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I briganti carovignesi

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FERDINANDO DE SIMONE

I BRIGANTI CAROVIGNESI A Clara e Rebecca LOTTI, le figlie di mia figlia Domenica

CAROVIGNO (Br), Marzo 2021

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Questo libro è di proprietà esclusiva delle mie nipoti, Clara e Rebecca LOTTI, figlie di mia figlia DOMENICA. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione.

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INTRODUZIONE. Scriveva Benedetto Croce nella Introduzione della Storia del Regno di Napoli (1966): "Né un individuo né un popolo vivono senza una storia o una leggenda di quel ch'egli poté in passato e può nel presente e potrà nell'avvenire; e quando la prossima tradizione manchi, se ne cerchi qualcuna più lontana, di remoti tempi e di altri paese, o addirittura quella generale dell'umanità, che ci parla della storia universale." (p. 35) Ecco lo scopo di questa ricerca, da me condotta con il prezioso aiuto del bibliofilo Crocifisso Buongiorno e del genealogista Salvatore Leo: rilevare la presenza di Carovigno nella storia, nel caso concreto, in quella del brigantaggio che Giustino Fortunato (1911) qualificava lugubre storia. A mio avviso, semplicemente storia, né lugubre né altra. Dei briganti, ne ho sentito parlare la prima volta da Tat'Aggìgliu {Nonno Egidio, nonno materno}, in campagna, nelle sere d'estate verso la fine degli anni '50. Mi narrava, visibilmente compiaciuto, del brigante Giuseppe Musollino {Santo Stefano in Aspromonte, 24 Settembre 1876 †Reggio Calabria, 22 Gennaio 1956} e delle sue gesta leggendarie: in particolare, dei suoi camuffamenti e imprese quasi eroiche, quando si faceva beffa delle forze dell'ordine che cercavano di assicurarlo alla giustiza. Un certo non so che di mitico e leggendario che connotava la narrazione del nonno, credo sinceramente sia ancora scolpito nella mia mente. Ora, Carovigno nella storia vuol dire per noi trovarlo essenzialmente nei testi narrativi e storici, nei documenti e atti pubblici, nell'archivio parrocchiale e comunale, negli Archivi di Stato, nelle biblioteche, nei quotidiani dell'epoca, in Internet. E la Carovigno dei briganti, l'abbiamo colta menzionata anche in libri francesi e inglesi. Se vale l'equazione brigantaggio = guerra civile, risulta essere stata, Carovigno, Terra di guerre civili, perché, unitamente al brigantaggio degli anni 1862-1863, occorre considerare la rivoluzione partenopea del 1799 e il tentativo di guerra civile del 1848. Ma anche Terra di rivoluzioni popolari, aventi però una valenza religiosa. Ecco cosa scrive Alessandro Massimo CAVALLO (1911) nella Nota VII dei suoi Dati preistorici e ricordi storici: "La mattina della prima Domenica dopo la Pasqua del successivo 1887 {Domenica 17 Aprile 1887}, il Brigadiere mi disse come il Sabato innanzi vi fossero stati dei torbidi al Santuario, appunto per certe proibizioni mal tollerate, specialmente a riguardo di preti forestieri, impediti a celebrare perché mancanti della tessera richiesta. La presenza dei Carabinieri sedò gli animi concitati; ma in quella Domenica, dopo pranzo, con del vino a buon prezzo, il popolo insorse come un sol uomo, fece uscire la Banda, venne a prendermi di forza, e, con l'intervento dei Carabinieri da me chiamati, si dovette andare processionalmente al Santuario. Intanto pochi ubbriachi avevano commesso dei guasti a danno del Principe Dentice, il quale si vide arrivare in quel momento critico. Ma perché ci erano i Carabinieri niente di altro male si verificò, e la processione ritornò in buono e quieto ordine al paese. {42} In questo, il telegrafo aveva lavorato, e molta forza pubblica si vide piombare, perché si era detto che Carovigno era in rivoluzione e la rivoluzione la aveva promossa il Sindaco stesso! Anzi si telegrafò che il Sindaco aveva ucciso il Principe! E ciò me lo disse l'Ispettore Scolastico Bertoli, che si trovava al Ministero proprio in quel punto. "Io, mi soggiu[n]se, mi posi a ridere alla lettura del telegramma, e, interrogato perché ridevo, risposi che la cosa doveva essere un'amena invenzione, perché conosco quel Sindaco". Ad ogni modo si iniziò un processo nel quale fui complicato a causa dell'opuscolo, quasi che da esso fosse venuta la immaginaria rivoluzione, mentre dal processo non risultò altro fuori di "una dimostrazione religiosa". Con tutto ciò Crispi mi sospese dalla carica! Ma qual colpa era in me se, come Sindaco, portavo innanzi la causa del Comune contro la Casa Dentice? In conseguenza della immaginaria rivoluzione, il Santuario fu chiuso, ed un contingente di truppa ne custodiva l'entrata, col beneplacido ["†Beneplacido. S. M. Beneplacito." Tommaseo-Bellini] dell'Arcivescovo Aguilar! Il Capitolo però si mosse, dietro le premure dei Sacerdoti Francesco Andriani e Antonino Brandi, e ne rapportò alla Sacra Congregazione dei Vescovi, dalla quale venne fuori un Monito per l'Arcivescovo, diretto al Sindaco ff. per trasmetterlo all'Ordinario Diocesano. Sicché Aguilar fu doppiamente umiliato. Così il Santuario venne riaperto riaperto liberamente cioè - e non se ne parlò più."

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- Nel Libro delle Conclusioni Capitolari dell'anno 1907 [Archivio Chiesa Madre di Carovigno], si legge questo: "La Pasqua del 1920 venne funestata da una grande rivoluzione popolare contro l'economo curato D. Giovanni Camassa che, miracolosamente uscì incolume dall'ira popolare: la sua casa però venne quasi completamente distrutta nelle supellettili. Causa della rivoluzione fu il ritocco della Statua della Protettrice Maria S.S. di Belvedere fatto dal Sig. D. Giuseppe Annicchiarico; ritocco che cambiò totalmente il viso della Vergine. La rivoluzione impressionante sempre più, fu sedata dal Sac. Giosuè Lanzilotti, il quale provvide a tutto facendo ritoccare la Madonna durante la notte dal pittore Pappati."

Per avere un'idea della mostruosità della barbarie e immane ferocia che la locuzione guerra civile teneva in sé, valga leggere quel che riporta il Movimento di Genova del 17 Gennaio 1861: "A Barletta nelle Puglie la guerra civile è scoppiata, e da tre giorni il vicino si batte a fucilate col vicino, i parenti fucilano i parenti. Di qual cosa sia capace la guerra civile non lo domandate alle antiche storie, domandatelo al villaggio di Carbonara, i quali hanno visto cinquanta dei loro migliori conterrazzani presi e tradotti sul ciglio d'un burrone, ivi ad uno ad uno decapitati a colpi di scure in mezzo alle briache grida dei carnefici, che si compiacevano di vedere rotolare le mozze teste in fondo al burrone, e poi rividero quei cadaveri mozzati di nuovo trascinati sulla piazza del paese ed ivi posti a fila come maiali posti in vendita ed offerti a chi volesse comprarli. Questa è la sicurezza che ha fatto il governo del Farini nel reame napoletano! La penna rifugge dal descrivere altri orrori che non mancano." [Saggio sulla quistione napoletana.... (1862), p. 74 ==> 81/159)] {Il <<Movimento>>, l'organo del partito d'azione più vicino a Garibaldi che a Mazzini: uscito nel 1855, e nel 1864 avrebbe trovato in Anton Giulio Barrili il suo prestigioso direttore. www.storiapatriagenova.it > Biblioteca_Digitale > Estratti}

Deve perciò valere a fortiori l'equazione brigantaggio = guerra. "Quello ch'appellavano brigantaggio era guerra, e la più terribile che mai popolo facesse a dominatori ingiusti: perché lor toglieva sangue, moneta, e riputazione", scriveva il visconte Giacinto DE' SIVO nella Storia delle Due Sicilie (1868). [p. 466 ==> 477/521] Non altrimenti si esprimeva il marchese C. A. MAFFEI (1865) quando affermava che il "brigandage is the worst of wars". [p. 205 ==> 219/356] Ma la cosa più sorprendente, a parer mio, è l'equazione che si rinviene in B. CROCE (1966) e in F.S. SIPARI (1863): brigantaggio = causa di sé stesso. Praticamente, il brigantaggio "non è che miseria, e miseria estrema, disperata", ed è proprio questa che è la sua causa. Alla domanda che sorge spontanea di quante e quali specie sia stato il brigantaggio postunitario, si può rispondere all'incirca così: Ø brigantaggio come guerra, guerra civile, guerra sociale; Ø brigantaggio comune, politico; Ø brigantaggio come fatto militare; Ø brigantaggio della pubblica strada, e nella città Ø brigantaggio come camorra, e parimenti la camorra come la madre del brigantaggio; Ø brigantaggio come lotta di classe. E, correlativamente, per quanto concerne le specie di briganti, ricorro al DE POLI (1865), per il quale ci sono briganti e briganti: "Alcuni sono davvero soldati, uomini di un'idea, dell'idea dell'autonomia e dell'indipendenza nazionale, che donano senza rincrescimento il proprio sangue e la propria vita per il Borbone che personifica il popolo. Gli altri sono la zizzania che ha prodotto la rivoluzione del 1860, grassatori o briganti di strada, veri banditi, senza fede né legge, senza coscienza né bandiera, feccia delle Due Sicilie, galeotti liberati dai rigeneratori subalpini e che applicano in piccolo il sistema che i loro liberatori applicano in grande da quattro anni!" [314 ==> 323/505] Mi sovviene a proposito ciò che riferisce il Sergente Romano ne Le mie disgrazie:

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"Dopo un anno di boscosa solitudine, un dì si presentano meco tredici masnati individui mediocremente armati, accennandomi essere difensori di Francesco II e della Santa Chiesa Cattolica Romana. Io desideroso di far compagnia in tal oggetto, onde difendere i sopra citati diritti esattamente ai quali ero ben disposto da molto tempo, come a tutti è ben noto; accoglieva detti uomini e con tutto zelo incominciava subito ad occuparmi a tutto quello che mi conveniva. Al che questi mi accettavano per loro Capo, doveano stare sotto lamia ubbidienza per tutti que' buoni comandi che da me si emanavano per bene del nostro Re e della propria vita. Ma siccome in questi esistea il solo sentimento di rubare e non mai quello di farsi onore di eguaglianza al mio incominciavano ad agitarsi contro me, permettendosi dire fra di loro stessi, noi siamo uscito in campagna e siamo chiamati Ladri e dobbiamo rubbare, e se il nostro Capo non fa come noi diciami male morte farà oppure resterà solo. Tale congiura portava presso di me senza saperlo. Si permetteano pure fare de' furti, senza la mia conoscenza dove io ordinava di andare ordinatamente e militarmente con educazione." [G. O. TANCORRE (2011), pp. 53-54] Invece, tra le tante e varie cause, è utile accennare a questa che si attaglia perfettamente ai costumi cittadini e alla vita pubblica della Carovigno di allora: "L'origine {del brigantaggio} sopratutto sta nelle inimicizie feroci, che in ogni paese dividono i pochi signorotti fra loro. I più ricchi sono chiamati borbonici dai meno facoltosi, e questi s'intitolano liberali, per rendersi forti con questo nome e poter denunziare gli altri e sfogare l'accidia e la vendetta per antiche prepotenze sofferte da quelli durante il cessato governo borbonico, che era governo di partito ed ove il danaro assicurava l'impunità." [DI SAINT-JORIOZ (1864), p. 18 ==> 29/449]

Trattare a fondo la questione del brigantaggio, è davvero un'impresa ardua se non impossibile, perché son tante e tali le specie che non è affatto agevole afferrarne il filo conduttore, e il sostrato che le riduca a unità al fine di giungere a una definizione univoca e assoluta. E anche perché, "gli stessi motivi che conducono al brigantaggio cambiano a seconda delle provincie e della loro indole, giacitura, ricchezza e coltura, e le cause sono diverse negli Abruzzi, in Terra di Lavoro, nei Principati, nelle Puglie, in Calabria, come diversi sono i fini e gli scopi; e gli stessi capi banda hanno diversi motori, diversi i modi di briganteggiare, diversa la meta, diverso il principio e l'operato." [Ibidem, p. 10 ==> 21/449] Faccio comunque presente che l'argomento centrale di quest'opera riguarda specificamente i briganti carovignesi che vengono, tra l'altro, nominati, cognominati e agnominati: sia essi stessi che le loro ascendenze; e, ove possibile, vengono esplicitati i loro rapporti di parentela, in particolare quelli di cuginanza. Giunto infine al termine della ricerca, ho rivolto a me stesso le domande che di norma sorgono spontanee: I) quale il mio punto di vista; II) quale il mio criterio di giudizio. Alla prima, rispondo con le parole di Salvatore Morelli, e cioè che con la forza si può distruggere il fenonemo brigantesco, ma non la causa che lo produce: il brigante, non il brigantaggio, che è "la voce brutale dell'istinto che si ribella alla sitematica violazione del diritto umano". In altre parole, se i cittadini si ribellano "è perché veggono il ministero ribellato alla legge fondamentale negando la giustizia ed il benessere proposto nel concetto della rivoluzione". Alla seconda, con il principio confuciano della "rettificazione dei nomi", nel senso che se è naturale che il brigante briganteggi, non lo è assolutamente per uno Stato di Diritto, che si serve - addirittura in misura esponenziale, di mezzi e modi adoperati dai briganti nella loro attività, per l'appunto, brigantesca.

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Per esempio, se è astrattamente concepibile che il brigante incendi una masseria, è una mostruosità giuridica che lo Stato e i suoi organi militari e polizieschi, mettano a ferro e fuoco interi paesi (p.e.: Pontelandolfo e Casalduni, in prov. di Benevento). Aggiungo infine di aver riportato con personale condivisione gli interventi parlamentari anche degli amici e colleghi del Morelli, vale a dire di Giuseppe Ferrari, di Giuseppe Ricciardi, e altresì di Giorgio Asproni. *§* COMPOSIZIONE DELL'OPERA. Quest'opera si compone in buona sostanza delle seguenti parti: - Introduzione 1.0. Prefazione 2.0. Plebiscito 3.0. Briganti e Brigantaggio 4.0. Brigantaggio carovignese 5.0. Conclusione - Biblio-Sitografia - Indice *§* ARCHIVIO DI STATO: BRINDISI, LECCE, BARI, FOGGIA, NAPOLI, AVELLINO, POTENZA BIBLIOTECHE: Biblioteca Arcivescovile "De Leo" di Brindisi Biblioteca Civica "G. De Nitto" di Latiano (Br) Biblioteca Provinciale "Nicola Bernardini" di Lecce Fondazione Biblioteca Benedetto Croce di Napoli Biblioteca Civica "Carlo Bonetta" di Pavia ARCHIVIO STORICO Parrocchiale della Chiesa Madre di Carovigno ARCHIVIO STORICO del Comune di Carovigno RINGRAZIAMENTI: Sig. Crocifisso BUONGIORNO, bibliofilo di Carovigno (Br) Sig. Salvatore LEO, genealogista di Carovigno (Br) Prof. Nicola CRETÌ di Carovigno (Br) Dott.ssa Anna Prodi, ex D.S.G.A. Sig.. Nicola SACCHI, presidenzte dell'Associazione Calliope di Carovigno (Br) Sig. Cosimo SARACINO di Sava (Taranto) Sig.ra Adele DE BIASE e il Sig. Abramo suo fratello di Maschito (Potenza) Sig.ra Cathy BARBANO, genealogista (USA) Sig. Gabriele Orfino TANCORRE, storico di Gioia del Colle (Bari) Sig. Carlo DE LUCA, storico di Polignano a Mare (Bari) Sig. Pietro LO CONTE di Ariano Irpino (AV), storico arianese, titolare del sito www.pietroloconte.it Un ringraziamento particolare, e assolutamente doveroso, lo devo al Prof. Mimmo Lotti, già docente di Italiano presso la Scuola Media "S. Morelli" di Carovigno, che ha fatto una lettura straordinaria dell'opera, sottolineando refusi e imprecisioni, suggerendo consigli, integrazioni e rettifiche. Con la incomparabile sua professionale competenza, ha dato un valore aggiunto a questo studio, sì da renderlo degno di attenzione.

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1.0. PREFAZIONE. Quale discorso previo di presentazione delle problematiche connesse col brigantaggio postunitario, ho scelto di utilizzare in toto la prefazione, Avant-Propos, che il visconte francese Oscar DE POLI (1865) premette alla sua opera, DE NAPLES A PALERME (1863-1864). Si precisa anzitutto che De Poli è un legittimista, sostenitore cioè di Francesco II di Borbone {Napoli, 16/01/1836 - † Arco (TN), 27/12/1894}, alias Franceschiello, ultimo re delle Due Sicilie, salito al trono il 22/05/1859 e deposto il 13/02/1861 dopo l'annessione al Regno d'Italia. Divenuto Servo di Dio, il 16/12/2020, dopo l'apertura del processo di <<canonizzazione>>. {https://www.ansa.it/campania/notizie/2020/12/16/nulla-osta-vescovi-campanivia-a-beatificazione-francescoii_ad785e2b-601b-4c6e-bfff-3d2832b426d1.html}

Perché proprio De Poli? Perché mi si è appalesato come una sorta di inviato speciale che, avec l'énergie de l'homme d'honneur, compie il suo douloureux pèlerinage nel Regno delle Due Sicilie per effettuare de visu un reportage giornalistico sulle drammatiche condizioni nelle quali versavano quelle popolazioni negli anni 1863-64. Riporto qui di seguito la traduzione letterale da me fatta dal francese in italiano. Le aggiunte in parentesi {} sono mie, come anche le sottolineature in grassetto. Il testo originale francese, cui si fa riferimento, Digitalizzato Google, conta pp. 505. Le pagine qui vengono così segnate: [p. x ==> y/505], in grassetto e corpo 10. "[p. 1 ==> 10/505] È la seconda volta, da due anni, che compio questo doloroso pellegrinaggio, nascondendo il mio nome, il mio passato e la mia stessa nazionalità, andando dalla capanna al castello, dal palazzo alla mansarda, dalle abitazioni private ai centri pubblici, interrogando il povero e il ricco, il commerciante e il gentiluomo, ascoltando il prete, il soldato, l'artista; e, per la seconda volta, con l'energia dell'uomo d'onore convinto, io affermo che da Napoli a Palermo, nelle città come nei villaggi, la voce del popolo non fa sentire a lungo che grida di odio e riprovazione. [p. 2 ==> 11/505] Sarebbe troppo comodo, in verità, far sparire brutalmente un trono, una nazionalità, la storia e la felicità di un popolo, se questo popolo non dovesse, con la penna e con la spada, protestare contro la più odiosa delle usurpazioni. Sarebbe troppo agevole negargli il suo diritto e il suo dovere - la giustizia e la religione - se il castigo non seguisse i trionfi spudorati, se l'ovazione assoldata non dovesse finire in berlina. Ho pronunciato la parola religione. Ammettendo che il piemontismo ebbe davvero in vista la felicità della penisola italica, che doveva esso fare per assicurarla? L'unità, essendo il principio riconosciuto e il fine da raggiungere, come prima necessità bisognava ben amministrare, fortificare e incoraggiare, nelle popolazioni, il solo sentimento comune che li unisce dalle Alpi all'Adriatico; bisognava edificare l'unità sul terreno della religione cattolica, apostolica e Romana. Che cosa ha fatto invece il piemontismo? Ha pagato dei giornali per insultare, a un tanto al rigo, la religione del Cristo e il suo rappresentante sulla terra; ha in modo vergognoso annexé, annesso, a dispetto di tutte le leggi e di tutti i trattati, le province più ricche del demanio pontificio; ha imprigionato i preti e i vescovi; li ha brutalizzarti, spogliati, cacciati via; ha decorato e stipendiato i preti atei; ha mutato in caserme, in prigioni, in stalle e talvolta in case di dissolutezza, i conventi, gli ospizi e le chiese; e infine, per colmo di audacia e di ingiuria, ha messo, si dice, la sua croce al petto del [p. 3 ==> 12/505] sacrilego autore de la Vie de Jésus! {Joseph Ernest RENAN (Tréguier, 28 Febbraio 1823 - † Parigi, 2 Ottobre 1892). Filosofo, filologo, storico delle religioni e scrittore francese} Ammettendo la possibilità dell'unità, si può dire che gli uomini del Piemonte hanno infranto l'unico vincolo che la rendeva possibile tra popolazioni così divise per origine, tradizioni e costumi? Oggi, in effetti, grazie a questo sistema rivoluzionario, cioè anticattolico, grazie a questo terrorismo senza precedenti in Italia, il Piemonte è arrivato a non aver più alcun punto di contatto con le province annesse in nome dell'unità; al di fuori dei suoi sbirri, dei suoi fanatici, e dei suoi mercenari, non trova più una simpatia; l'isolazione si fa ovunque intorno ai suoi degni luogotenenti; il nome Piemontese si è addossato, nelle Due Sicilie, un significato ignobile e nulla d'altronde eguaglia la somma dei suoi misfat

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ti, se non è la somma di sordi rancori e di impazienti vendette che mina il fragile edificio della sua unità. Il re Vittorio Emanuele, che diceva in quella fallace proclamazione che da Ancona indirizzava agli uomini di Napoli e di Palermo? Egli prometteva di restaurare in casa loro la morale e la libertà? Un mese più tardi, la memoria del regicida Milano {Agesilao Milano (San Benedetto Ullano, 12 Luglio 1830 - † Napoli, 13 Dicembre 1856). Militare italiano che attentò alla vita del re delle Due Sicilie, Ferdinando II} veniva riabilitata in nome di Vittorio Emanuele stesso e, per ciò che

concerne la libertà, l'Europa intera lo sa, da tre anni le prigioni piemontesi sono affollate a tal punto che il tifo vi ha fatto più danni che una legione di carnefici, fossero essi stessi Pinelli, Fumel o Cialdini. Si prometteva agli Stati annessi una diminuzione sensibile e durevole delle imposte, conseguendo naturalmente tutto [p. 4 ==> 13/505] dall'unità di amministrazione all'interno e di rappresentanza all'esterno. Ora, la somma delle imposte che paga attualmente il regno d'Italia, senza parlare del suo spaventoso deficit, è il doppio di quanto pagavano, prima del 1860, gli Stati annessi; e il re d'Italia, lui solo, riceve annualmente 4 o 5 milioni di più di quanti ne ricevevano insieme tutti i sovrani italiani. Aggiungerò io che la rivoluzione, gettando i suoi uomini nello sfarzo, neglige troppo spesso di incuclare loro la probità? Devi vedere questi meschini parvenu mossi da avidità di onori e di guadagno! Il solo di essi che voleva morire povero, ha perduto la ragione, ma ha guadagnato più di 100.000 sterline di rendita in questo beato regno d'Italia! Quanto dunque hanno guadagnato quelli che non volevano morir poveri? Le sole economie che abbiano avuto importanza per il Piemonte - io non gli farò la grazia di tacere -, in realtà sono infamie: perché esse in genere non poggiano che su ex soldati napoletani, ex impiegati, infermi, vecchi, già pensionati dai Borboni, e ridotti, sotto il regime rigeneratore, a mendicare o altrimenti a morir di miseria. Il piemontismo si è trovato di fronte a popolazioni religiose e morali il cui spirito era la sua condanna suprema. Allora esso ha colpito la religione nei suoi preti e nei suoi beni; ha dato dei premi alla impudenza e alla dissolutezza. Dal fondo delle impure officine dell'alta Italia, ha smerciato un torrente di libri infami, [p. 5 ==> 14/505] immagini oscene, e soprattutto fotografie di una rozza immoralità. Aveva decorato Renan {Joseph Ernest RENAN}; ha fatto di peggio: il fotografo di questo sudiciume ha ricevuto la croce dei San Maurizio e San Lazzaro. {Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro: ordine cavalleresco di Casa Savoia}

<<Non saremo padroni dell'Italia meridionale, ha detto un deputato piemontese, che a condizione di distruggere la generazione attuale.>> Questo funebre e cinico proposito chiarisce, nella sua vera luce, la condotta dei conquistatori subalpini; spiega come e perché i loro ministri hanno elevato a sistema di governo gli arresti e le deportazioni in massa, le cospirazioni salariate, l'incendio, la rovina, la fucilazione, i massacri, in una parola il dispotismo della sciabola; e di che non è capace la sciabola, chi ha paura? È un 93 a fuoco lento, à petit feu. {Regime del Terrore (dal Settembre 1793 al 27 Luglio 1794), fase storia della Rivoluzione Francese}

<<Fate fucilare, scriveva il conte Cavour all'ammiraglio Persano, il 22 Ottobre 1860, fate fucilare! Il tempo delle grandi misure è arrivato!" Questo è l'unico articolo che i successori del troppo famoso uomo di Stato piemontese abbiano mantenuto del suo testamento politico; essi fucilano per fare l'unità, ed essi non vedono che essa scivola e si annegherà nel sangue. Dopo tutto, cosa importa loro che l'Italia sia rovinata, se possono consolidare la loro fortuna sulle rovine dell'Italia? Che importano ai Tartufi {Tartuffe ou l'Imposteur, commedia tragica in 5 atti di Molière} e ai Turcarets {Turcaret, commedia (1a Pubblicazione: 14/02/1709) in 5 atti dello scrittore francese Alain-René Lesage. Turcaret, uomo di modeste origini, arricchitosi grazie a traffici illeciti, verrà arrestato per usura e altre truffe} politici le sofferenze del

popolo che li arricchisce? Il tumulto delle feste ufficiali soffoca a lungo la voce del giusto che impreca e minaccia; ma viene inevitabilmente l'ora [p. 6 ==> 15/505] in cui si realizza l'aforisma profetico che si legge nel preambolo della costituzione degli Stati Uniti: <<Il popolo sopporta

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l'oppressione finché non diviene insopportabile, e la rivolta è sempre l'ultimo termine delle sue sofferenze!" Infine, qual è il bilancio {consuntivo} delle felicità morali e politiche apportate dai rigeneratori al popolo delle Due Sicilie? Perché, una volta per tutte, bisogna che riguardiamo bene in faccia questo raro ammasso di mostruose dilapidazioni e di uccisioni selvagge... - 40 milioni di ducati sottratti al tesoro e spartiti tra gli eroi e i martiri di contrabbando; - La perdita della flotta nazionale, la più numerosa e la più fiorente dell'Italia; - 50 milioni di ducati di materiale bellico e munizioni sottratti alle fortezze; - I palazzi reali, o, per meglio dire, nazionali di Napoli, Portici, Caserta e Capo di Monte, saccheggiati o prostituiti {svenduti}; - Le officine meccaniche di Pietrarsa vendute a un piemontese; - I luoghi di pietà saccheggiati senza pudore e i loro redditi sperperati; - La fortuna privata diminuisce della metà per l'abbassamento della rendita da 120 a 69; - Le imposte che assorbono l'80/% della proprietà; - Migliaia di impiegati pubblici ridotti a mendicare a seguito di ingiuste destituzioni; - [p. 7 ==> 16/505] Più di 80.000 prigionieri politici, a detta proprio di lord Cockrane {Thomas Cochrane, Lord Tomaso, conte di Dundonald, (Lanarkshire, 14/12/1775 - †Londra, 31/10/1860. Ammiraglio e uomo politico britannico};

- 10.000 uomini e donne fucilati o caduti in combattimento; - Una polizia tirannica, assillante, imbecille e ladra; - Una stampa venduta o imbavagliata; - Il segreto di tutte le lettere spudoratamente violato; - L'odioso triumvirato di Rodolfo d'Affitto {Don Rodolfo d'Affitto (Ariano di Puglia, 19/03/1809 - † Napoli, 26/07/1872). Politico italiano. Duca, Marchese, Patrizio}, di Giuseppe Colonna {Conte Giuseppe Colonna di Stigliano, Sindaco di Napoli dal 1°/12/1860 al 17/03/1861. E poi dal 17/03/1861 all'8/05/1864} e di Nicola Damore {Nicola Amore (Roccamonfina, 18/04/1828 - †Napoli, 10/10/1894). Avvocato e politico italiano. Questore di Napoli dal 1862 al 1865. Senatore del Regno d'Italia nella XV legislatura}, divenuti grandi proprietari per grazia ... di Stato; {Quest'ultimo sarà acerrimo nemico del nostro S. Morelli} - La sicurezza pubblica annientata, l'agricoltura abbandonata, il commercio abbattuto; - 120.000 baionette, senza contare le nuvole di sbirri visibili o segreti; - Un deficit incalcolabile; - 28 città o villaggi dati alle fiamme e saccheggiati dai liberatori; - L'irreligione e l'oscenità messa all'ordine del giorno; - Leggi eccezionali, leggi draconiane, selvagge, barbare, approvate e votate da un parlamento più odioso che stupido; - Una magistratura ignara e venduta; - L'istruzione pubblica affidata a uomini senza fede né scienza; - Il regicidio glorificato e pensionato ereditariamente.. Ah! potrei ancora ingrossare questo lugubre catalogo delle vergogne e dei crimini dell'invasione piemontese; [p. 8 ==> 17/505] ma in verità la penna è contraria, colma com'è di disgusto e di orrore. Non è ancora abbastanza per questi ercoli della morale e della libertà, non è ancora abbastanza imprigionare i sospetti, saldare al piede e al polso la catena e la palla, non è ancora abbastanza dare la caccia ai briganti, cioè ai Napoletani fedeli alla loro patria, e di fucilarli a migliaia! Bisogna che il piemontismo scenda ai più infami stratagemmi e raffini la calunnia fino a inventare trappole sconosciute - false cospirazioni di Serracante {Joan Serracante è stato considerato un brigante italiano collaboratore di Tristany} - a meno che tuttavia non le abbia rinnovate da Vidocq! {François Vidocq (1775-1857), Mémoires de Vidocq, chef de la police de Sûreté, jusqu'en 1827, Paris 1828. https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k831238.pdf} Bisogna anche sottoporre le coscienze stesse all'interrogatorio, con l'ausilio di trucchi ignominiosi; bisogna avvilire, annientare tutto ciò che non abbia la spudoratezza di ostentare la coccarda del civismo unitarista; bisogna, non

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lo si è gridato di Torino, bisogna assolutamente, se non lo si vuole regnare da Napoli a Palermo, distruggervi la generazione attuale! I luogotenenti subalpini hanno ragione a proclamarlo: Non essere contro il brigantaggio, è essere contro essi {piemontesi}. Ma essi hanno un bel moltiplicare i libelli insultanti e le esecuzioni sommarie, essi hanno un bel seminare le pensioni ministeriali e le decorazioni piemontesi, le popolazioni sono unanimemente con i briganti, di cuore almeno se non di corpo. L'inverno stesso non rallenta la lotta, e, mentre le sentinelle sarde muoiono di freddo la notte, nelle garitte di Napoli, i figli della patria si accampano fieramente intorno alla [p. 9 ==> 18/505] bandiera nazionale, sul Vesuvio e il Taburno {Taburno Camposauro, massiccio calcareo isolato dell'Appennino Campano, in prov. di Benevento} In un solo giorno del mese di Gennaio, 21 scontri con le bande vengono segnalate telegraficamente al comandante generale di Napoli, che, in un accesso di collera, rompe sulla sua scrivania dittatoriale questa penna burlesca che, ancora ieri, dichiarava al parlamento che nelle Due Sicilie non esistevano che 439 briganti. La rapidità del successo ha certamente fatto voltare dall'altra parte la testa agli uomini della rivoluzione italiana; perché, dal loro apogeo, essi non hanno mai smesso di accumulare colpa sopra sciocchezza, crimine sopra inettitudine, vergogna sopra vergogna. Così, diminuire sistematicamente il numero dei generosi difensori dell'autonomia, non è dimostrare l'impotenza e la codardia dell'esercito di occupazione, o darsi assai assai gratuitamente un brevetto di menzogna? Il lettore alza le spalle, richiamando alla memoria che, da tre anni, i giornali piemontisti hanno trionfalmente annunciato all'Europa la cattura o la morte di 282 celebri capibanda, famigerati capibande {in italiano}. Eppure questa lugubre statistica è sicuramente incompleta! Sappiamo davvero chi sono gli uomini che macellai mascherati da generali, e speziali mascherati da prefetti, osano trattare di assassini trasandati, ladri miserabili, pendagli da forca? Perché il Piemonte, quando non fucila, il Piemonte impicca, seguendo l'esempio dell'Inghilterra. Io ho visto le bande, le ho studiate sul [p. 10 ==> 19/505] posto, secondo natura, io voglio dire senza parzialità ciò che so, tutto ciò che so, il male come il bene. I briganti hanno scritto sulla loro bandiera: religione, legittimità, nazionalità! Come i nostri padri, i Vandeani, essi combattono e muoiono dunque per Dio, il re e la patria. I loro capi, Chiavone, Schiavone, Caruso, Picciocchi e Romano sono, per la maggior parte, degli ufficiali o sotto-ufficiali dell'ex esercito reale napoletano. Le bande sono composte di contadini, disertori e renitenti. In una banda della Basilicata, ho trovato 3 donne, spose fedeli e coraggiose che condividono fino alla morte i pericoli dei loro mariti! Salvo rare eccezioni, le bande sono organizzate militarmente, con trombe e ranghi. La ruberia e ogni violenza accertata sono il più sovente punite con la morte, su decisione rapida di un consiglio di guerra improvvisato. Le requisizioni diventano sempre meno frequenti, soprattutto da quando il riscatto dei piemontesi ingrossa la borsa delle bande; e inoltre i contadini provvedono abbondantemente a tutti i loro bisogni, senza reclamare la minima retribuzione. Mi sovviene che, in una locanda di Popoli, dei contadini messisi a sedere vicino a me, raccontavano che i briganti avevano portato via tutte le provviste da una fattoria del vicinato. - E che volete che facessero? esclamò uno di questi. - Devono morire di fame? Dopo tutto, [p. 11 ==> 20/505] sono Napoletani come noi, ed è meglio che siano essi ad averne tratto profitto. - È vero, dice un altro, ci si fa dare del denaro per i soldati piemontesi! In realtà, il popolo considera dunque i briganti unicamente come soldati dell'indipendenza nazionale. Il che non vuol dire fino al capobanda Manfra {Manfra Antonio di Monteforte Irpino. Banda operante nell'avellinese, distrutta nell'agosto dl 1865} - il solo, io lo affermo, che non abbia alcun movente politico e tiene la campagna solo per depredare; - che non abbia la simpatia dei contadini; perché Manfra non attacca che i ricchi, e soprattutto perché ha ucciso più piemontesi che banditi. - Raccomando ai turisti di evitare i dintorni di Mercogliano (AV) e di Monteforte (Ir-

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pino-AV), nel Principato Ulteriore; è là che si aggira costantemente, fermandosi, maltrattando, rapinando, e qualche volta fucilando, tutto come un piemontese. Riguardo a questo capobandito, è consolante collocare quei capobriganti che si son fatti un nome, nella storia contemporanea, e forse non moriranno in avvenire. Caruso è caduto sotto le pallottole piemontesi, gridando un'ultima volta: <<Viva Dio! Viva il Re! Viva Napoli!>>. Prima di lui, il sergente Romano era stato sciabolato, fatto a pezzi, sulla strada di Mottola, dalla cavalleria piemontese. A Gioia, in Terra di Lavoro, un vecchio contadino mi mostrò il luogo dove i vincitori esposero orgogliosamente, per 3 giorni, [p. 12 ==> 21/505] il cadavere in brandelli. Tutti gli abitanti del paese vollero contemplare un'ultima volta i resti irriconoscibili dell'eroico brigante; si veniva là come a un pellegrinaggio santificato dal martirio; gli uomini si scoprivano la testa, le donne si inginocchiavano, quasi tutti piangevano. Nessuna accusa fu mossa contro la memoria del morto, non un grido di riprovazione si udì, egli portava nella tomba il rimpianto e l'ammirazione dei suoi compatrioti. - Un giorno, aggiunse il vecchio contadino, in tempi migliori, quando ritornerete nella nostra povera Terra di Lavoro, voi saluterete una croce di legno posta al bordo della strada, e vi leggerete questa iscrizione: <<Il Sergente Romano, morto per Dio, il re e la patria!> Mi sembrava di ascoltare una pagina ignorata delle Lettres vendéennes! Caruso e Romano non ci sono più; ma non vengono meno i capi modello che hanno abdicato in anticipo alla vita piuttosto che abdicare alla patria e all'onore; non costa nulla per loro sfuggire al giogo dell'oppressore straniero; soldati oscuri e sovente troppo misconosciuti, non vi è per essi nulla di ciò che incoraggia e ricompensa i soldati delle nazioni indipendenti: la morte in un combattimento ineguale, tal è la sorte che li attende, se la sfortuna non vuole che essi cadano feriti, fatti a pezzi e vengano poi fucilati... A conti fatti, è la morte del soldato, ed è la giustizia suprema [p. 13 ==> 22/505] che il Piemonte rende involontariamente ai Vandeani delle Due Sicilie. Ce ne è uno che per il suo coraggio, la sua abnegazione e la sua dirittura è stato scelto come capo. Io ho nominato Picciocchi {Picciocchi Nicola di Baiano, banda La Gala, capobanda e banda Martini L., ucciso il 2/6/1863}. - Circondato da un centinaio di uomini risoluti, l'eroico capobanda dà battaglia ai piemontesi quotidianamente: li sconcerta, non dà loro tregua, li stanca, li decima; ha giurato di combattere finché l'ultimo di essi non sarà espulso; nessuna vendetta personale, nessuna rapina; impone i suoi ricatti solo a quelli che dopo essersi arricchiti nel regno, lo hanno venduto e consegnato a buffoni e a carnefici. Il popolo ama Picciocchi, perché egli lo rappresenta e lo onora. I piemontesi lo temono, ma non hanno ancora osato calunniarlo, e, per paura che la fama di questo virtuoso capobrigante dia il colpo di grazia alle loro menzognere dichiarazioni, essi hanno organizzato intorno a lui la cospirazione del silenzio. La reputazione di Chiavone, di Pilone, è europea; ma chi conosce Picciocchi? Io l'ho incontrato nel Principato Ulteriore. I monti Vergine e Taburno gli offrono rifugi impenetrabili; egli respira in libertà su queste cime napoletane, all'ombra della bandiera bianca, e, sotto il sole, all'orizzonte azzurro, i suoi occhi scoprono con una gioia amara la città decaduta per la quale forse morirà!.. Tali sono gli uomini che gli affiliati del Re-Galantuomo qualificano come briganti, come se il primo [p. 14 ==> 23/505] dovere di ogni cittadino non fosse quello di difendere, a rischio della sua vita, la terra che l'ha visto nascere! Si rimprovera loro di imporre des rançon, dei ricatti {in italiano}, ma, io lo ripeto, essi colpiscono solo i Piemontesi e i Napoletani traditori della loro patria. Non è un diritto del soldato vivere alle spalle del nemico? Come! voi avreste preso tutto a questi uomini, il loro pane, la loro religione, il loro paese, la loro libertà, il loro onore, ed essi sarebbero infami se vi facessero pagare le spese della vostra odiosa occupazione? Ma, dopo tutto, taglieggiando, i briganti non fanno che copiare i piemontesi. Che si giudichi piuttosto dai fatti seguenti: Arrivai a Cerignola, in Capitanata, un giorno di mercato. Una certa emozione veniva a diffondersi alla notizia di una razzia {saccheggio} di reazionari, non di quelli che si uccidono,

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ma di quelli da cui si esige un riscatto. Appresi che queste misure di salute pubblica erano dovute al patriottismo illuminato del prefetto di Foggia. - Non è soltanto la vita che egli domanda, mi dice lo zio di una delle vittime, ma bensì la borsa e la vita! Un contadino di Stornarella aggiunse a voce bassa: - Oggi non conosciamo che tre cose: le imposte, la prigione, la scarica di fucileria! A San Michele di Monte Sant'Angelo, ugualmente in Capitanata, mi si indicò il pianterreno del municipio come carcere speciale per i parenti [p. 15 ==> 24/505] dei refrattari e dei reazionari in buona posizione di fortuna. - Quelli, mi dice la mia guida, ritroveranno la libertà, ma alla condizione di lasciarsi inesorabilmente riscattare; perché il governo, lui stesso, ha i suoi ricatti {in italiano}. Ecco il governo che doveva restaurare la morale e la libertà! L'ultimo dei suoi amministratori recita la parte di Cesare, e saccheggia seguendo l'esempio dei suoi capifila. Negli Abruzzi, a Polistena {in Calabria}, il sindaco minaccia di fare arrestare come borbonici tutti gli elettori che non voteranno per il candidato del governo; e chi non sa d'essere borbonico, è {comunque} fuori della legge, poi presto fuori della vita? Imprigionare, confiscare, fucilare, tali sono i 3 articoli principali del Codice della rigenerazione piemontese. Non sarebbe quindi troppo facile tracciare un parallelo tra gli eroi subalpini e i briganti napoletani: un solo tratto basti per farlo risaltare. - Ho visitato Auletta, potrei dire le rovine di Auletta. I briganti occuparono, per tre giorni, questa piccola città, senza commettere un solo atto di violenza. I piemontesi vi entrarono a loro volta, senza incontrare resistenza, senza bruciare un detonatore, e la trattarono con una selvaggia barbarie. - Non c'è una sola famiglia di Auletta che non abbia a deplorare qualche attentato da parte della soldataglia. A Barletta, in terra di Bari, mentre attendevo [p. 16 ==> 25/505] dal sottoprefetto che qualche piemontese si compiacesse vidimare il mio passaporto - perché lo si deve far vidimare dappertutto, fin nelle più piccole località che si attraversano - ho avuto l'occasione di assistere all'interrogatorio di una vecchia donna. Era ella pallida sotto i sui capelli bianchi, e curvata sotto gli anni; ma lo sguardo sprizzava ancora qualche scintilla, e io intuivo nel suo corpo caduco una fierezza, una energia indomabile. - Dov'è andato suo figlio? gli domandò brutalmente il delegato di polizia. - Non so niente, signore. - Noi andiamo a scrivere al prefetto di Potenza, che saprà ben ritrovarlo nei boschi di Monticchio o di Lagopesole, perché è là che son tutti. - La vecchia contadina guardava in silenzio. - Qual è la professione di tuo marito? le domandò il piemontese - Viticoltore. - Ebbene! si venderà la sua vigna per pagare la sostituzione (nel servizio militare) del renitente! Il piemontese girò le spalle fregandosi le mani, e la vecchia napoletana uscì, calma e sempre pallida, senza proferire una sola parola. Voglio riportare ancora il fatto incredibile di cui fui testimone a Taranto, in Terra d'Otranto. Il reclutamento aveva già preso il figlio primogenito di un onesto operaio di questa città; l'altro suo figlio era in seminario. Nella notte del 21 e 22 maggio, questo giovane uomo [p. 17 ==> 26/505] fu brutalmente portato via, e condotto a bordo di una nave di Stato che salpava per Genova. Allo spuntar del giorno, il superiore si presentò da questo padre, e gli annunciò la fatale notizia. Il povero operaio dapprima non volle crederci, e, quando ci credette, perse la ragione. Correva per la città, chiedendo ai passanti notizie di suo figlio. Alcuni piangevano nell'ascoltarlo; altri cercavano di riportarlo a casa, ma senza riuscirci. L'autorità intervenne allora. Dei soldati piemontesi, baionetta in canna {cioè inastata}, furono incaricati di arrestare questo padre sfortunato, colpevole d'impietosire il popolo. Ho visto questa caccia... Era rivol

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tante! Poi, verso mezzogiorno, sotto un sole ardente, ho rivisto questo pover uomo, a capo scoperto, ammanettato, incatenato, legato su una carretta che si dirigeva verso la porta della città; seguiva una folla silenziosa e triste. Appresi che le autorità piemontesi lo stavano mandando ad Anversa. Sarà morto per strada. Tali atrocità, non spiegano esse l'ardore che io ci metto nello stigmatizzare l'occupazione delle Due Sicilie da parte dei soldati del re galant homme, e come si vede che io simpatizzo con i martiri napoletani, con i briganti, piuttosto che con i fautori e gli autori di queste mostruosità? Per un istante, io ammetterò anche fino alla realtà i crimini imputati ai fratelli LA GALA. Ebbene! qualunque cosa abbiano fatto, hanno essi mai spinto l'infamia e la crudeltà fino a crivellare di 152 ferite [p. 18 ==> 27/505] un giovane uomo sospettato di fingere d'essere sordo e muto per sottrarsi al reclutamento? I piemontesi hanno fatto questo a Palermo, e la vecchia Europa ha dovuto sussultare di vergogna e di orrore leggendo il racconto delle torture inflitte all'infortunato Capello dai rigeneratori della morale e della libertà italiana! No, i briganti non sono quei vili banditi che ci dipingono i diffamatori assoldati. Nessun oltraggio, nessuna tortura, ma anche nessun eroismo è mancato ai nipoti di Masaniello. Andate ad Ariano (oggi Ariano Irpino-Av), nel Principato Ulteriore, vi si dirà che in un solo giorno, nel mese di Agosto 1863, i piemontesi fucilarono 7 napoletani accusati di reazione. Tra essi si trovava un giovane renitente conosciuto e stimato da tutti gli abitanti. Il comandante piemontese, non per pietà senza dubbio, ma per obbedire alla volontà della popolazione, gli dice di indirizzare al re d'Italia una supplica, nella quale egli abiurava il suo passato e si impegnava a seguire il nuovo ordine di cose; a questo prezzo, gli si prometteva salva la vita. Cosa credete voi che fece il brigante? Rifiutò con una sola parola, senza un segno di esitazione. - Mai! gridò egli fieramente. E qualche istante dopo, lo si fucilò con gli altri. Quando io entrai in Ariano, la popolazione era in lutto a causa di queste sanguinarie esecuzioni. - Sette briganti fucilati! mi dice un uomo del [p. 19 == 28/505] popolo. Domani, per vendetta ne nasceranno 70. In Basilicata, così come nella valle di Bovino, io trovavo villaggi deserti, masserie abbandonate, campi incolti. Una volta, la mia guida mi dice con voce triste: - Non c'è più un uomo in paese! - E che n'è stato di loro? domandai io. - Sono morti, o sono in prigione, o sono con i briganti! Mi si è domandato quale genere di guerra le bande nazionali fanno alle truppe di annessione. Io potrei ricordare qualcuna delle più belle pagine della grande epopea vandeana; ma preferisco attingere la risposta da uno dei nostri avversari politici, il Sig. Pelletan {PierreClément-Eugène (Royan, 29/10/1813 - † Parigi, 13/12/1884). Uomo politico francese}, che, nella sua lettera al Sig. de la Forge {Louis de La Forge (La Flèche, 1632 - † Saumur, 1666). Filosofo francese}, intitolata la Tragédie italienne, risolve la questione in questi termini: <<..... La guerra nazionale è per sua natura una guerra spontanea, capricciosa, a seconda dell'imprevisto e dell'ispirazione. Ovunque ci sia un uomo in piedi, c'è un soldato, ovunque ci sia spazio per una canna di fucile, c'è un proiettile sparato. Il nemico, appare da qualche parte, la campana l'annuncia di campanile in campanile, e da tutti i crocicchi della campagne, e da tutte le siepi, da tutte le eriche, da tutte le case, da tutte le fustaie, la sparatoria scoppietta a destra, a sinistra, in avanti, all'indietro, si spegne qui solo per [p. 20 ==> 29/505] riaccendersi da un'altra parte: un cerchio di fuoco che sempre si allarga davanti al nemico allorché avanza e si stringe su di esso quando si ritira. Ogni provincia altro non è che una immensa fortezza a cielo aperto. Non un ciuffo d'erba che non sia un fortino; non una sinuosità del terreno che non sia una trincea. La terra è dappertutto minata, dappertutto carica, il nemico non può fare un passo che una detonazione non parta sotto il suo piede o al suo orecchio. Egli vaga così all'avventura, in mezzo a un terribile mondo incantato, dove la natura sembra armata contro di lui per

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respingerlo dal territorio. Il tronco d'albero, la punta di una roccia è una sentinella perduta, un fuciliere misterioso, che fa sempre fuoco a bruciapelo. Egli cammina nel fumo di questa perpetua imboscata, trovando la morte a ogni minuto senza poter trovare il nemico. Se un soldato si allontana per andare a procurarsi il foraggio, egli è ucciso; se un altro si ferma un momento per riposarsi, egli è morto. L'esercito nemico scompare così, uomo divorato da uomo, al fuoco di una perpetua battaglia prolungata all'infinito, senza tregua né armistizio. Battaglia di guardia, di posta (di caccia), di dettaglio, di angolo di bosco, di ogni giorno, di ogni minuto. Battaglia sinistra per il conquistatore, che trascina melanconicamente al suo seguito tutti i suoi pezzi di calibro, senza poterli mettere un minuto in batteria. Battaglia lasciata in bianco in tutti i trattati di strategia, battaglia dell'ispirazione contro la scienza, ma dove la scienza è sempre presa alla [p. 21 ==> 31/505] sprovvista e il genio disorientato, ci fosse il genio di Turenne. {Henri de la Tour d'Auvergne, visconte di Turenne (1611-1675), maresciallo francese sotto Luigi XIV, Il Re Sole} Non esiste alcun mezzo umano per sottomettere con la violenza un popolo che intende difendere e proteggere la sua patria. Ed ecco perché dopo tre anni, i piemontesi hanno perduto più di 15.000 uomini nelle Due Sicilie. I reggimenti rientrano decimati, e di una battaglione tutto intero sovente non tornano che pochi poveri diavoli storpi: penosi relitti risparmiati per pietà dai briganti. Nei villaggi sguarniti di truppe o di sbirri, il brigantaggio si svolge assolutamente come in famiglia. Là, tutti sono briganti, cioè antipiemontesi; uomini, donne e bambini, vecchi, preti, guardie nazionali, tutti alimentano l'odio verso lo straniero e accelerano con i loro voti la restaurazione dell'indipendenza e dell'autonomia. In una locanda della Basilicata, mi trovavo seduto accanto a una diecina di contadini, dal viso energico e dal portamento marziale. In fondo alla sala, vi erano ancora 5 o 6 stranieri che attendevano la loro vetturina. Uno dei contadini, un grande giovane uomo dai lunghi capelli neri, si alzò, mise il suo cappello in mano e poi lo porse agli stranieri, poi a me stesso, chiedendo: - Per le anime del purgatorio! Avevo bisogno di rendermi questi uomini favorevoli; gettai un ducato nel cappello del contadino. Egli mi guarda [p. 22 ==> 31/505] con stupore; poi, accostando la sua bocca al mio orecchio, mi dice a bassa voce ridendo: - Voi sapete dunque che cos'è? Grazie per i nostri fratelli, signore! Che spirito, non è vero, in questo pio e triste soprannome dei briganti, <<le anime del purgatorio!>> A proposito di soprannomi, mi si è detto che la povera Basilicata, in epoche diverse, portò quello di <<la Terra dei Morti>>. I piemontesi, hanno dunque giurato di far ad essa riprendere questo funebre soprannome? Ah! Invano inondano di sangue e di rovine queste generose campagne delle Due Sicilie; il popolo non è con loro; se non ha avuto, per respingerli, l'energia della prima ora, ha almeno oggi quella dell'invincibile speranza. Nelle città, quando, conquistandole, gettano come un insulto l'inno di casa Savoia, esse rispondono con il canto dei Borboni o la la Tarantella di Masaniello. Nelle campagne, il contadino porta sul petto, con qualche medaglia santa, una moneta con l'effigie di Francesco II. Nella maggior parte delle capanne {col tetto di paglia}, scostate la tenda dal letto, e voi scoprite un ritratto, una modesta incisione colorata; in basso, leggerete queste parole in italiano: <<Santa Maria Cristina di Savoia.>> - È sua madre! vi dirà il contadino con un'occhiata veloce di intelligenza. Mi sovviene che, passando da Napoli, davanti al palazzo reale, domandai al mio cicerone: [p. 23 ==> 32/505] - Il re, è al palazzo? Non dimenticherò mai lo sguardo di stupore del povero napoletano: - Il re?... il re? ...ripeté più volte abbassando la voce. Eh! signorino {in italiano}, non sapete che il re è a Roma?

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Sì, Francesco II è il solo re del popolo; è in lui che si spera da Napoli a Palermo, e già quante pecore smarrite sono rientrate all'ovile! Più di 70.000 firme coprivano, quest'anno, gli indirizzi di omaggio e di fedeltà inviati al re nell'anniversario della sua nascita. Ho visto a Roma l'indirizzo di Ponte-Landolfo, la città saccheggiata dai rigeneratori; l'indirizzo di Torre del Greco, la città saccheggiata dal Vesuvio e soccorsa da Francesco II; l'indirizzo della guardia nazionale di Napoli, segnato da circa 4.000 nomi... Serve di più per chiarire l'opinione sulle simpatie e la volontà del popolo delle Due Sicilie, annesse agli Allobrogi {Bellicosa tribù celtica della Gallia, tra il fiume Rodano e il lago di Ginevra: odierne Savoia, Delfinato, Vivarese}, in seguito a una odiosa invasione e un plebiscito burlesco? 25.000 elettori, secondo i dati ufficiali, hanno votato l'annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. Ora, dopo 4 anni, 10.000 napoletani sono stati fucilati o caduti nei ranghi del brigantaggio; più di 80.000 individui gemono nelle segrete dei liberatori; 17.000 Napoletani sono emigrati a Roma; 30.000 nel resto d'Europa; per ammissione [p. 24 ==> 33/505] dello stesso ministro della guerra di Torino, la quasi totalità dei soldati dell'ex esercito reale delle Due Sicilie ha rifiutato di arruolarsi sotto l'imbracatura dell'annessione. - È la voce del popolo, cioè della maggioranza che si sente in tutto ciò? Ebbene! ecco quasi 250.000 voci che protestano, dalla prigione, dall'esilio o dalla tomba, contro la confisca dell'indipendenza e della monarchia nazionale! Che risponderanno a queste cifre gli organi del piemontismo? Non risponderanno affatto. La rabbia dei luogotenenti subalpini presto raggiungerà il suo parossismo; sentono scivolare tra le loro mani questa ricca conquista, che ha fatto loro versare tanto sangue; si perdono in sforzi vani, in crimini inutili; il rintocco funebre dei Vespri siciliani fischia sinistramente ai loro orecchi; i proconsoli, altri Damocle, non trovano il sonno nei palazzi reali di cui si sono impadroniti; i cuori chiamano e presagiscono il crollo dell'edificio infame che 1000 Cavour stessi sarebbero impotenti a incoronare. La defezione decima i ranghi piemontisti via via che la fiducia svanisce e la coscienza risorge. Uno di quegli uomini di Stato pentiti, che hanno contribuito più direttamente alla rivoluzione del 1860, mi diceva, a Napoli: <<Quando io considero la situazione del Piemonte da noi, io penso alla dominazione turca: è morta, ma non è seppellita!>>. Che un ministro piemontese, Massimo d'Azeglio, [p. 25 ==> 34/505] scriveva, nel 1861, al senatore Matteucci, è più che mai verità: <<Noi abbiamo cacciato via da Napoli un sovrano per insediarvi un governo basato sul suffragio universale; ma ahimè, ci occorrono 60 reggimenti per mantenere questo regno, e ancora non bastano. È ormai evidente che, briganti e non briganti, non ci vuole nessuno di noi da quelle parti; e non credo che abbiamo il diritto di tirare colpi di fucile a quelli che non vogliono essere uniti con noi.>> In un luogo pubblico, a Caserta, il caso mi fece intavolare una conversazione con un giovane uomo, che parlava assai correttamente il francese. Entrammo subito nella politica, e intesi il mio interlocutore criticare con atroce amarezza il Piemonte e il piemontismo. Vedendo che io mantenevo una certa riserva, aggiunse: - <<Vi siete stupito della mia lingua; lo sarete ancora di più apprendendo che io sono ungherese e che sono stato garibaldino. Cercavo i combattimenti e la gloria: non ho assistito che a dei trionfi preparati dal tradimento. Volevo la libertà: e ho dovuto saldare i ferri {i ceppi dei prigionieri, le catene}. Io volevo la felicità del popolo: ho contribuito a rovinarlo e ad avvilirlo. Infine, io e i miei compagni, ci attendevamo una qualche riconoscenza da parte delle popolazioni; esse simpatizzavano con i briganti, e noi siamo stati ricevuti a colpi di fucile. Allora completamente disillusi, avevamo deciso, alcuni di ripassare in Sicilia, altri di far parte delle bande, [p. 26 ==> 35/505] quando sopraggiunse l'ordine di licenziarci. Mi fu assegnata Caserta per residenza, con un sussidio di due carlini e... la sorveglianza della polizia. Potrei ritornare al mio paese; ma io ho giurato a me stesso di riparare il male che ho fatto: che venga l'occasione, e io combatterò per Francesco II>>.

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Domando come si possa dubitare dell'avvenire in presenza di tali manifestazioni, e soprattutto riguardo a questo giovane re, eroe prima del tempo, così cavalleresco, così benevolo, e soprattutto così intelligente! Io so che la parte più vile della stampa piemontese e i suoi echi mercenari, obbedienti a una parola d'ordine dettata dai giusti presentimenti, hanno provato, da tre anni, a ingannare l'opinione europea sulla monarchia napoletana come pure sul monarca stesso. A giudicare da questi valletti interessati, Francesco II non sarebbe null'altro che un principe sfaccendato, incapace, inerte, inetto, degno per la sua stessa noncuranza di tutte le sventure e perfettamente indegno della simpatia più volgare. Francesco II, fin dalla sua più giovane età, lasciò trasparire un carattere precocemente riflessivo, naturalmente riservato, ma al contempo una intelligente energia e una bontà inesauribile. La bontà e la benevolenza sono infatti l'essenza del carattere del re; ma ci sono anche pochi uomini più generosamente dotati, per quanto riguarda l'intelligenza. Mi rivolgo a tutti quelli che hanno avuto l'onore di approcciarlo e ascoltare la sua parola dolce ma netta, benevola [p. 27 ==> 35/505] ma giusta, apprezzando l'avvenire in modo ancor più intelligente del passato, e non lasciando al visitatore, talvolta sfavorevolmente prevenuto, che il diritto dello stupore e del silenzio pieno di ammirazione. Illustri pellegrini, vecchi diplomatici, rinomati oratori, uomini di Stato francesi o inglesi, amici o nemici, sono venuti a Roma e, guidati da quella curiosità che sospinge verso le grandezze viventi o decadute, essi hanno brigato {cercato di ottenere} l'onore d'essere ricevuti dall'eroe di Gaeta. Non c'è chi non entrasse nel palazzo Farnese con il sentimento del suo proprio valore, esagerato o non, con il sentimento della sua superiorità intellettuale; e chi non sia uscito dal palazzo Farnese emozionato, stupefatto, umiliato forse in segreto per aver incontrato tanta elevatezza e tanta giustezza, nel pensiero e nell'espressione, presso un principe appena uscito da quell'età in cui gli altri uomini sono ancora dei bambini, e non uno che non abbia deplorato l'errore nel quale l'aveva messo e mantenuto la stampa mercenaria o malevola. Il fatto è che la cattiva sorte è la migliore scuola d'esperienza, ed è alla scuola della cattiva sorte che è cresciuto il re Francesco II. Non pensava che al bene quando Dio lo chiamò al trono, o almeno non poteva pensare alla vigliaccheria, allo spergiuro, al tradimento; aveva fiducia nel giuramento di un Nunziante {Alessandro Nunziante, duca di Mignano (Messina, 30/07/1815 - † Napoli, 6/03/1881. Generale dell'esercito borbonico e politico italiano. Nel luglio 1860, dopo la conquista della Sicilia da parte di Garibaldi, aderì alla causa italiana; lasciò Napoli dopo date le dimissioni e restituite le onorificenze}, colmato di benefici dalla casa di Borbone, e nel bacio di questo Ligorio Romano {Patù-Lecce, 27/10/1793 - † 17/07/1867. Politico italiano}, che Giuda stesso rinnegherebbe come fratello! Gaeta ha fatto la gloria di Francesco II; ma ciò ch'è accaduto prima e [p. 28 ==> 37/505] ha por-

tato con sé la caduta dell'indipendenza e della monarchia napoletana, ha fatto l'esperienza precoce del giovane re. Abbandonato, tradito, venduto dalla maggior parte di coloro che i suoi padri e lui stesso avevano creduto affezionarsi per sempre a motivo della molteplicità dei benefici, Francesco II ha presto imparato a conoscere gli uomini; egli disprezza gli uni e biasima gli altri. Tale natura d'élite, natura reale per eccellenza, si è ripiegata su di sé; la sua sfiducia, ahimè!, troppo presto giustificata, ha rimpiazzato dentro questo cuore di re la benevolenza, leale credulità ereditaria dei principi borbonici; calmo, fiero e conscio di esserlo doppiamente, riservato sovente fino alla freddezza, spirito scrutatore e perspicace, intelligenza fertile, mai disincantata, questo è Francesco II. La malasorte raffredda l'anima, ma la eleva e la purifica; calma lo spirito, ma lo ingrandisce; rattrista il cuore, ma gli dà una energia paziente e ragionata. Un principe siffatto è sicuro del trionfo, perché sicuro della sua causa e di sé stesso; paziente senza debolezza, non getterà sconsideratamente la sua spada sulla bilancia, ma pure non ve la getterà invano. Ancor più rimpiango di non biasimare i principi che gettano sconsideratamente la loro spada sulla bilancia; io sono di quelli che, fin dall'infanzia, hanno imparato a rispettare le case reali, anche se deviano dalla strada tradizionale; l'ho già detto altrove, quando la legittimità

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avrà cacciato il re Vittorio Emanuele dai ducati e dal regno usurpato, e che la rivoluzione [p. 29 ==> 38/505] vorrà cacciarlo da Torino stesso, forse allora sarò uno dei volontari del vincitore punito di Gaeta e di Castelfidardo. Il capo di casa Savoia ci guadagnerebbe a meditare le seguenti linee, che traggo dalla Revue des Deux-Mondes {Rivista bimensile francese, fondata da François Buloz, il 1° Agosto 1829}, la cui giustezza mi ha straordinariamente colpito: <<L'abilità dei moderni rivoluzionari, per farsi beffe della monarchia, non ricorda male la politica di quei ribelli dell'Oriente, che lasciano al popolo i loro re, ma immergendoli nella mollezza {o fiacchezza}, che li circonda di un vano omaggio e di un cerimoniale innocente, e consegnandoli alla più totale inerzia, hanno il duplice vantaggio di non aver nulla da temere e tuttavia di sembrar rispettare la loro persona e la loro maestà reale.>> No, Vittorio Emanuele non ha potuto tener mano alla glorificazione del regicidio! Non ha potuto accettare, senza una rivolta interiore, la presenza al parlamento piemontese di Gallenga {Antonio (Parma, 4 Novembre 1810 - †Llandogo, 16 Dicembre 1895). Giornalista, scrittore e patriota italiano. Laurea in giurisprudenza. Deputato del Regno di Sardegna: V e VII Legislatura. Deputato del Regno d'Italia: VIII Legislatura}, che tentò di assassinare il re suo padre!

Non ha potuto frequentare senza disgusto tutta questa feccia dell'Italia, che i suoi ministri, la maggior parte dei quali proveniente da così basso, hanno ornato dei suoi titoli e delle sue croci. Non ha potuto toccare senza disprezzo la mano di Nunziante o di Liborio Romano! Non ha potuto mettere senza orrore il suo segno reale sotto l'atroce Legge Pica, questo capolavoro di mostruosa barbarie, questa specie di assassinio sociale! [p. 30 ==> 39/505] È a seguito delle sue 100.000 baionette e della Legge Pica che i suoi ministri l'hanno condotto a Napoli, dove ha passato in rassegna le sue flotte, - le sue galere, si è detto. - Passate ora in rassegna le vostre casse! gli gridò un diplomatico spiritoso. Sì, vi mancavano solo 5 milioni di franchi, sperperati nel suscitare un finto entusiasmo; ma dietro questo doppio cordone di poliziotti e di ragazze che battevano le mani, ha visto, Vittorio Emanuele, questo popolo di muti, questa folla dallo sguardo beffardo o sinistro, e si è ricordato che il silenzio dei suoi popoli è la lezione {o l'ammonimento} dei re? Questa commedia ministeriale, rinnovata da Potemkim {Cizevo, 24 Settembre 1739 - †Radenii Vechi, 16 Ottobre 1791. Militare e politico russo} minacciava del resto di sciogliersi assai pietosamente, per mancanza di ducati; allora i ministri hanno rimandato Vittorio Emanuele al nord, tra 4 reggimenti e una batteria di cannoni rigati.... Essi non hanno osato chiedergli di andare in Sicilia, dove tanto grande è l'esasperazione popolare, così insopportabile è il giogo subalpino, tanto temevano che l'Europa scoprisse il segreto della commedia! Se il capo di casa Savoia vuol prendere un glorioso posto nella storia, che si liberi di questa plebaglia di traditori, di assassini e dilapidatori, che restituisca ai re legittimi ciò che loro appartiene, che chiami a sé quel partito così potente, il più numeroso in Italia, che ama l'ordine, la religione, la legittimità, e lo si vedrà scomparire nella tormenta vendicatrice fino al ricordo stesso delle prime colpe. [p. 31 ==> 40/505] Al di fuori di questa soluzione radicale, ve ne è un'altra che, già da tempo, ci ha segnalato l'illustre vescovo di Orléans: <<La forza e la volontà della Francia, appoggiata in Europa da tutto ciò che non ha abiurato la giustizia, basterà per rimediare al passato, salvare il presente, e assicurare l'avvenire.>> Non mi resta ora che entrare nei dettagli delle vergogne e dei dolori, che formano la storia del regno delle Due Sicilie nell'anno 1863. Le mie informazioni son prese dalle fonti, le meno contestabili, ufficiali o ufficiose. Lascio d'ora innanzi la parola agli altri, cioè ai fatti."

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2.0. PLEBISCITO. 2.1. PLEBISCITO: Definizione. Secondo il GDLI, plebiscito è voce dotta, derivante dal lat. plebiscitum, comp. da plebs plebis e scitum "ordine, ordinanza", part. pass di sciscĕre "deliberare", incoativo di scīre "sapere", e significa: "Istituto di democrazia diretta con cui (in base alla decisione unilaterale di uno Stato o in forza di un apposito accordo internazionale) la popolazione di un certo territorio viene chiamata a esprimere, mediante votazione, la sua volontà circa il destino politico proprio e del proprio territorio (in pratica, tale istituto è stato usato nel corso degli ultimi due secoli, a cominciare dall'esempio della Francia rivoluzionaria, soprattutto per dare una base di legittimità democratica a operazioni di annessione o di unificazione di un territorio a un certo Stato: particolarmente noti sono i plebisciti indetti, durante la fase culminante del Risorgimento, per decidere l'unione dei vari ex-Stati italiani al regno di Sardegna, trasformatosi così in regno d'Italia)." [p. 659 ==> 667/1156] http://www.gdli.it/sala-lettura/vol-xiii/13 http://www.gdli.it/pdf_viewer/Scripts/pdf.js/web/viewer.asp?file=/PDF/GDLI13/GDLI_13_ocr_667.pdf&parola =

Il Tommaseo-Bellini la definisce: "S. m. Decreto fatto dalla plebe; e oggidì Voto dato dal popolo per l'elezione della qualità del pubblico governo. Aur. Lat. [...] Voce rifatta stor. da Luigi Napoleone; e ravvivata in Italia per le solite imitazioni di Francia, come Arrangiare e Frisore." http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=plebiscito&searchfor=plebiscito&searching=true A proposito di Luigi Napoleone, ecco la mia traduzione (inglese ==> italiano) di un brano di Christopher Duggan (2008), tratto da A History of Ialy Since 1796: "Napoleone {Louis-Napoléon Bonaparte (Paris, 20/04/1808 - † Chislehurst-Regno Unito), regnante col nome di Napoleone III. Presidente della Repubblica francese dal 1848 al 1852. E imperatore dei francesi dal 1852 al 1870} decise ora di accettare le annessioni {al Piemonte di Parma, Modena, Toscana e la Romagna} purché ricevesse in compenso Nizza e Savoia, e quando Cavour tornò al potere in gen-

naio, il suo primo compito fu quello di definire i piani operativi per questo riassetto territoriale. Lo strumento scelto era il plebiscito basato sul suffragio universale, che, come Napoleone aveva mostrato al tempo della sua "elezione" a imperatore nel 1852, poteva essere facilmente manipolato per ottenere il risultato desiderato. L'11-12 marzo 1860, il popolo dell'Italia centrale si recò alle urne in un'atmosfera carnevalesca con bande che suonavano, bandiere sventolanti e proprietari terrieri che accompagnavano i loro contadini, e poiché la votazione era in pubblico, non fu una sorpresa che fossero deposte nell'urna del NO pochissime schede. Prima delle elezioni Cavour aveva promesso che agli ex Stati sarebbe stato concesso un ampio grado di autonomia regionale - promessa che non mantenne - e questa promessa probabilmente ha contribuito a conquistare molti elettori conservatori della classe media. Poche settimane dopo Nizza e Savoia furono consegnati alla Francia con un simile plebiscito artificiale." (p. 206) 2.2. GARIBALDI: plebiscito = sacra funzione. Dalla esemplificazione del GDLI, giova cavar fuori l'esempio che riguarda Garibaldi, rinvenibile, tra l'altro, nelle sue Memorie (1907): "Senza venalità - senza prefetti o birri che violentassero la libera votazione delle genti - si eseguì la sacra funzione del plebiscito - e non vi fu l'esempio nello stato di un voto compro di un cittadino che si prostituisce al padronaggio del potente - [pp. 260-261 ==> 260/561] Vi si coglie l'equazione "plebiscito = sacra funzione".

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Prima di procedere al reperimento di altre analoghe o dissimili, e rispondere anzitutto alla domanda sorgente spontanea sulla normativa che sottende il plebiscito della annessione delle Due Sicile al Regno d'Italia, non posso non rilevare l'incongruenza tra l'asserita libera votazione delle genti e il decreto garibaldino emanato prima dell'esito finale del voto. "N. 237. DECRETO col quale il Dittatore Garibaldi dichiara che le Due Sicilie fanno parte integrante dell'Italia, e che egli deporrà la Dittatura nelle mani del re. 15 ottobre 1860. Per adempiere ad un voto indispensabilmente caro alla Nazione intera, IL DITTATORE DECRETA: Le Due Sicilie che al sangue italiano devono il loro riscatto e che mi elessero liberamente a Dittatore - fanno parte integrante dell'Italia Una ed Indivisibile - con suo Re Costituzionale Vittorio Emmanuelre ed i suoi discendenti. Io deporrò nelle mani del Re - al suo arrivo - la Dittatura conferitami dalla Nazione. I Prodittatori sono incaricati della esecuzione del presente decreto. S. Angelo {in Formis, frazione di Capua} 15 ottobre 1860. G. GARIBALDI". [(p. 474) Raccolta degli atti del governo ..., Palermo 1861] 2.3. PIETRO CAVALLO: Note sulla fine di un regno. Al fine di esprimere un giudizio motivato su tale atto garibaldesco, ascoltiamo, per così dire, dalla viva voce del carovignese Pietro Cavallo che all'epoca risiedeva in Napoli, come vi si pervenne. Pietro CAVALLO [Carovigno, 22/11/1827 - † 16/03/1900. Il Ricoglitore Medico Chirurgo (a. 1856), compilato da Pietro Cavallo. IL MORGAGNI Opera periodica di Medicina e Chirurgia, compilata dal prof. Pietro Cavallo e da altri colleghi napoletani. Prima importante rassegna scientifica medica dell'Italia risorgimentale.] In Enzo FILOMENA (1994) si legge: "Pietro Cavallo spettatore, in burrascosi periodi, di quanto succedeva a Napoli e raccoglitore di notizie dalla viva voce di amici e persone implicate in quelle vicende, trovò, in vari punti, incompleta l'opera del DE CESARE, La fine di un regno, ed allora, nel 1895, pubblicò, in Napoli, un libricino: <<Note sulla fine di un Regno>> nel quale, correggendo qualche narrazione del De Cesare e precisando meglio alcuni avvenimenti, volle ritrarre più chiaramente quei tristi tempi, in cui emergono persone spente da pochi anni e integerrimi patrioti. E di ciò non contento, nell'anno successivo, dette alla luce un altro opuscolo, anche impresso in Napoli, che intitolò: <<Continuazione alle note sulla fine d'un Regno>> nel quale narra altri particolari non menzionati dagli storici, e il come Garibaldi si decise a decretare l'annessione delle persone napoletane al Piemonte".

Ora, da quest'ultimo opuscolo, datato Napoli 1896, traiamo quanto scritto dal carovignese sul decreto di annessione al Piemonte. "I. [p. 3] Il general Garibaldi il giorno prima di entrare in Napoli si trovava a Salerno, e per incarico avuto da Cavour si presentò a lui una commissione composta da Giuseppe Pisanelli, Salvatore Tommasi, Demetrio Salazar. Detta commissione aveva il mandato di persuadere Garibaldi a fermarsi a Napoli, ove avrebbe avuto certamente aiuto dal Piemonte, e a non spingersi verso Roma, come sembrava desiderio del generale; perché ivi si trovavano accampate truppe francesi a guardia del Papa, e Napoleone III, benché amico dell'Italia, non avrebbe mai permesso che vi entrassero i soldati garibaldini. Garibaldi per tutta risposta, disse loro: Napoleone III ha la coda di paglia ed io gliela brucerò; e licenziolli. [p. 4] Sin da quel momento s'incominciò a comprendere che la Rivoluzione, condotta così gloriosamente da Marsala a Palermo e da Palermo a Napoli al grido di viva l'Italia viva Vittorio Emmanuele, minacciava ora di assumere un falso e rovinoso indirizzo. Tuttavia Garibaldi, entrato in Napoli il 7 settembre {1860} e proclamato Dittatore, formò un Ministero di uomini oltre ogni dire previggenti, i quali vedevano chiaramente che quella Rivoluzione, proceduta sino allora a gonfie vele, aveva ora bisogno dell'aiuto del Piemonte

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per sostenersi e giungere in porto sicuro; e si accinsero con forte animo a lavorare a questo scopo. Nella santa opera i Ministri venivano coadiuvati alacremente dal municipio, da tutti i liberali di buona volontà, e massime dalla stampa del giornale il Nazionale, diretto da Ruggiero Bonghi, il quale si batteva da leone, come dice Raffaele de Cesare in una commemorazione del grande uomo. Vi collaboravano pure Giuseppe Pisanelli, Silvio Spaventa, Francesco De Santis, Antonio Ciccone, Camillo Caracciolo di Bella, e tanti altri insigni. Si scrisse un caloroso indirizzo a Vittorio Emmanuele, esortandolo per la salvezza d'Italia a non frapporre più indugio ed a varcare le frontiere di Napoli. Ma tante belle speranze s'infrangevano contro un potere occulto, superiore al ministero, al municipio, alla stampa, a tutti: era la Segreteria Dittatoriale, a capo di cui si trovavano Bertani e Filippo Agresti. Essi, repubblicani di puro sangue, [p. 5] comprendevano naturalmente che avrebbero dovuto deporre il potere non sì tosto Vittorio Emmanuele fosse venuto in Napoli. D'altra parte s'illudevano di potere andare facilmente a Roma col solo prestigio e valore di Garibaldi e dei garibaldini; e forse vagheggiavano anche l'idea d'impiantarvi la repubblica. Per riuscire quindi ad attuare simili intenti, dal cui trionfo sarebbe derivato ad essi grande merito e gloria, ricorsero ai mezzi più esiziali. Incominciarono ad osteggiare con ogni possa l'aiuto del Piemonte, a disseminare e a fomentare rivalità ed odii fra napoletani e piemontesi, odii che malauguratamente durarono molto tempo appresso. Si mandò in esilio Silvio Spaventa, e si spiccò ordine di cattura contro Angelo Beatrice, uomo molto erudito, liberale di salda tempra, ed amico di Giacomo Leopardi, quando questi si trovava in Napoli, ospite di casa Ranieri. (1) Ai prefetti di provincia s'ingiunse di arrestare tutti i promotori dell'indirizzo a Vittorio Emmanuele. E perfino [(1) Il Beatrice mi raccontò il seguente aneddoto. Leopardi prestava fede alla credenza popolare, che cioè il rospo affascinasse gli uccelli, i quali con le loro ali roteando e facendo dapprima larghi giri e poi man mano restringendoli andava infine a cadere nella bocca di quel perfido animaletto. Il Leopardi, affascinato forse anch'esso, si mise a comporre in proposito una sua poesia; e mentre scriveva e vi lavorava intorno, entrò nella stanza il prof. Salvatore De Renzi, suo medico, al quale domandò se fosse vera quella credenza. Il De Renzi rispose ch'era una fandonia; e Leopardi allora melanconicamente soggiunse: un'altra illusione svanita! E, preso il foglio già pieno di versi, lo lacerò!] [p. 6] si osò di spedire un telegramma al Tripoti in Toscana di ricevere a fucilate i piemontesi;

telegramma che poi per carità di patria si cercò di smentire. La Provvidenza però, che allora non era avara dei suoi aiuti alla fortuna d'Italia, fece subito intravedere a Garibaldi in quali e quanti pericoli si poteva incorrere con quella infausta politica. E a vero dire valsero molto in proposito gli efficaci consigli dei generali Errico Cosenz, Giuseppe Sirtori, Stefano Thur, suoi compagni d'armi, di Raffaele Conforti, e massime del venerando Giorgio Pallavicino, solo superstite dei martiri dello Spielberg. Con tutto ciò Garibaldi rimaneva ancora perplesso ed indeciso, attratto sempre nell'orbita degli uomini della sua Segreteria. Il colpo di grazia, che decise infine il dittatore a decretare officialmente l'annessione delle provincie napoletane al Piemonte, partì dal Comitato di propaganda liberale, il quale esisteva molto prima del 1860, ed aveva sua sede nello stabilimento musicale di Teodoro Cottrau {Napoli, 7/12/1827 - † 30/03/1879. Compositore, noto - tra l'altro - per aver scritto parole e musiche della canzone napoletana Santa Lucia} a san Ferdinando. Ivi si organizzò una imponente dimostrazione, che percorrendo via Toledo al grido di viva l'annessione, fece sosta presso il palazzo d'Angri, residenza del Dittatore. Ogni dimostrante aveva sul cappello uno scritto a grandi caratteri, col motto: vogliamo l'annessione. In quel luogo adunque s'alzarono più forti ed insistenti le grida, e Garibaldi, affacciatosi al balcone, domandò al ministro Conforti, che gli stava a fianco, che cosa si vuole? Questi rispose: Dittatore [p. 7], il popolo vuole l'annessione delle provincie napolitane al Piemonte. Allora Garibaldi, rientrato nel suo gabinetto, firmò il decreto di annessione. Poco dopo comparve allo stesso balcone il Conforti, tenendo in mano e sventolando un foglio, e ad alta voce disse: <<Signori, il Dittatore, ottemperando ai desiderii del popolo, non ha indugiato un sol momento a sottoscrivere il decreto tanto

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da voi reclamato, che si trova già in questo foglio, ed ora vado io stesso alla tipografia per farlo dare alle stampe>>. Tali parole furono accolte da frenetici applausi, e poi la dimostrazione si sciolse fra il giubilo universale e fra le fragorose ed entusiastiche grida di evviva l'annessione, viva Garibaldi e Raffaele Conforti. Dopo tale avvenimento ognuno comprende di leggieri che la situazione politica era interamente mutata, perché invece di ostacolarsi l'aiuto del Piemonte, ora al contrario s'invocava. E così potè salvarsi quella rivoluzione leggendaria, di cui Garibaldi fu il grande eroe." 2.4. SUFFRAGIO UNIVERSALE E DIRETTO. Praticamente, quella sacralità plebiscitaria, la si ritrova convertita in una mera formalità. Nei Regi Decreti NN. 4498, 4499 del 26/12/1860, in virtù dei quali, le province, rispettivamente, napoletane e siciliane fanno parte integrante dello Stato Italiano, il re Vittorio Emanuele II, prima di tutto vedeva il plebiscito sottoposto al suffragio universale e diretto. Attesoché il plebiscito era un mera formalità, cos'era invece il suffragio universale e diretto? Ce lo dice lo storico inglese Denis Mack Smith (1977) in Cavour e Garibaldi nel 1860: "In Sicilia si affrettavano i preparativi in modo che il plebiscito si svolgesse il 21, coincidendo così con quello di Napoli. A Palermo, su una popolazione totale di un quarto di milione di abitanti, gli elettori registrati erano solo poco più di quarantamila e di essi trentasettemila avrebbero poi effettivamente votato. Quella di <<suffragio universale>> era evidentemente un'espressione arbitraria. Molti cittadini non si erano affatto iscritti nei registri <<per non avere allora niente capito dell'importanza del diritto di elettori...; in cinque mesi molti hanno smarrito il biglietto, molti non l'hanno più perché non sapevano cosa farsene.>>1 [1 <<Il Regno d'Italia>>, 17 ottobre.]" [pp. 471-472

In breve, si ha: il plebiscito = una sacra funzione = un mera formalità. E il suffragio universale = un'espressione arbitraria. 2.5. NORMATIVA DI RIFERIMENTO. Per rispondere alla domanda spontanea sorta in me, ecco gli atti normativi afferenti: (A) la fissazione della data di convocazione dei comizi del popolo delle province continentali dell'Italia meridionale; (B) la indizione dei plebisciti; (C) la promulgazione del plebiscito; (D) la accettazione delle annessioni delle province del Regno delle Due Sicilie. *§* (A) ATTI OFFICIALI ESTRATTI DAL GIORNALE OFFICIALE DI NAPOLI 1860 - Num. 9. Ottobre dall'8 al 9. ================================================================= Napoli 8 Ottobre ITALIA E VITTORIO EMMANUELE IL DITTATORE DELL'ITALIA MERIDIONALE

Sulla proposizione del Ministro dell'Interno, deliberata in Consiglio dei Ministri, DECRETA

Art. 1. Il popolo delle province continentali dell'Italia meridionale sarà convocato pel dì 21 del corrente mese di ottobre in comizii, per accettare o rigettare il seguente plebiscito: <<Il popolo vuole l'Italia una ed indivisibile, con Vittorio Emmanuele, Re Costituzionale, e suoi legittimi discendenti>>. Il voto sarà espresso per sì o per no, col mezzo di un bollettino stampato.

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Art. 2. Sono chiamati a dare il voto tutti i cittadini che abbiano compiuto gli anni ventuno, e si trovino nel pieno godimento dei loro dritti civili e politici. Sono esclusi dal dare il voto tutti coloro i quali sono colpiti da condanne, sieno criminali, sieno correzionali, per imputazioni di frode, di furti, di bancarotta e di falsità. Sono esclusi parimente coloro i quali per sentenza sono dichiarati falliti. Art. 3. Dal Sindaco di ciascun comune saranno formate le liste dei votanti, ai termini dell'articolo precedente, le quali verranno pubblicate ed affisse nei luoghi soliti pel giorno 17 ottobre. I reclami avverso le dette liste saranno prodotti fra le 24 ore seguenti dinanzi al Giudice del circondario, che deciderà inappellabilmente per tutto il dì 19 detto mese. Art. 4. I voti saranno dati e raccolti in ogni capoluogo di circondario, presso una giunta, composta dal Giudice presidente e dai Sindaci dei Comuni del circondario medesimo. Si troveranno nei luoghi, destinati alla votazione, su di un apposito banco tre urne, una vuota nel mezzo, e due laterali, in una delle quali saranno preparati i bullettini col sì, e nell'altra quelli del no, perché ciascun votante prenda quello che gli aggrada e lo deponga nell'urna vuota. Art. 5. Compiuta la votazione, la giunta circondariale, in seduta permanente, invierà immediatamente l'urna dei voti, chiusa ed assicurata, per mezzo del Giudice, suo presidente, alla giunta provinciale. Art. 6. In ogni capoluogo di provincia vi sarà una giunta provinciale, composta dal Governatore presidente, dal Presidente e Procuratore Generale della Gran Corte criminale, e dal Presidente e Procuratore regio del Tribunal civile. Tale giunta, anche in seduta permanente, procederà allo scrutinio dei voti, raccolti nelle giunte circondariali, ed invierà immediatamente il lavoro, chiuso e suggellato, per mezzo di un agente municipale o di altra persona di sua fiducia, al presidente della Corte Suprema di giustizia. Art. 7. Lo scrutinio generale de' voti sarà fatto dalla indicata Suprema Corte. Il presidente di essa annunzierà il risultato del detto scrutinio generale da una tribuna, che verrà appositamente collocata nella piazza di S. Francesco di Paola. Art. 8. Per la città di Napoli la votazione si farà presso ciascuna delle dodici sezioni, nelle quali è divisa la capitale. La giunta di ogni sezione sarà composta dal Giudice di circondario presidente, dall'Eletto e da due decurioni all'uopo delegati dal Sindaco. Saranno applicate per la città di Napoli tutte le regole, stabilite per gli altri comuni, in quanto alla formazione delle liste ed alla discussione dei reclami. Art. 9. I Ministri dell'Interno e della Giustizia sono incaricati della esecuzione. Napoli 8 ottobre 1860 Il Pro-Dittatore GIORGIO PALLAVICINO Il Ministro dell'Interno e Polizia RAFFAELE CONFORTI. [pp. 97-98 ==> 98/353. Atti Ufficiali del Governo delle Provincie Napolitane dal 7 Settembre al 31 Dicembre 1860. Vd. anche il "(N.° 94.) DECRETO che fissa pel 21 del corrente mese la convocazione in comizii del popolo delle provincie continentali dell'Italia meridionale." (pp. 287-289) in Collezione delle leggi e de' decreti emanati nelle Provincie Continentali ..., Napoli 1860.]

Riguardo al decreto Pallavicini di cui sopra, Laura ALVARO, ne Il Plebiscito del 1860 NELLA PROVINCIA DI LECCE (Lecce 1921), precisa che tale "[p. 55] decreto fu, in parte, modificato con l'altro dell'11 ottobre {1860}, dove venne stabilito che la votazione, invece di essere tenuta nei soli capoluoghi dei circondari (oggi mandamenti), avesse luogo in ciascun comune presso una Giunta composta dal Sindaco, dal Decurionato e dal Comandante locale della Guardia nazionale (articolo 1), e all'art. 3, era scritto: <<Ove non basti il giorno 21 alla votazione, la Giunta rimarrà in seduta permanente, sin a che la votazione non sia compiuta. {(N.°

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114.) Decreto che istituisce in ciascun comune una Giunta incaricata di raccogliere i voti de' comizii, e parimenti una Giunta per ogni sezione della città di Napoli. Collezione delle leggi e de' decreti .... (pp. 308-309)}"

L'autrice spiega poi che la circolare illustrativa del Prodittatore Pallavicini venne comunicata dal Governatore de Caro alle Autorità provinciali, il 18 ottobre 1860. E aggiunge infine che la trascrive "per la sua importanza in questi grandiosi avvenimenti: <<Per la solenne votazione del Plebiscito. Lecce 18 ottobre 1860. Ai Signori Regi Giudici, Sindaci e Capi della Guardia Nazionale della Provincia. Signori. Le comunico la seguente circolare Ministeriale, perché le dia la più estesa pubblicità, e curi che nell'atto solenne che va a compiersi domenica 21 del corrente, ne siano scrupolosamente osservati i principi. "Signor Governatore - Ella ha ricevuto per mezzo de' telgrafi il decreto che convoca il popolo per accettare o rigettare il seguente plebiscito: <<Il popolo vuole l'Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele e suoi legittimi discendenti.>> L'importanza di questo grande atto, che deve decidere delle nostre sorti ed integrare la Nazione, è visibile e manifesta, ed io crederei offendere [p. 56] il patriottismo della Signoria Vostra, se spendessi molte parole a dimostrarlo. Ho creduto però mio debito esporle alcune considerazioni in proposito, affinché sia noto all'universale che il Ministero sente e conosce i supremi doveri, che gli impongono le presenti necessità. Ella quindi trasmetterà a tutti i pubblici funzionari da lei dipendenti, e diffonderà in tutti i luoghi della sua giurisdizione la presente circolare. Questa nobilissima parte della Penisola che si dicea Reame di Napoli fu sequestrata finora dalla vita Nazionale. Un feroce dispotismo, che non ha riscontro nelle storie, aiutato da forze mercenarie, e dalle arti inique e più vili, comprimendo fortemente il popolo, era un potente ostacolo alla restaurazione della Patria Italiana. Ma un eroe, seguito da un pugno di prodi, con una serie di prodigi, che hanno sorpreso il mondo, rompea quel fascio di forze che sostenea l'oscena tirannide, e ci liberava. Innanzi e dietro i passi dell'uomo straordinario le nostre popolazioni insorsero, e la Monarchia, fuggitiva cogli ultimi avanzi del suo esercito, appena ebbe tempo di nascondersi nei propugnacoli di Capua e di Gaeta. Infrante le nostre catene, risorto il popolo a vita novella, acquista ora il dritto di pronunziarsi intorno a' suoi futuri destini. Bisogna quindi, signor Governatore, che ella faccia altamente sentire che ora appartiene al popolo di queste Provincie continentali di accertare per sempre la sua redenzione e quella dell'intera Italia. La sentenza che uscirà dall'urna del dì 21 del corrente mese rivelerà alle nazioni, se la terra del Sannio e della Magna Grecia, ove si udì per la prima volta il [p. 57] nome santo d'Italia, ed ove sorse la prima civiltà d'Occidente, sia degna di far parte della gran famiglia Italiana. Il Ministero ha la fiducia, che le genti Napolitane per italianità e fermezza di proposito non si mostreranno minori di quelle della Toscana e dell'Emilia, e che esse compiranno l'opera stupenda del patrio risorgimento, fondando con libero voto la grande Monarchia Italiana. Signor Governatore, Ella adotterà i più efficaci provvedimenti, affinché sia rispettato il dritto che hanno tutte le opinioni di manifestarsi liberamente. Impedisca qualunque violenza che, sotto qualsiasi pretesto, possa turbare la coscienza de' cittadini, né permetta che con minacce ipocrite o faziose sia alterato l'atto solenne. Il Re magnanimo è alle nostre porte. Invitato dal Dittatore egli non viene sospinto da ambizione di nuovi domini, ma dall'ambizione nobilissima di rendere l'Italia agli Italiani. Egli viene a capo del possente esercito, che in pochi girni liberava dalle orde mercenarie due altre nobili provincie. La più bella accoglienza che noi possiam fargli, si è quella di proclamarlo con libero ed unanime suffragio Re d'Italia. Così il popolo di questa meridional parte della Penisola avrà la

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gloria di suggellare il patto d'amore che già stringe con modo indissolubile Italia e Vittorio Emmanuele. Giorgio Pallavicino - Raffaele Conforti - Luigi Giura - Pasquale Scura - Amilcare Anguissola - Giacomo Coppola. - Per copia conforme. Pel Ministro. Il direttore Laudisio Pel Segretario Generale. Il Sotto Governatore B. Forleo. Il Governatore Alfonso De Caro" *§* (B) N. 256. Decreto che convoca pel giorno 21 ottobre 1860 i Comizi elettorali, onde votare per plebiscito sull'unità d'Italia con Vittorio Emmanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti. 15 ottobre 1860 IN NOME DI S. M. VITTORIO EMMANUELE RE D'ITALIA IL PRODITTATORE

In virtù dei pieni poteri a lui conferiti, Sulla proposta del Segretario di Stato dell'Interno; Udito il Consiglio dei Segretari di Stati DECRETA e PROMULGA: ART. 1. I Comizi elettorali, convocati pel 21 ottobre, in luogo di procedere all'elezione dei deputati, dovranno votare per plebiscito sulla seguente proposizione: <<Il popolo siciliano vuole l'Italia Una e indivisibile con Vittorio Emmanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti.>> ART. 2. Il voto sarà dato per bullettino stampato o scritto portante la scritta SI o NO. Ogni altro bullettino sarà reputato nullo. ART. 3. Lo spoglio dei voti sarà fatto nel modo prescritto dal decreto del 5 ottobre; e proclamatone il risultato sarà trasmesso verbale all'Intendente del Circondario e da questo al Governatore della Provincia, che lo spedirà immediatamente al Presidente della Corte Suprema di Giustizia. ART. 4. La Corte Suprema di Giustizia in seduta permanente raccolti tutti i verbali, procederà allo scrutinio generale. Il risultato finale sarà proclamato dal Presidente della Suprema Corte dal balcone del Palazzo dei Tribunali. ART. 5. Il Segretario di Stato dell'Interno è incaricato della esecuzione del presente decreto. Orgina che il presente decreto, munito del Suggello dello Stato, sia inserito nella Raccolta degli Atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare. Dato in palermo il 15 ottobre 1860. Il Prodittatore MORDINI Il segretario di Stato dell'Interno ENRICO PARISI (Luogo del Sigillo) Visto Il Segretario di Stato della Giustizia SCROFANI" (pp. 472-3) {N.B.: Il Decreto n. 256 del 15 ottobre 1860 modifica il precedente N. 233 del 5 ottobre 1860, con il quale lo stesso Prodittatore Mordini convocava "i Collegi elettorali onde eleggere i Deputati all'Ass. per pronunziare il voto di unione al Regno d'Italia." (p. 433 ==> 466/685) Raccolta degli Atti del Governo Dittatoriale ...Palermo 1861)}

*§* (C)

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LA BANDIERA ITALIANA MONITORE DEL POPOLO. ANNO I. NAPOLI, DOMENICA 4 NOVEMBRE 1860. N. 31

Napoli 4 Novembre. CRONACA NAPOLITANA PROMULGAZIONE DEL PLEBISCITO.

La promulgazione del plebiscito, la quale, fissata pel 6 Novembre, il Governo avea fatto ogni opera perché fosse anticipata, ebbe luogo ieri nella piazza S. Francesco di Paola alla presenza di un popolo innumerevole. Già un'ora prima del mezzodì forti drappelli di tutti i 12 battaglioni della Guardia Nazionale erano schierati sopra tre lati della piazza. Sul quarto lato, di rincontro alla reggia, sorgeva in emiciclio un palco tappezzato a' tre colori italiani e fregiato superiormente da più scudi col glorioso stemma Sabaudo. Alle 12 veniva inalberata la bandiera nazionale fra le salve de' castelli a cui rispondevano le salve dei bastimenti stanziati nella rada, pavesati a festa, e gli applausi fragorosi della popolazione, di cui la piazza era gremita. Intorno all'una p.m. giungevano sul luogo le carrozze coi membri della Corte Suprema di Giustizia che pochi istanti dopo occupavano i seggi in mezzo al più profondo silenzio. Allora il rispettabile presidente consiglier Niutta levatosi in piedi, con voce profondamente commossa pronunziò un analogo discorso che conchiuse così: <<Bene ho ragione di congratularmi con questo popolo che nel presente giorno, il più bello della mia vita e della mia magistratura, mi sia dato promulgare il voto delle popolazioni di tutte le provincie continentali sul plebiscito: - Il popolo vuole l'Italia una e indivisibile, con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti? La Corte Suprema di Giustizia si è occupata dello scrutinio generale delle operazioni delle Giunte Provinciali, e le à trovate eseguite in piena regola ed ai termini della legge. Sopra 1.312.376 votanti, hanno votato pel Sì 1.302.064; pel No 10.312. La Corte Suprema di Giustizia dichiara esser questo il risultato generale della votazione; e poiché esso importa piena ed assoluta accettazione del Plebiscito, vi è luogo a proclamare, come io proclamo, che il popolo delle provincie continentali dell'Italia Meridionale vuole l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti. È questo il voto solenne del popolo, a cui ogni cuore farà plauso col grido di Viva Vittorio Emanuele.>> Questo discorso fu a quando a quando interrotto da entusiastiche approvazioni, e al suddetto grido tre volte ripetuto, con cui l'onorevole oratore ponea termine, risposero come un sol uomo, fra un tuono di applausi, le molte migliaia di cittadini d'ogni ceto, i quali, più avventurati di quanti la piazza non ne avea potuto capire, aveano assistito al sublime atto che lascerà in essi fino alla più tarda vecchiezza indelebile e cara rimembranza {N.B.: Vd. anche in Cronaca della guerra d'Italia del 1859: 1859-1860, Volume 3, pp. 491-492}

*§* (D) Collezione Celerifera delle Leggi, Decreti, Istruzioni e Circolari Pubblicate nell'anno 1861 Ed altre anteriori. Anno XLI. Parte Prima.Torino 1861. Digit. Google [p. 1 ==> 106/1389] N. 1 della COLLEZIONE CELERIFERA DELLE LEGGI, Anno 1861 (4497) LEGGE inserta nella Gazz. Uffiz. il 26 dicembre 1860. Al Governo è data facoltà di accettare e stabilire per Decreti Reali l'annessione di nuove Provincie ai R. Stati. VITTORIO EMANUELE II, ECC. ECC. Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico. Il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per Reali Decreti l'annessione allo Stato di quelle Provincie dell'Italia Centrale e Meridionale, nelle quali si ma

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nifesti liberamente, per suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni di far parte integrante della nostra Monarchia Costituzionale. Ordiniamo ecc. - Data in Palermo, addì 3 dicembre 1860. VITTORIO EMANUELE. G. B. CASSINIS. [Ved. gli Atti del Parlamento, Sessione del 1860: Camera dei Deputati, num. 138, 142, 143 al 153. - Senato del Regno, num. 40, 41, 42 e 43.} *§* [pp. 149-150 ==> 256-257/1389]

(4498) REGIO DECRETO inserto nella Gazz. Uffiz. il 26 dicembre 1860. Le Provincie Napolitane fanno parte integrante dello Stato Italiano VITTORIO EMANUELE II, ECC. ECC. Visto il Plebiscito sottoposto al suffragio universale e diretto del popolo delle Provincie Napoletane convocato in comizi il 21 scorso ottobre; Visto il processo verbale di presentazione e di accettazione di tale Plebiscito, seguito in Napoli il giorno 8 scorso novembre; Vista la Legge del 3 corrente mese con cui il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per Decreti Reali l'annessione allo Stato di quelle Provincie dell'Italia Centrale e Meridionale, nelle quali si manifesti liberamente per suffragio diretto universale la volontà di far parte integrante della nostra Monarchia costituzionale; Udito il Consiglio dei Ministri, abbiamo decretato e decretiamo: Art. 1. Le Provincie Napoletane faranno parte integrante dello Stato Italiano dalla data del presente Decreto. Art. 2. L'articolo 82 dello Statuto, con cui è stabilito che fino alla prima riunione delle due Camere il Governo provvederà al pubblico servizio con sovrane disposizioni, sarà applicabile alle Provincie suddette sino alla riunione del Parlamento Nazionale, fermi rimanendo i poteri prima d'ora da Noi conferiti al nostro Luogotenente generale delle Provincie Napoletane. Ordiniamo ecc. - Dato a Napoli il 17 dicembre 1860. VITTORIO EMANUELE G. B. CASSINIS - M. FANTI. - C. CAVOUR. - M. MINGHETTI. F. S. VEGEZZI. - S. JACINTI. T. MAMIANI. - T. CORSI *§* [p. 150 ==> 257/1389]

(4499) REGIO DECRETO inserto nella Gazz. Uffiz. il 26 dicembre 1860. Le Provincie Siciliane fanno parte integrante dello Stato Italiano VITTORIO EMANUELE II, ECC. ECC. Visto il Plebiscito sottoposto al suffragio universale e diretto del popolo delle Provincie Siciliane convocato in comizii il 21 scorso ottobre; Visto il processo verbale di presentazione e di accettazione di tale Plebiscito, seguito in Palermo il giorno 2 corrente; Vista la Legge del 3 corrente mese, con cui il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per Decreti Reali l'annessione allo Stato di quelle Provincie dell'Italia Centrale e Meridionale, nelle quali si manifesti liberamente per suffragio diretto universale la volontà di far parte integrante della nostra Monarchia costituzionale; Udito il Consiglio dei Ministri, abbiamo decretato e decretiamo: Art. 1. Le Provincie Siciliane faranno parte integrante dello Stato Italiano dalla data del presente Decreto. Art. 2. L'articolo 82 dello Statuto, con cui è stabilito che fino alla prima riunione delle due Camere il Governo provvederà al pubblico servizio con sovrane disposizioni, sarà applicabile

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alle Provincie suddette sino alla riunione del Parlamento Nazionale, fermi rimanendo i poteri prima d'ora da Noi conferiti al nostro Luogotenente generale delle Provincie Siciliane. Ordiniamo ecc. - Dato a Napoli addì 17 dicembre 1860 VITTORIO EMANUELE G. B. CASSINIS, ecc. {Vd. GAZZETTA UFFICIALE DEL REGNO. N. 306. TORINO, Mercoledì 26 Dicembre 1860 [1a Colonna sx, p. 1 + 2a Col. sx] PARTE UFFICIALE Torino, 25 Dicembre 1860 VITTORIO EMANUELE II, ECC. ECC. Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiano sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico. Il Governo ................ *** VITTORIO EMANUELE II. ECC. ECC. Visto il Plebiscito sottoposto al suffragio universale e diretto del popolo delle Provincie Napoletane convocato in comizi il 21 scorso ottobre; ..................... *** VITTORIO EMANUELE II. ECC. ECC. Visto il Plebiscito sottoposto al suffrragio universale e diretto del popolo delle Provincie Siciliane convocato in comizi il 21 scorso ottobre; .....................}

*** *** *** 2.6. PLEBISCITO: A Carovigno. Preso finalmente atto della normativa che sottendeva la consultazione popolare di cui trattasi, mi sovviene che non posso assolutamente dimenticare Carovigno e i suoi i fatti storici, motivo per cui procedo subito a rappresentare, insieme con Laura Alvaro (1921), il "Solenne Plebiscito del 21 ottobre 1861 .... [a] Carovigno. - La votazione a Carovigno fu tenuta nella Chiesa del Carmine, dalle ore 13 alle ore 18 italiane; fu presieduta dal Sindaco Casimiro Morelli {il padre di Salvatore Morelli}, con l'intervento del Capitano della G. N. Raffaele Azzariti; e dai Decurioni Lorenzo e Ignazio del Prete, Domenico Brandi, Giuseppe Andriani, Donato Fumarola, Ignazio Dragone. I votanti erano 1167." (p. 103) Ecco specificamente i documenti afferenti il plebiscito a Carovigno (A.S.Lecce): I. VERBALE DELLA GIUNTA COMUNALE DI CAROVIGNO. II. CERTIFICAZIONE DELLA STESSA IN ORDINE ALLA LISTA DEI VOTANTI. III. CONSEGNA DELL'URNA CON I VOTI IV. LISTA DEI VOTANTI e AFFISSIONE DELLA STESSA *§* -IL'anno milleottocentosessanta, il giorno ventuno ottobre {21/10/1860}, in Carovigno e nella Chiesa del Carmine; Riunito il Decurionato ed il Comandante della Guardia Nazionale del suddetto Comune; il Sindaco, a norma del Decreto del 9 corrente, convocato il Popolo in Comizii - Tenendo presente la Lista dei votanti debitamente affissa al pubblico, ha detto: Signori Si vuole l'Italia una indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti? Il vostro voto sarà espresso col Sì, o pur No, col mezzo di questi diversi bollettini che separatamente vedete nelle due urne estreme, essendo vuota quella di mezzo per immettere i vostri voti. Cominciata l'operazione, si è proseguita e terminata con tutti i solenni e senza interruzione non essendovi verificato che alcuno dei votanti abbia adoprato il bollettino del No.

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La votazione si è eseguita dagli allistati tutti, meno un piccolo numero che si rattrova assente, per la ricorrenza della Fiera in Campii, per malattie; ed altri perché destinati a coloni in luoghi lontani - La lista su cennata contiene il Numero di mille cento sessantasette votanti {1167 votanti}. La solennità in parola è cominciata alle ore tredici {ore 13.00}, ed è terminata alle ore diciotto {ore 18.00}, quando l'urna dei voti è stata debitamente suggellata, a norma del citato Decreto, e si è consegnata al sindaco per l'uso analogo. Di tutto ciò si è redatto il presente processo verbale e si è sottoscritto da tutti gl'intervenuti. Il Capitano della Guardia Nazionale Il Sindaco Raffaele Azzariti Casimiro Morelli Lorenzo del Prete Decurione Domenico Brandi Decurione Giuseppe Andriani Decurione Donato Fumarola Decurione Ignazio Dragone Decurione Ignazio del Prete Decurione Raffaele Azzariti Capitano della Guardia Nazionale - II Il Sindaco e Decurionato del Comune di Carovigno certificano che avendo eseguito diligente esame sugl'individui segnati nella presente Lista, ha verificato che per semplice svista sono stati annotati i seguenti defunti: 1° Michele Lanzilotti segnato al Num° d'ordine 737 2° Luigi Sorrentino al Num.° 746 3° Vito d'Adamo al Num.° 1014 4° Giuseppe Carlucci al Num° 1102; ed in fine 5° Francesco Molignino segnato al Num° 1109. Certifica inoltre che la sudetta Lista ascende al Numero di mille cento sessantasette votanti {1.167}, e depurata dai sudetti defunti rimane netta nel Numero di mille cento sessantadue {1.162}. E per la verità firmano il presente. Carovigno li Ventuno Ottobre 18sessanta Il Sindaco Casimiro Morelli Lorenzo del Prete Decurione Ignazio del Prete Decurione Domenico Brandi Decurione Giuseppe Andriani Decurione Donato Fumarola Decurione Ignazio Dragone Decurione - III L'anno mille ottocento sessanta il giorno ventitre ottobre in Lecce nel Palazzo del Governo della Provincia di Terra d'Otranto. Innanzi di noi Alfonso De Caro Governatore della suddetta Provincia, e del Sig. Francesco Mongelli Presidente della G. C. Crim. della Provincia medesima, si sono presentati il Sig. Casimiro Morelli Sindaco del Comune di Carovigno ed il Sig. Raffaele Azzariti Capo della Guardia Nazionale del Comune suddetto portatori dell'Urna, nella quale sono chiusi i voti pel Plebiscito raccolti da quella Giunta Comunale, ad oggetto di farne a noi la consegna.

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E però avendo noi riconosciuto che l'Urna in parola è chiusa da due fasce di tela bianca fermata da undeci impressioni di sugello a cera lacca avente le lettere iniziali S. M. e che sia nella sua integrità, ne dichiariamo la recezione per farne deposito nella Camera di questo Governo all'uopo destinata, ed esibirla alla Giunta Provinciale, tostocché la medesima sarà riunita. Di tutto ciò si è formato il presente verbale in doppio esemplare, che sottoscritto da noi e dagli altri intervenuti, se n'è consegnato uno al detto Sindaco per depositarlo presso l'Archivio Comunale, e l'altro è rimasto presso di noi per esibirlo alla suddetta Giunta Provinciale. Il Governatore Il Sindaco Alfonso De Caro Casimiro Morelli Il Presidente della G. C. Criminale. Il Capo della Guardia Nazionale F. Morgelli Raffaele Azzariti - IV Lista degl'Individui che nel dì Ventuno del volgente mese di Ottobre si riuniranno in Comizii per votare sulla Unità Italiana con Vittorio Emanuele Re ai termini del Decreto del 9 corrente mese di Ottobre. ...omissis... {Alla fine della lista dei votanti:} Carovigno 16 ottobre 1860 Il Sindaco Casimiro Morelli Il Cancelliere Comunale Giovanni Demilato {LISTA FORMATA IL 16 OTTOBRE 1860 Votanti n. 1.167 ==> 1.162 (Numero Votanti, depurato dai morti)}

Si certifica che la presente Lista è stata affissa nel centro di questa piazza sulla porta della Guardia Nazionale dal giorno diciassette, sino a tutt'oggi venti corrente ottobre, quando è stata defissa. E pel vero si firma il presente. Pel Cancelliere Comunale infermo Vincenzo Morelli Commesso Visto Dal Sindaco Casimiro Morelli 2.7. PLEBISCITO: In Puglia, risultati. Mario Moscardini, in La Società Unitaria Italiana in Terra d'Otranto, dopo aver asserito che "a giustificare la popolarità del Plebiscito, non era solo il nuovo sistema di consultazione adoperato per l'occasione, ma i risultati stessi del Plebiscito che manifestavano la vera volontà del popolo espressa direttamente", asserisce che "gioverà ricordare che solo in Puglia si erano avuti i seguenti risultati: 1) In Capitanata (Foggia) voti favorevoli 54.256 contro 996 2) In Terra di Bari: voti favorevoli 127.000 contro 63 3) In Terra d'Otranto (Brindisi, Lecce e Taranto) voti favorevoli 94.570 contro 929." (p. 3) Allo scrittore e pubblicista salentino, non possiamo non domandare con forza quale sia stato il numero preciso degli aventi diritto al voto plebiscitario. L'aver riportato solo e unicamente i voti favorevoli e i voti contrari, a suo avviso, esprimenti la vera volontà del popolo, mi pare essere statisticamente un peccato mortale. Si rileva di contro che la asserita vera volontà del popolo è di fatto molto lontana dalla realtà numerica dei voti direttamente espressi.

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Ecco i dati del Censimento delle province di Brindisi, Lecce e Taranto, al 31 Dicembre 1861: Prov. di Brindisi = Popolazione Residenti: 114.790 Prov. di Lecce = Popolazione Residenti: 225.678 Prov. di Taranto = Popolazione Residenti: 125.884 TOTALE Residenti Terra d'Otranto: 466.352 TOTALE dei voti favorevoli e contrari: 95.499 Ora, se votano solo i maschi, cioè il 50% circa della popolazione (= 233.176 u.), i quali devono avere almeno 21 anni compiuti, allora sottraendo dal minuendo (233.176) il 45% circa (percentuale puramente ipotetica dei maschi non in età: 104.929 u.), la differenza è di 128.247 u. In breve: gli aventi diritto al voto sono 128.247 u.; i votanti (voti validi, sì + no) 95.499 u., che corrispondono al 74,5 % circa degli aventi diritto. Alla canonica domanda che sorge spontanea se possa un dato percentuale di tal natura, certificare la vera volontà del popolo, rispondiamo che non lo può assolutamente. Sentiamo, per esempio, cosa dice in merito lo storico inglese Denis Mack Smith: "A Palermo, su una popolazione totale di un un quarto di milione di abitanti, gli elettori registrati erano solo poco più di quarantamila e di essi trentasettemila avrebbero poi effettivamente votato. Quella di <<suffragio universale>> era evidentemente un'espressione arbitraria. Molti cittadini non si erano affatto iscritti nei registri <<per non avere allora niente capito dell'importanza del diritto di elettori...; in cinque mesi molti hanno smarrito il biglietto, molti non l'hanno più perché non sapevano cosa farsene>>. [<<Il Regno d'Italia>>, 17 ottobre.] {Per completezza d'informazione, incidentalmente si fa presente che la popolazione di Palermo, al Censimento del 31 dicembre 1861, contava 199.911 residenti. Ipotizzando il 50% di sesso maschile, e il 45% di età inferiore a 21 anni, i votanti dovrebbero essere il 55% di 199.911/2. E cioè: 109.951 circa. Se sono 37.000 voti effettivi, (indicati da Mack Smith), allora la percentuale dei votanti è 33,6%, e quindi piuttosto bassa}

Il giorno precedente la votazione i registri dovettero essere aperti di nuovo. Il decreto originario del 21 giugno sulla procedura del voto, aveva concesso ad ogni località di regolarsi in proposito come volesse. Messina chiese ora, ma invano, altri dieci giorni di preparazione; Siracusa non aveva compilato affatto le liste elettorali e un proclama invitò il popolo a firmare su un registro aperto; a Palermo <<grandi folle>> dovettero votare senza nessuna previa formalità." (Ibidem, pp. 471-472) Mettiamo, per il momento, tra parentesi l'analisi quantitativa, e facciamo invece attenzione al come, cioè alle modalità della votazione. 2.8. PLEBISCITO: ne IL GATTOPARDO. Cosa c'è di meglio che iniziare con il personale punto di vista del grande scrittore siciliano, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1985), e in particolare con il suo Gattopardo, ambientato nella realtà politica e sociale della Sicilia, all'epoca dello sbarco dei Mille e del trapasso dal regime borbonico a quello savoiardo: PERSONAGGI: - don Fabrizio Corbera, principe di Salina; - l'umile organista Ciccio Tumeo; - il sindaco di Donnafugata, don Calogero Sedàra. PREMESSA: Come tutte le estati, la famiglia del principe di Salina lascia il palazzo principale di Palermo per raggiungere la residenza estiva a Donnafugata. È l'occasione per una descrizione della Sicilia e dell'aridità del suo clima in questa fine estate. Le autorità locali accolgono la famiglia principesca con una cerimonia secondo il costume. Il che conforta il principe nella idea che nulla è cambiato, anche se il primo cittadino, Don Calogero Sedàra, esibisce la sua, tutta nuova, sciarpa tricolore da sindaco. Nel corso del ricevimento, la figlia del sindaco, Angelica, turba tutti gli invitati per la sua bellezza. OTTOBRE 1860: La campagna di Donnafugata permette al principe di Salina di dedicarsi a battute di caccia all'alba dell'autunno. Durante una di esse, il principe discute con Don Ciccio Tumeo, organista, sugli sconvolgimenti politici dell'Italia, e in particolare sul Plebiscito del 21 ottobre.

PARTE III (Ottobre 1860). La caccia e il plebiscito, 129. Don Ciccio Tumeo inveisce, 142. [p. 133] Come conseguenza di alcune associazioni d'idee che non sarebbe opportuno precisare, l'affaccendarsi delle formiche impedì il sonno a Don Fabrizio e gli fece ricordare i gior

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ni del plebiscito quali egli li aveva vissuti poco prima a Donnafugata stessa; oltre ad un senso di sorpresa quelle giornate gli avevano lasciato parecchi enigmi da sciogliere; adesso al cospetto di questa natura che, tranne le formiche, se ne infischiava evidentemente, era forse possibile cercare la soluzione di uno di essi. I cani dormivano distesi e appiattiti come figurine ritagliate, il coniglietto appeso con la testa in giù ad un ramo pendeva in diagonale sotto la spinta continua del vento, ma Tumeo, aiutato in questo dalla sua pipa, riusciva ancora a tenere gli occhi aperti. "E voi, don Ciccio, come avete votato il giorno Ventuno?" Il pover'uomo sussultò. Preso alla sprovvista, in un momento nel quale si trovava fuori del recinto di siepi precauzionali nel quale si chiudeva di solito come ogni suo compaesano, esitava, non sapendo come rispondere. [p. 134] Il Principe scambiò per timore quel che era soltanto sorpresa e si irritò. "Insomma, di chi avete paura? Qui non ci siamo che noi, il vento e i cani." La lista dei testimoni rassicuranti non era, a dir vero, felice; il vento è chiacchierone per definizione, il Principe era per metà siciliano. Di assoluta fiducia non c'erano che i cani e soltanto in quanto sprovvisti di linguaggio articolato. Don Ciccio però si era ripreso e la astuzia paesana gli aveva suggerito la risposta giusta, cioè nulla. "Scusate, Eccellenza, la vostra è una domanda inutile. Sapete già che a Donnafugata tutti hanno votato per il 'sì'." Questo Don Fabrizio lo sapeva, infatti; e appunto per ciò la risposta non fece che trasformare un enigma piccolino in un enigma storico. Prima della votazione molte persone erano venute da lui a chiedere consiglio; tutte sinceramente erano state esortate a votare in modo affermativo. Don Fabrizio infatti non concepiva neppure come si potesse fare altrimenti, sia di fronte al fatto compiuto come rispetto alla teatrale banalità dell'atto, così di fronte alla necessità storica come anche in considerazione dei guai nei quali quelle umili persone sarebbero forse capitate quando il loro atteggiamento negativo fosse stato scoperto. Si era accorto però che molti non erano stati convinti dalle sue parole. Era entrato in gioco [p. 135] il machiavellismo incolto dei Siciliani che tanto spesso induceva, in quei tempi, questa gente, generosa per definizione, ad erigere impalcature complesse fondate su fragilissime basi. Come dei clinici abilissimi nelle cure ma che si basassero su analisi del sangue e delle orine radicalmente erronee, e per far correggere le quali fossero troppo pigri, i Siciliani (di allora) finivano com l'uccidere l'ammalato, cioè loro stessi, proprio in seguito alla raffinatissima astuzia che non era quasi mai appoggiata a una reale conoscenza dei problemi o, per lo meno, degli interlocutori. Alcuni fra questi che avevano compiuto il viaggio ad limina Gattopardorum stimavano cosa impossibile che un Principe di Salina potesse votare in favore della Rivoluzione (così in quel remoto paese venivano ancora designati i recenti mutamenti) e interpretavano i ragionamenti di lui come uscite ironiche volte a ottenere un risultato pratico opposto a quello suggerito a parole; questi pellegrini (ed erano i migliori) erano usciti dal suo studio ammiccando per quanto il rispetto lo permettesse loro, orgogliosi di aver penetrato il senso delle parole principesche e fregandosi le mani per congratularsi della propria perspicacia proprio nell'istante in cui questa si era ecclissata. Altri invece dopo averlo ascoltato si allontanavano contristati, convinti che lui fosse un transfuga o un mentecatto e [p. 136] più che mai decisi a non dargli retta e ad obbedire invece al proverbio millenario che esorta a preferire un male già noto a un bene non sperimentato; questi erano riluttanti a ratificare la nuova realtà nazionale anche per ragioni personali, sia per fede religiosa, sia per aver ricevuto favori dal passato regime e non aver poi saputo inserirsi nel nuovo con sufficiente sveltezza; sia infine perché durante il trambusto della liberazione erano loro scomparsi qualche paio di capponi e alcune misure di fave ed erano invece spuntate qualche paia di corna, o liberamente volontarie come le truppe garibaldine o di leva forzosa come i reggimenti borbonici. Per una diecina almeno di persone egli aveva avuta l'impressione penosa ma netta che avrebbero votato "no", una minoranza esigua certamente ma non trascurabile nel piccolo elettorato donnafugasco. Ove poi si voglia considerare che le persone venute da lui rappresentavano soltanto il fior fiore del paese e che qual

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che non convinto dovesse pur esserci fra quelle centinaia di elettori che si erano neppure sognati di farsi vedere a palazzo, il Principe aveva calcolato che la compattezza affermativa di Donnafugata sarebbe stata variegata da una trentina di voti negativi. Il giorno del Plebiscito era stato ventoso e coperto, e per le strade del paese si erano visti aggirarsi stanchi gruppetti di giovanotti con [p. 137] un cartellino recante tanto di "sì" infilato nel nastro del cappello. Fra le cartacce e i rifiuti sollevati dai turbini di vento, cantavano alcune strofe della "Bella Gigougin" trasformate in nenie arabe, sorte cui deve soggiacere qualsiasi melodietta vivace che sia cantata in Sicilia. Si erano anche viste due o tre "facce forestiere" (cioè di Girgenti) insediate nella taverna di zzu Menico dove decantavano le "magnifiche sorti e progressive" di una rinnovata Sicilia unita alla risorta Italia; alcuni contadini stavano muti ad ascoltarli, abbrutiti com'erano, in parti eguali, da un immoderato impiego dello "zappone" e dai molti giorni di ozio coatto ed affamato. Scaracchiavano e sputavano spesso ma tacevano; tanto tacevano che dovette essere allora (come disse poi Don Fabrizio) che le "facce forestiere" decisero di anteporre, fra le arti del Quadrivio, la Matematica alla Rettorica. Verso le quattro del pomeriggio il Principe si era recato a votare fiancheggiato a destra da Padre Pirrone, a sinistra da don Onofrio Rotolo; accigliato e pelli-chiaro procedeva cauto verso il Municipio e spesso con le mani si proteggeva gli occhi per impedire che quel ventaccio, carico di tutte le schifezze raccolte per via, gli cagionasse quella congiuntivite cui era soggetto; e andava dicendo a Padre Pirrone che senza vento l'aria sarebbe stata come uno stagno [p. 138] putrido ma che, anche, le ventate risanatrici trascinavano con sé molte porcherie. Portava la stessa redingote nera con la quale tre anni fa, si era recato a Caserta per ossequiare quel povero Re Ferdinando che, per fortuna sua, era morto a tempo per non esser presente in questa giornata flagellata da un vento impuro durante la quale si poneva il suggello alla sua insipienza. Ma era poi stata insipienza davvero? Allora tanto vale dire che chi soccombe al tifo muore per insipienza. Ricordò quel Re affaccendato a dare corso a fiumi di cartacce inutili ed ad un tratto si avvide quanto inconscio appello alla misericordia si fosse manifestato in quel volto antipatico. Questi pensieri erano sgradevoli come tutti quelli che ci fanno comprendere le cose troppo tardi e l'aspetto del Principe, la sua figura, divennero tanto solenni e neri che sembrava seguisse un carro funebre invisibile. Soltanto la violenza con la quale i ciottolini della strada venivano schizzati via dall'urto rabbioso dei piedi rivelava i conflitti interni; è superfluo dire che il nastro della sua tuba era vergine di qualsiasi cartello ma agli occhi di chi lo conoscesse un "sì" e un "no" alternati s'inseguivano sulla lucentezza del feltro. Giunto in un locale del Municipio dove era il luogo di votazione fu sorpreso vedendo come tutti i membri del seggio si alzarono quando la sua statura riempì intera l'altezza della [p. 139] porta; vennero messi da parte alcuni contadini arrivati prima e che volevano votare e così, senza dover aspettare, Don Fabrizio consegnò il proprio "sì" nelle patriottiche mani del sindaco Sedàra. Padre Pirrone invece non votò affatto perché era stato attento a non farsi iscrivere come residente nel paese. Don 'Nofrio, lui, obbedendo agli ordini del Principe, manifestò la propria monosillabica opinione sulla complicata quistione italiana, capolavoro di concisione che venne compiuto con la medesima buona grazia con la quale un bambino beve l'olio di ricino. Dopo di che tutti furono invitati a "prendere un bicchierino" su, nello studio del sindaco; ma Padre Pirrone e don 'Nofrio misero avanti buoni ragioni di astinenza l'uno, di mal di pancia l'altro e rimasero abbasso. Don Fabrizio dovette affrontare il rinfresco da solo. Dietro la scrivania di don Calogero fiammeggiava una oleografia di Garibaldi e (di già) una di Vittorio Emanuele, fortunatamente collocata a destra; bell'uomo il primo, bruttissimo il secondo affratellati però dal prodigioso rigoglio del loro pelame che quasi li mascherava. Su un tavolinetto vi era un piatto con biscotti anzianissimi che defecazioni di mosche listavano a lutto e dodici bicchierini tozzi colmi di rosolio: quattro rossi, quattro verdi, quattro bianchi: questi, in centro; ingenua [p. 140] simbolizzazione della nuova bandiera che venò di un sorriso il rimorso del Principe che scelse per sé il liquore bianco perché presumibilmente meno indi

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gesto e non, come si volle dire, come tardivo omaggio al vessillo borbonico. Le tre varietà di rosolio erano del resto egualmente zuccherose, attaccaticce e disgustevoli. Si ebbe il buon gusto di non brindare e comunque, come disse don Calogero, le grandi gioie sono mute. Venne mostrata a Don Fabrizio una lettera delle autorità di Girgenti che annunziava ai laboriosi cittadini di Donnafugata la concessione di un contributo di duemila lire per la fognatura, opera che sarebbe stata completata entro il 1961, come assicurò il Sindaco, inciampando in uno di quei lapsus dei quali Freud doveva spiegare il meccanismo molti decenni dopo; e la riunione si sciolse. Prima del tramonto le tre o quattro bagascette di Donnafugata (ve ne erano anche lì non raggruppate ma operose nelle loro aziende private) comparvero in piazza col crine adorno di nastrini tricolori per protestare contro l'esclusione delle donne dal voto; le poverine vennero beffeggiate via anche dai più accesi liberali e furono costrette a rintanarsi. Questo non impedì che il "Giornale di Trinacria" quattro giorni dopo facesse sapere ai Palermitani che a Donnafugata "alcune gentili rappresentanti [p. 141] del bel sesso hanno voluto manifestare la propria fede inconcussa nei nuovi fulgidi destini della Patria amatissima, ed hanno sfilato nella piazza fra il consenso di quella patriottica popolazione." Dopo il seggio elettorale venne chiuso, gli scrutatori si posero all'opera ed a notte fatta venne spalancato il balcone centrale del Municipio e don Calogero si rese visibile con panciera tricolore e tutto, fiancheggiato da due ragazzini con candelabri accesi che peraltro il vento spense senza indugio. Alla folla invisibile nelle tenebre annunziò che a Donnafugata il Plebiscito aveva dato questi risultati: Iscritti 515; votanti 512; "sì" 512; "no" zero. Dal fondo oscuro della piazza salirono applausi ed evviva; dal balconcino di casa sua Angelica, insieme alla cameriera funerea, batteva le mani rapaci; vennero pronunziati discorsi: aggettivi carichi di superlativi e di consonanti doppie rimbalzarono e si urtavano nel buio da una parete all'altra delle case; nel tuonare dei mortaretti si spedirono messaggi al Re (a quello nuovo) ed al Generale; qualche razzo tricolore si inerpicò dal paese al buio verso il cielo senza stelle; alle otto tutto era finito, e non rimase che l'oscurità come ogni altra sera, da sempre. [p. 142] Sulla cima di monte Morco, adesso tutto era nitido sotto la gran luce; la cupezza di quella notte però ristagnava ancora in fondo all'anima di Don Fabrizio. Il suo disagio assumeva forme tanto più penose in quanto più incerte: non era in alcun modo originato dalle grosse questioni delle quali il Plebiscito aveva iniziato la soluzione: i grandi interessi del Regno (delle Due Sicilie), gl'interessi della propria classe, i suoi vantaggi privati uscivano da tutti questi avvenimenti ammaccati ma ancora vitali; date le circostanze non era lecito chiedere di più; il disagio suo non era di natura politica e doveva avere radici più profonde radicate in una di quelle cagioni che chiamiamo irrazionali perché seppellite sotto cumuli d'ignoranza di noi stessi. L'Italia era nata in quell'accigliata sera a Donnafugata; nata proprio lì in quel paese dimenticato quanto nell'ignavia di Palermo e nelle agitazioni di Napoli; una fata cattiva però della quale non si conosceva il nome doveva esser stata presente; ad ogni modo era nata e bisognava sperare che avrebbe potuto vivere in questa forma: ogni altra sarebbe stata peggiore. D'accordo. Eppure questa persistente inquietudine qualcosa doveva significare; egli sentiva che durante quella troppo asciutta [p. 143] enunciazione di cifre come durante quei troppo enfatici discorsi, qualche cosa, qualcheduno era morto, Dio solo sapeva in quale andito del paese, in quale piega della coscienza popolare. Il fresco aveva disperso la sonnolenza di don Ciccio, la massiccia imponenza del Principe aveva allontanato i suoi timori; ora a galla della sua coscienza emergeva soltanto il dispetto, inutile certo ma non ignobile. In piedi, parlava in dialetto e gesticolava, pietoso burattino che aveva ridicolmente ragione.

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"Io, Eccellenza, avevo votato 'no'. 'No', cento volte 'no'. Ricordavo quello che mi avevate detto: la necessità, l'inutilità, l'unità, l'opportunità. Avrete ragione voi, ma io di politica non me ne sento. Lascio queste cose agli altri. Ma Ciccio Tumeo è un galantuomo, povero e miserabile coi calzoni sfondati (e percuoteva sulle sue chiappe gli accurati rattoppi dei pantaloni da caccia) e il beneficio ricevuto non lo aveva dimenticato; e quei porci in Municipio s'inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco! Per una volta che potevo dire quello che pensavo quel succhiasangue di Sedàra mi annulla, fa come se non fossi mai esistito, come se fossi niente immischiato con nessuno, io che sono Francesco Tumeo La Manna fu Leonardo, [p. 144] organista della Madre Chiesa di Donnafugata, padrone suo mille volte e che gli ho anche dedicato una mazurka composta da me quando è nata quella ... (e si morse un dito per frenarsi) quella smorfiosa di sua figlia!" A questo punto la calma discese su Don Fabrizio che finalmente aveva sciolto l'enigma; adesso sapeva chi era stato strangolato a Donnafugata, in cento altri luoghi, nel corso di quella nottata di vento lercio: una neonata, la buonafede; proprio quella creaturina che più si sarebbe dovuta curare, il cui irrobustimento avrebbe giustificato altri stupidi vandalismi inutili. Il voto negativo di don Ciccio, cinquanta voti simili a Donnafugata, centomila "no" in tutto il regno non avrebbero mutato nulla al risultato, lo avrebbero anzi reso più significativo, e si sarebbe eccitata la storpiatura delle anime. Sei mesi fa si udiva la voce dispotica che diceva: "fai come dico io, o saranno botte." Adesso si aveva di già l'impressione che la minaccia venisse sostituita dalle parole molli dell'usuraio: "Ma se hai firmato tu stesso? Non lo vedi? È tanto chiaro! Devi fare come diciamo noi, perché, guarda la cambiale! la tua volontà è uguale alla nostra." Don Ciccio tuonava ancora: "Per voi signori è un'altra cosa. Si può essere ingrati per un feudo in più; per un pezzo di pane la riconoscenza è un obbligo. Un altro paio di maniche [p. 145] ancora è per i trafficanti come Sedàra per i quali approfittare è legge di natura. Per noi piccola gente le cose sono come sono. Voi lo sapete, Eccellenza, la buon'anima di mio padre era guardacaccia nel Casino reale di S. Onofrio, già al tempo di Ferdinando IV quando c'erano gl'Inglesi. Si faceva vita dura ma l'abito verde reale e la placca d'argento conferivano autorità. Fu la regina Isabella, la spagnuola, che era duchessa di Calabria allora, a farmi studiare e permettermi di essere quello che sono, Organista della Madre Chiesa, onorato della benevolenza di Vostra Eccellenza; e negli anni di maggior bisogno quando mia madre mandava una supplica a corte, le cinque 'onze' di soccorso arrivavano sicure come la morte, perché là a Napoli ci volevano bene, sapevano che eravamo buona gente e sudditi fedeli. Quando il Re veniva erano manacciate sulla spalla di mio padre e: 'Don Lionà, ne vurria tante come a vuie, fedeli sostegni del Trono e della Persona mia.' L'aiutante di campo, poi, distribuiva le monete d'oro. Elemosine le chiamano ora, queste generosità di veri Re; lo dicono per non dover darle loro, ma erano giuste ricompense alla devozione. E oggi se questi santi Re e belle Regine guardano dal Cielo che dovrebbero dire? 'Il figlio di don Leonardo Tumeo ci ha tradito!' Meno male che in Paradiso si conosce la verità. [p. 146] Lo so, Eccellenza, le persone come voi me lo hanno detto, queste cose da parte dei Reali non significano niente, fanno parte del loro mestiere! Sarà vero, è vero, anzi. Ma le cinque onze d'oro c'erano, è un fatto, e con esse ci si aiutava a campare l'inverno. E ora che potevo riparare il debito, niente. 'Tu non ci sei'. Il mio 'no' diventa un 'sì'. Ero un 'fedele suddito', sono diventato un 'borbonico schifoso'. Ora tutti Savoiardi sono! ma io i Savoiardi me li mangio col caffè, io!" E tenendo fra il pollice e l'indice un biscotto fittizio lo inzuppava in una immaginaria tazza. Don Fabrizio aveva sempre voluto bene a don Ciccio, ma era stato un sentimento nato dalla compassione per ogni persona che da giovane si era creduto destinata all'arte e che da vecchio, accortosi di non possedere talento, continua ad esercitare quella stessa attività su scalini più bassi, con in tasca i propri poveri sogni; e compativa anche la sua contegnosa miseria. Ma adesso provava anche una specie di ammirazione per lui e nel fondo, proprio nel fondo,

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della sua altera coscienza una voce chiedeva se per caso don Ciccio non si fosse comportato più signorilmente del Principe di Salina; e i Sedàra, tutti questi Sedàra da quello minuscolo che violentava l'aritmetica a Donnafugata a quelli maggiori a Palermo, a Torino, non avevano forse commesso un delitto [p. 147] strozzando queste coscienze? Don Fabrizio non poteva saperlo allora, ma una parte della neghittosità, dell'acquiescenza per la quale durante i decenni seguenti si doveva vituperare la gente del Mezzogiorno, ebbe la propria origine nello stupido annullamento della prima espressione di libertà che a questo popolo si era mai presentata." 2.9. PLEBISCITO: Nelle province napoletane, i risultati. Emerge chiara, dalle testimonianze dei protagonisti del testo gattopardiano, l'amara verità del plebiscito, del tutto stridente con le parole pronunciate dal Presidente della Corte Suprema di Giustizia nel promulgarne il voto, il 6 Novembre, il giorno più bello della sua vita e della sua magistratura, cioè che si è eseguito tutto "in piena regola ed ai termini della legge." Tomasi di Lampedusa pone al contrario, l'equazione: plebiscito (voto solenne del popolo delle province continentali dell'Italia Meridionale) = strangolazione della buona fede e annullazione della prima espressione di libertà del popolo". Un altro stridore, lo si ha analizzando i dati numerici: Lo stesso Presidente Niutta ha detto testualmente che: Sopra 1.312.376 votanti, hanno votato pel Sì 1.302.064; pel No 10.312. Ecco la Popolazione delle Province Napoletane, al censimento del 31/12/1861: ABRUZZO 858.424 BASILICATA 509.060 CALABRIA 1.154.840 CAMPANIA 2.402.355 MOLISE 355.138 PUGLIA 1.334.619 TOTALE 6.614.436 ORA: 6.614.436 : 2 = 3.307.218 (popolazione maschile, ipotizzando un'equa distribuzione maschi-femmine al 50%) Si ipotizza il 45% dei maschi d'età inferiore a 21 anni = 1.488.248 u. Se dal minuendo 3.307.218 u. si toglie il sottraendo 1.488.248 u., si ha la differenza di 1.818.970 u., corrispondente al numero degli aventi diritto al voto. Perciò ha votato solo il 72,14% di 1.818.970. Ciò stante, le parole del Presidente promulgatore secondo cui il popolo {delle province napoletane} vuole vuole l'Italia una e indivisibile, mi paiono davvero risibili. 2.10. PLEBISCITO = RIDICOLO. L'equazione: plebiscito = ridicolo, viene così corroborata da Cesare Cantù (1876): "E fu decretato di determinare col suffragio universale se il popolo volesse l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e suoi discendenti. Qui il plebiscito giungeva sino al ridicolo, poiché, oltre chiamare tutti a votare sopra un soggetto ove la più parte erano incompetenti, senza tampoco accertare l'identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i sì e i no, lo che rendeva manifesto il voto; e fischi e colpi e coltellate a chi lo desse contrario. Un villano gridò, Viva Francesco II, e fu ucciso all'istante.

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Con 1,302,064 voti affermativi, contro 10,312 negativi, il Napolentato fu annesso al Piemonte." [pp. 510-511 ==> 103/487] 2.11. PLEBISCITO = MENDACIO, SUFFRAFIO UNIVERSALE = CRUDO SCHERNO. Pietro Calà Ulloa (1862) mette in luce invece la connotazione del mendacio, traducibile in queste equazioni: plebiscito = mendacio famosissimo suffragio universale = crudo scherno. Ecco le sue parole: [p. 12 ==> 14/74] I comizi pel plebiscito erano annunziati, ma non raccolti; essi il furon nel 21 ottobre e le truppe piemontesi eran già sbarcate in Napoli nella metà di settembre, aveano combattuto a S. Angelo il 1° ottobre, ed ora, sbucando dagli Stati pontifici, a' 18 si precipitavan sulle terre napolitane. Ma il mendacio dell'invito dei napolitani era presto seguito dalla falsità della votazione popolare. Non mai più iniquo mercimonio fu fatto in Europa, e che più impudente ciarlataneria, dell'indipendenza d'un popolo. I comizî banditi, la stampa (siccome praticato si era in Toscana) incominciò dal disegnar come nemico della patria chi osasse pronunziarsi contro l'annessione. Numero infiniti di scherani, lezzo di plebe e rifiuto di bagni, armati insino ai denti, percorrean a spavento degli onesti le vie. Due urne furono distintamente poste, l'una pel voto affermativo, l'altra pel negativo, onde sgomentar coloro che a questa avesser voluto appressarsi, o farli, se l'avessero osato, segno al pugnale di quei sicarî. Le baionette piemontesi tutelavan quell'atto ch'era l'assassinio di tutto il popolo. E quali furono [p. 13 ==> 15/74] i votanti? I corifei della rivoluzione, i satelliti dei comitati, i Seidi {gli sbirri} piemontesi, gli scherani chiedenti con quel voto la loro impunità, spregevoli impiegati palpitanti pei loro uffizi, una turba di contadini ignari, menati a torme in mezzo ad una città di 500 mila abitanti. Gli stessi cosmopoliti seguaci di Garibaldi gittavano nell'urna i voti a piene mani. A questo modo si compìa la vendita d'un popolo, come fatto si sarebbe di una turba di schiavi in un bazar d'Africa o d'Oriente. Si dissero 1.313.376 i voti favorevoli, e fu mendacio; si dissero 10.312 i dissenzienti, e fu mendacio; di voti negativi non vi fu neppure un solo, ché niuno avrebbe osato di emetterlo. Quei voti negativi furon mentiti, a prova e garanzia della libertà e legalità della votazione. Ma qual magistrato ne attesta la veracità? Lo scrutinio di quei voti fu fatto da quella stessa suprema Corte di giustizia che si era affrettata a giurar fede all'invasore, appena invitata, e guidata da quel Presidente che non arrossì con sua prolusione di maledir e rinnegar il suo legittimo Principe, e agitare a larga mano il turibolo de' suoi incensi verso Garibaldi e Vittorio Emmanuele, in quell'aula istessa ove poco tempo innanzi avea giurato fede al Re che l'avea messo a capo della magistratura napolitana (1). [(1) Vedi Giornale uffiziale di Napoli dell'11 Settembre 1860]

Né qui si arresta la prova del mendacio di quel plebiscito che si osò invocare come titolo d'una scandalosa usurpazione. Quel voto postumo [p. 14 ==> 16/74] dell'entrata dei Piemontesi nel reame, non fu che molto dopo nelle altre province e colle stesse arti praticato. In gran parte di quella di Terra di Lavoro nol fu, perché occupato dall'esercito reale. In molti luoghi erasi già manifestata l'opposizione popolare che le spade garibaldine, come poco appresso il doveano le piemontesi, avean soffocato nel sangue. Chiarivan la falsità di quell'unanimità dei voti napolitani poco appresso le elezioni dei deputati al parlamento di Torino, non essendo sommati gli elettori che a soli 25 mila; il numero maggiore protestava con la sua assenza. Protestava colla sua assenza la nobiltà napolitana che, comunque non partecipe d'alcuna parte nel governo, amò sin dal primo momento, eccetto due o tre sole eccezioni, di esulare tutta intera. Protestava un gran numero di potestà pubbliche che abbandonavan la patria quasi certe di dover mendicar ramingando. Protestava un gran numero di possidenti che preferivan disertare i loro lari, anziché piegare innanzi gl'invasori. Protestavan cento e cento gentiluomini ed altri funzionari che correvan a stringersi a cerchio attorno al Re in Gaeta, contenti di affrontar

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gl'ignoti pericoli della guerra, anzi che mancare alla loro fede. Il popolo inglese, che ricorda la sua gloriosa rivoluzione del 1668, non vide luccicar alcuna spada che si snudasse in pro di Giacomo II; quel principe esulò quasi solo. E nel reame protestava un esercito tuttora di 50 [p. 15 ==> 17/74] mila uomini che fra tanti esempi di fellonia, tante ruine, tanti stenti e tante seduzioni si conservava intrepido e devoto. [...] [p. 16 ==> 18/74] Un'ultima prova della riluttanza dei popoli del reame al dominio piemontese, e dell'iniquo mercimonio fatto della loro indipendenza, scorgesi nell'essersi dappertutto levati in piè ed impugnate le armi per combatterlo. I primi moti popolari si manifestarono appena entrato in Napoli Garibaldi, ed il generale Türr corse sopra Ariano e la mise a sangue, passando per le [p. 17 ==> 19/74] armi 43 persone indicate come reazionarie. Poco dopo insorse S. Antimo nelle vicinanze di Napoli, ed altra mano di garibaldini vi corse fucilando undici individui. Durante però le militari fazioni sul Volturno erano insorte Isernia, Venafro, S. Germano e Piedimonte fu messo a ferro ed a fuoco. Tutte le popolazioni di quelle città aveano gridato il nome del Re, ed Isernia era stata presa e ripresa per ben due volte, quando i Piemontesi, penetrati nel reame, e discendendo dagli Abruzzi aveanla sottomessa. Ma quando l'assedio di Gaeta durava tuttavia, gli Abruzzesi qua e là eran balzati in piè, ed impugnando le armi si erano uniti in piccole schiere a combattere i soldati del Piemonte. Più volte le coorti piemontesi furon da bande di villici vinte e fugate, più terre difese da' Piemontesi furon sottomesse, ed in vece un general Sabaudo, non potendo sottoporre quella di Bauco, non sdegnò di conceder patti ai difensori che uscivano colle loro e colle armi che in diversi scontri ai Piemontesi avean tolte. Ma, ceduta Gaeta e ridotto in Roma, il Re non volle più lunga effusione di sangue, e comandava cedesse Civitella del Tronto, innanzi a cui inutilmente si consumavano i Piemontesi, cedesse la cittadella di Messina, le bande degl'insorti abruzzesi si sciogliessero.(1) [(1) Il giorno 25 Febbrajo; Rap. del Colonnello Lagrange ec.] Così i moti popolari la prima volta cessavano. Man mano, dopo alcuni mesi, le insurrezioni ripullulavano in quasi tutte le province, e talune [p. 18 ==> 20/74] bande d'insorti si mostravan sulle alture stesse che coronan la città di Napoli. Si accusava il Re di aver da Roma soffiato su quell'incendio, si accusavan quelle bande di esser geldre di ladroni, e si negava loro ogni consistenza politica, sol perché non da capi noti o da generali capitanati. [...] [p. 19 ==> 21/74] Si può deplorar la trista necessità d'una guerra intestina, si può antivenirla e comprimere; ma non si può negarle il nome di popolare sol per la ferocia dei combattenti, perché sarebbe non conoscerne l'indole. Si negava alle bande popolari ogni colore o consistenza di partito politico, mentre al grido di Francesco II e di Napoli si levavano, con quel grido si avviavano a combattere e con quel grido combatteano? Quelle bande innalzavan dappertutto la bandiera bianca che per essa era l'orifiamma di Carlo II, il simbolo della indipendenza nazionale. Quel vessillo le bande inalberavano in tutte le terre in cui penetravano, strappandone e lacerandone i colori di Savoja; in tutte le terre gli emblemi di Savoja e le immagini di Garibaldi e di Vittorio Emmanuele spezzavano, e le Borboniche insegne, ed i busti del Re e dell'eroica Regina vi restituivano, ed i magistrati anteriori vi ricostituivano; ove il destro ne aveano, un governo provvisorio in nome del Re ordinavano. E si negherà loro il carattere di partigiani della causa nazionale, ed alla loro guerra quella di lotta cittadina, sol [p. 20 ==> 22/74] perché mancavan di capi noti o militari? Ma quali esser poteano tali capi, se di tutti i generali ed uffiziali superiori del disciolto esercito napolitano parte sin dal primo momento si eran fatti colpevoli di fellonìa; gran parte eran ligati da' patti di Capua, di Gaeta, di Messina; parte eran menati in prigione, o relegati in Ponza, in Genova o in Alessandria (1)? [(1) Vedi nota di Settembre 1861 e giornali di Napoli del finir di Luglio 1861]

Né i possidenti, usi alle dolcezze di comoda vita, si gittan mai nei sollevamenti popolari ed in cimenti gravissimi ed ignoti. Cosa furon mai in simili guerre i nomi o le condizioni de' capi? Quali eran quelli di Stoffet e di Catelinau? Quali quelli d'El Pastor e dell'Impecinado?

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Se nomi più illustri si mostravan nella Vandea, ciò avvenne perché in quella contrada erano rifuggiti ancora taluni feudatari in venerazione appo quelle popolazioni, né quella contrada ebbe a sollevarsi contro truppe straniere che già l'ingombrassero e l'occupassero. In tali contingenze son gli uomini più armigeri ed arditi che osano sfidare il patibolo pria delle armi, e si levan a capi, sol solo titolo e colla sola nobiltà della loro audacia e della loro intrepidezza. Si è fatto colpa alle bande napolitane di depredazione e di eccessi? Ma, quando veri pur fossero, qual meraviglia ch'entrando nelle terre le pubbliche casse spogliassero? Era necessità di sussistere, di nudrir la guerra, di torre ai nemici i mezzi che non proprî erano, ma dello Stato. La stessa guerra [p. 21 ==> 23/74] di milizie regolari va mai esente da rapine, da sperpero, da devastamenti? [...] Ad uomini che per solo entusiasmo e per ira cittadina si levan senza capi, senza mezzi, senza armi e senza direzioni si è prodigato sempre, sin che incerta è la loro sorte, i nomi più obbrobriosi, e si sono apposte loro le colpe più atroci. La rivoluzione francese dava il nome di briganti agl'insorti della Vandea; dava poi l'impero l'istesso nome agl'insorti del Tirolo ed a quell'Hofer che n'ebber un altro sì diverso e glorioso dalla storia; il nome di brigante si prodigava agl'insorti di Napoli e delle Spagne, ne' primordi del secolo; ai Belgi nel 1830, e sin agli Elleni! Le bande napolitane meriteran pure mille accuse ed ingiurie, sin che il successo non le giustifichi e le onori. Né sì spregevoli sono, né in sì scarso numero da non sperarlo confidenti. Già più niun osa di prenderle a scherno, ché scorsi son pur sei mesi ed ottanta battaglioni e le colonne mobili garibaldine assoldate, e le guardie nazionali prezzolate, e pur trascinate, e le orde Ungheresi non potean venirne a capo. E più luogotenenti vennero da Napoli rimossi appunto [p. 22 ==> 24/74] perché quel seme di resistenza alla dominazion piemontese non eran giunti a sradicare. Ma quale che sia il fine posto da Dio a que' moti popolari, quelle bande intanto pullulano dapperognidove, dapperognidove combattono, ed oramai né loro il carattere politico si nega, né la loro forza si maschera, né il pericolo se ne attenua (1). [(1) Vedi le discussioni del parlamento italiano intorno allo stato delle province meridiali d'Italia.]

Il governo stesso di Torino, pur volendo sbiadir le tinte del quadro lacrimevole delle province napolitane, fu dalla forza del vero costretto a confessar che son colà piaghe che niun medico potrebbe guarire (2). [(2) Parole del Ministro Ricasoli dalla tribuna del parlamento italiano.] Ma chi mai quelle piaghe produsse e fe' incrudelire? Onde mai avvenne che un reame già sì prospero, ricco e tranquillo, che unanimamente avrebbe Garibaldi e Vittorio Emmanuele acclamato, che rinunziando alla sua autonomia, si dipingeva al mondo sì lieto dell'avventurosa sua sorte, tutto ad un tratto ed in men che fa sei mesi sprofondato si vede in tante miserie, in tanto sangue, in tante ruine? Qual magica mano cangiò dunque il giardino d'Italia in un deserto? Sin dal primo momento che Garibaldi avea potuto credersi sicuro della Sicilia, fra i tanti decreti ed a furia pubblicati, avea proclamato una legge agraria, e diviso i beni comunali agl'insorti ed a quei che si disegnavano come le vittime della tirannìa. La qual promessa fu trista [p. 23 ==> 25/74] semenza che tosto generò appetenze, tumulti ed usurpazioni violenti per plebe ignorante, misera, ed avida sempre. Una folla di leggi si successero e senza intervallo dietro l'entrata di Garibaldi in Napoli. Si decretavan strade di ferro, asili infantili, casse di risparmio, case sane ed economiche pel popolo, e mille progetti si facean sulla distruzione della mendicità, mercé il travaglio, su nuovi principi di pubblica beneficenza, sulle poste, sulle imposte. Cose sempre e dappertutto bandite, non mai eseguite e capaci solo a svegliar pretensioni strane, desideri smodati ed insofferenza della propria condizione. Il denaro pubblico intanto necessario ai bisogni dello stato si sciupava, si disperdeva ed impudentemente si rapiva. La finanza napolitana era sin a quel dì stata la più prospera di quante erano negli stati diversi di Europa. I dispendi gravissimi cagionati dalle epidemie e dalle carestie del 1853, 1854, e 1855; nel 1859 dal riordinamento dello esercito, e più tardi le necessità della guerra, aveano costretto il governo ad alienar qualche parte della rendita napolitana, della quale non fur tutte le somme riscosse. Non però quando entrava in Napoli l'invasore seguito dalla rivoluzione, trovò un erario che potea supperir ai bisogni dello Stato. Ma

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ben presto somme enormi furon tolte ed inviate a Genova ed a Livorno, gli esuli rientrati tolsero per sé, a titolo d'indennità per i danni patiti, danaro senza fine. Un sol ministro tolse per sé ducati 72mila; [p. 24 ==> 26/74] altro 40m. e 18m. pel proprio padre, altri proporzionatamente altre somme per sé e pe' suoi; il dispotismo degli uomini levati in alto dalla rivoluzione fè porre senza tema e senza ritegno le mani nel pubblico erario. [...] [p. 26 ==> 28/74] Quale esser poteva lo stato del popolo, a cui si era per lungo tempo sussurrato che l'arrivo non contrastato del Garibaldi farebbe un Eden di Napoli, ed il Pattolo vi scorrerebbe in larghi rivi? Esulando la Corte, il corpo diplomatico, e tutto intero il patriziato, quante esistenze non si videro ad un tratto e necessariamente condannate all'indigenza? Qual meraviglia dunque che in men di due mesi si ebbe a veder con terrore un tumulto fra gli operai di [p. 27 ==> 29/74] Cava pel mancato lavoro, in Napoli una rivolta fra quelli dell'arsenale, lo sciopero or di questo or di quel ceto di artieri, e da ultimo dei cocchieri da nolo traversanti per le vie della città vociferando armati e minacciosi, cose tutte per lo innanzi inusitate! E di che viver doveano tanti operai quando sciolto era un esercito di 100 mila soldati ed una numerosa marina che lasciavan tanti uomini senza stato, tante braccia senza lavoro; si sospendean opere degli arsenali, si chiudeano o vendeano le fabbriche di arnesi navali e militari, e da Torino s'incominciava a provvedere Napoli di tutto, dalle vesti alle calzature de' soldati? E si spedìa poscia sin la carta ad uso delle pubbliche officine, i bilancini de' bottegai, sin le panche di legno per le pubbliche scuole, sin le pietre a costruire le orinaîe della città? Cose incredibili sono e pur vere e sotto gli sguardi di tutti! Quali mercedi restar poteano agli operai di Napoli, quando sul frusto loro pane si gittavan come botoli affamati torme d'impiegati spediti da Torino, tutti pagati, a fronte dei napolitani, di doppio stipendio? E quali impiegati! Basterà ricordar che ad ordinar la polizia di Napoli fu inviato il Curletti che indi a poco venne scoverto in Bologna complice e protettor di tutti i ladri del reame italico. Insipienti, inabili Alpigiani, a cui la dominante Torino fornìa larghe indennità, negate ai napolitani, mandati quasi a confine ne' luoghi più remoti di Piemonte Lombardia! Eppur secondo gli stessi banditori del plebiscito [p. 28 ==> 30/74], Napoli non era terra conquistata, ma si sarebbe volontariamente data, e non certamente a Torino, ma all'Italia si sarebbe data. E quasi gli impiegati non bastasser, si gittavan sul napolitano gli operai delle ferrovie, i facchini delle dogane, i carcerieri, sin le donne per lavorar i tabacchi, sin le nudrici per nudrir i trovatelli. Napoli divenia la California d'ogni maniera di geldre Piemontesi. E perché i tanti operai sentissero più acerbamente l'aculeo della fame, un pensiero demagogico li avea raccolti e formati in associazione anzi sociale che industriale, instillando ne' loro animi la coscienza della loro forza ed il disprezzo della legge e de' magistrati. Le scene sanguinose di Manchester alla misera Napoli fra non guari non mancheranno, e più sanguinose saranno e più spaventose. [...] [p. 48 ==> 50/74] Niuno dunque maraviglierà (ed il popolo Inglese sì geloso della giustizia e della legalità meno che altri mai) se in poco più di tre mesi dalla caduta di Gaeta le popolazioni del reame di Napoli che già parevano compresse, comecché frementi del loro nuovo destino, ad un tratto qua e là balzassero nuovamente in piè, impugnando inserpentite le armi contro l'esiziale dominazione. Ed in qual modo e con quali armi il Piemonte intese da quel momento a comprimerle e soggiogarle? I più nefandi ricordi delle guerre civili a petto alla atrocità piemontesi impallidiscono. Bandirsi non osava legge stataria, ché stato sarebbe bandir la propria immanità ed impotenza; ma le riluttanti popolazioni si preferì di sterminare militarmente e senza giudizii. I Pinelli, i Nigra, i Galateri, ed altri duci dell'esercito sabaudo bandivano una guerra di esterminio, nella quale la pietà un misfatto (1) [(1) V. Documento num IX] Né si rimasero alle sole minacce. Dappertutto, ove gl'insorti nelle mani Piemontesi cadevano, erano spietatamente e sull'istante moschettati. Ecatombe di quaranta o cinquanta per volta in moltissimi luoghi si videro, a Montecilfone il furono quarantasette sopra [p. 49 ==> 51/74] ottanta prigionieri; a Montefalcione cinquanta, ricovratisi nello stesso tempio di Dio, furono scannati. (1) [(1) V. Mozione d'inchiesta del deputato Duca di Maddaloni. Nizza 1861.] Né i soli trovati colle armi alla mano ma quelli

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bensì come aderenti dell'insurgenza da vendetta o timori indicati, erano soldatescamente uccisi. Un pastore nelle vicinanze di Pozzuoli trovato a dormire ne' campi da un ufficiale capo ad una mano di Piemontesi ed increscioso di fare delle indagini nel vicino abitato, fu all'istante ucciso. Taluni contadini nelle vicinanze di Nola, molti villici ne' dintorni di Avellino e di Sansevero, un numero infinito di pacifici carbonieri del Gargano, per semplice delazione, o al più lieve sospetto ebbero la stessa sorte. In Calabria, non meno di ottantadue; nel sol distretto di Geraci, fra' quali il Barone Franco e lo Zio vennero sull'istante spietatamente messi a morte. A niun concesso, prima di morire e per impazienza dei carnefici, gli estremi conforti della religione. Di quanti strazî spesso martoriati pria del supplizio, impossibile a dire. Tredici già soldati napolitani, erano imprigionati presso Lecce, e condotti innanzi al giudice più vicino. Ma quando questi chiedea de' prigionieri, gli si rispondeva, riposar presso l'abitato: i soldati della scorta li aveano moschettati. Parea che dalla rabbia indiana del nuovo mondo queste orde sabaude fossero invase. Eppure quegl'insorgenti, che di briganti si qualificavano, di sì feroci vendette non si faceano rei, ed i prigionieri o [p. 50 ==> 52/74] rimandavano o rispettavano. Entrato in Somma, terra posta sì presso a Napoli, una mano di Piemontesi, il capo che li guidava fe' a sé condurre dalle loro case sei sventurati indicati come aventi intelligenze e pratiche cogli insorti, e senza altro udirne, li fe' sull'istante porre a morte. Fra quei sei assassinati era pur un uffiziale di guardia nazionale, ventenne e lieto da qualche dì per conseguite nozze. Ed un ribaldo solo nelle sue delazioni era bastato al capitano conte del Bosco ad ordinar quelle stragi! Menato il conte, dietro il clamore pubblico, in giudizio, fu da' giudici mandato assoluto. Il consiglio di guerra, riunito in Torino, non del carnefice, ma delle vittime sentenziava, e ad assolver l'uno, dichiarava con postumo giudizio, che le altre erano colpevoli di connivenza con gl'insorti. Ma qual magistrato le avea giudicate, qual legge si era loro applicata, da chi era il Conte facoltato a quell'iniqua strage? Ville, casolari, capane ch'esser potessero, ricovero agl'insorti, dati alle fiamme; al cader del dì tutti i villici costretti, a riparare, pena il capo, nell'abitato. Famiglie intere, orbate di padri o di mariti, scorrono, prive di pane e di tetto le campagne. (1) [(1) V. Documento num. X] Né a queste inique uccisioni le centurie de' subalpini soldati si arrestavano. Dalla ferina rabbia de' capi sospinte, quelle soldatesche le terre ove più forte resistenza incontravano, con ferocia Irocchese, a ferro ed a [p. 51 ==> 53/74] fuoco metteano. Le popolazioni atterrite videro gli eccidi, le stragi di Ariano, di Frasso, Paludi, Montemiletto, Torrecuso, di Paopisi, di Santantimo e d'Isernia; le ruine di S. Marco in Lamis, di Viesti, di Cotronei, di Spinello, di Rignano, di Vico di Palma, di Barile, di Campodichiaro, di Guardiaregia, di Montefalcione, riempite di saccheggi, stupri, e sacrilegi d'ogni maniera. Con orrore videro le ruine e le stragi di Auletta, nella quale penetrando le soldatesche ebre di sangue, il comandante, di sua mano, facea fuoco col suo revolver addosso a quanti come reazionari gli venivan indicati. Il diario ufficiale di Napoli annunziava le truppe reali entrate in Trivigno, e di aver ucciso quaranta fra resistenti legittimisti (1). [(1) Giornale ufficiale del 6 dicembre 1861] Eppur niuno era che non sapesse gl'insorti esser usciti da molto innanzi dalla città e gli uccisi esser miseri che la paura avea cacciato in fuga, o che, vista la città in poter de' reali, con sventurata sicurezza in un salvo condotto del sindaco, vi eran rientrati, E coloro che li mettean a morte, eran quegli stessi Ungheresi, che delle stragi di Montefalcione si eran lordati! Tutti il sapeano l'orrendo fatto, ma il terrore agghiacciava le labbra di tutti. Ma dove è che non sia giunto il grido dell'esterminio di Pontelandolfo e di Casalduni? A vendicar la morte di taluni soldati, una squadra di rabbiosi Piemontesi piomba su quelle misere terre, le dà [p. 52 ==> 54/74] alle fiamme; uomini, donne, vecchi, fanciulli tutto involgendo tra le fiamme e le ruine. E non si apria la terra! (1) (1) [ V. Arringa del deputato Ferrari nel Parlamento Italiano] Ebbe altravolta Inghilterra a lagrimar per guerre civili; ed erano pur altri tempi, altri i costumi; ma di simili orrori ed inumani stragi non vide pur mai. Qual terra di Scozia e d'Irlanda fu sottoposta al fato di queste incenerite terre napolitane? Ed intanto il generali Cialdini, che quell'esterminio avea comandato, il palesava al mondo col diario uffiziale, annunziando che giustizia era stata fatta di Pontelan

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dolfo e Casalduni! Più tardi quando questi lanzichenecchi di Piemonte s'insanguinavano nelle stragi di Castellamare di Sicilia (2) [(2) Documento n. XI], il Questore di Palermo annunziava pubblicamente: in Castellammare già si fece rigorosa giustizia; e giustizia era l'aver a colpi di baionette a dritta ed a manca scannato. Si prometteva amnistia, si bandìa salva la vita a chi spontaneo si presentasse, e con punica fede, i presentati a Livardi, a Caserta e nell'agro Nolano, e in molte altre terre, poscia si moschettavano. I genitori di molte vittime pel dolore uscivan di senno e vagavan tutto dì per le campagne in traccia de' trucidati figliuoli. (3) [(3) Vd. Mozione del deputato Duca di Maddaloni, e l'esposizione del deputato Ferrari nel Parlamento italiano]

I soli Proconsoli Francesi del 1793 ne sarebbero stati capaci. Eppur quelli credean punir cittadini alla patria ribellati, ed [p. 53 ==> 55/74] i Piemontesi punivan uomini insorti contro l'oppressione straniera. Recentissima è la strage di venticinque fra spagnoli e napolitani, che intendean ad abbandonar le terre del reame, si ritraevan fuori dalla insurrezione, ed eran presso a riparar nelle terre della Chiesa. Assaliti, si arrendean e ponevan le armi; e quella resa importava salvezza della vita, ché, ove ciò non avessero sperato, colle armi alla mano sarebber periti ed avrebber almeno la loro morta con quella di molti nemici vendicata. Ma appena spogliatisi delle loro armi, vennero moschettati! Eppur loro capo era un generale che avea sin da' primordi della sua generosa impresa offerto ai Piemontesi di combatter a buona guerra e senza violare le leggi dell'umanità. Eppur quegli sventurati erano stati colti mentre riposavano e mentre ogni idea di guerra aveano smesso. Eppur i fratelli Bandiera, sbarcati a ribellar il reame nel 1843 con un egual numero di seguaci, ebber giudizio, non istantaeno, ebber difensori, un degli accusati andò assoluto, e sopra ventuno a dodici venne fatta grazia della vita! Ed in quel tempo intanto si gridò che i fratelli Bandiera, presi coll'armi alla mano in flagranza di rivolta, difesi e giudicati, stati fosser assassinati! E Borjes ed i suoi che si ritraevan dall'osteggiare ed abbandonavano ogni pensier di resistenza per comando di un maggior Piemontese, eran militarmente trucidati, e l'opera di sangue sembra un necessario e santo olocausto al pensiero dell'Italia unita!" 2.12. PLEBISCITO = REA TRAGICOMMEDIA. Altre significative equazioni, ce le dà Giacinto De Sivo (1861) nel Capitolo Decimo de I Napolitani al cospetto delle Nazioni Civili: plebiscito = rea tragicommedia, rivoluzione e broglio plebiscito = titolo d'una scandalosa usurpazione plebiscito = mera formalità suffragio universale = crudo scherno [p. 58 ==> 65/97] I Napolitani non vogliono.

E fosse pur buona, la ricusano i Napolitani. La volontà popolare, ora quando si deifica il diritto de' popoli, sarà solo pe' Napolitani parola morta, anzi amaro scherno? Torino vuole far una Italia, e le Due Sicilie saranno disfatte, perché Torino vuole? Certo anche qui, il 21 ottobre 1860, fu secondo l'usanza un suffragio universale; un suffragio dopo che il Dittatore aveva decretata l'annessione! Vi presiedevano cinquantamila Garibaldini con l'arme sanguinose, mentre cinquantamila baionette sarde assalivano alle spalle i nostri pugnanti soldati. In quel momento di terrore, quando a un girar di ciglio un uomo era morto; quando i cartelli sulle cantonate dichiaravano NEMICO chi votasse pel NO; quando battiture e ferite e morti seguivano nelle sale de' comizii; quando anche l'astenersi era apposto a colpa di stato; in quel terribile furor di guerra fra cannoni e pugnali e rewolvers; quando eran poste due urne palesi per far che la paura sforzasse la coscienza, e quelle del NO eran coperte da' camorristi; quando costoro in frotta, di piazza in piazza, votavan le dodici volte; quando minacce, insinuazioni e promesse forzavano la volontà; quando gl'impazienti vincitori, frementi dell'aspettare e del veder pochi votanti lanciavano a piene mani i SI dentro l'urne; quando gli

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scrutinatori moltiplicavano con la penna, e ne facevano a forza numero di maggioranza, oh!... quel famosissimo suffragio universale è crudo scherno. Niun pacifico uomo, in quei miserevoli giorni, poneva mente a quanto la setta operava. Salvar la vita era il pensiero universale; e il poterla salvare col gettare [p. 59 ==> 66/97] una schedula nell'urna era sovente opportuno modo. Il popolo udì il non più udito plebiscito, senza intenderlo; e dove intese si astenne o riluttò (24). Nella piazza reale di Napoli fu proclamato il voto, senza sorpresa, senza plauso, senza popolo, se plauso e popolo non diransi le guardie nazionali chiamate per ordine, e i camorristi di rito, e le loro famiglie. Il popolo, e soprattutto quello delle campagne, fremeva a quella ressa, della quale non bene il senso intendeva (25); ma ben capiva ch'era rivoluzione e broglio. Il contrabandiere vedeva di poter ora spregiar le ordinanze doganali (26); il proletario sentiva che avrebbe mangiato senza fatica; l'ambizioso che avrebbe uffizii e soldi; il galeotto si vedeva fuor dagli ergastoli; e pur di donne brutte o vecchie si speravan trovare amanti e mariti fra tanti scavezzacolli stranieri. La buona gente si stava in casa, o stretta in carcere, timorosa ed ansiosa, non dando importanza legale a quella rea tragicommedia. Ma alla setta bastava mostrare all'Europa una maggioranza [p. 60 ==> 67/97] di cifre; fu bensì avveduta a non esagerarla oltre a 1.313.376; e più le parve bene mostrare imparzialità col segnare 10.312 voti negativi. Cosicché in tutto fe' credere venissero all'urna 1.323.688 votanti. Ora se da quei voti affermativi accorrenti a tutte le piazze, quelli a migliaia dati da esteri Garibaldini (27), quelli lanciati da' presidi dell'urne; se togliete i giovanetti imberbi, ammessi a far numero; se concellate le cifre moltiplicate da' computisti che aveano a tirar fuori un numero da giungere a maggioranza, troverete pochissimi votanti. Né indicano libertà di giudizio i 10.312 voti negativi; perocché, se pur furon veri, furono de' Garibaldini repubblicani, che davano il NO. Qualunque altro non Garibaldino che osò altrettanto, la pagò cara. Pertanto in molte piazze furono busse e pugnalate; e io vidi in piazza Montecalvario, nel bel mezzo di Napoli, un povero vecchio andarne malconcio di gravi ferite, alla presenza dell'eletto. E che mai non fecero ne' paeselli solinghi e lontani? Dunque nel reame soli 10.312 voti niegarono l'annessione al Piemonte? E le prigioni tutte colme di centomila infelici che Borbonici appellate voi stessi? E le vostre liste di sorvegliati indefinite? E le migliaia di fucilati da voi? E i vostri stati d'assedio? (28) e i [p. 61 ==> 68/97] centomila uffiziali militari e civili da voi cacciati d'uffizio? E gli esiliati che van raminghi per la terra? E le bande, insorte in tutte le provincie, che vi combattono con l'arme alla mano? E gli abitanti di quindici città reazionarie da voi rovesciate e bruciate? E i villaggi, e i molini, e le cascine, e le case in ogni parte saccheggiate da' Garbaldini, e da voi? Tutta questa immensa enumerazione di gente, cui voi stessi dichiaraste inimica, va dunque compresa ne' 10.312 voti negativi; ovvero votarono pel SI? Lasciate dal vantar plebisciti. Dite che son fatti compiuti; e sì che sono compiuti, ma per restar monumenti eterni di vostra nequizia. Voi, gretta minoranza, volete imporre il vostro pensiero ad una nazione, e col pensiero i ceppi, e co' ceppi gli spogli, e co' spogli le morti. Vi dichiarate maggioranza, ma l'opere vostre stesse vi han contati, e coteste paure vi dimostran pochissimi. Mandate via gli armati stranieri, e conteremo meglio. Un pugno di tristi vuol comandare a' milioni; perciò destituisce, disarma, condanna, pugnala, carcera, esilia, fucila ed incendia. Siete atroci, perché pochi; siete costretti a dar terrore, perché vi manca il numero; dovete far seguaci con la corruzione, perché non avete il concorso della virtù; e volete asservire la patria, perché la patria non vuol voi. Ma niuno più vi crede; e quei protettori che a forza di menzogne vi guadagnaste, anch'essi han dato giusto giudizio de' vostri plebisciti. Il Nobile Lord Russel nel dispaccio del 24 gennaio 1861, diceva: I voti ch'ebber luogo pel suffragio universale in quei regni e provincie non han grande [p. 62 ==> 69/97] valore agli occhi del governo di S. M. la regina. Questi voti sono mera formalità dopo una insurrezione, o di una ben riuscita invasione; né implicano in sé l'esercizio indipendente della volontà della nazione, nel cui nome si son dati.

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Ben è vero che questo Lord soggiungeva il Parlamento di Torino qual rappresentante della nazione poter dell'annessione deliberare. Ma se nullo è il plebiscito, è illegale il parlamento; né quei rappresentanti potevano aver mandato per l'annessione ritenuta già fatta. I rappresentanti eran conseguenza non causa dell'annessione. E come vennero eletti costoro? È stato più volte comprovato che i voti dati in tutta Italia a' deputati proclamatori del re d'Italia giunsero appena a centomila. E centomila fra 24 milioni d'Italiani femerrebbero i destini di tante nazioni? E se non era legale pel Russel il voto di un milione e trecentoventitremila persone nel solo regno di Napoli, sarebbe legale il voto d'un parlamento fatto da centomila in tutta Italia? Cotesti sedicenti deputati, ignoti al popolo, corifei di sette, eletti da se stessi, e il più senza nome e poverissimi, ora proclamano il re d'Italia, e fan debiti, e pongono imposte, e ci levan la roba. Fuorusciti, cospiratori decennali, pasciuti da Torino, ora pagano lo scotto a Torino con le nostre tasche. E questa nobilissima patria sarebbe così manomessa? In mentre qui stranieri e camorristi costruivano il plebiscito d'annessione, l'esercito nazionale combatteva per l'indipendenza; e per l'indipendenza combattevano con falci, ronche e pietre i disarmati contadini (29); combatteva il clero col niegare i Te Deum, l'ingegno e la nobiltà con gli esigli e con le carceri e lo astenersi, combatteva la ricchezza col nascondersi, la mercantanzia col ritrarsi dal commercio, e gli uffiziali col farsi dagli [p. 63 ==> 70/97] uffizii destituire. In mentre si menava a cielo l'unanimità del voto, i Pinelli e i Cialdini lo smentivano con le bombe e le fucilazioni, col sacco e col fuoco (30). I Romani federavano i popoli vinti, e lor serbavano le leggi e le costumanze; però solo quando si facevan ribelli assoggettavanli a prefetture. E questo era stato di punizione, e durissimo; laonde ogni città abborriva dall'esser prefettura di Roma. E si crederà Naoli spontanea agognare all'nore d'esser prefettura di Torino!! Torino ha inventato il plebiscito de' numeri; ma il mondo vede i plebisciti de' fatti d'una intiera nazione, e molti e diversi. Le fortezze di Capua e Gaeta, di Messina e di Civitella del Tronto contrastano sinché han potenza di difesa. Gli agenti nostri diplomatici all'estero restano al posto loro, e senza emolumenti. I nobili, fuggenti o cacciati dal regno, riempiono l'orbe de' loro lamenti, protestano, e danno al re e alla regina sulla terra dell'esiglio, una spada e una corona gioiellata, per omaggio di fedeltà, e attestato di gratitudine per la difesa della patria (31). I soldati lasciano le case loro, e disertano dallo straniero per isquassare sopra le vette de' monti l'avita bandiera. [p. 64 ==> 71/97] I contadini (fanno i nove decimi del popolo) tutti a sospirare il re; e chi corre a ingrossar le bande nazionali, e chi vi reca panni e pane, e chi dà avvisi e segnali, e pronti anzi a morire che a servire. Gli scienziati od artisti si niegano alle orgie demagogiche, e sono condannati a non pensare; però vedi rimutate le università e i licei, e sciolti gl'istituti di scienze e belle arti, e gli educandati e i collegi. Il Clero fuggente o sofferente leva preghiere a Dio, ed aspetta. Gli artegiani, mancanti di lavoro, cadenti per fame, esclusi dagli aboliti opificii, piangono, tumultuano e van popolando le carceri e i monti. Sin le donne in frotta per le vie, innanzi agli oppressori sventolano bianchi panni, e gridano Viva Francesco. Il popolo tutto accorre a comprare i pochi giornali conservatori, e impara a memoria i proclami di Burges e di Chiavone. Si vedono bensì Garibaldini far la palinodia, e ripigliar l'arme pel combattuto re, e scrivere giornali borbonici, e pienamente pentirsi. Anco i deputati rivoluzionarii strepitano nella camera a Torino, e v'ha chi protesta e chi si dimette. E gli stessi giornali rivoluzionarii, o che finiscono per mancanza di lettori, ovvero anche pagati da quel governo, sono stanchi di adulazioni, e fanno dalle mal verbate linee tralucere l'odio al Piemonte, e la stanchezza della menzogna. Una guerra è in ogni paesello, il regno è un fuoco, e il terrore non basta a rattenerslo. Né bastano le male arti, né la forza. Non bastarono centomila Piemontesi, né un principe reale, né quattro luogotenenti cui la setta avea già dato rinomanza e celebrità; non un Farini riorganatore, non un Nigra diplomatico, non un Ponza amministratore, non un bestiale Cialdini (32). Questi gonfi uomini innalzati da [p. 65 ==> 72/97] vaporose lodi settarie, qui denudaro

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no la loro nullità. Non bastò si accozzasse una guardia nazionale faziosa, che fa la spia, lo scherano e il carceriere; non bastarono i corpi franchi e le guardie mobili composte di proletarii e disperati. Non bastarono cento nuove leggi, non i promessi demanii, non le dogane aperte, non i profusi tesori, non le ordinanze marziali spietatamenre eseguite, non i nuovi ordigni inventati per ferrare le dita e i polsi a' gentiluomini, non le persecuzioni e gli abbruciamenti de' giornali propugnatori della verità; né bastò che la menzogna insanguinata sfolgorasse tutte maniere d'arme e di vendette. La nazione rilutta. Altra prova di contrario plebiscito è la ordinata leva militare. Le liste sono lacerate a furor di popolo, gli agenti comunali minacciati; indarno accorrono battaglioni, e armati sgherri presiedono a' sorteggi; incontanente i sorteggiati fuggono su' monti. E questo paese dava senza sforzo centomila coscritti al suo re. E perché ora non vanno a servire il Piemonte quei che dettero il famoso SI? Chi adunque nel reame vuole l'unità? Non la nobiltà, non il clero, non gli scienziati, non le milizie, non gli artigiani, non i contadini, e non i commercianti. Voglionla i contrabandieri, i galeotti, i camorristi, ed uomini oziosi, lanciati per errore o per bisogno o ambizione nel caos delle sette. Questi han preso le cime degli uffizii, questi strepitano, scrivono, spauriscono, pugnalano, fucilano, e si chiamano popolo e nazione. Ma il popolo del regno NON VUOLE l'Italia una. __________________ [p. 59 ==> 66/97] (24) Il governatore rivoluzionario della Capitanata così rapportava da Foggia, a 24 ottobre 1860: Il giorno del plebiscito è stato per questa provincia un giorno d'insurrezione, ed i comizii in più comuni non si sono raccolti. Si sono fatti E SI FANNO SFORZI STRAORDINARII, perché il movimento non fosse generale ec. Parla poi di reazioni universali, e domanda soldati ed arme.Vedi Appendice all'opuscolo il Governo della Capitanata. Nap. Tip. Colavita, 1861. Se fossero pubblici i rapporti degli altri governatori avremmo in ogni provinica di simiglianti confessioni. (25) Presero talvolta a ingannare i contadini, dicendo che i SI accennavano al ritorno di Francesco, come avvenne in Mileto di Calabria, e altrove. Sovente davano molti SI in una cartella; e l'ignaro contadino ubbidiva, credendo con più voti di richiamar meglio il suo re. (26) Vendevano pubblicamente per le vie il sale di contrabando a due grani il rotolo, gridando: Sono usciti i ladri! per incitare a plaudire la rivoluzione. Così ogni stato costituito sarà ladro se ha pubblici balzelli; e l'Inghilterra, che ne ha di gravissimi, sarà la più ladra di tutti. [p. 60 ==> 67/97] (27) Anche il Garibaldi, il Bixio, il Sirtori e consorti ebbero l'impudenza di dare il voto. (28) Il governatore rivoluzionario di Teramo dava fuori a 2 novembre 1860, cioè nove giorni dopo il plebiscito, questa ordinanza: Tutti i comuni della Provincia dove si sono manifestati o si manifesteranno movimenti reazionarii, sono dichiarati in stato di assedio. In tutti i detti comuni sarà eseguito un rigoroso e generale disarmo... I cittadini che mancheranno all'esibizione delle arme di qualunque natura, saran puniti con tutto il rigore delle leggi militari da un consiglio di guerra subitaneo. Gli attruppamenti saran [p. 61 ==> 68/97] dispersi con la forza. I reazionarii presi con le arme SARAN FUCILATI... Gli spargitori di voci allarmanti saran considerati reazionarii e puniti militarmente con rito sommario - P. De Virgilii. - E chi dubitasse della esecuzione ricordi l'ordinanza essere seguita da generali e soldati piemontesi! [p. 62 ==> 69/97] (29) Ricordo i soli fatti d'Isernia e Caiazzo vicinissimi a' campi di battaglia. [p. 63 ==> 70/97] (30) Il Pinelli da Ascoli, a 3 febbraio 1861, emanava un ordine del giorno a' suoi soldati, ove fra l'altre diceva: ... Siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali (i reazionarii!) la pietà è un delitto. Noi annichileremo e schiacceremo il sacerdote vampiro, il Vicario non di Cristo ma di Satana... Purificheremo COL FERRO E COL FUOCO le regioni infestate dall'immonda sua bava... Non ti par di udire un cannibale, anzi il Satana del Milton che maledice il creato, la virtù e Dio? Lo stesso governo piemontese l'ebbe a richiamare; perocché voleva, sì, che si fosse col ferro e col fuoco proceduto, ma voleva non si dicesse. E di fatto ritornato dappoi il Pinelli, ha usato ferro e fuoco, ma non ha più dato di siffatti ordini del giorno. (31) Questi doni costarono 200 mila franchi; ed è molto eloquente cotal maniera di plebiscito, dove il prezzo è pagato da chi dà ilvoto, non da chi il riceve! [p. 64 ==> 71/97] (32) Il proclama di costui è monumento della balorda ignoranza d'un plebeo salito al potere. Parla d'un Vesuvio ruggente, d'un Portici che trema, e non so quante altre pappolate. Quando ei poi [p. 65 ==> 72/97] andò via, fu schernito con questo scritto per su le mura: Quando il Vesuvio rugge, Caldini fugge.

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2.13. PLEBISCITO = AFFARE FATTO IN FAMIGLIA. Ed ecco la testimonianza de visu et de auditu di Giuseppe Buttà {Naso (ME), 4/01/1826 †1886. Presbitero (cappellano militare dell'esercito borbonico), scrittore legittimista e memorialista italiano.}, per il quale: plebiscito = affare fatto in famiglia, tratta dalle sue memorie della rivoluzione 1860-1861, contenute in UN VIAGGIO DA BOCCADIFALCO A GAETA (1875): [p. 561 ==> 570/821] "CAPITOLO XXXVI. Il 21 ottobre di quell'anno 1860 fu giorno memorando per questo Regno delle Due Sicilie: si fece il Plebiscito! Di questo grande avvenimento dirò tutto quello ch'è necessario a sapersi come semplice cronista. Quando si fece il Plebiscito, l'esercito e il Re di Piemonte erano già entrati nel Regno; nel porto di Napoli dimorava la flotta sarda, e vi erano in Napoli soldati piemontesi di guarnigione e quarantamila garibaldini. Giorni prima che si facesse il Plebiscito, si affissero in Napoli de' cartelli dichiaranti nemico della Patria chi si astenesse o desse il voto contrario all'annessione. In ogni luogo del Comizio si posero due urne palesi acciò si vedesse chi dava il voto negativo e chi affermativo. Il primo a votare fu il Dittatore, in seguito i garibaldini duci d'ogni nazione: Sirtori, Bixio, Turr, Eber, Eberardt, Rustow, Peard, Megiorodes, Teleki, Dunn, Milbitz, Csudafy, ed altri simili nomi che straziano gli orecchi italiani, votarono per far l'Italia una! Non si confrontarono le tessere con le liste, né con le persone. Il garibaldino Rustow nel vol. 2° pag. 114 delle sue rimembranze d'Italia {Rüstow. Souvenirs de l'Italie méridionale; la campagne de 1860, traduit par Charles de Robertsau, XX-XXIII. 1862}, dice che a Caserta lo Stato Maggiore [p. 562 ==> 571/821] della sua divisione era di cinquantuno uffiziali (scusate se son pochi), né tutti presenti, si trovò di aver dato centosessantasette voti! {Il 20 ottobre - scrive Rüstow, nella traduzione francese dal tedesco di M. Charles Robertsau - ebbe luogo, mediante SÌ e NO, il voto sull'annessione. La questione, essendo così posta, era assai difficile, per coloro che erano di diversa opinione, dire di NO. L'esercito votò ugualmente. La 15a divisione arrivò verso mezzogiorno; e votarono successivamente per reggimento al Municipio, deponendo bollettini stampati. Quando fu il turno dello Stato Maggiore, molti uomini esterni all'esercito si intrufolarono tra gli ufficiali, e loro consegnarono i bollettini di voto con il Sì consacrato. Ne risultò che allo spoglio, si trovarono 167 schede per 51 votanti, che neanche si trovavano tutti a Caserta quel giorno là. Il giorno del voto fui colto da una diarrea che aveva tutte le caratteristiche della dissenteria. Grazie alla medicazione energica di Ziliani, mi rimisi rapidamente e me ne rallegrai, tanto più che, avendo ricevuto l'ordine di portarci l'indomani davanti a Sant'Angelo, dovevamo necessariamente passare il Volturno. Revue germanique et française, Paris 1862. p. 105 ==> 114/643}

Nel resto del Regno si fece il Plebiscito al pari di quello di Napoli: a' villici si dicea, che mettere il SI nell'urna volesse dire che tornasse Francesco II. L'Arcivescovo di Rossano, il 14 ottobre, scrisse al suo clero acciò considerasse se il Plebiscito portasse nocumento alla religione, e si desse il SI o il NO senza rispetto umano, valendosi della promessa libertà. Sembra che i così detti liberali avrebbero dovuto lodare questo consiglio di quell'Arcivescovo: nondimeno fu costui insultato e messo in carcere. In que' paesi ove non era forza armata, ad onta degli sforzi de' liberali non si fece Plebiscito, anche alla Barra ch'è alle porte di Napoli. Alcuni paesi invece di votare, si rivoltarono contro coloro che consigliavano il Plebiscito. Il Governatore di Capitanata, il 24 ottobre, scriveva al Ministero di Garibaldi: <<Il giorno del Plebiscito è stato per questa provincia giorno di ribellione; i comizi in più comuni non si sono raccolti, e si fanno sforzi estraordinari perché il movimento non sia generale. Qui sono reazioni universali: mandate soldati ed armi.>> Si era decretato che pel 6 novembre doveasi pubblicare il risultato del Plebiscito del Regno al di qua del Faro, e siccome era entrato nel reame il Re V. Emmanuele, si anticipò di tre giorni. Quindi il 3 novembre [p. 563 ==> 572/821] dopo mezzogiorno si schierarono 24 compa

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gnie di Guardia nazionale avanti il Palazzo Reale, e Niutta, Presidente della Suprema Corte di giustizia proclamò il risultato del Plebiscito; e concionando annunziò la decadenza de' Borboni dal Trono delle due Sicilie. Disse essere stati un milione, trecentoduemila e sessantaquattro {1.302.064} SI per l'annessione al Piemonte, e diecimila trecento dodici {10.312} NO. A questo annunzio seguirono salve di cannonate da' Castelli e da' legni di guerra. Vi furono la sera commiste luminarie ed allegrezze, sbalordimenti e tristezza! In Sicilia però l'affare del Plebiscito non passò senza che si venisse a vie di fatto. Tra quelli che voleano la Costituente e gli altri che voleano l'annessione incondizionata, furono rumori e lotte, ma messa in opera la Cuffia del silenzio, immaginata prima dall'ostetrico Raffaele per calunniare i Borboni, regnò l'ordine come in Polonia, e si fece il Plebiscito quasi unanime per l'annessione incondizionata al Piemonte. In Palermo furono trentaseimila duecento trentadue {36.232} SI, e soli venti {20} NO. In tutta l'Isola quattrocento trentaduemila e cinquantadue {432.052} SI, e soli seicentosessantasei {666} NO! Fece maraviglia come si trovassero que' pochi NO, tanto in Napoli, che in Sicilia, dappoiché nessun borbonico andò a votare: fu affare fatto in famiglia!..... Cavour ringraziò Pallavicini (neppure Garibaldi!) sul risultato del Plebiscito perché a lui in gran parte dovuto. Il pretendente francese, Luciano Murat, [p. 564 ==> 573/821] con una lettera stampata sopra i giornali, disse la gran menzogna, che: <<Le urne de' voti stavano tra la corruzione e la violenza>>. Elliot Ministro inglese a Napoli, benché fabbro di rivoluzione nel Regno di Napoli, ed amico de' rivoluzionarii, scrivendo al suo Governo il 16 ottobre, non si peritò dirgli: <<Moltissimi vogliono l'autonomia, ma sono forzati a votare per l'annessione; ed infatti la formola del voto, e il modo di raccoglierlo sono sì disposti che assicurano la gran maggioranza possibile per l'annessione, ma non costatano il desiderio del paese.>> Il 10 novembre, dopo che furono pubblicati i risultati della votazione di Napoli e Sicilia, lo stesso Elliot scriveva al Governo inglese: <<I risultati delle votazioni in Napoli e Sicilia rappresentano appena i diciannove fra cento votanti designati {il 19% dei votanti}, e ciò ad onta di tutti gli artifizii e violenze usate.>> Il Ministro inglese Russel più inconcludente di Elliot, nel dispaccio che diresse a Torino il 31 gennaio 1861 dicea: <<I voti del suffragio universale in que' regni non hanno alcun valore, sono mere formalità dopo una rivoltura, ed una ben riuscita invasione; né implicano in sé lo esercizio indipendente della volontà della nazione, nel cui nome si son dati.>> Etiam tu Russell? tu fabbricatore ed istigatore di rivoluzione, osi affermare simili corbellerie, e ti fai scrupolo di sì poca materia? Gatta ci cova...! Russel non contento di cadere in contradizione a furia di ciarle o, come direbbero i [p. 565 ==> 574/821] dialettici, cade nel circolo vizioso: in quel dispaccio del 31 gennaio 1861 diretto al Governo di Torino soggiunge: <<I rappresentanti della nazione (di Napoli e Sicilia) riuniti in Torino potranno tuttavia deliberare sull'annessione.>> Ma se questi rappresentanti della nazione son fatti col voto popolare simile a quello del Plebiscito del 21 ottobre, come voi signor Ministro britannico chiamate questo voto mere formalità, che non implichino in sé lo esercizio della volontà della nazione, e che non abbiano alcun valore, se volete poi che i rappresentanti abbiano il valore e il mandato basato su quel voto popolare per deliberare l'annessione? Signor Russel l'avete detta troppo grossa, e son sicuro maliziosamente; Cavour più furbo di voi quando lesse il vostro dispaccio, certo che ne rise saporitamente. Francesco II, l'8 novembre pel so Ministro degli esteri protestava contro l'invasione piemontese nel Regno, e contro la validità del Plebiscito." 2.14. PLEBISCITO = CORRUZIONE E VIOLENZA. L'insigne studioso di diritto commerciale, docente universitario e grande manager pubblico Pier Giusto JAEGER (1982), nella sua opera storica Francesco II di Borbone. L'ultimo Re di Napoli, tratta l'argomento Il plebiscito del 21 ottobre {1860} nel Cap. IX. L'INVASIONE:

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[pp. 155-256] "Nel clima sopra descritto si svolse il plebiscito del 21 ottobre. Questo tipo di

consultazione elettorale non ha mai dato luogo, né nel secolo scorso né nel nostro, a fulgidi esempi di libertà democratica; e quello tenutosi nelle province occupate del vecchio Regno delle Due Sicilie, <<di qua e di là dal Faro>>, non costituisce un'eccezione alla regola. La formula sulla quale il popolo veniva chiamato a esprimersi era stata scelta con una certa abilità e in modo da evitare contrasti tra gli annessionisti e gli antiannessionisti. Essa suonava così: <<Il popolo vuole l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele come re costituzionale per sé e suoi legittimi successori>>. A parte la zoppicante costruzione, era fatta per enunciare il massimo comune denominatore dei programmi dei vari partiti, esclusi i repubblicani. Garibaldi l'aveva accolta con favore, superando un primo momento di dubbio sul riferimento ai <<legittimi successori>>, con l'osservazione che i discendenti di un simile re non potevano non esserne degni. L'esercito meridionale venne ammesso in blocco a votare, compresi gli stranieri. L'esito della prova non era quindi dubbio; ma è noto che, in un plebiscito, l'importante non è vincere, ma stravincere, e che una percentuale del 90% viene considerata insoddisfacente. Perciò si ricorse a ogni trucco, nel voto e negli scrutini, per ottenere il risultato desiderato. Sotto il primo aspetto, ogni segretezza nell'espressione del suffragio venne rigorosamente esclusa. Tre urne erano in bell'evidenza nelle sezioni elettorali, una al centro, dove si deponevano le schede, e due ai lati, contrassegnate dalle scritte SI e NO in caratteri cubitali. Chi voleva votare doveva, per prima cosa, consegnare i documenti al presidente del seggio, poi ritirare la scheda, estraendola dall'urna con SI oppure da quella col NO, e infine deporla nell'urna al centro. Gli scrittori borbonici dipingono, naturalmente, a forti tinte l'atmosfera di intimidazione e di minacce anche fisiche cui furono soggetti i probi che avevano l'ardire di voler votare contro. Ma anche gli osservatori stranieri, e in particolare gli inglesi, ne rimasero scandalizzati. L'ammiraglio Mundy scrive che, malgrado l'ordine fosse perfetto, <<chi avesse voluto dichiararsi apertamente ostile alla parola d'ordine Italia una avrebbe avuto bisogno di molto coraggio morale>>; e conclude: <<Secondo me, un plebiscito a suffragio universale regolato da tali modalità non può essere ritenuto veridica manifestazione dei reali sentimenti di un paese>>. Elliott si esprime in modo analogo, mentre il pretendente francese {Lucien} Murat sostituisce l'enfasi gallica all'understatement britannico, affermando che: <<Le urne stavano tra la corruzione e la violenza>>. Non più attendibili apparvero gli scrutini. Specialmente i garibaldini si erano divertiti ad andare a votare più volte, e certamente nessuno pensò di impedirlo ai galantuomini delle città di provincia, che affermavano in tal modo la loro importanza. Conseguentemente, il previsto risultato schiacciante a favore dell'annessione si rivelò poco utilizzabile pur come strumento di propaganda. E, anche se le cose si fossero svolte in maniera più corretta, dalla maggioranza si sarebbero pur sempre dovuti togliere i quarantamila soldati che ancora si raccoglievano dietro il Volturno sotto le bandiere di Francesco II e i <<cafoni>> delle bande legittimiste." 2.15. PLEBISCITO = FALSA RAPPRESENTAZIONE DEL SENTIMENTO NAZIONALE. Ecco la testuale traduzione italiana {fatta da me} del brano del citato Ammiraglio Mundy: "H.M.S. Hannibal at PALERMO AND NAPLES during the ITALIAN REVOLUTION, 1859-1861. With notices of GARIBALDI, FRANCIS II., AND VICTOR EMANUEL BY REAR-ADMIRAL SIR RODNEY MUNDY, K.C.B., London 1863. CHAPTER. XXII. 1860. Decree on Annexation. [p. 250 ==> 272/394] [p. 256 ==> 278/394] Preparations for voting. È stato emanato dal Dittatore un decreto, che fissa il 21 corrente mese come il giorno in cui i voti sul soggetto dell'annessione si devono dare in tutto il regno delle Due Sicilie. Devo

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no essere dati secondo il principio del suffragio universale, ma a condizione di escludere la possibilità che le votazioni restino segrete. Si suppone che molte persone, specialmente delle classi colte, preferirebbero che Napoli restasse un regno separato, purché al sicuro dal ritorno della dinastia dei Borboni; ma i termini del Plebiscito asseriscono che deve farsi una semplice dichiarazione: "Sì" o "No" per l'unità sotto il re Vittorio Emanuele. Di conseguenza, molti che sono separatisti in fondo daranno il voto affermativo. Il 1° Articolo del decreto recita che: "Il popolo vuole l'Italia unita e indivisibile con Vittorio Emanuele, Re costituzionale, e i suoi legittimi discendenti. Il voto si esprimerà <<SÌ>> o <<NO>> per mezzo della scheda stampata. Nei luoghi destinati alla votazione, saranno poste 3 urne su un apposito tavolo. Quella centrale vuota, e una su entrambi i lati. In una di queste, saranno poste le schede con la scritta "SÌ", e nell'altra quelle con "NO, affinché ciascun votante ne possa scegliere una che vuole e depositarla nell'urna vuota. Ieri il Dittatore ha pubblicato il seguente avviso, quale primo annuncio ufficiale delle sue intenzioni riguardo al futuro governo del regno che ha conquistato: "Le Due Sicilie, che devono la loro redenzione al sangue degli Italiani, e che hanno eletto me come loro Dittatore, costituiscono una parte integrante e indivisibile dell'Italia, con il loro Re Costituzionale, Vittorio Emanuele. Metterò nelle mani del Re, al suo arrivo, la dittatura conferitami dalla nazione. Sant'Angelo, 15 Ottobre 1860" Ottobre 22. - Ieri ho visitato alcuni seggi elettorali in città mentre si svolgevano le operazioni di voto. Più di cento mila persone hanno tratto vantaggio dall'opportunità di testimoniare la propria opinione, ma uno sconosciuto di passaggio per le strade non avrebbe scoperto nessuna agitazione, neppure una folla raccolta in qualche luogo particolare. Regnava dappertutto un ordine perfetto. Tuttavia, considerando l'indole generale degli abitanti, penso che avrebbe comportato un forte coraggio morale per qualcuno dichiararsi pubblicamente come nemico del sacro motto <<Italia Una>>. [p. 258 ==> 280/394] Ogni uomo privilegiato per il diritto di voto, doveva per prima cosa esibire il suo documento [rilasciato] dal sindaco, provante che aveva diritto di voto; veniva poi ammesso tra una fila di Guardie Nazionali su una lunga rampa di scale fino a una piattaforma sulla quale erano state fissate le urne. Le urne alla destra e alla sinistra del vaso centrale, e parecchi piedi {misura di lunghezza = cm 30,48} distanti da esso, avevano le parole "SÌ" e "NO" stampate, rispettivamente, su di esse in caratteri grandi. Fino a una di queste, l'uomo doveva camminare sotto lo sguardo fisso di una dozzina di scrutatori, infilar sotto il suo braccio e tirar fuori una carta. Era, naturalmente, una votazione aperta nel senso più chiaro della parola. Sono stato un'ora a guardare l'andamento della votazione, e durante questo tempo ho visto solamente tre individui che, dopo alcuni momenti di apparente riflessione, avanzavano lentamente a sinistra e tirar fuori un "No". Devo, comunque, osservare che nessun commento offensivo fu fatto loro dai sorveglianti o dagli astanti a questa aperta manifestazione di preferenza per la dinastia borbonica; ma poiché il votante doveva consegnare i suoi documenti di identificazione, il suo nome e la chiamata erano naturalmente conosciuti. Con siffatte norme, nel fare la cronaca, devo dire la mia opinione che un plebiscito a suffragio universale non può essere accolto come una giusta dimostrazione del reale sentimento di una nazione." Ed ecco l'equazione: "(under regulations such as these) a plebiscite by universal suffrage = (cannot be received as) a correct representation of the real feeling of a nation" 2.16. PLEBISCITO = FARSA. Per lo storico inglese prof. Martin Clark (2001), l'equazione è: plebiscito = farsa.

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"Il 21 ottobre si tennero i plebisciti sia nel Meridione peninsulare che in Sicilia e furono ancora più farseschi di quelli che si erano tenuti nell'Italia centrale, perché non si offrivano neppure alternative come quella del <<regno separato>>. La domanda era: <<Il popolo vuole l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?>>. Tutto qui. Era stato lo slogan di Garibaldi, e molti probabilmnte votarono pro o contro Garibaldi piuttosto che pro o contro l'Italia. In Sicilia 432.053 elettori votarono <<sì>> e 667 <<no>>; nel Regno di Napoli vi furono 1.302.064 voti favorevoli e 10.312 contrari. Così venne annesso il Sud, e si potè cominciare a trasferivi funzionari e burocrati piemontesi. Non fu una mossa felice. Gli uomini di Garibaldi, tra settembre e ottobre 1860,non erano stati grandi amministratori, ma i nuovi venuti, scesi dal Piemonte, si rivelarono molto peggiori. E presto si resero odiosi a gran parte della popolazione. Nuovi problemi venivano creandosi per l'avvenire." (pp. 133-134) Non dissimile la qualificazione stabilita da Gigi Di Fiore (2010), plebiscito = votazione farsa: "La camorra controllò anche i successivi plebisciti: i <<guaglioni>> in coccarda rossa, bene armati di bastoni e coltelli, vigilarono le urne palesi il 21 ottobre 1860. Una votazionefarsa, che doveva sancire il passaggio di poteri, mentre l'esercito borbonico era ancora in guerra sulla linea del Volturno." (pp. 130-131) È "di dubbia validità (dubiously held plebiscites on 21 October 1860)", sostiene lo storico Enrico Dal Lago (2012), Professor in the History Department of National University of Ireland: "L'anno in cui il Sud-Caroline secede dall'Unione, il 1860, fu un anno cruciale per il Mezzogiorno d'Italia. In quell'anno, il processo di unificazione nazionale italiana accelerò drammaticamente il passo quando Giuseppe Garibaldi e le sue Camicie rosse fecero una spedizione dal Nord al Sud, che sfociò alla fine nella caduta del borbonico Regno delle Due Sicilie e nella successiva annessione di tutto il territorio del Sud al nordico Regno di Sardegna, governato da Casa Savoia. Sebbene supportata dalla maggioranza dei proprietari terrieri, l'annessione non fu, con tutta probabilità, favorevolmente accolta da un gran numero di contadini. L'opposizione a Garibaldi aveva di già portato alla sua repressione delle attività contadine durante la sua spedizione, culminata nel famoso episodio di Bronte, dove, il 2 Agosto 1860, il luogotenente di Garibaldi, Nino Bixio, ordinò la fucilazione di 5 contadini ribelli che avevano preso possesso della città sfidando i proprietari terrieri. Dopo l'annessione del Mezzogiorno al Regno di Sardegna, decretata dal plebiscito svolto equivocamente {"decreed by dubiously held plebiscites: di dubbia validità}, il 21 Ottobre 1860, l'attività contadina contro il processo di unificazione nazionale italiana aumentò in numero e ed estensione. Rapidamente trovò un potente alleato nei circoli dei legittimisti, che desideravano rimettere sul suo trono del Sud il giovane re borbonico Francesco II." 2.17. PLEBISCITO = COMPLETA UNANIMITÀ, ORDINE PERFETTO. Nondimeno, in termini altamente elogiativi, si espresse l'amico e ammiratore di Garibaldi, il francese Alexandre Dumas (1861) che pubblicò le sue Mémoires: " VI. LES CHASSEURS DES ALPES (Suite). [p. 89 ==> 90/163] Il voto sul plebiscito ebbe luogo il 22 con una completa unanimità e un or-

dine perfetto. Tutte le classi della società si precipitarono verso le urne per depositarvi il loro sì. Si videro votare le genti della corte, dei vescovi, i canonici della cattedrale, dei monaci a migliaia. Le genti del popolo accorsero in massa, bandiera e banda (musicale) in testa, per celebrare questa grande festa che i lazzaroni e i facchini, li mutava in cittadini." Dello stesso parere è il suo connazionale Maxime Du Camp (1861): "Libro III. Cap. V. ... Votazione. - Manifesto di Vittorio Emanuele. - Contro-manifesto. - Libertà napoletane. [p. 339 ==> 342/357] Il voto per l'annessione ebbe luogo il 21 e il 22 ottobre {1860}. A Napoli, tutto si svolse in perfetto ordine. Si è parlato d'intimidazione: io ho visto alla chiesa San

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Francesco di Paola, ove si votava, un uomo, arrivato con un NO maiuscolo appiccicato al cappello; 20.000 persone l' hanno visto come me, ne abbiamo riso, ma nessuno ha mai pensato di fargli togliere quella sua scritta. Si attendeva il re, si preparavano gli archi di trionfo, le impalcature si erigevano lentamente sulle piazze; ma [p. 340 ==> 343/357] ma tra gli ufficiali garibaldini c'era un certo malcontento. Vittorio Emanuele, prima di varcare la frontiera, aveva lanciato un manifesto ai popoli dell'Italia meridionale, nel quale diceva, in due riprese differenti, che egli veniva a ristabilire l'ordine; con questo criterio, noi eravamo quindi il disordine. Si parlò vagamente di un contro-manifesto che si voleva indirizzare al re; ne ho conservato una brutta copia (una minuta) che mi fu data allora: <<... Quelli che son caduti in combattimento per la nostra causa di abnegazione (sacrificio), che forse gioverà unicamente a voi, non credendo, sire, che venendo tra tra di noi il vostro unico intento fosse quello di ristabilire l'ordine. Essi credevano, ne siam certi, che, dando francamente la mano alla rivoluzione, voi veniste a conquistare realmente la vostra corona italiana; essi pensavano che entrando in una nuova incarnazione, voi lasciaste al passato le glorie di Casa Savoia per divenire il capo, il primo antenato di Casa Italia; ma, sappiatelo bene, questi cari morti per la patria giammai hanno creduto che fosse una questione d'ordine da mantenere o di supposte fazioni sovversive da reprimere. È alla diplomazia europea che bisognava dire questa specie di cose, ma assolutamente non a noi che sappiamo di che si tratta. In questa città di Napoli, la terza città d'Europa, dove noi siamo arrivati vestiti di stracci, trascinando i nostri piedi martoriati sui lastroni ardenti, voi andrete ben presto su tappeti di fiori e sotto archi di trionfo; siate il benvenuto e permetteteci, a noi [p. 341 ==> 344/357] che siamo la rivoluzione e la libertà, cioè il disordine, come dice il vostro manifesto, in compenso delle fatiche che noi abbiamo sopportato e del sangue che abbiamo versato, permetteteci di offrirvi 10 milioni di nuovi sudditi e il regno delle Due Sicilie!>> Poi si diceva al re che sarebbero stati in diritto di imporgli delle condizioni prima di lasciar votare la popolazione, e queste condizioni sarebbero state: 1.° - la realizzazione immediata di ferrovie che, attraversando l'Italia in tutti i sensi, accelererebbero il movimento di unificazione; 2.° - l'istruzione obbligatoria laica; università in tutte le antiche capitali; collegi in tutte le città importanti, scuole anche nelle ultime frazioni; 3.° - redazione di un nuovo codice, prendendo in prestito dai diversi codici del mondo intero la legislazione più liberale e più dolce; 4.° . abolizione della pena di morte. Si è dato seguito a questo progetto, non so; se è stato abbandonato, come tutto fa credere, è deplorevole, perchè vi erano là buone parole da fare intendere; vi era una abnegazione toccante; mi ricordo questa frase: <<Noi domandiamo tutto per la crescita morale della patria; per noi, non domandiamo nulla, noi ignoriamo se i nostri gradi ci saranno mantenuti, ma questo importa poco, perché siam certi di ritrovarli o di riconquistarli nell'ora del pericolo!" Quelli che avevano redatto questa specie di indirizzo, richiamavano l'attenzione del re sullo stato intellettuale del popolo delle Due-Sicilie [p. 342 ==> 344/357], la cui ignoranza e superstizione reclamano un soccorso immediato. C'è molto da fare, ma vi sono molti ostacoli da superare, e il più grande forse sarà la strana libertà di cui questo popolo ha goduto fino al presente." 2.18. LOUISE COLET. Plebiscito = imponente consenso popolare. In sintonia coi suddetti è la connazionale francese Louise Colet (1861), poetessa e scrittrice, amica di Cavour e di Garibaldi, la quale, tra l'altro, pone l'equazione: plebiscito = imponente consenso popolare. Nel Cap. V del suo Naples sous Garibaldi, ella riferisce d'essere arrivata a Caserta, il 20 ottobre, alla viglia del plebiscito.

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[p. 90 ==> 97/145] "Tutta la città era in festa per il plebiscito: le guardie nazionali, bandiere

spiegate e banda musicale in testa, sfilavano per le strade; le finestre erano imbandierate; ma ciò che decorava e allietava principalmente la piccola città, erano le linee di soldati garibaldini, precedute di loro ufficiali in grande tenuta, che andavano a votare cantando il loro inno di combattimento. Noi vedemmo passare a cavallo il valoroso colonnello Spangaro {Pietro Spangaro (Venezia, 28/01/1813 - † Milano, 14/11/1894), ardente patriota, partecipò a tutte le guerre di indipendenza e alla spedizione dei Mille.} di Milano, attorniato da un brillante Stato Maggiore. Uno dei tre miei

compagni di viaggio - continua la scrittrice - era amico del colonnello. Me lo presentò. Fui felice di stringere la mano di questo prode che si era eroicamente battuto nella terribile giornata del 1° ottobre, e che aveva meritato le seguenti parole in un ordine del giorno di Garibaldi: <<Sono molto contento di voi, dei vostri ufficiali e dei vostri soldati. Una gran parte della gloria di questi giorni è dovuta al vostro coraggio e all'amore che voi portate alla causa dell'Italia.>> Il colonnello ci invitò a cena per il ritorno della nostra escursione a Sant'Angelo. Come noi lasciammo il colonnello, Garibaldi, che si recava a Napoli, passò vicino a noi in carrozza. ... Muniti di un salvacondotto per gli avamposti, attraversammo rapidamente Santa Maria, che avevno visto così triste il 3 ottobre. Come Caserta, questa città era in festa e votava il plebiscito. [...] [p. 98 ==> 105/145] La cena del colonnello Spangaro fu charmant. Vi era tra gli ospiti il commissario di guerra Marinoni, il cui spirito vivace e la cordiale cortesia resistono a tutte le fatiche della vita campale; poi l'aiutante di campo del colonnello, un ufficiale polacco la cui distinzione mi colpì, il cui nome mi sfugge; cittadino [p. 99 ==> 106/145] di Parigi prima che fosse soldato dell'indipendenza, ha conosciuto tutte le nostre eleganze parigine: i nostri, salotti, i nostri teatri e questo lusso sfrenato la cui estensione sempre crescente assorbe ogni ideale e immobilizza il cuore e lo spirito. Il giovane ufficiale conveniva com me che lo spettacolo che ci dà in questo momento l'Italia è più grande, più sano, più commovente di tutte le meraviglie e di tutte le curiosità materiali di cui Parigi è divenuta il centro. Il colonnello Spangaro ha una testa espressiva e bella che porta la nobile impronta dei suoi sentimenti abituali. Noi lo lasciammo con la promessa di una sua visita a Napoli. Erano le 9 quando partimmo da Caserta. [...] [p. 100 ==> 107/145] Rientrammo in Napoli dalla parte di Capo di Monte: tutti i monumenti, come tutte le strade, erano illuminati, bande gioiose percorrevano la città, portavano bandiere, torce e busti coronate di alloro di Garibaldi e di Vittorio Emanuele; era la celebrazione del voto del plebiscito, di questo imponente consenso popolare che non fa più dell'Italia che un solo corpo robusto e potente." 2.18.1. AVVERSO LOUISE COLET. Avverso "la belle Madame C." che parla con ardore ed entusiasmo dello spettacolo allora dato dall'Italia, ardisco replicare con le parole pronunciate da Giorgio Asproni alla Camera dei Deputati [Tornata del 15/06/1875], allorché, svolgendo il suo voto motivato sullo schema di legge per provvedimenti straordinari di pubblica sicurezza, ebbe a citare Tacito: "In Tacito (egli spiega) si legge, signori, che Germanico voleva conoscere lo stato degli animi nell'esercito prima di dare una battaglia in Germania. Come fare? Consultare i centurioni ed i tribuni? Sapeva che saepe solent laeta nunciare. Che cosa fece egli? Si travestì, girò il campo, udì i soldati che parlvano pieni di entusiasmo delle sue virtù; pieni di ammirazione e di benevolenza per lui. Un duce volgare si sarebbe rivolto ai centurioni ed ai tribuni, come l'onorevole Cantelli si è rivolto ai prefetti Fortuzzi e compagni, i quali avevano bene indovinato il pensiero dell'onorevole Gerra nel suo giro in Sicilia; e risposero in conseguenza." (p. 4306 ==> 6/32)

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Intelligenti pauca! Insomma, la testimonianza della Colet - secondo me - è invalidata dalla grande confidenza con Cavour e Garibaldi, e la non intelligenza della vita reale del popolo chiamato alle urne. 2.18.2. LOUISE COLET INCONTRA IL CARDINALE ANTONELLI. Della stessa Colet si riporta, in quanto stimolatrice di approfondite riflessioni, la Conversation politique, contenuta nel Cap. LXI {p. 494 ==>499/500} dell'opera, L'Italie des Italiens (Paris 1864). {Louise COLET [Pseudonimo di Louise Révoli (Aix-en-Provence, 15/09/1810 - † Parigi, 8/03/1876). Poetessa e scrittrice francese, amica di Cavour e di Garibaldi, et alii] Cardinale Giacomo ANTONELLI [(Sonnino, 2/04/1806 - † Roma, 6/11/1876). Al presente Sonnino è in provincia di Latina-Lazio. Il Cardinale è stato l'ultimo Segretario di Stato dello Stato Pontificio.]} {Avvertenza: il discorso diretto della poetessa è chiuso tra virgolette basse (<<...>>), quello del cardinale invece tra virgolette alte ("...").}

Louise Colet incontra il Cardinale Antonelli. [p. 427 ==> 432/500] Lo ringrazio d'avermi cortesemente ricevuto così presto. Mi fa sedere su una stretta causeuse {divanetto a due posti} e si siede accanto a me, cosicché il mio ampio vestito tocca la sua tonaca. Gli dico d'aver pensato di incontrarlo ai ricevimenti dell'ambasciata di Francia. Mi risponde che la gotta di cui è affetto da tempo, gli impedisce di andare nel mondo. La verità è che ce l'ha con il duca di Gramont {Agénor de Gramont (Saint-Germain-en-Laye, 14/08/1819 - † Parigi, 17/01/1880). Diplomatico e politico francese. Ministro degli esteri sotto Napoleone III}

fin dalla pubblicazione dei famosi dispacci. {L. COLET} <<L'aria di Roma mi pare sia malsana, dico io al cardinale collegando questa riflessione a quant'egli ha appena detto riguardo alla sua salute; io soffro sempre fin da quando ci sono.>> {G. ANTONELLI} "Ah! voi alludete alla mal'aria, replica lui scherzando; è un'altra di quelle calunnie immaginate contro Roma. Qui, non si prende la febbre che per imprudenza." {L. COLET} <<Ma, monsignore, io ho visto ieri sulla strada di Bracciano, un paese chiamato Galera, abbandonato da tutti i suoi abitanti a causa dell'aria cattiva. Neppure le paludi di Ostia che ho attraversato, qualche giorno fa, andando a visitare gli scavi, mi sembrano molto salutari. Non si potrebbe prosciugarli?>> {G. ANTONELLI} "Che volete che s'intraprenda in tempi di rivoluzione!", mi risponde. Dico a me stessa sottovoce che son passati molti secoli senza [p. 428 ==> 433/500] che nulla si sia fatto né per il benessere del popolo né per la sua vera moralità. Ma io non voglio urtarlo da subito, sì da potergli dire liberamente tutto ciò che penso sulle grandi questioni del momento. D'altronde egli è così benevolo che non dà appiglio a una parola brusca. Egli mi parla con quella dolcezza, familiarità amabile e mancanza di arroganza con le quali tutti gli italiani ti colpiscono e incantano. Dagli uomini di stato fino ai servitori, l'italiano è sempre naturale dove il francese si atteggia e si pavoneggia nelle sue funzioni. Il suono della voce e le maniere del cardinale mi ricordano Liborio Romano. Egli gioca, parlandomi, con una tabacchiera, ma si astiene dall'aprirla e dal fiutar tabacco, per tutto il tempo che dura la nostra intervista. Mi chiama di continuo: Ma chère, e prende a volte la mia mano gesticolando. Il mia cara italiano forma una coloritura con la medesima espressione del francese: è più dolce, più carezzevole e meno protettore. {G. ANTONELLI} "Che siete venuta a fare - mi dice egli - in Italia, mia cara? Questo è un brutto momento." {L. COLET} <<Son qui da 18 mesi, monsignore, e ho visto compiersi molti grandi avvenimenti. Parlerò francamente e liberamente a Vostra Eminenza del mio amore per l'Italia che rinasce e dei miei voti per la sua unità, perché le mie simpatie per il vostro bel paese attengono a delle convinzioni del cuore e della mente, e non hanno nulla da spartire con gli interessi umani. Quando l'opinione è disinteressata, ella può essere ardita, monsignore, ecco perché oserò esprimervi la mia tutta intera.>>

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{G. ANTONELLI} "Parlate, parlate, mia cara, vi ascolto con molto piacere". {L. COLET} <<Da bambina, mi sono nutrita dei vostri poeti, ho pianto sui martiri dello Spiel-

berg. I primi versi che ho scritto sono stati ispirati da Silvio Pellico.>> {G. ANTONELLI} "Oh! quello, egli dice, era un martire dolce {mite}, un rivoluzionario come non ce ne sono più. Non si è allontanato da noi, e la Chiesa l'ha accolto in pace nel suo seno." Mentre pronuncia queste parole, dico tra me e me che la tirannia trova il suo conto in queste sovrumane rassegnazioni che non denunciano i suoi crimini, ma vi è perfino nel silenzio delle vittime una protesta tacita della quale la storia prende nota. [p. 429 ==> 434/500] Io riprendo: {L. COLET} <<Sono nata in Provenza, e sono quindi quasi italiana di razza. Molte famiglie della nobiltà provenzale, da cui mia madre proveniva, si imparentarono con famiglie patrizie di Genova e di Venezia. Ho più spirito di fratellanza con gli Italiani che con i Normanni, per esempio, razza inglese e fredda.>> {G. ANTONELLI} "E io lo stesso, mia cara - replica il cardinale -, sono Italiano e un buon italiano. Voglio la grandeur del mio paese, se è possibile, ma noi abbiamo lo spirito municipale, non si sradicano le istituzioni di un popolo dopo tanti secoli. È una confederazione che conviene a noi, non l'unità. Del resto, come ci si cimenta nel fondarla, questa unità? Con tutti i comportamenti violenti e con tutti i crimini: si spogliano i possessori dei loro diritti consacrati, sacri, devo dire, e li si spoglia ingiustamente. Per mezzo di questa nuova invenzione del suffragio universale, si eccita il popolo ignorante e cieco. Grazie a questa finzione, lo si fa anche tramite le parole." {L. COLET} <<Vi confesso, monsignore, che lo spirito municipale e l'idea di una confederazione mi sembrano essere la politica del passato, che ha fatto il suo tempo e non potrebbe convenire al nostro secolo, né fondare una grande nazione. Vedete che succede attualmente negli Stati Uniti d'America! Non dimostra questo fino all'evidenza i vizi di una confederazione? Basta un interesse relativo e materiale per disfare la patria e per sostituire al suo potere e al suo onore la frammentazione e la defezione. Per quanto concerne il suffragio universale, io lo trovo giusto nella sua essenza, se non sempre nella sua applicazione. Non posso riguardare un popolo come la proprietà inalienabile di un sovrano. Questa proprietà è condizionale: dev'essere concordata da entrambe le parti. Vi concedo che il suffragio universale possa essere molto spesso una finzione; una leva che fa muovere le masse, quasi sempre ignorantissime dei propri veri interessi e del modo di governo del quale son essi chiamati a decidere. Aggiungerò che dal punto di vista dell'intelligenza, non ammiro molto nella storia che le minoranze schiacciate dal fatto, ma superbe per l'ideale, e contenenti le più gloriose e le più fiere individualità. Ma, monsignore, nella situazione attuale dell'Italia, il suffragio universale (che in altre circostanze [p. 430 ==> 435/500] è molto spesso solo l'esercizio della forza numerica e materiale contro il diritto limitato ma sacro dell'intelligenza), il suffragio universale, dico io, mi pareva essere per il popolo italiano un atto di giustizia universale; perché, notate bene, monsignore, che la questione posta al popolo italiano, e sulla quale è chiamato a decidere tramite tale suffragio, è elementare. Gli si chiede se vuole essere una grande e sola nazione o restare frammentato in piccoli Stati? Tale questione è accessibile a tutti, e forse, di conseguenza, risolta da tutti con sincerità e giustizia.>> {G. ANTONELLI} "Non ammetto, ve l'ho già detto, replicò il cardinale, che questo supposto diritto del popolo possa esercitarsi contro il diritto sacro e inalienabile dei sovrani. Sarebbe fare del popolo una turba di ladri che si introducessero in casa mia con la forza e la furbizia, e mi caccerebbe via perché io sono il più debole. D'altronde, fosse il suffragio universale accettato come un diritto, nego che in alcune circostanze il popolo lo esercita con cognizione di causa. Lo si trascina sempre o con la violenza o con queste grandi parole prive di senso per lui: il patriottismo e la libertà." {L. COLET} <<Vi giuro, monsignore, che ho visto a Milano, a Firenze, a Napoli e a Palermo il suffragio universale applicato con verità e unanimità dal popolo, che concepiva questo di

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ritto come una protesta della coscienza che attestava la giustizia e la dignità, e condannava la tirannia e il giogo dello straniero. A Palermo, ho visto il popolo unanime, guidato dal clero, salutare Vittorio Emanuele come la personificazione di questo diritto razionale al quale voi date del chimerico. Tre vescovi, quello di Palermo, quello di Monreale e quello della monarchia che facevano corteo al re e lo benedicevano.>> {G. ANTONELLI} "So bene, mia cara, che vi sono nella Chiesa alcuni dissidenti, ma essi sono poco numerosi. Del resto essi non possono nulla contro il diritto sacro e inattaccabile di cui vi ho parlato. Questo diritto eterno resta anche ai sovrani spogliati. È una sanzione divina, indipendente dalla fortuna. Di là la grandezza e la bellezza dei principi che la Chiesa difende. Ma - aggiunse sorridendo ironicamente -, se il popolo è così soddisfatto e così felice del nuovo governo che il suffragio universale gli ha dato, [p. 431 ==> 436/500] come spiegate le sollevazioni che scoppiano nel regno di Napoli?" {L. COLET} <<I disordini di cui parla Vostra Eminenza, esagerandoli un po', io lo credo, non vengono dal cuore della nazione, ma dal malcontento di qualcuno, la cui fortuna e vanità sono state lese dalla caduta delle piccole dinastie1 [1 All'epoca di questa conversazione, il brigantaggio, suscitato da Francesco II con il concorso del governo papale, cominciava a farsi conoscere nelle province napoletane.]

Chi oserebbe contestare, monsignore, che la nazione italiana si forma oggi come si è formata la nazione francese; vale a dire con la forza del terzo stato, con i suoi lumi, i suoi istinti, il suo amore della uguaglianza, la sua fierezza a lungo repressa? Nel momento in cui siamo, in Italia, questo glorioso e robusto terzo stato ha il suo esercito nella guardia nazionale, così contento della sua importanza. È un'idea praticata in modo eccellente da Cavour: l'aver {cioè} decretato la mobilizzazione dei differenti corpi della guardia nazionale.>> {L. COLET} Io aggiungo sorridendo: <<Inviare le guardie nazionali da Napoli a Milano, e viceversa, è correre il rischio di turbare i ménages, ma è certamente unire e costituire la patria.>> {G. ANTONELLI} "È anche sul terzo stato e sulla guardia nazionale che il governo di Luigi Filippo faceva assegnamento, replica il cardinale. Questa forza che voi credete così grande, non ha impedito la caduta della dinastia d'Orléans." {L. COLET} <<La nobiltà e il clero, replicai io, non hanno impedito neppure quella della dinastia borbonica. Proprio la vostra riflessione, monsignore, è come una affermazione del diritto popolare, più forte, più latente, più ampio di quello delle caste.>> {G. ANTONELLI} "Che guadagneranno, egli esclamò, le società moderne a sopprimere ciò che formava la testa delle nazioni, a decapitarle della loro gloria e del loro prestigio; che ci guadagnate voi, voi soprattutto, artiste e poetesse?" {L. COLET} << Oh! senza dubbio, monsignore, in questo naufragio del passato, l'arte e l'intelligenza che chiamerò volentieri l'elemento ideale di un popolo, saranno momentaneamente eclissate; ma non si tratta, nelle rinnovazioni che agitano il mondo, della ricerca di ciò che piace e conviene alle individualità, anche le più grandi, [p. 432 ==> 437/500] si tratta della giustizia assoluta. Le aristocrazie offendono questa giustizia: esse si imponevano con l'arbitrio, lo spregio, la supremazia e le prerogative di alcuni contro tutti.>> {G. ANTONELLI}"L'ingiustizia e la tirannia, riprese vivamente il cardinale, sono oggi dalla parte delle masse della cecità, delle quali ci si serve per commettere tutti i crimini. Li si trascina dall'orgoglio alla spoliazione, al sacrilegio, al furto flagrante. Vi ripeto che dal punto di vista della morale e della religione, non faccio distinzione tra spogliare un sovrano dei suoi stati o spogliare un individuo del suo patrimonio. La Chiesa non potrebbe riconoscere questo nuovo diritto dell'emancipazione dei popoli, che non è evidentemente che il diritto della rapina e dell'assassinio." {L. COLET} <<Ammesso o no dalla Chiesa, questo diritto permane, monsignore, ed è divenuto la base della maggior parte dei governi europei: divorziare da questo nuovo diritto, è annichilirsi; è questa la missione militante della Chiesa? Il crimine, lo spargimento di sangue, l'arbitrio non hanno inoltre macchiato la rivoluzione italiana: questo grande movimento si è com

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piuto senza eccessi nel vostro paese, e - dirò io - senza impurità. Le ambizioni private sono svanite davanti alla ricerca del bene comune. Vedete gli uomini che vogliono l'unità d'Italia: Cavour, Garibaldi, Ricasoli, Farini, d'Azeglio Massimo, Ruggiero, Poerio, Manzoni, Gino Capponi e tanti altri. I generali del re e il re stesso, tutti son mossi e trascinati da un pensiero unico, dal solo amore della patria e non da passioni personali. Poco fa dicevate, monsignore, che una nazione avesse bisogno di una testa. Ebbene, questi uomini, che voi disconoscete, sono oggi la testa dell'Italia. Da voi, la rivoluzione si compie dall'alto e non dal basso: essa è esente dai crimini che hanno macchiato la Rivoluzione francese come lo sarà, spero, dei nostri sconvolgimenti successivi.>> 1 {G. ANTONELLI} "Oh! pazienza! esclamò il cardinale, noi non vi sfuggiremo [1 Tre anni son trascorsi da questa conversazione e le previsioni del cardinale non si sono affatto avverate; la rivoluzione italiana è restata immune da ogni eccesso; quelli che l'amano, potrebbero fargli il rimprovero contrario, quello d'aver mancato di vigore per completarsi. Ma davanti agli ostacoli che la intralciarono, l'accusa si arresta dove piuttosto si volta altrove.] i rivoluzionari italiani sono solo all'inizio, e, [p. 433 ==> 438/500] come prima prova

della loro moderazione, hanno allungato la loro mano armata sui beni della Chiesa e insultato la religione." {L. COLET} <<Ma non si mira che al potere temporale, monsignore: ho appena percorso l'Italia intera; ho soggiornato nelle sue città principali, e dappertutto sono stata colpita dal rispetto che si ha nei confronti del cattolicesimo. La fede cattolica è molto più reale in Italia che in Francia, e i sentimenti romantici, che hanno caratteri comuni con i sentimenti religiosi, non si prendono in giro come da noi. Il re Vittorio Emanuele ha la più grande venerazione per la religione. A ogni ingresso trionfale in una città italiana, si reca nella cattedrale come per mettersi sotto la protezione di Dio.>> {G. ANTONELLI} "Religione di parata", replica il cardinale. {L. COLET} <<Ma i suoi figli e le sue figlie praticano la fede che voi difendete.>> {G. ANTONELLI}"La principessa Clotilde è veramente devota, riprend'egli, deve pure lei soffrire e indignarsi." {L. COLET} <<Credo, monsignore, che i figli del re fanno come la nazione e come l'esercito: essi separano la religione dal potere temporale. Ho visto a Bologna dei soldati italiani ascoltare la messa con la faccia a terra {in atto di umile venerazione}, ricevere la comunione e baciare con compunzione {atteggiamento di dolore e pentimento} delle reliquie nella chiesa della Madonna di San Luca, accanto alla quale edificavano un forte per difendere l'indipendenza italiana.>> {G. ANTONELLI}"Ecco quello che ha fatto la rivoluzione di un popolo mite e devoto", egli mi dice. {L. COLET} <<La fede cattolica resta a questo popolo, ribatto io; non è per la Chiesa una grande consolazione, un motivo di indulgenza vero il patriottismo che anima l'Italia? In Francia, il sentimento religioso è molto più indebolito. Ho visto a Milano i nostri soldati e i nostri ufficiali uscire dal Duomo quando si annunciava loro che il maresciallo Vaillant non poteva assistere alla messa ufficiale. Ho sentito invece, un giorno, 4 aiutanti di campo del generale Della Rocca dichiarare che giammai avrebbero sposato una protestante. Questi matrimoni misti, sia detto per inciso, monsignore, si fanno ogni giorno a Napoli e a Roma. È assai evidente per ogni osservatore imparziale che il Piemonte e le province del centro Italia sono proprio più attaccati al cattolicesimo delle [p. 434 ==> 438/500] province meridionali; aggiungerei la Francia, dove la religione non è in superficie, e, attualmente, non è che una bandiera di opposizione.>> {G. ANTONELLI} "Non lo nego, replicò il cardinale, l'Italia è ancora profondamente cattolica: non si sradica in un giorno l'insegnamento di secoli. Questo sentimento religioso che sussiste tra noi, e la cui sincerità vi ha colpita, viene dall'educazione della Chiesa. È su questo sentimento che noi contiamo per avere ragione sopra lo spirito di smarrimento e di perversità della rivoluzione." {L. COLET} << Non ci contate troppo, monsignore, perché le anime che ho trovato così ferme e così convinte nelle loro credenze religiose, sono altrettanto irremovibili nella loro fede politica. Questi stessi soldati che ricevevano la comunione in una chiesa di Bologna, marcerebbe

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ro con entusiasmo, il loro re in testa, per rovesciare il potere temporale del papa che essi separano molto nettamente dal suo potere spirituale. Essere benedetti da lui sembra per loro una grazia; esserne governati, è per loro una umiliazione.>> {G. ANTONELLI} "Eccola, la sottigliezza rivoluzionaria, riprese il cardinale; ma una volta che Roma è nelle mani della rivoluzione, che ne è del rispetto per la religione? Che ne è dei costumi e della salvaguardia delle famiglie? Già l'indifferenza e il disprezzo di tutte le discipline morali si generano in Italia come in Francia; che avrete fatto quando avrete materializzato le società? La venerazione che si deve al padre e alla madre va a male dappertutto; ne sono tanto più allarmato e colpito, aggiunge egli, che io ho, io, per coloro cui devo la vita, un devoto rispetto; non entro mai in casa di mia madre che a capo scoperto, inchinandomi e baciandole la mano. (Dopo di allora il cardinale Antonelli perdette la madre)." {L. COLET} <<Oh! monsignore, gli dico io con un po' d'ironia, perché tutti i preti francesi non si ispirano a questo sentimento così bello? Perché quando affidiamo loro, all'epoca della prima comunione, i nostri bambini puri, amanti, rispettosi, invece di fortificare l'amore che essi ci devono, lo dissolvono molto spesso con una contro morale che oserò qualificare come pervertita, dal momento che cambia i nostri bambini in spie della nostre azioni, in giudici della nostra condotta, in censori delle nostre opinioni? Se la famiglia è [p. 435 ==> 440/500] liberale o pratica la tolleranza filosofica, il confessore dispone il bambino a trattarla come avversario, talvolta come nemico. L'anima così ripetitrice, per mezzo di una mano che si pretende divina, si mostra ribelle all'amore del padre e della madre, avida di interessi, trincerata in pratiche aride e vane; ella abbandona la morale vivificante del cristianesimo per attenersi alla lettera morta di una religione comoda che ci flagella con le sue sentenze ortodosse. Il male di cui io parlo, monsignore, l'ho visto, ne ho sofferto, ne ho misurato l'estensione e la profondità, ed è una delle mie più amare lagnanze contro il clero francese.>> {G. ANTONELLI}"Oh! questo male non viene dai preti, replicò il cardinale, e voi siete molto ingiusta imputandolo a loro. Viene, siatene certa, dal solvente {corruttore} di questo spirito filosofico che voi chiamate tolleranza. I vostri figli, lo hanno ricevuto con il sangue, lo hanno succhiato con il latte e respirato nell'aria che li circonda. Questo spirito ha generato il positivismo delle società moderne, l'avidità degli appetiti di cui voi vi lagnate, la quantità di materia che va sempre su e minaccia di invaderci come ha invaso la Francia." {L. COLET} <<Ma se voi temete per il vostro paese questo pericolo, questa sventura, direi io, come, monsignore, lo minacciate di un divorzio possibile tra la Chiesa e lo Stato? I timori morali che voi mi esprimete, devono determinare il papato a un'intesa con l'Italia. È un compito degno del vero spirito evangelico di fare della religione il coronamento morale dell'unità italiana, e diffondere dall'alto i lumi dello spirito su tutti questi esseri materialmente liberati. Permettetemi di dirvi, monsignore, che non comprenderei che il papato, che ha successivamente riconosciuto in Francia e altrove tutti i governi, quali che fossero i loro crimini e i loro eccessi, si mostrasse più rigoroso nei confronti dell'Italia che la tocca più da vicino, ed è in realtà più fervente e più rispettosa con la Chiesa, che nei confronti delle altre nazioni. {G. ANTONELLI}"Voi fraintendete lo spirito della Chiesa, riprese il cardinale. Non è cambiata attraverso le rivoluzioni che si son verificate nel mondo. Per parlare solo degli sconvolgimenti contemporanei, la Chiesa ha disapprovato i vescovi francesi che hanno benedetto gli [p. 436 ==> 441/500] alberi della libertà durante la Rivoluzione di Febbraio e quelli che hanno benedetto il Due Dicembre, come aveva disapprovato quelli che avevano benedetto la Rivoluzione di Luglio. Gli Orléans sono rivoluzionari per noi tanto quanto i bonapartisti; il duca d'Aumale {Enrico d'Orléans} infatti l'ha confessato nella lettera che ha indirizzato al principe Napoleone: egli è restato il nipote di Philippe Égalité {Luigi Filippo II di Borbone-Orléans}. La chiesa non può e non vuole scendere a compromessi con la rivoluzione, perché gli atti violenti e armati della rivoluzione sono refrattari allo spirito della Chiesa. Perché questo spirito, salvaguardia di tutta la moralità su questa terra, possa esercitarsi senza costrizione, aggiunge egli, bisogna che la

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Chiesa sia assicurata dal potere temporale della sua intera libertà d'azione nel potere spirituale." {L. COLET} <<Ma se questo fosse vero, monsignore, voi vedete bene che questo non è più possibile: indubbiamente non mantenete voi l'illusione che le Romagne e gli altri stati annessi giammai rientreranno sotto il potere del papa?>> {G. ANTONELLI}"Credo fermamente che essi vi rientreranno un giorno, replica il cardinale animandosi; si son visti nella storia, e non molto lontano da noi, questi ritorni insperati. Roma è stata il Dipartimento del Tevere: Pio VII fu prigioniero a Fontainebleau e i suoi successori hanno troneggiato nuovamente in Vaticano. Ma se dovessimo perire, la Chiesa manterrà il suo atteggiamento inflessibile; del resto è troppo tardi per intendersi con il Piemonte: io nego la sincerità religiosa degli uomini che hanno decretato le violenze commesse da questo piccolo Stato; essi sono per me come dei ladri armati che assicurano la loro devozione a quelli che essi rapinano." {L. COLET} <<Voi partite, monsignore, da una dottrina assoluta che nulla modifica e che condanna a-priori ogni interpretazione del Vangelo, differente da quella della Chiesa, e voi sconfinate, permettetemi di dirlo, nel campo laico {secolare} vietando ogni variazione. Le nuove società sono più generose; esse non respingono la Chiesa, ma esse vogliono che la Chiesa s'identifichi con la patria e non sia la sua negazione; esse cercano in buona fede l'incastro possibile, passatemi l'espressione, della religione che resta stazionaria e della umanità che progredisce. La soluzione di un problema di tal natura deve tentare la vostra ambizione, monsignore. Non vedete voi il Sig. Cavour? Perché non provate a [p. 437 ==> 442/500] intendervi con lui? Egli è uno spirito grande, un politico pratico; un colloquio tra voi due può appianare ogni ostacolo. Vi parlo con convinzione, con una sincera emozione. Amo l'Italia e deploro che la vostra resistenza intralci i suoi destini: voi credete di salvare la Chiesa, vedrete più tardi che la perdete.>> {G. ANTONELLI}"La Chiesa è imperitura! replicò lui, affettando una gravità che non è in lui. Inoltre, il tempo dei compromessi è passato, mia cara. Apprezzo la vostra sincerità, ve ne sono grato, ma ella mi obbliga a non lasciarvi l'illusione su un possibile patto tra la chiesa e la rivoluzione. Se anche dopo la rapina a mano armata degli Stati del papa, avessero voluto farci credere al rispetto che pretendono portare al potere spirituale, sarebbe stato necessario, non fosse che per politica, non toccare né i vescovi, né i conventi, né alcunché che attenesse alla costituzione della Chiesa. Sarebbe stato bravo nel portare questo rispetto all'eccesso, al fine di convincere le anime pie che non si mirava alla nostra dottrina: il Sig. Cavour avrebbe dovuto comprenderlo, doveva sottoporre alla Chiese le riforme e le soppressioni dei conventi che riteneva necessarie, e non fare nulla senza il nostro concorso." {L. COLET} <<Vi è una verità relativa in ciò che dite, monsignore; ma dimenticare che è proprio nei conventi stessi che si tramano ogni giorno cospirazioni che agitano il regno di Napoli; dimenticare che son proprio i vescovi di parecchie città dei territori annessi che hanno iniziato le ostilità contro il re e contro l'Italia affrancata, e Roma, monsignore, sembra aver dato loro la parole d'ordine con il suo atto di scomunica. D'altronde, continuai io nel vedere ch'egli manteneva il silenzio, impossessandosi di alcuni conventi, il governo italiano non se ne è attribuita la proprietà: le ha date per così dire ai poveri, ai mendicanti che pullulano in Napoli e Perugia. Lo Stato ha trasformato questi conventi in scuole primarie, in ospizi, in istituti di carità.>> {G. ANTONELLI}"Un ladro, esclamò il cardinale, nella cui bocca questa parola tornava di continuo, non si trasforma in un uomo onesto, perché fa l'elemosina con quello che deruba. Questo supposto disinteresse della rivoluzione italiana non l'assolve ai miei occhi." {L. COLET} <<Oh! monsignore, voi siete implacabile verso l'Italia; voi [p. 438 ==> 443/500] calunniate la vostra patria, vostra madre, che dovete amare, perché alla fine voi siete italiano! L'animo patriottico deve vibrare in voi! Come! Non siete fiero della rinascita dell'Italia e felice di liberarla dallo straniero, dagli Austriaci!..>>

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{G. ANTONELLI}"Sì, io sono italiano, sinceramente italiano, il giogo straniero mi riempie di

indignazione tanto quanto riempiva l'Alfieri." Egli mi cita un verso del poeta: {G. ANTONELLI} <<Ma stranieri per stranieri, io amo gli Austriaci tanto quanto i Francesi. Non so bene del resto che l'Imperatore ci sta prendendo in giro, che l'occupazione di Roma con il vostro esercito ci tiene sotto tutela; non siamo stati noi beffeggiati nella vicenda delle Marche! L'Imperatore doveva negare il suo consenso a Lamoricière e ai Francesi che s'erano messi {militarmente} al servizio del papa; egli lo doveva piuttosto che consegnarli a una macelleria>>. 2.18.3. RIFLESSIONI IN MERITO ALLE TESI DEL CARDINALE. Del cardinale Antonelli, si pone in luce non solo l'equazione suffragio universale = finzione, ma anche la sua adesione a una confederazione degli stati, e la sua opposizone all'annessione incondizionata degli stessi. L'idea federalista era alquanto diffusa. Ecco i nomi di alcuni propugnatori italiani che estraiamo dall'elenco rinvenibile in https://it.wikipedia.org/wiki/Federalismo_in_Italia, e in G. Consigli (2016) : BALBO Cesare {Torino, 21/11/1789 - † 3/06/1853} (politico, scrittore, patriota piemotese, fautore di una confederazione italiana a guida Savoia) CALÀ ULLOA Pietro {Napoli, 15/02/1801 - † 21/05/1879} (napoletano, fautore di una confederazione italiana e poi primo ministro napoletano, in esilio dopo il 1861) CAPPONI Gino {Firenze, 13/09/1792 - †, 3/02/1876} (liberale federalista, ministro e capo dello Stato toscano) CASATI Gabrio {Conte e Barone di Pendivasca. Milano, 2/08/1798 - † 13/11/1873} (governatore del neo-stato lombardo del 1848) CATTANEO Carlo {Milano, 15/06/1801 - † Lugano, 6/02/1869} (primo ministro del neo-sorto Stato lombardo nel 1848, federalista convinto, rifiutò il dominio dei Savoia, esiliandosi in Svizzera) D'AZEGLIO Massimo {Torino, 24/10/1798 - † 15/01/1866} (patriota, pittore, politico e scrittore piemontese, favorevole a una confederazione di Stati italiani) FOSCOLO Ugo {Zante, 6/02/1778 - †Turnham Green (presso Londra), 10/13/1827}(poeta e scrittore, che proponeva un sistema all'inglese di una federazione di quattro mornarchie federali) GENOVESI Antonio {Castiglione del Genovesi (Salerno), 1°/11/1713 - † Napoli, 22/09/1769}(filosofo ed economista napoletano) GIOBERTI Vincenzo {Torino, 5/04/1801 - † Parigi, 26/10/1852} (presbitero, patriota, filosofo, promotore del progetto "neoguelfo") RICASOLI Bettino {Firenze, 9/03/1809 - † San Regolo (prv. Siena), 23/10/1880} (liberale, ministro e capo dello Stato toscano e poi di quello italiano, fautore di una confederazione italiana) ROSMINI Antonio {Rovereto, 24/03/1797 - † Stresa, 1°/07/1855} (promotore del federalismo, attento com'era ai diritti della persona di fronte allo Stato) et alii Ma soprattutto Giuseppe FERRARI, che ora ce la illustra. CAMERA DEI DEPUTATI, TORNATA DELL'8 OTTOBRE 1860. (/leg07/sed063.pdf) All'ordine del giorno si trova la Discussione del progetto di legge per autorizzazione al Governo di accettare e stabilire per decreti reali l'annessione allo Stato di nuove provincie italiane. [p. 929 ==> 5/27]

L'on. Giuseppe Ferrari, avuta dal presidente la facoltà di parlare, dopo alcune riflessioni e asserzioni, dà inizio al suo discorso avverso la proposta di legge con delle semplici domande: "Quale principio facilitò l'impresa di Garibaldi nella bassa Italia? Il Governo stesso l'ha detto: Garibaldi s'avanzava a nome di Vittorio Emanuele; l'esempio dell'alta Italia gli apriva la via; la promessa della libertà dello Statuto gli affezionava i popoli, e le moltitudini della bassa Italia lo seguivano, perché quelle dell'alta Italia avevano seguito Vittorio Emanuele.

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D'altra parte qual è lo spirito, l'idea, il principio che sostiene Vittorio Emanuele? Io non dirò verun uomo necessario nel mondo; nessun capo sarà mai assolutamente indispensabile in veruno Stato; non innalzerò alcuna statua ad un vivente; ma dico che lo spirito, l'idea che consacra Garibaldi crea sola [p. 930 ==> 5/27] l'entusiasmo dei popoli per il regno di Vittorio Emanuele nell'alta Italia. In che consiste adunque il dissentimento momentaneo, ma pure incontestabile, tra l'altra e la bassa Italia? Esso nasce dal modo con cui venne iniziata l'attuale liberazione, e nulla di più urgente che l'esame accurato e coscienzioso delle cause prime, le quale, disconosciute, potrebbero condurre a luttuosi disastri. Voi mi conoscete riverente per le vostre leggi, rispettoso per le tradizioni vostre, alieno da ogni discussione di persone, e spero quindi che non darete un'interpretazione ostile alle mie espressioni. Mi sia adunque concessa la facoltà di liberamente parlare del sistema piemontese. L'attuale liberazione ha cominciato colla scuola piemontese, le cui idee furono svolte con eloquenza e lealtà, furono ridotte a dettami popolari, meritarono di essere propagate e accettate con entusiasmo, ma alla fine come ogni cosa mortale erano condannate a svanire dopo compiuta la loro carriera. Queste idee, primamente annunziate dal conte Balbo e più tardi ampliate dall'abate Gioberti, sono poi diventate il retaggio di altri scrittori che per principio non nomino, essendo essi viventi, quantunque rimangano pur sempre nella sfera tracciata dai loro defunti maestri. Il loro sistema consiste nel dire ai Lombardi, ai Veneti, ai Modenesi, ai Romani, ai Napoletani, a tutti i popoli italiani: insorgete; i vostri gravami contro il pontefice, contro l'Austria, contro i duchi sono giusti; ma, appena appena l'insurrezione sarà fatta, non vi sia cambiamento né discussione, siate immediatamente Piemontesi. Dietro questi principii la Lombardia è insorta, e diventò piemontese; gli altri Stati l'imitarono, ed il Piemonte si sovrappose a tutte le città dell'alta Italia. Nulla di più naturale. Una volta stabilito che i popoli italiani volevano prevalersi di un Governo di fatto; una volta ammesso che volevano trascinarne i capi e gli armati contro l'Austria ed il papa; una volta proclamato che gl'insorti disorganizzati, inermi, senza diplomazia, senza cannoni, senza alleati, dovevano invocare il Piemonte, la logica voleva che i Piemontesi, entrando nei diversi Stati, ne fossero i capi, gli arbitri, altrimenti avrebbero essi esposto l'esercito, l'onore, le forze loro ad una inevitabile catastrofe. Per tal guisa si è inaugurata la libertà con armi, con impiegati, con ministri, con generali, con governatori, scelti a Torino; e come mai credere che il Governo piemontese, giungendo coi propri mezzi, non volesse rendere piemontese la Lombardia, Modena, Parma, l'intera Italia? Fu strana, fu maravigliosa la concordia artificiale colla quale tutto lo Stato subalpino, quasi unanime nei diversi suoi partiti, sostenne la parte di liberatore italiano. Io non conosco fatto alcuno nella storia d'Italia che mostri tanto ingegno profuso nel costituire un'opinione trapiantata da una regione a tutte le regioni della penisola. Senza adottare alcun libro scritto o concetto in quest'intento, l'intera Europa ha accettata la celebrità dei capi piemontesi, che arditamente si presentarono agli Italiani onde dirigerli nella gran guerra contro il pontefice e l'imperatore; e queste mie dichiarazioni devono persuadervi, onorevoli colleghi, che io sono lontano dal disconoscere o dal calunniare il sistema piemontese. Io ne proclamo al contrario i vantaggi grandissimi che lo hanno reso popolare; io stesso confermo che ogniqualvolta le truppe di Savoia sono entrate in una terra italiana sono state festosamente accolte ed acclamate, perché il sistema piemontese, essendo assoluto, aveva il vantaggio di recidere dalla base tutte le tirannidi italiane, e perché evidentemente ove giungeva il Piemonte non poteva più sussistere né il duca di Modena, né la duchessa di Parma, né il granduca di Toscana o il re di Napoli; nessun principe, nessun re, né principe italiano poteva conservarsi. Ma questo, signori miei, è un sistema che vi espongo; questi sono fatti non dipendenti dalla mia volontà, questa è la storia, pura storia; desidero che siate capaci d'intendere la nostra storia. [...]

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Quali sono ora i difetti del sistema regnante? Esso offre vantaggi, riportò vittorie, la cosa non saprebbe essere contestata. Ma infine, per ciò stesso che un dissidio esiste tra l'alta e la bassa Italia, per questa unica ragione bisogna che un difetto esista nel Governo, difetto di cui i suoi capi saranno forse assolutamente innocenti, ma che, estendendosi nell'azione, potrà condurre ad involontari errori e ministri e generali e cospiratori, tale essendo la forza dei sistemi che, una volta ammessi, non concedono ad alcuno la libertà di sottrarsi alle loro conseguenze. In che consistono adunque i difetti del sistema piemontese? Essi consistono nel sovrapporre uno Stato unico a tutti gli altri Stati italiani; la è cosa momentanea, transitoria, sarà riparata; ma giacché siamo in un Parlamento per riparare i disordini che potessero emergere, noi dobbiamo cominciare dal riconoscere il disordine massimo del Piemonte che vuol sovrapporsi agli Stati italiani. Da ciò ne nasce un momentaneo malcontento, un'irritazione febbrile, un'irritazione cieca se volete, uno sdegno di razza, permettete quest'espressione, ma pure sdegno il quale può condurre all'anarchia e sciogliere il Governo. Se in Francia, per esempio, una provincia del mezzodì si sovrappose subitamente a tutte le provincie del nord; se Bordeaux volesse di un tratto spedire generali, governatori, [p. 931 ==> 7/27] commissari a Strasburgo, a Rennes, a Calais, egli è certo che desterebbe, a torto senza dubbio, ma con effetto infallibile, un generale malcontento. E siccome ogni malcontento sulla scena della politica acquista il senso di un principio; siccome questa è legge generale a cui nessun uomo, nessuno Stato, nessuna nazione può togliersi, ne nasce che, sovrapponendosi il Piemonte a tutti gli altri Stati italiani, egli getti i rivoluzionari nella opposizione e si costituisce loro nemico. [...] Ne consegue, come diceva, che il rivoluzionario, il ribelle, l'uomo che resta espulso dal Piemonte, sovrapposto a tutti gli altri Stati italiani, il ribelle, dico, si agita, forse a torto, ma insomma si agita. Consideriamolo attentamente senza lodarlo, senza biasimarlo; promettetemi di rimanere nell'imparzialità della scienza, di non essere né tribuno, né uomo di parte. Io ripeto ancora oggi quello che dissi al signor presidente del Consiglio la prima volta che io presi la parola in questa camera, che cioè egli non avrebbe mai inteso da me né una parola faziosa, né un dire demagogico. Ne risulta quindi che il ribelle formola anch'esso i suoi gravami contro il sistema piemontese nell'atto stesso in cui voi combattere il papa e l'imperatore. Il rivoluzionario dice: e che? io sono insorto contro l'Austria, contro i duchi, contro il papa, ho passato lunghi anni nelle prigioni, ho sacrificato il mio sangue alla patria, ho posto in non cale la mia fortuna, e vedo giungere, chi? Uomini estranei, uomini di governo, uomini di comando? Ecco il punto in cui il sistema piemontese trova un ostacolo, e voi stessi lo riconoscete. Ma v'ha di più. Io mi fondo sempre sui vostri documenti, non me ne stacco un istante. Siccome il Piemonte procede risolutamente e arditamente nella sua via, e siccome persiste nell'applicazione delle sue dottrine, combattendo ora i duchi, i papi, gl'imperatori, ora i nemici stessi dell'Austria, del papa e dei duchi, s'impegna il Governo in una confusione di atti gli uni ministeriali, gli altri rivoluzionari, gli uni conservatori, gli altri sovvertitori, d'onde emergono poi innumerevoli accuse e recriminazioni. E che? dice il rivoluzionario, io sono perseguitato dall'uomo che ieri mi stringeva la mano, che mi spingeva sul campo di battaglia; sono escluso dagl'impieghi, non ho gradi nell'esercito, debbo ritirarmi, sono calunniato dai giornali, sono trattato da perverso e perfino da repubblicano da chi fraternizzava con me e sembrava professare le medesime mie opinioni. Ma io eseguiva gli ordini del signor ministro, ma io intendeva la sua voce; e perché debbo io immolarmi ed egli comandare? Avrà forse torto il ribelle, ma questo è quanto dice e proclama. Signori, accennerò ad un ultimo inconveniente, perché in verità non vorrei parere troppo malintenzionato.

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Il sistema piemontese, e sono felice in questo momento perché mi rivolgo al signor presidente del Consiglio, il quale è uno degli economisti più distinti dell'Italia, il sistema piemontese, senza che alcun piemontese ne sia colpevole, si fonda necessariamente sulla capitale piemontese, ed eccoci quindi in faccia al problema economico e politico: la capitale. Non v'ha cospirazione, non v'ha concordia fittizia che possa stordirci al punto da farci dissimulare o da farci ignorare che Torino si dee sovrapporre a tutte le altre città per la forza stessa del sistema regnante, qualunque sia poi la sorte che l'avvenire riserva a questa metropoli. Onorevoli signori, esaminiamo questo fatto: nulla di più urgente che di conoscere appieno oramai che cosa sia una capitale. Una capitale è una città preponderante, che sorge nel mezzo d'una nazione con una popolazione talmente esuberante che schiaccia tutte le altre città, le quali in nessun modo possono competere e rivalizzare con essa. [...] Ogni volta poi che una città eguale alle altre città che la attorniano prenda una supremazia esclusivamente politica, essa diventa tirannia, esercita un'odiata pressione sulle nazioni soggette, le spinge all'insurrezione, all'anarchia, a disordini che voi riproverete, forse giustamente, ma che insomma finiranno per soverchiare le forze vostre e distruggere ogni vostro lavoro. Questo è l'ultimo vizio del sistema piemontese. Coll'unione delle Due Sicilie che voi reclamate subitanea, incondizionata, voi svelate l'ostacolo supremo del vostro sistema, il quale deve essere oramai vinto dal sistema italiano. Diffatti voi sapete che la città di Napoli conta 520.000 abitanti; sapete che è ricca, che è organizzata, che regge, e, se occorre, tirannicamente, le Due Sicilie, e che fa solo subire spietatamente il suo dominio sotto l'aspetto economico; e non parlo qui dei Governi che passano, e si fanno, e si disfanno quando si vuole. Napoli è abbagliante di splendori, e voi volete prenderla incondizionatamente, volete che si dia a voi, che si dia a Torino. Non dico che voi vogliate, intendiamoci; ma il moto economico lo vuole, la vostra politica lo esige, la geografia del Piemonte e delle sue ambizioni ingenite lo richiede, ed, astrazione fatta dalle volontà individuali, il vostro principio conduce alla confiscazione immediata e incondizionata della più grande tra le città italiane a profitto di una città senza dubbio coltissima e dotata di invincibili attrattive, ma della metà inferiore alla grandezza di Napoli. Quando diceste che Napoli deve darsi incondizionatamente, [p. 932 ==> 8/27] voi avete pesato le vostre parole, e mi permetterete di pesarle anch'io sulla vostra stessa bilancia, non sulla mia. La dedizione incondizionata significa che sarà libero al Piemonte di distruggere tutte le leggi napoletane per sostituirvi tutte le leggi piemontesi.... [...] Incondizionatamente, signori; io sono nella parola, nella stretta parola: io non sindaco alcun pensiero, né alcuna intenzione; io non nomino il Governo in questo momento; io sto nella parola, come se fosse stata scritta da persona invisibile. Chi mi dice annessione incondizionata, mi dice che vuole che lo Stato si dia in modo tale che ne possa disporre a proprio placito lo Stato che lo prende.... [...] Sarò nell'errore, ma la parola incondizionata implica che il regno napoletano si troverà in balìa di un Re o di un Senato piemontesi: la cosa è la stessa. Qui si tratta di forma di governo, non su di ciò verte la discussione; non è il caso di esaminare se il Governo, che prende le Due Sicilie, sia monarchico o costituzionale, libero o assoluto, ma bensì dobbiamo cercare se, sotto l'aspetto economico, l'alta vale la bassa Italia, e se il suo Governo sia autorizzato di trascinare nella sua corrente il regno delle Due Sicilie, il suo diritto di darsi leggi, il suo potere di reggere la propria antichissima autonomia. Bisogna osservare il fatto, che probabilmente alcuni ignorano, ma che riconobbi io stesso nella capitale del mezzodì. Io ho trovato in Napoli la memoria di un regno odiato; ho inteso mille giustissime accuse contro il governo borbonico; Garibaldi era accolto col massimo entusiasmo. Lo ripeto: sotto l'aspetto politico la sua rivoluzione era accettata e fatta superiore ad ogni discussione; era inteso da tutti che un Governo nuovo succederebbe all'antico e nuovi

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capi alla stirpe borbonica; ma io non intesi alcun Napoletano dirmi: abbiamo cattive leggi, noi chiediamo impazienti altri codici, un altro regime civile. Le leggi delle Due Sicilie sono ottime, paragonate con quelle delle altre nazioni incivilite; esse sono da preferirsi a tutte; in una parola i codici francesi sono vigenti nella bassa Italia, e voi volete che Napoli si sottometta incondizionatamente e subito ad occhi chiusi a un regno i cui codici sono nel dubbio della discussione, le cui finanze ondeggiano nell'urto delle autonomie, e il cui ordinamento geografico è un mistero per i membri stessi del Gabinetto piemontese? Qual disastro nascerebbe adunque se l'annessione fosse ritardata di un mese, di un anno? Qual disgrazia se gli abitanti del mezzodì riflettessero sulle proprie loro sorti? E se esitassero a darsi in vostra balìa, che fareste voi? Havvi un altro punto che non posso pretermettere, e giacché l'onorevole presidente del Consiglio l'ha accennato, mi pare che, avendo la sventura di parlare il primo in questa discussione, io debbo dichiaare che le ragioni dette per accelerare l'annessione delle due Sicilie non sono né ottime, né decorose. Voi dite: se attendiamo, si dichiarerà l'anarchia, e il mezzodì cadrà sotto un sistema di conquista, ubbidirà ad un dittatore, che presto sarà un despota, o avrà per successore un tiranno. Il disordine ha cominciato, si estende; noi siamo indispensabili. Sapete voi che se per caso si elevasse in questo recinto una discussione contro il Governo attuale di Napoli, se voi stessi la promoveste, se chicchessia la suscitasse, se io stesso l'aprissi io accuserei Garibaldi, accuserei il liberatore delle Due Sicilie, sarei il nemico della libertà italiana. In primo luogo non avete il diritto di accusa. In questo momento le Due Sicilie non sono nel regno; formano un altro Stato. La discussione non è aperta; noi siamo incompetenti. In secondo luogo potreste voi censurare la dittatura di Garibaldi, senza incorrere nella taccia della più nera ingratitudine? E che? Egli vi dà un regno, ed il primo vostro atto sarà di accusare il vostro benefattore? Egli compie da solo un'impresa da voi dichiarata impossibile, ed il primo vostro dire sarà di chiamarlo stolto? Egli governa col solo gesto otto milioni di uomini, ed il primo passo sarà di dichiararlo incapace di governare? Riflettete. Vi sarebbe illegalità, vi sarebbe ingratitudine, il vostro discorso sarebbe borbonico, perché i Borboni sono ancora nel regno, combattono ancora benché vinti; finché ferve la battaglia possono vincere, ed in guerra chi non è pro, è contro; non havvi mezzo alcuno. E la vostra critica fatta incendiaria propagherebbe l'insubordinazione, il discredito dei capi, la ribellione mascherata dell'inerzia, del tradimento; un ordine non eseguito a tempo basterebbe a compromettere i soldati tutti del mezzodì. Del resto, voi lo sapete meglio di me, non ispetterebbe a me il dirlo, le Due Sicilie sono regolate col miglior governo che si possa in quest'istante immaginare. Parlo colle vostre idee, non colle mie; giudico il dittatore colle vostre leggi, colle vostre istituzioni, coi vostri esempi, e non con utopie da me inventate; e onde meglio apprezzare il dittatore mi costituisco spettatore imparziale. Esaminiamo adunque i grandi atti del suo Governo, esaminiamoli l'uno dopo l'altro considerati nella loro importanza storica. Primo suo atto fu di conquistare la Sicilia alla libertà, e mi accorderete che in questo primo atto si comportò eroicamente. Passiamo innanzi. La Sicilia liberata gli serve di base d'operazione per assalire la tirannide che opprimeva il regno di Napoli, ed essa lo soccorre d'uomini e di danaro, lo festeggia in mezzo al duro travaglio della guerra, mantiene 35 mila combattenti, e i soldati del Borbone sono sconfitti in Reggio. A partire da quest'istante Garibaldi marcia su Napoli, giunge fino sotto Capua: e tutto cede, tutti obbediscono, tutti proclamano la sua dittatura, tutti accettano i suoi governatori, tutti lo assecondano nella sua guerra di Capua; nessuna sedizione, nessun disordine né a Palermo, né a Napoli, benché il regno muti di forme e di religione. Questi sono i fatti superiori, gli atti storici, i momenti decisivi della dittatura del mezzodì; il resto cade nei particolari dell'amministrazione, né si potrebbe parlarne senza cavillare. Che cosa mi rispondereste voi se vi rimproverassi qualche disordine della vostra amministrazione

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di Vigevano o di Cherasco? Che direste? Che non ci è Stato senza delitti, che non vi è provincia senza delinquenti; che nei difficilissimi momenti in cui succede un cambiamento di Governo nascono sedizioni inevitabili. Questo me l'accorderete; unitevi dunque con me, e riconoscerete l'eccellente Governo delle Due Sicilie; nella situazione attuale, non nella situazione ultima, quella in cui sarà costituita di qui a tre, quattro o sei anni. Direte: noi governiamo meglio. Ebbene, vediamo se governate meglio. Voi siete andati a Milano un anno fa, dodici anni fa; siete andati a Modena, a Parma, nell'Emilia; avete proceduto coi dittatori, col governo arbitrario delle rivoluzioni, colle inseparabili proscrizioni dei rivolgimenti politici. Avete voi fatto meglio di Garibaldi? Devo io ricordare i vostri atti di Milano? Non ch'io voglia difendere la [p. 933 ==> 9/27] mia città nativa, né suscitare lotte municipali o gare terrazzane, ma giacché mi traete su questo terreno, giacché mi fate scendere in questo campo, dirò che nel 1848, nell'atto che Carlo Alberto entrava in Milano, vi erano disordini tali che andarono sino ad una grave sommossa. Il commissario piemontese Cibrario dovette essere difeso a Venezia da Manin, che lo involava ai furori del popolo. Credete d'altro lato perfette le dittature di Ricasoli, di Farini, e scevra d'ogni disordine la vostra influenza sull'Italia centrale? Non voglio ricordarvi nessun atto disaggradevole {sgradevole}, ma vi scongiuro, a nome della pace, a riconoscer ottimo il Governo della Sicilia, e la bilancia tra voi e Garibaldi sarà compensata. Ma sapete d'onde deriva o d'onde potrebbe derivare un disordine nelle Due Sicilie? Non vi è Stato che non sia esposto a sedizioni, e le Due Sicilie sono uno Stato come gli altri, e possono forse in avvenire essere esposte all'anarchia. Ma da che nascerebbe il disordine? Dagli annessionisti, dal desiderio precipitato, impaziente ed indiscreto degli annessionisti. Badate che qui io non parlo del presidente del Consiglio o dei ministri; io non discuto ancora la questione della fiducia; occupato d'un sistema, non accuso uomo alcuno in particolare. Che cosa facevano gli annessionisti per precipitare la fusione? Essi esageravano a disegno i difetti del Governo piemontese nelle Due Sicilie. Vi fu un ministro di Napoli che propose una cosa che biasimerebbe lo stesso ministro della giustizia qui presente. Voi sapete quale sia l'attuale incertezza della vostra legislazione, quali misure abbiate preso onde dissipare questa momentanea confusione, quale peritanza vi colga ogniqualvolta si tratta di applicare l'antica legislazione. Or bene, vi fu un ministro che voleva portare il dittatore a promulgare immediatamente tutte le leggi piemontesi. Io posso nominare il troppo zelante ministro, ma desidero tacere il suo nome, avvertendo solo che è affezionato al Piemonte, voglio dire al Governo, al sistema piemontese.... [...] Io non accuso nessuno, ma dico che il sistema di Cavour, il sistema piemontese, è sostenuto nelle Due Sicilie da un partito (al quale i capi del Piemonte saranno estranei), ma che si mostra impazientissimo di precipitare l'annessione, e che si sforza di far decretare misure, le quali riescono anarchiche. Questo partito, per rendere necessaria, indispensabile la immediata, la subita annessione, diffonde arditamente il disordine, impedendo le misure più urgenti, più necessarie. Non parlo già dei capi del Ministero piemontese, parlo dei miseri suoi sudditi, dei suoi addetti da esso ignorati, degli amici di cui non conosce neppure l'esistenza, e il cui ardore s'accresce appunto per la necessità in cui sono di farsi rimarcare a forza di esagerazioni. Il Ministero Conforti propose la sua demissione, qualora il progetto del ministro Pisanelli, di pubblicare immediatamente tutte le leggi piemontesi, fosse adottato. Questo è fatto storico incontestabile. Io non ne voglio rendere responsabile il Governo piemontese, rispetto il carattere stesso del signor Pisanelli, io separo l'intenzione sua dall'atto suo, e piacesse al Cielo che ogni entusiasta del Piemonte potesse rassomigliargli. Ma, messo da parte il Governo piemontese, e scartato pure il signor Pisanelli, io devo dire che il partito annessionista delle Due Sicilie è composto in gran parte di avventurieri.... Dico solo in parte, dico... [...] che accade nel partito annessionista delle Due Sicilie quello che accade in tutti i partiti, cioè che s'introducono in questi partiti degli uomini i quali sono avventurieri. [...] ... aggiungo che ho dichiarato

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almeno venti volte di parlare di un sistema, non delle persone; aggiungo che se nel calore dell'improvvisare una frase o inutile o inesatta tradiva il il mio pensiero, mi affrettava a completarla; aggiungo in mezzo a tanta reclamazione la parola spenta manca al mio pensiero.... [...] Io finisco in due parole la prima parte del mio discorso, esprimendo il desiderio che non si provochino [p. 934 ==> 11/27] discussioni irritanti sulle Due Sicilie. I disordini che potessero per avventura esistervi si sono egualmente prodotti quando voi siete entrati nelle città dell'alta Italia, dove avete mutati i Governi, e spero che riconoscerete che Garibaldi fece quanto fecero Cavour, Farini e Ricasoli in simili vertenze. Che se ci furono degli avventurieri, non fu colpa né del dittatore, né de' suoi, né di questo Governo, né di quest'Assemblea. Questo nome avventuriero non deve essere da me applicato ad alcun nome qui pronunziato. Per la forza delle cose, uomini tristissimi s'introducono in ogni partito, in ogni mutazione; ma ogni partito, ogni mutazione dovendo essere giudicata dal principio che l'anima, la mia censura all'influenza piemontese nell'alta e nella bassa Italia si svolge al di fuori d'ogni considerazione d'individui, non anelando se non a giustificare Garibaldi dietro gli esempi stessi del Governo qui presente. [...] {p. 934 ==> 10/27} ... omissis ... [p. 935 ==> 11/27] [...]

Quando pure queste ragioni non mi sconsigliassero dall'avere fiducia nel Governo, i volontari del mezzodì, quest'esercito volante di uomini eroici, partiti senza bagagli come se andassero a diporto, m'impone di diffidare dei capi del Governo. Sono uomini che hanno sacrificato la loro patria, la loro famiglia; gli uni saranno mutilati per sempre, gli altri avranno mancata l'una delle stazioni della vita loro rimanendo inferiori ai loro coetanei, e io li vedo sospetti mentre si affaticano per dare un regno a Vittorio Emanuele! Qual dichiarazione la quale prenda in considerazione tanti eroici sacrifizi? Io non conosco il palazzo degl'invalidi che potrà raccoglierli, non conosco l'asilo che potrà ricoverarli! Sono essi accusati in quest'Assemblea, dove {io} sperava d'intenderli lodati! È vero che il Governo ha riconosciuto il merito di Garibaldi e dei volontari... [...] Io dico che il Governo ha domandato un voto di fiducia, e che io non mi sento di poterglielo accordare questo voto di fiducia, specialmente avuto riguardo all'atto che implica questo voto di fiducia, che sarebbe affidarli la sorte intera dell'esercito del mezzodì. Non dico che corra pericolo di essere maltrattato o di essere non bene trattato; dico solo che questo esercito io lo vorrei confidato ad un altro Ministero. Mi affretterò a volgere al fine, rispondendo ad alcune obbiezioni che potrebbero essermi opposte, la prima delle quali sta nella maggioranza, la quale non mancò mai di sostenere il Ministero in tutti gli atti suoi. Mi guarderò dal contestare questo fatto, o dal ricordare che le maggioranze svaniscono rapidamente soprattutto nei paesi abituati alle unanimità entusiaste. Ma quando si tratta della bassa Italia la maggioranza qui non esiste; bisognerebbe che fosse anche convocata l'Assemblea della bassa Italia. Quand'anche fossimo unanimi, non saremmo autorizzati a dichiararci maggioranza negli affari dell'intera nazione. [p. 936 ==> 12/27] Riconosco il soccorso della Francia, la sua protezione assicurata varrebbe quanto il sostegno morale di una maggioranza frammentaria, e sarebbe per me un'obbiezione gravissima, benché non insormontabile. Ma il Ministero gode egli della confidenza della Francia? Io non domando rivelazioni, non domando documenti; io voglio fondarmi sulle dichiarazioni pubbliche, sulla storia contemporanea, la quale non può essere falsata da alcun documento o da alcuna nota diplomatica. Gli ambasciatori di Francia sono ritirati da Napoli e da Torino; la Francia non ha né garantito, né approvato, né legittimato l'annessione dell'Italia centrale, e non vuole quella delle Due Sicilie; e, ciò che più rileva, l'imperatore dei Francesi ha consigliato continuamente ed ostinatamente all'Italia una forma federale. Né mai su questo punto le dichiarazioni dell'imperatore dei Francesi hanno variato, e benché lasci ora li

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bera l'Italia di costituire la propria unità, le sue dichiarazioni non debbono essere poste in non cale. La Francia vi lascia liberi di distrurre tutti i nemici d'Italia, che sono pure i nemici suoi; vi spingerà ancora forse più in là del limite a cui siete giunti; ma le conseguenze di tale spinta e delle sue riserve voi le conoscete, l'avete nel sistema francese, e sanno che ad ogni annessione italiana corrisponderà un'annessione francese. Voi mi dite che non esistono trattative relativamente alla Sardegna, che non fu chiesta alcuna concessione. Io vi credo; ma io consulto nel tempo stesso i documenti contemporanei, la tradizione attuale, i dati prestabiliti dalla politica napoleonica, e i precedenti, le aspettative, le trattative sono aperte nelle dichiarazioni fatte dal ministro Thouvenel nell'atto di accettare l'annessione di Nizza e Savoia. Le trattative per l'annessione, non dirò della Sardegna, ma di qualunque altra parte, stanno nella democrazia francese che ha assicurato il suo progresso col voto universale, nella influenza francese talmente terribile che fa fremere gli aristocratici del Reno e i lord dell'Inghilterra; le trattative stanno nella espansione del commercio francese, che invade tutte le città italiane per guisa tale che a Torino come a Napoli tutte le botteghe sono francesi. Le trattative stanno nella influenza della letteratura francese sì superiore all'italiana che per leggere una discussione imparziale e non velata sulle nostre cose ci convien prendere un libro stampato a Parigi. La Francia in una parola vuole estendersi, la sua espansione fu inaugurata a Nizza e in Savoia; appena prese possesso di Chambéry vi creò un liceo, un altro ne fondò a Nizza, e in questo momento dà 25 milioni alla città di Aiaccio, prodiga i suoi benefizi alla Corsica ed alle nuove provincie, vuole sfidare coll'esempio della sua democrazia i Governi italiani, tedeschi ed inglesi, e si estenderà col sillogismo delle annessioni che voi avete votato. So che voi ripetete ad ogni tratto: non sottoscriveremo mai a nuove annessioni, non cederemo mai un palmo di terra italiana. Io vi credo; il presidente del Consiglio sarà fedele alla sua promessa; ma io non parlo del presidente del Consiglio, il quale troverà modo di salvare il proprio onore, io voglio salvare l'Italia. Quando avrete impegnato la nazione in una guerra sconsigliata; quando l'avrete affievolita colla vostra unità piena di malcontenti; quando vi saranno toccate sconfitte; quando sarete censurate dalla Francia, che vi accuserà d'imprudenza; quando l'impazienza delle annessioni vi avrà compromesso, che cosa resterà allora? L'onor vostro; ma non basterà a sollevar la nazione; che, se rimanete al potere, sarete allora costretti a farvi battere nell'interesse dalla Corona. Per riassumere, mi limiterò a trasmettervi l'impressione che reco da Napoli, da me prima non vagheggiata se non ne' miei sogni o ammirata se non ne' libri suoi. Ho visto una città colossale, ricca, potente: innumerevoli sono i suoi palazzi, costrutti con titanica negligenza sulle colline, sulle alture, nei vichi, nelle piazze, quasi che indifferente fosse la scelta del luogo in una terra da per tutto incantevole. Ho visto strade meglio selciate che a Parigi, monumenti più splendidi che nelle prime capitali dell'Europa, abitanti fratellevoli, intelligenti, rapidi nel concepire, nel rispondere, nel sociare, nell'agire. Napoli è la più grande capitale italiana, e quando domina i fuochi del Vesuvio e le ruine di Pompei sembra l'eterna regina della natura e delle nazioni. Or bene, s'io avessi l'onore d'essere nato nella patria di Vico, e se l'alta Italia volesse annettervisi senza condizione e subito, io direi: no, non confondiamoci, ma confederiamoci. E diffatti, giacché la storia non volle che l'Italia appartenesse alla classe delle nazioni unitarie, colla federazione possiamo giungere ogni più gloriosa meta. Colla federazione ogni città si trasforma in capitale e regna sulla sua terra; colla federazione ogni Stato Italiano si riconosce con una propria assemblea erede delle patrie glorie; poi ogni assemblea nomina i rappresentanti della nazione nella dieta dove l'intera patria sottrae ai pontefici la sua ragione per riflettere alla fine sui propri destini. Colla federazione si ottiene l'unità d'un esercito, perché non vi fu mai lega il cui scopo non fosse di riunire le disperse forze degli Stati, come lo mostrano gli

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esempi della Germania e degli Stati Uniti; colla federazione si ottiene l'unità della diplomazia, la quale trae dalla dieta un unico pensiero e la direzione unica degli Stati in faccia alle estere nazioni. Fu sparso l'errore che la federazione volesse dir divisione, dissociazione, separazione. Ma la parola federazione viene da foedus; foedus vuol dire patto, unione, reciproco legame; e il legame delle federazioni è sì flessibile e potente che sa congiungere in Germania repubbliche e principati, e può elevare il presidente della dieta dal grado di semplice cittadino a quello d'imperatore o di re. Arrogi che {arrògere: v. difett., ant., Aggiungere} la federazione è il sistema costituzionale preso nella più pura espressione, che fonda la libertà nella legalità d'un patto, nella moltiplicità delle assemblee, nell'inviolabilità d'ogni interno confine, nella solennità della sua dieta. Se aspirate alla democrazia ateniese o lombarda, gli amfizioni {anfiziòni: s.m.pl., nell'antica Grecia, gli stati membri di un'anfizionìa (associazione a carattere religioso di popolazioni limitrofe unite dal culto della stessa divinità)} ve la consentono; se preferite lo sviluppo della libertà indivi-

duale, gli Stati Uniti vi offrono il più prodigioso fra gli esempi. Ammirate voi la forza? I federati della Germania distruggevano l'impero di Roma, e i Tartari, eterni federali dell'Asia, invadevano la China, cioè la nazione la più unitaria, la più compatta che abbia mai esistito. Io credo giunto il momento di rinnovare l'Italia: io vedo il pontefice giunto all'ultimo grado della demenza, come sovrano temporale. Voi stessi l'avete combattuto, né la scienza di Rossi, né il valore di Lamoricière non hanno potuto salvare questo Governo, che rassomiglia nella fatale e sovrumana sua ostinazione al senato di Venezia giunto all'ora sua estrema, ad ogni Governo nell'ultima sua agonia. So che nelle crisi di ogni nazione federale l'unità trionfa con universale distruzione; l'unità vi distruggerà le instituzioni perfertite della patria nostra; ma la costruzione comincierà solo nell'istante in cui sorgerà l'era federale." (p. 936) _______La seduta vien sciolta alle ore 6:30. Il presidente fissa l'ordine del giorno per l'indomani: Seguito della discussione del progetto di legge per accordare al Governo la facoltà di accettare le annessioni di quelle provincie dell'Italia centrale e meridionale che ne manifestino il voto. E così nella Tornata del 9/10/1860 [/leg07/sed064.pdf], del 10/10/1860 [/leg07/sed065.pdf] e dell' 11/10/1860 [/leg07/sed066.pdf]. In quest'ultima, [p. 1011 ==> 16/16] la Camera, prima approva all'unanimità, con uno scoppio di vivissimi applausi, quest'ordine del giorno: <<La Camera dei deputati, mentre plaude altamente allo splendido valore dell'Armata di terra e di mare e al generoso patriotismo dei Volontari, attesta la nazionale ammirazione e riconoscenza all'eroico generale Garibaldi che, soccorrendo con magnanimo ardire ai popoli di Sicilia e di Napoli, in nome di Vittorio Emanuele restituiva agli Italiani tanta parte d'Italia." Poi, con votazione a scrutinio segreto, l'articolo unico della legge: <<Il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per reali decreti l'annessione allo Stato di quelle provincie dell'Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente, per suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni di far parte integrante alla nostra Monarchia costituzionale.>> Ecco il risultato della votazione: Presenti e votanti 296 Maggioranza 149 Voti favorevoli 290 Voti contrari 6. Mi piace concludere con le parole dell'onorevole Filippo MELLANA {Casale Monferrato (Alessandria), 7/03/1812 - † Casale (Alessandria), 29/11/1874. Regno di Sardegna: I - VII leg; Regno d'Italia: VIII - XII leg.}, da lui proferite nella seduta del 9/10/1860: "Nell'esordire io dichiaro francamente che al dì d'oggi ritengo come unitari tutti gl'Italiani; chi dice il contrario calunnia il buon senso del popolo italiano. Tutta Europa ha fatto plauso al senno pratico delle nostre popolazioni. Sarebbe reo colui che per amore di parte facesse una così ingiusta accusa. Io ritengo per

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unitari il nostro onorevole collega Ferrari il quale nello svolgere ieri i profondi risultati della sua vasta dottrina, riassumeva il suo concetto federativo in questo verissimo assioma, cioè perfetta e strettissima unità politica, ampia, intiera discentralizzazione economica ed amministrativa; e forse l'illustre storico, discendendo dalle alte speculazioni della scienza, e portandosi sul terreno pratico riconoscerà che in Italia, stante gli errori di tanti secoli, sarà necessario forse passare per una strettissima unità prima di poter venire a realizzarsi il più giusto sistema, quello cioè di fruire dei benefici dell'unità ed insieme di quelli non minori della piena ed assoluta discentralizzazione amministrativa ed economica. Dico che gli errori dei secoli ci fanno questa legge di passare per un'unità forse anche oltre i desiderii voluti dalla scienza per portarci senza pericoli a quell'era che ci venne preconizzata dal nostro grande pensatore." [p. 957 ==> 6/20]

2.18.4. AVVERSO LA COLET. Della scrittrice francese, per contro, si pone in luce: il suffragio universale = un atto di giustizia universale = applicato con verità e unanimità dal popolo. E altresì la convinta ed energica convinzione che: il crimine, lo spargimento di sangue, l'arbitrio = non hanno macchiato la rivoluzione italiana = compiuta senza eccessi senza impurità. Che dire? Mi cascano le braccia! L'idea coletiana che la questione del suffragio, qual atto di giustizia universale, posta al popolo italiano, fosse accessibile a tutti e risolvibile da tutti con sincerità e giustizia, è davveero una esecrabile bestemmia. Se così fosse stato, allora perché quelle scene farsesche della votazione, e ancor più perché decreti e proclami anzitempo? La questione non era affatto elementare. Cosa significa, per esempio, voler l'Italia una? Che tutti gli ex stati autonomi e indipendenti partecipino all'unità paritariamente? Perché il re Vittorio Emanuele, nel proclama del 7/11/1860, rivolgendosi ai popoli napoletani e siciliani, parla di nobili Provincie? Aveva forse in mente la sovrapposizione dello stato sabaudo alle province annesse, in condizione cioè di subordinazione al Piemonte? Con che faccia affermava ipocritamente che il suffragio universale gli dava la sovrana podestà sulle province annesse? Non sapeva, in quanto re, come si fosse svolto il plebiscito e che, tra l'altro, la percentuale dei sì (per così dire) non era né del 100%, né del 90% e né dell'80% dei votanti, e ciò stante incompatibile con la sovrana sua podestà? Per la verità, secondo D. M. Smith (1977), Vittorio Emanuele, il quale "aveva pensato di giungere invocato da tutto il popolo", provò una grande delusione allorché s'accorse "che era lì come un conquistatore". Il 6 novembre {1860}, cambiò idea sul significato del plebiscito per quanto aveva visto: "Sua Maestà, - scriveva l'Elliot -, sembra pienamente consapevole dello scarso valore che il plebiscito merita come prova dei precisi desiderî della nazione" [Elliot to Russell, 6 novembre (F.O., 70/321/627)]". (p. 516) Per confutare con maggiore veemenza le asserzioni della poetessa francese, faccio ricorso al citato storico inglese che, parlando della caduta di Napoli nelle mani di Garibaldi (Settembre 1860), Cap. XXI. L'Italia de Il culmine della potenza europea (1830-1870), precisa: "Successivamente i plebisciti diedero le inevitabili schiaccianti maggioranze a favore dell'annessione da parte di Vittorio Emanuele. Il termine <<annessione>> - spiega l'esimio lecturer di Storia all'Università di Cambridge - fu usato deliberatamente da Cavour, per evitare ipotesi per lui assurde come quella di riunire gli italiani in un'assemblea costituente: la nuova Italia, come la intendeva Cavour, doveva essere il più possibile una proiezione del Piemonte. Meglio adottare leggi già sperimentate e verificate a Torino; e meglio ancora se si poteva farlo senza perdere tempo in discussioni parlamentari. Venne persino deciso di adottare parti della legislazione piemontese che erano state già imposte in Piemonte senza previa discussione e approvazione parlamentare. [...]

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Ma il processo di <<piemontesizzazione>> riuscì sovente ostico ad altre regioni italiane, che si videro ridotte alla condizione di territori conquistati ed annessi. Alcuni siciliani avevano considerato la collaborazione col Piemonte solo come un mezzo per ottenere l'autonomia da Napoli; ad alcuni napoletani era stato analogamente fatto credere che un voto affermativo nel plebiscito avrebbe significato l'autonomia; ora invece essi dovettero accettare la soppressione dei loro usi e istituti più venerati, e l'introduzione di un sistema notevolmente rigido di centralizzazione basato su Torino. Un altro genere di disinganno fu sofferto da quei garibaldini che si erano battuti per obiettivi più avanzati: Garibaldi stesso fu disgustato dalla meschinità con cui vennero trattati i suoi volontari, che avevano conquistato metà d'Italia per il vantaggio di Cavour. Tommaseo, Ferrari, Cattaneo e Montanelli erano altri nomi illustri la cui preferenza per una federazione italiana doveva essere trascurata una volta imboccata la strada della uniformità. Un altro tipo di opposizione provenne da classi sociali danneggiate dalla rivoluzione. Non tutti i vecchi aristocratici accettarono con piacere l'assimilazione in questo nuovo stato borghese. Quanto ai contadini, che formavano la grande maggioranza della popolazione, pochi potevano avere una chiara idea di ciò che significasse il nome <<Italia>>: in alcune zone essi avevano prestato il loro valido aiuto alla ribellione sperando di ottenere terra e sicurezza economica, ma ora scoprirono - troppo tardi - che il vecchio regime era stato dalla loro parte contro gli avvocati e i proprietari terrieri che essi avevano ora aiutato, senza volerlo, a conquistare il potere. Molti cattolici devoti erano stati inoltre costernati dal fatto che Cavour avesse sfidato la scomunica muovendo guerra alla Santa Sede; e non contento di aver annesso la maggior parte dei dominî pontifici, egli vi applicò avventatamente una legislazione anticlericale che forse ripugnava alla maggior parte della popolazione. Un'altra fonte di disagio, negli anni immediatamente successivi, fu di natura economica. Le tasse dovettero essere aumentate di colpo e fortemente: restava infatti da pagare il debito della guerra del 1859, nonché quello contratto da Cavour per lo sviluppo delle ferrovie piemontesi; un forte aumento delle entrate era altresì necessario per il mantenimento di un esercito e di una marina di grosse proporzioni. C'era anche il fatto che l'estensione delle basse tariffe doganali piemontesi a province economicamente arretrate - talvolta un'improvvisa riduzione dell'80 per cento - ebbe spesso il risultato di soffocare o annientare le industrie locali. La fusione di province a così diversi livelli di sviluppo rendeva arduo evitare questo genere di problemi, dato soprattutto che non vi fu tempo sufficiente per raccogliere tutte le informazioni su cui avrebbe dovuto almeno in teoria basarsi una linea politica; e inevitabilmente fu il meridione, con la sua ristrettezza di mercato e le sue insufficienti comunicazioni, a soffrire in modo più acuto. Le industrie settentrionali, al contrario, avevano avuto il tempo di adattarsi alla libertà di commercio, cosicché la parificazione doganale costituì per loro un dono inatteso. D'altra parte, molti funzionari a Torino furono vivamente contrariati dal processo di infiltrazioni di meridionali, avvezzi a metodi più clientelari e meno efficienti di pubblica amministrazione. Talvolta questa incomprensione reciproca fu totale: d'Azeglio giunse a raccomandare che il sud fosse nuovamente separato dal resto d'Italia, per il solo fatto che i plebisciti erano stati evidentemente un mero stratagemma, che aveva dato un'idea del tutto falsa del pubblico entusiasmo pr l'Italia." (pp. 738-741. ) Lo stesso Mack Smith (1977), nel Cap. XXVII. Il Governo di Cavour nel Mezzogiorno NOVEMBRE-DICEMBRE, mette in luce che "quando Cavour anticipò il plebiscito, pubblicando decreti <<per le province non ancora annesse>>, i Siciliani osservarono giustamente che questo era un segno di gratuita arroganza regionalistica, poiché la formula del voto non parlava né di Piemonte né di Sardegna, ma solo di unione con l'Italia. Quali sono le province non ancora annesse? La Romagna, la Venezia o il Piemonte medesimo? ... Possiamo egualmente dire al signor Conte essere troppo intempestivo e poco legale il suo provvedimento, e tale decreto che sarebbe stato ben accetto a suo tempo, emanato sì avanti non può che inasprirci ed offenderci perché non ci

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rappresenta il fare di un governo leale ma d'un partito che freme di soppiantarne un altro2. [2. <<L'Unità Italiana>> (Palermo), 1° Novembre.] L'urto di interessi tra il Nord e il Sud apparve chiaro quando Michele Amari {Michele Benedetto Gaetano Amari (Palermo, 7/07/1806 - † Firenze, 16/07/1889). Storico, politico e arabista italiano. Ministro della Pubblica Istruzione nel Regno d'Italia, dall'8/12/1862 al 24/03/1863; dal 24/03/1863 al 28/09/1864. Senatore del Regno d'Italia, 18/02/1861 - 16/07/1889. Legislature: dalla VIII.} che nei primi mesi dell'anno

era stato persuaso da Cavour che la Sicilia avrebbe ottenuto l'autogoverno regionale, si rivolse a lui per ricordargli la promessa: <<Consigli regionali sono indispensabili, - diceva, - quando si lasciano importantissimi affari alle regioni. Si inganna chi crede poterne far senza>>3. [3 Il prof. Amari al conte Amari, 19 dicembre (M. Amari, Carteggio cit., II, p. 144).] Ma il suo appello ebbe una risposta scoraggiante: Cavour non poteva consentire che la Sicilia avesse <<un Consiglio deliberante elettivo>>4. [4 Il conte Amari al prof. Amari, 16 dicembre (ibid., p. 141)] Era un subitaneo cambiamento d'avviso. Un punto da tener presente è che Cavour aveva proprio allora ricevuto conferma da uno dei suoi colleghi di gabinetto che l'<<autonomismo>> era il sentimento prevalente sia a Napoli sia in Sicilia>>.1 [1 Cassinis da Palermo a Cavour, 9 dicembre (CC, Lib. del Mezz., IV, pp. 36-38)]" (pp. 507-508) Avverso la Colet, trascrivo anche il paragrafo 5. Eccidii d'Auletta, di Spinelli, di Pontelandolfo e di Casalduni, della Cronaca Contemporanea de LA CIVILTÀ CATTOLICA (Anno XII. Vol. X. Serie 4a, Roma 1861), e cioè [p. 618 ==> 624/778] "5. In questo frattempo cinque altre grosse terre del Regno venivano barbaramente messe a fuoco e sangue, poi diroccate e distrutte dal furore piemontese, per vendicare i danni ivi sofferti dalla reazione. I diarii eziandio italianissimi usarono parole di ribrezzo e di orrore al racconto di tanta nefandezza e crudeltà. In Auletta e Spinelli i reazionarii avevano osato tener testa ai masnadieri del Cialdini, cui davano mano gli scherani {banditi, assassini} ungheresi al soldo del Piemonte. Colle artiglierie vi si gettò la morte e l'incendio; poi le soldatesche vi si scagliarono a baionette spianate, uccidendo senza pietà chi era stato tardo a fuggire. Il saccheggio e la distruzione di quelle borgate compierono l'opera italiana. I soldati del Pinelli avevano fieramente manomesse alcune terre a breve distanza da Pontelandolfo, commettendovi atrocità orribili contro pacifici abitanti designati loro come reazionarii. Mossero quindi una quarantina di essi a Pontelandolfo. La voce della loro scelleratezza ve li avea precorsi, e un furore di vendetta sospinse loro addosso la popolazione che tutti li scerpò, salvandosi un solo sergente che ne recò la notizia a' Piemontesi. Il Cialdini avviò subito colà il Colonnello Negri, con un battaglione di bersaglieri ed altra milizia con artiglierie; si trassero bombe e granate, poi si venne all'assalto. I più degli abitanti e gli uomini capaci di portare le armi erano già fuggiti, e andavano raminghi per le campagne e i monti. Soli rimanevano, con qualche prete, una trentina di malati, o di innocenti che, sicuri della loro innocenza, non erano fuggiti. Furono tutti senza misericordia trucidati. Poi dato il sacco e messo il fuoco alle case, tutte furono arse, restandone una sola spettante ad un italianissimo. Di lì mossero codesti barbari a Casalduni, e vi ripeterono la stessa tragedia, perché gli abitanti di essa furono incolpati d'aver dato mano al fatto di Pontelandolfo. Montefalcione, San Marco e Rignano sono anch'essi un mucchio di rovine fumanti e sanguinose, che gridano vendetta. Se si traesse il novero dei fucilati, dei morti nelle zuffe, de' banditi, de' carcerati dal Piemonte per soggiogare il regno di Napoli, senza fallo si troverebbe assai maggiore di quello dei voti pel plebiscito, strappati colla punta del pugnale e colle minacce del moschetto. E si osa parlare ancora del suffragio universale come di titolo legittimo dell'usurpazione piemontese? E gli ipocriti sostenitori del non intervento coprono col loro patrocinio codesto sterminato assassinio di tutto un popolo." (p. 618 ==> 624/778) Per confutare ancor più le tesi coletiane, è sufficiente ricorrere alle testimonianze di scrittori e storici che hanno terrestremente letto, interpretato e rappresentato fatti e avvenimenti, e

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non già calcando nell'iperuranio celeste i sentieri dell'amicale potere politico e dei correlati privilegi, qual è Luciano Bianciardi. 2.18.4.1. LUCIANO BIANCIARDI: Plebiscito = beffa. Significativa è quella di Luciano Bianciardi (1982) {Grosseto, 14/12/1922 - † Milano, 14/11/1971. Scrittore, giornalista, traduttore, bibliotecario, attivista e critico televisivo}, che, nella sua opera prima del filone risorgimentale, ci offre una breve storia della spedizione dei Mille, dalla quale caviamo le equazioni: il plebiscito = una formalità = una beffa; elezioni = piuttosto imbrogliate. [p. 184] "La notizia, contrariamente al solito, arrivò subito in Sicilia, provocando il cedimento del Mordini: il decreto di Garibaldi lo sconfessava. Cosa veniva a cianciare di assemblee, quando il dittatore in persona decideva per il plebiscito? E il consiglio comunale di Messina, scavalcando i limiti delle proprie attribuzioni, già ordinava per suo conto che si andasse alle urne. Così tutto precipitava: scarse e pie le illusioni che ancora restavano nell'animo di certi radicali, convinti che la formula scelta da Garibaldi non stesse a indicare annessione vera e propria, ma semmai adesione di tutte le regioni italiane e un nuovo Stato nazionale <<uno>> e <<indivisibile>>. Pensavano addirittura che bastasse quella parola, <<indivisibile>>, a garantirli dal rischio che Cavour facesse altri baratti territoriali. Non si rendevano conto del fatto che il proclama del re, appoggiato da 33.000 fucili (contro i quali essi non avrebbero mai osato rivoltarsi, ma che erano pronti, all'occorrenza, a sparare su di loro), riduceva il plebiscito a una formalità e addirittura a una beffa. Le votazioni erano fissate per domenica 21, e per seggio elettorale ciascun villaggio e ciascun quartiere cittadino scelse una chiesa. [p. 185] Andò alle urne un quinto scarso della popolazione; in certi paesi i contadini fuggivano su per i monti, temendo che quella strana nuova cerimonia fosse un trucco per costringerli al servizio militare (e in parte avevano ragione). Molti non capirono bene che cosa significasse il foglio di carta che li chiamava alle urne, e lo perdettero, oppure lo misero in vendita, visto che a Palermo c'era qualcuno disposto a pagarlo anche due scudi. Le autorità locali cercarono, seppure ne ebbero voglia, di dare qualche spiegazione, ma non era facile. Cosa rispondere, per esempio, a quelli (e ce ne furono) che si misero a urlare: <<Non vogliamo né Vittorio Emanuele, né Francesco, vogliamo don Peppino>>, cioè Garibaldi? La votazione non fu segreta: finita la messa, sopra un podio levarono le due urne, del sì e del no, e ciascuno dava il suffragio alla presenza di tutti. La guardia nazionale andò a votare inquadrata, armata, con cartelli che inneggiavano all'annessione. I risultati furono strepitosi. In Sicilia 432.053 dissero sì, 667 furono i no; a Napoli contro 10.312 voti negativi, i sì furono 1.302.064. A Girgenti parve grave scandalo, e il governatore ne diede la colpa ai preti, che ben 70 dissennati (contro 2.500 buoni patrioti) osassero dir di no. In più di duecento comuni non si ebbe nemmeno un voto negativo. In uno di questi i sì erano nettamente superiori al numero dei votanti. Più del 99 per cento della popolazione meridionale voleva annettersi all'Italia. Quando si arriva a percentuali simili, è facile odorare l'imbroglio, e par chiaro infatti che quelle elezioni furono piuttosto imbrogliate. Non era indispensabile, e accadde per stolto zelo di funzionari nuovi, perché l'imbroglio vero, quello maggiore stava nella formula stessa del plebiscito. <<Il popolo siciliano [o napoletano o calabrese, secondo il caso] vuole l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale>>. Immagini per un momento [p. 186] il lettore di vivere un secolo fa, e di dover dare il suo voto. Immagini inoltre di voler votare per il no. Ebbene, cosa significherebbe il suo no? Propriamente nulla: non un ritorno al Borbone, perché Francesco II non era più né a Napoli né a Palermo, e presto se ne sarebbe andato anche da Capua. Non uno stato separato, non il governo di <<don Peppino>>, non l'unità d'Italia, non l'autonomia nell'unità. Il plebiscito del 21 ottobre {sotto}poneva i meridionali alla

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scelta fra l'annessione al Piemonte e il nulla politico. Non tutti se ne accorsero subito, e ciascuno invece credette a suo modo di potersi rallegrare. [...] Napoli e Palermo, con la loro proverbiale fiacchezza, avevano deciso di lasciarsi assimilare tranquillamente dal Piemonte, e nessuna autonomia sarebbe stata concessa." (pp. 184-186) 2.18.4.2. I GRANDI UOMINI COLETIANI DELL'UNITÀ D'ITALIA. Ora, è bene soffermarsi soprattutto su 4 degli uomini che, a stando al dire di Colet, volevano l'unità d'Italia: Cavour, Ricasoli, Massimo d'Azeglio, Farini. Cavour - ella dice - "è uno spirito grande, un politico pratico". Vediamo se è vero. Sentiamo dalla voce del grande spirito chi egli fosse, ed era: CAMERA DEI DEPUTATI, TORNATA DEL 27/03/1861. Cavour risponde a parecchi oratori, tra i quali il nostro Giuseppe Ferrari. [p. 329 ==> 16/21] "DI CAVOUR C., presidente del consiglio. [...] L'onorevole deputato Ferrari, valendosi di una figura rettorica, ed accennando ad un nome che pareva che questa Camera non volesse udire, ha soggiunto che non amava i cospiratori, neppur quando quelli che cospirano sono sul banco della presidenza. Io ne la ringrazio, e colgo questa occasione per dichiarare alla Camera che fui per 12 anni un cospiratore. Sì, o signori, per 12 anni ho cospirato con tutte le mie forze; ho cospirato in un modo singolare; ho cospirato proclamando nei giornali, proclamando in faccia al Parlamento intero, proclamando nei Consigli d'Europa qual era lo scopo della mia cospirazione. Cospirai poi col cercare degli adepti, degli affiliati, ed ebbi a compagni tutto o quasi tutto il Parlamento Subalpino; ebbi poi adepti in tutte le provincie d'Italia; ebbi negli anni scorsi ad adepti e compagni quasi intiera la Società Nazionale, e in oggi io cospiro con 26 milioni d'Italiani." In una lettera del 22 ottobre 1860, questo grande spirito diceva a Persano {Carlo Pellion di Persano (Vercelli, 11/03/1806 - † Torino, 28/07/1883). Ammiraglio e politico. Camera dei deputati. VII-VII leg.. Ministro della marina (3 marzo-7 dicembre 1862). Senatore: 08/10/1865}: "Ella tenga la squadra pronta a

partire per l'Adriatico; faccia una leva forzata di marinai in cotesti porti. Se il codice napoletano non punisce di morte i disertori in tempo di guerra, pubblichi un decreto a tale effetto, ed ove ce ne sieno, li faccia fucilare. IL TEMPO DELLE GRANDI MISURE È ARRIVATO." [G. Buttà (1883), p. 217 ==> 226/433]

"Cavour era un grande scellerato, ed i rivoluzionari, che si atteggiano ad umanitarii, han celebrato ed encomiato quell'uomo subdolo e feroce! I disertori della squadra napoletana erano più che eroi a che fecero gl'interessi di Cavour, quando poi costui doveva impiegarli per servire la sua causa, ordinava che con un semplce decreto, emanato da un Ammiraglio, si pubblicasse una legge speciale per fucilare coloro che non avessero voluto servirlo! E poi, con qual diritto, domando, ordinava a Persano di fare una leva forzata, e fucilare i renitenti, se ancora il Plebiscito non era pubblicato?" [Ibidem, p. 218 ==> 227/433] Leggiamo ora quel che scrisse Giorgio Asproni {amico e collega di Ferrari, e del nostro Morelli}, nel suo Diario Politico, allorché si sparse la voce, in tutta Italia, che Cavour era morto {In realtà, Cavour morirà il 6 giugno 1861, esattamente 6 mesi dopo}: "Dicembre 1860. 5, Mercoledì - Palermo. [...] Giorgio Tamajo verso mezzogiorno mi abbracciava prima e poi mi ha dato la notizia che stamani il Re ha ricevuto per telegrafo la notizia che avantieri il Conte Cavour cessò di vivere per improvvisa morte. Mi ha detto di avere la notizia da fonte sicura. Stassera mi ha confermato la notizia Francesco Crispi, che l'annunzierà domani sul Precursore. È viltà rallegrarsi di un fato che sovrasta a tutti i mortali, e per conto mio sono indifferente alla perdita di questo uomo di Stato. Per la Italia però è provvidenziale la morte di lui. Sarà difficilissimo, direi quasi impossibile, che il partito moderato abbia una persona che gli succeda con tanto cumulo di opportune qualità. Era di famiglia aristocratica, doviziosissimo, d'ingegno versatile, pieno di spirito, scaltro e impratichito del mondo, senza scrupoli, senza

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freno morale, disinvolto e cortese nei modi suoi, avido e insaziabile di potere e di pecunia. Vasto nei concetti secondo la sua politica, inarrivabile e singolare negli espedienti, facile al frizzo, cieco nelle ire, e ardito a fare qualunque passo pericoloso per vincere gli avversarii e conservarsi il potere. Dando pranzi, strette di mano, amabili parole, e pagando largamente dai fondi segreti, non che prodigando impieghi e ciondoli, corruppe l'elezioni, la stampa, allucinò la pubblica opinione e per dieci anni visse arbitro del paese. È morto ora che la stella sua minacciava di restare oscurata, e senza fallo in meno d'un anno sarebbe caduto: ma Dio sa quali mali nuovi avrebbe accumulato ai vecchi in questo intervallo di sua onnipotenza. Era di bassa statura, di viso rotondo e direi napoleonico, bianco-rosso di carnagione; capelli biondi e quasi rossi, ed ora mezzo bianchi; testa voluminosissima, fronte spaziosa, occhi cerulei e vivi, naso regolare e ben fatto; i peli del cranio si diradavano ed andava ad essere mezzo calvo. Finché sperò di potermi attrarre a sé, mi avvicinò, usò gentilezze e prometteva far bene alla Sardegna. Trovatomi di tenaci propositi, inflessibile nei miei principii, senza bisogni, senza timore, contento del poco, mi avversò ostinatamente. Alla Sardegna fece tutto il male che poté, e aveva già contratto segreto impegno con Luigi Bonaparte di cederla alla Francia. Egli ora non è più; ma durano le conseguenze della sua ostinata guerra alla rivoluzione che sola può dare indipendenza, grandezza e libertà all'Italia. I preti diranno che fu colpito dalla mano di Dio: forse l'avranno anche avvelenato. Io dirò che la fortuna gli fu amica in vita e in morte, perché la subitanea cessazione di vita è bene invidiabile, e Giacomo Leopardi la preferiva alle Glorie di Cesare e di Alessandro. Cicerone nelle sue Tusculane asseriva essere il più squisito dono degli Dei." [Diario politico 1855-76, Vol. II. (pp. 589-590)] E infine parte del discorso pronunciato da Giuseppe Ferrari, definito dall'illustre bittese {cioè Giorgio Asproni, che era nato a Bitti-NU} "un intelletto superlativo"{Tornata del 15/06/1875, p. 4305 ==> 5/32.}, allorché spiegava, l'8 ottobre 1860, le ragioni per le quali non poteva annuire al vo-

to di fiducia richiesto dal presidente del consiglio (Cavour) in ordine alla autorizzazione ad accettare e stabilire per decreti reali l'annessione allo Stato di nuove province italiane. [p. 934 ==> 10/27. (/leg07/sed/063.pdf)] "Un Ministero ispira confidenza quando rappresenta il proprio principio e ne è, se non creatore, padrone, e lo domina talmente che lascia presumere che in ogni qualsiasi circostanza lo applicherà con fedeltà, con prontezza. Tale è l'idea che mi sono fatta dei ministri, idea che trovo negli scrittori italiani e francesi, ed a questo titolo furono riconosciuti come grandi ministri Pitt e Fox, l'uno nel sostenere, l'altro nel combattere la guerra degl'Inglesi contro i Francesi. Mi chiedo adunque se il presidente del Consiglio possieda le qualità ministeriali, le quali ispirano fiducia per dargli subito incondizionatamente il regno delle Due Sicilie. Questa è la domanda che rivolgo a me stesso. La mia risposta sarà semplice. Avete voi incoraggiata la spedizione? ci avete voi creduto? Avete sperato in essa? L'avete voi apertamente protetta? Voi l'avete dichiarata un atto quasi impensato, avete dichiarato il suo trionfo impreveduto. Dunque, incaricandovi di compiere l'annessione, sarebbe un premiare la vostra imprevidenza ad esclusione degli uomini provvidi. No, non siete i ministri della situazione. I vostri meriti saranno grandissimi, ma non corrispondono all'epoca, al periodo, all'anno, al mese attuale. Non avete la fiducia né dei combattenti, né dei volontari, né del capo della spedizione, a cui devesi almeno tanta deferenza dal pubblico, quanta se ne cattivarono Farini e Ricasoli, la cui previsione concordava nell'Italia centrale colla vostra. Questo è il primo punto. Ma si tratta d'altronde di costituire l'Italia, di fare l'Italia degl'Italiani, frasi non mie, ma della situazione, frasi da voi accettate. La nuova Italia tende a dominare il sistema piemontese, a sciogliere la stessa Torino dal peso soverchio che l'opprime, dalla dura necessità di reggere da sola i destini italiani. La nazione esige che voi andiate a Roma ed a Venezia, e voi non siete i ministri né della spedizione di Roma, né della guerra di Venezia. Non siete i ministri della spedizione di Roma, perché non so se volete andarvi, se volete distruggere il papato, o se volete riformarlo.

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Personalmente indifferente in mezzo a queste alternative, io concepisco le sorti dell'Italia in un quadro sì vasto, e con tale latitudine, ch'io scorgo il progresso dappertutto: l'acqua andrà sempre al mare. Ma il Ministero, senza disegno, diventa ipso iure incompetente. Quindi non si crede alla vostra spedizione, o, se si crede, si pensa che attendiate un Cola di Rienzi, che poi forse accuserete d'essere incapace, onde poi detronizzarlo sotto pretesto d'unità. Essendo posto al di fuori delle prospettive di Napoli e Palermo, il pubblico non vi vede sulla via retta di Roma. Andrete voi a Venezia? Quando? Come? Non volete, non potete spiegarvi. E poi ancora si diffida di voi; si crede che andrete a Venezia come siete andati, come andrete certamente a Napoli ed a Palermo, cioè che ci andrete quando ci sarà stato un Cola, un Manin, il quale, lasciando le idee della sua prima vita, ne avrà preso altre per farvi strada. In altri termini, si teme che differiate l'impresa di Venezia per rimanere a Torino, che vogliate perpetuare lo stato provvisorio dell'Italia per far prosperare lo stato tradizionale del Piemonte; e, vera o falsa, ogni apparenza in politica vale quanto la realtà. Neppure inspirate voi fiducia quali ministri dell'unità italiana. Avete voi avuto il coraggio nel 1830, sotto il peso dell'assolutismo, di rivolgervi a un Re ancora dubbio, e dirgli: prendetevi tutta l'Italia, se no saremo i vostri nemici? Avete voi osato persistere in quel terribile sistema, tenendo di continuo il futuro capo della nazione tra la necessità della gloria, e quella di una caduta gravissima nel presente e nell'avvenire? Avete voi sfidate tutte le polizie italiane, perlustrate tutte le prigioni per vedere quali elementi potevate usare, o in che modo si poteva unificare l'Italia, o raggruppare uomini che in un avvenire qualsiasi potessero proclamare l'unità italiana? Io non muto d'avviso: sono stato avversario dell'unità italiana, la credo tragica nell'azione sua, destinata a creare immemorabili martiri e crudelissimi disinganni, benché necessaria come gli scandali alla storia, come i sacrifizi e gli olocausti alle religioni. Ma al certo i ministri che non dividono questa mia opinione, non hanno mai parlato di unità italiana nel 1848, ancora meno dopo la battaglia di Novara; e nei recenti protocolli del 1859, quando accusavasi l'unità austriaca nei ducati italiani, ogni nota del Gabinetto piemontese non era forse federale? Vi direte voi ministri della federazione? In verità io trovai nel progetto di legge una dichiarazione la quale mi colmò di gioia. Io credo alle federazioni; le credo potenti quanto l'unità, sia nell'assicurare le forze militari, sia nella resistenza alle invasioni, sia nel favorire lo sviluppo della libertà, sia nel proteggere le arti, le scienze, l'industria, il commercio. Quando lessi nel vostro progetto che volevate fare una monarchia scentrata, io non poteva trovare una dichiarazione più favorevole alla federazione. Una monarchia scentrata, nella quale ogni città pesi del giusto peso del suo valore economico, deve essere detta federazione, e da Aristotile fino a noi questo nome fu sempre applicato ai corpi politici, per qualsiasi ragione non dotati di capitale. Ogniqualvolta più Stati non possono sottostare al centro, comunque siano essi riuniti, qualunque sia il Governo loro, formano sempre un corpo federale, che sarà buono o cattivo, come ci sono buone o cattive monarchie. Scentralizzare uno Stato e federalizzarlo sono due termini corrispettivi. D'altronde voi vi proponete di riconoscere le autonomie. Ogniqualvolta riconoscete le autonomie cadete nel sistema federale. La federazione non mira ad altro, se non a conservare le autonomie sia delle antiche capitali, sia degli Stati costituiti, sia delle regioni condizionalmente indipendenti. Date il significato che vorrete alla parola autonomia, e non [p. 935 ==> 11/27] potrete sottrarla dal sistema federale. [...] Quanto all'essere ministri di una rivoluzione, voi avete dichiarato di non volerne, di voler chiudere l'era delle rivoluzioni. E qui mi limito ad ammirare la vostra affermazione. E che? Tutti gli Stati sono esposti a febbri intermittenti che si chiamano rivoluzioni; ad ogni tratto non possono rinnovarsi senza traversare giorni nefasti, in cui ogni cittadino prende le armi; è questa una legge naturale come la legge delle malattie nei corpi umani, e voi mi parlate di chiudere per sempre l'era delle rivoluzioni?

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Io credeva che un economista come il signor conte Di Cavour avesse lasciati questi luoghi comuni ai giornalisti della antica reazione, agli uomini della legittimità, che sospirano il ritorno di un duca di casa d'Este o di Lorena. Come mai il signor conte di Cavour, che attende la rivoluzione di Roma e quella della Venezia, vuol egli chiudere l'era delle rivoluzioni? Una teoria già adottata da uomini rispettabili alla vigilia del 1848 propugnava l'indipendenza italiana in odio di ogni rivoluzione, e dicevasi: <<Noi non vogliamo rivoluzioni; non vogliamo esautorare alcun principe, spodestare alcun capo italiano: uniamoci tutti; combattiamo l'Austria.>> Il Ministero, che non rappresenta né l'unità, né la federazione, né la rivoluzione, sarebbe egli erede di questa senile utopia, ripudiata dagli stessi suoi propugnatori? Sarebbe egli il Ministero dell'indipendenza pura, senza rivoluzioni? Ma egli ha fatto una guerra di rivoluzioni al Borbone anche diplomaticamente; ha fatto una guerra di rivoluzione alla famiglia d'Este, e a quella di Parma, a quella di Toscana. I suoi principii erano rivoluzionari, benché moderati, benché esposti colla massima abilità. Io non posso dunque considerare il conte Cavour come ministro né dell'indipendenza, né della spedizione di Roma, né di quella della Venezia.... Forse lo sarà egli dell'influenza francese?" Massimo D'AZEGLIO (1888) {Massimo Taparelli marchese d'Azeglio (Torino, 24/10/1798 - † 15/01/1866). Politico, patriota, pittore e scrittore italiano. E soprattutto amico di Cavour sin dai tempi in cui questi aveva fondato con C. Balbo Il Risorgimento (Giornale Quotidiano, pubblicato dal 15/12/1847 al 31/12/1852; e genero di Alessandro Manzoni, del quale sposò la figlia primogenita, Giulia, nel maggio del 1831, rimandendone presto vedovo, il 1834, un anno dopo ch'era nata l'unica loro figlia, Alessandra.}, il 17 ottobre 1860, scrive da Torino all'amico Pantaleoni: "In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!"(1) [(1) Sono le reminiscenze del pestifero governo borbonico. Absit iniuria da quella popolazione, così geniale, che ha pure eccellenti e serie qualità. (A. E.) [pp. 429-430] {La nota segnata "A. E." è aggiunta dall'Editore (vd. p. 152)} Il PANTALEONI {Diomede Pantaleoni (Macerata, 21/03/1810 - † Roma, 3/05/1885). Medico e politico italiano. Nominato senatore il 6/11/1873 (XI Legislatura). Intimo di Cavour.}, scrivendo al Caro Azeglio (Napoli, 21 agosto 1861), esalta la superiorità morale e culturale del Nord nei confronti delle

province meridionali : "Credimi, non siamo noi che profittiamo nell'unione, ma sono queste sciagurate popolazioni senza morale, senza coraggio, senza cognizioni e dotate solo di eccellenti istinti e d'un misto di credulità e di astuzia che le dà ognora nelle mani dei più gran farabutti (1). [(1) Va al solito notata l'eccessività di queste considerazioni dettata da inquietudine patriottica. (A. E.)] (Ibidem, pp. 441)

Lo stesso PANTALEONI, nella lettera del 27/02/1864, da Nizza al suo Caro Azeglio, diceva: "Se tu incontri soprattutto de' gentiluomini napoletani, e specialmente dei liberali ci è talvolta ad arrossirne d'averli conosciuti. Ne abbiam parecchi qui, e ti assicuro che meglio farebbero a vivere nella Boemia di Parigi o Londra. Ma poiché li abbiamo italianizzati, bisognerà pur vedere se possiamo loro apprendere ad essere uomini. Sai che accettando o difendendo l'unità, non ho mai stimato Napoli e napoletani, che come la peste e la maledizione di Dio su di noi, ma bisogna averli perché lasciati a sé stessi non ci guastino tutto, e meglio averli sotto di noi che in mano a Mazzini o a Garibaldi. è questo dilemma che decide il mio partito (1) .

[(1) Si dia la solita tara a questi sfoghi di un fratello italiano, dovuti certamente all'atavismo dei tempi, in cui Dante apostrofava la serva Italia: Ed ora in te non stanno senza guerra Li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode Di quei che un muro ed una fossa serra. {Purgatorio, Canto VI. vv. 82-84. La conflittualità peggiore è quella tra concittadini che abitano entro le stesse cerchia di mura.} D'Azeglio diceva con ragione che ogni italiano nasceva con un po' di guerra civile nel sangue. Dalla ripugnanza di questi esempi e confessioni illustri, tutti i buoni Italiani dall'Alpi a Sicilia siano spinti ad amarsi e stimarsi meglio! (A. E.)]" [pp. 486-487 ==> 496/576]

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Ed ecco la risposta del d'Azeglio al Caro Pantaleoni, datata Pisa 30/03/1864: "Sono punto per punto d'accordo colla tua lettera, che i Napoletani sono non una forza, ma una debolezza. Soltanto dove dici: è meglio averli sotto noi, che con Mazzini; - osservo sospirando, che se fossero sotto pazienza; anzi gli avrei forse per un discreto podere; ma pur troppo con 150 deputati alla Camera, ingrossati dai birbaccioni d'altri paesi, che per affinità chimica stanno con loro, gli abbiamo sopra, cosa molto meno utile e dilettevole. E tutto questo perché si è fatta l'Italia senza averla mai studiata né conosciuta. Del resto ora bisogna dire come il proverbio milanese: Rimedi de Ciravegna, chi l'ha dent sel tegna (1). [(1) Si ripete per l'antinapolitanite acuta dell'Azeglio l'avvertenza già fatta per l'eruzione egualmente deplorata nel Pantaleoni. Ma, pur deplorando questi sfoghi, abbiam ritenuto obbligo di coscienza storica il conservarne la notizia, acciocché gli italiani conoscano ed apprendano ad estirpare le radici delle antipatie regionali, che ancora pullulavano fra i migliori della generazione precedente. (A. E.)]" (pp. 489 ==> 499/576)

A onor del vero, l'antinapolitanite acuta che l'editore imputava all'autore dell' Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta: racconto (1856), non era poi così profondamente radicata, leggendo ciò che scrive l'articolista de LA CIVILTÀ CATTOLICA nel paragrafo "6. Lettera di Massimo d'Azeglio sopra la violenta annessione del Regno al Piemonte: [pp. 618-619 ==> 624-625/778] "6. Non passa giorno in cui i diarii degli stessi usurpatori non rechino il racconto di qualche eccidio, di zuffe accanite, di assalti feroci, di fucilazioni sommarie di 10 e 15 insorti; ne' soli fatti di Pontelandolfo e Casalduni furono morte da codesti carnefici non meno di 164 vittime; e quali fossero queste lo dice il Popolo d'Italia, avvertendo che i veri briganti erano fuggiti. Furono dunque macellati 164 innocenti in ecatombe alla vendetta piemontese! Né per questo macellare ed opprimere sì spietato viene meno l'indomita resistenza dei popoli alla tirannia piemontese. Il fatto è così evidente che ormai persino la Patrie se ne mostra impensierita, dubbiosa delle sorti d'Italia e inorridita. Ma qui citeremo la testimonianza d'un tale che non può essere sospetto di parteggiare per la reazione. Massimo d'Azeglio scrisse al Senatore Matteucci la lettera seguente, a cui si accenna nella nostra corrispondenza di Torino. <<2 Agosto 1861. Carissimo amico. Ho ricevuto e letto con molto interesse la vostra lettera, e vi ringrazio delle belle cose che voi mi dite e delle quali, Domine, non sum dignus. La questione da tenere o non tenere Napoli deve, a quanto mi sembra, dipendere sopratutto dai Napoletani; a meno che non vogliano, secondo il nostro comodo, cambiare i principii che noi fin qui abbiamo proclamato. Noi siamo andati avanti dicendo che i governi non consentiti dai popoli erano illegittimi, e con queste massime, che io credo e crederò sempre vere, noi abbiamo mandato a farsi benedire parecchi principi italiani. I loro sudditi, non avendo protestato in alcuna maniera, si son mostrati contenti della nostra opera, e si potè vedere che, se essi non davano il loro consenso ai governi precedenti, lo davano a quello che succedeva. Così i nostri atti furono d'accordo coi nostri principii, e nessuno può averci da ridire. A Napoli noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per istabilire un Governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che ciò non basti, per contenere il regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti e non briganti, niuno vuole saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio; ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore; e bisogna cangiare atti o principii. Bisogna sapere dai Napoletani, un'altra volta per tutte, se ci vogliono sì o no. Capisco che gl'Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia; ma agli Italiani, che restando Italiani non volessero unirsi a noi, credo che noi non abbiamo il diritto di dare delle archibugiate; salvo che si concedesse che, per tagliar corto, noi adottiamo il principio in cui nome Bomba bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo; ma siccome io non intendo di rinunciare al diritto di ragionare, così dico ciò ch'io penso ed io resto a Cannero. A queste parole si potrebbero fare grandi commenti; ma intelligenti pauca, e poi a che scopo? Gradite ecc. Massimo d'Azeglio>>. [LA CIVILTÀ CATTOLICA. Anno Duodecimo. Vol. XI.

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Della Serie Quarta. Roma 1861; CRONACA CONTEMPORANEA, (p. 612 ==> 618/778); REGNO DELLE DUE SICILIE (p. 614 ==> 620/778)]

Bettino RICASOLI {Firenze, 9/03/1809 - † San Regolo (Frazione del Comune Gaiole in Chianti, in prov. di Siena), 23/10/1880), alias Il Barone di ferro, è stato uomo politico, sindaco di Firenze e secondo presidente del Consiglio del Regno d'Italia dopo Cavour}, in veste di Presidente del Consiglio dei ministri, invia agli Agenti diplomatici all'estero la seguente nota, palesando (a mio avviso) una immoralità manifesta, una irresponsabilità politica e una non intelligenza dei fenomeni storicosociali delle province meridionali che avrebbe dovuto padroneggiare e governare con cognizione di causa. [pp. 107 ==> 152/533] DOCUMENTO CCLXXXII, in Lettere e Documenti del Barone Bettino Ricasoli Pubblicati per cura di Marco Tabarrini e Aurelio Gotti. Vol. VI. (dal 7 giugno 1861 al 7 marzo 1862): "Circolare del Presidente del Consiglio dei ministri agli Agenti diplomatici all'estero. Torino, 24 agosto 1861 Illustrissimo Signore. Nel dispaccio circolare, che ebbi l'onore d'indirizzare ai rappresentanti di S. M. all'estero, io accennava ai turbamenti ed alle difficoltà che si incontravano nelle provincie meridionali del regno, e protestando di non volerli dissimulare né attenuare, io esprimeva la speranza che quelle provincie scaldate al sole della libertà sarebbero tosto sanate dei loro mali, ed avrebbero aggiunto forza e decoro all'Italia a cui appartengono. Nessuna cagione è sorta di nuovo a scemare le [p. 108 ==> 153/533] speranze che il Governo del Re giustamente ripone nel vigore dei provvedimenti presi all'uopo e nel patriottismo di quelle popolazioni; ma poiché appunto il brigantaggio, onde sono desolate quelle provincie, sentendosi stretto più da vicino, ha raddoppiato i suoi sforzi, e più potente è diventata la cooperazione dei suoi ausiliatori (che ormai nessuno ignora chi e quali si sieno) e si sono commessi, in questi sforzi, che giova credere estremi, in atti di ferocia che dovrebero essere ignoti al nostro tempo e alla nostra civiltà, ai quali è bisogno opporre per dura e deplorata necessità una repressione proporzionata, quindi i nostri nemici hanno tolto argomento per gridare più alto contro l'oppressione che il Piemonte, come essi dicono, fa pesare su quello sfortunato paese, strappato colle insidie e colla forza ai suoi legittimi dominatori, ai quali brama tornare anche a prezzo di martirii e di sangue. Alle maligne asserzioni dei nostri nemici si aggiungono, ne duole dirlo, le parole meno caute d'uomini onorevolissimi e schiettamente per antico affetto e per profonda convinzione italiani, che vedendo protrarsi nelle provincie napoletane una lotta funesta, inclinano a credere che la unione di esse all'Italia sia stata fatta inconsultamente, e che quindi si abbia da ritenere sino a nuovo e più certo esperimento come non avvenuta. Noi non potremmo mai accettare il punto di vista di questi ultimi, dei quali non mettiamo in dubbio né il patriottismo né le rette intenzioni; poiché né possiamo dubitare della legittimità e dell'efficacia del plebiscito, mediante il quale quelle provincie si dichiararono parte del Regno italiano, né la nazione può riconoscere, in alcuna parte di sé, il diritto di dichiararsi [p. 109 ==> 154/533] separata dalle altre ed estranea alle loro sorti. La nazione italiana è costituita, e tutto ciò che è Italia le appartiene. In questo stato di cose e di opinioni, pertanto, reputa opportuno il Governo del Re, che i suoi rappresentanti all'estero, siano messi al fatto delle vere condizioni delle provincie napoletante, con quelle considerazioni che loro giovino a rettificare i meno esatti giudizi che i lontani potessero formarsi su quelle. In ogni luogo, dove per forza di rivoluzione si venne a cambiare la forma di governo e la dinastia regnante, sempre rimase superstite per un tempo più o meno lungo un lievito dell'antico a perturbare gli ordini nuovi, che non si potè eliminare dal corpo della nazione, se non a prezzo di lotte fratricide e di sangue. La Spagna, dopo 30 anni, non ha per anco rimarginate le piaghe delle guerre civili, che ogni poco minacciano di riaccendersi; l'Inghilterra, dopo che ebbe ricuperato cogli Orange le sue libertà, dovè lottare per quasi cinquant'anni cogli Stuardi,

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che poterono correre talora il territorio della Scozia fin presso le porte di Londra; la Francia, mentre sacrificava alla paura della Federazione i Girondini, devastava Lione, si funestava di stragi, era poi lacerata nella Vandea, che appena vinta da una guerra guerreggiata e sanguinosa sotto la repubblica, riprendeva le armi nei cento giorni, le riprendeva contro la Monarchia di luglio. E non pertanto niuno dubitò mai per queste difficoltà, dell'avvenire della Spagna, dell'Inghilterra, della Francia, né considerò la resistenza armata al suo volere se non come una [p. 110 ==> 155/533] ribellione alla sovranità nazionale, benché questa ribellione avesse eserciti ordinati, generali valorosi ed esperti, possedesse città e territorii dove esercitava dominio, e fossero necessari a domarla la guerra regolare e gli scontri in giornata campale. Voi non potete non aver notato, o signore, l'immensa differenza che passa fra il brigantaggio napolentano e i fatti sovraccennati. Non si può a quello far neppure l'onore di paragonarlo con questi; i partigiani di Don Carlos, i seguaci degli Stuardi, i Vandeisti, i quali finalmente combatterono per un principio, si terrebbero per ingiuriati se venissero posti in comparazione coi volgari assassini che si gettano su vari luoghi di alcune provincie napoletane, per amore unicamente di saccheggio e di rapina. Invano domandereste loro un programma politico, invano cerchereste fra i nomi di coloro che li conducono, quando hanno alcuno che li conduca, un nome che pur lontanamente si potesse paragonare con quelli di Cabrera o di Larochejacquelein o anche solamente del Curato Merino, di Stefflet o Charrette. Dei generali od ufficiali superiori rimasti fedeli al Borbone, neppure uno ha osato assumere il comando dei briganti napoletani e la responsabilità dei loro atti. Questa assoluta mancanza di colore politico, la quale risulta dal complesso dei fatti e dei procedimenti dei briganti napoletani, è anche luminosamente attestata dalle corrispondenze officiali dei consoli e vice-consoli inglesi nelle provincie meridionali, testé presentate dal Governo di S. M. Britannica al Parlamento; sulle quali mi permetto di richiamare l'attenzione della S. V., specialmente nel dispaccio 12 giugno del signor Scaurin dalla Capitanata e su quello [p. 111 ==> 156/533] del signor Bonham 6 giugno, che specificamente dice: << Le bande dei malfattori non sono numerose a quanto sembra, ma sono diffuse per tutto, per tutto si parla dei loro atti feroci, spogliando i viaggiatori e i casali, tagliando i fili elettrici e talvolta incendiando i raccolti. L'antica bandiera borbonica è stata in alcuni luoghi rialzata, ma certo è che il movimento non è per nulla politico, ma solo un sistema di vandalismo agrario preso come professione da gran parte delle truppe sbandate che preferiscono il saccheggio al lavoro.>> Il brigantaggio napoletano pertanto può ben essere uno strumento in mano della reazione che lo nutre, lo promuove e lo paga, per tenere agitato il paese, mantenere vive folli speranze e ingannare l'opinione pubblica d'Europa; ma quanto sarebbe falso il prenderlo come una protesta armata contro il nuovo ordine di cose, altrettanto sarebbe inesatto il dargli, sulla fede delle relazioni dei giornali, l'importanza e l'estensione che gli si attribuisce. Le provincie, che formavano il regno di Napoli, si ripartiscono in quattro grandi naturali divisioni: gli Abruzzi, le Calabrie, le Puglie, e finalmente il territorio verso il Mediterraneo, in mezzo a cui siede Napoli. Nelle Calabrie, che comprendono tre provincie, non vi è vero brigantaggio, ma solo alcuni furti e aggressioni, che in niun tempo si poterono da quei luoghi estirpare: in condizioni analoghe è la Basilicata prossima ed in gran parte montuosa. Nelle tre Puglie non havvi brigantaggio organizzato in bande; lo stesso dicasi degli Abruzzi, dove non s'incontrano se non briganti sparpagliati, colà rifuggiti dalle provincie di Molise e di Terra di Lavoro. [p. 112 ==> 157/533] Il vero brigantaggio esiste nelle provincie che sono intorno a Napoli, ha per base la linea del confine pontificio, tiene le sue forze principali nella catena del Matese, che divide Terra di Lavoro dal Molise, e dilà poi si getta su quelle due provincie e in quelle di Avellino, di Benevento e di Napoli, distendendosi lungol'Appennino fino a Salerno, e perdendo sempre più d'intensità quanto più si discosta dalla frontiera romana, dove si appoggia e dove si rinforza d'armi, d'uomini e di denaro. Cinque sole pertanto delle 15 provincie, onde si compone il regno di Napoli, sono infestate dai briganti. Né

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già costoro occupano quelle provincie,né hanno sede in alcuna città o in alcuna borgata, ma vivono in drappelli sulle montagne, di là piombano alla preda sui luoghi indifesi, mai non osarono attaccar nemmeno una città di terz'ordine, mai non osarono attaccar un luogo custodito da truppa, per quanto scarsa si fosse: dove arrivano, se non incontrano resistenza, liberano i malfattori dalle carceri, e ingrossati da questi e dai villani, per antica abitudine usi a cosiffatte fazioni, rubano, saccheggiano e si rinselvano. Il brigantaggio quale oggi è eserciato nel napoletano non è pertanto una reazione politica né è cosa nuova. Egli è il frutto delle guerre frequenti e continue colaggiù combattute, delle frequentissime commozioni politiche, delle rapide mutazioni di signoria, del malgoverno continuo. Il brigantaggio desolò quelle provincie durante il vice-regno spagnuolo ed austriaco sino al 1734; né cessò regnando i Borboni e poi Giuseppe Napoleone e Murat. La S. V. non ignora quale celebrità infame acquistassero, nel breve periodo repubblicano del 1799; i nomi di Pronio e di Rodio negli [p. 113 ==> 158/533] Abruzzi, contro il primo dei quali fu mandato con un esercito il generale Dumesme; il nome di Michele Perra, soprannominato Fra Diavolo, nella Terra di Lavoro, il nome di Gaetano Mammone nella provincia di Sora. Durante il regno di Giuseppe Napoleone e di Gioachno Murat sino al 1815, il brigantaggio mostrossi tanto audace e terribile, che si riputò necessario mandare a sperperarlo nelle Calabrie il generale Manhes con poteri illimitati. Non ignora la S. V. come largamente ne usasse il generale, perché non è molto che i provvedimenti e gli atti suoi più che severi furono, con quella buona fede che sogliono i partiti vinti allorché hanno una cattiva causa a difendere, attribuiti e imputati a biasimo del Governo del Re. I Borboni restaurati presero altra via per distruggere il brigantaggio di cui si eran valsi e che ora si riconoscevano impotenti a reprimere. Il generale Amato venne a composizione colla banda Vardarelli che infestava le Puglie, e pattuì con essa non solamente perdono ed oblio, ma che fosse tramutata con larghi stipendii in una squadra di armigeri al servizio del Re, al quale presterebbero giuramento. Firmati questi patti, la banda venne in Foggia per rassegnarsi, e quivi, dal generale fatta circondare, fu a fucilate distrutta. Il brigante Tallarico ebbe da Ferdinando II, perché cessasse le aggressioni e si ritirasse in Ischia, dove ancora vive, non solo grazia piena ed intiera, ma più 18 ducati al mese di pensione. Il brigantaggio dunque trae nelle Provincie Napoletane la sua ragione d'essere dai precedenti storici e dalle abitudini del paese, senza contare il fomite dei rivolgimenti politici, ai quali si aggiungono nel nostro caso particolari cagioni. Io non insisterò [p. 114 ==> 159/533] nel mal governo che i Borboni fecero delle provincie meridionali; non sarò più severo dei rappresentanti delle Potenze europee al Congresso di Parigi nel 1856, che lo citarono in giudizio come barbaro e selvaggio innanzi all'Europa civile, né dell'onorevole Gladstone che al cospetto del Parlamento britannico lo chiamò negazione di Dio; io dirò solo che il Governo borbonico avea per principio la corruzione di tutto e di tutti, così universalmente, così insistentemente esercitata, che riesce meraviglioso come quelle nobili popolazioni abbiano un giorno trovato in sé stesse la forza di liberarsene. Tutto ciò che nei governi mediocremente ordinati è argomento a rinvigorire, disciplinare, moralizzare, in quello era argomento d'infiacchire e depravare. La polizia era il privilegio concesso ad una congrega di malfattori di vessare e taglieggiare il popolo a loro arbitrio, purché esercitassero lo spionaggio per conto del governo; tale era la camorra. L'esercito, salvo eccezione, si componeva di elementi scelti con ogni cura, scrupolosamente educati da gesuiti e da cappellani nella più abietta e servile idolatria del Re e nella più cieca superstizione: nessuna idea dei doveri verso la patria: unico dovere difendere il Re contro i cittadini, considerati potenzialmente come nemici di lui, e in continuo stato di almen pensata ribellione. Che se questa venisse all'atto, l'esercito sapeva che la vita e le sostanze dei cittadini gli appartenevano, e che avrebbe agio di sforare gl'istinti feroci e brutali, e tutte le cubidigie che si coltivano nell'animo suo. Del resto, nessuno di quegli ordini che mantengono la disciplina e danno al soldato lo spirito di corpo ed il sentimento del suo nobile ufficio, [p. 115 ==> 160/533],

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della sua importanza, della sua dignità: non si affezionava al paese; bastava fosse ligio al re, che per guadagnarselo non risparmiava le più ignobili piaggerie. Erano centomila, ben forniti d'armi, di danaro, possessori di fortezze formidabili e d'infiniti mezzi di guerra; eppure non combatterono, e cedettero sempre innanzi ad un pugno di eroi che ebbe l'audacia di andarli ad affrontare; reggimenti, corpi interi d'armata si lasciarono prender prigionieri. Si credè che gente che non combatte non farebbe mai dei soldati nel vero senso della parola, e dei soldati d'Italia specialmente: ebbero facoltà di tornare alle case loro e si sbandarono; ma avvezzi agli ozii e alla depravazioni delle caserme, disusati al lavoro, ripresero con egual ferocia ma con più viltà le tradizioni di Mammone e di Morra e si fecero briganti. Se nelle loro atroci imprese portano talora la bandiera borbonica, egli è per un resto di abitudine, non per affetto. Si disonorarono non la difendendo, ora la disonorano facendone un segnacolo agli assassinii ed alle rapine. Per tal modo si è formato il brigantaggio napoletano, e di tali elementi si recluta; a questi aggiungono i facinorosi, i fuggiti dalle galere di tutto il mondo, gli apostoli e i soldati della reazione europea convenuti tutti allo stesso punto, perché sentono che ora si giuoca l'ultima loro posta e si combatte l'ultima loro battaglia. E qui mi duole, o Signore, che la necessità di far compiuta questa esposizione, mi costringa a ricordar persone, il cui nome, come cattolico e Italiano, non vorrei aver mai da pronunziare se non per cagione di riverenza e di ossequio. Ma non posso né debbo tacere che il brigantagigo napoletano è la speranza della reazione europea, e che la [p. 116 ==> 161/533] reazione europea ha posto la sua cittadella in Roma. Oggi il Re spodestato di Napoli ne è il campione ostensibile, e Napoli l'obiettivo apparente. Il Re spodestato abita in Roma il Quirinale, e vi batte moneta falsa, di cui si trovano forniti a dovizia i briganti napoletani: l'obolo carpito ai credenti delle diverse parti d'Eropa, in nome di San Pietro, serve ad assoldarli in tutte le parti d'Eropa: a Roma vengono ad iscriversi pubblicamente, a prender la parola d'ordine e le benedizioni, con cui quegli animi ignoranti e superstiziosi corrono più alacremente al saccheggio, alle stragi: da Roma traggono munizioni ed armi quante ne abbisognano; sui confini Romani col Napoletano sono i depositi e i luoghi di ritiro e di rifugio per riannodarsi e tornare rinfrescati alla preda. Le perquisizioni e gli arresti fatti in questi giorni dalle forze francesi non ne lasciano più dubbio: l'attitudine ostile, le parole dette anche in occasioni solenni da una parte del clero, le armi, le polveri, i proclami scoperti in alcuni conventi, i preti e i frati sorpresi tra le file dei briganti nell'atto di compiere le loro imprese, fanno chiaro ed aperto d'onde vengano ed in qual nome gli eccitamenti. E poiché qui non vi hanno interessi religiosi da difendere, e quando pur vi fossero, né con tali armi, né da tali campioni, né conquesti modi si potrebbe tollerare che fossero difesi; è maniesto che la complicità e la connivenza della Curia Romana col brigantaggio Napoletano deriva da solidarietà d'interessi temporali, e che si cerca di tener sollevate le provincie meridionali ed impedire che vi si stabilisca un governo regolare riparatore di tanti mali antichi e nuovi, perché non manchi in Italia l'ultimo sostegno del Principato del Papa. [p. 117 ==> 162/533] Noi abbiamo fiducia che di qui debba trarsi un nuovo ed efficace argomento per dimostrare all'evidenza che il potere temporale non solamente è condannato dalla logica irresistibile del principio di unità nazionale, ma si è reso incompatibile colla civiltà e colla umanità. Ma quand'anche si volesse concedere che il brigantaggio napoletano fosse d'indole essenzialmente politica, dovrebbero pur sempre trarsene conseguenze opposte a quelle che vorrebbero i nostri nemici. Primieramente non si può dedurre argomento alcuno dalla sua durata: non si deve perder di vista che alle nostre forze non è dato di poter circondare da ogni lato i briganti, come sarebbe necessario per distruggerli compiutamente; poiché, battuti e dispersi sul suolo napoletano, hanno comodo rifugio nel prossimo e contermine Stato Romano, dove con tutta sicurezza rifanno nodo, e ristorati di nuovi aiuti di là ripiombano alle usate devastazioni. Si deve pur considrrare che la natura del suolo, per lo più montuoso e non intersecato da strade praticabili, mentre favorisce gl'improvvisi assalti, porge facilità agli assalitori di

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sparpagliarsi prestamente e nascondersi. Nè per ultimo si deve dimenticare che nonostante le condizioni eccezionali di Napoli, vi sono rimaste in vigore le franchigie costituzionali, e che quindi il rispetto alla libertà di stampa, all'inviolabilità del domicilio, alla libertà individuale, al diritto di associazione impedisce che si proceda a repressioni sommarie e subitanee. Il che fornisce in secondo luogo un argomento in favor nostro, poiché quelle guarentigie poteebbero essere in mano dei nostri nemici uno strmento ad alienare e sollevare contro il Governo [p. 118 ==> 163/533] italiano le popolazioni, se veramente le popolazioni meridionali fossero avverse all'unità d'Italia. Eppure quali sono le provincie, quali le città, quali i villaggi che si sollevino all'appressarsi di questi nuovi liberatori? Si vegga la stampa napoletana; si potrà accusarla che volga piuttosto alla licenza di quello che si astenda dal trattare come le piace della cosa pubblica. Il Governo ha armato il paese nella Guardia nazionale, il Governo ha fatto appello per volontari arruolamenti, e il paese ha larghissimamente risposto all'appello, sicché parecchi battaglioni si sono già potuti ordinare e mobilizzare. E guardie nazionali, e guardie mobili, e volontari, e villici e borghesi corrono ad affrontare briganti e non di rado vi mettono la vita; e in questi frangenti le differenze d'opinione spariscono, e le diverse frazioni del partito liberale si stringono al Governo, sicché le forze regolai e le cittadine non hanno da contare una sconfitta. E in più di un anno, fra tanti mutamenti, nel pieno esercizio di una libertà nuova e larghissima, Napoli, questa immensa città di 500 mila abitanti, non ha sollevato mai un grido di disunione, non ha lasciato estendersi né compiersi neppure una delle cento cospirazoni borboniane che vi sono a brevi intervalli nate e morte. Io penso che dal complesso di questi fatti possa la Signoria Vostra farci chiaro il concetto che il brigantaggio napoletano non ha indole politica; che la reazione europea annidata e favorita in Roma lo fomenta e lo nutre in nome degli interessi dinastici del diritto divino, in nome del potere temporale del Papa, abusando della presenza e della tutela delle armi francesi [p. 119 ==> 164/533] colà poste a guarentigia d'interessi più alti e più spirituali; che le popolazioni napoletane non sono avverse all'unità nazionale, né indegne della libertà, come si vorrebbero far credere. Vittime di un reggimento corruttore, non dobbiamo dimenticare che essi diedero gli eroi ed i martiri del 1799, e che si trovarono pronte nell'ora della nuova rigenerazione a prender posto accanto agli altri loro fratelli d'Italia. Ciò che la civiltà e l'umanità del secolo non possono tollerare, si è, che queste opere di sangue si preparino nella sede e nel centro della cattolicità, colla connivenza non solo, ma col favore dei ministri di chi rappresenta in terra, il Dio della mansuetudine e della pace. Le coscienze veramente religiose sono indignate dell'abuso che per fini meramente temporanei si fa delle cose sacre: le coscienze timorose sono gravemente perturbate, vedendo crescere la discordanza fra i precetti dell'Evangelo e gli atti di chi deve interpretarlo e insegnarlo. Roma, procedendo nella via sulla quale si è messa, pone a repentaglio gli interessi religiosi e non salva i mondani. Tutti gli animi onesti ne sono oramai profondamente convinti, e questa uniersale convinzione faciliterà molto il compito indeclinabile del Governo italiano, che è quello di restituire all'Italia ciò che appartiene all'Italia, restituendo in pari tempo la Chiesa nella sua libertà e nella sua dignità. Gradisca la S. V. le nuove proteste della mia distintissima considerazione." (pp. 107-119) Per replicare alle affermazioni ricasoliane, mi avvalgo delle argute obiezioni e riflessioni dell'articolista della Cività Cattolica sopra la nota del Barone Ricasoli. LA CIVILTÀ CATTOLICA ANNO DUODECIMO. VOL. XI. DELLA SERIE QUARTA. ROMA 1861 [p. 681 ==> 687/778] §. I. Come questa Nota si risolva in due affermazioni false.

Posciaché, come ben disse Sallustio, imperium facile his artibus retinetur quibus partum est; non è a meravigliare che il Governo sardo cerchi di tenere in piedi il novello, e ciò non ostante ormai decrepito e cadente, suo regno d'Italia, con quelle medesime frodi e con quegli stessi articoli di giornale che furono le sublimi arti colle quali l'ha edificato. E che la recente nota del Barone Ricasoli agli agenti diplomatici del Regno d'Italia, altro non sia veramente

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che un tessuto di falsità manifeste, a modo giornalistico, al solo scopo d'ingannare nuovamente la quasi ormai rinsavita pubblica opinione; ciò dovrebbe ritenersi per certo, per così dire, a priori: giacché è noto che il Ricasoli è il degno successore del Conte di Cavour, se non nelle doti di uomo di stato, almeno in quella sua arte volgare, da lui espressa schiettamente quanto pronunziò in pien parlamento, che le note diplomatiche ora non sono altro che articoli di giornale, destinati ad esser letti, non dai diplomatici che se ne ridono, ma dal volgo che li ammira. Se non che le cose sono ora sì chiare che neanche il volgo potrà ammirare la recente Nota, o vogliam dire articolo, del Barone Ministro. Il quale, siccome finora non diè altri passi che in fallo, sia nei suoi discorsi in parlamento, dove parlò sì savio che gli convenne ritrattarsi in una nota ufficiale; sia nel suo [p. 682 ==> 688/778] combattere il Garibaldi, al quale poi dovette fare scuse e mandar deputazioni; sia nel ricorrere al medesimo Garibaldi, al cui partito, troppo presto e troppo caldamente scatenato, egli è ora costretto di porre, almeno per qualche semestre, le remore di sua poca prudenza; così ora si accorgerà, che questa sua recente Nota, come tutte le narrazioni non poggiate sul vero, non appena le sarà posta di riscontro, con brevi parole, la verità schietta dei fatti, non otterrà altro scopo che di peggiorare la già più che mezzo disperata causa del suo partito. La Nota, benché oltremodo lunga, si può però tutta ricapitolare in due affermazioni. La prima si è che: il brigantaggio napoletano (come dice il partito; ovvero, come dicono gli altri, la maggioranza del popolo delle Due Sicilie armata contro l'oppressione sarda) quanto sarebbe falso il prenderlo come una protesta armata del paese contro il nuovo ordine di cose: altrettanto sarebbe inesatto di dargli, sulla fede delle relazioni dei giornali, l'importanza e l'estensione che gli si attribuisce. La seconda affermazione si è che: è manifesta la connivenza e la complicità della Curia romana col brigantaggio napoletano; il quale da Roma tragge munizioni ed armi.1 [1 Questa ricapitolazione della nota è conforme a quella che ne fa l'Opinione del 1 Settembre. <<La nota del Barone Ricasoli, dice questo foglio semiufficiale, si può dividere in due parti: definisce nella prima l'indole ed il carattere del brigantaggio che travaglia alcune province napoletane: poi deduce nella seconda la necessità di metter fine al potere temporale del Papa>>.

Or come prova egli queste affermazioni il Barone Ricasoli? Con una serie di falsità evidenti, prive perfino di quella vernice di verità che ogni avvocatuzzo volgare tenta di dare alle male cause che egli prende a sostenere. §. II. Si confuta la prima affermazione del Ricasoli; che è, non essere le reazioni napoletane movimento politico o cosa importante. La prima affermazione è provata in primo luogo coi casi simili; asserendo in sentenza che <<siccome in Ispagna, in Inghilterra, [p. 683 ==> 689/778] in Francia, le ribellioni dei Carlisti, degli Stuardi, dei Realisti, non fecero dubitare dell'avvenire politico di quei paesi, così ora non si dee dubitare del trionfo sardo nel regno di Napoli>>. Dove il sofisma è manifesto. Giacché, (volendo per ora prescindere dall'esaminare le grandi differenze che passano tra gli esempi allegati e le reazioni napoletane), se ora, dopo il fatto, non si dubita dell'avvenire politico di quei paesi, ciò non prova che non se ne dubitasse prima del trionfo liberale. E siccome il trionfo di chi vinse in Ispagna, in Francia, in Inghilterra, non si vide che dopo il fatto; così sarebbe bene che il Ricasoli non cominciasse a trionfare fin d'ora, vendendo, come suol dirsi, la pelle dell'orso non ancora colto dai cacciatori. Giacché, se egli ha pel trionfo dei liberali alcuni casi che paiono fare per lui: non mancano nella storia altri casi che vanno contro di lui. E un caso illustre lo porge la medesima Spagna da lui chiamata in aiuto. Sapendosi da tutti che, quando era invasa tempo fa dai forestieri, come ora il regno di Napoli dai Sardi, e combatteva popolarmente contro gli invasori, questi diceano all'Europa le medesime ciance che ora le narra il Ricasoli. Se non che il trionfo fu pel diritto e non per l'invasione, e i Principi Spagnuoli tornarono sul trono e ancora vi sono, grazie a quel brigantaggio che gli invasori deploravano allora come ora il deplora il Ricasoli: ma che tutta Europa ammirava, ammira e ammirerà sempre come l'esempio più nobile di un popolo fedele e cattolico che combatte per la sua Religione, per la sua patria, pel suo Re.

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Il secondo argomento si è che (chi lo crederebbe?) la mancanza di un programma politico. Invano (dice il Ricasoli) domandereste a quei briganti un programma politico. Ma e la bandiera borbonica che i Sardi vedono spuntare sopra ogni vetta, non è ella un programma politico abbastanza visibile? E le grida di Viva Francesco II che i sardi odono risuonar sì spesso, non sono elle un programma politico abbastanza udibile? E le fratture sì frequenti dei busti di gesso del Re Sardo e del Garibaldi, che si fanno dovunque apparisce un brigante, e l'alzamento al loro luogo dei ritratti di Francesco II, non sono elle un programma politico abbastanza evidente? E lo sterminio che in ogni paese, dove sorge la reazione, si fa di tutto ciò [p. 684 ==> 690/778] che è liberale, piemontese o garibaldino, non è egli un programma politico abbastanza palpabile? Ma forse il Ricasoli crede che non vi sia programma politico, se non che dove vi hanno note diplomatiche e discorsi al Parlamento. Solito errore de' liberali, di credere che il mondo sia nato con loro, e che dove eglino non si trovano non vi sia che il caos ed il nulla. Il terzo argomento si è che dei generali ed uffiziali superiori rimasti fedeli al Borbone, neppure uno ha osato assumere il comando de' briganti napolitani e la responsabilità de' loro atti. Il che non prova altro se non che la spontaneità veramente prodigiosa delle popolazioni che sanno fare da sé; cosa che non seppe finora fare il Piemonte: e il savio procedere del Re Francesco II, il quale, coll'inviare alcuno di quelli che ha al fianco, non vuol dare pretesti a chi accusa Roma di cospirazione. Ma i liberali sono così fatti che da tutto pigliano pretesto di malignare. Se i Generali si muovono, si grida contro Roma e contro il Re. Se i popoli si muovono senza i Generali, se ne inferisce che non v'è color politico. Come se non vi fossero altro che gli illustri e i cospicui personaggi, i quali siano capaci di colore politico. E come se un popolo pressoché intero che si arma al grido di Viva il Re, e sotto la bandiera borbonica, non fosse abbastanza vestito di colore politico. Del resto, se il Ricasoli non teme dei Generali ed uffiziali superiori, perché ne fece, per soli sospetti, arrestare in Napoli oltre a trenta, i quali furono condotti a Genova sopra un vapore e colà impediti dal ritornare nel Regno? Il quarto argomento si è che cinque sole delle quindici province, onde componevasi il Regno di Napoli, sono infestate dai briganti: e queste sono appunto confinanti colle frontiere Romane dove si rinforzano di armi, di uomini e di danaro. Qui ci sono tre affermazioni e tutte false. La prima si è, che la reazione sta in sole cinque province; laddove invece appare da tutti i giornali, anche sardi e ministeriali, che essa si trova nelle tre Calabrie, dove tutti ricordano i fatti di Cotrone, della Sila, del Pizzo, di Spinello, di Siderno e di Gerace: nella Basilicata dove tutti ricordano Melfi, Rionero e Barile città distrutta dai Sardi: nelle Puglie dove tutti ricordano il Monte Gargano, Viesti, Rodi, Barletta, Ostuni e Foggia: nella provincia [p. 685 ==> 691/778] di Salerno dove tutti ricordano Auletta distrutta: nella provincia di Avelino dove tutti ricordano le fazioni di Benevento, Ariano, Altavilla, Serino, Montemileto e la distruzione di Montefalcione: nella provincia di Napoli dove tutti ricordano Somma, Nazaret, Pozzuoli e i colli napoletani pieni di reazionarii: la provincia di Molise centro principale delle reazioni, secondo i Sardi medesimi: Terra di lavoro dove tutti ricordano Sora e il Chiavone, Maddaloni, S. Germano e va dicendo; e infine i tre Abruzzi. Sono dunque, non cinque, ma tutte le quindici province del regno dove ferve più o meno la reazione. seconda falsità si è che queste province siano confinanti collo Stato Pontificio. Giacché, di queste quindici, non toccarono mai la frontiera pontificia che sole tre; e ora non la toccano per qualche angolo, uno solo dei tre Abruzzi, e, per qualche linea, la Terra di lavoro. Del resto non è a stupire che, essendo il regno d'Italia passato in qualche mese dall'infanzia alla decrepitezza, i suoi ministri non abbiano ancora avuto agio di impararne bene la geografia. Ed è piuttosto a maravigliare che il Ricasoli non abbia, per far più presto, argomentato invece dalla vicinanza del Regno delle Due Sicilie allo Stato Pontificio. Giacché così avrebbe spiegata la cosa in due parole, e dimostrato che, essendo questi due regni confinanti, era naturale che l'uno alimentasse le reazioni dell'altro. E procedendo così, potea anche dimostrare che Roma fo-

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menta le reazioni dei Drusi in Siria. Giacché chi non sa che l'Europa confina coll'Asia? La terza falsità: ma questa sarà confutata più oltre. Il quinto argomento si è che il Governo borbonico aveva per principio la corruzione di tutto e di tutti così universalmente e così insistentemente esercitata, che riesce maraviglioso come quelle nobili popolazioni abbiano un giorno trovato in se stesse la forza di liberarsene. Per tal modo si è formato il brigantaggio. Dove in primo luogo è da stupire che quelle nobili popolazioni, che ieri trovarono in se stesse la forza di liberarsi dalla corruzione borbonica; oggi trovino pure in se stesse la forza di liberarsi da' piemontesi loro moralizzatori. Né è meno da maravigliare come mai sia avvenuto questo caso, che la corruzione borbonica di tutto e di tutti abbia educato [p. 686 ==> 692/778] popolazioni riconosciute per così nobili dal Ricasoli, che di nobiltà si dee intendere. Inoltre è da stupire ancora come dalla corruzione borbonica le popolazioni si siano liberate ieri da sé; e nondimeno, per impedirle dal ritornare a questa medesima corruzione, non bastino oggi oltre a settanta battaglioni piemontesi, le arsioni delle intere città, le fucilazioni di cinquanta e cento alla volta e tutti gli altri mezzi moralizzatori e civilizzatori del Piemonte moderno. Altra cosa che eccita ancora gli stupori si è che, sotto la corruzione borbonica, tutt'il Regno di Napoli fosse quieto e tranquillo; laddove sotto la moralità sarda è tanto sottosopra, che il Ricasoli dee, per coprire la piaga, ricorrere a simili rimedii. Insomma quest'è un argomento veramente stupendo e al tutto degno d'un gran Barone e di un gran diplomatico. Il sesto argomento si è che: l'esercito napoletano (salvo eccezioni) si componeva di educati dai gesuiti e da cappellani nella più abbietta e servile idolatria del Re e nella più cieca superstizione. Erano centomila; eppure non combatterono e cedettero sempre innanzi a un pugno di eroi. Si sbandarono e si fecero briganti. Si disonorarono non difendendo la bandiera borbonica: ora la disonorano facendone un segnale agli assassinii ed alle rapine. Per tal modo si è fermato il brigantaggio napoletano. Dunque, secondo il Ricasoli, l'esercito napoletano era mal educato, salvo eccezioni. Or bene: quali sono quelle nobili eccezioni che erano ben educate? Sono il Nuziante, il Pianelli, il De Benedictis e alcuni altri simili. E che fecero questi? Tradirono, disertarono, passarono al Piemonte: al cui vecchio esercito vennero i rossori in viso vedendosi in tale compagnia. Chi premiò questi codardi, questi vili, questi disertori, questi traditori? Chi li decorò della croce de' SS. Maurizio e Lazzaro? Il Cavour non avea osato tanto. Chi l'osò? Il Barone Ricasoli! Ben vede ognuno qual giusto estimatore possa essere costui del valore e dell'onore militare! L'esercito napoletano, segue il prode Barone, era educato nella più abbietta e servile idolatria al Re ed alla più cieca superstizione. Perciò appunto l'esercito napoletano non seguì alcuni suoi Generali traditori e disertori. Perciò si battè coraggiosamente sempre, ogni qualvolta non fu tradito dai suoi capi, comperati dal Piemonte e dal [p. 687 ==> 693/788] Garibaldi con moneta falsa: essendo giusto che il traditore sia tradito. Perciò si raunò a Capua sotto il comando del suo Re; e colà pose in sì grave impaccio quel pugno di eroi, che guai se i Sardi non giungevano a tempo! Perciò quell'esercito amò meglio di chiudersi in Gaeta col Re, che non di partecipare all'obbrobrio delle nobili eccezioni. Perciò si batte ora sbandato in tutto il Regno: e si batte col popolo e pel popolo, pel suo Re e per la sua Religione. Perciò quella parte dell'esercito napoletano, che si trova prigioniera nei forti del Piemonte e nel campo di S. Maurizio, non dà veruna speranza ai suoi presenti padroni di potersene mai servire in imprese contrarie al diritto del suo legittimo Re. Ben vede il Ricasoli che la mala educazione e l'abbietta e servile idolatria al Re, e la cieca superstizione possono talvolta servire a qualche cosa. Ed è veramente curioso che un primo Ministro di un Re, che un Barone, che un Ricasoli, osi in faccia a tutta l'Europa rimproverare un esercito per la sua fedeltà, e lodare del loro tradimento le traditrici eccezioni. Erano centomila, dice il Ricasoli, e non combatterono. Non erano centomila, diciamo noi, e combatterono. Cedettero dinanzi a un pugno di eroi. Non cedettero; che anzi l'avrebbero, senza i Sardi, sperperato. Si disonorarono non difendendo la bandiera. Difesero la bandie

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ra e si onorarono dinanzi a tutta Europa. Quelli che si disonorarono furono i Generali traditori, che voi, Signor Ricasoli, avete decorati colla Croce dei SS. Maurizio e Lazzaro. Si disonorarono facendo di quella bandiera un segnale agli assassinii. Non si disonorarono, ricusando di servire, e combattendo anzi, il meglio che possono, un Governo che compra i traditori, premia il tradimento e biasima e punisce la fedeltà militare. Del resto ognuno può vedere la flagrante contraddizione in cui cade qui il Ricasoli: il quale accusa l'esercito napoletano di essersi disonorato non difendendo la bandiera: e insieme loda le eccezioni che non solo non difesero ma tradirono anzi la bandiera borbonica. Il settimo argomento si è che <<formano il brigantaggio i facinorosi e fuggiti dalle galere DI TUTTO IL MONDO (e perciò anche dalle piemontesi) gli apostoli e i soldati della reazione europea convenuti [p. 688 ==> 694/778] tutti allo stesso punto, perché sento che ora si giuoca l'ultima posta e si combatte l'ultima battaglia.>> Il qual avviso ufficiale, inviato dal Barone Ricasoli a tutti i guardiani delle galere e delle carceri europee, che cioè sono fuggiti i facinorosi dalle galere DI TUTTO IL MONDO, li avrà certamente fatti strabiliare. E forse a quest'ora essi hanno già contato più volte i loro prigionieri con nuova attenzione; e trovatili nondimeno, com'è da credere, nel numero ordinario, avranno chiesto se il nuovo Ministro del nuovo regno non si sia per avventura voluto prender beffa di loro. E così forse avranno detto anche i varii governi, avvisati qui dal Ricasoli della fuga dai loro paesi di tutti i soldati della reazione europea. Del resto poco fa il Ricasoli diceva che l'esercito napoletano formava il brigantaggio: il che prova abbastanza che, secondo lui medesimo, anche i napoletani entrano per qualche cosa nel combattere il Piemonte. Che poi si giuochi nel Regno di Napoli l'ultima posta, e si combatta l'ultima battaglia, questo è molto probabile. Solamente il Ricasoli erra nel credere che questo giocatore disperato sia altri che il moderno Piemonte, o meglio, la setta che se n'è impadronita e se ne serve come Sansone si servì di quell'arnese. L'ottavo argomento si è che, non ostante le condizioni eccezionali di Napoli vi sono rimaste in vigore le franchigie costituzionali; e che quindi il rispetto alla libertà della stampa, all'inviolabilità del domicilio, alla libertà individuale, al diritto di associazione, impedisce che si proceda a repressioni sommarie e subitanee. Ed ecco in fine un argomento convincente. Giacché, insomma, si sa che non si può pretendere dal Piemonte che vinca così subito le reazioni nel Regno di Napoli, quando questo è nel sì pieno e sì pacifico possesso di tutte le guarentigie costituzionali. Come? Pretendereste voi che non vi fossero reazioni in un regno dove vi è tal rispetto alla libertà della stampa che in un giorno solo furono violentemente soppressi tutt'i giornali conservatori? Pretendereste voi che obbedisse tranquillamente un paese, dove ci è tal rispetto all'inviolabilità del domicilio, che ormai non vi è domicilio che non sia stato violato, saccheggiato, incendiato? Pretendereste voi che non si facesse un po' di baldoria innocente in un regno, dove vi ha tal rispetto alla [p. 689 ==> 695/778] libertà individuale che, non essendovi più luogo nelle carceri, si posero un bel giorno tutt'i carcerati sopra i vapori e si portarono nelle isole, per far posto ai buoni cittadini che non si sapeva dove albergare? In un paese dove, in mancanza di altre carceri, si pongono gli arrestati perfino nelle sepolture? In un paese dove non trovandosi luogo sufficiente ai carcerati, né nelle isole, né nelle carceri, né nelle sepolture, è venuta alla moda la fucilazione sommaria di cinquanta e di cento alla volta senza processo e senza sentenza? E il diritto di associazione? Avete voi pensato alla difficoltà in cui è il Piemonte di vincere le reazioni, posto il suo rispetto a questo diritto di associazione nel Regno di Napoli? Questo suo rispetto è sì profondo, che ormai tutto il regno si può dire diviso in due sole associazioni, che si guardano però alquanto in cagnesco; l'una delle quali è l'associazione dei briganti, e l'altra l'associazione dei piemontesi. Ciò posto è evidente che, salva qualche rara eccezione di molti paesi bruciati, di infinite persone carcerate esiliate, fucilate; di quasi tutti le province in cui vi è di fatto lo stato di assedio, di settanta battaglioni piemontesi che corrono il regno ardendo, saccheggiando, fucilando e carcerando, qualche altra simile minuzia, sono in pieno vigore nel regno di Napoli le franchigie costituzionali, e non vi si procede, per l'ordinario, a repressioni sommarie e subitanee1.

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[1 Quanto l'Europa sia persuasa delle asserzioni Ricasoliane sopra le franchigie costituzionali ora vigenti nel regno di Napoli si ricava dal seguente brano del Courrier du dimanche: <<Un fatto dolorosissimo, dice questo giornale, determinò in modo più deciso le corti di Austria e Russia ad una protesta alla Francia. Pontelandolfo, villaggio di seimila abitanti, e Casalduni, altro villaggio di quattromila abitanti, sono stati il 13 Agosto, distrutti affatto dai Piemontesi. Il Colonnello Negri, dopo gli ordini del Generale Cialdini, mise il fuoco a' quattro lati di questi due borghi; e i fogli ufficiali di Napoli annunziarono il fatto. Noi non taceremo che in Francia il solo pensiero di villaggi distrutti nel secolo decimonono produce le più dolorose impressioni e suggerisce riflessioni gravemente disgustose>>. Serie IV, vol. XI - 44 - 6 Settembre 1861]

Il nono argomento poi è invincibile. In più di un anno, fra tante incertezze, fra tante ansie, fra tanti mutamenti, nel pieno esercizio [p. 690 ==> 696/778] di una libertà nuova e larghissima, Napoli, questa immensa città di 500 mila abitanti, non ha sollevato mai un grido di disunione, non ha lasciato estendersi né compiersi neppur una delle cento cospirazioni borboniche che vi sono a brevi intervalli nate e morte. Cento sole cospirazioni nate in un anno nella buona città di Napoli, questo al Baron Ricasoli pere un argomento della gran quiete di quella fedelissima città! Che vuole di più l'Europa? Ecco Napoli tranquilla. Se non che, poco prima il Ricasoli avea detto che il vero brigantaggio esiste nelle province che sono intorno a Napoli; ed ancorché non l'avesse detto, tanto si sarebbe saputo lo stesso. Giacché si sa inoltre che, non solo nelle province attorno a Napoli, ma persino nei sobborghi stessi di Napoli, esiste il vero brigantaggio. Come va dunque questo, signor Barone? Tutto arde attorno a Napoli, e Napoli sola è tranquilla! Come si spiega questo fenomeno? Il Ricasoli lo spiega colla saviezza di quel buon popolo napoletano. Ma l'Europa, che sa molte cose più che non il Ricasoli, sa ancora che quella pretesa tranquillità è quella che procede dalla desolazione della solitudine e della morte. Ubi solitudinem faciunt pacem appellant. I piemontesi carcerarono nella città di Napoli più di quindicimila persone: condussero per forza a Genova, in una sola volta, più di trenta ufficiali superiori dell'esercito napoletano; esiliarono o costrinsero colle vessazioni poliziesche ad esulare presso che l'intera aristocrazia: il popolo è dato in balia ai fuorosciti di mezza Europa che, sotto il nome di garibaldini, armati di pugnali e di stili, convennero colà, sotto la protezione dei Don Liborii e dei Cialdini, come gli sparvieri alla preda. L'Europa sa ancora che nella fedelissima città di Napoli vi sono certi cannoni sui forti, certi cannoni sulla piazza Reali, certi cannoni che infilano Toledo, certi cannoni in tutti i siti, certi battaglioni sempre armati, certe pattuglie sempre in giro, certi stili sempre affilati, certa sbirraglia sempre in moto, certi argomenti insomma di unità italiana e di concordia fraterna, che, se li avesse usati il Re Francesco II, mai non sarebbero entrati in Napoli né Garibaldi né Vittorio Emmanuele. Se non che Francesco II, da vero padre del suo popolo, per non esporsi a danneggiar la città, la cedette volentieri, e ne uscì. Provi il Ricasoli a far altrettanto. Ordini al paterno Cialdini [p. 691 ==> 697/788] di disarmare i forti, abbandonare i cannoni, partire coll'esercito per Capua, e poi ci saprà dire qual razza di plebiscito e di suffragio universale si farà in Napoli a favore dei Piemontesi. Finché non si fa questa prova, la saviezza della fedelissima città di Napoli e il suo sviscerato amore ai Piemontesi, saranno per l'Europa cose molto problematiche. Dicasi lo stesso delle altre città principali, e di tutti i luoghi dove i Sardi sono in qualche numero e forza. Chi volete che si muova, senza cannoni e senza cavalli, dinanzi ad un esercito regolare? E qual razza d'amore ai piemontesi è questo de' napoletani, che non si conserva e non si alimenta se non coi cannoni e cogl'eserciti? Giacché insomma a tale è ridotto il regno di Napoli: che dovunque non vi sono truppe in numero sufficiente, per tutto si acclama e si vuole Francesco II. Dove poi si trovano gli argomenti della forza, colà si tace e si aspetta. Questo sa l'Europa, questo sa specialmente l'Italia, e questo nega inutilmente la Nota del Barone Ricasoli. §. III. Si dimostra la falsità della seconda affermazione del Ricasoli; la quale si è che le reazioni napoletane sono alimentate da Roma. La seconda affermazione della nota del Ricasoli si è che: è manifesta la connivenza e la complicità della Curia Romana col brigantaggio napoletano, il quale da Roma tragge munizioni ed armi.

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E benché le cose manifeste non abbiano, secondo che insegnano i filosofi, bisogno di dimostrazione; pure il Ricasoli che, per amore di brevità, ama di provare anche le cose chiare, reca, a conforto di questa sua seconda affermazione, parecchi argomenti, i quali noi riferiamo qui fedelmente e confuteremo evidentemente l'un dopo l'altro E in prima ci sia lecito far osservare che, quand'anche la Curia di Roma e il Re di Napoli proteggessero manifestamente la reazione napoletana e quella di qualsivoglia provincia dello stato Pontificio, noi non sappiamo come, secondo il diritto delle genti, potrebbero venirne giustamente rimproverati. Giacché chi non sa che il preteso regno italiano è in istato di manifesta guerra col regno di [p. 692 ==> 698/778] Napoli e collo Stato Pontificio? Chi non sa che è lecito ad ognuno il respingere la forza colla forza, e l'ingiusta aggressione colla giusta difesa? Chi non sa che non vi è altro trattato, riconosciuto dal pubblico diritto, il quale regoli le relazioni tra gli Stati italiani, fuorché quello di Villafranca e di Zurigo; secondo il quale trattato il Re di Sardegna non ha legittima giurisdizione se non che sopra le antiche sue province e la Lombardia? Sarà dunque stato lecito al Piemonte l'invadere, armata mano, le Romagne, le Marche, l'Umbria, il Regno di Napoli; e non sarà lecita la difesa a' legittimi Sovrani di quelle Province e di quel Regno? Né il Piemonte ha diritto a verun riguardo dopo quello che egli fece altrui. Un tirannello cinto di bravi che, per fuggire alle galere, si rifuggirono al suo castello, è una pallida immagine di chi, circondato di cospiratori di ogni lingua e di ogni nazione, lanciò le sue truppe alla depredazione dei paesi altrui. Senza cagioni, senza nemmeno pretesti, senza dichiarazione di guerra, solo perché così piacque, si entrò violentemente nelle province tranquille; si rubò, si scannò, si carcerò, si confiscò; quanto si trovò fu dichiarato di buona presa. Partivano nel secolo decimosesto i venturieri pel nuovo mondo, e dove trovavano una terra, un'isola, un banco, là piantavano una bandiera. Ma quelli erano popoli barbari, e i venturieri intendevano conquistarli alla fede anzi che ai loro sovrani. Correano, non ha molto, il mare i Tunisini e gli Algerini, e guai a chi veniva loro alle mani; erano nelle mani di pirati e di Turchi. Ma quelli erano pirati e Turchi, e corseggiavano come in guerra dichiarata al nome cristiano. Ma ora, nel mondo vecchio, nelle terre che si dicono civili, nuovi pirati e nuovi venturieri dove posarono piantarono una bandiera, e credettero di aver così scoperto un titolo di dominio. Codesti aperti violatori di ogni diritto delle genti, qual diritto hanno di mandare attorno note diplomatiche in accusa di altri? E qual colpa potrebbero essi trovare in chi, spogliato del suo dalle loro frodi e dalle loro violenze, eccitasse ne' proprii Stati la reazione contro la violenza e contro l'usurpazione? Ma si assicuri il Ricasoli. Se il diritto per Roma è evidente, Roma ha altro modo di usarlo che il Piemonte. Giacché, se essa volesse [p. 693 ==> 699/778] fomentare le reazioni nelle sue Province, lo farebbe palesemente e schiettamente. Noi non sappiamo, né dobbiamo sapere, i motivi pei quali il Governo pontificio si astiene dall'usare questo suo evidente diritto. Quello che sappiamo di certo si è che il Ricasoli, erra, ed erra turpemente, asserendo che, di fatto, Roma protegge le reazioni. Dove è in primo luogo da ammirare la divozione con cui il Ricasoli entra in materia. <<Mi duole, dice egli, che la necessità di far compiuta questa esposizione mi costringa a ricordar persone, il cui nome, come cattolico e come italiano, non vorrei dovere mai pronunziare se non per cagione di riverenza e di ossequio. Ma non posso né debbo tacere che il brigantaggio napoletano è la speranza della reazione europea, e che la reazione europea ha posta la sua cittadella in Roma. Sopra il qual pianto del coccodrillo noi non faremo altra osservazione che il ricordare come sia molto dubbio, in Italia e fuori, il cattolicismo del barone Ricasoli. Egli si nomina qui cattolico ed italiano., Ma, checché sia della sua patria, è certo che della sua religione dubitano forte parecchi, i quali sostengono che egli sia miglior protestante che non cattolico: e l'argomentano da alcuni suoi antecedenti, e dal non aver mai smentito il narratosi sopra ciò da molti giornali. Quanto alla reazione europea, che ha posta la sua cittadella in Roma, il Ricasoli dovrebbe sapere che Roma da dodici anni è, a gran dispetto del Ricasoli, presidiata dai francesi; i quali vi hanno e vi usano ogni mezzo,

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perché la reazione europea, non solo non vi alzi, ma neanche vi possa alzare veruna cittadella. Ma veniamo all'esame delle prove che di questa cittadella reazionaria reca la nota. Il Re di Napoli spodestato abita in Roma al Quirinale e vi batte moneta falsa di cui si trovano forniti a dovizia i briganti napoletani. Falsità manifesta: giacché sopra quest'accusa, mossa appunto in Roma dai piemontesi di qui, si fece dai francesi medesimi processo lungo e minuto. I piemontesi diedero al capitano incaricato di condurre il processo (di cui è noto in Roma il nome onorato) tutte le informazioni che vollero: sì che furono, dopo i loro falsi spionaggi, carcerati alcuni, interrogati parecchi. E la conclusione fu che quella era invenzione piemontese: e la sentenza, sopra ciò emanata (giova ripeterlo) da un tribunale francese, è nota in Roma e fuori di Roma. [p. 694 ==> 700/778] Del resto non sarà discaro al Ricasoli il sapere che appunto quel capitano francese che condusse il processo sopra la moneta falsa, parlando pochi giorni fa con un suo amico: Avete letto, gli disse, la nota del Ricasoli? No, rispose questi. Or bene, disse il capitano: sappiate che ella è un tessuto di menzogne. Io stesso dovetti fare il processo sopra la moneta falsa; e lo feci con ogni cura sopra le informazioni e gli spionaggi dei piemontesi, e dovetti convincermi che l'accusa era calunnia. Or come osa il Ricasoli invocare sopra ciò il testimonio dei francesi? Crede egli che i francesi siano capaci di fare testimonianze false? Questa testimonianza rendono i francesi al Ricasoli che invoca il loro testimonio. L'obolo carpito ai credenti delle diverse parti di Europa in nome di S. Pietro serve ad assoldarli (i briganti) in tutte le parti di Europa; a Roma vengono ad iscriversi pubblicamente e prendere la parola d'ordine e le benedizioni, con cui quegli uomini ignoranti e superstiziosi corrono più alacremente al saccheggio ed alle stragi. Ma se da tutte le parti di Europa vengono a Roma, e da Roma vanno nel Regno di Napoli i briganti; come si spiega poi che né il Cialdini, né il Pinelli, né le guardie nazionali, né i battaglioni piemontesi, né le spie, né la mezza dozzina dei Luogotenenti, né veruno altro mai riuscì a cogliere un solo di questi forestieri? Come si spiega che i forastieri di tutta Europa si trovano invece, a notizia comune, nelle file dei piemontesi? Avete dunque dimenticato, signor Barone, la legione ungherese, la quale non si sa che sia stata assoldata da Roma e dal Re di Napoli? Avete dimenticati gli inglesi che combattevano col Garibaldi? Ma invece dove sono i forastieri di tutta Europa nelle file della reazione napoletana? In quale provincia? In qual terra? Chi ne colse mai uno o vivo o morto? I piemontesi arrestarono bensì parecchi francesi a Napoli; ma dovettero riconoscerli innocenti, far loro le scuse e rilasciarli. Or come osa dunque il Ricasoli consegnare ad una nota diplomatica ed ufficiale falsità sì lampanti? Quanto poi all'obolo carpito, è chiaro che dee cuocere al Ricasoli il vedere che, laddove egli stenta a trovare ad altissimi sconti il danaro necessario per impinguare le vuote casse dell'erario sardo, il Sommo Pontefice trova invece nella spontanea pietà dei fedeli di [p. 695 ==> 701/778] che supplire ai ladronecci di cui fu vittima. Ma la sua calunniosa insinuazione, sfogo bilioso di rancore liberalesco, noi lo possiamo assicurare che non tratterrà pur uno dei pii cattolici dal somministrare al comun padre quell'obolo di S. Pietro, che è non meno aiuto generoso ai bisogni del Governo Pontificio, che protesta dichiarata contro le empie spogliazioni consummate a suo danno. Da Roma traggono (i briganti) munizioni ed armi quante ne abbisognano; nei confini romani col napoletano sono i depositi ed i luoghi di ritrovo e di rifugio per rannodarsi e tornare rinfrescati alla preda. Le perquisizioni e gli arresti fatti in questi giorni dalle forze francesi non ne lasciano più dubbio. Ma prima di deporre ogni dubbio a questo riguardo, doveva il Ricasoli aspettare la relazione di ciò che produssero le perquisizioni e gli arresti fatti in questi giorni dalle forze francesi. Le perquisizioni (e non è qui il luogo opportuno da esaminare con qual diritto siano state fatte) furono fatte veramente. E tanta era la necessità in cui si trovava il buon Ricasoli che le perquisizioni dovessero assolutamente riuscire a carico della Curia di Roma, che, prima ancora di saperne l'esito, scrisse la sua Nota. Ma ora conviene che egli sappia, che le perquisizioni fatte dalle forze francesi, produssero nei francesi medesimi la

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persuasione che la Curia di Roma non entra per nulla nell'incoraggiare le reazioni napoletane. Le perquisizioni furono fatte nel Monastero di Casamari; si cercò perfino nelle sepolture, e non si trovò nulla. Furono fatte esatte ricerche a Subiaco, sia nell'Abbazia di S. Scolastica, sia nel Seminario e in altri conventi, e non si trovò nulla. Furono fatte nel Convento di Nemi e nulla. E ciò non basta. Entrarono un 60 sbandati nella provincia di Frosinone; subito il Delegato pontificio fece premura al Comandante francese perché li disarmasse. Vennero altri 40 a Palombara per entrare nel Regno di Napoli; tosto il Governo pontificio spedì truppa che li disarmò e impedì il loro divisamento. Saputosi che nelle macchie presso Castelnuovo di Porto si erano ricoverati altri 200 per entrare nello stesso Regno di Napoli, tosto il Governo pontificio li arrestò. Questi (per tacere qui dei fatti simili ma più antichi di Arsoli e di Bauco) sono i fatti accaduti in questi giorni; i quali sono noti a tutta Roma, e notissimi [p. 696 ==> 702/778] poi alle forze francesi: le quali debbono certamente maravigliare di vedersi citate dal Ricasoli a deporre il falso dinanzi all'Europa. L'attitudine ostile, le parole dette anche in occasioni solenni da una parte del Clero, le armi, la polvere, i proclami scoperti in alcuni conventi, i preti ed i frati sorpresi tra le file dei briganti nell'atto di compiere le loro imprese, fanno chiaro ed aperto d'onde vengano ed in qual nome gli eccitamenti. Lasciamo stare le polveri, le armi, i proclami che, quanti e come si siano scoperti nei conventi, fu veduto poc'anzi: ma e che cosa intende provare il Ricasoli coll'attitudine ostile e le parole solenni di una parte del Clero? Quali sono queste parole? Qual è questa parte del clero? Giacché insomma il Ricasoli qui non specifica nulla: e tanto possiamo credere che egli parli di fra Pantaleo, o di Padre Gavazzi, come del Patriarca delle Indie, o del Vescovo di Quito. Che se egli intende parlare del S. Padre e dell'Episcopato e del clero a lui unito, perché non cita quelle parole? Perché lascia intendere in genere che esse fomentarono la reazione, senza arrecarne in prova né un periodo, né una frase sola? Ma è probabile che il Ricasoli intenda parlare della condanna solenne e della scomunica maggiore fulminata dal S. Padre contro gl'invasori del suo territorio. Delle quali parole egli ha ben ragione di temere assai; specialmente dopo gli esempi storici delle reazioni che simili parole hanno prodotte e nei tempi passati e nei presenti. Ma queste sono reazioni alquanto diverse dalle napoletane. e contro esse non valgono né le perquisizioni, né le note diplomatiche. Quanto poi ai preti e ai frati scoperti nelle file dei briganti, noi chiederemo una sola cosa. Erano essi (posto che veramente se ne siano scoperti) venuti da Roma o non erano anzi napoletani? E come osate maravigliarvi, Barone Ricasoli, che i preti e i frati possano procurare di trovarsi vicini a quegli armati, destinati da voi, quando giungete a coglierne alcuno, alla fucilazione sommaria, senza prete e senza Sacramenti? Badino però gli autori di tale scandalo che Dio non renda loro la pariglia, facendo che alla loro morte o non si trovi né prete né frate, o vi si trovi inutilmente. [p. 697 ==> 703/778] Conchiude il Ricasoli la sua Nota dicendo che, noi abbiamo fiducia che di qui debba trarsi un nuovo ed efficace argomento per dimostrare ad evidenza che il potere temporale, non solamente è condannato dalla logica irresistibile del principio di unità nazionale, ma si è reso incompatibile colla civiltà e coll'umanità. Ma noi abbiamo ben diversa fiducia. Confidiamo cioè che, vedendo l'Europa a quali volgari arti di falsità manifesta e di violenza brutale debba ricorrere il primo Ministro del nuovo regno, dall'una parte per tener in piedi la cadente macchina della finta unità italiana, e dall'altra per accusar Roma di quella decadenza, ricaverà da questa vista che niuno meno del Barone Ricasoli ha il diritto di parlare in note diplomatiche di civiltà e di umanità. Se pure non è civiltà l'asserire dinanzi all'Europa fatti notoriamente falsi; e umanità il radere al suolo gl'interi villaggi, il fucilare senza processo le vittime a migliaia, il servirsi insomma d'una metà dell'Italia per incatenare crudelmente l'altra metà ad un'unione abbominata. Ricaverà ancora l'Europa che il principio di unità italiana è condannato dalla logica irresistibile di un fatto evidentissimo, qual è la reazione armata di una metà dell'Italia contro l'altra metà, reazione terribile più ancora nelle sue conseguenze future che non nelle atrocità presenti: giacché è moralmente impossibile che mai il Piemonte arrivi a re

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gnar sicuro e amato sopra province da lui si crudelmente straziate. Che se nelle altre province usurpate dal Piemonte non si è venuto ancora a sì sensibili prove di amore fraterno e di unità nazionale, non mancano però gl'indizii dell'odio interno che i popoli cominciano a mostrare esternamente contro quel branco di cospiratori che, dopo sottrattili coll'inganno e colla violenza al paterno scettro dei loro Principi, li gettò vittima all'ingordigia del fisco, alla novità della coscrizione, all'empietà di una legislazione ostile alla Religione e ai suoi ministri. Ricaverà infine l'Europa che il potere temporale del Papa sopra Roma e sopra tutto il suo Stato, lungi dall'essere condannato dal principio dell'unità italiana, è anzi più che mai dimostrato necessario, e da tutti i vecchi argomenti già recati le mille volte e mai non confutati, e ancora dal principio evidentissimo delle autonomie delle singole province italiane; le [p. 698 ==> 704/778] quali, dopo la breve prova di un anno, cominciano tutte a ribellarsi più o meno chiaramente contro l'insopportabile schiavitù piemontese, senza che ci sia veruna speranza che le note del Ricasoli pervengano mai ad oscurare verità sì chiare od a falsare fatti sì palpabili ed evidenti. Delle quali verità e dei quali fatti il Ricasoli stesso, nella sua Nota, confessa che già cominciano a persuadersi uomini onorevolissimi, e schiettamente, per antico affetto e per profonde convinzioni, italiani; che vedendo protrarsi nelle province napoletane una lotta funesta, inclinano a credere che l'unione di esse all'Italia sia stata fatta inconsultamente, e che quindi si abbia a ritenere, fino a nuovo e più certo esperimento, come non avvenuta. I quali uomini onorevolissimi, al cui uso specialmente il Barone Ricasoli scrisse la sua Nota, avranno dovuto colla semplice sua lettera persuadersi sempre meglio della saviezza della loro opinione. E ne è chiaro indizio ciò che leggiamo nella revue des deux Mondes del 1.° Settembre: dove, alla pagina 244, quel medesimo signor Forcade che, nel numero precedente aveva fatte sì bene le parti ricasoliane, dopo letta la Nota del Ricasoli, dà al Barone ministro la seguente gentile mentita quanto alla sua seconda affermazione sopra la complicità della Curia Romana. Noi ci permetteremo di rettificare una delle asserzioni del Barone Ricasoli: certamente noi non siamo sospetti di parzialità verso Roma: ciò non ostante non saremo ingiusti con lei: e diremo semplicemente che a torto essa è dal Ricasoli accusata di fomentare le spedizioni napoletane. E per quanto si attiene alla prima affermazione sopra la poca importanza della reazione napoletana, la Nota è pure smentita dal Deputato Ricciardi, che, dopo averla letta e meditata, scrisse ai giornali una lettera che noi leggiamo nel Nomade dei 4 Settembre: dove afferma che la reazione napoletana, lungi dal diminuire come assicurano i fogli officiali sardi, cresce anzi a dismisura. Ecco dunque il bel frutto ricavato dal Ricasoli colla sua Nota! Persuadere i suoi medesimi partigiani dell'opposto di ciò che egli intese provare. * Chiudiamo la parentesi ricasoliana con i degni suoi curatori: Marco Tabarrini {Pomarance (prov. di Pisa), 31/08/1818 - † Roma, 14/01/1898. Politico e avvocato italiano} e Aurelio Gotti {Firenze, 16/03/1833 - † Roma, 7/01/1904). Scrittore italiano. Autore di una biografia (1895) di Bettino Ricasoli}, i quali, nella prefazione di questo sesto volume delle sue lettere e documenti, esprimono giudizi disdicevoli e sconvenienti nei confronti della parte avversa, politico-militare (= i briganti napoletani), nel cui occhio vedono una pagliuzza, e non la trave nell'occhio della propria (= i criminali savoiardi, rei di atrocità e nefandezze, incredibile dictu audituque). [p. XXII] "A Roma stava a quel tempo l'ex Re di Napoli, aspettando non si sa quali eventi che lo riportassero su lo sfasciato trono, e sospirando ad una guerra civile, che gli riportasse in alto la corona, che esso aveva lasciata nel fango di Napoli. Di là partivano briganti e messi nell'antico regno, portando le sue promesse e i suoi danari, e, pur troppo!, si diceva anche le benedizioni del Pontefice. Tutto mettevano a soqquadro, rubando, incendiando, ammazzando, rabbiosamente, furiosamente, e come erano stanchi, o dalle nostre truppe dispersi, là tornavano a raccogliersi, a riprendere lena, a rifarsi d'animo e di forze. Tutto questo era qualche cosa peggio d'una guerra civile, perché non erano uomini coloro che non avevano altra patria che i boschi e le strade; non professavano altra religione che l'odio; non sentivano altra sete

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che di sangue; la cui preghiera era sempre una bestemmia e la gloria un'infamia. E l'Italia doveva tenere là a Napoli, luogo- [p. XXIV] -tenente del Re, un generale e una parte dell'esercito a combattere con quelle bestie, peggio che iene nelle selve, ad uccidere e farsi uccidere senza onore di vittoria. Risolvere perciò la questione romana era dare pace all'Italia, assicurarne l'ordine, renderne più certo e più fermo l'avvenire." *§* Luigi Carlo FARINI [Russi (Ravenna), 22 ottobre 1812 - † Quarto Al Mare (Genova), 1° agosto 1866). Laurea in Medicina e chirurgia; Medico chirurgo; storico, politico e patriota. Presidente del Consiglio dei ministri nel Regno d'Italia dall'8/12/1862 al 24/03/1863. Regno di Sardegna: IV - VII leg.; Regno d'Italia: VIII leg.], che "Cavour aveva designato come futuro <<dittatore>> di Napoli, conosceva più o

meno sin da allora le difficoltà che lo attendevano: <<Badate che il decoro, la riputazione del governo dipendono dalla soluzione di questo problema: stabilire un governo onesto, ordinato, forte a Napoli. Se facciamo fiasco là, è una fischiata europea>>. La prima impressione che riportò dei Napoletani fu tutt'altro che favorevole, specie a confronto con quella di Garibaldi. Egli scrisse a Cavour che erano barbari che si curavano ben poco della libertà: <<Altro che Italia! Questa è Africa: i beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile>>. [D. M. Smith (1977), pp. 497-498]

E che dire infine di Vittorio Emanuele II, avente - secondo la poetessa-scrittrice - la più grande venerazione per la religione? Questo re, così tanto religioso, rivolgendosi al plenipotenziario inglese August Paget {16/04/1823 - † 11/07/1896. Diplomatico inglese. http://www.thepeerage.com/p3391.htm#i33906} dichiarava esplicitamente che: "Ci sono due modi per governare gli italiani: con le baionette o con la corruzione." https://www.positanonews.it/2012/06/da-napolitani-a-meridionali/50368/ "Le sue principali passioni - scrive Mack Smith (1965) - erano le donne, i cavalli e la caccia. Quando la sua provincia avita di Savoia dovette essere ceduta alla Francia, la sua prima preoccupazione fu la perdita delle riserve di caccia. Analogamente ai suoi predecessori ed a suo figlio, mantenne pubblicamente un'amante e dei figli illegittimi e sembrava convinto che da un sovrano ci si attendesse una condotta simili. ... Le sue preferenze particolari infatti andavano piuttosto a donne semplici e di bassa estrazione, e circolava tra il popolo il detto scherzoso che egli era <<fin troppo il padre del suo popolo." [pp. 50-51. Vol. 1°, Cap. II, § 1] Giovanni Consigli (2016), nel suo Eroi o criminali?, riporta invece che "Vittorio Emanuele II (il <<padre della patria>>, così è scritto al Pantheon! Tralascio ogni commento) ad esempio, si lasciò andare a una cocente confidenza, a proposito dell'ormai scontata ed imminente annessione del Sud: <<... che unirsi con i meridionali era come mettersi a letto con un malato di vaiolo>>; lo stesso ebbe a dire Massimo D'Azeglio: <<Meglio andare a letto con un lebbroso che con un meridionale>>." (p. 152). In verità, d'Azeglio, come già sappiamo e documentato, aveva detto ben altro. Relativamente alla cocente confidenza del re, tra l'altro assai ricorrente in Internet (copia-incolla?), spiace lamentare la mancata citazione della fonte. Il che è gravissimo, e indigna alquanto.

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2.19. POST PLEBISCITUM PROPTER ETIAM PLEBISCITUM. Si utilizza questa locuzione sofistica, alterando la classica, per affermare l'esistenza di un rapporto di causalità tra due fatti, dei quali l'uno è posteriore all'altro. La mia idea è che una delle molteplici cause del brigantaggio postunitario sia stata l'immorale e perversa concezione, e gestione, del plebiscito cavouriano. Dice bene Martin Clark (2001) che fu "un capolavoro di <<creatività>> nel campo della tecnica elettorale" (p. 128), e "la più feroce beffa mai perpetrata ai danni del suffragio popolare: l'urna del voto in mano alle stesse autorità che avevano emesso il proclama; impossibile quindi qualsiasi controllo; ogni opposizione stroncata con l'intimidazione". [Ibidem. Secondo il <<Times>> del 30/04/1860, (pp. 128-129)]

"La formula sulla quale il popolo veniva chiamato a esprimersi era stata scelta con una certa abilità e in modo da evitare contrasti tra gli annessionisti e gli antiannessionisti. [...] Garibaldi l'aveva accolta con favore, superando un primo momento di dubbio sul riferimento ai <<legittimi successori>>, con l'osservazione che i discendenti di un simile re non potevano non esserne degni. L'esercito meridionale venne ammesso in blocco a votare, compresi gli stranieri. L'esito della prova non era quindi dubbio; ma è noto che, in un plebiscito, l'importante non è vincere, ma stravincere, e che una percentuale del 90% viene considerata insoddisfacente. Perciò si ricorse a ogni trucco, nel voto e negli scrutini, per ottenere il risultato desiderato. Sotto il primo aspetto, ogni segretezza nell'espressione del suffragio venne rigorosamente esclusa. [...] Gli scrittori borbonici dipingono, naturalmente, a forti tinte l'atmosfera di intimidazione e di minacce anche fisiche cui furono soggetti i pochi che avevano l'ardire di voler votare contro. Ma anche gli osservatori stranieri, e in particolare gli inglesi, ne rimasero scandalizzati. [...] Non più attendibili apparvero gli scrutini. Specialmente i garibaldini si erano divertiti ad andare a votare più volte, e certamente nessuno pensò di impedirlo ai galantuomini delle città di provincia, che affermavano in tal modo la loro importanza. Conseguentemente, il previsto risultato schiacciante a favore dell'annessione si rivelò poco utilizzabile pur come strumento di propaganda. E, anche se le cose si fossero svolte in maniera più corretta, dalla maggioranza si sarebbero pur sempre dovuti togliere i quarantamila soldati che ancora si raccoglievano dietro il Volturno sotto le bandiere di Francesco II e i <<cafoni>> delle bande legittimiste." [Pier Giusto Jaeger (1982), pp. 155-156]

Rafforziamo quanto detto da P. G. Jaeger, trascrivendo la valutazione dello storico calabrese Gaetano Cingari {Reggio Calabria, 14/11/1926 - † Padona, 9/05/1994}, citato da Roberto Martucci (2012) ne La <<classe idiota>> e i Plebisciti del 1860: "Tutti i mezzi furono utilizzati per conseguire lo scopo desiderato, non escluse la minaccia, l'intimidazione, la violenza, sicché può sostenersi legittimamente che l'esito del plebiscito fu, per buona parte, il frutto di una vera e propria imposizione." (p. 94 ==> 5/59) Denis Mack Smith (1977) riporta in merito il pensiero di Elliot, secondo cui "il voto era stato la farsa più ridicola che si poteva immaginare e non c'era stata nemmeno la pretesa di limitarlo a quelli che erano qualificati, poiché gente di ogni paese e di ogni età e anche di ogni sesso non hanno avuto difficoltà nel far contare anche la loro opinione"1 [(1) Elliot a Russel, 30 ottobre (RP, G.D., 22/85)]". (pp. 515-516) Si coglie l'occasione per far sentire al cortese lettore, relativamente all'annessione e al suffragio universale, la voce diretta del citato Henry George ELLIOT (1922) {Ginevra, 30/06/1817 - † Ardington House, 30/03/1907. Diplomatico inglese. "Figlio del 2° Conte di Minto, inviato a Napoli per riannodare le relazioni diplomatiche con la corte borbonica (1859), durante la spedizione dei Mille tenne un contegno favorevole alla causa italiana. Nel 1863 fu nominato rappresentante inglese a Torino, seguendo poi il governo e la corte italiana a Firenze (1865). Fu ancora ambasciatore a Costantinopoli (1867-77) e a Vienna (1877-84) https://www.sapere.it/enciclopedia/}.

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[p. 97 ==> 119/326] (10 ottobre) "Il voto del paese sull'annessione si terrà il 21 (ottobre), a

suffragio universale, con voto nominale segreto predisposto in modo tale che i voti siano ben noti e la pubblica opinione condotta a sostenere i dubbiosi. Questo è una specie di imbroglio del tutto inutile, perché il risultato della votazione non può essere dubbio, fatta eccezione per uno o due posti senza importanza. [p. 101 ==> 123/326] La votazione sull'annessione si terrà in qualche modo artful {astuto, scaltro, ingannevole}: in primo luogo, non così segretamente da impedire all'opinione pubblica di pesare sugli elettori e, in secondo luogo, non essendoci un'alternativa tra l'annessione e l'anarchia. Gli uomini alieni dalla monarchia devono o votare per l'annessione o aiutare a mantenere lo stato di cose presente, che è insopportabile. La maggior parte dell'aristocrazia si asterrà come prevedo -, ma la borghesia separatista, che è numerosa, voterà per l'Unità al fine di sfuggire all'anarchia presente. [p. 106 ==> 128/326] (4 Novembre) La dichiarazione ufficiale della votazione è avvenuta ieri quando è stato annunciato che per l'annessione c'erano 1.302.064 "si" contro 10.312 "no". La popolazione è, credo, oltre 7.000.000, quindi il voto non è grande. [p. 108 ==> 130/326] (7 novembre) "Nel corso della giornata apparve il discorso di Vittorio Emanuele al popolo di Napoli e Sicilia, accettante il supremo potere che gli era stato "conferito dal suffragio universale di quelle due nobili province", una brutta parola per essi da digerire, e che farà trasalire molti di loro. Perché si dovrebbe pretendere che dal 1849 sia sorta la convinzione che un unico Governo in Italia fosse necessario per la sua indipendenza? Per quanto concerne Napoli e la Sicilia, l'asserzione è del tutto inesatta, e qualsivoglia napoletano tu scelga di interrogare, ti risponderà che la idea dell'annessione è nata negli ultimi sei mesi, prima dei quali assolutamente non esisteva." Lo Smith precisa che "un altro cittadino inglese che aveva assistito alla votazione ... [W. G. Clark], disse press'a poco lo stesso". Eccone la testimonianza da me tradotta in italiano. William George CLARK (1861) {Barford Hall-Darlington (Inghilterra, Regno Unito), 18/03/1821 † York (Inghilterra, Regno Unito) 6/11/1878). Man of letters.}, in Naples and Garibaldi: [p. 64 ==> 78/534] "Gli uomini istruiti dell'Italia meridionale non mostrano alcuna comprensione per la religione delle classi inferiori, che è mero paganesimo mascherato sotto nomi nuovi, e consiste nel culto di un numero di divinità locali. La Madonna di un santuario è, nell'immaginario popolare - poiché non è abbastanza definita per essere chiamata un credo - una persona del tutto diversa dalla Madonna di un altro. Un frate che cura la piccola cappella, chiedeva, un giorno, all'entrata della Grotta di Pozzuoli, l'elemosina a uno straniero di passaggio: "Per la Madonna", "La Reina degli Angeli è ricca abbastanza", rispose lo straniero. "Ah! bah!", eclama il frate, "non è mica la Reina degli Angeli! è la povera Madonna della Grotta, che le manca anche per pagare l'olio" (ella non ha abbastanza per pagare l'olio per accendere le lampade della galleria). Un amico, fra tanti bei racconti, me ne ha detto uno, ben trovato, se non vero, che illustra la semplicità primitiva della loro fede. Una donna a Napoli, pregando la Madonna di andare da lei per curare il figlio, si premurò di darle l'indirizzo: "Vieni, Maria, vieni, numero tredici, vicolo della Scrofa, terzo piano, seconda porta a man destra." In nessuna parte del mondo, probabilmente, la separazione tra le classi abbienti e le classi povere è così grande come nel Sud Italia. Sono affatto diversi per religione, pensiero e sentimento. Tra il più alto e il più basso c'è, infatti, esteriormente una familiarità di modi che, a prima vista, indicherebbe una conclusione opposta. Non vediamo né superbia da una parte né servilità dall'altra, che è tanto comune in Inghilterra; ma la familiarità è solo superficiale e apparente. C'è un abisso profondo e misterioso, immutabile tra chi ha qualcosa e chi non ha niente da perdere. Un padrone di casa o un negoziante a Napoli parla dei lazzaroni come un

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indù che vive accanto a una giungla potrebbe parlare delle tigri. Quindi non c'è forse paese [p. 65 ==> 79/534] al mondo dove l'opinione del ceto medio {la borghesia} e delle classi alte sia una prova così fallace dell'opinione popolare. Le polemiche sui giornali e le rivolte teatrali di Napoli indicano solo la divisione delle opinioni tra i ranghi medi e alti - chi è d'accordo con Vittorio Emanuele, chi con Mazzini, chi con Cavour, chi con Garibaldi - ma nulla ci dicono dei sentimenti delle masse. La plebe delle città, i preti e i contadini, sono probabilmente più bendisposti, ormai, verso il vecchio governo che verso il nuovo. Se ai primi di settembre chiedevi a un contadino {in italiano nel testo inglese} la sua opinione, la risposta era sempre dello stesso tenore: "Re Vittorio, Re Giuseppe, Re Francesco", è lo stesso purché ci dia "da mangiare a buon mercato". E se trovano che i prezzi sono aumentati piuttosto che calati, sotto il nuovo regno, è certo che daranno la colpa al governo. Non dubito che se il suffragio universale fosse applicato onestamente, il test dell'opinione del Sud Italia sarebbe a larga maggioranza per Francesco II, almeno in Abruzzo e nelle province limitrofe alla capitale. Cavour disonorò la causa del suo signore e fece un errore nella sua richiesta, basandola sulla replica ben riuscita dell'impostura di quegli imbroglioni francesi, che è tanto disonorevole per gli statisti quanto lo è per un sacerdote il miracolo di San Gennaro. Le intelligenze di un paese dovrebbero governarlo e determinarne i destini; e se tutte le intelligenze fossero, come nell'Italia meridionale, concentrate in una classe, solo quella classe dovrebbe essere chiamata a dare il suo suffragio." Pendiamo ora dalle labbra di Jessie White Mario (1894), alias Miss Uragano o Giovanna d'Arco della causa italiana (https://it.wikipedia.org/wiki/Jessie_White), {Portsmouth-Inghilterra, 9 maggio 1832 - † Firenze, 5 marzo 1906). Scrittrice, Report anglo-italiana tra le più importanti documentariste del Risorgimento, e donna d'azione. Dal 1896 fino alla morte insegnante di letteratura inglese a Firenze.}, che, nella

sua opera In memoria di Giovanni Nicotera, pone l'equazione: annessioni violente e affrettate = serie di disordini e infelicità = brigantaggio. [p. 49 ==> 69/316] "Alle violente, affrettate annessioni delle provincie del mezzogiorno si deve tutta la serie di disordini e di infelicità che ne seguirono. Perché se quelle provincie fossero state amministrate con senno e bontà da persone benevise al popolo, come fu per un anno la Toscana, non vi sarebbe stata opposizione alla leva in Sicilia, né il brigantaggio avrebbe potuto allargarsi e infierire nel napolitano. [p. 50 ==> 79/316] La scelta infelice degli individui per il governo, di La Farina a ministro dell'interno a Palermo, la libidine di tutti i moderati di fare scomparire ogni traccia del governo dittatoriale, e di far dimenticare perfino il nome di Garibaldi1 [1 A Palermo, appena partito Mordini, fu proibito l'inno di Garibaldi e qualsiasi <<cosa garibaldina>> nei teatri.], esasperavano talmente gli animi che tra governo e governati si scavò un abisso. Garibaldi aveva ordinata una polizia degna, ove entrarono patrioti come Ferdinando Mele. E quando questi si videro costretti ad arrestare uomini come Libertini, per ordine del nuovo questore, molti diedero le dimissioni e i loro posti furono dati ai borbonici, ai camorristi e ai papisti. Altra imperdonabile colpa fu il rifiuto di riconoscere il contratto per le ferrovie meridionali che Garibaldi aveva firmato nell'intento di dare lavoro a migliaia di disoccupati, che poi affamati e disperati rimpiangevano il Borbone e si gettavano al brigantaggio. Se eccettuiamo l'Irlanda negli anni passati, e un tempo le Indie, mai un popolo è stato offeso e danneggiato come quello delle due Sicilie dai moderati." (pp. 49-50. In memoria di Giovanni Nicotera) Dopo i due autori inglesi, e una anglo-italiana, l'italiano Giovanni Nicotera {Sambiase (CZ), 9/09/1828 - † Vico Equense (NA), 13/06/1894. Barone, Militare di carriera. Deputato del Regno d'Italia: VIII - XVIII leg. Gruppo Sinistra Storica. Ministro dell'Interno: dal 25/03/1876 al 26/12/1877; dal 6/02/1891 al 15/05/1892.}, che, nel febbraio del 1861, scrisse questo articolo sulle province napoletane, del quale si evidenzia che nella contrapppositione: governo borbonico <==> nuovo governo {il savoiardo}, la classe ignorante parteggia per il primo.

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[p. 52 ==> 72/316] "Le province che ho visitate presentano un aspetto tristissimo, sì guardate dal

lato morale che dal lato materiale. Regna negli animi di tutti una specie di diffidenza e di timore, derivante dalla poca fiducia che ispira il Governo. Ognuno teme di compromettersi manifestando all'aperta il proprio sentimento. Il caro dei viveri ha immiserito la generalità, a segno da far desiderare il pane: sospesi tutti i lavori pubblici, e quindi preclusa la via alla classe povera di onestamente guadagnarsi un pane; la sicurezza pubblica senza tutela per difetto di una forza regolare, onde spesso accade che i delitti restano impuniti. Ma grazie al buon senso del popolo, i disordini non sono per nulla paragonabili all'insufficienza di chi governa; la quale è spinta a tal punto da far perdere perfino il rispetto alle leggi più giuste. Governatori ignoranti e senza attaccamento al principio nazionale; sottogovernatori ignorantissimi ed impopolari; alta e bassa magistratura del sistema borbonico, e quindi disonesta e immorale; impiegati subalterni tutti borbonici; infedeltà in tutti i rami amministrativi; [p. 43 ==> 73/316] negletta l'istruzione pubblica; guardati come nemici gli uomini che più han dato prove di amar la patria, e che han sostenuto a forza di sacrifici la lotta coi Borboni. Tutte queste sono cause di malcontento; e se non vi si pone riparo, potranno riuscire funeste all'intera nazione. Un popolo che appena si è emancipato dall'esosa tirannide che per tanti secoli l'ha oppresso, educato alla immoralità, per comprenderne l'idea morale ha bisogno di vederla applicata e di toccarne con mano i vantaggi. Il Governo borbonico aveva l'arte di bastonare il popolo, ma lo faceva lavorare e gli dava il pane a discreto prezzo. Il nuovo Governo avrebbe dovuto moralizzarlo con dargli lavoro ed istruirlo de' suoi diritti e de' suoi doveri. Il Governo borbonico perseguitava con accanimento anche chi amava in silenzio la patria, e premiava i sostenitori del suo sistema. Il nuovo Governo avrebbe dovuto dare un compenso a coloro che han sofferto e togliere dagli impieghi i borbonici, non solo perché legge giusta punir deve il vizio e premiare la virtù, ma ben anche per presentare al popolo un fatto morale; così si sarebbero evitati i confronti, che la classe ignorante spesso fa tra i due Governi, confondendo il sistema vizioso dal Governo col principio di libertà. Essa dice: il governo borbonico mi dava lavoro e pane a buon mercato, il nuovo Governo mi tiene nell'ozio e mi dà il pane a caro prezzo; dunque era migliore quello di questo. Il Governo borbonico perseguitava i liberali e premiava i retrogradi; il nuovo Governo, che si dice liberale, lascia negli impieghi i borbonici e trascura quelli che han sofferto per la causa della libertà; dunque val meglio sostenere il vizio che la virtù. La consorteria, che pensa solo a impinguare sé stessa, beccandosi i migliori impieghi elargendo a taluno pensioni vistosissime di ritiro in opposizione alla legge, predica il disinteresse e la conciliazione con tutti i partiti. Ma perché non incomincia essa a dar prova di disinteresse? Perché vuol solo conciliarsi col partito borbonico e col murattismo, e fa guerra a quei che amano e voglio sinceramente l'unità e l'indipendenza della patria? Non bisogna durar fatica per indovinare la ragione. I borbonici ed i murattiani sono istrumenti passivi, e possono essere adoperati senza tema di opposizione; gli uomini che {si} onorano del nome di repubblicani sono di tal tempra che non presterebbero mai l'opera loro in cosa che si oppone ai principi del bene e della grandezza della patria. [p. 54 ==> 74/316] I repubblicani, ai quali io mi ascrivo ad onore di appartenere, han combattuto e combatteranno sotto la bandiera della monarchia, a patto però ch'essa costituisca una e indivisibile l'Italia. Se si cercasse allontanarsi da questo programma, i repubblicani, fedeli al loro principio, spenderebbero la vita per sostenerlo. Oggi non è questione di forma di governo, ma di ricostituzione della patria; e quindi i repubblicani, fedeli al principio di unità che propugnano da tanti anni, facendo nobile sacrificio dell'altro democratico, combattono in silenzio, senza guardare se sulla bandiera v'è l'aquila romana o la croce sabauda. Essi quindi più della consorteria hanno interesse di portare a termine la causa italiana, senza affidarla al patrocinio di avvocati interessati, che chiederebbero certamente un largo compenso del loro patrocinio.

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Faccia senno quindi il Governo, procuri di sbarazzarsi di certi mestatori che potrebbero covare progetti funesti all'Italia; si attiri l'affetto del popolo istruendolo e moralizzandolo, metta a governatori nelle province uomini intelligenti ed onesti; e sopra tutto mostri col fatto che vuole attuare il nostro plebiscito, e sia certo che avrà l'appoggio di tutti quegli uomini che amano sinceramente la patria." 16 maggio '61 Si fa altresì presente - stando alle note della illustre Miss Uragano - che "il 16 agosto 1863, la città di Napoli elesse a consiglieri municipali gran numero di liberali, tra questi Giovanni Nicotera e quasi tutti i superstiti membri del comitato che tenne in mano le fila della cospirazione, come Nicola Mignoga, Giuseppe Fanelli, Salvatore Morelli {di Carovigno, figlio di Casimiro Morelli e Aurora Brandi}, Giacinto Albino, Achille Lazzaro; insomma undici sopra ventuno degli eletti appartenevano alla democrazia. I primi aveano ricevuto 5.317 voti, i 12 {sic! Recte: 10} ministeriali solo 2.411. S'intende che di là a un mese il consiglio municipale fu sciolto dal governo. Ma il governo imperversava nelle provincie meridionali. I fatti dello stabilimento di Pietrarsa (Napoli) narrati da un onesto, Corrado Campanili, impiegato del personale contabile d'artiglieria sostenuto da venti testimoni, gli fruttò la destituzione. La legge Pica fu illegalmente applicata in Sicilia: vi furono città private di acqua per costringere i sindaci a consegnare i renitenti alla leva mentre non sapevano ove fossero, contadini bruciati vivi in casa, un sordomuto torturato, ventisette persone fucilate in due giorni, senza giudizio. E s'intende che in Sicilia allora non c'era il brigantaggio." (p. 68 ==> 88/316) E finalmente, il post plebiscitum, ce lo racconta il nostro concittadino Pietro Cavallo (1896): [p. 7] "II. Avvenuto poco appresso il Plebiscito, Ruggiero Bonghi {Ruggiero Francesco Saverio Vincenzo Giuseppe BONGHI (Napoli, 20/03/1826 - † Torre del Greco, 22/10/1895). Filologo, politico e accademico}

scrisse nel Nazionale: il breve corso di 24 ore ha completamente mutata la nostra situazione; noi ci siamo arrestati sul limitare dell'anarchia. A me sembra che quel prodigio di uomo, tutto assorto nella stampa del Nazionale per ravviare il falso indirizzo che prendeva la rivoluzione, non [p. 8] si era potuto bel accorgere del dietro-scena, che peggiore forse della stessa anarchia, minacciava di comparire spaventevole come l'ombra di Banco. Era una tremenda reazione, latente, sotterranea, come mina, che avrebbe fatto saltar in aria tutto l'edificio costruito dai liberali, lasciando dopo di sé ricordi spaventosi e lagrimevoli. Dico adunque che al limitare dello scampato precipizio non stava già l'anarchia, ma invece si facevano innanzi i Borboni con lo strascico d'infiniti guai. Infatti Francesco II si trovava ancora nel suo Regno appostato fra le fortezze di Capua e Gaeta con un forte nerbo di truppe che aveva condotto seco nell'uscire da Napoli. Era ben provvisto di cannoni e d'artiglieria, di cui difettavano i Garibaldini, i quali non avrebbero potuto, non dico espugnare, ma nemmeno avvicinarsi a quei formidabili baluardi. E poiché alle sue spalle si veniva accalcando l'esercito pontificio, comandato dal generale Lamoricière, che si era distinto nelle guerre d'Africa, il Re in quel luogo sicuro poteva attendere a suo bell'agio, e approfittare d'ogni occasione che gli si presentasse favorevole. Intanto ogni giorno entravano in Capua nuovi drappelli di soldati, tolti dai presidii che ancora rimanevano in piedi nel Regno, molti degli sbandati venivano spontaneamente ad arruolarsi di nuovo sotto le antiche bandiere. E così, sia per la presenza continua del Re, sia pel comando di bravi ufficiali rimasti fedeli ai Borboni, si venne formando un esercito ben agguerrito, piena di fiducia e volenteroso di battersi e di prendere la rivincita. [p. 9] Difatti non andò guari, e fu il primo ottobre, che le numerose truppe borboniche fecero una sortita da Capua, ed attaccando i garibaldini tra Maddaloni ed i Ponti della Valle, si

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spinsero sino a Caserta, e poco mancò che in quel giorno stesso non entrassero a Napoli, e non avvenisse una pronta ruina. E forse fu Nino Bixio l'angelo salvatore. Ad ogni modo quella sortita fu una semplice avvisaglia per sperimentare le proprie forze; ma doveva essere niente di fronte al grosso che si stava preparando, e che solamente a pensarlo fa rabbrividire. Avendo veduto che le sommosse parziali non approdavano a nulla, perché prontamente represse, si organizzò una reazione vigorosa e pronta a scoppiare simultaneamente, al dato segnale, in tutti i paesi del Regno. Un generale, uscendo da Capua, ne avrebbe preso la direzione ed il comando supremo, e con lui uscirebbero pure parecchie migliaia di soldati per servire di nucleo intorno a cui raggrupparsi le bande reazionarie. Era insomma la ripetizione del 99, ma più in grande e meglio organizzata; e con la differenza che allora v'era stato un Cardinale a capo delle turbe, e questa volta vi si sarebbe trovato un generale. La mala reazione aveva già distesi nel Molise i suoi maligni tentacoli; nelle Puglie poi stabilì il suo centro nel Gargano, ed in tutte le altre provincie erano sparsi qua e là dei focolari pronti a suscitare un vasto e sterminato incendio. Indi tutti i reazionarii raccolti in masse poderose ed ingrossando sempre più per via, a guisa di valanga [p. 10], dovevano dare ovunque nel loro passaggio la caccia ai liberali, e mettere a sacco e fuoco le loro abitazioni; e poscia dirigersi sopra Napoli, ed ivi assalire, avviluppare, distruggere sino all'ultimo gli armati garibaldini. Nel medesimo tempo sarebbe uscito da Capua Francesco II con il suo esercito, spazzando tutto il resto, per rientrare trionfante in Napoli fra il clamore e lo schiamazzo della plebe e dei soldati. Io ho accennato soltanto i preparativi dell'opera infernale ordita a Capua, alla esecuzione della quale già si era messo mano, quando avventurosamente fu strozzata al primo atto, come racconterò appresso. Oltre a tanto lavorio interno, i Borboni non trascurarono l'aiuto che loro poteva venire da fuori. Una circolare spedita a tutte le potenze d'Europa e contrassegnata da Pietro Ulloa, giurista, magistrato, ministro e scrittore non spregevole, fece impressione agli stessi liberali: pel tono vibrato onde era scritta. Io non l'ho presente, ma essa in fondo, alludendo alla probabile venuta di Vittorio Emmanuele in Napoli, si esprimeva presso a poco così: <<che Francesco II era ancora nel suo regno, e perciò spettare a lui solo, senza l'ingerenza di altri, il dover derimere le quistioni coi suoi sudditi. Accadrebbe un fatto strano e nuovo nella storia, e contrario ad ogni dritto delle genti, che mentre il Re legittimo risiedeva nei suoi Stati venisse un altro Re a spodestarlo, e ciò senza alcuna previa dichiarazione di guerra, senza rotture diplomatiche, senza altro motivo [p. 11] che un indirizzo firmato od estorto. Lasciar quindi perpetrare un simile scandalo equivarrebbe come ad un tacito consenso, stabilendo e consacrando in tal modo un antecedente ed un principio atto a minare dalle basi non solo la sua monarchia, ma eziandio quelle di tutta Europa>>. Infine si faceva un caloroso appello agli Imperatori d'Austria e di Russia, rammentando che la dinastia dei Borboni di Napoli, regnante ivi da circa due secoli, aveva mantenuto sempre vincoli di grande amicizia ed anche di parentela con i loro potenti imperi, ed era stata in ogni evenienza da essi sostenuta e garantita. E che perciò uno sfregio fatto alla sua corona ricadrebbe in parte anche sulla loro ecc. ecc. La detta circolare e le pratiche che in seguito l'accompagnarono ottennero il loro effetto, poiché si stabilì di tenere in proposito un convegno a Pietroburgo tra il re di Prussia e gli Imperatori d'Austria e di Russia, convegno che poi sfumò per i rapidi e straordinarii avvenimenti poco dopo sopraggiunti. Oh fallacia degli uomini! Quel Re si appellava e cercava aiuto alle potenze di Europa per impedire la venuta in Napoli di Vittorio Emmanuele, ed intanto Bertani e compagni lavoravano contemporaneamente nello stesso senso ed al medesimo scopo, in guisa che erano divenuti, senza volerlo, i veri coadiutori di Francesco II!

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Da quanto sin qui son venuto narrando, pare che io non mi sia male apposto nel dire che non [p. 12] già l'anarchia stava alle porte, secondo annunziò il Bonghi, ma bensì i Borboni i quali sarebbero tornati in Napoli più che mai feroci e vendicativi. E per dare un esempio di quello che avrebbero fatto, mi basti riferire, che Francesco II nel lasciare Napoli disse a Liborio Romano che gli augurava un pronto ritorno: non mi faccia di questi augurii, che se io tornassi le farei la capo. Ora se nell'uscire meditava simili propositi di vendetta, di far mozzare il capo a Liborio Romano, ognuno può immaginare quali sorti erano riserbate ai poveri napoletani al suo ritorno. {Il che confligge con quello che sappiamo del carattere del re. Vd. la Prefazione di Oscar De Poli} III. In sì terribili frangenti vegliava la Provvidenza alla salvezza della nostra cara patria. Francesco II, Pietro Ulloa e tutti i borbonici si credevano sicuri del fatto loro, credevano che avrebbero ripreso le redini del Regno; come era avvenuto in altri tempi. Ma questa volta però fallirono le vane immaginazioni. Con le vittorie di Magenta e Solferino fiaccata l'Austria in Lombardia, fuggiti i principi di Toscana, Modena e Parma, scacciato il Borbone da Napoli, pareva oramai giunta l'ora propizia, dopo lotte sostenute da secoli, di veder l'Italia assorgere a grande nazione. Ma giusto in quell'ora propizia si scatenavano fra gli stessi liberali tante e sì diverse passioni politiche ed odii e gare feroci di partiti, e s'aggiungevano tranne dei principi [p. 13] spodestati e dei loro partigiani che soffiavano continuamente sul fuoco, da far temere di perdere in breve ed irreparabilmente tutto quello che sino allora con miracolosi prodigi si era guadagnato. Per fortuna l'Italia non era in quel momento <<nave senza nocchiero in gran tempesta>> perché stava già all'erta Camillo Cavour, il gran nocchiero. Sin dal 1854 con la spedizione in Crimea inviando l'esercito piemontese a fianco dei Francesi e degl'Inglesi egli aveva assunto l'impegno di patrocinare la causa d'Italia innanzi all'Europa. Ed invero nel congresso tenuto l'anno appresso a Parigi, di fronte all'ambasciatore d'Austria e dei plenipotenziarii delle principali potenze, fu lui che la difese a viso aperto. E a lui adesso incombeva il grande compito di condurla a glorioso porto. Non appena adunque si avvide che la rivoluzione epica di Garibaldi nel reame di Napoli stava per soccombere, col pericolo di trascinare fatalmente nella catastrofe le altre regioni d'Italia, ordinò una pronta spedizione di truppe piemontesi nelle provincie napoletane, e ne affidò il comando al generale Cialdini. Napoleone III fu messo a parte dell'impresa, e disse: io chiudo gli occhi, ma fate presto, perché fra poco non sarete più a tempo, ed anch'io mi troverei impacciato. Cialdini non marciò, ma corse, e giunto presso le mura di Ancona sbaragliò l'esercito pontificio che gli voleva sbarrare il passo, facendo prigioniero lo stesso Lamoricière. Senza tregua, correndo sempre, varcò le frontiere napoletane, e quivi ben poteva dire come [p. 14] Cesare nel passare il Rubicone, alea jam jacta est. In quel frattempo il generale Scotti, ignaro affatto della subitanea entrata di Cialdini, era uscito da Capua con tre mila soldati borbonici per inalberare il vessillo della reazione. Marciava sicuro e tranquillo, dirigendosi verso la contrada detta del Macerone, quando gli piombò addosso, come fulmine a ciel sereno, il Cialdini che lo costrinse ad arrendersi con tutta la sua milizia. Intanto i reazionarii del Molise, che si trovavano i più vicini, avuto il segnale e l'avviso della uscita del generale Scotti da Capua si levarono prontamente in armi e si avviarono al Macerone, per unirsi ai soldati borbonici e procedere insieme nelle provincie a suscitare ed accendere il fuoco della ribellione universale. Ma qual fu la loro meraviglia nello scorgere invece i bersaglieri! E siccome prima di allora non avevano mai veduto quei soldati con le penne al cappello li scambairono per garibaldini provenienti da Napoli. E si rinfrancarono subito al pensiero che quelli intrusi sarebbero presi ben tosto tra due fuochi, cioè tra loro ed il generale Scotti, che non poteva trovarsi molto lontano. Rassicurati quindi da tale falsa idea surta

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nella loro mente si misero allegramente a beffeggiare i bersaglieri per quelle penne sventolanti al vento, gridando da lungi e chiamandoli: pennachiueli, pennacchiueli. Ma quando udirono tuonare il cannone allibbirono, massime poi nell'accorgersi che i soldati borbonici, predestinati loro compagni al saccheggio ed [p. 15] ai massacri, venivano indietro prigionieri e scortati da due file di coloro ch'essi per ischerzo chiamavano pennacchiueli. Allora colti da grande panico si diedero a precipitosa fuga, rintanandosi nelle loro case .(1) [(1) Quella scena avvenua nell'incontro dei reazionaii del Molise con i bersaglieri piemontesi mi fu narrata dal prof. Antonio Cardarelli, stando insieme coi professori Amabile e Buonomo nel Caffè della Perseveranza.]

Così fu spenta sul nascere quella maledetta reazione, che lasciata divampare, avrebbe arrecato ovunque lo sgomento e l'esterminio. E dopo ciò è lecito sperare che il memorabile fatto rimanga come monito e ricordo incancellabile nella storia del nostro Risorgimento." E bravo il carovignese!?: esaltava Cavour alla grande nocchieria, accusava il re Francesco II d'essere vendicativo ed elogiava il Cialdini per aver spento sul nascere quella maledetta reazione, e non s'avvedeva delle nefandezze che venivano compiute sotto i suoi occhi. È ovvio che il Cavallo era, per così dire, un liberale, e parimenti ovvio che le sue parole, occorre passarle al setaccio della malevolenza antiborbonica. L'aver qualificato Francesco II come vendicativo è però una piccineria imperdonabile, stante la sua pietà e la morbidezza d'animo [Jaeger (1982), p.155], e stante altresì la bontà e la benevolenza, costituenti l'essenza del suo carattere, l'intelligenza di cui era generosamente dotato, e la sua voce dolce, ma netta, benevola. [O. De Poli (1865), p. 26 ==> 34/505] "Francesco II - precisa lo stesso De Poli -, sin dalla più giovane età, lasciò trasparire un carattere precocemente riflessivo, naturalmente riservato, e al contempo una intelligenza vigorosa e una inesauribile bontà." (Ibidem) A corroborazione di questo giudizio dal De Poli, riferisco quello di Nicola Bernardini (1865), che, in Ferdinando II a Lecce (14-27 Gennaio 1859), scrive che Francesco, figliuolo del re Ferdinando, "viveva una vita quasi monastica in un'angustissima cameretta della Reggia." (p. 6) Ma la colpa più grave commessa dal carovignese Cavallo è che non sapesse del coetaneo Salvatore Morelli e della sua opera, La donna e la scienza, nella quale parlava, per l'appunto, di Francesco II e della sua venuta a Lecce, quando lo mandò a chiamare, ed egli si rifiutò di andarci perché riteneva fosse un errore. Francesco II, che non era affatto vendicativo, voleva conoscere di persona il Nostro, condannato dalla Gran Corte Criminale di Lecce, il 17 aprile 1849, a otto anni di relegazione per infrangimento, per solo disprezzo, delle immagini del Re e della Regina, situate nel Corpo di Guardia di Carovigno, e altresì per discorsi e fatti pubblici contro la sacra persona del Re con lo scopo di spargere malcontento contro il governo. [p. 5. Ferdinando De Simone (2018), Volume Primo]

A proposito di Cialdini {Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8/08/1811 - † Livorno, 8/09/1892). Duca; Diplomatico, Militare di carriera (esercito). Deputato Regno di Sardegna: VII leg. - Regno d'Italia: VIII leg.; Senatore del Regno d'Italia: VIII leg. (nomina regia)}, è bene leggere quel che scrive Pier Giusto Jaeger (1982) su di lui. Questi aveva inviato un inqualificabile messaggio al Ritucci {Giosuè Ritucci Lambertini di Santanastasia (Napoli, 8/04/1794 - † 31/01/1870). Generale e politico; Ministro della Guerra del Regno delle Due Sicilie} "nel quale gli comunicava che <<laddove fosse torto un solo capello ai prigionieri garibaldini, sarebbesi usate rappresaglie sul generale Scotti e sugli altri prigionieri presi al reale esercito>>. {Vd. sopra: Battaglia sul Macerone} Casella rispose con una delle sue note ragionate e nobilmente convincenti, che comincia respingendo le accuse. I napoletani riservano ai prigionieri un <<trattamento umano e generoso>>, esteso anche ai garibaldini, che pure, <<per le leggi di guerra [...] avrebbero senza alcun dubbio meritato la pena che suol darsi ai pirati>>. Ciò premesso, passava a dimostrare, non senza una sottile ironia, l'evidente contraddizione nel comportamento degli invasori, i quali, da un lato, proclamavano

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di godere <<dell'unanimità del voto popolare di un cangiamento di governo>> (allusione al plebiscito che si era appena tenuto, con le modalità che vedremo tra breve), dall'altro erano costretti a fucilare i <<borghesi>> che prendevano le armi in difesa del loro <<principio legittimo>>. I borbonici avevano risparmiato i loro stessi soldati che si erano fatti garibaldini; mentre i luogotenenti del re di Sardegna <<si attribuivano il diritto di mettere a morte>> i cittadini di un altro Stato, che avevano come unica colpa quella di essere rimasti leali e fedeli. E infine, come potevano protestare, proprio i piemontesi, contro la formazione di milizie volontarie, dal momento che le avevano inventate loro? Ne reclamavano forse il <<privilegio esclusivo>>?" (pp. 154-155) 2.20. CAROVIGNO: Attentato e cospirazione contro il Governo. "E Carovigno?", direbbe il lettore carovignese, attento e perspicace. "Tranne qualche accenno sporadico, non v'è traccia in questo studio personale. E dovrebbe esserne la parte principale!?" E così sia! Rispondo anzitutto con Michela Pastore che, ne I processi politici della Gran Corte Criminale e Speciale di Terra d'Otranto dal 1821 al 1861, riporta il n. 262. "Attentato e cospirazione nel fine di distruggere e cambiare il Governo di V. Emanuele re d'Italia e Giuseppe Garibaldi dittatore delle Due Sicilie. Discorsi e fatti pubblici allo scopo di spargere il malcontento contro il prelodato Governo; avvenuti in Carovigno nel dì 7 e 8 settembre 1860, a carico di: Ø Giovanni Demilato Ø Innocenzo Magli Ø Giovanni Sacchi Ø D. Felice Sacchi, arciprete; tutti di Carovigno. Processo n. 262, di filza 1 (già n. 79)". (p. 114 ==> 7/37) Ed è subito una tremenda mazzata inferta al buon senso: questo voler porre Vittorio Emanuele come re d'Italia prima ancora del plebiscito e del relativo regio decreto di annessione è davvero una truffa colossale. Proseguo con Laura Alvaro, secondo la quale, il 6 settembre 1860, il comune di Ostuni, primo fra tutti, proclamò il governo provvisorio e che il giudice di San Vito, Sig. Messina, "ce ne ha tramandata la narrazione, scritta con vivo entusiasmo". Precisa poi che "anche a Carovigno di lì a qualche giorno scoccò l'ora fatale della caduta del governo borbonico; [e che] qua e là nella Provincia, avvenivano dimostrazioni in occasione dell'adesione chiesta e inviata al governo provvisorio costituitosi in Lecce. Spiega infine che tale governo, "composto da Oronzo De Donno di Maglie, dall'avv. Vincenzo Cepolla di San Cesario, e da Bonaventura Mazzarella di Gallipoli", il 1° settembre {1860}, diramava un decreto di 8 art., avente come intestazione: "Vittorio Emanuele - re d'Italia, - Giuseppe Garibaldi - Dittatore nelle due Sicilie - Il governo provvisorio della provincia di Terra d'Otranto. .....". Conclude sostenendo che "con questo documento il Governo borbonico nella nostra provincia scendeva nella tomba, nella quale, contro la illusione di pochi speranzosi, che pur qui non mancavano, doveva rimanere definitivamente sepolto." (pp. 72-73. Agitazioni nel Salento alla Vigilia del Plebiscito, Dicembre 1921)

La Alvaro neglige di rilevare una lampante incongruenza tra l'asserito, per così dire, Governo savoiardo e il legittimo e reale Governo borbonico, che non poteva di certo, de jure, essere seppellito da siffatto documento. Ed ecco infine il Tentativo di reazione a Carovigno, così come di seguito documentato da Antonio Satriani (1962): L'ATTIVITÀ DEL GOVERNO PROVVISORIO DI OSTUNI NEL SETTEMBRE 1860 ALLA LUCE DI DOCUMENTI INEDITI.

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Elenco dei documenti inediti esaminati e integralmente pubblicati nel presente studio. Tali documenti sono elencati cronologicamente. Il Consiglio Provvisorio di Ostuni partecipa al Governo Provvisorio di San Vito, che ne informa il Giudice Giuseppe Messina, l'ingresso di Garibaldi in Napoli, avvenuto alle ore 17 e 1/2 del 7 settembre 1860. Si stabilisce di solennizzare il lieto avvenimento. (Datato 8 settembre 1860). Il Canonico Tamburini, capo del Governo provvisorio di Ostuni, ringrazia il giudice Messina e il Corpo Municipale di San Vito per aver fatto intervenire la banda musicale ai festeggiamenti per l'ingresso di Garibaldi in Napoli. (7 sett. 1860). Nota del Governo Provvisorio di Lecce, a firma Oronzio De Donno, con cui si accompagna il proclama ufficiale del Governo Provvisorio di Lecce. (9 sett. 1860). Proclama del Governo Provvisorio di Lecce. (15 sett. 1860). Il Gov. provv. di Ostuni informa il giudice Messina che il segretario Comunale di Carovigno, Giovanni De Milato, è stato arrestato per segni patenti contro il nuovo governo. (12 sett. 1860). Il Gov. provv. di Ostuni invia al giudice Messina una relazione sui motivi dell'arresto del De Milato e di altri. (12 sett. 1860). Relazione del giudice Messina sulla deliberazione firmata dalla Giunta insurrezionale di San Vito, per procedere alla perquisizione domiciliare di attendibili borbonici, tra i quali il Carmelo Cavaliere. (13 sett. 1860). Il Sindaco della Giunta insurrezionale di San Vito, Azzariti, informa il giudice Messina che Natale Ciriolo ha tentato di dissuadere i cittadini dall'arruolarsi con Garibaldi. (14 sett. 1860). L'Intendente della Provincia di Terra d'Otranto, Alfonso De Caro, scioglie, secondo ordini ricevuti, il Governo provv. e le Giunte insurrezionali. (15 sett. 1860). I Membri dell'ex governo provvisorio di Ostuni si dichiarano lieti che il giudice Messina invii il processo a carico dei reazionari borbonici di Carovigno. (17 sett. 1860). Il canonico Tamburini assicura il giudice Messina di aver consegnato gli atti del processo contro i reazionari di Carovigno al colonnello Bimasco. (20 sett. 1860). Il giudice Messina informa il Governatore di Lecce del disarmo operato in San Vito di un gruppo di reazionari borbonici e stende una relazione sulle armi reperite. (21 sett. 1860). Il canonico Tamburini assicura il giudice Messina di aver ricevuto il plico contenente il processo contro il De Milato. (21 sett. 1860). I Membri del Governo Provvisorio di Ostuni informano il giudice Messina che oltre al De Milato vi sono in Carovigno altri individui complici e sospetti d'una reazione e inviano un pro memoria di imputazioni contro il De Milato. (27 sett. 1860). Il Procuratore Generale di Lecce ordina la scarcerazione del De Milato. (27 sett. 1860). Il canonico Tamburini si lamenta col giudice Messina della scarcerazione del De Milato e nota che molti sono i borbonici da cui devono guardarsi. (2 ott. 1860). Il Governatore di Lecce chiede al giudice Messina il motivo che diede luogo al disarmo di Carmelo Cavaliere. (8 nov. 1860). Il Governatore De Caro sollecita il giudice perché faccia pervenire una relazione sul disarmo del Cavaliere. Il Governatore De Caro ordina al giudice Messina la restituzione delle armi al Cavaliere. (9 nov. 1860). Certificato dei membri dell'ex governo provvisorio di Ostuni, i quali dichiarano che il Cavaliere e altri tentavano promuovere la discordia civile e la reazione in San Vito. (23 nov. 1860). Relazione del giudice Messina sulle cause che dettero luogo al disarmo del Cavaliere. (11 nov. 1860).

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Certificato dei membri dell'ex governo provvisorio di Ostuni sulle cause che dettero origine al disarmo di Carmelo Cavaliere ed altri da San Vito. (29. nov. 1860). Foglio di informazioni a stampa, pubblicata in Napoli il 26 nov. 1860, in cui si mette in evidenza che l'Intendente De Caro è da reputarsi colpevole di favorire i moti reazionari dei filo-borbonici di Ostuni e di San Vito. Elenco dei cittadini attendibili filo-borbonici di San Vito e Carovigno, in numero di 44. *§* LA SITUAZIONE POLITICA NEL SETTEMBRE 1860 NEI COMUNI DI SAN VITO, OSTUNI E CAROVIGNO. Il giudice Giuseppe Messina, che nel turbinoso e fatidico 1860 amministrava la giustizia nel Circondario di San Vito, comprendente anche le cittadine di Ostuni e Carovigno, tutti in provincia di Terra d'Otranto, come nel tempo della temeraria e fortunata impresa garibaldina veniva comunemente chiamata, stilò un lungo elenco dei sorvegliati politici, in quanto attendibili filoborbonici, del suo circondario. Qui, infatti, come del resto in tutte le altre grandi e piccole città del meridione d'Italia, lo sbarco di Garibaldi e la sua susseguente avanzata liberatrice, aveva commosso gli animi trepidi dei nazionalisti, repubblicani o monarchici, liberali di destra o di sinistra, incitandoli a formare Giunte insurrezionali e Governi provvisori che ebbero vita breve ma impetuosa. D'altro canto ugualmente numerosi erano coloro che mal si assoggettavano ad un prossimo seppur inevitabile radicale mutamento di regime e di governo che avrebbe sovvertito o quanto meno turbato l'ordine sociale ed economico, rivoluzionato sistemi, ormai accettati, di vita che trovavano la loro forza nei secoli e nella tradizione, e palesemente manifestavano le loro idee conservatrici e filoborboniche. Altri poi, numerosi anch'essi, consigliati forse dalla esperienza, restavano in passiva attesa dello svolgersi degli avvenimenti, senza mostrare entusiasmo o favore per le due parti in lotta, forse ricordando la famosa favola di Esopo dell'asino e i ladri, secondo il cui ragionamento il mutamento di padroni non avrebbe significato necessariamente un miglior destino per il popolo. In tutte le classi sociali delle cittadine di San Vito, Ostuni e Carovigno si trovavano esponenti di tali caratteristici atteggiamenti, ognuno dei quali poteva allora trovare una corrispondente giustificazione. Dall'elenco compilato dal giudice Messina, nell'archivio della cui famiglia sono stati reperiti tutti i documenti che saranno di volta in volta presentati e che hanno fornito l'argomento del presente studio, dei cittadini di San Vito e Carovigno attendibili politici e quindi da sorvegliare, risultano i seguenti nominativi: 1a Categoria dei sorvegliati: AZZARITI Don Vito, proprietario, da San Vito AZZARITI Don Raffaele, proprietario, da Carovigno CAVALLO Don Giuseppe, architetto, da Carovigno CARLUCCI Don Vincenzo, fu Salvatore, da Carovigno CARLUCCI Don Andrea Gennaro, notaio, da Carovigno FILOMENA Don Francesco, legale, da Carovigno GRECO Don Rocco, sacerdote, da San Vito DEL FRATE Don Pasquale, medico, da Carovigno DEL FRATE Don Gaetano, legale, da Carovigno LEO Don Luigi, proprietario, da San Vito LANGILLOTTI Don Tommaso, proprietario, da San Vito MORELLI Don Salvatore, legale, da Carovigno PRIMA Don Abele, sacerdote, da Carovigno DA SAN VITO P. RAFFAELE, monaco officiante, da Carovigno

2a Categoria dei sorvegliati:

BRANDI Don Giuseppe, proprietario, da Carovigno BRANDI Don Lorenzo, proprietario, da Carovigno BRANDI Don Tommaso, proprietario, da Carovigno

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BRUNI Don Carmine, proprietario, da Carovigno BRUNI don Giuseppe, proprietario, da Carovigno BUONFANTI Vito, caffettiere, da San Vito CARLUCCI Don Renato, proprietario, da Carovigno CAVALIERE Carmelo. falegname, da San Vito DEL FRATE Don Ignazio, proprietario, da Carovigno FRANCAVILLA Don Domenico, farmacista, da San Vito FRANCIOSO Teodoro, conciapelli, da Carovigno PATACCA Don Francesco, agrimensore, da San Vito SANGES Don Pasquale fu Vincenzo, proprietario, da Carovigno SAPONARO Don Michele fu Francesco, proprietario, da Carovigno SAPONARO Don Luciano di Michele, proprietario, da Carovigno SANTORO Fedele, sarto, da Carovigno SPAGNOLO Don Pascale, proprietario, da Carovigno SPAGNOLO Don Emilio, sacerdote, da Carovigno SCARANO Don Giuseppe, proprietario, da Carovigno

3a Categoria dei sorvegliati:

ANDRIANI Don Francesco, proprietario, da Carovigno ALBANESE Don Domenico, sacerdote da San Vito BAGNOLO {recte: Bagnulo} Francesco, calzolaio, da Carovigno CRATI {recte: Cretì} Nicola, proprietario, da Carovigno Sig. D'ADAMO Giuseppe, proprietario, da Carovigno DE MOLA Don Vincenzo, proprietario, da Carovigno DE LEONARDIS Leonardo, proprietario, da San Vito LO RE Don Francesco, legale, da San Vito SACCHI Don Giacomo, proprietario, da Carovigno TRIPOLINI Don Luigi, proprietario, da Carovigno TADDEO Vincenzo, proprietario, da San Vito.

Documento n. 24 dell'elenco Riassumendo l'elenco dei sorvegliati di 1a, 2a e 3a categoria si nota che dodici cittadini di San Vito vi facevano parte così distribuiti: cinque proprietari, due sacerdoti, un farmacista, un legale, un caffettiere, un falegname, un agrimensore. A Carovigno i sorvegliati delle tre categorie erano trentadue e precisamente diciannove proprietari, tre sacerdoti, quattro legali, un medico, un sarto, un calzolaio, un conciapelli, un notaio ed un architetto. Abbiamo voluto soffermarci sulla condizione sociale dei sorvegliati politici di San Vito e Carovigno per notare che su 44 attendibili filo-borbonici elencati dal giudice, ben 24 erano costituiti da proprietari di terreni, i quali pensando che il nuovo regime, oltre che a dividere le terre, sarebbe stato costretto ad un prossimo ed inevitabile forte inasprimento fiscale per far fronte ai maggiori bisogni di un territorio più vasto, pubblicamente manifestavano tali timori, del resto non completamente infondati, irritando in tal modo i nazionalisti locali, che un tempo divisi tra loro per diversità di indirizzi e di finalità, si trovarono uniti e d'accordo nell'ora dell'azione e del riscatto. Anche nel Clero si trovava chi, come il canonico Tamburini, il sacerdote Cisaria, Don Giovanni Calcagni era noto per i suoi accesi sentimenti patriottici, tanto da far parte del Governo Provvisorio locale, ma non mancavano monaci e sacerdoti che, dall'altra parte del fosso, gravi ed immediati pericoli ai danni della Chiesa e del regno pontificio intravedevano nel movimento unitario nazionale, per essi sovvertitore della società e negatore dei diritti ecclesiastici. Artigiani e professionisti, contadini e proprietari, popolo ed autorità costituite si annoveravano numerosi, or palesemente or nascostamente, sia tra le fila dei nazionalisti, sia in quelle dei filo-borbonici, sia, infine, tra coloro che assistevano passivi ed apatici agli avvenimenti, o per paura o per quietismo. Dall'11 maggio, sbarco dei Mille a Marsala, al 19 agosto, passaggio dello stretto di Messina dei garibaldini, più profondo ed incolmabile si manifesta il distacco ideologico delle due

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opposte correnti di cui s'è parlato e che subito dopo sfoceranno in perquisizioni domiciliari, arresti, denunzie e tentativi di reazione. Nel pomeriggio del sette settembre del 1860 Garibaldi entra trionfalmente in Napoli e da tale data ha inizio appunto l'analisi dei fatti che, attraverso l'esame dei documenti, intendiamo esporre. RIPERCUSSIONI DELL'ENTRATA DI GARIBALDI IN NAPOLI NEL CIRCONDARIO DI SAN VITO In data 8 settembre perviene al giudice Messina, anch'egli della corrente nazionalista, l'ufficiale comunicazione da parte del governo provvisorio di San Vito, che a sua volta ne aveva ricevuto partecipazione dal governo provvisorio di Ostuni, dell'ingresso in Napoli di Garibaldi, avvenuta il giorno prima alle ore 171/2. Viene stabilito e confermato di solennizzare il lieto avvenimento con funzioni religiose, con l'intervento del Clero, della Guardia Nazionale, costituita nell'agosto, e del popolo. Il giudice Messina, legato al canonico Angelo Tamburini, capo del governo provvisorio di Ostuni, oltre che dalla stessa ideologia politica, anche da profonda amicizia, organizza ed invia ad Ostuni la banda musicale. Ecco i due documenti. <<GOVERNO PROVVISORIO DI OSTUNI. N. 1 Signore, I componenti il Governo Provvisorio di Ostuni partecipano ciò che segue: "Signori. Il Generale Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie alle ore 171/2 d'Italia, nel giorno sette fece il suo ingresso in Napoli; questa Giunta festeggi con solenne pompa questo lieto avvenimento facendo cantare in questa chiesa maggiore di San Vito il solenne Tedeum coll'intervento del Clero, guardia nazionale e Popolo. I membri del governo provvisorio: Seg.rio LUIGI TRINCHETTO ANGELO Sac.te TAMBURINI Noi quindi nel comunicarle tal Superiore disposizione ne incarica (!) lo adempimento e ne assumerà (!) la ricezione. San Vito, lì 8 settembre 1860 I Componenti il Governo Provv. DOMENICO ALBANESE COSTANTINO AZZARITI FRANCESCO LEO *§* Al Sig. Giudice del Circondario di San Vito Mio caro giudice, Rendo a voi ed a codesto Corpo Municipale per il favore reso a questa mia patria per la banda qui venuta a solennizzare questo gran giorno. Voi state per ora in San Vito a dispetto dei birbanti che moriranno arrabbiati, in appresso spero che conseguirete un posto più distinto. Raccomando al Sindaco la sorveglianza degli empi ed ostinati borbonici. Operi con coraggio ed energia, e poi riferisca a me. Vi abbraccio. Ostuni, 7 7bre. ANGELO TAMBURINI>> *§* Documenti n. 1 e 2 dell'elenco. Che, dunque, in San Vito, come ad Ostuni ed a CAROVIGNO numerosi fossero i <<borbonici>> ai quali il Tamburini augura una fine poco gloriosa, appare evidente dalla sua viva raccomandazione di intensificare la sorveglianza dei <<birbanti>> e per impedire eventuali movimenti di reazione.

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IL NUOVO ORDINE DI COSE Al giudice Messina perviene intanto da Lecce la seguente lettera del Presidente del Governo Provvisorio di Lecce, Oronzio De Donno, con cui accompagna il proclama promulgato dai Membri del Governo Provvisorio di Terra d'Otranto, diretto a tutte le Autorità civili, militari e religiose della provincia. RESIDENZA DEL GOVERNO PROVVISORIO NEL PALAZZO DELL'EX INTENDENTE Lecce 9 settembre 1860 Signori, Mi onoro inviare alle SS.VV. il proclama che è stato qui promulgato ed al quale Elleno daranno la più estesa pubblicità sotto la loro più stretta responsabilità, a seconda de' doveri insiti nella carica che si occupa. Abbiano la bontà d'assicurarmi della ricezione, e ciascuna delle SS.VV. dica al più presto in quale modo il nuovo ordine di cose è accolto. Le assicuro intanto, che generalmente parlando, il Governo Provvisorio ha fiducia nell'onestà e nell'Italianità delle SS. VV. Il Presidente ORONZIO DE DONNO Ai Signori Giudici Circondariali, Sindaci, Capitani della Guardia Nazionale, e Parrochi del Comune di ........... *§* Documento n. 3 dell'elenco Il De Donno, nella lettera sopra riportata, manifesta la preoccupazione, del resto non infondata, come dimostrano i successivi avvenimenti, che il nuovo ordine di cose, atteso da molti e temuto da pochi, non avesse a consigliare ai delusi ed agli appagati, atti d'intemperanza che, in ogni caso, le autorità costituite avrebbero dovuto stroncare. Poteva bastare ad accendere la scintilla della lotta civile o rinfocolare quanto meno un odio sopito, uno stemma borbonico difeso o non prestamente sostituito negli spacci pubblici, una bandiera tricolore non salutata, una parola arbitrariamente interpretata, un atteggiamento ritenuto offensivo, l'uso di un sigillo borbonico usato in attesa dei nuovi, il rifiuto di prestar giuramento al nuovo governo, la ritrosia ad associarsi a solennizzare i tempi nuovi, tutto poteva dare origine a condannabili intemperanze. Occorreva dare una temporanea sistemazione alla vita pubblica ed amministrativa del territorio di Terra d'Otranto, e il Governo Provvisorio della provincia promulga infatti il seguente decreto con immediata decorrenza. VITTORIO EMANUELE RE D'ITALIA GIUSEPPE GARIBALDI DITTATORE DELLE DUE SICILIE _________§§§________ IL GOVERNO PROVVISORIO DELLA PROVINCIA DI TERRA D'OTRANTO Al sorgere del nuovo e bene augurato ordine di cose, è necessità attemperare ad esso le leggi d'ogni maniera, le Amministrazioni civili e giudiziarie, l'organico di tutte le pubbliche Autorità, laonde è devenuto a decretare quanto segue: Art. 1. - Tutti gli atti del Governo, ed ogni altro di pubblica Autorità e pubblico Ufficio avranno la intestazione Vittorio Emanuele Re d'Italia una e Giuseppe Garibaldi Dittatore delle due Sicilie. Art. 2. - Le leggi, Decreti, rescritti, e Regolamenti già esistenti, resteranno provvisoriamente in vigore, salvo in quelle parti che contraddicono al presente ordine governativo. Art. 3.- Tutte le pubbliche officine, i luoghi di spacci privilegiati che nel passato tenevano lo stemma del governo Borbonico, da ora innanzi dovranno fregiarsi di quello della regnante Casa del Re d'Italia - Vittorio Emanuele. L'adempimento di questa parte si farà fra lo spazio di giorni dieci a contare dalla pubblicazione del presente Decreto ed a spese di chi ragione.

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Art. 4. - Tutti i Funzionari ed impiegati del Ramo Amministrativo e Giudiziario resteranno ai loro posti, continuando l'esercizio della loro carica; ma con l'obbligo di prestare adesione al Governo di Vittorio Emanuele Re d'Italia ed al Dittatore delle due Sicilie Giuseppe Garibaldi, con quei modi che vengono in apposita circolare significati. Art. 5. - I Funzionari che a norma dei Regolamenti in vigore sono tenuti ad improntare di sigilli o tabellionati i loro atti per la validità ed autenticità degli stessi, provvisoriamente ne vanno dispensati, senza che ciò induca in vizio di sorta o di nullità; dovranno però in quegli atti medesimi dichiarare la omissione della impronta del suggello per virtù del presente Decreto. I Funzionari saranno tenuti di provvedersi di nuovi suggelli o tabellionati nel termine e modo verrà prescritto. Art. 6. - Si userà provvisoriamente della comune carta da bollo di qualunque dimensione e valore fino a quando non sarà provveduto altrimenti. Art. 7. - Ogni disposizione contraria al presente Decreto rimane provvisoriamente rivocata. Art. 8. - Le Autorità costituite del nuovo ordine di cose, sono rispettivamente incaricate ad invigilare per la esatta esecuzione del presente sotto la più stretta responsabilità. Lecce 10 settembre 1860 I Membri componenti il Gov. Provv. Oronzio De Donno Vincenzo Cepolla Bonav. Mazzarella Pervenuto il giorno 15 settembre 1860>>. *§* Documento n. 4 dell'elenco. I TENTATIVI DI REAZIONE A CAROVIGNO L'entrata trionfale in Napoli di Garibaldi eccita e commuove gli animi nazionalisti di Carovigno, i quali, il giorno 7, organizzano la Giunta Insurrezionale. Ne fanno parte D. Domenico Albanese, D. Costantino Azzariti, D. Francesco Leo e D. Vito Azzariti, in qualità di segretario. Le Giunte Insurrezionali, sorte non soltanto nel territorio di Terra d'Otranto, ma anche, in diverso tempo, in Calabria, in Lucania e Campania, si differenziavano dai Governi Provvisori per attribuzioni e finalità. Le prime erano in sostanza comitati rivoluzionari d'azione che avevano lo scopo di favorire l'avanzata garibaldina, arruolare nuovi volontari, raccogliere e spedire somme per il proseguimento della lotta per l'unità nazionale, di eccitare gli animi ad accettare con gioia il nuovo ordine di cose. I Governi Provvisori avevano invece il compito di emanare decreti amministrativi e giudiziari di valore temporaneo, ad evitare che si verificassero turbamenti dannosi in mancanza d'un indirizzo giuridico. A Carovigno, l'esecuzione del decreto del Governo Provvisorio di Terra d'Otranto, con cui si ordinava che gli stemmi e le bandiere borboniche dovessero essere sostituiti con gli emblemi sabaudi e con l'effigie di Vittorio Emanuele e che gli impiegati dovessero prestare formale adesione al nuovo Governo, trovò un'improvvisa e tenace opposizione in un folto gruppo di filoborbonici locali, di cui erano esponenti il cancelliere comunale D. Giovanni De Milato, D. Innocenzo Magli, D. Giacomo Sacco, l'Arciprete D. Felice Sacco, ma del quale facevano parte molti altri scontenti del nuovo regime, tanto da costituire un vero partito di devoti borbonici. I membri del Governo Provvisorio di Ostuni, informati di quanto avveniva a Carovigno e preoccupati che l'atteggiamento del cancelliere municipale, capo del gruppo di oppositori, non avesse a promuovere la reazione, ordinano l'arresto del De Milato e ne danno notizia al giudice Messina. *§* GOVERNO PROVVISORIO DI OSTUNI

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N. 26 OSTUNI, 12 7bre 1860 Signore, avendo avuto legale notizia che il Cancelliere comunale di Carovigno ha dato segni patenti di opposizione al novello Governo, con disprezzo e gravi ingiurie a chi legalmente costituito lo rappresenta, potendo, in tal modo, promuovere la reazione, così noi, nella pienezza dei nostri diritti, abbiamo ordinato l'arresto del medesimo, facendolo condurre in questa prigione, pel migliore andamento della cosa. Ne le diamo avviso, per tutto quello che in prosieguo Ella potrà esserne incaricato. I membri del G. Provvisorio Angelo Tamburini Giuseppe Cisoria Giuseppe Proff. Camassa Giov. Calcagni Sac.te Al Giudice di San Vito Documento n. 5 dell'elenco Da un <<foglio di lumi>> contenuto nel successivo rapporto sulle cause che avevano dato luogo all'arresto del De Milato si desume quanto gravi fossero le imputazioni mosse al cancelliere e ad altri devoti borbonici. Il cancelliere è imputato di non aver voluto <<abbassare gli stemmi e l'effigie borbonica; di non voler riconoscere il governo di Vittorio Emanuele e la Ditt.ra di Giuseppe Garibaldi; tutti gli altri di voci allarmanti contro l'attuale Governo; l'arciprete è reo di essersi ricusato a benedire la bandiera italiana>>. Che si trattasse di un tentativo di reazione lo dimostra la relazione dettagliata seguente, in cui si fa cenno anche alla necessità di procedere in San Vito al disarmo immediato di coloro che detenessero armi senza esserne autorizzati, per stroncare eventuali movimenti controrivoluzionari da parte degli aderenti al partito borbonico. *§* GOVERNO PROVVISORIO DI OSTUNI N. 33 Ostuni, 12 7bre 1860 Signore, In continuazione dei precedenti uffici di pari data sotto i numeri rispettivi 26 e 30, questo G. Provv. invia a Lei l'arrestato Giovanni De Milato per rimanere sotto la dipendenza del potere giudiziario ed Ella immediatamente inizierà la correlativa istruzione, tanto pel conto del De Milato, quanto per quello degli emarginati, non che di coloro che potessero risultare dal processo, procedendo Ella all'arresto di tutti i prevenuti nel senso del rito penale. Nel citato nostro ufficio n. 30 si è accennato ad un foglio di lumi, e questo si contiene in questo rapporto. Quindi le partecipiamo che nel comune di Carovigno, giusta le informazioni ricevute da questo G. Provvisorio, dopo di essersi colà inalberata la gloriosa bandiera sabauda, e proclamato il Governo del re Vittorio Emanuele e del Dittatore Giuseppe Garibaldi, organizzandosi la Giunta Insurrezionale nel giorno 7 del corr. mese ed anno, gli emarginati individui impresero l'opera di una reazione, nello scopo di distruggere e cambiare il novello prelodato Governo, onde ristorare il caduto governo dei borboni. Il De Milato particolarmente non volle abbassare gli stemmi borbonici e le rispettive effigie; l'Arciprete Sacco si ricusò a benedire la bandiera italiana, malgrado la richiesta del Municipio e tutti han spacciato delle voci allarmanti ancora contro il novello regime. Si raccomanda a Lei la massima energia nel riscontro e poiché questo G. Provvisorio è informato che in Carovigno con gli emarginati vi è un partito troppo devoto ai borboni, sospetto di reazione e fornito di armi, così Ella rimane incaricata di procedere immediatamente ad un disarmo di tutti gli individui che detenessero delle armi, senza legale facoltà. Per tale operazione Ella chiederà la forza che Le occorre. Un simile partito trovasi in San Vito, ove ugualmente Ella procederà ad analogo disarmo. Le armi e le munizioni del disarmo reste

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ranno presso di Lei, tenendole a disposizione di questo G. Provvisorio. Ella si limiterà al semplice disarmo senz'altro procedimento fino a nuove disposizioni. In fine pel disarmo stesso Ella si metterà di accordo con le rispettive Giunte insurrezionali. Per gli atti che Ella farà, corrisponderà esclusivamente con questo G. Provvisorio che ripone molta fiducia nella di Lei solerzia ed attaccamento al novello ordine governativo I membri del G. Provvisorio Angelo Tamburini Giuseppe Cisoria Proff. Giuseppe Camassa Giov Calcagni Sac.te D. Giovanni De Milato, arrestato; D. Innocenzo Magli; D. Giacomo Sacco, Arciprete D. Felice Sacco. Tutti di Carovigno. Al Sig. Giudice del Circondario di San Vito. *§* Documento n. 6 dell'elenco Il giudice Messina procede alla perquisizione domiciliare per il disarmo del De Milato e inizia secondo gli ordini ricevuti, la regolare istruttoria a carico degli imputati reazionari. Di tanto si dichiarano lieti i membri del Governo provvisorio di Ostuni che avevano sollecitato l'intervento del giudice. Ostuni, 17 7bre 1860 <<Preg.mo Giudice, Si è letto da me e dagli altri miei colleghi il suo pregevole ufficio e siamo lieti della solerzia da Lei spiegata nella compilazione del processo a carico degli imputati reazionari di Carovigno. Pertanto sarà compiacente spedire a noi il sopradetto Processo, dovendo esso far parte di tutti gli altri atti che il Governo Provvisorio di Ostuni dovrà spedire al Governo Dittatoriale. Angelo S. Tamburini Giuseppe Cisoria Dott. {sic} Giuseppe Camassa>> *§* Documento n. 10 dell'elenco Conclusa l'istruttoria in data 20 settembre, il giudice Messina invia un sunto degli atti processuali al Can. Tamburini, una copia degli atti per la consegna, tramite il Tamburini stesso, al colonnello Bimasco, rappresentante in Lecce del nuovo regime e tutti gli atti processuali al Procuratore Generale di Lecce Avv. De Pascale, per la celebrazione del processo. <<Mio caro Giudice, Ho consegnato i documenti che mi avete mandato al colonnello Bimasco, e mentre pranzava con lui ho detto qualche parola per voi. L'attuale Procuratore Gen.le di Lecce è l'esimio De Pascale Avv. Francesco, forse a voi noto. Egli è rispettabilissimo sotto tutti i rapporti. Manderete a Lui il Processo, direte allo stesso quale energia si sia dispiegata da noi per reprimere qualunque segno di reazione nei municipi a Voi soggetti durante il Governo Provvisorio. Parlate a Lui franco perché Vi ascolterà di buonanimo. Vi abbraccio. Ostuni, 27 7bre 1860 Angelo Can.co Tamburini>> *§* <<Mio caro Giudice,

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Ho ricevuto il plico contenente il sunto del Processo del De Milato. Vi racchiudo una lettera che già era scritta per voi, dalla quale rileverete quello che avete a dare del suddetto processo; dissi ieri due parole per voi al Colonnello quando gli consegnai i documenti da voi a me mandati e che egli portò con sé. Vi abbraccio Ostuni, 27 7bre 1860 Angelo Can.co Tamburini *§* NOTE MIE AGGIUNTIVE Relativamente al prof. o dott. Camassa, membro del Governo Provvisorio di Ostuni, è bene sapere quanto scrive Alessandro Massimo Cavallo ne § La rivoluzione del 1848 del manoscritto CAROVIGNO Dati preistorici e ricordi storici (1910): "Carovigno allora, dopo i rovesci politici del 48, fu un ricettacolo di latitanti. .... Dunque ripeto, i latitanti politici ci venivano, ci stavano ed erano protetti. E mio padre1 ne ospitò tre, in campagna, ed erano un Antoglietta ed un Delesite da Lecce, e Padre Giuseppe Camassa di Ostuni. Il quale poi nel 1860 fu membro del Governo provvisorio, e fece fare una perquisizione a mio padre, nella stessa casina che lo tenne alloggiato, perché mio padre si mise a proteggere l'Arciprete Sacchi, accusato di borbonismo! Sicuro, era quel borboniano stesso che non aveva turbato i sonni tranquilli del latitante Camassa!" [Vd. Ferdinando De Simone (2020), pp. 34-35]

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CAVALLO Giuseppe, Architetto, nato a Carovigno il 14 aprile 1801, e qui † 17 novembre 1880.

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3.0. BRIGANTI E BRIGANTAGGIO. Per spiegare chi siano i briganti e cosa il brigantaggio, è utile fare ricorso ai dizionari e ai vocabolari, iniziando prima di tutto dal Grande dizionario della lingua italiana (GDLI) di Giuseppe Battaglia (edizione digitale internet, www.gdli.it), e poi a seguire : A) BRIGANTE GDLI: "Brigante2, sm. (femm. -essa, raro -a). Persona che vive fuori legge e alla macchia (spesso in bande organizzate) compiendo rapine a mano armata e taglieggiando le persone e la proprietà privata; bandito. [...] 2. Uomo di pessima vita; cattivo soggetto. - Anche scherz. [...] 3. In senso affettuoso e amichevole: a indicare chi ama l'allegria e frequenta liete brigate, uomo gioviale e piacevole. Boccaccio, Dec., 6-10 (130): Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior brigante del mondo." 4. Stor. Soldato di piccole compagnie di ventura. [...] 5. Anti. Partigiano; perturbatore dell'ordine pubblico, ribelle. = Da brigare 'mettersi nella lotta, combattere': dapprima per indicare un 'soldato' (cfr. nn. 4 e 5)" (p. 376 ==> http://www.gdli.it/sala-lettura/vol-ii/2 == http://www.gdli.it/JPG/GDLI02/00000381.jpg)

CRUSCA (5a edizione, 1863-1923): "BRIGANTE. Part. pres. di Brigare. Che briga. § I. Briganti, in forza di Sost., si dissero gli uomini di alcune piccole compagnie di venticinque o trenta uomini, capitanate da un contestabile, che si ponevano al soldo di questo o di quel Signore. [...] § II. Brigante è nome che oggidì si dà a coloro che armati e in bande si gettano alla campagna e alla foresta per far guerra al governo costituito. [...] § III. In generale Brigante si disse e si dice per Malandrino, Uomo facinoroso, o di mal affare. [...] IV. E per Sedizioso, Perturbatore dello Stato. [...] § V. Trovasi detto anche di Chi cerca brighe. [...] VI. Brigante si disse pure di Uomo di mondo, Buon Compagnone, Amante delle allegre brigate." (p. 273 = http://www.lessicografia.it/pagina.jsp?ediz=5&vol=2&pag=273&tipo=3)

D'ALBERTI DI VILLANOVA (1825): "BRIGANTE: add. d'ogni g., ed anche s. m. Negotiosus. Che briga, Che procaccia, Compagnone, Da faccende, Entrante, Procacciante, Attivo, Travagliatore, Intrigatore. §. 1. Brigante: vien da briga (contesa), e significò Soldato; poi fu traslato a significare Un uomo di bel tempo, e, come dicesi, un buon compagnone. §. 2. Brigante: si prende per lo più in cattiva parte, e dicesi anche d'un uomo sedizioso, perturbator dello Stato. - V. Sedizioso, Insorgente." (p. 514 ==> 613/812) TRAMATER e C.i (1829): "BRIGANTE, Bri-gàn-te. [Add. ed anche sm. Venne da Briga, Contesa, e significò Soldato, poi fu traslato a significare Uomo di bel tempo, e quindi fu preso per lo più in cattiva parte dicendosi di Uomo] Sedizioso, Perturbatore dello stato. Lat. seditiosus. Gr. stasiodης. [...] 3 - [Uomo di bel tempo, Compagnone.] Bocc. nov. 60.3. Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso, lieto nel viso, ed il miglior brigante del mondo. " (pp. 693-94 ==> 724/771) VANZON C. A. (1840): "BRIG-ANTE. par. pres. Che briga, che procaccia. § car. m. Intrigatore, travagliatore, da faccende, entrante, procacciante, attivo. Lat. Negotiosus. §. Questa voce, derivando da briga (contesa), significò Soldato; ma in oggi prendesi per lo più in cattiva parte, e dicesi d'un Uomo sedizioso, perturbator dello stato. §. Trovasi anche nel signif. di Uomo di bel tempo, e, come si dice, Un buon compagnone. Era egli di persòna piccolo, di pelo rosso, lièto nel viso, ed il migliòr BRIGANTE del mondo. Bocc. nov. 60." (p. 294 ==> 831/897)

MANUZZI G. (1859): "BRIGANTE. Che briga, Intrigatore, Travagliatore, Da faccende, Entrante, Attivo, Procacciante. lat. negotiosus. gr. πολυπραγµων. Bocc. nov. 60. 3. Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso, lieto nel viso, ed il miglior brigante del mondo. [...] § Per Sedizioso, Perturbatore dello stato. lat. seditiosus. gr. στασιωδης. Cavalc.

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med. cuor. [179.] Fu detto ch'era indemoniato e samaritano, cioè senza legge, e che era bevitore, e brigante, e bestemmiatore. ..." (p. 506 ==> 539/963) FANFANI P. (1865): "BRIGANTE. add. Che briga, Intrigatore, Travagliatore // Da faccende, Entrante. // Malandrino. // sost. deriva questo vocabolo da Briga, Contesa, e significò Soldato, ma per lo più si prende in cattiva parte dicendosi, d'un Uomo sedizioso, perturbatore dello stato // vale anche Un uomo di bel tempo, come si dice Compagnone. //ed anche Bertone." (p. 222 ==> 243/1721) TOMMASEO-BELLINI (1865): "BRIGANTE. Part. pres. del V. n. BRIGARE. Che con sue brighe, per proprio utile e per altrui danno, usa frode mista con violenza; e così turba il consorzio sociale. [...] 3. Come Sost. prende altro senso, e tiene dell'ant. di Briga per Guerra. [...] 5. Era un tempo Uomo sedizioso; oggidì, Uomo che in frotta con altri parecchi, armato, con forza e con astuzie violente assale e rapisce, avendo o prendendo colore di parte politica. I briganti possono fare una piccola schiera sparsa, e possono un grosso esercito. - Chi con buone e non buone armi difende la causa propria e la patria, può da più veri briganti di lui aver titolo di brigante. [...] 7. † Fam. in senso men tristo. Bocc. Nov. 60.3. Di persona piccolo, di pelo rosso, lieto nel viso, ed il miglior brigante del mondo." (p. 1041 ==> 227/1072) *§* B) BRIGANTAGGIO GDLI [http://www.gdli.it/JPG/GDLI02/00000380.jpg] "Brigantaggio, sm. L'insieme delle azioni delittuose (contro le proprietà private e le persone) compiute da bande di briganti, a mano armata. - Anche: la vita dei briganti; le bande organizzate di briganti. Colletta, I-I-26: Oggi partirete per le Calabrie; osserverete come le truppe sono accampate, qual è lo spirito pubblico, quale la condotta delle autorità, quali i bisogni del popolo. Vi ha in quelle provincie un esteso brigantaggio: esaminatelo da presso; scuoprirete le cause. Manzoni, 1105: Annunziando scorrerie e brigantaggi immaginari hanno cagionato eccessi e delitti e contro la proprietà e contro le persone. B. Croce, III-22-34: Si sostenne, oltre le guerre, la lunga e dolorosa guerriglia del brigantaggio, inacerbitosi nell'Italia meridionale, come di solito nelle rivoluzioni e nei passaggi di governo, e che fu domato finalmente e per sempre: cosicché la parola <<brigantaggio>> poté a poco a poco dissociarsi dal nome del paese d'Italia, al quale era stata congiunta forse più che ad altra parte di Europa, almeno nei tempi moderni. Comisso, I-171: Parlò con molta commiserazione di se stesso e dei suoi soldati, sostenendo che soltanto per la pura soddisfazione [http://www.gdli.it/JPG/GDLI02/00000381.jpg] di fare il loro dovere sopportavano ... il fastidio del brigantaggio. Gobetti, I-145: Vedremo quali effetti avrà il fascismo per questo aspetto in Italia, ossia in un paese che ha superato a stento il brigantaggio e l'era dei mazzieri, conquistando molto tardi, col suffragio universale, le premesse indispensabili della lotta politica. Levi, I-124: Una guerra era in cima ai cuori di tutti, e su tutte le bocche, trasformata già in leggenda, in fiaba, in racconto epico, in mito: il brigantaggio. Brancati, 4-149: Si staccava, in quel momento, dalla grata di un confessionale, don Luigino Compagnoni, un uomo che in gioventù aveva atterrito le campagne vicine coi suoi atti di brigantaggio. Pavese, 4-223: Qui se la guerra non finisce subito, ...ci diamo tutti al brigantaggio. Piovene, 5-420: Il brigantaggio abruzzese, che fu famoso specie sotto la Spagna, è completamente scomparso; segno che il brigantaggio non è tanto un fatto economico, come è di moda credere, quanto di civiltà. = Deriv. da brigante2 CRUSCA (5a edizione, 1863-1923 - Volume: 2): "Brigantaggio. Sost. masc. L'infame mestiere del brigante, ed anche le Bande de' briganti." (p. 273) La voce brigantaggio, invece, non si rinviene in: - D'ALBERTI DI VILLANOVA (1825): BRIGANTE (p. 514 ==> 613/812) - TRAMATER e C.i (1829): BRIGANTE (p. 693 ==> 724/771) - VANZON C. A. (1840): BRIG-A (p. 294 ==> 831/897) - MANUZZI G. (1859): BRIGANTE (p. 506 ==> 539/963)

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- FANFANI P. (1865): BRIGANTE (p. 222 ==> 243/1721) - TOMMASEO-BELLINI (1865): BRIGANTE (p. 1041 ==> 227/1072) In breve, il termine brigante che si connota perlopiù di una valenza negativa, denota il fuorilegge che si dà alla macchia in bande organizzate che possono avere la dimensioni di un esercito, compiendo rapine a mano armata e taglieggiando le persone e la proprietà privata, avendo o prendendo colore di parte politica. Oscar DE POLI (1865) dà inizio al § IV della sua De Naples à Palerme con questo periodo dell'articolista dell'Opinione (14 luglio 1863): "Malgré tout ce qu'on dit généralement, je ne crois pas que, si le roi François II s'éloignait de Rome, le brigandage cessât... A force de se trouver au feu, les bandes se sont aguerries, et maintenant il arrive fréquemment qu'elles attaquent la troupe e la garde nationale." E poi con questo virgolettato: "Le brigandage dans les Deux-Siciles est une protestation contre ce qu'on appelle le piémontisme.", pronunciato alla Camera dei Deputati, il 12 Giugno 1863. [p. 20 ==> 358/505] Son queste le tesi sostenute dall'on. Giuseppe RICCIARDI [Napoli, 19 Luglio 1808, † 1° Giugno 1882. Conte, Pubblicista, Giornalista. Deputato del Regno d'Italia nelle Legislature: VIII, IX, X. Presentatore della "Proposta d'inchiesta parlamentare per studiare la questione del brigantaggio nelle prov.e meridionali, il 17 Luglio 1862, ... Letta il 21 Luglio 1862." Portale Storico], venendo, come egli stesso dice, "al 1861, in cui nacque il terribile brigantaggio che lamentiamo al presente." (p. 261 ==> 26/26)

"Tutti sanno - continua il deputato napoletano - che la prima origine di esso fu lo sbandamento dell'esercito borbonico, mercè il fatale decreto del generale Fanti, il quale mandò a casa per due mesi tutta quella gente, la quale, se un tutt'altro decreto l'avesse fusa immediata nell'esercito italiano, avrebbe, anche dopo essersi mal comportata sotto i Borboni, fatto buonissima prova nel nostro esercito. E qui mi piace notare che otto o dieci sotto-ufficiali soltanto si unirono ai briganti, e, lo dico a gloria di quelle provincie, non un solo ufficiale! Eppure questi sotto-ufficiali e questi ufficiali sono stati profondamente umiliati, e oggi stesso molti fra loro patiscono la miseria! [...] Il brigantaggio, o signori, persuadetevene, è una protesta contro il così detto piemontesismo (Rumori e richiami dalla destra e dal centro); mi aspettava questi rumori, ma mi lascino dire; questa protesta è appoggiata dalla parte più ignorante, più ignobile delle popolazioni. Aggiungi che il clero naturalmente incoraggia le moltitudini in questa falsa credenza; e la incoraggiano da Roma Francesco II ed il papa. La è questa, o signori, la causa primaria, principalissima del brigantaggio: né cesserà finché la capitale non cessi di stare in Torino (Viva ilarità e rumori)." (ibidem) Ecco il pensiero del carovignese amico del Ricciardi, Salvatore Morelli, direttore e proprietario, in Napoli, de IL PENSIERO Giornale democratico per l'associazione elettorale italiana, espresso nel n.° 3 del 16 Luglio 1863: <<Quei ribaldi che ora si danno in campagna per ricattare ed assassinare sono quegli stessi cittadini che nel 1860 acclamarono Garibaldi, festeggiarono la monarchia costituzionale, sorrisero alla libertà, vollero di cuore l'Unità, accolsero fraternamente con le palme di ulivo i piemontesi. Or donde procede che quegli stessi cittadini, dopo tre anni, si son fatti briganti per dar la caccia a coloro che essi appellano fratelli? Non si può dire che sia per odio alla libertà perché se accolsero ilari e festosi la libertà fanciulla ed improduttiva dovrebbero amarla di più adesso ch'è fatta adulta. Non si può dire che sia per deferenza monarchica perché nei primi momenti della rivoluzione quando potevano salvare la causa borbonica, l'abbandonarono per acclamare l'Unità d'Italia sotto lo scettro di Casa Savoia. Se dunque si ribellarono è perché veggono il ministero ribellato alla legge fondamentale, negando la giustizia ed il benessere proposto nel concetto della rivoluzione e girato nelle sue promesse riparatrici>>. [Rassegna Storica dei Comuni a. XIII, n. 37-42 (1987). Giuseppe Gabriele, p. 167]

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Gioverà sapere che Morelli, Consigliere Comunale al Municipio di Napoli dal 1863 al 1867, fu poi Deputato del Regno d'Italia, gli anni dal 1867 al 1880. Avente per natura una lucida intelligenza della condizione umana e sociale, coglieva l'essenza del brigantaggio nella ribellione che i briganti fanno contro coloro che si sono ribellati alla legge fondamentale, negando la giustizia e il benessere proposto nel concetto della rivoluzione, e girato nelle sue promesse riparatrici. Egli stesso, nella Tornata del 15 Marzo 1868, alla Camera dei Deputati, facendosi portavoce della petizione sottoscritta da 37 sindaci della Provincia di Terra di Lavoro, fa presente che prima che tale petizione pervenisse al Parlamento, distinti patrioti del collegio suo di Sessa Aurunca, lo avevano impegnato a chiedere al governo, e con urgenza, i mezzi per reprimere il brigantaggio, ridestatosi spaventevolmente. "Io, di conserva agli onorevoli colleghi Palasciano, Pelagalli e Zarone, penetrato della infelice situazione di quegli abitanti, che sono aggrediti, derubati ed uccisi impunemente nelle case, nei templi, nelle città, nelle campagne, ci rivolgemmo al prefetto ed al ministro degl'interni, e dalla stessa sua bocca avete udito oggi come ha già provveduto, inviandovi la forza desiderata. Con questa sarà soddisfatta una delle tre cose domandate nella petizione. Credo però che il Governo abbia anche l'obbligo di soddisfare le due altre, perchè, se come suol dirsi, il primo medico è l'ammalato, niuno meglio di coloro che soffrono la piaga del brigantaggio sa divisare l'opportunità e l'efficacia dei mezzi a combatterlo. Non già che con la forza si possa veramente estirpare; in ciò sono d'accordo con l'onorevole Corte. Con la forza, o signori, potrà distruggersi il fenomeno non la causa che lo produce, il brigante non il brigantaggio, e la storia è li per affermarvelo. È da secoli che le provincie meridionali soffrono il brigantaggio, e da secoli con la forza non si è potuto sradicare. Dunque bisogna vedere d'onde esso provenga per adeguarvi il rimedio. Il feudalismo abolito in diritto e mantenuto in fatto, che congloba la proprietà nelle mani di pochi, ed una immensa massa di proletari infatuata dai pregiudizi che le fanno attendere la manna dal cielo, priva d'ogni lume di sapere, mal vestita, mal nudrita, ospitata in tane da belve, senza sicurezza di lavoro o con salari incorrispondenti al prodotto che ne usufruiscono privilegiati monopolisti, ecco la prima genesi del brigantaggio. Esso, sotto questo punto di vista, può dirsi la voce brutale dell'istinto che si ribella alla sistematica violazione del diritto umano. A questo disquilibrio sociale devesi aggiungere la tradizione del cardinale Ruffo, il quale, per insediare il Borbone sul trono di Napoli, diede alle bande dei briganti che lo seguivano, la licenza di mettere a ruba ed a fuoco i paesi che attraversavano. [...] Sicché lo Stato e la Chiesa, che col privilegio avevano ridotte quelle masse alla disperazione, alla loro volta se ne servirono per ispogliare i loro nemici. [...] Il Governo della monarchia elettiva, che assumeva il titolo di riparatore, con questo proposito avrebbe dovuto diminuire i privilegi, allargando la sfera dei proprietari con la divisione al proletariato agricolo dei beni demaniali e delle manimorte: avrebbe dovuto istruire e moralizzare questa classe infelice, facendole gustare, dopo tanta privazione, i benefizi della giustizia distributiva; avrebbe dovuto in fine renderla attuosa di particolare e pubblica prosperità, con le scuole, con le strade, con la bonifica delle terre improduttive, con gl'istituti agricoli e con la libertà delle industrie e dei commerci. Ma, sventuratamente il Governo riparatore non ha fatto che camminare per la stessa via di quello assoluto, peggiorandone i vizi; sicché se oggi i pesi che si pagano allo Stato sono cresciuti di tre tanti, e la questione della vita è diventata più cocente per lo sviluppo della miseria, qual maraviglia se i più audaci, per non morire di fame, si contentino di morire di piombo?

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Qual meraviglia se taluni spiriti insofferenti, urtati da qualche ingiustizia si sieno abbandonati alle violenze del brigantaggio come i ferocissimi La Gala? Sì, signori, l'ingiustizia fece briganti i fratelli La Gala. Ecco come. [...omissis...] Da queste storiche affermazioni, che rimenano la responsabilità del malessere alle forme governative, si vede chiaro come siano stati ingiusti coloro i quali pel brigantaggio calunniarono l'indole delle provincie meridionali. [...] Mi conceda la Camera ancora pochi minuti e finisco. Potrei aggiungere al già detto moltissimo altro, ma limito il mio discorso a quello che avviene oggi nella provincia di Terra di Lavoro. Colà, o signori, non è solo la miseria che crea e spinge i briganti ad atti ferocissimi, ma vi è il soffio della reazione europea accampata in Roma. Se è vero, come riferiscono i giornali, che vennero catturati due antiboini o zuavi, i quali mentivano {"Mentire. ... 2. tr. a. non com. Falsare o falsificare, simulare, fingere e sim." Treccani Online} la divisa di prete per lo scopo di eccitare gli abitanti allo smembramento dell'unità nazionale, io domanderei al signor ministro degli affari esteri: come, egli non chiede conto di queste insidie alla Francia, che copre della sua bandiera il Governo pontificio? O è amica o nemica la Francia all'Italia. Se amica, e perchè permettere queste ostilità all'ordine pubblico delle nostre provincie? Se è nemica, e allora si ritiri l'ambasciatore e ciascuno regolerà gli affari suoi uniformemente al bisogno. Ma io sono certo che il ministro, seguendo l'esempio degli antecessori, non ne farà nulla, come nulla sarà fatto per migliorare le condizioni del regno e guarire il paese dalla piaga del brigantaggio. La pervicacia con cui il Ministero insiste alla votazione della tassa ingiusta e impossibile sul macinato, me ne dà una prova evidente. [...] È, signori, il vizio di un sistema sbagliato che deve andare alle ultime conseguenze pratiche. Coloro che lo adottarono smentirono le promesse della libertà, e si trovarono fatalmente nel campo della forza. Se questo però tormenta il popolo italiano, imponendogli dolori che avrebbesi potuto risparmiargli, non offenderà certamente la grande unità della patria. Essa sta sopra al Governo, al Parlamento, ai partiti, a tutto; e, se qualche cosa dovrà perire nelle perturbazioni cui darà causa la catastrofe politica e sociale d'Europa, questa non sarà certo l'unità nazionale." (pp. 4945-4946) E infine ciò che dice Garibaldi (1937) su I briganti, nei suoi scritti e discorsi politici e militari: [p. 400 ==> 439/673] "Mentre in Europa il progresso umanitario, interpreti i grandi uomini di tutte le Nazioni, è unanimemente deciso contro la pena di morte, il Governo di Palazzo Madama, nelle sue velleità eroicamente bestiali e degne dei tempi dei Borgia, fa strombettare da tutti gli organi suoi salariati i fasti anti-briganteschi del Mezzogiorno. Non passa un sol giorno, ove non troviate un mucchio di vittorie riportate sui briganti, ove questi sono stati sbaragliati e distrutti e dei nostri non un solo ferito. Il più [p. 401 ==> 440/673] importante poi è questo: dieci briganti presi e subito fucilati, quattro briganti presi e subito fucilati, quindici briganti presi e subito fucilati. Ma io dico: li avranno poi guardati in faccia quei briganti, per sapere se veramente erano briganti o no prima di fucilarli? Eh! signori governanti, la guerra l'ho fatta ancor io e so che un Ufficiale qualunque, massime un subalterno, procura sempre di far valere i suoi servizi al dissopra di ciò che valgono. In uno Stato poi ove si fa la corte all'Esercito ed ove per conseguenza ogni Ufficiale ha davanti a sé ogni giorno dei cataloghi di ricompense e medaglie e croci che lo devono naturalmente solleticare. Dimodoché non è difficile che per aumentare il numero dei suoi trofei, senza guardarvi tanto per minuto, mandi all'altro mondo qualche povero diavolo che sappia di brigante come ne so io all'esempio di quel tale che, dovendo far ammazzare un certo numero di protestanti, qualcheduno gli osservava che tutti non erano protestanti e quello rispondeva: lasciate che vadano che al di là Dio saprà conoscere i suoi.

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Dunque allegri! allegri a fucilare briganti e come sono fieri quella caterva di smerdafogli ministeriali (che farebbero schifo dalla paura se si trovassero sopra un banchetto cogli occhi bendati) nell'annunziare le fucilazioni dei briganti. E chi sono poi quei briganti? poveri infelici! se non sono alcuni sciagurati contadini che morivan di fame e che furono ingannati dai preti saranno i figli bellicosi della montagna che, indispettiti dal malissimo Governo, si riuniscono alle bande per vendicare la morte di qualche parente spietatamente fucilato. E poi chi lo creò il brigantaggio, chi lo fomentò, chi lo mantiene?... [p. 402 ==> 441/673] Il maggiore interessato al mantenimento del brigantaggio e che lo mantiene per suoi fini, è Bonaparte, minori interessati e tanto accaniti, sono i Borbonici ed i preti. Chi ne ha veramente la maggiore colpa poi, è il Governo di piazza Castello che ne darà conto alla Nazione, bisogna sperarlo, e conto a Dio della vita di tanti innocenti creature sacrificate per codardia, imbecillità e malvagia. Non si può trattare delle cose dell'Italia del mezzogiorno senza sentirsi sdegnati ma non si dirà giammai quanto basta, non si dipingerà giammai con colori neri abbastanza la scelleraggine dei quattro Governi che sono causa della desolazione di quelle provincie infelici. È poi da ammirarsi questa Italia che vogliono far sì disprezzevole quei miserabili sedicenti moderati che hanno paura di tutto e di tutti, che non trovano altro modo di vivere, di sussistere, senonché mendicando e ruffianando i favori di paurosi tiranni che tremano ad ogni soffio di bufera Italiana. È da ammirarsi, dico, l'Italia quando essa presenta al codardo contegno de' milioni alcune centinaia di briganti che si sostengono coraggiosamente contro centomila valorosi soldati! Cosa non sarà quella terra quando, tersa da moderatume e da preti, e che i suoi figli rannodati al vessillo Nazionale contribuiranno tutti a tenerlo alto alla barba dei prepotenti, quando i briganti moderati e gli smoderati saranno tutti ad uno cioè quando si penserà alla pancia di tutti e non a poche pancie privilegiate al rischio sempre di scoppiare. Infine quando questa Italia avrà un Governo proprio scelto da essa proprietà sua, che potrà cambiarlo per uno migliore quando questo non convenga. [p. 403 ==> 442/673] Ritornando ai briganti ed ai moderati, questi ultimi non sanno far la guerra per compiere l'unità Nazionale, senonché, coll'aiuto dei dugento mille i poveri briganti almeno non contano i nemici che sono cento contr'uno. Chi sostiene allora il decoro delle armi Italiane, sono i briganti." [pp. 400-403] 3.1. GIUSEPPE FERRARI: il flagello terribile dei briganti. {Giuseppe Ferrari (Milano, 6 marzo 1811 - † Roma, 2 luglio 1876) Laurea in Giurisprudenza, Docente universitario, Filosofo, Storico, Politico. Deputato del Regno d'Italia dal 1860 al 1876, e senatore del Regno dal 15 maggio al 2 luglio 1876}

Non dissimilmente si esprimeva Giuseppe FERRARI, amico e collega di Morelli, nella Tornata del 2 Dicembre 1861, allorché, prendendo la parola sulle condizioni delle province meridionali (Napoli e Sicilia), trattava la questione della gran piaga, del flagello terribile dei briganti. Premetteva che il suo obiettivo non era esagerare l'importanza dei briganti, ma bensì quello di attenuarla e ridurla a dimensioni che lasciassero sperare la vittoria non solo sui briganti, ma anche sui partigiani che potessero trarne vantaggio. Affermava che forse "i briganti non sono cittadini, la guerra loro non è politica, non sono sostegno di alcun Governo, ...[e di certo] sono innanzi tutto ladri, e, se occorre, assassini. Nessuno può chiedere il loro soccorso, nessuno può associarsi con loro; nessun borbonico, per quanto cospicuo, può avventurarsi con essi." Ne veniva di conseguenza, a suo avviso, che la prima necessità, la necessità assoluta era distruggerli, e occorreva distruggerli in questi due modi:

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"Il primo modo ... consisteva nel dotare quel paese delle leggi nuove da lui desiderate e nel seguire il corso della rivoluzione, lasciandola sotto i suoi naturali capi, e specialmente sotto Garibaldi. Senza entrare in alcun dettaglio, senza esporre in questo momento alcun piano di amministrazione, intendete che il principio che aveva liberato il Mezzodì poteva compierne la liberazione; ed io riassumevo altre volte il mio pensiero in questo recinto, dicendovi che il torto del Governo era di non essere amato, e che conveniva di farlo amare, perchè senza l’amore non si fondano i regni. Io desiderava dunque che la rivoluzione stessa distruggesse il brigantaggio, tanto più che ogni Stato, e voglio dire ogni provincia di sette milioni d’uomini non ha bisogno di guardie di polizia spedite da un’altra provincia; ogni vasta circoscrizione contiene uomini capaci di mantenere il buon ordine e di stabilire la pubblica sicurezza. Nè in massima ci è permesso di considerare uno Stato come indisciplinato, come ingovernabile: simili asserzioni implicherebbero la nostra condanna. Spettava adunque alle provincie recentemente annesse il riformarsi da sé stesse, col nostro soccorso, coi nostri principii, col nostro dominio, se volete, ma innanzi tutto colla sua propria spontaneità e con una politica amorevole, perché amorevolmente invocata. Eravi in secondo luogo, lo confesso, un altro modo di governo, quello della forza; intendo che si poteva inviare un numero sufficiente di truppa, di carabinieri, di uomini capaci di mantenere l’ordine pubblico, finché il tempo sospirato dell’amore potesse giungere. E difatti mille volte i signori deputati napolitani da tutte le parti di quest’Assemblea hanno chiesto che s’inviassero armati, che si spedissero guardie di sicurezza pubblica, e che si impiegassero, come si diceva, mezzi energici. Ora, in qual modo il Governo provvide ai bisogni urgentissimi dell’antico regno di Napoli? Appena sciolta la nostra Assemblea, da luglio a novembre, le guerriglie si moltiplicano, tutti i giornali raccontano un’iliade di combattimenti, la stessa gazzetta ufficiale per ben due mesi ci narra fatti luttuosissimi che attristano l’Europa, che destano la meraviglia del Moniteur di Francia, e che poi essa stessa si decide a coprire con prudente silenzio. Per comprendere l’estensione di tanti disastri basterà il dire che dal giugno al novembre più di ottanta villaggi furono invasi e che ogni invasione suppone cento scene di terrore. Diffatti il brigante giunge di notte, in poche ore impone taglie, prende viveri, cavalli, munizioni, organizza il furto, spaventa tutti coll’assassinio, coll’incendio, colpisce i suoi nemici, i magistrati, i sindaci, i liberali, e supplisce al tempo che gli manca colla rapidità dell’esterminio, perché allo spuntare del giorno, alla prima truppa che giunge, bisogna che fugga sulle montagne. Quante vittime in una sola invasione! Dunque più di ottanta villaggi furono taglieggiati, sconvolti, insanguinati, dati in preda al saccheggio. Questo è disordine, nessuno me lo contesterà. Voi potrete dirmi che questo è disordine fatale, che non ne siete responsabili; ed io ascolterò religiosamente la vostra difesa; ma, in fondo, non possiamo dissimularci che il flagello dei briganti sussiste oggi ancora, e non sta per cessare. Ma, signori, se il disordine del brigantaggio è grande, e se potete addurre per iscusa che l’avete combattuto e in parte represso, quale è stata la vostra repressione? Esaminiamola. E perchè parlo del ministro, e non d’alcun’altra responsabilità, io qui dichiaro che non intendo per nessun conto mettere in discussione la condotta dei nostri soldati. La nostra truppa è ottima quanto quella d’ogni più distinta nazione. Cento volte mi sono incontrato con ufficiali superiori ed inferiori, con semplici soldati, e non ho trovato che una continua cortesia ed una pazienza veramente esemplare in una guerra atrocissima e nel tempo stesso faticosissima. Molti comuni, specialmente nel distretto di Gerace, attestarono pubblicamente la loro riconoscenza per i soccorsi ricevuti, e senza addentrarci in più minute particolarità, la nostra truppa, caso eccezionale, va esente nel mezzodì, per quanto la natura lo comporta, anche da quella taccia di alterezza e di orgoglio pur sempre abituale in chi porta la spada ed espone la propria vita ad ogni istante per dovere. Ciò proviene dal confronto che ogni meridionale può

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instituire tra l’antica e la nuova armata. La prima aveva ufficiali insolenti, maneschi, imitatori di quei borghesi, di quei nobili, che nelle vie di Napoli io ho visto schiaffeggiare e frustare in faccia i cocchieri, senza che questi se ne risentissero menomamente, nemmeno per toccarsi il viso insanguinato. Ora ognuno vede che nessun tenente, nessun caporale, nessun uffiziale italiano sogna simili enormità, come pure nessun soldato italiano soffre il bastone. Ciò posto, e ben intese queste dichiarazioni, qual uso avete voi fatto della nostra giovane armata? Voi l’avete lanciata in numero scarso, insufficiente, esposta a rovesci in faccia a insidiosi nemici; voi l’avete messa nella situazione tragica di sorpassare ogni forza umana, supplendo all’insufficienza col terrore pur sempre legittimo dove milita il sacro diritto della bandiera e della rivoluzione. Senza dubbio dispregevoli e miseri sono gli scarsi militi del brigantaggio, ma sono figli delle montagne, inaccessibili nelle ritirate, formidabili nelle sorprese; sono scarsi, ma a cavallo, disciplinati, organizzati, sussidiati da mille intelligenze e capaci di moltiplicarsi subitamente e di attorniare ogni gruppo di soldati, traendo seco una folla di villici sparsi nelle campagne dove sembrano contadini. Sono briganti, ma il suolo li favorisce a tale che una capitale proporzionatamente grande due volte più di Parigi e un perpetuo dispotismo furono sempre necessari per tener libere le vette di tante montagne. Sono briganti, ma ad ogni rivoluzione di Napoli essi contano come una forza politica. Ne’ tempi del malgoverno essi pullulano come i vermi in un corpo ulcerato, e tanto nel 1799, quanto nel 1814, i padri degli attuali combattenti riconducevano i Borboni sul trono di Napoli. Sono briganti, ma hanno una bandiera, sussidi potenti che possono ingannare l’ignoranza generale; sono briganti, ma numerosi sono i sacerdoti che i nostri tribunali proscrivono come emissari a sostegno della passata tirannia; sono briganti, ma il partito borbonico sussiste; la sua estensione è visibile in ogni elezione. Le imposte, la guerra, mille incertezze possono alterare ad ogni tratto la proporzione delle forze in un popolo ancora più mutabile del francese. Sono briganti, ma infine prevalenti contro i militi non sostenuti dalla polizia, né dai bureaux in gran parte invasi dai borbonici, Dunque che cosa avete voi fatto della nostra giovane armata, gettandola in faccia ad una causa terribile, nemica? Io non ho l’onore di aver combattuto ai fianchi dei capitani e dei colonnelli del mezzodì, ma io so per gli esempi della Francia, dell’Inghilterra, della Germania, che cosa ha dovuto fare la nostra armata, che non poteva lasciar disonorare la nostra bandiera, né la nostra libertà, e che trovavasi investita del diritto di Robespierre, del diritto di rivoluzione. Essa ha dovuto procedere collo spavento, combattere con furore, lasciar fare ogni ausiliario sconosciuto, adottare ogni sospetto e credere giustizia ogni vendetta. Io mi avanzo coi militi e scopro in questa villa la paglia che ha servito di letto al nemico: fuoco! e innanzi! Voi direte forse che convien prima verificare il dubbio, convocare i testimoni, verificare ogni fatto, ricorrere ai giudici. Sì, ma ad ogni minuto una vedetta si ripiega, ad ogni istante una staffetta sparge l’allarme, ad ogni esitazione il nemico vi crede intimorito; non si può attendere un giorno, non un’ora, quando un minuto espone i nostri, e quindi la paglia parla da sé. Dunque il villico che scempiamente mi fugge, mi teme e balbetta una stolida scusa diventa mortalmente pericoloso. Dunque una donna che perde la presenza di spirito sembra complice de’ ladri in fuga e che stanno per ripiombare sopra dei nostri. Dunque questo pecoraio che porta viveri nella campagna va a soccorrere i briganti e non si può lungamente deliberare sulla sorte sua. Dunque questo bifolco che possiede un fenile, questo fattorino che porta un riscatto per liberare un prigioniero de’ ladri, per salvare il suo tugurio minacciato, sono sospetti, sono forse d’accordo coi nemici. Dunque questo villaggio, che la paura ha obbligato ad inalberare di notte la bandiera borbonica, cela forse un piccolo esercito; convien espugnarlo, invaderlo con chi asseconda la truppa; un indugio lascierebbe ingrossare il nemico, perderebbe cento villaggi. Dunque si avanza colla face alla mano, si combatte disperatamente: quanti prigionieri! Chi può rilasciarli? chi giudicarli? E già nuove detonazioni annunziano i ladri, forse loro amici. Che fare? Pensateci.

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Intendete le tragedie che si svolgono al seguito delle nostre stesse vittorie. Nel turbinio degli avvenimenti le nuove si ingrandiscono, le morti si moltiplicano nelle immaginazioni del volgo, il terrore prende mille forme, il silenzio paralizza la lingua del cittadino che, reclamando, teme di essere sospetto, e la confusione giunge a tal punto che io a Napoli non poteva sapere come Pontelandolfo, una città di 5000 abitanti, fosse stata trattata. Io ho dovuto intraprendere un viaggio per verificare il fatto cogli occhi miei. Ma io non potrò mai esprimere i sentimenti che mi agitarono in presenza di quella città incendiata. Mi avanzo con pochi amici, e non vedo alcuno; pochi paesani ci guardano incerti; sopravviene il sindaco; sorprendiamo qualche abitante incatenato alla sua casa rovinata dall’amore della terra, e ci inoltriamo in mezzo a vie abbandonate. A destra, a sinistra le mura erano vuote e annerite, si era dato il fuoco ai mobili ammucchiati nelle stanze terrene e la fiamma aveva divorato il tetto; dalle finestre vedevasi il cielo. Qua e là incontravasi un mucchio di sassi crollati; poi mi fu vietato il progredire; gli edifizi puntellati minacciavano di cadere ad ogni istante. Ricevetti l’ospitalità in una delle tre case risparmiate per ordine superiore; ma in faccia sorgeva la casa o quasi il palazzo Gogliotti incendiato, rovinato. Tutto un museo di abiti e di medaglie antico era scomparso nelle fiamme, tutte le gioie erano perdute nelle macerie. Chi può dire i dolori di quella città! E quando volli vedere più addentro lo spettacolo celato delle afflizioni domestiche, mi trassero dinanzi il signor Rinaldi, e fui atterrito. Pallido era, alto e distinto nella persona, nobile il volto; ma gli occhi semispenti lo rivelano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione. Appena osai mormorare che non così s’intendeva da noi la libertà italiana. Nulla io chiedo, disse egli, e noi ammuttimmo tutti. Aveva due figli, l’uno avvocato, l’altro negoziante, ed entrambi avevano vagheggiato da lontano la libertà del Piemonte, ed all’udire che approssimavansi i Piemontesi, che così chiamasi nel paese la truppa italiana, correvano ad incontrarli. Mentre la truppa procede militarmente, i saccomanni la seguono, la straripano, l’oltrepassano, e i due Rinaldi sono presi, forzati a riscattarsi, poi, dopo tolto il danaro, condannati ad istantanea fucilazione. L’uno di essi cade morto; l’altro viveva ancora con nove palle nel corpo; e un capitano gittavasi a ginocchio dinanzi ai fucilatori per implorare pietà; ma il Dio della guerra non ascoltava parole umane e l’infelice periva sotto il decimo colpo tirato alla baionetta. Rinaldi possedeva due case, e l’una di esse spariva tra le fiamme, e appena gli uffiziali potevano spegnere l’incendio che divorava l’altra casa. Rinaldi possedeva altre ricchezze, e gli erano rapite; aveva altro…e qui devo tacermi, come tacevano dinanzi a lui tutti i suoi conterranei. Quante scene d’orrore! Qui due vecchie periscono nell’incendio; là alcuni sono fucilati, giustamente, se volete, ma sono fucilati; gli orecchini sono strappati alle donne; i saccomanni frugano ogni angolo; il generale, l’uffiziale non possono essere dappertutto: si è in mezzo alle fiamme, si sente la voce terribile: piastre! piastre! e da lontano si vede l’incendio di Casalduni, come se l’orizzonte dell’esterminazione non dovesse avere limite alcuno. Mai non dimenticherò il 14 agosto, mi diceva un garibaldino di Pontelandolfo. Sul limitare di una delle tre case eccettuate dall’incendio, egli gridava ai villici di accorrere, li nascondeva nelle cantine, e, mentre si affannava per sottrarre i conterranei alla morte, vacillante, insanguinata una fanciulla si trascinava da lui, fucilata nella spalla, perché aveva voluto salvare l’onore, e quando si vedeva sicura, cadeva per terra e vi rimaneva per sempre. Intendo la vostra voce, l’inesorabile voce di tutti i burocrati italiani, non si poteva fare diversamente. Ma in che aveva Pontelandolfo fallito? Ve lo dirò io: Pontelandolfo ha il torto di essere fieramente atteggiato su di un monte in mezzo ai monti, in mezzo alla catena del Matese, d’onde a trabalzi si va dallo Stato romano fino a Cancello, a un’ora da Napoli. Da Pontelandolfo si scopre un’immensa estensione di terreno ondeggiante e quasi danzante, e nessun milite, nessuna pattuglia potrebbe avvicinarglisi senza essere scoperta a più miglia di distanza. Indovinate l’importanza di questo posto per i briganti, se potevano accamparvisi, se potevano concentrarvisi i briganti e la malagente di Morcone, Fregnatello, Campolattaro, essi potevano spargere il terrore fino nei dintorni di Napoli; e difatti appena si udì che Pontelandolfo era da

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essi invasa, il terrore del dintorni fu tale, che fino a Solopacca le autorità inviarono le donne e i fanciulli a Napoli, raccogliendo ogni arma per resistere. Ma il sacrifizio di Pontelandolfo ha forse distrutto i briganti? Il 1° novembre io non potei avviarmi a quella volta senza ricevere molti consigli di prudenza ed anzi un vero biasimo sul mio progetto. Quando giunsi a Maddaloni, e mi presentai al comandante per chiedergli due o tre uomini, per avere un’apparenza di difesa, mi rispose: non potermi dar meno di venti uomini, se no i briganti ci fucilerebbero; gli ordini di Napoli essere precisi. Ben presto congedai tanta scorta; ma quando a sera di ritorno da Pontelandolfo, scherzava cogli amici sui nostri innocui revolvers, il vetturino ci disse sorridendo: ecco gli amici, e vedemmo il fuoco dei briganti che si ristauravano nella grotta di Santa Maria, d’onde erano visti da tutto il paese in giro a tre leghe di distanza, e dove nessuno pensava alla possibilità di assalirli. Dopo questo fatto, o signori, io non vi parlerò di nessun altro, nè di Crotonei, nè di Gioia, nè di nessun’altra città, poiché io troppo rispetto il vostro dolore, e troppo ne sono io partecipe. Io finirò richiamandovi che il tempo è giunto di riconoscere la situazione, e di riconoscerla solennemente. Nulla di grave; non ci sono piaghe insanabili; ma qualcosa vi è da sanare, ed è la vostra politica. Se vi ricordate gli antecedenti delle attuali tragedie, la mia prima parola sul mezzodì fu di non precipitare l’annessione, per lasciare il mezzodì alle proprie correnti, salvo il rispetto a quei momentanei confini che impunemente non potevansi distruggere. Più tardi, manifestatosi il malcontento ed anzi i torbidi, io vi proposi di fare un’inchiesta affinché una metà della nazione conoscesse appieno l’altra metà, e le due parti della Penisola si unissero fraternamente; mi rispondeste essere l’inchiesta inutile, i mali passeggeri; e adesso io non vi domando più l’inchiesta, o almeno lascio la parola agli avvenimenti, e ascolterete altri oratori assai più competenti di me, e voi vedrete se le vite e la ricchezza degli abitanti siano o no state compromesse; se la piaga del brigantaggio sia veramente cicatrizzata; se il sangue dei nostri soldati che voi avete lasciati sempre in iscarso numero, in posizioni tragiche e disperate, sia stato risparmiato. Voi vedrete se il sangue stesso degli uomini giustamente sacrificati onori il giovane regno, il quale sorge pure sulla terra dove Filangieri e Beccaria predicavano umanità, e dove sotto i migliori Governi napoletani si viaggiava sulle montagne coll’oro in mano. Fate voi stessi la vostra inchiesta: vedete se non avete permesso alla reazione di scoppiare, ai briganti di corrompere interi paesi, alle popolazioni di molti luoghi di turbarsi riflettendo all’avvenire promesso dalla nostra rivoluzione. Invero noi non abbiamo perduti i nostri amici, e giacché ho citato Rinaldi, io vi ripeterò le parole che mi disse: non domando niente, non mi lamento di nulla. Gli amici della libertà sono pronti ad ogni perdono; ma essi vi guardano e attendono molto da voi. (Sensazione) Io più non abuserò, o signori, della vostra indulgenza, e solo vi dirò che appena cominciate le vacanze io andava a Parigi, dove sperava di ritornare momentaneamente alle mie tranquille occupazioni, quando i tumulti del mezzodì vennero a turbare i miei sonni. Io più non poteva nè scrivere, nè pensare ; i miei stessi amici mi scacciarono amorevolmente, ed io, pensoso, dubbioso, tristissimo, intrapresi il viaggio delle Due Sicilie. Una mattina, sotto un sole sfolgorante che rendeva divino il cielo e celeste la terra, approdai a Messina. Conosciuto di nome, a caso, da alcuni giovani, quasi mi attorniano, mi prendono, per forza quasi mi mettono in una carrozza e mi conducono a vedere; indovinate che? Forse le meraviglie del golfo? Forse Scilla, Cariddi, la cattedrale? No; mi conducono sulla via d'Austria, di Giudecca, di Zaera, per due miglia mi mostrano a diritta ed a sinistra le case annerite, rovinate, incendiate. Io non aveva pensato mai che tanti proiettili fossero posseduti da un Governo per vomitarli contro una città. Dieci anni era scorsi, e nell'animo dei cittadini il disastro era presente come se tuonasse ancora il cannone. Parto per Palermo, ed ivi pure i miei amici non mi mostrano né la cattedrale normanna, né la tomba del gran Federico; ma mi conducono sui

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luoghi del disastro più recente, dove vedevansi le rovine fatte da' Borboni. Io vado a Siracusa, e trovo una popolazione gentile come l'anima di Gelone, e nello stesso tempo fierissima come già lo fu nei tempi di mezzo, una popolazione che nel 1859 aveva emigrato in massa per fuggire la dominazione borbonica. O signori, su questo entusiasmo, su queste rovine si fonda il regno. Questa è la nostra base, questo il nostro principio, principio di libertà e di giustizia."[pp. 83-85] 3.1.1. FERRARI. Briganti: semidei, eroi. Domandando all'onorevole Ferrari in che consista il brigantaggio, egli preliminarmente risponde che, quando propose in Parlamento la questione del brigantaggio, non sapeva quali termini scegliere per evitare di ferire i diversi partiti. Pareva che foss'egli nemico dell'Italia, propenso ai briganti, e che tripudiasse dello strazio del mezzodì. In faccia a tante resistenze, a tante denegazioni, propose una inchiesta, che fu poi vanamente due altre volte domandata. Alla fine rimane provato che i briganti esistono, una inchiesta o quasi un'inchiesta è decretata, e in questo il Ministero non è in contradizione coi propri antecedenti. "Ma in che consiste il brigantaggio? Consiste nel fatto che 1500 uomini, capitanati da due o tre malandrini, tengono testa ad un regno e ad un esercito. Ma sono semidei dunque, sono eroi! Intanto sono esseri illegali, eminentemente incostituzionali, e quindi conviene opporre la violenza a tanta violenza. Quindi, se per sé stesso il brigantaggio si riduce ad una sciagura, di cui potreste pretendervi irresponsabili, la repressione del brigantaggio diventa un vero caso di guerra interna e di nuove repressioni eccezionali. Io mi ricordo che quando vi dissi, che avendo visitate le provincie meridionali, aveva veduto una città di 5000 abitanti distrutta, e da chi? Dai briganti? No. Appena volevate credermi. Adesso, signori, sappiamo che si fucila, che le famiglie sono arrestate, che sono detenute; che vi sono in quelle provincie degli uomini liberati dai giudici e ritenuti in carcere in virtù dello stato d'assedio che era stato proclamato. Adesso saranno usciti. Voci a sinistra. No! no! FERRARI. Sono ancora detenuti? Poi si è introdotto il nuovo diritto sul quale le dichiarazioni del Ministero non hanno lasciato alcun dubbio; il diritto, dico, di fucilare un uomo preso colle armi alla mano. Questa si chiama guerra coi barbari, guerra senza quartiere. Ed all'interno come si chiama? Dateci un nome, io non so darlo. E se il vostro senso morale non vi dice che camminate nel sangue, non so come spiegarmi." [Tornata del 30/11/1862, p 4653 ==>5/22] Nelle ultime parole del filosofo deputato, Pino APRILE (2010) vi coglie l'impotenza del giusto, e le riporta così: "Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi". (p. 59) Incidentalmente si nota che il nostro Ferrari viene citato anche da The O'Clery (1892): [p. 318 ==> 343/579] "The system of outrage, massacre and bloodshed, by which the Piedmontese Government put down the reaction, was not denounced by the Bourbonists alone. Even among the Liberals of the Turin Parliament, men were found honest and outspoken enough to declare publicly what they knew to be the fact. <<You cannot deny>>, said Ferrari, in the debate of the 29th of November, 1862 {In realtà: 30 Novembre 1862}, <<that whole families are arrested without even a given pretext; that many individuals acquitted by the judges still linger in prison. A new code is in operation, under which every man taken with arms in his hands is shot. This I call a war of barbarians, a war without quarter. If conscience does not tell you that are wading in blood, I know not how to express myself.>>" {Il sistema dell'oltraggio, del massacro e dello spargimento di sangue, con cui il governo piemontese reprime la reazione, non viene denunciato solo dai borbononisti. Pure tra i liberali del Parlamento di Torino c'erano uomini abbastanza onesti e franchi per dichiarare pubblicamente quel che essi conoscevano riguardo ai fatti. <<Non

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possiamo negare>>, diceva Ferrari, nella seduta del 29/11/1862, <<che intere famiglie vengono arrestate senza neppure un dato pretesto; che molti individui assolti dai giudici, vengono ancora trattenuti in prgione. E un nuovo codice è in vigore, secondo il quale ogni uomo preso con le armi in mano, viene fucilato. Questa, io la chiamo una guerra di barbari, una guerra senza quartiere. Se la coscienza non vi dice che state guadando fiumi di sangue {spargendo sangue}, io non so come esprimermi.>>}

3.2. NINO BIXIO. La repressione del brigantaggio: un sistema di sangue. E di sangue parla pure Nino Bixio, nella Tornata del 18 Aprile 1863, presentando alla Camera dei Deputati le sue osservazioni e censure circa il sistema di repressione del brigantaggio: "Sì, signori. Si è inaugurato nel Mezzogiorno d'Italia un sistema di sangue. Ebbene, non è col sangue che si rimediano gl'inconvenienti (Bravo! Benissimo! a sinistra); no, non è col sangue. (Con forza) L'onorevole deputato Morelli {Donato} parlò probabilmente dal punto di vista di considerazioni generali; però in tutto quello che ha detto l'onorevole Miceli, se c'è dell'esagerazione, c'è pure della verità. Del resto il deputato Morelli ha forse ragione di considerare la questione da un punto di vista più elevato. È evidente che le Calabrie vogliono Fumel. Ebbene, hanno torto! (Bene! Benissimo! a sinistra) È evidente che nel Mezzogiorno non si domanda che sangue. Ma il Parlamento non lo può seguire su quel terreno. (Bravo! Bene!) Nel Mezzogiorno tutti quelli che hanno un soprabito [In genovese cappotto, vocabolo di cui si è valso l'oratore] vogliono trucidare quelli che non lo hanno. (Bravo! È vero!) [...] Il generale La Marmora, che si è indicato come un uomo di sangue, ha invece sempre proibito che si tocchi col fucile o colla baionetta chicchessia; si è sempre adoperato perché non si uccida altri che quelli che son presi, lì, nel combattimento, colle armi alla mano. Ebbene, in Calabria ed altrove, non si è fatto così! - E non va bene. - Tutti i ministri hanno lasciato fare: ma dal momento che ne sono informati, non vi debbono passar sopra. Non bisogna lasciarci fare la guerra né da Roma, né da Parigi. (Applausi dalla sinistra e dalle tribune pubbliche) Le provincie napoletane furono ridotte in una condizione deplorabile dai passati Governi; ebbene, vi rimedierete voi versando il sangue del povero infelice che è stato ridotto allo stato di bruto? Non è così, no, che si deve fare. (Benissimo!) Bisogna attaccare la questione da tutti i punti di vista; bisogna migliorare le condizioni del paese; far sentire i benefizi del Governo dell'oggi a tutte le parti dello Stato. Io voto contro la morte, sempre (Bravo! a sinistra) Altro è combattere, in campo, degli esteri che infestano le nostre provincie, delle masnade di ladroni stranieri; altro è combattere gente che non sa quel che si fa. Ebbene, il Governo, cominciando da Ricasoli e venendo all'attuale Ministero, ha sempre lasciato esercitare questo sistema. Hanno avuto torto tutti. Non è che colla giustizia, col far bene, collo studiare la questione pacatamente che si possono togliere gli ostacoli e superare le difficoltà. C'è l'Italia, là, o signori; e se vorrete che l'Italia si compia, bisogna farla colla giustizia, e non col sangue. (Bene! Bravo! nella camera, e applausi a sinistra) Voci. Col Codice! col Codice!" [p. 6382 ==> 20/26] A Bixio risponde il ministro di grazia e giustizia, l'on. Giuseppe Pisanelli (Tricase, 23/9/1812 - †Napoli, il 5/4/1979. Giurista, politico e accademico. Deputato del Regno d'Italia dal 1861 al 1873): "Io non posso che deplorare nuovamente l'incidente elevato intorno al signor Fumel, e le prime parole dell'onorevole Bixio parevano far eco a questo mio sentimento, poiché egli stesso lamentava come inopportunamente si fosse in questo momento mossa tale questione. Egli però, animato dal sentimento del bene, ha creduto di non dover lasciare quest'occasione per

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stigmatizzare un sistema che egli ha detto sistema di sangue. Ma l'onorevole generale Bixio non può credere che ci siano in questa Camera, in qualunque lato essi seggano, o sui banchi dei deputati, o su quello dei ministri, degli uomini che vogliono far l'Italia col sangue, e che approvino un sistema di sangue. [...] Quando questo ministero venne al potere, egli si occupò della questione del brigantaggio con sollecitudine, con ansia, con affetto, e tra i membri di questo Ministero ci era il relatore della Commissione nominata per il brigantaggio, il quale aveva proposto l'inchiesta votata poscia dalla Camera e consentita da tutto il Ministero. Noi assentimmo che i deputati eletti dalla Camera andassero a studiare, ad investigare questa piaga che noi riconoscevamo, forse non dopo del signor Bixio, ma al tempo medesimo di lui, come una calamità, una sventura per l'Italia; imperocché noi eravamo convinti che non solamente portava scompiglio, danni, stragi e rovina nel Napoletano, ma che logorava la vita nazionale. Ebbene, noi aderimmo pienamente all'inchiesta parlamentare, fidenti che essa avrebbe messo in luce il vero. Noi abbiamo atteso i suggerimenti, i consigli, gli studi, le proposte che questa Commissione, eletta dalla Camera, avrebbe fatto su questo argomento, e noi aspettiamo ancora la voce di quella Commissione. In quell'occasione discuteremo tutti, senza opinione di partito, senza guardare su qual banco ci troviamo, i rimedi che la Commissione ci verrà proponendo, e certamente saranno adottati quelli che al senno del Parlamento italiano sembreranno i più convenienti, i più pronti, i più salutari per il bene delle provincie napoletane e per l'Italia. Per ora mi sento in debito solamente di protestare contro qualunque intenzione che potesse essere attribuita al Governo diversa da quella che fosse conforme alla giustizia, all'onore ed alla salute del paese. (Bravo! Bene!)" (pp. 6382-6383 ==> 20-21/26)) 3.3. INCHIESTA PARLAMENTARE SUL BRIGANTAGGIO. L'inchiesta parlamentare di cui parlava Ferrari, poi alla fine venne decretata dal Parlamento. Nella Tornata del 30 Giugno 1863, il Deputato Avv. Luigi Minervini presenta la proposta di legge avente come oggetto: Provvedimento sul Brigantaggio: "PRESIDENTE. Il deputato Minervini ha presentato alla Presidenza un progetto di provvedimenti governativi e legislativi per la repressione del brigantaggio, con preghiera di farlo passare alla Commissione incaricata del relativo progetto di legge. Se non vi sono opposizioni, sarà trasmesso a quella Commissione. (Sì, sì!)" [/leg08/sed453.pdf / p. 745 ==> 20/28]

Già in precedenza vi era stata la "Proposta di legge per la repressione del Brigantaggio presentata dal Deputato Manini nella tornata 15 Dicembre 1862. .... letta il 18 Dicembre 1862 e trasmessa alla Commissione d'inchiesta sul Brigantaggio. Sviluppata e presa in considerazione il 12 Marzo 1863." [https://archivio.camera.it/resources/are01/pdf/CD1100029625.pdf] La Commissione d'inchiesta parlamentare sul brigantaggio operò dal 17 dicembre 1862 al 21 maggio 1863, nella VIII Legislatura del Regno d'Italia. Dice il Massari nella relazione: "Nel Comitato segreto del 16 dicembre 1862 ci veniva commesso l'incarico di riferire intorno alle cause ed allo stato del brigantaggio nelle provincie napolitane, e intorno ai più acconci provvedimenti che fossero a prendersi dal Parlamento e da suggerire al Governo per la più efficace repressione di esso." [p. 16 ==> 19/237] La relazione fu letta dallo stesso MASSARI alla Camera nel Comitato segreto del 3 e 4 maggio 1863, seguita da quella letta dal deputato CASTAGNOLA nella tornata segreta del 4 maggio e dalla LEGGE SUL BRIGANTAGGIO. https://books.google.it/books/about/Il_brigantaggio_nelle_province_napoletan.html?hl=it&id=xB4HmuCPfewC &redir_esc=y

A proposito di Giuseppe Ferrari e della Commissione d'inchiesta, mi preme far sapere ciò che scrive Giorgio Asproni {Bitti, 5 Giugno 1808 - † Roma, 30 Aprile 1876. Deputato del Regno d'Italia nelle Legislature: IX, X, XI, XII}nel suo diario politico alla data del 22 Gennaio 1863.

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L'illustre bittese, anch'egli amico e collega di S. Morelli, riferisce all'inizio che "I giornali sono senza importanza anche oggi. L'unica cosa che si ripete e che si sa anche troppo è che in Roma si organizzano i briganti, che poi si spediscono al Napoletano per uccidere, rapire, incendiare e devastare. Il principale fautore di questi malanni è Luigi Bonaparte, imperatore dei Francesi." Quindi racconta d'aver pranzato a Torino con Giuseppe Ferrari in casa di Giovanni Antonio Sanna {Sassari, 31 Agosto 1819 - † Roma, 9 Febbraio 1875. Pubblicista, Giornalista. Deputato del Regno d'Italia nelle Legislature: VI, VII, IX. https://storia.camera.it/deputato/giovanni-antonio-sanna-18190831#nav}, e qui d'essersi intrattenuti sopra vari argomenti. Tra le cose dette dal Ferrari, in particolare: "Ci ha esternato il dolore suo che la Sinistra non gli abbia dato un voto per eleggerlo a membro della Giunta parlamentare d'inchiesta per il brigantaggio. Ce l'ha in gola, e vuol farne vendetta allegra. Chiese a me consiglio. Io gli ho detto che deve aspettare la discussione della relazione, e censurando le omissioni, collocandosi al dissopra del Governo, della Giunta e della Camera stessa, dire solennemente la verità in nome dell'Italia che soffre. Allora resterà solo, ma gigante. Questa idea gli è piaciuta." [pp. 381-382. Diario politico 1855-1876. Vol. III: 18611863]

3.3.1. RELAZIONE MASSARI E CASTAGNOLA. IL BRIGANTAGGIO NELLE PROVINCIE NAPOLETANE RELAZIONI fatte a nome della Commissione d'inchiesta della Camera de' Deputati da G. MASSARI E S. CASTAGNOLA Con la giunta della legge proposta e dell'altra sanzionata. NAPOLI, Stamperia Dell'Iride, 1863.

RELAZIONE del DEPUTATO MASSARI Letta alla Camera de' Deputati Nel Comitato segreto de' 3 e 4 maggio 1863. [p. 1 ==> 10/209] Signori! Nell'affidarci il mandato di studiare le cagioni e lo stato del brigantaggio nelle provincie meridionali, e di additare gli opportuni rimedi, voi foste compresi dalla coscienza dell'imperiosa necessità di metter fine ad una condizione di cose che tanto conferisce a render più malagevole l'opera del nostro riordinamento nazionale, e che porge facile pretesto alle calunnie ed alle insidie dei nemici dell'unità italiana. Il sentimento che determinò la Camera ad affidarci questo mandato è stato la nostra scorta e la nostra regola nel procedere al suo adempimento. Venuti da parti diverse di quest'Assemblea noi ci siamo convinti, fino dai primi momenti dei nostri lavori, come nostro indeclinabile dovere fosse quello di appurare la verità e di porla in chiaro senza preoccupazioni di sorta alcuna, e siamo proceduti nelle nostre indagini con quella concorde operosità, che il comune affetto alla patria e la comune deferenza ai cenni della Camera c'imponevano. Nessuno di noi ha avuto in mira di far prevalere le proprie opinioni: tutti abbiamo rivolto le nostre cure ad attuare il meglio che per noi si poteva la vostra deliberazione, ed a rettamente interpretare il vostro intendimento: se i nostri sforzi abbiano, oppur no, sortito il desiderato effetto, tocca a voi giudicare dopo avere ascoltata l'esposizione delle nostre indagini e del metodo adoperato nel praticarle, non meno che quella dei rimedi, che il lungo studio del doloroso argomento ci ha suggerito di proporre all'attenta vostra considerazione. I documenti, dei quali fin dal principio i ministri furono solleciti di darci comunicazione, porgevano ampia materia di meditazione e di indagini: ma a noi non parve né che il nostro [p. 2 ==> 11/209] compito dovesse restringersi al loro esame, né che questo dovesse essere la parte essenziale del nostro lavoro. Il fatto del brigantaggio perturba tanti interessi, tocca a tante e sì svariate questioni politiche e sociali, da non poter essere considerato soltanto in modo astratto e generico; ma da doversi bensì attentamente osservare in tutti i suoi particolari, in tutte le sue forme, in tutte le sue relazioni, nella sua indole intrinseca del pari che nei suoi modi di manifestazione. Ond’è che a noi sembrò divisamento, più che opportuno, necessario recarsi sui luoghi, ed ivi attingere un concetto esatto e ben determinato dell'indole e delle vere cagioni

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del male. Ad appigliarci a questo partito ci muoveva pure il pensiero di meglio corrispondere all'intendimento della Camera, che era quello di dar pegno a tanta parte delle popolazioni italiane della sua benevolenza, ed attestare ad esse il suo fermo proposito di migliorarne le sorti ed assicurarne la prosperità. Recandoci nel mezzodì della nostra Penisola, e segnatamente nelle provincie dove più imperversava il brigantaggio, noi porgevamo con la nostra presenza alle contristate popolazioni non dubbia testimonianza della sollecita premura dei grandi poteri dello Stato verso di esse; noi eravamo ai loro occhi la dimostrazione irrefragabile e vivente della solidarietà di affetti e di interessi, che oramai stringe indissolubilmente in un fascio tutte le provincie d'Italia. Il nostro viaggio ebbe una fortunata coincidenza con la sottoscrizione nazionale a pro dei danneggiati dal brigantaggio; in guisa che apparivano contemporaneamente all'opera la carità della nazione intesa ad alleviare i patimenti delle vittime e l'antiveggenza del Parlamento intesa ad escogitare i provvedimenti più efficaci a rimuovere le ragioni di quei patimenti. Anche sotto quest'aspetto perciò la nostra gita poteva non essere destituita di utilità; poteva essere, come di fatti ci pare sia stata, un primo rimedio morale. Ed oggi siam lieti di essere in grado di affermare, che la nostra antiveggenza non andò fallita. Già nei primi giorni della nostra dimora in Napoli ci fu dato accorgerci che non ci eravamo ingannati; il viaggio nelle provincie poi ci diede incessanti motivi di rallegrarci di essere venuti in quella risoluzione. La presenza della deputazione di uno dei grandi poteri dello Stato, a cui tutti avevano adito [p. 3 ==> 12/209] e tutti potevano liberamente esporre le loro doglianze; di una rappresentanza che viaggiava a bella posta per interrogare le popolazioni intorno alle loro sofferenze ed ascoltare da esse medesime i suggerimenti dei rimedi, era fatto nuovissimo per quelle provincie, e l'impressione da esso prodotta non può essere descritta con acconce parole. Noi non vi ridiremo, o signori, le amorevoli ed entusiastiche dimostrazioni con cui le popolazioni meridionali festeggiarono la vostra Commissione; tutte quelle manifestazioni, che l'affetto e la fiducia possono suggerire ed inspirare, vennero largite con quella spontaneità di effusione e vivacità di espansione, che sono proprie a quelle popolazioni imaginose e sensibili. Con gli ardenti applausi, con le rinnovate dimostrazioni di ossequio e di amore esse attestavano come ben comprendessero e fossero grate al benevolo intendimento della Camera a loro riguardo. Nei trasporti della loro riconoscenza campeggiava quello stesso sentimento di fiducia nell'indestruttibilità dell'unità italiana, che dettò a voi, o signori, la risoluzione di ordinare apposite indagini sulle condizioni delle provincie napolitane. Voi decretaste l'inchiesta per attestare la vostra vigile premura sulle sorti di tutti i componenti l’italica famiglia; le popolazioni meridionali afferrarono prontamente il significato della vostra deliberazione, e da Napoli ad Avellino, ad Ariano, a Foggia, a Barletta, a Bari, a Lecce, a Taranto, a Potenza, a Salerno, a Sora ce lo hanno dimostrato con ogni maniera di amorevolezza, con inesauribile cordialità. Municipi, guardie nazionali, cittadini di ogni ceto e di ogni condizione gareggiavano nel tributare ossequio e fiducia alla rappresentanza nazionale; era un'acclamazione senza posa al Re, al Parlamento, all'unità italiana. Le borgate ed i villaggi, che non erano compresi nell'itinerario della Commissione, spedivano le loro deputazioni e le loro guardie nazionali lungo la strada. Non citeremo nomi, perché una dimenticanza sarebbe facile, e sarebbe sconoscenza ed ingiuria verso i dimenticati; ma ci è grato ricordare in modo speciale la milizia nazionale della città di Bitonto, la quale per due giorni consecutivi bivaccò a parecchie miglia di distanza dalla città per essere in grado di salutare la Commissione al suo passaggio da Barletta a Bari. E con singolare compiacenza in [p. 4 ==> 13/209] tutte quelle deputazioni ed accolte di popolo ravvisammo la presenza di non pochi sacerdoti, i quali coglievano premurosi l'occasione di esprimere i loro sensi di devozione al Governo italiano ed ai nostri liberi istituti. Il venerabile vescovo della diocesi di Larino si recò di persona ad incontrare la Commissione; il vescovo di Monopoli, ammalato, spedì a bella posta il suo vicario; a Taranto, a Matera, a Tricarico, a Sora, dove le sedi sono vacanti per assenza o per morte, i rispettivi vicari si affrettavano a porgere i loro ossequi alla rappresentanza della Camera; la quale era specialmente onorata in San Germano, tanto all'andata, quanto al ritorno, dall'affettuosa ospitalità degl'illustri Benedettini

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della celebrata abbazia di Montecassino. Se queste ci paressero vane pompe, sterili e convenzionali onoranze, noi non ne faremmo motto alla Camera; ma ricordando questi particolari, noi intendiamo darvi contezza della grata e consolante impressione, che il viaggio nelle provincie meridionali ha lasciato negli animi nostri; essere cioè quelle provincie, al pari delle altre, comprese profondamente dal pensiero dell’unità nazionale, e devotissime alla monarchia costituzionale nella quale quella unità si compendia e s'incarna. Mentre tante voci prezzolate vanno tuttodì ripetendo essere l'unità italiana cosa impossibile, o per lo meno effimera e transitoria, mentre infinti o tiepidi amici vanno glorificando la gretta utopia della confederazione, la vostra Commissione è lieta e commossa di adempiere al dovere di darvi, con piena cognizione di causa, l'assicurazione e la conferma dei rapidi e sempre crescenti progressi del sentimento dell'unità nazionale negli animi delle popolazioni meridionali. Noi torniamo da quelle provincie recando ad un tempo il doloroso convincimento, che molti e gravi sono i mali che le travagliano, e la confortante certezza che tutti quei mali sono sanabili, che saranno sanati e che cederanno agl'influssi irresistibili di quell'unità nazionale e di quella libertà, a cui danno sono indarno invocati da fallaci ed interessati presagi. Narrandovi delle accoglienze ricevute dalle popolazioni, non intendiamo di certo mancare al debito di parlarvi di quelle che ci vennero fatte dalle autorità; le quali tutte, e civili, e politiche, e amministrative, e giudiziarie, e militari sono state le [p. 5 ==> 14/209] prime a dare l'esempio della riverenza e dell’ossequio alla dignità del Parlamento. Vi diremo in seguito del contegno e delle opere del nostro esercito, ma fin d'ora ci è grato esprimervi la viva soddisfazione che abbiamo sperimentata, per le accoglienze piene di deferenza e di affetto, che la Commissione si ebbe dai militari di ogni arma e di ogni grado. Nelle quali accoglienze ci è stato agevole scorgere, come l'esercito italiano abbia ereditato dal suo glorioso progenitore, l' esercito piemontese, non solo la tradizione del valore, della disciplina e dell'abnegazione, ma anche quella dell'ossequio profondo e sincero alle leggi ed alla libertà. La nostra dimora a Napoli durò parecchi giorni, i quali furono tutti adoperati a raccogliere il parere e le opinioni delle autorità di qualsivoglia ordine, e dei cittadini di ogni condizione e di ogni opinione politica. Basterebbe a documento della severa e scrupolosa imparzialità con la quale stimammo dovere nostro procedere a citarvi i nomi delle persone interrogate Il giorno 28 gennaio la Commissione, accompagnata dal capitano di stato maggiore Mocenni, posto a sua disposizione dal generale La Marmora, muoveva alla volta di Avellino. Il 31 gennaio giungeva in Ariano; il 1.° febbraio a Foggia. La necessità di conciliare la prontezza dei lavori con i riguardi dovuti alle popolazioni, le quali per mezzo dei loro municipi invocavano la presenza della Commissione, ci suggerì il consiglio di dividerci in due sotto-Commissioni: composta la prima dai deputati Sirtori, Bixio, Argentino e Saffi, e l'altra dai deputati Castagnola, Ciccone, Morelli, Romeo e Massari: la prima visitava il circondario di Sanseverino in Capitanata, i boschi del Fortore, il circondario di Larino nel Molise, e poi tornando per Foggia percorreva il circondario di Melfi, e dopo aver visitato il bosco di Monticchio per Rionero ed Avigliano andava a Potenza; la seconda percorreva la Puglia barese e la leccese, e da Taranto per Gioia, Santeramo ed Altamura andava in un altro circondario della Basilicata, quello di Matera, e per Grottole, Grassano e Tricarico raggiungeva l'altra sotto-Commissione in Potenza. Ognuna delle due sotto Commissioni procedeva con la stessa norma e con lo stesso sistema praticato sino a quel momento. [p. 6 ==> 15/209] Da Potenza la Commissione nuovamente riunita tornava a Napoli, fermandosi un giorno a Salerno, finalmente si recava a visitare la frontiera romana, e dimorava due giorni a Sora. Pervenuta a questo punto dei suoi lavori la Commissione agitò la questione, se convenisse proseguire le indagini nelle provincie non ancora visitate, gli Abruzzi vale a dire, e le Calabrie, oppure se fosse d’uopo affrettarsi a tornare in Torino, deliberare intorno alle conclusioni e presentare la relazione alla Camera. Vivissimo era il desiderio di tutti i componenti della Commissione di non tralasciare la visita agli Abruzzi ed alle Calabrie, e di dimostrare a quelle

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nobili e care popolazioni lo stesso interessamento manifestato a quelle delle altre provincie del Mezzodì: ma ragioni maggiori ed imperiosissime impedirono che questo desiderio venisse appagato. La Commissione togliendo in considerazione le angustie del tempo e la mole dei lavori, ai quali ancora doveva dare opera, pensò che tutto dovesse essere subordinato all'evidente necessità di far presto, perché le sue indagini potessero sortire in tempo utile gli effetti che tutti ne bramano o ne aspettano, e quindi con grandissimo rincrescimento, ma con la profonda persuasione di adempiere con fedeltà al proprio mandato e di giovare agl'interessi delle popolazioni, rinunziò definitivamente alla meditata escursione nelle Calabrie e negli Abruzzi. Questa escursione oltreciò, se veniva suggerita da un riguardo affettuoso verso le popolazioni abruzzesi e calabresi, non poteva praticamente aggiungere nulla di rilevante alle indagini già fatte. Negli Abruzzi il brigantaggio si restringe entro i confini del circondario di Vasto, ed è una diramazione diretta di quello di Capitanata e del Circondario di Larino, dove già erano state fatte le opportune indagini. Nelle Calabrie il brigantaggio o non esiste affatto, oppure è faccenda d'assai poco momento: tutte le volte che esso ha osato levare il capo, le popolazioni calabresi non hanno affidato ad altri fuorché a loro medesime la cura di combatterlo e di annientarlo; in guisa che la Commissione recandosi nelle Calabrie non avrebbe potuto far altro se non significare i sensi della più calda ammirazione verso quei coraggiosi e patriottici abitanti, i quali come in agosto 1860 secondarono vigorosa-mente [p. 7 ==> 16/209] il moto nazionale senza temere le migliaia di soldati borbonici che stanziavano nelle loro contrade, così dopo non hanno mai tollerato che il suolo calabro venisse contaminato dalla presenza di orde brigantesche. In tal guisa avevano fine le indagini delle quali siamo ora per esporvi i risultamenti e le pratiche conseguenze. La Camera ci ha dettato l'ordine logico a cui deve informarsi la nostra esposizione nei termini stessi del mandato che si compiaceva affidarci. Nel Comitato segreto del 16 dicembre 1862 ci veniva commesso l'incarico di riferire intorno alle cause ed allo stato del brigantaggio nelle provincie napolitane, e intorno ai più acconci provvedimenti che fossero a prendersi dal Parlamento e da suggerire al Governo per la più efficacie repressione di esso. In conformità di quest'incarico noi veniamo oggi a dirvi quali siano, a senso nostro, le cause del brigantaggio, quale il suo stato attuale, e quali i diversi provvedimenti che Governo e Parlamento debbono prendere non solo per reprimere gli effetti immediati del male, ma anche per rimuoverne le cause, e prevenirne in tal guisa il possibile rinnovamento. Incominciamo dalle cagioni. Dalla loro definizione soltanto, dalla determinazione precisa della maggiore o minore loro importanza si può inferire il concetto esatto e veritiero del brigantaggio, e quindi il criterio con cui debba procedersi per combatterlo ed estirparlo. Facil cosa è dire che il brigantaggio si è manifestato nelle provincie meridionali a motivo della crisi politica ivi succeduta; con ciò si enuncia il motivo più visibile del doloroso fatto, ma si rimangono nell'ombra le ragioni sostanziali, le quali invece sono quelle che vanno accuratamente studiate ed esaminate, perché esse sole possono fornire l'indicazione dei mezzi più sicuri e più efficaci a ricondurre le cose nelle condizioni regolari. La prima domanda che spontanea sorgeva nell'animo nostro era la seguente: il brigantaggio che da tre anni contrista le provincie continentali del mezzodì dell’Italia, è conseguenza esclusiva del cangiamento politico avvenuto nel 1860, oppure questo cangiamento è stato soltanto un'occasione dalla quale lo sviluppamento del brigantaggio è [p. 8 ==> 17/209] stato determinato? Negli ordini politici e sociali, come nel fisico, non basta riconoscere le cause prossime ed immediate dei fenomeni, ma è d’uopo accennare se a queste cause si colleghino altre, senza le quali l'azione delle cause prossime ed immediate, o non potrebbe svolgersi affatto, oppure raggiungerebbe proporzioni minime e di poca entità. Certo è cosa evidente che in tutte le crisi politiche il principio di autorità soggiace a gravi scosse, i vincoli sociali si rallentano, le ragioni intrinseche di sicurezza e di tranquillità scapitano di molto nel loro vigore; e quindi è naturale che avvengano gravi disordini, e che la sicurezza pubblica, segnatamente, sia profondamente turbata. Certo le pro

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vincie napolitane hanno soggiaciuto nel 1860 ad una crisi di questo genere, e torna agevole il comprendere come in seguito a ciò siasi manifestato il brigantaggio. Ma basta forse la sola crisi politica a rendere ragione e della intensità del male e delle proporzioni che ha raggiunte e della ostinazione con cui resiste ai mezzi adoperati per combatterlo e guarirlo? A persuadervi che restringendo a quella pocanzi enunciata le cause del brigantaggio si cadrebbe in errore, bastava una sola considerazione. Gl'influssi della crisi politica non potevano essere, non sono stati diversi nelle diverse provincie dell'ex-reame napolitano: se dunque in ogni caso la loro azione è stata identica, gli effetti avrebbero pure dovuto essere i medesimi in ognuna di quelle provincie, e queste avrebbero perciò dovuto essere allo stesso grado infestate dal brigantaggio. La conchiusione è strettamente logica: ma il fatto la contraddice, poiché è indubitato che mentre in alcune provincie il brigantaggio è infierito ed ha raggiunte terribili proporzioni, come, a cagion d'esempio, in Capitanata ed in Basilicata, in altre, come le Calabrie, o non ha allignato affatto, o tutto al più si è astretto in angusti limiti. Per rendere ragione di questo contrasto è dunque mestieri supporre o che la crisi politica non abbia avuto nessun influsso in alcune provincie e molto in altre, oppure che le rispettive condizioni di quelle provincie non essendo identiche, gli effetti della crisi siano stati diversi. La prima di queste ipotesi non regge all'esame: il rivolgimento politico essendo unico nella sua [p. 9 ==> 18/209] essenza e nella sua origine non poteva non tramandare i suoi influssi alla stessa guisa e con la medesima efficacia in tutte le località, e quindi sarebbe all'intutto gratuito ed assurdo il supporre e l'asserire che questi influssi si manifestassero e fossero attivissimi a Foggia ed a Potenza, latenti od inerti a Catanzaro ed a Reggio. La ragione del divario va dunque ricercata altrove, e propriamente nella diversità delle condizioni delle varie provincie. Ond'è che dalla evidenza dei fatti noi siamo stati costretti a domandarci se per avventura non esistessero cause generali ed essenziali che contribuiscono a rendere in alcune località, meglio che in altre, più agevole, più pronto, più terribile lo sviluppamento del brigantaggio, e frappongano più gagliardi ostacoli alla sua estirpazione. La risposta a questa domanda ci è stata largamente fornita e dalla osservazione dei fatti e dalle ricordanze istoriche e dalle opinioni di molte fra le persone che all'uopo abbiamo interrogate, e di quelle che spontaneamente ci hanno partecipato per iscritto il loro parere. Quelle osservazioni, quelle ricordanze, quelle opinioni ci hanno condotto a conchiudere che il brigantaggio ha una sua precipua ragione di essere in alcune cause, che non sono quelle che a prima giunta si scorgono, e che pur troppo non sono né le meno efficaci, né le meno essenziali. A bene esprimere il nostro concetto diremo che il brigantaggio se ha pigliato le mosse nel 1860, come già nel 1806, ed in altre occasioni dal mutamento politico, ripete però la sua origine intrinseca da una condizione di cose preesistente a quel mutamento, e che i nostri liberi istituti debbono assolutamente distruggere e cangiare. Molto acconciamente è stato detto e ripetuto essere il brigantaggio il fenomeno, il sintoma di un male profondo ed antico: questo paragone desunto dall'arte medica regge pienamente, ed alla stessa guisa che nell’organismo umano le malattie derivano da cause immediate e da cause predisponenti, la malattia sociale, di cui il brigantaggio è il fenomeno, è originata anch'essa dallo stesso duplice ordine di cause. Le prime cause adunque del brigantaggio sono le cause predisponenti. E prima fra tutte, la condizione sociale, lo stato [p. 10 ==> 19/209] economico del campagnuolo, che in quelle provincie appunto, dove il brigantaggio ha raggiunto proporzioni maggiori, è assai infelice. Quella piaga della moderna società, che è il proletariato, ivi appare più ampia che altrove. Il contadino non ha nessun vincolo che lo stringa alla terra. La sua condizione è quella del vero nullatenente, e quand'anche la mercede del suo lavoro non fosse tenue, il suo stato economico non ne sperimenterebbe miglioramento. Dove il sistema delle mezzerie è in vigore, il numero dei proletari di campagna è scarso; ma là dove si pratica la grande coltivazione, sia nell'interesse del proprietario, sia in quello del fittaiuolo, il numero dei proletari è necessariamente copioso. Tolgasi ad esempio la Capitanata. Ivi la proprietà è raccolta in pochissime mani: la stessa denominazione di proprietari anzi è inesatta, poiché in realtà essi non sono veri proprie

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tari, ma censuari vassalli del Tavoliere di Puglia; ed ivi il numero de' proletari è grandissimo. A Foggia, a Cerignola, a San Marco in Lamis havvi un ceto di popolazione, addimandato col nome di terrazzani, che non possiede assolutamente nulla e che vive di rapina. Nella sola città di Foggia i terrazzani assommano ad alcune migliaia. Grande coltura: nessun colono: e molta gente che non sa come fare per lucrarsi la vita. <<I terrazzani ed i cafoni, ci diceva il direttore del demanio e tasse della provincia di Foggia, hanno pane di tal qualità che non ne mangerebbero i cani.>> Tanta miseria e tanto squallore sono naturale apparecchio al brigantaggio. La vita del brigante abbonda di attrattive per il povero contadino, il quale ponendola a confronto con la vita stentata e misera che egli è condannato a menare, non inferisce di certo dal paragone conseguenze propizie all'ordine sociale. Il contrasto è terribile, e non è a meravigliare se nel maggior numero dei casi il fascino della tentazione a male oprare sia irresistibile. I cattivi consigli della miseria non temperati dalla istruzione e dalla educazione, non infrenati da quella religione grossolana che si predica alle moltitudini, avvalorali dallo spettacolo del cattivo esempio prevalgono presso quegl'infelici, e l'abito a delinquere diventa seconda natura. La fioca voce del senso morale è soffocata, ed il furto anziché destare ripugnanza [p. 11 ==> 20/209] appare mezzo facile e legittimo di sussistenza e di guadagno, ond'è che sorgendo dall'occasione l'impulso al brigantaggio le sue fila non indugiano ad essere ingrossate. Su 375 briganti che si trovavano il giorno 15 aprile prossimo passato nelle carceri della provincia di Capitanata, 293 appartengono al misero ceto dei così detti braccianti. Là invece dove le relazioni tra il proprietario ed il contadino sono migliori, là dove questi non è in condizione nomade ed è legato alla terra in qualsivoglia modo, ivi il brigantaggio può, manifestandosi, allettare i facinorosi, che non mancano in nessuna parte del mondo, ma non può gettare radici profonde ed è con maggiore agevolezza distrutto. Nella provincia di Reggio di Calabria di fatti, dove la condizione del contadino è migliore, non vi sono briganti. Nelle altre due Calabrie, la provincia di Catanzaro e quella di Cosenza, le relazioni tra contadini e proprietari sono cordiali, e quindi allorché questi invocano l'aiuto di quelli per difendere la proprietà e la sicurezza sono certi di conseguirlo. Nelle provincie dove lo stato economico, la condizione sociale dei campagnuoli sono assai infelici, il brigantaggio si diffonde rapidamente, si rinnova di continuo, ha una vita tenacissima; mentre in quelle dove quello stato è più tollerabile, dove quella condizione è comparativamente migliore, il brigantaggio suol essere frutto d'importazione, né può, manifestandosi, oltrepassare certi limiti, e quando sia stato una volta disfatto non risorge con tanta facilità. Quante e quante volte le bande di Caruso e di Crocco in Capitanata e Basilicata sono state sbaragliate e decimate, e talvolta pur quasi interamente distrutte; e frattanto sono sempre risorte. In Terra di Lavoro invece la banda di Cipriano della Gala tenne la campagna per molto tempo, ma alla fine fu incontrata dalla truppa e completamente disfatta. D'allora in poi abbenché il capo-banda sia ancor vivo e non fatto prigioniero, della banda non si è mai più inteso a parlare. In provincia di Bari è succeduto un caso identico. Una banda di masnadieri guidata da un tal Pasquale Romano di Gioia, ex sergente borbonico, contristava con ogni maniera di rapine e di uccisioni quelle amene ed ubertose contrade; nei primi di gennaio scorso i cavalleggieri di Saluzzo, [p. 12 ==> 21/209] comandati dal valoroso capitano Bollasco, e secondati dalla coraggiosa guardia nazionale di Gioia, assalirono l'infame banda, ne uccisero il capo, la distrussero. D'allora in poi il tenimento di Gioia è libero e sicuro. Il circondario di Sora in Terra di Lavoro è limitrofo al territorio pontificio, e quindi esposto tuttodì alle incursioni delle bande brigantesche che tranquillamente e con tutti gli agi immaginabili si organizzano in quel territorio; frattanto il brigantaggio è ivi affatto transitorio, e non trapassa i limiti della importazione. E perché? Perché la condizione del contadino è migliore che altrove, perché il paese è assai industrioso e commerciante, perché i lavori della strada ferrata hanno adoperato molte braccia e cagionato l'aumento dei salarii. La banda di Chiavone era reclutata tra i contadini più miseri della selva di Sora e della vicina valle Roveto. Nel Molise la condizione del contadino non è prospera, così pure nella Basilicata, dove in aggiunta sono assai vive le controversie per le usurpazioni di beni demaniali. Nel circondario di Avezzano, in pro

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vincia di Aquila, i contadini vanno a lavorare nel vicino agro romano e guadagnano onestamente la vita. Quel circondario, al pari di quello di Sora, è limitrofo al territorio pontificio, ed ivi pure il brigantaggio è conseguenza d'importazione. In generale ciò si avvera in tutto l'Abruzzo aquilano, perché in esso pochi sono i contadini i quali non abbiano qualche vincolo alla terra. Nell'Abruzzo teramano il fatto del quale accenniamo, risulta con molla evidenza: in quella provincia fu l'ultimo asilo delle truppe borboniche la fortezza di Civitella del Tronto, la quale si arrese dopo la caduta di Gaeta; non mancava adunque il fomite del brigantaggio: pertanto la provincia fu preservata dal flagello a motivo, senz'alcun dubbio, della mitezza e del patriottismo dei suoi abitanti, ma anche perché lo stato economico del contadino non è cattivo. Il contrapposto che risulta dalla diversità delle condizioni sociali ed economiche è evidente; non solo esso si scorge facendo il confronto tra le diverse provincie, ma è visibile anche senza uscir dai confini di una stessa provincia. Valga ad esempio l'Abruzzo Chietino. Nel circondario di Chieti è stabilita tra il proprietario ed il contadino [p. 13 ==> 22/209] una specie di società, mediante la quale questo si obbliga a prestare la propria opera, e l'altro il fondo od il capitale. Il profitto è ripartito in determinate proporzioni, le quali variano a seconda della fertilità del terreno. Il contadino perciò non è un semplice bracciante che per salario lavora la terra, ma è invece legato a questa, partecipa agl'interessi del proprietario. Nel circondario di Chieti il brigantaggio è stato importato, ma non vi ha mai gettato radici. In un altro circondario della stessa provincia, in quello di Vasto, la sorte del contadino non è così lieta: si avvicina a quella del contadino delle provincie di Campobasso e di Foggia, ed il circondario di Vasto è stato una delle contrade abruzzesi dove più il brigantaggio è imperversato; né è incominciato a declinare se non quando attivandosi i lavori della strada ferrata la povera gente ha potuto accorgersi che il valore della mano d'opera era di molto cresciuto, e che il lavoro può procacciare un guadagno onesto, sicuro e copioso. In alcune località il contrapposto è visibile entro i limiti dello stesso mandamento. Nella medesima provincia di Chieti sono nel medesimo mandamento Bomba e Montazzoli: a Bomba la sorte del contadino non è cattiva; a Montazzoli si avvera l'opposto. Il numero dei briganti nel primo paese è scarsissimo, nel secondo è rilevante. Ma vi è ancora di più. II mutare delle condizioni sociali ed economiche nella stessa località attenua, se pure non distrugge compiutamente, la predisposizione al brigantaggio. Un onorevole senatore di Capitanata ci narrava il fatto seguente. Durante il decennio della occupazione militare francese, Orsara fu uno dei paesi che fornì maggior numero di briganti. Il Governo borbonico stimò opportuno di dividere i beni demaniali di quella terra fra coloro che possedevano un capitale di 20 carlini in giù. Il concorso fu numerosissimo: ognuno potè acquistare una mezza versura di terreno (due jugeri) ed una intiera, allorché la qualità dei terreni era assai cattiva. Mutate in tal guisa le condizioni sociali ed economiche, Orsara ha fornito uno scarsissimo contingente all'attuale brigantaggio: in questi ultimi tempi cotesto contingente riducevasi a due. [p. 14 ==> 23/209] La condizione di cose, della quale siamo venuti fin qui discorrendo, ci sembra porgere in modo non equivoco la nozione di una delle cause che con maggiore efficacia generano fatalmente in alcune provincie meridionali la funesta predisposizione al brigantaggio. Il sistema feudale spento dal progredire della civiltà e dalle prescrizioni delle leggi ha lasciato una eredità che non è ancora totalmente distrutta; sono reliquie d'ingiustizie secolari che aspettano ancora ad essere annientate. I baroni non sono più, ma la tradizione dei loro soprusi e delle loro prepotenze non è ancora cancellata, ed in parecchie delle località che abbiamo nominate l'attuale proprietario non cessa dal rappresentare agli occhi del contadino l'antico signor feudale. Il contadino sa che le sue fatiche non gli fruttano benessere né prosperità; sa che il prodotto della terra inaffiata dai suoi sudori non sarà suo; si vede e si sente condannato a perpetua miseria, e l'istinto della vendetta sorge spontaneo nell'animo suo. L'occasione si presenta; egli non se la lascia sfuggire; si fa brigante; richiede vale a dire alla forza quel benessere, quella prosperità che la forza gli vieta di conseguire, ed agli onesti e mal ricompensa

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ti sudori del lavoro preferisce i disagi fruttiferi della vita del brigante. Il brigantaggio diventa in tal guisa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche secolari ingiustizie. Ma forse la causa predisponente al brigantaggio che risulta dalla infelice condizione sociale, dalla miseria, dalla povertà, non possederebbe la terribile efficacia, che in realtà possiede e manifesta, se non fosse potentemente coadiuvata da un'altra causa dello stesso genere, vale a dire dal sistema borbonico. La sola miseria non sortirebbe forse effetti cotanto perniciosi se non fosse congiunta ed altri mali che la infausta signoria dei Borboni creò ed ha lasciati nelle provincie napolitane. Questi mali sono l'ignoranza gelosamente conservata ed ampliata, la superstizione diffusa ed accreditata, e segnatamente la mancanza assoluta di fede nelle leggi e nella giustizia. Gli uomini che a migliaia nel periodo di soli sessant'anni il Governo borbonico ha scannato sui patiboli, o fatti dolorare negli ergastoli, nelle galere, negli esigli, non furono le vittime più infelici; la scure del carne-fice [p. 15 ==> 24/209], il capestro non furono i maggiori, né i più crudeli tormenti di supplizio usati dai Borboni, i quali a tutta possa si adoperarono a commettere il più nefando dei parricidi, quello di togliere ad un intiero popolo la coscienza del giusto e dell’onesto. Ferdinando II segnatamente arrecò nella proterva impresa una operosità ed un ingegno veramente infernali. Del tribunale della giustizia umana come di quello della giustizia divina aveva fatto il sacrario della denuncia e della menzogna; aveva confusa l'onorata assisa del soldato con quella del delatore e dello scherano; glorificava ed onorava il delitto, puniva come infamia la virtù e l'eroismo; famelico di dominio assoluto, poco gli premeva di regnare su di un deserto, purché regnasse; poco gli premeva che puntelli del suo trono fossero l’iniquità, la frode, la venalità, purché vi sedesse sopra; il suo regno lungo e funesto fu un brigantaggio permanente contro il più sacro diritto di proprietà, quello della onestà, contro la più preziosa prerogativa della vita delle nazioni, la morale. La stessa voce irresistibile dell'istinto che lo avvertiva come la sua dinastia potesse occupare per qualche tempo, ma non regnare per sempre nell'estremo lembo d'Italia, non lo distoglieva dall'esiziale assunto, ma sempre più ve lo infervorava: regnare, e non potendo più regnare, lasciava al Governo civile, che prevedeva dovesse succedere a quello della sua dinastia, un cadavere; questo era il suo scopo(1). [(1) Ai principii del 1850 Ferdinando II diceva all'ex-ministro principe Dentice, ora defunto: “se io debbo lasciare il regno legherò ai miei successori cinquant'anni di anarchia.”] Non gli fu dato raggiungerlo, perché l'intelligenza napolitana oppose al perverso disegno una incrollabile resistenza; e fu vittoriosa. Ma l'apostolato della immoralità e della ingiustizia fatto dall'alto di un trono non poteva non far risentire i suoi effetti sulle povere plebi; ed oggi alla luce della libertà se ne scorgono le amare conseguenze. Ce lo hanno detto e ripetuto tanti autorevoli ed onorandi uomini: questo popolo non ha il sentimento della giustizia, non ha fiducia in essa, non ci crede. Qual meraviglia di ciò se per tanto volgere di anni quel popolo ha veduto il prete confondere le attribuzioni del suo santo ministerio con quella del delatore, il magistrato trafficare la [p. 16 ==> 25/209] giustizia, il soldato far da carnefice? Qual meraviglia se plebi misere ed infelici ed educate a questa guisa accorrano oggi ad ingrossare le fila dei briganti? Qual maraviglia se nel periodo di trasformazione, del passaggio cioè dal dominio assoluto della forza brutale all'impero pacifico della libertà e delle leggi, quelle povere plebi chieggano alla violenza e alla ribellione contro la società il ristoro ai lunghi danni, alle eterne ingiustizie, quel ristoro che non sarebbero in grado di ottenere dal lavoro e dalla libertà? Dai Greci ai Normanni, agli Svevi, agli Angioini, agli Aragonesi, ai Francesi, la storia delle provincie napolitane è la storia delle conquiste e dei trionfi non del più giusto, ma del più forte, né v'ha nulla che tanto conferisca a perturbare la coscienza di un popolo ed a fargli smarrire il senso della giustizia quanto l'alternarsi e succedersi senza posa di dominatori stranieri: il simulacro d'indipendenza, la mendace autonomia che esse acquistarono con l'ultima dinastia borbonica non rialzarono, ma sempre più scalzarono quel sentimento dalle sue naturali fondamenta. Ora è cosa incontrastabile che la mancanza di fede nella giustizia è di per sé sola la più efficace predisposizione che possa immaginarsi alla vita eslege delle avventure e

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delle rapine. La mala signoria borbonica fecondando, infondendo vigore negli elementi di guerra sociale ha resa la loro azione più deleteria, i loro influssi più perniciosi, il loro svolgimento più ampio. Né ciò fu opera del caso, ma di premeditazione, di concetto preordinato: il primo impulso all'attuale brigantaggio venne dato fin dal mese di luglio 1860, quando cioè i Borboni si erano già avveduti che non avevano potuto trarre in inganno le popolazioni con l'infido dono della Costituzione, e che tosto o tardi sarebbero stati costretti ad abbandonare il regno. Rammentavano che alla fine del secolo scorso e nei primi anni del secolo corrente erano tornati per opera del brigantaggio, e quindi nel 1860 pensavano ad ammannire le stesse armi per conseguire lo stesso scopo. A queste due cause essenziali e fondamentali del brigantaggio altre debbono aggiungersi, le quali vanno del pari annoverate fra quelle che abbiamo chiamate predisponenti. Una di esse [p. 17 ==> 26/209], non irrilevante di certo, né da porsi in non cale, è quella che diremo storica o, meglio, tradizionale. È la esistenza di una tradizione di brigantaggio, la quale trae la sua origine dal sistema feudale, nelle provincie napolitane tenacissimo, e tardi contrastato e vinto dalla potestà regia. Sorgente, misura e guarentigia di ogni diritto era la forza. Il barone imperava circondato da bravi, e fra costoro i più bravi erano quelli che potevano vantare di aver commesso maggiori delitti e maggiori atrocità. L'esercito del barone era un'accolta di scherani pronti a commettere ogni maniera di sopruso e di violenza. Ai poveri vassalli non rimaneva altra elezione se non quella di lasciarsi manomettere, ovvero di arruolarsi tra i bravi. Nella lunga e tetra vicenda di conquiste e di straniere signorie coteste condizioni sociali ed il mal governo non mancarono mai di determinare la produzione dello stesso fenomeno. In quel lacrimevole periodo storico, che si chiama del vice-regnato, e che durò oltre a 230 anni, il brigantaggio diventò abituale e quasi endemico. Infierì nelle Puglie, in Terra di Lavoro ed in altre provincie. Il nome soltanto era diverso: i masnadieri si appellavano allora sbanditi e non briganti; questa ultima denominazione ci è venuta dai Francesi. «I baroni del regno, dice il dotto storico Winspeare, si sono serviti del brigantaggio come della loro e ordinaria milizia... Le milizie e i domestici delle Corti dei baroni sono stati d'ordinario assortiti di uomini coperti di delitti, i quali si rifuggivano sotto la loro protezione. Per uno di quei principii di onore che l'anarchia feudale aveva adottati, la qualità di uomo inquisito passava per un requisito di coraggio che rendeva un candidato degno di essere ammesso fra le squadre baronali... Fra le cause che diedero luogo alla proscrizione del principe di Salerno Sanseverino, ci fu quella di essere non solo protettore, ma anche partecipante del brigantaggio; e fra le prime rimostranze che fece la città di Napoli all'imperatore Carlo V ci fu che i nobili tenevano uomini facinorosi nei loro portici, per mezzo dei quali perseguitavano, straziavano, uccidevano gli onesti cittadini e toglievano per forza i ribaldi dalle mani della giustizia. Il vicerè D. Pietrantonio d'Aragona nel 1668, dopo di aver creata una Commissione [p. 18 ==> 27/209] straordinaria per giudicare i fautori e i ricettatori di banditi, e dopo di aver fatto arrestare e sottoporre al giudicio alcuni dei principali baroni del regno, aprì in unione colla moglie un baratto cogli accusati, e dalla seduta pubblica del giudicio, alla quale la città credette ch'ei volesse assistere per l'esempio della strepitosa condanna che attendevasene, si ritirò ricco di multe nella somma di 30,000 ducati... il vicerè conte di Castrillo, mentre perseguitava i briganti, richiamato alla difesa di Castellammare contro il tentativo di sbarco che ivi faceva il duca di Guisa, chiamò in suo soccorso quella stessa masnada di banditi che aveva voluto sino a quel momento distruggere» (1) [(1) V. Winspeare, Storia degli abusi feudali. Introduzione]. Le cronache e le storie contemporanee somministrano gran copia di fatti, che si riscontrano con le riflessioni del Winspeare, e porgono documento dell'audacia e della potenza degli sbanditi. Nel 1559 una masnada di essi, forte di 1500 uomini e guidata da un Re Marcone, pose l'assedio alla città di Cotrone, battè un corpo di truppe spagnuole, e non si ritirò se non quando sopraggiunse un altro corpo delle stesse truppe più forte del primo. Un altro masnadiere per nome l'abate Cesare, essendo vicerè il conte di Pennaranda, spinse l'audacia fino a bloccare la capitale. Nel 1644, essendo viceré il duca di Medina, fu stimato necessario di crea

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re un viceré per la campagna con l'incarico speciale di combattere gli sbanditi. Mentre era vicerè il come di Castrillo, un Carlo Petriello teneva la campagna in Terra di Lavoro con tanta forza di masnadieri da interrompere il passaggio, sicché il cardinale Buoncompagno, arcivescovo di Bologna, dovendo recarsi a Sora, era costretto ad implorare un salvacondotto da Petriello, che glielo concedeva. Nel 1642 il duca di Maddaloni cospirava contro Masaniello, e per conseguire l'intento faceva entrare nella stessa città di Napoli sotto vari pretesti gli sbanditi, i quali poi, cessata la rivoluzione, per lunga pezza di tempo seguitarono ad infestare il reame, né si venne a capo di mettere fine alle loro gesta se non quando il conte di Conversano, uno dei maggiori loro promotori, venne mandato prigione in Ispagna. [p. 19 ==> 28/209] Nella storia del viceregnato spagnuolo le gesta brigantesche tengono il posto di fasti militari; gli eroi di quell'epoca sono i masnadieri: Re Marcone, Pietro Mancino, Carlo Ramerà, Benedetto Magone, l'abate Cesare Riccardo, Marco Sciarra, Carlo Petriello, Buttinello, Verticillo, Angiolo del Duca, gli Spicciarelli. La tradizione del viceregnato era continuata dai Borboni. Il Colletta riferisce che nei primordii del regno di Ferdinando IV, un regio bando diceva: “ Sono continui i furti di strada e di campagna, i ricatti, le rapine, le e scelleratezze; è perduta la sicurezza del traffico; sono impedite le raccolte” (1) [(1) Vol. I, pag. 198. - Capolago]. Nel 1799 le orde dei masnadieri aizzate dai Borboni e capitanate da un porporato di Santa Chiesa, misero a sacco e a ruba tutto il reame, e per la sanguinosa via dell’anarchia sociale ricondussero sul trono il principe spodestato. Durante il decennio, nel quale regnarono Giuseppe Napoleone e Gioachino Murat, il brigantaggio, atteggiandosi a difensore dell'indipendenza, travagliava in ispecial guisa le Calabrie, e turbava la pace di tutto il regno. Se il soccorso degli Austriaci fosse mancato nel 1821, Ferdinando I avrebbe adoperato il brigantaggio per disfarsi della Costituzione; se il 15 maggio 1848 Ferdinando II fosse stato vinto nella città di Napoli, egli era già pronto a scatenare il brigantaggio nella campagna. Al pari del vicerè D. Pietrantonio d'Aragona i Borboni sono scesi a patti con i briganti, come attestano gli esempi dei Vardarelli e di Talarico. Dal complesso di questi fatti risulta una tradizione storica la cui partecipazione alla genesi del brigantaggio non può essere rivocata in dubbio. Nelle infami torme dei saccheggianti e dei masnadieri del 1799 l'esercito borbonico trovava i suoi generali: Pronio, Mammone, Sciarpa, Fra Diavolo ed altri simili: “ultima plebe, come dice il Colletta, immondizia di plebe”(2) [(2) Vol. II, pag. 123], erano fatti colonnelli, baroni, cavalieri; il delitto non più argomento di pena, ma di premio, fu via palese e sicura a conseguire gli onori supremi; il saccheggio ed il furto mezzi legittimi e glorificati di ricchezza. I contadini hanno inteso [p. 20 ==> 29/209] dire non poche volte dai loro padri o dai loro avi che quella tale famiglia del loro paese oggi ricca ed opulenta, nel 1799 era poverissima, era nelle condizioni in cui essi medesimi sono attualmente, e che va debitrice di tutta la sua fortuna al brigantaggio. La tentazione non è piccola, e molti di essi adescati dalla possibilità del facile e grosso guadagno, non resistono alla speranza dì poter fare altrettanto per conto proprio. Il senso della cupidigia svegliato dall'esempio e dalle memorie parla parole più efficaci e più ascoltate di quelle del senso morale, e le attrattive dell'agognato fine nascondono i pericoli e le iniquità dei mezzi ed incoraggiano al misfatto. Crocco e Caruso sognano forse di diventar generali e marchesi, come avvenne a tanti loro predecessori nel 1799. Alcuni anzi di questi ribaldi precorrono l'aspettato premio, e s'intitolano con gradi tolti dalla gerarchia militare o da onorificenze cavalleresche. Chiavone si diceva generale, nominava ufficiali, assumeva e riceveva il titolo di eccellenza. Pilone si denominava cavaliere e comandante un corpo di osservazione. Crocco reca sul petto due decorazioni, una delle quali con nastro giallo, ed i masnadieri di Capitanata e di Basilicata lo chiamano loro generale. Noi stessi abbiamo letto una lettera scritta da Ninco Nanco all'infelice Palusella, delegato di pubblica sicurezza in Avigliano, da lui poscia proditoriamente ucciso, nella quale si firmava: II colonnello Giuseppe Nicola Somma alias Ninco Nanco. Chi abbia posto mente alle considerazioni ed ai fatti che siamo venuti esponendo non può ragionevolmente aspettare che la voce del senso morale abbia virtù di farsi ascoltare a prefe

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renza di quella dei pravi istinti e delle passioni rapaci. La morale deformità del brigante, la nefandezza delle sue opere è del suo mestiere sono velate agli occhi di quelle povere plebi, le quali perciò non sperimentano, non possono sperimentare verso di esso il salutare ribrezzo che per benefico istinto di natura il delitto desta sempre nell'animo umano. Agli occhi di quelle plebi piene d'immaginazione e crucciate dalle privazioni il brigante appare ben altra cosa da quello che realmente è; dinanzi ad esse si trasforma, diventa un essere fantastico, il simbolo delle loro contrastate aspirazioni, il vindice dei loro torli. La stessa leggenda [p. 21 ==> 30/209] alimenta la tradizione brigantesca. Il concetto popolare del brigante è tutto speciale, tutto proprio e conforme alle condizioni ed alle disposizioni degli animi; la lurida realtà cede il posto ad una finzione immaginaria d'indole affatto opposta; il brigante non è più l'assassino, il ladro, il saccheggiatore, ma l'uomo che con la sua forza sa rendere a sé e agli altri la giustizia a cui le leggi non provvedono; il masnadiere è trasformato in eroe. In questa metamorfosi si raccoglie una intiera storia di dolori non alleviati, di ingiustizie non riparate, ed un insegnamento morale che non può andare perduto. Là dove le leggi non sono fatte nell'interesse di tutti, e non sono imparzialmente eseguite per e contro tutti, l'infrazione alle leggi diventa consuetudine ed argomento non di disdoro, ma di vanità e di gloria. Là dove il manto della legge non si stende ugualmente su tutti, chi sorge a lacerarlo invece dell'infamia consegue agli occhi delle moltitudini prestigio ed ammirazione. Ma oltre queste grandi e dolorose cause morali e storiche, che sono germe propizio allo sviluppamento del brigantaggio, non dobbiamo tralasciare di annoverarne altre, che anche sono predisponenti, ed alle quali, se non può assegnarsi la somma importanza che pur troppo posseggono quelle fin qui ricordate, v'ha però dovuta molta attenzione. Intendiamo dire le cause che derivano dalla configurazione de' luoghi, dalla divisione delle terre, dall'indole delle coltivazioni, dalla distribuzione degli abitanti sul territorio, dalla malagevolezza delle comunicazioni, dall'abbondanza di folti e vasti boschi e che perciò chiameremo cagioni topografiche. I punti più infestati del brigantaggio sono quel lembo della catena degli Appennini che scende digradando nelle Puglie, e il corso dei due fiumi o torrenti, il Fortore e l'Ofanto, le cui rive boscose sono asilo sicuro ai malviventi. Da quei monti si discende facilmente nella vasta pianura pugliese, dove prevale il sistema della grande coltivazione, scarseggiano le città, abbondano le case rurali: tutte condizioni propizie alle scorrerie dei briganti a cavallo. La regione garganica, che toglie il nome dal monte Gargano, è bagnata dall'Adriatico da una parte, e dall'altra tocca [p. 22 ==> 31/209] alla immensa pianura del Tavoliere di Puglia. Per la posizione, per il clima, per la varietà dei prodotti potrebbe essere una delle più felici e più ridenti contrade del mondo: e frattanto è misera, disgraziata, selvaggia. Non un punto di ricovero, non strade, tranne quella che conduce al Santuario di San Michele. Sono parecchie migliaia di creature umane, che si trovano sequestrate dal contatto e dal consorzio dei loro simili, che non conoscono nessuno dei vantaggi della civiltà. Ci sono località nelle quali non si può andare nemmeno a cavallo: è mestieri andare a piedi. Un altro circondario della Capitanata, quello di Bovino, è del pari alpestre e montuoso, e non ha strade. La pianura del Tavoliere incomincia all'apertura del vallo di Bovino, e si estende assai lungi. I briganti la percorrono facilmente e rapidamente a cavallo, e quando sono inseguiti dalla forza cercano e trovano sicuro scampo nei monti e nei boschi. Il bosco di Dragonara, la selva delle Grotte, dalla parte garganica, sono i loro ricoveri naturali. Quest'ultimo bosco segnatamente per la vastità, e perché confina con quelli della vicina provincia di Molise, porge ai briganti facile mezzo di occultarsi e sfuggire a qualsivoglia persecuzione. Dal Fortore fino al bosco Petacciato, vale a dire fino al circondario di Vasto in provincia di Chieti, è una lunga selva, interrotta a brevi intervalli, di fitte e selvagge boscaglie, rade, folte, macchiose, arboree, frattose: qua facili ed accessibili, là difficili ed inaccessibili: or traversate da rovinosi sentieri, ora scavate da orrende spelonche, piene di dirupi, di caverne, di burroni: ora intralciate da denso fogliame, ora da acuti spineti, agevoli nascondigli ai masnadieri, ostacoli insuperabili alla forza che li persegui

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ta. A tempi della occupazione francese, come al dì d'oggi, quei boschi erano il teatro naturale del brigantaggio. In Basilicata i boschi di Monticchio, di Lagopesole, di Ripacandida, di San Cataldo, di Policoro, di Montemilone, porgono ai briganti agevolezze dello stesso genere: da Monticchio vanno ad infestare il circondario di Melfi in Basilicata, il circondario di Sant'Angelo dei Lombardi in Principato Ulteriore, la Capitanata: da quello di Montemilone fanno scorrerie nella zona montuosa della provincia d Bari, che è conosciuta col nome di Murgia. Il solo aspetto di quei boschi basta a far in-dovinare [p. 23 ==> 32/209], come in una regione travagliata dal brigantaggio, essi debbano grandemente favorirne lo sviluppo e la conservazione. Sono tanti ricoveri dati dalla natura ai briganti, i quali ivi stabiliscono i loro depositi di viveri, ivi conservano il prodotto delle loro rapine, ed hanno talvolta perfino le ambulanze per i feriti e per gli ammalati. Quanto poi la mancanza di strade agevoli e giovi al brigantaggio, ci sembra cosa di tanta evidenza da non avere nemmanco a dimostrare. Anche questa deplorabile mancanza era uno degli elementi del sistema borbonico, e conseguenza di un disegno preconcetto. I Borboni facevano costruire magnifiche strade nelle vicinanze di Napoli per ingannare i forestieri, e procurarsi nell'apparenza le sembianze di Governo civile: sapevano che la maggior parte dei forestieri, se non tutti, si soffermavano nella capitale, e non curavano di andare a visitare né la Capitanata, né la Basilicata. In tal guisa l'intento era raggiunto: a Napoli una maschera di civiltà, nelle provincie la barbarie senza velo di sorta alcuna. La Basilicata è una provincia, che per la estensione del territorio uguaglia {In realtà, la superficie della Basilicata è 9.995 km2; quella della Toscana è 22.990 km2}, o per lo meno si avvicina assai alla Toscana {In realtà ne è il 43,5 %}: si può dire che è quasi totalmente sprovvista di strade carreggiabili: le sole che essa ha sono quella che da Melfi va a Potenza, quella che da Potenza mena alla provincia di Salerno ed a Napoli, quella che per Lagonegro congiunge la provincia di Cosenza con quella di Salerno. La strada da Potenza a Matera è interrotta a Grottole. Nessuna via di comunicazione verso la marina dell'Ionio. Si viaggiano le dieci e quindici e venti miglia per scoscesi sentieri, per pericolosi dirupi senza incontrare un villaggio. Rimangono quindi precluse a quegli abitanti le vie del commercio, impossibili le comunicazioni, tolti i contatti benefici della civiltà. Ai tanti vantaggi che naturalmente porge ai briganti la configurazione del suolo, si aggiunge in questo modo anche quello che risulta dalla difficoltà non di rado insuperabile, che la mancanza delle vie di comunicazione frappone a perseguitarli ed a ricercarli. Il lungo spazio che divide gli Abruzzi dalla Capitanata è parimenti sprovvisto intieramente di strade. Non pochi proprietari abruzzesi hanno interessi [p. 24 ==> 33/209] di non lieve importanza nella provincia di Foggia, ma quando intendono invigilarli con gli occhi propri sono obbligati a fare un lunghissimo giro, ad andare prima a Napoli, e di lì a Foggia. Tutti gli anni i pastori che scendono dagli Abruzzi percorrono il così detto tratturo per recarsi in Capitanata, ma tranne che ad essi, quella via non è accessibile ad altri, e nella stagione invernale è pressoché all'intutto impraticabile. Dalla Capitanata all'altra limitrofa provincia di Benevento manca parimente la comunicazione per strada carreggiabile. Sui 124 comuni di Basilicata 91 sono senza strade; sui 108 della provincia di Catanzaro 92: sui 75 della provincia di Teramo 60. Nella stessa provincia di Napoli sono 24 comuni senza strade. La provincia privilegiata è quella di Bari, la quale per ogni miriametro quadrato ha undici chilometri di strada, laddove negli Abruzzi, in Capitanata, nelle Calabrie, in Basilicata la proporzione è di soli tre chilometri. In totalità sui 1848 comuni del Napolitano 1321 mancano di strade. Ora questa mancanza di strade è tutta a profitto del brigantaggio, il quale nasce, si mostra e prospera dovunque tacciono le opere della civiltà. Queste erano le condizioni nelle quali versavano le provincie napoletane allorché avvenne il rivolgimento politico dell'anno 1860; ed eccoci naturalmente condotti a discorrere delle cause prossime ed immediate dell'attuale brigantaggio; poiché, giova non dimenticarlo,

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quelle delle quali abbiano tenuto fin qui ragionamento sono soltanto le cause generali predisponenti al crudele flagello. Ogni mutamento politico è cagione necessaria di crisi, e questa assume la forma che più si addice alla tradizione, alle consuetudini, alla storia del paese, dove il mutamento si avvera; e quando ciò avviene in un corpo sociale afflitto da longeva infermità, è inevitabile che la crisi non si restringa entro i limiti politici, ma trapassi anco nei sociali. Le provincie meridionali non solo hanno dovuto soggiacere a questa legge generale della istoria, ma hanno anche dovuto sperimentare un'altra volta, e sarà l'ultima, i tristi effetti del maltalento e del malvolere di [p. 25 ==> 34/209] coloro che per tanti anni le hanno manomesse ed avvilite. Fra le cause prossime perciò ed immediate del brigantaggio vanno annoverate, e quelle che fatalmente erano inerenti alla natura delle cose, e quelle che sono derivate dai biechi propositi della dinastia esautorata. Il rivolgimento politico del 1860, muovendo dal santo concetto di nazionalità, ebbe a manifestarsi con forme maestose e solenni, ed all'intutto degne del grande principio, del quale consacrava il trionfo: gli animi, assorti nella contemplazione dell'imponente spettacolo di un popolo che viene ad essere di nazione, non potevano preoccuparsi di altro: e frattanto mentre il moto nazionale si svolgeva nelle provincie meridionali, già incominciavano gli apparati alle male opere contro i diritti e le franchigie della nazione. Presago della sorte che l'aspettava, fedele alle consuetudini di famiglia ed ai dettati paterni, Francesco II si apparecchiava a turbare con le insidie la pace di quelle provincie, che con le animose opere ed il coraggio non aveva saputo conservare. I primi semi della mala pianta del brigantaggio furono gettati negli ultimi giorni del regno borbonico. Era la freccia avvelenata del Parto fuggente, che la moriente dinastia scagliava contro l'Italia trionfante. Nei mesi di luglio e di agosto 1860, mentre nelle apparenze si dichiarava di voler promuovere e proteggere le libertà costituzionali, venivano apparecchiate in segreto le fila della reazione, nella quale, come in maggio 1848, si sperava soffocare il moto nazionale. Gli antichi impiegati furono conservati nelle intendenze, nelle cancellerie municipali, nelle giudiziarie: gli antichi capi urbani furono assunti alle cariche d'uffiziali della guardia nazionale: la truppa era autorizzata alla rapina ed al saccheggio: le carceri e le galere a disegno mal custodite. In meno di una settimana un dugento fra galeotti e carcerati, evasero da Castellammare e da Avellino. Prima di abbandonare Napoli, Francesco II emanava un decreto che apriva a molti immediatamente, ad altri in poco volger di tempo, le porte delle prigioni. Era un disegno di reazione all'intutto premeditato, e di fatti in alcune località, come per esempio a Bovino, dove o vinse eccessiva impazienza, oppure non era stato trasmesso a tempo opportuno il necessario motto d'ordine, i tentativi di reazione ebbero principio anche prima della partenza [p. 26 ==> 35/209] di Francesco II da Napoli. Il Borbonismo non essendosi potuto conservare con l'inganno, non essendo più riuscito a trarre in errore nessuno con le lusinghiere promesse, ricorreva all'antica consuetudine, pigliava la forma, per cui sortì vittorioso nel 1799, quella del brigantaggio. Nell'ottobre del 1860 la bandiera borbonica sventolava ancora sulle mura di Capua: dalla riva destra del Volturno fino al confine romano regnava ancora Francesco II: ed in quell'andar di tempo per l'appunto si formavano le bande del Lagrange, le quali si reclutavano fra i contadini più miseri e più cenciosi di quella parte di Terra di Lavoro, e recavano dovunque passavano la devastazione ed il saccheggio; assalivano parecchi paesi, fra quali la città di Arpino, che strenuamente difesa dai suoi cittadini, le sbaragliava e le respingeva. Il contadiname fu dovunque aizzato ed associato ai gendarmi ed alle truppe. A Castelmorone, a Piedimonte, a Caiazzo, a Casolla i volontari dell’esercito meridionale ebbero a combattere contro contadini armati. I sanguinosi casi d'Isernia furono opera di feroce accozzaglia di soldati e di plebe: le bande del Giorgi negli Abruzzi erano composte da gente vaga di saccheggio e rapacissima. Cotesto Giorgi insieme ad un ufficiale dell'esercito borbonico, arringando i contadini nella piazza di San Germano, per persuaderli ad ingrossare le bande devastatrici, diceva: <<Francesco II vuol finirla con questi galantuomini, che vi fanno del male. Egli m'incaricò di dirvi che vi darà tutti i loro beni

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e le loro case. Ho anche incarico dal papa di benedirvi e assolvervi dai vostri peccati.>> Tutti sanno che nel gergo locale galantuomo vuoi dire chi porta abito, chi possiede qualche cosa. Ora le parole testé riferite svelano chiaramente il concetto borbonico, che è quello di operare la ristorazione per mezzo della guerra sociale, aizzando le passioni ed i risentimenti del povero contro il ricco o l’agiato, del proletario contro il possidente. Caduta Capua, il regno di Francesco II fu ristretto entro le mura dell'assediata Gaeta, e Chiavone incominciava le sue gesta: tenne la città di Sora per alquanti giorni, e quando ne fu scacciato dalle milizie regolari si diede a fare il brigante in campagna. I soldati dell'esercito borbonico nell'andarsene alle [p. 27 ==> 36/209] loro case avevano il motto d'ordine di ciò che dovevan fare in primavera; e perché non sorgessero equivoci, ognuno di loro riceveva un anello di una forma particolare, che doveva servire di segnale di riconoscimento. Fin dai primi giorni adunque della liberazione delle provincie napolitane appare evidente quella complicità attiva, efficace, sciente tra il Borbonismo ed il brigantaggio, che sussiste tuttora, e che avremo occasione nel prosieguo della nostra esposizione di additare alla Camera con documenti irrefragabili ed autentici. Giova pure ricordare a questo proposito, che sui primi giorni della dittatura del generale Garibaldi, numerosi e disperati tentativi di reazioni sanguinose vennero fatte ad Ariano, a Montemiletto, a Castiglione, a Carbonara (in provincia di Avellino), a San Marco in Lamis, a San Giovanni Rotondo, e pressoché in tutti i paesi della regione garganica (in provincia di Foggia ) ed in altre località. II primo nucleo della banda di Cipriano della Gala, che poi per tanto tempo menò strazio in Terra di Lavoro e nelle provincie circostanti, apparve parimente in quel medesimo frattempo. Mentre dunque si andava attuando un grande mutamento politico, il quale di necessità doveva spostare e ledere molti interessi, urtare molte suscettività, offendere tanti amor proprii e produrre perciò inevitabilmente una generale perturbazione nelle cose e negli uomini, il brigantaggio sorgeva sotto gli auspicii e dietro l'impulso di coloro che soli potevano ripromettersene vantaggio, vale a dire della dinastia borbonica. Senza mancare mai delle sue vere caratteristiche, il furto cioè il saccheggio e l'assassinio, il brigantaggio nei tempi delle sue prime manifestazioni teneva più dell'indole politica, la quale poi andò successivamente dileguandosi, finché non riprese le sembianze di guerra sociale senza cessare con ciò di essere aiutato e sostenuto da coloro medesimi che primi lo accesero e lo promossero. Ond’è che a noi sembra questione all'intutto oziosa il definire se il brigantaggio sia esclusivamente politico oppure esclusivamente sociale, essendo evidente che se nella essenza è il sintomo di un profondo male sociale, non cessa dall'essere adoperato ed usufruttuato per fini meramente politici. Il partito politico, che non vergogna di cercare i suoi proseliti ed i suoi paladini tra gli assassini ed i [p. 28 ==> 37/209] ladri, toglie ad altri la molesta cura di giudicarlo: facendosi complice del brigantaggio, accettandone e sollecitandone l'alleanza, pronuncia la severa ed inappellabile condanna di sé medesimo. Raccoglie vinto tutta l'infamia, e quando (facciasi per un momento un presupposto impossibile) trionfasse, non detterebbe, ma riceverebbe la legge dai suoi alleati, e dovrebbe ricorrere, per disfarsene, ad artificii ignobili e scellerati, come in quello della capitolazione con i Vandarelli. L'elemento borbonico adunque, profittando dello spostamento d'interessi e della generale perturbazione inevitabilmente prodotta dal movimento politico, scatenò sulle povere provincie napoletane la furia del brigantaggio. Questa fu nel 1860 la prima causa prossima ed immediata dello scoppio del flagello. Le fila degli assassini non indugiarono ad ingrossare: le reclute erano belle e pronte. Le reazioni qua e là succedute erano state represse e non sempre senza trasmodare; e non tutti coloro che le avevano istigate e capitanate caddero nella mischia, ovvero furono fatti prigionieri; molti fuggirono, e non trovando altro scampo si diedero in campagna. Aggiungasi che in parecchi casi la repressione aveva oltrepassato i limiti della legittima difesa, ed aveva servito di facile pretesto a sfogo di privati rancori, di personali vendette; quindi in molti il desiderio di vendicarsi alla loro volta e di lavar col sangue le offese di sangue. Come raggiunger lo scopo? Parteggiando per i briganti, accompagnandosi ad essi, accrescendo il loro numero. Le gare e gli odii personali, nei piccoli paesi soprattutto singo

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larmente vive e tenaci, porgevano in questa guisa nuova esca all'incendio. A Cervinara, a Sansevero, in altri luoghi avvennero altre reazioni, ed il risultamento fu il medesimo. Dall'altro canto le carceri mal guardate e mal custodite fornivano pur esse un pericoloso e non iscarso contingente al brigantaggio. Le evasioni dei galeotti furono facili e numerose, ed il posto dei facinorosi sfuggiti alla severità della giustizia punitrice era naturalmente presso i briganti. Lo scioglimento dell'esercito borbonico conferì pure, come è agevole il prevedere, a produrre lo stesso effetto. Le consuetudini di quell'esercito non erano per fermo quelle di una regolata ed austera disciplina; i soldati erano avvezzi al furto, al mendacio, [p. 29 ==> 38/209] ad ogni maniera di dissolutezza e di iniquità. Ai più pervertiti tra essi parve preferibile di andare a raggiungere i briganti, anziché tornare alle pacifiche occupazioni del lavoro nel seno delle loro famiglie. Importa però osservare che in sulle prime il contingente fornito dagli sbandati dell'esercito borbonico al brigantaggio non fu così numeroso, come poteva ragionevolmente temersi; diventò invece assai grande allorché vennero nuovamente richiamati a prestare il servizio militare. La prima leva del brigantaggio fu dunque composta dagli evasi di galera, dai perseguitati per le reazioni debellate, dagl'imputati di delitti o misfatti non assicurati alla giustizia, dai condannati in contumacia, dai disertori, dai renitenti alla leva, da tutti coloro insomma che avevano conti aperti con la giustizia, dagli sbandati e dai miserabili spinti dall'avidità del bottino e del saccheggio. Ma più del rinvio degli sbandati il loro successivo richiamo sotto le bandiere fu cagione di grande recrudescenza nelle reazioni, e quindi nel brigantaggio. Nella primavera dell'anno 1861 le bande così ingrossate crebbero di baldanza e di audacia fino al segno da aggredire borgate e città. Crocco con la sua banda percorse il circondario di Sant'Angelo dei Lombardi, predando, taglieggiando, uccidendo, ponendo a ruba ed a sacco Caliti, Monteverde, Conza, Teora. Le milizie nazionali della provincia di Avellino accorsero a combattere le infami orde, le quali furono disfatte ed inseguite fino a Venosa e Melfi. In quel circondario commisero nuove immanità e nuovi orrori; entrarono in Melfi, dove tra le feste e le acclamazioni Crocco inalberò la bandiera bianca. Il brigantaggio proseguiva in tal maniera a serbare una tinta politica e ad associarsi palesemente alla causa della caduta dinastia. Furono riposte in seggio le autorità borboniche, e fatta la proclamazione di Francesco II a re delle Due Sicilie. All'appressarsi delle forze che fu possibile raccogliere i briganti fuggirono, ed il loro tentativo di reazione non ebbe seguito. In quella occasione comparve per la prima volta la compagnia di militi a cavallo comandata da Davide Mennuni, la quale allora e poi rese segnalati servigi nella repressione del brigantaggio. A cotesta recrudescenza di tentativi reazionarii dava occasione [p. 30 ==> 39/209], come poc'anzi dicevamo, il provvedimento del richiamo degli sbandati. Alcuni di costoro si erano già dati in campagna, ma il maggior numero stavano tranquilli, apparentemente almeno, nelle proprie case. L'annuncio del richiamo tornò loro sgraditissimo. L'esecuzione del provvedimento peggiorò le cose, poiché si erano ommesse le opportune preparazioni. Non erano nemmanco stabiliti depositi, talché quelli che si presentarono, non trovandosi nulla in pronto, erano rimandati, e poi richiamati di bel nuovo. In taluni casi il rinvio ed il richiamo vennero praticati per ben tre volte successive. Non pochi per isfuggire all'obbligo del servizio militare, esibirono congedi falsi, né mancò chi, profittando dell'occasione, facesse di questa frode una vera speculazione. Pare diffatti che quei congedi falsi ascendessero ad oltre 30 mila. Cotesti sbandati richiamati furono i principali strumenti dei nuovi tentativi di reazione che vennero fatti in alcune provincie, segnatamente in quelle di Avellino e di Bari nel mese di luglio dell'anno 1861. Il giorno 7 di quel mese 31 comuni della prima di dette provincie inalberavano la bandiera bianca; la città stessa di Avellino era assai minacciata. La poca truppa disponibile e volonterosi cittadini mossero per domar la ribellione. La resistenza in alcuni luoghi fu accanita, ma dovunque fu superata. La reazione fu successivamente debellata a Candida, a Chiusano, a Montemiletto, a Montefalcione, a Lapio. Queste reazioni, come abbiamo detto, ebbero a principali strumenti gli sbandati richiamati sotto le armi, e vennero pure istigate dal clero, il quale era singolarmente esasperato dalla promulgazione della legge del 17 febbraio

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sui beni dei conventi. A Gioia, popolosa e fiorente città di Terra di Bari, i briganti irruppero nell'abitato, ma dopo lungo e vivo combattimento furono vigorosamente respinti da quei bravi abitanti e da quella ottima guardia nazionale. Fra i campioni della reazione era un Pasquale Romano, già sergente nel disciolto esercito borbonico, il quale, essendo riuscito a porsi in salvo, si fece capo di quella comitiva di briganti, che fino a gennaio scorso infestò molta parte delle Puglie, e che da lui s'intitolava la compagnia del sergente di Gioia. Questo fatto porge la dimostrazione evidente dell'intimo nesso che nelle provincie meridionali corre tra la reazione [p. 31 ==> 40/209] ed il brigantaggio. La reazione, vinta nelle città è brigantaggio nelle campagne, nello stesso modo in cui le rare volte che il brigantaggio è riuscito ad entrare in qualche abitato si è subito confuso ed immedesimato con la reazione. Sarebbe succeduto lo stesso pochi mesi dopo, nell'anno medesimo, allorché lo spagnuolo Borjes tentò una ribellione a favore dei Borboni. Perseguitato dai Calabresi prima, e poi combattuto ad oltranza dagli abitanti di Basilicata, si vide ridotto a diventare non un guerrilliero, ma un capo di masnada, come Crocco e gli altri della stessa risma, e quindi preferì fuggire. Fu l'ultima volta in cui per numero e per forza il brigantaggio pigliò proporzioni rilevanti. Se Borjes avesse potuto sortir l'intento, gli orrendi casi del 1799 si sarebbero rinnovati, ed il brigantaggio avrebbe un'altra volta fatto ricuperare il trono alla famiglia borbonica. Epperò anche prescindendo dalle ulteriori prove che saremo per allegare, della complicità tra i borbonici ed il brigantaggio ci pare possa fin d'ora considerarsi come punto assodato che quella dinastia la quale non ha saputo reggersi quando aveva a sua disposizione un esercito di 100 mila uomini, ed una falange d'impiegati e di sicarî, ha cercato, dopo aver perduto il trono, di ricuperarlo col sussidio degli assassini. Alla vergogna della fine ingloriosa si aggiunge ora quella maggiore delle male arti per conseguire il ritorno impossibile. Generato dalle cause predisponenti, delle quali abbiamo fatta l'enumerazione, prodotto e promosso dalle cause immediate e prossime testé rammentate, il brigantaggio si è, per così dire, accampato nelle provincie continentali del mezzodì d'Italia, e, comecché in via di evidente declinazione, dura ed arreca danni di ogni maniera nelle persone e nelle cose, e nell'animo delle tormentate popolazioni desta lo sconforto e l'ansietà, che sono il portato inevitabile della mancanza di quella prima necessità di ogni ben ordinato vivere civile, che è la sicurezza delle persone e delle proprietà. Ma quali sono i motivi della tenace permanenza del brigantaggio? La risposta a questa interrogazione implica l'esame delle cause che alimentano il brigantaggio, e quello delle ragioni per cui i rimedi finora adoperati siano stati inefficaci. Questo duplice esame è inseparabile, poiché [p. 32 ==> 41/209] evidentemente la persistenza delle cause non può non conferire alla inefficacia dei rimedi, e questa alla sua volta mutandosi in cagione, conferisce alla durata ed alla tenacità del male. Ora le cause per le quali il brigantaggio tuttavia sussiste, e non cede all'eroica costanza, all'indomito valore dei nostri soldati, sono chiaramente indicate dalle vicende di quegli ultimi due anni. È una dolorosa responsabilità che non compete a nessun partito politico e che in pari tempo compete a tutti; è una concatenazione di fatti, della quale vanno chiamati in colpa e le cose e gli uomini in genere, nessuno in particolare. Un grande disordine sociale, com'è il brigantaggio, non può non ricevere alimento da un grande lavorio di ricomposizione politica, com'è quello a cui oggi è intenta l'Italia. È una fatalità della quale la ingiustizia delle parti politiche può a vicenda accagionare l'una all'altra la responsabilità, ma che in realtà spetta a tutte od a nessuna. Dal giorno in cui la dinastia borbonica cessò dal regnare, il principio politico del nuovo governo delle provincie napoletane è stato indubitatamente il medesimo, quello vale a dire della unità monarchica e costituzionale; ma i rappresentanti, gli esecutori del concetto sono stati diversi, ed hanno adoperato per attuarlo sistemi e mezzi diversi. E tutti hanno commesso errori: e chi ponga mente alla straordinaria novità dei casi, consentirà di leggieri che non potevano non commetterne. L'Italia soggiace ad un lavoro di trasformazione, del quale non porgono riscontro le istorie; lavoro pieno di grandezza e di gloria, irto di difficoltà, le quali debbono essere necessariamente maggiori in quelle provincie dove maggiori furono le sventure passate, e quindi più ampie e più profonde

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le piaghe per essa prodotte. Commisero errori e il governo della dittatura, e quelli delle quattro luogotenenze, e le successive amministrazioni; le stesse buone intenzioni arrecate da chi succedeva nello emendare gli errori di chi lo aveva preceduto accrescevano il numero di questi e la intensità dei cattivi effetti. Il rapido succedersi degli uomini ingrossava le incertezze, accresceva le oscillazioni governative connaturate ai principii di qualsivoglia reggimento politico: e queste incertezze, queste oscillazioni comparivano maggiori agli occhi di popolazioni le quali, perché aveano eccessivamente [p. 33 ==> 42/209], sofferto, eccessivamente speravano, e non si figuravano, né lo potevano, che alla miracolosa prontezza dell'opera della distruzione fosse per succedere tanta lentezza nell'opera della riedificazione. A popolazioni avvezze a veder fatto il male in modo istantaneo non poteano non parere inesplicabili ed essere intollerabili gl'indugi e le lungaggini non evitabili nel fare il bene. Quindi una naturale inclinazione al dubbio, al sospetto, alla sfiducia, al malcontento: ragioni tutte di debolezza, e fomite perciò, non rimedio, al disordine sociale già esistente. Né la nozione vera della nuova forma di governo poteva ad un tratto acquistare nelle menti e nelle coscienze il vigore che ingenera e mantiene la fiducia; né il falso ed illiberale concetto della onnipotenza assoluta del Governo nel bene e nel male poteva essere sradicato ad un tratto; onde la tendenza ad accusare il Governo del bene non fatto, dei mali non riparati, a continuare a discorrere di esso come di cosa affatto distinta e separata, se non avversa, dalla nazione, e chiamarlo in colpa della stessa eredità di falli e di mali passati, ad assegnare a mal volere gli errori inevitabili, ad interpretare come debolezza lo stesso ossequio alle leggi ed ai riti costituzionali. Lo stesso retaggio delle ricordanze istoriche conforma gli animi in queste disposizioni. Ricordano le popolazioni che nel 1799 i Borboni cacciati dal regno, tornarono; che nuovamente scacciati nel 1806, nuovamente tornarono; che nel 1820 gli ordini dello Stato furono mutati a libertà, ed a capo di pochi mesi per inganno e per violenza restituiti a despotismo; che nel 1848, nel breve giro di tre mesi, avvenne lo stesso. Queste ricordanze incontrano senza dubbio grande ostacolo nella potenza del sentimento nazionale, e nella progrediente coscienza del nuovo non più veduto ordine di cose; ma i loro influssi non possono essere ad un tratto annientati, e non è a stupire traggano da essi alimento colpevoli speranze e paure miserabili. Da questo complesso di cose torna agevole inferire come abbiano a grandeggiare le difficoltà nel periodo che intercede tra la distruzione degli ordini vecchi e la instaurazione dei nuovi, tra la cessazione del regno della forza e l'inaugurazione, o, a dir meglio, l'attuazione di quello della legge. Il giorno in cui [p. 34 ==> 43/209] sarà compiutamente attuato in quelle provincie il sistema della legalità costituzionale, superiore a tutti i partiti, protettrice di tutti i diritti, vindice imparziale di tutti i torti, gli argomenti ed i pretesti di sfiducia cesseranno ed ognuno accorrerà fidente a riparare all'ombra d'una legalità, che non è privilegio di nessuno in particolare, ma di tutti, senza eccezione. Nelle incertezze adunque dell'indirizzo governativo, nei facili e continui mutamenti di persone, nelle apparenze d'instabilità dell'attuale ordine di cose, il brigantaggio attinge ragioni di forza e di durata. Né minore è l'alimento che esso riceve dai cittadini dissensi, i quali, più che altrove, sono dannosi nei piccoli paesi, dove facilmente i privati rancori, le personali querele assumono forma e sembianza di contrasti d'opinione, di dissidii politici, e dove sovente il parteggiare politico d'un individuo è determinato dalla considerazione di quello a cui si è appigliato un altro, con cui quegli ebbe qualche contesa o verso di cui nutre qualche risentimento, inclinazione che è pure essa eredità non facilmente destruttibile del passato sistema. Esso viveva né poteva altrimenti vivere, suscitando diffidenze, animosità, discordie tra cittadini, le quali per naturale reazione dovevano, caduto quel sistema, essere surrogate da odii appassionati, da rancori né facilmente né prontamente estinguibili. Questa reazione fu naturale, ma non andò esente dal peccato di tutte le reazioni, quello cioè di trapassare i giusti confini e di trasmodare: ond'è che l'epiteto borbonico fu regalato con la stessa profusione con cui la polizia borbonica dispensava altre volte la patente di attendibile: e tanti e tanti che di cose politiche poco o nulla curavano e dei Borboni non erano giammai stati ligi, si trovarono, senza che

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il sapessero e senza che il volessero, creati borbonici. Il guasto prodotto da cosiffatte gare non è stato scarso, né di lieve entità, ed i cattivi effetti apparvero visibilmente nell'ordinamento dei municipii e delle guardie nazionali. Le ambizioni locali si destarono vivaci e ardenti, le cariche di sindaco, di ufficiale della milizia nazionale furono molto agognate, ravvisandosi in esse un mezzo efficace a dominare sugli altri, e non di rado a sfogare personali vendette. Il sistema elettorale nuovamente introdotto non poteva non risentire nella prima [p. 35 ==> 44/209] sua attuazione i poco propizi effetti di cosiffatta condizione di cose: e conseguentemente ne fu tutto viziato. Dal momento che la fascia del magistrato municipale e le spalline dell'ufficiale di guardia nazionale erano considerate come facoltà di potere e di prepotere sembra evidente che dovesse avvenire ciò che è avvenuto. Le più essenziali franchigie di popolo libero, male usate tornavano in tal guisa a detrimento dell'ordine, delle quali esse sono la più efficace custodia ed il più saldo puntello: e per necessità di contrapposto porgevano nuovo alimento al disordine sociale ed al brigantaggio, che di questo è l'immediata conseguenza. Né su questa causa e su questi effetti può affacciarsi il menomo dubbio: la testimonianza dei fatti a questo riguardo è categorica e positiva, e non patisce contraddizione di sorta alcuna. Il grado d'intensità del brigantaggio va misurato in ragione inversa di quello della maggiore o minore concordia che regna nei paesi, là, dove quella concordia è grande o non è brigantaggio, oppure è di poca entità; ed in ogni caso quando si mostri, è vigorosamente combattuto e respinto: là dove all'incontro, o è scarsa la concordia oppure infierisce la discordia, il brigantaggio sussiste e manomette proprietà e persone. Uno dei pochi paesi di Basilicata, immune da briganti, è la piccola borgata di Vietri, collocata al limitare della provincia e di quella di Salerno: è una di quelle fortunate località, dove non sono gare civili. Atina, amena e bella borgata della provincia di Terra di Lavoro, è abitata da una popolazione buona ed unita: possiede un ottimo sindaco, un ottimo capitano di guardia nazionale: non fu mai travagliata da brigantaggio, ed allorché questo rumoreggiava nelle vicine contrade, Atina non chiedeva soccorso di truppe, dichiarando bastare la sua guardia nazionale ai bisogni della difesa ed anche alle offese. Più ardenti sono le gare civili nella Capitanata e nella Basilicata, ed ivi il brigantaggio è più che altrove pertinace. L'anno scorso i malfattori entrarono in due grosse borgate di Terra di Otranto, Grottaglie (nel circondario di Taranto), Carovigno (nel circondario di Brindisi), recando sterminio, saccheggiando, uccidendo: ivi erano malvage autorità municipali, indegne guardie nazionali. A pochi passi da Carovigno il piccolo [p. 36 ==> 45/209] paese di San Vito, unito e concorde, opponeva gagliarda resistenza ai briganti e li respingeva. A preservare Erchia, altro paese dello stesso circondario, dalla selvaggia irruzione, bastavano quattro cittadini volonterosi, i quali si davano a tirar fucilate contro i briganti e li fugavano. Ulteriori citazioni di casi dello stesso genere sarebbero all'intatto superflue. Il fatto è costante: i paesi, e disgraziatamente non son pochi, travagliati da intestini dissidii, i cattivi municipii, le cattive guardie nazionali sono efficace alimento al brigantaggio. Composti in un'epoca nella quale non era ancora ben manifesta la nuova importanza che acquistavano, i municipii non hanno saputo sorgere il più delle volte all'altezza del loro ufficio. Altra volta un sindaco, un decurione profittava della carica per perseguitare i proprii nemici, anatemizzandoli come liberali: oggi ad alcuni sindaci pare conveniente fare altrettanto, mutando nomenclatura, chiamando cioè borbonici i proprii nemici: altri non si curano di niente: altri, senza più, aiutano le macchinazioni borboniche e congiurano coi briganti. Lo scandalo di sindaci e di ufficiali di guardia nazionale, manutengoli di briganti, si è avverato in parecchie località. E le amministrazioni comunali in genere procedono languidamente; gl'interessi del popolo non sono tutelati: in Basilicata quattro o cinque Consigli municipali hanno osato dichiarare in pubblica adunanza non essere necessario di provvedere alla istruzione primaria. Il municipio di Bisaccia in provincia di Avellino ha un'annua rendita di ducati 20 mila: in quel comune, tranne una mediocre scuola maschile, non c'è insegnamento. Le guardie nazionali alla lor volta furono pure composte con fretta soverchia e senza le volute precauzioni; troppo

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numerose le liste; chiamati al servizio attivo anche i poveri braccianti, i quali, prestandosi, perdono il guadagno, di cui hanno d'uopo per la loro sussistenza; quindi la poca coesione delle milizie e la poca probabilità di giovarsene nei momenti di pericolo. Non è a dire quanto disordine da tutto ciò derivi. A questo modo le più provvide istituzioni rimangono sterili e le migliori guarentigie di libertà si trasformano in elementi di perturbazione. Né dobbiamo trasandare dal dire, che oltre gli accennati [p. 37 ==> 46/209] motivi, i quali rendono ragione del cattivo ordinamento e del peggiore andamento delle amministrazioni municipali, avvene un altro, i cui influssi non sono meno perniciosi. Ogni municipio possiede un elemento che, per conformarci alla locuzione ormai sanzionata dall'uso, chiameremo burocratico; il quale, quantunque dipendente dagli ordini dei rappresentanti il comune e quindi affatto subordinato, non cessa però dall'avere molta e continua ingerenza nelle faccende municipali. Ora, questo elemento in molte località procede dall'antico, o, per dir meglio, non è mutato da quello che era ai tempi del cessato governo borbonico: dimodoché, per l'istinto della consuetudine, se non altro, è imbevuto degli spiriti e della tradizione borbonica, e adopera in conformità di questi spiriti e di questa tradizione, non in obbedienza delle nuove leggi. In molti comuni del napolitano il segretario del Consiglio municipale è oggi quel medesimo che era ai tempi del decurionato borbonico: anzi, non di rado avviene che abbia maggiori e più efficaci ingerenze di quelle che avesse allora. I nuovi sindaci, per negligenza taluni, altri per difetto di esperienza, lasciano fare a cotesti segretarii, talché l'antica cancelleria comunale sussiste, a malgrado dei nuovi ordini e delle leggi nuove, procede col vecchio sistema, rimane fedele alla vecchia consuetudine. È un pezzo dell'antico fusto, innestato al nuovo albero, e che di certo non lo vivifica, ma lo guasta e corrompe. Ricorderemo all'uopo un fatto, il quale non ha mestieri di commenti. In un comune della provincia di Terra di Lavoro, il segretario comunale pattuiva per data somma di danaro, di non comprendere i contadini nella lista per la coscrizione: quel comune era chiamato dalla legge a fornire 13 reclute, e frattanto annoverava 50 latitanti! Di esempi cosiffatti della permanenza dei vecchi abusi pur troppo non v'ha inopia, e quali deplorando effetti sortiscano nella pratica ci sembra perfino soverchio dichiarare. L'antico tarlo della corruzione e della venalità attossica nel nascere le nuove provvide istituzioni, e mentre impedisce che esse attecchiscano e prosperino, corrobora sempre più negli animi delle popolazioni quel funesto sentimento di sfiducia nella giustizia, [p. 38 ==> 47/209] che tanto importa distruggere. L'argomento vittorioso a pro del nuovo ordine di cose, quello che più persuade le popolazioni è il potere ad essa dimostrare con l'evidenza dei fatti, che in tutti i rami della cosa pubblica campeggia e regna la giustizia; e che questa è a tutti equamente impartita senza considerazione di rango, di fortuna, di antecedenti politici: se ciò esse non veggono con i proprii occhi, e non toccano con mano, vano è sperare che acquistino fede nella potenza dei liberi istituti e credano cordialmente ai benefizi dell'unità nazionale. Le operazioni della leva porgono la prova palpabile di questa asserzione. Nel 1861 quelle operazioni procedettero in conformità dell'antico sistema con tutto il corredo degli antichi abusi: il loro risultamento non fu splendido. Nel 1862 invece si è proceduto con le nuove leggi e col nuovo onesto sistema, ed il mutamento ha sorpassato le migliori speranze. Le popolazioni hanno veduto che si faceva giustizia davvero: che non si esentava dal tributo del servizio militare chi aveva più danari, ma bensì chi a termini di legge doveva essere esentato: e la leva ha avuto un esito che, senza tema di esagerazione, può esser chiamato magnifico. Basti dire che perfino nelle regioni garganiche il numero dei renitenti è stato scarsissimo. In una città della provincia di Bari, Corato, nove soli fra gl'inscritti mancarono all'appello, e fatte le opportune indagini si venne in chiaro che erano nove briganti od uccisi od arrestati! Le operazioni della leva del 1863 non solo hanno provveduto alte necessità del servizio militare, ma, come opportunamente ci si faceva riflettere da un presidente di un Consiglio di leva, esse hanno fatto, a motivo del modo con cui sono state condotte, un salutare e benefico apostolato di moralità e di libertà. Differenziare in modo evidente il nuovo dall'antico, testimoniare con l'eloquenza dei fatti che il

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nuovo si discosta dall'antico, tanto quanto dall'ingiustizia la giustizia: ecco il mezzo migliore di far germogliare negli animi delle popolazioni meridionali il sentimento di fede nella stabilità e nella durata del nuovo ordine di cose. Il prospero successo della leva del 1862 ha indubitatamente tolto moltissime reclute al brigantaggio; ma questo vantaggio materiale, che è pure rilevantissimo, è superato di gran lunga dal vantaggio morale da [p. 39 ==> 48/209] esso arrecato, quello cioè di avere eliminato una causa di malcontento e di disordine, e quindi una potente ragione di essere al brigantaggio medesimo. Né il tarlo dell'inveterata corruzione rode soltanto le amministrazioni municipali, ma anche le provinciali. È una lagnanza che abbiamo intesa soventi, e che è nostro dovere segnalare all'attenzione della Camera. La stessa piaga burocratica, dalla quale sono rose le amministrazioni municipali, esiste nelle prefetture e nelle sottoprefetture. Ivi sono antichi impiegati, che non hanno smesso il cattivo vezzo del mal fare, e con l'esempio corrompono i nuovi, incagliano l'andamento della pubblica amministrazione, e col loro modo di comportarsi accreditano sempre più la funesta idea, che il mutare delle leggi e delle istituzioni non ha mutato I' antico mal costume. Il disbrigo delle faccende patisce lunghi indugi, dai quali non sempre torna agevole rendersi ragione ricorrendo a cause ordinarie e regolari. Anche in quelle provincie, alle quali sono preposti prefetti solerti ed operosi, il male sussiste e dura, poiché quando nel congegno della macchina amministrativa serpeggia il vizio della corruzione e della venalità, i suoi movimenti non procedono con la dovuta regolarità: o son troppo precipitosi o troppo lenti, e nell'un caso e nell’altro denotano abbastanza l'esistenza di uno sconcerto intrinseco e sostanziale di una perturbazione profonda; né v'ha buon volere di prefetto, di consigliere delegato, di sottoprefetto che valga a soffermare gli effetti del male, il quale non può esser curato se non ad un solo modo, estirpando cioè senza titubanza e senza mollezza la cagione, da cui ripete la sua origine. <<Volete distruggere il brigantaggio nelle campagne? (ci diceva un ragguardevole cittadino) pensate prima di tutto a mettere la falce nella mala erba della camorra civica, che si annida negli uffizi delle nostre prefetture e delle nostre sottoprefetture, e sarete alla metà dell'opera, ed al brigantaggio sarà tolto uno de' suoi fomiti maggiori ed incessanti>>. Come la regolarità e la giustizia nella pubblica amministrazione sono la più potente guarentigia della pubblica sicurezza, così la loro mancanza è il più potente alimento del brigantaggio. Anche codesta burocrazia non è una delle eredità meno pesanti, che il [p. 40 ==> 49/209] Governo borbonico ha tramandate al Governo nazionale, ed i suoi influssi riescono tanto più perniciosi quanto più difficili sono le condizioni in che versa attualmente l'amministrazione. La quale soggiace ancor essa alle necessità della trasformazione generale, a cui tutto soggiace oggidì in Italia. L'applicazione delle nuove leggi e dei regolamenti nuovi, la necessità della unificazione, la novità degli amministratori, la cresciuta mole delle faccende sono altrettante gravi difficoltà, che basterebbero solo a generare confusione e disordine, a cui non si può agevolmente ovviare: i portamenti della burocrazia, la sua indole, le sue tradizioni non mutate concorrono a renderle più avviluppate, più inestricabili: ci è stato perfino assicurato esservi impiegati i quali sono i primi a porre in risalto dinanzi agli occhi degli amministrati tutti questi impacci e tutte queste difficoltà, e si compiacciono ad inferirne conseguenze non favorevoli al Governo ch'essi servono. Ond'è che per questi motivi le provincie napolitane sono defraudate dei vantaggi della buona amministrazione. Non mancano per fermo i buoni e capaci amministratori: ed anzi tra prefetti delle provincie da noi visitate sono uomini pieni d'intelligenza e di patriottismo, nei quali il buon volere è congiunto alla perizia delle faccende amministrative. Noi vi abbiamo additato ove giaccia la radice del male. Molti mutamenti sono stati fatti dal 1860 in poi: il progresso nel bene è sensibile: non iscarseggiano gl'impiegati onesti ed operosi; ma la macchina amministrativa non è ancora del tutto svecchiata: né tutte le sue parti si muovono in conformità delle leggi nuove, e dei nuovi principii: ora è evidente che dal conseguimento di questo scopo dipende la buona amministrazione, e che la deficienza di questa è fonte di disordine sociale, e quindi causa di alimento al brigantaggio.

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Intorno all'amministrazione della giustizia abbiamo udito dovunque gravi doglianze. Grandi mutamenti sono stati operati nel ramo giudiziario e per quanto concerne le cose e per quanto spetta alle persone. Dal 1° maggio 1862 in poi, la legge sull'organico giudiziario è stata applicata alle provincie meridionali, e magistrali, per la massima parte nuovi ancor essi, sono stati prescelti a curare l'esecuzione della nuova legge, ad attuarla [p. 41 ==> 50/209] in tutta la sua pienezza. Ciò nonostante ci è stato detto che l'amministrazione della giustizia non procede né con quella speditezza, né con quella efficacia che sarebbero e desiderabili e necessarie; segnatamente per ciò che concerne il giudizio dei reati di brigantaggio, che questi processi procedano, generalmente parlando, senza vigore: tarde e monche le istruzioni; frequenti le sentenze di non farsi luogo a procedere delle sezioni di accuse; scarsissime le condanne; ingente il numero dei giudicabili, che aspettano nelle carceri una decisione sulla loro sorte. Indubitatamente non è difficile rintracciare i motivi di queste doglianze nella natura stessa delle cose. La magistratura, come tutto nelle provincie meridionali, trovasi ancor essa nel periodo della trasformazione, del passaggio dal vecchio al nuovo: né può ragionevolmente aspettarsi che in tempi di crisi l’amministrazione della giustizia proceda con la pacata regolarità dei tempi ordinari. Nuova la procedura, nuovo il rito, nuovi gl'istituti, nuove le attribuzioni, nuovi i collegi giudiziari: ricco di guarentigie, ma necessariamente pieno di lentezze il sistema dei giudizii per via dei giurati: accumulati i processi ed ingombre le prigioni di giudicabili per le straordinarie circostanze: diverso il criterio del magistrato da quello delle autorità civili e militari e del pubblico nell'estimazione del grado di imputabilità e della colpabilità: la libertà provvisoria in determinate condizioni prescritta dalla legge e quindi impossibile a negarsi: difficili le prove giuridiche di certi reati: difficile e talvolta impossibile il raccoglierle: scarsi per le distanze i circoli delle assise: mancanza di facoltà nei magistrati a costringere i testimoni a deporre la verità: per la vivacità delle passioni e dei risentimenti politici, per gl'interessi lesi, per i continui pericoli della proprietà e della vita, proclivi le popolazioni alle ingiuste accuse: troppo esigente la pubblica opinione. Tutte queste sono gravi e fondate ragioni, e certo nessuna di esse giustifica le severe censure mosse contro la magistratura. La vostra Commissione adempie stretto debito d'imparzialità pregandovi a toglierle in seria considerazione, ma essa non può tacervi come in alcuni casi i fatti, nella loro apparenza almeno, conferiscano gravità a quelle censure: quello a modo di esempio, della sentenza [p. 42 ==> 51/209] di non farsi luogo procedere, emanata dalla sezione di accusa di Potenza a favore di alcuni proprietari di Basilicata, imputati di complicità con Crocco, e le sue orde, i quali notoriamente nell'aprile del 1861, coadiuvarono e festeggiarono l'ingresso di quei ribaldi in Melfi. L'annunzio di questa sentenza ha vivamente commosso gli animi nella provincia di Basilicata: e noi senza menomamente pretendere di innalzarci a giudici della coscienza di quei magistrati crediamo dover richiamare su questo argomento l'attenta considerazione dell'onorevole ministro di grazia e giustizia, al quale come a noi tutti, sta sommamente a cuore di assicurare alla magistratura il prestigio che si può maggiore. Ma negli ordini giudiziari havvi pure un elemento burocratico, quello delle cancellerie, e non pare che questo vada esente dalla pecca dello stesso vizio d'origine del quale poc'anzi vi favellavamo a proposito della burocrazia municipale e dell'amministrativa. La burocrazia giudiziaria non gode molto credito presso le popolazioni, alle quali talvolta, i cancellieri ed i loro sostituti, ricordano, per le pratiche ed il contegno, coloro che servivano le cessate gran Corti criminali. Ci è stato narrato il caso di un'autorità politica costretta a collocare sotto la vigilanza della polizia il cancelliere ed il sostituto del tribunale circondariale. Ora non è chi non vegga, come per conservare alla giustizia penale la venerazione e la fiducia che ad essa sono dovute, e senza le quali la sua azione vindice e tutelare rimane sprovvista di efficacia, sia d'uopo che in tutti i rami della sua amministrazione, non escluso quello della burocrazia, prevalga la regolarità più scrupolosa. Discorrendovi della giustizia penale non dobbiamo tralasciare di far menzione dei giurati. La Camera, ne siam persuasi, udrà con lo stesso compiacimento con cui ne raccogliemmo do

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vunque il concorde attestato che quella preziosa istituzione di civiltà ha dato fin dai primordi eccellente saggio di sé nelle provincie napolitane. Il qual fatto, mentre ci deve rinfrancar l'animo interno all'avvenire, giova a reintegrare la fiducia nella giustizia, che necessaria sempre in qualsivoglia comunanza civile [p. 43 ==> 52/209], è indispensabile alle condizioni nelle quali versano attualmente le provincie del mezzodì. La mancanza di fiducia nell'azione della giustizia punitrice conferisce in modo incontrastabile alla permanenza del brigantaggio. Alle cagioni fin qui annoverate s'aggiunge e sovrasta un'altra, la quale, abbenché vada enunciata in termini negativi, genera effetti disgraziatamente troppo positivi. La molla essenziale e principale di qualsiasi azione contro il brigantaggio manca, vale a dire, non c'è polizia. Non intendiamo con questa affermazione escludere le commendevoli eccezioni, quella segnatamente della questura della città di Napoli, che fornisce egregiamente il suo compito, ed è esempio di solerzia e di vigilanza; ma la massima nella generalità non può essere invocata in dubbio. L'azione incessante e ben diretta di una polizia oculata e sagace è ostacolo poderoso ai progressi del brigantaggio, il quale attinge ragioni di forza e durata appunto nella mancanza di quell'azione. Il brigantaggio non potrebbe sussistere in campagna, se non avesse complici nelle città e negli abitati; e per conoscere e colpire costoro non v'ha altro mezzo che non sia quello della polizia. Ond'è che i briganti scorrono la campagna sicuri per le salde e non interrotte fila con i loro complici nelle città, nelle borgate, nei villaggi. I briganti soggiornano, gozzovigliano, dormono nelle masserie senza che nessuno sappia di loro, talché è occorso alle truppe di trovarsi nelle case dove essi stavano, e di non averli molestati, perché non sapevano che vi fossero. Frequentemente i briganti vedendo avvicinarsi i soldati, nascondono le armi in un solco, dietro una siepe; la marra piglia nelle loro mani il posto dell'archibugio; per subitanea metamorfosi diventano campagnuoli intenti ai pacifici lavori della terra; la truppa sopraggiunge: li vede, non li riconosce, perché dalla polizia non ha informazione di sorta; li giudica ciò che non sono; passa oltre, e cessato in tal guisa il pericolo, i laboriosi contadini tornano ad imbrandire le armi, si apparecchiano sicuri a nuove rapine, a nuove grassazioni. I nostri militari parlando degli scontri contro i briganti, usano dire: <<Abbiamo avuta la fortuna d'incontrare i briganti>>; e di fatti raro è che gl'incontri avvengano per anticipata ed esatta informazione [p. 44 ==> 53/209]; ordinariamente sono conseguenza del caso. Per caso la truppa scoprì il ricovero della banda di Palliacello che infestava i dintorni di Cerignola, e la catturò tutta; per caso parecchie volte i lancieri di Montebello s'imbattevano nella banda Caruso e la sbaragliavano. I briganti non di rado entrano nelle città e negli abitati a provvedersi di viveri e di munizioni, talvolta anche a curarsi per infermità o ferite. Non patiscono molestia di sorta. A Matera, per esempio, ci veniva narrato esservi sette od otto briganti, i quali spesso entrano in quella città, e quante volte ci vanno, altrettanto ne escono illesi e liberi. Dalle città e dagli abitati i briganti ricevono vettovaglie, munizioni, bardatura ed altri attrezzi; questi non sono di certo oggetti che si fabbricano in campagna, e quando escono di città non possono andar per aria, non possono non essere veduti; pertanto non ci è occhio di polizia che li discerna e li fermi al passaggio. I briganti mandano ai proprietari le intimazioni per pagare i ricatti; non c'è vigilanza di polizia per i latori di cosiffatti messaggi. Talvolta le autorità hanno stimato dover proibire di tener viveri in campagna; i briganti si sono beffati del divieto, poiché i viveri che non trovavano più in campagna li ricevevano dalla città, senza che la polizia nulla vedesse, nulla sapesse. Non la finiremmo mai se volessimo moltiplicare a questo proposito le citazioni e gli esempi. I sindaci, a cui la legge municipale affida le attribuzioni di polizia, non le adempiono come dovrebbero; non sanno alcuni, non vogliono altri, temono moltissimi di esercitarle. A quel sindaco forse l'adempimento dell'obbligo suo come ufficiale di polizia costerà un'archibugiata nella schiena; a quell'altro l'incendio di una masseria; a quell'altro chi sa qual altro danno. Laonde, nel maggior numero di casi, a scanso di equivoci e di brutte avventure i sindaci non fanno la polizia. I delegati di pubblica sicurezza lasciano pure nella generalità molto a desiderare, non per malvagità di volere, ma per insufficienza d'idoneità. La maggior parte di

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essi vennero nominati al principiare della rivoluzione, e la scelta non cadde sulle specialità. Bastava allegare qualche merito politico per essere scelto all'ufficio di delegati di pubblica sicurezza. Era un ufficio il quale si dava a coloro a cui non si sapeva che cosa dare [p. 45 ==> 54/209], oppure si riconosceva non fossero idonei a disimpegnarne nessuno. Dei disonesti tacciamo: per buona ventura sono l'eccezione. Delle guardie di pubblica sicurezza poi niente altro diremo, fuorché essere le spese che si fanno per mantenerle, danaro assolutamente sprecato. Intorno a quelle guardie è unanime il parere e delle autorità di qualsivoglia ordine e della cittadinanza; tutti hanno concordato nel dichiarare che esse non corrispondono menomamente allo scopo pel quale vennero istituite, e che anzi invece di contribuire alla conservazione dell'ordine pubblico, sono elementi di perturbazione. Da un servizio di sicurezza pubblica composto nel modo che abbiamo descritto, non può per fermo derivare nessuna sorta di forza contro il brigantaggio, il quale, appunto perché sarebbe estirpato dall'opera vigile ed assidua della polizia, se polizia ci fosse, è rigoglioso e prospera, perché polizia non ci è. Né gl'inconvenienti che abbiamo riferito sono i soli; avviene un altro che non tocca alle persone, ma che pure non è di lieve momento, ed è la mancanza di danaro per lo spionaggio. Pongasi anche un delegato di pubblica sicurezza, capace e solerte, e ve ne sono; ma che può far egli se gli mancano i mezzi pecuniari per procacciarsi informazioni opportune e veritiere? In tempi e in condizioni ordinarie sarebbe già questa una mancanza non esente da inconvenienti; nelle condizioni speciali, in che a motivo del brigantaggio versano le provincie napolitane, questa mancanza produce veri e lamentevoli danni. Delineandovi però questo quadro del servizio di pubblica sicurezza, ci corre l'obbligo di dichiararvi che in esso non sono compresi i reali carabinieri, il cui contegno sovrasta ad ogni elogio, e la cui opera zelante ed infaticabile è per universale consenso giudicata proficua ed utile. Alla stessa guisa con cui tutti consentivano nel dolersi del servizio delle guardie di pubblica sicurezza, tutti parimente concordavano nel lodarsi di quello dei carabinieri, e nell'attestare i servizi che tuttodì prestano. Per la disciplina, per il coraggio, per la diligente alacrità nell'adempimento dei proprii doveri, l'arma dei carabinieri ha saputo accattivarsi ed ha meritato la stima e la fiducia dell'universale. [p. 46 ==> 55/209] Mentre difetta l'azione della polizia contro i briganti, costoro hanno avuta l'abilità di sapersene organizzare una a proprio vantaggio, la quale è operosa ed efficace. Così essi riescono ad essere informati con la massima precisione ed esattezza delle mosse della truppa, del giorno e dell'ora in cui essa muove per fare qualche perlustrazione, dei luoghi per i quali deve passare, dei provvedimenti delle autorità e perfino dei discorsi che si tengono in città sul conto loro. Hanno perfino un sistema convenuto di segnali, che non li inganna mai. In Capitanata, per esempio, ci è stato narrato che quando la truppa sta per muovere per la campagna, un contadino esce a cavallo di un asinello e s'avvia ad una data direzione; i briganti dalle alture veggono uscire quel contadino, e già sanno ciò significare che la truppa sta per marciare; dalla direzione poi che piglia il contadino sono avvertiti di quella che sta per pigliare la truppa. Quindi la facilità con cui sfuggono alle ricerche e la possibilità di apparecchiare ai nostri soldati gli agguati e le imboscate, che in taluni casi hanno avuto esito così doloroso e così funesto. Allorché il generale Franzini divisava l'impresa così felicemente riuscita della distruzione della banda di Cipriano della Gala, per assicurarne il prospero successo, serbò il più scrupoloso segreto con tutti, ingannò le spie dei briganti, le popolazioni e le stesse truppe dalle quali l'operazione venne eseguita. Così e non altrimenti potè riuscire. Uno dei più ragguardevoli proprietari di Foggia ci narrava di aver avuto un giorno un colloquio col prefetto della provincia, e che la dimane i briganti gli fecero sapere ch'essi erano informati per filo e per segno di tutto quanto in quel colloquio egli avesse detto. I briganti hanno spie nelle città, parte per connivenza, parte per solidarietà di guadagno, parte per paura, parte perché informando i ribaldi ha speranza di salvare la roba. Le spie di campagna sono i miserabili ed i vagabondi. Ad una masseria di Capitanata, appartenente alla famiglia del nostro onorevole collega il deputato

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Emidio Cappelli, vennero derubate un giorno 125 giumente. La grossa preda fu cosi abilmente nascosta dai briganti, che tutte le indagini per ritrovarla tornarono frustranee. I briganti hanno contezza anche delle determinazioni prese a loro riguardo, ed all'occorrenza [p. 47 ==> 56/209] sanno approfittarne. Un maggiore dell'esercito ci narrava d'avere un giorno incontrati delle vicinanze di Martina, in Terra d'Otranto, parecchi briganti, i quali, vedendosi a mal partito, gettarono le armi. Circondati e catturati furono consegnati al giudice del mandamento di Martina; dichiaravano di aver gettate le armi, perché sapevano che in tal guisa avrebbero scansata la fucilazione. Ed in qual guisa riescono quei ribaldi ad essere così esattamente e così fedelmente ragguagliati? Incutendo spavento e spendendo molti danari; a questo modo essi adoperano a profitto dell’infame mestiere, e a danno della società le stesse armi che, adoperate contro di essi, avrebbero facoltà di porre un termine ai loro delitti ed alle loro rapine. Su questo punto non può sorgere dubbio veruno, non è possibile la controversia; la concordia dei fatti, dei pareri, delle osservazioni è significantissima; massimo rimedio contro il brigantaggio è l'ordinamento d'una buona polizia, come massimo alimento al flagello è in mancanza di essa. Tutte le cause fin qui annoverate porgono al brigantaggio un alimento morale, incessante, in modo diretto ed anche a motivo del malessere che generano, del malcontento che producono. L'amministrazione che non procede, le leggi antiche distrutte ma non le usanze antiche, né rimosse dagli uffici le persone che quelle usanze praticavano, le leggi nuove o male eseguite o non eseguite affatto, il numero degl'impiegati accresciuto, e gli affari disbrigati ciò non ostante con maggiori ritardi: da tutte queste cose consegue una prostrazione di spiriti, un languore di cui i tristi si studiano continuamente di trarre profitto. Non annoveriamo fra le cause di malcontento i nuovi tributi, poiché siamo convinti che il malcontento prodotto da questi non oltrepassa i limiti di quello, che le tasse nuove hanno prodotto e produrranno in qualsivoglia paese, e che in realtà essa, qualora non si collegasse con le altre cause accennate, sarebbe cosa poco rilevante. Il malcontento prodotto dalla tassa di registro e bollo più che dalla tassa medesima è derivato dal modo di riscossione. Del resto giustizia vuole si dica non essere estranea alle popolazioni meridionali l'idea che per compire ed ordinare [p. 48 ==> 57/209] l'Italia sia d'uopo di grandi sacrifizi pecuniari. Il sindaco di una piccola e non ricca borgata di Terra d'Otranto ci diceva: <<Dateci la sicurezza pubblica e pagheremo tutte le tasse che il Governo proporrà ed il Parlamento approverà.>> L'imposizione delle tasse è fomite inevitabile ma transitorio di malcontento. La radice di questo è tutt'altra. Le popolazioni non si sentono governate, e quindi si credono abbandonate; questa è la radice vera del malcontento. Ora dal malcontento nasce il malessere, dal malessere una condizione di cose tutta propizia al brigantaggio; e così questo riceve un sussidio perenne, un costante alimento morale. Ma il brigantaggio è anche sussidiato da altre cause, le quali materialmente conferiscono alla sua durata ed alla sua conservazione. I briganti posseggono oltre la loro polizia anco i loro banchieri, i loro fornitori e i loro depositi. Hanno d'uopo di uomini per rifarsi delle perdite che sostengono, di vettovaglie per nutricarsi, di cavalli per meglio scorrere e fuggire, di foraggi per alimentare quei cavalli, di armi e di munizioni per assalire e per difendersi, di medicinali per curare gli ammalati ed i feriti, di danaro per arricchirsi e per satollare tutte le voglie. Trovano le loro reclute fra gli oziosi, i vagabondi, i miserabili ed i paurosi, che per tema di essere scannati li seguono e partecipano alle loro gesta; ma il nucleo dei loro depositi è nelle galere e nelle carceri, le une e le altre, o difficili a custodirsi per l'ingombro degli abitatori, o mal custodite per mancanza di forze sufficienti, oppure affidate alla vigilanza di gente mal sicura. Né l'attuale servizio della polizia carceraria è tale da impedire le relazioni tra coloro che son dentro e chi sta fuori. Non sempre l'ingresso è vietato con quell'inesorabile vigore che sarebbe mestieri; non sempre i custodi son gente inaccessibile alla corruzione ed alla venalità. In alcune località, a Brindisi segnatamente, è stato notato che quante volte i briganti si aggiravano nelle vicinanze, gl'indizi di una certa agitazione si appalesavano tra galeotti, e raddoppiavano i tentativi di evasione. Né questi tentativi sogliono essere isolati: raro anzi avviene che carce

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rati o galeotti fuggano dai luoghi dove erano rinchiusi, senza che tosto si venga a scoprire come le stesse fughe siano [p. 49 ==> 58/209] avvenute da altri luoghi di detenzione o di pena di località anco distanti. I bagni e le carceri, e naturalmente i primi ancor più delle seconde, sono i depositi preferiti dai briganti per rifornire le loro schiere; e con ciò agevolmente s'intende, come in questi ultimi due anni le evasioni dalle galere e dalle carceri sieno state così frequenti e così numerose: in ogni accolta di facinorosi, di gente colpita dalla giustizia, è un contingente di brigantaggio bello ed apparecchiato. Abbiamo detto che i briganti hanno del pari i loro fornitori ed i loro banchieri. Quelli volontari, questi involontarii mossi i primi da maltalento, da avidità di lucro, da desiderio od interesse di disordine, da smania di vendetta; mossi gli altri da paurosa condiscendenza, da timore di peggio, da preferenza smodata alla conservazione degli averi e della proprietà; complici, indegni e perversi i primi, condiscendenti talvolta spregevoli, tal altra volta degni di commiserazione i secondi; i primi sono i manutengoli, i secondi coloro che pagano i così detti ricatti, che in seguito, vale a dire, ad intimazioni minacciose od a sequestri di persone sborsano la moneta richiesta dai briganti, od inviano gli oggetti da essi domandati. I manutengoli da una parte, i pagatori di ricatti dall'altra, sono le due vere fonti di sussistenza del brigantaggio, il quale nella stagione invernale segnatamente non potrebbe senza quell'aiuto tenere a lungo la campagna come fa. Il manutengolo, più che complice, è vero fautore e sostenitore del brigantaggio; è il brigante urbano, e qualche volta anche in guanti gialli, assai più spregevole di quello che è in campagna, poiché non affronta nessun disagio, ripone ogni suo studio nell'evitare diligentemente qualsivoglia rischio e pericolo, congiura nell'ombra, e il più delle volte divide con gli assassini di campagna il bottino ed il lucro. Questi è il fornitore volontario, interessato, infaticabile del brigantaggio; è quegli che manda gli avvisi, che previene i predoni delle mosse delle truppe e dei provvedimenti delle autorità, che li distoglie dal costituirsi dinanzi alla giustizia, che li assicura del prossimo ritorno di Francesco II, e quindi della certa impunitità; che addita loro le case più opulente a derubare, le famiglie più ricche a svaligiare, i proprietari più avversi a trucidare. Colui [p. 50 ==> 59/209] che paga i ricatti, invece se non è sempre banchiere riluttante del brigantaggio, non può mai dirsi volontario; egli paga od in tutto od in parte la somma che minacciosamente gli si chiede, perché teme, non facendolo, gli si bruci la masseria, gli si devasti il tenimento, gli si ammazzino i buoi, le pecore, i cavalli. È un tributo forzato, la cui riscossione è dovuta al timore, ma che sovente è pagato con soverchia fretta. Non mancano però gli esempi di proprietarii come il principe di Sansevero, che a costo di molti danni non hai mai tollerato che i suoi agenti pagassero un sol ricatto alla banda Caruso; o come i fratelli Domenico e Carlo del Sordo, della città di Sansevero, i quali hanno sempre rifiutato di accondiscendere alle minacciose intimazioni de' briganti, talché questi si sono stancati di farne più oltre; o come il sindaco di Anzano, il quale ai briganti che con minaccia di bruciargli la masseria gl'intimavano pagasse un ricatto, rispondeva inviando loro una scatoletta di fiammiferi. I quali esempi, se sono degni di essere altamente commendati, dimostrano pure che chi non vuol pagare i ricatti non li paga, e che perciò coloro i quali li pagano per lo meno peccano di una arrendevolezza che non può essere abbastanza biasimata. La facilità con la quale si pagano i ricatti è pur essa un doloroso indizio della poca o nissuna confidenza nella protezione delle leggi e del Governo; essa denota che i proprietarii hanno maggior paura dei briganti di quello che abbiano fiducia nel Governo. E così, mediante l'opera dei manutengoli ed il pagamento dei ricatti, il brigantaggio provvede ai suoi bisogni, si alimenta, si sostenta, si procaccia ogni maniera di agiatezza e... diremmo ancora di più, se non cel vietasse un sentimento di verecondia e di pietà. I briganti a questo modo non mancano di niente. Diffatti tutte le volte che i nostri soldati sono penetrati nei loro nascondigli e nelle loro tane vi hanno trovato ogni maniera di provvigioni e di squisitezze: carni, pane, formaggio, vini, liquori, dolci, medicinali e perfino gazzette. Fra le carte rinvenute sul cadavere del sergente Romano, era il numero del 13 dicembre 1862 del giornale la Stampa (napolitana), in cui

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leggevasi un articolo intitolato: II nuovo Ministero, riboccante [p. 51==> 60/209] di plateali ingiurie contro i ministri e segnatamente contro gli onorevoli Farini, Manna e Pisanelli. Caruso aveva nella Selva delle Grotte un'infermeria largamente provvista di tutto il necessario; nel ricovero di Crocco, nel bosco di Monticchio, abbondavano le vivande, i vini, le provvigioni di ogni sorta. Nel bosco di Lagopesole, ricovero di Ninco Nanco, la truppa eseguendo in gennaio scorso una perlustrazione, trovò molti cappotti e biancheria pulita in quantità occultata nelle cavità dei tronchi degli alberi. Talune volte sono stati rinvenuti presso i briganti perfino degli istromenti musicali. Nelle vicinanze di Foggia fu veduto sulla loro mensa pane bianco di ottima qualità col marchio del municipio di quella città. La mala acquistata opulenza sfoggia in tal guisa e conforta il delitto da cui è derivata, ed il lusso della corruzione fa pompa delle sue più ghiotte raffinatezze nell'antro stesso degli assassini. E come se questi sussidi e conforti materiali fossero poca cosa vi si aggiungono anco i morali. La creatura umana più rozza e più depravata non cessa dallo sperimentare di tempo in tempo la necessità di essere sorretta e ristorata da qualche cosa, che non è il cibo né altra soddisfazione materiale: per quanto sien fitte le tenebre, che l'ignoranza ed il delitto possano avere addensato sull'animo dell’uomo, esso non cessa mai dall'essere di tratto in tratto travagliato e sospinto da aspirazioni che può non comprendere, ma alle quali non può resistere. Né il brigante sfugge all'imperio di questa necessità: la tetra atmosfera di eccidio e di rapina che ogni momento egli respira non ha facoltà di preservare il bieco sguardo dalla vista di un tenue raggio di luce, e quindi egli è istintivamente costretto a richiedere alla superstizione quel sollievo, che non può attingere nella serena coscienza del sentirsi puro ed incolpabile. Chi gli ammannisce questi conforti, chi gli largisce cosiffatto sollievo? Il ministro di quella religione che più abborre dal sangue e dal misfatto, ed è dispensatrice inesauribile di mansueti e caritatevoli consigli. Tristo a dirsi, o signori, molta parte del sacerdozio cattolico anche questa volta ha mancato in luttuosi frangenti alla sua missione di pace e di carità. Non parliamo ben inteso di tutto il clero, ma di quella parte di esso che immolando i principii religiosi [p. 52 ==> 61/209] a mondani interessi, ed immedesimando la causa della Chiesa con quella di una potestà essenzialmente umana e caduca, ha sconosciuto l'altezza dei suoi doveri, ed ha stretta la mano a tutti i nemici grandi e bassi, palesi ed occulti della quiete e della integrità della nazione italiana. Aizzato dalla legge su i conventi del 17 febbraio 1861, frettolosamente compilata ed improvvidamente promulgata, giacché ebbe il torto di ledere gl'interessi senza schiantare il male dalla radice, commosso a sdegno ed a timore per l'inevitabile fine della moriente dominazione ecclesiastica, cotesto clero dapprima si diede a promuovere le reazioni, e quando queste vennero debellate e sconfitte, invece di raccogliersi e pentirsi stese la mano al naturale erede delle reazioni, al brigantaggio. Una sua parola dall'alto del pergamo, un suo suggerimento dal confessionale sarebbero bastati ad allontanare od almeno ad attenuare il flagello, ma quella parola non fu pronunciata, quel suggerimento non fu dato. A noi è stato detto e ripetuto in tutti i paesi che abbiamo visitati, che dal confessionale partono incitamenti e conforti al brigantaggio; non ci sono state, né potevano esserci allegate le prove giuridiche di quest'asserzione; ma ciò non toglie che essa non esprima un convincimento morale, il quale è profondo ed universale. Certo è che un sol motto profferito dal tribunale della penitenza, ed indirizzato alle donne ed ai parenti dei briganti avrebbe avuto salutare ed immediata efficacia; ora è forse arrischiato presupposto l'inferire dalla mancanza dell'effetto quella della cagione? Se quel motto fosse stato detto i briganti meno induriti e meno pervicaci non avrebbero forse mutato vita? Od alla peggio il numero dei parati a delinquere non sarebbe forse scemato? II pergamo d'ordinario si è taciuto, ma quando non ha avuto ritegno d'affrontare i rigori della giustizia umana ha perorato la causa del brigantaggio, si è studiato di santificarla, ha tentato il sacrilegio d'innalzare il masnadiere bruttato d'infamie e di sangue alla dignità di martire. Nello scorso mese di dicembre dalla cattedra di una delle più affollate chiese di Napoli, un predicatore diceva: <<I nostri fratelli i briganti in varie provincie d'Italia riportano la vittoria, e sempre la riporteranno per

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ché combattono contro il Re usurpatore: la Madonna [p. 53 ==> 62/209] dovrà farci il miracolo di veder cacciati fuori del regno gli usurpatori.>> Ed un altro predicando in altra chiesa della stessa città nella novena dell'Immacolata Concezione prorompeva in questa apostrofe: <<Vergine Immacolata, io non ti crederò più Vergine se tu subito non farai tornare gli adorati sovrani Francesco e Maria Sofia.>> E quand’anche il pergamo si fosse sempre taciuto, il silenzio solo basterebbe ad accusarlo. Solevano altre volte i ministri del santuario usare il pio costume d'invocare dal cielo con solenni preci la cessazione dei pubblici flagelli; ma ciò non è avvenuto questa volta. Il sergente Romano, capo della banda brigantesca di Gioia, in provincia di Bari, soleva far celebrare, pagandola, una messa nella cappella della Masseria detta dei Monaci, che perciò venne denominata la messa dei briganti, e trovava pronto sempre il cappellano, che invocando le divine benedizioni su quella masnada, osava tentare di far complice di essa il cielo. A Minervino, nella stessa provincia, infermava a morte un caporale del nostro esercito, ed il sacerdote invitato ad amministrare i conforti ed i sacramenti della religione a quel prode che aveva combattuto contro i briganti, spietato glieli rifiutava. A Viesti, nel Gargano, bastò che un sacerdote celebrata la messa dinanzi alle truppe cantasse il Domine salvum fac regem, perché l'arciprete interdicesse la chiesa. In un'altra località invece un brigante entrava in chiesa a cavallo, ed in quella postura ascoltava la messa: né per quanto a noi consti fu pronunciata veruna interdizione. Un brigante del Gargano, soprannominato il principe Luigi, essendo riuscito in uno scontro con i lancieri di Montebello a salvar la vita con la fuga, pensò celebrare lo scampo come portento operato dalla Vergine Santissima, e fece dipingere un quadro nel quale egli era effigiato alle prese con quei lancieri, e dalle loro offese tutelato e serbato incolume dalla Madonna del Carmine. Il quadro fu collocato con religiosa solennità nella chiesa di Monte Sant'Angelo. Il prefetto di Capitanata fece arrestare l'artista da cui la dipintura era stata fatta, ed il sacerdote che si era prestato a quella profanazione. Il tribunale di Lucera (sia detto fra parentesi) rilasciò in libertà l’uno e l'altro. I briganti sono superstiziosissimi: recano sotto le vesti amuleti [p. 54 ==> 63/209] e scapolari in gran copia: in certi dati giorni, senza mai smettere le uccisioni ed i furti, sono capaci per devozione alla Madonna di non mangiar carne. <<I briganti, ci diceva il prefetto della provincia di Capitanata, sono usi ad ogni stravizzo, ad ogni scelleratezza; eppure fanno dire le messe ai preti, ai quali le pagano largamente.>> Un colonnello dell'esercito nostro che passò molti mesi nella stessa provincia di Capitanata, ci narrò una usanza, alla cui attuazione i preti hanno parte. Per farsi invulnerabili, per rendersi immuni dai pericoli, per affrontare coraggiosamente la morte, i briganti nell'accingersi alle sanguinarie e scellerate imprese si fanno consacrare da un sacerdote, il quale consegna ad essi la sacra ostia, e per mezzo di un taglio gliela intromette alla base del dito pollice. Alcuni briganti non è guari caduti in potere della giustizia hanno dichiarato di avere ricevuto da sacerdoti sacre immagini col suggerimento di mettersele in bocca, e con la promessa che in tal guisa sortirebbero illesi da tutti i combattimenti. Altri briganti presi nelle vicinanze di Zungoli, circondario di Ariano, recavano sul petto la stella pontificia. <<I briganti, ci diceva il generale Villarey, hanno tutti religione a loro modo; quando possono fanno cantare le litanie nei boschi; portano addosso le immagini della Madonna e corna contra il fascino.>> II sergente Romano, di Gioia, mentre teneva la campagna scriveva pietose giaculatorie, ed intitolava gli assassini che dipendevano dai suoi ordini giurati della fede cattolica: essi prestavano un giuramento, la cui formola fu rinvenuta nel suo portafogli quando venne ucciso, che merita di essere integralmente riferita. [p. 54 ==> 63/209] ATTO DI GIURAMENTO E DI FEDELTÀ <<Nel momento medesimo da disposizione superiore si conforme che nell'anno, mese e giorno noi tutti in unanimità di voti contestiamo il presente atto di giuramento e di fedeltà con le seguenti condizioni da noi stabilite con i presenti articoli.

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Promettiamo e giuriamo di sempre difendere con l'effusione del sangue Iddio, il sommo pontefice Pio IX, Francesco II, re del regno delle Due Sicilie, ed il comandante della nostra [p. 55 ==> 64/209] colonna degnamente affidatagli e dipendere da qualunque suo ordine, sempre pel bene dei sopranominati articoli; così Iddio ci aiuterà e ci assisterà sempre a combattere contro i ribelli della santa Chiesa. Promettiamo e giuriamo ancora di difendere gli stendardi del nostro re Francesco II a tutto sangue, e con questo di farli scrupolosamente rispettare ed osservare da tutti quei comuni i quali sono subornati dal partito liberale. Promettiamo e giuriamo inoltre di non mai appartenere a qualsivoglia setta contro il voto unanimemente da noi giurato, anche con la pena della morte che da noi affermativamente si è stabilita. Promettiamo e giuriamo che durante il tempo della nostra dimora sotto il comando del prelodato nostro comandante distruggere il partito dei nostri contrari i quali hanno abbracciato le bandiere tricolorate sempre abbattendole con quello zelo ed attaccamento che l'umanità dell'intiera nostra colonna ha sopra espresso, come abbiamo dimostrato e dimostreremo tuttavia sempre con le armi alla mano, e star pronto sempre a qualunque difesa per il legittimo nostro re Francesco II. Promettiamo e giuriamo di non appartenere giammai per essere ammesso ad altre nostre colonne del nostro partito medesimo, sempre senza il permesso dell'anzidetto nostro comandante per effettuarsi un tal passaggio. Il presente atto di giuramento si è da noi stabilito volontariamente a conoscenza dell'intera nostra colonna tutta e per non vedersi più abbattuta la nostra santa Chiesa cattolica romana, della difesa del sommo pontefice e del legittimo nostro re. Così abbracciare tosto qualunque morte per quanto sopra si è stabilito col presente atto di giuramento. Il Comandante Superiore>> [Fatto e stabilito nel giorno, mese ed anno, oggi 20 agosto 1861, e firmato dal proprio pugno del signor comandante della colonna nella nostra presenza.]

Né meno significante di questa formola di giuramento sono le confessioni che un capo brigante, per nome Pasquale Forgione, faceva il giorno 23 febbraio dell'anno corrente in seguito ad apposito interrogatorio in Gesualdo provincia d'Avellino. Siccome il brigante mostrava esser persuaso di aver fatto male e di [p. 56 ==> 65/209] aver meritato l'odio delle popolazioni, gli si chiedeva perché non si fosse presentato; le sue risposte furono le seguenti: Domanda. Con questi convincimenti perché non vi siete presentato voi ed i vostri compagni, persuasi che odiati da tutte le popolazioni la vostra vita era in pericolo ogni momento? Storno (1) [(1) Era stato invaso dalla banda cui apparteneva l'interrogato] stesso intimorito dell'esagerato numero dei briganti, che si dicea circondavano il paese, appena che era sgombro di due malfattori che vi entrarono, rialzava gli stemmi di Vittorio Emanuele, e benediceva il suo nome e la unità italiana. Risposta. Noi combattevamo per la fede. D. Che cosa intendete per la fede? R. La santa fede della nostra religione. D. Ma la nostra religione non esecra i furti, gl'incendi, le uccisioni, le sevizie e tutti gli empi e barbari misfatti che ogni giorno consuma il brigantaggio, e voi stesso coi vostri compagni avete perpetrati? R. Noi combattevamo per la fede, e siamo benedetti dal papa, e se non avessi perduta la carta venuta da Roma vi convincereste che abbiamo combattuto per la fede. D. Ce cosa era questa carta? R. Era una carta stampata venuta da Roma. D. Ma che conteneva questa carta? R. Diceva che chi combatte per la santa causa del papa e di Francesco II non commette peccato. D. Ricordate che altro conteneva detta carta?

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R. Diceva che i veri briganti son i Piemontesi che hanno tolto il regno a Francesco II, che erano scomunicati essi, e noi benedetti dal papa. D. In nome di chi era stata fatta quella carta, di quali firme era segnata? R. La carta era una patente in nome di Francesco II e firmata da un generale che avea un altro titolo, che non ricordo, come non ricordo il nome; vi era attaccata una fettuccia con suggello. [p. 57 ==> 66/209] D. Di che colore era la fettuccia e il suggello, e che impronta il suggello offriva? R. La fettuccia era color bianco come tela; il suggello era bianco coll'impronta di Francesco II e delle lettere che dicevano Roma. D. Non potendo ammettere né consentire che il papa possa benedire tante iniquità, né che Francesco II abbia potuto vilipendere la dignità di re ordinando omicidi, grassazioni, incendi, quando anche questi mezzi, l'umanità disordinando, avesser potuto fargli sperare il riacquisto del trono, però non può esser che una favola la vostra assertiva! R. Essendoché avete fatto venire i bersaglieri e che sarò fucilato, persuaso come sono di morire, vi assicuro che ho tenuto quella carta e che è verità tutto quello che vi ho detto contenere, e se altri, come me, sarà arrestato, vi convincerete che non ho mentito. D. Che abbiate tanto ben legata al petto con un nastro una piastra di Francesco II come medaglia non fa meraviglia, perché credevate, uccidendo, grassando, rubando, combattere per lui. Ma come, consumando tante scelleratezze, potete tenere a testimone di esse, e direi anche a complice, se scempia non fosse questa parola, la Vergine Santissima, portando appeso al petto questo insudiciato abitino colla sua effigie del Carmine? È cosa che fa credere la vostra religione più empia e scellerata di quella che potrebbe avere un demone, se i demoni potessero avere una religione! Non è questa la più infernale derisione che possa farsi a Dio? R. Io ed i miei compagni abbiamo la Madonna nostra protettrice, e se aveva la patente colla benedizione non sarei stato certamente tradito. Ed essendogli annunziato che si approssimava l'ora per lui fatale, risponde: <<Confermerò anche queste stesse cose al confessore, che spero mi sarà accordato.>> In quegli animi ottenebrati dalla ignoranza e pervertiti dalla consuetudine del male, lo stesso sentimento religioso non penetra se non per mezzo della paura: è il solo ritegno che [p. 58 ==> 67/209] può alquanto infrenarli: tolto anche cotesto ritegno ogni freno è rotto, la propensione al delitto non è più contrastata da nessun ostacolo. Il brigante non ha paura del codice penale, perché gli hanno assicurato che al ritorno di Francesco II otterrà l'impunità; non ha paura delle pene di un'altra vita, perché il ministro della religione gli ha assicurato che uccidendo, saccheggiando, stuprando, egli serve una giusta causa. Ond'è che pur troppo ci è mestieri affermare che una parte del clero non rifugge dal fare la parte di manutengolo morale dei briganti, ché i soccorsi che questi presta finiscono coll'esaurirsi, laddove quelli che presta il manutengolo morale lasciano tracce profonde ed indelebili, e per mezzo del fanatismo e della superstizione (la formola di giuramento poc'anzi riferita ve ne porge irrefragabile documento) tengono più salde le armi omicide nelle mani dei malfattori. E pur troppo dobbiamo anche aggiungere che preti e religiosi non hanno nemmeno rifuggito dall'essere anche manutengoli nel senso più stretto e più materiale della parola. In provincia di Salerno, a modo di esempio, vennero, in marzo del 1862, arrestati cinque frati cappuccini perché prestavano ai briganti ogni materia di assistenza. Per coglierli in fallo alcuni dei nostri soldati si travestirono da briganti, ed in quell'arnese si ebbero dagl'indegni monaci le più umane accoglienze, e viveri in quantità, e la dichiarazione che il convento era fornito di vettovaglie in guisa da poter accogliere una comitiva di 400 briganti. Nel convento dei padri Liguorini in Pagani, provincia di Salerno, si facevano arruolamenti di briganti. Nella città di Andria, in Terra di Bari, furono diffusi nel popolo nello scorso mese di agosto molte cartelle che recavano queste parole: <<I briganti sono benedetti dal papa, ed ogni qualvolta si battono si attaccano a nome di Dio, e vinceranno. Che si formi allora una deputazione e li vada incontro colla bandiera bianca fa

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cendoli entrare in paese, e tutto sarà finito.>> In quella città che annovera oltre 20 mila anime sono un 300 tra preti e frati. Vi sono perfino dei casi, come si avverò nella disfatta ai primi di novembre 1863 una grossa banda toccò dai [p. 59 ==> 68/209] lancieri di Montebello nelle vicinanze di Lucera, nei quali si sono veduti sacerdoti far parte delle masnade. Laonde è pur forza conchiudere che il brigantaggio nelle provincie meridionali si ritrova in una parte del clero fomite incessante ed incoraggiamenti di ogni maniera. Né gl'incoraggiamenti che provengono dalla parte borbonica sono minori. Quella parte che nel 1860 lasciò coprire di obbrobrio la propria bandiera, che non seppe difendere né i suoi principii, né il suo Re, che non seppe arrendersi con dignità né cadere con gloria, non ha saputo trovare altro espediente per pigliar la rivincita se non quello di collegarsi cogli assassini, di aiutarli col consiglio, con la direzione, col danaro, di infervorarli alle opere inique. La partecipazione, la complicità al brigantaggio dei Comitati borbonici è fatto che non patisce contraddizione: i processi di monsignor Cenatiempo, di Bishop, del Cosenza, le pongono in piena luce. Altre processure da poco iniziate ed ora in via d'istruzione, quella, per esempio, intorno ai complici del sergente di Gioia, l'altra a carico della principessa Sciarra, le confermano in modo incontrastabile. Le indagini alle quali si è proceduto in seguito al sequestro del marchese Avitabile ed alla cattura di parecchi seguaci di Pilone, hanno sortito lo stesso risultamento. Il malfattore Pilone s'intitolava comandante il corpo di spedizione nelle vicinanze di Napoli a nome di Francesco II, e sulle vesti brigantesche recava le insegne di cavaliere borboniano. L'altro malfattore Pizzichicchio faceva il suo ingresso in Grottaglie inalberando bandiera bianca, e gridando: viva Francesco II! Un borboniano, non è guari arrestato, deponeva avere il Comitato borbonico di Napoli spedito ordine al Crocco di catturare i componenti la Commissione d'inchiesta al loro passaggio per le Puglie. Ora è chiaro, che ordini s'inviano a subordinati od almeno a gente con la quale si procede d'accordo. Un Giuseppe Tardio, di Centola, provincia di Salerno, giovane di 23 anni, di condizione civile, già studente di leggi nel liceo Salernitano, fece un viaggio a Roma, e reduce andò difilato al suo paese, dove si mise a capo di una banda di malviventi, la quale infesta il circondario di Vallo. Senza darsi [p. 60 ==> 69/209] nessun fastidio di occultare a nome di chi turbasse la pace pubblica emanava in luglio scorso il seguente proclama. AI POPOLI DELLE DUE SICILIE Cittadini! <<Il fazioso dispotismo del subalpino regime nel conquistare il regno vi sedusse con promesse fallaci. Amari frutti ne avete raccolti. Riducendo queste belle contrade a provincie, angariandovi di tributi, apportandovi miseria e desolazione. Inaugurando il diritto di fucilazione a ragione di Stato (che Re galantuomo!). I più arditi oramai è un anno da che brandirono le armi. E l'ora di fare l'ultimo sforzo è suonata. Non tardate punto ad armarvi e schierarvi sotto il vessillo del legittimo sovrano Francesco II, unico simbolo e baluardo dei diritti dell'uomo e del cittadino, non che della prosperità commerciale e ricchezza dei popoli. Esiterete voi ad affrontare impavidi gli armati piemontesi, onde costringerli a valicare il Liri? Pubblicato in ..........., e per copia conforme in questo comune affisso. 2 luglio 1863 Il capitano comandante le armi borboniche Giuseppe Tardio.>> Accanto alla firma è il suggello con lo stemma borbonico. Il Tardio intimava ricatti a nome di Francesco II. Eccone il documento: FRANCESCO II. RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE. <<Si fa ordine a don Raffaele Salerno del Comune di Camerota, consegnare al latore, senza punto esitare, la somma di ducati 120 da servire per paghe agl'individui componenti la colonna di formazione sotto il mio comando.

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E glielo partecipo per intelligenza. Il capitano comandante le armi borboniche. Giuseppe Tardio.>> [p. 61 ==> 70/209] E trovava complici nei componenti il municipio di Camerota, come risulta

dalla seguente lettera: Camerota, 4 luglio 1862. AMMINISTRAZIONE DEL COMUNE DI CAMEROTA. <<Al signor assessore don Paolo Ambrosano. Signore, Le si spediscono due donne, che con tutta premura le caricherete al più che possa di pane da servire per la gente armata prossima a giungere in questo comune, nell'intelligenza che il valore sarà pagato da questo comune. Il municipio: * * * * * * * * * * Un uffiziale che per parecchi mesi fu comandante del distretto militare di Vasto, nell'Abruzzo Citeriore, ci narrava che un brigante fucilato perché colto con le armi alla mano prima di subire l'estremo supplizio dichiarava, come il suo capobanda, detto Pizzolungo, avesse letto a lui ed ai suoi compagni un ordine del giorno mandato da Roma da Francesco II, nel quale questi annunciando il ritorno prossimo nei suoi Stati esortava i briganti a perseverare. In altre carte sorprese sulle persone di malviventi che facevan parte della banda di Chiavone, leggesi, come alcuni dei malfattori abbiano relazioni dirette ed immediate con la stessa persona di Francesco II, e lo tengono ragguagliato di ciò che i briganti fanno ed operano. E ci è stato parimente riferito che quando il Chiavone fu con alcuni dei suoi più fidi seguaci ucciso per ordine di Tristany, questi dasse contezza dell'accaduto con apposita relazione a Francesco II, ed atteggiandosi ad uomo politico gli riferisse come avesse fatto togliere di vita quei miserabili, perché colpevoli di volgari delitti, e che alla lettura di questa relazione Francesco deplorasse la morte del Chiavone e dei suoi, e fosse compreso da vivo sdegno contro il Tristany che lo privava di così fedele ed affezionato servitore! Il giorno 16 luglio 1861 due soldati del 44° di fanteria, per nome Carlo Bedoni e Bernardo Gamba, furono, mentre scortavano un esattore da Morino a Rendinara, sorpresi da una decina [p. 62 ==> 71/209] di briganti, disarmati, fatti prigionieri e condotti prima in quella località del territorio pontificio denominata Campoli, e poi alla montagna detta delle Scalette sullo stesso territorio, dove il Chiavone ed i suoi seguaci tenevano il loro quartiere generale. Dopoché i due soldati vennero spogliati degli abiti militari, e vestiti da contadini si ebbero dal Chiavone ordine di andare in Roma, un foglio di via per ciascuno ed una lettera per il conte di Trapani, zio di Francesco II, e con esso dimorante in Roma; e perché non fuggissero ebbero anche una scorta brigantesca. Fortuna volle che sulla strada comparisse un distaccamento francese, alla cui vista i malfattori se la diedero a gambe, ed i nostri due soldati furono in grado di ripassare la frontiera e di tornare al loro reggimento di presidio a Sora. Il giorno 24 luglio dello stesso anno alquanti masnadieri, guidati da un Luigi di Gian Marco Bianchi, si impossessavano per inganno del corpo di guardia di Luco, nel circondario di Avezzano, e prese le armi che rinvennero si diedero alla fuga associando nello stesso evviva il nome di Chiavone a quello di Francesco II. Al principio dell'anno corrente in seguito a ricatto con sequestro fatto dalla banda Crocco, nel circondario di Sant'Angelo dei Lombardi, il delegato di pubblica sicurezza di Bisaccia procedeva all'interrogatorio del giovane sequestrato, e di un contadino inviato dalla famiglia a ricercarlo: e l'uno e l'altro concordi deponevano che, trovandosi fra i briganti, avevano veduto sopraggiungere un'altra banda guidata da un tale Teodoro il quale diceva a Crocco: <<Due giorni dietro uno dei nostri amici è venuto a dirmi che il nostro Re Francesco nella primavera ci manda rinforzi di soldati con capi esteri, munizione e danaro. E facilmente si mette egli tes

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so alla testa di soldati del papa e dell'Austria per entrare nel regno.>> Uno degli interrogati deponeva pure aver chiesto ad uno dei compagni di Crocco per nome Sacchitiello: <<Che fai più in campagna? ora ti hai fatto i danari; perché non cerchi di ritirarti?...>> ed il Sacchitiello avergli risposto: <<Io fui invitato da parte del nostro re Francesco, e perciò mi riunii colla banda. Ora ci è stato riferito, precisamente ieri, dal capo della banda Teodoro che venne [p. 63 ==> 72/209] a trovarci, assicurando che egli aveva ricevuto notizia dal re che in primavera ci avrebbe mandato sicuramente gran forza con capi esteri, e danaro, ed egli stesso sarebbe entrato. Noi dunque attendiamo tale sua promessa. Allora mi vedrai, caro paesano, in altro stato. Basta, ci rivedremo.>> Ai primi di febbraio testé scorso un brigante per nome Francesco Gambaro si costituiva in Sant'Angelo dei Lombardi, ed interrogato per qual fine si fosse associato ai malfattori, rispondeva: <<Mi unii alla banda di cui capo erano Andreotti e Sacchitiello fin dal 16 agosto dello scorso anno, giorno di S. Rocco. La banda era di circa 40. Io qual pastore ero sempre a contatto coi briganti, ed in tale occasione m'illusero che loro erano protetti da Francesco II, che gli mandava danaro, munizioni ed armi, e che fra breve sarebbe entrato nel regno, ed a noi ci avrebbe dato molti terreni del comune e danari; mi dissero pure che il Re è figlio di una Santa che protegge lui, e noi..... La banda ora è ristretta a pochi, perché i capi dissero ai briganti che il Re Francesco gli avea fatto sapere che a primavera mandava soldati, danaro e munizioni per entrare nei paesi, ed egli stesso sarebbe entrato in Napoli, e perché in tempo d'inverno non potevano mantenerci noi e cavalli, così ci disse ritirarci ed alla meglio nasconderci nelle case nostre e masserie degli amici per poi ritornare in primavera.>> Le recenti irruzioni di bande con capi esteri dal territorio pontificio in provincia di Aquila sono illustrazioni e conferma di queste deposizioni; qualsivoglia commento tornerebbe inutile. Tutte le irruzioni di briganti dal territorio pontificio sono promosse ed apparecchiate dai Comitati borbonici qua e là sparsi fuori del nostro Stato, di concerto con quello che hanno stanza al di dentro. Ve ne ha a Marsiglia, a Parigi, a Malta; abbondano a Roma e nelle località più vicine alla nostra frontiera. Il Comitato di Alatri è presieduto e diretto dal vescovo di quella diocesi. Ed allo steso modo con cui sono innegabili le frequenti e strette relazioni tra briganti e Comitati borbonici non possono nemmeno essere rivocate in dubbio le relazioni fra queste ed il principe che già fu sovrano delle provincie del mezzodì dell'Italia [p. 64 ==> 73/209]. I capi di quei Comitati residenti in Roma fanno notoriamente parte della Corte di Francesco II, e le comunicazioni per via di corrieri di ogni condizione, di ogni nazione e di ogni sesso con le provincie napolitane sono incessanti. Francesco II adunque è consapevole di tutte le macchinazioni, e non tollera ma vuole che la sua causa sia rappresentata e servita dai masnadieri e dai predoni. Alla sventura anche meritata si deve rispetto; né mai noi vorremmo sfuggisse dalle nostre labbra una sola parola che suoni insulto ai caduti. Come fu eroica nel soffrire l'Italia è magnanima nel perdono agli offensori. Ma il principe che all'ombra di un vessillo glorioso ed amico all'Italia, non ha ribrezzo di scatenare orde di ribaldi per arrecare la desolazione in quelle provincie, che non seppe conservare la sua dominazione col valore, ha con ciò rinunziato allo stesso diritto della sventura, e dispensa dall'obbligo di qualsivoglia riguardo e compianto. Egli non è più il principe esautorato e nemmanco il pretendente, ma il complice, l'istigatore, il manutengolo di Crocco, di Ninco Nanco e di ogni maniera di volgari e miserabili scellerati. I soccorsi materiali che il soggiorno di Francesco II nella eterna città procaccia al brigantaggio nelle nostre provincie non ne sono però la peggiore né la più dannosa conseguenza. Gli effetti morali e politici sono di gran lunga più nocivi alla pace, alla sicurezza ed alla prosperità di quelle provincie: sicché quand'anche quel principe non inviasse un sol quattrino, né un sol uomo alle orde dei malviventi, il solo fatto della sua permanenza in Roma sarebbe fomite grandissimo del brigantaggio. Allo stesso modo con cui durante il decennio dell'occupazione

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militare francese il soggiorno di Ferdinando I e della sua Corte in Sicilia, oltre alle continue spedizioni di briganti nelle Calabrie, manteneva viva la speranza dei partigiani della dinastia borbonica; il soggiorno attuale di Francesco II in Roma è, se non argomento, certo pretesto plausibile e non destituito delle apparenze della verosimiglianza, a colpevoli speranze, a pronostici protervi. Nel decennio il buon senso popolare aveva battezzato coloro che aspettavano il ritorno di casa Borbone con la espressiva locuzione di speranzuoli: ed oggi non ne mancano. Costoro [p. 65 ==> 74/209] fanno assegnamento sulla ignoranza e sulla credulità delle moltitudini, sulla difficoltà delle comunicazioni, e divulgano di continuo le più insigni fandonie, le più grossolane fole, le quali naturalmente non si avverano mai, ma sortiscono l'effetto che se ne ripromettono coloro che le diffondono, quello vale a dire di commuovere, di agitare, d'impaurire. Ieri erano gli Austriaci che avevano occupato parte dell'antico reame; oggi sono i Francesi che hanno costretto il Re Vittorio Emanuele a spezzare l'italica corona, ed acconciarsi alla confederazione; domani è Francesco II che preceduto da immenso corteggio di soldati e di diplomatici sta per riporre il piede negli antichi dominii. Tutte queste dicerie derivano la facilità con la quale sono credute dalla presenza di Francesco II in Roma: il giorno in cui egli fosse in Ispagna, in Baviera od in qualsiasi altra contrada di là delle Alpi nessuno più vi aggiusterebbe fede. Durante il decennio i Borboni ricoverati in Sicilia millantavano l'amicizia palese ed efficace dell'Inghilterra; oggi il Borbone ricoverato a Roma non può di certo vantare l'amicizia della Francia, ma dal contegno di questa trae a suo pro maggiore utilità di quella che i suoi antenati ricavassero dagli Inglesi nell'epoca testé rammentata. Francesco II, vanno sussurrando tuttodì fra le moltitudini i suoi fautori, non è l'ospite dei Francesi, ma del S. Padre; quelli non sono suoi amici; ciò nonostante sono costretti a rispettarlo, tanto egli è forte, e rispettandolo dimostrano essere persuasi che l'unità italiana non può reggere, e che un giorno o l'altro Francesco II ritornerà, anche loro malgrado, nei suoi Stati. Così ragionano costoro, ed il ragionamento colpisce le moltitudini, le quali non vanno tanto per il sottile, non sono iniziate agli andamenti misteriosi della politica, e vedendo che quei discorsi concordano con i fatti apparenti, di leggieri si persuadono che hanno fondamento di vero, e senza più credono l'incredibile, l'assurdo, come articolo di fede. Francesco II a Roma, ospite del papa, non molestato dai francesi, circondato da una Corte alla spagnuola, con diplomatici accreditati presso di lui come se fosse nel pieno esercizio degli attributi della sovranità, libero di fare quello che meglio gli aggrada e di ordire qualunque macchinazione a danno dell'Italia, è tal fatto il quale [p. 66 ==> 75/209] anche senza tanti commenti colpisce profondamente quelle popolazioni immaginose, e, valga il vero, colpirebbe anche altre meno di esse fantastiche e proclivi a credulità. La conseguenza morale del sentimento di sfiducia e di dubbiezza intorno all'avvenire che questo fatto genera ed alimenta è di per sé sola un male gravissimo ed una delle più salde radici del brigantaggio. I malfattori vi attingono forza ed incoraggiamento perenne a perseverare nelle opere infami; la presenza di Francesco II a Roma implica per essi la certezza del di lui ritorno a Napoli; la eventualità di quel ritorno è guarentigia ad essi di lucro, di onori, di premio e nel caso più disparato d'impunità. Il giudice del mandamento di Cerignola ci narrava di aver saputo da un brigante tenuto prigione nelle carceri di quella città avere Crocco dichiarato di esser pronto a consegnarsi nelle mani della giustizia, a costituirsi, quando avesse avuto certezza che Vittorio Emanuele fosse entrato in Roma. E v'ha anche chi afferma che il Crocco due volte sia stato a Roma travestito da frate per conferire con Francesco II od altri della sua famiglia. Un brigante di anni 17, per nome Giuseppe Ciampaglia, arrestato lo scorso mese di marzo in Termoli, interrogato dal giudice di quel mandamento, deponeva che un capo brigante lo aveva costretto a seguirlo, e gli prometteva di armarlo e dargli un buon cavallo, e così con la comitiva tutta armata recarsi in Roma per far tornare Francesco II. La dimora di Francesco II nella capitale dell'Italia accenna pure ad una delle altre maggiori cause della durata e della tenacità del brigantaggio nelle provincie napolitane, alla connivenza vale a dire ed alla complicità del Governo pontificio. Si dirà forse che la ospitalità non implica solidarietà di doveri tra chi la concede e quegli che l'accetta; che il benefizio non

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conferisce al benefattore la prerogativa di vincolare la libertà delle azioni del beneficato; e che perciò chi dona l'ospitalità può ripudiare la responsabilità dei portamenti di chi la riceva. Ma anzitutto è a riflettere che la ospitalità largita dal Governo pontificio a Francesco II non è corollario del principio del dritto di asilo, sacro ed inviolabile presso le libere nazioni, ma bensì concessione spontanea e ritrattabile di quel Governo. In secondo luogo fra i desiderii [p. 67 ==> 76/209] e gli atti del Governo pontificio e quelli della corte borbonica è tale identità, da cui scaturisce piena ed evidente la comune solidarietà e la responsabilità comune. Gli abitatori del Vaticano non possono ignorare e non ignorano di certo quali siano il contegno, i portamenti, le opere degli abitatori del palazzo Farnese; e per ciò sono sindacabili degli atti di costoro come se fossero atti loro proprii. Questa verità non ha d'uopo di essere dimostrata: la sua evidenza è palpabile. L'officina d'importazione del brigantaggio nelle provincie napolitane stabilita da Francesco II e dai suoi seguaci cosmopolitici in Roma è la condanna di chi l'ha stabilito, e di chi la tollera e la sovviene. Dicesi che l'asilo conceduto in Roma a Francesco II abbia avuto a motivo un pensiero di gratitudine, e che Pio IX abbia voluto ricambiare al figlio la ospitalità usatagli dal padre in Gaeta negli anni 1848 e 1849. E sia pure. Pongasi pure che in ciò non entrino per niente le ragioni politiche, e campeggi esclusivamente il sentimento della riconoscenza. Ma che? Questo sentimento deve forse imporre silenzio a quelli della giustizia, dell'umanità, della carità? Abusando della ospitalità concessagli dal pontefice, Francesco II se ne è reso immeritevole, e quindi doveva essergli tolta; e ciò non è stato fatto, dunque la tolleranza dell'abuso si risolve necessariamente in pretta ed incontrastabile complicità. Ma se Francesco II ha abusato ed abusa della ospitalità largitagli dalla persona del pontefice non può essere addebitato della stessa colpa verso il Governo pontificio. Discorrendo in modo generico si può inferire la connivenza dalla tolleranza, la complicità dalla inerzia nell'impedire il male; ma i fatti chiariscono che la connivenza e la complicità del Governo pontificio col brigantaggio non si restringono negli accennati confini; poiché sono connivenza sciente e deliberata, complicità attiva, perenne, efficacissima. <<Francesco II, ci veniva detto a Sora, è il perno del brigantaggio; ma il Governo pontificio palesemente lo tutela.>> <<La radice del brigantaggio, ci diceva il senatore Ferrigni, avvocato generale presso la Corte di cassazione di Napoli, è [p. 68 ==> 77/209] Roma; finché quella non sia tolta non sarà estirpato il brigantaggio. Da Roma, ci diceva il senatore Niutta, presidente di quella stessa Corte, viene principale alimento al brigantaggio. L'incitamento massimo, ci diceva l'illustre Luigi Settembrini, viene da Roma; di dove più che il danaro viene l'idea che lì è il re delle Due Sicilie che può tornare.>> I fatti dimostrano che queste opinioni autorevoli hanno fondamento nel vero. A Roma havvi un ordinamento regolare di bande, come di esercito che si ammannisca per combattere nemici. I conventi di Trisulti e di Casamari sono ricettacoli notissimi di briganti; sono i loro quartieri di predilezione. Nel 1861 monsignor Montieri, vescovo della diocesi di Sora, ora defunto, aveva fissato stanza nel convento di Casamari, ed ivi con l'assistenza del padre abate di detto monastero e di parecchi legittimisti forestieri organizzò quella banda di briganti, capitanata dal De Christen, che venne sconfitta ed inseguita dalle truppe comandate dal nostro valoroso collega, il generale Maurizio di Sonnaz. Naturalmente la polizia pontificia adopera tutte le scaltrezze della sua connivenza con i masnadieri. Le astuzie però, le cautele, le accortezze sono tradite dai fatti. Le bande si organizzano sul territorio romano senza molestia di sorta alcuna. Il Tristany fa forniture di pane e di viveri dentro i paesi senza che le autorità pontificie trovino nulla a ridire. Nel mese di marzo 1862 si spedivano da Veroli 121 razioni di pane al giorno ai briganti raccolti nel convento di Trisulti; né ostacoli di sorta erano frapposti a quest'invio quotidiano. Due volgari grassatori nativi della Selva di Sora abitano a Veroli, e fanno da guida e a Tristany e ai gendarmi pontificii. Le provincie di Frosinone e di Velletri sono quelle dove più d'ordinario le bande si formano; nessuno dei contadini di quelle due provincie vi prende parte; sono avventurieri forestieri, oppure malviventi e miserabili provenienti dalle

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provincie napolitane. I componenti della banda di Tristany sono per la maggior parte vestiti con la divisa militare, e coloro che recitano la parte di uffiziali recano i distintivi dei rispettivi gradi. La polizia pontificia non ha occhi per vedere [p. 69 ==> 78/209] questi apparati di guerra, e li lascia compiere tranquillamente senza arrecare ad essi il più lieve disturbo. Alla fine della stagione estiva dell'anno 1861 la banda capitanata dal Chiavone, che tante volte disfatta erasi altrettante volte rifornita e rifatta, raggiunse proporzioni rilevanti. Si partiva in otto compagnie di 50 uomini ciascuna, ed annoverava i suoi capi con le denominazioni di gradi tolti alla gerarchia militare. Fra suoi componenti, massime tra sedicenti capi, erano avventurieri spagnuoli, francesi, svizzeri, irlandesi ed il belga Trazigny. Cotesta banda accantonava impunemente verso la frontiera di Sora, tra Santa Francesca e Casamari; aveva persino gli avamposti e le vedette; né mai ebbe a patire molestia alcuna finché essendosi risoluta l'11 novembre 1861 a passare la frontiera si ebbe dalle nostre truppe il meritato castigo nei combattimenti d'Isoletta e di San Giovanni Incarico. Ogniqualvolta i briganti valicano la frontiera sono stati incontrati dalle nostre truppe e sbaragliati, ma poi hanno avuto sempre agio di rifarsi e di riordinarsi ripassando sul territorio romano. A Campo di Fiori e a piazza Montanara in Roma vi sono persone le quali notoriamente ingaggiano chi possono trovare per le orde brigantesche. Scelgono e trovano le loro reclute fra contadini dell'Abruzzo Aquilano che sono fuggiti per tema della leva, oppure per delitti. Il Governo pontificio sovviene con armi e con danaro, e per non essere scoperto adopera ogni sorta di artifizio. Una volta, a modo di esempio, fornì parecchie centinaia di cappotti militari, e per riuscire nell'intento il Ministero delle armi annunziò una vendita all'asta pubblica di quei cappotti. Un prete francese si presentava all'incanto e faceva mostra di comprarli. Una volta in poter suo li consegnava puntualmente a coloro ai quali erano destinati. I Comitati borbonici di Alatri, di Frosinone, di Ceccano, di Velletri, di Pratica, si adoperano senza posa a sovvenire in ogni maniera i briganti. Del Comitato di Frosinone fanno parte un giudice, il cancelliere vescovile, due canonici ed il curato; di quello di Ceccano una persona addetta al servizio della casa del cardinale Antonelli; di quello di Alatri fanno pure parte dei canonici; di quello di Pratica l'arciprete che talvolta accompagna di persona i briganti. All'Abbadia [p. 70 ==> 79/209] dei Passionisti in Ceccano risiedono un gendarme pontificio e due gendarmi pensionati che servono da guide ai masnadieri. Né il Tristany si dà nessuna briga di mascherare il suo scopo; assume palesemente il titolo di maresciallo di campo comandante le regie truppe del regno delle Due Sicilie. Abbiamo veduto in proposito un documento originale che qui trascriviamo: Comando supremo delle regie truppe del regno delle Due Sicilie. N.° 41 <<Spedisco a bella posta il mio quartier mastro con incarico di riscuotere delle somme da taluni signori che lei sa; a cui sono diretti li uniti ufficii, ed alla ricevuta della moneta il detto quartier mastro consegnerà agl'interessati la regolare ricevuta. Impegno lei di adoperarsi a tutt'uomo per lo adempimento di questo affare, facendolo certo di tutta la mia considerazione. Dal quartiere generale di Rendinara, 15 luglio 1862. Il maresciallo di campo R. Tristany Al signor Isidoro Borselli, capitano, in Ceprano.>> Accanto alla firma del Tristany è l'impronta del suggello borbonico, identica a quella della quale abbiamo accennato a proposito della lettera del brigante Tardio in provincia di Salerno.

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Dalle deposizioni fatte e giuridicamente raccolte, da due fratelli Colafella, ex-soldati borbonici, dinanzi al presidente della gran Corte criminale di Chieti il giorno 27 gennaio 1862, risulta: che gli arruolati borbonici, e volontari ed ex-soldati, fossero acquartierati parte fuori, parte dentro Roma, e questi ultimi a San Sisto vecchio, che i loro ufficiali fossero parte napolitani, parte stranieri, che essi fossero calabresi, abruzzesi, [p. 71 ==> 80/209] siciliani e napolitani, che ricevessero gli ordini da Francesco II, che, prima di essere acquartierati, avessero per parte di lui 25 grana al giorno, e dopo acquartierati, pane e zuppa, oltre abito bigio, fucile, baionetta e sciabola, e che vi fosse tempo nel quale erano costretti a far gli esercizi militari. La notte del 5 al 6 aprile dell'anno 1862, un duecento briganti, che al solito si erano accozzati ed impunemente ordinati sul territorio pontificio, valicavano il Liri, ed alle 10 antimeridiane del giorno 6 piombavano inaspettatamente sopra Luco, paesello collocato sulle sponde del lago Fucino nel circondario di Avezzano. Il presidio era composto da un distaccamento di 20 uomini del 44° di fanteria, cinque dei quali, per ragioni di servizio, erano assenti. Nel volgere di pochi momenti i briganti baldanzosi per il soverchiante numero occuparono tutto l'abitato. Il sergente, che comandava il distaccamento, si asserragliò nella caserma risoluto a vender la vita a caro prezzo. Lunga ed accanita fu la lotta: la porta della caserma non potè esser atterrata; ed allora i briganti, saliti sul tetto, si diedero a rovinar le tegole ed a gettar fascine, alle quali appiccarono il fuoco. I soldati non posavano dal combattere; sparavano dai fori del tetto, dalle finestre; alle intimazioni di resa, rispondevano con rifiuto sdegnoso. L'accanita lotta durava da tre ore: già il tetto ardeva, e minacciava di seppellire sotto le fumanti rovine l'eroico drappello, allorché una pattuglia di cinque uomini ed un caporale, uscita dal vicino paesello di Trasacco in perlustrazione, udito il rumore della moschetteria, accorreva al passo di carica ad aiuto degli assediati. Quel caporale prese incontanenti disposizioni militari opportune ed ingegnose, si avanzò impavido verso Luco al grido di Savoia: i briganti che stavano in vedetta alla punta del villaggio stimarono che quei pochi soldati fossero l'avanguardia di una colonna di truppe che muovesse ad assalirli, e perciò dato fiato alle trombe, per avvertire i compagni del creduto pericolo, la comitiva tutta si diede alla fuga. Il capo, che era un Pasquale Mancini, di Pacentro, luogotenente di Chiavone, veniva preso e fucilato. La stessa sorte toccò ad altri: la banda fu decimata e dispersa. Fra gli arrestati era un tal Paduli, ex-sergente borbonico, il quale, interrogato, dichiarava [p. 72 ==> 81/209]: gli arruolamenti farsi a Roma, presso il farmacista Vagnozzi, a Campo di Fiori; essere la sua banda (forte di 200 uomini) partita da Roma il 30 marzo a piccoli distaccamenti da 15 a 20 uomini l'uno, essersi radunata il 4 aprile nel piano di Arcinazzo non lungi da Trevi, vicino ad un'osteria: aver ivi incontrato un carro carico d'armi, che aspettava la banda; le armi essere state distribuite da un prete per nome don Luigi, il quale compartiva loro la benedizione e poi li diresse alla volta di Anticoli; più lungi aver trovato in una masseria gli abiti militari, e tutti i briganti aver ricevuto un cappotto grigio sul modello francese con i colli gialli ed i rispettivi sacchi. Permessi gli arruolamenti, gli esercizi militari degli arruolati, lasciata piena libertà alle bande in tal guisa organizzate di percorrere senza molestia il territorio romano e di cercarvi scampo sicuro dalla giusta punizione, che senza alcun dubbio riceverebbero dalle truppe italiane, qualora queste potessero oltrepassare la frontiera, data piena balia ai capi delle masnade di far forniture di vivere nei paesi; dare i gendarmi per guida ai briganti; non torcere neppur un capello a nessuno dei componenti di diversi Comitati borbonici; e che cosa potrebbe fare di più il Governo pontificio per mettere in piena luce la sua cooperazione incessante al brigantaggio? Né, a malgrado delle astuzie e delle precauzioni della polizia pontificia, mancano documenti autentici a corroborare materialmente il convincimento morale che risulta dal complesso dei fatti e dalla logica stessa delle cose. Le due lettere che qui trascriviamo, vennero scritte da un brigadiere dei gendarmi pontificii, vale a dire da un individuo che non poteva certamente aver carteggio e relazioni con i briganti, se non ne avesse avuto il beneplacito dai suoi superiori od almeno non fosse stato certo di non incorrere nel loro sdegno. Ora cotesto brigadiere

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era in carteggio con Chiavone, e gli dava dell'eccellenza. In quell'andar di tempo Chiavone stava sulla montagna tra Veroli e Sora; i soccorsi in uomini ed armi gli pervenivano da Roma e da Velletri, ma per salvare le apparenze, gli uomini che dovevano raggiungerlo evitavano di battere le strade principali, e per Vallecorsa prendendo il confine e lasciando a destra Terracina [p. 73 ==> 82/209] si recavano alla residenza del ladrone, la cui banda erano chiamati ad ingrossare. A Sezze poi teneva domicilio un Gallozzi, famiglio e colono della casa Antonelli, il quale fu nominato da Chiavone tenente prima e poi capitano, con l'incarico di radunare ed indirizzare i briganti, e provvederli dell'occorrente. Sembra che un incarico dello stesso genere venisse affidato al gendarme che scriveva la lettera, e che quegli, rispondendo accettasse. Ecco questa lettera: <<Li 5 settembre 1861, circa le ore 16 italiane. Gendarmeria pontificia Comando della brigata di Vallecorsa (D'Ufficio) Eccellenza, Contro ogni mio merito nell'ora suindicata ho ricevuto il di lei dispaccio in data di ieri per mezzo di due di lei corrieri; dai suddetti due corrieri ho inteso tutto ciò che brama l'E. V. che io eseguisca. Dal canto mio l'assicuro, signor generale, che farò del tutto, anche a costo della vita, onde poter appagare alle brame dell'E. V., e la prego stare tranquillo che il tutto sarà provveduto colla massima tranquillità e segretezza. Mentre con sensi della più alta stima e profondo rispetto passo rassegnarmi Dell'Eccellenza Vostra Il Comandante la brigata Gaetano Bolognesi, brigadiere.>> A Sua Eccellenza Signor generale in capo Chiavone>>. Sotto la firma è il timbro della gendarmeria pontificia. L'altra lettera era indirizzata al Gallozzi: [p. 74 ==> 83/209] <<Mio ottimo ed eccellentissimo sig. tenente Gallozzi, La prevengo, signor tenente, che, contro ogni mio merito, in questo momento, che sono le ore 16 italiane, ho ricevuto per mezzo di due corrieri un dispaccio di S. E. il signor generale in capo Luigi Chiavone, comandante tutte le Truppe Regie Napolitane; che conviene che io cerca in ogni modo possibile di assistere, e di portare in salvo fuori della mia giurisdizione gl'individui ed armamenti che porteranno seco quando giungeranno per quella volta. Per questo, signor tenente, la prego di assicurare il lodato signor generale, che dal canto mio darò del tutto anche a costo della vita, per poter appagare alle brame in quanto mi viene ordinato nel suddetto dispaccio. Come pure le fo noto, signor tenente, che la di lei rispettabile famiglia si ritrova nella più perfetta salute, ed io quasi ogni giorno mi porto alla loro abitazione esortando alla signora di lei consorte a vivere nella più perfetta tranquillità in tutti i rapporti, mentre siamo alla fine dei seguaci iniqui ed assassini che colle loro infamità hanno fatto, sicché che per fino hanno tentato di levare i diritti della Nostra Santa Madre Chiesa. In questo incontro sono a pregarla signor tenente a far conoscere a Sua Maestà, per mezzo anche dell'eccellenza signor generale Chiavone, la fedeltà e premura che io ho anche per le sue truppe abbenché si ritroviamo nei momenti più critici, ma ormai si farà giorno anche per noi. In atteso della di lei sperimentata bontà che vorrà provvedere a calcolo di quanto sopra, la prego in pari tempo a perdonarmi della libertà che mi prendo, mentre con sensi della più alta stima e profondo rispetto passo all'alto onore di ossequiosamente rassegnarmi Di lei Signor Tenente

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Da Vallecorsa, li 5 settembre 1861 L'affezionatissimo a tutta prova Gaetano Bolognesi, brigadiere.>> [p. 75 ==> 84/209] E nemmeno a questa seconda lettera manca il timbro della gendarmeria pon-

tificia. Un altro brigadiere della gendarmeria pontificia, per nome Fontini, comandante la stazione Torretreponti, scriveva al suo capitano, cavaliere Fabbo, residente in Velletri, una lettera, nella quale lo avvertiva di aver ricoverato dieci ufficiali spagnuoli, destinati a raggiungere sulle montagne di Ceccano le truppe di Francesco II, ossia i briganti, di averli sottratti alla vigilanza delle truppe francesi, e poi di averli fatti accompagnare da due guide al posto, dove avevano a recarsi. Il giorno 16 luglio 1861 quattro reali carabinieri, perlustrando la montagna di Sora, videro un uomo vestito alla foggia del paese, il quale, rivolgendo ad essi la parola, disse: Che? cercate del nostro generale? I carabinieri ebbero tosto ad accorgersi che v'era un equivoco; ed all'interrogazione risposero affermativamente. Allora lui replicò: Ebbene, vi ci condurrò io, ma aspettate un momento; così dicendo, si avvicinò ad un albero, vi salì sopra, ne prese un fucile nascosto fra i rami, e poi si avviò verso la vetta della montagna a guida dei carabinieri, i quali però non gli fecero proseguire il viaggio, ma arrestandolo lo condussero a Sora. Quell'uomo era della banda di Chiavone, e vedendo i nostri carabinieri aveva preso abbaglio e credutili gendarmi pontifici. Il giorno 29 agosto 1861 una pattuglia di bersaglieri eseguiva una perlustrazione nelle vicinanze di Fondi per catturare alcuni briganti; i gendarmi pontifici, di stazione all'Epitafio, spararono proditoriamente otto colpi di fucile su i nostri soldati, ferirono leggermente un sergente, mortalmente un bersagliere del 28° battaglione per nome Guindani. La sera dei 12 settembre un operaio francese, che lavorava alla strada ferrata da Napoli a Roma, innalzò una bandiera italiana su di una trave del ponte d'Isoletta sul Liri, ma dalla parte del nostro territorio. Non sì tosto questa bandiera fu veduta dal brigadiere dei gendarmi pontificii ch'era di stazione alla parte opposta, preso com'era dal vino, incominciò a profferire insulti, fece schierare i suoi uomini e tirare sulla bandiera nove colpi di fucile, i quali rompevano il bastone che la sosteneva; e [p. 76 ==> 85/209] poi, non contento di ciò, s'impossessava della bandiera, che nessuno difendeva, e la portava via. Non sì tosto il maggiore Freyre, comandante il 4° battaglione del 59° di fanteria (brigata Calabria) e residente ad Arce, veniva informato dell'oltraggio, si affrettava a scrivere al capitano comandante la compagnia di stanza ad Isoletta questo telegramma: <<Lei avrebbe dovuto passare confine per fucilare gendarmi pontificii, anche sulla faccia dei francesi. Metta subito un posto al ponte, e si faccia rispettare, per Dio!>> Il giorno susseguente lo stesso maggiore scriveva per telegramma al comandante le truppe francesi in Ceprano: <<Hier au soir des gendarmes du pape ont fait feu sur le drapeau italien, hissé sur notre territoire au delà du pont sur le Liri, près de Isoletta. Si j'avais été encore à Isoletta, je serais venu fusiller cette lâche canaille jusque dans Ceprano. Monsieur le comandant, j'ai le droit de compter sur vous pour la juste réparation qui nous est due.>> La riparazione era consentita in seguito ad appositi ordini del generale di Montebello, comandante le truppe francesi in Roma, e difatti la mattina del 14 settembre, con solenne pompa, in presenza delle truppe francesi e delle italiane, i gendarmi pontificii autori del fatto, a capo scoperto e reggendo i lembi dell'oltraggiata bandiera, si recavano a mezzo il ponte d'Isoletta, dove incontrati dal maggiore Freyre, la bandiera era restituita dal comandante francese con queste parole: <<Mon commandant!

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J'ai l'honneur de vous rendre le drapeau que ces deux gendarmes pontificaux ont été assez insolens de prendre sur le territoire italien, lorsque personne ne le gardait, et j'espère que cette réparation suffira pour vous prouver l'estime que nous avons pour votre drapeau.>> Il maggiore rispondeva: <<Mon cher capitaine! Je vous remercie de la réparation d'honneur que la France nous donne, mais j'assure la gendarmerie pontificale, que si les gendarmes passent d'une seule ligne le confin, je les fais fusiller coûte qui coûte.>> [p. 77 ==> 86/209] L'onore del vessillo italiano fu energicamente e prontamente vendicato; né le valorose mani alla cui custodia esso è affidato tollereranno giammai che venga impunemente offeso. Gli uomini lordi di sangue e macchiati dei più atroci delitti son certi di trovare benevolo asilo sul territorio romano per parte del Governo, ben inteso, e non delle popolazioni, alle quali, oltre al dolore di non essere ancora ricongiunte all'italica famiglia, tocca pure il cruccio di essere spettatrici delle macchinazioni, che tuttodì si apprestano contro la quiete delle libere provincie italiane. Quando non possono più tener la campagna i briganti fanno quanto è possibile per guadagnar la frontiera pontificia, sicuri di rinvenirvi ricovero, assistenza, protezione. Ci è caduta sott'occhio una lettera scritta da un brigante della provincia di Benevento ad un suo parente, nella quale lo assicura che se la gode con tutta la sua compagnia, che passa i giorni in festa ed in gioco, e che tornerà a primavera. E quando è succeduto che i facinorosi sono caduti nelle mani della giustizia, ciò è stato non per opera delle autorità pontificie, ma bensì dei francesi. Senza allegare molti esempi ci basti riferirvi quello del brigante Cucitto, il quale trovasi ora incarcerato in Terra di Lavoro e sottoposto a regolare processo. Costui sul finire del 1861 ammazzò barbaramente il sindaco di Mola di Gaeta, per nome Spina, e poscia fuggì sul territorio pontificio, ed a Roma in pubblici luoghi si vantava dell'omicidio commesso, e mostrava l'oriuolo tolto alla vittima. La polizia pontificia non si diede al solito nessuna briga per arrestare l'omicida, il quale soggiornò qualche tempo in Terracina, e per parecchi mesi tenne la campagna in quelle vicinanze, finché essendo stato preso con altri malviventi dai Francesi, fu da questi, in seguito all'estradizione chiesta dal comando delle truppe italiane in Gaeta consegnato alle autorità nostrali perché fosse processato. I particolari dell'assassinio vanno ricordati. Lo Spina aveva in Frosinone un fratello, che è superiore dei frati del Sangue Sparso; il quale, informato della cattura del suo germano, si adoperò a salvarlo, ed all'uopo richiese ed ottenne la intercessione presso Chiavone delle autorità pontificie. [p. 77 == 87/209] Un sott'ufficiale dei gendarmi pontificii, per ordine del delegato di Frosinone, si recò in montagna presso Chiavone pregandolo ad ordinare la liberazione dello Spina. Per aderire all'invito, Chiavone chiese ragguagli al Gallozzi, del quale abbiam fatto cenno più sopra, e questi gli rispose nel tenore seguente: Stimatissimo Don Luigi, <<Francesco Spini sindaco e commissario di Governo nel comune di Mola, gli è stata recisa la testa, e la moschetta del defunto è stata dal Cuccitto portata in Roma. Francesco Piazza alias Cuccitto al mio sentimento fece bene, che il suddetto ha reso un servizio perché ha tolta la vita a un celebre rivoluzionarlo nemico del Re N. S. Il defunto sindaco si chiamò il Cuccitto e gli voleva obbligare di fargli formare una massa promettendogli una gran somma di danaro, che con la detta massa doveva andare contro di noi per distruggerci, e gli voleva anche obbligare che doveva ammazzare anche Voi; ma il Cuccitto invece di farci il tradimento gli uccise: e qui credo bene che ha adempito al sacro dovere di ciò che ha procurato. Li 16 dicembre 1861. Devotiss. Umiliss. Servitor vostro Giuseppe Gallozza>>

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È fuori di dubbio, che se l'arresto del Cuccitto avesse dovuto essere praticato dalle autorità pontificie non sarebbe mai succeduto, e se le truppe francesi invece di consegnarlo alle autorità nostre lo avessero consegnato a quelli, è parimenti indubitato, che a quest'ora sarebbe nuovamente libero ed arbitro di commettere impunemente nuove immanità. Tutti i briganti diffatti arrestati dai francesi e da essi consegnati alle autorità pontificie sono stati sempre da queste rilasciati in libertà. In tal guisa il rinnovamento delle bande è perenne e costante; l'arresto non è che una fase momentanea di sospensione, perché appena i ribaldi passano dalle mani dei Francesi in quelle del Governo pontificio son certi di avere la libertà e [p. 79 ==> 88/209] senza indugio ripigliano a vivere la loro vita di furto e di delitto. Un altro artificio usato dal Governo pontificio per favorire e coadiuvare il più che può il brigantaggio è il seguente. I comitati borbonici residenti di là della nuova frontiera hanno naturalmente dei mezzi di frequenti comunicazioni con i loro aderenti che sono di qua, ma adoperano il meno che possono la scrittura e preferiscono trattare le loro faccende oralmente per mezzo di persone che s'incaricano di fare l'ufficio di corrieri. La linea della frontiera è abbastanza lunga ed il passaggio è continuo: né riesce molto agevole invigilarlo od impedirlo. Per meglio riuscire nell'intento le autorità pontificie usano non restituire i passaporti esibiti da persone che esse sanno non parteggiare per casa Borbone. Il viaggiatore che presenta all'ufficio pontificio di Isoletta il suo passaporto in regola ne riceve in cambio un altro. In tal guisa tutti quei passaporti regolari servono poi a far passare la frontiera senza destar sospetti le persone che vanno e vengono per mantenere le comunicazioni fra i cospiratori ed i briganti. In pari tempo i borbonici residenti in Roma hanno una officina di spedizione di passaporti. Noi stessi abbiamo avuta occasione di vederne parecchi di cotesti passaporti, i quali recano tutti la intestazione Regno delle Due Sicilie, l’impronta del sigillo borbonico e tutti vidimati con firma e bollo dalle autorità pontificie. Queste autorità pontificie accettano dai briganti persino la consegna dei prigionieri che essi fanno. Rarissimi sono i casi, nei quali sia riuscito ai masnadieri di fare prigioniero qualcuno dei nostri soldati, e quando ciò è avvenuto la proporzione numerica dai briganti ai soldati era almeno di cinque ad uno. Un caso di questo genere avvenne nel mese di luglio dell'anno trascorso. Un distaccamento composto da carabinieri e da soldati dell'11° di fanteria eseguiva una perlustrazione sulla montagna della Fossa della Neve. Ma essendosi diviso in parecchie frazioni ed i briganti essendo assai numerosi, una di quelle frazioni composta da cinque soldati e dal carabiniere Pozzi 4° Bernardo della stazione di Formia, accerchiata da cinquanta di quei malfattori venne fatta prigione perché per la pioggia e la stanchezza essendo a sedere [p. 80 ==> 89/209] non ebbero tempo di pigliar le armi e difendersi. I prigionieri vennero nelle mani dell'assassino Cuccitto, e da lui furono consegnati ai gendarmi pontifici, tradotti da questi a Roma e da lì a Civitavecchia al deposito dei mercenari pontificii; dove un maggiore della gendarmeria pontificia fece ogni opera per subornarli e persuaderli a disertare la bandiera italiana, e pigliar servizio nelle orde brigantesche o nell'esercito del papa, locchè tornava lo stesso. Due soli fra essi (erano soldati del disciolto esercito borbonico) si lasciarono sedurre; gli altri tre soldati e il carabiniere serbarono onoratamente fedeltà al Re ed alla patria, e quindi tornati frustranei i tentativi vennero imbarcati sul Blidah e condotti a Genova. Pochi giorni dopo l'Osservatore Romano narrava l’accaduto a suo modo, e ne toglieva occasione per lodare la generosità del Governo pontificio, attribuendo a magnanimità di quel Governo una risoluzione che era stata la conseguenza necessaria della onoratezza di quei militari. Pochi giorni dopo che era avvenuto il fatto testé raccontato i zuavi pontificii prestavano palesemente soccorso ai briganti, e tendevano imboscate alle nostre truppe. Era a' primi del mese di agosto, i posti di truppe francesi a Pastena ed a San Giovanni Incarico erano stati tolti. Pervenne notizia ai comandanti del nostro esercito che i briganti dispersi si raccozzavano nuovamente, si riordinavano e si accingevano alle consuete gesta di qua dalla nostra frontiera. Furono quindi presi gli opportuni provvedimenti di precauzione, ed il maggiore Lachelli alla

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testa di forze competenti ebbe incarico d'invigilare la frontiera e d'impedire l'ingresso alle orde, quando l'avessero tentato. Il 4 agosto, mentre le truppe procedevano verso la frontiera di San Cataldo, vennero aggredite da un centinaio di briganti. L'aggressione fu vigorosamente respinta: alcuni fra i ribaldi vennero uccisi, altri feriti, la maggior parte si salvarono con la fuga. Mentre lo scontro succedeva nel bosco di Castro, parve al capitano, comandante il distaccamento di presidio ad Isoletta, che i zuavi pontificii, i quali avevano preso posizione al confluente del Tolero e del Liri, appoggiassero le operazioni dei briganti. Per accertarsi del fatto mandò in perlustrazione una parte della sua compagnia. Appena fu giunta al Tolero era assalita da un vivissimo fuoco [p. 81 ==> 90/209] d'imboscata fatto dai zuavi pontificii i quali in numero di quasi 500 erano sostenuti da un distaccamento di gendarmeria a cavallo e da una sezione di campagna. La forza fu respinta colla forza, ed a malgrado la superiorità numerica i zuavi ebbero la peggio; sconfitti fuggirono. In seguito alle rimostranze del comando italiano, il generale Montebello, comandante il corpo francese in Roma, obbligò il Governo pontificio a rimuovere i zuavi dalla frontiera ed internarli. Nei mesi d'agosto e settembre dell'anno 1862 scorso erano a Forzino, ad Anagni, a Rissa molte truppe papaline e squadriglie di briganti sotto la direzione dell'ispettore della polizia pontificia. Laonde a noi sembra dimostrato che le relazioni, le quali corrono tra il Governo pontificio ed il brigantaggio nelle provincie meridionali non sieno né la connivenza inerte della tolleranza, né la connivenza platonica della comunanza di desiderii, di principii, di scopo, ma essere bensì la complicità effettiva e reale della cooperazione. È il nesso che stringe l'effetto alla causa, la conseguenza alle premesse. E questa complicità si manifesta in tutti i modi e ad ogni occasione, con i mezzi morali parimenti che con i materiali. Il Governo pontificio sovviene ed agevola in tutte le guise l'opera del brigantaggio: col danaro, con la protezione visibilmente accordata in Roma agli arruolatori di briganti, e con le istruzioni all'episcopato napolitano, le quali (e gli atti del processo di monsignor Frapolla, vescovo della diocesi di Foggia, non consentono di dubitarne) sono informate da senso di non dissimulata profonda avversione contro il Governo italiano. Tant'è, o signori, le mani sacerdotali si levano a benedire gli assassini, la croce è profanata a simbolo di eccidio e di rapina. Fra tanta luce di civiltà, la potestà temporale dei papi, quasi a confermare con la propria testimonianza il presagio della sua fine, stringe intima alleanza col brigantaggio, il quale da un prelato di Santa Chiesa in un documento, che non era destinato a venire alla luce, è definito la reazione salutare delle provincie napoletane! Comportandosi a questo modo il Governo pontificio, non solo offende la morale e commette la violazione manifesta dei principii del diritto delle genti, ma provvede [p. 82 ==> 91/209] anche assai male ai proprii interessi, e mentre si studia di avversare il consolidamento dell’unità italiana, corrobora sempre più negli animi degl'Italiani il convincimento della necessità di ricuperare la loro alma capitale. Difatti se in qualsivoglia condizione di cose l’Italia vorrebbe ad ogni patto, com'è suo diritto, acquistare la sua naturale metropoli, oggi il volere è stimolato ed infervorato dalla condizione di cose che sussiste in Roma. Basterebbe l'istinto della propria conservazione a far desiderare agl'Italiani il ricupero di Roma, poiché in tal guisa sarebbe tolto il massimo alimento alla cruente piaga del brigantaggio. Dell'esistenza di questo convincimento negli animi delle popolazioni meridionali noi abbiamo avute continue occasioni di persuaderci. È un convincimento universale, che ha radici profondissime. A voce e per iscritto ci è stata ripetuta la medesima cosa. Uomini di tutte le condizioni e di tutte le opinioni politiche, dalle più temperate alle più superlative, dissenzienti pressoché in tutto sono stati consenzienti su questo vitale argomento. L'alleanza tra il brigantaggio e la potestà temporale dei papi ha posto in risalto maggiore la necessità della restituzione di Roma all'Italia. Avvi dunque sulla superficie del suolo italiano un pezzo di territorio, dove accorrono gli avventurieri e i ribaldi di ogni risma, ed ivi impunemente apparecchiano offese e danni all'Italia. Frattanto su quel territorio spande la sua ombra formidabile il vessillo glorioso della Francia. A noi non compete in questo momento farci ad indagare ed a giudicare i motivi politici,

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che determinano il Governo imperiale a conservare le sue truppe in Roma, né di esaminare fino a qual segno questa determinazione concordi con l'amicizia, della quale la Francia ci ha dato luminose prove, e quanto sia conforme all'osservanza del principio di non intervento dalla Francia medesima confessato e propugnato dopo la pace di Villafranca; dobbiamo perciò restringerci a considerare l'occupazione francese nelle sue attinenze con l'argomento del quale trattiamo. Le quali attinenze sono di doppio genere, morali, cioè, e materiali. Per quanto concerne le prime non è mestieri lunga riflessione per convincersi, che la permanenza delle truppe francesi in quella parte centrale della penisola italiana, porge pretesto ai nemici dell'Italia e dell'alleanza [p. 83 ==> 92/209] francese, di toglier fede ai destini di quella ed alla virtù di questa. Il tema prediletto dei borbonici è che la Francia sia avversa all'unità italiana, e voglia ad ogni costo il ritorno ai patti di Villafranca. L'imperatore Napoleone, essi dicono, conserva i suoi soldati in Roma perché non vuole che l'Italia sia una. Questo ragionamento poggia su di un fatto senza alcun dubbio male interpretato, ma vero; e ciò basta perché produca grande impressione sugli animi delle popolazioni del mezzodì, e contribuisca ad avvalorare quel sentimento di sfiducia e di dubbiezza, a cui esse sono tanto naturalmente proclivi. Né sotto l'aspetto materiale gli effetti sono di minore entità, poiché indubitatamente la giusta riverenza in che tutti teniamo la bandiera della Francia, i vincoli che ci stringono al suo potente sovrano ci tolgono assolutamente la libertà di azione, che sarebbe necessaria per recidere di un sol colpo, come agevolmente potrebbe farsi, il nerbo del brigantaggio. Le bande brigantesche vengono ad infestare e devastare le nostre provincie; le truppe italiane accorrono ad interrompere quest'opera di sterminio, e non durano fatica ad aver ragione dei malviventi, ma quando sono sul punto di infliggere ad essi il meritato castigo e di collocarli nell'impossibilità di rinnovare i nefandi tentativi, essi hanno già toccato il suolo, dove sventola lo stendardo francese, ed i nostri soldati non possono procedere oltre. I masnadieri tornano in tal guisa sicuri là dove tranquillamente e sicuramente si accozzarono per venire a predare di qua del Liri; ed in cosiffatta guisa le bande cento volte disperse e fugate, cento volte si riordinano, si riforniscono e tornano alle consuete imprese di devastazione e di sterminio; e della protezione che le armi francesi concedono al papa si avvalgono e si vantaggiano Chiavone e Tristany. Vero è che le truppe francesi si comportano verso le truppe italiane come verso antichi fratelli di arme, e che i generali francesi hanno sempre usato ed usano ogni maniera di riguardi all'illustre vincitore di Tratkir ed ai suoi luogotenenti: vero è che quante volte, i francesi hanno incontrato i briganti, li hanno dispersi, fugati od arrestati; ma è parimenti vero che i francesi avendo da fare con un Governo che a ricambio della protezione cerca tutti i mezzi di comprometterli, sono non di rado ingannati [p. 84 ==> 93/209] intorno alla vera indole delle cose, e generosi e leali quali essi sono non aggiustano fede alla furberia ed alla scaltrezza, della curia romana, e son proclivi a credere che nei racconti di partecipazione del Governo pontificio al brigantaggio siavi per lo meno molta esagerazione: vero è parimenti che per combattere con efficacia il brigantaggio avrebbero d'uopo del concorso della polizia locale, e che questo concorso non solo non l'hanno, ma hanno l'opposto; tutte le volte difatti che essi si mettono in movimento e divisano fare qualche operazione, i briganti ne sono incontanente informati dalla polizia pontificia. Tempo fa, a cagion d'esempio, era deliberata l'occupazione del convento di Trisulti, nido e ricettacolo di briganti: la vigilia già quei frati, complici e manutengoli dei masnadieri, facevano partire questi, e apparecchiavano allegramente gli alloggi per le truppe francesi. Vero è parimenti che i Francesi procedono nelle loro operazioni con quella gaia disinvoltura che è l'attributo dei prodi, ma che toglie dall'usare quelle precauzioni che sono indispensabili nella guerra contro i briganti: il suono delle trombe, la stessa rumorosa giovialità da cui il soldato francese è compreso al momento in cui sa che va ad affrontare un pericolo sono tanti avvisi dati ai briganti, i quali ne traggono profitto e non si fanno più trovare: vero è parimenti che i francesi stimano loro debito assoluto d'impedire la violazione della frontiera, e che lo esagerano al segno da allarmarsi, se veggono nelle acque di Terracina qualche nave italiana in crociera, il cui scopo non è né può essere altro se non quello di vigilare i possibili ten

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tativi di sbarco dei malviventi sulla costiera di Gaeta. I danni che da ciò risultano alle operazioni della truppa italiana sono evidenti: i briganti non astretti dalle leggi dell'onore passano la frontiera eludendo facilmente la vigilanza dei Francesi, laddove i nostri soldati, fedeli al loro dovere ed alle loro istruzioni, appena raggiunto il confine si fermano: ai briganti, vale a dire, rimane la libertà dell'offesa, ai soldati italiani è tolta quella della difesa. E quando è avvenuto, per imperfetta cognizione delle località, o per mancanza di determinazione pratica nella linea di frontiera, o per necessità ineluttabile, che i nostri soldati abbiano oltrepassato il confine, il comando francese in Roma ha abbondato [p. 85 ==> 94/209] nelle rimostranze e nelle proteste. In una occasione anzi tre briganti nativi della selva di Sora essendo stati catturati dai nostri soldati di là dal confine, le autorità francesi ne chiesero la consegna, la quale non potè essere negata. I particolari del fatto sono i seguenti. Il giorno 24 gennaio 1862 il comandante d'Isola, avendo avuto avviso che alcuni briganti solevano passare la notte in una capanna da pecoraio nella località detta Vallata di Sant'Elia, prossima alla frontiera pontificia, diede gli opportuni ordini per catturarli. La operazione venne eseguita di nottetempo, ma l'abbaiare di un cane diede l'allarme ai briganti, i quali si diedero alla fuga. Per meglio inseguirli il comandante divise i suoi uomini in tre drappelli, uno dei quali dopo breve corsa s'imbatté in una casetta che stimò opportuno perquisire, e dove trovati tre individui, Antonio Caschera detto il Tartaro, Donato Caschera il di lui figlio, e Loreto Capobianco, e riconosciutili per briganti li arrestò. I due primi facevano parte della banda Chiavone, il terzo era uno sbandato. Essendo stati presi senz'arme vennero consegnati al potere giudiziario. In seguito si venne a sapere che la casetta dove i malviventi avevano trovato asilo era collocata sul territorio pontificio a pochi passi dalla nostra frontiera; ciò bastò perché fossero reclamati dal comandante francese: e difatti il giorno 19 marzo 1862 vennero consegnati. In altre occasioni i comandanti italiani hanno chiesta ai francesi la estradizione di assassini ricoverati sul suolo pontificio, e la domanda dopo lunghe pratiche è stata esaudita. Dal complesso di questi fatti e di queste considerazioni chiaro si scorge come il concorso delle truppe francesi alla repressione del brigantaggio non abbia la efficacia che a noi tornerebbe di tanta utilità, e che i francesi desiderano si abbia. Sarebbe mestieri la vigilanza dei francesi sulla frontiera fosse maggiore di quella che è, e segnatamente che vi fossero accordi positivi tra essi e la nostra truppa per conseguire l'unità di azione, senza di cui non è lecito sperare utili pratici risultamenti. Sul finire del 1861 fuvvi speranza di addivenire a questi accordi; ma le pratiche intavolate tra il generale Govone, comandante la zona di Gaeta, e il generale Goyon, e l'invio all'uopo in Gaeta del capitano di stato maggiore francese Parmentiel, non [p. 86 ==> 95/209] sortirono l'effetto desiderato. In guisa che mancano anche attualmente norme positive e ben determinate per regolare l'azione simultanea e concorde delle truppe italiane e delle truppe francesi, e tutto è in balìa dello zelo dei comandanti francesi e del buon volere del conte di Montebello, generale in capo, il quale ne mostra molto ed usa tutti i riguardi ai nostri ufficiali. Fra gli antichi commilitoni di Crimea, di Palestra, di Solferino, a malgrado della difficile e dilicata posizione nella quale si trovano reciprocamente collocati gli uni verso degli altri, non sono rallentati i vincoli della fratellanza stretta nelle gloriose battaglie, nei pericoli comuni. Rallegrandoci di questo fatto noi dobbiamo altamente deplorare che possano sussistere tuttavia ragioni politiche, per le quali è serbato ai più pertinaci nemici della Francia e dell'Italia il privilegio di potere congiurare impunemente contro la Francia e contro l'Italia all'ombra della bandiera francese. A Roma dunque è l'officina massima del brigantaggio, in tutti i sensi e in tutti i modi, moralmente e materialmente: moralmente perché il brigantaggio indigeno alle provincie napoletane ne trae incoraggiamenti continui ed efficaci: materialmente, perché ivi è il deposito, il quartiere generale del brigantaggio d'importazione. Fra le sorgenti di questo brigantaggio non annoveriamo gli sbarchi, poiché se se ne eccettua quello del Borjes sulle coste di Calabria, non pare ve ne siano stati altri. Ne furono temuti nelle vicinanza di Taranto sul littorale del mar Ionio, ed in alcuni paesi dell'Adriatico, ma non si avverarono. Qualche barca forse con

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pochi uomini, procedente da Corfù, riuscì ad approdare furtivamente in qualche punto dell'Adriatico e del mare Ionio, ma fu cosa di poco momento. Fu pure supposto che la recrudescenza del brigantaggio succeduta in Terra d'Otranto nell'autunno scorso fosse dovuta a sbarchi: difettano le prove per giudicare se cotesto presupposto abbia oppur no fondamento di vero. Per qualche tempo fu veduto un bastimento austriaco stazionato nelle acque di Gallipoli sul mar Ionio, ma senza nessuna conseguenza. Da Barcellona sono partiti talvolta degl'individui per ingrossare la banda di Tristany, ma sbarcarono a Civitavecchia. L'attiva vigilanza delle nostre navi lungo [p. 87 ==> 96/209] il litorale del Mediterraneo da Civitavecchia in giù ha senza dubbio impediti i tentativi di sbarco nelle vicinanze di Gaeta, ed i briganti hanno sempre preferito di gettarsi in Terra di Lavoro per la frontiera terrestre. È chiaro che gli avventurieri ed i malviventi che si addicono al mestiere di briganti fanno tutti capo a Civitavecchia ed a Roma, e che di là, a preferenza di qualsiasi altro punto, muovono per dare opera alle loro gesta. Questa, o signori, è la storia delle varie cagioni che predispongono al brigantaggio, che ne hanno determinata la produzione nel 1860, e che negli anni successivi lo hanno alimentato. È una vasta cospirazione di cose e di uomini, di fatalità e di errori, di passioni e di pregiudizi, della storia e della politica, a danno della sicurezza delle provincie del mezzogiorno e della forza dell'Italia. La sola enunciazione delle cagioni che alimentano il brigantaggio basta a far rendere ragione della durata del male e della inefficacia dei rimedii: perché è cosa evidente che quando le forze più adatte a contrastare il male sono appunto quelle che più lo alimentano, i rimedii non possono avere la virtù di curarlo. Questi rimedii del resto si riducono ad un solo, all'azione militare. Il brigantaggio è stato quando più, quando meno, ma in sostanza sempre, considerato come questione di forza, e quindi per combatterlo non si è saputo far altro di meglio se non contrapporre forza a forza. L'incarico di purgare il mezzodì della nostra penisola dalle orde che lo infestano venne perciò affidato all'esercito. Ma il nodo del brigantaggio va sciolto con provvedimenti opportuni, non può essere reciso dalla spada: in cosiffatta questione la parte militare è accessoria, è secondaria: è un ottimo e talvolta indispensabile mezzo di azione, ma non è né può esserne il principio informatore. Se si fosse trattato davvero di una questione di forza, la quarta parte delle truppe che ora sono adoperate nelle provincie meridionali a combattere il brigantaggio sarebbe stata più che sufficiente a raggiungere lo scopo. Ma senza una buona e provvida amministrazione, senza polizia, senza una giustizia imparzialmente e prontamente amministrata, gli effetti dell'azione militare sono di necessità scarsi e poco durevoli. In cosiffatte condizioni di cose [p. 88 ==> 97/209] l'azione militare è un energico palliativo, il quale non impedisce la rapida e pronta rinnovazione del male. Nell'esprimervi questa opinione, che è pur quella dei capi e degli ufficiali del nostro esercito, la vostra Commissione non può tralasciare di rendere all'esercito nostro un ampio tributo di ammirazione e di affetto. In questa ingloriosa e mesta guerra contro il brigantaggio l'esercito italiano non ha curato né pericoli, né disagi, né fatiche per adempire il proprio dovere, né la tenuità dei risultamenti, né il continuo rinnovarsi del male lo hanno scosso od abbattuto. Il nostro esercito ha dato saggio di quell'eroismo tranquillo e paziente che sovrasta anche al valore e che è tanto più degno di riscuotere ammirazione quanto è più difficile a praticare. Il campo di battaglia abbonda di attrattive per i valorosi; la stessa vista delle schiere inimiche infiamma ed inebbria: l'entusiasmo, l'amore della gloria sono naturali e potenti stimoli alle grandi gesta, agli atti di eroismo; ma tutte coteste attrattive mancano nella guerra contro i briganti. Sono nemici abbietti che non combattono se non quando assolutamente non possono fuggire, ovvero quando si affidano all'eccesso del numero, ed i nostri soldati lo sanno, e quando vanno ai cimenti non sono confortati dal pensiero d'incontrare una morte invidiata per mano di valorosi nemici, ma persuasi che corrono rischio di cader vittima di qualche agguato, e di essere miseramente straziati e trucidati. Un impeto di entusiasmo basta ad improvvisare gli eroi; ma non s'improvvisa ad un tratto l'eroismo che regge all'opera dissolvente dei disagi, delle privazioni, delle fatiche, delle malattie, e non si logora, né si sgomenta per mancanza di grande e

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durevole risultamento. I nostri soldati sono privilegiati in supremo grado di questa virtù che è l'eroismo del dovere e dell'abnegazione. Il solo conforto che essi hanno è quello che nasce dalla coscienza del dovere, e questa coscienza è la loro forza e la loro grandezza. Ben si poteva senza far onta all'esercito temere che in codesta guerra alla spicciolata, la quale rende necessaria la dispersione e lo sparpagliamento delle forze, la disciplina ne sarebbe scapitata. Ci sono delle compagnie che per mesi e mesi non veggono il colonnello del reggimento al quale appartengono: ci sono dei reggimenti di cavalleria che per la necessità del servizio [p. 89 ==> 98/209] tengono stanza in tre ed anche in quattro provincie; quella dei cavalleggieri di Saluzzo, a motivo d'esempio, ha il comando in Nocera, e tiene drappelli ad Eboli in provincia di Salerno, a Venosa e Melfi in Basilicata, in Terra di Bari, in Terra di Otranto. La disciplina è stata dunque sottoposta ad un esperimento il quale sembrerà, come di fatti era, tanto più pericoloso, qualora si ponga mente che nell'esercito sono molti soldati nuovi, molti coscritti, e che esso in certo modo è in via di formazione. Ma l'esito ha compiutamente dileguato i fondati timori; anziché mancare alla disciplina, l'esperimento l'ha corroborata. Fra i vecchi soldati col petto coperto delle medaglie commemoratici di tante gloriose battaglie, e i nuovi che aspettano a fregiarsi di quelle che ricorderanno le battaglie avvenire, non è stato divario, e gli uni agli altri sono stati di reciproco esempio ed incoraggiamento. Le difficoltà non li sgomentano, anzi li allettano; non li sorprendono, anzi porgono ad essi l'occasione di provare fino accorgimento, di usare ripieghi ingegnosi. Valgano ad esempio i seguenti fatti, dei quali dà contezza il nostro onorevole collega il generale Reccagni, comandante in capo la divisione militare degli Abruzzi. Un sergente del 42° reggimento fanteria, sull'imbrunire del giorno 7 agosto 1862, andava alla testa di pochi uomini da Lanciano ad Atessa in provincia di Cheti. Egli ed i soldati vestivano l'abito di tela, ed alcuni contadini scambiandoli con i briganti si unirono ad essi. Il sergente si avvide dell'errore, ma non si affrettò a dissiparlo: seppe da quei sciagurati molti ragguagli sugli eccidii e sulle rapine commesse e su quelle che avevano disegno di commettere, e poi giunti nelle vicinanze di Atessa li arrestò. Il giorno 16 settembre dello stesso anno, un ufficiale del 6° reggimento di fanteria sapendo che una comitiva di briganti infestava i monti prossimi alla città di Sulmona, travestì da brigante sé medesimo e pochi soldati, e si finse capo di un'altra comitiva. Riuscì con quest'artifizio ad abboccarsi col capo della vera comitiva, ed accompagnato da un solo dei suoi si addentrò con quello nei nascondigli dei masnadieri e si accertò della connivenza di due sindaci. Di lì a poco in conformità di quanto venne prestabilito gli altri soldati lo raggiunsero, s'impegnò la zuffa, [p. 90 ==> 99/209] lottò corpo a corpo col capo della banda, lo uccise; gli altri della comitiva furono ammazzati, feriti, fugati: la banda fu distrutta. Ai disagi, alle privazioni, agli stenti si aggiungono le malattie, prodotte in gran copia e dalla faticosa vita e dal clima, il quale segnatamente nella stagione estiva, in Capitanata è micidiale. Le febbri, più crudeli dei briganti, mietono tante nobili vite, o maltrattano in guisa da rendere inabili per un pezzo se non per sempre al servizio militare. Il colonnello Migliara, comandante l'8° di linea, che per parecchi mesi stanziò in Capitanata, ci narrava i seguenti particolari intorno alle fatiche ed alle sofferenze di quel reggimento. Su 1800 uomini annoverò talvolta fino a 560 ammalati; in ogni compagnia di 100 uomini non erano disponibili che 35. Nel mese di gennaio il reggimento era traslocato per rifarsi da tante fatiche a Nocera, ed ivi sull'effettivo di 1200 uomini vi erano 293 ammalati. In un solo mese per spossatezza perirono 80 uomini e 3 uffiziali. Nello spazio di pochi mesi la spesa dei medicinali oltrepassò i cinque mila franchi. Mancavano gli ospedali. Per mesi interi non era possibile svestirsi, né dormire su pagliaricci. Le fatiche erano eccessive, perché il reggimento doveva guardare ed invigilare una estensione di territorio della circonferenza di 100 miglia. Una colonna da Cerignola fino a Troia ed a Serracapriola; un'altra guardava la regione garganica. Dovea fornire 60 uomini al giorno per la custodia delle carceri di Lucera, i quali si alternavano con altri 60 col solo riposo della notte. Un giorno il numero degli ammalati crebbe al se

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gno che fu mestieri porre a sentinella delle carceri i componenti la banda musicale del reggimento. Questo dovea fornire un distaccamento a Manfredonia e provvedere alla scorta tra Lucera e Troia, tra Lucera e Foggia, tra Lucera e Sansevero, tra Lucera e Torre Maggiore e lungo la via sannitica. Spessissimo era d'uopo di uomini per le perlustrazioni e per gli agguati. Nel tempo della mietitura per impedire che i briganti incendiassero le messi, i soldati dovevano passare le notti in campagna. Nel tempo delle seminagioni dovevano fare altrettanto. E poi i bisogni sorgevano così improvvisi da non poter tenere nemmeno una compagnia in riserva. [p. 91 ==> 100/209] Questi particolari intorno alle sofferenze di un solo reggimento bastano a dare una idea di ciò che soffre l'esercito: la storia degli altri reggimenti non è purtroppo diversa. I quarti battaglioni del 21° e del 28° di fanteria, che passarono alcuni mesi nel vallo di Bovino, furono pure dolorosamente sperimentati dalle malattie e dalle privazioni. Ai patimenti delle persone si aggiungono i danni nel vestiario e nella calzatura: è agevole imaginare che cosa debbano diventare gli uniformi e le scarpe dopo una perlustrazione per boschi e dirupi, per valli e burroni, scavalcando siepi, guadando torrenti. Nella cavalleria i patimenti non sono minori. Su tre squadroni dei lancieri di Montebello, di guarnigione in Capitanata, si annoveravano in gennaio scorso 92 ammalati e 52 in permesso di convalescenza. Per evitare le recidive è d'uopo accrescere il numero dei congedi. Tanti patimenti, ci è grato il ripeterlo ad omaggio del vero ed a comune conforto, non turbano la serenità del soldato italiano, non gli scemano l'energia e lo zelo nell'adempimento dei suoi doveri, non intaccano, né scuotono la disciplina. L'esperimento era difficilissimo e pieno di pericoli; il prospero successo che esso ha sortito è la testimonianza irrecusabile della virtù ordinatrice, da cui sono privilegiati gl'Italiani, e la guarentigia infallibile della unità nazionale. La guerra contro il brigantaggio ha posto in risalto in modo luminoso le virtù del soldato italiano; ha dimostrato quanta potenza di eroismo longanime si raccolga in petto ad uomini che obbediscono alla voce del dovere e dell'onore, e di qual prezioso tesoro di forza morale sia sorgente una tradizione militare pura e gloriosa, com'è quella che dopo otto secoli l'esercito piemontese ha tramandata all'esercito italiano. La oscura e penosa guerra contro i briganti implicando in sé tutti gli elementi più dissolventi che possano immaginarsi, poteva tornare di massimo danno all'ordinamento militare dell'Italia; invece è succeduto l'opposto: l'esercito nostro ha resistito e superato quegli elementi dissolventi, i quali non hanno potuto impedire che esso si agguerrisse, né interrompere quel mirabile lavoro di unificazione che nelle fila dell'esercito è compito. Fra tante testimonianze che abbiamo raccolto intorno alla condotta delle truppe ci basti ricordare quella del commendatore [p. 92 ==> 101/209] Antonio Spinelli, già presidente del Consiglio dei ministri di Francesco II in luglio 1860: <<La truppa, egli ci diceva, nel combattere il brigantaggio è stata veramente eroica. Ha reso immensi servizi; ha fatto prodigi di valore: senza di essa ci sarebbero ora 20,000 briganti. Ha un'abnegazione senza esempio. Sono virtù di tutte le armi dell'esercito.>> Ma la vostra Commissione non crederebbe di aver compito il proprio dovere se discorrendovi in tal guisa dell'esercito non ricordasse il nome dell'illustre guerriero, cui è affidato il comando del sesto dipartimento militare. Egli già tanto benemerito dell’Italia, a cui dopo Novara apparecchiò il nucleo del suo esercito e la cui fortuna inaugurò nei lontani campi della Crimea, ha accresciuto ed accresce nel mezzodì dell'Italia i suoi titoli alla riconoscenza nazionale. Di questa riconoscenza noi vi preghiamo, o signori, di essere gli autorevoli interpreti onorando nel generale Alfonso La Marmora quell'esercito che è l'inespugnabile presidio della unità e delle franchigie dell'Italia, ed uno di quei grandi e rari caratteri che sono l'orgoglio e la salvaguardia delle libere nazioni. Lo stato numerico delle forze da cui si compone il sesto corpo d'armata è il seguente. La totalità della forza attiva dei corpi o frazioni di essi mobilizzati e delle forze sedentarie è di 85,940 uomini. Le forze mobilizzate ammontano a 65,875 uomini, sui quali a tutto il 31 marzo dell'anno corrente erano 4,855 ammalati. Queste forze sono ripartite in parecchie zone e

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sottozone militari, i cui comandanti hanno piena libertà di azione nelle operazioni contro il brigantaggio. Nella forza attiva sono compresi sette reggimenti di cavalleria: i lancieri di Montebello, i lancieri di Aosta, i cavalleggieri di Lucca, gli ussari di Piacenza, i cavalleggieri di Saluzzo, i lancieri di Milano, i cavalleggieri di Lodi. I primi quattro stanziano in Capitanata; il quinto nelle provincie di Salerno, di Potenza, di Bari e di Lecce; il sesto è a Caserta, nel Beneventano e nei dintorni di Napoli. L'enumerazione di queste forze ci sembra valido argomento a persuadere che se si fosse trattato di una quistione militare essa sarebbe già da un pezzo composta e risoluta. Né per valore di certo, né per numero i briganti potrebbero nemmanco tentare [p. 93 ==> 102/209] di competere con soldati come sono i nostri; ma ai briganti sono sussidio efficace la stessa codardia e la stessa scarsezza numerica. La loro tattica è semplicissima: raro avviene che si adunino in grosse bande, perché sanno che allora torna assai agevole alla truppa di trovarle e di distruggerle. Non aggrediscono mai, e se aggrediti, fuggono sempre. Tendono agguati ed imboscate, quando hanno la certezza del sicuro scampo e della sovrabbondanza numerica sui soldati. Assalgono quando sono in proporzione di cinque o più contro uno. Non ci è esempio che abbiano mai osato aggredire una compagnia di soldati. Predare, uccidere, fuggire, stancare la truppa il più che è possibile, questa e non altra è la strategia dei briganti. I soli artifizi militari che adoperano sono quelli che vengono suggeriti dall'istinto, hanno vedette, e quando vanno a cavallo dispongono alcuni di essi a modo di fiancheggiatori. Maneggiano le armi con poco accorgimento, e le scariche dei loro fucili tornano soventi volte innocue. Raro è che abbian l'ardimento di combattere corpo a corpo; e profittano abilmente della conoscenza che hanno dei più lievi accidenti di terreno per scegliere le posizioni dove più facilmente offendendo, più difficilmente possano essere offesi. Non è vero che tutti vadano a morte con coraggio; ciò è avvenuto in taluni casi, ma non è la regola generale: a meno che si voglia confondere la stupidità con lo stoicismo, il forte disprezzo della vita con la freddezza dell’abbrutimento. Per la massima parte vigliacchi, posseggono tutti gli attributi della vigliaccheria, e massimo tra essi la ferocia. Noi non vogliamo funestarvi, o signori, con la narrazione delle atrocità che i briganti commettono sugli infelici che cadono nelle loro mani. Più che opera di creature umane sembrano essere quelle di cannibali e di belve selvaggie. Talvolta l'immanità di taluno di essi è giunta al segno da fare inorridire gli stessi compagni, e ci si è narrato il caso di un Cerritacchio, che lo stesso Caruso fece ammazzare, perché aveva torturato con ogni maniera di strazio un misero fanciullo. Né la stessa morte della vittima appaga e stanca la ferocia dei masnadieri, i quali sfogano la libidine di sangue da cui sono invasati anche contro i cadaveri. I vilissimi tra loro sono i ferocissimi [p. 94 ==> 103/209]: tali sono un Coppa che è con Crocco, un Varanelli che è con Caruso. Fra meno sitibondi di sangue sono Schiavone e Coppolone. Sono rotti ad ogni lascivia e turpitudine, pronti ad ogni delitto: bevono il sangue, mangiano le carni umane. Sono rozzi, superstiziosi, ignorantissimi; in generale non tagliano mai i fili dei telegrafi elettrici, ma alle volte è avvenuto che recidessero alcuno dei fili e non tutti, dicendo di tagliare quelli che servono a Vittorio Emanuele, non quelli che servono a Francesco II. I capi sono per la maggior parte fuggiti dalle carceri e dalla galera. Caruso, di Torre Maggiore, era un pastore del principe di Sansevero; sostenuto in carcere per delitti comuni ebbe agio di scappare e si diede in campagna. Ninco Nanco è un miserabile contadino di Avigliano, il quale custodiva private proprietà nel bosco di Lagopesole: fu condannato nel 1856 per omicidio; scappò dalle carceri nel 1860; andò a Napoli a presentarsi al generale Garibaldi; gli fu ingiunto di tornare in paese, ed allora si diede in campagna. Crocco, nativo di Rionero, era vaccaro: fece parte dell'esercito borbonico; perseguitato dalla giustizia prima del 1860, in quell'epoca si ebbe gran torto di ammetterlo nelle fila degl'insorti per la causa della libertà, e sperava l’impunità; ma quando seppe che gli si spiccava contro il mandato di cattura si diede a fare il reazionario ed il brigante. Arrestato e tradotto nelle carceri di Cerignola trovò mezzo di fuggire. Coppa da San Fele in Basilicata, è uno sbandato. Paolo Serravalle, di Marcone, in Calabria Citeriore, è un omicida scappato due volte dalle galere.

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Tortora, di Ripacandida, è uno sbandato. Marsino, da Marsico Vetere, è anch'egli uno sbandalo. Pilone era un mastro scalpellino di Bosco Tre-Case, che per dissidi avuti col capo urbano di quel paese fu posto in carcere; poi liberato per la protezione del capitano Caracciolo. Nel 1860 seguì l'esercito borbonico in Sicilia, e poi reduce in patria si mise in relazione, per mezzo dei Comitati borbonici, con Francesco II, ed organizzò la comitiva che per mesi e mesi ha infestato le vicinanze del Vesuvio e di Napoli. Altri capi di piccole e sanguinarie comitive sono od erano Nicandruccio, Nicandrone, il principe Luigi, Mangiacavallo, Orecchiomozzo, [p. 95 ==> 104/209] Bruciapaese: orrendi nomi di più orrendi uomini. Le fattezze morali di questi ribaldi sono le stesse; essi sono i Mammone, i Pronio, i De Cesare, i Frà Diavolo dell'epoca nostra; degni in tutto e per tutto dei loro antecessori; marescialli in pectore di Francesco II, vera immondizie di plebe. La descrizione dei costumi e dell'indole dei componenti le bande è stata fatta da un testimonio, la cui imparzialità non può essere argomento della menoma dubbiezza, da uno dei loro stessi capi. Il sergente di Gioia, quegli medesimo che faceva prestar giuramento di fedeltà ai suoi masnadieri, e che li intitolava giurati della fede cattolica, aveva l'uso di scrivere di tempo in tempo qualche memoria e qualche appunto, che vennero rinvenuti nel suo taccuino, e che ora fanno parte dei documenti del processo in via d'istruzione a carico dei suoi complici. Cotesto brigante non era così abbietto come gli altri: aveva coraggio, e difatti perì combattendo; nella sua indole era uno strano miscuglio di bieco fanatismo e di rozza pietà, né la consuetudine del delitto gli aveva soffocato ogni senso di onestà; un qualche spiraglio di luce rischiarava talvolta l'oscurità della sua coscienza, e componeva l'animo suo alla invincibile melanconia del rimorso. In quei momenti di abbandono con sé medesimo scriveva il suo diario che intitolava: Le mie disgrazie. Udite, o signori, quali giudizi la verità gli strappasse intorno ai suoi compagni. Ne trascriviamo originalmente alcuni brani: «Dopo un anno incirca di boscosa solitudine un dì si presentano meco tredici masnadieri, individui mediocremente armati, accennandomi essere difensori di Francesco II e della santa Chiesa cattolica romana. Io desideroso far compagnia in tale oggetto onde difendere i sovra citati diritti esattamente, ai quali era ben disposto da molto tempo, come a tutti è ben noto, accoglieva detti uomini e con tutto zelo incominciava subito ad occuparmi a tutto quello che mi conveniva. Al che questi mi accettarono per loro capo, dovevano stare sotto la mia obbedienza per tutti quei buoni comandi che da me si emanavano pel bene del nostro Re e della propria vita. Ma siccome in questi esisteva il solo sentimento di rubare [p. 96 ==> 105/209] e non mai quello di farsi onore di eguaglianza al mio, incominciavano ad agitarsi contro me permettendosi dire fra di loro stessi: noi siamo usciti in campagna e siamo chiamali ladri e dobbiamo rubare, e se il nostro capo non fa come noi diciamo, mala morte farà oppure resterà solo. Tal congiura portava presso di me senza saperlo. Si permettevano pure fare i furti senza la mia conoscenza, dove io ordinava di andare ordinatamente e militarmente con educazione. Ecco che Dio, siccome non ha mai permesso la falsità, ha dimostrato subito che chi credeva ingannare è l'ingannato, come loro tradivano od ingannavano me che cercava farmi e farmi onore; così da un traditore più fiero ed ancor di loro esser amaramente tradito e con mio gran duolo disfatti, e la maggior parte di atroce morte................................................................ ...................................................................................................................................................... Permise pure il sempre lodato Iddio che quantunque rimasto solo nel più crudo ed atroce combattimento, pure nondimeno fui salvo mediante la sua protezione....................................... ....................................................................................................................................................... Mi dolgono immensamente quei pochi raccolti da me dopo, da tredici sino al numero di venticinque, che forse, se non tutti, parte innocenti ed ingannati come me, pure ne perirono. Ma Dio poi, se non in questo mondo, nello eterno saprà rimunerarli. Per me sta che quello che ne morì nell'innocenza, morì martire ed ha fatto un grandissimo acquisto nella eterna vita.

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Sono questi presso Iddio.» I briganti forestieri sono avventurieri, i quali si vorrebbero spacciare come campioni del principio della legittimità, ma in realtà altro non sono fuorché gente che va in busca di lucri e di ricchezze. Tal è, a modo di esempio, lo spagnuolo Tristany, il quale si atteggia a capo di truppe regolari e fa pompa del titolo di generale di Francesco II, senza però impedire a quelli che chiama suoi soldati di comportarsi da veri briganti. Alla schiera di avventurieri stranieri appartenevano il De Christen. il Lagrange, [p. 97 ==> 106/209] il Langlois, lo Zimmerman, ed il più infelice di tutti lo spagnuolo Borjes, il quale troppo tardi si avvide che le decantate falangi di Francesco II erano torme di volgari assassini. Le località predilette dai briganti sono le rive boscose dell'Ofanto e del Fortore. Dalle prime infestano il circondario di Melfi in Basilicata, quello di Sant'Angelo dei Lombardi in Principato Ulteriore, quelli di Altamura e di Barletta in Terra di Bari, quelli di Foggia e di Bovino in Capitanata. Dalle seconde il circondario di Sansevero e la regione garganica in Capitanata, la provincia di Benevento e il circondario di Larino nel contado di Molise. Crocco con Coppo e Sacchitiello è sull'Ofanto; va di tratto in tratto a raggiungerlo Ninco Nanco, la cui stanza è il bosco di Lagopesole. Schiavone corre dal vallo di Bovino al circondario di Ariano e nel Beneventano. Caruso con Varanelli è sul Fortore, e di là talvolta solo, talvolta con altre bande fa scorrerie nella pianura di Capitanata, nelle falde del Gargano, nel Molise e nel Beneventano. Coppolone e Serravalle si aggirano nel circondario di Matera in Basilicata, e di là stendono le loro scorrerie verso la marina dell'Ionio fino al bosco di Ginosa. Tortora è nel bosco di Ripacandida. I boschi di San Cataldo, di Montemilone ed altri in Basilicata sono ricovero frequenti di briganti. Il piccolo bosco dell’Incoronata tra Foggia e Cerignola fu pure per molto tempo la base delle toro operazioni. Traevano le provvisioni da Foggia e da Manfredonia, facevano le loro scorrerie, e quindi celavano uomini e cose in quel bosco. Pizzichicchio si ricovera nel bosco di Marsano in Terra d'Otranto, e di là fa scorrerie nelle terre circostanti. In provincia di Salerno vi è la banda di Tardio nel circondario di Vallo, quelle di Ricci e di Marcantonio nel circondario di Campagna. Nel circondario di Vasto, in provincia di Chieti, vi è la comitiva di Pizzolungo, che si ricovera abitualmente nel bosco Petacciato. Nella provincia di Terra di Lavoro vi sono gli avanzi della banda di Maccarone. Nelle parti montuose di questa provincia confinanti con quella di Avellino s'aggira una piccola banda, di cui sta a capo un Piciocchi, la quale si mostra talvolta presso Monteforte nel circondario di Avellino. Nell’Abruzzo teramano, nell'aquilano sono malviventi qua e là sparsi, non vere bande, tranne ben inteso quelle che fanno irruzione dalla frontiera [p. 98 ==> 107/209] romana. Nella provincia di Reggio in Calabria non è brigantaggio di sorta. Nelle altre due Calabrie (la provincia di Cosenza e quella di Catanzaro) le proporzioni del brigantaggio sono di poco momento. Nel Gargano parimente qua e là si annidano a due, a tre, a sei, parecchi malandrini. Il grosso delle bande adunque si aggira sulle rive dell'Ofanto e del Fortore, ed è composto da quelle a cavallo. Una determinazione precisa del loro numero sarebbe impossibile. Ogni capobanda ha attorno a sé un nucleo di 15 a 20 persone, al quale si aggiungono eventualmente in vario numero i briganti di occasione; sicché di rado i 20 diventano 100 in modo quasi istantaneo. Nell'agguato teso in marzo scorso ad un distaccamento di cavalleggieri di Saluzzo i briganti assommavano ad un centinaio, ed erano le bande riunite di Crocco, di Gioseffo da Barile, di Coppa, di Ninco Nanco e forse anche di altri. Parecchi dei capobanda poc'anzi nominati sono rimasti chi con dieci, chi con sette e chi anche con tre soli seguaci. Nel valutare anche approssimativamente le forze numeriche del brigantaggio non vanno dimenticati i briganti avventizi, i ladri comuni, il cui numero trovasi notevolmente accresciuto. Nelle località travagliate dal flagello del brigantaggio si avvera lo stesso fenomeno che succede in quelle afflitte da qualche epidemia; come in questa tutte le malattie pigliano la forma della epidemia regnante, cosi in quelle tutti i delitti partecipano alla forma del brigantaggio. Il fenomeno non è nuovo, anzi la sua intensità odierna è minore di quella che fu altra volta, allorché le provincie meridionali versavano in condizioni identiche alle attuali.

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<<Fra i delitti di brigantaggio, così Pietro Colletta, e quelli che dal brigantaggio derivavano, il censo giudiziario del regno numerò in quell'anno (1809) trentatré mila violazioni delle leggi>> (1) [(1) Vedi Colletta, vol. III. pag. 120.]. Lo stesso storico narra che Giuseppe Napoleone, durante il suo regno sul trono di Napoli, non osò <<porre in piede la coscrizione, perché la ripugnanza dei popoli al militare servizio, l'istesso brigantaggio, la facilità dei coscritti di fuggire in Sicilia facevano temere che uomini levati per noi [p. 99 ==> 108/209] servissero di aiuto e di reclutamento al nemico; rispetti gravi e veri, non dispregiati nei primi tempi del regno dallo stesso arrischioso Gioacchino (1)>> [(1) Vedi Colletta, vol. III, pag. 102.]. Il Governò italiano invece ha osato procedere alla leva nelle stesse provincie per ben due volte, a norma della legge napoletana la prima, della legge siciliana la seconda, ed il risultamento di questa, come già abbiamo avuto la soddisfazione di ricordare, ha vinto i pronostici del più fiducioso ottimismo. Il brigantaggio però è uno di quei malanni la cui intensità mal si giudica dalle proporzioni esteriori e dalle forze numeriche: anzi è tanto più difficile a sradicare, quanto più esigue diventano le sue proporzioni e le sue forze. È un germe d'infezione che ad ogni patto è d'uopo eliminare dal corpo sociale, poiché bastano le più lievi occasioni perché ad un tratto il male che si credeva spento si faccia gigante, e cagioni gravi e profonde perturbazioni. Al Governo ed al Parlamento incombe l’obbligo di avvisare a tutti i provvedimenti che meglio conferiscano a curare quella piaga. L'adempimento di quest'obbligo sarà mezzo efficacissimo a ravvivare la fiducia ed infondere negli animi delle popolazioni meridionali quella sicurezza nell'avvenire, che è il vigore e la forza delle nazioni. Fra le cause che alimentano il brigantaggio vanno, senza dubbio, compresi il sentimento della sfiducia ed il malcontento, ma la permanenza del brigantaggio alla sua volta trasforma queste due cause in effetti; giacché facilmente si addebita a malvolere ciò che deriva da necessità o da involontario errore, e si ascrive ad impotenza della libertà ciò che è conseguenza inevitabile della novità dei casi e delle condizioni. Noi abbiamo perfino udito dire in alcune località prevalere l'opinione che il Governo facesse a bella posta durare il brigantaggio con lo scopo di procacciarsi un valido argomento per persuadere i Francesi a cessare dall'occupazione di Roma! Urge adunque fare ogni opera perché il male venga curato ed estirpato; urge dimostrare alle popolazioni che la libertà da esse invocata possiede la facoltà di assicurare la loro prosperità, e che mutando la loro condizione di [p. 100 ==> 109/209] sudditi di un Governo dispotico e nemico alla nazione in quella di cittadini del regno d'Italia, hanno conseguito tutti i vantaggi ed i beneficii del vivere libero e civile. La questione del brigantaggio è estranea alle controversie politiche ed alla diversità dei partiti; a chiunque non sia disonesto deve stare sommamente a cuore, che i provvedimenti per comporla siano energici, efficaci, e prontamente attuabili. Sotto questo aspetto noi abbiamo studiata la questione, e non indarno confidiamo che alla stessa guisa sarà da voi, o signori, contemplata e giudicata. Ma quali possono essere i provvedimenti che debbono adoperarsi per liberare il mezzodì della nostra Penisola dal brigantaggio? Lo scioglimento di questo problema è l'ultima parte del mandato che vi piacque affidarci, e quindi dopo avervi esposto il risultamento delle nostre indagini intorno alle cagioni del brigantaggio ed alle sue attuali condizioni, ci corre ora il debito di dichiararvi quali abbiano ad essere, a nostro giudizio, i provvedimenti ed i rimedi. La classificazione delle cause del male racchiude la evidente indicazione di cotesti provvedimenti e rimedi, i quali è mestieri sieno rivolti a rimuovere le cause predisponenti, a combattere le cause che hanno determinato la recente manifestazione del doloroso fenomeno, ed a mutare in cause di guarigione quelle che oggi più alimentano il male. Laonde fra i rimedi è d'uopo distinguere quelli la cui azione deve schiantare il male dalle radici, e quelli che devono dileguare il fenomeno attuale. La pratica di alcuni provvedimenti spetta al potere esecutivo, ed a noi basterà suggerirli; laddove altri debbono avere una indole legislativa, e richieggono la cooperazione e la sanzione di tutti i poteri dello Stato.

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Discorrendo delle cagioni del brigantaggio abbiamo assegnato un posto importante a quelle che abbiamo definite col titolo di predisponenti. La prima serie di rimedi deve conseguentemente rivolgersi alla cura di dette cause; né per annoverarli e giustificarli sarà mestieri di lungo discorso. Essi sono evidentissimi, e vengono additati dalla natura stessa delle cose; né crediamo che intorno ad essi possa sorgere la menoma discrepanza di opinioni. Sono rimedi la cui azione sarà efficacissima, [p. 101 ==> 110/209] ma i cui effetti non possono essere né immediati, né pronti. La diffusione della istruzione pubblica, l'affrancazione delle terre, la equa composizione delle questioni demaniali, la costruzione di strade, le bonifiche di terre paludose, l'attivazione dei lavori pubblici, il miglioramento dei boschi, tutti quei provvedimenti insomma che dando impulso vigoroso ai miglioramenti sociali trasformino le condizioni economiche, e valgano ad innalzare le plebi a dignità di popolo. L'affrancazione del Tavoliere di Puglia è un provvedimento indispensabile, e noi siamo lieti di scorgere che comprendendo questa necessità il Governo ne abbia fatto argomento di una speciale proposta di legge già presentata all'altra Assemblea di questo Parlamento nazionale. Utile complemento di questa affrancazione dovranno essere acconci provvedimenti relativi alle terre di Tressanti, di Santa Cecilia, di Pagliccio, le quali possono collocare i terrazzani di Cerignola, di Foggia e di San Marco in Lamis nella fortunata condizione di cessar di vivere la vita di rapina che attualmente vivono con grave scapito della pubblica moralità e della sicurezza. L'emancipazione della terra dai vincoli che la gravano è sorgente di benefizi alla proprietà ed all'agricoltura, e produce in pari tempo il salutare effetto di trasformare le condizioni del contadino e di distruggere quel proletariato selvaggio che sotto l'impulso della fame e della miseria non obbedisce ad altra voce se non a quella dell'avidità, e fornisce sì ampio contingente al brigantaggio. Né meno evidente è la necessità di assestare il più celermente che sia possibile le questioni dei terreni demaniali che in tante località pendono da moltissimi anni, e mantengono vive le controversie e le gare nei piccoli comuni. Le attribuzioni relative al componimento di quella questione sono ora affidate ai prefetti, ed in alcune provincie le operazioni sono a buon porto; ma è d'uopo raddoppiare l'attività, togliere al più presto il lievito di disordine che quelle questioni racchiudono. I municipi che danno saggio di maggiore zelo vanno incoraggiati, rampognati gl'inerti. Il municipio di Canosa, a cagion d'esempio, ha diviso in tanti piccoli lotti quanti erano i proletari i demanii comunali rimanenti, concedendoli a censi remidibili a capo di venti anni, e ciò per impedire che quei beni andassero a finire [p. 102 ==> 11/209] nelle mani degli speculatori. Nel 1860 vennero fatte promesse e concepite speranze che non si sono avverate; né il disinganno da ciò prodotto entra per poco nelle attuali condizioni. Quelle promesse e quelle speranze erano senza dubbio assai esagerate, ma ciò non toglie si abbia a fare quanto è possibile entro i limiti del giusto e dell'onesto per rimuovere questa cagione di malcontento tra i ceti faticanti ed infelici. La questione della Sila è di sommo momento per le Calabrie, e ben si appose il Governo a sottoporla con apposito schema di legge alle considerazioni del potere legislativo. Non meno importante per Terra di Otranto è la questione relativa alle decime; anch'essa va composta definitivamente secondo giustizia, e noi confidiamo che il Governo non mancherà di proporre al Parlamento gli equi ed opportuni provvedimenti a questo riguardo. In generale tutte quelle provvisioni che mirano a svincolare la terra, a promuovere la circolazione dei capitali, ad assicurare la prosperità economica sono indicate dalla natura stessa delle cose, e la loro attuazione è una necessità, i cui benefici effetti non hanno d'uopo di essere descritti. Della libertà di commercio niente altro diremo se non che essa ha già avuto nella pratica conseguenze buone, le quali col tempo non possono non diventare ottime: il ribasso delle tariffe ha conferito in modo non contrastabile alla pubblica prosperità: Governo e Parlamento non vorranno di certo fermarsi in via. C'è pure da appigliarsi a qualche risoluzione intorno ai boschi: noi non suggeriremo per fermo il disperato partito di dissodarli o di bruciali, ma indubitatamente converrà diradarli. La possibilità del miglioramento non implica né punto né poco quella della distruzione. Bisognerà abbattere le macchie basse, sradicare gli arbusti e le spine, fare insomma quella operazione

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che nelle località si dice sterpare, e per la quale le piante di alto fusto rimangono intatte. Mediante ciò anche i terribili boschi del Fortore diventeranno accessibili, ed i malviventi avranno perduti i loro arcani e naturali nascondigli. I risultamenti già prodotti dai lavori delle ferrovie confermano ampiamente ciò che si prevedeva intorno agl'influssi salutari che avrebbero esercitati sul benessere materiale ed economico [p. 103 ==> 112/209] non solo, ma anche sulle condizioni morali delle popolazioni. In Terra di Lavoro, in provincia di Salerno, nel Chietino, nel Molise, dovunque quei lavori sono stati intrapresi, le popolazioni hanno incominciato ad avere sotto gli occhi una mostra evidente della potenza dalla civiltà. Cresciuta la mano d'opera, persuasi i contadini con la evidenza del fatto che all'onesto lavoro non manca il largo ed onesto compenso, tante braccia tolte materialmente al brigantaggio. A Termoli, per esempio, è stabilita una vera colonia lombarda, la quale con le ordinate consuetudini, con l'aspetto decente, con le civili costumanze porge a quelle misere popolazioni la dimostrazione pratica dei vantaggi morali e materiali che gli uomini ricavano dalle proprie fatiche. I briganti hanno sempre fatto ogni opera per impedire che i lavori della strada ferrata progredissero, e pur troppo sono riusciti a farli indugiare segnatamente nel territorio di Vasto e nel tratto che intercede fra Termoli e Sansevero: quasi si direbbe che un presago istinto, del quale, senz'alcun dubbio non sanno rendere ragione a loro medesimi, li avverta che la locomotiva sta per tornare ad essi più esiziale del fucile e delle armi. Ma ad accrescere e fecondare la utilità somma delle strade ferrate è mestieri provvedere alla costruzione delle strade ordinarie, le quali ne sono il necessario complemento, poiché senza di esse non è lecito sperare che la ferrovia sia per produrre gli effetti che ragionevolmente si aspettano. Ottimo fu il provvedimento relativo alle strade garganiche già fatto dall'onorevole ministro dei lavori pubblici, e noi siam lieti di essere stati i testimoni oculari della soddisfazione e del plauso con cui l'annunzio venne accolto nella provincia di Foggia, la quale per mezzo del suo Consiglio provinciale stanziò apposita e non piccola somma nel suo bilancio per concorrere all'attuazione del provvido disegno. Ond’è che nel commendarlo noi esprimiamo il voto che non abbia ad essere un esempio isolato, ma che ne venga estesa l'applicazione a tutte quelle provincie del mezzodì, dove la mancanza di mezzi di comunicazione è più visibile e più dannosa. Le valli dell'Ofanto, del Fortore, del Sangro, del Vomano, del Bradano sono gli sbocchi naturali di molte provincie alla linea di ferrovie in corso di esecuzione; il mezzo di rendere utili [p. 104 ==> 112/209] e di far prosperare le ferrovie consiste appunto nel solcare quelle valli di strade carreggiabili. La connessione fra la rete stradale e la rete ferroviaria appare evidentissima; né questa può mancare del sussidio di quella. Voi ben sapete, o signori, come dopo l'unione della Scozia con l'Inghilterra la prima di dette contrade ebbe a patire il flagello del brigantaggio. Ora gli storici di quel paese e di quell'epoca concordi attestano che la Scozia era affatto priva di mezzi di comunicazione, e che il brigantaggio cessò quando la mancanza fu riparata, quando la Scozia fu solcata da strade. Ciò che avvenne di quell'isola, allora tanto misera, ed oggi in condizioni tanto ridenti avverrà pure nelle nostre provincie meridionali, e l'abbondanza di beni ecclesiastici, erariali e comunali in essa esistenti potrebbe somministrare i mezzi pecuniari per sopperire alla grande necessità della quale favelliamo. A tutti questi provvedimenti deve far corona la incessante ed efficace diffusione della istruzione pubblica; così verranno diradate le fitte tenebre d'ignoranza addensate da tanti secoli di schiavitù e di miseria, così sarà disfatta e smagliata quella vasta rete di pregiudizi e di superstizione che involge tante povere menti. I municipii delle provincie napoletane hanno, salvo le lodevoli eccezioni, trascurata questa importantissima parte dei loro doveri, e quindi sarà necessario che il Governo ed il Parlamento imprendano ad esaminare se non convenga per mezzo di clausole obbligatorie e di correlative sanzioni penali porre i municipii nella necessità di adempire al dovere che finora hanno con così biasimevole noncuranza negletto.

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Quanto più è lenta l'azione dei provvedimenti testé accennati, tanto più evidente è la necessità di troncare gl'indugi nell'incominciarne l'attuazione. Noi portiamo fiducia, o signori, di avere consenzienti in questo parere e Parlamento e Governo, e quindi ci sembra soverchio di proporre a questo riguardo risoluzioni speciali e determinate. La seconda serie di rimedii deve essere adoperata a trasformare il maggior numero delle cause che alimentano il brigantaggio in cause che lo distruggano. Diciamo la maggior parte e non tutte, poiché ve n'ha taluna, quella, a modo d'esempio, che deriva [p. 105 ==> 114/209] dalla permanenza di Francesco II a Roma, la quale non può soggiacere ad altra trasformazione che non sia la completa cessazione: e di questa dovremo discorrere tra poco in modo affatto speciale. Restringendo adunque per ora il nostro discorso alle cause che sono attualissime sorgente di male, e che invece debbono essere cambiate in sorgente di bene, diremo, che siccome la mancanza di una buona amministrazione, di una ben ordinala e solerte polizia, di una spedita e regolare amministrazione della giustizia, sono altrettanti cagioni, nelle quali il brigantaggio attinge forza e motivi di durata, così l'ordinamento di una buona amministrazione, l'esistenza di una ben ordinata e solerte polizia, e la spedita e regolare amministrazione della giustizia debbono essere, e certamente saranno, altrettante cagioni, dalle quali le forze del brigantaggio saranno scemate e distrutti i motivi della sua durata. Noi perciò vi preghiamo, o signori, ad invitare il Governo a proseguire gagliardamente nella sua opera riparatrice, togliendo sempre più in ponderata considerazione le condizioni attuali del pubblico servizio nelle prefetture e nelle sottoprefetture, e distruggendo all'intutto quella tradizione di abusi e di corruttela, che la burocrazia conserva e prosegue. Le questioni relative all'ordinamento amministrativo del regno d'Italia aspettano ancora ad essere sciolte dal senno dei poteri dello Stato, e certo il giorno nel quale le attribuzioni di tutti saranno ben definite, e le norme della nostra amministrazione saranno informate a principii uniformi di libertà, l'assetto delle provincie meridionali avrà fatto un passo definitivo: ma la questione di principii e di massime non deve neppure per un momento distogliere l'attenzione da quella delle persone. Ben sappiamo che a conseguire lo scopo si richieggono tempo e pazienza, che il Governo non può improvvisare ad un tratto i buoni impiegati: e siamo alienissimi dal suggerire quei provvedimenti complessivi, quelle riforma generali, il cui risultamento meno improbabile è quello di peggiorare il male, non di emendarlo, ma diciamo e ripetiamo che il Governo deve arrecare vigili cure in questo grave argomento, e procedere con quell'avvedutezza animosa, che non obbedisce né ad appassionati, né a timidi consigli. Dando all'amministrazione un impulso vigoroso, riordinando tutti i [p. 106 ==> 115/209] congegni della macchina amministrativa, dimostrando alle popolazioni, dov'è mestieri, la mano del Governo, s'infonderà la fiducia, che nasce dalla certezza di sentirsi governato, ed allora cesseranno il languore e l'inerzia, ed alla difesa sociale concorreranno spontanee tutte le forze del paese. L'ordinamento poi di una polizia operosa ed infaticata è argomento della massima importanza: è punto vitale. La maggiore efficacia di repressione contro il brigantaggio è riposta nella polizia; l'eroismo e l'abnegazione dei nostri soldati non hanno sortito l'effetto durevole che potevasi ripromettere, poiché non v'è polizia. Se questa non viene ordinata, se non è quale deve essere, il brigantaggio non potrà essere estirpato. Quando mancassero le buone ragioni, e ve ne sono a dovizia, basterebbe un fatto recente a porre in evidenza la veracità di questo assunto. Per molti e molti mesi le falde del Vesuvio ed i dintorni di Napoli erano infestati dalle scorrerie della banda brigantesca guidata dal Pilone: i nostri soldati con la solita loro perseveranza non curavano fatica per incontrarla e sbaragliarla: fu opera vana. Pilone ed i suoi erano introvabili, tantoché, non era irragionevole il supporre che non si avesse a fare con una realtà vivente, ma bensì con un essere fantastico, con un mito: la cattura ed il ricatto del marchese Avitabile, suggerirono il consiglio di stabilire in Torre dell'Annunziata un apposita delegazione di polizia, e non sì tosto questa fu all'opera, la banda fu trovata e sconfitta, la maggior parte de' suoi componenti sono nelle mani della giustizia, ed il Pilone, fuggiasco, ha dovuto rinunziare a dirigere le evoluzioni del corpo di operazioni di Francesco II nelle adiacenze di Napo

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li. In tal guisa, nello spazio di pochi giorni si è venuti a capo di una impresa, che per tanti mesi non era riuscita: e ciò per una sola ragione, perché vi è stata una azione efficace di polizia, e perché sono stati adoperati impiegati capaci e diligenti. Esistono dunque gli elementi di una buona polizia: ordinandoli acconciamente, e adoperando gli opportuni mezzi pecuniari, lo scopo non potrà fallire. L'invio recente di buoni ed attivi delegati di pubblica sicurezza nella provincia di Capitanata non ha mancato di sortire effetti utilissimi. I fatti dunque provano che le difficoltà non sono insuperabili, e che [p. 107 ==> 116/209] non solo si deve, ma si può ordinare un buon servizio di polizia. Per sopperire a questa necessità è stato vagheggiato da taluno il disegno di togliere le attribuzioni di polizia ai sindaci, e di restituirle, come per lo passato, ai giudici di mandamento. Questo desiderio ci è stato manifestato sovente nell’Italia meridionale, e quindi abbiamo dovuto sottoporre a disamina la convenienza della sua attuazione. La vostra Commissione ha opinato che questo suggerimento non dovesse essere accolto. Se i giudici regi sostenevano bene altra volta le funzioni di uffiziali della sicurezza pubblica, questa non è tal ragione che debba persuadere a ristabilire l'antico costume; e non sappiamo davvero con quanta ragionevolezza dal ricordare che i giudici regi borbonici disimpegnassero l'ufficio di agenti di polizia con piena soddisfazione di quel Governo si voglia inferire che i giudici mandamentali del regno costituzionale d'Italia abbiano ad esercitare lo stesso uffizio col medesimo prospero successo e colla piena contentezza del Governo e delle popolazioni. La diversità essenziale dei tempi, della legislazione, delle condizioni stesse di quei magistrati, ci sembra fornire un saldo e vittorioso argomento contro il disegno di cui favelliamo. La parte investigatrice non può essere confusa con la preventiva, né la indole stessa dei due uffizi consente che essi vengano raccolti nelle mani medesime. La polizia né si attiene, né può attenersi a norme invariabili, come deve fare la potestà giudiziaria: essa toglie consiglio nelle sue determinazioni dalle ragioni mutabili delle speciali condizioni e delle necessità del momento, e dalle considerazioni di ordine pubblico: un provvedimento di polizia giusto ed opportuno oggi, cesserà di esser tale la dimane, e quindi non è permanente. La polizia si governa dalle circostanze particolari: laddove la giustizia ha le sue ragioni immutabili, i suoi principii determinati, né può dispensarsi dal praticarli. Le due magistrature si differenziano tanto nella sostanza, quanto nella forma. La confusione di quelle facoltà era tollerata, e giovava al Governo assoluto: ma anziché ravvisare in ciò un motivo per riattuarla sotto il Governo libero, se ne dovrebbe ricavare una induzione diametralmente opposta. L'essenza del Governo assoluto è la confusione de' poteri: quella del Governo libero è la distinzione. [p. 108 ==> 117/209] La restituzione delle attribuzioni di polizia ai giudici mandamentali sarebbe perciò un vero regresso, il quale mentre cozzerebbe apertamente con i principii del Governo libero, non pare a noi confermerebbe le speranze che coloro i quali suggeriscono cotesto provvedimento sembrano riporre nella sua efficacia. I sindaci fanno male la polizia, ma chi potrebbe guarentire che i giudici mandamentali la farebbero meglio? Anche sotto l'aspetto dell'opportunità l'esito sarebbe dubbioso, laddove è certa la violazione dei principii. Né sarebbe giusto togliere a regola generale la condizione attuale delle cose, e dichiarare in modo assoluto che i sindaci, perché fanno male oggi la polizia, abbiano a farla male sempre. Noi portiamo opposta sentenza, convinti come siamo che niente più conferisca a rendere gli uomini idonei all'adempimento dei doveri pubblici quanto la pratica di questo adempimento, e che gl'inconvenienti che si manifestano nei primordii sono dal tempo corretti e largamente compensati. Noi siamo persuasi che utili ed importanti riforme possono essere introdotte nell'ordinamento del servizio di sicurezza pubblica; ma tra coteste riforme non annoveriamo di certo quella della quale ora si accenna. Appunto perché sappiamo che la polizia in uno Stato libero non può esser quella del Governo assoluto, noi la vogliamo sollevata e nobilitata nel concetto delle popolazioni, e bramiamo si accosti il più che è possibile a quell'esemplare modello che è in Inghilterra. Il nostro assunto non ci consente di diffonderci con i dovuti particolari intorno a questo argomento, e ci restringiamo perciò a raccomandarlo all'esame del Governo e del

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Parlamento. Fino d'ora però stimiamo dover affermare che qualora si ritenga necessaria la conservazione delle guardie di pubblica sicurezza, l'ordinamento di esse abbia ad essere sostanzialmente mutato. Tali e quali oggi sono, mentre tornano di aggravio al pubblico erario, non giovano all'ordine pubblico: e ad ogni patto sarebbe d'uopo sottoporle ad una disciplina inflessibile e severa. La esperienza forse chiarirà che la istituzione delle guardie municipali finirà col rendere all'intuito soverchie quelle di pubblica sicurezza. Nella città di Napoli quella istituzione è già attuata, e fa buona prova. [p. 109 ==> 118/209] L'aumento dei reali carabinieri è pienamente giustificato dai servizi che tuttodì rende quell'arma benemerita, e dalla necessità delle cose; e prefetti, e generali, e magistrati, e cittadini ci hanno costantemente ripetuto che di quell'arma non ve n'ha mai abbastanza. Il Governo non ha mancalo di fare molti acconci provvedimenti per ampliare il più che è possibile il numero dei carabinieri senza deterioramento della qualità, giacché, come tutti sanno, i carabinieri non si improvvisano, ed è assai più facile decretarne la formazione che ottenerla subito quale dev'essere; ma anche come adesso è la forza numerica nelle provincie meridionali è insufficiente alle esigenze del servizio ed alle stringenti necessità dell'odierna condizione di cose. Per avere una rete compita di stazioni di carabinieri a piedi ed a cavallo in quelle provincie sarebbero mestieri 8 mila uomini, laddove a tutto il 31 marzo di quest'anno i presenti ammontavano a 5199. La deficienza dei carabinieri a cavallo è generalmente lamentata; essi sono tanto più desiderati, quanto più utili sono i servizi che rendono. Il carabiniere a cavallo possiede anche nell'aspetto un prestigio che atterrisce i malandrini e rincuora la gente timida. Bastano pochi di essi a porre in fuga intiere orde di briganti. Particolarmente quando si tratta di piccole bande, una buona polizia e non molti carabinieri fanno opera più efficace di molta truppa. Le ragioni topografiche concorrono a dimostrare la opportunità dell'aumento di cui discorriamo. Nelle provincie meridionali, soprattutto in Basilicata, le distanze tra i paesi non sono brevi: si fanno soventi miglia intiere senza incontrare un abitato: epperò quando il brigantaggio imperversa, le piccole stazioni di carabinieri si trovano condannati a non poter far nulla, perché non possono uscire dai paesi. Talvolta gli uffiziali hanno dovuto rinunziare, per questo motivo, a fare le ispezioni delle stazioni. L'aumento degli uomini è necessario al buon andamento ed alla efficacia del servizio: né crediamo che in massima possa impugnarsene la opportunità. Ci si potrà obiettare, egli è vero, che non basta dimostrare la necessità, ma che sia d'uopo suggerire i mezzi, additare la possibilità di soddisfarla. Né possiamo dissimularci la gravità di questa obbiezione, essendo evidente che quanto maggiori sono i requisiti che si addimandano in chi [p. 110 ==> 119/209] serve nell'arma dei carabinieri, tanto più torna difficile rinvenirli, ed essendo cosa ben nota, che in questi ultimi due anni il numero dei carabinieri è stato straordinariamente accresciuto; ma giova pur riflettere, che la considerazione del divario tra le condizioni della sicurezza pubblica nel mezzodì della penisola e quelle delle altre provincie può somministrare il mezzo di conciliare le difficoltà e le esigenze, e di provvedere alle urgenze attuali. Il numero delle stazioni di carabinieri nell'Italia superiore e nella centrale potrebbe essere diminuito senza gravi inconvenienti, e soltanto provvisoriamente; e gli uomini da esse tolti potrebbero esser mandati ad ingrossare le stazioni già esistenti nelle provincie napoletane, ed a formarne all'occorrenza delle nuove. Anche questo espediente può non essere all'intuito esente nella pratica da qualche malagevolezza, ma giova non dimenticare che la considerazione di alcuni inconvenienti non dee sovrastare alla necessità che tutti riconosciamo di adoperare tutti i mezzi per ricondurre al più presto, nelle provincie del mezzodì, la sicurezza pubblica alle condizioni regolari. Noi confidiamo perciò che il nostro parere sarà per essere accolto, e che il Ministero continuerà a fare ogni opera, perché il numero dei reali carabinieri nelle provincie napoletane venga aumentato. Non abbandoneremo questo importante argomento del servizio di sicurezza pubblica senza additare la necessità di invigilare attivamente le carceri e le galere, e di provvedere alla loro sicura custodia. Le carceri che abbiamo visitate, quelle di Potenza, di Foggia, di Avellino, di Taranto, per non dire di tante altre, lasciano molto a desiderare: l'ingombro della gente ivi

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rinchiusa è pericoloso e sotto l'aspetto morale e sotto l'igienico e sotto quello della sicurezza. La facilità delle evasioni è largo sussidio al brigantaggio. La rigorosa custodia delle carceri e dei luoghi di pena è reclamata dagl'interessi della giustizia e dell'umanità, non meno che da quelli della sicurezza pubblica. La vigilanza dell'autorità deve estendersi anche ai custodi, poiché fra essi sono pure di quelli che appartengono all'antica scuola, ed essendo ligi alle vecchie consuetudini non sono alieni dalle infedeltà. Noi sappiamo che l'introduzione dei nuovi regolamenti carcerari ha incominciato a fare sparire alcuni [p. 111 ==> 120/209] abusi, e che il Governo ha rivolto la sua attenzione a questo grave argomento; e però confidiamo che perseverando alacremente nella stessa via, e raddoppiando gli sforzi il servizio carcerario sarà quale debba essere presso ogni nazione incivilita. Ma a far cessare l'ingombro dei giudicabili che è nelle carceri è mestieri l'attività nei procedimenti giudiziari ed il pronto disbrigo dei processi: le quali cose sono tuttavia un desiderio. Sono ancora in prigione, aspettando un giudizio, persone arrestate fin dal tempi della dittatura, dall'autunno, vale a dire, dell'anno 1860. Ci è stato riferito il caso di un imputato di asportazione di armi proibite, che avrebbe tutto al più potuto avere per pena quattro mesi di carcere, e che frattanto fu detenuto prima di essere giudicato per lo spazio di sei mesi. Questa disgraziata condizione di cose non è indubitatamente frutto di mal volere, né di premeditata negligenza, e se ne scorgono agevolmente le ragioni nelle straordinarie contingenze politiche e nelle novità succedute: né noi crediamo sia molto ragionevole lo scandalo che di questi fatti hanno menato alcuni severi filantropi inglesi, i quali o non hanno letto o probabilmente hanno dimenticalo la storia del Macaulay, e giudicano delle attuali condizioni di cose in Italia col criterio desunto dal confronto con quelle dell’Inghilterra odierna, e non dal confronto con le condizioni dell’Inghilterra nell’epoca di trasformazione narrata dall'insigne storico. Ma l'obbligo di fare quanto è possibile, perché anche per questo verso sia stabilita una perfetta e legale regolarità, è evidente, e per adempirlo non deve essere trascurato nessun mezzo. Percorrendo diverse provincie la vostra Commissione ha dovuto convincersi che il numero attuale delle Corti di assise non sia sufficiente, e che forse non si possa sfuggire alla necessità di renderle permanenti, almeno, per ora, in tutti i capoluoghi di provincia. Per quanta buona volontà, per quanto zelo vogliasi arrecare dalla magistratura, certo è che la mole dei processi basterebbe sola ad escludere la speranza di vederli esauriti, e di veder cessare l'arretrato in breve spazio di tempo. Non è guari l'onorevole guardasigilli deliberava opportunamente una Corte straordinaria di assise in Avellino: ragguardevoli magistrati [p. 112 ==> 121/209] commendando quella risoluzione ci hanno assicurato che con essa non si riuscirà a raggiungere lo scopo, se non è resa permanente. La prontezza nell'amministrazione della giustizia, oltre all'essere una delle più essenziali guarentigie del vivere civile, torna a vantaggio della sua stessa efficacia, e la sua necessità cresce in proporzione della intensità e dell'ampiezza delle colpe che è chiamata a punire. Se i giudizi dei reati di brigantaggio fossero stati meno infrequenti, il loro numero sarebbe stato certamente minore. E perché l'amministrazione della giustizia sia quale deve essere è d'uopo rimuovere da essa qualsivoglia sospetto, qualsivoglia possibilità di accusa. Come abbiamo già detto, le condizioni della burocrazia giudiziaria non sono esenti dai sospetti, non escludono la possibilità delle accuse; e perciò noi stimiamo debito nostro di richiamare anche su questo argomento l'attenzione scrutatrice e severa dell'onorevole ministro guardasigilli. Ma oltre all'ordinamento amministrativo e giudiziario è fuor di dubbio che il contegno di quella parte del clero che si è fatta strumento cieco ed obbedientissimo delle passioni mondane della curia romana abbia ad esser preso in seria considerazione, e sia mestieri escogitare tutti quei mezzi che più sieno acconci od a mutarlo, oppure a controbilanciarne i cattivi effetti. Ma quali possono essere cosiffatti mezzi? Il quesito è arduo e la risposta è assai malagevole. Se si lascia al clero, del quale favelliamo, piena balìa di fare, esso si avvale della facoltà per abusarne; se questa facoltà gli è negata, grida alla persecuzione ed al martirio: e nell'una ipotesi e nell'altra raggiunge lo scopo suo, che è quello di tenere gli animi agitati e di turbare le

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coscienze. Il Governo e la società si trovano in tal guisa disarmati dinanzi ad una congiura incestante, permanente, e tanto più pericolosa inquantoché opera occultamente, e le prove di essa sono pressoché impossibili a raccogliere. In qual guisa mai la vendetta della legge può colpire coloro che dal confessionale incoraggiano e glorificano il brigantaggio? Il grido accusatore della voce pubblica ingenera il convincimento morale che il fatto stia; ma non basta a dar motivo ad una regolare processura, la quale per difetto di prove giuridiche andrebbe necessariamente a vuoto. Noi quindi portiamo opinione che il Governo abbia ad esercitare la più assidua [p. 113 ==> 122/209] ed indefessa vigilanza sul contegno di codesto clero, e che debba provvedere all'inesorabile applicazione delle leggi ogniqualvolta dal campo delle aspirazioni quel contegno trapassa in quello delle azioni. Il rigore sistematico sarebbe tanto dannoso quanto l'indulgenza: il Governo non deve tollerare i cospiratori, ma non deve nemmeno creare i martiri. Le sorti del clero povero e liberale debbono stare sommamente a cuore al Governo ed al Parlamento: un savio ed equo provvedimento a questo riguardo, mentre gioverebbe ad assicurare al Governo un ascendente morale indubitato su d'una parte dello stesso sacerdozio, porgerebbe alle popolazioni la dimostrazione palpabile della falsità dell’accusa tra esse con tanta pertinacia diffusa, che il libero Governo del regno d'Italia, cioè, sia persecutore della religione. Vero è che non di rado sono tra così detti preti liberali tali che meglio varrebbe non lo fossero, e non liberali andrebbero denominati, ma libertini: vero è che un provvedimento, il quale giovasse a costoro, peggiorerebbe il male, e confermerebbe le popolazioni nella erronea opinione in luogo di farle ricredere: ma ciò non prova che il provvedimento, al quale accenniamo, non debba farsi; prova bensì che esso è molto difficile, che va ponderato con molta prudenza, che va praticato in accorgimento e con le debite cautele. Noi siamo convinti che il giorno in cui il Governo potesse fare assegnamento sulla simpatia della parte veramente liberale e morale del sacerdozio cattolico, esso sarebbe più forte contro le sorde macchinazioni del clero cattivo, e la estinzione del disordine morale, che tanto conferisce alla produzione del brigantaggio, sarebbe prossima e certa. Gl'influssi del clero ostile alla causa nazionale ricevono maggiore impulso dalla permanenza di Francesco II a Roma, il quale per mezzo di alcuni alti dignitari della chiesa si adopera a serbare quei medesimi influssi propizi ai suoi interessi ed ai suoi disegni. E questa è nuova ragione perché dal canto nostro si faccia quanto è possibile a porre termine a quella permanenza. A noi pare, o signori, di avervi ampiamente dimostrata la complicità perseverante ed attiva del principe spodestato con le macchinazioni e con le scorrerie brigantesche: e quindi ci crediamo in grado di poter affermare il diritto, che al governo italiano compete, di [p. 114 ==> 123/209] chiedere ed ottenere l'allontanamento di Francesco II dalla sua attuale dimora. Questo diritto sarebbe incontrastabile, quand'anche non si trattasse che d'un semplice pretendente, il quale profittasse della vicinanza agli antichi suoi domini per suscitar torbidi ed accendere la guerra civile: ma diventa imperioso ed indeclinabile quando si tratta, come avviene nel caso nostro, di un principe, il quale, conculcando la dignità della sventura, si collega apertamente con la gente più facinorosa, e si adopera tuttodì ad accendere nelle provincie sfuggite per libera volontà di popolo alla sua dominazione la sanguigna face della guerra sociale. Non vi è governo civile ed umano che possa negare ad un altro la estradizione dei volgari delinquenti: e davvero noi non sappiamo comprendere con qual diritto si negherebbe al governo italiano non la estradizione, ma la espulsione di un principe nel cui nome vengono commessi tanti delitti e tante atrocità. Non aggressore, ma aggredito, il governo italiano trovasi collocato rispetto a Francesco II nella condizione di chi esercita il diritto della legittima difesa; con qual giustizia adunque si diniegherebbe all'aggredito la soddisfazione di vedere scacciato l'aggressore dal sicuro suolo, dove impunemente macchina le offese e le insidie? Né ci pare possibile che a tutela di Francesco II possa essere invocata la protezione della bandiera francese, la quale, avvezza a coprire le onorate sventure dignitosamente sostenute, non può oggi macchiarsi col patrocinio dei fautori del brigantaggio. Se il governo francese non stima essere ancora giunta l'ora nella quale debba togliere alla persona del pontefice la protezione che fin oggi gli ha con

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cessa, nessuno per fermo potrà pretendere che quella protezione conferisca al governo pontificio il privilegio esorbitante di congiurare con Francesco II ed i suoi seguaci a benefizio dell'anarchia sociale. Ad ogni modo il Governo italiano adempirà al debito suo verso la nazione dando contezza all'Europa di questa intollerabile condizione di cose, e rinnovando al Governo alleato le istanze, perché l'allontanamento da Roma di Francesco II e dei suoi segnaci non sia più a lungo indugiato: e noi, o signori, alla nostra volta stimeremmo mancare al dover nostro qualora non vi [p. 115 ==> 124/209] rivolgessimo la preghiera di voler concedere al nostro parere la vostra approvazione con una solenne deliberazione. La coscienza delle nazioni incivilite riconoscerà il diritto nostro a far cessare quella perenne importazione di assassini e di avventurieri, che da tre anni si sta facendo lunghesso quella linea di frontiera, che divide ancora artificialmente le provincie del regno italico da quelle che con indicibile rammarico siamo tuttavia costretti a chiamare provincie pontificie. Mediante i provvedimenti che abbiamo finora accennati, saranno combattute le cause che predispongono al brigantaggio e quelle che lo alimentano, ma con ciò il compito del Governo e del Parlamento non è esaurito. Non basta combattere il brigantaggio nelle sue origini e nelle sue fonti; preme oltrecciò ed urge di combatterlo nelle sue attuali manifestazioni, e d'infliggere a chi se ne rende colpevole una punizione giusta, pronta, efficace, esemplare. Ed eccoci per logica concatenazione di concetti e di discorsi condotti a toccare della ultima serie di rimedi che intendiamo suggerire, e che si risolvono nell'azione militare e nei provvedimenti legislativi. L'azione militare deve intendere alla repressione immediata del brigantaggio che attualmente è in campagna; i provvedimenti legislativi al castigo dei colpevoli secondo i dettati della giustizia. Finché bande vi sono in campagna, finché il servizio dei carabinieri non sia accresciuto, finché quello delle guardie nazionali non sia migliorato, l'azione militare è indispensabile. La presenza della truppa ha anche il vantaggio di produrre un salutare effetto morale, quello cioè di rialzare gli spiriti delle popolazioni e d'ispirare fiducia; sicché l'azione militare a' vantaggi degli effetti materiali accoppia quelli dell'effetto morale. Ci pare soverchio ricordare che quest'azione non ha mai lasciato niente a desiderare dal lato del valore; ai nostri uffiziali e soldati non può addebitarsi che soverchia temerità e per quanto spetta pure alla direzione i soli nomi degli abili e sperimentati uffiziali che ad essa sono preposti porgono guarentigia che essa è vigorosa ed accorta. La mancanza di risultamenti decisivi non è per fermo dovuta a deficienza di valore, di senno, di pazienza; ne abbiamo già dette le ragioni, ed ora non staremo a ripeterle. La guerra contro il brigantaggio ha un'indole affatto [p. 116 ==> 125/209] speciale, e non va combattuta secondo le regole della strategia militare. I nostri soldati combattono quei ribaldi troppo cavallerescamente, troppo lealmente. Fra un nemico che non rifugge mai dal combattere, ed un nemico che ha sempre per ultima ragione la fuga ed il nascondiglio sicuro; tra nemici di indole sì diametralmente opposta non sono praticabili le regole dell'arte della guerra. A combattere con efficacia il brigante è d'uopo adoperare le sue arti: gli agguati, le sorprese, le corse continue; ed è perciò che tutte le armi del nostro esercito quella che più è idonea a fare la guerra ai briganti, e quella che essi più temono, è l'arma dei bersaglieri, i quali sono addestrati ad agire isolatamente e durano meglio a quel genere di fatiche. L'agglomerazione, delle truppe nelle città e nelle borgate, resa tante volte indispensabile dalle condizioni igieniche, è da evitarsi il più che è possibile, e perché i briganti battono in tal guisa più facilmente la campagna e sanno per filo e per segno le mosse della truppa, e perché si avvezzano gli abitanti a non adempire uno dei loro maggiori doveri, che è quello di sapersi difendere da sé medesimi. Quando nei 1800 il brigantaggio infestava il mezzodì della Francia, il primo console scriveva al ministro della guerra Berthier: <<Je suis mécontent de voir tant de troupes à Lyon et à Marseille. Dans des circonstances pareilles les troupes doivent être sans cesse sur les chemins et dans les bois; que le géneral forme sur le champ ses colonnes, et en donne le commandement aux généraux Gaveau et Guillot; qu'ils poursuivent sans relàche les brigants, en mettant toujours leurs quartiers genéraux dans les villages(1)» [(1) Vedi

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Correspondance de Napoleon I vol VI - Paris, 1859, pagina 532.]>> Alcuni anni dopo, nel 1803, essen-

dosi manifestato nuovamente il brigantaggio in Vandea, Napoleone, scrivendo allo stesso maresciallo Berthier, gli dava le medesime istruzioni: <<Mon opinion est qu'il ne faut laisser nulle part de garnison, mais faire de toutes les forces quatre corps sous les ordres, chaque corps, d'un genéral de brigade, indépendamment des corps des géneraux Girardon et Dufresse; que chacun de ces corps doit être partagé en trois autres, chacun [p. 117 ==> 126/209] de 150 à 200 hommes, infanterie, cavallerie et gendarmerie comprises. Soutenus par l'espionnage et continuellement en mouvement, ces corps doivent parvenir à étouffer la revolte dans sa naissance(1).>> [(1) Ibid., vol. IX, pag. 148.] La saviezza di cotesti suggerimenti è pienamente confermata dall'attuale esperienza; le frequenti e non interrotte perlustrazioni, il continuo muoversi delle truppe nella campagna hanno sempre prodotto qualche risultamento. Né occorre aggiungere che in tutti gli scontri, quando scontri sono stati possibili, i briganti hanno avuto sempre la peggio. Le poche volte in cui sono riusciti a trionfare dei nostri soldati l'hanno fatto per sorpresa ed in numero sproporzionato. Il capitano Richard ed il luogotenente Contini dell'8° di fanteria furono massacrati il 17 marzo 1862 a Torre Fiorentina con 19 soldati, perché accerchiati per sorpresa da uno stuolo numerosissimo di briganti. Il capitano Rotta ed il luogotenente Perino con 20 soldati del 39° di fanteria, circondati nel tenimento di Santa Croce di Magliano, provincia di Molise, il giorno 4 novembre 1862 da parecchie centinaia di briganti, vennero trucidati dopo aver soggiaciuto a martirii inauditi. Il sottotenente Lauri con 16 soldati del 39° di fanteria, incontrato da una banda di 60 briganti a cavallo, guidati dallo Schiavone, presso Francavilla nel Beneventano, caddero dopo disperata resistenza il 24 febbraio 1863. Il sottotenente Bianchi e 16 soldati del reggimento cavalleggieri di Saluzzo aggrediti, il giorno 12 marzo 1863, presso la masseria Cattapani in tenimento di Venosa in Basilicata, da 100 briganti a cavallo, vennero tutti crudelmente martoriati e straziati. Il 22 dello stesso mese il capitano del genio Valentini, mentre cercava di snidare i briganti da una casa in San Marco in Lamis, colpito da una palla di moschetto morì. Il luogotenente Enrico Pizzagalli dei cavalleggieri di Saluzzo inseguendo, il 20 marzo, nelle Murgie, una banda, fu ucciso da una scarica fatta da briganti occultati dietro un muro. Il capitano Oddone dei lancieri di Milano, il cappellano militare dello stesso reggimento Gaspardone e il chirurgo Cardona furono assassinati il 29 ottobre 1861 presso la cappella dell'Incoronata [p. 118 ==> 127/209] nelle vicinanze di Foggia. Il capitano Luigi Capoduro, del 13° di fanteria, venne proditoriamente ucciso da Ninco Nanco che aveva finto di trattare di rendersi. In totalità la guerra contro il brigantaggio dal 1 maggio 1861 sino a tutto marzo 1863 è costata all'esercito nostro le seguenti perdite: nei primi otto mesi del 1861, 8 ufficiali morti ed 89 soldati; in tutto il 1862, 8 ufficiali e 156 soldati; nel primo trimestre del 1863, 5 ufficiali e 41 soldati: in tutto 21 ufficiali e 286 soldati, ossia 307 uccisi. Nei primi mesi del 1861, 3 ufficiali feriti e 45 soldati; nel 1862, 2 ufficiali e 29 soldati; nel primo trimestre del 1863, 7 soldati. Vale a dire 5 ufficiali e 81 soldati: in totalità 86 feriti. In tutto questo spazio di tempo 6 soldati rimasero prigionieri degli assassini, di altri 19 non si ha notizia. Queste sono le nostre perdite; sempre eccessive e lamentevolissime quando si confronti la qualità delle vittime a quella degli uccisori, e si pensi agli strazi crudeli, alle torture a cui furono assoggettate. Onoriamo, o signori, di affettuoso compianto la memoria dei prodi infelici. Caddero gloriosamente in campo inglorioso, trucidati da mani selvagge, martiri della civiltà e dell'Italia. Le perdite patite dai briganti nel medesimo periodo di tempo sono le seguenti: nei primi otto mesi del 1861, 365 fucilati, 1343 morti in conflitto, 1571 arrestati; nel 1862, 594 fucilati, 950 morti in conflitto, 1106 arrestati; nel primo trimestre del 1863, 79 fucilati, 120 morti in conflitto, 91 arrestati: in totalità 1038 fucilati, 2413 morti in conflitto, ossia 3451 morti, e 2768 arrestati. Lugubri cifre ancor queste; luttuoso documento della funesta eredità di delitti e di barbarie tramandata a noi da tanti secoli di corruttela e di schiavitù.

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Oltreciò nei primi otto mesi del 1861 si presentarono 267 briganti, 634 nel 1862, 31 nel trimestre del 1863; in tutto 932. Il numero totale perciò approssimativo dei briganti per morte, per arresto e per presentazione volontaria posti fuori di combattimento ascende a 7151. II numero dei presentati è cresciuto in proporzione della cresciuta energia della repressione. Nell'ultimo quadrimestre del 1861 in Capitanata furono fucilati 7 briganti e morti in conflitto 30; nel quadrimestre [p. 119 ==> 128/209] corrispondente dell'anno successivo i fucilati furono 136, e 322 i morti in conflitto; nella prima epoca non si presentò nessuno, nella seconda il numero dei presentati ammontò a 281. A coadiuvare l'azione militare debbono essere chiamate le guardie nazionali. Ad estirpare il brigantaggio è mestieri assolutamente del concorso attivo di tutte le forze del paese: e per la cognizione della località e, degli uomini, e per l'ottimo effetto morale che ne risulta. Le guardie nazionali delle provincie meridionali non sono certamente in quelle condizioni di buon ordinamento e di floridezza che sarebbero a desiderare: composte in fretta e senza norme precise e ben determinate esse racchiudono elementi, che non conferiscono di certo né alla disciplina, né alla energica attività; ma tutte quante in pari tempo racchiudono giovani volonterosi, i quali null'altro domandano se non dar saggio della loro devozione agl'interessi della patria e gagliardamente concorrere alla tutela dell'ordine sociale. Ora di cotesti giovani, di cotesti buoni elementi è d'uopo far tesoro. In molte e molte occasioni, in tutte le provincie, le guardie nazionali ben dirette sono state di aiuto alle truppe, alle quali hanno servito di guida e prestato appoggio. In Capitanata meritano particolare menzione le guardie nazionali di Pietra, di Roseto, di Casalnuovo, di Alberona, di Greci; in Basilicata quelle di Pietrogalla, che respinse con molte vigore l'aggressione di Borjes, di Pescopagano, di Bella, di Bernalda; in Terra di Bari quelle di Minervino, di Canosa, di Corato, e prima di tutte quella di Gioia; in Terra d'Otranto quelle di Ostuni, di Manduria, di Laterza, di Nardò, di Latiano, di Mesagne. In alcune città, come a Salerno ed a Bari, si sono organizzate nella milizia nazionale compagnie speciali di bersaglieri, dalle quali si potranno avere ottimi servizi. Di tante altre guardie nazionali che hanno fatto o son sempre pronte a fare il loro dovere tacciamo, perché l'elenco non sarebbe breve, e assai ci dorrebbe di commettere involontariamente qualche ommissione. In alcune località si sono anche ordinate delle squadriglie di militi nazionali a cavallo, come ad Altamura, a Gravina, a Sansevero, a Canosa, e massime a Troia, la cui squadriglia è quella che merita gli encomi maggiori. A Cerignola [p. 120 ==> 129/209] un egregio proprietario per nome Morra, capitano della guardia nazionale è pure a capo di una squadra a cavallo formata da una trentina di quei militi giovani e pieni di buona volontà. Il Pisanti, il Paduli e il Pomarici in Basilicata sono a capo di compagnie speciali addette al servizio contro il brigantaggio, le quali hanno fatto ottima prova, ed hanno in tutte le occasioni divise le fatiche ed i pericoli delle truppe. Ma discorrendo di questi corpi speciali non militari, una menzione particolare è dovuta alla cavalleria organizzata e capitanata da Davide Mennuni, proprietario del comune di Genzano in Basilicata. Questa compagnia forte di oltre cento uomini, venne formata nell'aprile dell'anno 1861 quando Crocco ed i suoi compagni ponevano a sacco ed a ruba il Melfese, e promuovevano dovunque sanguinose reazioni. All'udire di quei casi il Mennuni, che era capitano della guardia nazionale di Genzano, radunò senza indugio ventidue coraggiosi cittadini, i quali tutti a cavallo si offrivano volontariamente ad accorrere a combattere le orde dei masnadieri. Tennero la loro parola egregiamente. Ciò determinò il municipio di Genzano a deliberare la formazione di un corpo di cavalleria. II prefetto de Rouland si affrettò a sanzionare con la sua approvazione quella deliberazione, e d'allora in poi il Mennuni ed i suoi non hanno cessato né cessano dal rendere utilissimi servizi contro il brigantaggio. Periti dei luoghi, coraggiosi, infaticabili corrono su e giù pei monti e pei boschi, e non danno tregua ai malviventi, i quali li temono moltissimo. Davide Mennuni è uomo di modi semplici, modesto, pronto ad ogni sacrificio; commendandolo a voi, o signori, noi auguriamo alla patria molti cittadini che lo rassomiglino.

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L'ordinamento di corpi consimili alla cavalleria del Mennuni sarebbe possibile nelle altre provincie, e dappertutto se ne potrebbero trovare gli elementi. Alle azioni eroiche della truppa, dei carabinieri, delle guardie nazionali, dei cittadini, non deve giungere tarda la ricompensa e l'onorificenza; come ai poveri superstiti delle vittime non deve farsi aspettare il pietoso conforto e la sovvenzione della patria. Sono atti di giustizia e di riconoscenza nazionale, i quali hanno il privilegio di destare una emulazione fruttifera e salutare [p. 121 ==> 130/209]. Ci è grato poter dire che riparando alla passata negligenza, il governo abbia distribuito in quest'ultimo andar di tempo molte ricompense e molte onorificenze, e noi preghiamo la Camera ad esortare i ministri a perseverare in questa via, ed a far sì che per l'avvenire il premio alle buone azioni venga conferito con la maggior prontezza. L'energia nella repressione del brigantaggio deve essere accompagnata da energia non minore nella punizione pronta ed esemplare dei colpevoli. Al pari della ricompensa, a chi pugnò contro i briganti, la pena contro questi ed i loro fautori non deve farsi aspettare. La pena più efficace è quella che segue a pochi passi il delitto; la prontezza dell'espiazione è freno salutare al contagio del cattivo esempio. Oggidì siamo ben lungi da ciò; i briganti consegnati al potere giudiziario stanno in carcere senza essere giudicati, mentre i loro complici passeggiano per le città, ed i loro compagni proseguono le ruberie e le infamie. I briganti colti colle armi alla mano sono fucilati. Questa condizione di cose si risente dell'arbitrio in modo non equivoco; è deplorata da tutti, ed importa sommamente che abbia a cessare. Deve cessare non solo perché così richiedono i sacri interessi della giustizia e dell'umanità, ma anche per ristorare nel concetto delle popolazioni il prestigio e l'autorità delle leggi. La vostra Commissione ha perciò opinato, che una legge temporanea, e rivolta esclusivamente a conferire alla potestà esecutiva le opportune facoltà, sia con imperiosa urgenza richiesta dalla necessità di reprimere e debellare il brigantaggio. Questa legge dev'essere improntata da tutti i caratteri della provvisorietà; la sua applicazione deve cessare col cessare del male che è destinata a distruggere. Assai ci dorrebbe, o signori, di potere esser accagionati di suggerire provvisioni arbitrarie e dispotiche, le quali fossero per vulnerare le guarentigie costituzionali. Noi vi preghiamo a dettare una legge, appunto perché non vogliamo l'arbitrio, e perché siamo profondamente convinti che gli stessi rigori della difesa sociale debbano, in uno Stato libero, essere definiti con la più scrupolosa precisione; e dettati non dal volere di nessun individuo, ma da prescrizioni chiare e determinate [p. 122 ==> 131/209] di legge. Il maggior male da cui le popolazioni napolitane sono travagliate è la mancanza di fede nella legalità e nella giustizia; e però gioverà mostrare ad esse, che sotto l'impero della libertà, le stesse provvisioni straordinarie richieste da necessità impreteribili non si praticano, se non perché la potestà legislativa le ha consentite ed autorizzate. Importa dunque sommamente che i limiti della legalità sieno religiosamente osservati, ma è indispensabile che la legge provveda ed armi vigorosamente il braccio della potestà, a cui è commessa la difesa degl'interessi sociali e della pubblica sicurezza. Questo è il nostro concetto, né esso si discosta menomamente da quello che in casi consimili ai nostri prevale presso le più libere e civili nazioni. A far cessare condizioni straordinarie e fuori della regola comune si vogliono adoperare provvisioni del pari straordinarie e fuori della regola comune, la cui applicazione ha termine non sì tosto l'intento è raggiunto. Durante lo stato di guerra, che è appunto una di quelle condizioni straordinarie, si praticano provvedimenti speciali e corrispondenti alle necessità della difesa dell'indipendenza e dell'onore della patria. Ora il brigantaggio genera una condizione di cose, che non è punto dissimile da quella prodotta dallo stato di guerra. Il brigantaggio è una vera guerra, anzi è la peggior sorta di guerra che possa immaginarsi; è la lotta tra la barbarie e la civiltà; sono la rapina e l'assassinio che levano lo stendardo della ribellione contro la società. Ond'è che alla stessa guisa con cui le condizioni di un paese che sia in guerra, non possono essere equiparate a quelle di un paese che sia in istato di pace, non possono nemmeno essere equiparate le condizioni delle provincie contristate dal brigantaggio a quelle delle altre che per buona ventura nol sono. Le condizioni di una piazza as

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sediata, di una regione soggetta a scorrerie nemiche non può per fermo essere raffrontata a quella di una piazza libera, di una regione immune da inimiche insidie. Lo stato di brigantaggio è uno stato a parte, uno stato sui generis; affinché cessi è mestieri ricorrere a provvisioni speciali, e poiché la legge non è esplicita a questo riguardo è d'uopo che essa parli chiaramente e prescriva e legittimi l'uso di quelle provvisioni. [p. 123 ==> 132/209] Noi crediamo adunque che le provincie le quali si trovino in istato di brigantaggio debbano essere assoggettate a disposizioni speciali, le quali e debbano essere esclusivamente ristrette entro i limiti di ciò che concerne il brigantaggio, e non debbano più essere in vigore quando il brigantaggio sia cessato, e perciò siam di avviso abbia a dettarsi una legge speciale per quelle date località, per quelle date emergenze, e che non trapassi giammai nella sua applicazione il limite di tempo assegnato dal conseguimento dello scopo. Ma come determinare se una data provincia sia oppur no in istato di brigantaggio? A noi pare che la dichiarazione legale di un fatto così grave, la quale implica necessità di assoggettare una parte qualsiasi del regno italiano a disposizioni straordinarie, non possa essere fatta senza la sanzione parlamentare. Una dichiarazione di tanta entità non ci parve possa essere fatta dalle autorità elettive provinciali, poiché il loro giudizio può facilmente essere traviato dalle passioni e dalle esagerazioni dell'odio o della paura. Ad una cosiffatta dichiarazione così circondata, non sono soverchie le guarentigie, e queste non potrebbero derivare maggiore efficacia di quella che scaturisce dall'autorità parlamentare. Siccome però può avverarsi il caso in cui la necessita di fare quella dichiarazione sorga mentre la Sessione legislativa è prorogata e chiusa, cosi è d'uopo concedere al governo la facoltà di provvedere per mezzo di decreto regio, il quale non sì tosto il Parlamento fosse radunato sarebbe convertito in legge. Ad oggetto poi di imprimere sempreppiù alle straordinarie provvisioni il marchio di provvisorietà, da cui debbono essere contrassegnate, ci sembra opportuno consiglio stabilire, che la cessazione della necessità della loro applicazione abbia ad essere pronunciata con apposito decreto reale. In tal guisa le condizioni eccezionali legalmente stabilite, legalmente hanno termine. La vostra Commissione com'è stata concorde nel riconoscere che contro il brigantaggio vanno adoperati mezzi energici, così pure è stata concorde nell'ammettere che questi mezzi debbono essere straordinari ed appropriati alle straordinarie contingenze, che ne richiedono l'applicazione; ma a che deve essere affidato il [p. 124 ==> 133/209] carico della direzione nella pratica di cosiffatti mezzi? Ad alcuni di noi è sembrato che a meglio assicurare l'efficacia e l'unità dell'azione fosse conveniente affidare la direzione ad un solo, il quale potrebbe essere o il comandante delle truppe attive, o il prefetto, od un commissario civile per una, ed anche per più provincie, della cui scelta sarebbe arbitra e responsabile la potestà esecutiva. E certo questo partito offrirebbe i vantaggi della semplicità e della speditezza, e porgerebbe guarentigia dell'unità di concetto, che è tanto desiderabile e necessaria. La maggioranza della Commissione ha però riflettuto, che sarebbe possibile di raggiungere lo stesso scopo abbondando nelle guarentigie, e che anche senza concedere ad un solo le facoltà straordinarie, sarebbe possibile di lasciare intatta la responsabilità ministeriale e di assicurare l'unità e la efficacia dell'azione. Trattandosi di facoltà eccezionali le precauzioni non sono mai superflue, e giova sempre rimuovere dall'uso di esse anche l'apparenza dell'arbitrio. La maggioranza della Commissione ha dunque opinato, che senza nulla detrarre alla responsabilità e quindi alla libertà d'azione del governo, l'esercizio delle facoltà straordinarie nelle provincie dichiarate in istato di brigantaggio abbia ad essere affidato al prefetto, il quale dietro proposta o sul parere conforme di una Giunta appositamente costituita farebbe i provvedimenti indicati e determinati dalla legge. In virtù di questi espedienti nulla è abbandonato all'arbitrio, la libertà d'azione del governo non è inceppata, ed il paese è confortato dalla certezza che anche in condizioni straordinarie, anche sotto l'imperio di provvisioni eccezionali, la legalità è osservata. La composizione della giunta come noi l'abbiamo ideata, conferirebbe ad accrescere l'utilità e l'efficacia di quell'espediente; ne avrebbe la presidenza il prefetto della provincia, e ne sarebbero componenti il comandante delle truppe attive, l'uffiziale superiore della guardia nazionale, il comandante dei

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reali carabinieri, il procuratore generale presso la Corte d'appello od in sua mancanza il procuratore del re presso il tribunale circondariale, e due cittadini all'uopo scelti dalla deputazione provinciale. Forse questo numero potrà parere soverchio; ma qualora si consideri che, assegnando nella giunta una rappresentanza a tutti [p. 125 ==> 134/209] gli ordini dell'autorità ed alla cittadinanza, si raggiunge l'ottimo scopo di eliminare le ragioni ed i motivi di dissidii e di conflitti, e di associare il paese anco alla direzione dell'azione per la sua difesa, tornerà agevole convincersi che gl'inconvenienti del numero non abbastanza ristretto sono largamente compensati dai due sostanziali vantaggi or ora accennati. La Giunta così composta, aggiungendo efficacia, non toglie libertà all'azione governativa; ed in essa si trovano raccolte e coordinate tutte le forze governative e sociali; locchè quanto debba conferire al conseguimento dell’unità di azione non è chi non vegga. Gli accordi che oggi difficilmente si stabiliscono, oppure quando ci sono, vanno dovuti esclusivamente al buon volere ed alle disposizioni concilianti delle diverse autorità, deriverebbero dallo stesso regolare andamento delle cose. I provvedimenti eccezionali, oltre ciò, quelli segnatamente che, dettati a considerazioni d'interessi generali, sono lesivi d'interessi particolari, perderebbero almeno in parte l'apparenza di rigore e di durezza che non possono non avere; le autorità li applicherebbe con la massima ponderazione e con illuminata cognizione di causa; il paese non solo, ma le stesse persone che più sarebbero colpite li accoglierebbero con maggiore arrendevolezza e con la persuasione che sono state prese tutte le cautele e che niente è stato fatto a capriccio. Mediante la creazione di Giunte composte nel modo indicato, si raggiunge del pari lo scopo d'imprimere un impulso energico alla repressione del brigantaggio localizzando l'azione ed unizzandola il più che è possibile, senza detrimento della pienezza dell'autorità governativa ed appoggiandosi sul concorso morale del paese. Da queste generali premesse nasceva il disegno di legge che noi abbiamo ideato, e nel quale sono due parti distinte: la preventiva e la punitrice. Vi accenneremo brevemente dell'una e dell'altra. La parte preventiva si aggira intorno alle provvisioni, a cui il prefetto, o invitato dalla Giunta o interrogatala ed avutone il favorevole avviso, darebbe opera. Di qual genere debbono essere cosiffatte provvisioni? Quali sono coteste facoltà straordinarie? L'indicazione di esse ci è stata suggerita dall'esame delle ragioni per le quali finora non si è venuto a capo delle difficoltà, dalle [p. 126 ==> 135/209] impressioni e dalle notizie attinte nelle località, dagli esempi e dai desiderii, che a voce e per iscritto ci sono stati espressi da cittadini d'ogni condizioni e di ogni ceto. Nel combattere il brigantaggio conviene sapere anzitutto chi siano coloro che si addicono all'infame mestiere, raccogliere i nomi di coloro che, ribellatisi alle leggi sociali, scorrono la campagna uccidendo e predando: occorre, vale a dire, procedere alla compitazione di elenchi nominativi, nei quali siano raccolti, comune per comune, i nomi di tutti i briganti. Questi elenchi dicevansi altre volte liste di fuorbando. Ora a chi meglio della Giunta può essere affidato il lavoro delle compilazioni di quelle liste? Compiuto cotesto lavoro, assicurati i mezzi della più ampia pubblicità e delle rimostranze ed opposizioni possibili, la Giunta, pigliando in considerazione le opposizioni e sottoponendole a disamina, giudicherebbe se esse debbano oppure no essere menate per buone. In seguito alle sue decisioni le liste diventano definitive, ma ogni mese dovranno essere rivedute per le opportune sottrazioni od aggiunte. I vantaggi della compilazione delle anzidette liste non hanno d'uopo di essere dimostrati; per mezzo di esse si ha contezza esatta delle esatte proporzioni del contingente che ciascun comune fornisce al brigantaggio, e la loro pubblicazione fatta con tutti i mezzi della pubblicità legale è già una prima minaccia ed un primo monito ai malviventi. Certo quelli fra essi che sono induriti nel delitto non si lasciano scuotere da quella minaccia, ma quelli che si sono trovati trascinati alla vita brigantesca senza essere ben consapevoli di ciò che fanno, ne possono ricevere uno stimolo, un incitamento a fermarsi sulla malvagia strada ed a presentarsi. A conferire maggio

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re utilità pratica alla compilazione ed alla pubblicazione delle liste gioverà distribuire premii e ricompense, seconda le norme che all'uopo verranno fissate dal Governo, a coloro che avranno arrestato uno o più dei briganti, il cui nome leggasi in quell'elenco. Dal momento che rimane assodato quel tale o tale altro individuo essere brigante, evidentemente egli trovasi collocato fuori della legge, è un nemico pubblico, ed è dovere non solo degli agenti governativi, ma di qualsivoglia buon cittadino di fare ogni opera per consegnarlo nelle mani della giustizia. Se il brigante sociale resiste a chi [p. 127 ==> 136/209] vuole arrestarlo, questi trovasi nel caso di legittima difesa. L'opportunità di assegnare premio o ricompensa a chi arresta cotal sorta di gente non ci pare possa essere contrastata con saldi argomenti, e ad ogni modo non se ne può negare l'utilità pratica. L’usanza di concedere premi a chi perviene a dare nelle mani della giustizia un malvivente è praticata nei paesi più civili e più liberi, com'è l'Inghilterra, dove talvolta a chi arresta un malvivente il Ministero dell'interno (home departement) dà premii vistosi, sino a 500 lire sterline (12,500 franchi). Nelle condizioni nelle quali attualmente versano le provincie napolitane a motivo del brigantaggio, il pensiero di far cessare quel flagello con tutti i mezzi che la giustizia e la morale non riprovano categoricamente, deve prevalere a tutte le altre considerazioni. Il premio, dirà taluno, potrà aizzare la cupidigia, alimentare passioni poco lodevoli; né noi neghiamo che ciò possa succedere; ma ragionando con questa logica inflessibile, pochi sono i mezzi adoperati dalla giustizia umana che possano andare essenti da appunti di questo genere. Certi scrupoli sono onorevolissimi e degni di essere ponderati; ma debbono tacere quando l'utile della società è evidente, e i principii cardinali della morale non sono offesi. Ora l'utilità pratica del sistema dei premii a chi arresta briganti è evidentissima; è dimostrata dall'esperienza e corroborata dal raziocinio. Per esso si ottiene immediatamente l'ottimo risultamento di spargere i semi della diffidenza tra le fila degli stessi briganti; il giorno in cui Crocco sapesse che la sua testa ha acquistato un valore, non se la sentirebbe più tanto sicura sulle spalle, ed avrebbe ragione di temere de' suoi più fidi. È un mezzo la cui efficacia non può essere rivocata in dubbio; è stato di recente praticato nelle provincie di Capitanata, e i buoni effetti sono visibili; nel breve spazio di un mese molti briganti sono stati consegnati alla giustizia, altri uccisi, ed altri, intimoriti dalla sorte toccata ai loro compagni, si sono presentati volontariamente. Già si sottintende che quando siavi stato conflitto tra il brigante e chi volevi arrestare, ed il primo sia rimasto ucciso, il premio debba essere parimente accordato. Gli inganni poi ed il rischio di dar premio a chi non l'abbia in realtà meritato sono assolutamente improbabili quando la decretazione e [p. 128 ==> 137/209] la distribuzione del premio venga fatta da persone che si trovano sopra luogo, come sono il prefetto e gli altri componenti della Giunta, e che certo non pigliano nessuna deliberazione senza aver prima accertati i fatti con esattezza e con precisione. Senza farne argomento di speciale disposizione legislativa, noi crediamo sarebbe pure utile che il Ministero desse istruzione ai prefetti d'invitare le Giunte a compilare le liste dei soldati sbandati, dei renitenti alla leva, dei disertori e dei condannati in contumacia, essendo evidente che a cotesta categoria d'individui il brigantaggio può non essere estraneo. Proseguiamo pertanto l’annoverazione delle altre facoltà straordinarie. Una di esse ci pare abbia ad essere quella di ordinare non solo la mobilizzazione delle guardie nazionali, ma anche l'ordinamento di speciali squadriglie del paese nel genere di quelle delle quali abbiamo avuto occasione di favellare poc'anzi. Anche questo genere di provvedimento è di quelli che sono suggeriti o da bisogni istantanei o dalla adeguata cognizione delle località e degli uomini; e quindi è naturale vengano fatti senza indugio da persone che meglio sono in grado di valutare il bisogno. Ai feriti, alle vedove, agli orfani dei caduti nei combattimenti giustizia vuole si applichi senza più il sistema prescritto dalla legge sulle pensioni militari. Faremo osservare a questo proposito quanto importi che il diritto alle pensioni venga puntualmente soddisfatto, e perciò non ci sembra fuor di luogo raccomandare al Governo di fare ogni opera perché la liquidazione delle pensioni sia il più che è possibile accelerata. Nelle provincie infestate dal brigantaggio può succedere che sia necessario proibire in determinati siti l'esercizio di alcu

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ne particolari industrie, chiudere le masserie, concentrare gli armenti, chiudere i forni di campagna, vietare le esportazioni dalle città e dagli abitati di polveri, di munizioni, di bardature e di altri oggetti di vestiario e di nutrimento, procedere al disarmo; anche la necessità di appigliarsi a cosiffatti partiti può venire in luce da un momento all'altro, e quindi la facoltà di ricorrere ad essi va parimente collocata nel novero delle facoltà straordinarie. Nella provincia di Capitanata segnatamente, dove ci è tanta pastorizia ed abbondano le masserie, l'opportunità dei provvedimenti accennati è grandissima [p. 129 ==> 138/209], massime in certe stagioni; né i briganti, quando siano stretti dalla fame e dalle privazioni, possono tenere la campagna per un pezzo. La scarsezza dei viveri toglie al brigante il mezzo di appagare l'insaziabile avidità, e ne è sopraffatto; sicché o tenta qualche colpo disperato, oppure, come spesso è succeduto in casi simili, si dà per spacciato e si costituisce dinanzi alla giustizia. Ragioni ancora più calzanti consigliano la proibizione dell'esportazione delle polveri, delle munizioni e delle bardature; sono mezzi di offesa, e togliendoli al brigante, gli si toglie l'agio di esercitare l'iniquo mestiere. Ma queste non sono le più importanti facoltà che a nostro giudizio debbano essere prescritte dalla legge. I provvedimenti fin qui enunciati si riferiscono direttamente a danno dei briganti che sono in campagna; ma non bisogna dimenticare che i più pericolosi e più spregevoli briganti sono quelli che annidano nelle città, e che da queste con ogni maniera di sussidii, d'incoraggiamenti, di aiuti sovvengono coloro che sono in campagna. Contro codesti complici urbani più o meno palesi od occulti dei masnadieri campestri vuolsi si rivolga in modo speciale la severa e indefessa vigilanza del prefetto e della Giunta. Vi ha dei sindaci che tepidamente o male adempiono i loro doveri? Essi debbono essere sospesi dall'esercizio delle loro attribuzioni. Vi ha degli uffiziali e dei militi di guardia nazionale che non si adoperano con la voluta alacrità al disimpegno dei loro doveri? Deve essere parimente decretata la loro sospensione, e quando si giudichi che la trascuratezza nel servizio sia frutto di malvolere, si deve senz'altro procedere alla radiazione dai ruoli, e provvedere all'andamento del servizio anche con la nomina di comandanti provvisorii. Qualora poi avvenga che le cose oltrepassino i limiti indicati, e che i Consigli municipali e le guardie nazionali manchino ancor più gravemente ai loro doveri, la sospensione e la radiazione non sono punizioni sufficienti. Pongasi per esempio il caso del municipio di Grottaglie che festeggia ed accoglie la masnada del brigante Pizzichicchio; quello del municipio di Carovigno che usa gli stessi modi verso le orde del brigante La Veneziana; quello del municipio di San Marco in Lamis che tollera, senza dir motto alle autorità competenti, il soggiorno in paese degli [p. 130 ==> 139/209] sciagurati che uccisero il rimpianto capitano del genio Valentini; basta forse a soddisfazione della giustizia vendicatrice che quei municipi e quelle guardie nazionali vengano sciolte, e che i sindaci e gli uffiziali vengano sospesi dalla loro dignità e grado? Senta allegare nessuna delle tante ragioni che potremmo per giustificare la risposta negativa a cosiffatto quesito basta rispondano i fatti, i quali attestano che sottosopra gli stessi uomini tornano al maneggio della faccende comunali, e tornano col prestigio di essere rimasti superiori alle leggi con quanto scapito dell'autorità di queste e con quanta perturbazione del senso morale delle popolazioni non occorre dirlo. I perniciosi effetti di questa condizione di cosa non possono sfuggire, o signori, alla vostra attenzione: né il governo può appigliarsi a verun partito che non sia quello della stretta osservanza delle leggi. La legge vuole che ogni Consiglio municipale sciolto debba essere ricostituito dagli elettori a capo di un termine prestabilito, il quale non può essere allungato nemmeno di un giorno; il governo trasgredirebbe il proprio dovere se non si conformasse scrupolosamente alle prescrizioni della legge. Che cosa dunque rimane a fare? A noi pare sia d'uopo creare la facoltà, che attualmente non esiste, e porre la potestà esecutiva in grado di riparare al male con quella efficacia che oggi non è conceduta. Il mezzo di raggiungere questo scopo senza violare, né abrogare, né sospendete le disposizioni della legge vigente, ci è stato suggerito dalla costumanza che si pratica con tanto vantaggio della giustizia e della pubblica moralità presso quella sperimentata maestra di libertà che è la nazione inglese. In Inghilterra

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ogni corporazione elettorale (constituency) possiede il privilegio della franchigia, il diritto, vale a dire, di scegliere il proprio rappresentante alla Camera dei Comuni; ora quantunque volte è dimostrato che nell'esercizio della sua prerogativa quella data corporazione sia caduta nel fallo della corruzione, la rimane esautorata, la franchigia le viene tolta (disfranchised), perde il diritto di scegliere il deputato. Il caso si avverò pochi anni or sono a proposito del collegio di Saint-Albans. Ciò che si pratica in Inghilterra verso i collegi elettorali chiamati in colpa di corruzione, può essere praticato in Italia verso [p. 131 ==> 140/209] i Consigli municipali, e le guardie nazionali chiamate in colpa e convinte di aver prestato appoggio ai briganti e con la connivenza materiale e palese, e con la connivenza morale, senza escludere, si sottintende, nel primo caso i rigori della legge penale. Avverandosi adunque l'esempio al quale accenniamo, il prefetto, sulla proposta, o previo consenso della Giunta, dovrebbe proporre al governo la sospensione del diritto di scegliere i consiglieri municipali e gli ufficiali di guardia nazionale; ed al governo poi spetterebbe di ordinare l'esecuzione di quel provvedimento con apposito decreto, circondato e munito di tutte le necessarie guarentigie. Né il tempo della sospensione sarebbe indefinito, non dovrebbe eccedere i tre anni. Da questa disposizione legislativa noi siamo persuasi, possano ripromettersi ottimi effetti; con essa s'impedirebbero molti scandali, si svellerebbero dalla radice molti abusi, e oltre al vantaggio incontrastabile del danno evitato, si otterrebbe pur quello dell'esempio salutare. Lo stesso fervore col quale si agognano nelle provincie napoletane le cariche municipali e gradi nella guardia nazionale, ci è pegno che i municipii colpiti dal provvedimento di cui discorriamo, sarebbero compresi da un profondo senso di umiliazione, il quale schiuderebbe facilmente la via al ravvedimento. Durante il nostro viaggio abbiamo avuto occasione di accertarci in modo non dubbio di questo fatto; a Foggia, a Trani, in altre località, dove le guardie nazionali erano state sciolte, abbiamo udito lagnanze vivissime, le quali testimoniavano per l'appunto quel senso di umiliazione di cui testé favellavamo. Quelle popolazioni impressionabili e vivaci saranno sensibili, forse anche con esagerazione, all'applicazione di un provvedimento, il quale le costituisce in certa guisa nella condizione di minorenni, perché le dichiara per un dato tempo incapaci ed indegne dell'esercizio delle civili franchigie. Né si dirà che il castigo sarebbe ingiusto, poiché colpirebbe tutta la popolazione di un comune. Casi come quelli di Grottaglie, di Carovigno, di San Marco in Lamis non possono succedere senza la complicità operosa a tacita, sempre colpevole, della maggioranza degli abitanti, e verso i collegati dei briganti non si hanno ad usare riguardi. V'ha di più: affidando durante la sospensione la gestione delle faccende municipali [p. 132 ==> 141/209] ad uomini di sperimentata probità e fama liberale, scelti nel paese medesimo, il governo, oltre al fare atto di forza, dimostrerebbe alle popolazioni che le persone obbedienti alle leggi e morali riscuotono tutta la sua fiducia. La privazione temporanea della prerogativa, anziché scemare il prestigio dei liberi istituti e renderli meno cari alle popolazioni, sortirebbe l'effetto contrario: il prestigio crescerebbe, i vantaggi sarebbero meglio estimati, e il desiderio di riavere il bene perduto sarebbe stimolo irresistibile a buone opere ed a civili virtù. Un'ultima facoltà vorremmo fosse quella di decretare l'esilio locale od al confino a riguardo di persone gravemente indiziate di turbare la pace dei paesi e di alimentare quest'agitazione, quel disordine morale che di tanta utilità torna al brigantaggio. Ci sono legalità dove tutto il male proviene da due individui, od anche da un solo: con l’allontanamento di costoro il male perde la sua ragione di essere e cessa immediatamente. È un mezzo che, usato con le opportune precauzioni e con equità di discernimento, gioverebbe moltissimo, poiché spegnerebbe le gare civili, le quali sono tanto più accanite e tenaci, quanto più angusta è la cerchia delle mura entro le quali fervono, e placherebbe le animosità. Forse respirando altra atmosfera, lontane da quei luoghi, da quei dati individui, le stesse persone, a cui il provvedimento venisse applicato, avrebbero agio e possibilità di emendarsi e di persuadersi del proprio errore.

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All'esercizio delle facoltà che siamo venuti successivamente annoverando sarà necessariamente d'uopo di adeguati mezzi pecuniarii: laonde noi vi proponiamo di stanziare nel bilancio dello Stato un apposito credito per sopperire a coteste spese. Largheggiando su questo punto, si otterranno risultamenti oltre ogni dire proficui. Saranno prevenuti molti delitti, evitati molti disordini, risparmiate molte vite. Questo è uno di quei casi, nei quali l'aggravio dell'erario è compensato con usura dall'importanza e dai grandi vantaggi delle conseguenze che se ne ricavano. E forse oggi non avremmo a deplorare tante sciagure se il provvedimento di cui favelliamo fosse stato praticato. La Giunta nel nostro concetto deve tornare di poderoso aiuto [p. 133 ==> 142/209] all'azione governativa, ed essere guarentigia alle popolazioni; e perché questo scopo sia ancora più sicuramente raggiunto, noi stimiamo sia conveniente prescrivere che delle sue deliberazioni abbia a compilare e conservare apposito processo verbale. Assicurata con i mezzi finora indicati un'azione preventiva, vigorosa contro il brigantaggio, ci rimane a dire in qual guisa possa, a nostro giudizio, provvedersi ad un'azione punitrice parimente vigorosa, e la quale sappia conciliare le ragioni dell'umanità e della giustizia con quelle dei vitali interessi della società. L'attuale modo di procedere nella punizione dei reati di brigantaggio raggiunge questa conciliazione, soddisfa a queste legittime esigenze, consegue lo scopo della vera giustizia, che è quello di vendicare l'offesa sociale e di prevenirne il rinnovamento incutendo il terrore salutare dell'esempio? La nostra risposta a queste dolorose interrogazioni è dolorosamente negativa. L'attuale condizione delle cose non è giusta, non è regolare, non raggiunge lo scopo; deve cessare, deve essere assolutamente mutata; è tempo oramai che i legislatori della nazione avvisino e provvedano. Oggi i reati di brigantaggio sono assoggettati ad una doppia specie di giurisdizione, ovvero ad usare una locuzione più esatta, poiché in un caso vera giurisdizione non esiste, sono trattati in due modi diversi. I briganti colti colle armi alla mano sono fucilati; i briganti arrestati inermi sono dati in balia della potestà giudiziaria. Nel primo caso, la morte immediata; nel secondo, la lentezza della procedura penale, e non di rado una sentenza di non farsi luogo a procedere. Questa difformità, questa coesistenza di due estremi opposti sono già un inconveniente gravissimo, un male deplorabilissimo. Il brigante più reo non è sempre colui che è passato per le armi, né il meno colpevole è sempre quegli a cui i magistrati hanno conceduta la libertà provvisoria. Questa disparità di condizioni tra complici dello stesso misfatto, tra operatori della stessa iniquità, questa disparità che spesso si risolve in un privilegio a favore di chi è maggiormente colpevole, non può essere più a lungo tollerata. Né le fucilazioni sommarie sono conformi alle prescrizioni della nostra legislazione; nel silenzio della legge sono state suggerite da una ferale necessità. Il sistema delle fucilazioni non ha altra sanzione [p. 134 ==> 143/209] se non quella del fatto; ed il fatto non può prevalere sulle ragioni indeclinabili della legge. Affrettiamoci a dichiarare che cotesto sistema desta il maggiore rincrescimento e la più viva ripugnanza a coloro che sono costretti a praticarlo ed eseguirlo: ai militari. Questo rincrescimento ci è stato reiteratamente espresso dal generale La Marmora e dai più distinti generali ed uffiziali che militano sotto i suoi ordini. Ad essi si deve anzi che il male non sia stato ancor più grande di ciò che è, e che non debbasi deplorare che abbia avuto maggiore ampiezza. Il generale La Marmora ha usato e usa la vigilanza più indefessa, e non tollera che i suoi subordinati oltrepassino mai i rigori imposti dalla dura necessità. Ma il buon volere degli uomini non deve pigliare il posto che solo compete all'autorità della legge; l'azione della giustizia punitrice deve togliere l'impulso e la regola dalla legge che a tutti sovrasta e che tutti indistintamente debbono ubbidire; né l'offesa che una pratica che non è sanzionata dalla legge reca alla maestà della giustizia può essere compensata dal buon volere degli uomini, il quale torna a lode di questi e non assolve di certo il sistema dalla pecca originale da cui è viziato. Dall'altro canto non è meno evidente che le necessità supreme della difesa sociale richiedevano la punizione esemplare e pronta degli autori dei reati di brigantaggio, e che questa pu

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nizione per la via ordinaria non era ottenuta. Nell'alternativa di abbandonare la società senza difesa contro i colpi dei suoi nemici, ovvero di ricorrere ad un sistema sommario, questo secondo partito ebbe a prevalere. Gl'inconvenienti e i danni sono palesi: né trovano compenso nel risultamento, poiché se sono stati fucilati molti briganti, non è stato spento con ciò il brigantaggio. La reintegrazione dell'autorità della legge è indispensabile tanto nell'interesse della giustizia, quanto in quello della società, chiaro essendo che là dove l'azione punitrice non ha per sua base la legalità, ivi essa torna inefficace. Il sistema delle fucilazioni sommarie e senza processo deve cessare? La cognizione dei reati di brigantaggio dev'essere conservata ai tribunali ordinarii? Noi abbiamo lungamente ponderato questi argomenti importantissimi: abbiamo interrogato intorno ad essi il parere di militari, di magistrati, di amministratori [p. 135 ==> 144/209] e di altri ragguardevoli uomini: ed oggi, con tutta la pienezza del nostro convincimento e con perfetta sicurezza di coscienza dichiariamo, che al primo quesito abbia a darsi una risposta categoricamente affermativa, ed al secondo una risposta categoricamente negativa. Le due cose sono strettamente connesse: il sistema delle fucilazioni, qual è oggi praticato, deve cessare: la cognizione dei reati di brigantaggio deve essere deferita ad una giurisdizione che non sia quella dei tribunali ordinari: i due provvedimenti si riscontrano l'uno coll'altro, collimano allo stesso scopo, che è quello di tutelare gl'interessi sociali senza violare la dignità della legge, né possono andare l'uno dall'altro scompagnati. Perché l'uno riesca è d'uopo attuar l'altro, e per contrario, se l'un provvedimento si disgiunge dall'altro, invece di arrecare rimedio al male, questo sarà di gran lunga aggravato. Noi non ispenderemo parole a tessere il novero delle vittoriose e molteplici ragioni d'ordine politico, morale, sociale e costituzionale, che consigliano a porre termine al sistema delle fucilazioni senza processo; né ci pare aver d'uopo di diffonderci a dimostrare, che la competenza dei reati di brigantaggio va affidata ad una giurisdizione speciale. L'azione penale contro i briganti attinge le ragioni della sua efficacia dalla prontezza con cui è adoperata, dal rapido succedere del castigo al delitto. Si può accogliere la speranza che a questo scopo indispensabile sia per giungersi col sussidio della giurisdizione ordinaria? Si può forse sperare prontezza nei giudizi, quando tanta folla di giudicabili si accalca nelle carceri, tanti delitti si commettono ed il rito e la procedura giudiziaria implicano tante lentezze? Togliendo ai magistrati ordinarii la cognizione dei reati, dei quali ci occupiamo, ci assicura ciò che oggi manca, l'amministrazione cioè spedita della giustizia, si preclude l'adito a qualsivoglia arbitrio e si sgrava la stessa magistratura da un peso che in tanta difficoltà e viluppo di casi essa oggi mal regge. Ora, quando venga concesso, e ci pare impossibile che nol sia, che debba mutarsi di giurisdizione, il partito a cui appigliarsi emerge ad un tratto evidente; la giurisdizione sui reati di brigantaggio va deferita ai tribunati militari, ed a' tribunali militari qual sono stabiliti [p. 136 ==> 145/209] e prescritti in tempo di guerra dal codice penale militare. Alle straordinarie condizioni ingenerate dal brigantaggio vuolsi riparare con una giurisdizione, che meglio ad esse si addica; alle urgenze della difesa sociale va provveduto con una giustizia severa, immediata, esemplare. Ai ribaldi che si sono ribellati contro la società e che ad essa muovono guerra colle rapine e cogli assassinii è d'uopo mostrare che la società possiede non solo la forza materiale di combatterli e debellarli, ma anche la forza morale di punirli, senza ricorrere all'arbitrio. Alle popolazioni dolenti ed atterrite è d'uopo mostrare che hanno a gagliarda tutela la spada dell'esercito ed una giustizia inesorabile che raggiunge il colpevole senza esitazioni e senza lungaggini sullo stesso teatro dei suoi delitti. Il brigantaggio è la guerra contro la società: praticando dunque a suo riguardo la giurisdizione che si pratica in tempo di guerra, non si offende nessun principio, non si lede nessuna guarentigia, non si manca a nessuna norma di equità. La legislazione penale per i tempi di guerra è determinata in modo esplicito e preciso dal nostro Codice militare, e noi pensiamo che ciò che si abbia a far di meglio per la punizione dei reati di brigantaggio sia per l'appunto l'applicazione pura e semplice delle disposizioni di quel codice. L'esperienza ha dimostrato quanto siano provvide quelle disposizioni, e come al no

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stro codice militare non possa muoversi il rimprovero di severità eccessiva. Le innovazioni non sarebbero opportune. Per la cognizione dei reati di brigantaggio perciò avrebbe ad esservi lo stesso duplice ordine di tribunali fissati dal codice per i tempi di guerra, gli ordinarii, cioè, e gl'instantanei. La formazione di questi ultimi è circondata da tutte le guarentigie desiderabili, e sarebbe strano davvero che fossero giudicate insufficienti rispetto ai briganti. Pongasi il caso d'una colonna mobile, che scontrandosi coi briganti, ne colga parecchi con le armi alla mano: il tribunale istantaneo viene incontanenti formato, ed il giudizio è esaurito senza indugio. I principii della giustizia vengono in tal guisa osservati nella sostanza e nella forma, non è violata guarentigia della difesa, la società è vendicata senza offesa della legalità, ed i soldati [p. 137 ==> 146/209], quando fossero per cedere alla tentazione di usare violenza, sarebbero rattenuti dalla certezza che i veri colpevoli non possano sfuggire al castigo meritato. L'utilità di questo sistema è ampiamente confermata dalla storia e dagli esempi delle altre nazioni civili. Quando nell'anno 1808 il brigantaggio infieriva in molti dipartimenti della Francia, il primo console decretava la formazione di colonne mobili, composte di soldati di fanteria, di cavalleria e di carabinieri. Nel decreto si legge l'articolo che qui trascriviamo: <<Art. 4. Chacun de ces corps aura à sa suite une Commission militaire extraordinaire, qui jugera le brigants dans les vingt-quatre heures de leur arrestation. Cette Commission sera nommée par le général commandant la division (1) [(1) Vedi Cor., tomo vi. pagina 538]. I risultamenti chiarirono l'opportunità del concetto e i vantaggi del provvedimento: in breve volgere di tempo il brigantaggio fu distrutto. <<Cette râce de brigands (così scrive il signor Thiers) qui s'était formée des déserteurs des armées et des soldats licenciés de la guerre civile, qui poursuivait les propriétaires riches dans les campagnes, les voyageurs sur les grands routes, pillait les caisses publiques et répandait la terreur dans les pays, venait d'être réprimée avec la dernière rigueur. Ces brigands avaient choisi, pour se répandre, le moment où les armées, parties presque toutes à la fois au dehors, avaient privè l'intérieur des forces nécessaires a sa sécurité. Mais depuis la paix de Luneville, et le retour d'une partie de nos troupes en France, la situation n'etait plus la même. Des nombreuses colonnes mobiles, accompagnées d'abord de commissions militaires et plus tard de tribunaux spéciaux, avaient parcouru les routes en tout sens, et chatié avec la plus impitoyable énergie ceux qui les infestaient. Plusieurs centaines d'entre eux avaient été fusillés en six mois sans qu'aucune réclamation s'élevàt en faveur de scélérats, restes impures de la guerre civile. Les autres, complètement découragés, avaient remis leurs armes, et fait leur soumission. La sécurité était rétablie sur [p. 138 ==> 147/209] les grands chemins, et tandis qu'aux mois de janvier et de février 1801 on pouvait à peine voyager de Paris à Rouen, ou de Paris à Orléans, sans courir le danger d'être égorgé, on pouvait à la fin de cette même année traverser la France entière sans être exposé à aucun accident. Cest à peine, si dans le fond de la Bretagne et dans l'intérieur des Cévennes il subsistait encore quelque reste de ces bandes (1) >>. [(1) Vedi Thiers, Histoire du Consulat e de l'Empire. Bruxelles, 1845 volume XI, pagina 190.] Ad alcuni onorevoli componenti della vostra Commissione pareva che a meglio guarentire le ragioni della giustizia fosse opportuno divisamento d'introdurre nei tribunali militari un elemento tolto dalla giurisdizione ordinaria, e che i tribunali incaricati del giudizio dei reati di brigantaggio avessero ad essere non puramente militari, ma misti. Il quale suggerimento, dettato dal lodevole desiderio di scostarsi il meno che fosse possibile dalle ordinarie forme della giustizia penale, non è però sembrato alla maggioranza capace a rimuoverla dal suo parere. Gl'inconvenienti a cui nella pratica darebbero occasione i tribunali misti non sarebbero compensati dai problematici vantaggi che potrebbero avere; e quando la necessità ha consigliato di appigliarsi al partito della giurisdizione straordinaria, è divisamento più opportuno quello di applicare quella giurisdizione nella sua integrità e senza arrecarvi modificazioni, la cui utilità non avrebbe forse la sanzione dell'esperienza. Determinata la competenza, assodata la giurisdizione, sorge naturalmente, la questione della penalità. I reati di brigantaggio debbono essere puniti con l'estremo supplizio, oppure la

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pena di morte va intieramente esclusa? Una parte della vostra Commissione, mossa da sentimenti alla cui elevatezza rendiamo piena giustizia, si pronunciava per il secondo partito; la maggioranza sarebbe stata lietissima di associarsi a questo parere e di raccomandarvene l’approvazione; ma essa ha stimato anzitutto doversi preoccupare delle ineluttabili necessità della difesa sociale, epperciò è stata costretta a superare qualsivoglia ripugnanza ed a propugnare la dolorosa necessità di dover conservare la pena [p. 139 ==> 148/209] di morte. Con la stessa pienezza di convincimento, colla quale vi affermavamo poc'anzi che l'attuale sistema di fucilazioni abbia a smettersi, vi affermiamo ora che le condizioni delle cose non consentono venga tolta all'azione punitrice della giustizia la terribile facoltà di sentenziare la morte. Forse se la pena capitale fosse già cancellata dai nostri Codici, l'esperienza chiarirebbe la lugubre necessità di applicarla in via di eccezione ai colpevoli di reati di brigantaggio, ma la nostra legislazione sanziona ancora la pena dell'estremo supplizio, e l'opportunità sarebbe assai male scelta, qualora si volesse incominciare a toglierla in occasione del brigantaggio. Chi si faccia a considerare l'enormezza di delitto che si raduna nel brigantaggio, la sanguinaria violazione d'ogni legge naturale e scritta che esso è, la ribellione aperta che esso implica contro la società, sarà condannato a parteggiare per la nostra sentenza. Chi poi ponga mente alle immanità senza esempi che i briganti commettono ed alle loro scelleratezze selvagge non potrà non confermare questo parere. È una condizione di cose durissima, alla quale mal si pretenderebbe arrecare rimedio ascoltando i suggerimenti di una improvvida pietà. Togliere la pena di morte per i reati di brigantaggio tornerebbe all'abdicazione assoluta e funesta del diritto sociale di punire. La guerra diventerebbe più sanguinaria; i soldati non darebbero quartiere a coloro che hanno straziati i loro compagni, quando sapessero che costoro non saranno puniti con tutto il rigore delle leggi. Le popolazioni dal canto loro non ravviserebbero in questa decisione il senso di umanità, dal quale sarebbe informata, ma la interpreterebbero come tacita confessione della impotenza del Governo e delle leggi contro il brigantaggio. Le leggi non debbono per fermo essere subordinate ai capricci ed alle passioni delle moltitudini, ma per sortire efficacia non debbono nemmeno fare astrazione troppo grande dall'ambiente nel quale vivono le popolazioni a cui debbono essere applicate. Ora oggi, non è chi noi sappia, le popolazioni del mezzodì d'Italia sono conturbate ed inasprite dal brigantaggio, e sono proclivi a ravvisare in ogni atto di mitezza un testimonio di debolezza. La vita e la proprietà mal sicure, i traffici interrotti, la [p. 140 ==> 149/209] prosperità pubblica incagliata nelle sue sorgenti e nel suo sviluppamento, e tutto ciò per opera del brigantaggio, sono tante cause di malessere che non possono non essere tolte in seria considerazione. È tal complesso di cose che, se non giustifica, scusa di certo e ad ogni modo rende ragione della esasperazione degli animi. Non è guari il governo è stato costretto a pronunciare lo scioglimento del consiglio municipale e della guardia nazionale della città di Monopoli in Terra di Bari, perché ad ogni costo volevano la fucilazione di briganti che la forza pubblica aveva catturati inermi, e che perciò questa a buon diritto intendeva consegnare alla potestà giudiziaria. A Martina, in Terra d'Otranto, un brigante trovavasi nelle condizioni medesime; la popolazione irruppe violentemente, lo strappò dalle mani dei carabinieri che lo custodivano, e lo uccise. A Cotrone, in provincia di Catanzaro, avvenne un caso dello stesso genere. Il legislatore senz'alcun dubbio non può né deve incoraggiare le popolazioni in queste loro inclinazioni e disposizioni di spirito; ma non può nemmeno e non dee porsi in troppo estremo contrasto con esse, e dimenticare all'intuito le ragioni della opportunità. Dichiarando che non vi abbia più ad essere pena di morte per i briganti, le inclinazioni delle popolazioni non sarebbero mutate, forse diventerebbero più risentite, e lo scopo fallirebbe anche per questo riflesso. Né dall'abuso delle fucilazioni si può inferire la loro assoluta inefficacia, e perché mal si corregge un eccesso appigliandosi all'eccesso opposto, e perciò l'asserzione di quell'abuso e di quella inefficacia è insussistente. Se i briganti fossero stati immuni dalla pena di morte il loro numero sarebbe a quest'ora di non poco accresciuto; se Borjes e Trazigny non

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fossero stati fucilati le irruzioni di bande dalla frontiera pontificia, gli sbarchi di avventurieri di tutte le parti del globo si sarebbero moltiplicati oltre ogni credere. La sicurezza dello Stato meglio tutelata, le numerose vittime risparmiate attestano che la severa punizione di pochi fu pietà a molti ed alla patria, come crudele a molti ed alla patria sarebbe stata la pietà usata ai pochi. Nell'enunciare questi principii e nel riconoscere che la pena di morte debba essere applicata ai reati di brigantaggio la maggioranza [p. 141 ==> 150/209] della Commissione non intende, o signori, che non vi abbia ad essere gradazione in cotesti reati, e che tutti indistintamente abbiano ad essere puniti dall'estremo supplizio. La gradazione è necessaria e per conformarsi ai dettati della giustizia e per conservare alla pena la sua efficacia. Un miserabile che, sospinto dall'amor del bottino o da paura, siasi ascritto ad una comitiva di malfattori, ma che non ha fatto altro se non scorrere la campagna, e quando ha incontrata la forza ha gettate le armi, non potrebbe essere assoggettato alla stessa pena che colpirebbe Ninco Nanco, lordo di tante brutture e di tanti misfatti. Ad alcuni fra noi, a dir vero, pareva che il solo fatto di avere appartenuto ad una banda armata costituisca tale reato da essere punito di morte, e che le circostanze attenuanti fossero temperamento sufficiente a tutelare in ogni caso le ragioni della giustizia e della umanità; ma alla maggioranza è sembrato che il dichiarare reo di morte chiunque abbia fatto parte di bande armate fosse severità eccessiva, e che non conferirebbe allo scopo, poiché chiunque in un momento di trascorso si fosse arruolato in una Comitiva, persuaso di non poter più riscattare la vita, si studierebbe di venderla cara e si darebbe a percorrere la carriera del delitto senza ritegno, perché senza speranza. In conformità adunque di questo avviso noi vi proponiamo che la pena di morte debba essere pronunciata dai tribunali militari a carico dei briganti colti in flagranza di resistenza alla forza pubblica, e che negli altri casi debba essere surrogata da altra penalità, salvo, ben inteso, i casi di complicazione con delitti comuni, nei quali è d'uopo conformarsi alle prescrizioni del Codice penale ordinario. La penalità che nei casi ora accennati può essere con maggior vantaggio surrogata alla morte è la deportazione in isole lontane. L'efficacia di questa pena ci è stata commendata da pressoché tutti gli onorandi magistrati e giureconsulti che abbiamo interrogato. Tutti ci hanno fatto riflettere che alla intrinseca efficacia di questa pena si aggiunge nel caso speciale, di cui trattiamo, quella che deriva dall'indole delle popolazioni meridionali, affezionatissime al proprio suolo, invaghite del proprio [p. 142 ==> 151/209] cielo, ritrose oltre ogni credere al pensiero dell'allontanamento dal tetto natio. Il solo annunzio di questa nuova penalità cagionerebbe uno spavento salutare e fruttifero. La efficacia della pena crescerà col crescere della distanza; la deportazione alle isole di Tremiti non produrrebbe effetti così decisivi come quella in terre lontane e di là dai mari. Nel novero dei colpevoli da condannarsi alla deportazione a vita od a tempo, con lavori forzati o senza, tutto ciò secondo le circostanze accertate del delitto, si vogliono comprendere i componenti della banda armata che non furono colti in flagranza, i complici, le spie, i manutengoli dei briganti e tutti coloro senza il cui concorso il brigantaggio non sarebbe potuto sussistere, né procedere alle opere consuete di saccheggio, di uccisione, di devastazione. Il benefizio della gradazione della pena non potrà in nessun caso essere conceduto ai complici e manutengoli che appartenessero a pubblici uffizi governativi, provinciali o municipali, o che fossero ministri dei culti; per gli uni e per gli altri non è lecito invocare il patrocinio delle circostanze attenuanti, dappoiché la imputabilità delle azioni umane è maggiore quanto più elevata è la condizione, quanto più alto è il ministerio sostenuto dall'imputato. Il Parlamento ha già sanzionato questi principii in occasione della legge sulle diserzioni, e noi ora chiediamo che contro gli impiegati ed i preti chiariti complici dei briganti si proceda con la stessa inflessibile severità con cui la legge prescrive attualmente di procedere contro gl'impiegati ed i preti che si fanno promotori e complici delle diserzioni militari. Sarà questa

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una delle più provvide e più eque disposizioni della legge, poiché colpire il manutengolo torna a colpire il delitto nella sua scaturigine. I briganti urbani sono più pericolosi e più iniqui di quelli che tengono la campagna; questo, o signori, è il grido della coscienza pubblica nelle provincie del mezzodì, ed è pura e schietta verità. Invocando contro quei miserabili le più severe penalità noi abbiamo la certezza di manifestarvi un voto che collima in tutto e per tutto con le esigenze della giustizia e con la ragionevole aspettazione della pubblica opinione. La multa, la interdizione dai pubblici uffici, la perdita dei [p. 143 ==> 152/209] diritti civili sono il naturale accompagnamento ed il corollario delle penalità, e rispetto ad esse è evidente che sia d’uopo togliere la norma dal codice penale ordinario. La cifra della multa da noi adottata si riscontra con le prescrizioni dell'articolo 182 del codice penale ordinario. È del pari evidente che, tutto quanto concerne il brigantaggio non potendo essere sottoposto a giurisdizioni diverse, i tribunali militari sieno anche chiamati a giudicare ed a pronunciare la pena proporzionata di carcere o multa a carico di coloro che per avventura si fossero resi contravventori alle prescrizioni promulgate dai prefetti nell'esercizio delle facoltà straordinarie stabilite nella parte preventiva della legge. A convalidare sempre più gli effetti della giustizia punitrice ci sembra pure opportuno divisamento la imposizione del sequestro ai beni mobili ed immobili degl'individui il cui nome è scritto definitivamente nella lista, e degl'imputati di reati di brigantaggio. Anche questo provvedimento ha l’immenso vantaggio di ferire il male al cuore, di colpirlo in una delle sue origini. La passione del bottino, l'avidità del lucro, la smania di arricchirsi non sono lievi incitamenti al brigantaggio sopratutto quando si ricordi che essi sono sanzionati dalla tradizione storica e dall'esempio parlante di famiglie che vanno debitrici dell'agiatezza e delle dovizie al brigantaggio dei loro antenati. La imposizione del sequestro implica che delle male acquistate ricchezze il brigante non sarà per godere, e questo pensiero gioverà senza dubbio a distogliere molti dalla carriera del delitto. L'azione punitrice rimane in cosiffatta guisa avvalorata dalla distruzione dello scopo materiale immediato del brigantaggio, il delitto cessa dall'avere le attrattive di istrumento di guadagno, ed il convincimento che mediante il brigantaggio non si diventa più ricchi è già grande remora alle prave inclinazioni ed alle opere pravissime. Questa disposizione della legge è quindi doppiamente utile: e perché rende l'azione penale più poderosa, e perché ci sembra debba pure esercitare una valida azione preventiva. A coronare tutti questi provvedimenti noi crediamo che non debba essere dimenticata la opportunità della indulgenza verso coloro, che non esitano a collocarsi da sé medesimi nelle mani della giustizia. I provvedimenti di questo genere, quando vengono [p. 144 ==> 153/209] fatti a proposito, sortiscono sempre buoni effetti. Vi narreremo a questo particolare un fatto che ci venne riferito dal valoroso comandante la zona militare di Avellino, il generate Franzini. In uno scontro tra la truppa e la banda brigantesca, di cui era capo un tale Crescenzio, in Terra di Lavoro, i briganti furono compresi da tanta paura, che giurarono se avessero potuto scampare la vita di far celebrare una messa, e di costituirsi poscia volontariamente. Quattordici di essi difatti si presentarono al capitano Arri dei bersaglieri, deposero le armi, ma gli chiesero facoltà, approssimandosi il Natale, di andare a passare quella festa nelle loro case prima di entrare in prigione. Il capitano, come era suo debito, ne riferì al generale Franzini, il quale rispose accordando la chiesta facoltà con la condizione che col primo convoglio della via ferrata sarebbero venuti a Nola a costituirsi la dimane stessa del giorno di Natale. Furono puntuali: uno di essi accorse tutto trafelato alla stazione perché credeva che il convoglio fosse già partito. Invece di 14 però, i briganti che si presentavano e si costituivano nelle mani della giustizia erano diventati 25. Il generale li arringò, e chiese ad essi se sapevano che presentandosi sarebbero stati sottoposti a processura e correrebbero rischio probabile di essere condannati. Risposero affermativamente; ed anzi uno di essi, per nome Tomeo, soggiunse essere carico di delitti, e sapere che gli sarebbe toccata la galera. Il generale allora diede ad essi il permesso di tornarsene di bel nuovo alle loro case per dimorarvi fino al primo dell'anno, con l'ingiunzione

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di presentarsi un'altra volta il giorno 2 gennaio. Venne quel giorno, ed i briganti tornarono; ma non erano più né 14 né 25, erano 46. Le conseguenze che si ricavano da questo fatto militano tutte a pro del nostro assunto; laonde a noi sembra che la legge ponendo a calcolo la eventualità della presentazione spontanea, ravvisi in essa una circostanza attenuante, la quale determini la diminuzione di un qualche grado di pena. E di questa diminuzione è pur giusto godano quei briganti che abbiano consegnato un loro compagno nelle mani della giustizia. La legge per ultimo dovrà stabilire che col cessare dello [p. 145 ==> 154/209] stato di brigantaggio, cesserà la competenza della giurisdizione militare su quei reati, e la giurisdizione ordinaria rientrerà in possesso di tutte le sue attribuzioni. Signori, noi siamo compresi dalla persuasione, che ponendo in pratica queste disposizioni legislative, ed avvalorando la energia dell’azione punitrice con la virtù riparatrice dei provvedimenti amministrativi, e con l'impulso fruttifero ai miglioramenti economici, la mala pianta del brigantaggio sarà sradicata dal suolo italiano. Noi siamo convinti che la promulgazione di questa legge coincidendo con la esecuzione del complesso di provvedimenti che abbiamo partitamente indicati, e con la pratica costante e sincera dei principii di giustizia e d'italianità nella politica estera e nell'interna, parimente che in tutti i rami della pubblica amministrazione, sortirà l’effetto che ne auguriamo. E forse sarà utile che il governo rifletta se non sia buon consiglio di profittar dell'occasione per accompagnare un atto di forza e di severità con qualche atto clemente. Già vi abbiamo detto quanto e quale sia l'ingombro delle carceri napolitane: la prerogativa sovrana non potrebbe forse essere invocata a benefizio di quei giudicabili, che imputati di lievi pecche politiche, sono scevri da qualsiasi imputazione di delitti comuni? Con questo suggerimento di mitezza ci è grato conchiudere questa relazione dolorosa. Noi crediamo, o signori, di aver compito in questa guisa il debito nostro, e di avere facoltà di deporre il mandato che voleste affidarci. V’abbiamo esposto senza velo e senza esagerazione quale sia stato il risultamento delle nostre indagini, e quale la persuasione che esso ha creato negli animi nostri. Non vi abbiamo dissimulato la entità del male, né vi abbiamo taciuto i rimedi. Il compito nostro mesto e faticoso è finito. Ora spetta a voi, o signori, coronare l'opera ed appagare le speranze che la vostra deliberazione di procedere ad una inchiesta sul brigantaggio ha destato nelle afflitte popolazioni dell'Italia meridionale. Voi non defrauderete tanta aspettazione e tante speranze. Voi non dimenticherete che quelle popolazioni hanno molto sofferto, e vi affretterete a confortarle col senno delle vostre decisioni giuste ed amorevoli. Voi dimostrerete a quelle popolazioni, che su i loro [p. 146 ==> 155/209] destini veglia la nazione, e che dall'Italia e dalla libertà verrà distrutta la tetra eredità ad esse tramandata dagli antichi oppressori. Voi dimostrerete all'Europa che non paventate di affrontare le difficoltà, e che le sapete virilmente combattere e superare. II brigantaggio nelle provincie napolitane porge argomento di soddisfazione e di speranza ai nostri nemici, i quali si figurano che per esso si logorino le forze e la vitalità della nazione. Vana soddisfazione; speranza fallace! Noi invece portiamo ferma fiducia, che il fatto dimostrerà, come l’Italia e la libertà abbiano sole il privilegio di distruggere i mali che esse non hanno creato, e come le stesse insidie dei nemici, la stessa condizione di cose che ci si appone ad argomento di debolezza non sortiscano altro effetto se non quello di porre in evidenza sempre maggiore che l'unità italiana è un fatto irrevocabile ed indestruttibile, e che coloro i quali ne sognano la fine, dovranno invece rassegnarsi ad essere testimoni del suo immancabile compimento. GIUSEPPE MASSARI, relatore. 3.3.1.1. LA CIVILTÀ CATTOLICA: Avverso la Relazione Massari. {LA CIVILTÀ CATTOLICA. Anno Decimoquarto. Vol. VIII. Della Serie Quinta. Roma, Coi Tipi della Civiltà Cattolica, 1863. [pp. 150-167 ==> 155-172/777]} LA RELAZIONE DELLA COMMISSIONE D'INCHIESTA INTORNO AL BRIGANTAGGIO.

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[p. 150 ==> 155/777] Gli unificatori dell'Italia sono turbati da un fatto che dura pertinacemente

contra ogni sforzo posto a cessarlo: la resistenza delle popolazioni nel regno delle due Sicilie. Essa si è manifestata in tutte le guise che un popolo può adoperare: ora colla indifferenza passiva, ora colle significazioni di malcontento, ora coll'astensione dai suffragi, ora col rifiuto degli officii di governo, ora coll'emigrazione, ed ora eziandio coll'impugnare apertamente le armi. Tutte le altre opposizioni sono state domate, perché erano inermi: la opposizione della stampa, abbattendo i torchi, e bastonando gli scrittori, ciò che si chiamò esigenza della pubblica opinione; la opposizione del clero, esiliandolo, spogliandolo, incarcerandolo, ciò che si disse affrancamento dalla tirannia clericale; la opposizione degli impiegati, destituendoli e cambiandoli con uomini nuovi, ciò che si appellò nobilitazione dei carichi pubblici; la opposizione dei magistrati, cassandoli di ufficio, ciò che si chiamò purificazione della magistratura; la opposizione dei municipii, scambiandoli con impiegati governativi; ciò che s'intitolò emancipazione dei comuni; e così via via qualsivoglia resistenza pacifica fu vinta da una nuova oppressione, coverta per lustra da una frase beffardamente ironica. L'opposizione però delle armi non potè essere con pari artificio domata; perché chi le impugnò era risoluto o di vincere o di morire. Bisognò scendere in campo, e opporre manifestamente la forza alla forza, le armi alle armi. Questa guerra civile dura omai da tre anni, tuttoché enormemente dispari sieno le condizioni delle due parti combattenti: dall'un lato un Governo potente ed armato, dall'altro un popolo oppresso, disordinato, lasciato in balia di sé stesso. I nuovi usurpatori del [p. 151 ==> 156/777] reame di Napoli hanno dalla loro banda migliaia di carabinieri e guardie di pubblica sicurezza: hanno un esercito regolare di sopra ottantamila soldati: hanno molti battaglioni di guardie cittadine mobilitate: hanno le guardie nazionali di ciascuna terra e città, avvisatamente elette fra la gente più ligia e fautrice del nuovo Principe: hanno le falange degli ufficiali civili, scelti fra i più risoluti loro aderenti: hanno infine comandanti militari di così fiero animo come mostrarono i Cialdini, i Pinelli, i Fumel, i Fantoni, e gli altri troppo noti all'Europa per mala fama. Tutto questo sforzo fu disciplinato, ordinato, stimolato dai reggitori di Torino, perché piombasse addosso alle popolazioni del Napoletano: impedisse l'allargarsi della reazione armata: sgombrasse d'ogni nemico i luoghi già occupati. L'ubbidienza degli esecutori sorpassò nello zelo e nella ferocia le intenzioni stesse del comando. Pur tuttavia la lotta non venne ancora risoluta, e l'Europa attonita, anzi sdegnosa mira la vacuità di sforzi così giganteschi; e non può spiegarla se non con una sola parola, fatale al Piemonte: i Napoletani non vogliono saperne di questa fattizia unità italiana. Gli architettori e i manipolatori di essa si son dunque trovati a duro cimento; e per uscirne, dopo pensieri molti, maggiori consigli, e massime discordie, vennero nella determinazione di pacificare a ogni costo quelle riluttanti popolazioni. Nell'aula parlamentare si dibattè a lungo la grande quistione, e molti giorni di accesi parlari, e molte eruzioni di bile sdegnosa figliarono un concetto, che si disse la salvezza del Regno d'Italia: una Commissione d'inchiesta. Nove de' più solenni Deputati visitino di terra in terra quelle travagliate province: indaghino la realtà del male, e la sua estensione: studino i rimedii più acconci a cessarlo, e li propongano al voto del Parlamento. Andarono con molta pompa: ma qual cosa vedessero, quale pensassero, quale riferissero al Parlamento, si potè per lungo tempo conghietturare, ma non sapere. Era un mistero che dovea coprirsi d'un velo innanzi allo sguardo dei profani, e del quale non altro che un lembo potea sollevarsi con cautela agli occhi prudenti dei soli Deputati. Pareano le cose, dopo sì lunghi apparecchi, poste in giacere per disperazione di riuscita: quand'ecco un ben dì si propone una legge [p. 152 ==> 157/777] al Parlamento, si dice urgentissima, si vota con grande celerità; e nell'atto di pubblicarla si stampa inaspettatamente quella misteriosa Relazione, che dovea essere ignorata dal pubblico. Essa è sottoscritta da Giuseppe Massari, il quale vi ha sfoggiato d'ingegno, di eloquio, di argomentazioni, quanto potea metterne fuori nel non breve tempo che gli fu conceduto per elaborarla. Tutta però la gran copia

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delle meditate, ponderate, anzi lambiccate parole riducesi a tre capi principalissimi, i quali erano sommamente a cuore alla sua fazione di ben rassodare: due come premesse, l'altra come conseguenza. Potissimo, e primo assunto della relazione si è il dimostrare che la reazione del Napoletano o, come per dispregio la dicono, il Brigantaggio, si origina da tutt'altra ragione, fuorché la politica. Secondo assunto non meno principale si è d'indicar Roma come unico centro, e conseguenza di queste due premesse si è la proposta dei rimedii, stimati come unicamente efficaci a distruggerlo. Il gran colpo voluto dare dalla fazione occupatrice con questa relazione è, secondo suo parere, omai conseguito. Se il Brigantaggio napoletano è piaga sociale, storica, e poco meno che divenuta naturale nel Regno di Napoli: se i reazionarii non sono che ladri volgari, i quali guastano, scannano, mettono ad arsione i campi, a sacco le popolazioni per barbara ingordigia di furto: esso non è indizio di mal contento dei Napoletani, ma del mal Governo passato dei Borboni. Benefica dunque sarà a quelle popolazioni l'occupazione piemontese: l'Europa deve saper grado agli occupatori che s'affaticano a sterpare quelle pessime radici di barbarie: e lungi dal compatire le necessarie vittime che la severità militare immolerà innanzi all'ara della civiltà; dovrà applaudire e secondare la sollecitudine del Governo, che studia ogni modo più opportuno a far presto terminare un disordine così funesto. Quando poi questo Brigantaggio d'origine sì ignobile venisse usufruttuato dal detronizzato Re Francesco II per riconquistare il suo trono, e dalla Corte pontificia per impedire l'ordinamento del nuovo Regno; due conseguenze ne deriverebbero a danno dell'uno e dell'altra: la nullità del loro preteso dritto dimostrata ad evidenza dall'infamia del mezzo a cui ricorrono per farlo trionfare; e la indispensabile necessità di allontanar da Roma il pretendente, [p. 153 ==> 158/777] e spodestare il Papa d'ogni residuo di Sovranità, perché disseccata la fonte, possano i rivoli inaridirsi e svanire. Se non che pari al mal volere non ebbe il Massari né l'astuzia né l'ingegno, e questa volta l'iniquità o ebbe le bende o le suppose in fronte a tutti. La Relazione, non che contraddire manifestamente ai fatti più notorii e più incontrastabili, distrugge da sé medesima l'intendimento che le si prefisse dal relatore. Poiché mentr'essa si prepone di escludere il motivo politico dalle cause del Brigantaggio, riesce per lo contrario a dimostrare che il vero motivo del Brigantaggio è unicamente il politico: mentre essa si propone d'indicare che l'alimento e la forza materiale al Brigantaggio viene unicamente da Roma, riesce per lo contrario a provare che nessuno aiuto materiale esso non ricevè mai, né riceve da Roma; e finalmente mentre vuol suggerire rimedii onesti ed efficaci a farlo disparire, riesce a proporre mezzi quanto in sé stessi immorali, altrettanto attissimi a farlo più rinvigorire e dilatare. Questi tre punti noi ci proponiamo di svolgere, non facendo quasi altro, che semplicemente analizzare la Relazione della commissione. La stessa vastità della materia ci obbliga a un'estrema parsimonia. Ometteremo tutti quegli argomenti di ragioni e di fatto che non si attingono dalla Relazione medesima: e degli attinti da lei ci prevarremo con massima sobrietà. A noi sembra così sbardellata la contraddizione del Massari, che crederemmo abusare della pazienza dei nostri lettori, se volessimo con troppo lunghi discorsi non già indicarla, ma svolgerla e ragionarla. Innanzi però d'entrare nell'argomento noi dobbiamo espressamente protestarci che parliamo del Brigantaggio in genere, e non di questa o quella particolare banda di briganti: e che il nostro intendimento non è di scusare le geste dei briganti, ma solo di confutare il discorso politico del Massari. Sappiamo pur troppo e deploriamo che fra quei combattenti siensi intrusi de' pessimi soggetti, i quali disonorerebbero qualsivoglia causa che gagliardemente non li disconoscesse: e più ancora deploriamo che spesso le bande, eccitate dall'ardor di vendetta, o dalla necessità d'approvigionarsi, o dall'intento di far rappresaglie, prorompano in atti di ferocia, di rapina e di distruzione, che nessun'altra bandiera esecra tanto quanto la loro. Il nostro discorso [p. 154==> 159/777] adunque non mira ad eccitare il Brigantaggio, né ad animarlo. Ma lo vogliamo, o non lo vogliamo noi, esso è lì, vigoroso, costante, imperterrito: a

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noi tocca spiegarne l'origine, svelarne l'intento, e soprattutto spogliarlo di quelle non sue divise, onde alla Commissione d'inchiesta è piaciuto di ricoprirlo, per iscemar l'odiosità dei provvedimenti, che contra lui invocava. I. La Relazione, per escludere il movente politico delle cause del Brigantaggio fa gran pompa di ragioni, che essa chiama sociali; e soddisfatta di tale gherminella, sclama di tratto in tratto: Nelle province meridionali vi sono più in abbondanza naturali cause di Brigantaggio, senza che sia bisogno a spiegarlo di ricorrere a motivi politici, a reazione di oppressi contra oppressori. Intanto quelle stesse ragioni arrecate dal relatore provano tutto al rovescio, e dimostrano che se non fossero i motivi politici che lo generassero e lo nutrissero, il Brigantaggio non esisterebbe nelle provincie napoletane. Vediamolo partitamente, discorrendo ad una ad una le cause addotte. La Relazione le distingue per più chiarezza in classi diverse, e separando le prossime dalle rimote, queste spartisce in tre generi: cause morali, cause storiche, cause topografiche. Ormeggiamola di passo in passo, perché non ci si dia colpa di omissione, o di dissimulazione. Due sono, sopra la fede della Relazione, le cause morali, che dispongono i Napoletani al Brigantaggio: e tutte due ridondano a biasimo del cessato Governo borbonico: dall'una parte la misera condizione del contadino, e dall'altra parte il sentimento della giustizia, estinto nelle popolazioni del Reame napoletano. Il povero, che non ha più idea del mio e del tuo, per disfamarsi, anzi per impinguare, non esiterà un istante a por la mano sulla roba altrui, e se la trova custodita e difesa, impugna le armi, e la rapisce di viva forza. Questa è l'idea che del Brigantaggio dà il sig. Massari, dipingendolo a colori sì foschi, che fanno nausea e ribrezzo nei cuori più onesti. [p. 155 ==> 160/777] Ma poste da banda le declamazioni rettoriche, buone a pascolo delle fantasie, esaminiamo la conseguenza legittima di una tal cagione. Ecco il fatto supposto dal relatore. I contadini del Napoletano sono poverissimi, e non hanno verun ribrezzo del furto e della rapina. Supponiamo per un momento che la sia proprio così. Or come va che dal 1806 fino al 1860, cioè pel corso di cinquantaquattro anni interi, il Regno di Napoli non solo non vide mai briganti, ma non ne udì neppure il nome? Perché in altri termini quella povertà e quella immoralità producono il loro effetto, e precisamente allora quando il Sovrano legittimo del Regno è scacciato dal trono dei suoi avoli, e le popolazioni perdono la loro autonomia? Voi non potete dire che quei contadini fossero assiepati da una selva di baionette, più formidabile di quella onde voi li tenete ora oppressi: perché tutti sanno che poche compagnie di soldatesca dimoravano in quelle provincie: e però non potete dire che la forza li contenesse. Non vi resta dunque altro da rispondere, se non che questi poveri e immorali contadini si contentavano di patir la fame e frenar l'ansia della roba altrui per amore del loro Re, perduto il quale non v'è stato più freno capace di contenerli. Adunque quella che voi chiamate cagion rimota del Brigantaggio, non ha avuto forza di venire dall'atto, e produrre l'effetto, se non che quando vi è intervenuta una cagione politica sì manifesta. A questa dunque più che a quella devesi attribuire; e per conseguenza il Brigantaggio è vera reazione politica, e indarno si maschera con nome ignominioso di ladronecci armati. Ma è poi vera la miseria e l'immoralità dei contadini napolitani, quale l'abbiamo finora supposta? Poveri sono certamente, ma non disperati: rozzi sono, ma immorali no. Poveri, ma d'una povertà che basta ai bisogni della vita: poveri, ma meno ora che molti anni fa: poveri, ma quasi ugualmente in tutte le province; poveri ma non gran fatta più di quello che sieno i contadini lor pari per tutto altrove. Ora perché la povertà possa dirsi causa del Brigantaggio, è necessario che essa sia estrema e da indurre a disperazione: è necessario che essa sia progressiva, perché ne determini dopo tanti anno lo scoppio: è necessario che sia maggiore dove più il Brigantaggio si spande, minore dove meno: è necessario in fine che sia molto più stringente e comparativamente assai più penosa nelle province [p. 156 ==> 161/777] che sono infette di Brigantaggio, che dove questo non si vide mai. Ma anche posta la povertà in quel grado che

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potrebbe essere consigliera di misfare, il misfatto non ne sarebbe stato l'effetto, appunto perché, universalmente parlando, nel contado napoletano domina l'onestà e la buona morale, l'una e l'altra animata da quella sincera pietà cristiana, che non esita a scegliere il sacrificio piuttosto che il delitto. Sopra il qual punto è da notare l'invereconda audacia del relatore, che osa di attribuire al Governo borbonico la taccia di avere estinto nelle popolazioni il sentimento della giustizia. Incredibil cosa, ma vera! La principale pruova di così ignominiosa calunnia consiste nell'addurre in mezzo le migliaia di vittime fatte dai Borboni per mantenersi in trono. Voi, sig. Massari, che in questa stessa Relazione parlate delle migliaia di fucilazioni fatte dai vostri pretoriani; voi che appartenete ad un Governo, che reputa suo dritto di rispondere colle fucilate a chi osa dirgli in viso: Non vi vogliamo; voi che se non lodate, scusate almeno del vostro meglio quella che voi dite necessità di fucilare senza né sentenze né processi: voi, i cui giudici nei tribunali dichiarano pienamente innocenti coloro, che i vostri sergenti d'armi han già fucilati fin presso le pacifiche loro dimore, e innanzi a un popolo indarno attestante l'innocenza di quei miseri; voi osate di attribuire cotesta sete di sangue a un Principe, che in tutti assieme gli anni lunghissimi del suo regno permise appena tante esecuzioni capitali, quante noi ne tollerate in una sola settimana; a un Principe, che nessuna mai ne tollerò senza la più severa legalità dei processi, e la più intemerata giustizia della condanna; a un Principe, che, delle non molte sentenze emanate dai tribunali contra i rei di Stato, le più commutò in pene comparativamente leggere, quando non fe' grazia intiera e pienissima. Una tale baldanza di menzogna a un tempo e d'ipocrisia ogni uomo onesto era ben lungi dall'aspettarsela in un atto che dovea, per furberia almeno, imporre alle moltitudini, e accattarsi fede e favore. Dalle cagioni morali passa il relatore a una serie di cagioni, che denomina storiche. Noi qui vorremmo avere maggiore spazio, che il prefinitoci, per recare tutto per disteso questo brano, che a noi sembra la parte lepida di tutto lo scritto. Ma dobbiamo contentarci di compendiarlo. Il Brigantaggio adunque, dice il Massari, esiste ora [p. 157 ==> 162/777] nelle provincie meridionali, perché quivi è una tradizione popolare, un'antica abitudine, il pascolo della immaginazione delle plebi, la delizia delle loro affezioni. I briganti sono ora nel Regno di Napoli, perché già vi furono una volta. E a provarlo son lì quei brani di scelta erudizione, che cavati dalle cronache e dalle storie, ci assicurano essere sempre state quelle province nido a un tempo ed ecatombe di briganti. Ma la storia non è grazie a Dio privativa assoluta d'un Relatore, sia anche della Commissione parlamentare. Un po' di storia la conoscono tutti gl'Italiani. Essi sanno da cotesta storia che di bravi, di sgherri, di barboni, di sbricchi, di banditi, e con che altro nome chiamaronsi sino al termine del secolo passato i cagnotti del cattivo baronaggio, non fu copia soltanto nelle meridionali province, ma in tutte le province d'Italia, anzi di Europa: e sanno che tale genia di uomini d'armi, venduti a ogni libito d'un prepotente, è da lunga pezza estinta come per tutto altrove, così forse da più lungo tempo che altrove nelle terre napoletane. Ora i briganti come nel nome, così nel fatto nulla hanno che spartire con questi scherani; né solo ne ripudiano qualsivoglia paternità di origine, ma perfino ogni affinità e comunanza di scopi e di mezzi. Quelli che furono chiamati briganti quasi a un tempo stesso in Francia, nella Spagna e nel reame di Napoli, non si videro che sulla fine dello scorso secolo e sul principiare di questo; e sempre nella stessa contingenza, quella cioè del cadere d'una Dinastia regnante, benevisa ed amata nell'universale. I briganti, per restringerci a questo punto solamente, i briganti nel Napoletano non comparvero per lo addietro che in due epoche soltanto, nel 1796 cioè e nel 1806: vale a dire sempre e solo allora che lo spodestamento del loro Re legittimo, mercè di armi sleali e di felloneschi tradimenti, consigliò i più risoluti dei suoi sudditi ad opporsi colle armi in mano ai nuovi oppressori del loro Re. Erano legittimisti, che sorgevano a difendere una nobile causa, col pericolo eziandio della loro vita medesima. Ritornarono i Borboni sul loro soglio; e vi sedettero tranquillamente fino al 1860; e in tutto questo tempo non vi fu pure un solo caso di Brigantaggio. Succede un nuovo assalimento di armi forestiere, e un nuovo rimescolio di tradimenti interni: Re Francesco calun

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niato, tradito, spogliato è costretto [p. 158 ==> 163/777] ad abbandonare la reggia dei suoi padri, e cercare asilo e ricovero in Roma: ed ecco nuovamente in campo i briganti combattere ad oltranza gli oppressori del loro Principe sventurato. Tre volte adunque esulano detronizzati i Borboni dal loro Regno, e tre volte il Brigantaggio leva il suo capo arditamente a loro sostegno. Questa è la storia genuina dei fatti, e nessuna Relazione al mondo varrà a distruggerla. Ora questa storia, che la Commissione d'inchiesta invoca contro l'idea politica del Brigantaggio, dimostra invece che unicamente politico è l'impulso che gli ha dato sempre l'essere e il sostenersi. Ma noi vogliamo che questa storia tradizionale del Brigantaggio, e questa logica conchiusione sia confermata dall'autorità medesima dello stesso relatore; il quale, dimentico un tratto dello scopo formale della sua lunga diceria, così espressamente ci attesta: <<Durante il decennio, nel quale regnarono Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat, il Brigantaggio, atteggiandosi a difensore dell'indipendenza, travagliava in ispecial guisa le Calabrie, e turbava la pace di tutto il regno. Se il soccorso degli Austriaci fosse mancato nel 1821, Ferdinando I avrebbe adoperato il Brigantaggio per disfarsi della Costituzione; se il 15 Maggio 1848 Ferdinando II fosse stato vinto nella città di Napoli, egli era già pronto a scatenare il Brigantaggio nella campagna... Dal complesso di questi fatti risulta una tradizione storica, la cui partecipazione alla genesi del Brigantaggio non può essere rivocata in dubbio1>> (1) Atti del Parlamento. Relazione letta dal deputato Massari; p. 883.] Ei sembra che a chiarire la stretta relazione tra la difesa della nazionale indipendenza e l'apparizione del Brigantaggio, tra il regalismo più schietto e la reazione armata, facessero ombra al Massari quei cinquantaquattro anni di pace tranquilla, che si godè sotto i Borboni in ogni provincia del Regno. Non si contentò adunque delle due epoche sì note, il 96 del secolo scorso, e il 6 del corrente, troppo remote dal 60: e a stabilire una concatenazione viepiù stretta, volle introdurre del suo altre due, il 21 cioè e il 48. Se non che non trovando in questi anni nella realtà dei fatti un suo lontano fondamento, [p. 159 ==> 164/777] ricorre alla ferace sua immaginazione, e con ardita divinazione si fa garante che se i Borboni nella lotta colla rivoluzione fossero stati perdenti, sarebbe certo uscito fuori a sostenerli e difenderli il Brigantaggio. Tanto egli è convinto che il Brigantaggio non s'arma nel Napoletano, che solo in difesa della dinastia dei Borboni, quando ogni altro sussidio o interno o esterno lor venga meno. Or dopo ciò può essere egli dubbio per chicchessia, che il Brigantaggio non abbia altro movente che il politico, e ch'esso non sia propriamente altro, che la difesa della propria indipendenza? Dalle cause morali e storiche, passa il relatore alle cause per dir così topografiche, che esso novera ancora tra le generatrici e le dispositive del Brigantaggio. Il Brigantaggio, siccome qualsivoglia fazione militare che nel Napoletano si combattesse tra piccoli manipoli disgregati e forti schiere di soldatesche, non aspetta al certo a piè fermo il nemico in campo aperto; ma presceglie o le strozze delle giogaie, o i traghetti dei monti, o le boscaglie delle selve, o le ripe frastagliate dei torrenti, o nelle pianure i luoghi meno esposti, e di più malagevole cammino. Quivi la piccolezza del numero ha vantaggio dall'angustia dei siti; le sorprese, i celamenti, gli stratagemmi rendono vana la scienza e la disciplina delle milizie regolari; e l'apparato e la copia delle armi d'un ben fornito drappello di soldatesche o è inutile ingombro, o anche peso fastidioso. Or chi crederebbe mai che questa natural foggia di combattimento, propria degli sbrancati drappelli dei briganti, si trasformi dal nostro relatore in origine del Brigantaggio medesimo, e si adduca per sua cagione affin di escludere ogni partecipazione a concetto politico? In vece di dire tutto al più che il Brigantaggio riempie i boschi e i monti, dice che i boschi e i monti riempiono il Brigantaggio. Forse che quei boschi e quei monti, generatori fecondi di briganti, non esistevano in quelle province sotto il regno pacifico dei Borboni; o forse che almeno la loro fecondità aspettò sempre a dar frutto che alcuno di quell'amata dinastia venisse sbalzato dal trono? Ecco in quali puerilità si casca da chi cerca cagioni false per non confessare la vera.

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Ma pure fosse consentaneo a sé medesimo il Massari, ancorché nei paradossi! Sarebbe almeno strano, cervellino, singolare, ma [p. 160 ==> 165/777] non ridicolo. Egli fin da principio della sua Relazione ci fa sapere che le Calabrie e gli Abruzzi non hanno né ebbero mai briganti. Vero o falso che ciò sia non importa, e neppure importa che i sanguinosi programmi del Pinelli e del Fumel, dati appunto dagli Abruzzi e dalle Calabrie, vengano così da lui dichiarati un inutile guaito d'iena contra popoli tranquilli e devoti. Ma pure l'aveva egli baldamente asseverato; anzi avea pur data questa come ragione efficacissima, perché la Commissione d'inchiesta s'astenesse dal visitarle. Se dunque le Calabrie e gli Abruzzi, che tra tutte sono appunto le province più montuose, più boscose, più solcate da fiumi e da torrenti, che noveri il regno di Napoli, sono da voi dette immuni del Brigantaggio; come va che quindi a poco ci fate questo Brigantaggio figlio dei monti e dei boschi? No; non sono i monti e i boschi la culla del Brigantaggio: essi ne sono bensì il ricetto, e ricetto fidato ed inaccessibile. Chi veramente volesse indagare la cagione, non del perché quivi i briganti si rifuggano e si appostino, perché troppo chiara, ma bensì perché quivi sieno più salvi e inviolabili, troverebbe appunto il rovescio di ciò che ne vorrebbe dedurre la Relazione. Quivi le milizie forestiere non conoscono i siti e le posture, non sanno i valichi né le vie, ignorano gli agguati e le gole pericolose: e però, tuttoché piene di zelo e di coraggio, male si arrischierebbono a mettervisi dentro per isnidarne i briganti, se non avessero guide sicure e fautrici. Or siccome le popolazioni si conservano quasi tutte nel loro cuore fedeli al legittimo loro Signore, esse sono naturalmente più amiche dei briganti che dei soldati piemontesi; e i necessarii loro servigi rendono di assai miglior animo ai primi che ai secondi, e a questi non mai altro che o infidi, o dimezzati. Ciò non avverrebbe al certo se i briganti non fossero parteggiani d'una fazione politica accetta ai popoli, ma vulgari predoni, e alle loro terre non meno che ai lor beni, e alle loro persone avversi e nocevoli. La qual cosa fino a che punto sia vera, ce lo attesta in altro luogo la Relazione stessa, dove ci narra che nei montanini ricoveri dei briganti fu trovato, quelle rare volte che vi poterono penetrare le milizie piemontesi, non solo ogni principal bisogno della vita, ma per fino [p. 161 ==> 166/777] parecchie delicatezze di pane candido e freschissimo, di vini prelibati, di carni recenti, di ottime medicine; tutte cose che solo il commercio amichevole colle terre circostanti potea procacciare a chi erasi su quelle greppe per maggiore sicurezza rintanato. I boschi e i monti adunque, fatti nido sicuro dei briganti, mostrano appunto che essi inalberano un vessillo politico, e servono a una causa che è gradita alle popolazioni. Quella adunque, che è asserita come cagione topografica, non genera il Brigantaggio, ma sol lo assicura: né lo assicura come sito più acconcio alle piccole scaramucce, se non per la complicità delle popolazioni in una lotta meramente politica, e ai loro occhi nobile, non che legittima. Dalle cause remote, che doveano essere pel Relatore tutte sociali, ed abbiamo vedute che sono tutte politiche, veniamo a quelle che egli reca siccome prossime e determinatrici. Sono tre: il mutamento dinastico, la dissoluzione dell'esercito, la nuova leva. Il mutamento dinastico ha scosso l'ordine materiale, e con ciò ha sospeso il freno efficace che teneva a bada i briganti; l'esercito disciolto ha fornito al Brigantaggio uomini avvezzi alle armi: la nuova leva ne ha cresciute le schiere coi molti ricalcitranti. Così il Brigantaggio che esisteva in potenza è venuto all'atto, che viveva celato si è messo all'aperto, che era tenuto compresso ha levato il capo. Questo è in compendio il discorso del Massari, il quale se mai fin qui negli altri capi, in questo davvero si è dato la zappa in sui piedi, e invece di toccare il segno colla sua freccia, se l'ha conficcata nel seno. No: non lo neghiamo. Le ragioni che prossimamente han determinato il Brigantaggio sono, fra le principali, ancora quelle tre: ma appunto quelle tre cagioni dimostrano che il Brigantaggio è vera difesa della nazionale indipendenza, è la parte militante di quella fazione politica che in cento guise resiste al nuovo occupatore. Non ci vogliono molte parole a dimostrarlo. La dinastia dei Borboni di Napoli, tuttoché sì calunniava dalle sètte e dai rivoluzionarii di tutti i paesi, era non solo riverita, ma cara al popolo d'ogni grado: e quella riverenza e quell'amore aveanglielo meritato le insigni virtù private dei suoi Monar

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chi, e i cospicui beneficii fatti al Regno. Il Re Francesco al tradizionale amore pei suoi progenitori [p. 161 ==> 167/777] accoppiava il prestigio della giovinezza, la fama d'un'indole soave e benefica, e la memoria vivissima della sua genitrice, che gli avea nel popolo procacciato il titolo di Figliuolo della Santa. L'esercito piemontese, più che la fellonia di pochi suoi sudditi, il balzò del soglio paterno; e i popoli che fino allora aveano assistito fra sbalorditi e speranzosi al dramma ferale, costretti dalla forza delle armi e degli avvenimenti a piegare momentaneamente il collo ai nuovi padroni, le affezioni e le speranze serbarono intatte per l'antico. Non vi fu grado di persone che a suo modo non manifestasse al mondo questo sentimento: La nobiltà come la plebe, i magistrati come i militari, il clero come i laici. Chi n'ebbe modo seguì nell'esilio il suo Re: chi non l'ebbe rimase di mala voglia nella sua terra, ma lontano dalle urne elettorali, lontano dagli uffici pubblici, lontano dai comandati festeggiamenti. Né solo colla ritrosia, ma eziandio colla reazione questa loro fedeltà comprovarono. Reazione pacifica coi discorsi, coi giornali, cogli opuscoli, colle sottoscrizioni, con ogni mezzo infine che non turbasse l'ordine esterno materiale: reazione armata in ogni punto del Regno ov'essa fu possibile. La reazione pacifica sconta nelle carceri e negli ergastoli la sua fedeltà al Principe legittimo con più di migliaia di imprigionati. La reazione armata la sconta con più di migliaia di fucilati. Questa reazione armata è il Brigantaggio: la quale sopra le altre politiche reazioni ha solo questa differenza, che dimanda maggior coraggio, perché si espone a maggiori pericoli. Essa dunque si origina appunto da quella mutazione dinastica, che qui è detta semplicemente causa determinatrice, e dovea dirsi efficiente e produttiva. La dissoluzione, oltre a ciò, dell'esercito napolitano e la nuova leva concorsero bensì a ingrossare, ma non a formarne le fila: ma ciò lungi dall'escludere l'impulso politico, lo manifesta più evidentemente. Gli antichi soldati avean la scelta tra la divisa piemontese, e il pastrano brigantesco, quando non volevano ricoverarsi alla vita pacifica dei loro domestici focolari. L'odio alla bandiera piemontese, la fedeltà al Principe che li avea capitanati a Capua e a Gaeta, il dispetto di veder la loro patria caduta in signoria d'uno Stato, ch'essi appena conoscevano di nome, li mosse a mettersi allo sbaraglio [p. 163 ==> 168/777] d'una vita piena di stenti, di fatiche, di privazioni, di rischi, che cominciava col sacrificio della lor quiete presente, e potea terminare, come per moltissimi avvenne, col sacrificio della lor vita. Ciò è forse ancora più evidente per i renitenti della leva. I popoli del Napoletano erano da lunga età abituati a pagare allo Stato questo tributo di sangue: anzi se nei tempi ordinarii partivano le nuove cerne dalle lor terre più rassegnati che ilari, nei tempi di commovimenti politici essi partivano più ilari che rassegnati, facendo udirne apertamente la cagione col grido che tutti ripetevano di Viva il Re. Non era dunque legge nuova, non abitudine nuova, non sacrificio nuovo la leva: e il vedersi ora a decine di migliaia i renitenti, che prima non erano neppure a decine di unità, mostra non avversione alla milizia ma alla bandiera, non ritrosia alla legge ma al Principe, non tenacità di costumi ma di principii. Essi si fan briganti piuttosto che soldati, perché il brigante combatte pei Borboni, il soldato dee combattere pei Savoia. Il renitente adunque rifattosi brigante, è un vero reazionario politico: e il Brigantaggio che lo raccoglie con ciò solo mostra che esso milita per un'idea, che esso difende una causa politica, che esso non è altro insomma se non la difesa del dritto legittimo d'un Re e dell'indipendenza bramata d'una patria. Questa è la storia nella sua nudità: e nessun sofisma, per ingegnoso che sia, potrò svisarla. Quell'uomo che voi ingiuriate col titolo di brigante, e calunniate coll'accusa di affamato, di barbaro, di immorale, quell'uomo non conosce altra briga, che quella di non curvare il capo innanzi alla fortuna d'una causa ingiusta; non ha altra fame che di difendere la religione dei suoi avi, il buon dritto del suo Re, l'indipendenza della sua patria; non conosce altra barbarie che di opporre alla forza la forza, e di non lasciarsi accalappiare da inani e rimbombanti parole: non è guasto da altra immoralità, se non da quella che non vuol sapere di fatti compiuti, né di leggi obbligatorie tuttoché ingiuste. Egli fa pel dritto e per la giustizia, ciò che i Bandiera, i Nicotera, i Bencivenga, i Garibaldi tentaron di fare e fecero per la rivoluzione e pel Piemonte: questi voi chiamaste e chiamate eroi; quello dite, ladro, assassino, brigante. Continuate pu

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re a distribuire a vostro grado lodi e infamie: il brigante, che sa spregiare le vostre baionette [p. 164 ==> 169/777] e le vostre fucilazioni, spregerà eziandio le vostre ingiurie e i vostri dileggiamenti. Le cause generatrici, ossiano rimote, ossiano prossime, arrecate dalla Relazione invece di escludere, come questa pretendeva, ogni impulsione politica del Brigantaggio, dimostrano per lo contrario che il vero suo movente è la politica. Alla stessa conchiusione mena un altro ordine di cause, che possono dirsi alimentatrici: e che il Massari pone in mezzo per ispiegare donde venga al Brigantaggio la forza e la durata. In questo tratto noi siamo di bel nuovo costretti a confessare schiettamente che egli ha colto nel segno, arrecando in mezzo le cagioni vere, indubitate, efficaci. Sì: gli errori del Governo, l'inabilità e l'inerzia della polizia, i mutamenti continui dei pubblici officiali, le dissensioni dei cittadini, la prepotenza dei magistrati municipali, gli arbitrii feroci degli uffiziali della guardia nazionale, la propensione dei sindaci e degl'impiegati municipali in favore dei briganti, la connivenza del clero, e sovra tutto la persuasione comune fra quei popoli dell'instabilità del nuovo ordine di cose; sì tutte queste cagioni che egli ad una annovera, e largamente svolge e commenta, queste cagioni, diciamo, esistono veramente, e veramente porgono al Brigantaggio non solo alimento, non solo fomite, ma eziandio saldezza, costanza, virtù di resistere a ogni sforzo contrario d'un Governo fortemente armato, e più fortemente ancora risoluto a valersi delle sue armi. Lungi però dal provare che il Brigantaggio non ha che far nulla colla politica, esse concorrono tutte a provare che solo la politica lo tien vivo e vigoroso. Poiché quelle cause fomentatrici non esisterebbero al certo, o almeno non si unirebbero insieme al servigio dei briganti, se questi, invece di essere la frazione militante d'un esteso partito politico, non fossero altro che predoni armati a ruba dei cittadini, ed a saccheggio delle terre e città. Il ladro è nemico pubblico: e se può in una terra trovare tra la feccia della plebaglia un manutengolo o un complice, non può certo trovar dappertutto fautori, aiuti, protezioni, e financo inviti ed applausi: anzi per lo contrario, per qualche complice che abbiasi in una terra, ha contra sé la popolazione intera, il cui sommo e primo interesse è la difesa della roba propria. Nuovo e strano spettacolo è questo, a cui il Massari [p. 165 ==> 170/777] vorrebbe farci assistere creduli ed imperturbati. Un pugno di malfattori, rifiuto di bische e di galere, fa comunella insieme, per derubare un paese intero, anzi per devastarne le terre, e trucidarne le persone. Si vocia per la città il fiero proposito; e nessun si commuove, e se qualche cosa si fa per non venire in sospetto a qualche zelante parteggiano del Governo, si prendono precauzioni e difese vane, apparenti, lentissime. Intanto una parte dei cittadini manda avvisi, incoraggiamenti, provvisioni, e fino armi, cavalli e denaro ai bricconi che debbono venire a derubarli: le guardie di pubblica sicurezza chiudono un occhio, e lasciano passar tutti e tutto senza veder nulla, e senza riferir nulla; le autorità municipali se ne stanno neghittose e silenti sopra un sì grave danno dei loro Comuni, o peggio ancora dan consigli e mano; i militi della guardia nazionale o non rispondono all'appello che li chiama a combattere quegli assassini, o mandano a premunirli dei luoghi ove si diriggono, o perfino scontrantisi con loro, invece di scambiare le fucilate, scambiano i saluti ed i banchetti. Questo dramma incredibile ci svolge il Massari con impassibile sicumera: e perché è Deputato, e dipiù relatore d'una Commissione d'inchiesta, vuole che gli crediamo sulla parola, rinnegando il buonsenso, la ragione, l'esperienza. Ma egli è pur da compatire il poverino: giacché vi è costretto dal compito impostogli. Il Brigantaggio non deve comparire agli sguardi dell'Europa una opposizione al Governo, una reazione contro la rivoluzione, una resistenza politica: giacché altrimenti addio spontaneità di annessioni, addio unanimità di suffragi, ed ecco tornare in campo quel sì semplice quesito di Massimo d'Azeglio: A chi non ci vuole, con qual dritto possiamo rispondere colle fucilate? Dovrà dunque il Brigantaggio prendere ad ogni costo fattezze e vesti di abominevoli ladronecci; perché esposto così agli sguardi delle persone, tutti gridino dal fondo del cuore: Oh! che mostro! che mostro! Dàlli, dàlli!

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Noi fin qui abbiamo seguitato con ogni fedeltà le orme della Relazione, adducendone tutte le pruove, e mostrando che tutte conducevano alla conseguenza opposta a quella che essa ne deduceva. Possiamo però tenere altra via, la quale ci mena allo stesso termine, forse con maggior evidenza. Ci si consenta di batterla rapidamente, [p. 166 ==> 171/777] perché dopo le cose ragionate possiamo farlo con franchezza e brevità grande. La prima parte della Relazione è tutta destinata a dimostrare che la politica è estranea al Brigantaggio. Intanto i fatti, che vi si arrecano, dànno del Brigantaggio tale una descrizione, che impossibile cosa è spiegarlo altrimenti che colla politica. Dunque l'assunto della Relazione è distrutto dal suo svolgimento, i fatti che si attestano non si adagiano agli argomenti per cui sono arrecati, e le conseguenze, che naturalmente la logica dei lettori ne tira, sono opposte all'intento del Relatore. Proviamolo. Popolazioni che per mezzo secolo sono state pacifiche, operose, contente, all'annunzio che il Re Francesco II è assediato a Gaeta, prendono a un tratto le armi, e s'uniscono insieme a formare bande e compagnie, con disciplina di leggi, e autorità di comando. Disciogliersi l'esercito napoletano, e molti degli antichi soldati regii fan corpo con queste bande, e le rendono più agguerrite e più tenaci. Sopraggiunge la legge della Leva piemontese, e i renitenti aumentano il numero dei briganti, e loro anzi ne forniscono la maggior parte. Tutti questi radunati insieme inalberano una bandiera, e questa è la bandiera dei gigli: hanno un grido di guerra, e questo è il grido di Viva Francesco II: hanno una formola di giuramento, e questa obbliga a combattere per un Re proscritto, per una patria soggiogata, per una religione perseguitata (pag. 891); hanno programmi politici, e questi invitano i cittadini ad opporsi ad un'oppressiva invasione, a scuotere il giogo d'un Governo detestato e detestabile (ivi). Né quei briganti sono manipoli di gente disperata in arme senza legami, senza vincoli, senza dipendenza, senza commercio colle popolazioni. Essi al contrario, tuttoché vivano d'ordinario nei monti, sono in continua comunicazione colle città e coi cittadini. Essi hanno traffico e dipendenza dai comitati borbonici (ivi) esistenti nelle varie città del Regno: hanno nelle varie terre una polizia bene ordinata (pag. 880), la quale è operosa ed efficace: hanno da per tutto i loro banchieri, i loro fornitori, i loro depositi (pag. 890): ricevono regolarmente dalle città vitto, liquori, munizioni, bendature, medicinali, e financo ricoveri negli sbandamenti, e cure nelle ferite o nelle malattie (pag. 889). Né ciò è tutto: molti Sindaci e magistrati municipali aiutano i tentativi borbonici, e son d'accordo coi briganti; anzi il fatto di [p. 167 ==> 172/777] Sindaci e ufficiali di guardia nazionale, manutengoli di briganti, si è avverato in parecchie località (pag. 888). I giudici nei tribunali, e i giurati nelle assise invece di severità, usano mitezza; e invece di condannare salvano quei che sono presentati al loro giudizio. Il clero (lasciamo d'indagare se a torto od a ragione) il clero è posto dalla Relazione come complice, che stese la mano al naturale erede delle reazioni, al brigantaggio (pag. 890). Ora se questi sono i fatti, che la Commissione d'inchiesta è stata costretta d'ammettere, ed ha creduto necessità del non dissimularli, non forniscono essi a ribocco l'idea d'una grande ed estesa fazione politica, la quale abbraccia ogni classe di persone, si adopera attuosamente con ogni mezzo, e della quale il Brigantaggio non è che la sola parte militante ed armata? È impossibile dunque il giudicare la politica come estranea al Brigantaggio, se vogliasi credere ai fatti, asseriti dal Massari. Tanto è impossibile, che quantunque contraddicendosi, il Massari stesso lo assevera in più luoghi colle più formali parole. Lo assevera in un modo diretto, dicendo: <<Fin dai primi giorni della liberazione delle province napolitane, appare evidente quella complicità attiva, efficace, sciente tra il Borbonismo e il Brigantaggio, che sussiste tuttora, e che avremo occasione nel prosieguo della nostra esposizione di additare alla Camera, con documenti irrefragabili ed autentici>>. (Pag. 886) Lo assevera in modo indiretto, quando dopo essersi sbracciato a mostrare che il Brigantaggio è esclusivamente sociale, prorompe in questa strana protestazione: <<A me sembra questione all'intutto oziosa il definire se il Brigantaggio sia esclusivamente politico, oppure esclusivamente sociale: essendo evidente che esso... non cessa dall'essere adoperato ed usufruttuato per fini meramente politici.>>

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Conchiudendo adunque diciamo che per tre capi il Brigantaggio è nella Relazione del Massari dimostrato essere cosa al tutto politica: primo perché le ragioni che s'adducono per negarlo, invece chiaramente il confermano; secondo perché i fatti attestati in quella Relazione lo dimostrano evidentemente; terzo perché il Relatore medesimo è costretto o mal suo grado di confessarlo con frasi espresse. 3.4. MICHELE VITERBO: La fame di terra. Michele VITERBO (1966) [alias Peucezio. Castellana Grotte, 8 Ottobre 1890 - † Bari, 13 Aprile 1973. Giornalista, scrittore e politico italiano], nell'esporre le sue considerazioni sul brigantaggio, pone l'accento sulla fame di terra, quale sua causa genetica sia al tempo di G. Murat che al tempo di Vittorio Emanuele II: - "fame di terra da parte dei contadini, che resistevano a tutte le delusioni e a tutti i disinganni; - fame di terra che lo tesso Borbone aveva peraltro suscitato e poi soffocato, quando sulle prime aveva lasciato credere alle turbe al seguito del Cardinale Ruffo che le terre degli odiati giacobini, tutti galantuomini o giamberghe, sarebbero state loro e se le sarebbero divise fra loro; - fame di terra che ora, nel 1861-1865, i fautori di Francesco II ridestavano con la loro propaganda nelle campagne, attraverso la quale garantivano ai contadini il possesso dei demani e delle vaste proprietà dei signori che avevano tradito i Borboni e creduto nell'Unità." (p. 495) Ma la fame di terra non è per lo scrittore castellanese una spiegazione esaustiva, motivo per cui si volge a trattare del salario dei braccianti di allora: "La paga media dei contadini, che lavoravano dall'alba al tramonto, salvo una breve interruzione dopo mezzogiorno, si aggirava dunque intorno ai 16 grana (ogni grana valeva 4 centesimi e 25 millesimi); 16 grana che salivano a 40 per i lavori più pesanti, per esempio la mietitura, mentre il costo medio di un rotolo (grammi 891) di pane d'orzo si aggirava intorno a sei grana e quello di un rotolo di pane di grano a 10 grana. Sicché a un contadino con figli piccoli, che avevano bisogno in media e al minimo di due rotoli di pane d'orzo al giorno, non avanzavano, in tempi normali, se non 4 grana (cioè 17 centesimi di Vittorio Emanuele II) per il resto del vitto, la legna per il fuoco, gli indumenti, il fitto del tugurio ove abitava, ecc. Non parliamo della carne, che costava 8 grana al rotolo, quella di pecora o capra, e 22 quella di bue; e del pesce, che andava da 7 a 24 grana; ma carne e pesce non erano cibi per i contadini braccianti. Situazione tragica, come si vede; e così si spiega come, solo nel quarantennio 1811-'51, vi erano state in Puglia ben cinque carestie. Questo l'ambiente. La società legale soffocava dunque letteralmente, con la sua oppressione, ogni anelito, ogni speranza degli abietti braccianti, dei derisi villani, curvi tutto il giorno sulla loro zappa e la loro vanga, denutriti, abbrutiti, che, per vigorosi e resistenti che fossero, invecchiavano a cinquant'anni e anche prima, e, quando non erano più capaci di lavorare, elemosinavano per le vie, luridi, cenciosi e fetescenti accattoni: <<immondizia di plebe>>, aveva detto, ai suoi tempi, il Colletta {Pietro Colletta (Napoli, 23/01/1775 - † Firenze, 11/11/1831). Patriota, storico, generale., Uomo di stato e scrittore. Storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825 (1834)}.

Ora, di fronte a queste condizioni di fatto e a così tetre prospettive per l'avvenire, di fronte a questo quadro di cupa e quasi inconcepibile miseria senza speranza e senza respiro, come poteva la vita del brigante, con tutti i suoi rischi e pericoli, non esercitare sui giovani contadini un'attrazione, una sorta di fascino, cui non era facile resistere? Divenire Brigante significava, innanzi tutto, sentirsi finalmente qualcuno, non piegarsi passivamente alla sorte comune e terribile di tutti gli altri contadini braccianti; significava poter dare prova di sé, del proprio ardimento, della propria destrezza, della propria furberia: significava poter contare sulla omertà e anche sulla considerazione e sul rispetto delle popolazioni, che nel brigante vedevano il più delle volte non il malfattore, il ladro o l'assassino, bensì il loro stesso vendicatore. E il Massari dice appunto che <<le attrattive del brigantaggio>> erano tante, e che la stessa

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immensità dei boschi e delle macchie in cui si poteva godere una libertà sconfinata era di per sé stessa un'attrattiva. Si pensi che il Gargano era infatti completamente staccato dal mondo; tranne la strada che conduceva al santuario di S. Michele, meta di continui pellegrinaggi, non c'erano altre strade. In taluni luoghi non era nemmeno possibile l'accesso a cavallo, ma solo a piedi. Da Dragonara al Molise, dal Fortore sino a Vasto non erano che boschi e selve, talvolta inaccessibili, e così da Monticchio a Montemilone e alle colline della Murgia pugliese. V'erano buone strade soltanto intorno a Napoli e ai grossi centri del Regno, e particolarmente fortunata poteva ritenersi la provincia di Bari per le strade che erano state aperte dal Murat prima e dall'intendente marchese di Montrone poi. Ma la Lucania e la Capitanata erano prive di strade, tranne le comunicazioni con Napoli, e del resto tutti ricordano che al tempo, non lontano, del viaggio di Zanardelli, e anche dopo, in taluni comuni della Lucania si giungeva solamente attraverso il letto del torrente, beninteso quando era asciutto. Anche tra Abruzzi e Capitanata non v'erano strade, onde si era costretti a recarsi prima a Napoli e di lì a Foggia: solo i selvaggi pastori scendevano con le loro greggi lungo i tortuosi tratturi. Nel complesso, nel 1860, su 1848 comuni del Sud, 1321 difettavano di strade. Ed è inutile dire come e quanto tutto questo avesse nel passato straordinariamente favorito e come favorisse ancora il brigantaggio, specie se sostenuto e finanziato, come allora avveniva, per l'estremo tentativo di restaurazione borbonica: brigantaggio che in quei boschi, in quelle selve, poteva liberamente e spavaldamente organizzarsi. Infatti esso disponeva di rifugi sicuri e quasi tranquilli nei quali raccoglieva grandi riserve di viveri, talvolta che di bestiame, provviste di biancheria (ne furono trovate persino nei grossi tronchi di alberi), e aveva finanche infermerie, dati i tempi bene attrezzate, per feriti e ammalati, come per esempio nella foresta di Monticchio. La legna per l'inverno non mancava, e i pantagruelici banchetti dei briganti - dopo un colpo fortunato, dopo un'impresa riuscita, cioè nelle loro ore di euforia - con interi vitelli e maiali squartati e arrostiti a fuoco lento, e selvaggina e latticini in abbondanza, inaffiati da vino di ottima qualità, erano celebrati e millantati nei paesi, ove invece il contadino, al termine di una giornata di durissimo lavoro, con la tramontana che lo sferzava d'inverno o madido di sudore nell'estate, tornava a casa la sera dopo l'imbrunire, e, al tremolante lume di una lucerna, trovava solo, per sfamarsi, un po' di verdura o di fave senz'olio, cipolle e pomodori secondo la stagione, e un tozzo di pane nero. Si spiega quindi come e perché i figli si ribellassero ai genitori quando questi li consigliavano a vivere rassegnatamente la loro stessa vita e divenissero briganti per riscattarsi alla miseria e all'oppressione, specie poi se nel chiuso della loro anima primitiva covavano pure sentimenti di vendetta contro i signori che avevano sedotto le ragazze del loro cuore. Il furto era certo l'unico mezzo di facile guadagno che ci fosse; ma i furti in grande stile, organizzati dai briganti con rara maestria a danno delle pingue masserie o delle ricche case dei signori, specie se vessatori della povera gente, e quelli a danno degli avidi mercanti che portavano la loro merce in giro per le province, dall'una all'altra fiera, o dei ricchi viandanti che si recavano a Napoli, erano allettamento e tentazione troppo forte perché i giovani validi e animosi potessero sottrarvisi. Talvolta questi giovani non erano di fondo cattivo, ma i capibriganti li sottoponevano, appena entrati nelle bande, a disciplina durissima, e da loro esigevano, pena la morte, non solo il concorso ai grossi furti ma quello ai delitti. E così finivano di abbrutirsi. Il Massari aggiunge infine che i briganti avevano pure i loro fornitori e i loro banchieri, e ciò conferma come fosse solida la loro organizzazione." (pp. 496-498)

Ecco in sintesi, secondo Peucezio, quale "vera e propria tragedia di popolo si nascondesse nel Sud dietro la parola brigantaggio". Si comprenderà "perché per estirparlo occorressero nel 1862, come annota il Massari, ben 90.000 uomini (che poi furono notevolmente accresciuti di numero) dell'esercito piemontese, che non conoscevano il luogo, contro appena 20.000 appartenenti alle bande brigantesche, nascoste nei boschi e nelle macchie di cui conoscevano ogni segreto rifugio." (p. 499)

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Nel § conclusivo del Cap. VII, Volevano Lavorare, Viterbo menziona il prof. Ricchioni, Rettore dell'Università di Bari, che, "in una sua comunicazione al congresso di Geografia, ..., metteva in particolar rilievo il miracolo del lavoro - così egli lo chiama - operato dai contadini pugliesi specie in una parte, della Murgia dei trulli, tra Alberobello e Cisternino con propaggini sino a Ceglie Messapica, cioè proprio nelle zone in cui, nei dì che furono, v'erano ... temutissimi covi di briganti. Infatti i briganti Don Giorgio, il Ferrettaro, il Figlio di Calì {o meglio, Lu Figghju di lu Re, Laveneziana Giuseppe Nicola di Carovigno}, l'Armiere (li citiamo per agnomi) ed altri eran tutti di quei paesi, e son quelli, si badi bene, di una sola banda, che fu tra le ultime e più note, cioè la banda del cosiddetto Sergente di Gioia, il cui vero nome era Pasquale Romano." (pp. 500-501) {In ordine ai briganti agnominati da Peucezio, riscontriamo in Massimo Cardillo (2018): - Don Giorgio: Forse è "Palmisano Giorgio <<Malvasia>>, nato ad Alberobello, banda Sergente Romano, capobanda." (p. 455) - Ferrettaro: "Guarini Chirico "Il figlio di Girolamo il ferrettaro", nato a Cisternino, banda Sergente Romano, arrestato il 1°/3/1864; il 7/3/1864, condannato a 20 anni di lavori forzati" (p. 388) - Armiere: "Caro (o De Caro) Giuseppe <<Orso fatuo>> e <<L'Armiere>>, nato a Fasano nel 1828, capobanda, banda Sergente Romano, arrestato e condannato a 25 anni di lavori forzati." (p. 281) - Figlio di Calì: "Laveneziana Giuseppe Nicola <<Il Figlio di Calì>>. Banda operante tra Martina, Francavilla e Manduria, aggregato come luogotenente alla banda del Sergente Romano nel 1862." (p. 161)}

3.5. SIPARI: la genesi, la vita e la morte del brigantaggio. Trattando della legge sull'affrancamento dei canoni nel Tavoliere di Puglie, F. S. Sipari {Pescasseroli-AQ), 1828 - † Napoli, 1874. Scrittore, poeta, politico} sostiene, nella sua Lettera ai censuari del Tavoliere (1863), ch'essa è la seconda buona legge emanata dal parlamento per annullare il brigantaggio. La prima, a suo avviso, è quella della cessione delle ferrovie meridionali. Dopodiché ritiene risibili le volute origini del brigantaggio. [p. 12] "Come è costume de' partiti politici - spiega lo scrittore pescasserolese -, ognuno ne riversa la colpa sull'avversario, quasicché a scagionarci di un tanto ludibrio bastasse di addossarlo a tutti meno che a sé. Onde avviene che gli scrittori delle efemeridi politiche ed economiche, ed anche gli atti del pubblico potere, ne fanno colpa alle più contrarie e spajate cose del mondo; e senti dire, che prende origine{:} Ø dal dissolvimento delle regie milizie siciliane, e delle bande venturiere del Garibaldi, Ø dalle male e disoneste arti de' vulgari partigiani della caduta [p. 13] dinastia, Ø dal subillamento del pergamo e del confessionale, Ø dal lavorio lento e sottano delle sette republicane, Ø dalla cattiva pruova de' reggitori le provincie, Ø dalle mene incessanti del Muratte2, Ø dalle straniere orde Austrofrancesi attendate nelle nostre provincie venetoromane, Ø dalle leggi politico-economiche contro i possessi delle fratrie1 e delle manimorte, Ø dalla supina ignoranza delle plebi, Ø dai nuovi modi delle leve militari, Ø dal vacuo scalpore contro le tasse della registrazione e del bollo, Ø da' severi e sanguinosi provvedimenti contro la ladronaîa3 malcapitata con l'arma in pugno, Ø dalla natural timidezza de' possidenti, Ø dagl'interessi spostati dalle nuove leggi, Ø dai traditori ed inetti magistrati della polizia e delle pene, Ø dal broglio elettorale, onde presero vita{:} i nuovi Municipî e la civica milizia e i deputati alla provincia e il maestrato4 delle assise, e la suprema rappresentanza nazionale, nelle quali raunate pur vi à del difettoso.

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Non siamo mica così gonzi5 da ingollarci simili bajate, che non valgono nemmanco il pregio del nuovo: devoti a Cesare e a Melchisedecco6, faremo opera di buon cittadini, ragionando la genesi, la vita e la morte del brigantaggio. - È sempre la questione di Spartaco, e di Gracco, la famosa formula del pollo in pentola, almeno la domenica7, che voleva dare ai contadini il buon Bearnese8. E l'ultima sommossa da noi patita è quella del 1860, con la splendida e generosa epopea del Garibaldi, non grande, ma onesto. Quel miracolo di guerra non combattuta, ma vinta, disegnò la stregua delle nostre miserie, non la virilità del mezzo adoperato. La fu una sommossa assai stupida e cretina, che io non la chiamerò revoluzione perché [p. 14] di queste ne contano solo cinque in due millennî - Cristo (dal lato umanitario) Ildebrando9, Guttemberg, Colombo, 89. E della meschinità di quella ribellione rimane specioso ed incredibile documento il giornale officiale di Napoli di Settembre ed Ottobre 1860. Quel bizzarro arruffamento e guazzabuglio, quel ciuffarsi e beccarsi come i polli nella stia, per lungo digiuno i tapinelli, non potea durare e venne la Monarchia servatrice a restaurare il pubblico ordine e la società civile: ma quel bimestre intercesso tra la monarchia di Casa Borbone e quella di casa Savoja fu fatale alla causa della libertà e del progresso economico delle meridiane provincie d'Italia, imperocché la sommossa per elevarsi a dignità di necessaria revoluzione mancò di quel colpo d'occhio sicuro, di quelle larghe vedute, e di que' grandi e violenti mezzi, che fissano l'ora momentanea e fuggitiva del costituirsi le nazioni e del progresso de' popoli. Il vecchio sistema de' privilegî, dell'impiegatume, delle fratrie, de' prebendati10, delle sinecure11, del protezionismo, della restrizione economica, del diritto civile monco e violato, del profondere il danaro pubblico, del pensionismo di grazia, del monopolio, dello strozzamento delle industrie, commerci, e agricoltura, delle manimorte12, de' possessi comunali e demaniali dello stato, dello amministrarsi degli enti morali, della verminaja degl'impieghi, tutto venne consegnato in eredità pura e semplice senza il beneficio dell'inventario dall'una all'altra monarchia a traverso dell'inutile periodo garibaldino. Dico inutile, poiché tranne il fatto materiale della caduta della dinastia, nulla fece, nulla operò, nulla tentò per lo progresso della libertà, [p. 15] e per libertà voglio intendere l'esplicazione di tutti gl'interessi materiali, morali, e intellettuali. Non si dica, che gl'impacci delle fazioni guerresche e la brevità del tempo non consentissero un radicale e profondo innovamento, poiché que' due mesi in mano del Cardinal Riciliù13, o del beccajo Gromuelo14, o del Marchese Mirabò-Arrighetti15, ed anche del causidico16 Robespiero17 sarebbero valsi due secoli. Quel periodo di tempo essenzialmente dittatoriale ed exlege dovea far tutto, e fece nulla; e la monarchia restauratrice chiamata a riparare non solo le illegalità del periodo borbonico, ma pure le intemperanze del periodo dittatoriale (dispotico il primo per insipienza, il secondo per necessità) si trovò sbalestrata in mezzo a doppia siepe di difficoltà dovendo creare e fondare essa solo il nuovo ordine di cose, ardua e pericolosa intrapresa. Né la monarchia poteva pure adoperare que' violenti mezzi, e quelle estreme novità che erano un dovere nella dittatura, poiché essendo responsale18 a' governi e popoli dell'Europa civile di ogni rimbalzo rivoluzionario, ed anelando (come gliene correva obbligo) di assidersi tra gli stati temperatamente ordinati, ostili ed invidiosi tutti, le ripugnavano e le ripugnano gli arbitrî violenti o radicali che voglionsi dire. E il contadino, il proletario che tutto attendeva dalla sommossa e dalla ribellione, fu tradito, come sempre. Quale è lo stato del contadino, del proletario nelle provincie meridiane d'Italia, io lo dirò, nato e vissuto tra essi. Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento, non possiede che un metro di terra in comune..... al camposanto. [p. 16] Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d'uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato rapito o dal prete al giaciglio di morte, o dal ladroneccio feodale, o dell'usura del proprietario, o dalla imposta del comune e dello stato: il contadino non conosce pan di grano, né vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta, segale o melgone19, quando non si accomuna con le bestie a pascere le radici che gli dà la terra, ah! madrigna a chi l'ama. Il contadino

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robusto e aitante, se non è accasciato dalle febbri dell'aria, con sedici ore di fatica, riarso dal sollione, rivolta a punta di vanga due are di terra alla profondità di quaranta centimetri e guadagna 85 centesimi - ben inteso nelle sole giornate di lavoro, e quando non piove e non neviga e non annebbia. Con questi 85 centesimi vegeta esso, il vecchio padre (invalido della fatica, senza ospizio) la madre, un pajo di sorelle, la moglie, ed una nidiata di figli. Se mancano per più giorni gli 85 centesimi, il contadino non possedendo nulla, nemmeno il credito, non avendo che portare all'usuraio o al monte dei pegni, allora (oh! io mentisco!) vende la merce umana: esausto l'infame mercato, piglia il fucile, e strugge, rapina, incendia, scanna, stupra, e... mangia! Ecco il contadino del napoletano. {"E questa è la causa vera del brigantaggio." B. Croce (1966), p. 338}

È nota la risposta del vangatore nelle maremme. Come vivete quì? - Signore, quì si muore! Che ha fatta la pretesa rivoluzione pel contadino? Risponderò con quello che ha fatto la Monarchia per noi, che non siamo proletari. La Monarchia ci ha dato (o ci darà){:}le ferrovie, il commercio, le industrie, i capitali, il ben [p. 17] essere civile, le casse di risparmio, gli asili infantili, le scuole elementari, gl'istituti tecnologici e professionali, le scuole serali e domenicali, le belle arti, le manifatture e un bello e bene amato esercito per difendere noi e le proprietà nostre. Ma gli è poco. Ci ha garentito il diritto di libera stampa, di libera coscienza, di libero lavoro, di riunione, di associazione, di petizione, e, bene supremo, la elezione del maestrato municipale, provinciale, penale, della milizia civile, della rappresentanza nazionale. Cives! E pel contadino? potea e può far nulla lo stato? È in tempo ancora, e può tutto facendolo proprietario. Due sono le classi sociali potentissime e terribili: il Clero, e il Proletariato. L'uno avea troppo e l'altro nulla, ambo avversi e nemici al governo, minatori incessanti lo scavano, e lo struggeranno, certamente. E lo stato ha avuto il torto, insipientemente, di farli ostili e, peggio, renderli solidali nell'offesa e nella riazione. Non parleremo del Clero, perché daremmo di capo in un gineprajo da perdervi il senno: solo accettiamo il fatto che non debba esser proprietario del terreno, ma ricco e poco numeroso, e forse (ora è tardi) poteva completarsi il manchevole del contadino col soverchio del clero, neutralizzandoli a vicenda. Abbiamo vista la pingue prebenda tramutarsi nell'Economato, nella Cassa Ecclesiastica, e infine del Demanio pubblico: per un canonico perduto abbiamo 4 impiegati e 1/2 banchiere. E questa succulenta olla podrida20 de' beni ecclesiastici (che in origine materialmente e moralmente erano e sono del povero) anziché restituirla al contadino famelico e rabbioso ne [p. 18] faremo tinello a qualche grossa banca, come per dieci milioni nelle ferrovie meridionali, e come si avvererà nel Credito fondiario, e via vai. Le miche che avanzano si offriranno al capitale-monopolio, a metà prezzo - E al contadino? Con la repressione violenta, con i magistrati della pubblica sicurtà, con le corti di assise, con lo stato d'assedio, con i consigli di guerra, con i bersaglieri, con i carabinieri, con gli ergastoli, con le fucilazioni, con lo spionaggio, con la corruzione, col talione, col fuorbando21, vinceremo gli effetti del brigantaggio. Ma la causa? - Dirò cose strane: mi perdonino. Il proletario vuol migliorare la sua condizione né più né meno che noi. Lo ha atteso invano dalla stupida pretesa rivoluzione: lo attende dalla Monarchia. In fondo, nella sua idea bruta il brigantaggio non è che il progresso, o, temperando la crudezza della parola, il desiderio del meglio. Certo la via è scellerata, il modo è iniquo ed infame, poiché la forza non sanziona il diritto, ma sì lo offende e fere. Via, si facciano proprietari: non è mica così difficile, ruinoso, anarchico, e socialista come ne ha la parvenza: una buona legge sul censimento a piccoli lotti dei beni della cassa ecclesiastica e demanio pubblico ad esclusivo vantaggio dei contadini nullatenenti - e il fucile scappa di mano al brigante! Una buona legge, senza subastare ma periziando i fondicelli, escludendoli nei primi dieci anni dal pagamento del canone sempre francabile, rendendoli in

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capaci anche nei primi dieci anni di divisione, di vendita, d'ipoteca, soggettandoli solo alla imposta - e il brigante diverrà elettore! - (*) Quel giorno che Chiavone e Crocco, elettori per censo, deporranno il libero voto nell'urna elettorale, quel giorno (oh! venga presto!) sarà l'Italia. Oh! provvegga il parlamento; per noi napoletani è la questione di Amleto: to be or not to be. Ha ben cominciato: le ferrovie, l'affranco del Tavoliere sono due buone leggi per lo annientamento del brigantaggio; le completi con sollecite leggi sul Censimento del Demanio pubblico. Con quell'offa22 strozzerà le bramose ed avide canne dell'idra23 brigantesca. Il brigantaggio non è che miseria, e miseria estrema, disperata: le avversioni del clero, e dei caldeggiatori il caduto dominio e tutto il numeroso elenco delle volute cause originarie di questa piaga sociale son scuse secondarie e occasionali, che ne abusano e la fanno perdurare; ma, perdio, se deste una moggiata al contadino, e' si farà scannare per voi, e la difenderà contro tutte le orde stranie e barbariche dell'Austrofrancia. Le questioni voglionsi guardare largamente, indagandone e tentandone la essenza, senza abbarbagliarsi ai fenomeni [p. 20] superficiali, al miraggio della pubblica opinione, che alle volte è il peggior avversario di ogni sapiente e civile progresso. Dicevamo dunque che dobbiamo adusarci a mirar diritto le questioni, disvolgendole nella loro più larga e completa discussione, senza arrestarsi ad idee preconcette e false, di un passato insipiente e senza individualismo. Bisogna convincersi che l'età presente si rannoda alla passata per solo nesso cronologico, poiché l'89, non è la bastiglia24 contro capeto25, ma comincia un'età nuova, una società nuova, una scienza nuova, una umanità nuova: era di creazione, non ha alcun addentellato nel passato, ma vive e guida l'estrema odissea umana al suo porto, che è la libertà. Foggia 7 Maggio 1863. (*) La forma censuale in questo immenso tramutarsi di diritti sarebbe più apparente che reale, e ancora temporanea e di transizione: poiché non le massime agevolezze che vorrei agli utilisti, nessuno di essi si resterebbe dal francare il canone in pochi anni, sendo il diritto di proprietà quello che ci abbarbica al suolo. Non vorremmo essere accagionati di contraddizioni ai principî testé esplicati, poiché ognun veda di leggieri come questo possesso di censimento si risolvesse e chetasse subito nel possesso di proprietà. FRATRIA: Confraternita MURATTE: Da Murat, e quindi del murattismo (Durante il Risorgimento, movimento politico che sosteneva la restaurazione di una dinastia murattiana nel Regno delle Due Sicilie) LADRONAIA: Banda di ladri o di briganti MAESTRATO: Forma ant. per Magistrato GONZO: Che, chi è credulone e facilmente ingannabile MELCHISEDECCO: Melchìsedec (ebr. <<re di giustizia>>) Biblico sovrano di Salem (Gerusalemme), di razza cananea; sacerdote dell'Altissimo, accolse Abramo vittorioso e ne ricevette le decime) DEL POLLO IN PENTOLA, ALMENO LA DOMENICA: Aforisma attribuito a Enrico IV di Francia BEARNESE: Del Béarn, regione della Francia sud-occid., nel dipartimento dei Bassi Pirenei; per antonomasia, il Bearnese, Enrico di Borbone, dal 1589 re di Francia col nome di Enrico IV. ILDEBRANDO: Gregorio VII, nato Ildebrando di Soana (Soana, 1015 circa - † Salerno, 25 Maggio 1085). Il 157° papa della Chiesa Cattolica dal 1073 alla morte. PREBENDATO: Il diritto e la titolarità di una prebenda (dir. can.: beneficio ecclesiastico) SINECURA: eccl., beneficio ecclesiastico senza obbligo di celebrare i sacri uffizi e di assistere i fedeli. MANIMORTE: Manomorta: Condizione dei beni appartenenti a enti perpetui, come chiese, conventi, opere pie e sim, considerati inalienabili, e non pagavano tasse di successione. CARDINALE RICILIÙ: CARDINALE RICHELIEU [(Parigi, 5 Settembre 1585 - † 4 Dicembre 1642). Cardinale, politico e vescovo cattolico francese. Nominato Primo ministro dal re Luigi XIII di Francia] CROMUELO: Oliver CROMWELL (1599-1658) Statista inglese, puritano. MARCHESE MIRABÒ-ARRIGHETTI: Victor Riqueti, marchese di Mirabeau. Economista francese, nato a Pertuis, in Provenza, nel 1715, morto ad Argenteuil nel 1789. CAUSIDICO: Vale sovente Avvocato di seconda mano. Anche il Procuratore è un Causidico. ROBESPIERO: Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, detto l'Incorruttibile (Arras, 6 Maggio 1758 - † Parigi, 28 Luglio 1794). Politico, avvocato e rivoluzionario francese. Divenuto presidente del Comitato di salute pubblica, instaurò il Terrore, inviando a morte migliaia di vittime. Egli stesso fu ghigliottinato il 28 Luglio 1794. RESPONSALE: arc., responsabile. MELGONE: Nome usato nell'Italia settentrionale per il MAIS.

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OLLA PODRIDA: letter. pentola marcia, nome popolare di uno stufato originario della cucina spagnola, classificato nella famiglia dei bolliti. FUORBANDO: "Liste di fuorbando", sorta di liste di proscrizione antibrigantesche, contenenti i nominativi di coloro che erano ritenuti "fuor banditi", cioè briganti, e, in quanto tali da uccidersi non solo dalla forza pubblica ma da chiunque altro. OFFA: Presso gli antichi Romani, piccola focaccia di farro e, più genericamente, ogni boccone di cibo. IDRA: Mostruoso serpente mitologico (propr. Idra di Lerna) con molte teste (da 3 a 9 e più, secondo le varie leggende). BASTIGLIA: Fortezza parigina. Venne assaltata il 14 Luglio 1789 dai rivoluzionari. La presa della Bastiglia divenne l'icona dell'inizio della rivoluzione francese. CAPETO: Ugo Capeto (Dourdan, 940 circa - † Prasville, 24 Ottobre 996). Re di Francia, incoronato a Noyon nel 987, fino alla sua morte. CAPETINGI: Dinastia francese (la terza, dopo i Merovingi e i Carolingi), che prende il nome da Ugo Capeto.

3.6. CARLO LEVI: i contadini erano tutti dalla parte dei briganti. Carlo Levi {Torino, 29/11/1902 - † Roma, 4/01/1975. Scrittore, pittore, politico e antifascista. Senatore della Repubblica: IV e V Legislatura Senato} nel suo romanzo (Cristo si è fermato a Eboli), ci parla del brigantaggio dei contadini, e ci dice che, salvo poche eccezioni, i contadini tutti erano dalla parte dei briganti, e infine che il brigantaggio fu, nel cuore e nella voce di tutti, una guerra trasformatasi in leggenda, fiaba, racconto epico, mito. [p. 128 ==> 134/259] I contadini di Gagliano non si appassionavano alla conquista dell'Abissinia, non si ricordavano più della guerra mondiale e non parlavano dei suoi morti: ma una guerra era in cima ai cuori di tutti, e su tutte le bocche, trasformata già in leggenda, in fiaba, in racconto epico, in mito: il brigantaggio. La guerra dei briganti è praticamente finita nel 1865; erano dunque passati settant'anni, e soltanto pochi vecchissimi potevano esserci stati, partecipi o testimoni, e in grado di ricordare personalmente quelle imprese. Ma tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, ne parlavano come di cosa di ieri, con una passione presente e viva. Quando conversavo con i contadini, potevo esser certo che, qualunque fosse l'argomento del discorso, saremmo presto scivolati, in qualche modo, a parlare dei briganti. Tutto li ricorda: non c'è monte, burrone, bosco, pietra, fontana o grotta, che non sia legata a qualche loro impresa memorabile, o che non abbia servito di rifugio o di nascondiglio; non c'è luogo nascosto [p. 129 ==> 134/259] che non gli servisse di ritrovo; non c'è una cappelletta in campagna dove non lasciassero le loro lettere minatorie e non aspettassero i riscatti. I luoghi, come la Fossa del Bersagliere, hanno preso nome da loro o dai loro fatti. Non c'è famiglia che non abbia parteggiato, allora, per i briganti o contro i briganti; che non abbia avuto qualcuno, con loro, alla macchia, che non ne abbia ospitato o nascosto, o che non abbia avuto qualche parente massacrato o qualche raccolto incendiato da loro. A quel tempo risalgono gli odi che dividono il paese, tramandati per le generazioni, e sempre attuali. Ma, salvo poche eccezioni, i contadini erano tutti dalla parte dei briganti, e, col passare del tempo quelle gesta che avevano così vivamente colpito le loro fantasie, si sono indissolubilmente legate agli aspetti familiari del paese, sono entrate nel discorso quotidiano, con la stessa naturalezza degli animali e degli spiriti, sono cresciute nella leggenda e hanno assunto la verità certa del mito. Non intendo, qui, fare un elogio del brigantaggio, come pare che sia diventato di moda, da qualche tempo, da parte di letterati estetizzanti, o di politici in malafede. Giudicato da un punto di vista storico, nel complesso del Risorgimento italiano, il brigantaggio non può essere difeso. Da un punto di vista liberale e <<progressista>>, quello appare l'ultimo sussulto del passato, che andava spietatamente stroncato, un movimento funesto e feroce, nemico dell'unità, della libertà e della vita civile. E lo fu realmente, nella sua realtà di guerra fomentata e alimentata dai Borboni, dalla Spagna, e dal Papa, per i loro particolari motivi. Ma il brigantaggio dei contadini è un altro: a guardarlo da quel punto di vista non solo non si può giustificarlo, ma non si riesce nemmeno ad intenderlo. Del resto, neanche i contadini lo giudicano e lo difendono, e quando ne parlano con tanta passione, non se ne gloriano. I suoi motivi storici, e gli interessi dei Borboni e del Papa e dei feudatari, essi non li conoscono. [p. 130 ==> 136/259] Anche per loro,

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quella è una storia triste, desolata raccapricciante. Soltanto, sta ad essi nel cuore; fa parte della loro vita, è il fondo poetico della loro fantasia, È la loro cupa, disperata, nera epopea. Anche il loro aspetto, oggi, richiama l'immagine antica del brigante: oscuri, chiusi, solitari, aggrondati, col cappello nero e il vestito nero, e, d'inverno, il mantello; sempre armati, quando vanno nei campi, con il fucile e la scure. Il loro cuore è mite, e l'animo paziente. Secoli di rassegnazione pesano sulle loro schiene, e il senso della vanità delle cose, e della potenza del destino. Ma quando, dopo infinite sopportazioni, si tocca il fondo del loro essere, e si muove un senso elementare di giustizia e di difesa, allora la loro rivolta è senza limiti, e non può conoscere misura. è la rivolta disumana, che parte dalla morte e non conosce che la morte, dove la ferocia nasce dalla disperazione. I briganti difendevano, senza ragione e senza speranza, la libertà e la vita dei contadini, contro lo Stato, contro tutti gli Stati. Per loro sventura si trovarono ad essere inconsapevoli strumenti di quella Storia che si svolgeva fuori di loro, contro di loro; a difendere la causa cattiva, e furono sterminati. Ma, col brigantaggio, la civiltà contadina difendeva la propria natura, contro quell'altra civiltà che le sta contro e che, senza comprenderla, eternamente la assoggetta: perciò, istintivamente, i contadini vedono nei briganti i loro eroi. La civiltà contadina è una civiltà senza Stato, e senza esercito: le sue guerre non possono essere che questi scoppi di rivolta; e sono sempre, per forza, delle disperate sconfitte; ma essa continua tuttavia, eternamente, la sua vita, e dà ai vincitori i frutti della terra, ed impone le sue misure, i suoi dèi terresti, e il suo linguaggio. [...] [p. 133 ==> 139/259] Di veri briganti di quelli del '60, non ce n'è quasi più. Uno ne vive, mi raccontò la Giulia, qui vicino. a Missanello. È un vecchio di novant'anni, con una gran barba bianca, ed è un santo. Era stato un temuto capo di bande. Ora vive nel paese, onorato dai contadini come un patriarca; si ricorre a lui per consigli in tutti i casi difficili della vita. Mi dispiace di non essere mai potuto andare a conoscerlo. Un altro lo incontrai un giorno a Grassano. Ero nella bottega di Antonino Roselli, il mio segretario-barbiere-flautista, e mi facevo radere, quando entrò un vecchio robusto dal viso colorito, dai grossi baffi bianchi e dal portamento fiero, dagli arditi occhi azzurri, vestito di velluto alla cacciatora: non l'avevo mai visto in paese. Rimase, aspettando il turno, a fumare la pipa, e mi chiese chi ero. - Un esiliato? - mi disse anche [p. 134 ==> 140/259] lui, come gli altri, quando gli ebbi risposto. - A Roma non ti vogliono bene -. Gli chiesi quanti anni avesse: - Molti, - mi disse, - ero giovane al tempo dei briganti. Avevo quindici anni, quando, con mio fratello, ammazzammo il carabiniere. Hai visto quella quercia vecchia, che è sulla strada, un duecento metri prima di arrivare in paese? Fu là che lo incontrammo, e voleva fermarci, e fummo costretti a ucciderlo. Il corpo lo nascondemmo nel fosso: ma lo trovarono presto. Mio fratello lo presero subito, e morì qualche anno dopo, nelle carceri di Napoli. Io mi nascosi in paese. Rimasi, vestito da donna, per sette mesi, proprio qui, nella stanza che è sopra questa bottega di Antonino. Poi mi scoprirono: ma, siccome ero così giovane, me la cavai con quattro anni -. Il vecchio brigante era contento e in pace con se stesso: quell'antico omicidio non gli pesava sulla coscienza, lo raccontava come un'azione inevitabile e naturale. Era la guerra. - Vede quel signore che passa ora sulla strada? - mi diceva il barbiere, mostrandomelo attraverso la porta aperta. - È don Pasquale, un proprietario. Suo nonno aveva una grossa masseria, e quando vennero i briganti, non volle dare nulla, né grano né bestie. I briganti allora gli bruciarono la casa in campagna; e lui, peggio, si mise con i carabinieri a far la posta. Allora i briganti lo presero, e mandarono a dire a sua moglie che, se lo rivoleva, doveva pagare la taglia, cinquemila lire, entro due giorni. La famiglia non voleva tirar fuori il denaro, speravano di farlo liberare dai soldati. Il terzo giorno, arriva alla moglie una busta. Dentro c'era un orecchio di suo marito. I briganti tagliavano le orecchie, il naso e la lingua dei signori, per farsi pagare i riscatti. I soldati tagliavano la testa ai briganti che riuscivano ad acciuffare, e le attaccavano su dei pali, nei paesi, perché servissero di esempio. Così continuava questa guerra di distruzione. Il terreno su questi monti d'argilla, è tutto scavato di buche e di [p. 135 ==> 141/259] grotte naturali.

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Qui si riparavano i briganti e qui, negli alberi cavi delle foreste, nascondevano i denari delle taglie e quelli rapinati nelle case dei ricchi. Quando le bande furono disperse, e i briganti tutti uccisi o imprigionati, quei tesori nascosti rimasero nella terra e nei boschi. Questo è uno dei punti dove la storia dei briganti diventa leggenda, e si lega a credenze antichissime. I briganti misero dei tesori reali dove la fantasia contadina aveva sempre favoleggiato la loro esistenza: così i briganti divennero tutt'uno con le oscure potenze sotterranee." 3.6.1. OSSERVAZIONI AVVERSO ALCUNE TESI DI CARLO LEVI. Scrive bene Carlo Levi quando afferma che non intende fare un elogio del brigantaggio, ma scrive male quando afferma che, giudicato da un punto di vista storico, nel complesso del Risorgimento italiano, non può essere difeso. Il Risorgimento Italiano non è, né può essere, una entità metafisica, da prendere e far propria incondizionatamente: è solo un fatto, complesso e complicato certamente, verificatosi nel tempo e nello spazio, ma che ha significato storico unicamente all'interno di una teoria, previamente formulata, adeguatamente fondata, e intersoggettivamente validata e condivisa. In altre parole, non era nella natura delle cose che tale risorgimento dovesse essere come si è poi realmente manifestato. E se ha portato all'Italia, per così dire, una e indivisibile, non è affatto vero che debba interpretarsi deterministicamente. Ciò che si ha per certo è una invasione e una usurpazione; un'annessione edificata plebiscitariamente sull'imbroglio, sulla frode e sul "carpimento" della buona fede della gente; il depauperamento degli stati e delle popolazioni e il privamento loro di autonomia e indipendenza. L'annessione incondizionata e subitanea non era affatto l'unica opzione possibile, senza alternative cioè, perché era parimenti concepibile una confederazione paritaria di stati, una annessione deliberata da assemblee regionali liberamente elette. Il brigantaggio non abbisogna infine d'essere elogiato, abbisogna soltanto d'essere letto con mente scevra da pregiudizi. E poi la sua giustificazione storica risiede nella estensione geografica e sul consenso della gente, o meglio, come dice lo stesso scrittore, sul consenso dei contadini, costituenti la maggioranza (90%) della popolazione. A mio avviso vale l'equazione metaforica: brigantaggio = felix culpa, perché il brigantaggio ha portato con sé una ventata di presa di coscienza di quel che ci era capitato: la piemontesizzazione del sud, la sovrapposizione del Piemonte agli altri stati, lo stato di assedio, la guerra civile, le assassinazioni, le stuprazioni, le devastazioni, nonché il razzismo nordico, ecc. ecc.. 3.7. OSCAR DE POLI: J'aime les brigands. Il y a brigands et brigands. Secondo lo storico francese De Poli (1865), [p. 313 ==> 322/505] "i Piemontesi non si sbagliano quando imprigionano in massa tutti gli abitanti di un villaggio o decimano una città, lo spirito nazionale è più vivo che mai nelle Due Sicilie; uno non è Napoletano senz'essere brigante, o per lo meno favorevole al brigantaggio; non c'è un contadino, né un pastore, né un figlio dei campi che non stia volontariamente e fattivamente con i reazionari armati, né uno che non si privi di un po' di cibo da portar loro, né di conseguenza uno che non rischi la sua vita per essi. Era una gioia immensa per me, una gioia in ogni momento, avanzare all'ombra di un abile pseudonimo, su questo suolo ignobilmente conquistato, e trovare a ogni passo disprezzo e odio per il nome piemontese. In verità bisognerebbe perdere del tutto la speranza negli uomini di Napoli e di Palermo se alle prime complicazioni nelle quali rimanesse invischiato il Piemonte, la campana non li inducesse a levarsi come un solo uomo, e se non rendessero Napoli ai Napolitani! ma io ho troppo visto, troppo ascoltato, troppo appreso per dubitare del felice esito della questione napoletana. Disperare significherebbe dubitare non solo

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di Dio, non solo di questo re così cavalleresco, così popolare, così veramente re; dubitare del popolo stesso, del [p. 314 ==> 323/505] popolo tutto intero, tralasciando le ignobili eccezioni; in una parola, significherebbe ignorare il passato, il presente e il futuro. Io amo i briganti, lo si vede, come amo tutti quelli che innalzano una nobile bandiera; ma non ho alcuna remora nel dirlo, ci sono briganti e briganti. Alcuni sono davvero soldati, uomini di un'idea, dell'idea dell'autonomia e dell'indipendenza nazionale, che donano senza rincrescimento il proprio sangue e la propria vita per il Borbone che personifica il popolo. Gli altri sono la zizzania che ha prodotto la rivoluzione del 1860, grassatori o briganti di strada, veri banditi, senza fede né legge, senza coscienza né bandiera, feccia delle Due Sicilie, galeotti liberati dai rigeneratori subalpini e che applicano in piccolo il sistema che i loro liberatori applicano in grande da quattro anni! Per fortuna non c'è altra relazione tra briganti e banditi se non quella di essere ugualmente braccati dal Piemonte, che li confonde a bella posta nello stessa denominazione; ma non è raro sentir parlare di scontri e aspri combattimenti tra l'uno e l'altro; poi i giornali unitaristi cantano vittoria, e gridano che i briganti si scannano tra di loro; ma chi si inganna? Forse i lettori dell'onorevole Havin o dell'onorevole Guéroult. Quanto ai Napoletani e ai Siciliani, essi sanno distinguere la zizzania dal grano, e [p. 315 ==> 325/505] mettere nel paniere delle menzogne interessate la maggior parte delle narrazioni piemontesi, calunnie o vittorie. I briganti non seppelliscono i loro morti, essi li bruciano, per paura che i soldati li dissotterrino, li riconoscano e molestino i parenti dei morti. Ecco a che si è ridotto il Regno delle Due Sicilie nell'anno di grazia 1865! Povera terra martoriata, annegata nelle sue lacrime e nel suo sangue, aspetterà ancora a lungo l'ora tanto desiderata della resurrezione nazionale? Riuscirà finalmente a rivedere, nel palazzo dei suoi padri, questo giovane re-eroe, così paterno e così leale, che appare a tutti i cuori napoletani come un altro Messia? Lasciamo passare le ore dolorose; il braccio di Dio giammai potrà rendere più grave la sorte di un popolo colpevole di ingratitudine per leggerezza. I briganti sono i soldati dell'avenire; sono l'avanguardia della restaurazione borbonica, della restaurazione nazionale. Lo ha detto un deputato piemontese(1): <<Sono briganti, sì, ma hanno una bandiera; sono briganti, ma sono formidabili nelle loro sorprese, inaccessibili nelle loro ritirate; sì, sono briganti, ma i padri di questi briganti rimisero due volte sul trono i Borboni di Napoli, nel 1799 e nel 1814! >>. [pp. 313-315 ==> 322/505] (1) Il deputato Ferrari. Seduta parlamentare del 29 novembre 1862. {In realtà: Tornata del 2 Dicembre 1861, pp. 83/84 ==> 5/20}"

3.8. A. BIANCO DI SAINT-JORIOZ: Brigantaggio comune o politico. Per il conte Alessandro Bianco Di Saint-Jorioz (1864) {† Torino, 25 febbraio 1893 (a 74 anni). Capitano nel Corpo Reale di Stato Maggiore Generale}, due sono le specie di brigantaggio nelle province meridionali: il politico e il comune. [p. 11 ==> 19/428] "Aprite le pagine della Storia Napoletana e vi troverete ad ogni piè sospinto degli atti di nefando brigantaggio, sotto tutti i regni, sotto tutte le dinastie, dai Saraceni e dai Normanni a Manhès, Fumel e Pinelli. Tutto in questo paese favorisce il brigantaggio: la povertà dei coloni agricoli; la rapacità e la protervia dei nobili e dei signori; l'ignoranza turpe in cui è giaciuta questa popolazione: l'influenza deleteria del prete; la superstizione, il fanatismo, l'idolatria, fatte religione e santificate; la mancanza di senso morale pressoché totale; la nessuna elementare conoscenza dei dettami d'onore, di probità, di pudore; la sregolatezza nei costumi; l'immoralità in tutto ed in tutti; lo spettacolo schifoso della corruttela negli impiegati, nella magistratura, nei pubblici funzionarj; la rapina, il malversare, lo sciopero e la malafede fatti articoli di legge; tutto insomma ciò che vi è di laido e di riprovevole nella umana Società si trova in gran copia diffuso e penetrato in queste misere popolazioni; tutti i vizj come tutte le miserie, le violenze e la malvagità si sono scagliati sopra questo popolo infelice, attalché, per servirmi di un vieto e

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rancido paragone mitologico, si può dire che la famosa scatola di Pandora sembra aversi riversata su questa altrettanto infelice e misera quanto bella ed amena terra, ed avervi sparsa in copia le brutte cosaccie che conteneva. Sicché non vi è poi tanto da stupire, se le origini del brigantaggio sianto antiche e quasi perdute nelle nebbie dei secoli; se sotto tutti i regni e tutte le dinastie vi furono fasti briganteschi; se finalmente oggidì ancora, sotto un governo unitario, nazionale e riparatore, vi siano ancora numerose bande [p. 12 ==> 20/428] e ferocissime che scorazzano, quasi impunemente, questa peregrina ma cancrenata parte d'Italia. La configurazione stessa del paese, coperto di interminabili catene di montagne altissime e vasti dirupi, di macchie foltissime e di oscure, fitte e immense foreste; le idee del governo borbonico che di quelle montagne non davasi cura, non vi tagliava strade, non vi costruiva ponti; la mancanza totale di commercio, di vita sociale, di movimento industriale, di comunicazione qualunque intellettuale o materiale, a tal punto che vi sono tuttora numerosissimi distretti vedovi di una strada comunale, ignorata la vista di una vettura, sentieri così malagevoli e pericolosi che i muli stessi non si peritano che con molta prudenza a percorrerli. Io non parlo qui dell'assoluta deficienza di Stabilimenti di carità, d'istruzione, d'industria, d'utilità pubblica e di scienze; queste sono le prerogative dei popoli civili e dei paesi colti. Questo è il lusso e la superfluità dei popoli gentili e dei paesi educati al vivere civile; ma qui siamo fra una popolazione che, sebbene in Italia e nata Italiana, sembra appartenere alle tribù primitive dell'Africa, ai Noueri, ai Dinkas, ai Malesi di Pulo-Penango, epperciò non è d'uopo parlar qui di cose che non sono nemmeno accessibili alla loro intelligenza. Qui dunque non comuni interessi, non contrattazioni, non scambii, non affetto, non fraterno amore, non mutua stima, ma odio e livore, libidine di potere e di vendetta; qui invidia, qui tutte le più basse e vili passioni, tutti i vizii i più ributtanti, tutte le più nefande nequizie dell'umana natura. Non solo l'azione dissolvente, immorale e corruttrice del più immorale e scellerato dei governi, ma il sistema pur anco di agricoltura del paese, e la vita nomade e solitaria dei pastori e dei carbonai, che vivono su quelle cime senza famiglia, in mezzo al loro gregge od attorno al loro [p. 13 ==> 21/429] forno, in un isolamento selvaggio; e la vita quasi cenobitica delle popolazioni delle piccole cittaduzze, che poste sul cumignolo di una roccia nuda ed aspra, lontane da ogni consorzio umano, da ogni suono di civiltà, e da ogni vista delle intellettuali grandezze, vivendo una vita miserabile e deserta ed amara, senza nessuna delle morali e materiali dolcezze che cotanto abbelliscono la vita, sono un incentivo, un istradamento al brigantaggio. La esistenza così eccezionale, così singolare e così primitiva e selvaggia di questi popoli li rende più di ogn'altro proclivi al mal fare, alle violenze, all'omicidiare per vendetta e per rapina; al darsi alla montagna e sbandeggiare per amore di indipendenza, e più soventi per riluttanza al lavoro, per voglia di lucro, qualche volta per vendetta, e sempre per fame ed atroce miseria. [...] [p. 15 ==> 23/428] Come dissi più sopra, due sono i generi di brigantaggio, il politico ed il comune. Del comune non parlerò, perché è tanto frequente e numeroso, che malagevole sarebbe per non dir impossibile, tesserne la storia. Per brigantaggio comune s'intende l'azione del ladroneccio puro e semplice. E di ladri formicola questo bel paese; sono tanti, quanti sono gli abitanti senza eccezione. È un mestiere diventato quasi natura, dirò più, è una necessità di questi popoli. Questa sorta di brigantaggio io credo sarà assai difficile poterlo estirpare, a meno che il governo vi apporti in gran copia i benefizj dell'educazione e della morale, e li rigeneri pazientemente alla onestà coll'esempio di una amministrazione assennata, integra, incorruttibile, dignitosa. È un lavoro però lento e pel quale ci vorranno molti anni di fatiche e di spese incessanti. È questo un lavoro penoso ed ingrato di rigenerazione e di educazione che non bisogna illudersi di poter compire in poco svolger di mesi; il quale non è per anco incominciato, qualun-

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que siano le illusioni di cui si pasce il Governo in proposito, e ch'io non vedo finora probabilità di poter incominciare con successo. L'uomo della campagna è ridotto allo stato d'ilota e di gleba; egli è oppresso dall'usura, male rimunerato, non sfamato, stremato di forze, tenuto in servaggio duro, inumanamente malmenato e malversato. In nessun paese del mondo l'agricoltore è tanto povero ed infelice quanto in queste contrade. Egli è macilente, lacero, sudicio, sfinito, triste e muto, e il suo sguardo torvo e fulvo vi dice i suoi rancori ed il suo odio contro [p. 16 ==> 24/428] i suoi signori o meglio oppressori; la sua apparente umiltà e la paura che addimostra in presenza di un qualunque a lui superiore per condizione ed abito, vi dice lo stato di avvilimento e di demoralizzazione in cui è caduta quest'anima sofferenze e rozza, a chi tutto si nega ed a chi tutto manca, il pane dell'intelletto ed il pane del corpo. I suoi sensi sono muti, la sua mente incolta, ignoti i dettami del bene e del male, è un animale, un bruto, a chi finalmente non si sono lasciati che gli istinti e i bisogni materiali non mai soddisfatti, e la consolazione ed il rifugio di una religione che venne premeditatamente adulterata da un'empia politica di governo, e naturalmente falsata dall'ignoranza sua e dalle mali arti pretine. Cosicché l'azione di questa religione, fatta idolatra e pagana, fanatica e feroce, non cristiana e santa, mansueta e benefica com'è la vera religione di Cristo, è piuttosto fatale che utile, è più fomite di male che di bene; è più uno strumento che un dogma, è finalmente scaturigine inesauribile di errori e di corruttele più demoralizzatrici che altro. Nessuna meraviglia adunque che i briganti, e tutti i delitti e le devastazioni che gli fan seguito, pullulino e continuamente germoglino in queste contrade; e che ad ogni bivio di strada, dietro un burrone, in una macchia, o sul pendio di un monte si vadi a rischio di trovare una masnada di malandrini che vi spogli, vi derubi o vi tolga la vita! Non è forse cosa nota ed oramai vieta, che gli abitanti di un comune sogliono farsi tutto ad un tratto assassini? Che questi pacifici agricoltori gettano ad un dato tempo la marra, la zappa ed abbandonano il manico dell'aratro per impugnare il calcio del moschetto e darsi alla strada a depredare ed uccidere? E dopo perpetrata impunemente la grassazione nascondono l'arma omicida e riprendono tranquillamente gli onesti arnesi della campagna? [p. 17 ==> 25/428] Non è forse noto che tutti o pressoché tutti gli abitanti di certi comuni o borgate sono briganti per tradizione, o fautori di brigantaggio, o conniventi, o manutengoli? Oltre il brigantaggio della pubblica strada non è forse (e questo è il più inveterato e il più terribile, il più funesto ed il più difficile ad estirparsi perché occulto e misterioso, prudente ed accorto, e per conseguenza irrepresso ed impunito) il brigantaggio nelle città? E questo brigantaggio nelle città non è quello forse che spinge alla montagna frotte numerose di contadini affamati, luridi, scalzi, divorati dall'usura, abbrutiti dai patimenti, facendo loro intravedere la ristaurazione del Borbone, come la panacea a tutti i mali; le benedizioni e le indulgenze del prete di Roma, come la santificazione e l'assolutoria d'ogni più infame delitto; l'incendio, la ruba, lo stupro e l'uccisione, come sola sorgente di fortuna, e il benessere avvenire dipender tutto dal bottino che potrebbero fare sopra quegli esecrati liberali e quei cani di Piemontesi? E questi briganti delle città non sono quelli che, per nascondere gl'infami lucri e i proventi lordati di sangue che traggono dal brigantaggio, ordiscono, attizzano ed alimentano, danno un colore politico alle gesta di quei mascalzoni, che altro non sono che ladri ed assassini? Il brigantaggio è per ogni dove in queste provincie; esso si trova in tutti gli ambienti e su tutti i gradini della Società: egli è nella natura e negli istinti di questi popoli. È infiltrato, compenetrato, incrostato nelle abitudini e nel carattere Napoletano, in seguito al lavoro paziente, pertinace e lungo di corruzione e di dissoluzione di ogni buono ed onesto senso dato da Dio all'ultima delle sue umane creature, dal più feroce, astuto e perverso dei governi.

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[p. 18 ==> 26/428] Le cause del brigantaggio non sono nell'oro solo e nelle cospirazioni:

né esso col rigore si potrà estirpare. Si cura l'effetto e non le cause. L'origine sopratutto sta nelle inimicizie feroci, che in ogni paese dividono i pochi signorotti fra loro. I più ricchi sono chiamati borbonici dai meno facoltosi, e questi s'intitolano liberali, per rendersi forti con questo nome e poter denunziare gli altri e sfogare l'accidia e la vendetta per antiche prepotenze sofferte da quelli durante il cessato governo borbonico, che era governo di partito ed ove il danaro assicurava l'impunità I partiti si fanno nelle plebi dei clienti, e se ne giovano all'occasione per spingerli al saccheggio degli avversarj, e così nasce e così si alimenta il brigantaggio. I signorotti sono padroni delle cariche comunali e dei gradi della Guardia Nazionale. Di quelle che servono per sperperare il danajo del Comune, di questi per dominare e tiranneggiare, La plebe è manomessa in ogni maniera; arrestata, taglieggiata, malmenata, torturata e derubata con usure spaventevoli e scellerate. Una povera donna arrestata perché vendeva lenzuola militari state rubate, diceva al general Govone essere rovinata col sequestro delle lenzuola, attesoché il danaro con cui faceva il commercio l'aveva da un tale del paese di Fratte, a cui pagava Cinque grana alla settimana per ogni scudo, cioè il DUECENTO QUARANTA per cento, né più né meno! I contadini che negli scarsi ricolti prendono in imprestito una misura di grano, ne devono restituire l'anno dopo parecchie. Quindi l'olio del contadino pel signorotto è un altro fomite di brigantaggio. [...] [p. 19 ==> 27/428] La Camorra, questa segreta e vastissima società il cui fine è il male; la camorra, cioè l'estorsione, il ladroneccio e l'assassinio organizzato; la camorra, dico, è instituzione eminentemente borbonica; la funesta eredità lasciata a queste provincie da Francesco II, quando lasciò il seggio relae, e rimarrà per lunghi anni ancora il solo, unico e più infame monumento della sua tirannia e della borbonica dinastia sul reame partenopeo. La camorra è la madre del brigantaggio; è il brigantaggio fatto cittadino e impune, ma più vile e più schifoso e riprovevole. La camorra si è infiltrata, innestata in tutti i rami della pubblica cosa, in tutti i negozii, in tutte le amministrazioni, in tutti i municipj, nei tribunali, nei dicasteri, in chiesa, nelle officine, nelle reggie; dal più alto al più umile ufficio la camorra ovunque è penetrata, e [p. 20 ==> 28/428] diuturnamente s'affatica e riesce a guizzare dappertutto, e dappertutto attivamente germoglia e fruttifica a danno della società e della morale. La camorra è un cancro, una lue sociale che lentamente corrode, ma certamente divora ed uccide. È un male atroce ed incurabile, energico e decisivo vi condue a sicura morte. Bisogna bruciare senza riguardi col nitrato d'argento fuso per guarire; scavare, rodere, tagliuzzare nel vivo della piaga col bistorino del pratico; se ciò non si fa il cancro si dilata, s'annerisce, s'inaspra; la cancrena comincia il lento ma inevitabile suo lavoro di distruzione, e come il povero corpo umano dal cancro, la società sarà divorata e distrutta dalla camorra! Dove prolifica la camorra e dove si addestrano camorristi ad ogni mal fare come volete che non vi sia brigantaggio? Non è forse già un brigantaggio occulto, attivo, misterioro, potente, disorganizzante, dilatante, spaventevole la camorra? E se la camorra è la madre del brigantaggio ne sarà la nutrice e l'educatrice puranco, ed i mariuoli della montagna non hanno mai avuto altra scuola che la camorra. Essa è la fonte, lo stimolo, l'incentivo, l'esempio di ogni malvagità e di ogni delitto! Si è fatto molto per distruggere o almen disperdere la camorra, ma la camorra è lungi dall'esser distrutta; non è nemmanco scomposta, e più fiera, più audace e ribalda rialza le sue centomila teste come l'idra, ed allunga la rapace sua unghia sulla proprietà, sul lavoro, lo scotto, la diaria, l'elemosina, la prostituzione e l'infamia! Non distruggerete giammai il brigantaggio in queste provincie, finché non avrete sradicata e totalmente distrutta la camorra.

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Ma come volete distruggere la camorra coi mezzi insufficienti [p. 21 ==> 29/428] che avete adoperati, se essa, a vostro marcio dispetto e quasi per sbeffeggiare i vostri sterili rigori e i vostri impotenti provvedimenti, s'incastra sempre vieppiù e dappertutto la sua azione si allarga, si moltiplica, di diffonde, e tenebrosamente lavora e s'affatica a distruggere le fondamenta della società, le quali sono assise sulla onestà, l'onore, la moralità, la religione, la famiglia e la proprietà...? Non si cambiano dalla notte al mattino le inveterate abitudini, l'indole viziosa e la mala natura di tutto un popolo; e moralizzare, rigenerare, educare, rimpastare a nuovo un popolo guasto e tarlato da ogni vizio e sucidume sono assai belle e tronfie parolone, ma che in fin dei conti han poco senso perché hanno poco sugo, e sono altrettanto inverosimili ed illogiche ch'esse sono vuote e sonore. Imperocché non bisogna, in subbietto di tanta gravità ed importanza, che i timonieri dello Stato ed i legislatori s'accontentino ed appaghino la loro vanità perorando e discutendo, e restando però mai sempre sul campo delle teorie e dei sofismi; bisogna scendere ai fatti pratici e positivi, ed avere il coraggio di attaccare il mostro di fronte; e senza tremare e tentennare combattere senza posa e ad oltranza e a corpo a corpo, e non lasciar la lizza finché le centomila teste del mostro non siano mozze; senza di che la nazione si affaticherà inutilmente in una stregua impossibile, e il male non sarà distrutto, e la società finirà per imputridire e disfarsi come un cadavere appestato nella fogna della camorra! Sono le leggi, le istituzioni, i commerci, le industrie, le belle arti e le scienze che moralizzano in principal modo i popoli. I rappresentati e gli esecutori di queste leggi e i funzionarj tutti in generali sono buoni istrumenti moralizzatori e di civilizzazione. [p. 22 ==> 30/428] Ma quando non vi sono né istituzioni, né leggi, né magistrati, né tribunali, né polizia, né amministrazione, né amministratori, come volete moralizzare un popolo singolarmente guasto dalle cattive leggi e dai cattivi esecutori di esse? Finora, dacché cadde l'antica dinastia e durante l'imperversare dei governi e delle luogotenenze, un solo agente moralizzatore fuvvi in queste provincie, ed agente attivo ed animoso, quanto modesto ed insciente della utile e santa opera sua, e questo fu l'Esercito. Gli uomini saliti al potere, e a cui fu affidato l'onore grandioso di far capir l'Idea Nazionale ai popoli meridionali, si chiarirono tutti minori degli eventi e piuttosto cupidi di private utilità più che della unità patria. Codesta generazione di uomini si diè a credere stoltamente che il trionfo della rivoluzione si riducesse al trionfo di una parte politica prevalente; la quale, fatta padrona del campo, avrebbesi recato nelle mani i monopolii degli uffici pubblici, siccome premio della vittoria. Le cose procedevano disgraziatamente per quel verso a grave scandolo delle coscienze oneste. Accadeva anzi di vedere alcuni degli uomini al potere piaggiare con vituperosa condiscendenza quegl'incivili istinti, e per troppo studio di popolarità d'un giorno, fallire a quella austerità di doveri imposta all'uomo pubblico nel conferimento degli offici e del potere. Ed ecco il mal seme della più parte dei mali che si hanno a lamentare nelle Meridionali Provincie. Una riforma e un rinnovamenteo di quei logori ordigni del caduto regime era nei voti di tutti gli onesti: e che cosa ebbesi a simulacro di una riforma? Un precipitare [p. 23 ==> 31/428] de' tristi ed inetti, ed un levarsi di altri inetti e tristi. Alle ambizioni irrefrenate non vi fu più né confine né pudore: ogni dì nuova messe a rispigolare, mercé la cacciata degli uomini dell'antico regime: l'era un grido di guerra che levavasi contro i Borbonici, sotto specie di pubblico pro, ma nella sostanza a solo sfogo di private cupidigie. Dapprincipio si pose la mano addosso ai più famosi ribaldi, cui la coscienza pubblica segnalava, ma quindi le proscrizioni non ebbero più posa. Fu un correre a ingenerose rappresaglie contro il partito vinto, e un confondere in una riprovazione comune gli eccessi di due cause così profondamnte dissimili. Gli abusi e le esagerazioni del sistema fruttarono mali infiniti al paese e all'azienda pubblica.

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Non bastando i già troppi uffizi pubblici a disfamare gl'ingordi appetiti, si venne al creare cariche senza fine, aggravando ogni dì di novelli oneri l'erario, già tanto spossato e languido: e quel che veramente fu cagione di ribrezzo, egli era il mal vezzo di venire allargando ogni dì l'esercito burocaratico, travalicando i limiti dell'organico di ciascun dicastero; il che significava procedere a ritroso del novello ordinamento politico, perciocché ognun vede che il sistema informante i nuovi ordini, e che muove dal duplice principio dell'accentramento politico, e della decentralizzazione amministrativa, debba per logica conseguenza condurre al progressivo assottigliamento della burocrazia: se no, ci sarebbe a chiedere davvero dove stanno i beni e gli acquisti sensibili della grande trasformazione politica. Or tutto quello che gli arbitrii governativi operarono insino ad ora in Napoli, non è che l'antitesi del governo a buon mercato. Non è a dire poi che sinistra influenza vada dispiegando sul senso morale delle popolazioni codesto [p. 24 ==> 32/428] sciupio sconsiderato degl'Uffizi pubblici e della sostanza pubblica; ed è un chiedersi l'un l'altro: che cosa adunque ci tornò di utile da una rivoluzione politica e dinastica? E a chi mai profittò ella? Non certo alle classi faticanti e produttrici, non certo a quella gran maggioranza che non vive della pecunia dello Stato, né dallo Stato va mercando favori, privilegi e potere, e perché almeno non avvisare alla emendazione dell'amministrazione e della giustizia, purgandole delle antiche corruttele, e surrogandovi elementi buoni ed onesti? Ma no: questo non si è voluto, perché i benefizj della vittoria popolare vennero confiscati da una mano di audaci e di procaccianti, i quali bassamente si diedero ad una vergognosa pirateria di cariche, di favori e di danaro. Cotali lamentanze e rimpianti rinfocolavano le ire e i rancori, metteano il disgusto dei nuovi ordini, dei quali non si avvertivano che i mali e si traducevano poscia in fatti materiali, che pigliavano sembianze di reazioni politiche. Questo accadde perché la protervia dei partiti ha reso vano e impossibile insino ad ora il programma largamente nazionale onde il Re Eletto inaugurava la sua presenza in Napoli; ai partiti non piacque la parola d'obblio e di perdonanza: non piacque il patriottico appello a tutte le opinioni oneste, a tutte le forze vive della società, e non seppero intendere che i soli governi veramente nazionali acquistano condizioni di vita e di stabilità negli accidenti dell'avvenire, dovechè non tocca che vita incerta e precaria ai governi di fazione. Sorsero le luogetenenze, assunte da uomini insigni, integri, devoti alla Causa Nazionale, i quali si adoperarono con ogni maggior senno e forza e pertinacia nel dare assetto [p. 25 ==> 33/428] alle cose scomposte delle Provincie Meridionali; ma il successo non favorì le loro fatiche e le loro intenzioni, pel fatto del principio già viziato della luogotenenza stessa, e perché il mal governo e le depredazioni e le concussioni e il disordine in tutto dei governi antecedenti avevano reso ogni sforzi, ogni tentativo vano. I vizi intrinseci del sistema sono evidenti e provati dai fatti; e di vero ponete un potere centrale, su cu risieda intera la responsabilità costituzionale, intantoché essa si ecclissa, e si tien fuora dall'azione sul governo locale: ponete un delegato del poter centrale, in figura sia di Luogotenente, sia di Segretario di Stato, il quale improntando una responsabilità nominale, all'atto si fa pedissequo dell'indirizzo comunicato al Governo dal Consiglio che gli sta intorno: e da ultimo considerate codesto Consiglio di Luogotenenza, rappresentato da uomini sciolti d'ogni responsabilità legale, ma nel fatto con piena balia del bene e del male: e quel che è peggio ridotti a vita precaria, incerta e tale da renderli più accessibili alle pressioni dei partiti politici, ed alle oblique influenze. Or chi non vede quanto male avvisato e vizioso si appalesi codesto congegno governamentale il quale non potea essere che scaturigine di arbitrii, d'incertezze e di disordini d'ogni maniera...? Era pertanto incalzante bisogno venire alla instaurazione del Governo locale su nuove basi; a questo il Governo del re ha provveduto, e con ottimo senno.... movendo dall'idea semplice e inoppugnabile, che la indivisibilità del Potere esecutivo non sarebbe punto concepible senza l'unicità del Potere ministeriale, sicché ogni concetto di dualità ministeriale peccherebbe di assurdo; era debito quindi del Potere centrale, rivendicare a sé l'azione direttiva del Potere delegato e locale.

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Quanto poi alla funzione dell'elemento e del Potere [p. 26 ==> 34/428] locale, la migliore combinazione sarà quella che, senza incagliare né porre inciampi di sorta al corso celere e sciolto de' negozi pubblici, costringa non però tra giusti limiti lo esplicamento pratico di esso Potere locale, tanto da sottrarlo alle tentazioni degli arbitri e dei soprusi. Il Poter luogotenenziale fu favio, temperato, laborioso, ma sterile di fatti, non per caparbietà ed inettitudine, ma per fatalità di caso e per singolirtà ed eccentricità di posizione e d'assisa. Furono bona mixta malis in tutte le sue fluttuazioni ed il suo non parco avvicendarsi di uomini d'ogni abito e d'ogni colore, ma tutti egualmente e simili per onestà, per intelligenza, per eminentissimi servizii resi allo Stato. Ma indarno si chiederà al Governo sapienza di consiglio, operosità e vigore di atti, se il sentimento del buono e del retto non si ridesti nell'universale, e se negli animi non ritorni la calma, la temperanza, la modestia civile e il culto delle virtù patriottiche. Ma torniamo al brigantaggio, che ho dovuto abbandonare un istante per una digressione retrospettiva necessaria sui poteri che furono, per l'intendimento dei mali e delle sventure che sto per narrare. Rimane a parlare del brigantaggio politico, scopo precipuo ed oggetto principale di questo studio, il quale per la sua longanimità e possanza, e per la posizione topografica dei luoghi in cui s'aggirava e pei sussidii e gl'incitamenti che gli venivano dal di là, ebbe conseguenze più funeste e calamitose sulle condizioni morali e materiali di questa contrada. A nessuno riuscirà strano che si asserisca come inconcussa verità che il brigantaggio politico è promosso ed alimentato dallo scaduto re Francesco II; reclutato, organato, diretto, stipendiato dai Comitati da lui dipendenti; e palesemente ed incontrastabilmente protetto e [p. 27 ==> 35/428] benedetto dal Governo Pontificio, e con particolare tenerezza del prete di Roma Nono Pio. Da due anni a questa parte le prove di questi fatti sono tante e tali e così varie ed irrefragabili ed in tanta copia ammonticchiate e fatte di pubblica notorietà da tutti i diarj della penisola, che inutile veramente e sprecata fatica sarebbe il voler ridire il già in tanti modi ridetto. Ma come d'altra parte è assolutamente necessario che la luce si faccia ovunque e splendida, così io cercherò nel corso di questo studio di provare, in modo preciso ed indubbio, la complicità del Governo Pontificio nelle sventure e nelle sciagure che ci hanno da sì lungo tempo colpiti ed afflitti in queste provincie, non che la partecipazione attiva e peculiare dell'ex-Re in queste oscure e perfide macchinazioni. Se non addurrò delle prove e dei fatti assolutamente ignoti e peregrini, ne darò però di tali e così segnalati da convincere anche i più sordi, i più ciechi ed i più scettici. Se un dubbio rimarrà, dopo la lettura di questo studio, basterà consultare le lettere di Chiavone e le carte del marchese Di Trazégnies e del capo banda Don José Borjés, state confiscate ed in diversi modi trovate, e che senz'alcun dubbio si debbono preziosamente conservare negli archivj del Gran Comando di Napoli. Il brigantaggio promosso da Francesco II, spinto dai suoi cortigiani, coadjuvato dal Papa, ha trovato simpatia, appoggio, guide e spie nelle rustiche e civili popolazioni che lambono il confine, gli uni per paura, debolezza, inettitudine, sfiducia, ignoranza; gli altri per caparbietà e malizia, privati interessi lesi, speranze di lucro e di onori in avvenire; tutti in generale per istintiva avversione per tutto ciò che è nuovo, ignoto ed incompreso. In generale i motivi di antagonismo e di ostilità al [p. 28 ==> 36/428] novello ordine di cose si possono definire e classificare in modo matematico nella seguente maniera: 1.° I paurosi, gl'ignoranti, che parteggiano col brigante per tema delle catture, dei ricatti, degli incendj, delle violente ristaurazioni e delle rappresaglie sanguinose. 2.° I titubandi, gl'incerti i Juste-milieu come direbbesi in politica, cioè quelli che sono di tutti e di nessun partito, che accarezzano l'ultimo giunto, e maledicono il vinto, quelli in fin dei conti che non hanno idee molto nette in politica, e singolarmente nutrono poca o meglio nessuna confidenza nella forza, nel diritto, nella legalità e nella stabilità del nostro governo.

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3.° Gli aperti nemici finalmente, gli antichi fautori del caduto governo, i nobili ed i ricchi in generale, per rabbia e scorno della perduta pagnotta, pel ciondolo e per la servitù di corte disusata od abolita, per libidine di potere e d'influenza, per odio a tutto ciò che sa di italiano, di nazionalità e di libertà, per frustrate dovizie ed onorificenze, per larghe promesse di compesi futuri e che so io. Da questo stato di cose si capisce di leggieri come Chiavone, Mattei, Trazégnies, Centrillo, Borjés, Conte, Cuccitto e Tristany abbiano potuto scorazzare sulla frontiera ed alcuni anche per l'interno delle provincie viciniori. [...] [p. 29 ==> 37/428] L'errore commesso dal Governo Italiano di sciogliere repentinamente l'esercito Napoletano, senza premunirsi fortemente contro le conseguenze inevitabili di questo generale sbandamento della peggior canaglia che vi fosse in allora in queste provincie, ha fornita la prima idea, e dato il primo appiglio e le prime reclute alle prime bande che si formarono nell'ex-Regno delle Due Sicilie. Quel tal corpo di truppe napolitane, che chiuso fuori delle porte di Gaeta si gettò nel Pontificio e fu disarmato dai Francesi a Velletri e ad Albano, formò in seguito i primi nuclei per le bande di Lagrange, Giorgi, De Christen e continuò per lunga pezza ad ingrossare le fila delle masnade di Chiavone. Oggidì ancora nei rimasugli delle bande che infestano queste contrade si trovano annotati de' soldati sbandati dell'antico esercito napoletano che non si poterono arrestare, od arrestati si diedero di nuovo alla fuga ed alla vita brigantesca. E come volevasi altrimenti? Io ho detto più sopra quanto sia precaria e stentata la vita del colono agricolo in queste provincie; come vuolsi adunque che quei soldati sbandati non si dessero al brigantaggio, allorché tornando ai proprj focolari non vi trovarono che miseria e fame, e si viddero di aggravio e pondo insopportabile alle numerose, squallide e tormentate famiglie? Loro che disavvezzati al lavoro della terra, più non potevano, od anche potendolo più non volevano curvarsi sulla marra ed irrorare il solco col sudore, sapendo quanto meschino ed insufficiente ne fosse il salario? Come volevate, dico io, che questi sciagurati non si dessero al brigantaggio, almeno per non morir di fame? Osservasi ancora che il soldato, dopo alcuni anni di vita militare, riesce sempre un pessimo agricoltore, sia pei vizj incontrati, sia anche per la vita regolata a cui fu [p. 30 ==> 38/428] astretto, e per quella agiatezza e benessere che s'incontra in simile stato per le ben ordinate provvidenze del Governo, che comparativamente a quella del contadino, così penosa e tormentata, riesce doviziosa e fa del soldato, agli occhi di quel misero, un piccolo censuario. Laonde quello di cui facciamo discorso, rotto {Di persona, che ha lunga pratica di qualche cosa, e quindi resistenza, abilità; e in senso più spreg. r. al vizio, al gioco} per soprammercato {per giunta, per di più} alle prepotenze ed ai soprusi eccitati per sistema politico dal governo istesso onde rendere il proprio soldato un pretoriano, uno strelizzo{Denominazione di una casta russa di uomini liberi, soldati di padri in figlio, equipaggiati e pagati dallo stato, che costituirono (dal 1545-50 al 1698), in pace, la guardia dello zar e, in guerra, il nerbo dell'esercito} od un sicario, piuttostoché il nobile difensore del trono e

della patria; mal reggendo le tristi condizioni che gli faceva la famiglia, si dette deliberatamente alla montagna per depredare, preferendo i pericoli, i patimenti della vita nomade ed avventurosa del brigante, agli stenti ed alle angoscie giornaliere della famiglia, al lavoro eccessivo e mal retribuito del luogo natio. Arroge {Arrogere: dif., ant., aggiungere} che ogni tanto un numero stragrande di contadini delle provincie Napoletane che costeggiano la frontiera, valicano i monti per portarsi a Roma onde lavorare l'agro romanao. Questi contadini al loro giungere nell'eterna città in busca di lavoro erano circondati da' preti ed agenti del Borbone, e consigliati ad arruolarsi per la ristaurazione della religione e del Re, ed a bella posta fraudati di lavoro, se riluttanti, e poscia ridotti dal bisogno e dalle persecuzioni ad arrendersi alle voglie ed alle insidie del Piccirilli, dei preti Ricci e Gonella e del farmacista Vagnozzi, si schieravano sotto gli ordini di Chiavone od altri, onde invadere e fu

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nestare i proprj paesi, spogliare i ricchi del suo contado, far bottino sui liberali, e vendicarsi di antichi arbitrii e violenze. In questo modo e con quella gente, più traviata che proterva, poté la reazione di Roma ristorare ed impinguare le bande brigantesche che spingeva alla frontiera. [p. 31 ==> 39/428] Un altro genere di reclutamento si usava, e s'usa ancora oggidì, per lo stesso scopo, ed è quello di arruolare tutti i mascalzoni, i vagabondi e gli accattoni di Roma e di quant'altra feccia di malfattori sfuggita alla galera dal Napoletano e rifugiatasi all'ombra protettrice delle Sante Chiavi e del Triregno, farne un mucchio ed una accozzaglia e spedirli a sussidio delle bande guerreggianti. I mariuoli di tutte le nazioni e i ladri e gli avventurieri Spagnoli, Belgi, Svizzeri, Bavaresi, Sassoni e Francesi fornirono un gran contingente alla reazione borbonico-papalina, e bastarono ad essi soli per formare delle bande speciali con capi appositi ed appositi statuti e diritti e stipendj; così quelle di Cathélineau, Castellan, Langlois, Olivier, marchese di Trazégnïes, Conte Elvino, De Rivières, Borjés, Zimmermann e Tristany. Ecco di quali elementi si formarono le prime bande brigantesche, che funestarono colle loro escurisoni queste contrade alla frontiera radenti, ed ecco come ancora oggigiorno si reclutano i briganti e gli assassini col denaro del Borbone e le plenarie indulgenze e la santissima benedizione del vicario di Cristo. L'epopea brigantesca dal 1860 al tutto il 1862 come fatto militare è ben povera cosa, come danno morale e materiale è stata incalcolabile e funestissima. Ciò non pertanto è d'uopo osservare, che se essa ha costato enorme pecunia alla reazione, ha avuto in contraccambio ben poca influenza sulle cose nostre, e la causa della ristaurazione vi ha poco o nulla guadagnato. Una cosa che singolarmente colpisce nella lettura dei fasti briganteschi è la mancanza assoluta e perenne di un piano di operazioni, un concetto militare, un'idea generale di regolare e ragionato invadimento, una logica tattica nell'operare, una connessione finalmente nei criterj militari e nella applicazione dei principj più elementari [p. 32 ==> 43/428] della guerra piccola, o per bande, o di partigiani che si voglia dire. In tutti quei feroci e replicati e sterilissimi conati briganteschi non si vedono che orde incomposte e furiose gettarsi disordinate e senza scopo in un punto qualunque della frontiera, varcarlo impetuosamente, e scorto un paesuccolo, comunque misero e deserto, invaderlo, perché creduto inerme e vile, metterlo a fuoco, a ruba ed a sangue, e quindi fuggire, ricacciandosi nei varchi della frontiera, e frettolosamente e paurosamente inselvandosi con tutti i segni del più grande terrore, per un pericolo che qualche volta non esiste nemmanco, Quando in altre occasioni vengono disturbati nella loro opera nefanda dalla notizia ancorché lontana e problematica dell'arrivo di un manipolo di truppa italiana, che accorre a difesa di quegli inermi ed innocenti abitatori, quelle stesse orde, un momento prima così baldanzose ed insolenti, si fanno chete, timorose e spaventate, e come turba di conigli fuggono in iscompiglio sulla montagna la più propinqua, seminandone i sentieri e i dirupi d'armi, munizioni, e più soventi ancora macchiandoli del loro sangue. Tutta la tattica brigantesca si è finora ridotta alle semplici proporzioni di un andirivieni; a passare e ripassare la frontiera in più punti; ad invadere e bruciare dei piccoli borghi di montagna; a scorazzare per pochi istanti il nostro suolo; a fuggire precipitosamente quando si vedono inseguiti dalle truppe. Quante volte non ci è stato fatto di vedere delle bande che erano entrate sul nostro suolo con grande strepito, raggiungere il loro subbiettivo naturale, lo Stato Pontificio, diminuite di due buoni terzi del loro numero primitivo, stremate di forze, affamate, lacere e scoraggiate! [p. 33 ==> 41/428] Ciò che proverebbe quanto sia inane ed impotente la reazione, con quali scarsi mezzi essa sia ridotta ad operare, quanta poca simpatia desti in generale, e che scarsa fiducia inspiri, si è la ridicolezza, la sterilità, la pochezza e la sconnessione di questi

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conati ripetuti regolarmente ed a stagione fissa, e con sempre le stesse norme, gli stessi mezzi, la stessa strategia e lo stesso negativo risultato. Si è la mancanza assoluta di entusiamo, di senno e di fede per parte di tutti i propugnanti la causa della ristauazione che producono questi screzii, queste disgiunture, queste anomalie, errori e scorni nella guerra brigantesca che ci vien mossa da tre anni a questa parte. La mancanza di un nome noto, di un uomo illustre, di una capacità conosciuta, di una influenza preponderante e degna a capo di quei comitati di reazione ed a fronte di quelle frotte di manigoldi, fa sì che eziandio che questa guerra di briganti sia caduta nel disprezzo generale e nella avversione di tutti, ed anche di molti antichi amatori dei Borboni e fautori caldi di brigantaggio. Quelle turbe brigantesche però se fossero coordinate, disciplinate e guidate con senno militare ed intelligente energia, potrebbero diventare di qualche pensiero al nostro governo ed ai nostri capitani; imperocché {per il fatto che} hanno tutti i requisiti che mancano al soldato napoletano propriamente detto ed all'uomo della città in ispecial modo, cioè, sveltezza, attività, energia, sobrietà, robustezza, valore, ardimento ed intellienza, non disgiunto il costume e la particolare calzatura, che cotanto li favorisce nelle loro scappate sulle più ripide, scoscese ed aspre montagne; sicché ti pajono non creature umane, ma cavrioli, daini e cervi, e ti appariscono e ti scompariscono innante colla stessa prontezza di ombre, fantasmi o larve, e già sono lungi da qualunque prosecuzione {sic} ed al sicuro [p. 34 ==> 42/428] da ogni pericolo, quanto il nostro povero ed eroico fantaccino {soldato semplice di fanteria}, mal calzato ed illogicamente vestito e soverchiamente carico di oggetti perfettamente inutili in simil guerra, ancora si trova alle falde della montagna trafelante e spossato, e qualche non rara volta anche coll'epa {pancia, ventre} vuota da dodici o quindici ore, e le scarpe logore ed i piedi insanguinati e laceri. [...] [p. 35 ==> 43/428] Le bande ed i singoli loro capi hanno costato e costano forse ancora dei milioni a don Francesco, i quali non hanno servito in fin dei conti che ad arricchire quattro mascalzoni degni del capestro; poiché i briganti muojono di fame, e le cose della reazione sono peggiori che mai, e non un risultato non è venuto mai a consolare politicamente, e neppur moralmente, chi si è imposto tanti sacrifizi per un trono marcio e tarlato, il quale s'andò in polvere per vetustà, mal governo e sucidume. Una fra tante cause della non riuscita delle tentate operazioni delle molte bande organizzate alla frontiera fu certo quella di aver agito ciascuna per proprio conto, con capi indipendenti e senza piano prestabilito, senza concetto militare, senza una azione comune e combinata. Bisogna pur dire che questi capi banda o non fossero stati mai militari, o se lo furono siano stati ufficiali assaj mediocri e dozzinali, poiché nella lunga storia della guerra per bande di questi scorsi anni, non si trova ad ammirare un'azione veramente ardita e condotta a fondo con intelligente energia e pertinacia; non uno stratagemma militare, cotanto opportuni ed ovvi in questo genere di guerra; non un attacco combinato con sapienza militare e capitanato disperatamente; non uno di quei lampi di sagacità militare che fanno gli uomini di genio; non una di quelle matte ed ingegnose azioni che così giustamente illustrarono i nomi di Mina, Merino, Milans, Empecinado, Riego, Torrijos, Cabrera, Maroto, Zumalacarregui e cento altri celeberrimi partigiani, che tanti [p. 36 ==> 44/428] disastri e tanti sfregi fecero patire alle truppe regolari loro avversarie. Il solo capo banda Borjés aveva a parer mio delle qualità militari di primo ordine; ingegno, coltura, forza morale, ardimento quali si addicono ad un buon capitano di partigiani. Per buona ventura i bravi bersaglieri del primo battaglione hanno in poco volger d'ore interrotta l'odissea delle sue gesta famose, rompendogli il petto col piombo; imperocché io credo che se il Borjés avesse avuto vita, e quello che i comitati e il general Clary gli aveva promesso assai largamente, e che non ebbe mai, il povero eroe brigantesco! cioè danaro e migliaia d'uomini,

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l'entusiamo popolare e l'insurrezione che lo precedesse, credo che ci avrebbe fatto male assai, e dato più d'una batacchiata. Io non ricordo che in due anni un palo di telegrafo sia stato rovesciato, un filo tagliato con premeditazione, una comunicazione intercetta, una ritirata attaccata di coda o di fianco, un falso assalto, un allarme, una sorpresa notturna, un'abbarrata {der. di abbarrare v.tr., ant.: chiudere o impedire il passo con sbarramenti, cioè con legnami, pali, tronchi d'albero ecc.} di ponte, una chiusa di stretto, una imboscata, sia mai avvenuto, per istancare e sgominar a proposito le truppe, intralciare i loro movimenti, compromettere le loro operazioni; ed all'infuori dell'imboscata di Castronuovo, che loro riuscì in parte e che finirono per pagar caro, tutte le altre imprese ebbero luogo a loro danno e fallirono tutte. Insomma io non vedo logica ed assennatezza e buon senso nelle azioni di questa guerra brigantesca, vedo bensì turbe incomposte e sbrigliate di Unni, Irochesi, Baschiri, Chirgi, Codvuli, Terchessi, Ciucazzi, Morduini, Ciuburi e Samojedi che pugnano, saccheggiano, rubano, incendiano, uccidono e stuprano come belve assetate di sangue e bottino, e non uomini creati ad immagine di Dio, non bande ordinate, e ordinatamente combattendo [p. 37 ==> 45/428] per una causa ed un principio, che io ammetto ampiamente possa avere i suoi amatori, i suoi adepti, i suoi amici e fautori, ed anche per sovrabbondanza i suoi entusiasti di buona fede, credenti, convinti, onesti e rispettabili. Sono masnade e non partigiani, sono briganti e non soldati, sono ladri ed assassini condotti da ladri maggiori e più feroci assassini e non i difensori della legittimità, non i ristauratori di un trono, perché questa gentaglia disonora ed insozza tutto ciò che tocca ed ama; e l'onta eterna e la vergogna e il disprezzo che seguiranno alla posterità la sconsigliata casa di Borbone, sarà quella di essersi servita di simil genia e di quegli arnesi da galera per difendere il principio del loro regno, i loro diritti, e rialzare lo sfasciato trono di Napoli! La dinastia Borbonica cadde, e ben cadde, perché i principii di vita non erano più in quel corpo cadavere, perché intorno al trono non era che un deserto ed un abisso. Rivoluzione di abbandono fu proprio quella di Napolil, cioè quella fuga, quella ritirata vituperevole altrettanto che ridicola di una secolare dinastia davanti all'Eroe popolare. Rivoluzione a condizioni pari a quella d'Inghilterra, che precipitava dal trono l'ultimo degli Stuardi, e quella ove il bavaro Ottone era cacciato dal trono di Grecia. Dalla lettura del Diario militare delle operazioni brigantesche, e dalla comparazione dei diversi fatti e delle imprese delle une e delle altre bande emerge a chiare note che le azioni dei ladri propriamente detti, dei grassatori e degli assassini sono in maggior numero assai che non le operazioni militari delle bande politiche; poiché ho voluto distingue due sorte di brigantaggi, il politico ed il comune, e da questo parallelo si vede che il brigantaggio comune assorbe il politico, ciò che è più eloquente ed edificante di quanto io possa ancor dire e raccogliere intorno al brigantaggio ed alle sciagurate condizioni morali di questo paese. 3.9. MARC MONNIER: Il brigantaggio assume carattere politico. Marc MONNIER {Firenze, 7/12/1829 - † 18/04/1885. Scrittore e poligrafo italiano naturalizzato svizzero}, nel IV Cap. delle sue notizie storiche documentate sul brigantaggio (Firenze 1862), ci parla di due argomenti, per noi importanti: La falsa moneta e gli anelli di zinco, Il brigantaggio assume carattere politico. [p. 48 ==> 57/181] "La fucina della cospirazione era a Roma, residenza del re decaduto. Era egli già d'accordo co' suoi partigiani? Lo ignoro, ma non lo credo. So bene che gli si è attribuito un motto patetico e fatidico, mentre ei partiva da Gaeta. Prima d'imbarcarsi, abbracciò uno de' suoi soldati, l'ultimo che trovò sulla spiaggia, e gli disse: <<Da' per me un bacio a tutti quelli che mi amano, e di' loro che prima che corra un anno, ci rivedremo.>> Ma d'altra parte Francesco II avea solennemente [p. 49 ==> 58/181] promesso innanzi all'Europa, in un proclama pubblicato ovunque, che non darebbe opera ad alcun tentativo per agitar il suo regno. Amo credere che ei mantenesse la sua parola... da principio almeno.

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Tuttavia a Roma, intorno a lui, nel seno della sua famiglia già si cospirava. Ignoro se i comitati, de' quali parlerò in appresso, fossero in que' giorni organizzati. Ma so che si riunivano armi, si batteva moneta in nome di Francesco II, e si spargeva questo denaro nell'ex-reame; e perché vi fosse ricevuto, le nuove monete aveano la data del 1859, ed erano state astutamente annerite, non so con quale preparato chimico. Ne ho avute in mano: erano false; avevano un valore nominale di venti centesimi, e sarano appena costate dieci. Questo denaro serviva agli arruolamenti, i quali furono aperti in Napoli nei monasteri, e nelle case de' preti: una visita domiciliare in casa di uno di questi a San Giovanni a Carbonara, fece scuoprire una ragazza nascosta sotto un letto: narrò tutto, per non essere gettata nelle carceri delle prostitute. La polizia si stabilì nella camera del prete, e tenne essa stessa l'ufficio di arruolamento. Quanti vennero ad iscriversi furono presi e inviati, credo, nelle isole. Nel tempo stesso fu arrestato il duca di Cajanello, che era stato ministro di Francesco II in Francia: si sospettava che ei corrispondesse con Roma: rimase molti mesi in prigione. Non ripeterò tutte le voci, calunniose forse, sparse a carico di lui: ne mancano le prove. È ignota la vera parte che ei potesse avere nella cospirazione, e si sa soltanto che questa esisteva, e doveva scoppiare in Napoli nel mese di aprile, che i prigionieri della Vicarìa dovevano essere posti in libertà ed armati, che i loro custodi appartenevano al complotto, che la ribellione era fomentata nel tempo stesso nella città e nelle provincie, e che le [p. 50 ==> 59/181] bande de' briganti furono ben tosto riconosciute e pagate dai Comitati Borbonici. Allora soltanto il brigantaggio divenne politico. La reazione trovò questi uomini già riuniti, già fuori della legge, né ebbe scrupolo di adoperarli. Per parte loro i saccheggiatori non domandarono meglio che ricevere, venti, trenta e perfino cinquanta soldi al giorno, e legittimare così le loro rapine; non erano più ladri, ma partigiani: ebbero rosarii ed amuleti; le loro dita furono adornate di anelli di zinco: poi riceverono bottoni a' quali era inciso una corona e una mano che impugnava uno stile con questo motto: Fac et Spera: fu loro concesso di continuare il loro mestiere, senza alcun timore: soltanto ebbero la raccomandazione di assalire di preferenza le proprietà de' liberali, di disarmare i picchetti della Guardia Nazionale, di svaligiare più volentieri i patriotti, di porre ovunque i Gigli dov'era la Croce di Savoia, e di saccheggiare le borgate al grido di Viva Francesco II. E questo fecero, ed ecco in qual modo i ladroni senza cessar di essere ladroni addivennero campioni del diritto divino. Allora cominciarono ovunque i disordini, eccitati dai soldati licenziati che portavano l'anello di zinco. La banda di Somma (montagna unita al Vesuvio) quelle di Nola, di Gargano, delle Calabrie si formarono. A Castiglione il giorno di Pasqua e il giorno successivo (31 marzo e 1 aprile) avvennero gravi turbolenze, orribili eccidii: per ultimo si manifestarono i moti di Basilicata, sola provincia in cui durante questa lunga annata di civili scaramuccie, l'insurrezione si mantenne per qualche giorno." [pp. 48-50 ==> 57/181] 3.9.1. ANDREA GABRIELI: Brigantaggio = lebbra antica, antichissima = secrezione morbosa = malandrinaggio. Il Prof. Andrea Gabrieli (1891), nel primo capitolo delle sue Scene Pugliesi (Dal Vero), definisce anzitutto il brigantaggio una "secrezione morbosa delle nostre regioni lacerate per secoli dagli odi di classe" [p. 14 ==> 20/200], quindi spiega che secondo la statistica le bande brigantesche [p. 15 ==> 21/200] "si formavano, in massima parte, di gente uscita dagl'infimi strati sociali, dagli ovili, dalle botteghe, dalle stamberghe, dalle galere e dalle file dello sciolto esercito borbonico; o per cercare avventure e lucri pingui senza lavorare, o per consumare una vendetta contro inumani padroni e prepotenze capricciose di ricchi signori, o per sottrarsi agli obblighi di leva, o aizzati da impiegati destituiti o dal clero stizzito per le improvvide leggi che colpirono i loro possessi, o irritati, se amanti dell'antico Governo, dalle persecuzioni e dalle molestie dei loro concittadini seguaci delle nuove idee, o sdegnati di veder protetti e in alti uffici i gridatori di piazza e i rivoluzionari per mestiere, e trascurate le capacità e tenute in

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uggia le probità modeste; o per altre cagioni di simil fatta. Cagioni, in verità, non nuove ma preesistenti in gran parte nel Napoletano; dove il brigantaggio è lebbra antica, antichissima, e dal Governo assoluto dei vicerè di Spagna [16 ==> 22/200] e dei Borboni non voluta o non potuta mai guarire interamente. Di qui si scorge quanto male si apposero al vero coloro che vollero dare al nostro brigantaggio, che in fine era un malandrinaggio, uno scopo politico; quello della restaurazione degli antichi ordini. Ne ebbe qua e colà il colore, non la sostanza, perché giovava ai capi di quella ribaldaglia, darsi a credere per campioni della Legittimità. [...] [p. 17 ==> 23/200] Tutte le contrade del Napoletano, quali più quali meno, furono travagliate dal brigantaggio. Infierì principalmente nella Basilicata, in Terra di Lavoro, nei Principati, nella regione del Gargano, a Benevento, meno nelle Calabrie, che nel decennio napoleonico ne furono il teatro principale; ed anche meno nelle altre provincie. La nostra ebbe pure, negli ultimi tempi, un residuo di brigantaggio, i cui capi, se non raggiunsero la ferocia dei Ninco Nanco, dei Crocco, dei Chiavone, dei Lagala, dei Caruso, non furono per questo fior di galantuomini. [p. 18 ==> 24/200] Vanno tra i più famigerati Pasquale Romano di Gioja del Colle, Cosimo Mazza [Altri scrivono Mazzeo], (Pizzichicchio), di Fragagnano, villaggio a 23 chilometri da Taranto, Antonio Locaso, (Caprarello), di Pignola in Basilicata, e Giuseppe Nicola Laveneziana con suo cugino Giuseppe Nicola Valente, entrambi di Carovigno." Non si può non rilevare, avverso il suddetto professore: a) che il brigantaggio, pur configurato come "lebbra antica, antichissima", "secrezione morbosa", "malandrinaggio", aveva nondimeno una chiara matrice politica, reazionaria e filoborbonica, e per di più una grossa percentuale della popolazione era dalla parte della gabrieliana "ribaldaglia"; b) che secondo il Regio Decreto n.° 1414 del 20/08/1863, infestate dal brigantaggio erano la Calabria Citeriore e la Calabria Ulteriore II unitamente alle "Provincie di Abruzzo Citeriore, Abbruzzo Ulteriore II, Basilicata, Benevento, Capitanata, Molise, Principato Citeriore, Principato Ulteriore e Terra di Lavoro." c) non vi era alcun rapporto di cuginanza tra il Laveneziana e il Valente. 3.10. BRIGANTAGGIO: Guerra civile e/o sociale. Secondo il GDLI, "Guerra civile, cittadina, domestica, interna, intestina, intrinseca, parziale: quella che si combatte fra gli abitanti di uno stesso Stato, militanti in fazioni avverse." Enrico DAL LAGO (2012), professore presso il Dipartimento di Storia dell'Università Nazionale di Irlanda (Galway/Ireland), nell'articolo The End of the "Second Slavery" in the Confederate South and the Great Brigandage in Southern Italy: Some Comparative Suggestions, afferma anzitutto che [p. 67 ==> 5/12] "l'anno in cui il Sud-Caroline secede dall'Unione, il 1860, fu un anno cruciale per il Mezzogiorno d'Italia. In quell'anno, il processo di unificazione nazionale italiana accelerò drammaticamente il passo quando Giuseppe Garibaldi e le sue Camicie rosse fecero una spedizione dal Nord al Sud, che sfociò alla fine nella caduta del borbonico Regno delle Due Sicilie e nella successiva annessione di tutto il territorio del Sud al nordico Regno di Sardegna, governato da Casa [p. 68 ==> 6/12] Savoia. Sebbene supportata dalla maggioranza dei proprietari terrieri, l'annessione non fu, con tutta probabilità, favorevolmente accolta da un gran numero di contadini. L'opposizione a Garibaldi aveva di già portato alla sua repressione delle attività contadine durante la sua spedizione, culminata nel famoso episodio di Bronte, dove, il 2 Agosto 1860, il luogotenente di Garibaldi, Nino Bixio, ordinò la fucilazione di 5 contadini ribelli che avevano preso possesso della città sfidando i proprietari terrieri. Dopo l'annessione del Mezzogiorno al Regno di Sardegna, decretata dal plebiscito svolto equivocamente {"decreed by dubiously held plebiscites: di dubbia validità}, il 21 Ottobre 1860, l'attività contadina contro il processo di unificazione nazionale italiana aumen

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tò in numero e ed estensione. Rapidamente trovò un potente alleato nei circoli dei legittimisti, che desideravano rimettere sul suo trono del Sud il giovane re borbonico Francesco II." Quindi precisa che [p. 73 ==> 11/12] "l'interpretazione sempre più accettata da un numero di recenti storici - tra i quali in particolare Salvatore Lupo, John Davis, Roberto Martucci e Gigi Di Fiore - è che the Great Brigandage, il Grande Brigantaggio, sia stato prima di tutto e principalmente un episodio che, nelle parola di Salvatore Lupo, assume più chiaramente il carattere di una guerra civile... perché il conflitto riguardava solo gli italiani. Perciò, la guerra civile, al nocciolo del Grande Brigantaggio del 1861-1865 nel Mezzogiorno d'Italia, fu essenzialmente un fenomeno di massa di rivolta armata di contadini contro prima di tutto e soprattutto il governo italiano e quei proprietari terrieri che lo sostenevano, ma ebbe anche una importante componente politica nel tentativo legittimista di restaurare il re borbonico Francesco II. Al tempo stesso, però, è anche importante ricordare che, per l'élite liberale che governava l'Italia, una dimensione politica altrettanto pericolosa era rappresentata dalla spedizione di Garibaldi del 1862 attraverso il Sud {Aspromonte in Calabria} un tentativo di rilanciare le sorti del Partito Democratico attraverso la immaginata conquista di Roma." Una tesi davvero importante sul nesso guerra civile e/o sociale, la espone qui Denis Mack Smith (1965): "Dato che il Risorgimento fu una guerra civile fra le vecchie e le nuove classi dirigenti, i contadini rimasero neutrali ad eccezione dei casi in cui esso venne ad intrecciarsi accidentalmente con la guerra sociale che essi stessi combattevano in continuità. È certo che essi non nutrivano un genuino amore per l'Unità d'Italia e che probabilmente non si resero conto di quel che il termine significasse finché non penetrò nelle loro case sotto forma di prezzi e imposte maggiori e di coscrizione obbligatoria. La loro tendenza naturale era quella di resistere a qualsiasi esercito invasore che sopraggiungesse a requisire le loro scarse provviste alimentari, ed in politica costituivano pertanto una forza controrivoluzionaria." [pp. 66-67] Gilles PÉCOUT (1999) {Marsiglia, 2 Dicembre 1961. Sorico francese.}, nel § 3.3.3 Il brigantaggio meridionale, sostiene essere, il fenomeno del brigantaggio, "considerato da taluni osservatori e storici come una delle prime <<guerre civili>> dell'Italia contemporanea." [p. 238] "Il brigantaggio - precisa lo storico francese - è espressione di un complesso movimento insurrezionale a impronta inizialmente antiunitaria: rifiuto dello Stato piemontese in seguito alle delusioni causate dalla spedizione garibaldina del 1860 (tanto che un certo numero di briganti sono ex volontari garibaldini, come il famigerato Carmine Crocco), rifiuto delle coscrizioni e opposizioni armata (a piccole bande) nei confronti di tutti i rappresentanti del regno italiano. La funzione legittimista dei briganti - che difendono così i Borbone spossessati dai Savoia - viene incoraggiata dal clero, dall'entourage borbonico e supportata all'estero, in particolare dai carlisti spagnoli (si ricordi il ruolo svolto dal generale José Borjés, famoso capobanda ucciso dai piemontesi nel 1861). Nello stesso tempo, il brigantaggio ha un significato sociale che ben riflette i problemi del Meridione: i briganti hanno infatti buon gioco nel reclutare rapidamente le proprie forze tra le fila dei contadini di umilissima o modesta condizione, che si sentono gabbati dal nuovo Stato e che associano nel loro odio tanto la borghesia dei <<galantuomini>> quando i piemontesi. Che dire di questi fatti? Contro il brigantaggio viene intrapresa un'asperrima lotta da parte dell'esercito regolare, composto essenzialmente da carabinieri e bersaglieri (tra il 1860 e il 1870 almeno [p. 239] 40.000 uomini rimangono permanentemente di stanza nelle province insorte), coadiuvati da volontari della guardia nazionale e dal rinforzo rappresentato da mercenari come, nei primi tempi, quelli della legione ungherese. Con la legge Pica del 15 agosto 1863 (che permette nei confronti del fenomeno il ricorso a misure eccezionali), il governo inaugura una spietata repressione al comando dei generali Cialdini e Pallavicini; il numero dei contadini insorti contro i piemontesi viene stimato intorno agli 85.000. La crudeltà della re

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pressione, la mancanza di discernimento in merito (non sempre i militari fanno distinzione fra briganti e contadini) e il numero impressionante di vittime finisce col nutrire una leggenda romantica sul brigantaggio meridionale, i cui eroi sono Carmine Crocco, Ninco Nanco e Michele Caruso. Questa attitudine, amplificata da storie, canzoni e immagini, insiste sulla generosità dei briganti, i quali distribuirebbero ai poveri il bestiame appena rubato, senza fare alcun cenno ai massacri o ai sequestri intrapresi dalle bande." [p. 238-239] La questione del brigantaggio come guerra civile fu sollevata dal deputato Giuseppe Ricciardi {Napoli, 18/07/1808 - † 1°/06/1882. Letterato, patriota, politico, editore italiano} nella Tornata del 4/12/1861 {/leg08/sed120.pdf}, intervenendo sulla condizione delle province napoletane: [p. 123 ==> 6/18] "Altri oratori che mi precedettero alla tribuna agitarono la quistione se il brigantaggio fosse vero brigantaggio, oppure guerra civile; io credo che questa sia una discussione affatto oziosa. Esaminiamo il fatto. Noi abbiamo un numero considerevole di uomini, i quali vivono rubando colle armi alla mano, per conseguenza debbono chiamarsi ladri; ma d'altra parte veggo che questa gente alza bandiera bianca, in alcuni luoghi stabilisce governi provvisorii, quantunque per brevi istanti, poi degli stranieri in numero molto considerevole, Spagnuoli, Svizzeri, Tedeschi, Francesi, fino un Belga, il conte di Trasignies, che è stato ucciso ultimamente, convengono in quelle provincie e fanno parte di quelle bande. Io, in verità, non credo che questi stranieri, che questo conte Di Trasignies, si sieno recati colà credendo che si trattasse [p. 124 ==> 7/18] di puro brigantaggio. Dimodoché conchiuderò, per mettere d'accordo le varie sentenze, che è metà brigantaggio e metà guerra civile. Ma voi direte: abbiamo truppe bastanti per ispegnerlo. Io vi risponderò che la truppa regolare non è bastante a spegnere il brigantaggio, siccome già ebbi l'onore di dire al generale Cialdini fino dai primi giorni che venne a Napoli: il brigantaggio non può essere spento se non per opera degli uomini del paese, e soprattutto contentando il paese, e soprattutto rialzando lo spirito pubblico, e soprattutto rialzando la parte liberale, la quale è stata finora depressa; la qual cosa produsse che il partito borbonico divenisse audace oltre ogni dire. Finora il pericolo non è stato grande, ma potrebbe divenirlo. Non bisogna farsi illusione: in Ispagna la guerra dei Carlisti contro i Cristini cominciò precisamente siccome ora nelle provincie napoletane; vi erano poche bande che si chiamavano ed erano veramente di ladri; ma sorse un uomo di genio, Zumalacarregui, ed in breve tempo questi ladri divennero 50.000 soldati agguerriti e disciplinati, che corsero fino a Madrid, sotto le cui mura fu anzi combattuta una battaglia, e se nel 1838 il generale Maroto non avesse disertata la bandiera carlista, io non so che cosa sarebbe accaduto. Supponete che un uomo di genio sorga nel Napoletano; che cosa accadrebbe, massime se la guerra scoppiasse in sul Mincio? Persuadetevi, o signori, che non è cosa da ridere; anzi si debbono porre in opera i mezzi più attivi per rimediarvi, e non tanto i mezzi di rigore, quanto quelli diretti a contentare il paese. Ed a proposito di questi mezzi di rigore, io non tornerò sul campo in cui entrò ieri l'onorevole mio amico Ferrari, tanto più che, avendo egli esaminato le cose sui luoghi, potette parlarne meglio di me. Solo vi dirò in massima generale che per l'avvenire bisogna evitare assolutamente ciò di cui fummo testimoni pur troppo. Finora abbiamo avuto nel fatto lo stato di assedio, sebbene non fosse stato decretato dal Parlamento, anzi neppure dal Governo; ma lo stato d'assedio ha le sue norme, le sue garanzie protettrici della vita e delle sostanze dei cittadini, quali la pubblicità dei giudizi, la libera difesa, il dibattimento contraddittorio; ora nessuna di queste garanzie venne applicata fra noi. Io non iscenderò a verun particolare, io non incolperò punto l'egregio generale Cialdini, di cui conosco le rette intenzioni e l'animo nobilissimo; debbo anzi dire in sua lode che, quando ha saputo che l'autorità militare era scesa a

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qualche sopruso, egli ha fatto ogni sforzo per impedirlo, e in prova di ciò citerò il dolorissimo fatto di Somma. Saprete che là sei individui, io non saprei se borbonici o non borbonici, furono arrestati ed in meno di tre ore giudicati e fucilati. Ora Cialdini sottomise a Consiglio di Guerra il capitato che avea presieduto a quel dolorissimo fatto. [...] Due sono le principali piaghe di quelle provincie, che tutti, quantunque con mezzi diversi, vogliamo curare, l'una morale, l'altra materiale. La piaga morale è l'offesa profonda recata all'amor proprio di sette milioni d'uomini; ed io credo da tutta la tela del mio discorso sia risultata la prova di quest'offesa. Un paese, il quale durante otto o nove secoli è stato autonomo, e che ad un tratto si vede ridotto a provincia; un paese, il quale vede distrutte per via di decreti le sue antiche leggi, le sue antiche istituzioni, certamente non può essere troppo contento. Aggiungete a questo l'invasione d'impiegati non nativi del paese, i quali, a torto forse, non sono veduti di troppo buon occhio. Infine in tutte le guise possibili quel paese, sia a torto, sia a ragione, si crede ferito nel suo amor proprio. Ebbene, colla presenza del Governo e del Parlamento in Napoli, questa ferita è rimarginata ipso facto. Quanto alla piaga materiale, tutti sanno che c'è quivi ristagno in ogni cosa, e che la miseria è grandissima. Ora, la sola presenza del Parlamento e del Governo italiano rimarginerebbe anche questa piaga. Quanto a quella del brigantaggio, si capisce benissimo che la misura da me proposta la distruggerebbe anch'essa ipso facto, perché lo spirito pubblico sarebbe rialzato immediatamente, ed il partito liberale prendendo il sopravvento, il brigantaggio sparirebbe in pochissimo tempo; oltreché il Governo stando sopra luogo potrebbe veder da vicino i mali del paese e più di leggieri curarli." [pp. 123-124 ==>6/18] La locuzione guerra civile, la si rinviene ricorrente nella relazione del Comitato parlamentare d'inchiesta (Massari-Castagnola). Nella nota (C) annessa alla tavola processuale XI. Processo contro la principessa Barberini-Sciarra [p. 168 ==> 179/257], delle XVI compilate dal Castagnola, e dallo stesso lette nella tornata segreta del 4 maggio 1863, si rileva che la "Sezione d'accusa presso la Corte d'Appello di Napoli, colla sentenza delli 11 giugno 1863, pronunciava l'accusa della principessa SciarraBarberini, la marchesa Sofia De Medici, il cavaliere Quattromani e di altri sei per reato di cospirazione diretta ad attentati aventi per oggetto di distruggere la forma del governo, eccitare i regnicoli ad armarsi contro i poteri dello Stato, avendo, associati in setta, concertata e conchiusa fra essi la risoluzione di agire nello scopo di ristaurare il dominio dell'ex-re Francesco II Borbone, per vie di attentati contro la forma del governo e col mezzo del brigangaggio ed eccitamenti alla guerra civile." [p. 213 ==>226/257] Ecco, in particolare, un brano della requisitoria presentata al Giudice Istruttore dal Procuratore del Re presso il Tribunale Circondariale di Napoli. Questi, dopo aver evidenziato l'innegabilità della "esistenza di un'associazione segreta avente la sua gerarchia, i suoi capi, i suoi affigliati e contribuenti", afferma che "quest'associazione per essere elevata a cospirazione, è mestieri provare che gli associati si proponessero per iscopo di raggiungere l'attentato. Ebbene, essi si proponevano di distruggere la presente forma di Governo, e di ristaurare i Borboni; d'eccitare i cittadini ad armarsi contro i poteri dello Stato; di suscitare la guerra civile; di portare la devastazione, la strage ed il saccheggio nei diversi comuni dello Stato, e contro una determinata classe di persone." [p. 214 ==> 227/257] Concludendo l'analisi di talune processure penali, il Castagnola esprime la convinzione che "Roma siasi fatta il convegno dei reazionari stranieri, falliti, avidi di possanza e di ricchezza; il centro delle tenebrose cospirazioni che si ordiscono e pertinacemente si riannodano a danno del Governo italiano; il quartiere dei briganti; la fucina ove si preparano le armi loro e si aguzzano i pugnali per gli assassini dei nostri generali; egli è di là che partono gli ecci

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tamenti alla rivolta, al sacco ed al sangue, le scomuniche pei soldati d'Italia; ove si converte una religione di pace e di amore in uno strumento di guerra civile." [p. 210 ==> 223/257]

Parimenti ricorrente è la locuzione guerra sociale. "A noi pare, o signori, di avervi ampiamente dimostrata la complicità perseverante ed attiva del principe spodestato con le macchinazioni e con le scorrerie brigantesche: e quindi ci crediamo in grado di poter affermae il diritto, che al Governo italiano compete, di chiedere ed ottenere l'allontanamento di Francesco II dalla sua attuale dimora. Questo diritto sarebbe incontrastabile, quand'anche non si trattasse che d'un semplice pretendente, il quale profittasse della vicinanza agli antichi suoi dominii per suscitar torbidi ed accendere la guerra civile: ma diventa imperioso ed indeclibabile quando si tratta, come avviene nel caso nostro, di un principe, il quale, conculcando la dignità della sventura, si collega apertamente con la gente più facinorosa, e si adopera tuttodì ad accendere nelle provincie sfuggite per libera volontà di popolo alla sua dominazione la sanguigna face della guerra sociale." [pp. 131-132 ==> 142143/257]

"Ora è cosa incontrastabile che la mancanza di fede nella giustizia è di per sè sola la più efficace predisposizione che possa immaginarsi, alla vita eslege delle avventure e delle rapine. La mala signoria borbonica, fecodando e infondendo vigore negli elementi di guerra sociale, ha resa la loro azione più deleteria, i loro influssi più perniciosi, il loro svolgimento più ampio. Né ciò fu opera del caso, ma di premeditazione, di concetto preordinato: il primo impulso all'attuale brigantaggio venne dato fin dal mese di luglio 1860, quando cioè i Borboni si erano già avveduti che non avevano potuto trarre in inganno le popolazioni con l'infido dono della Costituzione, e che tosto o tardi sarebbero stati costretti ad abbandonare il regno. Rammentavano che alla fine del secolo scorso e nei primi anni del secolo corrente erano tornati per opera del brigantaggio, e quindi nel 1860 pensavano ad ammannire le stesse armi per conseguire lo stesso scopo." [p. 26 ==> 37/257] "Senza mancare mai delle sue vere caratteristiche, il furto, cioè il saccheggio e l'assassinio, il brigantaggio nei tempi delle sue prime manifestazioni teneva più dell'indole politica, la quale poi andò successivamente dileguandosi, finché non riprese le sembianze di guerra sociale senza cessare con ciò di essere aiutato e sostenuto da coloro medesimi che primi lo accesero e lo promossero. Ond'è che a noi sembra questione all'intutto oziosa il definire se il brigantaggio sia esclusivamente politico oppure esclusivamente sociale, essendo evidente che se nella essenza è il sintomo di un profondo male sociale, non cessa dall'essere adoperato ed usufruttuato per fini meramente politici. Il partito politico, che non vergogna di cercare i suoi proseliti ed i suoi paladini tra gli assassini ed i ladri, toglie ad altri la molesta cura di giudicarlo: facendosi complice del brigantaggio, accettandone e sollecitandone l'alleanza, pronuncia la severa ed inappellabile condanna di sé medesimo." [p. 38 ==> 49/257] Conclusivamente, appare lapalissiano che il brigantaggio, sia esso guerra civile o guerra sociale, è pur sempre una guerra, una guerra viva e guerreggiata, combattuta dai briganti e dai piemontesi. E come disse il carovignese Salvatore Morelli alla Camera dei Deputati {Tornata del 3 Giugno 1872, p. 2822}, la guerra è il peggiore tra i mali, "e quella nazione che si farà provocatrice di una nuova guerra sarà maledetta dal genere umano." Nella Tornata del 20 Novembre 1861, il deputato Angelo Brofferio {Castelnuovo CalceaAsti, 6/12/1802 - † Minusio-Cantone Ticino, 25/05/1866. Poeta, politico e drammaturgo. Regno di Sardegna: IVI legislaure. Regno d'Italia: VIII e IX leg.}, dopo aver detto che venne pure invocato il tempo per la questione napoletana, aggiunge: "Datemi tempo, diceva un ministro, le provincie meridionali saranno pacificate; trascorsero cinque o sei mesi, ed invece di pace, abbiamo sempre più fervida e dolorosa guerra." [p. 10/17. (/leg08/sed112.pdf)]

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Nella stessa seduta, il deputato Giuseppe Ferrari, pregando "la Camera di voler concedere la precedenza alla discussione sulle provincie napoletane", spiega "che in questo momento havvi in quelle provincie una specie di guerra civile." E quindi aggiunge: "Io non voglio esagerare i mali del brigantaggio, ma in fin dei conti il malcontento continua, e mentre i signori ministri molte volte ci dicevano momentanei i disordini del mezzodì, fatti transitorii, di lieve momento, e che il loro Governo avrebbe fatto prestissimo svanire; mentre, dico, i giornali e i loro amici moltiplicavano le assicurazioni, i mali si rinnovarono e si aggravarono, e si mutarono i luogotenenti, ed in questo momento stesso si cambiava il Governo stesso del regno di Napoli, ed il tutto senza menomamente consultare la Camera... [...] Ma i rappresentanti del Governo hanno intrapreso nelle provincie meridionali dei gravissimi atti, i quali mettono in dubbio la Costituzione stessa. Vi furono dodici villaggi incendiati .... (Rumori di dissenso) [...]". Ribadisce infine che i deputati "tutti rappresentano l'Italia unita; ma non bisogna spingere la discussione sul terreno demagogico ridotta a tale che più non si possano citare i nomi delle città e delle provincie, senza destare reclami, senza sollevare questioni le quali sotto altra forma sono pure questioni di campanile, e rivalità provinciali capaci di interrompere il corso di una seria discussione, alla vigilia forse di una guerra civile ...(OH! Oh! - Richiami vivissimi dalla destra e dal centro)." [pp. 8-9/17 (/leg08/sed112.pdf)] A proposito, la voce guerra ricorre 29 volte nella relazione del Comitato d'inchiesta, il quale tra l'altro afferma che "il brigantaggio genera una condizione di cose, che non è punto dissimile da quella prodotta dallo stato di guerra. Il brigantaggio è una vera guerra, anzi è la peggior sorta di guerra che possa immaginarsi; è la lotta tra la barbarie e la civiltà; sono la rapina e l'assassinio che levano lo stendardo della ribellione contro la società." [p. 141 ==> 152/257]

E altresì ch'esso "è una condizione di cose durissima, alla quale mal si pretenderebbe arrecare rimedio ascoltando i suggerimenti di una improvvida pietà. Togliere la pena di morte per i reati di brigantaggio tornerebbe all'abdicazione assoluta e funesta del diritto sociale di punire. La guerra diventerebbe più sanguinaria; i soldati non darebbero quartiere a coloro che hanno straziati i loro compagni, quando sapessero che costoro non saranno puniti con tutto il rigore delle leggi." [p. 259 ==> 170/257] A mio avviso, giova sapere le occorrenze di talune significative voci nel contesto della relazione d'inchiesta parlamentare: - guerra n.° 29 - brigante n.° 30 - briganti n.° 187 - brigantaggio n.° 254 - brigantesca n.° 6 (tradizione, banda, scorta, vita) - brigantesche n.° 8 (orde, bande, gesta, vesti, scorrerie) - morte n.° 24 - morti n.° 8 - fucilati n.° 10 - feriti n.° 8 - pietà n.° 5 3.10.1. COLPO D'OCCHIO: Guerra civile = brigantaggio = movimento popolare, movimento rigeneratore d'Italia. Nella sezione V del Colpo d'occhio sulle condizioni del Reame, vi è proprio l'articolo della guerra civile. Lo si trascrive per intero: [p. 153 ==> 164/275] "Volgendo lo sguardo sul civile consorzio del reame delle due Sicilie, si vede una situazione, che non può essere più trista. Partiti frementi, ed inesorabili, che si

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imputano a vicenda i mali della patria; i vinti ed i traditi rialzano il capo e minacciano i prepotenti, ed i traditori; da queste ire è generata quella reazione, che come l'idra favolosa riproduce le sue teste, che credevansi troncate; - reazione oramai divenuta guerra civile per le sue proporzioni, e pel suo innegabile carattere politico: perché è sempre carattere politico quello che muove molti uomini a combattere disperatamente un principio governativo, col quale flagello vanno di conserva le uccisioni, le devastazioni, i depredamenti, che mettono in continuo repentaglio la pubblica, e la privata fortuna. Come conseguenza di questo stato si aggiunge il ristagno delle operazioni commerciali interne; ciò che fa infierire la miseria dovunque, perché da un lato toglie i mezzi di guadagno ad una moltitudine infinita di persone, e dall'altro fa aumentare il prezzo delle materie alimentizie, come tuttodì si verifica. - A' tristi data balia di governarsi a lor talento; a' pacifici cittadini è tolta ogni sicurtà di vita, e di averi. Né basta alla fazione prevalente opprimere i suoi avversarii politici; essa pretende, che in generale si abbia ad esultare della oppressione, soffocare il crepacuore, accendere luminarie, denunziare da spia per non cadere in sospetto. - Egli è perciò, che quando ne' molti luoghi delle province meridionali, venutosi alle armi, hanno trionfato i così detti borbonici, ci è voluto dire di essere scoppiata la reazione, mentre dove pel soverchio numero, e per la gran copia d'armi hanno avuto la meglio i piemontesi, con il partito loro aderente, si è versato molto sangue, si sono riempite le prigioni, allora si è detto che l'unità d'Italia si consolidava, e l'ordine era mirabilmente conservato; ma i vinti ed i non [p. 154 ==> 165/275] pochi perseguitati per sottrarsi alle implacabili ire de' nemici si son dati a battere la campagna. Il governo subalpino, che sa di aver nemico il mazzinismo, ma lo tollera per paura, ha inventato perciò nel suo linguaggio officiale, ed ha fatto adottare il vocabolo di BRIGANTI, per indicare il sentimento a lui ostile delle popolazioni, che si sollevano per riacquistare la loro indipendenza; - siccome dal 1849 al 1860 aveva inventato, ed avea fatto adottare, anche nel congresso del 1865, a suo esclusivo profitto, che i principi italiani erano invisi, perché tiranni, e che i loro governi erano condannabili sotto ogni aspetto; mentre macchinava per detronizzarli, ed usurparne i dominii. - Inventa ora così, e vorrebbe far credere, che sia divenuto felice il reame delle due Sicilie da lui rigenerato con l'annessione; per dar luogo ad interpretazioni diverse su le resistenze popolari che sperimenta. Ma in un paese ridotto a tali condizioni, non vi è bisogno di molto esame per conoscere la vera causa delle reazioni. Quando tutti i sentimenti di giustizia sono offesi da chi dovrebbe difenderli; - tutti i più gravi interessi abbandonati al latrocinio de' potenti; - quando le promesse guarentigie di legge rimangono una lettera morta; la libertà individuale non più rispettata; l'arbitrio, il volere d'un uffiziale, ed anche di un caporale divenire il regolatore del borgo, del villaggio, della città; et intorno alla sciabola dell'uffiziale, ed alla baionetta del caporale stringersi spesso i più malvagi del paese per soddisfare le loro private passioni, - allora il popolo ridotto agli estremi si ricorda, che fu incitato, dal 1848 al 1860 pel segreto lavorìo delle sette, a ribellarsi contro i governi paterni, che lo reggevano con moderazione, e non saprebbe rassegnarsi a padroni illegittimi, che lo trattano da schiavo: - si ricorda, che non sono abbrutiti e corrotti, (come vorrebbero dargli a credere taluni) i discendenti de' Siculi, e degl'Itali, forte razze primitive, d'onde ebbe nome tutta la nazione; i discendenti di [p. 155 ==> 166/275] quei Sanniti, di que' Marsi, di quegli Appuli, che seppero resistere, e talvolta vincere le invitte aquile rimane; i discendenti de' più perdurati fra i longobardi, de' più arditi fra i normanni; - il popolo si ricorda che anche le sue moderne generazioni han saputo risplendere accanto a' lombardi ed a' piemontesi negli eserciti napoleonici;

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- e che non ha perduta la vigoria con la quale seppe protestare col sangue contro la decennale occupazione di straniero dominatore; - il popolo infine col suo contegno smentisce le calunnie di coloro, che vorrebbero attribuire alla corruzione del governo antico, o a subdole influenze lontane, lo stato presente del reame; e dimostra col fatto, che un governo corruttore non avrebbe potuto lasciare tanto affetto e desiderio di sé; che un popolo corrotto non versa il suo sangue per un principio; che se il fuoco non fosse stato per se stesso acceso, sarebbe riuscito inutile soffiarvi dentro; e che da ultimo la cessazione della reazione non è possibile, se prima non cessa la invasione straniera da cui ripete l'attuale desolazione. Il movimento popolare adunque, che la fazione al potere chiama per dispregio il brigantaggio, è nella pubblica opinione il movimento rigeneratore d'Italia. Dalla laconica definizione data dall'Hobbes alla guerra civile bellum omniun in omnes, si esamini ora come nel parlamento di Torino ne vien fatta una maestrevole applicazione alle attuali province meridionali: - <<In che consiste il brigantaggio? (si fa a ragionare il deputato Ferrari nella tornata 29 novembre {In realtà: Tornata del 30 Novembre 1862}) <<Consisterebbe nel fatto (come vorrebbe far credere il ministero), che 1500 uomini, capitanati da 2 o 3 malandrini, tengono testa ad un regno, e ad un esercito di centoventimila soldati? - Ma quei 1500 sono semidei, dunque, sono eroi! >> [p. 157 ==> 168/275] Nelle province meridionali adunque (secondo la espressione del Popolo d'Italia, 21 novembre) <<il governo di Torino sparge in copia il sangue, e spesso sangue innocente, ed è finito per porre que' paesi nella terribile condizione di dover tremare, ed avere in orrore più gli Agenti del nuovo Potere, che i briganti! Arbitrio, ed impotenza sono le sole armi del governo, e così non potrà mai distruggere il brigantaggio, ma perdere invece, (come gli è accaduto), l'affetto delle popolazioni.>> - Ed arduo sarebbe il voler enunciare le sanguinose lotte della guerra civile quivi fervente nel corso del 1862, maggiore, e più fiera che non sia stata da due anni. Del numero di stragi, incendii, depredazioni, fucilazioni, e ruine che essa arreca, sarebbe ben ingenuo chi volesse farsene un concetto dalle sole quotidiane relazioni ufficiali, che sono stampate sul Giornale di Napoli, o da altri cenni, che ne pubblicano i diarii di colà. - Delle relazioni militari, e di polizia, che giungono in Torino al comando generale, ed al ministero, solo centro da cui si potrebbe trarre più esatte notizie, una parte rimante infatti naturalmente secreta, come materia di alta polizia militare, e da un altra parte la stampa va ad attingere quello che può e che crede, e così si ha sempre una scarsissima parte del vero. Si è pubblicato che durante il 1861 fossero ammontati a 574 gli scontri tra truppe piemontesi e reazionarii; cifra, che dovrebbe essere di gran lunga maggiore pel 1862: ma chi può assicurarlo con certezza? Basti dire, che nel corso dell'anno stesso sono giunti ogni dì, su tale materia al comando militare, da un 60 a 100, fra telegrammi, e relazioni, delle quali i giornali non possono, o non vogliono pubblicare più di quelle quattro, o sei, o dieci, che così sole si diffondono per per la stampa. Inoltre si sa anche per prova, che non mai vengono riferiti in quelle relazioni tutti i fatti che accadono. Parte rimangono ignoti a' carabinieri stessi o a' militari; - parte per molti motivi non vengono [p. 158 ==> 169/275] riferiti, o, per riserbo delle autorità che scrivono, vengono attenuati. Non presumiamo perciò di esporre in questo colpo d'occhio una cronaca esatta e completa della guerra civile e delle fucilazioni nel periodo annale del 1862; - ma fornire nell'insieme tutti gli elementi che si son potuti raccogliere in un Sommario cronologico; certi, che in esso non sarà il minore inconveniente l'aver dovuto empire molte pagine di nomenclature corografiche e topografiche, rattristate da una monotonia di tragici eventi, poco tra loro diversi per la maggiore, o minor violenza del risalto, e della rispondente compressione. Sommario cronologico della guerra civile nel corso dell'anno 1862." [p. 158 ==> 169/275] ...omissis...

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3.10.2. W. F. RÜSTOW: La guerra civile che infuria negli Stati napoletani. W. F. Rüstow {Brandeburgo sulla Havel, 25/05/1821 - † Aussersihl, 14/08/1878. Militare tedesco naturalizzato svizzero. Scrisse opere di storia militare, di strategia e tattica militare.}, narrando politicamente e militarmente la guerra d'Italia del 1860, rappresenta che [p. 545 ==> 550/679] "l'entrata dei Piemontesi nel regno di Napoli ruppe definitivamente le relazioni diplomatiche fra il governo di Francesco II in Gaeta, e di Vittorio Emanuele in Torino. Fino a quel tempo il barone Winspeare, ambasciatore di Francesco II, era rimasto per una curiosa singolarità in Torino. Il 6 ottobre {1860}, Cavour gli fece la seguente comunicazione: <<Gli avvenimenti ch'ebbero luogo a Napoli in questi ultimi momenti hanno indotto il governo del Re a spedire a quella volta alcune navi per proteggere i sudditi sardi. Dopo allora la situazione non andò che peggiorando. Francesco II abbandonò la sua capitale e con tal fatto agli occhi della popolazione depose il potere. La guerra civile che infuria negli Stati napoletani e la mancanza di un governo regolare, mettono in grande pericolo i principii sui quali riposa l'ordine civile. In tale stato di cose i cittadini e le autorità del regno di Napoli hanno fatto pervenire a S. M. il re Vittorio Emanuele indirizzi coperti da numerose sottoscrizioni, implorando l'ajuto del principe al quale la Provvidenza diede l'incarico di ristorare l'Italia e ritornarle la pace. A tenore dei doveri impostogli da questa missione, il mio eccelso signore ha ordinato che venga spedito a Napoli un corpo d'esercito. Questo provvedimento porrà fine ad una condizione di cose che potrebbe degenerare in anarchia, e salverà da un gran pericolo l'Europa impedendo un'ulteriore effusione di sangue>>. Il lettore avrà notato al pari di noi la ingenua e singolare leggerezza con cui il Cavour tratta questo grave argomento nella lettera surriferita. Il barone Winspeare gli rispose il 7 ottobre con le parole seguenti: [p. 546 ==> 551/679] <<Eccellenza! L'occupazione del regno delle Due Sicilie da parte delle truppe piemontesi, della quale io ebbi notizia mediante la comunicazione di vostra Eccellenza, in data d'ieri, è un fatto tanto apertamente contrario ai principi di ogni legge e di ogni diritto, che sembrerebbe quasi inutile che io mi occupassi a dimostrarne la illegalità; i fatti che hanno preceduto questa invasione ed i vincoli di amicizia e di parentela, tanto intimi quanto antichi, che esistevano tra le due corone, la rendono tanto straordinaria e tanto nuova nella storia delle nazioni moderne, che lo spirito generoso del re, mio augusto padrone, non sapeva determinarsi a crederla possibile; ed in vero, nella protestazione che il generale Casella, suo ministro degli affari esterni, indirizzava, il 16 settembre scorso, da Gaeta a tutt'i rappresentanti delle potenze amiche, era chiaramente dimostrato che S. M. aveva la fiducia che S. M. Sarda non avrebbe mai potuto dare la sua sanzione agli atti di usurpazione compiuti sotto l'egida del reale suo nome, nel seno della capitale delle Due Sicilie. È parimente cosa superflua per me il cercar di dimostrare a vostra Eccellenza che questa protestazione solenne, unita a varii proclami del mio augusto sovrano ed agli eroici sforzi fatti sotto le mura di Capua e di Gaeta, rispondono in modo incontrastabile alla strana argomentazione di abdicazione di fatto di S. M. che io fui sorpreso di leggere nella lettera summenzionata di vostra Eccellenza. L'anarchia ha trionfato negli Stati di S. M. Siciliana in conseguenza di una rivoluzione invaditrice (débordante), della quale, fino dal primo momento, tutti presentivano manifestamente i futuri traboccamenti, ed alla quale il re, mio padrone, proponeva da gran tempo, ma invano, a S. M. il re di Sardegna, di opporre, con un vicendevole accordo, una diga perché non avesse a straripare ed a mettere in pericolo, coi suoi eccessi, la vera libertà e l'indipendenza d'Italia. [p. 547 ==> 552/679] In quest'ora fatale, in cui uno Stato che novera 10 milioni di anime, difende colle armi in mano gli ultimi avanzi della sua istorica autonomia, sarebbe cosa vana il ricercare da chi questa rivoluzione sia stata sorretta, per guisa da divenire un colosso, ed in qual modo essa abbia potuto giungere a tanto da effettuare tutti quegli sconvolgimenti che

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aveva imaginato. Quella Provvidenza divina, della quale vostra Eccellenza ha invocato il santissimo nome, pronuncierà, entro non lungo tempo, le sue decisioni in un combattimento supremo, ma qualunque sia per essere questo solenne giudizio, la benedizione del cielo non discenderà certamente sopra coloro che si apprestano a violare i grandi principii dell'ordine sociale e morale, facendosi credere gli esecutori di un mandato di Dio. La coscienza pubblica, dal canto suo, quando non sarà più soffocata dal giogo tirannico delle passioni politiche, saprà determinare la vera indole di un'impresa usurpatrice, cominciata coll'astuzia e compiuta colla violenza. La cortese accoglienza avuta da questa popolazione generosa e leale, accoglienza della quale sarà sempre viva nel mio cuore la rimembranza, mi vieta di addentrarmi più minutamente nella critica severa degli atti del Governo di S. M. Sarda; ma vostra Eccellenza intenderà di leggieri le ragioni per le quali un più lungo soggiorno a Torino del rappresentante di S. M. Siciliana sarebbe incompatibile colla dignità di S. M., non meno che con le consuetudini internazionali. E per siffatti motivi, protestando solennemente contro l'occupazione militare sopra indicata, e contro qualunque usurpazione dei sacri diritti di S. M. il re del regno delle Due Sicilie, già intrapresa e che sta per essere tentata per opera del Governo di S. M. il re di Sardegna, riservando, inoltre, nello stesso tempo al re Francesco II, mio augusto padrone, il libero esercizio del potere sovrano, che a lui spetta [p. 548 ==> 553/679], di opporsi con tutti quei mezzi ch'egli stimerà più opportuni a queste aggressioni ed usurpazioni ingiuste; come pure di fare gli atti pubblici e solenni che egli stimerà più utili alla difesa della real sua corona; per siffatti motivi dico, io mi appresto ad abbandonare questa residenza, appena avrò terminato di porre in assetto alcuni affari particolari di S. M. relativi alla successione dell'augusta sua madre, di santa memoria. Prima di partire, avrò l'onore di presentare a V. E. il signor De Martini, il quale rimarrà coll'incarico soltanto di trasmetterle le comunicazioni che il governo del re, mio padrone, trovasse conveniente d'indirizzare ancora al governo di S. M. Sarda. Mi permetta, signor conte, di prendere congedo da V. E., ringraziandola degli atti cortesi ch'ella ha voluto usare con me nelle nostre relazioni personali, ed aggradisca, ecc.>>" In precedenza Rüstow aveva esposto che [p. 355 ==> 360/679], "verso le dieci e mezza del mattino {del 7 settembre 1860} Garibaldi con una piccola schiera di ufficiali prese a Vietri la ferrovia e giunse sul mezzogiorno a Napoli. Liborio Romano, accompagnato dai ministri che erano tuttora rimasti e dai direttori dei ministeri, lo salutò alla stazione della ferrovia con la seguente allocuzione: <<Signor generale! Vedete innanzi a voi un ministero che ebbe la sua autorità da Francesco II. Noi lo accettammo nella convinzione di fare un sacrifizio alla patria. Lo abbiamo assunto nei momenti più difficili, quando il pensiero dell'unità d'Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele, che da lungo tempo agitava i Napoletani, aiutato dalla vostra spada, proclamato dalla vicina Sicilia, era già fatto onnipotente, e scomparsa ogni fiducia fra governanti e governati; quando l'antica diffidenza e l'odio mal celato, in virtù delle nuove libertà costituzionali, apertamente si rivelavano; quando il paese era profondamente scosso dalle gravi ansietà di una nuova e violenta reazione. In tali circostanze noi accettammo [p. 356 ==> 361/679] il potere per mantenere la pubblica tranquillità e salvare lo Stato dall'anarchia e dalla guerra civile. A questo intendimento fu diretto ogni nostro sforzo. A noi non è mai venuta meno la fiducia dei nostri concittadini, ed è da attribuire all'energica loro cooperazione se in tanto odio di partiti la città andò tuttavia esente da atti di violenza e di sterminio. Generale, tutti i popoli del Regno, ove coll'aperta insurrezione, ove colla stampa, in altri luoghi con altre manifestazioni, vi hanno dato il loro voto in modo abbastanza evidente. Anche essi vogliono far parte della grande patria italiana sotto lo scettro costituzionale di Vitto-

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rio Emanuele. Voi, generale, siete il più nobile simbolo di questo voto e di questo pensiero, e perciò tutti gli sguardi si rivolgono a voi, in voi riposano tutte le speranze. E noi, ministri del potere, cittadini ed italiani anche noi, rassegniamo il potere nelle vostre mani, sicuri che voi lo sosterrete energicamente, che colla saggezza condurrete questo paese al nobile scopo che vi siete prefisso, e che sta scritto sulle vittoriose vostre bandiere non meno che nei cuori di tutti: Italia e Vittorio Emanuele!>> Garibaldi ringraziò, intitolò Liborio Romano il salvatore di Napoli, gli strinse la mano, e fece il suo ingresso trionfale in Napoli al cospetto di tutta la popolazione esultante. Fra le truppe dei castelli si notò un certo movimento, quasi che avessero voluto salutare il Dittatore a colpi di cannone, però no 'l fecero. Allorché Garibaldi, attraversando la città, giunse presso un corpo di guardia, l'uffiziale voleva ordinare il fuoco ai suoi soldati, ma questi ricusarono di obbedire. Garibaldi recossi anzi tutto nella cattedrale, indi scese al palazzo della Forestieria {oggi, Palazzo della Prefettura}dal cui verone doveva arringare il popolo; e subito dopo trasportò il suo quartiere nel palazzo Angri sulla via Toledo." A mo' di conclusione, ecco cosa scrive Rüstow nel XVIII Capitolo, VOTO DELL'ANNESSIONE: [p. 555 ==> 560/679] "Che cosa volesse Cavour in Napoli lo sappiamo dalla legge dell'annessione, ch'egli aveva fatto discutere a Torino, e dalle considerazioni intorno alla medesima esposte alle Camere. Egli voleva: L'annessione immediata; L'annessione incondizionata; L'annessione mediante plebiscito." [p. 538 ==> 543/679] "L'11 ottobre {1860} alla Camera dei deputati essa {Legge dell'annessione} venne accettata con 290 voti contro 6, e il 16 ottobre dal Senato nel quale ebbe 12 voti contrari. Dopo ciò il 19 ottobre le Camere furono prorogate." 3.10.3. G. FORTUNATO: brigantaggio = lugubre storia = crudelissima guerra = se non una guerra civile, una vera insurrezione di plebe rurale = lotta di classe. Giustino FORTUNATO {Rionero in Vulture (PZ), 4 settembre 1848 - † Napoli, 23 luglio 1932. Laurea in Giurisprudenza, Pubblicista giornalista, Politico e storico, <<il più grande e illuminato studioso del Meridione>> (Indro Montanelli, L'italia dei notabili 1861-1900, Rizzoli-MI 1973, p. 86). Camera dei Deputati: XIVXXII legislature. Senato del Regno: dalla XXIII leg., nomina 04/04/1909}, nell'opera recante titolo Il

Mezzogiorno e lo Stato Italiano, nelle molte questioni affrontate parla anche del brigantaggio {5 occorrenze nel I e 6 del II volume}. VOLUME PRIMO Cap. II. - I monti frumentari nelle province napoletane [p. 38 ==> 42/480] [pp. 43-44 ==> 47-48/480] "Negli ultimi anni del brigantaggio, quasi tutti cessarono dalle opera-

zioni: gran parte del patrimonio sparve come per incanto; mescolanze e sottrazioni impoverirono, a lungo andare, i più riccamente dotati. All'ufficio di amministratori, in molti Comuni, furono costretti piccoli coloni possessori di qualche poderuccio, ma analfabeti e grulli per modo, che altri, a nome loro, poterono negoziare, al coperto di ogni responsabilità, le granaglie: in moltissimi, del resto, gli amministratori furono rappresentati il più delle volte (è un sotto-prefetto che parla) da gente rovinata, che violando gli articoli principali del regolamento, cercò di farsi una rendita col pubblico patrimonio; altre volte facoltosi possidenti, spinti dallo spirito di rapina, non si peritarono, di procurarsi, col mezzo di interposte persone nullatenenti, forti quantità di grano, perché, o restituendole, vi mercanteggiarono a scapito del Monte, o non più restituendoli, furono sicuri della frode per la insolvibilità dei mutuanti: dappertutto, perciò si ode dire ogni giorno <<con un cinismo che fa ribrezzo>>, avverte il sotto

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prefetto di San Bartolommeo in Galdo, <<che i Monti non esistono se non nelle tabelle statistiche del Ministero>>." Cap. IV. - La questione demaniale nell'Italia meridionale [p. 78 ==> 82/480] [p. 84 ==> 88/480] "L'ultimo atto del dramma, terribile ne' suoi episodi e nei suoi effetti, che

parvero spezzare ogni vincolo di civile comunanza, è la storia del brigantaggio succeduto alla rivoluzione del 1860: lugubre storia, che soltanto nei primi suoi venti mesi, a quanto si legge in documenti ufficiali [Massari, Relazione della Giunta parlamentare su la inchiesta per il brigantaggio nelle province napoletane, Torino, 1863], numera mille fucilati, duemila cinquecento morti in conflitto, poco meno che tremila, condannati al carcere o alla galera!" Cap. VII. I partiti storici e la XIV Legistlatura, 2 settembre 1882 [p. 151 ==> 155/480] [pp. 175-176 ==>179/480] "La redenzione delle plebi dalla supina ignoranza e dalla estrema mi-

seria, più che un bisogno, è una imprescindibile necessità nostra. Non è spento ancora nella Chiesa il pensiero, né le manca il potere, d'insidiare lo Stato, suo nemico irreconciliabile: Leone XIII, nell'allocuzione pronunziata in Concistoro il 20 agosto 1880, dichiarò <<necessario il principato civile del romano pontefice alla sicurezza sua e alla sua libertà>>. Né ancora la idea della unità è balenata nelle menti di tanta parte del popolo, che alla potenza dei fati d'Italia, vent'anni addietro, non oppose se non apatia e, quaggiù, in queste nostre campagne, crudelissima guerra: le moltitudini sono ancora fuori di noi e della nostra vita nazionale, sebbene comincino a intravedere la propria lor forza come numero, perché il secolo, direbbe Amleto, si fa acuto, e il dito del piede del villano tocca sì dappresso il tallone del signore che già lo graffia. Che cosa avverrebbe mai di noi, se la Chiesa armasse contro lo Stato, così giovine tuttora, i contadini, sfruttando i loro dolori e le loro vendette? Siamo noi forse già tanto sicuri, noi del Mezzogiorno, che quando l'esercito sia chiamato un giorno alle frontiere, il brigantaggio non insorga improvviso, come tante volte per lo passato? Ah no, non è bene illuderci né perder tempo: ormai le voci delle moltitudini arrivano insistenti fino a noi, ed è per interesse di noi e del nostro avvenire che dobbiamo volgere a così alta meta tutto l'animo, tutto il pensiero, tutta l'opera nostra! Bisogna essere più che certi, che il paese non è solido finché le classi inferiori sono prive d'ogni tutela, d'ogni patrocinio, d'ogni bene della civiltà, però che i popoli, secondo la felice formula del Re Galantuomo, non apprezzano le istituzioni se non a misura dei benefizi che esse dispensano. Bisogna inoltre persuaderci, che poiché non è innata in noi la idea della legge morale, di cui le azioni umane non sono se non l'effetto fisiologico, il leggere e lo scrivere sono insufficienti a creare nel popolo quell'ordine di sentimenti, il quale si può solo contrapporre agl'instinti del mal costume e del delitto - e, per conseguenza, nessuna distinzione dev'essere più fatta tra la istruzione propriamente detta e la educazione, e l'azion pubblica esercitarsi con più assiduo vigore per lo appunto laddove l'alfabeto si balbetta, e con le prime nozioni si prepara l'uomo alle battaglie della vita." Cap. XII. Il problema economico e la XVI Legislatura, 30 ottobre e 5 dicembre 1890 [p. 261 ==> 265/480] [p. 270 ==> 274/480] "Il brigantaggio innanzi tutto, succeduto alla Rivoluzione, e durante il

quale parve sospeso finanche ogni anelito di civiltà, si tradusse, a conti fatti, in una perdita notevole di rendita fondiaria. Seguiva intanto quel periodo singolarissimo, durato fino al 1882, del movimento ascendente dei prezzi de' cereali, che non piacque al fato {che}fosse stato per noi così scevro di danni e di pericoli come fu per tutta Italia ricco di illusioni e di speranze." Cap. XVII. La crisi bancaria e la XVIII Legislatura, 10 e 16 maggio 1895 [p. 373 ==> 377/480] [pp. 393-394 ==> 397/480] "Tra noi meridionali è più debole il sentimento di rispetto al diritto del

nostro simile, più scarso il consenso morale all'imperativo categorico: <<sii una persona e considera gli altri come persone>>, più sorda e più ignota la voce intima della solidarietà umana: <<il male è il dolore altrui>>. Così è stato da secoli in questa parte d'Italia, su cui tanto ha premuto il fatto della storia e della geografia, in tutto il Mezzogiorno, <<una delle regioni più tragiche del mondo>>, come dice il Gebhart; tuttora è così, nonostante la maggior coltura, la maggiore educazione degli anni succeduti alla Rivoluzione del 1860. Il carattere dei moti siciliani fu manifestamente quello di una lotta di classe, non diverso checché si af

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fermi in contrario, dal carattere stesso del brigantaggio di trent'anni addietro nelle nostre province." {Il riferimento è alle rivolte siciliane contro le tasse, dal 10/12/1893 al 4/01/1894. https://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/44/rivoltesiciliane.htm}

VOLUME SECONDO Cap. XXI. La XIX Legislatura e la politica coloniale, 5 e 11 marzo 1897 [p. 5 ==> 9/528] [p. 24 ==> 28/525] "L' Italia non è il giardino di Europa, come i poeti, una volta, cantavano. Se-

condo i calcoli migliori, appena un milione, magari due su cinque milioni di ettari di terreno poco o punto coltivato, sono ancora meglio utilizzabili, - e gran parte della penisola, dal Tevere in giù, val poco, assolutamente poco, perché infeconda o malarica. Prima di ridiventare, da un capo all'altro, l'orto delle Esperidi, prima di essere, come la Francia, una regione tutta quanta coltivata intensivamente, bisognerà, nientemento, che il prezzo del denaro, il quale oggi, qui fra noi, è dell'otto e del sei per cento, sia dappertutto non mai più del tre. La favoleggiata colonizzazione interna è quindi opera di popoli ricchi, non di popoli che ricorrono, come il nostro, alla riduzione della rendita e alla emissione della carta, - i soliti espedienti de' governi prossimi a fallire... No, non è certo il giardino, ma, in cambio, essa è forse il paese più prolifico di Europa. Se molte arti, osserva argutamente il nostro Nitti, che gli antichi praticarono, noi abbiamo dimenticate, una se n'è tramandata sempre: l'arte di far figli! Ed è però l'Italia ha una densità di 107 abitanti per chilometro quadrato, quando il rapporto medio della Francia è di 72, dell'Austria di 80, della Germania di 97. Ora cotesto immane problema dell'aumento della popolazione in rapporto alla deficiente potenzialità della ricchezza, che è poi il problema dell'EQUILIBRIO TRA' BISOGNI E LE FORZE, in cui consiste - scrive il Coco - non meno la sanità degl'individui che la prosperità delle nazioni, soltanto l'emigrazione per l'America potrà, almeno per ora, risolvere. Anzi che sognare imperi e colonie in Affrica {sic}, pensiamo dunque a proteggere, a difendere, sia alla partenza sia nel viaggio e all'arrivo, le migliaia di nostri fratelli, i quali, non più rassegnati alla fame come a proprio retaggio, volontariamente solcano il mare infido, scendono a New-York, a Rio Janeiro, a Buenos Ayres, e mandano in Italia, ogni anno, a furia di privazioni e di fatiche, da 150 a 200 milioni di lire. Son que' milioni di lire, per lo appunto, e non altri, che salvano dalla inedia alcune intere nostre province del Mezzogiorno... [p. 25 ==> 29/528] "Proteggiamoli e difendiamoli, quei nostri fratelli, perché voi, certo, non partecipate al pregiudizio dominante nella classe de' nostri proprietari, che l'emigrazione sia un male: quel pregiudizio, che indusse già un comune del Potentino, nel 1890, a rifiutarmi i voti, solo perché avevo fieramente combattuto, negli Uffici della Camera, il disegno di legge che fu legge dello Stato il 30 dicembre 1888, per restrizioni alla facoltà di emigrare... Quella legge, voi sapete, tornò vana, poiché l'emigrazione non è un fatto artificiale, ma una necessità ineluttabile e, come tale, un grandissimo bene: le province meridionali di terraferma le devono la sparizione del brigantaggio e della infame tratta de' fanciulli, mentre la Sicilia, che non ha se non scarsa emigrazione, ha risentito i suoi mali, tre anni addietro, assai più di regioni molto più povere e meno feraci. Cap. XXVI. Per le lapidi a' caduti di Adua, 6 maggio 1900 [p. 137 ==> 141/528] [p. 144 ==> 148/528] "Spesso ho domandato agli anziani del mio Comune se fosse ancora da pa-

ventare, per l'un motivo o per l'altro, il risorgere del brigantaggio. <<No>>, tutti mi risposero con sicurezza: <<no, perché i cafoni sono stati soldati d'Italia>>. Per questo o io m'inganno o il nostro esercito è spiritualmente superiore al paese, poiché solo in esso le correnti di umano e reciproco rispetto avvincono tutte le classi sociali, dirozzano le più rudi, placano le più sospettose, assimilandole e purificandole con un processo di adattamento, che nelle misere condizioni di coltura, di agiatezza e di moralità di tanta parte delle nostre campagne rappresenta un benefizio incalcolabile, la speranza di un avvenire migliore. Per questo io ardentemente io spero che non noi di questa estrema punta d'Italia, non noi né tutti i conterranei nostri del Mezzogiorno ci faremo mai sedurre dalla fallacia semplicitià del reclutamento regionale an

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che in tempo di pace, guardando a quello, secondo altri fa, come a miraggio promettitore di buona fortuna. Cap. XXXI. La XXI Legislatura e le pubbliche libertà, 18 e 30 ottobre 1894 [p. 263 ==> 267/528] [p. 285 ==>289/528] "Per questo il socialismo agrario, ovunque di sua natura inevitabilmente ri-

voluzionario, è di tanto maggior pericolo in Italia. I socialisti possono fino alla noia ripetere che essi hanno di mira la evoluzione della proprietà da individuale in collettiva. I contadini non li intendono, o, certo, li fraintendono. La vaga nebulosa idea della <<socializzazione della terra>> si traduce per essi, come sappiamo, nel desiderio puro e semplice di appropriazione e di divisione individuale: le <<quote>>, le famose quote di que' demani de' quali noi abbiamo, contro l'interesse generale degli stessi contadini, fatto così largo getto, dicon chiaro quale sia la passione congenita della loro classe, la fervida aspirazione ereditaria nelle loro famiglie. Lo stesso congresso di Bologna dovette riconoscere che se era stato molto facile eccitare le masse de' contadini, fu ed è assai difficile contenerle e dirigerle, - quaggiù particolarmnete, dove, se dopo tanti anni di storia è lecito esprimere la verità, quella del brigantaggio non fu, via!, se non una guerra civile, una vera insurrezione di plebe rurale..." [pp. 303-304 ==>307/528] "Del resto, in tutti i tempi le classi dirigenti han dovuto, insieme con l'esercizio del potere, affrontare non pochi pericoli: le fortune, per esempio, son oggi più labili, i bisogni cresciuti, la concorrenza più estesa; ma la ricchezza è più diffusa, la vita più umana, maggiore la inviolabilità della persona: meglio, se Dio vuole, uno sciopero che il brigantaggio in permanenza! L'avanzarsi del <<quarto stato>>, come usa dire, è fatto universale, irrefrenabile: coscienza di paese e prudenza di governi posson bene guidarlo e temperarlo; cecità di uomini sarebbe volerlo impedire. È alle cause del male presente, imminente, che bisogna portar la cura, dando alla pubblica opinione un contenuto chiaro, netto, di realtà e di verità; e, insieme con esso, perseverantemente combattere ogni errore, ogni arbitrio, ogni minaccia di sopraffazione, da parte di chicchessia. La libertà non è fine a sé stessa, ed è puramente una condizione formale se non ha un contenuto suo proprio; la libertà è pane, dice un vecchio adagio tedesco, e un regime di libertà dev'essere assolutamente il corollario di una politica illuminata e vigile, di una finanza giusta e corretta: solo una riforma economica può coronare l'opera di un Governo liberale." Cap. XXXI. La questione meridionale e la riforma tributaria [p. 311 ==> 315/528] [pp. 341-342 ==> 345/528] "Quale meraviglia che l'unità politica, compiutasi da un giorno all'al-

tro, avesse arrecato al Mezzogiorno un profondo spostamento d'interessi economici, non senza gravi danni, non senza parziali offese? Ma da questo a sostenere che materialmente ruinò, ci corre. Non solo non ruinò, ma presto si riebbe, e meglio si sarebbe riavuto se non fosse, nel breve intervallo, balzato di un tratto alle paure e alle barbarie del medio evo, come al tempo de' saraceni e delle bande di ventura: ossia, se non lo avesse pure una volta sorpreso, ultima espressione del malessere sociale, l'immane flagello del brigantaggio, così tragicamente fosco e terribile, così poco noto tuttora ai più, e, per ciò, assai meritevole di uno studio largo e coscienzioso; meglio, io dico, si sarebbe presto riavuto, sia per l'apertura di un mercato interno più vasto, sia per la riduzione delle tariffe doganali di entrata e di uscita (il trattato di commercio, concluso con la Francia nel 1863, riduceva a una lira il dazio d'uscita su l'olio, ed esentava o di molto scemava i dazi di tutti gli altri prodotti agricoli del Mezzogiorno), sia infine per l'affrancamento a ottime condizione, nel 1865, del Tavoliere di Puglia, - una immnensa steppa forzata, che per secoli, dice bene il Racioppi, era stato <<il massimo campo della gloria legislativa de' Tartari>>. Cap. XXXV. L'emigrazione meridionale, 30 giugno 1909 [p. 497 ==> 501/528] Tornata del 30 Giugno 1909, al Senato del Regno, il senatore Fortunato prende la parola sul problema della emigrazione, e tra l'altro, dice questo: [pp. 500-501 ==> 504/528] "Or io, meridionale, non ésito un solo istante a dire, per la molta co-

noscenza, per la molta esperienza che ho del paese in cui vivo, che se la emigrazione di quelle province è un male, un danno, dato che realmente sian tali, poiché, dopo tutto, riconosco rappresenti la fuga e l'abbandono; essa è un male e un danno che il fattore demografico, ivi de

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terminato, assai più che nella rimanente penisola, dall'eccesso della popolazione in rapporto alla fertilità della terra, spiega e giustifica, salvandoci da altri mali infinitamente più gravi. Essa ci ha purgati della vergognosa piaga di quel brigantaggio, che pareva ed era funesta dote delle nostre campagne, da Tito Livio a soli trent'anni addietro. Essa ha fatto sparire il <<cencioso>>, l'uomo lacero e pieno di toppe, ancora vivo a' miei occhi, ed ha scemato di più che un quarto il numero degli omicidi, ed ha reso meno frequente l'abigeato, anch'esso vecchia eredità nostra. [...]." 3.11. FERRARI & BIANCIARDI. 3.11.1. FERRARI: Vittorio Emanuele I o II = un'amara ironia. Il 16 aprile 1861, alla Camera dei Deputati {/leg08/sed036.pdf}, Giuseppe FERRARI interviene nella discussione generale della proposta di legge per la intitolazione degli atti del Governo, e specificamente intorno alle parole: per la grazia di Dio, Vittorio Emanuele II o I. Relativamente a queste ultime, asserisce che, [p. 534 ==> 3/19] "se il Re nostro, o signori, si chiamasse Berengario, egli dovrebbe dirsi Berengario III; se si chiamasse Desiderio, si dovrebbe dire Desiderio II, e, poiché si chiama Vittorio Emanuele, debbe essere I. [...] Infatti, - spiega l'illustre oratore -, se Vittorio Emanuele è secondo, di chi è secondo? Lo è di Vittorio Emanuele primo {alias Il Tenacissimo. (Torino, 24/07/1759 - †Moncalieri, 10/01/1824). Re di Sardegna, Principe di Piemonte, Duca di Savoia e d'Aosta dal 1802 al 1821. Il 13/03/1821, abdicò in favore del fratello Carlo Felice}, nato con idee antiche, continuatore di antichissime tradizioni, e appunto

nemico del regno d'Italia, come lo erano stati Beroldo e i suoi successori. Appena reduce a Torino nel 1814, considerò come un sogno l'era rivoluzionaria, tutta l'era napoleonica; ripristinò tutti gli antichi impiegati col Palmaverde alla mano, reintegrò la frusta nelle prigioni, la tortura nei suoi tribunali, i privilegi civili nella nobiltà, e giunto al 1821, abdicò dichiarandosi nemico della Costituzione. Ci viene fatta un'obbiezione: ci fu detto che, conservando al Re il suo nome di Vittorio Emanuele, s'intende di seguire gli usi della Casa di Savoia, la cui tradizione ha sempre mantenuto una medesima numerazione a traverso gli accidenti più svariati della sua elevazione. [...] [p. 535 ==4/10] Mi spiego - dice l'onorevole - richiamando per un'ultima volta la legge delle regie numerazioni; la quale esige che ogniqualvolta un principe parte da uno Stato minore per giungere ad uno maggiore, prenda la numerazione imposta dal nuovo Stato. Per una conseguenza necessaria della sua disposizione questa legge dispensa dal mutare il numero ogniqualvolta si passa da uno Stato maggiore ad uno minore. Per dare un esempio, se i re di Francia avessero preso l'Olanda, tale acquisizione non avrebbe loro imposto il dovere che la Francia stessa imponeva ad Arrigo III di Navarra. Ciò posto, in che modo si determina l'inferiorità di uno Stato? Gli stati si apprezzano in più maniere, ora colla misura della popolazione, ora con quella delle ricchezze, ora con quella dell'estensione, e da ultimo ricevono essi il loro valore relativo dall'importanza loro per chi li prende. [...] Mantenete il titolo di Vittorio Emanuele II; questo titolo, dovendo pur avere un significato, dichiarerà che Vittorio Emanuele è passato da uno stato maggiore ad uno minore; che più stima la sua Savoia per metà perduta, che non l'intera Italia, dove in ogni crisi il regno risorge e svanisce con eguale facilità. E siccome ognuno rispetta l'ereditaria sapienza della Casa di Savoia; siccome è noto che mai non derogò al suo passato, benché spesso si trovasse in mezzo alle più disparate circostanze della politica; e siccome tutti sanno che essa è solita a sottoscrivere paci da re quando i re di Francia sottoscrivono paci da duchi, quanto più grande è la stima che le si deve, tanto più dichiarerete effimero il regno proclamato. Si crederanno non apprezzate le nuove annessioni; incerte le improvvisate fusioni; equivoci gli sforzi per estendere il regno; repubblicane le intenzioni che ingrandiscono la monarchia.

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La sfiducia, una volta proclamata negli atti, nelle medaglie, nei bronzi, nelle intestazioni, negli istrumenti, obbligherà i popoli a cercare per quali ragioni il discendente dei duchi di Savoia e dei re di Sardegna tema di avventurarsi tra le vicissitudini italiane; per quali cagioni egli diffidi di tante ovazioni, di tanto entusiasmo, di tanta aspettazione destata. Voi vedete la situazione generale; io non voglio ripetere critiche da me fatte ieri o avanti ieri; ma si dubiterà della utilità delle annessioni, della legittimità della guerra non intimata, del valore della legalità violata, della sicurezza di uno Stato che suppone tante idee sottintese, tanti misteri dissimulati; quindi giungerebbe forse l'istante in cui le parole stesse Vittorio Emanuele II esprimerebbero un'amara ironia. Dunque, o signori, vi lascio giudici della intestazione. Io presi la parola solo per farvene osservare le conseguenze, solo per compiere l'obbligo di esporre il mio pensiero." 3.11.2. BIANCIARDI: 3 storture piemontesi; la reazione filoborbonica; la guerra più oscura, più feroce e più sanguinosa. Luciano BIANCIARDI {Grosseto, 14/12/1922 - † Milano, 14/11/1971. Consulente editoriale, traduttore, giornalista, scrittore} nel 12° [p. 198] paragrafo della sua breve storia, dopo aver riassunto in poche parole l'intervento parlamentare del deputato Ferrari, evidenzia che il suo discorso, pieno di dottrina e di richiami storici, "poteva veramente suonare come una raffinata ma oziosa disquisizione onomastica. Nell'accettare Vittorio Emanuele II - con quel numero - re d'Italia, nel dichiarare ottava la legislazione nuova, anziché prima, si commettevano due palesi storture, ma esse altro non erano se non la conferma procedurale di un'altra stortura, assai più grave, e di già perpetrata. In altre parole la formula confermava i fatti: l'Italia diventava nazione in seguito alla conquista che il re di Sardegna, anzi il duca di Savoia, aveva fatto della Lombardia, della Toscana, dell'Emilia, delle regioni meridionali. La politica del carciofo {dei piccoli passi} aveva trionfato. Subito dopo la partenza di Garibaldi da Napoli, e prima [p. 199] ancora che il plebiscito fosse accolto e ratificato da Torino, le leggi, le istituzioni, persino il costume piemontese si imponevano forzatamente nel sud. Il plebiscito, come s'è visto, era stato inteso a Torino come un atto di resa delle province meridionali, di resa incondizionata: era diritto dei piemontesi annettersi Napoli e la Sicilia, era dovere dei meridionali accettare l'annessione. Al tempo stesso era loro interesse: anzi, da parte piemontese era quello un onere che a malincuore ci si assumeva: le "stalle di Augia" (l'espressione, bontà sua, è di Massimo d'Azeglio) avrebbero tratto immenso beneficio dal diventare parte del nuovo regno d'Italia. Quei paesi arretrati, incapaci di civiltà nonostante i doni munificamente largiti da Madre Natura, avrebbero tratto, dalla sudditanza a Torino, amplissimi vantaggi. "Con la nostra forza, col nostro coraggio più grande," scriveva a Cavour il Pantaleoni, "con la nostra superiore intelligenza e il nostro carattere, possiamo sperare di governarle e di domarle." E dal canto suo Cavour insisteva sulla necessità di "imporre l'unità alla parte più corrotta, più debole d'Italia," con la "forza morale e, se questa non basta, con la fisica." Naturale quindi che si procedesse subito all'applicazione del codice piemontese, spazzando via sin l'ultimo vestigio di quello napoletano, senza darsi pensiero di esaminarlo e di vedere se per caso anche in quello non vi fosse (e vi era) qualcosa di buono. Un solo dubbio passò per la mente dei nuovi legislatori: le province conquistate meritavano l'istituto della giuria popolare? Erano esse abbastanza evolute e mature per permetterlo? A questo atteggiamento sprezzante, tirannico e razzista doveva corrispondere una reazione antipiemontese, che non fu soltanto meridionale. Un toscano, moderato, cattolico e cavouriano quale fu il barone Ricasoli, giungeva ad affermare: "La stupida pedanteria e la laida burocrazia piemontese ci costringerà a una nuova rivoluzione [p. 200] per rigettarne quel giogo che mi è più antipatico di quello che mi fu l'austriaco. Non vogliono capire che noi vogliamo essere italiani e avere un'anima italiana, e non automi alla maniera loro." [...]

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Così non si tenne alcun conto dei desideri di pur limitato autogoverno regionale, si dimenticarono con grande facilità le mezze promesse che Cavour aveva fatto ai suoi medesimi sostenitori in Sicilia. Insieme alle leggi si impose la coscrizione obbligatoria, a cui quelle popolazioni erano per abitudine estranee e ferocemente avverse. Si istituì il confino di polizia per gli oppositori indesiderabili, si limitò e si abolì la libertà di stampa; si giunse al punto di far disperdere con le baionette un reggimento di volontari calabresi che chiedevano lavoro, dopo la smobilitazione. Lo "spurgo" degli ufficiali garibaldini dava come risultato la eliminazione di tre quarti di essi; si accettarono, dopo severissimo esame, soltanto quelli che paressero politicamente fidati: Medici, Cosenz, Sirtori, Bixio divennero generali dell'esercito italiano, e Garibaldi non li avrà più al suo fianco ad Aspromonte, nel Trentino, a Mentana. [...] [p. 201] Molti quindi si facevano le più alte meraviglie a vedere il governo piemontese mal accetto: e allora, dove era andato a finire quel novantanove per cento di voti per l'annessione? "Un partito unitario costituzionale non esiste," constatava il Cordova in Sicilia, perché là le cose non andavano diversamente, e s'era spento il grande entusiasmo dei mesi garibaldini. "Non ci sono sette unitari in sette milioni di abitanti," aggiungeva il Farini. Ed il Pantaleoni: [p. 202] "Partito unitario a Napoli non esiste, oserei affermare che non vi hanno venti individui che desiderano unità, e questi sono degli emigrati, o han posti col governo unitario... Molti non san neppure chi sia Vittorio Emanuele." Eppure Vittorio Emanuele rimase a Napoli abbastanza a lungo, in compagnia della Rosina; purtroppo aveva più attenzioni per lei che per il popolo napoletano, questa "canaglia," come egli stesso amava affermare nel suo dialetto. Passava gran parte del suo tempo nelle partite di caccia, sdegnava i contatti con il popolo, si aspettava qualche gloriuzza dalla caduta di Gaeta. [...] Il popolo, che non aveva fatto in tempo a imparare il "viva Vittorio Emanuele," ora inneggiava a Garibaldi, a Mazzini, a Francesco II. Già abbiamo visto sollevarsi i villaggi del Molise al grido di "viva Francesco II, viva Maria": è cominciata la reazione filoborbonica o bigotta, che ha dalla sua proprio le masse contadine e diseredati, e dal Molise si estende al Napoletano, alla Calabria, fino alla lontana e sin allora pacifica Puglia. [...] [p. 203] "A Napoli", constatava con amara schiettezza il D'Azeglio, "noi abbiamo altresì scacciato il sovrano per istabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che ciò non basti per contenere il regno, sessanta battaglioni." Ancora più ce ne vorranno nei mesi successivi, quando si scatenerà la guerra più oscura, più feroce e più sanguinosa che mai fin allora avesse sostenuto un esercito italiano. È la guerra di riconquista del meridione, condotta, dall'una e dall'altra parte, con metodi eguagliati soltanto cinquanta e sessant'anni dopo, nella conquista e nella riconquista della Libia. I bersaglieri si troveranno di fronte un nemico primitivo, feroce, disperato: Ninco Nanco, Chiavone, Centrillo, Truzegnes, Bojes (riuscirà a battere con poche forze tutto il meridione, dalla Calabria fino al Napoletano, e a tenere in scacco sette generali italiani, fino a che lo fucileranno, e cadrà da vero eroe). Settecentonovantaquattro {794 u.} uomini morirono dietro Garibaldi da Marsala al Volturno: cinque volte tanti cadranno scannati, sbranati, arsi vivi, disfatti dalla malaria, dal colera, dal vaiolo, nella riconquista del Meridione. Così la scissione fra l'una e l'altra Italia, lungi dal sanarsi, si approfondirà, complicandosi in una misura che nessuno aveva previsto, nemmeno i radicali, troppo fissi nel loro astratto sogno [p. 204] unitario: diventerà scissione fra Italia laica e cattolica, fra Italia progressista e conservatrice; diventerà infine lotta fra oppressi e oppressori, fra "berretti" e "cappelli". 3.12. LE FORZE IN CAMPO. "È da ammirarsi l'Italia - esclama Garibaldi - quando essa presenta al codardo contegno de' milioni alcune centinaia di briganti che si sostengono coraggiosamente contro centomila valorosi soldati."

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Per quanto concerne i briganti e i moderati, aggiunge l'Eroe dei due mondi, "questi ultimi non sanno far la guerra per compiere l'unità Nazionale, senonché, coll'aiuto dei dugento mille i poveri briganti almeno non contano i nemici che sono cento contr'uno." E conclusivamente, i briganti son quelli che sostengono il decoro delle armi italiane. [Vd. sopra, p. 115] "Ma sono semidei dunque, sono eroi!", esclama invece Giuseppe Ferrari allorché fa consistere il brigantaggio "nel fatto che 1500 uomini, capitanati da due o tre malandrini, tengono testa ad un regno e ad un esercito." [Vd. § 3.1.1.] "Che diranno i nostri discendenti, grida il Nomade, leggendo questo famoso rapporto, nel quale il generale La Marmora confessa che 700 reazionari resistono a 90.000 soldati? Che penseranno di questo cabobanda Pilone, che s'accampa impunemente alle porte di Napoli di fronte a una guarnigione di 11.000 soldati, e che minaccia la vita dei generali sardi, dello stesso La Marmora e dei membri di Casa Savoria?" [DE POLI (1865), p. 347 ==> 356/505] Alla domanda che sorge spontanea sullo stato numerico delle forze in campo, la Commissione d'inchiesta risponderebbe così: [p. 92 ==> 101/209] "La totalità della forza attiva dei corpi o frazioni di essi mobilizzati e delle forze sedentarie è di 85,940 uomini. Le forze mobilizzate ammontano a 65,875 uomini, sui quali a tutto il 31 marzo dell'anno corrente erano 4,855 ammalati. Queste forze sono ripartite in parecchie zone e sottozone militari, i cui comandanti hanno piena libertà di azione nelle operazioni contro il brigantaggio. Nella forza attiva sono compresi sette reggimenti di cavalleria: i lancieri di Montebello, i lancieri di Aosta, i cavalleggieri di Lucca, gli ussari di Piacenza, i cavalleggieri di Saluzzo, i lancieri di Milano, i cavalleggieri di Lodi. I primi quattro stanziano in Capitanata; il quinto nelle provincie di Salerno, di Potenza, di Bari e di Lecce; il sesto è a Caserta, nel Beneventano e nei dintorni di Napoli. L'enumerazione di queste forze ci sembra valido argomento a persuadere che se si fosse trattato di una quistione militare essa sarebbe già da un pezzo composta e risoluta. Né per valore di certo, né per numero i briganti potrebbero nemmanco tentare [p. 93 ==> 102/209] di competere con soldati come sono i nostri; ma ai briganti sono sussidio efficace la stessa codardia e la stessa scarsezza numerica. La loro tattica è semplicissima: raro avviene che si adunino in grosse bande, perché sanno che allora torna assai agevole alla truppa di trovarle e di distruggerle. Non aggrediscono mai, e se aggrediti, fuggono sempre. Tendono agguati ed imboscate, quando hanno la certezza del sicuro scampo e della sovrabbondanza numerica sui soldati. Assalgono quando sono in proporzione di cinque o più contro uno. Non ci è esempio che abbiano mai osato aggredire una compagnia di soldati. Predare, uccidere, fuggire, stancare la truppa il più che è possibile, questa e non altra è la strategia dei briganti. I soli artifizi militari che adoperano sono quelli che vengono suggeriti dall'istinto, hanno vedette, e quando vanno a cavallo dispongono alcuni di essi a modo di fiancheggiatori. Maneggiano le armi con poco accorgimento, e le scariche dei loro fucili tornano soventi volte innocue. Raro è che abbian l'ardimento di combattere corpo a corpo; e profittano abilmente della conoscenza che hanno dei più lievi accidenti di terreno per scegliere le posizioni dove più facilmente offendendo, più difficilmente possano essere offesi. Non è vero che tutti vadano a morte con coraggio; ciò è avvenuto in taluni casi, ma non è la regola generale: a meno che si voglia confondere la stupidità con lo stoicismo, il forte disprezzo della vita con la freddezza dell’abbrutimento. Per la massima parte vigliacchi, posseggono tutti gli attributi della vigliaccheria, e massimo tra essi la ferocia. Noi non vogliamo funestarvi, o signori, con la narrazione delle atrocità che i briganti commettono sugli infelici che cadono nelle loro mani. Più che opera di creature umane sembrano essere quelle di cannibali e di belve selvaggie." Cionostante, le perdite dell'esercito regio, secondo la Commissione, sono state consistenti: [p. 118 ==> 127/209] "In totalità la guerra contro il brigantaggio dal 1° maggio 1861 sino a

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tutto marzo 1863 è costata all'esercito nostro le seguenti perdite: nei primi otto mesi del 1861, 8 ufficiali morti ed 89 soldati; in tutto il 1862, 8 ufficiali e 156 soldati; nel primo trimestre del 1863, 5 ufficiali e 41 soldati: in tutto 21 ufficiali e 386 soldati, ossia 307 uccisi. Nei primi mesi del 1861, 3 ufficiali feriti e 45 soldati; nel 1862, 2 ufficiali e 29 soldati; nel primo trimestre del 1863, 7 soldati. Vale a dire 5 ufficiali e 81 soldati: in totalità 86 feriti. In tutto questo spazio di tempo 6 soldati rimasero prigionieri degli assassini, di altri 19 non si ha notizia. Queste sono le nostre perdite; sempre eccessive e lamentevolissime quando si confronti la qualità delle vittime a quella degli uccisori, e si pensi agli strazi crudeli, alle torture a cui furono assoggettate. Onoriamo, o signori, di affettuoso compianto la memoria dei prodi infelici. Caddero gloriosamente in campo inglorioso, trucidati da mani selvagge, martiri della civiltà e dell'Italia. Le perdite patite dai briganti nel medesimo periodo di tempo sono le seguenti: nei primi otto mesi del 1861, 365 fucilati, 1343 morti in conflitto, 1571 arrestati; nel 1862, 594 fucilati, 950 morti in conflitto, 1106 arrestati; nel primo trimestre del 1863, 79 fucilati, 120 morti in conflitto, 91 arrestati: in totalità 1038 fucilati, 2413 morti in conflitto, ossia 3451 morti, e 2768 arrestati. Lugubri cifre ancor queste; luttuoso documento della funesta eredità di delitti e di barbarie tramandata a noi da tanti secoli di corruttela e di schiavitù. Oltreciò nei primi otto mesi del 1861 si presentarono 267 briganti, 634 nel 1862, 31 nel trimestre del 1863; in tutto 932. Il numero totale perciò approssimativo dei briganti per morte, per arresto e per presentazione volontaria posti fuori di combattimento ascende a 7151. II numero dei presentati è cresciuto in proporzione della cresciuta energia della repressione. Nell'ultimo quadrimestre del 1861 in Capitanata furono fucilati 7 briganti e morti in conflitto 30; nel quadrimestre [p. 119 ==> 128/209] corrispondente dell'anno successivo i fucilati furono 136, e 322 i morti in conflitto; nella prima epoca non si presentò nessuno, nella seconda il numero dei presentati ammontò a 281." Non può assolutamente negligersi che anche l'Arma partecipò alla repressione del brigantaggio. Complessivamente il numero dei carabinieri "fu nel 1861 di 4.390 uomini, che salirono a 4.733 nell'anno successivo. Questa cifra, già di per sé stessa rilevante, risulterà ancora più considerevole laddove si pensi che nelle sole Stazioni territoriali della Sicilia vi erano dislocati 2.144 carabinieri, per cui nell'Italia meridionale si trovavano alla fine del 1861 ben 6.887 carabiieri, e cioè più di un terzo della forza complessiva dell'Arma." [Vd. MINISTERO DELLA DIFESA - CARABINIERI]

La decantata imponenza della lotta contro il brigantaggio è comprovata dai risultati delle operazioni di cui al prospetto riassuntivo dei primi trimestri del 1863, anno fra i più duri della campagna, compilato dal Comando Generale del 6° Dipartimento Militare di Napoli: "Omicidi commessi dai briganti: n. 379; Sequestri commessi dai briganti: n. 331; Capi di bestiame uccisi o rubati: n. 1.821; Briganti morti in conflitto: n. 421; Briganti fucilati: n. 322; Briganti arrestati: n. 504; Briganti costituitisi: n. 250; Militari dell'esercito caduti in conflitto: n. 228; Feriti: n. 94; Dispersi: n. 1." (ibidem) * Relativamente al numero ufficiale di 7.151 briganti uccisi o fucilati, "tué ou fusillé", Oscar De Poli (1865) osserva:

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"Questo numero, di per sé esorbitante, sarà per lo meno doppio, se si aggiungono le numerose vittime delle bande di guardie mobili; del saccheggio di Pontelandolfo, Casalduni, Auletta e di altre città o villaggi messi a ferro e fuoco dai piemontesi; del prefetto {di Avellino, Nicola} De Luca, che fece mitragliare a Montefalcione 150 contadini, dal primo all'ultimo; e infine quelle del tifo, che decima da 3 anni queste orribili prigioni, smisuratamente affollate, i cui visitatori non si avvicinano che per fuggire terrificati e a volte mortalmente colpiti." [p. 351 ==> 360/505]

Praticamente i dati concernenti il brigantaggio non sono attendibili. Lo conferma anche l'economista napoletano Ludovico Bianchini (1996) {Napoli, 11 Agosto 1803 - † 10 Giugno 1871}, nei Nove anni del Regno d'Italia: [p. 323] "I paesi incendiati sommarono a tredici quattordici ed anche più ma vuolsi tener presente che in un solo mese tra Luglio ed Agosto 1862 ne furono bruciati sei cioè Pontelandolfo di 5310 abitanti, Casalduni 4332, Auletta 3318, Montefalcione 3192, San Marco (Calabria citeriore) 4235; Rignano 1807. Indi a poco subiron la stessa sorte Spinelli con 398 abitanti, Cotronei con 1817, Vieste con 5199, Vico di Palma 1000. In generale ovunque i briganti si trinceravano o si credeva di trovarli si bruciaavano non solo le capanne, ma tutti i palazzi gli edifizi, la terra, si spiantava si bruciava gli alberi, le provigioni le derrate, gli animali. In una popolaz(ion) di *** uomini. Per alcuni pretesi rei che avevano combattuto o commesso qualche eccesso parte della popolaz(ion)e venne arsa, altra scannata, altra sepolta nelle rovine e nelle fiamme, ed il rimanente che potette salvarsi dall'eccidio non pochi mutilati storpi e feriti andava vagando qua e là sempre in pericolo di nuovi disastri a cielo scoverto, senza pane senza vesti, senza danaro senza aiuto o conforto e senza poterne sperare perocché ognun de' luoghi circostanti // non li aiutava o confortava pel timore di essere fucilato e bruciati i loro paesi. E questo dicevasi dal governanti far giustizia, ed i giornali esaltati ne provavano soddisfaz(ione), ché non può l'ira e la vendetta nelle civili guerre, ed aggiungevano bisogna andare avanti non arrestarsi non indietreggiare, è d'uopo spinger la vendetta sino all'ultimo limite, e la vendetta cadeva sempre sulle innocenti popolaz(ion)i, perocché i veri briganti trovavan modo di salvarsi. Il deputato Ferrari nel Parlamento di Torino descrisse coi più vivi colori le scene di sangue di cui era [p. 324] stato testimone nelle provincie meridionali. Egli avea vista una città Pontelandolfo interamente distrutta e non dai briganti, ma dall'esercito, intere famiglie campate dall'eccidio arrestate e carcerate. In un sito trenta donne che aveano preso rifugio sotto il simbolo della religione e pregavano tutte barbaramente uccise. Questi fatti narrava Ferrari al cospetto del ministero che neppure una parola rispondeva. Quando gl'inglesi incendiarono un villaggio in Crimea nella guerra d'oriente del 1854 si levò un grido di riprovazione in tutta l'Europa. Si disse che bastavano gli orrori che si commettevano sotto Sebastopoli perché necessari, ma che d'incendiar paesi è atto di barbari. Ebbene sette otto anni dopo di questo fatto succedevan bruciamenti di tanti paesi e sotto un governo che annunciavasi portar la libertà nelle napoletane regioni! Né i soli bruciamenti e le morti di tanti infelici, ma vi si univano i più fieri tormenti, le torture corporali (stringere le tempie con funi bagnate a far sangue, ferri acuti battiture a straziare le carni a mutilare e storpiare le membra, prigionieri fatti morire d'inedia, e non eran pretesi briganti, ma stretti parenti o amici dai quali si voleva trarre rivelazioni. In qualche occasione si fece uso anche delle bombe all'Orsini per uccidere con più celerità i briganti fatti prigionieri (Carmignano). Tale era l'accanimento la persecuzione soprattutto agli ecclesiastici che erano incarcerati sul semplice sospetto di aver celebrata qualche messa espiatoria ad istanza di moglie, madre o figlia di brigante ucciso. Calcolossi che nei primi nove mesi nel 1861 i pretesi briganti uccisi sommarono a 9044 tra quali 1841 fucilati immediatamente, 7127 dopo poche ore, e tra questi 54 sacerdoti e 22 frati. Nei due seguenti anni 1862 e 1863 il numero crebbe ancor più. Non è possibile conosce

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re non dirò con esattezza ma almeno con approssimazione l'effettivo numero dei briganti uccisi, tutti i calcoli in proposito eran fatti dal governo a modo suo nell'idea di impicciolirne il numero, [p. 325] e per riuscire nell'intento spesso si sceglieva un punto più prossimo trasandando a bella posta il più antico. La Commissione d'inchiesta pel brigantaggio nominata dietro solenne discussione fatta in Parlamento quantunque avesse tutto l'impegno di occultare il vero numero pure nella sua relazione non può fare a meno di calcolare che per mesi 23 // dal 1. maggio 1861 al 1. aprile 1863 i così detti briganti presi coll'arme alla mano fucilati ascendevano a 1038, quelli che si diceva uccisi combattendo cioè non dando alcun quartiere 2413, i semplici arrestati o prigionieri 2768, i presentati spontaneamente 932, totale pei cennati 23 mesi 7151. E tutto ciò senza tener ragione delle migliaia di quei che dicevansi complici o manutengoli e di sospetti. Il Deputato Miceli narrò di grandi crudeltà per parte degli ufficiali Piemontesi disse un regno di terrore esistere in Calabria molte persone essere uccise a sangue freddo, riferiva ancora 350 cittadini fucilati come manutengoli aggiungendo che spesso questi così chiamati complici sono innocenti, alla sua volta il deputato Bixio, stato general di Garibaldi e che faceva ormai parte dell'esercito italiano ed era stato uno dei componenti della Comm(issio)ne d'inchiesta pel brigantaggio si alzò ed impetuosamente esclamò che un sistema di sangue era stato stabilito nel mezzogiorno d'Italia, egli lo abborriva, poiché se l'Italia era pur divenuta una nazione, non poteva divenir campo di effusione di sangue. E dal 1° aprile 1863 in poi sino ad ora che il brigantaggio tuttavia affligge le provincie napo(letan)e quante altre migliaia si devono aggiugnere? Ed il brigantaggio in grandissima parte devesi imputare al governo italiano per aver sciolto bruscamente l'esercito borbonico di ben 100,000 uomini de' quali molti soldati non trovando a vivere si diedero in campagna, lo stesso governo, non riparò a questo primo errore infiniti altri ne aggiunse, non adottò gli espedienti che sarebbero stati confacenti, e solo colla violenza e barbarie credette riparare [p. 326] al male. Molti che han sostenuto e sostengono che siffatto governo volle a bella posta non ispegnere il brigantaggio per tenere in stato di depressione le provincie napoletane nelle quali *** tremenda accusa che ove pur non fosse vera, sarebbe stata creduta dalle popolazioni pei gravissimi mali che per anni ed anni han sofferto. Si disse che i Piemontesi accampano nelle provincie meridionali e numerosi in quasi cento [mila] uomini dell'esercito vi risiedono pagati e stando in tutto sul piede di stretta guerra. Oltre di essi e della immensa guardia nazionale si organizzarono guardie nazionali e squadre armate contro il brigantaggio che composte di perversi e di facinorosi uomini incrudelirono sulle popolaz(ion)i più di qualsiasi briganteggiare, e le taglieregg(iano) a loro talento. Si formarono associazioni armate e s'incoraggiarono dal governo e dalle autorità locali contro i così detti Borbonici, si dava loro addosso si bastonavano si ferivano, né mai la polizia e le Autorità intervenivano per tutelarli dalle aggressioni. Colle stesse vie di fatto si manomettevano le stamperie, si rompevano i torchi, si disperdevano i caratteri, si perseguitavano si molestavano si ferivano i direttori i compilatori si facevano falò nella piazza della stampa, e la polizia ed i carabinieri facevano atto di presenza, ma non impedivano le vie di fatto, non arrestavano i colpevoli 27 giornali in due anni furono soppressi dalla privata violenza. Se alcuni che si qualifican borbonici frequentavano qualche chiesa qualche passeggiata, erano attaccati dalla furibonda stampa di congiurare. Nella furia di ricercare briganti fin nella cttà di Napoli ..." [pp. 323-326] 3.12.1. DE CESARI: stato d'assedio = accrescimento del brigantaggio. Nella Tornata del 22 Novembre 1862 (/leg08/sed314.pdf), l'on. Carlo De Cesare {Spinazzola (BA), 12/11/1824 - † Roma, 12/10/1882. Laurea in giurisprudenza, Magistrato, Uomo politico. Senatore del Regno d'Italia: XII leg.. Deputato: VIII, IX, X leg.}, nel discorso contro la politica del commendatore

Rattazzi, definita turbamento all'interno e umiliazione all'esterno, mette in rilievo che lo stato d'assedio [p. 4500 ==> 20/25] "ha rinnovato tutte le perturbazioni morali in quelle provincie, ha fatto pullulare, secondo la frase del più illibato storico del mondo latino, la peste della dela

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zione. Da due anni erano sparite sino le traccie dell'antico Governo, il quale creava spie e delatori compri sin nelle famiglie, le perturbava e le demoralizzava. Questo sistema è risorto sotto lo stato di assedio; quindi denuncie, accuse contro galantuomini, accuse contro la gente pacifica ed onesta, la quale è stata, dietro [p. 4501 ==> 20/25] le accuse, disarmata, il che ha fatto accrescere il brigantaggio. [...] Prima dello stato d'assedio i briganti non erano più di mille e cinquecento; lo stato d'assedio li ha fatti aumentare per le ragioni dette innanzi; ma i capi son sempre quelli. E per vero dire, i capo-briganti e per la loro guerra che fanno, e pel modo con cui la fanno, e pel sistema con sono inseguiti, è impossibile prenderli. Quindi udite a parlare sempre di Crocco, di Coppa, di Schiavoni, di Ninco-Nanco, di Cipriano della Gala. Costoro non sono morti; per nostra sventura sono ancora vivi! Io non recherò dolore alla Camera colla narrazione degli oltraggi, delle torture, degli incendi, delle rapine, delle stragi, del sangue e delle infamie che consumano coteste orde borboniche. Non le dirò come sotto gli occhi dei padri, dei mariti, dei fratelli si siano violate le vergini figlie, le oneste mogli, le sorelle; come si siano commesse scelleraggini inaudite; non le dirò come i possidenti non godano la libertà neanche d'andare ai loro poderi a sorvegliare i lavori agrari! Non le dirò come da parecchi paesi non si possa uscire! La guardia nazionale fa il suo dovere; la guardia nazionale finora ha adempiuto a quanto la legge prescrive. Ma non è colla sola guardia nazionale che si debbono estirpare i briganti. Signori, il ministro della guerra ieri ci diceva (credo di non isbagliare) che in quelle provincie c'erano 90.000 uomini, oggi ha detto che ce ne sono 120.000. SELLA, ministro per le finanze. Tra Napoli e Sicilia. CESARE. Cioè 80.000 a Napoli e 40.000 in Sicilia. Va benissimo! Ma io domando allora al ministro della guerra: la cifra che ei cita è l'effettiva, ovvero è quella che risulta dai quadri dell'armata? Bisogna ben distinguere le cifre, perciocché non sempre dicono la stessa cosa. In Capitanata ci sono tre reggimenti: ce n'è uno di cavalleria che non ha più di 70 cavalli disponibili, signor ministro; ce ne sono due di fanteria, i quali dovrebbero avere le compagnie, secondo le leggi e i regolamenti militari, di 80 a 120 uomini; invece ogni compagnia è composta di 45 a 50 uomini! Ogni reggimento adunque deve misurarsi per la forza di un terzo o di un quarto di quel che dovrebb'essere. Ora, in una provincia vastissima e in piano (prego i miei colleghi di queste provincie a prestarmi ascolto, sopratutto coloro che non conoscono le provincie meridionali), che cosa sono le forze di 70 cavalli? La provincia di Capitanata ha 70 miglia di lunghezza e 30 di larghezza; essa in gran parte non è che una vasta pianura; non vi sono boschi, né fiumi, non vi sono che grandi città alla distanza di 12 a 29 miglia: Lucera, per esempio, non dista da Foggia che per 12 miglia, Foggia da Cerignola 20, Cerignola da Canosa 9, e quindi segue la terra di Bari e poscia quella di Otranto, che formano la Puglia, estesa per 200 miglia di pianure; in cui incontrate più di venti città storiche e ricche con 30 e 40 mila abitanti per ciascuna. In Puglia non hanno mai allignato i briganti, ed ora in cotesta immensa pianura vi sono 800 assassini divisi in varie compagnie, e tutti a cavallo. Quando i cavalli non servono più, si gettano ove sono le mandrie delle più generose razze pugliesi e si scelgono le più giovani cavalle, i migliori polledri. Per combattere questi briganti vi sono 120 a 130 uomini di fanteria, divisi in piccoli drappelli di 10, 15 o 20 uomini ciascuno; quindi sovente accade di vedere sconfitti e massacrati 15 o 20 prodi soldati dalla soverchiante forza di 100 a 200 briganti a cavallo, i quali alle volte fuggendo si arrestano ai piedi delle montagne, [p. 4502 ==> 22/25] si volgono in faccia ai soldati, e dicono loro parole che io non voglio ripetere, e poscia scompaiono. Deputazioni della Basilicata, deputazioni della Capitanata, dell'Avellinese, condotte tutte da deputati o da senatori, si sono presentate al generale La Marmora, dicendogli: dateci la forza sufficiente a cavallo per le pianure, ove non vi sono boschi, né fiumi, né burroni; i briganti

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sono a cavallo, la fanteria non può distruggerli. La Marmora ha sempre risposto di non aver cavalli disponibili, ovvero che la cavalleria non poteva fare le sue manovre. [...] La cavalleria non può manovrare, ma nello stesso tempo in Basilicata si danno ad un eccellente cittadino 80 ducati, cioè quasi 400 franchi al giorno per mantenere 40 cavalli, montati da altrettanti militi nazionali sotto il suo comando. Costoro riescono o no utili? Cotesti cavalli (e in una provincia montagnosa) possono o no manovrare? Se possono manovrare, allora ci possono andare anche i cavalli di truppa, i soldati; se non lo possono, allora perché aggravare così la finanza dello stato, dando 80 ducati al giorno ad un semplice cittadino acciò insegua i briganti? Dunque le forze non sono sufficienti. Sarà pur vero quello che afferma il ministro della guerra, cioé che vi sono 80 mila uomini in quelle provincie, ma noi non li vediamo, staranno forse nelle caserme; ma il fatto sta che la truppa che agisce in quelle provincie senza dubbio non basta ad estirpare il brigantaggio. [...] Ora io domando: senza amministrazione civile, senza forza sufficiente e adatta alle località, in che guisa si potrà estirpare questa piaga velenosissima del brigantaggio? I giornali, i gius-pubblicisti, i deputati scrivono, pensano, escogitano mezzi svariatissimi, ma sono inutili, se non bastano i mezzi straordinari per estirpare il brigantaggio. Eppure, sol che si voglia, bastano i soli mezzi ordinari per distruggere intieramente il brigantaggio! Sono i mezzi ordinari che non s'impiegano. Non era mestieri di stato d'assedio; collo stato d'assedio voi avete tolto il fucile dalle mani del povero galantuomo, e l'avete lasciato in quelle del furfante, a cui non giunse lo stato d'assedio. A nulla servono le misure eccezionali, ci vogliono i mezzi regolari, e a questi mezzi regolari non ci si pensa. Ma ciò non basta. La provincia della Basilicata è una delle più ricche e più popolose d'Italia. Quand'ella avrà le sue strade ferrate e le sue vie di comunicazione interna, sarà il più gran tesoro del regno d'Italia; poiché ella ha i più preziosi boschi che vi siano, le acque sorgive più abbondanti, i pascoli più feraci ed i terreni più fertili; pianure e colline, montagne e vallate amenissime; ed è estesa quanto al Toscana tutta. La Basilicata è intanto una delle provincie più flagellate dal brigantaggio. Nell'agosto passato parecchi cittadini fecero delle pratiche per indurre i briganti a presentarsi alla giustizia. I Briganti rispondono di volersi presentare a condizione d'avere salva la vita e rimanere relegati sopra un'isola. Il prefetto De Roland, da eccellente amministratore qual è, accettò, ma poi disse: <<Bisogna sentire il comando delle armi.>> Chiama un uffiziale, il comandante locale, e gli partecipa l'accaduto, e l'uffiziale risponde: <<Io non ho alcuna istruzione al riguardo, bisogna interrogare il ministro della guerra.>> Ed il De Roland aggiunse: Bisogna allora che interroghi anche il ministro degli interni; prendiamo tempo.>> L'uffiziale coraggioso e impavido, come sono tutti quelli della nostra truppa, volle assicurarsi del fatto e chiese di parlare ai capi dei briganti, i quali domandarono le stesse condizioni. Tra i briganti vi erano e Coppa, e Crocco, e Schiavoni, e Ninco-Nanco, tutti insomma i capi del brigantaggio. Il comandante delle armi fece sentire ai mal viventi che se intendevano arrendersi a discrezione bene, se altrimenti peggio per essi. L'onore delle armi italiane non comportava di scendere a patti con i briganti. I briganti andarono via! Sa la Camera quanti erano? Cinquecento! E sono quei medesimi che, dopo quel fatto, hanno assassinate, saccheggiate, violate, incendiate, distrutte centinaia e centinaia di famiglie nella Basilicata! Ora, domando se questi sono modi di governare uno Stato; se vi par bello, signori ministri, di fare soffrire dieci milioni d'Italiani! Non è dunque il brigantaggio che sempre rinasce, no; invece è sempre la cattiva amministrazione che non sa spegnerlo. Io parlo con molta franchezza quest'oggi e senza reticenze, perché il brigantaggio è il più grande flagello che ci rode internamente, e ci discredita al di fuori." [pp. 4500-4502 ==> 2022/25]

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3.12.2. CAIROLI: stato d'assedio = mostruosa illegalità = marchio di vergogna. Relativamente allo stato d'assedio, il deputato Benedetto CAIROLI {Pavia, 28/01/1825 - † Capodimonte (NA), 8/08/1889. Laurea in Giurisprudenza, Avvocato. Regno di Sardegna: VII legislatura. Regno d'Italia: VIII - XVI legislature}, parlando contro gli atti politici ed amministrativi del ministero [Tornata del 25 Novembre 1862 (/08/sed316.pdf)], tra l'altro, dice: [p. 4549 ==> 22/23] "Lo stato d'assedio è la ferrea e forse necessaria armatura della con-

quista che passa su di un popolo come una maledizione; ma per un governo, che vuol essere civile, è un marchio di vergogna, che vale alla storia! Sospensione di ogni libertà, impero della forza sostituito a quello della legge; calamità, che lascia dietro di sé rigagnoli di sangue, lo stato d'assedio è l'estremo rimedio, da cui rifugge anche il dispotismo, non usandolo, che in caso di estremo pericolo. Ed il Ministero quindi non osò domandarne l'assenso alla camera. Non volle; lo prova la data del decreto emanato pochi giorni dopo la proroga di questo ramo del Parlamento, e anteriore a quella del Senato. E lo confessa indirettamente la difesa coll'asserire che una discussione su quell'argomento potendo riuscire tempestosa, non era opportuna, che bisognava evitarla. Io non so se quest'opinione esprime il pensiero governativo; se fosse così, bisognerebbe dire che la scusa non attenua, aggrava la colpa, poiché l'ingiuria del silenzio nel Senato sarebbe confermata da una dichiarazione che, togliendo il dubbio della dimenticanza, dà prova dell'animo [p. 4550 ==> 23/23] deliberato; e lo Statuto riceverebbe un commento che equivale ad una cancellatura. Le franchigie costituzionali sarebbero un nome, non altri; la legge, una derisione, se si potesse impunemente, a capriccio, con un pretesto violarla senza il consentimento di coloro che l'hanno in sacro deposito. Ed il Ministero, che è, o dovrebbe essere l'emanazione della Camera ed eseguirne le deliberazioni, diverrebbe in certi momenti l'arbitrio dei diritti della nazione. Mi consentiranno i difensori del Ministero che il principio della opportunità è pericoloso; ragione all'arbitrio, divenne spesso base alla violenza; collo stesso argomento che giustifica una violazione della legge, legittimava la violazione del giuramento{,} un Governo che presentò all'Europa il vergognoso spettacolo del successo incoronato ed inchinato. Né crederò mai che l'ordine del giorno del 13 agosto abbia dato al Governo l'autorizzazione dello stato d'assedio e degli altri arbitrii, perché non crederò mai che la Camera abbia voluto lacerare, abdicando, quel mandato che la nazione le affidò. Lo stato d'assedio è dunque per noi una mostruosa illegalità che non misuriamo dalla durata, ma dall'indole sua. Alle sventurate provincie dell'Italia meridionale, oltre i danni del sanguinoso flagello, era inflitto l'insulto. Esse dovevano leggere che il dono era loro gradito, che baciavano quasi la mano che si degnava percuoterle. Dovevano leggere l'ingiuria e subirla in silenzio, perché là dentro non poteva penetrare che la parola ortodossa del giornalismo ministeriale. Ma se allora non fu data possibilità di protesta, la assumono adesso ed eloquente i rappresentanti di quelle nobili provincie; essi vi dicono quale solco di sangue e di lagrime, e forse di odii, ha lasciato il dono. Essi risponderanno a quella ingiusta acccusa che noi udimmo, pochi dì sono, lanciarsi contro quelle infelici popolazioni, messe dal disarmo nell'impossibilità della difesa contro il brigantaggio. Oh! l'apatia non può rimproverarsi ad un popolo che, mentre vedeva spianati i fucili contro di sé e minacciose le fortezze sovrastanti alle sue città, seppe compiere una rivoluzione coll'acclamazione di una festa; un popolo che dà una guardia nazionale che va a combattere e morire, e che nell'affanno delle sue miserie, non mosso mai dal risentimento delle perdute grandezze municipali, invoca a salute sua la salute d'Italia, Roma!" [pp. 4549-4550 ==> 22-23/23]

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3.12.2.1. COLPO D'OCCHIO: toglimento dello stato d'assedio e antitesi sinottica. "Per la riapertura del parlamento a' 18 novembre nella vigilia, vien tolto lo stato d'assedio durato circa tre mesi, su di che il Diritto di Torino n. 220 osserva: <<Non essendo oggi le condizioni dell'Italia meridionale mutate punto da quel che erano una, due, o più settimane addietro, il [p. 118 ==> 129/275] togliere lo stato d'assedio alla vigilia, materialmente alla vigilia della riapertura del parlamento, non vuol dire altro, se non che il ministero ammette ciò, che l'opposizione va dicendo da mesi; cioè, che quello stato eccezionale, in cui, senza alcun beneficio era stata gettata mezza Italia, era incompatibile affatto con i principii, e con la essenza della vita costituzionale. In questo modo il voto di biasimo su l'operato del ministero comincia a partire da lui stesso>>." [Colpo d'occhio (1862), p. 117 ==> 128/275] Il Colpo d'occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie (1862) ci illumina anche con questa riflessione [p. 119 ==> 130/275] sullo stato anarchico delle province meridionali, sulla vantata unione italiana e sulla connessa antitesi sinottica che di certo sorgerà spontanea anche nella mente del lettore attento e imparziale: [p. 120 ==> 131/275]

"Se l'unione fa la forza Se l'unione è partita dalla concordia Se la concordia produce di per sé pace e letizia Se la pace è il fine dell'umana società e la condizione indispensabile, perché possa attingere il suo bene

L'Italia dovrebbe essere

fortissima concorde tranquilla lieta, e nel colmo della beatitudine

Però, il contrario accade come tutti oramai veggono, ed è inutile pascersi di vento: la realtà salta agli occhi: - L'Italia non è lieta, perché è contristata da sangue italiano sparso da mani italiane; - L'Italia non è pacifica, perché sono in essa partiti più che mai riscaldati, inaspriti, impazienti; - L'Italia non è concorde, perché non mai si vide, anche ne' tempi di sua maggior miseria, tanta difformità di opinioni; - L'Italia non è unita soprattutto nel reame delle due Sicilie, perché la forza e la violenza produsse la precipitosa annessione, e non mai il consenso degli animi: quivi si combatte da due anni una lotta nefanda con la perdita di tante vite; gli animi sono concitatissimi, le passioni faziose sono frementi; la sicurezza individuale è nulla; i commerci spenti, la ricchezza pubblica e privata è colpita nella radice; lo avvicendarsi delle amministrazioni non è stato altro, che una seguela di ruine di riputazioni di uomini, che ne hanno tolto lo indirizzo." [pp. 119-120 ==> 130-131/275]

3.12.3. INCREDIBILE ABUSO DEL DISPOTISMO MILITARE. Oscar DE POLI (1865) dà così inizio al Cap. III Armée della sua De Naples à Palerme: "§ I [p. 93 ==> 102/505] Non è solo il grido delle popolazioni, ma i dibattiti del parlamento piemontese, e le proteste imperiose dei giornali d'ogni tendenza (politica), che ci rivelano gli incredibili eccessi della soldataglia nelle Due-Sicilie. La vita dei cittadini dipende dal semplice capriccio di un soldataccio ubriaco o in collera. Come ha detto il deputato Bixio, generale garibaldino divenuto realista piemontese, basta che un uomo abbia sulle spalle un mantello da caporale per credersi al di sopra di ogni legge. E poi che pensare di un'armata composta di generali improvvisati e senz'altro merito che quello d'aver fucilato qualche povero diavolo, sospetto o no; di ufficiali che, solo ieri, portavano a un tanto al mese un'altra coccarda, onesta o non; dei soldati raccolti per la maggior parte nei bassifondi delle cattive nazioni europee, e dei vecchi renitenti che si rinchiudono paurosamente nelle isole o nelle fortezze del nord; di

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un esercito, in una parola, che, tranne onorevoli - ma rare - eccezioni, sembra aver rotto per sempre con tutti i principi, fuorché i cattivi? Ora un comandante di gendarmeria che, in una lettera a uno dei Procuratori del Re, in Sicilia, esige in modo imperioso l'impunità per il soldato Sanzone, che, credendo di uccidere un renitente, ha ucciso il cittadino Giuseppe Fantozzo [Documento prodotto nella seduta parlamentare del 9 dicembre: n.° 285, p. 1089. (?). Nella Tornata del 9 Dicembre 1863, (/leg08/sed510.pdf), non c'è quanto riferito dallo storico francese];

ora dei soldati si uniscono ai gendarmi per molestare la guardia nazionale, che rappresenta praticamente la popolazione [Questo fatto si è verificato, tra gli altri luoghi, a Catanzaro, ove il 57° ferì un certo numero di guardie nazionali, tra i quali l'aiutante maggiore Ignazio Franco e un altro ufficiale]; il generale piemontese risponde con insolenza alle rimostranze che gli vengono fatte dall'autorità civile, e la milizia cittadina si dimette in massa, attendendo con più pazienza ancora il giorno della risurrezione nazionale. Un'altra volta, la truppa, per divertimento, vuol cacciare dal teatro il pubblico inoffensivo che vi si trova [A Catania]; ma da fuori si suona l'adunata, il popolo si prepara alla lotta, e senza l'arrivo del grosso della guardia nazionale, chi può prevedere ove si sarebbe arrestata la vendetta del popolo? O è un capitano che con l'aiuto di una dozzina di suoi prodi soldati, bastona con furore in istrada un cittadino, per aver affermato che le truppe non potevano arrivare alla [p. 95 ==> 104/505] repressione del brigantaggio [A Palermo. La vittima era il Sig. Cataldo de Palma]. Qui c'è un generale che assolve di propria scienza e autorità un napoletano accusato di omicidio, e che parte di là per sposare per forza la figlia di questo miserabile [Il generale Serpi. L'accusato si chiamava Tito Buonmarito, di Favarotta, allora in prigione. Sua figlia si era rifiutata a questa odiosa unione, il generale Serpi la fece rinchiudere nel convento della Magione].

Là c'è un comandante di compagnia che, trovando nel sindaco una energica opposizione ai suoi atti arbitrari, lo fa arrestare, rinchiudere per parecchi giorni nella sala disciplinare della caserma, e non lo rimette in libertà se non su ordine reiterato del prefetto e le vive istanze del consiglio municipale [Il capitano Maxime Barberil, comandante della 7a Compagnia del 3° Reggimento, di stanza a Recalmuto, provincia di Agrigento]. Vi è lo stato maggiore di un reggimento che si precipita tutto intero negli uffici di un giornale indipendente per ridurre il redattore alla ragione [Si veda il Movimento di Genova del 21 settembre- Lo stato maggiore del 33° Reggimento, contro il redattore del giornale di Palermo, l'Aspromonte].

C'è un capo colonna che con 2.000 unità, blocca la città di Marsala, un tempo così rinomata per la sua dedizione alla vigilia {Lo sbarco di Garibaldi con i suoi Mille, l'11 Maggio 1860}; sordo a ogni preghiera, a ogni intercessione, e parimenti irritato oltre misure per le proteste del municipio, l'ufficiale piemontese procede bruscamente all'arresto di 3.000 pacifici cittadini, parenti, affini o amici di renitenti, vecchi, donne, bambini, e li rinchiude alla rinfusa in una sala umida, oscura e fetida. Ma riempirei dei capitoli riportando, non fosse che sommariamente, tutti gli eccessi ai quali si abbandona, [p. 96 ==> 105/505] con l'insolenza del dispotismo impunito, l'esercito di occupazione nelle Due Sicilie: minacce, ingiurie, brutalità, niente viene risparmiato ai vinti [Il Diritto, Torino 28 Febbraio]; ma come l'odio trabocca visibilmente da questi cuori esacerbati, oserei dire, senza tema di smentita, che i nuovi Vespri Siciliani si intoneranno un giorno da dieci milioni di voci, se non dall'Italia tutta intera. (pp. 93-96) § II [pp. 97 ==> 106/505] Il ministro della guerra diceva al parlamento, celebrando pomposamente la istituzione della guardia nazionale, che'ella aveva come missione primaria quella di <<sorvegliare l'esercito regolare>>. Non si deve attribuire a questa strana missione, la rivalità odiosa che divide l'esercito e la guardia nazionale? Vengono citati numerosi duelli, e la stampa ufficiosa, nel suo turbamento, lascia sfuggire queste parole significative: <<Il popolo guarda, cupo e sospettoso, questa stessa bandiera che ieri ancora contemplava con gioia e orgoglio [La Perseveranza, Milano 18 Marzo]>>.

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A Palermo soprattutto, il malcontento della popolazione non cessa di manifestarsi contro la truppa, e ogni giorno non fa che aumentare; una trentina di ufficiali sono ordinariamente agli arresti; il prefetto domanda infine il cambio della guarnigione, ma questo rimedio tardivo non calma che imperfettamente l'irritazione popolare. Il ministro della guerra si trova nella necessità di ingiungere agli ufficiali di rifiutare le provocazioni e [p. 98 ==> 107/505] i duelli, ordinando loro di ricorrere alle autorità giudiziarie se sono minacciati oppure oltraggiati. [Circolare ministeriale del 5 Luglio] Il 21 Ottobre, a Messina, duello alla sciabola tra un anziano ufficiale garibaldino, il Sig. Gazorra, e il luogotenente piemontese Pratella, che viene ferito al braccio. Il 14 Dicembre, a Monreale, il Sig. Meloni, capitano comandante al 34° di linea, riscuote militarmente le imposte, dopo aver minacciato di prigione tutti quelli che non li pagassero subito, e chiunque desse cattivi materassi ai soldati alloggiati mediante requisizione. Per attenuare l'indignazione generale prodotta dagli eccessi della truppa, il governo decreta l'insediamento solenne a Napoli di un tribunale militare che, dal primo giorno, emette 61 giudizi. Tra questi giudici improvvisati, si rimarcano con una dolorosa sorpresa i nomi di due ufficiali generali dell'ex esercito reale napoletano, MM. Letizia et Pianelli, che, senza dubbio, invidiavano gli allori infami dei Nunziante e dei Benedictis. [...] [p. 99 ==> 108/505] Un giornale unitarista di Torino, riportando i numerosi atti dispotici, vere enormità, gridava al governo: <<Nelle province meridionali, voi fate rimpiangere i Borboni>> [Il Diritto, n.° 260]. [p. 100 ==> 109/505] Protesta inviata al ministro piemontese, il 10 Novembre, dai deputati delle Due Sicilie: <<I sottoscritti, Deplorando le enormità che si susseguono da qualche tempo, si concatenano nell'anima di popolazioni ardenti e, per una fatale necessità, le distaccano dal nuovo ordine di cose, le trasportano al doloroso confronto tra i governi decaduti e il governo attuale, e fanno loro biasimare persino l'esercito nazionale; Considerando che, sui fatti di Pietrarsa, non è stato dato che la sterile soddisfazione di una inchiesta di cui non si è potuto ancora sapere il risultato; che, per il fatto di Patralia, la punizione non fu così pubblica e così pronta come lo esigeva la gravità della colpa; che nulla indichi che è intenzione del governo rigettare ogni solidarietà nell'atto iniquissimo dell'individuo che, ultimamente, sottopose a tortura un sordo-muto di Palermo; Vi testimoniano, signor ministro, il dolore che loro causano i parecchi orrori, indegni del nostro tempo, ancora più indegni del nostro paese, e domandano che le spiegazioni ufficiali vengano a tranquillizzare gli animi, resi ribelli da queste notizie, e che misure di previdenza, improntate al più rigoroso rispetto delle leggi e dei regolamenti in vigore, impediscano la possibilità del ritorno di tali abusi, i quali violano ogni giustizia e ogni umanità>> [Si veda, tra gli altri giornali, il Diritto dell'11 Novembre]. Incredibile abuso del dispotismo militare. Sotto questo titolo, i giornali siciliani raccontano che, il 5 Maggio, il brigadiere della gendarmeria {corpo di polizia, svolgente anche la funzione di polizia militare} di Ventimiglia {di Sicilia}, essendosi recato presso il vecchio Filippo Fumefreddo, della età di [p. 101 ==> 110/505] 98 anni, nativo di Bancina, per istruire su un furto commesso a suo danno, invitò il figlio del vegliardo, Pietro di nome, a seguirlo all'ufficio della segreteria comunale. Pietro vi andò, seguito da suo fratello Fortunato. Arrivati là, il brigadiere li dichiarò tutti e due in stato di arresto. Essi credettero dapprima a uno scherzo, ma quando essi si videro le manette, compresero la verità e protestarono altamente contro questo atto d'ingiustizia. Allora il brigadiere scaricò la sua carabina nel fianco di Pietro, che cade bagnato nel suo sangue. Fortunato, temendo la stessa sorte, prese e deviò l'arma che un altro gendarme gli metteva contro il petto, e, profittando della venuta di un gran numero di cittadini accorsi al rumore della detonazione, potè darsi alla fuga. Il povero Pietro spirò sul pavimento, senza soccorso, perché i feroci gendarmi, impu

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gnando la pistola, non permisero a nessuno, prete o medico, di avvicinarsi alla vittima. Il padre inconsolabile intraprese una azione giudiziaria, ma invano [Il Diritto, 29 Maggio]. L'irritazione popolare risponde a questi atti di ferocia con atti di sangue. Parecchi ufficiali vengono assassinati alle porte di Palermo. Uno di essi, il luogotenente Opici, ferito a terra, domanda la grazia ai suoi omicidi, dicendo: <<Sono Siciliano, io!>>. Al che questi uomini si ritirarono immediatamente dicendo: <<È diverso, noi non uccidiamo che i piemontesi! [Il giornale l'Unità politica di Palermo, 25 Maggio]. § III [p. 102 ==>111/505] [...] [p. 103 ==> 112/505] Dopo che le burrascose sedute della Camera hanno messo in luce una infinità di abusi di potere e di atti di dispotismo militare, un giornale ministeriale di Torino scrive con cinico sangue freddo: <<Se c'è un motivo per stupirsi, è che gli abusi, che si dice essere commessi, non siano stati più numerosi>> [Il giornale la Discussione, 8 Dicembre]. La pubblicazione della legge eccezionale sul brigantaggio è immediatamente seguita dal raddoppio del [p. 104 ==> 113/505] dispotismo militare. I tribunali militari emettono con una ferocia implacabile migliaia di condanne. Quello di Avellino condanna ai lavori forzati tutta la famiglia Arienzo: padre, madre, la giovane figlia, e persino un piccolo bambino. Quello di Chieti, come atto di benignità, condanna a 15 anni di lavori forzati, invece di farli fucilare, un giovanissimo di nome Vincenzo de Tommasis, che si era presentato spontaneamente alle autorità, confessando di essere stato per qualche tempo nelle bande. A Grifalco (Calabria Ulteriore), il maresciallo degli alloggi di gendarmeria rompe le spalle a colpi di bastone ad alcune guardie nazionali sospettate di tiepidezza nei confronti dell'unitarismo. Il capitano dei bersaglieri minaccia parecchi consiglieri municipali di farli fucilare; in un ordine del giorno affisso in diversi comuni, lo stesso ufficiale piemontese minaccia della medesima sorte chiunque sia trovato in possesso di un'arma. È dietro quest'ordine del giorno selvaggio che i soldati piemontesi fucilano senza pietà, come senza ragione, un giovane 18enne, Giuseppe Signorelli; e senza l'energica opposizione del Sig. Romoaldo Giampa e di altri onorevoli cittadini, quante esecuzioni sommarie non abbiamo dovuto rimpiangere! A Maida, la truppa assalta alla baionetta il popolo e la guardia nazionale; diversi cittadini sono umiliati e oltraggiati dai soldati, e uno dei fratelli Brunini è ferito da parecchi colpi di baionetta. [Il giornale l'Unità italiana, 30 Agosto] La cecità con la quale il potere militare accoglie ogni denuncia, genera terrore nelle popolazioni. Ogni cittadino passa per nemico [p. 105 ==> 114/505] celato agli occhi del suo stesso amico e teme d'essere denunciato come fautore del brigantaggio, e di conseguenza sottoposto all'arbitrio del soldato. Le strade sono deserte, ciascuno ha paura di fare un passo fuori della sua casa, il commercio è nullo. [Il giornale la Campana del Popolo, 16 Settembre]. L'arbitrio è tale che quando non si perviene ad arrestare un cittadino sospettato di relazioni con i briganti, si mette in prigione tutta la sua famiglia. È così che invece del comandante della guardia nazionale di Marsicovetere (Basilicata), viene incarcerato suo fratello, Domenico Piccinini; invece di Domenico Cininelli di Francavilla, la sua donna Luigia [Il giornale la Patria, 27 Settembre] - A Monreale (Sicilia), il padre è arrestato per il figlio, la sorella del quale, allora incinta, muore per lo sforzo e il dolore che le aveva causato questo iniquo arresto [Il giornale l'Arlecchino oppositore, 26 settembre.] Benedetta Rini, moglie di Leonardo Panseca di Caccamo, comune confinante con Termini (Imerese), è strappata ai teneri abbracci dei suoi piccoli, e, sebbene si trovi allora nell'8° mese di gravidanza, è trascinata in prigione in sostituzione di suo marito. Dietro energiche proteste da parte della famiglia, il comandante militare la rinvia al suo domicilio, dov'ella muore a causa dello spavento, nelle convulsioni di un parto prematuro. [Il giornale l'Amico del popolo, 1° Dicembre - Tornata parlamentare del 5 Dicembre - Atti ufficiale, n.° 285]

§ IV [p. 106 ==> 115/505]

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Non ci si taccerà d'esagerazione quando diciamo che il Piemonte impiega più di 200.000 uomini per mantenere le Due Sicilie in suo potere. Metto da parte, per un istante, l'esercito regolare, e mi occupo solo di quello che chiamerò esercito irregolare: io parlo degli uomini di polizia. Là dove poco fa, sotto lo scettro tirannico dei Borboni, era sufficiente un commissario di polizia e 32 agenti, sotto lo scettro paterno e beneamato di Casa Savoia, oltre a una guarnigione esorbitante, sono necessari 4 commissari di polizia, con emolumenti quintuplicati, e 380 agenti. [A Lecce, città di 20.000 anime] Un'altra tattica del Piemonte, volta a ingannare l'opinione europea, consiste nel mettere in un grosso centro solo una guarnigione minima e quintuplicare le forze di polizia, visibile o segreta. [Come a Napoli, per esempio, dove il numero dei poliziotti reclutati sale a 18.000 unità] [p. 107 ==> 116/505] Nella mia escursione nel regno delle Due Sicilie, sono stato proprio a

rilevare che le truppe piemontesi a malapena si allontanano dalle strade reali; ciò dipende dalla loro poca attitudine alla guerra di montagna, alle difficoltà locali e alla necessità di appoggiarsi frequentemente ad altri distaccamenti. Ho saputo che i reggimenti son lontani dall'essere al completo, e che parecchi corpi, al dire proprio degli ufficiali, non hanno che la metà dei loro effettivi. La ragione è che il contingente dell'Italia settentrionale non è inesauribile, e che quello del sud, come si sa, è quasi nullo. Non si dubiterà della attendibilità delle mie informazioni e delle mie valutazioni scorrendo le tabelle seguenti, stabilendo, provincia per provincia, sui dati segreti che io ho da fonti ufficiali [Si veda il paragrafo V del Capitolo dell'Armée], l'effettivo delle truppe regolari impiegate dal Piemonte nel solo regno di Napoli. [p. 107 ==> 116/505] ...omissis... TERRA D'OTRANTO [p. 111 ==> 120/505] Taranto 250 uomini Massafra 250 " Mottola 20 " Castellaneta 60 " Ginosa 60 " Martina 120 " Grottaglie 30 " San Giorgio 30 " Sava 30 " Manduria 60 " Così, il più grande e il più popoloso distretto della Terra d'Otranto, che arriva con le sue montagne e le sue foreste alla Basilicata e alla Terra di Bari, è presidiato da circa 600 uomini. {(?) Recte 910 u.} Gli altri tre distretti: Brindisi, Lecce e Gallipoli, sono occupati da 1.400 uomini e 220 gendarmi. § V [p. 116 ==> 125/505] 100.000 uomini di truppe regolari non sono sufficienti al Piemonte per far regnare l'ordine nelle Due Sicilie; ha inventato prima la guardia nazionale, quale appendice obbligata di ogni rivoluzione moderna, e poi le guardie mobili. Questi ultimi attraversano in lungo e in largo il paese, veri autocrati affiancati da carnefici, più forti della legge, vincitori 50 contro 1, saccheggiando, circondando di mura, distruggendo, bruciando, fucilando, degni infine sotto ogni punto di vista del soprannome cosacchi, che a loro affibbiano le popolazioni terrorizzate. [<<... L'istituzione della guardia nazionale è odiosa alle popolazioni ...>> - Parole pronunciate in seno al parlamento piemontese nella seduta del 15 Aprile] {COSAQUE: Fam. C'est un cosaque: une brute. Cet homme est une brute, quest'uomo è un bruto. Brute, s.f.}

Un ministro piemontese, un ministro della guerra, all'epoca della creazione della guardia nazionale, in uno slancio di insulsaggine, comune a troppi corifei del colpo di mano piemontista, si lasciò andare a scrivere queste parole più ingenue sebbene ingiuriose per l'esercito italiano: <<La [p. 117 ==> 126/505] missione della guardia nazionale è di sorvegliare l'esercito regolare.>> [Circolare segreta del ministro della guerra. Vd. Colpo d'Occhio su le condizioni delle Due-Sicilie,

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nel 1862, p. 50] {Corifeo: iron., spreg., esponente più in vista, capo di un gruppo, di un partito, di un movimento culturale o artistico}

È proprio il caso o mai più di rammentare il pensiero del poeta latino: ... Quis custodet ipsos custodes? {VI Satira di Giovenale: Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?} Non vi è giorno che la Gazzetta ufficiale del Regno d'Italia non registri la soppressione di una o di parecchie guardie nazionali, <<biasimevoli per la loro negligenza in servizio>> e la tiepidezza del loro patriottismo. Si son viste guardie nazionali e perfino guardie mobili lanciate alla caccia ai briganti, fraternizzare con essi in qualche villaggio che esponeva le bandiere dei colori borbonici, cioè veramente nazionali; poi, dopo aver seminato delle cartucce sulla grande strada, o proprio averle date ai briganti, rientrare al capoluogo di provincia proclamando una eclatante vittoria. *§* Nella Tornata del 18 Aprile 1863, [p. 6375 ==> 13/26 (sed395.pdf)] l'on. RICCIARDI, avuta la facoltà di rivolgere un'interpellanza al ministro guardasigilli sull'andamento della giustizia nelle province napoletane, dice prima che non parlerà del brigantaggio, perché lo farà quando l'on. Massari presenterà la sua relazione, ma che non può fare a meno di richiamare l'attenzione di tutti i colleghi deputati sui numerosi soprusi dell'autorità militari. E così prosegue: "Ho udito e odo parlare continuamente dell'abolizione della pena di morte, ma questa è una derisione; prima che si pensi a questo, abolite il diritto che nelle provincie meridionali capitani e tenenti si arrogano sulla vita dei cittadini. Potrei a questo proposito raccontarvi orribili fatti; mi limiterò a qualche esempio. Nel Matese, non lunge da Piedimonte d'Alife, una [p. 6376 ==> 14/26] compagnia di bersaglieri (ho il numero di essa, il numero del battaglione e il nome del capitano) nel perseguitare i briganti, arrestò cinque carbonari, fra cui due padri di famiglia, li arrestò, o signori, e un quarto d'ora dopo li faceva fucilare siccome briganti. Eppure erano tutti innocenti! Lascio stare altri fatti per non funestarvi più oltre. Ora bisogna ch'io vi parli del colonnello Fumel, di questo signor Fumel, il quale si arroga poteri veramenti straordinari, poteri enormi. E quello che è peggio signori ... si è che questo colonnello Fumel, il quale si vanta di aver fatto fucilare circa 300 briganti e non briganti, è sostenuto in alcuni luoghi dalle popolazioni, dai miei buoni Calabresi, il che (con dolore lo dico) dimostra che in quelle provincie la lunga schiavitù ha viziato alquanto il senso morale dei popoli). ... Da un giornale ministeriale ricavo il numero dei briganti fucilati, perché presi colle armi alla mano, essere ammontato a 1038, e questi oltre quelli uccisi negli scontri, oltre quelli costituitisi o fatti prigionieri. Il totale è di 7151! Io credo che bisognerebbe oramai mettere un termine a questo stato di cose, e adottare provvedimenti tali da rendere impossibili questi esterminii, i quali non fanno che seminare odii irreconciliabili nel paese, mentre pure non rifiniamo dal predicar la concordia. Ma di ciò sarà parlato più a lungo nella discussione relativa al brigantaggio. Io voglio ora richiamare l'attenzione del Governo in genere, e del guardasigilli in ispecie, sulla necessità di frenare la polizia. La polizia osserva quasi le stesse norme che osservava sotto i Borboni, il che fa dire naturalmente ai nemici del nuovo ordine di cose: non c'è divario fra il passato e il presente. Si arresta, si fanno perquisizioni con una facilità straordinaria. [...] Vorrei ora toccare dei carabinieri, i quali, a mio avviso, sono in due modi nocivi allo Stato (Rumori e segni di diniego) Nuocciono all'erario, perché costano una somma immensa, pagati quai sono strabocchevolmente, e nuocciono grandemente all'esercito, perché gli tolgono 20,000 tra i suoi migliori soldati. Io vorrei che la polizia fosse ordinata siccome in Inghilterra, che è certo il primo paese del mondo in fatto d'ordinamento di polizia, ma questo è un mio semplice desiderio.

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Riassumendo, signori, le cose dette fin qui, io sottopongo alla Camera il seguente ordine del giorno, pregandola di accettarlo: <<La Camera esorta il Ministero a proporle al più presto tali provvedimenti legislativi, da affrettare il giudizio dei numerosi imputati delle provincie meridionali, e ridurre nei debiti limiti le facoltà della polizia e dell'autorità militare." Signori, pensate che dal vostro voto dipende la sorte di migliaia e migliaia di cittadini, per conseguenza la pace, la tranquillità di migliaia e migliaia di famiglie, le quali, ove sperassero solo di veder posti in libertà i loro cari, amerebbero il novello stato di cose, anziché detestarlo, siccome fanno. [...] Signori, i nemici non si vincono colla violenza e la illegalità, ma si vincono colla giustizia, e soprattutto coll'applicazione della legge!" [pp. 6375-6376 ==> 13-14/26] Nella stessa Tornata (/leg08/sed395.pdf), il deputato MICELI, richiamandosi a quanto detto dall'amico Ricciardi su alcuni fatti della provincia sua natale, fatti da sé conosciuti da molto tempo, dice che avrebbe voluto differire la trattazione dell'argomento ad altra data. [6377 ==> 15/26] "Ma siccome l'onorevole Ricciardi ha accennato con vivaci parole al colonnello Fumel ed alle sue opere, sulle quali mi giungono continui e forti reclami, permetterà la Camera che io le faccia conoscere che quanto l'onorevole Ricciardi testé diceva viene a me da molto tempo affermato con colori tristissimi dai più egregi patrioti, dagli uomini più coscienziosi e rispettabili della provincia medesima. In quel paese si lamenta, e si lamenta con parole che lacerano il cuore, la condizione illegale in cui sta il paese dacché il colonnello Fumel ha assunto il comando di alcune compagnie di guardia nazionale mobile per la persecuzione del brigantaggio. Fa duopo che io dichiari alla Camera che vi sono molti nelle mie provincie che approvano l'operato del colonnello Fumel. Non solamente alcuni approvano questo operato, ma lo lodano grandemente. Una voce al centro. Tutti! A costoro che rispondono tutti, con la stessa franchezza, ma con miglior cognizione delle cose, io dichiaro che la gran maggioranza della provincia protesta contro le iniquità che in quel paese si commettono. ... Non si dice così leggermente tutti, da coloro che non sanno le condizioni di quella provincia, da coloro che non sanno che in quella provincia non fu giammai brigantaggio politico, e non ve n'è punto anche adesso. E quando alcuni giornali, per dare una lode al colonnello Fumel, nei giorni scorsi dicevano che egli aveva salvata la vasta provincia di Cosenza fucilando 350 briganti, io mi sono sentito correre il sangue al viso per la mia provincia! Ho deplorato la sua condizione infelice, ed ho detto a me stesso: ma perché tante vittime, perché sì estremo rigore, perché non si crede abbastanza efficace la legge, se non sono sì gravi e sì minacciosi i pericoli?... Dovete sapere, o signori, che dietro la mutazione politica successa nel nostro paese, naturalmente nelle provincie meridionali un certo scompiglio, maggiore di quello che per avventura poteva esservi sotto la dominazione passata, si manifestò e scosse quelle popolazioni. Ma non appena erano scoppiati i primi sintomi di brigantaggio, il paese, senza ricorrere alle forze regolari dello Stato, immediatamente represse questo principio di moto, e si vide in pochi mesi per opera dei patrioti, e di patrioti non bene accetti al Governo, rimesso l'ordine in quella provincia. E ciò che accadde in Cosenza dovrò dire per giustificazione del mio assunto, e per omaggio al vero, accadde pure nella limitrofa provincia di Catanzato, dove i patrioti operarono ciò che quei di Cosenza avevano operato nella loro provincia; e quivi accadde che, senza esservi il colonnello Fumel, né nessun altro come lui a perseguitare i delinquenti che scorrevano le campagne, la sua condizione non peggiorò, non occorse di ricorrere a misure eccezionali, né si videro le funeste scene di cui divenne teatro la provincia di Cosenza.

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In questa provincia, dove si credè più utile che stanziassero alcune compagnie di guardia nazionale mobile, al cui capo si diedero poteri che dalla leggi gli erano ricusati, i mali durarono e da un giorno all'altro inasprirono. L'apprensione era così grande, come altrove, e le forze che vi si organizzarono furono estremamente preoccupate dall'idea che ogni uomo che scorrea la campagna fosse un brigante, che molto comprometteva l'ordine pubblico e l'avvenire politico del paese, mentre la maggior parte di essi erano perseguitati dalla giustizia unicamente per qualche reato che meritava non grave castigo. Nella Calabria accade spesso che un individuo per non subire pochi mesi di carcere si getta nella via pericolosa della latitanza; questo fenomeno, non raro nei tempi normali, è divenuto frequente dopo la trasformazione politica. Le compagnie di latitanti di questa specie destavano un allarme che in altri tempi non avrebbero destato, ed appena sentivasi il sorgere di una di esse si gridava alto: ecco una compagnia di briganti, e quei delinquenti sconosciuti gittavano un terrore dappertutto. Quali erano le conseguenze di questo fatto? Le compagnie battezzate di formidabili briganti alla Chiavone ed alla Crocco venivano perseguitate a morte, senza vedersi, con la necessaria calma e con le forme che impediscono deplorabili fatti, quali fossero i reati commessi da costoro; e non si contentavano di perseguitarli e distruggerli per avventura nell'assalto o nel conflitto, ma spesso dopo l'arresto gli stessi che lo avevano comandato od eseguito, diventavano giudici dei prigionieri e li davano alla morte. Signori, non sono pochi i fatti così terribili, non sono poche le volte in cui la giustizia e la legge furono messe in questo modo sotto i piedi nella provincia in cui io sono nato. Io non farà una minuziosa rassegna di tutti questi fatti, perché essendomi proposto di chiederne conto fra pochi giorni all'onorevole ministro dell'interno, attendo dalla mia provincia non solamente la precisa esposizione [p. 6378 ==> 16/26] di essi, ma anche le prove legali che li dimostrano. Io, sulla fede di autorevoli testimonianze, ho piena certezza che esistono forti prove legali, da potersi presentare alla Camera in caso che fossi contraddetto da alcuno: ma siccome queste prove non mi sono ancora venute, io non voglio anticipare alla Camera un dolore che proverà grandissimo sentendo le fucilazioni avvenute in quella provincia; fucilazioni, che se fossero state commesse dietro una sentenza di tribunale colle norme imposte dalla legge, io non potrei stimmatizzare, chiamandole eccidi. Io sarei costretto a dire: la mia provincia natale ha questa piaga di troppi uomini dediti alle rapine e al sangue, la legge li colpisce, inchiniamoci alla maestà della legge. Ma quando manca il giudicio, quando manca la prova che constata la colpa, quando ha colpito chi non è investito del terribile diritto, io non mi rassegno e protesto contro chi conculca la legge e gitta nell'anarchia la società. E già il paese grida: il tale fu fucilato senza legale giudizio, forse non era reo; i figli orfani e la vedova di quello infelice gridano: era innocente, ed hanno diritto di essere creduti dal paese, ed il paese li crede. Io denunziando alla Camera sì tristi sciagure, biasimo pria chi le permise e volle tollerarle, e poi che ne fu materiale istrumento. Il soldato dev'essere esecutore di ordini, non deve giammai di proprio arbitro o per arbitrio altrui giudicare, condannare ed eseguire. Questo cumulo di poteri è mostruoso, e maggiormente lo è quando chi conferisce gli enormi poteri non ha diritto di conferirli. Il soldato quando esce dalle sue attribuzioni, va fatalmente agli eccessi. In questi ultimi giorni, quando io non pensavo né punto, né poco di parlare del colonnello Fumel, mi capita qui alla Camera, mentre ero in mezzo a questi miei colleghi, un dispaccio in cui mi si diceva: <<Il signor Luigi Campagna di San Marco è sul punto di essere fucilato da Fumel; provvedete perché sia mandato al potere giudiziario.>> Con quel dispaccio alla mano io vado dall'onorevole ministro Peruzzi; il signor Peruzzi immediatamente (e non si fece dire in verità la seconda parola) a vista del dispaccio ordinò innanzi a me: <<Sia rimesso il signor Luigi Campagna di San Marco al potere giudiziario.>>

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Signori, chi di voi troverà male che un deputato accetti l'incarico di ottenere dal Governo che un cittadino sul punto di essere fucilato senza giudicio, oppure per giudicio dato da due o tre tenenti e da un capitano, sia rimesso al potere giudiziario? Nessuno al certo; voi anzi direte che se io come deputato e come cittadino non fossi corso immediatamnte a chiedere dal Ministero perché si scongiurasse quel pericolo, avrei mancato ad un supremo dovere. Ebbene, va l'ordine di sospensione da parte del ministro dell'interno: che cosa accade? Credete forse che il colonnello Fumel si arrenda subito agli ordini del ministro? No, signori. Egli indugia, si crede offeso, crede perduto il suo prestigio, abbassata la sua autorità, perché gli fosse impedito di colpire un uomo da lui arrestato come ispiratore borbonico ed istigatore dei briganti al delitto. Il signor Fumel teneva i suoi prigionieri non già nel carcere comune, ma in una carcere sua particolare. Egli si avea costituiti due carceri a sé, uno in Montalto, un altro in Sanfili; poiché in una città come Cosenza, dove vi sono tanti avvocati, tanti magistrati, tanti uomini istruiti, naturalmente là non possono commettersi troppo enormi ingiustizie senza che la coscienza pubblica protestasse oltraggiata. In un piccolo paese la bisogna va altrimenti. Venuto dunque l'ordine ministeriale al signor Fumel, per mezzo del prefetto di Cosenza, signor Guicciardini, egli non consegnava immediatamente i carcerati. Trascorsi tre o quattro giorni gl'interessati temono e mi spediscono un secondo dispaccio pressoché in questi termini... [...] ... <<La ministeriale non è stata eseguita, provvedete perché i pericoli ancora esistono.>> È anche possibile, ed io così credo, che i pericoli non esistessero, ma questo prova in che stato di terrore si trova quella provincia: dopo essersi viste ed udite tante e sì gravi violazioni della legge, malgrado il Codice, malgrado la giustizia, malgrado la ministeriale, temevano che Campagna e gli altri prigionieri fossero fucilati. Io, per non ricorrere nuovamente al ministro dell'interno, e perché non amo andare su e giù per le scale dei Ministeri, non ritornai dal signor ministro, e feci un dispaccio in cui dissi: <<Insistete presso il prefetto, acciocché sieno consegnati senza indugio ai tribunali ordinarii il signor Campagna ed i suoi voluti complici, altrimenti chiederò conto della renitenza al ministro in Parlamento.>> Questo dispaccio fu ritenuto come una minaccia da parte mia, e mi fu scritto. <<Sospendete, non parlate alla camera, perché saranno immediatamente mandati al potere giudiziario gl'imputati.>> Dopo di ciò, dopo che erasi semplicemente provveduto che, secondo la legge, si stabilisse la sorte del signor Compagna ed altri coimputati, che cosa credete voi che facesse il signor Fumel? Minaccia di dimettersi; credo anzi si dimettesse, perché l'essergli limitato il potere in quella circostanza gli parve che offendesse la sua riputazione o il suo amor proprio. Ecco, o signori, le inevitabili conseguenze di tollerare per sì lungo tempo che chi ha in mano la forza, abbia pure il diritto di vita o di morte, jus vitae et necis! Il colonnello Fumel protesta; vuol partire, e dice alla provincia: io vi lascio in preda a tutti i briganti che si muoveranno dai quattro venti contro di voi. Da ciò che accade? Accade che siccome nella provincia vi è un partito il quale annovera degli egregi cittadini, ma che sventuratamente hanno l'idea fissa che il brigantaggio, e non solo quello che è costituito dai grandi scellerati, contro i quali non v'ha chi non invochi l'estremo rigore della giustizia, ma ben anche le piccole compagnie, [p. 6379 ==> 17/26] che non si sa se sieno di briganti o di ladruncoli, debbano essere assolutamente distrutte e sterminate; dunque ferro e fuoco, e non altre punizioni, perché credono che l'unico mezzo di mantenere la quiete pubblica non sia altro che le fucilazioni per i malfattori che audacemente turbano la quiete pubblica e seminano il terrore fra le popolazioni; essi credono pericoloso che abbiano la pena dal giudice competente, e che le loro colpe siano pesate nella bilancia della giustizia! Per essi non vi sono che palle e baionette, meno di ciò sarebbe poco! Questa classe, che sventuratamente crede di dover transigere su tutto per amor di quiete, non pensa che spesso, spesso alla distanza di 15, di 20 miglia in quella vastissma provincia di

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500 mila abitanti, in mezzo alla quale passa la catena degli Appennini, una compagnia di tre o quattro ladri facilmente si fa passare per una formidabile compagnia, e quindi, allorché se ne ode lo sterminio, i lontani ed ignari ne acclamano gli autori come quando si è liberato da una imminente rovina. Se, per esempio a Fagnano, paese nel quale il mio onorevole amico Giunti poco fa mi narrava essere accaduto un fatto tristissimo; se, per esempio a Fagnano si mostrarono in comitiva dei ladri che uccidevano qualche pecora, qualche bue, o spogliavano qualche viandante, si diceva subito che Fagnano brulicava di briganti. Vi andavano da Cosenza le guardie mobili del colonnello Fumel, che assalivano, arrestavano e fucilavano. Giungendo la notizia in Cosenza, si diceva: hanno fucilato una compagnia di briganti, e naturalmente da tutti si gridava: bravo! Intanto le famiglie degli estinti domandavano a sé stessi, domandavano a tutti: perché queste fucilazioni? Quali misfatti han meritato al nostro padre la morte, e a noi tanta miseria? Nessuno poteva dire: tacete, così volle giustizia; nessuno poteva dirlo, perché la legge non si era interrogata, e le sue guarentigie si erano disprezzate. Come potevano le popolazioni non rimanere atterrite da una sentenza data arbitrariamente da uomini che, dopo di avere assalita una casa ed arrestati gl'individui sospetti, ne divenivano giudici, dopo di aver udita una loro dichiarazione resa fra i tremiti di chi sa di essere vicino alla morte? Io non so quali osservazioni mi saranno fatte dall'onorevole collega Morelli {Donato}; probabilmente, anzi certamente egli mi contraddirà, farà una lode al colonnello Fumel e ne magnificherà i servigi. So che i signori ministri e parecchi deputati mi risponderanno che dalla provincia di Cosenza, da quella provincia che io chiamo oltraggiata, sono venute 50 o 60 o 100 petizioni di municipi, nelle quali si domanda che il colonnello Fumel stia in Calabria, e che io per lo meno sono in preda ad un inganno, e che lanci leggermente un'accusa contraddetta da infinite voci. [...] Io so che sono venute delle petizioni, non so quante dozzine siano, posso ammettere che vi siano delle petizioni fin anche della maggioranza dei municipi della mia provincia. Sia pure. Ma, signori, chi non sa che dove una falsa idea governa una parte della popolazione, dove regna il terrore incocusso dalle fucilazioni, si fanno petizioni quante e come si vogliono? [...] Ma io parlo del passato; io combatto un sistema deplorabile, perché sia detestato e cessi di accumulare sventure sopra sventure, mentre si volle adottare come mezzo di salvezza. Con ciò non voglio dire che se il colonnello Fumel sapesse che Tizio parla male di lui, lo terrebbe per suo mortale nemico. Io dico semplicemnte che questa è l'opinione di una parte del paese. MORELLI DONATO ed altri deputati. No! no! Una voce. Se gli hanno dato la cittadinanza più di cinquanta comuni! Signori, io non so come potete fare queste opposizioni, mentre non potete smentirmi, mentre non potete negare che centinaia di Calabresi sono caduti senza alcun giudizio. Giacché noi abbiamo le leggi, abbiamo i tribunali, ebbene i rei convinti, coloro, i cui deliti sono constatati, siano puniti anche colla pena di morte, se la meritano, ma che un soldato qualunque, sia che si chiami Fumel, o abbia un altro nome, assalti le case, giudichi i suoi arrestati e poi li fucili, questa è tale enormità che è in assoluta contraddizione colla civiltà che vantiamo, è in contraddizione colla libertà che crediamo di possedere, mentre le nostre benemerite popolazioni languiscono, protestano, o, quel ch'è peggio, hanno paura di protestare. So che non si cesserà di parlarmi delle numerose petizioni; ma io risponderò, senza voler recare offesa al prefetto di Cosenza, che in quella città non abbiamo che una stamperia, la stamperia della prefettura, dove nulla si stampa che dispiaccia al prefetto. [p.6380 ==> 18/26] MORELLI DONATO: No! no! Ve ne sono due.

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Saranno due o anche tre, ma dico che nella stamperia della prefettura, per quanto mi consta, è stata stampata la petizione di cui ho copia, e qui chiamo in testimonianza il mio onorevole amico Giunti, il quale vi dirà che ragguardevoli cittadini, i quali ancora portano ai polsi il segno delle catene per aver propugnato i diritti del popolo e per la libertà del paese, assicurano che dappertutto queste petizioni si son fatte circolare nei municipi con alte raccomandazioni. Io non so se il prefetto abbia avuto parte o no, a queste premure; ma so che le petizioni andarono dappertutto, dichiarandosi solennemente che l'autorità prima della provincia desiderava che si fossero coperte di firme. Immaginatevi se con queste voci che si fecero correre da coloro che professano il sistema di fucilare, e non altro che di fucilare per mantenere la quiete pubblica, anche ad insaputa del prefetto, ognuno non credesse di obbedire ad un ordine del capo della provincia e quindi mettesse la firma. Ecco come si spiegano le firme di molti municipi, non nego che fra queste firme vi siano uomini rispettabilissimi ed anche dei patrioti; sventuratamente questi sono illusi; e se voi, signori deputati, vogliate credere che non è illuso un onest'uomo che pensi di dover mantener l'ordine in una provincia unicamente colle fucilazioni, e con fucilazioni non ordinate dal potere giudiziario, io dico che non vi sarà nessun illuso nel mondo. Conchiudo che il signor ministro di grazia e giustizia curi senza indugio il disordine e l'oppressione in cui si trova la giustizia nella provincia di Cosenza; provveda insieme coi suoi colleghi, e più di tutto col ministro dell'interno, perché questo stato di cose cessi; e giacché egli solo è nel banco dei ministri, io lo prego che non trascuri punto la parte che a lui precipuamente compete, ed ordini ai suoi dipendenti di non lasciare invadere le attribuzioni giudiziarie da coloro che non ne hanno diritto, e che le sentenze sulla vita e sulla libertà dei cittadini siano pronunziate soltanto da coloro che la legge ha posti a compiere questa santa missione." Il barone Vito D'ONDES-REGGIO {Palermo, 12/11/1811 - † Firenze, 23/2/1885. Laurea in Giurisprudenza, Docenre Universitario. Deputato del Regno: VIII, IX, X leg.}, nella Tornata del 5/12/1863 (/leg08/sed507.pdf), presenta un'interpellanza al governo unitamente alla proposta di un'inchiesta parlamentare sugli ultimi fatti di Sicilia. Dopo aver menzionato [p. 2101 ==> 9/30] "il fatto orribile di Somma, cinque uomini innocenti tolti di notte tempo dalle loro case, alle mogli ed ai figli, ed all'alba dell'indomani fucilati!", domanda retoricamente chi fosse stato punito. Ovviamente la risposta è: Niuno. E poi così continua: "Qui nella Camera varii deputati accusavano un tale, non so il nome, né se lo sapessi lo direi, che non voglio dare ad alcuni neanco la celebrità di Erostrato, accusavano un tale di aver fatto fucilare senza norma alcuna numero di uomini in Calabria: furono voci al deserto. E che dire per Sicilia? Brutalmente si arrestarono venerandi vecchi ottuagenari ed altri rispettabilissimi cittadini in Palermo, e si tennero in carcere per più di un mese sotto l'indegna, e stupida insieme, calunnia d'essere eglino i capi di sciagurati pugnalatori, mentre su questi capi si è gettata cenere. Che punizione si ebbero i funzionari di polizia, il procuratore del Re non indocile a' consigli di quelli? Niuna. E smettete, signori ministri, seppur l'abbiate, la massima assai volgare che il principio di autorità è da tenersi elevato, e che le punizioni a' pubblici funzionari [p. 2102 ==> 10/30] lo menomerebbero. Il principio d'autorità è perduto quando si stabilisce sull'ingiustizia e sulla iniquità, non è più un principio morale, ma una forza materiale che ogni altra forza materiale maggiore attacca e distrugge. Credo che un'altra risposta mi si para contro: voi lamentate tutto ciò che si è fatto in Sicilia in questi tempi, eppure noi abbiamo deliberazioni di Consigli municipali i quali ringraziano la provvidenza del Governo per quelle misure eccezionali e severe.

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Signori, deliberazioni di Consigli municipali non c'è Governo che avendo in mano la forza, non ne abbia avute; ne ebbero anche i Borboni; tutti ne hanno avuto, tutti sempre potranno averne. I Borboni ne ebbero da' comuni di Sicilia e dai comuni di Napoli. Anzi a Napoli ebbero anco preghiere di abolire la Costituzione!... Ma a me che preme di ciò che deliberano i Consigli municipali di cento città, di tutta Italia, che preme se anche tutta la misera razza d'Adamo domandi un'ingiustizia? Io dico no; la giustizia non dipende dalla volontà degli uomini, ella sta sulle leggi eterne che Dio ha creato per reggere il mondo. Signori, a me non fa meraviglia alcuna che si siano fatti cotesti indirizzi di ringraziamento, anzi non mi meraviglierei se si domandasse qualche ricompensa nazionale, non mi meraviglierei neppure che qui venissero i ministri a proporre un'apotesi per coloro che hanno così operato. [...] Ma quando la giustizia è ludibrio dei potenti e la libertà un vano nome, allora a Nerone, dopo aver dato un calcio nel ventre alla madre sua ed aver abbruciato Roma, il Senato decretò onori divini. [...] Signori, fra quanti mi hanno scritto degli infausti casi, niuno mi ha detto: rimostrate al Governo, fate interpellanze, o proponete inchieste; i più si sono taciuti dopo le lagrimevoli narrazioni, altri soltanto hanno soggiunto: tenetevi in un dignitoso silenzio; noi non speriamo alcuna cosa da alcuno, ci appelliamo a Dio. Ma io, signori (com calma), non dimentico di aver giurato d'osservare lo Statuto, e quindi ho creduto mio dovere di far appello anche agli uomini. Che se essi non risponderanno al mio appello, tutta la colpa rovescierà sulla loro testa, e l'animo mio sarà tanto afflitto quanto la mia coscienza è serena." [pp. 2101-2102 ==> 9/30] Lo stesso deputato, rivolgendosi agli onorevoli colleghi, aveva già premesso di dover esporre dei fatti miserandi e rei eccessivamente, e, tra l'altro, [p. 2096 ==> 4/30] "fatti di cui certamente non vi sono documenti; ma fatti che si narrano come veri da' diari, che si attestano da uomini rispettabilissimi, che io pur nondimeno, per onore dell'umanità, desidererei che non fossero veri: l'inchiesta parlamentare chiarirà se sono veri o no. E si narra da tutti - egli aggiunge - che padri, madri, fratelli, sorelle, le madri anco coi lattanti al petto, sono stati legati e buttati in carcere, con colpi di scudiscio sono stati flagellati alle braccia ed alle gambe perché i loro figli o fratelli erano renitenti alla leva, ad alcuni erano stretti i pollici con un nuovo strumento di tortura, che ha già il suo nome, e tanto che sguizzasse il sangue e la carne, e giungesse sino alle ossa. Dal banco dei ministri. Non è vero! [D'Ondes-Reggio] È assai simile a certezza che sia vero. Se io non avessi letto i documenti sui fatti di Licata avreste anche gridato che non era vero quanto io diceva: è necessaria l'inchiesta parlamentare onde chiarire la verità. Non potete stare al detto dei vostri dipendenti che sono giudici e parte nella stessa causa, non possono confessare i loro atroci delitti. Si dice che qualche giovinetto (Dio voglia che non sia vero) sia morto dal dolore. Un fatto si narra dai giornali, come avvenuto testè nel comune di Caccamo; la forza pubblica, non so se per cagione della leva o per altro, andò per arrestare un uomo, e non trovandolo, arrestò invece la moglie incinta e la portò al carcere; alle lagrime ed alle preghiere infine la restituì alla sua casa, tosto abortì e morì. Si è anche narrato che una donna per non aver consegnato il figlio renitente alla leva, da un colpo di baionetta fu ferita e morta. Io più di voi desidero che questi fatti atroci non sieno veri; ma possibile che tutti i giornali si accordino ad inventarli tutti; ed i giornali officiali od officiosi perché tosto non l'hanno smentito? Anzi alcuni con un cinismo osceno hanno detto: vedete i risultati! Come! i risultati degli omicidi e delle torture?" [p. 2096 ==> 4/30]

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1a Tornata del 31 Luglio 1863 (/leg08/sed490.pdf). Nella discussione generale del disegno di legge per la repressione del brigantaggio, l'on. Giuseppe AVEZZANA {Torino, 16 Febbraio 1797 - † Roma, 25 Dicembre 1879. Militare di carriera. Portale Storico Camera dei deputati. Legislature: VIII, IX, XI, XII, XIII} presenta un ordine del giorno che il Presidente legge: [p. 1696 ==> 2/26] "Persuaso il sottoscritto fin dal principio dei lacrimevoli fatti che acca-

dono nelle provincie meridionali, cioè che le misure violente adottate nella repressione del brigantaggio siano state piuttosto causa del suo accrescimento che della sua estinzione, propone che il Governo del Re voglia immediatamente emettere istruzioni analoghe alle autorità civili e militari delle provincie meridionali perchè cessi immantinente la fucilazione sommaria di quegli uomini traviati o malevoli che nei futuri incontri possano cadere nelle mani delle nostre truppe e delle guardie nazionali, e che vengano [p. 1697 ==> 3/26] invece trasportati senza ritardo in una fortezza od isola nel norte d'Italia, quale all'uopo il Governo designerà, e colà sieno giudicati e condannati secondo i loro delitti.>>" [...] E successivamente, avutane la facoltà, così interviene: "Signori, persuaso di adempiere ad un imperioso dovere di far cosa utile al paese, intendo riprodurre l'ordine del giorno già da me presentato nelle sedute segrete che intervennero sulla relazione della Commissione del brigantaggio. Se questo mio ordine del giorno verrà, come io mi lusigno, accettato, renderà inutile ogni ulteriore discussione sul progetto di legge sul brigantaggio; progetto che io respingo con tutte le forze di una profonda convinzione, nemico come sono di ogni legge eccezionale. Troppo rigorose, troppo eccezionali, a parer mio, sono già le leggi che esistono e che si pongono in uso nelle infelici provincie meridionali, [p. 1698 ==> 4/26] ed il Governo ha poteri tali che, usati con discernimento e con fermo proposito, sono più che sufficienti per estirpare quel male e ritornare quelle desolate provincie a migliori condizioni. Son più di due anni che io lamento lo stato deplorabile delle provincie meridionali, quasi fatale barriera che attraversa la marcia ed il progresso delle nostre istituzioni, distrae le nostre menti dall'occuparsi, mediante una giudiziosa e savia amministrazione{,} del benessere e stabilitità della nazione. Gravissimi errori, è d'uopo confessarlo, sono stati commessi dagli uomini mandati colà a governare, i quali, invece di rimediare ai mali che doveva necessariamente produrre un cambiamento di regime, ordinando pubblici lavori in cui il popolo potesse trovar pane, ricorsero a misure di eccessivo rigore, che rese il brigantaggio più ostinato e dette poi luogo a quell'inumana ed atroce disposizione che dura da due anni e nella quale il Governo pare riponga ogni speranza di salvezza: la fucilazione sommaria di quei traviati o perversi che cadono nelle mani delle nostre truppe e guardie nazionali; è questo un sistema per questa nostra classica terra di civiltà che ci fa perdere la stima di Europa e può generare conseguenze funestissime per l'avvenire. Io ricorro a voi, o signori, perché ordiniate che questo sia l'ultimo giorno che vegga prolungarsi un orrore tanto criminale e tanto disdicevole al nostro carattere. Nel mio lungo esilio mi è occorso trovarmi in guerre civili, anzi essere scelto ai comandi superiori, specialemnte nel Messico, paese nuovo ancora nelle vie della civiltà; eppure, o signori, lo dichiaro francamente, non sono stato mai né complice né testimone di tali eccessi, e anzi ho veduto che un sistema indulgente ed umano fu la principale cagione del trionfo della causa da me propugnata. Io vi prego, o signori, a prendere in considerazione queste poche mie osservazioni dettatemi dall'esperienza e dall'ardente desiderio di vedere la nostra patria crescer forte ed unita sulle vie della libertà, umanità e giustizia. Non farò altre osservazioni, chiedo solo mi venga permesso completare il mio ordine del giorno coll'aggiungere quanto segue: Nella proposta del mio ordine del giorno intendo vengano compresi i complici manutengoli sempre che vi siano le necessarie prove stabilite da tre oneste persone del circondario, e queste misure, invero anche esse eccezionali, però molto umane, basterebbero a par mio a ri

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stabilire l'ordine e a far scomparie quel terribile flagello meglio che la legge che oggi è stata presentata." [p. 1698 ==> 4/26] Nella stessa Tornata [31/7/1863 (/leg08/sed490.pdf)], il deputato Luigi Alfonso MICELI {Longobardi (CS), 7/06/1824 - † Roma, 30/12/1906. Laurea in Giurisprudenza, Avvocato. Patriota, Mazziniano, Garibaldino. Deputato del Regno d'Italia: VIII-XIX legislature. Senatore del Regno d'Italia: XX leg.} lamenta [p. 1717 ==> 23/26] "che da tre anni dura nelle provincie meridionali il più rigoroso sistema repressivo: le autorità politiche e militari hanno avuto finora mezzi e poteri senza limite. Dobbiamo confessare con rammarico che non si è conchiuso nulla: con la legge proposta, non si farebbe che raccogliere in alcuni articoli disposizioni quasi tutte sperimentate inutili. Con qual senso potremmo attendersi conseguenze migliori?... Noi legalizzeremmo un sistema che per tre anni non fu fecondo che di sciagure; questo è supremo errore; e se io, dopo la trista esperienza passata, potessi vedere che i modi di repressione già provati dannosi riuscissero fecondi di bene solo perché approvati dalla Camera e raccolti in una legge, non istenterei più a credere ai miracoli della specie più strana. [p. 1718 ==> 24/26] Nessuno, o signori, vorrà mettere in dubbio che i briganti siano perseguitati senza posa, che i ribaldi che desolano il paese, che massacrano, uccidono ed incendiano abbiano la pena degna delle loro scelleratezze. Ma nessuno di voi negherà che, quando si sorpassano i limiti della repressione con eccessi inescusabili, anziché raggiungere lo scopo, ce ne dilunghiamo; anziché distruggere il brigantaggio lo rendiamo perenne e sempre più feroce. Ed una delle cause per cui non si è ottenuto miglior risultato fino adesso si è che la repressione ha ecceduto i confini che la giustizia e la prudenza dovevano rendere insormontabili. Il sistema di repressione è stato così falso che mi fa meraviglia come il brigantaggio non sia diventato molto peggiore. Ed a proposito debbo dichiarare all'onorevole Massari, che m'interrompeva poco fa, che risulta da deposizioni di vari cittadini assai competenti che una delle cause per cui la magistratura non ha adempiuto al suo dovere, è stata la prevalenza dell'arbitrio militare. Infatti, se avviene che un magistrato tenga nel carcere giudiziario un imputato, e che un bel giorno un uffiziale, in nome della pubblica tranquillità, della necessità, ve lo strappi dalla prigione, e senza nessuna forma di giudizio lo faccia fucilare, sarà inevitabile che l'autorità della magistratura e delle leggi ne scapiti estremamente e che succeda tale perturbazione nella pubblica coscienza, da produrre funestissimi effetti. Io non dirò che fatti così deplorevoli siano spesso avvenuti, e guai se fosse stato così! ma bastano i pochi, perché le conseguenze siano molte e gravi. Io potrei citarvi, in esempio, parecchi fatti di questa natura, successi nella provincia di Cosenza; ma sarà bastevole un solo, che proverà pienamente il mio assunto. Si voleva dalla pubblica forza che nel rincontro non apparteneva all'esercito, bensì alle bande provinciali, purgare le contrade da alcuni feroci briganti che le infestavano e che ognuno bramava vedere distrutti. Che cosa si fa dal capo di quelle forze? Egli non si limitò a seguire le loro orme, ad incalzarli, e prendendoli vivi, consegnarli al magistrato. Ma fece un bando in cui disse: Se il tale ed il tal altro brigante non si presenteranno in 24 ore, io farò abbattere le loro case, arrestare i parenti, sequestrare e vendere le loro proprietà, e quando saranno presi, saranno immediatamente fucilati. Si credè anche da coloro che erano i più accaniti contro i briganti che questo bando non tendesse che ad inspirare un salutare terrore, come suol dirsi. Niente di tutto ciò. Dopo 24 ore non essendosi presentati i briganti, si andò realmente ad abbattere le loro case, e gettarne in mezzo alla strada ed a bruciarne i mobili, e si vide con orrore di tutti i fanciulli e le mogli di questi briganti gittati a ludibrio in sulla strada e gettate in sulla strada fino le castagne e le patate... (Si ride) con cui doveano nutrirsi quegl'infelici. ...

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Ho la nota delle case che furono abbattute e di quelle che furono saccheggiate, non a profitto dei militi esecutori, perché i mobili e gli oggetti portati in piazza, parte erano regalati e parte abbruciati. Dei briganti parecchi furono fucilati, ed incontrarono questa sorte, tanto uomini facinorosi carichi di delitti, che dei miserabili degni di compassione e di disprezzo. Mi si assicura che uno di costoro non aveva fatto altro che rubare una pecora; taluni de' fucilati erano in tale stato di miseria che mentre andavano al supplizio, uno si tolse le scarpe e disse ad un amico: porta queste scarpe al mio povero padre; un altro si spogliò del giacco perché si desse ad un suo figliuolo. Non disgusterò né attristerò più la Camera, la quale vedrà quale specie di briganti conveniva per la quiete pubblica sacrificare senza giudizio! Signori, non solamente ho la nota dei briganti uccisi spietatamente e senza ombra di giudizio per colpe leggiere, ma ho nota delle case abbattute, delle case saccheggiate il giorno delle esecuzioni, i paesi, e persino il nome dei muratori che distrussero quelle case. Sapete, signori, che cosa è seguito a tutto ciò? Quei briganti, le cui mogli e figliuoli erano stati così barbaramente gittati sulla strada, tempo fa evasero dalle prigioni, ed ora mettono a sangue ed a fuoco la mia povera provincia. Nessuno più di me raccapriccia pensando alla scelleraggine di questi feroci che insanguinano il mio paese. Ma mentre io li maledico dal più profondo dell'animo, non posso a meno di maledire, più che ai briganti, a quelli che, ispirati da un falso zelo, hanno fatto di questi uomini delle tigri sitibonde di sangue e di vendetta. A vista di un sistema che ha prodotto risultati così spaventevoli si presenta una legge, in virtù della quale si dà ai militari le difficili attribuzioni dei magistrati. Non potrò mai accettare quella legge quando penso che in essa è stabilito che i Consigli miltari debbono non solo giudicare i briganti presi con le armi alla mano, ma ben anco dei complici, dei manutengoli, dei mandanti. Costoro sono per me cento volte più rei degli stessi briganti, ed io sarei con essi assolutamente inesorabile. Ma per constatare simili imputazioni è necessario l'ingegno, la scienza e la pratica del giureconsulto, del magistrato, senza di che l'uomo onesto, contro cui siano delle sinistre apparenze, può incorrere la sorte del malvagio. Io ho appartenuto una volta ai Consigli di guerra, ed i miei colleghi erano patrioti, intelligenti, dotti nelle leggi . [1719 ==> 25/26] Però mi accade che, sebbene essi fossero dei soldati dilettanti, come eravamo la gran maggioranza dei volontari, pure non tardò a manifestarsi anche in noi la tendenza a condannare, senza osservare rigorosamente le forme che guarentiscono la giustizia e lasciano l'anima sicura. Ricordo che io da avvocato fiscale in una causa conchiusi per otto anni di reclusione o di ferri contro due accusati, e la Corte li condannò nientemente che a morte! La decisione non fu eseguita, ma da questo fatto potrete avere un abile insegnamento.. Se allora che si trattava di giudici militari che vestivano la camicia rossa solo da qualche mese, di uomini appartenenti alla classe di avvocati, dei letterati, degli uomini politici, e non rifuggivano di assumere un contegno così rigoroso, che dovremo inferire riguardo a soldati di profesisone! Io rispetto la divisa del militare, e la rispetto altamente, ma non fo torto ad un probo e valoroso soldato se sostengo che egli non può giudicare di materie astruse e di suprema difficoltà anche ai più sperimentati legisti. Il militare abituato con la spada al fianco a star sempre in mezzo ai cannoni, ai cavalli ed ai muli come conoscerà con sicurezza per sé e per la società del mandato, della complicità e della connivenza, cose che solo la scienza può e sa definire? Immaginate, o signori, che sia presentato innanzi ad un Consiglio di guerra un individuo accusato di essere manutengolo o complice dei briganti. Un militare, che non sa la procedura penale indispensabile all'accertamento di tali reati, non prenderà le informazioni necessarie a

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giungere al suo scopo, perchè ne ignora le vie; sarà indotto a giudicare dalle apparenze, e massime in certi momenti di agitazione e di scompiglio morale emetterà sull'errore un voto ingiusto a cui seguirà più tardi un vano pentimento. Immaginiamo che fosse chiamato il Consiglio di guerra a conoscere di simili imputazioni dopo una strage come quella di Orsara, in cui furono trucidate ventidue guardie nazionali, o come quella di Venosa, in cui i briganti assassinarono ventiquattro cavalleggeri, quale potrà essere il suo giudizio, essendo trsportato dalla indegnazione e dall'ira che invadono necessariamente l'animo in casi tanto deplorabili? Allora le forme gli sembreranno una inezia, i dubbi che si promuovono delle misere sottigliezze, e la cosa più facile si è che egli condanni; e se la condanna è ingiusta, se ne scoprirà l'ingiustizia solo quando il condannato è cadavere! Qualcuno mi dirà: è principio di diritto che i complici segnano la sorte dei rei principali. Signori, io comprendo questo principio, ma io non posso per ossequio al medesimo mettermi nella condizione di vedere degli uomini innocenti condannati, il paese immerso nel disordine morale e nel terrore, ed il brigantaggio sempre più crescere ed infierire." [p. 1719 ==> 25/26]

E infine il discorso dell'on. Giuseppe LAZZARO {Napoli, 6/04/1825 - † Roma, 20/03/1910. Laurea, Insegnante dei scuole superiori, Pubblicista, Giornalista. Deputato del Regno d'Italia: VIII-XXII legislature. Senatore del Regno d'Italia: XXII leg.}, il cui intendimento, come egli stesso dice prendendo la parola, non è quello di parlare sul brigantaggio, ma bensì sulla legge per la repressione dello stesso. (/leg08/sed490.pdf) [p. 1713 ==> 18/26] "Molti temomo che la legge eccezionale possa dare dei poteri eccessivi. Io rispetto e lodo questa delicatezza di sentimento, ma invito coloro i quali temono che da una legge eccezionale possano venire dei danni a quelle popolazioni, a considerare quale sia oggi la condizione in cui per parte delle autorità si trovano quelle provincie; oggi la condizione di esse, non tanto per l'azione del brigantaggio, quanto per l'azione incerta dell'autorità militare e l'autorità giudiziaria, è illegalissima. In quelle provincie esiste un caos, manca assolutamente quel concetto unico che deve regolare ogni savia amministrazione. Ora da questo caos, da questo disordine, da questa che io chiamo anarchia morale, deriva spesse volte che coloro i quali sono tenuti come sospetti vengono non solamente arrestati, ma passati per le armi. E questo stato di cose sapete che cosa ha prodotto? Ha prodotto fra le altre cose un immenso danno, cioè che nell'animo di alcune popolazioni medesime si è sviluppato un sentimento sanguinario, che noi dobbiamo ad ogni costo soffocare. Io non posso trattenermi dal ricordare alla Camera come in una provincia dei giovani generosissimi, dei giovani liberalissimi, avendo arrestata una donna la quale portava un pezzo di pane ad un suo figlio che era o che si credeva fra i briganti, ebbene questi giovani liberalissimi che hanno contribuito tanto alla rivoluzione italiana, questi giovani che hanno sofferto tanto per il principio di libertà, costoro, presa questa infelice madre, la legarono, la fecero inginocchiare, ed essi medesimi ordinarono il fuoco e la fucilarono. [...] Ebbene, quella fucilazione fu fatta dai medesimi cittadini; ma da quali cittadini? Da cittadini che pensano liberamente come noi, che amano la causa della libertà come noi. Ora che cosa vi prova questo fatto? Vi prova che noi dobbiamo cambiar sistema, che dobbiamo porre termine ai mezzi di sangue, vi prova che il male morale colpisce anche i migliori cittadini, vi prova infine che la distinzione del giusto e dell'ingiusto, del morale e dell'immorale, dell'onesto e del disonesto si smarrisce. Per far cessare questo stato di cose, per opporsi a conseguenze che turbano la coscienza nazionale, io credo che non vi sia che un rimedio, cioè noi dobbiamo cangiare la giurisdizione. Ed io mi associo pienamente alle opinioni emesse dall'onorevole Massari e dall'onorevole Castagnola cioè che noi dobbiamo nelle provincie infestate dal brigantaggio, mentre dura

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questo stato di cose, introdurre la giurisdizione militare. Adottare questa giurisdizione, si evita maggiore spargimento di sangue. Di fatto, quando il soldato prende prigioniero un brigante od un manutengolo, non ha fiducia che rimettendolo ai tribunali ordinari sia condannato, epperciò lo fucila. Quando invece saprà che il brigante preso colle armi alla mano, che il manutengolo arrestato verranno tradotti avanti i tribunali militari, il soldato li rispetterà, e voi avrete diminuito il numero di qualche guarentigia, ma avrete risparmiato la vita ad un cittadino." [pp. 1710-1713 ==> 16-19/26] Tornata dell'8 Dicembre 1861 (/leg08/sed124.pdf). Il deputato Pasquale Stanislao MANCINI {Castel Baronia (AV), 17/03/1817 - † Napoli, 26/12/1888. Conte, Marchese. Laurea in Giurisprudenza, Docente Universitario, Avvocato. Deputato del Regno di Sardegna: VII legislatura. Regno d'Italia: VIII-XVI leg.}, prendendo la parola in merito alla condizione delle province meridianli, dichiara che l'amministrazione attuale, [p. 222 ==> 19/24] "se non ha raggiunto la meta, ha già fatto com-

mendevoli sforzi par avvicinarsi alla medesima. Ed in vero, per quanto riguarda il brigantaggio, abbiamo veduto come più attivamente sotto questa amministrazione, che sotto la precedente, siasi adoperato l'esercito ad estiparlo; come vi siano stati impiegati anche i corpi di guardia nazionale mobilizzata; come siansi esercitati atti di repressione, se volete, severi, ma legali, perché è utile rischiarare l'opinione pubblica dell'Europa sopra un fatto che è stato talvolta travisato anche in questo recinto. Vi ha un testo espresso del nostro Codice penale militare, in conformità del quale adunaronsi i Consigli di guerra contro coloro che avessero con vie di fatto resistito alla forza militare regolarmente organizzata. Questo è quello che si è fatto con necessario rigore, ma con legalità, dal nostro glorioso esercito, il quale, non perdonando a disagi e pericoli, non ha certamente a muovere rimprovero ad alcuno de' suoi uffiziali. Che se il dubbio talvolta insorse sopra taluno dei loro atti, sia lode al Governo, che non ha mancato di promuovere [p. 223 ==> 20/24] regolare giudizio a loro carico per sottoporli alle sanzioni della legge. Così abbiamo veduto pochi giorni sono tradursi il signor capitano Bosco davanti ad un tribunale militare in questa città, dal quale però venne assolto; e noi dobbiamo chinare il capo davanti all'autorità della giustizia, dappoiché il palladio di tutte le libertà è l'indipendenza dell'autorità giudiziaria. [...] Quanto all'amministrazione della guerra, più che altri mai desidero che la nazione sia al più presto vigorosamente armata. Ora il ministro ci ha detto che ha ne' ruoli dell'esercito attivo 260.000 soldati, che fa assegnamento sulle leve, alle quali alacremente si attende, per portar l'esercito alla imminente primavera almeno a 300.000 uomini; che acquisti importanti si sono fatti di materiale da guerra; che anche oggi, se dovessero armarsi ed equipaggiarsi 120.000 guardie nazionali, ne avrebbe in pronto i mezzi; è l'attuale ministro della guerra che ha finalmente decretata l'organizzazione di quattro divisioni del corpo dei volontari. Egli stesso ha pur cercato di trarre profitto degli avanzi dell'esercito borbonico, non da lui, ma dall'amministrazione precedente disciolto; e mi è di compiacimento poter rendere testimonianza della buona prova che i soldati napolitani hanno fatto nel campo di San Maurizio, attirandosi la stima di quanti ebbero a visitarlo." [pp. 222-223] 3.14. CONCLUSIONE del COLPO D'OCCHIO. [p. 254 ==> 265/275] "Nel dar termine a questa quale che siasi rassegna gioverà riportare la ipotiposi {figura retorica consistente nella rappresentazione vivace e immediata di persone e cose} su lo stato generale d'Italia al cadere dell'anno 1862:

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- <<Non uniti né concordi i cittadini, ma promosse soscrizioni per premiare il fratello che ucciderà il fratello(1) [(1) Circolare dell'interno 29 dicembre, accennata nel corso di questo lavoro, pag. 226 e 227]; - non raggiunta la indipendenza nazionale; ma servi gli italiani di ogni potente straniero; - non bene speso il pubblico denaro, né sollevato il popolo, ma sopraccaricato d'imposte, vuoto l'erario, immensi i debiti, difficili, e sempre rovinosi i prestiti; - non favoriti gli studii, ma corrotti i cuori ed oscurate le menti con false ed empie dottrine; - non floridi i commerci, né arricchite le città, ma frequenti i morti di fame nella stessa Torino. Tristissimo il presente, peggiore l'avvenire, incerti i nuovi possessi, perduti gli antichi!>> <<Il 1862 nacque come i due suoi predecessori dallo incesto del tradimento con la menzogna, e morì fornicando con la ipocrisia e con la rapina. Danzò e s'inebriò su i cadaveri; insultò codardamente agli esuli; - penetrò ne' segreti della coscienza, della fede, della gratitudine, e li calpestò forsennato; a' segreti del postribolo e del lupanare educò la generazione crescente de' suoi satelliti. Popolò gli ergastoli, stipendiò i carnefici, nobilitò spie, i delatori, i birri; eresse templi a bugiardi dei; - il vero tempio di Dio fè profanare da apostati. - Sedusse la innocenza, carpì firme ed indirizzi a' deboli ed ignoranti, innalzò cattedre alla seduzione; il libertinaggio, e la industria meretricia fece soggetto di pubblica rendita e di favore. Per lui non vi è casa senza una vedova, non famiglia [p. 255 ==> 266/275] senza un orfano, non popolo senza pastore, non chiesa senza levita, non eremo senza dolori. - Spogliò i monti, distrusse i frutti de' campi, inaridì i commerci, uccise le industrie; - disse al padre di tradire il figlio; ordinò al figlio di ammanettare il padre [Vd. i bandi, le circolari, il sommario cronologico della guerra civile, pag. 128 e seguenti]; i fratelli per lui denno {devono} spiare i fratelli, e le spose a' carnefici denno {devono} consegnare gli sposi. Giudici, e magistrati incontaminati gettò alla elemosina, disonorò probi impiegati, sollevò in alto una turba di protervi, di ebeti, di gozzovigliatori. - Salutiamo concordi l'aurora del 1863, che si avanza. Salutiamo foriero di pace al travagliato Pontefice, alla sua Chiesa, a' suoi ministri, all'orbe cattolico universo. Il diritto eterno, e la eterna giustizia trionfi su la terra. - I voti legittimi de' popoli sieno esauditi>>.

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4.0. BRIGANTAGGIO CAROVIGNESE. Secondo Carella (1973) il brigantaggio postunitario, politicamente connotato, fa la sua comparsa nel brindisino in modo organico e sistematico, l'8 settembre 1862, con episodi di violenza, sequestri di persona, ricatti, grassazioni, uccisioni, invasioni, compiuti al grido di <<Viva Francesco II!>>, <<Abbasso Vittorio Emanuele!>> da bande all'inizio di pochi uomini, e via via sempre più numerose, fino a raggiungere le 200 unità, armate e a cavallo. A tale proposito, lo studioso di storia patria nomina i sanvitesi {suoi concittadini} Luigi Francavilla e Vito Azzariti, i quali, in una comunicazione trasmessa alla commissione parlamentare d'inchiesta, affermano che il brigantaggio, <<storicamente ignoto nella nostra Provincia in grazia della sua posizione topografica... [,] appare la prima volta nel dì otto settembre ultimo>>. [p. 59-69 ==> 11-12/42] E precisa che "la data di inizio dell'attività brigantesca nel brindisino va, quindi, fatta risalire all'8 settembre 1862. Fu infatti in quel giorno che, per la prima volta, <<tra il territorio di Carovigno e S. Vito lungo il mare>>, si vide scorazzare <<una banda di briganti a cavallo>>. Era formata da appena cinque individui, guidati da Giuseppe Nicola Laveneziana. [p. 65 ==> 17/42]

A mio avviso invece la data di inizio non può che essere il 20 agosto 1862 {Guagnano (2013), p. 92; Gabriele Orfino Tancorre (2011), p. 34}, allorché convennero al Bosco Pianella (presso Martina Franca) i cosiddetti masnadieri delle Terre di Bari e Lecce al fine di costituire una unità reazionaria filoborbonica, avente stessa finalità e linea direttiva, organizzativa, operativa. "IL CONVEGNO DEL BOSCO PIANELLA. Nell'agosto 1862, i masnadieri delle province di Bari e Lecce, per ordine del comitato centrale romano, convennero al bosco Pianella, nelle adiacenze di Martina Franca, per dare unità direttiva al movimento reazionario e fondere in una grande compagnia tutte le torme fin allora frazionate e disperse. All'adunanza, che fu tenuta nei profondi recessi di una vicina grotta, capace di oltre duecento cavalli, parteciparono il sergente Romano, Mazzeo, Valente, La Veneziana, De Palo, Trinchera, Locaso, Monaco, Terrone, Testino; e tutti riconobbero l'opportunità dell'accordo, nel duplice intendimento di fronteggiare con maggiore vigoria le ostilità sempre più minacciose della truppa ed effettuare con sollecitudine il vagheggiato programma della restaurazione borbonica. Giurati i vincoli dell'alleanza e costituita un'orda di circa duecento uomini, quasi tutti a cavallo, il sergente Romano, che fra quelle turbe destituite d'ogni cultura eccelleva per intelligenza ed autorità, ottenne il comando supremo con il grado di "maggiore", mentre gli altri condottieri, in conformità alle attitudini personali e a seconda del maggiore o minor numero di seguaci fino ad allora capeggiato, furono eletti capitani, sergenti e caporali. Orgoglioso di tanto onore, il Romano si accinse all'opera, proponendosi di esplicare un'azione gagliarda; e poiché la provincia di Bari, ove già si andavano concentrando numerose forze, non porgeva facili speranze di riscossa, pensò, d'accordo con gli altri caporioni, di trasferire il campo delle operazioni nel Brindisino. Pertanto, ai primi di settembre, la grande comitiva era già nella penisola salentina, e quivi per lo più si trattenne fino agli ultimi giorni di novembre. Il vandalismo agrario e le stragi, che per un intero trimestre desolarono quelle cittadinanze, sorpassano ogni immaginazione: smantellate le masserie dei liberali, bruciate le messi, interrotte le comunicazioni, sospeso il traffico: tutta la vita economica e civile della regione fu sottoposta all'arbitrio dei reazionari, la cui baldanza trascese a tali eccessi che agli occhi del popolino e della stessa borghesia parve addirittura imminente il crollo dell'edificio nazionale e il ritorno del decaduto monarca. Ecco gli avvenimenti più considerevoli dell'attività brigantesca in Terra d'Otranto." [Antonio Lucarelli (1961) e (1946), pp. 114-115] Praticamente il brigantaggio carovignese ebbe vita breve, 4 mesi circa: incominciamento, il 20 agosto 1862, e fine, il 21 dicembre 1862, con la cattura di Nenna Nenna.

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4.1. VINCENZINO BRANDI, alias Lu Brigantinu. CARELLA (2013) assumeva - come si è detto - l'8 Settembre 1862 quale data di inizio delle gesta brigantesche nel territorio di Brindisi, perché in quel giorno si vide, tra il territorio di Carovigno e S. Vito lungo il mare, scorrazzare una banda di briganti a cavallo. [p. 79] Il pubblicista sanvitese evidenzia che erano solo 5 unità a cavallo: il capobanda Laveneziana Giuseppe Nicola, Giovanni Spadofino di Palo del Colle, uno di Noci e altri 2 nominati negli atti. Dei 5, quattro cavalcavano dei morelli, e uno un cavallo bianco.94 [94 Dichiarazione di Vincenzo Brandi al Giudice Supplente di S. Vito, in data 20.9.1862, ibidem, fascio 82, fascic. 35]. [ibidem] E aggiunge che "quell'otto settembre i cinque ebbero <<ricetto>> nella masseria Monacella di Domenico Aurisicchio e nella <<casina>> di Ignazio del Prete, in contrada Specchia, a circa tre miglia da Carovigno. In quest'ultima <<si occuparono [...] a fare palle>> e ricevettero la visita [p. 80] di Francesco Laveneziana padre del [...] Capobrigante>>, recatosi <<nella sera>>, con una figlia, a portar loro della <<biancheria>> La mattina seguente, fecero colazione con <<cacio, mezza pecora arrostita ed altro>> nel fondo Specchia, tenuto in fitto da Vitantonio, Salvatore, Filomena, Lucia e Rosa Laveneziana {fratelli e sorelle di Giuseppe Nicola}, e quindi si diressero alla volta della masseria Masciarella di Domenico Brandi. {Don Domenico Antonio Brandi (n. il 5.1.1813), figlio di Pasquale Nicola e Maria Vittoria Saponaro. All'età di 20 anni sposò, il 13/02/1833, la 18enne Giuseppa Camilla Cavallo (n. il 21.2.1815), figlia di Don Tommaso e Donna Eloisa Brandi. Ebbero 11 figli: Maria Vittoria Brandi (n. 1833), Maria Carolina Filomena Brandi (n. 1836), Maria Carmela Brandi (n. 1838), Pasquale Nicola Giovanni Brandi (n. 1840), Cesare Alessandro Francesco Brandi (n. 1843), Vincenzo Brandi (n. 1845), Giuseppe Luigi Brandi (n. 1848), Magia Giacinta Brandi (n. 1850), Maria Rosina Brandi (n. 1855), Maria Beatrice Brandi (n. 1859)} Giunti vi trovarono tal Casimiro Saponaro e il figlio del padrone, Vincenzo, sedicenne {In realtà, 17enne, perché nato il 12.3.1845}, che, in quel momento, stava trattenendosi nel giardino a

sorvegliare <<gli uomini impiegati nella coltivazione dello stesso>>. Chiesero la giumenta <<che era nelle contigue abitazioni rurali>> e, fattala <<insellare>>, invitarono il Saponaro a cavalcarla <<per avere opportunità di conoscere l'attitudine dell'animale>>. La trovarono <<di loro gradimento>>. Si appartarono, quindi, vicino ad un pozzo, ove <<vergarono>> un biglietto, che consegnarono al Saponaro per il recapito al padrone. Chiesero poi il fucile che il Brandi teneva, di solito, nella masseria. Ma non lo ebbero perché era stato portato a casa. Obbligarono allora il ragazzo a salire sulla giumenta ed a seguirli, dicendogli espressamente che non sarebbe stato rilasciato se il Saponaro non fosse tornato <<col fucile>> e... col prezzo del ricatto [Dichiarazione di Domenico Brandi al Giudice Supplente di S. Vito, in data 20.9.1862, ibidem; dichiarazione di Vincenzo Brandi allo stesso Giudice, cit.].

[...] Di tale nota di ricatto tentiamo la trascrizione: Carissimo domenico di mandarmo 1000 per questo pirgitore di questa letra al stesso momento e di mandaro 4 camiso na paro di stovalo di madarmi il focilo buono 2 paccotto di sicaro No zo altro che dirvo sono giuseppe Nicola laveneziano [Arc.St. Bari, C.A. fascio 82, fascic. 35]. La richiesta concerneva, quindi: mille ducati, quattro camicie, un paio di stivali, il fucile buono e due pacchetti di sigari. Da Masciarella, conducendo con loro il ragazzo, i cinque passarono alla masseria Alfieri, ove s'intrattennero a colloquio col conduttore, tal <<Salvatore>> di Ostuni. Ritornarono, quindi, a Monacella ove, governati i cavalli, si sedettero a conversare con Angelo Carrone, Francesco Carononno, Pasquale Tamburrano e Francesco Laveneziana, venuto ad incontrare ancora il figlio. Nell'interrogatorio reso al Giudice di S.Vito il 14 settembre 1862, Francesco Laveneziana dirà di aver pregato il figlio, in questa circostanza, perché liberasse il Brandi. Ma il figlio avrebbe risposto <<irruentemente>> che, se non fosse stato egli suo padre, gli <<avrebbe tratto un colpo di fucile>>. Risposta, in verità, troppo <<irruenta>> per essere credibile! D'altra fonte risulta, invece, che era stato proprio il Laveneziana padre che <<avea [...] istruita la Comitiva sul modo di condursi, e che aveva insistito sulla cattura del Brandi>>. So

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billato, forse, da quell'Ignazio del Prete, proprietario della <<casina>> Specchia, a causa di vecchi rancori di famiglia con il Brandi. Voce, questa, corrente in Carovigno! [Nota del Giudice di Brindisi diretta a quello di S. Vito, cit.]. [ibidem, pp. 79-82] Sarà bene leggere anche l'articolo di CRONACA pubblicato su IL CITTADINO LECCESE del 13 settembre 1862: "Ci si scrive da Carovigno. Ieri, 10 corrente, cinque briganti a cavallo del seguito di Crocco, guidati da un tal Vito {sic} Nicola Laveneziana di Carovigno che da circa un anno fa causa comune co' briganti; alle ore 19 assalirono la masseria Masciarella poco lungi dal mare, in feudo di Carovigno, e s'impadronirono d'un giovanetto di 15 anni {sic} a nome Vincenzino Brandi di Domenico proprietario di quel fondo: quindi fecero capitare alla famiglia del Brandi un ordine di ricatto per la somma di ducati mille, un fucile a due botte, cinque camice, e cento sigari. Il padre del giovane inviò sull'istante i sigari, le camice, e duc. cento dicendo di non aver altro, ma non contentò l'ingordigia de' malfattori, che minacciavano massacrare il povero giovane: però fecero risoluzione di attendere per altre poche ore ad un luogo detto Specchiolla per la residual somma. In questo frattempo giunta notizia al Delegato straordinario di Carovigno, signor Giuseppe Calò, mise in armi la G. N. di Carovigno ed al momento di muovere da Ostuni una compagnia di altre G. N., ne diede conoscenza al Giudice Mandamentale di S. Vito, e questi sig. Salvatore Troia, con una indicibile energia mosse a piedi con un pellottone {: plotone} di G. N. con i RR. Carabinieri, e con la compagnia di linea capitanata dal signor Bossi perlustrarono con la massima sollecitudine e buon volere que' tenimenti lungo la marina e le folte macchie di Serranova: solo la Linea ebbe un piccolo incontro co' briganti che sel diedero in fuga, ma lasciarono indietro il giovine Vincenzino Brandi, il quale ebbe tempo di dar sprone al suo cavallo e salvarsi fra quei della Linea, i briganti presero la via di Ostuni." [p. 4/5] Da allora, il nostro Vincenzino divenne famoso in Carovigno con il soprannome Lu Brigantinu. E molti, ancora oggi, così se lo ricordano. 4.2. INVASIONE DI CAROVIGNO. Invasione o sollevazione, un mirabile episodio o un deplorevole avvenimento, o semplicemente l'entrata di una comitiva di briganti? Quel che è certo è che Carovigno assurse all'epoca a rilevanza nazionale e internazionale, come assurse a rilevanza storica nel 520-500 a.C. con la denominazione di KARBINA, città dei Messapi. 4.2.1. MAFFEI e la Relazione Massari. Giustino Fortunato, nominato nel capitolo precedente al § 3.10.3., inviava questa lettera datata da Napoli, 13/01/1916 - al Dott. F. Pintore presso la Biblioteca del Senato di Roma: "Mio caro Amico, ho bisogno di Lei, felice - come sempre - che la carta non ha rossori... Nel 1865, in Londra, un Conte Maffei pubblicò due volumi dal titolo, <<Brigand life in Italy>>; curiosissimo documento di quanto potessero, allora, le umane adulterazioni pur da parte di uomini insospettabili. Or io desidererei saper chi fu cotesto <<Conte Maffei>>. Fu il Maffei che io trovai alla Camera, segretario generale agli Esteri, se non ricordo male, col Cairoli? Fu egli Senatore? Non sapendo a chi rivolgermi, mi rivolgo ... a Lei, carissimo amico mio. Aff.mo Giustino Fortunato" [p. 72. Giustino Fortunato e il Senato: Carteggio (1909-1930)] [NOTA: A. Maffei, Brigand life in Italy. A history of bourbonist reaction, London, Hurst and Blackett, 1865, voll. 2.]

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F. si riferisce al conte Carlo Alberto Maffei di Boglio (1834-1897), segretario di legazione di 1a classe dal 30 novembre 1862. Fu segretario generale del Ministero degli Esteri durante i Governi Cairoli dal 3 giugno al 19 dicembre 1878 e dal 28 luglio 1879 al 29 maggio 1881, poi deputato nella XIV legislatura.]

Il Signore di cui il famoso meridionalista chiedeva informazioni, è Carlo Alberto Ferdinando Maffei Di Boglio (Marchese o Conte){Torino, 25/03/1834 - † Pietroburgo, 15/03/1897. Diplomatico e politico italiano. Deputato nella XIV Legislatura del Regno d'Italia, e due volte Segretario generale del Ministero degli Affari Esteri. Sedette nei banchi della Sinistra storica. Negli ultimi due anni fu plenipotenziario a Madrid (1887) e a Copenaghen (1887-90), ministro a Bruxelles (1890-95), e ambasciatore a Pietroburgo (189597) dove morì. https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Alberto_Ferdinando_Maffei_di_Boglio}, il quale menzio-

na Carovigno 2 volte, entrambe nel 2° Vol. della succitata opera del 1865. La prima nel Cap. II: "Two years ago, the brigands entered the large villages in Terra di Otranto, Grottaglie (in the district of Taranto), and Carovigno (in the district of Brindisi). In these places the municipal authorities were criminal, the National Guard unworthy, and they pillaged, destroyed, and murdered without opposition. A short distance from Carovigno, a little place called San Vito opposed a gallant resistence to the bandits, and beat them off." [pp. 46-47 ==> 60/356] Due anni fa i briganti entrarono nei grandi paesi di Terra di Otranto, Grottaglie (in provincia di Taranto) e Carovigno (in provincia di Brindisi). In questi luoghi le autorità municipali erano criminali, la Guardia nazionale indegna, ed essi saccheggiarono, distrussero e uccisero senza opposizione. A poca distanza da Carovigno, un piccolo paese chiamato San Vito oppose una coraggiosa resistenza ai banditi e li respinsero. La seconda nel Cap. VII: "And such severe measures were certainly necessary when we remember the conduct of the municipality of Grottaglie, who received the band of the famous Pizzichicchio with every mark of honour; or that of the municipality of Carovigno, who sheltered the host of assassins led by the brigand chief La Veneziana; or that of the municipality of San Marco in Lamis, who allowed the murderers of the unhappy Captain Valentini, of the Royal Engineers, to find a safe refuge within the town." [p. 208 ==> 222/356] E misure così severe erano certamente necessarie quando ricordiamo la condotta del comune di Grottaglie, che accolse la banda del famoso Pizzichicchio con tutti gli onori; o quella del comune di Carovigno, che accolse una banda di assassini guidati dal capobrigante La Veneziana o quello del comune di San Marco in Lamis, che permise agli assassini del povero capitano Valentini, degli Ingegneri Reali, di trovare rifugio sicuro all'interno del paese. Al Maffei si rimprovera con una certa asprezza l'aver adoperato, tramite il copia/incolla, queste stesse parole di Massari (1863): [p. 35 ==> 44/209] "L'anno scorso i malfattori entrarono in due grosse borgate di Terra di Otranto, Grottaglie (nel circondario di Taranto), Carovigno (nel circondario di Brindisi), recando sterminio, saccheggiando, uccidendo: ivi erano malvage autorità municipali, indegne guardie nazionali. A pochi passi da Carovigno il piccolo [p. 36 ==> 45/209] paese di San Vito, unito e concorde, opponeva gagliarda resistenza ai briganti e li respingeva. [129 ==> 138/209] Pongasi per esempio il caso del municipio di Grottaglie che festeggia ed accoglie la masnada del brigante Pizzichicchio; quello del municipio di Carovigno che usa gli stessi modi verso le orde del brigante La Veneziana; quello del municipio di San Marco in Lamis che tollera, senza dir motto alle autorità competenti, il soggiorno in paese degli [p. 130 ==> 139/209] sciagurati che uccisero il rimpianto capitano del genio Valentini". Il Maffei (1865), nel sottotitolo dell'opera sua, scrive ch'essa è edited from original and authentic documents: praticamente, l'ha edificata - a suo dire - su documenti originali e autentici.

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Spiace però obiettare che per quanto concerne Carovigno e la sua brigantesca invasione (e questo vale anche per Grottaglie), non ci ha azzeccato, e né ci aveva azzeccato Massari, avendo qualificato come the large villages in Terra di Otranto, Grottaglie (in the district of Taranto), and Carovigno (in the district of Brindisi), e altresì come a little place San Vito [p. 46 ==> 60/356]

POPOLAZIONE - Terra di Otranto. Lecce Capoluogo: - Carovigno: 4.339 - San Vito: 6.019 - Grottaglie: 7.858 {Dizionario dei Comuni del Regno d'Italia, ...... Opera compilata per cura del Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti. Stamperia Reale, Torino 1863} {Il Censimento, al 31.12.1861, registrava n. 4.272 residenti (Carovigno); n. 4.853 residenti (San Vito dei Normanni); n. 8.012 residenti (Grottaglie). https://www.tuttitalia.it/puglia/ ..../statistiche/censimenti-popolazione/}

In particolare: CAROVIGNO: Comune nel Napoletano, prov. di Terra d'Otranto, circond. di Brindisi, mand. di S. Vito dei Normanni. La sua popolazione, secondo l'ultimo censimento (1862) contava abitanti 4339 (maschi 2146) e femmine (2193). La sua guardia nazionale consta di due compagnie con 196 militi attivi e 21 di riserva: totale 217 militi. La mobilizzabile è di 105 militi. Gli elettori politici sono inscritti nelle liste elettorali del collegio di Brindisi; nel 1863 erano 277. L'ufficio postale è ad Ostuni. (pp. 442-443) GROTTAGLIE: Mandamento nel Napoletano, prov. di Terra d'Otanto, circond. di Taranto. La sua popolazione assoluta di fatto, secondo il censimento del 1862, era di abitanti 7858 (maschi 3682, femmine 4176); quella di diritto ne contava 8012. Nel 1864 era di 8267 abitanti. La sua guardia nazionale consta di due compagnie con 274 militi attivi e 45 di riserva: totale 319 militi. La mobilizzabile è di 155 militi. Gli elettori politici inscritti nelle liste elettorali del collegio di Taranto; nel 1863 erano 128. Ha ufficio postale proprio, ricevitoria del registro e pretura di mandamento dipendente dal tribunale circondariale di Taranto, con stazione dei Reali Carabinieri. (p. 301) SAN VITO DEI NORMANNI: Mandamento nel Napoletano, prov. di Terra d'Otranto, circond. di Brindisi. Ha una superficie di 8949 ettari. La sua popolazione di fatto, secondo il censimento del 1861, contava abitanti 6019 (maschi 2945, femmine 3074); quella di diritto era 5707. La sua guardia nazionale consta di 2 compagnie con 320 militi attivi. Gli elettori amministrativi nel 1865 eranio 155, e 118 politici, inscritti nel collegio di Brindidi. Ha ufficio postale, pretura di mandamento, ufficio del registro. Appartiene alla diocesi di Brindisi. Nella circoscrizione elettorale costituisce una sezione avente 116 elettori. {Amato AMATI, Dizionario Corografico dell'Italia. Vol. 2°: C - CI = Vol. 4°: GA - MA = Vol. 7°: SA - SZ}

Il Maffei, nella Preface, scrive pure d'aver pensato "fosse utile e interessante allo stesso tempo un'opera contenente una storia veritiera del brigantaggio nell'ex regno di Napoli" [p. VII]. E che si è avvalso "di ogni inchiesta che è stata pubblicata, e soprattutto del mirabile rapporto del mio dotto amico Commendatore Massari, presentato alla nostra Camera dei Deputati, sulle indagini compiute dalla Commissione speciale incaricata dal Governo italiano di riferire sulle cause del brigantaggio, e di esprimere la loro opinione sui mezzi pratici migliori per assicurarne la distruzione." [p. VIII] E ovviamente - il che non poteva mancare - si compiace di aver "messo a nudo lo stato di miseria e degrado in cui il regno di Napoli è stato lasciato da cinque generazioni di Borbone, e ... mostrato, nei minimi dettagli, la complicità con gli intrighi di Francesco II di quell'unico governo che resta ancora in Italia come rappresentante della sua lunga servitù, complicità alla quale fu principalmente dovuta quella straziante agitazione, di cui tanto ha sofferto il nostro paese." [p. VIII]

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Nella stessa Preface, relativamente ai contenuti del 2° Volume, d'aver anche presentato una relazione gentilmente inviatagli dal generale Pallavicini "sulle sue ultime brillanti spedizioni nella parte più infestata delle province meridionali". È utile invece esplicitare il suo desiderio che "è stato unicamente quello di offrire un lavoro coscienzioso, in cui non solo ha seguito le migliori autorità in materia, ma è stato anche guidato dall'esperienza acquisita durante una lunga residenza a Napoli, in un periodo quando la sua reale condizione era stata tagliata fuori dal resto d'Europa da una nuovo muraglia cinese. [pp. VIII e IX] Ora che mi capita sotto la penna, come avrebbe detto l'illustre carovignese Salvatore Morelli, è bene far conoscere alcune note biografiche del Pallavicini, tanto decantato dal Maffei: "Emilio Pallavicini di Priola. Nacque a Genova l'8 novembre 1823 da Valentino Giuseppe e da Anna Maria dei conti Scoffiero. [...] Promosso tenente generale il giorno dopo l'episodio di Aspromonte, decorato ancora una volta, ebbe l'incarico di affrontare con decisione la guerriglia legittimista. Il brigantaggio contava decine di grandi e piccole bande, una vasta rete di solidarietà e complicità, capi come Carmine Crocco, Giuseppe Caruso, Michele Caruso, Giuseppe Nicola Summa, che lo stesso Pallavicini definì insuperabili nella pratica della guerriglia. Egli elaborò una teoria della controinsurrezione che implicava un sistema generale di persecuzione, basato su alcune linee fondamtantali: difesa e coinvolgimento della popolazione civile; repressione dura dei fiancheggiatori e incoraggiamento delle defezioni e del pentitismo; controllo delle risorse locali e utilizzo di propaganda politica; attività incessante di colonne mobili miste di regolari e guardie nazionali civili; presenza sul campo del comandante operativo e una prioritaria attenzione alle comunicazioni. L'approvazione nel 1863 della legge Pica per la repressione del brigantaggio rese applicabile il suo schema. Le province del Mezzogiorno dove era più radicato il brigantaggio furono organizzate in zone di guerra. Il Beneventano e il Molise furono la prima area affidata a Pallavicini, il quale sperimentò immediatamnte e con successo la sua dottrina. Le operazioni iniziarono nell'autunno del 1863. Le sue forze ingaggiarono ben 35 combattimenti, isolando le bande di Michele Caruso e logorandole fino a quando lo stesso capo guerrigliero fu catturato e fucilato. La stessa sorte subirono molte formazioni minori. Subito dopo il generale si trasferì al comando delle forze mobili di Bari e iniziò il rastrellamento delle pianure pugliesi. La strategia era sempre identica: persecuzione incessante, collaborazione con le forze locali, incoraggiamento del pentitismo. Nella primavera del 1864 Pallavicini passò al comando di una nuova zona di guerra, Melfi e Bovino, la roccaforte del brigantaggio meridionale. Riuscì a ottenere molte defezioni e la collaborazione di uno dei principali capi della formazione di Crocco. Non mancarono proteste e critiche di settori delle istituzioni e della magistratura, per i suoi metodi giudicati oltre i confini della legalità. Cionostante, una lunga serie di scontri si ripeté, con successi alterni, fino a quando il famoso guerrigliero fu sconfitto e fuggì a Roma. I capi più famosi furono uccisi (Summa, Angelantonio Masini, Giuseppe Schiavone, Rocco Chirichigno) o si consegnarono (Vito Vincenzo Di Gianni, Agostino Sacchitiello). Nel 1865 furono distrutte le ultime bande superstiti: il centro della resistenza legittimista e del brigantaggio era definitivamente conquistato. Pallavicini si spostò quindi al comando della zona militare di Cosenza e Catanzaro. Anche in questo caso, le sue istruzioni furono criticate dal ministero dell'Interno e dal prefetto, ma erano sostenute dagli ambienti locali che chiedevano fermezza verso briganti e guerriglieri. Il generale costruì un forte nella Sila che diventò il suo comando tattico. In pochi mesi annientò gran parte delle bande. Durante la campagna conobbe, e sposò, a Catanzaro, Ottavia Manfredi, appartenente alla ricca borghesia di tradizioni napoleoniche e liberali molto radicata in Calabra. [...] Morì a Roma il 15 novembre 1901." {di Carmine Pinto, in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 80 (2014) https://www.treccani.it/enciclopedia/pallavicini-di-priola-emilio_%28Dizionario-Biografico%29/}

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Trattando infine delle mesaures for the repression of brigandage (Cap. VII del II Vol.), il marchese e diplomatico torinese, tra l'altro, asserisce: "In uno stato libero, qualsiasi atto avente, anche apparentemente, un aspetto arbitrario, non sarebbe giustificato, anche sotto la più pressante necessità di difesa sociale, a meno che non fosse determinato, non dalla volontà di qualche soggetto pubblico o privato, ma da considerazioni legali e costituzionali. Di più in questo caso, poiché il male maggiore gravante sulle province napoletane, era proprio la mancanza di fiducia nell'amministrazione della giustizia. Era perciò importante che a impartire quei mezzi di repressione davvero ccezionali, richiesti dall'assoluta necessità di porre fine a una grande calamità nazionale, dovesse essere la più rigorosa legalità. Ma in che consisterebbe l'azione di un simile disegno di legge? [pp. 204-205 ==> 218/356]

Consiste in questo, che, in uno stato di guerra, un paese è autorizzato ad adottare le misure necessarie per mantenere l'onore e l'indipendenza nazionale. Ora, sarebbe vano argomentare che il brigantaggio delle province napoletane non poneva esattamente il Regno d'Italia nella medesima condizione di chi fosse impegnato in una vera guerra, perché il brigantaggio è il peggio delle guerre - brigandage is the worst of wars -, una lotta tra barbarie e civiltà, la ribellione del crimine contro la società. Perciò il Parlamento italiano dichiarò unanimemente che le province infestate dai briganti dovessero essere sottoposte all'azione di leggi speciali, sanzionate dalla volontà reale e, non appena si potesse farlo in sicurezza, abrogate nuovamente dalla stessa suprema autorità." [p. 205 ==> 219/356] Praticamente il Maffei, che mirava a un'opera contenente una storia veritiera del brigantaggio nell'ex regno di Napoli, non ha fatto altro che copiare dal Massari (1863): [p. 122 ==> 131/209] "Durante lo stato di guerra, che è appunto una di quelle condizioni straordinarie, si praticano provvedimenti speciali e corrispondenti alle necessità della difesa dell'indipendenza e dell'onore della patria. Ora il brigantaggio genera una condizione di cose, che non è punto dissimile da quella prodotta dallo stato di guerra. Il brigantaggio è una vera guerra, anzi è la peggior sorta di guerra che possa immaginarsi; è la lotta tra la barbarie e la civiltà; sono la rapina e l'assassinio che levano lo stendardo della ribellione contro la società. Ond'è che alla stessa guisa con cui le condizioni di un paese che sia in guerra, non possono essere equiparate a quelle di un paese che sia in istato di pace, non possono nemmeno essere equiparate le condizioni delle provincie contristate dal brigantaggio a quelle delle altre che per buona ventura nol sono. Le condizioni di una piazza assediata, di una regione soggetta a scorrerie nemiche non può per fermo essere raffrontata a quella di una piazza libera, di una regione immune da inimiche insidie. Lo stato di brigantaggio è uno stato a parte, uno stato sui generis; affinché cessi è mestieri ricorrere a provvisioni speciali, e poiché la legge non è esplicita a questo riguardo è d'uopo che essa parli chiaramente e prescriva e legittimi l'uso di quelle provvisioni." 4.2.2. GIUSEPPE FERRERI: Causa di Carovigno. L'Avv. Cav. Giuseppe FERRERI (1866), Sostituto Procuratore Generale, Procuratore del Re in Firenze, tra le cause di brigantaggio delle Puglie, pone anche quella di Carovigno: CAUSA DI CAROVIGNO [pp. 186-197 ==> 198/224] CENNO DEL FATTO (Dall'Atto d'Accusa) [p. 186 ==> 198/224] Per un tratto di tempo avventurosamente non molto lungo, appunto dagli ultimi mesi del 1861 agli ultimi del 62, le orde brigantesche, che scorrazzavano le campagne di queste amene Provincie delle Puglie, eransi rese formidabili non solo pel numero, per l'arditezza e la ferocia di lor nefande imprese, ma sì ancora per un principio d'organizzazione e d'intelligenza che fra esse pareva stabilito; onde poteasi temere, fondatamente, che, riunite ed operanti d'accordo, si proponessero di tentare qualche audace e vasto colpo contro

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la sicurezza interna dello Stato. Pel che non richiedevasi già in esse veramente la propria coscienza o intenzione di uno scopo politico, ma bastavan la forza ed il terrore ognor crescenti delle loro continue imprese, di cui iniquamente sapevano trarre giuoco e profitto gli antichi Principi spodestati, i loro fautori ed agenti, e gli avversi tutti al nuovo Regime unitario e libero della Patria risorta. I quali, pronti e devoti agli ordini, ai consigli, ai subbillamenti, [p. 187 ==> 199/224] anco i più insensati e maligni, che venissero da Roma o da Vienna, tramavano sempre ad una sognata restaurazione, impossibile; non aborrivano dai mezzi d'ogni più esecrando eccesso e misfatto; non dal procedere coi briganti fra le stragi, i saccheggi, le devastazioni d'ogni genere; non dal sovvertire ogni idea di morale e di giustizia, scalzando la società dalle sue fondamenta, calpestando ogni cosa la più sacra, esaltando e santificando la rapina, l'assassinio, l'anarchia!... A chi dovette studiare l'origine, lo sviluppo, le fasi, le mosse ed operazioni di queste orde brigantesche, a chi le seguì, partitamente, sulle varie loro traccie di sangue, di barbarie e distruzione, e poi le considerò nelle relazioni che fra esse passavano, nei loro propositi e punti di contatto, nel loro complesso, e nel numero totale di facinorosi armati ch'erasi riescito a mettere in campo, non sfuggì al certo di rilevare: che più ribaldo e perduto gentame non si poteva raccogliere, dalla feccia più corrotta e sozza della società; ma che, per altro, questi putridi elementi potevano pur rendersi potenti mezzi di sovversione, e poderosa leva ad un esecrando attentato contro l'ordine e la sicurezza interna dello Stato, tuttavolta che, raccolti e compatti, si fossero, da Capi esperti ed audaci, diretti e spinti ad un solo ed unico scopo, ad una sola e medesima impresa. - Non v'ha dubbio (per quanto risulta dalle concordi dichiarazioni di molti fra gli stessi briganti-capi, caduti in potere della giustizia, e da non pochi documenti lor sequestrati, fra cui importantissimi quelli rinvenuti sul cadavere dell'ex sergente Romano) che sullo scorcio dell'anno [p. 188 ==> 200/224] 1861, e nel 1862 le varie bande, comandate dal sergente Romano, dal Pizzicchicchio, dal Capraro, dal Laveneziana, dal Valente, dal Monaco, dal Trinchera, e da altri più o meno famigerati capi, spesso si riunivano, or parte, or tutte, per agire assieme secondo i luoghi, le circostanze e le operazioni, che si proponevano; e quindi si preparavano, si suddividevano, scambiandosi anche gli uomini (i briganti) da compagnia a compagnia, da banda a banda, per tornare poi a scorrazzare, ciascuna per proprio conto, in terre e provincie diverse. E non v'ha dubbio parimenti che i capi delle bande non mantenessero in fra loro corrispondenza, e reciprocamente si consigliassero, e s'appoggiassero. Anzi non è lungi dal vero quanto da alcuni briganti nei loro interrogatorii si è assicurato, in ispecie dall'Antonio Testini, detto il Caporale: <<che, cioè, tutte le bande, che infestavano le Puglie e la Basilicata, riconoscessero a loro comandante supremo il Crocco; il quale, mentre conduceva da sé una banda propria, su tutte le altre estendeva suoi poteri, e andava pur mettendosi alla testa or di questa or di quella, or di parecchie riunite, come e quando meglio gli piacesse, calcolando le difficoltà o l'importanza delle spedizioni da lui designate>>. Dalla fine del 1861 all'ottobre del 1862 stando ai detti, altronde abbastanza riscontrati di parecchi fra i briganti, la forza complessiva delle varie bande che tenevano la campagna sotto la dipendenza del Crocco, suddivise fra le Puglie e la Basilicata, non sarebbe stata inferiore a mille settecento briganti, tutti armati e in gran parte a cavallo. [p. 189 ==> 201/224] Non è per attribuire a cotali bande un colore od un fine politico, che assolutamente non ebbero e non potevano avere, mentre era da loro non l'affermazione, la negazione sì d'ogni principio, d'ogni idea politica (seppur governo non sieno l'anarchia e la distruzione...), ma per ricordare dati e fatti storici, non men utili che dolorosi, e per dimostrare ove mirassero, e dove si poggiassero gli eterni nemici dell'unità e della libertà italiana nelle loro mostruose alleanze, e nei loro iniqui tuttochè stolidi conati, che giovava pure premettere questi pochi cenni generici, desunti dalla processura sul brigantaggio, al presente Atto di Accusa.

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Varranno essi almeno a far conoscere, più a fondo, la gravità e l'enormezza dell'attacco portatosi all'ordine e alla società; i pericoli corsi; la necessità, il dovere che alta e severa giustizia si renda contro i colpevoli di tanti misfatti, di sì esecrandi eccessi ed orrori. La presente Causa prese il titolo dall'invasione di Carovigno. Perocché all'attacco di questo Comune vi concorsero più bande riunite, con un numero di oltre a cento briganti tutti armati, e più una turba della solita bordaglia, che si vede pur troppo accorrere, famelica e rapinatrice, ovunque si tratti di mettere a sacco e ruba un disgraziato paese!... Ma dessa comprende tutta quanta una serie di molti altri gravissimi crimini, commessi, in località ed occasioni distinte, dalle varie bande, o da parte di esse, fra' quali alcuni atrocissimi, tali da far raccapricciare, consumati da una mistura di brutalità, ferocia, e superstizione....., spaventevole, tanto da degradare l'umana natura, [p. 190 ==> 202/224] se dall'umano consorzio non venissero quei mostri ributtati, rejetti..... Le bande che più insevirono e desolarono la Provincia Leccese furono quelle condotte da Cosmo Mazzeo, soprannomato Pizzicchicchio, dal Capraro (Antonio Locoso), da Nicola Laveneziana, e dall'ex-sergente Romano. La loro esistenza, le loro escursioni e spedizioni, le loro innumerevoli gesta di rapina e di sangue formano una notorietà, un vero, pur troppo!, storicamente e giuridicamente innegabile. E, pur troppo ancora, sono forse più i misfatti, i reati da loro commessi che giacciono sepolti nelle tenebre e nel mistero, o sopra cui, per morte, si estinse l'azione penale, che non quelli che possono essere portati a pubblico giudizio. Ciò non pertanto torna pur sempre grande la massa dei malefizi, pei quali l'Istruttoria estese e compì le sue investigazioni, e su cui l'Accusa può sicuramente e deve versarsi. La processura componesi di ben 79 volumi!! Lavoro ingente, improbo per chi vi dovette attendere, pesante indigesto per chi l'avesse a studiare da capo a fondo. Essa però ne dà prima una esposizione dei fatti così accurata e precisa, che di meglio non si potrebbe desiderare; e passa quindi a distinguere, precisare, e definire i reati in modo così ordinato e chiaro, che in verità giova senz'altro il riferirvisi appieno, anziché il tentare di sostituirvi altra esposizione, ed altro ordine, con pericolo manifesto di cadere in errori e contraddizioni, di confondere in vece di semplificare. È perciò che qui appena occorre di accennare che sovra tre punti, essenzialmente, dovrà [p. 191 ==> 203/224] in questa Causa fermarsi l'attenzione dei giurati, per comprenderne tutta la gravità, e, per saper giustamente calcolare che valessero, e di che fossero mai capaci le orde brigantesche, di cui avranno ad occuparsi e giudicare. I. Conflitto con la Forza pubblica (Guardia nazionale e Carabinieri Reali) fra le masserie Angelini, e S. Teresa. II. Invasione di Carovigno. III. Attacco d'Erchie. I. [p. 191 ==> 203/224] In ottobre 1862 le campagne del Leccese erano più che mai infestate da varie bande. A dar loro la caccia moveansi di frequente e concorrevano truppe regolari, di spesso Reali Carabinieri, e Guardie nazionali: quindi sacrifizi, abnegazioni, ruine, pericoli d'ogni maniera!... La sera del 22, due drappelli di Guardia nazionale, uniti a tre Carabinieri a cavallo e quattro a piedi, escono in perlustrazione dai Comuni di Cellino, e di S. Pietro Vernotico. I briganti, ne fossero stati prevenuti, o ne avessero tantosto ricevuto avviso allora, eransi portati in numero di una settantina nella masseria S. Teresa, ove la Forza si dirigeva. Di là, come la videro giugnere, nel suo piccolo numero, alla masseria Angelini, che poco distava, e si tennero sicuri del colpo, sbucarono ad un tratto tutti armati ed a cavallo, e le si volser contro ad aggredirla, furiosamente. I poveri militi sopresi, sbigottiti, nuovi al fuoco e a tali disuguali ardue fazioni, [p. 192 ==> 204/224] non seppero tener fermo con opporre gagliarda

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resistenza. Lo sgomento primo gl'infiacchì, li disperse la paura, ed il pericolo li consigliò quindi, malauguratamente, alla fuga... Soli sul campo, ed a sostenere tutto l'impeto dell'attacco de' baldi masnadieri, rimasero i prodi Carabinieri: sette contro settanta!! Il lor coraggio toccò all'eroismo. Il conflitto durava accanito: schermendosi, e mantenendo vivo il fuoco i Carabinieri cercavano di ritirarsi, sperando non lontano un qualche soccorso. Ma intanto l'uno di essi a cavallo, il Giovanni Arissi, viene disgraziatamente disgiunto dai compagni, e trovasi preso in mezzo dall'orda di quei manigoldi. Anziché cedere ed arrendersi, egli più che mai s'accende, sente raddoppiarsi le forze: si batte da leone; finché è ferito da varie parti, cade da cavallo, e sta per essere sopraffatto e sagrificato. Però gli rimane la sciabola...; e con questa, disperatamente, si difende tuttavia, la ruota terribile sulla testa di colui, che già l'afferra e lo minaccia alla gola. Allora due compagni, i Carabinieri Biancardi e Pilati, rompendo la folla, vile assassina, giungono a salvarlo, con miracolo di valore e di forza riducendo quasi cadavere l'aggressore brigante, già ferito dallo stesso Arissi. A tal punto i masnadieri cominciano a sbigottirsi, a lasciar chi combatte, per sottrarre il ferito loro compagno. Ed ecco che i sette Carabinieri veggonsi ad un tratto novamente raggruppati, impavidi, pronti a vendere più che mai cara la loro vita... Fra i briganti succede il contrasto, il disordine, la confusione: feroci, e vigliacchi! Come sempre, cedono il terreno del valoroso conflitto, [p. 193 ==> 205/224] eglino si danno ad inseguire li sciagurati militi, e fuggienti... Ai Carabinieri allora s'apre la via alla ritirata; e non si mette indugio ad approfittarne. Dei militi inseguiti dodici, pur troppo infelicissimi, sono raggiunti, e cadono senza difesa in potere di quei canibali {sic}; che, avidissimi di sangue, ed arrabbiati per l'onta di non aver saputo sostenere l'urto di sette invitti Carabinieri, decidono tosto di sfogare su di quelli tutta l'atra loro bile e vendetta. {N.B.: Ma quanti erano i carabinieri: 7 o 12?} Il brigante ferito era il Carmine Patisso. A lui si lascia di segnar la sorte dei dodici militi; i quali, per paura, cercando scampo colla fuga, ove solo scampo potevan dare coraggio ed armi, eran ridotti al malissimo punto! Ed il Patisso, mostro scelleratissimo, determina e comanda: che tutti dodici sieno assoggettati a tormenti di genere diverso, indi passati per le armi!!... E l'ordine immediatamente si eseguisce. I prigionieri, dalla masseria S. Teresa vengono trascinata all'altra denominata dei Paticchi, fra ogni maniera insulti, scherni, ed oltraggi. Colà giunti si fanno inginocchiare l'uno dopo l'altro, e si sottopongono alle più crudeli sevizie, ed alla più orribile agonia, a gusto e delizia degli spietati canibali... Ma poiché infine ne divengon sazi, si passa alla fucilazione. I tre primi destinativi sono: Cristofaro Miglietta, Marco Vincenzo Pecoraro, Giuseppe Mauro di Cellino; e tutti e tre cadono miseramente estinti. Il quarto doveva essere Antonio Donadio, pur di Cellino. Contro cotesto vuole trastullarsi il Sergente Romano... col suo revolver: fattolo [p. 194 ==> 206/224] mettere a segno, il capobrigante l'appunta, e tira. Ma scoppia il tubetto, e non comunica il fuoco alla carica; cosicché l'infelice Donadio, fra spasimo ed istinto, getta il grido d'invocazione: Madonna! Madonna del Carmine!... A tale grido il sergente Romano rimane profondamente scosso! Non è pietà, non è religione che senta; è la superstizione che regna tuttavia potente sull'animo di quel grande ribaldo. E invece di replicare il colpo, egli, d'improvviso, si rivolge alla masnada, e grida alla sua volta: la Madonna ha fatta la grazia; sia loro salvata la vita. - E così fu. Però, soggiunge il Romano, riportino tutti un segno permanente della loro caduta in nostre mani, e della grazia lor concessa; a tutti sia reciso un lembo di un orecchio. - E così ancora fu fatto: orrendo ricordo!

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Tre però fra i nove superstiti ne andarono esenti, per causa di gravi ferite alla testa, onde già l'avean fasciata: tutti gli altri sei ebbero dunque reciso un lembo, per ciascheduno, di un orecchio! Dopo di che furono licenziati, e lasciati partire. In quale stato ritornassero dessi ai loro paesi, e si presentassero alle costernate famiglie... è più facile il comprendere, che il dire... II. [p. 194 ==> 206/224] Intanto crebbe, e s'estese ognora più il terrore delle bande brigantesche. Né andò guari che i loro capi concepirono [p. 195 ==> 207/224] il disegno, ben tosto attuato, d'invadere e saccheggiare il Comune di Carovigno. La sera, invero, del 20 novembre le bande si riuniscono nella masseria denominata Colacurti, fra S. Vito e Carovigno. E l'indomani, prima dello spuntar del giorno, in numero d'oltre 100 armati invadono il paese, da diversi punti, senza incontrare veruna resistenza, dirigendosi verso il Corpo di guardia. Questo era occupato da soli quattro militi; i quali, sorpresi e sbigottiti, non pensarono che allo scampo, e si tennero ben avventurati di potersene fuggire e riparare alle loro case. Vi stava però di sentinella il milite Emmanuele Patisso. Ei fece coraggiosamente il dover suo. Appena s'avvide dei briganti, che si apprestavano in tanto numero, diede senz'altro - il chi va là -, chiamò alle armi, e, come l'aggressione era imminente, non si ristette dal far anche fuoco col suo fucile. Generoso, ma vano sforzo! I briganti in un attimo l'attorniarono, e gli soprastarono a disarmarlo. Disarmato, temeva di peggio assai; ma, nella confusione, seppe cogliere destramente l'opportunità, e fuggì anch'esso dai loro artigli. Il Corpo di guardia restò quindi in balìa dei briganti. Penetrativi, rotti e calpestati gli stemmi di Casa Savoja, vi derubarono tutto quanto rinvennero, ed anzitutto i 14 fucili depositativi pe' militi di servizio. Dopo di che, fra le grida frenetiche di viva Francesco II., s'intraprese l'opera della depredazione, delle violenze, dei saccheggi e delle devastazioni a danno dei privati cittadini; che scossi, nei loro tranquilli sonni, dalle grida sediziose, e dai colpi delle fucilate, dovettero [p. 196 ==> 207/224] con ogni sorpresa, meraviglia, e spavento sentire e convincersi: che i briganti erano padroni assoluti del paese. Sazi di vendette, carichi di bottino, dopo aver aggredite, spogliate, devastate case e botteghe, per ordine dei capi si suonò la tromba a raccolta; e, lasciata la bordaglia in piazza, i predoni se ne partirono, seco portando le ben grosse e svariate rapine. Il sacerdote Federico Vacca dovette anche seguirli fino al Santuario di Belvedere, ove avrebbero voluto che celebrasse, per lor devozione, una messa... Ma colà furono in parte delusi; poiché, mancandovi gli arredi sacri, la messa non si potè dire. Onde finirono per accontentarsi del canto di due litanie!!..... Quale e quanta mistura di ferocia, di barbarie, di superstizione e fanatismo! Che spettacolo miserando per l'umana natura! Quanto eloquente tremenda lezione per la civile società!(1) [(1) Che disinganno, soprattutto, per chi in buona fede reputi il culto solo, nudo e crudo, della messa, dei miracoli, delle jaculatorie quale un sicuro eroico preservativo ai malanni maggiori dell'umano consorzio, un gagliardo freno ai tristi brutali istinti delle masse zotiche, non raccomandate che ai dettami e alle pratiche di quella sola decantata morale!!]

III. [p. 196 ==> 208/224] Nel novembre successivo le bande riunite erano ricresciute ancora di numero e di baldanza. Aggiuntisi i seguaci del Capraro, i briganti sommavano insieme ad oltre cencinquanta {centocinquanta}. [p. 197 ==> 209/224] In quel torno si decise di assaltare il Comune di Erchie, e di ripetere là i fasti di Carovigno. E però la mattina del 23 tutta la masnada, sotto l'alto comando del famigerato Romano, muove a quella volta; e giunta presso le mura dell'abitato si ferma, per dar tempo all'intimazione che il Romano, per mezzo di due mascalzoni di araldi, manda a fare al Sindaco onde ceda e si arrenda.

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Il Sindaco, sig. Papa, da quell'ottimo ed intrepido cittadino ch'egli era, risponde con disprezzo alla insolente intimazione. E poiché, avvisato dell'approssimarsi i briganti, aveva già preparate le opportune più energiche misure per riceverli a dovere, manda, in ricambio, ad invitare il Romano ed i briganti suoi ad innoltrarsi pure nell'abitato, se ne avessero l'ardire. Il Romano, indispettito, ordina a quattro dei suoi più fidi di avanzare e saggiare il terreno. Accolti a fucilate, non ebbero fatto questi molti passi, che già dovettero retrocedere; ed un di essi rimase gravemente ferito. Allora il Romano, infuriando, non solo dispone l'attacco, ma eccita i contadini e la ciurmaglia, accorsa ad armarsi ed a seguirlo, di prepararsi al saccheggio del paese. Si grida, si fa gran chiasso. Voci sediziose, urli brutali minacciosi d'ogni maniera...; ma intanto nessun si muove: la viltà, la paura, lo sgomento si comunicano, si diffondono... Invece di disporsi all'attacco d'Erchie, e ad un conflitto con quella valorosa animosa Guardia nazionale, cessa in breve il baccano. E le bande, sperperandosi, preferiscono di piombar [p. 198 ==> 210/224] sicure sulle indifese masserie di quei dintorni a rapinare, a grassare, ad incendiare, com'è del vecchio istinto e mestiero di cotesta canaglia di ladroni. Così, per la preveggente energia del suo Sindaco, per la bravura della sua Guardia nazionale, Erchie fu salvo dagli orrori e dai danni di una interna brigantesca invasione. La Sentenza di Accusa riporta e descrive, minutamente, tutti gli altri fatti e reati, che si rannodano ai descritti tre punti culminanti della Causa, tutti regolarmente assodati. Ommettendone ora le particolarità, a scanso di odiosa ripetizione, essi verranno nel seguito succintamente enunciati quali altrettanti capi d'imputazione. Il resto al pubblico dibattimento; posciaché non riescirà no men ricca e luminosa la pruova generica, per la parte documentale, che la pruova specifica, per le deposizioni dei testi. E sì comparirà sotto la sua luce nefasta tutt'un'altra serie, hai! troppo lunga e svariata, di atroci e rapinesche gesta d'un'orda brigantesca, attraverso le più amene e ridenti pianure delle Puglie, dalla Terra di Bari a quella di Lecce. Trani, 30 Novembre 1864. Il Sost.° Procurator Gen.e del Re G. FERRERI * [pp. 200-201 ==> 212/224] Il quadro sinottico conclusivo sullo STATO delle Cause del Brigantaggio delle Puglie riporta per Carovigno solo questi dati: - Numero degli accusati: 59 - Osservazioni: Non ancora trattata dalle Assise di Lecce. 4.2.3. RAFFAELE AZZARITI: Paese in piena costernazione. In qualità di Comandante della 1a Compagnia della Guardia Nazionale di Carovigno, R. AZZARITI rapporta al Giudice Supplente del Mandamento di San Vito le azioni brigantesche compiute in Carovigno: "DOCUMENTI. XXV [p. 171] COMANDO DELLA GUARDIA NAZIONALE DI CAROVIGNO "Carovigno 23 novembre 1862. Signore, ... I Briganti entrarono in Carovigno ad undeci ore meno un quarto italiane e vi rimasero pel lungo spazio di più di tre ore; i primi che si presentarono al Corpo di Guardia Nazionale erano a piedi ed intimato il chi va là dalla fazione per ben tre volte, le tirò addosso, perché non rispose, a questo si aggiunse un altro milite il quale con un colpo ferì gravemente un Brigante, che si dice essere morto, e ...[Carattere illeggibile per la corrosione del foglio]... nella contrada Sierri. Ma perché si unì un gran numero di altri Briganti a cavallo, e mancando di munizioni i militi in servizio, poiché questo Real Governo non ha ancora dato la ... dei 37 fucili consegna

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ti ultimamente, così per non esporsi a certa morte abbandonò con rincrescimento l'azione, altra cagione poi che rese aitanti i Briganti fu che il Corpo di Guardia Nazionale è esposto a molti agguati, dai quali lo scrivente cercò toglierlo uffiziando il Sotto Prefetto perché desse gli ordini necessarî onde passasse sulla torre del Comune, ma quella autorità non diede alcun valore a quel mio uffizio dell'otto corrente N. 1. Entrati quindi nel Corpo di Guardia mandarono in frantumi lo stemma della Dinastia Regnante, ch'era messo sulla porta d'ingresso, la garritta, la rastigliera dei fucili, i tavolucci, i panchi, e sottrassero i quattordici fucili che si trovarono, il braciere ed il candeliere, finora non è stato restituito che un solo fucile, che un brigante consegnava ad Alessio Rondelli. Usciti dalla Guardia Nazionale tirarono colpi alle logge del cittadino Gregorio Faraone Azzariti e frantumarono alcune lastre e screziarono il pariete, maggiore fu il danno alle balconate dei fratelli del Prete fu Ferdinando sui letti dei quali ed in mezzo alle stanze caddero molte palle, e tanto il primo che i secondi dovettero aprire e mettere per ordine di quei lumi alle logge; la calca del popolo intanto si fece immensa, e tra questa vennero alla casa dello scrivente dando urtoni al portone e tirando colpi alle balconate sul cielo interno delle quali, frantumando quattro lastre, si conficcarono due palle. Intanto ardevano immensi lumi e dinanzi alla casa del Sacerdote Giovanni Padalino vi era una immensa vampa, dalla cui loggia si dice per ordine del Delegato straordinario, che là abitava, fu innalzato un lenzuolo come emblema della bandiera borbonica; e le grida che sempre s'innalzavano erano: Viva Francesco Secondo, e delle volte viva la Madonna, viva Dio. Era giorno chiaro quando i medesimi uscivano dal paese; ma poi ritornarono e si appropriarono un cavallo dei del Prete, uno di Salvatore Brancasi, una giumenta di Giuseppe Brandi fu Pasquale, e i due dello scrivente. Intanto questo Comune si trova senza il Delegato il quale fuggiva e non vuol più ritornare, ed amministrare dal suo paese questo Comune; e lo scrivente in ultimo dichiara a vostra Signoria che il Sotto Prefetto dopo due Uffizi non ha curato spedire forza, dopo che gli ha espresso il gran bisogno che questo paese ha della medesima, né ha dato ordine per la restituzione delle armi del disarmo ai militi e delle munizioni. Lo stato del paese è in piena costernazione poiché si trova minacciato più dai briganti interni, che il Brigadiere dei Carabinieri di Ostuni lasciò salvi, che dagli esterni. Il Capitano della 1a Compagnia Raffaele Azzariti Al Signor Il signor Giudice Spplente del Mandamento di San Vito." [Antonio Lucarelli (1946), pp. 171-172] * Il Giudice del Mandamento di San Vito, a sua volta, trasmette il seguente dispaccio telegrafico al Consigliere Procuratore del Re presso il Tribunale Circondariale di Lecce: XXVI GIUDICATO DEL CIRCONDARIO DI BRINDISI Brindisi 24 Novembre 1862 Si compiaccia trasmettere al signor Consigliere Procuratore del Re presso il Tribunale Circondariale in Lecce il seguente: Ore 2 e mezzo p. m. Brindisi. Da S. Vito per espresso - Signor Consigliere Procuratore Regio - Lecce. Briganti, 21 novembre, in Carovigno, disarmata guardia nazionale, stemmi infranti, Bandiera Borbonica elevata, trattenuto vettura posta; accorsa nazione di questo, prigioniero scannato, corriere uffiziale intercettato. Si diano disposizioni. Il Giudice del Mandamento .............................. Al Signore Signor Uffiziale Telegrafico Brindisi [Ibidem, p. 173]

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4.2.4. COLPO D'OCCHIO: Nessuna intemperanza contro gli abitanti. [p. 217 ==> 228/275] "Nella notte de' 21 i reazionarii comandati da Errico Romano di Gioia, e da un tale La Veneziana entrano in Carovigno (Lecce) tra le acclamazioni, e le luminarie della popolazione co' gridi di Evviva il re Francesco II; disarmano il corpo di guardia nazionale; spezzano i busti del re Vittorio Emmanuele, e di Garibaldi; e non commettono la menoma intemperanza contro niuno degli abitanti. Il delegato di polizia Giuseppe Calò, contro il quale si proferisce qualche minaccia, si nasconde. Nel mattino la banda con la popolazione si recano fuori il paese a celebrare la festività religiosa nella chiesa della Madonna di Belvedere. In questo mentre sopraggiungono le forze maggiori dal capo-luogo distrettuale; e procedono a misure di rigore; ma la banda si è già allontanata. Il contegno moderato serbato da questa in Carovigno è attribuito dalla stampa liberale a' sentimenti reazionarii che generalmente ivi prevalgono, meno pochi devoti al Piemonte; e la stessa Perseveranza di Milano aggiunge sotto la data de' 25 <<che questa visita della banda non è giunta, né inaspettata, né sgradita a' Carovignesi>>." [Colpo d'occhio su le condizioni DEL REAME DELLE DUE SICILIE (1863)] Relativamente all'ultima affermazione del Colpo d'occhio, si fa presente che l'articolista de LA PERSEVERANZA, giornale del mattino di Milano [Martedì 25 Novembre 1862, N. 1090], dopo aver detto che "dal Napolitano avvicendasi buone e cattive notizie sul brigantaggio", mette in risalto soltanto l'annotazione: "In un comune di Terra d'Otranto i briganti entrarono al grido di Viva Francesco II; pare che alle Autorità questa non giugnesse né inaspettata, né sgradita...". In altre parole, non vi è "a' Carovignesi". Poteva anche essere: "a' Grottagliesi". 4.2.5. IL CITTADINO LECCESE: Né saccheggi, né incendi come altrove. IL CITTADINO LECCESE GIORNALE DELLA PROVINCIA POLITICO-LETTERARIO [Lecce 29 novembre 1862 - Anno Secondo n. 40], riferisce quanto segue: [p. 3/5] Intorno all'altra invasione dei briganti in Carovigno abbiamo le seguenti notizie. Alle 11 della notte del 21 c. m. una comitiva di briganti comandata da un tale Enrico Romano di Gioia, e dal famigerato Laveneziana, entrava in Carovigno in mezzo alle ovazioni di una bordaglia, che si era tenuta in piedi tutta la notte per far gli onori di casa. La comitiva marciò in piazza ove trovò il corpo di guardia deserto, e vi rinvenne 15 fucili ivi abbandonati che gentilmente si prese. L'effigie del Re e di Garibaldi furono ridotte in pezzi; si fece fuoco di gioia tirando molte fucilate, alcune delle quali erano dirette verso alcune abitazioni. Indi si girò alquanto pel paese cercando del Delegato straordinario signor Giuseppe Calò che per sua buona ventura fu salvato, tenendosi nascosto dal padrone di casa. Ritornati in piazza i briganti, Laveneziana si cimentò ad arringare tutta quella ciurmaglia, e con estro felice proruppe in bestemmie contro il Governo, e conchiuse col grido di Viva Francesco II. Fatto ciò la comitiva usciva dal paese dirigendosi verso la Madonna del Belvedere, per farvi celebrare una messa di ringraziamento per la riportata vittoria. In questo paese non si praticarono né saccheggi, né incendi, come altrove. Un solo si poteva uccidere, ed era il signor Calò. Questa condotta straordinaria dei briganti prova, che essi in Carovigno si trovavano come in casa propria, in mezzo dei loro fratelli, ed amici. Giova qui notare che Laveneziana è nativo di Carovigno. Dopo qualche ora la scena si cangiò. Un valoroso drappello di G. N. di Ostuni comandato dai Capitani Vitale, Sansone e Vincenti entrava in Carovigno col proposito di dare una buona lezione ai briganti forestieri e paesani; ma gli uni e gli altri erano scomparsi. Non si trovò vestigio del notturno baccano. Saputosi che la comitiva era diretta al Belvedere, si corse sulle sue traccie per incontrarla, ma disgraziatamente la messa non essendo cominciata, i fieri ostunesi non poterono finirla.

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4.2.6. LUCARELLI: Nessun reato di sangue, tranne qualche lieve ferimento. Antonio Lucarelli (1946) parla dell'invasione di Carovigno nel § VI del CAP. VI. LE GESTA DEL BRIGANTAGGIO: [p. 118] Sull'albeggiare del 21 novembre, la comitiva, dalla masseria Colacorti, ov'erasi

fermata fin dalla sera precedente, s'incammina alla volta di Carovigno, uno de' più ardenti focolari di brigantaggio reazionario. Non lungi dall'abitato, il <<maggiore>> trattiene la sua ciurma e manda all'assalto del corpo di guardia un drappello di dodici briganti a piedi. Come la sentinella Emanuele Patisso, nell'incerto chiarore della notte che già si dilegua, scorge l'avanguardia brigantesca, chiede con voce risoluta: <<Chi vive?>>. <<Guardia piemontese!>> si risponde. E nel dire tali parole, i masnadieri piombano sul milite con rapidità fulminea, lo disarmano, ed entrati nel quartiere, fracassano panche, tavole, rastrelliere, quadri, stemmi reali. Sopraggiungono i banditi a cavallo e si riversano [p. 119] <<per lo stradone>>, sparando archibugiate a salve e invitando il popolo alla rivolta. <<Fuori i lumi! fuori i lumi!>> si esclama; e immantinente migliaia di lumi sporgono dagli usci e dai balconi, per modo che il paese, come affermano i documenti, è illuminato <<a giorno>>. Molti contadini scendono sulle vie e accolgono la masnada con le fiaccole accese e con manifestazioni di giubilo. Gli urli della plebe, espressoni sintomatiche di reazione politica e di riscossa sociale, richiamano alla memoria le torbide giornate del 1799: <<Viva la Santa Fede! - si grida - viva la Madonna! viva Dio! viva Francesco II! abbasso Vittorio Emanuele! all'impiedi il popolo basso!>> E una gran calca di popolo delirante segue i ribelli, che col Romano in prima fila avanzano sulle loro cavalcature, baldanzosi e trionfanti. Assaltano quindi le case dei capitani Azzariti e Brancasi, dei patrioti Simone, Brandi, Santoro, Del Prete e del regio delegato Calò, atterrano la porta d'una rivendita di privative; calpestano le insegne sabaude, e penetrati nella bottega, depredano sigari e vari oggetti. Invadono poscia un pubblico ritrovo appartenente ad un caffettiere liberale, rompono tazze e bicchieri, infrangono i quadri di Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele. Da ultimo, fattosi giorno chiaro, obbligano il sacerdote Federico Vacca a seguirli, fuori del paese; al santuario della Madonna di Belvedere, ove la moltitudine, inginocchiara e riverente, intona col prete litanie ed inni di grazia. Compiuta la funzione sacra, i briganti invitano la folla a rientrare nella borgata e, scambiati gli auguri di prossimo trionfo, si allontanano [p. 120] per la via di S. Vito, in direzione della masseria Badessa. Nessun reato di sangue, tranne qualche lieve ferimento, turbò la clamorosa manifestazione." 4.2.7. LA SORSA: Il popolaccio era d'accordo coi briganti. Saverio LA SORSA (1914), tra le imprese compiute dalla banda di Carovigno, pone anche l'invasione dello stesso Comune, e così ce la descrive: [p. 72 ==> 83/333] Il 20 novembre la banda percorse il territorio di Francavilla, e si fermò nella masseria detta La Difesa, dove chiese da mangiare; poi obbligava con la forza un tale Antonio Esposito a montare su di un cavallo, e di seguirli. Di là si recarono in tenimento S. Giacomo, dove il Romano fece dare pane e ricotta ai suoi, e biada ai cavalli. La notte la passarono in una masseria vicino a Carovigno, dove meditarono di fare un colpo di mano il giorno dopo. * Difatti, la notte stessa, mentre il grosso della masnada, guardata dal Laveneziana, restava fuori della città, il La Morte con altri pochi vi entrava per prendere gli accordi col popolino, notoriamente avverso alla monarchia Sabauda. La notte del 21, i briganti parte a piedi e parte a cavallo invasero il paese; un gruppo dei primi aggrediva l'inerme corpo di guardia, dove erano pochi militi, i quali presi alla sprovvista rimasero allibiti dallo spavento, e solo uno tirò un colpo d'arma da fuoco, che andò a vuoto; allora si dettero alla fuga, mentre quei tristi en

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travano nel locale, rompevano i quadri di Vittorio Emmanuele, gli stemmi reali, la garitta, e quanto venne loro alle mani, e si impadronirono dei fucili, che erano stati abbandonati dalle Guardie Nazionali. Sopraggiunsero allora i rimanenti della banda che andavano a cavallo, i quali scaricarono fucilate fra le grida di: Viva la religione! Via Francesco II. Indi fecero aprire le finestre e i balconi, ed obbligarono i cittadini ad esporre i lumi e a ripetere gli evviva e le acclamazioni. Portatisi alla casa del delegato regio, Giuseppe Calò di Ostuni, per assassinarlo, seppero che era fuggito di nascosto; per dispetto saccheggiarono la casa, e si presero le armi che vi erano. Il popolaccio era d'accordo coi briganti, e li acclamava; ma i proprietari ed i professionisti, che erano contrari, non potevano opporre resistenza, perché v'era stato il disarmo [p. 73 ==> 84/333] qualche giorno prima. Ciò non ostante vi fu chi sparò un colpo, e ferì il brigante Domenico Amati di Castellaneta. Questo colpo disanimò la masnada, che gridando al tradimento, uscì dal paese; ma raccozzatisi fuori e compreso l'errore, tornarono all'assalto più inviperiti di prima. Fecero segno della loro ira la casa di Gaetano Del Prete, contro cui scaricarono numerose fucilate, fracassando le finestre ed i balconi; non contenti di ciò chiesero armi e munizioni ed essendo stato loro risposto, che per il disarmo avvenuto non ne avevano, pretesero molti oggetti e vesti. La cosa avrebbe avuto cattiva fine, se non compariva Clemente Del Prete, parente di Gaetano, il quale si teneva nascosto in quella casa, per sospetto di essere arrestato dalla polizia a causa delle sue idee reazionarie; egli pregò ripetutamente i briganti a lasciare in pace il povero Gaetano, dicendo che non era un loro nemico e dopo vive insistenze riuscì ad allontanarli da quella casa. Lo schiamazzo e la rapina durò tutta la notte; tolsero parecchi cavalli, selle e molti oggetti a numerose persone, e sul far del giorno, seguiti da un gran codazzo di popolino, da essi invitato, uscirono dal paese e si portarono alla cappella della Vergine del Belvedere, dove obbligarono il prete Federico Vacca a cantare due litanie, e lo pagarono per l'opera prestata alla cura delle loro anime .(1) [(1) Fasc. 83, Vol. 74] Della numerosa banda di briganti, che assalirono Carovigno, citiamo il Laveneziana, Enrico La Morte {il sergente Romano}, Giuseppe Valente, alias Nenna Nenna, Cosimo Mazzeo, detto Pizzichicchio, Michele Clericuzio, Antonio Lucchese di Calabria, Antonio Brianto di Taranto, Domenico Amati di Castellaneta, Angiolicchio di Gravina, Valerio Cavalcante di Castellaneta, Giuseppe Catucci di Massafra, Mariano Marinuzzi, un certo Michele, Giovanni Spadafina, Angiolo Manelli di S. Vito, Giuseppe Greco, Oronzo Parco di Carovigno, Giovanni Di Biase, Carmine Patisso, Vito Blasi, Angelo Michele Taglienti, Pasquale Coppola, Antonio Cascione, Vincenzo Patisso, Vito Pasquale Francioso, Francesco Salvatore [p. 74 ==> 85/333] Laveneziana, Vincenzo Zaccaria, Vincenzo del Prezzo, Luigi Sozzo, Antonio Campana Esposito, Francesco Esposito, Salvatore Cavaliere, Antonio ed Emmanuele Cannalire, Francesco Clemente, Pasquale Trisolini ecc. Furono imputati come conniventi coi briganti, e di voci contro il governo costituito i seguenti: Vincenzo Padalino, Concetta De Mola, Domenica Bianchini, Francesco Cascione, Francesco Paolo Gioia, Pietro Padalino, Maria Vittoria, Maria Concetta Calognano, Vincenzo Magli, Giacomo Baccaro, Giuseppe Nicola e Salvatore Laveneziana, Oronzo Basco, Clemente Del Prete, Domenico Valente, Maddalena Candita, Angelo Saponaro, Rocco Pagliara, Domenico Prete, Vincenzo De Biase, Giuseppe Lanzellotti, Felice Caliolo, Nicola Zurlo e moglie, Caterina Liccardi, Beniamino Del Prete, Salvatore Epifania, Pasquale Cretì, Domenico Massafra, Sante Baccara, Oronzo e Angela Rosa Caliolo, Antonio Di Latte, Michele e Vincenzo Valente, Pietro Lanzellotti, Giuseppe Tamborrino, Nicola Brandi, Nicola Valente, Giuseppe Carlucci, Onofrio Iaia, Teodoro Di Biase, Sante Lanzillotti, Maddalena Sbano, Giuseppe Caliolo, Francesco Martina, Pasquale Valente, Giuseppe Locorotondo e vari altri." 4.2.8. VINCENZO CARELLA: Sollevazione di Carovigno. 1 - IN GENERALE - Vincenzo Carella (2013) trattando della sollevazione di Carovigno (Cap. X), dal lui qualificata mirabile episodio nella relazione del 12/04/1973, premette anzitutto che Carovigno {Città natale di Salvatore Morelli}, all'epoca dei rivolgimenti unitari, "fu teatro

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di importanti avvenimenti, determinati dalla presenza di un forte partito borboniano e antiunitario, contrapposto ad un'altrettanta forte fazione liberale. Nelle vicende del brigantaggio politico ebbe anche un ruolo di primo piano, sia per l'apporto quantitativo e qualitativo di materiale umano, sia perché fu al centro di fatti di notevole interesse, culminati nella invasione popolare del 21 novembre 1862". [p. 129] Lo studioso sanvitese riferisce quindi che il delegato Giuseppe Calò relazionava, il 3/10/1862, il Sottoprefetto del Circondario su parecchi biglietti anonimi, rinvenuti nell'abitato urbano, due dei quali infilati proprio sotto la porta delle farmacie: Andriani e Recchia, che annunciavano l'imminente ripristino del vecchio regime e la conseguente punizione degli avversari. [pp. 129-130] E riferisce altresì che "tali biglietti, frutto della <<trama reazionaria da lunga pezza ordita>>, avente <<le sue diramazioni nei Comuni limitrofi>>, erano stati diffusi, forse, da Bonaventura Radisi e da Vito Francesco Pomes, visti <<vagare per il paese>> durante la notte. Eccone il testo: Ai Signori Liberali componenti questa farmacia - Signori Sono stato molto allettato dalle procedure di sommo spirito, e coraggio che avete pronunziato, e credo, se non m'inganno, che ha circa tre anni che mi gracchiate, ed io ho vissuto qual ghiro sepolto, ed in silenzio: ora che incomincio a vedere spuntare un'altra volta quell'astro che per tre anni, presso a poco, volle abbandonami, con gran coraggio mi presento, e comando che tutti quei tali che dimostrarono molto entusiasmo nell'odiarmi, venissero a' miei piedi, fra quali felicemente sarete pur anche voi. Ma io non sarò indulgente, né decreterò mai amnistie, ma solamente darò il contento menarli con ceppi e ferri nelle più tremendi prigioni, massagrandone più centinaia al giorno e seviziarli in tutti i modi. Dimostrerò solo la mia gratitudine e munificenza alla plebe, ed a quei i quali han dimostrato un carattere neutrale, dimostrandoli la conseguenza del mio amore, e facendo ogni specie di bene. Voi mi sentirete e mi riconoscerete fra breve.

La diffusione di tali fogli era preceduta dalla <<voce>>, sparsasi <<con asseveranza>> la sera precedente, della <<certa entrata>>, nella notte, <<di una banda brigantesca numerosa in Carovigno>>. Inoltre, un altro fatto era venuto ad accrescere i motivi di preoccupazione e di allarme: <<da tre giorni>> era giunto, da Lecce, in Carovigno, <<comune di sua nascita>>, l'avvocato Nicola del Prete, con relativa consorte, <<troppo noto e lui e la moglie per il loro sperticato affetto al borbone>>. Ciò aveva determinato <<un rinfocolarsi di spirito reazionario tra coloro di simil tempra, che immantinenti furono a visitarlo, dei quali alcuni in aria giuliva, non mancavano assicurare qualche amico essere già al suo tramonto il Governo Nazionale del Re Italiano>>. Ed era sintomantico che <<tra l'univerale scoraggiamento [...] [p. 131] il solo Clemente del Prete, cugino del su menzionato>>, rimanesse <<ancora impavido e sicuro nella sua casina di campagna contrada Monticelli [...] come se nulla di quanto sopra lo riguardasse>>, mentre era risaputo <<essere egli a capo di ogni possibile trama reazionaria, con la certezza di aver frequenti convenii con emissari della setta borbonica clericale>> e <<di dare ricetto a disertori e sbandati e di avere qualche deposito di armi, non mancando la casina di vari nascondigli opportuni>>. Intenso, quindi, il lavorio <<reazionario>> in Carovigno! La paventata invasione, però, ebbe luogo soltanto il 21 novembre 1862, nelle ore precedenti l'alba. Quella notte - prosegue Carella - la banda brigantesca, forte di un contingente di circa cento uomini, appartenenti alle compagnie del Romano e del Laveneziana, sostò nella vicina masseria Colacurti. <<Verso le ore 11 [Corrispondenti a circa le ore 5 attuali]>> ebbe inizio l'operazione. La banda mosse alla volta del paese, preceduta da <<dieci o dodici>> uomini a piedi, e lo aggredì<<da vari punti>>. Certamente - ritiene il brigante Marulli - <<vi dovevano essere>> degli <<indicatori>>. Giunti gli uomini a piedi, tra cui Salvatore Laveneziana, al <<Corpo di Guardia>>, in piazza, il milite di sentinella, Emanuele Patisso di Oronzo, che li aveva visti avanzare <<cur

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vati nella persona>>, intimò loro il Chi va là. Risposero: Guardia Piemontese! E aprirono il fuoco. Una <<palla>> di fucile passò <<poco discosto dal... viso>> del Patisso, che rispose <<con altra fucilata>>. Ma fu subito accerchiato e disarmato. Poi, avutone <<il destro>>, si mise in salvo con la fuga. Anche i pochi vigili che stavano nel Corpo di Guardia, <<per non esporsi a certa morte>> abbandonarono il campo... <<con rincrescimento>>. I <<dieci o dodici>> briganti, quindi, si dettero [p. 132] ad atti di devastazione e depredamento, mandando <<in frantumi lo stemma della Dinastia Regnante, ch'era messo sulla porta d'ingresso>>, nonché <<la garitta, la rastregliera dei fucili, i tavolini, i panchi>>, sottraendo <<i quattordici fucili che si trovavano, il braciere ed il candeliere>>. Tutto sommato, <<accagionarono>> un danno <<osservabile>> che, dai periti falegnami Angelo Carlucci e Raffaele Gioffredi che procedettero alla relativa <<assodazione>>, venne valutato in lire sessanta. In tale frangente, giunse il grosso della comitiva a cavallo. Si spararono fucilate in aria, si invitarono gli abitanti ad esporre lumi alle porte e alle finestre, si percorsero le vie dell'abitato intimorendo, minacciando, arringando <<il popolo basso>> per indurlo ad unirsi in quell'azione. Il paese fu subito illuminato a giorno, la <<calca del popolo>> o, come diranno alcuni, del <<popolaccio>>, che si unì alla compagnia brigantesca, si fece in breve tempo veramente <<immensa>>. Si gridò: Viva Francesco Secondo! Viva la Religione! Viva la Madonna! Abbasso l'assassino Vittorio Emanuele! All'impiedi il popolo basso! Una vera sollevazione! Naturalmente, vari e tanti furono gli episodi avvenuti in quelle tre ore ruggenti che segnarono la durata dell'avvenimento. Li passiamo in rassegna, attenendoci alle dichiarazioni degli stessi protagonisti. 2 - GREGORIO FARAONE AZZARITI fu Vito. Era quella mattina, <<sul momento di calare>> dalla sua abitazione, posta proprio sulla sede del Corpo di Guardia, per andare ad <<ascoltare la prima messa>>, quando sentì <<gridare la fazione, chiamando i compagni alle armi per essere giunti là vicino i briganti>>. Si affacciò <<alla loggiata>> e notò, tra l'altro, <<che dal Corpo di Guardia uscivano [p. 133] vari individui [...] inermi>> (certamente i militi fuggitivi) che, per l'oscurità, non riconobbe e che si dileguarono <<chi per una via e chi per l'altra dell'abitato>>. Poiché altri uomini, presentandosi <<a due a due a cavallo>> dinanzi allo stesso Corpo di Guardia, tiravano fucilate alla sua balconata, fu costretto a rientrare in casa. Riaffacciandosi poco dopo, vide <<la piazza tutta illuminata>> e sentì <<grida per uscire i lumi>>. Tal Pasqualino Siccardi, che <<teneva accanto un brigante a cavallo>>, chiamando prima lui e poi la domestica, Maria Stella Roselli, diceva: Maria Stella, questo povero uomo ha perduto il cappotto, dateli dunque quello del vostro padrone. E la domestica: Mio padrone non usa cappotto. Il palazzo del Faraone Azzariti aveva <<una porta segreta>> dalla parte opposta, <<sporgente dentro la Terra [La Terra è un rione della zona antica di Carovigno]>>. Da qui, tal Domenico Marraffa chiamava, pure, Maria Stella per indurla ad aprire. Ma il vicino di casa, Vincenzo Abele Iaia, gli fece notare che non era, quella, <<ora di stare all'impiedi né il padrone né la serva>>. E tutto finì. Da don Gregorio si volevano <<due bandiere nazionali>> che teneva in casa. 3 - GIUSEPPE TRISOLINI fu Pasquale, caffettiere. Era, quella mattina, di servizio, qual <<secondo Tenente della prima Compagnia>> della Guardia Nazionale. Per prendere <<un sorso di caffè>> era entrato nel locale di sua proprietà, <<limitrofo al [...] Corpo di Guardia>>, allorché si verificò l'assalto da parte dei <<dieci o dodici>>. Consapevole che la compagnia a sua disposizione <<componevasi di circa quattordici contadini mali esperti alle armi, timidi

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per loro stessi, e senza disciplina>> e che, inoltre, <<non eravi munizioni, e le armi esistenti nel Corpo erano male adatte per la mala [p. 134] tenuta>>, ritenne <<inutile ogni [...] ostilità>> e... coraggiosamente si chiuse nel locale, <<smorzando i lumi>> e puntellando la porta così bene che vani furono, poi, i tentativi dei briganti per aprirla. Quando l'ordine sembrò ripristinato, riaprì il caffè. La piazza <<era piena di popolo basso>>! Ma tornarono, poco dopo, i briganti e, non potendo più richiuderlo per essersi <<introdotti molti villani>>, approfittando della venuta del fratello Francesco, fuggì di casa. E fu saggia precauzione! Infatti, entrati i briganti nel locale <<circolarono>> per rinvenirlo dicendo: Dov'è quell'infame di Giuseppe Trisolini? E, non avendolo trovato, gli <<produssero>> il <<dispetto>> di fracassargli <<la tabella che aveva sulla porta, che si distingueva per i colori Nazionali e per la croce di Savoia>>. Col Trisolini, quella mattina, erano di servizio al Corpo di Guardia: Carmine Bruni <<che funzionava da sergente>>, Giuseppe Prodi in <<cambio del figlio Pietro>>, Angelo Cisternino caporale, Teodosio Epifani Lepore, Emanuele Patisso, Pietro Valente fu Nicola, Giovanni De Biasi detto Pagliarella, Giovanni Lanzillotti di Argimiro, Giuseppe Monaco, Domenico Martino, Pasquale de Simone in <<cambio di D. Mario Carlucci>>, Raffaele Lanzillotti di Argimiro, Pasquale Tateo fu Vito Michele, Antonio Leo di Pasquale. 4 - Sorte non dissimile, anzi peggiore per l'entità del danno, toccò al caffè di LUCIANO SAPONARO fu Michele, sito nel centro della piazza, <<di rincontro quasi al Corpo di Guar-

dia>>. In esso, quella mattina, <<verso dodici ore, cioè un'ora circa pria di giorno>>, erano convenuti il proprietario, il farmacista Giuseppe Recchia, Pasquale Tateo, Francesco Cesaria, Alessio Randelli e il <<garzone>> Francesco Bruni. Arrivarono i briganti. Luciano Saponaro, <<che temeva più degli altri per la barba che aveva intiera>> [Portare barba o mustacchi significava, in quei tempi, fare aperta professione di liberalismo. I Borboni usavano tenere sotto controllo coloro che... osavano tanto] e per essere andato più d'una [p. 139] volta contro l'istessi di spedizione>>, fuggì insieme al farmacista Recchia attraverso una porta che dava nei giardini, nascondendosi in un canneto. Gli altri restarono chiusi nel negozio. Al ritorno, il Saponaro trovò la sorpresa: <<un rottame di bottiglie, con dolci, liquori e confetti involati con l'istessi vasi>>, la <<tabella esteriore>> che era <<tinta con i colori Nazionali e lo stemma di Savoia>> infranta, infranti i quadri <<sulle scansie>> recanti le effigie <<del Conte di Caur e di Garibaldi>>! Erano stati <<Carmine Tamborrano suocero di uno sbandato e Giuseppe Caliolo di Salvatore>> ad indicare ai briganti <<segnatamente>> quel caffè <<come appartenente [...] al capo liberale>>. E i briganti stessi avevano avuto la possibilità di accedervi e ridurlo in quelle condizioni, per essere stato dal garzone riaperto <<quando credeva esserne>> essi <<partiti>>. A far man bassa si erano, poi, distinti alcuni cittadini, tra cui Domenico Marraffa e Crocifisso Caliolo. 5 - FRANCESCO BAGNULO fu Ambrogio, nativo di Ostuni. Aveva uno <<spaccio>> di <<generi di privativa>> e, <<per effetto della violenza>>, fu costretto ad aprirlo e a consentire ai briganti di approvvigionarsi di sigari <<sino al valore di diciotto carlini>>, pur avendone pagati soltanto dodici. 6 - VALENTINO LANZILLOTTI di Salvatore. Al <<fracasso>> e alle <<fucilate>> accorse in piazza, dalla sua abitazione sita in <<strada Chiesa>>, per <<semplice curiosità>>. Ma la curiosità gli giocò un brutto scherzo. Eccolo, dal suo stesso racconto: [p. 140] (un brigante) correndo verso la galitta del Corpo di Guardia, le tirò tante culattate di fucile, che la ruppe, ed in quei movimenti sparato casualmente il fucile che aveva capovolto, la palla di che era caricato, mi ferì nella coscia sinistra. A tale avvenimento caddi svenuto e me ne portarono in casa Fedele Cesaria ed altri [...].

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7 - ANTONIO BRANDI di Giovanni, sacerdote. Essendo stata aggredita la sua abitazione, posta in <<strada Carmine>>, forata <<a palle [...] la balconata>> e fracassati <<lustri e scuri>>, si rinserrò spaventato <<nell'angolo più rimoto di [...] casa>>, rimanendo <<là inchiodato fino al tardi>>. Fino a quando, cioè, venne a sapere che i briganti erano partiti. (p. 140) 8 - SIMONE SANTORO fu Paolo. Era <<immerso nel sonno>> quando venne <<scosso dalle

fucilate e gridi>>. Uscì <<alla loggia>>, sporgente in piazza, <<quasi ignudo>>, riparandosi dietro due teste di fiori>> e vide il paese <<illuminato a giorno, mediante luci che uscivano uomini e donne dalla rispettive porte>>. Molti briganti a cavallo, armati di fucili, gridavano: Fuori i lumi! Ed <<una moltitudine di popolo basso l'inseguiva>>. Poi, gli stessi briganti, portatisi <<dirimpetto>> al suo <<verone>>, tirarono alcune fucilate chiedendosi: Come va che questo assassino non esce luci? Colto da spavento, si ritirò in casa e, nel vestirsi, andò istintivamente col pensiero a qualche giorno innanzi, allorhcé <<era stato minacciato nella vita da mastro Michele Clericuzio [...] per aver [...] persuaso Francesco Esposito, recluta sbandato, e ch'erasi arrollato fra loro, onde presentarsi volontariamente alle Autorità della Provincia>>, come in effetti era poi avvenuto. Così atterrito e <<convulso>>, rimase in casa per tutta la durata del pericolo incombente. [p. 141] 9 - PAOLO CELINO di Ferdinando, sarto. <<Dormiva tranquillamente nella sua abitazione, sita in piazza, <<dirimpetto al Corpo di Guardia>>, allorché fu svegliato da <<gridi, fucilate, fracassi>>. Si mise in allarme e percepì la seguente espressione: Questa è la casa di quell'assassino, infame Paolo Celino, secondo Tenente della Guardia Nazionale. Sentì pure forzare la porta dell'abitazione, dalla quale penetrarono addirittura <<due fucilate [...] a palla>>. Si rese conto, allora, del grave pericolo e, <<mezzo vestito>>, se la dette a gambe <<per la porta di un giardino attiguo>>. 10 - CAROLINA SICCARDI fu Nicola, moglie di Nicola Zurlo, pizzicagnola, abitante <<poco distante>> dalla piazza. Così racconta la sua vicenda: Io con mio marito, e mia figlia, ce ne stavamo a letto timidi e quieti, quando una voce di sconosciuto gridò innanzi la mia porta <<ancora non apre questo liberale?>> e così dicendo diede tali culattate all'uscio che poco mancò che spalancasse. Al sentire sulla strada la voce de' vicini, presi fiato alquanto, e scaranzai [Espressione dialettale equivalente a <<socchiusi>>] il portello dell'uscio. Lo sconosciuto era tuttavia sulla mia porta, e con una pistola tirò un colpo, che non mi colpì, ma mi atterrì molto. Al chiudere del portello lo sconosciuto ch'era a' piedi di polso più forte non mel permise, ed aprì la porta. Domandando che uscissi il lume. Era armato da incutere terrore, ed accesa come potti una lucerna la cacciai fuori, specialmente che vidi fatto lo stesso dal sig. Azzariti, da del Prete, ed altri. Visto ch'ebbe quel brigante un quadro a pittura sulla mia porta, che indica la Vergine di Belvedere, credendolo tutt'altro voleva sparare, ma assicuratosi del fatto se ne astenne. Poco dopo che se ne andiede, quando vidi allascata [Espressione equivalente a <<diradata>>] la folla, entrai il lume, e mi rinchiusi capendo ch'era molto compromessivo lo stare con la porta aperta in quella circostanza, che le fucilate incalzavano, e vi erano i gridi di Viva Francesco Secondo. [p. 142] 11 - SALVATORE EPIFANI fu Zaccaria, ottantenne. Nella dichiarazione al Giudice Istruttore del Tribunale di Lecce, in data 22 gennaio 1863, riferisce che, all'arrivo dei briganti, fece esplodere <<un colpo di pistola>> (troppo coraggio per la sua età). Accorsero allora cinque di essi, <<dei quali uno a cavallo>> e, entrati in casa, lo minacciarono di morte obbligandolo a gridare: Viva Iddio! Viva la Vergine SS.ma! Viva Pio Nono! Viva Francesco II! Quindi, <<imposero>> alla moglie, DOMENICA UGGENTI detta Bianchina, sessantenne, filandaia, <<che avesse preso dei stracci, fosse uscita con loro, e fosse andata gridando portandoli accesi in mano>>. Imposizione che, a detta del marito, la donna avrebbe eseguito <<senza sua volontà>>.

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Diversa è, invece, la dichiarazione resa dalla Uggenti al Giudice di S. Vito in data 30 settembre 1863. Essa non ammette di aver seguito i briganti, neppur costretta. Afferma, invece, che, quando essi entrarono nella sua abitazione, rimase <<stesa sul suolo per la paura>>. Tale circostanza viene confermata dalla vicina di casa Vittoria Siccardi fu Nicola, bottegaia, nella dichiarazione resa allo stesso Giudice in data 4 ottobre 1862 {recte: 1863}. Quella mattina - essa riferisce - levatasi <<da letto un po' tardi perché indisposta, ed uscita da casa>>, vide Domenica Uggenti <<fuori la sua porta con la sola gonna, camicia, e fazzoletto alla spalla>>. Notandola <<così scomposta, e perché l'aria frescheggiava>>, la riprese invitandola a <<vestirsi>>. Ma la Uggenti <<in senso di disprezzo>> rispose: Che vestire e vestire! Ed entrò in casa. Non seguì, quindi, i briganti, come aveva dichiarato il marito. Ma, marito e moglie saranno processati per connivenza col brigantaggio! 12 - Particolarmente presi di mira furono i due capitani RAFFAELE AZZARITI e SALVAa a TORE BRANCASI, comandanti rispettivamente [p. 143] la 1 e la 2 Compagnia della Guardia

Nazionale. Quanto all'Azzariti, giunti invasori e popolo alla sua abitaione e dati <<urtoni al portone>>, tirarono <<colpi alle balconate sul cielo interno delle quali, frantumando quattro lastre, si conficcarono due palle>>. Quanto al Brancasi, se ne stava <<a letto nella propria casa di abitazione, sita non molto lungi dalla piazza>>. Al verificarsi degli avvenimenti, alzatosi e, <<cautelati>> tutti <<l'ingressi>>, prese un fucile e andò sul solaio. Ma ebbe <<ribrezzo - a suo dire - di tirare ai briganti>>, sia perchè essi erano <<misti alla moltitudine de' paesani, de' quali ci sarebbe stata sicuramente qualche vittima>>, sia perché <<non percependo>> egli alcuna azione difensiva da parte della <<Guardia ed altri del paese>>, non ritenne di dover <<essere l'unico ad una aggressione, che sarebbe stata certamente inutile in faccia a tanti briganti [...] armati fino ai denti>> e <<affiancati>> dal <<popolaccio>>. Quando, poi, si fece <<giorno chiaro>>, sentì <<un forte picchio al [...] portone>>. Persone di famiglia notarono che <<un brigante erasi piantonato>> su di esso e che <<altri li facevano scorta>>. Siccome <<i picchi>> erano <<violenti, insistentissimi>>, suo cugino, Valentino Spagnolo, che trovavasi in casa, domandò cosa volessero. La risposta fu: Una pariglia di cavalli ed i fucili che avete. Lo Spagnolo fece sapere <<che v'era un sol cavallo>>. E quelli, a loro volta, forzarono <<la porta della stalla>> che era sotto la stessa abitazione e presero il detto cavallo <<tutto muntato, con altre due selle, una serretta, un bridone e due briglie>>. 13. GIUSEPPE BRANDI fu Pasquale Nicola. Dormiva <<tranquillamente>> con la famiglia, quella mattina, nella sua casa <<sita nell'antico abitato>>. Scosso dal rumore delle fucilate e affacciatosi al balcone, apprese da <<Lorenzo Galione>>, recatosi espressamente [p. 144] in piazza ad <<appurare>>, che <<erano entrati i briganti>> e che <<la piazza n'era piena>>. Preoccupato, si chiuse in casa. <<Fatto giorno chiaro>>, la moglie, <<che per combinazione si trovava ad aprire lo scuro di una finestra>>, si accorse che <<due briganti che stavano alla strada, uno a cavallo ed uno a piedi>>, avevano impugnato <<i loro fucili per tirare alla finestra>>. Ma, per <<preghiere e pianti della gente vicina non eseguirono>>. Cessati i rumori, il Brandi uscì di casa e si accorse che i briganti <<scassinando la porta della [...] stalla>>, che era <<sotto la stessa [..] casa>>, avevano portato via la <<giumenta con sella, e capestro, la quale era di manto morello focato [...] marcata alla coscia dritta>>. Quindi, si recò in piazza, ove <<erano anche calati vari galantuomini, tra' quali [...] D. Gregorio Azzariti, D. Salvatore Carlucci e D. Giuseppe de Bellis>>. Visto, <<vicino la Chiesa del Carmine>>, un gruppetto di <<due o tre briganti a cavallo, tra' quali [...] il [...] compaesano Giuseppe Laveneziana>>, volle avvicinarsi, anche per avvertire il Laveneziana che

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<<il Sotto Prefetto di Brindisi era disposto al perdono, purché si presentassero volontariamente>>. Tale discorso, però, che eseguì <<tremante di paura>> e... con tutto <<un ragionamento aggiustato>>, indignò il capobrigante, che lo licenziò dicendo: È una imboscata che volete tessermi, va' via! Il Brandi allora, incalzando, si fece <<spirito a chiedergli>> la restituzione della giumenta. Il Laveneziana disse di non saper nulla e che, comunque, <<egli non poteva ripararci, essendoci nella sua compagnia otto altri individui a piedi>>. Spronò quindi il cavallo e si diresse con i compagni <<per la parte della marina>>. 14 - Ma l'obiettivo più ambito, in quella circostanza, fu senz'altro il delegato straordinario, don GIUSEPPE CALÒ di Vito Nicola, medico, di Ostuni, che era ospitato in casa dei fratelli sacerdote GIOVANNI e VINCENZO PADALINO di Francesco. <<Verso le ore cinque antimeridiane>>, i Padalino furono [p. 145] svegliati <<da un colpo

di fucile>> esploso in piazza, nei pressi della loro abitazione, al quale ne seguirono altri <<con un vociferio popolare sufficientemente intenso>>. Affacciatosi don Vincenzo ad una <<loggetta>>, vide che la piazza era <<di già [...] ingombra da briganti a cavallo, nonché da crescente turba di plebe che sbucava da ogni strada e festosamente li acclamava>>. Vi era anche <<una illuminazione bastantemente viva per tutto lo stradale>>. Ebbe cura, allora, di far chiudere la porta dell'abitazione, <<la quale erasi aperta, perché la domestica aveva (sic) andato a prendere il caffè per la zuppa ai ragazzetti>>. Si gridava: Fuori i lumi! E Vincenzo Padalino, per <<evitare qualunque disgrazia>>, mise fuori i lumi. Subito dopo gli si ordinò anche di <<sventolare una bandiera bianca>> ed egli eseguì <<appendendo [...] un asciugamani dopo averlo fatto sventolare nelle proprie mani>>. La turba chiese allora <<il Delegato per massacrarlo>> e cominciò a <<sforzare il portone con ripetuti colpi>> gridando: Fuori il Delegato! Vogliamo il Delegato! Era particolarmente <<un brigante d'Ostuni>> che <<minacciava di morte il Calò>>! Il Calò, che naturalmente era in casa, a quelle grida venne <<quasi meno>>. Subito, lo si fece rifugiare <<in un nascondiglio di famiglia, aprendosi intanto la porta del giardino per far credere che di là fosse fuggito>>. Quindi, si spalancò il portone dell'abitazione e <<una mano di quei tristi>> irruppe in casa <<cercando il Calò>>. Appreso che era andato via, gli invasori si impadronirono <<di quattro fucili che il Calò teneva qual Delegato di spettanza del Comune, 4 cangiarri {Pugnale a larga lama triangolare con impugnatura a due rami}, ed uno stocco{Bastone da stocco o assol. stocco, bastone animato in cui è chiusa e celata un'arma da punta, usato nei secoli scorsi}>>. Poi, gli stessi imposero a Vincenzo Padalino <<che gli avesse guidati nella casa del Sig. Cavallo, non senza toglierli quelle robe che aveva in dosso, per cui fu obbligato a rivestirsi>>. Il Padalino si mise a loro disposizione e, insieme a Vito Santoro detto Cornacchia e a Onofrio Cordella, li accompagnò a casa di Renato Cavallo. Quando però rientrò nella sua abitazione, trovò il Calò <<alquanto rimesso dallo spavento>> ed impaziente di tornare in Ostuni. Ne aveva ben donde, poveraccio! Ed egli dovette, quindi, accompagnarlo! Così, <<su un legnetto a due ruote guidato da Belisario Lanzilotti>>, [p. 146] in compagnia di Vincenzo Padalino, partì, quell'infausto mattino, il Regio Delegato da Carovigno, quasi non credendo a se stesso e al <<pericolo scampato>> e sentendosi, in cuor suo, già sollevato <<dal carico della Delegazione>>, non intendendo più <<compromettere la sua esistenza in mezzo ad un Comune di borbonici, retrivi e falsi liberali, tranne poche individualità oneste>>! 15 - RENATO CAVALLO di Carmine {Renato, Nicola, Fedele, Michele, Tommaso Cavallo di Carmelo e di Anna Teresa Andriani: n. a Carovigno il 7/10/1822 (battezzato il 10/10/1822) - † il 17/10/1910, all'età di 88 , vedovo di Maria Tinelli} Venne svegliato con la famiglia, quella mattina, nella sua casa che stava

<<solitaria ad un estremo dell'abitato>>, dalle grida <<di un popolaccio [...] misto [...] a vari briganti a cavallo>>, il quale, recando "fiaccole accese", gridava: Viva Francesco Secondo! Andava, inoltre, in cerca di <<zapponi e palanghe>> per abbattere il portone di Casa. Ritenne

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egli inutile tentare un'azione di difesa, sia per la manifesta inferiorità di forze sia perchè, sentendosi <<molte fucilate tirare da' briganti>>, non si notavano, di contro, <<altri che li resistessero>>. Quando si fece giorno e <<la plebaja>> si riversò in piazza con i briganti, tre di essi, <<portanti per indicatore Vincenzo Padalino>>, si avvicinarono alla sua abitazione e imposero al suo <<cocchiere>> Vito Santoro, <<a tutta minaccia>> di aprire <<la porta della [...] rimessa per pigliarsi la pariglia delle [...] giumente>>. Il Santoro lo invitò a <<calare>> ed egli, aderendo all'invito, aprì dall'interno <<la porta della rimessa>> che era <<sita sotto il [...] palazzo>>. I tre osservarono le giumente <<quasi allo scuro>>. Ma non le presero, convinti <<dalle insinuazioni del [...] cocchiere, di Padalino, e de' vicini di casa [...] che, consumate al tiro del carrettone, erano inadatte al loro uso>>. In loro vece presero <<due selle>>. Poi uno di essi che, <<da' connotati" pubblicamente noti e perché [p. 147] "i compagni lo chiamavano Capitano>>, doveva essere senz'altro il <<famigerato Errico Romano la Morte di Gioia>>, rivolgendosi a lui <<con tutta imponenza>>, chiese <<sciabla, fucili, e munizioni>>. Il Cavallo fece presente di non averne, essendoci stato il <<disarmo>>. Ma il Romano, insistendo, disse <<di conoscere asseverantemente>> che in famiglia si tenevano due pistole. Era vero! Trattavasi di due pistole <<a focaia>> che il Cavallo <<teneva abbandonate>>, perché rese <<inservibili dal tempo e dalla ruggine>>. Ed erano <<tanto inutili>> che non si era, <<ne anco>>, ricordato per <<esibirle al disarmo>>. Fattele, comunque, <<rinvenire>>, le consegnò ai richiedenti, i quali - a suo dire - osservatele le presero <<a stento>>. [Dalla dichiarazione dello stesso Cavallo al Supplente Giudiziario di Carovigno, in data 25.11.1862, ...] {Tale episodio con meno fioriti particolari è contenuto in una lettera scritta da Renato Cavallo al figlio Fedele che il 21 novembre 1862 si trovava in Lecce (v. Arch. priv. Anna Cavallo, Carovigno Carteggio di famiglia vol. 1) In Enzo Filomena (2007), p. 70]} 16 - Altra abitazione che invasori e <<popolaccio>> fecero <<segno dell'ira loro>> fu quella della famiglia GAETANO, LORENZO e ANGELANTONIA DEL PRETE fu Ferdinando. Quel

palazzo divenne <<il bersaglio di tutte le armi dei briganti>>. Caddero <<palle - racconta donn'Angelantonia - nella stanza da letto, palle nella sala, palle nel loggiato, e palle da per ogni parte>>. Si sentì chiedere <<di zappe e di zapponi>> per abbattere la porta della rimessa ed il portone. La paura fu tale che si credette giunta ormai, per tutti, <<l'ora estrema>>! Era rifugiato in quella casa, latitante, perché accusato di <<corrispondenza>> con i briganti, per averli <<ospitati ed armati>> nella sua <<casina>>, Clemente del Prete fu Donato. Resosi egli conto del pericolo corso dai parenti, uscì per strada e, <<col cappello in mano>>, cercò di dissuadere quegli uomini dai loro propositi. Non fate sangue, - disse loro - la vita è cara a tutti, si tratta di gente onesta che non fanno male, volete cosa vi sarà data, ma risparmiate sempre la vita, se volete il cavallo prendetelo, armi non ve ne sono, perché vi è stato il disarmo. E, rivolgendosi a Giuseppe Nicola Laveneziana [p. 148]: Conosci chi son io? Io sono quel Clemente Prete che circa otto mesi dietro, dopo cinque viaggi disastrosi in Brindisi, salvai tuo padre, tua sorella ed i tuoi fratelli da ingiustissima persecuzione di quel D. Pasquale Perez. E poiché essi <<cercavano robe>>, don Clemente offrì loro <<la sua giacca>>, che però non accettarono. Chiesero allora <<il cavallo assellato>>, che <<si faceva sentire col suo nidrire>> dalla stalla. Fu loro consegnato, insieme a due giacche, dopo essere stato <<imbardato dallo stalliere>>. Riferisce Gaetano del Prete che un tal Pietro Lanzillotti detto Cormaligno, in quei momenti tanto pericolosi per la sua famiglia <<tutto festante si stropicciava le mani>> dicendo che <<avrebbe dato doppio caffè alla moglie>>. Donn'Angelantonia, poi, vide Vito Santoro, Cornacchia, <<andare... di conserva ai briganti, sino a portargli i cavalli per briglia e condurli nel paese, andando cercando dei mezzi per rattoppare>> loro gli abiti, perché <<andavano tutti laceri>>. Don Clemente del Prete, infine, racconta che <<fin dal mese di ottobre>>, gli era stato confidato da Nicola Brandi che, trovandosi <<circa cinquanta>> briganti <<nel fondo Tam

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burrone verso Ostuni>>, si fosse presentato loro proprio il detto <<Vito Santoro alias Cornacchia vetturale della famiglia Cavallo>>, il quale, a nome dei suoi padroni, avrebbe fatto sapere a Nicola Laveneziana che, per <<entrare in Carovigno ed avere armi e persone armate in [...] sostegno>>, avrebbero dovuto <<sacrificare tutte le famiglie del Prete>>. 17 - ALTRA VERSIONE DEGLI AVVENIMENTI. Questi gli episodi più significativi, avvenuti in quel primo mattino del 21 novembre 1862 in Carovigno, ricostruito attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti! Testimonianze che tradiscono, tutte, la premura [p. 149] di nascondere la propria partecipazione ai fatti o di farla apparire come conseguenza di una coartazione subita. E ciò, naturalmente, per attenuare la propria responsabilità presso gli inquirenti. Ma in verità tranne pochi, la gran parte della cittadinanza prese parte volontariamente agli avvenimenti, unendosi agli invasori al grido di Viva Francesco Secondo! Lo attestano, per esempio, le imputazioni per <<connivenza>> e per <<voci ed atti di spregio contro il Governo>>, elevate a carico di Vincenzo Padalino, Concetta de Mola, Domenica Uggenti (Bianchina), Francesca Cascione, Francesco Paolo Gioia, Pietro Padalino, Maria Vittoria e Maria Concetta Carlomagno (Magno), Vincenzo Magli, Giacomo Baccaro, Clemente del Prete, Domenico Valente, Maddalena Candita, Angelo Saponaro, Rocco Pagliara, Domenico Prete, Vincenzo de Biase, Giuseppe Lanzellotti, Felice Caliolo, Nicola Zurlo, Caterina Siccardi, Beniamino del Prete, Salvatore Epifani, Pasquale Cretì, Domenico Marraffa, Santo Baccaro, Oronzo ed Angela Rosa Caliolo, Antonio di Latte, Michele, Vincenzo e Teodoro Valente, Pietro Lanzellotti, Giuseppe Tamborrino, Nicola Brandi, Nicola Valente, Giuseppe Carlucci Zumpone, Onofrio Iaia, Teodoro de Biase, Santo Lanzellotti, Maddalena Sbano, Giuseppe Caliolo, Francesco Perrino, Francesco Martina, Pasquale Valente, Giuseppe Locorotondo [Breve quadro sinottico redatto dal Giudice Istruttore del Tribunale di Lecce, in data 3/6/1863]. {Relativamente ai 5 soggetti da me sottolineati, si fa presente che risultano tra i 28 imputati per <<Tentativo di guerra civile tra gli abitanti di una popolazione con incitarli ad armarsi gli uni contro gli altri, avvenuto in Carovigno la sera dell'8 agosto 1848." Michela Pastore: Processo n. 22, I Processi Politici della Gran Corte Criminale e Speciale di Terra d'Otranto dal 1821 al 1861, pp. 334-335 ==> 16/113}

È vero che quasi tutti gli imputati furono, poi, prosciolti, ma ciò non sminuisce il carattere di sollevazione popolare assunto dall'avvenimento. Lo stesso Pubblico Ministero presso il Tribunale di Lecce, nella requisitoria del 29 agosto 1863, definendo l'invasione <<deplorevole avvenimento>>, riconobbe che <<buona parte dei naturali del Comune>> vi prese <<parte attiva>>. Vediamo, a conferma di tale opinione, quale sia la versione data a qualche episodio dalla parte accusatrice. La seconda faccia, cioè, della verità! Nella citata requisitoria del Pubblico Ministero si legge, di don Clemente del Prete, che, quel mattino, <<vedevasi [...] frammisto [p. 150] a quei malfattori>>, che si era addirittura <<scambiato>> un bacio <<con un capo di essi>>, che aveva <<nella propria casina occultato un malfattore da lui detto sbandato>>, e altro. Di don Vincenzo Padalino, che <<accompagnavasi con i briganti nel Comune, unendo la sua voce a quella del popolazzo [...] e ciò nel mentre che dalla sua abitazione apparivano dei lumi accesi, e lo sventolare di una bandiera Borbonica, non richiesta dai malfattori>>. Oltre, poi, al fatto che lo stesso <<in antecedenza avesse detto che il ritorno di Francesco 2° si fosse imminente>>. Di Domenica Uggenti, Bianchina, che <<seguendo l'orda de' malfattori, dava a tutta gola gli osanna a Francesco 2° e, sventolando un fazzoletto bianco a mo' di bandiera, insinuava ai ragazzi le stesse grida sediziose>>. E così anche il <<di costei marito>>. Di Francesca Cascione, che <<picchiava gli usci dei vicini ingiungendo loro di aprire per essere venuti, siccome diceva, i nostri fratelli>>. Di Concetta de Mola, moglie di Vincenzo Padalino, di Felice Caliolo, Nicola Zurlo, Carolina Siccardi, Francesco Martina, Vincenzo de Biase, Vittoria e Concetta Magno, Domenico Marraffa, Francesco Paolo Gioia, Giacomo Baccaro, Pasquale de Biase e Pasquale Cretì, che

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<<facevan codazzo ai briganti [...] accompagnandoli fino al Santuario>> e gridando: Viva Francesco Secondo. In altro provvedimento del Sostituto Procuatore del Re, emesso in Lecce il 6 febbraio 1863, si legge ancora, di Pasqualino Cretì, che <<avendo un fucile di munizione tra le mani, volea darlo a' briganti>>; di Nicola Zurlo, che era stato <<addebitato di grida di malcontento, ed incitamento agli altri a gridare nello stesso senso>>. In una dichiarazione della Giunta Municipale di Carovigno in data 24 gennaio 1863, si dice, di Domenico Marrafa e Giacomo Baccaro, che <<furono <<ambi festosi allo arrivo dei briganti, e gl'inseguirono sino al Santuario di Belvedere, ove il detto Baccaro ferrava un cavallo di un brigante>>. [p. 151] Infine, in uno scritto anonimo, Cenni che si presentano al benemerito Giudice Istruttore Signor Matarrese per lo scovrimento del fatto del dì 21, antecendenti, e susseguenti, onde non resti ingannata la giustizia [Senza data, ma giunto a Lecce <<assicurato con posta da S. Vito lì 15 dicembre 1862]>>, si legge che, nel mattino dell'invasione <<l'alto solaio>> dell'abitazione del luogotenente della Guardia nazionale, Alessandro Andriani, all'ingresso quasi del paese, <<si vide illuminato a giorno di brascie accese di molto combustibile, e candegliere alle finestre che illuminavano tutta la strada e potevasi benissimo il tutto scorgere dalla visuale della strada consolare di S. Vito>>; che <<il ripetuto luogotenente>> si era <<intruso nello esercizio della sua carica, nonostante il Delegato signor Calò avesse ricevuto da lui un rifiuto, in non voler giurare come praticarono gli altri Uffiziali magiori (sic)>>; che <<il Guardia Nazionale Luciano Saponaro>>, stando nel suo caffè, <<oltre che non volle prestare alcun ufficio personalmente si rifiutò affidare un fucile>> a Pasqualino Taddeo (o Tateo), pure guardia nazionale, <<che intendeva prendere alle spalle i malfattori>>; che <<Giuseppe Trisolini, Tenente di guardia di quella notte, nel chiudersi <<nella sua caffetteria>>, mostrava <<un pannolino bianco>>; che <<Vincenzo Scarano, altro caffettiere e guardia nazionale armata, cognato del su detto Trisolini, in tutto il tempo tenne la bottega per riposto aperto e gratuito a pro dei briganti, i quali famigliarmente vi penetravano a piedi, ed a cavallo scambiandosi dei segni con dei fazzoletti bianchi ed altre sospettose circostanze>>. Momenti veramente di equivoco e di confusione! 18 - CONCLUSIONE. Il modo in cui la vicenda si concluse è veramente singolare.

Fattosi giorno, gli invasori andarono a prelevare, da casa, il sacerdote Federico Vacca fu Tommaso e, facendolo <<cavalcare su di un loro cavallo>>, lo condussero al <<Santuario della Vergine di [p. 152] Belvedere, per celebrare la messa>>. Ma qui, ove furono seguiti da una larga massa di popolo, non trovarono <<arredi sacri, e quant'alto era bisognevole per celebrare la messa>>. Si dovettero quindi accontentare di <<due litanie>>, al termine delle quali invitarono il popolo a tornare in paese, promettendo il sicuro trionfo finale. Prendendo, quindi, la strada di S. Vito, si diressero alla volta della masseria Badessa, passando per la Bufolaria, tenuta in fitto dalla famiglia Palmieri. <<Si diceva dai capi - riferisce il brigadiere Domenico Amati - che assaltar si doveva ancora S.Vito, ed aggredire varie famiglie di liberali>>, delle quali <<si aveva il notamento>>. 4.2.9. LO CUORPO DE NAPOLE E LO SEBBETO. Ed ecco infine il quotidiano satirico-umoristico, unitario e antidinastico, LO CUORPO DE NAPOLE E LO SEBBETO, nella Parlata n. 331 di Sabbato 29 Novembre 1862, tra le "FATTICIELLE NUOSTE", riporta il fatto dell'entrata in Carovigno di una comitiva brigantesca: "Lo juorno 21 na commettiva de brigante trasette dinto a lo paese de Carovigno, che sta dinto a la Puglia, e lo disarmaje, doppo avè fatto cantà lo Tedeum da l'arciprevete dè lo paese, e doppo averse lloro stesse sentuta la messa." [pp. 1323-4 ==> 1330-1/1455]

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4.3. SCIOGLIMENTO DELLA GUARDIA NAZIONALE. Nella Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato - STRUMENTI CXXXIX. 1999. ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI, PREFETTURA -, si legge la seguente nota: 493.31/76. Per lo scioglimento della Guardia Nazionale di Carovigno (Terra d'Otranto), per viltà dimostrata nella circostanza dell'aggressione al paese da parte di una banda brigantesca. 1862. [p. 239 ==> 138/303] In merito al quale, il Gen. REGIS aveva rivolto all'autorità compentente richiesta formale ai fini della emanazione del decreto scioglitivo, informandone il suo diretto superiore in Napoli. COMANDO GENERALE DELLA DIVISIONE TERRITORIALE MILITARE IN BARI Bari addì 1° Dicembre 1862 Uffizio del Comando N.° F11 d'ordine N.° 5910 del protocollo OGGETTO: Guardia Nazionale di Carovigno. A Sua Eccellenza Il Generale d'Armata Comandante il 6° Dipartimento Militare (Ufficio Territoriale) Napoli Sono in dovere di riferire all'E.V. che nel giorno 21 dell'ora scorso Mese, un piccolo numero di briganti entrò nel Comune di Carovigno (Circondario di Brindisi) e vi mise lo scompiglio. Al presentarsi della medesima quella popolazione spiegava subito la Bandiera borbonica acclamando Francesco 2.°, consegnando Armi e viveri a quei briganti senza fare la benché menoma resistenza, mentre con due Compagnie di Guardia Nazionale, quando fosse animata da un poco di spirito patriotico, avrebbe potuto benissimo respingerli. Ora il Signor Sotto Prefetto di Brindisi, avendo chiesto al Signor Comandante Militare di quel Circondario la somministranza di 400 Cartucce per la Guardia Nazionale del detto Comune di Carovigno, somministranza che venne da esso deniegata, e da me pure non approvata, ò creduto bene di rivolgermi al Signor Prefetto della Provincia di Lecce onde provocasse dall'Autorità competente lo scioglimento di quella Guardia Nazionale per la scandalosa condotta tenuta nella preaccennata circostanza. Il Comandante Generale Regis" Spiace rappresentare al cortese lettore che il decreto di cui trattasi, non lo si è trovato, e probabilmente non è stato mai emanato. Ben diversamente ebbe termine l'invasione di Grottaglie ad opera di una banda reazionaria, il 17 novembre 1862, come si evince dal resoconto parlamentare: Tornata del 28 Novembre 1862. Il deputato Sigismondo CASTROMEDIANO {Cavallino (LE), il 18/01/1811 - † 26/08/1895. Duca di Morciano e Marchese di Cavallino. Patriota, archeologo e letterato. Deputato del Regno d'Italia, VIII Legislatura} presenta alla Camera una domanda sul brigantaggio a

Grottaglie, dando lettura del telegramma giuntogli la notte e inviatogli dal collega assente, on. Schiavoni: "Grottaglie 100 briganti a cavallo; quattr'ore di saccomanno; provincia corsa e ricorsa dai briganti; provvedimenti governativi disordinati; briganti illesi fuggitivi. - Interpellate." E prosegue asserendo che: "in una provincia dove mai ci è stato il brigantaggio, in una provincia sgombra di monti e di boschi bisogna supporre che esista una gran rete d'intelligen

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za tra i briganti che assalgono palesemente e i briganti occulti, onde veder saccheggiato un paese di 5 o 6 mila anime. {In realtà, le anime al censimento del 31/12/1861 erano bensì 8.012 u.} Ciò mi fa supporre che il Governo non abbia una polizia efficace per essere avvertito di ciò che avviene in quelle località; e ne deduco un'altra conseguenza, cioè che, o il Ministero abbia voluto nascondere quello che egli fa, asserendo essere il brigantaggio in quelle provincie in diminuzione, oppure non sia servito bene, e non sappia nulla di quanto là giù succede." [p. 4603 ==> 3/25]

Gli risponde proprio Urbano RATTAZZI {Alessandria, il 29/06/1810 - † Frosinone, il 5/06/1873. Laurea in Giurisprudenza, Avvocato. Deputato del Regno di Sardegna: I-VII leg. Deputato del Regno d'Italia: VIII-XI leg. Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia, dal 3/03/1862 all'8/12/1862}, presidente del Consiglio e ministro dell'interno, dando anch'egli lettura di un dispaccio dimostrante "che la colpa propriamente non ricade sul Governo, ma sibbene su quella popolazione e specialmente sul sindaco e sul Consiglio municipale; i quali erano conniventi coi briganti. <<Briganti entrati a Grottaglie commettendo soliti danni. Paese retrivo li ha ricevuti con luminaria (Sensazione); sindaco e assessori conniventi, guardia nazionale pure. Il caso è grave, sindaco e assessori arrestati. Il Consiglio comunale apertamente ostile. Indispensabile immediato scioglimento e destinare all'amministrazione commissario provvisorio. Domando autorizzazione per urgenza.>>" Il Rattazzi conclude che "se vi fu colpa, certo non fu del Governo. I briganti entrarono in quel paese per colpa, e gravissima colpa, della popolazione, del municipio e della guardia nazionale. Ciò che incombeva al Governo era non solo di destituire immediatamente il sindaco, ma di sciogliere il Consiglio comunale e la guardia nazionale, e questo venne immediatamente fatto; è stato destinato un commissario provvisorio a reggere quel comune." [ibidem] 4.3.1. LA GUARDIA NAZIONALE DI CAROVIGNO. Mi corre l'obbligo, per così dire, di segnare il passo per trattare l'argomento connesso con quanto detto riguardo alla Guardia Nazionale, e cioè la sua composizione, i suoi ufficiali e subalterni, i militi { Nel sec. 19°, i componenti della Guardia Nazionale}. Il prof. Amato Amati (1868), alla voce Carovigno del suo dizionario corografico, scrive che la Guardia Nazionale, per l'appunto di Carovigno, consta di 2 compagnie con 196 militi attivi e 21 di riserva, per un totale di 217 unità, di cui 105 costituiscono la mobilizzabile. [p. 442 ==> 449-450/1163]

Il Carella (2013), sulla base delle dichiarazioni rese da alcuni protagonisti del deplorevole avvenimento del 21 novembre 1862, indica i seguenti nomi, cognomi e anche agnomi: Raffaele AZZARITI, Comandante 1a Compagnia Salvatore BRANCASI, Comandante 2a Compagnia Giuseppe TRISOLINI, 2° Tenente della 1a Compagnia Paolo CELINO, 2° Tenente Alessandro ANDRIANI, Luogotenente Le G.N. in servizio al Corpo di Guardia quella mattina sono: Angelo CISTERNINO, Caporale Antonio LEO di Pasquale Carmine BRUNI (<<che funzionava da sergente>> Domenico MARTINO Emanuele PATISSO di Oronzo Giovanni DE BIASI detto Pagliarella Giovanni LANZILLOTTI di Argimiro Giuseppe MONACO Giuseppe PRODI (in <<cambio del figlio Pietro>>) Pasquale DE SIMONE (in <<cambio di D. Mario Carlucci>>)

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Pasquale TATEO fu Vito Michele Pietro VALENTE fu Nicola Raffaele LANZILLOTTI di Argimiro Teodosio EPIFANI Lepore G.N. non in servizio, ma citati: Luciano SAPONARO Pasqualino TADDEO (o Tateo) Vincenzo SCARANO Lo stesso Carella, nella Nota n. 5 di p. 12, registra questo: "La Guardia Nazionale era un corpo di milizia cittadina, reclutato per la difesa delle istituzioni e per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica. Con legge 4 agosto 1861 {n. 143} prese il nome di Guardia Nazionale Mobile ed ebbe struttura e regolamentazione uniforme in tutto il territorio del Regno. Ai sensi della citata legge, potevano essere chiamati a farvi parte i cittadini che avessero soddisfatto gli obblighi di leva e non oltrepassato l'età di 35 anni compiuti. Di essi venivano formate, in ogni Comune, liste annuali distinte in tre categorie: la prima dei celibi o vedovi senza prole, la seconda degli ammogliati senza prole, la terza degli ammogliati con prole. Potevano far parte anche volontari, riconosciuti idonei tanto per qualità morali quanto per fisica conformazione, purché avessero compiuto il 18° anno e non oltrepassato il 40° di età. La Guardia Nazionale Mobile poteva essere chiamata sotto le armi e assimilata alle truppe di linea agli effetti del soldo, delle indennità, delle prestazioni in natura, ecc., in caso di necessità, per una durata di complessivo servizio non superiore a tre mesi all'anno. Però, in caso di <<guerra guerreggiata entro i confini d'Italia>>, il detto servizio poteva essere protratto finché il Governo lo ritenesse necessario. Nella chiamata alle armi si cominciava dai volontari e si procedeva, in ordine di età e di categoria, dai più giovani fra i celibi e vedovi senza prole e via di seguito, fino all'esaurimento del contingente da chiamare. La statura minima prescritta era di metri 1,50. Curioso istituto era quello del così detto cambio. Il milite designato a far parte della Guardia Nazionale poteva farsi surrogare nel servizio da altro cittadino idoneo, che avesse non meno di 18 e non più di 40 anni di età." {Vd. GAZZETTA UFFICIALE, RG1861_08_09_194_PM.pdf - E parimenti il REGIO DECRETO Numero: 780 del 31/07/1862, avente TITOLO: che approva il Regolamento per l'esecuzione della legge 4 agosto 1861 sulla Guardia Nazionale Mobile}

L'Archivio di Stato di Napoli conserva il documento della Prefettura riguardante "lo scioglimento della Guardia Nazionale di Carovigno (Terra d'Otranto) per viltà dimostrata nella circostanza dell'aggressione al paese da parte di una banda brigantesca. 1862." In ordine a tale scioglimento, giova leggere anche il n. 51 de IL CITTADINO LECCESE del 14/02/ 863, che riporta tra le ULTIME NOTIZIE, questa RECENTISSIMA: "[...] Sappiamo che per 11 Consigli municipali, e per altrettanti corpi di G. N. di diversi Comuni sia stato proposto dal Prefetto lo scioglimento." Ora, in relazione allo scioglimento della Guardia Nazionale, le sollevazioni di Grottaglie e di Carovigno, secondo il Guagnano (2013), non solo confermarono "le tesi delle autorità che il brigantaggio, oltre ad essere annidiato nelle campagne, poteva ancora contare sul sostegno di quei comuni che non avevano espresso chiaramente nei rispettivi plebisciti l'adesione al nuovo stato unitario", ma comportarono altresì di conseguenza, per i comuni citati, "lo scioglimento dei consigli comunali e delle rispettive Guardie Nazionali." [p. 111] Il che non è suffragato da alcun decreto, per quanto mi risulti. E per di più, se il Guagnano ha inteso includere anche Carovigno tra quei comuni che non avevano espresso {plebiscitariamente} l'adesione al nuovo stato unitario, è falso, perché tutti i carovignesi allistati avevano votato sì.

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4.4. I BRIGANTI CAROVIGNESI. Quantunque dipinti con i colori più foschi e più cupi della in-umanità, nondimeno i nostri briganti hanno espresso una religiosità naturale, assorbita direttamente dal contesto famigliare e paesano, pervasa di devozione alla Madonna di Belvedere, e corroborata dal rito della Santa Messa e dei sacramenti. Si è accertato che quasi tutti hanno ricevuto il sacramento del battesimo, della cresima o confermazione, e dell'estrema unzione (quando è stato possibile). Uno e forse due hanno contratto matrimonio. Eccoli, in ordine di importanza brigantesca: Ø Giuseppe Nicola Laveneziana (o La Veneziana) Ø Giuseppe Valente Ø Oronzo Barco Ø Salvatore Francesco Laveneziana Ø I Fratelli Patisso: Carmine, Vincenzo e Luigi Ø Giovanni De Biasi Carovignese Ø Francesco Esposito Ø Michele Clericuzio Ø Giovanni De Biasi Maschitano E di certo hanno votato sì al plebiscito del 21 ottobre 1860: Oronzo Barco, Michele Clericuzio, Giuseppe Valente (insieme con il padre Domenico, e i fratelli: Donato, Nicola e Salvatore). Degli altri non lo si è potuto accertare, perché la lista, così com'era stata compilata, non forniva le generalità precise dei votanti (luogo e data di nascita, paternità e maternità). 4.4.1. Giuseppe Nicola LAVENEZIANA, alias Lu Figghju di lu Re. >> LAVENEZIANA GIUSEPPE NICOLA.docx << Giuseppe Nicola LAVENEZIANA di Francesco e Anna Maria CAVALLO è il 3° genito di 14 figli: nato il 1° Febbraio 1832, battezzato il 2/2/1832, confermato il 25 Novembre 1835 {insieme con Oronzo Barco e Giuseppe Valente}, morto in combattimento, il 1° Dicembre 1862, presso la Masseria dei Monaci di San Domenico Maggiore, posta tra Alberobello, Noci e Mottola. LA FAMIGLIA: IL PADRE: Francesco Domenico Nicola LAVENEZIANA di Pasquale e di Anna Clara FARAONE, nato e batt. il 12 Gennaio 1807, e † il 16 Agosto 1877 {Coniuge di secondo letto di Palma ZURLO} LA MADRE: Anna Maria CAVALLO di Giuseppe e di Lucrezia Bellanova nata a Ceglie Messapico il ... 1819, e † Carovigno-Villaggio Serranova, il 15 Marzo 1879, di Anni 60 (?), di professione Filatrice. Pasquale LAVENEZIANA sposa Anna Clara FARAONE il 5 febbraio 1802. Hanno avuto 3 figli, dei quali il 2° genito è: Francesco Domenico Nicola LAVENEZIANA, nato e batt. il 12 Gennaio 1807.

Francesco LAVENEZIANA si è sposato con Anna Maria CAVALLO il .........1828 (?) Hanno avuto 14 figli: 1. Pasquale (o Pascale, così battezzato nello stesso giorno) LAVENEZIANA, n. il 5 Marzo 1829 2. Giuseppe Laveneziana, n. il 4 Dicembre 1830, e battezzato lo stesso giorno 3. Giuseppe Nicola LAVENEZIANA, n. il 1° Febbraio 1832, e batt. il 2 4. Anna Rosaria Chiara LAVENEZIANA, n. il 19 Gennaio 1834, e batt. lo stesso giorno 5. Antonia Filomena LAVENEZIANA, n. il 29 Marzo 1836, e batt. il 30 6. Vito Antonio Filomena LAVENEZIANA, n. il 10 Giugno 1838, e batt. l'11 7. Maria Filomena LAVENEZIANA, n. il 9 Agosto 1840, e batt. il 10

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8. Oronza Lucia LAVENEZIANA, n. il 14 Giugno 1842, batt. lo stesso giorno 9. Salvatore LAVENEZIANA, n. il 26 Aprile 1844, e batt. il 28 10. Maria Lucia LAVENEZIANA, n. 18 Ottobre 1845, e batt. il 19 11. Rosa Agada (o Rosa) LAVENEZIANA, n. 15 Aprile 1848, batt. il 15 12. Pascale LAVENEZIANA, n. il 4 Ottobre 1849, e batt. il 5 13. Palmo Vincenzo LAVENEZIANA, n. il 13 Aprile 1851, e batt. lo stesso giorno 14. Arcangelo Raffaele LAVENEZIANA, n. il 27 Maggio 1853, e batt. il 29 * Il 27/12/1862, il brigante Vincenzo di Prezzo di Sandonaci, domiciliato a Mesagne, già in carcere, rende testimonianza spontanea al Delegato Mandamentale di Pubblica Sicurezza di Lecce in presenza di due testimoni. Chiestogli se avesse fatto parte della Banda Laveneziana e se Giuseppe Valente fosse stato suo compagno, rispose affermativamente, precisando che "era il più feroce avendo il grado di Capitano, ed il Valente coadiuvava Laveneziana al barbaro omicidio di tre Guardie Nazionali, come pure al ricatto eseguito in danno di D. Oronzo Catanzaro di Brindisi." [Enzo Poci, Parte I] Il cronista de IL CITTADINO LECCESE [Lecce 27/09/1862, n.° 30] ce lo presenta come "sbandato, e reo d'omicidio del Comune di Carovigno." [p. 120 ==> 5/5] Nella CRONACA dello stesso giornale [Lecce, 13/09/1862, n.° 28], si scrive da Carovigno che "il 10 corrente, cinque briganti a cavallo del seguito di Crocco, guidati da un tal Vito {sic} Nicola Laveneziana di Carovigno che da circa un anno fa causa comune co' briganti; alle ore 19 assalirono la masseria Masciarella poco lungi dal mare, in feudo di Carovigno e s'impadronirono d'un giovanetto di 15 anni a nome Vincenzino Brandi di Domenico proprietario di quel fondo [...]". [p. 111 ==> 4/5] Giova sapere che Giuseppe Nicola Laveneziana, alias Lu figghju di lu Re, e Giuseppe Valente, alias Nenna Nenna, il 20 Agosto 1862, erano convenuti al Bosco delle Pianelle insieme ad altri capibanda per sottoscrivere l'Atto di giuramento e di fedeltà al Sommo Pontefice Pio IX, a Francesco II Re del Regno delle Due Sicilie, e al Comandante della, cosiddetta, Colonna. Trattasi del famoso CONVEGNO DEL BOSCO PIANELLA, il cui resoconto ci è stato dato da Lucarelli (1946). Carella (2013), che qualifica Laveneziana "gerarchicamente subordinato al Romano", mette in risalto che fu "l'esponente più considerevole del brigantaggio brindisisino"; e ricorda quanto dichiarato dalla Giunta Municipale di Carovigno, il 16/12/1862: "Ritiratosi dal servizio militare <<per compiuto impegno>>, si era messo a condurre in fitto, insieme al padre e alla famiglia, la masseria Cuoco, in agro di Brindisi, di proprietà di don Pasquale Perez. Senonché, <<per fatti commessi in quel tenimento, come mancato omicidio, si diede a percorrere le campagne, onde evitare il rigore della legge, mettendosi in bande brigantesche nelle Calabrie e Basilicata>>. [p. 48] Relativamente alla masseria Cuoco, lo storico sanvitese rimarca che proprio là si portò Laveneziana con la sua banda, "la sera del 9 (o 10?) settembre, <<a circa un'ora di notte>>", e alla massara Costantina Nardelli consegnò un biglietto di ricatto per il padrone, scritto nel suo caratteristico idioma: "Caro don pasqualo perso che mi manto 700 docato nella masaria a tuttore che mi abisognio io mi le piglio No zo altro che dirvo sono vostro amico giuseppe nicola laveneziano delle pechera di domenico pastore penzo comi vi piacio io li voglio essere pagato. L'ultimo riferimento concerne alcune pecore che il Laveneziana aveva consegnato a tal Domenico Pastore e che non gli erano state più restituite, perché ritenute di proprietà del Perez. Era questa, quindi, la pendenza che l'ex fittavolo intendeva sistemare." [p. 87] Poiché Perez eluse la richiesta, Laveneziana sfogò senza pietà la sua ira sulla masseria.

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"Infatti - continua Carella -, tornato egli, dopo alcuni giorni (il 3 ottobre), con una comitiva di circa cinquanta uomini, armati e <<tutti a cavallo>>, chiese alla massara Costantina se il padrone avesse <<rimesso denaro per lui>>. Alla risposta negativa andò su tutte le furie ed inveì: Se mi avesse mandato il denaro non gli avrei fatto niente; ma adesso, sangue di ... (una bestemmia), dobbiamo bruciare tutto!" [pp. 87-88] Non lontano dalla masseria Cuoco, vi era quella, Lucci, delle sorelle Perez, Chiara e Innocenza, e lì piombarono, verso le ore 22 (Corrispondenti a circa le 16 attuali) di un giorno di settembre, ventuno briganti a cavallo, tutti armati di fucili e vestiti alla contadina, i quali, dopo aver fatto scorta di avena, pane e qualche indumento, consegnarono al massaro Giovanni Tafuri questa nota di ricatto: "Carissimo donna nocenzea perssia e donn chiara perssia che mi aveta madarme 200 piastre tutte le spese dello fumare e mi la vete fa trovare e si no io tardo la massario alli ritorne No zo altre che dirvo sono giuseppe nicola laviniziane. Ma al ritorno, <<dopo una ventina di giorni>> e <<in maggior numero>>, non arsero , come avevano minacciato, la masseria. Avendo, infatti, appreso che le due sorelle <<erano in disgusto col fratello>>, si allontanarono dicendo che <<per allora le perdonavano>>. L'odio implacabile del Laveneziana era, quindi, rivolto esclusivamente contro l'antico padrone!". [pp. 89-90]

Il 4 ottobre 1862 - scrive Carella - verso le ore 12 (Corrispondenti a circa le ore 6 attuali), più di venti persone tutte armate ed a cavallo e vestite a diversa foggia, chi alla villana, chi da artista (Sta per <<artigiano>>), chi scalzo (Era abituale, in quei tempi, per i ceti contadini), e chi senza giacca, accerchiarono il fabbricato della Masseria Camardella, tra Sandonaci e Mesagne, di proprietà del comandante Lupinacci della G.N. di Cellino, stando tutti coi fucili in resta. Sul posto c'era il massaro Francesco Amato di Ostuni e la moglie che s'era appena alzata. Si fecero molte interrogazioni sulla pertinenza di quella e di altre vicine masserie, e sulla qualità de' loro padroni. Chi si addimostrava il Capo, s'informò del capitano Lupinacci, segnalato quale autore della fucilazione di taluni sbandati, nella masseria Curti-Petrizzi presso Cellino. Mentre alcuni briganti venivano mandati nelle masserie vicine (Scaloti, Esperti e Annano) a requisire biada e altro, il massaro Amato dovette recarsi, a Cellino, dal capitano Lupinacci con una lettera di ricatto, scritta da uno fra essi vecchiotto e claudicante, con l'avvertenza che se non fosse ritornato entro tre ore con 1.200 ducati richiesti, avrebbero posto fuoco a tutto ciò che si trovava nella masseria ed agli animali vaccini che, trovandosi a pascolare, fecero raccogliere intorno alla casetta per tenerli vicini. L'arrivo della Guardia Nazionale di Mesagne e Francavilla, li costrinse alla fuga, distogliendoli così dal loro criminale proposito. Fra quei brignati - aggiunge Carella - parlanti chi il calabrese, chi il barese, chi il carovignese e chi l'ostunese, furono notati il figlio di Francesco Tammurrino di Ostuni, alias Arrobaciucci, e Giuseppe Nicola Laveneziana, giovane ben fatto. [pp. 100-101] Una sera di ottobre, Laveneziana incontrò Raffaele Calò, fattore della masseria San Nicola di Vincenzo De Nitto di Latiano, posta tra Latiano, Mesagne e S. Vito, che passeggiava a cavallo di una giumenta per le pezze della masseria Cazzato, e qui lo costrinse a seguirlo dove c'erano una ventina di compagni. Dopo avergli tolto la giumenta e consegnato il biglietto che aveva fatto scrivere da uno dei suoi, alquanto avanzato in età, disse: "Porta questo [...] al to padrone e digli che mandasse subito quello che domandiamo, che solo si riduce ad un semplice caffè, perché se non manda penseremo altrimenti." Eccone il contenuto: "Caro do vegenz mi avete cobiatire perche che io mi sono aprefettato della vostra giomento a mi bisognio per poca a giorno che poi vi la ritutuiscio ma vi prego di mantarcio una

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cosa di dinare perche che noi stiamo nella cabagnio non na abiamo come fare che mi manto mille piastro senzaltro e che mi mantato la speso per ciento persone e mantatele alla vostr masaria e si noi non li mantato o si che vo mantato la forzo sara pegio per vo No zo altre che dirvo Sono giuseppe nicola lavineziane e mantate le presto." [pp. 101-102] Il Calò, circa 20 giorni dopo, andando da S. Nicola alla vicinissima masseria Mazzetta, incontrò altri briganti tra i quali uno cui sentiva dare il nome di D. Angiolino, i fratelli Montanaro, ed un tale Antonio Campana di Latiano, comandati da Giuseppe Valente, Nenna Nenna. Questi gli chiese se avesse D. Vincenzo De Nitto mandato la somma chiesta; alla sua risposta negativa, gli consegnò un altro biglietto, fatto scrivere da don Angiolino; dicendogli di darlo al padrone, e, tirato fuori l'oriuolo, aggiunse: Se non torni fra due ore con i danari brugeremo la masseria. Il De Nitto, mal tollerando siffatta imposizione, mandò il Calò con una sua lettera dal comandante della Guardia Nazionale di Mesagne, per informarlo del fatto successo e indurlo a inviare la Guardia Nazionale alla masseria S. Nicola, perché minacciata. [Ibidem] Verso le ore 23 (circa le ore 17.00 attuali) di un giorno d'ottobre - è sempre Carella che parla -, arrivarono alla Masseria Torricella di proprietà del brindisino don Pompeo Terribile, sita tra Mesagne, Brindisi e San Pietro Vernotico, una ventina circa di briganti a cavallo, vestiti quasi tutti alla contadina, ed armati di fucile, e taluni anche di pistole. Costrinsero il massaro Angelo Pellegrino di Mesagne che riconobbe fra essi il Laveneziana, a prendere la giumenta baia, di alta statura, che stava nella stalla e che apparteneva al padrone. Giumenta che, accortisi che era quasi indomita, tosto lasciarono, per requisire, invece, un gabbano di lana del massaro, un fazzoletto della moglie di fondo giallo bordato bianco e rosso, due altri gabbani appartenenti, uno a un bifolco, l'altro a un pecoraro. Quindi se ne andarono per tornare, una ventina di giorni dopo, in maggior numero: portarono via la indomita giumenta che dovettero poi abbandonare nei fondi di Laterza per aver gittato un uomo a terra. [pp. 102-103] Alle ore 24 (circa le ore 18.00 attuali) di una sera dei primi di ottobre, ventuno briganti erano alla Masseria Barone del mesagnese Francesco Carluccio, sita tra Brindisi, Mesagne e S. Vito. "Mentre il resto della comitiva si disponeva intorno alla masseria, Giuseppe Nicola Laveneziana, con altri quattro o cinque, si avvicinò al {massaro} Biscosi e gli consegnò <<un biglietto che teneva già fatto>>, dicendogli di portarlo al padrone il giorno dopo. Quindi ripartirono. Ecco il testo del biglietto: Caro do cio carlucio chi mi mante 300 piastre mantatele alla massaria che io quanno mi rento comito io mengo a piglare e mantate 2 paccotto di sichere mantatemi il focile meletare e mantatemi la du botto 2 rotelo di polvo 6 rotelo di palle di nocio di tre quarte 2 paccotto di tubb meletare e 2 paccotto tubb paisane tubb a capelle No zo altre che dirv sono giuseppe nicola laviniziane e giuseppe valente. Dopo <<ventiquattro o venticinque giorni>> tornò la comitiva, forte di una <<cinquantina>> d'uomini, e <<quegli che pareva il capo di essi e che teneva la barba nera>> (il sergente Romano) chiese <<se vi era cosa per loro>>. Alla risposta negativa, consegnò altro biglietto, questa volta a sua stessa firma, Francescano Terribile, avvertendo <<che sarebbe ritornato a vedere se il padrone fosse stato mandare ciò che gli si cercava>> e che <<in caso di rifiuto sarebbe stata bruciata la masseria>>. Il Carluccio, però, al quale il Biscosi fece pervenire il biglietto a mezzo di Luigi Sorio, nulla mandò. E quando, il 22 novembre verso mezzogiorno, ripassò la comitiva, in numero di <<cento e più>>, la masseria era deserta. Era stata, infatti, chiusa <<per ordine governati-

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vo>>. Vi si trovava, per caso, il fattore Francesco D'Ancona, che si nascose in modo da non essere visto. Alcuni, allora, occuparono <<i dintorni del fabbricato>>, altri discesero da cavallo, scardinarono il portone e incendiarono <<il centimolo (Mulino), la pagliera e l'ombraccolo degli animali>>. Erano <<tutti a cavallo [...] armati di fucile [...] vestivano alla foggia di contadini>>." [Ibidem, pp. 103-104] Serve leggere in Lucarelli (1946) anche quel biglietto già fatto che il sergente Romano diresse al proprietario Francesco Carluccio di Mesagne per dare più efficacia alla richiesta del Laveneziana e del Valente: <<Signore All'istante che giunge la presente, rispondeti subbito, immantinente alla domanda fattavi dai miei Franciscani; in altro caso bruggerete con il vostro sentimento il tutto dei vostri beni, ciocchè non si è adibbito oggi per le prehgiere e pianto dei vostri .... di tutti quali non saranno intesi altra fiata. Tanti ossequi e mi dico Francescano Terribile 29 ottobre 1862>> [p. 95] La notte del 25 ottobre, una cinquantina di briganti a cavallo, forniti di armi da fuoco, giunsero alle masserie Castelluzzo e Sciotta, tra Ceglie e Francavilla. "Nella prima - spiega Carella (2013) -, tenuta in fitto da Domencio Caliandro di Pietro, presero <<due giumente [...] due cappotti, un intero abito di bordiglione ed altri oggetti>>; nella seconda, tenuta in fitto da Pietro Rocco Ciniero fu Francesco Saverio, preseero <<una camicia, due paia di calzetti, un cappotto, e del cacio>>. Tra essi furono riconosciuti <<il noto Laveneziana ed il Sergente di Gioia>>." [pp. 105106]

Si è detto sopra, riguardo all'impresa del 2 ottobre 1862 alla Masseria Cuoco di Pasquale Perez, che Laveneziana aveva provocatoriamente sfidato il Giudice e il Sotto Prefetto a battersi, se avessero avuto coraggio, in uno scontro armato al piano della Masseria Santa Teresa. Evidenzia il Carella che "quel <<piano>>, posto a circa dieci chilometri da Brindisi, fu teatro di uno dei fatti sanguinosi più singolari del brigantaggio brindisino." [p. 109] Questo, il resoconto dell'articolista de IL CITTADINO LECCESE [n.° 36, 31/10/1862], che ci dà "più minuti dettagli dell'ultima fazione contro i briganti: "Verso le ore 11 ant. del 23, una colonna composta di 5 Carabinieri a cavallo e 2 a piedi, con 45 G. N. s’incontrava alla masseria S.a Teresa con una banda di briganti a cavallo, che avea a suo capo, La Veneziana. I Carabinieri a cavallo credendo essere sostenuti dalla G. N. si slanciarono alla corsa contro i briganti; questi accennarono darsi alla fuga, ma nel frattempo la G. N. presa da timor panico fuggiva in direzione di Cellino sparpagliandosi per la pianura. Di ciò avvistisi i briganti sostarono e fecersi quindi addosso ai Carabinieri che si trovarono costretti retrocedere, sostenendo la ritirata dei due che erano a piedi. Fortunatamente per i Carabinieri i briganti volendo attorniare la G.N. fuggente formarono un semicerchio nella pianura, ed i Carabinieri poterono combattere alla spicciolata e farli sostare, dando così luogo alle G. N. di rientrare in paese. Un brigante, caduto da cavallo, {Carmine Patisso di Carovigno}, impostò il suo fucile contro il Carabiniere Arini e con un colpo lo rovesciava da cavallo fratturandogli il braccio destro. Quindi il brigante stesso gli era addosso dandogli col fucile sulla testa, ma il Carabiniere afferravalo pel collo colla mano sinistra, e sopraggiunto il Brigadiere Fiorineschi e il Carabiniere Piludo, scaricavagli questo un colpo di rewolvers, ed assestavagli l’altro più colpi di sciabola nella testa per cui rimase come morto.

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I briganti accorrevano allora in soccorso di lui; ed i Carabinieri, rimontato a fatica l’Arini a cavallo, dovettero ritirarsi in paese, inseguiti sempre dai briganti. Rimasero prigionieri di questi 12 militi, che invece di ritirarsi eransi nascosti nella macchia, dei quali uccisero tre perché portanti pizzo e baffi all’italiana, e rilasciarono gli altri nove dopo avergli tagliato un pezzo di orecchio, per essere così pecore segnate. I cadaveri dei tre uccisi furono rinvenuti in parte bruciati. Il brigante ferito fu portato via dai briganti quasi moribondo." [pp. 4-5/5] Il carovignese Carmine Patisso, catturato il 4 novembre 1862, "confessò aver preso parte nell'ultimo combattimento di S. Teresa ove riportò colpi di sciabola alla testa, ed un altro al petto da una palla di rewolvers." [IL CITTADINO LECCESE, 8 NOVEMBRE 1862, n.° 37. p. 4/5] Carella (1973) poi spiega che [p. 71 ==> 23/42] "al termine dello scontro i briganti, che si erano spinti all'inseguimento, tornando sulle loro posizioni, ebbero modo di catturare tredici guardie nazionali, dispersesi nella campagna prima [p. 72 ==> 24/42] dello scontro: Marco Vincenzo Pecoraro, Giuseppe Mauro, Cristoforo Miglietta, Tommaso Corvino, Carmelo Caforio, Pasquale Caforio, Vito Vincenzo de Marco, Michele Miglietta, Pasquale Papaleo, Angelo Pennetta, Vit'Antonio (sic) Donadeo, Nicola Brigante e Angelo Cascione. Tremenda fu la loro sorte. <<Svillaneggiati e battuti per istrada>>, furono condotti presso la masseria S. Teresa e fatti collocare, ginocchioni, l'uno accanto all'altro. Quindi i briganti, consultato un libro <<ove era tutto segnato>> e che portava il capitano, dissero a Giuseppe Mauro: <<Tu avevi quattro carlini al giorno come spia sotto Francesco, ed ora ne ài tre sotto Vittorio>>. Poi, rivolgendosi a Marco Vincenzo Pecoraro e a Cristoforo Miglietta: <<Conosciamo che voi siete andati facendo la spia>>. E commentavano: <<I villani non hanno colpa, noi vogliamo i capi della Guardia Nazionale>>. Poi, il brigante ferito dispose della loro sorte e si passò alla fucilazione. Cominciò ad essere eseguita facendo mettere le vittime <<faccia a terra>> e <<poggiando la bocca del fucile sul [loro] collo>>. Primi ad essere fucilati furono proprio il Pecoraro, il Mauro ed il Miglietta (Cristoforo), che precedevano gli altri nell'ordine. Quando, però, si passò a Vit'Antonio Donadeo, questi, in preda al terrore, <<con lo squallore della morte>>, gridò: <<Madonna del Carmine aiutami!>> Fu miracolo o combinazione, il colpo non esplose e il Donadeo <<sentì lo scatto del fucile che non diè fuoco>>. Il sergente Romano, allora, che insieme al Laveneziana procedeva all'esecuzione, forse suggestionato da tale evento, disse al Donadeo: <<Alzati che tu sei salvo, e devi essere veramente devoto alla Madonna del Carmine come ne sono io: le devi fare una gran festa!>> Ed anche gli altri ebbero salva la vita. [p. 73 ==> 25/72] Prima, però, di essere lasciati definitivamente in libertà, furono, a ricordo perenne della vicenda, sottoposti ad uno strano supplizio: con delle forbici vennero loro mozzate le orecchie, meno che ad Angelo Pennetta, Pasquale Papaleo, Pasquale e Carmelo Caforio, che avevano la testa fasciata per ferite e colpi ricevuti. Eseguì l'operazione Giovanni Spadofino di Paolo del Colle, mentre Francesco Monaco tagliò e portò <<seco, come segno di valore, i baffi e la barba di un milite massacrato>>. Altri presero, come cimeli, i mozziconi d'orecchie e li esibirono nelle loro peregrinazioni in segno di trionfo." 25 giorni dopo, esattamente il 19 novembre, "la compagnia brigantesca - stando al Carella (2013) - si scontrò con la <<Colonna mobile di Ceglie, composta da' Reali Carabinieri e Guardia Nazionale [...] tra le masserie appellate Marruni e Difesa in tenimento di Francavilla>>. E <<dalla Difesa>>, si portò <<nella masseria denominata S. Giacomo (tra Francavilla e S. Vito), ove il Capo ch'era Errico Romano, soprannominato Lamorte>> , fece distribuire ai suoi <<pane e ricotta forte, e biada>>.

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Poi, si diresse ad <<un'altra masseria fra Carovigno e S. Vito>>. È Colacurti, da cui, la notte del 20, moverà alla volta di Carovigno." [p. 106] A mo' d'inciso si rileva, per quanto concerne la surriportata qualificazione del Carella, che Valentino Romano, dopo aver definito il Nostro "il più famoso brigante brindisino", enfatizza che egli "era uno dei pochi che aveva l'ardire di contrastare le decisioni del <<sergente Romano>> che, in alcune circostanze ebbe a redarguirlo per gli eccessi di violenza. Il brigante carovignese, affatto intimorito, arrivò a spiegare al capo che solo attraverso l'uso sistematico di questa si potevano ottenere i risultati sperati." (https://blog.libero.it/BRIGANTESEMORE/8562748.html) Il che, a parer mio, è affatto diverso da quel che racconta GUAGNANO (2013) parlando dell'Ottobre 1862: "La sera del 2 ottobre 1862 le bande guidate da Romano, Laveneziana e Valente, composte da circa 160 individui, manovrarono minacciose intorno a Brindisi. Nella Masseria Masciullo, dopo aver sottratto alcuni oggetti, Laveneziana e Valente scrissero un foglio all'indirizzo del proprietario Don Francesco De Castro di Mesagne contenente la richiesta di mille piastre e munizioni (ASB, B.81, Fasc.15). La stessa sera un altro ricatto di duecento piastre fu notificato nella masseria Lucci di proprietà di Innocenza e Chiara Perez. Il giorno successivo i briganti erano nella masseria Cuoco di Pasquale Perez per incassare un'estorsione richiesta il 9 settembre. Alla risposta negativa del massaro, il Laveneziana andò su tutte le furie: Se mi avesse mandato il denaro non gli avrei fatto niente; ma adesso sangue di ..., dobbiamo bruciare tutto! Ordinò quindi di dare alle fiamme la masseria e fare strage di tutti gli animali. Qualcuno nella comitiva, forse Romano, a quell'ordine manifestò il suo disaccordo e Laveneziana: Sangue di ..., se non facciamo tutto questo, non avremo niente dei ricatti! Nel volgere di pochi minuti il fabbricato di Perez fu distrutto. I briganti prima di andare via fecero sapere al massaro Galiano: Fattore se ti domandano il Giudice e il Sotto Prefetto chi siamo, dì loro che siamo soldati: essi vogliono Vittorio Emanuele e noi vogliamo Francesco Secondo; se hanno coraggio venessero al piano della Masseria Santa Teresa che là li aspettiamo! Avvertite il Sig. Perez che se non ci manda subito li 700 ducati chiestigli, lo andremo a bruciare nel suo palazzo a Brindisi (ASB, B.82, Fasc.41)." [p. 98] A integrazione della prima parte del brano del GUAGNANO, si aggiunge quel che fa sapere CARELLA riguardo alla Masseria Masciullo. Qui, i briganti "piombarono, la sera del 2 ottobre <<dopo le ore 24 (Corrispondenti a circa le ore 18 attuali)>>, in <<una quarantina e più>>. Scesero da cavallo il Laveneziana, che comandava la spedizione, ed <<altri tre o quattro>>. E, mentre il resto della comitiva circondava il fabbricato, essi si avvicinarono al tal Francesco Cuomo, che sostava sul portone d'ingresso, e gli punatono pistole e pugnali alla gola, chiedendogli armi e fucile. Poiché il Cuomo rispose che il fucile era stato <<richiamato>> dal padrone, il Laveneziana lo redarguì: Tu facisti lu fessa allu 48! il Cuomo si giustificò dicendo che <<il 48 aveva gittato pure egli il cappello in aria in Mesagne, solo perché così avevano fatto tutti gli altri>>. Quindi salirono al <<piano superiore, facendo aprire tutt'i mobili, frugando nel grano se vi erano armi, e prendendo <<due rasoi, una tovaglia, una camicia ed una bacchetta per pulire i fucili>>. Scesero, poi, nella stanza del massaro <<il Laveneziana ed un altro de' briganti, carnicato {butterato?}di faccia e zoppo (lo scritturale!), il quale preso carta calamaro e penna che portava, unitamente ad un libro grande >> (un volume ove erano annotate minuziose notizie su fatti e persone), scrisse un biglietto di ricatto per <<do Cice di Castre>>, con richiesta di <<1000 piastro [...] do focile melotare 2 rotolo di polvo 8 di palle di nocio di tre quarte 2 paccotto di tube melletare 4 paccotto di tube paisane a cappelle 6 paccotte di sichere>>. Tale biglietto, a firma di <<giuseppe nicola laveneziana e giuseppe valente>>, i due capi carovignesi, venne consegnato al massaro Antonio Zullo, giunto da poco con la <<giumenta del padrone>>, per il recapito al De Castro.

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Quindi, si allontanarono sottraendo allo Zullo la <<giumenta del padrone>> e <<un gabbano di lana nera un gilè di velluto una camicia di tela, tre fazzoletti colorati, un paio di stivali del figlio, 10 sacchi di lana, due bardelli, un capestro con serretta>>. Tra quegli uomini il Cuomo riconobbe i tre fratelli Montanaro di Latiano e <<tale Patisso di Carovigno>> (Carmine o Vincenzo?) che gli <<puntò in gola il fucile con la baionetta>>." [pp. 99-100] Si rileva altresì incidentalmente che i gg. 5-10 settembre 1862, secondo Guagnano e prim'ancora Lucarelli, Laveneziana aveva compiuto due gesta, o meglio, due azioni brigantesche, quali il costringere un contadino o colono, ex-soldato borbonico, a seguirlo, e il sequestro del giovane carovignese Vincenzo Brandi. La narrazione del Lucarelli cozza però con questa del FERRERI (1866): "Fra i più attivi e rapaci della banda {Romano} eravi il Giovanni Spadafina. Questi, come ne poteva trovare occasione, faceva anche delle escursioni particolari, associandosi, secondo i casi, tre o quattro de' compagni; e così andava commettendo estorsioni, furti, grassazioni per conto proprio. Sul cadere del giorno 5 settembre 1862 lo Spadafina, unito ad altri tre briganti, armati di fucili, pistole, sciabola, e tutti quattro a cavallo, giungono alla masseria Panzo, in territorio di Acquavia, condotta da Leonardantonio Surico di Gioja. Gl'impongono di consegnare le armi e due camicie. Sorpreso, impaurito, il Surico non ripete parola ed obbedisce. Allora uno di que' briganti, spiegata una carta, gli domanda di Angelo Pastore, ex-soldato borbonico, che stava a suo servizio. Chiamato il Pastore, comparisce, e riceve ordine di seguirli. Non valgono osservazioni, preghiere, lamenti ad impedirne o sospenerne la partenza. L'ordine è assoluto, irrevocabile. Il Pastore, benché padre di famiglia, deve seguirli. Passano i quattro briganti per la contigua masseria, locata a Vito Leonardo Carnevale, e vi rubano una vecchia giumenta, sulla quale fanno salire il sequestrato Pastore. Procedono oltre; e per via incontrano il massaro Francesco Mastrangelo, il quale cavalcava un buon cavallo. Non ci voleva di meglio, per un cambio fortunato! : il Mastrangelo deve accontentarsi di cedere il suo cavallo, e di prendersi la vecchia ròzza. Il Pastore intanto per ben quindici giorni è costretto a viver la vita dei briganti, a lasciare loro credere che, di proposito, avrebbe fatto parte della banda, e corso le loro avventure; ma infine un momento opportuno gli si presenta alla fuga. Egli lo coglie senza esitare; e scampato, di ritorno in famiglia, fassi sollecito di svelare all'Autorità quanto eragli occorso." [pp. 157158 ==>169/221]

Si riporta il testo del Lucarelli (1946), e a seguire quello del Guagnano. "Il 5 settembre 1862, sull'imbrunire, quattro banditi, armati di tutto punto e vestiti di velluto nero, si presentano alla masseria del Panzo, fra Gioia e Acquaviva, dove lavorava un colono di Casamassima, Angelo Pastore, già milite del Borbone. La Veneziana, che conduceva la pattuglia, spiega un foglio in cui erano allistati vari nomi e, chiamato con un cenno imperioso della mano il Pastore, gli domanda s'egli abbia mai servito il re Francesco. Alla risposta affermativa gli consegna un fucile e gl'impone di seguirlo senza indugio. Quegli chiede che almeno gli si consenta di scomputar la caparra antcipatagli dal massaro; ma il sergente, irremovibile, si fa mallevadore del pagamento presso costui ed insiste nel suo proposito. Di lì si recano insieme alla masseria Carnevale, sita in quelle vicinanze, s'impadroniscono di una cavalla e, fatto montar su il povero contadino, si allontanano di corsa, dirigendosi per le campagne di Gioia e di Noci verso la penisola salentina, ove si trovava il grosso della masnada." [pp. 83-85]

"Il pomeriggio del 5 settembre quattro persone a cavallo armate di fucili, pistole e sciable vestite di velluto nero alla Calabrese, si presentano nella masseria il Panzo in territorio di

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Acquaviva condotta dai fratelli Leonardantonio e Vincenzo Surico di Gioia, portando via un fucile e dei vestiti. Tra i briganti furono riconosciuti Laveneziana e Giovanni Spadafina di Palo del Colle alias il trombettiere. Laveneziana, mostranto un foglio contenente una lista di nomi, domandò del colono Angelo Pastore di Casamassima che aveva militato per otto anni nell'esercito borbonico. Condotto l'uomo dinanzi ai briganti gli fu imposto di aggregarsi a loro ricevendo in consegna un fucile. La comitiva si recò in seguito nella vicina masseria Marazia di Vito Leonardo Carnevale dove requisì una giumenta che fu affidata al coscritto allonanandosi in seguito in direzione dei boschi di Gioia e Noci." [Guagnano, p. 95] Continuiamo con CARELLA (2013): [p. 82] "Lasciata Monacella (Tutto il racconto dell'itinerario seguito dalla comitiva brigantesca è ricostruito in base alla dichiarazione di Vincenzo Brandi al Giudice Supplente di S. Vito, cit) verso le ore <<ventitre e mezzo>> (Corrispodenti a circa le ore 17.30 attuali), la comitiva si recò alla masseria Caposenno, ove il Laveneziana scambiò, da solo, qualche parola col massaro Francesco Paolo Fontana, <<che era sopra un pozzo invigilando gli uomini che colà faticavano>>. Forse, per saper se qualcuno lo avesse cercato per il riscatto del Brandi o per dare relative istruzioni ove ciò si verificasse. Si diresse, quindi, verso quella zona della <<marina [...] posta fra le due masserie Calcagni e Boezio>>. A Boezio il Laveneziana spedì due uomini per prelevare biada. Ed essi, subito dopo, tornarono in compagnia di un tale che s'intrattenne a parlare col Laveneziana per <<circa un quarto d'ora>>. Era Arcangelo Leo di Carovigno, venuto a consegnare cento ducati per il riscatto del Brandi. Ma, ecco come erano andate le cose in Carovigno. Verso le ore 22 (Corrispondenti a circa le ore 16 attuali) di quel giorno, nel <<caffè di D. Vincenzo Scarano sito nella pubblica piazza>>, Domenico Brandi aveva ricevuto dal Saponaro, insieme alla nota di ricatto, la notizia del sequestro del figlio. <<Commosso a tale inaspettata novella>>, si >>abboccò>> con don Belisario Filomena, sul cui suggerimento andò a consegnare la detta nota al Delegato Straordinario. Insieme al Delegato e ad <<altri amici sopravvenuti>> fu deciso di inviare la somma di cento anziché mille ducati <<quasicché fosse stata questa quella richiesta [...] fingendo di non aver ravvisato le quattro cifre che segnano i ducati mille>>. Alessandro Andriani [p. 83] compilò la lettera di accompagnamento e Arcangelo Leo si offrì per recapitarla, con la somma e i sigari. Non si volle prestare il Saponaro perché i briganti - disse - <<nello spedirlo in Carovigno lo avean minacciato che se non portava al suo ritorno gli oggetti e la somma richiesta lo avrebbero regalato di due palle in fronte>>. Nei pressi della masseria Boezio, dunque, il Leo <<effettuò la missione. Ma, poiché la somma non corrispondeva a quella richiesta, i briganti - secondo quanto riferì egli stesso <<avrebbero voluto sacrificare il ragazzo. Ma egli riuscì a impedirlo, <<per sue preghiere>> e con la promessa che <<avrebbe persuaso>> il genitore <<d'inviar lor la resta>>. Quindi, fece scrivere allo stesso ragazzo una lettera al padre, per pregarlo di adempiere l'invito, <<pena la vita sua nella negativa>> (Dichiarazione di Domenico Brandi al Giudice Supplente di S. Vito, cit.). Subito dopo, la comitiva si diresse verso <<le macchie>> di Specchiolla, ove giunse <<dopo un paio di ore di cammino>> e vi trascorse la notte. Intanto, nelle ore pomeridiane di quello stesso giorno (9 settembre), giunta a S. Vito, capoluogo di mandamento, notizia dei fatti accaduti, si formò <<prontamente>> una spedizione di carabinieri e soldati di truppa, guidata dal brigadiere Gamato I Gaspare, comandante la Stazione Carabinieri, e dal capitano Luigi Bossi, comandante la 14a Compagnia del 16° Fanteria, di stanza in S. Vito , e mosse alla volta di Carovigno. Durante il percorso si aggiunse, inoltre, un contingene di guardie nazionali, pure di S. Vito.

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Da Carovigno, il capitano Bossi si mise in comunicazione telegrafica con Ostuni e Brindisi, da cui partirono altre analoghe spedizioni. E tutte insieme, puntarono <<perpendicolarmente>> verso il mare, con evidente manovra di accerchiamento. Vennero perquisite <<diverse masserie quasi tutte situate sulla spiaggia del mare>> e si operarono alcuni arresti: quello di Francesco Laveneziana {padre e del figlio Vincenzo, secondo Guagnano, p. 96}, di Donato Carononno, di Angelo Carrone e di Pasquale Tamburrano che, trovati nella masseria Monacella ed interrogati, dettero <<risposte [...] contraddittorie l'una dopo l'altra>>; quello, eseguito in Carovigno, di Pasquale Epifani, <<fittabile>> [: affittuario, fittaiolo] della masseria Marinò di proprietà di Lorenzo del Prete, che aveva <<spacciato pubblicamente d'aver ricettato i briganti e dato del mangiare>>, ed era <<stato visto>> inoltre <<d'aver comprato una quantità di sicari ed altro, per portarli ai briganti nella sua masseria, ove difatti erano stati veduti secondo le deposizioni date dai coloni della stessa>>; quello, infine , di Vitantonio Laveneziana, che aveva <<comprato sicari, ed altri generi diversi, per più giorni somministrandoli ad essi briganti>>, ed era stato visto <<quella sera istessa della cattura del Brandi [...] ad abboccarsi col fratello Capobrigante>> (Rapporto sottoscritto dal brigadiere Gamato I Gaspare e dal Capitano Luigi Bossi, cit.). Nonostante, però, tutto il dispiegamento di forze e le misure adottate (tra cui la <<chiusura>> degli <<sbocchi del paese con delle sentinelle>>, per impedire un eventuale <<movimento di spie>>), non fu possibile prendere i cinque briganti che, mobilissimi, riuscirono a farla franca. Unico fatto positivo dell'operazione fu la liberazione del giovane Brandi, avvenuta la mattina del 10 settembre. Ne ricostruiamo l'episodio. I briganti furono sorpresi proprio in quelle macchie, tra Serranova e Specchiolla, ove avevano trascorso la notte. Il Laveneziana dette ordine <<che si avesse fatto fuoco per quanto più si poteva>> (cosa che, invece, non potevano fare i soldati per la presenza del giovane). Si misero, quindi, in fuga dirigendosi <<verso la masseria Bufolaria>>, da cui dovettero poi retrocedere, perché vi <<stanziava altra forza>>. In tale circostanza, il Brandi, che si <<trovava piazzato dai Briganti innanzi di loro>> e che, nella retrocessione, era venuto a trovarsi <<al di dietro>>, inuito il momento favorevole ed incoraggiato dagli stessi soldati si gettò da cavallo <<gridando all'aiuto>> e correndo verso di loro. I briganti, impegnati nella fuga, non poterono, naturalmente rincorrerlo. E fu salvo! (Relazione del Giudice di S. Vito al Procuratore del Re presso il Tribunale di Lecce, cit.; dichiarazione di Vincenzo Brandi al Giudice Supplente di S. Vito, cit.).

Dopo tali vicende, Vincenzo Brandi passò in Carovigno col nomignolo: il Brigantino {meglio, lu Brigantinu}."[pp. 79-85] Riprendendo con LUCARELLI, si ha che il tristissimo La Veneziana, il 9 settembre 1862, "capeggiando un drappello della banda Romano, passa dalla fattoria Perez e rilascia al custode un avviso di estorsione per la somma di settecento ducati"; e il successivo 3 ottobre, "l'intera masnada col <<maggiore>> La Morte e centosessanta militi a cavallo tornano quivi e pretendono dal fattore la somma domandata. Come apprendono che il padrone non si era punto impensierito dell'intimazione, prorompono in furibondi eccessi: scannano dieci bovi, quattro vacche, centodiciassette capre, centoventi pecore, e cacciatene altre quattrocento in un cortile circondato di sterpi e di paglia, vi dan fuoco, perché tutte periscano; incendiano legna, fieno, capanne, carri, attrezzi da lavoro. Poscia la follia sterminatrice si abbatte sul caseggiato: sono scardinate le porte, abbattute le tettoie, divelte le finestre; ed elevata una gran catasta, si dà tutto alle fiamme. In breve la masseria, ricca e fiorente, è ridotta in un cumulo di fumanti macerie. Taluno della comitiva, forse il Romano, a sì tetro e desolante spettacolo, si lascia sfuggire dalle labbra parole di biasimo e di sdegno; ma il La Veneziana, terribilmente logico

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nella sua efferatezza, risponde con volgare bestemmia: <<... se non facciamo tutto questo, non avremo niente de' ricatti!>> (1) [(1) Ivi, LXXXI, 11, 12.] [p. 96] Lucarelli mostra infine che il Perez, alcuni giorni dopo, volendo "riattare alla meglio il fabbricato, fa trasportare colà travi, pali ed altro materiale da costruzione: ma i briganti, di ciò informati, tornano ancora, bruciano ogni cosa e ingiungono che la masseria debba rimaner disabitata e deserta (Ivi, LXXXI, 12.)." [p. 97] "Il 7 ottobre - secondo Guagnano -, i briganti furono scorti nella masseria Alfieri nei pressi di Carovigno. [...] Il 21 ottobre cinquanta uomini agli ordini del Sergente erano nella masseria Spada di Oronzo Catanzaro di Brindisi. Laveneziana nei giorni precedenti {per Lucarelli: "In uno degli ultimi giorni di settembre del 1862" (p. 97)} aveva ingiunto a Catanzaro di preparare venti vestiti di felpa o di velluto che avrebbe ritirato per la metà del mese. Richiesto il massaro se fossero pronti quei vestiti, rispose di non avere niente per loro. Laveneziana ribattè: Dunque non si crede alla fede?... olà si bruci tutto! Uccidete gli animali! Abbattendo un bue con una fucilata. Il Sergente lo biasimò: Non si uccidono gli animali! Ai briganti fu ordinato di scendere dai cavalli e devastare l'edificio. In quei momenti i capi entrarono in una stanza e scrissero un biglietto estorsivo a firma del Sergente contenente la richiesta di mille duccati che fu consegnato al massaro Biscosi. Consumato il saccheggio, i briganti si spostarono nella vicina masseria Restinco anch'essa di proprietà di Catanzaro dove si impossessarono di due cavalli (ASB, B.81, Fasc. 15,16)." [Guagnano, p. 99] Per Gigi di Fiore (2017), "nella banda del sergente Romano, il più feroce contro i proprietari liberali era Giuseppe Nicola La Veneziana, chiamato <<Lu figghiu di lu Re>>. Si accanì contro il ricco possidente Giuseppe Catanzaro, che abitava in una masseria in provincia di Brindisi. Gli chiese venti vestiti di felpa o velluto per i suoi uomini, concedendogli un mese di tempo. Alla scadenza, La Veneziana tornò dal possidente chiedendo <<C'è niente per noi?>>. Gli fu risposto di no e lui reagì massacrando tutti gli animali nelle stalle." [p. 257] LA SORSA (1914), trattando de La banda di Carovigno, premette che il Mezzogiorno d'Italia venne quasi tutto infestato da [p. 62 ==> 73/333] "orde brigantesche che lasciarono tanto triste ricordo nella storia d'Italia, e da per ogni dove sfogarono vendette e commisero rappresaglie per soddisfare il loro odio, e punire terribilmente i voluti nemici." E parla quindi della banda di Carovigno che, a suo dire, acquistò celebrità "non tanto per il numero dei componenti, quanto per gli efferati delitti che commise e gli atti di crudeltà e di sangue perpetrati." Spiega che "non si conosce con certezza quando si formò la detta banda, ed a chi venne l'idea di comporla; senza dubbio la esistenza di altre bande nelle province limitrofe, e specialmente di quella comandata dal sergente Romano, che s'era resa celebre nella Terra di Bari, per i numerosi delitti consumati, dovette spingere dei malfattori a tentare la fortuna; e lasciate le case e le famiglie, si dettero alla campagna per rubare, saccheggiare e delinquere. Le prime notizie, che abbiamo potuto raccogliere, risalgono ai primi di settembre 1862, ma forse la banda dovè formarsi qualche tempo prima. Ne fu capo Giuseppe Nicola Laveneziana di Carovigno, giovane dalla persona alta e prestante, dall'aspetto truce e imperioso, che destava terrore e spavento in quanti lo vedevano. Era contadino, ignorante e quasi analfabeta, ma pieno d'audacia e di coraggio, bramoso di rapina e di vendette, capace di compiere qualunque delitto per mostrare la sua bravura ed appagare le sue cupidigie. Il movente che lo spingeva al brigantaggio, non era la devozione alla causa dei Borboni, ormai decisa ineluttabilmente, né un'idealità più o meno generosa, ma la bramosia del saccheggio, il desiderio di sfogare il proprio odio contro i nemici personali, l'istinto brutale del sangue e della ferocia.

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[p. 63 ==> 74/333] Insieme con lui si unirono altri contadini, o militi sbandati o renitenti,

oppure giovani di indole malvagia, che trascinati dal proprio istinto o dall'esempio, speravano di vivere meglio facendo i masnadieri che lavorando nei campi. Quest'accozzaglia di malviventi infestò le campagne del Brindisino e del Distretto di Taranto per parecchi mesi, e lasciò numerose tracce delle sue rapine e dei saccheggi in moltissime masserie e villaggi." La Sorsa lascia intendere surrettiziamente che il Sergente Romano, e la sua banda, mirava unicamente a "rubare, saccheggiare e delinquere". Il che non è affato vero. Lo si rinviene, tra l'altro, in una sua nota manoscritta riportata da G.O. Tancorre (2011): "Le mie disgrazie. Dopo un anno in circa di boscosa solitudine, un dì si presentano meco tredici masnati individui mediocramente armati, accennandomi essere difensori di Francesco II° e della Santa Chiesa Cattolica Romana. Io desideroso far compagnia in tale oggetto, onde difendere i sopra citati diritti esattamente ai quali ero ben disposto da molto tempo, come a tutti è ben noto; accoglieva detti uomini e con tutto zelo incominciava subito ad occuparmi a tutto quello che mi conveniva. Al che questi mi accettavano per loro Capo, doveano stare sotto la mia ubbidienza per tutti que' buoni comandi che da me si emanavano per bene del nostro Re e della propria vita. Ma, siccome in questi esisteva il solo sentimento di rubbare e non mai quello di farsi onore di eguaglianza al mio incominciavano ad agitarsi contro di me, permettendosi dire fra di loro stessi, noi siamo uscito in campagna e siamo chiamati Ladri e dobbiamo rubbare; e se il nostro Capo non fa come noi diciami, male morte farà oppure resterà solo. Tal congiura portava presso di me senza saperlo. Si permetteano pure fare de' furti, senza la mia conoscenza dove io ordinava di andare ordinatamente e militarmente con educazione. Ecco che Iddio siccome non ha mai permesso la falsità ha dimostrato subbito che chi crede d'incannare è l'incannato, come lori tradivano e incannavano me, che cercava farmi e fargli onore; Così da un traditore più fiero ed ancor di loro essere amaramete tradito, e con mio gran duolo disfatti, e la maggior parte di atrocemente morte. Ecco che siccome io conosco e tutti conosciamo che Iddio protegge sempre la rettitudine, se andavano retti Iddio tanto non permetteva e la nostra causa poteva sempre andare innanzi." [pp. 52-53]

* LA MORTE del nostro LAVENEZIANA CARELLA (2013), nel Capitolo XIII sul tramonto del brigantaggio politico, chiarisce che [p. 181] il 1° Dicembre 1862, la banda al completo: Romano, Laveneziana, Mazzeo, Lo Caso e Valente, lascia il bosco Pianella e si dirige verso Noci, giungendo alle ore 16.00 alla Masseria Monaci, tra Noci, Alberobello e Mottola. E altresì che qui, al pomeriggio, secondo la dichiarazione del sanvitese Giuseppe Greco al Giudice Istruttore di San Vito: [p. 182] "scesi da cavallo, cercava ognuno assestare il suo animale, ma al momento stesso che si spedivano le sentinelle, queste allo approssimarsi di un muro alquanto distante retrocedettero allo scoppio di poche fucilate, e riportarono la notizia che già stava a fronte la Truppa (16a Compagnia del 10° Reggimento Fanteria e Guardia Nazionale), incontro a cui pei primi corsero i tre capitani Laveneziana, Pizzichicchio e Nenna Nenna; non così Errico la Morte, che per essere andato in cerca di foraggi e viveri per le masserie limitrofe, ritornava quando il fuoco da ambe le parti ferveva tra i suddetti capitani con altri dei Briganti di questi, e la Truppa; e poiché si prendeva da questa il sopravvanzo, il predetto La Morte senza punto impegnarsi gettò via il suo cappello (l'insegna del comando: il cappello con la coda di volpe!) covrendosi con berretto tolto ad un compagno (espediente che gli consentì di salvare la vita)." E infine, che "nello scontro, Giuseppe Nicola Laveneziana rimase ucciso insieme ad <<altro brigante>>; furono feriti il Pizzichicchio, <<da proiettile alla scapola sinistra>>, ed il

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Quartulli, <<in una gamba da un colpo di palla>>. Tra i briganti si determinò confusione, panico e fuggifuggi. Quella sera i boschi e le campagne intorno a Monaci rigurgitarono di uomini in preda allo spavento, vaganti furtivamente tra gli alberi in cerca di siti tranquilli!" Stando alla dichiarazione di Antonio Campana Esposito, Carella riferisce che dopo lo scontro, [p. 183] "<<circa quaranta briganti nascosti nella così detta pagliera, scapparono, riunendosi in una grotta a circa due miglia distante il bosco le Pianelle>>, nella quale <<vi si potevano benissimo alloggiare più di duecento cavalli>>. Ivi convennero pure, con loro seguaci, i capi Pizzichicchio, Capraro, Nenna Nenna ed il Romano, <<tutti scissi e discrepanti tra di essi>>, i quali, dopo reciproche accuse ed ingiurie, <<presero la determinazione di ciascuna banda prendere la direzione, per la propria salvezza>>. Parecchi, quindi, si riorganizzarono in comitive e continuarono a percorrere la campagna grassando, depredando e uccidendo; altri invece andarono a costituirsi spontaneamente alla giustizia, nei propri paesi, con la speranza che ciò servisse ad attenuare il rigore delle condanne loro spettanti." [pp. 181-183] In merito alla morte del Laveneziana, ucciso nel conflitto di Monaci, Carella dice [p. 183] essere stata confermata dal brigante Cosimo Manieri nella dichiarazione resa al Delegato di Pubblica Sicurezza di Nardò, il 18 dicembre 1863. E parimenti [p. 186] confermata da un altro brigante, tale Angelo Marulli che si era presentato di propria sponteanea volontà al capitano della Guardia Nazionale di San Vito al fine di godere dell'indulgenza promessa dal Real Governo. Ecco il racconto, riportato da Carella, del conflitto di Monaci e del suo costituirsi spontaneamente alla giustizia: "[...] essendo arrivati nella masseria detta de' Monaci, ci fu ordinato scendere da cavallo, legarli e governare. Ciò fatto, si mise una sentinella; ma questa avendo gridato immediatamente ch'erano arrivati i Piemontesi, cercammo subito montare a cavallo, ma non s'ebbe il tempo. Laonde avvenne ch'Errico Romano se ne fuggì con una quarantina a cavallo. Altri quaranta si nascosero dietro la paglia, e diversi altri fuggirono chi per una strada, chi per un'altra. All'indomani tornai sul luogo per vedere che cosa era stato dei compagni, e vidi ch'era stato ucciso Giuseppe Nicola Laveneziana ed un altro. Mi si disse che vi era un terzo ucciso, ma io non lo vidi. In seguito di che vedendomi libero, mi portai in queste contrade per presentarmi alle autorità." Il Marulli, conclude Carella, venne condannato a 20 anni di lavori forzati e ulteriori 5 anni di sorveglianza speciale. [pp. 186-187] Anche Guagnano dà per certa la morte, in combattimento, di Giuseppe Laveneziana. [p. 122]

In verità, non siamo riusciti a trovare l'atto di morte del Figlio del Re ucciso. Per questo, l'amico bibliofilo carovignese mi ha suggerito di contattare il Museo di Anatomia dell'Università di Torino perché a suo dire potrebbe, il corpo dell'ucciso (Laveneziana), o meglio, la sua testa essere stata portata via per essere studiata dal Lombroso e dai suoi assistenti. La dottoressa Cristina CILLI, Conservatrice e Responsabile dell'Archivio del Museo di Anatomia umana "Luigi Rolando" della Università di Torino, mi ha risposto, tramite e-mail: "Controllando sul database dei documenti d'archivio così come tra i reperti umani della collezione con identificativo noto purtroppo non risulta il nome del brigante da lei cercato." E comunque il Prefetto Gemelli della R. Prefettura della Provincia di Terra d'Otranto, nella sua determina del 16 Dicembre 1862, dopo aver premesso che "parte dei briganti, scampati ... alla disfatta della masseria Monaci... sono fuggiti altrove, e parte si aggirano o isolati, o a piccole comitive in questa provincia"; e aver ribadito che "bisogna o combatterli o catturarli per tempo, onde impedire che si raggruppino"; e affermato che "già, tra presentati e arrestati, il loro numero è scemato, in questi ultimi giorni, di venti e più"; dà i nomi degli altri, stremati di viveri e dispersi, vale a dire i seguenti: 1. Laveneziana Gius: Nicola da Carovigno. (a) [(1) Si dice morto, ma non è accertato.]

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[...]

30. Valente Giuseppe da Carovigno, 31. De Biasi Giovanni idem, [...] 41. Quartulli Angelo da Ostuni. [IL CITTADINO LECCESE. Lecce 20 dicembre 1862. Anno II, n. 43. p. 4/5]

Lo stesso Giornale Politico-Letterario leccese riporta a p. 172: "BRIGANTAGGIO Dopo la disfatta toccata ai briganti nella masseria Monaci abbiamo i seguenti fatti. [...] - Al Sottoprefetto di Brindisi essendosi presentato un tale Antonio Campano da S. Vito {Carella (2013): Antonio Campana Esposito si costituì volontariamente al Delegato Circondariale di Pubblica Sicurezza, in Brindisi, il 9 dicembre 1862. Sarà Condannato ai lavori forzati a a vita. (p. 185)}, brigante ha ri-

velato, che nella disfatta alla masseria Monaci restò ucciso il capobanda Laveneziana, che 40 briganti scamparono la vita, nascondendosi in una pagliara, che raccolti poscia in una grotta in numero di circa 80, fra essi era il Pizzichicchio ferito da una palla nella scapola sinistra, il Capraio, e il famoso sergente di Gioia che ivi si divisero in due bande, la prima di 50 individui capitanata dal Capraro mosse per la Basilicata, l'altra di 15 col sergente di Gioia per la Provincia di Bari, e gli altri 15 furono mandati via perché inetti e vili. Lo stesso brigante indicò i luoghi frequentati dalle bande, ed assicurò che queste si erano spesso raccolte in una grotta due miglia distante dal bosco Le Pianelle in territorio di Martina, la quale poteva contenere sino a 200 cavalli." [5/5] È davvero sorprendente quello che scrive Massimo Cardillo (2018), a p. 45 della sua opera: "L'1 dicembre 1862 un reparto del 10° fanteria, riuscì a sorprendere alla masseria Monaci, nei pressi di Alberobello, alcuni briganti del Sergente Romano, fucilarono 14 uomini, compreso il capo La Veneziana." * A mo' di conclusione, ecco altre menzioni d'onore, per così dire, brigantesco: Franco MOLFESE (1966): "8) Terra di Bari e Terra d'Otranto... La Veneziana Giuseppe Nicola {Martina, Francavilla, Manduria} Aggregato alla banda Romano nel 1862. Ucciso alla masseria Monaci." [p. 379] G. O. TANCORRE (2011): "N. 45 Giuseppe Nicola La Veneziana - Carovigni - 2° Reggimento di Linea" [p. 74] G. MASSARI (1863): La Commissione d'inchiesta parlamentare nella relazione del 3-4 Maggio 1863, enunciando i provvedimenti da prescrivere contro i briganti che sono in campagna, non può fare a meno di rimarcare che "i più pericolosi e più spregevoli briganti sono quelli che annidano nelle città, e che da queste con ogni maniera di sussidii, d'incoraggiamenti, di aiuti sovvengono coloro che sono in campagna. Contro codesti complici urbani più o meno palesi od occulti dei masnadieri campestri vuolsi si rivolga in modo speciale la severa e indefessa vigilanza del prefetto e della Giunta. Vi ha dei sindaci che tepidamente o male adempiono i loro doveri? Essi debbono essere sospesi dall'esercizio delle loro attribuzioni. Vi ha degli uffiziali e dei militi di guardia nazionale che non si adoperano con la voluta alacrità al disimpegno dei loro doveri? Deve essere parimente decretata la loro sospensione, e quando si giudichi che la trascuratezza nel servizio sia frutto di malvolere, si deve senz'altro procedere alla radiazione dai ruoli, e provvedere all'andamento del servizio anche con la nomina di comandanti provvisorii. Qualora poi avvenga che le cose oltrepassino i limiti indicati, e che i Consigli municipali e le guardie nazionali manchino ancor più gravemente ai loro doveri, la sospensione e la radiazione non sono punizioni sufficienti. Pongasi per esempio il caso del municipio di Grottaglie che festeggia ed accoglie la masnada del brigante Pizzichicchio; quello del municipio di Carovigno che usa gli stessi modi verso le orde del brigante La Veneziana; ..." [p. 129 ==> 138/209]

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IL CITTADINO LECCESE [Lecce 27/09/1862, n.° 30.] CRONACA [...] Sappiamo ancora d'un viglietto di ricatto per duc. 700 spediti al signor Giuseppe Perez e firmato da Giuseppe Dom.° La Veneziana sbandato, e reo d'omicidio del comune di Carovigno. [p. 120 ==> 5/5] IL CITTADINO LECCESE [Lecce 29/11/1862, n.° 40] ULTIME NOTIZIE DEL BRIGANTAGGIO. [...] Ci gode l'animo di annunziare che in queste perlustrazioni la truppa di linea, e le guardie nazioni han careggiato di zelo, e di buon volere insieme ai loro ufficiali. Della colonna partita da Lecce il 24 e ritiratasi il 26 ne parleremo per mancanza di spazio nell'ultimo numero. Ci è mancata per sei giorni la posta di Napoli! Fatto straordinario, non mai accaduto, neppure a tempi de' nostro padri. Dopo il terzo giorno si seppe che i corrieri lungi d'essere stati fatti prigionieri, o uccisi arrivavano sani, e salvi a S. Vito, e che non passavano oltre, perché da S. Vito a Brindisi la via era ingombra di briganti. Dal terzo giorno sino al sesto fu un va e vieni di domande, e risposte trasmesse col telegrafo. Alcuni dicevano; o una rivoluzione sarà scoppiata a Napoli, o il Laveneziana ha formato sulla via che da S. Vito mena a Brindisi, un campo trincerato di briganti, simile a quello che formarono i Russi nella battaglia di Eylau. Finalmente dopo il sesto giorno venne la posta che fu che non fu? Sappiano che all'ordine spedito dal Prefetto al Sotto Prefetto di Brindisi di sospendersi il Sindaco, e di istruirsi un regolare processo, si ebbe risposta, che il Sindaco non avea mai trattenuto i corrieri, e che richiesto di una scorta, egli stesso con 30 militi, sotto una pioggia dirotta, si era recato a Brindisi, accompagnando l'ultimo messo, spedito da Lecce, portatore delle sei valigie. Ciò posto i corrieri debbono rispondere. Staremo a vedere se gl'interessi materiali e morali del pubblico si possano oggi bistrattare così impunemente.

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4.4.2. Giuseppe VALENTE, alias Nenna Nenna. Giuseppe VALENTE, alias Nenna Nenna: 3° genito di 10 figli, nato il 14 Novembre 1832, † il 5 Marzo 1878 nel Bagno Penale del Comune di Civitavecchia (Roma). Fu battezzato il 15/11/1832, e confermato il 25 Novembre 1835, lo stesso giorno cioè di Oronzo BARCO e di Giuseppe Nicola LAVENEZIANA. Dall'ESTRATTO DEL REGISTRO DEI VERBALI DI DECESSO del Bagno Penale di Civitavecchia, si riporta quanto segue: "L'anno mille ottocento settantotto addì cinque del mese di Marzo alle ore undici antimerid. nell'infermeria della Casa, alla presenza del Signor Direttore coll'intervento del signor Alessandri Dr Tommaso Medico della Casa, e del Signor Palagi R. Luigi, Cappellano, e coll'assistenza dei signori sottoscritti testimoni cogniti idonei e richiesti. Si rende noto che il detenuto VALENTE GIUSEPPE figlio di fu Domenico, d'anni 44, nativo di Carovigno (Lecce), e domiciliato a Carovigno, di professione Carrettiere, stato condannato il 18 Giugno 1869 dall'Assise di Bari alla pena di Lavori forzati a Vita per Associazione a Malfattori, entrato nella casa il 3 Novembre 1874 ed ammesso nell'infermeria il 1° Gennajo 1878, è deceduto alle ore 10 ant. del giorno Cinque di Marzo 1878 in seguito a Vasto Asteofarcomo a carico della gamba destra e Venne munito dei SS. Sacramenti." LA FAMIGLIA: IL PADRE: Domenico Antonio Francesco VALENTE di Nicola e Emilia CANDIDA, nato l'8

Ottobre 1799, batt. il 10, e † il 20 Marzo 1868 LA MADRE: Tommasa Vittoria SAPONARO di Giuseppe e di Caterina FRANCIOSO, nata (e battezzata) il 12 Febbraio 1812 e † il 20 Gennaio 1884 {in sposa a 16 anni e 3 mesi circa} Domenico Antonio VALENTE e Tommasa Vittoria SAPONARO si sposarono il 26 Maggio 1828, ed ebbero 10 figli: 1. Nicola VALENTE, n. il 22 Ottobre 1829, e batt. il 23 2. Donato Antonio VALENTE, n. il 6 Marzo 1831, e batt. il 7 3. Giuseppe VALENTE, n. il 14 Novembre 1832, e batt. il 15 4. Salvatore VALENTE, n. il 28 Settembre 1834, e batt. il 29 5. Maria Filomena VALENTE, n. il 15 Febbraio 1837, e batt. il 16 6. Maria Concetta VALENTE, n. il 21 Ottobre 1840, e batt. il 22 7. Vincenzo Crocifisso VALENTE, n. il 6 maggio 1842, e batt. lo stesso giorno 8. Carmela Emilia VALENTE, n, il 21 Gennaio 1845, e batt. il 22 9. Maria Consiglia Addolorata VALENTE, n. il 19 Dicembre 1846, e batt. il 21 10. Vita Antonia Consiglia VALENTE, n. il 20 Febbraio 1850, e batt. il 23 Quanto alla madre, rileviamo che il Sindaco del Comune di Carovigno, il 10 Ottobre 1863, la segnala nell'Elenco nominativo degli Oziosi Sospetti Ladri e Sospetti Manutengoli: "Tommasia SAPONARO (Paternità: ===) - (Professione) Filatrice - (Patria e Domicilio) Carovigno Sospetta Manutengola - (CONNOTATI). (Età) 58 anni, (Statura) Alta, (Occhi) Cervoni, (Mento) Ovato. La predetta è madre del Brigante arrestato Giuseppe Valente." *§* CARELLA (2013) ce lo rappresenta così: [p. 49] "GIUSEPPE VALENTE di Domenico, detto Nenna Nenna, di anni 30, <<trainiere>>, di Carovigno. Era <<soldato [...] che servito aveva come sotto uffiziale garibaldino>>, quando, <<per rissa e malumore coi compagni, disertò da Scafati {SA} nel maggio 1861>> e si diresse <<verso questa Provincia, ove pervenuto rimase nelle vicinanze di Latiano, latitante per quelle masserie>>.

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In una di esse, denominata Cazzato, ebbe modo di conoscere don Giuseppe Pagliara di Latiano, che ne era l'affittuario e che dietro promessa di denaro, armi e munizioni, lo esortò a costituire una banda brigantesca e ad attentare alla vita del capitano della Guardia Nazionale di Latiano, don Achille Nitti. E, <<come arra di tutte le operazioni che far doveva>>, gli dette la somma di <<ducati dodici>>." {Arra: caparra, garanzia} Il Valente, però, che - come egli stesso dice - <<non aveva in mente di far nulla>>, continuò a <<vagare per quella campagna in unione di due altri sbandati a nome Giovanni De Biasi e Carmine Patisso>>. Senonché, dopo qualche giorno, <<stretto e perseguitato dai Carabinieri e dalle Guardie Nazionali di Latiano>>, incontrò (al Cazzato, verso la fine di settembre 1862) il Laveneziana, che lo invitò <<a far parte della banda>>. Egli accettò, avendo <<le armi, il cavallo ed il grado di Caporale>>. {Domanda che sorge spontanea: Laveneziana e Valente, non avevano partecipato al Convegno delle Pianelle, il 20 agosto 1862?}

Ma anche il Valente diventerà un capobanda. Dopo aver diviso, infatti, per qualche tempo, il comando col Laveneziana, formerà una sua comitiva autonoma. (Dalla dichiarazione resa dallo stesso Valente: al Prefetto di Terra d'Otranto, in data 23.12.1862, ibidem, fascio 82, fascic.. 29); al Giudice Istruttore del Tribunale di Lecce, in data 29.12.1962, ibidem , fascio, 83, fascic. 74)" CARELLA aggiunge che dopo la disfatta di Monaci, [p. 184] "Giuseppe Valente, Nenna

Nenna, tornò nel Brindisino e fu arrestato in Lecce la sera del 22 dicembre 1862. Sarà condannato ai lavori forzati a vita (Sentenza della Corte d'Assise di Bari, n° 25 del 18.6.1869)." (p. 184) Prima di riferire del suo arresto, sarà bene ascoltare ciò che ha da dire Gigi DI FIORE (2018) nei suoi riguardi: "Il sergente Romano divise gli uomini in più compagnie, ognuna al comando di un capitano. Il primo comandante era personaggio singolare, originario del Salento {Carovigno, in Terra D'Otranto}. Si chiamava Giuseppe Valente. Lo definivano <<brigante letterato>> perché sapeva leggere e scrivere bene e le sue richieste di denaro le compilava in stile corretto. Aveva un passato di garibaldino, come molti tra i briganti del Sud. Con le camicie rosse era diventato addirittura sottufficiale. Aveva creduto al riscatto della sua terra, alle promesse fatte ai contadini. Invece, capì subito che le cose stavano diversamente, che camicie rosse e piemontesi erano venuti a fare gli interessi dei <<galantuomini>>. Così, si fece brigante, come lo bollarono quelli della guardia nazionale. I suoi uomini lo chiamavano anche <<Nenna Nenna>> e terrorizzò l'intero Salento." Il DI FIORE racconta altresì che nell'agosto del 1862, [p. 261] "ci fu una riunione delle diverse bande nei dintorni del bosco della Pianella. Si incontrarono in una grotta, così ampia che poteva contenere non meno di 200 cavalli. C'erano dieci tra i capi principali della Puglia, tra cui Romano, Valente e La Veneziana. Decisero di riunire le loro forze, affidando il coordinamento al maggiore Romano, il più istruito di tutti e con maggior esperienza. Lui propose un piano d'azione tra l'area brindisina e il salento, evitando la provincia di Bari che era troppo sorvegliata. Da quel momento, lasciarono il territorio barese." E infine che, morto il La Veneziana in combattimento, [p. 264] "Valente <<Nenna Nenna>> riuscì a fuggire con diciassette uomini e scappò verso Carovigno. Fu catturato pochi giorni dopo, il 21 dicembre del 1863, nella zona di Porta Napoli a Lecce su segnalazione di una spia. Venne processato con altri ventiquattro imputati e, il 10 maggio 1866, fu condannato ai lavori forzati a vita." Cosa dire di questa narrazione del Di Fiore? E in particolare dell'affermazione dello storico e saggista ecc., per il quale Giuseppe Valente era un brigante letterato ecc.; e che avesse creduto al riscatto della sua terra ecc.; che fu catturato, il 21 dicembre 1863 {sic! In realtà: 1862}, a Lecce (Porta Napoli) su segnalazione di una spia? Valga per tutti quanto scrive l'articolista de IL CITTADINO LECCESE [N. 44 del 27 dicembre 1862):

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"BRIGANTAGGIO [...] Quando le Guardie di P. S. ci arrestano ladri, e manutengoli dei briganti, noi le loderemo sempre. La sera del 22 c. m. fu arrestato da Luigi Miglietta un tal Luigi Romano di Galatone, compagno del brigante Giuseppe Valente. La medesima sera fu arrestato l'altro compagno del Valente, per nome Vito Nicola Morciano di Presicce da Luigi Helzel Guardia di P. S. Finalmente oggi 27 a 16 ore, dallo stesso Miglietta fu arrestato Vincenzo Bello, che tentò di rubbare in casa del signor Punzi, insieme all'altro suo compagno che rimase ferito. _______ Nelle ore pom. del giorno 21 spirante {dicembre 1862}, tre ignoti girondavano dinanzi la nostra porta di Napoli. Avvenne che capitando in quel luogo un vetturale di Carovigno, ed accortosi di quei brutti ceffi, si slancia improvvisamente sopra uno di essi, lo stringe vigorosamente colle sue braccia, e gridando: al brigante, al brigante, lo trascina in una farmacia vicina. Gli altri due se la dettero a gambe precipitosamente prendendo l'aperta campagna. Quel brigante era il rinomato Giuseppe Valente da Carovigno uno de' capi della masnada di Laveneziana, sperperatasi in diverse direzioni dopo la disfatta toccata nella masseria Monaci. Sopraggiunse tosto in quella farmacia il sig. Luigi Zecca sergente nella 4a Compagnia della G. N., ed aprendosi una via per mezzo alla folla che accerchiava il brigante, lo afferra per petto, e così attanagliato lo mena nel Corpo di Guardia. Gli si rinvennero sopra nove anelli di oro, e varie immagini di Santi (guarda se non han ragione i preti a lodare tanto le masnade de' briganti!): e disse essere venuto qui con intendimento di presentarsi all'autorità competente. Il vero è che egli è passato al potere giudiziario, e subirà la pena di cotante nequizie perpetrate insieme ai suoi fratelli. Sia lode al Sergente Zecca ed a quel vetturale che eseguivano sì rilevante arresto. Ma non eguale lode all'ufficiale di guardia in quella sera, il quale con una mirabile indifferenza assisteva all'andirivieni continuo che si faceva nella Gran Guardia, all'affollarsi scomposto di tante persone estranee alla G. N. e forse ignote anche alle sentinelle, di che si era circondato il posto di guardia. [p. 172 ==> 5/5] Premettiamo che la CRONACA del precedente N. 43 [IL CITTADINO LECCESE, 20/12/1862], riporta la determina, datata Lecce 16 Dicembre 1862, con la quale il Regio Prefetto GEMELLI, dopo aver ribadito che i briganti "bisogna o combatterli o catturarli per tempo, onde impedire che si raggruppino", nomina e cognomina tra i 41 briganti "stremati di viveri e dispersi", anche i nostri: "1. Laveneziana Gius: Nicola da Carovigno (Si dice morto, ma non è accertato) - [...] 30. Valente Giuseppe da Carovigno - 31 De Biasi Giovanni idem [...]." Il Prefetto quindi, "presi gli opportuni accordi colla Commissione incaricata di distribuzione del danaro raccolto dalle sottoscrizioni volontarie", determina che: "1. Sarà elargito un premio a chiunque, a cominciare da oggi, avrà arrestato uno dei briganti di cui sopra sono indicati i nomi. 2. La ragione di ciascun premio sarà come segue: per l'arresto di uno dei briganti capibanda L. 500 - per l'arresto di uno dei briganti sbandati o disertori L. 200 - per l'arresto di uno dei briganti refrattari L. 150 - per l'arresto di uno dei briganti gregari L. 100. 3. La elargizione di tali premi è indipendente da quello, che il governo dispensa per l'arresto di ciascun refrattario disertore o sbandato. 4. Per conseguire il premio basta che l'identità del brigante arrestato venga uffizialmente accertata dal Sindaco del comune, dove costui nacque o ebbe l'ultimo domicilio. 5. Il premio si potrà estendere anche alla cattura di altri briganti, fuori dei sopra nominati, purché ne sia dimostrata la qualità, e l'associazione in una delle bande armate.

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6. I briganti che volontariamente si presentassero, o avranno cooperato all'arresto dei loro compagni, saranno raccomandati alla clemenza sovrana." (pp. 171-172 ==> p. 4/5) Sia detto per inciso che la signora che Nenna Nenna voleva incontrare, era la 24enne Maria Pisello, alias Maria Pisieddu, ucca te furnu. http://www.notediarpa.it/2014/02/maria-pisiedduvocca-ti-furnu-nel-1862.html?m=0

Ecco cosa leggiamo in Brigantaggio in Terra d'Otranto 1860-1865 del 16/10/2015 scritto da Lucio Causo: "Il Valente venne arrestato il 21 dicembre dello stesso anno {1862} e consegnato alla Guardia Nazionale di Brindisi. L'arresto fu eseguito a Lecce per merito di un <<vetturale>> di Carovigno che lo riconobbe presso Porta Napoli, dove il brigante, in cerca d'amore, era a letto con una certa Maria Pisello, alias Maria Pesieddru ucca te furnu. Dei suoi compagni, alcuni si consegnarono alla giustizia, altri caddero nelle mani della polizia. La sentenza che riguardava i componenti di questa banda, si ebbe nel maggio del 1866; dei 25 imputati che figuravano nel processo, 17 furono condannati alla pena dell'ergastolo, fra cui il Valente e il Laveneziana." Quest'ultimo di certo non era Nicola Giuseppe, ma bensì Francesco Salvatore. Ma vi si legge pure che, "il 23 ottobre del 1862, la banda del Valente, braccata dalla guardia Nazionale e dai Carabinieri, si scontrò con questi fra la Masseria Angelini e l'altra detta Santa Teresa. Nello stesso giorno la banda ebbe l'ardire di assaltare le caserme della Guardia Nazionale di Cellino San Marco e di San Pietro Vernotico: tre militi vennero uccisi perché portavano il pizzetto all'italiana; nove furono sfregiati secondo il costume brigantesco, con l'asportazione di un lembo dell'orecchio, per essere così pecore segnate; un'altra guardia ebbe salva la vita essendo parente dell'amante del Valente, certa Caterina Vigneri di Ostuni." https://archividituglie.wordpress.com/2015/10/16/brigantaggio-in-terra-dotranto-1860-1865/ LA SORSA (1914), [p. 77] "tra i molti delitti perpetrati dal Valente", ricorda "quello di aver violentato e seviziato parecchie donne nel territorio di Taranto, ad una delle quali per crudeltà o per capriccio tagliò barbaramente le mammelle." Per quanto concerne invece il soprannome Nenna Nenna, è davvero sorprendente quello che si scopre in Gaetano PICHIERRI (1988). Lo storico savese, nella sua Resistenza antiunitaria nel Tarantino, dopo aver affermato che i garibaldini settentrionali ritornarono ai loro paesi d'origine, e quelli del Meridione preferirono prendere la via della guerriglia, dice che "tra i pugliesi uno di questi fu Giuseppe Valente detto Nenna-Nenna, che divenne un noto capobanda." Lo stesso autore in nota spiega: "Trattasi di Giuseppe Valente (Nenna-Nenna) da Carovigno, ex sottufficiale garibaldino, renitente alla leva. Catturato a Lecce nel dicembre del 1862, fu condannato ai lavori forzati a vita." (Vd. p. 379, Molfese) E poi aggiunge: "Echi della presenza del capobanda di Carovigno sono da vedere nella composizione qui seguente, raccolta dal giovane savese Mimmo Saracino. La medesima è anche documento dei sentimenti popolari nei confronti dei soldati piemontesi: Vulissi addivintari na palomma, Nenna-Né, vulissi addivintari na Palomma pi' putiri libburu vulari E 'nguacchiari li divisi A tutti li Piemuntisi. Vulissi addivintari suricillu, Nenna-Né, vulissi addivintari Suricillu pi' rusicari sti cateni Ca mi tènunu lu peti E mi fannu schiavu. Vulissi addivintari pesci spada

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Nenna-Né, vulissi addivintari Pesci spada pi squartari tra Lu funnu ti lu mari Sti nimici nostri. Vulissi addivintari nu briganti, Nenna-Né, vulissi addivintari Nu briganti ca po' sta' sulu sobra Na muntagna e ti faci paura finu A quannu mori." [pp. 103-104] È bene sapere che il Sig. Mimmo SARACINO, da me contattato telefonicamente, Lunedì 7 Settembre 2020, mi ha gentilmente rivelato che questa poesia, o meglio, canto, glielo avevano raccontato le donne anziane (di cui una 90enne) di Sava, le quali facevano specifico riferimento a Nenna Né, cioè a Valente Giuseppe di Carovigno. LUCARELLI (1946), nel Cap. IV IL SERGENTE ROMANO ALLA LUCE DEI DOCUMENTI, sostiene che capeggiavano in Puglia e Basilicata la reazione borbonica, [p. 57] "una torma di volgari condottieri, per lo più contadini e pastori, sbandati o delinquenti evasi dalle prigioni ed insigniti di ridicoli gradi militari col brevetto della corte borbonico-papale"; e segnala [p. 58] il VALENTE tra gli "scellerati o disertori, furenti di vendetta o bramosi di pescare nel torbido dei sovvertimenti politici ..... ed altri facinorosi dagli agnomi spiranti orrore e desolazione." Successivamente lo storico acquavivese menziona, fra i membri della banda Romano: "ufficiali o militi designati con curiosi nomignoli indicanti le qualità fisiche e morali dell'individuo, il mestiere di famiglia, il luogo di origine ed altre personali caratteristiche, giusta la consuetudine dei nostri paesi", anche i carovignesi Giuseppe Nicola La Veneziana (Il figlio del Re), Giuseppe Valente (Nenna Nenna) e Oronzo Barco (Bellofatto)". [pp. 79-80] Nel narrare le gesta del brigantaggio (CAP. VI), scrive che [p. 103] "a sud, nella penisola salentina, scorrazzavano,..., altre numerose, ma piccole bande, capitanate da La Veneziana ..., Valente" e altri. Nel § IV dello stesso capitolo, parlando del convegno del bosco Pianella, avvenuto nell'Agosto del 1862, cita VALENTE insieme a LA VENEZIANA. [p. 114] E infine nel § IX, riguardante la disfatta della masseria dei Monaci, riporta ivi presenti circa 170 briganti con tutti i caporioni del brigantaggio salentino e barese, tra cui LA VENEZIANA e VALENTE che con Pizzichicchio, "chiamati a raccolta i compagni, affrontano i soldati e si battono coraggiosamente in prima linea. Mentre la mischia infuria e la banda già ripiega, sopravviene il Romano, ch'era atteso con ansia, ma, scorto il disordine de' suoi e il sopravvento della truppa, getta via le insegne del comando e, postosi in capo il berretto di un compagno, volge le terga. Alla fuga del condottiero segue una rotta piena ed irreparabile: muore La Veneziana, son feriti Pizzichicchio e Quartulli, cade prigioniero Scipione De Palo con altri nove banditi, e sono catturati più di ottanta cavalli con armi e bagagli. [...] La sera del 7 dicembre [1862], i vari capi partono per vie diverse: Valente, con sedici o diciassette compagni, per Carovigno; ...". [pp. 123-124] In ordine alle vicissitudini giudiziarie e penali del Valente, si ha questo: Nell'Archivio di Stato di Bari, Sezione di Trani - Corte d'Assise, relativamente alla sentenza penale a carico degli "accusati di associazione di malfattori riuniti in numero non minore di cinque ad oggetto di delinquere contro le persone e le proprietà ed altri reati consumati in Grumo nel 1863 - 1868", vi è anche Valente Giuseppe, contadino di Carovigno. [STRUMENTI CXXXIX, p. 458 ==> 248/303]

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Nell'Archivio di Stato di Foggia, Sezione di Lucera - Corte d'Assise, "Giuseppe Valente ed altri 22 individui di Carovigno, accusati di brigantaggio. 1864-1869." [STRUMENTI CXLV, p. 1029 ==> 233/376]

Nell'Archivio di Stato di Lecce, Tribunale Civile e Penale, tra i Processi del Giudice Istruttore, vi è quello concernente una "Associazione in banda armata con lo scopo di distruggere il governo; istigazione al brigantaggio e rifornimento di mezzi ai briganti Giuseppe Valente, Salvatore Montanaro e Francesco Scaringi, a carico di Giuseppe Pagliara, Achille e Bartolo Nisi ed altri, in Latiano. 1862 - 1863" [Ibidem, p. 1274 ==> 356/376] E ivi nei Processi della Corte d'Assise di Lecce, c'è quello avente per oggetto: "Brigantaggio a carico di Luigi Romano, in Lecce. Corrispondenza col brigante Giuseppe Valente e altri reati commessi da Teodoro Lanzillotti e Vito Nicola Morciano, in tenimento di Montesardo. 1862-1863." [Ibidem, p. 1277 ==> 357/376] Ora si espone che la Corte di Assise straordinaria del Circolo residente in Bari, con sentenza del 20 dicembre 1864, condannava, tra gli altri imputati, Giuseppe Valente alla pena della reclusione per anni dieci più le pene accessorie, "dietro il verdetto dei Giurati che li ritiene colpevoli di associazione di malfattori riuniti in numero non minore di cinque ad oggetto di delinquere contro le persone e le proprietà, ribellione, e complicità in omicidio." Contro detta sentenza, i condannati ricorsero alla Corte di Cassazione di Napoli, per questi motivi: "1° Non si sono svolte le quistioni negli elementi di fatto. Violato l'art.° 480 proc.a pen.e. 2° Non si è data ultima la parola agli accusati. Violati gli art.i 268 N.° 13, 267, e relativi motivi aggiunti. 1° I testimoni del carico Domenico Carlucci, Lazzaro Bonora, Battista Nicola, e Zucca Gioacchino non han giurato di dire tutta la verità. Vietato l'art.° 283 Cod. di proc.a pen.e. 2° Delle quistioni proposte ai Giurati non fu data lettura all'Udienza. Violata la Legge e la costante giurisprudenza della Corte di Cassazione." LA CORTE DI CASSAZIONE, il 20 Ottobre 1865, considera, sui due motivi principali: "Che essi non reggono, poiché le quistioni contengono tutti gli elementi costitutivi de' reati salvo ciò che si dirà in fine per i dubbi risultanti dalla mancanza di lettura delle quistioni stesse. E poi detto in termini chiari ed espressi nel verbale che la difesa ebbe ultima la parola". E sui due motivi aggiunti: "Che ambi questi motivi debbono accogliersi. La Legge ha stabilito che il testimone deve giurare di dire tutta la verità e null'altro che la verità, e non è lecito ad alcuno mutilare tale formola: non si tratta che ad una parola si è sostituita altra equivalente, intera, per esempio in luogo di tutta: si à propria la mutilazione di quel tutto. Le quistioni poi non furono lette in dibattimento sicché l'accusato e suo difensore avessero potuto se non osservare sul loro tenore, che come si è detto è regolare, reclamare per le quistioni omesse. Quando la Legge ha stabilito, che di regola nel verbale non si notino le dichiarazione de' testimoni, e le altre cose che si dicono, ognuno vede che la sola lettura delle quistioni, senza opposizioni può dimostrare di non essersi omesse quistioni necessarie, o di essersene poste superflue, e non corrispondenti ai fatti." Ciò stante, la Corte di Cassazione "accoglie i due motivi aggiunti, e rigettando i motivi principali, annulla l'impugnata sentenza col dibattimento, e rinvia la causa alla Corte di Assise del Circolo di Trani, perché provveda a nuovo giudizio colle norme del rito. Fatto, deciso e pubblicato all'Udienza, in presenza del Pco Mto il suddetto dì 20 Ottobre 1865." [ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI, CORTE DI CASSAZIONE]

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Circa 4 anni dopo, la Corte di Assise di Bari, con sentenza del 18 Giugno 1869, condanna Valente Giuseppe fu Domenico, detto Nenna-Nenna, di anni 36, "alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita di diritti politici, alla interdizione patrimoniale." Il Nostro concluderà la sua vita brigantesca, e terrena, nel Bagno Penale di Civitavecchia il 5 Marzo 1878. Altre menzioni d'onore brigantesco: MOLFESE (1966): "8) Terra di Bari e Terra d'Otranto. [...] Valente Giuseppe (NennaNenna) Da Carovigno, ex sottufficiale garibaldino, renitente al richiamo alle armi. Catturato a Lecce nel dicembre 1862, condannato ai lavori forzati a vita." [p. 379] TANCORRE (2011): "54. Giuseppe Valente - Carovigno - 2° Cacciatori" [p. 74] CARDILLO (2018), in particolare, 3 volte: I. La prima, trattando del "Romano Pasquale Domenico <<Sergente Romano>>, <<Enrico la morte>>, <<Francesco il terribile>>, <<Il Maggiore>>. Banda di grande dimensione fino ad un numero di 300 uomini militarmente inquadrati, in gran parte ex soldati borbonici, dove la disciplina vi veniva mantenuta rigidamente, operante nel Barese e nel Brindisino tra il 1861-1862, si dice che avesse scelto come proprio rifugio i boschi di Martina Franca, tanto che, una grotta nella gravina del Vuoto porta il suo nome, banda distrutta nel gennaio 1863. Si unirono a lui nell'agosto del 1862 nel bosco Pianella a nord di Taranto, scegliendolo come capo quali che diventeranno suoi luogotenenti: Colasuonno Riccardo, L'Abbate F.S., La Veneziana Giuseppe Nicola, Lo Caso Antonio, Mazzeo Cosimo, Monaco Francesco, Valente Giuseppe." [p. 209] II. B) "Valente Giuseppe <<Nenna Nenna>>. Si unì alla banda del Sergente Romano diventandone un luogotenente, operava nella zona delle Murge e del tavoliere di Lecce. Alcuni dei componenti della banda: Greco Giuseppe." [p. 235] III. "Valente Giuseppe <<Nenna-nenna>> di Carovigno, capobanda e banda Sergente Romano, ex sottufficiale garibaldino, renitente al richiamo alle armi, catturato a Lecce nel dicembre 1862 e condannato ai lavori forzati a vita." [p. 533] Incidentalmente si rappresenta che contrariamente a quanto pensava e scriveva il prof. Andrea Gabrieli (1891), tra il Valente e il Laveneziana non c'è alcun rapporto di cuginanza.

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4.4.3. Oronzo BARCO, alias Bellofatto. Oronzo BARCO, alias Bellofatto, figlio di Domenico e di Anna Crescenza FARINA, è nato il 23 Luglio 1834, battezzato il 24 e confermato il 25 Novembre 1835 (insieme con Giuseppe Valente e Giuseppe Nicola Laveneziana). Fu condannato dalla Corte di Assise di Bari, il 18 Giugno 1869, assieme a Francesco Salvatore LAVENEZIANA, "alla pena di lavori forzati per la durata di anni venti per ciascuno, alla interdizione di pubblici uffizi ed alla sorveglianza speciale della Pubblica Sicurezza per altri cinque anni dopo espiata la pena principale." † Morirà il (?) a (?). LA FAMIGLIA: IL PADRE: Francesco Paolo Domenico BARCO (n. il 3 Luglio 1807, batt. il 5 - † il 24 Gen-

naio 1856) di Oronzo e di Rosaria MELE, Vir Annae Farina. LA MADRE: Anna Crescenza FARINA (n. il 2 Ottobre 1808 - † il 21 Dicembre 1886, di anni 78) di Oronzo e Carmela EPIFANI. Domenico BARCO e Anna Crescenza FARINA, sposatisi il 16 Settembre 1833, hanno avuto 6 figli: 1. BARCO Oronzo, n. il 23 Luglio 1834, e batt. il 24 2. BARCO Rosaria Filomena, n. il 18 Febbraio 1837, e b. stesso giorno 3. BARCO Vito Antonio, n. 12 Agosto 1840 4. BARCO Arcangelo Raffaele, n. il 28 Settembre 1844, e b. il 29 5. BARCO Vito Maria {U.S.C. di Carovigno: Vita Maria}, n. il 16 Giugno 1850, e b. stesso giorno 6. BARCO Vincenzo de Paula, n. 19 Ottobre 1852, e b. stesso giorno) ["Sposato in Ostuni, il 5 Maggio 1910, con Antonia Sepefri Agostino", annotazione aggiunta nell'Atto di Battesimo N. 123] * CARELLA (2013): [p. 51] "ORONZO BARCO fu Domenico, detto Bellofatto, di anni 27, contadino, <<impossidente>>, celibe, di Carovigno. Segni particolari: aveva la <<barba castagna unita sotto il mento>> e il <<naso aquilino>>. Si diede al brigantaggio dopo l'uccisione di Oronzo Felice Vincenti." Rimarchevole, secondo Carella, è la vicenda umana di Bellofatto. Ecco il racconto che questi fa nella dichiarazione resa, il 15/12/1862, al Giudice Supplente di San Vito: [p. 52] "In una sera che non ricordo, sulla piazza di Carovigno {io} richiedeva a Vincenzo Primicerio la mercede di talune giornate prestategli da me e da mio fratello Arcangelo in occasione di pulire il terreno sottoposto agli alberi di ulivo, dette comunemente aje; dal predetto Primicerio si elevavano delle difficoltà (era scarsa la mercede del contadino e pur lesinata!) per cui intendeva ridurre la dovuta mercede, ed alle mie giuste osservazioni, si mostrò quasi persuaso, quando il di lui parente fu Oronzo Felice Vincenti trovatosi presente animò di bel nuovo la controversia e dissuase il pagamento della predetta mercede; donde fra costui e me emerse una rissa che cessò presto e senza alcuno inconveniente per la mediazione di buoni amici, ad ubbidire i quali presi la determinazione di ritirarmi; ma in ciò eseguire venni altra volta assalito dal ridetto Vincenti che con pietre e con le mani mi maltrattò positivamente, tanto da impegnare a mio favore Oronzo Lanzellotti Teresella per lo di cui mezzo separati potetti ritirarmi in mia casa, ove giunto mi posi a cena, e perchè la stagione era calda {io}veniva ciò ad eseguire innanzi la porta d'ingresso, ma quivi venne ancora ad importunarmi il ripetuto Vincenti, invitandomi fra l'altro ad uscire in mezzo alla strada volendosi, come diceva, bere il mio sangue, e davami in pari tempo epiteto di ladro e svergognato, avvicinandosi sempre più all'uscio di mia casa. Credetti allora non farmi sorprendere, e trovandomi vicino la mia vanga {io} afferrava questa per servirmene come mezzo di difesa. Di tal mio movimento profittando il Vincenti fu sollecito tirarmi un colpo di stile col quale venne a ferirmi nella parte dell'in

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guine sinistro, ed io per iscaricargli un colpo di vanga che andiede a vuoto sì perché la ricevuta ferita mi tolse ogni ardire, sì perché il Vincenti avvedutosene si ritrasse indietro. In tal punto però sopraggiungevano due sorelle di quest'ultimo sul luogo della rissa ed al di loro giungere cadde per terra il di loro fratello esclamando oh mamma! E perché io pensava alla mia ferita, punto non mi curai indagare del come avveniva quel fatto, e credo che il colpo che ricevè il Vincenti donde ne conseguitò la morte gli venne inflitto da alcuna delle sue sorelle che nel buio volendolo a me vibrare colpì invece il fratello." Carella aggiunge che la Giunta Municipale di Carovigno ebbe a dichiarare, il 15 Gennaio 1863, che il Barco [p. 53] "<<per evitare il rigore della Giustizia si diede a latitanza e quindi nel giorno ventuno [...] Novembre profittando del momento quando la banda Laveneziana assaliva>> Carovigno, <<s'intruse nella stessa>>. In quell'occasione - dice lo stesso Barco nella sua dichiarazione - avendo egli sentito rumore di spari, uscì dalla stalla di Luigi Brandi, ove <<pernottava>> e, portatosi in piazza, incontrò il Laveneziana, che già conosceva e che gli ingiunse, con evidente tono che non consentiva ripieghi: Galantuomo, da più tempo ti cercava, fate (sic) presto e vieni con noi!" Oronzo Barco - riporta infine Carella - [p. 184] "si costituì volontariamente alla giustizia, dichiarando al Giudice Supplente di S. Vito di aver voluto far così <<alfin di essere (di lui) disposto nel modo di ragione>>. Sarà condannato a venti anni di lavori forzati e ad ulteriori cinque anni di sorveglianza speciale." {N.B.: Riguardo a Oronzo Felice e le sue sorelle, si danno le generalità, rilevate da Crocifisso Buongiorno: - Oronzo Felice VINCENTI di Salvatore e di Giuseppa PRIMICERIO, batt. il 9 gennaio 1841 - † il 19 settembre 1862, alle ore diciassette, di professione contadino, figlio del fu Salvatore († 25 gennaio 1862). - Antonia Filomena VINCENTI di Salvatore e Maria Giuseppa PRIMICERIO, batt. il 17 dicembre 1835; - Maria Addolorata Filomena di Salvatore e di Giuseppa PRIMICERIO, batt. 16 marzo 1838.}

LUCARELLI (1946), fra i compoenti della banda Romano, "ufficiali o militi designati con curiosi nomignoli indicanti le qualità fisiche e morali dell'individuo, il mestiere di famiglia, il luogo d'origine ed altre personali caratteristiche", cita i carovignesi: "Giuseppe Nicola La Veneziana (Il figlio del Re), Giuseppe Valente (Nenna Nenna) e Oronzo Barco (Bellofatto) di Carovigno, ...." [pp. 79-80] LA SORSA (1914),"della numerosa banda di briganti, che assalirono Carovigno", menziona il nostro "Oronzo Parco {sic} di Carovigno" [p. 73 ==> 84/333], e anche successivamente tra gli "imputati come conniventi coi briganti, e di voci contro il governo costiuito .... Oronzo Basco {sic}". [p. 74 ==> 85/333] E infine CARDILLO (2018): "Barco Oronzo <<Bellofatto>> di Carovigno, banda Laveneziana e banda Sergente Romano, zona brindisino." [p. 256] In particolare è incluso tra alcuni componenti della banda Romano Pasquale Domenico "Sergente Romano", "Enrico la morte", Francesco il terribile", "Il maggiore" [p. 209] Si rinviene "Oronzo Barco detto Bellofatto, contadino di Carovigno" nella "Sentenza del procedimento penale", insieme ad altri 21 individui accusati di numerosi reati tra cui ribellione e associazione di malfattori per aver fatto parte nel 1862 di una associazione di malfattori riuniti nel circondario di Brindisi in numero non minore di cinque ad oggetto di delinquere contro le persone e le proprietà. 1869" [Archivio di Stato di Bari. Corte di Assise. Strumenti CXXXIX, p. 450 ==> 244/303], e nel relativo "Foglio di udienza del processo penale" [ibidem, p. 451 ==> 244/303]. E altresì, insieme con i carovignesi De Tommasi Antonio {sic}, De Biasi Giovanni e altri 13 briganti, ladri ed omicidi, nella "Tentata fuga con rottura dalle carceri e violenza contro le persone avvenuta la notte tra il 13 ed il 14 settembre 1866 nella prigione di San Francesco in Lecce". [Archivio di Stato di Lecce - Corte d'Assise di Lecce I parte (1854-1880), p. 22 ==> 23/114]

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4.4.4. Salvatore Francesco LAVENEZIANA. Salvatore Francesco LAVENEZIANA di Bellisario e di Francesca Paola MAJELLARO, nato a Carovigno il 31 Dicembre 1838, battezzato lo stesso giorno e confermato il 7 Novembre 1842. Condannato ad ergastolum (in realtà a 20 anni di carcere), morirà all'età di 32 anni in ospedale a Genova, il 4 Giugno 1870. Ejus corpus illic in Coemeterio sepultum (Il suo corpo è lì sepolto nel Cimitero). [Liber defunctorum Chiesa Madre: n. 59. Die octava Mensis Junii 1870] LA FAMIGLIA: IL PADRE: Bellisario LAVENEZIANA (di Francesco e di Vittoria PERRINO), nato a Carovi-

gno il 13 Novembre 1810, di professione Contadino, e † l'a. 1877. LA MADRE: Francesca Paola MAELLARO (di Francesco e di Maria Antonia LOCOROTONDO), nata a Carovigno il 16 Giugno 1813, e † il 27 Agosto 1885. {Francesco Laveneziana di Giovanni è nato il 1° Gennaio 1786, e † il (?) Vittoria Perrino, nata il .... 1788, † Prima del 1837, all'età meno di 48 anni.}

Bellisario LAVENEZIANA e Francesca Paola MAJELLARO si sono sposati il 3 Dicembre 1837, e hanno avuto 7 figli: 1. Francesco Salvatore Laveneziana, n. 31 Dicembre 1838, e batt. stesso giorno 2. Teodoro Laveneziana, n. 20 Novembre 1841, e batt. il 21 3. Maria Vittoria Laveneziana, n. 16 Febbraio 1844, e batt. stesso giorno 4. Maria Vittoria Laveneziana, n. 2 Novembre 1845, e batt. il 13 5. Giovanni Laveneziana, n. 8 Novembre 1847, e batt. il 9 6. Maria Vittoria Laveneziana, n. 22 Maggio 1853, e batt. il 23 7. Angelo Laveneziana, n. 13 Aprile 1856, e batt. il 15 * TANCORRE (2011) riporta: "Salvatore La Veneziana - Carvigno - 12° Battaglione Cacciatori". [p. 76] CARDILLO (2018): "Laveneziana Francesco Salvatore di Carovigno, banda Laveneziana e banda Sergente Romano, zona brindisino, arrestato." [p. 404] Lo stesso autore lo menziona altresì tra alcuni componenti della banda Laveneziana Giuseppe Nicola "Il Figlio di Calì" {sic}, insieme a Barco Oronzo. Clericuzio Michele e De Biase Giovanni [p. 161], e infine della Banda Romano Pasquale Domenico "Sergente Romano", "Enrico la morte", "Francesco il terribile, "Il Maggiore". [p. 209] CARELLA (2013): [p. 53] "<<Verso la fine del 1858 - si legge nel verbale di interrogatorio redatto dal Delegato Mandamentale di Brindisi il 6 dicembre 1862 - venne compreso nella quota di quell'anno per la leva, e sortì qual milite del 12° Cacciatori, il quale trovavasi di guarnigione nella Provincia di Chieti>>. Nel settembre 1860, <<sotto il Governo Dittatoriale>>, quel reggimento <<venne sciolto e lui per aver dichiarato di non voler servire si ebbe un foglio di via>> e tornò a Carovigno. Ma, <<richiamato al regolare servizio>> e ricercato <<come refrattario e sbandato>> dalle guardie nazionali, <<si pose in latitanza, procurandosi un poco di lavoro nelle terre circonvicine al suo paese per così tirare innanzi la vita>>. Il 20 novembre 1862, presso la masseria S. Francesco, avendo incontrato il Laveneziana (suo cugino) con la sua banda, si arruolò, sotto minaccia - dice egli - di fucilazione. Secondo altra fonte [Dichiarazione di Domenico Argentieri al Giudice di Ceglie, in data 16.8.1863, ibidem, fascio 83, fascic. 61], si sarebbe arruolato, invece, il 25 ottobre, presso la masseria Palagogna. [p. 54] La Giunta Municipale di Carovigno, nella dichiarazione in data 4 marzo 1863, dirà di lui: <<Soldato sbandato [...] ha percorso le campagne con la banda brigantesca condotta dal

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di lui cugino Giuseppe Nicola Laveneziana. Fu uno dei briganti che invasero questo Comune la notte dal 20 al 21 novembre ultimo>> {1862}." Lo stesso Carella riferisce poi che F. S. Laveneziana [p. 187] "si costituì volontariamente alla giustizia. Sarà condannato a venti anni di lavori forzati e ad ulteriori cinque anni di sorveglianza speciale [Sentenza della Corte d'Assise di Bari, n.° 25 del 18.6.1869]" In realtà, il Laveneziana (così come Oronzo Barco e altri 4) venne condannato "alla pena de' lavori forzati per la durata di anni venti per ciascuno, alla interdizione de' pubblici uffizi ed alla sorveglianza speciale della Pubblica Sicurezza per altri anni cinque dopo espiata la pena principale." Si precisa che il Pubblico Ministero aveva richiesto per il Nostro e altri (tra cui Oronzo Barco Bellofatto, e Giuseppe Valente Nenna Nenna) la condanna ai lavori forzati a vita. {Vd. Corte di Assise di Bari, 18 Giugno 1869}

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4.4.5. I fratelli PATISSO: Carmine (o Carmelo), Vincenzo e Luigi. I briganti PATISSO sono: CARMINE (o CARMELO), VINCENZO e LUIGI. LA FAMIGLIA: IL PADRE: Giuseppe PATISSO di Emanuele e di Lucia BARELLA, di professione Contadi-

no, nato a Carovigno il 29 Novembre 1805, e † .................. LA MADRE: Concetta LAVENEZIANA di Giuseppe e di Maria FASANO, nata a Carovigno il 3 Luglio 1807, e † (?) Emanuele Patisso (1775) e Lucia Barella (1780) hanno avuto 8 figli: 1. Giuseppe Francesco Patisso, nato il 15 Settembre 1800 2. Concetta Domenica Patisso nel 1803 3. Giuseppe Andrea Giacinto Patisso, nato il 29 Novembre 1805 4. Oronzo Patisso, n. 29 Agosto 1808 [Sposatosi con Maria Michela Lucia POMES, il 30 Luglio 1833] 5. Oronzo Tommaso Patisso, n. 29 Agosto 1808 [Sposatosi 2 volte: Rosa Rosaria LOCOROTONDO, Maria Concetta Filomena CALIOLO] 6. Francesco Antonio Patisso nel 1814 7. Domenica Michela Patisso nel 1818 8. Salvatore Patisso nel 1820 Giuseppe Tommaso LAVENEZIANA di Giovanni [n. il 27 Novembre 1777, batt. il 28 - † il 7 Novembre 1844] e Maria Francesca FASANO [n. 1787 - † 1868] hanno avuto 10 figli: 1. Catarina Rosa, n. (elapso die), batt. il 23 Agosto 1805 2. Vincentia Concepta Catharina, n. il 3 Luglio 1807, e batt. il 15 3. Joannes Andreas, n. il ....., batt. il 1° Dicembre 1809 4. Salvator Paschalis, n. il ....., batt. il 9 Dicembre 1810 5. Joannes Baptista Vicentius, n. il 22 Giugno 1814, batt. il 24 - † il 25/8/1825 6. Carmela Maria Carolina, n. (elapso die), e batt. il 23 Marzo 1817 7. Angela Catharina, n. il ......., e batt. il 29 Gennaio 1820 8. Franciscus Maria, n. il 27 Novembre 1822, e batt. il 30 9. Paschalis Nicolaus, n. (elapso die), e batt. il 21 febbraio 1826 10. Vita Antonia, n. (elapso die), e batt. il 20 Maggio 1829 - † il 21/8/1830

Giuseppe PATISSO (25enne) e Concetta LAVENEZIANA (23enne), sposatisi in Comune e in Chiesa, il 4 Luglio 1830, hanno avuto 8 figli: 1. PATISSO Teodoro (o Teodosio, così battezzato il 22/02/1831), nato il 21 Febbraio 1831 2. PATISSO Maria Lucia, nata l'8 Novembre 1832 3. PATISSO Maria Maddalena, nata il 5 Dicembre 1834 4. PATISSO Luigi, nato a ...?..., presumibilmente l'anno 1835 o 36 († Conversano-Bari, il 5 Gennaio 1863) 5. PATISSO Carmine (o Carmelo, così battezzato il 17/07/1837), nato il 16 Luglio 1837 († Prigioni di Lecce, il 24 Maggio 1866) 6. PATISSO Vincenzo Carmelo, nato il 13 Maggio 1840 († Prigioni di Lecce, il 10 Marzo 1866) 7. PATISSO Filomena, nata il 1° Luglio 1843 8. PATISSO Salvatore, nato il 29 Dicembre 1846 4.4.5.1. Carmine o Carmelo PATISSO. PATISSO Carmine (o Carmelo, nome impostogli allorché fu battezzato dal Rev. Don Pasquale Vacca nella Chiesa Madre, il 17 Luglio 1837) nacque a Carovigno il 16 Luglio 1837 e morì nelle Prigioni di Lecce il 24 Maggio 1866, all'età quindi di 29 anni. Figlio di Giuseppe Francesco e di Concetta Laveneziana, era il 4° genito di 8 figli. Scrive CARELLA (2013) che "la Giunta Municipale di Carovigno, con dichiarazione in data 8 febbraio 1863, definisce [il Nostro] di <<pessimo ... carattere morale>>, [e che questi]

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resterà gravemente ferito nello scontro di S. Teresa e, la mattina del 4 novembre, sarà rinvenuto <<in una grotta>>, da carabinieri e tre guardie nazionali di S. Vito, <<colla testa fasciata, la mano ed il braccio sinistro pure fasciato, tutto intriso di sangue che a stento reggevasi sulle gambe>>. Quindi, sarà tratto in arresto." [pp. 50-51] A proposito di detto arresto, il quotidiano napoletano Lo Cuorpo de Napole e lo Sebbeto, nella Parlata 323 di Venerdì 21 Novembre 1862, riporta tra le FATTICIELLE NUOSTE [1a Colonna dx]: "A Lecce so state arrestate quattro brigante, cioè Antonio Tommasi, de Carmiano Carmene Patisso de Carovigno - Raffaele Leo, de Marzano - Vicienzo Zaccaria de Ceglie; 4 autre se so presentate volontariamente, e 4 autre erano sbandate e so state arrestate da la Guardia de Prubbeca Sicurezza." [p. 1292] Tra le ULTIME NOTIZIE, IL CITTADINO LECCESE dell'8 novembre 1862, riferisce che "--- Il giorno 4 novembre la Truppa e la squadriglia cittadina, abilmente diretta nella piana di Petrulli, a otto miglia da Lucera, attaccarono la grossa banda de' briganti di Michele Caruso, che tanto terrore, e tanta strage ha fatto in quella Provincia, e l'hanno quasi distrutta. Dei briganti 22 morti, e moltissimi feriti. Nessuna perdita per parte dei nostri. --- Furono catturati nel territorio di Brindisi tre briganti, nominati Carmine Patisso, Vincenzo Zaccaria, Stefano Valente. Il primo confessò aver preso parte nell'ultimo combattimento di S. Teresa ove riportò tre colpi di sciabola alla testa, ed un altro al petto da una palla di rewolvers; il secondo è di Ceglie, il terzo di Ostuni." [p. 147] Per quanto concerne il carattere di Carmine e il suo ferimento, giova fare riferimento al surriportato § I della CAUSA DI CAROVIGNO di Giuseppe FERRERI (1866), che lo qualifica mostro scelleratissimo. Ecco invece il resoconto pubblicato da IL CITTADINO LECCESE, n.° 36 del 31/10/1862: [pp. 143-144] "Verso le ore 11 ant. del 23, una colonna composta di 5 Carabinieri a cavallo e 2 a piedi, con 45 G. N. s’incontrava alla masseria S.a Teresa con una banda di briganti a cavallo, che avea a suo capo, La Veneziana. I Carabinieri a cavallo credendo essere sostenuti dalla G. N. si slanciarono alla corsa contro i briganti; questi accennarono darsi alla fuga, ma nel frattempo la G. N. presa da timor panico fuggiva in direzione di Cellino sparpagliandosi per la pianura. Di ciò avvistisi i briganti sostarono e fecersi quindi addosso ai Carabinieri che si trovarono costretti retrocedere, sostenendo la ritirata dei due ch'erano a piedi. Fortunatamente per i Carabinieri i briganti volendo attorniare la G.N. fuggente formarono un semicerchio nella pianura, ed i Carabinieri poterono combattere alla spicciolata e farli sostare, dando così luogo alle G. N. di rientrare in paese. Un brigante, caduto da cavallo, [Carmine Patisso di Carovigno], impostò il suo fucile contro il Carabiniere Arini e con un colpo lo rovesciava da cavallo fratturandogli il braccio destro. Quindi il brigante stesso gli era addosso dandogli col fucile sulla testa, ma il Carabiniere afferravalo pel collo colla mano sinistra, e sopraggiunto il Brigadiere Fiorineschi e il Carabiniere Piludo, scaricavagli questo un colpo di rewolvers, ed assestavagli l’altro più colpi di sciabola nella testa per cui rimase come morto. I briganti accorrevano allora in soccorso di lui; ed i Carabinieri, rimontato a fatica l’Arini a cavallo, dovettero ritirarsi in paese, inseguiti sempre dai briganti. Rimasero prigionieri di questi 12 militi, che invece di ritirarsi eransi nascosti nella macchia, dei quali uccisero tre perché portanti pizzo e baffi all’italiana, e rilasciarono gli altri nove dopo avergli tagliato un pezzo di orecchio, per essere così pecore segnate. I cadaveri dei tre uccisi furono rinvenuti in parte bruciati. Il brigante ferito fu portato via dai briganti quasi moribondo. Da queste narrazioni, ognun vede che i RR. Carabinieri, senza contare i loro nemici, si battono sempre anche con un braccio, e sia il sinistro, quando il destro è fracassato. Pare a noi, che questi uomini siano d'acciaio, voi potete spezzarli, ma essi non cederanno mai. Per

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siffatte splendide prove d'intrepido coraggio, e di profonda abnegazione, i Carabinieri addivengono sempreppiù l'oggetto della stima, e dell'amore universale." Nell'Archivio di Stato di Lecce, tra i processi della Corte d'Assise, relativamente all'anno 1864, rinveniamo: "Evasione dal carcere, grassazione, mancato omicidio, e porto d'arma insidiosa (stile), reati avvenuti nei giorni 20 settembre, e 13 ottobre 1864, l'evasione in Lecce e gli altri reati in agro di Latiano, dei quali la grassazione in danno di Maria Rosa Miccoli, ed il mancato omicidio in persona di Angelo Pastore - Reati commessi da: 1° Quintino Venneri di Alliste - 2° Carmine Patino [: Patisso] di Carovigno - 3° Rocco Giordano di Ceglie - 4° Pasquale Coppola di Napoli - 5° Ippazio Ferrari di Casarano - 6° Salvatore Senape di Specchia Preti. Connivenza alla evasione, commessa da: 1° Vito Fallacara di Modugno - 2° Cesario Laudisia di S. Cesario - 3° Oronzo Peando di Lecce. Ritenzione di armi, nel Carcere di Lecce, il 14-6-1864, da parte di: Quintino Quartulli di Alliste e Domenico Quartulli di Mesagne." (p. 71 ==> 72/114)

TANCORRE (2011), nella Appuntazione de' giurati alla fede Cattolica, annovera Carmine Pates [: Patisso], Carovigno, Recluta. [p.74] CARDILLO (2018): "Patisso Carmine di Carovigno, banda Sergente Romano, ferito in uno scontro a fuoco del 23 o 24/10/1862". [p. 464] Relativamente alle sue vicende giudiziarie e penali, si fa presente che la Corte d'Assise straordinaria del Circolo residente in Bari, con sentenza del 20 dicembre 1864, condannava, tra gli altri imputati, Carmine Patisso (e Giuseppe Valente) "alla pena della reclusione per anni dieci per ciascuno ..... e tutti rispettivamente alle pene accessorie dietro il verdetto dei Giurati che li ritiene colpevoli di associazione di malfattori riuniti in numero non minore di cinque ad oggetto di delinquere contro le persone e le proprietà, ribellione, e complicità in omicidio." Contro detta sentenza, i condannati ricorsero alla Corte di Cassazione di Napoli, per 4 motivi: 2 principali e 2 aggiuntivi. La Corte di Cassazione di Napoli, il 20 Ottobre 1865, "accoglie i due motivi aggiunti, e rigettando i motivi principali, annulla l'impugnata sentenza col dibattimento, rinvia la causa alla Corte di Assise del Circolo di Trani, perché provveda a nuovo giudizio colle norme del rito." [ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI - CORTE DI CASSAZIONE] Morirà all'età di 29 anni circa, il 24 Maggio 1866, nelle prigioni di Lecce, di certo prima che il suddetto nuovo giudizio venisse pronunciato. 4.4.5.2. Vincenzo PATISSO. PATISSO Vincenzo Carmelo nacque a Carovigno il 3 Maggio 1840 (battezzzato il 15), e morì nelle Prigioni di Lecce il 10 Marzo 1866, all'età di 26 anni. Figlio di Giuseppe Francesco e di Concetta Laveneziana, era il 5° genito di 8 figli, ivi compreso Luigi del quale non si ha né il luogo né la data di nascita. V. CARELLA (2013) lo presenta così: "Vincenzo Patisso fu Giuseppe, di anni 22, <<capraro>>, celibe, di Carovigno. Segni particolari: aveva le orecchie forate, per l'uso, evidentemente, di orecchini. Egli ed il fratello Carmine <<sortirono alla leva>>. Carmine <<fu ammesso e, <<per evitare il servizio militare, si allontanò (sic) da Carovigno, e si unì a banda brigantesca>>; egli, invece, fu <<scarto>> e tornò <<a travagliare nella masseria detta Moreno, territorio di Latiano, della quale era massaro Cosimo Argentieri>>. Era il <<tempo della semina de' grani>>. Passò il Laveneziana coi suoi e lo fece arruolare. Per convincerlo, gli insinuò che il fratello Carmine <<era ammalato>> e aveva bisogno di lui53. (53) Dalle dichiarazioni rese dallo stesso Patisso: al delegato di P.S. di Brindisi, in data 13.2.1863, ibidem, fascio 83, fascic. 67; al Primo Supplente del Mandamento di Bari, nella relativa prigione distrettuale, in data 25.4.1863, ibidem."

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TANCORRE (2011), nel suo lavoro sul Sergente Romano, scrive: "n. 59) Vincenzo pates [Patisso], Carovigno, Volontario." [p. 74] CARDILLO (2018) lo segnala a p. 464: "Patisso Vincenzo nato a Carovigno nel 1842 {sic}, banda Sergente Romano", e anche nell'elenco di alcuni componenti della banda, insieme con il fratello Carmine. [p. 210] LUCARELLI (1946), al fine di spiegare quanto fosse spietata e brutale la disciplina imposta dal Sergente Romano, mette in evidenza che gli insubordinati erano sottoposti a severissimi castighi; e ai codardi, o a coloro che impugnavano le armi a danno dei compagni, veniva inflitta la pena di morte, come accadde per i fratelli Montanaro di Latiano: "Il 14 novembre 1862, mentre la ciurma percorreva una contrada della provincia di Lecce, il giovine Vincenzo Patisso di Carovigno che contava ventidue anni e si era dato alla macchia come tanti altri de' suoi coetanei per evitare gli obblighi della leva, rinsavito e ansioso di abbandonare la carriera del malandrino, tentò di fuggire. I tre Montanaro, non sappiamo se di loro arbitrio o per ordine dei comandanti, lo rincorrono affine di ricondurlo nella comitiva; ma, o pervasi da istinto sanguinario, o incolleriti dall'inseguimento affannoso, con un colpo di fucile gli fracassano l'anca sinistra. Il Romano, ragguagliato della grave indisciplinatezza, immantinente ordina il disarmo dei colpevoli, raduna il consiglio dei capi, emana sentenza di morte. E i tre sciagurati fratelli son fucilati, senza commiserazione, nella solitudine del bosco di S. Basile, che più volte racchiuse nel mistero i cruenti episodi del brigantaggio pugliese e il martirio de' nostri eroici soldati." (Cap. V, p. 66) CARELLA (2013) dà invece una diversa versione del fatto: i tre fratelli, Antimo, Francesco e Salvatore Montanaro di Teodosio, detti Pizzicone, di Latiano, sarebbero stati fucilati dai loro stessi compagni, per ordine dei capibanda, nei boschi di S. Basilio, "avendo uno di laro <<tirato una fucilata>> al giovane Vincenzo Patisso <<in una rissa>>." (pp. 60-61) Si rileva infine ne IL CITTADINO LECCESE del 14 Febbraio 1863, tra le ULTIME NOTIZIE, questa RECENTISSIMA: "Il 6 febbraio la compagnia di linea stanziata in Martina attaccò i briganti al bosco delle Pianelle, e ne fece due prigionieri, cioè Martino Sforza di Grottaglie, e Vito Michele Buci di Montemesola, che furono passati per le armi. Inoltre sono stati arrestati i briganti Cosimo Manisi di Grottaglie, e Marino Marsella di Massafra, e si son presentati Carmelo Franchini di Massafra, e Vincenzo Patisso di Carovigno. [...]" [p. 5/5] 4.4.5.3. Luigi PATISSO. PATISSO Luigi: figlio di Giuseppe Francesco e di Concetta Laveneziana, di professione contadino. Non conoscendo né il luogo né la data di nascita, congetturo, sulla base del suo atto di morte e degli atti di nascita dei suoi 7 fratelli e sorelle, che sia nato in ....(?)...., l'anno 1835 o 1836, ossia dopo la sorella Maria Maddalena e prima del fratello Carmine (o Carmelo). E comunque, stando a quanto mi scrive, tramite e-mail del 20/07/2020, Gabriele Orfino Tancorre, Luigi Patisso: "fece parte della Compagnia legittista guidata da Francesco Saverio L'Abbate, di Polignano a Mare (Ba). Questa Compagnia, reduce dalla spedizione sull'Alta Murgia barese voluta dal Sergente Romano per incontrare Crocco, fu totalmente distrutta il 5 gennaio 1863 (... lo stesso giorno dell'uccisione del Sergente e di 13 componenti della sua Colonna). 2 Patrioti della Compagnia L'Abbate furono uccisi in combattimento; mentre altri 6, che si erano arresi (tra cui il Patisso), furono fucilati sul posto senza processo. Il nome di quest'altro Patisso era Luigi." I Briganti fucilati il 5 gennaio 1863 sono: - Francesco Saverio L'Abbate, 24enne, di professione Contadino, domiciliato in Polignano - Vito Giuseppe le Noci, 24enne, di professione Contadino, domiciliato in Conversano - Raffaele de Russis, 21enne, di professione Contadino, domiciliato in Polignano - Arcangelo Ricco, 40enne, di professione Contadino, domiciliato in Fasano

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- LUIGI PATISSO, 28enne, di professione Contadino, domiciliato in Carovigno - Gaetano Carrieri, 30enne, di professione Contadino, domiciliato in Martina I dati son tratti dal sito: http://dl.antenati.san.beniculturali.it/v/Archivio+di+Stato+di+Bari/ http://dl.antenati.san.beniculturali.it/v/Archivio+di+Stato+di+Bari/Stato+civile+italiano/Conversano/Morti/1863 /Parte+1/005616760_01398.jpg.html?g2_imageViewsIndex=0

In merito al capo-brigante L'ABBATE {Polignano (BA), 12 Gennaio 1839 - † Conversano (BA), 5 Gennaio 1863, ucciso dalla G.N. di Conversano}, l'esimio storico CARLO DE LUCA, nato a Polignano-Centro storico, nell'articolo Un "capo-brigante" di Polignano ucciso in un freddo giorno di gennaio, riferisce che <<se poco si può scrivere sulla figura del "capo-brigante" Francesco Saverio L'Abbate, qualcosa di più e con certezza si può dire sul fatto che non esistono, melius non sono più rintracciabili i documenti sull'episodio tranne una delibera del Comune di Conversano datata 18 gennaio 1863 che autorizzava la spesa della somma di ducati 6,75 pari a lire 28,79 "... pel trasporto e seppellimento degli otto briganti uccisi da questa Guardia nazionale nella masseria Carbonelli." E gentilmente mi ha inviato la immagine della delibera di Consiglio unitamente alla trascrizione. Trascrizione della DELIBERA COMUNE CONVERSANO 18 GENNAIO 1863 A latere sx: Spesa erogata pel trasporto e seppellimento de' Briganti. Copia = L’anno milleottocento sessantatre il dì diciotto Gennaio in Conversano nella Sala Municipale Continuando il Consiglio a stare in seduta straordinariamente convocata, mercè schede di invito al domicilio, in seguito di approvazione del Sig. Prefetto della Provincia, sulla domanda prodotta da questa Giunta Municipale nel dì otto corrente mese, il Presidente Sig. Giuseppe Vavalle assessore anziano ff da sindaco, assistito dal qui sottoscritto Segretario, ha fatto procedere all’appello nominale de' Consiglieri presenti, i quali sono stati i Sig. Pasquale Accolti Gil, Pasquale Laruccia, Paolo Saracini, Nicola Minunni, Giacomo Teofilo, Antonio Iaia, Antonio Macchia, Pietro Accolti Gil, Domenico Sacchetti, Michele Scattone, Francesco Perrini, Raffaele Lavolpe, Sebastiano Derchia, Pasquale Ramunni, Tommaso Pantaleo, Angelo Lorusso Il medesimo Presidente ha chiesto, che il Consiglio autorizzasse gli esiti erogati nella somma di ducati 6.75 pari a Lire 28.70 pel trasporto e seppellimento degli otto Briganti uccisi da questa Guardia Nazionale nello incontro non ha guari avvenuto nella Masseria Carbonelli Il Consiglio ad unanimità di voti mercè alzata e seduta ha approvato l’esito in proposta in duc. 6.75 autorizzando la Giunta a prelevare detta somma dallo articolo spese casuali del bilancio del corrente esercizio Fatto a Conversano il sopradetto giorno mese ed anno – L’assessore anz.° ff da Sindaco Giuseppe Vavalle – L’Assessore Pasquale Accolti Gil – Il Segretario Vito Luigi Candela Visto L’Assessore ff da Sindaco Giuseppe Vavalle Per copia conforme Il Segretario V. L. Candela * Nota della spesa portata pel trasporto e seppellimento degli otto briganti uccisi nella Masseria Carbonelli. A Vito Paolo Rotolo Vetturale pel trasporto dal Cortile di Carbonelli a Conversano £ 8.30

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A Domenico Lopedote Capo becchino pel trasporto fino al Camposanto e seppellimento de' medesimi £ 10.20 Totale £ 28.70 Conversano li 8 Gennaio 1863 La Giunta L'Assessore Anziano ff. da Sindaco Giuseppe Vavalle Pietro Accolti Gil Pasquale Ramunni [N.B.: È palese l'incongruenza: la somma (£ 28.70) non corrisponde alla somma dei due addendi: £ (8.30 + 10.20). Scrive Carlo De Luca in DIORAMA n. 3, NESSUN PRIGIONIERO, FUCILATELI TUTTI: "Per la traslazione e la inumazione delle salme furono pagate lire 8,30 al vetturale, tale Paolo Rotolo, e lire 10,20 al capo becchino, certo Domenico Lopedote. Il totale farebbe lire 18,50, ma nella quietanza si riportala somma di lire 28,70, tanto quanto stanziato dal consiglio comunale....". (p. 22)] 4.4.6. Giovanni DE BIASI. DE BIASI Giovanni Filomena di Giuseppe e Donata Catamerò, ultimogenito di 10 figli, è nato a Carovigno il 13 Giugno 1837; ivi battezzato, il 14 Giugno 1837; e confermato, il 5 Novembre 1837 (insieme con Carmine PATISSO); † il ...(?)... a ...(?)... LA FAMIGLIA: IL PADRE: Giuseppe Tomaso Nicola DE BIASI ex patre ignoto e di Palma DI BIASI, è nato (e

battezzato) l'8 Novembre 1790, e † il 3 Agosto 1874 (all'età di 84 anni e non 88) LA MADRE: Maria Donata CATAMERÒ di Michele (n. 1762) e di Maria EPIFANI (n. 1758), è nata (e battezzata) il 29 Agosto 1792, e † il 24 Luglio 1875. Giuseppe DE BIASI e M. Donata CATAMERÒ si sono sposati il 12 Aprile 1812, e hanno avuto 10 figli. 1. DE BIASI Michele (nato il 10 Aprile 1813, e battezzato l'11 Aprile 1813) 2. DE BIASI Palma Anna Teodora (n. l'8 Settembre 1814, e b. il 9 Settembre 1814) 3. DE BIASI Vito Nicola (n. l'11 Febbraio 1818, e b. il 15 Febbraio 1818) 4. DE BIASI Nicola Pascale (n. il 22 ottobre 1819, e b. il 23 Ottobre 1819) 5. DE BIASI Michele Croficisso (n. il 26 Aprile 1822, e b. il 27 Aprile 1822) 6. DE BIASI Palma Stella Maria (n. il 15 Maggio 1825, b. il 16 Maggio 1825) 7. DE BIASI Vincenzo Crocifisso (n. il 2 Maggio 1828, e b. il 5 Maggio 1828) 8. DE BIASI Teodosio (n. il 20 Aprile 1831, e b. il 21 Aprile 1831) 9. DE BIASI Maria Concetta (n. il 14 Agosto 1834, e b. il 15 Agosto 1834) 10. DE BIASI Giovanni Filomena (n. il 13 Giugno 1837, e b. il 14 Giugno 1837) * CARELLA (2013): [p. 50] "GIOVANNI DE BIASI di Giuseppe, di anni 23, contadino, <<impossidente>>, celibe, di Carovigno. Segni Particolari: usava far bella mostra di <<cerchioni d'oro alle orecchie>>. Era latitante, <<qual soldato sbandato della leva del milleottocentocinquantotto>>, nelle contrade di Latiano, insieme a Giuseppe Valente, a Carmine Patisso e ad un ragazzo napoletano di nome Antonio, quando, <<verso il cadere di settembre o primi di ottobre>> 1862, presso la masseria Cazzato, incontrò il Laveneziana con la sua comitiva. Fu, insieme ai compagni, arruolato, dopo essere stati tutti, dallo stesso Laveneziana, <<rimbrottati>>, per essersi resi <<renitenti>> alle <<tante sue chiamate>>. Anzi, siccome il De Biasi (è egli stesso, però, a raccontarla) fece qualche resistenza, il Laveneziana lo colpì <<con uno scudiscio che aveva fra mani>> (Dalle dichiarazioni rese dallo stesso De Biasi: al Giudice Istruttore del Tribunale di

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Lecce, in Carovigno, in data 15.12.1862, Arch. St. Bari. C.A. fascio 84, fascic. 75; al Giudice Supplente di S.Vito, in data 20.12.1862, ibidem, fascio 82, fascic. 29.)." (p. 50) Carella aggiunge che [p. 185] "Giovanni De Biasi si costituì spontaneamente alla giustizia

in Carovigno, per godere della <<sovrana indulgenza promessa ai soldati>> volontariamente presentatisi (Sua dichiarazione al Giudice Supplente di S.Vito, cit)." E TANCORRE (2011) lo qualifica come "soldato sbandato". [p. 76] CARDILLO (2018) lo cita semplicemente: "De Biase Giovanni di Carovigno, banda Laveneziana" [p. 322], e anche come De Blase Giovanni, insieme con Barco Oronazo {sic}, Clericuzio Michele e Laveneziana Francesco Salvatore, quali componenti della banda "Laveneziana Giuseppe Nicola <<Il Figlio di Calì>>" {sic}. [p. 161] LA SORSA (1914) cita Giovanni Di Biase sia "fra gli aggregati" dei 160 briganti, i cui capi erano: Enrico Romano, Giuseppe Nicola Laveneziana e Giuseppe Valente [p. 70], sia tra i briganti della numerosa banda che assalì Carovigno. [p. 73] Non menzionato invece dal Lucarelli (1846). Riguardo alle vicende giudiziarie e penali del Nostro: Nell'Archivio di Stato di Bari - Corte d'Assise, si rinviene, unitamente al "Foglio di udienza del processo penale a carico di Giovanni Di Biase contadino di Carovigno, Vitantonio Blasi contadino di Ostuni ed altri briganti accusati di associazione di malfattori ed altri reati nel 1863. .... 1864", anche la "Sentenza del processo penale a carico di Giovanni Di Biase contadino di Carovigno, Vitantonio Blasi contadino di Ostuni ed altri briganti accusati di associazione di malfattori ed altri reati nel 1863. .......1867." [pp. 442-443 ==> 240/303. STRUMENTI CXXXIX. PUBBLICAZIONI ARCHIVI DI STATO 1999]

Nell'Archivio di Stato di Napoli - Gran Corte di Cassazione vi è il "Ricorso a sentenza della Corte di Assise di Trani residente in Bari - 20 ottobre 1865", presentato da "Giovanni de Biase, Vitantonio Blasi, Vito Leonardo Lucarella, Antonio di Tommaso, Antonio Maria Campana ed altri : associazione di malfattori riuniti in numero non minore di cinque ad oggetto di delinquere contro le persone e le proprietà." [p. 122 ==>80/303. STRUMENTI CXXXIX. PUBBLICAZIONI ARCHIVI DI STATO 1999]

E altresì "Giovanni di Biase, Vitantonio Blasi, Antonio M. Campana, Antonio di Tommaso, Vito Leonardo Lucarelli e altri: associazioni di malfattori. Ricorso alla sentenza della Corte di Assise di Trani. 29 gen. 1866." [p. 128 ==> 83/303. ibidem.] Nell'Archivio di Stato di Lecce - Corte d'Assise di Lecce I parte (1854-1880) vi è "Tentata fuga, con rottura dalle carceri e violenza contro le persone avvenuta la notte tra il 13 ed il 14 settembre 1866 nella prigione di San Francesco in Lecce ad opera dei [briganti, ladri ed omicidi] qui di seguito: ...... 3° Barco Oronzo di Carovigno .... - 5° De Tommasi Antonio di Carovigno {sic} - .... 7° De Biasi Giovanni di Carovigno ........ [Busta 43. Fasc. 226 a-c. Anno 1866, p. 22 ==> 23/114]

Ora si espone quanto rinvenuto nell'Archivio di Stato di Napoli - Corte di Cassazione, relativamente al Nostro. La Corte di Assise straordinaria del Circolo residente in Bari, con sentenza del 20 dicembre 1864, condannava, tra gli altri imputati, Giovanni di Biase a 7 anni di reclusione e alle pene accessorie, "dietro il verdetto dei Giurati che li ritiene colpevoli di associazione di malfattori riuniti in numero non minore di cinque ad oggetto di delinquere contro le persone e le proprietà, ribellione, e complicità in omicidio." Contro tale sentenza, i condannati produssero ricorso alla Corte di Cassazione di Napoli, adducendo 2 motivi principali e 2 motivi aggiunti.

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LA CORTE DI CASSAZIONE, il 20 Ottobre 1865, "accoglie i due motivi aggiunti, e rigettando i motivi principali, annulla l'impugnata sentenza col dibattimento, e rinvia la causa alla Corte di Assise del Circolo di Trani, perché provveda a nuovo giudizio colle norme del rito." [ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI, CORTE DI CASSAZIONE] Nella sentenza della Corte di Assise di Bari, il 18 Giugno 1869, il De Biasi non è menzionato. È palusibile pensare che abbia scontato la pena primigenia di 7 anni di prigione, e abbia fatto ritorno a Carovigno, se non già deceduto in carcere. Tuttavia, non si può negligere che a suo carico era (forse) ancora pendente il processo per tentata fuga con rottura dalla prigione di San Francesco in Lecce, la notte tra il 13 e 14 settembre 1866 {Vd. sopra}, i cui esiti non ci è dato conoscere. 4.4.7. Francesco ESPOSITO. Carella (2013), nel § 4 - MUORI DA BRIGANTE! del CAP. XIII. TRAMONTO DEL BRIGANTAGGIO POLITICO E CONCLUSIONE [p. 181], sostiene che assieme al Sergente Romano morto "il 5 gennaio 1863, in quei boschi di Vallata, presso Gioia del Colle", rimase ucciso, tra gli altri, anche "Francesco Esposito di Carovigno". [p. 191] Lo stesso Carella, però, trattando la SOLLEVAZIONE DI CAROVIGNO, relativamente a uno dei protagonisti, tale SIMONE SANTORO fu Paolo, scrive che questi, a suo dire, "<<era stato minacciato nella vita da mastro Michele Clericuzio [...] per aver [...] persuaso Francesco Esposito, recluta sbandato, e ch'erasi arruolato fra loro, onde presentarsi volontariamente alle Autorità della Provincia>> come in effetti era poi avvenuto." [p. 140] Sorge spontanea la domanda su come possa conciliarsi il presentarsi volontariamente alle autorità provinciali con il fatto che rimase ucciso in combattimento nei pressi di Gioia del Colle. Gabriele Orfino TANCORRE (2011), nella "Appuntazione de' giurati alla fede Cattolica", riporta in Altro foglio: "63 Francesco Esposito - Carovigno - Recluta." [p. 76] Massimo CARDILLO (2018): "Esposito Francesco nato a Carovigno, arrestato" [p. 354] LA SORSA (1913), della numerosa banda di briganti che assalirono Carovigno, cita, tra gli altri, Francesco ESPOSITO [p. 74 ==> 85/333]. Conclusivamente, sulla base dei dati acquisiti dagli amici carovignesi Salvatore Leo e Crocifisso Buongiorno, rispettivamente, genealogista e bibliofilo, il nostro brigante non potrebbe che essere: ESPOSITO Francesco, alias di Caval Valente, nato il 12.02.1816 e battezzato il 14.02.1816. E di certo non può essere quel tal Esposito, pessimo arnese, diciassettenne, caduto nello scontro di Vallata, del quale parla Lucarelli a p. 81 (V. LA BANDA ROMANO); e Cardillo a p. 354: "Esposito nato nel 1847, banda Sergente Romano, cadde nello scontro di Vallata il 5/1/1863 a 17 anni." 4.4.8. Michele CLERICUZIO. Michele CLERICUZIO di Luigi e di Agata MONTANARELLA è nato ad Ariano di Puglia {Prov. Avellino. Ariano Irpino dal 1930} il 12 Aprile 1811, ed è morto il ...(?)... a ...(?)... LA FAMIGLIA: IL PADRE: Luigi CLERICUZIO di Antonio e di Rosa Vitillo, di professione Menzano, è morto ad Ariano, il 18 Aprile 1818, a 30 anni di età. È nato perciò nel 1788 o nel 1785 {Gli anni di età, segnati nei vari documenti, sono del tutto imprecisi, e fuorvianti}. LA MADRE: Agata MONTANARELLA di Rocco e di Marianna BARRASCO, Sartrice di professione, è morta a 45 anni di età, l'8 Luglio 1832, in Villanova Del Battista {Distretto di Ariano}, vedova del fu Amato LA TERZA {† Villanova (? )}

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Praticamente, Agata sarebbe nata ad Ariano nel 1787. Dopo la morte del marito Luigi, si è risposata con Amato La Terza, il g. ...(?)... Luigi CLERICUZIO e Agata MONTANARELLA, sposatisi - presumibilmente - nel 1806, hanno avuto 5 figli: 1. CLERICUZIO Antonio, n. 1807 (?) - † il 29 Settembre 1882, di anni 72 {sic}. Sposatosi con Rosa CICCARELLI, il 30 Maggio 1849. 2. CLERICUZIO Maria Colomba Giovanna, n. il 4 Febbraio 1809 - † ...(?)... 3. CLERICUZIO Michele, n. il 12 Aprile 1811 - † ...(?)... 4. CLERICUZIO Raffaele, n. il 30 Aprile 1813 - † il 22 Ottobre 1814, di anni 2 {In realtà, 1 anno e 6 mesi}

5. CLERICUZIO Maria Raffaella, n. l'11 Marzo 1815 - † il 29 Ottobre 1847, di anni 34, di professione Cucitrice {Maria Raffaella sposa, lei appena 17enne, TREZZA o MAJOCCA Salvatore (di anni 29), il 9 Febbraio 1833}

Contrariamente a quel che si legge in Carella (2013), Michele Clericuzio non risulta ammogliato né in Ariano (www.pietroloconte.it/ - Marriage Acts dal 1826 al 1863) né in Carovigno (nel database del genealogista carovignese Salvatore Leo, dal 1809 al 1890, né nell'Archivio Storico della Chiesa Madre).

Nondimeno tutti i documenti del procedimento penale a suo carico attestano ch'era sposato con Maria Teresa Lanzilotti {Carovigno, nata il 4 Settembre 1807, e battezzata il 5}. Ora, dopo aver militato come istruttore nell'esercito borbonico per 11 anni, con lo scioglimento dello stesso, lo si rinviene domiciliato in Carovigno svolgente l'arte muraria con buon profitto, verosimilmente i primi anni '60. E in effetti risulta incluso al n.° 958, e di anni 40, della lista degli aventi diritto al voto nel Plebiscito del 21 ottobre 1860. Ora, intrapresa la vita brigantesca, viene arrestato già nella prima decade di dicembre 1862. Nell'ARCHIVIO DI STATO DI BARI - Corte d'Assise, rileviamo una "Imputazione ... di associazione di malfattori, invasione nei territori di Carovigno, San Vito, Brindisi, e di altri reati commessi nel territorio di Ostuni." [Strumenti CXXXIX, p. 440 ==> 239/303] E altresì, insieme con Cosimo Mazzeo e altri briganti, di "Associazione in banda armata e reati commessi ... in numerosi territori tra cui Brindisi, Lecce e Torre S. Susanna - 18621869." [ibidem]. Parimenti a suo carico, qual muratore di Ariano, domiciliato in Carovigno, la "Sentenza penale della causa contumaciale [in quanto] accusato di associazione di malfattori in numero non minore di cinque, ribellione in unione armata, invasione di Carovigno nel novembre del 1862 ed altri reati commessi nel corso del 1861-1863. 1869" [ibidem, p. 449 ==> 243/303] E il correlato "Foglio di udienza ... 1869" [ibidem, pp. 450-451 ==> 244/303] Nell'ARCHIVIO DI STATO DI LECCE - Tribunale Civile e Penale - Processi del Giudice Istruttore, come componente della banda di Giuseppe Nicola Laveneziana di Carovigno, è accusato di "Assalto alla corriera postale, con furto di corrispondenza ed altro, commesso ... sulla strada San Vito-Ostuni. 1862-1863" [Strumenti CXLV, p. 1271 ==> 354/376] In merito a questo misfatto, il Giudice Istruttore del Mandamento di Ostuni, con il n. 50 del memoriale 1862, sentenzia a carico per ora di ignoti, come egli stesso afferma: "Banda armata avente per oggetto di fare attacco o resistenza contro la forza pubblica, e di commettere altri crimini (brigantaggio). Involamento di corrispondenza postale, e di due cavalli inservienti alla posta; nonché di un orologio, di una cappa di panno e di £ 15 a danno di Leonardo Lopez conduttore di posta. Avvenuto la notte de' 2 a 3 novembre 1862 sulla strada pubblica tra S. Vito ed Ostuni, e segnatamente alla discesa Colacurto (art. 162. C.P.)."

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Nella connessa NOTA FOLIARIA, unitamente al rapporto de' Carabinieri Reali, vi sono tra attestati e dichiarazioni: - Un "Attestato del Cancelliere del Mandamento di S. Vito sul seguito arresto del Brigante Michele Clericuzio di Carovigno sorpreso con gabano riconosciuto dal postiglione Giuseppe Nicola Mosca, e che sul conto di lui l'Istruttore Matarrese istruiva Fl. 21". - Una "Seconda dichiarazione del Postiglione Mosca Fl. 23." - E infine la "Perquisizione dell'imputati Clericuzio e Giuseppe Nicola Laveneziana Fl. 24" Ecco il rapporto redatto dai CC.RR. (IX LEGIONE - DIVISIONE DI LECCE - LUOGOTENENZA DI BRINDISI): "Brindisi addì 2 9mbre 1862 - N.° 1132 - Ufficio d'Istruzione - Lecce Circa le ore 10 della scorsa notte li Briganti sulla strada da San Vito ad Ostuni, e precisamente alla discesa detta Colacurto, aggredirono la Diligenza che da costì va a Napoli, facendola fermare previa un esplosione d'arma da fuoco, quindi staccarono due cavalli. Uno della commitiva che era a piedi frugò nella diligenza e derubò la corrispondenza di Brindisi, ed al conduttore Leonardo Lopez un orologgio d'argento, un capotto di panno bordiglione, circa £ 15 in ..... e il registro di Posta, parlandole in queste precise parole: Perché avete fatto fuggire quel povero bambino di Francesco 2°, fortuna per voi che non vi fosse ne Uffiziali, ne Carabinieri, all'opposto vi avessimo uccisi tutti, ma tremate tutti che oggi o domani brucieremo tutti questi paesi", quindi se ne partirono portandosi i cavalli e tutto." E ora quel che, il 19/5/1863, viene rilasciato per uso della Giustizia Penale dalla Giunta Municipale di San Vito, la quale, su richiesta del competente Giudice Mandamentale, "certifica che la crassazione e l'aggressione fatta alla Corriera postale nella notte del due al tre Novembre ultimo, fu commessa da una riunione di briganti che in quell'epoca invadevano questi dintorni, alla cui testa si voleva un tale Giuseppe Nicola Laveneziana di Carovigno, e vi faceva parte anche un tale Michele Clericuzio, il quale dopo arrestato, e tradotto qui addossava un Caprano di lana nera, di Martina, riconosciuto dal Postiglione." Anche la Giunta Municipale di Carovigno fu interessata. Il Sig. Gaetano del Prete, in qualità di assessore anziano facente funzioni di Sindaco, ebbe a dire in Giunta, il 18 Giugno 1863: " Signori Assessori Il Sig. Giudice del mandamento in S. Vito con nota del 17 maggio scorso N.° 202 che loro presento richiede nell'interesse della Giustizia Punitrice venire a capo dei misfattori che la notte del 2 al 3 Novembre dello scorso anno nella discesa Colacurti in questo territorio assaliva la vettura Corriere Postale togliendo due cavalli, i pacchi postali e vari altri oggetti. Gli assessori Intesa la proposta del Sindaco Presidente, e nella certezza che in questo Archivio vi esistono degli antecedenti, avendo fatto richiesta al Segretario, il medesimo ha esibito un verbale formato dietro l'avvenimento dal Delegato Straordinario Sig. Calò Giuseppe in questo Comune dietro presentata del Conduttore dell'assalita Corriera Signor Leopoldo Comez, dal quale risulta che il predetto dichiarava che giungendo alla calata Colacurti circa tre chilometri distanti da questo abitato venne aggredito da circa venti briganti a cavallo i quali tirando un colpo di fucile intimarono la sosta ed avvicinandosi ne derubarono gli oggetti cioè un cappotto, un cilindro di argento , e tra i sudetti malviventi non se ne riconobbe alcuno, uno dei quali parlava linguaggio accertato che sembrava appartenere alla Provincia di Avellino. {Incidentalmente si fa presente che Clericuzio era nativo di Ariano, in prov. di Avellino}

Dalla pubblica voce poi non risulta altro essere ritenuto l'avvenimento opera di briganti, ma senza poter comprendere fra essi chi vi faceva parte." Dopo aver ciò deliberato, il sindaco e gli assessori ne sottoscrivono l'atto. Il Giudice Angelo Ribezzi del Mandamento di San Vito, il 29 Luglio 1863:

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"Letta la dichiarazione di Giuseppe Nicola Mosca, ed il certificato del Cancelliere dal quale risulta che veramente il brigante Michele Clericuzio veniva arrestato nel dì undici Dicembre 1862, e d'altronde esistere in Camera dei Corpi di reato un cappotto del Mosca sorpreso al detto brigante Clericuzio. Attesanche per le cose sorgenti dal Processo una istruzione si è al certo compilata dal Sig. Giudice Istruttore pel dedotto fatto, fornito dei documenti di Rito contro il noto Laveneziana e contro Clericuzio, oltre le tante istruite da questo mandamento contro gli stessi soggetti, senza quindi ulteriormente attendere per i documenti di Rito dei suddetti; [Ordina] Spedirsi gli atti presenti per alligarsi ai precedenti volumi, stimandolo proprio le autorità superiori, onde non attrassarsi il corso della Giustizia." Lo stesso Giudice Angelo Ribezzi, il 31 luglio 1863, appone il visto su queste due note: - "PERQUISIZIONE. A carico di Giuseppe Nicola Laveneziana di Carovigno, e Michele Clericuzio ivi domiciliato, non risultano segnati carichi su questi registri in epoca precedente al novello Organico." - "È un pubblico notorio che Michele Clericuzio Brigante arrestato, come dai precedenti atti, sia dalle Prigioni di Lecce evaso." Michele Clericuzio, alcuni giorni prima della INVASIONE DI CAROVIGNO, aveva minacciato di morte tale Simone Santoro fu Paolo per aver, questi, "persuaso Francesco Esposito, recluta sbandato, e ch'erasi arruolato fra loro, onde presentarsi volontariamente alle Autorità della Provincia". [Carella (2013), p. 140] * CARELLA (2013): [p. 54] "MICHELE CLERICUZIO fu Luigi, di anni 50, muratore, <<impossidente>>, ammogliato, nato ad Ariano di Puglia e domiciliato in Carovigno. Segni particolari: <<barba corta e divisa ... diverse cicatrici fresche>>. Ecco come egli stesso, nella dichiarazione al Giudice Istruttore del Tribunale di Lecce, fatta in S. Vito, il 15 dicembre 1862, narra la vicenda del suo arruolamento: <<Nel giorno della Madonna del Rosario (7 ottobre) mentre {io} stava in mezzo la piazza di Carovigno, vidi che stavano uniti D. Simeone Santoro ed il giovanetto Pasqualino Brandi agnominato Giuda. Chiamato dagli stessi, loro mi avvicinai, e gli chiesi che cosa volevano [...] il Brandi mi disse che bisognava comperare un farmaco od una medicina per far istagnare il sangue che da una mola usciva al Brigante di Carovigno Carmine Patisso, il quale si trovava alla masseria del Sig. Aurisicchio detta Alfieri. Fu allora che il Brandi mi dette tre melagrane, ed una bottigliuola d'aceto per poter far ristagnare, come si è detto, il sangue. Ricevuti tali oggetti, io mi portai alla masseria predetta, ed ivi trovai diciotto Briganti, i quali su le prime mi spianarono i fucili, ma quando loro manifestai l'oggetto della mia andata, fecero uscire dalla masseria il Patisso, al quale feci inaffiare la bocca di aceto. E siccome raggiunsi lo scopo, così cercai di essere pagato, ma mi venne risposto che inutilmente {io} mi affannava a chiedere, perché all'incaricato Brandi avevano dato li cinque carlini. Ottenuta una tale risposta, io voleva partire, ma i Briganti nol permisero; ed invece per forza mi reclutarono, obbligandomi a montare sopra un cavallo, specialmente Giuseppe Nicola Laveneziana. Obbligato così, mi fecero caporale di dodici individui segnati nella nota sopra di me rinvenuta, cioè tre di cognome Montanaro di Latiano, uno di cognome Sportello, un altro di cognome Campano, uno Scarinci, un Caro, un di Prezzo, un Miola, un Marulli, un Cascone, ed un Saponaro, de' quali ignoro il nome e la patria. Fui eletto a caporale solamente perché io servito aveva nelle armi Borboniche per undici anni a fin d'istruirli nelle manovre [...]>> [p. 59] Da questo racconto - prosegue CARELLA -, il Clericuzio sembrerebbe persona dal ... quieto vivere! Ma la Giunta Municipale di Carovigno, nella dichiarazione del 15 gennaio 1863, dirà invece: <<più che riprovevole poi quella (la condotta) di Michele Clericuzio, il quale spontaneamente, e senza alcuna ragione s'intruse in bande brigantesche, quantunque viveva bene dell'arte di Murario, che da qualche anno esercitava in questo Comune, ma perché

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lo stesso uomo di trista vita, quale antico servo di pena, ed evasore dal bagno di Napoli, come dalla pubblica voce, doveva necessariamente proseguire la sua vita anteatta>>. Ma sono tante le discordanze e le contraddizioni che si riscontrano negli atti processuali di questa gente implicata nella vicenda del brigantaggio! Del resto, è più che umano che essa cercasse, nelle deposizioni rese alla giustizia, di dissolvere, per quanto possibile, in ordine alla parte avuta nella vicenda stessa, l'elemento volontarietà." Nella FINE DI ALCUNI PROTAGONISTI, CARELLA scrive che [p. 185] "Michele Clericuzio venne arrestato <<nelle vicinanze di Carovigno [...] alla distanza di appena un miglio>>, ove si aggirava - dice egli - <<vagheggiando sempre la idea>> di presentarsi volontariamente. Non conosciamo la sua condanna." LA SORSA (1914) evidenzia che nella banda Enrico Romano, Giuseppe Nicola Laveneziana e Giuseppe Valente, annoverante 160 briganti, "c'erano quattro caporali, uno dei quali era Michele Clericuzio". [p. 70] Questi viene menzionato anche tra quelli che assalirono Carovigno. [p. 73] LUCARELLI (1946), rappresentando l'organizzazione della banda Romano, tra quelli con il grado di caporale preposti a piccoli reparti, pone "Michele Clericuzio di Ariano, ch'era stato più anni istruttore nei reggimenti borbonici." [p. 83] TANCORRE (2011): "64. Michele Plericuzio {sic}- Ariano Pugl. - Marina Volontario". [p. 76], e in Distribuzione delle Compagnie: "Clericuzio Caporale". [p. 84]

CARDILLO (2018) menziona il Nostro 3 volte: la prima, tra alcuni componenti della banda Laveneziana Giuseppe Nicola <<Figlio di Calì>> {recte: Figlio del Re}, insieme a Barco Oronazo {recte: Oronzo}, De Biase Giovanni, Laveneziana Francesco Salvatore. [p. 161 ==> 162/601]; la seconda, semplicemente come "Clericuzio Michele di Ariano, banda Laveneziana e Sergente Romano." [p. 300 ==>301/601]; la terza, infine, tra alcuni dei componenti della banda "Romano Pasquale Domenico <<Sergente Romano>>, <<Enrico la Morte>>, <<Francesco il terribile>>, <<Il Maggiore>>". [p. 209 ==> 210/601] In Mario BATTAGLINI (2000), "Michele Clericuzio, già istruttore nei Reggimenti borbonici, svolgeva funzioni analoghe nella banda del Sergente Romano, di Gioia del Colle." [p. 121]

Pino APRILE (2010), nel Cap. Briganti in famiglia, parla del Sergente Romano e dice che: - "fu a un passo dal divenire un Garibaldi alla rovescia: era accolto da liberatore nelle cittadine che conquistava, sconfiggeva le guardie nazionali, carabinieri e soldati piemontesi; - riuscì a inquadrare militarmente al suo comando, le principali formazioni irregolari che battevano la Puglia, e condusse operazioni con quelle di altre regioni; - ai suoi ordini (a proposito di briganti) c'erano Michele Clericuzio, per anni istruttore nei reggimenti borbonici, e tanti altri provenienti dalla disciolte armi napoletane: soldati di linea, cacciatori, granatieri, gendarmi reali, dragoni, lancieri." [pp. 29-30] * Il 21 Aprile 1869, la Corte di Assise di Bari, nella causa contumaciale a carico del Clericuzio, accusato di associazione a malfattori, grassazioni, tentata estorsione e omicidi volontari, - ascoltato il Pubblico Ministero che nella requisitoria chiede l'imputato venga dichiarato colpevole dei reati ascrittigli e quindi condannato alla pena di morte; - riunitasi in Camera di Consiglio;

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ritiene comprovato che Clericuzio abbia fatto volontariamente parte di diverse comitive di malfattori in numero molto maggiore di cinque, che scorrazzarono in provincia di Lecce, gli anni 1861 e 1862: una comandata dal Pizzichicchio (da San Marzano), un'altra dal Capraro (Castellaneta), e la terza dal Sergente Romano (Gioia del Colle). Bande che, allorché raggiunsero la loro maggiore forza, non solo consumarono le loro aggressioni nelle campagne e a danno di privati cittadini, ma ebbero anche l'audacia di invadere i paesi. "Così fu che sulle prime ore del giorno 21 Novembre 1862 penetrarono in Carovigno, dove occuparono violentemente il Corpo di Guardia Nazionale, ferendovi il milite Salvatore Saponaro, depredando 14 fucili militari, che colà si conservavano. Consumavano nel tempo stesso altre grassazioni nell'abitato e nei dintorni, in pregiudizio di Renato Cavallo, Renato Carlucci, Giuseppe Brandi, Raffaele Azzariti e Salvatore Brancasi." L'8 Dicembre 1862, Clericuzio cadeva in potere della giustizia, ma la notte del 17 - 18 Febbraio 1863, evase insieme ad altri detenuti dal carcere di Lecce e ritornò fra i briganti, commettendo con essi, la notte del 21 - 22 Febbraio, la grassazione di un fucile, una giumenta e altri oggetti a danno dei fratelli Teodoro ed Algimiro Lanzillotti di Carovigno. La Corte dichiara quindi Michele Clericuzio colpevole di 17 reati, e lo condanna in contumacia alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita dei dritti politici, alla interdizione patrimoniale. [Archivio di Stato di Bari] Per quanto concerne la moglie di Clericuzio, il Tribunale Circondariale di Lecce, e precisamente l'Ufficio del Giudice Istruttore, con ordinanza del 31 Dicembre 1862, aveva disposto la carcerazione di "Teresa Lanzilotti di Carovigno, moglie del brigante Michele Clericuzio, imputata d'aver allarmato gli abitanti del suo paese con le continue assicurazioni del prossimo arrivo della comitiva brigantesca, di cui faceva parte suo marito." Il 20 Gennaio 1863, il Giudice Supplente V.° Azzariti del Mandamento di San Vito pregava il Sindaco del Comune di Carovigno di farlo sciente se Teresa Lanzilotti, moglie del brigante Clericuzio, avesse allertato i suoi concittadini nei termini di cui sopra. Il 26 Gennaio, la Giunta Comunale unanimemente dichiara, tra l'altro, di ignorare "se Teresa Lanzilotti moglie del brigante Clericuzio abbia fatto spaccio di allarmi per avviso di briganti in questo Comune, non essersi ciò verificato dalla pubblica voce." La stessa giunta, già il 14 Dicembre 1862, aveva deliberato che "Teresa Lanzilotti non suole addebitarsi del pari di connivenza, perché trovasi catturata a solo oggetto che con tale misura potesse conseguirsi la presentata del di lei marito brigante, che ora trovasi nelle mani della Forza." Il 28 Gennaio 1863, il Sindaco e gli Assessori del Comune di Carovigno certificano che " Teresa Lanzilotti moglie di Michele Clericuzio nata e domiciliata in Carovigno tanto nel proprio nome, quanto nel nome di altri non sia segnata in questo Catasto Provvisorio come contribuente di somma alcuna. Certificano inoltre che la sudetta non ha industria visibile, ma vive soltanto col giornaliero travaglio delle proprie braccia, facendo la Filatrice." Il 29 Gennaio 1863, il Cancelliere R. Bruno presso il Giudicato Mandamentale di San vito, attesta che il Sottoprefetto, con nota del 21 N.° 174, assicurava che "la detenuta Teresa Lanzilotti di Carovigno, ... qual moglie del brigante Michele Clericuzio" era stata già messa in libertà. Il 7 Febbraio 1863, il Sostituto Procuratore del Re, Carlo Angiolello, "Ritenuto che Teresa Lanzilotti fu arrestata nel 30 Ottobre perché moglie al brigante Clericuzio, e dava notizie di prossimo ingresso de' briganti in Carovigno"; "Ritenuto che Teresa Lanzilotti fu arrestata sotto l'impero dell'Editto del 23 Ottobre 1862 come moglie del brigante Clericuzio, e quindi per sola misura governativa. Il fatto delle

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voci, per le quali, richiedeva l'invasione de' briganti in Carovigno, giovava piuttosto all'ordine pubblico; ma in ogni modo è smentito dall'attestato della Giunta Municipale"; In uniformità con le conclusioni del Pubblico Ministero, ordina: "non esservi luogo a procedimento" e la scarcerazione della stessa. Con sentenza di pari data, il Giudice Istruttore presso il Tribunale Circondariale di Lecce, relativamente a Teresa Lanzilotti moglie del Brigante Michele Clericuzio, imputata di voci e notizie sul brigantaggio, prende atto che tale arresto fu piuttosto l'effetto di una misura governativa, tanto che senza un intervento dell'Autorità Giudiziaria era stata scarcerata. Adottando perciò la requisitoria del P.M., dichiara non esservi luogo al procedimento penale. A proposito dell'Editto del 23 Ottobre 1862, si fa presente che trattasi dell'editto emanato dal Prefetto G. Gemelli di Terra d'Otranto allo scopo di finirla co' briganti. Dei 14 articoli di cui si compone, giova leggere il "7.° Contemporaneamente sarà proceduto all'arresto e perquisizione: a) dei complici, ricettatori, e fautori dei briganti; b) dei ladri, oziosi, e vagabondi d'ogni genere; c) dei refrattari e sbandati; d) dei portatori e detentori di armi senza licenza; e) dei parenti dei briganti fino al terzo grado civile, salvo che quattro probi cittadini non ne garentissero la buona condotta; f) dei propagatori di falsi allarmi e di false notizie; g) di coloro che essendosi assentati dal comune vi ritornassero senza giustificare il motivo dell'assenza." [Il Cittadino Leccese, Anno II, n 35, Lecce 25 ottobre 1862+ Spiace, in conclusione, riconoscere di non aver trovato, io e gli amici studiosi e ricercatori, né l'atto di matrimonio dell'arianese Clericuzio Michele con la carovignese Lanzilotti M. Teresa, né l'atto di morte dell'uno e dell'altra. La nostra ipotesi è che si siano trasferiti altrove, e lì morti latitanti; ma quel che maggiormente ci angustia, è il non sapere se si siano veramente sposati. 4.4.9. Giovanni DE BIASI Maschitano. Giovanni Biagio Luciano Giuseppe DE BIASI di Francesco e di Angela Rosa SACCHI: 1° genito di 8 figli, nato a Carovigno il 26 Gennaio 1811 [U.S.C. di Carovigno], battezzato il 22 [A.S. Chiesa Madre], e confermato il 24 Novembre 1820 da Mons. Arcivescovo di Brindisi D. Giuseppe Maria Tedeschi. Secondo l'Atto di Morte [n. d'ordine 10 del 14 Gennaio 1862] dello Stato Civile del Comune di Melfi, il 14/1/1862, moriva nelle Prigioni Giovanni di Biase di Maschito, di anni cinquantacinque {recte: 51 anni}, di professione Contadino, domiciliato in Melfi, figlio del fu Francesco, e di ........, domiciliata in parrocchia della Cattedrale." LA FAMIGLIA: IL PADRE: Francesco Giuseppe Giovanni Pasquale di Biasi (di Giuseppe e di Lucia GROTTOLI), n. il 16/11/1786, e batt. il 18 - † il 10/8/1835 (all'età di circa 49 anni, e non 46) {Giuseppe DE BIASI e Lucia GROTTOLI si sono sposati il 12 Gennaio 1783 - Lucia GROTTOLI è figlia di Giuseppe e di Maria SANTORO che si sono sposati il 15 Luglio 1776 - Lucia GROTTOLI è nata il 3 Dicembre 1749, e batt. lo stesso giorno} LA MADRE: Angela Rosa Concetta Barbara Sacchi Lentulo (di Felice e di Francesca Castagneri), n.

il 2 Ottobre 1789, e batt. il 4 - † il ...(?)... {Felice Sacchi e Francesca Castagneri si sono sposati il 20/10/1771. Angela Rosa SACCHI era sorella di Giuseppe Paolo SACCHI, il quale sposò, il 1° Gennaio 1801, Teodora DE MILATO, sorella dell'arciprete Don Pasquale DE MILATO.

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Giuseppe Paolo Sacchi e Teodora De Milato hanno avuto 11 figli: 1. Felice Gaspare Fortunato Sacchi, 1803 (Arciprete dal 14 ottobre 1852- † 22 novembre 1885, di anni 82 "Arciprete") 2. Francesca Sacchi, † 9 settembre 1884, di anni 79 (Liber Defunctorum) 3. Severino Sacchi, 1807 4. Palma Sacchi, 1810 5. Rev. Don Gaspare Gioacchino Sacchi, 1812 († 13 ottobre 1880, di anni 68, Via Pozzillo) 6. Maria Maddalena Sacchi, 1814 7. Maria Teresa Rafaela Sacchi, 1816 8. Anna Teresa Sacchi, 1817 9. Maria Concetta Sacchi, 1819 10. Catarina Vincenza Sacchi, 1819 11. Arcangelo M. Sacchi, 1820 In altre parole, il nostro brigante maschitano era cugino dell'Arciprete Don Felice Sacchi, del Rev. Don Gaspare Sacchi e del Sindaco Arcangelo Michele Sacchi. E la madre Angela Rosa Sacchi era cognata della sorella dell'Arciprete Don Pasquale De Milato e zia dei fratelli Sacchi. [Don Pasquale de Milato, Arciprete: Morto il 17 ottobre 1849. Nato il 2 novembre 1769, figlio di Giacomo e Palma Prima] Per inciso, Michela Pastore ne I processi politici della Gran Corte Criminale e Speciale di Terra d'Otranto dal 1821 al 1861, riporta al n.° 262 quanto segue: "Attentato e cospirazione nel fine di distruggere e cambiare il Governo di V. Emanuele re d'Italia e Giuseppe Garibaldi dittatore delle Due Sicilie. Discorsi e fatti pubblici allo scopo di spargere il malcontento contro il prelodato Governo; avvenuti in Carovigno nel dì 7 e 8 settembre 1860, a carico di: Giovanni Demilato Innocenzo Magli Giovanni Sacchi D. Felice Sacchi, arciprete; tutti di Carovigno. Processo n. 262, di filza 1 (già n. 79) (p. 114 ==> 7/37)}

Francesco DE BIASI e Angela ROSA Sacchi, sposatisi il 7 Maggio 1811, e hanno avuto 8 figli: 1. Giovanni Biagio Luciano (o Lucio U.S.C), n. il 26 Gennaio 1811, e batt. il 22/11/1811 2. Felice Noè, n. il 16 Novembre 1812, e batt. lo stesso giorno 3. Anna Lucia Gervasia, n. il 27 Luglio 1814, e batt. il 30 4. Celestino Fortunato, n. il 18 Settembre 1816, e batt. il 20 5. Errichetta (o Enrichetta U.S.C.) Vittoria Irene, n. il 16 Febbraio 1819, e batt. il 20 6. Davide Teodosio, n. il 21 aprile 1821, e batt. il 25 7. Felice Noè, n. il 13 Ottobre 1823, e batt. il 15 8. Abramo Giosuè, n. il 14 Giugno 1829, e batt. il 16 * Don Giovanni Biase Luciano Giuseppe DE BIASE, di anni 33, di professione Agrimensore, domiciliato in Maschito (PZ), sposa la 31enne Anastasia BARBANO del fu Vincenzo e della fu Isabella Pavone, il 26 Aprile 1844. Anastasia Barbano: nata a Maschito il 25 Dicembre 1812, e ivi † il 19 Aprile 1892, di anni 80, possidente, residente in Maschito, vedova di Giovanni de Biase. {Anastasia Barbano aveva sposato, appena 17enne, il 18 Novembre 1829, Michele Giglio di Mariano e D'Anzi Costanza, il quale morirà il 30 Aprile 1842, a 36 anni d'età}

I coniugi De Biasi-Barbano hanno avuto 5 figli: 1. Enrichetta Angela Rosa, n. il 6 Marzo 1845, e batt. il 7 2. Angela Letizia Filomena, n. il 22 Novembre 1846, e batt. il 27 3. Abramo Francesco Maria, n. 30 maggio 1850, e batt. il 31 4. Maria Cristina, n. 22 Maggio 1853, e batt. il 28 5. Maria, n. il 24 Febbraio 1857, e batt. il 16 * Giovanni DE BIASI, ormai 50enne, intraprende la vita brigantesca dopo il 10 Aprile 1861, il giorno che Crocco e i suoi "briganti giunsero a Venosa, commettendo atrocità senza

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nome e saccheggiandola tutta. La banda passò quindi a Lavello, a Melfi dove rimase tre giorni, uscendo il 18, e dirigendosi ad invadere Monteverde, Carbonara, e Calitri in provincia di Avellino." [Manhès-McFarlan (2005), pp. 198-199] Entrato a far parte della Banda Crocco, il De Biasi scrive alla moglie in Maschito questa lettera, acquisita in copia dall'Archivio di Stato di Potenza: "Barile, 17 Aprile 1861 Mia carissima moglie = Vengo con questa mia a notiziarvi il buono stato di mia salute (ma con grave stanchezza) e così spero dal Sig. Iddio che la passassivo con la famiglia, parenti ed amici. Vengo ad avvertirvi che all'arrivo che noi faremo quì, tenete spalancate le porte, una bandiera bianca, e gridando viva francesco 2.° fatto ciò non temete cosa di male. Lavello si arrese, e coloro i quali avevano detto, e fatto male al nostro Sovrano uscirono avanti alla colonna con bandiere bianche, gridando ad alta voce, Viva Fran.co Secondo, con questo modo non hanno sofferto neppure un minimo rimprovero dal Generale comandante la colonna, che con carta bianca del sud.° Sovrano avrebbe potuto distruggere tutto. A questo esempio i melfetani praticarono lo stesso, come Rapolla, ricevendo la colonna con gran gioia, e campane all'armi. Reonero con 150 piemontesi avevano cercato corrompere Barile, ma avvisata la nostra colonna, subito ci siamo quì portati, e tenuti con loro ore sette di fuoco vivo, dei nostri mica ne hanno soccombuto la vita, ma dei loro molti, così batterono ritirata ed in Barile rimasta la nostra truppa. Domani, piacendo al Signore Iddio, ci attaccheremo con Reonero, portandoci con noi una colonna di 7000 uomini ed ho impugno la presa di Reonero, ma guaj a loro, tanto pel personale, quanto pei loro beni. Io son di parere che questi signori facessero lo stesso di Lavello, Melfi, e Rapolla, altrimenti saranno distrutti loro, e li loro sostanze da sotto i pedamenti. Questo è il mio parere; perché saremo costà verso domenica con una numerosa colonna, sopra a 10000 uomini. Dunque, se li suddette città si sono sottomessi pel numero di 7000 uomini, come cotesti Signori non vorranno concedere una forza di circa 10000 uomini, e questi produrrebbero la distruz.ne di essi, e dei loro beni? Raccomandatemi al Signor Iddio, ed abbracciando voi, ed i figli, e salutando li parenti, e gli amici mi dico per sempre D. S. Questa sera sono alla casa di D. Tommaso, con 4 uomini armati, guardandolo di non essere assassinati come gli altri. Il vostro affezionatissimo marito Giovanni" Mostrata il presente documento al di Biase ha sottoscritto Giovanni De Biasi. Visto L'intendente Lardi" Questa sua novella vita dura 53 giorni circa, dal 13 Aprile al 5 Giugno 1861. Il 1° Giugno 1861, il Governatore della Provincia di Bari, ai fini dell'arresto del Nostro, invia la presente nota ai Signori Intendenti, Comandante i Reali Carabinieri, Delegati di Pubblica Sicurezza e Sindaci della Provincia, specificandone i Connotati: Anni 50, Statura alta, naso piuttosto lungo, capelli grigi, colore abbronzato, barba grigia e folta. "Signori Dal mio collega di Potenza, in data di ieri, ricevo un telegramma col quale si chiede l'arresto di un tale Giovanni de Biase, di Carovigno, già seguace della banda Crocco, col grado di Capitano, ed involto nelle ultime reazioni perpetratesi in quella Provincia.

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Ed io nel trascrivere al margine della presente i contrassegni personali del de Biase, prego le SS. LL. a voler emettere le analoghe disposizioni, affinché, qualora penetrasse in luoghi di questa Provincia, sia prontamente assicurato, e tradotto nel carcere di Potenza a disposizione dell'Autorità Giudiziaria. Attendo un riscontro a questo foglio. Il Governatore CAV. FEDERICO PAPA" Ed ecco Giovanni Di Biase, il 6 Giugno 1861, fare la sua deposizione al Giudice Istruttore che lo interroga in quanto imputato. "Dimandato delle sue qualità personali ha risposto: <<Mi chiamo Giovanni Di Biase del fu Francesco, di anni 52, agrimensore, nativo di Carovigno in provincia di Lucera {recte: Lecce, Terra d'Otranto} e domiciliato a Maschito.>> Domandato se conosce la causa del suo arresto ha risposto: <<Conosco di essere stato arrestato come imputato di aver fatto parte della masnada del sedicente generale Crocco Donatello. Ed eccomi a manifestarvi sinceramente tutto ciò che mi riguarda in tale imputazione. In un giorno del mese di aprile ultimo che non ricordo con precisione si disse in Maschito che la vicina città di Venosa era stata invasa dalla così detta truppa del generale Crocco e che vi aveva ristabilito il governo di Francesco II. Nel giorno seguente questa voce fu confirmata e si aggiungeva che in Venosa la restaurazione borbonica era stata seguita da una perfetta tranquillità, e che a chiunque si andava ad arrolare alla banda del detto Crocco, se sotto la bandiera di Francesco II, dal medesimo inalberata, si dava la paga di sei carlini al giorno. Io vivea nella miseria e lusingato di avere pane per la mia famiglia, mi determinai di far parte di quell'arruolamento, e preso concerto con altri Maschitani che avevano l'idea di curiosare gli avvenimenti di Venosa ci recammo tutti uniti in quella città nel giorno seguente. In Venosa infatti trovammo tutte le case munite di bianche bandiere, tolti gli stemmi di casa Savoia, e innalzati quelli del Borbone, e generalmente si riteneva il governo di costui come già restaurato. <<Mi recai nel botteghino di un venditore privilegiato mio conoscente, chiamato Daniele, e di cui ignoro il cognome, e feci a lui nota la mia idea di arruolarmi nella banda di Crocco, per far fronte all'estrema miseria in cui {io}vivea; e poiché in quel botteghino intervenne un tal che si dicea sergente della truppa di Crocco, ed era del comune di Bella, mi feci a costui raccomandare dal detto Daniele, e quel sergente m'impose di rimanermi in quel botteghino, perché più tardi sarebbe per quel luogo passato il Capitano incaricato dell'arruolamento dei soldati sbandati, ed avrei potuto col medesimo stabilire le mie cose. <<Infatti dopo breve tempo ritornò il detto sergente al botteghino, in unione al Capitano che era un tal Luigi Romaniello da Rionero {"Chiofaro" di Rionero in Vulture, associato alla banda Crocco Schiavone con il grado di maggiore, fucilato il il 6/12/1861. CARDILLO, p. 491}, ed il medesimo udito il mio divisamento, mi disse, che rimanere arrolato alla sua banda nella qualità di secondo sergente, grado che gli disse di aver occupato quando io era stato militare, ma mi soggiunse che la mia paga giornaliera era quella di sei carlini al giorno, eguale alla paga di ogni altro soldato, assicurandomi nel tempo istesso che quando saremmo arrivati in Rionero, mi avrebbe colà fatto dare dal Generale una quarantina di piastre. Nella sera di quel giorno mi fu consegnato un cattivo fucile, e nel giorno seguente rimanemmo tuttavia in Venosa, consegnandomisi la paga non già di sei carlini, ma di soli sei grani, e mi si disse che sarei stato pagato in seguito di ogni arretrato. Durante quella giornata di mio trattenimento in Venosa, vidi che il voluto generale Crocco avea preso alloggio nella casa del canonico Rapolla, e vidi gremito di gente il cortile di quella casa, e da costà portavano tutti gli ordini che il Crocco emanava. Nel giorno successivo passammo da Venosa e Lavello e ivi fummo ricevuti non solo senza resistenza alcuna, ma anche con acclamazione ed esultanza generale, e fummo incontrati da una turba di persone, alla cui testa vi andava un prete che inalberava la bianca bandiera. In quel paese Crocco e gli altri capi presero i loro alloggi, ed il Crocco fu alloggiato nel palazzo dei signori Aquilecchia e per quant'io avessi potuto scorgere si trattenne in quella parte

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del palazzo che appartiene al signor Ginestrelli. In Lavello si proclamò del pari il governo di Francesco II con le solite voci di evviva a questo ex re coll'elevamento dei suoi stemmi e coll'abbattimento di quelli di casa Savoia. <<In quel comune mi fu dato un altro fucile migliore e lasciai quello che mi era stato in Venosa dato. Nel giorno seguente dopopranzo movemmo alla volta di Melfi e lungo la via, arrivati nella masseria di Don Luigi Aquilecchia, ed ivi ricevé una razione di pane tutta la numerosa gente armata di fucile, e di armi improprie ed inerma che seguiva il succennato Crocco. Più vicino a Melfi s'incominciarono a vedere delle fiaccole, portate da persone che ci venivano ad incontrarli; e siccome io camminava molto indietro, perché non mi fidava, non saprei dirvi il ceto delle persone che ci venivano ad incontro, né se vi erano quelli che portassero carrozze, ma intesi dire poscia che dell'incontro facean parte anche galantuomini in carrozze. Si arrivò in Melfi a circa le ore due di notte, ed il paese era tutto illuminato e pieno di bianche bandiere, ed il ricevimento fu entusiastico, con plausi e voci di evviva a Francesco Secondo. Nella sera fummo alloggiati in un locale destinato per quartiere, ed ivi a tutta la truppa fu data una razione di pane comune, ed ai sotto ufficiali, di cui faceva parte anch'io, fu somministrato del pane bianco, del vino, provole e caciocavalli. Nell'indomani fu ordinato che una compagnia della truppa, e propriamente quella detta dei cacciatori, alla quale io appartenea, si dovesse recare in Rapolla, e colà fummo egualmente ricevuti senza resistenza e con plausi trovandovi restaurato il governo borbonico e ci fu data una razione di pane. Nel corso del giorno stesso che giungemmo in Rapolla, per effetto di una lettera pervenuta a colui che si faceva chiamare il Colonnello, e che avvisava venire della truppa italiana ad attaccarci, partimmo da Rapolla verso Barile; ma io non fidandomi più di camminare mi rimasi indietro per riposarmi insieme a due o tre altri individui, ch'erano al pari di me spossati; cosicché non ci trovammo all'attacco che ebbe luogo tra Rionero e Barile, tra i seguaci di Crocco e le truppe nazionali. Avvenuta la disfatta dei primi rincularono verso Barile ed io allora entrai in quel paese ed avendo fatto di tutto per liberare dai danni, di cui veniva minacciato D. Tommaso Cittadini, che aveva per moglie una maschitana, di mia conoscenza, fui pregato di non partirmi più da quella casa in unione di altri tre miei compagni che si erano con me prestati a quella buona opera. Rimanemmo nella casa del signor Cittadini pel resto di quella giornata e per la giornata successiva, e quando ne partimmo nel giorno appresso, fummo regalati di dieci carlini per ciascuno. <<Partiti da Barile non mi restituì in patria per timore di essere arrestato, e me ne andai in Cerignola, ed in quel paese dopo molti giorni venni arrestato e ristretto in quelle prigioni. <<Prima di essere arrestato feci dimora per faticare nella masseria detta di S. Martino, di cui era curatolo Domenico Cavallo di Cerignola, ed in quella di D. Giuseppe Cavallo anche di quel comune>> Ad altra opportuna domanda ha risposto: <<In Melfi ritirato nel quartiere assegnatomi non conobbi in quale casa avesse Crocco alloggio>>. Ad altra domanda ha risposto: <<Della mia compagnia era capitano Luigi Romaniello, il quale dopo l'attacco di cui vi ho parlato entrò con i suoi seguaci in Rionero, donde fu egualmente respinto per la resistenza che gli fu usata>>. Ad altra opportuna domanda ha risposto: <<Le carte che furono trovate sulla mia persona dalla forza che mi arrestò, e delle quali la forza stessa si impadronì, consistono nella mia cedola di agrimensore, nella mia carta di passaggio, in un certificato di mia buona condotta, in un altro del numero dei miei figli, nel borderò della ipoteca della dote di mia moglie, ed in una memoria che mi riguarda scritta col lapis mentre stava nelle prigioni di Cerignola>>. Data lettura l'ha confirmato ed ha sottoscritto Giovanni Debiase." [DE JACO (2017), pp. 119-123]

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Si rileva anzitutto che Giovanni De Biasi, come brigante, apparteneva alla Compagnia dei cacciatori di Crocco, e aveva il grado di sergente. Verrà comunque arrestato col grado di capitano. Aveva svolto il servizio militare col grado di sergente e, passato alla vita civile, aveva tenuto un comportamento degno di riconoscimento. Tra le carte che aveva addosso al momento dell'arresto, c'era il borderò della ipoteca della dote della moglie, in merito al quale si fa presente che nella Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia (Anno 1886 - Roma Venerdì 28 Maggio - Num. 125,), vi è questo ESTRATTO dal suo originale sistente nella cancelleria del Tribunale civile di Melfi: "L'Amministrazione del Fondo pel culto, prima che fosse avvenuto l'incendio dell'Ufficio ipotecario di Potenza, trovavasi di avere acceso iscrizioni ipotecarie contro [...] e molti altri, per diverse prestazioni che pagavano al soppresso Clero di Forenza, e poiché in seguito della legge 28 giugno 1885, circa il riordinamento di detto ufficio, non si trovò in grado di fare riprodurre dette iscrizioni ai sensi dell'articolo 3 di detta legge, fece la dichiarazione richiesta per le reiscrizioni che vennero effettuate. Ora, poiché le reiscrizioni così fatte per l'articolo 8 della legge istessa debbano essere dal magistrato convalidate, previa citazione dei gravati dall'ipoteca [...]. Ad istanza del signor Giovanni cav. Corsini, Intendente di finanza della provincia di Basilicata, qual rappresentante del Fondo pel culto succeduto al soppresso Clero di Forenza, domiciliato in Potenza per ragione dell'uffizio, ed in Melfi per la presente procedura nello studio dell'avvocato e procuratore sig. Pasquale Picece. Io Vincenzo De Angelis, usciere del Tribunale civile di Melfi, ove domicilio, in virtù dell'antescritta deliberazione resa dal Tribunale civile di Melfi al 7 maggio corrente in seguito di ricorso di cui sopra, congiuntamente si dà comunicazione nello scopo di convalidare le reiscrizioni prese in seguito di dichiarazioni autentiche per effetto della legge 28 giugno 1885, n. 3196, serie 3a, ho dichiarato per pubblici proclami agli attuali debitori ed aventi causa per coloro che trovansi segnati nelle note ipotecarie, cioè ai signori: 1. ...... - 58. Barbano Anastasia fu Vincenzo, per l'iscritto Barbano Anastasia. [...] Io sopraddetto usciere ho citato essi signori tutti di sopra indicati a comparire innanzi al Tribunale civile di Melfi la mattina di mercoledì sedici giugno prossimo, per sentire convalidare le reiscrizioni prese in base della dichiarazione come sopra, cioè i signori indicati: 1. Al numero primo ...... 58. Al numero cinquantotto per lire 191 25, come alla precedente iscrizione presa a 13 agosto 1869.[...]." [pp. 2844-2845 ==> 22/24] Importante quel che riferisce De Biasi al Giudice Istruttore riguardo a Crocco, che cioè "fu alloggiato nel palazzo dei signori Aquilecchia", perché, come ben rileva Gigi Di Fiore (2018), per effetto di dichiarazioni siffatte, "qualche notabile fu arrestato." [p. 80] Tommaso Pedìo (1966), nel Cap. II della sua opera, e precisamente nel § IV "La battaglia di Rionero e la riconquista di Melfi", racconta che Vincenzo Mastronardi, alias Staccone, o meglio, D'Amato, avente il comando delle operazioni, aveva predisposto per il 18 aprile "un nuovo attacco contro Rionero in Vulture", e che Crocco, rinunciando a conquistare questa cittadina presidiata ormai da truppe nazionali, aveva deciso, contrariamente al parere del governo provvisorio di Melfi, di recarsi in Irpina dove sperava "riunirsi alle bande pugliesi ed aprirsi un varco verso lo Stato Pontificio". [p. 134] Nella Nota 31 [p. 139], lo storico potentino trascrive parte della lettera di cui sopra, datata Barile 17 Aprile 1861. Al fine di dare compiutezza al percorso brigantesco del Nostro, si conclude con la sentenza pronunciata dalla Corte Straordinaria di Assise del Circolo di Potenza, il 10 Giugno 1865, contro n. 75 briganti, tra cui: "Giuseppe Nicola Summa, Michele de Luca, Giovanni de Biase, Salvatore Giampetruzzi, Gaetano Lombardi, Giuseppe Nicola Moriello, Michele Masiello, Domenico Orga, Teodoro Ruffo, Francesco de Giorgio, Raffaele de Pascale, Giannarco Lopretino, Michele de Biase e Domenico Zappella" accusati:

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"di attentato avente per oggetto di congiurare e distruggere la forma del Governo, di eccitare i regnicoli ad armarsi contro i poteri dello Stato, suscitando la guerra civile tra gli abitanti e portando la devastazione, la strage, il saccheggio in uno o più comuni dello stato e di banda armata, comandata da Giuseppe Nicola Summa avente per oggetto di commettere i crimini suddetti." LA CORTE, - ascoltato il Pubblico Ministero che, nelle requisitorie, ha chiesto di dichiararsi estinta l'azione penale contro 18 briganti: 1. Giuseppe Nicola Summa altrimenti Ninco Nanco 2. Giovanni de Biase, e altri per l'avvenuta loro morte; - ammesso l'indulto a beneficio di 8 imputati e ordinata la loro liberazione; - pronunciata la sentenza di condanna avverso gli altri; - "dichiara infine estinta l'azione penale contro" n. 18 briganti "per l'avvenuta morte dei medesimi". E tra questi, i primi menzionati sono: Giuseppe Nicola Summa, alias Ninco Nanco, e il nostro Giovanni de Biase. N.B. Per quanto concerne Summa Giuseppe Nicola, alias Ninco Nanco, si fa presente che è nato ad Avigliano, allora provincia di Basilicata, il 12 Aprile 1833, figlio di Domenico e di Anna Coviello, e morto il 14 Marzo 1864, presso Lagopesole-Pz. "A capo di una banda di 42 uomini quasi tutti a cavallo, operante a Potenza, Matera, nei boschi di Lagopesole, san Cataldo, Monticchio ed altri di minore estensione e qualche volta faceva delle scorrerie anche sull'Ofanto. Luogotenente di Crocco, nei suoi grandi movimenti era sempre sotto gli ordini di Crocco. Alcuni dei componenti della banda: Boni Nicola, Gruosso Giambattista, Lo Russo Nicola, Mangiullo Giuseppe, Scardella Carmine, Tolve Nunzio, Volle Nunzio, Volpone, Zaccagnino Donato." [Cardillo (2018), p. 225] Lo stesso Cardillo lo presenta così: "Summa Giuseppe Nicola "Ninco Nanco" nato ad Avigliano il 12/4/1833, si diede alla macchia dopo l'evasione dal carcere, condannato per aver ucciso uno dei suoi aggressori che, durante una rissa, lo costrinsero ad una lunga degenza. Si aggregò al capobanda Crocco, divenendone uno dei più brillanti luogotenenti con il grado di capitano; il 13/3/1864 presso Frusci, morì per mano del caporale della G. B. Nicola Coviello, con due colpi di cui uno dritto nella gola, per vendicarsi dell'assassinio del cognato compiuto dal brigante aviglianese il 27 giugno 1863, altra ipotesi ritengono che il brigante venne ucciso per ordine del comandante della G. N. aviglianese, Don Benedetto Corbo, appartenente ad una delle maggiori famiglie gentilizie della zona, per evitare che venissero alla luce sue presunte connivenze con le bande. La salma di Ninco Nanco fu trasportata, il giorno dopo, ad Avigliano e fu appesa all'Arco della Madonna come monito. Il giorno seguente, il suo corpo fu portato a Potenza, ove venne seppellito." [p. 518]

4.4.10. MANUTENGOLI E CONNIVENTI. CARELLA (2013), nel § 17 del Cap. X, elenca i soggetti imputati di <<connivenza>> coi briganti, e <<voci ed atti di spregio contro il Governo>>. [p. 149] Non dissimile è l'elenco, sia pure con qualche diversità, riportato da LA SORSA (1914) [p. 74 ==> 85/333]

Qui però si pone attenzione ai primi due nominativi segnati: Vincenzo Padalino, Concetta de Mola. Il Registro degli Atti di Morte della Chiesa Madre attesta al n. 118: "Il 24 del mese di Novembre 1865, Don Vincenzo Padalino di Francesco e di Concetta Gaeta, vir di Donna Concetta De Mola, di anni 30, a fratre invicem interfectus animam Deo reddidit Sacramentis munitus." E al precedente n.117: "Il 21 del mese di Novembre 1865, Don Giuseppe Padalino di Francesco e della fu Concetta Gaeta, di anni 25, a frate interfectus, Animam Deo reddidit Ecclesiae Sacramentis munitus". Praticamente i due fratelli si erano uccisi a vicenda. A noi, però, importa il legame coniugale tra i suddetti imputati. Si precisa perciò che Vincenzo, nato il 26/05/1836, sposò, il 17/09/1855, Concetta De Mola, di anni 23, figlia del fu D. Francesco e di D Caterina Palma.

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Il fratello Giuseppe Oronzo Nicola PADALINO, era invece nato il 27/12/1841. * Il Sindaco Giovanni Lanzilotti, il 20 Ottobre 1863, redige il seguente: "Elenco Nominativo degli Oziosi Sospetti Ladri e Sospetti Manutengoli del COMUNE DI CAROVIGNO. [Archivio di Stato di Lecce] Nome e Cognome / Paternità / Professione / Agnome / Patria / Domicilio / Circostanze che lo rende sospetto / Connotati: Età, Statura, Occhi, Mento, Barba, Marche apparenti / Annotazioni. Vito Nicola POMES / Michele / Contadino / = / Carovigno / Carovigno / Dedito a Furti Servo di pena espiata / 62 anni, Alta, Cervoni, Tondo, ---, --- / ===. Eduardo de GIOVANNI / Giuseppe / Contadino / = / Carovigno / Carovigno / Dedito a Furti - Servo di pena espiata / 45 Anni, Giusta, Cervoni, Tondo, ---, --- / ===. Vincenzo CONTE /Angelo Vito / Contadino / = / Carovigno / Carovigno / Ladro di frutti e prodotti campestri / 36 anni, Alta, Cervoni, Ovato, Castagna, --- / ===. Pasquale ANCORA / Vito Giuseppe / Murario / Pirichicchio / Carovigno / Carovigno / Sospetto ladro perché ama l'ozio / 31 anni, Alta, Cervoni, Ovato, Castagna, --- / ===. Vincenzo PRIMICERIO / Oronzo Felice / Contadino / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto ladro perché ama l'ozio / 29 anni, Giusta, Cervoni, Tondo, Castagna, --- / ===. Domenico MARRAFFA / Carmine / Contadino / Giannotti / Carovigno / Carovigno / Dedito a furti - Servo di pena espiata / 30 anni, Giusta, Cervoni, Tondo, Castagna, Butterato / ===. Michele JAJA / Vito Simone / Contadino / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto ladro / 31 anni, Bassa, Cervoni, Tondo, Castagna, --- / ===. Francesco LOTTI / Francesco Saverio / Contadino / = / Carovigno / Carovigno / Ozioso Sospetto ladro / 21 anni, Alta, Cervoni, Tondo, Senza, --- / ===. Pasquale CATAMERÒ / Vito Nicola / Contadino / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto ladro / 31 anni, Giusta, Cervoni, Tondo, ---, --- / ===. Salvatore BRANDI / Luigi / Contadino / Giuda / Carovigno / Carovigno / Sospetto ladro e molto riposo / 26 anni, Alta, Neri, Tondo, ---, --- / ===. Eduardo ANCORA / Vito Giuseppe / Contadino / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto ladro / 38 anni, Giusta, Cervoni, Tondo, Castagna, --- / ===. Giuseppe Antonio LOTTI / Ferdinando / Sarto / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto ladro / 28 anni, Alta, Neri, Ovato, Nera, --- / ===. Vito Giuseppe ANCORA / Michele / = / = / Carovigno / Carovigno / Ozioso sospetto ladro / 22 anni, Bassa, Cervoni, Tondo, ---, --- / ===. Giuseppe d'ADAMO / Pasca Antonia d'adamo / Contadino / = / Carovigno / Carovigno / Ozioso sospetto ladro / 32 anni, Giusta, Cerulei, ???, Castagna, --- / ===. Concetta FUSCO SIMINI /Francesco / Pizzicagnola / Taccajola / Carovigno /Carovigno / Spargitrice di malcontento contro l'attuale Governo / 30 anni, Giusta, Neri, Tondo, ---, --- / ===. Tommasia SAPONARO / = / Filatrice / = / Carovigno / Carovigno / Sospetta manutengola / 58 anni, Alta, Cervoni, Ovato, ---, --- / La predetta è madre del Brigante arrestato Giuseppe Valente. D. Nicola BRANDI / Angelo Donato / Civile / = / Carovigno / Carovigno / Spargitore di notizie allarmanti, Sospetto manutengolo / 45 anni, Alta, Cerulei, Tondo, ---, --- / Dicesi aver conversato ed allogato briganti nella sua campagna. D. Clemente del PRETE / Donato / Legale / = / Carovigno / Carovigno / Solo tra' civili che apparve coll'orda Brigantesca in questo abitato nel 21 scorso Novembre / 55 anni, Giusta, Cervoni, Tondo, ---, Butterato alquanto dal Vajolo /Sospetto manutengono per aver dato ricovero nella sua campagna. D. Aurelio del PRETE / Donato / Civile / = / Carovigno / Carovigno / Spargitore di allarmanti notizie e malcontento contro il Governo / 50 anni, Alta, Cervoni, Ovato, Rasa, Mustac

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chio e denti incisivi mancanti / Si dice aver dato ricovero ai briganti fra quali vi esisteva Tito Trinchera suo nipote Capobanda. D. Albino del PRETE / Donato / Civile / = Carovigno / Carovigno / Dimora sempre in campagna anche quando i briganti scor(r)azzavano in questo tenimento / 60 anni, Giusta, Cerulei, Tondo, Castagna grigia, Con naso aquilino / Sospetto manutengolo. Pasquale LOTTI / Giuseppe / Proprietario = / Carovigno / Carovigno / Sospetto manutengolo per malcontento verso il Governo / 54 anni, Giusta, Cerulei, Tondo, Nera, --- / ===. Simeone SANTORO / Paolo / Proprietario / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto manutengolo per malcontento verso il Governo / 49 anni, Giusta, Cerulei, Ovato, Nera, --- / ===. Tommaso CHIONNA / Nicola / Massaro / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto per aver ricoverato briganti nella massaria / 70 anni, Giusta, Cervoni, Tondo, Rasa --- / *. Francesco de MILATO / ... Vincenza de Milato / Massaro / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto per aver ricoverato briganti nella massaria / 38 anni, Giusta, Cervoni, Tondo, Castagna, --- / *. Francesco del PRETE / Flaminio / Massaro / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto per aver ricoverato briganti nella massaria / 36 anni, Alta, Cervoni, Ovato, Castagna, ---/ *. Giuseppe BRANDI / Luigi / Massaro / Carovigno / Carovigno / Sospetto per aver ricoverato briganti nella massaria / 35 anni, Bassa, Cervoni, Tondo, Castagna, --- / *. Vit'Antonio PERRINO / Nicola / Massaro / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto per aver ricoverato briganti nella massaria / 35 anni, Alta, Cerulei, Tondo, Castagna, ---/ * Teodosio LANZILOTTI / Giovanni / Massaro / = / Carovigno / Carovigno / Sospetto per aver ricoverato briganti nella massaria / 28 anni, Alta, Neri, Tondo, Nera, ---/ *. *. I contronotati Individui dimorando nelle di loro rispettive massarie, obbligati a dover prestare ricovero ai briganti quando scor(r)azzavano per questo Territorio, ma però a tempo utile non hanno data notizia alle autorità, meno pero dell'ultimo segnato il quale a tempo debito passò a nozizia l'accaduto a chi di dritto. Riguardo al summentovato Don Aurelio del Prete di Donato, che aveva dato ricovero ai briganti, fra cui il nipote Tito Trinchera, si fa presente che D. Aurelio Prete (n. il 27/03/1808, e batt. il 31/03/1808), figlio di Donato Prete e di Lucia Magno, aveva sposato, il 31 Gennaio 1831, Donna Martina Antonia Pozio di Giovanni e di Vita Lucia Ferrara. Donna Martina era la sorella della madre di Tito Trinchera, alias Don Titta, brigante. 4.5. RAPPORTI DI CUGINANZA. Poiché taluni hanno dichiarato esserci legami di cuginanza tra i briganti carovignesi, ho richiesto all'amico Crocifisso di verificarne l'attendibilità. Ecco i risultati. 4.5.1. LAVENEZIANA Giuseppe Nicola e LAVENEZIANA Francesco Salvatore. GIUSEPPE LAVENEZIANA, alias Cefalotto + ROSA DE LEONARDIS ⟱ FIGLI RAMO A Francesco Giovanni LAVENEZIANA + Caterina NATALE FIGLIO Tommaso Franc. Ant. LAVENEZIANA + Vittoria PERRINO FIGLIO Bellisario LAVENESIANA + Francesca MAELLARO FIGLIO Francesco Salvatore LAVENEZIANA Brigante

RAMO B Francesco Sav. Gaet. LAVENEZIANA + Anna Maria NACCI FIGLIO Gius. Ant. Maria Pasquale LAVENEZIANA + Anna Clara FARAONE FIGLIO Francesco Dom. Nic. LAVENEZIANA + Anna Maria CAVALLO FIGLIO Giuseppe Nicola LAVENEZIANA

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Brigante "Il Figlio del Re"

Joseph LAVENEZIANA (alias Cefalotto), † il 25 Novembre 1788, di Anni 70 (n. 1718 ?) + Rosa DE LEONARDIS, † il 29 Dicembre 1788, di Anni 60 (n. 1728 ?) FIGLI 1. Antonia Maria LA VENEZIANA, n. e batt. il 4 Marzo 1747 2. Francesco Giovanni LA VENEZIANA, n. e batt. il 10 Marzo 1748 3. Antonia LA VENEZIANA, n. e batt. il 23 Ottobre 1750 4. Anna Maria LA VENEZIANA, n. il 3 Gennaio 1753, e batt. il 4 5. Francesco Saverio Gaetano LA VENEZIANA, n. e batt. l'8 Ottobre 1755 6. Pietro Oronzo LA VENEZIANA; n. e batt. il 25 Febbraio 1758 7. Maria Maddalena Lucia LA VENEZIANA, n. e batt. il 3 Aprile 1761 8. Francesca Paola Aloisa, n. e batt. il 30 Settembre 1763 9. Anna Vittoria Rosaria, n. e batt. il 12 Ottobre 1766, † il 9 Luglio 1828 (Vedova di Francesco EPIFANI) CATASTO ONCIARIO CAROVIGNO 1790: Giuseppe Laveneziana Sessageniario di Età di Anni n.° 70 Rosa Leonardis moglie di Anni n.° 50 Vittoria figlia in capillis di Anni n.° 20

*§* Giovanni LAVENEZIANA e Caterina NATALE, sposatisi il 26/5/1771, hanno avuto 9 figli: 1. Rosa Maria, n. il 7/11/1772 - batt. l'8 2. Antonia Maria, n. .... - batt. il 26/2/1774 3. Joseph Thomas, n. il 27/11/1777 - batt. il 28, † il 7/11/1844, di Anni 66. Marito di Maria FASANO {Figlia: Vincenza Concetta Caterina Laveneziana, n. il 3 Luglio 1807, batt. il 5. Moglie di Giuseppe PATISSO, padre dei 3 briganti Patisso}

4. Antonia Maria, n. .... - batt. il 23/8/1781 5. Thomas FRANCISCUS Antonius, n. 21/12/1782, batt. il 22. In seconde nozze [stante la morte della prima moglie Vittoria Perrino, avvenuta il 29 Novembre 1832] sposa, il 22 Aprile 1837, Anna Maria Giuseppa Schiavetta di Vito (nata a Massafra, il 10 Luglio 1785) 6. Orontius Felix, n. il 14/2/1786 - batt. il 15 7. Orontius Felix Paschalis, n. .... - batt. il 4/1/1791 8. Maria Antonia Rocca, n. 15/8/1792 - batt. il 16 9. Geltruda Teodora Josepha, n. 22/3/1795 - batt. il 23 CATASTO ONCIARIO CAROVIGNO 1790 Giovanni di Giuseppe Laveneziana, Bracciale di Anni n.° 40 Caterina Natale moglie di Anni n.° 30 Rosa figlia di Anni n.° 13 Giuseppe figlio di Anni n.° 9 Francesco figlio di Anni n.° 4 Oronzo figlio di Anni n.° 2

*§* Francesco LAVENEZIANA e Vittoria PERRINO, sposatisi il ...?... 1805 o 1806, hanno avuto 11 figli: 1. Joannes Theodorus, n. il 10/10/1806 - batt. il 13 2. Joannes Angelus Paschalis, n. il 30/1/1809 - batt. il 31 3. Bellisarius, n. ... - batt. il 15/11/1810, † 1877 4. Angelus Joannes, n. il 13/11/1813 - batt. il 14 (x Cefalotto) 5. Anna Catharina, n. il 31/5/1815 - batt. il 3/6/1815 6. Anna Rosa, n. il 31 (elapso die Mensis Xbris) - batt. il 1°/1/1819 7. Joannes. n. ... - batt. il 25/2/1821 8. Maria Catharina, n. ... - batt. il 30/5/1822 9. Antonia, n. il 27/9/1824 - batt. il 29

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10. Anna Antonia, n. il 19/10/1826 - batt. il 20 - † il 17/1/1827, di mesi 2 11. Anna Antonia, n. il 20/8/1829 - batt. il 21 *§* Bellisario LAVENEZIANA e Francesca Paola MAJELLARO, sposatisi il 3 Dicembre 1837, hanno avuto 7 figli: 1. Francesco Salvatore Laveneziana, n. e batt. il 31 Dicembre 1838 2. Teodoro Laveneziana, n. il 20 Novembre 1841, e batt. il 21 3. Maria Vittoria Laveneziana, n. e batt. il 16 Febbraio 1844 4. Maria Vittoria Laveneziana, n. il 2 Novembre 1845, e batt. il 13 5. Giovanni Laveneziana, n. l' 8 Novembre 1847, e batt. il 9 6. Maria Vittoria Laveneziana, n. il 22 Maggio 1853, e batt. il 23 7. Angelo Laveneziana, n. il 13 Aprile 1856, e batt. il 15 *§* Franciscus (di Joseph) LAVENEZIANA e Anna Maria NACCI, sposatisi il 10/8/1778, hanno avuto 2 figli: 1. Rosa Aloisa Carmela LAVENEZIANA, n. il 21/6/1779 - batt. il 22 2. Giuseppe Antonio Maria Pasquale LAVENEZIANA, n. e batt. il 17 Aprile 1781, † l'8 Luglio 1810 CATASTO ONCIARIO CAROVIGNO 1799: Francesco Laveneziana Cefalotto, Bracciale Anna Maria Nacci Moglie Rosa figlia Pasquale figlio

di Anni n.° 33 di Anni n.° 33 di Anni n.° 9 di Anni n.° 7

*§* Giuseppe Antonio Maria Pasquale LAVENEZIANA e Anna Clara FARAONE, sposatisi il 15 Febbraio 1802, hanno avuto 3 figli: 1. Anna Maria Teresa LAVENEZIANA, n. e batt. il 28 Novembre 1802 2. Francesco Domenico Nicola LAVENEZIANA, n. e batt. il 12 Gennaio 1807, † il 16 Agosto 1877, di Anni 70. Coniuge di secondo letto di Palma Zurlo 3. Mattia Pasqua Antonia LAVENEZIANA, n. e batt. il 25 Febbraio 1809, † 8 Luglio 1810 {Concetta Anna Clara FARAONE di Nicola e di Cecilia Maria CARLUCCI (alias Musillo), n. e batt. l'8 Dicembre 1782, † il 27 Marzo 1810}

*§* Francesco LAVENEZIANA si è sposato con Anna Maria CAVALLO il .........1828 (?) Hanno avuto 14 figli: 1. Pasquale (o Pascale, così batezzato nello stesso giorno) LAVENEZIANA, n. il 5 Marzo 1829 2. Giuseppe Laveneziana, n. il 4 Dicembre 1830, e battezzato lo stesso giorno 3. Giuseppe Nicola LAVENEZIANA, n. il 1° Febbraio 1832, e batt. il 2 4. Anna Rosaria Chiara LAVENEZIANA, n. il 19 Gennaio 1834, e batt. lo stesso giorno 5. Antonia Filomena LAVENEZIANA, n. il 29 Marzo 1836, e batt. il 30 6. Vito Antonio Filomena LAVENEZIANA, n. il 10 Giugno 1838, e batt. l'11 7. Maria Filomena LAVENEZIANA, n. il 9 Agosto 1840, e batt. il 10 8. Oronza Lucia LAVENEZIANA, n. il 14 Giugno 1842, batt. lo stesso giorno 9. Salvatore LAVENEZIANA, n. il 26 Aprile 1844, e batt. il 28 10. Maria Lucia LAVENEZIANA, n. 18 Ottobre 1845, e batt. il 19 11. Rosa Agada (o Rosa) LAVENEZIANA, n. 15 Aprile 1848, batt. il 15 12. Pascale LAVENEZIANA, n. il 4 Ottobre 1849, e batt. il 5 13. Palmo Vincenzo LAVENEZIANA, n. il 13 Aprile 1851, e batt. lo stesso giorno 14. Arcangelo Raffaele LAVENEZIANA, n. il 27 Maggio 1853, e batt. il 29 ________________________________________________________________________

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Analizzando i dati di cui sopra, appare chiaro che i due briganti LAVENEZIANA: Francesco Salvatore e Giuseppe Nicola, non sono affatto cugini nel senso ordinario del termine. Sostenere, come scrive Carella, una cuginanza tra i due senza ulteriore specificazione, è fuorviante. Di certo non sono cugini di 1° grado, con un rapporto cioè di parentela di 4° grado, ma bensì di 3° grado, ossia figli di figli di figli di due fratelli (Francesco Giovanni e Francesco Saverio Gaetano), parenti perciò di 8° grado. {In altre parole, cugini di terzo grado = figli di figli di cugini}

4.5.2. LAVENEZIANA Francesco Salvatore e I Fratelli PATISSO. Si rileva altresì un'altra cuginanza, per così dire, brigantesca, tra LAVENEZIANA e PATISSO. In particolare tra Francesco Salvatore e i fratelli Patisso secondo lo schema seguente: GIUSEPPE LAVENEZIANA (Cefalotto) + ROSA DE LEONARDIS FIGLI ⟱ RAMO A Francesco Giovanni LAVENEZIANA + Caterina NATALE FIGLI Tommaso Francesco Ant. LAVENEZIANA + Giuseppe Tommaso LAVENEZIANA + Vittoria PERRINO Maria FASANO FIGLIO FIGLIA Bellisario LAVENEZIANA + Vincenza Concetta Caterina LAVENEZIANA + Francesca MAELLARO Giuseppe PATISSO FIGLIO FIGLI Francesco Salvatore LAVENEZIANA brigante 1. PATISSO Teodoro (o Teodosio), n. il 21 Febbraio 1831 2. PATISSO Maria Lucia, n. l'8 Novembre 1832 3. PATISSO M.a Maddalena, n. il 5 Dicembre 1834 4. PATISSO Luigi, n. a ...?..., presumibilmente l'anno 1835 o 36 († Conversano-Bari, il 5 Gennaio 1863) 5. PATISSO Carmine (o Carmelo), n. il 16 Luglio 1837 († Prigioni di Lecce, il 24 Maggio 1866) 6. PATISSO Vincenzo Carmelo, n. il 13 Maggio 1840 († Prigioni di Lecce, il 10 Marzo 1866) 7. PATISSO Filomena, n. il 1° Luglio 1843 8. PATISSO Salvatore, n. il 29 Dicembre 1846

Praticamente i briganti: LAVENEZIANA Francesco Salvatore e PATISSO Luigi, Carmine e Vincenzo Carmelo, sono cugini di 2° grado, ossia figli di figli di fratelli, o meglio, figli di cugini, e perciò parenti di 6° grado. 4.5.3. DE BIASI GIOVANNI Carovignese e DE BIASI GIOVANNI Maschitano. DONATO DE BIASI e LUCRETIA PIZZOLLA, cgt.: probabilmente l'a. 1649 FIGLI: 1° Giovanni DE BIASI, b. 20/01/1650 2° Gio: Maria DI BIASI, b. 17/10/1651 3° Antonio DI BIASI, b. 12/03/1654 4° Angelella DE BIASI, b. 3/12/1662 5° Gio: Maria DE BIASI, b. 6/12/1664

Antonio DI BIASI e TERESIA BRANDO: cgt. il 28/07/1680

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FIGLI: 1° Donato Antonio DI BIASI, b. 20/05/1681 2° Angela Maria DI BIASI , b. 30/07/1682 3° Angela Maria DI BIASI, b. 10/12/1684 4° Anna Vittoria DE BIASI, b. 5/12/1685 5° Giuseppe Donato DI BIASI, b. 2/06/1688 6° Nicola DE BIASI, b. 2/02/1690 7° Anna Maria Antonia Eleonora DE BIASI, b. 19/07/1692 8° Domenico Antonio DI BIASE, b. 27/04/1694 Donato Antonio de BIASE e Anna SACCA: cgt. 19/03/1721 FIGLIO: PIETRO DI BIASI, b. 19/12/1724 Pietro DI BIASI (b. 19/12/1724) e Antonia Apollonia LOCOROTONDO di Francesco e di Andriella Epifani (n. il 9/02/1731, b. il 10), cgt.: 20/05/1753 FIGLIA: Francesca Pasca Palma Anna Maria DE BIASI, b. il 28/03/1765

FIGLIO: Giuseppe Tomaso Nicola DE BIASI (ex patre ignoto) e di Palma DE BIASI, b. l'8/11/1790 - † il 3/08/1874, di anni 84, alias Mangiassutto Giuseppe Tomaso Nicola DE BIASI e Donata CATAMERÒ di Michele e Maria Saponaro (b. il 29/08/1792 - † il 24/07/1875) : cgt. il 12/04/1812 FIGLIO: Giovanni Filomena DE BIASI, n. il 13/06/1837, b. il 14, confermato il 5/11/1827, † (?)

Nicola DE BIASI (clerico coniugato) e Dorotea Petrosilla DE GIOVANNI (b. 29/06/1690): cgt. l'8/09/1715 FIGLIO: Francesco Pascale DE BIASI, b. 2/04/1723 Francesco Pascale DE BIASI (b. 2/04/1723) e Vita Margherita LOCANTORE (b. 24/10/1717), cgt.: 1°/05/1746 FIGLIO: Giuseppe Donato Antonio DE BIASI, n. il 14/04/1747, b. il 17 - † il 6/05/1816 Giusepe Donato Antonio DE BIASI e Lucia Maria Maddalena Oratia GROTTOLI (di Francesco e di Rosa Spagnolo) b. il 3/12/1749: cgt il 12/01/1783 FIGLIO: Francesco Giuseppe Giovanni Pasquale DE BIASI, n. il 16/11/1786, b. il 18 - † il 20/08/1835, di anni 46 Francesco G. G. P. DE BIASI e Angela Rosa Concetta Barbara Lentulo SACCHI (di Felice e di Francesca CASTAGNERI), n. il 2/10/1789, b. il 14 - † (?): cgt. il 7/05/1811 FIGLIO: Giovanni Biagio Luciano DE BIASI, n. il 26/01/1811, b. il 22, confermato il 24/11/1820, † 14/01/1862

Alias Carvignese. Banda ROMANO. Alias Maschitano. Banda CROCCO. CATASTO ONCIARIO DI CAROVIGNO 1799 Pietro di Biasi Sessaginario, di anni 63 Antonia Locoritondo moglie, di anni 50 Pasqua figlia, di anni 18 Vito figlio, di anni 14

Francesco di Biasi Sessagenario, di anni 66 Giuseppe Figlio, massaro, di anni 41 Lucia Grottoli Moglie, di anni 36 Francesco Figlio, di anni 2

Pertanto i due Giovanni DE BIASI sono cugini di 4°, con 10 gradi di parentela. Può essere significativa una cuginanza di tal natura? Non mi pare proprio!

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CONCLUSIONE. Giunto finalmente al termine, mi corre l'obbligo, come suol dirsi, di tirare le fila del discorso, non senza difficoltà costruito. Il filo conduttore che ne ha costituito la base è complesso e plurimo: una sorta di intreccio organico di elementi vari: a) approfondimento linguistico dei termini; b) valutazione di fatti e personaggi secondo il principio confuciano della <<rettificazione dei nomi>>; c) assoluta fiducia alle tesi del carovignese Salvatore Morelli e, conseguentemente, dei suoi colleghi deputati e amici. d) rilevamento e stigmatizzazione delle incongruenze (e falsità) tra quanto asserito e quanto documentariamente accertato. e) verificazione delle fonti segnalate; f) attinenza con i documenti originari, toccabili con mano. g) lavoro di gruppo interdisciplinare; h) principio evangelico del "chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto". {Luca, 11:5-13} Se, come diceva Cicerone nel De Oratore, Historia magistra vitae, chiedo, e mi chiedo, quale siano stati per me gli ammaestramenti di questa particolare storia del brigantaggio? Mettiamo per un attimo husserlianamente tra parentesi la questione della verità o meno del magistero della storia, e rispondiamo alla domanda, esplicitando l'istruzione acquistata svolgendo la ricerca: A) innanzitutto, parafrasando l'incipit dantiano del Paradiso, che: La buona volontà degli uomini per l'universo penetra e risplende in una parte più e meno altrove. Vale a dire che gli uomini di buona volontà esistono davvero, e son pronti a venirti incontro se da solo non ce la fai. In questo vasto e complesso argomento di studio, ho avuto la sorte di trovare studiosi dotati di intelligenza e umanità che hanno messo al mio servizio, gratis et amore Dei, la loro esperienza e competenza nel campo specifico che incominciavo a perlustrare. B) La parabola della pagliuzza e della trave {Luca 6,41} era, ed è, drammaticamente vera e attuale: ho sentito i filosavoiardi accusare i briganti filoborbonici di atrocità immani, e non avvertivano che essi con lo stato d'assedio, con il sistema di terrore, con le assassinazioni, decapitazioni, stuprazioni, depredazioni ecc., sguazzavano nel sangue dei poveri miserabili, donne incinte, bambini e vecchi contro i quali commettevano ogni sorta di scelleratezza. C) La tanto celebrata grandezza di Cavour, Uomo di Stato, "Il buono e generoso padre della patria nascente" {Nicomede Bianchini}, è una menzogna bell'e buona. Egli era, in realtà, un cospiratore, un fedifrago, quello del "Fate fucilare! Fate fucilare! Il tempo delle grandi misure è arrivato!", un essere di malanimo, cagionatore di mali; senza scrupoli e spudorato, che si servì tra l'altro della cugina contessa di Castiglione (Firenze, 22/03/1837 - † Parigi, 28/11/1899), la più bella del secolo, come seduttrice per conquistare con arti seduttive l'imperatore francese Napoleone III alla causa italiana. D) La decantata superiorità dei politici-scrittori del Nord, quali p.e. Massimo d'Azeglio e Diomede Pantaleoni: un obbrobrio della degradazione morale e culturale. "La fusione coi Napoletani ... è come mettersi a letto con un vaiuoloso", "Napoli e napoletani, ... come la peste e la maledizione di Dio su di noi" E) L'annessione del Regno delle Due Sicilie, Stato autonomo e indipendente, al Regno di Sardegna, perseguita e conseguita con l'inganno, la malafede, i trucchi e gli imbrogli plebiscitari.

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F) Il tenere in non cale la donna nella vita sociale, storico-culturale e civile, anche nelle questioni che contano, ritenute culturalmente e giuridicamente di spettanza esclusiva degli uomini, quali p.e. la reazione borbonica antipiemontese, il plebiscito sull'annessione, la volontà popolare ecc.: un'infamia, un disonore per l'umanità intera. E fu così che la Provvidenza mandò il carovignese Salvatore Morelli al Parlamento del Regno d'Italia a perorare sostenere la causa della donna, perché - com'egli ebbe a dichiarare - la donna non è una cosa, ma è persona. G) Francesco II sarà stato un sant'uomo, e forse sarà beatificato, ma di certo non è stato un grande re, né stricto sensu re, perchè non in grado di reggere e governare le sorti del suo stato con intelligenza politica e militare, in particolare di esercitare il comando delle Forze Armate; e avente comunque una grossissima responsabilità per culpa in eligendo, e culpa in vigilando. È assolutamente inaccettabile che abbia scelto quale Ministro dell'Interno Liborio Romano, che affidò l'esercizio dell'ordine pubblico alla camorra, e che segretamente prendeva contatti con Cavour e Garibaldi. E parimenti inaccettabile che non abbia invigilato sui suoi ministri e sui suoi generali, in particolare sul duca di Mignano, tale Alessandro Nunziante, suo stretto collaboratore, accusato tra l'altro di essere stato corrotto dal Piemonte. H) Vittorio Emanuele II e suoi appellativi: "Re Galantuomo", "Re costituzionale", "Padre della Patria", avente per taluni "la più grande venerazione per la religione": spudorate falsità. Che dire infatti delle sue amanti, tra cui l'attrice drammatica Laura Bon (1827-1904), del suo pensiero che gli italiani si governano "con le baionette o con la corruzione"; della sua avversione per i meridionali, paragonati ai malati di vaiolo; delle immani crudeltà perpetrate dai suoi carnefici, sedicenti generali e soldati, contro popolazioni inermi; dello stato d'assedio proclamato, e della Legge Pica promulgata? Attribuire perciò a Vittorio Emanuele II il titolo di re è un peccato storico-politico che grida vendetta al cospetto di Dio. I) Garibaldi sarà stato un eroe, e non solo di questo mondo ma anche dell'altro, ma di sicuro non ce l'ha detta tutta, la verità, sulla Spedizione dei Mille che a mio avviso sa proprio di innaturale, sui finanziatori e finanziamenti, sui cospiratori e fiancheggiatori, sui promotori di sommosse e di corruzione, e soprattutto sui cosiddetti garibaldini, da alcuni definiti <<un'orda di briganti>>, relativamente ai quali sorgono domande spontanee e cruciali: "Dove, come e quando sono stati reclutati, e da chi; con quali regole d'ingaggio, con quale armamento in dotazione; con quale mezzo di persuasione; quali i loro precedenti penali, le loro origini, le personali motivazioni. Ma soprattutto ci deve dire il Generale come sia stato possibile che 1.089 garibaldini, sbarcati a Marsala l'11/05/1860, siano stati capaci di occupare un'isola intera che al censimento del 31/12/1861 contava 2.408.521 abitanti residenti? Sarà stato anche Garibaldi un grande generale, ma sicuramente non dotato di responsabilità politica, imprescindibile per saper ben governare vasti territori conquistati. Egli stesso ebbe a scrivere a Donna Adelaide Cairoli, il 7/09/1868: "Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell'Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l'Italia e che seminò l'odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato." L) Se è una contradictio in terminis essere un generale senza esercito, è forse peggio avere un esercito senza generale. Ed è proprio quello che è capitato al brigantaggio reazionario filoborbonico. Frantumato in una miriade di bande, operanti ciascuna in un proprio spazio vitale, quasi fossero monadi brigantesche, senza porte e senza finestre, mancanti di una visione strategica comune, e soprattutto di un comandante supremo, un generale di prestigio e lungimirante, ai cui comandi dovevano sottostare quei capibriganti di scarsa levatura, intenti unicamente a coltivare il proprio orticello brigantesco, senza sapere dove andare a parare con le loro scaramucce, per lo più risibili e sterili. Secondo me, i capi briganti e le loro bande erano affetti da una imperdonabile leggerezza, nescienza e incoscienza, se non proprio idiozia d'ordine militare, bellico, strategico e politico.

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M) Nondimeno, alla fine ho avuto l'impressione che il brigantaggio postunitario si configurasse come una specie di felix culpa laica, che illuminava le menti e le coscienze del popolo ignaro su quanto cagionavano loro gli alieni invasori, usurpatori, depredatori, assassinatori, stupratori. N) Legittimità del brigantaggio? Si risponde con le parole di Paolo VI nella Populorum Progressi. "30. Si danno certo delle situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo. ... grande è la tentazione di respingere con la violenza ... ingiurie alla dignità umana", e se "l'insurrezione rivoluzionaria ... è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine", nondimeno è cosa buona e giusta "nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune." Riprendendo ora il discorso sul magistero della storia, pensiamo che la storia sia un alimento imprescindibile da somministrare alle nuove generazioni, e del quale tutti indistintamente devono nutrirsi: alimento spirituale, intellettuale e morale, che nutra la mente e il cuore. Alimentazione spirituale quindi, che poi altro non è che stricto sensu educazione, derivando la voce dal lat. ĕdo ēs ēdi ēsum ĕdĕre "mangiare" e anche da ēdŭco as, āvi ātum educāre "allevare, nutrire, far crescere, educare e istruire". La Storia non è affatto una entità sostanziale che ha la sua sede nell'Iperuranio Platonico, ma è bensì la ricostruzione intellettuale dei vissuti spazio-temporali, che sono infiniti. Prima facie, si configura perciò come realtà del passato, cui l'uomo tramite la ricerca storiografica dà esistenza e sostanza, allorché se ne ritaglia previamente una porzione determinata, congruente con le finalità da perseguire e le ipotesi da verificare, e ci riflette sopra. Sostenere che la storia libresca, dei libri cioè che tutti noi abbiamo studiato nel percorso formativo dalla scuola elementare, o meglio dalla scuola materna, fino all'università, esprima la verità nuda e cruda degli avvenimenti e degli attori, è un gravissimo peccato culturale, perché tra la realtà che è quella che è, e la realtà storica non c'è affatto continuità, ma discontinuità, che viene colmata dalla mediazione umana, dell'essere uomo cioè che dapprima, direbbe Vico, la vede senza avvertire, poi l'avverte con animo perturbato e commosso, e infine vi riflette sopra con mente pura. Si ritiene comunemente che la STORIA esista già di per sé, toccabile con mano, oggettiva e materiale, alimento culturale di cui nutrirsi, come se fosse p.e. acqua pura da bere: prezioso liquido depositatosi nel pozzo profondo dell'umano sapere, e che basti calarvi un secchio di legno mediante una corda per riempirlo di acqua potabile, per l'appunto storica, e soddisfare così la sete di conoscenza. In realtà essa è un prodotto socio-storico-culturale, spazio-temporalmente situato, una sorta cioè di costruzione intellettuale, che l'uomo edifica con ingredienti vari, scelti in base a una o più ipotesi e amalgamati secondo una data metodologia, fino a ottenere un composto coerente con l'ipotesi primigenia, e congruente con i criteri di utilità, imparzialità, fruibilità, spendibilità ecc. Ciò stante, nella ricerca storiografica c'è anzitutto l'uomo tutto intero, la sua weltanschauung, la terrestrità dei suoi limiti e debolezze, i pregiudizi e parzialità, le scelte primigenie edificate aderendo a questa o quella teoria, il metodo e strategie operative, le tecniche di analisi e d'indagine (es.: verifica delle fonti). Quindi, tutto nella storia è relativo, non c'è nulla di assoluto, vale a dire sciolto dagli scopi prefissati, dagli strumenti e mezzi utilizzati, dalle metodologie impiegate, dalle tecniche di analisi e di verifica, ecc. Per concludere, la storia del brigantaggio, quale in breve io ho testé finito, risulta essere bina: quella dei boia e quella delle vittime. La prima, redatta dai filosavoiardi unitaristi e annessionisti e monarchici, si esprime in termini altamente elogiativi e laudativi (verbi-sostantiviaggettivi-avverbi) nei confronti dei piemontesi (ufficiali e sottufficiali, soldati, bersaglieri, carabinieri, guardie nazionali), giudicando non perseguibili le nefandezze commesse; e in termini altamente

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dispregiativi e deplorativi nei confronti dei meridionali reazionari e filoborbonici che combattevano per difendere la propria patria dai carnefici aggressori e invasori. La seconda, quella degli spiriti liberi e illuminati, dà invece voce e lacrime a una umanità derelitta e soccombente alla sopraffazione del boia inumano. La prima è inficiata dalla parzialità con cui vengono giudicano i fatti e gli attori, dalla incoerenza e incongruenza logica della narrazione espositiva. Non ci resta quindi che piangere, e versare lacrime di dolore, fisico e morale, per il turbamento e l'indignazione provocati in noi dalla lettura della triste storia dei nostri avi di 160 anni fa circa. *§* Come chiusa di questa personale ricerca sul brigantaggio carovignese, vogliamo manifestare soddisfazione per tutto quanto, perché tutto sommato ci è andata bene, meglio di quanto avremmo potuto immaginare. E perciò: Ø Meno male che il Regno del Piemonte ci ha invaso, usurpato, depredato, assassinato, stuprato, decapitato, perché altrimenti sarebbe passato alla storia come Stato buono e illuminato, e soprattutto galantuomo come il suo re. Ø E che ha schiacciato sotto i piedi la nostra buona fede, che ci induceva a credere ciecamente di poter assaporare la prima espressione di libertà che mai ci fosse stata presentata. Ø Meno male che ha accelerato il cammino unitarista, che avremmo senza dubbio noi percorso nostra sponte con convinzione genuina e piena consapevolezza, e soprattutto senza una infinita sofferenza patita, e un così vasto e intenso spargimento di sangue. Ø E altresì che, volendo tacitarci con la violenza e il terrore, ha infuso nel nostro spirito una salutare energia che ci ha portato ad affrontare le sfide degli anni avvenire senza soccombere. Ø E infine che, incapace di gestire il malcontento popolare post-plebiscitario, come avrebbe dovuto fare uno STATO DI DIRITTO, ha fatto sì che venissero glorificati come eroi e semidei quei miserabili briganti, novelli Davide, che ardirono fronteggiare il Golia piemotese, avversario grande e grosso e armato di tutto punto, crudele e senza scrupoli, assolutamente non vincibile perché senza cuore e senza cervello, cieco e sordo.

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INDICE

INTRODUZIONE. .................................................................................................................................................................... 3 1.0. PREFAZIONE. .................................................................................................................................................................. 7 2.0. PLEBISCITO. ................................................................................................................................................................. 18 2.1. PLEBISCITO: Definizione. ....................................................................................................................................... 18 2.2. GARIBALDI: plebiscito = sacra funzione. ......................................................................................................... 18 2.3. PIETRO CAVALLO: Note sulla fine di un regno. ............................................................................................ 19 2.4. SUFFRAGIO UNIVERSALE E DIRETTO. ............................................................................................................. 21 2.5. NORMATIVA DI RIFERIMENTO. .......................................................................................................................... 21 2.6. PLEBISCITO: A Carovigno. ..................................................................................................................................... 27 2.7. PLEBISCITO: In Puglia, risultati. .......................................................................................................................... 29 2.8. PLEBISCITO: ne IL GATTOPARDO. ..................................................................................................................... 30 2.9. PLEBISCITO: Nelle province napoletane, i risultati. ................................................................................... 35 2.10. PLEBISCITO = RIDICOLO. .................................................................................................................................... 35 2.11. PLEBISCITO = MENDACIO, SUFFRAFIO UNIVERSALE = CRUDO SCHERNO. ................................ 36 2.12. PLEBISCITO = REA TRAGICOMMEDIA. ......................................................................................................... 41 2.13. PLEBISCITO = AFFARE FATTO IN FAMIGLIA. ............................................................................................ 45 2.14. PLEBISCITO = CORRUZIONE E VIOLENZA. .................................................................................................. 46 2.15. PLEBISCITO = FALSA RAPPRESENTAZIONE DEL SENTIMENTO NAZIONALE. ........................... 47 2.16. PLEBISCITO = FARSA. ........................................................................................................................................... 48 2.17. PLEBISCITO = COMPLETA UNANIMITÀ, ORDINE PERFETTO. ........................................................... 49 2.18. LOUISE COLET. Plebiscito = imponente consenso popolare. ............................................................... 50 2.18.1. AVVERSO LOUISE COLET. ................................................................................................................................ 51 2.18.2. LOUISE COLET INCONTRA IL CARDINALE ANTONELLI. ................................................................... 52 2.18.3. RIFLESSIONI IN MERITO ALLE TESI DEL CARDINALE. ..................................................................... 58 2.18.4. AVVERSO LA COLET. .......................................................................................................................................... 67 2.18.4.1. LUCIANO BIANCIARDI: Plebiscito = beffa. ............................................................................................ 70 2.18.4.2. I GRANDI UOMINI COLETIANI DELL'UNITÀ D'ITALIA. .................................................................. 71 2.19. POST PLEBISCITUM PROPTER ETIAM PLEBISCITUM. ........................................................................... 91 2.20. CAROVIGNO: Attentato e cospirazione contro il Governo. ................................................................... 99 3.0. BRIGANTI E BRIGANTAGGIO. ............................................................................................................................ 109 3.1. GIUSEPPE FERRARI: il flagello terribile dei briganti. ............................................................................. 114 3.1.1. FERRARI. Briganti: semidei, eroi. ................................................................................................................. 119 3.2. NINO BIXIO. La repressione del brigantaggio: un sistema di sangue. ............................................. 120 3.3. INCHIESTA PARLAMENTARE SUL BRIGANTAGGIO. ............................................................................... 121 3.3.1. RELAZIONE MASSARI E CASTAGNOLA. .................................................................................................... 122 3.3.1.1. LA CIVILTÀ CATTOLICA: Avverso la Relazione Massari. ............................................................... 194 3.4. MICHELE VITERBO: La fame di terra. ............................................................................................................ 204 3.5. SIPARI: la genesi, la vita e la morte del brigantaggio. ............................................................................. 206 3.6. CARLO LEVI: i contadini erano tutti dalla parte dei briganti. .............................................................. 210 3.6.1. OSSERVAZIONI AVVERSO ALCUNE TESI DI CARLO LEVI. ................................................................ 212 3.7. OSCAR DE POLI: J'aime les brigands. Il y a brigands et brigands. ..................................................... 212 3.8. A. BIANCO DI SAINT-­‐JORIOZ: Brigantaggio comune o politico. .......................................................... 213 3.9. MARC MONNIER: Il brigantaggio assume carattere politico. .............................................................. 223 3.9.1. ANDREA GABRIELI: Brigantaggio = lebbra antica, antichissima = secrezione morbosa = malandrinaggio. ............................................................................................................................................................... 224 3.10. BRIGANTAGGIO: Guerra civile e/o sociale. ............................................................................................... 225 3.10.1. COLPO D'OCCHIO: Guerra civile = brigantaggio = movimento popolare, movimento rigeneratore d'Italia. ...................................................................................................................................................... 230 3.10.2. W. F. RÜSTOW: La guerra civile che infuria negli Stati napoletani. ........................................... 233 3.10.3. G. FORTUNATO: brigantaggio = lugubre storia = crudelissima guerra = se non una guerra civile, una vera insurrezione di plebe rurale = lotta di classe. ..................................................................... 235

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3.11. FERRARI & BIANCIARDI. .................................................................................................................................. 239 3.11.1. FERRARI: Vittorio Emanuele I o II = un'amara ironia. ..................................................................... 239 3.11.2. BIANCIARDI: 3 storture piemontesi; la reazione filoborbonica; la guerra più oscura, più feroce e più sanguinosa. ............................................................................................................................................... 240 3.12. LE FORZE IN CAMPO. ......................................................................................................................................... 241 3.12.1. DE CESARI: stato d'assedio = accrescimento del brigantaggio. ................................................... 245 3.12.2. CAIROLI: stato d'assedio = mostruosa illegalità = marchio di vergogna. ................................. 248 3.12.2.1. COLPO D'OCCHIO: toglimento dello stato d'assedio e antitesi sinottica. ............................. 249 3.12.3. INCREDIBILE ABUSO DEL DISPOTISMO MILITARE. ........................................................................ 249 3.14. CONCLUSIONE del COLPO D'OCCHIO. ......................................................................................................... 265 4.0. BRIGANTAGGIO CAROVIGNESE. ...................................................................................................................... 267 4.1. VINCENZINO BRANDI, alias Lu Brigantinu. ................................................................................................. 268 4.2. INVASIONE DI CAROVIGNO. .............................................................................................................................. 269 4.2.1. MAFFEI e la Relazione Massari. .................................................................................................................... 269 4.2.2. GIUSEPPE FERRERI: Causa di Carovigno. ................................................................................................. 273 4.2.3. RAFFAELE AZZARITI: Paese in piena costernazione. ......................................................................... 278 4.2.4. COLPO D'OCCHIO: Nessuna intemperanza contro gli abitanti. ....................................................... 280 4.2.5. IL CITTADINO LECCESE: Né saccheggi, né incendi come altrove. ................................................. 280 4.2.6. LUCARELLI: Nessun reato di sangue, tranne qualche lieve ferimento. ....................................... 281 4.2.7. LA SORSA: Il popolaccio era d'accordo coi briganti. ............................................................................ 281 4.2.8. VINCENZO CARELLA: Sollevazione di Carovigno. ................................................................................ 282 4.2.9. LO CUORPO DE NAPOLE E LO SEBBETO. ................................................................................................. 291 4.3. SCIOGLIMENTO DELLA GUARDIA NAZIONALE. ....................................................................................... 292 4.3.1. LA GUARDIA NAZIONALE DI CAROVIGNO. .............................................................................................. 293 4.4. I BRIGANTI CAROVIGNESI. ................................................................................................................................. 295 4.4.1. Giuseppe Nicola LAVENEZIANA, alias Lu Figghju di lu Re. ................................................................ 295 4.4.2. Giuseppe VALENTE, alias Nenna Nenna. ................................................................................................... 310 4.4.3. Oronzo BARCO, alias Bellofatto. .................................................................................................................... 317 4.4.4. Salvatore Francesco LAVENEZIANA. .......................................................................................................... 319 4.4.5. I fratelli PATISSO: Carmine (o Carmelo), Vincenzo e Luigi. .............................................................. 321 4.4.5.1. Carmine o Carmelo PATISSO. ..................................................................................................................... 321 4.4.5.2. Vincenzo PATISSO. .......................................................................................................................................... 323 4.4.5.3. Luigi PATISSO. .................................................................................................................................................. 324 4.4.6. Giovanni DE BIASI. .............................................................................................................................................. 326 4.4.7. Francesco ESPOSITO. ........................................................................................................................................ 328 4.4.8. Michele CLERICUZIO. ......................................................................................................................................... 328 4.4.9. Giovanni DE BIASI Maschitano. ..................................................................................................................... 334 4.4.10. MANUTENGOLI E CONNIVENTI. ................................................................................................................ 340 4.5. RAPPORTI DI CUGINANZA. ................................................................................................................................. 342 4.5.1. LAVENEZIANA Giuseppe Nicola e LAVENEZIANA Francesco Salvatore. .................................... 342 4.5.2. LAVENEZIANA Francesco Salvatore e I Fratelli PATISSO. ................................................................ 345 4.5.3. DE BIASI GIOVANNI Carovignese e DE BIASI GIOVANNI Maschitano. ......................................... 345 CONCLUSIONE. ................................................................................................................................................................. 347 BIBLIO-­‐SITOGRAFIA ...................................................................................................................................................... 351 INDICE .................................................................................................................................................................................. 362

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