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Antonio Ingroia

Nel labirinto degli dèi Storie di mafia e antimafia

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www.saggiatore.it

Š il Saggiatore s.p.a., Milano 2010

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Sommario

Introduzione

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1. Il caso e la necessità

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2. Storia triste di una ragazza.  Perché e per chi è morta Rita Atria

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3. Io il procuratore sono

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Introduzione

Non è un libro di storia. Non credo che un magistrato possa o debba riscrivere la storia delle sue inchieste e dei suoi processi. Tocca agli storici, o ai cronisti. Tanto meno credo che debba avere la presunzione di scrivere la Storia. È un’accusa spesso rivolta contro la magistratura, quella di voler riscrivere la Storia dentro le aule giudiziarie. Ma è un’accusa infondata e ingenerosa, rovesciata addosso a chi fa solo quello che «deve» fare con umiltà, in una realtà umiliante. La realtà di una Sicilia abitata da un popolo umiliato che scopre ogni giorno che Alessandro Manzoni aveva torto. Aveva torto quando pensava che la storia è fatta dagli umili. Almeno qui da noi, la storia viene fatta soprattutto dai prepotenti e dai criminali, ed è spesso una storia turpe, di crimini e di impunità. Un crimine organizzato che semina terrore e morte. Una pretesa di impunità che i potenti impongono e di cui si avvalgono. Sebbene vari criminali siano stati attori della nostra storia, sono egualmente convinto che non tocca ai magistrati scrivere la loro storia, e soprattutto non tocca ai magistrati scrivere la storia dell’intreccio tra crimine e potere in Sicilia, nel Sud in

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generale e nell’intero paese, come una ricostruzione più esauriente oggi richiederebbe. Potrebbe essere, per esempio, un buon argomento per gli storici di professione. Questo, quindi, non è un libro di storia, ma un libro di storie. Storie tratte dalla mia esperienza giudiziaria. La vicenda umana e professionale di un magistrato che, un po’ per caso e un po’ per necessità, un po’ per scelta e un po’ per destino, si ritrova giovanissimo in mezzo alla Storia. Quella fatta anche dai grandi uomini, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, accanto ai quali ho avuto il privilegio di muovere i primi passi della mia carriera, e dai quali ho avuto la fortuna di sentirmi chiedere se mi sarebbe piaciuto, un giorno, occuparmi di inchieste di mafia, proprio come loro. E ora – sembra un secolo – mi sono ritrovato a ripercorrerne le orme, ricoprendo l’incarico di Procuratore aggiunto a Palermo. Quello assunto da Falcone negli anni della delegittimazione e dell’isolamento in Procura, quello ricoperto da Borsellino quando venne ucciso. Questo mi son proposto: raccontare di mafia e di antimafia, attraverso semplici storie di vita. Alcune riguardano episodi della mia vita personale, altre la vita di tutti noi. Conoscerle può aiutare, forse, a esercitare la memoria. Uno strumento diventato inutile nel mondo dell’eterno presente televisivo che ci invade, che conquista noi spettatori-sudditi senza passato, iperalimentati quotidianamente da chiacchiere urlate spacciate per opinioni e da opinioni camuffate da fatti. Ecco una modesta ambizione di questo libro: ritornare ai fatti, richiamare al terreno concreto della realtà. A proposito della realtà, credo che valgano le parole dette da Hannah Arendt sulla verità: «La

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0.Introduzione. La consapevolezza della memoria

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persuasione e la violenza possono distruggerla, ma non possono rimpiazzarla». Fatti, esperienze, avvenimenti di cui sono stato testimone diretto costituiscono la materia di questo libro. Fatti nobili e abietti. Esperienze di vita accanto a uomini straordinari come i nostri maestri comuni, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di fronte a criminali irriducibili e ad assassini che, da pentiti, si son trasformati in preziosi testimoni. Storie di eroismi e di inspiegabili tradimenti, sui luoghi delle stragi e delle tragedie, negli interrogatori dei poveracci e in quelli dei potenti. Un viaggio tra luci, ombre e l’oscurità di intrecci ignobili. Un itinerario a caccia dei colpevoli e dei complici, incrociando vite e volti di veri uomini di valore e di finti uomini di rispetto, di tanti mafiosi, e da tantissimi siciliani. Siciliani che, come diceva il principe Salina nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, si sentono perfetti, come se fossero dèi. Ed è proprio nel labirinto degli dèi che mi sono inoltrato in questi anni. Vorrei percorrerlo, ora, insieme ai lettori questo labirinto, convinto che solo con la volontà di cercare un percorso comune è possibile trovare la via d’uscita.

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1. Il caso e la necessità

La prima volta che mi interessai di mafia ero solo un ragazzino di dieci-undici anni che leggeva molto. Il mio interesse fu stimolato da uno scritto di Leonardo Sciascia. Non si trattava di uno dei famosi racconti dello scrittore di Racalmuto ambientati in contesti di mafia, come Il giorno della civetta o A ciascuno il suo, racconti straordinari che incontrai solo qualche anno dopo, ma della voce «Mafia» che Leonardo Sciascia aveva scritto per l’Enciclopedia dei ragazzi della Mondadori, un’opera divulgativa, sulla quale ho formato le mie prime basi culturali extrascolastiche. Mi colpì che Sciascia aveva rinominato quella voce «Maffia», con due effe, valorizzando ed analizzando le origini etimologiche della parola che io ancora non conoscevo. Leggere le opere di Sciascia, negli anni successivi, e vedere i film tratti dai suoi libri, come Il giorno della civetta e Cadaveri eccellenti, o altri capolavori del cinema civile degli anni settanta dedicati al tema mafia, da Salvatore Giuliano a Le mani sulla città, è stato determinante per la mia formazione. Gli effetti di quelle letture infantili e adolescenziali eviden-

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temente erano destinate a crescere e a durare nel tempo. Da studente universitario, iscritto alla facoltà di giurisprudenza di Palermo, sono stato tra gli organizzatori di un seminario di studi sulla mafia, autogestito dagli studenti, e l’impegno antimafia ha costituito una componente significativa del mio attivismo nel movimento studentesco. Più tardi mi avvicinai a un centro politico-culturale che svolgeva un ruolo pionieristico sul fronte antimafia: il Centro siciliano di documentazione, dedicato alla memoria di Peppino Impastato, il giovane militante ucciso dalla mafia. Centro che aveva (e ha tuttora) quale infaticabile animatore e motore organizzativo Umberto Santino, certamente fra i più importanti e seri studiosi del fenomeno mafioso. Peppino Impastato, prima ancora che il regista Marco Tullio Giordana gli dedicasse uno straordinario film come I cento passi, era già una figura di riferimento per molti giovani come me. L’antimafia come impegno politico, il coraggio nell’affrontare un temuto capomafia come Badalamenti, in un paese ad alta densità mafiosa come Cinisi, la «controinformazione» e la satira tramite una radio libera ed autogestita come Radio Aut, non potevano che stimolare lo spirito di emulazione dei giovani più impegnati. Allora non mi era ancora chiaro quale strada avrei scelto. Coltivavo una passione per il cinema e mi ritrovai responsabile della «sezione cinema» del Centro Impastato, che organizzava per le scuole rassegne di film sulla mafia. In quel periodo conobbi alcuni magistrati antimafia. Tra i primi, due giudici istruttori del pool di Falcone e Borsellino, che – come me – facevano parte del Centro Impastato: Peppino Di Lello e Giacomo Conte. Ricordo bene i colloqui, in particolare,

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2. Il caso e la necessità

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con Giacomo Conte, che svolse opera di convincimento, spiegandomi come da magistrato potevo mettere a frutto l’impegno intellettuale e politico antimafia da me esercitato in quegli anni. Un incontro certo indimenticabile fu quello con il consigliere istruttore Rocco Chinnici, il «capo ufficio» di Falcone e Borsellino, predecessore di Antonino Caponnetto, che qualche anno dopo, nell’estate del 1983, venne assassinato da Cosa Nostra, con la prima autobomba in città. Conobbi quell’uomo buono nel corso di un seminario sulle tossicodipendenze organizzato dal Centro Impastato. Aveva il tratto del padre di famiglia, comprensivo e autorevole, mai autoritario. Aveva il piglio dell’uomo forte e giusto, con un tratto di affabile semplicità. Mi impressionò molto. Chinnici, come Falcone e Borsellino, era considerato un mito. Lo ascoltavo con soggezione e rispetto, che non frenavano, però, l’impertinenza dello studente contestatore. Gli feci qualche domanda «scomoda» sulle prospettive che forme di legalizzazione delle droghe avrebbero potuto aprire nel contrasto del controllo mafioso del black market degli stupefacenti. Chinnici era un legalitario inflessibile e quindi contrario a qualsiasi forma di legalizzazione o liberalizzazione del consumo di qualsiasi droga. Mi contraddisse, ma lo fece in modo amabile e con quello spirito aperto, comprensivo delle ragioni degli altri, che mi fece percepire il mondo della Legge e della Giustizia non come qualcosa di separato e di chiuso in sé. Nulla in quel momento mi faceva ancora pensare che vent’anni dopo mi sarei ritrovato nel ruolo di Chinnici, nelle vesti del magistrato che va per le scuole a incontrare gli studenti, a informare, a soddisfare le loro curiosità, a rispondere ai loro interrogativi, a confrontarsi

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coi loro dubbi, con le loro perplessità. Questo impegno, per così dire, dislocato dei magistrati è di fondamentale importanza. Contribuisce a costruire e irrobustire una cultura della legalità, che possa fronteggiare sul campo lo spirito di sopraffazione e di violenza di cui si nutre l’universo mafioso di una città bellissima ma avvilita e tragica come Palermo. L’incontro con Chinnici mi lasciò un segno indelebile, così come mi segnò di profonda tristezza la notizia della sua morte. Quel 29 luglio 1983 ero in vacanza quando appresi da un’edizione straordinaria del telegiornale che il consigliere istruttore era stato ucciso. Un’autobomba collocata davanti al portone di casa era esplosa, mentre l’anziano magistrato stava per recarsi, come ogni mattina, in ufficio. Lo avevo conosciuto superficialmente e solo in quell’occasione, ma fu come perdere un amico, una persona cara. Nel 1982, era stata approvata la legge Rognoni-La Torre, che aveva introdotto nel codice penale l’articolo 416 bis, un’incriminazione ad hoc per il solo fatto di far parte di un’associazione mafiosa. Proprio Chinnici aveva chiesto per anni, invano, questo tipo di incriminazione. E non era stato sufficiente neppure l’omicidio dell’onorevole Pio La Torre, segretario regionale del Partito comunista italiano, il principale partito d’opposizione, perché il Parlamento approvasse il progetto di legge che La Torre aveva proposto. S’è dovuto subire l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il prefetto di Palermo, la prima carica dello Stato in Sicilia, perché la legge fosse finalmente approvata. Solo la più alta sfida contro lo Stato lanciata dalla mafia aveva potuto sbloccare l’immobilismo ed accelerare l’iter parlamentare.

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2. Il caso e la necessità

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Seppure ottenuta tardivamente, e a prezzo – ancora una volta – di un altissimo tributo di sangue, la legge ha consentito un notevole salto di qualità. Mi sembrò quasi naturale occuparmene e studiarla. Dopo aver conosciuto a un seminario di studi organizzato dal centro Impastato, Giovanni Fiandaca, uno dei più importanti studiosi di diritto penale e fra i primi commentatori della nuova legge, scelsi come argomento per la tesi di laurea la nuova figura di reato introdotta dalla legge, proprio l’associazione di tipo mafioso prevista dall’articolo 416 bis. Una predestinazione? L’incontro con Giovanni Falcone, qualche anno dopo, portava i segni dell’avviamento iniziatico. Tutto mi è rimasto impresso in modo indelebile, come fosse ieri e sono trascorsi ormai più di vent’anni. Ricordo la mia emozione al videocitofono davanti al portone blindato dell’ufficio bunker di Giovanni Falcone. Magistrato di prima nomina in attesa di destinazione, ero stato assegnato a lui per il tirocinio professionale da uditore giudiziario. La cosa mi inorgogliva, ma mi incuteva una non lieve apprensione. Falcone era già un magistrato leggendario, e lo era in modo particolare agli occhi di un giovane palermitano che aveva studiato in tutte le sue pieghe la monumentale ordinanza-sentenza con la quale il pool di Falcone e Borsellino aveva chiuso l’istruttoria del maxiprocesso. Sentivo crescere l’emozione già avvicinandomi a quell’ufficio. Un bunker dentro il bunker. Il Palazzo di Giustizia di Palermo era protetto da blindature e uomini armati. Ma Falcone era asserragliato dentro una cassaforte ancora più segreta. Dal piano terra si accedeva, attraverso una porticina, a una rampa di scale, che portava a una piccola ala del palazzo. Qui erano situate le varie stanze

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dei giudici istruttori e, alla fine, in fondo a destra, c’era l’anfratto blindato da dove Giovanni Falcone guidava l’azione giudiziaria antimafia. Mi trovavo proprio lì, davanti a quel videocitofono, in attesa che Falcone rispondesse. Quegli attimi di silenzio e di attesa mi parvero eterni. Ne rimasi preoccupato. Pensai, per un attimo, che Falcone mi avesse visto attraverso il video e non riconoscendomi avesse deciso, per prudenza, di non rispondermi neppure. Ma non ebbi il tempo di riflettere sul da farsi. Sentii improvvisamente aprirsi il collegamento audio e riconobbi la voce di Falcone, che mi invitava a entrare. Lo scatto elettrico dalla porta blindata mi confermò che stavo per accedere nell’ufficio di Giovanni Falcone. Non avrei potuto mai immaginare che, entrato in quella stanza, la mia vita sarebbe cambiata. Falcone era davanti al monitor del computer, mentre al suo fianco, su un altro monitor, passavano le immagini della telecamera posta all’ingresso dell’ufficio. La stanza mi apparve più piccola di quel che pensassi, ma forse ero ingannato dalla presenza straripante delle carte e dei faldoni delle varie istruttorie in corso. Falcone, che già mi aveva incontrato in una riunione con i magistrati palermitani di prima nomina, mi chiese, cortese, le ragioni della mia visita. Risposi che ero stato assegnato a lui per fare i miei primi passi in magistratura, e che da quella mattina iniziavo i miei mesi di tirocinio. Falcone era palesemente sorpreso, forse infastidito. Non ne sapeva nulla, e mi fece anche notare en passant che mai gli erano stati affidati magistrati per il tirocinio. Ero dispiaciuto dell’intralcio che potevo creare al suo delicatissimo lavoro, ma in fondo contento del «primato».

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2. Il caso e la necessità

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Fatte le verifiche, Falcone mi confermò che avrei fatto il tirocinio al suo fianco e, vincendo il mio imbarazzo, mi indicò come postazione di lavoro una scrivania accanto alla sua. Non deve avergli fatto molto piacere prendere atto che da quel momento nella sua stanza si sarebbe insediata una persona a lui praticamente sconosciuta, che gli avrebbe imposto ulteriori cautele per garantirsi quella riservatezza che nelle inchieste di mafia, più di ogni altra cosa, riteneva essenziale. Il privilegio che mi toccava era doppio: stare per qualche mese fianco a fianco a Falcone e starci in una fase giudiziaria «calda». Falcone era in piena attività istruttoria nell’indagine sulle dichiarazioni del collaborante catanese Antonino Calderone, indagine che penetrava in alcuni santuari dei potentati politico-economici dell’isola. Lo osservavo in silenzio. Studiavo la sua tecnica, il suo modo di interrogare, e lo guardavo mentre leggeva i rapporti di polizia giudiziaria. Cercavo di non farmi sfuggire nulla delle sue intuizioni e del suo stile investigativo. Manifestava il suo stato d’animo spesso soltanto con una leggera smorfia del viso, oppure con una variazione del tono della voce. La mimica del suo viso era più eloquente di mille parole. Lo vidi, una volta, mentre interrogava un teste evidentemente reticente. Lui era tollerante, almeno in apparenza. Ascoltava la versione dei fatti del teste, senza reagire. Con pazienza registrava tutto, e verbalizzava. In realtà, era una tattica. Teneva lo sguardo basso, leggeva le carte processuali che gli servivano per l’interrogatorio, indossando un paio di occhialini stretti e leggeri. Ad un certo punto, si fermò e sollevò lo sguardo, al di sopra degli occhialini. Poi, con un gesto ostentatamente

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lento, li abbassò di qualche centimetro, per poter fissare direttamente negli occhi il suo interlocutore. Lo guardò a lungo. Sembrarono attimi eterni, soprattutto – immagino – per il testimone. Falcone, infine, lo fulminò con una domanda sferzante: «Lei vuole prendermi in giro?». L’altro rabbrividì e, bofonchiando delle giustificazioni, finì coll’ammettere di essere stato reticente, per paura. Non era un estroverso. Falcone parlava poco, e, per cominciare, mi aveva dato da leggere un faldone di carte, gonfio di centinaia di pagine di verbali istruttori. Erano le dichiarazioni di Calderone. Fu la mia prima lettura di un imponente atto giudiziario di mafia ancora segreto. Lo lessi, per giorni e giorni, naturalmente senza mai far uscire le carte da quella stanza, così come Falcone mi aveva raccomandato, e alla fine riferii a Falcone alcune mie osservazioni. Lui sembrava apprezzare. Mi sembrava anche che il suo apprezzamento per me crescesse. Una mattina mi colse di sorpresa. Si rivolse a me chiedendomi se in futuro avrei voluto indagare sulla mafia, più esattamente, se occuparmi di mafia faceva parte dei miei interessi di «neomagistrato». Non avrei mai immaginato che un giudice istruttore di quell’esperienza e di quel prestigio tenesse in considerazione i progetti e le aspirazioni di un magistrato alle prime armi. Addirittura ipotizzando un suo impegno in vicende così complesse. Qualcosa che aveva colto in me lo spingeva a valutare questa possibilità? M’interrogavo, e la semplice attenzione di Falcone nei miei confronti mi portava anche a fantasticare… Borbottai una risposta, con la quale volevo che capisse che mi sentivo onorato dalla sua richiesta. Da quel momento Falcone instaurò con me rapporti di

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maggior confidenza e fiducia. E perciò mi piacque pensare che avevo superato positivamente un test fondamentale della mia vita. Fu per caso o per necessità? Non so. Certo è che, qualche anno dopo, quando mi ritrovai a dover scegliere fra le varie sedi a disposizione per il mio primo incarico, scartai i posti più tranquilli. Scartai il posto di giudice civile. Scartai il posto di magistrato di sorveglianza. Scelsi il posto di sostituto procuratore a Marsala, pubblico ministero nell’ufficio diretto da Paolo Borsellino. Prima Falcone, poi Borsellino. Erano i miei maestri. Era quella la mia strada.

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