Ferdinando DE SIMONE
CAROVIGNO 1799: LA RIVOLUZIONE NAPOLETANA
Alle mie nipoti Clara e Rebecca LOTTI,
CAROVIGNO, SETTEMBRE 2019
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RINGRAZIAMENTI Ringrazio il prof. Mimmo Lotti, già professore di Italiano presso la Scuola Media "S. Morelli" di Carovigno, che ha fatto una lettura straordinaria di questa opera, sottolineando refusi e imprecisioni, e suggerendo consigli, integrazioni e rettifiche. Con la sua incomparabile professionale competenza ha dato un valore aggiunto a questo lavoro, sì da renderlo degno di attenzione. E altresì il Sig. Crocifisso Buongiorno (alias Fissuddu), bibliofilo, appassionato ricercatore della storia di Carovigno, e il Sig. Salvatore Leo, esperto nella ricerca e costruzione dell'albero genealogico de I carovignesi del XIX secolo.
Questa opera breve è di proprietà esclusiva delle mie nipoti, Clara e Rebecca Lotti, le figlie di mia figlia Domenica. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione.
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CAROVIGNO 1799: LA RIVOLUZIONE NAPOLETANA SOMMARIO: 1.0. Prefazione. - 1.1. Definizione. - 1.2. Albero della libertà. - 1.3. Proclamazione della Repubblica Napoletana. - 1.4. Inizi e Sviluppi. - 1.5. Ecatombe dei giustiziati napoletani. 1.6. Carovigno 1799. 1.6.1. Martina Franca. - 1.6.2. 50 Soldati russi a Carovigno. - 1.6.3. Truppe francesi a Carovigno. - 1.7. Personaggi della Rivoluzione Partenopea. - 1.8. Personaggi carovignesi. - 1.9. Riflessioni personali conclusive. - 2.0. Appendice *§*
1.0. PREFAZIONE Quest'opera breve che verte sulla rivoluzione napolenata del 1799, si prefigge lo scopo di mettere in evidenza i personaggi e i fatti rivoluzionari di Carovigno. L'idea motivazionale che ne è alla base è quella di rilevare la partecipazione di Carovigno alla Storia d'Italia, e, nel caso specifico, a quella del Regno delle Due Sicile alla fine del XVIII secolo. Ovviamente non si possono comprendere gli avvenimenti specifici del paese se non inquadrandoli nel contesto generale della Repubblica Napoletana. Ecco perciò, nella prima parte, ne vien data anzitutto la definizione storica. Segue l'esposizione degli elementi costitutivi che la caratterizzano, e cioè l'Albero della Libertà, la Proclamazione della Repubblica, gli Inizi e gli Sviluppi successivi, la Ecatombe dei giustiziati napoletani. Ci si sofferma quindi sugli eventi accaduti a Carovigno, tra i quali è bene ricordare la presenza dei 50 soldati russi inviati da Micheroux (6 Maggio 1799), e successivamente di truppe francesi (1801-1802). Il tutto si svolge in 6 mesi, dal 21/22 gennaio 1799 (Proclamazione della Repubblica Napoletana una e indivisibile) al 13 giugno 1799 (l'armata sanfedista si impossessa della città). E si conclude il 28 marzo 1801 (Pace di Firenze tra Ferdinando IV e Napoleone). E soprattutto, sangue, atrocità, crudeltà, vendette. In APPENDICE si riporta l'atto norarile del 10 aprile 1800, stipulato dal notaio Vincenzo Carlucci di Carovigno, nel quale si fa menzione delle rivoluzioni del Regno dell'anno passato. E altresì l'atto dello stesso notaio, redatto il 7 maggio 1802, con il quale l'Università di Carovigno costituisce procuratore speciale Don Antonio De Mola al fine di richiedere al Fisco, in Taranto, il rimborso delle spese sostenute per il mantenimento delle truppe francesi. *§*
1.1. DEFINIZIONE Giova anzitutto leggere la definizione di Repubblica Partenopea (1799) che si rinviene nel DIZIONARIO DI STORIA (il Saggiatore * Bruno Mondadori, Milano 1993): "partenopea, Repubblica (1799). Regime giacobino instaurato a Napoli nel gennaio 1799 col sostegno del generale Championnet, che era disceso lungo la penisola in seguito alle vittorie di Bonaparte nel settentrione. Sostenuto da un ristretto gruppo d'intellettuali di matrice illuministica, fra i quali si distinse M. Pagano, dovette affrontare enormi difficoltà, dall'ostilità del clero e dei contadini al proliferare dei dissidi interni alla compagine di governo. Incapaci 3
di varare la vendita dei beni nazionali e di approvare leggi eversive della feudalità a causa del miope atteggiamento dei rappresentanti francesi, i giacobini napoletani non riuscirono a fronteggiare la grave crisi finanziaria. Nel frattempo il cardinale F. Ruffo, sbarcato in Calabria, grazie all'appoggio britannico preparava la reazione, mobilitando le masse rurali in nome del più acceso fideismo. Le sconfitte francesi nella pianura padana costrinsero il generale Macdonald, che aveva sostituito Championnet, a ritirarsi (8 maggio), lasciando soli i rivoluzionari partenopei. Questi capitolarono il 13 giugno e furono in gran parte giustiziati chi dalla plebe inferocita, chi dall'ammiraglio Nelson, giunto a Napoli per restaurare il sovrano legittimo. Organismo democratico del tutto sradicato dal contesto sociale e politico locale, la Repubblica partenopea è considerata un tipico esempio di <<rivoluzione passiva>>, ossia priva di elementi autoctoni e sostanzialmente dipendente da modelli stranieri." (Diz. St., p. 951)
E altresì, evidenziare l'aggettivo passiva con cui venne qualificata da Vincenzo Cuoco nel Saggio Storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799. Praticamente fu, la Rivoluzione partenopea, una rivoluzione assolutamente passiva, vale a dire non spontanea come quella francese, ma bensì imposta dagli stranieri e, ciò stante, priva di una motivazione intrinseca e di una reale indipendenza. "La nostra rivoluzione - scriveva per l'appunto V. Cuoco - essendo una rivoluzione passiva, l'unico mezzo di condurla a buon fine era quello di guadagnare l'opinione del popolo. Ma le vedute dei patrioti e quelle del popolo non erano le stesse: essi aveano diverse idee, diversi costumi e finanche lingue diverse. Quella stessa ammirazione per gli stranieri, che avea ritardata la nostra coltura ne' tempi del re, quella stessa formò, nel principio della nostra repubblica, il più grande ostacolo alla stabilimento della libertà. La nazione napolitana si potea considerare come divisa in due popoli, diversi per due secoli di tempo e per due gradi di clima. Siccome la parte colta si era formata sopra modelli stranieri, così la sua coltura era diversa da quella di cui abbisognava la nazione intera, e che potea sperarsi solamente dallo sviluppo delle nostre facoltà. Alcuni erano divenuti francesi, altri inglesi; e coloro che erano rimasti napolitani, che componevano il massimo numero, erano ancora incolti. Così la coltura di pochi non avea giovato alla nazione intera; e questa, a vicenda, quasi disprezzava una coltura che non l'era utile e che non intendeva. Le disgrazie de' popoli sono spesso le più evidenti dimostrazioni delle più utili verità. Non si può mai giovare alla patria se non si ama, e non si può mai amare la patria se non si stima la nazione. Non può mai esser libero quel popolo in cui la parte che per la superiorità della sua ragione è destinata dalla natura a governarlo, sia coll'autorità sia cogli esempi, ha venduta la sua opinione ad una nazione straniera: tutta la nazione ha perduta allora la metà della sua indipendenza. Il maggior numero rimane senza massime da seguire, gli ambiziosi ne profittano, la rivoluzione degenera in guerra civile, ed allora tanto gli ambiziosi che cedono sempre con guadagno, quanto i savi che scelgono sempre i minori tra i mali, e gl'indifferenti i quali non calcolano che sul bisogno del momento, si riuniscono a ricever la legge da una potenza esterna, la quale non manca mai di profittare di simili torbidi o per se stessa o per ristabilire il re discacciato. Quell'amore di patria, che nasca dalla pubblica educazione e che genera l'orgoglio nazionale, è quello che solo ha fatto reggere la Francia, ad onta di tutt'i mali che per la sua rivoluzione ha sofferti, ad onta di tutta l'Europa collegata contro di lei: mille francesi si avrebbero di nuovo eletto un re, ma non vi è nessuno che lo abbia voluto ricevere dalla mano de' tedeschi o dagl'inglesi. Niuno più di Pitt dagli esempi domestici ne avrebbe dovuto esser convinto, se mai la vendetta dei diritti borbonici fosse stata la cagione e non già il pretesto della legge, che una tal guerra, col pretesto di rimettere un re, era inutile. 4
La nazione napolitana, lungi dall'avere quest'unità nazionale, si potea considear come divisa in tante diverse nazioni, La natura pare che abbia voluto riunire in una piccola estensione di terreno tutte le varietà: diverso è in ogni provincia il cielo, diverso è il suolo; le avanie del fisco, che ha sempre seguite tali varietà per ritrovar ragioni di nuove imposizioni ovunque ritrovasse nuovi benefici della natura, ed il sistema feudale, che ne' secoli scorsi, tra l'anarchia e la barbarie, era sempre diverso secondo i diversi luoghi e le diverse circostanze, rendevano da per tutto diverse le proprietà ed, in conseguenza, diversi i costumi degli uomini, che seguon sempre la proprietà ed i mezzi di sussistenza. Conveniva, tra tante contrarietà, ritrovare un interesse comune, che chiamare e riunire potesse tutti gli uomini alla rivoluzione. Quando la nazione si fosse una volta riunita, invano tutte le potenze della terra si sarebbero collegate contro di noi. Se lo stato della nostra nazione presentava grandi ostacoli, offriva, dall'altra parte, grandi risorse per menare avanti la nostra rivoluzione. Si avea una popolazione, la quale, sebbene non avrebbe mai fatta la rivoluzione da sé, era però docile a riceverla da un'altra mano. I partiti erano ambedue scarsi: la massima parte della nazione era indifferente. Che altro vuol dir questo se non che essa non era mossa da verun partito, non era animata da veruna passione? Giudice imparziale e perciò giusto de' due pretendenti, avrebbe seguito quello che maggiori vantaggi le avesse offerto. Un tal popolo s'illude difficilmente, ma facilmente si governa. Esso non ancora comprendeva i suoi diritti, ma sentiva però il suo bene. Credeva un sacrilegio attentare al suo sovrano, ma credeva che un altro sovrano potesse farlo, usando di quello stesso diritto pel quale agli Austriaci erano succeduti i Borboni; e quando questo nuovo sovrano gli avesse restituiti i suoi diritti, esso ne avrebbe ben accettato il dono. Le insorgenze ardevano solamente in pochi luoghi, i quali, perché erano stati il teatro della guerra, erano ancora animati dai proclami del re, dalla guerra istessa, che, a forza di farci finger odio, ci porta finalmente alla necessità di odiare da vero, e dalla condotta di taluni officiali francesi, i quali, armati e vincitori, non sempre si ricordavano del giusto. La gran massa della nazione intese tranquillamente la rivoluzione e stette al suo luogo: le insorgenze non iscoppiarono che molto tempo dopo. [...] La popolazione immensa della capitale era più istupidita che attiva. Essa guardava ancora con ammirazione un cangiamento, che quasi aveva creduto impossibile. In generale, dir si poteva che il popolo della capitale era più lontano dalla rivoluzione di quello delle provincie, perché era meno oppresso da' tributi e più vezzeggiato da una corte che lo temeva. Il dispotismo si fonda per lo più sulla feccia del popolo, che, senza cura veruna né di bene né di male, si vende a colui che meglio soddisfa il suo ventre. Raramente un governo cade che non sia pianto dai pessimi; ma deve esser cura del nuovo di far sì che non sia desiderato anche dai buoni. Ma forse il soverchio timore, che si concepì di quella popolazione, fece sì che si prendesse troppo cura di lei e si trascurassero le province, dalle quali solamente si doveva temepre, e dalle quali si ebbe infatti la controrivoluzione." (XVI. Stato della Nazione Napolitana. pp. 90-93)
Lo stesso autore spiega poi che "le rivoluzioni attive sono sempre più efficaci, perché il popolo si dirige subito da se stesso a ciò che più da vicino l'interessa. In una rivoluzione passiva conviene che l'agente di governo indovini l'animo del popolo e gli presenti ciò che desidera e che da se stesso non saprebbe procacciarsi." (XIX. Quante erano le idee della Nazione?, p. 106)
E sottolinea infine che "molte nostre popolazioni non amano l'albero perché non ne intendevano l'oggetto, e talune, che s'indispettivano per non intenderlo, lo biasimavano come magico; molte, invece dell'albero, avrebbero voluto un altro emblema. È indifferente che una rivoluzione abbia un emblema o un altro, ma è necessario che abbia quello che il popolo intende e vuole." (ivi) 5
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1.2. ALBERO DELLA LIBERTÀ Nel Nuovo Monitore Napoletano, Napoli 1799. Cap. IX - L'albero della Libertà, si legge che "il giorno dopo la nascita della Repubblica napoletana, nello spazio interno al Castel sant'Elmo, quale simbolo del nuovo regime, è innalzato un albero della libertà. [...] Nell'agosto del 1789, in Francia, la messa a dimora di un albero rappresenta l'esternazione della gioia per la convocazione degli Stati Generali; e non solo. L'albero diventa, infatti, anche invito alla sommossa e simbolo della distruzione dei privilegi nobiliari ed ecclesiastici; diventa, in altre parole, albero della rivoluzione ed emblema del nuovo ordine politico e sociale. I primi alberi della libertà sono piantati senza radici. Successivamente sono estirpati e sostituiti da tronchi dalle radici solide. Le popolazioni libere prendono ad amare talmente l'albero della libertà che, nell'intento di farlo crescere sano e forte, pur riservandogli ogni cura, utilizzano le ceneri dei più accesi repubblicani per rendere fertili i terreni che l'accolgono. L'albero diventa, quindi, sempre più simbolo sacro, luogo di riunioni collettive e sostituito dalla croce. Non a caso, in tempi di reazione, si abbatteranno gli alberi e rinasceranno le croci! Dalla Francia, perciò, l'albero della libertà si trasferisce facilmente alla vicina Italia e nel triennio rivoluzionario ne diventa il simbolo della riscossa. [...] A Napoli gli alberi della libertà compaiono sin dal dicembre 1798, con l'avvicinarsi dei Francesi. Nei luoghi che ospitano la messa a dimora dell'albero si celebrano veri e propri riti e le autorità che vi prendono parte non perdono l'occasione per parlare contro il Borbone ed inculcare, nel contempo, sentimenti repubblicani. Ogni albero ha sulla cima il berretto frigio e sul tronco, con la bandiera repubblicana, varie ghirlande e fasce tricolori. L'albero è solitamente un pino o un pioppo, talvolta anche un olmo, una quercia o un cipresso. Spesso nelle località costiere, l'albero, adornato di nastri e della bandiera repubblicana col berretto frigio, è quello di un bastimento in disarmo. Il primo festeggiamento per l'innalzamento dell'albero della libertà, è organizzato dal priore del monastero di san Martino - il 23 gennaio - che ospita un banchetto di giacobini, riuniti dopo che è stato tirato su il simbolo della libertà nell'attiguo castello di sant'Elmo. [...] La prima cerimonia pubblica, a Napoli, per l'innalzamento dell'albero della libertà, si ha il 29 gennaio 1799, al largo di Palazzo, in piazza Nazionale, attuale piazza Plebiscito. Autorità civili, militari, religiose ed una gran folla si riuniscono attorno ad un grande pino ed inscenano una sontuosa festa. Non prima, però, di aver ascoltato l'orazione patriottica. <<Cittadini napoletani, ecco dopo l'epoca di tanti secoli il giorno tanto sospirato e felice, in cui la bella Libertà, dal ciel spedita in Terra sul carro trionfale della Repubblica Francese, viene a tergere il pianto delle nostre pupille; viene a sostenere i dritti della nostra umanità, e viene a consolarci di tutte le afflizioni, che tollerammo sotto l'orrido giogo dell'oppressa tirannia.... Rammentatevi del tiranno che fuggì... sotto un suo cenno tremavano sette milioni di persone, quasi tutti languenti, oppressi e desolati. Il menomo de' suoi dispacci atterriva il più forte de' suoi sudditi pretesi. Egli consumava immensi tesori a caccie, a serragli, a gozzoviglie, a feste, e teatri in quel punto medesimo, in cui i suoi sudditi perivano dal terrore e dalla fame. Infaustissimo tiranno, che spogliò i suoi simili dei diritti sacrosanti, loro comportati dalla natura, madre comune, vera regina, ed unica sovrana. Rammentatevi della sua compagna iniqua consorte, quando profondeva immense somme capricciosamente tra le ancelle della sua corte, tra i favoriti delle sue malnate passioni, tra [gl]i scortatori de' suoi impudici amori. Rammentatevi dell'empio visir dello scellerato Acton, 6
che governando a sua balìa l'uno, e l'altra facevano ricadere sopra i poveri sudditi il doppio peso delle loro ingiustizie, prepotenze, oppressioni e tirannie; ministro indegno, che sviluppò l'iniqua coppia di tiranni tra cento, e mille gherminelle, infauste sorgenti della loro meritata ruina. [...] La seconda cerimonia pubblica, come la prima presieduta da Championnet, si ha il 3 febbraio al Molo piccolo, lungo via Marittima, nei pressi della chiesa di S. Maria di Portosalvo. Seguono, poi, la cerimonia del 9 febbraio a largo Mercatello (attuale piazza Dante) ed al largo dello Spirito Santo, quella del 17 febbraio alla Conciaria ed in piazza Mercato, quelle del 24 febbraio a S. Lucia e del 10 marzo a Porta Capuana. Quindi è tutto un proliferare di alberi in città e in provincia. [...] Successivamente, con la caduta della repubblica napoletana entra in vigore il divieto di fare riferimento all'albero della libertà. Ogni albero è sostituito dalla croce; le truppe del cardinale Ruffo si accaniscono maggiormente contro i giacobini che porterebbero, secondo una leggenda, l'albero della libertà tatuato sulla pelle. Il re Borbone, quando riprende in mano le sorti della città di Napoli, riconosce lo stato di sradicatore di alberi, un titolo di merito per accedere ad uffici e ricompense; riconosce, inoltre, una particolare benemerenza l'essersi battuto per <<non aver permesso di innalzarlo>>." http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1869:napoli-1799-ca p-ix-l-albero-della-liberta-1&catid=50:testi-1799&Itemid=28
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1.3. PROCLAMAZIONE DELLA REPUBBLICA NAPOLETANA Nel Num. 1 del 2 Febbraio 1799, sempre del MONITORE NAPOLITANO: "Sabato 14. Piovoso anno VII della Libertà; I della Repubblica Napoletana una, ed indivisibile (2, Febbrajo 1799). Num. 1. Siamo liberi in fine, ed è giunto anche per noi il giorno, in cui possiam pronunciare i sacri nomi di libertà, e di uguaglianza, ed annunciare alla Repubblica Madre, come suoi degni figliuoli; a' popoli liberi d'Italia, e d'Europa, come loro degni confratelli. Il passato esoso governo, se per lo spazio di quasi nove anni ha dato non più veduto esempio di cieca persecuzione, e feroce, ha pur questa Nazione somministrato un maggior numero di martiri dentro a' criminali più orribili, in mezzo a' trattamenti più acerbi, ed alla morte ad ogni istante lor minacciata invitti sempre ad ogni promessa d'impunità, e di premio, ed ha opposto a' vizj della passata tirannia altrettante private, e pubbliche virtù. Il veleno con ogni arte di seduzione insinuato per tanti anni nella porzione più ignorante del popolo, cui da' pulpiti, ne' pubblici editti, nelle istruzioni de' suoi pastori ecclesiastici si era dipinta co' più neri colori la filosofica generosa nazion Francese. I pravi maneggi del vicario Francesco Pignatelli, di cui basta pronunciare il nome per esprimere l'odiosità, e l'infamia, facendo a questa ignorante porzione temer dall'armata Francese il rovesciamento della sua religione, la rapina delle proprietà, e la violazione delle sue donne, han macchiata di sangue la bell'opera della nostra rigenerazione, molte delle nostre Terre sono insorte ad insultare le guarnigioni Francesi già in loro stabilite, e son soggiaciute alla devastazione militare: altre, uccidendo varj de' loro concittadini, che supponevano ben affetti a' Francesi, si son tumultuariamente armati ad opporsi, ed han dovuto cedere alla forza. La numerosa popolazione di Napoli, cui il Vicario per mezzo de' suoi assedi ispirava i suoi furori, e da lui istigata e favorita, impadronendosi di tutte le armi e di tutti i castelli, ha per sette giorni coll'anarchia più feroce e sanguinaria molti uccisi, molti saccheggiati, ed 7
indistintamente minacciati tutti gli onesti Cittadini, ed osato per due giorni e mezzo opporsi, e resistere all'Armata Francese. Le poco numerose falangi di questa ne' viottoli delle campagne, nelle strade della Città, fulminate da sopra i tetti, dalle finestre, da' parapetti da nemici, che si tenean coperti e invisibili, han dovuto contrastarsi a linea a linea il terreno più coll'avveduto coraggio, che colla forza del braccio. Ma nuovo altresì, e luminoso esempio di virtù opposta a furore, a misura che l'affascinata plebe andava per le strade cedendo le armi. Il vincitor generoso abbracciava il rabbioso suo assalitore: pochi intrepidi cittadini entrati per istratagemma ne' giorno 19, e 20, e racchiusi nel castello S. Eramo, avevano giurato di seppellirsi sotto le ruine, o stabilire la libertà, ne avevano innalzato l'albero, ed assumendo la rappresentanza de' dispersi Patrioti, de' quali le circostanze impedivano la riunione, avevano proclamata, e giurata la Repubblica Napoletana una ed indivisibile nella mattina de' 21 Gennaio, epoca d'allora in poi memorabile; in fine nel giorno 23 alle due dopo mezzodì fece il suo ingresso l'armata vincitrice; e bello ancora veder ad un tratto succeder la fratellanza tral [: tra il] vincitore ed il vinto all'ira ed al sangue, ed il generoso Generale Championnet a nome della sua invitta Nazione confermar la nostra libertà, riconoscer la proclamata Repubblica, stabilir il nostro Governo, e con replicati proclami assicurar le sue proprietà, e la sua tranquillità a ciascheduno. È nota la trasonica ["Trasonico. Add. m. Spettante a trasoneria." / "Trasoneria. Sf. Millanteria, Smargiasseria, Rodomontata." - Vocab. Univers. Italiano - Tramater, Napoli 1840, p. 223/597] entrata dell'espulso Despota in Roma, la sua vilissima fuga in Palermo, trasportando seco sulle navi inglesi tutti i tesori ammassati tirannicamente colla espilazione della pubblica e delle private fortune, e commettendo così l'ultimo furto verso la Nazione, esausti degli ultimi residui del suo numerario. [...]." http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=157:num-i-2-febbrajo-1799&catid=40
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1.4. INIZI E SVILUPPI "Gli inizi della Repubblica sono difficili, perché sottoposta in pratica alla dittatura del comandante delle truppe francesi, anche se lo Championnet mantiene un atteggiamento benevolo nei confronti del governo provvisorio (fa allontanare il commissario del direttorio Faipoult, troppo severo). Il primo governo provvisorio vara una sola legge importante, quella che per l'abolizione dei fedecommessi e le primegeniture (29 gennaio 1799), mentre non può andare per il momento in porto la legge per l'abolizione della feudalità. Il 14 aprile un nuovo commissario francese, A. J. Abrial (arrivato il 28 marzo in sostituzione del Faipoult), opera una riforma del governo della repubblica partenopea che approva il 25 aprile la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, che non potrà però avere neppure un principio di attuazione in conseguenza della piega presa dagli avvenimenti. Non si riesce invece ad approvare il progetto di costituzione preparato dalla precedente commissione legislativa (dovuto soprattutto a M. Pagano). Mentre a Napoli si sviluppa questa vivace attività di governo, nelle province - dove pure la Repubblica era stata accolta favorevolmente dal ceto medio - la situazione va precipitando. Il cardinale Fabrizio Ruffo, sbarcato con l'assenso regio il 7 febbraio in Calabria con pochi compagni, facendo leva sull'odio delle masse contadine nei confronti dei proprietari, identificati sommariamente nei giacobini, riesce a impadronirsi rapidamente della regione avanzando poi in Basilicata e nelle Puglie. Successivamente, nell'aprile, le notizie delle sconfitte subite dalle truppe francesi in Lombardia nella guerra contro gli Austriaci costringono i Francesi a sgomberare le Puglie e poco dopo tutto il regno. I repubblicani debbono allora difendersi da soli contro le 8
preponderanti forze del cardinale Ruffo avanzate su Napoli, che è investita il 13 giugno. Dopo una disperata resistenza al ponte della Maddalena e poi nei castelli della città, i patrioti scampati alle stragi operate dalle bande sanfediste e dai "lazzaroni" insorti ottengono una onorevole capitolazione (19-23 giugno), offerta dal Ruffo ma non accettata da H. Nelson (che aveva appoggiato con forze navali inglesi i Borboni) e dichiarata poi decaduta l'8 luglio dal re appena giunto a Napoli. Ha così inizio l'esecuzione dei patrioti napoletani, giudicati dalle giunte di Stato nominate da Ferdinando IV; più di cento repubblicani sono impiccati o decapitati, e tra questi i più bei nomi dell'intellettualità napoletana (Francesco Mario Pagano, Eleonora Pimentel Fonseca, Ignazio Ciaia, Domenico Cirillo, Vincenzo Russo, che aveva avuto un ruolo anche nella Repubblica Romana) e l'ammiraglio Francesco Carracciolo contro cui Horatio Nelson nutre un particolare astio. http://www.repubblicanapoletana.it/sunto.htm *§*
1.5. ECATOMBE DEI GIUSTIZIATI NAPOLETANI Si precisa che le esecuzioni dei patrioti napoletani ebbero inizio già alcuni giorni prima della caduta della Repubblica, a Procida, il 1° Giugno 1799, e si conclusero un anno dopo circa, con la esecuzione di Luisa Sanfelice, a Napoli, l'11 settembre 1800. Le condanne furono eseguite quasi tutte mediante impiccagione (ai nobili fu per lo più comminata la decapitazione), tra Procida (nell'attuale Piazza dei Martiri) e Napoli, in Piazza del Mercato, luogo storicamente deputato alle esecuzioni. https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblicani_napoletani_giustiziati_nel_1799-1800
Gerardo Marotta, nella Prefazione alle Cronache di una rivoluzione - Napoli 1799 di Camillo Albanese (Milano 1998) , scrive che la gloriosa Repubblica napoletana del 1799 si concluse tragicamente col massacro di piazza Mercato, dove furono spenti nel sangue e nell'oblio i filosofi, gli scienziati, gli statisti, tutta la più illustre nobiltà napoletana e l'alto clero che si schierarono per la filosofia, come si diceva allora, per la libertà e per un vero Stato fondato sulla ragione e sulla giustizia. Quando gli ergastolani liberati dalle carceri da Ferdinando IV e dal Ruffo con l'autorizzazione al saccheggio e alla violenza entrarono in Napoli, dopo aver abbattuto la resistenza dei patrioti repubblicani ed aver orrendamente mutilato uomini e donne (tra cui anche le dame di Corte che si protestavano fedeli alla monarchia), era stato sottoscritto solennemente un trattato di diritto internazionale, un armistizio che dava salva la vita ai patrioti repubblicani rimasti asserragliati nei castelli. Il cardinale Ruffo, che aveva firmato il trattato di armistizio nella sua qualità di plenipotenziario di Ferdinando, aveva vanamente richiamato il re al suo rispetto, mentre da tutta l'Europa si inviavano al Borbone messaggi di esortazione affinché si desse esecuzione alle clausole dell'armistizio. Anche lo zar Paolo I, figlio della grande Caterina, scrisse a Ferdinando: <<cugino Ferdinando, ti ho inviato i miei battaglioni per aiutarsi a riconquistare il regno perduto, ma tu non puoi mandare a morte il fiore della cultura napoletana>>. Tutto fu vano. L'ammiraglio Nelson si impose al re e alle Giunte di Stato e riuscì a mandare a morte tra i più grandi figli d'Europa i nomi illustri della cultura napoletana, talché Vincenzo Cuoco esclamava nel suo saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799: <<una notte terribile si è abbattuta su Napoli e sull'Europa. Che ne sarà di Napoli, che ne sarà dell'Europa?>>. Queste parole ci dicono quale importanza ebbe per la politica e la cultura europee prima il trionfo della Repubblica napoletana, che fu chiamato <<vittoria della filosofia>> e poi il bagno di sangue e la illacrimata sepoltura in cui furono soffocati i 9
patrioti e la Repubblica e che costituì, come si diceva allora, una <<sconfitta per la filosofia>>. Vincenzo Cuoco, col suo Saggio sulla Rivoluzione di Napoli del 1799 e Francesco Lomonaco nel suo Rapporto al cittadino Carnot testimoniarono l'ecatombe dei giustiziati. L'Italia e l'Europa assistettero alla distruzione di tutto un governo legale, legittimo perché fondato dai patrioti dopo la fuga del re in Sicilia e riconosciuto a tutti gli effetti dal trattato di armistizio firmato dal governo della Repubblica napoletana, dal viceammiraglio della flotta inglese, dal comandante delle truppe turche, dal comandante delle truppe russe e - come si è detto - dallo stesso cardinale Ruffo, plenipotenziario del re e comandante supremo dell'armata della Santa Fede. Giustino Fortunato, nel raccogliere le memorie dei martiri della Repubblica. così iniziava nel 1882 il suo scritto I Napoletani del 1799: <<... i Borboni mandarono al patibolo i più dotti e generosi uomini, che avevano preso parte per la Repubblica, e il mondo sa i nomi di questi uomini...>>. Così il Settembrini, parlando dei giustiziati di Napoli del 1799: <<Consacrati dalla gratitudine e dalla riverenza de' posteri, richiamati a vita nuova dall'arte, oggi quei nomi, divenuti sacro patrimonio della nazione redenta, hanno l'aureola della gloria e il culto della memoria. È storia e già pare epopea. Il martirio di quegli uomini è agli occhi nostri come una leggenda, come un vivo sprazzo di luce, che redime tutto un passato d'obbrobrio, e che è primo inizio delle rivoluzioni del secolo; ed oggi ancora, monumento d'eroismo, i nomi di quegli uomini danno fede e sentimento alle giovani generazioni, che hanno la fortuna, dopo tante aspettative, di vedere attuata e benedetta l'unità della patria. Né altro, in tutto il martirologio italiano, è paragonabile a questo primo e generoso tributo di sangue, offerto dai Napoletani del 1799>>. E, in quello scritto, Giustino Fortunato si domandava se il mondo conoscesse davvero tutti nomi dei giacobini napoletani e rispondeva che era veramente vergognoso, dopo vent'anni di vita libera dell'Italia unita, dover rispondere che la società italiana avesse dimenticato quella terribile ecatombe in Napoli e nelle province che a suo tempo stupì il mondo civile e rese attonita e dolente tutta l'Italia. Nella sua Storia del Regno di Napoli, nell'altro grande libro su La Rivoluzione napoletana del 1799 e negli altri scritti che durante tutta la sua vita Benedetto Croce dedicò ai patrioti napoletani, possiamo leggere con commozione quelle frasi che il filosofo scrisse con tanta passione, affidandole alle nuove generazioni: <<quei giacobini napoletani, uniti coi loro fratelli di tutta Italia, trapiantarono in Italia l'ideale della libertà secondo i tempi nuovi, come governo della classe colta e capace, intellettualmente ed economicamente... operosa e abbatterono le barriere che tenevano separate le varie regioni d'Italia, specialmente della meridionale dalla settentrionale e formarono il comune sentimento della nazionalità italiana, fondandolo sopra un sentimento politico comune>>. E Benedetto Croce ancora ci ricorda <<l'orrenda reazione borbonica contro tutti i giacobini, perché non mai come allora in Napoli si vide il monarca mandare alla morte e agli ergastoli o scacciare dal Paese prelati, gentiluomini, generali, ammiragli, letterati, scienziati, poeti, filosofi, giuristi, nobili, tutto il fiore intellettuale e morale del Paese: una reazione che suscitò vivissime impressioni dappertutto in Europa, perché parve, come è stato notato da uno storico tedesco, un chiaro saggio di quel che l'Ancien Régime avrebbe fatto in Francia e altrove se mai avesse ottenuto il di sopra>>. Quasi una premonizione, questa del Croce, ai revisionisti ed opportunisti che oggi si affollano in tutti i Paesi d'Europa per creare viete mode storiografiche. E continua: <<i patrioti napoletani e gli altri rifugiati ed esuli da ogni parte d'Italia concepirono un grande pensiero: la liberazione dell'Italia intera, da riunire in una Repubblica italiana una e indivisibile; e quest'idea... lasciò un solco nelle menti, donde più tardi sarebbe sorta luminosa>>. 10
Alessandro Manzoni diceva di aver raccolto il suo <<liberi non sarem se non siamo uni>> da Vincenzo Cuoco e Giuseppe Mazzini, poco più che ventenne, leggeva e trascriveva gli articoli di questa ispirazione, che lo stesso Cuoco aveva pubblicato sul Giornale Italiano. È una fortuna che oggi, alla vigilia del bicentenario del 1799, Camillo Albanese, sulle orme di Vincenzo Cuoco e Francesco Lomonaco, faccia risorgere nella Milano di Verri e di Beccaria, nella Milano dei moti quarantotteschi, nella Milano di Alessandro Manzoni la memoria di quei napoletani sia martiri, sia scampati al bagno di sangue del 1799. Questi ultimi, come tanti piccoli vulcani, si sparsero per l'Italia per recarvi in ogni luogo il messaggio dei filosofi, degli scienziati e degli statisti del 1799 e di una Napoli che, come scrisse Benedetto Croce, <<fu sempre unitaria>>. Gerardo Marotta (Presidente Istituto Italiano per gli Studi Filosofici) (pp. 10-14)
Ecco in breve la sintesi data da Luigi Settembrini nelle Lezioni di letteratura italiana, Volume 3, (Introduzione e note di Valentino Piccoli), Unione Tipografica Editrice Torinese, Torino 1927. "Ai primi moti di Francia i Borboni insospettirono e cessarono dalle riforme, poi incrudelirono, inferocirono, provocarono la Francia, si unirono ai nemici di lei, e vinti come gli altri, fuggirono. Napoli si ordinò a Repubblica che durò sei mesi, e invano cercò di difendersi da un Cardinale brigante e condottiero di plebe furiosa. Tornati i Borboni nel 1799 mandarono al patibolo i più dotti e generosi uomini che avevano preso parte per la Repubblica. Il mondo sa i nomi di questi uomini, ed io non li ripeto a voi perché ogni napoletano deve sapere quei sacri nomi. La strage di quegli uomini, nei quali si volle spegnere l'intelligenza e la virtù, ruppe la tradizione del sapere tra l'una generazione e l'altra, distrusse ogni principio di fede e di moralità pubblica, aprì tra principe e popolo un abisso profondo nel quale l'ultimo dei Borboni precipitò, fu un peccato ed un errore." (pp. 213-214) *§*
1.6. CAROVIGNO 1799 Alessandro Massimo CAVALLO, nel paragrafo I PARTITI POLITICI del manoscritto del 1910, Carovigno. Dati preistorici e ricordi storici, dà informazioni assai interessanti riguardo all'argomento di cui trattasi: "Abbiamo precorso i tempi all'oggetto di parlare di una lite che fu lo strascico del regime feudale, la cui abolizione forse fece più male che bene a questo paese appunto per lo strascico detto. È a credere che le cose sarebbero andate meglio se la fortuna avesse arriso a Gioacchino Murat; ma la faccenda andò così, e non giova nella fata dar di cozzo ["ostare alla volontà divina, contrastare e voler impedire le fata; all'ordine delle cose provvedute da Dio e al loro avvenimento" (Buti). Dante, Inferno, Canto Nono, v. 97. European Book - Milano]. Rifacciamo dunque i
passi, per considerare dal lato politico la compra-vendita dei beni già feudati. Quando la vendita fu decisa, in Carovigno si formò una società per concorrere all'asta pubblica, ed a capo di essa vi era Tommaso Cavallo, cavaliere dell'Ordine di Malta. La gara riuscì animatissima fra Tommaso Cavallo e Andrea Carizzi, che licidava [: licitava] per persona nominanda, e poi sostituito da Nicola Fasulo. Infatti i beni erano stati messi all'asta per ducati 233.333, pagabili in cinquant'anni e con l'interesse de 3%, e la gara li fe' salire a duc. 356.600 (£ 1.515.550,00). E restarono aggiudicati a principe di Frasso, che era la persona nominanda. È facile quindi comprendere il malumore contro il Cavallo; poiché il Principe nominò suo amministratore un Sanvitese di cognome Del Prete, e questo venne a dimorare in Carovigno, è pure facile il ritenere come il Del Prete non vedesse di buon occhio nessuno della famiglia Cavallo, tanto più che questi puzzavano di liberalismo. 11
Così e non altrimenti potrà spiegarsi come, successivamente, i Del Prete ed i Cavallo si trovarono alla testa dei due partiti in Carovigno; i Del Prete cioè attaccati alla monarchia borbonica, i Cavallo contrari al governo assoluto. Introdotta dal Principe in Carovigno, la famiglia Del Prete doveva essere necessariamente borbonica, perché la casa Dentice era in favore presso la Corte del Re; invece la famiglia Cavallo era tenuta in sospetto dalla polizia Borbonica, per i suoi precedenti. INFATTI, quando i Francesi conquistarono il regno di Napoli e vi proclamarono la Repubblica, anche in Carovigno si piantò l'albero della libertà {*}. Seguì poi la reazione, e molti cittadini vennero arrestati e rinchiusi nel carcere per esservi bruciati! E fu il Capitolo, uscito in processione con la statua dell'Immacolata, che sedò l'ira dei reazionari. Di carattere proprio, mio zio Pietro Cavallo, sul proposito, lasciò questi pochi righi: <<Nel 1799, quando ero nell'alba della mia età [: 22 anni], fui arrestato dagli anarchici della mia patria, alla cui testa era D. Vincenzo Castelli, e venni condotto nel castello di Taranto insieme ad altri sette gentiluomini caldi di amor di patria. Il Cav. Micherna, plenipotenziario della nostra Corte, sbarcato a Brindisi con Russi, Turchi ed Inglesi, informato di tale prigionia, ordinò la nostra liberazione>>. Quali erano gli altri sette gentiluomini non sappiamo; ma, per altra via, è sicuro che vi era il Sig. Pasquale Trisolini, di cui la discendenza si distinse nel patriottismo e nella coltura intellettuale." (pp. 34-35) {*} Vincenzina ZARA, nel Capitolo II. Le Vendite Carbonare. de LA CARBONERIA IN TERRA D'OTRANTO (1820-1830), relativamente a Ceglie, nella Nota (1) precisa che "I fratelli Carlucci, liberali fin dal 1799, andarono a piantare l'albero della libertà a Carovigno. Promotori di tutte le rivoluzioni a Ceglie." (p. 48 ==> 69/247) https://books.google.it/books/about/La_carboneria_in_terra_d_Otranto.html?id=0PYyAQAAMAAJ&redir_esc=y
Ruggiero DI CASTIGLIONE, La Massoneria nelle Due Sicilia e i <<Fratelli>> meridionali del '700. *** Le Province. Volume 4, Gangemi Editore, Roma 2013. Pagina 444. (2) - Il letterato Domenico Carlucci, detto il maggiore, era membro della prima loggia massonica di Ceglie, in Terra d'Otranto. Seguendo l'esempio del fratello Gaetano, detto il minore, compose, nel 1794, un Hendecasyllabon e un Epigramma in lode di San Filippo Neri. Durante i moti repubblicani del '99, piantò, insieme ai fratelli, l'<<albero della libertà>> a Carovigno (Brindisi). Pagina 445. (5) Vincenzo Carlucci era membro della prima loggia massonica di Ceglie, in Terra d'Otranto. Durante i moti repubblicani del '99, piantò, insieme ai fratelli, l'<<albero della libertà>> a Carovigno (Brindisi).
*§* Lo storico locale Enzo Filomena scrive ne I CAVALLO DI CAROVIGNO: "In Carovigno furono i fratelli Carlucci, liberali, promotori delle rivoluzioni in Ceglie, a piantare l'albero della libertà. Vennero segnalati, in questo frangente, come reazionari, un Francesco Trisolini, Vincenzo Castelli che aveva preso parte all'assedio di Capua militando per i francesi, Antonio De Mola, soldato civico e legale che si era battuto a Castellamare di Stabia e tanti altri. Dopo il gesto dei Carlucci, venne scritto, seguì la reazione. Mentre <<D. Tommaso (cappellano di Malta) e D. Giuseppe Epifani fuggivano in Napoli traverso vie ignote e delle balìe [: mulattiere] della Basilicata dalla strada di Taranto, Pietro Cavallo, appena ventunenne, faceva ritorno a casa. Quivi arrivò la prima domenica di Quaresima del 1799 {: 10 Febbraio 1799}. Ben presto si schierò dalla parte dei liberali del luogo tra i quali figuravano lo zio avvocato D. Renato Errico, già frequentatore di clubs giacobini napoletani e D. Giovanni Brandi. Indi cominciò a far propaganda sia nelle piazze che nelle chiese contro il governo incitando al cambiamento. Attento alle evoluzioni reazionarie dei paesi vicini, avendo saputo che in Martina era stata dichiarata la repubblica, quivi si recò col cugino F. Francesco Trisolini; ma dovette scappare perché <<trovò piantata la colombina contro i giacobini>> che, com'è noto, erano perseguitati dai sanfedisti e dal popolaccio. Ritornato in patria si nascose in casa dei cugini Errico <<giacché (anche in Carovigno) la massa popolare aveva diroccato 12
l'albero della libertà e perseguitava i repubblicani>>. Capopopolo era qui D. Ignazio Del Prete il quale, a sua volta, era coadiuvato nell'azione di pulizia partitica da un Morelli e da un Castelli. Nel luglio del 1799 gli animi sanfedisti di Carovigno erano eccitati al punto tale da far tirare una archibugiata da parte di un certo Pasquale Cretì all'indirizzo di D. Carmine Brandi. Ma il colpo, fortunatamente, non fu fatto andare a segno. Indi si cercò e si trovò Pietro Cavallo <<il quale era coricato (in casa Errico) ed aveva dato mano alle pistole>>. Insieme a lui vennero arrestati l'avvocato D. Michele Carlucci, il medico D. Pasquale Brandi, i sigg. D. Francesco e D. Pasquale Trisolini, D. Nicola Bruni ed altri. <<Si posero nelle prigioni (locali) e dal popolo si era deciso di farli morire di fumo>>. Si erano già apparecchiate fascine davanti al carcere. Ma l'intervento di quell'uomo stimato che fu Renato Cavallo padre di Pietro <<fece abortire il barbaro decreto>>. Successivamente i citati sostenitori della repubblica <<furono trasportati nel castello di Taranto, ove dopo tre mesi circa di duro carcere, per impegno dello zio Giuseppe Epifani e di un <<amico di qualità>> in Brindisi ove si trovava il De Cesare venne ordinata la scarcerazione>> [(13) <<quell'amico di qualità>> era il cav. Micherna ministro plenipotenziario francese (v. fol. sotto vetro in Collez. Anna Cavallo di Carovigno] La reazione dei Sanfedisti di Carovigno avrebbe causato danni ben più gravi alle persone ed alle cose se non vi fosse stato l'intervento provvidenziale del Capitolo, che uscito in processione con la statua dell'Immacolata, non avesse sedato l'ira dei reazionari. Rientrati successivamente gli eccessi popolari e quanto di crudele e di oltraggioso alla religione si commise in quel nefando avvenimento, <<il governo dette mano a proteggere la giustizia e punire i colpevoli>>. Si era stabilito l'arresto di D. Ignazio Del Prete, e l'avvocato D. Renato Cavallo sconsigliò gli esecutori d'ordini al fine di far cessare le vendette di parte. Venne messo in prigione soltanto il Castelli. Dopo di ciò Pietro Cavallo fece ritorno a Napoli. Qui venne ancora avvolto nel turbine della violenza. Dopo essere stato sfiorato dalla palla di un'archibugiata tiratagli da un balcone, passando per la strada Costantinopoli venne fermato dai soldati francesi. Questi gli chiesero se fosse cittadino ed alla risposta affermativa venne armato ed obbligato a prendere parte all'azione di pulizia contro i <<lazzari>> ovvero contro coloro che avevano avversato l'insorgere della repubblica e trucidato tanti illustrissimi cittadini che poi passarono alla storia come Martiri della Libertà. Fu una vera carneficina! Acquietatesi le acque, Pietro Cavallo proseguì gli studi di legge sotto i professori Maffei, Valletta e Terracino." (pp. 26-28) * Domanda che sorge spontanea ai noi carovignesi: "Perché, a piantare l'Albero della libertà a Carovigno, sono stati i tre fratelli cegliesi?" La risposta, l'ha trovata il nostro Crocifisso Buongiorno (alias Fissuddu), esattamente nel Catasto Onciario di Carovigno 1742, dove a p. 339 si legge: "D.r Fis.co Domenico Carlucci di Carovigno, Commorante nella Terra di Ceglie, d'anni 33; - Lucia Oronzia Margarita di d.ta Terra di Ceglie, Moglie, anni 35 - Vincenzo Pasquale figlio, anni 02. - Possiede una casa a Cannizzo alla strada di S. Nicola ... omissis ..." Nel Registro ATTI DI MORTE di Ceglie M.ca presso l'Archivio di Stato di Brindisi: "Num. d'ordine 236. 1828, 18 dicembre. Il giorno suddetto, 18 dicembre 1828, è morto Don Oreste Carlucci, vedovo di Donn'Anna Petraroli, di professione dottore di legge, figlio di Don Domenico Carlucci, defunto, di professione Dottore fisico, e di Donna Lucia Margarita, defunta, di anni 82." Michele Ciracì, negli Uomini illustri della Città di Ceglie Messapica, riporta: "CARLUCCI ORESTE - Giureconsulto, filosofo e poeta. 13
Fu socio Arcade con il nome di Mosco Filauro. Amico e corrispondente di Pietro Metastasio. Scrisse ed esiste nell'Arcadia un Canzoniere che Baldassarre Papadia, nelle sue Egloghe, comparò ai sonetti del Petrarca; e di pima una dotta dissertazione sulle <<Cause fisiche che produssero il Diluvio universale>> che pare attribuisse allo spostamento dell'asse terrestre. Nacque a Ceglie Messapica da Domenico, Medico, il 3.2.1747, sposò Anna Petraroli, nata a Ostuni il 18.11.1752, ebbe cinque figli, Lucia Concetta, Domenico Giovanni, Gaetano, Vincenzo e Maria Raffaella. Morì a Ceglie Messapica e fu sepolto nella Chiesa Collegiata." Il Ciracì, nella stessa opera, riporta: "CARLUCCI DOMENICO - Scrittore. È detto il maggiore, compose un Hendecasyllabon (1794) e un Epigramma (1794) in mode di S. Filippo Neri [Giuseppe e Pietro Magno, Storia di Ceglie M.Ca, Fasano, 1991]." "CARLUCCI GAETANO - Scrittore. Viene detto il Minore, compone Hendecasyllabon Carmen, è un elogio a S. Filippo Neri. [Giuseppe e Pietro Magno, Storia di Ceglie M.ca, Fasano, 1991]. "Carlucci Domenico - Medico e Chirurgo. "CARLUCCI DOMENICO - Medico e Chirurgo. Nato il 30.6.1700, Laureato in Medicina presso l'Università di Napoli, lasciò manoscritto un trattato sulle malattie del cuore. Morì a 72 anni il 15.7.1781. [ACCE - Libro Mortuorum, anni 1780-1791, p. 341.]" ==> p. 41/96. Praticamente, i tre fratelli Carlucci, DOMENICO, GAETANO E VINCENZO, piantarono l'albero della libertà a Carovigno, perché, a nostro avviso, qui era nato il nonno paterno. E aggiungiamo che Oreste Carlucci ha chiamato la prima figlia, Lucia, come sua madre, e il primo figlio, Domenico, come suo padre. In merito a Domenico Carlucci, nonno paterno dei 3 fratelli, contrariamente a quanto riferisce il Ciracì, il nostro Fissuddu ha stabilito questa data di nascita: Giovanni Domenico Saverio, battezzato a Carovigno, il 15 maggio 1709, da Don Vito Oronzo Ruggerio, nato dai coniugi Salvatore Carlucci e Anna Vittoria Sacco. In ultimo, si fa presente che presso la Biblioteca Arcivescovile di Brindisi vi è un manoscritto di Mattia Zarillo (1729-1804) in cui si rileva: "a cc. 64r-65r sonetto di Oreste Carlucci scritto in occasione delle nozze di Don Luigi Sisto y Britto dei Duchi di Ceglie con Donna Anna Maria Teresa Della Posta, un epigramma in latino di Vincenzo Carlucci, un'ottava di Domenico Carlucci rivolta agli sposi, due sonetti di Domenico Carlucci e Oreste Carlucci rivolti a Monsignor Giuseppe Sisto y Britto, vescovo di Sora e Zio dello sposo". *§*
1.6.1. MARTINA FRANCA A proposito di Pietro Cavallo e del suo recarsi a Martina Franca con il cugino Francesco Trisolini, e del suo doversene scappare perché trovò piantata la colombina contro i giacobini, giova sapere quanto riportato da A. Lucarelli: "Il giorno 16 {marzo 1799} - nelle ore antimeridiane secondo le indagini del Grassi, nel pomeriggio secondo il Durante - le due colonne sanfediste, l'una proveniente da Conversano, l'altra da Taranto, apparvero nei dintorni di Martina. [...] Nelle ore notturne realisti e repubblicani restan fermi sulle rispettive posizioni. Allo spuntar del giorno successivo - era la domenica delle Palme {17 marzo 1799} - Boccheciampe, proclive tuttavia agli accordi e rispettoso della ricorrenza solenne, mandò ai martinesi un nunzio, esortandoli ad abbattere <<l'albero infame della libertà>> ed evitar <<le infauste conseguenze della licenza militare>>. Ma pur questo secondo ambasciatore fu respinto a fucilate dai giacobini, <<accecati dalla frenesia>>. Allora i giovani avventurieri si pongono alla testa delle due colonne e, procedendo tra l'imperversare della pioggia per <<scabrose e fangose strade>>, occupano i conventi di S. Francesco d'Assisi e di 14
S. Stefano, le cappelle di S. Maria e dell'Annunziata, e indi, con <<risoluto e violento attacco>>, si fan sotto la muraglia, gridando vittoria. Ogni speranza di salvezza è orami tolta alle armi repubblicane. [...] Anarchici e realisti volgono le prime ire contro i simboli del giacobinismo: corrono in piazza, abbattono l'albero della libertà, e ridottolo in mille frantumi, lo bruciano <<vituperosamente>> - scrive il Durante - fra battimani e clamori. Alcuni patrioti tentano opporsi alla bieca rabbia di quei vandali; ma son travolti e massacrati accanto all'insegna medesima, le cui ceneri - soggiunge il Dumas - <<si mescolarono al loro sangue>>. Boccheciampe concede poscia due ore di sacco alla moltitudine, che si dirama per le vie, assetata di rapina. Rievocar tutte le nefandezze, che desolarono Martina fra il 17 e il 18 marzo 1799, sarebbe assai lungo: accennerò di volo ad alcuni episodi. Aliene da ogni rispetto divino ed umano, quelle bande selvagge, che si proclamavan tutelatrici della monarchia e della fede cattolica, inveiscono anzitutto contro i monasteri, contro le chiese, contro le im[m]agini sacre. Derubano il tempio dei minori conventuali, traggon fuori la statua dell'Immacolata e, troncatone il capo, lo gettano fra le immondizie, a dispregio della Vergine, la quale aveva consentito che dal quel dotto cenacolo di frati movessero le prime faville della riscossa ed i militi più battaglieri della democrazia. Simile sacrilegio vien perpetrato nella maggior chiesa di S. Martino, ove una folla disperata e piangente ascoltava la messa dell'arciprete Semeraro e adorava le reliquie del Santo protettore, implorandone a gran voce l'ausilio. Branchi di forsennati ingiuriarono e bastonarono la statua del patrono, qual favoreggiamento de' giacobini; trascinan dall'altare alla sacrestia il sacerdote; e poscia, spogliatolo de' sacri paramenti, lo portano in carcere fra contumelie e battiture. Una tragica scena si svolge nel convento dei domenicani: i sanfedisti si recano là, in cerca del <<padre lettore>> Giuseppe Maria Colucci, ch'era stato fra i più tenaci assertori della nuova dottrina; lo incontrarono per avventura, e non avendolo riconosciuto, gli domandano ove sia la stanza del frate giacobino. Questi, senza turbarsi, addita una cella in fondo al corridoio; e mentre gli assassini, brandendo i pugnali, corrono all'indicato luogo, si precipita in una cisterna di acqua piovana e miseramente vi affoga, martire volontario della libertà. Somiglianti orrori si compiono dall'ebbra moltitudine nel monastero delle agostiniane e nel conservatorio delle Monacelle, ove il sacerdote Vito Grande, in fama di rivoluzionario, sorpreso durante la celebrazione della messa e percosso crudelmente a furia di scudisciate, si abbatte al suolo con le vesti liturgiche." (pp. 350-354) *§*
1.6.2. 50 SOLDATI RUSSI A CAROVIGNO Antonio MICHEROUX, plenipotenziario del re Ferdinando IV, avuta notizia del trattato di alleanza tra Russia e Austria, il 3 aprile parte da Palermo per organizzare a Corfù una spedizione di sostegno ai realisti delle Puglie. Una flottiglia composta dalla corvetta borbonica Fortuna, da due fregate russe, da un brick e da una corvetta turchi, con qualche centinaio di soldati a bordo, lo sbarcò il 17 {: aprile 1799} a Brindisi, in mano ai realisti. Subito dopo, però, il comandante russo lo obbligò a rientrare a Corfù: un nuovo sbarco potè essere effettuato solo il 3 maggio {1799}, in concomitanza con il ritiro dei franco-repubblicani. "Stabilitosi in Brindisi, Micheroux, che per venti giorni era stato costretto a passare il tempo nel traversare tre volte l'Adriatico, scrisse finalmente l'8 maggio dopo un lungo silenzio a Palermo, facendo la relazione di quanto aveva operato dopo la sua seconda partenza dalla Sicilia. Intanto però non aveva tralasciato di scrivere più volte ad Usciacof, onde 15
spingerlo a recarsi senza indugio innanzi a Napoli con una numerosa flotta, cercando d'indurlo a portare seco qualche corpo di albanesi; giacché oramai tutte le notizie confermavano che non poteva più farsi nessun assegnamento su l'aiuto de' russi di Zara. Il 6 aveva mandati a Carovigno cinquanta russi, onde mostrare che gli alleati esistevano veramente, e che all'uopo sarebbero volati ove ne fosse bisogno. Il suo aiutante Pousset, che li aveva accompagnati, gli riferì al ritorno <<essersi i soldati condotti in sì tranquillo modo, che avevano eccitato i trasporti di ammirazione e di affetto in tutte quelle popolazioni>>, per le cui terre erano passati. Anche il comandante Staiti, e gli uffiziali, e tutto l'equipaggio della corvetta Fortuna dalla lor parte si conducevano in maniera da conciliarsi la stima degli alleati." (pp. 87-88 ==> 109/282. Il cavaliere Antonio Micheroux nella Reazione Napoletana del 1799, B. Maresca)
1.6.3. TRUPPE FRANCESI A CAROVIGNO Bisogna sapere che, il 7 maggio 1802, con atto pubblico redatto dal notaio Vincenzo Carlucci alla presenza del Mag.co Giovanni di Giovanni, Regio giudice a contratti, e dei testimoni: Don Pietro Valente e Don Salvatore Carlucci di Carovigno, l'Università della città di Carovigno, ossia Don Giuseppe Carlo Epifani, General Sindaco della città, il Not. Don Pasquale Trisolini, il Mag.co Michele Carlucci, Oronzo Felice di Vito, e Vito Oronzo d'Adamo, Eletti al governo dell'Università, non potendo essere di persona nella città di Taranto, in quanto legittimamente impediti, fidando nella integrità, lealtà e buonafede del Dott. Don Antonio de Mola di Carovigno, lo costituiscono Procuratore speciale affinché in nome e per conto della suddetta Università possa quietanzare, esigere, recuperare e appurare i conti (accertarne cioè l'esattezza) con il Fisco per tutte le spese sostenute da detta Università per il mantenimento delle truppe francesi, adempiute per ordine regio sia per la fornitura di veccia, grano, orzo e avena, sia per quella di pagliai, coperte, letti nobili, tavole, morali (grossa trave di legno, robusto e di norevole lunghezza) ed altro come si evince da ricevute, bilanci e altre scritture concernenti le suddette spese. Al fine di comprendere il perché della presenza di truppe francesi a Carovigno, è utile precisare che, come riportato da Gianfranco Perri nelle Pagine di Storia Brindisina (2019), "dopo la pace di Firenze del 1801 tra il re Ferdinando IV e Napoleone, le navi repubblicane francesi nel basso Adriatico, vi rimasero con la scusa di dover far rispettare le clausole marittime di quella pace. E anche se la pace di Amiens del 1802 accordò che tutti i territori del regno napoletano fossero liberati dalle truppe francesi e sia da quelle inglesi e russe per permettere alla corte borbonica di rientrare da Palermo a Napoli, nella Terra d'Otranto, di fatto non fu proprio così. A Mesagne infatti, continua il Perri, dove nel castello normanno-svevo si era stabilmente insediato un importante battaglione francese, tutti quei soldati lo avrebbero dovuto sgomberare tra il 30 di aprile e il 5 di maggio dell'anno 1802, ma non lo fecero: tergiversarono o cominciarono a partire solo molto dopo, molto lentamente, a più riprese e senza farlo mai del tutto, fin quando, il 15 luglio 1803, l'esercito francese fece ufficialmente ritorno in Terra d'Otranto, a causa di non meglio precisate <<difficoltà sorte tra Francesi e Inglesi>>. A Brindisi i soldati francesi mancarono solo dal maggio 1802 al luglio 1803 e a Lecce, capoluogo di Terra d'Otranto, nell'aprile del 1804, se ne contavano oltre tremila." (p. 198) Si precisa altresì questo, che "La pace di Firenze fu un accordo firmato da Napoleone Bonaparte e il re di Napoli Ferdinando IV il 28 marzo 1801. L'accordo prevedeva la restaurazione dei regni di Napoli e di Sicilia sotto l'autorità dei Borboni, a condizione che l'esercito francese potesse occupare per un anno le città di Pescara e la Terra d'Otranto, mantenuto economicamente dal regno di Napoli, e che il re indicesse l'amnistia e la grazia per i prigionieri politici giacobini." https://it.wikipedia.org/wiki/Pace_di_Firenze 16
*§*
1.7. PERSONAGGI DELLA RIVOLUZIONE SOMMARIO: Acton. - Championnet. - Ferdinando IV. - Gerardo Dentice. - Maria Carolina. Micheroux. - Nelson. - Pagano. - Pignatelli. - Ruffo Sir John Francis Edward ACTON, VI Baronetto, cioè Giovanni Acton (Besançon, 3 giugno 1736 - Palermo, 12 agosto 1811): politico britannico, comandante della flotta navale del Granducato di Toscana e segretario di Stato di Napoli, durante il regno di Ferdinando IV, dal 1789 al 1804, a parte la breve parentesi della Repubblica Napoletana, nonché favorito della regina Maria Carolina. https://it.wikipedia.org/wiki/John_Acton *§* Jean Antoine Étienne Vachier, detto Championnet (Valence, 13 aprile 1762 - Antibes, 9 gennaio 1800). Generale francese, protagonista in Italia della difesa della Repubblica Romana e della nascita di quella napolitana. [...] Invaso il Regno di Napoli riuscì a stipulare a Sparanise l'11 gennaio 1799 un vantaggioso armistizio con il vicario del re Francesco Pignatelli; ma non essendo state rispettate le condizioni poste, il 23 gennaio 1799 conquistò la stessa Napoli. [Per entrare in citta, difesa strenuamente dai Lazzari, di cui riconobbe l'eroismo, fu però necessaria l'occupazione con uno stratagemma di Castel Sant'Elmo da parte dei simpatizzanti filofrancesi, che aprirono il fuoco alle spalle dei difensori.] https://it.wikipedia.org/wiki/Jean_%C3%89tienne_Championnet
*§* - "FERDINANDO IV DI BORBONE (Napoli 1751 - ivi 1825). Re di Sicilia come Ferdinando III (1759-1816), re di Napoli come Ferdinando IV, re delle Due Sicilie come Ferdinando I (1816-1825). Figlio di Carlo VII e di Maria Amalia di Sassonia, succedette al padre nel 1759. La sua debolezza fu abilmente sfruttata dalla moglie Maria Carolina d'Asburgo, che gradatamente assunse il controllo degli affari pubblici. Nel 1793 aderì alla rima coalizione contro la Francia rivoluzionaria, ma fu sconfitto dai francesi a Roma. Costretto a rifugiarsi in Sicilia abbandonò Napoli, dove fu proclamata la repubblica. Tornato in città nel 1799 con l'aiuto dei sanfedisti, attuò una sanguinosa rappresaglia. Nel 1806 i suoi territori furono occupati da Napoleone ed egli potè rientrarvi solo dopo il congresso di Vienna. Ripreso possesso del trono, restaurò il potere regio, pur serbando gran parte delle riforme promosse dai francesi. Le spinte liberali del 1820 lo costrinsero a concedere una costituzione simile a quella di Cadice del 1812. Impegnatosi a difendere la costituzione davanti alla Santa alleanza, appena fuori dal paese sollecitò invece l'intervento dell'Austria che lo riconfermò come sovrano assoluto nel marzo 1821." (Diz. St., p. 497) Nei confronti di questo re, ecco il giudizio espresso da Benedetto Croce ne La Rivoluzione Napoletana del 1800. Biografie, Racconti, Ricerche. 3a Ed. Aumentata, Bari 1912: "Al re Ferdinando si è fatto forse troppo onore chiamandolo un tiranno: il che farebbe supporre, per lo meno, l'ambizione della forza e del potere. Egli pensava alla caccia, alle femmine, alla buona tavola; e purché gli si lasciassero fare le dette cose, era pronto a intimare la guerra, a fuggire, a promettere, a spergiurare, a perdonare e ad uccidere, spesso ridendo allo spettacolo bizzarro.1" (p. XVI) (1) Si veda (per citare un esempio) la sua lettera al Ruffo dell'11 aprile 1799 (in DUMAS, I Borboni di Napoli, vol. di Documenti, pp. 231-2)
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*§* Conte GERARDO DENTICE Principe di Frasso <<Libro d'Oro della Nobiltà Mediterranea>> DENTICE (DEL PESCE) LINEA PRINCIPESCA "G4. Conte Don Gerardo (* Napoli 18.9.1761 - ivi 24.4.1811), 4° Principe di Frasso dal 1785, 1° Principe di San Vito e 1° Principe di Crucoli (con la terra di San Giacomo) dal 15.12.1787 e Patrizio Napoletano; comprò il feudo di Carovigno nel 1792, Signore di Torre Annunziata (il titolo su questa signoria sparisce nel 1806 con l'eversione dei feudi). = Napoli 17.9.1785 Donna Ippolita di Tocco Cantelmo Stuart, figlia di Don Rostaino Gioacchino 5° Principe di Montemileto e di Donna Maria Maddalena d'Aquino dei Principi di Caramanico (* Napoli 3.7.1766 - ivi 6.4.1831) * NOBILI NAPOLETANI - FAMIGLIA DENTICE [...] Nel 1787 il conte Don Gerardo (Napoli, 1761 † ivi, 1811), 4° Principe di Frasso e Signore di Torre Annunziata, fu insignito dei titoli di principe di San Vito e di principe di Crucoli. Nel 1785 sposò Donna Ippolita di Tocco, figlia del principe di Montemiletto e di Donna Maria Maddalena d'Aquino dei principi di Caramanico. Fu reggente del Consiglio Collaterale del Regno di Napoli. Nel 1792 comprò il feudo di Carovigno e divenne proprietario del castello, che dal 1742 apparteneva a Michele Imperiali, principe di Francavilla che aveva trasformato la fortezza a residenza signorile. [...] Il Castello di Carovigno divenne residenza del conte Alfredo Dentice (Napoli, † 1940) e della moglie, la contessa Elisabetta Von Schlieppenbach. [Enzo Filomena, ne Il Castello di Carovigno, Artigrafiche Pugliesi s.n.c., Martina Franca 1990, per quanto concerne D. Gerardo Dentice scrive che, comprato il feudo di Carovigno e presone possesso il 22 febbraio 1792, "durante il suo governo feudale, più precisamente nel 1799, mentre ardevano le lotte tra Giacobini e Sanfedisti, anche in Carovigno e S. Vito ebbero ad originarsi sommosse di popolo e sugli alberi della libertà vennero innestati i berretti frigi. In S. Vito venne saccheggiato il castello e distrutti mobili, ritratti di famiglia e molte scritture dell'archivio privato della Casa; in Carovigno alla sommossa popolare seguì l'occupazione del castello da parte dei miliziotti." (5) (p. 149). NOTE del CAP. 6°. 5 V. A. LUCARELLI, LA PUGLIA NEL RISORGIMENTO, Bari 1934, Vol. 2°, p. 274. Tra i carovignesi che aderirono alla rivoluzione si ricorda Vincenzo Castelli il quale prese parte all'assedio di Capua militando con i francesi; ed il soldato civico Antonio De Mola che si battette a Castellammare (A. Lucarelli, cit., pp. 246, 472, 525). (p. 377)]
*§* Maria Carolina d'Asburgo-Lorena (Vienna, 13 agosto 1752 - Vienna, 8 settembre 1814), nata arciduchessa d'Austria, divenne regina consorte di Napoli e Sicilia come moglie di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia. Era la tredicesima dei figli dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria e dell'imperatore Francesco I. Per suggellare l'alleanza con i Borboni di Spagna, nel 1768 venne data in sposa al re Ferdinando IV di Napoli, figlio di Carlo III di Spagna. Dall'unione nacquero 18 figli e, dopo la nascita del primo erede maschio nel 1775, in base ai termini del contratto nuziale, Maria Carolina ebbe accesso al consiglio privato della corona. Intelligente e volitiva, riuscì a imporsi come figura di comando e de facto governò il regno di Napoli. Promosse numerose riforme, tra cui la revoca del divieto di associazione massonica e l'ampliamento della marina militare, affidata al suo favorito John Acton, e riuscì a sganciare Napoli dall'influenza del regno spagnolo. 18
Tuttavia, durante la rivoluzione francese, Maria Carolina abbandonò per sempre la sua posizione di sostenitrice del dispotismo illuminato e si schierò invece tra i più strenui conservatori dopo l'esecuzione della regina di Francia, Maria Antonietta, la prediletta tra le sue sorelle, che per contro era sempre stata un'implacabile avversaria della causa rivoluzionaria. Scandalizzata dal trattamento riservato alla sorella, la regina di Napoli la prese ad esempio e non seguì mai più le idee riformiste della madre e dei fratelli. Sviluppò un forte sentimento antifrancese e si alleò con la Gran Bretagna e l'Austria contro la Francia durante le guerre rivoluzionarie francesi e napoleoniche. Fuggì in Sicilia con il marito dopo l'invasione francese della parte continentale del regno, dove fu proclamata la Repubblica Napoletana nel gennaio 1799. Sei mesi dopo, tornata sul trono, Maria Carolina fu tra i principali sostenitori delle sentenze di morte emesse contro i rivoluzionari, tra cui un gran numero di quegli intellettuali un tempo da lei sostenuti. Fu deposta nuovamente dalle forze napoleoniche nel 1806, e trascorse i suoi ultimi anni in esilio a Vienna, dove morì nel 1814, poco prima di poter assistere alla restaurazione dei Borboni sul trono delle Due Sicilie. https://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Carolina_d%27Asburgo-Lorena Nei confronti di questa regina, ecco il giudizio espresso da Benedetto Croce (La Rivoluzione Napoletana del 1799, Bari 1912): "Della regina Carolina si sono fatte, in tempi recenti, molte difese, che si spingono non solo alla completa giustificazione, ma anche all'ammirazione. Come si possa giustificare una donna che, oltre alle scorrettezze e turpitudini della vita privata, è stata colta in una serie di menzogne flagranti e di violazione d'impegni solenni presi sull'onore e sulla fede, io non riesco ad intendere. Circa poi all'ammirazione per la sua energia e per il suo ingegno, confesso che anche mi riesce abbastanza oscura, fin quando almeno l'energia e l'ingegno non diventino tutt'uno con l'irrequietezza e la chiacchiera. Spirito torbido, non ebbe né elevatezza mentale, né accorgimento e prudenza; e fece di continuo il danno suo e di tutto. È vero che, negli ultimi mesi della sua vira, dopo molte lezioni dell'esperienza, ella diceva che, se avesse potuto ricominciare a regnare, si sarebbe condotta in modo affatto diverso; ma, per fortuna, un colpo di apoplessia, ad Hetzendorf, le impedì di ricominciare." (pp. XVI-XVII) *§* MICHEROUX, Antonio - Diplomatico napoletano (Napoli 1735 - ivi 1805); ministro residente a Venezia dal 1785 al 1797. Rappresentante napoletano presso la Cisalpina, dopo l'invasione del regno da parte della Francia trattò prima per aiuti coi Russo-Turchi a Corfù e, sbarcato quindi (1799) nelle Puglie, avanzò trionfalmente su Foggia e Napoli, dove firmò coi repubblicani quella capitolazione del 19 giugno che fu poi violata dalla parte regia. Firmò più tardi la pace di Firenze (1801) e dal 1803 alla morte fu ministro degli Esteri. http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-micheroux/
MICHEROUX, Antonio. - Figlio di Giuseppe e di Maria Luisa Désjean, nacque a Napoli nel 1755. Il padre era colonnello del reggimento <<Hainaut>>, la madre era figlia di un brigadiere generale; ambedue le famiglie erano di origine vallona ed erano giunte a Napoli con l'esercito di Carlo di Borbone. Avviato, come i fratelli, alla carriera delle armi, a nove anni il M. entrò come cadetto nel reggimento paterno. Nel 1771 fu nominato sottobrigadiere nel battaglione <<Real Ferdinando>>, un'unità scuola per cadetti, antesignana della Real Accademia militare, e fu addetto alla compagnia colonnella ["agg. e s.f. ... Compagnia c., o assol. colonnella, era chiamata, in Francia e in Piemonte nei secoli 16° -18°, la prima compagnia di un reggimento, che apparteneva al colonnello generale da cui era, almeno nominalmente, comandata". www.treccani.it/Vocabolario/colonnella1/], di cui era nominalmente comandante lo stesso re.
Mentre continuava a servire nel battaglione, il M. grazie alla sua posizione fu introdotto negli ambienti di corte, divenendo uno dei favoriti della giovane regina Maria Carolina 19
d'Asburgo Lorena cui dedicò alcune poesie. A questi anni risale anche la sua iscrizione alla massoneria, diffusa e favorita anche a corte: dal 1778 al 1784 fece parte della loggia della Vittoria e, come risulta dal piedilista degli iscritti, ne fu anche segretario. Promosso nel 1774 sottotenente portabandiera nello stato maggiore del battaglione, rimase in servizio fino al 1782 quando, sottotenente nella compagnia <<Arriola>>, chiese al re di poter lasciare la vita militare, risultata troppo pesante per la sua salute, e di seguire invece la vocazione per le scienze politiche. Lo prese allora al suo seguito M. Mastrilli marchese di Gallo, nominato nel 1783 rappresentante napoletano a Torino: fu l'occasione che il M. attendeva per dare nei due anni successivi una buona prova del suo talento. Soddisfatto, il re lo nominò cavaliere dell'Ordine Costantiniano, capitano aggiunto dell'esercito e, soprattutto, lo destinò stabilmente al servizio diplomatico. Nel maggio 1785 il M. fu nominato ministro residente a Venezia. Presto, però, tornò a Napoli, sperando di poter ottenere, con il favore della regina, un incarico di maggiore rilevanza, come aggiunto all'ambasciata di Madrid o come rappresentante napoletano in Portogallo. L'opposizione di D. Caracciolo lo convinse, nell'agosto 1787, a far ritorno a Venezia. Intanto a Napoli aveva conosciuto il poeta G. Fantoni, che rimase poi in contatto epistolare con lui per tutta la vita. Anche il secondo soggiorno veneziano fu breve: nel marzo 1788, in seguito alla rottura delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica e il Regno delle Due Sicilie provocata dall'espulsione di un ufficiale napoletano che reclutava per il reggimento <<Real Macedone>> sudditi schiavoni a Napoli, il M. fu costretto a rimpatriare. A questo periodo dovrebbe risalire il suo matrimonio segreto con Maria Teresa Daneluzzi, già moglie del nobile G. Foscarini, dalla quale ebbe due figli, matrimonio reso pubblico solo nel 1791 quando, in occasione del soggiorno a Venezia dei reali di Napoli di ritorno da Vienna, il M. presentò loro la sua famiglia, ottenendo approvazione e protezione. Durante l'interruzione dei rapporti diplomatici il M. fu a Torino, Modena e Parma. Rientrò a Venezia nel maggio 1790 dopo che il governo veneziano ebbe presentato scuse per l'incidente occorso. Allo scoppio della Rivoluzione francese il M. tentò in due occasioni di far aderire la Serenissima alla lega degli Stati italiani proposta da J.F.E. Acton in funzione antifrancese, ma in entrambi i casi, nell'ottobre 1792 e nel febbraio-marzo 1794, senza esito. Stesso risultato ebbero le trattative segrete intavolate tra il M. e il rappresentante francese a Venezia, protrattesi tra fine 1794 e metà 1795 senza che fosse possibile arrivare a una pace fra Napoli e Parigi, per le eccessive pretese di quest'ultima. Queste trattative servirono comunque a fornire le basi per l'armistizio firmato a Brescia il 17 maggio 1796 da A. Pignatelli, principe di Belmonte che, dopo le vittorie di Napoleone Bonaparte in Lombardia, permise il ritiro del contingente di cavalleria napoletana dall'Alta Italia. Il M. rimase a Venezia anche dopo l'arrivo dei Francesi, nel maggio 1797, prolungando la sua permanenza fino a settembre e segnalando puntualmente, oltre agli eventi politici che segnarono la fine della Repubblica, anche l'operato e gli <<esecrandi discorsi>> degli esule napoletani, come C. Lauberg, F. Massa e F. Salfi, entrati a Venezia al seguito delle truppe francesi. Da Napoli, dov'era rientrato, il M. venne inviato nel gennaio 1798 a Milano, quale rappresentante di Ferdinando IV presso la Repubblica Cisalpina. In quel momento, l'incarico aveva particolare rilevanza: a Milano, date la sua posizione geografica e la presenza del comando dell'Armée d'Italie, era possibile cogliere i segni premonitori di un'eventuale, ulteriore espansione dell'influenza francese in Italia, tale da minacciare il Regno di Napoli. Il M. si mosse a tutto campo, sia cercando di staccare la Cisalpina dalla Francia, un compito chiaramente impossibile, sia sondando la possibilità di addivenire a un accordo con la Francia per una spartizione dello Stato pontificio. Nel tardo autunno 1798 il M. lasciò Milano per la Toscana; da qui, una volta arrivati a Napoli i Francesi, si portò per mare a Palermo, raggiungendovi, nel febbraio 1799, la famiglia reale che vi si era rifugiata. 20
Fu subito inviato nelle isole Jonie, passate alla Francia dopo il trattato di Campoformio e con Corfù assediata da un corpo di spedizione russo-turco. Aveva l'incarico di chiedere aiuti militari per la corte borbonica, ma dovette attendere fino alla caduta della piazza (4 marzo 1799), mentre gli giungevano dalle Puglie notizie della lotta in corso fra repubblicani e realisti e richieste di soccorso. Fatto ritorno a Palermo, ne ripartì il 3 aprile, non appena ebbe notizia del trattato di alleanza tra Russia e Austria, per organizzare a Corfù una spedizione di sostegno ai realisti delle Puglie. Una flottiglia composta dalla corvetta borbonica <<Fortuna>>, da due fregate russe e da un brick e una corvetta turchi, con qualche centinaio di soldati a bordo, lo sbarcò il 17 a Brindisi, in mano ai realisti. Subito dopo, però, il comandante russo lo obbligò a rientrare a Corfù cosicché un nuovo sbarco poté essere effettuato solo il 3 maggio, in concomitanza del ritiro dei Franco-repubblicani. Il giorno successivo, mentre Monopoli passava all'obbedienza regia, il M. emise un proclama alla popolazione nella sua qualità di plenipotenziario del re. Entrò, però, subito in contrasto con gli emissari del cardinale F. Ruffo giunto in Basilicata con la sua armata della Santa Fede. Il 14, capitolata Bari, emanò un indulto generale, con pochissime eccezioni, nei confronti dei repubblicani, ciò che provocò le proteste di Ruffo, rivolte sia al primo ministro Acton sia direttamente a lui. I contrasti rimasero, tanto più che il M. sostituì con una persona di propria fiducia il preside [: prefetto; governatore di una provincia] di Lecce nominato dal cardinale che, da parte sua, ribadiva come il M. fosse dotato dei soli poteri per trattare con Russi e Turchi. Sottomessa Barletta e Foggia, il M. continuò ad avanzare parallelamente alla masse di Ruffo al quale inviò il 30 maggio un piano che prevedeva la possibilità per i repubblicani di arrendersi, consegnare Napoli e imbarcarsi per la Francia, progetto che il cardinale bocciò. Il 2 giugno era ad Ariano con circa duecento regolari russi e borbonici. Il 5 si unì all'armata sanfedista che tra il 13 e il 14 entrò in Napoli vincendo la resistenza dei repubblicani costretti a chiudersi nei castelli. Alternando bombardamenti e trattative l'assedio di Castel Nuovo e di Castel dell'Ovo si protrasse fino al 20, quando i repubblicani capitolarono con il patto di potersi imbarcare per Tolone. Il M. aveva già procurato le navi necessarie per il trasporto quando il 24 l'ammiraglio H. Nelson rigettò la capitolazione già firmata. Vane furono le proteste scritte di Ruffo, dei comandanti russo e turco e dello stesso M.: da Palermo i regnanti fecero sapere che i ribelli repubblicani dovevano essere tenuti sotto sorveglianza degli Inglesi, in attesa di giudizio, e che Ruffo poteva essere arrestato e spedito a Palermo se si fosse opposto. A Napoli resisteva ancora, difeso dai Francesi, il castello di S. Elmo. L'assedio proseguì, mentre si alternavano bombardamenti e trattative al centro delle quali fu pure il M., anche perché nel castello era prigioniero suo cugino Alberto, maresciallo borbonico. All'atto della capitolazione (11 luglio 1799) il comandante francese denunciò e consegnò i repubblicani che avevano trovato rifugio tra le file della sua guarnigione. [...]" http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-micheroux_(Dizionario-Biografico)/
Ecco il giudizio di Benedetto Croce (La Rivoluzione Napoletana del 1799): "Tra i personaggi della reazione ce n'è qualcuno assolutamente rispettabile, come quel diplomatico Antonio Micheroux, che fu il vero ideatore della benigna capitolazione conclusa coi patrioti, e la cui opera è stata ora degnamente illustrata dal Maresca (in Arch. stor. nap., Voll. XVIII e XIX)." (p. XVI, in Nota) *§* "NELSON, Horatio (Burnham Thorpe 1758 - Trafalgar 1805). Militare inglese. Entrato in marina a soli dodici anni, fu nominato luogotenente di vascello a diciannove e capitano di fregata a ventuno. Combatté, distinguendosi in varie occasioni, contro la Francia rivoluzionaria. Ma la fama arrivò soprattutto dopo la vittoria di Abukir (1° agosto 1798). La sua popolarità calò in seguito al comportamento assunto alla caduta della Repubblica partenopea (giugno 1799), quando pretese la resa incondizionata dei capi giacobini e fece 21
impiccare l'ammiraglio Francesco Caracciolo che si era rifugiato sulla sua nave. Nel 1801 attaccò e distrusse la flotta danese nel porto di Copenaghen. Con la ripresa delle ostilità contro Napoleone (terza coalizione) fu nominato comandante in capo della flotta del Mediterraneo. Riuscì quindi a sventare il tentativo di sbarco francese in Inghilterra, distruggendo a Trafalgar (21 ottobre 1805) la flotta francese. Ma, ferito alla schiena, morì sulla sua nave durante la battaglia." (Diz. St., p. 886). Ecco il giudizio di Benedetto Croce (La Rivoluzione Napoletana del 1799): "Più difficile è giudicare l'opera di un uomo come il Nelson, forse non pari in tutte le sue facoltà alla genialità militare che possedeva, ma dominatore e creatore di grandi fatti, dai quali non poteva non attingere serenità e superiorità. Che egli operasse sotto la suggestione delle moine di Emma Lyons e delle preghiere di Maria Carolina, sembra da escludere: al più, quelle moine e quelle preghiere potettero avere sull'animo suo un'efficacia secondaria. Parrebbe piuttosto che l'odio dell'inglese, contro i francesi e i loro partigiani, lo accecasse e spingesse ad atti selvaggi e sleali; e il vedere qualcuno degli ufficiali suoi dipendenti, come il capitano Toubridge, gareggiare con lui in tali sentimenti, potrebbe confermarci in questa idea. Un'altra ipotesi è stata fatta, che metterebbe in diversa luce il carattere e l'opera del Nelson. Si è detto che egli ubbidisse ad ordini segreti del governo inglese, che volevano perpetuare nell'Italia meridionale l'antitesi e la discordia tra sovrani e sudditi, in modo che l'Inghilterra avesse sempre un piede in queste regioni, e potesse valersi delle due Sicilie pei suoi scopi commerciali e militari. Nelson, che spirò a Trafalgar con la parola <<dovere>> sulle labbra, avrebbe compiuto uno di quei terribili doveri, che rendono così dolorosa la condizione del militare, spesso strumento puro di fatti impuri. Non tutte le ragioni addotte a conforto di questa ipotesi mi paiono sostenibili; ma, certo, essa spiegherebbe molte cose, e a me tornano innanzi alla mente le fredde parole con le quali lord Grenville nel parlamento inglese rispondeva all'attacco del Fox per la violata capitolazione: - che se il cardinal Ruffo aveva avuto ragioni lodevoli per concludere quel trattato, il Nelson ne aveva avuto di migliori ancora per romperlo! Data come accettabile questa ipotesi, la responsabilità del Nelson si ridurrebbe, in parte almeno. a quella della politica inglese, e quest'ultima, a sua volta, per gran parte, alla condizione obiettiva che mette i popoli gli uni contro gli altri, con la prosperità che nasce dalla rovina e la rovina dalla prosperità. E, come capita spesso a chi indaghi le cause degli avvenimenti umani, dove credevano dapprima di trovare l'arbitrio degli individui, urtiamo nella necessità delle cose." (pp. XVII-XIX) *§* "PAGANO Francesco Mario (Brienza 1748 - Napoli 1799). Politico napoletano. Avvocato e giudice, esule nel 1798, rientrò a Napoli nel 1799 come membro del Comitato legislativo della Repubblica partenopea. Autore di un progetto di costituzione mai applicato per la caduta della repubblica, fu catturato dai borbonici e giustiziato." (Diz. St., p. 937) Vincenzo Cuoco(1806) lo definisce così: " PAGANO Francesco Mario. Il suo nome vale un elogio. Il suo Processo criminale è tradotto in tutte le lingue, ed è ancora uso delli migliori libri che si abbia su tale oggetto. Nella carriera sublime della storia eterna del genere umano voi non rinvenite che l'orme di Pagano, che vi possano servir di guida per raggiungere i voli di Vico." (p. 208 ==> 214/404) *§* Girolamo PIGNATELLI, principe di Moliterno (Napoli, 1774 - † 14 ottobre 1848). Generale italiano. Secondogenito del Principe di Moliterno e Marsiconuovo, studiò a Torino, dove suo padre era ambasciatore di Ferdinando IV e Napoli; la madre, Giulia Pescara, era sorella di Vittoria Pescara, a sua volta madre di Francesco Caracciolo. Dopo che l'esercito francese aggredì il Regno di Sardegna (1792) Girolamo Pignatelli si arruolò nell'esercito 22
sabaudo e combatté contro i Francesi col grado di capitano di cavalleria. Fatto prigioniero dai francesi nella battaglia della Giletta (18 ottobre 1793), fu scambiato con il generale francese Casablanca. Fu ferito a Fombio (8 maggio 1796) e perse l'occhio destro; più tardi, nel gennaio 1799, la plebe napoletana lo insulterà chiamandolo cecato fauzo (finto cieco). Quando le truppe guidate da Championnet invasero il Regno di Napoli (1798), Girolamo Pignatelli cercò di opporvisi assuolando a sue spese a Gaeta due reggimenti di cavalleria. Conosciute le clausole del gravoso armistizio di Sparanise, sottoscritto l'11 gennaio 1799 con Championnet dal Vicario generale, il popolo napoletano decise di difendersi da solo e nominò suoi comandanti il nostro Girolamo Pignatelli e il duca di Roccaromana, Lucio Caracciolo. I due non riuscirono tuttavia a controllare la reazione popolare, e mentre la città era in preda all'anarchia, Pignatelli si rifugiò nel forte di Sant'Elmo che i patrioti avevano conquistato nella notte tra il 19 e il 20 gennaio con l'aiuto di Pignatelli e di Caracciolo. Pignatelli trattò con Championnet, e il 15 febbraio 1799, divenuto ex-nobile, entrò nel governo repubblicano e, pochi giorni dopo fu inviato dal Governo provvisorio della Repubblica Napoletana a Parigi per ottenere il riconoscimento dell'indipendenza della stessa Repubblica; ma il Direttorio si rifiutò ripetutamente di ricevere la deputazione napoletana e non ratificò il trattato. Moliterno, di cui la Francia si diffidò sempre, fu sottoposto al confino e a stretta sorveglianza. A Parigi difese l'onore dell'esercito napoletano contro il generale Mack. Questi sfidò dapprima Pignatelli a duello; ma poi si ritirò <<per viltà>>, a giudizio del Cuoco. Sebbene il Pignatelli fosse partigiano dei Borboni, fu escluso dall'amnistia che seguì la Pace di Firenze (28 marzo 1801). Restò a Parigi, dove fu coinvolto in una congiura. Dopo un periodo trascorso a Berlino (1805), nel settembre 1806 raggiunse la Sicilia e si pose al servizio dei Borboni. Nel 1808 organizzò delle bande armate antifrancesi in Calabria e nel 1813 organizzò tentativi di reazione armata contro Gioacchino Murat nelle Marche e negli Abruzzi. Rientrò in Napoli nel 1820, e da allora visse in ristrettezze economiche. https://it.wikipedia.org/wiki/Girolamo_Pignatelli Vd. anche V. Cuoco, Saggio Storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799, Bari 1913, pp. 80, 81, 84, 275, 321. *§* RUFFO DI BAGNARA Fabrizio (San Lucido di Calabria 1744 - Napoli 1827). Religioso e politico italiano. Nel 1791 fu creato cardinale e nel 1798, dopo l'invasione francese di Napoli, seguì il re nella fuga a Palermo. Nominato vicario reale, sfruttò la rivolta antigiacobina dei contadini per allestire un esercito della Santa fede (→ sanfedismo), con cui riconquistò Napoli. Deluso per la violazione da parte britannica delle onorevoli condizioni di resa da lui concesse ai giacobini, si ritirò." (Diz. St., p. 1105) * - "SANFEDISMO (1799). Movimento politico antirivoluzionario composto in prevalenza da contadini e plebi urbane. Si costituì nel Mezzogiorno italiano e con la sua azione determinò il rapido crollo della Repubblica partenopea di ispirazione giacobina. I sanfedisti difendevano i valori religiosi, sociali, culturali e politici tradizionali (la <<santa fede>> da cui presero il nome) contro le <<novità>> francesi. Il loro successo fu facilitato dall'appoggio del cardinale → Ruffo di Bagnara, che ne assunse la guida. Il problema del sanfedismo, posto per primo da Vincenzo Cuoco nel saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 (1801) fu quello dei limiti dei giacobinismo napoletano che non seppe fare proseliti fino a divenire un movimento di massa, sia per l'arretratezza dei contadini, sia per il miope localismo dei giacobini che operavano nei centri minori. Il termine sanfedismo fu usato, nell'Ottocento, in un senso più ampio e polemico per designare i più tenaci e reazionari assertori dell'alleanza fra trono e altare." (Diz. St., p. 1122) *§* 23
1.8. PERSONAGGI CAROVIGNESI SOMMARIO: Castelli Vincenzo. - Cavallo Pietro. - Cavallo Renato. - Cavallo Tommaso. De Mola Antonio. - Del Prete Ignazio. - Morelli Cosimo (?). - Trisolini Francesco. Don Vincenzo CASTELLI. Nato a Carovigno il 4 aprile 1774 dai coniugi: Mag.co D.re Fisico Paolino Castelli e Mag.ca Pasqua Morelli di Donato Morelli e Anna Scatigna. Il matrimonio tra Paolino Castelli e Pasqua Morelli fu celebrato il 6 gennaio 1771. Si fa presente che nel CATASTO ONCIARIO 1790 di CAROVIGNO, a p. 437, risulta: - Paolino Rastelletti Castelli della Città di Brindisi. Dr. Fisico di Anni 46. - Donna Pasqua Morelli, moglie, di anni 53 - Donna Candita in Capillis, figlia, di Anni 15 - Giovan Battista, figlio, Scolare di Anni 12 - Vincenzo, figlio, Scolare di Anni 10. # Abita nel Rg.° Castello, per la quale ne paga annui Dodeci. Si fa altresì presente la data di nascita di D. Pasqua Morelli: Carovigno, 5 agosto 1737. E infine la data di morte di Don Vincenzo Castelli: il 25 maggio 1826, in Carovigno, all'età di 50 anni. * Antonio Lucarelli (LA PUGLIA NELLA RIVOLUZIONE NAPOLETANA DEL 1799) ricorda, tra "i nomi di molti gentiluomini pugliesi, che fecero parte della truppa collettizia dei còrsi, battendosi a Martina, Acquaviva, Altamura ed in altri luoghi [...] Vincenzo Castello di Carovigno, che prese parte all'assedio di Capua, ..." (NOTA 79 p. 322) Lo stesso autore, riportando un brano del manoscritto del sacerdote Fiani: <<Ottantadue - narra il sacerdote Fiani - fummo le prime vittime prescelte da bordo alle polacche, sopra le quali per quaranta giorni ci avevano esposti al più insultante ludibrio del popolo. Ci ligarono con le braccia come tanti malfattori, e fra gli urla di una venduta plebe nel memorando giorno del 3 agosto 1799 ci trascinarono negli orridi sotterranei del Castel Nuovo>, rievoca "alcune notizie dalle fonti napoletane, palermitane e pugliesi: in Castel Nuovo rivediamo, egli dice, insieme col futuro storico Vincenzo Cuoco, [...] e il <<soldato civico>> Antonio de Mola di Carovigno, che si era battuto a Castellammare; ...". (p. 509) *§* Don Renato CAVALLO. Avvocato, Sindaco di Carovigno, feudatario di Massafra. Coniugato con Carmela Tanzarella di Ostuni. Nato il 2 luglio 1745 - † 28 agosto 1807. Figlio di Pietro Cavallo (senior) e Andriella Epifani. Fratello di Don Tommaso Cavallo.
Don Tommaso CAVALLO. Cappellano di Malta, feudatario di Massafra. Nato il 2 aprile 1752 - † 10 ottobre 1821. [=> figlio di Pietro Cavallo Senior (15 dicembre 1708 - † 9 dicembre 1767) e di Andriella Epifani: coniugati il 15 agosto 1744; => e fratello del suddetto Renato Cavallo] Don Pietro CAVALLO junior, giudice, carbonaro, massone e filologo. Coniugato con Angela Monti. Nato il 24 ottobre 1777 - † 13 ottobre 1841. Figlio di Don Renato Cavallo e Donna Carmela Tanzarella di Ostuni. Cugino di Don Francesco Trisolini (Vd. infra) Michela Pastore (Settari in Terra d'Otranto (Lecce, 1967) riporta alle pp. 42 e 43: "12. Don Pietro Cavallo, di Carovigno, legale, settario prima del 1820, massone e carbonaro. Nel 1817 fu l'uomo turbolento, effervescente nel nonimestre." "21. Tommaso Cavallo, di Carovigno, civile, settario prima del 1820, carbonaro. Sergente della Legione." 24
*§* Don Antonio (Maria Pasquale Gaetano) DE MOLA. Nato a Carovigno il 3 giugno 1775, dai coniugi: Francesco De Mola e Maria Angela Capriglia. Morto il 6 ottobre 1815, all'età di 40 anni, ucciso da ladroni sulla via Carrera di Serranova. Scrive Enzo Filomena, ne I Cavallo di Carovigno, che Antonio De Mola "fu poi controllore dei Dazi indiretti per i suoi meriti essendo stato in Francia come emigrato." (p. 19) Nicola Vacca riporta: "Figlio di Francesco e di Mariangela Caprigli, nativo della città di Carovigno, in provincia di Lecce, di anni 23, capelli e ciglie scure [sic], occhi paldi, viso lungo con piccole vaiole sparse sul viso, con due cicatrici una sul collo della gola nella parte sinistra, ed un'altra in mezzo la fronte, e con un piccolo neo sotto l'occhio sinistro e con due macchie sulle due parti superiori del petto, statura 5 piedi, 1 pulgata [: pollice]; professore legale (p. 40). Antonio DE MOLA <<soldato civico>> (Lucarelli, II, 472). Gli sequestrarono i beni (Vacca, Patrioti, 58) che furono dissequestrati il 23 aprile 1802 (A.S.L., Sez. not., sched. 934, fol. 58). In Lecce fu poscia Controloro [sic] delle contribuzioni dirette. Pare sia morto circa il 1819." (p 326) - In Nicola Vacca, I REI DI STATO SALENTINI DEL 1799, Vecchi & C. Editori, Trani 1946. Vd. anche supra Don Vincenzo Castelli.
Relativamente allo stesso De Mola, Nicola Vacca, in Rei di Stato - Prov. di Lecce - a. 1801 - fascicolo n. 17, di cui alla Rinascenza Salentina IV, 1936, Appunti e note. Patrioti salentini del 1799 (pp. 53-60), riporta: - "Rei di Carovigno: Contro Antonio di Neola [: Antonio De Mola] con ordini di detta Generale Amministrazione in seguela delle disposizioni di detta Suprema Giunta eseguito dalla Corte locale a marzo 1800. Consiglieri - Pro Amministratori: Don Giuseppe Carlo Epifani - detto Carducci." (p. 58) http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS36_appunti_note.pdf *§* Don Ignazio Del Prete. Nato a San Vito verosimilmente nel 1756, perché nel Catasto Onciario 1790 di Carovigno risulta: "Dottore di Legge della Terra di S. Vito di Anni n.° 34. E D. Angela Antonia Ruggiero, moglie, di Anni 39. Eleonora, figlia, di Anni n.° 10; Placido, figlio, di Anni n.° 8; Aurelia, figlia, di Anni n.° 6; Marianna, figlia, di Anni n.° 4; Ferdinando, figlio, di Anni 2. Abita in casa propria, sita nella strada del Carmine con diversi commodi." Si precisa che Don Placido Del Prete (figlio di Ignazio) è nato il 1° gennaio 1780 a Carovigno, e qui è morto il 27 giugno 1813, all'età di 33 anni. Nota: a. 27 di professione galantuomo, abitante nella strada del Carmine. Al 2° figlio, strada La piazza. In atto di morte, dichiarano: di professione civile, di anni trentatré, strada del Carmine. Don Ignazio Del Prete si è sposato con D. Angelantonia Ruggiero parimenti di San Vito, il 29 febbraio 1778, nella Chiesa Madre di Carovigno. Ed è morto il 23 gennaio 1820, a Carovigno, all'età circa di 73 anni. *§* Morelli. Chi sia effettivamente, non è dato sapere con precisione. Congetturo possa essere Cosimo Morelli, incluso tra i Carbonari di Carovigno [Vincenzina ZARA, La Carboneria in Terra d'Otranto (1820-1830), p. 46], e parimenti tra i Settari in Terra d'Otranto di Michela Pastore (Lecce 1967): "N. 24. Cosimo Morelli, di Carovigno, civile, settario prima del 1820, carbonaro. Legionario volontario ed entusiasta:" (p. 43) *§* Don Francesco Saverio Domenico TRISOLINI. (2 agosto 1772 - †9 ottobre 1848), di Mag.co Pasquale Trisolino e Donna Concetta Tanzarella di Ostuni (Sorella di Donna Maria Carmela Tanzarella di Ostuni, moglie di Don Renato Cavallo). Cugino di Don Pietro Cavallo junior. (Vd. supra). D. Francesco Trisolini, coniugato con D. Rosa Grottoli. 25
Vincenzina ZARA, nel Capitolo II. Le Vendite Carbonare de LA CARBONERIA IN TERRA D'OTRANTO (1820-1830), per quanto concerne Carovigno, riporta "Trisolini Francesco, Tesoriere; rivoluzionario del 1799; offriva i locali, dove si riuniva la V.a (: Vendita) pei travagli." (p. 45 ==> 66/247) Michela Pastore (Settari in Terra d'Otranto, Lecce 1967): "N. 4. Francesco Trisolini, di Carovigno, proprietario ed attuale supplente giudiziario, settario prima del 1820 e durante il nonimestre, massone e carbonaro, Tesoriere. Offrì desso il locle in cui si riunivano in Vendita carbonaria. Nel 1799 fu pure segnalato rivoluzionario." (p. 42) Nel CATASTO ONCIARIO 1790 di Carovigno si legge: - Pasquale Trisolino Reg.° Notaro, vive nobilmente del suo di Anni 38. - Mag.ca Concetta Tanzarella Moglie di Anni 37. - Francesco figlio Seminarista di Anni 15. - ... omissis ... *§*
1.9. RIFLESSIONI PERSONALI CONCLUSIVE La Rivoluzione Napoletana mi si palesa originata dalla tragica e crudele personificazione delle contraddizioni esistenti tra due realtà opposte e contrare. Da una parte, la notoria fedeltà dei contadini e dei lazzaroni (: uomini della plebe napoletana) alla monarchia borbonica <=> dall'altra, l'essere stati, i repubblicani rivoluzionari, null'altro che una sparuta minoranza che in definitiva rappresentava solo se stessa. Per il popolo, i nuovi governanti significavano tasse pesanti e un calendario incomprensibile e lesivo del sentimento religioso <=> i nuovi governanti non potevano fare a meno della protezione militare della Francia, i cui generali miravano principalmente a sfruttare economicamente le popolazioni sottomesse. Le masse rurali erano analfabete <=> i c.d. patrioti e la propaganda giacobina non avevano nulla da offrire loro, e non avrebbero mai potuto avere su di esse una presa paragonabile alle prediche del parroco. I governanti italiani avevano il nome, non la sostanza del potere <=> nelle questioni importanti non decidevano alcunché, controllati com'erano dai generali e commissari francesi che intrigavano con altri italiani contro di loro. L'imposizione, da parte dei governanti italiani, di nuovi tributi per l'esercito francese <=> l'odio dei contribuenti a esclusivo vantaggio della grande nation. L'impossibilità dei governanti a rimediare alla debolezza economica e finanziaria dei loro stati <=> l'ostilità dei conquistatori, che facevano e disfacevano a loro piacere, pronti a scambiare le aspirazioni all'indipendenza e la probità per sentimenti antifrancesi e unitari. Quando l'occupazione francese giunse al crollo (1799), le bande che attaccavano i francesi in ritirata erano condotte da preti e da nobili <=> non da patrioti. Ma vi è un'altra considerazione da fare, e riguarda i più illuminati personaggi della società napoletana. Se è certamente vero che questi personaggi della storia partenopea, "sacrificando la loro stessa vita per un ideale di libertà, con il chimerico fine di fondare uno Stato sui principi di 26
ragione e giustizia, decisero di gettarsi in una celebre impresa rivoluzionaria, mentre cospicua parte della popolazione assisteva ignara e impaurita al susseguirsi degli eventi". (http://terredicampania.it/reportage-in-campania/repubblica-napoletana-storia-1799-2/14/01/2019/);
è parimenti vero che siffatta idealità è stata per l'appunto assolutamente ideale: sarà stata pure illuminata la mente di chi l'ha concepita, ma la luce troppo intensa della rivoluzione è certo che li abbagliò facendo loro negligere di fatto le condizioni oggettive e operative per poterla attuare: personaggi illuminati, non sono molto dissimili da quei generali che fanno la guerra senza soldati. Una illuminazione delle menti che prescinda dalla responsabilità, è di per sé già sfocata, sterile e insensata. La voce responsabilità è qui da intendersi come la capacità di prevedere gli effetti del proprio comportamento e di correggere lo stesso comportamento in base a tale previsione. Così quegli intellettuali illuminati si gettarono in una impresa rivoluzionaria che aveva il destino segnato fin dalla nascita: da ritenersi a mio avviso assolutamente degli irresponsabili. Altro che la componente più scelta dell'intellighenzia meridionale!? Infine, a me sembra che più che una rivoluzione, quella partenopea, sia stata una guerra civile che, in quanto tale, portava con sé, già apriori, atrocità, crudeltà, incendi, orrori, rapine, vendette, violenze, saccheggi, soprusi ecc. ecc. che notoriamente contraddistinguono le guerre. In altre parole, se ci furono martiri illuminati, ci furono anche martiri lazzaroni, e infine martiri innocenti. Ecco perché la guerra, avente in sé la distruzione violenta di vite e di beni, è il male peggiore dell'uomo. ReIativamente ai "martiri illuminati", il Prof. Mimmo Lotti annota: "Hanno sacrificato la loro vita per degli ideali, sono quindi da apprezzare e non condannare col senno di poi!" Da parte mia, nessuna obiezione! Per quanto concerne Carovigno, si evidenzia che questa guerra civile, come l'ho chiamata, avvenuta nel 1799, tra due opposte fazioni appunto carovignesi, si ripetette 49 anni dopo, nell'Agosto del 1848: da una parte i Del Prete e altri 28 imputati, dall'altra gli amministratori (sindaco e decurioni) e altre persone notabili del paese. (Vd. Istruzione Criminale relativa al tentativo di guerra civile in Carovigno. A.S.Lecce, N.° 32 al Registro de' Misfatti dell'anno 1848)
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2.0. APPENDICE SOMMARIO: 10 aprile 1800. - 7 maggio 1802 10 Aprile 1800 ARCHIVIO DI STATO DI BRINDISI. Notaio CARLUCCI VINCENZO [N. 7 - VOL. 32 - 1800 - B. 40] Da 46v a 51r === Donatio et renunciatio Nummorum === === Pro === === Edificanda Ecclesia Matrice === === a === === U.J.Doc.rem Sebastianum Faraone ===
Die decimo Mensis Aprilis tertiae Indictionis millesimi octingentesimi in Civitate Carovinei te Reg. ... Avanti di noi Publico e Regio Not.ro Vincenzo Carlucci di questa città di Carovigno in Otranto, Mag.co Giovanni di Giovanni Regio Giudice a contratti della medesima Città, e testimoni, Videlicet [: cioè], Mag.co Vincenzo di Giovanni, Mag.co Tommaso de Milato e Mag.co D. Santo Scarano di detta Città di Carovigno, presenti etc., personalmente costituto il Dottor D. Sebastiano Faraone di questa sudetta Città di Carovigno, il quale spontaniamente agge ed interviene alle cose infrascritte, per se stesso, suoi eredi e successori, da una parte; Ed il Mag.co D. Fran.co Pignani Regio Gov.re e Giudice di d.a Città, il Dott.re Fis.co D. Nicola Marinò General Sindaco della medesima, nec non i Rev.di Sacerdoti D. Vito Cataldo Andriani Vicario Foraneo, D. Giuseppe Carlucci sotto Curato, il Dott.re D. Ignazio del Prete, Dott.re D. Renato Cavallo, e Dott.re D. Fran.co Caliolo dell'istessa Città di Carovigno, li quali similmente aggono et intervengono alle cose infrascritte, per se stessi, loro eredi e successori § dall'altra parte. Detto Dott.re D. Sebastiano Faraone asserisce, qualmente aveva, e teneva da vero Sig.re e Padrone la somma di ducati mille settecento novantadue e grana ottantasei [duc. 1.792, gr. 86], ricavati da introiti di sua casa, quale l'anno passato [: 1799] per le rivoluzioni del Regno aveva nascosto dentro un sottano di sua abitazione, e che poi la notte precedente alli cinque del presente mese di Aprile ed anno 1800, le fu da figli d'iniquità detta somma rubata. Il medesimo come dice, è comparso per ricuperare la detta somma perduta, quale ricuperata, o per via della giustizia, ed essendo così toltone le spese che ne giudizii si sogliono soffrire, o per mano dei confessori, o per altro modo e forma, da ora alle mani di Gesucristo Sig.re Nostro, e per Esso all'Ill.re Principe di Frasso, ed in sua vece al Dott. D. Ignazio del Prete, Dott.re D. Renato Cavallo e Dott.re D. Fran.co Caliolo, li quali debbano spenderla alla costruzione della Madrice Chiesa di Carovigno, in onore e gloria d'Iddio, mediante l'assenso ottenuto dal nostro Rè /D.G./ anni sono, precedenti ordini e mandati de Rev.di Sacerdoti D. Vito Cataldo Andriani Vicario Foaneo, e D. Gius.e Carlucci, minore sotto curato, col ritorno dei quali mandati ne riscuoteranno in fine detti Sig.ri Dott.ri da detti Sig.ri sacerdoti le liberatorie. Ed a tal'effetto, da ora il detto Dott.re D. Sebastiano Faraone supplica caldamente il Rev.do Capitolo di questa sudetta Città, e tutti li sacerdoti singuli, uti singoli a porgere preghiere a Dio, ed all'Anime sante del Purgatorio per far ricuperare la detta somma di docati mille settecento novanta due, e grana ottantasei, come anche supplica tutto il Popolo ad unire le loro preghiere con quelle della chiesa per darsi so[l]lecito moto alla costruzione della Casa d'Iddio. Ed avendo qualcheduno del Popolo notizia dei rei di tal furto, che li andasse a denunciare alla giustizia per potersi ricupeare il denaro ed impiegarsi nell'opera della Casa d'Iddio, tanto necessaria a questa Popolazione e ne otterrà dal Medesimo Iddio il quiderdone. 28
Ed intesa la detta deposizione del sudetto Dott.re D. Sebastiano Faraone, i presenti sudetti costituti D. Fran.co Pignani Regio Gov.re et Giudice, e General Sindaco D. Nicola Marinò, hanno lodato ed approvato la disposizione sudetta, e li Rev.di Sacerdoti D. Vito Cataldo Andriani Vicario Foraneo e D. Gius.e Carlucci Minore, sotto curato, ed i Dottori D. Ignazio del Prete, in nome e parte del suo Principale Ill.re Principe di Frasso, D. Renato Cavallo e D. Fran.co Caliolo, hanno abbracciato, come abbracciano in lode e gloria della Casa di Dio l'incarico ad essi affidato, convenendo tra essi loro che copia del sudetto istrumento si affiggli nella publica Piazza e si publichi più volte e s'inserischi anche nell'atti criminali sistenti in questa Regia Corte, dove si è proposta la querela per il furto sudetto. In seguela della qual sua deliberazione di donativo fatto della predetta somma dirubatale per impiegarsi alla Costruzione della Parocchiale Chiesa, che già si aveva di suo proprio pugno registrata, esso Dott.re D. Sebastiano Faraone soggiunse di essersi presentato avanti di lui poche ore addietro prima della stipola del presente atto il Rev.do Sacerdote e degnissimo confessore D. Giuseppe Carlucci Maggiore, prevendolo essersi in suo potere restituito un gruppo di monete d'oro, e d'argento, che se li è manifestato essere appunto quello rubato ad esso Dott.re D. Sebastiano Faraone, il quale a tal consolante notizia, niente rimovendosi, ma sempre più vedendosi persuaso, e confirmato nella sua già intenzione di applicarsi come sopra alla necessaria costruzione della nuova Parrocchial Chiesa, ha risposto all'anzidetto sacerdote Carlucci, che avesse portato subito il denaro restituitoli nella Casa Pretoriale del Sud.o Regio Governatore, e Giudice D. Fran.co Pignani come già ha eseguito, ed essendosi anche nella medesima Casa fatti chiamare dal predetto costituto Dott.re Faraone, li detti sacerdoti D. Vito Caraldo Andriani, e D. Gius.e Carlucci Minore, nonché li detti Mag.ci Dott.ri D. Ignazio del Prete, D. Renato Cavallo, e Don Fran.co Caliolo, che si sono all'istante presentati nella medesima Casa, ha voluto lo stesso Dott.re Faraone devenie con effetto all'atto del deliberato donativo con farne di quello stipulare l'istrumento così essersi proceduto alla numerazione del detto denaro restituito, quale fatta in presenza nostra, e di molti altri cittadini che sono accorsi alla notizia di questo eroico atto che da ognuno si è capito per un vero miracolo della diniva onnipotenza che vuole assolutamente la sua chiesa si è trovato in moneta d'oro, ed argento corrente in Regno nella somma di docati novecento vent'otto e grana ottana [duc. 928, gr. 80], che nella nostra presenza si sono consegnati alli predetti tre Dott.ri del Prete, Cavallo e Caliolo per disporne il conveniente all'oggetto sud.o della nuova chiesa, secondo si è di sopra enunciato. E siccome per l'integrale somma, come sopra dirubatale vi mancano altri docati ottocento sessanta quattro e grana sei [duc. 864, gr. 6], così esso Dott.re D. Sebastiano ferma dichiarando sempre più la donazione fatta dell'intiera somma come sopra dirubatali incarica ai predetti Mag.ci Dottori e Rev.di Sacerdoti di adoperare ogni loro vigilanza e cura per lo ricupero della ridetta ristante somma quale si spera con altro miracolo della Divina Onnipotenza di essere restituita per via della sacramentale penitenza, e ciò seguito, trasferisce le ampie facoltà necessarie a medesimi Dott.ri di riceverselo ed impiegarlo come sopra nella prelodata costruzione della nuova chiesa. E qualora non riuscirà, come sopra si è detto, tra un convenendo tempo farsene la restituzione per la sudetta via della sacramentale penitenza, possano essi Mag.ci Dott.ri proseguire l'azione criminale in unione del medesimo costituto Dott.re D. Sebastiano Faraone, non meno in questa sudetta Regia Corte, che nella Regia Udienza Provinciale, e dove anche sarà necessario quel denaro che vi occorrerà prendersi da sopra la sudetta somma ricuperata e restituita, quia sic, nec aliter, nec alio modo. Promettendo esso Dott.re costituto Faraone, siccome a se spetta ed appartiene la rinuncia e donazione sudetta, averla per sempre ed in ogni futuro tempo per rata, grata, valida e ferma ed a quella non controvenire per qualsivoglia causa etc. E per la reale osservanza delle cose sudette esso Dott.re D. Sebastiano spontaniamente ave obbligato se stesso, suoi eredi, e successori e beni tutti sotto la pena, e pena del doppio, colla clausola del costituto precario e patto de capiendo in forma ecc. e ne ha giurato siccome ne giura col tatto della scrittura. 29
*§* 7 maggio 1802 ARCHIVIO DI STATO DI BRINDISI. Notaio CARLUCCI VINCENZO [N. 7 - VOLUME R21 - 1802] Da 64v a 66r === Procuratio, per actum pubblicum === === Pro === === Mag.ca Universitate Civitatis Carovinei === Die Septimo Mensis Mai, quintae Indictionis, millesimi octingentesimi secundi, in Civitate Carovinei. In publico testimonio, ed avanti di noi publico et Regio Not.ro Vincenzo Carlucci di questa Città di Carovigno, Mag.co Giovanni di Giovanni Regio Giudice a contratti della medesima Città e i testimoni Videlicet [cioè:] D. Pietro Valente, e D. Salvatore Carlucci di d.a Città di Carovigno, personalmente costituti D. Giuseppe Carlo Epifani, General Sindaco della detta città, Not.ro D. Pascale Trisolini, Mag.co Michele Carlucci, Oronzo Felice di Vito e Vit'oronzo d'Adamo Eletti al governo della detta Mag.ca Università, i quali non potendo essere di persona nella Città di Taranto, perché legitimamente impediti, fidati perciò nell'integrità, lealtà e fede del D.re D. Antonio de Mola della stessa Città, lo stesso costituiscono special Procuratore in nome della sudetta Università a potere quietare, esiggere, ricuperare, ed appurare tutti li conti col Fisco per tutte quelle spese erogate dalla suddetta Università per il mantenimento delle Truppe Francesi adempite in vigore di Regi ordini, tanto per la somministrazione di veccia grano, orzo, avena, quanto di Pagliai Mante, Paglioni, Letti nobili, tavole, morali, ed altro, come il tratto rilevasi da recivi [: ricevute], bilanci ed altre scritture, che identificano le spese sudette; dando perciò concedendo a detto nostro Proc.re tutta la facoltà bastante vice et voce nostra con quella dell'alteri nos. In somma circa le cose sudette fare tutto quello che far potrebbero detti costituenti se fussero in detta Città di Taranto presenti. Promettendo il tutto aver per rato, grato e fermo, ed a quello non contravenire per qualsivoglia causa, sotto l'obligo di detti costituti, loro successori e posteri in quella in futurum, e beni tutti della sudetta Mag.ca Università, e ne hanno giurato tactis scripturis. [De] Quibus omnibus sic ita per actis, requisiti fuimus ut de predictis omnibus publicum conficere deberebus [: deberemus] actum, nos enim, unde etc.
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INDICE 1.0. PREFAZIONE 1.1. DEFINIZIONE 1.2. ALBERO DELLA LIBERTÀ 1.3. PROCLAMAZIONE DELLA REPUBBLICA NAPOLETANA 1.4. INIZI E SVILUPPI 1.5. ECATOMBE DEI GIUSTIZIATI NAPOLETANI 1.6. CAROVIGNO 1799 1.6.1. MARTINA FRANCA 1.6.2. 50 SOLDATI RUSSI A CAROVIGNO 1.6.3. TRUPPE FRANCESI A CAROVIGNO 1.7. PERSONAGGI DELLA RIVOLUZIONE 1.8. PERSONAGGI CAROVIGNESI 1.9. RIFLESSIONI PERSONALI CONCLUSIVE 2.0. APPENDICE BIBLIO-SITOGRAFIA
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