da ascriversi tra gli incapaci di diritto di patronato: perché l'eretico a causa dell'eresia si separò dalla chiesa, ed è al di fuori di essa. Di conseguenza a lui non compete questo dritto che la chiesa soltanto per grazia, non per debito, concede ai fedeli che persistono nella chiesa. E poi perché l'eretico è privato dell'onore che il patrono consegue nelle chiese, argomenta il Decreto [Cap. 31 (Didicimus omnes omnino haereticos, & schismaticos nil habere potestatis, ac iuris.), Causa 24, Questione 1, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO], per cui la grazia concessa dalla Sede apostolica ai fedeli affinché siano capaci di diritto di patronato, non si estende agli eretici, come nota ABBATE (PANORMITANO) [ibidem, Commentaria ad tertium librum decretalium, c. Cum nobis (XXV), n. 3 (Iuspatronatus non quaeritur per iudeos, haereticos & similes. Excommunicatus si acquirit iuspatronatus non acquirit eius exercitium: idest ius praesentandi. Iuspatronatus transit cum confiscatione bonorum.), (p. 196r)], e FAGNANI [ibidem, COMMENTARIA In Tertium Librum De1Bw&sa=X1=bo
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cretalium, (Venezia, 1764), De jurepatronatus, Cap. Nobis (Capitolo 25), n. 10 (Haereticus baptizando, aut levando de sacro fonte acquirit cognationem spiritualem, sed ecclesiam construendo non acquirit patronatum.), (pp. 250-251)].
Di qui se il patrono scivolato nell'eresia presenti il chierico al beneficio, detta presentazione è irrita (cioè non ha valore legale), e conformemente alla pena (canonica) dell'eresia, si priva di tale diritto. Che se alla fede cattolica per la seconda volta ritorni, riacquista il diritto di patronato, a meno che con sentenza del giudice non sia stato privato di esso, e condannato per eresia. Né osta che gli eretici siano cristiani e possano contrarre una cognazione spirituale (legame che nasce, nel battesimo o nella cresima, tra padrino e figlioccio) battezzando o levando dal sacro fonte (ant. levare dal fonte o dal sacro fonte, dai fonti: es., Giannotto il levò del sacro fonte, Boccaccio / tenere a battesimo), dunque sono anche capaci di diritto di patronato. Infatti è il contrario, in quanto, condannando la chiesa gli eretici, non si meritano il favore della medesima, soprattutto quando dalla chiesa si sono allontanati per eresia, perciò non si meritano la grazia che la chiesa concede ai fedeli istituendoli capaci di diritto di patronato. Queste cose d'altra parte valgono riguardo al diritto comune: in quanto in alcuni luoghi della Germania si dice che le presentazioni ai benefici ecclesiastici siano fatte da eretici tollerati, e siano istituiti i chierici presentati dai medesimi. Si pone tuttavia una difficoltà: quando il castro dato in dote, ha annesso il diritto di patronato, questo appartiene forse alla moglie avente quel castro in dote, oppure al marito. Per la soluzione della difficoltà giova osservare che la dote si divide in due parti, in stimata e in non stimata: I. si dice quella (cioè stimata), il cui valore si stima con un prezzo certo; II. questa (cioè non stimata), che non si stima con nessun prezzo. La dote può tuttavia essere stimata secondo un duplice scopo: I. Primo, per la stima che presume una vera vendita, senza dubbio con quell'intenzione che il marito, sciolto il matrimonio, non sia tenuto a restituire la dote come unità individua (cioè indivisa o indivisibile, ovvero individuale, particolare), ma sia sufficiente che restituisca il prezzo (cioè il controvalore in moneta) equivalente. II. Secondo, può essere stimata tramite stima che non presume una vendita, in quel caso interessa, quando la dote sia da restituire come unità individua, sebbene per maggiore sicurezza si determini il suo valore, che si possa evidentemente recuperare il prezzo stimato, se andasse, ad esempio, perduta per colpa del marito. Inoltre il marito, iniziato il matrimonio, acquisisce il dominio diretto e utile, tanto civile quanto naturale, della dote stimata mediante stima che presume una vendita, argomenta la Legge giustinianea [CJ.5.12.0. (De iure dotium.), CJ.5.12.5. (Quotiens res aestimatae in dotem dantur), CODICE], in quanto si ritiene che abbia acquistato quella dote per una somma prestata, al punto che tutto il suo guadagno e pericolo sia nelle mani del marito, e qualora vada in rovina, quantunque senza colpa del marito, si ritenga finora che va in rovina per il marito, il quale per questo contrae l'obbligazione di rifondere il prezzo della dote, sciolto il matrimonio. La moglie nondimeno tiene ancora saldamente un qualche diritto sul patrimonio dotale, al punto che, qualora tra gli altri beni del marito non si reperisca un prezzo sufficiente della dote, il dominio dei beni dotali che esistono ancora, ipso facto (immediatamente, automaticamente) ritorni alla moglie, la quale può quei beni rivendicare a sé, esclusi tutti gli altri creditori, per quanto privilegiati: quindi il marito non ha il pieno dominio sulla dote della moglie [CJ.5.12.0. (De iure dotium.), DJ. 5.12.30pr. (In rebus dotalibus sive mobilibus sive immobilibus seu se moventibus), CODICE]. Queste cose tuttavia procedono per supposizione, che il matrimonio sia già iniziato, in quanto la dote, secondo le regole della dote, si completa soltanto 1Bw&sa=X1=bo
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tramite l'attuale contratto di matrimonio, così da non essere assoluta la promessa della dote, bensì condizionata, se il matrimonio sia iniziato: di qui se prima che sia contratto, la dote fosse stata data alla sposa, e perisse (cioè andasse completamente perduta), la perdita non sarebbe del marito, ma della moglie cui sarebbe attribuito il perire. Del medesimo diritto è se la dote sia costituita in beni che si basano sul numero, peso o misura, in quanto la dote riproduce la natura del mutuo e il dominio si trasferisce al marito, come se il dominio del mutuo si trasferisse al mutuatario (chi riceve un mutuo) [CJ.5.12.0. (De iure dotium), CJ.5.12.1.2. (Sin vero hoc non factum est, si quidem bona fide eadem res in dotem data est, nulla marito competit actio), CODICE]. Del resto il dominio naturale della dote non stimata o stimata senza vendita, rimane o nelle mani del dante, se la dote fu profettizia (peculio profettizio: dir.rom., insieme dei beni derivati al figlio da risparmi fatti dal padre, a patre profectum), o nelle mani della moglie, se fu avventizia (peculio avventizio: dir.rom., patrimonio che i giovani romani acquisivano per eredità dalla madre), e si desume dalla citata Legge giustinianea [CJ.5.12.30pr. (In rebus dotalibus sive mobilibus sive immobilibus seu se moventibus), CODICE]. Il marito tuttavia in tale dote, in più rispetto all'usufrutto, ha anche il dominio civile, poiché questo compete a chi, sebbene non sia veramente il proprietario del bene, tuttavia per supposizione fittizia del diritto è considerato tale (cioè proprietario) in ordine a certi effetti i cui modi sono la libera amministrazione e la rivendicazione. Affinché poi si soddisfi alla difficoltà, è certo che il diritto di patronato non appartiene al marito nel caso sia annesso al bene parafernale (dir., bene di proprietà della moglie che non faceva parte della dote o del patrimonio familiare, ma veniva amministrato dal marito; sin., extradotale)
della moglie, o alla quale competa a norma del maggiorasco (istituto del diritto successorio di origine spagnola, diffusosi in Italia nel sec. XVI, in base al quale il patrimonio familiare, affinché rimanesse integro, veniva trasmesso per intero, mediante testamento, al parente più vicino di sesso maschile o, a parità di parentela, al più anziano) o della successione, come erede o consanguinea del fondatore. La ratio
è che, come gli altri beni si acquisiscono fuori della sua dote, così a suo vantaggio si acquisisce il diritto di patronato annesso ai medesimi: l'accessorio infatti segue il suo principale; e il diritto di patronato è accessorio ai medesimi beni. Perciò quando la moglie acquisisce il pieno dominio circa tali beni, (l' acquisisce) così anche circa il diritto di patronato ai medesimi annesso; pertanto alla sola moglie appartiene allora il diritto di presentare il chierico al beneficio, non al marito, il quale per questo motivo in tale presentazione non può intromettersi, sempre che non gli sia concesso, per esempio, dall'urbanità (buona educazione, cortesia) della moglie. La maggiore difficoltà è perciò quando il diritto di patronato è annesso ai beni dotali, se in quel caso il diritto di presentare spetti alla moglie o al marito: ABBATE (PANORMITANO) [Commentaria seu Lectura in ... Decretalium librum ..., Volume 3, Edizione 2, De concessione praebendae, Cap. finale (Cap. 16 Cum dilecta in Christo filia), n. 8], e FELINO Maria Sandeo [Commentariorum Felini Sandei, Ferrariensis, Pars Prima, (Lione, 1587), Felin. super Decret. lib. I.tit. XXXIII. (De maioritate et obedientia.), Capitolo 14 (Cum olim.), n. 2 (Collatio beneficiorum computatur inter fructus episcopales. In particolare: ... quod licet maritus habeat fructus dotis, non tamen praesentationem spectantem ad ipsa iura dotalia: quia talis fructus non attinet ad onera matrimonij), (p. 240)] asserisce che il diritto di
patronato appartiene allora alla sola moglie, perché in suo possesso rimane il vero e naturale dominio della dote [CJ.5.12.30pr. (In rebus dotalibus sive mobilibus sive immobilibus seu se moventibus), CJ.5.12.0. (De iure dotium), CODICE]. Conseguentemente rimane anche il diritto di patronato, peraltro accessorio alla stessa dote. Che se tu contrapponi il testo di cui alle Decretali [Cap. 7 (Per vestras litteras intimastis), Titolo 20 (De donationibus inter virum et uxorem et de dote post divortium restituenda.), Liber 5 / Cap. 16 (Salubriter. In particolare il Sommario: Maritus recipiens pignus pro dote promissa, non tenetur fructus in sortem computare. hoc dicit, & est casus singularis: & alibi non probatur.), Titolo 19 (De usuris), Liber 5, DECRETALI] dove i frutti e la rendita della dote si di-
cono appartenere al marito; dunque anche il diritto di patronato, e la stessa presentazione, deve appartenere al marito, dal momento che la presentazione è davvero frutto e beneficio (vantaggio, giovamento, profitto) del diritto di patronato; ri1Bw&sa=X1=bo
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spondono che la presentazione è un certo frutto, e per di più stimabile con un prezzo, che tuttavia non serve a sostenere gli oneri del matrimonio; che perciò non passa al marito, in quanto allo stesso passano soltanto quei frutti della dote che servono a sostenere gli oneri del matrimonio o che apportano qualche lucro, e il marito diventa più ricco con la loro acquisizione: ora, per la presentazione del chierico al beneficio, chi presenta, non diventa più ricco, né tale presentazione, sebbene sia frutto del diritto di patronato, serve a sopportare gli oneri del matrimonio. Per cui sebbene i frutti del diritto di patronato passino al marito, non così il diritto di presentare, sebbene sia frutto del diritto di patronato annesso ai beni della stessa dote. Se tu in secondo luogo obietti che il diritto di patronato passa con l'universalità (la totalità) dei beni, e il marito diventa il signore del bene dotale dopo il matrimonio iniziato, secondo la Legge giustinianea [CJ.3.32.9. (Doce ancillam, de qua supplicas), CJ.3.32.0. (De rei vindicatione.), CODICE] diventa ugualmente anche signore del diritto di patronato; rispondono che il diritto di patronato passa con l'universalità della proprietà quando si acquisisce il pieno e perfetto dominio della totalità della proprietà, ma non quando il pieno e perfetto dominio della totalità della proprietà, non si acquisisce. Il marito d'altra parte non acquisisce questo pieno e perfetto dominio sulla dote della moglie, poiché il dominio naturale rimane sempre in possesso della moglie. Per quanto questa sentenza abbia il massimo della probabilità, nondimeno abbiamo stimato più probabile che il diritto di patronato annesso ai beni dotali passi al marito, come insegnano GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus, et doctissimus, (Magonza, 1614), Parte 5, Capitolo 9 (De patronis.), n. 149 (Prima sententia dominium esse apud maritum ponitur n.149. Cuius fundamenta ponuntur à n. 150.), (pp. 503-527)], ZOESIO [Commentarius ad DECRETALES, (Lovanio,1732), Titolo 38 (De Jure Patronatus.), n. 36 (Praesentandi jus competit marito, ratione dotis), (p. 275)], TIRAQUELLO, GUTTIER e altri: se
davvero dal marito non solo si acquisiscono i frutti dei beni dotali, come si desume dalla Decretale succitata [Cap. 16 (Salubriter.), Titolo 19 (De usuris.), DECRETALI], ma anche, attraverso la supposizione fittizia del diritto, il dominio civile in ordine a tutti quegli effetti che dal diritto non sono esclusi, argomenta la Legge giustinianea [CJ.3.32.0 (De rei vindicatione.), CODICE], e ivi la Glossa [Voce dotalem: CJ.3.32.9. (Doce ancillam, de qua supplicas, dotalem fuisse in notione praesidis)]. E insegnano questa sentenza BARTOLO [hic, n. 3] e BALDO [n. 6] presso GARCIA [ibidem, Quinta pars, Cap. 9, n. 149 (Prima est, dominium esse apud maritum, quam tenet glos. Capitalis in l.in rebus, ver.naturali. C. de iure dotium, & in l.doce ancillam. C. de rei vendic. Bar. in d.l.in rebus.n.3. & ibidem Bald.num.6. &…) (p. 527)]. Perciò unitamente al prin-
cipale, o meglio, ai beni dotali, passa al marito anche l'accessorio, o meglio, il diritto di patronato, poiché in nessun luogo nel diritto si trova escluso. Perciò come il diritto di patronato passa al marito con la proprietà dotale per quel che riguarda il dominio civile, così anche la stessa presentazione, la quale è un suo frutto, che si include in modo accessorio ai frutti della proprietà dotale, sebbene non sia quantificabile in termini di prezzo. Ma al patrono, sia laico sia ecclesiastico, oltre il diritto di presentare non compete altro diritto o la potestà circa i beni della chiesa, tanto da non poterne il patrono disporne liberamente, né istituire o destituire i chierici nella chiesa della quale è patrono, e ciò è statuito nella Decretale [Cap. 4 (Praeterea quia in tantum quorundam laicorum processit audacia. In particolare il Sommario: Excommunicantur patroni laici, qui clericos instituunt & destituunt in ecclesiis etiam patronatis, vel bona ipsarum aliter administrant: Et clerici qui institutionem laicorum recipiunt, communione priventur.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove si dice
che i patroni laici, i quali senza autorizzazione del vescovo istituiscono o rimuovono i chierici, o distribuiscono i beni ecclesiastici secondo il loro volere, siano scomunicati. La ratio sostiene parimenti anche questo, che i patroni non hanno alcuna potestà di disporre delle cose ecclesiastiche, essendo di un altro foro, questo parimenti è statuito nel Concilio di Trento [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 9. In particolare: Patroni autem beneficiorum cuiusumque ordinis et dignitatis etiam si communitates 1Bw&sa=X1=bo
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universitates collegia...)]. Anzi il chierico che permise di essere istituito nel beneficio
senza l'autorizzazione del proprio vescovo, è privato della comunione ed è colpito con la scomunica, e se persiste nel ministero ecclesiastico, è anche deposto, come si ha nella citata Decretale [Cap. 4 (Praeterea), Titolo 38, DECRETALI] dove si dice che il Chierico che accetta la chiesa dai laici senza autorizzazione del vescovo, si debba privare della comunione e se avrà perseverato, sia privato del ministero ecclesiastico e dell’ordine. Il laico, in verità, intromettendosi nelle cose spirituali o temporali del diritto di patronato, non è ipso jure (per il diritto stesso, cioè in forza della stessa legge) scomunicato, ma da scomunicarsi; e il chierico che permette di essere istituito, non è sospeso, ma da sospendersi. Tuttavia nel caso in cui voglia in seguito impetrare la canonica istituzione, deve palesare nella petizione il vizio d'intrusione (dir.can., atto di appropriazione o assegnazione di un beneficio ecclesiastico compiuto da un soggetto senza avere il consenso della competente autorità religiosa), perché a causa dell'intrusione ha contratto l'inabilità a essere promosso ai benefici ecclesiastici, riguardo ai quali fu un intruso. In ultimo né si può promuovere a un altro beneficio o dignità ecclesiastica, come si ha nella Decretale [Cap. 43 (Quisquis electioni de se factae per saecularis potestatis abusum consentire praesumpserit, contra canonicam libertatem), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI] dove espressamente si dice che qualora il chierico, eletto mediante un
abuso della potestà secolare, abbia presunto di dare il consenso, la sua elezione sia ipso jure irrita e l'eletto è reso ineleggibile, tanto da non poter essere eletto a nessuna dignità ecclesiastica. Né possono i patroni conferire liberamente le chiese o i benefici riguardo ai quali hanno il diritto di patronato, ma possono solo presentare, come si ha nella Decretale [Cap. Ultimo, 31 (Transmissae ad nos tuae litterae continebant. In particolare il Sommario: Patronus etiam clericus ecclesiam vacantem conferre non potest: & si contulit, potest nihilominus ad illam praesentare.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove Gregorio IX dichiara che il patrono non
può conferire o concedere o istituire una chiesa, ma solo presentare. Quindi qualora conferisca a uno la chiesa, e poco dopo presenti un altro al vescovo; sebbene il primo abbia fatto appello al papa, nondimeno il vescovo può istituire questo presentato. E dal medesimo capitolo si inferisce che il patrono può ritrattare il proprio operato nel caso abbia appreso che quella è non valida o che si risolve in pregiudizio della chiesa o di una persona terza o in danno della propria anima e della propria salvezza. In più chi fondò, costruì o dotò una chiesa collegiata, sebbene sia patrono di quella, non ha tuttavia il diritto di eleggere il prelato, a tal punto da non poter avere diritto di voto nella sua elezione, se sia laico, e in ultimo neppure interesse all'elezione da farsi, e né si deve ricercare prima dell'elezione, come si ha nella Decretale [Cap. 25 (Nobis fuit), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove Clemente III dice che il patrono non possa prendere parte all'elezione da farsi riguardo al prelato della chiesa, ma soltanto si richieda il suo assenso dopo l'elezione, a meno che non abbia il patrono, per esempio, una speciale facoltà per prendere parte all'elezione. La ratio sostiene anche ciò, che i laici non sono capaci di diritti spirituali, né hanno alcuna potestà di disporre delle cose e delle persone ecclesiastiche [Cap. 25 (Tua. In particolare il Sommario: Imperialis concessio sub quacunque forma, à solutione decimarum eximere non potest.), Titolo 30 (De decimis, primitiis et oblationibus), Liber 3, DECRETALI] a meno che dagli stessi Sacri Canoni o dalla Sede apostolica non sia stato
concesso, al punto che senza questa concessione ai laici nessun diritto compete in merito alle cose e alle persone ecclesiastiche. E inoltre ai patroni laici dalla chiesa è concesso solo il diritto di presentare, ma non di eleggere, poiché il diritto di elezione è più spirituale del diritto di presentare, quando la presentazione senza mediazione sia diretta a un superiore ecclesiastico affinché costituisca il presentato nella chiesa o beneficio, tanto da non acquisire il chierico presenta1Bw&sa=X1=bo
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to il diritto al beneficio, né nel beneficio, per presentazione, ma soltanto per isttuzione, come si ha nella Decretale [Cap. 5 (Quod autem consulis, si clericus idoneus ad vacantem ecclesiam praesentatus), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove Alessandro III statuisce che se il patrono presenti uno idoneo per la chiesa, e il vescovo non lo ammette; se in seguito presenti un altro idoneo che il vescovo ammette; il primo presentato, e non ammesso, non può intentare una causa né è da preferirsi, in quanto prima dell'approvazione del vescovo la presentazione non è rata (ratificata, convalidata), e migliore è la condizione del possessore. Invece l’elezione al contrario dà all'eletto il diritto al beneficio, e da ultimo si rivolge all'eletto [Cap. 6 (Quam sit ecclesiis ipsarum dispendiosa vacatio), Tit. 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, LIBRO SESTO], onde, sebbene il laico possa a norma del diritto di patronato presentare il chierico al beneficio, non (può) tuttavia eleggere, quantunque abbia fondato una chiesa collegiata, costruita o dotata. Anzi né può il laico avere il diritto di nominare o di presentare il prelato o il rettore in una chiesa collegiata, ma soltanto nella chiesa non collegiata, come si ha nella citata Decretale [Cap. 25 (Tua), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. E la ratio si desume anche da ciò, che i prelati delle chiese collegiate sono costituiti in dignità e in quelle occupano una precipua posizione (particolare, speciale, specifico), e esercitano la giurisdizione in un foro esterno, anche nei confronti degli stessi chierici. Pertanto non sta bene che i prelati delle chiese collegiate siano costituiti (cioè nominati, eletti) per mezzo dei laici. Quindi neppure per una qualche consuetudine anche immemoriale può il laico, sebbene sia patrono della chiesa, acquisire il diritto di eleggere il prelato della chiesa collegiata, come si desume dalla suddetta Decretale [Cap. 25, Titolo 38, Liber 3, DECRETALI] e dalla Decretale [Cap. 56 (Massana ecclesia pastore vacante.), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]. La ratio è che ciò equivarrebbe a un eccessivo pregiudizio (cioè danno) alla libertà ecclesiastica, se la elezione o la costituzione dei prelati delle collegiate fossero concesse ai laici. Nondimeno è usanza, specialmente in Germania, che i laici a nome (cioè in rappresentanza) dei principi prendano parte alla riunione sull’istituenda elezione, ma in modo da lasciare agli ecclesiastici la libera facoltà di eleggere, e soltanto a motivo di tutela sono presenti a tale riunione non oltre la fine, affinché l'elezione ritualmente, tranquillamente e ordinatamente sia portata a termine, sebbene neppure ciò si dovesse permettere: ma dove invalse la consuetudine, si tollera. Però il vescovo non può regolarmente commutare una chiesa parrocchiale soggetta al diritto di patronato, contro la volontà del patrono, in un'altra chiesa, come in una collegiata. La ratio è che ciò si risolverebbe in un manifesto pregiudizio a danno del patrono, che non può più presentare il parroco; come, contro la volontà del patrono, non si può togliere il diritto di presentare in modo diretto [Cap. 33 (Monasterium, vel oratorium canonice constructum à dominio constructoris eo invito non auferatur), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO], e così neppure in modo indiretto, mediante la conversione della chiesa parrocchiale soggetta a patronato in collegiata. Se però la necessità fosse incalzante (pressante) e si risolvesse in un evidente maggiore bene per la chiesa, e il patrono non potesse fare opposizione, allora si potrebbe convertire in collegiata, e se il patrono senza riserva giuridica e senza protesta sia stato d'accordo: in quel caso l'elezione del rettore spetta al collegio dei chierici. Se poi invece abbia riservato a sé il diritto di presentare, lo mantiene. Del resto il discrimine tra l'elezione e la presentazione è questo: che l'elezione è fatta dal collegio o dalla chiesa avente il convento, e per mezzo dell'elezione è dal prelato eletto acquisito il diritto. Infatti nel caso sia stato idoneo, e canonicamente eletto, deve essere confermato dal superiore, e prima della conferma ha solo diritto alla prelatura (dignità e ufficio di prelato), non nella prelatura. Di1Bw&sa=X1=bo
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versamente la presentazione è regolarmente fatta solo ai benefici che non cadono (non rientrano, non sono compresi) sotto l'elezione, e che non sono prelature e non conferiscono un diritto irrevocabile. È anche proibito, e di certo sotto pena della scomunica da comminarsi, che i patroni delle chiese, in riconoscimento (cioè come segno di riconoscimento) del diritto di patronato esigano dalle stesse qualcosa, né tributi, né le collette dei soldati, né alcun servizio di nutrire i cani da caccia o le altre giumente, né possono gravare con altri oneri o esazioni, e si desume dalla Decretale [Cap. 23 (Praeterea quoniam advocati. In particolare il Sommario: Patronus iuspatronatus propria auctoritate alienare non potest, nec ab ecclesia aliquid temporale exigere, nisi tempore fundationis à dioecesano illud fuerit sibi reservatum.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove Lucio III statuisce che i patroni, i vicedomini, i custodi, i
guardiani non possono di propria volontà alienare il diritto di patronato, né gravare la chiesa, né esigere qualcosa, se non gli antichi redditi moderati che i vescovi, in relazione alla fondazione, avessero stabilito, e ciò sotto pena di scomunica; e il contratto di alienazione, si dichiara irrito. La ratio sostiene anche ciò, che tali gravami si esigono solo dai sudditi, e sostituiscono l'imposizione ala giurisdizione. Ebbene le chiese e i loro ministri non sono sottomesse alla potestà dei laici, perciò non possono essere gravati dai secolari; e solo nella suddetta Decretale [Cap. 23, Tit. 38, Liber 3, DECRETALI] si eccepisce: a meno che il patrono nella fondazione non riservi per sé con l'autorizzazione del vescovo una qualche pensione annua, e certamente moderata, previa valutazione dei redditi ecclesiastici, così da non sminuirsi la dote necessaria. Può altresì il patrono, o il fondatore della chiesa, con il consenso del vescovo apporre nella stessa fondazione l'onesta condizione, anche contro il diritto comune, e talvolta anche in deroga al diritto vescovile. Ciò tuttavia deve essere fatto al tempo della fondazione, come nota la Glossa [Cap. 2 (Si quidam contra omnem auctoritatem ecclesias, quas aedificaverit, postulant consecrare, ut dotem, quam eidem ecclesiae contulerint, censeant ad episcopi ordinationem non pertinere. In particolare la GLOSSA: d Non pertinere.] hic habes quod contractus tenet, sed pactum oppositum in contractu contra naturam contractus non tenet. ... Tu breviter dicas, quod illud pactum est contra naturam illius contractus, & est contra leges. nam secundum iura res omnes ecclesiasticae ad ordinationem episcopi spectant, ...), Causa 10, Questione 1, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. La ratio è che, chiunque è del suo bene padrone e arbitro,
dunque nella donazione, fondazione o tradizione (dir., consegna di un oggetto da parte di un soggetto ad altri che ne acquistano il possesso), può voler donare o fondare con questa o quella lecita, onesta condizione. Altrimenti dopo fatta la fondazione o donazione non si può più apporre tale condizione, come nota la Glossa [CJ.8.54.4. (Perfecta donatio conditiones postea non capit), CJ.8.54.0. (De donationibus quae sub modo vel condicione vel ex certo tempore conficiuntur.)] / Dig. 39.5.0. (De donationibus.), Dig. 39.5.1pr. (Donationes complures sunt.), Liber 39, DIGESTO] dove si
dice che: "Una già perfezionata donazione non ammette, dopo, condizioni". Ancora questa condizione è da aggiungere previo consenso del vescovo, in quanto il fondatore è persona privata e non può di propria volontà modificare i canoni [Cap. 15 (Requisisti de his, quae testator pro anima sua legat in ultima voluntate), Tit. 26 (De testamentis et ultimis voluntatibus), Liber 3, DECRETALI]. E ciò, o soprattutto, vale se il cambiamento sia fatto in pregiudizio del vescovo. Del resto il patrono non può disporre dei frutti e dei redditi della chiesa, né volgerli a certi usi determinati quantunque pii. La ratio è che il laico non può disporre dei beni delle chiese, perché sono assolutamente esclusi dalla giurisdizione e potestà laica, anche degli stessi principi [Cap. 40 (Generaliter sancimus omnes viros), Causa 16, Questione 1, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO] / [Capp. 21 (Convenior ipse à comitibus, & tribunis, ut basilicae), 23 (In qualibet civitate, in quolibet oppido, vico, castello, municipio. In particolare: … Sancimus res ad venerabiles ecclesias, …), Causa 23, Questione 8, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO] / [Cap. 1 (Bene quidem fraternitas vestra ecclesiasticis legibus obsecuta sub divini timore iudicij), Distinzione 96, Decreti Prima Pars, GRAZIANO] / [Capp. 7 (Adversus consule & rectores civitatur vel alios), 4 (Non minus), Titolo 49 (De immunitate ecclesiarum, coemiterii, et rerum, ad eas pertinentium), Liber 3, DECRETALI].
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§ 4. Sulla potestà di presentare, e sulla stessa attuale presentazione del chierico al beneficio vacante. Quantunque effettivamente (cioè all’atto pratico, di fatto, materialmente, praticamente) non competa al possessore del diritto di patronato il dominio del diritto di patronato, se tuttavia sia possessore in buonafede, può nominare il chierico e questi può essere istituito, perché nominare o presentare il chierico, avere nelle processioni il posto d'onore, ricevere il sussidio o gli alimenti in tempo di inopia dalla chiesa, sono frutti del diritto di patronato. E generalmente i frutti della proprietà sono dovuti al possessore della medesima, purché sia possessore in buonafede [Cap. 11 (Gravis ad nos querela), Titolo 13 (De restitutione spoliatorum.), Liber 2, DECRETALI]. Ma per dirsi possessore in buonafede, si richiedono due condizioni, e per di più in modo copulativo: la prima delle quali è come di solito si reputi il patrono; la seconda, come sia in possesso del diritto di presentare, e non è sufficiente il solo errore comune senza il possesso; e in questo modo si suole definire [Dig.1.14.3. (Barbarius philippus cum servus fugitivus esset), Dig. 1.14.0. (De officio praetorum.), Liber 1, DIGESTO]. In ultimo vale anche quando insieme con il comune errore concorre il possesso o, per così dire, il possesso della proprietà o della potestà, come nota ABBATE nella Decretale [Cap. 19 (Consultationibus. ... Si vero non possidebat, sed tantum credebatur esse patronus, cum non esset, poterit ab eadem ecclesia removeri. In particolare la GLOSSA: Consultationibus.] Duae sunt partes. Secunda: ibi, Si vero. Abb.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dove la Glossa mostra che chi è in un
certo qual modo in possesso in buonafede, acquisisce il titolo quantunque non sia stato veramente patrono chi (lo) abbia presentato [Cap. 24 (Querelam, quam G. tituli sancti), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI] / [Cap. 7 (Cum olim quaestio), Titolo 12 (De causa possessionis et proprietatis.), Liber 2, DECRETALI]. Nondimeno non è sufficiente il nudo
possesso, ma si richiede ulteriormente che chi presenta, sia in possesso in buonafede, e pensi che il diritto di presentazione gli competa. Si acquisisce, d'altra parte, questo possesso anche attraverso un unico atto di presentazione, ammessa però dal prelato ecclesiastico [Cap. 3 (Cum ecclesia Sutrina pastore vacaret, vos convenientes in unum), Titolo 12 (De causa possessionis et proprietatis), Liber 2, DECRETALI]. Queste cose tuttavia sono valide secondo il diritto antico, in quanto oggi dopo il Concilio di Trento [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 9], ai fini del valore della presentazione, non è sufficiente che il presentante sia da tutti reputato patrono e sia nel quasi possesso del diritto di presentare, ma si richiede ulteriormente che riferisca in merito al titolo e alla proprietà del diritto di patronato per fondazione o dotazione, e il titolo deve constare da un autentico istrumento o da presentazioni ripetute molte volte da tempo immemoriale, come rettamente nota PIRHING [Jus Canonicum nova methodo explicatum, Tomus Tertius, (Dilingae, 1722), Sectio IV. (De Praesentatione, sive ipso actu praesentandi, ejusque circumstantis.), §. 1. (An praesentatio facta à possessore Juris patronatus, etsi Jus proprietatis non habeat, valida sit?), n. 88 (.... Non tamen habet locum Decretum hoc Concilij Tridentini, si non sit controversia de titulo seu proprietate juris patronatus, de quo jam ex actis constat, sed solum vertitur quaestio inter duos vel plures praesentatos, ad quem ex praesentantibus Jus Patronatus pertineat, veluti si controvertatur, quis eorum successerit in jure patronatus, tum enim inter praesentatos praeferendus est, prasentatus ab eo, qui est in pacifica & immediata possessione juris praesentandi...), (pp. 535-539)], dove aggiunge che il decreto
conciliare non ha luogo se la controversia non sia sul titolo o sulla proprietà del diritto di patronato, ma verta solo tra due o tre patroni, a chi di coloro che presentano, appartenga il diritto di patronato, ad esempio, qualora si impugni, chi mai di essi potesse subentrare nel diritto di patronato: in quel caso infatti tra i presentati deve essere preferito quello che, chi è nel pacifico immediato possesso del diritto di presentare, presentò, come nota FAGNANI [Prosperi Fagnani COMMENTARIA In Secundam Partem Tertii Libri DECRETALIUM, De Iure patronatus, Cap.Consultationibus, n. 16 (Spiritualia debent esse firmiora.), (p. 246-247)].
La difficoltà tuttavia sorge quando ci sono due litiganti sul medesimo diritto di patronato: uno di essi è chierico, il quale pretende che quel diritto gli com1Bw&sa=X1=bo
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peta in base alla lettera di fondazione, estinta la famiglia mascolina del fondatore; e l'altro è laico, il quale subentra come estraneo del fondatore, e rivendica il possesso a sé per il possesso in buonafede da tempo immemoriale: a chi mai allora tra questi due litiganti competa il diritto di presentare. Molti sono del parere di attribuirlo al chierico, per il fatto che un istrumento pubblico redatto dal fondatore e approvato dall'ordinario del luogo prova che il diritto di presentazione, acquisito per fondazione, rimane nella famiglia del fondatore fino a quando la linea maschile non si estingue e, questa estinta, passa al chierico: dunque questa famiglia si suppone estinta; allo stesso modo il diritto di patronato acquisito dal chierico. E poi perché il Concilio tridentino [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 9] dice: "Riguardo a quelle persone, per le quali tale diritto si suole presumere, nella maggior parte dei casi, acquisito piuttosto con l'usurpazione, si richieda una verifica più scrupolosa al fine di dimostrare il vero titolo; né la prova del tempo immemoriale sosterrà altrimenti le loro parti". Ma il successore laico, non più discendente della famiglia del fondatore per linea maschile, se a sé rivendichi quel diritto di presentare, non potendo provare il vero titolo, non deve sostenere le sue parti la prova richiesta: da tempo immemoriale. Per questo il citato FAGNANI [ibidem, De Iure patronatus, Cap. Consultationibus. (Cap. 19), n. 15 (Praesentatus à bonae fidei possessore de iure communi debet institui, & praeferri praesentato à proprietario: secus ex Conc. Tridentino. In particolare: ... Quemadmodum nec deferendum est alijs, qui dixerunt, cum duo sunt praesentati, unus ab existente in possessione praesentanti, alter vero ab habente proprietatem iuris patronatus, instituendum esse praesentatum à bonae fidei possessore, ...), (pp. 243-245)] dice che dopo il Concilio di Trento non è possibile rimet-
tersi a quegli autori i quali dissero che, quando due sono presentati: uno da chi è in possesso del diritto di presentare; l'altro dal vero avente la proprietà del diritto di patronato; è da istituire il presentato dal possessore in buonafede. Perciò quando si supponga che il chierico abbia la proprietà del diritto di patronato, e il laico il solo possesso da tempo immemoriale, essi insegnano che il diritto di patronato sia da aggiudicarsi al chierico. Anche questo stesso sostiene Barbosa [Collectanea in Concilium Tridentinum, cioè Collectanea Doctorum, quis suis in operibus Concilij Tridentini loca referentes, (Lione, 1642), Sessio XXV., De Reformatione. (p. 434), Cap. 9 (Iuspatronatus praetensum probetur ex fundatione, vel dotatione, sive ex multiplicatis praesentationibus. Universitates, & communitates pleniorem probationem faciant, ex praesumptione, quae habetur contra illos. Episcopi praesentatos à patronis non idoneos repellant, & illorum examinatio ad ipsos Episcopos spectat. p. 458.), n. 15 (Tempus litis deducendum est tam in instrumentis, quam in testibus quando quaeritur an sit de antiquo.), e n. 16 (Immemorialis, seu continuatae praesentationes non suffragantur quando constaret de initio invalido.), (pp. 458-462)] allorché dice che la presentazione immemo-
riale non è suffragata (cioè corroborata, avvalorata) quando consta di un inizio invalido sin dal principio, come se appaia che sia stato usurpato il diritto di patronato per privilegio e non per fondazione e dotazione. Non si distaccano da questa sentenza GONZALEZ [Commentatio ad regulam octavam cancellariae, (Lione, 1738), Glossa 18, n. 43 (41 Instrumenta producta, sunt recognoscenda, si de illorum fide dubitatur, nisi sint antiqua, n. 42. & in aliis casibus remissive, & n. 43.), (pp. 311-314)], PIASECIO [in d.c.consultationibus [?] / Praxis episcopalis ea quae officium, et potestatem episcopi, (Venezia, 1613), Praxis Episcopalis pars II. c. v. Quaenam beneficia conferre possit Episcopus. n. 7 (Iuspatronatus quomodo probatur. In particolare: ... Non tamen suffragaretur immemorabiles seu continuatae praesetationes, quando constaret de initio invalido à principio, ut si appareat quod fuertit usurpatum Iuspatronatus ex privilegio, & non ex fundatione seu dotatione, quod etiam declaratum fuisse à S.Conf. refert. Conz.loc.cit.n.38 ... (pp. 300307) / Praxis Episcopalis, ea quae officium et potestatem episcopi concerntunt continens. (Colonia, 1620), De iurisdictione Episcopi voluntaria. Caput V. (De Collatione beneficiorum.), Art. 1 (Quae beneficia conferre non possit Episcopus), n. 32 (Praescriptio quae sit utilis in quaerendo Iurepatronatus. In particolare: Est & alius modus probandi iuspatronatus … Haec tamen immemorabilis non suffragaretur etiam cum praesentationibus continuatis, quando constaret de initio invalido, ut si constaret iuspatronatus fuisse usurpatum, vel ex privilegio, talia enim iurapatronatus non obstante praescriptione abrogavit Conc. Trid. …) (pp. 346-366)], MANTICA [Decisiones Rotae Romanae, (Venezia, 1618), Decisione n. 318 (pp. 425-426)], BARBOSA [Pastoralis solicitudinis sive DE OFFICIO, ET POTESTATE EPISCOPI, Pars Tertia, (Lione, 1628), Allegazione 72, n. 67 (Iuspatronatus dicitur privatorum, quando patroni non sunt domini temporales loci, ubi fundatum est.), (pp. 197-203)]; ma risulta evidente che il laico
dall'inizio si sia appropriato illegalmente del diritto di patronato, non avendolo avuto per fondazione o dotazione: di conseguenza il possesso immemoriale non 1Bw&sa=X1=bo
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sembra favorirlo. Nondimeno altri ritengono più giusto che il diritto di presentazione si debba aggiudicare al possessore laico, il quale in giudizio si difende con il beneficio della prescrizione dal tempo immemoriale contro il patrono ecclesiastico della proprietà: in quanto, come nota BARBOSA [ibidem, Allegazione 72, n. 67 (In particolare. Rigor praescriptus à Concilio Tridentino d.loco, & supra adductus in probando iurepatronatus non requiritur, si agatur non contra Ecclesiam, sed inter ipsosmet patronos, ut decidit Rota Romana in una lanzi, 10.Aprilis, & 20.Novembris 1595. coram Mantica, decis. 318. testantur Gonzal..d.glos.18.num.59. Piaseg.in praxis nova Episcop.par.2.cap.5.n.7.vers. non tamen., & novissime censuit eadem Rot.decis. 548. n.1. apud Farin.par.2.recent. ...,), (p. 203)], il rigore prescritto dal Concilio di Trento [ibidem, Sessione 25, Capitolo 9] non ha va-
lore qualora tra gli stessi patroni si intenti un'azione legale, conformemente alla Decisione della Rota Romana presso MANTICA [ibidem, Decisiones rotae romanae, Decisione 318 (1. Ius patronatus quando non agitur cum Ordinario, sed inter praesentatos de pertinentia ipsius, facilius probatur. 2. Episcopo offerenti sibi constare de iure patronatus, quando agitur de pertinentia inter praesentatos, credendum. 3.4.5.6. ....), (p. 425)], cui aderiscono GONZALEZ [Commentatio ad regulam octavam cancellariae, (Lione, 1738), Glossa 18, n. 59 (Progatio minor jurispatronatus sufficit quando agitur contra tertium, quam si ageretur contra Episcopum, necnon quando agitur incidenter, n. 60 veluti ac verificanda narrativa gratiae, & n. 61.), (p. 311316)], PIASECIO [ibidem, Praxis Episcopalis pars II c. v., n. 7, (pp. 300-307)], tanto da poter essere
il diritto di patronato prescritto da uno contro l'altro compatrono, come decretò la Rota Romana, in FARINACCI [Decisionum Rotae romanae Noviter novissimarum, (Lione, 1640), Decisione 548 (Argumentum. Collatio facta ab eo qui est in quasi possessione conferendi, valida est.), n. 2 (Provisiones Apostolicae statum beneficiorum non mutant.), (p. 303)] e per il fatto che nel presente caso la con-
troversa è sul diritto di patronato, non contro la chiesa libera, ma tra gli stessi patroni, chierico e laico. Perciò il rigore del Concilio di Trento non sembra essere incalzante, onde il precipuo fondamento sul quale poggia la sentenza desunta dall'autorità del Concilio, non sembra sussistere: in quanto l'autorità del Concilio ha valore solo quando si agisca contro la chiesa in merito alla libertà del beneficio. E poi perché, come nota PIRHING [ibidem, Jus canonicum in V. libros decretalium distributum, nova methodo explicatum, (1722), n. 88, (p. 539)], il decreto del Concilio non ha luogo quando la controversia non è sul titolo o sulla proprietà del diritto di patronato, come nota anche FAGNANI [Commentaria in secundam partem tertii libri Decretalium, De Jure patronatus, Cap. Consultationibus (Cap. 19), n. 16 (Nisi agatur de sola pertinentia iuris patronatus inter praesentatos, quia tunc Concilium non intrat, & praefertur praesentatus à possidente.), (pp. 243-244)].
Che nel caso tu dica che da parte del possessore laico fa ostacolo la malafede e un difetto di titolo; è il contrario, giacché si suppone sempre un qualche titolo per lo meno verosimile, analogamente il possessore si suppone per lo meno in buonafede, soprattutto quando il possesso abbia da tempo immemoriale valore di titolo, come argomenta la Legge giustinianea [Dig. 39.3.0. (De aqua et aquae pluviae arcendae), Dig. 39.3.25. (Is, cui fundo via debetur, aquae pluviae arcendae agere potest fundi sui nomine, quoniam deteriore via facta fundo nocetur.), Dig. 39.3.26. (Scaevola respondit solere eos, qui iuri dicundo praesunt, tueri ductus aquae, quibus auctoritatem vetustas daret, tametsi ius non probaretur.), DIGESTO]. E affinché questo
abbia valore, è sufficiente la sola capacità nell’esercente (tale possesso), come nota FAGNANI [Commentaria in secundum librum Decretalium, (Roma,1661), De foro competenti (Titolo 2), Cap. Cum contingat. (Cap. 13), n. 9 (Laicus cognoscere potest causas criminales Clericorum, & absolvere ab excommunicatione ex commissione Papae, non autem ex consuetudine etiam immemorabili.), (pp. 85-86)]. E quando il laico
non sia incapace di diritto di patronato che possiede da tempo immemoriale, non si deve dire che è carente di titolo, né che possiede in malafede il diritto di patronato. E poi perché il Concilio di Trento è favorevole piuttosto a questa seconda sentenza, qualora il testo si riproduca davvero integrale. Si dice [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 9, n. 15]: "Né la prova del tempo immemoriale sostenga altrimenti la sua parte, se oltre tutte le altre cose ad essa necessarie, le presentazioni anche continuate, per un periodo di tempo almeno non minore di 50 anni, le quali tutte abbiano sortito effetto, siano provate da autentiche scritture". Ma il laico da tempo immemoriale fu sempre conosciuto come patrono, e tutte le presentazioni, tutte quante effettuate per più di 50 anni, si suppone anche che abbiano sortito il loro effetto: perciò una prescrizione di tal fatta è sufficiente, 1Bw&sa=X1=bo
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anche secondo il Concilio di Trento, per produrre il giusto titolo del suo possesso. Che cosa in verità si debba dire, se pendente la lite sul diritto di patronato e non ancora definita nell'arco di 4 o 6 mesi, forse in quel caso scorra per il patrono il tempo per presentare o piuttosto per quella volta sia privato del diritto di presentare che si devolve al superiore ecclesiastico? I dottori non convengono. Perciò si deve procedere con una distinzione: se la lite sia tra i patroni sul quasi possesso del diritto di patronato o sulla proprietà del diritto di patronato che nessuno fino a questo momento possiede; allora il diritto si devolve al diocesano, e si desume dalla Decretale [Cap. 27 (Cum propter discordias laicorum. In particolare il Sommario: Si quaestio iurispatronatus inter patronos non diffinitur infra quatuor menses, episcopus ordinabit ecclesiam sine praeiudicio eorundem.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove espressamente si
statuisce che se la questione verta tra i patroni in ordine al diritto di patronato, e in 4 mesi non sia definita, spetta al vescovo istituire la persona idonea, ma in modo che questo non arrechi per l'avvenire pregiudizio alla presentazione. La ratio che mosse il pontefice a statuire ciò, fu che la chiesa, per colpa della lite e della contesa tra i patroni, non fosse priva del rettore oltre il tempo stabilito dal diritto, e non si causasse un danno a quella, come nota FAGNANI [Commentaria in secundam partem tertii libri Decretalium, De Iurepatronatus, Cap. Quoniam (Cap. 3), n. 16 (Ius conferendi ecclesiam libere ad Episcopum devolvitur si quaestio super patronatu laicali infra quadrimestre, aut ecclesiastico infra semestre non fuerit terminata), (pp. 233-235)], allorché anche si statuisce che se i patroni dissentano,
e patroni diversi presentino diversi (presentati), chi abbia maggiori meriti e più suffragi sia preferito, e se ciò non può essere fatto senza scandalo, il vescovo ordini come avrà meglio giudicato. E faccia ciò, quando tra alcuni sorge la questione sul diritto di patronato, che in 4 mesi non si conclude. Che se la lite non sia mossa tra i patroni, ma tra il patrono e il vescovo, per il fatto che il vescovo pretenda che la chiesa sia libera, e il patrono sostenga che è a sé soggetta; allora il tempo per la presentazione non scorre per il patrono, e né può il vescovo conferire il beneficio, ma soltanto assegnare un economo alla chiesa, finché la lite non si risolva, come nota BARBOSA [Pastoralis solicitudinis sive de officio, et potestate episcopi, Pars Tertia, (Lione, 1628), Allegazione 72 (Episcopus quando debeat praesentatos à Patronis instituere.), n. 140 (Tempus ad praesentandum quando lite pendente super iurepatronatus patronis praesentare contendentibus currat, ostenditur), (pp. 198-209)] e il citato FAGNANI [ibidem, De Iure patronatus, Cap. Quoniam, n. 18 (Quod procedit si quaestio inter compatronos vertatur; secus si inter Episcopum, & patronum quia tunc Oeconomus deputabitur.), (pp. 233-235)]. Ma se la lite sia agitata tra i patroni e il presen-
tato, e sorga il dubbio se il presentato sia capace della presentazione, allora prima si deve concludere la lite incominciata, in quanto è agitata sul ricercato diritto del presentato; pertanto il patrono non può, pendente la lite, presentare un altro senza arrecare pregiudizio al presentato, nel caso presenti un altro privativamente (cioè privando del suo possesso chi lo detiene o chi ha diritto di detenerlo); non così se cumulativamente, qualora il patrono sia laico, in quanto questi può cumulativamente presentare più (soggetti) affinché tra essi il vescovo istituisca il più idoneo. E né quando la lite è tra i presentati, reciprocamente contendenti, deve preferirsi l’uno all'altro, il patrono può presentare un altro, finché la lite non sia risolta: in quanto la disposizione di cui alla Decretale [Cap. 3 (Quoniam), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], deviando dal diritto comune e essendo avversa per la sola parità della ratio, non si estende a casi simili, come nota ABBATE (Panormitano) [Commentaria ad tertium librum decretalium, c. Quoniam (III), n. 7 (Patronus si non praesentat intra tempus: quia contenditur super idoneitate praesentati, vel quia est contentio inter ipsum & episcopum non privatur iure praesentandi.), (p. 189v)].
In ultimo questo vale anche quando la lite sia mossa sul diritto di eleggere o di conferire a motivo del discrimine tra l'uno e l'altro diritto: dal momento che nella presentazione non si tratta del tanto grave pregiudizio dei patroni, se, pendente ancora la lite, il vescovo istituisca un altro; diversamente nel diritto di 1Bw&sa=X1=bo
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elezione sia gravissimo il pregiudizio nei confronti degli elettori, se, esclusi gli stessi, il diritto di istituire fosse devoluto a un altro, in quanto forse sarebbe istituito chi non volessero o non fosse utile avere, come nota il citato FAGNANI [ibidem, De Iure patronatus, Cap. Quoniam. (Cap. 3), n. 22 (Ius praesentandi in multis differre à iure eligendi.), (pp. 233-235)]. Ma il vescovo può prorogare il tempo concesso dal diritto ai patroni li-
tiganti, perché, essendo il diritto giustamente devoluto al vescovo, può rinunciare al medesimo (tempo), ma non oltre il semestre, che gli (cioè al vescovo) si concede per conferire liberamente il beneficio devoluto: peraltro, trascorso il semestre, qualora il vescovo non conferisca il beneficio, quel diritto di conferire è devoluto a un altro superiore ecclesiastico, come l'arcivescovo, come si ha nella Decretale [Cap. 2 (Nulla ecclesiastica ministeria. In particolare il Sommario: Beneficia non vacantia concedi vel promitti non debent: & cum vacaverint, concedi debent infra sex menses: quibus elapsis de episcopo ad capitulum, & econtra, demum ad proximum superiorem devolvitur collatio.), Titolo 8 (De concessione praebendae et ecclesiae non vacantis), Liber 3, DECRETALI] e nota BARBOSA [ibidem, Pastoralis solicitudinis sive de officio, et potestate episcopi, Allegazione 72, n. 143 (Tempus datum ad praesentandum potest Ordinarius in sui praeiudicium prorogare, non tamen abbreviare.), (pp. 198-210)].
Il patrono non può presentare sé stesso al beneficio, dal momento che a proposito della presentazione devono prendere parte tre persone: il patrono che presenti il chierico; il chierico che sia presentato; e il vescovo che istituisca il chierico presentato dal patrono. Se poi invece il patrono presentasse sé stesso, interverrebbero due soltanto, non tre persone, contrariamente all'essenza e natura della presentazione. E poi perché il presentante esprime una relazione al presentato, cui correlativamente si oppone; e la medesima persona non esprime una relazione a sé stessa, e né si oppone a sé stessa: per la qual cosa tra il presentante e il presentato è necessario che ci sia distinzione, argomenta la Decretale [Cap. 26 (Per nostras postulasti litteras edoceri. In particolare il Sommario: Patronus ecclesiae vacantis, quamquam sit clericus, ad eam se praesentare non potest.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]
dove Innocenzo III statuisce che nessuno possa presentare sé stesso, benché chierico, dotto idoneo benemerito, avente il diritto di patronato in una chiesa; dove anche si dà un'altra ratio, che nessuno deve ingerirsi nelle funzioni della prelazione ecclesiastica, come infatti nota la Glossa di cui alla succitata Decretale [Cap. 26 (Per nostras. In particolare la GLOSSA: i Ingerere.] hoc ipso tamquam ambitiosus debet repelli.), Tit. 38, Liber 3, DECRETALI]: eo ipso (proprio per questo, cioè immediatamente), nel caso si ingerisca, deve essere respinto come ambizioso. Infine, come tra dante e ricevente è necessaria la distinzione, dal momento che nessuno dà a sé stesso [Cap. 7 (Cum ad nostram. In particolare il Sommario: Is ad quem spectat collatio dignitatum, seipsm instituere non potest), Titolo 7 (De institutionibus), Liber 3, DECRETALI], così tra il presentato e il presentante è necessaria la
distinzione. E poi perché la persona eletta non pare computabile tra coloro che eleggono così da aumentare il numero degli elettori, per il fatto che l'elezione esprime relazione all'altro [Cap. 31 (Didicimus omnes omnino haereticos, & schismaticos nil habere potestatis, ac iuris.), Causa 24, Questione 1, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. Per di più il patrono non può neppure presentare sé per il tramite di un procuratore a questo scopo costituito, neppure per il tramite di un altro da sé delegato, in quanto presenterebbe ancor più sé stesso in modo virtuale: infatti qualunque cosa faccia il procuratore o il delegato faccia, non lo fa a suo nome, ma del suo principale, del quale fa le veci. Per cui si riterrebbe che lo stesso principale presentasse ancora sé stesso, come notano PARISIO Flaminio [De resignatione beneficiorum Tractatus, Tomo 2, (Colonia, 1615), Libro 9, Tomo 2, Questione 17 (Decimoseptimo, quaero, an possit constitui procurator ad resignandum beneficium aliquo modo, & forma expressis? & an illam conditionem debeat procurator servare?), n. 113 (Procurator non potest praesentare constituentem.), (pp. 85-87)], Giovani D’ANDREA [Joannes Andreae In quinque Decretalium libros: Novella commentaria, Io.And.Comment. in Tertium Decret. De iurepatronatus, Cap. XIIII. Ex insinuatione, (Cap. 14), (p. 194)] / [Cap. 14 (Ex insinuatione), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Di qui
neppure può il procuratore presentare sé stesso, dal momento che il beneficio non deve trarre origine dalla propria persona per escludersi l'ambizione. 1Bw&sa=X1=bo
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Ma se il patrono trasferisse davvero a un altro il diritto di patronato, al quale abdicasse, e quest'altro nominasse al beneficio lo stesso patrono, allora i più ritengono che la presentazione sarà valida e il patrono presentato da istituirsi nel beneficio, poiché in quel caso il patrono non presenterebbe sé stesso, ma sarebbe presentato da un altro che ha, per quella volta, il diritto di presentare chiunque, come meglio gli sarà parso. Per la qual cosa, nel caso abbia giudicato che il patrono è idoneo, non si vede perché debba essere escluso, ed essere di una condizione peggiore degli altri che possono essere presentati. Anzi il diocesano, al quale spetta l'istituzione, motu proprio (cioè di propria iniziativa), potrebbe istituire il patrono chierico nel beneficio sul quale ha il diritto di patronato, poiché allora il patrono non presenterebbe sé stesso, ma si farebbe soltanto l'istituzione con il suo consenso, che nel diritto non è proibito. Che anzi, anche il patrono chierico potrebbe umilmente supplicare il diocesano di voler a lui conferire quel beneficio, dato che in questo caso non presenterebbe sé stesso, ma rinuncerebbe al suo diritto e pregherebbe soltanto il prelato di voler a lui conferire il beneficio: come l'ordinario può davvero conferire il beneficio a un altro chierico idoneo, così anche al patrono chierico nel caso sarà stato trovato idoneo, e ciò sarà sembrato meglio al vescovo, come nota BARBOSA [Juris Ecclesiastici universi, Pars Altera, (Lione, 1718), Libro 3, Capitolo 12 (De Jurepatronatus), n. 199 (Patronus, qui unicus est si vellet suum de jure patronatus adipisci beneficium, qua medela ad illud assequendum uti possit, ostenditur.), (pp. 188-213)]. Che qualora i patroni siano due, dei quali sia uno laico
e l'altro chierico, a nessuno il dubbio che il laico non possa presentare il chierico, e questi possa per quella volta rinunciare al suo diritto astenendosi dal presentare, a patto che solo egli stesso rimanesse presentato e, se fosse riconosciuto idoneo, fosse da istituirsi [Cap. 43 (Congregatio debet sibi eligere abbatem post abbatis sui mortem, vel eo vivente, si ipse discesserit, vel peccaverit), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO] / [Cap. 42 (Quia propter diversas electionum formas), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI] poi-
ché in quel caso il Patrono non presenta sé stesso ma soltanto acconsente alla presentazione di sé fatta. Il padre avente il diritto di patronato può presentare il figlio al beneficio, argomenta la Decretale [Cap. 15 (Consuluit nos. In particolare il Sommario: Non potest patronus ecclesiam sibi retinere, vel etiam alteri concedere propria auctoritate.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dove nota la Glossa [ibidem, GLOSSA: Casus. ... quod successio haereditaria in ecclesia reprobatur. Item laici patroni ecclesiarum aliquibus ecclesias concedere non possunt auctoritate propria. / a Haereditario.] successio haereditaria in ecclesia esse non debet. / b Propria auctoritate.] secus si ad praesentationem parentum: quia ipse se praesentare non posset. j.eo. per tuas. unde non utitur hic prohiberi praesentatio filij, unde permitti intelligitur....)] che seb-
bene il padre non possa presentare sé stesso, può nondimeno nominare il figlio al beneficio, dal momento che in quel caso non si ha successione ereditaria, non avendo il padre posseduto prima tale beneficio. Se è così, poiché al patrono appartiene la sola presentazione, ma non l'istituzione o la collazione del beneficio, come nota PIRHING [Jus canonicum nova methodo explicatum, Tomus Tertius, (1722), Liber III. Dercretalium, Titolo 38 (De Jure Patronatus), Sessione 4 (De Praesentatione, sive ipso actu praesentandi, ejusque circumstantiis.), § 2 (An Patronus possit praesentare seipsum, vel filium suum, si sit idoneus, item si plures sint Patroni, an unum ex seipsis, ac denique, an semper dignus, vel dignior praesentari debeat?), n. 92 (XCII. Assertio 1. Potest Patronus filium suum, si idoneus sit, praesentare ad Ecclesiam, vel Beneficium, in quo ipse Jus Patronatus habet, prout colligitur ex c. Consult. 15. h.t. Ubi statuitur, quod ... Ex quo colligitur primo. Quod rationes, ob quas Patronus prohibetur praesentare seipsum, cessent in filio, cum in veritate sit alia persona, adeoque etiam in eo cessat vitium ambitionis; qui praecise acceptat, quod confertur, sicut alij praesentati. Accedit, quod filius patroni non debeat esse deterioris conditionis, quam alij extranei, sive non filij qui per patronum praesentari possunt.), (pp. 537-540)], in nessun luogo
nel diritto si trova proibito al patrono di presentare il proprio figlio. E né osta che nella suddetta Decretale [Cap. 15, Tit. 38, Liber 3, DECRETALI] si proibisca ai laici di concedere le chiese ai figli di propria volontà: in quanto presentare non è concedere, né istituire. Infatti spetta al vescovo concedere il beneficio, per la qual cosa si argomenta e si inferisce dal contrario che non è proibito al patrono presentare il proprio figlio, sebbene sia proibito a lui concedere il beneficio; nella 1Bw&sa=X1=bo
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citata Decretale [Cap. 15, Tit. 38, Liber 3, DECRETALI] si proibisce la sola concessione e collazione, ma non la presentazione. E poi perché, nella Legge giustinianea [Dig. 3.4.5. (Illud notandum pomponius ait, quod et patris suffragium filio proderit et filii patri.), Dig. 3.4.0. (Quod cuiuscumque universitatis nomine vel contra eam agatur.), Liber 3, DIGESTO] non si ha che il padre al fi-
glio, e il figlio al padre, non possa dare il suffragio o la capacità di elezione. E né osta che in diritto il padre e il figlio siano considerati una sola persona [CJ.6.26.11.1. (Nobis autem in prima quidem specie videtur...), CJ.6.26.0. (De impuberum et de aliis substitutionibus.), CODICE]: per la qual cosa se il padre presentasse il figlio, sarebbe considerato
come colui che realmente presenti sé stesso contrariamente alla Decretale [Cap. 26 (Per nostras), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Infatti è il contrario, in quanto il padre e il figlio, solo per una finzione legale e in certi casi, si considerano una persona, e la medesima; e poiché in questi casi non sono comprese l'elezione e la presentazione ai benefici, perciò in siffatti casi si considerano persone diverse, al punto che il padre possa favorire il figlio e anche presentare lo stesso, come nota BARBOSA [Pastoralis solicitudinis sive De officio et potestate episcopi, Pars Tertia, (Lione, 1628), Alleg. 72 (Episcopus quando debeat praesentatos à Patronis instituere), n. 94 (Episcopus licite conferri beneficium filio suo legitimo, vel nepoti idoneo.). (pp. 197-205].
Né urge (cioè è incalzante) che il padre e il figlio per quel che riguarda i beni non si distinguano, neppure perciò per quel che riguarda le persone. Infatti è il contrario, dal momento che, pur acquisendo il figlio una qualunque cosa, si dice che l’acquisisce per suo padre [III:XXVIII Per quas personas nobis obligatio adquiritur., Imperatoris Iustiniani Institutionum Liber Tertius]. Tuttavia ciò non risulta in relazione ai beni che il figlio acquisisce nelle cose spirituali, in ultimo neppure in relazione ai beni castrensi o quasi castrensi, ma soltanto in relazione ai beni profettizi e avventizi, per quanto concerne l'usufrutto [CJ.6.61.6pr. (Cum oportet similem providentiam tam patribus quam liberis deferri, invenimus), CJ.6.61.0. (De bonis, quae liberis in potestate constitutis ex matrimonio vel aliter adquiruntur, et eorum administratione.), CODICE]. E neppure ne consegue che dalla comunione dei
beni si inferisca soltanto una persona, poiché il padre e il figlio, realmente e fisicamente, sono due persone distinte, e soltanto per finzione giuridica (o legale: applicazione di una norma giuridica a una fattispecie differente da quella per cui era stata posta, fingendo che si siano verificati i presupposti di fatto di questa) si considerano una persona sola. Quindi, allorché il
diritto non li consideri come una sola persona, come nel nostro caso, si deve tener conto più della verità della cosa, che della finzione legale. Per questo, le ragioni per le quali il patrono è impossibilitato a presentare sé stesso, cessano riguardo al figlio, vitsto che questi, realmente e fisicamente, è una persona diversa e realmente distinta dal padre. Cessa altresì il vizio di ambizione, dato che accetta precisamente ciò che a lui si conferisce, come se accettasse chiunque altro presentato. Infatti il figlio del patrono non deve essere di una condizione peggiore di quella degli altri estranei che il patrono può presentare, come nota BARBOSA [Juris Ecclesiastici Universi, Pars Altera, (Lione, 1718), De Jurepatronatus. Cap. XII., n. 198 (Caput consuluit 15. de jurepatronatus, declaratur. In particolare: ... Non obstat dictum caput consuluit; quia tantummodo prohibet patronum filio suo Ecclesiam patronatam conferre sicut similiter unicuique extraneo conferre non potest. c.propterea 4. de jurepatronatus non vero prohibet in eadem Ecclesia patronata filium patroni per patrem praesentari Praelato, qui eidem institutionem exhibere tenetur: idque manifeste colligitur ex verbis illius textus, ibi, propria auctritate detineatur, & ibi, concedant: quae quidem verba bene incollatione, minime vero in praesentatione versificantur.), (pp. 193-213)]. D’altra parte, dal momento che il vescovo può conferire il beneficio
a suo figlio legittimamente nato, qualora sia trovato idoneo, come nota ABBATE (PANORMITANO) [Commentaria seu Lectura in ... Decretalium librum ..., Volume 3, Edizione 2, De iurepatronatus, Quia clerici (Cap. 6), n. 6 (Episcopus potest conferre beneficium filio suo legitimo vel nepoti alias habili et digno.), (p. 238)], a fortiori il padre potrà quindi presentare il figlio al beneficio,
non essendo la presentazione né collazione né istituzione, e né dà il diritto nel beneficio. Forse il patrono è tenuto davvero a presentare il più degno? È certo che il patrono, ecclesiastico o laico, è tenuto a presentare uno degno o avente le qualità richieste per il beneficio, poiché i benefici ecclesiastici non possono essere 1Bw&sa=X1=bo
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conferiti a indegni, e la presentazione è in vista della collazione. Nondimeno il patrono non è tenuto a presentare il più degno a confronto del degno, se ciò non sia stato espressamente fissato dal fondatore. Questa è la differenza che c'è tra il patrono laico e l'ecclesiastico, e tra i benefici semplici e curati: che, qualora il patrono sia ecclesiastico e il beneficio curato, in quel caso il patrono è tenuto a presentare il più degno secondo il Concilio di Trento [Sessione 24, Decreto di riforma, Canone 1], dove si dice che peccano mortalmente, e sono partecipi degli altrui peccati, se non cureranno diligentemente di mettere al comando quelli che essi stessi avranno stimato più degni e più utili alla chiesa. E per quanto il chierico non sia, tramite presentazione, messo al comando, ma solo tramite istituzione, nondimeno la prestazione è ordinata all'istituzione. Senza dubbio nei canonicati e nelle cappelle, qualora il beneficio sia semplice, può il patrono anche ecclesiastico presentare uno degno, rinunciando al più degno, perché nel diritto, in nessun luogo, espressamente si ha che siano da presentare nei benefici di tal natura i più degni. Analogamente questo onere non si deve imporre ai patroni, non essendo agli stessi ingiunto dal diritto. Diversamente, a dire il vero, il patrono laico non è tenuto a presentare al beneficio sempre il più degno, dato che al patrono laico in diritto, in nessun luogo, si proibisce di poter presentare il degno al beneficio di cui ha il diritto di patronato, e il Concilio di Trento [Sessione 24, Decreto di riforma] esige soltanto che il presentato dal patrono laico sia esaminato, e nel caso in cui sia stato trovato idoneo, sia istituito, onde il Concilio esige soltanto l'idoneità, o che il presentato sia degno, come nota Garcia [Tractatus de Beneficiis amplissimus, et doctissimus, Tomo 2, (Magonza, 1614), Parte 7 (Quibus debeant Beneficia conferri, seu de qualitatibus requisitis ad Beneficia, continent sexdecim capita.), Cap. 16 (An beneficia sint conferenda digniori, an satis digno conferre, folio 120.), n. 17 (Tertia sententia, quod prima vera sit in Episcopatibus, & beneficiis curatis, ex Concilio Triden. secunda procedat in beneficiis sine cura, numer. 16. Quae placet, & est intelligenda, nisi aliqua lege, vel constitutione particulari, aut iuramento aliud cautum sit in beneficiis simplicibus, num. 17.)].
E né osta che nella Decretale [Cap. 3 (Quoniam in quibusdam locis fundatores ecclesiarum, .... Praesenti decreto statuimus, ut si forte in plures partes fundatorum se vota diviserint, ille praeficiatur ecclesiae, qui maioribus iuvatur meritis, & plurimorum eligitur & approbatur assensu.), Titolo 38 (De iure patronatus.), Liber 3, DECRETALI] si dica che sia da mettersi a capo della chiesa chi si giova di maggiori
meriti, in quanto il pontefice, in detto capitolo, non impone ai patroni laici l'onere di presentare sempre il più degno e chi si giova di maggiori meriti, ma soltanto, egli dice, che i patroni laici agiscano con maggiore avvedutezza se presentano i più degni, perché così rispondono all'auspicio della chiesa. Oltre a ciò, nel succitato capitolo [Cap. 3, Tit. 38, Liber 3, DECRETALI], il pontefice vuole che sia posto a capo della chiesa quello che si giova di maggiori meriti, che in effetti è solo presentato, non messo a capo, in quanto essere a capo equivale a essere istituito, il che compete al vescovo, non al patrono laico. E poi perché si può detto capitolo [Cap. 3, Tit. 38, Liber 3, DECRETALI] agevolmente spiegare: che vale quando il patrono laico presenta più chierici cumulativamente al medesimo beneficio, in quel caso spetta davvero al vescovo esaminare tutti quelli; e proprio allora il pontefice in detto capitolo ingiunge al vescovo di porre a capo della chiesa chi degli esaminati si giovi di maggiori meriti. E ciò si desume dal Decreto [Capitolo 33 (Monasterium, vel oratorium canonice constructum à dominio constructoris eo invito non auferatur), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO], e questo sembra anche supporre la Decretale [Cap. 3 (Quoniam), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] nella quale si dice che parec-
chi sono i presentati dal patrono, e si ordina al vescovo di preporre chi tra quelli si giova di maggiori meriti. Il patrono laico, nel presentare i chierici, può variare dopo aver presentato uno idoneo, se la questione sia ancora aperta o non ancora sia stata fatta la sua istituzione, al punto che egli possa, nonostante la prima presentazione, presentare altri a quel beneficio, però in modo cumulativo, ma non in modo privativo 1Bw&sa=X1=bo
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(cioè non sottrattivo) da escudersi il primo presentato idoneo, dato che, quantunque
non abbia il primo presentato acquisito il diritto nella cosa, ma soltanto il diritto alla cosa, può tuttavia chiedere di essere istituito nel beneficio al quale fu presentato, nel caso sia stato trovato idoneo, come si desume dalla Decretale [Capitolo 5 (Quod autem), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Ma qualora il vescovo abbia esaminato più presentati e li abbia trovati idonei, non è tenuto a istituire il primo presentato tra quelli presentati dal patrono laico, ma può istituire chi abbia considerato più utile alla chiesa, dal momento che i presentati non hanno il diritto nel beneficio, ma soltanto il diritto al beneficio, e colui che è istituito dal vescovo acquisisce il diritto nel beneficio: infatti dopo che è istituito dal vescovo il presentato, o al primo o al secondo posto, acquisisce il pieno diritto nel beneficio, sebbene la reale istituzione o la traditio (dir.rom., il modo più antico di trasmissione della proprietà, consistente nella pura e semplice consegna della cosa dall'alienante all'acquirente) della possessione non sia ancora stata fatta, poiché nei diritti spirituali, per il tramite della sola verbale istituzione o collazione, si acquisisce il diritto in re (nella cosa, cioè di fatto, materialmente), sebbene l'attuale immissione nel possesso ancora non sia stata fatta; come si ha nel Decreto [Cap. 17 (Si tibi absenti), Tit. 4 (De praebendis et dignitatibus), Liber 3, LIBRO SESTO]. Per cui se il presentato dal patrono è verbalmente istituito dal vescovo e in seguito il vescovo istituisse un altro realmente e con la traditio della possessione, questa successiva istituzione sarebbe invalida, sebbene nelle cose profane questo non abbia valore [CJ.3.32.0. (De rei vindicatione), CJ.3.32.15pr. (Quotiens duobus in solidum praedium iure distrahitur), CODICE], allorché, se la cosa sia venduta a due, si ritiene migliore riguardo al dominio colui al quale in precedenza è stata consegnata. Del resto il patrono laico può presentare più di uno in due modi: o tutti insieme, affinché il vescovo scelga uno di essi e istituisca che avrà trovato più idoneo; o in sequenza e in diversi tempi, con il presentare uno dopo l'altro. E allora, quando il patrono presenta il secondo, non esclude il primo, ma soltanto in modo cumulativo aggiunge il secondo, il terzo o il quarto: in tal modo la variazione è fatta dal patrono laico non in modo privativo (cioè sottrattivo) per reiezione (rifiuto, non accettazione) del presentato per primo, ma cumulativamente, tanto da essere rimesso all'arbitrio del vescovo eleggere e istituire uno di quelli che avrà preferito e avrà riconosciuto che sarà più utile alla chiesa. Che qualora il patrono respingesse del tutto il primo presentato, allora il vescovo non potrebbe quello istituire, come insegnano in generale i canonisti. Ora quante volte il patrono laico può variare nella presentazione del chierico? Molti rispondono che non può variare se non una sola vola a norma della Legge giustinianea [Dig. 50.16.89pr. (“boves” magis “armentorum” quam “iumentorum” generis appellantur.), Dig. 50.16.89.1. (Hoc sermone “dum nupta erit” primae nuptiae significantur.), Dig. 50.16.0. (De verborum significatione), DIGESTO], perché la varia-
zione, essendo odiosa (molesta, spiacevole), deve essere limitata. E poi perché anche la stessa equità raccomanda questa istituzione, affinché si eviti sicuramente confusione, come nota GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (Magonza, 1614), Parte 5, Cap. 9 (De Patronis), n. 244 (Ex collatione facta ab ordinario, spreto patrono infra tempus praesentandi, interim videtur ius considerabile quaesitum proviso, ita ut non valeat provisio Papae alteri post ea facta non facta de illa mentione, & sit locus regulae de iure quaesito nu. 242. quamvis contrarium teneat Rota Gamb. & Rebus. relatum n. 243. quorum sententia procedit attentis suis rationibus essetque vera, ubi patronus postea reclamasset infra tempus datum ad praesentandum, &c. n. 244.), (pp. 503-536)].
Che se tu contrapponi la Clementina [Capitolo 2 (Plures ab uno ex patronis ecclesiae relicti haeredes), Titolo 12 (De iure patronatus), Liber 3, CLEMENTINE] dove, nella parte finale [Quibus etiam ex eadem causa permittimus ut plures ad vacantem ecclesiam possint eo modo praesentare personas, quod una ex eis eligi per episcopum valeat, & admitti.], più di uno son detti essere presentati, rispondono che
ivi il pontefice parla della presentazione di più nello stesso tempo, ma non in sequenza, a meno che, ad esempio, la prima presentazione non sia stata irrita per il fatto che sia stata fatta dinanzi a chi non ha la potestà di istituire, argo1Bw&sa=X1=bo
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menta la Decretale [Cap. 10 (Cum laici episcopis nescientibus, aut non consentientibus, ecclesias clericis concedunt. In particolare il Sommario: Patronus ecclesiam clerico conferre non potest: & si contulerit, potest hoc non obstante ad ecclesiam praesentare rectorem.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. In quel ca-
so dicono infatti che può presentare il terzo, cumulandolo al secondo, per il fatto che viene escluso il primo, in quanto invalidamente presentato. Senza dubbio la sentenza più comune e più probabile è che il patrono laico possa assolutamente non solo il secondo, il terzo e il quarto, ma anche parecchi altri presentare in sequenza (l'uno dopo l'altro): visto che ciò a lui stesso non è proibito, e si desume anche dalle Decretali [Capp. 24 (Cum autem), 29 (Pastoralis), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], e nota la Glossa nella Clementina citata [Cap. 2 (Plures .... Quibus etiam ex eadem causa permittimus ut plures ad vacantem ecclesiam possint eo modo praesentare personas, quod una ex eis eligi per episcopum valeat, & admitti. In particolare la GLOSSA: e Plures.] quotcunque, ut dixi in princ.cap.), Titolo 12, Liber 3, CLEMENTINE]: la ratio è che il patrono laico, nominando il terzo e il quarto, non
recede dai primi, ma a questi aggrega quelli. E poi perché quanto più nomina, tanto più utilmente fa il bene (l'interesse) della chiesa, perché uno tra più sia appunto eletto e istituito dal vescovo. Per la qual cosa, essendo questa variazione a favore e per la libertà della chiesa, si deve estendere piuttosto che restringere. E neppure questa variazione denota inaffidabilità in colui che presenta, in quanto non varia la volontà esclusiva (che esclude) della prima presentazione, perciò non recede dalla prima intenzione e presentazione; ma, mantenendo la prima decisione, aggiunge al primo presentato anche gli altri. Per cui, non recedendo dalla prima volontà, non può essere incolpato di inaffidabilità. Qualora tu dica che la facoltà semplicemente data si estingue al primo atto [Dig. 50.16.89pr. (“boves” magis “armentorum” quam “iumentorum” generis appellantur.), Dig. 50.16.89.1. (Hoc sermone “dum nupta erit” primae nuptiae significantur.), Dig. 50.16.0. (De verborum significatione), DIGESTO],
soprattutto in una materia odiosa, si risponde che questa variazione poco prima esplicata, non è odiosa, ma favorevole e utile alla chiesa, perché in essa il vescovo può istituire il più degno e chi egli avrà riconosciuto come il più utile alla chiesa, escludendo gli altri meno degni. Infatti essendo la variazione cumulativa, è tanto lontana dall'essere odiosa per la chiesa che provvede piuttosto alla sua libertà, potendo il vescovo liberamente eleggere il più degno tra i più. Per cui non è la variazione di cui si fa menzione nella citata Clementina [Cap. 2, Titolo 12, Liber 3, CLEMENTINE]. E neppure la facoltà data al patrono di presentare, si estingue al primo atto, altrimenti non potrebbe il patrono, dopo la presentazione del primo, presentare il secondo, il che è contrario al diritto. Né è incalzante che nelle Decretali [Capp. 24 (Cum autem), 5 (Quod autem consulis), 29 (Pastoralis), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] si trovi soltanto che dopo la presentazione del primo, il secondo possa essere presentato, e che, nella citata Clementina [Cap. 2, Tit. 12, Liber 3, CLEMENTINE], il numero plurale in misura sufficiente si salva nel numero binario, argomenta la Regola giuridica [Regola 40 (Pluralis locutio, duorum numero est contenta.), Titolo (De regulis juris) Aggiunto al Titolo 12 (De verborum significatione), Liber 5, LIBRO SESTO]: la locuzione “plurale” è contenuta nel numero due. Infatti è al contra-
rio, in quanto nei predetti testi, sebbene siano nominati soltanto l'altro e il secondo, non tuttavia sono esclusi il terzo, il quarto, il quinto e gli altri. Per la qual cosa, nei testi riportati si vuol solo dire che il patrono laico può presentare più persone; e sebbene il numero plurale sia salvo nel binario, nondimeno in detta Clementina il numero plurale non si limita al solo binario, ma si pone solo il binario, dal momento che, recedendo dall'unità, accede alla pluralità che (esso numero binario) incomincia a costituire. Poi questa pluralità come effettivamente incomincia dal binario, così si sviluppa nel ternario, quaternario, quinario, come nota GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (Magonza, 1614), Parte 5, Cap. 9, n. 216 (Clemen.plures §.si.de iurepatron. intelligitur quando plures simul praesentantur non successive, & procedit etiam in patronis Ecclesiast. qui ex ea possunt facere praesentationem alternativam & plur. simul praesentare contra aliquos.n.216.), (p. 525)]. 1Bw&sa=X1=bo
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Che in verità attenga al patrono ecclesiastico, è certo, che, se il collegio o la persona ecclesiastica cui compete il diritto di presentare a nome della chiesa, scientemente presenti uno indegno, è privato dello stesso diritto o almeno con sentenza del giudice deve essere privato del diritto di presentare per quella volta, e la libera collazione è devoluta al superiore prossimo, argomentano le Decretali [Cap. 7 (Cum in cunctis. §. Clerici sane, si contra formam istam quemquam elegerint, & eligendi tunc potestate privatos), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI] / [Cap. 2 (Sicut nobis tua fraternitas intimavit. In particolare il Sommario: Regulares in suos usus convertere non possunt ecclesias, in quibus ius obtinent patronatus. & si infra tempus Lateran. concilij quando vacant non praesentent rectores ad eas, superior ordinabit easdem.), Titolo 10 (De supplenda negligentia praelatorum), Liber 1, DECRETALI], e nota BARBOSA [Collectanea doctorum tam veterum quam recentiorum, in Ius Pontificium Universum. Tomo 2, (Lione, 1647), De Iurepatronatus. Tit. XXXVIII. (p. 339), Cap. 24 (Cum autem), n. 5 (Patrono laico variare non licet si à priori praesentatione prorsus recedendo alterum nominaret), (pp. 362-363)]. La ratio del discrimine è che, fintantoché
si concede al laico che presenta un indegno di presentare una seconda o anche una terza volta altri che siano degni, il patrono laico si suppone meno esperto riguardo alle cose della chiesa e meno tempo ha del chierico per presentare. E poi perché il patrono laico presenta a nome proprio: l'ecclesiastico invece per l'ufficio, per conto e secondo la legge della chiesa, i cui atti devono essere più puri [Cap. 2 (Inter corporalia & spiritualia eam cognovimus esse differentiam), Titolo 7 (De translatione episcopi), Liber 1, DECRETALI] / [Capitolo Unico (Cum illusio & variatio in personis ecclesiastici maxime sint vitandae.), Titolo 4 (De renuntiatione), Liber 1, CLEMENTINE]. Ancora il patrono ecclesiastico ha maggiore
esperienza a proposito delle presentazioni ai benefici ecclesiastici e anche un tempo più lungo per deliberare. Per la qual cosa l'ignoranza che può discolpare il patrono laico, non così discolpa l'ecclesiastico. Infine perché la presentazione fatta dal patrono ecclesiastico ha valore di elezione nella quale, una volta resa nota l'indagine, non si dà più luogo a variazione ai sensi del testo di cui alla Decretale [Cap. 58 (Publicato scrutinio, variare nequeunt electores. In particolare il Sommario: Publicato scrutinio non possunt electores variare, sed compelli debent ad collationem & electionem.), Titolo 6, Liber 1, DECRETALI]. Per cui, se anche il patrono laico scientemente presenti uno indegno, gli si concedono ancora 4 mesi per poter presentare uno degno e idoneo, visto che il patrono laico ha il diritto di variare e mutare parere. E se entro i 4 mesi può variare quando presentò uno degno prima che il vescovo lo istituisse, a fortiori (a maggior ragione, tanto più), per correggere il proprio errore, può variare quando presentò uno indegno, essendo stata tale presentazione irrita e nulla, argomentano le Decretali [Cap. 2, Tit. 7, Liber 1, DECRETALI] / [Cap. 12 (Tua fraternitatis discretio postulavit), Titolo 4 (De clericis non residentibus in ecclesia vel praebenda), Liber 3, DECRETALI]. E se il periodo di 4 mesi sia trascorso e il patrono laico abbia presentato solo uno indegno, allora il vescovo può liberamente istituire un altro. Come, trascorso il quadrimestre, è lecito che il vescovo istituisca anche quando il patrono non presentò nessuno, e ciò per diritto di devoluzione allo stesso: allo stesso modo anche quando il patrono presentò uno indegno, ed entro il quadrimestre non mutò parere: poiché in questo caso si considera così come se non avesse presentato nessuno, argomenta la suddetta Decretale [Cap. 2, Tit. 7, Liber 1, DECRETALI]. Ma se il patrono ecclesiastico, ignorante, presenti uno indegno, non può variare, finché la presentazione non sia respinta. E, questa respinta, entro i 6 mesi può presentare un altro, altrimenti, incolpevole, si priverebbe del suo diritto prima del rifiuto fatto. Ma se con cognizione di causa presentò uno indegno, allora ipso facto è privato del diritto di presentare, allo stesso modo che è privato del diritto di eleggere chi scientemente elegge uno indegno [Cap. 7 (Cum in cunctis. § ultimo. Clerici sane.), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]. Nondimeno nota BARBOSA [Pastoralis solicitudinis sive De officio et potestate episcopi, Pars Tertia, (Lione, 1628), Allegazione 72, n. 105 (Praesentantes minus idoneum, vel indignum peccant mortaliter, & si sunt patroni Ecclesiastici privantur ea vice iure praesentandi, si autem laici, possunt intra quadrimestre alium praesentare, nisi scienter praesentaverint.), (p. 197)] che il patrono qualora presenti uno inetto sub condi1Bw&sa=X1=bo
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tione (con la riserva, condizione) di impetrare la dispensa, non debba per quella volta essere privato della facoltà di presentare, se nel corso del quadrimestre o del semestre, non ottenuta la dispensa, presenti un altro degno e idoneo, e così fu deciso dalla Rota Romana, riporta Farinacci [Decisionum Rotae Romanae, (Lione, 1640), Decisione n. 568 (Argumentum. Collatio facta ab eo qui est in quasi possessione conferendi, valida est.), (p. 303)]. Che nel caso si cerchi di sapere perché al patrono laico, per presentare, sia concesso solo un quadrimestre, e al patrono ecclesiastico un semestre, contando dal giorno della vacanza conosciuta [Capp. 3 (Quoniam in quibusdam locis fundatores. ... Et id ipsum etiam faciat, si de iure patronatus quaestio emerserit inter aliquos, & cui competat, infra quatuor menses non fuerit diffinitum.), 27 (Cum propter discordias laicorum), Titolo 38 (De iure patronatus), LIber 3, DECRETALI], e più
chiaramente la Decretale [Capitolo Unico (Si laicus iuspatronatus ecclesiae sibi competens), Titolo 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO] dove Bonifacio VIII statuisce che, sebbene il laico quando era patrono abbia avuto 4 mesi per presentare, vacante la chiesa; ora nondimeno la chiesa o il monastero, cui fu donato il diritto, ha sei mesi, per il fatto che la chiesa, quanto al presentare, si considera come patrono ecclesiastico e non laico? Si risponde che la ratio del discrimine si trae da ciò, che era giusto che chi è gravato in uno, sia sollevato in altro, e che al patrono laico si concede la facoltà di variare o, dopo aver presentato uno, di presentare anche un altro. Perciò dovette essere gravato nell'altro, al punto che per presentare gli sono concessi solo 4 mesi, altrimenti il patrono ecclesiastico, dal momento che non può variare, dovette essere sollevato per un tempo più lungo, concessogli per riflettere con più ponderazione e per deliberare circa la presentazione, che non può ripetere, e perciò il diritto gli concede un semestre contando dal giorno della vacazione conosciuta. Inoltre entro quel tempo il patrono è tenuto a presentare con questo modo di agire: o per il tramite di sé stesso immediatamente o per il tramite di una lettera di presentazione dallo stesso data e che il presentato è tenuto a mostrare al superiore cui compete l'istituzione. E questo tempo non scorre per il patrono ignorante o legittimamente impedito, come non scorre il tempo prefissato per eleggere [Cap. 5 (Quia diversitatem corporum, diversitas saepe sequitur animorum), Titolo 8 (De concessione praebendae et ecclesiae non vacantis), Liber 3, DECRETALI]. La ratio è: poiché nessuno senza sua colpa deve essere privato del diritto che possiede, scorre tuttavia questo tempo anche nei giorni festivi, essendo continuo, come nota BARBOSA [Pastoralis solicitudinis sive De officio, et potestate episcopi, Pars Tertia, (Lione, 1628), Allegazione 72, n. 127 (Tempus datum ad praesentandum est continuum, & currit diebus feriatis), (pp. 198-208) / Collectanea Doctorum tam veterum, quam recentiorum, In Ius Pontificium Universum, (Lione, 1647), De Iurepatronatus. Tit. XXXVIII. Cap. Cum propter (Cap. 27), n. 3 (Praesentatio à patronis laicis, vel clericis ratione patrimonij facienda est infra quadrimestre, à patronis vero ecclesiasticis infra semestre.), (p. 368)]. E nel caso, per negligenza del patrono laico che non
presenta entro il quadrimestre, la collazione si devolva all'ordinario, o perché il papa non portò in curia i benefici vacanti entro il mese conformemente alla Decretale [Cap. 3 (Statutum felicis recordationis Clementis Papae praedecessoris nostri de dignitatibus, & beneficijs in curia Romana vacantibus nequaquam per alium, quam per Romanum Pontificem conferendis), Titolo 4 (De praebendis et dignitatibus), Liber 3, LIBRO SESTO]: in entrambi i casi l'ordinario ha un semestre
per conferire. § 5. Quale diritto e potestà abbiano il Romano Pontefice e i vescovi sui benefici dei patroni laici o ecclesiastici. È certo che il sommo pontefice con la plenitudine (pienezza, perfezione) della potestà papale possa derogare a qualsivoglia patronato ecclesiastico o laicale, qualora sussista una giusta causa, per quanto non si pensi che voglia derogare al patronato laico se questa deroga non sia specificamente espressa (stabilita, prescritta) nelle Lettere Apostoliche, e che possa più facilmente derogare al patronato ec1Bw&sa=X1=bo
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clesiastico, come notano ABBATE (PANORMITANO) [ibidem, Commentaria ad tertium librum decretalium, c. Cum dilectus (XXVIII), n. 9 (10-11) (Beneficium non potest reservari collationi papae per legatum sine speciali mandato papae), (p. 197v)] e COVARRUVIAS (Covarrubias) [Practicarum Quaestionum Liber Unus, (Lione, 1558) Cap. 36 (De iure patronatus laicorum ad differentiam iuris patronatus ecclesiastici, & utriusque derogationem), n. 1 (Iuri patronatus laicorum licet Papa derogare possit, non censetur derogatum, nisi expressa eius mentio fiat.), (pp. 245-246)]: che, per quanto il diritto di patronato competa
anche ai laici fondatori soltanto per concessione e grazia della chiesa, al punto che la medesima chiesa che concesse la grazia al laico, possa negarla per giusta causa, tuttavia non così facilmente dalla chiesa si deroga al diritto di patronato laicale. E ciò perché i principi e i signori secolari non si ritraggano dalle pie fondazioni, se senza distinzione si derogasse ai loro diritti. Questa ratio non ha valore probante e dimostrativo in merito al diritto di patronato ecclesiastico, traendo questo la sua origine tutt'al più dalla chiesa, e non dai laici. E poi perché i prelati delle chiese hanno più diritto sui beni degli ecclesiastici che sui beni dei laici, analogamente hanno anche più diritto sul diritto di patronato ecclesiastico, che su quello laicale. Per cui, qualora il diritto di patronato sia originariamente ecclesiastico e competa al laico soltanto per speciale privilegio o anche per consuetudine legittimamente prescritta, il papa può allora a esso derogare anche per quella clausola generale: alla presentazione di qualsivoglia patrono spettino i benefici, come insegna COVARRUVIAS (Covarrubias) [ibidem, Cap. 36, n. 5 (Quid de iure patronatus ecclesiastico, quod habuit à laicis, & eorum patrimonio originem? & de iu.patronatus clerici, & laici.), (p. 240)] perché allora viene meno la ratio per la quale il diritto canonico proibisce che si deroghi alle chiese e ai benefici soggetti al patronato dei laici, dato che in quel caso i laici nessun contributo portarono a quei benefici. Che qualora il diritto di patronato sia misto e appartenga all'ecclesiastico e, nello stesso tempo, al laico, allora dal papa non si deroga a quello per la clausola generale, se non si faccia una speciale menzione del diritto di patronato laicale: in quanto, benché nel diritto di patronato misto, per quel che riguarda gli agi, i privilegi e i favori, il più degno trae a sé il meno degno, non così per quel che riguarda i danni, gli odi e le pene. Pertanto per quel che riguarda le deroghe e le riserve, si considera come se il solo laico fosse semplicemente il patrono. Di qui se il patrono ecclesiastico e il laico siano insieme compatroni, e insieme abbiano il diritto di presentare, anche allora il laico ha 6 mesi per presentare a motivo della comunione con la chiesa, come si desume dalla Decretale [Cap. Unico (Si laicus), Tit. 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO], e nota Garcia [Tractatus de Beneficiis amplissimus et doctissimus, (Magonza, 1614), Parte 5 (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum, continet 9.cap.), Cap. 9 (De patronis), n. 210 (Patroni Ecclesiast. habent semestre ad praesentandum, laici quadrimestre nu. 209. Et quando sunt Ecclesiast. & laici simul omnes habent semestre, etiam laici ratione communionem. n.210.), (pp. 503-532)]
che nelle cose più favorevoli e nelle comodità il più degno trae a sé il meno degno. In più, perché in generale il socio che di per sé non è privilegiato, per la comunione con il socio privilegiato, in una realtà, o per il diritto comune, indivisibile, partecipa (cioè divide con altri, spartisce) le comodità e il privilegio dell'altro socio, al punto che consegue per il tramite dell'altro ciò che di per sé non conseguirebbe, secondo la Legge giustinianea [Dig.8.6.10pr. (Si communem fundum ego et pupillus haberemus, licet uterque non uteretur, tamen propter pupillum et ego viam retineo.), Dig.8.6.0. (Quemadmodum servitutes amitttuntur), Liber 8, DIGESTO] nella quale si dice che chi ha un fondo comune insie-
me con il pupillo, conserva in quel (fondo) la servitù della strada, sebbene nessuno dei due ne abbiano fatto uso, nell’interesse dell pupillo: dove la Glossa marginale nota che il privilegio di un consorte o di un pupillo, sia utile all'altro consorte, anche al non pupillo, nelle cose indivisibili. In modo simile, nel caso il chierico e il laico siano compatroni, non si può stabilire riguardo al laico un diritto di patronato di un tempo minore, che riguardo al chierico: in quanto, 1Bw&sa=X1=bo
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quando la cosa comune è indivisibile, è più giusto che il socio a causa del socio privilegiato, consegua un vantaggio, di che il socio privilegiato subisca un danno a causa del socio non privilegiato: l'equità infatti esige che nelle cose che non si possono dividere, uno non subisca del danno a motivo della cosa che è comune a quello insieme con l'altro, come nota il succitato COVARRUVIAS (Covarrubias) [ibidem, Cap. 36, n. 5]. Può anche il papa senza il consenso del patrono conferire i benefici, poiché può derogare al loro diritto e potestà per quanto attiene ai benefici ecclesiastici, dal momento che il diritto di patronato si concede con l'autorità della chiesa, e per concessione e grazia della medesima: perciò si può anche togliere con l'autorità di quello. Tuttavia non arbitrariamente, ma per giusta e onesta causa, altrimenti i laici si allontanerebbero dalle pie fondazioni. E poi perché i privilegi dei principi trascinano con sé la natura di un tale contratto, per questo si richiede la giusta e onesta causa. Che qualora il diritto di patronato dei laici abbia origine dalla sola prescrizione (disposizione di un'autorità), dalla consuetudine e dal privilegio, allora dal papa può a quello derogarsi con la sola appropriata clausola, dato che, come più su abbiamo detto, cessa la ratio dell'allontanare i secolari dalle, non avendo tratto tale beneficio origine dai beni dei laici. Ancora quando il laico pie fondazioni non è in realtà patrono, ma possiede solo in buonafede il diritto di patronato, i più ritengono che il papa possa in questo caso derogare a tale diritto di patronato, anche per la clausola generale contenuta nelle Lettere apostoliche. Così infatti pensa COVARRUVIAS (Covarrubias) [ibidem, Cap. 36, n. 6 (Quid de iure patronatus adquisito per praescriptionem, aut privilegium: & de patrono possidente), (pp. 239-247)], perché allora il papa per mezzo della deroga non arreca danno al patrono o al possessore: non al patrono, in quanto egli in verità non possiede il diritto di patronato; non al possessore, in quanto egli non è il vero patrono. Nondimeno altri pensano che per la sola clausola generale non si derogherà a tale diritto di patronato, dal momento che, quantunque il possessore non sia il vero possessore, è nondimeno possessore in buonafede, tanto da fruire dei frutti e degli agi della cosa posseduta; e dal momento che la presentazione è frutto del diritto di patronato, il possessore in buonafede non deve essere privato di quello per una clausola generale. O forse, qualora il romano pontefice, senza chiedere al patrono, trasferisca i benefici vacanti presso la Sede apostolica, eo ipso si debba dire che ha in realtà derogato al diritto di patronato dei laici? I più sono del parere che va richiesto il consenso del patrono. Ma giova osservare che nella Decretale [Capitolo 2 (Licet ecclesiarum, personatuum, dignitatum, aliorumque beneficiorum ecclesiasticorum plenaria dispositio), Titolo 4 (De praebendis et dignitatibus), Liber 3, LIBRO SESTO] e nella Clementina [Cap. 3 (Si plures obtinens dignitates. In particolare il Sommario: Quo casu vacat una dignitas per retentionem alterius, vacant etiam plures), Titolo 2 (De praebendis et dignitatibus), Liber 3, CLEMENTINE] il romano pontefice riservò a sé il diritto di
conferire le chiese, le dignità, i personati e gli altri benefici vacanti presso la Sede apostolica; o forse siano in realtà riservati al romano pontefice anche i benefici pertinenti al diritto di patronato dei laici, qualora siano vacanti presso la Sede apostolica, e per la qual cosa la collazione fatta dal papa sia da ammettere. COVARRUVIAS, nell'opera citata, asserisce che in Spagna è invalso il non ammettere. E questo stesso è consuetudine anche in Gallia, aggiunge REBUFFI presso il medesimo COVARRUVIAS, al punto che in nessuno dei due regni si recepiscano le collazioni dei benefici pertinenti al diritto di patronato dei Re senza il consenso dello stesso re. In ultimo altri estendono questo stesso al diritto di patronato dei duchi, principi, marchesi, conti: ma STAFILEO riferisce che il papa si sia abituato a derogare al diritto di patronato di questi laici tutte le vote che presso la Sede apostolica, per morte del beneficiario, la chiesa o benefi1Bw&sa=X1=bo
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cio risulti vacante, e la sentenza di STAPHILEUS è la più probabile. Ma qualora il vescovo istituisca davvero nel beneficio senza il consenso e la presentazione del patrono, secondo le regole l'istituzione è ipso iure irrita, e si desume dal Decreto [Cap. 32 (Decernimus, ut quamdiu fundatores ecclesiarum in hac vita superstites etiterint), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO] e anche dalla Decretale [Cap. 14 (Ex insinuatione), Tit. 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]: dove il pontefice dichiara che senza il consenso del patrono nessuno può occupare la chiesa, perciò l'istituzione del vescovo fatta senza il consenso del vescovo non sortisce alcun esito, poiché l'istituzione si considera fatta in dispregio del patrono. Ciò tuttavia è limitato, purché il patrono laico, entro il quadrimestre, reclami e si opponga, altrimenti, passato il quadrimestre, l'istituzione è convalidata e si ha per rata per il sopravveniente, dopo il fatto reale, consenso del patrono. La ratio è che, sapendo fatta l'istituzione senza la sua presentazione e consenso, qualora non faccia opposizione, potendo al momento opportuno, si ritiene che l'approvi e l'abbia per rata, argomentano le Decretali [Cap. 20 (Suggestum est. In particolare il Sommario: Valet secunda concessio ecclesiae facta alteri ecclesiae per episcopum & patronum, non obstante priori facta per patronum solum), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3 / Cap. 2 (Continebantur. In particolare il Sommario: In temporali alienatione, quam facit praelatus, taciturnitas capituli habetur pro consensu.), Titolo 10 (De his, quae fiunt a praelato sine consensu capituli), Liber 3, DECRETALI], e nota GARCIA [ibidem, Parte 5, Cap. 9, n. 232 (Institutio seu collatio ab ordinario facta, spreto patrono infra tempus datum ad praesentandum nulla est ipso iure n. 231. reclamante tamen & contradicente patrono infra d.tempus alias sustinebitur, & valebit provisio ordinarii, n. 232.) (pp. 526-535)]. La ra-
tio si trae anche da ciò, che la nullità (o meglio, l'invalidazione) della collazione fatta dall'ordinario senza il consenso del patrono, è disposta a vantaggio del medesimo patrono, quindi è nulla, qualora egli stesso abbia voluto contraddire. Che qualora il patrono sia stato presente e abbia taciuto, allora l'istituzione fatta dal vescovo è da ritenersi valida secondo un’opinione per lo meno probabile, in quanto il patrono avendo potuto presentare, e non presentò, reclamare contro l'istituzione fatta dal vescovo, e non reclamò. Sebbene non consenta in modo chiaro ed esplicito, sin qui “tacitamente” si considera come “consentire”: non così se tacesse per la paura incussa dal vescovo, come nota Juan AZOR [Institutionum moralium, in quibus universae quaestiones, Tomus Secundus. (Colonia, 1608), Libro 6, Cap. 22 (De Institutionibus Clericorurm, qui à patronis ad beneficia nominantur, & offeruntur.), Questione 8 (Octavo quaeritur, An si patronus praesens sciens taceat, nec ullum nominet, & praesentet, institutio subsistat? Quidam negant, eo quod in his, quae nobis nocent, silentium pro assensu non habetur. Alij vero affirmant, ob eam generalem Iuris formulam: sciens, & tacens videntur consentire. Haec opinio maiorem prae se fert probabilitatem: praesertim si patronus ad nominandum vocatus, aut nominare iussus, nullum nominet, & Episcopi instituente sciens taceat: nam cum alioqui commode, aut resistere, aut nominare possit, tacite videtur consentire, cum id facit: secus esset, si ob metum incussum, aut Episcopi praesentiam, aut dignitatem reveritus taceat.), (pp. 1100-1102)].
Tuttavia si danno più casi, nei quali l'istituzione fatta dal vescovo senza consenso e presentazione del patrono è valida, e li esamina BARBOSA [Iuris Ecclesiastici universi, Pars Altera, (Lione, 1718), Cap. 12 (de Iurepatronatus), n. 65 (Privilegium quando dicatur ex causa onerosa? ostenditur.), (p. 190)], ad esempio, qualora il patrono negligentemente ometta,
entro il tempo prefissato dal diritto, di presentare il chierico al beneficio, allora il vescovo sulla base del diritto a esso stesso devoluto, può istituire, ma per quella volta soltanto, in quanto per le altre si mantiene integro il diritto a favore del patrono, e si desume dalla Decretale [Cap. 2 (Sicut nobis tua fraternitas intimavit. In particolare la parte finale: ... Et nisi praedictae personae infra tempus in Lateranensi concilio constitutum, ad vacantes ecclesias tibi personas idoneas praesentaverint; extunc tibi liceat (appellatione remota) in eisdem ordinare rectores, qui eis praeesse noverint & prodesse: ita tamen quod ex hoc nullum patronis praeiudicium in posterum generetur.), Titolo 10 (De supplenda negligentia Praelatorum), Liber 1, DECRETALI]. Ma, affinché ciò valga, deve prima
risultare evidente che il tempo per presentare, concesso dal diritto, contando dal giorno della vacazione nota, sia già fluito, in sostanza deve essere certa una tale conoscenza, e non è sufficiente una conoscenza verosimile o interpretativa, come nota GARCIA [Tractatus De beneficiis amplissimus et doctissimus, (Magonza, 1614), Tertia Pars (De obligationibus, et oneribus, continet quatuor capita.), Cap. 2 (De residentia), n. 34 (An Parochus habens iustam causam, & necessitatem discedendi notariam, possit discedere, non petita licentia, n. 33. & 34. resolvitur, non posse, nisi sit periculum in mora.), (pp.139-143)]. Ancora, quando dai patroni la presentazione abbia 1Bw&sa=X1=bo
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luogo nel dissenso al punto che non si possa istituire senza scandalo nessuno dei presentati, anche allora spetta al vescovo deliberare in ordine all'utilità della chiesa, e provvedere quella del rettore. Si legga BARBOSA [ibidem, Juris Ecclesiastici Universi, Pars Altera, (Lione, 1718), Libro 3, Cap. 12 (De Jurepatronatus), n. 65 (Privilegium quando dicatur ex causa onerosa, ostenditur.), e nn. seguenti, (pp. 188-190)] dove esamina altri numerosi casi.
O forse sia davvero illecita la presentazione fatta dal patrono prima che il beneficio sia vacante: i più asseriscono che la presentazione non ha valore, come neanche la promessa fatta dal patrono di fare la presentazione, se questa promessa abbia preceduto la vacanza del beneficio, per il fatto che si offrirebbe l'appiglio per desiderare la morte del beneficiario, e che nonostante ciò questa ratio cessa dopo che la chiesa risulti vacante, e sia fluito il tempo prescritto per presentare, in quel caso il vescovo può istituire affinché si provveda alla chiesa, argomentano le Decretali [Capp. 2 (Nulla ecclesiastica ministeria, seu etiam beneficia vel ecclesiae tribuantur alicui, seu promittantur antequam vacent), 3 (Perlatum est auribus nostris), Titolo 8 (De concessione praebendae et ecclesiae non vacantis), Liber 3, DECRETALI]. Del resto prima della vacazione della
chiesa o del beneficio, il patrono non può concedere la potestà di presentare, come si desume dalla Decretale [Cap. 2 (Detestanda iniquorum perversitas abstinere nesciens à vetitis, nec gaudere debito modo concessis. In particolare il Sommario: Omnis promissio per quam datur via ad beneficia vacatura, est reprobata. Ioan.And.), Titolo 7 (De concessione praebendae et ecclesiae non vacantis), Liber 3, LIBRO SESTO], visto che porta il desiderio (augurio, speranza), e offre l'occasione di anelare (desiderare ardentemente) la morte altrui, come nota GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (Lione, 1680), Parte 10 (De tempore, quo & intra quod debet provideri de Beneficiis, & de devolutione, continet quatuor capita.), Cap. 1 (Quando debeat provideri de beneficiis.), n. 4 (Patronus non potest praesentare ad beneficium vacaturum antequam vacet, nec potest fieri promissio obligatoria de facienda praesentatione ad beneficium vacaturum, nec valet consuetudo contraria.), (p. 203)], e BARBOSA [Juris ecclesiastici universi, Pars Altera, (Lione, 1718), Libro 3, Cap. 12 (De jurepatronatus.), n. 205 (Patronus non potest promittere praesentatione, antequam vacet Ecclesia, neque ante id tempus potestatem praesentandi concedere.), (p. 193)].
Né giova invece (per contro, al contrario) la consuetudine, insolita e immemoriale, in quanto non può produrre alcun obbligo; questa (consuetudine) qualora si sia radicata, fu irrazionale così come iniqua. Tuttavia la presentazione fatta dal patrono prima della vacazione del beneficio non impedisce che il patrono non possa, vacante in seguito il beneficio, fare un'altra presentazione, dato che la prima, siccome invalida, similmente si considera come se non fosse stata: se davvero, secondo la Regola giuridica [Regola 52 (Non praestat impedimentum, quod de iure non sortitur effectum.), Titolo (De regulis juris), Aggiunto al Titolo 12 (De verborum significatione), Liber 5, LIBRO SESTO], ciò che de iure non sortisce il suo effetto, ugualmente si ha come se non ci fosse. Inoltre, per il fatto che il patrono sia padrone del diritto di patronato per ciò che attiene alla presentazione, il vescovo non può donare ad altri il beneficio che appartiene al diritto di patronato, né unire a un altro beneficio o chiesa senza il consenso del patrono, sia stato o chierico o laico. E si desume dalla Decretale [Cap. 33 (Exposuisti nobis, quod ecclesiae tuae canonici, diminuta ipsorum provisione à tempore concilij genralis, cum eis ex tunc non fuerint ad eorum sustentationem concessae capellae, sicut ante fieri consuevit, de redditibus praebendarum suarum nequeunt sustentari. In particolare il Sommario: Propter paupertatem praebendarum ecclesiae cathedralis, possunt eis annecti capellae, reservata ipsarum presbyteris congrua portione.), Titolo 5 (De praebendis et dignitatibus), Liber 3, DECRETALI], e insegna Garcia [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, Tomus I, (Lione, 1680), Parte 12 (De modis quibus extinguitur, vel alteratur Beneficium, continet quinque capita.), Cap. 2 (De unione. § 1. Quis possit unionem facere, & ex qua causa. § 2. Qua forma & solemnitas quiratur in unione. § 3. Quomodo probetur unio, & quando dicatur sortita effectum, & de eius revocatione.), (p. 363)]: che si arre-
cherebbe un danno al patrono, il quale per siffatta unione perderebbe il diritto di presentare. Di conseguenza, affinché non gli rechi pregiudizio (ovvero, affinché non si risolva in pregiudizio nei suoi confronti) riguardo al diritto, si proibisce che sia fatta una tale unione senza il consenso del patrono, e si ha nel Decreto [Cap. 33 (Monasterium, vel oratorium canonice constructum à dominio constructoris eo invito non auferatur), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO] dove la Glossa: [b A dominio.] idest dispositione. Est ergo hic argu. quod episcopus invito patrono non potest de ecclesia facere monasterium.)] aggiunge che non può il vescovo, contro la
volontà del patrono, fare di una chiesa parrocchiale un monastero, in quanto si 1Bw&sa=X1=bo
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derogherebbe al diritto di presentare, qualora il prelato del monastero fosse in avvenire istituito tramite elezione. Anzi neppure può il vescovo concedere il beneficio in proprietà, anche attraverso il modo dell'incorporazione (dir.can., unione di un beneficio, spec. di una parrocchia, a una persona morale non beneficiale, ad es. un monastero) a un altro beneficio. E neppure erigere (cioè fondare, istituire) in un'altra chiesa un beneficio con i redditi della chiesa soggetta a patronato, senza il consenso del patrono, per quanto non si perdesse il diritto di patronato per questa erezione del nuovo beneficio. Poiché è interesse del patrono che non si alienino i redditi della chiesa soggetta a patronato, o si uniscano a un'altra chiesa, egli può perciò opporsi a tale nuova erezione [Cap. 31 (Filijs, vel nepotibus), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. Si eccepisce (cioè si adduce come motivo di eccezione) tuttavia la pressante necessità, perché allora si può erigere il nuovo beneficio con i redditi del diritto di patronato. La ratio è che il patrono possiede il diritto di patronato soltanto per concessione e grazia della chiesa. Perciò non può il patrono impedire che per una pressante necessità della chiesa si provveda all'indigente o anche all'utilità. Per cui, anche nel caso il patrono sia contrario, può il vescovo usare i redditi del beneficio soggetto a patronato per l'utilità della chiesa, erigendo su quello (cioè beneficio) un nuovo beneficio: infatti da ciò nessun pregiudizio si arreca al patrono, poiché egli rimane nel pieno possesso del suo diritto di presentare al beneficio. Oltre a ciò, perché disporre dei beni della chiesa soggetta a patronato non spetta al patrono, ma al vescovo, in quanto il patrono ha solo il diritto di presentare [Cap. 6 (Noverint conditores basilicarum, in rebus, quas eisdem ecclesijs conferunt, nullam se potestatem habere.) Causa 10, Questione 1, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. Ma se sia davvero avvenuta l'unione del beneficio, ma non canonicamente per il fatto che il consenso sia mancato; o se il patrono abbia posto in essere questa unione senza l'autorizzazione del vescovo e poi, sopravvenendo il consenso del patrono e l'autorizzazione del vescovo, si faccia un'altra unione; questa seconda sia valida ai sensi della Decretale [Cap. 20 (Suggestum est. In particolare il Sommario: Valet secunda concessio ecclesiae facta alteri ecclesiae per episcopum & patronum, non obstante priori facta per patronum solum.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove si dice che la concessione della chiesa fatta prima dal patrono
senza il consenso del vescovo cede alla concessione fatta con l'autorizzazione del patrono e l'assenso del diocesano, in quanto la concessione o l'unione invalidamente fatta è nulla, e perciò si ha come se non fosse stata fatta. Perciò non può impedire che una seconda concessione o unione sortisca il suo effetto. Il legato a latere (eccl., cardinale che rappresenta il papa in missioni delicate o in cerimonie importanti), di conseguenza anche il Nunzio apostolico con il potere del legato a latere può derogare al patronato degli ecclesiastici; non così dei laici [Cap. 6 (Dilectus filius. In particolare il Sommario: Legatus de latere confert beneficium, vacans, licet illud spectet ad praesentationem alicuius clerici.), Titolo 30 (De officio legati), Liber 1, DECRETALI]; e si desume anche dalla Decretale [Cap. 28 (Cum dilectus filius. In particolare il Sommario: Legatus de latere ecclesia cuius alia ecclesia est patrona, collationi suae reservare potest, licet non vacet, & conferre cum vacat. ...), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Il
vescovo tuttavia non può derogare al diritto del patrono laico, né ecclesiastico. Nondimeno se, prevenendo la presentazione del patrono, conferisse il beneficio, la collazione non sarebbe irrita; ma se, nel frattempo, il patrono, entro il tempo prescritto dal diritto, presenti, la prima collazione fatta dal vescovo viene meno [Cap. 32 (Decernimus), Causa16, Questione 7, Decreti Secunda pars, GRAZIANO]. Che se, entro quel tempo, il patrono non abbia presentato nessuno, né si sia opposto alla collazione fatta dal vescovo, allora la prima collazione sussiste nel suo valore, a causa del diritto devoluto al vescovo. E poi perché la prima collazione non si annulla se non attraverso la susseguita presentazione del patrono nel tempo prefissato dal diritto, onde qualora questa non segua, rimane pienamente efficace la collazio1Bw&sa=X1=bo
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ne fatta dal vescovo. § 6. In quanti modi il diritto di patronato si trasferisca ad altri. Principalmente in 4 modi il diritto di patronato legittimamente aquisito si trasferisce ad altri: successione, permutazione, donazione e vendizione, secondo i ben noti versi che la Glossa riporta nella Decretale [Cap. 13 (Cum seculum reliqueritis. In particolare la GLOSSA: g Emptorum.] Sic ergo iuspatronatus transfertur venditione cum universitate ... Trasfertur etiam successione .... & permutatione .... & alienatioe universitatis, ut hic: & donatione cum consensu episcopi facta. ... Unde Versus: Iura patronatus transire facit novus haeres: res permutata, donatio, venditioque.), Tit. 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]:
Fa transire il diritto di patronato, un nuovo erede, la cosa permutata, la donazione e la vendizione. Sebbene alcuni siano stati dell'opinione di ritenere che il diritto di patronato passa per successione soltanto agli eredi di sangue, nondimeno la sentenza più comune e vera è che il diritto di patronato si trasferisca a qualsiasi erede anche estraneo, come nota la Glossa [Cap. 31 (Filijs, vel nepotibus, ac honestioribus propinquis eius), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]; e anzi la Glossa [Cap. 1 (Perlatum est. In particolare la GLOSSA: d Non debeat.] ... Et nota quod iuspatronatus apud unumquenq; haeredum est insolidum quo ad omnem eius effectum....), Titolo 38, Liber 3, DECRETALI], approvata dal consenso generale, asserisce che
il diritto di patronato ex aequo (cioè alla pari) o in solido passa a qualsivoglia erede, sebbene l'erede non sia istituito secondo un'equa divisione. La ratio è che i diritti immateriali non sono soggetti a divisione [CJ.3.44.4pr. (Si sepulchrum monumenti appellatione significas), CJ.3.44.0. (De religiosis et sumptibus funerum.), CODICE]. Per cui il diritto di patronato, non potendo essere diviso, ex aequo e in solido passa a qualsiasi erede, non altrimenti che passano ai singoli eredi tutte le altre servitù indivise [Dig. 45.1.72pr. (Stipulationes non dividuntur earum rerum, quae divisionem non recipiunt.), Dig. 45.1.0. (De verborum obligationibus), Liber 45, DIGESTO]. Per questo a qualsiasi erede, come la Glossa notò, appartengono
tutti gli effetti del patronato, eccetto il diritto di nominare, che rimane presso tutti in comune, cosicché uno separatamente dagli altri non possa nominare, ma soltanto tutti nello stesso tempo e insieme. La ratio è che il diritto di nominare, giacché annesso allo spirituale, è indivisibile, ed è inseparabile dai più. Per cui, qualora i singoli eredi si siano ridotti in povertà, chiunque di loro deve essere mantenuto con i redditi della chiesa soggetta a patronato, e chiunque di loro in quella chiesa deve avere un posto speciale; ma per quel che riguarda il diritto di nominare, chiunque nomina non separatamente dall'altro, ma tutti nello stesso tempo e in comune. Nondimeno gli eredi del patrono possono accordarsi tra sé di nominare alternamente, in modo che, nel caso l'accordo si adempia, uno di esse nomini una sola volta, e l'altro un'altra volta, e così di seguito, e si desume dalla Clementina [Cap. 2 (Plures. In particolare il Sommario: In plures haeredes unius ex pluribus patronis transit iuspatronatus per stirpes.hoc.dicit. Zabarella.), Titolo 12 (De iure patronatus), Liber 3, CLEMENTINE] dove si statuisce che, quando uno dei patroni muore e lascia più figli, tutti i figli lasciati si considerano come una sola voce riguardo al diritto di patronato, per il fatto che il diritto di patronato compete per stirpe, non per individuo. Ancora, che i patroni possano tra sé convenire liberamente di presentare da sé il rettore alternativamente: e ciò se siano laici, o chierici per patrimonio, come ivi nota la Glossa. Possono anche i patroni aventi più chiese convenire che uno presenti una, e l'altro l'altra, così PANORMITANO [ibidem, Commentaria ad tertium librum decretalium, c. Perlatum (I), n. 6 (Iuspatronatus est individuum etiam penes plures haeredes. Patroni possunt inter se convenire, ut alternis vicibus habeant ius praesentandi. Patroni non possunt inter se dividere fructus ecclesiae in qua habent iuspatronatus; nec aliquid ab ea exigere.), (p. 189r)].
Anzi il diritto di patronato passa anche agli eredi estranei istituiti per testamento, e si desume dalla Decretale [Cap. 13 (Cum seculum reliqueritis.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], e, nota il citato ABBATE (PANORMITANO) [ibidem, Commen1Bw&sa=X1=bo
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taria ad tertium librum decretalium, c. Perlatum (I), n. 2 (Iuspatronatus transit in haeredes etiam extraneos. Iuspatronatus non transit nec in filios, vel filias sive alios in certa re haeredes institutos; dato alio haerede universali.8.), (p. 189r)], non solo agli eredi maschi, ma anche alle femmine [Cap. (Quoniam investituras ecclesiarum contra statuta sanctorum patrum à laicis personis in multis partibus cognovimus fieri. In particolare la GLOSSA: h Vel feminae.] Arg. quod ad praesentationem feminae potest quis investituram consequi, ut extra de iure patro.ex litteris.), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. Per cui, se la figlia sia, in
egual misura, erede assieme al fratello, succede, e anche il fratello, e dato che il giuspatronato in quanto accessorio segue l'eredità, parimenti perciò passa l'eredità al maschio e alla femmina. Che se il figlio non sia erede, per il fatto che abbia ripudiato l'eredità, non succede nel diritto di patronato che si ha come accessorio alla eredità, giacché l'accessorio segue il principale. Che se tra più figli il solo primogenito succeda nell'eredità, lo stesso solo anche succede nel diritto di patronato, dal quale tutti gli altri figli sono esclusi. Di qui, qualora il padre, pur avendo istituito il figlio in una determinata proprietà, faccia un estraneo erede universale, il diritto di patronato passa non al figlio ma all'estraneo, in quanto passa con l'universalità, ovvero con la totalità dei beni. Del resto il diritto di patronato si può lasciare in eredità per testamento, in quanto, potendo essere donato tra i vivi, può anche essere lasciato in eredità per testamento. Ma qualora si lasci in eredità al laico, la sentenza più probabile è che si richieda il consenso del vescovo, come effettivamente si richiede quando il diritto di patronato si dona al laico. La ratio è che, essendo spirituale il diritto di patronato, o almeno annesso allo spirituale, il laico non può, senza il consenso del prelato ecclesiastico, disporre che si trasferisca a un laico, non così se si trasferisca a una chiesa. Forse il diritto di patronato realmente disgiunto dall'eredità, e passando al più anziano della famiglia, venga acquisito dal religioso che, prima di aver fatto la sua professione di fede, rinunciò a tutti i suoi diritti: sembra esserci un'altra difficoltà, poiché la rinuncia fu generale per quel che riguarda la totalità di tutti i diritti: di conseguenza fu anche rinuncia del diritto di patronato, che per questo motivo sembra passare al donatario (chi riceve una donazione) al quale il religioso donò tutti i suoi diritti: così insegnano ABBATE (PANORMITANO) [ibidem, Commentaria ad tertium librum decretalium, c. Ex litteris (VII), n. 12 (Iuspatronatus venit appellatioine bonorum.), (pp. 191r-191v)], BARBOSA [Pastoralis solicitudinis sive De officio et potestate episcopi, Pars Altera, (Lione, 1628), Allegazione 71 (Episcopi sine consensu an iuspatronatus in aliquem possit transferri.), n. 22 (Iuspatronatus in donatione generali facta à Rege non venit, nisi de eo specifica fiat mentio.), (pp. 193-194)], RICCIO [Praxis aurea, et quotidiana novissimae probationis iurispatronatus, (Napoli, 1630), Risoluzione 186 (Argumentum. De tertia specie pertinentiae quae est, & acquiritur titulo donationis.), n. 3 (Consensus Episcopi potest intervenire post donationem, & mortem donantis.), (pp. 370-371)]. Nondimeno abbiamo pensato che tale diritto, no-
nostante la previa rinuncia, passasse al religioso più anziano della famiglia. La ratio è che tale rinuncia, sebbene fatta nella più ampia forma, non si estende al diritto di patronato in quanto disgiunto dall'eredità, se davvero la rinuncia di tutti i beni e diritti che dai novizi di due mesi si suole fare prima della professione (dei voti), proprio come accade in relazione alla professione del canonico, quindi secondo la misura e l'esigenza di tale professione. Per questo vi è soltanto la rinuncia di quei (beni e diritti) che al particolare religioso non possono spettare a motivo dei voti. Ebbene i soli beni temporali sono incompatibili con i voti pubblicamente dichiarati, ma non i diritti spirituali, o quasi spirituali, dal momento che questi ottimamente possono accordarsi ai tre generi di vita solenni [S. Tommaso: Artt. 6 e 7, Pars Secunda Secundae Quaestio 186: q.186 a. 6 arg.1 Sembra che la perfezione religiosa non richieda che le tre cose suddette, cioè povertà, castità e obbedienza, siano consacrate dal voto. q.186 a.7. co. Giustamente quindi lo stato religioso risulta dai tre voti suddetti. q. 186 a.7 ad 4. L'onore, come dice il Filosofo, propriamente e realmente non è dovuto che alla virtù: siccome però i beni esterni servono strumentalmente a certi atti virtuosi, un certo onore ridonda anche sulle grandi fortune; specialmente da parte del volgo, il quale sa apprezzare solo l'esterna grandezza. All'onore quindi che si presta a Dio e ai santi per la loro virtù, secondo le parole del salmista: “Oltremodo onorati sono per me i tuoi amici, o Dio”, i religiosi, che tendono alla perfezione delle virtù, non devono rinunziare. Mentre all'onore che viene prestato alla grandezza esterna essi rinunziano, per il fatto stesso che abbandonano la vita secolare. E quindi non si richiede un voto speciale per questo.], come insegna D. THOMAS [Divus Thomas (San Tommaso 1Bw&sa=X1=bo
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d'Aquino) Summa Theologiae Pars Secunda Secundae, Questione 186 (I principali elementi che costituiscono lo stato religioso), art. 7 ad 4].
Di qui i religiosi professi (chi, che a conclusione del noviziato, ha fatto solenne professione di voti) sono capaci di benefici, e possono a nome proprio agire in merito a quelle cose che concernono il beneficio, come anche riguardo al diritto di elezione, come nota NAVARRO (Martin de Azpilcueta) [Tractatus de reditibus beneficiorum ecclesiasticorum, (Roma, 1584), Questione 1 (Nono moneo quod, ..., In particolare: Imo simplex monachus vel monacha potest agere nomine proprio, & sine licentia sui superioris, super iure eligendi sibi competenti, & iure alimentorum, & iure manendi in tali vel tali monasterio, si exinde iuste eiiciatur, c.cum dilecta .... Non inquam, hoc obstat: quoniam religiosi per votum paupertatis non renunciant bonibus spiritualibus, nec honoribus, qui pro eis debentur, qualia sunt iura praedicta, sed tantum temporalibus, ut eleganter, de more, ait S. Tho. in 2.2.q.186.art.7.ad.4. ubi Caiet. affirmat per hoc posse monachos petere gradum doctoratus, qui est honor ob spiritualia debitus: quod prius affirmavit idem S.Tho. in opuscolo 19.contra impugnantes religionem.c.2.col.7.]. Perciò, essendo il religioso capace di diritti spiri-
tuali, ne consegue che è parimenti capace del diritto di patronato, dal momento che questo o è spirituale o per lo meno annesso allo spirituale, come abbiamo esplicato in precedenza. Quindi, nella rinuncia e nella donazione di tutti i diritti, fatta in vista della professione religiosa, non è compreso il diritto spirituale, per il fatto che sia di genere superiore a quelle cose alle quali rinuncia il novizio, come insegna BALDO degli Ubaldi [In sextum codicis librum COMMENTARIA, (Venezia, 1577), De edicto divi Adriani tollen. (pp. 113 e segg.) / Si veda anche : CJ.6.33.0. (De edicto divi hadriani tollendo et quemadmodum scriptus heres in possessionem mittatur.)], LAMBERTINI [Tractatus De Iure Patronatus clarissimorum omnium U.I.C., (Venezia, 1607), Libro 1, Parte 2, Questione 4, art. 6. (An iusp. veniat in donatione omnium iurium donantis. art.6.354. In particolare: Sextus art.4.q.pr.2.part.1.Libri. 1 Donatis omnibus iuribus non intelligitur donatum iusp. nisi interveniant consensus episcopi.num.3. 2 Iusp. non venit appellatione iurium.), (p. 354)].
Per la qual cosa, quando il diritto di patronato è gentilizio, o passa sempre per successione al più anziano della famiglia quantunque sia congiunto con l'eredità, e il novizio che si suppone il più anziano della famiglia rinunci all'eredità in considerazione della professione religiosa, nonostante ciò non si ritiene che rinunci al diritto di patronato, soprattutto se questo sia disgiunto dall'eredità. E né osta il fatto che il diritto di patronato passi con la totalità dei beni e dei diritti, in quanto ciò vale soltanto quando il diritto di patronato è annesso ai diritti e ai beni compresi nella universalità: non così quando è disgiunto, come insegnano GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, Tomo 1, (Lione, 1680), Parte 5 (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum, continet cap. IX.), Cap. 9 (De patronis), n. 12 (11 An cum haereditate, vendita in emptorem transeat ius patronatus, & n.seqq. In particolare (n. 12): Quod licet jus patronatus veniat, quando sit cessio vel alienatio universalis respectu rei, ut quia sit venditio de castro feudo, haereditate, vel similibus quae sub se vere universitatem continent, non tamen transit mediante cessione, seu venditione omnium bonorum, iurium, seu actionum verbis, generalib. & universalibus facta, ni sub tale quid universale vere comprehendatur, cui adhaeret ipsum jus patronatus, ut puta villa, castrum seu haereditas, Innoc. ... Et ratio est quia quando sit cessio, vel alienatio universalis respectu verborum revolvitur in singularitates: Rota 1152.li.2.p.3.divers. ...), (pp. 603-606)]; RICCIO [Praxis aurea quotidianarum rerum Ecclesiastici Fori, Volumen Primum, continens Prima, & Secundam Partem, (Venezia, 1674), Risoluzione 173 (Iuspatronatus transit cum universitate bonorum), n. 3 (Iuspatr. per donationum omnium bonorum transit.), (p. 71)]; Rota Romana [Decisione 1152, n. 4, p. 3 [?]].
Nondimeno si può dubitare: forse tale diritto di patronato gentilizio, disgiunto dall'eredità e devoluto a un religioso, sia acquisito dal medesimo religioso, o dal monastero? Si risponde che è acquisito dal religioso più anziano di tale famiglia, al punto che a lui soltanto appartenga il diritto di presentare. La ratio è che i religiosi anche dopo aver fatto la solenne professione (dei voti), sono capaci di diritti spirituali o quasi spirituali, come sono il diritto di eleggere, il diritto onorifico e altri diritti di quel genere. Ora il diritto di patronato, o è spirituale o annesso allo spirituale, non passa ugualmente al monastero a causa della incapacità del religioso, ma rimane nel religioso, in quanto capace in relazione al proprio soggetto. E poi perché anche il diritto di concedere la laurea di dottorato, che il religioso acquisisce secondo le regole della cattedra o per altro titolo, non è acquisito dal monastero, ma rimane presso il religioso al quale in particolare è strettamente connesso, com’è chiaro in base alla stessa prassi e a quei religiosi che nelle pubbliche accademie sono professori di scienze; infatti solo essi stes1Bw&sa=X1=bo
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si, e non la religione, conferiscono la laurea di dottorato dopo previo esame: questo diritto compete unicamene agli stessi e non alla religione: in quanto i diritti di tal natura non sono reali, ma non altro che personali, che non si separano dalla persona, e né sono acquisiti dal monastero: e in quanto il diritto di patronato, come disgiunto da qualunque altro diritto temporale, è istituito in favore dell'unico più anziano della famiglia; è diritto personale, e per esercitare lo stesso è scelta una tale persona e, in un certo qual modo, l'operosità della medesima: ciò infatti appartiene alla provvisione (attribuzione di un titolo ecclesiastico) della chiesa, come si desume dalla Decretale [Cap. 43 (Quoniam Apostolica sedes intendit providere negotijs. In particolare: § Is autem cui iniungitur), Titolo 29 (De officio et potestate iudicis delegati), Liber 1, DECRETALI], e insegna LAMBERTINI [Tractatus de Iurepatronatus clarissimorum omnium U.I.C., (Venezia, 1607), Libro 2, Parte 1 , Questione 2, art. 11, n. 12 (Undecimus art. 2.q.princ. 1.part. 2.Libri. ... 12 Religiosus, an & quando possit praesentare), (p. 432)].
Nel caso si domandi, quale diritto, quando il diritto di patronato è gentilizio, estinta la famiglia e l'agnazione, forsanche (forse addirittura) passi agli estranei? Si risponde con una distinzione: o il fondatore vuole davvero che il diritto di ptronato sia di quelli della famiglia in modo tassativo, al punto che soltanto a essi debba appartenere, ma non ai loro eredi fuori della famiglia; e allora, se l'ultimo della famiglia istituisca erede un altro di una famiglia estranea, allora appunto il diritto di patronato gentilizio non passa insieme con l'eredità all'erede estraneo; ma, estinta la famiglia e l'agnazione, si estingue il diritto di patronato, e sia libera la chiesa. Il fondatore infatti nella fondazione della chiesa può rimettere (cioè delegare, demandare, affidare ad altri) il diritto di patronato totalmente o parzialmente, e anche limitativamente (riduttivamente) risolverlo in pregiudizio (cioè a danno) dei discendenti o degli eredi estranei, a seconda che più gli sarà piaciuto, come si desume dalla Decretale [Capitolo Unico (Si laicus), Titolo 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO]. Ma se poi il diritto di patronato sia stato concesso dall'istitutore semplicemente a quelli della famiglia senza alcuna clausola, allora insieme con l'eredità passa anche il diritto di patronato agli eredi estranei, non in base a una provvisione (provvedimento) dell'uomo, ma della legge, alla quale non si oppone la provvisione dell'uomo [Cap. 1 (Perlatum), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], come nota FAGNANI [Commentaria in secundam partem tertii libri Decretalium, (1661), De iure patronatus. Cap. Perlatum, n. 25 (Ius patronatus concessum illis de familia sine taxatione, in eorum defectum transit ad haeredes extraneos, non ex provisione hominis, sed ex provisione legis.), (p. 231)].
Che cosa in verità si debba dire del diritto di patronato ereditario, se passi al fedecommissario (persona beneficiaria di un fedecommesso, quale antica disposizione testamentaria, per cui un erede o un legatario è tenuto a conservare i beni ereditati e a trasmetterli alla sua morte ad altra persona indicata dal testatore) e all'usufruttuario universale, si deve procedere con una distinzione:
infatti nel caso il diritto di patronato sia personale, lasciato a tale persona e ai suoi successori, allora non si trasferisce al fedecommissario o all'usufruttuario, ma resta nelle mani dell'erede e successore. La ratio è che contro la volontà di chi istituisce, il diritto di patronato non può essere trasferito, e avendo l'istitutore attribuito solo a tale persona e ai suoi eredi e successori il diritto di patronato, questo non può essere trasferito agli usufruttuari e fedecommissari, escludendo l'erede successore. E poi perché l'erede gravato, nel caso restituisca l'eredità al fedecommissario, non restitusce propriamente l'eredità, bensì i beni ricevuti per eredità: infatti non istituisce erede il fedecommissario, quindi per questa restituzione il fedecommissario e l'usufruttuario non diventano eredi, perciò agli stessi non passa il diritto di patronato. Che se il diritto di patronato sia reale, insegna ZOESIO [Commentarius ad Decretales,(Lione, 1732), Titolo 38 (De Jure patronatus), n. 12 (In fideicommissarium universalem an transeat?), (pp. 275-278)], allora il diritto di patronato passa al fedecommissario, per il fatto che il diritto di patronato sia annesso ai beni ereditari che, 1Bw&sa=X1=bo
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passando al fedecommissario, al medesimo, anche come accessorio agli stessi beni, passa il diritto di patronato, poiché l'accessorio segue il suo principale. Obietta tuttavia il COVARRUVIAS (Covarrubias) [Operum Tomus Secundus, ... In variarum Resolutionibus libros, (1638), Libro 2, Cap. 18 (Rursus de emphyteusi Ecclesiastica, & privatorum, qualiter intelligenda sit.), n. 8 (Vendita haereditate, ius patronatus ad emptorem etiam extraneum defertur, & ibi qualiter ad fideicommissarium non transeat.), (pp. 191-195)] che al fedecommissario passano soltanto i dritti
concernenti la rendita pecuniaria. E poi perché il diritto della tomba non passa al fedecommissario, ma rimane in possesso dell'erede diretto, dal quale non è portata via, sebbene sia privato dell'eredità in quanto indegno [Dig. 11.7.33. (Si quis fuit heres, deinde hereditas ablata sit ei quasi indigno), Dig. 11.7.0. (De religiosis et sumptibus funerum et ut funus ducere liceat.), Liber 11, DIGESTO]. E poi anche perché il diritto di patronato civile riguardante
i liberti, rimane in possesso dell'erede gravato, né si restituisce al fedecommissario [Dig. 36.1.57pr. (Si patroni filius extrario restituerit ex trebelliano hereditatem), Dig. 36.1.0. (Ad senatus consultum trebellianum.), Liber 36, DIGESTO]. Per cui se questi diritti non provengono da parte dell'eredità, (ne) consegue che il diritto di patronato ecclesiastico non passa al fedecommissario. Ma si risponde che queste cose non sono di ostacolo, dal momento che, sebbene non sia il diritto di patronato una ricchezza (espressa in denaro) valutabile, nondimeno può essere utile al fedecommissario, nel caso versi nell'indigenza, in quanto chi si trova in povertà, è mantenuto dalla chiesa soggetta a patronato. In più, c'è la netta distinzione tra gli altri diritti annessi: in quanto il diritto di sepoltura segue solo gli eredi; il patronato civile passa soltanto ai figli (indistintamente maschi e femmine) che si trovano sotto l'autorità del padre [Lib. 3, Tit. 8 (De adsignatione libertorum. In particolare: In summa, quod ad bona libertorum, ... Datur autem haec adsignandi facultas ei qui ...), ISTITUZIONI]. In caso contrario il diritto di patronato ecclesiasti-
co può passare anche a un non erede. Qualora tu insisti su questo, che l'eredità passi al fedecommissario e all'usufruttuario universale, così anche il diritto di patronato annesso all'eredità: è il contrario, in quanto, sebbene si trasferiscano al fedecommissario i beni dell'eredità, per il fatto che l'erede sia gravato, nondimeno non si trasferisce formalmente la stessa eredità, di conseguenza neppure il diritto di patronato, quando questo si supponga annesso all'eredità, ma non ai beni dell'eredità. Per cui il diritto di patronato non è accessorio dei beni dell'eredità: conseguentemente per il fatto che questi beni si trasferiscono al fedecommissario e usufruttuario, non si trasferisce tuttavia il diritto di patronato, non essendo accessorio a tali beni: ragione per cui il diritto di patronato antico ed ereditario che formalmente segue l'eredità ricevuta, non si trasferisce come di essa accessorio, sebbene si trasferiscono i beni dell'eredità. Qualora tu dica che all'usufruttario universale si concedono tutti i diritti utili, tanto i diritti reali quanto i diritti personali [Dig. 36.1.1pr. (Explicito tractatu, qui ad fideicommissa singularum rerum pertinet), e segg., Dig. 36.1.0. (Ad senatus cunsultum trebellianum.), Liber 36, DIGESTO], conseguentemente si devono anche concedere all'usufruttuario universale
lo stesso diritto di patronato: è il contrario, perché, sebbene al fedecommissario e all'usufruttuario universale competano tutti i diritti reali e personali che competono a motivo dei beni acquisiti con l'eredità, non così gli competono quei diritti che si hanno per diritto di sangue o di successione, in quanto il fedecommissario e l'usufruttuario non è del medesimo sangue, né è successore. Dunque senza relazione di sangue o senza successione, non si trasferisce il diritto di patronato sebbene si trasferiscano tutti i diritti utili, reali e personali. Qualora si domandi: nella divisione dell'eredità fatta dal giudice, forse il diritto di patronato possa aggiudicarsi a uno soltanto dei coeredi, si deve parimenti procedere con una distinzione: se davvero il diritto di patronato sia annesso a un castro speciale, allora può aggiudicarsi a quel coerede al quale, per la parte di eredità che gli tocca, si assegna il medesimo castro. Dunque, per il fatto stesso che il diritto di patronato è annesso a tale castro, si ha in modo accessorio a 1Bw&sa=X1=bo
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quello, e dato che l'accessorio segue il suo principale, per questo motivo insieme con il castro può aggiudicarsi a uno dei coeredi. E se non sia il diritto di patronato annesso al castro, né ad altro bene della totalità dei beni, allora sembra più probabile che non possa aggiudicarsi a uno dei coeredi, come nota ZOESIO [Commentarius ad Decretales, (Lione, 1732), Titolo 38 (De Jure patronatus), n. 13 (In haereditate divisione an uni adjudicari possit?), (pp. 275-278)]: in quanto, o la divisione sia in parti uguali, e allora non
c'è motivo perché a uno piuttosto che a un altro si debba assegnare (il diritto di patronato); o sia in parti diseguali, e allora aggiudicare sotto forma di compensazione di qualche cosa a uno dei coeredi il diritto di patronato, puzzerebbe di simonia. Ragione per cui il diritto di patronato, non potendosi dividere, rimane ugualmente in possesso di tutti i coeredi, al punto che tutti insieme a mo' di uno debbano presentare. Qualora tu ti soffermi sul testo [Cap. 14 (Ex insinuatione), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove si dice che il diritto di patronato si possa cedere al compatrono: dunque anche per divisione si possa aggiudicare a uno dei coeredi: è il contrario, perché in detto capitolo si parla solo di cessione assolutamente liberale (riferito alla generosità del donare), certamente non di quella che sia in compensazione, dal momento che questa sa (odora, puzza) di simonia. Per cui, per il medesimo motivo il debitore, non possedendo alcunché riguardo ai beni, non può cedere al suo creditore il diritto di patronato, in quanto sembrerebbe che avesse quel (diritto) ceduto in compensazione, il che sarebbe simoniaco. Il diritto di patronato si trasferisce a titolo di permutazione quando si permuta con un altro spirituale [Cap. 6 (Ad quaestiones siolvendas), Titolo 19 (De rerum permutatione), Liber 3, DECRETALI], sebbene il diritto di patronato non si possa permutare con un altro bene temporale, e neppure dare in compensazione al posto di un bene temporale. Nondimeno si può permutare con un altro diritto spirituale. Inoltre se il diritto di patronato è reale, vale a dire annesso al castro o al predio (propr. bene immobile che si può offrire come cauzione; e quindi fondo, proprietà fondiaria), allora, fatta la permutazione del castro o del predio, accessoriamente con la medesima permutazione si trasferisce anche il diritto di patronato. E se il diritto di patronato sia personale, allora con la cosa temporale non si può permutare [Cap. finale, 9 (Exhibita nobis abbatis & conventus. In particolare il Sommario: Spirituale cum temporali permutat non potest.), Titolo 19 (De rerum permutatione), Liber 3, DECRETALI]. Rettamente invece con un altro diritto o cosa spirituale potrà
permutarsi senza vizio (dir., mancanza di un requisito che inficia la validità di un atto giuridico), visto che in quel caso è permutazione spirituale con spirituale. Ma, perché avvenga questa permutazione, è necessario il consenso del vescovo, il quale similmente nel permutare e donare deve comportarsi in modo da consentire proprio quelle cose che si risolvono in utilità e convenienza per la chiesa, come nota ZOESIO [ibidem, Commentarius ad Decretales, Titolo 38, n. 25 (Permutari per se qualiter possit?), (pp. 275-280)]; altrimenti, se la permutazione dei diritti spirituali si risolvesse in danno della chiesa, il vescovo non dovrebbe permetterla. Il diritto di patronato si trasferisce anche a titolo di donazione: se è vero che si può donare al laico o al chierico o alla chiesa, cenobio, collegio, seminario, a nome e secondo la legge della chiesa o dignità cui presiede. Nondimeno qualora si doni al laico o al chierico per esso stesso, non per la chiesa, la donazione è irrita, a meno che non sia sopraggiunto il consenso del vescovo, ovviamente perché il diritto di patronato della chiesa non passi a un individuo sospetto o meno grato alla chiesa, come nota PANORMITANO [ibidem, Commentaria ad tertium librum decretalium, c. Illud (VIII). In particolare: Item textus hic dicit quod habet liberam facultatem concedendi loco religioso: no n. esset libera facultas si necessario deberet habere consensum episcopi: ... (p. 192r)] dove si
statuisce che il laico non possa dare a qualcuno la chiesa senza il consenso del vescovo. Ma è sufficiente il consenso del vescovo qualora sia espresso o tacito 1Bw&sa=X1=bo
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o, come recita la legge, per ratifica. Inoltre è sufficiente qualora alla donazione fatta sopraggiunga subito il consenso del vescovo o dopo un po' di tempo, come se il vescovo ritenesse grata e accetta la donazione fatta prima. Può tuttavia il patrono laico, anche senza il consenso del vescovo diocesano, donare liberamente il diritto di patronato, non solo (quello) reale che è annesso all'universalità (totalità dei beni) o al castro donato a un altro, che (il quale diritto) si trasferisce al donatario insieme con il castro [Cap. 13 (Cum seculum reliqueritis. In particolare il Sommario: Si ius patronatus ecclesiae devenit ad exemptos, per hoc in nullo debet laedi ius episcopali.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]; ma anche quello personale può donare alla chiesa, al monastero o a
un altro luogo pio, come anche a un chierico a nome della chiesa o della dignità che ottiene, argomenta la Decretale [Cap. 8 (Illud praetereundum non duximus), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove si statuisce che il laico non possa concedere una chiesa non vacante, senza che il vescovo sia stato consultato, a un altro luogo religioso: da ciò per converso si inferisce che possa, senza aver consultato il vescovo, concedere una chiesa vacante, a una chiesa o monastero o a un altro luogo religioso. La ratio è che allora la chiesa si libera dalla mano dei laici, e il beneficio ecclesiastico è restituito alla sua natura primigenia, come nota PIRHING [Jus canonicum in V. libros decretalium distributum, nova methodo explicatum, Tomo 3, (1722), Liber III. Titulus XXXVIII. Sect. III, De Jure Patronatus, § 3. (An, & quo pacto Jus Patronatus per donationem ad alios transferri possit: & an etiam Ecclesiae concedi possit? In particolare: LXV. Secundo idem probatur ex c. Illud. 8. h.t. Ubi hbetur, quod quidam Laicus (v. gr. Patronus, vel Dominus Territorii) inconsulto Episcopo, ecclesiam non vacantem concessit, & donavit Monasterio,vel alteri Religioso loco: & postea cum vacaret Ecclesia, idem Laicus praesentavit Clericum, quem Episcopum Dioecesanus instituit. ...), (p. 532-533)].
E nel caso tu contrapponga la Decretale [Cap. 11 (Cura pastorali), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove si statuisce che nessun religioso possa acquisire o mantenere le chiese concesse da laici senza il consenso del diocesano, se non per una legittima prescrizione o per il susseguente consenso del vescovo, per il fatto che i laici non possono trasferire se non il diritto che hanno: si risponde che ivi il pontefice parla solo di coloro che trasferiscono quelle cose che non appartengono a sé, di qual specie siano le stesse chiese per quel che riguarda la proprietà, e i benefici per quel che riguarda il titolo: ma non parla del diritto di patronato che appartiene al patrono, come nota ZOESIO [ibidem, Commentarius ad Decretales, (Lovanio, 1732), Titolo 38 (De Jure Patronatus), n. 14 (II Transit ius hoc per concessionem alterius. In particolare: Secundo modo transit per liberalem alterius Concessionem. ...), (pp. 275-278)]. Si risponde altresì in
secondo luogo che il patrono non può di per sé e singolarmente donare quello al laico o anche al chierico, come a persona privata, senza il consenso del vescovo, ciò infatti si desume dalla Decretale [Cap. Unico (Si laicus), Titolo 19 (De iure patronatus), Lib. 3, LIBRO SESTO] nella quale Bonifacio VIII espressamente statuisce che il laico, senza il consenso del vescovo, può dare il suo diritto di patronato alla medesima chiesa sulla quale vi è il diritto, o anche a un'altra chiesa o a un altro luogo pio; e che la donazione sia efficace, e duri. Onde dal senso contrario si inferisce che se fatta dal laico a un luogo non religioso senza il consenso del vescovo, la donazione sia inefficace e di nessun valore. La ratio è che, quando la donazione del diritto di patronato è fatta dal laico a un luogo non religioso, si stacca dalla chiesa; pertanto deve il vescovo investigare se convenga alla chiesa cambiare patrono, affinché non sia per caso la chiesa gravata per questa mutazione. Conseguentemente non deve questa mutazione farsi se non previa autorizzazione e consenso del vescovo. E poi perché spetta anche al vescovo investigare se la donazione sia veramente liberale o puzzi di simonia. Si eccepisce (si adduce in contrario, sollevando un’obiezione) tuttavia il caso che uno di più compatroni rimetta all’altro il suo diritto di patronato; anche questa remissione (rinuncia a far valere la propria volontà, i propri interessi o desideri) può farsi senza che il vescovo sia interpellato, insegna la Glossa nella Decretale [Cap. 14 (Ex insinuatione. In particolare la GLOSSA: i Liberaliter contulisset.] Sic ergo videtur quod laicus ius patronatus possit donare privato, etiam sine consensu episcopi, sed supple (: imperat. di supplere), quod 1Bw&sa=X1=bo
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de consensu episcopi hoc fecit.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], in quanto questa
remissione non è alienazione, né propriamente donazione. O forse lo stesso vescovo possa, secondo la legge della donazione, concedere veramente al laico il diritto di patronato nella chiesa peraltro libera, se questa appartenga alla mensa vescovile e alla sua collazione. Si risponde che non può concedere tale diritto di patronato al laico, considerando il diritto comune, argomenta la Decretale [Cap. 2 (Hoc consultissimo prohibemus edicto, universos & singulos), Titolo 9 (De rebus ecclesiae non alienandis), Libro 3, LIBRO SESTO] dove si dice che: "Con questo editto assai ponderato proibiamo che tutti e i singoli prelati, senza il consenso del proprio capitolo e una speciale licenza della Sede Apostolica, sottomettano, assoggettino e sottopongano (cioè asserviscano) ai laici le chiese a sé affidate, i beni immobili o i diritti delle stesse". Concorda anche il Concilio di Trento [Sessione 14, Decreto di riforma, Cap. 12] dove si statuisce che nessuno di qualsivoglia dignità, ecclesiastica o secolare, per qualsiasi ragione possa, o debba, impetrare o ottenere il diritto di patronato, se non secondo le regole della fondazione, costruzione e dtazione, come nota BARBOSA [Collectanea Doctorum tam veterum quam recentiorum in Ius Pontificium Universum, Tomo 4, (Lione, 1716), Collect. Doct. in Lib. III. Sexti Decretal., Titolo 9 (De rebus Ecclesiae non alienandis), Cap. Hoc consultissimo II, & ult., N. 4 (Ius patronatus ex concessione, & privilegio Episcopi alicui competere non potest.), (pp. 214-216)]; e ampiamente prova ciò GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, Tomo 1, (Lione, 1680), Parte 5 (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum, continet cap. IX.), Cap. 9 (De Patronis), n. 128 (Ius patronatus non potest competere ex concessione & privilegio Episcopi.), (pp. 603-605)]. Nondimeno ciò vale considerando il diritto comune, perché, se,
in qualche luogo per consuetudine contraria e legittimamente prescritta, da tempo immemoriale fosse stato altrimenti osservato, alcuni ritengono allora che si derogherà al diritto comune. Invece abbiamo considerato che tale consuetudine, quando sia effettiva (di fatto), consista nel fatto di essere priva di legittima prova, e che anche allora debba farsi attenzione al pregiudizio (danno) che quindi si causa alle chiese. Anche a titolo di vendizione si trasferisce il diritto di patronato, tuttavia non considerando la vendizione di per sé in modo incompleto, in quanto il diritto di patronato, essendo spirituale o annesso allo spirituale, non può di per sé essere venduto senza simonia [Capp. 6 (Quia clerici quidam), 16 (De iure vero patronatus), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dove espressamente si statuisce che il diritto di patronato di per sé non si possa vendere, essendo annesso allo spirituale, e nel caso si venda, il contratto non ha valore. E concorda il Concilio di Trento [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Cap. 9]. Ma sebbene il diritto di patronato, in quanto annesso allo spirituale, non possa di per sé e da solo essere venduto senza il vizio della simonia, e se si venda, entrambi i contraenti, colpevoli del delitto, siano privati dello stesso diritto di patronato, ai sensi del testo di cui alla Decretale citata [Cap. 6 (Quia clerici), Titolo 38, Liber 3, DECRETALI] e del testo tridentino; nondimeno con l'universalità dei beni, come per esempio se si vende un qualche castro al quale sia annesso il diritto di patronato, allora insieme con il castro accessoriamente si vende il diritto di patronato, che dunque passa al compratore insieme con il castro, dato che l'accessorio segue il suo principale al quale è annesso, come nota RICCIO [Praxis rerum Fori Ecclesiastici, et variae decisiones nedum Curiae, (Colonia, 1621), Iurispatronatus, Decisione 179 (Iuspatronatus transit cum universitate bonorum.), (p. 171)], a meno che specificatamente (cioè con specifica menzione) ed espressamente nel contratto non sia stato escluso il diritto di patronato, come si desume dalla Decretale [Cap. 7 (Ex litteris), Titolo 38 (De iure patrnatus), Liber 3, DECRETALI] dove si statuisce che il diritto di patronato passa con la universalità, se non sia distintamente escluso, anche se l'universalità si dia al conduttore solo ad firmam, cioè per quel che riguarda l'utile dominio, al punto che se il conduttore presenti prima che sia intrapresa una causa giudiziaria sul diritto di patronato, la presentazione tiene (cioè ha valore), e dopo la lite intrapresa nulla 1Bw&sa=X1=bo
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si debba innovare. Giova tuttavia annotare che quando con l'universalità dei beni si vende il diritto di patronato, non si deve esigere in considerazione del diritto di patronato un prezzo maggiore, perché allora il contratto sarebbe simoniaco. Del resto affinché il diritto di patronato per vendizione del suo principale al quale è annesso, sia venduto in modo accessorio, non deve farsi distintamente sul diritto di patronato accordo o menzione, in quanto, per il fatto stesso che il castro si vende, se non sia distintamente escluso il diritto di patronato, anche questo passa al compratore come si desume dalla citata Decretale [Cap. 7, Titolo 38, Liber 3, DECRETALI]. Passa anche il diritto di patronato al compratore di un bene particolare, come fondo, palazzo, castro, ai quali accessoriamente afferisce, come nota GARCIA [ibidem, Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, Tomo 1, (Lione, 1680), Parte 5, Cap. 9, n. 33 (32 Ut ius patronatus transeat cum re vendita seu alienata, satis est adhaerere accessorie alicui fundo, non solum qui universitatem constituat, sed etiam particulari seu alij rei particulari, contra communem tenentem oportere quod adhaereat universitati, & n. seqq.), (pp. 604-608)].
Infine passa anche all'enfiteuta e al conduttore per lungo tempo, a norma del dominio utile che passa all'enfiteuta e conduttore del fondo o del castro cui accessoriamente il diritto di patronato è annesso. Del resto si dice che il diritto di patronato si vende con l'universalità della cosa (cioè proprietà, ricchezza), per il fatto che si venda con tutta quella cosa nella quale consiste l'universalità. L'universalità poi, in conformità del presente istituto, s’intende quando una qualche cosa non solo è particolare, ma contiene anche in sé non solo il corpo delle cose, ma anche i diritti dell'universalità, come spiega ABBATE [ibidem, Commentaria seu Lectura in ... Decretalium ..., Volume 3, Edizione 2, De iurepatro. Ex litteris (Cap. 7), n. 10]. Di qui, quando quella proprietà passa in toto al compratore, si trasferiscono anche le servitù, gli oneri, gli onori e le azioni a essa pertinenti. Il diritto di patronato non a una qualunque determinata cosa inerisce (cioè è connesso), ma soltanto alla cosa avente l'universalità dei beni. In questo modo si dice che inerisca alla villa, castro, monastero, chiesa, convento, seminario, città, provincia: questi infatti hanno i diritti dell'universalità. Anzi anche la stessa eredità contiene l'universalità, per il fatto che sia genericamente qualcosa [Dig.50.16.49. (“bonorum” appellatio aut naturalis aut civilis est. naturaliter bona ex eo dicuntur, ...), Dig. 50.16.0. (De verborum significatione), / 5.3.1. (Hereditas ad nos pertinet aut vetere iure aut novo.), Dig. 5.3.0. (De hereditatis petitione.)].
§ 7. Dei modi attraverso cui il diritto di patronato si perde o si estingue. È certo che in vari modi il diritto di patronato si può perdere o estinguere, come nota Barbosa [Juris Ecclesiastici Universi, Pars Altera, (Lione, 1718), Libro 3 (De Rebus Ecclesiasticis), Cap. 12 (De Jurepatronatus), n. 254 (Juspatronatus cessat, & omnino amittitur destructa Ecclesia, vel capella, aut deficientibus omnino redditibus, sive dote.), (pp. 188-194)], e questi modi si riducono agevolmente
a tre classi, delle quali: la prima si ricava dalla mancanza di fondamento; la seconda, dal delitto; la terza, dal non uso e susseguente prescrizione. Si perde il diritto di patronato per mancanza di fondamento se la chiesa, senza alcuna speranza di riedificazione, va in rovina; oppure le si porta via la dote, argomenta la Legge giustinianea [Lib.II, Tit. IV. (De usufructu.), ISTITUZIONI], dato che allora, andando in rovina la chiesa, va in rovina anche il diritto di patronato, in quanto questo si fondava sulla chiesa e, mancante il fondamento, è ineluttabile che crolli la cosa fondata. Quindi si estingue il diritto di patronato se la chiesa alla quale era unito, sia interamente distrutta senza speranza di riedificazione, o i redditi siano del tutto insufficienti, perché di una cosa inesistente sono nulle le qualità. In secondo luogo, si perde il diritto di patronato se il patrono permetta che la cappella si converta o si muti in chiesa collegiata, perché allora il rettore non può più essere presentato al vescovo per essere istituito, ma deve essere eletto, e il patrono laico non può in tale elezione intromettersi, né dare il proprio suffra1Bw&sa=X1=bo
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gio, ma tutt'al più può far valere le proprie ragioni nella riunione dell'elezione, conformemente alla Decretale [Cap. 25 (Nobis fuit), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove Clemente III statuisce che il patrono non possa prendere parte alla elezione da farsi in ordine al prelato della chiesa, ma solo dopo l'elezione si postuli (si richieda) il suo assenso, a meno che il patrono non abbia la speciale facoltà di partecipare all'elezione; altrimenti è riguardo alla cappella. In terzo luogo, si perde anche il diritto di patronato se la chiesa alla quale è annesso il diritto di patronato, si unisca a un'altra chiesa o a un monastero senza la clausola restrittiva (riservazione, restrizione, limite) del diritto di patronato. La ratio è che, in quel caso, la prima chiesa unita alla seconda si ritiene, per così dire, estinta; dunque anche il diritto di patronato, cui era soggetta. Infatti, cessando il principale, cessa l'accessorio. E ciò vale nonostante la chiesa soggetta al patronato sia unita a un'altra chiesa o a un monastero con il consenso tacito del patrono senza restrizione del diritto, come nota PIRHING [Jus canonicum nova methodo explicatum, Tomo 3, (1722), Libro 3, Titolo 38 (De jure patronatus), Sezione 5 (De Potestate Episcopi, & S. Pontificis circa Ecclesias, & Beneficia patronata, & de amissione Juris patronatus), § 4 (Qualem praeterea potestatem habeat Episcopus, vel non habeat circa Ecclesias, & Beneficia patronata?), (pp. 519-549)].
Per colpa di un delitto si perde il diritto di patronato. Primo, nel caso il patrono abbia osato, contrariamente alla legge divina, di uccidere o mutilare il rettore o un altro chierico della chiesa soggetta al patronato, di persona o per il tramite di un altro: allora, e la privazione si estende fino al 4° grado, per quel che riguarda i suoi discendenti [Cap. 12 (In quibusdam), Titolo 37 (De poenis), Liber 5, DECRETALI], e il diritto di patronato passa alla chiesa alla quale fu arrecata l'ingiuria, quasi in risarcimento del danno causato. Secondo, se il patrono sia stato costituito (cioè dichiarato) colpevole di eresia o di lesa maestà, perché allora tutti i beni del delinquente passano al fisco: dunque, come è privato di tutti i beni, così anche del diritto di patronato [Cap. 10 (Vergentis in senium seculi corruptelam), Titolo 7 (De haereticis), Liber 5, DECRETALI / Cap. 19 (Cum secundum leges civiles), Tit. 2 (De haereticis), Liber 5, LIBRO SESTO]. E questo vale anche nei confronti di sci-
smatici, apostati, fautori degli eretici, come nota il succitato BARBOSA [ibidem, Juris ecclesiastici universi, Libro 3, Cap. 12, n. 260 (Patronus si fiat haereticus schismaticus, apostata, &c. juspatronatus amittit.), (p. 194)]. Infatti a tutti questi sono confiscati tutti i beni, e con l'universlità
dei beni o con un altro bene particolare al quale è unito il diritto di patronato, questo passa al fisco. Ma affinché la privazione per questi predetti capi di delitto sortisca effetto, è necessaria la sentenza declaratoria del giudice, sebbene il delitto sia stato notorio, come Andreas von GAIL [Practicarum observationum, (Colonia, 1601), Libro 2, Osservazione 51 (Vasallus feloniam committens, non amittit possessionem feudi, nisi per sententiam privationis), n. 6 (In criminalibus semper requiritur sententia declaratoria.), (pp. 357-359)].
Terzo, se scientemente e maliziosamente s'intrometta per quel che riguarda la percezione dei frutti del beneficio o li dirotti (o meglio, li volga) verso un uso personale, o soltanto impedisca che non pervengano al beneficiato, o indebitamente si appropri con qualunque arte (abilità), richiesta, scusa (pretesto, argomentazione): e anzi così il delinquente, oltre alla privazione del diritto di patronato, incorre ipso iure (in forza della legge stessa) nella scomunica, dalla quale soltanto dal sommo pontefice può essere assolto, in base al Concilio di Trento [Sessione 22, Decreto di riforma, Canone 1]. Quarto, si priva altresì il patrono del diritto di patronato, se col pretesto della vendizione o in qualunque altro modo proibito e contrariamente alle canoniche ordinanze, abbia osato apparentemente trasferire a un altro quel diritto, in conformità della Decretale [Cap. 6 (Quia clerici quidam. In particolare il Sommario: Comparans vel emens iuspatronatus, eo spoliari debet. Vel sic: Qui emit iuspatronatus ut possit praesentare filium vel nepotem seu quem vult, eo privari debet.) Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove si statuisce che
chi compra il diritto di patronato o lo acquisisce in altro modo al fine di presen1Bw&sa=X1=bo
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tare i suoi figli o nipoti, sia privato del medesimo diritto. Che se tu domandi a chi si debba allora attribuire il diritto di patronato, alcuni dicono che quello passa alla chiesa alla quale è stata fatta l'ingiuria di simonia; altri ritengono che rimanga in possesso del patrono, e cercano di dimostrare col ragionamento, che la vendita, in quanto simoniaca, non tiene (non dura nel tempo, non è valida). In secondo luogo perché nel predetto testo [Cap. 6, Tit. 38, Liber 3, DECRETALI] la pena si infligge al compratore non al venditore. Ma secondo il Concilio di Trento [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 9] anche il venditore incorre nella pena. Egli stesso infatti è assoggettato alle pene della scomunica e dell'interdetto. Per cui abbiamo pensato che il diritto di patronato sarà attribuito alla chiesa, così da essere questa riportata alla precedente condizione di libertà, come nota PIASECIO [Praxis episcopalis, ea quae officium et potestatem episcopi concernunt continens., (Colonia, 1620), De iurisdictione Episcopi voluntaria. Caput V. De Collatione beneficiorum. Articulus I. (Quae beneficia conferre non possit Episcopus.), n. 37 (Iuspatronatus vendi non potest. In particolare: Ipsum autem iuspatronatus per se vendi non potest absq; labe Simoniae, & vendens patronus illo privaretur ipso facto, rediretq; Ecclesia ad libertatem.), (pp. 346-365)].
Ma sorge una difficoltà, a chi mai pervenga il diritto di patronato, quando si perde a causa della confisca di tutti i beni. Si risponde con una distinzione: nel caso il diritto di patronato sia reale, ed è accessoriamente congiunto ai beni confiscati, anche allora, eccetto il caso di lesa maestà e di eresia, passa insieme con i beni confiscati al fisco, anche per quel che riguarda l'esercizio. E, venduti in seguito i beni tramite il fisco, passa nello stesso tempo al compratore, in quanto l'accessorio segue il suo principale, soprattutto perché il diritto di patronato non si vende per sé, e né si esige un prezzo maggiore in considerazione dello stesso. Ma se invece il diritto di patronato sia personale, e di per sé principale tanto da non essere accessoriamente unito ai beni, allora non s’include nella confisca dei beni, né il giudice laico può quello assegnare per il suo tramite, né aggiudicare al fisco, in quanto il laico non può disporre direttamente del diritto di patronato, essendo spirituale o annesso allo spirituale; e il giudice laico non ha giurisdizione nelle cose spirituali. Perciò, in tal caso, rimane in possesso del delinquente, finché per il tramite del giudice ecclesiastico il patrono, come indegno, non sia privato del diritto di patronato. Inoltre, susseguita la sentenza privativa del giudice, qualora il diritto di patronato sia di sangue e spetti alla famiglia o ai consanguinei o a quelli che sono del genere (stirpe), passa a quelli, osservata la disposizione del fondatore. Ma se poi sia ereditario, è trasmesso altresì agli estranei unitamente all'eredità, alla quale è congiunto. Se poi invece non è congiunto all'eredità come qualcosa di accessorio, allora il diritto di patronato si estingue, e la chiesa si restituisce alla sua libertà. Se poi invece non segue la sentenza privativa del giudice, allora il diritto di patronato ereditario passa all'erede, o per testamento o anche senza aver fatto testamento, eccetto che in relazione al crimine di eresia, come nota GARCIA [Tractatus de beneficiis amplissimus, et doctissimus, (Magonza, 1614), Parte 5 (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum), Cap. 9 (De Patronis.), n. 25 (An in confiscatione bonorum, veniat ius patronatus, num 25. ubi referuntur plures Doctores, agentes de hac quaestion....), (pp. 503-507)].
Il diritto di patronato si perde per il non uso quando, venendo meno il legittimo impedimento, il patrono per molto tempo trascura di presentare il rettore che deve essere istituito dal vescovo nella chiesa vacante; ma in verità, dal momento che difficilmente si può determinare quanto tempo dovette essere fluto per perdersi il diritto di patronato per il non uso, la sentenza più probabile e più comune è perciò che, se nella chiesa soggetta al patronato il rettore, senza presentazione del patrono, sia stato per due volte istituito dal diocesano, senza che il patrono reclamasse, allora si ritiene che questi perda il diritto di patronato a motivo del non uso, dal momento che il diritto di patronato pregiudica proprio 1Bw&sa=X1=bo
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la libera collazione dei vescovi, e la libertà della chiesa sia da privilegiare. Si ritiene che il patrono abbia rinunziato al suo diritto, se per due volte, quando la chiesa vacò, non presentò il rettore e permise, sapendo e non contraddicendo, che quello fosse istituito dal diocesano. E poi perché il diritto di patronato, essendo spirituale o annesso allo spirituale, di per sé non è destinato al laico, ma gli è concesso solo per grazia e concessione della chiesa, al punto da essere come un certo privilegio concesso ai laici che fondano, costruiscono, dotano le chiese. Conseguentemente, come si perdono facilmente gli altri privilegi onerosi per il non uso o per un uso contrario, così si perde il diritto di patronato per l'omissione di due presentazioni, e allora la chiesa è resa di libera collazione, e si libera dalla servitù del diritto di patronato. Il diritto di patronato si perde altresì per prescrizione, quando il patrono, per tutto quel tempo che è richiesto dal diritto per la legittima prescrizione, trascurò di presentare il rettore da istituirsi nella chiesa vacante, se, in quel tempo, non ci fu alcun legittimo impedimento dal quale fosse trattenuto dal non presentare il rettore. Tuttavia si ritiene in generale che, se per due volte il rettore sia stato istituito, senza la presentazione fatta dal patrono, sia da ritenersi secondo la legge della prescrizione che abbia perduto il diritto di patronato, e allora alla chiesa si restituisce la libertà al punto che, senza presentazione e senza che il patrono sia stato interpellato, il diocesano possa istituire il rettore. E qualora tu dica che il diritto di patronato è spirituale o almeno annesso allo spirituale, di conseguenza non può essere prescritto (ordinato) neppure dal laico, giacché per la medesima ragione i diritti di decimare (applicare l'imposta della decima; riscuotere le decime; pagare la decima) non si prescrivono dai laici secondo la Decretale [Cap. 7 (Causam, quae inter dilectum filium nostrum. In particolare il Sommario: Laici spiritualia possidere non possunt; ergo et per consequens nec praescribere.), Titolo 26 (De praescriptionibs), Liber 2, DECRETALI]; è il contrario in
quanto, sebbene il diritto di patronato sia annesso allo spirituale, nondimeno si concede ai laici per una cosa temporale, soprattutto per fondazione, dotazione o costruzione della chiesa su cui infatti si fonda il diritto di patronato, e dato che le cose temporali possono dai laici essere prescritte, così anche, per lo meno indirettamente, lo stesso diritto di patronato fondato sulle cose temporali. Diversamente, il diritto di decimare si fonda su qualcosa di spirituale, soprattuto in relazione all'amministrazione dei sacramenti, e le decime si pagano per la congrua sostentazione dei chierici che somministrano ai laici i sacramenti: onde ciò costituisce il discrimine tra il diritto di presentare e il diritto di esigere le decime, in quanto quello si fonda sul temporale, questo sullo spirituale, di conseguenza quello può essere prescritto dai laici, ma non il diritto di decimare. Quale diritto in verità, qualora il diritto di presentare si supponga legittimamente donato a qualcuno e la donazione consegnata per lettera, se colui al quale è donato tale diritto, sia morto prima che gli fosse data l'opportunità di presentare e di aprire la lettera; e i suoi eredi anche per circa un secolo, non mai aperta la lettera, (mai) avessero presentato, e il vescovo sempre avesse istituito il rettore della chiesa soggetta a patronato, senza che gli eredi fossero stati interpellati. Certamente allora questo diritto di patronato si considererebbe estinto per il non uso di circa un secolo. E poi perché sarebbe stato dal vescovo collatore prescritto, come è abbastanza evidente in base ai principi generali riportati nel suddetto titolo sulle prescrizioni [Tit. 26 (De praescriptionibus), Liber 2, DECRETALI]. Inoltre, per il fatto che la prescrizione valga anche contro gli ignoranti: infatti la legge sulla prescrizione e l'usucapione secondo la più comune e vera opinione dei periti del diritto fu sancita per il bene comune della repubblica, per conservare la pace, per troncare le liti; d'altra parte a causa dell'incertitudine (incertezza) dei diritti, innumerevoli liti quasi si riformerebbero (cioè si riprodurrebbero), se per l'i1Bw&sa=X1=bo
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gnoranza addotta (come scusa o pretesto o giustificazione) del proprio diritto, il diritto di prescrizione potesse essere da persone private impugnato, e sovvertito. Infine poiché gli eredi erano tenuti ad aprire la lettera, per poter riconoscere i propri diritti, gli obblighi, per cui qualora non abbiano aperto quella lettera, si deve dare a loro stessi la colpa. Qualora tu opponga la comune sentenza, la prescrizione non è operativa nei confronti di chi non è in grado di agire, secondo la Legge giustinianea [CJ.7.40.1pr. (Super annali exceptione, quae ex italicis contractibus oritur), CJ.7.40.0. (De annali exceptione italici contractus tollendo et de diversis temporibus et exceptionibus et praescriptionibus et interruptionibus earum.), CODICE]; si ri-
sponde con ABBATE [Lectura super quinque libros decretalium, (Basilea, 1477 ca.), De prescriptionibus., Ex transmissa. Casus. Tempore hostilitatis non currit prescriptio. (Cap. 10). In particolare: ... Nunc ... ut habeamus in materia regulam quero an in predictis et similibus casibus impediatur prescriptio ita quod non sit opus restitutionem petere an vero currat sed detur restitutio ... Sed circa predicta quero utrum indistincte non valenti agere non currat prescriptio ....), (pp. 67- / Vedere: Cap. 10 (Ex transmissa nobis conquestione abbatis et monachorum. In particolare il Sommario: Tempore hostilitatis non currit praescriptio.), Titolo 26 (De praescriptionibus), Liber 2, DECRETALI]
che quella sentenza vale in senso composito con l'impedimento del diritto, come è l'età del pupillo, la chiesa vacante, il tempo della ostilità. In essi infatti, e nei casi simili, la prescrizione si considera essere inattiva, per cui non decorre; diversamente è in senso diviso e senza tale impedimento del diritto, e con l'impedimento di fatto non generale, allora infatti decorre la prescrizione. § 8. Si producono e si spiegano alcune questioni scelte. QUESTIONE 1 - Si cerca di sapere: nel caso qualcuno costruisca la chiesa in un fondo altrui, ignaro il padrone o anche contro il suo volere, il diritto di patronato è acquisito da parte dell'edificatore o da parte del vero padrone del fondo? Si risponde che il diritto di patronato nella costruenda chiesa in un suolo altrui è acquisito dal costruttore, ma non dal padrone del fondo, sebbene questi possa la chiesa edificata nel suo fondo, se ancora non sia stata consacrata, il costruttore ignaro o contro la sua volontà, di propria iniziativa occupare o demolire [Dig. 9.2.29pr. (Quemadmodum si laqueos eo lici posuisses), Dig.9.2.29.1. (Si protectum meum, ... In particolare: ... aliud est dicendum ex rescripto...), Dig. 9.2.0. (Ad legem aquiliam.), DIGESTO]. La ratio è che non sembra consono all'equità che per l'edificazione della chiesa contro il volere del padrone, o ignaro, si tolga il possesso del suo fondo: ciò che è nostro senza fatto nostro, ad altro non si può trasferire [Dig. 50.17.74. (Non debet alteri per alterum iniqua condicio inferri.), 50.17.0. (De diversis regulis iuris antiqui.), DIGESTO], infatti contro il volere del padrone non possiamo, senza ingiustizia a lui arrecata, disporre delle sue cose. Qualora tu dica che il costruire chiese si risolva in favore della religione, ciò non osta, in quanto il favore della religione è da dirigere secondo le regole dell'equità che non prescrivono che si debba infliggere un danno ad altri, e né privarlo del suo diritto contro il suo stesso volere, come nota CANISIO [Opera quae de Jure canonico reliquit: In libb. V. Decretalium. ... (Lovanio, 1649), Titolo 38 (De Iure patronatus), In Cap. Quoniam 3, n. 4 (Quid si me inscio in fundo meo quis construat Ecclesiam?), (pp. 434-435)].
Che se la chiesa, costruita in un fondo altrui contro il volere del padrone, sia stata anche consacrata, allora il padrone del fondo non può quella occupare o demolire, ma il costruttore è tenuto a pagare al padrone il prezzo del fondo secondo la stima dei periti, argomenta il Decreto [Cap. 2 (Comperimus nullam extitisse causam. In particolare il Sommario: Qui rem alienam consecrat, eius aestimationem restituat.), Causa 14, Questione 6, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]. Nel caso tu insista su questo, che il padrone del fondo
non possa di propria volontà dissotterrare le ossa del defunto, portate da un estraneo nel suo fondo, senza un decreto ecclesiastico [Dig. 11.7.8pr. (Ossa quae ab alio illata sunt vel corpus an liceat domino loci effodere vel eruere sine decreto pontificum seu iussu principis, questionis est: ...) Dig. 11.7.0. (De religiosis et sumptibus funerum et ut funus ducere liceat.), DIGESTO], conseguentemente
il padrone del fondo non può demolire la chiesa non ancora consacrata e, senza 1Bw&sa=X1=bo
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che gli fosse stato formalmente richiesto, costruita nel suo fondo: vi è al contrario, in effetti, il discrimine (cioè una netta disinzione o separazione): che nella misura in cui non può dissotterrare le ossa, in quanto si recepì ciò a motivo della pubblica utilità per evitare che i cadaveri dei defunti giacessero inumati [Dig. 11.7.43. (Sunt personae, quae, quamquam religiosum locum facere non possunt, interdicto tamen de mortuo inferendo utiliter agunt, ut puta dominus proprietatis, si in fundum, cuius fructus alienus est, mortuum inferat aut inferre velit....), Dig. 11.7.0. (De religiosis et sumptibus funerum et ut funus ducere liceat.), DIGESTO], diversamente, affinché non si
procuri un danno al prossimo, non è permesso che le chiese si costruiscano in un fondo altrui contro il volere del padrone, soprattutto quando la chiesa richiede molto spazio, e non possa il costruttore essere il signore della chiesa edificata da sé, senza che sia anche il padrone di quello spazio che la chiesa occupa, e questo ugualmente sarebbe addirittura rubare una cosa altrui contro il volere del padrone; diversamente, qualora le ossa del defunto si seppelliscano in un fondo altrui, rimane sempre il fondo sotto il dominio dell'antico padrone, che non perde alcun diritto sul suo fondo. Del resto il padrone del feudo può anche, contro il volere del vassallo, nel fondo feudale costruire una chiesa a motivo del dominio a sé riservato, in forza del quale può anche vendere il fondo contro il volere del vassallo, purché dal signore si dia al vassallo l'equivalente [c. un. l. 2. feud. tit. 9. [?]] / [Si veda invece: Iulii Clari Alexandrini Iurecons. Clariss. ac Regii Senatoris. TRACTATUS. De Testamentis. De Feudis. De donationibus. De iure emphiteotico., (Venezia, 1566), Liber IIII. §. Feudum, n. 28 (Dominus an possit vasallos invitos alienare. In particolare: Item quaero nunquid possit dominus invito vasallo pignori obligare directum dominium, & iurisdictionem feudi. Respon. quod sic, Et hanc sententiam dicit esse communem Ripa in l.obligatione. nu.40.ff.de pigno. & hoc est unum, in quo differt dominus à vasallo, nam vasallus non potest pignorare utile dominium feudi sine domini consensu, ut dixi infra q.35. Dominus autem invito vasallo potest suum directum dominium pignorare), (pp. 120-121)].
QUESTIONE 2 - Si chiede: forse il diritto di patronato decade legalmente per chi è impedito dal vincolo della scomunica maggiore (nel Medioevo, scomunica che escludeva oltre che dalla somministrazione dei sacramenti e dal frequentare luoghi di culto, anche dall'avere rapporti sociali di qualsiasi tipo con altri fedeli)? Si risponde con Giovanni D'ANDREA (Joannes
Andreae) [Joannis Andreae In quinque decretalium libros novella commentaria, Volume 3, Io. And. Comment. in Tertium Decret., De iure patronatus, Caput XXV. Nobis fuit, (Cap. 25), n. 3 (Patronatum qui possunt acquirere, & acquirant, & nume. 4. & 6. 7. 14. & 21.), (p. 197A)] che non si priva per quel che riguarda il pos-
sesso se prima della scomunica abbia posseduto tale diritto di patronato; ma sotanto per quel che riguarda l'atto, o l'uso, e l'esercizio, a tal punto che se prima della richiesta assoluzione dalla scomunica presenti il chierico, tale presentazione sia di nessun valore. La ratio è che allo scomunicato è proibita la comunicazione (lit., comunione eucaristica), l'uso o l'esercizio di qualsivoglia diritto ecclesiastico. Ed essendo la presentazione un esercizio di tale diritto, dopo la presentazione ammessa dall'ordinario, si acquisisce il diritto e l'azione a richiedere l'istituzione nel beneficio, al qual era stato presentato il chierico: perciò, presentare è proibito all'avente il diritto di patronato, se sia stato legato da scomunica maggiore fino al momento in cui non sia assolto. E poi perché chi è legato (vincolato, condizionato, impedito) da una scomunica maggiore non può eleggere alle prelature ecclesiastiche, neppure ai benefici; e qualora elegga, l'elezione è irrita [Capitolo Unico (Si ad episcopum & capitulum communiter pertineat collatio praebendarum), Titolo 8 (Ne sede vacante aliquid innovetur), Liber 3, LIBRO SESTO]; ma la presentazione in diritto equivale all'elezione, come
nota la Glossa [Cap. Ultimo, 47 (Quoniam electione non in concordia celebrata. In particolar ela GLOSSA: b Electione.] ... Et idem puto in praesentatione: ut etiam ille cui fit praesentatio, servare teneatur hanc decre. & sic servatur...), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, LIBRO SESTO]. E la ratio è che anche la stes-
sa presentazione conferisce un qualche diritto, soprattutto se sia stata accettata. Può tuttavia il vescovo assentire a che lo scomunicato tollerato (dir.can., soggetto che ha subito una scomunica semplice o che è stato colpito da una sentenza declaratoria o condannatoria), e non vitando (dir.can., scomunicato vitando, colpito da una forma particolarmente grave di scomunica, che comporta l'esclusione dai rapporti con la comunità dei fedeli), edifichi la chiesa e acquisisca il diritto di patronato per quel che riguarda l'avere e, dopo l'assoluzione dal vincolo della scomunica, 1Bw&sa=X1=bo
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per quel che riguarda l'uso. Quel discrimine si trova in mezzo tra lo scomunicato vitando e lo scomunicato non vitando per quel che riguarda la presentazione, in quanto il patrono scomunicato vitando, sia laico sia ecclesiastico, giammai legalmente, né validamente, presenta, e nel caso sia stato in ritardo per presentare legittimamente, il vescovo validamente e legalmente conferisce il beneficio affinché la chiesa non sia più a lungo lasciata priva del suo rettore. Se invece il patrono sia scomunicato tollerato, sebbene il vescovo non sia tenuto ad accettare la sua presentazione, non essendo nessuno tenuto a comunicare con lo scomunicato, sebbene tollerato, tuttavia può, nel caso voglia, legalmente quella accettare e validamente istituire il presentato; dal momento che non è tenuto a evitare lo scomunicato tollerato, non gli è perciò proibito accettare la sua presentazione. QUESTIONE 3 - Si chiede: forse il chierico acquisisce il diritto di patronato, nel caso edifichi con i redditi della chiesa una cappella, e la doti? Si risponde che acquisisce quel diritto, ma limitatamente ai giorni della vita, al punto che con la morte del fondatore si estingue o appartiene a quella chiesa con i cui redditi fu la cappella costruita e dotata: si desume dalle Decretali [Capitolo Ultimo, 5 (Si quis sane clericorum agella vel vineolas, in terra ecclesiae sibi fecisse probabitur. In particolare il Sommario: Meliorationes factae per praelatum in rebus ecclesiae, sunt suae in vita, etiam si dimittat beneficium: sed de his testari non potest.), Titolo 25 (De peculio clericorum), Liber 3 / Cap. 12 (Relatum est auribus nostris), Titolo 26 (De testamentis et ultimis voluntatibus), Liber 3, DECRETALI]. Invece a nome della Chiesa, se questa non sia
stata collegiata, il diritto di patronato si acquisisce da parte del successore nel beneficio con i cui redditi il defunto aveva costruito e dotato la cappella e il beneficio. Ma se la chiesa sia stata collegiata, il diritto di patronato si acquisisce da parte di tutto il capitolo della medesima collegiata. La ratio è che la chiesa succede in tutti i diritti acquisiti dal chierico con i beni del suo (cioè della chiesa) beneficio. Ma se il chierico non con i beni del beneficio, ma con i beni patrimoniali costruisca davvero la chiesa e la doti, allora non solo acquisisce per sé il diritto di patronato, ma anche per i suoi eredi, ai quali dopo la morte si devolvono. Ma se in un fondo del proprio patrimonio coi redditi del suo beneficio ecclesiastico costruisca la chiesa, il diritto di patronato, egli vivente, appartiene alo stesso in solido e, dopo la sua morte, si devolve in parte agli eredi e in parte alla chiesa, con il beneficio della quale la chiesa costruì. QUESTIONE 4 - Si chiede: se molti siano presentati, forse si debba istituire qualcuno di quelli e preferire a tutti gli altri? Si risponde che si deve procedere con una distinzione. Se il patrono che prima aveva presentato Tizio, dopo presenti Caio, e voglia che sia istituito questo; se il patronato sia laico, è a discrezione del prelato istituire chi di quei due abbia preferito, e si desume dalla Decretale [Cap. 24 (Cum autem), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove si statuisce che il patrono laico possa variare essendo la questione ancora aperta o prima che il primo presentato sia istituito, poiché, essendo laico il patronato, la seconda presentazione non invalida la prima, e neppure viceversa. Ma se il patronato sia ecclesiastico, allora chi è temporalmente (in relazione al tempo) primo, è preferibile giuridicamente, quindi chi è presentato per primo deve essere istituito. Ma se uno, e anche il medesimo, sia presentato dal patrono laico ed ecclesiastico, allora non può il laico variare, né presentare il secondo; ma l’istituendo è presentato da entrambi, come nota PANORMITANO [Lectura super quinque libros decretalium, (Basilea, 1477 ca.), De iurepatronatus, Cum autem. (Cap. 24) In particolare: Laicus patronus uno presentato potest alium presentare, secus in patrono clerico, vel specialius sic. In pluribus successive presentatis a persona ecclesiastica potior est primo presentatus, et secunda pars ibi verum et est de principalioribus tituli. ... Nota secundo quod presentatio quanto q; pertinet ad laicum quanto q; ad collegium quanto q; ad personam ecclesiasticam. Facit c. ea noscitur. de his que si. a prelato.), (p. 467)]. La ratio è che, non potendo il patrono ecclesiastico variare, ri-
marrebbe deluso nel suo diritto se il secondo presentato dal laico fosse istituito. Che se al beneficio fosse annessa la cura delle anime, e il secondo presentato 1Bw&sa=X1=bo
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dal patrono laico fosse notevolmente più idoneo, allora potrebbe essere istituito il secondo, messo da parte il primo, come insegna Giovanni D’ANDREA [ibidem, Io.And.Comment. in Tertium Decret., De iure patronatus, Caput XXIIII. Cum autem, (Cap. 24) , (p. 197], a causa della maggiore attitudine che nella collazione dei benefici si deve considerare. Se poi invece ci siano due patroni non concordi nella presentazione, al punto che uno presenti Pietro, e l'altro Paolo, allora è ad arbitrio del collatore conferire a quello dei due che abbia preferito. In ultimo PANORMITANO insegna che può allora il vescovo istituire il terzo, in quanto nel contrasto tra i patroni quel diritto non spinge a istituire uno dei presentati. Se poi invece più numerosi siano i patroni dissenzienti, allora deve essere istituito colui verso il quale più suffragi convergono. Che se parecchi presentino alla maniera del collegio o del capitolo, sono allora da convocarsi tutti quelli che si possono agevolmente convocare: altrimenti chi non fu chiamato può invalidare per il tramite del giudice la presentazione fatta, come argomenta la Decretale [Cap. 33 (Cum in Ecclesiis), Titolo 4 (De praebendis et dignitatibus), Liber 3, LIBRO SESTO] in cui si dispone così in ordine all'elezione e collazione da farsi collegialmente da più persone. QUESTIONE 5 - Si chiede: chi prima abbia assegnato una dote alla chiesa fondata senza dote alcuna, già consacrata, acquisisca forse il diritto di patronato? Alcuni rispondono che, chi dopo la consacrazione della chiesa, dona alla medesima una dote, non acquisisce il diritto di patronato, così stabilisce anche la Glossa [Cap. 26 (Piae mentis. In particolare la GLOSSA: a Piae mentis.] ... Si quis autem post consecrationem dat aliquid ecclesiae, per hoc non fit patronus: sed qui ante consecrationem dat aliquid ecclesiae, fit patronus: hoc ideo, quia ille perducit rem de non esse ad esse. Item alia ratione, quia si post consecrationem fieret aliquis patronus, iam videretur imponi servitus rei sacrae: quod esse non debet, ut ff.de ser.servitutes. 2.§.ult. & quod humani iuris esse definit, servitutem non recipit.), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO] per il fatto che la chie-
sa con la consacrazione è diventata res sacra cui non può giuridicamente imporsi servitù [Dig. 8.1.3. (Servitutes praediorum aliae in solo, aliae in superficie consistunt), Dig. 8.1.20. (Quotiens via aut aliquid ius fundi emeretur), Dig. 8.1.0. (De servitutibus), DIGESTO]; infatti ciò che cessò di essere del diritto dell'uomo, non ammette servitù [Dig. 8.4.4. (Caveri, ut ad certam altitudinem monumentum aedificetur, non potest), Dig. 8.4.0. (Communia praediorum tam urbanorum quam rusticorum), DIGESTO]. Per cui coloro che propugnano questa sentenza dicono che il diritto di pa-
tronato non possa essere acquisito se non sia la chiesa dotata, prima che sia consacrata. Nondimeno è più comune e più probabile la sentenza contraria che insegnano ABBATE [Lectura super quinque libros decretalium, (Basilea, 1477 ca.), De iurepatronatus., Quoniam in quibus. (Cap. 3) (In particolare: Et haec faciunt ad aliam quotidianam. Pone quod ecclesia fit sine dote. nunquid ex nova dotatio ne acquirit quis iuspatronatus glo. in. c.piae mentis.xvi-q-vii-sentit. quod non quia res sacra non capit servitutem. sed iuspatronatus est quedam servitus ipsius ecclesiae. Inno. s.eo.sup ... nam favore ecclesiae haec constitutio dotis retrotrahitur et videtur dotata ante consecrationem, sicut in simili cavetur in matrimonio ...), (pp. 450451)], INNOCENZO e altri, per il fatto che per benevolenza della chiesa la costi-
tuzione della dote si riporta indietro al tempo della chiesa costruita e non ancora consacrata; e ciò affinché i fedeli siano allettati a dotare le chiese. Ma ciò vale quando chi fondò senza dote, e costruì la chiesa, ha portato a termine la vita (cioè è morto) o la possibilità non gli è facilmente disponibile (praticabile). Altrimenti se interrogato se voglia dare la dote alla chiesa ed essere patrono, egli stesso non vuole, non sia patrono in considerazione della dote; ma un altro che dotò la chiesa molto prima che fosse consacrata, allora sono entrambi patroni. QUESTIONE 6 - Si chiede: quando i patroni sono due, necessita forse il consenso del vescovo a che un patrono lasci all'altro socio il suo diritto di presentare alla medesima chiesa. I più rispondono in modo affermativo, in quanto rimettere all'altro patrono il diritto di presentare, è non altrimenti che dare al medesimo un pari diritto che prima non aveva; se è vero che, quando più presentano, a uno a uno presentano in modo inadeguato, e tutti insieme in modo adeguato; quando poi uno rimette all'altro socio il suo diritto di presentare, allo1Bw&sa=X1=bo
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ra questi acquisisce un diritto più adeguato che prima non aveva: in qualche modo lo acquisisce gratis, e comunque in forma (o sotto forma) di donazione; ma per donare al laico il diritto di patronato, è richiesto il consenso del vescovo, affinché il diritto di patronato non transisca a un soggetto ignoto e inviso alla chiesa con detrimento della stessa; al fine anche di evitare ogni occasione di frode, visto che assai spesso l'acquisto è falso (finto, inventato). Nondimeno è anche probabile la sentenza contraria che insegnano LAMBERTINI [Tractatus de iure patronatus clarissimorum omnium U.I.C., (Venezia, 1607), Libro 1, Parte 2, Questione 2, Art. 12 (In 2.q.princ.2.partis. 1 Lib. De novo haerede. ... 199. Mulier quaedam aedificavit capellam & certos constituit patronos extraneos, quaeritur an post mortem fundatoris transeat iusp. etiam ad haeredes ipsius, vel solum ad illos extraneos & eorum haeredes. art. 12.), (p. 314)],
ABBATE (PANORMITANO), il quale la ritiene assolutamente consona all'equità, e più altri, la cui sentenza mi sembra più probabile: la ratio è che in quel caso non si istituisce un nuovo patrono, ma il medesimo diritto che inerisce a due, rimane in possesso di uno solo, al punto che si estingue riguardo al primo, e persevera riguardo al secondo. Il diritto di patronato è indivisibile come gli altri diritti spirituali. Per cui, sebbene abbia estensione alla quale molti possono prendere parte, tuttavia non si divide in parti, per la qual cosa non c'è alcuna donazione né cambiamento del padrone. E secondo un altro principio la chiesa non subisce nessun danno, né il diritto di patronato si trasferisce a qualche soggetto alla chiesa ignoto, inviso o sospetto, rimanendo soltanto in possesso di un altro già noto alla chiesa, e accetto. QUESTIONE 7 - Si chiede: se, nel caso il diritto di patronato sia lasciato a un laico per testamento, sia richiesto il consenso del vescovo. È certo che il diritto di patronato può per testamento essere lasciato in eredità come comunemente insegnano con PANORMITANO [Lectura super quinque libros decretalium, (Basilea, 1477 ca.), De iurepatronatus, Cum seculum (Cap. 13) In particolare: Si iuspatronatus ecclesie devenit ad exemptos per hoc in nullo ledi debet ius episcopale ...) (p. 459-460)], in quanto il diritto di patronato con il consenso
del vescovo si può donare tra i vivi: onde la difficoltà è, forse a causa della mote o per testamento si possa lasciare in eredità senza richiedere al vescovo? Federico PETRUCCI conferma [Consilia et Quaestiones Domini Frederici de Petruciis Senensis, (1513), fo. V., Questio frederici de petruccis disputata Senis. Tertia. In nomine domini amen.], ma l'opinione comune per la verità è che si richiede necessariamente il consenso del vescovo se al laico si doni; non così se alla chiesa, affinché evidentemente non passi il diritto di patronato a uno ignoto e inviso alla chiesa, e affinché questa non subisca alcun danno per tale donazione. Si dubita tuttavia, forse sia il consenso del vescovo sufficiente, se succede già prima che sia fatto il testamento: PANORMITANO [ibidem, De iurepatronatus, Cum seculum (Cap. 13) In particolare: ... Sed ex eodem verbo queritur nunquid possit transferri iuspartronatus titulo legati. dicit hic Jo.an. quod quemadmodum iuspatronatus potest donari. ita et legari, quia legatum est quedam donatio a testatore facta ut insti. de lega. in princ. et ideo sufficit quod si ecclesia legatur non est necesse intervenire consensum episcopi sicut in donatione inter vivos. ...] risponde che è sufficien-
te se il vescovo nell'intervallo di tempo anche dopo la morte del testatore consenta: la quale opinione è più probabile; ma prima che il consenso del vescovo sia sopraggiunto, il diritto di patronato rimane in possesso dell'erede, dato che, essendo spirituale o annesso allo spirituale, il diritto di patronato non può per la sola volontà del laico essere trasferito ad altri, e il diritto permette soltanto che si trasferisca ai figli e agli eredi, ma non ai legatari (coloro in favore dei quali è stato fatto un lascito), come nota ABBATE. Per cui il diritto di patronato neppure per locazione (contratto con cui una parte si impegna a concedere a un'altra il godimento di un bene mobile o immobile per un certo tempo dietro il pagamento di un determinato compenso) si può trasferire a un altro, in quanto per
legge e per locazione il conduttore non acquisisce il dominio diretto, nè utile, della cosa condotta; dunque con la locazione il diritto di patronato non transisce al conduttore. QUESTIONE 8 - Si chiede: forse il patrono trasferente il diritto di patrona1Bw&sa=X1=bo
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to alla confraternita della chiesa, che egli istituisce erede universale con l'obbligo di amministrare i servizi della chiesa, possa tuttavia obbligare a destinare le oblazioni fatte alla chiesa a certi usi pii? Si risponde negativamente. La ratio è che il laico non può disporre dei beni delle chiese e che appartengono alla chiesa, e che sono sotto il suo dominio: in quanto i beni della chiesa sono assolutamente esenti (o meglio, esclusi) dalla giurisdizione laica [Cap. 40 (Generaliter sancimus omnes viro reverendissimos episcopos. In particolare il Sommario: Omnes clerici, vel monachi tutelae immunitatem habere debent.), Causa 16, Questione 1, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO] / Capp. 21 (Convenior ipse à comitibus, & tribuni, ut basilicae fieret matura traditio.... verum ea, quae divina sunt, Imperatoriae potestati non esse subiecta.), 23 (In qualibet civitate, in quolibet oppido, vico, castello, municipio), 25 (Sancitum est, ut unicuique ecclesiae unus mansus integer), Causa 23, Questione 8, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO] / [Cap. 4 (Quamquam pedagiorum exactiones tam iure canonico, quam civili regulariter merito sint damnatae), Titolo 20 (De censibus, exactionibus, et procurationibus), Liber 3, LIBRO SESTO] / [clem. unic. de immunit eccles. [?] / Si veda invece: Titolo 49 (De immuni tate ecclesia rum, coemeterii, et rerum, ad eas pertinentium, Liber 3, DECRETALI; e Titolo 23 (De immunitate Ecclesiarum, coemeteriorum, & aliorum locorum religiosorum.), Liber 3, LIBRO SESTO], ed è anche statuito nella Costitu-
zione 8 di Leone X, la quale incomincia Al governo della Chiesa universale [Regimini Universalis Ecclesiae, Bolla pontificia del 4 maggio 1515]. Ebbene le oblazioni che si fanno alla chiesa, si acquisiscono dalla medesima e si aggiungono (si ascrivono) ai beni ecclesiastici, tanto da essere esclusi dalla giurisdizione laica [Capp. 13 (Quia sacerdotes pro omnibus orare debent, quorum eleemosynas, & oblationes accipiunt. In particolare il Sommario: Oblationes ecclesiae laicis usurpare non licet.), 14 (Sanctorum patrum canonibus consona sancientes, oblationes de sacratissimo & reverendissimo altari Beati Petri, & Salvatoris, & sanctae Mariae rotundae. In particolare il Sommario: Minime auferantur à laicis oblationes altaribus, vel crucibus factae.), 15 (Hanc consuetudinem, quae contra ecclesiam catholicam augeri videtur. In particolare il Sommario: Ecclesiarum oblationes sub laicorum dominio non detineantur.), Causa 10, Questione 1, Decreti Secunda Pars, GRAZINO]. La ratio è: dato che, quando si offrono a Dio,
passano dalla giurisdizione laica a quella della chiesa al cui dominio sono assoggettati, e similmente tutti gli altri beni che a dio sono dedicati; i laici perciò non possono disporre delle medesime oblazioni e neppure esercitare alcun dominio riguardo a quelle, al punto che non possa prevalere la stessa consuetudine all’opposto, per il fatto che abbia in sé (cioè mantenga, conservi, ammetta) un diritto opponente, e che (cioè tale diritto) impedisce di attribuire le cose spirituali ai laici [Capp. 51 (Sacrosanta Romana ecclesia), 56 (Massana eccleisa pastore vacante), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI] e così stabilì la Rota [Calaritana oblationum, 21 ottobre 1588, coram Pamphilio]. Per
cui il testatore (cioè colui che dispone dei propri beni mediante testamento) non può obbligare gli eredi a volgere le oblazioni ad altri usi determinati, se non a quelli ai quali possono volgersi. Essendo infatti la chiesa capace di oblazioni, dalla medesima si acquisiscono, e per questo o massimamente perché si presume che siano state fatte in considerazione di tale chiesa, come notano REBUFFI [Tractatus de decimis tam feudalibus, quam aliis, (Colonia, 1672), Questione Prima, n. 29 (Oblationes factae imagini cui debeantur. In particolare: Et cui debeantur oblationes sacrae imagini, quod curato illius ecclesiae, ubi est imago. docet Panor. in cap.dilectus. col.3.versic.2.de offic. ordin. & capit. quoniam eo. & Troilus malvitius in tract. de oblatio. & episcopus non potest eas concedere domino domus, ubi est imago. Panor. in c. quamvis. eod. et in d.rub. de paroch.), (p, 22)], ABATE [Lectura super quinque libros decretalium, (Basilea, 1477 ca.), De statu monachorum et canonicorum regularium., Theodosius (Cap. 1), (In particolare: ... Tertio nota quod oblationes que fiunt in locis religiosis non debent cedere episcopo nec ecclesie curate sed ipsis locis religiosis...), (p. 424)], Mariano SOCINO [Tractatus in materia oblationum, Libellus.XVIII. (De effectibus oblationum quantum ad virtutem acquisitivam. - Cui querantur oblationes facte imagini vel statue prophane. - Quid si offerens aliquid imagini religiose, exprimat cuius contemplatione faciat talem oblationem seu cui velit eam queri. - Quid si consuetudo disponit quod oblationes sacre imagini alicuius sancti querantur potius uni quam alteri. - Si est dubium cui acquirantur dicte oblationes quando fiunt imagini vel statue ut supra. re dubia existente cui acquiri debent: An domino domus vel parietis ubi depicta est imago vel statua affixa. An ecclesie nominis illius sancti. An ecclesie cathedrali. An episcopo: An ecclesie parochiali. - Cui querantur oblationes facte ad altare in capella alicuius ecclesie: An rectori illius ecclesie: An capellano illius capelle vel altari.), (pp. 42-48)]. Essendo
infatti nella potestà di chiunque disporre ad libitum (a piacere, a volontà) dei propri beni, può trasferirli nel dominio di chi abbia voluto: pertanto coloro che offrono i beni a una chiesa in considerazione della stessa, si presume che trasferiscono i medesimi beni nel dominio della medesima chiesa. E né osta che il testatore sia patrono della chiesa: in quanto soltanto a causa di ciò consegue di avere certe preminenze e il diritto di presentare, al punto che senza la sua presentazione non possa qualcuno essere istituito [Capp. 32 (Decernimus, ut quamdiu fundatores ecclesiarum in hac vita superstites extiterint), 33 (Monasterium, vel oratorium canonice construc1Bw&sa=X1=bo
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tum), Causa 16, Questione 7 ] / [Capitolo Finale, 7 (Cum ad nostram. In particolare il Sommario: Is ad quem spectat collatio dignitatum, seipsum instituere non potest.), Titolo 7 (De institutionibusi), Liber 3, DECRETALI] / [Cap. 14 (Ex insinuatione O. clerici accepimus. In particolare il Sommario: Sine consensu patroni non potest quis ecclesiam occupare.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Nondimeno non acquisisce nessun
dominio, o diritto riguardo ai beni della chiesa; dirò di più, neppure ha il possesso su quelle cose delle quali dota la chiesa [Cap. 6 (Noverint conditores basilicarum. In particolare il Sommario: Basilicarum conditores in rebus ecclesiarum nullam potestatem se habere cognoscant.)), Causa 10, Questione 1, Decreti Secunda Pars, GRAZIENO] dove si ha: "Apprendano i fondatori delle ba-
siliche che essi non hanno alcuna potestà sulle cose che offrono alle medesime chiese." Ragion per cui la disposizione del testatore esposta, sussiste soltanto nella fattispecie (cioè nel caso concreto) sussiste, nella misura in cui istituisce erede la stessa confraternita e dota la chiesa, ma non per imporre così l'obbligo di disporre delle oblazioni, in quanto il testatore non può così disporre per difetto di dominio verso tali oblazioni. D'altra parte la volontà del testatore quando non si può compiere in toto, si deve compiere secondo quella parte che si può mandare a compimento (cioè compiere, realizzare) [35.1.0. (De condicionibus et demonstrationibus et causis et modis eorum, quae in testamento scribuntur), Dig. 35.1.28pr. (Filiae suae ita quis legavit), Dig. 35.1.28.1. (“attia uxor mea optato philargyrum puerum), Liber 35, DIGESTO], e notano BALDO degli Ubaldi [In Sextum Codicis Librum Commentaria, (Venezia, 1699), Titolo De impuberum, & alijs substitutionibus, LEX VIII. Precibus, n. 24 (Mater tutrix si non servavit solemnitatem legum, punitur etiam si utiliter gessit), (pp. 80-83)] / CJ.6.26.0. (De impuberum et de aliis substitutionibus), CJ.6.26.8. (Precibus tuis manifestius exprimere debueras), CODICE] e MANTICA [Tractatus de coniecturis ultimarum voluntatum in Libros duodecim distinctus, (Colonia, 1612), Libro 3 (Voluntas testatoris quemadmodum deberat observari.), n. 6 (Voluntas testatoris debet servari in quantum potest.), (pp. 68-69)].
Onde sebbene non si possa nella fattispecie adempiere la volontà del testatore per quel che riguarda la disposizione delle oblazioni, deve nondimeno mandarla a compimento per quel che riguarda le altre cose. Si aggiunge anche il fatto che la volontà del testatore si presume conforme alla disposizione del diritto comune, secondo la Legge giustinianea [Dig.36.1.0. (Ad senatus consultum trebellianum), Dig. 36.1.59pr. (“heredes mei quidquid ad eos ex hereditate bonisve meis pervenerit), § Cum ita, cioè Dig. 36.1.59.1. (Cum ita fuerat scriptum: “fidei filiorum meorum committo, ut, si quis eorum sine liberis prior diem suum obierit), DIGESTO], co-
me estesamente mostra RIPA al n. 74. D'altra parte disporre in merito alle oblazioni fatte alla chiesa è contro il diritto comune, conseguentemente è da presumersi che il testatore laico qualora avesse saputo di non essere in conformità con il diritto, non avrebbe disposto in merito a quelle, come notano la Glossa [Dig. 2.14.0. (De pactis), Dig. 2.14.40pr. (Tale pactum”profiteor te non teneri” non in personam dirigitur, sed cum generale sit, locum inter heredes quoque litigantes habebit.), Dig. 2.14.40.3.(Pater, qui dotem promisit, pactus est, ut post mortem suam in matrimonio sine liberis defuncta filia portio dotis apud heredem suum fratrem remaneret.), DIGESTO], MANTICA [Tractatus de coniecturis ultimarum voluntatum, in Libros duodecim distinctus, (Colonia, 1612), Libro 5, Titolo 15 (Ex quibus coniecturis cesset tacita pupillaris substitutio contra matrem admittatur), n. 21 (Tempus testamenti, an inspiciatur in colligenda tstatoris voluntate. Voluntas testatoris, an debeat mutari ex eo, quod post eius mortem inciderit, eo.nu.21.), (pp. 220-226)]. Infine perché allora è pia la volontà del te-
statore, e la mente pia è regolata dalla ragione, e non si impadronisce delle cose che sono sotto l'altrui giurisdizione, né mira a disporre di qualcosa contro il diritto comune. QUESTIONE 9 - Si chiede: forse la chiesa è tenuta a mantenere il patrono, se i suoi beni siano confiscati? È certo che la chiesa sia tenuta a mantenere il suo patrono, se questi si riduca in miseria, come comunemente insegnano con la Glossa di cui alla Decretale [Cap. 25 (Nobis fuit. In particolare la GLOSSA: g Modeste.] Habito respectu ad facultates ecclesiae, & ad qualitatem personae.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] dove Clemente III statuisce che se il patrono versa nell'indigenza, la chiesa debba soccorrerlo con moderazione conformemente al diritto, per cui la difficoltà è se l'obbligo di tal fatta sorga anche quando il patrono per colpa della confisca dei beni si riduca in miseria. E deve rispondersi che se il patrono sia privato insieme con i beni anche del diritto di patronato, allora la chiesa non è tenuta a sostentare lo stesso, in quanto nello stesso modo che il diritto di patronato passa a un altro, o al fisco, così la chiesa contrae con il secondo l'obbligo che aveva con 1Bw&sa=X1=bo
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il primo patrono: infatti essendo unito il diritto di percepire gli alimenti al diritto di patronato, transisce con lo stesso ad altro [Cap. 5 (Ex litteris tuae fraternitatis accepimus. In particolare il Sommario: Mulier agit pro dote contra quemlibet detinentem bona mariti.), Titolo 21 (De pignoribus et aliis cautionibus), Liber 3, DECRETALI]. Infatti il diritto di percepire gli alimenti è così an-
nesso al diritto di patronato che non possa dallo stesso essere separato, come notano ABBATE [ibidem, Lectura super quinque libros decretalium (Basilea, 1477 ca.), De iure patronatus., Praeterea (Cap. 23), In particolare (parte finale): .... Sunt enim ita hec iura annexa iuri patronatus ut non possint ab eo abdicari. (pp. 465-466)], TIRAQUELLO (André Tiraqueau) [Utroque retractu, municipali, et conventionali, Commentari duo, (Lione, 1560), De retraict lignagier. De retractu gentilitio, § XXXVI. Glossa 1, (Utrum ex nostra consuetudine quae simpliciter dicit annum retractus currere a die notificationis, intelligatur non currere ante eam notificatione. 572.nu2, &3.) (pp. 572-580), [?]], Giovanni Pietro SORDI [Tractatus de alimentis, (Francoforte, 1595), Titolo 7 (Quibus ex causis denegari possint alimenta debita. Continet Quaestiones 42.), Questione 32 (Patronus non est alendus, quando ecclesia non habet per se.), n. 13 (Patronus non potest alij cedere, vendere vel alio titulo remittere ius conseguendi alimenta ab ecclesia. In particolare: Tertio non erit alendus, qui ex emptione, vel cessione, vel alio titulo causam habeat à patrono, quia hoc ius est ita annexum iuri patronatus, quod ab eo separari non potest, & est personalissimum, & ipsius patroni personae ac inseparabiliter haeres, ita ut vendi, cedi aut donari non possit.), (pp. 486-487)]. E poiché, a causa della confisca di tutti i beni, il patrono è privato anche
del diritto di patronato annesso all’universalità dei beni, come notano la Glossa [Cap. 31 (Filis vel nepotibus. In particolare la GLOSSA: c Propinquis.] ... Vel dic quod cum universitate laicus iudex potest aliquem privari iurepatronatus, sed per se non posset.), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO], LAMBERTINI [Tractatus de iure patronatus clarissimorum omnium U.I.C., (Venezia, 1607), Libro 3, Octavus art.8.q.pr.3.Lib., Questione 8, art. 8 (1. Iudex laicus non potest quemquam privare iurep. per se, sed cum universitate si.), (p. 1082)], CLARO (Julius Clarus) [Receptarum sententiarum opera omnia, (1625), Liber V. §. Fin. Pract. Crim., n. 8 (Et an ius patronatus.ibid. In particolare: Quaero modo, nunquid in confiscatione bonorum veniat ius patronatus? ...), (pp. 233-234) / Si veda altresì nella parte finale della stessa opera: Ioannis Baptistae Baiardi, ... Practicam Criminalem, §. Usura, Questione 78, nn. 26 (Et an ad ius patronatus.), 27 (Et quid si confiscatur villa, in qua erat ius patronatus. In particolare: Item adde, quod quando confiscatum esset castrum, seu villa, in qua esset ius patronatus, tunc cum ipsa universitate castri, vel villae in fiscum devenient iura patronatus ...), (pp. 258-261)], GAR-
CIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (Magonza, 1614), ...), Parte 5 (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum, continet 9.cap.), Cap. 9 (De patronis), n. 27 (Sententia privatoria iudicis Ecclesiastici secuta, si ius patronatus est sanguinis,& pertinet ad familiam seu consanguineos, ad illos transibit, si vero est haereditarium, ad extraneos transmissibile evanescit & Eccl.remanit libera, num.29 ...), (pp. 503-507)]; è perciò
privato anche del diritto di esigere gli alimenti dalla chiesa soggetta al patronato: sebbene il diritto di patronato non sia sotto la disposizione del giudice laico, in quanto qualcosa annesso allo spirituale, transisce nondimeno con l’universalità dei beni, come si desume dalla Decretale [Cap. 13 (Cum seculum), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Dunque passando l'universalità dei beni al fisco, allo stesso passa anche il diritto di patronato annesso alla medesima universalità dei beni. Che anzi, anche se non fosse il diritto di patronato annesso all'universalità dei beni, ma soltanto a qualche castro particolare, passerebbe ad altri perfino con il castro, dato che, se passa con l'universalità dei beni per il fatto che sia annesso al medesimo, deve anche passare con i beni particolari qualora ai medesimi sia annesso: una pari ragione vi è infatti per l'uno e l'altro, e si salvaguarda che allora il diritto di patronato di per sé, direttamente e immediatamente, non si trasferisce ad altri, ma soltanto indirettamente, mediatamente, secondariamente, nella misura in cui vien trascinato dal castro al quale è annesso il diritto di patronato, poiché l'accessorio segue il suo principale. QUESTIONE 10 - Si chiede: forse se il diritto di patronato non sia annesso a nessun bene in particolare, né alla stessa universalità dei beni, anche allora viene compreso nella confisca di tutti i beni fatta dal giudice laico? Si risponde negativamente con la Glossa di cui alla Clementina [Cap. 2 (Pastoralis cura sollicitudinis nobis), Titolo 11 (De sententia, et rejudicata), Liber 2, CLEMENTINE], la Rota presso PAMPHILIO [Decisiones Sacrae Rotae Romanae coram R.P.D. Io. Baptista Pamphilio, postea S.M. Innocentio X. Pont. Max., (1681), Agathen. jurispatronatus, 4 Marzo 1602], e presso COCCINO Giovan Battista [Decisionum S. Rotae Romanae coram Reverendissimo Patre D. Ioanne Baptista Coccino Veneto eiusdem Rotae olim Decano, Pars Prima, (Roma, 1672), Decisione 232, n. 1 (Iuspatronatus non comprehenditur in confiscatione bonorum facta à Iudice laico), (p. 175)]: la ratio è chiara, perché allora cessa la ratio dell'accessorio che segue il
suo principale per difetto di connessione: infatti, non essendo il diritto di patro1Bw&sa=X1=bo
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nato annesso all'universalità dei beni, non può da quella essere trascinata al fisco, e questo, quando diventa potere laico, non può estendersi direttamente e immediatamente al diritto di patronato, essendo questo spirituale o annesso allo spirituale, per cui cessando la connessione, cessa l'accessorio, che è tratto dal suo principale; non supponendosi connesso il diritto di patronato con l'universalità dei beni, non può da questa, come dal principale, essere tratta al fisco: per cui né indirettamente può il fisco estendersi al diritto di patronato, in quanto l'estensione indiretta si fonda sulla connessione. Perciò il patrono, non ammettendo allora il diritto di patronato, neppure ammette il diritto di percepire gli alimenti dalla chiesa soggetta al patronato, se per colpa della confisca dei beni si riduca in miseria. La ratio è che il diritto di percepire gli alimenti dalla chiesa soggetta al patronato s’intreccia inseparabilmente al diritto di patronato. Ma il giudice ecclesiastico può privare il patrono del diritto di patronato quando i beni gli sono confiscati, per il fatto che a causa del crimine per il quale meritò la confisca dei beni, costituì sé indegno del diritto di patronato, come comunmente insegnano la citata Glossa [Cap. 31 (Filis vel nepotibus.), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO], la citata Clementina [Cap. 2 (Pastoralis cura sollicitudinis nobis), Titolo 11 (De sententia, et rejudicata), Liber 2, CLEMENTINE] e GARCIA [ibidem, Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, Parte 5, Cap. 9, n. 28 (Sententia privatoria iudicis Ecclesiastici secuta, si ius patronatus est sanguinis .... In particolare: ... Si vero ius patronatus personale est, & de per se principale, & distinctum, non includitur in confiscatione bonorum, nec de per se iudex laicus poterit illud confiscare ex defectu iurisdictionis, & incapacitate), (pp. 503-507)]. E allora
appunto, nel caso sia privato del diritto di patronato, è privato del diritto di percepire gli alimenti. Da ultimo, qualora i beni siano confiscati dal giudice ecclesiastico, il patrono è anche privato del diritto di patronato, sebbene non fosse annesso all'universalità dei beni, né ad alcun bene in particolare. La ratio è che la giurisdizione del giudice ecclesiastico si estende anche alle cose spirituali, e alle annesse alle cose spirituali [Cap. 3 (Quanto divina gratia. In particolare il Sommario: Causa iurispatronatus spectat ad iudicium ecclesiae.), Titolo 1 (De judiciis), Liber 2, DECRETALI], e nota LAMBERTINI [Tractatus de iure patronatus clarissimorum omnium U.I.C., (Venezia,1607), Octavus art.8.q.prin.3.Lib., Libro 3, Questione 8, Art. 8, n. 10 (Iudex ecclesiasticus potest procedere contra patronum super privatione iurisp. principaliter), (pp. 1082-1086)]. E questo è il discrimine tra il giudice laico e l'ecclesiastico, in
quanto quello per difetto di giurisdizione non può privare il patrono del diritto di patronato, qualora questo non sia connesso con l'universalità dei beni o con alcun bene in particolare, in quanto la potestà laica non si estende alle cose spirituali, né alle annesse alle spirituali: altrimenti il giudicie ecclesiastico, con l'universalità dei beni priva il patrono anche del diritto di patronato, per il fatto che la sua potestà si estenda alle spirituali, e alle annesse alle spirituali. QUESTIONE 11 - Si chiede: forse il patrono per la confisca dei beni sia privato del diritto di patronato escluso dalla confisca, per il fatto che il fondatore abbia disposto che transisca agli agnati o ad altre persone aventi certe qualità? Si risponde con una distinzione: se la confisca di tutti i beni sia fatta da un giudice ecclesiastico, il patrono è privato del diritto di patronato, come nota GARCIA [ibidem, Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, Parte 5, Capitolo 9, n. 29 (Sententia privatoria iudicis Ecclesiastici secuta, ... In particolare: ... qua sententia privatoria iudicis Ecclesiasticis secuta, si ius patronatus est sanguinis, & pertinet ad familiam, seu consanguineos, & qui sunt de genere, ad illos transibit iuxta dispositionem fundatoris, si vero est haereditarium, ad extraneos transmissibile evanescit ius patronatus, & Ecclesia remanet libera, quo casu procedet, quod ait Simancas ...), (p. 507)]. La ratio è che, quanto è in base alla natura
della confisca, il patrono è privato del diritto di patronato perché in quel caso la confisca proviene da chi ha l'autorità diretta sul diritto di patronato, per il fatto che sia autorità spirituale e si estenda alle cose spirituali. Che però si suppone ostare la disposizione del fondatore, perciò non transisce al fisco, ma si trasferisce a quelli che furono dal fondatore chiamati. Che se la confisca sia fatta dal giudice laico, anche allora si distingue: o il diritto di patronato sta per sé senza 1Bw&sa=X1=bo
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connessione all'università dei beni, e allora per confisca dei beni il patrono non è privato del diritto di patronato, in quanto la sentenza di confisca, in quanto proveniente dal giudice laico, non si estende al diritto di patronato. Di conseguenza rimane presso il patrono unitamente al diritto di percepire gli alimenti dalla chiesa, finché non sia privato mediante sentenza del giudice ecclesiastico. Ma se il diritto di patronato sia annesso all'universalità dei beni, allora per la confisca di tutti i beni sia, indirettamente e secondariamente, privato del diritto di patronato, in quanto a causa della connessione, viene trascinata con sé dall’universalità dei beni: l'accessorio segue il suo principale. Giova tuttavia osservare che se il patrono al quale i beni sono stati confiscati, sia fondatore della chiesa, non lascia a causa della confisca il diritto di patronato, sebbene siano confiscati i beni per sentenza del giudice ecclesiastico, e né la chiesa si libera dall'onere di procurare al medesimo i necessari alimenti, come rettamente nota Giovanni Pietro SORDI (Surdus) [Tractatus de alimentis, (Francoforte, 1695), Titolo 1 (Cui, & quibus à lege debeantur alimenta, & continet Quaestiones 129.), Questione 54 (Ecclesia alit patronum pauperem), n. 11 (Causa cessante, non cessat effectum consummatus.), (pp. 112-113)], perché gli alimenti non gli si devo-
no per il fatto che sia assolutamente patrono, ma in quanto è fondatore. Infatti fa ciò la fondazione, che si contragga con lo stesso fondatore obligatio antidoralis (id est, talis, qua dans obligat alterum naturaliter ad remunerandum ex virtute gratitudinis ... Obligatio antidoralis, seu remuneratoria, solum est ex decentia & honestate, & procedit ex liberalitate, Theologia moralis, Anacletus Reiffenstuel, p. 120, //books.google.it), in ragione della gratitudine per causa di fondazione; e
che, nonostante la privazione del diritto di patronato, fino a questo momento il fondatore rimane sempre fondatore, e né si possa dare che la chiesa che fondò, non abbia fondato: perciò sempre vige nella chiesa l'obbligo della gratitudine di procurargli gli alimenti in caso di indigenza o necessità. E poi perché per preservare l'obbligo, è sufficiente se rimanga una delle cause finali, a motivo della quale fu indotta [Dig. 28.5.84pr. (Si non lex alia sentiat, sed alia lex vel senatus consultum), Dig. 28.5.0. (De heredibus instituendis.), DIGESTO], e notano TIRAQUELLO (André Tiraqueau) [Tractatus cessante causa cessat effectus, (Lione, 1559), Tertia Pars, Vicesima limitatio (pp. 267-310)] e Giovanni Pietro SORDI [Consiliorum sive responsorum, Liber Tertius, (Francoforte sul Meno, 1630), Consilium 361, n. 20 (Causae plures ubi concurrant, una cessante non deficit dispositio), (pp. 228-230)]. QUESTIONE 12 - Si chiede: forse il patrono possa promettere che presenterà qualcuno quando vacherà il beneficio? Si risponde negativamente, in quanto non vale il mandato di presentare una determinata persona prima che il beneficio risulti vacante: come comunemente insegnano, e davanti a tutti gli altri Ercole MARESCOTTI [Variarum resolutiom, Liber Primus & Secundus, (Francoforte, 1617), Libro 2, Cap. 33 (Argumentum. Mandatum ad praesentandum cum beneficium vacabit, quando valeat, ita ut praesentatio illius vigore facta sustineatur, & nunquid praesentatio a Patrono facta de beneficio, quod putabat vacare, succedente vacatione convalidetur.), n. 1 (Mandatum datum ad praesentandum certam personam in casu vacationis certi beneficij iuris pa-
allorché cita tre decisioni della Rota: per cui neppure può il patrono promettere che presenterà una persona determinata: dato che la ratio che impedisce il mandato, impedisce anche la promessa: fin là è impedito il mandato, in quanto è dissonante, cioè non concorda con la retta ragione, per il fatto che apre la via all'auspicio di desiderare la morte altrui, il che il diritto, quanto meno in termini generali, ha in orrore [Cap. finale 8 (Pactiones factae à vobis (ut audivimus) pro quibusdam spiritualibus obtronatus, non valet, sicut nec praesentatio ipsa de certa persona a patrono facta sustinetur, & n.3 & 4.), (p. 56)]
tinendis. In particolare il Sommario: Non valet pactio in spiritualibus vel quae pactum inducit, vel turpis seu de re turpi, vel impossibilis de iure vel de facto.), Titolo 35 (De pactis), Liber 1, DECRETALI] / [Cap. 13 (Ex tenore litterarum vestrarum accepimus. In particolare il Sommario: Non valet promissio beneficij vacaturi.), Titolo 8 (De concessione praebendae et ecclesiae non vacantis), Liber 3, DECRETALI]. Ebbene questa ratio si sofferma an-
che sulla promessa, e da entrambe le parti infatti apre la via all'auspicio di desiderare la morte altrui: stante infatti la promessa, soltanto con difficoltà si esclude tale auspicio, come nota la Rota presso Giacomo DEL POZZO [Decisiones D. Iacobi Putei Iurisconsulti praeclarissimi, (Colonia, 1582), Liber II, Decisione 279, n. 10 (Beneficium mortui ante mortis scientiam impetrare licitum est, & provisio valet: secus si viventis. In particolare: Item non militat votum captandae 1Bw&sa=X1=bo
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mortis: quia de iure communi licitum est beneficium mortui impetrare ante scientiam mortis & provisio valet, ut est tex.in c.2.de conces.praben. Et si regula non obstaret, gratia valeret, tunc non obstaret votum captandae mortis, iuxta text. in c.ne captandae de conces.praebend.in 6.cum quis beneficium viventis impetra: secus si mortui, licet mortuum ignoret. ), (p. 256) / Decis. 1238. num. 3. V. quia respondetur lib. 1 [?]]. Anzi non solo de iure, ma an-
che in coscienza tale promessa non è lecita, e ciò si desume dalle regole generali in materia di scandalo: darebbe infatti l'occasione (l'appiglio) al promissario (cioè al destinatario di una promessa fatta da un altro soggetto mediante contratto o atto unilaterale) di peccare per tutto il tempo che concepirebbe il desiderio di desiderare la morte altrui. Né osta che la promessa sia piuttosto materia indifferente: in quanto il diritto riprova tutte quelle cose dalle quali sorge l'occasione di desiderare la morte altrui: pertanto tale promessa è proibita tanto quanto scandalosa. Che se la presentazione sia da farsi dal collegio a mo' (in funzione di) di collegio, e i singoli del collegio promettano che essi presenteranno qualcuno qualora sarà capitata l'occasione, allora pensano i più che quelli saranno discolpati da una colpa almeno grave, per il fatto che la promessa dei singoli separatamente dagli altri non induce (cioè non provoca) l'obbligo ma soltanto una certa convenienza, per il fatto che sia la promessa di una persona singola che, non essendo tutto il collegio, ma soltanto una parte o un membro della medesima, non si può vincolare, né obbligare, a meno che non operi collegialmente: altrettanto se non tutti siano congregati collegialmente: ragion per la quale, tale promessa piuttosto si accoglie come contenente parole di urbanità che non inducono obblighi [Dig. 4.3.37. (Quod venditor ut commendet dicit, sic habendum, quasi neque dictum neque promissum est), Dig. 4.3.0. (De dolo malo), DIGESTO] / [Dig. 21.1.63. (Sciendum est ad venditiones solas hoc edictum pertinere), Dig. 21.1.0. (De aedilicio edicto et redhibitione et quanti minoris), DIGESTO]; e nota il Cardinale Giovanni Battista DE LUCA [Theatrum vertatis et justitiae, Liber Primus, (Venezia, 1734), Lib. II, De regalibus, Disc. LVII. (In particolare: ..iuxta disposita in dicto cap. exiit, & clementina exivi, exinde resultabat exemptio, qua potitur ipse Princeps ad not. text. in leg. locatio alias licitatio, ff. de publ. & saepius in aliis ad hanc materiam hoc tituli. Et tertio deducebatur regula impossibilium, quorum nulla est obligatio ex deduct. per Barbos. axiom. 118. n. 7....) (pp. 91-92)] relativamente alla Clementina [Cap. 1 (Exivi de paradiso dixi. In particolare: .... Nos igitur (cuius animus ab aetate tenera pia devotione efferbuit ad huiusmodi professores regulae, & ad ordinem ipsum totum: nunc autem ex communi cura pastoralis regiminis, quam immeriti sustinemus, ...), Titolo 11 (De verborum significatione), Liber 5, CLEMENTINE].
*** APPENDICE 1: Autori citati o nominati da Gaetano Felice Verani nel suo Commentario dell'Universo Diritto Canonico (Iuris Canonici Universi Commentarius) del 1705. VERANI Gaetano Felice (Verani, Caietano; Verani, Caietano Felice; Verani, Cajetanus Felix; Veranus, Cajetanus Felix) - (1646 o 7 o 8-1713). Chierico regolare (appartenente ai padri teatini. Teatini, s.m.pl., relig., ordine di chierici regolari fondato nel 1524 da san Gaetano da Thiene e Giampietro Carafa, vescovo di Chieti), teologo, filosofo, canonista, professore di Sacra Teologia. Da: I SCRITTORI DE’ CHERICI REGOLARI DETTI TEATINI D’ANTONIO FRANCESCO VEZZOSI DELLA LORO CONGREGAZIONE. PARTE SECONDA. IN ROMA MDCCLXXX. NELLA STAMPERIA DELLA SACRA CONGREGAZIONE DI PROPAGANDA FIDE. CON LICENZA DE’ SUPERIORI. PP. 462-470 “Verani = Gaetano Felice = nato in Nizza di nobile e benestante famiglia, entrò nella Congregazione assai giovanetto, e professò in Venezia per Torino ai 6. Gennaro 1664. Visse con somma lode di Virtù cristiane e morali, e con gran credito di sapere e di dottrina. Suo gran piacere fu la ritiratezza, perché in essa diviso il suo tempo, ne dava una parte a Dio coll’Orazione, l’altra allo studio delle scienze. Fu assai versato nella Filosofia e nella Teologia, e ne fu Lettore in più luoghi, come in Bologna, in Roma, ed in Baviera. Destinato Visitator Generale delle Case Teatine di Germania colà passò, e vi dimorò 1Bw&sa=X1=bo
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più di trent’anni, massimamente in Monaco di Baviera, ove presso quelle Altezze Elettorali fu in grandissimo conto, e fu da esse dichiarato loro Istoriografo. Venendo in Italia nel 1713, colpito da accidente apoplettico, nel Lazzaretto di Vercelli, che è un antico Convento de Cappuccini, cessò di vivere ai 19. di Settembre nella sua età di anni 65. In circa. Il di lui sapere, e la maniera di pensare e di scrivere corrisponde al gusto di quell’età, in cui visse. Nella quantità e nella mole de’ Libri, che ci ha lasciati, ravvisar possiamo quanto si operi da un uomo ritirato unicamente in Dio, in se medesimo, ed in mezzo ai Libri. Abbiamo di esso: I. Pantheon argutae Eloquentiae. Messanae typis Jacobi Mattaei, 1670. … II. Pantheon argutae elocutionis & omnigenae eruditionis, felectiori extructum Atticismo, omnia politioris Litteraturae complectens genera, quibus eloquientia, praesertim concionatoria, enitescit, uberrrima regularum reruntque supellex exhibetur pro Concionibus formandis. … III. Monumentum Extremi Honoris, Perennis Virtutis Piis Manibus Sereniss. Ac Potentiss. Principis Ferdinandi Mariae utriusque Bavariae, ac Superioris Palatinatus Ducis &c. In Regio Electorali Templo RR. PP. Clericorum Regularium erectum ac nuncupatum a P. D. Cajetano Verani C. R. Monachii 1579. … IV. Ingressus Martio – Nuptialis Maximiliani Bavariae Ducis, ex Ungaria cum lectissima Conjuge reducis. Monachii 1686. … V. Philosophia Universa Speculativa Peripatetica Principiis ac Formalitatibus Metaphysicis disputata quatuor Tomis digesta. Tomus primus in quo accurate expenduntur singula ad Logicam, pleraque ad Metaphysicam spectantia &c. Monachii sumptibus ac Typis Joannis Jaecklini, 1684. … VI. Theologia Speculativa Universa Dogmatica & Moralis octo Tomis Digesta. Monachii sumptibus ac typis Joannis Jaecklini, 1700. … VII. Juris Canonici Universi Commentarius Paratitlaris, seu dilucida Explicatio, nova methodo exhibita, omnium Pontificialium Decretalium, quae continentur in quinque Libris Gregorii IX. & aliarum Bonifacii in Sexto, ac Constitutionum Recentiorum Pontificum in Septimo. Clementinarum Clementis V. Extravagantium Joannis XXII. & Communium. Explicaturque quid jure novo per decreta Conciliorum, praesertim Tridentini, statuitur. Cuilibet Titulo praetexitur Summarium exegeticum omnium capitum, quae in eodem continentur cum praecipuis Glossae Doctrinis: & in calce adiiciuntur plures selectae quaestiones pertinentes ad materiam ejusdem Tituli. Opus digestum quinque Tomis respondentibus quinque Libris Decretalium. Monachii sumptibus ac typis Joannis Jaecklini, 1703. In fogl. Tutti cinque i ben grossi Tomi furono impressi dallo stesso Stampatore, e a di lui spese. Il primo e secondo nel 1703. il terzo nel 1705. il quarto nel 1706. l’ultimo nel 1708. Il lungo Titolo o Frontespizio dell’Opera, che appositamente abbiamo voluto tutto intiero trascrivere, a chi parte a parte attentamente l’osserva, dà una distinta idea dell’Opera medesima, manifesta che cosa e come il P. Verani abbia aggiunto ai consueti Libri delle Decretali non solo per ornarli, ma per ischiarirli e facilitarne l’uso. Ci astenghiamo per tanto di farne qui alcuno Estratto, solo ci piace di avvertire avere il P. Verani intrapreso a stendere e pubblicare il presente Corpo di Jus Canonico, per secondare le insinuazioni del suo Superiore il P. D. Giuseppe Maria Arrigoni, che fu Preposito Generale de’ Teatini dal 1695. al 1698. allor quando il no1Bw&sa=X1=bo
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stro Autore stava occupato a stendere e preparare allo Stampatore la sua Theologia Speculativa Universa Dogmatica; e lo consigliò a dar di mano al Diritto Canonico subito che quella avesse compita: il che è una nuova riprova della stima non ordinaria che riscuotevasi in que’ tempi dalle Opere del P. Verani. VIII. De humanis Affectibus ciendis & coercendis, Opus tribus Tomis digestum, moribus corrigendis, vitiis amovendis, virtutibus promovendis, pietati fovendae, amoliendae impietati accommodatum &c. …. Morì il P.Verani, come si accennò di sopra, in Vercelli nel Settembre 1713. Trovaronsi tra i di lui Manoscritti tre grossi Volumi intitolati, Theologia Polemica. Fu quest’Opera da Teatini di Torino, ai quali spettava quanto al Defonto erasi trovato in Vercelli; o da que’ di Monaco se colà lasciata l’avea, trasmessa a Venezia al P. D. Gaetano Maria Merati, o come altri vuole, al P. D. Francesco Berlendi, acciò si esaminasse e se ne dasse il giudizio. Fu questo favorevole, si credè l’Opera degna del pubblico; e con tale approvazione mandata a Monaco il P. D. Giuseppe Gaetano Khuen Cherico Regolare Bavaro, allora Visitatore de’ Teatini di Germania, aggiungendovi del suo e la Dedica al signor Conte Girolamo di Colloredo, e la Prefazione, si prese l’assunto di farla stampare in tre grossi Tomi in Foglio. IX. Theologia Polemica, seu Vindiciae Ecclesiae Catholico-Romanae, cujus Praerogativae, Munia, Leges, Dogmata, Ritus afferuntur & propugnantur contra Judaeus, Schismaticos, Haereticos, Atheos &c. Opus Postumum, Tomus primus. – Tomus secundus. – Tomus tertius. Augustae Vindelicorum sumptibus Gerogii Schulter & Martini Happach, 1719. …” 1.ABBATE o PANORMITANO - 2.AZOR - 3.BALDO - 4.BARBOSA 5.BARTOLO - 6.CANISIO - 7.CLARO - 8.COCCINO - 9.COVARRUBIAS 10.D'ANDREA - 11.DEL POZZO - 12.ENGEL - 13.FAGNANI 14.FARINACCI - 15.GAIL (von) - 16.GARCIA – 17.GIUSTINIANO I 18.GONZALEZ - 19.HONORIUS - 20.LAMBERTINI - 21.MANTICA 22.MARESCOTTI - 23.MASCARDI - 24.NAVARRO - 25.OSTIENSE 26.PAMPHILI - 27.PARISIENSE - 28.PARISIO - 29.PETRUCCI 30.PIASECIUS - 31.PIRHING - 32.REBUFFI - 33.RICCIO - 34.RIPA 35.SAN TOMMASO D'AQUINO - 36.SORDI - 37.SOZZINI - 38.STAFILEO - 39.TIRAQUELLO - 40.VIVIANI - 41.ZOESIO 1.ABBATE o PANORMITANO bibliografiche in Appendice 2, n. 1.
(Niccolò
de'
Tedeschi).
Note
bio-
2.AZOR Juan. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 3. 3.BALDO Degli Ubaldi. Giureconsulto (Perugia 1319 o 1327 - Pavia 1400), uno dei maggiori del Medioevo. Dominò tutti i campi del diritto: fu canonista oltre che civilista, e lasciò ampi commentari a tutto il Corpus iuris civilis e alle Decretali di Gfregorio IX. Vd. Treccani, Enciclopedie on line. Baldi Ubaldi Iuriscons. Clarissimi COMMENTARIA ad quatuor Institutionum libros, …. Augustae Taurinorum. Apud haeredes Nicolai Belivaquae. M. D. LXXVI. Digitalizzato Google. Baldi Ubaldi Perusini Iurisconsulti Omnium suae tempestatis celeberrimi, ingenio acutissimi, sensuq; profondissimi, IN SEXTUM CODICIS LIBRUM 1Bw&sa=X1=bo
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COMMENTARIA, ….Venetiis, M D LXXVII. Digitalizzato Google. Baldi Ubaldi Perusini Iurisconsulti, Omnium suae tempestatis celeberrimi, ingenio acutissimi, sensuq; profundissimi, IN SEXTUM CODICIS LIBRUM COMMENTARIA, …, Venetiis, Apud Iuntas. MDXCIX. Digitalizzto Google. 4.BARBOSA Agostinho. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 4. 5.BARTOLO Da Sassoferrato. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n.6. 6.CANISIO Pietro. (Nimega, 8 maggio 1521 - † Friburgo, 21 dicembre 1597) sacerdote e teologo olandese. Fu il primo gesuita della provincia germanica. Opere: Summa doctrinae christianae, (1554), detto anche Cathechismus Ferdinandi, in quanto scritto su richiesa di Ferdinando 1. Commentarium de Verbi Dei corruptelis liber primus (1571) e De Maria Virgine (1577), poi riuniti nei Commentariorum de Verbi Dei corruptelis tomi duo (1583). Vd. Treccani, Enciclopedie on line. Henrici Canisii Noviomagi, Belgae, In Academia Ingolstadiensi SS. Canonum Profess. Ordinarii & Primarii, OPERA quae de Jure Canonico reliquit: In libb. V. Decretalium. In Tit. De Regulis Juris lib. VI. De differentiis J.U. Summa Juris Canonici. … Lovanii, Typis ac sumptibus Andreae Bouveti, M.DC.XLIX. Cum gratia & Privilegio. Digitalizzato Google. 7.CLARO Giulio di Alessandria (Julius Clarus, Giulio Clari, Giulio Claro) (1525-1575) Giureconsulto, Senatore. Da Storia della letteratura italiana, Volume 7, Parte 2, di Girolamo Tiraboschi, on line (http://books.google.it): “XI. ... Era egli nato da Luigi Claro Senator di Milano nel 1525., e compiuti gli studj nell'Università di Pavia, e ricevuta ivi la laurea nel 1550., passati appena cinque mesi, come narrasi dal Panciroli, fu dal Re di Spagna onorato della dignità di Senatore, a cui poscia si aggiunse quella di Presidente del Magistrato straordinario, e dell'Acque. Dal 1559. al 1561. fu Pretore in Cremona, e con qual dote sostenesse egli quella carica, sovvenendo a que' Cittadini nel tempo di una orribile carestia, e opponendosi coraggiosamente ad uomini sediziosi, che sconvolgevano la Città, si può vedere presso l'Arisi, e l'Argelati, che ne citano in pruova i pubblici monumenti. Fu poscia dal Re Filippo II. chiamato a Madrid coll'onoreole grado di Consigliere Reggente; e volendo quel Re acchetare le intestine discordie che desolavano funestamente la Repubblica di Genova, il più opportuno a tal ardua impresa parvegli il Claro. Da lui perciò fu rispedito in Italia, ma nel viaggio sorpreso da mortal malattia in Saragozza, secondo il Panciroli, o in Cartagena secondo il Ghilini, diede ivi fine a' suoi giorni nel 1575, in età di soli 50. anni. Il corpo ne fu trasferito a Milano e sepolto nella Chiea di S. Maria della Pace de' Minori Osservanti, ove nove anni prima avealo egli a se medesimo apparecchiato, coll'iscrizione, che si riferisce dal Ghilini e dall'Argelati. Quest'ultimo Scrittore ci dà un distinto Catalogo delle opere da lui pubblicate, che allora furono accolte con unversale appaluso, e quella principalmente, che ha per titolo Sententiarum receptarum opus, e la Pratica Civile e Criminale, che fu poi commentata da Giambattista Bajardi Nobile Parmigiano, e celebre Giureconsutlo verso la fine di questo secolo stesso. Un lungo e magnifico Elogio delClaro si ha in un'Orazione di Francesco Zava Cremonese detta innanzi a lui stesso, quando era Pretore in Cremona. Io ne recherò in vece un più breve, ma nulla meno glorioso, che ce ne ha lasciato il Taegio Scrittor Milanese, il qual parlando degli uomini dotti, che amavano di 1Bw&sa=X1=bo
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soggiornare in villa; Et chi, dice, si allontana dalla memoria lo svegliato & pellegrino ingegno del Signor Giulio Claro, grande e illustre Senator di Milano, ornato di bellissime lettere, & huomo tanto univerale, che quegli che leggono gli Scritti suoi, dubitano s'egli più filosofo sia, che oraote, più leggista, che matematico, più matematico che naturale, più naturale che theologo, più theologo che propheta, & finalmente più propheta che miracol di natura? Questi anche egli è tanto amico della villa, che buona parte dell'anno vi consumerebbe, se non fosse l'impedimento del suo ornatissimo grado”. (pp. 122.124)” Iulii Clari Patritii Alexandrini, I.C. Longe Clarissimi, et Sereniss. Philippi Hispaniarum Regis Catholici in Provincia Mediolanensi supremi Consiliarij, ac Regentis degnissimi, RECEPTARUM SENTENTIARUM OPERA OMNIA, … Necnon insignes ac perutiles Additiones, & Annotationes Ioannis Baptistae BAIARDI I.C. priori editioni non insertae. …Genevae, Excudebat Alexander Pernetus. M. DC. XXV. Digitalizzato Google. Iulii Clari Alexandrini Iurecons. Clariss. Ac regii Senatoris. TRACTATUS. De testamentis. De feudis. De donationibus. De iure emphiteotico. …. Venetiis. Apud Franciscum Laurentinum. M D LXVI. Digitalizzato Google. 8.COCCINO Giovanni Battista (Coccini Giovanni Battista, Coccini Joannes Baptista, Coccinus Johannes Baptista). Note tratte online, e da me tradotte, da: Discordiae forenses de Beneficis, Volume 2, di Giovanni Maria Chiericato: “Auditore della Rota Romana e Decano di tutti gli Auditori. Fu lo stesso Coccino Cittadino veneto, Celeberrimo dottore in entrambi i diritti, il cui nome brilla della luce di tante stelle quante sono le sue Decisiones stampate tra le più dotte delle dottissime, e tra le più elaborate delle elaboratissime. Fu assunto presso l'Auditorato della Rota, così come nominato dal Serenissino Signore di Venezia, il giorno 13 Marzo 1600. Ottenne la Segnatura per concessione, il giorno 11 Settembre 1606, e la Reggenza della Sacra Penitenzieria, il 13 Settembre 1611. Fu fatto poi Decano della Sacra Rota, il giorno 21 Agosto 1612, nel cui Tribunale sudò strenuamente per 40 anni interi, con tanta stima della sua virtà e prudenza e lode della sua integrità che tutti ritenevano che dovesse essere elevato alla Sacra Porpora Cardinalizia. In ultimo lo stesso chiamavano il Cardinale del nero galero (galero vescovile). Egli tuttavia aspettava i premi dell'eternità, alla quale passò il giorno 13 Gennaio 1641.” Digitalizzato Google. Decisionum S. Rotae Romanae Coram Reverendissimo Patre D. Ioanne Baptista Coccino Veneto eiusdem Rotae olim decano, ac Sacrae Poenitentiariae Regente, Viro utriusque Iuris peritissimo, …. PARS PRIMA, ROMAE Ex Typographia Nicolai Angeli Tinassij M.DC.LXXII, Superiorum permissu, et privilegio. Hathi Trust Digital Library. 9.COVARRUBIAS (COVARRUVIAS) y Leiva. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 11. 10.D'ANDREA Giovanni. Da Treccani, Enciclopedie on line - “Giureconsulto canonista (Rifredo, Firenzuola, poco dopo il 1270 - Bologna 1348). Studiò a Bologna prima grammatica, poi teologia, diritto romano e canonico. Dal 1302 alla morte (meno gli anni 1307-09 durante i quali, a causa dell'interdetto che colpì Bologna, insegnò a Padova) tenne la cattedra di diritto canonico a Bologna. Ebbe anche importanti incarichi politici dal comune. Si devono a lui le glosse ordinarie al Sesto e alle 1Bw&sa=X1=bo
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Clementine, i celebri Commentaria novella alle Decretali; i Commentaria novella in Sextum e le Additiones allo Speculum di G. Durante, trattati minori, tra i quali una Summa de sponsalibus et matrimonio e un curiales (cioè tenute in scuola di mercoledì), varî casus e consilia. La sua opera eccelle su quella dei canonisti contemporanei per il profondo equilibrio col quale utilizza e domina la dottrina canonistica e la civilistica, nonché per il senso pratico e la limpidità del pensiero”. IOANNIS ANDREAE J. C. BONONIENSIS Omnium Canonici Iuris Interpretum Facile Principis, In sextum Decretalium Librum Novella Commentaria. Ab exemplaribus variis per Petrum Vendramenum in Pontificio Venetiarum foro Advocatum, mendis, quibus referta erant, diligenter expurgatis, nunc impressa. His accesserunt doctissimorum virorum annotationes, Summis, ac rerum omnium memorabilium Indice locupletissimo. Venetiis, Apud Haeredem Hieronymi Scoti. M DC XII. Digitalizzato Google. In quinque decretalium libros novella commentaria / Joannis Andreae bononiensis, Torino: Bott. d'Erasmo, 1963 - C/O Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" Napoli (riprodotto in formato file) 11.DEL POZZO Giacomo (de Putheo, Putheus, Puteus). Vd. Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 32 (1986) di M. Gigliola di Renzo Villata. Decisiones D. Iacobi Putei iurisconsulti praeclarissimi ac sacri palatii causarum auditoris et demum Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalis. …. Coloniae Agrippinae, Apud Ioannem Gumnicum.Sub Monocerote, Anno M. D LXXXII, Cum privilegio Caes. Maie.novo ad sexennium. Digitalizzato Google. 12.ENGEL Ludwig. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 14. 13.FAGNANI Prospero. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 15. 14.FARINACCI Prospero (Farinaccio Prospero, Farinaccius Prosper, Farinacius Prosper, Farinacius Prosperus, Prosper Farinacius romanus) - (Roma, 1º nov. 1544 - Roma, 31 dicembre 1618) - Giureconsulto, avvocato e magistrato. Ministro della giustizia e procuratore fiscale dello Stato Pontificio. Tra le più importanti personalità laiche della Roma del Cinquecento. Decisionum Rotae Romanae, Noviter novissimarum A Prospero Farinacio I.C. Romano Collectarum, ac publici iam primum iuris factarum, Centuriae Novem; Varias Iuris, tum civilis, tum canonici, Decisiones, Quaestiones, Cautiones ac Observationes continentes ab anno M. DLXXII. Usque ad annum M.DCX. Cum Indice, & Summariis locupletissimis. Editio postrema à mendis expurgata. Lugduni, Sumpt. Haered. Gabr. Boiffat. & Laurentij Aniffon. M. DC. XL. Digitalizzato Google. 15.GAIL Andreas, Von (Andreas Gail, Andreas Gaill, Andreas Gaill Agrippinatensis, Gallius Andreas) (1526-1587) - Giurista tedesco, statista e autore, nato a Colonia nel 1525 e ivi morto nel 1587. Practicarum observationum, tam ad processum iudiciarium, praesertim imperialis camerae, quam causarum decisiones pertinentium, Libri duo … Coloniae Agrippinae, Apud Antonium Hierat, sub Monocerote, Anno M.DC.I. Cum gratia & Privilegio S. Caesar. Majestat. speciali. Digitalizzato Google. 16.GARCIA Nicola. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 20. 1Bw&sa=X1=bo
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17.GIUSTINIANO I. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 22. 18.GONZALEZ Jeronimo, nato a Arnedo (Spagna), Giureconsulto spagnolo, Avvocato presso la Cura Romana. D.D. Hieronymi GONZALEZ J. C. Hispani et in Romana Curia Advocati, COMMENTATIO AD REGULAM OCTAVAM CANCELLARIAE .... Editio Nova, ultima lugdunensi multo locupletior, cum brevi totius operis compendio, et indice copiosissimo, Recentissimisque sacrae Rotae Romanae Decisionibus non antehac editis nunc primum locupletata. .. Lugduni Sumptibus Societatis, & Veneunt Apud Fratres Deville. M.DCCXXXVIII Cum privilegio regis. Digitalizzato Google. 19.HONORIUS Joannes Van Axel De Seny, nato a Utrech (Olanda), nel 1565 ca, da un'antica famiglia di giuristi delle Fiandre; morto a Roma nel 1630 ca.; studioso di diritto e avvocato praticante a Roma. Il suo concittadino Aernout van Buchel (latinizzato: Arnoldus Buchelius - Utrecht, 1565 - Utrecht, 15 luglio 1641) lo condusse nel marzo del 1588 a Bologna. Nella primavera del 1591 è già a Roma dottore in diritto canonico e civile. Di rara bontà, si occupa subito dei connazionali poveri venuti Roma, ai quali dà sollievo e supporto logistico. E fu nel Consiglio della Confraternita di Santa Maria in Camposanto, fra il 1592 e 1620 (la Chiesa di Santa Maria della Pietà in Camposanto dei Teutonici è una chiesa sita in piazza Protomartiri Romani, presso la Città del Vaticano). Nel 1620, secondo un atto conservato nell'archivio comunale di Roma, diviene cittadino di questa città. E in questa città nel 1627 fonda il Collegio di San Norberto che ancora esiste, l'unica casa che l'Ordine dei Premostratensi aveva in Italia (oggi: Casa dell'Istituto Religioso Maschile - Canonici Regolari Premostratensi - Casa Generalizia - Studentato Internazionale), affidandone l'amministrazione all'abate di Torgeloo, e la sovranità agli abati di Brabante. È menzionato anche da Leone Allacci (o Allaccio), Teologo ed Erudito (Chio 1586Roma 1669), tra gli autori presenti in Roma nel periodo 1630-1632 (Allatius, Scimmie Urbanae, Roma 1633, pp. 160). Le lodi della sua bontà d'animo, profusa anche nell'esercizio della sua professione in cui era immerso, sono cantate dal suo contemporaneo, Giovanni Vittorio ROSSI (1577-1647) [pseud. Eritreo] nella biografia degli uomini illustri. O meglio: IANI NICII ERITHRAEI, PINACOTHECA Imaginum, Illustrium, Doctrinae vel ingenii laude, Virorum, qui, auctore superstite, diem suum obierunt, COLON. AGRIPPINAE, Apud Cornelium ab Egmond 1643 (pp. 438-440). Totius iuris canonici compendium, sive, Brevis summa in quinque libros Decretalium Sacri Concilii Tridentini decretis accommodata, in qua Iuris Canonici primae institutiones, seu Elementa ita traduntur, ut plurima breviter ac decisive explicentur, et Canonum, Glossarum ac Doctorum receptorum auctoritate communiantur. Auctore Ioanne Honorio Van AXEL DE SENT, Ultraiectensi, Cive et Advocato Romano. Editio Tertia Correctior. … Permissu Superiorum. Coloniae Agrippinae, Apud Ioannem Antonium Kinchium, Anno M. DC. LVI. Digitalizzato Google. 20.LAMBERTINI Cesare. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 30. 21.MANTICA Francesco (Franciscus Mantica, Franciscus Mantica Utinensis). Da Ricerca WEB Opac ICCU: 1Bw&sa=X1=bo
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“Giureconsulto e professore di istitutioni civili all'università di Padova, nato a Venzone (presso Udine) nel 1534 e morto a Roma nel 1614. Per volere di Sisto V divene uditore di Rota e Clemente VIII lo nominò cardinale nel 1596.” Da Treccani, Enciclopedie on line: “Giurista (Pordenone 1534 - Roma 1614); insegnò istituzioni civili nelle univ. di Padova. Nominato da Sisto V uditore di Rota, passò a Roma, dove (1596) fu da Clemente VIII inalzato alla dignità cardinalizia. Insieme con Iacopo Menochio, fu tra i più eminenti giureconsulti del secolo e influì largamente sulla giurisprudenza del suo tempo. Le opere maggiori sono: De coniecturis ultimarum voluntatum (1579); Lucubrationes vaticanae de tacitis et ambiguis conventionibus (1609-10).” Tractatus de coniecturis ultimarum voluntatum, Colonia, 1612. Digitalizzato Google. DECISIONES ROTAE ROMANAE Francisci Card. Mantica, a Germanico Mantica Protonotario Apost. Utriusque Sign. Referend. Eius ex fratre nepote in lucem editae. … Venetiis, Apud Iuntas. M D CXVIII. Digitalizzato Google. 22.MARESCOTTI Ercole. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 37. 23.MASCARDI Giuseppe (Iosephus Mascardus), Giureconsulto sarzanese, Protonotario apostolico, Vescovo di Ajaccio nel 1585. Nacque a Sarzana (La Spezia) tra il 1540 e il 1545, e a Sarzana morì non dopo il 12 nov. 1585, come dimostra una lettera conservata nel fondo Corsica dell’Archivio di Stato di Genova. Josephi MASCARDI J.C. Sarzinensis Protonot. Apostolici, CONCLUSIONES PROBATIONUM Omnium Quibusvis in utroque foro versantibus, Practicabiles, Utiles, Necessariae, In quatuor volumina distinctae hisce Canonicae, Civiles, Feudales, Criminales: aliaeque materiae, per Ampliationes, Limitationes, Intelligentiasque, ordine alphabetico distinctae, continentur. ….Volume Secundum, Cum Privileg. Sacr. Caes. Maiestatis. Francofurti, Impensis Ioan. Syberti Heyl, Bibliopol. Typis Nicolai Kuchenbeckeri. Anno M. DC. LXI. Digitalizzato Google. 24.NAVARRO (Azpilcueta Martin). Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 40. 25.OSTIENSE (Henricus de Segusio). Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 41. 26.PAMPHILI Giovanni Battista (dal 1644 al 1655, Papa INNOCENZO X) (Roma, 6 maggio 1574-Roma, 7 gennaio 1655). Decisiones Sacrae Rotae Romanae coram R.P.D. Io. Baptista Pamphilio, postea S. M. Innocentio X. Pont. Max. ex originalibus desumptae Cum earum Argumentis, Summarijs, Adnotationibus, & Indice. Romae, Ex Typographia Rev. Cam. Apost. M.DC.LXXXI. Superiorum permissu, et privilegio. Digitalizzato Google. 27.PARISIENSE Guglielmo. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 43. 28.PARISIO Flaminio. Note bio-bibliogafiche in Appendice 2, n. 44. 29.PETRUCCI Federico (Alias: Federico di Petruccio di Cambio, Federicus Pe1Bw&sa=X1=bo
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trucius Senensis, Federigo Petrucci, Fredericus Petruccius, Fridericus Petrucius, Fridiericus Petruccius) - (Siena, seconda metà XIII sec.- ivi morto, 13431348). Giureconsulto canonista, Professore di diritto canonico a Bologna, poi a Siena (in decretalibus) tra il 1310 e il 1330, quindi a Perugia fino al 1343 dove ebbe come alunno Baldo degli Ubaldi. Lasciò un trattato De permutatione bneficiorum, con consigli, responsi e dispute. Consilia et questiones domini Frederici de Petruciis Senensis famosissimi decretorum doctoris cum tabula …..1513 Digitalizzato Google. Consilia sive Responsa, Quaestiones, et Placita Federici Petrucii Senensis,….Venetiis, Apud Franciscum Ziletum, MDLXX. Digitalizzato Google. 30.PIASECIUS Paulus (Piasecki, Pawel), (1579-1649) - Dottore in entrambe le leggi (civile e canonica), Protonotario Apostolico, Arcidiacono di Varsavia, Vescovo di Premislia in Polonia. Praxis Episcopalis ea quae officium, et potestatem episcopi concernunt continens. In qua varia summorum pont. decreta ad usum fori Ecclesiastici omnino necessaria ex probatis exemplaribus excerpta referuntur. Pauli Piasecii, U.I.D. C.P. Prothonotarij Apostolici studio, & opera. Cum privilegio. Venetiis, Apud Petrum Dufinellum. MDCXIII. Superiorum permissu. Digitalizzato Google. 31.PIRHING Enricus. Da Zettapedia: “Ernricus Pirhing (nato a Sigarthin, vicino a Passau [Germania], 1606, morto tra il 1678 e 1681) è stato un gesuita tedesco canonista. All'età di 22 anni entrò nella Compagnia di Gesù, dove ha dato l'istruzione nelle scienze sacre. Ha insegnato diritto canonico della Scrittura per dodici anni a Dillingen, in cui era ancora in vita nel 1675. Il suo “canonicum Ius in V. libros Decretalium distributum” (5 voll, Dillingen, 1647-1677; 4 voll., Dillingen, 1722; 5 voll, Venezia, 1759), mantiene le divisioni classiche del Corpus Juris, ma dà anche una spiegazione completa e sintetica della legislazione canonica delle questioni che egli tratta. Ha pubblicato anche, sotto forma di tesi, sette opuscoli sui titoli del primo libro delle Decretali, che sono state riprese nella sua “Canonicum Jus” e una “Apologia” contro due sermoni del Balduinus protestante (Ingolstadt, 1652; Munich, 1653). Dopo la sua morte, uno dei suoi colleghi ha pubblicato una “Sinossi Pirhingana” o curriculum del suo “Jus Canonicum” (Dillingen, 1659; Venezia, 1711)”. In particolare Pirhing "ha spiegato sistematicamente la materia del diritto canonico osservando, grosso modo, l'ordine dei libri e anche dei titoli delle collezioni delle decretali senza tener conto invece della divisione secondo capitoli, così come facevano le opere esegetiche redatte con il metodo del mos Italicus. In tal modo Pirhing ha accoppiato il metodo esegetico e quello arbitrario (cf. Appendice IX). Il suo metodo ha reso possibile le spiegazioni sintetiche, ma conservava la precisione dei testi legali. Per tutto ciò, il metodo Pirhing si è largamente diffuso. Questo metodo si chiamava anche metodo dello ius canonicum universum o - con l'espressione spesso usata in quell'epoca - dello ius ecclesiasticum universum. Le opere scritte con questo metodo portano, non di rado, tale titolo. Alla diffusione di questo metodo ha contribuito notevolmente, come sembra, il cambiamento dell'insegnamento stesso del diritto canonico. Il Decreto di Graziano e le collezioni delle decretali non si insegnavano più separatamente, ma aveva luogo in generale un solo corso sull'intera materia del diritto canonico, compreso anche quello posttridentino". (pp. 142-143: Péter ERDÖ, Storia della scienza del diritto canoni1Bw&sa=X1=bo
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co - Una introduzione, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 1999, in http://books.google.it/) JUS CANONICUM nova methodo explicatum, omnibus capitulis titulorum promiscue, & confuse positis, in ordinem doctrinae digestis. TOMUS TERTIUS Resopondens Libro tertio Decretalium, …. Auctore R. P. Ernrico Pirhing Scietatis Jesu Theologo, SS.C anonum in Alma, Catholica, & Episcopali Universitate Dilingana Professore Emerito. Editio novissima. Dilingae, Superiorum Permissu. Per Joannem Michaelem Sporlin. Anno M. DCCXXII. Digitalizzato Google. 32.REBUFFI Pierre (Petrus Rebuffus de Monte-Pessulano, Juris Utriusque Doctor) Da Treccani, Enciclopedie on line: "Giurista (Baillargues, Montpellier, forse 1487 - Parigi 1557). Insegnò il diritto canonico nelle univ. di Montpellier, Tolosa, Cahors, Bourges e infine Parigi, chiamatovi da Francesco I; coltivò, oltre al diritto canonico, anche il romano e il francese. Paolo III lo volle come uditore della Rota Romana. Tra le sue opere: una Praxis beneficiorum, un commentario al titolo del Digesto (lib. 50, tit. 16) De verborum significatione, una Explicatio dei primi 4 libri delle Pandette, i Commentaria in costitutiones seu ordinationes regias e numerose monografie." Commentaria in costitutiones, seu ordinationes regias, non solum juris, studiosis, verum etiam pragmaticis utilissima, in quibus facilis ad praxim curiarum Franciae via, et jurium intellectus explicantur, authore D. Petro Rebuffo. Lugduni, 1599. Dom. PETRI REBUFFI MONTE-PESSULANI Iur. Utr. Doct. ac Comit. Tractatus Novem, De: 1. Decimis; 2. Alienatione rerum ecclesiae; 3. Congrua portione; 4. Pacificis possessoribus; 5. Nominationibus; 6. Repetit. l. unic. C. de Sentent. quae pro eo quod interest, proferuntur; 7. Feudis; 8, Servitutibus; 9. Exceptionibus, LUGDUNI, Ad Salamandrae, apud Claudium Sennetonium, M.D.LXIIII. Digitalizzato Google. Tractatus de consuetudine, usu et stylo, in Commentariorum in constitutiones seu ordinationes regias libri (1567) Feudorum declaratio in qua multae ponuntur correctiones, quae contraria consuetudine invaluerunt, compilata ac congesta per clarissimum virum Iuris vtriusq; Doctorem, D. Petrum Rebuffum de Monte Pessulano. Adiecimus Feudorum typum & Servitutum Schematismum. Digitalizzato Google. Tractatus de decimis tam feudalibus, quam aliis, novalibus quae, in quaestiones XV. Digestus, aqtque summarijs illustratus… Auctore D. Petro Rebuffo de Montepessulano U.I.Doctore. &c. Cum Indice rerummomoriabilium. Colonieae Agrippinae, Apud Johannem Bierkmannum. Anno M.D. LXXII. Cum graia & Privilegio Caesa. Maiest. Digitalizzato Google. 33.RICCIO Giovanni Luigi. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 46. 34.RIPA Giovanni Francesco (Johannes Franciscus a Ripa Papiensis; Ioannes Franciscus Ripae de Sancto Nazario; Ioannes Franciscus Ripae a Sancto Nazario; Ioannes Franciscus Ripae Papiensis; Ioannes Franciscus Sancti Nazarii vulgo Ripae Papiensis) - Giureconsulto pavese, nato intorno al 1480 e morto nel 1535 a Rivanazzano (Pavia). Dal 1518 fu professore di diritto canonico all'università di Avignone e dal 1533 in quella di Pavia. Si cimentò con uguali esiti sia nel diritto civile che in quello canonico tanto da apparire ancora profondamente 1Bw&sa=X1=bo
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legato alla tradizione di diritto comune fondata appunto sul concetto di utraque lex. Scrisse opere, appunto, di diritto civile e canonico; responsa di argomento civilistico e canonico, e commentari alle Decretali. La sua interpretazione divenne celebre poiché caratterizzata da autorevolezza, stile arguto e straordinaria capacità dialettica. Interpretationes. Ioan. Francisci a Ripa in primam et secundam decretalium + Commentaria. Ioana Franc. A Ripa Papiensis. i.v.d. una cum summaris in repetitiones + Responsa in quinque libros decretalium, Lugduni 1554. La prima parte contiene i capitoli “De constitutionibus” e “De rescriptis”. Tractatus de privilegiis contractuum, ultimarum voluntatum et iudiciorum causa pestis, Francis. Ripae. Autore: Riva di San Nazzaro, Gianfrancesco. Coloniae Agruppinae, Gymnich, 1590. Digitalizzato Google. Interpretationum et responsorum acutissimi atque clarissimi iure consulti Domi. Ioan. Francisci De Sancto Nasario cognomento de Ripa libri tres. ... 1527 - Digitalizzato Google. Io. Francisci Ripae a Sancto Nazario Papiensis In primam, & secundam ff. Noui partem; secundam ff. vet. primam, & secundam Codicis commentaria... Repertorium in omnia opera praestantissimi iurisconsulti D. Ioannis Francisci Ripae a S. Nazario, Papiensis, ordine elementario singulas quascunque tum verborum, tum rerum memorabilium materias, ita facile ac breuiter demonstrans, ut nihil ultra studiosus lector desiderare possit: ... Joan. Francisci Ripa Commentaria ad jus canonicum: Item Tractatus de peste et responsa. 1574. 35.SAN TOMMASO D'Aquino. Vd. Il Contributo italiano alla storia del Pensiero - Filosofia (2012) di Gian Carlo Garfagnini. Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 3 (1961), di Silvano Borsari. 36.SORDI Giovanni Pietro (Ioannes Petrus Surdus casalensis; Giovanni Pietro Sordo) - Giureconsulto piemontese, forse nato a Casale Monferrato (AL), e morto nel 1598. Presidente del Senato di Mantova. Autore di un vasto corpus di consilia sive responsa e di un celebre Tractatus de alimentis. In un ritratto esistente presso l'archivio storico dell'Università di Bologna, si legge: "IO - PETRUS - SURDUS - I - C - CASALENS - MANTUAE SENATOR." D. Ioannis Petri Surdi Casalensis, Iureconsulti celeberrimi, nec non Senatus mantuani senatoris prudentissimi, Decisiones. ... Cum Gratia & Privilegio S. Caesareae Majestatis. Francofurti, Typis & Impensis Haeredum Claudij Marnij. M.DC.X. Digitalizzato Google. Tractatus de alimentis, Dn. Ioan. Petri Surdi, Casalensis, Iuriscons. Celeberrimi, Senatorisque praeclarissimi, Novem Partibus seu titulis distinctus. In quo universa alimentorum materia perspicue ac plane proponitur, proposita diligenter enucleatur, ….. Cum gratia & privilegio Caes.Maiest. Special. ad decennium. Francoforti, Ex Officina Typographica Nicolai Bassaei. M.D.XCV. Digitalizzato Google . Consiliorum sive responsorum Dn. Joan. Petri Surdi Casalensis J.C. et Senatoris Praeclarissimi, Liber Tertius, …, Francofurti ad Moenum, Typis Wechelianis, Sumptibus Clementis Schleichii, & Petri De Zetter, Anno M. DC. XXX. Digitalizzato Google. 37.SOZZINI Mariano, il Vecchio (Siena 1401- ivi 1467), Giurista senese del 1Bw&sa=X1=bo
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Quattrocento. Da L'officina del geografo, di Giancarlo Petrella. Nota n. 458, p. 497. “Ricoprì la cattedra di diritto canonico in numerose università italiane e fu nominato avvocato concistoriale da Pio II. Dotato di una cultura vastissima, si dedicò, oltre agli studi giuridici, anche a quelli teologici, letterari e tecnici, occupandosi di musica, ingegneria e scultura (P. Nardi, Mariano Sozzini giureconsulto senese del Quattrocento,Giuffrè, Milano 1974)”. Da Enciclopedie on line, Treccani: “Socini Adattamento (attraverso la forma latina umanistica Socinus adottata da alcuni suoi membri) del cognome della famiglia senese dei Sozzini, il cui capostipite fu il notaio Mino di Sozzo, trasferitosi a Siena dal castello di Percenna (14° secolo). Mariano il Vecchio, che fu soprattutto un canonista, scrisse importanti consilia, raccolti in 3 volumi, e trattati De iudiciis, De testibus, De oblationibus”. Socini, Mariano / Urbano <del Bello>: Tractatus in materia oblationum, 1486 Preclarus & insignis TRACTATUS praticabilis & quotidianus IN MATERIA OBLATIONUM editus ab excellentissimo U.I. monarca Domino Mariano Sozzino de Senis genitore magni iuriconsulti Domini Bartholomei Sozzini utilis & necessarius tam doctoribus & scholaribus utriusque iuris censure: causidicis & tabellionibus quam ecclesiasticis personis & aliis quibuscunque Digitalizzato MDZ/Digitale Bibliothek. 38.STAFILEO Giovanni (Alias, Staphileus Ioannes, Staphileo Giovanni) (Trau, 1472-Roma, 1528). Note tratte - e di Scienze, Lettere, Arti, Industria e Teatri, Venerdì 7 Aprile 1837. Anno Secondo n. 42, Biografia. Illustri Dalmati, p. 167: “Dottore in ambe le leggi, arcidiacono di Traù sua patria, poscia professore del diritto canonico nel Collegio della Sapienza di Roma, indi auditore in sacra Rota, e finalmente vescovo di Sebenico (Croazia), fu bravo diplomatico e non ordinario oratore. Farlati stesso sulla base del di lui epitaffio dice, che sostenne importanti legazioni per la santa sede, sebbene non ne nomina partitamente alcuna. Egli è certo però che ne sostenne principalmente in Polonia, Venezia e Francia. Nel corpo dell'istoria di Polonia si parla di lui, dicendo Jodoco Lodovici Decio, che scrisse dei tempi del re Sigismondo, che lo Stafileo cui chiama Vir excellentis ingenii atque doctrinae, ed altrove Vir insignis, si trovava in Polonia nella qualità di Legato Apostolico, allorché si celebrò il matrimonio di quel monarca; e che in quell'incontro recitò una buona orazione, eleganti latina oratione huic matrimonio votis omnibus faecilitatem beatumque eventum precatum est. Scrivono il Guicciardini nel 1512, ed il Bembo nel 1513, che fu invitato da quell'avveduto pontefice di Giulio II a Venezia, durante ancora la intralciata lega di Cambray, fatto che solo potrebbe attestare l'abilità di lui, ne' politici maneggi. ... Le opere che gli rimasero superstisi sono il trattato de Gratiis expectativis, de litteris gratiae et justitiae, de vacatura beneficii, et de brevibus, ac de officio Legati Apostolici, il tutto secondo il Fontana, stampata a Venezia del 1549. ... Al di lui epitaffio, ch'era situato nella cappella maggiore della Trinità de' Monti in Roma, lo chiama uomo chiarissimo per dottrina ed integrità. E si dice nella medesima, che girò quasi tutto il mondo (vorrà forse intendere tutta l'Europa) nella figura di Nunzio Apostolico, che la sua vita ed i suoi costumi furono esemplarissimi, e che finalmente la sua morte involse nel dolore e nel lutto tutta la curia romana. Visse lo Stafileo 56 anni, e morì nel 1628 ai 22 di agosto. ...”. Tractatus non minus utilis quam necessarius (his maxime qui stilum & praxim Curiae Romanae cupiunt percipere) De Literis Gratiae, Quae in eo conti1Bw&sa=X1=bo
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nentur in fine Indicis Alphabetici summarie describuntur. Et in calce voluminis (videlicet pagina 341) alius ponitur, non etiam minus utilis quam quotidianus Tractatus, De Signatura Iustitiae, & Literis Apostolicis in forma Brevis. Authore R. in Christo patre D. Ioanne Staphilaeo episcopo Sibinicen. & sacri Palatij Apostolici Auditore. Recogniti a mendisque purgati, ac summariis decorati per D. Philippum Probum Bituricum. Cum gratia & privilegio. Parisiis apud Galeotum a Prato, ad primam columnam Regij Palatij, 1547. Digitalizzato Google. 39.TIRAQUELLO Andrea (lat.: Andreas Tiraquellus) Da Enciclopedie on line, Treccani: “Nome italianizzato del giurista francese rigi 1558); consigliere del Parlamento di Parigi (1541), fu ben conosciuto e seguito anche in Italia; parecchie sue tesi confluirono nel diritto comune. Tra le sue opere sono apparse postume: De utroque retractu municipali et conventionali (1559); De nuptiis et de matrimonio (1561); De nobilitate eiusdemque insignibus et iure primogeniturae (1584); De privilegiis causarum piarum (1584)”. Andreae Tiraquelli Regii in Curia Parisiensi Senatoris Commentarii. DE NOBILITATE, ET IURE PRIMIGENIORUM, Tertia hac, eademq; postrema editione, ab autore ipso diligentissime recogniti, & tertia amplius parte locupletati. Lugduni. Apud Guliel. Rovillium. Cum privilegio Regis. 1573. Digitalizzato Google. Andreae Tiraquelli Regii in Curia Parisiensi Senatoris - COMMENTARI DE NOBILITATE ET IURE PRIMIGENIORUM, Quarta hac eademque postrema editione, ab auctore ipso diligentissime recogniti, & tertia amplius parte locupletati. Cum indice copiosissimo. Lugduni. Apud Haeredes Gulielmi Rouillij, Sub Scuto Veneto. M. DC. XVII. Digitalizzato Google. Andreae Tiraquelli Regii in Curia Parisiensi Senatoris, DE UTROQUE RETRACTU Municipali, & Conventionali, Commentarii Duo, Lugduni, Apud Haeredes Gulielmi Rouillij, Sub Scuto Veneto,M:DC: XVIII. Digitalizzato Google. Andreae Tiraquelli Regii in Curia Parisiensi Senatoris, Tractatus, cessante causa cessat effectus, … TERTIA HAC, eademque postrema editione, ab autore ipso diligentissime recogniti, & locupletati. Cum indicibus copiosissimis. Lugduni. Apud Guliel. Rovillium, Cum privilegio Regis. M.D.LIX. Digitalizzato Google. 40.VIVIANI Giuliano. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 52. 41.ZOESIO Enrico Giacomo. Note bio-bibliografiche in Appendice 2, n. 54.
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7. DISSERTATIO JURIDICA DE JURE PATRONATUS (J.C. Oesthoff, 1767). DISSERTATIO JURIDICA DE JURE PATRONATUS. Quam, Adspirante Summo Numine, Ex Auctoritate Rectoris Magnifici IOH. THEOD. ROSSIJN, A.L.M., Phil. Doct.; Phil., Math., & Astron. in Illustri Ducatus Gelriae & Comitatus Zutphaniae Academia, quae est Harderovici, Professoris Ordinarii; Nec non Consensu Amplissimi SENATUS Academici, Nobilissimaeque FACULTATIS JURIDICAE Decreto, Pro Gradu Doctoratus, Summisque in Utroque JURE Honoribus, & Privilegiis rite & legitime consequendis, Eruditorum Examini submittit JOANNES CASPARUS OESTHOFF, Monasteriensis. s. s. THEOLOGIAE DOCTOR. Collegiatae Ecclesiae ad S.Martinum Monasterii & ad S. Remigium Borckenae Canonicus Capitularis. Ad diem 10 Octob., hora locoque solitis. ________________________________________________________________ ____ HARDEROVICI, Apud JOANNEM MOOJEN, Academiae Ducatus Gelriae & Comit. Zutph. Typograph. Ord. M.D.CC. LXVII (:1767)
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EMINENTISSIMO, CELSISSIMO PRINCIPI, DOMINO DOMINO GRATIOSISSIMO MAXIMILIANO FRIDERICO Archi-Episcopo Coloniensi Sacri Romani Imperii per Italiam ARCHI-CANCELLARIO, ET PRINCIPI ELECTORI S. Sedis Apostolicae Legato nato EPISCOPO, ET PRINCIPI MONASTERIENSI Westphaliae, et Angariae Duci, Burgravio Strombergensi, Comiti in Konigsegg-Rotenfels, Domino in Odenkirchen, Borckeloe, Werth, Aulendorff, et Stauffen etc. etc. PRINCIPI AC DOMINO MEO GRATIOSISSIMO.
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EMINENTISSIME ELECTOR. CELSISSIME PRINCEPS, DOMINE DOMINE GRATIOSISSIME! Nondum animo excidit, CLEMENTISSIME PRINCEPS! felicissimi illius temporis memoria, quo in vim, & sequelam juris Patronatus, EPISCOPALI TUAE CATHEDRAE competentis, ex gratia Serenissimi Praedecessoris TUI CLEMENTIS AUGUSTI gloriosissimae memoria Praebendam in Collegiarta Ecclesia S.Martini Civitatis Monasteriensis obtinui; quin potius haec ipsa recordatio ad profitendam nunc publice meam, quam semper in animo erga CATHEDRAM conservavi, profundam obligationem exstimulat; ut proinde ingratitudinis vitium me certo incursurum existimem, si alteri, quam TIBI (quem in eadem CATHEDRA & legitimum successorem, & simul Ecclesiae praedicta PATRONUM humillime veneror) meam, quam pro consequendo in utraque facultate juridica Doctoris gradu defendendam suscepi, Dissertationem dedicarem, & quidni Celsissimo TUO Nomini illam devotissime inscriberem? cum sub ipso, tanquam, sub firmissimo ipsiusmet PATRONI praesidio, Jura Patronorum, quae pro viribus meis defendenda suscepi, securissime protegantur. Suscipe proinde; CLEMENTISSIME PRINCEPS, pro innata TIBI clementia in aliquale gratitudinis obsequium hasce meas, si non pro merito substratae materiae, certe tamen non sine studio elaboratas, pagellas, & ad reddenda TIBI pro ingenii capacitate servitia omni conatu properantem benigno semper favore prosequere. Interim Deum ter O.M. (: Optimum Maximum) ardentius deprecari non cessabo, ut ELECTORALEM TUAM CELSITUDINE in maximum totius Archi- et Dioeceseos bonum, ac in solatium afflictae Ecclesiae S. MARTINI felicem, ac incolumem in feros usque annos conservare gratiosissime dignetur. ELECTOLARIS TUAE CELSITUDINIS Servus infimus JOANNES CASPARUS OESTHOFF Canonicus S.Martini
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[Pag. 7] DISSERTATIO JURIDICA INAUGURALIS DE JURE PATRONATUS. CAPUT I. De origine, definitione, divisione, & differentiis Juris Patronatus. Etsi legamus, jam primis saeculis varia Jura honorifica titulo gratitudinis, ut ait GUILELMUS PARISIENSIS Libro de moribus, concessa fuisse Ecclesiarum fundatoribus, ac sub initium saeculi 5ti nomina eorum & elogia solenniter Ecclesiis inscripta fuisse testetur, qui eo tempore floruit Sanctus PAULINUS Epistola 10. 12ma, quin & antiquissimis temporibus Ecclesias consuevisse à fundatoribus suis nomen mutuare, ut Romae Basilica Costantiniana à Constantino Imperatore, Titulus Damasi à Damaso Papa [8] Papa sacra referat historia, nullibi tamen iisdem jus praesentationis sive nominationis ante annum 441, ubi celebratum fuit Concilium Arausicanum primum concessum invenimus. Proinde cum dictum Concilium hanc facultatem fondatoribus primo concesserit, dum ita Canone 10mo definit: Decernimus Episcopum non esse prohibitum in alieno Territorio Ecclesiam aedificare servata Episcopo aedifcatori hac gratia, ut quos desiderat Clericos in re sua videre, ipsos ordinet is, cujus Territorium est, vel si ordinati jam sint, habere acquiescat. Hinc merito huic Concilio originem Juris Patronatus, cujus praecipua pars in praesentatione consistit, ut docet cum communi VAN ESPEN Juris Eccles. Part. 2. Tit. 25. C. 5. adscribo, quandonam vero alia Jura Patronis hodiedum competentia concessa fuerint, Cap. 3tio indicabo. Praedictam vero ordinationem concilii confirmavit deinde concilium Arelatense IImum [In realtà: IIum (secundum)] de ao. (: anno) 451. Can 39no, & secutus est JUSTINIANUS de saeculo 6to inclytus Imperator dum novella 57. Cap. 2. & nov. 123. C. 18 jubet à fundatoribus idoneos in Ecclesiis, quas fundaverint, nominari & eligi, & denique Concilium Lateranense de an. 1179. etiam ad heredes extendit. Cum igitur, ut dixit, Jus Patronatus praecipue in praesentando consistit, ut proinde etiam ipse Pontifex jus patronatus & Jus praesentandi tanquam synonima accipiat in Cap. 1m. de praebend. in 6. in versis Jus Patronatus seu rectorum praesentatio (licet stricte loquendo inter se multum differant, cum uni possit Jus Patronatus competere, quin alterum competat, eo quod V.G. (: videlicet generaliter) hoc alteri donaverit reservando [9] do sibi Jus Patronatus quo ad caetera emolumenta) & de stylo hodierno, qui Jus praesentandi habet, Patronus dicatur, qui vero non habet, tantum benefactor, vel fundator appelletur, hinc Jus Patronatus secundum principaliorem suam partem definiendo dico: Jus Patronatus nihil est aliud, quam Jus seu facultas nominandi sive praesentandi idoneum Clericum ad beneficium vacans. Dixi: idoneum id est talem, qualem ipsum esse desiderat natura beneficii, & lex fundationis. Unde si haec praescribant vocari V.G. sacerdotem vel consan1Bw&sa=X1=bo
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guineum, non poterit alius cum effectu praesentari, interim inter plures consanguineos non tenetur absolute patronus laicus praesentare digniorem, cum id tantum Tridentinum à Patrono Ecclesiastico signanter requirat, quo ad alium vero prescribat simpliciter, ut praesentetur idoneus sessione 24ta C. 18. imo, cum ibi tantum de beneficiis curatis sermo sit, ac fundator eo ipso, quod dignorem praesentare expresse non jusserit, Patronis liberam omnino electionem reliquisse censendus sit, hinc quo ad beneficia simplicia, idem de Patrono Ecclesiastico statuendum esse judico. Dixi: Clericum: nam laicus quo nomine etiam venit Clericus conjugatus C. 9. X. de Clericis Conjug. nisi quod si habitum & tunsuram deferant clericalem, privilegio canonis gaudeant. C. unico eodem in 6to. non est capax collationis, ergo nec praesentationis CARD. DE LUCA de J. P. Diss. 46ta n. 4. Citans VIVIA: L. 6. C. 3. n. 12. Dixi vacans: nam praesentatio facta ad beneficium adhuc plenum est ipso Jure nulla C. 2. & 13. X. de Conc. praeb. & C. 2. eod. in 6. eo quod saltem [10] tem respectu praesentati subintret votum captandae mortis; interim si patronus erronee putans vacare beneficium ad illud praesentet, & hanc praesentationem data vera vacatione promoveat, aut saltem nec tacite nec expresse revocet, illam a die vacationis convalescere ait CONR. L. 4. C. 6. n. 30. quam sententiam defendi posse existimo, eo quod ipsa non praesentatio alterius, vim habere videatur novae praesentationis illius, qui alias nulliter praesentatus erat. Dividitur autem Jus Patronatu, 1mo in Ecclesiasticum, laicale, & mixtum. Illud dicitur, quod quis ratione beneficii vel dignitatis in aliqua Ecclesia possidet, vel quod ex bonis Ecclesiae comparatum, aut illi à laico sine reservatione datum, cum hoc eo ipso Ecclesiasticum evadat, C. unico de Jure Pat. in 6. Laicale dicitur, quod alicui Clerico vel laico competit ratione patrimonii, quod in erectionem beneficii impensum est. Mixtum vero, quod partim ex Ecclesiae bonis, partim ex patrimonio constitutum, sive quod ex personis laicis & Ecclesiasticis coalescit, ita ut omnibus & singulis aequaliter competat hic notat VAN ESPEN Loco cit. C. 2. n. 10. quod in dubio, quale sit Jus competens Clerico semper praesumendum sit esse laicale, eo quod Laici plerumque sint Ecclesiarum fundatores. Olim omne Jus P. eiusdem fuisse naturae, nec ullam divisionem, aut distinctionem notam fuisse tradunt communiter interpretes; ast postquam Concilium generale 8vum anno 869 celebratum ita statuit: Quod si Episcopus convictus fuerit construxisse Monasterium in reditibus Ecclesiasticis, tradat ipsum eidem Ecclesiae, si vero de propriis rebus aut aliis quibusdam conventionibus, habeat id secundum propriam vo. [11] voluntatem & potestatem omni vita sua & post finem vitae dimittat & conferat hoc quibuscunque voluerit, non tamen saeculare diversorium fiat: ac deinde Papa in assignando tempore patronis ad praesentandum variare caepit, ut patet ex Capit. 3tio & 22do X. de Jure Pat. statuerunt DDres (: domini doctores) unanimi calculo admittendam esse divisionem & distinctionem inter utrumque jusp. quod deinde per Bonifacium 8vum in C. unico de jurep. in 6. approbatum fuit. Dividitur 2do iusp. in haereditarium, gentilitium & mixtum, illud dicitur, quod transit ad haeredes etiam extraneos. Hoc quod fundator voluit pertinere ad gentem seu familiam suam vel alterius à se nominatae personae, mixtum vocatur, dum ad utramque qualitatem nempe haereditariam & gentilitiam respexit. Hic notandum, quod licet fundator ab initio tantum requisierit qualitatem haere1Bw&sa=X1=bo
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ditariam, ex post tamen accedente consensu ordinarii, aliam nempe gentilitiam adjicere possit, eo quod tunc primo vocatis nullum adhuc jus quaesitum ad haereditatem, cum viventis nulla sit haereditas, & consequenter neque ad ipsum jus patronatus & sic promovetur Ecclesiae bonum, cum illi aperitur spes acquirendae citius per extinctionem familiae, pristinae libertatis LOTTER L. 2. Q. 10. N. 17. Dividitur 3tio jusp. in personale & reale, illud dicitur, quod alicui independenter ab omni re competit, hoc vero, quod ad aliquem spectat, intuitu alicujus re V.G. castri aut villae, & cum illa ad quemcunque verum possessorem transit, haec distinctio fundamentum habet ex C. 18. de Sent. & L. 7. de jurep. Differentiae utriusque juris principaliores sunt, quod in [12] in Ecclesiastico patronatu ad praesentandum concessum sit tempus semestre, non detur locus variationi, in praesentando, subintrent derogationes factae per Concil. Trident. & reservationes Apostolicae, in laicali vero praefixum sit tempus quadrimestre, detur locus variationi re adhuc integra, non censeatur illi, derogatum per reservationes, nec per collationem papalem, nisi in illa expressa ejusdem mentio fiat. Q. 1mo, an, sicut patronatus laicalis ex patrimonio laici acquisitus per legatum aut donationem perveniens ad Ecclesiam fit Ecclesiasticus, sic & hic perveniens ad laicum, fiat laicalis? R. negat. Ratio disparitatis est, quia in primo casu beneficium ad naturam suam privaevam revertitur, secundum quam non nisi à personis Ecclesiasticis conferri potest, in secundo vero casu omnino à natura sua deflecteret, unde cum de mutazione Ecclesiastici Juris in laicale nihil in jure statutum, sicut de altera mutatione invenitur C. unico de iurep. in 6. merito in 2de casu contrarium defenditur. Dixi regulariter, nam si Laicus acquisivisset iusp. Ecclesiasticum titulo oneroso V.G. permutatione per Papam approbata, contrarium probabilius videtur dicendum, cum alias Ecclesia in nimis exorbitante lucro versaretur BARB. Jur. Eccles. L. 2. C. 2. N. 16. pirrh. hoc tit. N. 4 [In verità: N. 42.] Dices datam disparitatem vel ex eo insufficientem esse, quia patronus nequaquam beneficium sed ordinarius confert. Resp. stricte quidem loquendo patronus non confert benefitium, cum ad illud tantum offerat & praesentet subjectum, in effecta tamen confert, cum ordinarius praesentatos, si alias idonei sint, repellere nequeat, ut patet ex Concil. Tolet. 9. Cap. 2. sic statuente: quod si spretis (aut ut [13] ut legitur in Codicibus Vaticanis teste Glossa ad Cap. 16 Quaest. 7. C. 32. [in realtà: Causa XVI, Quaestio VII, Cap. XXXII] superstitibus) fundatoribus rectores praesumpserit Episcopus ordinare, haec ordinatio irrita sit, & ipse ad sui verecundiam alios, quos fundatores elegerint, ordinet. Unde dicit LAUDATUS VAN ESPEN C. 5. Num. 8. praesentationem esse collationem necessariam, quasi necessitate cogente praesentato faciendam. & Cap. 1. Tit. 26. de instit. in fine praecipuas in provisione beneficii patron. esse partes patroni praesentantis, utpote qui totius provisionis ponit fundamentum, ipsumque ordinarium quodammodo constringit, ut praesentato collationem faciat. Hic tamen probe notandum, quod Patronatus laicalis permaneat, si à laico sub hac lege jusp. donatum Ecclesiae fuerit, ut laicale permaneret, cum dicta lex praeservet illud in suo statu, & nihil mutatur, quam persona habentis ministrare, per quam mutationem non mutatur qualitas naturalis ipsius rei LEUREN. in foro benef. de Jurep. sat. 1. C. 1. Q. 16. N. 7. LOTTER L. cit. N. 5. Quaeres 2do an beneficium fundatum à clerico ex reditibus perceptis ab 1Bw&sa=X1=bo
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Ecclesia, cui deservit, sit juris patronatus Ecclesiastici? Resp. Si clericus talis vixit in loco, ubi generalis consuetudo legitime praescripta viguit, quod clerici de talibus bonis pro libitu disponere possint, tunc cum omnia bona talis clerici indistincte censeantur ipsius Patrimonium, ac in illis succedatur ab intestato, licet ab Ecclesia acquisita sint, sicut in patrimonialibus, dico beneficium ab ipso erectum esse Jurisp. Laicalis. Ratio est: quia tunc vere fundatum est ex bonis patrimonialibus, respectu quorum ecclesiasticus censetur Laicus. Nec [14] Nec obstat, quod fundator sit persona Ecclesiastica, cum ad dignoscendum, an beneficium sit jurisp. Laicalis nec ne, non inspicitur, quis fundaverit, sed ex quibus bonis fundaverit, uti omnes fatentur. Si vero in alio loco talis Clericus fundator vixit, dico jus pat. debere reputari Ecclesiasticum, ratio: quia sicut empta ex emolumentis Ecclesiae efficiuntur Ecclesiae Cap. 7. [In realtà, Cap. 4.] de pecul. Cleri. ita & ista, quae ex bonis Ecclesiae fundata fuere, illius fieri debent, non autem efficerentur Ecclesiae, si Jusp. fieret laicale, & eo ipso ad haeredes transmissibile, interim quia juxta fere communem sententiam pecunia ex distributionibus quotidianis vel aliis parsimonialibus constata in dominio Clerici est, ut quo ad primum aperte convincitur ex C. un. de Cleri. non resid. in. 6. quo ad 2dum vero ex eo probatur, quia cum pars redituum respiciens congruam sustentationem Clerici immunis sit ab onere restitutionis Ecclesiae, ut nemo negat, etiam ut talis censeri debet illa quota, quae parcius vivendo, Clerico superabundat NAV. quaest. 1. mon. 26. de redit. Eccle. LESS. de Inst. [In realtà: De Iustitia ...,] C. 4. dub. 6. N. 37. hinc & Jusp. ex tali pecunia acquisitum censendum esse laicale salvo meliori existimo. Q. 3. Quale censeri debeat Clerico & Laico competens Jusp.? Rs. si dictae personae semper praesentent Cumulative, & uterque praesentationem subscribat, tunc cum jura utriusque patronatus sibi invicem ita misceantur, ut unicum constituant jus, dico Jusp. in dicto casu censeritale (: censeri tale), quale patronis magis favorabile est, unde & laicus participabat de privilegio Clerici quo ad semestre, & vicissim clericus de privilegiis Laicis concessis, rationem ejus dat Gloss ab omnibus recepta in C. unico de Jure Patronat. in 6. eo [15] eo quod propter communionem non privilegiatus sortitur naturam privilegiati, & iniquum sit, ut in re individua, qualis est Juspat., quis ex societate alterius damnun patiatur, quae rationes cum militent etiam pro casu, ubi duo essent Clerici, & unus Laicus, hinc etiam pro illo casu idem obtinere existimo cum FAGN. in Cap. cum propter de jurepat. N. 28. CARD. DE LUCA de jurepat. in summa N. 47. CAST. tract. 13. d. 2. p. 2. N. 3. Si vero Clericus & Laicus divisim & quasi per turnum praesentent, de quo optime inter utrumque conveniri posse patet ex Clement. 2. de jurep. tunc ad conciliandos DDres utendum reor distinctione quam tradit VAN ESPEN C. 4. N. 23. vel dicti patroni ita exercent jus, ut quidem turnarius in suo turno nominet, praesentatio ipsa tamen utriusque nomine subscribatur, tunc, cum nec praesentatio, nec ipsum jusp. proprie divisum sit, sed tantum inter patronos conventum videatur, ut quem unus nominet, eundem alter praesentare velit, & ita communi nomine subscripta praesentatio praesentetur, hinc de tali turnario idem affirmo, quod de patrono mixto supra dixi. Si autem ita praesentent per turnum, ut compatronus nullam in praesentatione partem habeat, & unius tantum nomine praesentatio subscribatur, tunc cum tales patroni in praesentatione non concurrant, sed quilibet suo jure privatim utatur, sicque non adsit commixtio Jurium, nec unicum Jusp. quod mixtum 1Bw&sa=X1=bo
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vere dici possit, hinc tale Jusp. ejusdem conditionis esse dico, cujus est turnarius, nec hic quidquam de alterius privilegiis participabit, cum desit communio mater & fundamentum participationis. Q. 4to. Cujus juris sit Patronatus spectans ad confra[16] fraternitatem laicorum approbatam ab Episcopo & affixam certae Ecclesiae? Rs. probabilius laicalis, eo quod per dictam approbationem & affixionem non efficiatur Collegium pium seu Ecclesiasticum, cum alias deberet gaudere privilegio fori & Canonis, & ipsi confratres, ad quorum suffragia fit praesentatio, vere laici sint, nec nomine Ecclesiae praesentent COVARR. pract. Quaest. L. 36. [In realtà: Cap. 36) N. 8. & ita decisum à Rota testarur GARZ. p. 5. N. 606. Secus tamen dicendum erit de illis Laicis, qui in communione vivunt, religiosum habitum gestant, ac privilegiis fori & canonis gaudent, cum tales Ecclesiastici collegi speciem prae se ferant BARB. N. 7. LOTT. L. 2. Quaest. 10. N. 44 citans suar de cens. th. 5. d. 22. Sp. 1. LAMB. L. 1. p. 1. Quaest. 1. qui illud etiam N. 7. dicendum putat de administratoribus hospitalium erectorum authoritate Episcopi etiam laicis, eo quod talia hospitalia sint loca pia religiosa gaudentia privilegiis Ecclesiae, imo & immunitate, quod Garz. etiam procedere dicit, licet non sint erecta authoritate Episcopi; nam licet tunc non gaudeant immunitate, manent tamen loca pia, eo quod causa pietatis sint instituta, gaudentque exemptione à Jurisdictione saeculari, & hoc quoque censuisse testatur idem GARZ. N. 603. Congreg. Cardin. & N. 612. docet illud ipsum quoque obtinere in saeminariis pauperum studiosorum, cum & haec sint loca pia & gaudeant privilegiis Ecclesiae. Q. 5. Quis sit judex in causis Jurispr. Rs. solus Judex Ecclesiasticus C. 3. de jud. eo quod Jusp. sit jus spirituali annexum C. 16 de jurep. quae autem talia sunt, saecularium judicio non subjacent C. 2. de jud. CA[17] CAPUT. II. De modis acquirendi Jus Patronatus quo ad proprietatem. Tres sunt modi, quibus de Jure antiquo communi Jus Patronatus etiam quo ad proprietatem secundum glossam & alios acquiritur scilicet fundatio sive assignatio fundi pro ecclesia aedificanda, constructio, dotatio, quos modos glossa comprehendit vers. seq. Patronum faciunt Dos, aedificatio, fundus. Verum cum juxta Trident. Sess. 14. Cap. 12. Copulative requiratur, ut fundaverit & cunstruxerit, aut erectam dotaverit, & ibidem in fine, uti & Sess. 25. Cap. 9. non nisi duos modos, nempe fundationem vel dotationem agnoscat; hinc de Jure Trident. Non nisi duos modos, quibus Jusp. acquiratur, dari, defendi posse existimo. Quod si nunc unus solus Ecclesiam fundet & dotet, hic solus patronus in solidum erit, si unus fundet, alter dotet, ambo erunt Paroni in solidum, quia Jus est indivisibile, si denique duo concurrant ad fundationem, unus assignando locum, alter aedificando ibi Ecclesiam, ambo erunt quidem patroni in solidum, licet inaequaliter contulerint, cum stante Jurisp. individuitate ille, qui plus erogat, sibi praejudicare, & consensum dare dicatur, ut sibi aequalis soci[18] socius fiat, qui minus erogat CARD. DE LUCA Loco cit. N. 15. ast habebunt tamen juxta Trid. tantum unum suffragium cum dotante, cum juxta illud fun1Bw&sa=X1=bo
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dans & construens pro uno reputentur. Ad hoc autem ut acquiratur Jusp. requiritur, ut fundatio vel dotatio sponte & voluntarie fiat: nam si V.G. haeres à testatore gravatus ad fundandam & dotandam Ecclesiam, mentem fundatoris sponte non impleat, sed demum per judicem compulsus faciat, Jusp. ab ipso non acquiritur BARB. N. 3. citans LAMB. p. 1. Q. 4. a. 7. & plures rotae. Decisiones, nemo enim debet consequi commodum ex eo, quod invitus facit L. nam quod §. qui compulsus L. si patronis ff. ad treb. Interim dicta in casu, ubi quis sponte aedificavit & tantum ad dotationem judicialiter compulsus fuit, limitanda esse censeo, cum negari nequeat talem vere liberalem erga Ecclesiam sponte in uno puta fundatione, ex qua titulus sufficiens pro jurep. resultat, exstitisse. Ulterius requiritur, ut fundatio vel dotatio conveniens sit, ad illum usum, pro quo destinatum est opus, unde siquis tugurium quoddam aedificasset, aut pro dote exiguam villam dedisset, non acquiret jusp. Cum Trident. tantum illi concedat jus, qui Ecclesiam vel Capellam aedificavit, aut illam competenter, id est quantum opus est pro luminibus & aliis necessariis ad servitium divinum debito modo celebrandum, dotavit, cum qui insufficienter dotat, dotasse non censeatur CAST. p. 2. N. 5. GARZ N. 53. qui etiam N. 52. tradit pendere ab arbitrio Episcopi, an dos sufficiens fit nec ne? & N. 60. postulat, ut illud, quod ut sufficiens datur Ecclesaie, detur pro do[19] dote, cum simpliciter donans, benefactor quidem Ecclesiae dici possit, non dotator, cui solum jura tribuunt patronatum. Denique requiritur, ut donatio fiat Ecclesiae nondum sufficienter dotatae, nam qui auget tantum dotem de se sufficientem, non dotat simpliciter BARB. C. 12. N. 56. citans plures rotae decisiones. Dixi sufficienter, nam qui auget dotem de se insufficientem, patronatum acquirit (ut interminis docet TRID. Sess. 14. C. 12. paria enim sunt in jure non habere insufficientem LOTTER N. 32.) ast tantum de jure singulari sive privilegio papali (de quo etiam Trident. Loqui monet GARZ. N. 123) siquidem ex augmento dotis quantumcunque illud etiam sit, nunquam Jusp. de Jure Communi, excepto solo casu, ubi prior dos adeo imminuta, ut vix aliquid superesset, acquiritur, ut ait LOTTER N. 43 & innuit rota decis. 457. p. 1. N. 14. dum ait: tunc demum dici dotationem aequivalere jurip., quando in totum Ecclesia dotatur, non quando dos solum augetur. Q 1. An igitur papa possit ob augmentum dotis Jusp. alicui concedere? Ris. aff. si enim ipse est ordinarius ordinariorum & Episcopus Episcoporum, sicut ipsum jam anno 142 appellatum fuisse Testatur Baronius, si ipse de jure habet potestatem conferendi omnia beneficia per totum mundum, & ab ipso orta est divisio & collatio omnium beneficiorum Cap. 2. de praeb. C. si Papa de priv. in 6. CLEMENT. si lite pendente, si ipse vocatis Episcopis in partem sollicitudinis non aliter potestatem conferendi ipsis concessit, quam ut penes se major & superior potestas remaneret Loc. cit. & 6. dudum 14. Sp. nos igitur de [20] de praeb. in 6. Paris de resig. benef. L. 1. Is. 10 GONZ. ad regulam Canc. 8. §. 1. & hanc potestatem nunquam ipsum a se abdicasse testentur regulae Canc. & in sequelam harum factae collationes, quid prohibet, quo minus ipse potestate reservata uti, & beneficium quod ex gratia Episcopus conferre consuevit, illius collationi eximere, & Jurip. subjicere possit, etiam sine omni causa, cum omne privilegium & gratiam subditis gratuito concessum à Principe ad libitum revo1Bw&sa=X1=bo
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cari posse testetur GLOSS. in reg. 16. J. in 6. in ver mansurum, quanto magis ergo cum causa Ecclesiis adeo favorabili, qualis est augmentum dotis. Q. 2. An ergo etiam Episcopus ob augmentum dotis Jusp. concedere possit? Rs. neg. ob declarationem S. Congregat. Conc. Trid. de 2. apr. 1573. quae sic sonat: Juspatronatus exprivilegio Episcopi concessum, in cujus pacifica possessione exstiterint praetensi Patroni per annos 140 non prodest, cum enim constet de titulo ex privilegio invalido, cenenaria possessio prodesse non potest ob malam fidem. Q. 3. An praescriptione immemoriali acquiri possit jusp.? Rs. Jusp. solo praesentationis titulo nec in Ecclesia libera nec alia, quam constat aliquando fuisse patronatam, acquiri potest à Laico, ratio est; quia Jusp. est quid spirituale aut saltem spirituali anexum C. 16. de jurep. quae autem talia sunt à laico absque titulo seu concessione Ecclesiae possideri nequeunt C. 7. de praes. consequenter nec praescribi, cum sine possessione praescriptio non currat per reg. jur. tertium in 6. Quia tamen ex tanti temporis lapsu titulus habilitans laicum ad possidendum, & quidem fundationis vel [21] vel dotationis ubi Ecclesiam esse patronatam, vel ubi de statu libertatis ab initio constat, privilegii praesumitur, C. super quibusdam de V.S. L. hoc jure ff. de aqua quot. hinc vi huius tituli praesumpti Juspè. à laico acquiri posse immemoriali praescriptione censeo, imo quo ad Ecclesiam, quam constat patronatui subjectam ex sola possessione 40 annorum sufficientem titulum, qui laicum habilitare possit, erui existimo, cum tunc non contra Eccleisam praescribatur, ac proinde non militet contra praescribentem praesumptio Juris adeo vehemens, sicut in libera. Sed quid dicendum erit de casu, ubi non obstante, quod Cajo ejusque solis consanguineis competere Jusp. ex ipso Documento fundationis probetur, titius non consanguineus Caji Jusp. sibi titulo praescriptionis competere praetendat, an inquam talis praescriptio, si minor sit centenaria, attendi debeat? Rs. cum hic non tam contra Cajum, quam contra ipsam Ecclesiam praescriptio obmoveatur, cum illa respectu Titii eo usque dum de privilegio Papali constet omnino libera censenda sit, attento quod solum vi fundationis Jusp. ad Cajum pertineat, hinc dico praescriptionem centenariam minorem, cum illa ad privilegium Pontificis contra Ecclesiam liberam non concludat, praesertim dum illud cedit in praejuditium veri patroni, non attendendam esse. Q. 4 (non 3) An de jure novo Trid. per praescriptionem immemoriali minore acquiri possit? Rs. neg. quia illud requirit absolute & quidem cum derogatione omnium aliorum Patronatuum, ut patronatus sit ex fundatione vel dotatione, aut tali praescriptione, quae hominum memoria excedat, quod Congreg. Card. de immemoriali censendum esse, & quidem sine ulla di[22] distinctione: an Ecclesia patronata sit nec ne, declaravit, adjungendo, quod decretum Concilii procedat tam in possessorio, quam petitorio. Q 5. An etiam per reparationem Ecclesiae acquiratur Jusp.? Rs. affirm. Si ita collapsa fuerit, ut restaurata nova consecratione indigeat, & consensus Episcopi, qui ad omnem acquisitionem Jurisp. necessarius est C. 25. de Jurep. accedat, quia tunc ut ait Gl. ad C. 3. h. t. perinde est, ac si ab initio Ecclesiam aedificasset, cum prior, Ecclesia esse desinat; ex quo sequitur, quod prior Patronus Jusp. amittat, cum deficiat Ecclesia, in qua fundamentum alius Juris radicatum erat, nec illud recuperat, licet ex eadem materia nova Ecclesia aedificata 1Bw&sa=X1=bo
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sit, cum jus semel extinctum in re pereunte nunquam reviviscat L. 98. ff. desol. S. 8. Si vero non sit penitus collapsa, sed tantum per partes reparetur, tum cum eadem censeatur esse Ecclesia, prior patronus manet, & ille qui reparat Ecclesiam, iusp. non acquirit, nec fundator, sed tantum benefactor dici debet AZOR. p. 2. L. 6. C. 19. Quaest. 10. Q. 6. An ex assignatione dotis Ecclesiae jam consecratae facta cum consensu Episcopi acquiratur Jusp? Rs. aff. licet enim regulariter Ecclesiae sine dote aedificari nequeat C. nemo D. 1. de Cons. & si sine dote sit, consecrari non debeat, nisi dotetur Gl. in C. cum sicut de Cons. si tamen indotata existat, ille, qui dotem tribuit, jusp. acquirit, cum jus omnibus dotantibus indistinctim illud concedat, imo hoc ipsum favor Ecclesiae exigit, cum alias tales Ecclesiae, utcunque sine dote vix ullum commodum afferrent, certo indotatae semper manerent, & TRIDENT. etiam Sess. 14. C. 12. non obscure innuit, unde ait CASTROP. [23] STROP P. 2. N. 7. dos subsecuta favore Ecclesiae retrotrahitur ad tempus constructionis & illam praecessisse reputatur, nec obstat, quod dicit GLOSSA in C. piae mentis Q. 7. quod Ecclesiae consecratae non possit imponi servitus, cum id, quod humani Juris esse desiit, servitutem non recipiat L. caveri ff. comm. praed. id enim intelligi debet de servitute profana, de qua etiam dicta Lex loquitur, non de Ecclesiastica, quae de consensu ptronorum cum maximo Ecclesiae bono imponitur, quamque etiam Pontifex ob augmentum dotis saepius imponit. Q. 7. An ad acquirendum jusp. requiratur consensus Episcopi & specialis reservatio ex parte donantis vel fundantis? Rs. ad primum affir. cum omnes canones & signanter C. 25 X. de jurep. illum tanquam conditionem sine qua non requirant. Rs. ad 2dum neg. eo quod de jure debetur C. 16 Q. 7. C. piae C. decernimus C. quicunque, unde & in C. 14 de testibus nihil nisi probatio fundationis requiritur, & GLOSSA in C. 10. dist. 1. de Consec. ait jusp. debetur ipso Jure, licet fundator non petat, aut in pactum deducat, interim tamen expedire, ut expresse reservetur, ait Le roy [In realtà: De Roye] in prol. h. T. ut sic obviam eatur dubiis, quae saepius circa renunciationem oriuntur, licet enim nemo jus suum remisisse praesumatur, si tamen fundator statim post erectionem patiatur beneficium ab Episcopo conferri, bene ad renunciationem, concluditur LAMB. art. 4. N. 19. Lott. 1ff. 7. N. 11. qui etiam n. 12. idem tradit de casu, si fundator in fundatione protestatus fuerit se moveri V.G. intuitu retributionis aeternae, vel Elemosynae, eo quod tales causae videantur directe adversari animo acquirendi patronatum. Q. [24] Q. ultimo An fundans Ecclesiam Collegiatam acquirat in ea Jusp. etiam sine speciali reservatione? Rs. quo ad praesentationem ad Canonicatus, item alia Emolumenta patronorum affir. quia haec jure debeatur ABBAS in C. nobis Card. in C. suggestum X. de jurep. C. cum autem 6. Sacros de elect. Cum eo ipso, quod fundatur Collegiato, competit Collegio Electio rectoris C. 1. de Elect. Unde cum haec de jure debetur collegio fundator eam legem subire tenetur, quae actui ipso inest. CAPUT III. De Juribus Patronorum. Tria sunt Jura Principaliora, quae unicuique patrono legitime constituto de jure competunt, nempe Jus praesentationis, jus alimentorum & jus praecedentiae in Ecclesia & processionibus. Dixi unicuique, nam leges Canonicae nullibi inter patronos discrimen faciunt, nec ullum à patronatu ejusque juribus excludunt, ni1Bw&sa=X1=bo
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si solos infideles p. C. piae mentis C. quicunque fidelium causa 16. Quaest.7. unde caeteri omnes sive pater sive filiusfamilias sive pubes, sive impubes, sive major sive minor, sive mas sive faemina, sive infans, sive pupillus fuerit, patroni esse & jura patronorum praetendere possunt, imo & ipsum jus praesentandi per se ipsos exercere, modo non propter aetaem ut infans, & pupillus septennio minor, aut propter ex communicationem majorem impediantur. Dixi [25] Dixi septenniominor, nam major valide etiam absque tutore praesentare potest, cum ejus authoritas nullibi de jure requiratur, & licet alias sine tutoris interventu celebratum negotium non valere dicatur, id tamen est intelligendum solum de negotiis saecularibus, non spiritualibus AZOR Quaest. 14. C. 2. CAST. p. 4. n. 2do imo praesentationem a tutore non esse admittendam, nisi fiat de consensu & voluntate pupilli septennio majoris docet GL. in C. ex eo de Elect. quam sequuntur AZOR, ROCHS, CASTROP & GARZ. qui N. 191 dicit hanc esse communiorem sententiam, (in realtà "." non ",") Dixi mas & faemina, nam licet canones tantum de masculis loquantur, per hoc tamen faeminae non excluduntur, cum noti Juris sit, quod ubi subjecta materia non aliud suadeat, masculinum comprehendat faeminum ut notat in C. gener. de Elect. in 6. & probatur ex C. 25 de jurep. ubi ait Papa si quis Ecclesiam per tò (: totum) si quis autem foeminas complecti patet ex L. 1. de V. S. imo sub nomine patronus venire patronam docet in terminis L. 52. de V. S. quid plura, cum & Cap. 7 de jurep. de Abbatissis loquatur. Ut autem patroni jura sua cum effectu prosequi valeant, requiritur quo ad primum jus, ut non praesentetur inidoneus, qualis est laicus ut notat. gl. in C. cum adeo de rescript. excommunicatus C. postulastis de Cler. excomm. L. pastoralis de appell. infamis infamia facti C. grave nimis de praeb. Clem. 1. de aetate, illegitime natus C. cum in cunctis de elect. C. ut filii de filiis praesbit. PUER. C. 35. de praeb. sed offeratur & praesentetur persona idonea id est talis, quae secundum Canones & legem fundationis, quae ex[26] exacte observanda, habilis sit, & quidem eo tempore, quo literae praesentationis offeruntur ordinario, cum tunc censeatur fieri praesentatio, nisi illa forte tantum conditionate fieret V. G. ita praesento talem, dum Clericus factus fuerit, aut saltem ut ait GARZ. p. 7. C. 1. N. 29. de proximo clericandum, tunc enim, si intra terminum Juris praesentatus fiat Clericus, praesentationem valere eo quod tunc ipsa censeatur facta de tempore, quo conditio purificetur ait CARD. DE LUCA de summa Jurisprud. N. 109. GARZ. loco cit. Citans LAMB. ulterius requiritur, ut praesentatio offeratur ordinario sive ille, qui habet jus instituendi (adeo ut si scienter & dolose alteri facta sit, collatio devolvatur ad superiore LEUR. sect. 1. C. 2. Qu. 123.) intra tempus praefixum à jure, quod in patronatu laico est quadrimestre, Ecclesiastico est semestre (hoc tamen tempus in beneficiis curatis indistincte ad 20 dies à die habitae verisimilis notitiae per constitutionem Pii 5ti, quae incipit in conferendis, limitatum esse refert ex bassaeo LEUREN. cit. loco addendo, de hoc apud alios non invenio) in patronatu autem mixto erit semestre ut notat GLOSS. in C. un. de jurep. in 6. BARB. L. 3. C. 12. N. 168. quam sententiam dicit communem CASTROP. tract. 13. t. 2. p. 5. N. 2. quod etiam verum esse censet CARD. DE LUCA, licet plures essent laici, eo quod ratione communionis privilegium Clerici communicetur laicis ad instar ejus, qui rem communem, habet cum pupillo L. si communem ff. quemadmodum servit. amitt. Est autem praedictum tempus continuum & tantum utile ab initio id est, ut 1Bw&sa=X1=bo
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non currat, nisi à die notitiae vacationis L. 2. C. 5. de conc. praebendae, cum [27] cum alias sine culpa puniretur patronus, cum qui nescit, experiundi non habeat potestatem L. 55. ff. de aedil. & haec scientia non praesumitur, cum inverosimile sit patronum scientem Jus suum omittere GARZ. p. 10. C. 2. N. 34. & 37. citans claram rotae decisionem, unde certo & liquido probari debet, cum sit de substantia CARD. DE LUCA D. 64. N. 5. GABRIEL L. 2. Cons. 185. nec sufficit praesumpta, nisi facti circumstantiae probent ignorantiam esse crassam CARD. DE LUCA ibid. ex post vero dictum tempus non est amplius utile, sed currit etiam diebus festivis C. 3. h. T. non tamem currit legitime impedito, si ipse impedimentum tollere nequeat arg. C. 60. de elect. quae autem sint illa impedimenta docet FLORES de mena var. quaest. 3. N. 4. Quod si nunc infra praefixum tempus patronus aliquem praesentavit hic vero vel dissentiat vel post consensum renunciet, vel moriatur tunc patronus de novo integrum tempus habebit arg. C. 26. de elect. in 6. licet enim hic textus tantum de Electoribus loquatur, quia tamen ratio ibi allegata, quod nempe eligendo infra Juris terminum fecerint, quod ad illos spectabat, quadrat etiam patronis, hinc etiam ad illos jure extendi potest, ubi enim eadem est juris ratio, ibi quoque eadem debet esse juris dispositio, modo nihil fraudulenter egerint, nam si de hoc convincerentur, quod fieri debet, cum fraus non praesumatur, & proinde ille, qui eam allegat, etiam probare debeat, ut notat GLOSS. in C. 26. cit. ex L. quoties ff. de processr. [In realtà: L. quotiens ff. de prob.] Collatio statim ad ordinarium devolveretur, cum fraus ipsi patrocinari non debeat, & dolus cuique suus, non alteri V. G. ordi[28] dinario, cui ex lapsu temporis jam jus quaesitum nocere possit, si vero nullum praesentavit, tunc statim collatio spectabit ad illum, qui habet jus instituendi, si ipse sit ordinarius, secus non, cum ad alium quam ordinariun non spectet de jure collatio beneficiorum C. 3. de priv. C. 12. de hered. [[?] In realtà: Cap. 12, Titolo 27 (De sententia et re diudicata), Liber 2, Decretali] & ibi Panorm. N. 2. Advertendum interim est, quod licet ordinarius non possit abbreviare tempus ordinarium praefixum à lege patronis, eo quod concessum à Jure beneficium nemine sit aufferendum, nisi forte magna causa exigeret, cui jus suum postponere patronus debet, illud tamen prorogare possit, modo aliqualis causa adsit, ratio est, quia constitutio temporis facta est in favorem ordinarii, ut eo elapso rursus perveniat ad collationem, favori autem suo quilibet renunciare potest, id ipsum non obscure colligitur ex C. 2. de negl. suppl. ubi Papa ait, si non praesentent Patroni, liceat Episcopos verbum autem licet favorem & licentiam, non necessitatem imponit, ultra semestre tamen etiam cum causa prorogare non potest, cum ultra sex menses institutionem differre nequeat, quin ad alterum superiorem devolvatur collatio BARB. L. cit. §. 170. CASTROP. p. 5. N. 8. Porro ad valorem praesentationis non requiritur, ut Patronus ipse eam praesentent ordinario sive habenti instituere, neque ut corporaliter praesentatus ipsum accedat, cum nec de uno, nec de altero quidquam in jure cautum sit, & tridentinum, dum SESS. 24. C. 18. praescribit, ut non admittatur praesentatus, nisi ab ordinario examinatus, optime explicari possit, quod non debeat admitti praesentatus ad institutionem, hinc sufficit, ut praesentetur institutori per literas etiam familiares CARD. DE LUCA d. 64. N. 21. Fa[29] Factam vero debito tempore praesentationem de subjecto qualificato institutio (quae de jure communi solo Episcopo L. ex frequenti de instit. de jure au1Bw&sa=X1=bo
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tem speciali etiam aliis inferioribus competere potest, ut innuit TRIDENT. Sess. 7 & 25. C. 18. de ref. & praxis habet) necessario sequi debet, ut pater ex conc. TOLES. nono C. 1. Quaest. 1. allegato. ratio autem est, quia si institutor pro libito rejicere posset praesentationem, jam jus praesentandi quod tamen praecipua pars patronatus est, nullius momenti foret. Debet autem institutio fieri cum iisdem qualitatibus, quas fundator ab initio beneficio imposuit, nec illis quidquam detrahere aut addere potest, institutor quicunque sit, ut definivit TRID. Sess. 25. L. 5. [In realtà: Cap. 5.]cum ipse jus quaesitum patrono ut taliter & non aliter beneficium conferatur, aufferre nequeat, eo quod hoc ad solum Principem supremum spectat ut probat GLOSS. ex 6. constitutus de relig. dom. accedit, quod fundationes prelumque per ultimas voluntates erigantur, jam vero in his juxta C. tua nobis de test. providendum per Episcopos, ut secundum defuncti voluntatem universa procedant unde trident. loco cit. omnes provisiones cum aliqua derogatione factas tanquam subreptitias declarat. Praedictam definitionem Tridentini etiam procedere in casu, ubi accederet patronorum consensus, declarat CONGREG. CARD. ad dictum locum, adeoque beneficium certam V. G. aetatem requirens non posse alteri conferri, eo quod patroni circa ipsum beneficium nullam habeant potestatem ut ait CONGREG. & patet ex C. 16. Q. 7. C. piae mentis. Fallit tamen haec definitio 1ma, si ipsa immutatio cederet [30] cederet in magnum Ecclesiae commodum, cum enim tunc fundator ipse de jure censeatur consentire & de tridentino non possit praesumi quod velit per constitutionem suam Ecclesiae bonum impedire, valebit immutatio. Fallit 2do, si derogatio cederet in damnum solius patroni, ut contingeret, si dum fundator solum inpraesentando exegisset qualitatem civicam ordinarius cum consensu patroni adderet, ut simul sit ex determinata familia progenitus, nam haec derogatio valebit, cum ex una parte consentiat ille (intellige de patrono haereditario) in cujus favorem fundatio erecta, quique jus patronatus in totum heredibus suis aufferre donando illud Ecclesiae possit, & multo magis illud ex parte alteratum haeredibus relinquere juxta regulam communem, quae habet: non posse impugnari judicium illius, qui dedit minus, dum in ejus libertate erat, dare nihil, ex altera parte promoveatur Ecclesiae bonum, dum illa sic libertatem facilius consequetur CARD. DE LUCA d. 18. N. 4. Dixi haereditario, nam in patronatu gentilitio dicta immutatio tantum valebit ad vitam patroni consentientis, eo quod talis non possit praejudicare successoribus, cum hi jus suum non ab ipso, sed à primo fundatore demetiuntur, & Episcopus his non consentientibus jus patron. restringere nequeat, cum non valeat conditionem vocaturum ad jusp. reddere deteriorem. Sicut autem institutio denegari non potest, ubi praesentatio facta est debito tempore de subjecto habili, ita illa nullatenus danda, ubi facta est de incapaci, quin & si patronus clericus inhabilem scienter praesentavit, eo ipso amplius pro ista vice praesentare [31] tare non poterit, sed collatio spectabit ipso Jure ad Episcopum argum. C. cum in cunctis de Elect., & ita declaravit innocent 3tius L. regesti. epist. 226. ubi sic praefata Abatissa S. Crucis praesentando indignum illa vice amisit jus praesentationis, quam declarationem tamen de praesentatione scienter de indigno facta explicandam esse docet VAN ESPEN, & sua det ratio, cum alias Innocentius rigorosius cum patronis, quam cum lectoribus Episcoporum procederet, dum iis 1Bw&sa=X1=bo
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eligentibus ignoranter illegitimum, qui postulari debuerat, novam prostulationem concedit C. 20. de Elect. cum tamen recta ratio postulare videatur, ut magis puniantur, qui indignum ad Episcopatum eligunt, quam qui talem praesentant ad beneficium longe Episcopatu inferius nempe Canonicatum, vel aliud simplex. Unde dico Clericus ignoranter (ignorantia tamen non crassa & affectata, cum haec aequiparetur scientiae, & consequenter non excuset C. 1. de ord. ab Epis.) praesentans non privatur jure novae praesentationis, paena enim debet commensurari delicto, hoc autem non fieret, si talis ignorans ob omissam diligentiam in inquirendo, privaretur jure suo, deinde omnis ignorantia sive facti, sive Juris non nocet, si supina non sit & agitur de damno vitando L. 1. L. 7. ff. de juris & facti ignor. Imo ignorantiam non supinam neminem dignum reddere paena profiterur ipse Pontifex in Cit. C. 1. accedit, quod Electores tantum priventur jure electionis si scienter indignum eligunt C. 18. de Elect. in 6. C. 25. X. de Elect. imo dum eligunt aliquem ob occultum vitium inhabilem, conceditur ipsis novum semestre, cur ergo patroni privabuntur jure novae praesentationis, cum electio [32] lectio tribuat si non majus, saltem equale jus electo, quam praesentatis praesentatio, in illa agitur de majori praejuditio, ut proinde etiam major diligentia in inquirendo in vitam & mores subjecti electionis debeat requiri, quam in praesentatione, taceo quod Innocentius 3tius C. 21. Citatum C. cum in cunctis de Elect. unde argumentum ab adversariis desumitur, de eligentibus scienter explicet. Quo ad laicos patronos, illos in nullo Casu privari nova praesentatione verius esse existimo, cum Gloss. imol. archid. in C. cum vos, & hanc sententiam receptam esse à Sacra congregatione testatur FAGNANUS in C. cum vos eo quod supra dictae constitutiones contrariae loquantur tantum de Electoribus, ac proinde cum paenales sint, ad patronos laicos extendi nequeant & ALEXANDER tertius in C. 4. de off. jud. ord. sine discrimine mandet Episcopo, ut si Ecclesiam ordinare non possit, eo quod à laicis personae minus idoneae offerantur, ad interim constituat oeconomum, qui fructus debeat futuris personis fideliter reservare, ad quod C. notat Layman cum communi, quodsi monitus intra 4 mestre non offerat alium, libera collatio ordinario relinquatur, eo quod paria sint nullum praesentare & praesentare inhabile subjectum, putarem tamen in patronatu gentilio Episcopum astringi, ut aliquem de gente passive vocata de beneficio investiat, cum negligentia sive culpa patroni non debeat nocere iis, qui non à tali patrono, sed a fundatore causam habent, & alias ipsi fundationi, in qua reservatum jus activum & passivum pro gente praejudicium fieret. Alterum jus patronorum in eo consistit, ut si ad inopiam redacti fuerint, alimenta ab Ecclesia petere possint, [33] sint originem suam hoc jus debet consilio Toletano quarto celebrato sub Honorio 1mo Pontifice de saeculo septimo, in quo ita C. 37. legitur: quicunque fidelium devotione propria de facultatibus suis Ecclesiae aliquid contulerint, si forte ipsi aut filii eorum redacti fuerint ad inopiam, ab eadem Ecclesia suffragium vitae pro temporis usu percipiant. Non absimile decrevit Leo quartus Pontifex de saeculo nono, dum ita: ut refert GRATIANUS C. 16. Q. 7. C. 29. Carolo Regi rescripsit, si vero fundatores Ecclesiarum ad inopiam vergere caeperint, ab eisdem Ecclesiis temporalis vitae suffragia percipiant. Has Sanctiones approbavit CLEMENS tertius in C. 25 de jure patron. dum 1Bw&sa=X1=bo
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ita statuit, si fundator ad inopiam vergat, ab Ecclesia illi modeste sive ut alii legunt moderate succurritur, sicut in antiquis Canonibus est institutum, cui consonant verba Pontificialis Romani, quibus Episcopus facta Ecclesiae consecratione utitur, & ita sonant: Si fundator aut ejus haeredes casu ad egestatem pervenerint, grata recordatione Ecclesia fudatoris piam liberalitatem recognoscit. Ex quibus omnibus colligitur primo, quod Ecclesia magis sit obligata suis ministris, quam suis fundatoribus, dum iis necessaria vitae subministrare cogitur, licet habeant patrimonialia ut docent PANORM. & INNOC. in C. Epis, de praeb. cum nemo suis cogatur militare stipendiis, his vero non alier, quam si ad inopiam redacti fuerint, in quo casu etiam libertus tenetur alere patronum L. si quis ff. de agnosc. & quidem casu redacti, cum alias non sint [34] sint commiseratione digni, iisque tribueretur occasio bona sua dilapidandi. Colligitur 2do Ecclesiam tenere alere pinguius fundatores quam alios pauperes arg. C. 7. X. de test. cum respectu tamen ut ait Glossa ad verbum modeste ad facultates Ecclesiae & qualitatem personae, siquidem ad alendos alios pauperes tenetur Ecclesia tantum titulo Charitatis, ad alendos vero fundatores etiam titulo gratitudinis, ut innuit Pontificale in verbo grata & sane si Pontifices non voluissent per sanctiones suas statuere, ut fundatores pauperes alerentur pinguius, quam alii, nihil speciale pro patronis statuissent, cum Ecclesia jam de se tenetur alere pauperes ut notat Gloss. ad C. 16. Q. 7. C. 30. Colligitur 3tio, quod dum Canones volunt, ab Ecclesiis praestari fundatoribus vitae suffragia, seu ut loquitur rubrica ad C. 25. de jurep. alimententur ab Ecclesiis, fundatores non solum alimenta, sive cibum petere possint, sed etiam vestiarium & habitationem cum sub nomine alimentorum veniant L. ult. ff. de alim eo quod sine iis corpus alii (: ali) nequeat. Tertium Jus patronorum consistit in facultate petendi praecedentiam sive primum locum in processionibus, hoc jus adscribunt quidem Canonistae S. Gelasio papae, qui in saeculo 5to Ecclesiae praefuit, ast cum idem Papa ut refert Gratianus C. 16. Quaest. 7. C. 26. & 27. tantum fundatoribus concedat talem processionis aditum, qui omni Christiano debetur, non video, quomodo ex iis praecedentia quaedam erui possit, cum id, quod omnibus debetur, si uni expresse concedatur, praecedentiam quandam, ut patet, non involvat, unde hoc Jus majori cum ratione CLEMENTI tertio adscriberem, qui fundatoribus ut liquet [35] quet ex C. 25. de jurep, processionis honorem tribuit, nisi ipse Pontifex in verbis finalibus se ad Sacros Canones, per quos non alii quam Gelasii, cum alii de hoc jure altum silentium teneant, intelligi possunt, retulisset dicens sicut in Sacris est canonibus institutum. Honor autem processionis in eo consistit, ut si fundator sit Princeps magnae potentiae ipse, ut praescribit, Pontificale Romanum Precessionaliter excipi debeat, sin secus, ipsi dandus sit honorabilior locus in processionibus, juxta praescriptum pontificalis tit. de consecr. in verbis: fundatores eorumque heredes in processionibus primos esse debere, putat insuper VAN ESPEN C. 7. de jurep. Patronos posse praetendere, ut incensentur in Ecclesiis, aqua lustrati aspergantur, nomina eorum in publicis precibus legantur ante aram, ut quo ad vivunt, eis locus in choro assignetur, mortui autem ibidem sepeliantur, fatetur tamen N. 38. consulendam esse consuetudinem, unde juxta hanc omnia ista definienda esse existimo. Caeterum alimentatio & processionis honos competit omni patrono, cum Pontifex in citatis capitulis utatur verbis quicunque, si quis, queis (: quibus) omnes complecti supra probatum nec necesse est ut specialiter haec jura in fun1Bw&sa=X1=bo
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datione reserventur, cum de jure debeantur. Q. 1mo an fundator se ipsum aut suum filium praesentare possit? Rs. ad 1mum neg. patet ex l. 26. de jurep. cum sapiat ambitionis vitium, & distinctio esse debeat inter patronum & praesentatum, inter dantem & recipientem C. cum ad nostram de Insti. imo nec potest per alium à se deputatum semet ipsum praesentare, quia sic virtualiter ipse se praesentaret, cum quidquid facit delegatus, non suo, sed delegantis nomine [36] mine facit, nec quod una via prohibetur, altera via concedi debet, interim potest à Compatrono praesentari, & per acceptationem hujus praesentationis in casu, ubi plures essent patroni, numerum votorum sibi favorabilium augere, si enim hoc juxta communem sententiam in electione valet, cur non in praesentatione obtinebit? Rs. quo ad secundum affirm. cum nullibi hoc interdictum, & fictio Juris, qua pater & filius reputantur pro una persona, in spiritualibus non attendatur ita ABBAS. BARB. AZOR. Q. 2. An patroni in praesentando variare possint? Rs. antequam praesentatio institutori oblata, omnibus variare licet, cum enim tunc adhuc desit praesentationi essentiali requisitum nempe intimatio praesentationis facta institutori, nulli praesentato est jus aliquod quaestitum ad beneficium, sed tantum ut possit agere pro ipsa institutione LOTTER. L. 2. Quaest. 13. N. 14. ABBAS in C. cum BERTHOLD. N. 12. de sent. Si vero praesentatio pulsavit aures Episcopi, tunc patronus Clericus amplius variare nequit, quia, ut ait, Innocentius Quartus ad C. 24. de jurep. Clericorum praesentatio habet vim electionis, & de jure antiquo nemini variare licebat, quod cum solum, quo ad laicos per C. 24 cit. mutatum invenitur, hinc quo ad Clericos antiquo juri standum, cum ut ait L. praecipimus C. de appell. jura antiqua non debeamus dicere correcta, nisi correcta inveniantur, accedit, quod Clerici praesentent nomine Ecclesiae, ac proinde variatio ipsos qua tales summe dedeceat, cum sit signum in constantis animi. Ex quibus sequitur, quod oblata praesentatione ipsi institutori praesentato, si socium non habeat, & ali[37] aliunde habilis sit, firmum jus eo quod patronus amplius variare non possit, ad beneficium acquisitum sit, secus si praesentati plures fuerint, tunc enim, cum institutor possit ex conjunctim praesentatis quem voluerit admittere, nullus jus firmum in abstracto habet, quanquam omnes in concreto jus habent, ut unus ex ellis instituatur. Laicus autem patronus re adhuc integra id est, quam diu non est secuta institutio, variare semper potest C. 29. de jurep. non quidem tollendo primo praesentatum, cum persona, quam patronus semel approbavit, quique ex hac approbatione & facta praesentatione institutori jam jus ne removeatur, acquisivit, ab ipso amplius reprobari non possit, imo si patronus expresse (secus non praesumitur, cum nemo censeatur velle agere contra juris permissionem) primum refutaret, jam absolute huic refutato danda foret institutio, ita ABBAS in C. cum autem GUTIER de jure conf. [In verità: de iuramento confirmatorio] p. 3. N. 4. BARBOSA & alii, eo quod secunda praesentatio utpote contra juris permissionem facta sit nulla, ac proinde tanquam non facta reputetur. Sed adjiciendo & accumulando unum, imo & successive plures, cum per hoc nullum inferatur praejudicium ordinario, sed potius ejus libertas in Electione dignioris augeatur. Decisio hujus Quastiones (: Quaestiones) fundatur potissimum in C. 24. de 1Bw&sa=X1=bo
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jurep. ubi facta Papae propositione, quomodo Ecclesia ordinanda, ubi Patronus non refutato primo praesentato postulet, postmodum alium admitti, Respondet Papa, si Laicus patronus est, id pendere ab arbitrio Episcopi, si Clericus, primo dandam institutionem, cum qui prior tempore, potior jure conseatur (: censeatur), hoc ipso enim, quod arbitrio Episcopi relinquitur, [38] tur quem ex duobus praesentatis à Laico velit admittere, innuitur, quod laici valide possint variare, cum alias primo praesentato, qui seclusa potestate variandi solum praesentatus existit, necessario deberent dari institutio, cum haec praesentato habili nunquam denegari possit C. Decernimus C. 16. Qu. 7. Ex dictis sequitur, quod per praesentationem Laici nullum Jus firmum sit datum praesentato, ita ut ipsi necessario beneficium conferri debeat, cum laicus variando efficere possit, ut Episcopo detur facultas illum respuendi, & secundo praesentatum admittendi, datum vero sit praesentato à Clerico, cum hic variare non possit unde dicit GLOSS, Clerici patroni jus pinguius habent, quam laici, id est, ut exponit ZARABELLA ad C. 24. de jurep. ex eorum praesentatione plus iuris tribuitur praesentato, quam ex laicorum. Q. 3tio An laicus post emissum juramentum de non variando, licite & valide variare possit? Rs. Licite variare non posse, quia ageret contra juramentum & fidelitatem datam praesentato. Ad 2dum Rs. CASTROP. non valide variare posse, eo quod actus, qui coram superiore fieri deberet, si fiat contra juramentum, est nullus, fatetur tamen ipse se non moveri ad hanc sententiam amplectendam ratione, sed authoritate DDrum, unde putat esse etiam validam secundam praesentationem, si eam Judex admiserit, ego autem cum Panorm. qui contrariam opinionem communi sententia reprobari dicit, sentio actum contra juramentum validum esse, & consequenter variationem valere. Moveor primo ex eo, quia nullibi in jure talis actus invalidus declaratur, eo quod in C. dilecto filio de [39] de praeb. ad quod adversarii plerumque confugiunt, de hoc Puncto Pontifex tantum incidenter locutus est, nec rationem decisionis ut putat COVARR. p. 2. s. 2. N. 10. de jure conf. in juramento praecise fundat, sed potius in aliis ibi allegatis causis, quarum valor jam per C. 20 de praeb. approbatus erat, imo dictum Cap. dilecto non continet decisionem Papae sed tantum allegationem partium, unde ex eo nihil cum fundamento erui potest. Secundo quia GLOSSA ad C. un. de proc. in 6. ad Vrevocatus (cioè: ad Verbum revocatus), dicit procuratorem revocari posse, licet dominus juraverit non revocaturum, imo Papa in C. 22. & 31. de spons. censuit valere sponsalia de praesenti contracta, post alia de futuro juramento firmata; accedit, quod Papa saepius in suis rescriptis parificet juramentum cum confirmatione Apostolica V.G. dum dicit: statuta juramento aut confirmatione Apostolica firmata, & tamen actus contra tale statutum confirmatione apostolica firmatum valet, ut patet ex C. 7. de const. & notat GLOSS ad C. dilecto de praeb. denique hoc ipso quod ut CASTROP. fatetur, valet praesentatio secunda, si eam ordinarius admiserit, non obstante juramento, sequitur, quod valeat variatio contra juramentum, quia, si non valeretur, jam secunda praesentatio orta ex ipsa variatione admitti non posset, cum orta esset ab initio infecto, & quia ex prima praesentatione munita juramento de non variando jam primo praesentato esset jus quaesitum, quod ordinarius tollere non potest, ut notat GLOSS. ad C. 6. de relig. dom. Q. 4to An lite pendente inter praesentatos super praesentatione si unus ex iis obit, vel renunciat, variare seu alium in ejus locum surrogare valeat, ante 1Bw&sa=X1=bo
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quam [40] quam constet de jure sive valore praesentationis in personam superstitis: Rs. non posse ob constitutionem Bonifacii octavi in C. 1. ne lite pendente in 6. ratio desumitur ex C. 2. ejusdem ne propter novos adversarios litigia prorogari contingat in grave dispendium Ecclesiae, quae ratio cum etiam valeat in praesentationibus, merito etiam ad illas dicta dispositio C. 1. licet tantum de electionibus loquatur, extenditur, imo si unus ex praesetatis jam institutus esset, res extra omne dubium foret, cum C. 2., quod ad differentiam prioris de hoc casu loqui notat Glossa, signanter etiam de praesentatione loquatur. Dixi lite pendente inter praesentatos, secus enim dicendum, ubi inter Patronos & Episcopum praetendentem libertatem, aut inter patronos ipsos super pertinentia jurisp. lis foret, quia cum tunc per variationem non multiplicantur nec prorogantur lites, cum jus praesentantis rapit ad se jus prasentati sive vivi, sive defuncti, sicut in primo casu, ubi si defuncto surrogatur alter, semper discutiendum manet jus defuncti, ut si constet de ejus jure, alius tanquam instrusus rejici possit, hinc cessat dispositio Bonifacii, cum cesset ejus ratio finalis. Q. 5to An propter litem protractam ultra tempus praefixum patronis ad praesentandum, possit Episcopus beneficium conferre? Rs. Id videtur dicendum ob C. 2. 12. 22. 27. ubi dicitur, quod Episcopus debeat ordinare Ecclesiam de persona idonea, si quaestio inter patronos non fuerit definita; verum, cum praxis in contrarium vigeat, ac durum foret, si patronus ob litem frivolam ab adversario motam jure liberae praesentationis privaretur, ac adstrictus maneret ad eum absolute praesentandum, quem Episcopus instituit, [41] stituit licet ipse alium debito tempore praesentasset, hinc contrarium probabilius defendi existimo, praesertim cum nec Electoribus currat tempus, si nequeant ipsi impedimentum tollere C. 60. de Elect. ad contraria capitula Rs. quod debeant intelligi vel de casu, ubi ab eo, qui jusp. evicit, nullus praesentatus debito tempore exstitit, vel ubi, ut ait CARD. DE LUCA Cit. Lap. urget gravis ratio scandali vel quod debeat ordinare Episcopus ad interim, substituendo scilicet aliquem, qui leges & onera fundationis observet arg. C. 4. cum vos de off. jud. ord. quo ipso cessat damnum alias ex vacatione timendum, quod tantum praecavere voluisse Papam extra dubium est, & huic meae interpretationi favet aperte GLOSS. dum ad C. 3. dicit, ordinet antistes, ponendo electorem [in verità: rectorem], ita quod ipsum postea repraesentet, si voluerit. vel denique de casu, ubi nullus in quasi possessione praesentandi existit, secus enim ut ait HOSTIENSIS ad C. 3. cessat dispositio. Dixi inter patronos, nam si inter Episcopum praetendentem v.g. praesentatum non esse idoneum, aut beneficium non esse patronatum, & inter patronum lis oriatur, certum est, quod Episcopus conferre non possit, tum quia citati canones & tantum de lite inter patronos loquuntur, tum quia alias Episcopis daretur ansa excitandi & protelandi lites, ut sic ad collationem pervenire possint CASTR. p. 5. n. 7. BARB. alleg. 72. N. 140. Q. 6to Si in fundatione dicatur, praesentetur Clericus, an talis absolute debeat habere quatuordecim annos Rs. neg. si aliter cautum sit in fundatione, cui per tridentinum non est derogatum (ut declaravit congregatio consilii, quod etiam CARD. DE LUCA eten[42] tendit ad fundationem Tridentino posteriorem) aut saltem fundatio erecta sit ante Trident. secus affirmative, ratio colligitur ex mente fundatoris, qui semper 1Bw&sa=X1=bo
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praesumitur se voluisse accommodare dispositioni Juris quod tunc vigebat L. conficiuntur ff. de jure Codic. jam vero de jure antiquo sufficiebat septennium ad obtinendum beneficium ut testatur ABBAS in C. praeterea de aetate, sicut de novo Jure absolute requiruntur 14 anni TRIDENT. Sess. 23. C. 6. Q. 7mo Quinam censeatur vocati in patronatu gentilitio sive mixto? Rs. id generali regula definiri non posse, sed juxta verba fundationis & communem loquendi modum definiendum esse, hinc cum fundator dixit: reservo mihi & meae familiae, sive mei ascendentibus & descendentibus, sive meis consanguineis vel cognatis, censentur vocati omnes tam de sexu masculino, quam faeminino progeniti, cum & illi in jure sub dictis terminis veniant L. 51. ff. de V. S. L. 1. S. consanguineos ff. de suis & leg. L. 1. C. de imponenda. Quod verum puto licet adjecerit consanguineis proximioribus de genere vel cippo, cum hi termini sint naturales ac proinde etiam faeminas comprehendant LOTTER. L. 2. Q. 11. N. 78. PARIS L. 2. Cons. 35. N. 6. Si vero dixit: reservo mihi & meis agnatis, soli cognati virilis sexus vocati censebuntur, tum ob communem loquendi modum, tum ob L. 2. ff. de suis, nihil tamen refert, sive veniant illi ex linea recta sive transversa auth. de hered. ab intest. MEN. Cons. 424. N. 33. LOTTER loco cit. N. 54. CAPUT [43] CAPUT IV. De juribus competentibus Episcopo & Patronis circa ipsam Ecclesiam patronatam. Cum praeter processionis aditum id est Jus Patronatus ut ait GLOSSA ad C. piae mentis nihil fundatores proprii Juris in Ecclesiis habeant C. Citato & C. frigentius C. 16. ff. 7. [In verità: Q. 7] ipsaeque cum dotibus in Episcopi potestate consistant C. 10. Q. 1. C. 2. & 6. ac ab eo jura earundem ordinari & bona administrari debeant C. 3. & 5. eadem causa, hinc salvo jurep. Episcopus eadem, quae in aliis Ecclesiis peragere, & hic facere potest, unde illas visitare, abusus emendare, defectus ministrorum corrigere, & ut officium divinum rite peregatur, & onera fundationum debite adimpleantur, invigilare potest, cum haec de jure Episcopo facere incumbant, TRIDENT. Sess. 21. C. 8. Sess. 22. L. 8. [In verità: C. 8] & per ea jusp. non laedatur. Econtra ea, per quae jus patronatus vel directe vel indirecte auffertur aut laeditur, Episcopis interdicta sunt C. Monasterium C. 16. Q. 7. accedit, quod ultimis voluntatibus, ex quibus communiter procedunt tales fundationes, Episcopus derogare nequeat C. tua nobis de test. nec ille jus alicui sub approbatione Papae, quale est jusp. concessum aufferre aut illi ex parte derogare possit, cum hoc sit solius principis supremi ut ait GLOSSA in L. [?] Constitutus de relig. Un[44] Unde sequitur, quod Episcopus non possit invito patrono extra casum magnae utilitatis vel necessitatis beneficium supprimere, aut dotem ejus diminuere, illud alteri accessorie unire, aut pensione aliqua gravare, nam per suppressionem, aut unionem accessoriam tollitur beneficium, fundamentum jurisp. per diminutionem dotis autem & per impositionem pensionis, fit praejudicium patrono, cum beneficia gravata, aut quorum dos imminuta non ita aestimentur ut alia, quod ipsum quo ad suppressionem & unionem jam extra omne dubium est ob C. 15. TRIDENT. Sess. 24. & declarationem consilii ad C. 5. Sess. 21. 1Bw&sa=X1=bo
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Dixi extra casum, nam tunc illa invito patrono ab Episcopo peragi posse censent communiter Doctores, quos citat LAYMAN de Eccles. benef. L. 4. tract. 2. 6. 13. N. 12. eo quod patronus tunc censeatur irrationabiliter invitus. An autem Episcopi possint mutare leges fundationis, de eo jam supra C. 3. dictum est, cui addendum primo, quod si leges respiciant cultum divinum, vel memoriam defuncti, aut commodum familiae ipsae etiam consentiente patrono alterari non possint, nam piam & honestam fundatorum voluntatem observari naturalis aequitas postulat C. 13. Qu. 2. C. 4. L. 1. Cod. de S.S. Eccles. auth. de nup. s. disponat secundo si leges dubiae sint, eas interpretari possit & debeat Episcopus j. (: juxta) TRIDENT. Sess. 22. C. 8. Quaeres si Ecclesia aliqua vel simplex vel parochialis erigatur in collegiatam invito patrono laico Pontifice (Episcopus enim non potest similem erectionem facere ut declaravit congregatio concilii, quam in terminis citat LEUR. Sect. 2. S. 2. de alte Q. 964. n. 2.) an patrono inquam salvum maneat jus patron.? Rs. [45] Rs. affirm. etiam quo ad praelaturam, eo quod patrono competiit ante erectionem jus nominandi rectorem, huic juri nunquam censeatur derogare Papa, nisi signanter exprimat, GLOSS. ad L. [In verità: ad C.] 25. & Abbas. ibid. non obstat, quod Praelatus eligi debeat, id enim intelligendum regulariter & nisi de alia mente Pontificis constet, aut in fundatione cum consensu Episcopi id jus sit exceptum, quod fieri posse innuit C. 25. in verbis: nisi alitet [In verità: aliter] & docet COVARR. p. 2. S. [In verità: §] 10. de jurep. citans ROCHUM, LAMBERT & CARD. DE LUCA. Q. 2do An per unionem factam beneficii patronatus cum libero invito Patrono amittatur jusp. Rs. imprimis tales uniones esse Episcopis prohibitas per conc. TRID. Sess. 7. C. 6. & Sess. 24. C. 13. Rs. 2do si tamen illae à Papa factae fuerint, dico extingui jusp. in veteri beneficio, eo quod ipsum extinguatur, ac nunquam amplius vacare dicatur, & consequenter nec conferri possit, sed transferri ad ipsum beneficium liberum, cui unio facta, nisi jurip. antiquo expresse sit derogatum in instrumento unionis, ita COVARR. Tract. 2. C. 36. N. 11. dicens esse communem opinionem & GLOSS. comm uniter recepta in Clement. 2. de praeb. Nunc de Juribus Patronorum paucis dicendum restat, unde sit conclusio patronis competit jus animadvertendi in conservationem locorum à se vel parentibus in Ecclesiam collatorum eaque patrocinandi ita conc. TOLET. 61 & 2. [In realtà: conc. Tolet. IX., Can. 1 & 2.] unde postea gloriosum nomen patronorum consecutos esse tradit VAN ESPEN P. 2. Tit. 25. L. 1. Ad ductum hujus concilii possunt patroni curam habere, ut bona Ecclesiae conserventur, Dos beneficii non [46] non alienetur, fundatio & cultus divinus exacte observetur, imo delinquentes Clericos fraterne corrigere, aut Episcopo corrigendos denunciare j. C. 1. Conc. Tolet. 1mi [In realtà. Conc. Tolet. IX], hoc tamen praetextu non possunt ipsi Jurisdictionem aliquam in Clericos sibi arrogare Contra C. 8. de jud. nec sacramentorum administrationi aut Episcoporum visitationi se immiscere contra TRID. Sess. 24. C. 3. nec in perceptione fructuum beneficiorum se ingerere, sed illos libere rectoribus distribuendos relinquere debent TRID. Sess. 25. C. 9. Ulterius si fundator ipsis reservavit fructus aliquos ex beneficiis, quod fieri posse (cum & censum ipsis imponere potuit C. 16. de Cens.) patet ex C. praeterea de jurep. hos ipsi exigere possunt, non tamen iis permissum est nova onera 1Bw&sa=X1=bo
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etiam cum consensu Episcopi beneficiis imponere, cum non possint voluntatem defuncti circa Deo dicata immutare, cum hoc soli Papae sit reservatum, nec de antiquis oneribus quidquam remittere TRID. Sess. 25. C. 5. nec reducere onera missarum in fundatione appositarum, licet reditus sint valde tenues, uti censuit congregatio concilii ad Sess. 25. C. 4. Deinde competit Patrono jus praesentandi Clericos ad beneficia, non tamen, nisi aliter cautum in fundatione, rectorem in collegiata, cum hoc pertineat ad ipsum collegium Cap. 25. h. P. [In verità: h. T.] nec ponere custodem aut oeconomum in Ecclesia, cum hic ex proprio Clero eligi debeat C. 16. Qu. 7. C. 21. Dixi Jus praesentandi, nam instituere non potest, cum Institutio de Jure pertineat ad Episcopum C. 3. de Instit. nec conferre beneficium C. quod autem C. transmissae, unde collatio si quae facta, nulla est, cum ut ait PAPA C. 5. h. T. pro non dato habetur, [47] tur, quod ab illo datur, qui non potest de jure donare, adeo ut nec collatio valeat in vim praesentationis ut patet ex Citat. C. transmissae. Quaeres quis institui debeat, si plures praesentati existant? Rs. si plures isti habent aequalia merita & suffragia, tunc sive ab uno, sive à pluribus praesentati existant, datur locus gratificationi dist. 63 C. si forte, C. 25 de jurep. si vero habeant inaequalia merita & plurimorum approbatur assensu C. quoniam. rursus si habeant aequalia suffragia, sed inaequalia merita, erit dignior praeferendus argum. C. si forte dist. 63. ubi metropolitano praecipitur praeferre electionem dignioris, quia maxime decet, ut in jure electionis praeferatur is, qui Ecclesiae utilior & convenientior est, & cavetur fieri ordinatio illius, qui non fuit postulatus, & ob hanc rationem puto etiam Episcopum dum duo aequaliter sunt, à diversis patronis praesentati, non posse instituere tertium aliquem, contrarium sentiunt AZOR. VASQUETZ, quorum tamen sententiam amplector, ubi urget gravis ratio scandali, cum propter hoc saepius à jure stricto recedatur C. 3. h. T. Si denique habeant aequalia merita, sed inaequalia suffragia, ille praeferri debet, qui majora habet suffragia, quod etiam procedit de casu, ubi praesentatus à minore parte esset magis habilis LOTTER L. 2. Qu. 34. N. 33. citans LAMB. GARZ. & ROTAM in Pampill. Parochialis 26 July 1626. CAPUT [48] CAPUT V. De probatione Juris Patronatus, ejusque translatione. Cum concilium Tridentinum advertisset multos sibi in Ecclesiis vindicare Jus patronatus, qui justo aliquo titulo suffulti essent, hinc ut usurpationibus oviam (: obviam) iret, sancivit Sess. 14. C. 12. ut nullus imposterum alio quam fundationis aut dotationis titulo illud impetrare posset ac deberet & Sess. 25. C. 9. reliquos omnes patronatus alio titulo antecedenter acquisitos in totum prorsus abrogavit & irritos declaravit, exceptis solis patronatibus super Cathedralibus Ecclesiis, ut & illis, qui ad summos principes jura imperii in dominiis suis habentes pertinent, & qui in favorem studiorum generalium concessi sunt. Praedictus titulus probatur duobus modis, primo per authenticum documentum sive bullam Episcopalem erectae fundationis & acquisiti Juris patronatus, quae si in originali produci non possit, debet exhiberi ejusedm exemplar seu transumptum munitum debitis suis requisitis juxta C. cum de fide Inst. Secundo praesumptive & implicite quoad privatas, personas, in quibus su1Bw&sa=X1=bo
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spicio usurpationis locum non habet, per multiplicatas praesentationes, per antiquissimum temporis cursum, qui hominum memoriam excedat, aliasve ut verbis trident. Utar secundum Juris dispositionem, id est ut explicat CASTROP. d. 2. p. 3. N. 6. citans GONZ. BARB. tales probationes, quibus [49] bus de jure communi probatio tituli conceditur, quales juxta ipsum sunt, fama cum longissima quasi possessione, possessio quadragenaria cum titulo, cum illa aequivaleat immemoriali, relationes authenticae ex libris visitationum Episcopalium, literae inscriptae lapidibus publice positis referentes tales esse patronos, monet tamen CARD. DE LUCA, an probationes sufficientes sint, id ex circumstantiis facti dijudicandum esse. Probe hic Notandum, quod Trident. praeter multiplicatas praesentationes requirat antiquissimum tempus id est centenarium, ut putat BARBOSA de potest. Episcop. p. 3. alleg. 72. MENOCH. de arbit. casu 3. cum aliis unde dicit congregatio conc. non est satis asserenti sibi competere juspatr. ex fundatione quod una praesentatio de anno 1554 & altera de anno 1561 effectum sortitae sint, sed ostendatur simul antiquissimum tempus, quo ipso tamen congregatio innuit duas praesentationes sufficere, quod verum putat BARB. loco cit. N. 31. RICCIUS in pr. resol. 127. cum versemur in materia odiosa & juris communis restrictiva, & pluralis locutio & dictio multiplex in duobus verificari possint j. reg. Jur. in 6. Cum autem approbationem temporis trident. relinquat juris dispositioni, hinc dico illud etiam per testes probari posse, nec requiri, ut illi centum annorum sint, sed sufficere ut sint sexagenarii aut ut putat MOL. L. 2. de primog. C. 6. N. 40. ad minimum quadragenarii, modo illi deponant, quod toto tempore vitae viderint praesentationes continuatas & audiverint ita semper antecedenter factitatum esse, licet caetero quin de jure praesentationis, an ex jure fundationis vel dotationis sit, nihil deponant, nec de hoc ipsae prae[50] praesentationes mentionem faciant, ut decidit s. congregatio 23 Jun. 1594. & docet GONZ. ad reg. 8. Cancell. glo. 18. N. 26. RICCIUS decis. 142. N. 12. GRILENSON Cons. 41. eo quod hoc ipso, quod praesentationes continuatae, praesumatur dictus titulus, donec de initio infecto aut nullitate tituli constet, quo ipso necessario corruit praesumptio ex depositione testium & praesentationibus resultans, cum praesumptio cedat veritati. Dixi quod ad privatas persona, nam quo ad alias, uti & quoad communitatem & universitates Tridentinum non est contentum allegata praesumptiva probatione, sed requirit, ut praeter immemorialis temporis probationem, & reliqua ad eam necessaria probetur, & quidem non aliter, quam per authenticas scripturas, quod taliter continuatae praesentationes, à quinquaginta annis retro semper effectum sortitae fuerint, cum in talibus jusp. potius ex usurpatione quasitum praesumi soleat; quinam autem sub hoc decreto comprehendantur, Tridentinum non explicat, congregatio autem concilii ut refert LEUR. Sect. 1. C. 1. Quaest. 84. h. t. censuit omnes illos complecti, qui in loco, ubi V.G. beneficium fundatum super vasallos jurisdictionem perpetuam habent, licet ipsi superiorem agnoscant, cum ab omnibus iis ob potentiam timendum, ne Ecclesia opprimatur, quae ratio cum etiam militet contra communitatem parochianorum, hinc & eam complecti tradit GARZ. p. 5. C. 9. N. 102. citans rotam, quae tamen teste GONZ. L. cit. N. 55. contrarium decidit, quoad Capitulum Cathedrale quod de Luca extendit ad omnia alia capitula & universitates Ecclesiasticas, cum praeter praesumptionem non usurpati Juris, resultantem à Jurisdictione vel visitatione, 1Bw&sa=X1=bo
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qua subji[51] jiciuntur Episcopo, cadat in illos verisimilitudo factae fundationis. Circa dicta notandum 1mo quod Trident. requirat tempus immemoriale (quod tamen per testes probari poterit, cum de hoc nihil in particulari statutum) & quod intra tempus 50 annorum semper praesentationes continuatae fuerint cum effectu, unde non sufficit inter tres praesentationes probare primam & tertiam, cum secunda apparente contradictore potuit esse rejecta, & sic abrupta continuatio; nec sufficit dicere, quod probatis extremis media probata censeantur, cum hoc non concludat, ubi de vera probatione agitur, & continuatio perfecte probanda est. Secundo, ut haec per authenticas scripturas probentur, unde cum scriptura pro forma requiritur a TRIDENT. ut patet ex verbis, non aliter & decidit congregatio in una Nullius 25. 8ber. 1592. hinc per aequipollens suppleri non potest L. cum si ff. de trans. L. non dubium C. de leg. interim, si per testes probaretur amissas esse scripturas, illique simul deponerent, quod scripturae nullo vitio laboraverint, & illae etiam retulerint omnes praesentationes cum effectu esse continuatas, verius est, satisfieri menti concilii, eo quod in hoc casu praesentationes & illarum continuatio cum effectu non tam ex dictis testium, quam ex scripturis ipsis visis & lectis probetur, & ideo cum etiam leges requirentes in aliis casibus pro forma scripturas tali probationi in casu amissionis acquiescant ut tradit FEL. in C. sicut de sent. masc. de probat. cons. 416. CASTROP & alii, hinc etiam TRIDENT. dum de casu amissionis nihil disponit, acquiescere censendum est. Tertio quod haec rigorosa probatio requiratur tam in [52] in petitorio quam possessorio, uti decidit congregatio 1608. 13 Febr. declarando simul ut refert FAGN. ad C. consult. de jurep. non esse admittendos ad praesentationem, licet essent per 40 anno in possessione, nisi suum jus ad normam decreti probaverint, censuit tamen illos admitti, si praesentatus ab ipsis adhibita causae cognitione super Jure per ordinarium post Trident. semel admissus fuerit ita GONZ. ad Gloss. 18. N. 26. licet ex post dubium subortum. Advertendum interim hic est, quod rigorosa probatio cesset, ubi primo constet Ecclesiam esse vere patronatam, secundo ubi tantum peterent Jura honorifica, tertio ubi contra compatronos jus suum defendere volunt, aut ubi cum ipsis concurrit aliqua persona, in quam non cadit suspicio usurpationis, ratio est, quia mens Tridentini tantum fuit liberare Ecclesias à servitute, vel praeservare, ubi ergo illud Trident. assequi non potest, sicut in dictis casibus non assequitr, ibi standum probationi à jure antiquo requisitae. Advertendum ulterius, quod ad probandam possessionem jurispat. à privatis, in quos non cadit suspicio usurpationis nihil aliud post Trident. requiratur, quam quod alias de jure ad probandam possessionem requiritur, cum nullam majorem probationem, ne quidem ab ipsis requisivit quo ad proprietatem, unde sufficit, ut probet quis se esse in possessione de praesenti, per ultimam praesentationem constitutum, licet de caetero nullum actum anteriorem probare possit, cum actus unicus praesertim ultimus, sufficiens sit ad obtinendam manutentionem etiam in beneficialibus CORR. L. 4. C. 4. N. 9. GRATIAN. Discept. for. C. 3. N. 71. & signanter de actu praesentationis, quam secuta [53] cuta institutio. post abs. 18. N. 16. GARZ. p. 5. C. 5. N. 59. VIVIAN. in praxi jurisp. p. 2. L. 5. C. 2. adeo ut praesentatus a possessore talis sit praeferendus 1Bw&sa=X1=bo
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praesentato à praetendente proprietatem, si ejus jus non sit clarum, nec in continenti probari possit, imo si de ejus jure primo post institutionem constaret, institutus non sit amovendus C. 19. X. de jure patron. cum ut ait ibidem gloss. non debeat irritari, quod legitime factum, licet ad eum casum deveniat, à quo incipere non potuit, ac possessor B. f. fructus consumptos faciat irrevocabililiter suos, saltem si non fuit locupletior factus, ut per praesentationem nemo fieri praesumitur, si vero constaret ante institutionem de Justitia proprietatis, tunc cum res est adhuc integra, repellendus foret, cum regulare est, quod petitorium absorbeat possessorium. Dicta etiam procedunt, licet nondum probaverit descendentiam à fundatore aut antiquis patronis, cum ad hoc non teneatur eo quod alias deberet probare titulum, ad quod etiam in beneficialibus possessor B. f. ad effectum obtinendae manutentionis non tenetur post. obs. 42. N. 28. citans varias rotae decisiones, cum manutentio sine productione tituli detur MARESC. var. resol. C. 1. C. 11. N. 12. Progrediendo nunc ad alterum membrum hujus capitis dico jusp. transire posse in alios, successione qualicunque, donatione, permutatione, venditione CASTROP tract. 13. D. 2. p. 4. BARB. de pot. Ep. alleg. 71. CORRAD. L. 4. C. 5. AZOR p. 2. L. 6. Cons. 20. [In verità: Cap. 20] Q. 4. hos modos GLOSS. C. 16. Q. 7. C. 26. comprehendit sequenti versu: Jura Patronatus transire facit novus haeres Res permutata, donatio, venditioque. Quo [54] Quo ad primum modum sciendum, quod si fundator sibi ac haeredibus reservavit patronatum, tunc quicunque existit haeres, modo aliunde capax sit, acquirit Patronatum, cum transit cum haereditate CAST. N. 2. BARB. N. 3. unde si vel fundator ipse vel ejus haeres ingrederetur monasterium, & in eo non facto ante ingressum testamento moreretur, illud cum haereditatem capit, obtinet quoque juspatro. modo haeredi non fuisset delatum jure sanguinis, hoc enim in casu tantum acquireret exercitium durante vita monachi, post mortem vero jus devolveretur ad alios consanguineos GARZ. p. 5. C. 1. N. 555. PAMB. de jure abb. th. 3. d. 9. quaest. 28. [In realtà: Tamb. de iure abb. tom. 3. disp. 9. quaesit. 23.] Ulterius infertur, quod si filius à patre in re certa loco legitimae, vel etiam in ipsa legitima haeres esset institutus, instituto alio haerede universali in hoc casu solum jspatron. ad haeredem universalem pertineret, ratio quia transit cum universitate bonorum, quam haereditas continet, non legitima, licet enim haec sit jus quoddam universale, non tamen est universitas, cum legitima sit tantum quota bonorum, hareditatis pars v. L. PAPIANUS ff. de inoff. testam. L. 2. §. si quarta. ff. famil. erciscund. & haeres talis in re certa institutus est instar legatarii L. quoties [In verità: quotiens] C. de haered. instit. Porro dum Juspatronatus ad haeredes transiit, singuli, attento quod jus illud ad instar aliorum jurium est individuum & indivisibile C. 1. hoc tit. & ibi Gloss. possident illud in solidum, sive pro aequali sive inaequali parte sint haeredes arg. ff. de serv. vind. unde & cuilibet in solidum competit locus honorificentior, & in casu egestatis alimentatio, ac omnes in solidum concurrunt ad praesentationem, ita tamen ut prae[55] praesentatio non dividatur, cum jus nominandi sit indivisibile CAST. Cit. L. AZ. ibid. Q. 9. PIRRH. N. 45. h. t. Sed ut unica nominatio nomine omnium fiat, unde dicit INNOCENT. ad C. 1Bw&sa=X1=bo
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cit. jus hoc quidem esse apud omnes in solidum, quo ad Jura honorifica, sed non quo ad praesentationem, quae ita est apud omnes simul, ut apud nullum singulariter sit, item Gloss. cit. juspatronatus apud unumquemque haeredem est in solidum quo ad omnem ejus effectum ff. de bo. lib. si libertus, praeter sacerdotis praesentationem, quae est apud omnes, ita quod apud nullum. Cumque hi haeredes jus suum dimetiuntur ex persona patroni defuncti, hinc nec plus juris habent in praesentando, quam defunctus habuit, cum ille plus juris in ipsos transferre non potuit, quam ipse habuit j. Reg. Jur. in 6. quare si plures fuerint patroni, horum singulorum haeredes unum tantum votum habebunt, cum & unum tantum habuisset defunctus, quod etiam verum est, licet ex patronis istis, unus V.G. duo, alter sex reliquisset haeredes, cum enim hic successio fiat jure repraesentationis in stirpes CLEMENT. de jurep. C. 2. hinc hi sex aeque tantum unum votum habebunt, quam alii duo, cum illi aeque ac hi unum tantum repraesentent, ac in locum unius succedant, unde & pro uno reputantur GLOSS. ad CLEM. citatam ff. de conditio. & dem. cui fundus. cum ex pluralitate successorum non varietur obligatio ff. de verb. obli. L. 2. Dicta confirmantur tam ex Synodo SALISBURG. tit. de jurepatron. dum ita statuit: si Patronus plures filios aut haeredes reliquerit, omnes illi succedant in stirpes, quam etiam ex cit. CLEM. ubi sic Papa: plures [56] plures ab uno Patrono relicti haeredes vocem duntaxat unius habebunt, quia vero ex multitudine patronorum quo ad praesentationem in praejudicium Ecclesiae discordia oriri posset, hinc permisit idem Papa patronis, ut libere, id est juxta GL. sine authoritate Episcopi convenire inter se possint de rectore inter se alternis vicibus praesentando, ita ut unus prima, alter vero secunda voce praesentet. Quo ad secundum modum sciendum, quod Patronus Clericus sine consensu Episcopi non possit alteri Ecclesiae, multo minus laico juspatronatus suae v. g. dignitati aut beneficio annexum donare, eo quod ipse hoc non possidet nomine proprio sed Ecclesiae, de cujus juribus in praejudicium Ecclesiae disponere nequit, deinde ipse non est dominus, sed tantum usufructuarius Jurisp. & consequenter illud donare non potest. Similiter nec laicus licet possideat juspat. jure proprio, illud sine tali consensu alteri laico donare potest C. 23. h. t. eo quod ex tali facto facile Ecclesia damnum pati posset, nisi forte iste laicus esset suus compatronus, quia tunc ex una parte non intervenit vera dnatio seu jurisp. in alterum translatio cum alter jam sit patronus in solidum, quia jus est indivisibile C. 1. h. t. & sic in veritate nihil donat, sed tantum juri suo renunciat, ex altera vero parte damnum Ecclesia non patitur, sed potius lucrum capit, cum loco duorum Patronorum unum accipiat, & sic à duplici servitute liberetur. Sine consensu autem laicus Jus suum Ecclesiae concedere potest C. si laicus [In verità, il sommario del Cap. 8:] C. illud X de jurep. imo & eidem Ecclesiae cujus patronus extitit, non quidem hoc sensu, ut ipsa fiat patrona, cum inter dominantem & servientem debeat esse distinctio, nec quidquam sibi [57] sibi ipsi recte servire dicatur, sed ut efficiatur libera & redeat ad ordinationem Episcopi, non tamen potest Ecclesiam ipsam alteri Ecclesiae per modum incorporationis concedere C. 8. C. quod autem h. t. unde si hoc animo dedisset, tota donatio esset invalida, eo quod ut ait Pontifex L. cit. pro non dato habetur, quod ab eo datur, qui non potest de jure donare, unde nec in hoc casu jus patronatus translatum censebitur, eo quod patronus, quod agere & dare poterat nempe Jusp., noluit, & quod voluit, nempe ipsam Ecclesiam, non potuit; sed manet pe1Bw&sa=X1=bo
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nes antiquum patronum C. 10. h. t. cum non praestat impedimentum, quod de jure, uti hic donatio, non sortitur effectum, C. 18 h. t. reg. Jur. in C. Si vero de animo dubium esset, tunc censebitur voluisse dare, quod suum erat nempe Juspat. ne delusoria intelligatur donatio argum. L. si domus S. ult. ff. de legat. 1. Cum consensu autem etiam ipsam Ecclesiam alteri Ecclesiae dare potest C. 5. 8. 17. de jurep. imo etiam si subsequatur, valebit donatio C. 11. de jurp. & consensus retrotrahitur in favorem Ecclesaie ad initium donationis. Quoad tertium modum, dico juspatronatus reale V.G. affixum castro, cum alio castro, cui simile jus adhaeret, sine Episcopi consensu permutari potest, quia quandocunque jus patronatus transit cum universitate, ut in haereditate aut in venditione & permutatione castri, consensus non postulatur, eo quod talis transitus est de jure approbatus C. ex litteris, & consensus jam in initio fundationis intervenit, ac jus patronatus tantum per accidens & accessorie transfertur. Dixi cum universitate, secus proinde est dicundum ubi [58] ubi transfertur ex legato, cum hic sit titulus particularis, ne contineat universitatem, nisi forte transferreretur in Ecclesiam, cum legatum sit species donationis, ac proinde sicut non in hac est necessarius consensus, sic nec in legato. Quoad quartum modum sciendum, quod Jus patron. solitarie & per se vendi non possit C. 16 de jurep. eo quod sit spirituali annexum, sicut nec permutari jus personale patronatus, imo talem permutationem vel venditionem, nullam esse existimo per ea; quae tradit Gl. ad C. 23. de jure patronatus, & quia similes pactiones & contractus nullius dicuntur esse momenti, nec de jure tenere C. 8. de pactis C. praeterea de trans. & C. 23. cit. atque ipso jure venditorem privatum existere suo patronatu, TRIDENT. sess. 25. C. 9. unde Ecclesia evadet libera juxta GLOSS. ad C. 6. de jurep. Cum universitate autem vendi licite & valide potest C. 7. 13. de jurep. eo quod tunc jus ipsum spirituale non vendatur per se, sed per accidens, & per modum accessionis, non potest tamen intuitu hujus juris ipsa universitas carius vendi, quia tunc ipsum jus pretio temporali aestimaretur, & re ipsa aeque ac universitas pars seu merx ipsius venditionis fieret ac venditioni subjiceretur. Quaeres primo an per Tridentinum eo ipso, quod reliquos omnes patronatus praeterquam ex fundatione vel dotatione acquisitos abrogavit, censeatur etiam abrogatus patronatus ex augmento dotis concessus? Rs. ad hunc casum declarasse congregationem 14 Febr. 1594 quod talis non sit abrogatus, si ille ante diem Calendis Maji 1564. jam 40 annis competierit, secus vero examinari debeat ab Episcopo, qui si ipsum non inveniat ob evidentem Ecclesiae utilitatem concessum, revocare debeat, [59] beat, reddito tamen patronis eo quod idcirco ab eis datum. Quaeres secundo, cui competat jus patr. si mulieri in dotem datus sit fundus, cui jus patr. annexum? Rs. marito, cum regulariter ad eum transeat, qui dominium utile talis fundi assequitur C. ex litteris. hoc vero solum competit marito L. 9 ff. de R. V. L. 11. 23. C. de jure dotium, deinde ad ipsum omnes fructus etiam ad onera matrimonii supportanda non conducentes spectant ut notat GL. communiter recepta ad L. 30. C. de jure dot. consequenter etiam praesentatio spectare debet, cum haec beneficiorum fructibus annumeretur, ut ex GLOSS. refert VAN ESPEN l. 4. n. 11. secus vero dicendum, ubi non doti sed bonis V.G. paraphernalibus affixus esset patronatus, eo quod in his nullum jus habeat maritus, imo contradicente uxore nequidem administrationem L. 8. C. de pact. Conv. & ibi GLOSS. 1Bw&sa=X1=bo
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Quaeres tertio, num Jus patronatus competat fideicommissario haeredi vel usufructuario omnium bonorum, an haeredi directo? Rs. directo, ob praesumptam defuncti voluntatem, cum enim ipse hunc directo & hororifico haeredis nomine nobilitat, censetur etiam eo ipso illi donasse jura illa, quae non tam ad pecuniarium commodum, quam ad honorem pertinent, ut Jus pat. unde & tali haeredi restituta haereditate manent jura sepulchrorum L. perinde ff. ad treb. licet illa alias etiam transeant ad extraneos L. 5. ff. & seq. de sump. fund. manent etiam jura libertorum L. si patroni ff. eod. tit.; quod si vero testator uni fundum, alteri ejusdem fundi usumfructum legasset, tunc meliorem esse usufructuarii conditionem existimo, eo quod tali competunt omnes fructus ex fundo, & consequenter [60] ter etiam ex annexo tali fundo jure pat. cujus fructus est praesentatio, cum de connexis idem sit judicium, praesertim ubi ex conjecturis V.G. mente defuncti, contrarium elici non possit. Quaeres quarto, an apposito sequestro alicui beneficio, cui jus patronatus annexum, illud competat ipsi sequestro? Rs. si sequester appositus est ex voluntate partium, tunc pertinebit supposita capacitate subjecti, ad ipsum sequestrum, quia ita inter partes actum videtur, ut ipse omnes fructus beneficii posset colligere, ac in hoc casu etiam possessio in ipsum translata censetur GOZ. P. 5. C. 6. N. 18. si vero sequester appositus est authoritate Judicis, tunc, si aliquis est in possessione beneficii ad illum pertinere censeo, quia iniquum videtur, ut talis privetur commodo possessionis suae, praesertim ubi propterea non sit deterior conditio alterius collitigantis, nec ipse possessor locupletior, si vero nullus est in possessione tunc Episcopum, debere ordinare beneficium puto eo modo, ut supra ad Q. 5. C. 3. annotavi, scilicet quod debeat ad interim ponere oeconomum; Quaeres quinto, an in elocatione fundi cui jusp. annexum, illud transeat in conductorem? Rs. affirm. si elocatio facta est ad firmam, ut ait C. 7. de jurep. sub quo vocabulo elocationem ad longum tempus intelligi cum communi docet LE ROY in prolog. [In realtà: DE ROYE in proleg.] & fagn. ad dictum Caput, cum talis elocatio sapiat naturam contractus emphiteuticarii censualis quo utile dominium transfertur, quo facto omnis usus rei & jurium ipsi annexorum est apud utilem dominum solo titulo dominii directi remanente apud ipsum dominuum directum L. 1. s. 1. ff. si ager vectig. quam rationem etiam approbat rubrica ad C. 7. cit. secus dicendum de locatione [61] tione ad modicum tempus, quod CASTROP putat esse infra decennium, eo quod talis locatio non mutet dominium L. 39 ff. locati, nec veram possessionem transferari. Q. 6to Num transeat jusp. in creditorem ratione pignoris? Rs. neg. ob C. 18 de sent. & ibi Glos. accedit quod in talem creditorem nec utile nec directum dominium transfratur, nec usus rei regulariter concedatur, cum tantum in securitatem creditoris pignus detur, ipseque si usus fuerit pignore, fructus omnes inde provenientes in sortem computare, juxta C. 1. & 2. de usuris, & qui sortem superant debitori restituere debeat, cum igitur ipse hoc jusp. in sortem computare nequeat, eo quod hoc ipsum, dum spirituale est, aestimari non possit, hinc sequitur, quod nec tali jure uti possit, unde Synod. Salisb. de anno 1420 Can 22 ita stuatuit. Ad omnium quoque disputationem sive Quaestionis materiam amputandam statuimus, ut si quis praedium suum, cui jusp. attinet, cuiquam obligaverit indistincte jus praesentandi apud ipsum obligantem resideat, cum tale jus aestimari 1Bw&sa=X1=bo
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non possit ... & in sortem nequeat computari, cum semper fructus rei pignoratae in sortem debeant computari juta Canon & legitimas sanctiones. Q. 7mo An transeat in depositarium? Rs. neg. cum in eum nec possessio nec dominium transferatur & res apud ipsum solius custodiae causa deponatur L. 1. ff. dep. cum omni causa & fructibus restituenda L. 1. s. 24. ff. dep. Imo ipse si re invito domino usus fuerit, actione furti teneatur L. 29 ff. depositi. Quaeres octavo, an in confiscatione bonorum transeat ad fiscum jusp. Rs. affirm. Si ipsis hisce bonis fuit affixum, eo quod semper transeat cum universitate C. ex litteris C. cum Saeculum de jurep. licet haec transeat tantum, [62] tum, quoad utile dominium, ut signanter dicit rubrica & docet GLOSS. cum communi ad C. ex litteris, unde multo magis ad fiscum transire debet, cum hic plenum dominium consequitur, eo quod accipit liberam facultatem de rebus iis disponendi, in qua subsistit substantia Domini [In verità: Dominii] L. in re mandata C. Mand. Cov. th. 2. var. res. L. 3. C. 6. n. 6. Secus dicendum ubi jus competit jure sanguinis, aut sit jus personale, nam tunc in primo casu transibit ad consanguineos, cum injustum foret ut hi punirentur è persona, à qua jus suum non dimetiuntur, in Secundo casu manet apud delinquentem usque dum à Judice Ecclesiastico sequatur sententia declaratoria, eo quod tunc est jus separatum ab ipsa universitate GARZ. p. 5. C. 9. aufrer de potest. saecul. reg. 4ta Gigas & Alii. Dixi Ecclesiastico cum enim patronus accepit jusp. ab Ecclesia non potest illo privari à Judice saeculari, lata vero sententia jusp. licet alias foret transmissibile ad haeredes, exspirat, & Ecclesia sit libera. Q. Nono num vendita haereditate cui jusp. afixum, transeat illud in Emtorum. Rs. cum certum sit, quod jusp. etiam Ecclesiasticum possit transire ad haeredes extraneos, ut notat GLOS. in C. considerandum C. filiis 16 Q. 7. & docet ABBAS in C. 1. de jurep. LAMBERT p. 12. [In realtà: p. 2.] L. 1. Q. 2. de jure pub. Cum communi, eo quod & in emptorem alicujus villae, cujus annexum transeat C. ex litteris C cum saeculum. Certum quoque sit, quod haereditate vendita omnia ea invenditione veniant, quae quocunque titulo aut causa ad haeredem venditorem jure haeredis spectant L. 2. S. 1. L. 14. S. 1. de haered. vend. eo quod ita inter emptorem & venditorem actum videtur, eo ipso dum nihil exceptum, hinc dico ad Emptorem spectare, quod in casu traditae hae[63] haereditatis extra omne dubium est, siquidem ipse per traditionem sit Dominus haereditatis sive rerum haereditarium L. 6. C. L. 21. ff. de haered. vend. Per consequens etiam Dominus jurisp. licet ipse haeres etiam post venditionem de jure haeres maneat eo scilicet effectu quod maneat obligatus creditoribus hareditariis, quibus ipse per aditionem haereditatis se adstrinxit L. 88. de haer. inst. Cum venditio non sit modus constituendi formaliter alium haeredem L. 8. C. de haer. vend. Secus tamen dicendum ubi juspat. non spectaret ad haeredem qua haeredem, eo quod illud tantum potest censeri venditum, quod haereditati ipsi cohaeret, non quod alio titulo ad ipsum spectat L. 2. S. 2. ff. de haer. vend. CAPUT ULTIMUM De derogatione & amissione Juris patronatus. Derogatur Jurip. si Papa alteri confert beneficium, quod alias non nisi ad praesentationem patronorum conferri consueverat, aut si beneficium ipsum cadat sub reservationibus apostolicis. 1Bw&sa=X1=bo
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Dixi si PAPA, quod enim hic omni juripat. sive illud ex causa onerosa laico sive Clerico competat, ex plenitudine potestatis in Ecclesiae utilitatem derogare possit, nemo dubitare potest, si enim Princeps saecularis ex causa utili reipub. jus alteri quaesitum imo & dominium auferre potest L. Item si ff. de 2. V.L. Venditor ff. Comm. praed. quid ni & PAPA ex causa proficua Ecclesiae jusp. privato auferre potest, cum ipse eandem, si non majorem in beneficialibus potestatem ha[64] habet, quam Princeps in temporalibus. Imo hanc potestatem competere Pontifici ex ipsa fundatione existimo, non enim credibile est Papam ita concessisse jus pat. ut omnimodam potestatem conferendi alteri beneficium, si ita Ecclesiae bonum exigeret, a se abdicaverit, aut fundatores dum fundando beneficium, Ecclesiae consulere voluerunt, ejusdem majorem utilitatem impedire voluisse: ut ut autem Papa possit derogare jurepat. ut cum glossa communiter recepta in Clement. 2. omnes Canonistae fatentur, juxta Cov. var. res. C. 36. N. 1. LAMBERT. de jurep. L. 1. [In realtà: L. II.] p. 3. Q. 9. rarissime vero patronatui laico, frequenter tamen Ecclesiastico derogare solet, eo quod Clerici ex ipsis bonis Ecclesiae jus acquisiverunt, econtra laici ex bonis propriis, ac proinde horum jus fortius & majus est, quam istorum, qui nihil ex suo ad fundationem contulerunt. Proinde cum ea, quae Papa facere non consuevit, fecisse non praesumatur, nisi aperte constet, hinc quousque collatio facta à Papa de beneficio subjecto patronatui laicali, adhuc aliquo modo dubitationi subjacet, an Papa, si scivisset nominationem ad laicum spectare, eam spreto laico fecisset, aut ipsa collatio de derogatione Jurisp. Ecclesiastici intelligi possit, non censetur derogatum jurip. & proinde laicus libere praesentare possit, quod verum est, licet Papa in collatione utatur terminis, ad cujuscunque praesentationem beneficium pertineat, siquidem sub 1o cujuscunque intelligi potest Episcopi vel alterius V.G. Capituli CASTROP. de benef. Pract. 13. [In realtà: Tract. 13.] D. 2. p. 25. n. 4. LESS. L. 2. c. 34. COVARR. L. cit. n. 2. imo ut censeatur derogatum jurip. Regi competenti, non sufficere, ut Papa addat, ad cujuscunque laici, sed requiri insuper ut addatur, cujuscunque laici regis, patet ex reg. Canc. 43. cum enim Reges utpo[65] utpote de Ecclesia bene meriti jus fortius habent ut tacite ipsum TRIDENT. sess. 29. agnovit, dum abrogando omnes Patronatus ex privilegio ortos, Regum Patronatus excepit, hinc etiam sub generali vocabulo laici non comprehenduntur. Quae hucusque dicta sunt de Patronatu vere laicali, ut nempe eidem non censeatur derogatum, nisi Papa id ipsum signanter exprimat, eadem obtinent etiam in Patronatu mixto PIRRH. N. 134. h. t. COVARR. C. cit. N. 4. CASTROP. N. 6. nec non in casu, ubi solum bona fide est in possessione praesentandi; ratio prioris, quia par non est, ut in re individua socius ex persona Ecclesiastici damnum patiatur, ne alias a fundationibus deterreantur, contra mentem Ecclesiae, quae, ut laici excitarentur ad fundationes, juspat. introduxit. ratio posterioris: quia si in dubio possessor talis est manutenendus in jure praesentandi, ut patet ex C. 19 de jurep. & ibi gl.; multo magis in dubio, an jusp. competat ex privilegio, vel ex fundatione, manutenendus erit in privilegiis, quae jurip. laicali conveniunt, cum ex primo majus Ecclesiae praejudicium generari possit, quam ex altero, ac in dubio generaliter praesumatur jusp. esse laicale, ut tradit VAN ESPEN C. 2. N. 10. COVARR. L. cit. N. 6. CASSADOR decis. 7. N. 6. de ju1Bw&sa=X1=bo
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rep. PANORMIT. cons. 76, & 106. L. 2. eo quod communiter laici soleant esse fundatores, & eis rarissime concedi soleat privilegium, quae praesumptio tunc maxime procederet, si in possessione jam ante Trident. talis laicus extitisset, non enim verosimile ordinarios talem in possessione relicturos fuisse, si non vel semel probasset suum jus ex possessione descendere. Ast in Patronatu Ecclesiastico vel laicali, orto ex mero privilegio, non requiritur expressa derogatio, ut com[66] communiter teneri à Doctoribus testantur ROCHUS curt. Qu. 3. N. 12. LAMBERT. L. 2. pag. 3. [In realtà: pars 3.] qu. 9. art. 25., sed sufficit generalis derogatio, eo quod propterea non timendum sit, ne alii à fundationibus absterreantur, cum hos, qui ex suo nihil in Ecclesiam contulerunt, frequenter jurep. privari vident. Dicta generalis derogatio etiam sufficit in Patronatu à laico quidem ex fundatione acquisito, sed postea donato Ecclesiae, eo quod talis Patronatus tam in favorabilibus, quam odiosis censeatur Ecclesiasticus COVARR. l. cit. LAMBERT. l. cit. art. 8. PAULUS Paris. Cons. 128. N. 19. & probatur ex C. unico de jurep. in 6 & ibi gl. cum tali patronatui tribuatur semestre, quod non nisi Ecclesiastico conceditur. Derogatur secundo juri patronatus per reservationes Apostolicas, quibus Pontifices varia beneficia suae dispositioni reservarunt, quarum praecipua, & in corpore Juris clausa dicitur reservatio beneficiorum vacantium in curia, verum cum harum naturam investigare est extra sphaeram disputationis, hinc generaliter hic tantum annotare volui, nullam reservationem afficere jusp. laicale ex fundatione vel dotatione acquisitum. Ita cum communi tenent LAYM. tract. 2. L. 9. C. 11. N. 2. COVARR. L. cit. N. 2. eo quod nunquam censeantur Pontifices derogare tali juri nisi id speciatim exprimant, quod in nulla reservatione factum, quod etiam extendunt BARB. de pot. Epis. alleg. 59. ENGEL h. t. Mando ad reg. 1. Cancell. qu. 8. ob favorem laici ad jusp. mixtum, negant vero de Patronatu Ecclesiastico, aut laicali acquisito ex Privilegio. Derogatur tertio juri patronatus per conciliun Tridentinum, non quidem illi, quod ex fundatione, vel dotatione, sed quod ex Privilegio ortum, ut declaravit Congre[67] gregatio 4 Decemb. 1586, tametsi illi inserta esset clausula, ut perinde habeatur, ac si esset ex fundatione, vel dotatione eadem, Congregatio 13. Febr. 1608, excipit tamen Tridentinum certos aliquos Patronatus, quos, dum jam C. 5. enumeravi, hic praetereo. Amittitur vero jus Patronatus vel extinguitur, & Ecclesia sit libera. Primo: si patronus expresse vel tacite juri suo in favorem ipsiusmet Ecclesiae renuntiet, renuntiare autem tacite censetur si Ecclesiam Patronatam in collegiatam erigi, vel alteri accessorie uniri permittit, cum enim in collegiata non sit locus praesentationi Rectoris, sed electioni C. 51. 56. de Elect. & per unionem prior Ecclesia totaliter extinguatur, sicque ruat fundamentum, in quo jusp. fundatum, sequitur, quod, dum talia sine reservatione ulla fieri permittit, juri suo tacite renuntiare censeatur. Secundo amittitur per formalem praescriptionem contrarii status, nempe libertatis, ut autem haec praescriptio locum habeat, requiritur, ut collationes vel à papa, vel ab alio successive factae sint per 40 annos tanquam de beneficio libero sciente & patiente Patrono, ita decidit rota in una salern. rectoriae 22. Martii 1591. item rota recent. p. 1. decis. 615, unde ut ait CARD. DE LUCA: si factae 1Bw&sa=X1=bo
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sunt collationes ob negligentiam Patroni, vel per viam derogationis (quod in dubio praesumendum) jusp. saltem de jure communi, & Trid. acquisitum salvum manet; ratio prioris: quia dum consertur ob negligentiam Patroni, non potest in collatore praesumi animus praescribendi, nec bona fides, dum tacite Ecclesiam Patronatam fatetur, utrumque autem ad praescriptionem validam est necessarium, C. 20. X. de praescript. [In realtà: C. 1 - 2] L. 13. ff. de publ. in rem, ubi dicitur, quod sine [68] ne animo rem sibi habendi possessio non teneat, consequenter nec praescriptio cum haec sine possessione non currat C. 3. de reg. jur. in 6. & 25. ff. de usuc., ratio posterioris: quia non valenti agere non currit praescriptio. Dixi de jure communi, nam si competeret ex mero privilegio jusp. illud in casu negligentiae amissum foret, non quidem vi praescriptionis ob datas rationes, sed ob non usum privilegii, quo ipso omnia privilegia ob praesumptam renuntiationem ex parte non utentis tolluntur. ZOES ad Jus Can. tit. de Privilegiis N. 35. GLOSSA ad C. suggestum de decimus [In verità: de decimis], nec hic tempus 40 annorum requiro, sed attento, quod sit aliis onerosum, decennium sufficere puto per L. 1. ff. de nundinis. modo duabus vicibus collationes patiente Patrono cum effectu factae fuerint, uti ex BARB. N. 257. docet PIRRH. N. 138. Verum ut ex capite non usus jusp. ex jure communi acquisitum amittatur, ad minimum 40 annos desidero, cum privilegia contenta in corpore juris sive de jure communi concessa, non tam facile tollantur, quam quae de jure singulari, authent. de non alien. rebus Ecclesiae C. 9. in fine. GL. & BARTH. ad L. 35. ff. de test. militis, nec hic tam facile renunciatio praesumi possit, cum sit privilegium ex causa onerosa acquisitum. Tertio amittitur jusp., si numerus forte paefixus praesentationum sit completus, aut Ecclesia totaliter destructa, aut beneficium omnino reditibus sit destitutum. Ratio prioris: quia cum jus, quod Patronus habet, dependeat ex consensu Episcopi, necesse est, ut, dum illud tantum fuit restrictum ad certum numerum, eo impleto etiam cesset jus praesentandi; Ratio posterioris: quia sic cessat esse Ecclesia & beneficium; non entis atem nullae sunt qualitates. Quar[69] Quarto amittitur per Simoniacam venditionem, aut aliam translationem jurip. uti & si Patronus se ingerat in perceptionem fructuum beneficii, aut ejus bona usurpet. TRID. sess. 22. C. 11. sess. 25. C. 9. Quinto amittitur, si Patronus Ecclesiae ingratus existat, aut in haeresin delabatur BARB. N. 260. & se citans Surdum, & Vivian, & merito: quia indignus est beneficio Ecclesiae, qui ipsam tanquam matrem non agnoscit, & veneratur. Sexto amittitur, si Patronus Ecclesiae Rectorem vel per se, vel per alios occidere vel mutilare praesumat C. 12. de poenis, puto tamen in expressis casibus N. 5, & 6. requiri sententiam declaratoriam, cum nullibi in canonibus legatur, quod in iis privatio juris ipso facto incurratur. Pro coronide notandum, quod, ut amissio juris (excepta illa, de qua N. 3. dictum) locum habeat requiratur, ut Patronus sit talis, qui successoribus praejudicare possit, unde dicta in patronatu gentilitio non habent locum, cum ibi vocati veniant non jure transmisso à patrono antecessore, sed jure sanguinis, & descendentiae à primo fundatore. Quaeres primo: An Episcopus, vel legatus à latere derogare possit jurip? Resp. cum de jure antiquo, ut patet C. 16. quaest. 7. C. 22. 23. 24. Ecclesia a dispositione Patroni per neminem auferri possit, hoc autem quoad legatum à latere tantum sit mutatum in C. 28. X. de jurep. hinc dico, legatum à latere, & con1Bw&sa=X1=bo
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sequenter etiam Nuncium Apostolicum cum potestate Legati, non vero Episcopum posse derogare jurip. Dixi mutatum, eatenus scilicet, quod Legatus possit derogare jurip. Ecclesiastico (& ex paritate rationis [70] nis etiam laicali ex mero privilegio orto, cum in utroque nullus Patronus quidquam ex suo patrimonio ad fundationem contulit) non vero Patronatui Laicali ex jure communi acquisito, cum Pontifex ideo tantum ibi praesentationem Archidiaconi contra reservationem Legati annullaverit, eoquod tanquam Clericus ad Ecclesiam stante reservatione nullum praesentare potuerit, ad quid enim alias illae particulae: tanquam Clericus additae, nisi ut indicaretur, quod si Archidiaconus tanquam laicus id est jure acquisito ex patrimonio suo collato in Ecclesiam praesentasset, aliud dicendum sit. videatur GLOSSA in cit. C. 28. Quaeres secundo: An beneficium jurisp. non cadat sub reservationibus, si, dum praesentati in discordia patronorum de eo litigant, unus vel ambo ex praesentatis in curia seu apud sedem Apostolicam moriuntur, adeo ut collatio forte facta à Papa de tali litigioso beneficio, etiam sine expressa derogatione debeat censeri valida? Resp. Neg. si nullus adhuc ex litigantibus adhuc est institutus, eo quod tunc sive unus, sive ambo moriuntur in curia, nulli ex iis jus quaesitum ad ipsum beneficium, ut notat GL. ad Clemt. ne lite pend. communiter recepta, teste COVARR. Qu. C. 36. N. 7. licet ambo eatenus acquisiverint jus ad rem, ut ipsi à patrono repelli amplius non possint arg. C. 24. de j. pat. & proinde per obitum unius vel amboram praesentatorum nulla nova vacatio contingit, sed antiqua durare censetur, cum haec primo per institutionem exspirat, sicut electio per confirmationem C. 1. & 2. de trans. Episc. C. 6. & 16. de elect. in 6. unde reservatio locum non habet, cum non adsit vacatio beneficii per obitum in Curia, & consequenter collatio ex capite reservationis pro omni [71] omni Patronatu sine derogatione expressa censeri debet invalida. Si vero unus est institutus, alter non, tunc si hic non istitutus moritur Romae, collatio etiam cum derogatione factae censeri debet pro nunc invalida, quia non adest vacatio beneficii, si autem institus moritur Romae, tunc poterit quidem Papa alium in locum defuncti surrogare, qui ejus causam prosequatur, ast conferre beneficium de jure, ut Papa ait, nemo potest, donec lis finita; post finem litis si apparuerit defunctum non habuisse jus, nec superstitem habere jus ex praesentatione, tunc potest quidem Papa conferre, ast non censetur voluisse derogare Patronatui laicali (secus dic de Ecclesiastico) nisi expresse deroget, cum haec expressio ab omnibus ad talem derogationem requiratur, ut supra dictum. Si denique ambo instituti Romae moriuntur, aut possessor beneficii ibi, alter extra Curiam, tunc rursus quoad Patronatum laicum expressam derogationem cum communi sententia requiro. Non obstat Clement. 1. & 2. ne lite, & C. 2. de praeb. in 6. cum loquantur tantum de collationibus, & electionibus, unde dicit GL. in C. 2. in 6. nihil dicit de praesentatione, unde saepius reperitur receptum in Curia, Papam per hoc non conferre beneficia, quae pertinent ad praesentationem laicorum. Non autem quoad Patronatum Ecclesiasticum, quia adest vera reservatio, quae juxta omnes talem Patronatum sine expressa derogatione afficit; licet enim dictum Capitulum non loquatur de praesentatione, quia tamen praesentatio Clerici vim electionis habet, ut ex Archid. notat Innocentius, & ipsa non censeatur magis favora[72] 1Bw&sa=X1=bo
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vorabilis in jure quoad derogationem, quam alia collatio, hinc eam sub rè: collatio includi, sentio cum citata Glossa. FINIS
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DISSERTAZIONE GIURIDICA INAUGURALE sul DIRITTO DI PATRONATO che, Con il favore del Sommo Nume; Previa autorizzazione del Rettore Magnifico Joh. Theod. Rossijn, Dottore in Astronomia, Latino, Matematica e Filosofia; Professore ordinario di Filosofia, Matematica e Astronomia presso l'Accademia, che è a Harderovicum (oggi: Harderwijk, città olandese nella provincia della Gheldria), dell'illustre ducato di Gelria (oggi: Gheldria, appunto, prov. olandese, situata nella parte centro-orientale) e della Contea di Zutphania (oggi: Zutphen, città nella prov. della Gheldria), nonché Col consenso del Molto Onorevole Senato Accademico, e in base al decreto della nobilissima Facoltà giuridica, al fine di conseguire, debitamente e legittimamente, il dottorato (cioè il grado accademico di dottore), e i sommi onori e privilegi, nell'uno e nell'altro diritto (civile e canonico), sottopone all'esame degli eruditi, Joannes Casparus Oesthoff, nativo di Münster (Monaco di Vestfalia, Germania), dottore in Sacra Teologia, canonico capitolare della Chiesa Collegiata di San Martino a Münster e di San Remigio a Borckena (oggi: Borken, Renania Settentrionale-Vestfalia, Germania) Addì 10 ottobre, ora e luogo soliti. ________ Harderwijk, presso Joannes Moojen, Tipografia ordinaria dell'Accademia del Ducato di Gheldria e della Contea di Zutphen, 1767 *** Al Molto Eminente, Molto Eccelso Principe, Signore Molto Grazioso (molto benevolo, molto bendisposto) Massimiliano Federico, Arcivescovo di Colonia, Arcicancelliere del Sacro Romano Impero per l'Italia, Principe Elettore, Legato della Santa Sede Apostolica, Vescovo e Principe nativo di Münster della Vestfalia, Burgravio (nelle città medievali tedesche e fiamminghe, titolo feudale ereditario del comandante di una cittadella fortificata) di Stromberg (Germania), Conte di Königsegg-Rothenfels (Germania), Signore di Odenkirchen (Germania), di Borckeloa (Borken, Germania), Werth (Germania), Aulendorf (Germania) e Stauffen (Germania) ecc. ecc.. *** Al Principe e Signore mio graziosissimo. O molto eminente Elettore, molto eccelso Principe, molto grazioso Signore. Non ancora cancellato dal mio cuore è, o clementissimo principe, il ricordo di quel tempo felicissimo, quando in forza e in conseguenza del diritto di patronato, spettante alla tua cattedra vescovile, grazie al serenissimo predecessore di te clemente augusto, di assai gloriosa memoria, ottenni la prebenda (beneficio ecclesiastico e rendita che ne deriva) nella Chiesa Collegiata di San Martino della città di Münster. 1Bw&sa=X1=bo
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Anzi, piuttosto questo stesso ricordo mi pungola: Ø a dichiarare ora pubblicamente la mia profonda obbligazione che sempre nel cuore conservai verso la cattedra; Ø a pensare perciò che incapperei certamente nel vizio dell'ingratitudine, se ad altri che a te (che umilmente venero, legittimo successore nella medesima cattedra, e insieme patrono della predetta chiesa), dedicassi la mia dissertazione che assunsi di dover sostenere al fine conseguire, in entrambe le facoltà giuridiche, il grado accademico di dottore, e perché non dovrei devotissimamente intitolarla al molto eccelso nome tuo? essendo sicurissimamente protetti sotto lo stesso nome, così come sotto il fermissimo presidio (cioè tutela) dello stesso patrono, i diritti dei patroni che secondo le mie forze assunsi di dover difendere. Sostieni, dunque, o molto clemente principe, coerentemente con la tua naturale clemenza, come segno di compiacente gratitudine, queste mi paginette, tenendo altrimenti (in altro modo) conto della materia assoggettata, in ogni caso però elabrate non senza studio; e (sostieni altresì) chi con ogni sforzo aspira a continuare, con sempre benevolo favore, a rendere a te i servizi in modo conforme a capacità e ingegno. Per il momento non cesserò di implorare il Signore, tre volte Ottimo Massimo (O.M.: Optimus maximus), più ardentemente, affinché si degni con assoluta compiacenza di preservare la tua elettorale eccelsitudine, nel bene massimo di tutta l'arcidiocesi e nel soccorso all'afflitta Chiesa di San Martino, felice e incolume negli anni sempre crudeli. Della tua elettorale eccelsitudine Servo infimo Joannes Casparus Oesthoff Canonico di San Martino *** CAPITOLO I: Dell'origine, definizione, divisione, e delle differenze del diritto di patronato. Anche se abbiamo appreso leggendo che, già nei primi secoli, vari diritti onorifici, a titolo di gratitudine, come dice Guglielmo di Parigi [Magisterium divinale, Parte 7 De virtutibus et moribus], siano stati concessi a fondatori di chiese e, subito dopo l'inizio del 5° sec., si attesti che i loro nomi ed elogi siano stati solennemente iscritti sulle chiese, fiorì a quel tempo il nome di un certo Santo Paolino [Epistola 10, 12 ], e per di più nei tempi antichissimi le chiese erano solite mutuare i loro nomi dai fondatori, come la storia sacra riporta: in Roma, la Basilica Costantiniana dall'imperatore Costantino, la denominazione di Damaso dal papa Damaso (37° papa della Chiesa cattolica, dal 1° ottobre 366 all'11 dicembre 384); nondimeno in nessun luogo troviamo loro concesso il diritto di presentazione o di nomina prima dell'anno 441, allorché fu celebrato il 1° Concilio Arausicano (cioè di Orange, dal lat. Aurasium. Il Concilio di Orange o i Sinodi di Orange comprendono 2 sinodi tenuti a Orange, Francia: il 1°, nel 441; il 2°, nel 529). Pertanto, poiché detto Concilio concesse, la prima volta, questa facoltà ai fondatori, mentre così stabiliva con il Canone 10mo: "Deliberiamo di non proibire al vescovo di edificare una chiesa nel territorio ad altri appartenente, essendo stata riservata questa grazia al vescovo edificatore, affinché colui al quale il territorio appartiene, ordini proprio i chierici sui quali vuol fare assegnamento in vista dell'interesse della medesima, e qualora siano già stati ordinati, consenta di mantener(li)"; a ragione perciò ascriverò a questo Concilio l'oa
ma
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rigine del diritto di patronato, la cui precipua (preminente, principale) parte (elemento strutturale, costitutivo) consiste nella presentazione, come insegna unitamente all'opinione comune Bernardo van ESPEN [Jus Ecclesiasticum universum hodiernae disciplinae, (1715), Parte Seconda, Titolo 25 (De jure Patronatus), Capitolo 5 (De Praesentatione, & differentiis inter Patronum Ecclesiasticum & Laicum) (p. 658)]. Dimostrerò nel 3° Capitolo come e perché siano stati veramente
concessi ai patroni gli altri diritti ancora oggi (loro) spettanti. In verità, il II (2°) Concilio di Arles, l'anno 451, con il Canone 39, confermò poi la predetta disposizione conciliare; seguì Giustiniano, inclito imperatore del 6° secolo, mentre con la Novella 57 (Capitolo 2) e con la Novella 123 (Capitolo 18) ordinava che dai fondatori, nelle chiese che avessero fondato, fossero nominate ed elette persone idonee; e infine il III Concilio Lateranense dell'anno 1179, estese anche agli eredi. Consistendo perciò il diritto di patronato, come ho detto, precipuamente (specificatamente) nel presentare, come dunque anche lo stesso Pontefice assume il diritto di patronato e il diritto di presentare [Capitolo 1 (Suscepti regiminis nos cura solicitat), Titolo 4 (De praebendis et dignitatibus), Liber 3, LIBRO SESTO] tanto quanto sinonimi nelle parole il diritto di patronato o la presentazione dei rettori (sebbene, parlando in senso stretto, tra di loro differiscano molto, potendo il diritto di patronato spettare a uno, senza che spetti altro, per il fatto che, naturalmente in generale, abbia donato questo (altro) ad altri, destinando esclusivamente a sé il diritto di patronato per quel che riguarda tutti gli altri emolumenti), e in stile odierno: chi ha il diritto di presentare, si dica patrono; chi in verità non ha (tale diritto), sia chiamato soltanto benefattore o fondatore. Per cui, definendo il diritto di patronato conformemente alla sua più importante parte, dico: Il diritto di patronato è null'altro che il diritto o la facoltà di nominare o di presentare un chierico idoneo a un beneficio vacante. Ho detto idoneo: cioè tale, quale la natura del beneficio e la legge di fondazione richiede proprio che sia. Onde nel caso queste prescrivano che si chiami, naturalmente in generale, un sacerdote o un consanguineo, un altro non si potrà validamente presentare. Intanto tra più consanguinei il patrono laico non è tenuto assolutamente a presentare il più degno, richiedendo ciò, il Concilio di Trento, con chiarezza soltanto da parte del patrono ecclesiastico, e prescrivendo, per quel che riguarda le altre cose, semplicemente che si presenti uno idoneo [Concilio di Trento, Sessione 24, Decreto di riforma, Canone 18]. In ultimo, trattando ivi il testo soltanto dei benefici curati e dovendosi ritenere che il fondatore eo ipso, poiché non aveva espressamente ordinato di presentare il più degno, avesse assolutamente lasciato ai patroni la libera elezione, d'ora in poi per quel che riguarda i benefici semplici, giudico che debba statuirsi lo stesso a proposito del patrono ecclesiastico. Ho detto chierico: infatti il laico, nel quale nome è anche incluso il chierico coniugato [Capitolo 9 (Ex parte tua fuit propositum), Titolo 3 (De clericis conjugatis), Liber 3, DECRETALI di Gregorio IX] qualora non, nel caso portino l'abito e la tonsura clericale, godano (si avvantaggino, beneficino, usufruiscano) del privilegio canonico [Capitolo Unico, Titolo 2 (De clericis conjugatis), Liber 3, LIBRO SESTO], non è idoneo ai fini di una collazione (conferimento di un beneficio ecclesiastico), ergo neppure ai fini di una presentazione: Cardinale Giovanni Battista DE LUCA [Theatrum veritatis et justitiae, (Lione, 1697), Tomo 13, I. De jurepatronatus, Discorso 46 (An & quando permutatio beneficii de jurepatronatus facta sine consensu patroni, subsistat necne, Et quatenus sit invalida, an permutanti concedatur regressus, vel potius fiat locus novae praesentationis.), n. 4 (Non potest praesentare laicus, & quando possit. In particolare: "Quemadmodum enim certum est de jure, quod laicus non potest in beneficio Ecclesiastico praesentari ex collectis per Vivian. lib.6.cap.3.num.12....), (pp. 84-85)], citando il VIVIANI [Praxis iuris patronatus, (Ginevra, 1673), Parte Seconda, Libro 6, Cap. 3 (Mulieres, laici, & filijfamilias, numquid praesentari possunt.), n. 12 (Quoad laicum, dicas, quod cum non sit clericus, non potest à patrono praesentari, c.ecclesia S. Maria de constit. & glos. in c.cum M. in verbo, receperunt, ubi Abb. Felin. & alii, de const. quae gloss. ait laicum posse habere praebendam separatam à Canonicatu, ut quia sit magister in ecclesia vel causa remunerationis, ...)]. 1Bw&sa=X1=bo
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Ho detto vacante: in effetti la presentazione fatta a un beneficio non ancora libero, è ipso jure nulla [Capp. 2 (Nulla ecclesiastica ministeria, seu etiam beneficia vel ecclesiae tribuantur alicui, seu promittantur antequam vacet.) e 13 (Ex tenore litterarum vestrarum accepimus. In particolare il Sommario: Non valet promisso beneficij vacaturi.), Titolo 8 (De concessione praebendae et ecclesiae non vacantis), Liber 3, DECRETALI] / [Capitolo 2 (Licet ecclesiarum, personatuum, dignitatum, aliorumque beneficiorum ecclesiasticorum plenaria dispositio ad Romanum noscatur Pontificem pertinere. In particolare il Sommario: Beneficia vacantia in curia alius quam Papa conferre non potest: quod si fecerit, irrita est collatio.), Titolo 4 (De praebendis et dignitatibus), Liber 3, LIBRO SESTO], per il fatto che, almeno riguardo al presentato, si insinui il voto (manifestazione di un desiderio, preghiera) di ricercare (o meglio, di augurare) la morte. Intanto, nel
caso il patrono, credendo erroneamente essere il beneficio privo del titolare (cioè libero, vuoto), presenti a quel (beneficio) e promuova questa presentazione poiché dà per vera la vacanza, o almeno né tacitamente né espressamente (la) revochi, quella (presentazione) ha valore dal giorno della vacanza, come dice CORRADO Pirro [Praxis Beneficiariae Recentioribus, (Anno 1679), Libro 4 (Praxis erectionis beneficiorum ecclesiasticorum. Cum Reservatione Jurispatronatus, Praesentationis ad illa, & Institutionis in eisdem.), Cap. 6 (Praxis existentiae Idoneitatis Praesentati ad Beneficium Jurispatronatus.), n. 30 (Praesentatio, & nominatio ad beneficium, in quo differant. "Alia insuper inhabilitats, circa praesentatum, est pariter consideranda, veluti eum ille nondum fuerit clericali charactere insignitus, (quatenus alium ordinem, beneficium ex sui fundatione, aut alias non requirat) tunc enim, clarum est illum non posse ad beneficium prasentari, & alias facta praesentatio, erit nulla; licet possit tantummodo, etiam adhuc laicus nominari, & valebit nominatio: cum aliud sit nominare, aliud praesentare. Nominatio namque ea proprie est quando videlicet patroni tractant de praesentando N ad beneficium vacans, & sic iste tractatus, dicitur nominatio, quae nullum prorsus jus tribuit praesentato, Praesentatio autem, quando sic nominatus praesentatur sensibus corporis à patroni, coram habente facultatem instituendi.]. Stimo che tale sentenza possa essere sostenuta, per il
fatto che la stessa non presentazione di altri, sembra avere la caratteristica di una nuova presentazione di quello che prima era stato presentato in modo non valido, nullo. A sua volta il diritto di patronato si divide (1°) anzitutto in: ecclesiastico, laicale e misto. Si dice il primo (ecclesiastico) perché uno (lo) possiede in relazione a una chiesa grazie a un privilegio (concessione, onorificenza) o a una dignità (ufficio, carica che corrisponde al massimo grado di una gerarchia), o acquistato con i beni della chiesa, o datogli da un laico senza riserva, risultando questo eo ipso ecclesiastico [Cap. Unico (Si laicus iuspatronatus ecclesiae sibi competens), Titolo 19 (De jure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO]. Si dice laicale perché spetta a un chierico o a un laico in virtù del patrimonio (beni ereditari di famiglia) che è stato speso nell'erezione del beneficio. Misto, senza dubbio perché costituito in parte con i beni della chiesa e in parte col patrimonio, o perchè si forma da persone laiche ed ecclesiastiche così da spettare ugualmente a tutti e ai singoli. Qui nota van ESPEN [op. cit., Cap. 2 (De varia Specie Juris Patronatus), n. 10 (In dubio potius censetur laicum quam Ecclesiasticum), (p. 650)] che nel dubbio, quale sia il diritto spettante al chierico, si debba sempre presumere che sia laicale, per il fatto che nella maggior parte dei casi sono laici i fondatori di chiese. Gli interpreti (vale a dire i commentatori, gli esegeti) comunemente riferiscono che anticamente ogni genere di diritto di patronato era stato della medesima natura, e che nessuna divisione o distinzione era stata ammessa (riconosciuta come valida); ma l'VIII Concilio Ecumenico (Concilio di Costantinopoli, 869-870), celebrato appunto l'anno 869, così statuiva: "Che nel caso si sia provato che un vescovo abbia costruito un monastero con redditi ecclesiastici, consegni lo stesso alla medesima chiesa; ma, se in base ai propri mezzi o ad altre qualsivoglia convenzioni, ne disponga secondo la sua volontà e potestà per tutta la sua vita e, dopo la fine della vita, lo rimetta e conferisca a uno di sua scelta, nondimeno non diventi una locanda secolare". E quindi il papa nell'assegnare ai patroni il tempo per presentare, comincia a variare, com'è chiaro in base alle Decretali: [Capp. 3 (Quoniam in quibusdam locis fundatores ecclesiarum, aut haeredes eorum) e 22 (Eam te decet), Titolo 38 (De jure patronatus), Liber 3, DECRETALI di Gregorio IX].
Statuirono i signori dottori unanimemente che è ammissibile la divisione e la distinzione tra l'uno e l'altro diritto di patronato, che fu poi approvato da Bonifacio VIII [Cap. Unico (Si laicus iuspatronatus ecclesiae sibi competens,), Titolo 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBER SEXTUS]. 1Bw&sa=X1=bo
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Si divide (2°) altresì il diritto di patronato in: ereditario, gentilizio e misto. Si dice quello (ereditario), poiché passa a eredi anche estranei. Questo (gentilizio), per il fatto che il fondatore volle che appartenesse alla gente o alla famiglia sua o di un'altra persona da sé nominata. Si chiama misto, finché concerne l'una e l'altra qualità, per l'appunto, ereditaria e gentilizia. Qui da notarsi che, sebbene il fondatore all'inizio abbia richiesto solo la qualificazione ereditaria, ma possa, ex post, con il susseguente consenso dell'ordinario, aggiungere l'altra, cioè, gentilizia; per il fatto che allora, da quelli dapprima allettati, ancora nessun diritto fu richiesto per l'eredità, essendo nulla per i viventi l'eredità, e conseguentemente neppure (la qualificazione ereditaria ha valore) per lo stesso diritto di patronato: e in tal modo si promuove il bene della chiesa, quando per essa si apre la speranza di acquisire più rapidamente, per estinzione della famiglia, la pristina (originaria, primitiva) libertà: LOTTER Melchior [De re beneficiaria, (Lugduni, 1637), Libro 2, Questione 10 (Iuspatronatus, quando reputetur Ecclesiasticum, Laicale, aut mixtum; & quomodo, ac qualiter his derogetur?), n. 17 (Decretum Iudicis, praesumitur interpositum iustis de causis. Minus sit verisimile, Episcopum qui intervenit in erectione beneficij, eam reservationem admisisse, circa causae cognitionem, cum decretum praesumatur interpositum ex iustis causis, donec contrarium probetur, iuxta doctrina ... quam singularem dixit ....)].
Si divide (3°) infine il diritto di patronato in: personale e reale. Quello (personale) è detto in quanto compete a uno indipendentemente da ogni cosa. Questo (reale), invece, in quanto spetta a uno in considerazione di una cosa, naturalmente
in generale, di un castro o di una villa (città), passando questi a qualsiasi vero possessore; questa distinzione è fondata: [Cap. 18 (Si citatus ad sententiam ex legitima causa iudici ignota non comparuit. ... Idem. .... vacante ecclesia eiusdem loci in Westhusen, asserens, quod ius patronatus cum universitate transisset in eum, ...), Titolo 27 (De Sententia et re iudicata), Liber 2, DECRETALI] / [Capitolo 7 (Ex litteris. In particolare il Sommario: Iuspatronatus consistens in aliqua universitate temporalium, transit cum ipsa universitate; etiam si universitas transeat tantum quo ad utile dominium, nisi iuspatronatus specifice sit exceptum.), Titolo 38 (De iure patrtonatus), Liber 3, DECRETALI ].
Le più importanti differenze tra l'uno e l'altro diritto sono queste, che: Ø nel patronato ecclesiastico è concesso un semestre di tempo per presentare; non si dà luogo a variazioni nel presentare; subentrano le deroghe fatte con il Concilio di Trento e le riserve apostoliche; Ø nel laicale invece è prefissato un quadrimestre di tempo; si dà luogo a variazioni quando la questione è ancora aperta; non si ritiene a esso derogato per riserva, neppure per collazione papale, a meno che non sia fatta in essa (: collazione) espressa sua (: della deroga e riserva) menzione. Questione 1a: Forse, come il patronato laicale acquisito tramite il patrimonio del laico, pervenendo alla chiesa per legato o per donazione, diventa ecclesiastico, pervenendo questo (patronato ecclesiastico) al laico, diventa nello stesso modo laicale? Si risponde negativamente. La ratio della disparità è che: Ø nel primo caso, il beneficio torna indietro alla sua primitiva natura, secondo la quale può essere conferito soltanto da persone ecclesiastiche; Ø invece, nel secondo caso, si allontana completamente dalla sua natura; per cui, riguardo alla mutazione del diritto ecclesiastico in laicale, nulla nel diritto si trova statuito, così come riguardo all'altra mutazione [Capitolo Unico (Si laicus iuspatronatus ecclesiae sibi competens), Titolo 19 (De jure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO]; a ragione nel secondo caso si sostiene il contrario. Ho detto regolarmente [?], infatti nel caso (che) il laico avesse acquisito il diritto di patronato a titolo oneroso, naturalmente in generale, mediante permutazione approvata dal papa, sembra più probabile che si debba dire il contrario, trovandosi la chiesa un'altra volta in una assai smodata brama di guadagno: Agostino BARBOSA [Juris Ecclesiastici Universi Libri III, (Lugduni, 1660), Libro 2 (De locis ecclesiasticis.), Cap. 2 (De Ecclesiis aedificandis & consecrandis.), n. 16 (Ecclesiae sunt per loca congrua construenda ad iudicium Episcopi, non autem inalieno solo.)]; CORRADO Pirro [Praxis beneficiariae recentioribus, Libri Quinque, (1679), Libro 4 (Praxis erectionis beneficiorum ecclesiasticorum), Capitolo 2 (Praxis Praesentationis ad Beneficium Jurepatronatus, illiusque Clericalis, & laicalis existentiae.) n. 42 (... Secus vero, si titulo oneroso, nempe ex 1Bw&sa=X1=bo
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causa permutationis; juspatronatus ecclesiasticum acquireret; quia tunc efficeretur penitus laicale, & illus, quod à laico, in permutatione datum fuit Ecclesiae, videtur succedere loco illius jurispatronatus ecclesiastici; alias in valde exorbitanti lucro versaretur Ecclesia, si utrumque, nempe & quod recipit, & quod illa dat, ecclesiasticum remaneret; ... .)].
Tu dirai che la data disparità sia insufficiente, e anche per questo, che conferisce il beneficio, non già il patrono, bensì l'ordinario. Si risponde, parlando naturalmente in senso stretto: il patrono non conferisce il beneficio, poiché a quel (beneficio) offre soltanto e presenta il soggetto, nondimeno in effetti conferisce, non potendo l'ordinario respingere i presentati, nel caso siano comunque idonei, come è chiaro in base al IX Concilio di Toledo (Anno 655), Cap. 2, che così statuisce: "Che nel caso, senza tenere in alcun conto i fondatori (o come si legge nei Codici Vaticani, con la testimonianza della glossa alla Causa 16, Questione 7, Capitolo 32 [Decreti di Graziano], i superstiti), il vescovo si sia arrogato (il diritto) di ordinare i rettori, questa ordinazione sia irrita, e lo stesso vescovo ordini conformemente alla sua verecondia (senso di colpa) gli altri che i fondatori avranno scelto". Onde dice il lodato van ESPEN [op. cit., Cap. 5 (De Praesentatione, & differentiis inter Ptronum Ecclesiasticum & Laicum), n. 8 (Hodie Episcopus obligatur instituere praesentatum à Patrono) (p. 658)]: che la presentazione significa necessaria collazione (dir.can.: conferimento di un beneficio ecclesiastico) da farsi a favore del presentato, per così dire, per necessità cogente; e nella parte finale [Cap. 1 (De Institutione.), Titolo 26 (De institutione & Possessione Benef.) n. 28, (p. 684)] del capitolo afferente alla provvisione (dir.can.: atto con cui viene conferito un titolo ecclesiastico) del beneficio soggetto a patronato, il ruolo principale è del patrono che presenta, dato che questi pone il fondamento di tutta la provvisione, e costringe in un certo senso lo stesso ordinario a fare la collazione a favore del presentato". Qui tuttavia da notarsi nel giusto modo che il patronato permane laicale nel caso il diritto di patronato sia stato donato, sulla base di questa legge, dal laico alla chiesa, come permarrebbe laicale se detta legge lo preservasse nel suo stato, e poi non si muta nient'altro che la persona di chi ha il dovere di ministrare (amministrare), per la quale mutazione non si muta la qualità naturale della stessa cosa: Peter LEUREN [Forum beneficiale, sive quaestiones & responsa canonica, materiam de beneficiis universam, PARS ALTERA, (1706), Sezione Prima (De provisione beneficiorum, & acquisitione per praesentationem & institutionem.), Capitolo 1 (De jure patronatus), Paragrafo 1 (De natura & divisione jurispatronatus), Questione 16 (Quid sit juspatronatus laicale.), n. 7 (Sexto: si laicus fundans de bonis propriis beneficium, juspatron. reservet Ecclesiae sub hac lege, ut ad eam pertineat, non tanquam ecclesiasticum, sed tanquam laicale, erit patronatus laicalis, in specto nimirum ejus fundamento & origine; lex enim ista fundatoris praeservat illud in eodem statu, & aliud hic nihil mutatur, quam persona habentis ministrare, per quam mutationem non mutatur qualitas illa naturalis ipsius rei. Lott. loc. cit. & n. 5. ...); LOTTER: [op. cit., Libro 2, Questione 10, n. 5 (4. Iuspatronatus, ita potest per Laicum reservari Ecclesiae, ut nihilominus reguletur tamquam Laicale. 5. Et quae sit ratio.)]. a
Questione 2 : Tu chiederai: Forse il beneficio fondato dal chierico coi redditi percepiti dalla chiesa, al servizio della quale egli è, sia del diritto di patrnato ecclesiastico? Si risponde: se tale chierico visse in un luogo dove vigeva la consuetudine generale, legittimamente prescritta, che i chierici potessero disporre di tali beni a piacere, allora, ritenendosi tutti i beni di tale chierico indistintamente patrimonio dello stesso, e per giunta in quelli si succeda senza aver fatto testamento sebbene siano dalla chiesa acquisiti, proprio come riguardo ai patrimoniali, dico che il beneficio da esso stesso eretto sia giuspatronato laicale. La ratio è che allora obiettivamente è fondato con i beni patrimoniali, in considerazione dei quali l'ecclesiastico si considera laico. Neppure osta che il fondatore sia persona ecclesiastica, dal momento che non si considera, per distinguere (o riconoscere) se il beneficio sia di patronato laicale o no, chi abbia fondato, ma con quali beni abbia fondato, come tutti dichiarano. Se invece tale chierico fondatore visse in un luogo altro, dico che il diritto di patronato sia da reputarsi ecclesiastico. La ratio: come gli acquisti con i proventi (le entrate) della chiesa si fanno a favore della chiesa [Capitolo 4 (Inquirendum est, si quis 1Bw&sa=X1=bo
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prespbyterorum de redditibus ecclesiae., In particolare il Sommario: Empta per praelatum ex emolumentis ecclesiae, efficiuntur ecclesiae, licet praelatus emerit nomine alieno), Titolo 25 (De peculio clericorum), Liber 3, DECRETALI],
così questi (benefici) che con i beni della chiesa furono fondati, devono essere resi a quella (chiesa), al contrario non si farebbero per la chiesa se il diritto di patronato diventasse laicale, eo ipso, trasmissibile agli eredi. Intanto, poiché secondo un'opinione per lo più generale i beni (gli averi, le ricchezze), formati con elargizioni quotidiane o con altre denotanti parsimonia, sono di dominio del (cioè appartengono al) chierico, come è vero che per quel che riguarda il primo (il vivere in un dato luogo) si dimostra (o si confuta) pubblicamente [Capitolo Unico (Consuetudinem, quae in quibusdam partibus inolevit), Titolo 3 (De clericis non residentibus in ecclesia vel praebenda), Liber 3, LIBRO SESTO]; per quel che riguarda il secondo (il vivere in un luogo altro), per certo si prova da ciò, che, essendo la parte dei redditi concernente il congruo sostentamento del chierico, immune dall'onere della restituzione alla chiesa, come nessuno nega, anche come tale (cioè immune da) sia da considerare quella parte che, vivendo più sobriamente, sovrabbonda al chierico: NAVARRO Martino Azpilcueta [Tractatus de reditibus beneficiorum ecclesiasticorum, (Roma, 1584), Questione 1 (An mortaliter peccent beneficiarij ecclesiastici superflue aut profane reditus suorum beneficiorum impendentes.), Monizione 26 (Summarium. I Beneficiarij ea, quae parce vivendo de suo honesto victu detrahunt, faciant sua. ...1. Vigesimosexto moneo, conclusionem principalem minime locum habere in his, quae beneficiarij de suo victu honesto parcius vivendo servant, ut sensit S. Tho. 2.2.q.185.art.7. & ....)]; LESS
Leonard [De IUSTITIA aliisque virtutibus morum, Libri Quatuor, (Lugduni, 1630), Libro 2 (De iustitia et iure), Capitolo 4 (Quibus & iis quae Dominium competat.), Dubbio 6 (Utrum Clerici non Religiosi habeant aliquorum bonorum dominium, & quorum.), n. 37 (Possunt libere disponere de bonis quasi patrimonialibus. Dico Secundo, Clerici etiam habent absolutum dominium quasi patromonialium, neque tenentur ea magis in usus pios expendere, quam bona patrimonialia. Ita Covar. in cap. Cum in officiis, de testamentis n. 4. Navarrus & alii. ...].
Quindi, giudico che il diritto di patronato, acquisito con tali beni, sia da considerare laicale salvo meliori iudicio (fatto salvo un giudizio migliore). Questione 3a: Quale diritto di patronato debba considerarsi spettante al chierico e al laico? Si risponde: nel caso dette persone presentino sempre cumulativamente (in modo cumulativo, cioè valido per entrambi), e l'uno e l'altro dei due sottoscriva la presentazione, allora, poiché i diritti dell'uno e dell'altro patronato si congiungono reciprocamente a sé in modo da costituire un unico diritto, dico che si considera il diritto di patronato, in detto caso, tale qual è più favorevole ai patroni: per cui e il laico partecipa del privilegio del chierico per quel che riguarda il semestre, e il chierico, a sua volta, dei privilegi concessi ai laici. Dà la ratio di ciò la GLOSSA da tutti recepita [Cap. Unico (Si laicus iuspatronatus ecclesiae sibi competens), Titolo 19 (De jure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO], per il fatto che, a causa della comunanza (carattere di ciò che è comune a più persone o cose), il non privilegiato riceve in sorte la natura del privilegiato, e sia iniquo, come in una realtà individua (indivisa e indivisibile) qual è il diritto di patronato, che uno a causa della società (associazione, unione) patisca il danno dell'altro. Le quali ratio sono utili anche in relazione al caso in cui ci siano due chierici e un laico. Quindi, anche per quel caso stimo di ottenere lo stesso con FAGNANI Prospero [Commentaria in secundam partem Tertii Libri DECRETALIUM, (1681), De iure patronatus, Cap. Cum propter, N. 28 (Ius patronatus mixtum censetur totum ecclesiasticum quo ad praescriptionem. In particolare: "Similiter cum patronus laicus habeat ad praesentandum quadrimestre, ecclesiasticus semestre, si mixtus sit patronatus, uterque patronus habebit semestre, quia hoc casu melior est conditio patronatus ecclesiastici, quam laicalis, textus est in dict. c.I. in fine. ubi gloss. & caeteri Doctores.")]; Cardinale DE LUCA [Theatrum veritatis et justitiae sive decisivi discursu, (Colonia, 1689), Trattato 2, Parte 2 De jure patronatus, Summa sive Compendium Eorum quae in Foro magis practicabilia continentur in Lib. XIII. de Jurepatronatus, Quando juspatronatus dicatur ecclesiasticum, laicale vel mixtum, & de effectibus ex inde resultantibus. n. 47 (De mixto partim scilicet ecclesiastico, & partim laicale, de qua qualitate magis participet, ac judicandum sit.), (p. 165)]; Ferdinando CASTRO
PALAO [Operis moralis, de virtutibus, et vitiis contrariis, in varios Tractatus, & Disputationes Theologicas distributi, (Lugduni, 1656), Parte Seconda (De virtute religionis, et ei annexis), Trattato 13 (De beneficiis Ecclesiasticis), Disputazione 2 (De his qui beneficia providere possunt, & de illorum provisione, & acquisitione), Punto 2 (Quid, & quotuplex sit ius patronatus, & qua ratione acquiratur), n. 3 (Ius patronatus ex laicis patronis, & Ecclesiasticis, an laicum, an Ecclesiasticum sit quoad iura, & effectus. In particolare: ... Videtur enim iudicandum esse Ecclesiasticum, quia magis dignum trahit ad se minus dignum, & consequenter patronatus Ecclesiasticus saecularem, ... .)].
Ma nel caso il chierico e il laico presentino separatamente e, per così dire, a 1Bw&sa=X1=bo
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turno, è chiaro che su ciò si possa benissimo convenire tra l'uno e l'altro [Capitolo 2 (Plures ab uno), Titolo 12 (De iure patronatus), Liber 3, CLEMENTINE di Clemente V], allora al fine di conciliare i signori dottori, credo di dovermi servire della distinzione che tramanda van ESPEN [op. cit., Parte Seconda, Titolo 25 (De Jure Patronatus), Capitolo 4 (Quomodo Jus Patronatus transferatur?), n. 23 (Per turnum praesentant interdum divisim; & tunc non est mixtum), (p. 655)]: Ø o detti patroni esercitano il diritto in modo che il turnario (ovvero il soggetto che turna) nomini davvero quand'è il suo turno, la stessa presentazione tuttavia sia sottoscritta a nome di entrambi, allora, non essendo né la presentazione né il diritto di patronato propriamente divisi (separati), ma sembrando soltanto convenuto tra i patroni che uno nomini quello stesso che l'altro vuol presentare, e così a nome di entrambi la sottoscritta presentazione sia presentata, perciò su detto turnario affermo la stessa identica cosa che sul patrono misto ho detto sopra. Ø Al contrario, nel caso presentino a turno, in modo che il compatrono non abbia alcuna parte nella presentazione, e soltanto a nome di uno solo la presentazione sia sottoscritta, allora, non concorrendo tali patroni nella presentazione, ma avvalendosi ciascuno del proprio diritto come singolo, così da non esserci commistione di diritti, neppure un diritto unico che possa dirsi in verità misto, perciò tale diritto di patronato dico che si trovi nella medesima condizione nella quale si trova il turnario, e questi non parteciperà (cioè non comparteciperà) ad alcunché dei privilegi dell'altro, mancando la comunione, madre e fondamento della partecipazione. Questione 4a:. Di quale diritto sia il patronato spettante a una confraternita di laici approvata dal vescovo e affissa (ovviamente il decreto di approvazione) a una chiesa determinata? Si risponde: più probabilmente laicale, per il fatto che per mezzo di tale approvazione e affissione non si fa diventare un collegio pio o ecclesiastico, dovendo (questo collegio pio ecclesiastico) godere del privilegio del foro e del canone, e gli stessi confratelli, secondo i cui suffragi si fa la presentazione, essendo veramente laici, non presentano a nome della chiesa: Diego COVARRUBIAS [Practicarum Questionum Liber Unus, (1558), Cap. 36 (De jure patronatus laicorum ad differentiam juris patronatus Ecclesiastici, & utriusque derogationem.), n. 8 (De jure patronatus competenti alicui fraternitati Laicorum.). Anche, Operum Tomus Secundus, (1638), p. 505], e così deciso dalla Rota, attesta Nicolas GARZIA [TRACTATUS DE BENEFICIIS amplissimus et doctissimus, TOMUS PRIMUS, (1735), Quinta Pars (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum, continet novem Capita.), (p. 285), Cap. 1, §. II. (De explicatione Regulae, & notabilibus, quae ejus verbis, seu circa ea deducuntur), (p. 327), n. 606 (604. An jus patronatus in confraternitatem laicorum sit laicale, an Ecclesiasticum? Resolvitur istas confraternitates esse loca pia, & etiam religiosa, si sunt ab Ordinario approbata, & sic super earum rebus coram Ecclesiastico esse conveniendum, & in rigore istud jus patronatus esse Ecclesiasticum, ex aequitate tamen ad effectum derogationis, & reservationum censendum laicale, & n. seq. In particolare: 606. Mihi in hac re videtur dicendum, Confraternitates laicorum causa pietatis institutas, & maxime ab Ordinario Ecclesiastico approbatas, prout esse solent, esse loca pia, & religiosa, & privilegiis Ecclesiarum gaudere, & sic super earum rebus coram judice Ecclesiastico esse convenienda, Lambert. ..) (p. 347)].
Diversamente, non di meno, si dovrà dire in ordine a quei laici che vivono in comunione, portano addosso l'abito religioso e godono dei privilegi del foro e del canone, ostentando (mostrando, vantando) tali ecclesiastici una specie di collegio: BARBOSA [Juris ecclesiastici universi Libri III, (Lugduni, 1660), Libro 3 (De rebus ecclesiasticis), Capitolo 12 (De Iurepatronatus), n. 7 (Ecclesiasticum iuspatronatus dicitur, quod competit laicis viriusque sexus religiose viventibus, & habitum Religiosorum deferentibus, & gaudentibus privilegio fori & Canonis.)]; LOTTER [De re beneficiaria, (Lugduni, 1637), Libro 2, Questione 10 (Iuspatronatus, quando reputetur Ecclesiasticum, Laicale, aut mixtum; & quomodo, ac qualiter his derogetur?), n. 44 (Beguinarum Ius patronatus, cur reputetur Ecclesiasticum.)], citando SUAREZ [Disputationum DE CENSURIS in communi, (Lugduni, 1604), Tomo 5, Disp. XXII. Sec. I. De excomm. Papae reservatis in Iure., Disputazione 22 (De excommunicationibus iuris Summo Pontificis reservatis.)]; Cesare LAM-
BERTINI [Tractatus de iure patronatus clarissimorum omnium U.I.C., (Venezia, 1607), Libro 1, Parte 1, Questione 1, Art. 10 (Si benignitatae, fraternitates disciplinatorum, fratres & sorores tertij ordinis sancti Francisci, & similes habent iusp. an dicentur patroni laici vel ecclesiatici. art. 10.), n. 4 (Tu circa istos disciplinatos, & quascumque huiusmodi fraternitates laicorum, dic procedere dicta do. Fel. & aliorum, quando solum faciunt fraternitatem & collegium, non tamem sunt affixi alicui ecclesiae, quia tunc ut laici censentur, sed quando faciunt fraternitatem seu collegium, quae & quod sunt affixa & affixum alicui ecclesiae, prout videmus de fraternitatibus laicorum sancti Leucij Pa1Bw&sa=X1=bo
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triarchae, ..) (p. 19)], il quale suppone (crede) che ciò sia da dirsi anche [Libro 1, Parte 1, Questione1, n. 7 (Si ecclesia dedit fundum, & duo laici construxerunt & dotarunt, vel plures, an dicentur patroni ecclesiastici vel laici.)] in ordine agli amministratori degli ospedali eretti con l'autorizza-
zione del vescovo, anche laici, per il fatto che tali ospedali siano luoghi pii religiosi che godono dei privilegi della chiesa, in ultimo della immunità, e GARZIA dice che è tuttora valido anche se non siano eretti con l'autorizzazione del vescovo. Infatti sebbene in quel caso non godano dell'immunità, permangono tuttavia luoghi pii per il fatto che siano stati istituiti per pietà e godono dell'esenzione dalla giurisdizione secolare, e ciò anche, il medesimo GARZIA attesta di aver reputato [ibidem, Cap. 1, §. II., n. 603 (600. Idem videtur in Jure patronatus spectante ad Hospitalarios etiam laicos, non solum, quando est fundatum, seu approbatum authoritate Episcopi Hospitale, quo casu est locus pius, & religiosus, & gaudet privilegiis, & immunitate Ecclesiae, sed etiam alias, si est perpetuum, nec potest revocari: nam licet non sit locus religiosus, & sacer, & sic non gaudeat immunitate, est locus pius, & de jurisdict, Ecclesiastica, & gaudet privilegiis Ecclesiae. & num seqq.. In particolare: 603. Qui tamen ibi, n. 7. inquit limitari forsan posse communem, quod Hospitale non censeatur locus pius, quando non est fundatum authoritate superioris, ut illa procedat, quando Hospitale non est perpetuum, & potest Dominus illud revocare, secus vero, quando esset perpetuum, ...) (p. 346)],
unitamente alla Congregazione dei Cardinali [ibidem, n. 613 (Et infertur ad quaestionem de subsidio imposito per Papam super redditib. Ecclesiasticis, an hujusmodi Collegia debeant in eo contribuere de bonis suis temporalibus. In particolare .. de qua Concil. Trid. sess. 23. de refor. c. 18. S. Congreg. eiusd. Concilii censuerit confraternitates teneri tantum contribuere ratione beneficiorum Ecclesiasticorum, & quae nulla habent beneficia Ecclesiastica annexa, nec reditus aut proventus Ecclesiasticos, non debere contribuere Seminario, licet alios reditus habeant. ) (p. 348)] e (per l'appunto) al n. 612 [Parte 5, Capitolo 1, (Quod dictum est de Hospitalibus, & confraternitatibus similiter dicitur de Collegiis institutis pro sustentatione pauperum, & de eorum jure patronatus, quando major pars est laicorum & declaratur doctrina Bart. in l. fin. de Colleg.illicitis.) (pp. 309-348)] insegna che quello stesso si
accetta anche comunemente riguardo ai seminari dei poveri studiosi, dal momento che questi sono luoghi pii e godono dei privilegi della chiesa. Questione 5a: Chi sia il giudice nelle cause del diritto di patronato. Si risponde: solo il giudice ecclesiastico [Cap. 3 (Quanto divina gratia), Titolo 1 (De iudicijs), Liber 2, DECRETALI]; per il fatto che il diritto di patronato sia un diritto annesso allo spirituale [Cap. 16 (De iure vero patronatus), Titolo 38 (De jure patronatus), Liber 3, DECRETALI]; le quali (cause), in effetti sono tali (cioè ecclesiastiche), non soggiacciono al giudizio dei secolari [Cap. 2 (Decernimus), Titolo 1 (De iudicijs), Liber 2, DECRETALI]. CAPITOLO II: Dei modi di acquisire il diritto di patronato per quel che riguarda la proprietà. Tre sono i modi attraverso i quali, secondo l'antico diritto comune, il diritto di patronato si acquisisce, anche per quel che riguarda la proprietà, in conformità della glossa e di altri: senz'altro la fondazione, o assegnazione del fondo per la edificazione della chiesa; la costruzione, la dotazione. I quali modi, la glossa (li) comprende nei versi seguenti: Fanno il patrono: la dote, l'edificazione, il fondo. Ma in verità, poiché, conformemente al Concilio di Trento [Sessione 14, Decreto di riforma, Canone 12], si richiede copulativamente (cioè non disgiuntamente) che abbia fondato e abbia costruito o, eretta, abbia dotato; e poiché infine, [Sessione 25, Decreto dio riforma generale, Cap. 9], lì stesso riconosce solo due modi veramente, la fondazione e la dotazione; stimo perciò, conformemente al diritto tridentino, che si possano dare e sostenere solo due modi attraverso i quali si acquisisce il diritto di patronato. Che se ora uno solo fondi e doti la chiesa, questo solo sarà patrono appieno; se uno fondi, l'altro doti, ambedue saranno patroni in solido, in quanto il diritto è indivisibile; se almeno due concorrano alla fondazione, uno assegnando il luogo, l'altro edificandovi la chiesa, ambedue saranno certamente patroni in solido, sebbene abbiano contribuito in modo ineguale, nonostante si dica che, stante la indivisibilità del diritto di patronato, chi più eroga, rechi pregiudizio a 1Bw&sa=X1=bo
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sé dare il consenso a che sia considerato uguale a sé il socio che meno eroga: Card. DE LUCA [op. cit., Summa sive Compendium, n. 15 (Ita concurrentes efficiuntur omnes patroni aequaliter, non curato cuncursu inequali.)]; ma avranno tuttavia, secondo il Concilio Tridentino, soltanto un suffragio con il dotante, in quanto, conformemente a quel (concilio), chi fonda e chi costruisce si contano come uno. Ancor più poi, affinché si acquisisca il diritto di patronato, si richiede che la fondazione e la dotazione avvenga spontaneamente e volontariamente. Infatti, nel caso, naturalmente in generale, l'erede, gravato dal testatore a fondare e dotare la chiesa, non soddisfi l'intenzione del fondatore spontaneamente, ma agisce solo perché spinto con la forza per mezzo del giudice, il diritto di patronato dallo stesso non si acquisisce: BARBOSA [Juris ecclesiastici universi Libri III, (Lugduni 1660), Libro 3 (De rebus ecclesiasticis), Capitolo 12 (De Iurepatronatus), n. 3 (Iuspatronatus est triplex, ecclesiasticum, laicale, & mixtum)], citando il LAMBERTINI [Tractatus de iure patronatus clarissimorum omnium U.I.C., (Venezia, 1607), Libro 1, Parte 1, Questione 4, Art. 7 (Si haeres gravatus a testarore fondare, construere, vel dotare ecclesiam, & non fecit nisi compulsus acquirat iuspat.art.7. In particolare: 1. Haeres iussus a testatore fundare, construere, & dotare ecclesiam, & non fecit nisi compulsus non acquirit iusp. 2. Haeres gravatus a testatore aliquid dare piis locis, differens solutionem, usq. ad iussum magistratus, condemnatur ad duplum. 3. Haeres iussus a testatore ecclesiam construere reservato tertiae personae iure patronatus, construendo illam etiam voluntarie iurisp. acquirit illi tertio.), (p. 68)] e molte decisioni della Rota. Nessuno infatti deve conseguire un vantag-
gio da ciò che fa controvoglia: DIGESTO di Giustiniano [Liber 36, Dig. 36.1.0 (Ad senatus consultum trebellianum), Dig. 36.1.14 (Nam quod); Dig. 36.1.15.4. (Qui compulsus), Dig. 36.1.57pr. (Si patroni)]. Intanto quanto detto, nel caso in cui chi spontaneamente edificò e soltanto alla dotazione fu costretto giudiziariamente (per via giudiziaria), penso sia da circoscrivere, non potendosi negare che tale veramente liberale (dotazione) riguardo alla chiesa spontaneamente ci fosse stata in uno (insieme) con la pura fondazione, dalla quale risulti un titolo sufficiente ai fini del diritto di patronato. Si richiede ulteriormente che la fondazione o la dotazione sia conforme a quell'uso per il quale l'opera è destinata, onde se uno avesse edificato un certo tugurio, oppure avesse dato per dote una modesta (scarsa, esigua) villa (città, villaggio), non acquisirebbe il diritto di patronato. Concedendo il Tridentino soltanto il diritto a chi edificò la chiesa o la cappella, o la dotò convenientemente, cioè, di quanto occorra per l'illuminazione e le altre cose necessarie al servizio divino da celebrarsi nel debito modo; non ritenendosi che abbia dotato, chi doti male (in modo non sufficiente): CASTRO PALAO [Operis moralis, de virtutibus, et vitiis contrariis, in varios Tractatus, & Disputationes Theologicas distributi, (Lugduni, 1656), Parte Seconda (De virtute religionis, et ei annexis), Trattato 13 (De beneficiis Ecclesiasticis), Disputazione 2 (De his qui beneficia providere possunt, & de illorum provisione, & acquisitione), Punto 2 (Quid, & quotuplex sit ius patronatus, & qua ratione acquiratur), n. 5 (Qualiter fundatione, & extructione acquiratur. In particolare: Fundatione acquiris ius patronatus, si fundum dederis ad Ecclesiam aedificandam, ... Extructione, seu aedificatione ius patronatus acquiris, si tuis sumptibus Ecclesiam aedificas, ... Et idem est, si dirutam, vel destructam reaedifices; quia est, quasi à principio illam aedificares, ...)]; GARZIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (1735), Parte 5 (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum), Capitolo 9 (De Patronis), n. 53 (Etiam dos minus congrua sit assignata cum consensu Episcopi illam approbationis pro congrua.), (pp. 504-510)], il quale anche al n. 52 [(Ita demum acquiritur jus patronatus ex dotatione si sit congrua, & sufficiens, nam dotans insufficienter, non efficitur patronus.)] riferisce che dipende
dall'arbitrio del vescovo se la dote sia o no sufficiente, e al n. 60 [(Licet ex donatione acquiritur jus patronatus, non tamen ex simplici dotatione legato, vel largitione bonorum, nisi hoc fiat pro dote tacite, vel expresse, &c.), (p. 510)] asserisce che ciò che come sufficiente si dà alla chiesa, sia
dato per dote, potendosi dire certamente benefattore della chiesa colui che doni (cioè il donante) semplicemente, non dotatore cui soltanto i diritti attribuiscono il patronato. E infine si richiede che la donazione si faccia alla chiesa non ancora sufficientemente dotata. Infatti chi accresce soltanto la dote di per sé sufficiente, non dota semplicemente: BARBOSA [Juris ecclesiastici universi Libri III, (Lione, 1660), Libro 3 (De rebus ecclesiasticis), Capitolo 12 (De Iurepatronatus), Cap. 12, n. 56 (Dotans insufficienter, quod arbitrabitur Ordinarius, non acquirit iuspatronatus, sed dicitur benefactor.)], citando diverse decisioni della Rota.
Ho detto sufficientemente, infatti chi accresce una dote di per sé insuffcien1Bw&sa=X1=bo
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te, acquisisce il patronato (come nei seguenti termini insegna il Tridentino [Sessione 14, Decreto di riforma, Canone 12]. Pari sono infatti in diritto: non avere dote e averla insufficiente; LOTTER [op. cit., Libro 2, Questione 10, n. 32 (Ius patronatus acquisitum per Praelatum, indistincte reputatur Laicale, ubicunque supponitur in eo facultas testandi, & libere disponendi de reditibus Ecclesiae.)]; ma soltanto per diritto speciale o per privilegio papale (di cui parla anche il Tridentino, avverte GARZIA [ibidem, Parte 5, Capitolo 9, n. 123 (122. Jus patronatus de jure non acquiritur ex augmento seu suppletione dotis, sed requiritur, quod in totum Ecclesia dotetur, nec sat est quod si commode dotata, & n. seq.), (pp. 505-522)], se è vero che, per aumento della dote, per quanto anche gran-
de esso (aumento) sia, giammai si acquisisce il diritto di patronato secondo il diritto comune, eccetto l'unico caso in cui la primitiva dote (fosse) ridotta (diminuita) al tal punto che con difficoltà rimanesse qualcosa in più, come dice LOTTER [op. cit., Libro 2, Questione 7, n. 43 (Iuspatronatus, inaestimabile.). Meglio i nn. 30 (Iuspatronatum acquisitum ex augmento dotis ad medietatem, qua ratione non cadat, neque sub regula reservatoria mensium, neque sub regula Adriani.), 31 (Iuspatronatus, non quaeritur ex augmento dotis, nisi dos fuerit in totum perempta.), 38 (Ius patronatus acquisitum ex augmento dotis, utrum differat ab acquisito ex redotatione, ad effectum, ut comprehendatur sub reservatione regula de mensibus), 42 (Rota decisio 458, par. 1, divers. explicata.] e riporta ciò che la Rota pronunciò [Decisione 457, Parte 1, n. 14] mentre affermava che: allora solamente si dice che la dota-
zione equivalga al diritto di patronato, quando si dota la chiesa in toto, non quando la dote si accresce soltanto. QUESTIONE 1a: Dunque, forse il papa, per (in cambio di) un aumento di dote, possa concedere a uno il diritto di patronato? Si risponde affermativamente: infatti se egli è l'ordinario degli ordinari e il vescovo dei vescovi, come, attesta BARONIO, essere stato egli chiamato già nell'anno 142; se egli de iure ha la potestà di conferire ogni beneficio per tutto il mondo, e dallo stesso ha avuto origine la divisione e la collazione di tutti i benefici: [Cap. 2 (Licet ecclesiarum), Titolo 4 (De praebendis et dignitatibus), Liber 3, LIBRO SESTO] / [Cap. 10 (Si Papa in aliquo privilegio), Titolo 7 (De privilegiis), Liber 5, LIBRO SESTO] / [Cap. 1 (Si duo litigantes), Titolo (5 (Ut lite pendente nil innovetur), CLEMENTINE di Clemente V]; se egli, chiamati i vescovi a condividere le incombenze, concesse a
essi la potestà di conferire, non in altro modo che rimanesse in suo possesso la potestà, se maggiore e superiore: [ibidem e Cap. 14 (Dudum venerabili fratri nostro. Specialmente il N. 30: Nos igitur attendentes, quod etsi memorato episcopo praedictam concessimus potestatem; penes non tamen nihilominus remanstit maior, ...), Titolo 4 (De praebendis & dignitatibus), Liber 3, LIBRO SESTO] / PARISIO
Flaminio [De resignatione beneficiorum tractatus, TOMUS PRIMUS, (Venezia, 1619), Libro 1 (Quid sit Resignatio Quotuplex, Quid per eam amittat resignans. ...), Questione 10 (An resignans post resignationem teneatur residere in beneficio resignato, ...), N. 49 (Romani Pontifices concesserunt Episcopis facultatem conferendi beneficia sua Dioecesis), (pp. 29-31] / GONZALEZ Jeronimo [Commentatio ad regulam octavam cancellariae, (Lione, 1738), § 1 (Prooemialis.)] e le regole della Cancelleria (lat. mediev. cancellaria: nel Medioevo, l'ufficio nel quale venivano redatti i documenti sovrani) e, in conseguenza di queste, le collazioni fatte atte-
stano che mai egli abbia da sé abdicato a questa potestà. Che cosa impedisce di poter egli ricorrere alla potestà riservata e levare il beneficio, che con animo condiscendente il vescovo fu solito conferire, alla collazione di quel (vescovo) e sottometter(lo) al diritto di patronato, anche senza una qualsivoglia causa, dal momento che la GLOSSA [Titolo (De regulis juris), Aggiunto al Titolo 12 (De verborum significatione), Regula 16 (Decet concessum à principe beneficium esse mansurum). In particolare, appunto, la Glossa: c Mansurum.] & omni malitiae & diminutioni contrarium in Authe. constitutio quae de dignita. & in si. coll. e. Et notandum quod hoc verbum, decet, quod ponitur in hac regula, quantum ad ipsos subditos necessitatem importat: & quantum ad ipsum principem, potestatem: ipsum enim privilegium per se concessum diminuere vel moderari, & etiam in totum tollere potest....), Liber 5, LIBRO SESTO] attesta che ogni privilegio e favore concesso ai sudditi
possa essere senza ragione revocato dai principi ad libitum (a proprio piacimento), quanto più dunque con una causa tanto più favorevole alle chiese, qual è l'aumento della dote. QUESTIONE 2a: Dunque, forse anche il vescovo per un aumento di dote possa concedere il diritto di Patronato? Si risponde negativamente per la dichiarazione della Sacra Congregazione del Concilio di Trento del 2 aprile 1573, la quale così recita: "Il diritto di patronato concesso a seguito di un privilegio del vescovo, nel cui pacifico possesso i patroni che accampano il diritto siano stati 1Bw&sa=X1=bo
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per 140 anni, non è utile, consistendo infatti di un titolo di privilegio invalido: il possesso centenario non può essere utile a causa della malafede". QUESTIONE 3a: Si acquisisce forse il diritto di patronato con una prescrizione immemoriale? Si risponde: il diritto di patronato con il solo titolo della prescrizione, né in una chiesa libera né in un'altra, la quale risulta essere stata una volta soggetta a patronato, può essere dal laico acquisito. La ratio è che il diritto di patronato è qualche cosa di spirituale o per lo meno annesso allo spirituale [Cap. 16 (De iure vero patronatus), Titolo 38 (De jure patronatus), Liber 3, DECRETALI]: le quali cose, d'altra parte sono di tale eccezionale qualità, non possono da un laico essere possedute senza titolo o senza concessione della chiesa [Cap. 1 (Episcopum, qui ecclesias), Titolo 13 (De praescriptionibus), Liber 2, DECRETALI], conseguentemente neppure essere prescritte, non decorrendo (diventando operativa) la prescrizione senza possesso ai sensi della terza regola giuridica [Regola 3 (Sine possessione praescriptio non procedit), Titolo (De regulis iuris), Aggiunto al Titolo 12 (De verborum significatione), Liber 5, LIBRO SESTO]. Ma che dopo un così grande lasso di tempo il titolo che abilita il laico a possedere, si presume (siffatto titolo), senza dubbio di fondazione o di dotazione dove consta essere la chiesa soggetta a patronato, o di privilegio dove (la chiesa) consta dall'inizio di uno stato di libertà [Cap. 26 (Super quibusdam mandatorum articulis), Titolo (De verborum significatione), Liber 5, DECRETALI] / [Dig. 43.20.0. (De aqua cottidiana (quotidiana) et aestiva), Dig. 43.20.3pr. (Hoc iure utimur), Libro 43, DIGESTO]. Per cui ritengo che, in forza di questo presunto titolo, il diritto di patronato possa acquisirsi dal laico per prescrizione immemoriale. Infine per quel che riguarda la chiesa che risulta soggetta a patronato, dal solo possesso di 40 anni stimo si ricavi un titolo sufficiente che possa abilitare il laico, non essendo prescritta allora contro la chiesa, e dunque non militando contro colui che prescriveva, una presunzione del diritto tanto veemente proprio come riguardo alla libera (chiesa). Ma che cosa si dovrà dire del caso in cui, nonostante si provi che a Caio e ai suoi soli consanguinei competa il diritto di patronato sulla base dello stesso documento di fondazione, Tizio, non consanguineo di Caio, pretenda che il diritto di patronato in virtù del titolo di prescrizione competa a sé; forse, dico, tale prescrizione, nel caso sia più breve di cento anni, debba essere considerata? Si risponde: qui, presentandosi la prescrizione non tanto contro Caio, quanto contro la stessa chiesa; dal momento che quella, rispetto a Tizio, fintanto che permanga di privilegio papale, è da considerarsi assolutamente libera, atteso che solo in forza della fondazione il diritto di patronato appartenga a Caio: dico perciò che una prescrizione centenaria più breve non sia da considerarsi, quando quella non porti a un privilegio del pontefice contro la chiesa libera, soprattutto mentre quel (diritto di patronato) si muta a danno (in pregiudizio) del vero patrono. QUESTIONE 4a: Forse secondo il nuovo diritto tridentino si possa acquisire con una più breve prescrizione immemoriale? Si risponde negativamente, in quanto quello (cioè il diritto tridentino) assolutamente e certamente, escludendo tutti gli altri patronati, richiede che il patronato sia per fondazione o dotazione, ovvero con una prescrizione tale che superi la memoria degli uomini, e la Congregazione dei Cardinali dichiarò da considerarsi immemoriale e certamente senza distinzione alcuna: se la chiesa sia o no soggetta al patronato, aggiungendo che il decreto conciliare è valido tanto nel possessorio (dir., relativo al possesso; azione possessoria, che rivenda o tutela il possesso di un bene), quanto nel petitorio (dir., azione petitoria, azione giudiziale volta a recuperare un bene in base al diritto di proprietà e mediante la dimostrazione del relativo titolo; giudizio petitorio, quello volto a rendere attuale il diritto di proprietà o altro diritto reale). a
QUESTIONE 5 : Forse anche per riparazione della chiesa si acquisisce il diritto di patronato? Si risponde affermativamente, nel caso sia andata in rovina 1Bw&sa=X1=bo
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così da aver bisogno, restaurata, di una nuova consacrazione, e si aggiunga il consenso del vescovo, che è necessario a ogni acquisizione del diritto di patronato [Cap. 25 (Nobis fuit), Titolo 38 (De jure patronatus), Liber 3, DECRETALI], in quanto allora, come dice la GLOSSA [Cap. 3 (Quoniam in quibusdam locis fundatores. In particolare, appunto, la Glossa: h Fudatores.] ... sed si funditus destructum sit, & de consensu episcopi aliquis vellet reaedificare ecclesiasm credo quod acquirat iuspatronatus, quia perinde est ac si ab initio ecclesiam construxisset. ...), Titolo 38, DECRETALI] è come se
avesse dall'inizio edificato la chiesa, cessando la chiesa precedente di esistere; da ciò segue che il primo patrono lascia il diritto di patronato, venendo meno la chiesa nella quale era radicato il fondamento del diritto di patronato, e non se lo riprende, quantunque la nuova chiesa sia stata edificata con la stessa materia, poiché il diritto, una volta estinto, su una realtà andata in rovina (scomparsa, distrutta) mai torna in vita [Dig. 46.3.0. De solutionibus et liberationibus, Dig. 46.3.98pr. (Qui res suas obligavit), Dig. 46.3.98.8. (Aream promisi alienam), DIGESTO]. Se poi non sia del tutto crollata, ma si ripara soltanto parte per parte, allora, ritenendosi essere la stessa chiesa, rimane il primo patrono, e chi ripara la chiesa, non acquisisce il diritto di patronato, neppure deve dirsi fondatore ma solo benefattore: Juan AZOR [Institutionum moralium, (1608), Tomo 2, Parte 2, Libro 6, Cap. 19 (De nominatione, quam praesentationem appellant, quae convenit his, qui Patroni Ecclesiarum dicuntur), Questione 10 (Decimo quaeritur, An si aedem sacram corruentem, qui quomodolibet episcopi consensu refecerit, acquirat Juspatronatus?) (pp. 1079-1083)]. a
QUESTIONE 6 : Forse mediante l'assegnazione di una dote alla chiesa già consacrata, fatta con il consenso del vescovo, si acquisisce il diritto di patronato? Si risponde affermativamente, sebbene in realtà regolarmente (in modo conforme alle regole) senza la dote della chiesa non si possa edificare [Decreti Tertia Pars, De consecratione, Distinzione 1, Cap. 9 (Nemo ecclesiam aedificet), DECRETO GRATIANI], nel caso sia senza dote, non si debba consacrare, a meno che non si doti [Cap. 8 (Cum sicut ex relatione), Titolo 40 (De consecratione ecclesiae vel altaris), Liber 3, DECRETALI], se tuttavia esista priva di dote, chi assegna la dote, acquisisce il diritto di patronato, concedendosi il diritto indistintamente a tutti i dotanti, in ultimo la devozione alla chiesa esige questo stesso: rimanendo, inoltre, indubbiamente sempre indotate, tali chiese, senza dote, comunque a stento fornirebbero una qualche comodità (agio, opportunità) e il Tridentino [Sessione 14, Secreto di riforma, Canone 12], anche non senza chiarezza ne fa cenno, onde dice CASTRO PALAO che, [Operis moralis, de virtutibus, et vitiis contrariis, in varios Tractatus, & Disputationes Theologicas distributi, (Lione, 1656), Parte Seconda (De virtute religionis, et ei annexis), Trattato 13 (De beneficiis Ecclesiasticis), Disputazione 2 (De his qui beneficia providere possunt, & de illorum provisione, & acquisitione), Punto 2 (Quid, & quotuplex sit ius patronatus, & qua ratione acquiratur), n. 7 (An ex dotatione facta Ecclesiae aedificatae patronaus acquiratur. Affirmative respondetur.)],
la dote sopraggiunta a favore della chiesa si retrotrae al tempo della costruzione e si reputa che quella (dote) fosse venuta prima (nel tempo), né osta, ciò che dice la GLOSSA [Cap. 26 (Piae mentis), Causa 16, Questione 7, Secunda Pars, DECRETO DI GRAZIANO] che non possa imporsi alla chiesa consacrata una servitù, dal momento che ciò che cessa di essere di diritto umano, non ammette servitù [Dig. 8.4.0. (Communia praediorum tam urbanorum quam rusticorum), Dig. 8.4.4. (Caveri, ut ad certam altitudinem monumentum aedificetur, non potest, quia id, quod humani iuris esse desiit, servitutem non recipit), DIGESTO].
Ciò infatti deve intendersi riguardo alla servitù profana, della quale anche detta legge parla, non di quella ecclesiastica, che in base al consenso dei patroni si impone alla chiesa con il massimo bene, e che anche il pontefice impone più spesso in cambio di un aumento di dote. QUESTIONE 7a: Forse per acquisire il diritto di patronato si richiede il consenso del vescovo e una speciale riserva (esclusiva di un diritto) da parte di colui che dona o che fonda? Si risponde, per quanto attiene al primo punto, affermativamente, dal momento che tutti i canoni, e segnatamente il [Cap. 25 (Nobis fuit), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], richiedono quello come condizione indispensabile (cioè come conditio sine qua non). Si risponde al secondo negativamente per il fatto che è dovuto de iure [Causa 16, Questione 7, Capp. 26 (Piae mentisi), 30 (Quicumque fidelium), 32 (Decernimus), Decreti Pars Secunda, DECRETO DI GRAZIANO], onde [CJ. 4.20.0. (De testibus), CJ. 4.20.14. ( Nullum 1Bw&sa=X1=bo
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nulla si richiede se non la prova della fondazione, e la GLOSSA [Cap. 10 (Si quis basilicam non pro devotione fidei), De consecratione, Distinzione 1, Decreti Tertia Pars, DECRETO DI GRAZIANO] dice che il diritto di patronato è dovuto ipso iure, sebbene il fondatore non (lo) richieda o (lo) toglie nel patto; ma nel frattempo provvedere, affinché distintamente sia preservato, dice DE ROYE François (Franciscus) [Ad Titulum De Iure Patronatus, (1667), Prolegomena ad Tit. De Iure Patronatus Libro III. Decretal.], per così dissipare i dubbi che più spesso si sollevano riguardo alla rinuncia, per quanto si presuma infatti che nessuno abbia rinunciato al suo diritto; se tuttavia il fondatore subito dopo la erezione consente che il beneficio sia conferito dal vescovo, bene si conclude riguardo alla rinuncia: LAMBERTINI penitus, cum semel ad iudicem quemlibet), CODICE GIUSTINIANO]
[Art. 4, n. 19 [?]. Vedere comunque nell'ambito della stessa opera del Lambertini: Tractatus de Iurepatronatus, D. Ioan. Nicolai Delphinatis, Liber Secundus, n. 139. Beneficij per renuntiationem, aut alias ex permutatione vacantjs admissio, & collatio per quem fieri debet. Quarto quaero, per quem admitti debet renuntiatio facta ex permutatione, & per quem fieri debeat collatio, an per ordinarium collatorem inferiorem episcopo, an per espiscopum aut superiorem?...) ];
LOTTER Melchior [De re beneficiaria, (Lione, 1637), Libro 2, Questione 7 (Quae sit causa efficiens Iuris patronatus), n. 11 (Observantia, declarat an fundator sibi voluerit reservare patronatum, vel secus.)], il quale di più [n. 12 (Fundator ex quibus verbis censeatur noluisse sibi reservare patronatum)] riferisce anche a proposito del caso: se il fondatore nella fondazione abbia testimoniato che egli era mosso, naturalmente in generale, dalla considerazione della retribuzione eterna o della elemosina, per il fatto che tali cause sembrano essere senz'altro contrarie all'intenzione di acquisire il patronato. QUESTIONE Ultima (cioè 8a): Forse chi fonda una chiesa collegiata acquisisce su di essa il diritto di patronato anche senza una riserva speciale? Si risponde, per quel che riguarda la presentazione ai canonicati, così pure per quel che riguarda gli altri emolumenti (vantaggi, benefici, giovamenti, profitti) dei patroni, affermativamente, in quanto queste si devono per legge (secondo quanto stabilito dalla legge), ABBAS SICULUS [Capp. 20 (Suggestum est), 24 (Cum autem), 25 (Nobis fuit), 20, Titolo 38 (De jure patronatus), Liber 3, DECRETALI] / [Cap. 51 (Sacrosanta Romana ecclesia ... In particolare il Sommario: Per compositionem factam cum praelato & capitulo, non potest ius eligendi competere laico, etiam patrono in ecclesia collegiata.) Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]. Per il fatto stesso che si fonda sul
collegiato (beneficio che appartiene a un collegio di canonici), compete al collegio l'elezione del rettore [Cap. 1 (Nullus ecclesia... In particolare la Glossa Nullus.]: Congregatio ecclesiarum seu collegium ecclesiasticum debet sibi prelatum eligere ...), Titolo 6 (De electione & electi potestate), Liber 1, DECRETALI]. Onde, quando questa è dovuta de iure al collegio, il fondatore è tenuto a subire quella legge che è parte dello stesso atto (ovviamente di fondazione). CAPITOLO III: Dei diritti dei patroni Tre sono i più importanti diritti che a ogni singolo patrono, legittimamente costituito, competono de jure, precisamente: il diritto di presentazione, il diritto degli alimenti e il diritto di precedenza nella chiesa e nelle processioni. Ho detto a ogni singolo, infatti le leggi canoniche in nessun luogo fanno differenza tra i patroni, e né escludono alcuno dal patronato e dai suoi diritti, se non i soli infedeli [Causa 16, Questione 7, Capp. 26 (Piae mentisi), 30 (Quicumque fidelium), Decreti Pars Secunda, DECRETO DI GRAZIANO], onde tutti gli altri, siano stati o padre o figlio di famiglia (cioè minorenne sottoposto all'autorità paterna) o giovani o fanciulli, o maggiore o minore, o maschio o femmina, o infante o pupillo, possono essere patroni e pretendere i diritti dei ptroni; in ultimo possono esercitare lo stesso diritto di presentare da sé stessi, purché non siano impediti a causa della età, come l'infante e il pupillo minore di sette anni, o a causa della scomunica maggiore (stor., nel Medioevo, scomunica che escludeva oltre che dalla somministrazione dei sacramenti e dal frequentare luoghi di culto, anche dall'avere rapporti sociali di qualsiasi tipo con altri fedeli).
Ho detto minore di sette anni, infatti il maggiore validamente, anche senza 1Bw&sa=X1=bo
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tutore, può presentare, in nessuno luogo del diritto richiedendosi la sua autorizzazione, e sebbene altrove si dica che non ha valore il negozio (giuridico) celebrato senza l'intervento del tutore, ciò tuttavia si deve intendere solo riguardo ai negozi secolari, non spirituali: AZOR [Institutionum moralium, (1608), Tomo 2, Parte 2, Libro 6, Cap. 2 (Quinam in Iure Canonico ab Ecclesiasticis beneficijs arceantur), (pp. 949 e segg.), Questione 14 [?]; CASTRO PALAO [ibidem, Trattato 13 (De beneficiis Ecclesiasticis), Punto 4 (Quibus competat ius praesentandi), n. 2 (Successione patronatus acquiritur), (pp. 189-190)]; in ultimo non è ammissibile presentazione dal tutore, se non avvenga con il consenso e la volontà del pupillo più grande di 7 anni, insegna la GLOSSA [Cap. 32 (Ex eo quod ad electionem episcopi, quae te in pupillari constituto aetate. In particolare la Glossa: g Suffragium.]: ... quod si pupillus patronus maior 7.annis praesentat unum, & tutor eius alium: praefertur praesentatus à pupillo. pro eis facit. 16.q.t.decernimus.), Titolo 6 (De electione & electi potestate, Liber 1, LIBRO SESTO], che AZOR, ROCHUS, CASTRO PALAO e GARZIA seguono,
(e lo stesso GARZIA) al n. 191 [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (1735), Quinta Pars (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum, continet novem capita.), Cap. 9 (De Patronis), §. 1 (De aliis Notabilibus), n. 191 (Ex ratione communis sententiae videbatur in vigore tutorem nullo modo posse praesentare nisi de voluntate & consensu ipsius pupilli maioris septennio, saltem tacito, ut quia sciens tutorem praesentasse non contradixisset nec praesentasset alium &c. vel nisi pupillus sit infans nondum habens 7. annos qui praesentare non potest. & n. seq. In particolare: Quinimo ex ratione communis sententiae videbatur in vigore, tutorem nullo modo posse praesentare, nisi de voluntate & consensu ipsius pupilli, majoris septennio, saltem tacito.), (pp. 526-532)] dice che
questa è la sentenza più comune. Ho detto maschio e femmina, infatti sebbene i canoni parlino soltanto dei maschi, nondimeno non escludono perciò le femmine, essendo proprio del diritto conosciuto, laddove la materia sottostante non altro sostenga, comprendere il maschio e la femmina come definisce nel [Cap. 13 (Generali constitutione), Tit. 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, LIBRO SESTO], ed è provato in base al [Cap. 25 (Nobis fuit), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dove il papa dice: "se uno (costruì con il consenso del diocesano) la chiesa" (Inquisitioni tuae tale damus responsum, quod si quis ecclesiam cum assensu dioecesani construxit, ex eo iuspatronatus acquirit) per il tutto "se uno" è evidente ora che includa le femmine conformemente alla Legge [Dig. 50.16.0. (De verborum significatione), Dig. 50.16.1. (Verbum hoc "si quis" tam masculos quam feminas complectitur), Libro 50, DIGESTO di GIUSTINIANO]; in ultimo sotto il nome di patrono è incluso la patrona, insegna infine la Legge [Dig. 50.16.52. ("patroni" appellatione et patrona continetur), Libro 50, DIGESTO di GIUSTINIANO], ciò di più, quando parla delle badesse [Cap. 7 (Ex litteris), Titolo 38 (De jure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Affinché poi i patroni siano capaci di trattare i propri diritti con efficacia, si richiede per quel che riguarda il primo diritto, che non venga presentato uno inidoneo, qual è il laico, come nota la GLOSSA [Cap. 17 (Cum adeo scripta sedis. In particolare la GLOSSA: d Nec clericus.]... qui non est clericus, non reputat idoneus, ut hic. nec potest in clericorum numero computari. j.de insti.c.2.), Titolo 3 (De rescriptis), Liber 1, DECRETALI], scomunicato [Cap. 7 (Postulasti per sedem Apostolicam edoceri), Titolo 27 (De clerico excommunicato, deposito vel interdicto ministrante), Liber 5, DECRETALI] / [Cap. 53 (Pastoralis officii diligentia. ... Licet excommunicatus ab excommunicatione appellet, nihilominus denunciari potest, & beneficij redditibus spoliari, hoc dicit.), Tit. 28 (De appellationibus, recusationibus, et relationibus), Liber 2, DECRETALI],
infame fatto di infamia [Cap. 29 (Grave nimis est, & absurdum), Titolo 5
(De praebendis et dignitatibus), Liber 3, DECRETALI] / [Cap. 1 (Cum ecclesiae, quibus praeficiuntur personae minus idoneae scientia), Titolo 6 (De aetate et qualitate, et ordine praeficiendorum), Liber 1, CLEMENTINE],
nato il-
legittimamente [Cap. 7 (Cum in cunctis sacris ordinibus), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI] / [Cap. 1 (Ut filij presbyterorum), Titolo 17 (De filiis presbyterorum ordinandis vel non), Liber 1, DECRETALI]; puero (infante, bambino, fanciullo) [Cap. 35 (Super inordinata ordinatione. In particolare il Sommario: Pueri, & alias beneficiati, non sunt idonei ad beneficia consequenda.h.d. inhaerendo verbis litterae.), Titolo 5 (De praebendis & dignitatibus), Liber 3, DECRETALI];
ma si proponga e si presenti una persona idonea, cioè tale che, secondo i canoni e la legge di fondazione da osservarsi con cura, sia abile e di certo al momento in cui la lettera di presentazione si esibisce all'ordinario, ritenendosi in quel caso che la presentazione sia fatta, a meno che quella non fosse fatta in modo condizionato, naturalmente in generale, così: io presento il tale nello stesso tempo che sia stato fatto chierico o almeno, come dice GARZIA [Tractatus de beneficiis amplissimus, et doctissimus, (Magonza, 1614), Tomo 2 Parte 7 (Quibus 1Bw&sa=X1=bo
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debeant Beneficia conferri, seu de qualitatibus requisitis ad Beneficia), Capitolo 1 (De clericato & ordine), n. 29 (Et tacite diceretur praesentari in dictum tempus, quando patronus eum praesentaret non absolute, sed dicendo, praesento talem de proximo clericandum, vel dicendo, praesento talem, & peto eum ordinari prima tonsura, &c. tunc enim videtur eum praesentare ut cum sit clericus instituatur.) (pp. 1-5)],
da farsi chierico immediatamente dopo; allora infatti, nel caso il presentato, entro il termine del diritto, diventi chierico, tale presentazione ha valore per il fatto che allora la stessa si ritiene fatta subito dopo il tempo in cui la condizione diventi pura, dice il Cardinale DE LUCA [Theatrum veritatis et justitiae sive decisivi discursu, (Colonia, 1689), Trattato 2, Parte 2 De Jure Patronatus, Summa sive compendium, n. 109 (An possit inhabilis sub conditione habilitatis, & pro quando erit habilis)]; GARZIA citando il Lambertini [ibidem, §. I. (De aliquibus difficultatibus & dubiis.), n. 92]; si richiede ulteriormente che la presentazione sia fatta all'ordinario o a chi ha il diritto di istituire (al punto che se scientemente e dolosamente sia fatta a un altro, la collazione si devolva al superiore: LEUREN Peter [Forum beneficiale, sive quaestiones & responsa canonica, Pars Altera, (1706), Sezione 1 (De provisione beneficiorum, & acquisitione per praesentationem & institutionem.), Capitolo 2 (De praesentatione ipsa.), Paragrafo 1 (De effectu & modo praesentationis faciendae & admittendae.), Questione 123 (Coram quo fieri debeat praesentatio?)]), nel tempo prefissato dal diritto,
che per quanto attiene al patronato laico è di 4 mesi, all'ecclesiastico di 6 mesi (tuttavia questo tempo nei benefici curati è indistintamente limitato a 20 giorni dal giorno dell'avuta reale notizia per la Costituzione di Pio V del 1566, che principia In conferendis beneficiis, riporta in base a BASSEO Eligio [Florum Totius Theologie Practicae, Tum Sacramentalis, tum Moralis, (Lione, 1678), Beneficium II. (Modi acquisitionis beneficiorum), N. 2 (... NOTA, quod sive sit laicus, sive Ecclesiasticus Patronus, tenetur praesentare Episcopo Rectorem instituendum in Ecclesia , cujus est Patronus, intra sex menses à tempore vacationis cognitae, ...), (p. 44) / Beneficium V. (35. Quae forma sit servanda in provisione Beneficiorum? ... Pius V. in Bulla De conferendis, hanc formam praescribunt. I. Ut Episcopus habita notitia vacationi beneficii parochialis, ...), (p. 48)],
LEUREN, loco citato, aggiungendo che di ciò presso altri non trovo); nel patronato poi misto sarà un semestre come nota la GLOSSA [Capitolo Unico (Si laicus), Titolo 19 (De jure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO] / BARBOSA [Juris ecclesiastici universi Libri III, (Lione, 1660), Libro 3 (De rebus ecclesiasticis.), Capitolo 12 (De Iurepatronatus), n. 168 (Tempus praesentationis praefinitum à Iure est quatuor mensium à die vacationis scitae, si quidem patronatus est laicorum: si vero est clericorum, sex mensium spatium constituitur)]; la
quale sentenza, dice CASTRO PALAO, (essere) comune [Operis moralis, de virtutibus, et vitiis contrariis, in varios Tractatus, & Disputationes Theologicas distributi, (Lione, 1656), Parte Seconda (De virtute religionis, et ei annexis), Trattato 13 (De beneficiis Ecclesiasticis), Disputazione 2 (De his, qui beneficia providere possunt, & de illorum provisione, & acquisitione), Punto 5 (Intra quod tempus liberum sit patrono nominare ad beneficium instituendum), n. 2 (Patrono laico 4 menses conceduntur, sex Ecclesiastico)],
il che anche ritiene essere vero il Cardinale DE LUCA, anche se i laici fossero più di uno, per il fatto che a motivo della comunione, il privilegio del Chierico si accomuna ai laici a guisa di colui che ha la proprietà comune con il pupillo [Dig. 8.6.10pr. (Si communem fundum ego et pupillus haberemus), Dig. 8.6.0. (Quemadmodum servitutes amittuntur), Libro 8, DIGESTO di GIUSTINIANO].
Il predetto tempo, a sua volta, è continuo e per l'appunto utile sin dall'inizio, cioè che non scorre se non dal giorno della cognizione della vacanza [Capitolo 5 (Quia diversitatem corporum, diversitas saepe sequitur animorum ... Semestre autem tempus, non à tempore vacationis praebendarum, sed notitiae ipsius potius volumus computari. In particolare il Sommario: Semestre ad eligendum seu conferendum à iure praefixum non currit legitime impedito: nec incipi currere, nisi à die notitiae vacationis ....), Titolo 8 (De concessione praebendae et ecclesiae non vacantis), Liber 3, DECRETALI],
poiché altrimenti senza colpa si punirebbe il patrono, non avendo, chi non sa, la possibilità di esperire (mettere in atto, intraprendere) [Dig. 21.1.55. (Cum sex menses utiles, quibus experiundi potestas fuit), Dig. 21.1.0. (De aedilicio edicto et redhibitione et quanti minoris), DIGESTO], e questa conoscenza non si presume,
essendo inverosimile che il patrono lasci consapevolmente perdere il suo diritto: GARZIA Nicolas [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (Magonza, 1614), Tomo 2, Parte 10 (De tempore quo, & intra quod, debet provideri de beneficiis, & de devolutione), Cap. 2 (De tempore intra quod debet de Beneficiis provideri), nn. 34 (Patronis tempus datum ad praesentandum, sive à iure, sive à fundatore, currit non à die vacationis, ut tenuit Rota antiqua, & alii, sed à die notitiae vacationis, à num. 34. & adducuntur solutiones Rotae, num. 36 & 37), (pp. 229-233)], citando la chiara decisione della Rota. Per cui con certez-
za e inequivocabilmente si deve provare, quando si tratti di sostanza: Cardinale DE LUCA [Theatrum veritatis et justitiae, [Lugduni (Lione), 1697), TOMO 13, I. De jurepatronatus, Discorso 64 (De praesentatione, quando dicatur valide, ac legitime facta, ut impediat devolutionem, ac inducat in Ordinario, vel alio Superiore necessitatem instituendi tam circa tempus, quam circa modum, seu personam, & in aliis.) , n. 5 (A quo 1Bw&sa=X1=bo
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tempore incipiat currere terminus, & quod incipiat à die scientiae, rejecta alia opinione. In particolare: Difficultas igitur est, circa hujus termini initium, quando scilicet currere incipiat, an illico à die vacationis, vel non nisi à die scientiae, quam patroni habuerint vacationis, atque primam opinionem tenuit Rota ... et etiam tenent Lambertin. & alii relati per Barb. ..), (p. 130)]; Girolamo GABRIELLI [CONSILIORUM Hieronymi Gabrielli, Volume 2, (Venezia, 1586), Consilium 185 (p. 300), N. 13 (Tempus probandum est plene, quando est de substantia)],
né è sufficiente presunta, a meno che le circostanze del fatto provino essere crassa, l'ignoranza: Card. DE LUCA [ibidem]; dopo in verità il detto tempo non è più utile, ma scorre anche nei giorni festivi [Cap. 3 (Quoniam in quibusdam locis fundatores), Titolo 38 (De jure patronatus), Liber 3, DECRETALI], nondimeno non scorre per chi è legittimamente impedito, se lo stesso non può togliere di mezzo l'impedimento, come argomenta il [Cap. 60 (His quibus interdicitur. In particolare il Sommario: Electoribus impeditis, currit tempus si possunt impedimentum tollere), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI], quali poi siano quegli
impedimenti, insegna Flores Diez DE MENA [Recentiorum Practicarum Quaestionum Juris Canonici et Civilis, ad praxim utriusque fori spectantium , Libri Tres, (Salamanca, 1609), Variarum quaestionum, Questione 3 (Utrum quadrimestre datum a iure patronis laicis ad praesentandum, currant illis ignorantibus, a tempore vacationis, vel a tempore scientiae), n. 4 (Tempus hoc non currit absenti vel impedito, & ibi quod absentia in dubio praesumitur. In particolare: Ex qua opinione communi infertur, primo, quod tempus hoc non currit absenti, nec legitime impedito: quia si currit à tempore scientiae & ignorantiae excusat, multo magis excusabit legitimum impedimentum, maxime quia absens ignorare praesumitur, si enim non ignorat tunc illi currit:...), (p. 36-38)].
Che se, dunque, nel tempo prefissato il patrono presentò uno, ma questi o dissenta o rinunci dopo il consenso o muoia, allora il patrono avrà di nuovo integro il tempo, argomenta il [Cap. 26 (Si electio ex eo non sortiatur effectum), Titolo 6 (De electione et electi potestate, Liber 1, LIBERO SESTO], sebbene in verità questo testo parli solo degli elettori; nondimeno poiché la ratio ivi allegata, che appunto all'eligendo entro il termine del diritto avranno fatto ciò che a essi spettava, si adatta anche ai patroni, quindi si può estendere a ragione anche a quelli: dove infatti medesima è la ratio del diritto, ivi anche medesima deve essere la disposizione del diritto, purché nulla fraudolentemente abbiano (i patroni) fatto. Infatti se in merito a ciò si confutassero, il che deve accadere, dal momento che la frode non si presume, perciò chi la produce (fa valere come prova, appunto la frode), la debba provare, come nota la GLOSSA al capitolo citato [Cap. 26 (Casus. ...ideo canonici ad novam electionem habebunt integrum tempus, ac si non fecissen electionem, dum tamen non commiserint aliquam fraudem.), In particolare la GLOSSA: b Fraudulenter.] pone in ultima die trium mensium dixerunt canonici, eligamus talem qui dissentiet: & sic à die dissensus adhuc habebimus tres menses: & sic fraudem faciendo reperiebantur sex menses habere in cathedralibus vel regularibus, vel in inferioribus annum: quod esse non debet s.eod.avaritiae. Et dico quod qui fraudem allegat, eam probare debet. ff.de prob. quotiens. §. qui dolo.), Titolo 6, Liber 1, LIBRO SESTO], in base, appunto, alla Legge [Dig. 22.3.0. (De probationibus et praesumptionibus.), Dig. 22.3.1. (Quotiens quaereretur, genus vel gentem quis haberet necne, eum probare oportet), Dig., 12.3.2. (Et incumbit probatio qui dicit, non qui negat.), Dig. 22.3.18.1. (Qui dolo dicit factum aliquid, licet in exceptione, docere dolum admissum debet.), DIGESTO]. La collazione subito
si devolverebbe all'ordinario, non dovendo la frode servire allo stesso da giustificazione, e il proprio dolo (cioè la propria frode servire da giustificazione) a ciascuno, non ad altro ordinario, naturalmente in generale, cui possa già nuocere a causa del lasso di tempo il diritto acquisito, se in verità nessuno presentò, allora subito la collazione spetterà a chi ha il diritto di istituire se egli sia ordinario, altrimenti no, non spettando ad altri che all'ordinario de iure la collazione dei benefici [Cap. 3 (Cum & plantare sacram religionem. ... Ecclesias igitur & decimas de manu laicorum, sine consensu episcoporum, tam illos, quam etiam quosqumque alios religiosos recipere prohibemus, dimissis quascunque contra tenorem istum aliquo tempore receperunt.) / In particolare: Sommario § 1 (Excommunicati & interdicti omnino non debent admitti ad divina, etiam per religiosos exemptos. hoc dicit usque ad §. in ecclesiis. ABBAS SICULUS. ...); Sommario § 2 (Religosi etiam exempti in ecclesiis non pertinentibus ad eos pleno iure, non instituunt, nec destituunt inconsultis episcopis; sed rationem non exigunt in temporalibus ab institutis. hoc dicit usque ad §. quod si. ...); Sommario § 3 (Confratres exemptorum seu ipsorum oblati, qui in totum non se transtulerunt, iudicari possunt ab ordinariis locorum. hoc dicit, usque ad si. ABB. SIC. ...), Titolo 33 (De privilegiis, & excessibus privilegiatorm), Liber 5, DECRETALI] / [Cap. 12 (Si Papa contra pronunciationem suam confert beneficium, hoc tacito subreptitia dicitur collatio, et non tenet.), Titolo 27 (De sententia et re iudicata), (p. 788), Liber 2, DECRETALI] e ivi PANORMITANO [[?] / Commentaria Secundae partis in Primum Decretalium Librum. Tomus Secundus, (Venezia, 1591), De officio iudicis, Cap. 13 (... collatio beneficiorum, ..., spectat ad episcopum, & sic est iurisdictionis episcopalis, unde inferiores non possunt hanc potestatem vendicare nisi de iure speciali. hinc est quod gratiose suit patronis concessum, ut possint praesentare instituendos, reliqua vero fuerunt pro episcopis reservcata.... ... quod alio iure spectet collatio ad episcopum, quam confirmatio, vel institutio...) (p. 135)]. 1Bw&sa=X1=bo
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Nel frattempo è da notarsi che sebbene l'ordinario non possa abbreviare il tempo normale prefissato dalla legge per i patroni, per il fatto che un beneficio concesso dal diritto non possa essere portato via a nessuno se non, per esempio, lo richieda una causa importante, rispetto alla quale il patrono deve mettere in secondo piano il suo diritto, (sebbene) quello nondimeno possa prorogare, purché una qualche causa soccorra. La ratio è che la disposizione concernente il tempo è stata fatta in favore dell'ordinario, al punto che, decorso (tale tempo), pervenga di nuovo a collazione; chiunque può rinunciare poi a un proprio favore, ciò stesso non oscuramente si coglie nella Decretale [Cap. 2 (Sicut nobis tua fraternitas), Titolo 10 (De supplenda negligentia praelatorum), Liber 1, DECRETALI], dove, dice il papa, nel caso i patroni non presentino, sia lecito che i vescovi (provvedano all'istituzione). In effetti il verbo licet impone consenso e licenza, non la necessità; ma non può prorogare oltre il semestre anche con causa, non potendo oltre i sei mesi differire l'istituzione, senza che ad altro superiore si devolva la collazione: BARBOSA [op. cit., Libro 3, Capitolo 12 (De Iurepatronatus), n. 170 (Tempus ad praesentandum non currit absenti, vel legitime impedito.)]; CASTRO PALAO [Operis moralis, de virtutibus, et vitiis contrariis, in varios Tractatus, & Disputationes Theologicas distributi, (Lione, 1656), Parte Seconda (De virtute religionis, et ei annexis), Trattato 13 (De beneficiis Ecclesiasticis), Disputazione 2 (De his qui beneficia providere possunt, & de illorum provisione, & acquisitione), Punto 5 (Intra quod tempus liberum sit patrono nominare ad beneficium instituendum), n. 8 (Ordinario licitum est tempus prorogare patrono ad praesentandum)].
In avvenire, ai fini del valore (validità, efficacia) della presentazione non si richiede che il patrono stesso la presenti all'ordinario o a chi ha il diritto di istituire, neppure che il presentato si presenti fisicamente a lui, non essendo in diritto stabilito alcunché né dell'uno né dell'altro, e il Tridentino, mentre [Sessione 24, Decreto di riforma, Canone 18] prescrive che non si ammetta il presentato se non esaminato dall'ordinario, si possa benissimo esplicare (spiegare) che non debba essere ricevuto il presentato ai fini della istituzione, quindi è sufficiente che si presenti all'istitutore (cioè a chi istituisce) mediante lettera anche della famiglia: Cardinale DE LUCA [Theatrum veritatis et justitiae, (Lione, 1697), Tomo 13, I. De jurepatronatus, Discorso 64 (De praesentatione, quando dicatur valide, ac legitime facta, ...), n. 21 (Quod praesentatio debeat fieri penes acta, & in forma judicii, & quomodo. In particolare: Ad primum, ut praesentatio debeat esse penes acta judicij per libellum, vel comparitionem coram Superiore, quodque iste sit tutior modus, observant Campanil... & Vivian. lib. 8. cap. 7. num. 38, ubi annectit formulam: Verum quod etiam sine libello, vel comparitione oretenus id fieri possit coram Judice sedente pro Tribunali, quia Notarius, vel Cancellarius, qui sibi assistit, potest se rogare de actu, absque alio interventu testium, habetur in specie apud Cavaler. decis. 28), (p. 132)].
In verità l'istituzione da parte di un soggetto qualificato (la quale secondo il diritto comune (può competere) al solo vescovo [Cap. 3 (Ex frequentibus querelis didicimus), Titolo 7 (De institutionibus), Liber 3, DEBRETALI]; invece secondo il diritto speciale può anche competere ad altri inferiori, come indica il Concilio di Trento [Sessioni 7; e 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 18], e la prassi mantiene, deve necessariamente seguire la presentazione fatta entro la scadenza prefissata (in tempo debito), come risulta chiaro dal IX Concilio di Toledo (655) [Synodus Toletana Nona, Capitolo 1 (Ut de rebus nihil ecclesiae episcopi auferant, et qualiter proximi fundatoris ecclesiarum gerant sollicitudinem gerant.), Questione 1, Allegato]. La ratio poi è che, se l'istitutore potesse a suo piacere respingere la presentazione, già il diritto di presentare che nondimeno è la parte precipua del patronato, sarebbe di nessun peso (valore). Deve inoltre farsi l'istituzione con le medesime condizione che il fondatore all'inizio impose al beneficio, né alcuna cosa può detrarre da quelle o aggiungere, l'istitutore chiunque sia, come definì il Tridentino [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 5 (La logica richiede che a quelle cose che sono ben ordinate non si rechi pregiudizio con disposizioni contrarie. Quando, perciò, nella erezione o fondazione di benefici di qualsiasi natura, o in altre constituzioni si richedono certe qualità, o sono annessi ad essi determinati oneri, nel conferimento di qualsiasi beneficio o in qualsiasi altra disposizione non si deve derogare a queste prescrizioni. ... )], non potendo egli stesso portare via al
patrono il diritto acquisito affinché si conferisca il beneficio in tal modo e non in altro, per il fatto che ciò al solo principe supremo spetti come prova la 1Bw&sa=X1=bo
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GLOSSA [Cap. 6 (Constitutus in praesentia nostra Episcopus. In particolare la GLOSSA: h A quocunque.] .. Verius credo quod dicit Hu. episcopus non posset dare res unius ecclesiae, clericis invitis, alteri ecclesiae per iura permissa: nisi certa & rationabilis causa ostenderet, quia licet princeps hoc possit, episcopi tamen non possunt.), Titolo 36 (De religiosis domibus, ut episcopo sint subiectae), Liber 3, DECRETALI]. Si aggiunge che le fondazioni il
più delle volte si erigano per le ultime volontà, già in verità in relazione a queste, conformemente al [Cap. 17 (Tua nobis fraternitas), Titolo 26 (De testamentis et ultimis voluntatibus), Liber 3, DECRETALI], deve provvedersi per il tramite del vescovo, affinché il tutto proceda secondo la volontà del defunto. Onde il Tridentino [ibidem, Sessione 25, Decreto di riforma generale, Cap. 5 (.., Ogni povvista fatta in deroga a queste norme, sia considerata illegittima)] dichiara come surrettizie tutte le provvisioni (attribuzione di un titolo ecclesiastico), fatte con qualche deroga. La predetta definizione del Tridentino vale anche nel caso in cui sopraggiungesse il consenso dei patroni, dichiara la Congregazione dei Cardinali succitata, al punto che il beneficio, richiedendo, naturalmente in generale, un'età certa, non possa essere conferito ad altri, per il fatto che i patroni nei riguardi dello stesso beneficio non hanno alcuna potestà, come dice la Congregazione, e risulta evidente in base al Decreto di Graziano [Causa 16, Questione 7, Cap. 26 (Piae mentis), Decreti Secunda pars, GRAZIANO]. Nondimeno questa definizione trae in inganno: I. nel caso lo stesso mutamento si risolvesse in una grande opportunità per la chiesa, allorché si ritenga in verità a buon diritto che in quel caso lo stesso fondatore sia d'accordo e secondo il Tridentino non si possa presumere che voglia per sua decisione impedire il bene della chiesa, varrà il mutamento. II. nel caso la deroga si risolvesse in danno del solo patrono, come accadrebbe se, nello stesso tempo che il fondatore, nel presentare, richiedeva soltanto la qualità civica, l'ordinario aggiungesse con il consenso del patrono che fosse insieme nato da una famiglia determinata; ebbene varrà questa deroga, quando da una parte sia d'accordo quello (intendi del patrono ereditario) a favore del quale fu eretta la fondazione, potendo chiunque portar via del tutto il diritto di patronato ai propri eredi, donandolo alla chiesa, e molto più, dall'altra (parte), quindi lasciarlo agli eredi secondo la regola comune, la quale ammette che non si possa impugnare il giudizio di chi dette meno, mentre era assolutamente libero di dare nulla; d'altra parte si promuova allora il bene della chiesa, purché quella (chiesa) consegua più facilmente così la libertà: Cardinale DE LUCA [Theatrum veritatis et justitiae, (Lione, 1697), Tomo 13, I. De jurepatronatus, Discorso 18 (An Episcopus, cui assignata est congrua, reliquis fructibus assignatis pensionariis, possit manu sua, & propria auctoritate congruam exigere; Et an volens, debeat esse particeps affictuum & administrationis, quae à pensionariis fiant.), n. 4 (An patronus ex intervallo, vel successor possit alterare naturam jurispatronatus, ac adjicere dictam qualitatem passivam, distinguitur.), (p. 35)]. Ho detto ereditario, infatti nel patronato gentilizio detto mutamento varrà soltanto tanto quanto la vita del patrono consenziente, per il fatto che tale non possa recare pregiudizio ai successori, calcolando (determinando) questi il proprio diritto non dallo stesso, ma dal primo fondatore, e il vescovo non può a essi non consenzienti limitare il diritto di patronato, dal momento che non può rendere peggiore la condizione di coloro che sono chiamati al diritto di patronato. Come d'altra parte l'istituzione non si può non concedere quando la presentazione è stata fatta in tempo debito da parte di un soggetto abile, così quella in nessun modo sia da darsi quando è fatta da parte di un soggetto incapace, anzi, nel caso il patrono chierico scientemente abbia presentato un inabile, eo ipso non potrà più per quella volta presentare, ma la collazione spetterà ipso iure al vescovo, argomenta il [Cap. 7 (Cum in cunctis sacris ordinibus), Titolo 6 (De electione et electi potestate), 1Bw&sa=X1=bo
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Liber 1, DECRETALI], e così dichiarò Innocenzo III [Epistolarum, Libri Quatuor, Regestorum XIII. XIV. XV. XVI., (Tolosa, 1635), Liber III. Regest. XV., Epistola 226 (Varia litis implicitae capita decidit. In particolare: Ex litteris Venerabil. Fratris nostri ... Pictaven. Episcopi .... Abatissa Sanctae Crucis de Pictavi, quae se in eadem ius patronatus habere dicebat, admittere noluisset: ... & Abatissa praefata infra tempus in Lateranens. Concilio constitutum personam non curaverit idoneam praesentare, ac praesentando indignum, illa vice ius amiserit praesentandi, ...), (p. 498)], dove così la prefata (predetta) badessa di Santa Croce, presentando uno in-
degno, perdette, quella volta, il diritto di presentazione; la quale dichiarazione tuttavia deve spiegarsi in relazione alla presentazione scientemente fatta nei confronti di uno indegno, insegna van ESPEN [Ius ecclesiasticum universum antiquae et recentiori disciplinae, (Lovanio, 1753), Parte 2, Sezione 3, Titolo 8 (De Jure Patronatus), Cap. 5 (De Praesentatione, & differentiis inter Patronum Ecclesiasticum & Laicum), n. 23 (Patronus Ecclesiasticus praesentans indignum, excidit pro ea vice jure praesentandi. In particolare: XXIII. ... In quam rem expressa sunt verba Innocenti III, lib. 3. Regesti Epist. 226. "Praefata Abbatissa (Sanctae Crucis) praesentando indignum, illa vice amisit jus praesentandi. Quod tamen intelligi debet, nisi incapacitatem Praesentanti probabiliter ignorasset.), (pp. 769-772)], e darà la sua ratio: pro-
cedendo altrimenti Innocenzo con più rigore verso i patroni, che verso gli elettori dei vescovi, mentre a quelli che ignorantemente eleggono uno illegittimo, colui al quale si era dovuto postulare, accorda una nuova postulazione [Cap. 20 (Innotuit nobis. In particolare il sommario: Illegittimus potest postulari, non autem eligi: & electores nisi probaverint illum ignoranter elegisse, incidunt in poenas Lateranensis concilij.), Titolo 6 (De electione), Liber 1, DECRETALI],
quando tuttavia la retta ratio sembri postulare che si puniscano di più quelli che eleggono uno indegno al vescovato, piuttosto che quelli che tale (indegno) presentino al beneficio, di gran lunga inferiore all'episcopato, certo al canonicato o ad altro semplice. Per cui dico: il chierico che ignorantemente presenta (l'ignoranza tuttavia non crassa e affettata (falsa), dal momento che queste sono messe allo stesso livello della consapevolezza, e a ragione non discolpano [Cap. 1 (Requisivit à nobis tua fraternitas), Titolo 13 (De ordinatis ab episcopo qui renunciavit episcopatui), Liber 1, DECRETALI], non è privato del diritto di una nuova presentazione. La pena infatti deve essere commisurata alla colpa; questo allora non avverrebbe, se tale ignorante, per omessa diligenza nell'investigare, fosse privato del suo diritto. Quindi ogni ignoranza o del fatto o del diritto non nuoce nel caso non sia pigra (passiva, trascurata) e si muove per evitare il danno [Dig. 22.6.0. (De juris et facti ignorantia), Dig. 22.6.1pr. (Ignorantia vel facti vel iuris est), Dig. 22.6.7. (Iuris ignorantia non prodest adquirere volentibus, suum vero petentibus non nocet), Libro 22, Titolo 6, DIGESTO]. Infine, l'ignoranza non supina (cioè non passiva, acquiescente, accondiscendente) nessuno fa diventare degno della pena, dichiara lo stesso pontefice (Alessandro III) nel citato Capitolo 1, aggiunge che soltanto gli elettori siano privati del diritto di elezione se scientemente eleggono uno indegno [Cap. 18 (Quamquam in casu negligentiae sit statutum à iure), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, LIBRO SESTO]; [Cap. 25 (Cum Wintonien. ecclesia pastore vacaret) ), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]; infine mentre eleggono uno inabile per un occulto vizio, si concede agli stessi un nuovo semestre; allora perché i patroni saranno privati del diritto di una nuova presentazione quando l'elezione assegna, se non maggiore, almeno un diritto uguale all'eletto, quanto la presentazione ai presentati, riguardo alla quale si tratta di un pregiudizio maggiore, tanto da doversi perciò richiedere ancora una maggiore diligenza nell'indagare sulla vita e i costumi del soggetto di elezione, che riguardo alla presentazione. Taccio ciò che Innocenzo III esplica [Cap. 21 (Cum inter canonicos Saonenses super electione Pontificis), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI] / [il citato Cap. 7 (Cum in cunctis sacris ordinibus), Titolo 6 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI], donde argomen-
tano gli avversari, riguardo a coloro che eleggono scientemente. Per quel che riguarda i patroni laici, in nessun caso stimo più giusto che quelli siano privati di una nuova presentazione, insieme con la GLOSSA [Cap. 4 (Cum vos plerumque oporteat ordinationem. In particolare, la GLOSSA: b Minus idoneae.] Sic patet quod patronus laicus licet praesentet indignum, non est privatus nec privandus potestate presentandi, sed in collegio seu ecclesiastica persona aliud est: quia si collegium eligavit vel praesentet indignum, est ipso iure privatus. secundum de elec.cu.cum. in cunctis. Idem credo de clerico patrono, ...), Titolo 31 (De officio iudicis ordinarij), Liber 1, DECRETALI], e FA-
GNANI [Jus canonicum sive COMMENTARIA IN Primum Librum Decretalium, (1704), De officio ordinarii, Caput 1Bw&sa=X1=bo
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IV. (Cum vos plerunque oporteat ordinationem Ecclesiarum differre), (pp. 559 e segg.). In particolare il n. 12 di pag. 560: "... ut ex Sententia Sacrae Congregationis Cardinalium ejusdem Conciii ...)] attesta che questa senten-
za è recepita dalla Sacra Congregazione, per il fatto che prima le dette disposizioni contrarie parlano soltanto degli elettori e perciò, quando ci siano le penali, non possono essere estese ai patroni laici, e Alessandro III citato [Capitolo 4 (Cum vos plerumque oporteat ordinationem ecclesiarum differre), Titolo 31 (De officio judiciis ordinarii), Liber 1, DECRETALI], senza fare distinzioni dà incarico al vescovo che, nel caso non possa ordina-
re (una persona idonea al) la chiesa, per il fatto che dai laici sono presentate persone meno idonee, mettta nel frattempo un economo, il quale debba fedelmente preservare i frutti per le future persone. In merito a tale Capitolo, LAYMANN nota con l'opinione generale che, nel caso, avvisato, non presenti un altro entro i 4 mesi, la libera collazione sia lasciata all'ordinario, per il fatto che pari sono il non presentare nessuno e il presentare un soggetto inabile. Supporrei tuttavia che nel patronato gentilizio il vescovo sia astretto (vale a dire: costretto) a investire uno della gente, convocata in forma passiva a proposito del beneficio, non dovendo la negligenza o la colpa del patrono nuocere a quelli che non da tale patrono, ma dal fondatore ricevono il diritto (sono cioè gli aventi causa), e del resto un diritto attivo e passivo sarebbe di pregiudizio per la stessa fondazione, nella quale (fosse stato) riservato in favore della (cioè destinato alla) stirpe. Un altro diritto dei patroni consiste in ciò, che, nel caso si siano ridotti in miseria, possano richiedere alla chiesa gli alimenti (i mezzi di sussistenza): questo diritto deve la sua origine al IV Concilio di Toledo, celebrato sotto Onorio I, pontefice del 7° secolo, nel quale il Canone 37 così si legge: chiunque dei fedeli, per devozione propria, con le sue facoltà (cioè risorse) abbia contribuito con qualcosa alla chiesa, se per caso egli stesso o i suoi figli si siano ridotti in miseria, dalla medesima chiesa percepiscano l'aiuto (favore, appoggio) in relazione alle necessità del tempo della vita. Non dissimilmente decretò Leone IV, pontefice del 9° secolo, allorché così, come riporta GRAZIANO [Causa 16, Questione 7, Capitolo 29 (Contra sanctorum patrum censuras videtur existere. In particolare: Si vero fundatores ecclesiarum ad inopiam vergere coeperint, ab eisdem ecclesijs temporalis vitae suffragia percipiant.), Decreti Secunda Pars, DECRETI GRAZIANO], al re Carlo rispose con un
rescritto: se davvero i fondatori delle chiese abbiano incominciato a versare in povertà, dalle medesime chiese percepiscano i suffragi (cioè mezzi di sostentamento) della vita temporale. Clemente III approvò queste ordinanze (clausole, sanzioni) [Cap. 25 (Nobis fuit). Titolo 38 (De Iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], allorché così statuiva: se il fondatore versi in povertà, dalla chiesa modestamente, o come altri legano (lasciano per testamento), moderatamente si venga in suo aiuto, come è stabilito nei canoni antichi, con cui consuonano le parole dei pontefici romani, di cui si serve il vescovo, fatta la consacrazione della chiesa, e così sonano (significano, esprimono): Se il fondatore o i suoi eredi siano per caso pervenuti nell'indigenza, essendo gradito il ricordo, la chiesa riconosce la pia liberalità (munificenza, generosità) del fondatore. Da tutte le quali cose si ricava (si deduce, si argomenta): I. Primo: che la chiesa sia più obbligata verso i suoi ministri, che verso i suoi fondatori, allorché è costretta a procurare loro le cose necessarie della vita, sebbene abbiano i beni patrimoniali come insegnano PANORMITANO e INNOCENZO in relazione a [Cap. 4 (Episcopus si aliquem sine certo titulo. In particolare il Sommario: Alex.iij. in concilio Lateranen. Qui ordinavit aliquem ad sacros ordines sine titulo, non habentem de suo unde vivat, providere tenetur ei de suo, donec aliquem titulum fuerit consecutus.), Titolo 5 (De praebendis & dignitatibus), Liber 3, DECRETALI / COMMENTARIA SEU LECTURA in ... Decretalium Librum, Nicolaus De Tudeschis, PANOR. SUPER TERTIO, De prebendibus et dignitatibus, EPISCOPUS ... (1 Episcopus non debet promovere aliquem qui non habet unde vivat: et sic ordinare aliquem sine titutlo.) / Commentaria INNOCENTII QUARTI Pont. Maximi super Libros Quinque Decretaliu, (Fraconforte, 1579), Titulus V. De praebendis et Dignitatibus. Caput. IIII. (1. Ordinator non cogitur providere ordinato. 2 An sit necessarium quod ordinator & ordinatus consentiat quod de patrimoniali1Bw&sa=X1=bo
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bus vivat.), (p. 355)], non essendo nessuno costretto a prestare servizio militare
a sue spese, a questi in verità non altrimenti che se si fossero ridotti in miseria, nel quale caso anche il liberto è tenuto a alimentare il patrono [Dig. 25.3.0 (De agnoscendis et alendis liberis vel parentibus vel patronis vel libertis), Dig. 25.3.5.10. (Si quis ex his alere detrectet), Liber 25, DIGESTO],
e senza dubbio ridotti per caso (accidentalmente); non essendo altrimenti degni di compassione, e si darebbe a essi l'occasione di dilapidare i loro beni. II. Secondo: che la chiesa si attiene ad alimentare più pinguemente i fondatori che gli altri poveri; argomenta il [Cap. 7 (Cum in officiis charitatis primo loco illis teneamur obnoxii, à quibus beneficium non cognoscimus recepisse), Titolo 26 (De testamentis & ultimis voluntatibus), Liber 3, DECRETALI], con rispetto tuttavia, come dice la GLOSSA [Cap. 25 (Nobis fuit. In particolare la GLOSSA: g Modeste.] Habito respectu ad facultates ecclesiae, & ad qualitatem personae.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] riguardo alla parola
modestamente, alle facoltà (cioè risorse) della chiesa e alla qualità della persona. Se è tenuta davvero la chiesa ad alimentare gli altri poveri a titolo di carità, ad alimentare i fondatori in particolare anche a titolo di gratitudine come indica il pontificale nella parola gradita e con giudizio. Se i pontefici non avessero voluto statuire mediante le proprie sanzioni che i fondatori poveri fossero alimentati più pinguemente che altri, non avrebbero statuito alcunché di speciale a favore dei patroni, essendo già la chiesa di per sé tenuta ad alimentare i poveri come nota la GLOSSA [Causa 16, Questione 7, Cap. 30 (Quicumque fidelium devotione propria de facultatibus. In particolare la GLOSSA: b Ad inopiam.] Sed none ecclesiae tenet omnibus pauperibus subvenire, ut ...? Responditur sic, sed istis abundantius quam aliis, extra de testa.cum in officijs. & melius providebit ei, qui quandoque fuit dives, quam pauperi.), Decreti Secunda Pars, DECRETI GRAZIANO].
III. Terzo: che mentre i canoni vogliono che dalle chiese siano assicurati ai fondatori i suffragi della vita, o come recita la rubrica (cioè il sommario) di cui al [Cap. 25 (Nobis fuit. In particolare, appunto, il Sommario: ... Patrono debetur ... & alimentatur ab ecclesia si vergat ad inopiam. hoc tertio. Et iste textus est de principalioribus.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], siano alimentati dalle chiese, i fondatori non solo gli
alimenti, cioè il cibo possono esigere, ma anche il vestiario e l'abitazione, in quanto sono inclusi sotto lo stesso nome [Dig. 34.1.0. (De alimentis vel cibariis legatis), Dig. 34.1.6. (Legatis alimentis cibaria et vestitus et habitatio debebitur, quia sine his ali corpus non potest), Dig. 34.1.23. (Rogatus es, ut quendam educes: ad victum necessaria ei praestare cogendus es. paulus: cur plenius est alimentorum legatum, ubi dictum est et vestiarium et habitationem contineri? immo ambo exaequanda sunt), Libro 34, DIGESTO], per il fatto che senza di essi il corpo si
non può sostentare (sviluppare, rinvogorire). TERZO, il diritto di patronato consiste nella facoltà di richiedere la precedenza o il primo posto nelle processioni. I canonisti ascrivono questo diritto cetamente a San Gelasio Papa, che nel 5° secolo si occupò della chiesa, concedendo inoltre lo stesso papa, come riporta GRAZIANO [Causa 16, Questione 7, Capp. 26 (Piae mentis) e 27 (Frigentius), Decreti secunda pars, GRAZIANO], soltanto ai fondatori tale possibilità di ingresso solenne, che a ogni cristiano è dovuta; non vedo come una certa precedenza possa essere da essi strappata, quando ciò che a tutti si deve, se espressamente si conceda a uno, non include, come è chiaro, una tale precedenza, onde ascriverei questo diritto a maggior ragione a Clemente III, che ai fondatori, come è chiaro in base al [Cap. 25 (Nobis fuit. ... Pro fundatione quoque ecclesiae honor processionis fundatori servatur ...), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], attribuisce l'onore della processione, a meno che lo stesso pontefice nelle parole finali non si fosse riferito ai Sacri Canoni, per i quali si possono intendere non di altri che di Gelasio, mantenendo gli altri su questo diritto un alto silenzio, dicendo come nei Sacri canoni è istituito. L'onore poi della processione consiste in ciò, che se il fondatore sia un principe di grande potenza, lo stesso, come prescriverà il pontificale romano, debba essere accolto (ricevuto) in modo da precederlo, o anticiparlo, altrimenti si debba dare allo stesso il posto più onorevole nelle processio1Bw&sa=X1=bo
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ni, giusto il prescritto Pontificale Romano intitolato De Consecratione Ecclesiae, nelle parole: i fondatori e i loro eredi nelle processioni debbono essere i primi. Ritiene inoltre van ESPEN [Ius Ecclesiasticum Universum, (1715), Parte Seconda, Titolo 25 (De Iure Patronatus), Cap. 7 (De Juribus honorificis praecipue Patrono debitis), (p. 665)] che i patroni possano pretendere di essere incensati nelle chiese, di essere aspersi con l'acqua del purificato, i loro nomi nelle pubbliche preghiere siano lette davanti all'altare, finché vivono, sia a essi assegnato un posto nel coro (parte delle chiese cristiane, situata nella zona terminale della navata centrale, ove si raccolgono i religiosi per accompagnare col canto gli uffici sacri; anche l'insieme degli stalli lignei disposti nel coro per i cantori) e, morti, siano ivi poi seppelliti. Indica tut-
tavia van ESPEN [ibidem, Parte II, Tit. 25, Cap. 7, n. 38 (Circa usum horum jurium multum valet consuetudo] che si deve considerare la consuetudine, onde in conformità della quale tutto ciò stimo che si debba definire. Quanto al resto, l'alimentazione e l'onore della processione competono a ogni patrono, dal momento che il pontefice nei citati capitoli ricorre alle parole: chiunque, se uno con le quali abbracciare tutti: inoltre è provato, e non è necessario che questi diritti siano specificatamente riservati nella fondazione, dovendosi de iure. QUESTIONE 1: Forse il fondatore possa presentare sé stesso o suo figlio? Si risponde al primo, negativamente: è chiaro in base alla lettera di cui al [Cap. 26 (Per nostras postulasti litteras edoceri), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRTALI], poiché sa di vizio di ambizione, e deve esserci distinzione tra il patrono e il presentato, tra il dante e il ricevente [Cap. 7 (Cum ad nostram), Titolo 7 (De institutionibus), Liber 3, DECRETALI]. In ultimo neppure può per il tramite di un altro da sé deputato, presentare sé stesso, poiché così presenterebbe sé stesso virtualmente, in quanto qualunque cosa faccia il delegato, non a suo nome, bensì a nome del delegante fa: tanto meno deve concedersi per altra via ciò che per una si proibisce. Intanto può essere presentato dal compatrono e, per mezzo dell'accettazione della di lui presentazione, nel caso in cui i patroni siano più di uno, (può) accrescere il numero dei voti a sé più favorevoli; se infatti questo, secondo l'opinione comune, vale nell'elezione, perché non varrà nella presentazione? Si risponde, per quel che riguarda il secondo, affermativamente, dal momento che in nessun luogo questo è interdetto, e la finzione del diritto, per la quale il padre e il figlio sono considerati come una persona sola, non si applica nelle cose spirituali, così ABBAS, BARBOSA, AZOR. QUESTIONE 2: Forse i patroni nel presentare possano variare? Si risponde: prima che la presentazione sia fatta all'istitutore, è lecito a tutti variare, mancando ancora alla presentazione in verità il requisito essenziale, appunto la notifica della presentazione fatto all'istitutore: a nessun presentato spetta il diritto richiesto per un beneficio, ma soltanto che possa procedere in relazione alla stessa istituzione: LOTTER [De re beneficiaria, (Lione, 1637), Libro 2, Questione 13 (Institutio praesentati ad Beneficium Iuris patronatus, uti necessaria sit, & quo ordine promoveatur), n. 14 (Praesentatio, quod ius conferat.): ......& docet Abb. in cap. cum Bertoldus, num. 12. de sent. & re iudic.] / [Tertia pars COMMENTARIORUM seu Lecture: domini Nicolai de Tudeschis: Siculi: Abbatis, Volume 3, Edizione 1, Tit. De sententia et re iudicata, Cap. Cum Bertholdus, n. 11-12 (Presentatus qui ex causa legitima non fuit institutus ab episcopo: habet contra ipsum actionem personalem ut sibi provideat de beneficio. In particolare, al n. 12: Idem potest agere contra intrusus in illo beneficio ut inde removeat et sua praesentatio admittatur. ...)] /[Decretalium Compilatio, Lectio Altera, Gregorio VIIII. Libro 2, Titolo 27 (De sententia et re iudicata), Cap. 18 (Quum Bertholdus miles curiam suam), (p. 806)]
Ma se la presentazione ha fatto vibrare i timpani del vescovo, allora il patrono chierico non può più variare, in quanto, come dice Innocenzo IV riguardo al Capitolo 24 del De iure patronatus [Apparatus super quinque libros Decretalium, 1491, Liber Tertius, De iure patronatus, CUM AUTEM ADVOCATUS id est ... presentatio clericorum vim electionis habet. (p. 334) / Commentaria Innocentii Quarti Pont. Maximi super Libros Quinque decretalium, (Francoforte, M.D.LXX.), III Lib. Decretal., Tit. XXXVIII., Cap. XXIII. (CUM AUTEM (ADVOCATUS) ... praesentatio clericorum vim electionis habet.), (p. 443) ]: la presentazione dei chierici ha valore di elezione, e secondo l'anti-
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co diritto a nessuno era lecito variare, dal momento che, per quel che riguarda i chierici conformemente al Cap. 24 citato, si trova solo mutatum; per cui stando all'antico diritto per quel che riguarda i chierici, poiché, come dice la Legge [CJ.7.62.0. (De appellationibus et consultationibus), CJ.7.62.32pr. (Praecipimus ex appellationibus spectabilium iudicum), CJ.7.62.32.6. (Quidquid autem hac lege specialiter non videtur expressum, id veterum legum constitutionumque regulis omnes relictum intellegant), CODICE GIUSTINIANO]: i diritti antichi non dobbiamo dire
corretti, se non si trovano corretti, si aggiunge che i chierici presentano a nome della chiesa, e dunque la variazione non si addice affatto agli stessi in quanto tali, essendo indice di animo incostante. Dalle quali cose consegue che, fatta la presentazione allo stesso istitutore, dal presentato, nel caso non abbia un socio (cioè un cointeressato, un altro presentato) e per una ragione diversa sia abile, è acquisito riguardo al beneficio un diritto solido (fermo, consolidato, sufficiente, idoneo) per il fatto che il patrono non possa più variare; diversamente nel caso i presentati siano stati più di uno, allora, infatti, potendo l'istitutore ammettere tra i presentati congiuntamente chi avrà voluto, nessuno ha un diritto fermo in astratto, quantunque tutti abbiano in concreto il diritto che uno di loro sia istituito. Inoltre il patrono laico, la questione ancora aperta, cioè fin quando non è seguita l'istituzione, può sempre variare [Cap. 29 (Pastoralis officij), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], non certamente rimuovendo il presentato in un primo tempo, quando la persona che il patrono una volta approvò, e chi da questa approvazione e presentazione fatta all'istitutore ha già acquisito il diritto di non essere rimosso, non può dallo stesso essere più riprovato (rifiutato, respinto); in ultimo nel caso il patrono espressamente (altrimenti non si presume, non ritenendo che nessuno voglia agire contro la permissione (autorizzazione, concessione, licenza, permesso) di un diritto) rifiuti il primo, già senza riserve si dovrebbe a questo rifiutato concedere l'istituzione, così ABBAS SICULUS [COMMENTARIA seu Lectura in ... Decratelium librum, Volume 3, Edizione 2, di Niculaus de Tudeschis, De iure patronatus, CUM AUTEM (Laicus patronus uno praesentato potest alium praesentare, secus in patrono clerico, vel specialibus sic. In pluribus successive praesentatis a patrono laico episcopo datur ratificatio: sed in praesentatis apersona ecclesiastica potior est primo praesentatus.), (p. 274) / Cap. 24 (Cum autem), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]; GUTIERREZ Juan [Tractatus DE IURAMENTO CONFIRMATORIO, et aliis in iure variis resolutionibus, (1597), Parte 3, Cap. 13 (De patronis ecclesiarum, an possint variare), n. 4 (Patronus laicus ita demum potest variare, accumulando, secus vero recedendo à prima nominatione, & n. 5. E cioè: 5. Patronus laicus si simpliciter nominet sive praesentet secundum, non fata mentione de primo, nec dicat variando, nec accumulantive, nec a primo recedendo, valet haec secunda nominatio, & datur optio episcopo, & data paritate episcopus debet eligere, & instituere primum.), (pp. 307-308)]; BARBOSA
e altri, per il fatto che la seconda presentazione, siccome fatta contro la permissione di un diritto, sia nulla, e dunque si reputa come non fatta. Ebbene aggiungendo, e accumulando, uno, insomma in sequenza più di uno, dal momento che, per quanto dipende da questo, non si reca all'ordinario alcun pregiudizio, ma piuttosto si aumenta la sua libertà nell'elezione dei più degno. La decisione di questa questione si fonda in special modo sul citato Cap. 24 del Titolo 38 delle Decretali, dove, posto al papa il quesito come doversi ordinare la chiesa allorché il patrono, non respinto il primo presentato, postuli che un altro sia poi ammesso, il papa risponde che: nel caso il patrono sia laico, ciò dipende dalla decisione (volontà, potere, facoltà) del vescovo; se chierico, l'istituzione si deve concedere al primo, in quanto colui che (è) primo dal punto di vista del tempo, si ritenga più degno dal punto di vista del diritto, dunque con questo stesso (diritto) che si lascia al giudizio del vescovo ammettere chi voglia dei due presentati dal laico: Viene indicato che i laici possono validamente variare, dovendosi necessariamente concedere per altre ragioni l'istituzione al primo presentato, il quale soltanto vien fuori presentato, rimossa la potestà di variare, giacché mai si può negare questa istituzione al presentato abile [Causa 16, Questione 7, Cap. 32 (Decernimus, ut quamdiu fundatores ecclesiarum in hac vita), Decreti secunda pars, GRAZIANO]. 1Bw&sa=X1=bo
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Da quanto detto consegue che attraverso la presentazione del laico nessun diritto fermo sia dato al presentato così da doversi necessariamente conferirgli il beneficio, potendo il laico, variando, far sì che al vescovo sia data la facoltà di respingerlo, e di ammettere il presentato in un secondo tempo; sia dato in verità (il diritto fermo di cui trattasi) al presentato dal chierico, dal momento che non può variare, onde dice la GLOSSA: i patroni chierici hanno un diritto più pingue dei patroni laici, cioè, come espone ZARABELLA [ZABARELLA Francesco, Cardinalis Zabarella in tertium decretalium, (Lione, 1557), Cap. 24, De jure patronatus]: dalla loro presentazione si attribuisce al presentato un diritto maggiore che (dalla presentazione) dei laici. QUESTIONE 3: Forse il laico, dopo aver pronunciato il giuramento di non variare, possa lecitamente e validamente variare? Si risponde che non può lecitamente variare, in quanto agirebbe contro il giuramento di fedeltà fatto al presentato. Al secondo punto, risponde CASTRO PALAO che non può validamente variare, per il fatto che l'atto che si dovrebbe fare davanti al superiore, nel caso sia contro il giuramento, è nullo, nondimeno lo stesso (CASTRO PALAO) confessa che egli non è mosso a difendere questa sentenza con la ragione, bensì con l'autorità dei dottori; per cui crede che sia valida anche la seconda presentazione, nel caso il giudice l'abbia ammessa. Io poi con PANORMITANO [Consilia et Quaestiones, (1577), Questione Seconda, n. 5 (Iuramentum tanquam spirituale non subijcitur dispositioni laicorum. In particolare: ... iuramentum tanquam spirituale non subijcit dispositioni laicorum, spectat ad forum ecclesiasticum an discernere valeat vel non, ...[?]], il quale dice che un'opinione contraria è riprovata dall'o-
pinione comune, sento che l'atto contro il giuramento sia valido, e di conseguenza la variazione ha valore. Sono indotto anzitutto da ciò, che in nessun luogo nel diritto si dichiara tale atto non valido, per la ragione che nella Decretale [Cap. 25 (Dilecto filio), Titolo 5 (De praebendis & dignitatibus), Liber 3, DECRETALI], cui il più delle volte ricorrono gli avversari, il pontefice in ordine a questo punto ha parlato solo incidentalmente, e non fonda affatto la ratio della decisione sul giuramento, come crede Diego de COVARRRUBIAS Leyva [Opera omnia, (1610), Tit. & cap. (De iuramento quo confirmatur rei dotali alienatio. 285), Parte 2 (Secunda relectionis Pars: Viribus iuramenti confirmatorij, quoad contractus, caeterosque actus humanos), §. Secundus. (De iuramento confirmatorio alienationem rei dotalis), n. 10 (Actus spiritualis contrarius iuramento an valeat.)], ma piuttosto su altre cause ivi allegate, il cui valore era già appro-
vato [Cap. 20 (Tuae fraternitatis devotio), Titolo 5 (De praebendis & dignitatibus), Liber 3, DECRETALI]; in ultimo il suddetto Capitolo Dilecto (cioè Cap. 25) non contiene la decisione del papa, ma soltanto l'allegazione delle parti, onde da ciò nulla si può trarre con fondamento. In secondo luogo, perché la GLOSSA [Cap. 9 (Procurator), Titolo 19 (De procuratoribus), Liber 1, LIBRO SESTO. In particolare la GLOSSA: g) Revocatus.] Procurator revocari potest, licet dominus iuraverit non revocare], dice che il procuratore può essere revocato, benché il signore abbia
giurato che non lo avrebbe revocato. Infine il Papa (Innocenzo III) [Capp. 22 (Sicut ex litteris tuae fraternitatis accepimus) e 31 (Si inter virum & mulierem legitimus consensus interveniat de praesenti, ita quod unus alterum mutuo consensu, verbis consuetis expresso, recipiat, utroque dicente: ego te in mea accipio: &, ego te accipio in meum: vel alia verba consensum exprimentia de presenti: sive sit iuramentum interpositum, sive non, non licet alteri ad alia vota transire), Titolo 1 (De sponsablibus & matrimonijs), Liber 4, DECRETALI], decretò che
sono validi gli sposalizi contratti seduta stante (cioè con le parole rituali), e dopo tutte le altre (parole) rafforzate col futuro giuramento. Si aggiunge che più spesso il papa nei suoi rescritti parifica il giuramento con la confermazione apostolica, naturalmente in generale, allorché dice: le decisioni rafforzate con giuramento e con la confermazione apostolica, e nondimeno l'atto contro tale decisione rafforzata con confermazione apostolica è valido, come risulta chiaro dal [Cap. 7 (Quae in ecclesiarum), Titolo 2 (De constitutionibus), Liber 1, DECRETALI], e la GLOSSA nota al Capitolo 25 (Dilecto) del Tit. 5 delle Decretali. E infine con ciò stesso che, come CASTRO PALAO ammette, vale la seconda presentazione nel caso l'ordinario l'abbia ammessa, non costituendo ostacolo il giuramento; consegue che 1Bw&sa=X1=bo
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sia valida la variazione non in conformità con il giuramento, perché, se non valesse, già la seconda presentazione originata da questa variazione, non potrebbe essere ammessa, avendo avuto origine da un inizio inficiato (invalido), e perché già, dalla prima presentazione fortificata dal giuramento di non variare, appartiene al primo presentato il diritto richiesto, che l'ordinario non può levare, come nota la GLOSSA [Cap. 6 (Constitutus in praesentia nostra), Titolo 36 (De religiosis domibus), Liber 3, DECRETALI]. QUESTIONE 4: Forse, lite pendente tra i presentati in merito alla presentazione, nel caso uno di loro muoia o rinunci, sia valido variare o nominare un atro al suo posto, prima che consti dell'efficacia del diritto di presentazione verso la persona del superstite? Si risponde che non può per la statuizione di Bonifacio VIII [Cap. 1 (Dispendijs, quae propter electiones diversas ecclesiae patiuntur interdum), Titolo 8 (Ut lite pendente nihil innovetur), Liber 2, LIBRO SESTO]. La ratio si desume dal Cap. 2 (Si hi contra) del medesimo Titolo 8: affinché non capiti che i litigi, per colpa dei nuovi avversari, si prolunghino con grave perdita per la chiesa. La quale ratio, valendo anche a proposito delle presentazioni, a buon diritto anche a quelle si estende la detta disposizione di cui al suddetto Cap. 1, sebbene parli soltanto delle elezioni. Infine, nel caso uno dei presentati fosse già istituito, la verità oltre ogni dubbio, unitamente al Cap. 2, sarebbe che a differenza del precedente (caso), nota la glossa, relativamente a questo caso parli segnatamente anche della presentazione. Ho detto lite pendente tra i presentati, altrimenti infatti dovrei dire, allorché la lite si verificasse tra i patroni e il vescovo che pretende la libertà, o tra i patroni stessi sulla pertinenza (spettanza) del diritto di patronato, in quanto, quando in quel caso per la variazione non si moltiplicano e non si prolungano le liti, quando il diritto di colui che presenta trae a sé il diritto del presentato, vivo o morto, come nel primo caso, ove se al posto del defunto si mette un altro, rimane sempre discutibile il diritto del defunto, che, nel caso consti del suo diritto, un altro si possa respingere come intruso, per cui cessa la disposizione di Bonifacio, cessando la sua ratio finale. QUESTIONE 5: Forse a causa della lite protratta oltre il tempo prefisso (fissato, stabilito in precedenza) per la presentazione del patrono, possa il vescovo conferire il beneficio? Si risponde: sembra ciò da dirsi ai sensi delle Decretali [Capp. 2 (Quaecunque ecclesia), 12 (Si vero ordinatio alicuius ecclesiae ad tuam institutionem spectat), 22 (Eam te decet) e 27 (Cum propter discordias laicorum), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dove si dice che
il vescovo debba ordinare la chiesa con una persona idonea, nel caso la questione tra i patroni non sia stata definita; ma, poiché al contrario vige la prassi, e anzi sarebbe crudele se il patrono per colpa di una lite frivola mossa dall'avversario fosse privato del diritto della libera presentazione, e rimanesse assolutamente vincolato a presentare quello che il vescovo istituì, sebbene egli stesso avesse presentato un altro in tempo debito, stimo perciò che più probabilmente si sostenga il contrario, soprattutto quando non scorre il tempo per gli elettori, se non possono essi stessi rimuovere l'impedimento [Cap. 60 (His quibus interdicitur. In particolare il Sommario: Electoribus impeditis, currit tempus si possunt impedimentum tollere.), Titolo 7 (De electione et electi potestate), Liber 1, DECRETALI]. In relazione ai capitoli contrari si risponde che sia-
no (cioè tali capitoli) da intendere: Ø o in relazione al caso in cui nessuno risulta in tempo debito presentato, da parte di chi evinse il diritto di patronato; Ø o in relazione al caso in cui, come dice il Card. DE LUCA citando Lapus (Johannes Lapus Castilioneus da Firenze), incalza la ratio di un grave scandalo o che debba il vescovo ordinare ad interim (temporaneamente), sostituendo ovviamente uno che osservi le leggi e gli oneri della fondazione, argomen1Bw&sa=X1=bo
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ta la Decretale [Cap. 4 (Cum vos prelumque, oporteat ordinationem ecclesiarum differre), Titolo 31 (De officio iudicis ordinarii), Liber 1, DECRETALI], appunto perciò cessa il danno altrimenti da temersi a motivo della vacanza, che, è fuor di dubbio che il papa abbia voluto solo prevenire, e per cui è palesemente favorevole alla mia interpretazione la GLOSSA mentre dice [Cap. 3 (Quoniam in quibusdam locis fundatores), Titolo 38 (De jure patronatus), Liber 3, DECRETALI]: ordini il primo sacerdote, ponendo il rettore, così da ripresentare poi lo stesso, nel caso vorrà; Ø o infine in relazione al caso in cui nessuno è, per così dire, in possesso del diritto di presentare, altrimenti cessa davvero la disposizione, come dice l'OSTIENSE [Summa super titulis decretalis, (1480) ... QUID IURIS SI PROPTER patronorum discordiam institutio seu ordinatio ... Sed si neuter praesentatorum potest poni sine scandalo: nunc episcopus similiter si sine scandalo fieri potest secundum quod sibi videbitur ecclesiam ordinabit. j.c.quoniam in secunda parte].
Ho detto tra i patroni, infatti se la lite sorge tra il vescovo, il quale oppone, naturalmente in generale, che il presentato non è idoneo o che il beneficio non è soggetto al patronato, e il patrono, è certo che il vescovo non possa conferire, sia perché i citati canoni parlano soltanto della lite tra i patroni, sia perché altrimenti si darebbe ai vescovi l'appiglio per provocare e prolungare le liti, affinché possano essi così pervenire alla collazione: CASTRO PALAO [Operis moralis, de virtutibus, et vitiis contrariis, in varios Tractatus, & Disputationes Theologicas distributi, (Lione, 1656), Parte Seconda (De virtute religionis, et ei annexis), Trattato 13 (De beneficiis Ecclesiasticis), Disputazione 2 (De his qui beneficia providere possunt, & de illorum provisione, & acquisitione), Punto 5 (Intra quod tempus liberum sit patrono nominare ad beneficium instituendum), n. 7 (Secus dicendum si lis moveatur cum ordinario, vel inter ipsos praesentatos)],
BARBOSA [op. cit., Allegazione 72 (Episcopus quando debeat praesentatos à Patronis instituere?), n. 140 (Pendente lite super iurepatronatus an & quando patronis praesentare contendentibus currat tempus?...)]. QUESTIONE 6: Se nella fondazione si dica, sia presentato il chierico, forse questi debba avere assolutamente 14 anni? Si risponde negativamente nel caso sia altrimenti fissato nella fondazione, cui dal Tridentino non si è derogato (come dichiarò la Congregazione del Concilio, che anche il Card. De Luca estende a fondazione posteriore al Tridentino), o almeno la fondazione sia eretta prima del Tridentino, altrimenti affermativamente. La ratio si ricava dall'intenzione del fondatore, che, si presume sempre, abbia voluto conformarsi alla disposizione del diritto che allora vigeva [Dig. 29.7.8pr. (Conficiuntur codicilli quattuor modis), Dig. 29.7.0. (De iure codicillorum), DIGESTO]. In verità già secondo il diritto antico era sufficiente un periodo di 7 anni per ottenere il beneficio come attesta l'ABBAS SICULUS [Cap. 5 (Praeterea licet ad regimen parochialis ecclesiae), Titolo 14 (De aetate et qualitate et ordine), Liber 1, DECRETALI]; come secondo il nuovo diritto sono assolutamente richiesti 14 anni [Concilio di Trento, Sessione 23, Canoni sul sacramento dell'ordine, Canone 6 (Nessuno, ricevuta la prima tonsura o costituito negli ordini minori, potrà ricevere un beneficio prima del quattordicesimo anno.)]. QUESTIONE 7: Chi mai siano considerati i chiamati nel patronato gentilizio o misto? Si risponde che: questo non si possa definire con una regola generale, ma sia definibile secondo le parole della fondazione e secondo il senso comune di parlare. Per cui quando il fondatore disse: riservo a me e alla mia famiglia, o ai miei ascendenti e discendenti, o ai miei consanguinei o ai miei affini (parenti, congiunti), tutti si considerano chiamati tanto di sesso maschile quanto della progenie femminile, in quanto quelli nel diritto risultano sono inclusi sotto detti termini [Dig. 50.16.0. (De verborum significatione), Dig. 50.16.51. (Appellatione "parentis" non tantum pater, sed etiam avus et proavus et deinceps omnes superiores continentur: sed et mater et avia et proavia.), Dig. 50.16.1. (Verbum hoc "si quis" tam masculos quam feminas complectitur); Dig. 38.16.0. (De suis et legitimis heredibus), Dig. 38.16.1.10. (Consanguineos autem cassius definit eos), DIGESTO]; [CJ.10.36.0. (De imponenda lucrativis descriptione), CJ.10.36.1. (Descriptionis onere siliquarum quattuor), CODICE DI GIUSTINIANO].
Il che ritengo vero sebbene abbia aggiunto ai consanguinei più prossimi di genere o di ceppo (origine, stirpe); essendo questi termini naturali e quindi comprendono anche le femmine: LOTTER [De re beneficiaria, (Lugduni, 1637), Libro 2, Questione 11 (Quotuplex sit Juspatronatus in articulo successionis? Quaeque sit cuiusque speciei deductio?), nn. 78 (Generis appellatio, 1Bw&sa=X1=bo
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praecipue in favorabilibus complectitur descendentes ex foeminis.) e 82 (Complectitur tamen foeminam descendentem à stipite.)]; PARISIO Pier Paolo [Consiliorum Petri Pauli Parisii Patricii Consentini, (Venezia, 1593), Pars Quarta, Consilium 35, n. 6 (Et quid si consuetudo adest in contrarium. ut soli dotanti quaeratur tale ius.), (p. 48-49)].
Ma se ho detto: riservo a me e ai miei agnati, i soli parenti di sesso maschile si considereranno chiamati, sia per il modo comune di parlare, sia per la Legge [Dig.38.16.0. (De suis et legitimis heredibus), Dig. 38.16.2pr. (Post consanguineos admittuntur adgnati, si consanguinei non sunt,merito.), DIGESTO]; nondimeno nulla riferisce l'autore, vengano essi per linea retta o traversa, in ordine agli eredi senza aver fatto testamento: MENOCHIO Giacomo [Consiliorum sive responsorum, D. Iacobi Menochii Papiensis, Liber quintus, (Francoforte sul Meno, 1625), Consilium 424. n. 2 (Agnatorum vel agnationis appellatione, transversales proprie contineri, & magis quam descendentes. num.3.. In particolare. 2.Atqui appellatione agnatorum, vel agnationis... 3. Secundo comprobatur ex eo, quod proprie magis dicuntur agnati illi, qui transversales sunt, quam descendentes) (pp. 59-60)]; LOTTER [op.cit., Libro 2, Questione 11, n. 54 (Iuspatronatus, reservatum pro se, suisque descendentibus, quid differat à reservato pro sui agnatis.)].
CAPITOLO IV: Dei diritti che competono al vescovo e ai patroni circa la stessa chiesa soggetta a patronato. Non avendo i fondatori riguardo alle chiese, tranne l'ingresso solenne nelle processioni, vale a dire il diritto di patronato, come dice la GLOSSA [Cap. 26 (Piae mentis. GLOSSA: c Processionis.]... olim tamen nihil iuris habebant patroni prae aliis, ...], nessun diritto pienamente proprio [Capp. 26 citato e 27 (Frigentius), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]; e fondandosi le stesse (chiese) unitamente alle doti sulla potestà del vescovo [Capp. 2 (Sic quidam contra omnem auctoritatem ecclesias) e 6 (Noverint conditores basilicarum), Causa 10, Questione 1, Decreti secunda pars, GRAZIANO], e da lui dovendo essere i diritti delle medesime (chiese) ordinati (regolati, sistemati) e i beni amministrati [Capp. 3 (Decretum est, ut omnes ecclesiae cum dotibus suis, & decimis, & omnibus suis, in episcopi potestate consistant, atque ad ordinationem suam semper pertineant) e 5 (Quaecumque res ecclesieae sunt) della Causa medesima]; quindi, salvo il diritto di pa-
tronato, il vescovo qui può fare le medesime cose che può compiere in altre chiese, onde visitarle, emendare gli abusi, correggere i difetti dei ministri, e può invigilare affinché gli oneri dei fondatori siano debitamente adempiuti e l'ufficio divino sia compiuto secondo il rito, poiché queste de iure incombono al vescovo di fare conformemente al Concilio di Trento [Sessione 21, Decreto di riforma, Canone 8; Sessione 22, Dottrina e canoni sul santissimo sacrificio della Messa, Canone 8], con le quali il diritto di patronato non viene leso. Al contrario, quelle cose per mezzo delle quali il diritto di patronato o drettamente o indirettamente viene sottratto o leso, sono interdette ai vescovi [Cap. 33 (Monasterium), Causa 16, Questione 7, Decreti secunda pars, GRAZIANO]. Si aggiunge che alle ultime volontà, sulla base delle quali comunemente tali fondazioni procedono, non possa il vescovo derogare [Cap. 17 (Tua nobis fraternitatis intimavit), Titolo 26 (De testamentis et ultimis voluntatibus), Liber 3, DECRETALI], neppure possa egli sottrarre a qualcuno un diritto concesso sotto l'approvazione del papa, qual è il diritto di patronato, o a quello parzialmente derogare, essendo questo del solo principe supremo, come dice la GLOSSA [Cap. 6 (Constitutus in praesentia nostra episcopus. In particolare la Glossa: h A quocunque.]... quia solus princeps potest auferre uni, & dare alteri ...), Titolo 36 (De religiosis domibus), Liber 3, DECRETALI]. Per cui consegue che il vescovo non possa contro la volontà del patrono, eccetto il caso di grande utilità o necessità, sopprimere il beneficio o diminuire la sua dote, unirlo a un altro in modo accessorio (aggiuntivo, marginale) o gravarlo di qualche pensione: infatti per soppressione o per unione accessoria si toglie il beneficio, il fondamento del diritto di patronato, appunto, per diminuzione della dote e per imposizione della pensione; si reca pregiudizio al patrono, quando i benefici gravati, o la cui ridotta dote sono valutati non così come altri, ciò che già, precisamente per quel che riguarda la soppressione e l'unione, è fuori di 1Bw&sa=X1=bo
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ogni dubbio secondo il Concilio di Trento [Sessione 24, Decreto di riforma, Canone 15; Dichiarazione del Concilio al Canone 5, Sessione 21]. Ho detto eccetto il caso, infatti allora contro la volontà del patrono i dottori, che LAYMANN Paul cita [Theologia moralis, (Padova, 1733), Tomo 2, Libro 4 (De virtute, & statu Religionis), Trattato 2 (De Ecclesiasticis Beneficiis habet octodecem Capita), Cap. 2 (De origine, & institutione Ecclesiasticorum Beneficiorum), 6 (De residentia), 13 (De beneficis patronatis), n. 12 (Episcopus, extra casum necessitatis, non potest disponere circa beneficia cum praejudicio juris patronatus; secus, si ejus nihil intersit), (pp. 41-44)],
in generale ritengono che quelle possano essere compiute dal vescovo, per il fatto che in quel caso si ritiene che il patrono irragionevolmente agisca contro voglia (a malincuore, suo malgrado). Forse, invece, possano i vescovi mutare le leggi della fondazione di cui si è già detto sopra, Capitolo III, a cui da aggiungere in primo luogo che, nel caso le leggi tengano in considerazione il culto divino o la memoria del defunto, oppure l'interesse (vantaggio, profitto, convenienza) della famiglia stessa, anche consenziente il patrono, non si possono alterare, infatti il senso naturale di equità postula che si osservi la volontà pia e onesta dei fondatori [Causa 13, Questione 2, Cap. 4 (Ultima voluntas defuncti modis omnibus conservari debet), Decreti secunda pars, GRAZIANO]; [Lex 1, CJ.1.2.1. (Habeat unusquisque licentiam sanctissimo catholicae venerabilique concilio decedens bonorum quod optavit relinquere. non sint cassa iudicia. nihil est quod magis hominibus debetur, quam ut supremae voluntatis, post quam iam aliud velle non possunt, liber sit stilus et licitum quod iterum non redi arbitrium ...), CJ.1.2.0. (De sacrosanctis ecclesiis et de rebus et privilegiis earum), CODICE GIUSTINIANO]; [Authenticum. Novellarum constitutionum Iustiniani. Versio Vulgata, (Lipsia, 1851), XXII. De nuptiis, Capitolo 2 (Unum ... Disponat itaque unusquisque in suis, ut dignum est, et sit lex eius voluntas, sicut et antiquissima nobis lex et prima ...), (p. 211)]; in secondo luogo nel caso le leggi siano
dubbie, il vescovo possa e debba interpretarle in conformità del Tridentino [Sessione 22, Decreto di riforma, Canone 8 (I vescovi, ..., saranno gli esecutori di tutte le disposizioni pie, sia di quelle che sono espressioni delle ultime volontà, che di quelle tra i vivi. ...)].
Tu chiederai [Questione 1] se una chiesa, o semplice o parrocchiale, sia eretta in collegiata contro il volere del patrono laico dal pontefice (il vescovo infatti non può fare una simile erezione come dichiarò la Congregazione del Concilio che LEUREN Peter cita nelle conclusioni [Forum beneficiale, sive quaestiones & responsa canonica, PARS TERTIA, (1704), Sezione 2 (De unione, dismembratione, divisione, alteratione, suppressione, extinctione beneficiorum.), Capitolo 2 (De dismembratione, divisione, suppressione, & extinctione beneficiorum.), Paragrafo 2 (De alteratione, & suppressione beneficiorum), Questione 964 (Penes quem sit potestas alterandi Ecclesias modo dicto), n. 2 (2. Secundo convertere Parochialem Ecclesiam, vel aliam simplicem in Collegiatam est quoque solius Papae)], forse al patrono, dico salvo (integro, sicuro), rimanga il diritto di patronato? Si
risponde affermativamente anche per quel che riguarda la prelatura, per il fatto che spetta al patrono prima dell'erezione il diritto di nominare il rettore, a questo diritto mai si ritiene che il papa deroghi, a meno che non lo esprima segnatamente (chiaramente, in modo particolare): GLOSSA [Cap. 25 (Nobis fuit) del Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] e, ibidem, ABBAS SICULUS. Non osta che il prelato si debba eleggere, ciò infatti da intendersi in modo conforme alle regole, a meno che non si basi su un'altra volontà del pontefice, o tale diritto sia stato escluso nella fondazione con il consenso del vescovo, il che indica che possa accadere: [Cap. 25 (Nobis fuit. In particolare nelle parole: nisi aliter de sua iurisdictione obtineat, ...), TITOLO 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI] e COVARRUBIAS insegna [Opera Omnia, (1610), Tit. & cap. De iure patronatus, & praescribentibus ius praesentandi. 439), Secundae Partis Relectionis initium. (De possessione in genere.), §. Decimus. (De iuris patronatus, & praesentandi praescriptione.) (pp. 439-443)]
citando Rocco,
LAMBERTINI e il Cardinale DE LUCA. QUESTIONE 2: Forse con la unione di un beneficio soggetto a patronato fatta con un (beneficio) libero, contro il volere del patrono, si perda il diritto di patronato? Si risponde in primis che tali unioni sono vietate ai vescovi ai sensi del Concilio di Trento [Sessione 7, Decreto secondo: La riforma, Canone 6 e Sessione 24, Decreto di riforma, Canone 13]. Si risponde in secondo luogo, nel caso tuttavia quelle siano state fate dal papa, dico che il diritto di patronato si estingue relativamente al vecchio beneficio, per il fatto che lo stesso (beneficio) sia estinto e certo non si dica più vacare, e conseguentemente neppure possa essere conferito, ma essere trasferito 1Bw&sa=X1=bo
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allo stesso beneficio libero, cui fatta l'unione, sempre che al diritto di patronato antico non si sia espressamente derogato nell'istrumento della unione, così COVARRUBIAS [Operum Tomus Secundus, (1638), Tomi Secunda Parte altera traditur Practicarum Quaestionum Liber Unus, in quo), Cap. 36 (De iure patronatus laicorum, ad differentiam iuris patronatus Ecclesiastici, & utriusque derogationem. p. 505), N. 11 (De unione beneficiorum iuris patronatus laicorum. In particolare: ... Nam per Episcopum uniri non potest beneficium aliquod alteri absque consensu illius, qui habet ius conferendi, eligendi, vel praesentandi, sive sit patronus ecclesiasticus sive laicus, quemadmodum probatur ex glossa in verb. rector. & illic Abbas, ..., in Clem.ult. de reb.Ecclesiae. ... Roch. ... Lambert. ...)], il quale dice essere opinione comune e la
GLOSSA comunemente recepita [Cap. 2 (Per litteras à sede Apostolica vel legatis), Titolo 2 (De praebendis et dignitatibus), Liber 2, CLEMENTINE]. Ora rimane da dirsi dei pochi diritti dei patroni, onde sia la conclusione, compete ai patroni il diritto di badare alla conservazione dei luoghi da sé o dai parenti assegnati alla chiesa e di difenderli, così il Concilio di Toledo [Synodus Toletana Nona, Capp. 1. (Ut de rebus eclesiae nihil episcopi auferant, et qualiter proximi fundatoris ecclesiarum sollicitudinem gerant. In particolare: ... Verum ut rei huius potior soliditas habeatur condignis filiis vel nepotibus honestioribusque propinquis eius, qui construxit vel ditavit ecclesiam, licitum sit hanc bonae intentionis habere solertiam ut si sacerdotem seu ministrum aliquod ex conlatis rebus praeviderit defraudare, aut commonitionis honestae conventione conpescant, au episcopo vel iudici corrigenda denuntient: ...) e Cap. 2 (Ut fundatores ecclesiarum, quousque advixerint eorum habeant curam, ipsique Illic ministros servituros eligant. In particolare: ... ut quamdiu earundem fundatores ecclesiarum in hac vita superstites extiterint pro eisdem locis curam permittantur habere sollicitam, et sollicitudinem, ferre precipuam. ..)], da cui, tramanda poi Van ESPEN, (i patroni) avevano conseguito il glorio-
so nome dei patroni [Jus ecclesiasticum universum, (1715), Tomo 1, Parte Seconda, Titolo 25 (De Jure Patronatus), Capitolo 1 (De origine Juris Patronatus, & de Advocatiis Ecclesiarum.), n. 1 (Nome Patroni, uti hodie sumitur, multis seculis ignotum), N. 4 (Jura quaeddam honorifica olim Fundatoribus data. In particolare: IV. Inprimis ligimus primis seculis, jura quaedam honorifica ipsis Ecclesiarum Fundatoribus fuisse concessa ex virtute gratitudinis, uti loquitur Guilielmus Parisiensis lib. De Moribus cap. 9. ....), n. 5. (Nomina Fundatorum Ecclesiis inscripta, quin eorum nomine appellata. In particolare: V. Sic legimus, nomina & elogia Fundatorum in eorum Ecclesiis solemniter sub initium seculi 5. fuisse inscripta; uti testis est, S. Paulinus epist. 10 & 12. quin & à Fundatoribus coeperunt, etiam antiquissimis temporibus, ipsae Ecclesiae nomen suum mutuare, atque titulus Ecclesiae nomen fundatoris praeferre. Under inter titulos, sive Basilicas Romanae Ecclesiae numerantur Basilica Constantiniana, titulus Damasi, titulus Equitii, titulus Pastoris, titulus Vestinae, titulus Eudoxiae, titulus Lucinae & Fasciolae, nomine petito à Fundatoribus, sive masculis sive foeminis.), n. 11 (Seculo 7. illud jus erat receptum in Hispania. In particolare: XI. Jus illud in Hispania quoque seculo septimo stabilitum fuisse, evincit decretum Concilii Toletani IX. quo decernitur Can 2. "ut quamdiu earundem Fundatores Ecclesiarum in hac vita superstites extiterint, pro eisdem locis curam permittantur habere solicitam, & sollicitudinem ferre praecipuam; atque Rectores idoneos in iisdem Basilicis iidem ipsi offerant Episcopis ordinandos. ...), n. 13 (Erat ipsis & eorum haeredibus jus defensionis. In particolare: XIII. Ex citato Concilio Toletano Can 1. & 2. videmus, eo tempore Fundatoribus eorumque haeredibus jus fuisse animadvertendi in conservationem locorum à se vel parentibus in Ecclesiam collatorum: "Filiis vel nepotibus ac honestioribus propinquis ejus qui construxit, vel ditavit Ecclesiam, licitum sit hanc bonae intentionis habere solertiam, ut si Sacerdotem, seu Ministrum aliquid ex collatis rebus praeviderint defraudare, aut commonitionis honestae conventionae compescant, aut Episcopo vel judici corrigenda denuntient. ..." De hoc Jure Fundatorum latius agemus infra cap. 6.), (pp. 647-648)].
In base al comando di questo Concilio, i patroni possono badare che i beni della chiesa si preservino, la dote del beneficio non si alieni, la fondazione e il culto divino si osservino esattamente (con cura), infine correggere fraternamente i chierici che delinquono o denunciare al vescovo chi deve essere corretto, giusto il Concilio di Toledo IX [Synodus Toletana nona, Cap. 1 (.....aut episcopo vel iudici corrigenda denuntient.]. Nondimeno con questo pretesto non possono gli stessi arrogare a sé una qualche giurisdizione nei confronti dei chierici, non in conformità con la Decretale [Cap. 8 (Clerici. Sommario: Clericus de omni crimine debet coram ecclesiastico iudice conveniri, nec valet consuetudo contraria), Titolo 1 (De iudicijs, Liber 2, DECRETALI], e non possono intromettersi nell'amministrazione dei sacramenti e nella visitazione dei vescovi contro il Concilio di Trento [Sessione 24, Decreto di riforma, Canone 3]; neppure ingerirsi nella percezione dei frutti dei benefici, ma debbono lasciarli liberamente ai rettori perché li distribuiscano: Concilio di Trento [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 9]. Di più, se il fondatore riservò agli stessi (rettori) alcuni frutti dei benefici, che ciò possa verificarsi [Quanto creatori, Glossa: Casus. ... Nota, quod in fundatione ecclesiarum potest imponi census de voluntate fundatoris...] (quando agli stessi poté imporre il censo [Cap. 16 (Quanto creatori), Titolo 39 (De censibus, exactionibus et procurationibus), Liber 3, DECRETALI)] è chiaro dalla Decretale [Cap. 4 (Praeterea quia in tantum quorundam laicorum processit audacia), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], possono essi esigerli, nondimeno non è permesso, anche con il consenso del vescovo, imporre nuovi oneri agli stessi benefici, non potendo mutare 1Bw&sa=X1=bo
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la volontà del defunto circa le cose dedicate a Dio, essendo questo riservato al solo papa, neppure omettere alcunché degli oneri antichi: Concilio di Trento [Sessione 25, Decreto di riforma, Canone 5]; né ridurre gli oneri delle messe disposte nella fondazione, anche se i redditi siano assai modesti, come stabilì la Congregazione del Concilio a proposito del Canone 4 della Sessione 25. Quindi compete al patrono il diritto di presentare i chierici ai benefici, però non, se non disposto altrimenti nella fondazione, il rettore nella collegiata, spettando questo allo stesso Collegio [Cap. 25 (Nobis fuit), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]; neppure porre il custode o un economo nella chiesa, poiché questi debbano essere eletti dal proprio clero [Causa 16, Questione 7, Cap. 21 (Quoniam in quibusdam ecclesiis), Decreti secunda pars, GRAZIANO]. Ho detto diritto di presentare, non può infatti istituire, spettando l'istituzione de iure al vescovo [Cap. 3 (Ex frequentibus querelis didicimus), Titolo 7 (De institutionibus), Liber 3, DECRETALI], neppure conferire il beneficio [Cap. 5 (Quod autem) e Cap. 31 (Transmissae ad nos tuae litterae), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]; onde la collazione nel caso fatta, è nulla, come dice il papa [Cap. 5 (Quod autem) di questo Titolo 38]. Si ha per non dato ciò che è dato da chi non può de iure donare, al punto che neppure la collazione valga in forza della presentazione com'è chiaro dalla citata Decretale [Cap. 31 (Transmissae), Titolo 38]. Tu chiederai chi debba essere istituito se ci sono più presentati? Si risponde: nel caso questi più abbiano uguali meriti e suffragi, o da uno o da più i presentati vengano fuori, allora si dà luogo alla gratificazione [Distinzione 63, Cap. 36 (Si forte), Decreti prima pars, GRAZIANI]; [Cap. 25 (Nobis fuit), Titolo 38 (De iure patronatus)]; ma se abbiano ineguali meriti e suffragi, da preferirsi chi si giova dei meriti maggiori ed è approvato tramite l'assenso dei più [Cap. 3 (Quoniam), Titolo 38]. Ancora se abbiano eguali suffragi ma ineguali meriti, sarà preferibile il più degno, argomenta il Cap. 36 della Distinzione 63, dove al metropolitano si raccomanda di portare avanti l'elezione del più degno, in quanto è massimamente conveniente che nel diritto della elezione si preferisca chi alla chiesa è più utile e più conveniente, e si eviti di fare l'ordinazione di un soggetto per il quale non fu presentata postulazione (dir.can., istanza rivolta all'autorità competente per il conferimento di un ufficio ecclesiastico a una persona mancante dei requisiti necessari, dispensandola deall'impedimento a ricoprirlo), e per questo motivo ritengo al-
tresì che il vescovo, mentre ci sono due ugualmente presentati da diversi patroni, non possa istituire un terzo. Pensano il contrario AZOR, VASQUEZ, la cui opinione tuttavia io abbraccio, laddove incalza la ratio grave dello scandalo, quando per questo più spesso si recede dalla lettera del testo di legge [Cap. 3 (Quoniam in quibusdam locis fundatores), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Se e infine abbiano uguali meriti, ma ineguali suffragi, deve essere preferito chi ha maggiori suffragi, il che anche vale nel caso fosse più abile il presetato dalla parte minoritaria: LOTTER [De re beneficiaria, (Lione, 1637), Libro 2, Questione 34 (Quae sit Ratio reservationis Regulae 2. in vers. ac etiam reservavit.), N. 33 (Verborum cortici, praevalet ratio)]; e la Rota in una causa, Della parrocchia di Pamplona, del 26 luglio 1626. CAPITOLO V: Della prova del diritto di patronato, e della sua traslazione (dir.can.: trasferimento di una servitù o di un beneficio da una sede a un'altra - o dir., alienazione).
Avendo il Concilio di Trento considerato che molti attribuivano a sé i diritti di patronato, senza che fossero sostenuti da un titolo legittimo, onde per contrastare le usurpazioni, sancì [Sessione 14, Decreto di riforma, Canone 12] che nessuno in futuro con un titolo altro da quello della fondazione o dotazione potesse e dovesse impetrarlo [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo. 9]; abrogò tutti gli altri patronati antecedentemente acquisiti con altro titolo, proprio in toto, e (li) dichiarò irriti (privi 1Bw&sa=X1=bo
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di valore, di efficacia), fatta eccezione per i soli patronati sulle chiese cattedrali, come
e quelli che appartengono ai sommi principi aventi diritto d'imperio nei propri domini, e che sono concessi (appunto i patronati) a favore (sostegno) degli interessi generali. Il predetto titolo si prova in due modi: in primo luogo, mediante un documento autentico o una bolla vescovile dell'eretta fondazione e dell'acquisito diritto di patronato, nel caso tale (bolla) non possa essere prodotta (presentata, esibita) in originale, deve essere esibito un esemplare della medesima o un transunto (compendio, sintesi, sunto di un discorso o di uno scritto di notevole ampiezza) munito dei suoi debiti requisiti conformemente alla Decretale [Cap. 10 (Cum joannes eremita), Titolo 22 (De fide instrumentorum), Liber 2, DECRETALI]. In secondo luogo, in modo presuntivo e implicito per quel che riguarda le persone private, nei confronti delle quali non vi è sospetto di usurpazione, per le presentazioni ripetute lungo un antichissimo corso di tempo che superi la memoria degli uomini, o per altre ragioni come nelle parole tridentine, utilizzerò, secondo la disposizione del diritto, vale a dire come spiega CASTRO PALAO [Operis moralis, de virtutibus, et vitiis contrariis, in varios Tractatus, & Disputationes Theologicas distributi, (Lione, 1656), Parte Seconda (De virtute religionis, et ei annexis), Trattato 13 (De beneficiis Ecclesiasticis), Disputazione 2 (De his qui beneficia providere possunt, & de illorum provisione, & acquisitione), Punto 3 (Qua ratione ius patronatus constare debeat, ut quis admittatur ad beneficiorum praesentationem.), N. 6 (Probatur ius patronatus omnibus illis modis, quibus ius beneficij probari potest.)] citando GONZALEZ e BARBOSA, tali prove cui si
riconosce dal diritto comune la prova di titolo, che secondo lo stesso sono: l'opinione pubblica unitamente a, per così dire, un possesso assai esteso nel tempo; un possesso di 40 anni con il titolo, equivalendo (tale possesso quadragenario) al tempo immemoriale; relazioni autentiche in base ai libri delle visite dei vescovi; le lettere inscritte sulle lapidi poste pubblicamente, che riportano essere tali i patroni; nondimeno avverte il Cardinale DE LUCA, se siano prove sufficienti, lo si deve giudicare in base alle circostanze di fatto (cioè effettive). Da notarsi qui come si deve, che il Tridentino, oltre alle ripetute presentazioni, richiede un tempo antichissimo, cioè centenario, come crede il BARBOSA [Pastoralis Solicitudinis, sive DE OFFICIO, ET POTESTATE EPISCOPI, (Roma, 1623), PARS TERTIA, Allegazione 72 (Episcopus quando debeat praesentatus à patronis instituere?)], MENOCHIO Giacomo [De arbitrario iudicum quaestionibus et caussis libri duo, De arbitrariis iudicum, Liber Secundus, (Venezia, 1569), Centuria Prima, Caso 3 (Tempus antiquum quod esse dicatur in probationum materia; & ibi multorum opiniones relatae), (pp. 87-88)]; io, insieme ad altri, onde dice la Congregazione del Concilio, non è
sufficiente, per chi asserisce che il diritto di patronato gli spetti dalla fondazione, che una sola presentazione dell'anno 1554 e un'altra dell'anno 1561 abbiano sortito effetto, ma si mostri insieme (nello stesso tempo) il tempo antichissimo, proprio col quale tuttavia la Congregazione indica che due presentazioni siano sufficienti, ciò davvero crede BARBOSA [op. cit., Allegatione 72, nn. 31 (Multiplicatae praesentationes dicuntur ad minus tres, quia dictio, multum, significat ad minus tres vices ...) e 32 (.. pluralis locutio duorum numero est contenta ...)], RICCIO Giovanni Luigi (Joan. Aloysius Riccius), [Praxis RERUM QUOTIDIANARUM ECCLESIASTICI FORI, (Venezia, 1623), Praxis Vacationis in Praesentando in iure patronatus, Reslutio CCCCLX. (Variatio permittutur ita tamen ut ultra duos non fiat.), (Summarium. 1 Patronus variando duos tantum praesentare potest. 2 Pluralis locutio duorum numero est contenta. 3 Infinitas est evitanda. ...... An laicus possit successive ultra duos accumulare, & dicitur quod non, quoniam si iura dicunt laicum patronum posse plures accumulare, debent intelligi de duobus, quoniam pluralis locutio duorum numero est contenta de re.iud. c.pluralis cum concor. Item talis variatio est odiosa, ideo restringenda de re.iur.c.odia. in 6. ad hoc optime de praeb.c. is cui in 6. Item infinitas est vitanda de rescript.ca. cum in multis in 6.), (pp. 365-367)]; trovandoci in una materia odiosa e re-
strittiva del diritto comune, e potendo la locuzione plurale e la dizione molteplice avverarsi in due, conformemente alla Regola [Regula 40 (Pluralis locutio, duorum numero est contenta), Titolo (De regulis juris), Aggiunto al Titolo 12 (De verborum significatione), Liber 5, LIBRO SESTO].
Lasciando poi il Concilio Tridentino la prova del tempo a una disposizione di legge, dico perciò che lo (il tempo) si possa anche provare tramite testimoni, neppure si richiede che questi (testimoni) siano di 100 anni, ma è sufficiente che 1Bw&sa=X1=bo
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siano di 60 anni o come crede Ludovico DE MOLINA [De Hispanorum primogeniorum, (Lione, 1613), Libro 2 (De recta Hispanorum primogeniorum institutione), Capitolo 6 (De his Primogeniis, quae ex temporis antiquate constant), n. 40 (Testes deponentes de immemorialis praescriptione, cuius aetatis esse debeatur. E cioè: Testes autem, qui de hac immemoriali praescriptione deponere debent, necessario debent esse aetatis quinquaginta & quatuor annorum, vel saltim eius aetatis, quod tempore, quo deponunt, iam fuerint, elapsi quadraginta anni, quo sint doli capaces....), (p. 223)],
per lo meno di 40 anni, purché quei (testimoni) depongano che in tutto il tempo della loro vita abbiano visto le presentazioni continuate (ininterrotte) e abbiano sentito che così sempre antecedentemente venivano spesso fatte, sebbene peraltro sul diritto di presentazione non depongano alcunché, se sia per diritto di fondazione o di dotazione, neppure di ciò le stesse presentazioni facciano menzione, come decide la Sacra Congregazione, il 23 Giugno 1594, e insegna GONZALEZ Jeronimo [Commentatio ad regulam octavam cancellariae, (Lugduni, 1738), Glossa 18, n. 26 (Juspatronatus laicali ex fundatione, vel dotatione semel probato, & praevia causae cognitione approbato, non indiget alia probatione; dummodo probatis sit facta post Concilium, & n. 29), (pp. 310-314)]; RICCIO
Giovanni Luigi (Ioan. Aloysius Riccius) [Praxis rerum fori ecclesiastici, (1619), Praxis Iurispatronatus, nn. 11 (Authentica documenta quid continere debent, cum multis aliis), 12 (Per multiplicatas praesentationes praesumitur titulus fundationis) e 18 (Immemorabilis non suffragatur, quando constat de iniusto, & invalido titulo, ac mala fide nu. seq.), (pp. 136-225 / Decisioni da 144 a 230)]; GRILLENZONI Vincenzo [Consiliorum sive Responsorum, (Milano, 1614), Cons. 41],
per il fatto che proprio per questo, e (siano) presentazioni continuate, si accetti (si presuma) detto titolo fino al momento in cui non consti di un inizio infetto o di un titolo nullo, per il quale appunto necessariamente procede (senza intoppi) la presunzione risultante dalla deposizione dei testi e dalle presentazioni, quando la presunzione equivale a verità. Ho detto per quel che riguarda le persone private, infatti per quel che riguarda le altre, come la comunità e le università (nel Medioevo, associazioni, corporazioni), il Concilio Tridentino non si contenta di una allegata prova presuntiva, ma richiede che, oltre alla prova del tempo immemoriale, siano provate tutte le altre cose necessarie per essa, e certamente non altrimenti che con autentiche scritture, che le così continuate presentazioni da 50 anni addietro abbiano sempre sortito effetto, dal momento che in tali casi il diritto di patronato si suole presumere acquisito piuttosto per usurpazione; chi mai poi sia compreso sotto questo decreto, il Tridentino non (lo) spiega, la Congregazione poi del Concilio, come riporta LEUREN Peter relativamente a questo titolo [Forum beneficiale, sive quaestiones & responsa canonica, (1706), Pars Altera (De Provisione & acquisitione beneficiorum.), Sezione 1 (De provisione beneficiorum, & acquisitione per praesentationem & institutionem.), Capitol. 1 (De Iurepatronatus), Paragrafo 5 (Qualiter juspatron. probari debeat, & de eo constare, ut admittatur quis ad praesentandum), Questione 84 (Quo ad probationem jurisp. illorum, in quibus plerumque praesumitur usurpatio, in quo fundetur illa praesumptio, & quinam tale censeantur)],
stabilì di comprendere tutti quelli che hanno, nel luogo dove, naturalmente in generale, essi hanno fondato il beneficio, la perpetua giurisdizione sui vassalli, anche se gli stessi riconoscano il superiore, poiché da tutti quelli, a motivo del potere, si debba temere che la chiesa venga sopraffatta, poiché tale ratio serve anche contro la comunità dei parroci, per questo la comprende, dice GARZIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (1735), Tomo 1, Parte 5 (De his, ad quos spectat dispositio, et provisio beneficiorum), Capitolo 9 (De Patronis), n. 102 (Similiter in universitatibus etiam parvis plenior & exactior probatio juris patronatus requiritur, iuxta decretum Concilii dict. vers. an his vero.), (pp. 505-519)] citan-
do la Rota, la quale tuttavia con la testimonianza di GONZALEZ [ibidem, Glossa 18, n. 55 (Capitulum Ecclesiae Cathedralis non comprehenditur inter personas magnates, aut universitates, ad effectum probandi juspatronatus. In particolare: ...in quibus praesumitur usurpatio.), (pp. 311-315)] decide il contrario
per quel che riguarda il Capitolo cattedrale (assemblea di canonici che il vescovo consulta sui più importanti affari della diocesi), che il DE LUCA estende a tutti gli altri capitoli e alle università ecclesiastiche, quando oltre alla presunzione del diritto non usurpato, risultante dalla giurisdizione o dalla visitazione, in quanto sono sottoposte al vescovo, è compatibile con quelli la verosimiglianza della fondazione fatta. Circa le cose dette, da notarsi: I. in primo luogo, che il Tridentino richiede il tempo immemoriale (che tuttavia potrebbe essere provato tramite testimoni, poiché di ciò nulla 1Bw&sa=X1=bo
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stabilito in particolare) e che, entro il tempo di 50 anni, sempre le presentazioni continuate siano avvenute con effetto, onde non è sufficiente provare fra tre presentazioni la prima e la terza, quando la seconda, nel caso sia comparso un oppositore, poté essere respinta, e in tal modo interrotta la continuazione; neppure è sufficiente dire che si ritenga provata la media, provati gli estremi, quando ciò non concluda dove si discute della vera prova e la continuazione deve essere provata perfettamente. II. In secondo luogo, affinché si provino queste cose per mezzo di scritture autentiche, onde unitamente alla scrittura per la forma è richiesto dal Tridentino com'è chiaro dalle parole, non altrimenti decide la congregazione in una (abbatia) nullius (dioecesis) (cioè in una abbazia che è sottratta alla giurisdizione episcopale), il 25 ottobre 1592, quindi con un equivalente non si può sostituire [Dig. 2.15.0. (De transactionibus), Dig. 2.15.8.20. (Si cum lis quidem esset de alimentis), DIGESTO]; [CJ.1.14.0. (De legibus et constitutionibus principum et edictis), CJ.1.14.5pr. (Non dubium est in legem committere eum), CODICE], intanto, se tramite testimoni si provasse che le scrit-
ture fossero perdute ed essi insieme deponessero che le scritture non siano state affette da alcun vizio e abbiano riportato che tutte le presentazioni fossero state continue (cioè ininterrotte) con effetto, è più ragionevole che si dia adempimento alla disposizione del Concilio, per il fatto che in questo caso le presentazioni e la loro continuazione con effetto non tanto dalle cose dette dei testimoni, quanto dalle scritture stesse, viste e lette, si provano; e per questa ragione, poiché anche le leggi che richiedono in altri casi le scritture per la forma, prestano fede a tale prova in caso di perdita, come riferiscono FELINO Maria Sandeo [Commentaria in quinque libros Decretalium, (Basilea, 1567), Voci: Iuspatronatus probatur per firmam antiquam. Probatio manifestissima est illa, quae fit per scripturam, vel per testes. Probatio si à lege exigitur cum aliquibus verbis qualificatis, tunc non sufficit probatio semiplema cum iuramento, sed requiritur vera & propria probatio.] / [Consilia seu Responsa Domini Felini Sandei, (Venetia, 1574), Cons. 34, n. 13 (Forma tradita, non potest servari per aequipollens. In particolare: & ubi est data forma, non sufficit aequipollens), [Cons. 416 [?]]; CASTRO PALAO e altri, quindi anche il Tridentino, mentre non di-
spone alcunché in ordine al caso della perdita, si deve ritenere di essere soddisfatti. III. In terzo luogo, che questa prova rigorosa si richieda tanto nel petitorio quanto nel possessorio, come decide la Congregazione, il 13 febbraio 1608, dichiarando nello stesso tempo, come riporta Prospero FAGNANI [Commentaria in secundam partem Tertii Libri DECRETALIUM, (1681), De Jurepatronatus, Cap. Consultationibus], che non sono ammissibili ai fini della presentazione, sebbene
fossero per 40 anni nel possesso, se non abbiano provato a norma di legge (o meglio di decreto) il proprio diritto; si stabilì tuttavia che quelli fossero ammessi, nel caso il presentato dagli stessi, con cognizione di causa fondata sul diritto, sia stato ammesso per mezzo dell'ordinario, una sola volta dopo il Concilio di Trento, così GONZALEZ [ibidem, Glossa 18, n. 26], anche se sorto ex post il dubbio. Intanto si deve qui considerare (con attenzione) che la rigorosa prova cessi: I. in primo luogo, quando consti che la chiesa sia veramente soggetta a patronato; II. in secondo luogo, quando soltanto esigessero diritti onorifici; III. in terzo luogo, quando vogliono sostenere il proprio diritto contro i compatroni; IV. quando concorra con gli stessi una persona, nei confronti della quale non cade il sospetto di usurpazione. La ratio è che lo scopo del Concilio di Trento fu soltanto di liberare le chiese dalla servitù o preservarle, perciò laddove il Tridentino quello non può intendere, non intende come nei detti casi, stando ivi alla prova richiesta dal diritto an1Bw&sa=X1=bo
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tico. Da considerare ulteriormente che per provare il possesso del diritto di patronato da parte dei privati su cui non cade il sospetto di usurpazione, dopo il Concilio di Trento non si richiede altro che quello che del resto si richiede de iure per provare un possesso, quando nessuna maggiore prova neppure dagli stessi (privati) richiese per quel che riguarda la proprietà, onde è sufficiente che uno provi di essere attualmente in possesso, costituito per mezzo dell'ultima presentazione, sebbene egli riguardo al resto nessun atto anteriore possa provare, quando l'unico atto, soprattutto l'ultimo, sia sufficiente per ottenere la manutenzione (dir., il mantenere o il ristabilire il possesso su un immobile) anche in ordine ai beneficiali (relativi a beneficio ecclesiastico), CORRADO Pirro [Praxis Beneficiariae Recentioribus, (1679), Libro 4 (Praxis erectionis Beneficiorum ecclesiasticorum. Cum Reservatione Jurispatronatus, Praesentationis ad illa, & Institutionis in eisdem.), Cap. 4 (Praxis Probationis Existentiae, & Pertinentiae Jurispatronatus), N. 9 (Patroni existentes in quasi possessione praesentandi, non tenetur probare descendentia à fundatore.)]; GRAZIANI Stefano [Disceptationes forensium iudiciorum, (1622), Tomo 1, Cap. 3, n. 71 [?], [post obs. 18. n. 16 [?]], e segnatamente
dall'atto di presentazione alla quale segue l'istituzione, GARZIA [Tractatus de beneficiis amplissisus et doctissimus, (1735), Tomo 1, Parte 5, Capitolo 5 (De possessore iuris conferendi), N. 59 (Acquiritur dicta quasi possessio ex unico actu. & n. seq. Cioè: 60, 61, 62), (pp. 450-457)]; Giuliano VIVIANI [Praxis iuris patronatus, (Ginevra, 1573), Parte 2, Libro 5, Cap. 2 (De iure praesentandi)],
al punto che il presentato dal possessore sia tale da preferirsi al presentato da quello che pretende la proprietà, nel caso il suo diritto non sia chiaro, né si possa provare per quanto attiene all'essere senza interruzione; in ultimo se constasse dopo l'istituzione che egli avesse dapprima il suo diritto, chi è istituito non sia da rimuovere [Cap. 19 (Consultationibus, Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], non dovendo, come dice ivi la glossa, essere annullato quanto legittimamente fatto, sebbene ricorra a quello stato da cui non poté avere inizio, e il possessore B.F. faccia irrevocabilmente propri i frutti consumati, per lo meno se non diventò più ricco, come mediante presentazione nessuno si presume lo diventi, ma nel caso constasse prima dell'istituzione che egli avesse il diritto di proprietà, allora, quando la questione è ancora integra, sarebbe da respingere, poiché è regolare che il petitorio assorba il possessorio. Le cose dette procedono anche, nonostante non abbia ancora provato la discendenza dal fondatore o dagli antichi patroni, dal momento che a ciò non è tenuto, per il fatto che per altre ragioni dovrebbe provare il titolo, al quale anche il possessore B.F. non è tenuto in relazione ai beneficiali allo scopo di ottenere la manutenzione [GARZIA, Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (Lione, 1680), Septima Pars, De beneficiis, Cap. XV, nn. 28-31 (Resolvitur probari per indicia & coniecturas, seu communem reputationem & famam: nec requiri probationem per gradus distinctos, nisi agatur de probanda consanguinitate restricta ad certum gradum, seu intra certum gradum, aut detur concursus alterius, & adducuntur resolutiones, & decisio Rotae, & n. seqq. In particolare: / n. 34 (Non vero sufficit ad probationem descendentiae etiam antiquae una enunciativa, sed ad minus requiruntur duae de antiquo emanatae à diversis personis non suspectis. Ubi ponitur decisio Rotae.) [post obs. n. 28 [?]], citando varie decisioni della Rota, quando si dà la manutenzione senza pro-
duzione del titolo, MARESCOTTI Ercole [Variarum resolutionum, (Francoforte, 1617), Liber Primus, Capitolo 1 (Fideicommissarius, quando possit auctoritate propria bonorum possessionem accipere, & quando non, ex sententia Rotae plene examinatum.), Capitolo 11 (Habens assistentiam, vel resistentiam iuris communis, quando in possessione manuteneri debeat, & quando non, ex his quae in Rota decisa fuerunt, diligentissime explicatum, atque enarratum.), N. 12 (Parochus de iure communi habet fundatam intentionem in perceptione decimarum ex omnibus praediis existentibus in sua Parochia.), (p. 23-24)].
Procedendo ora verso l'altro membro di questo capitolo, dico che il diritto di patronato possa passare ad altri, attraverso qualsivoglia successione, donazione, permutazione, vendizione: CASTRO PALAO [Operis moralis, de virtutibus, et vitiis contrariis, in varios Tractatus, & Disputationes Theologicas distributi, (Lione, 1656), Parte Seconda (De virtute religionis, et ei annexis), Trattato 13 (De beneficiis Ecclesiasticis), Disputazione 2 (De his qui beneficia providere possunt, & de illorum provisione, & acquisitione), Punto 4 (Quibus competat ius praesentandi)]; BARBOSA [Pastoralis Solicitudinis, sive De officio, & potestae Episcopi, (Roma, 1623), PARS TERTIA, Allegazione 71 (Episcopi sine consensu an iuspatronatus in aliquem possit transferri?), (pp. 376 e sgg.)]; CORRADO Pirro [Praxis Beneficiariae Recentioribus, (Anno 1679), Libro 4 (Praxis erectionis beneficiorum ecclesiasticorum. Cum Reservatione Jurispa1Bw&sa=X1=bo
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tronatus, Praesentationis ad illa, & Institutionis in eisdem.), Capitolo 5 (Praxis Translationis Iurispatronatus.)];
AZOR [Institutionum moralium, (1608), Tomo secondo, Parte 2, Libro 6 (p. 943), Cap. 20 (Aliae quaestiones de Jurepatronatus diluuntur), (p. 1085), Questione 4 (Quarto quaeritur, Quot modis possit Iuspatronatus in alterum tranferri? Respondet Glossa in c. Piae mentis, 16. q. 7. quatuor modis: donatione, permutatione, venditione, & testamento, sive iure haereditariae successionis (p. 1086)] e la GLOSSA [Causa 16, Questione 7, Capitolo 26 (Piae mentis. GLOSSA: a Piae Mentis.] ... (Patronus ex tribus causis efficitur.) ... Efficitur autem quis patronus tribus causis: dotatione, constructione, & fundatione. unde versus: Patronum faciunt dos, aedificatio, fundus...), Decreti Pars Secunda, DECRETI DI GRAZIANO]; comprende questi modi nel seguente verso:
Fa passare i diritti di patronato: il nuovo erede la cosa permutata, la donazione e la vendizione. Per quel che riguarda il primo modo, si deve sapere che, se il fondatore riservò a sé e agli eredi il patronato, allora chiunque diventi erede, purché capace per una ragione diversa, acquisisce il patronato quando (questo) passa con l'eredità: CASTRO PALAO [ibidem, Disputazione 2, Punto 4 (Quibus competat ius praesentandi), n. 2 (Successione patronatus acquiritur.)], BARBOSA [op. cit., Allegazione 71 (Episcopi sine consensu an iuspatronatus in aliquem possit transferri?), n. 3 (Iuspatronatus cum vera universitate ad haeredes transmittitur sive sint sui, sive extranei, sive succedant ex testamento, sive ab intestato)].
Onde, se il fondatore stesso o il suo erede entrassero in monastero, e in esso morissero senza aver fatto testamento prima dell'ingresso, quando ereditano, ottengono pure quel diritto di patronato, a meno che non fosse stato conferito all'erede per diritto di sangue, infatti in questo caso acquisirebbe soltanto l'esercizio nel corso della vita di monaco, dopo la morte invece il diritto si devolverebbe ad altri consanguinei: GARZIA [Tractatus de beneficiis amplissimus, et doctissimus, (1735), Tomo I, Parte 5 (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum), Capitolo 1 (De Papa), n. 555 (Si laici patrunus ex fundatione fiat religiosus, tale jus patronatus est Ecclesiasticum, qui transit in Monasterium durante tamen vita Monachi, ubi jure sanguinis defertur in posteros, & illi adsunt, & si Episcopus obtinens Comitatum vel Ducatum, ratione illius habeat Iurispatronatus, iudicabitur Ecclesiasticum, & Iurispatronatus spectans ad Prioratum est Ecclesiasticum, licet Prioratus sit Iurispatronatus laici.), (pp. 327-336)];
Ascanio TAMBURINI [De iure abbatum et aliorum praelatorum tam regularium quam saecularium, (Lione, 1640), DISP. IX, Quaesitum XXIII (Quibus modis iuspatronatus saecularium in Monasterium, & Abbatiam transferri possit), n. 3 (Iuspatronatus quando delatum fuit iure sanguinis ad patronum, qui Religionem ingressus est; Monasterium habebit ius praesentandi, durante vita ipsius tantum.), (p. 210)].
Inoltre si inferisce che se il figlio fosse stato istituito erede dal padre in una certa proprietà alla stregua di una legittima o anche nella stessa legittima proprietà, istituito un altro come erede universale, in questo caso solo il diritto di patronato spetterebbe all'erede universale. Non è legittima la ratio che passi con l'universalità dei beni, che (cioè l'universalità dei beni) l'eredità comprende, infatti sebbene questa (cioè l'eredità) sia un certo diritto universale, tuttavia non è l'universalità, quando risulti legittima soltanto una parte dei beni, (quale) parte dell'eredità [Dig. 5.2.0. (De inofficioso testamento), Dig. 5.2.8pr. (Papinianus); Dig. 10.2.0. (Familiae erciscundae), Dig. 10.2.2pr. (Per familiae erciscundae actionem dividitur hereditas), Dig.10.2.2.1. (Si quarta ad aliquem ex constitutione divi pii), DIGESTO], l'erede, tale istituito nella proprietà certa, è l'equivalente del legatario [CJ.6.24.0. (De heredibus instituendis et quae personae heredes institui non possunt), CJ.6.24.13. (Quotiens certi quidem ex certa re scripti sunt heredes), CODICE].
Poi mentre il diritto di patronato passa agli eredi, i singoli, atteso che quel diritto come gli altri diritti è individuo e indivisibile [Cap. 1 (Perlatum est), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], e ivi la GLOSSA [d Non debeat.] ... Et nota quod iuspatronatus apud unumquenq; haeredum est insolidum quo ad omnes eius effectum. ... sicut electio, quia res simplex est & indivisibilis; & sic ad quemlibet haeredem insolidum transit, etiam si ex diversis & inaequalibus partibus sint haeredes. ...], pos-
seggono quello in solido, siano eredi in parti uguali o ineguali, come la Legge argomenta [Dig. 8.5.0. (Si servitus vindicetur vel ad alium pertinere negetur), Libro 8, DIGESTO]. Onde a ciascuno in solido compete il posto di maggiore onorificenza e, in caso d'indigenza, l'alimentazione, e tutti in solido concorrono alla presentazione, nondimeno così che la presentazione non sia divisa, essendo indivisibile il diritto di nominare: CASTRO PALAO, succitato; AZOR [ibidem, Libro 6, Capitolo 20, Questione 9 (Nono quaeritur, qua ratione Iuspatronatus successione, vel testamento in haeredes transferatur? ... Item Glossa in c.1.de iurepatronatus, communi consensu approbata, docet Juspatronatus ex aequo, sive in solido ad quemlibet haeredem transire, etiamsi non sint haeredes ex aequa portione instituti: quia iura quae sunt incorporalia, dividi nequeunt,...
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), (p. 1088)]; Pirro CORRADO [Praxis Beneficiariae Recentioribus, (1679), Libro 4, Capitolo 6 (Praxis existentiae Idoneitatis Praesentati ad Beneficium Jurispatronatus), n. 45 (Patronus unus, praesentans praeservat possessionem aliorum non praesentantium. Et quosmodo intelligendum, num 46.]. Ma affinché avvenga un'u-
nica nomina in rappresentanza di tutti, onde dice Innocenzo III al capitolo citato che questo diritto è senza dubbio in solido presso tutti, per quel che riguarda i diritti onorifici, ma non per quel che riguarda la presentazione, che così è presso tutti insieme, come presso nessuno singolarmente. Parimenti la GLOSSA citata: il diritto di patronato presso ogni singolo erede è in solido per quel che riguarda ogni suo effetto [Dig. 38.2.0. (De bonis libertorum), Dig. 38.2.3.14 (Si libertus patronum suum ita heredem scripserit: ...) DIGESTO], fuorché la presentazione del sacerdote, la quale è in mano di tutti, sicché di nessuno. E questi eredi, determinando il loro diritto in base alla persona del patrono defunto, non hanno perciò riguardo al presentare più diritto che ebbe il defunto, non potendo egli trasferire agli stessi più diritto di quanto egli stesso ebbe, secondo la Regola [Regola 79 (Nemo potest plus iuris transferre in alium, quam sibi competere dinoscatur), Aggiunto al Titolo 12 (De verborum significatione), De regulis iuris, Liber 5, LIBRO SESTO]. Per la qual cosa, nel caso i patroni siano stati più di uno, gli eredi di essi singoli hanno solo un voto, avendone avuto uno solo il defunto, il che è anche vero, sebbene uno di codesti patroni, naturalmente in generale, due, un altro, avesse lasciato sei eredi, quando infatti qui la successione sia avvenuta per diritto di restituzione immediata (rimessa immediata di un fedecommesso) alla stirpe [Cap. 2 (Plures ab uno ex patronis ecclesiae relicti haeredes. In particolare il Sommario: In plures haeredes unius ex pluribus patronis trantis iuspatronatus per stirpes. hoc dicit. Zabarella.), Titolo 12 (De jure patronatrus), Liber 3, CLEMENTINE].
Per cui questi sei hanno equamente solo un voto, come gli altri due, in quanto quelli equamente, e questi, rappresentano uno soltanto e succedono in luogo di uno, onde per uno si reputano: [GLOSSA alla citata Clementina: Ius patronatus transit ad haeredes per stirpes. ... in iurepatronatus successio fit per stirpes, non per capita.] / [Dig. 35.1.0. (De condicionibus et demonstrationibus et causis et modis eorum, quae in testamento scribuntur), Dig. 35.1.56. (Cui fundus legatus est), Libro 31, DIGESTO];
dal momento che non si varia l'obbligazione in base alla pluralità dei successori [Dig. 45.1.0. (De verborum obligationibus), Dig. 45.1.2pr. (Stipulationum quaedam in dando, quaedam in faciendo consistunt), Libro 45, DIGESTO].
Le cose dette si confermano tanto in base al Sinodo di Salisburgo allorché, relativamente al Titolo De jurepatronatus, così statuì: nel caso il patrono abbia lasciato più figli o eredi, tutti quelli succedano nella stirpe, quanto anche in base alla citata Clementina dove così il papa: più eredi lasciati da un solo patrono avranno al massimo la voce di uno, potendo in verità da una moltitudine di patroni, per quel che riguarda la presentazione, originarsi una discordia in danno della chiesa, il medesimo papa permise perciò ai patroni di poter, liberamente, cioè secondo la GLOSSA della appunto citata Clementina [Liber 3, Tit. 12 (De iure patronartus), Cap. 2 (Plures), GLOSSA: l Libere.] id est sine superioris auctoritate. & sic improbat quod not. Inno. in decre. querimoniam....], senza l'autorizzazione del vescovo, convenire tra sé di presentare
il rettore alternativamente, cosicché uno presenta la prima volta, l'altro la seconda volta. Per quel che riguarda il secondo modo, da sapersi che il patrono laico senza il consenso del vescovo non possa donare a un'altra chiesa, molto meno a un laico, il diritto di patronato annesso, naturalmente in generale, alla sua dignità o beneficio, per il fatto che egli possiede questo (diritto) non a nome proprio ma della chiesa, dei cui diritti non può disporre a scapito della chiesa; quindi egli non è il signore padrone ma soltanto l'usufruttuario del diritto di patronato e di conseguenza non lo può donare. Similmente neppure il laico, sebbene possegga il diritto di patronato in virtù di un diritto proprio, può donarlo senza tale consenso a un altro laico [Cap. 23 (Praeterea quoniam advocati ecclesiarum ius), Titolo 38 (De iure patronatus), Li1Bw&sa=X1=bo
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ber 3, DECRETALI], poiché da tale fatto facilmente la chiesa può subire un danno, a
meno che codesto laico fosse suo compatrono, in quanto in quel caso: Ø da una parte non si verifica una vera donazione o la traslazione del diritto di patronato a un altro, essendo già l'altro patrono in solido dal momento che il diritto è indivisibile [Cap. 1 (Perlatum est. In particolare la GLOSSA: d Non debeat.] .. Et nota quod iuspatronatus apud unumquenq; haeredum est insolidum quoad omnem eius effectum.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], così in verità nulla dona, ma
soltanto rinuncia al suo diritto; Ø dall'altra (parte), in verità, la chiesa non subisce un danno, ma piuttosto ricava un profitto (guadagno), prendendo uno al posto di due patroni, e così liberandosi da una servitù duplice. Senza consenso (del vescovo) il laico invece può concedere il suo diritto a una chiesa [Cap. Unico (Si laicus iuspatronatus ecclesiae sibi competens, eidem, vel alteri ecclesiae, seu loco religioso. In particolare la GLOSSA: b Eidem.] & sic ecclesia erit patrona sui ipsius.), Titolo 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO]; [Cap. 8 (Illud praetereundum non duximus. E in particolare il Sommario: Si laicus, clerico vel religoso loco concedit ecclesiam sine consensu episcopi: non obstante tali concessione, quae non valet, ad ipsam ecclesiam cum vacaverit, poterit praesentare, & eam alteri ecclesiae de consensu episcopi poterit concedere.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], ; in ultimo alla medesima chiesa della quale è pa-
trono, certamente non in questo senso che la stessa diventi patrona, dal momento che debba esserci distinzione tra chi domina (cioè esercita su altri un potere, un'autorità) e chi è a lui asservito, neppure si dica che qualcosa è utile proprio a sé stessa, ma che sia resa libera e ritorni all'ordinazione del vescovo. Tuttavia non può (egli) concedere la chiesa stessa a un'altra chiesa tramite la modalità dell'incorporazione [Capp. 8 (Illud) e 5 (Quod autem consulis), Titolo 38 (De iure Patronatus), Liber 3, DECRETALI]; onde se con questo scopo avesse donato, tutta la donazione sarebbe invalida, per il fatto che, come dice il pontefice, loco citato (appunto, il Cap. 5), si ha per non dato, ciò che è dato da colui che non può de iure donare, per cui neppure in questo caso si riterrà il diritto di patronato traslato (trasferito), poiché il patrono, ciò che aveva potuto dare e donare, evidentemente il diritto di patronato, non volle, e ciò che volle, evidentemente la stessa chiesa, non poté; ma rimane nelle mani degli antichi patroni [Cap. 10 (Cum laici episcopis nescientibus), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dal momento che non produce impedimento ciò che de iure, come qui la donazione, non sortisce effetto [Cap. 18 (Significasti. In particolare il Sommario: Si quis episcopus, in ecclesia alterius dioecesis est patronus, praesentatus ab eo debet admitti, si est idoneus.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]; [Regola 52 (Non praestat impedimentum, quod de iure non sortitur effectum), Aggiunto al Titolo 12 (De verborum significatione), De regulis juris, Liber 5, LIBRO SESTO]. Se poi si dubi-
tasse dell'intenzione, allora si riterrà che avesse voluto dare ciò che era suo, evidentemente il diritto di patronato, affinché non si intenda ingannevole la donazione, come la Legge argomenta: [Dig. 30.0. De legatis et fideicommissis, Dig. 30.65.2. (Si domus fuerit legata), Dig. 30.71.pr. (Si domus alicui simpliciter sit legata), Libro 30, DIGESTO]. Con il consenso poi (del vescovo) può egli (cioè il patrono) dare la stessa chiesa a un'altra chiesa [Capp. 5 (Quod autem), 8 (Illud praetereundum) e 17 (Nullius Laicus), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Infine, anche se (tale consenso) sussegua, la donazione avrà valore e il consenso a favore della chiesa si retrodata all'inizio della donazione. Per quel che riguarda il terzo modo, dico che il diritto di patronato reale, naturalmente in generale, annesso a un castro, senza il consenso del vescovo si può permutare con un altro castro, al quale un simile diritto sta attaccato, in quanto ogni qual volta il diritto di patronato passa con l'universalità (cioè la totalità dei beni), come a proposito dell'eredità o vendizione e permutazione del castro, il consenso non si richiede, per il fatto che tale trasferimento è de iure approvato [Cap. 7 (Ex litteris), TITOLO 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], e il consenso già intervene all'inizio della fondazione, e il diritto di patronato soltanto per accidens e in modo accessorio si trasferisce. 1Bw&sa=X1=bo
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Ho detto con l'universalità, diversamente perciò è da dirsi laddove si trasferisce tramite un legato (lascito), dal momento che questo è un titolo particolare e non comprende l'universalità, salvo che si trasferisse a una chiesa, essendo il legato una specie di donazione: come non è necessario in questa il consenso, così neppure nel legato. Per quel che riguarda il quarto modo, da sapersi che il diritto di patronato da solo e di per sé non può vendersi [Cap. 16 (De iure vero patronatus), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], per il fatto che sia annesso allo spirituale, come neppure permutarsi il diritto di patronato personale. Infine stimo essere nulla siffatta permutazione e vendizione per quelle cose che riferisce la GLOSSA [Cap. 23 (Praeterea quoniam advocati. In particolare la GLOSSA: i Contractus quoque huiusmodi.] de quibus praemissum est, scilicet donationis, venditionis, & aliis: & sic patet quod iuspatronatus vendi non potest.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], e perché simili patti e contratti si dice che siano di nessun peso, che
neppure de iure durino [Cap. 8 (Pactiones factae à vobis), Titolo 35 (De pactis), Liber 1; Cap. 9 (Praeterea quando inter laicos), Titolo 36 (De transactionibus), Liber 1; e Cap. 23 citato, DECRETALI]; e ipso iure il venditore rimanga privato del suo patronato conformemente al Concilio di Trento [Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 9], onde la chiesa risulti libera secondo la GLOSSA [Cap. 6 (Quia clerici. In particolare la GLOSSA: d Spoliando.] ... & sic ecclesia erit patrona sui ipsius. ...quia spirituale vel spirituali annexum vendi non potest ... quod dicitur quod emptor spolietur, & non venditor: unde eo ipso quod imponitur poena emptori, & non venditor, ut remanere penes ipsum patronum iuspatronatus.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI].
Inoltre insieme con l'universalità si può lecitamente (legalmente) e validamente (cioè secondo le norme di legge) vendere [Capp.7 (Ex litteris) e 13 (Cum seculum), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], per il fatto che allora il diritto stesso, spirituale, non si vende per sé (di per sé), ma per accidens e a titolo di appendice (aggiunta). Nondimeno non può, in considerazione di questo diritto, vendersi la stessa universalità a più caro prezzo, poiché allora lo stesso diritto sarebbe stimato secondo un valore temporale, e nella realtà, tanto quanto l'universalità, diventerebbe parte o merce dela stessa vendizione e sarebbe assoggettato alla vendizione. (Questione 1) Tu chiederai, in primo luogo: Forse con il Concilio di Trento che abrogò tutti gli altri patronati fuorché quelli acquisiti per fondazione o dotazione, si ritenga eo ipso anche abrogato il patronato concesso per aumento di dote? Si risponde che riguardo a questo caso la Congregazione aveva dichiarato, il 14 febbraio 1594, che tale non sia abrogato se quello il giorno prima delle calende di maggio 1564 (cioè il 30 aprile 1564), già avesse soddisfatto il requisito dei 40 anni, altrimenti, a dire il vero, debba essere valutato dal vescovo, il quale nel caso non trovi lo stesso concesso per l'utilità evidente della chiesa, debba revocare, restituito tuttavia ai patroni ciò che dagli stessi perciò dato. (Questione 2) Tu chiederai, in secondo luogo: A chi spetti il diritto di patronato nel caso sia stato dato in dote alla moglie il fondo, cui annesso il diritto di patronato? Si risponde, al marito, passando regolarmente a lui che consegue l'utile dominio di siffatto fondo [Cap. 7 (Ex litteris), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Questo senza dubbio soltanto al marito compete [Dig. 6.1.0. (De rei vindicatione), Dig. 6.1.9. (Officium autem iudicis in hac actione in hoc erit), DIGESTO]; [CJ.5.12.0. (De iure dotium), CJ.5.12.11. (De his, quae in dotem data ac direpta commemoras, mariti tui esse actionem nulla est dubitatio), CJ.5.12.23. (Si praedium uxor tua dotale venumdedit), CODICE GIUSTINIANO]; quindi allo stesso spettano tutti i frut-
ti anche quelli che non sono utili a sostenere gli oneri del matrimonio, come nota la GLOSSA comunemente recepita [Dig. 23.3.30 (Dotem, quae in prius matrimonium data est), DIGESTO], conseguentemente deve spettare anche la presentazione, essendo questa annoverata tra i frutti dei benefici, come van ESPEN riporta conformemente alla GLOSSA (..., idque auctoritate Glossae, uti notatum est supra...) [Jus ecclesiasticum universum, (1729), Parte Seconda, Tomus Secundus, Titolo 25 (De Jure Patronatus), Capitolo 4 (Quomodo Jus Patronatus transferatur?), n. 11 (An transeat in maritum ratione dotis?) (pp. 655-656) / SUPPLEMENTUM in jus ecclesiasticum universum, Titolo 25 (De Jure Patronatus), Cap. 4. Ad Numerum XI. (In textu examinata est quaestio, num jus praesentandi transeat ad maritum, sive utrum maritus stante matrimonio praesentet ad Beneficium, tametsi illud primario competat uxori. ... Li1Bw&sa=X1=bo
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cet haec distinctio inter jus Patronatus reale & personale appareat non male hic applicata; illud tamen certum est, multum hac in re valere usum, & consuetudinem locorum, si quae probari possit)]; altrimenti da dirsi invece,
laddove non alla dote ma ai beni, naturalmente in generale, parafernali (quelli che appartengono a una donna sposata e non costituiscono dote né oggetto di convenzioni matrimoniali, e quindi sono di sua esclusiva proprietà - exdotale) il patronato fosse unito, siccome in essi il marito nessun
diritto ha e in ultimo, la moglie contraddicente, neppure l'amministrazione [CJ.5.14.0. (De pactis conventis tam super dote quam super donatione ante nuptias et paraphernis), CJ.5.14.8. (Hac lege decernimus), CODICE GIUSTINIANO]; e ivi la GLOSSA.
(Questione 3) Tu chiederai in terzo luogo: Se veramente il diritto di patronato competa all'erede fedecommissario (persona che deve ricevere i beni che un erede ha avuto in fedecommesso - fedecommesso: disposizione testamentaria, in uso nel diritto romano e oggi ammessa in termini molto ristretti, per cui un erede o un legatario è tenuto a conservare i beni ereditati e a trasmetterli alla sua morte ad altra persona indicata dal testatore) o all'usufruttuario di tutti i beni, forse all'erede diretto? Si ri-
sponde, al diretto, per la presunta volontà del defunto, dal momento che lo stesso infatti fa conoscere questo con il nome diretto e onorevole di erede, si ritiene anche eo ipso che avesse donato a lui quei diritti che hanno a che fare non tanto con gli agi della ricchezza, quanto con l'onore, come il diritto di patronato. Per cui a tale erede, restituita l'eredità, rimangono i diritti di sepoltura [Dig. 36.1.0. (Ad senatus consultum trebellianum), Dig. 36.1.43pr. (Quia perinde est, atque si mihi restituta esset hereditas), Dig. 36.1.43.1. (Restituta hereditate iura sepulchrorum apud heredem remanent), Libro 36, DIGESTO], sebbene quei
diritti anche trasferisca agli estranei [Dig. 36.1.0. (Ad senatus consultum trebellianum), Dig. 36.1.5. (Sed et qui magna praeditus est dignitate vel auctoritate, harenarii vel eius mulieris, quae corpore questum fecerit, hereditatem restituere cogetur), Dig. 36.1.743. (Heres praecepto fundo rogatus erat hereditatem restituere: fundus alienus erat.), Dig.36.1.20.2. (Qui in distrhaendis conservandisve rebus hereditatis sumptus factus est, imputari heredi debet.), &c. DIGESTO], rimangono anche i diritti dei liberti [Dig. 37.14.4 (Iura libertorum patronorum liberis), 37.14.5pr. (Divus claudius libertum, qui probatus fuit patrono delatores summisisse, qui de statu eius fecerent ei quaestionem, servum patroni esse iussit eum libertu), Dig, 37.14.5.1. (Imperatoris nostri rescripto cavetur, ut, si patronus libertum suum non aluerit, ius patroni perdat.), Dig. 37.14.17.1 (Item quaestitum est, si patroni filius), Dig. 37.14.0. (De iure patronatus), Libro 37, DIGESTO],
che se davvero il testatore a uno il fondo, all'altro l'usufrutto del medesimo fondo avesse legato (cioè lasciato un bene in eredità), allora stimo migliore essere la condizione dell'usufruttuario, siccome spettano tutti i frutti derivanti dal suddetto fondo, e conseguentemente dal diritto di patronato annesso a tale fondo, il cui frutto (vale a dire il diritto di patronato) è la presentazione, essendo giudizio parimenti di argomentazione logica, principalmente laddove mediante congetture (supposizioni), naturalmente in generale, non possa dedursi il contrario dalla intenzione del defunto. (Questione 4) Tu chiederai in quarto luogo: Forse, assegnato a un depositario il beneficio cui (è) annesso il diritto di patronato, spetti quel diritto allo stesso depositario? Si risponde: se il depositario è stato incaricato in base alla volontà delle parti, allora, supposta la capacità del soggetto, spetterà allo stesso depositario, poiché così tra le parti si considera l'atto pubblico che egli possa raccogliere tutti i frutti del beneficio, e in questo caso anche il possesso si ritiene trasferito in esso: GOZZADINI Ludovico [Consilia, seu responsa, in suam veram lectionem mendis, quibus affluebant, sensum et orationem, (Venezia, 1571), Parte 5, Capitolo 5, n. 18]; se invece il depositario è incaricato tramite un ordine del giudice, allora, se uno è in possesso del beneficio, ritengo che appartenga a lui, in quanto sembra iniquo che il suddetto sia privato dell'agio del suo possesso, soprattutto quando per questo non sia peggiore la condizione dell'altro co-litigante, e non più ricco lo stesso possessore; se invece nessuno è in possesso, allora il vescovo deve ordinare il beneficio, credo in quel modo come sopra [ibidem, Capitolo 3, Questione 5] annotai, ovviamente (credo) che debba nel frattempo porre un economo. (Questione 5) Tu chiederai in quinto luogo: Forse nella locazione del fondo cui (è) annesso il diritto di patronato, quel (diritto di patronato) passi al conduttore? Si risponde affermativamente, se la locazione è fatta ad firmam, come dice la Decretale [Cap. 7 (Ex litteris), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]; sotto il quale voca1Bw&sa=X1=bo
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bolo, insegna François DE ROYE unitamente all'opinione generale, si intende locazione a lungo tempo [Ad Titulum De Iure Patronatus, (1667), Prolegomena ad Tit. De Iure Patronatus Libro III. Decretal.]; e FAGNANI al detto capitolo [Commentaria in secundam partem Tertii Libri DECRETALIUM, (1681), De Iurepatronatus, Cap. Ex litteris, N. 12 (Ad firmam dare, id est ad annuum censum concedere, seu locare etiam ad longum tempus, & num. sequen.)], quando tale locazione ha l'odore della na-
tura del contratto enfiteutico censuale mediante il quale l'utile dominio si trasferisce, fatto il quale, ogni uso (impiego) del bene e dei diritti allo stesso annessi è in potere dell'utile signore al solo titolo di signore diretto, (titolo) che rimane in possesso dello stesso signore diretto [Dig. 6.3.0. (Si ager vectigalis, id est emphyteuticarius, petatur), Dig. 6.3.1pr. (Agri civitatium alii vectigales vocantur, alii non. vectigales vocantur qui in perpetuum locantur, id est hac lege, ....: non vectigales sunt, qui ita colendi dantur, ut privatim agros nostros colendos dare solemus), Dig. 6.3.1.1. (Qui in perpetuum fundum fruendum conduxerunt a municipibus), Libro 6, DIGESTO];
la quale ratio anche ap-
prova (cioè è approvata da) la rubrica [(cioè il Sommario: Juspartronatus consistens in aliqua universitate temporalium, transit cum ipsa universitate; etiam si universitas transeat tantum quo ad utile dominium, nisi iuspatronatus specifice sit exceptum), Cap. 7 (Ex litteris), Titolo 38 (De iure patronatus) citato]; diversamente
da dirsi della locazione a tempo modico, che CASTRO PALAO crede essere meno di dieci anni, per il fatto che tale locazione non muta il dominio [Dig. 19.2.0. (Locati conducti), Dig. 19.2.39. (Non solet locatio dominium mutare), DIGESTO], e non fa trasferire la vera possessione. (Questione 6) Tu chiederai in sesto luogo: Forse il diritto di patronato passi al creditore a motivo del pegno? Si risponde negativamente a motivo della Decretale [Cap. 18 (Quum Bertholdus miles curiam suam sive fundum), Titolo 27 (De sententia et re iudicata), Liber 2, DECRETALI], e ivi la GLOSSA. Si aggiunge che a tale creditore né l'utile né il diretto dominio si trasferisce, né in modo conforme alle regole è concesso l'uso del bene, poiché il pegno si dà solo come garanzia al creditore, e lo stesso deve computare nel capitale, nel caso ci sia stato l'uso del pegno, tutti i frutti che da ciò vengono, conformemente alle Decretali [Capp. 1 (Plures clericorum) e 2 (Quoniam non solum viris ecclesiasticis), Titolo 19 (De usuris), Liber 5, DECRETALI], e deve restituire al debitore quei (frutti) che superano il capitale, dal momento che egli stesso perciò non può computare nel capitale questo diritto di patronato, poiché questo stesso (diritto), mentre è spirituale, non può essere apprezzato (cioè valutato per quanto attiene al suo valore e al connesso prezzo; in pratica, quantificato), per cui consegue che neppure possa servirsi di tale diritto, onde il Sinodo di Salisburgo dell'anno 1420, con il Canone 22, così statuì: Al fine anche di amputare (cioè ridurre drasticamente) la disputa di tutti o piuttosto la materia della questione, statuiamo che nel caso uno abbia dato in pegno a qualcuno senza ulteriore precisazione il proprio predio cui attiene il diritto di patronato, il diritto di presentare risiede presso colui che ha impegnato, non potendo tale diritto essere valutato (quantificato) ... e non può essere computato nel capitale, dovendo sempre i frutti del bene pignorato essere computati nel capitale secondo il Canoni e le legittime sanzioni. (Questione 7) Tu chiederai in settimo luogo: Forse passi al depositario? Si risponde negativamente, poiché non si trasferisce a lui né il possesso né il dominio, e il bene si deposita presso lo stesso per motivi di sola custodia [Dig. 16.3.0. (Depositi vel contra), Dig. 16.3.1pr. (Depositum est, quod custodiendum alicui datum est), Libro 16, DIGESTO], da restituirsi (tale bene) con ogni utilità e frutti [Dig. 16.3.0.( Depositi vel contra), Dig. 16.3.1. (Depositum est), Dig. 16.3.1.24. (Et ideo et fructus in hanc actionem venire et omnem causam et partum, dicendum est, ne nuda res veniat), Libro 16, DIGESTO]. Da ultimo lo stesso, nel caso l'uso del bene si sia verifi-
cato contro la volontà del padrone, sia tenuto all'azione giudiziaria per furto [Dig. 16.3.29pr. (Si sacculum vel argentum signatum deposuero et is penes quem depositum fuit me invito contrectaverit, et depositi et furti actio mihi in eum competit), Dig. 16.3.0. (Depositi vel contra), Libro 26, DIGESTO].
(Questione 8) Tu chiederai in ottavo luogo: Forse nella confisca dei beni il diritto di patronato passi al fisco? Si risponde affermativamente, se fu annesso 1Bw&sa=X1=bo
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ai beni, questi stessi qui, per il fatto che sempre passa con l'universalità [Capp. 7 (Ex litteris) e 13 (Cum seculum), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], sebbene questa passi soltanto per quel che riguarda l'utile dominio, come segnatamente dice la rubrica e insegna, unitamente all'opinione generale, la GLOSSA [Cap 7 (Ex litteris), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Onde molto più deve passare al fisco, conseguendo questo il pieno dominio, per il fatto che assume la libera facoltà di disporre di quei beni, nella quale sussiste la sostanza del dominio [CJ.4.35.21: Imperator Constantinus (In re mandata non pecuniae solum), CJ.4.35.0. (Mandatii), CODICE GIUSTINIANO]; COVARRUBIAS [Operum Tomus Secundus, (1638), Tomi Secundi Parte altera traditur Practicarum Quaestionum Liber Unus, Libro 3, Capitolo 6 (De principis potestate in Maioratu & Fideicommissis. E cioè: Quo pacto Princeps valeat tollere aut mutare testatoris voluntatem, quo ad fideicommissa, aut maioratus. p. 239), n. 6 (Dominium à privato auferri per Principem non potest absque publica utilitate. In particolare: Tertio, rationibus hanc opinionem veram esse ostendam, dominium etenim privatum à Principe tolli non potest, nisi ex causa utili Reipublicae. ... Dominium autem nihil aliud est, quam ius disponendi de re ipsa .l.in re mandata.C. mandat. ...)]. Diversamente da dirsi laddo-
ve il diritto compete per diritto di sangue, o sia diritto personale. Infatti allora, nel primo caso, passerà ai consanguinei, non essendo giusto che questi fossero puniti da persona dalla quale non calcolano il proprio diritto; nel secondo caso, rimane in possesso del delinquente finché segue dal giudice ecclesiastico la sentenza declaratoria, per il fatto che allora il diritto è separato dalla stessa universalità: GARZIA [Tractatus de beneficiis amplissimus et doctissimus, (1735), Tomo 1, Parte 5 (De his ad quos spectat dispositio, seu provisio Beneficiorum), Cap. 9 (De Patronis), (pp. 503-537)] / AUFRERIO Stefano [De officio ordinarii, (1597), Tituli primi De potestate seculari super ecclesiasticis personis. & rebus. Tractatus de saeculari potestate. De potestate saeculari super Ecclesias, Quarta Regula cum fallentiis. Sexaginta tribus. (Laici de negocijs ecclesiasticis intromittere se non debent. ...) (pp. 338-342)] / Girolamo GIGANTI [Tractatus de Pensionibus Ecclesiasticis, (Lione, 1545), Quaestione 78 (Rector beneficii si pensionem non solvens tempore de quo in literis elapso, an sit ipso iure privatus beneficio.), n. 4 (Declaratoria requiritur in poenis ipso iure incursis), (pp. 133-134)] e
altri -. Ho detto ecclesiastico: il patrono, infatti, ricevendo il diritto di patronato dalla chiesa, non può esserne privato dal giudice secolare; mediante una sentenza davvero ampia, il diritto di patronato, quantunque fosse per altre ragioni trasmissibile agli eredi, decade (muore), e la chiesa diviene libera. (Questione 9) Tu chiederai in nono luogo: Forse con la vendita dell'universalità cui unito (è) il diritto di patronato, passi quel diritto al compratore? Si risponde: poiché è certo che il diritto di patronato, anche ecclesiastico, possa passare agli eredi estranei, come nota la GLOSSA [Capp. 35 (Considerandum est de ecclesiis) e 31 (Filijs, vel nepotibus), Causa 16, Questione 7, Decreti Secunda Pars, GRAZIANO]; e come insegna ABBAS SICULUS (PANORMITANO) [Cap. 1 (Perlatum est), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]; e LAMBERTINI [Tractatus de iure patronatus clarissimorum omnium, (Venezia, 1607), Libro 1, Parte 2, Questione 2 (1 Iuspat. transire facit novus haeres &c. 2 Iuspat. transfertur de uno in alium cum haereditate. 3 Haeres novus intelligitur tam ex testamento quam ab intestato & num.5. 4 Ius generaliter loquens, generaliter debet intelligi. ... 15 Iuspatr. non solum transit ad haeredes sanguinis, sed etiam ad extraneos, & est communis opin. & n.23. ... 18 Iusp. transit in emptorum villae cum universitate villae. ... 24 Consuetudo est optima ll. interpres. (Cioè: consuetudo optima legum interpres, ...) (pp. 299 e segg.)]; passando perciò, secondo la comune
opinione, al compratore di una villa di cui (è) l'annesso [Cap. 7 (Ex litteris), Cap. 13 (Cum seculum reliquieritis), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI]. Sia anche certo che con la vendita dell'eredità sono incluse nella vendita tutte quelle cose che a qualunque titolo o causa spettano all'erede venditore in forza del diritto di erede [Dig. 18.4.0. (De hereditate vel actione vendita), Dig. 18.4.2pr. (Venditor hereditatis satisdare de evictione non debet), Dig. 18.4.2.1. (In hereditate vendita utrum ea quantitas spectatur), Dig. 18.4.14pr. (Qui filii familias nomina vendit, actiones quoque quas cum patre habet praestare debet), Dig.18.4.14.1. (Si hereditas venierit, venditor res hereditarias tradere debet: quanta autem hereditas est, nihil interest.), DIGESTO],
per il fatto che così si ritiene l'atto tra il compratore e il venditore, eo ipso, purché nessuna cosa eccettuata; per cui dico che spetti al compratore, il che, in caso di eredità lasciata (trasmessa per eredità), è assolutamente certo, se veramente lo stesso per tradizione sia il padrone dell'eredità o dei beni ereditari [CJ.4.39.0. (De hereditate vel actione vendita), CJ.4.39.6. (Qui tibi hereditatem vendidit, antequam res hereditarias traderet), CODICE GIUSTINIANO / Dig. 18.4.0 (De hereditate vel actione vendita), Dig. 18.4.21 (Venditor ex hereditate interposita stipulatione rem hereditariam persecutus alii vendidit), DIGE1Bw&sa=X1=bo
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STO]. Per conseguenza logica anche padrone del diritto di patronato sebbene lo
stesso erede anche dopo la vendita rimane de iure erede ovviamene con l'esito che rimane obbligato verso i creditori dell'eredità, ai quali egli per l'adizione (termine giuridico che indica l'entrare in possesso di un'eredità) dell'eredità si obbligò [Dig. 28.5.0. (De heredibus instituendis), Dig. 28.5.88. (Ex unciis sex primo herede instituto), DIGESTO]. Non essendo la vendita modo per costituire formalmente un altro erede [CJ.4.39.0. (De hereditate vel actione vendita), CJ.4.39.8. (Ex nominis emptione dominium rerum obligatarum ad emptorem non transit), CODICE GIUSTINIANO]. Diversamente tuttavia da dirsi laddove il diritto di patronato non spettas-
se all'erede in quanto erede, per il fatto che si può ritenere venduto solo quello che è unito alla stessa eredità, non che spetti ad altro titolo allo stesso [Dig. 18.4.0. (De hereditate vel actione vendita), Dig. 18.4.2pr. (Venditor hereditas satisdare de evictione non debet), Dig. 18.4.2.2. (Illud potest quaeri), DIGESTO].
CAPITOLO ULTIMO: Della deroga e della perdita del diritto di patronato. Si deroga al diritto di patronato nel caso il papa conferisca a un altro il beneficio, che in altre circostanze era consuetudine che si conferisse solo a seguito della presentazione dei patroni, oppure nel caso il beneficio stesso cada sotto la riserva apostolica. Ho detto se il papa, dal momento che questi può in realtà derogare a ogni diritto di patronato, competa quello sia al laico a titolo oneroso sia al chierico, in virtù della pienezza dei poteri per l'utilità della chiesa, nessuno può dubitare, infatti nel caso il principe secolare per l'utilità della repubblica può togliere a un altro il diritto acquisito, in ultimo anche il dominio [Dig. 45.2.0. (De duobus reis constituendis) [?]; Dig. 8.4.0. (Communia praediorum tam urbanorum quam rusticorum), Dig. 8.4.13pr. (Venditor fundi geroniani fundo botriano, quem retinebat), DIGESTO],
perché non può il papa per una causa proficua alla chiesa togliere il diritto di patronato a un privato, quando proprio lui ha la medesima potestà, se non maggiore per quanto attiene ai beneficiali, di quella del principe per quanto attiene alle temporali. Da ultimo stimo che questa potestà competa al pontefice dalla stessa fondazione, non è infatti credibile che il papa abbia concesso il diritto di patronato in modo da rinunciare da sé a ogni sorta di potestà di conferire ad altri il beneficio, nel caso così richiedesse il bene della chiesa; o che i fondatori, mentre con il fondare il beneficio vollero provvedere alla chiesa, abbiano inteso rendere impraticabile la maggiore utilità della medesima; ora nonostante che il papa possa derogare al diritto di patronato, come tutti i canonisti ammettono, unitamente alla GLOSSA generalmente recepita nella Clementina [Cap. 2 (Plures ab uno ex patronis ecclesiae), Titolo 12 (De iure patronatus), Liber 3, CLEMENTINE], conformemente con COVARRUBIAS [Operum Tomus Secundus, (1638), Tomi Secundi Parte altera traditur Practicarum Quaestionum Liber Unus, Cap. 36 (De iure patronatus. E cioè: De iure patronatus laicorum, ad differentiam iuris patronatus Ecclesiastici, & utriusque derogationem.), n. 1 (Iuri patronatus laicorum licet papa derogare possit, non censetur derogatum, nisi expressa eum mentio fiat.) (p. 505)] / LAMBER-
TINI [Tractatus de iure patronatus clarissimorum omnium U.I.C., (Venezia, 1607), Parte 3, Libro 2, Questione 9, Art. 1 (Nona quaestio prin. 1. Papa an possit disponere de ecclesijs patronatis sine praesentatione patronorum. 2. Papa potest praeiudicare iurispatr. patronorum clericorum & beneficium illius reservare, & sine eorum praesentatione conferre. Legati de latere & alii delegati, & etiam delegati possunt disponere de iurepat. clericorum) (p. 972). In particolare: Nonus art.9.q.prin.3.pars.2.Lib. 1 Papae derogatione an praesumatur derogatum iurip. communi laico & clerico, ubi quod non & nu.4., (p. 978)], che spesso, assai di rado però al patronato laico, suol
tuttavia derogare a quello ecclesiastico, per il fatto che i chierici acquisirono il diritto coi beni stessi della chiesa, al contrario i laici coi propri beni, e perciò il loro (cioè dei laici) diritto è più forte e più importante del diritto di questi (cioè degli ecclesiastici) che nessun contributo proprio portarono alla fondazione. Pertanto, non presumendosi che il papa abbia fatto quelle cose che non fu solito fare, a meno che non sia palesemente manifesto, da questo momento fino 1Bw&sa=X1=bo
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a quando, la collazione fatta dal papa riguardo al beneficio soggetto al patronato laico soggiace ancora in qualche modo al dubbio: forse il papa, se avesse saputo che la nomina spettasse a un laico, avrebbe fatto questa in spreto al (cioè contro, in disprezo del) laico, o la stessa collazione possa intendersi per deroga al diritto di patronato ecclesiastico: non si ritiene derogato al diritto di patronato, e possa dunque il laico liberamente presentare, il che è vero, sebbene il papa nella collazione si sia servito delle parole, appartenga il beneficio alla presentazione di chiunque, se davvero sotto di chiunque può intendersi: del vescovo o di un altro, naturalmente in generale, Capitolo: CASTRO PALAO [Operis moralis, de virtutibus, et vitiis contrariis, in varios Tractatus, & Disputationes Theologicas distributi, (Lione, 1656), Parte Seconda (De virtute religionis, et ei annexis), Trattato 13 (De beneficiis Ecclesiasticis), Disputazione 2 (De his qui beneficia providere possunt, & de illorum provisione, & acquisitione), Punto 25 (De potestate legati à latere in beneficiorum collatione), n. 4 (Beneficium monoculare de provisione ordinarij collatoris potest legatus à latere providere)] / LESS Leonard [De IUSTITIA, aliisque virtutibus morum, Libri Quatuor, (Lione, 1630), Libro 2 (De iustitia et iure.), Capitolo 34 (De Beneficiis. Complectitur Dubitationes 38)] / COVARRUBIAS [ibidem, Operum Tomus Secundus, (1638), Cap. 36 (De iure patronatus), n. 2 (Ius patronatus laicorum, quo pacto ab Ecclesiastico distinguatur), (p. 505)]. In
ultimo, affinché si ritenga derogato al diritto di patronato spettante al re, non è sufficiente che il papa aggiunga, a di chiunque laico, ma si richiede in più che sia aggiunto, di chiunque laico re, è chiaro in base alla Regola 43 della Cancelleria (Apostolica), quando infatti i re, giacché benemeriti della chiesa, hanno un diritto più forte come tacitamente lo stesso Tridentino [Sessione 29] ammise, mentre con l'abrogare tutti i patronati originatisi da un privilegio, escluse il patronato dei re, per questo anche sotto il vocabolo generale di laico non sono compresi. Le quali cose fin qui dette sono proprio del patronato precisamente laicale, affinché non si ritenga certo derogato al medesimo, sempre che il papa dica espressamente ciò stesso in modo particolare, le medesime valgono anche in relazione al patronato misto: CORRADO Pirro [Praxis beneficiariae recentioribus, Libri Quinque, (1679), Libro 2 (Praxis erectionis parochialis, et matricis ecclesiae), Capitolo 12 (Praxis Derogationis, Fundationis, Beneficij Ecclesiastici in illius Collatione.), n. 134 (Fundationi derogatum non censetur à Papa, si dicat, Non obstante fundatione.)] / COVARRUBIAS [Capitolo citato, cioè il 36 (De iure patronatus), n. 4 (Quid ubi beneficium iuris patronatus laicorum vel patrimoniale, & his simile in curia vacaverit?) (p. 505)] / CASTRO PALAO [ibidem, Disputazione 2, Punto 25, n. 6 (Resolvitur distinctione apposita.)]; e anche nel caso in cui solo
in buonafede è in possesso (del diritto) di presentare. La ratio primaria, che pari (uguale, simile, equivalente) non è: affinché in una realtà indivisibile il socio sopporti un danno da parte della persona dell'ecclesiastico, affinché non sia altrimenti distolto dalle fondazioni (creazione delle chiese) contro il proposito della chiesa che, affinché i laici siano sollecitati alle fondazioni, introdusse il diritto di patronato. La ratio secondaria: in quanto, se in dubbio, tale possessore è da mantenersi nel diritto di presentare, com'è chiaro in base alla Decretale [Cap. 19 (Consultationibus), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], e ivi la GLOSSA. Molto più nel dubbio: se il diritto di patronato competa per privilegio o per fondazione, sarà da mantenersi nei privilegi che si confanno al diritto di patronato laicale, potendosi generare dal primo un maggiore pregiudizio alla chiesa che dall'altro, e nel dubbio si presume generalmente essere laicale il diritto di patronato, come riferisce: van ESPEN [Jus ecclesiasticum universum, (1715), Parte Seconda, Titolo 25 (De Jure Patronatus), (pp. 646 e sgg.), Cap. 2 (De varia Specie Juris Patronatus), n. 10 (In dubio potius censetur laicum, quam Ecclesiasticum) (pp. 650-651)]
/ COVARRUBIAS [loco citato, n. 6 (Quid de iure patronatus acquisito per praescriptionem, aut privilegium: & de patrono possidente?) (p. 505)] /CASSADORO Gugliemo [Decisiones seu conclu(siones) auree, De iure patronatus (p. 211), Decisione 7 (Sommario: Impretrans beneficium quod asserit esse de iure patronatus laycorum tenetur pro validitate gratie probare quod sit ex praescriptione seu consuetudine secus si per verba ut asseritur vel equipollentia aut si asserat esse laycorum vel clericorum alernative quia tunc dicenti esse laycorum intendit hoc probare & quod sit ex constructione fundatione seu dotatione ad nullitatem gratie), N. 6 (Distinctio inter verbum ut asseris a verbis ut asseritur vi de remissive), (p. 221)] / PANORMITANO [Consilia et Quaestiones, (1577), Consilia Secundi Libri, Conss. n. 76 (1 Praesentatio quando spectat ad plures tanquam ad singulos, non est necesse, ut in praesentationis actu omnes conveniant; sed possunt separatim praesentare. 2 Patroni quanquam sint absentes, possunt praesentare clericum praesentem per eorum literas. 3 Ordinarius potest absenti conferre beneficium. In particolare: 1Bw&sa=X1=bo
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Plura sunt examinanda ad huius quaestionis decisionem.), n. 106 (1 Ius patronatus seu ius praesentandi potest populo ex antiqua consuetudine competere. 2 Constituens ecclesiam efficitur patronus. 3 Institutio beneficiorum pertinet ad solum episcopum de iure communi. 4 Unio vel divisio ecclesiaum non possunt fieri sine consensu capituli. In particolare: Prius iuxta ordinem.)], per il fatto che comunemente i laici sogliono essere fondatori, e
assai di rado a essi si suol concedere un privilegio, la quale presunzione allora massimamente avrebbe valore se fosse, il laico suddetto, in possesso già prima del Tridentino. Infatti non (è) verosimile che gli ordinari avessero lasciato tale nel possesso se non o una sola volta avesse provato che il suo diritto discendesse dal possesso. D'altra parte riguardo al patronato ecclesiastico o laicale, originato da mero privilegio, una deroga manifesta (evidente, chiara), come comunemente si sostiene dai dottori, non è richiesta, attestano: ROCCO CORTE (Rochus Curtius) [Iurispatronatus Tractatus et Flores, in quibus continentur omnia ea quae ad illam materiam spectant. Autoribus excellentissimis viris Iureconsultis. Dom. Rochi De Curte. Pauli De Citadinis. Ioanis Nicolai. (Lione, 1573), Septima pars. Quibus Competat iuspatronatus, N. 12 (Papa super ius positivum potestatem habet. In particolare: Verum est quod si Papa vult praebendam patronatam alicui conferre, debet in literis de ipsis facere mentionem patronis: alias viderentur literae surreptitiae: ideo talis collatio vel provisio sine laici patroni mentione ut surreptitia non valeret.), (p. 699)] / LAM-
BERTINI [Tractatus de iure patronatus clarissimorum omnium U.I.C., (Venezia, 1607), Parte 3, (pp. 894 e segg.), Libro 2, Questione 9, Articolo 25 (Literae apostolicae includunt beneficium patronatum laicorum acquisitum ex praesumptione, vel consuetudine etiam nulla facta mentione de patronis laicis), (p. 987)]; ma è sufficiente
una deroga generale per il fatto che per questo motivo non sia da temersi che altri si asterranno dalle fondazioni, quando vedono che quelli che nessun contributo di proprio hanno portato alla chiesa, spesso vengono privati del diritto di patronato. Detta deroga generale è altresì sufficiente in ordine al patronato acquisito dal laico certamente per fondazione, ma in seguito donato alla chiesa, per il fatto che tale patronato si ritenga ecclesiastico tanto nelle cose da privilegiare quanto in quelle da odiare: COVARRUBIAS [loco citato] / LAMBERTINI [ibidem, Libro 2, Parte 3, Questione 9, Articolo 8 (1 Papae gratiae non includitur iusp. clericorum ratione patrimonij, & quae sit ratio. nu.4. 2 Papa non potest disponere ad libitum de patrimonialibus clericorum. 3 Princeps potest auferre bona subdito causa publicae utilitatis), (p. 977)] / PARISIO Pietro Paolo [Consiliorum Petri Pauli Parisii patrici Consentini, (Venezia, 1593), Pars Quarta, Consilium 128, n. 19 (Episcopus in bonis aliunde quaesitis potest habere heredem, quem vult.), (p. 139]; ed è provato [Capitolo Unico (Si laicus iuspatronatus ecclesiae sibi competens. In particolare la GLOSSA: h Ecclesiasticus.] ... Quid dices si ecclesia & patronus laicus simul habent praesentare: nunquid habebunt sex menses, vel quatuor tantum: vel alter sex, alter quatuor? Dico quod habebunt sex menses: ita quod ratione communionis privilegium ecclesiae transeat ad laicum, ad instar eius quod dicimus de eo qui habet rem communem cum pupillo.), Titolo 19 (De iure patronatus), Liber 3, LIBRO SESTO] quando a tale patronato si asse-
gna un semestre, che si concede solo all'ecclesiastico. Si deroga in secondo luogo al diritto di patronato per il tramite delle riserve apostoliche, con le quali i pontefici vari benefici riservarono a loro disposizione, delle quali precipua e chiusa nel corpo del diritto si dice la riserva dei benefici vacanti in curia, ma in verità poiché investigare la loro natura è oltre la sfera della disputa, quindi generalmente qui soltanto ho voluto annotare che nessuna riserva influenza il diritto di patronato laicale acquisito per fondazione o dotazione. Così con l'opinione comune sostengono: LAYMANN [Theologia moralis, (Padova, 1733), Tomo 2, Libro 4 (De virtute & statu Religionis), Trattato 2 (De Ecclesiasticis beneficiis), Capitolo 11 (De beneficiorum reservationibus, ac devolutionibus.), N. 2 (Reservationes Papales locum non habent in beneficiis, quae sunt juris patronatus laicorum ex fundatione, constructione, dotatione), (pp. 37-38)] / COVARRUBIAS [loco citato, cioè: Operum Tomus Secundus, (1638), Cap. 36, n. 2 (Jus patronatus laicorum quo pacto ab Ecclesiastico distinguatur), (p. 652)] , per il fatto che mai si ritiene che i pontefici deroghino a tale
diritto, soprattutto se non dicono chiaramente ciò, che non fatto in forma di riserva alcuna, che: BARBOSA [Pastoralis solicitudinis sive De officio, et potestate episcopi, (Roma, 1623), PARS TERTIA, Allegazione 59 (Episcopus quas ecclesias, & ad quod tempus commendare possit?), (pp. 281 e segg.)] / ENGEL Ludovico [Collegium universi juris canonici, Libro 3, Titolo 38 (De jure patronatus), (p. 898 e segg.) / Libro 3, Titolo 5 (De Praebendis & Dignitatibus), § 2 (De Collatione beneficiorum, quae sit per Summum Pontificem & Beneficiorum reservationibus), N. 12 (Beneficia in quibus tantum fuit jus ad rem, non sunt reservata, nec beneficia de jure patronatus laicorum. In particolare: ... Si mixtum sit jus patronatus, id est, Laico & clerico simul competens, ob favorem laici non censebitur beneficium reservatum. Videatur Mandosius ad Regulam I. Cancell. q. 8. Barb. de Officio Episc. alleg. 59. n. 26.), (pp. 538-539) / Libro 3, Titolo 5, § 3 (De Regulis Cancellariae), Regula I. Canc. in1Bw&sa=X1=bo
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novans Extravag. ad Regimen & Extrav. Execrabilis) (p. 546)] / Quintiliano MANDOSIO [In regulas cancellariae apostolicae commentariorum, Tomus Primus, & Secundus, (Venezia, 1584), Regula Prima, Octavo quaero, (1 Prothonotariorum beneficia cun clausola in literis, volumus autem quod antequam insignia prothonotarius sumas, iuramento in manibus Titij, & Mariijs praestes: sint reservata, & ex impensa praesumatur acceptatio?); Regula Prima, Decimo quaero, n. 8 (Beneficia iuris patronatus mixtim clericorum, & laicorum, non comprehendi sub regulis reservatorijs.), (pp. 7-8)], estendono anche a favore del laico riguardo al diritto di patronato
misto; negano invece riguardo al patronato ecclesiastico o a quello laicale acquisito per privilegio. Si deroga in terzo luogo al diritto di patronato per il Concilio di Trento, non certamente a quello che ha origine per fondazione o dotazione, bensì a quello (che ha origine) per privilegio, come dichiarò la Congregazione, il 4 dicembre 1586, sebbene a quello fosse stata inclusa la clausola, affinché si abbia come se fosse per fondazione o per la dotazione medesima; nondimeno la Congregazione, il 13 febbraio 1608, impose espressamente il Tridentino. Io qui tralascio certi altri patronati, che già da un pezzo elencai al Cap. 5. SI PERDE INOLTRE IL DIRITTO DI PATRONATO O SI ESTINGUE, E LA CHIESA DIVENTA LIBERA. (Caso) Primo: se il patrono espressamente (cioè in modo esplicito) o tacitamente rinunzi al suo diritto in favore della stessa chiesa, si ritiene ora che rinunci tacitamente nel caso permetta che la chiesa soggetta a patronato sia elevata a collegiata o sia unita a un'altra in modo accessorio, dal momento che nella collegiata infatti non c'è (non si dà, non si fa) luogo alla presentazione del rettore, ma alla elezione [Capp. 51 (Sacrosanta Romana ecclesia) e 56 (Massana ecclesia pastore vacante), Titolo 6 (De electione, & electi potestate), Liber 1, DECRETALI], e per mezzo dell'unione la chiesa precedente si estingue totalmente, e così crolla il fondamento sul quale fondato il diritto di patronato, consegue che, allorché permette che tali cose avvengano senza alcuna riserva, si ritiene che tacitamente rinunci al suo diritto. (Caso) Secondo: si perde per formale prescrizione di una condizione contraria, naturalmente della libertà, ma affinché questa prescrizione abbia luogo, si richiede che le collazioni o dal papa o da altri siano in sequenza (di seguito, una dopo l'altra) fatte per 40 anni così come riguardo al beneficio libero, essendo il patrono consapevole (conscio, che ha cognizione di causa) e tollerante, così decide la Rota in relazione alla causa di una rettoria (chiesa non parrocchiale affidata a un rettore) salernitana, il 22 marzo 1591, parimenti la Rota recentemente P. 1, Decisione 615, onde, come dice il Cardinale DE LUCA: se le collezioni sono fatte per negligenza del patrono, o per via di deroga (il che nel dubbio si deve presumere) il diritto di patronato acquisito, almeno secondo il diritto comune, e il Tridentino, rimane salvo. La ratio primariamente (è) che, mentre si conferisce per negligenza del patrono, non può presumersi in chi opera la collazione, lo scopo di prescrivere, neppure la buonafede, mentre tacitamente dice di sì alla chiesa soggetta a patronato; ai fini di una valida prescrizione sono al contrario necessari tutti e due [Cap. 1 (Episcopum, qui ecclesias, & decimas. In particolare il Sommario: In praescriptionibus sufficit bona fides, ubi ius commune, vel praesumptio non est contra praescribentem, alias debet allegari titulus, & probari: nisi sit praescriptio, cuius contrarij non extat memoria), Titolo 13 (De praescriptionibus), Liber 2, DECRETALI] / [Dig. 6.2.0. (De publiciana in rem actione), Dig. 6.2.13pr. (Quaecumque sunt iuste causae adquirendarum rerum, si ex his causis nacti res amiserimus, dabitur nobis earum rerum persequendarum gratia haec actio.), Dig. 6.2.13.1. (Interdum quibusdam ... illa scilicet ratione, quia neque creditor neque is qui precario rogavit eo animo nanciscitur possessionem, ut credat se dominum esse), DIGESTO / [CJ.7.33.0 (De praescriptione longi temporis decem vel viginti annorum), CODICE GIUSTINIANO],
dove si dice che senza l'intenzione di avere per sé il bene, il possesso non è valido, conseguentemente neppure la prescrizione, non decorrendo (cioè diventando operativa) questa senza il possesso [Regola 3 (Sine possessione, praescriptio non procedit), Titolo De regulis juris (Added Title, 12 (De verborum significatione), Libro 5, LIBRO SESTO] / [Dig. 41.3.0. (De usurpationibus et usucapionibus), Dig. 41.3.25 (Sine possessione usucapio contingere non potest), DIGESTO]. La ratio
secondariamente (è) che per chi non è in grado di agire, la prescrizione non de1Bw&sa=X1=bo
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corre. Ho detto secondo il diritto comune, infatti se competesse per mero privilegio il diritto di patronato, quello in caso di negligenza si perderebbe, non certamente in forza di prescrizione per date ragioni, bensì per il non uso del privilegio, per cui tutti i privilegi, appunto a motivo della presunta rinuncia da parte del non utente, si tolgono: Enrico Jacobo ZOESIO [Commentarius ad Decretales Epistolas Gregorii IX P.M., (Lovanio, 1732), Titolo 33 (De privilegiis et excessibus privilegiatorum), N. 35 (VI. Renuntiatione tacita, per non usum), (p. 509)]; GLOSSA [Cap. 9 (Suggestum est ex parte vestra. Glossa: f Privilegia.] ... quia privilegia perpetua firmitate constare debent...), Titolo 30 (De decimis, primitiis et oblationibus), Liber 3, DECRETALI]; né qui chiedo il tempo di 40 anni, ma mi attento (a dire) che sia oneroso per
gli altri, credo che sia sufficiente un decennio [Dig. 5011.0. (De nundinis), Dig. 50.11.1. (Nundinis impetratis a principe non utendo qui meruit decennii tempore usum amittit), DIGESTO], purché per due volte le collazioni, tollerante il patrono, siano state fatte con successo, come insegna, conformemente a BARBOSA [Juris ecclesiastici universi, Libri III, (Lione, 1660), Libro 3 (De rebus ecclesiasticis.), Cap. 12 (De Iurepatronatus), n. 257 (Iuspatronatus amittatur per non usum], CORRADO Pirro [ op. cit., Libro 2, Capitolo 12, n. 138 (Fundationis generalis, derogatio, etiam motu proprio concessa, non prodest impetranti.)]. Indubbiamente affinché in base al principio del non uso, secondo il diritto comune, si perda il diritto di patronato acquisito, esigo almeno 40 anni, dal momento che i privilegi contenuti nel corpo del diritto o concessi secondo il diritto comune, non si tolgono facilmente tanto quanto quelli (acquisiti o concessi) secondo il diritto specifico (o straordinario) [Authenticum. Novellarum Constitutionum Iustiniani, Versio Vulgata, ..., Istruxit Gustavus Ernestus Heimbach, (Lipsia 1851), Novella 7 (De non alienandis aut permutandis ecclesiasticis rebus immobilibus, aut in specialem hypothecam dandis creditoribus, sed sufficere generales hypothecas.) (pp. 67 e segg.), Capitolo 9 (Quia vero verisimile est quempiam in circumventionem huius legis tentare pragmaticas nostras formas accipere, ...), parte finale e Glossa, (pp. 83-84). Parimenti BARTOLO da
Sassoferrato [Commentaria, Tomus Tertius, (Venezia, 1590), Liber XXIX. Digest., Titolo 1 (De militari testamento.), Lex XXXV. (E ius militis., 2§. Si militia. Facilius tollitur, quod valet iure speciali, quam quod valet de iure
communi.)] alla Legge 35 [Iustinianus Imperator, Novellae ad Religionem pertinentes, Novella VII. De non alienandis aut permutandis rebus ecclesiasticis immobilibus, ..., (pp. 938-947)]; né qui tanto facilmente la
rinuncia si possa presumere, essendo il privilegio acquisito ex causa onerosa (cioè su contratto che impone alcuni vincoli determinati, ovvero a titolo oneroso: di testamento o donazione, gravato da un onere; praticamente con controprestazione).
(Caso) Terzo: si perde il diritto di patronato, se il numero, per esempio, prefisso (fissato, stabilito in precedenza) delle presentazioni sia stato raggiunto, o la chiesa sia totalmente distrutta, o il beneficio sia privato del tutto dei redditi. La ratio primariamente (è): che, dipendendo il diritto, che il patrono ha, dal consenso del vescovo, è necessario che, mentre quello fu soltanto limitato a un certo numero, raggiunto quello, cessi anche il diritto di presentare. La ratio secondariamente: che così cessa di esistere la chiesa e il beneficio: del non ente, appunto, sono nulle le qualità. (Caso) Quarto: si perde per vendita simoniaca o per altra traslazione del diritto di patronato, come e se il patrono si ingerisse nella percezione dei frutti del beneficio o ne usurpasse i suoi beni: Concilio di Trento [Sessione 22, Decreto di riforma, Canone 11 / Sessione 25, Decreto di riforma generale, Capitolo 9]. (Caso) Quinto: si perde se il patrono si rivela ingrato nei confronti della chiesa, o propenda per l'eresia: BARBOSA [op. cit., Juris ecclesiastici universi Libri III, (Lione, 1660), Libro 3, Capitolo 12 (De Iurepatronatus), N. 260 (Patronus si fiat hareticus, schismaticus, apostata, &c. iuspatronatus amittit), (p. 219)], e citando VIVIANI, SORDI e a ragione, in quanto è indegno
del beneficio della chiesa chi la stessa non riconosce e veneri come madre. (Caso) Sesto: si perde se il patrono, o personalmente o per il tramite di altri, congetturi di uccidere o mutilare il rettore della chiesa [Cap. 12 (In quibusdam provincijs ecclesiarum patroni, & advocati seu vicedomini... In particolare il Sommario: Patroni, advocati, vel vicedomini vendicantes sibi in ecclesiis plusquam iura permittant, per censuram ecclesiastica compescuntur; & si occidunt Praelatum vel clericum ecclesiae per se, vel per alios, perdunt quod habent ab ecclesia, & eorum posteri usque ad quartam generationem non admittuntur ad clerum, nec in religionibus praeficiuntur.), Titolo 37 (De poenis), Liber 5, DECRETALI], 1Bw&sa=X1=bo
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credo tuttavia che nei casi espressi ai nn. 5 e 6, si richieda una sentenza declaratoria, non trovandosi scritto in nessun luogo nei canoni che in essi (casi) sia incorsa ipso facto la privazione del diritto. Per finire da notarsi che affinché la perdita del diritto (fatta eccezione di quelli di cui al suddetto n. 3) abbia luogo, si richiede che il patrono sia tale che possa arrecare pregiudizio ai successori, onde quanto detto non ha luogo (cioè non si avviene, si realizza) nel patronato gentilizio, venendo ivi chiamati non per il diritto trasmesso dal patrono antecessore (predecessore), ma per diritto di sangue e di discendenza dal primo fondatore. (Questione 1) Tu chiederai in primo luogo: Forse il vescovo o il legato a latere possa derogare al diritto di patronato? Si risponde: non potendo la chiesa, secondo il diritto antico, com'è chiaro in base alla [Causa 16, Questione 7, Capp. 22 (In nona actione didicimus quosdam ex nostro collegio contra mores ecclesiasticos, laicos habere in rebus divinis constitutos oeconomos.), 23 (Non placuit laicum statuendi in ecclesia (praeter Papam Romanum) habere aliquam potestatem), 24 (Laicis, quamvis religiosis, nulla de ecclesiasticis facultatibus et aliquid disponendi legitur attributa facultas)], da
nessuno essere tolta dalla disposizione (testamentaria) del patrono, essendo questo al contrario, per quel che riguarda il legato a latere soltanto, mutato secondo il diritto di cui al [Cap. 28 (Cum dilectus filius. In particolare il sommario: Legatus de latere ecclesiam cuius alia ecclesia est patrona, collationi suae reservare potest, licet non vacet, & conferre cum vacat. hoc primo. Ex duobus praesentatis à patrono laico, potest superior instituere secundum. hoc secundo. Et si quo ad intellectum iste textus habet duo dicta diversa: licet quo ad litteram ambo commisceantur.), Titolo 38 (De iure patronatus), Liber 3, DECRETALI], dico perciò che il legato a latere, e conseguentemente anche il nunzio apo-
stolico con potestà di legato, ma non il vescovo, possa derogare al diritto di patronato. Ho detto mutato, nella misura in cui il legato possa senza dubbio derogare al diritto di patronato ecclesiastico (e per parità di ragione anche laicale proveniente da mero privilegio, quando in entrambi nessun patrono contribuì alla fondazione con qualcosa del suo patrimonio), ma non al patronato laicale acquisito secondo il diritto comune, avendo il pontefice perciò solo annullato ivi la presentazione dell'arcidiacono contro la riserva del legato, per il fatto che come chierico, stante la riserva, non avrebbe potuto presentare nessuno alla chiesa; a che scopo infatti quelle particole come il chierico aggiunte dopo, se non perché fosse indicato che, se l'arcidiacono avesse presentato tanto quanto laico, cioè in conformità del diritto acquisito tramite il suo patrimonio assegnato alla chiesa, altro sarebbe da dirsi. Si veda la GLOSSA nel citato Cap. 28 [(Cum dilectus filius. GLOSSA: d Tamquam laicus.] ratione patrimonij: & Papa argumentatur duobus modis, & utroque modo ducitur ille ad inconveniens: Primo sic: si praesentat eum tamquam laicus, melior est conditio possidentis. ... Si tamquam clericus, ergo praesentatio non tenuit: quia erat interdicta per legatum, & ita pro no dato habetur ...].
(Questione 2) Tu chiederai: Forse il beneficio del diritto di patronato non cada sotto la riserva, se, mentre i presentati, durante il contrasto tra i patroni, litigano su di esso, uno o ambedue dei presentati muoiono in curia o presso la sede apostolica, al punto che la collazione, per esempio, fatta dal papa riguardo a tale beneficio contestato (oggetto di disputa), debba ritenersi valida anche senza espressa deroga? Si risponde negativamente: se sin qui nessuno dei litiganti è ancora istituito, per il fatto che allora o uno o entrambi sono morti in curia, da nessuno di essi è acquisito il diritto al beneficio, come nota la GLOSSA [Cap. 1 (Si duobus in Romana curia super beneficio sibi collato litigantibus, in eadem curia mori contingat utrumque. In particolare la GLOSSA: f Pertinebit.] Constat enim quod in curia non vacavit. etiam si ille qui mortuus est, decesserit in curia.), Tit. 5 (Ut lite pendente nihil innovetur), Liber 2, CLEMENTINE],
comunemente recepita, con la testimonianza di COVARRUBIAS [Operum tomus secundus, (1638), Tomi Secundi Parte altera traditur Practicarum Quaestionum Liber Unus), Capitolo 36 (De jure patronatus laicorum, ad differentiam juris patronatus Ecclesiastici, & utriusque derogationem), N. 7 (Derogatio juris patronatus laicorum an sit admittenda, ubi beneficium erat in curia litigiosum?), (pp. 505-509)], sebbene entrambi abbiano acquisito il diritto ad
rem fino a che gli stessi non possono più dal patrono essere respinti, argomenta la Decretale [Cap. 24 (Cum autem advocatus clericum idoneum episcopo praesentaverit), Titolo 38 (De iure pa1Bw&sa=X1=bo
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tronatus), Liber 3, DECRETALI], e perciò per la morte di uno o di entrambi dei presenta-
tori nessuna nuova vacazione accade ma si ritiene che perduri l'antica, venendo questa meno in primo luogo per mezzo dell'istituzione, come l'elezione per mezzo della confermazione [Capp. 1 (Cum ex illo generali privilegio) e 2 (Inter corporalia & spiritualia eam cognovimus esse differentiam), Titolo 7 (De translatione episcopi), Liber 1, DECRETALI] / [Capp. 6 (Quam sit ecclesiis ipsarum dispendiosa vacatio, quam periculosa etiam esse soleat animabus) e 16 (Cupientes ecclesiarum vacationibus periculosis occurrere), Titolo 6 (De electione & electi potestate), Liber 1, LIBRO SESTO]; onde la ri-
serva non ha luogo quando non ci sia la vacazione del beneficio per morte in curia, e conseguentemente la collazione, in base al principio della riserva per ogni patronato, senza deroga espressa, deve ritenersi non valida. Ma se uno è istituito, l'altro no, allora se questo non istituito muore a Roma, la collazione anche con la deroga di tal fatta deve ritenersi per ora non valida, in quanto non c'è la vacazione del beneficio. Se al contrario chi è istituito muore a Roma, allora potrebbe il papa certamente al posto del defunto surrogare un altro, che prosegua la sua causa. Nondimeno, conferire il beneficio de iure, come il papa dice, nessuno può, finché non finita la lite. Dopo la fine della lite, se sarà provato che il defunto non avesse avuto il diritto, né il superstite avere il diritto di presentazione, allora può certamente il papa conferire, tuttavia non si ritiene che abbia voluto derogare al patronato laicale (dì tu diversamente in ordine al patronato ecclesiastico) se non deroghi espressamente, richiedendosi questa espressione da tutti ai fini di tale deroga, come sopra detto. E infine se entrambi coloro che sono stati istituiti muoiono a Roma, o ivi il possessore del beneficio, l'altro fuori della curia, allora di nuovo per quel che riguarda il patronato laicale richiedo con l'opinione comune la deroga espressa. Non ostano le Clementine [Capp. 1 e 2, Titolo 5, Liber 2], e la norma [Cap. 2 (Licet ecclesiarum, personatuum, dignitatum, aliorumque beneficiorum ecclesiasticorum plenaria dispositio ad Romanum noscatur Pontificem pertinere), Tit. 4 (De praebendis & dignitatibus), LIBRO SESTO], allorché parlano soltanto di
collazioni e di elezioni, onde dice la GLOSSA [Cap. 2 (Tit. 4, Liber 3), LIBRO SESTO, GLOSSA: o Collatio.]: nulla dice della presentazione, onde spesso si trova recepito in curia che il papa non conferisce perciò i benefici spettanti alla presentazione dei laici. Ma non per quel che riguarda il patronato ecclesiastico, poiché c'è una vera riserva che secondo tutti colpisce tale patronato senza espressa deroga; sebbene in realtà detto capitolo non parli di presentazione, in quanto tuttavia la presentazione del chierico ha valore di elezione, come dice Innocenzo III [Cap. 2, Tit.4, Liber 3, LIBRO SESTO, GLOSSA: o Collatio.]... [Et quia praesentatio Patroni clerici habet vim electionis , ut not. inn. de iure patr. cum autem. secundum Archidia.+], e la stessa non si ritenga, per quel che ri-
guarda la deroga più favorevole in diritto dell'altra collazione, quindi quella sotto il vocabolo collazione sento sia inclusa, con la citata glossa. *** APPENDICE 2: Autori citati o nominati da J. C. Oesthoff nella sua Dissertazione dottorale del 1767. Joannes Casparus OESTHOFF, nativo di Münster, Dottore in Sacra Teologia, Dottore in diritto canonico e civile, Canonico Capitolare della Chiesa Collegiata di San Martino a Münster e di San Remigio a Borckena. J.C. OESTHOFF, Dissertatio juridica inauguralis DE PRIVILEGIIS, 1747 J.C. OESTHOFF, Dissertatio juridica inauguralis DE JURE PATRONATUS, 1767 1.ABBAS SICULUS o PANORMITANO - 2.AUFRERIO - 3.AZOR 4.BARBOSA – 5.BARONIO - 6.BARTOLO - 7.BASSEO - 8.CASSADORO 1Bw&sa=X1=bo
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9.CASTROPALAO - 10.CORRADO - 11.COVARRUBIAS - 12.DE LUCA 13.DE ROYE - 14.ENGEL - 15.FAGNANI - 16.FELINO - 17.FLORES 18.GABRIELLI - 19.GAIL - 20.GARCIAS / GARZIAS - 21.GIGANTI - 22. GIUSTINIANO I - 23.GONZALEZ - 24.GOZZADINI - 25.GRAZIANI 26.GRILLENZONI - 27.GUTIERREZ - 28.INNOCENZO III 29.INNOCENZO IV. 30.LAMBERTINI - 31.LAPUS - 32.LAYMANN 33.LESSIO - 34.LEUREN - 35.LOTTERIO - 36.MANDOSIO 37.MARESCOTTI - 38.MENOCHIO - 39.MOLINA - 40.NAVARRO 41.OSTIENSE - 42.PAOLINO - 43. PARISIENSE – 44.PARISIO FLAMINIO - 45.PARISIO PIER PAOLO - 46.RICCIO - 47.ROCCO - 48.SUAREZ 49.TAMBURINI - 50.VAN ESPEN - 51.VASQUEZ - 52.VIVIANI - 53. ZRABELLA - 54.ZOESIO 1. ABBAS SICULUS, Niccolò de' Tedeschi, alias PANORMITANO (Catania, 1386-Palermo, 1445). (Nomi su edizioni: Nicolaus Abbas Panormitanus; Abbas Panormitanus; Nicolaus Tudschius; Nicolaus Siculus abbas Panormitanus; Nicolaus de Sicilia; Abbas; Abbas Siculus; Abbas Siculus Panorm.; Abbas Syculus Panormitanus; Abbas Siculus; Nicolaus Tudescus Catinensis). Canonista, Professore, Arcivescovo. Da (previa traduzione mia): Catholic Encyclopedia (1913) Nicolò de' Tudeschi ("abbas modenus" or "recentior", "abbas Panormitanus" or "Siculus"), di A. Van HOVE. "Canonico benedettino, nato a Catania nel 1386, e morto a Palermo il 24 febbraio 1445. Nel 1440 entrò nell'Ordine di San Benedetto, e fu mandato (1405-6) all'Università di Bologna per studiare sotto Zabarella. Nel 1411 si addottorò in Diritto Canonico, e successivamente insegnò a Parma (1412-18), Siena (1419-30), Bologna (1431-31). Nel frattempo, il 1425, fu nominato Abate del Monastero di Mandanici (in prov. di Messina), da cui il suo nome "Abbas", al quale è stato aggiunto "modernus" o "recentior" (allo scopo di distinguerlo dall'Abbas antiquus del 13° Secolo, il quale morì nel 1288 circa). Egli è anche conosciuto come "Abbas Siculus" in considerazione della sua origine siciliana. Nel 1433 andò a Roma dove esercitò la funzione di Auditore di Rota e Referendario Apostolico. L'anno seguente lasciò tali funzioni e fu al servizio di Alfonso di Castiglia, Re di Sicilia, ottenendo la sede di Palermo nel 1435, da cui l'appellativo "Panormitanus". Nella lotta (tra il Papa e il Concilio di Basilea) che caratterizzò il pontificato di Eugenio IV, Nicolò dapprima seguì il partito del pontefice, ma poi si alleò con l'antipapa Felice V (Duca Amedeo VIII di Savoia, 1439-1449) che, nel 1440, lo nominò Cardinale (Concistoro del 12 novembre 1440). Nel suo "Tractatus de concilio Basileensi", sostenne la dottrina della superiorità del concilio generale sul papa. Le sue opere canoniche furono in particolare "Lectura in Decretales", "In Sextum", e "In Clementinas", che gli valsero il titolo di "lucerna juris" e gli assicurarono grande autorità. Scrisse anche "Consilia", "Quaestiones", "Repetitiones", "Disputationes, disceptationes et allegationes", e "Flores utriusque juris". Opere edite a Venezia nel 1477. Edizioni successive, a Venezia, 1617-18. ..." Abbatis Panormitani COMMENTARIA super Prima parte Primi Decretlium libri. ... Tomus Primus, Venetiis Apud Iuntas. Digitalizzato Google Abbatis Panormitani COMMENTARIA super Secunda Parte Primi Decrtalium Libri ... Tomus Secundus, Venetiis, Apud Iuntas. MDCXVII. Digitalizzato Google Nicolai Abbatis Panormitani CONSILIA & Quaestiones; qua fieri potuit dligentia ab erroribus vindicata. His subietcta est eiusdem practica, Iuris studiosis non minus utilis quam necessaria. Communes opiniones passim ab Au1Bw&sa=X1=bo
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thore citatae hoc signo B praenotantur. Augustae Taurinorum Apud haeredes Nicolai Bevilaquae, M.D.LXXVII. Digitalizzato Google Commentaria seu Lectura in ... Decretalium librum: Panormitanus in Tetium Decretalium, Volume 3, Edizione 2, 1527. Digitalizzato Google Abbatis Panormitani COMMENTARIA Secundae Partis in Primum Decrtalium Libru. .... Tomus Secundus, Venetiis, MDXCI. Digitalizzato Google (Libro 2 Decretali) TERTIA pars COMMENTARIORUM; SEU LECTURE; dmini Nicolai de Tudeschis: Siculi: Abbatis .... Digitalizzato Google Lectura super quinque libros Decretalium, Basilee (ca. 1477) [Terza Parte 2 Libro Dcretali, Colonia, 1477, da De exceptionibus a De confirmatione utili vel inutili] - MDZ Lectura super quinque libros Decretalium, Koln (1477) – [Prima Parte 2 Libro Decretali, Colonia 1477, da De iudiciis a De confessis] Lectura super quinque libros decretalium (Koln 1477), [Libro 3 Decretali, da De vita et honestate clericorum a Ne clerici vel monachi] Commentaria ad tertium librum decretalium nunc recens ab innumeris fere mendis vindicata suoque nitori restituta...Augustae Taurinorum, 1577. Il Titolo 38 (31 Capitoli), in formato file, dalla Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" di Napoli 2. AUFRERIO Stefano (Aufrerius Stephanus), (1458-1511). Giureconsulto tlosano, Dottore in diritto canonico e civile, Primario lettore di legge in Tolosa, Ufficiale della sede Arcivescovile di Tolosa, Senatore al Senato di Tolosa e Maestro delle richieste. Fu autore di una celebre raccolta di 501 quaestiones, elaborate dopo il 1483 e tutte relative alla sede arcivescovile tolosana (Decisiones Capellae Tholosanae), sulla scia delle decisioni rotali e del parlamento del Delfinato. Repetitio Clem. I. ut Clericorum DE OFFICIO ORDINARII. In qua agitur de Pontificis et Imperatoris potestate et clericorum correctione. Cum tractatu utilissimo DE IURISDICTIONE SECULARI super personis ecclesiast. & rebus earum. Et vice versa DE IURISDICTIONE ECLESIAE super Laicis, eorumque bonis per 149. Casus. Item Tractatus DE RECUSATIONIBUS IUDICUM per 92. causas. Auctore Stephano Aufrerio olim antecessore Tolosano. Accessit in fine tractatus breuis Bernardi Laurenti, quibus casibus secularis Iudex manus in clericum inijciat. Opera & studio Matthaei Boys Docto. cum pluribus additionibus, remissionibus, summariis & gemino Indice illustrata & recusa. Coloniae Agrippinae, Apud Henricum Falckenburg, Anno M. D. XCVII. Digitalizzato Google
DECISIONES CAPELLAE THOLOSANAE, Quae à Ioanne Corserio, Archiepiscopalis Sedis Tolosanae quondam Officiale, collectae: Necnon à Stephano Aufrerio I.U.D. & eiusdem Sedis Officiale, utilissimis ADDITIONIBUS, ac multis insuper novis Decisionibus adauctae sunt. Quibus accesserunt aliae etiam NOVAE ADDITIONES, cum Summariis, & Argumentis singularum Decisiones, & Indicibus rerum notabilium. Lugduni, Sumptibus vidue Anton.de Harsy, Ad insigne Scuti Coloniensis. M. DC. XVI. Cum privilegio Regis. DECISIONES CAPELLE TOLOSANE. Decisiones materiarum quotidianarum & que quotidie in practica obveniunt in capella sedis archiepiscopalis Tholose decise. quibus ultra additiones egregij domini STEPHANI aufreij dum viveret in senatu Tholosano senatoris & requisitarum presidis: ac alias per noviter manus praepositione signatas concordate sunt cum decisonibus Rote & parlamenti dalphinalis. Repertorium alphabeticum nuperrime additum est. 1Bw&sa=X1=bo
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cum additionius novis nunquam hactenus impressis. quas a prioribus facile hoc signo * distinctas invenies. 1527. Digitalizzato Google. 3. AZOR Juan (Alias: Azorius Joannes), (1535-1603). Gesuita spagnolo, Teologo, Professore di teologia e filosofia. Note biografiche in Wikipedia. Nacque a Lorca (Murcia, Spagna) nel gennaio 1536. Entrò nella Compagnia di Gesù ad Alcalá De Henares (Madrid, Spagna) il 18 marzo 1559. Divenne professore di filosofia e quindi di teologia (dogmatica e morale). Insegnò teologia all’Università di Alcalá dal 1568 al 1571 e a Plasencia (Cáceres, Spagna), dove diventò rettore del collegio nell’ottobre 1571. Al Collegio Romano insegnò Theologia Scholastica dal 1592 al 1593 e fu Prefetto degli Studi nel 1586. Con Stefano Tuccio e Gaspar Gonzalez partecipò alla redazione della Ratio Studiorum. Conosciuto in particolare per la sua opera di teologia morale in 3 volumi, il cui 1° volume è apparso a Roma nel 1600, il 2° sei anni più tardi, e l'ultimo nel 1611. Morì a Roma (Italia) il 19 febbraio 1603 R. P. Ioannis Azorii Lorcitani, Societatis Iesu Presbyteri Theologi, INSTITUTIONUM MORALIUM; in quibus universae quaestiones ad Conscientiam recte aut prave factorum pertinentes, breviter pertractantur; TOMUS SECUNDUS. Omnia sunt vel ex Theologica doctrina, vel ex Iure Canonico vel Civili, vel ex probata rerum narratione desumpta; & confirmata vel Testimonijs Theologorum, vel Iuris Canonici aut Civilis Interpretum, vel Summistarum, vel denique Historicorum. Nunc primum in Germania ornatius & emendatius in lucem edita, & duplici Indice, uno Capitum, altero Rerum Verborumque locupletiss. ad aucta. Coloniae Agripprinae, Apud Antonium Hierat. sub Monocerote. M. DCVIII. Cum gratia et Privilegio S. Caesar. Maiestat. & Superiorum Permissu. Digitalizzato Google. 4. BARBOSA Agostinho (Augustinus Barbosa), (Guimaraens-Portogallo, 1590-1649). Giureconsulto lusitano (Portogallo), eminente canonista e teologo. Iscritto all’Università di Coimbra, dopo aver preso gli ordini, ha conseguito una laurea in diritto civile e canonico. Stabilitosi a Roma, si distinse per la qualità delle sue cognizioni giuridiche che gli valsero elogi e benefici da parte di Urbano VIII e Innocenzo X. Consultore della Sacra Congregazione dell'Indice, Protonotario Apostolico, Vescovo di Ugento (Lecce). Augustini Barbosae, I.U.D. Lusitani, Protonotarii Apostolici, Olim S. Congregationis Indicis Consultoris, & insignis Ecclesiae Vimaranensis Thesaurarij maioris, Nunc vero Episcopi Ugentini, & à Consiliis D. Philippi IV. Hispaniarum Regis Catholici, IURIS ECCLESIASTICI UNIVERSI. LIBRI TRES, in quorum: I. De personis, II. De locis, III. De Rebus Ecclesiasticis plenissime agitur. Exquisita singularique doctrina refertissimi, Iudicibus, pariter ac Patronis, tam Ecclesiasticis, quam saecularibus pernecessarij, omnibusque Canonici, & Civilis iuris studiosis summopere furctuosi. Cum triplici Indice, uno Capitum, altero Iurium, tertio Rerum & verborum copioso. Editio novissima, ab Auctore recognita, & erroribus ablatis, utiliter locupletata. Lugduni, Sumpt. Phil. Borde, Laur. Arnaud, & Claud. Rigaud. M. DC. LX. Cum privilegio Regis. Digitalizzato Google. Pastoralis Solicitudinis, sive DE OFFICIO, ET POTESTATE EPISCOPI, PARS TERTIA. Quae omnia ad praxim utriusque fori, interioris scilicet, & exterioris, & ad iurisdictionis explicationem exigenda continet. Auctore AUGUSTINO BARBOSA I.U.D. LUSITANO; & Insignis Ecclesiae Vimaranensis The1Bw&sa=X1=bo
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saurario Maiore. Superiorum Permissu, et Privilegiis. ROMAE: EX TYPOGRAPHIA CAMERAE APOSTOLICAE. M. DCXXIII. Digitalizzato da Google. Augustini Barbosae, J.U.D. Lisitani, Protonotarii Apostolici,…. PASTORALIS SOLICITUDINIS, SIVE DE OFFICIO, ET POTESTATE EPISCOPI, Pars Tertia, … Lugduni, Sumptibus Anisson, & Posuel. M. DCC. XXIV. Cum Privilegio Regis. Digitalizzato Google. Pastoralis solicitudinis sive De officio, et potestate Episcopi PARS TERTIA, …Lugduni, Sumptibus Laurentii Durand. M. DC.XXVIII. Cum privilegio regis. Digitalizzato Google. Collectanea Doctorum, tam veterum quam recentiorum, in Ius Pontificium Universum, Tomus Quartus, quinque libros sexti decretalium, clementinas, item, & Extravagantes, tum viginti Joannis Papae XXII. tum etiam communes continens. … Lugduni, Sumptibus Anisson & Posuel. M. DCCXVI., Cum privilegio regis. Digitalizzato Google. COLLECTANEA in Concilium Tridentinum: Augustini Barbosae I.U.D. Lusitani, Protonotarii, et iudicis Apostolici designati pro Tribunali Nunciaturae Hispaniae, ac insignis Ecclesiae Vimaranensis Thesaurarij Maioris, COLLECTANEA DOCTORUM, quis suis in operibus CONCILIJ TRIDENTINI, … Lugduni, Sumptibus Laurentii Durand. M. DC. XLII. Cum Privilegio regis. Digitalizzato Google. 5. BARONIO Cesare (1538-1607). Primo bibliotecario della Vallicelliana. Nel 1596 fu eletto cardinale e bibliotecario di Santa Romana Chiesa da Clemente VIII. Scrisse il Martyrologium Romanum e gli Annales Ecclesiastici, opera voluta dal papato quale risposta ufficiale alle protestanti Centurie di Magdeburgo e oggi ritenuta alla base della moderna storiografia. Nel 1592 Fondò la "Tipografia della Congregazione dell'Oratorio" per pubblicare gli Annales e altre opere redatte dai padri della Congregazione. L'officina, la cui marca tipografica rappresenta la "Madonna Vallicelliana" emblema dell'Oratorio filippino, fu attiva a Roma nell'ultima decade del Cinquecento". Treccani, Enciclopedie on line. 6. BARTOLO da Sassoferrato (Sassoferrato-Ancona, 1314 - Perugia, 13 luglio 1357). Giureconsulto, avvocato, consulente e amministratore pubblico. Scrisse oltre 40 trattati, e numerosi consilia, quaestiones, e imponenti commentari a tutto il Corpus iuris civilis. "Discepolo di Cino da Pistoia, fu uno dei più insigni giuristi dell'Europa continentale del XIV secolo e il maggiore esponente di quella scuola giuridica che fu definita dei commentatori (o postglossatori). La venerazione delle successive generazioni di studenti del diritto è dimostrata dall'adagio: nemo íurista nisi bartolista, non può essere un buon giurista chi non sia un bartolista (cioè un seguace di Bartolo). Da: Biblioteca Britannica: A General Index of British and Foreign Literature di Robert Watt. - "BARTOLO; or Bartholus; an eminent Lawyer, was born in 1313, at Saxo Ferrato, in the March of Ancona; died, according to the most probable account, in his 46th year. He is said to have reached the highest possible height of reputation, and was honoured with the epithets of the star and luminary of lawyers, the master of truth, the lanthren of equity, the guide of the blind, &c. - His works were printed at Venice, 1599, in 10 or 11 vols. fol. - One of his detached works was printed at a very early date, Super Prima Parte Codicis. Ven.1476, fol." BARTOLI à SAXOFERRATO, Omnium Iuris Interpretum Antesignani COMMENTARIA, Nunc recens, praeter alias Additiones ad hanc diem editas, 1Bw&sa=X1=bo
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Aureis Adnotationibus Iacobi Anelli De Bottis, Regij Consiliarij Neapolitani, & Petri Mangrellae Cavensis, causarum patroni, illustrata: Cum Elenchis Rubricarum, Legum, et Paragraphorum, Initio appositis, & à quamplurimis mendis vindicata. TOMUS TERTIUS In Primam Infortiati Partem. Venetiis, M D XC. Digitalizzato Google 7. BASSEO Eligio (Alias: La Bassée, Eloi de; Eligius Bassaeus) (1585-1670) Professore di Teologia, Frate Cappuccino dell'Ordine dei Frati Minori. Florum Totius THEOLOGIAE PRACTICAE, Tum Sacramentalis, tum Moralis, R. P. Fr. Eligii Bassaei, Ordinis Capucinorum Provinciae GalloBelgicae, COMPENDIUM Hoc Est SUMMA SUMMAE Ex Summario et Supplemento Quaestionum stylo elaborata, ac coordinaa juxta postremam editionem Lugdunensem. Per R. P. Fr. Gregorium Salmanticensem Concionatorem Capucinum, semel & iterum Guardianum Provinciae Castellanae. Lugduni, Sumptibus Laurentii Arnaud, Petri Borde, Ioannis, & Petri Arnaud. M. DC. LXXVIII. Cum Licentia Superiorum. Digitalizzato da Google. Da: Scholasticon - "Eloi de Bassée (Eligius Bassaeus) - Ordre religieux: O.F.M. Cap. - Lieux d'activité: Lille. Notice biographique: (Bassée/Artois 1585 ou 1590/91-Lille 1670), lat. Eligius Bassaeus ou de son nom civil Eloi Facon. Théologien moral capucin. Il prit d'abord l'habit religieux chez les chanoines réguliers de saint Augustin à l'abbaye de Cysoing, et plus tard entra chez les capucins, où il fit sa profession le 31 novembre 1630. Il fut chargé d'enseigner la théologie, et exerça aussi dans l'entre-temps plusieurs emplois dans la province gallo-belge (wallone) de l'ordre. Il mourut au couvent de Lille, agé de 85 ans. Il est l'auteur d'un traité de théologie morale dans lequel il résout de très nombreux cas de conscience et se pose en faveur du probabilisme. ... Oeuvres imprimées Eloi de Bassée (Eligius Bassaeus), Flores totius theologiae practicae, tum sacramentalis, tum moralis, Douai, J. Serrurier, 1637 [Rennes BU]. Anvers, 1643. editio tertia et novissima, Anvers, Beller, 1648 [Coutances BM; Leuven KOAR; Valognes BM]. Lyon, Jérôme de La Garde, 1653 [Chambéry BM; Nice BM; Roanne BM; Rodez BM; Roma BNC; Rouen BM; Troyes BM; Valognes BM; Versailles BM]. Venezia, Juntas, 1655 [Paris CSèv 10054]. Anvers, Cornelius Woons, 1659 [Beaune BM]. editio sexta, Anvers, Cornelius Woons, 1660 [Beaune BM; Bruxelles KBR]. Editio sexta ab auctore recognita, Anvers, Hieronymus & Ioan. Bapt. Verdussen, 1659 [Roma BNC]. Lyon, Jérôme de la Garde, 1663 [Angers BM; Avignon BM; Grenoble BM; Leuven KOAR; Roma BNC]. Venezia, Nicola Pezzana, 1666 [Cagliari BU; Roma BNC]. Venezia, Nicola Pezzana, 1690 [Roma BNC] Eloi de Bassée (Eligius Bassaeus), Supplementum ad Flores theologiae practicae, sive tomus secundus, Lyon, Jérôme de la Garde, 1653 [Paris BNF; Rennes BU]. Lyon, sumptibus Laurent Anisson, & Ioannis Baptistae Deuenet, 1658 [*Lyon BiU 349Rés1]. Anvers, Verdussen, 1659 [Bruxelles KBR; Roma BNC]. Anvers, Verdussen, 1660 [Roma BNC]. Lyon, Laurent Anisson (cédant la moitié de son privilège à Jérôme de la Garde), 1663 [Paris BNF; Roma BNC]. Lyon, Laurent Anisson, 1663 [Paris BNF]. Venezia, Nicola Pezzana, 1666 [Cagliari BU; Roma BNC]. Venezia, Nicola Pezzana, 1690 [Roma BNC]. Eloi de Bassée (Eligius Bassaeus), Abrégé des deux précédents par Grégoire de Salamanque sous forme d'un Compendium, hoc est summa summae ex summario et supplemento quaestionum stylo elaborata, ac coordinata, 1 vol. in-fol. Lyon, 1674. Lyon, Laurent Arnaud, Pierre Borde, Jean & Pierre Arnaud, 1Bw&sa=X1=bo
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1678 [Cagliari BU; Firenze BNC]. 8. CASSADORO Guglielmo (Vich-Catalogna, 1477-Roma, 1527). Canonista spagnolo, Cancelliere reale del sacro Consiglio del Regno di Catalogna, Vescovo di Barcellona e Alghero, Dottore dell'una e dell'altra legge, Referendario di entrambe le Segnature, Uditore delle cause dei Sacri Palazzi Apostolici (Uditore alla S. Rota, dal 1511 al 1523), Legato di Giulio II. Decisiones seu Conclusiones auree per R. P. ac Exi. (eximium) I.U. doct. D. Guielmum cassadorem episcopum algarensem utriusq; signaturae Refferen. ac Sa. pa. Apo. cau. aud. collect. tum observationibus quaestionum habitarum suo tempore tam in signatura quam in Rota una cum Sum. (summario) & epith. (epihome) ad maiorem studiorum commoditatem ac indice alphabetico omnibus iuris studiosis non minus utili quam necessarius. M D XXXX. Digitalizzato Google. 9. CASTROPALAO (o CASTRO PALAO) Ferdinando (Leon, 1581- Medina, 1 Dicembre 1633). Gesuita, Teologo spagnolo. DA: Enciclopedia Cattolica, Note di A. J. Maas, previa traduzione da me fatta - "Fin dalla più tenera età, dette prova di santità tanto che divenne noto come "il santo, l'angelo, il figlio predestinato". All'età di 15 anni (il 1596), entrò nella Compagnia di Gesù, e qui la fama della sua dedizione allo studio fu pari a quella della sua santità. Ha insegnato Filosofia a Valladolid, Teologia Morale a Campostella, Teologia Scolastica a Salamanca, e infine divenne rettore del Collegio di Medina, e consultore e qualificatore della Santa Inquisizione. La morte lo raggiunse mentre adempiva questi tre incarichi. Eccelse specialmente come teologo morale, le sue lezioni di teologia morale furono seguite da un numero maggior di studenti di quelli noti che hanno seguito tale corso a Campostella. Le sue decisioni erano considerate come oracoli, e i casi più difficili posti alla sua attenzione per la soluzione. Sant'Alfonso lo annovera tra le principali autorità in Teologia morale (Dissert. schol. mor., Naples, 1755, c.iv, n. 119) e Gury lo definisce "un probabilista, il più dotto, saggio, erudito e prolifico autore". La sua "Opus Morale" comprende 7 volumi, e copre nello stesso numero di trattati, l'intero campo della teologia morale: edita, la prima volta, a Lione, 1631-51; la sua 5a edizione è del 1700. Un indice generale dell'intera opera si trova nel 4° volume di questa ultima edizione, ed anche nella 3a che apparve a Venezia nel 1721. Subito dopo la sua morte (1633), apparve a Valladolid un libro di meditazioni scritto da lui stesso, intitolato "Manual del Cristiano de varias consideraciones para el exercicio santa de la oracione": La prima parte contiene meditazioni sul fine dell'uomo; la seconda tratta della vita di Cristo e della sua Madre Benedetta; la terza considera Dio stesso e in relazione con noi". R. P. Ferdinandi de Castro Palao, Legionensis, Societatis Iesu, Sacrae Theologiae Professoris, & sanctae Inquisitionis Qualificatoris & Consultoris, OPUS MORALIS, de virtutibus, et vitiis contrariis; in varios Tractatus, & Disputationes Theologicas distributi, PARS SECUNDA. De virtute religionis, et ei annexis; Continentes septem Tractatus Theologiae Moralis praecipuos Primus, in ordine septimus, est de Oratione, Horisque Canonicis. Secundus, de Adoratione, & Sacrificio. Tertius, de observatione festorum. Quartus, de Decimis, Primitiis, & Oblationibus. Quintus, de reverentia debita locis sacris, & eorum immunitate. Sextus, de reverentia debita Ecclesiasticis personis & eorum bonis, seu de Immunitate Ecclesiastica. Septimus, & latissimus, de Beneficiis Ecclesiasticis. Editio Tertia, aucta et emendata. Lugduni, Sumptibus Ioan. Bapt. De1Bw&sa=X1=bo
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venet, in vico Mercatorio. M. DC. LVI. Cum privilegio regis, et approbatione. Digitalizzato da Google. 10. CORRADO Pirro (Alias: Corradus a Terra Nova, Pyrrhus; Corradus a Terra nova, Pyrrhus; Corradus, Pyrrhus; Pyrrhus, Conradus; Pyrrhus, Corradus; Terra Nova, Pyrrhus Corradus a; Terra Nova, Pyrrhus Corradus de; Terra nova, Pyrrhus C. a; Terra nova, Pyrrhus C. de; Terra nova, Pyrrhus Corradus a; Terra nova, Pyrrhus Corradus de), (1602-1666). Da: Nuovo Dizionario Istorico ovvero Istoria in compendio di tutti gli uomini, ... Tomo VII, Napoli MDCCXCI, pp. 439-440 - "**XIII. CORRADO (Pirro), nato, non già in Benevento, come hanno supposto alcuni, ma in Terranova, diocesi di Rossano nella Calabria citeriore, fu uno de' celebri giureconsulti, e specialmente canonisti, che fiorissero sul principio del secolo XVII. Passò a Napoli, abbracciò lo stato ecclesiastico, e si applicò con ardore e profitto allo studio della giureprudenza. Si trasferì poscia a Roma, ove per più anni esercitò la professione di avvocato: esercizio, che gli profittò grande aumento di cognizioni, e gli diede adito a comporre poscia le due seguenti opere, che sono tuttavia di molto uso ne' tribunali della Curia ecclesiastica. I. Praxis Dispensationum Apostolicarum &c., Napoli 1641 e Venezia 1650 in f. ristampata indi più volte. II Praxis Beneficiaria cum Decisionibus Rotae Romanae ec., Napoli 1656, Venezia 1670, e 1699, ristampate anche ultimamente in Roma tom. 2 in f. Essendogli stato conferito un canonicato nella metropolitana di Napoli, ritornò a questa dominante, decorato anche dell'onorevole titolo di Protonotario apostolico, e della qualità di ministro consultore ordinario della generale Inquisizione di Roma. Terminò i suoi giorni nel 1636 in età avanzata" Pyrrhi Corradi Opera Canonica Tomi Duo PRAXIS DISPENSATIONUM APOSTOLICARUM Pro Utroque Foro, Ex solidissimo Romanae Curiae Stylo hactenus inconcusse servato, Sacrorum Canonum, Conciliorum, aliarumque Constitutionum Apostolicarum Sanctionibus: Congregationis Sac. Concilii Tridentini Declarationibus, Sac. Rotae Romanae Decisionibus, classicorum Authorum validissimis doctrinis, peritissimorum denique Virorum observationibus, & responsis excerpta, illustrata, & adjecta. PRAXIS OFFICII S. POENITENTIARIAE. Cum ceteris ejusdem Rescriptis, juxta recentem novi Status ordinationem, conscientiae foro multum necessaria: ORDINATIONIBUS QUOQUE, REGULIS Et Constitutionibus Cancellariae Apostolicae S.D.N. Alexandri Papae VII. exactaque omnium Episcopatuum totius Orbis descriptione locupletata. Auctore PYRRHO CORRADO a Terra Nova, Dioecesis Rossanensis, J.U.D. Prothonot. Apost. Maj. Ecclesiae Neapolit. Canonico, Ministri General. Supr. Univers. Sac. Inquisitionis de Urbe contra haereticam pravitatem in Regno Neap. Ordin. Consultore: in Collegium Officialium earundem Dispensationum in ipsa Cancellaria Apost. per Summum Pontificem alias cooptato, Rescriptorumque S. Poenitentiariae muneri deputato. EDITIO IN GERMANIA SECUNDA, ALIAS QUINTA AB IPSOMET Auctore Additionibus ante hac in fine operis, nunc suis in locis rite adjectis aucta, & duplici Rerum & Capitum Indice exornata. Opus omnibus Episcopis, & eorum Vicariis, singulisque Ecclesiasticis Judicibus, Advocatis, Patronis, Parochis, Confessariis, ceterisque animarum a Curatoribus utilissimum & plurimum desideratum. COLONIAE AGRIPPINAE. Sumptibus SEBASTIANI KETTELER, Anno M. DC. XCVII. è Regione RR. PP. Soc. Jesu. Digitalizzato Google. PYRRHI CORRADI PRAXIS BENEFICIARIA. PRAXIS BENEFICIARIAE RECENTIORIBUS CONSTITUTIONIBUS APOSTOLICIS, Rotalibus Decisionibus, sacrarumque Congregationum Declarationibus, Decretis, atque Respon1Bw&sa=X1=bo
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sis, summorumque Pontificum Gratijs, ac Datariae, & Cancellariae Apostolicae Supplicationum, atque Bullarum formulis. Dubiorum quoque in dies occurrentium resolutionibus firmatae, Cancellariae Apostolicae Notabilibus peronatae, Formulisque Beneficialibus pro ipsius Praxis germana, tutaque intelligentia, locupletatae; Recentiorique stylo Datariae in resignationibus Beneficiorum, necnon annuarum pensionum, ac fructuum reservatione, Quinto Libro, juxta mentem Auctoris super addito, nec alias impresso, utilissime illustratae, accurate veteri Indici, novo inserto, juxta ordinem materiarum LIBRI QUINQUE. PYRRHI CORRADI A Terranova Dioecesis Rossanensis, J.U.D. Prothonotarii Apostolici, Majoris Ecclesiae Neapolitanae Canonici Ministri Generalis Supremae Universalis Sanctissimae Inquisitionis de Urbe, contra Haereticam pravitatem in Regno Neapolis, unius ex Consultoribus, diuque in Romana Curia apprime versati. Editio in Germania prima à mendis expurgata & duplici Rerum & Capitum Indice exornata. Opus omnibus Episcopis, & eorum vicariis, singulisque Ecclesiasticis, Judicibus, Advocatis, Patronis, &c. utilissimum & plurimum desideratum. Coloniae Agrippinae, Sumptibus Petri Ketteler, Anno M. DC. LXXIX. Sub signo Galli ante S. Paulum. Digitalizzato Google. 11. Diego de COVARRUBIAS y Leyva (Didacus Covarruvias a Leyva; Couaruvias Didacus) - Da Treccani, Enciplopedie on line. "Prelato e giurista (Toledo 1512 - Madrid 1577), detto il Bartolo spagnolo. Insegnò diritto canonico a Salamanca; fu poi giudice a Burgos e consigliere di giustizia a Granata; nel 1560 vescovo di Ciudad Rodrigo. Partecipò all'ultima sessione del Concilio di Trento, dove fu incaricato, insieme con U. Boncompagni (il futuro Gregorio XIII), di stendere i decreti de reformatione. Passato (1565) a reggere la diocesi di Segovia, fu creato dal re (1572) presidente del Consiglio di Castiglia. Opera principale: Variae resolutiones ex iure pontificio, regio et caesareo (1552)." PRACTICARUM QUAESTIONUM Liber Unus Authore Didaco Covarruvias à Leyva Archiepisco. Sancti Dominici designat. Ad Philippum magnum Hispaniarum, Angliae, Franciae, Hiberniae, Neapolisque Regem. Cui Veterum collationem Numismatum cum his, quae modo expenduntur, publica & regia authoritate percusa eodem authore adiecimus. Lugduni, Apud Haeredes Iacobi Iuntae. 1558. Digitalizzato da Google. Didaci Covarruvias a Leyva Toletani Episcopi Segobiensis Philippi II. Hispaniarum Regis summo praefecti praetorio ac iuris interpretis acutissimi OPERA OMNIA Cum auctoris tractatu in Tit. de frigidis et maleficiatis, septem quaestionibus distinctus, quibus an matrimonium cum hoc impedimento constare possit, accurate explicatur. Multis inlocis à Cl. Ic. Cornelio Brederodio auctus, illustratus, ut passim hac nota []designatur. Accesserunt Ioannis Uffeli Ic. Cum Theorica tum Practica in variarum resolutionum libros Notae. Cum duplici indice, capitum & rerum locupletissimo, suis numeris restituto. Antuerpiae Apud Ioannem Keerbergium. Anno M. DC. X. Cum Gratia & Privilegio Archiducum. Digitalizzato Google. Didaci Covarruvias a Leyva Toletani Episcopi Segobiensis, Philippi II. Hispaniarum Regis summo praefecti praetorio, ac iuris interpretis acutissimi OPERUM, TOMUS SECUNDUS, Cum Auctoris tractatu in Tit. de Frigidis & Maleficiatis, septem quaestionibus distincto, quibus an matrimonium cum hoc impedimento constare possit, accurate explicatur. Multis in locis à CL. IC. Cornelio Brederodio auctus, illustratus, ut passim hac nota [] designatur. Accesserunt hac potrema editione Ioannis Uffel IC. Patricij Bruxellensis; In variarum Resolutionum libros. Notae uberiores. Cum duplici Indice capitum & 1Bw&sa=X1=bo
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rerum locupletissimo, suis numeris restituto. Antuerpiae, Apud Ioannem Meursium: Anno M. DC. XXXVIII. Cum Gratia & Privilegio. Digitalizzato Google 12. Cardinale DE LUCA Giovanni Battista (Venosa 1614-Roma 1683). Avvocato, Ecclesiastico, Referendario del , Cardinale. Da Enciclopedie on line Treccani - "De Luca, Giambattista. - Giurista (Venosa 1614 - 1683), esercitò l'avvocatura a Napoli e a Roma. Consacrato sacerdote in età avanzata, fu nominato da Innocenzo XI uditore e segretario dei memoriali, quindi (1681) cardinale. Giurista fra i più celebrati del suo tempo, dimostrò come consulente e come magistrato un raro equilibrio e una straordinaria indipendenza e modernità di pensiero. La sua opera maggiore è il Theatrum veritatis ac iustitiae (1669-73), grande repertorio, diviso sistematicamente in 15 libri, di allegazioni e discorsi in materia di diritto civile, canonico, feudale. Una riduzione di quest'opera, scritta in italiano (il De L. deve essere ricordato quale propugnatore della lingua italiana nelle opere di scienza), è il Dottor Volgare, anch'esso in 15 libri (1673)." Eminentissimi ac Reverendissimi Domini, D. Joannis Baptistae, Cardinalis DE LUCA, THEATRUM VERITATIS ET JUSTITIAE, sive decisivi discursus, ad veritatem editi in forensibus controversiis, Canonicis & Civilibus, in quibus in Urbe Advocatus, pro una partium scripsit, vel Consultus respondit. TRACTATUS PRIMI ... TRACTATUS SECUNDI Pars I. De Jure Patronatus Pars II. De Pensionibus TRACTATUS TERTII ... Cum Indicibus Argumentorum, Causarum ac Rerum luculentissimis. Opus tam judicibus, quam causarum patronis, atque omnibus in utroque Foro versantibus valde necessarium. Coloniae Agrippinae, Sumptibus Haeredum Joannis Widenfeldt, & Godefridi De Berges, Anno M. DC. LXXXIX. Cum speciali privilegio sacrae Caesareae Majestatis. - Alla fine di ciascuna Parte, SUMMA SIVE COMPENDIUM. Digitalizzato da Google. THEATRUM VERITATIS, ET IUSTITIAE, Decisivi Discursus per Materias, seu Titulos distincti, & ad Veritatem editi in Forensibus Controversiis Canonicis & Civilibus, in quibus, dum in Urbe Advocatus, pro una Partium scripsit, vel Consultus respondit. Tomus XIII. I. DE JUREPATRONATUS. II. DE PENSIONIBUS ECCLESIASTICIS, Ultima Editio, Cum novissimis additamentis, ex authoris Schedis depromptis; nec non Difensibus, antehac in Suplemento sejunctim editis, suis loco & ordine insertis. Cum Indicibus Argumentorum, Causarum ac Rerum Locupletissimis. Lugduni. Sumptibus J.A.Cramer & P. Perachon. M. DC. XCVII. Digitalizzato Google. Summa sive compendium eorum quae in foro magis practicabilia continentur in XIII. lib. Theatri veritatis, et justitiae. De iure patronatus [et De pensionibus ecclesiastici. Romae, typis Angeli Bernabò, 1670; Il dottor volgare (1673); Supplementum ad theatrum veritatis et iustitiae (1677); Il cavaliere e la dama, ovvero discorsi nell'ozio tusculano autunnale del 1675 (1675); Difesa della lingua italiana (1675); Il giuoco dell'ombre (1681). 13. DE ROYE François (Alias: Franciscus De Roye) - (Angers, Francia, 161724 Gennaio 1686). Giureconsulto, Professore di diritto civile e canonico a Bourges, Orléans e Angers (Lat. Andegavium), e qui nominato all'Academia Litterarum, quando per la prima volta istituita (1685). 1Bw&sa=X1=bo
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Franciscus de Roye Antecessor Andegavensis AD TIT. DE IURE PATRONATUS. Libro III. Decretalium. Eiusdem De Iuribus Honorificis in Ecclesia Libri Duo. Nova Editio. Cui plurima accesserunt quae Prefatio declarabit. Nannetis, apud Antonium Marie, Typograpfum & Bibliopolam, Via magna, sub signo B.V.Mariae Assumptionis. M. DCC. XLIII. Cum privilegio regis. Digitalizzato Google. Franciscus de Roye Antecessor Andegavensis AD TIT. DE IURE PATRONATUS. Libro tertio Decretalium. Eiusdem DE IURIBUS HONORIFICIS in Ecclesia Libri Duo. Andegavi; Apud Petrum Auril, Regis & Academiae Typographum, M. DC. LXVII. 1667 Cum privilegio regis. Digitalizzato Google. Juris CANONICI INSTITUTIONUM LIBRI TRES. OPERA & STUDIO Francisci De Roye, Antecessoris Andegavensis. Lipsiae, Apud Johannem Christophorum Tarnovium. Anno M. DC. LXXXIV. Digitalizzato Google. 14. ENGEL Ludvig (Ludovico Engel) Da: Marek Sygut, Natura e origine della potestà dei vescovi nel Concilio di Trento e nella dottrina successiva (1545-1869), Roma 1998: "(1600-1674). Nota 31, p. 223. Benedettino, rinomato canonista moralista. Nacque a Wagram (Austra) agli inizi del 1600. Fu professore di diritto canonico nel 1660 e quindi procancelliere nel 1669 dell'Università di Salisburgo. Morì a Grillengerg il 22 aprile 1674. I suoi scritti si distinguono per chiarezza di concetti, facilità di esposizione e per il senso dell'utilità pratica a cui costantemente s'ispirano. È noto principalmente per il suo Collegium universi iuris canonici che, pubblicato la prima volta in forma istituzionale (Salzburg 1760) e subito dopo secondo l'ordine classico delle Decretali (3 voll., Salzburg 1671-1674), conobbe in breve molte edizioni, fu molto lodato anche nel campo protestante, e contribuì a far annoverare il nome dell'autore fra quelli dei più dotti canonisti del tempo.” Collegium UNIVERSI JURIS CANONICI, ante hac Juxta triplex Juris Objectum partitum, nunc vero Servato Ordine Decretalium Accuratus Translatum, Et Indice Copioso Locupletatum, Omnibus tam in Foro, quam in Scholis apprime utile ac necessarium. Authore P. LUDOVICO ENGEL, EX MONAST. EXEMPO MELLICENSI, ORDIN. S.P. BENED. Inser.Autr. J.U.D. Celsissimi ac Reverendiss. Principis, & Archi-Episcopis Salisburgensi Consil. Ecclesiast. & in Alma Universitate Salisburgensi Pro-Cancellario, ac SS. Canonum Professore Ordinario. Editio decima tertia. Cui accessit ejusdem Authoris Tractatus DE PRIVILEGIIS MONASTERIORUM. Pars II. Cum Gratia & Privilegio Speciali Sacrae Caesareae Catholicae Majestatis undecima vice renovato. Salisburgi, Typius Joannis Sephi Mayr, Aulico-Academici Typographi p.m. Haeredis. M. DCC. LI. - Digitalizzato Google. 15. FAGNANI Prospero (Prosper FAGNANUS). Celebre canonista italiano del 17 ° secolo, morto nel 1678 (incerti luogo e data di nascita: molto probabilmente 1588). In realtà Prospero Boni: il cognome "Fagnani" fu aggiunto in seguito all'adozione dello zio materno Giovan Francesco. Studiò a Perugia dove si laureò in utroque iure: all'età di vent'anni circa era già dottore in diritto civile e canonico. E a Perugia pubblicò, l'anno 1611, il trattato Problemata cum methodo. Fu chiamato a Roma come sottosegretario presso la Sacra Congregazione del Concilio, e poi come segretario in sostituzione dello zio: carica ricoperta per quindici anni. Svolse le medesime funzioni in molte altre Congregazioni romane. Non è certo se egli abbia mai insegnato diritto canonico presso l'Università Romana (Sapienza). È certo invece che su richiesta di Gregorio XV (Bologna, 9 1Bw&sa=X1=bo
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gennaio 1554 - Roma, 8 luglio 1623 - il 234° papa della Chiesa cattolica dal 1621 alla morte) stese la bolla Aeterni patris Filius (15 novembre 1621), riguardante l'ordinamento giuridico connesso con le lezioni pontificie, e rimasta in vigore fino al 1904. Nel 1632, all'età circa di 44 anni, divenne cieco: afflizione, che non gli impedì di dedicarsi agli studi canonici e scrivere il Commentario delle Decretali di Gregorio IX, per il quale si conquistò il titolo di "l'oculatissimo dottore cieco ", vale a dire il dottore cieco più lungimirante. Questo Commentario comprende le interpretazioni del testo delle più difficili Decretali di Gregorio IX. Si caratterizza per la chiarezza con cui vengono spiegate le questioni più complesse e controverse del diritto canonico. L'opera riveste anche una grande importanza per il proposito di verificare personalmente la procedura (norma, regola) delle Congregazioni romane, specialmente quella della Congregazione del Concilio, di cui l'autore riporta numerose decisioni. Benedetto XIV approvò l'opera con la massima lode, e alla sua autorità si fa ancora continuamente riferimento nelle Congregazioni romane. L'opera si articola, come le Decretali di Gregorio IX, in 5 libri. La prima edizione fu pubblicata a Roma, nel 1661, sotto il titolo di Jus canonicum seu Commentaria absolutissima in quinque libros Decretalium, e più volte ristampata. Al Fagnani si rimprovera l'eccessivo rigore nel suo commento sul capitolo delle Decretali "Ne innitaris" (Libro I, Titolo II, de Constitutionibus, Cap. 5 Ne innitaris), in cui combatte la dottrina del probabilismo. S. Alfonso lo chiama magnus rigoristarum princeps, il grande principe dei rigoristi (Homo apostolicus, Tract I, n. 63; Theologia moralis, IV, n. 669. Si precisa che il Fagnani tratta del diritto di patronato nel 3° Libro dei Quinque Libri Decretalium, Titolo XXXVIII, De iure patronatus, Capp. 1 (Perlatum est), 3 (Quoniam in), 7 (Ex litteris), 19 (Consultationibus &), 24 (Cum autem), 25 (Nobis fuit), 27 (Cum propter), 30 (Postulasti per). Si precisa altresì che questa breve biografia è la rielaborazione mia della traduzione dall'inglese dell'Articolo di A. Van Hove, dalla Nuova Enciclopedia Cattolica Avvento, e Biblioteca Britannica: A Geneal Index of British and Foreign Literature di Robert Watt. Prosperi FAGNANI Commentaria in Tertium Librum DECRETALIUM, Venetiis, Ex Typographia Balleoniana. MDCCLXIV. Superiorum Permissu, ac Privilegiis. Digitalizzato Google. Prosperi Fagnani COMMENTARIA IN SECUNDAM PARTEM TERTII LIBRI DECRETALIUM, 1661. Digitalizzato Google Prosperi Fagnani COMMENTARIA in Secundum Librum DECRETALIUM. Romae, Expensis Ioannis Cafoni. MDCLXI. Cum privilegiis, et superiorum permissu. Digitalizzato Google Prosperi FAGNANI, COMMENTARIA IN PRIMUM LIBRUM DECRETALIUM, CUM DISCEPTATIONE DE GRANGIIS, quae in aliis Editionibus desiderabatur; ac ipso Tectu suis locis apte disposito. VENETIIS, Ex Typographia Balleoniana. MDCCXLII (1742). Superiorum Permissu, ac Privilegiis. Digitalizzato Google 16.FELINO Maria Sandeo (Alias: Sandeus Felinus, Sandeus, Felinus Maria) (1444-1503), Legale e canonista ferrarese. Felino della nobile famiglia dei Sandei, insegnò diritto canonico, gli anni 14661474, a li Ferrara, luogo natale della sua famiglia, e a DFeliPisa fino al 1484, quando divenne Sindaco del Sacro Palazzo. Il 4 maggio 1495, divenne ndeo vescovo di Penne e Atri e il 25 settembre dello stesso anno coadiutore del vescovo 1Bw&sa=X1=bo
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di Lucca, Niccolò Sandonnini (deceduto il 19 luglio), con diritto di successione. Divenne Vescovo di Lucca, appunto, il 19 luglio 1499, ma si dimise nel novembre successivo. Morì a Lucca 1503, nel mese di ottobre secondo la maggior parte degli scrittori, secondo altri a DFelino Roma il 6 settembre del 1503. Felino è stato un buon compilatore, ma mancava di originalità. La sua opera principale è "Lectura", o "Commentaria in varios titulos libri I, II, IV, V et Decretalium" Ha pubblicato anche un "Sermo de indulgentia", "Repetitiones" "Consilia", e "Epitome de regno Siciliae" (s. 1., 1495). Consilia Felini Sandei Ferrariensis, Iuris Canonici Interpretis acutissimi, qua fieri potuit diligentia, ab innumeris prope erroribus vindicata. His subiectus est Index in omnia eiusdem Felini opera, locupletissimus. Venetiis, MDCI. Digitalizzato Google Commentaria in quinque libros Decretalium. INDEX LOCUPLETISSIMS in Felini Sandei Commentarios, ad quinque Libros Decretalium. Basileae, Ex Ofrobeniana, M. D.LXVII. Digitalizzato Google CONSILIA SEU RESPONSA Domini Felini Sandei, Venetiis. Apud Bartholomaeum Rubinum. M.D.LXXIIII. Digitalizzato Google COMMENTARIORUM Felini Sandei, Ferrariensis, Iuris Canonici interpretis acutissimi, Et Rotae Auditoris celeberrimi, ad V. libros Decretalium, PARS PRIMA, … LUGDUNI, M. D. LXXXVII. Cum Privilegio Regis. Digitalizzato Google. 17. Blasius FLORES Diez De Mena (Alias: Diaz de Mena, Blasius Flores; Diez a Mena, Flores; Flores Diez de Mena; Florez Diez de Mena, Blasius; Flórez Díaz de Mena, Blas; Mena, Flores Diez de). Giurista spagnolo (nativo di Carrioon de los Condes), Professore di diritto canonico e civile. Recentiorum practicarum quaestionum iuris canonici et civilis, ad praxim utriusque fori spectantium. Libri Tres. A licentiato FLORES DIEZ DE MENA Carrionensi, antiquo iuris utriusque Professore. Opus sane ad forenses causas utilissimum pariter, ac necessarium, nec non ad scholasticas disputationes & lectiones, cum duplici Indice quaestionum & materiarum summariis. Ad D. Didacum De Alarcon Equitem De Alcantara Supremi Senatus Hispaniarum Regis Catholici Consiliarium. Nunc Denuo Fideliter Excusum, Et A Plurimis, quibus scatebat, mendis repurgatum. Cum privilegio. Salmanticae. Ex Officina Didaci à Cussio. M. DC. IX. Digitalizzato Google 18. GABRIELLI Girolamo (Alias: Hieromymus Gabrielius, Hieronymus Gabrielius Eugubinus, Gabrielli Girolamo, Gabrieli Hieronymus, Gabrielius Eugubinus) - (Gubbio, 1513-Roma, 1587). Giureconsulto e letterato eugubino, esercitò l'avvocatura nella sua patria, Gregorio XIII lo nominò avvocato del Sacro Concistoro e Sisto V lo confermò in questa carica. CONSILIORUM Hieronymi Gabriellii Eugubini. I.U. Consulti, Advocatique in Alma Urbe Integerrimi, VOLUMEN PRIMUM. Nunc primum in lucem editum, cum Summarijs, atq; Indice rerum & verborum copiosissimo. Quod continet Consilia ducenta, in decem quidem partes divisa, continuato tamen numero, pro faciliori allegatione. Partes autem sunt. De constit. ac leg. municip. - De personis. - De iudicijs. - De contractibus. - De feudis, & iure emphyt. De testam. & ult. volunt. - De success. ab intesta. de pactis, de succedendo, ac dona. om. bon.- De varijs rebus. - De verbus criminalibus. - De praebendis & beneficijs ecclesiasticis. Singulorm autem consiliorum argumenta, ex quibus percipi potest quae potissimum quaestiones in quolibet consilio explicentur, 1Bw&sa=X1=bo
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quo facilius possit lector, quod cupit investigare, in primo quinterno reperiuntur. Quorum ordinem ac seriem si diligenter inspicere velitis, ne gravemini nostram ad lectorem episolam legere. Cum privilegiis. Pont. Max. & Imp. Maiest. Reg. Gallorum, Regis Hisp. & Senatus Veneti, aliorumq; principum. Venetijs, Apud Franciscum Zilettum. MDLXX VIII (1578). Digitalizzato Google. Hieronymi Gabrielli Eugubini Civis Romani I.U.C. Excelllentissimi, et Advocati in Alma Urbe et Romana Curia integerrimi, CONSILIORUM, Volumen Secundum. Venetijs: Apud Franciscum Zilettum, 1586 - Digitalizzato Google. 19. GAIL, Andreas von (Alias: Gaillius Andreas, Gailius Andreas, Geyl Andreas von, Andrea di Gail). Giurista tedesco, statista e autore, nato a Colonia il 12 novembre 1526, e ivi morto l'11 dicembre 1587. PRACTICARUM OBSERVATIONUM, tam ad processum iudiciarium, praesertim imperialis Camerae, quam causarum decisiones pertinentium, Libri Duo. ... Per nobilem ac clarissimum I.C.D. Andream Gaill, .. . Editio Postrema. Coloniae Agrippinae, Apud Antonium Hierat. Anno M. DC. XVI. Digitalizzato Google. 20. GARCIA Nicola (GARZIAS Nicolaus Hispano, Nicolaus Garcia, Garzia Nicolaus, Garcia Nicolas) (- 1645). Professore di diritto canonico e civile. Canonico della Chiesa di Avila (città spagnola, regione di Castiglia e Leon). Nicolai Garciae Tractatus de Beneficiis In duos Tomos Divisus. Cum Decisionibus S. Rotae Romanae Recentissimis. NICOLAI GARCIAE Hispani, J.U. Professoris, & Ecclesiae Abulensis Canonici, TRACTATUS DE BENEFICIIS, amplissimus et doctissimus, Declarationibus cardinalium Sacrae Congregationis Concili Tridentini, Decisionibusque Sacrae Rotae Romanae, tam MS. quam impressis, firmatus, ornatus, & ad singulas Materias secundum hodiernam Praxim accommodatus. Cum duplici INDICE, uno Partium & Capitulorum, altero Rerum & Materiarum copiosissimo, in hac Editione, ad debitam fidem, commodioremque usum restituto. Accedunt huic Novae Editioni, S. Rotae Romanae Decisiones Recentissimae Nunquam antea in lucem editae, Materiam De Beneficiis ab Authore pertractatam, Amplectentes, Confirmantes, Laudantes, &c. TOMUS PRIMUS. Coloniae Allobrogum, Sumpt. Fratrum De Tournes. M. DCC. XXXV. Digitalizzato Google. TRACTATUS DE BENEFICIIS amplissimus, et doctissimus, Declarationibus Cardd. S. Congreg. Concil. Trident. & Decisionib. Rot. tam M.S. quam impressis ornatus, & ad singulas materias secundum hodiernam praxin accommodatus, Authore NICOLAO GARCIA HISPANO I.U. Professore, et Ecclesiae Abulensis Canonico. Tomus II. Moguntiae, Sumptibus Antonij Hierati Bibliopol Coloniens. Anno M. DC. XIV. Digitalizzato Google. 21. GIGANTI Girolamo (Alias: Hieronymus Gigas; Hieronymus Gigas Forosemproniensis; Hierony. Gigas), (Frossombrone, seconda metà del XV secolo Venezia, 1566). Giurista, dottore in diritto civile e canonico. Tractatus De Pensionibus Ecclesiasticis: Hieronymo Gygante Forosemproniensi authore. Post omnes qui de hac hucusque materia tractarunt, erudite & copiose magis, hic Iur. Utr. Doct. scripsisse videtur. Lugd. apud Guilielmum Rouilium. M. D. XLV. - Digitalizzato Google. 22. GIUSTINIANO I il Grande -lat. Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus (Tauresio, 482 - Costantinopoli, 14 novembre 565), Imperatore d'Oriente dal 1° 1Bw&sa=X1=bo
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agosto 527 alla sua morte. Importante è la raccolta normativa del 535, il Corpus iuris civilis, tutt'oggi alla base del diritto civile, l'ordinamento giuridico più diffuso al mondo. In occidente, il Corpus iuris fu prese come testo di riferimento solo a partire dal Basso Medioevo. Wikipedia. Novelle: "Costituzioni emanate da Giustiniano dopo la compilazione del secondo Codice, dal 535 al 565. Mancando una compilazione ufficiale, ci sono pervenute varie raccolte private: Collezione greca (168 costituzioni), Authenticum (144 costituzioni); Epitome di Giuliano di Atanasio e di Teodoro di Ermupoli. La più importante è la Collezione greca, redatta in Oriente sotto Tiberio II. Le Novelle ci permettono di avere un'idea più precisa della struttura delle costituzioni imperiali e del linguaggio della cancelleria in età giustinianea)". Da: JUSTINIAN - The Latin Library. IMPERATORIS IUSTINIANI OPERA. Institutiones. Codex. Digesta. Authenticum. Novellarum Constitutionum Iustiniani Versio Vulgata quam ex Codd. Mss., qui Berolini, Claustro-Neoburgi, Lutetiae Parisiorum, Monachi, Pistorii, Vindobonae, aliis locis reperiuntur, Recessuit Prolegomenis, adnotatione critica, appendicibus, quae varietate lectionis continent, Instruxit Gustavus Ernesus Heimbach Antecessor Lipsiensis. Pars Prior Quae prolegomena, indice et novella I-XXXIII habet. Lipsiae, MDCCCLI. Sumtibus Ioannis Ambrosii Parth. 23. GONZALEZ Jeronimo - (Data publicazione opere: 1604, 1610, 1611, 1615, 1624). Giureconsulto spagnolo, nato nella città di Arnedo (Diocesi di Calahorra), Avvocato nella Curia Romana. D.D. Hieronymi Gonzalez j.c. Commentatio ad Regulam Octavam Cancellariae cum centuriis duabus decisionum Sacrae Rotae Romanae recentissimarum. D.D. Hieronymi Gonzalez J.C. Hispani et in Romana Curia Advocati, COMMENTATIO AD REGULAM OCTAVAM CANCELLARIAE De reservatione mensium et alternativa episcoporum, omnem prorsus reservatoriam materiam, ac totius rei beneficiariae florem complectens. Accesserunt mirabiles annotationes circa nullitates & attentata in causis Beneficialibus; ubi quamplurima de Stylo Curiae & Hispaniae, scitu digna inseruntur. EDITIO NOVA, ultima lugdunensi multo locupletior, cum brevi totius operis compendio, et indice copiosissimo, recentissimisque Sacrae Rotae Romane decisionibus non antehac editis nunc primum locupletata. Additiones passim insertae, hoc Signo * indicantur. Lugduni, Sumptibus Societati, &Veneunt apud Fratres De Ville M. DCCXXVIII, Cum Privilegio Regis. Digitalizzato Google. 24. GOZZADINI Ludovico. Da Dizionario Biografico degli Italiani di C. Magoni: "Nacque nel 1479 da Gozzadino di Lorenzo e da Veronica Grassi, bolognesi. Intraprese lo studio di diritto presso l'Università felsinea ed ebbe come maestri Bartolomeo Sozzini e Marcantonio Baviera. Il 25 ott. 1505 conseguì la laurea in utroque iure con Antonio Sala, per il diritto canonico, e con Giovanni Zaccaria Campeggi, per il diritto civile. Dal 1505 il G. fu aggregato al Collegio di diritto civile e ottenne la cattedra di lettore (inizialmente Institutionum, poi alternativamente Digesti veteris e Novi, Infortiati, Codicis) che mantenne fino alla morte, senza mai accettare le vantaggiose offerte provenienti da altre università, come accadde nel 1519, quando rifiutò la proposta dello Studio di Padova. Nel 1528 il G. fu scelto dai Riformatori dello Studio per sostituire nella lettura pomeridiana Carlo Rui1Bw&sa=X1=bo
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ni, titolare della prima cattedra di diritto civile; ricoprì tale incarico, che gli valse un notevole aumento dello stipendio, fino all'anno accademico 1530-31. Tra gli studenti più illustri che assistettero alle sue letture sono da ricordare Ugo Boncompagni, futuro papa Gregorio XIII, Girolamo Grati e Alberto Bolognetti, poi giureconsulti, l'umanista e giurista A. Agustín. Il G. partecipò attivamente alla vita pubblica cittadina, sedendo ripetutamente, a partire dal bimestre luglioagosto 1505, nel Collegio degli anziani, magistratura che presiedette in qualità di gonfaloniere di Giustizia nel bimestre maggio-giugno 1533, dopo essere stato nominato senatore da Clemente VII, il 24 dic. 1532. Fu per cinque volte (dal 1508 al 1532) giudice del foro dei mercanti e in tre occasioni fu eletto riformatore dello Studio, negli anni accademici 1510-11, 1514-15, 1521-22. Quando, nel primo quadrimestre del 1532, il G. sedette tra i tribuni della plebe, fu tra coloro che promossero la prima edizione nota degli statuti di quella magistratura. Il soggiorno bolognese di Carlo V, tra la fine del 1529 e l'inizio del 1530, rappresentò un momento di riconoscimento tanto del prestigio dello Studio cittadino quanto dell'attività di giureconsulto del Gozzadini. Il 15 genn. 1530, infatti, l'imperatore concesse nuovi privilegi all'Università di Bologna, e insignì i membri del Collegio dei dottori legisti, cui il G. apparteneva, del titolo di conte palatino e di cavaliere aurato; inoltre, Carlo V si avvalse dei pareri giuridici del G., che nominò suo consigliere privato. In occasione del secondo incontro bolognese tra l'imperatore e il pontefice, il 4 marzo 1533, il G. fu incaricato insieme con Giovan Battista Bianchini di accompagnare Clemente VII che partiva da Bologna. Il G. morì a Bologna il 29 apr. 1536, dopo aver designato suo erede il fratello Francesco, non essendogli sopravvissuto alcun figlio nato dal matrimonio con Margherita Grassi. Nella chiesa di S. Maria dei Servi, di cui la famiglia Gozzadini aveva il giuspatronato, fu eretto per volontà degli eredi un solenne monumento funebre marmoreo, eseguito dallo scultore e architetto Giovanni Zacchi da Volterra tra il 1544 e il 1549. La personalità del G., sebbene non di primissimo piano, si distingue, tuttavia, nell'ambito della cospicua letteratura consiliare cinquecentesca attiva nella prassi giudiziaria. I Consilia del G. furono raccolti e pubblicati per la prima volta da C. Amaseo (Lugduni 1541; ristampe, 1549, 1550, 1584; con il titolo Consilia, seu Responsa, Venetiis 1571 e 1598), preceduti da una lettera dedicatoria del fratello del G., Francesco, al vescovo-principe di Trento Cristoforo Madruzzo, suo allievo a Bologna. Le sue Annotationes ad statuta Bononiensia del 1532, redatte come riflessioni sulla parte dello ius civile nella quale era spiegato il significato delle leges municipales, ebbero una prima edizione, congiuntamente alla Repetitio super l. omnes populi ff. de iustitia et iure … edita, a Bologna nel 1561 (ristampe: Statuta civilia civitatis Bononiae, Venetiis 1566; Bononiae 1733, edizione curata e aggiornata da F.C. Sacchi). ..." Ludovici Gozadini, iurisconsulti Bononiensis disertissimi, CONSILIA SEU RESPONSA: in suam veram lectionem, mendis quibus affluebant, sensum et orationem depravantibus, quod fieri potuit ex punctis [i.e. expunctis], nunc denuo restituta, argumentorum ad haec eorundem locis quae deerant adiectis numerisque suo unde aberant loco repositis illustrata, accedente indice locupletissimo 25. GRAZIANI Stefano (16°-17° secolo). Giureconsulto romano, Dottore in diritto civile e canonico. Disceptationum Forensium Iudiciorum, Stephani Gratiani Romani U.I.D. Tomus Primus. In quibus quae in controversiam quotidie veniunt secundum 1Bw&sa=X1=bo
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Doctorum receptas sententias & veram praxim praecipue Sacrae Rotae Romanae definiuntur. Omnia nuper edita, cum duplici Indice tam Argumentorum, quam rerum, quae in Disceptationibus continentur. Coloniae Allobrogum. M. DC. XXII. Digitalizzato Google. 26. GRILLENZONI Vincenzo (Carpi: 1538 - 1616). Da: BIBLIOTECA MODENESE o Notizie della vita e delle opere degli scrittori natii degli Stati del Serenissimo Signor Duca di Modena raccolte e ordinate dal cavaliere Ab. Girolamo Tiraboschi Consigliere di S.A.S., Tolo III. in Modena MDCCLXXXIII. "Grillenzone Vincenzo Carpigiano, figlio dell'Arciprete Tommaso, di cui si è ragionato poc'anzi, e nato nel 1538. fu per opera del padre fatto legittimare da Mons. Marcantonio Campeggi a' 23. di Gennajo del 1542., e tre anni appresso, benchè non contasse che sette anni di età, fu dal Capitolo di Carpi ammesso tra' suoi Canonici. Chiamato poscia dal Padre a Ferrara, e fatto ivi istruir negli studj, vi ricevette la Laurea Legale. Dopo la morte di esso tornato a Carpi, fu ascritto al Collegio de' Giureconsulti, e cominciò a trattare le cause. Fu eletto Vicario Capitolare dopo la morte dell'Arciprete Pietro Bassani accaduta a' 27. di Settembre del 1587. e servì poscia nell'impiego di Vicario Generale al successore di esso Tommaso Canani, che tenne quella Sede solo fino al 1589. Passò allora il Grillenzone a servire nello stesso impiego il Vescovo di Modena Sisto Visdomini, indi nel 1591. il Vescovo di Cremona, e finalmente nel 1592. il Vescovo di Reggio Conte Claudio Rangone, da cui, avendo il Grillenzone frattanto rinunciato al Canonicato di Carpi, ebbe la Parrocchia di S. Michela della Modolena ne' Sobborghi di quella Città. Finì di Vivere in Carpi a' 25. di Aprile del 1616. dopo aver nel 1605. fatto il suo testamento, rogato da Antonio Vellani, in cui fondò l'Opera Pia, detta perciò l'Opera Grillenzone, affin di dotare co' frutti della sua eredità alcune Zitelle. Di lui abbiamo alle stampe l'opera seguente: Vincentii Grillenzonii Carpensis J.U. Doctoris & Protonotarii Apostolicis Consiliorum sive Responsorum nedum utile, sed etiam necessarium miroque ordine, & utriusque juris elegantia Opus aureum &c. Mediolani: apud Benedictum Somaschum 1614. in fol. colla dedica dell'Autore al Duca Cesare. Fu poi ristampata in Venezia nel seguente anno 1615." (pp. 32 -33)Digitalizzato Google Vincentii Grilenzonii ... Consiliorum, sive Responsorum, nedum vtile, sed etiam necessarium, miroque ordine, & vtriusque iuris elegantia compositum opus aureum. ... Immunitatis, scilicet, libertatis ecclesiasticae, distributionum quotidianorum, praecedentiae inter religiosos, emphyteusis, feudorum, iuris patronatus, constititionum, iuramenti, periurij, matrimonij, & legitimitatis. Cum .. duplici tabula ... - Mediolani: apud Benedictum Somaschum, 1614 27. GUTIERREZ Joannes (1535 ca.-1618). Giureconsulto spagnolo. Tractatus DE IURAMENTO CONFIRMATORIO, et aliis in iure variis resolutionibus. Authore Ioanne Guterrio Canonico Doctorali Civitatensi, ex tertia eiusdem Authoris recognitione. Quae recens addita sunt, hoc signo * in margine notantur. Cum privilegio. Madriti, Ludovicus Sanchez: Anno. M.D.XCVII. Expensis Francisci Lopez Bibliopolae. Digitalizzato Goiogle. Tractatus tripartitus, de juramento confirmatorio & aliis in jure variis resolutionibus. 1606 Opera omnia, 1619 Consiliorum sive responsorum ... Volume unum, in quo mulate eaeque gravissimae quaestiones in praxi passim obviae ... dissolvuntur etc. 1611 1Bw&sa=X1=bo
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28. INNOCENZO III, Papa, (al secolo Lotario dei Conti di Segni), discendeva da un'importante famiglia alla quale appartenevano anche Gregorio IX e Alessandro IV. Nacque a Gavignano (a sud di Roma), il 1160-61. Studiò teologia a Parigi, presso la prestigiosa scuola del monastero di S. Vittore, e si specializzò a Bologna in diritto canonico sotto la guida di Uguccione da Pisa. Nel 1189 fu nominato cardinale da suo zio Clemente III, e, morto Celestino III, salì al soglio pontificio con il nome di Innocenzo III, a soli 38 anni, l'8 gennaio 1198. Proclamava di essere "a metà strada tra Dio e l'uomo, al di sotto di Dio, ma al di sopra dell'uomo”, e che a lui era stato affidato “il governo non solo della chiesa universale ma di tutto il mondo". Assertore della teocrazia, della supremazia del potere spirituale su ogni altra forma di potere, sosteneva che al papa spettassero entrambi i poteri, spirituale e temporale, con la facoltà di delegare il potere temporale all'imperatore, semplice braccio secolare della Chiesa. Rimangono di questo Papa molte opere, stampate in parte per la prima volta a Colonia nel 1552. Oltre ad un trattato latino sul "Disprezzo del mondo", dei "Discorsi", dei "Commenti" sui salmi penitenziali, anche sei libri sui Sacramenti, e principalmente una copiosissima raccolta di Lettere. De contemptu mundi (o De miseria humanae conditionis), De sacro altaris mysterio, Sermones. Morì di malaria a Perugia il 16 luglio 1216. E restò sepolto nella cattedrale di questa città fino al 1892, poi le sue spoglie furono traslate a Roma nella Basilica di S. Giovanni in Laterano. Il suo pontificato, che durò diciotto anni, segnò l'apogeo del potere pontificio nel Medio Evo. Sapere, Enciclopedia. Innocentii Tertii Pontificis Maximi EPISTOLARUM Liber Quatuor, REGESTORUM XIII. XIV. XV. XVI. Ex MS. Bibliothecae Collegij Fuxensis Tolosae. Nunc primum edunt SODALES eiusdem Collegij, & Notis illustrat [aggiunto a mano: in altero volumine] Franciscus Bosquetus Narbonensis ICtus Cum duplici Indice, priore Epistolarum cum earum argumentis; posteriore Rerum, & Verborum alphabetico, qui ad calcem Notarum consulto reiectus est. Tolosae Tectosagum, Apud Societatem Tolosanam, M. DC. XXXV. Cum privilegio. Digitalizzato Google. 29. INNOCENZO IV (Sinibaldo de' Fieschi) (Genova 1190 ca-Napoli 1254). Da: Studio Bibliografico Benacense (Resp. Dott. Mario Giupponi): "298. INNOCENTIUS IV. In V LIBROS DECRETALIUM COMMENTARIA. Venetiis, 1570. ...Innocenzo IV (SINIBALDO DE' FIESCHI, poi Papa Innocenzo IV) fu uno dei più grandi glossatori canonisti. Fonte di primaria importanza in tutta la tradizione di diritto comune (fra gli altri è opportuno menzionare Bartolo e Baldo che in molteplici commentari e trattati fondano la loro dottrina proprio sulla lettura alle Decretali di Innocenzo IV), quest'opera venne utilizzata anche nella dottrina giuspolitica italiana e francese del Cinque-Seicento. Va sottolineato che l'editio princeps è quella di Strasburgo del 1478 cui fecero seguito edizioni (rare in numero e reperibilità) compiute a Venezia, Udine e Lione. Non in Adams, non in Sapori." Apparatus super quinque libros Decretalium, AUTHOR INNOCENTIUS <<PAPA, IV>>, Originally published: 1491, MDZ Munchener DigitalisierungsZentrum Digitale Bibliotek. Commentaria Innocentii Quarti Pont. Maximi Super Libros Quinque Decretalium. Cum Indice Peculiari nunc recens collecto, novisque insuper Summarijs additis, & Margarita Baldi de Ubaldis Perusini. Francofurti ad Moenum, M.D.LXX. Digitalizzato Google. 1Bw&sa=X1=bo
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30. LAMBERTINI Cesare (Alias: Caesar Lambertinus Tranensis; Caesar Lambertinus) (1475- 1550). Nobile cittadino Tranese, Giureconsulto, Dottore dell'una e dell'altra legge, Vescovo di Isola (22 settembre 1508-8 giugno 1545 dimesso). “Scrisse un Tractatus de iure patronatus in tre libri, terminato nel 1523. Pubblicato per la prima volta a Venezia dieci anni dopo, ebbe negli anni successivi numerose edizioni: Venezia 1572, 1573, 1584, 1607; Lione 1579, 1582; Francoforte 1608, 1631. È la maggiore e più antica opera su un diritto particolare che regola, sotto l'aspetto materiale e pratico, i rapporti tra coloro che fondano e dotano chiese e cappelle (o i loro legittimi eredi), i sacerdoti designati a esercitarvi il culto e a goderne i benefici e le autorità ecclesiastiche superiori. Il primo libro tratta delle procedure di acquisizione del giuspatronato, il secondo dell'esercizio di tale diritto, il terzo dei diritti dei patroni, in particolare della designazione dei sacerdoti. ..." di F. Crucitti, LAMBERTINI Cesare in Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 63 (2004) TRACTATUS DE IURE PATRONATUS clarissimorum omnium U.I.C. Qui hactenus luculenter hanc ipsam tractarunt materiam, nempe D. CAESARIS LAMBERTINI TRANENSIS EPISCOPI INSULANI D. ROCHI DE CURTE PAPIENSIS. D. PAULI DE CITTADINIS. D. IOANNIS NICOLAI DELPHINATIS. Quibus in hac omnium postrema editione addidimus Illustrissimi ac Reverendissimi Cardinalis Simonetae de eadem materia Tractatum doctissimum, & non antea impressum. Omnibus quidem I. C. maxime in foro versantibus perutilis & necessarius valde, tum ad praxim, tum ad ipsas causas decidendas. Cum Indice rerum & verborum omnium copiosissimo suis in locis apposito. Cum privilegio. Venetiis, M D C VII. Apud Haeredem Hieronymi Scoti. Digitalizzato Google. 31. LAPO da Castiglionchio (1300-1381). Patrizio fiorentino, Canonista. Da: A-Z- Catholic University of America - - "Lapo de Castiglionchio (Johannes Lapus Castilioneus), from Florence, studied philosophy and law at Bologna under Johannes Calderinus, Lapus Abbas, and Johannes de Lignano. Received doctorate around 1353. Thereafter he was in Florence, first as a private teacher of canon law and then as professor (1367-78). He also held various positions in the Florentine government until he fell into political disgrace. Banned from his native city, he obtained a professorship in canon law at Padua (1379). He died in Rome two years later. TEXTS: 1. Allegationes iuris, Early Printed Editions: Rome 1474; Milan 1491, 1498 (twice) (Hain 4578-81); Lyons 1537, 1571; Florence 1568; Venice 1600; MANSUCRIPTS: Brussels, Bibl. Royale 11562; Königsberg, Universitätsbibl. 129; Magdeburg, Stadtbibl. 81; Munich, Clm 3632; Clm 7584; Vienna, Schottenkloster IFa5, fols. 1-156; Vienna, ÖNB lat. 4213; lat. 4329. 2. Tractatus hospitalitatis (on X 3.36.3), Early Printed Edition: Tractatus universi iuris XIV, fols.162 ff. 3. Tractatus de canonica portione et de questu , Early Printed Edition: Tractatus universi iuris XV.2, fols.193 ff. 4. Repetitiones A. in § Sane (X 2.24.36 in fine), MANUSCRIPTS: Tours, Bibl. Munic. 601. 601. LITERATURE: ..." Vd. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 22 (1979), di Mar1Bw&sa=X1=bo
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co Palma 32. LAYMANN Paul (1574-1635). Da: Natura e origine della potestà dei vescovi nel Concilio di Trento e nella ... di Marek Sybut: "1. Paul Laymann (1574-1635). Nota 2.: Gesuita, moralista. Nacque ad Arzì presso Innsbruck nel 1574. Insegnò filosofia ad Ingolstadt (1603-1609); teologia morale a Monaco (1609-1625), diritto canonico a Dillingen (1625-1632), consultato sempre da ogni parte per i casi più difficili e complessi, e le sue risposte considerate decisive. Fu confessore di Ferdinando II. Morì a Costanza il 13 novembre 1635. Delle sue 34 opere, la più importante è la Theologia moralis in quinque partes partita (5 voll., Monaco 1625; con numerose edizioni fino alla metà del sec. XVIII), condotta con metodo nuovo nella maniera di impostare le questioni, di classificarle e di discuterle con stile lucido e serrato, senza risparmio di erudizione. Per il rigore del metodo si può paragonare questa opera alle Controversiae del Bellarmino. Postumo uscì Jus Canonicum sive commentaria in libros Decretalium (2 voll., Dilingen, 1660)". Pp. 217-218. Pauli Laymann Societatis Jesu, Theologia Moralis. THEOLOGIA MORALIS in V. Libros distributa, quibus materiae omnes practicae, cum ad externum Ecclesiasticum, tum internum conscientiae forum spectantes, nova methodo explicantur. Accedunt QUAESTIONES CANONICAE de Praelatorum Ecclesiasticorum Electione, Institutione & Potestate. Auctore Paulo Laymann Societ. Jesu Theologo. Accedunt Propositiones a Summis Pontificibus postremo damnatae, & Quaestio de Apostasia a Religione F. Caroli Tirelli. Editio Prima Patavina In duos Tomos distributa. Tomus Primus. Patavii, Typis Seminarij, MDCCXXXIII. Apud Joannem Manfrè. Superiorum Permissu. Digitalizzato Google. 33. LESSIO Leonardo. Gesuita, Teologo. Da: Dizionario storico degli autori ecclesiastici contenente la vita de' Padri e de' Dottori della Chiesa; ...Tomo Terzo. "LESSIO (Leonardo) Gesuita, nato in Brethan presso Anversa nel 1554. insegnò la filosofia e la teologia in Lovanio con profitto. Morì nel 1623. di 69. anni, godendo d'una fama universale. Abbiamo di lui varie opere, raccolte in 2. Vol. in fol. Versano quasi tutte sopra la morale. Le principali sono, I. de Justitia & jure, in fol. Venezia 1734. II. Hygiasticon, seu delicium animae, in 12. Brux. 1664. III. De nominibus ei, in 12. Col. 1656. IV. In D. Thomam, iin fol. Parisiis 1648. V. De gratia efficaci, in 8. Barcin. 1610. VI. De Antichristo, in 8. Antner. 1611. ..." Da Enciclopedie on line Treccani: "Lèssio (forma it. dell'olandese Leys, attraverso la latinizz. Lessius), Leonardo. - Teologo (Brecht 1554 - a Lovanio (1584-1600), il suo insegnamento fu turbato dalla violenta polemica suscitata, contro le sue Theses theologicae (1586), da che l'accusava di pelagianesimo e di posizione non ortodossa nella dottrina dell'ispirazione biblica. Terminata la contesa per l'intervento papale, L. pubblicò il De iustitia et iure ceterisque virtutibus cardinalibus libri IV (1605) che è una delle sue opere migliori. Altre polemiche provocò il suo De efficaci, decretis divinis, libertate arbitrii et praescientia Dei condicionata (1610). Le ultime opere di L. sono studî ascetici che testimoniano la sua sensibilità religiosa, come l'opera teologica ne attesta la profonda dottrina". Da: Enciclopedia del pensiero sociale cristiano, di Raimondo Spiazzi: "LEO1Bw&sa=X1=bo
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NARDO LESSIO (1554-1623) - Teologo belga (Leonard Leys, latinizzato in Lessius e italianizzato in Lessio, secondo l'uso del tempo). Docente di filosofia a Lovanio, perfezionatosi in teologia a Roma con il Suarez e il Bellarmino. Pubblicò nel 1586 delle Theses theologicae sulla dottrina della grazia e del libero arbitrio, contro le tesi del suo connazionale Michele Baio, che riuscì a farne condannare 31 proposizioni come affette da pelagianesimo, di cui Sisto V riconobbe l'ortodossia ordinando la pubblica riabilitazione del Lessio. Ulteriori polemiche però suscitò il suo De gratia efficaci (1610), e ciò lo indusse a dedicarsi a studi di ascetica." Da: INDEX LIBRORUM BIBLIOTHECAE COLLEGII MAXIMI CORDUBENSIS SOCIETATIS IESU, 1757: "Léonard Lessius (o Leys). Jesuit a francés que vivió entre 1554 y 1623. Obras: De iustitia et iure, caeterisque virtutibus cardinalibus libri IV; De perfectionibus moribusque divinis libri XIV; De praedestinatione et reprobatione Angelorum et Hominum; De Anti-Christo et ejus praecursoribus; Hygiasticon seu de vera ratione valetudinis bonae; bono et aeterna beatitudine Hominis libri IV". E infine da: BIOGRAFIAS Y VIDAS: "Leonardo Lesio (Lenaert Leys o Leonardus Lessius; Brecht, 1554-Lovaina, 1623) Teólogo flamenco. Jesuita desde 1572, profesó filosofía en Douai (1572) y teología en Lovaina (1585-1600). En sus Theses theologicae (1586), atacó a Bayo, quien le denunció a la facultad de Lovaina. Lesio apeló a Roma, que le apoyó (1587)". De IUSTITIA aliisque virtutibus morum, LIBRI QUATUOR, Auctore LEONARDO LESSIO Societatis Iesu Theologo. Accessit ad doctrinae huius operis defensione. Appendix Gemina Una ab ipso Lessio, de Monte Pietatis, altera de Aequivocationibus & Mentalibus restrictionibus, à Theophilo Raynaudo, Societatis Iesu Theologo. Lugduni, Sumptibus Claudij Larjot, Typrographi Regij. M. DC. XXX. Digitalizzato Google. 34. LEUREN Peter (Alias: P. Petro Leurenio, Leurenius) (1646-1723). Gesuita, Canonista, Giurista, Dottore in Sacra Teologia, Professore dei Sacri Canoni. Da (previa mia traduzione): Diccionario histórico de la Compañia de Jesus: Biografico-tematico, di Charles E. O'Neil. "Nato il 13 maggio (agosto) 1646, Colonia (Germania, Renania SettentrionaleVestfalia). E morto il 16 novembre 1723 a Coblenza (Germania, RenaniaPalatinato); o il 13 aprile 1663 (1665), Treviri (Renania-Palatinato); o 1673, Münster (Renania Settentrionale-Vestfalia); o 15 agosto 1678, Colonia. Vi è una certa confusione sui suoi dati biografici, però pare che abbia insegnato nel Collegio di Colonia e si sia laureato come Maestro nelle arti prima di entrare nella CJ (Compagnia di Gesù). Inoltre più tardi si addottorò in Teologia presso l'Università di Treviri. Per molti anni insegnò varie materie, ivi inclusi filosofia, matematica, teologia e diritto canonico in alcuni centri gesuiti, in particolare a Colonia. Fu rettore del Collegio di Coblenza (1703-1706), dove era molto apprezzato dall'Elettore Johann Hugo von Orsbeck. Uomo dotato di molti talenti, divenne noto per la sua padronanza delle lingue orientali, come l'ebraico, il siriano, l'arabo e il caldeo, oltre a essere un buon pittore di natura morta ed esperto nell'intaglio del legno. Mosso dalla sua devozione a San José, raccolse i fondi necessari e realizzò un altare in onore del santo nella chiesa gesuita di Coblenza. Una delle sue più importanti opere è un compendio di filosofia, Universae philosophiae compendium. La sua Forum beneficiale è un ampio trattato di diritto canonico, che godette di una grande popolarità: la sua seconda edizione fu tradotta in italiano e spagnolo. La sua Forum ecclesiasticum tratta di temi prati1Bw&sa=X1=bo
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ci dell'amministrazione episcopale. Opere: Assertiones philosophiae... (Colonia, 1681). Universae philosophiae compendium (Colonia, 1683). Forum beneficiale 3 v. (Colonia, 1704-1796). Forum ecclesiasticum 5 v. (Magonza, 1717)." R.P. Petri Leurenii Societatis JESU, SS. Theologiae doctoris, & SS. Canonum Professoris VICARIUS EPISCOPALIS, sive TRACTATUS Quaternarius per Quaestiones & Responsa Canonica Deductus. Materiam hodiedum in Ecclesiis Metropolitanis & Cathedralibus quotidiano fere usu celeberrimam, PUTA DE EPISCOPORUM VICARIIS, Quale sunt & in Jure dicuntur: Vicarius Episcopi Generalis, Ejusdemque Coadjutor, Capitulum Sede Vacante, et Archidiaconus, Complectens. Opus methodo nova & clara, binis Indicibus; uno Tractatuum, Capitum, Paragraphorum, & Quaestionum; altero rerum, & materiarum in iis contentarum accurate ac copiose instructum. - Coloniae Agrippinae, In Officina JOANNIS WILHELMI FRIESSEM, p.m. Apud IOANNEM EVERHARDUM FROMART, Bibliopolam. Anno M.D.CCVIII. Cum Permissu Superiorum, & Privilegio Caesareo. FORUM BENEFICIALE, Sive QUAESTIONES & RESPONSA CANONICA, Materiam de Beneficiis Universam Ex Beneficialistarum, tam antiquorum, quam recentiorum placitis complectentia. Opus methodo nova, & clara in tres digestum Partes, quarum singulae binis Indicibus; uno Sectionum, Capitum, Paragraphorum, & Quaestionum; altero rerum, & materiarum in iis contentarum accurate ac copiose instructae. PARS TERTIA de VACATIONE, AMISSIONE, ET EXTINCTIONE BENEFICIORUM, Ubi De Incompatibilitate, Amissione ob assumptum statum incompatibilem, Privatione ob delictum, Resignatione, Pensionibus, Permutatione, Unione, Suppressione Beneficiorum. Auctore P. PETRO LEURENIO, Societatis IESU, SS. Theologiae Doctore, & SS. Canonum Professore. Coloniae Agrippinae, In Officina IOANNIS WILHELMI FRIESSEM, Bibliopolae. Anno M.D.CCIV. Cum Permissu Superiorum, & Privilegio Caesareo. Digitalizzato Google. FORUM ECCLESIASTICUM, in quo JUS CANONICUM UNIVERSUM Librorum ac Titulorum Ordine per Quaestiones et Responsa, Tam Canonistarum Veterum & Recentiorum, quam Legistarum, in iis, quae UTRIQUE JURI, CANONICO ET CIVILI communia sunt, Methodo clara & facile explanatur, Authore R. P. PETRO LEURENIO Societatis Jesu, SS. Theolog. Doctore, & SS. Canon. quondam Professore. EDITIO SECUNDA Ab alio Ejusdem Societatis Sacerdote Sublatis non paucis Mendis, magna Cura ac Studio emendata. LIBER I- DECRETALIUM Cum Privilegio Sacrae Caesarea Majest. & Permissu Superiorum. Augustae Vindelicorum Sumptibus Martini Veith & Jodoci Henrici Muller. Anno M D CC XXXVII. FORUM BENEFICIALE, SIVE QUAESTIONES & RESPONSA CANONICA, Materiam de beneficiis universam ex Beneficialistarum tam antiquorum, quam recentiorum placitis complectentia. Opus methodo nova, & clara in tres digestum Partes, quarum singulae binis Indicibus; uno Sectionum, Capitum, Paragraphorum, & Quaestionum; altero rerum, & materiarum in iis contentarum accurate ac copiose instructae. PARS ALTERA, de Provisione et Obtentione beneficiorum: Ubi de: De Jurepatronatus, Praesentatione, Institutione, Postulatione, Electione, Confirmatione, Collatione, Reservationibus Apostolicis, & Possessione beneficiorum. Auctore P.PETRO LEURENIO, Societas IESU, SS. Theolgiae Doctore, & SS. Canonum Professore. Coloniae Agrippinae, In Officina Ioannis Wilhelmi Friessemi, Bibliopolae. Anno M.D.CCVI. Cum Permissu Superiorum, & Privi1Bw&sa=X1=bo
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legio Caesareo. Digitalizzato da Google. 35. LOTTERIO Melchiorre (Alias: Melchior Lotterius, Melchior Lotterus), (1570-1631). S. Damiano del Monferrato, Giureconsulto, Avvocato nella Curia Romana. Melchior Lotterii, I.C. Praestantissimi, De re beneficiaria, Tomus in duos libros digestus. Quibus accessit Tertius Posthumus, nunc primum in lucem editus. Opus utrique Foro accommodatissimum. LUGDUNI, Sumpt. Ioannis Caffini, & Francisci Plaingnard. M.DC.XXXVII. Cum superiorum permissu. Digitalizzato Google. Melchioris Lotterii Iurisconsulti Praestantissimi, De re beneficiaria, Libri tres in duos tomos distributi. Opus utrique foro accommodatissimum, Gemino locupletatum Indice; Priori Librorum, & Quaestionum in eo contentarum; Posteriori vero materiarum notabilium, alphabetico ordine digesto. Editio postrema priori emendatior. LUGDUNI, Sumpt. Laurentii Arnaud, Petri Borde, Ioan. & Petri Arnaud. M. DC. LXXVI. Cum superiorum permissu. Digitalizzato Google. 36. MANDOSIO Quintiliano (1514?-1593). Giureconsulto, nato ad Amelia (Terni) verso il 1514, avvocato a Roma e professore a Pisa, morto a Roma nel 1593. Nome su edizioni: Quintilianus Mandosius; Quintilianus Mandosius romanus; Quintiliano Mandosio; Quintillianus Mandosius. Da: Viva la Chiesa, mora il Tiranno - Il sovrano, la legge, la comunità e i ribelli (Benevento 1566), di Maria Anna Noto: "Nota 37: Il Mandosio, famoso giureconsulto ed avvocato della Curia pontificia, era nato ad Amelia intorno al 1516 da una nobile famiglia romana che annovera molti funzionari di carriera. Professore all'Universitò di Pisa, fu autore apprezzato di numerose opere, commenti al diritto canonico e trattati giuridici di notevole eco, fra i quali: Bulla Erectionis officii S.R.E. Camerae apostolicae regentes ac facultatum cum glossa Quintiliani Mandosii iurisconsulti romani (Roma 15559); Quintiliani Mandosii advocati Romani Annales Casus. A iure cum civili tum canonico ab historijs, consuetudinibus tam generalibus quam particularibus, atque cuiusque loci statutis decretisve in unum congesti (Venezia 1575); Quintiliani Mandosii Romani ...In regulas Cancellariae Apostolicae, commentariorum, tomus primus, & secundus. In quibus, praeter regularum ipsarum interpretationem, multa iudicibus, patronisque causarum utilissima reperiuntur. Indice primo titulorum, altero deinde sententiarum, atque verborum copiosissimo adiecto (Venezia 1584); ..... il Mandosio, oltre ad essere stato scelto come luogotenente dal cardinale Innico d'Avalos d'Aragona nel febbraio 1566, aveva già svolto la funzione di governatore della provincia di Benevento nel 1560 e verrà di nuovo chiamato a tale incarico nel 1568. ... Gaetano Moroni, nel Dizionario di erudizione storicoecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni (Venezia, Tip. Emiliana, 1860, p. 173) riporta che Quintiliano Mandosio, <dell'illustre famiglia amerina, patrizia romana>> fu <<gran letterato [...] uditore di Paolo IV, e avvocato concistoriale [...], morto (a Roma) nel 1593, referendario delle due segnature, ponente di consulta, e vicegerente di Roma, in ogni genere di scienze famoso [...]. (pp.8384)". Quintiliani Mandosii Romani, Iurisconsulti Clarissimi, in Regulas Cancellariae Apostolicae, Commentariorum, Tomus Primus, & Secundus. In quibus, praeter Regularum ipsarum Interpretationem, multa Iudicibus, Patronisque causarum, utilissima reperiuntur. Indice primo titulorum, altero deinde senten1Bw&sa=X1=bo
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tiarum, atque verborum, copiosissimo adiecto. Cum privilegiis. Venetijs, Apud Franciscum Zilettum. M D LXXXIIII. Digitalizzato Google. 37. MARESCOTTI Ercole (- morì di morte improvvisa il 9 marzo 1621). Patrizio bolognese, Dottore in entrambe le leggi (Laureatosi nel Luglio del 1591). Sacerdote Secolare e Canonico della Metropolitana di Bologna (1615-1621). Giureconsulto, scrisse anche con lo pseudonimo Ercole Filogenio. Herculis MARESCOTTI Senioris, Patricii Bononiensis, Iurisconsulti Clarissimi, VARIARUM RESOLUTIONUM, Liber Primus & Secundus. In quibus selectiores utriusque iuris materiae tam beneficiales, quam prophanae, quae apud omnia tribunalia frequentius in disputationem veniunt; nec non Dubia, & Quaestiones, quae in utraque Signatura S.D.N. Papae, ac in Sacro Rotae Romanae Auditorio, & in Regio Consilio Neapolis quotidie in praxim adducuntur, praesertim iuxta receptiores Sententias Doctorum, eiusdemque Sacrae Rotae, ac Regii Consilii Decisiones, hoc signo * notatas, singulari ordine, ac methodo, & summa dottrina, ac facilitate tractantur, atque resolvuntur. Cum Summariis & duplici INDICE, uno singulorum Capitum, & alio omnium Rerum locorumque insignium locupletissimo. Opus Revera Insigne et Egregium, ac omnibus in Foro versantibus utile & pernecessarium: ... Cum consensu et privilegio superiorum. In Nobilis Francofurti. officina Haeredum Palthenianorum, Cura Artmanni Palthenij. Anno Christi M.DC.XVII. Digitalizzato Google. 38. MENÒCHIO Giacomo (Pavia, 1532-1607) Giureconsulto, Lettore all'Università di Padova, Pavia e Piemonte. Senatore e dal 1594 Presidente Magistrato delle entrate straordinarie di Milano e Regio Consigliere. Da: Treccani, Enciclopedie on line. "Menòchio (o Menòcchio; lat. Menochius), Iacopo (o Giacomo). - Giurista (Pavia 1532 - ivi 1607). Insegnò nelle univ. di Pavia, Mondovì, Padova; fu membro del senato milanese e presidente della magistratura delle entrate straordinarie in Milano. Fu un rappresentante della scuola dei pratici, e fra questi conserva un posto preminente. Le opere maggiori sono: De adipiscenda et recuperanda possessione (1565); De arbitrariis iudicum quaestionibus et causis (1569); De praesumptionibus, ecc. (dopo il 1575); De iurisdictione, imperio ac potestate ecclesiastica ac saeculari (1609)". DN. Iacobi Menochii I.C. Papiensis, Regii Ducalisque Senatoris, ac redituum extraordinarium Regiae Catholicae Maiestatis Praesidis Mediolanensis, Divini atque humani iuris peritissimi, Nuper in nobilissimi longeque omnium florentissimi Gymnasii Patavini matutina fede Iuris Caearei Interpretis eminentissimi, CONSILIORUM SIVE RESPONSORUM, Liber Quintus, Opus rerum amoena tractatione iucundum, et decisionum iudiciosa gravitate fructuosum: scholis denique & foro, discentibus atque docentibus in primis utile & necessarium. Nunc denuo in Germania, supra editiones alias omnes maximo studio & diligentia ab infinitis mendis castigatum atque restitutum, nec non characterum varietate distinctis allegationibus in lucem emissum. Adiecto Indice Generali locupletissimo ac Lectori accommodatissimo. Cum Gratia & Privilegio Sacrae Caesareae Maiestat. speciali. Francofurti ad Moenum, Typis & Sumptibus Wechelianorum, apud Danielem & Davidem Aubrios & Clementem Schleichium. Anno M. DC. XXV. Digitalizzato Google. Iacobi Menochii Iurisconsulti Excellentissimi, Primique Iuris Pontificij horis matutinis in Florentissimo Patavino Gymnasio Professoris; DE ARBITRARIIS IUDICUM Quaestionibus et Caussis, Libri Duo, Nunc primum in lucem editi, varia, recondita, perfectaque eruditione referri: & omnibus, iudicia 1Bw&sa=X1=bo
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praesertim exercentibus, oppido quam necessarii. Adiecta sunt Summaria, Indicesq; duo, Argumentorum unus: alter Rerum, Sententiarumq; insignium. Quae in opere habentur, versa pagina clare docet. Cum Privilegio. Venetiis, Apud Io. Baptistam Somaschum, & Fratres. M D LXIX. Digitalizzato Google. 39. Ludovico de MOLINA, Giureconsulto spagnolo, Gesuita, Professore Primario di Teologia all'Accademia di Ebora, Consigliere di grazia e giustizia nel Senato dei Regni di Castiglia, Legato del re Filippo II per la successione al Regno di Portogallo. Da: "De Societate Jesu", Libreria Antiquaria Soave. "Louis de MOLINA (1536-1600), grande teologo gesuita originario di Cuenca, insegnò per un ventennio a Ebora, e fu infine chiamato a Madrid per insegnarvi teologia morale. Con quest’opera [cioè: Liberi Arbitrii cum Gratiae donis, Divinae Prescentia, Praedestinatione et Reprobatione, Concordiae, altera sui parte auctior. D. Ludovico Molina. ..., MDXCV] aveva cercato di conciliare la teoria della Grazia e della Predisposizione con quella del libero arbitrio. La prima edizione apparve a Lisbona nel 1588, e scatenò polemiche assolutamente inattese. Il cardinale Alberto d’Austria ne proibì la vendita, e la fece esaminare da vari censori; dopo aver rischiato di essere messa all’Indice, ne fu poi autorizzata la ristampa solo con l’aggiunta di una Appendice esplicativa. L’edizione “autorizzata” fu quindi a tutti gli effetti quella di Anversa. La nostra edizione, pur citata da tutti i repertori come datata 1595, sulla base dell’indicazione del frontespizio, a noi pare, per le caratteristiche tipografiche, edizione dei primi anni del sec. XVIII, e non a caso contiene la dicitura: “Iuxta exemplar Antverpiae”, ma la particolarità non è segnalata dai bibliografi. Palau, IX/n. 174587 (la indica come terza edizione); De Backer-Sommervogel, V/col. 1669; Enciclopedia Cattolica, VIII/n. 1222. De Hispanorum primogeniorum origine ac natura, Libri quatuor Auctore Ludovico De Molina, Iurisconsulto Hispano, in summo Regnorum Castellae Senatu, gratiae & iustitiae Consiliario, ac Philippi II. Invictissimi, & Potentissimi Regis Legato pro Regni Portugalliae successione. Hac postrema Editione, caeteris praetermissis, correcti, aucti, summa diligentia emendati, variisque, in locis locupletiores facti. Cum Indice duplici: tum locorum communium Iuris Pontificij, & Caesarei: tum fideli, necnon copiosissimo rerum, sententiarumque insignium. Lugduni. Sumptibus Thomae Soubron. M. DC. XIII. Digitalizzato Google. Ludouici molinae ... De iustitia, tomus primus. Complectens tractatum primum, & ex secundo disputationes 251 usque ad vltimas voluntates inclusiue. Cum triplici indice, quorum primus disputationum, alter locorum sacrae scripturae, tertius rerum memorabilium capita complectuntur. Venetiis. D.D. Ludovici De Molina I. C. Hispani ... De primogeniorum Hispanorum origine, ac natura, libri quatuor, hac postrema editione puriores, ac emendatiores prodeuntes, diligentiusque recogniti .. Lugduni: sumpt. Laurentii Arnaud, & Petri Borde, 1672 40. NAVARRO: Azpilcueta Martin (Navarrus). Teologo, canonista e moralista spagnolo, detto il "dottor Navarro" (Barasoain, Navarra, 1492-Roma 1586). Insegnò diritto canonico a Cahors (1520 ca.) e a Coimbra, dove organizzò l'Università (1538-55). Fra i più celebri canonisti cattolici, scrisse opere rimaste classiche: Manuale seu enchiridion confessariorum et paenitentium (1573), De redditibus beneficiorum ecclesiasticorum (1568). Da Enciclopedia Sapere. 1Bw&sa=X1=bo
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Tractatus DE REDITIBUS BENEFICIORUM ECCLESIASTICORUM, Quo docetur quibus usibus sunt impendendi, & quibus personis dandi, aut relinquendi, super cap. quoniam quidquid. 16. q. 1. AUTHORE Martino ab Azpilcueta Doctore Navarro, Sacri Ordinis Roncaevallis Commendatario, Gymnastaque primae functionis sacrae Canonum facultatis in Inclyta Lusitaniae Conymbricensi Academia, iampridem rude donato sive iubilato, e comitatu ornatu; cum prius fuisset eiusdem functionis in celeberrima eademque antiquissima Salmanticensi, & in praesentia in Romana Curia S.D.N. Gregori XIII, eius in foro conscientiae Paenitentiariae obsequijs inserviente. Ad S.D.N. Gregorium XIII. Pont. Opt. Max. Superiorum Permissu. Romae, In officina Iacobi Tornerij, & Iaconi Berecchiae, M DLXXXIIII (1584). Digitalizzato da Google. 41. OSTIENSE, il Cardinale (Henricus, de Segusio Cardinal; Henricus Hostiensis de Segusio). Da: Treccani, Enciclopedie on line "Ostiènse (lat. Hostiensis), il Cardinale. - Nome con cui è più noto Enrico da egusio; anche Enrico Bartolomei), glossatore canonista (Susa inizi del sec. 13º Lione 1271). Professore di diritto canonico a Bologna e a (e forse anche in ), fu successivamente vescovo di Sisteron in Provenza (1244), arcivescovo di Embrun (1250) e, dal 1261, cardinale vescovo di Ostia e Velletri. Fu tra i maggiori giuristi del suo tempo. Autore di una sulle decretali di Gregorio IX e su quelle di Innocenzo IV, legò tuttavia il suo nome soprattutto alla Summa titulorum decretalium, nella quale eccelle il suo temperamento di giurista integrale, dotto nel diritto canonico e nel civile, che gli diede fama di fons iuris." Summa super titulis Decretalium, Originally published: Venedig 1480. MDZ Munchener DigitalisierungsZentrum Digitale Bibliotek. 42. PAOLINO di Nola, ovvero Ponzio Anicio Meropio Paolino (latino Meropíus Pontíus Paulīnus), di origine, venerato dalla come . Da: Santi Beati, San Paolino di Nola Vescovo, di Piero Bargellini: "Discendeva da ricca famiglia patrizia romana (nacque nel 355 a Bordeaux, dove il padre era funzionario imperiale) e favorito nella carriera politica da amicizie altolocate, divenne «consul suffectus», cioè sostituto, e governatore della Campania. Incontrò il vescovo Ambrogio di Milano e il giovane Agostino di Ippona, dai quali fu avviato alla fede cristiana. Ricevuto il battesimo verso i venticinque anni, durante un viaggio in Spagna conobbe e sposò Therasia. Dopo la morte prematura dell'unico figlioletto, Celso, entrambi si dedicarono interamente all'ascesi cristiana, sul modello di vita monacale orientale. Così, di comune accordo distribuirono le ingenti ricchezze ai poveri, e si ritirarono nella Catalogna, deve venne ordinato prete. A Nola, poi, diede inizio alla costruzione di un santuario, ma si preoccupò anzitutto di erigere un ospizio per i poveri, adattandone il primo piano a monastero, dove si ritirò con Therasia e alcuni amici. Nel 409 fu eletto vescovo di Nola. Morì a 76 anni, nel 431. (Avvenire)" Da Wikipedia: ".... Paolino mantenne intensi rapporti epistolari con i più noti religiosi del tempo, in particolare con Ambrogio da Milano, Sofronio Eusebio Girolamo e Agostino. L'Epistolario comprende 49 lettere. Scrisse, inoltre, i Carmina che restano una delle più alte testimonianze della poesia cristiana dei primi secoli. Ci sono pervenuti 33 carmi di cui 14 carmi natalizi, ne compose uno ogni anno durante la sua permanenza a Nola, per il 14 gennaio, giorno del martirio di san Felice. Nel periodo di formazione e di studi compone vari poemetti, ma non ci è pervenuto nessuno di questi." Da: Documenta Catholica Omnia: OPERUM Sancti Paulini. Pars Prior. Epi1Bw&sa=X1=bo
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stolae. Digitized by Google. 43. PARISIENSE Guglielmo d'Alvernia (Aurillac 1180 ca. - Parigi 1249), (Alias: Guilelmus Parisiensis, Guillelmus Aureliacensis Ep. Parisiensi, Guillaume d'Auvegne, Guglielmo Parisiense, Guglielmo di Parigi). Filosofo e teologo francese. Guglielmo, Vescovo di Parigi, alias il Parisiense: "Egli nacque nell'Alvernia, Provincia della Francia, e secondo quello ne scrivono tutti quelli, che di esso fanno menzione, fu Uomo di singolare pietà, e d'insigne dottrina, non meno nelle scienze divine e Teologiche, che nelle naturali, cioè filosofiche, e matematiche: onde per queste sue rare qualità fu nell'anno 1228, promosso al Vescovato della celebre Chiesa di Parigi, da esso pel corso di anni venti governata con fama sempre maggiore della sua illustre pietà, e grande letteratura: e passò all'altra vita nell'anno 1248. Compose molte Opere di vario genere, cioè di materie Teologiche, di Comentarj sovra molti libri della sacra Scrittura; di materie spirituali, ed ascetiche, di filosofiche, e matematiche; e di sermoni sulle Epistole, Evangelj, e Festività dell'anno: e tutte eccellentemente. Le sue Opere sono state più volte date in luce. La edizione ultima delle quali, ch'è quella d'Orleans e di Parigi dell'anno 1674, e anche la più copiosa, accresciuta di alcuni trattati, che non sono nelle anteriori, da cui preso abbiamo ciò che quì riferiremo. Egli dell'Eucaristia ha scritto un intero trattato, del quale riferiremo i passi principali, contenenti sentimenti non tanto replicati; accennando poi gli altri, che veduti abbiamo in altri Scrittori, ed epilogandone il senso, senza lasciar d'intrecciarvi di tratto in tratto anche le sue stesse parole. ... omissis ...". Tratto da: MARIANO DEGLI AMATORI (Prof. di Teologia), Biblioteca Eucaristica ..., Vol. 2, Capitolo CII, p. 283. Da Enciclopedia TRECCANI on line: "Guglièlmo d'Alvernia. - Teologo (m. 1249), dal 1228 vescovo di . È uno dei primi maestri di Parigi a utilizzare ampiamente le nuove traduzioni delle opere di Aristotele, insieme però a quelle delle opere di Avicenna, sì che la sua maniera d'intendere l'aristotelismo si caratterizza per il tentativo di conciliare le dottrine peripatetiche con quelle agostiniane, facilitato in ciò dai commentarî di Avicenna che interpretavano Aristotele in chiave neoplatonica. Difensore degli , combatté il cumulo dei benefici ecclesiastici. Opera principale è il Magisterium divinale et sapientiale (diviso in: De primo principio, De universo creaturarum, De anima, Cur Deus homo, De fide et legibus, De sacramentis, De virtutibus et moribus); tra le altre opere: De immortalitate animae, Tractatus de bono et malo." Altre notizie da: http://fr.wikipedia.org/wiki/Guillaume_d%27Auvergne: "Nacque a Aurillac (comune francese nella regione dell'Alvernia) verso il 1190. Fu dapprima canonico di Notre-Dame de Paris nel 1223; professore di teologia nel 1225. Il papa Onorio III gli affidò molte importanti missioni. Fondò il convento delle Filles-Dieu a Parigi nel 1226, "per ritirare le peccatrici che, nel corso della loro vita, avevano abusato dei loro corpi e alla fine si erano ridotte all'accattonaggio". Fu teologo, consigliere e confessore di San Luigi. Guilhermi divi Parisiensis Episcopi opera. De fide. Legibus. De virtutibus. Moribus. Vicijs. Peccatis. Temptationibus. Resistentijs. Meritis. Retributionibus et Immortalitate anime. Nurnberga: [Georg Stuchs], pridie calendas Apriles 1496. Curatore Peter Danhauser si ricava dalla prefazione. Pubblicato dopo il 31 marzo 1496, non dopo il 1497. Il luogo e la data si trovano nella prefazione Paese di pubblicazione GERMANIA REPUBBLICA FEDERALE. Lingua di pubblicazione LATINO. http://opac.sbn.it/opacsbn/ 1Bw&sa=X1=bo
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44. PARISIO Flaminio (Flaminius Parisius Cosentinus), (Figline VegliaturoCosenza, 1563-1603]. Giureconsulto, Professore di diritto canonico, Lettore primario dello Jus Pontificio in Roma. Vescovo di Bitonto. Da: L. Giustiniani, Memorie Istoriche degli Scrittori Legali del Regno di Napoli, Vol. 3. "PARISIO (Flaminio) nato nella Città di Cosenza nel 1563, con errore dall'Ughelli si fa di Tolentino, e dal Morerì nipote del Cardinale Parisio, avvegnachè non di altro egli pregiossi, che di essere dello stesso casato, deducendosi dall'iscrizione sepolcrale, che fece apporre nel 1603. al testè citato porporato, ove si legge Flaminius Parisius Episcopus Bituntinus Gentilis sui studiorum, et gloriae aemulus Patriae et Familiae ornamento Fieri ex testamento mandavit Qui vixit annos XL. Portatosi da giovanetto in Roma, si procacciò della gloria per mezzo delle sue cognizioni ben per tempo acquistate, e tutto giorno veniva da que' personaggi romani oltremodo protetto, ed ammirato. Tra questi furono il Cardinale Paolo Cammillo Sfrondati, e il di lui Zio Gregorio XIII. che diedegli delle varie cariche, tralle quali quella di pubblico professore di giurisprudenza, che indi a poco giunse ad occupare la primaria cattedra di diritto canonico con molta sua fama, e il Cardinale Vincenzo di Lauro, altro suo esimio protettore se ne prevalse in varie interessanti occasioni; onde lasciò avvisato nelle sue opere: vir sapiens, et alta quadam mente ac judicio praeditus Vincentius Laureus Cardinalis Montis Realis, cujus patronicium jamdiu amplissimum mihi esse, atque ornatissimum intelligo. Non tantosto ascese dipoi al Papato esso porporato Sfrondati col nome di Clemente VIII., che lo creò Vescovo di Bitonto nel dì 27. Settembre del 1593.; ma poco godette di siffatta dignità, essendo morto nell'anno 1603. e di sua età quarantesimo, siccome rilevasi dalla soprallodata iscrizione. 1. Dell'età di anni 28. egli pose a luce un'opera, che fecegli acquistar del buon nome nella repubblica delle lettere. Il titolo è questo: De resignatione beneficiorum. Romae 1591. t. 2. in f. apud Ascanium, et Hieronymum Donangelum. Ella fu riprodotta in Venezia nel 1595. e dinuovo il primo tomo nel 1605., ed il secondo nel 1607. Indi a Tolosa nel 1616. con delle annotazioni di Duclos, e Sollier. Fecesene altra edizione in Venezia nel 1619. apud Schotum; e finalmente in Sudburgi nel 1683. Tralle lodi, che riportò per questa di lui opera, evvi quella di Giovanni Rivellio ne' seguenti versi: Ut paris umbrosa Pastores Pastor in Ida Gallica, ut antistant oppida Parisii. Parisium sic tollit honos, sic anteit omnes Parisius scribas sedis Apostolicae. 2. Niccolò Toppi, e il Marchese Spiriti fan menzione soltanto della suddett'opera; ma egli ne scrisse delle altre, e sono: De confidentia beneficiali prohibita, in qua plene explicantur Pii IV. et Pii V. Summ. Pontif. Constitutiones ad hoc editae. Romae 1596. Fu riprodotta in Venezia nel 1598. e nel 1605. e 1609. insieme col trattato antecedente apud heredes Hieronymi Scoti, in f. 3. Consultatio de controversia inter Paulum V., et Rempt. Venenetam. Coloniae 1607 in 8. 4. Essendogli pervenuta nelle mani un'operetta impressa nel 1580. in 8. senza nome di autore con questo titolo: Practica omnium terminorum Rotae, et alio1Bw&sa=X1=bo
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rum tribunalium in Rom. Curia, omnibus Curialibus necessaria, et utilissima, una cum festis Palatii, fu da lui esaminata, corretta, e riprodotta in Roma nel 1586., e videsene dipoi altra edizione nel 1597. in 8. Molti fan ricordanza del nostro Flaminio, e specialmente il cardinale Vio, Bartolommeo Chioccarelli, Niccolò Toppi, il Marchese Spiriti, Martino Lipenio, Luigi Morerì, il Duclos, il Sollier, ec.". Flaminii PARISII I.C. Consentini, et in almo Urbis Gymnasio Iuris Pontificij Primarij Interpretis DE RESIGNATIONE BENEFICIORUM TRACTATUS Complectens totam fere praxim Beneficiariam. Decisionibus Rotae Romanae, & receptis Doctorum opinionibus attestatam, & copiose comprobatam. TOMUS PRIMUS. Indice primo Quaestionum, altero deinde Sententiarum, ac verborum copiosissimo adiecto. Venetiis, M. DC. XIX. Apud Scotum. Digitalizzato Google. Flaminii PARISII J.C. CONSENTINI, et in almo Urbis Gymnasio Iuris Pontificii Primarii Interpretis DE RESIGNATIONE BENEFICIORUM TRACTATUS Complectens totam fere Praxim Beneficiariam; Decisionibus Rotae Romanae, & receptis Doctorum opinionibus attestatam, & copiose comprobatam. TOMUS II. Indice primo Quaestionum, altero deinde Sententiarum, ac Verborum copiosissimo adiecto. COLONIAE AGRIPPINAE, Sumptibus Antonii Hierati Bibliopolae. Anno M. DC. XV. Digitalizzato Google. 45. PARISIO Pier Paolo: Cosenza, 1473 - 1545). Giurista, Prof. di diritto civile nelle Università di e di Bologna. Rimasto vedovo, entrò nella carriera ecclesiastica, in cui giunse alla dignità di vescovo (Anglona e Tursi nel 1528; Nusco nel 1538) e cardinale (1539). Conosciuto come uno dei tre presidenti del Concilio di Trento nella sua prima sessione del 1542. Lasciò molti lavori di diritto civile e canonico, tra cui 4 voll. di Consilia (post., 1570). Da Treccani, Enciclopedia. CONSILIORUM CONSILIORUM Petri Pauli Parisii Patricii Consentini, S.R. Ecclesiae Cardinalis Amplissimi, Pontificii Caesarei quae iur. consultiss. Pars Quarta. Ex innumeris, quibus antea scatebat mendis, purgata, nunc vero maiore cure pristino candori penitus restituta: necnon argumentis locupletissimis illustrata. Ac praeter locupletissimum indicem elementario ordine confectum, accessere multa, quae in caeteris voluminibus non reperies, non sine maxima studiosorum utilitate. Venetiis, MDXCIII. Digitalizzato Google. Commentaria excellentissimi utriusque iuris doctoris domini Petri Pauli Parisij Consentini primariam iuris pontificij in gymnasio Patauino profitentis in titulum de prescriptionibus. Venezia, 1522. Digitalizzato Google. Commentaria preclara domini Petri Pauli Consentini super capitulo in presentia necnon c. quoniam contra de probationibus ac etiam super c. fraternitatis de testibus subtiliter Padua discussa. Venezia, 1522. Digitalizzato Google. 46. RICCIO Giovanni Luigi (Giovanni Luigi Ricci, Riccius Joannes Aloysius), (1570-1643). Giureconsulto, Dottore in diritto canonico e civile, Teologo, Eruditissimo in tutte le scienze. Patrizio Napoletano, Canonico della Cattedrale di Napoli, Consulente della Congregazione dell'Ordinario, Vescovo di Vico Equense (20 dicembre 1627 - 6 gennaio 1643). PRAXIS RERUM FORI ECCLESIASTICI, et variae decisiones nedum Curiae Archiepiscopalis Neapolit., verum etiam aliorum Tribunalium Ecclesiasticorum eiusdem Regni, Causarum delegatarum, vel ad Consilium auctoris tran1Bw&sa=X1=bo
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smissarum. In qua quidquid in Curiis Ecclesiasticis, & saecularibus frequentius occurrere solet, dilucide, ac succincte continentur. Accesserunt multiplicis argumenti quaestiones, explicatae, quarum elenchum octava pagina indicabit. Opus sane non solum Archiepiscopis, Episcopis, caeterisque Praelatis, verum etiam omnibus Iudicibus, tam Ecclesiasticis, quam saecularibus, maxime necessarium. AUCTORE, JOAN. ALOYSIO RICCIO VIRO PATRITIO NEAPOLITANO, eiusdem Urbis Ecclesiae Canonico. M. DC. XIX. Digitalizzato Google. PRAXIS RERUM QUOTIDIANARUM Ecclesiastici fori in qua variae resolutiones, tam ex iuris civilis, & Canonicis Fonte, quam ex Doctorum traditionibus, ac diversorum Tribunalium, (praesertim Rotae Romanae) Decisionibus, selectae, continentur. Ioanne Aloysio Riccio Viro Patritio Neapolitano Eiusdem Urbis ecclesiae canonico authore. TOMUS TERTIUS Opus praelatis omnibus, et eorum curiis, & Vicesgerentibus, Officialibus, & Iudicibus, tam Ecclesiasticis quam saecularis, caeterisque in foro ver santibus utilissimum, & necessarium. Cum indicibus materiarum, argumentorum ipsarum Resolutionum, nec non rerum, & verborum notabilium, serie alphabetica dispositis. Superiorum permissu, et privilegiis.Venetiis, Apud Iuntas. M DC XXIII. Coloniae Allobrogum. Apud Philippum Albertum. Digitalizzato Google. COLLECTANEA Decisionum omnes fere casus in tribunalibus Italiae praesertim Romanae Rotae, ac Curiae Archiepiscop. Neapolitanae, & eiusdem Civitatis Sacri Consilij, Hyspaniae, Galliae, Germaniae, & Poloniae decisos, ac controversos complectens. In qua sub diversis utriusque iuris sedibus locis S. Conc. Trid. Bullis Pontificijs, Regulis Cancellariae Apostolicae, Constitutionibus, Pragmaticis, Consuetudinibus, Capitulisque Regni Neap. statutisq; urbis Romae breviter collocantur. Opus Iudicibus, Causarum Patronis, ac omnibus in foro, tam Eccles. quam Secul. versantibus, maxime necessarium. Authore IO. ALOYSIO RICCIO Patritio Neap. ac eiusdem Urbis Eccl. Canonico.Pars Quarta. Romae, Apud Andraeam Phaeum. M.DC.XVII Superiorum permissu. Digitalizzato Google. Praxis aurea quotidianarum rerum Ecclesiastici Fori: In qua Variae Iuridicae Resolutiones ex approbatis traditionibus Doctorum, atque diversorum Tribunalium, praesertim Rotae Romanae, Decisionibus, excerptae, continentur. Authore Io: Aloysio Riccio Viro Patricio Neapolitano, eiusdem urbis Ecclesiae Canonico. Opus quatuor partibus distinctum, ... Volumen Secundum continens Tertiam, & Quartam Partem: ... Venetiis, Sub Signo Sapientiae. M.DC.LXXIX. Apud Laurentium Marchesinum, & Socios. Digitalizzato Google. Praxis aurea, et quotidiana novissimae probationis iurispatronatus, eiusdemque existentiae, & pertinentiae, iuxta sacri Concilii Tridentini seriem, Rotaeq; Romanaeq; Curiae, aliorumq; Ecclesiasticorum Tribunalium inveteratum stylum, atque Ritum. Authore Clarissimo Viro Patritio Neapolitano Ioanne Aloysio Riccio Episcopo Viciequensi. …, Neapoli, MDCXXX.) Sumptibus Francisci Balsami. Digitalizzato Google. Praxis aurea quotidianarum rerum Ecclesiastici Fori, In qua Variae Iuridicae Resolutiones ex approbatis traditionibus Doctorum, atque diversorum Tribunalium, praesertim Rotae Romanae, Decisionibus, excerptae, continentur. Authore Io. Aloysio Riccio Viro Patricio Neapolitano, eiusdem Urbis Ecclesiae Canonico.Opus quatuor partibus distinctum. ...Volumen Primum continens Primam, & Secundam Partem: … Venetiis, Sub Signo Sapientiae, M. DC. LXXIV. Digitalizzato Google. 47. ROCCO CORTE (anche Curtius, Rochus de Curte, Rochus de Curte Pa1Bw&sa=X1=bo
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piensis), 15/16 secolo. Giureconsulto bresciano, Dottore in diritto canonico e civile, Consigliere del Margravio di Monferrato, Professore ordinario di diritto canonico presso l'Accademia ticinese, Insegnante diritto a Pavia nel 1515, e successivamente Senatore a Milano. Da: Bibliotheca latina mediae et infimae ... di Johann Albert Frabicius, et alii, p. 411: "ROCHUS de Curte, vel Curtius, Papiensis Jasonis auditor, a. 1470. Gulielmo Marchioni Montisferrati a consiliis, postea circiter a. 1515. in patria Jus Pontificium explicuit, demum Mediolani Senator est creatus. Scripsit de Consuetudine, de Jure patronatus, Paris apud Franc. Regnault, 1500. 4. qui liber extat in Oceano Juris tomo V. fol. 2. Commentarium in titulos aliquos Decretalium, qui MS. est in Bibl. S. Benigni Divionensis. Bern. de Montsaucon Bibl. Bibliothecarum MSS. pag. 1287. Adde Pancirollum de claris Legum interpretibus III. 51. M. Mantuam de illustr. JCtis c. 215." Iurispatronatus TRACTATUS et flores in quibus continentur omnia ea quae ad illam materiam spectant. Autoribus excellentissimis viris Iureconsultis. Dom. Rochi de Curte, Pauli De Citadinis. Ioannis Nicolai. Omni cum diligentia castigati. Cum indice locupletissimo. Lugduni, Apud Petrum Landray. M. D. LXXIII. Digitalizzato Google. Accommodatissimus et conducens admodum tractatus de Jure patronatus a prestantissimo utriusque censure doctore domino Rocho de curte papeinsi Jurium canonicorum in ticinensi achademia, professore ordinario Editus: cum vespertine iuris canonici lecture prefectus esset. 1509 -Digitalizzato Google. Tractatus de Jurepatronatus. Tractatus perutilis et quotidianus de Jurepatronatus: clarissimi utriusque censure doctoris domini Rochi de Curte Papiensis. Jura canonica ordinarie legentis in alma Ticinensi academia: per eum editus: super rubrica de Jurepatronatus; cum lectioni iuris canonici vespertine prefectus esset. Summarijs in hac ultima impressione cuilibet Verbo prepositis. Tabulaque singularis reposita est abundantissime singulas materias; per totum hunc tractatum Dispersas: complectens. Vincentius De Portonariis De Tridino De Monte Ferrato- 1532. Digitalizzato Google. 48. SUAREZ Francisco (1548-1617). Gesuita spagnolo, Giureconsulto, Teologo, Filosofo, Professore di Filosofia e di Teologia Scolastica. Da: SUAREZ A cura di Alberto Manicone "Francisco Suarez, Doctor Eximius, pio ed eminente teologo, come lo denominò Paolo V, nacque a Granada, il 5 gennaio, 1548 e morì a Lisbona il 25 settembre 1617. Entrò nell'ordine dei gesuiti a Salamanca, il 16 giugno, 1564; e in questa città studiò filosofia e teologia dal 1565 a 1570 e fu ordinato nel 1572. Insegnò filosofia ad Avila e Segovia (1571), e successivamente, teologia ad Avila e Segovia (1575), Valladolid (1576), Roma (1580-85), Alcalá (1585-92), Salamanca (1592-97) e Coimbra (1597-1616). Tutti i suoi biografi dicono che fu un eccellente religioso uso alla pratica della mortificazione, laborioso, modesto e dedito alla preghiera. Godette di tale fama di saggezza, a tal punto che Gregorio XIII assistette alla sua prima conferenza a Roma; Paolo V lo invitò a confutare gli errori del re James d'Inghilterra e desiderò trattenerlo presso di sè, per approfittare della sua erudizione. Filippo II lo mandò all'università di Coimbra per dare prestigio a quell'istituzione e quando Suárez visitò l'università di Barcellona, i dottori dell'università gli vennero incontro con le insegne delle loro facoltà. I suoi scritti sono caratterizzati da profondità, da penetrazione, da chiarezza espositiva e testimoniano l'eccezionale conoscenza del loro autore dei Padri, sia di autori eretici che ecclesiastici. Bossuet disse che le scritture di 1Bw&sa=X1=bo
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Suárez contenevano tutta la filosofia scolastica; Werner afferma che se Suárez non è il primo teologo della sua età, è, senza dubbio, fra i primi; Grotius stesso riconosce in lui uno dei più grandi teologi e profondi filosofi e Mackintosh lo considera uno dei fondatori del diritto internazionale. Nella scolastica, egli fondò una sua propria scuola, il "Suarismo", ...". Disputationum DE CENSURIS in communi, Excommunicatione, suspensione, & interdicto, itemque de Irregularitate, TOMUS QUINTUS, additus ad Tertiam Partem D. Thomae. Authore P.D. Francisco Suarez Granatensi, è Societate Iesu, Sacrae Theologiae, in celebri Conimbricensi Academia, Primario Professore. Nunc denuo mendis omnibus expurgatior: Cum Indice triplici, primo Disputationum ac Sectionum, secundo Capitulorum, tertio rerum ac materiarum, locupletissimo. Lugduni, Sumptibus Horatij Cardon, M. DCIIII. Cum privilegio regis. Digitalizzato Google. 49. TAMBURINI Ascanio [Marradi (Firenze), 1580-Ripoli (Firenze), 1666]. Canonista, Generale dell'Ordine dei Vallombrosani, Procuratore Generale presso la Curia Romana, Teologo del Principe Cardinale Giovanni Carlo (16111663), Cardinale dell'Etruria. Autore di due opere, le quali portano il titolo, De jure Abbatum, e De jure Abbatissarum. Morì nella casa generalizia di S. Bartolomeo a Ripoli (l'abbazia di San Bartolomeo a Ripoli si trova in piazza Badia a Ripoli, nell'omonima frazione di Firenze), nell'anno 1666. De iure abbatum et aliorum praelatorum, tam regularium, quam saecularium, Episcopis Inferiorum; Tomus Tertius: In quo de eorundem praelatorum potestate in universali bonorum temporalium administratione; ... Accesserunt viginti et una supra centum S. Rotae Romanae Decisiones, quae varia supra iu eorundem Praelatorum datas Decisiones, iis maxime necessarias, & perutiles continent. Authore D. Ascanio Tamburinio De Marradio, Monacho Vallis Umbrosa, & in Curia Romana Procuratore Generali, & Serenissimi Principis Carolis, Cardinalis Etruria, Theologo. Editio prima, necessariis indicibus illustrata. Lugduni, Sumpt. Haered.Gabr. Boiffat, & Laurentij Anisson.M. DC. XL. Cum privilegio Regis. Digitalizzato Google. 50. VAN-ESPEN Sigero Bernardo (Zeger Bernard Van Espen - lat., Sigerus Bernardus Espenius). Presbitero, canonista belga, dottore in diritto canonico e civile, professore dei sacri canoni presso l'Università di Lovanio. Da Enciclopedie on Line Treccani - http://www.treccani.it/enciclopedia/zeger- bernard-van-espen/ "Espen ‹èspën›, Zeger-Bernard van. - Giureconsulto canonista ( 1646 - 1728), prof. di diritto canonico nella città natale. La sua opera maggiore, Ius ecclesiasticum universum (1700), è un'esposizione completa di diritto canonico, che però fu posta all'Indice dalla Chiesa (1704) per l'adesione del suo autore ai principî dell'episcopalismo e al giansenismo. Il van E. fu poi (1725) processato e condannato per una lettera con la quale aveva difeso la validità dell'elezione e della consacrazione del vescovo di dia/utrecht/" Utrecht in conflitto con la Curia romana; fuggì da Lovanio. Ma la fama delle sue opere non ne soffrì (lo stesso lo cita frequentemente), e il suo pensiero esercitò una influenza profonda sulla posteriore letteratura canonistica". (VOLUME 1) JUS ECCLESIASTICUM UNIVERSUM, Hodiernae Disciplinae Praesertim BELGII, GALLIAE, GERMANIAE et VICINARUM PROVINCIARUM ACCOMMODATUM. Ex ipsis Sacrae Scripturae Litteris, SS. Canonibus, Conciliorum, tum Oecumenicorum, tum Synodalium Decretis, Prontificum rescriptis, SS. Patrum Sententiis, Principum edictis, & Magistratus tam Ecclesiastici, quam civilis praejudiciis variis depromptum. Omnia ex ipsismet 1Bw&sa=X1=bo
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fontibus, Authorum exscriptione neglecta; reductisque ad Usum quam plurimis vetustate inumbratis observationibus optimis. Opus omnibus Episcopis, & eorum Vicariis, Abbatibus, singulisque Ecclesiasticis Iudicibus, Advocatis, Patronis, Parochis, Confessariis, caeterisque tam SS. Theologiae, quam Iurisprudentiae studiosis, maxime in materia Canonica, & Praxi Beneficiaria versantibus, & animarum curatoribus utilissimum, apprimeque necessarium, facem ad quoscunque casus etiam abstrusissimos discutiendos praelucens. AUTHORE ZEGERO BERNARDO VAN ESPEN Presbytero J.U.D. SS.Can. Profess. in Academ. Lovaniensi. Editio in Germania prima, Belgica venustior & Gallici Idiomatis in Latinum subjecta versione, ut & Monumentis ab Authore in fine tantum appositis suis nunc classibus insertis commodior reddita. Coloniae Agrippinae, Sumptibus & Typis WILHELMI METTERNICH Bibliopolae. Sub signo Gryphi, Anno M. D. CC. XV. Cum Permissu Superiorum. Digitalizzato Google. (VOLUME 2) Zegeri Bernardi van ESPEN J.U. Doctoris et Professoris in Academia Lovaniensi OPUSCOLA VARIA sive JURIS ECCLESIASTICI UNIVERSI, Pars Quarta, Complectens Dissertationes Canonicas, & Tractatus De Peculiaritate in Religione & Simonia circa ingressum Religionis. De Instituto, & Officio Canonicorum. De Horis canonici, & singulis Earum partibus. De Simonia circa Beneficia, administrationem Sacramentorum & Celebrationem Missarum: Item De Pensionibus Ecclesiasticis. De Dispensationibus, praesertim Matrimonialibus. De Jure Parochorum ad Decimas & oblationes, & de Competentia Pastorali. Dissertatio ad Regulam: In Dubiis Semita tutior eligenda, cum Explanatione Regulae Juris: In pari Delicto vel Causa potior est Conditio Possidentis. Repagulum Canonicum adversus nimiam Exempionum à Jurisdictione Episcoporum extensionem &c. Ad Legem Juliam de Ambitu, sive de vetita Officiorum venalitate. De Pristinis Altarium, & Ecclesiarum Incorporationibus, & Dotationibus, &c. TOMUS SECUNDUS continens operum partes tres posteriores. Coloniae Agrippinae. Sumptib. Wilhelmi Metternich & Filii Bibliop. Sub Signo Gryphi. Ano M. D. CC. XXIX. Cum Privilegio Sacrae Caes. Majestatis Speciali & Permissu Superiorum. Digitalizzato Google. 51. VASQUEZ Gabriel (Gabriel Vasquez Bellemontanus), (1549-1604). Gesuita spagnolo, Professore di filosofia e di teologia. Da: "Teólogo y filósofo español, jesuita. Nació en Villascuela de Haro y murió en Alcalá de Henares. Su obra filosófico-teológica fundamental es Commentarium a la Summa theologiae de Santo Tomás (ocho vols., 1598-1615). En 1617 fueron publicadas sus Disputationes metaphysicae, que son extractos de los comentarios destinados a servir de texto a los alumnos. Vázquez fue ante todo teólogo, uno de los mayores de su tiempo, abierto a la metodología nueva y positiva y enraizado también en la tradición, especialmente en Santo Tomás y en San Agustín. Sostuvo frecuentes polémicas con Suárez. Algunas de sus tesis características son las siguientes: la verdad es la conveniencia del concepto formal con la cosa misma; no admite la distinción entre la esencia y la existencia, apoyándose principalmente en su inseparabilidad; en psicología se inclina por la no distinción real entre el entendimiento agente y el posible; en teodicea, después de constatar la facilidad con que la mente humana afirma la existencia de Dios, examina tres argumentos comunes para probarla: el de los padres (se nace 1Bw&sa=X1=bo
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de unos padres, los cuales nacieron de otros, y así sucesivamente; es necesario que haya un ser que no nació de nadie), ex rerum universitate y ex conservatione et gubernatione rerum. Da Sapere.it: "Teologo e filosofo (1549-1604). Gesuita, insegnò ad Ocaña, Madrid, Alcalá e Roma, componendo contemporaneamente la sua opera filosofica fondamentale, un vastissimo Commento in otto volumi alla Summa Theologica di o.html" San Tommaso. Fu uno dei più autorevoli teologi della . In nge la separabilità dell'essenza dall'esistenza; in teologia è fautore della tesi del concorso di Dio in tutta la creazione." 52. VIVIANI Giuliano. Nacque a Pisa il 26 settembre 1581. Dotto arcivescovo e giureconsulto. Già all'età di soli 27 anni, è tra i Pubblici Professori della celebre Pisana Accademia, dove insegnò Diritto civile ed ecclesiastico. Nel frontespizio della sua opera Praxis Juris Patronatus, Romae 1620, egli così precisa: "Auctore Juliano Viviano Pisano J.U.D. Primatialis Pisanae Ecclesiae Decano Protonot. Apost. & olim in Patrio Gymnasio Sacr. Can. Professore." Ed egli stesso lo conferma nel corpo della sua opera delle edizioni successive, accresciute e aggiornate, fatte in Roma e in Venezia, l'anno 1648 e 1670. Nella parte I, Libro III, Cap. 2, p. 139, dove scrive: "Et ego ibidem fui Professor, e cum alii Collegam habui Reverendiss. Joan. Angel. nunc utriusque Signat. Refer." La sua opera, "quanto laboriosa e dotta, altrettanto utile pel Foro Civile ed Ecclesiastico, egli dette alla luce nel 1620, impressa in Roma col Titolo di Pratica dei Giuspatronati; e con quella modestia propria soltanto di chi più si pregia di essere, che di comparire dotto ed erudito, egli si protesta nella prefazione della medesima di aver raccolto, a guisa di un'Ape industriosa, tutto ciò, che di buono sparso si trova nell'Opere dei più valenti chiarissimi Maestri della Giurisprudenza; onde i Vescovi, i Vicarj e i Forensi tutti avessero potuto ritrovare in un sol Volume quello, che vi è di più certo e di più conforme all'equità, per discutere litigj, quanto appartiene all'importante ed estesa materia dei Giuspatronati. In fatti fu ricevuta quest'opera con tale applauso da tutti i Giureconsulti e dai Tribunali, che dopo la morte dell'Autore, e nel corso di pochi anni, se ne moltiplicarono l'Edizioni, alcune delle quali furono ancora corredate di Varie Decisioni della Curia Romana, non solo perché nulla mancasse alla piena cognizione di questa materia sì frequente nel Foro, ma perché meglio si conoscesse, e si confermasse la solidità dei principj stabiliti dal nostro Viviani." (pp. 334-335, Memorie istoriche di più uomini illustri pisani) Ormai celebre, il Viviani, il 1621 è Roma: il Cardinale Marcello Lante, famiglia di origine pisana, lo elegge suo Vicario generale nella Diocesi di Todi. Il papa Paolo V lo accoglie con "molta distinzione" e lo onora della sua confidenza, creandolo "suo familiare". E lo costituisce Presidente in alcuni Sinodi Diocesani. Lo incarica quindi di una Visita Apostolica in tutta la Diocesi Pisana. Terminata la quale, essendo già morto Paolo V, sul finire del 1623 ritorna a Roma per rendere conto della sua commissione al papa Urbano VIII. Questi apprezza grandemente il lavoro svolto e lo nomina Vescovo di Salone in partibus. Al titolo onorifico, che tale può dirsi un Vescovado in partibus, segue ben presto "uno di fatti, e di Giurisdizione, per averlo Urbano promosso alla Cattedra Vescovile della Città e Contea dell'Isola nella Calabria". (Isola di Capo Rizzuto: l'imperatore bizantino Leone VI elevò la cittadina di Isola a sede vescovile. Il Viviani fu appunto Vescovo dal 2 maggio 1639 alla sua morte. La Diocesis Insulana fu soppressa il 27 giugno 1818 con la bolla De utiliori di papa Pio VII, e incorporata nella diocesi di Crotone). Non appena compiuto l'anno del suo apostolico ministero, egli è co-
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stretto a lasciare la sua sede per trasferirsi, per ordine del pontefice che lo ritiene degno di adempiere incarichi sempre maggiori, alla Sede Arcivescovile di Cosenza, Città Capitale della Calabria Citeriore. Prima però di partire alla volta di Roma per ricevere il Pallio, fu colpito, il 13 ottobre 1641, da un attacco di febbre. Volle comunque celebrare un Sinodo Provinciale, "di cui conosceva i vantaggj per la conservazione della purità delle Massime, e per l'unità della Disciplina tanto necessaria nella Cattolica Chiesa". Il 1° Novembre 1641, morì. Juliani Viviani De IURE PATRONATUS. PRAXIS IURISPATRONATUS acquirendi, conservandique illud, ac amittendi modos Breviter continens. Denuo pluribus in locis aucta, et locupletata; Et Sac. Rot. Rom. Decisionibus firmata, & ornata, & ad singulas materias secundum stylum Romanae Curiae accommodata. Episcopis, Vicariis, Caeterisque in Foro Ecclesiastico versantibus utilis, & necessaria. Auctore IULIANO VIVIANO PISANO I.U.D. Primatialis Pisanae Ecclesiae Decano, ac Protonotario Apostolico. In hac postrema Editione aliis quamplurimis eiusdem Sacrae Romanae Rotae Decisionibus posterioribus, ac novissimis amplificata. Addito Locupletissimo Librorum, Capitum, Decisionum, Rerum, & Verborum Indice. GENEVAE. Sumptibus Ioann. Herm. Widerhold - Anno M. DC LXXIII. Digitalizzato da Google. 53. ZABARELLA (o Zarabella) Francesco. Da Treccani, Enciclopedie on line: "Canonista (Piove di Sacco 1360 - Costanza 1417). Docente di diritto canonico, vescovo di (1410) e cardinale (1411). Si impegnò attivamente per la risoluzione dello scisma d'Occidente, prendendo parte al Concilio di Costanza ed esponendo le proprie dottrine conciliari nel De schismate (1403-08). Studiò grammatica, filosofia e teologia, ma soprattutto diritto, dapprima a , dove ebbe per maestro A. Naseri, poi a Bologna alla scuola di Lorenzo del Pino e Giovanni da Legnano. A Bologna ottenne la licenza in diritto canonico (1383) e a Firenze la laurea in diritto (1385); a Firenze insegnò poi per cinque anni diritto canonico. Nel 1386-87 conobbe P. P. Vergerio il Vecchio, con il quale contrasse una lunga e solida amicizia. Chiamato (1390) da Bonifacio IX a come consulente per mettere fine allo scisma, tornò poco dopo a Padova, dove insegnò per venti anni e assolse missioni diplomatiche per i signori di Carrara. Nominato nel 1410 vescovo di Firenze dall'antipapa Giovanni XXIII e l'anno dopo creato cardinale, prese parte attivissima alla soluzione dello scisma d'Occidente, intervenendo al Concilio di Costanza che preparò faticosamente; e a Costanza morì poco prima di raccogliere i frutti della sua infaticabile attività. Le sue dottrine conciliari illustrate nell'opera De schismate, compilata fra il 1403 e il 1408, tendevano ad applicare nel campo ecclesiastico le idee della sovranità popolare di Marsilio da Padova e di Guglielmo di Occam. In pratica, egli dapprima sostenne fermamente Giovanni XXIII come legittimo papa, in seguito si pronunciò a favore della deposizione di tutti e tre i pretendenti al soglio pontificio. Tra le sue opere giuridiche: Commentaria in quinque libros decretalium, Commentarium in Clementinas, Repetitiones, Consilia juris." 54. ZOESIO Enrico Giacomo (Henricus Jacobus ZOESIUS), (AmersfoortOlanda, 1571-1627). Dottore in diritto civile e canonico, Professore ordinario di diritto presso l'Accademia di Lovanio (Belgio). Umanista olandese, studiò a Leuven (cioè: Lovanio, vittà universitaria, capoluogo della provincia del Brabante Fiammingo nel centro delle Fiandre e del Belgio. Dista appena 30 km da Bruxelles), dove divenne, appunto, professore di diritto, e rettore dell’università. Ebbe un’eccellente reputazione come studioso di diritto e i suoi commentari furono ristampati fino alla metà del 18° secolo. Morì 1Bw&sa=X1=bo
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il 16 febbraio 1627, all’età di 56 anni. Commentarius ad institutionum juris civilis, 1738. Digitalizzato Google Commentarius ad Digestorum seu Pandectarum, 1778. Digitaliz. Google Clarissimi Viri Henr. Zoesii Amersfortii. In Academia Lovaniensi J.U.D. et Antecessoris, COMMENTARIUS ad DECRETALES Epistolas Gregorii IX. P.M. Opus postumum, quo summaria Explicatio universi Juris Canonici, maxime controversi, traditur atque enucleatur. ... Editio Lovaniensis Secunda. Lovanii, Typis Petri Augustini Denique, Bibliopolae Academici. M DCCXXXII. Cum Gratia, Privilegio & Aprobatione. Digitalizzato Google. Commentarius in codicem justinianeum, Venetiis, apud N. Pezzana, 1757, 8°, pp [6], 617 - Digitalizzato Google.
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INDICE (Dove non altrimenti specificato, la traduzione è contigua al testo latino) INTRODUZIONE .................................................................................................................................. 2 PREFAZIONE ..................................................................................................................................... 31 SITO-BIBLIOGRAFIA ..................................................................................................................... 36 IL DIRITTO DI PATRONATO (Iuspatronatus) nelle STATUIZIONI CANONICHE dal 1123 al 1966, nel COMMENTARIO di G. F. Verani del 1705 e nella DISSERTAZIONE DOTTORALE di J. C. Oesthoff del 1767. ..................................................................................... 39 1. CONCILI LATERANENSI (I, II, III, IV, V) ...................................................................................... 39 1.A. CONCILIO LATERANENSE I (1123) ............................................................................................................. 39 1.B. CONCILIO LATERANENSE II (1139) ........................................................................................................... 42 1.C. CONCILIO LATERANENSE III (1179) .......................................................................................................... 42 1.D. CONCILIO LATERANENSE IV (1215) ......................................................................................................... 44 1.E. CONCILIO LATERANENSE V (1512) ........................................................................................................... 46 2. CONCILIO DI TRENTO (1545) ........................................................................................................... 50 3. CORPO DI DIRITTO CANONICO, Corpus Juris Canonici 1580 ................................................. 56 3.1. DECRETUM MAGISTRI GRATIANI ................................................................................................................ 56 DECRETI DI GRAZIANO ............................................................................................................................................. 65 3.2. DECRETALIUM D. GREGORII PAPAE NONI COMPILATIO ................................................................. 72 3.3. LIBER SEXTUS DECRETALIUM Domini Bonifacij Papae octavi .................................................... 104 3.4. CLEMENTIS PAPAE QUINTI CONSTITUTIONES ................................................................................ 107 4. CODICE DI DIRITTO CANONICO PIO-BENEDETTINO (1917) .......................................... 111 5.PAOLO VI, LETTERA APOSTOLICA ECCLESIAE SANCTAE (1966) ................................... 125
6.JURIS CANONICI UNIVERSI COMMENTARIUS PARATITLARIS (G.F. VERANI, 1705) .......................................................................................................................................................................... 126 COMMENTARIO DELL'UNIVERSO DIRITTO CANONICO SUDDIVISO PER TITOLI .. 184 APPENDICE 1: Autori citati o nominati da Gaetano Felice Verani ...................................................... 261 7. DISSERTATIO JURIDICA DE JURE PATRONATUS (J.C. Oesthoff, 1767). ................................... 274 DISSERTAZIONE GIURIDICA INAUGURALE sul DIRITTO DI PATRONATO ............................... 308 APPENDICE 2: Autori citati o nominati da J. C. Oesthoff .......................................................................... 356
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