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Marco Imarisio

Italia ventunesimo secolo Volti e storie dagli anni dell’abisso A cura di Andrea Gentile


Sito & eStore – www.ilsaggiatore.com Twitter – twitter.com/ilSaggiatoreEd Facebook – www.facebook.com/ilSaggiatore Gli articoli di Italia ventunesimo secolo sono stati pubblicati sul Corriere della Sera e su L’Europeo («La Malapolvere»). © il Saggiatore S.r.l., Milano 2013


Italia ventunesimo secolo


Sommario

Nota introduttiva

xiii

per me si va nella città dolente

Prospettiva Andreotti

3

Per un metro di muro

6

Il volo triste di Nicoleta

9

Gli albanesi di Novi Ligure

11

Erika, la ragazza che piangeva

15

Viaggio nella città del silenzio

18

Lacrime e lacrimogeni

21

Inferno Genova

24

Una sagoma scura in divisa

27

Gli sguardi degli altri a New York

30

L’odio per l’America si vende in strada

32

Fermo immagine sulla Storia

35

Erika e Omar a processo

37

Il mondo è pieno di quaglie

39

Come in prigione

41


Il peso del sospetto

43

Brigate Rosse anni duemila

45

Viaggio nel giardino dell’Eden

49

Ultimo compleanno a Rozzano

52

Un angelo in cortile

55

L’ultima immagine di Saddam Hussein

58

Lo sguardo vuoto del campione

61

L’ultima lettera di Marco Pantani

64

Fiori finti e onori di stato

67

sulle strade di un terribile intricato mondo

Terra, fuoco, aria italiana

71

Terrore Mucca pazza. Un giorno al macello

73

Nell’ospedale dei cinque delitti

75

Ognuno ha il suo ghetto

78

Le strade non sono di tutti

82

Storie di coraggio e solitudine contro la criminalità

86

Lamezia Terme, guerra civile

90

Reportage dalle strade dell’odio

94

Narcosala sotto il cielo di Torino

97

L’epopea triste dei bambini-cumpa’

100

La prima bomba incendiaria della mia vita

103

Come ai tempi del colera

106

Io mi chiamo Pasquale Cafiero

109

Tra i dannati di Poggioreale

111

La necessità della preghiera

115

Calendari infiniti a Bologna

119


Mondi nuovi, vecchi mondi

123

Il condominio di via Adda 77

125

Libera repubblica senegalese

129

Nei capannoni dei nuovi schiavi

132

Tra il Corano e la Pausini

135

La ragazza dietro al banco mescolava

138

L’Europa investe sul tuo futuro

142

Centomila metri quadrati di desolazione

145

per me si va nell’etterno dolore

I sogni di un ragazzo

151

L’ultima email di Fabrizio Quattrocchi

154

Le due Simone che commuovono il mondo

157

Fiori come simboli di due persone

160

Tsunami165 La festa amara del manifesto

168

Un abbraccio tra due donne

171

I bagni di folla dell’Umberto malato

175

L’urlo del Grillo

178

Bombe e terrore a Londra

181

Viaggio a Beeston Hill

185

Theo Van Gogh, canarino in miniera

188

La sparizione di Tommy

191

Sentiero sterrato verso l’oscurità

195

Ai funerali del calcio giocato

198

Il calcio come dovrebbe essere

202

Ossessioni a Erba

205

Il mondo buio di Rosa

208

Vieni anche tu nella casa dell’orrore

211


Ritratto di Azouz, il tunisino di Erba

214

La solitudine degli operai della ThyssenKrupp

217

Tiro al negro a Castel Volturno

220

c’era una volta il paese del sole

Stella a cinque punte su spiaggia

225

Il riassunto di una vita

227

Io, testimone per caso

229

Relitti umani in mare siciliano

232

L’ultimo nazista

235

La valle dei misteri

237

Il generale Bozzo e decenni di misteri

240

La nostra O.J. Simpson

243

Anno 1982

246

Genova dieci anni dopo

249

La storia della signora in rosso

252

La Malapolvere

255

registro di classe

Conoscenze, competenze, capacità

267

Non si vive di solo pane

271

I nostri figli non si processano

275

Le fondamenta della casa del futuro

279

Incapacità didattica conclamata

283

per me si va tra la perduta gente

Due marciapiedi, due Italie

289

Eluana e le campane della chiesa

292

Il viaggio di Eluana e Beppino

295

Abisso L’Aquila

298


Le ultime due donne della città distrutta

301

In nome di un unico Dio

304

Storia della famiglia Letizia

308

Ombre sull’asfalto di Viareggio

312

Il Dio delle piccole cose non abita più qui

316

Gaetano vittima-zero

319

L’ultima casa sulla destra

322

Circostanze che non conosco

325

L’insostenibile leggerezza di Dell’Utri

328

Pomeriggio di pioggia e pensieri feroci

330

Amianto Eboli

333

Aldrovandi, Cucchi, Uva

336

Il paese delle quattrocento scosse

339

Primo giorno di silenzio a Mirafiori

343

La sparizione di Yara

345

L’ultimo ritorno a casa

348

Un volto tra la folla

351

La Libera repubblica di Chiomonte

354

Crepe a Barletta

357

Il rumore di una pentola a pressione

360

La bimba con la felpa di Hello Kitty

364

L’abisso di un padre

368

Melissa Bassi, presente

371

Dalle viscere della terra

374

All’improvviso un uomo

378

Dimenticare la pietà

381

Un minuto di corsa verso il precipizio

384

Italia animale morente

388


ancora muore ignominiosamente la repubblica

Acqua395 Terra397 Fuoco400 Aria403 Noi406 Indice dei nomi413


Nota introduttiva

Il mondo accade, gli attimi si svolgono. C’è la carta dei giornali, l’affastellarsi delle lettere sugli schermi dei computer: i cumuli di cenere. La mineralogia, i sedimenti oceanici, gli sguardi degli sconosciuti. I volti vitrei degli uomini politici, le rughe scellerate degli uomini robotici, le gobbe arcaiche degli uomini magnifici. Ci sono gli universi, i continenti, le nazioni. I cerchi concentrici, gli echi infiniti, le bolle secolari. Ci sono i secoli. Ci siamo noi. Siamo in milioni: milioni di animali, inselvatichiti, ottusi, affamati. Questi sono i nostri anni, affamati. Piazza Fontana, Brescia, la Stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera. Non più. Questi sono gli anni italiani che abbiamo appena vissuto; ci hanno scosso, graffiato, invaso. Ci sono passati davanti come i bagagli degli altri sui nastri magnetici degli aeroporti.


XIV    Italia ventunesimo secolo

I nostri giorni non sono più nostri, la memoria è pulviscolare – o è cemento, talvolta – e dunque eccoli qui, questi nostri giorni affranti. Solcare un quindicennio, così vivo, così morto, attraverso lo sguardo di Marco Imarisio significa rivivere tutto quello che è accaduto – a casa nostra, dietro l’angolo, a centinaia di chilometri di distanza – con gli occhi di chi c’era. Con lo sguardo di chi è lì mentre i fatti accadono, si sfilacciano. Con l’orecchio di chi vede davanti a sé il presente che implode, e va a tuffarsi negli interstizi del piccolo accadimento, che invaderà, come un ronzio universale, le nostre vite quotidiane, fatte di corse forsennate, di corsi e ricorsi storici, privi di storia. Sono i giorni nostri, è il secolo nostro, ancora in fieri, e qui lo riviviamo, grazie al cronista, e al suo sguardo, ai suoi pezzi scritti su un pc da un albergo di provincia, dal corridoio di un ospedale, in una sala d’attesa di una stazione, in macchina, per strada, al riparo, sotto una pensilina: perché, anche oggi, ancora di più, bisogna fare presto, inviare il pezzo, catturare il dettaglio e farlo esplodere davanti al lettore. Siamo nell’albergo Nettuno, è famoso. A giorni chiuderà per restauro. Presto: venite tutti a vedere la prospettiva Andreotti. Ancora pochi giorni: del chiosco accanto alla piscina, dal quale l’ex barista Vito Di Maggio raccontò di aver visto Giulio Andreotti e Salvo Lima con il boss Nitto Santapaola, non rimarrà nulla. È un viaggio, questo, nella città del silenzio. È stata inaugurata la zona rossa a Genova, 2001. Soltanto le pale degli elicotteri, il ronzio dei condizionatori, il rumore degli stivali dei poliziotti sul selciato. «Sembra di avere ovatta nelle orecchie» dice una ragazza. La sua città, Genova, non c’è più: è cambiata in una notte all’improvviso: cambierà per sempre. L’Italia delle chiacchiere, dei caffè, dei plastici alla sera davanti al ragù: no, noi siamo lì, mentre il fatto si avvera. C’è un moscone che ronza fastidioso e si posa sull’orecchio destro di Stefano Lorenzi. Quest’uomo oggi è una statua. Non alza la mano per scacciarlo, non scrolla le spalle. È davanti alla bara di suo figlio. Stringe forte le mani di sua moglie, che singhiozza nel silenzio della piazza, e a chi le si fa incontro pronuncia sempre la stessa frase. «Non sono stata io, lo giuro» dice Annamaria Franzoni. E poi il mondo, un 11 settembre qualsiasi, un’immagine, l’ultima, di


Nota introduttiva  XV

Saddam Hussein, un viaggio nel giardino dell’Eden; a terra una camicia strappata, stracci, una trentina di pacchetti di sigarette accartocciati, escrementi di cane e di uomo. In mezzo, un eucalipto ormai grigio, il fusto senza più corteccia, i rami senza foglie, senza più vita. Ancora un albergo: quello in cui muore Marco Pantani. «Ma andate a vedere cos’è un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza» scrive nella sua ultima lettera. Eccoci sull’asfalto gelido, o cocente, sulle strade di questo terribile intricato mondo. Un giorno al macello, erano i tempi dell’ossessione collettiva, quella della Mucca pazza. Locri, Castel Volturno, Scampia: le strade non sono di tutti. Parco Stura a Torino, l’epopea triste dei bambini-cumpa’, Lamezia Terme: viaggiamo a occhi aperti, nei luoghi in cui di solito gli occhi li teniamo chiusi. E poi i reportage dalle carceri, dai vecchi mondi, i nuovi. Marco Imarisio entra nelle celle di Poggioreale, di Sassari, di Bologna dove anche a terra non c’è spazio per tutti, anche per svegliarsi bisogna fare i turni, dove gli uomini perdono la vita cantando: «Ricordate che la morte non è la fine». Un condominio come un mondo, una nuova inaspettata Libera repubblica senegalese a Bovezzo, nel Bresciano, i capannoni cinesi dell’Osmannoro dove i turni sono di sedici ore, e le ragazze che vi lavorano tengono i neonati sulle spalle. La solitudine degli operai. Le anime degli uomini perduti. Le vite; quelle perdute, quelle affrante. Selezionare i pezzi di Marco Imarisio, pubblicati dal 1998 al 2013 sul Corriere della Sera, significa fare una radiografia di questi nostri terribili intricati anni. Scandagliarne – grazie allo sguardo del cronista scrittore – i gorghi più oscuri, gli antri più gelidi. Giorno dopo giorno, Imarisio seziona la realtà: getta via il monocolo, il monocolo è il suo sguardo. In molti hanno scritto sulla magia del dettaglio. Dettaglio come evento senza precedenti, irripetibile, che si staglia fra miliardi di simili. Migliaia i dettagli, in questo Italia ventunesimo secolo; non li sveleremo qui, in questa nota introduttiva.


XVI    Italia ventunesimo secolo

Il dettaglio che si avvita su se stesso tra le pagine dei quotidiani; il dettaglio che non si lascia inghiottire dal piombo. Il dettaglio che è l’indicibile, il microscopico, l’enorme: si infrange sulla sensibilità del giornalista: prismatico va incontro ai lettori. È questo, forse, ancora oggi, il senso ultimo del giornalista, dell’inviato: ciò che qualunque diretta televisiva non può dare. È raro, rarissimo. Ultimo. C’è un senso di ultimità, anche, in questo libro. L’ultimo compleanno di una bimba, a Rozzano; incontro a lei un proiettile vagante. L’ultima lettera di Marco Pantani, in una stanza di hotel priva di vita. L’ultima email di Fabrizio Quattrocchi: «Oggi è la tua festa e io vorrei coprirti di mimose, ma in questo posto non ci sono fiori». Le ultime due donne della città distrutta. L’Aquila, 6 aprile 2009. Sfavilla lieve la notte, per sempre, nelle tombe di periferia. L’ultima speranza che Tommaso sia vivo. Poi il sentiero sterrato che porta al luogo dove cade, la speranza. Una discarica fatta di alberi e di cose usate e sfatte. Accanto alle sterpaglie che nascondono il suo corpo: il resto di un bivacco, bottiglie rotte, lattine accartocciate, lo scheletro di una poltrona bruciata, uno stenditoio arrugginito. C’era una volta un tempo; dove sarà finito oggi? E dunque Marco Imarisio ci porta tra le pieghe accartocciate del passato, che non è ancora trascorso. La stella a cinque punte tatuata sul palmo della mano sinistra, tra pollice e indice, di un uomo che prende il sole in Corsica. È l’ultimo brigatista del commando di via Fani. L’ultimo nazista italiano. Ha 80 anni. «Non ho mai visto uccidere un italiano. Cosa vogliono, dopo tanto tempo? E al processo non ci andrò, ho pronto il certificato medico.» E poi, la Malapolvere. Casale Monferrato, l’amianto: dov’è Giuseppe, il maestro elementare, ucciso dalla fabbrica senza mai entrarci. Dov’è Giovanni, che testimoniò in barella, e morì cinque giorni dopo. Dove Libera, Romana, Mario. Morti, tutti, per errore. L’Italia degli errori, l’Italia dei professori precari a sessant’anni, l’Italia dell’incapacità didattica conclamata. L’Italia, le Italie, dei due marciapiedi, fuori dalla clinica in cui giace Eluana Englaro.


Nota introduttiva  XVII

L’Italia dell’abisso, l’Italia delle ombre sull’asfalto di Viareggio, l’Italia di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva. L’Italia di Yara Gambirasio, di Melissa Bassi, l’Italia della Costa Concordia, animale morente. Siamo noi, che siamo qui, siamo Italia. Muore, ancora, oggi, ignominiosamente la Repubblica. Siamo cittadini di un paese. Marco Imarisio – cronista scrittore, osservatore, esploratore – ci fa solcare le strade di questo paese, ci fa incontrare i volti scarnificati, o troppo in carne, volti protagonisti di storie minime e storie massime, storie collettive, storie terribili, intricatissime, storie di questa nostra storia recente, storia di questo paese, l’Italia. Serva. Animale morente. Che non muore mai. A.G., settembre 2013


per me si va nella cittĂ  dolente


Prospettiva Andreotti

Se volete vedere la «prospettiva Andreotti» vi conviene fare in fretta, e non solo perché l’assoluzione al processo di primo grado ha spazzato via parte delle accuse contro il senatore a vita. Tra poco, infatti, l’Hotel Nettuno di Catania chiuderà per restauro, e nessuno sa quando riaprirà. Del chiosco accanto alla piscina, dal quale l’ex barista Vito Di Maggio raccontò di aver visto l’ex presidente del Consiglio e Salvo Lima con il boss Nitto Santapaola, non rimarrà nulla. La casa nella quale Andreotti sarebbe stato redarguito da Stefano Bontade, numero uno di Cosa Nostra prima dell’avvento dei corleonesi, non è neppure un ricordo: le vecchie villette di via Siccheria, alla Zisa di Palermo, sono state rase al suolo nel 1984, schiacciate da un gigantesco condominio popolare, nove palazzi, dieci piani di altezza. A pochi metri dall’incrocio dove gli uomini di capitano Ultimo misero fine alla storia sanguinaria di Totò Riina adesso giocano i bambini. E la casa di via Bernini dove per anni visse indisturbata la «belva» ha bisogno di cure: due operai si danno da fare per scrostare la ruggine dal cancello. Il segreto dell’accusa più infamante per Andreotti è custodito da una voce carica di stanchezza filtrata da un citofono. Giuseppina Puma, vedova di Ignazio Salvo, vive ancora nel superattico al settimo piano di piazza Vittorio Veneto dove – così racconta Balduccio Di Maggio – ci sarebbe stato il bacio con Riina nel 1987, nei ritagli di tempo di un Meeting dell’Amicizia: «Vi prego, lasciatemi stare, dimenticatemi». Il tempo ha cambiato persone e luoghi, alcuni li ha cancellati. La sentenza di sabato 23 ottobre


4    Italia ventunesimo secolo

ha poi messo la parola fine al processo Andreotti. Ma nei posti che hanno segnato le tappe di una vicenda giudiziaria che si è snodata attraverso trent’anni e più di storia italiana, dimenticare è difficile. Comunque, all’Hotel Nettuno di Catania ci provano. «Ma non ci riusciamo» dice Gigi Cozzo, capobar dal 1980. «Ogni tanto un cliente si ricorda: “Ma questo non è l’albergo dove Andreotti…”. E allora noi siamo costretti a spiegare.» Lo fanno spesso, al punto da aver battezzato la «prospettiva Andreotti». Ovvero i 25 metri che separano il chiosco nel quale – anno 1979 – si trovava Vito Di Maggio e il parcheggio dell’albergo dove avrebbe visto l’incontro tra Andreotti e Nitto Santapaola. In mezzo c���è una piscina di 12 metri per 5, una siepe foltissima, due file di macchine. Non è cambiato nulla. Tutto come vent’anni fa: la facciata dell’albergo sul lungomare è scrostata, il bar ha lo stesso arredamento di allora, tavolini neri e divani rossi da night club. C’è aria di smobilitazione: «A me non importa sapere se Andreotti è davvero innocente» dice Cozzo. «Io sono solo un cameriere, per me l’importante è che questo tormentone finalmente finirà, per noi era imbarazzante.» A vedere le tapparelle alzate, sembra che la casa palermitana di Totò Riina sia ancora abitata. Invece, non si muove nulla. Ci si arriva percorrendo il vialetto del complesso residenziale costruito dai fratelli Sansone, è l’ultima a sinistra, lontana dalla strada principale. Una villetta bassa, bianca, con una piccola piscina coperta da un telone sporco. È uno dei tanti misteri di Cosa Nostra: il pentito Angelo Siino rivelò che dopo la cattura del boss fu «bonificata» da una squadra di operai che portarono via ogni cosa. Per i due ragazzi che si accaniscono con la carta vetrata sulla cancellata esterna è solo un impiccio: «La ruggine non viene via» dicono. Ordinaria manutenzione, voluta dai costruttori che – tra un processo e una requisizione – sperano ancora di rientrarne in possesso. Per ora non possono toccare nulla, la casa di Riina arrugginisce, le villette che si affacciano su via Bernini sono da finire, mancano intonaco, vetri, infissi, tutto si è fermato a quel 15 gennaio 1993. Era mattina presto, la Citroën Zx di Totò Riina fece 500 metri di circonvallazione e in piazza Einstein, di fronte al distributore dell’Agip, fu circondata: era finita. In questi giorni si festeggia: clown e ragazze in divise sgargianti accolgono bambini e mamme alla festa per il primo anno di vita di McDonald’s. Dove venne catturato il dittatore della mafia ora tro-


Prospettiva Andreotti  5

neggia «l’astronave dei bimbi», simbolo della seconda succursale palermitana del fast food americano. La cameriera ha 19 anni, sulla targhetta della divisa ha scritto daniela. Posa il vassoio e apre la bocca in segno di stupore: «Sinceramente non lo sapevo, ma è proprio sicuro che sia questo il posto?». Basta uscire e chiedere al benzinaio Antonio Cosenza: quella mattina era lì. «Ma il momento della cattura non se lo ricorda nessuno, fu un attimo.» Da raccontare, comunque: «Per qualche anno ci andò bene: i turisti “forestieri”» dice «volevano sapere del punto dove fu preso Riina e della casa dove abitava Falcone, che è qui, in via Notarbartolo. Ci scappava pure qualche mancia. Adesso è tanto tempo che nessuno si ferma più a chiedere». Già, il tempo: la scorsa settimana il processo per l’omicidio Dalla Chiesa è stato aperto e subito rinviato a fine novembre. Negli atti del processo Andreotti c’era anche il giudizio – durissimo – che il generale avrebbe pronunciato nei confronti del senatore. La pioggia ha lavato la lapide che ricorda il posto dove furono trucidati Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela e l’agente Domenico Russo: non c’è un fiore, nulla. Si ferma un’anziana signora. Sospira: «Tre settembre 1982. Io abito ancora nel palazzo di fronte. Ho 79 anni, in questi anni se n’è andato mio marito, sono sola. Ma ricordo tutto di quel giorno: certe cose non si devono dimenticare». (1999)


Per un metro di muro

Per tirare su un metro di muro Ion ci metteva quasi tre ore. E guadagnava 10mila lire. I suoi colleghi italiani ne prendevano 200-300mila per una giornata di lavoro, lui e i suoi compagni alla sera si trovavano in tasca – quando andava bene – al massimo quattro biglietti da dieci. «Non è giusto» ha detto. È per questo che Ion Cazacu rischia di morire. Per aver detto in faccia al suo padrone che non era giusto. In cambio ha ricevuto schiaffi, qualche pugno, è stato trascinato in una stanza, buttato per terra. Il suo padrone ha preso una bottiglia di minerale da due litri piena di benzina, gliel’ha versata addosso. Poi ha acceso. Ion ha il 90 per cento del corpo ricoperto di ustioni di terzo grado. «Condizioni disperate, sta resistendo, ma è difficile che ce la faccia» dicono al reparto grandi ustionati dell’ospedale Villa Scassi di Genova. Il 14 marzo, alle 22, Cosimo Iannace, imprenditore edile, ha riportato a casa lui e i suoi cinque coinquilini sul furgoncino. La casa è un bilocale di 30 metri quadrati, periferia di Gallarate. Una stanza, un cucinino, un bagno. Iannace ci fa vivere parte della sua manodopera: sei romeni in un appartamento, i marocchini e gli albanesi in altri due. Venti persone, in tutto. L’ingegnere Ion Cazacu, 40 anni, laurea all’Università di Bucarest, moglie e due figli che lo aspettano in Romania, è l’ultimo arrivato. È finito in quel bilocale dopo che a Timişoara la sua azienda di forniture elettriche ha chiuso. Giunge in Italia nel dicembre 1999, a gennaio ha la cazzuola in mano. Ogni mattina lo vengono a prendere, destinazione i cantieri di Varese, Como, Pavia. Ogni sera lo riportano a casa. Soldi, pochi. Cosi-


Per un metro di muro  7

mo Iannace, 36 anni, varesino, titolare di una piccola impresa edile della zona (cinque dipendenti fissi), affitta a Ion e agli altri romeni un appartamento («Fatiscente, con i muri scrostati, ignobile far vivere sei persone lì dentro» dirà il dottor Broggini della Questura di Gallarate): 600mila lire al mese, a testa. Quella sera Ion e i suoi compatrioti chiedono di essere almeno pagati a giornata e non per ogni metro di pavimento posato. La risposta è violentissima. L’ingegnere romeno sta ancora bruciando in un angolo del cucinino, Cosimo Iannace alza il dito contro i cinque testimoni: «Chi parla, lo faccio buttare fuori dall’Italia. Chi sta zitto, becca qualche soldo». Stanno zitti, per qualche giorno. Poi uno di loro va a trovare Ion, che dall’ospedale di Gallarate – lo hanno lasciato lì, al pronto soccorso – è stato trasferito a Genova. Lo guarda da dietro un vetro. Sfigurato, il corpo è un’enorme macchia rossastra e nera, quell’uomo sta morendo. Roman – si chiama così – va alla polizia di Gallarate. Poi arrivano gli altri. Iannace è latitante da quella notte, ma non è andato lontano. Lo trovano, cinque ore di interrogatorio, la confessione, il fermo per tentato omicidio. Il resto è nei fascicoli del pm di Busto Arsizio Giuseppe Battarino. I romeni raccontano una storia dura di caporalato e minacce, il turn over tra le varie squadre che vengono «prestate» ad altre imprese edili, i (pochi) soldi in nero, l’eterna promessa dell’assunzione e – soprattutto – di un permesso di soggiorno. «La usavano come arma di ricatto» dice amaro il pm Battarino. «Avevano una strategia “flessibile”. Sceglievano di regolarizzarne alcuni, altri li tenevano a “bagnomaria” per poterne disporre al meglio.» Nella sua ordinanza di custodia cautelare il magistrato parla di «condizione lavorativa di cottimo puro». Sul suo tavolo c’è un altro fascicolo, riguarda il lavoro nero nella zona. Ipotesi di reato, sfruttamento di manodopera ed evasione fiscale. Dagli uffici di Cosimo Iannace la polizia ha portato via due floppy disk e un’ottantina di pagine di documenti. Dentro ci sono i nomi delle aziende che si servivano della «squadra» di Iannace e quelle che da lui ricevevano incarichi in subappalto. Decine di cantieri edili che lavorano in nero. «Una vicenda agghiacciante» dice Battarino. «La parte migliore di questa vicenda sono proprio loro, i romeni. Sono stato colpito dalla dignità di queste persone, che hanno scelto di non barattare per pochi soldi il loro senso di giustizia.» Da Bucarest arriveranno i familiari di Ion Cazacu. L’uomo che sta morendo in


8    Italia ventunesimo secolo

un letto d’ospedale a Genova ha un nome solo da pochi giorni. Cosimo Iannace, imprenditore di Gallarate, Italia, non permetteva ai suoi lavoratori di girare con la carta d’identità. (2000)


Il volo triste di Nicoleta

Ventiquattro giorni e nessuna speranza, mai. Senza poterlo abbracciare, stringergli le mani. Divisi da un vetro. Da una parte Nicoleta, che si era allontanata da Vâlcea per la prima volta, dall’altra suo marito, Ion Cazacu, il muratore romeno che non voleva arrendersi alle bruciature che gli coprivano il 90 per cento del corpo. Alle 12.20 del 14 aprile il primario del reparto grandi ustionati del Villa Scassi di Genova ha guardato quella donna minuta e ha deciso che ci sono cose più importanti dei regolamenti ospedalieri: «Mi ha accarezzato, poi mi ha fatto entrare nella stanza sterile dov’era Ion, mi ha detto che non l’aveva mai fatto. L’ho ringraziato, è stato un gesto carino». Due ore dopo, suo marito moriva: «Avevo capito tutto il giorno prima. Non dimenticherò mai più lo sguardo disperato, gli occhi pieni di lacrime. “Non ce la faccio più” mi aveva detto. Era finita». Oggi Nicoleta torna a casa. Sul volo az 500 Roma-Bucarest (il biglietto se lo è dovuto pagare lei) ci sarà anche la bara con dentro suo marito (al rimpatrio della salma ci ha pensato il governo italiano), bruciato vivo la notte tra il 14 e il 15 marzo da Cosimo Iannace, padroncino di Gallarate, perché chiedeva di essere trattato come un essere umano. A Fiumicino vedrà Laura Balbo, ministro per le Pari opportunità e il sottosegretario agli Interni Alberto Maritati: il saluto del governo, ultimo sigillo a una storia atroce. La sua Italia (è arrivata il 23 marzo) è solo dolore. Ci sarà stato anche il piccolo gesto di un medico, oppure la generosità di chi l’ha ospitata. Ma fa comunque effetto sentirle dire: «Ringrazio quelli che hanno speso una parola per me, qui ho conosciuto solo persone gentili. No,


10    Italia ventunesimo secolo

non odio l’Italia, non sarebbe giusto farlo solo per quello che ha fatto un uomo malvagio». Capelli e vestiti neri, viso che dimostra meno dei suoi 38 anni, Nicoleta questa notte sarà già a Vâlcea, in Romania: tra qualche giorno ricomincerà a fare la sarta in un asilo. È spaventata da quello che l’aspetta: «Al mio paese non possono fare molto per me, lì siamo tutti poveri». E racconta delle sue otto ore al giorno a rammendare i grembiuli degli scolari, che volevano dire 97mila lire al mese. Non basteranno ad arrivare a 136mila, quelle che Ion nel suo quaderno dei conti di casa segnava alla voce «spese fisse», il minimo indispensabile per farcela: «Andavamo avanti con i soldi che ci manda lui dall’Italia». Le scappa un verbo coniugato al presente, e per un attimo, un attimo solo, riesce anche a sorridere: «Era buono, Ion. Ci siamo conosciuti a una festa di paese, lui aveva 19 anni, io 17. Amore a prima vista, dopo un mese eravamo sposati. Quell’uomo era tutto quello che avevo». Nicoleta ha giurato a se stessa che ci proverà: «Devo farlo, devo far continuare gli studi alle nostre ragazze. Fino all’ultimo Ion ha fatto castelli in aria, immaginava il futuro di Florina e Stefania Alina, parlava solo di quello. La prima ha 18 anni, vuole fare l’avvocato, la seconda ne ha 16, dice che diventerà medico. È per loro che Ion aveva deciso di andare in Italia, “ancora due anni e poi torno” mi ha detto l’ultima volta che l’ho visto». Era Natale, all’aeroporto di Bucarest, da Gallarate Ion le aveva portato panettone e spumante, offerti da Cosimo Iannace, che tre mesi dopo lo ha ucciso. Dell’uomo che ha rubato il futuro e i sogni di suo marito parla (quasi) con distacco: «Ion mi ha detto che non se lo sarebbe mai aspettato, che Iannace deve essere impazzito. Neanche lui è riuscito a spiegarsi il perché. Non provo rancore verso di lui. E non lo giudico neppure. Tocca allo stato italiano farlo, poi ci sarà un giudizio più alto, c’è per tutti». Crede in Dio, Nicoleta? «Sì, credo e continuerò a farlo. Anche se, ogni tanto, mentre prego mi chiedo quel giorno dove fosse.» (2000)


Gli albanesi di Novi Ligure

«Il caso è chiuso.» Dice solo questo, il procuratore Carlesi. Con voce carica di amarezza e dolore. Perché non è stata una banda di extracomunitari a compiere il massacro di Novi Ligure. Perché non è mai esistito un uomo feroce con la barba bianca, e un suo complice più giovane. La verità è un’altra, e fa ancora più paura, qualcosa di tremendo solo a pensarci. Una figlia che uccide la madre e il fratellino. Susy Cassini e suo figlio Gianluca, 12 anni, sono stati ammazzati, secondo l’accusa, da Erika e dal suo fidanzato Mauro, detto Omar. A tarda notte, dopo molte ore di interrogatorio, è proprio lui, Omar, il primo a parlare: «È stata lei» ammette. Dopo tocca a Erika. Che agli investigatori ribatte: «È stato Omar». Il suo avvocato non conferma e protesta: troppa insistenza, sarà interrogata soltanto oggi, alle 15. Si accusano a vicenda i due ragazzi (16 anni lei, 17 lui) che da ieri sera sono in stato di fermo. Indagati per omicidio volontario plurimo e aggravato. Tredici ore sotto torchio, prima nella casa del massacro, poi in caserma. Li hanno portati via all’1.50 del mattino, verso il carcere minorile, con i volti coperti. Un grido dalla folla: «Vergogna!». Ma quell’accusa, omicidio, e quella parola, «ammazzati», forse non rendono l’idea dell’orrore di quel giovedì sera. Il bambino l’hanno trovato in posizione fetale, immerso nell’acqua rosso sangue della vasca da bagno al piano superiore della villetta. Cinquantasette coltellate, ematomi dappertutto per il bimbo che nel suo ultimo tema aveva scritto: «Il mio miglior amico è mia sorella Erika». Quaranta fendenti per la sua mamma, che giaceva al pianterre-


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no. «Due corpi straziati» dice il professor Pierucci, il medico legale che ha eseguito l’autopsia, stabilendo che a uccidere erano state due persone. Avevano capito tutto, gli investigatori. La conferma è arrivata la scorsa notte. Erika chiama Mauro. È sempre stata fredda, gelida, nessuna emozione. Ma ha solo 16 anni, non sa che il suo cellulare è sotto controllo. Alle undici del mattino li hanno portati nella casa in fondo a via Lodolino. Senza nessun preavviso. Mauro non sa ancora di essere sospettato («Vieni anche tu, la tua fidanzata ha bisogno di sostegno psicologico»). Dicono a Erika che devono filmare la ricostruzione dei fatti in base alla sua testimonianza. Lo fanno, ma quei video non li vedrà mai nessuno. In realtà gli investigatori sperano che la ragazza crolli. Niente. Racconta nuovamente una storia che non può stare in piedi. Aveva detto: «Per fuggire ho camminato scalza sul sangue della mamma». Falso. Nella casa non c’è neppure una traccia, tantomeno nel tunnel sotterraneo che porta al garage dal quale racconta di essere fuggita. La posizione del corpo di Susy Cassini non coincide con la versione di Erika. Per lei, la sua mamma era stata colpita sulla scala, e poi ancora al piano superiore, nel corridoio che porta alle stanze. «C’era sangue dappertutto, tranne dove diceva lei», sostiene un inquirente. L’albanese che lei ha riconosciuto più volte («È stato lui») è una celebrità del bowling di Novi Ligure, la sera della strage era lì, con altre venti persone. I carabinieri lo riportano davanti alla ragazza: «È lui, ne sono certa». Da quel momento, gli investigatori smettono di cercare bande di slavi, la soluzione è davanti ai loro occhi. «Quella ragazza avrebbe riconosciuto chiunque» affermano ora. E poi, troppa ferocia, 97 coltellate non possono spiegarsi con una rapina, neppure con il timore di essere stati scoperti, visto che secondo Erika i due banditi avevano agito a volto scoperto. La ragazza ha raccontato di aver visto un bandito frugare nel vaso dove il padre Francesco tiene abitualmente gli spiccioli. I soldi erano ancora lì. «E poi» spiega un investigatore «non si è mai visto nessun bandito che fa una rapina in villa all’ora di cena.» Insomma, fin dall’inizio non c’era mezzo riscontro che potesse dare ragione alla figlia dell’ingegnere De Nardo. Alle 13.20 Erika e Omar entrano nella caserma dei carabinieri. Li interroga una prima volta il procuratore capo di Alessandria, Carlo Carlesi. Quasi per finta. Quello che conta è il dopo. I due ragazzi vengono lasciati da soli. E parlano tra di loro. Non sanno di essere ascoltati, la stanza al


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primo piano nella quale si trovano è stata «preparata» con cimici piazzate dappertutto. Alle 15 entra in caserma il medico legale («Il suo lavoro è stato decisivo», dirà poi Carlesi). Alle 17.30 esce il procuratore capo. È un uomo anziano, le labbra chiuse in una smorfia, sembra che abbia freddo, anche se fuori è una giornata di sole. «Siamo stati bravi e fortunati», dice. Ma non è contento. Il suo lavoro è finito, adesso tocca al giudice del tribunale dei minori. Nella caserma Erika continua a lasciare interdetti gli investigatori. «Un pezzo di ghiaccio», dicono di lei. Che racconta, senza una lacrima: il suo fratellino «era un angelo, un angelo volato in Cielo». Non cede. E neppure Omar: «Io non c’ero». C’era invece, sostiene il procuratore Carlesi. Erano entrambi in casa quando Susy è rientrata con Gianluca. Sono loro stessi a dirlo. Intorno alle 18.15 torna in caserma il papà di Erika. Ha l’aria stravolta. Ha capito. Anche il padre di Omar è lì. Non ci crede, parla con i giornalisti. A sera, arriva il giudice minorile, e dopo di lui l’avvocato Mauro Bocassi, che difenderà Erika. Vengono formalizzate le accuse, inizia l’interrogatorio. Ha capito anche la gente di Novi Ligure, che ormai guarda perplessa ai cartelli appesi alle vetrine dei negozi, che chiedono più sicurezza, che dicono basta all’immigrazione e alla criminalità albanese. Ci sono anche i compagni di scuola di Erika. Raccontano di una ragazza diversa da loro, e non solo per quello che è successo. I primi due anni al liceo scientifico, poi il salto in corsa all’istituto per geometri. «Era ricca» raccontano «e si era montata la testa.» Non frequentava più i compagni di classe, neppure gli amici con i quali era cresciuta. «Altre compagnie, di sicuro non bella gente. Persone pericolose.» L’ombra della droga, forse cocaina. «Non basta», dice affranto il procuratore Carlesi. È un uomo maturo, ha figli, ha nipotini. «E se penso a loro mi viene da rabbrividire, perché questa storia ha una componente di atrocità che trascende qualunque movente.» Già, il movente. Susy Cassini che sorprende Erika e Omar a frugare in un suo armadio, i piccoli e continui furti di denaro. L’astio della ragazza per un fratello che era il suo opposto, bravo a scuola, amante dello sport e del catechismo, un bimbo modello. Quel fidanzato che ai genitori non era piaciuto. Può essere sufficiente per spiegare due ragazzi di 16 e 17 anni che danno 57 coltellate a un bimbo, che infieriscono con la lama anche sul suo viso? Può spiegare una figlia che uccide la madre e il fratel-


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lo, che li tortura? «Provo una pena infinita per il padre di quella ragazza» dice il procuratore Carlesi. «Credo che il suo dolore sia enorme, indicibile. Troppo, per un uomo.» Francesco De Nardo esce nel cortile della caserma, a respirare. Due fessure al posto degli occhi. Lo si vede che scuote la testa, si mette le mani in faccia, e se ne va. Oggi ci saranno i funerali di sua moglie e di suo figlio. Erika non ci sarà, non sarà al suo fianco. Dalle 23.30 di ieri l’ingegnere Francesco De Nardo è l’uomo più triste e solo del mondo. (2001)


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