Catalogo a cura di Patrizia Tomba, Anna Viganò e Luca Garai
Biblioteca Scientifica - Istituto Ortopedico Rizzoli
Conservare e divulgare è il duplice obiettivo della Biblioteca scientifica dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, luogo unico per il patrimonio che racchiude. Libri naturalmente, una collezione di volumi tra le più preziose al mondo per la storia della medicina, ma anche opere d’arte e oggetti di straordinario valore storico-scientifico, come gli antichi strumenti chirurgici e le prime protesi. La Biblioteca è anche luogo di ricerca, in sintonia con la vocazione del Rizzoli, Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. Ricerca sulle fonti storiche che continuano a rivelare nuovi ambiti di conoscenza, a illuminare un passato quanto mai vivo e ricco di storie e percorsi intrecciati. Da una ricerca appassionata e dall’amore per la divulgazione nasce la mostra “Leonardo in scena, Architetto teatrale e Scienziato del corpo”, che offre al pubblico un affascinante e inedito squarcio sulla vita del genio per eccellenza. È un onore per il nostro Istituto partecipare alla ricorrenza dei 500 anni dalla morte di Leonardo, con un contributo che celebra l’intelligenza umana e il suo saper essere versatile, passando da un ambito all’altro, dal teatro all’anatomia. Un contributo che evidenzia anche quanto sia imprescindibile dedicare al patrimonio storico-artistico uno sforzo di conservazione adeguato, l’unico che possa consentire a noi e a chi verrà dopo di noi di leggere i sottili fili del passato, traendone gioia, divertimento e insegnamento. Dr. Mario Cavalli
Direttore Generale Istituto Ortopedico Rizzoli
Leonardo in Scena: Architetto Teatrale e Scienziato del Corpo
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EONARDO CENOGRAFO
La mostra mette in evidenza uno degli aspetti meno noti di Leonardo da Vinci (1452-1519), quello scenografico. Leonardo da Vinci trentenne arrivò a Milano alla Corte di Ludovico il Moro dove si era proposto come ingegnere militare, ma dapprima fu impiegato come musico. Si era costruito una lira d’argento a forma di teschio di cavallo e pare che la suonasse con grande dolcezza. La corte di Milano era un ambiente altamente competitivo. L’artista proveniva da Firenze dove, alla Bottega del Verrocchio, aveva imparato non solo la tecnica della pittura e della scultura, ma anche la meccanica e la scenografica più avanzata del suo tempo. Il Verrocchio infatti aveva costruito per Palazzo Vecchio il gigantesco orologio-planetario, oggi andato perduto. Nel 1471, inoltre, a Firenze Leonardo aveva visto le scenografie del Brunelleschi per l’Annunziata, con la scena mobile che si sviluppava in verticale e che gli sarà utile per le esperienze future. Scenografia della Danae Nel 1490 gli fu commissionata a Milano da Ludovico il Moro, in occasione delle nozze tra Gian Galeazzo Maria Sforza e Isabella d’Aragona, la regia della Festa del Paradiso su libretto di Bernardo Bel l incion i, poeta di corte.
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Gli sposi avevano celebrato le nozze un anno prima, ma gli avvenimenti politici a Milano ne avevano ritardato i dovuti festeggiamenti. L’ideazione prevedeva fanciulli travestiti da angeli e da pianeti mitologici posti entro nicchie che ruotavano attorno a Giove. Al posto delle stelle sfavillavano numerose candele che, riflesse da una superficie curvilinea dorata e specchiata, creavano un bagliore accecante. La Festa del Paradiso fu abilmente concepita da Ludovico il Moro per dare agli infelici sposi l’illusione di godere di una piena, usurpata sovranità. In realtà serviva a ribadire la sua signoria e il suo potere politico. Leonardo vi mise tutta la propria abilità pittorica e meccanica per creare effetti di stupefacente suggestione. Il Paradiso era coperto da un panno di raso (un sipario) che lo nascondeva durante lo spettacolo preliminare di danze e balli. Davanti al sipario c’erano delle panche sulle quali sedevano le maschere in attesa di entrare in scena. La rappresentazione veniva introdotta da un suono di pifferi e tromboni seguita dal rollio dei tamburi che accompagnavano una danza napoletana. Al calar delle tenebre, verso le cinque di sera, il sipario si abbassava, un puttino vestito a mo’ di angelo pronunciava un prologo avendo alle spalle un velo di copertura che cadeva all’inizio della scena. Ogni attore che personificava un pianeta era un adolescente, con solo pochi veli addosso, con la pelle verniciata di bianco e con in mano torce di purissima cera bianca, così da
rifulgere in modo abbagliante. Le qualità che il Giovio attribuisce a Leonardo “...era raro e maestro inventore d’ogni eleganza e singolarmente dei dilettevoli teatrali pettacoli...” perfettamente rifulgevano nella Festa del Paradiso. Della Festa del Paradiso sono giunte a noi solo una cronaca, il libretto con la descrizione dei movimenti e i discorsi degli attori nonché una descrizione del segretario del Moro. (1) Successivamente, nel 1496, Leonardo rappresentò scenograficamente la Danae, opera teatrale composta da Baldassarre Taccone, cancelliere del Moro, in onore a Ludovico e alla sua corte, che si tenne nella casa di Giovan Francesco Sanseverino, fratello maggiore di messer Galeazzo, noto amico del Vinci. La favola mitologica della Danae fu rappresentata con strepitosi effetti speciali e cambi di scena, grazie ad architetture e macchine progettate dall’artista vinciano. La rappresentazione si sviluppava tra cielo e terra grazie all’intermediazione di Mercurio il quale, per consolare Danae, segregata in una torre dal padre Acrisio, venne mandato da Giove a confortarla. Successivamente, sarà Apollo che scenderà sulla terra, terminando la rappresentazione con un elogio a Ludovico il Moro. La Danae fu composta sullo stampo delle rappresentazioni sacre del ‘400 “con molto andirivieni di ambasciatori fra il cielo e la terra, con splendide e inaspettate apparizioni, con suoni e canti e artifici che a Milano piacevano molto...” Alessandro D’Ancona nelle sue Origini del Teatro 7
Leonardo in Scena: Architetto Teatrale e Scienziato del Corpo
Figura 1 Particolare del foglio 966v del Codice Atlantico di Leonardo
Figura 2 Sistema di carrucole e cavi per far volare Danae quando si trasforma in una stella.
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Italiano del 1891 conferma che “... nessuno se non Leonardo era capace di ingegnose invenzioni intese a vivificare la favola di Danae, per sé stessa una delle più insipide..”(2) La ricostruzione di Garai in scala ridotta del meccanismo studiato da Leonardo per la scenografia della Danae sarà collocata, dal 6 al 31 maggio 2019, all’interno della Biblioteca Umberto I dell’Ospedale Rizzoli nell’ambito della mostra Leonardo da Vinci: Architetto teatrale e scienziato del corpo curata da Patrizia Tomba, Anna Viganò e Luca Garai. Il modellino sarà poi portato in Francia dove, dal 24 al 28 giugno, si daranno appuntamento all’Università di Tours e al castello di Amboise gli specialisti internazionali di Leonardo. A conclusione delle celebrazioni del 500esimo anniversario dalla morte di Leonardo, il meccanismo sarà donato al Museo di Sologne, entrando così a far parte delle collezioni dell’ateneo francese. La riproduzione in mostra della colonna cava che faceva scendere Mercurio e Apollo dal cielo alla terra si basa sui disegni del Codice Atlantico f. 966v (358v-b) e del disegno del 1496 per la Danae del Metropolitan Museum (Figura 1) in cui Leonardo delineò a penna un prospetto scenico con un controsoffitto inclinato e con pareti laterali munite di porte in forma di nicchie da cui entravano in scena gli attori. In fondo, entro una mandorla fiammeggiante, era Giove sul trono. Tutti gli attori che interpretarono la Danae erano dei dilettanti: lo scultore Gian Cristoforo Romano, che tra il
1492 e il 1497 lavorava al monumento funerario di Galeazzo Visconti nella certosa di Pavia, recitava la parte di Acrisio; l’autore della Commedia, Baldassarre Taccone, portava in scena la parte di Siro mentre l’editore Francesco Tanzi rappresentava Giove. Il ruolo femminile della Danae era interpretato da un giovane ragazzo, Francesco Romano: le donne, infatti, erano interdette dal recitare dinanzi ad un pubblico maschile mentre potevano farlo per una platea esclusivamente femminile. In quel periodo, uno dei passatempi preferiti dalla classe nobile era quello di interpretare personalmente le rappresentazioni teatrali che si tenevano nei propri palazzi. (3) Diversi furono i marchingegni principali usati da Leonardo per questa commedia. Tra questi, vi era una colonna cava che faceva da “ascensore” per portar su e giù dal cielo sia Mercurio che Apollo, ricostruita in scala ridotta per la mostra. La colonna cava che realizzò Leonardo era, ovviamente, di grandi dimensioni e posta a sinistra della scena in quanto doveva contenere al suo interno gli attori che personificavano Apollo e Mercurio. Leonardo ideò, inoltre, un sistema di carrucole e cavi per far volare Danae quando si trasformava in una stella (Figura 2). Quando la divinità si ergeva dalla cima della colonna cava, una sorta di “mandorla” a forma di coda di pavone si apriva a ventaglio dietro il dio (Figura 3 - 3bis). L’ispirazione per questo “effetto 9
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verso l’alto e veniva nascosta dietro un boccascena. Il lampadario a cinque luci al centro serviva a illuminare la rappresentazione. Durante gli anni trascorsi a Milano, Leonardo si dedicò anche ad importanti studi di acustica in relazione al teatro, con particolare riferimento a come la voce potesse rimbalzare sulle gradinate di una cavea. Prima di lui fu Vitruvio, al quale probabilmente Leonardo si ispirò, a studiare l’acustica teatrale.
speciale” veniva dagli organismi viventi, in particolare dal pavone. Anche se il bio-mimetismo, o la bioispirazione, è una disciplina recente, è tipica dell’approccio di Leonardo che guardava la natura come fonte di soluzioni tecniche. Ad ultimare la scena, Leonardo realizzò un controsoffitto trasparente come alloggio degli dei nel cielo. In occasione della rappresentazione, e per la prima volta nella storia, Leonardo realizzò un sipario “all’italiana” con la tenda che risaliva
Figura 3 (sinistra). Modellino di colonna cava dalla cui sommità appare la divinità con mandorla a coda di pavone progettato da Garai sulla base del F. 966v di Leonardo. Figura 3 bis (destra). Particolare del modellino.
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Leone Meccanico
X e di Giuliano de’ Medici, fratello del papa. Nel gennaio 1515, mese in cui morì il re di Francia Luigi XII, Giuliano partiva da Roma, come ricorda lo stesso Leonardo che era suo ospite in Vaticano, per andare a sposare Filiberta di Savoia, zia del futuro re Francesco I. Era il primo atto della politica di avvicinamento del Papa mediceo alla Francia che avrebbe portato all’incontro fra il papa e Francesco I a Bologna nel dicembre dello stesso anno. Nel luglio del 1515 il nuovo re di Francia Francesco I faceva il proprio ingresso trionfale a Lione, dove fu accolto da una folta schiera di banchieri e mercanti appartenenti alla comunità fiorentina. Si spiega così l’attribuzione della committenza del leone semovente di Leonardo a Lorenzo di Piero de’ Medici, governatore di Firenze nonché patrono della comunità fiorentina a Lione. Leonardo, proprio nel 1515, anno dell’incoronazione di Francesco I, stava progettando un grandioso palazzo a Firenze posto di fronte a quello di Cosimo il Vecchio, oggi conosciuto come Palazzo Medici Riccardi. Il leone semovente di Leonardo fu, infatti, concepito e realizzato a Firenze e successivamente spedito a Lione. Nessun accenno allo straordinario evento si è conservato, tuttavia, nei manoscritti di Leonardo che ci sono pervenuti. Le approfondite ricerche condotte da Garai presso l’Archivio Municipale di Lione non consentono, peraltro, di stabilire se l’automa fu
Ma gli “effetti speciali” di Leonardo non furono solamente scenografici. Il genio di Vinci costruì un leone meccanico semovente che fu presentato in segno di omaggio al re di Francia Francesco I. (Figura 4)
Figura 4 Disegno di artista francese (1914 c.a.) del leone al cospetto di Francesco I
Si ha qualche indicazione sulla relativa committenza grazie alla descrizione fatta da Michelangelo Buonarroti il Giovane di un banchetto per le nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV, pubblicato a Firenze nel 1600, dove si ricorda il momento in cui ai convitati apparve un fiero leone che “prendendo moto, e sollevandosi in due, aprirsi il seno si vide, e pieno di gigli mostrarlo”. Il Buonarroti si prendeva cura di precisare che si trattava di: “concetto simile a quello, il quale Lionardo da Vinci nella Città di Lione nella venuta del Re Francesco, mise in opera per la nazion fiorentina”. Il Buonarroti, scrivendo “per la nazion fiorentina”, probabilmente voleva dire che il committente di Leonardo era il governatore di Firenze, Lorenzo di Piero de’ Medici, nipote di papa Leone 11
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presentato in occasione del primo ingresso del re a Lione, il 12 luglio 1515, o più avanti nello stesso anno, sempre a Lione o a Bologna, oppure nel 1517 in occasione della entrata solenne a Lione della moglie di Francesco I, Claudia di Francia. Secondo documenti pubblicati dal Solmi nel 1942, un leone meccanico, probabilmente lo stesso di Leonardo, apparve di nuovo il 30 settembre 1517 in occasione dell’ingresso di Francesco I ad Argentan, e ancora ad
Il Lomazzo riporta nel 1584 quanto gli aveva riferito Francesco Melzi, l’allievo che avrebbe seguito Leonardo in Francia: “una volta dinanzi a Francesco primo re di Francia fece camminare da sua posta in una sala, un Leone, fatto con mirabile artificio, e da poi fermare aprendosi il petto, tutto ripieno di gigli e diversi fiori”. Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1592) ricorda , nel suo Trattato dell’Arte della Pittura stampato a Milano nel 1584, come Leonardo avesse trovato
Figura 5 Particolare di animale inginocchiato (cavallo o leone) con l’indicazione “fanne uno di cera lungo un dito” di Leonardo
“il modo di far andare i Leoni per forza di ruote”, cioè con un sistema di ingranaggi (4). La fortuna del celeberrimo automa di Leonardo proseguirà nel tempo attraverso la realizzazione in Francia di macchine semoventi fino alla fine del Settecento. Nel f. 12328 recto di Windsor, Leonardo disegnò un leone (o cavallo in quanto la testa non è raffigurata)
Amboise nel 1518. La designazione di “meschanicien d’estat” (meccanico del re) nell’atto d’inumazione di Leonardo del 12 agosto 1519 è certamente un riconoscimento anche alla sua ultima meraviglia tecnologica in onore della Francia. Sul leone meccanico di Leonardo si hanno altre testimonianze storiche che però non precisano l’occasione per la quale fu costruito. 12
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nella stessa posa della statuetta esposta qui in mostra, scrivendo di fianco: “fanne uno piccolo di cera lungo un dito” (Figura 5). La statuetta, realizzata in legno probabilmente di ulivo, misura ca. 12 cm ed è cava al suo interno. Essa rappresenta un leone con uno sportello scorrevole sul petto, un’asola sulla schiena per essere appesa e la lingua che si può staccare. E’ databile intorno al XVIII secolo e probabilmente è di provenienza francese. Tenere appeso con un filo questo leoncino ha permesso a Garai
di stabilire il baricentro del leone meccanico da lui realizzato nel 2006 (Figura 6) per il museo Galileo di Firenze e, in seguito, per il Museo della Città Genus Bononiae di Bologna. La camminata dell’automa (Figura 7) è stata ricostruita da Garai attraverso i disegni di Leonardo del Codice Madrid, del Codice Atlantico e del disegno del cavallo meccanico di Maillard del 1600, pubblicato nel 1733 e di probabile discendenza leonardesca.
Figura 6 (a sinistra) Ricostruzione del leone meccanico di Leonardo Figura 7 (sotto) Studi preparatori per la ricostruzione
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EONARDO CIENZIATO del CORPO
Indubbiamente più noti, rispetto alle rappresentazioni teatrali e alla costruzione di automi, sono gli studi di Leonardo in merito al corpo umano. Particolarmente raro è, tuttavia, il testo anatomico appartenente alla Biblioteca Umberto I e posto in mostra per l’occasione. Trattasi della prima copia anastatica di alcune parti dei disegni e manoscritti di anatomia realizzati da Leonardo i cui originali sono notoriamente collocati alla Reale Biblioteca di Windsor. “Dell’Anatomia fogli A”, (Figura 8) pubblicata da Sabachnikoff nella editio princeps del 1898, ha riprodotto per la prima volta i disegni anatomici di Leonardo mettendoli sotto gli occhi di tutti, grazie anche alle trascrizioni ed annotazioni di Giovanni Piumati.(5) Piumati (18501915), artista piemontese studioso di Leonardo, approfondì le sue ricerche Figura 8 Frontespizio del testo di Sabachnikoff T. sul Da Vinci grazie al principe russo I manoscritti di Leonardo da Vinci della Reale Biblioteca Théodore Sabachnikoff, suo allievo al di Windsor. Dell’Anatomia Fogli A. Paris, Edoardo Conservatorio di Musica di Colonia Rouveyre Editore, 1898 dove l’artista, tra il 1879 e il 1889, insegnava lingua italiana e filologia. Nel 1889 Piumati tornò definitivamente in Italia, anche per potersi dedicare completamente agli studi su Leonardo cominciati nel 1880 e condotti sino al 1912, affiancato dal suo allievo, poi mecenate, Sabachnikoff grazie al quale riuscirà a pubblicare il codice Dell’Anatomia Fogli A esposto in mostra. L’opera, che presenta anche la traduzione in lingua francese, é preceduta da uno studio di Mathias-Duval (1844-1907), professore di Anatomia alla Scuola Nazionale di Belle Arti nonché insegnante alla facoltà di Medicina di Parigi. Leonardo realizzò i fogli di anatomia, pubblicati da Sabachnikoff nel 1898, nel 1510. Si trattava di fogli staccati, come tutti gli altri della grande raccolta, anche se in origine dovevano 14
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formare un solo volume con altri fogli ora mancanti. La scrittura é sempre, secondo l’uso di Leonardo, da destra a sinistra. “Studiate prima la scienza” era la massima favorita di Leonardo. Grazie a lui, si aprì l’era della scienza messa a servizio dell’artista. Precedentemente, a partire dall’antica Grecia, non si facevano veri e propri studi sull’anatomia umana in quanto né i medici né gli artisti dissezionavano il corpo umano. Galeno di Pergamo (129-201 d.C circa), il più grande anatomico dell’antichità, dissezionava solamente animali e manifestò chiaramente la difficoltà nel reperire ossa umane al punto da rallegrarsi della fortuna avuta quando poté “... esaminare a piacimento delle ossa umane, che la corrente d’un fiume straripato aveva gettate in un luogo paludoso dopo aver distrutto una tomba...”. Con Mondino dé Liuzzi, proprio a Bologna, venne redatto nel 1316 il primo trattato di anatomia umana contenente descrizioni fatte sul cadavere (6) Tale testo, dal titolo “Anathomia”, si basava però ancora in buona parte sulle teorie di quel Galeno vissuto nel II secolo dopo Cristo ed esso non poteva, quindi, essere alla base degli studi di Leonardo. Nel recto del Folio 18 dei disegni di Windsor in cui si legge: “...dice Mondino che li muscoli che alzano li diti dei piedi...” si comprende che Leonardo studiò attentamente l’opera di Mondino ma non ne rimase soddisfatto. Voleva essere lui, l’artista, a vedere con i propri occhi il meraviglioso corpo umano e capirne il relativo
funzionamento, e questo successe anche grazie alla nota collaborazione con alcuni medici del suo tempo come, per esempio, Marcantonio della Torre con il quale si incontrò probabilmente nel 1511 a Pavia, come cita il Vasari: “Leonardo attese alla notomia degli uomini, aiutato e scambievolmente aiutando messer Marcantonio della Torre, eccellente filosofo, che allora leggeva in Pavia…”. Leonardo si distinse dagli artisti suoi contemporanei, interessati soprattutto all’anatomia di superficie. Egli diventò un vero e proprio “ricercatore” approfondendo anche gli aspetti fisiologici e meccanici dei muscoli. Fu il primo a sperimentare la tecnica dei tagli seriali così come era solito iniettare sostanze che si sarebbero solidificate all’interno dei vasi sanguigni per poterli meglio evidenziare. Era inoltre sua abitudine iniettare le cavità, come quelle cardiache, allo scopo di poterne studiare la forma. Questi studi probabilmente iniziarono a Milano nel 1489, parallelamente a quelli sulle scienze meccaniche e idrauliche. Leonardo sognava di realizzare un grande atlante anatomico composto da 120 parti, una “summa” dei suoi studi compiuti sui cadaveri essiccati, che doveva diventare uno strumento fondamentale per la didattica affiancata alla pratica diretta. Avrebbe voluto descrivere separatamente i diversi sistemi, da quello osseo a quello circolatorio, rappresentando l’uomo durante tutte le fasi della sua vita ma, a causa della caduta del ducato sforzesco, Leonardo lasciò Milano. Nel suo
“ Studiate
prima la scienza”
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viaggio verso Mantova, accompagnato Un trattato anatomico non fu, dall’amico Luca Pacioli, porterà con sé tuttavia, mai pubblicato dall’artista i manoscritti, i disegni e gli importanti ma possiamo conoscerne gli studi studi anatomici del periodo milanese. preparatori attraverso i suoi appunti I suoi studi continuarono a Firenze tra di anatomia, di cui la mostra mette il 1507 e il 1508 in quanto, all’ospedale in esposizione alcune parti riprodotte di S. Maria Nuova, ebbe la possibilità di effettuare dissezioni sui cadaveri. I suoi studi sul corpo umano proseguirono anche a Roma, dove l’artista si trasferì nel 1513 alloggiando in Vaticano sotto la protezione di Giuliano dé Medici, ma tali ricerche furono fonti di diffidenze in quanto sospette di pratiche magiche e sacrileghe. Quando Leone X gli impedì di continuare ad indagare il corpo umano ed anche a seguito della morte di Giuliano dé Medici, Leonardo si convinse ad andare in esilio volontario in Francia accettando l’invito di Francesco I e sfuggendo, così, alla reazione della Chiesa. Sappiamo che Leonardo dedicò molto tempo della sua vita agli studi sull’anatomia umana. Era nei suoi progetti Figura 9 Studio anatomico dei muscoli folio 14 verso pubblicarne un trattato Sabachnikoff T. I manoscritti di Leonardo da Vinci della Reale Biblioteca di Windsor. Dell’Anatomia Fogli A. Paris, Edoardo compiuto, come si desume Rouveyre Editore, 1898 nella raccolta di note lasciate dall’artista a scopo didattico, nel testo Dell’Anatomia, dove si può il Trattato della Pittura. È proprio comprendere che la grande intuizione attraverso queste note che possiamo di Leonardo fu quella di utilizzare una trovare un Leonardo fisiologo, un didattica che si basasse essenzialmente Leonardo che studiò l’azione dei sul disegno invece che sul testo, come muscoli, (Figura 9) le loro contrazioni invece era stato fino a quel momento. e i loro ingrossamenti. 16
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EONARDO e gli CIENZIATI del suo TEMPO
Sarà il medico Berengario da Carpi (circa 1460-1530) colui che, pur non avendo probabilmente mai incontrato Leonardo nonostante entrambi abbiano vissuto più o meno nel medesimo periodo, comincerà per primo ad inserire immagini anatomiche a scopo didattico all’interno dei propri testi a stampa, come si evince dalla sua opera dal titolo “Commentaria” pubblicata nel 1521 e dedicata a Giulio II, raggiungendo così quell’obiettivo che l’artista vinciano non riuscirà mai
a realizzare. Le illustrazioni xilografiche sono ventuno nei Commentaria del 1521, venti nelle Isagogae del 1522 e ventitrè nelle Isagogae del 1523. In quest’ultima opera, Berengario inserì immagini migliorative inerenti all’apparato riproduttivo, all’utero, alla colonna vertebrale e ai muscoli laterali. In particolare, le parti anatomiche del cuore (Figura 10), del cervello e della parte laterale della colonna vertebrale vennero illustrate, da Berengario, per la prima volta in questa edizione.
Figura 10 Studio del cuore di Berengario. In Isagoge breves perlucide ac uberrime in anatomiam humani corporis di Berengario da Carpi, Bologna, Benedetto Ettore, 1523
Figura 11 Studio del cuore e delle arterie coronarie di Leonardo (Folio 14 recto). Notes et dessins sur le Coeur et sa Constitution Anaotmique. Leonardo da Vinci, Paris, Edouard Rouveyre Editeur, MDCCCCI
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I disegni del cuore realizzati a china e “...e se tu avrai l’amore a tal cosa, tu sarai seppia da Leonardo, ora collocati nella forse impedito dallo stomaco, e se questi non ti Royal Library del Castello di Windsor, impedisce tu sarai forse impedito dalla paura sono invece databili intorno al 1513 di abitare in tempi notturni in compagnia di (Figura 11). tali morti squartati e scorticati e spaventevoli a vedersi...” (8) Attraverso le opere di Berengario, non emergono elementi che rivelino E’ proprio per questo motivo che la conoscenza diretta degli studi di Leonardo sosteneva quanto un Leonardo da parte del medico carpigiano. Forse gliene arrivò notizia senza però che egli abbia avuto occasione di vedere nulla. Come il genio di Vinci, Berengario asseriva l’importanza dell’esperienza diretta e non temeva di rivelare le imprecisioni dei testi antichi. (7) Ma Berengario trovò terreno favorevole allo sviluppo delle sue teorie; i tempi erano oramai maturi, contrariamente a ciò che successe nel periodo degli studi anatomici di Leonardo. Immediatamente dopo Leonardo, infatti, le rappresentazioni anatomiche attraverso il disegno subirono una decelerazione, ricominciando ad apparire, lentamente e faticosamente, nelle generazioni successive. Come Berengario da Carpi, Figura 12 Studio dell’Anatomia dello scheletro della gamba e i Leonardo era convinto muscoli della spalla (folio 9 recto) Sabachnikoff T. I manoscritti di Leonardo da Vinci della Reale che, per la ricerca, fosse Biblioteca di Windsor. Dell’Anatomia Fogli A. Paris, Edoardo fondamentale l’indagine Rouveyre Editore, 1898 anatomica. Nonostante ciò, non essendo un medico, sapeva bene il disegno potesse essere importante disagio che poteva provare un artista di per sintetizzare le informazioni tratte fronte ad una dissezione, come si legge dalle dissezioni. Lo studio dello in uno dei fogli di anatomia di Windsor: scheletro veniva fatto da Leonardo 18
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Folio 17 in cui scrisse “Figura qui il pié dell’orso e scimia e altri animali, in quel che si variano dal pié dell’omo...” (5) Contrariamente al metodo utilizzato da Berengario prima e da Vesalio poi nel rappresentare corpi scorticati iniziando dai muscoli superficiali per poi addentrarsi nello scheletro, Leonardo iniziò le sue osservazioni dalle ossa per poi procedere in maniera inversa al chirurgo carpigiano e all’anatomico bruxellese. William Hunter, uno dei più noti chirurghi inglesi del ‘700, nell’introduzione al suo Corso di Anatomia (Londra, 1784), lodava i disegni anatomici di Leonardo per la
con la massima attenzione, isolando dapprima ogni parte delle ossa nella loro rappresentazione grafica e di seguito collegandola alle altre parti del corpo attraverso la descrizione dell’articolazione. (Figura 12). Anche lo studio delle proporzioni venne approfondito da Leonardo, come si può constatare attraverso i disegni di Windsor, dove l’artista annotò riflessioni già iniziate da tempo e che vennero approfondite nei fogli attraverso l’esame dei rapporti di lunghezza delle parti ossee. Ma sarà solamente con Albrecht Durer che, nel 1528, verrà pubblicato un testo sulle proporzioni del corpo (Figura 13).
Figura 13 Studio delle proporzioni del corpo umano. Albrecht Durer, Hierin sind begriffen vier Bucher von menschlicher Proportion. Nurenberg, durch Ieronymum Formschneyder, 1528.
Grande studioso del regno animale, Leonardo portò avanti importanti studi di anatomia comparativa anche attraverso i confronti di disegni tra uomo e animale sovrapposti tra loro., come si può verificare sul recto del
straordinaria precisione con la quale venivano descritte le parti più minute dei muscoli e delle ossa: “...mi aspettavo di trovare nei disegni di Leonardo da Vinci tutt’al più le indicazioni anatomiche indispensabili al pittore per la pratica della
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sua arte. Ma con mia grande meraviglia ho constatato che Leonardo aveva studiato l’anatomia nel suo insieme e con grande profondità. E quando considero con qual cura ha studiato ogni parte del corpo umano… sono assolutamente persuaso che Leonardo deve essere considerato come il migliore e più grande anatomista del suo tempo. Inoltre, egli è certamente il primo che ha inaugurato l’uso dei disegni anatomici”. (5) Ma chi erano gli altri studiosi che si occupavano di anatomia al tempo di Leonardo, oltre al già citato Berengario? Antonio Benivieni (1443-1502), originario di quella città “dal fior nomata” che fu sede della Rinascenza non solo in campo filosofico, letterario e nelle arti figurative ma non da meno lo fu in campo scientifico anche grazie alla figura di questo illustre medico considerato il fondatore dell’anatomia patologica e precursore dell’opera di Morgagni. Benivieni, grazie ai suoi meriti, divenne medico delle più influenti famiglie fiorentine, come ad esempio quelle dei Medici, stringendo una profonda amicizia con Lorenzo il Magnifico al quale curò la figlia e a cui dedicò diversi trattati. Benivieni non pubblicò mai nulla dei suoi studi. Alla sua morte, il fratello Gerolamo inviò un manoscritto di Antonio al prestigioso medico fiorentino Giovanni Rosati allo scopo di farne interpretare quelle osservazioni scientifiche non decifrabili da chi, come Gerolamo stesso, non era competente in materia. Rosati, percependo immediatamente il valore di tali studi, ne consigliò l’immediata pubblicazione, ammonendo Gerolamo
di essere “reo di colpa grave” se non avesse divulgato le considerazioni scientifiche del fratello. Il testo De abditis nunnullis ac mirandis morborum et sanationum causis venne così pubblicato a cura di Gerolamo e con i tipi di Giunti nel 1507, cinque anni dopo la morte del grande scienziato fiorentino. Al contempo, Leonardo nel 1506 ottenne il permesso di recarsi a Milano per tre mesi ma in ottobre, scaduto il permesso, l’artista venne reclamato a Firenze. Nel 1502, anno della morte del Benivieni, Luigi XII ottenne da Firenze di poter trattenere il da Vinci a Milano ma a settembre dello stesso anno Leonardo si recò comunque nella città “dal fior nomata” per questioni familiari. E’ curioso sapere che Benivieni, per un certo periodo, praticava l’arte medica a Firenze nello stesso lasso di tempo in cui sappiamo frequentare Leonardo l’Ospedale di Santa Maria Nuova. Prima di lasciare Firenze nel 1482 Leonardo aveva, infatti, già eseguito ricerche anatomiche, come si desume da un’annotazione dei fogli B di Windsor in cui si riferiva ad un anziano “...a sedere sopra un letto dello spedale di S. Maria Nova...e io ne feci notomia, per vedere la causa di sì dolce morte”. Il primo disegno anatomico di Leonardo, risalente circa al 1487, riporta la nota “quell’impiccato di cui ho visto un’anatomia” che potrebbe essere in qualche modo collegata alla figura di Jacopo il Brigante, l’ottantatreesimo caso di dissezione di cui parla il Benivieni nei suoi scritti postumi pubblicati dal fratello. Anche il medico Alessandro Benedetti (1450-1512) occupò probabilmente un posto di rilievo nella vita scientifica 20
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realizzato proprio a quel tempo da Alessandro Benedetti a Padova, dove Leonardo avrà pure sostato nel suo viaggio a Venezia col Pacioli. E Leonardo ricorda il trattato di anatomia del Benedetti in una nota del 1508...”. Se Leonardo è quindi passato da Padova, il suo passaggio patavino sarà stato sicuramente noto a colui che portò avanti la grande rivoluzione anatomica del ‘500, Andrea Vesalio (1514-1564). Vesalio si laureò a Padova il 5 dicembre del 1537, venendo subito incaricato dell’insegnamento di anatomia. Con la pubblicazione delle “Tabulae anatomicae sex” (Venezia 1538), ampi fogli volanti costituiti da schematici disegni e da concise didascalie, pose le basi per quello che sarà il testo di anatomia più conosciuto agli studiosi di medicina: il “De Humani Corporis
di Leonardo perché, dopo il primo soggiorno milanese durato fino al dicembre 1499, Leonardo si recò a Mantova via Venezia, e probabilmente fu qui che vide il Corso di Anatomia del Benedetti, ulteriore dimostrazione che l’arte del pittore non poteva prescindere dagli studi scientifici basati sulla notomia del medico. (9) Alessandro Benedetti ha sicuramente il merito di aver innovato lo Studio di Padova dalla consuetudine di apprendere l’anatomia dai testi classici, anche grazie alla pubblicazione del suo trattato “Historia corporis humani sive anatomice” (Figura 14) in cui manifestò le sue idee progressiste che lo immortalavano come uno tra i primi restauratori della scienza anatomica. In tale testo, dedicato all’Imperatore Massimiliano ed in cui il Benedetti si emancipava dall’Anatomia di Mondino, come fece peraltro anche Leonardo, si asseriva l’importanza di sezionare non solamente cadaveri di giustiziati ma anche quelli affetti da malattie sconosciute per portare tali ricerche a beneficio della scienza attraverso lo studio delle relative cause. Leonardo conosceva l’opera del Benedetti che fu pubblicata per la prima volta nel 1502 a Venezia. Nel foglio 286 r-a del Codice Atlantico sono presenti schizzi di un anfiteatro con seggi in legno che Carlo Pedretti ha ritenuto probabilmente “trattarsi di un’idea per gli stalli del coro di Santa Maria delle Grazie a Milano o dell’Annunziata a Firenze, o addirittura di un teatro anatomico – il primo dei quali, di questo genere, veniva
Figura 14 Frontespizio del testo di Alexander Benedictus Historia corporis humani sive anatomice. (in fine:) Impressum Venetiis a Bernardino/ Guerraldo Vercellensi a/Sal.Uniuersali.. M./D.II.
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Leonardo in Scena: Architetto Teatrale e Scienziato del Corpo
Bibliografia
Fabrica” pubblicato in prima edizione nel 1543. E sicuramente l’illustre Vesalio, autore di un testo in cui scienza e arte si danno la mano grazie alle magnifiche xilografie di Stefano Calcar, non poteva non avere tenuto presente quanto sostenuto da Leonardo nel suo Trattato della Pittura in cui il da Vinci indicò lo studio dell’anatomia come una preparazione essenziale per non incorrere in errori: “...necessaria cosa è al pittore per essere buon membrificatore nelle attitudini e gesti che si possono per i nudi, di sapere la notomia dei nervi, muscoli e lacerti per sapere nei diversi movimenti e forze qual nervo o muscolo è di tal movimento cagione: e solo far quelli evidenti e questi ingrossati e non altri per tutto come molti fanno che per parere gran disegnatore fanno i loro nudi legnosi e senza grazia che paiono a vederli un sacco di noci più che superficie umana ovvero un fascio di ravani piuttosto che muscoli nudi...” (10).
1. Garai L. La festa del paradiso di Leonardo da Vinci. Milano, La Vita Felice, 2016 2. Herzfeld M. La rappresentazione della “Danae” (organizzata da Leonardo). Raccolta Vinciana, 1920-1922; 11: 226-228. 3. Angiolillo M. Leonardo feste e teatri. Napoli, Società Ed. Napoletana, 1979 4. Garai L. Gli automi di Leonardo Bologna, Bononia University Press, 2007 5. Sabachnikoff T. I manoscritti di Leonardo da Vinci della Reale Biblioteca di Windsor. Dell’Anatomia Part A. Paris, Edoardo Rouveyre Editore, 1898 6. Di Matteo B, Tarabella V, Filardo G, Mosca M, Lo Presti M, Viganò A, Tomba P, Marcacci M Art in Science: Mondino de’ Liuzzi: The Restor of anatomy Clin Orthop Rel Res 2017: 475: 1791-1795 7. Merlini L, Tomba P, Viganò A. Berengario da Carpi, a pioneer in anatomy, rediscovery by Vittorio Putti. Neuromuscul Disord 2003; 13: 421425 8. Nardini B. Vita di Leonardo. Firenze, Giunti Editore, 2004. 9. Tomba P, Viganò A Medici e scienziati nell’epoca di Berengario in Rossi M, Previdi T (a cura di) Berengario da Carpi. Il medico del Rinascimento. Carpi, APM, 2018 10. Leonardo da Vinci Trattato della pittura di Lionardo da Vinci tratto da un codice della Biblioteca Vaticana e dedicato alla Maestà di Luigi XVIII Re di Francia e di Navarra. Roma, Stamperia de Romanis, MCCCXVII
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