Ciro Paoletti
IL ‘48 DEI TOSCANI
Roma, CISM, 2023
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Alla memoria dei miei antenati che nella Toscana di quell’epoca vissero e operarono, in particolare di Alfonso, Eugenio, Carlo, Cesare, Ippolito e Roberto, volontari nel ’48 e soprattutto a quella del mio trisnonno Claudio, volontario del ’48, combattente del ’59, medaglia di bronzo nel ’66 a Custoza, il quale, dopo settant’anni di attesa e speranza, nel 1918 vide compiersi il sogno d’una vita: l’Italia unita e l’Austria distrutta
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INDICE
Introduzione pag. 7
Capitolo I Dall’esercito restaurato al giugno del 1846………….…………………………………… pag. 9 Capitolo II Lo sdrucciolio verso il ’48..…..…………………………………………..…………………pag. 27 Capitolo III Il primo trimestre del 1848 …………………………..……………………………………. pag. 51 Capitolo IV La mobilitazione e la partenza………………………………………………………….......pag. 59 Capitolo V I disorganizzati di marzo……………………………………………………………………pag. 79 Capitolo VI Le difficoltà d’aprile ..…………………………………..………………………………….. pag. 91 Capitolo VII Maggio e la prima battaglia di Curtatone..……………….……………………………….pag. 109 Capitolo VIII I civili…………………………………………………………………………………………pag.125 Capitolo IX 29 e 30 maggio 1848: Curtatone, Montanara, Goito e Peschiera…………………………pag.131 Capitolo X La ritirata, le catture, le perdite………………………………………………………….…pag.149 Capitolo XI La gloria del dopo……………….………………………………………………………….. pag.163 Capitolo XII I prigionieri……………………………..……………………………………………………pag.171 Capitolo XIII Custoza………….………………………………………………………………………….. pag.199 5
Capitolo XIV La ritirata…………………………………….……………………………………………...pag.211 Capitolo XV L’amaro ritorno……………………………..………………………………………………pag. 215
Note bibliografiche pag. 226 Bibliografia pag. 235
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INTRODUZIONE
Questo libro è nato per caso. Stavo scrivendo quello sul Granducato di Toscana in età risorgimentale, quando, giunto al ’48, mi sono reso conto che, per parlarne bene, dovevo approfondire la I Guerra d’Indipendenza assai più del previsto, per cui ne sarebbe venuto fuori un testo a sé, che poi, riassunto al massimo, sarebbe divenuto parte del libro originale. Potevo sprecare tutto quel lavoro così? No di certo; dunque misi da parte la Toscana in generale e mi concentrai sui Toscani del ’48 e del ’49, dando loro la precedenza, per cui questo, che doveva essere un cascame, un avanzo di fabbrica dell’altro, esce prima e con tutta la dignità d’un prodotto finito. Lo so già: non ho usato le fonti d’archivio. Già sento le critiche dei soloni della storiografia che, tutti insieme, non han prodotto la metà in quantità e nemmeno un quarto in qualità di quel che ho fatto io fino adesso, ma s’impancano a criticare tutto e tutti e a sminuire per sentirsi importanti e farsi credere qualcuno. Ci facevo assai colle fonti d’archivio, sia qui che nell’altro libro! Qui in particolare non sarebbero servite a nulla, perché quando i più attenti protagonisti d’allora scrivono che le liste dei volontari non esisterono mai e le poche rimaste sono incomplete e inaffidabili, che ci vado a fare in archivio? A cercare gli stati di forza che d’Arco Ferrari prima e de Laugier poi definirono inesistenti? A vedere i documenti contabili i cui dati riemergono in abbondanza e miglior sintesi dalle carte pubblicate? A cercar gli originali – che in Archivio non ci sono – delle lettere del tempo già pubblicate nell’ultimo quarto del XIX Secolo? Solo chi la storia non sa cos’è e non sa scriverla, chi non sa valutare e scegliere le fonti, chi non riesce a comprendere l’importanza delle carte che ha sotto gli occhi, chi non ha il coraggio nemmeno di dire come si chiama senza appoggiarsi in nota alla propria carta d’identità può appigliarsi alla carenza di materiale d’archivio come difetto d’una opera di storia e aggiungo, per dimostrare i limiti di una così meschina visione: se le fonti d’archivio fossero condizione necessaria per scrivere di storia, nessuna autobiografia sarebbe degna d’essere adoperata! A meno che, beninteso, l’autore non ne avesse preventivamente depositato il manoscritto in un archivio e facesse riferimento a quello, allora si che varrebbe! Tornando a questo libro, devo confessare d’aver, come spesso nei miei altri, riadoperato talis qualis del materiale mio. L’ho sempre fatto (anche altri l’hanno fatto col “mio” materiale per i “loro” lavori, sia chiaro: potrei fornire una bella lista di plagiari), così come lo fecero Vivaldi ed Handel, e l’ho fatto perché mi è difficile riscrivere le stesse cose con parole diverse. Dunque, a chi leggerà pure il libro sulla Toscana salteranno agli occhi delle cose già trovate qui, le quali però erano state già scritte lì prima di trasferirle qui; questo lo dico per i filologi, nel caso ce ne fosse qualcuno interessato ai fatti miei; e non credo. Venendo finalmente all’argomento, tutti si ricordano, di nome, di Curtatone e Montanara e praticamente si fermano lì. Il grande pubblico in realtà non ne sa nulla: nulla dell’entusiasmo di quei giorni, nulla della politica del Granducato e dei suoi guai, nulla dei combattimenti che precedettero il 29 maggio, nulla di quanto accadde dopo; figuriamoci dell’esercito toscano! Tolto il lavoro del Giorgetti, risalente ai primi del Secolo XX, non c’è letteralmente nulla e, riguardo alla battaglia, solo i due interessanti lavori coordinati da Cipolla hanno disperso un po’ la nebbia, ma si è trattato di testi diversi da questo, di saggi con notevoli approfondimenti di aspetti specifici e 7
alcune analisi comparate, ma senza molta narrazione dei fatti, specie quelli precedenti e successivi, per cui, in un certo senso, si è data per scontata la vulgata esistente, che invece a me non è parsa scontata affatto. Come mai non è scontata? Per certi versi lo si deve proprio al poco fatto dai militari toscani nel Risorgimento, limitato quasi solo agli scontri di Curtatone e Montanara il 29 maggio 1848; per certi altri, essendo quell’unica giornata stata ricordata, celebrata, magnificata, lodata, osannata oltre ogni limite dell’umana decenza, non dai protagonisti, ma dai posteri, quasi fosse stata l’apice d’ogni gloria militare nazionale e la testimonianza irrefutabile dell’insostituibile contributo popolare al Risorgimento, non c’era più spazio per parlarne e, comunque, guai a chi l’avesse fatto al di fuori o contro i canoni stabiliti. Ora, un attento ascolto di qualche storia di famiglia – in fondo mio nonno aveva conosciuto bene suo nonno, che era stato volontario nel ’48, per cui non c’è da stupirsi di quanto affermo – e una lettura disincantata di lettere di parenti e di memorie e scorci autobiografici di personaggi dell’epoca, mi aveva sempre indotto a pensare che le cose fossero andate in maniera un po’ diversa da come poi era stato detto. Fra i miei antenati se ne contano sette volontari nelle forze armate toscane del 1848, di cui due negli Universitari e cinque nella Civica; e di loro almeno tre furono a Curtatone e Montanara e uno dei due universitari fu catturato alle Grazie e detenuto in Austria, sicché qualche spunto, qualche idea di come andarono le cose a me non mancava e, occorre dirlo, non coincideva perfettamente colla vulgata ufficiale. E, se non coincideva, allora come andò? Leggete e vedrete
Capitolo I 8
Dall’esercito restaurato al giugno del 1846 Per capire come mai i Toscani parteciparono alla campagna del ’48 e perché andò così, occorre partire da qualche anno prima e spiegare alcune cose riguardo alla storia ed alle condizioni del Granducato. Il Congresso di Vienna nel 1815 aveva terminato i suoi lavori dando all’Italia un assetto assai diverso da quello di vent’anni avanti. Le repubbliche, in quanto prive di un sovrano, erano state considerate res nullius e, meno San Marino, erano state oggetto dì ingrandimento territoriale a vantaggio d’Austria e Sardegna e l’Italia era caduta sotto un controllo asburgico assai più marcato che in passato. Alla Casa d’Austria apparteneva tutto il nordest, alle dinastie di Casa d’Austria la Toscana e Modena, ad un’esponente di Casa d’Austria, Maria Luigia, moglie di Napoleone, Parma,1 i cui legittimi sovrani erano stati parcheggiati a Lucca, appositamente eretta in ducato. 2 Per Lucca era previsto il passaggio alla Toscana, quando, alla morte di Maria Luigia, i Borbone avessero riavuto Parma e Piacenza, 3 con alcune variazioni e compensazioni territoriali da parte toscana nei confronti degli Austria-Este di Modena, ai quali sarebbero spettate Massa e Carrara.4 Nonostante alcune previsioni della vigilia, alla fine del Congresso di Vienna la Toscana era tornata sotto gli Asburgo Lorena, nella persona di Ferdinando III, il granduca legittimo, il quale era anche fratello minore dell’imperatore d’Austria Francesco. Ferdinando era stato contento di rientrare a Firenze almeno quanto i Toscani erano stati felici di rivederlo, con una gioia sincera e generale. Quanti nel 1814 l’avevano acclamato, l’avevan fatto con convinzione e non si trattò di plebi ignoranti come alcuni vorrebbero pensare, né d’una ricaduta nell’oscurantismo prerivoluzionario, ma di una gioia sincera, nata dal sollievo per la fine d’una dittatura militare sanguinosa, oppressiva e costosa, quella napoleonica. In Toscana prima della Rivoluzione Francese non c’era stato alcun oscurantismo; e in Italia ce n’era stato poco e certamente assai meno che in Francia. Ma, si dirà, la Grande Rivoluzione aveva portato i Lumi e i diritti dell’Uomo! Bella frase, molto adatta alla propaganda e per niente alla storia. A considerare con freddezza i fatti, se proprio aveva portato qualcosa, la Rivoluzione Francese in Italia aveva portato non i Lumi – che già c’erano – ma, a chi non l’aveva, la possibilità d’impadronirsi rapidamente e completamente del potere politico; niente di più niente di meno. Controprova? Avrebbe ricordato un liberale e protagonista del Risorgimento, il marchese Gino Capponi, molti anni dopo: “Nel marzo del 1799 i Francesi vennero per la prima volta in Firenze; mio padre andò col Granduca a Vienna. Era uno spavento, un dolore di famiglia, non che per noi per la città tutta; quel che oggi pare servilità era per gli uomini di quel tempo un sentimento della coscienza, e i più dabbene e costumati e quella sensata moltitudine in cui consiste il vero popolo, certo aborrivano i Francesi: i quali è vero che seco recavano tutta una nuova necessità di cose, ma intanto venivano in modo di barbari, ed oltre ad offendere le abitudini e credenze nostre, rubavano.”I
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Articolo 99 del Trattato finale del Congresso di Vienna. Articolo 101 del Trattato finale del Congresso di Vienna. 3 Articolo 102 del Trattato finale del Congresso di Vienna 4 Articolo 98 del Trattato finale del Congresso di Vienna. 2
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Ora, se erano nemici dei Francesi tanto i sovrani e l’aristocrazia quanto il popolo, chi erano i partigiani dei Francesi? E perché lo erano? E’ esemplare un caso extra-toscano, quello di Brescia, nella Lombardia Veneta, dove nobili e popolo si unirono per far cadere il potere veneto ed erigere la Repubblica; ma quali nobili e quale popolo erano? I primi erano gli aristocratici locali, i nobili di Terraferma che, in quanto non patrizi veneziani, erano completamente esclusi dall’accesso alle maggiori cariche pubbliche della Serenissima, cioè dall’esercizio effettivo del potere politico. I secondi non erano la plebe, il “popolo basso”, ma i borghesi, gli artigiani danarosi, i commercianti, gli avvocati e i medici dotati di influenza e beni; gli intellettuali istruiti, spesso senza cultura ed idee proprie, ma con molte opinioni prese in prestito e una notevole pragmaticità, privi di illusioni e del potere come della possibilità di ottenerlo in futuro. Nel momento in cui andò in crisi la rigida struttura politica che fino a quel momento aveva impedito loro d’afferrare il potere, eccoli schierarsi coi Francesi perché, alleandosi ai vincitori, potevano ottenere quello che cercavano. E’ vero che Napoleone avrebbe popolato la penisola di Stati-fantoccio, la cui indipendenza non esisteva al pari della loro volontà, ma è anche vero che, per i borghesi e i nobili precedentemente esclusi dal potere, avere un minimo di voce in capitolo era meglio che non averne affatto. Non importava chi fosse il padrone, importava dominare, anche poco, purché si dominasse, perciò l’avvento dei Francesi era stato fondamentale: perché aveva aperto la prima fessura nel rigido corpo del potere politico regio; ed era la fessura attraverso la quale si era intravisto ciò a cui si tendeva; ed andava allargata con ogni mezzo. La borghesia del 1796 aveva compreso rapidamente che, una volta afferrato, il potere sarebbe stato da non spartire con nessuno, specialmente colla troppo mutevole e influenzabile plebe; ma la conseguenza fu uno straniamento completo proprio della plebe, che era la maggior parte della popolazione e non vedeva alcun miglioramento rispetto al passato, semmai un peggioramento. L’avrebbe confermato nel 1890 Ferdinando Martini, il cui nonno era stato primo ministro del Regno d’Etruria, scrivendo: “il dominio francese portò dunque alla Toscana benefizi poco rilevanti e molto lievito di mali non tutti sanabili; vi ebbe scarsi aderenti e tali, la massima parte, da parere scelti apposta per discreditarlo, se a ciò non bastassero generali ed alti impiegati insigni per ruberie ciniche ed atti vandalici, subalterni eruditi dall’esempio ai furtarelli ed ai vandalismi di seconda mano. Gli alberi della libertà piantati con pompa simbolica e gran spreco di orazioni e di giuramenti, non davano in Toscana i frutti diversi da quelli che il popolo si era assuefatto a gustare tranquillo per oltre vent’anni; ed ora, offerti a prezzo di que’ trambusti sembravano perfino men saporiti, di guisa che Ferdinando III, figlio e successore di Leopoldo, lasciò lo stato nel 1799 rimpianto, vi tornò nel 1815 lungamente augurato ed invocato.”II Come mai il rimpianto e la gioia del ritorno dei sovrani restaurati? Non si è sempre detto che la Restaurazione fu un dramma? Passiamo a fare due conti e qualche considerazione e lo capiremo. Nel periodo Napoleonico circa 100.000 giovani italiani seminarono le loro ossa da Mosca a Barcellona e dal Baltico alla Calabria, servendo l’Imperatore e Re su tutti i campi di battaglia europei. Aggiungendo pure i morti civili e militari del periodo 1796-1799, si arriva ad un totale approssimativo di un milione di Italiani deceduti violentemente nei diciassette anni dal 1796 al
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1814, pari all’8,4% della popolazione italiana del tempo.5 Oltre a questo, il patrimonio zootecnico fu falcidiato e l’industria e il commercio soffrirono pesantemente per via del Blocco Continentale, specie in Toscana, dove i rapporti commerciali coll’Inghilterra erano antichi e intensi. In termini di denaro il danno fu enorme. Fra imposizioni francesi, tasse e contributi alle spese militari dell’Impero in guerra e in pace, è estremamente difficile calcolare in parametri del XXI Secolo quanto fu preso da Napoleone, però dato l’ammontare – per difetto – in franchi francesi dell’epoca e assumendo come valido ed esente dall’inflazione il cambio tra il franco e il dollaro americano del 1802, si può affermare che in poco meno di 18 anni la Francia asportò, cioè rubò all’Italia circa 257 milioni di dollari d’allora. Quanto era? Ecco, se si pensa che nel 1802 gli Americani comperarono la Louisiana – comprendente un quinto, il 20%, dell’estensione finale degli Stati Uniti – pagando 11.250.000 dollari, la proporzione è facile: per poco meno di diciotto anni, ogni nove mesi la Francia rubò all’Italia l’equivalente del valore d’un quinto del territorio degli Stati Uniti. Senza contare le perdite umane, questo sarebbe già sufficiente a spiegare quanto fu benvenuta la Restaurazione del 1814 in un’Italia che usciva dall’Età Napoleonica ridotta ad una delle regioni più povere d’Europa: era la fine d’un incubo! Ora, dal 1814 in poi nessuno, tranne pochissimi che ci vedevano il loro tornaconto, gradiva l’idea di sopportare di nuovo un simile disastro. Nella testa della gente c’erano pochi concetti assai chiari: quella tempesta atea di furti e massacri era giunta per colpa dei Giacobini; i Giacobini eran venuti dalla Rivoluzione, perciò qualsiasi rivoluzione andava evitata, perché avrebbe portato di nuovo i Giacobini e con loro i furti e i massacri. La rivoluzione era un danno, come era stato visto e provato da tutti sulla propria pelle. Ogni cambiamento era visto come una possibile rivoluzione o come prodromo di essa. L’Austria era contro la rivoluzione, perciò l’Austria era la protezione: poteva non piacere, ma se si doveva scegliere fra l’Austria e la rivoluzione, ebbene, dubbi se n’aveva pochi o punti: meglio l’Austria! Tanto il restaurato granduca Ferdinando III, quanto suo figlio e successore Leopoldo II, salito al trono nel 1824, condividevano queste idee. Granduchi o non granduchi, Asburgo o meno, entrambi, specie Leopoldo, conoscevano la mentalità del loro popolo e in buona misura la condividevano. Di questo atteggiamento occorrerà ricordarsi, altrimenti sarà impossibile capire quanto avvenne nel 1848. L’altro aspetto senza il quale il 1848 non può essere capito e che la Restaurazione fu un disastro per i nobili e i borghesi che in Italia avevano parteggiato per i Francesi, perché riportò, o pretese di riportare, tutto a come era prima; volle cioè privare una classe del potere che aveva acquisito e al quale avrebbe ripreso a tendere con tutte le sue forze. Quando poi fosse arrivato l’anno dei Secondo alcuni la popolazione italiana nell’arco del Settecento aumentò da circa 11 a 17 milioni di abitanti, secondo altri potrebbe essere rimasta stabile intorno ad undici milioni. Poiché non si conosce l’esatto numero di morti per epidemie e malaria e poiché di solito ci si basa sul numero degli abitanti delle città, ma non è chiaro quanti morti siano stati causati direttamente o indirettamente nell’arco del XVIII Secolo dalle tre guerre di successione – spagnola, polacca ed austriaca – e da quella della Quadruplice Alleanza, per cui nella prima metà del Settecento ci furono venticinque anni di pace intervallati da altrettanti di guerra, che afflissero pesantemente la popolazione civile delle campagne, in realtà non si sa di quanto fosse aumentata la popolazione italiana. Per questo preferisco tenermi a poco più del limite inferiore, cioè a una popolazione di 12 milioni di abitanti in tutta l’Italia al momento della Restaurazione. Del resto, se nel 1853 si stimava la popolazione italiana a poco più di 25 milioni di abitanti, considerando il tasso percentuale d’incremento dal 1861 al 1871 – il più assimilabile per condizioni e durata media della vita a quello del periodo precedente – e che dal 1814 al 1853 le guerre avevano causato pochissimi morti, è a mio parere più plausibile, dati i tassi di natalità dell’epoca, che nel quarantennio dopo la Restaurazione la popolazione fosse raddoppiata, anziché aumentata di poco meno del 50%. 5
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portenti, il 1848, i motivi di base dell’insurrezione sarebbero stati gli stessi della collaborazione filofrancese del 1796: la classe ricca, privata dell’esercizio del potere politico nel 1814, avrebbe voluto riavere almeno quanto avuto dagli invasori dal 1796 in poi. E quando un Sovrano avesse accettato il compromesso di garantirle il potere politico, gli avrebbe fatto avere la corona d’Italia. Il beneficio sarebbe stato ambivalente; solo che non sarebbe stato il granduca Leopoldo a concludere il compromesso, ma suo cognato Carlo Alberto di Savoia. Tanto i Savoia avrebbero guadagnato in termini di accrescimento di potere e tanto avrebbe guadagnato la borghesia, che sarebbe passata nuovamente dalla mancanza alla pienezza del potere politico e più che nel periodo napoleonico, perché non sarebbe più dovuta dipendere dall’esterno e avrebbe dominato su tutta l’Italia anziché su una porzione. La Toscana fece parzialmente eccezione. La sua classe ricca dopo la Restaurazione sostenne il potere costituito, ma quando, negli Anni ’40, lo valutò incapace d’adeguarsi alle necessità economiche poste dalla Rivoluzione Industriale, decise di doversene sbarazzare per poter mandare avanti l’economia e i propri interessi e aderì alla rivoluzione. Senza questa premessa non si può comprendere quanto avvenne in Italia e in particolare in Toscana dopo il 1814. Nel 1814 la scomparsa del Regno d’Italia e dell’Impero francese lasciò gli Italiani del Centro e del Nord sotto il “paterno” e provvisorio regime dell’occupazione austriaca. Il primo provvedimento dei governatori militari imperiali fu dovunque la creazione di una Guardia Urbana, che provvedesse ad un minimo di tutela dell’ordine pubblico, e di una Giunta, o Commissione, del Buon Governo preposta alle attività di polizia e dalla quale dipendevano le forze di gendarmeria, denominate Carabinieri, o Dragoni, o Cacciatori, a seconda dei tempi e dei luoghi. La Toscana non fece eccezione. Nel gennaio del 1814 era stata occupata dalle truppe napoletane di Murat e retta provvisoriamente dal generale duca di Roccaromana, il quale il 1° maggio dello stesso anno passò formalmente l’autorità alle truppe austriache. Al seguito di queste, cantato il Te Deum di prammatica in Santa Maria del Fiore per il ritorno dell’Altezza Sua ed essendo questo non prossimo, perché la prelodata Altezza Sua Imperiale e Reale era a Würzburg, fu assegnata la reggenza al principe Rospigliosi, nobile quanto fidato e reazionario quanto religioso, e gli si commise di preparare l’augusto e felice ritorno. Rospigliosi stabilì di rimettere il Granducato quasi nelle stesse condizioni in cui l’avevan trovato i Francesi e cominciò dall’istituzione basilare: la polizia. Perché? Spiegò poi Massimo d’Azeglio che Napoleone: “… lasciava all’Europa in regalo, per sua memoria, le macchine e gl’istrumenti più ingegnosi che abbia mai saputo trovare il despotismo, da quando cominciò ad infierire sulla specie umana: Polizia e Burocrazia. … i Principi, come i ministri reduci dagli esigli, trovarono comodo di accettare l’eredità di Napoleone con benefizio d’inventario: tenersi la polizia, la burocrazia, più le imposte, gli eserciti fuor di proporzione e via via…”III Rospigliosi non fece eccezione e, come ho detto, per primissima cosa, istituì la Presidenza di Buon Governo, cioè l’alta polizia, la quale in brevissimo tempo creò una rete di sorveglianza così ramificata, flessibile ed efficiente da bastare a qualsiasi bisogno di controllo dell’ordine pubblico e delle opinioni private. Era necessario? Si: Napoleone era caduto ed era stato ripristinato l’ordine antico, ma solo in apparenza. Qual’era la situazione? Che si temeva? Lo sappiamo dalle discussioni a Vienna fra il segretario di Stato pontificio cardinal Consalvi e il principe di Metternich, i quali si erano trovati 12
d’accordo su un punto: a Parigi non c’era più Napoleone, ma i rivoluzionari si; e la rivoluzione non era finita, anzi, era viva quasi quanto prima. Una conseguenza era la nuova idea che stava circolando in Italia, riassunta da Consalvi nella lettera del 17 agosto 1814 da Londra al suo vice, il pro-segretario di Stato cardinal Pacca. Non era da temersi Napoleone confinato all’Elba, benché andasse tenuto d’occhio, ma: “… più di lui sono da temersi le manovre di quelli che vogliono un regno unico in Italia nella persona di un vero italiano, essendo essi ugualmente contrari a Gioacchino, a Napoleone, all’Austria, al Papa e così discorrendo. Questo è il piano a cui ora si lavora dagli occulti meneurs, ma potrebbe poi benissimo in atto pratico accadere, che si rivolgano a Gioacchino, a Napoleone, se ne avran bisogno per sostenersi. Di primo slancio però credo di poter dire con fondamento che non vogliano né l’uno né l’altro dei suddetti due; onde il pericolo più imminente è quello che ho accennato. …Il gran progetto della insurrezione italica per lo stabilimento di un regno unico ed affatto indipendente è più che certo. Questo progetto è ugualmente diretto contro l’Austria, contro Gioacchino, contro il Papa, contro il Re di Sardegna, ed ogni altro Stato d’Italia, volendosi tutto riunire sotto un solo governo italiano, sebbene non si sia ancora pienamente d’accordo sulla sua natura e denominazione, volendosi da alcuni un Re d’Italia, da alcuni un Impero Romano, da alcuni una Repubblica Romana. Questo progetto ha in tutte le città d’Italia, specialmente in Milano, Venezia, Torino, Genova, Roma, ed anche in Napoli, le fila più estese. I malcontenti di diverse classi… gli empi, gli increduli, gli ambiziosi, dirò anche di più molti non cattivi, ma riscaldati da quanto vedono e sentono da 25 anni in qua, e che sdegnano il giogo, specialmente dei preti: tutti questi, dico, sono implicati in questo gran piano, che nella esaltazione delle idee correnti e delle passioni è divenuto in Italia un piano nazionale. Il centro delle loro operazioni è in Londra, dove hanno ampi e potenti appoggi, non già dal governo, il quale ha tutt’altre viste e direzioni di questa, ma dal partito d’opposizione e da quelle sette che hanno siffatti principi. …Questo piano voleva farsi scoppiare al principio di ottobre. Le scoperte fatte dalla Corte di Vienna dovrebbero avere almeno sconcertate le misure dei meneurs, e prolungata se non isventata affatto la loro esecuzione.”IV Proprio per sventare quei tentativi, aveva detto Metternich a Consalvi, l’Austria, invece di tenere la frontiera al Mincio, assai più difendibile, si era dovuta riprendere Milano. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, però: “si è trovata forzata a prenderla per la sola ragione (mi servirò della sua stessa espressione) di “tuer à Milan le Jacobinisme italien, et le Royaume unique d’Italie” essendo quella città il centro di questi due grandi piani tendenti a far dell’Italia un solo Stato e richiamarla alla qualità di Nazione.”V Difficile dire se Metternich avesse mentito o no; comunque un fatto c’era: al di là delle questioni di confine, nell’autunno del 1814 l’Austria era indebolita. Le conseguenze delle guerre napoleoniche e del dover tenere in quel momento 250.000 uomini in armi in Polonia contro un’eventuale iniziativa dello zar, assorbivano tanto da impedirle un intervento in caso di 13
sollevazione in Italia. Per questo preferiva reinstallare il potere pontificio sulla destra del Po e mantenere negli altri Stati lo statu quo ante, evitando strane sorprese. Bisognava conservare quanto si era riavuto. Come? Metternich accennò ad un’eventuale Lega italica per tenere le cose al loro posto, con “una specie di polizia centrale” e “si parlò della necessità di comprimere con mano vigorosa ogni nuova macchina e cospirazione, ma al tempo stesso di non accrescere il numero dei malcontenti alla ricerca delle cose passate.”VI Come tutti i periodi di transizione, quello del 1814-15 non fu tranquillo. Il Congresso di Vienna aveva detto di voler ripristinare lo statu quo ante, ma quando le trattative del 1814 terminarono, l’Italia si trovò con una fisionomia assai diversa dalla precedente. In questa condizione d’instabilità politica, Ferdinando III di Toscana, consigliato dai suoi ministri, al rientro a Firenze tagliò corto e tornò alle politiche di prima dei Francesi, le quali però erano state un po’ diverse a seconda dei tempi: tanto Pietro Leopoldo aveva spinto l’evoluzione fino al 1790 e quasi altrettanto proprio Ferdinando l’aveva rallentata ed arrestata nei suoi sette anni prima dell’arrivo dei Francesi. E’ vero che Leopoldo era andato molto avanti, forse un po’ troppo in alcuni campi, però Ferdinando fra il 1790 ed il 1797 aveva lasciato fermarsi quasi tutto. Adesso, nell’autunno del ’14, le condizioni della Toscana erano tali e i danni sofferti in uomini e contrazione del commercio così gravi che, causa pure alcune annate di cattivi raccolti, la prevedibile carestia del 1815-16 e la concomitante epidemia di tifo, lo sforzo principale del Granduca verté sui rifornimenti alimentari, lasciando da parte altre questioni, peraltro non da poco, prima di tutte quella del denaro. Il periodo napoleonico aveva visto un saccheggio senza pari per durata ed entità in opere d’arte, denaro, uomini e animali da tiro, le cui ossa erano rimaste in mezza Europa. Ora, dopo la vittoria, i sovrani restaurati chiedevano la restituzione delle opere d’arte e il pagamento dei danni di guerra. La lista presentata dai vincitori era lunga e spaventosa. D’altra parte si voleva indietro si e no quanto la Francia aveva saccheggiato e distrutto per venticinque lunghi anni. Le vite non potevano essere ridate, i soldi si e quelli si chiedevano adesso, per un totale di 775 milioni e mezzo di franchi oro. Ma la Francia non li aveva – e del resto aveva fatto la rivoluzione per via dei debiti e iniziato la guerra proprio per trovar denaro – e non li avrebbe mai avuti. Si andò a una soluzione di compromesso, demandandola al Duca di Wellington, che ridusse la cifra e meno d’un terzo – 240.664.325 franchi oro – e la ripartì in maniera arbitraria e per nulla influenzata dalle antiche alleanze. L’Austria esigeva 200 milioni? Ne ebbe 20. La Prussia ne voleva 125? Poté averne un po’ più di 52 da sola e altri due da spartire colla Sassonia. La Toscana, che ne chiedeva quattro, se ne vide assegnare quattro e mezzo, mentre la Sardegna ne riceveva 25 dei 70 richiesti e il Papa cinque soli dei trenta domandati: un sesto. Benché il risarcimento fosse maggiore di quanto chiesto da Firenze, non c’era da scialare e c’era invece tutto da rifare; e con quali uomini? Qui nasceva una seconda difficoltà: mancavano; e non era un problema nuovo. Era stato quello maggiore per l’amministrazione organizzata dai Francesi in Italia e lo era adesso. In un periodo in cui, come in tutta Europa, l’analfabetismo era assai diffuso, bisognava contentarsi di quel che c’era, senza stare troppo a guardare a chi funzionari o impiegati erano veramente fedeli, se a Napoleone o al sovrano legittimo, a suo tempo spodestato e adesso restaurato, e sapendo che erano pronti a voltar gabbana alla prima occasione. Di conseguenza i governi restaurati si comportarono quasi tutti come avevano fatto i Francesi: lasciarono al loro posto i funzionari dei gradi minori ed epurarono come poterono i gradi maggiori. 14
Quanto agli eserciti, li riorganizzarono ammettendovi a certe condizioni anche i reduci napoleonici, incrociarono le dita e sperarono che tutto sarebbe tornato come prima. Ed ecco spiegato il motivo per cui Rospigliosi, agì come agì: al di là delle facili critiche, senza voler negare che il suo carattere e le sue idee lo portassero ampiamente in quella direzione, capiva che cancellare quanto avevano lasciato i Francesi significava dare un segnale ai sudditi ché rimettessero la testa a posto e all’Austria che si faceva sul serio e colla rivoluzione il capitolo era chiuso. Era davvero tanto necessario far così? E’ difficile dirlo. Lo si ritenne opportuno e, probabilmente, di motivi ce n’eran molti. Dal punto di vista politico, il Granducato poteva esistere a condizione di non pretendere nulla, di limitarsi al minimo livello di Potenza locale italiana e di fare quanto potesse piacere all’Augusta Mente e col Venerato Benestare di Sua Maestà Imperiale e Reale Austriaca, cioè al fiorentino Francesco d’Asburgo-Lorena, primo maschio della felice memoria del granduca – e poi imperatore – Pietro Leopoldo e fratello maggiore del granduca Ferdinando. Per esistere occorreva dunque tenersi accuratamente nella scia dell’Austria, una delle cinque Potenze con Francia, Russia, Prussia e Gran Bretagna che, dichiaratesi del Primo Ordine al Congresso di Vienna, s’eran riservate il diritto di mettere mano in tutti gli affari internazionali, informandone le Potenze del Secondo Ordine solo se e quando fossero state direttamente coinvolte. Pure così, la reintegrazione di Ferdinando III fu forse meno scontata di quanto poteva sembrare e, se la Toscana restò indipendente, sicuramente lo si dové, al di là delle belle affermazioni di principio sul ripristino della Legittimità, a tre fattori: l’instabilità dell’Italia, la relativa debolezza dell’Austria e l’essere il Granduca il fratello dell’Imperatore e dunque una garanzia – benché teorica – del fatto che la Toscana sarebbe rimasta sotto il controllo austriaco. Si organizzò in fretta e furia una Banca di Sconto per fornire capitali a chi non ne aveva e si mise mano al portafoglio governativo, varando un piano di lavori pubblici per sei milioni di lire toscane6 e aprendo dei ricoveri di mendicità per chi proprio non era in grado di lavorare. Il credito diede ai proprietari terrieri la liquidità necessaria ai lavori più urgenti ed alla messa a coltura di nuovi appezzamenti, però sulle prime il risultato fu inferiore alle aspettative; ma occorre distinguere: quali aspettative e di chi? Si cita spesso il fatto che Metternich fosse colpito dall’incapacità granducale d’assicurare migliori condizioni di vita ai sudditi in una terra così favorita dalla natura e se ne lamentasse ancora nel 1817.7 Questa potrebbe essere una dimostrazione di quali aspettative esistessero e fossero deluse, ma, ribatto io, era facile essere delusi stando a Vienna e senza conoscere le reali condizioni della Toscana, meno facile stare sul posto e trovare un rimedio ai danni del periodo napoleonico. Benché formalmente non più esistente dopo il 1814, l’unità di conto di riferimento era la lira italiana, quella dello scomparso Regno Italico. Era pari al franco francese e sarebbe rientrata in uso coll’Unità d’Italia. La lira toscana valeva 84 centesimi di lira italiana, perciò, ad esempio, i quattro milioni e mezzo di franchi di danni di guerra pagati dalla Francia equivalevano a 5.357.142 lire toscane. 7 In un suo lungo memoriale all’Imperatore, datato da Graz il 3 novembre 1817 sulla situazione interna dell’Italia e su quello che lui definiva “lo scontento generale manifestato da diversi Stati d’Italia”, Metternich, a proposito del Granducato, scriveva di trovarsi d’accordo col rapporto dell’inviato speciale Tito Manzi, in grazia di quanto lui stesso aveva visto e udito nella tarda primavera ed estate del 1817, durante il suo viaggio in Toscana per accompagnare a Livorno l’arciduchessa Maria Leopoldina che doveva imbarcarsi per il Brasile. Manzi valutava le entrate del Granducato a 20 milioni di lire; Metternich si riservava di dimostrare con un memoriale specifico che in realtà ammontavano praticamente al doppio, ma che erano assai mal amministrate. Cfr. Mémoires, documents et écrits divers laissés par le Prince de Metternich chancelier de cour et d’état, publiés par son fils, le prince Richard de Metternich, 7 voll., Paris, Plon, 1881, vol. 3, anni 1816-22, pagg. 82-83. 6
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Uno di questi fu la crisi agricola determinata dalla fine del sistema continentale napoleonico e dal brusco ritorno da un regime chiuso e di fatto protezionistico ad uno di libero mercato, unito a un paio d’annate decisamente non buone. Dunque in Toscana venne data la precedenza alle finanze e furono tagliate tutte le spese non produttive, fra cui l’esercito, del quale si sarebbe forse fatto del tutto a meno, come al tempo del fu granduca Pietro Leopoldo, se non fosse stato per un problema politico: serviva ad impedire l’assorbimento della Toscana da parte dell’Austria. Il provvedimento venne reso più urgente dall’invasione murattiana, che costrinse Ferdinando III a spostarsi a Pisa ai primi d’aprile del ‘15. Dati i precedenti toscani con Napoleone, Metternich domandò se pure stavolta il regio governo dell’Altezza Sua intendesse negoziare la neutralità della Toscana e, in tal caso, se si rendeva conto che ciò all’Austria non sarebbe piaciuto. Il plenipotenziario granducale al congresso di Vienna, don Neri dei principi Corsini, parò il colpo mettendo sul tavolo prima l’abbandono in cui era stata lasciata la Toscana da parte alleata, e poi la certezza che l’Altezza Sua avrebbe rimesso in piedi un esercito quanto più in fretta possibile. Murat si ritirò. Ferdinando tornò a Firenze e Corsini continuò ad insistere con lui per la creazione dell’esercito, facendo presente pure il progetto d’una polizia centrale italiana e della lega difensiva fra gli Stati italiani, di cui Metternich aveva già parlato al cardinal Consalvi. Il 9 giugno 1815 vennero firmati i protocolli del trattato di Vienna, per cui la Toscana ottenne i territori promessi in sede congressuale e la conferma della reversibilità del ducato di Lucca, poi perfezionata il 10 giugno 1817 col trattato di Parigi e ulteriormente integrata, per un’ulteriore sistemazione dei territori di confine, grazie al trattato di Firenze del 28 novembre 1844: ne sarebbero nati dei guai ed avrebbero contribuito potentemente all’intervento toscano nel ‘48. A quel punto, tre dei fattori che determinarono il ’48 toscano erano entrati in gioco: il cospirazionismo finalizzato all’unità italiana, la debolezza dell’esercito, il problema del confine con Modena. Il giorno prima di lasciare Vienna, il 12 giugno 1815, Corsini firmò un trattato d’amicizia ed alleanza offensiva e difensiva coll’Austria, per la tranquillità e sicurezza dell’Italia, al quale, il 27 gennaio 1818, avrebbe fatto seguito l’accessione toscana alla Santa Alleanza. L’indomani partì e a Firenze, il 24 giugno, riprese gli incarichi di direttore della segreteria di Stato e di gran ciambellano, conservandoli fino al 1844. Intanto, sei giorni prima, il 18 giugno, c’era stata Waterloo. La definitiva scomparsa di Napoleone dalla scena sembrò calmare le acque in Europa e in Italia. Il Granduca poté metter mano all’amministrazione dei suoi Stati e, come desiderato a Vienna e caldeggiato da Corsini, rimise in piedi un esercito, piccolo ma sufficiente ai bisogni del Granducato. Prendendo spunto dall’ordinamento del 19 aprile 1800, fu creato un Dipartimento della Guerra, diretto dal ministro Fossombroni, col tenente colonnello Luigi Spadini in qualità di segretario. Dal dipartimento dipendevano i tenenti generali Vincenzio Vettori, “comandante supremo le Truppe del Granducato”; Francesco Spannocchi Piccolomini, governatore civile e militare della Città e Porto di Livorno e comandante supremo della piccola Imperiale e Regia Marina di Guerra Toscana; conte Rambaldo Strassoldo, governatore civile e militare dell’Isola dell’Elba e ciambellano di Sua Altezza Imperiale e Reale; marchese Nicolò Viviani, governatore civile e militare dell’Isola della Città di Pisa e ciambellano di Sua Altezza Imperiale e Reale e infine il generale maggiore Giovanni Bava, comandante la Piazza di Firenze. Il Comando supremo delle truppe del Granducato si avvaleva d’uno stato maggiore, diretto da un tenente colonnello
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Commissario generale di guerra, coadiuvato da due Ajutanti – un capitano e un tenente – un segretario provvisorio – capitano – e un Ajuto, col grado di tenente. I Comandi di Piazza, in ordine d’importanza erano a Firenze, Livorno, Pisa, Siena, Arezzo, Pistoia, Volterra, Piombino, Grosseto, Talamone, Orbetello, Santo Stefano, Isola del Giglio, Portoferraio, al forte del Falcone, sempre a Portoferraio e a Longone; ed al comandante di piazza affiancavano tutti almeno un aiutante di piazza. I Tribunali militari erano solo a Firenze, Livorno e nel Forte Falcone di Portoferraio, sedi rispettivamente del Primo, del Secondo e del Terzo Auditor militare. La parte operativa dipendeva dal Comandante tutte le Truppe del Granducato e si articolava in Corpi di Palazzo, Fanteria di Linea, Real Corpo d’Artiglieria, Real Corpo dei Dragoni e Veterani e Invalidi. I Corpi di Palazzo si dividevano in una Real Guardia del Corpo, composta di Guardie Nobili e gentiluomini al servizio del Sovrano e una Guardia Reale del Corpo o “Real Corpo degli Anziani all’imperial regio palazzo Pitti”, formata da vecchi ufficiali e sottufficiali. La Fanteria comprendeva un battaglione di Reali Cacciatori a piedi comandato da un maggiore e arruolato nel 1814 per fronteggiare Murat, e due soli reggimenti di fanteria, che nel 1816 avevano nome il 1° Real Ferdinando ed il 2° Real Leopoldo, ognuno su Stato Maggiore e minore e due battaglioni di fucilieri; in più esisteva una divisione di granatieri, di fatto un battaglione binario comandato da un maggiore. L’artiglieria era agli ordini d’un maggiore, con un treno comandato da un tenente, cui si sommavano due battaglioni Cannonieri Guardacoste: uno Continentali ed uno Sedentari nelle isole dell’Elba e Giglio, però col passare degli anni si sarebbe ingrandita, articolandosi su un Battaglione Artiglieria, comandato dal colonnello comandante del Corpo, ed una Direzione del Materiale d’Artiglieria. I Dragoni, non molti, in pratica poco più d’uno squadrone8 già nel 1816 vennero trasformati in Reali Cacciatori a Cavallo, mentre gli Invalidi costituivano un Battaglione al comando d’un maggiore e i Veterani di fatto un reggimento agli ordini d’un colonnello.9 Anche qui, come nel resto d’Italia, i militari erano in gran parte ex-napoleonici, quindi gente esperta e per niente ben disposta verso la dinastia asburgica regnante, tenuti però a freno da un buon numero di comandanti che con Napoleone non avevano avuto nulla a che fare o lo avevano combattuto. Ad esempio il comandante supremo, Vettori, non era un ex-napoleonico, come non lo erano il segretario del Dipartimento della Guerra Spadini e il capo di Stato Maggiore Fortini, né lo erano i generali, colla sola eccezione di Spannocchi. Lo stesso capitava nei reparti, dove l’unico comandante di corpo che fosse un veterano napoleonico era quello dei Reali Cacciatori a Piedi, il maggiore Girolamo Spannocchi, mentre, con gradi variabili da tenente a maggiore, erano in servizio alcuni altri veterani, i quali sarebbero stati i comandanti nel 1848. 10 La poca rilevanza o l’assenza totale dei veterani napoleonici era ancor più accentuata nella Marina, comandata effettivamente dal capitano di fregata Giuseppe Falchi, e nelle piazze: nel 1816 nessuna aveva un comandante che si fosse distinto sotto Napoleone. Forse anche per questo non vi furono difficoltà né tentativi rivoluzionari, tranne quello minuscolo dell’Elba nel 1821, stroncato ancor prima di nascere. 8
Erano comandati da un maggiore e tutti gli ufficiali erano un capitano, due tenenti e un sottotenente. Per ovvie ragioni anagrafiche, entrambi i reparti videro la loro consistenza variare negli anni, per cui nel 1840 gli Invalidi erano più o meno sempre lo stesso numero, benché comandati da un tenente colonnello, mentre i Veterani erano ridotti a una compagnia dipendente da un capitano. 10 Il 4 dicembre 1819 venne, con Sovrano Dispaccio, creata la Guardia dei Pompieri, “istituita per l’estinzione degl’incendj”, la quale rivestiva “Caratteristiche e Grado militare” e sovrintendevano alla medesima “il Sig.Presidente del buon governo e il Sig. Gonfaloniere pro-tempore di Firenze” 9
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L’organizzazione della Marina crebbe con calma e, prescindendo dalle piccole modifiche della parte navigante, stabilì una suddivisione della costa articolata in un comando supremo del Littorale Toscano, cui facevano capo i circondari– nell’ordine, dal primo a salire – dei “Littorali” di Pietrasanta, Rosignano, del Compartimento Grossetano, di Piombino, di Grosseto, di Orbetello e del Monte Argentale – il quinto e il sesto circondario con un comandante in comune – e poi quello denominato Isole Toscane, direttamente dipendente dal Comandante Supremo, infine l’Isola del Giglio e l’Isola Gorgona. Pure l’esercito si evolse lentamente, con piccole modifiche. Nel 1817 era stata ricostituita la milizia, da attivare in caso di guerra, detta Corpo dei Cacciatori Volontari di Costa, i quali sarebbero divenuti negli anni ‘30 Cacciatori Volontari di Costa e di Frontiera. Questa milizia era articolata in tre battaglioni coi comandi a Pisa, Cecina e Grosseto, ai quali in futuro per le frontiere terrestri se ne sarebbero aggiunti altri due, insieme a una divisione dei Cacciatori Volontari dei Suburbi di Pistoja, anch’essa di forza pari a un battaglione, alla quale si sarebbe infine aggiunta la Compagnia di Barga. Nel 1840 sarebbe stato costituito il Corpo della Real Guardia di Finanza e l’anno dopo quello dei Reali Carabinieri, comandato dal maggiore Costa Reghini e nato dal vecchio Battaglione dei Cacciatori, al quale sarebbe stata demandata la vigilanza delle campagne e dell’esterno delle città. Lentamente si sarebbe evoluta pure la struttura amministrativa militare, che negli Anni ’40 sarebbe stata articolata su una Direzione d’Amministrazione a Firenze, diretta da un maggiore e composta da personale civile, su un Commissariato di Guerra e un’Azienda del Vestiario, entrambe a Firenze ed entrambe composte solo di civili, così come lo sarebbero stati il Commissariato di Guerra e Marina a Livorno e il Commissariato di Guerra in Portoferraio. Nel 1848 sarebbero state costituite due compagnie cacciatori (una per ogni reggimento di Linea) e riorganizzati i Reali Carabinieri nel corpo scelto denominato Reggimento Veliti Toscani. Nel 1849, poi, sarebbero stati formati col personale della Civica un 3° e un 4° Reggimento Fanteria di Linea, elevando a Reggimento su quattro squadroni il Corpo dei Cacciatori a Cavallo. Era poco, ma poteva bastare, perché l’Italia era guardata dall’Austria e l’Austria era sorretta dalla Santa Alleanza, per cui non ci sarebbe stato da preoccuparsi. E apparentemente andò proprio così; ma in realtà fu il controllo di polizia a tagliar le gambe a qualsiasi moto o tentativo fin dall’inizio. La polizia toscana sapeva tutto, vedeva tutto e interveniva preventivamente così da levare a Metternich qualsiasi appiglio per insediare una guarnigione austriaca nel Granducato. Le cose andarono avanti abbastanza tranquillamente fino al 1846, anno in cui l’elezione di Pio IX e i primi provvedimenti da lui presi generarono nella struttura assolutista pontificia e, per contagio, in quella degli altri Stati italiani, una crisi che portò direttamente allo sconquasso del 1848. Nei trentaquattro anni fra la sua ricostituzione e la campagna del ’48, l’esercito toscano praticamente non sparò un colpo; fu toccato assai marginalmente dai fatti del 1821 coll’accennata congiura militare progettata da un paio di ufficiali della guarnigione dell’Elba,11 stroncata a metà marzo, prima ancora di cominciare12 e non fu coinvolto nei fatti del 1831. La guarnigione dell’Elba, concentrata a Portoferraio e agli ordini del colonnello Spadini, comprendeva il II Battaglione del 1° Reggimento di fanteria di linea Real Ferdinando, comandato dal maggiore Caimi; una compagnia d’artiglieria agli ordini del capitano Bechi e le quattro compagnie del Battaglione dei Cannonieri guardiacoste sedentari dell’Elba. Può sembrare poco, ma l’intero esercito granducale d’allora constava d’un Corpo Invalidi e Veterani, un battaglione d’Artiglieria, uno di Granatieri, due reggimenti di fanteria di linea, un battaglione di Cacciatori a cavallo, tre di Cacciatori volontari di costa e di frontiera e del Battaglione dei Cannonieri guardiacoste sedentari, più i corpi di palazzo. 12 I responsabili rischiavano la morte, ma, sempre per non dare all’Austria motivo d’ingerirsi nelle faccende toscane, si preferì sminuire il moto degradandolo a una specie d’incidente ed infliggendo loro una delle pene più leggere: il 11
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Nel 1821 la Toscana si limitò a consentire agli Austriaci il passaggio verso Napoli. Dopo il ’21, Ferdinando III governò meno di tre anni, perché morì il 18 giugno 1824, a cinquantacinque anni da poco compiuti e lasciò il trono al figlio Leopoldo. La struttura politica del Granducato che Leopoldo si trovò davanti era assai semplice, si fondava sul principio del governo personale del Granduca e dunque faceva capo a lui in tutto e per tutto, fin negli affari di minima importanza. Riassunse nel 1871 l’ex ministro Giovanni Baldasseroni, che l’amministrazione toscana l’aveva conosciuta a fondo: “Il sovrano aveva le sue Reali Segreterie per gli Affari Esteri, per quelli dello Stato o Interno, per le Reali Finanze e per la Guerra. L’unità direttiva del Governo era rappresentata da un unico Ministro Segretario di Stato, primo Direttore delle Reali Segreterie che per ordinario reggeva personalmente quelle degli Affari Esteri e della Guerra. La Segreteria di Stato e l’altra delle Finanze avevano ciascuna un Direttore particolare. Il Ministro Segretario di Stato Direttore delle Reali Segreterie e di due Consiglieri di Stato Direttori parziali delle Segreterie di Stato e di Finanze costituivano ordinariamente il Consiglio del Principe. Questi per altro nell’ordinamento leopoldino riceveva esclusivamente dal Ministro Segretario di Stato tutte le comunicazioni e tutti gli affari dei quali non gli fosse stato reso conto verbalmente nelle sedute ordinarie, ed erano i più gravi, e per mezzo della Segreteria intima faceva trasmettere allo stesso Ministro i suoi ordini e risoluzioni perché li comunicasse agli altri Consiglieri. … Il militare dipendeva da un general comandante. Le fabbriche Regie d’ogni specie e, l’uso loro qual si fosse, erano pertinenza di una Direzione speciale. … Tutti questi capi di Azienda e di uffizio dirigevano al Principe le loro informazioni per mezzo delle Segreterie, dalle quali erano poi sottoposte al Principe medesimo col parere verbale del Consiglio nelle ordinarie sedute, o secondo la gravità della cosa con un parere scritto che accompagnava le proposizioni dei primi informanti. confino a tempo. L’articolo 47 del Motuproprio granducale che stabiliva le pene per i reati militari, reperibile nelle pagine 344 e 345 del volume V del Repertorio del dritto (non “diritto”: “dritto”) patrio toscano vigente ossia spoglio alfabetico e letterale delle più interessanti disposizioni legislative veglianti nel Granducato, stampato in sei volumi a Firenze dal Giuliani nel 1837, e le fissava in ordine discendente di gravità come segue: Morte con infamia e senza infamia; Lavori pubblici (cioè forzati) a vita, o per venti, quindici, dieci, sette, cinque o tre anni; Confino a Grosseto (e suo territorio) per un massimo di dieci anni; Confino nella Provincia inferiore di Siena; Confino a Volterra e suo territorio; Esilio dal Granducato in perpetuo, o per dieci anni, o per un numero d’anni minore; “Esilio dai luoghi ove stanno fissamente le guarnigioni”, o dal luogo d’origine, o dal domicilio del condannato; Arresto in fortezza o in casamatta per un anno o minor tempo; “Bacchette da due fino in sei giri al numero di 300 uomini”; Sospensione, degradazione e cassazione. La pena delle bacchette consisteva nel far passare il condannato fra due file di soldati, ognuno dei quali doveva infliggergli almeno un colpo colla bacchetta – di metallo o di legno, nell’Ottocento ormai era di metallo in quasi tutti gli eserciti – usata per rincalcare nella canna la carica e la cartuccia del fucile ad avancarica. Passare per due volte – due giri, non parliamo del massimo di sei – in mezzo a 300 soldati, significava ricevere un minimo di seicento colpi, che potevano aumentare, perché, se il soldato non riusciva a proseguire, i commilitoni potevano continuare a batterlo a piacimento o fino ad ordine contrario; e non era raro il caso di gente che moriva dopo o già durante un simile trattamento. Per la mentalità del XXI Secolo è comunque degno di nota che una tal pena fosse considerata assai meno grave del confino a Grosseto, o nella Provincia inferiore di Siena, o a Volterra, per quanto quelle zone fossero evidentemente giudicate orribili e dalle condizioni di vita durissime, alle quali non era estranea la malaria. 19
Aggiungasi che il Presidente del Buon Governo, il General comandante e il Direttore delle Regie Fabbriche avevano in ogni domenica udienza privata dal Granduca, il quale ricevendo nello stesso modo in più giorni della settimana quanti volevano a lui presentarsi, e nelle frequenti sue escursioni nelle provincie vedendo personalmente le Autorità locali, raccoglieva direttamente notizie, informazioni e domande.”VII Avrebbe obbiettato nel 1853 Giuseppe Montanelli che, da avvocato, giureconsulto e professore universitario di diritto, conosceva anche lui assai bene l’ordinamento granducale: “L’indirizzo generale del governo apparteneva a tre ministri chiamati segretarii di Stato, i quali componevano il consiglio del granduca. Ma questo ministero esercitava autorità piuttosto nominale che effettiva. A capo dei rami più importanti della pubblica amministrazione stavano ministeri speciali col titolo di presidenza del buon governo nella polizia, di segreteria del regio diritto nei negozii ecclesiastici, di comando militare nella guerra, di consulta nella giustizia, di soprintendenza degli studii nell’istruzione, i quali proponevano la risoluzione dei negozii a ciascuno spettanti, informavano pel conferimento degli impieghi, facevano insomma quella parte, che in un ordinamento di centralità amministrativa bene costituita avrebbe dovuto appartenere esclusivamente al ministero generale dello Stato. Cosicché il consiglio del principe si trovava nella necessità di adottare le proposte di questi ministri subalterni, per no mettersi in urto cogli uomini che tenevano in mano la somma della potestà esecutiva; e ogni ministero speciale, considerando le cose solo per l’interesse del suo uffizio, alla centralità burocratica non andava compagna la centralità dell’idea.”VIII Montanelli confermò già nel 1853 che, sotto l’apparenza d’una bonomia e d’una tolleranza inusitate in Italia, la Toscana fosse divenuta uno stato di polizia in cui i bargelli avevano un potere smisurato, illimitato, al quale i loro stessi superiori diretti dovevano sottostare, fondato sui rapporti settimanali da loro inoltrati direttamente al presidente del Buon Governo a proposito di tutto e tutti, inclusi, per l’appunto, i loro superiori. Con questi sistemi Leopoldo II teneva le redini d’uno Stato la cui superficie era allora di 6.338 miglia italiane quadrate, pari a circa 21.700 chilometri quadrati, abitate nel 1814 da poco più di 1.154.000 persone, le quali nei trent’anni seguenti sarebbero aumentate fino a 1.440.000 nel 1846. Fino al 1847 sarebbe esistito pure un esercito ducale lucchese, il quale, oltre a costituire la voce principale del bilancio – più di 377.000 lire nel 1818, ridotte alle 293.739,10 del 1819 – includendo la polizia e la compagnia guardacoste garantiva l’ordine pubblico, contribuiva all’esazione delle imposte e per il resto svolgeva una parte di semplice rappresentanza, perché neanche a Lucca vi furono mai problemi nel 1821 e nel 1831. Leopoldo II prima del 1848 si dava un tono vagamente militare. Vestiva spesso la bianca divisa simile a quella da feldmaresciallo austriaco e seguiva la processione del Santissimo nel giorno del Corpus Domini, col candido mantello di Santo Stefano e attorniato dai generali che ho già nominati, ai quali in seguito si aggiunsero Caimi, Trieb13 e Ceccherelli, veterani napoleonici. 13
Trieb era stato al servizio etrusco e poi francese, capitano dei granatieri nel II battaglione del 113° di Linea, col quale aveva combattuto in Spagna dal 1808 e in Russia nel 1812 meritando il cavalierato della Legion d’Onore. Cavaliere della Corona Ferrea, passato al servizio toscano alla Restaurazione, aveva proseguito la carriera in fanteria. Nel 1817 era maggiore nel reggimento di fanteria Real Ferdinando; nel 1825 era tenente colonnello nel reggimento di 20
Il suo regno iniziò con una secca marcatura della sua indipendenza: non chiese il beneplacito allo zio imperatore per la sua ascesa al trono, perciò il medesimo editto annunciò la morte del padre e l’ascesa al trono del figlio, sic et simpliciter. Leopoldo resse il Granducato piuttosto bene, ma gli fu rimproverato di non essere all’altezza dei tempi, benché, quanto a questo, lo stesso rimprovero si potesse muovere a chiunque. Nel 1890, vent’anni dopo la sua morte, Ferdinando Martini ne fece questo ritratto: “Non privo di mente né di coltura, da giovane disposto agli studi… equanime ma gretto, con molti dei requisiti che ornano l’uomo dabbene, pochissimi de’ necessari a un sovrano, pilota da bonaccia quando il tempo minacciava bufera… Meticoloso, incapace di un’ingiustizia, sfacchinava nel disbrigo d’ogni menomo negozio, in quel diluvio di piccinerie annegando i concetti universali della politica; e intanto che provvedeva ai minuti bisogni perdendo d’occhio le supreme necessità; amatore, anzi fautore del progresso ma di progresso se può dirsi antiquato… Pio, ma come un pronipote di Giuseppe II guasto dal sangue superstizioso dei Borboni di Napoli; avrebbe sfidato i fulmini spirituali pur d’estendere il suo dominio sulle Romagne alle quali occhieggiava, e fatto un pellegrinaggio a San Jacopo di Compostella se perdeva la messa in un giorno festivo.14 Imitare il nonno fu per molti anni il sogno e il proposito suo, e imitò alla lettera, senza penetrar nello spirito; la reverenza alla memoria dell’avo gli stillava di quando in quando nell’animo stille salutari; ma ben altra onda volevasi a mondarlo dalla scoria dei pregiudizi. [Aveva una] soggezione, la quale lo tratteneva dall’esprimere la opinione sua, onde parve doppio non essendo che timido. Con l’Austria e col papa da lontano altero da vicino rimesso, ogni suo viaggio fuori dallo stato era cagione a’ ministri e al popolo di trepidazioni e di angustie; a Firenze disobbediva, a Vienna implorava; a Roma nel 1841 un po’ con le parole, assai più col silenzio lasciò credere revocherebbe le leggi giurisdizionali; passato Radicofani, e sapendo avversi i suoi consiglieri a quell’atto, non ne fece più verbo. … il libro delle arti di stato, delle oneste e delle ree, fu per Leopoldo II un libro chiuso; buoni o cattivi istinti lo governarono ed egli governò con quelli.”IX Nel suo primo anno di regno Leopoldo si preoccupò specialmente delle finanze, per cui mantenne l’esercito su un piede ridottissimo. Nel 1831 vi fu un primo segnale dell’inadeguatezza militare toscana quando, a causa dell’insurrezione di Modena e delle Legazioni pontificie, ai primi di febbraio il ministro d’Austria a Firenze, Saurau, suggerì al Granduca di domandare un presidio agli Austriaci, i quali del resto si stavano già muovendo verso Modena e Parma su richiesta di quei sovrani. Leopoldo si rese conto del pericolo di perdere l’autonomia nazionale, mentre si temeva una rivoluzione in Toscana, perciò, più per evitare l’ingresso degli Imperiali nel suo Stato che il propagarsi della rivoluzione a cui non credeva, ordinò lo spostamento di tutto l’esercito alla fanteria Real Leopoldo; nel 1832, col medesimo grado era di nuovo nel Real Ferdinando, avendo sotto di sé i maggiori Caimi e d’Arco Ferrari. Nel 1840 era il colonnello comandante del medesimo reggimento, di cui Laugier era uno dei due maggiori e soltanto nel 1847 era finalmente divenuto il “Generale, Comandante Supremo delle Truppe del Granducato.” 14 Il che semmai dimostra quanto sapesse distinguere correttamente fra le inutili e religiosamente invalide questioni legate al Potere temporale dei Papi e quelle importanti per la salute dell’anima. 21
frontiera, rimettendo in piedi il 12 febbraio, per garantire l’ordine pubblico, la Guardia Urbana apparsa e scomparsa alla Restaurazione. L’Austria non gradì: sapeva un po’ troppo di Guardia Nazionale come in Francia; ma pure per questo motivo la popolazione, specie quella liberale, gradì moltissimo e gli arruolamenti volontari furono massicci: solo a Firenze s iscrissero in diecimila. La Guardia servì a mantenere l’ordine – il 26 febbraio i timori di rivoluzione erano così forti da far temere alla Corte di dover lasciare Firenze – e quando l’emergenza finì, su pressione dell’Austria fu sciolta, il 4 giugno, e gratificata del compiacimento dell’Altezza Sua per la lealtà prontamente dimostrata. Esistevano dei rischi in Toscana? Al massimo quelli dati dalle società segrete, i cui aderenti però erano pochi e noti. Erano molte? No, fatta grazia per le più piccole, il campo era conteso in sostanza fra tre: la Giovine Italia, i Carbonari riformati e i Veri italiani. La prima si dava molte arie ma contava al massimo un paio di centinaia di adepti ed era capitanata da Giuseppe Montanelli, giovane professore di diritto commerciale all’università di Pisa. I secondi, i Carbonari riformati, erano una versione aggiornata della Carboneria di dieci o vent’anni prima e condividevano colla Giovine Italia gran parte del programma politico, a cominciare dal rovesciamento dei governi monarchici. I Veri italiani, infine, avevano il coordinamento a Livorno, ma dipendevano dagli esiliati residenti all’estero. Su tutti e tre i gruppi all’indomani del ’31 si era abbattuta l’azione preventiva del Buon Governo, lasciandoli in pessime condizioni; ed ai loro tentativi, che Giuseppe Giusti definiva “congiure segrete”, faceva da contraltare la “congiura aperta”, consistente nell’Accademia dei Georgofili, l’accademia agraria, la quale però non congiurava, ma chiedeva chiaramente e disciplinatamente al Granduca le riforme via via necessarie a tenere l’economia toscana al passo coi tempi, resi ormai tumultuosi dalla Rivoluzione Industriale, non dalla politica. Certo, rispetto al 1815 negli anni ‘30 erano evidenti alcune progressive restrizioni, di cui si attribuiva la colpa all’Austria, ma non era del tutto vero. Il Granduca si sapeva fra l’incudine dei liberali e il martello austriaco, ma si sentiva pure un po’ martello, ci metteva del suo e tutto sommato si valeva spesso di Vienna come d’un buon pretesto per far certe cose, che del resto corroboravano la sua intenzione di mantenere il potere assoluto e paternalista. D’altra parte si rendeva conto che il crescente irrigidimento austriaco e suo per conservare l’assolutismo implicava la fine della famosa tolleranza toscana che mascherava il suo Stato di polizia e sarebbe sfociato, prima o poi, in uno scontro coi rivoluzionari, quando e quanto duro era da vedersi. Come uscirne? Non se ne usciva. Si poteva solo resistere passivamente, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, continuando a fare di tanto in tanto delle concessioni all’Austria per cercare di salvaguardare il grosso, o trincerandosi ufficialmente dietro la necessità di farle per evitare contraccolpi alla propria immagine pubblica; ma ci si riusciva sempre di meno. Il guaio era che certa gente non si contentava più di star quieta e che a Vienna erano sempre più allarmati e pronti a reagir male, chiedendo arresti e chiusure. Magari si sarebbero potuti negare, ma si concedevano perché si potevano sfruttare per un risultato che non si osava perseguire d’iniziativa propria e si raggiungeva dicendolo, o facendolo credere, preteso dall’Austria. Come ho accennato prima, nell’arco dei primi vent’anni del regno di Leopoldo la popolazione aumentò lentamente da 1.256.000 abitanti nel 1824 fino a 1.440.000 nel 1846 e, secondo i calcoli d’allora, circa il 56% di essi viveva d’agricoltura, il 28% d’industria, il 12% di commercio e il rimanente 4% dei proventi di professioni varie. Ammesso pure che ciò si riverberasse in politica – che non esisteva, perché non esistevano né voto né partiti – si poteva stare politicamente sicuri, contando sull’innato conservatorismo degli abitanti
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delle campagne, mentre il rimanente 44% della popolazione viveva tranquillo nell’alveo del pacifico progresso leopoldino, però con qualche differenza. E’ chiaro che il discorso adesso verrà fatto a rovescio, in base a quanto si vide nel 1848, perciò può lasciare il tempo che trova, ma non credo di sbagliare affermando che l’atteggiamento più o meno favorevole ad un cambio radicale dipendeva non dal mestiere, ma dal luogo in cui si viveva: più si era in grado di avere contatti con idee e persone nuove e più ci si poteva rendere conto dell’esistenza d’un altro modo di vivere e dei mezzi per arrivarci. Sarò più chiaro: come si vide nella primavera del 1849, quando le masse contadine minacciarono il suo governo, il Guerrazzi dové ripiegare sui Livornesi, non perché suoi concittadini, ma per via del loro atteggiamento politico più rivoluzionario. E quando arrivarono gli Austriaci, a Firenze entrarono senza sparare un colpo, a Livorno solo dopo essersi aperta la strada con un bombardamento di ore. Perché gli operai di Livorno si e i braccianti del Mugello no? Non erano tutti proletari a cui la rivoluzione doveva apparire promettente in ugual misura? La sola spiegazione plausibile è che i primi, vivendo in una città portuale, fossero giornalmente in contatto con notizie, persone ed opinioni di ogni genere e si facessero un’idea di come poteva cambiare la loro vita. I secondi, stando in paesini in cui vedevano sempre e solo le stesse persone, conoscevano solo un modo di vivere, non ne concepivano altri e per loro la rivoluzione era un ritorno al 1799, con tutti i furti, i massacri e le violenze che i vecchi ben ricordavano ed i giovani si erano sentiti raccontare a veglia. Un discorso a parte merita quel 4% di altre professioni, cioè medici, speziali, avvocati, ingegneri, insegnanti, impiegati e notai. Qual’era il loro atteggiamento? Ad occhio e croce e fondandomi più sui racconti di famiglia che sui documenti, direi che le due generazioni che ai tempi di Napoleone erano rispettivamente adulta e neonata e che nel ’48 sarebbero state quella dei nonni e quella dei padri, nella quasi totalità apprezzavano l’ordine granducale, ci vivevano bene e sapevano contentarsi. C’erano, ovviamente, delle eccezioni, come i dottori Carducci e Fucini, padri di Giosuè e Renato, ma, per l’appunto, erano delle eccezioni e, se guardo in casa, le generazione dei miei avi adulti in quegli anni – nate rispettivamente l’anziana nell’ultimo quarantennio del Settecento, la matura nel periodo napoleonico – vivevano della loro attività da avvocati, o da possidenti, o entrambe le cose, oppure lavoravano nell’amministrazione del Granduca da medici condotti od ospedalieri, da ingegneri o funzionari, nelle Regie Possessioni, o al catasto, senza scostarsi d’una linea dalla politica granducale. Diverso il discorso per la generazione dei figli, quella giovane, nata nel quindicennio fra la Restaurazione e i moti del ’31, la quale, quando venne il ’48, aderì in massa ai tempi nuovi, per motivi che vedremo poi. A questo atteggiamento – lo ripeto – non era certo estraneo il fatto che solo un quinto degli abitanti del Granducato vivessero in centri urbani tanto grandi da esser definiti città e che, comunque, in quasi tutte quelle città le notizie e le idee arrivassero con lentezza. Facevano eccezione Livorno per via del porto, Pisa e Siena grazie alle università, Firenze per il gran concorso di forestieri fra cui molti fuorusciti. La base dell’economia toscana continuava ad essere l’agricoltura e gli scambi di idee si avevano nelle comunicazioni fatte dai singoli membri all’Accademia dei Georgofili e in quanto si pubblicava ne Il Giornale agrario toscano, nato nel 1827 dalla collaborazione fra l’abate Raffaello Lambruschini e l’editore Giovan Pietro Vieusseux. Quel periodico era lo strumento principale per il rinnovamento dell’agricoltura ed il miglioramento della classe contadina auspicato dai possidenti toscani d’allora e si faceva strumento d’un’evoluzione che prima o poi sarebbe per forza di cose finita in politica ed avrebbe coinvolto molti dei principali esponenti del gruppo, primo fra tutti il
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barone Bettino Ricasoli, il quale aveva risollevato la sua tenuta di Brolio dalle precarie condizioni in cui l’aveva trovata all’uscire dalla minorità nel 1829. D’altra parte, col trascorrere degli anni, avevano cominciato a comparire nelle conversazioni private e nelle corrispondenze le critiche all’immobilismo dell’apparato governativo, identificandolo come un inciampo alle riforme agrarie, economiche e dunque sociali. Ricasoli era entrato a far parte dell’Accademia dei Georgofili nel 1834, trovandovi i marchesi Ridolfi, Capponi e Salvagnoli e il già menzionato abate Lambruschini coi quali si intendeva a meraviglia. Va detto che, pur se le loro opinioni ne facevano un gruppo ristretto nell’ambito dell’Accademia e non furono accolte subito e con favore generale, fecero sì che i Georgofili – se ne rendessero conto o meno, lo facessero apposta o meno – divenissero il catalizzatore ed il motore delle migliori forze imprenditoriali della Toscana d’allora, per forza di cose prevalentemente agricole, e del resto lo confermò Giuseppe Giusti: “in Toscana i liberi pensatori erano i Georgofili... la vera falange dei novatori era là.”X In breve tempo i Georgofili si resero conto dell’incapacità dell’amministrazione pubblica d’adeguarsi alla rapidità dei progressi tecnici e dunque di favorire lo sviluppo nazionale, però fino al 1840 le cose andarono in modo ancora tollerabile; dopo invece si avvertì una crescente insofferenza. Scriveva un irritatissimo Luigi Serristori al barone Ricasoli nel 1841: “Noi non abbiamo in Toscana amministrazione, non abbiamo che un caos. Molti fogli che ammazzano, e pochi affari. Non abbiamo amministrazione municipale che imperfetta: la provinciale non esiste. Un governo centrale che non ha forza né testa, che è debole anche per la non fiducia del Principe nel medesimo. Con queste condizioni, fortuna se la macchina non va ancora peggio! Letteralmente, non avvi un solo ramo di pubblico servizio il quale proceda ragionevolmente. Taluno pensa che dall’eccesso del male sortirà il bene: io non oso lusingarmene. Speriamo che m’inganni. Che immeritata reputazione ci scrocchiamo all’estero!”XI L’aspetto più notevole di queste parole è nell’autore: Serristori, esperto d’economia, era all’epoca il Governatore di Siena, perciò sapeva perfettamente di cosa parlava. Questi rallentamenti, queste pastoie allo sviluppo furono, a mio avviso, il motivo che spinse progressivamente i Toscani più avveduti verso le idee nuove: speravano di snellire l’amministrazione tanto da farla adattarsi al ritmo sempre più rapido dell’evoluzione economica e sociale, ripromettendosene un effetto a cascata di benefici per tutti: per loro, per i loro contadini, per chi viveva dell’indotto, sempre però evitando gli estremi del capitalismo e del socialismo, marxista o meno, e senza minimamente mettere in dubbio né l’indipendenza della Toscana, né la permanenza dei Lorena. L’essere così avanti li collocava fra quanti volevano un’evoluzione politica, che in quel momento significava indurre le strutture assolutiste a concedere agli imprenditori l’accesso al potere, o almeno a una parte di esso, per poter regolare meglio i loro interessi economici, che poi erano quelli di tutto lo Stato. Chiaramente, quando si arrivò al ‘48 ed alla Costituzione, nel Parlamento toscano non entrarono i Georgofili, che non erano un partito né ambivano a diventarlo, ma gente di tutti i generi e convinzioni, anche delle più estreme e lontane da quelle di Ricasoli, Ridolfi, Capponi e Salvagnoli, tanto per citare i primi che vengono in mente. Nel 1845 il Granduca aveva nominato alla carica in sostanza corrispondente a quella di primo ministro il settantenne Francesco Cempini, formatosi sotto il defunto conte Fossombroni e da questi suggeritogli nel 1824 per la segreteria delle Finanze, dove Cempini era rimasto fino a quel 24
momento ed alla quale aggiunse la Segreteria di Stato, valendosi molto dell’opera del suo fidato collaboratore Giovanni Baldasseroni, il futuro primo ministro fino al 1859. Il nuovo gabinetto dell’Altezza Sua presieduto dal Cempini includeva all’Interno Giuseppe Paver, già segretario di Ferdinando III e convinto austriacante; il sessantaseienne Alessandro Humbourg alla Guerra e il cinquantenne Baldasseroni segretario senza portafoglio. Humbourg e Paver erano dignitose figure di poco rilievo, per cui saltava agli occhi non solo la continuità politica coi tempi passati impersonata da Cempini, ma la sua certa prosecuzione nella persona di Baldasseroni: la Dinastia insomma si dimostrava la continuatrice di Pietro Leopoldo tanto dal punto di vista famigliare quanto da quello politico e amministrativo. Sulla perpetuazione della famiglia nessun aveva a che dire, ma su quella della struttura politica e amministrativa? Non cominciava ad essere un po’ poco all’altezza, anzi, sempre meno all’altezza dei tempi ormai nel pieno della Rivoluzione Industriale? D’altro canto la Rivoluzione Industriale stava conoscendo un gran brutto periodo: la crisi economica del 1846-47, la quale innescò la rivoluzione del 1848. Molto a spanna, il 1845 aveva visto dei cattivi raccolti, per cui l’anno seguente i prezzi degli alimentari di base erano saliti per mancanza di offerta e tutti, specie i più poveri, ne avevano risentito ed avevano reagito tagliando, ovviamente, i consumi di altri beni. Come sempre succede, il primo ad essere ridotto fu il vestiario, provocando un crollo della domanda di tessuti lavorati. Le industrie si trovarono i magazzini pieni di merce invenduta e licenziarono a man salva. I licenziamenti ridussero ancora di più la capacità globale d’acquisto dei consumatori ed acuirono la crisi. L’annata del 1846 vide anch’essa un cattivo raccolto in tutta Europa, aggravato dalla comparsa di due malattie ignote e prive di cure: l’oidio della vite e la ruggine del grano. Mancando i rimedi, le conseguenze sui raccolti di vino e di cereali furono catastrofiche dappertutto, mentre pure le patate erano vittime d’una malattia inguaribile, che annullò la produzione in Irlanda e nell’Europa Centrale. La contrazione dell’economia si rifletté sul movimento delle merci e dei passeggeri e causò una contrazione del traffico ferroviari, la cui conseguenza fu la crisi delle costruzioni ferroviarie in Francia e Gran Bretagna. Questa a sua volta implicò un arresto della domanda all’industria dei lavorati metallici e per conseguenza alle miniere di ferro e di carbone, aumentando i disoccupati e aggravando la situazione resa già precaria dalla cattiva annata. Insomma, quelli della metà degli Anni ’40 erano tempi difficili; e quei tempi stavano per scatenare la fine del mondo nato dalla Restaurazione, perché nel 1846 si spalancò la porta alle rivoluzioni italiane del 1848: in estate morì papa Gregorio.
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Capitolo II Lo sdrucciolio verso il ‘48
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Il lungo confine collo Stato Pontificio era la via per cui entravano nel Granducato molti irrequieti, tutti più o meno ben accolti e tollerati, al cui influsso si dové prima il marasma del 1848 e poi la caduta del Granducato. Dopo l’insurrezione armata dei Fatti di Romagna nel 1831, nelle Legazioni il magma rivoluzionario aveva continuato a ribollire sommessamente per quattordici anni, esplodendo di nuovo nel settembre del 1845, con esiti fallimentari quanto quelli del ’31 e del ’32, benché meno sanguinosi e, come in passato, la Toscana fu il rifugio dei sollevati pontifici in fuga. Il piano mazziniano per un’insurrezione su larga scala nelle Romagne del settembre 1845 fallì in sostanza a causa di Massimo d’Azeglio. Questi aveva da tempo l’abitudine di girare l’Italia facendo propaganda a Carlo Alberto e perciò, tornato a Roma alla fine del 1844, s’era sentito proporre dai liberali di mettersi a capo di tutta l’organizzazione patriottica nello Stato Pontificio per accantonare la componente mazziniana, ormai inconcludente e non all’altezza della situazione. Aveva accettato e fatto un lungo giro in Umbria e nelle Legazioni, convincendo tutti ad abbandonare i mazziniani, per cui il moto romagnolo, quando scoppiò, fallì rapidamente, tanto che già il 29 settembre le autorità pontificie avevano di nuovo la situazione in pugno, mentre decine di mazziniani cercavano rifugio in Toscana, causando dei contraccolpi d’ordine diplomatico. La Santa Sede, infatti, protestò col Granduca per l’asilo concesso, primo fra tutti al capo dell’insurrezione, Renzi, ed invocò la convenzione del 1827 in base a cui i rei politici andavano restituiti a semplice richiesta. La situazione era spinosa. Alla frontiera il gruppo di Renzi era stato ammesso in Toscana, perché il comandante di settore, il capitano Odoardo Facduelle dei Cacciatori di Frontiera, l’aveva considerato una forza armata straniera che chiedeva l’internamento ed accettava il disarmo e non un gruppo di criminali in fuga, sicché adesso non si aveva molta voglia di smentire l’accaduto. Il nunzio pretendeva l’applicazione della convenzione; i riformisti non volevano. Seguì un pasticcio legale piuttosto complicato, alla fine del quale Renzi fu espulso col divieto di rientrare. Lo infranse dopo sei settimane, perciò fu incarcerato e stavolta consegnato ai Pontifici. Contro l’estradizione insorsero gli ambienti liberali toscani, che cominciarono a criticare il governo, non tanto per aver consegnato Renzi, quanto per aver dato retta alle pretese di Santa Romana Chiesa; e da lì si inanellò una catena di fatti che fece esacerbare la situazione politica pure in Toscana. Contemporaneamente si ebbe una svolta nell’orientamento dei più avanzati esponenti dei Georgofili. Su La Gazzetta italiana, il giornale dei fuorusciti pubblicato a Parigi dalla principessa di Belgioioso, apparve un articolo in cui il marchese Gino Capponi, parlando del moto romagnolo tentato da Renzi, praticamente aderiva al nuovo programma nazionale, ma, attenzione, implicitamente non a quello mazziniano, bensì a quello propalato da d’Azeglio, visto che nelle ultime righe diceva: “… è necessario siano pronti al soccorso i principi italiani a’quali non giova starsi colle mani a cintola, quando la vicina casa è in fiamma o in rovina; e tra essi ve n’ha che per forze militari e per la condizione politica mi pare non debbano temere scherno e dispregio se un bel giorno dichiarano non avere essi più voglia di tollerare in silenzio che solo patrono d’Italia abbia ad esser lo straniero. Tempo è che i principi italiani intervengano pur essi in quelle cose che importano alla salute d’Italia.”XII Con ciò l’articolo chiudeva la porta a Mazzini e l’apriva a Carlo Alberto.
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Il passo seguente fu in Piemonte, quando Metternich, per salvaguardare in qualche modo l’economia austriaca colpita dalla crisi economica del 1846, alzò il dazio sull’importazione dei vini piemontesi nel Lombardo-Veneto. Toccati nel vivo d’un’economia traballante come in tutti i piccoli Stati italiani, i Piemontesi s’irritarono moltissimo ed invocarono un intervento di Carlo Alberto, acclamandolo come mai prima ed aggiungendo esca al fuoco della rivoluzione. Carlo Alberto fece pubblicare una secca presa di posizione, ma, conscio che a muoversi sarebbe restato solo, si guardò bene dal prendere le armi: non era ancora il momento. Qui iniziarono a divergere le opinioni fra la parte democratica di allora, cioè quella mirante all’Unità d’Italia, più radicale e repubblicana che poi sarebbe confluita nel Garibaldinismo, e la parte più moderata, legittimista, volta alle riforme ma timorosa, non a torto, di rivedere gli eccessi del 1799. I primi criticarono Carlo Alberto per non aver scatenato la guerra, sostenendo che avrebbe avuto dalla sua 200.000 uomini, la collaborazione degli altri Stati e il favore di Francia e d’Inghilterra. I secondi rimasero a guardare chiedendosi come sarebbe andata a finire e limitandosi a una certa opposizione passiva. Come si sarebbe visto due anni dopo, quando tutti i militari regolari e volontari giunti da ogni parte d’Italia, con una recalcitrante collaborazione degli altri principi italiani, sarebbero arrivati si e no a 100.000 e non si sarebbe riusciti a spuntarla nemmeno contro un’Austria indebolita dalla rivolta di Vienna e dalla rivoluzione ungherese, le idee dei radicali democratici d’allora erano campate per aria e non tenevano conto di cose a loro ignote e strane come la logistica – il banale dover nutrire ogni giorno quei 100.000 uomini, vestirli ed armarli – o l’addestramento personale e di reparto. Alcuni, come il repubblicano toscano Carlo Fenzi, l’avrebbero capito il 29 maggio 1848 a Curtatone e Montanara e sarebbero passati dalla parte della monarchia, vedendola l’unica maniera per fare l’Italia. Altri, come Garibaldi, ci avrebbero impiegato ancora un anno di guerra e dieci di sofferenze ed esili, altri ancora non avrebbero imparato nulla, come Mazzini. Carlo Alberto vedeva le cose in tutt’altra maniera, perché da una diversa prospettiva. Nel 1846 non voleva levare il trono a nessuno, solo cacciare l’Austria. Sapeva di non essere abbastanza forte rispetto ad essa, conosceva la debolezza militare degli altri Stati italiani, gli era chiaro quanto pesassero il prevedibile scoordinamento da affrontare in guerra e la sicura mancanza di denaro, per cui più uomini avesse avuto e più soldi avrebbe dovuto trovare. Infine gli erano ben presenti i rischi d’un intervento della Santa Alleanza a sostegno dell’Austria e d’un non intervento inglese e francese a favore suo, a causa delle minuscole dimensioni e della lontananza dell’esercito britannico e del fatto che Parigi non si sarebbe mossa gratis ma, come dimostrato dai precedenti dell’ultimo secolo, pretendendo in cambio Nizza e Savoia; dunque non c’è da stupirsi se Carlo Alberto restò fermo. Come aveva detto a d’Azeglio in udienza un anno prima, per il momento non v’era nulla da fare, perciò stessero tutti in quiete; presentandosi l’occasione invece…. L’occasione era dietro l’angolo, perché, come ho accennato, il 1° giugno 1846 morì papa Gregorio XVI e si radunò il conclave. Nel pomeriggio del 16 giugno, al trentaseiesimo voto per l’arcivescovo d’Imola, cardinale Giovanni Mastai-Ferretti, l’arcivescovo di Napoli esclamò: “Habemus Pontificem”: era fatta. Il cardinale arcivescovo di Milano, Gaysruck, latore del veto austriaco, arrivò l’indomani: troppo tardi. Mandandolo, Metternich aveva visto giusto, senza sapere quanto: coll’elezione di Pio IX cominciava il ’48; e cominciò perché, come molte persone di buona volontà, troppo candide e oneste per essere scaltre, il nuovo Papa non si rese ben conto della portata dei cambiamenti che concesse fin dai primi giorni e delle conseguenze del farli troppo in fretta.
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Un mese dopo la sua elezione decretò l’amnistia per i reati politici: 550 detenuti furono messi in libertà e circa 700 esiliati poterono rientrare. Se c’era un modo per innescare la miccia della rivoluzione, ebbene, Pio IX l’aveva trovato. Poi vennero altre riforme che toccarono un po’ tutti i settori, dalla libertà agli Ebrei a quella di stampa, includendo l’introduzione delle casse di risparmio, la creazione della lega doganale italiana, un cambiamento radicale di personale civile e militare in tutti i gradi della polizia, avvenuto ai primi di gennaio del 1847 e, in campo militare, prima il congedo di 1.700 ausiliari nell’estate del ‘46, per sgravare l’erario, poi su richiesta di Bologna e di altre città delle Legazioni, la Guardia Civica. Qui si ebbe il primo urto serio in Curia. Il segretario di Stato, Tommaso Gizzi, aveva idee tanto avanzate da essere considerato il capo dei cardinali liberali ed era benvoluto dal popolo, ma si oppose alla Guardia Civica in modo così drastico da giungere alle dimissioni. Era in torto? Gizzi aveva due caratteristiche di cui Pio IX mancava: una profonda esperienza diplomatica, maturata in varie nunziature, e un solido buon senso politico. Adesso a Gizzi la Civica non piaceva. Ne intuiva tutta l’inaffidabilità, la pericolosità. Se c’erano già i carabinieri, la finanza, la polizia, i bersaglieri, i centurioni e i volontari pontifici, perché ricorrervi? Perché per i liberali era, a imitazione della Guardia Nazionale francese, l’organizzazione in armi della borghesia a tutela dei suoi interessi e perché poteva essere numericamente assai più forte dell’esercito? Gizzi capiva bene tutto questo e che la Civica era il primo passo su una strada che alla fine aveva la Costituzione e la guerra. Dall’altra parte Pio IX era premuto dalla piazza, dalle manifestazioni, coordinate e spesso capeggiate dal capopopolo Angelo Brunetti, a tutti noto come Ciceruacchio, e c’era un altro elemento che certamente non gli sfuggiva del tutto e costituiva una minaccia sorda e crescente: la piazza stava prendendo la mano al governo. L’estate del ’47 fu il periodo in cui si passò dall’entusiasmo rispettoso all’entusiasmo condizionato. Prima di quell’estate il Papa andava bene per definizione, ma nel corso dell’estate si cominciò ad intravedere qualche incrinatura nell’atteggiamento popolare e si capì che, per alcuni, il Papa andava bene a condizione di fare quanto volevano loro. Almeno da gennaio del 1847, l’autorità di polizia appariva inerte e si dové sempre più spesso far ricorso alle truppe regolari, più numerose, più armate e meglio in grado d’imporsi. La situazione era così grave che in primavera ed estate per calmare la gente si fecero varie sostituzioni di delegati e governatori nelle Legazioni e in Umbria; ma non servì altro che sul momento. Da Bologna, devastata da furti e aggressioni, le classi medie ed alte chiesero insistentemente il permesso d’organizzarsi in pattuglie armate per assicurare l’ordine con ronde notturne, cioè in sostanza chiesero la Civica; a Forlì cominciarono a metterla in piedi a giugno senza il permesso da Roma. Il Papa non sapeva come regolarsi. L’idillio del primo anno c’era ancora, ma stava rivelandosi una maschera dietro cui si svelava lentamente qualcosa di minaccioso. Il popolo appariva sempre affezionato, ma lo sarebbe restato davanti a un diniego? Il cardinal Gizzi intuiva il baratro. La rivoluzione avanzava a grandi passi. Si andava troppo in fretta e verso qualcosa che non somigliava per niente ai moti del ’31 e moltissimo ai tempi orribili della Rivoluzione Francese. Serpeggiavano un forte anticlericalismo e, cosa ritenuta spenta da molti anni, una vena di nazionalismo. Gizzi poteva concordare sull’espellere l’Austria dall’Italia, ma quale prezzo si sarebbe pagato? E i conservatori, che stavano diventando rapidamente reazionari, perché, aggrediti, si preparavano a reagire per difendersi, che avrebbero fatto? Quale reazione si sarebbe avuta quando, costituendo la Civica, si sarebbero dovuti sciogliere i reparti volontari ausiliari di sicurezza messi in piedi nel 29
1832? Non era una segnale alla fazione fedele che la si disarmava per darla inerme nelle mani della rivoluzione? E si poteva pensare che non avrebbe reagito? Per tutti questi motivi Gizzi non voleva la Civica, che invece era voluta dal popolo. E dunque, adesso a Pio IX stava la scelta: favore del popolo o Gizzi? Volontà del Papa o Gizzi? Civica o Gizzi? Civica, il 5 luglio; e Gizzi fu sostituito dal cardinal Ferretti, cugino del Papa, nominato il 17 luglio 1847. Pio IX non sembrava rendersi conto che la via delle riforme non consentiva ritorno, rallentamenti, o soste e che nel percorrerla bisognava fare attenzione a ogni parola, domandandosi quanto e soprattutto come sarebbe stata capita. Non capì che la concessione della Civica era un passo irrevocabile in una direzione ben definita, mentre l’aveva capito Gizzi. Quanto era stato evidente a Gizzi lo era pure a molti altri. Fra il 14 e il 16 luglio 1847 vi furono dimostrazioni e disordini di stampo reazionario in dieci città dello Stato Pontificio. Fu denunciato un complotto mirante ad un sovvertimento dello Stato, indicandone il cardinale Lambruschini come capo e coinvolgendo svariati ufficiali superiori e subalterni dei carabinieri, pontifici, che furono arrestati e interrogati. Il feldmaresciallo Radetzky ne profittò per occupare Ferrara proprio il 17 luglio. Il pro-legato protestò subito in nome del Papa, ma la Segreteria di Stato impiegò un mese a seguirlo e, quando lo fece, si limitò a scrivere a Vienna di non poter credere che le truppe avessero agito per ordine della corte. Il guaio fu che nel frattempo non solo tutti i liberali, pure i più moderati, erano insorti – per il momento a parole – contro la mossa austriaca, ma che, davanti a una così lenta e fievole reazione pontificia, sospettarono un’intesa tra Vienna e Roma che non c’era mai stata. Alla fine dell’estate del ’47 la piazza aveva preso la mano al Papa, che o non se ne rendeva conto, o non ci voleva credere e venne una seconda conseguenza: l’arrendevolezza pontificia contagiò altri. Carlo Ludovico concesse a Lucca la Guardia Civica; poi Lucca trascinò Firenze e il 20 settembre pure il granduca Leopoldo dové annunciarla. Londra scese in campo a sostegno dell’incipiente rivoluzione italiana. In quello stesso mese di settembre del 1847 lord Palmerston spedì lord Minto a fare un giro in Italia, coll’esplicita istruzione d’incoraggiare i governi della Penisola sulla via delle riforme. Contemporaneamente l’ambasciatore britannico a Vienna presentò una fredda nota con cui il governo di Londra faceva presente a quello imperiale che a Ferrara si era andati troppo oltre. L’Austria capì e ritirò le truppe nella cittadella, rendendo la città ai regolari pontifici e, soprattutto, alla Civica, con un accordo formale pubblicato in dicembre. Poiché quanto accadeva a Roma si ripercuoteva a Firenze, terminata questa spiegazione generale degli avvenimenti pontifici, possiamo tornare ai primi del 1846 per esaminare quanto accadde dall’estradizione di Renzi in poi, perché se no non si capisce come mai scattò il ‘48 in Toscana. Come ho detto, nel corso del 1846 la spinta verso le riforme, innescata dall’affare Renzi, cominciò ad aumentare, ma scaturiva da un insieme di problemi e motivi assai diversi, in cui, a ben vedere, l’evoluzione politica c’entrava poco o nulla. Questo va sottolineato perché nei centocinquant’anni successivi la rilevanza delle difficoltà economiche in cui si dibattevano gli Italiani in quei giorni venne del tutto dimenticata, per cui si parlò dell’irrequietezza del 1847 come d’un fatto di maturazione politica, di desiderio di riforme e d’unità, mentre per quasi tutti era dovuta allo stomaco vuoto ed alle case gelate. La crisi economica iniziata l’anno prima si faceva sentire ed il malcontento era sfruttato dagli agitatori radicali, repubblicani e mazziniani nella speranza d’ottenere concessioni politiche dal Governo. Il popolo rumoreggiava, perché aveva fame e nessuna prospettiva. I pochi industriali 30
erano alle prese colla crisi e non vedevano vie d’uscita; lo stesso i numerosi agrari, nobili o meno, fra i quali pure i più innovatori si trovavano in difficoltà; e quando si è disperati ci si attacca a tutto e si spera che una riforma porterà alla soluzione, o almeno ad una soluzione; e così fu allora. Ciò che praticamente nessuno disse nei resoconti di quel periodo – ma lo raccontò almeno Giuseppe Giusti, testimone dei fatti di Monsummano, dove aveva casa e poderi – è per l’appunto che il grosso del seguito avuto in Toscana dai liberali grazie alla stampa clandestina ed alla diffusione di volantini ed opuscoli, fu dovuto alla disperazione di gran parte della gente, il cui stomaco era vuoto quanto il cui domani ed alla quale pareva buona qualsiasi promessa che includesse, almeno in prospettiva, un minimo di pane e di lavoro. Nel freddo inverno del 1846-47, quando il termometro rimase sotto zero quasi ininterrottamente da dicembre a marzo in molte parti del Granducato, i problemi di tutti si acuirono. Dopo due cattivi raccolti consecutivi nel ‘45 e nel ‘46, quell’anno il grano toscano si vendeva a 29 o 30 lire il sacco15 e quello importato a 23 o 24, perciò a gennaio del ’47 il popolo, la cui retribuzione poteva stare sulle 10 – 12 lire toscane al mese, davanti ad un prezzo del pane tanto alto, alla carenza di viveri dovuta all’incetta da parte di speculatori, alla mancanza di legname e carbonella per scaldarsi, diede il via a dei tumulti a Monsummano, poi estesisi a Pistoia, Borgo a, Buggiano e ancora a Pescia, Pisa e Prato. La polizia lì per lì lasciò correre, salvo poi iniziare le indagini, istituire i processi ed emanare le condanne, non poche delle quali sarebbero state condonate dal Governo provvisorio dopo l’11 febbraio 1849. Era un brutto segnale: da un lato le autorità centrali arrestavano i liberali colti a spargere stampa clandestina e volantini ed a scrivere sui muri, accusandoli addirittura di comunismo, dall’altro, come quelle di Roma, in caso di disordini veri si tiravano da parte e lasciavano impuniti i rei; in prospettiva che ci si poteva attendere? Salvagnoli, Lambruschini e Ricasoli si consultarono ed individuarono una possibile via d’uscita: un memoriale al Granduca, presentandolo attraverso il ministro più abbordabile, cioè il Cempini. Lo fecero e, esposta la situazione, sentendosi domandare quali rimedi proponessero, risposero suggerendo di cominciare da una certa libertà di stampa. Fu concessa nel maggio del ’47 con qualche limitazione e, per quanto zoppa rispetto al progetto originale dei tre amici, provocò una fioritura di giornali. Alcuni vissero, altri sparirono in poco tempo, tutti fecero un gran fracasso e resero evidente un fatto: indietro non si sarebbe tornati. Poco più di due mesi dopo, quando si registrava ancora una certa irrequietezza in Toscana, il 17 luglio 1847 arrivò sul tavolo del Granduca un’altra grana: il rapporto Corsini. Neri Corsini, marchese di Lajatico, nipote di quello che aveva firmato il trattato del 1815, nel dicembre del 1839 era stato nominato general maggiore onorario, comandante supremo del litorale toscano e della marina, nonché governatore militare e civile di Livorno. Stava governando assai bene, con una spiccata attenzione a quanto accadeva in città e nel circondario, studiandone le cause per capire se e come intervenire nella maniera migliore. Reggendo la città più in contatto coll’estero dell’intero Granducato, capiva e conosceva molte più cose di tanti altri. Figlio del sindaco di Roma, era al corrente di quanto capitava laggiù; aveva seguito attentamente l’evoluzione della crisi economica e gli avvenimenti successivi all’elezione di Pio IX e non gliene sfuggivano né i rapporti di causa ed effetto, né le conseguenze probabili, né, infine, i sistemi per Poiché il sacco conteneva 73,0886 litri di grano, essendo il peso d’un litro di grano fra i 720 e i 740 grammi, il prezzo era di circa una lira toscana e tre quarti al chilogrammo, il che significava 35 soldi, cioè circa 12 soldi la libbra. Anche ammettendo un massiccio abburattamento con crusca o segale, significava un aumento del prezzo del pane più economico ad almeno 5 o 6 soldi alla libbra contro i 2 di prima della crisi. 15
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attutire i colpi prevedibilmente in arrivo. Capiva che il malcontento livornese, a differenza del resto del Granducato, era minoritario, di pura origine politica e fomentato dagli estremisti, ma non per questo meno pericoloso e che la legge sulla stampa era una mezza misura, un mezzo passo lungo una via che, una volta intrapresa, non si poteva né doveva esitare a percorrere fino in fondo. Lo si vedeva perché proprio la legge sulla stampa, accolta da manifestazioni in vari centri del Granducato, a Livorno aveva dato luogo a una dimostrazione favorevole sotto il consolato pontificio, tramutatasi in disordini sotto quello austriaco, a cui erano stati rotti i vetri a sassate. In seguito a questo e per evitare d’offrire all’Austria il pretesto d’un intervento, il 12 giugno era uscita la notificazione granducale con cui si vietavano le riunioni popolari, sfruttata subito dai propagandisti per convincere i Livornesi che fosse stata fatta proprio contro di loro. Un motivo c’era. Lo rivela Giuseppe Montanelli, il quale, il 3 o il 4 giugno – non ricordava esattamente il giorno – aveva incontrato sulle scale di Palazzo Vecchio il Baldasseroni e se n’era sentito pregare di due parole. Il ministro aveva toccato l’argomento della festa prevista a Pisa il 16 giugno per celebrare il primo anniversario dell’elezione di Pio IX: temeva degenerasse come quella per la legge sulla stampa e fornisse a Vienna una scusa per un intervento armato; perciò insisté tanto da arrivare a dire, riferendosi agli Austriaci: “Noi non amiamo aver qui quei signori, ma badate di non chiamarli voi.”XIII Montanelli scrisse d’esserne uscito convinto più che mai di dover intensificare l’azione di piazza. Ora, guarda caso, i disordini avvennero non a Pisa, dove sarebbe venuto spontaneo pensare alla responsabilità diretta di Montanelli, ma a Livorno, e non il 16 giugno, data in cui ce li si aspettavano, ma quattro giorni dopo, il 20, quando prima si cantò il Te Deum per celebrare il primo anniversario di Pio IX, poi si applaudì sotto il consolato pontificio, infine si cambiarono gli applausi in fischi ai codini gregoriani e reazionari e, già che ci si trovava, si andò a dimostrare sotto il palazzo del governatore. Il colonnello Laugier de Bellecour, 16 comandante la guarnigione, radunò i suoi 1.400 uomini per reagire armata manu, ma Corsini scese a parlare colla folla ed evitò uno spargimento di sangue, benché – si disse poi – con questo in pratica avesse gettato Laugier in pasto ai settari ed alla plebe livornese, rendendolo oggetto dell’antipatia generale e finanche di odi e minacce. Un aspetto che sicuramente non era sfuggito a Corsini era la somiglianza fra il comportamento delle masse toscane, e in particolare livornesi, e quelle romane o più in generale pontificie: in quell’estate, come a Roma, la gente metteva in piedi manifestazioni sempre inneggianti al Papa “e” a qualcos’altro. Come a Roma, anche in Toscana il Papa stava diventando l’etichetta di garanzia sotto cui introdurre idee e pretese nuove da parte del popolo. Era un caso? Difficile… E dietro chi c’era? Nessuno? O invece si? Questo era quanto faceva la parte liberale, ormai sempre più chiaramente rivoluzionaria; e quella fedele al Granduca? Taceva? Per il momento si, ma quanto a lungo sarebbe stata cheta?
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Nonostante apparisse come de Laugier de Bellecour sui documenti ufficiali e lui stesso si firmasse premettendo il de, il generale non sembra che si chiamasse così. Infatti in una relazione sulla sua visita alla tomba del generale fatta nel maggio del 1923, il generale Umberto Ademollo scrisse: “La tomba è…. nella cappella della villa già De Laugier (ora Bondi) presso la via delle Forbici, tra Firenze e Fiesole… Nella cappella vi è un busto in gesso riproducente il Generale ancor giovane e un busto in marmo rappresentate il medesimo in età avanzata… il cui casato dovrebbe essere Laugier (senza il De), come è scritto sulla tomba e sullo stemma dipinto nell’atrio della Villa: corona di conte, Impresa: Non Fortior Alter, campo di argento, Leone rosso rampante”, cfr. ADEMOLLO, Umberto, Visita alla tomba del Generale Cesare De Laugier, in Archivio Istituto Centrale del Risorgimento, Roma, Faldone 713, busta 43, n.8. Ad ogni modo, da adesso in poi seguirò l’uso comune e lo chiamerò pure de Laugier. 32
Come il cardinal Gizzi l’anno prima a Roma, Corsini vedeva tutto questo, ne intuiva i risultati e a luglio aveva preso la penna, scritto quanto riteneva doveroso e l’aveva mandato all’Altezza Sua, ché aprisse gli occhi una buona volta! La legge sulla stampa – asseriva – era evidentemente una concessione forzata dalle circostanze, non spontanea e, per come era venuta fuori, non sarebbe servita ad aumentare la popolarità del Governo. Aggiungeva di sperare nella rapida istituzione d’una consulta comprendente uomini indipendenti, presi dalle diverse parti del Granducato e dalle diverse classi della società, oltre che da funzionari e da ultimo suggeriva d’istituire un giornale ufficioso, ispirato dal Governo ma non troppo aderente alla linea ufficiale ministeriale. Leopoldo ci pensò su, non vide molte vie d’uscita e il 21 luglio emanò un proclama suadente in cui invitava i suoi sudditi a smetterla di far confusione e spiegava di non poter correre troppo sulla via delle riforme, non essendo ancora chiaro cosa avrebbero fatto il Piemonte e le Due Sicilie. Fu onesto, glielo si deve riconoscere: spiegò ai suoi sudditi, apertis verbis per quanto possibile, di sentirsi debole e di preferire d’essere spalleggiato dalle due maggiori Potenze italiane, oltre che dal Papa, prima di schierarsi contro le pressioni austriache; il guaio fu che si era già troppo avanti. I disordini aumentavano in tutto il Granducato ed era una fortuna che non degenerassero in qualcosa di peggio. A Siena il 6 luglio sera se n’era verificato uno, durante il quale un carabiniere aveva ferito mortalmente uno studente dell’università. A Livorno un altro carabiniere sparò a un popolano e lo ferì ad una gamba. Ne venne una dimostrazione, il popolo domandò giustizia e Corsini rispose che l’avrebbe avuta, lodandolo intanto per essersi mantenuto calmo e spronandolo a continuare così. L’occupazione austriaca di Ferrara fu in quei giorni e causò un’altra grandinata di guai: gli Austriaci avevano aggredito Pio IX e quando il cardinal legato Ciacchi aveva intimato loro d’andarsene si erano rifiutati? I giornali estremisti L’Alba e l’Italia iniziarono una campagna di stampa contro l’occupazione; il conte Baldelli annunciò di voler raccogliere una legione di volontari toscani per offrirla a Pio IX in caso d’aggressione austriaca e in molte chiese di tutto il Granducato si cantò il Te Deum in ringraziamento della sventata congiura gregoriana di Roma, fosse davvero esistita o no, ripetendo due o tre volte il “salvum fac populum tuum” con chiarissimo riferimento all’espulsione degli Austriaci. Il governo dell’Altezza Sua, in crescente difficoltà, negò il permesso di cantarlo a Firenze. La gente si diede appuntamento a messa in Santa Maria del Fiore, uno lo intonò e tutti lo seguirono. Baldasseroni proibì ai preti qualsiasi festa straordinaria senza il permesso del Governo, ma quelli gli rivoltarono conto il laicismo leopoldino e gli risposero che lo Stato in chiesa non c’entrava, per legge. Al Governo ci si preoccupava sempre di più, ma non si sapeva che fare. Alle autorità la situazione sfuggiva di mano e, come avrebbe scritto Ricasoli da Firenze a Lambruschini: “qua le cose vanno male. La paura cresce in alto, e la paura gli abbacina più che mai. Un giorno parlano con viscere paterne, e promettono; un altro vogliono usare rigore e non sanno, e sarebbe intempestivo. Intanto le moltitudini si agitano tremendamente, e seguono fatti che commovono sempre più gli animi.”XIV Il 28 luglio, il ministro Paver intimò alla Consulta di trovare un modo per ripristinare l’ordine: in quarantott’ore si capì che non ce n’era alcuno. Il 24 agosto Leopoldo istituì la nuova Consulta di Stato, benché composta in maniera un po’ diversa da come era stata auspicata da Corsini, il quale lo stesso giorno fu chiamato ad assumere 33
il ministero degli Esteri e la direzione del dipartimento della Guerra al posto di Humbourg, pur rimanendo governatore di Livorno, mentre Baldasseroni surrogava Cempini. Il 30 agosto il Governo proibì l’affissione di scritti, disegni e stampe non approvati dagli organi competenti: se ne infischiarono praticamente tutti e si ebbero altri disordini ad Arezzo e Siena per via dei prezzi delle derrate. Davanti a tale insuccesso, il 4 settembre Leopoldo giocò il tutto per tutto e, seguendo l’esempio romano, annunciò la Guardia Civica. Manifestazioni per chiederla ce n’erano state un po’ dappertutto, ma, stando a Montanelli, quella che agì da detonatore capitò a Livorno e lui la raccontò così: dalla pubblicazione della legge sulla stampa, a Livorno si era presa l’abitudine di fare una specie di manifestazione ogni sera di festa in piazza Grande. “raccoglievansi i più clamorosi davanti al palazzo del Governatore: volevano che uscisse sul terrazzo a far loro la parlatina, e, se ricusava, Dio liberi! brontolavano e gli dicevano delle insolenze. Qualche volta per disperdere gli assembramenti si fecero schierare in piazza i soldati, ma il popolo li abbracciava e al generale de Laugier che a cavallo andava su e giù per imporre, toccarono una sera di bei fischi, e fu allora che, alludendo a un certo suo fare istrionesco, gli levarono il soprannome di Medoni, commediante del teatro diurno. … Pendente la domanda della Guardia civica, venne fuori altra consorteria, di cui erano capi G. Paolo Bartolommei17 e l’avvocato Giuliano Ricci. …. Costoro, vedendo che il Governo faceva il sordo, radunarono i loro amici per avvisare il modo di sturargli gli orecchi, e affine di fortificare le rimostranze con autorità che non ammettesse scappavia, chiamarono la moltitudine a stare in strada intanto che essi deliberavano in casa. – LA GUARDIA CIVICA – grida il coro di strada. Ricci dal terrazzino risponde che sono lì apposta per deliberare il modo di averla. – EVVIVA L’AVVOCATO RICCI – Dopo qualche minuto il coro ricomincia – UNA DEPUTAZIONE A FIRENZE – Il Ricci ricomparisce sul terrazzino, e promette la deputazione a Firenze. Subito! Subito! Chi volete? Lei! E gli altri? Alcuni voci indicano i deputati. Gli evviva popolari approvano i nomi del gonfaloniere conte Larderel, di G. Paolo Bartolommei, dell’avvocato Ricci, e di altri stimati cittadini. Benché l’ora sia tarda, si vuole che partano issofatto: il popolo li accompagnò alla stazione della strada ferrata, dicendo: o tornino colla Guardia Civica approvata, o Livorno si solleverà. Questo è l’ultimatum livornese. Ministri e granduca se la dormivano. La deputazione fa levare il Cempini, e senza far tante storie, gli dice che ha a decidersi fra Guardia civica e sollevazione di Livorno;
Giampaolo Bartolommei era cliente dell’avvocato Francesco Domenico Guerrazzi, che viveva nello stesso casamento. 17
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Cempini di primo moto andò fuor dei gangheri e fé osservare che questo non era il modo di mettere il coltello alla gola. Ma i deputati si ristrinsero le spalle, come a dire: - Così vuole il popolo di cui siamo ambasciatori, e ambasciatore non porta pena. – E il buon Cempini dopo la bizza imbuonì e va al palazzo Pitti a svegliare il granduca, e gli notifica l’ultimatum dei Livornesi – O LA CIVICA O LA RIVOLUZIONE – Il che suonava per lui – O LA CIVICA O GLI AUSTRIACI. – Inghilterra opponevasi a intervento di Austriaci non chiamati dai principi. Era necessario che Leopoldo, ricusando la Civica facesse venire in Toscana i Tedeschi. Il coraggio di buttar giù buffa gli mancò fra Pio IX da una parte e Carlo Alberto dall’altra, salutati principi italiani, e dopo essersi detto principe riformatore anche lui. I deputati tornarono allegri e trionfanti a Livorno ed erano tutti uomini che si dicono di Parte moderata.”XV Il motuproprio del 4 settembre 1847 istituì la Civica toscana e, dopo quello, dopo i fatti di Lucca, il festeggiamento di Firenze il 5 settembre e quello di Pisa il 6, a Livorno l’8 settembre avvenne ciò che Corsini definì un “baccanale rivoluzionario.” Andiamo con ordine. Il 6 settembre si era svolta a Pisa quella poi definita, alla francese rivoluzionaria, una “Festa della federazione” da Montanelli, il quale aveva parlato davanti ad un’impressionante folla di persone di ogni ceto ed età. Due giorni dopo ci fu la manifestazione a Livorno, la quale però era stata chiesta e concessa per l’inaugurazione delle statue a Ferdinando III ed a Leopoldo; e quello doveva essere, ma non fu, perché Montanelli s’infiltrò sul palco delel autorità, prese la parola dopo Corsini, come se fosse stato in programma e la buttò in politica e sul nazionale. Fu inequivocabile; e Corsini ne trasse delle conclusioni tanto preoccupanti da indursi a spedire al Granduca l’indomani, 9 settembre, un altro rapporto, sostenendo la necessità di calmare gli animi coll’unico mezzo possibile: la costituzione, subito, spontaneamente e a suo vantaggio, prima che la piazza prendesse il sopravvento e lo obbligasse a darne una assai più democratica e dunque a suo svantaggio. Leopoldo non gradì il rapporto, ma per il momento non lo comunicò ai ministri e fu tranquillizzato dalla manifestazione fiorentina del 12 settembre per la Guardia Civica ed alla quale parteciparono delegazioni dei Comuni, della Civica Bolognese e di gruppi di Italiani di altre regioni, di Svizzeri, Francesi, Inglesi, Prussiani e Americani colle loro bandiere, tutti inneggianti alla Civica, al Papa, a Gioberti e al Granduca, il quale si affacciò al balcone di palazzo Pitti in uniforme di generale della Civica e col tricolore in pugno.18 In Toscana il tricolore dell’epoca era spesso, se non sempre, a bande orizzontali, non verticali: quella sopra rossa, la centrale verde e l’inferiore bianca. Quando fu accettato più o meno ufficialmente dopo la concessione dello statuto, questo tricolore ebbe lo stemma granducale in oro, o in giallo, applicato al centro. Le coccarde tricolori di quel tempo erano diverse dalle attuali. Invece d’avere i tre circoli concentrici rosso all’esterno, bianco in mezzo e verde centrale, avevano, fermo restando il verde centrale, mediano il rosso e l’esterno bianco, con, di solito, quattro nastrini pendenti: bianco, rosso, verde e giallo. Il giallo era stato aggiunto d’iniziativa di Giuseppe Montanelli. Quando erano cominciate le manifestazioni di gioia per l’annessione di Lucca, i primi a giungervi avevano trovato la città imbandierata col tricolore, cosa che aveva fatto preoccupare moltissimi a Firenze, temendola un pretesto a cui si potessero appigliare gli Austriaci per un intervento armato. Montanelli era intervenuto aggiungendo il giallo in onore di Pio IX, convincendo i dubbiosi che in quel modo il tricolore, mutato in quadricolore, aveva almeno in apparenza, perso il suo maggior significato politico. Ad ogni modo la bandiera della Guardia Universitaria senese, preparata non prima della primavera del 1848, perché il 25 maggio 1848 furono pagate 12 lire alla sarta Elvira Gianni per averla confezionata, aveva tre bande orizzontali 18
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Scriveva l’indomani Ricasoli al fratello: “Mi duole che tu non sia stato spettatore della grande e unica festa di ieri. Il suo carattere morale e politico non può altrimenti dirsi, che sublime frontespizio del gran libro, che comporrà la storia politica d’Italia in avvenire. Firenze ieri dirimpetto a tutta l’Europa costituì la nazionalità italiana, non che la sua propria; fondò il gran segno di questa Nazionalità italiana nella istituzione della bandiera della nuova Confederazione, composta di quattro colori: rosso, giallo, bianco, verde.”XVI La manifestazione di Firenze apparve palesemente legittimista, di fedeli a Leopoldo, ed evidenziò un altro elemento, del quale tennero conto in pochi e forse nessuno: la divisione dell’opinione pubblica. Montanelli lo comprese e rifiutò di parlare al Granduca in nome del popolo, capendo quanto falsa sarebbe poi risultata la sua posizione; era chiaro che aa Livorno e parzialmente a Pisa non la si pensava come nel resto del Granducato e ciò significava che si poteva procedere sulla via delle riforme fino a un certo punto, ma quando si fosse cercato d’andare troppo in là a discapito del Granduca, la massa della Toscana non sarebbe stata d’accordo: lo si sarebbe visto diciotto mesi dopo, ma per il momento a Livorno, propprio eprché questo divario d’opinione non si capi, si continuò a spingere per la rivoluzione. Allarmato dalla notizia dell’attivazione della Guardia Civica livornese fatta da Corsini il 22 settembre per via di ulteriori ed aspri disordini, occorsi il giorno prima e quel giorno stesso, Leopoldo, tenendo conto del rapporto del 9 settembre e nel disperato tentativo di controllare una situazione che sempre più gli sfuggiva di mano, decise di consigliarsi coi ministri. Espose loro il contenuto del rapporto del 9 settembre e seguì la discussione, tutto sommato breve, per via del nocciolo della questione da lui messo subito in tavola: “un sostanziale cambiamento di governo non sarebbe stato tollerato dall’Austria.”XVII Non serviva illudersi, come fece Baldasseroni, di poter essere assolutista o costituzionale a seconda delle scelte degli altri principi italiani. Questo modo di vedere non teneva conto del fattore maggiore: dello sconquasso che la costituzione, data da un arciduca d’Austria, sesto in linea di successione al trono imperiale, avrebbe provocato in tutto l’Impero e di riflesso in tutta la Germania: se la dava Leopoldo d’Asburgo-Lorena, perché non avrebbe dovuto fare lo stesso suo cugino l’imperatore Ferdinando? Questo a Metternich era chiarissimo, sicuramente pure a Leopoldo, ma a Baldasseroni no; il suo orizzonte era troppo limitato e fece come gli altri: diede le dimissioni. Lasciato col cerino in mano, Leopoldo convocò Corsini in udienza a Firenze il 26 settembre e questi, come raccontò Giusti: “venne a calde parole col Granduca e gli disse che le cose erano al punto che ci voleva una costituzione. Gesù, Giuseppe e Maria! La Costituzione in Toscana, nel settembre del ’47, proposta da un Ministro di stato! Dal Granduca all’ultimo spazzino (se gli
col verde in alto, il rosso in basso e in mezzo il bianco con al centro lo stemma dei Lorena, dipinto a colori dal pittore Alessandro Maffei, retribuito il 30 maggio con 24 lire. Questa disposizione la differenziava, ad esempio, sia dalla bandiera della Guardia Civica di Milano, che aveva le bande orizzontali col rosso in alto, il bianco in mezzo e il verde in basso (come erano stati i tricolori della Repubblica Modenese e della Cispadana), sia da quella adottata dal Governo Provvisorio della Lombardia nel 1848, che aveva le tre bande verticali col verde all’asta il bianco in mezzo e il rosso all’esterno, come era stato il tricolore della Cisalpina, ripreso nel 1831 dal governo insurrezionale di Bologna e poi dall’Armata Sarda nel marzo del 1848. 36
spazzini sapevano di certe faccende) non ci fu anima nata che non credesse di vedersi piovere i Tedeschi in casa la mattina di poi. La gente alta se ne scandalizzò… gli uomini più arrischiati lodarono il Corsini meravigliando; parecchi per certe ragioni non la volevano credere né per Cristo né per i Santi, e tra questi ero io. Ma la cosa fu vera; il Granduca se n’adontò.”XVIII Visto che non si concludeva nulla, Corsini presentò le proprie dimissioni e partì per Roma. Leopoldo chiamò al ministero Cosimo Ridolfi e Luigi Serristori, spedì il generale Sproni a governare Livorno e comandò a Baldasseroni e Cempini di restare ai loro posti. Ridolfi, preoccupato di quanto sarebbe trapelato e dell’effetto che avrebbe destato la notizia di Corsini dimissionario per aver chiesto la costituzione rifiutata dal Granduca, l’indomani annunciò la riorganizzazione della polizia, cioè la soppressione di quella segreta, trasferendo tutte le mansioni di ordine pubblico e d’indagine ai Carabinieri. La mossa – un progresso – distrasse tutti dalle voci sulla costituzione, per il momento; un momento destinato a durar poco. Livorno continuava ad essere inquieta e a detta di tutti per colpa dell’avvocato e romanziere Francesco Domenico Guerrazzi. Abilissimo nel farsi dei nemici, lo era stato altrettanto nello stringersi ai circoli popolari e, mentre intesseva la rete di contatti che di lì a diciotto mesi l’avrebbe avviluppato e distrutto, il Granduca e il suo Governo erano nell’impiccio della Civica. I massimalisti della Civica l’avrebbero voluta simile, se non identica a quella di Roma, i minimalisti si contentavano e dicevano che, per come stavano le cose, intanto si pigliasse questa e poi si sarebbe visto. A sostegno della loro tesi, il 17 settembre 1847 Capponi pubblicò un articolo conciliativo, sottolineando il bene immediato, i vantaggi futuri, i limiti dettati non dal Granduca ma dai fatti ed ammonendo tutti a contentarsi. Il nocciolo della questione era la nomina degli ufficiali, inclusi i capitani e, per i primi due anni, dei tenenti. Questi, dovendo essere scelti dai Gonfalonieri – se decidevano d’istituire la Civica, perché la pagava il Comune – per rispetto sociale venivano di massima individuati nella nobiltà, nell’alta borghesia o fra i possidenti di campagna, quasi tutti conservatori. Molti di loro non erano atti al servizio militare e la gente li criticava per quello, apparentemente, ma in realtà spesso per le loro opinioni. Quando si venne ai sottotenenti ed ai sottufficiali, scelti dal basso, ovviamente ci fu il diluvio delle nomine di gente del popolo, peraltro tutta bene in gambe, ma di opinioni ben diverse da quelle dei superiori, il che minò la compattezza e dunque l’efficienza della Civica. La diversità d’opinioni era aumentata da alcune piccole differenze con Roma e la Francia: erano ammessi i giovani non dai 21 ma dai 18 anni in su, gli Ebrei e chiunque lavorasse, non importava il mestiere. Non si potevano tenere le armi in casa come in Francia, ma solo nell’armeria come a Roma, e in pratica lì finiva; perciò, per quanto riguardava la Toscana, tutto sommato non c’era male e la Guardia sembrava adattarsi abbastanza bene alle necessità del Granducato, prima fra tutte quella di smorzare il malcontento e diminuire la domande di riforma e i rischi d’insurrezione. Del resto stabilire l’esistenza della Civica era un conto, formarla un altro, addestrarla, vestirla ed armarla un altro ancora; e, come si vide presto, il Governo, non aveva le armi e non moriva dalla voglia d’armare una Civica numericamente di gran lunga superiore agli appena 3.200 uomini di tutto l’esercito, mentre i Comuni non avevano, o dicevano di non avere, i soldi. Restava il nodo della costituzione: che fare? Leopoldo si mosse con cautela. Prima di chiamare Ridolfi al Ministero si accertò delle sue opinioni domandandole a Capponi, che di Ridolfi era cugino e, avuta una risposta soddisfacente, rilevato un atteggiamento quasi collaborativo da parte dell’opposizione liberale appositamente sondata, pensò di poter procedere senza la costituzione. Dunque, il 27 settembre 1847, entrò in carica il 37
nuovo gabinetto: via Paver, via Corsini, dentro Ridolfi e Serristori, obbligati a rimanere Cempini e Baldasseroni; il Granduca, era riuscito a guadagnare un altro po’ di tempo, a mantenere un profilo del governo prevalentemente gradito all’Austria e, soprattutto, a rimandare la faccenda della costituzione a data da destinarsi, il che però – e lo sapeva bene – non significava averla fatta sparire dall’orizzonte. Intanto le cose andavano sempre peggio. A Gavinana il 10 ottobre si era tenuta un’affollata commemorazione di Francesco Ferrucci in cui era stato letto un discorso di Guerrazzi che in sostanza era un programma politico di guerra all’Austria. Alla commemorazione era seguito qualche minimo disordine e qualche atto di propaganda, ma i guai arrivarono due settimane dopo. Il 25 ottobre un agente di polizia arrestò a Firenze un accattone; la folla l’accusò di maltrattarlo, corsero parole grosse, minacce…. in breve si scatenò una caccia al poliziotto; alcuni commissariati furono invasi e devastati, le carte bruciate e i disordini, estesisi a gran parte della città, furono affrontati e soffocati dall’intervento armato della Guardia Civica. L’ordine era ripristinato, ma fino a quando? Questa situazione traballante fu resa ulteriormente instabile da due questioni che si legarono strettamente l’una all’altra: la Lega doganale e la cessione di Lucca. La prima era stata proposta dal Papa, accolta dal Granduca e suggerita ufficialmente a Carlo Alberto, il quale però avrebbe preferito una lega politica e militare con finalità antiaustriache. Mentre si discuteva, capitò la cessione di Lucca nell’ottobre del 1847 e fu una sorpresa per tutti. E’ vero che, col senno di poi, sarebbe comunque avvenuta all’inattesa morte di Maria Luigia di lì a due mesi, il 17 dicembre del 1847, però in ottobre nessuno se l’aspettava perché lei stava bene; e infatti si ammalò il 9 dicembre e morì in otto giorni. Per questo, quando Carlo Ludovico di Borbone-Parma il 4 ottobre cedé a Leopoldo II il Ducato di Lucca, dietro versamento d’un vitalizio e a partire dall’11 di quel mese, venne giù un putiferio. Il trattato di Vienna e gli accordi successivi prevedevano il passaggio al Ducato di Modena di alcuni distretti della Garfagnana e della Lunigiana con Fivizzano quando Lucca fosse andata ai Lorena, i quali però avrebbero dovuto ricevere dagli Austria-Este delle compensazioni territoriali, dando inoltre Pontremoli al nuovo Duca di Parma. A Modena Francesco V stabilì che la cessione faceva scattare le clausole del passaggio a lui di Garfagnana, Lunigiana e Fivizzano, lasciando però in sospeso le compensazioni dovute alla Toscana. Gli abitanti destinati a passare sotto la Casa d’Austria-Este non vollero saperne e annunciarono l’insurrezione alla comparsa del primo militare estense, il che non impedì alle truppe modenesi d’entrare a Gallicano il 22 ottobre 1847, mentre i Pontremolesi rendevano nota la loro avversione a passare dal governo granducale a quello del criticatissimo Carlo Ludovico, di cui sarebbero stati i soli sudditi finché non fosse rientrato in possesso di Parma e Piacenza. Leopoldo offrì al Duca di Modena un grosso indennizzo in cambio della rinuncia ai territori che gli spettavano e ne ebbe un no. Dal canto loro i Toscani erano pronti addirittura a insorgere contro il Granduca se avesse ceduto quegli stessi territori al Duca di Modena, che si diceva sostenuto dall’Austria, pronta ad usare le armi, il che avrebbe provocato l’intervento piemontese, non tanto a favore del Granduca, quanto contro l’Austria. In quelle condizioni Leopoldo II e i suoi ministri sarebbero stati ben contenti di concludere almeno una bozza di lega, sufficiente, pur se solo doganale, ad impensierire Modena – e magari Vienna – tanto quanto bastava a rendere meno ardue le discussioni territoriali, ma non ce n’era modo. Nel frattempo su Firenze cadde un’altra tegola: la mediazione. Dopo l’ingresso a Gallicano, le truppe estensi avevano raggiunto Montignoso il 25 ottobre. La prossima tappa sarebbe stata Fivizzano, i cui abitanti si erano armati e non avevano intenzione di cedere. 38
La Toscana era in subbuglio. Tutti erano inferociti contro i Modenesi, il cui Duca aveva burbanzosamente affermato di non temere nulla, forte d’una riserva di 300.000 uomini, cioè gli Austriaci, parole che avevano fatto montare il sangue agli occhi ai Toscani, il Granducato rumoreggiava e si arrivò alla mezza insurrezione quando la mattina del 5 novembre i Modenesi occuparono Fivizzano, praticamente senza preavviso, avendo avvertito i Toscani solo la notte prima. A Livorno ci furono dei disordini il 9 e il 10 novembre. L’11 la tensione a Firenze era all’acme. Si parlava di correre alle armi, di concentrare truppe regolari in due campi d’osservazione a Barga e Pietrasanta e di raccogliere ed addestrare i volontari in tre campi a Pistoia, Pisa e Lucca. Il Governo riuscì a calmare gli animi quel tanto che bastava a non far partire nessuno e differì l’esame della proposta dei campi d’osservazione. Poi, visto che Francesco V non mollava e non si riusciva a far decollare quella lega che si sperava d’usare come pressione diplomatica su di lui, Leopoldo si vide proporre la mediazione dalla Santa Sede, l’accettò, ma decise di domandare pure quella di Carlo Alberto, al quale Leopoldo mandò Ricasoli. Fu ricevuto dal Re nel pomeriggio del 18 novembre a Genova e, come riportò nel suo diario, dalla mediazione nel senso più strettamente relativo alla disputa col Duca di Modena, il Barone si allargò con tale maestria, da arrivare a dire, parlando della mediazione: “che ciò offriva modo a Sua Maestà di riprendere la supremazia in Italia, supremazia che a lui solo si addiceva e per le tradizioni della Casa di Savoia e per la speranza che in lui riponeva la gente italiana.”XIX Carlo Alberto accettò la mediazione. Le conferenze di Ricasoli col ministro degli Esteri cominciarono e durarono vari giorni mentre le questioni di frontiera si aggravavano. Correva voce d’un’entrata degli Austriaci a Modena e Parma e da Firenze domandavano un’azione piemontese incisiva, che non fu necessaria perché tutto il contrasto fra Modena e Toscana fu poi assorbito dal precipitare degli eventi. Il 1° dicembre Carlo Alberto ammise Ricasoli a una nuova udienza particolare e qui le cose iniziarono a prendere una piega diversa. Parlarono d’indipendenza d’Italia, di guerra d’indipendenza, dell’occasione di farla, data dall’occupazione di Ferrara e svanita per la remissività del Papa e alla fine il Re, alzandosi per terminare l’incontro, affermò: “L’occasione tornerà. Lei sa che Noi siamo uomini di spada: non la perderemo.” E Ricasoli, pronto: “Si; tornerà; e V. M. può contare sul popolo italiano.”XX L’avessero saputo a Vienna, lo Spielberg era garantito! C’era un aspetto negativo emerso fin dai primi incontri e Ricasoli lo scrisse a Serristori il 20 novembre, dicendo che i Piemontesi non si sentivano sicuri, ma con Ridolfi il giorno prima era stato assai più secco: “Il Governo Sardo opera con grande trepidazione: il Re è creduto forte da tutti meno che da sé stesso; i ministri la pensano del pari: sono grandemente preoccupati del loro interno, e senza ragione, se non che forse se la creeranno.”XXI Tornato a Firenze, il 9 dicembre Ricasoli riferì nei minimi dettagli. Leopoldo lo trattenne tre quarti d’ora, camminando su e giù per la sala mentre l’ascoltava. Scrisse poi il Barone: “Quello che il Granduca ha detto sarebbemi molto difficile trascriverlo. Mi è parso che udisse.”XXII
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L’indomani passò da Cempini e riferì anche a lui. Si dilungò sulla necessità di riforme, perché “il popolo ai privati affari ha aggiunto l’interesse alla cosa pubblica, disanimarlo non si può, e potendo non converrebbe, quindi bisogna adattare i modi alle necessità.”XXIII Cempini – evidentemente poco allegro davanti alla prospettiva, di cui comprendeva appieno la portata e le implicazioni – rispose: “ne convengo, ma bisognerebbe averne l’attitudine. Ho risposto che il Piemonte si è trovato atto a tanto, bisognava fare lo stesso in Toscana. Il Consigliere ha taciuto.”XXIV Le parole di Ricasoli avevano chiarito a Leopoldo e Cempini, con un rintocco a morto, cosa ci si poteva aspettare a breve: minimo quanto il Piemonte; massimo la costituzione. I dubbi erano la velocità a cui si dovesse procedere; se ci si potesse fermare e, in tal caso, dove. Quanto si poteva cedere per evitare la costituzione? E si poteva evitarla? C’era almeno un punto fermo: con o senza lega, Carlo Alberto sarebbe intervenuto se si affacciavano gli Austriaci. Due giorni dopo, Leopoldo nominò Ricasoli Gonfaloniere di Firenze per il triennio dal 1° gennaio del 1848. Ricasoli chiese e ottenne qualche modifica delle leggi municipali e accettò. Passò il resto di dicembre, passò Natale e a Roma, il 1° gennaio 1848, i popolani che si recavano al Quirinale per gli auguri di buon anno al Papa trovarono le strade sbarrate dalle truppe regolari. Si rischiò l’insurrezione e solo l’intervento del senatore di Roma, principe Corsini, e di Ciceruacchio evitò lo scontro. L’indomani, 2 gennaio 1848, lo Stato Pontificio ebbe un governo in cui si ammetteva per la prima volta un laico. Il Papa uscì in carrozza, fu acclamato come mai prima e Ciceruacchio, aggrappatosi alla vettura gli gridò: “coraggio Santo Padre, fidatevi del popolo!” Poi gli eventi precipitarono. Dall’Austria quegli che era l’incarnazione dell’assolutismo, l’uomo che per quarant’anni aveva tenuto in piedi l’Austria e sconfitto Napoleone, il ministro che aveva schiacciato i moti del ’21 e del ’31, senza riguardo a ceto e fama dei settari, il principe di Metternich, incoraggiava il Granduca a resistere alle istanze liberali e a mantenere le cose come stavano. Scrivendogli il 24 aprile 1847, aveva suggerito a Leopoldo d’esser cauto e di non dimenticare d’essere un arciduca d’Asburgo, con un dovere nei confronti dell’Augusta Casa, per cui gli interessi della Toscana erano indivisibili da quelli dell’Austria, cosa che i radicali sapevano benissimo e cercavano di distruggere, separando l’una dall’altra.XXV Bene: e come se ne usciva? Metternich questo non l’aveva detto, perché non lo sapeva nemmeno lui. In Italia l’Austria andava avanti da trent’anni impiccando a destra e manca e riempiendo le carceri italiane e boeme. A centinaia si contavano i condannati a morte per cause politiche, a migliaia i detenuti, molti dei quali ne erano usciti colla salute compromessa per sempre, ma per nulla disposti a lasciar correre. L’esempio austriaco era stato seguito a Napoli, a Roma, Modena e Torino e non era servito a niente: i settari, carbonari, federati, mazziniani e chissà cosa continuavano a pullulare. Firenze, Lucca e Parma avevano scelto una strada diversa, senza morti e con poca prigione, ma era servito a poco o nulla: nel 1831 Maria Luigia aveva dovuto cercare la protezione austriaca quanto il defunto Francesco IV di Modena e adesso la stessa mitezza toscana sembrava non bastare più. Si doveva ricorrere alle baionette? Lo si era fatto e non era servito; e allora? Metternich, i principi italiani e quelli tedeschi preferivano non afferrare un aspetto che spiegava tutto, non era difficile da capire, ma difficilissimo da accettare: con un ritardo di secoli rispetto ad altri, i Tedeschi e gli Italiani si stavano decidendo ad unirsi secondo l’appartenenza culturale, identificata dalla lingua parlata. Questo li portava fatalmente allo scontro con due realtà sovranazionali le cui strutture erano a loro in gran parte estranee: l’Impero e la Chiesa. I Tedeschi 40
non avevano spazio per i Cechi, i Boemi, i Moravi, gli Italiani, i Magiari, gli Sloveni e tutti gli altri: che c’entravano con loro? L’Impero era sempre stato germanico? Tornasse ad esserlo! E se gli Asburgo insistevano per tenerseli, la Germania poteva fare a meno degli Asburgo. Era la teoria piccolo-tedesca che prendeva piede e che nell’arco d’una generazione avrebbe dato la corona germanica agli Hoenzollern di Prussia. Capovolgendo i termini, in Italia era la stessa cosa: l’Austria non era l’Italia, parlava un’altra lingua ed imponeva gente, strutture ed una capitale che coll’Italia non c’entravan nulla, sicché se ne doveva andare: punto. Poi si sarebbe visto il da farsi, però per il momento non c’era niente in contrario a tenersi i propri sovrani e il Papa, che però doveva ricordarsi d’essere un principe italiano e regolarsi di conseguenza; e qui cominciavano i guai, perché il Papa, chiunque fosse, non soltanto non se ne poteva ricordare per dovere di carica, ma non se ne voleva proprio ricordare di suo, almeno finché c’era stato Gregorio XVI. Però adesso con Pio IX… E qui occorre una digressione. I cent’anni seguiti all’Unità d’Italia videro calare sulla realtà un velo che la mascherò, la distorse e fece dimenticare la virulenza degli odi, l’intensità della presunzione, la boria che mosse molti uomini del Risorgimento, anzi: che mosse quasi tutti quegli uomini del Risorgimento che non combatterono, che si tennero ben lontani dal campo di battaglia, che teorizzarono sulla pelle altrui, che fecero rischiare la vita agli altri. La storiografia del Risorgimento dimenticò – volutamente – o, quanto meno, non divulgò che l’ondata rivoluzionaria intuita e temuta nel 1847 ed esplosa nel 1848 fu vista da tutti come un ritorno dei Giacobini del 1793; e quando si dice da tutti, significa non solo dai benpensanti reazionari, ma dagli stessi progressisti rivoluzionari. Nel ’47 e nel ’48, della Rivoluzione i primi temevano lo spettro, i secondi vedevano l’occasione e, tanto più la speravano, tanto più si agitavano per scardinare l’ordine costituito. Già a distanza di cent’anni – tre generazioni – dal 1848, nessuno ricordava più la virulenza con cui la classe dei piccoli avvocati, dei notai e dei medici di provincia, dei possidenti, dei giornalisti e dei commercianti era saltata in piedi per afferrare il potere, rovesciare i troni restaurati e fare i propri interessi. Il Parlamento subalpino, che poi per anni sarebbe stato portato ad esempio di correttezza, negli anni 1848 e ‘49 fu teatro di scontri e risse verbali spaventosi. Gli insulti pesanti, le calunnie sfacciate, le meschine congiure di corridoio, i complotti antimonarchici, gli attacchi alla Chiesa, la violenta e crescente richiesta di ateizzazione e democratizzazione dello Stato, prodromo della Rivoluzione e della Repubblica, scossero dalle fondamenta il trono dei Savoia. La stampa si schierò dalla parte delle sinistre giacobinizzanti, gli attacchi vennero da ogni parte, le società segrete rialzarono il capo e sembrarono forti anche se non lo erano. Casa Savoia non fu sbalzata dal trono nel 1848 solo perché Carlo Alberto seppe cogliere il momento, mettendosi alla testa della rivoluzione prima che lo travolgesse. Perse la corona, ma la salvò alla Dinastia. Leopoldo invece, in una situazione analoga, non ci riuscì. Ebbe due occasioni: conservò la corona la prima volta nel ‘48; ma la seconda, nel ’59, gli mancò il coraggio, o lo stomaco, di cogliere l’attimo fuggente e perse il trono per sé e per la Dinastia. Ai patrioti, specie ai repubblicani, l’azione di Carlo Alberto e le sue conseguenze sarebbero apparse subito chiare e non gliene sarebbero stati grati. Per loro Carlo Alberto e la sua Armata erano uno strumento; e neanche dei più utili. Meglio farne a meno, perché, se avessero vinto, avrebbero imposto la monarchia, cioè un limite al potere politico assoluto della borghesia: “Buone nuove: i Piemontesi sono stati battuti. Ora saremo padroni di noi stessi, faremo noi la guerra popolare, cacceremo noi gli Austriaci dall’Italia e faremo la repubblica federale.”XXVI L’autore di queste parole, che alla luce della situazione generale del luglio 1848, all’indomani di Custoza, 41
suonano come delle vere e proprie sciocchezze è il tanto celebrato Carlo Cattaneo, l’intelligenza del Risorgimento lombardo! L’uomo che evitò di fare a fucilate cogli Austriaci in marzo; quello che nella prima delle Cinque Giornate aveva detto: “Quando i ragazzi hanno il sopravvento gli uomini vanno a casa !”XXVII infilandosi nella sua, salvo poi entrare a far parte della giunta milanese di difesa; in Municipio però, lontano dalle barricate. La gente come questa veniva spesso dalla provincia, mancava o quasi di contatti all’estero ed aveva vedute molto ristrette. Non capiva che l’Italia non poteva fare da sé perché nessuno all’estero l’avrebbe consentito. Questi uomini non avevano neanche la più vaga idea di cosa era una guerra e di quanto serviva per condurla e vincerla. Nella loro ignorante e presuntuosa boria, si esaltavano affermando che il popolo, che non sapevano nemmeno cosa fosse, sarebbe insorto in armi ed avrebbe cacciato lo straniero. Immaginavano sa Dio cosa. Si convincevano che i loro pazzi sogni fossero verità e chiamavano codardo e traditore, servo19 dell’Austria e del Papa chi provava a farli ragionare o, più modestamente, cercava di indirizzarli su scelte più concrete. Cominciò allora la frattura che avrebbe caratterizzato la politica italiana fino alla fine del Secolo XX e, con qualche soprassalto agonico, fino a tutto il primo ventennio di quello seguente, la frattura fra chi teorizzava nelle stanze della politica senza saper nulla del mondo, concependolo solo in funzione delle proprie idee e dei propri interessi, e chi, al di fuori delle medesime stanze, era a contatto colla realtà, faceva quotidianamente i conti con essa e sapeva bene cosa si rischiava a compiere certi passi e quali sarebbero state le conseguenze di certi altri. A parte l’inefficacia di quanto sostenuto dai teorici della politica, che faceva esclamare a Montanelli nel 1850: “veramente uno degli errori che batto di più, è quello di affidare il governo della rivoluzione ai consigli dei fuorusciti,”XXVIII basta rileggere le parole di fuoco con cui Garibaldi bollò l’operato di Mazzini a Roma nel 1849 per farsi un’idea della divergenza fra i pratici e i teorici, fra chi agiva rischiando vita e averi e chi parlava. Carlo Alberto fu tra i primi, perse e pagò. Pure Vittorio Emanuele fu tra i primi, ma imparò subito la lezione del padre, capì come regolarsi e vinse. Ora, questo atteggiamento di quanti fecero il Risorgimento valeva più o meno in tutta l’Italia con qualche eccezione qua e là. Cavour era un’eccezione, Ricasoli era un’altra eccezione, Capponi una terza e così via. In altre parole, il gruppo dei Toscani ritrovatisi nei Georgofili aveva le qualità mancanti a quasi tutti gli altri: cultura, ampie vedute, concretezza, obiettività, onestà, disinteresse, idealismo e, quando venne il momento, non nel ’48, ma la seconda volta, nel ’59, seppero anche, visto quanto era successo dieci anni prima, essere tanto freddi da divenire disonesti, non molto, solo quel tanto che bastava a perseguire il fine più alto di tutti e traghettarono i Lorena fuori da Firenze e la Toscana nella nuova Italia. Ogni medaglia ha due facce. Di quella toscana finora ne ho esaminata una sola, l’aristocrazia; ma l’altra? L’altra faccia, la borghesia e il popolo, è più complessa da descrivere, benché più semplice da decifrare e non per questo meno importante. Partiamo dai vertici; meglio, da coloro i quali a un dato momento furono ai vertici: Guerrazzi e Montanelli. Entrambi avvocati, entrambi repubblicani, entrambi cospiratori, appartenenti a due generazioni lavorative20 una successiva all’altra, essendo nato il primo nel 1801 e l’altro nel ‘13, venivano da ambienti tanto diversi quanto potevano esserlo intorno al 1820 una pulsante e cosmopolita città Sempre Cattaneo non si peritò di dare a Mazzini del “venduto a Carlo Alberto!” La generazione ha convenzionalmente la durata di trent’anni, il che dal punto di vista famigliare è ineccepibile, ma l’esperienza mi ha insegnato che nel mondo del lavoro lo spartiacque si ha prima e che dodici o quindici anni di differenza implicano un salto generazionale per modo di lavorare, di pensare, d’interagire. 19 20
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commerciale e marittima come Livorno ed il padule di Fucecchio. Onesti, non ricchi, ebbero famiglie diverse e formazioni diverse. Il padre di Guerrazzi era un intagliatore in legno, amico del Buonarroti e dunque vicino alle teorie socialiste pre-marxiane; quello di Montanelli un organista e compositore, con un fratello canonico, per cui Giuseppe ebbe il classico zio prete di cui – in alternativa alla zia suora – moltissime famiglie del ceto medio italiano potevano vantarsi fino alla metà del Secolo XX. Irruento come un turbine, senza compromessi, dotato d’una gran foga e violenza verbale, incapace di regolarsi, Guerrazzi, dopo aver conosciuto e frequentato Byron, riuscì a farsi un nome in letteratura e a mettersi nei guai colla polizia già prima di laurearsi in legge nel 1824, continuando a migliorare sia come letterato che come sorvegliato del Buon Governo fino a raggiungere i massimi fastigi in entrambi i campi: in uno l’ammissione all’Accademia Labronica e il plauso a Firenze da parte di Gino Capponi, Gian Battista Niccolini e Pietro Giordani; nell’altro la soppressione del suo giornale, l’Indicatore livornese, il confino a Montepulciano e la detenzione a Portoferraio. Più fine, più defilato, meno irruento nei modi del Guerrazzi, Montanelli non ebbe guai colla polizia, iniziò a collaborare all’Antologia del Vieusseux appena laureato, nel ’31, e conobbe i personaggi che ne animavano l’ambiente. Si dedicò intensamente sia al giornalismo sia alla giurisprudenza, si avvicinò alle teorie socialiste sainsimoniane, ebbe la cattedra a Pisa e, a differenza del Guerrazzi, coinvolto in congiure e tentativi fin almeno dal 1831, entrò attivamente in politica solo nel 1846, dopo l’estradizione di Renzi. Come si vede avevano molte differenze ed alcuni punti in comune, fra i quali uno potrebbe riassumersi colle famose parole dell’abate Sieyès: appartenendo entrambi al Terzo Stato, che dopo la Restaurazione sembrava tornato a non contare nulla, loro nel sistema sociale e politico volevano “divenirvi qualche cosa.” Quanto erano rappresentativi della loro categoria sociale? A mio avviso molto: erano quasi esemplari, paradigmatici. Uscivano da un ceto medio-basso, tagliato fuori dagli impieghi. Avevano provato direttamente cosa significasse per gente come loro l’ordinamento restaurato. In esso si erano fatti strada grazie allo studio, costruendosi, coll’ingegno e il lavoro, delle relazioni sociali che le rispettive famiglie non avevano, né avrebbero mai potuto avere. A differenza di molti altri, avevano raggiunto notorietà, fama, approvazione; e ce n’erano tanti simili a loro, i quali ambivano a farsi strada ed avevano gli stessi ideali, però meno capacità o meno occasioni; perché occorre ricordare che, magari non tutti loro, gli ideali li avevano ed erano non tanto, o non soltanto, quelli della Rivoluzione Francese, ma piuttosto la loro evoluzione così come era andata maturando in Francia ed in Italia con Saint-Simon, Proudhon, Mazzini e più di recente Gioberti. A chi è abituato ad accedere ad un motore di ricerca, digitandovi una parola o due per avere in un secondo tutte le spiegazioni possibili, distese in pagine e pagine in cui navigare, con abbondanza di tabelle e illustrazioni, occorre ricordare che ai primi dell’Ottocento – e fino ai primi del XXI Secolo – non solo bisognava fare una fatica tremenda per sapere che un concetto, o una scoperta, o un’invenzione esistessero, ma che, una volta che lo si era appreso, occorreva fare altrettanta fatica per trovare le informazioni necessarie a capirci qualcosa. Sapere dell’esistenza di Mazzini o di Saint-Simon era un conto, trovarne non dico le opere, ma anche solo i titoli era difficile, difficilissimo procurarseli, perché le edizioni erano stampate all’estero e in tiratura ridotta, per cui andavano ordinate a qualcuno – e non erano molti i librai in grado di farle arrivare, anche se si trattava di opere esplicitamente permesse dalla polizia – e la spedizione richiedeva tempo e denaro, per non parlare dell’ostacolo della lingua se non erano in italiano. Ebbene, alcuni riuscivano ad informarsi e divenivano ipso facto i divulgatori fra quanti, per molti motivi, non ultima la 43
mancanza di mezzi, non ci riuscivano; altri si informavano come potevano e capivano come potevano, con risultati dei più disparati. Perché dico che Guerrazzi e Montanelli fossero rappresentativi della loro categoria? Perché, ad esempio, un volontario del ’48 di cui vedremo alcune lettere, Eugenio Ademollo, aveva un profilo assai simile: nato nel 1823, figlio d’un ingegnere del catasto, avvocato nel ’44, giornalista, tra i fondatori del moderato il Lampione e collaboratore ed amico di molti dimenticati – fra cui il solo Carlo Lorenzini dice ancora qualcosa; e più come Collodi autore di Pinocchio che per le sue qualità di giornalista – andò volontario in Lombardia coi suoi fratelli Carlo e Cesare e col cugino studente e futuro medico Alfonso. Di nomi dal percorso simile se ne potrebbero fare a centinaia, inserendoci pure i dottori Fucini e Carducci, i quali non combatterono perché erano della generazione troppo anziana per farlo, ma avevano ideali analoghi, simile desiderio d’un generale miglioramento sociale – tanto più marcato in quanto la professione medica li metteva quotidianamente a contatto colla povertà e i suoi mali – e stessa speranza di “divenire qualche cosa”; dunque, per forza, anelito al cambiamento, drastico, totale, perciò repubblicano. Ma quanti di quel ceto medio volevano la Repubblica e quanti il mantenimento del Granduca? Va a sapere… Quasi nessuno ne ha scritto ed è troppo tardi per chiederglielo; per di più, come per gli appartenenti ai Georgofili, è facile che nel ’48 condividessero l’idea generale di cacciare lo straniero per metter su la confederazione col Papa presidente e che, visti i risultati, nel decennio successivo si volgessero lentamente al concetto d’Unità monarchica quale poi si realizzò, rendendosi conto, come Garibaldi, che o la si faceva così, o non la si sarebbe fatta mai. E poi? E poi c’erano gli altri, i ceti medio-bassi e bassi, per i quali non c’erano quasi mai mezze misure: tutti col Granduca o tutti colla Repubblica. Pure qui occorre fare una distinzione: tutti col Granduca non significava necessariamente lasciar le cose come stavano, perché a non toccarle si sarebbe rimasti sempre in povertà o in miseria. Tutti col Granduca significava domandare all’Altezza Sua, coi modi dovuti, di far quelle modifiche necessarie a migliorare la vita di tutti. Certe cose il Granduca le aveva fatte e certe altre magari le avrebbe fatte. Un punto che sfugge a chi in quell’epoca non visse e di quell’epoca non ebbe memoria nemmeno orale e indiretta è che, ogni volta che nei regimi assolutistici si faceva una rivoluzione, non si metteva mai in discussione il sovrano, ma ci si appellava a lui contro le figure di governo di ogni ordine e grado, interposte fra la gente e il trono, accusate di nascondergli la realtà e di mentirgli a proprio vantaggio: era stato il grido della Rivolta di Masaniello a Napoli – viva il Re e mòja il malgoverno – e in tutto il Sud nel 1644 e in gran parte lo era stato ancora nell’Italia del 1831, così come lo sarebbe stato a Roma nelle tesissime giornate del febbraio 1848, quando sarebbe stato chiesto al Papa di cacciare i cardinali e addirittura a Vienna, quando tutti si appellarono all’Imperatore per far andar via Metternich. Per contro, chi voleva la Repubblica si riconosceva più o meno chiaramente parte d’un gruppo che vedeva le classi medie ed alte sue nemiche, perché ad esse appartenevano i datori di lavoro, gli armatori, gli industriali, i commercianti, i proprietari terrieri ed i loro agenti con cui si aveva a che fare ogni giorno. Quelli erano gli oppressori della vita quotidiana, parte d’un blocco unico su cui, vuoi o non vuoi, troneggiavano il Granduca, la sua corte, i suoi nobili e la polizia. Come ho detto in precedenza, questo atteggiamento si riscontrava quasi solo a Livorno, mentre l’altro, di devozione al Granduca, permeava tutto lo Stato, si fondava sull’abitudine e si nutriva del progresso, lento ma costante, vissuto dalle due generazioni precedenti e visibile pure da quella presente. Montanelli a questo sommava l’atteggiamento remissivo inculcato nella popolazione dal
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pluridecennale e ramificato regime di polizia, per cui ogni suddito badava a sé, di politica non si intrigava, faceva buon viso a tutto e tutti ed evitava d’esprimere una qualsiasi opinione. Sarà stato vero? Qualche dubbio l’avrei: di opinioni ne circolavano parecchie e la gente rifletteva molto, su tutto, pure nelle classi basse, assai più di quanto non si immagini. Essere analfabeti e poveri non significava esser stupidi e mancar di idee. Magari non le si esprimevano ad ogni pie’ sospinto, riservandole alle compagnie più fidate; magari erano idee strampalate; magari erano molto primitive, però c’erano e venivano esposte quando se ne presentava il caso, fosse pure da brilli all’osteria la sera d’una festa. Quanto sapeva Leopoldo di tutto questo? E’ difficile dirlo, perché ciò che ha lasciato scritto va preso colle molle, essendo tutta, di fatto, un’apologia pro vita sua; idem quanto ha lasciato Baldasseroni, sicché bisogna andare per induzione e non credo d’essere nell’errore se dico: sapeva tutto, era a giorno di tutto. Pensiamoci: la polizia riferiva settimanalmente da tutto il Granducato al Buon Governo, il cui presidente a sua volta riferiva colla medesima cadenza al Granduca, ogni domenica. Al di là della lealtà ed a corroborarla, al presidente del Buon Governo era noto che, se avesse nascosto qualcosa, Leopoldo l’avrebbe appreso ugualmente da una parte o dall’altra e l’avrebbe cassato, perciò non credo d’errare se dico che Leopoldo avesse il polso della situazione e fosse sufficientemente aggiornato su quanto si diceva e faceva; e il fatto che chi aveva parlato non fosse stato arrestato, né perseguito, indica semplicemente una ben nota pratica di polizia: lasciar libere le pedine per arrivare ai gradi alti – se ce ne sono – e non spaventare la selvaggina, chè tanto la si può catturare quando si vuole. Questo spiegherebbe a sufficienza perché Leopoldo prese certi provvedimenti senza esserci veramente costretto, concedendo la legge sulla stampa, la Civica e la Costituzione: pensava di saper già a cosa andava incontro e, per attutire i colpi in arrivo, giocò d’anticipo, pur camuffandosi dietro i pareri dei suoi ministri. Purtroppo per lui, non sarebbe bastato. Alla fine del 1847 Leopoldo aveva due fonti di guai impossibili da controllare perché esterne al Granducato: l’Austria e lo Stato Pontificio. Le turbolenze pontificie erano il risultato dell’aver voluto ignorare certi problemi per più di trent’anni, perpetuando, ad ogni costo e senza concessioni, una struttura politica ed amministrativa capeggiata da preti e già fortemente criticata dall’estero durante il Congresso di Vienna. L’attuale piena delle acque rivoluzionarie non ci sarebbe mai stata se Roma a suo tempo, invece d’erigere una diga, le avesse lasciate scorrere come un ruscelletto, dando allo Stato Pontificio quel tanto di riforme gradualmente concesse in Toscana. Certo, si sarebbe giunti comunque, pure a Roma, a domandare miglioramenti strutturali per incrementare il settore economico, ma di lì a parlare di costituzione ci sarebbe voluto ancora molto! Invece, così com’era andata, l’avvento di Pio IX aveva spalancato di colpo le chiuse del conservatorismo assoluto, restate sigillate per trentadue anni, ed ora i flutti della rivoluzione latente turbinavano, preoccupavano e, disgraziatamente, fornivano esempi e pretesti ai vicini toscani. La legge sulla stampa era stato uno, la Civica sarebbe stato un altro; e poi? Quali altri guai stavano dietro l’angolo? Senza l’esempio dello Stato confinante e senza l’innesco della carestia, dubito molto che il Granducato avrebbe conosciuto gli scossoni del 1847. La disgrazia di Leopoldo consisté nel confinare col Papa e nel sapersi minacciato da Vienna. Forse – e sottolineo il forse – senza la vicinanza delle imperiali e regie truppe, il Granduca sarebbe stato un po’ più ardito nelle riforme, ma la minaccia di Metternich nell’aprile del ‘47 era stata chiara: la concessione della costituzione avrebbe portato l’invasione austriaca. La minaccia era sintomo d’una situazione austriaca sempre più disperata. La Santa Alleanza poteva intervenire se chiamata dal sovrano dello Stato coinvolto, oppure di propria iniziativa; ma in questo 45
secondo caso, se l’intervento fosse stato compiuto senza essere chiamati e, per di più, contro una costituzione appena concessa, come si sarebbe trovata Vienna di fronte a Parigi e soprattutto a Londra? La risposta era semplicissima e scontata: in guerra. L’intervento austriaco in Emilia Romagna nel ’31 aveva provocato lo sbarco ed insediamento d’una guarnigione francese ad Ancona. Quello a Ferrara del ’47 la preoccupante nota britannica presentata da lord Minto; e Metternich era un diplomatico troppo esperto per non capire la portata della minaccia. Poteva l’Austria permettersi una guerra contro Francia e Gran Bretagna? Meglio di no, specie perché poteva terminare molto male, colla la fine del regime assoluto, della supremazia austriaca in Germania e, per quanto concerneva Metternich, della sua personale carriera, perciò la scelta migliore consisteva nell’evitarla e, per evitarla, era bene evitare il sorgere di occasioni per cui, ad esempio, occorreva impedire la concessione di costituzioni là dove era possibile. A Firenze era possibile; per fortuna l’ascendente austriaco permetteva di farcisi intendere bene, perciò là non si doveva nemmen parlare di costituzione; punto. Se se ne fosse parlato, era opportuno che l’arciduca, cioè il granduca, sapesse dal principio di fare cosa contraria agli interessi dell’Augusta Casa e ricordasse che a Milano stava il conte Radetzky col I corpo d’armata del maresciallo Netolicky, di 40.000 uomini, e con, a Padova, il II, di 30.000, del maresciallo d’Aspre. E rieccoci alla posizione di Leopoldo fra l’incudine e il martello, senza modo di sottrarvisi. Qualsiasi scelta sarebbe stata dannosa. Le riforme gli avrebbero portato i Tedeschi in casa la mattina di poi; d’altra parte, a non darle, poteva esplodergli il Granducato, o meglio, intanto poteva esplodere Livorno; ma poi? E con che risultato? Se c’era una rivolta e da Livorno s’allargava? Avendo un esercito piccolo, o s’usava la Civica – sempre che funzionasse; e colla truppa e i subalterni non conservatori, va a sapere – o di nuovo ci si trovava coi Tedeschi in casa la mattina di poi, venuti ad aiutare l’arciduca, il cugino dell’imperatore, a tenersi il trono. Nell’uno e nell’altro caso si sarebbe persa tutta l’autonomia da Vienna. Il guaio era l’isolamento. Se la lega ci fosse già stata, sarebbe stato un altro discorso. Per quello Leopoldo aveva mandato a Torino a trattare pure la lega politica: Papa, Sardegna e Toscana significavano mezza Italia con cui fare i conti e la fine del divide et impera di Metternich. C’era la possibilità d’arrivarci? Leopoldo evidentemente lo sperava. Prima d’emanare la legge sulla stampa aveva spiegato ai dubbiosi, fra cui Baldasseroni, di preferire di piegarsi un po’ al vento per attendere la fine della tempesta, piuttosto d’offrire resistenza ed esserne spezzati. Comunque andasse, si prendeva tempo. Se alla fine avessero prevalso i liberali, si sarebbe stati un pezzo avanti ed evitando scossoni e guai; se invece Metternich, si sarebbe potuto obiettare d’aver fatto niente più e niente meno del Santo Padre: si poteva criticare il Papa? Metternich l’avrebbe fatto tranquillamente e lo faceva già: era un Papa carbonaro! L’anziano principe renano non aveva dubbi su quanto stava accadendo, riconosceva nel Papa un liberale e, peggio, un incauto apprendista stregone che apriva le porte alla rivoluzione, ma sapeva di non poterci fare nulla. Aveva confidato al diplomatico prussiano conte Guido von Usedom proprio nel 1847: “Io non sono un profeta e non so nulla di ciò che avverrà. Ma sono un vecchio medico e posso distinguere le malattie passeggere da quelle mortali. Ora noi siamo affetti da una di queste. Resisteremo finché potremo, ma sull’esito direi che ho poche speranze.”XXIX
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Per resistere doveva combattere i sintomi fin dove era possibile, ma era come pestare l’acqua nel mortaio. L’origine dei suoi guai nasceva da quanto era antiquato e inadatto ai tempi il suo modo di vedere le cose. Era in ritardo su tutto, non di una, ma di almeno tre generazioni. I moderati austriaci desideravano – come gli Italiani – un’evoluzione politica. Si sarebbe stati benissimo – affermavano – se Metternich fosse tornato ai principii del Giuseppinismo, i quali erano quelli su cui si era regolato l’imperatore Giuseppe II, fratello maggiore di Pietro Leopoldo, durante il suo regno nell’ultimo quarto del XVIII secolo e cioè, niente più e qualcosa meno, quelli applicati in Toscana proprio da Pietro Leopoldo – ormai due generazioni prima – conservatisi sotto Ferdinando III grazie a Fossombroni ed ancora applicati da Leopoldo II. Insomma: se gli Austriaci del 1847 avessero avuto gli ordinamenti toscani, non avrebbero sognato alcuna riforma, ma considerato un notevole progresso l’adozione dei sistemi che gli Italiani ritenevano ormai superati. Metternich dunque era fermo a com’era stato il mondo addirittura prima di Pietro Leopoldo, settant’anni prima; e coi suoi sistemi superati doveva affrontare – e su scala maggiore – alcuni degli stessi problemi che affliggevano la Toscana, uniti ad altri che a Firenze non esistevano. Un primo problema era la crisi economica, più dura nell’Impero rispetto al Granducato per le differenti dimensioni, il diverso tasso d’industrializzazione e il relativo impatto. L’operaio austriaco stava mediamente un po’ peggio di quello toscano e lo stesso valeva per l’insieme della classe bassa. La crisi aveva toccato i Paesi in proporzione a quanto erano industrializzati; e l’Austria lo era più della Toscana, perciò ne risentiva maggiormente. La carestia del 1845-46 e il rialzo dei prezzi nel ’47 avevano colpito tutta l’Europa, però la Toscana era abbastanza piccola e flessibile da poter correre ai ripari, comprando all’estero con una spesa tutto sommato modesta; l’Austria no, perciò in Toscana si trovavano derrate a prezzi aumentati, mentre a parità di condizioni in Austria magari non se ne trovavano affatto. Le masse affamate e immiserite dalla carestie erano numericamente maggiori in Austria, affollavano le città in cerca di sussistenza, non trovavano né quella, né alloggio ed accrescevano la folla disperata; questo in Toscana non avveniva, o si verificava in quantità minima. La folla in Austria domandava riforme e nel Granducato pure, ma là tutto era complicato dalle differenze linguistiche, le quali si mescolavano alle riforme e ne determinavano il contenuto e i fini. La Rivoluzione Francese aveva destato il nazionalismo, il cui segno distintivo era la lingua parlata. Una volta stabilito lo schema per cui chi parlava una certa lingua apparteneva ad una determinata nazione, era impossibile costringere i popoli dell’Impero a riconoscersi ancora nell’Austria in cui non si parlava la loro lingua. Qual’era il passo seguente, se si cedeva? Nel migliore dei casi, l’autonomia nell’Impero; nel peggiore l’indipendenza. Metternich questo lo sapeva e seguiva con preoccupazione il sorgere delle aspirazioni nazionali – dunque indipendentistiche – in Boemia ed Ungheria. Nell’una l’aristocrazia era germanizzata, nell’altra era fieramente nazionalista ed anti-tedesca, per cui quanto si poteva provare a fare a Praga non valeva a Budapest e viceversa. L’Italia era un’altra mina innescata: la lingua diversa e la nobiltà non germanizzata l’allineavano all’Ungheria, però c’era un’ulteriore complicazione di ordine economico e commerciale: Vienna la considerava una zona di smercio dei prodotti imperiali, perciò il Lombardo-Veneto doveva vendere e comprare solo nell’Impero, ragion per cui occorreva impedire l’introduzione di prodotti dagli altri Stati italiani e il sistema migliore consisteva nei dazi elevati. Quanto più la crisi e la carestia colpivano, tanto più si cercava di non far diminuire la produzione interna per salvare posti di lavoro e capitali e, per farlo, si ostacolava la concorrenza estera accrescendo i dazi; ed ecco il motivo dell’aumento di quelli sui vini piemontesi. Questo però 47
irritava gli Italiani: i Lombardo-Veneti perché obbligati a spendere di più per prodotti austriaci della stessa qualità di quelli italiani resi più cari dai dazi d’entrata; gli Italiani degli altri Stati perché i dazi restringevano gli sbocchi della loro produzione, o il profitto, o entrambi: i produttori vendevano meno per via dei prezzi elevati, i compratori si potevano permettere di meno e ne derivava un impoverimento generale, il quale a sua volta incrementava la tensione, il malcontento, la rabbia. C’era di peggio: il protezionismo non serviva nemmeno al tesoro imperiale. Le casse erano così vuote da aver indotto un deficit permanente. Le voragini in cui finiva il denaro erano gli apparati burocratico e militare. Al primo non c’era rimedio: ce lo si teneva così. Per il secondo esisteva un accorgimento in malafede: imporre il pagamento dei quartieri e possibilmente del soldo agli Stati esteri in cui stazionavano le truppe. Ne discendevano la necessità di trovare polli da spennare, pertanto la continua offerta – o minaccia – o iniziativa d’intervenire qui e là. Napoli aveva pagato il corpo d’occupazione del 1821, Torino quello impiegato a Novara e la guarnigione rimasta ad Alessandria per anni; Parma e Modena lo stesso e il Papa le truppe austriache a Bologna e nelle Legazioni dal ’31 al ‘38. Era un ottimo sistema per tenere in piedi un apparato militare altrimenti impossibile da conservare e sotto controllo i Paesi satelliti e i rivoluzionari. Il gioco era vecchio; in Italia era stato praticato per la prima volta nel 1690 e, sapendo tutto questo, Ferdinando III a suo tempo e poi Leopoldo ne avevano tratto un motivo in più per non voler manco l’ombra d’un soldato austriaco entro i confini. L’atteggiamento silenziosamente contrario a Metternich non era solo dei Lorena di Pitti, lo condividevano i parenti della Hofburg e la gente dell’Impero, solo che Leopoldo II si rendeva conto d’essere il capo d’un ramo cadetto e di doversi misurare contro i suoi parenti. Sapendosi debole, doveva evitare lo scontro diretto, prevedere le difficoltà e trovare il modo d’aggirarle. Nel frattempo Metternich vedeva le sue difficoltà crescere di giorno in giorno e non aveva scelta: o ingessava tutto, o levava il gesso e poi quel tutto lo vedeva crollare; vie di mezzo non ce n’erano. Come per lo Stato Pontificio, se in passato avesse consentito un regolato fluire delle riforme seguendo il modello lorenese toscano, non si sarebbe trovato adesso a puntellare colle baionette una diga sul punto di crollare. Anche il suo sistema stava sdrucciolando verso il collasso definitivo. Quanto sarebbe durato ancora? Dove si sarebbe verificata la frattura definitiva? Mai avrebbe immaginato che per prima gli sarebbe esplosa Vienna, perché gli avvenimenti gli facevano pensare all’Italia. Ci si poteva salvare solo sperando nella resistenza di Napoli e della Sardegna, se i rispettivi eserciti restavano fedeli ai loro giuramenti, se no, concludeva, la rivoluzione avrebbe trionfato. Si poteva fare qualcosa? Ci si poteva pensare, si poteva sondare il terreno; lo fece. Il 29 ottobre 1847, nel pieno della questione della Lunigiana ed un mese e mezzo dopo la concessione della Civica toscana, lord Minto avvertì Londra d’una non negazione austriaca che era evidentemente un’affermazione: “Dicono che il principe di Metternich ha negato qualsiasi disegno d’invadere gli Stati Papale o Sardo, ma non ha fatto una dichiarazione del genere riguardo alla Toscana ed è stata mostrata una considerevole ansia d’accertare i sentimenti del governo di Sua Maestà riguardo a qualsiasi distinzione che si possa intendere di fare contro il Granducato.”XXX Lo seppe Leopoldo? Sicuramente dallo stesso Minto, il quale riferì poi a Palmerston d’aver parlato al Granduca garantendo ai Toscani il pieno sostegno britannico che: 48
“li incoraggia e li mette in grado di procedere colle grandi riforme in cui sono impegnati e che al tempo stesso tende a tranquillizzare il popolo coll’assicurazione della nostra possente protezione, fintantoché essi rifuggiranno da eccessi pericolosi o pretese irragionevoli.” XXXI Bello, rassicurante, potente… C’erano quattro sole difficoltà: capire cosa era pericoloso ed irragionevole per la Gran Bretagna, come si faceva a spiegarlo al popolo, come gli si impediva di commettere gli eccessi pericolosi ed avanzare le pretese irragionevoli e, infine, che succedeva se la “possente protezione” veniva a mancare: tornavano i Tedeschi? Eh già; e poi? Insomma, Londra largheggiava in promesse a costo zero, si faceva vedere ricca coi soldi altrui ed evitava di prendere una posizione vera. Leopoldo questo lo capiva: oltre la simpatia non s’andava; e ci si faceva assai colla simpatia! E in più, come poi avrebbe ricordato Baldasseroni, l’Inghilterra non si sarebbe opposta se fosse stato il Granduca a chiamare gli Austriaci; ovvio: come avrebbe potuto, dato quanto previsto dal congresso di Vienna e dalla Santa Alleanza? E intanto occorreva fare i conti coll’opinione pubblica; e cosa pensava? Giuseppe Giusti l’aveva scritto l’anno prima in sette strofe, ma bastava l’ultima: “Scriva. Vogliamo che ogni figlio d’Adamo conti per uomo e non vogliam Tedeschi, Vogliamo i Capi col capo; vogliamo Leggi e Governi, e non vogliam Tedeschi Scriva. Vogliamo, tutti, quanti siamo, l’Italia, Italia, e non vogliam Tedeschi; Vogliam pagare di borsa e di cervello, e non vogliam Tedeschi Arrivedello.”XXXII
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Capitolo III Il primo trimestre del 1848 L’alba del 1° gennaio del 1848 illuminò Firenze e il mondo con una luce pericolosa, o, almeno, così dové sembrare al Granduca ed Arciduca. L’Italia era irrequieta, la Toscana pure e non è che l’Austria stesse tranquilla. L’ultima decade d’ottobre e i mesi di novembre e dicembre avevano visto il Granducato traversato da disordini di ogni genere, innescati dalla caccia al poliziotto scattata a Firenze il 25 ottobre e rivolti contro la polizia bassa ed alta, cioè contro la polizia civile e l’ex Buon Governo da cui dipendeva. Le conseguenze erano state destabilizzanti. La gente aveva ottenuto il rilascio degli arrestati “per arbitrio”, cioè di quanti erano stati ristretti in carcere in via preventiva o per decisione della polizia21 e, già che c’era, aveva fatto liberare pure tutti gli imprigionati per debiti, terminando tutto col dar fuoco sul greto dell’Arno alla ghigliottina, inattiva da diciotto anni. Baldasseroni nelle sue memorie, a pagina 258, sostenne l’inesistenza dell’arbitrio in grazia della possibilità d’appello alla Consulta contro qualsiasi arresto, artatamente equivocando su un punto: l’arbitrio non era nella 21
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Il Granduca aveva soppresso definitivamente la polizia civile, trasferendone le mansioni al corpo dei Carabinieri, ma questo non aveva calmato gli animi. I disordini livornesi per Fivizzano del 9 e 10 novembre erano riesplosi il 21. La truppa era intervenuta, ma i dimostranti avevano reagito violentemente, uccidendo un capopattuglia caporale dei fucilieri e mettendo in fuga tre commissari e il capo della polizia della città, l’auditore Carpanini. Nei giorni seguenti la situazione a Livorno non aveva accennato a calmarsi, anzi. L’ala rivoluzionaria della città era divisa in due: i Moderati e gli Esaltati, capeggiati i primi dai Bartolommei, i secondi dal Guerrazzi, coadiuvato dai fuorusciti mazziniani Nicola Fabrizi e Giovanni La Cecilia ed afferenti a Mazzini stesso, come si stava iniziando a vedere dai loro mal combinati tentativi. Il 27 dicembre c’erano stati altri disordini, innescati dalla notizia dell’ingresso degli Austriaci a Parma al seguito del nuovo duca Carlo Ludovico e a Modena, per cui si paventava l’invasione della Toscana e l’indomani la popolazione si armò svuotando magazzini privati e negozi. La situazione si calmò un poco quando la fazione liberale decise di non far nulla, rendendosi conto di non poter intervenire di propria iniziativa contro gli Austriaci in Lunigiana se il Granduca non voleva, perché da lì a vederlo chiedere l’intervento a Metternich sarebbe stato un passo; e Minto a Roma aveva detto a Montanelli che Londra non avrebbe avuto nulla da protestare contro un intervento armato di Vienna, se chiesto da Firenze. Il 5 gennaio 1848 un volantino, anonimo ma scritto da Guerrazzi, chiamò il popolo alla difesa della Patria in pericolo, per cui il 6 i tumulti – secondo Montanelli da parte di soli 300 guerrazziani – ricominciarono sotto il palazzo del governatore, il quale non trovò altro espediente che di chiamar Guerrazzi. Si ripeté la scenetta della Civica: Francesco Domenico arringò brevemente il popolo, quello rispose e si stabilì di comporre una deputazione, la quale però – pare coll’avallo delle autorità locali – cominciò subito a comportarsi da governo provvisorio, esautorando di fatto il governatore e scrivendo a Ridolfi due lettere: una ufficiale ed una confidenziale. Sempre stando a Montanelli, che disse d’aver visto una lettera di La Cecilia in proposito, lo scopo di Guerrazzi era di rovesciare il Governo con una serie di manifestazioni truccate, analoghe a questa di Livorno, in ogni città della Toscana, cosicché, “di questo passo in pochi giorni il governo della Toscana sarebbe nelle mani dei radicali.”XXXIII Ma, continuò Montanelli: “Coloro ai quali invece parve sicuro che di questo passo fra pochi giorni il governo della Toscana sarebbe nelle mani degli Austriaci, non misero tempo in mezzo ad opporsi alla mala disegnata impresa.” XXXIV Una volta tanto il Granduca mostrò i denti. Il 7 gennaio 1848 pubblicò un motuproprio in cui annunciava ai Toscani di voler ricorrere alle armi per ristabilire la calma; contemporaneamente furono mobilitati duemila civici livornesi che, coi presidii di Livorno, Pisa e Piombino agli ordini del generale Francesco Trieb, vecchio napoleonico, furono messi a disposizione di Ridolfi, il quale, nominato commissario straordinario con pieni poteri, andò a Pisa per dirigersi poi a Livorno, portandosi dietro il procuratore generale Niccolò Lami per la parte giudiziaria. L’affissione del motuproprio impressionò la Toscana, fece credere a tutti di dover marciare contro Livorno; e la Civica, disorientata e ancora priva di armi, in parecchi centri cominciò a chiedere ordini ai vicari ed ai gonfalonieri, che erano sorpresi quanto tutti gli altri. L’organizzazione della Civica stava andando a rilento e i militi mancavano ancora di tutto. A Brolio Ricasoli, il 14 novembre del 1847, cioè quasi due mesi e mezzo dopo l’istituzione ufficiale detenzione, ma nell’arresto, di cui la detenzione era solo la conseguenza. L’appello poteva essere interposto una volta decisa arbitrariamente dalla polizia la carcerazione, ma intanto si stava dentro e ci si restava finché il procedimento d’appello non era esperito, per cui, dati i tempi dibattimentali, poteva trattarsi pure di mesi. 51
della Guardia, aveva ordinato di cominciare l’addestramento formale e da quanto scrisse si comprende che mancassero ancora le armi, le buffetterie e probabilmente pure le uniformi.22 A Siena, nonostante le collette fatte nell’ottobre del ‘47 per acquistarle, il 16 aprile 1848 la guardia montante alla caserma della Civica aveva esattamente un milite in uniforme, uno solo. C’era un motivo: la Civica andava armata ed equipaggiata a spese dei Comuni, secondo dei regolamenti di cui non si riusciva a trovare traccia, così come non si riuscivano a trovare quelli sulle mansioni e doveri dei suoi sottufficiali. Si sapeva che i Comuni potevano far fabbricare armi e buffetterie, ma non secondo quale modello, né se fosse unico per tutti o cambiasse da provincia a provincia, poiché, a chi l’aveva domandato alle autorità centrali, era stata data la vaga risposta che, come avrebbe scritto Raffaello Lambruschini a Ricasoli il 16 marzo 1848: “i modelli per tutte le comunità sono depositati presso il Gonfaloniere di Firenze”, dalla quale frase sorgeva il dubbio se di modelli ce ne fossero uno per tutti, come si pensava, o diversi da comunità e comunità. Le difficoltà dei piccoli comuni erano analoghe a quelle incontrate dal Municipio di Firenze, le quali avrebbero indotto la Deputazione comunitativa – cioè la commissione consiliare municipale – incaricata di provvedere all’armamento della Civica locale a recarsi proprio il 16 marzo dal ministro. Gli avrebbero sottolineato le incongruenze fra le armi e buffetterie piemontesi e quelle toscane – le quali sarebbero state pure definite da Ricasoli di pessimo gusto, perché oltre ad essere brutte erano pure poco pratiche – domandando delle modifiche. Il ministro avrebbe risposto di non poterle fare e voluto una richiesta scritta, firmata da Ricasoli nella sua qualità di gonfaloniere. Questi gliel’avrebbe mandata il 19, ripetendo quanto già detto dalla deputazione, rimarcando l’inutilità pratica della sciabola, ormai abbandonata da tutti gli eserciti a favore della daga e spiegando d’aver esaminato la faccenda insieme a Giacinto Provana di Collegno, il quale sarebbe stato ufficialmente incaricato dal Governo toscano di sovrintendere all’organizzazione di tutta la Civica. Nella stessa lettera Ricasoli avrebbe aggiunto di poter suggerire delle modifiche per rendere più pratiche le buffetterie, senza però specificare d’aver già ottenuto da Carlo Alberto alla fine di dicembre a Genova la promessa di vendere alla Toscana mille fucili, da fabbricare apposta nell’Arsenale di Torino, pure perché il Governo aveva ottenuto dalla Francia la cessione di 11.000 fucili, di cui si attendeva l’imbarco a Tolone Ma questo sarebbe successo in marzo, cioè tre mesi dopo. Torniamo a gennaio: alla notizia del motuproprio e dei fatti di Livorno, Ricasoli andò ufficialmente da Leopoldo e gli presentò un indirizzo di fedeltà del Comune, che prometteva di mantenere l’ordine con assoluta lealtà, pure se il Granduca avesse ritenuto opportuno recarsi a Livorno od altrove. A Livorno l’uscita del motuproprio del 7 gennaio scoraggiò la deputazione, da cui Bartolommei si dimise, ed incoraggiò le istituzioni, ancor più rinfrancate dall’annuncio dell’arrivo di Ridolfi. Questi andò prima a Pisa, incontrò Montanelli e se ne sentì esporre la necessità d’annullare la deputazione livornese. Era una buona notizia: se i montanelliani prendevano le distanze da Guerrazzi, lo indebolivano, perciò il 9 gennaio 1848 fu affisso a Livorno il bando con cui la deputazione era annullata; poi la Civica arrestò Guerrazzi e lo tradusse a Portoferraio in attesa di giudizio. Il municipio di Livorno attestò la propria fedeltà al Granduca, però la città continuò a ribollire e passò dal commissariamento di Ridolfi al governatorato provvisorio del marchese Bargagli e da questo a quello definitivo di Guinigi, senza che i malumori si calmassero, anzi. Il 3 aprile 1848 Ricasoli annunciava al fratello d’aver scritto al Ministero della Guerra: “Poiché fu progettato già dalla Commissione e poi inserito nel regolamento provvisorio che la riserva dovesse avere una blouse e un gaschetto, così bastava oggi ordinarne l’esecuzione di un certo numero”, ma non sembra si sia riusciti a provvedere, quantomeno a leggere le corrispondenze e i diari del tempo. 22
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Ridolfi tornò a Firenze il 30 gennaio. Alle dieci e un quarto di sera dalla stazione andò dritto a Pitti e confessò al Granduca che Corsini aveva avuto ragione: o si andava a riforme radicali, cioè la costituzione, o prima o poi Livorno saltava e la Toscana probabilmente pure. Leopoldo si rassegnò e l’indomani, nel pomeriggio, uscì un motuproprio che prometteva una nuova legge sulla stampa e l’ampliamento della Consulta, ma non la costituzione, adombrata da vaghe parole per chi voleva capirlo in quel modo. Che c’era sotto? A Montanelli lo spiegò Ridolfi in una lettera: la Toscana non poteva permettersi di prendere l’iniziativa: Metternich minacciava, gli Austriaci erano alle porte e non c’erano forze per opporsi. Ferdinando II a Napoli aveva promesso la costituzione, ma era fuori della portata dell’Austria, non faceva testo; se però il Papa avesse promesso o dato la costituzione, il Granduca avrebbe potuto fare lo stesso, giustificandosi col suo esempio. Col senno di poi, bisogna ammettere che in quel momento meglio di così non si poteva fare. Tutte la cautele andarono a gambe all’aria quando, battendo tutti sul tempo, l’8 febbraio 1848 la Maestà di Carlo Alberto concesse lo Statuto: l’Italia esplose. Il 10 febbraio 1848 una seconda ventata d’entusiasmo percorse la Penisola. Ferdinando II quel giorno giurava lo Statuto e Pio IX benediceva l’Italia! Era segno della sua volontà d’indipendenza dallo straniero! E invece no: a differenza di quanto moltissimi pensarono, allora e dopo, il discorso del 10 febbraio passato alla storia come “la Benedizione all’Italia” non era un incitamento all’indipendenza, bensì alla calma e al mantenimento dello statu quo, solo che non fu capito: era troppo ammantato dalla consueta, velata, ridondante retorica ecclesiastica, che, contrariamente al dettato evangelico, quasi mai parla chiaro, ma si riveste di ipotesi, disquisizioni e sottintesi, a svantaggio della chiarezza e della comprensione. Dopo una lunga premessa dalla quale sembrava di capire che si stesse armando per proteggere le riforme, il Papa, in un ingarbugliatissimo successivo paragrafo, aveva detto qualcosa la cui sostanza, a ben vedere, ma molto a ben vedere e pensandoci parecchio, significava: “Se per stare in pace occorrerà andare d’accordo con tutti i principi italiani che fanno le riforme, ci penseremo sopra.” Poi aveva proseguito con un altrettanto complicato periodo, culminante nella frase in cui si diceva “pronto altresì a resistere colla virtù delle già date istituzioni agli impeti disordinati, come sarebbe pronto a resistere a domande non conformi ai doveri suoi ed alla felicità vostra.”XXXV il che secondo lui significava: “non intendo cambiare una virgola alla situazione attuale.” Restava da vedere se chi l’ascoltava – ammesso che riuscisse a sentirlo in una grande piazza affollata e in un periodo in cui non esistevano microfoni ed altoparlanti – capiva e, in caso, se capiva nello stesso modo che intendeva lui o no; ed era più probabile il no. Ma il capolavoro del fraintendimento, l’apice dell’incapacità comunicativa, il disastro sommo era la chiusa, che, magniloquentemente involuta e pesante, benediceva l’Italia, questo si, ma condizione che restasse divisa e com’era. Non si sarebbe potuti essere più fuorvianti e l’unica spiegazione è che Pio IX non avesse compreso assolutamente nulla di quanto stava accadendo, di cosa veramente volesse la piazza e di conseguenza di cosa la piazza fosse portata a capire. Annunciare a gente infiammata dalla propaganda: “Ai desideri vostri, ai vostri timori, non è sordo il pontefice” equivaleva a dir loro: “do retta al vostro desiderio politico.” Asserire “Abbiamo volti altresì i nostri pensieri al riordinamento della milizia, prima ancora che la voce pubblica lo richiedesse” era lo stesso che annunciare: “preparo la guerra prima che il popolo me lo chieda.” Sostenere che il Papa era “pronto altresì a resistere colla virtù delle già date istituzioni agli impeti 53
disordinati, come sarebbe pronto a resistere a domande non conformi ai doveri suoi ed alla felicità vostra.” suonava coll’immediato significato di “resisterò colla forza delle attuali istituzioni da me concesse – evidentemente esercito riorganizzato e guardia civica – a chiunque cercherà d’abbatterle o di farmi cambiare idea.” Infine, a coronare questo esempio d’eloquenza, affermare che si doveva ascoltare il Papa e non “questo grido che esce da ignote bocche ad agitare i popoli d’Italia con lo spavento di una guerra straniera aiutata e preparata da interne congiure o da malevola inerzia dei governanti.” nelle menti di chi ascoltava, in quel lontano inverno del 1848, dopo tre interventi austriaci nel ’21, nel ’31 e a Ferrara nel ‘47, significava: “non preoccupatevi di chi vi spaventa colla minaccia d’un intervento straniero – che per tutti voleva dire austriaco – e d’una guerra; io sono il capo dei Cattolici e vi dico che 200 milioni di loro sono pronti a soccorrere lo Stato Pontificio”. E non si era già visto nel ’32 ad Ancona collo sbarco francese in funzione antiaustriaca? Quanti potevano comprendere che il Papa stesse dicendo: “guai a chi s’azzarda a cambiare qualcosa perché chiamerei gli stranieri come altri Papi han fatto in passato”? Chi poteva immaginare che il 10 febbraio del 1848 Pio IX stesse preavvisando il popolo di quanto avrebbe fatto col proclama di Gaeta un anno dopo? Conseguenza? Aiutati da una prosa contorta, oscura, magniloquente e vaga, tutti capirono ciò che vollero capire, ciò che volevano sentirsi dire, cioè che Pio IX voleva l’indipendenza italiana – il che significava: “fuori l’Austria!” – e che se fosse stato assalito da qualcuno intenzionato a fermarlo, che a quel punto poteva essere soltanto l’Austria, non solo avrebbe resistito grazie all’esercito che stava riorganizzando, ma avrebbe chiamato ad appoggiarlo tutti i cattolici stranieri, nel caso specifico ovviamente i Francesi, proprio contro chi l’avesse aggredito. In soldoni: il Papa voleva l’indipendenza, non si faceva intimorire e se l’Austria l’avesse attaccato, lui avrebbe reagito, facendosi aiutare dai Francesi. A questo punto col suo “Benedite l’Italia” per la massa il Papa diventava l’anima dell’Indipendenza; peccato che in realtà sarebbe stato l’anima della reazione. Pio IX aveva, come tutti, i suoi limiti, ma non era uno sciocco e impiegò solo ventiquattr’ore a capire l’equivoco nato dalle sue parole, solo che in quelle ventiquattr’ore arrivò la notizia che Ferdinando II a Napoli aveva giurato d’osservare la costituzione e che il Granduca la prometteva. Come mai? Leopoldo non era certo contento, ma sia lui sia i ministri avevano riconosciuto di non avere scelta. Come spiegò Baldasseroni: “La notizia della promulgazione dello Statuto piemontese giunta a Firenze l’11 febbraio, ruppe ogni discussione. Il Ministero disse aperto che, dopo le pubblicazioni di Napoli e Torino, era ormai indispensabile di andare sopra le tracce in quelle segnate.”XXXVI Incorrendo nella disapprovazione di Baldasseroni e del Granduca, il Municipio di Firenze lo stesso giorno, 11 febbraio, 1848, votò un indirizzo a Carlo Alberto e il 12 lo rese noto con un manifesto, “richiamando la Città a pubblica esultanza per quella concessione.”XXXVII In un sol colpo Ricasoli incoraggiava Carlo Alberto e forzava la mano al Granduca, spingendolo sulla via costituzionale, aggiungendo un altro spintone l’indomani quando, sempre per dirla coll’irritatissimo Baldasseroni: “si permise di formulare un’espressa domanda intesa a ingenerare l’idea che “l’ingenua e paterna promessa del Principe non fosse completamente svolta, come i 54
tempi e i bisogni dei popoli lo richiedevano, o soverchiamente ritardata, o che la popolazione toscana non fosse parificata alle altre che l’avevan preceduta in questo sviluppo politico.”XXXVIII Proprio il 12 febbraio il Papa provò a chiarire le sue intenzioni, ma era già troppo tardi. Inaspettatamente, durante una sfilata davanti al Quirinale di popolo, preti e guardie civiche, aveva fatto segno di voler parlare e, nel silenzio subito fattosi, cercò di chiarire quanto aveva detto il 10, ma fu di nuovo frainteso. Le sue furono parole al vento, precisazioni ancora non abbastanza esplicite, troppo sottili, per cui a Roma rimase tutto com’era e di conseguenza il manifesto di Ricasoli di quel medesimo giorno risultò al contempo una spinta al Granduca per dare la costituzione e un lenitivo della crescente irrequietezza popolare. Leopoldo sapeva di non aver più scelta. Ai primi di febbraio s’era deciso a comporre una commissione incaricata di preparare una legge su una forma di rappresentanza meramente consultiva, ma il giuramento di Ferdinando II, la promessa di Carlo Alberto l’8 febbraio e il frainteso discorso del Papa il 10 avevano completamente cambiato le carte in tavola: bisognava fare in fretta, prima che la piazza prendesse il sopravvento, perciò la commissione ebbe ordine di sbrigarsi e in quattro giorni preparò una costituzione che in pratica era quella francese. Il Granduca la mandò giù e il 17 febbraio 1848 la promulgò. Si cantò il Te Deum, intonato dall’arcivescovo Minucci in Santa Maria del Fiore e al quale l’amministrazione comunale, gonfaloniere e priori, partecipò in pompa magna, nelle vesti tradizionali, cui Ricasoli aveva fatto aggiungere la fascia tricolore. Stando a Baldasseroni, Leopoldo se n’ebbe a male, perché la costituzione prevedeva espressamente di mantenere solo i colori tradizionali, cioè il bianco e il rosso di Casa d’Austria, ma non ci poté far nulla. Una folla enorme all’uscita da Santa Maria del Fiore traversò Firenze con bandiere tricolori e coccarde sui cappelli e gli abiti per andare a Pitti ad acclamare il Granduca, il quale si affacciò e, molto opportunamente, senza la solita divisa di foggia austriaca e con una bandiera tricolore. Promulgando la costituzione il 17 Leopoldo aveva fatto appena in tempo. Cinque giorni dopo, il 22 febbraio 1848, cominciarono dei disordini a Parigi, in breve aumentarono e il 24 Luigi Filippo abdicò, lasciando il trono al nipote di dieci anni, ma in sostanza a un governo provvisorio, di fatto capeggiato da Lamartine, e in prospettiva alla Repubblica. La Rivoluzione in Francia!? Di nuovo? Adesso si che cominciavano i guai! Appena giunta la notizia, i repubblicani in tutta Italia e in Toscana cominciarono a pensare a come forzare le cose, facendosi un monte di illusioni e di castelli in aria. Contrariamente a quanto si poteva pensare, Guerrazzi invece tenne la testa sulle spalle e, benché ancora detenuto a Portoferraio, fece sentire la sua voce. Il 4 marzo in una lettera a Pierni in cui gli chiedeva di preparargli l’elezione a deputato nel collegio di Cecina, scriveva: “Io sono costituzionale purché la Costituzione sia verità e non una carta… Noi non abbiamo anche virtù, ingegno, e capacità e forze per una Repubblica.”XXXIX Il 6 marzo del 1848, sentite le notizie della rivoluzione in Francia, il consiglio municipale di Roma, che non era stato eletto dal popolo, ma nominato dal Papa fra persone politicamente fidate e constava di quindici principi romani, quarantanove possidenti, sei canonici e trenta professionisti, dunque tutti moderati o conservatori, votò un indirizzo con cui si chiedevano al Pontefice un governo elettivo e la lega italiana per l’indipendenza. L’8 marzo a Firenze la Real Consulta di Stato esaminò alcuni provvedimenti fra i quali la mobilitazione di 4.000 Guardie Civiche, da aggiungere all’appena ordinata leva straordinaria di 55
1.800 uomini decisa per fronteggiare i rischi all’orizzonte, per il momento solo d’ordine pubblico, presumibilmente nel caso di complicazioni con Modena, ma, come alcuni intuivano e nessuno diceva ad alta voce, pure di guerra all’Austria. La prospettiva non era piacevole: l’esercito toscano allineava meno di 4.500 uomini compresi i carabinieri, non aveva mai sparato un colpo e si era addestrato poco in generale e per niente ad una guerra. Fra gli ufficiali gli unici ad avere esperienza militare, fatta da subalterni più di trent’anni prima, erano i pochi veterani napoleonici ancora in servizio, quasi tutti nei gradi più alti. Mancavano le armi e le munizioni, i carriaggi, gli affusti ed i traini d’artiglieria; i magazzini erano vuoti. Il cauto Governo granducale, sempre preoccupato per le tensioni con Modena, fece intanto arrivare a Pistoia una compagnia di fucilieri, facendola proseguire verso San Marcello. Ad essa nei giorni successivi avrebbero fatto seguito altre truppe, mentre all’ingegner Ridolfo Castinelli veniva dato ordine di preparare una batteria al ponte alla Lima ai Casotti di Cutigliano.23 Il 10 marzo a Roma Pio IX riformò il consiglio dei ministri. I laici salirono da metà a due terzi. Il 13 marzo insorse Vienna: possibile mai…? L’indomani il telegrafo batté una notizia inaudita: l’Imperatore aveva dimesso Metternich! La nuova si sparse come un fulmine: con la scomparsa di Metternich spariva la minaccia più pericolosa per la Toscana; ma non c’era tempo di riflettere, le novità incalzavano e il quadro cambiava di ora in ora. Lo stesso giorno, il 14 marzo 1848, Pio IX concesse la Costituzione e a Firenze aumentarono le preoccupazioni: verso cosa si stava andando? Il 18 marzo insorsero Berlino, Venezia e Milano, il 19 Parma e Piacenza, seguite a ruota da Modena, il cui Duca abbandonò lo Stato, lasciando una reggenza incaricata di dare una costituzione. Il 20, mentre a Milano si combatteva, il ministro della guerra pontificio emanò un proclama che era una presa di posizione politica: “Soldati, sono lieto d’annunziarvi che la bandiera pontificia sarà d’ora innanzi fregiata di cravatte dai colori italiani. Di nuovo, il nostro adorato Principe soddisfa un voto e un sentimento del Paese. Stringiamoci intorno a questo Sacro Vessillo. Esso è simbolo di devozione e fedeltà al nostro Sovrano, a Pio IX; è pegno di amore e fratellanza fra tutti gli Italiani.”XL La bandiera del Papa prendeva i colori della rivoluzione, diventava quella della rivoluzione. Adesso ci poteva essere solo la guerra all’Austria.
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Giuseppe Marini riferì a Ferdinando Nerucci da Pistoia il 15 marzo che la notte prima era giunta una seconda compagnia di fucilieri, la quale doveva essere seguita da altre due e da un distaccamento d’artiglieria, destinato a guarnire la batteria che Castinelli doveva costruire e per la quale erano state stanziate 1.000 lire toscane; cfr. G. Marini a F. Nerucci, da Pistoia il 15 marzo 1848, in NERUCCI, Gherardo, (a cura di), Ricordi storici del Battaglione universitario Toscano alla guerra dell’Indipendenza italiana del 1848, Prato, Stabilimento tipo-litografico Salvi, 1891, pag. 77. 56
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Capitolo IV La mobilitazione e la partenza La Toscana corse alle armi! …. e scoprì di non averle. Come mai? Perché non ci se n’era mai preoccupati. L’inquadramento del Granducato nel sistema austriaco aveva reso inutile qualsiasi armamento appena appena serio e l’esistenza d’un esercito si doveva all’insistenza con cui l’aveva preteso Metternich dopo la Restaurazione. Era stato accontentato col minimo indispensabile e nulla era stato aggiunto negli anni seguenti. L’arruolamento in Toscana era di tre generi: leva, professionale e penale. Esisteva una leva, a cui in teoria erano tenuti tutti, evitabile pagando o trovando un sostituto e che comunque incideva poco sulla forza lavoro, prelevando solo qualche centinaio di giovani ogni anno. Alcuni coscritti potevano raffermarsi per un certo tempo e divenire professionisti, restando sotto le armi anche dodici anni. Altri invece venivano arruolati per forza, a causa del cosiddetto discolato, cioè in quanto ritenuti colpevoli di reati non di sangue e costretti a un certo periodo di servizio militare. Tanti ce n’erano degli uni e degli altri e altrettanti coscritti in meno servivano, però il risultato non era buono. I professionisti non vedevano di buon occhio quanto disturbava la loro tranquilla vita 58
quotidiana; i delinquenti consideravano il servizio una specie di vacanza retribuita; i coscritti erano vittime degli uni e degli altri. La disciplina, specie per via dei criminali nei ranghi, era molto rilassata, almeno rispetto agli altri eserciti italiani, e l’efficienza era ulteriormente minata da un addestramento scarso e dall’assenza di esercitazioni o manovre degne di tal nome. Insomma, i bianchini – così chiamati dal colore della giubba – non valevano un granché e passavano il tempo in tranquillissimi servizi di presidio, salvo qualche reparto in sorveglianza ai confini o, in rarissimi casi, a reprimere il brigantaggio. Come sappiamo, ad integrare la forza complessiva, erano stati istituiti da molto tempo i Cacciatori di Costa e di Frontiera, da chiamare in caso di bisogno, la cui preparazione e disciplina andavano da zero a quasi niente, perciò l’unica riserva rapidamente mobilitabile e numericamente imponente era la Civica, poco addestrata, in molti centri ancora disarmata, in altri del tutto inesistente. Il disarmo investiva pure le forze regolari. Congedato l’anzianissimo Trieb il 25 gennaio del 1848, il Granduca aveva nominato generale maggiore il più anziano dei colonnelli, il comandante del 2° Fanteria e ciambellano di corte Ulisse d’Arco Ferrari, e gli aveva chiesto un parere sul da farsi. D’Arco, veterano napoleonico, 24 il 4 marzo aveva risposto di ritenere le truppe insufficienti sia a difendere i confini, sia a controllare l’ordine interno ed aveva proposto un forte aumento di uomini e mezzi, per cui l’8 marzo la Consulta votò sulla proposta d’una leva straordinaria di 4.000 uomini. Scrisse Baldasseroni ventitré anni dopo quei fatti che: “L’artiglieria non aveva affusti, non carri. Non vi erano approvvigionamenti di munizioni e di armi; insomma quasi tutto mancava per mandare anche un piccolo corpo di soldati alla guerra. Si vorrebbe accagionare il governo, come d’imprevidente? Le armi poco innanzi erano poche, e pur tuttavia si gridava che erano troppe. Quante volte gli Arcadi georgofili non levarono per ciò le loro lamentazioni? Quante volte non piangevano sulle braccia tolte all’agricoltura per l’annuale reclutamento, che a fatica, e non in tutti i Comuni si faceva per mezzo della tratta fra i giovani ventenni, che vi erano compresi? Ma coi tempi nuovi erano venuti nuovi bisogni e il governo fece per quanto poté il suo dovere. Però nel dicembre provvide ad accelerare il reclutamento del 1848 che doveva dare 1800 uomini. Con questo s’intendeva di Ulisse d’Arco Ferrari era nato a Pisa l’8 marzo 1786, figlio d’un ufficiale mantovano al servizio toscano. A quindici anni si era arruolato come cadetto nell’esercito del Regno d’Etruria e, all’annessione all’Impero, si era trovato ufficiale nel 113º Reggimento di Linea francese, formato quasi completamente di Toscani, col quale aveva combattuto in Spagna nel 1808-1809. Promosso capitano nel 1810, aveva partecipato nel 1812 alla campagna di Russia, sopravvivendo alla ritirata e partecipando alle difese di Vilna, prima, e in seguito di Danzica. Arresasi questa ai primi del 1814, d’Arco era finito prigioniero di guerra in Russia fino ai primi di novembre, poi, rimandato in Francia, era stato congedato il 31 gennaio del 1815 in quanto suddito straniero. Tornato in Toscana, il 23 marzo dello stesso anno era entrato nell’esercito granducale col grado di capitano di fanteria ed aveva partecipato alle operazioni contro i Napoletani di Murat. Maggiore nel luglio 1821, tenente colonnello nel 1836, era stato promosso colonnello nel 1844, messo al comando del 2º Reggimento fanteria a Firenze e nominato ciambellano di corte. Congedato Trieb il 25 gennaio del ’48, d’Arco era stato nominato generale maggiore e il 4 marzo aveva proposto un forte incremento di uomini e armamenti. Messo a capo del contingente toscano spedito in Lombardia e sollevato da quel comando in maggio, sarebbe rimasto in servizio fino al 1849, quando il governo di Guerrazzi l’avrebbe congedato. La reggenza l’avrebbe invece richiamato pochi mesi dopo, incaricandolo di rappresentare gli interessi toscani presso il corpo austriaco del generale d’Aspre, entrato in Toscana su richiesta del Granduca a riportare l’ordine. Messo in disponibilità nel 1851, d’Arco, dopo il 27 aprile 1859 sarebbe stato chiamato dal governo provvisorio toscano a presiedere il Tribunale militare supremo dal 10 marzo del 1860, sempre con il grado di luogotenente generale. Sarebbe morto a Firenze il 21 aprile 1869. 24
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completare i corpi di linea, che si sarebbero dovuti mobilizzare; e ove la cifra non fosse bastata, i Cacciatori volontari avrebbero supplito.”XLI Baldasseroni mentiva sapendo di mentire e lo faceva per giustificarsi dalle accuse. A dicembre del 1847 nemmeno un mago avrebbe potuto prevedere la guerra del marzo seguente. La mobilitazione d’allora era stata fatta per la tensione con Modena indotta dalla cessione di Lucca e per fronteggiare i disordini interni. Quanto al resto, sostenere, indirettamente, che il disarmo si dovesse ai Georgofili ed alle loro pressioni era puerile ed in malafede: tanti giovani agricoltori e braccianti si chiamavano alle armi ogni anno e, salvi i raffermati, altrettanti erano resi disponibili per il congedo di fine ferma. La responsabilità era più in alto e non nelle lamentele di questo o quell’accademico, privato d’una decina di braccianti per un paio d’anni. Quando aveva voluto, Leopoldo aveva sempre fatto ciò che voleva, quando e come lo voleva. Se l’esercito era in disarmo lo si doveva ad una ben precisa volontà granducale, ad un malinteso senso di risparmio consistente nel tagliare le spese inutili – e reputate tali perché fino allora ci si era appoggiati al sistema militare austriaco a protezione da minacce esterne – ed al caos dell’amministrazione pubblica toscana, già stigmatizzato da Serristori e del quale si ebbe prova in breve tempo, proprio per il modo in cui furono affrontati il riarmo e la mobilitazione. Un secondo motivo per mobilitare era nell’inaffidabilità politica e pratica delle forze di complemento. I Cacciatori di Costa e di Frontiera erano pochi, servivano su base volontaria e di solito nel territorio in cui abitavano; in ogni reparto si conoscevano tutti e in casi del genere i corpi armati possono risultare splendidi per coesione e forza – come sarebbero stati gli Alpini del Regio Esercito italiano – o un pasticcio semi-ingovernabile, dipende tutto dal manico; e il manico in Toscana, come abbiamo visto, non era un granché. La stessa cosa valeva per la Civica, coll’incognita, o l’aggravante, dell’affidabilità politica. D’accordo, a Livorno aveva dato buona prova contro gli estremisti, ma si poteva farci affidamento a livello nazionale? Se il Granducato fosse stato squassato da conati rivoluzionari, la Civica avrebbe funzionato davvero, o si sarebbe unita agli insorti? Pure per questo era meglio completare i ranghi delle forze regolari e, comunque, 1.800 uomini, un coscritto ogni 800 abitanti, cioè lo 0,125%, era molto meno di quanto qualsiasi esercito del secolo precedente avrebbe considerato un arruolamento massiccio. Nell’età preindustriale il massimo consentito per non intaccare la forza lavoro dell’agricoltura e dunque non rischiare d’affamare lo Stato era il 2% degli abitanti, che in Toscana avrebbe significato circa 28.000 uomini. Probabilmente sulla carta ci si arrivò, sommando ai regolari i volontari, i Cacciatori di Costa e di Frontiera e la Civica sedentaria, ma nella sostanza, al momento del massimo impegno sul campo, non si toccarono nemmeno i diecimila, inclusi quelli restati ai depositi. Ci furono altre difficoltà da risolvere, più o meno tutte generate dai volontari. Il loro afflusso era giudicato imponente; la loro preparazione militare nulla, come la disciplina; la loro turbolenta arroganza pericolosa e ancor più pericoloso quanto sarebbe successo loro se fossero stati catturati dagli Austriaci. Andiamo con ordine e poi vedremo i particolari. Dopo avergli fatto ispezionare le difese fisse del Granducato, presumibilmente su segnalazione di Salvagnoli e forse di Vieusseux, Ridolfi il 4 marzo 1848 aveva incaricato il piemontese Giacinto Provana di Collegno di sovrintendere alla preparazione militare della Civica. Lui aveva tentato e ne erano venuti malumori, mezzi tafferugli ed accuse di voler mitigare l’entusiasmo e l’ardore guerriero dei Toscani, sicché, dopo nemmeno tre settimane, si era dimesso, adducendo come scusa la sua scarsa conoscenza dell’indole toscana 60
– in fondo risiedeva a Firenze solo dal 1845 – ed era tornato in Piemonte con tanti ringraziamenti e la commenda di San Giuseppe. Nel frattempo la rivoluzione era esplosa all’estero e in Italia. Milano era insorta, Metternich in esilio, sicché pure in Toscana si cominciava a pensare di far qualcosa contro l’Austria. Sappiamo con certezza che la fazione democratica, cioè rivoluzionaria, toscana intendesse unirsi al moto lombardo coinvolgendo ufficialmente il Governo e sperando che rifiutasse, così da avere un ottimo pretesto per buttarlo giù. Non è chiarissimo entro quando intendessero farlo, ma è certo che furono anticipati d’un soffio proprio dal Governo. Ricordò Montanelli: “E’ da sapere che noi Toscani, appena avuto sentore del sollevamento lombardo, avevano deliberato correre alle armi, volesse o non volesse il governo; anzi i più veggenti fra noi desideravano che il governo dicesse di non volere, per avere così cagione di buttarlo giù, e chiamare a reggere la guerra uomini che intendessero farla per davvero. … Ma i vecchi ministri, avvisati a tempo, la fecero da furbi; e per canzonare i democrati immaginarono mostrarsi più invogliati a guerra di loro e diedero subito vista di allestire armi ed armati; e mandarono alla stamperia granducale il bando accesissimo in cui si leggevano le … parole … L’ora del completo risorgimento d’Italia è giunta improvvisa, né può chi davvero ama questa nostra patria comune, ricusarle il soccorso che reclama da lui. Io vi promisi di secondare a tutta possa lo slancio dei vostri cuori ed eccomi a tenere parola.”XLII La piazza fu colta alla sprovvista. La gente s’era riunita davanti a Palazzo Vecchio per intimare un intervento e, prima ancora di parlare, trovava sotto la Loggia dei Lanzi Ridolfi, Cempini e Baldasseroni da cui si sentiva dire: “andiamo in guerra!” Antonio Mordini, capo dei dimostranti, cercò di riprendere l’iniziativa ed accusò il Governo di non esser degno di guidare l’impresa. Ridolfi prese la parola e gli chiuse la bocca, affermando d’aver già dato ordini “perché la gioventù toscana volasse in aiuto ai Lombardi” e che era una vergogna fare una lite locale quando a Milano ci si batteva per la Nazione. Fu acclamato e Mordini, assalito dai dimostranti, “poco mancò non ci rimettesse la pelle.”XLIII Che aveva detto il Granduca, o meglio: cosa il Governo aveva fatto dire al Granduca? “Toscani! L’ora del completo risorgimento d’Italia è giunta improvvisa, né può chi davvero ama questa nostra patria comune, ricusarle il soccorso che reclama da lui. Io vi promisi di secondare a tutta possa lo slancio dei vostri cuori ed eccomi a tenervi la parola. Ho dato gli ordini necessari perché le truppe regolari marcino senz’indugio alle frontiere sue due colonne, una per Pietrasanta, l’altra per S. Marcello. Le città, la capitale stessa sono affidate alla Civica sedentaria. I Volontari che desiderano seguire le Milizie regolari riceveranno una organizzazione instantanea e sotto esperti Ufficiali potranno partire.
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Duole che l’egregio Collegno, a cui un’improvvisa infermità tolse la possibilità di spingere più innanzi la organizzazione dei Volontari non possa oggi essere con loro. In mezzo allo slancio de’vostri cuori per la santa causa d’Italia non dimenticate la moderazione, che abbella ogni impresa. Io veglio col mio Governo sugli altri bisogni del Paese e intanto affretto con le mie premure la conclusione di una possente Lega Italiana che ho sempre vagheggiata e della quale pendono le trattative. Il Generale Comandante delle Truppe regolari, il Prefetto e il Gonfaloniere di Firenze formano una commissione incaricata del movimento immediato della colonna di S. Marcello. Il Governatore, il Gonfaloniere di Livorno e il colonnello Laugier sono incaricati del movimento immediato di quella colonna per Pietrasanta. Viva l’Italia Costituzionale! Dato in Firenze il ventuno marzo milleottocentoquarantotto. LEOPOLDO Il Presidente del consiglio de’Ministri F. Cempini Il Ministro Segretario di Stato per l’Interno C. Ridolfi Il Ministro Segretario di Stato incaricato provvisoriamente del Ministro della Guerra, G. Baldasseroni.”XLIV Ad essere molto maligni sarebbe saltata agli occhi una cosa: si parlava di mobilitazione, si parlava di marcia ai confini, di colonne da muovere; ma di guerra no! Non era scritto da nessuna parte che si sarebbe fatta la guerra all’Austria, anzi, che si sarebbe fatta una guerra qualsiasi. A voler continuare ad essere maligni, si poteva notare che si mandavano le colonne al confine, ma non si diceva di volerglielo far passare, anzi, poiché Pietrasanta e San Marcello Pistoiese riguardavano la frontiera con Modena, veniva da chiedersi: ma non si tratterà ancora e solo della contesa con Modena? Quella già in corso? E del resto, a voler marciare sulla Lombardia, non si sarebbe fatto prima a muovere attraverso Bologna e Ferrara, già in subbuglio e colle rispettive civiche in armi? O si voleva far credere di voler far massa coi Piemontesi in arrivo da Ovest? Quelli però non si erano ancora mossi; anzi, al 21 marzo gli Austriaci non avevano ancora abbandonato Milano, l’avrebbero lasciata solo il giorno dopo, per cui cosa bolliva davvero in pentola? E quell’accenno alla moderazione? E la storia della Lega Italiana ancora pendente? Viene da pensare a una delle solite mezze misure granducali per calmare il popolo e prendere tempo senza urtare l’Austria: si mobilita, ma non contro l’Austria. Guerra? E chi l’aveva mai menzionata? Mobilitare non significa dichiarare guerra; e infatti fu così; ma il bello fu che nemmeno la partecipazione alla campagna significò aver dichiarato guerra!
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Certo, il 29 marzo fu consegnata all’incaricato d’affari austriaco von Meerau a Firenze una nota, che Baldasseroni nel 1871 definì laconica e menzionò in modo da dar l’impressione d’una dichiarazione di guerra; ma tutto era meno che quello. Ora, poiché tutti parlano della dichiarazione di guerra della Toscana all’Austria, ma la nota non viene menzionata praticamente mai ed è difficile da trovare, vale la pena riportarla in extenso e poi commentarla, diceva: “Il signore commendatore di Schnitzer Meerau, incaricato d’affari d’Austria, conosce senza dubbio tanto bene quanto il sottoscritto i gravi avvenimenti che hanno avuto luogo in Lombardia: l’evacuazione forzata da Milano delle truppe imperiali, l’insurrezione scoppiata nelle altre città e campagne vicine, conflitti sanguinosi dappertutto tra le popolazioni armate e i soldati austriaci. Questa situazione come il signore di Schnitzer Meerau può bene intendere, reagisce sulle popolazioni degli altri stati della Penisola. Lo spirito di nazionalità n’è fortemente eccitato e l’appello dei Milanesi trova ovunque un’eco e la più manifesta simpatia. Tutto questo mantiene nella capitale e nelle province del granducato un’agitazione tale, ch’è a temersi da un momento all’altro una commozione delle più gravi ove non si soddisfi con sollecitudine al voto generalmente espresso, di veder cioè le nostre truppe e le nostre milizie prender parte alla lotta nella quale i loro confratelli di Lombardia si trovano impegnati, è perciò che il granduca credesi impegnato di soddisfare al voto suddetto nell’interesse, beninteso, di tutta Italia, e in quello dell’ordine e della tranquillità dei suoi proprii Stati, come pure della conservazione del suo trono. Il sottoscritto nel far conoscere questa determinazione al signor incaricato d’affari d’Austria, lo prega di gradire ec. Il Ministro degli Esteri.”XLV E questa sarebbe una dichiarazione di guerra? Questa, nella migliore delle ipotesi, è la giustificazione d’uno stato satellite a quello maggiore da cui dipende; è un’ammissione di trovarsi in pessime acque e di non poter fare altrimenti; e non contiene in nessun punto alcuna dichiarazione di guerra, ostilità, o rottura delle relazioni diplomatiche, che sono invece gli atti fondamentali per aprire lo stato di guerra. Dirò di più: in termini dinastici, che poi in un periodo ancora assolutista erano quelli che facevano testo, quelli importanti, quelli veri, che animavano e dirigevano la ragion di stato, questa è una giustificazione con cui il ramo cadetto spiega a quello principale i suoi motivi e modi per salvaguardare il trono e dunque l’interesse della Dinastia. Attenzione alle frasi: prima si dice “ch’è a temersi da un momento all’altro una commozione delle più gravi ove non si soddisfi con sollecitudine al voto…, di veder… le nostre truppe…e…. milizie prender parte alla lotta…” e dunque si afferma che gli Asburgo rischiano di perdere la Toscana se quelli di Firenze non partecipano; ma poi si comunica: “che il granduca credesi impegnato di soddisfare al voto suddetto nell’interesse, beninteso, di tutta Italia, e in quello dell’ordine e della tranquillità dei suoi proprii Stati, come pure della conservazione del suo trono; e qui ci sono due elementi chiari, uno implicito e uno esplicito ma che, per come è messo, sfugge ai meno attenti. Quello esplicito è la conservazione del trono. In apparenza è il motivo di minore importanza, perché viene elencato per ultimo; ma nella realtà, proprio e già solo perché viene menzionato, è quello di maggior importanza, anzi: è l’unico valido, specie agli occhi 63
dell’imperatore e della Hofburg, ai quali si sta dicendo: non badate a ciò che faccio, è trascurabile; badate a perché lo faccio e riconoscete che agisco da arciduca per conservare il trono all’Agusta Casa. E la corte e la famiglia imperiale capiscono e approvano: l’arciduca Leopoldo sta agendo nell’interesse dinastico, più e meglio dei parenti di Modena che il trono lo perdono, perché lui lo conserva e dunque fa l’interesse austriaco. Stando così le cose, mandi pure i suoi uomini in Lombardia, l’importante è conservar Firenze, specie nel momento in cui sembra di star perdendo tutto il dominio sull’Italia, tanto più che la Toscana non entra in guerra e – ecco l’altro elemento – lo dice implicitamente; come? Non affermandolo esplicitamente! Poiché la nota non dice in alcun punto che i due Stati sono in guerra, i due Stati non sono in guerra. Controprova: nessuno dà i passaporti a Karl Schnitzer von Meerau o gli chiede di lasciare Firenze, perciò le relazioni diplomatiche non vengono interrotte e, se non sono interrotte, lo stato di guerra non c’è; e su questo la prassi diplomatica e il diritto internazionale sono sempre stati chiari: condicio sine qua non per la guerra è la rottura delle relazioni diplomatiche, concretata dalla chiusura delle rispettive rappresentanze nelle capitali in cui sono accreditate; non è sufficiente, ma necessaria si. Questo Baldasseroni lo sapeva benissimo, ma, poiché scriveva nel 1871, a Granducato caduto e Unità stabilita, e mirava a giustificare Leopoldo e se stesso, sottolineando quanto ingiusto fosse stato il trattamento subito a fronte di quanto avevano fatto, doveva dimostrare che il Granduca avesse agito in buona fede e da buon italiano; e l’asserire, come fece, che dopo l’ordine d’operazione del 29 maggio “ed una ben laconica nota nello stesso giorno diretta all’incaricato d’affari Austriaco in Firenze la Toscana trovossi in stato di guerra coll’Austria” era al contempo vero e falso e nel complesso furbescamente fuorviante.XLVI Era vero perché le truppe toscane fecero la guerra; era falso perché lo stato di guerra coll’Austria non vi fu, perciò asserire che la Toscana si trovava in stato di guerra, fuorviava quanti, ignari del testo della nota e digiuni di diritto internazionale, si limitavano a trarre le conclusioni dai fatti. Proprio la laconicità della nota e in essa l’attenta omissione d’alcuni termini lasciavano la Toscana non in stato di guerra coll’Austria e riducevano la sua partecipazione in pratica ad un incidente di confine, dal quale nel peggiore dei casi si poteva uscire con tante scuse e un risarcimento danni. Insomma, a voler essere cattivi, o concreti, si potrebbe dire che le premesse per tenere il piede in due staffe c’erano tutte e non c’è da stupirsi se poi, a cose fatte, dopo il ’49, si accusò Leopoldo d’aver scritto proprio in quei giorni a Radetzky una lettera in cui spiegava di non voler aggredire l’Austria, lettera di cui si parlò a lungo ma che non fu mai trovata. Ammesso che l’avesse scritta, era superflua: bastava la nota a von Meerau. Probabilmente perché avevano capito il gioco, gli interventisti obbligarono Leopoldo a una mossa che a lui non piacque e all’Austria nemmeno, ma che dovettero subire, lui per continuare il gioco, l’altra per reggergli il sacco: la rinuncia ai titoli asburgici. Come spiegò Baldasseroni a proposito del proclama del 29 marzo con cui, a suo dire, la Toscana s’era trovata in stato di guerra, “quasi a confermarne l’idea, fu nel decreto istesso indotto il Granduca a dismettere negli atti pubblici le gentilizie sue qualità di Principe Imperiale d’Austria e Principe Reale d’Ungheria e di Boemia. Il partito volle imporgli anche quest’atto di pubblica rinuncia alla famiglia da cui traeva l’origine; ed il Buon Principe “Fecit et hoc!!” – fece anche questo – all’Austria parve ingiuria e ne tenne conto!!”XLVII Davvero! E si vide quando l’aiutò a ripigliarsi il trono! L’armata austriaca entrò in Toscana perché fu chiamata da lui, non per imposizone di Vienna! Insomma, la commedia del mantenimento del dominio lorenese era in atto, ma, come a Roma, pure a Firenze la gente non si scervellò in 64
sottigliezze e capì quel che voleva capire, quel che le premeva, sicché un’ondata di volontari si abbatté entusiasta e turbolenta su delle strutture di mobilitazione inesistenti. E’ impossibile rendere con precisione cosa accadde in quei giorni. L’eco che ne giunge attraverso le carte è fievole; quella tramandata nelle poche famiglie che ancora ne conservano memoria lo è ancor di più e risente di come quei fatti furono ricordati dai protagonisti alla luce degli eventi successivi. A questo si somma il filtraggio, il depauperamento di quei resoconti da parte di chi li sentì senza esservi stato coinvolto e poi li riferì alle generazioni seguenti, ma quel poco che resta basta a farsi un’idea; ed è un’idea d’esplosione, quasi di follia collettiva. L’allora diciottenne Valentino Giachi scrisse nel 1885 d’aver ancora ben presente uno scolaro di scienze che, il 21 marzo 1848, a Firenze, salito su uno sgabello del caffè di via dei Martelli: “…fece un infocato discorso per ispronarci a dare aiuto a Milano. E finì: “Chi ha quindici anni e non viene in Lombardia è un vile!” E allora i più grandi gridarono: “Si viene tutti!” e, senza neanche darci pensiero del consenso dei genitori, corremmo scalmanati in fortezza a iscriverci volontari.”XLVIII Si, l’entusiasmo fu cieco e travolgente: tutto sembrava possibile. La soluzione di ogni problema, di ogni ingiustizia, di ogni povertà era nell’essere padroni di se stessi, padroni in casa propria. Per esserlo occorreva cacciare l’Austria. Fatto quello, fatto tutto; e un’era nuova di pace, di lavoro, di diritti, di dignità, senza miseria, senza povertà si sarebbe aperta: era un futuro possibile ed era a portata di mano; bisognava solo partire per averlo. Non esistevano ostacoli, non c’erano difficoltà, bastava andare e si sarebbe fatto; bastava volere e si sarebbe vinto. Chi mai si sarebbe fatto da parte? Chi non avrebbe risposto al richiamo dell’Italia che si svegliava, della Patria risorgente? Che contavano le armi se c’era la volontà? Erano tempi eroici, erano tempi di riscossa! Stando a Baldasseroni, i volontari non intendevano scuse: erano convinti d’esser tutti fisicamente abili e di poter combattere e trionfare senza addestrarsi. Questa riedizione del motto rivoluzionario francese del 1793, per cui per vincere bastavano “fuoco, acciaio e patriottismo” probabilmente veniva dagli estremisti radicali e repubblicani, imbevuti di idee mazziniane alquanto sconclusionate in materia militare; ma è da dimostrare che tali idee non fossero in tutti. Avrebbe ricordato il volontario Pompeo Lurini quarantadue anni dopo: “credevo fermamente, che l’entusiasmo ed il coraggio nostro potessero e dovessero da soli mettere in fuga il nemico.”XLIX Gli avrebbe fatto eco Valentino Giachi: “Pieni di baldanza, ci pareva d’essere invincibili.”L Concludeva il caporale Alfonso Ademollo: “per noi stava la buona causa.”LI Furon le idee d’una minoranza? Numericamente si, ma, era quella determinante, perché, come aveva detto trentatré anni prima il duca di Wellington al cardinal Consalvi: “bisogna distinguere la parte più numerosa dalla parte attiva, in materia di rivoluzioni contro i governi; questa è quella che decide, e non quella.”LII Conscio di questo, il Governo, per non perdere il totale controllo della situazione mettendosi apertamente contro la piazza, rinunciò a qualsiasi forma di costrizione o di selezione, accettò tutti, promise le armi a tutti, inclusi i minorenni, e, come disse Baldasseroni, si fece da parte. Entro quarantott’ore i ministri e il Granduca si resero conto d’aver aperto l’otre d’Eolo e lasciati liberi i venti. La febbre di partecipazione si estese a tutto lo Stato. I Prefetti, d’ordine superiore, cercarono di dire che, usciti gli Austriaci da Milano, non occorreva più andare in Lombardia; quello di Pisa suggerì caso mai Massa e Carrara liberatesi dai Modenesi: troppo tardi! Nessuno li ascoltava e Leopoldo si trovò in un bell’impiccio: doveva fare la guerra all’Austria, primo caso
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d’un arciduca d’Asburgo a muovere in armi contro il ramo primogenito. Ora si che era in un bel guaio! Dappertutto si improvvisavano manifestazioni con abbondanza di nastri e bandiere tricolori, di canti e di discorsi; e chi si accingeva a partire sollecitava gli altri: “Poltrone! Che fai? Noi si parte per la Lombardia” scriveva da Siena il 19 marzo lo studente Antonio Pantanelli al collega e caporale del battaglione universitario Alfonso Ademollo, baccelliere di medicina e chirurgia, da poco diciottenne, in vacanza in famiglia ad Orbetello. Alfonso chiamò gli altri due studenti, Olinto Sani e Antonio Dewitt, come lui là in vacanza a casa e partirono l’indomani, il 22, di buon mattino: “trovammo Grosseto imbandierato e in festa, ove la popolazione patriotta affollavasi a leggere una Notificazione Granducale, che chiamava i cittadini a pugnare sui campi Lombardi per la Indipendenza d’Italia. Ebbi il piacere di stringere la mano ad altri giovani che si disponevano a partire come noi per Siena. … Proseguimmo il viaggio e nelle ore pom. del detto giorno fummo in Siena, dove trovammo non uniformità di pensiero sul modo e sul momento di partire. Ma la Dio mercé, in onta degli scongiuri alla quiete, alla calma, alla obbedienza del Governatore di Siena e del Colonnello della Guardia Civica, si aprirono gli arrolamenti. Tal tentennare dell’Autorità dipese perché in pubblico si affiggevano ordini in un modo, in privato si davano ordini opposti. Ma tutto questo non valse a rallentare lo slancio
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e, col solito carme di Donna Caritea, 25 i Volontari nelle ore pom. del 24 marzo,26 si riunirono nella fortezza e alla Lizza, d’onde incominciarono la loro marcia per Poggibonsi, avendo per loro obiettivo Firenze.”LIII 25
Stando alle testimonianze del tempo e contrariamente a quanto si pensa di solito, il canto più diffuso fra i volontari toscani almeno al principio della campagna non fu Addio mia bella Addio, ma questo “solito carme di Donna Caritea.” Che era? Era Chi per la patria muor, vissuto è assai e necessita d’una lunga spiegazione. Esistono due opere liriche con Caritea protagonista e i versi sono tratti dalla seconda (la prima fu rappresentata nel 1818), il cui titolo completo è Caritea, regina di Spagna, ossia La morte di Don Alfonso re di Portogallo. E’ un’opera in due atti di Saverio Mercadante, con libretto del conte trevigiano Paolo Pola, la cui prima, alla Fenice di Venezia il 21 febbraio 1826, aveva avuto un successo tale da farle tenere il cartellone per anni e anni in moltissimi teatri italiani, spesso col titolo accorciato di Donna Caritea. Nella IX scena del I atto un gruppo di militari spagnoli canta il coro Aspra del militar bench'è la vita, un cui verso nel libretto originale diceva Chi per la gloria muor vissuto è assai. Non si sa chi e quando, riecheggiando Orazio, l’abbia cambiato in Chi per la patria muor, vissuto è assai, fatto sta che con queste parole veniva cantato e suscitava regolarmente i più accesi entusiasmi patriottici del pubblico, per cui tutto il coro era spesso proibito dalla censura. Ovviamente, più lo si proibiva, più si caricava di significato politico e per questo fu cantato dai Fratelli Bandiera nel vallone di Rovito al momento della loro fucilazione, assurgendo al più elevato significato patriottico e simbolico. Al secondo posto nei canti di quei giorni veniva O giovani ardenti! Leopoldo Cempini, convinto repubblicano e figlio del ministro dell’Interno, l’aveva scritto poco prima dello scoppio della guerra, per cui c’era stato il tempo d’impararlo e infatti era suonatissimo dalle bande comunali ad ogni passaggio di volontari, tanto che, come avrebbe scritto Gherardo Nerucci: “aveva finito per romperci le tasche”, cfr. NERUCCI, Gherardo (a cura di), Ricordi storici del Battaglione universitario Toscano alla guerra dell’Indipendenza italiana del 1848, cit., pag. 109, nota 1. Valentino Giachi, del I Fiorentino, nel 1885 sostenne d’essere partito in treno da Firenze il 23 marzo 1848 cantando Addio mia bella Addio e Fratelli d’Italia. Quest’ultimo era stato composto nel settembre del 1847, musicato a novembre ed eseguito per la prima volta in pubblico il 10 dicembre del 1847, per cui, ancorché Giachi sembri l’unico a ricordare d’averlo cantato, nulla vieta che abbia ragione. Sbaglia invece nell’affermare d’aver cantato Addio mia bella Addio per il motivo più semplice: era stato a malapena composto proprio quel giorno. Secondo Fumagalli, lo scrisse a Firenze il trentatreenne avvocato Carlo Alberto Bosio, poi prefetto del Regno d’Italia (il quale nel 1855 avrebbe difeso in Corte Regia Francesco Peruzzi, che aveva ferito il Baldasseroni cercando d’ucciderlo), su un tavolino del caffè Castelmur a Orsamichele, la sera del 23 marzo 1848, proprio mentre partiva il I Battaglione dei volontari fiorentini. L’avrebbe corretto e perfezionato a Pisa subito dopo, provando la versione definitiva pochissimo prima di partire volontario per la guerra in Lombardia, cantandola, accompagnato al pianoforte da Caterina Padovani Castinelli, moglie di Ridolfo, in Palazzo Castinelli. In aprile Addio mia bella Addio era ancora così poco noto ai Toscani, che Alfonso Ademollo, sentitolo suonare il 24 per la prima volta, l’avrebbe poi definito “il popolare inno Lombardo.” Infine, una raccolta di canti e poemi patriottici fatta dall’appena menzionato Ademollo, conservata nell’Archivio dell’Istituto Centrale del Risorgimento in Roma, faldone 713, busta 49, include: Agli italiani – sonetto; La Lega italiana – Ode; Il bivacco dei crociati Toscani in Lombardia – canto guerriero, s.l., Tipografia Benelli da S. Felicita s.d. ma 1848; Cantica nazionale; L’addio del volontario; Inno; A Maria SS Annunziata, che nella nuova via dischiusa alla Toscana provvidamente l’ajuti: ode; Inno di Garibaldi; Inno di Mameli; La Marsigliese italiana; Metternich a Londra - scherzo e Nuovi stornelli improvvisati al campo toscano da un milite volontario fiorentino, Firenze, Tipografia del Vulcano, 1848. 26 Il Diario senese dal gennaio 1847 al dicembre 1848 scritto da un contemporaneo, riportato in Siena e i Rozzi nel Risorgimento, Siena, Accademia dei Rozzi, anno XVIII, n. 34, pag. 14, riferisce: “Marzo, 24: Nelle prime ore della Mattina il Prefetto fa stampare una notificazione per far conoscere al pubblico che, in seguito ad ordini speciali del Ministero dell’Interno, non abbia luogo alcun movimento di volontari per la Lombardia. Conosciutasi la notificazione suddetta prima che questa venga affissa per la Città, e le intenzioni del Prefetto, alcuni gruppi di persone si assembrano sotto il suo palazzo, gridando che a tutti i costi vogliono partire. Le Autorità, vista la sempre maggior eccitazione degli animi dei cittadini, credono allora opportuno non insistere, infatti più tardi si pubblicano due notificazioni, una del Gonfaloniere e l’altra dei Comandanti la Guardia Civica e la Guardia Universitaria, colle quali si fa noto che alle 2 pom. i volontari si presentino armati in Fortezza, aggiungendo che chi non ha armi di sua proprietà ne sarà provveduto dalle Autorità militari. All’ora stabilita i volontari si radunano in Fortezza e alle tre e mezza pom. partono per la Lombardia in numero di circa duecento, fra i quali settanta scolari, comandati dal capitano Razzetti, cui si sono uniti il tenente colonnello della Civica, il professore Corticelli, comandante la Guardia Universitaria e altri professori, ufficiali della guardia stessa.” 67
Pure così i circa duecento volontari, compresa la Guardia Universitaria, che aveva la forza d’un po’ più di mezza compagnia, non ebbero via del tutto libera. Ricordò Alfonso Ademollo che, dopo aver dormito la notte del 24 sulla paglia sul pavimento del teatro di Poggibonsi: “La mattina del 25 per tempo si riprese la marcia per la via Fiorentina e, giunti a Barberino Valdelsa, fummo fermati dal sopraggiungere del capitano Lena, lucchese, che, proveniente da Firenze, era latore di nuovi ordini. Egli, nel tempo dell’alto che ci fu fatto fare, ebbe un lungo colloquio co’nostri comandanti, specialmente coll’illustre fisiologo ed igienista Alessandro Corticelli, maggiore della sezione Senese della Guardia Universitaria. Lì per lì sapemmo che dovevasi barattare itinerario; poi dopo si seppe da Riccardo Corticelli, figlio del maggiore e mio carissimo amico, che i primi sforzi del capitano Lena furono quelli di rimandarci a Siena; ma udita dai nostri Uffiziali Professori la impossibilità di ottenere questo, allora il capitano Lena, toltosi di tasca una seconda istruzione avuta a Firenze, ordinò che si tornasse a Poggibonsi e per la via di Certaldo, Castelfiorentino, Empoli, Pisa si raggiungesse Lucca e Pietrasanta, dove avremmo ricevuto nuove istruzioni. Infatti, così facemmo e andammo a pernottare a Castelfiorentino. A Certaldo io ebbi i primi disinganni, infatti i fratelli ---- , dopo tanto chiasso sfumarono e si dileguarono dalle nostre file. Debbo aggiungere, che questa marcia del giorno 25 fu lunga e faticosa, e che la sera nel giungere a Castelfiorentino ci rinfrescò una pioggia abbondante. … Alla punta del giorno 26 di marzo, si lasciò Castelfiorentino dirigendosi ad Empoli, la stagione essendo molto fresca e nebulosa. Giunti alla stazione di Empoli, perché colà da più tempo ormai in esercizio la linea ferroviaria sino a Livorno, dovemmo attendere la partenza di un treno per Pisa e quindi montammo su’vagoni di 3ª classe, scoperti, come usava allora.”LIV I volontari non universitari furono divisi in battaglioni, il cui luogo d’origine non era quello di tutti i componenti, ma solo quello dove si erano arruolati, per cui ci si trovavano sia Toscani provenienti da altre zone – Fiorentini nel Battaglione Livornese27 e Livornesi nei due Battaglioni Fiorentini – sia Italiani di altri Stati, dunque sudditi sardi, modenesi, pontifici, lombardo-veneti e delle Due Sicilie, sia, infine, almeno una dozzina di stranieri. I Fiorentini composero due battaglioni i quali, senza divisa, senz’armi omogenee,28 senza munizioni sufficienti, senza una vera organizzazione gerarchica e logistica, partirono per Pistoia,
Per essere precisi bisognerebbe usare il plurale, perché in marzo e fino ai primi d’aprile i Livornesi formavano due battaglioni, ma erano già iniziate le diserzioni che, nel corso d’aprile e fino alle prime due settimane di maggio, crebbero a tal punto da obbligare a fondere i due reparti per tenerne in piedi uno che avesse almeno la sembianza di un battaglione, messo agli ordini del tenente colonnello della Civica Giampaolo Bartolommei, il casigliano e cliente del Guerrazzi, il quale in origine comandava il II Battaglione Livornese. Forse per questo motivo, quando si accinsero a preparare le Memorie dei Toscani alla guerra del 1848, d’Ayala, Marescotti e Nerucci trovarono più opportuno menzionare un solo battaglione livornese anziché perdersi in spiegazioni. 28 Ricasoli, nella sua qualità di gonfaloniere di Firenze, avvertì i volontari fiorentini di presentarsi colle armi di loro proprietà, se ne avevano. 27
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il primo29 il 23 marzo; il secondo30 il 25. Da Pistoia il primo battaglione si avviò all’Abetone e a Castelnuovo in Garfagnana e Fivizzano, l’altro a San Pellegrino, coll’intento di ritrovarsi col primo a Formigine. Contemporaneamente si formarono e partirono verso Massa un altro battaglione da Livorno e due da Pisa,31 uno di volontari normali e l’altro di studenti universitari, inquadrati dai loro professori. A loro si aggiunsero un mezzo battaglione di volontari lucchesi, assai più tardi gli studenti volontari dell’Università partiti il 24 da Siena e infine un rivolo di complementi, giunti man mano dalla Maremma ed inquadrati fra i Livornesi. I regolari sarebbero partiti solo il 6 aprile. Il 5 aprile il comando di tutti, regolari e volontari, venne affidato da Leopoldo al tenente generale conte Ulisse d’Arco Ferrari, nominandone vice il maggior generale, anzi, general maggiore, Cesare Laugier conte de Bellecour, veterano napoleonico come d’Arco Ferrari. L’indomani, dopo una solenne celebrazione religiosa in Santa Maria del Fiore, le truppe si misero in moto verso il confine.32 Per la campagna, l’esercito toscano fu dotato d’uno Stato Maggiore, il quale, secondo i canoni d’allora e diversamente da quanto avvenne dalla fine del Secolo in poi, era un’entità da cui dipendevano l’Intendenza generale dell’Armata, i Carabinieri, l’Artiglieria, i trasporti, i servizi sanitari, d’amministrazione e di commissariato e i cappellani, ma non lo studio, la pianificazione e l’esecuzione delle operazioni. In altre parole: lo Stato Maggiore coordinava, ma non comandava le grandi unità, che erano alle dipendenze del sovrano – o del generale da lui designato – e non del Capo di Stato Maggiore, il quale era una sorta di capo dei servizi e nulla più; e Capo di Stato Maggiore delle truppe toscane nel 1848 fu il tenente colonnello Carlo Corradino Chigi di Camollia, il quale aveva a sua disposizione ventidue ufficiali, fra cui i tre piemontesi Campia, Beraudi e Villamarina. Oltre a loro lo Stato Maggiore avrebbe compreso da aprile il chirurgo capo dell’armata, professor Ferdinando Zannetti, direttore del servizio sanitario, il commissario di Guerra professor Carlo Matteucci, cui fungeva da segretario il rettore dell’università di Pisa Giambattista Giorgini; il Commissario ordinatore Andrea Odet, il capo della sussistenza capitano Tommaso Cini “incaricato dei viveri”, Carlo Allodi “incaricato della posta” 33 e l’intendente generale di guerra Birigozzi. 29
La 6ª compagnia era formata tutta da Aretini. La 4ª compagnia di questo II Battaglione era formata tutta da Pistoiesi, la 5ª prevalentemente da Pratesi. 31 Il 22 marzo alle quattro del pomeriggio partirono in treno da Pisa il Battaglione Universitario e i volontari di Pisa e del contado. Coi convogli seguenti dello stesso giorno partirono quattro compagnie di fanteria di linea e un primo gruppo di Livornesi. Riunitisi ai civici lucchesi, lasciarono in colonna Lucca alle cinque del mattino del 23 marzo e giunsero a Pietrasanta dieci ore dopo. Il 24 marzo 600 civici livornesi partirono da Pisa in treno per Lucca da dove avrebbero proseguito per Pietrasanta. Il Battaglione Universitario di Siena giunse a Pisa in treno a mezzogiorno e mezzo del 26 marzo e vi rimase il tempo di ripartire per Lucca sempre in treno. Già il 9 aprile i Pisani avrebbero riorganizzato le compagnie a causa del gran numero di disertori tornati in Toscana; su questa riorganizzazione cfr. NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione universitario…cit., pag. 141. 32 Il Diario senese citato, a pag. 15 riferisce: “Marzo, 30: Nella mattinata, accompagnate dalla banda musicale e da numeroso popolo plaudente, partono per la Lombardia la compagnia di Linea e quella dei Cacciatori a cavallo di guarnigione in questa città.” 33 Il servizio postale militare toscano non era mai esistito, perché l’esercito non era mai sceso in campo, perciò era tutto da inventare. In primo luogo si presentò il quesito di se e quanto dovessero pagare i militari. Benché esistessero già da qualche anno, la Toscana avrebbe adottato i francobolli solo nel 1851, per cui nel 1848 si versava ancora il porto alla consegna della missiva all’ufficio postale di partenza ed erano iniziate le discussioni, perché la posta diretta alle truppe si supponeva andasse all’estero, cioè fuori Granducato, il che implicava una tariffa maggiore. Ma, si obiettava, se invece si trovavano nei territori già toscani e da poco passati a Modena e su cui era ancora aperto il contenzioso, che tariffa andava pagata? E, come si vide assai presto, se le truppe nel frattempo – come stava accadendo ai volontari – venivano fatte retrocedere in territorio toscano, o se dal territorio toscano non erano ancora uscite come 30
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Gli ufficiali regolari che presero parte alla guerra, oltre a quelli di Stato Maggiore, furono 148, di cui quattro morti in combattimento, due feriti e ventinove presi prigionieri, quattro dei quali perché feriti. Ci fu una particolarità significativa: cinque ufficiali – due capitani e tre tenenti – chiesero il congedo o di rientrare appena stati al fronte, mente un sesto, il capitano dei Cacciatori Antonio Lena, “scomparve improvvisamente dalla sua Compagnia, e non ritornò in Toscana se non finita la Campagna.”LV I Piemontesi fecero capire molto bene di non gradire i volontari a contatto colle loro forze. I regolari erano i benvenuti, i dilettanti no. Il guaio era che di volontari ce n’erano a migliaia, con idee alquanto confuse e, come sappiamo convintissimi di saper combattere, di poter vincere e decisi a crear guai se il Governo non li mandava in Lombardia, per cui Leopoldo e i ministri preferivano saperli fuori di torno, ma dove metterli? Cosa farne? E in primo luogo quanti erano i volontari? Tutto sommato pochi. Stando alle liste pubblicate nel 1852, 34 il Battaglione Universitario, istituito come Guardia Universitaria d’ordine del Granduca35 nell’ottobre del 1847, aveva 300 uomini precisi tra ufficiali e militi di cui 84 venivano da Siena;36 quello misto pisano-senese ne aveva 321,37 il Battaglione Livornese 297,38 il I Battaglione Fiorentino allineava 599 uomini,39 il II40 570 e infine il Battaglione Lucchese41 ne aveva appena 289, per cui in totale la forza dei reparti volontari mandati in Lombardia sarebbe ammontata a 2.376 uomini, anziché ai 3.000 che poi si disse, ai quali si sarebbero aggiunti altri 300 Lucchesi, partiti il 16 giugno e che non avrebbero fatto in tempo a partecipare alla campagna. LVI ci si doveva regolare? L’amministrazione risolse i dubbi decretando che il corpo di spedizione si considerasse Toscana dovunque fosse, per cui la posta direttagli avesse le tariffe per l’interno, mentre, con qualche ripensamento di tanto in tanto, quella in partenza poteva godere di franchigia, perché spedita dai militari in guerra. Per il Battaglione Universitario si fece inizialmente capo all’università di Pisa, poi, dal principio d’aprile, il gonfaloniere di Pisa, valendosi del servizio diligenze Bertolani, consentì la spedizione in franchigia totale per le lettere e i colli fino a cinque libbre fiorentine e non contenenti denaro, stabilendo una tariffa per gli invii di valuta o eccedenti il peso. La movimentazione della posta era piuttosto veloce e di solito una lettera veniva consegnata l’indomani o entro un paio di giorni, da dovunque partisse. Caso mai la difficoltà era nel quando poteva partire, perché in aprile la corrispondenza della colonna più occidentale, quella comprendente i volontari pisani, livornesi, lucchesi ed universitari, partiva quando poteva e tramite la posta civile ordinaria. Solo dal 30 aprile si riuscì ad organizzare un servizio specifico, a giorni alterni, che partiva dal campo il martedì, giovedì e sabato di ogni settimana. Le lettere dal campo erano attesissime, perché i giornali riportavano poco, la gente che sapeva scrivere era pochissima e dunque venivano lette a parenti ed amici e spesso in pubblico. 34 Come raccontò Gherardo Nerucci nella prefazione al suo Ricordi storici del Battaglione universitario Toscano alla guerra dell’Indipendenza italiana del 1848, cit., la lista del 1852 nelle Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848 fu opera sua, di Mariano d’Ayala e di Niccolò Marescotti, ma incontrarono difficoltà insormontabili e gli errori fioccarono. Nerucci doveva scrivere e scrisse il proemio e Marescotti il resoconto di Curtatone e Montanara. A d’Ayala toccava la redazione delle liste. Fece un lavoro enorme, interrogò centinaia di persone, si fece dare elenchi, ritratti e notizie, ma, come disse Nerucci, a dispetto di tanta fatica, il lavoro riuscì incompleto e impreciso, prima d’essere azzoppato definitivamente dal divieto granducale del 1852 di commemorare in alcun modo l’anniversario del 29 maggio 1848. Nonostante tutto, gli elenchi delle Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848 sono i meno inaffidabili e dunque gli unici su cui si possa tentare un minimo di lavoro, beninteso con tutte le riserve del caso. 35 La Guardia aveva dovuto aspettare due mesi prima di ricevere il suo Regolamento per la Guardia Universitaria approvato da S.A.I. e Reale colla veneratissima Risoluzione del 22 decembre 1847, Pisa, Prosperi, 1847. 36 Secondo le Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848 del 1852 ebbe 17 morti, 10 feriti e 11 prigionieri. 37 Secondo le Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848 del 1852 ebbe 11 morti, 14 feriti e 127 prigionieri. 38 Secondo le Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848 del 1852 ebbe 17 morti, 27 feriti e 186 prigionieri. 39 Secondo le Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848 del 1852 ebbe 16 morti, 23 feriti e 60 prigionieri. 40 Secondo le Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848 del 1852 ebbe 30 morti, 50 feriti e 134 prigionieri. 41 Secondo le Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848 del 1852 ebbe 10 morti, 10 feriti e 13 prigionieri. 70
Attenzione però, le liste sono inaffidabili e questa del 1852 è solo la meno sbagliata, perciò nemmeno lei è sicura, perché, come scrisse il reduce volontario universitario e poi filologo, grecista e professore Gherardo Nerucci nel 1891: “L’impresa di redigere Liste esatte dei Volontari Toscani che nella guerra d’indipendenza s’ascrissero ai varî corpi per combattere in Lombardia nel 1848 è impresa in generale impossibile, nè vi è una Lista, sia manoscritta, sia stampata, alla quale si possa prestare la benché minima fede. Non ci furono mai regolari matricole, come pur anco se ne lamenta il generale d’Arco Ferrari quando gli si chiese da Firenze il quadro delle milizie Toscane sotto gli ordini suoi in una sua da Bozzolo al Ministro della Guerra in data 22 aprile 1848. Era un viavai continuo, un continuo ricostituire di corpi.”LVII Tralasciando per ora i motivi del viavai, qual era il profilo del volontario toscano del ’48? Non è tanto chiaro. La tradizione si è fondata sul Battaglione Universitario, ma è fuorviante per vari motivi: il primo è che il Battaglione non incluse tutti gli studenti e comunque contò, nella migliore delle ipotesi, per circa un ottavo dei volontari; il secondo è che dalle fonti a stampa dell’epoca non abbiamo un profilo di tutti i volontari, ma solo di circa 450 – meno d’un quinto – che salirebbero a circa 750 – meno d’un terzo del totale – se attribuissimo un profilo da studente o professore a tutti e 300 i componenti il Battaglione Universitario, cosa che non fu, perché nel Battaglione entrarono alcune persone che non erano studenti né insegnanti. Infine le liste sono quasi sicuramente incomplete e spesso errate. Lo provano l’affermazione di Gherardo Nerucci che manchino una trentina di nomi dei membri del Battaglione Universitario, il fatto che di alcuni volontari di altri reparti si sa il cognome e non il nome, le attribuzioni di molti alle compagnie sbagliate, certi casi di errori riscontrati negli elenchi dei malati e feriti forniti dallo Zannetti, alcuni dubbi onestamente esposti dai compilatori e, almeno in undici casi specifici di cui ho traccia sicura, la mancanza del nome di alcuni volontari, come il livornese Baccicalupo, preso a Curtatone e rimasto degente in ospedale a Pisech, in Boemia; i pratesi Antonio Bianchi e Stefano Pecori, il fiorentino Cesare Ademollo, fratello d’Eugenio e Carlo del II Battaglione Fiorentino e cugino d’Alfonso del Battaglione Universitario, il quale fu in Lombardia, ma non è citato in alcuna lista, o come un altro fiorentino, Carlo Alberto Bosi, l’autore di Addio mia bella addio o, peggio, come il sergente volontario pratese Massimino Moschi, il quale partecipò così poco alla campagna che nel 1893 avrebbe pubblicato i suoi ricordi col titolo Un toscano a Montanara nel 1848, senza dimenticare i suoi concittadini Riccardo Colzi, Onorato Gattai, Oreste Giuntini, Evenerio Gori e Giovacchino Livi, caduti sul campo il 29 maggio. Infine van prese colle molle pure le generalità42 Non sono andato a riscontrare i dati di tutti i volontari uno per uno e l’esempio che porto si deve a una coincidenza inutile da spiegare: sia Nerucci nelle Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848, sia l’anonimo autore de La battaglia di Curtatone e Montanara – memorie storiche d’un veterano riportano la presenza del volontario quindicenne senese Ippolito Andreini, ferito il 29 maggio, che però sempre Nerucci, nell’elenco nel suo libro sul Battaglione Universitario, menziona come grossetano. Ci sono almeno due errori: uno certo e l’altro probabile. Quello certo è che non avesse quindici anni ma sedici compiuti, quello probabile è che fosse cittadino di Monteriggioni e non di Siena, né di Grosseto. Controllando l’indice dei nati di tutto il Granducato di Toscana nei dieci anni dal 1828 al 1837 risultato esattamente due soli nati di nome Ippolito Andreini – sottolineo: due in dieci anni in tutta la Toscana, compresi i cittadini esteri – entrambi nel 1831, uno a Siena il 26 gennaio e l’altro a Monteriggioni il 29 dicembre. Poiché quello di Siena morì a meno d’un anno d’età, ne discende che necessariamente il volontario di Montanara sia l’altro, Ippolito Giuseppe quello nato a Monteriggioni, figlio di Antonio e Anna Pacciani, il quale però, essendo nato anche lui nel 1831, all’atto dell’arruolamento non aveva quindici anni ma sedici e tre mesi. Rimane da capire come mai fosse stato registrato come senese, ma è possibile che gli abbiano attribuito la cittadinanza del luogo d’arruolamento. 42
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e le sorti di alcuni volontari, perché ad esempio il capitano Giuseppe Ballati Nerli, di Siena, nel volume fu riportato per morto, ma era caduto prigioniero e morì poco dopo il rientro a casa d’una malattia contratta in prigionia. Poiché per quattro volontari su cinque, o per due su tre – se vogliamo considerare studenti e docenti tutti i membri del Battaglione Universitario – non è segnata in elenco l’occupazione o la condizione sociale, diventa difficilissimo capirci qualcosa ed impossibile fornire dati precisi. Ad esempio Carlo Lorenzini, Collodi, è nella stessa compagnia del suo amico Eugenio Ademollo, ma Eugenio – avvocato – è indicato come letterato, cioé giornalista, mentre per Carlo non c’è indicazione di sorta. Lo stesso vale, ad esempio, per i due giovani Vieusseux, i figli del fondatore dell’Antologia, dei quali sappiamo chi sono, ma non dalle liste dei volontari, in cui sono riportati entrambi col solo nome e cognome; idem il tenente colonnello Bartolommei del Battaglione Livornese: sappiamo chi era, quanti anni aveva e che era un ricchissimo commerciante, ma nelle liste non c’è scritto. Di alcuni volontari è registrato il ceto, ma di altri no, per cui i volontari Ginori e Gondi del II Battaglione Fiorentino sono indicati come marchesi, però Vincenzo Ricasoli, fratello di Bettino e nel medesimo battaglione, non ha nemmeno la qualifica di nobile. Si potrebbe pensare che sia dovuto all’esser un fratello cadetto, ma pure il conte Cambray-Digny è menzionato come capitano ed ingegnere e del suo titolo non v’è traccia. Allora, stando così le cose, quale può essere stato il profilo del volontario medio? Va a sapere! Sulla base di quanto è stato trascritto, possiamo affermare che variava molto e starei per dire che non ce ne fosse uno tipico. Intanto dipendeva dall’età – che ci è ignota salvo rari casi, perlopiù di studenti o di personaggi in vista – e dall’estrazione sociale. A quanto si può capire, questa era per molti il ceto medio; ma il resto? Pochi aristocratici, d’accordo; ma quanti popolani andarono volontari? E i battaglioni, tanto degli universitari quanto dei volontari normali, ebbero realmente la fortissima componente medio borghese che si pensa comunemente? Lo studio di Andrea Giaconi sulla partecipazione pratese alla campagna del ’48 dà quattro soli analfabeti – e dunque sicuramente popolani – su sessantacinque volontari e afferma: “la grande maggioranza provenivano dal milieu della cultura universitaria locale (tra professori, artisti e medici).”LVIII I 450 o 750 di cui abbiamo notizia non possono essere un campione statisticamente valido, intanto perché è sbilanciato dalla componente universitaria, poi perché le liste dei vari battaglioni furono redatte da persone diverse in luoghi diversi, perciò applicando criteri non omogenei e, comunque, basandosi su quanto avevano asserito i volontari – che potevano pure non aver detto esattamente la verità – e infine perché, prima della pubblicazione, quelle liste furono rivedute alla luce di quanto avvenne in seguito. Per considerarlo un campione dovremmo esser certi che quell’elenco fosse rappresentativo; ma con tutte queste variabili è impossibile. Comunque, adoperando quanto c’è, qualche indicazione di massima si riesce ad avere. Esclusi i 300 universitari, dei 450 nomi che restano ce ne sono sessantotto di medici e chirurghi, alcuni dei quali indicati però genericamente come dottori, per cui potrebbero esserlo in legge, o in matematica, pur se vi sono dei dottori in legge menzionati esplicitamente come tali, i quali non sono avvocati, ma cogli avvocati costituiscono un gruppo di trentaquattro giuristi. Poi ci sono quarantasei possidenti, due “contadini ricchi”, ventidue pittori, nove scultori, trentasei impiegati di vario genere – dagli scritturali agli impiegati regi, passando per i giovani di studio – e ancora un paio di chimici, nove preti, mezza dozzina di farmacisti, ventuno commercianti, quattro professori – da sommare a quelli del Battaglione Universitario, che sono appena diciassette, invece dei cinquanta previsti della pianta organica – e quattordici studenti, però in battaglioni diversi da quello universitario, il che può in parte spiegare come mai la sua forza fosse di appena 300 uomini, 72
cioè meno della metà dell’organico stabilito, composto da 33 ufficiali e 529 gregari a Pisa e da 17 ufficiali e 145 gregari a Siena. 43 E gli altri quattrocento e passa del Battaglione? Fecero, come quei quattordici, parte di altri battaglioni volontari? Si arruolarono nella Civica? 44 Nei regolari? Non si arruolarono affatto? Oppure la lista racchiude quanti rimasero dopo che, il 31 marzo 1848, a 50 del Battaglione – e a molti altri volontari – s’era “diacciato” – ghiacciato – l’entusiasmo, come scrisse sempre Gherardo Nerucci nel 1891, ed erano tornati indietro? Va a sapere.45 E poi? E poi abbiamo 130 volontari dai mestieri più disparati. Piccoli commercianti che fanno i caffettieri, gli osti, i librai, o i tabaccai; artigiani che sono orologiai, calzolai, parrucchieri, cesellatori, orefici, doratori, sarti, ben diciassette fornai, uno dei quali ufficiale, un caso rarissimo per quei tempi, e ancora salumai, fabbri, falegnami, armaioli, conciatori, ebanisti, intagliatori, stampatori, tintori, tappezzieri, pastai, cappellai, o incisori; e poi c’è gente dai mestieri insoliti o rari, come un paio di giocatori di pallone, un maestro di scherma, uno di declamazione, due cavallerizzi, un cuoco, un cantante, un paio di suonatori, un fabbricante di organi, un ricevitore e due commessi del lotto; e ancora operai, che includono legnaioli, muratori e servitori. Finito l’elenco di quanto c’è, occorre spendere due parole su ciò che non c’è. Brillano per la loro assenza, specie nel battaglione di Livorno, i marittimi e la gente del porto. Possibile che in una città così turbolenta e rivoluzionaria nessuno si fosse arruolato? E dei popolani che di lì a meno d’un anno avrebbero composto i reparti inviati a Firenze e la difesa contro gli Austriaci, possibile che nessuno si fosse presentato? Oppure ci sono ma, come è probabile, senza l’indicazione del mestiere? O sono tutti nella Civica sedentaria? Perché tutti i volontari erano formalmente nella Guardia Civica, ma parecchi si arruolarono in quella sedentaria, che non partiva, per cui il quadro si complica maggiormente. E’un motivo in più per affermare che questa lunga lista di oltre settecento nomi serve solo a fornire un’idea dei volontari, non un quadro completo; non potrebbe darlo, perché, lo ripeto, non è un campione ma solo un elenco molto incompleto. Se non sappiamo cosa facessero i volontari, ancor meno possiamo sapere che pensassero, però, basandoci sulla festa del 12 settembre 1847, si può azzardare una deduzione abbastanza plausibile: pochi di loro volevano la caduta del Granduca, la fine della dinastia e dell’indipendenza toscana,
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Anche qui i dati divergono. Questi delle Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848 non coincidono con quelli forniti nell’altro suo citato libro sul Battaglione da Nerucci, il quale li dà per certissimi e sono: 621 studenti iscritti a Pisa per l’anno accademico 1847-48, per cui al 1° gennaio 1848 la forza del Battaglione di Pisa era: Stati Maggiore e Minore 13, Ufficiali delle sei compagnie 18, ufficiali dei consigli e non facenti parte delle compagnie 5, un caporale tamburo, sei tamburini ed un caporale armaiolo per un totale di 44 uomini a cui si aggiungevano i 518 delle sei compagnie e cioè 83 sottufficiali, graduati e militi nella 1ª, 86 nella 2ª, 87 nella 3ª, 82 nella 4ª, 93 nella 5ª e 87 nella 6ª, per un totale di 562 di tutto il battaglione, ufficiali compresi. A Siena erano iscritti per l’anno accademico 1847-48 solo 140 studenti e al 1° gennaio 1848 la forza del Battaglione di Siena era: Stati Maggiore e Minore 9, Ufficiali delle due compagnie 6, ufficiali dei consigli e non facenti parte delle compagnie 5, due tamburini, cui si sommavano 70 sottufficiali, graduati e militi nella 1ª compagnia e 69 della 2ª. In totale gli studenti iscritti alle due università per quell’anno erano 761, di cui però 104 non lo erano al Battaglione, che risultava forte di 657 uomini. 44 Meno uno, i numerosi studenti greci non si ascrissero al Battaglione per non contravvenire alle leggi elleniche, le quali proibivano di militare negli eserciti stranieri, però in cinquanta si presentarono volontari nella Civica, la quale dipendeva dall’Interno e non dalla Guerra, per cui in teoria non prendevano servizio nell’esercito toscano. 45 Sempre Nerucci riporta che, alla partenza da Pisa, il 22 marzo 1848, il Battaglione, inclusi gli ufficiali, aveva solo 389 uomini, ridottisi a circa 340 il 31 marzo a Pontremoli, dove si unirono a quelli partiti da Siena il 24 marzo, i quali alla prima rassegna a Certaldo risultavano già ridotti a 70 e a Pontremoli persero altri quattro uomini, per cui, essendo così pochi, furono riuniti a costituire la 6ª compagnia del Battaglione Universitario. Il 6 aprile a Fivizzano i 404 di Pontremoli erano scesi a 363 e il 28, a Bozzolo, a 345, concentrati in sole quattro compagnie, i cui ufficiali in eccesso erano stati aggregati allo Stato Maggiore. Va però detto che alcuni degli spariti si erano spostati in altri battaglioni di volontari, per cui furono comunque in combattimento in quei giorni. 73
però tutti desideravano la guerra all’Austria come prodromo necessario all’avvento dei tempi nuovi. In che dovessero consistere i tempi nuovi e cosa dovessero portare, bé, qui il discorso si fa complesso: giustizia sociale di certo e democrazia, ma sul senso dei termini occorrerà spiegarsi, perché erano un po’ diversi da come li si sarebbe intesi nel futuro. La separazione fra ceto medio e popolo era enorme e il primo non vedeva nel secondo un pari, ma un sottoposto alquanto ignorante e incapace di regolarsi da sé, pertanto la giustizia sociale poteva dare al popolo delle migliori condizioni di vita materiale e una certa istruzione, ma era separata dalla democrazia, intesa come partecipazione attiva alla vita ed all’attività politica e dunque non più riservata all’aristocrazia, ma ampliata, però solo ai maschi del ceto medio e a condizione di fermarsi lì. Prova diretta: il suffragio censitario;46 prova indiretta: la quasi totale non menzione dei nomi dei singoli popolani nelle lettere, cronache e memorie del tempo; tolti alcuni capipopolo, appaiono sempre come uno sfondo, come generalità; ci sono come massa, è un coro da tragedia greca in cui non esiste il singolo e non esisterà fino all’aprile del 1849; ed anche allora con solo qualche menzione. Nel ceto medio ed alto si è amici del popolo, non del popolano; si dice che si serve il popolo, ma in realtà ci se ne serve e, quando si scende al particolare, al singolo individuo, questi non appare altro che come frazione indistinta, come scheggia d’un concetto astratto: si parla della spiaggia, mai del granello di sabbia. Conseguenza: la democrazia era, come del resto nell’Antichità ad Atene e nel Medioevo a Firenze, un assetto politico l’esercizio del cui potere era riservato a una minoranza; e giustizia sociale significava concederlo a tutta quella minoranza, non soltanto ai nobili e ai sovrani, lasciando alla maggioranza, cioè al popolo basso, solo il progresso materiale. In quelle condizioni era implicita una stortura: non si poteva evitare alla minoranza di valersi del potere politico per anteporre i propri interessi al progresso materiale della maggioranza, cioè del popolo. Il caso medievale dei Ciompi fiorentini era emblematico e la situazione dell’Ottocento non sarebbe stata granché diversa da quella del Trecento, per cui, quando, alla fine del Secolo XIX, fosse iniziato l’allargamento del suffragio fino renderlo universale nel XX, proprio la reazione a quella stortura avrebbe fatto avere decine di migliaia e infine milioni di voti ai Socialisti. A questo va aggiunto che l’atteggiamento patriottico nell’accezione d’allora andava di pari passo con quello liberale, il quale era ateo e massonico. Al di là del retaggio rivoluzionario francese e dell’influsso dei pensatori socialisti e radicali, all’epoca rientranti nel calderone della cosiddetta Demagogia, il motivo lo spiegò bene Arturo Menghi Sartorio. Commentando la condanna papale della Carboneria nell’autunno del ’21, spiegò: “Da quel momento cospirare per ottenere migliori condizioni di governo significò anche lottare contro la Chiesa come autorità morale, con la conseguenza di trasformare in anticlericale quello che fino ad allora era stato un movimento riguardante la sola sfera temporale.”LIX La conseguenza fu una larghissima diffusione nel ceto medio toscano ed italiano dell’ateismo come atteggiamento contrario alla Chiesa, perché essa si opponeva al progresso politico e un’altrettanto ampia diffusione della Massoneria, vista come completamento ideale dell’ateismo in termini di anelito alla fratellanza ed al miglioramento universali. 46
Secondo la legge elettorale, erano elettori, oltre a ingegneri, avvocati, giudici, notai, medici, parroci eccetera, quanti avevano una rendita annua di 300 lire o, se pubblici impiegati civili o militari, capitalisti, commercianti od esercenti, quanti pagavano una tassa di famiglia di 15 lire, col che la totalità del popolo era esclusa. 74
Quando parlo di ceto medio occorre una distinzione generazionale: questa diffusione della miscela di politica, ateismo e massoneria non fu grande nella generazione di Guerrazzi, figlio di gente nata prima della Rivoluzione, ma dilagò in quella seguente, nella generazione di Montanelli, i cui padri erano nati sotto Napoleone ed avevano vegetato tranquillamente dalla Restaurazione in poi. Perché? Non ne sono certo, ma rifacendomi alle vicende di famiglia, direi che contribuirono vari elementi: ci fu la voglia di novità tipica dei giovani di tutte le epoche, l’appartenenza a piccoli gruppi di amici istruiti, universitari o meno, in cui si cominciava ad apprendere qualcosa di questo o quel letterato, o di questa o quella teoria sociale e poi, per spirito di gruppo, reazione alla quotidianità, desiderio di novità, imitazione dei compagni più trascinatori, si seguiva la strada degli altri e ci si allontanava dalle strutture religiose, perché, oltre a limitare la libertà – o la sregolatezza – personale, le si identificavano complementari e funzionali a quel regime politico ormai percepito come ristretto e soprattutto ostativo a qualsivoglia sbocco o carriera al di fuori dei paletti stabiliti. In alcuni casi quelle idee si radicavano fin dal principio nelle menti dei bambini in maniera semplice e duratura. Alarico Carli, nato nel 1824 e volontario del ’48, raccontò: “Nel 1831 fui in Casentino dove cominciai a sentire parlare di Frammassoni e Carbonari inseguiti e sopraffatti dagli sgherri del Governo e presi passione per costoro e, nelle finte lotte che facevamo uscendo dalla scuola (ove pure si facevano, per eccitamento allo studio, i partiti) figuravamo di essere da una parte Massoni, dall’altra soldati e molte volte ci davamo tali bôtte da tornare a casa contusi e feriti.”LX Questo di Carli è un caso specifico, però viene da chiedersi quanto fosse circoscritto. Lui è l’unico ad averne parlato, ma fu l’unico ad averci giocato? E successe solo in Casentino? Non si può fare a meno di paragonarlo ai bambini degli Anni ’50 e 60 del Novecento che giocavano a Nazisti e Partigiani. Fu un’educazione politica, una formazione cominciata prestissimo, i cui risultati non potevano che essere l’adesione alla Massoneria e alla causa dell’indipendenza. Alfonso Ademollo, di due anni più giovane di Carli, si arruolò fra i volontari da studente di medicina a Siena, aderì alla Massoneria e rimase massone fino in fondo, con tanto di funerale rituale. Lo stesso fece suo cugino Carlo, il pittore, morto nel 1911, arruolatosi nel II Battaglione dei volontari fiorentini; ma il fratello minore di Alfonso, Claudio, che si arruolò a diciassette anni non compiuti, seguendo l’esempio del fratello e l’entusiasmo dei tempi, non andò mai all’università, rimase nell’esercito toscano e poi in quello italiano e fu forse l’unico della famiglia nella sua generazione a non aver mai aderito alla Massoneria: un caso? E nel popolo? Non si sa. Certamente molti partirono animati dall’ideale dell’indipendenza, però non sappiamo né sapremo mai cosa implicasse per loro l’indipendenza; e non è per niente facile stabilirlo. Io credo che, in maniera più o meno articolata, si attendessero dall’indipendenza, intesa come estromissione dell’Austria dall’Italia, un miglioramento delle condizioni di vita del popolo; minor povertà, forse la fine dello sfruttamento e una dignità di cui loro, la classe bassa, i lavoratori, erano privi; ma è una mia opinione fondata su dei relata refero e su letture di testi e discorsi di quel periodo e come tale vale. Idee di questo genere c’erano e circolavano, ma quanto? Non si riesce a capire. Erano esposte dai propagandisti mazziniani, propalate in discorsi e in volantini, però non si sa quanto e come si diffondessero, fossero capite e se e quanto accettate; per questo posso solo ricostruirle indirettamente, rifacendomi a quanto ho sentito riferire e a quanto disse e fece Garibaldi in varie 75
occasioni e con lui alcuni dei suoi, senza dimenticare che però molti garibaldini non furono dei “generosi”, come Garibaldi definiva gli idealisti disinteressati votati alla causa nazionale. Accanto agli idealisti si contavano parecchi mestatori e avventurieri, i quali, cogli altri volontari avevano in comune l’insofferenza alla disciplina, la totale mancanza d’addestramento e l’impreparazione alle fatiche della guerra, colla differenza che mentre gli idealisti facevano il possibile per addestrarsi ed allenarsi, loro se ne guardavano bene. A quanto si può capire, le prime colonne di volontari radunate in aprile 47 e messe in moto verso la Lombardia allineavano parecchia gente per bene, per quanto impreparata; ma il contingente al quale apparteneva l’ingegnere e volontario lucchese capitano Giovanni Paoli, partito in luglio, di elementi poco raccomandabili invece ne contava parecchi e con risultati a dir poco deleteri. LXI Un primo motivo dell’indisciplina lo forniva Alarico Carli del II Battaglione Fiorentino: “tutto il male dipende che i più di noi non vogliono esser soldati, ma civici, e così essi dicono, soldati ragionatori, e con questi non si fanno mai le guerre.”LXII Come fu l’arruolamento? Ci furono dappertutto masse osannanti ad affollare gli uffici? O successe solo a Livorno, Firenze e Pisa? Come andò nelle altre città e nei piccoli centri? Non ne sappiamo molto, per cui mi devo fondare su pochissime tracce e sui racconti di famiglia. Comincio dalle prime: nel 1890 l’avvocato Marziale Dini di Colle Val d’Elsa, che nel 1848 già esercitava la professione, ricordò: “Dal mio paese partii solissimo e di nascosto a tutti per tema di esser fatto segno a’ motteggi de’moltissimi austriacanti d’allora.”LXIII Evidentemente l’idea che rivoluzione equivalesse a giacobini e che l’Austria fosse la garante dell’ordine restava ben radicata. Prova indiretta: all’arrivo a Certaldo gli universitari senesi furono accolti con freddezza e da mangiare trovarono solo pane e noci a un prezzo esorbitante. Un altro ostacolo era la famiglia,48 ben poco propensa a vedere un figlio andare volontario a morire in guerra. Valentino Giachi giocò sulla sorpresa: “a mia madre che era vedova, vecchia, malaticcia, dissi, vispo come un fringuello “Mamma, vo alla guerra.” Come se le avessi detto “Scendo qui presso a comprarmi una pasta.” Mia madre, ingenua donna e che nulla sapeva degli avvenimenti, mi guardò trasecolata mentre io dal contento faceva saltare il berretto.”LXIV La poverina non seppe che dire al figliolo. Gli radunò un po’ di biancheria e di denaro, lo baciò, lo benedisse e lo lasciò andare. Tre giorni dopo partì pure l’altro e lei rimase rassegnata a casa ad attenderne il ritorno. Se invece di tanta rassegnazione si prevedeva un’opposizione più o meno dura, si tagliava la corda di nascosto; ricordò infatti Pompeo Lurini: “Lasciai la casa paterna all’insaputa di tutti i miei.”LXV
I primi esempi d’indisciplina e di cattivo comportamento sembrano quelli d’una dozzina di volontari livornesi, i quali, a quanto scrisse Nerucci a casa, il 27 marzo furono incarcerati a Massa per una serie di reati dal mancato pagamento dei pasti, passando per il disturbo della quiete pubblica, le piccole truffe e i furti negli accantonamenti, fino a uno stupro ed alle minacce la sera prima ad un capitano, al quale era stato sparato pure un colpo di pistola. 48 Le spese per mantenere un figlio fuori sede all’università, tra libri, tasse, affitto e mantenimento, se non si aveva, come Alfonso Ademollo, la possibilità d’abitare da uno zio, potevano ammontare anche a 90 o 100 lire toscane al mese, cifra che non molte famiglie erano in grado di pagare, per cui, a parte ogni altra considerazione di affetto genitoriale, l’idea di aver fatto tanti sacrifici per vederli annullati da una pallottola austriaca non era allettante. 47
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Il padre andò a ripescarlo – aveva solo quattordici anni – ma, sentito che aveva promesso d’arruolarsi, replicò che la parola data andava mantenuta e gli diede un po’ di soldi e il permesso di partire. Pure il pistoiese Carlo Costa Reghini si arruolò senza dir nulla a casa; e il padre, il comandante dei carabinieri granducali, non lo scoprì finché non fu partito. Alarico Carli dopo la partenza scrisse ai genitori una lunga lettera di congedo, dicendo fra l’altro: “era stanco…, di veder tutti i mali irreparabili cagionati a questa misera Patria bella e diletta, per le nostre vecchie discordie…. e adesso venuto finalmente il momento sperato …, quando leggendo le glorie italiane imparava ad amare l’Italia, di saper per lei morire, dovrei e potrei lasciarmelo fuggire?”LXVI Virginio Bernardini, di Lucca, discusse la cosa in casa e, allo zio, che gli agitava lo spettro dei pericoli di guerra, rispose fieramente: “Quando Domemeneddio mi dicesse – Virginio, la prima palla tedesca ti colpirà in fronte e tu morrai – ciò nondimeno partirei, ringraziando la palla che mi colpirebbe se mi lasciasse il tempo di chiamare a nome questa Italia mia.”LXVII In certi casi la famiglia era d’accordo: i fratelli Giambastiani di Lucca ebbero una lettera in cui il padre li benediceva, mentre il giovane fabbro Luigi Amidei di Massa Marittima, primo di sei figli, si sentì dire dal suo: “Fa il tuo dovere e se fossi più giovane verrei anch’io.”LXVIII Il mio trisnonno Claudio per arruolarsi lasciò il seminario di Montepulciano che non aveva ancora diciassette anni. La prima versione dei fatti che ne ebbi era assai vaga, tale da indurmi a pensare a una fuga nottetempo o roba del genere. Lo chiesi a mio nonno, il quale l’aveva saputo dal diretto interessato, suo nonno e, invece d’una narrazione condita da furori guerrazziani e impeti montanelliani, mi sentii dire: “Bé, si: andò dal rettore del seminario e gli chiese il permesso d’andarsene; e il rettore gli rispose: “Figlio mio, se questa è la tua strada, va’ pure.” Una cosa così piana, così educata, disciplinata, in carattere colla Toscanina granducale non me la sarei mai aspettata; eppure andò così e sospetto che non sia stata un caso unico. Di gente che deve aver domandato il permesso d’arruolarsi ai superiori, ai genitori, ai datori di lavoro ce ne dev’essere stata parecchia.
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Capitolo V I disorganizzati di marzo
Insorta tutta la Lombardia, cacciati i duchi da Modena e Parma, gli sguardi di tutta Italia si volsero al Regno di Sardegna, l’unico che, oltre ad avere un buon esercito, offrisse una certa garanzia, intervenendo rapidamente, di riuscire ad incanalare in senso istituzionalmente monarchico le tendenze più rivoluzionarie e repubblicane che già s’erano andate manifestando a Milano, un elemento che dovremo tener presente. Carlo Alberto aveva come obiettivo principale non l’unificazione dell’Italia ma, più modestamente, l’acquisizione del Lombardo-Veneto poiché, escludendone gli Austriaci, avrebbe distrutto la loro influenza politica sulla Penisola, sostituendole la propria. In tal modo sarebbe divenuto il più importante membro di quella confederazione fra gli Stati italiani presieduta dal 78
Papa che da anni veniva ipotizzata, nel rispetto dei diritti che i legittimi sovrani d’Italia potevano vantare sui loro Stati. Prova ne fu il fatto che, all’indomani della caduta di Peschiera, quando tutto sembrava avviarsi ad una fine rapida e fortunata, egli venisse proclamato re della sola Alta Italia, non di tutta la Penisola. Al momento d’iniziare la campagna, il 25 marzo 1848, l’Armata sostituì le bandiere modello 1832, consistenti in una grande croce bianca in campo rosso quadrato, di un metro e venti di lato, con quelle tricolori. Quadrate, col lato di un metro e trentacinque erano divise in tre bande verticali di pari dimensioni, verde, bianca e rossa, collo scudo sabaudo, bordato d’azzurro al centro del campo bianco e aderente agli altri due, a simboleggiare l’unione delle idee e delle speranze italiane sotto la guida di Casa Savoia. L’Armata Sarda, al comando di Carlo Alberto, era composta dai due corpi d’armata, dei generali Bava e De Sonnaz. Ognuno era su due divisioni, alle quali se ne aggiungeva una quinta, di riserva comandata dal duca di Savoia, l’erede al trono Vittorio Emanuele. Ogni divisione era articolata su due Brigate binarie di fanteria, due reggimenti di cavalleria, un battaglione bersaglieri, artiglieria e servizi: in totale 55.000 uomini con 120 pezzi d’artiglieria. A loro s’aggiungevano due divisioni pontificie: una regolare, comandata dal generale Durando, ed una di volontari, del generale Andrea Ferrari, per una consistenza complessiva di 7.000 regolari più 9.000 fra volontari e Guardie Civiche. Un po’ meno di 7.000 toscani fra regolari e volontari, 3.000 volontari modenesi e parmensi, 2.000 lombardi e due divisioni regolari napoletane, condotte da Guglielmo Pepe, che erano però ancora in marcia verso nord. Complessivamente, sulla carta, compresi i Napoletani in marcia e i Veneti, erano dunque non i 200.000 uomini di cui un anno prima erano tanto sicuri i mazziniani e i rivoluzionari, ma 98 – 100.000, prevalentemente appiedati e privi di un efficiente coordinamento, che si rimettevano comunque tutti agli ordini del Re di Sardegna. Dall’altra parte Radetzky, appoggiatosi alle fortezze del Quadrilatero, disponeva sempre dei due corpi d’armata: il I, quello di Milano, del luogotenente maresciallo49 Netolicky, con 40.000 uomini, ma disorganizzato, demoralizzato e in piena ritirata su Verona, e a Padova il II, di 30.000, del luogotenente maresciallo Costantino d’Aspre. Il 29 marzo Carlo Alberto fece pervenire alle truppe l’ordine di radunata al Ticino. Mancavano i piani di mobilitazione e quelli di guerra. Le forze sarde erano ancora nelle proprie guarnigioni, il che significava fino a quindici giorni di marcia per raggiungere il confine, ed il Ministro della Guerra prevedeva di non poter arrivare a disporre di 25.000 uomini sul Ticino prima del 30 marzo. Prevalsero le considerazioni politiche e si decise ugualmente l’attraversamento della frontiera colle poche truppe presenti. Il 26 il generale Bes marciò su Milano con 4.000 uomini, mentre il suo collega Trotti, con altrettanti, passava per Pavia diretto a Lodi, seguito dal grosso. Mentre i Piemontesi si muovevano, con parecchie titubanze, vista da Firenze la situazione restava incerta ed impediva a Leopoldo di prendere una decisione. Dovunque si voltasse c’erano rischi tremendi. Le complicazioni aumentavano se si consideravano la volontà di mettere le mani su Massa – benché ufficialmente si facesse capire d’averci mandato le truppe per evitare la proclamazione d’una repubblica locale – e la necessità di non urtare il Piemonte, del quale era nota l’antica pretesa su Parma, per cui le truppe toscane nel parmense e nel piacentino era meglio che I luogotenenti marescialli equivalevano ai generali di corpo d’armata sardi, erano relativamente numerosi e subordinati ai feldmarescialli, i quali, sempre pochissimi, in quel momento erano solo sei: l’imperatore Ferdinando; l’arciduca Ferdinando Carlo d’Austria-Este; l’arciduca Giovanni d’Austria, fratello del defunto granduca Ferdinando III di Toscana e zio del granduca Leopoldo II; Radetzky, nominato nel 1836; Wimpffen, nominato nel 1844, ed il langravio Filippo d’Assia-Homburg, nominato nel 1846. 49
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non c’entrassero proprio. Ma erano davvero una minaccia quelle truppe? A vederle non sembrava: erano più che altro un disorganizzato ammasso di dilettanti, ben lontano dai canoni militari degli eserciti sardo o austriaco. Il 23 marzo, ultima delle Cinque Giornate di Milano e due giorni prima dell’attraversamento del Ticino da parte dei Piemontesi, Bettino Ricasoli scriveva al fratello Vincenzo: “Sono state qui aperte delle caserme per riceverci dei volontari che arrivano da ogni parte. Altre caserme o depositi sono fatte in altre città di Toscana. De’ tre ufficiali piemontesi, uno è stato fatto Ispettor generale di questi diversi corpi; l’altro Aiutante dell’Ispettor generale; e il terzo è eletto Istruttore del deposito di Firenze. Anzi è fatto istruttore e organizzatore del deposito di Arezzo.”LXIX Si trattava dei già citati colonnello Campia, maggiore Beraudi e capitano Caminati, mandati da Carlo Alberto al posto di Provana di Collegno a cercare d’organizzare l’armata toscana, di cui il poco che si sapeva non dava adito a grandi speranze d’efficienza e d’impiego, tant’è vero che, appena una settimana dopo, il 29 marzo, Ricasoli avrebbe dovuto ammettere: “Abbiamo gli ufficiali piemontesi, che parlano già di ritornarsene, perché non vedono conclusione, e sono mortificati.”LXX Aveva aggiunto al fratello: “Siamo in una incertezza orribile, perché non sappiamo cosa voglia fare il governo;certo è che fin qui non vi son ordini per passare i confini.”LXXI L’indomani aggiungeva uno schizzo deprimente delle condizioni in cui versava l’amministrazione. Vincenzo, ancora senza sciabola, aveva dovuto chiederne una dall’armeria di famiglia e si era appena lamentato di non aver ricevuto i tamburi per i volontari, tanto più importanti perché a quell’epoca la fanteria manovrava in campo aperto regolandosi col rullo dei tamburi, mentre le trombe erano riservate alla cavalleria, per cui, senza quelli, non si potevano dare né i segnali normali della vita al campo, né quelli vitali in combattimento di radunata, avanzata, assalto e ritirata. Dunque, ricevuta la lettera in cui Vincenzo protestava di non aver avuto i tamburi, Bettino rispondeva di non poter né dover far nulla, perché lui era il Gonfaloniere di Firenze e quelle mansioni toccavano al ministro della Guerra, poi di: “…non poter provvedere neppure all’ombra del disordine corrente nel nostro paese” e terminava con un’ammissione pessimistica quanto veritiera: “Per me sono interamente persuaso che la Toscana sarà sempre l’ultima in tutte le cose. Il disordine è al colmo; ed io sono in un’angoscia orribile, sia perché le cose non vanno come dovrebbero, sia perché io non ho modo di provvedervi… per il disordine orrendo che qua regna in tutti i dicasteri, disordine non nuovo, ma quello solito che esiste da tanti anni.”LXXII Del resto i pasticci non finivano lì. Se il 28 marzo il Governo ordinava d’aggiungere alle bandiere delle truppe regolari una sciarpa tricolore italiana, mancavano le uniformi e a malapena nella prima settimana d’aprile si sarebbe iniziato a provvedere, limitandosi, per la Riserva della Civica, a una blusa di rigatino e un caschetto – come previsto dal regolamento – ma lasciando i volontari così com’erano partiti, cioè praticamente in borghese, come testimoniò fra gli altri il senese Pietro Giusti nelle sue Memorie, scrivendo che la sera del 25 marzo i volontari senesi, universitari e non, partirono per la Lombardia “guidati alla meglio e alla meglio vestiti.”LXXIII 80
I volontari fiorentini stavano un po’ meglio. Avevano almeno una parvenza d’uniforme. Ricordò Giachi: “Nella Fortezza da basso rimanemmo circa diciott’ore, ossia fino al momento della partenza che fu la mattina del 22 marzo. In questo tempo fummo divisi in compagnie e armati alla peggio di vecchi fucili e di sciabole arrugginite. Più, dettero ad ogni milite una blouse di bordato turchino a righe bianche, e un berrettaccio d’ordinanza. Su questa blouse non mancammo d’attaccare dalla parte del cuore una crocellina di tre colori con un ritratto di Pio IX, e, chi non l’aveva, se la fece poi spedire dalla famiglia. …l’armamento nostro era più di comparse da teatro che di soldati. E sempre fu datto a spizzico e insufficiente.”LXXIV Ancora a metà maggio Alarico Carli, del II Fiorentino, avrebbe scritto al fratello “Il governo non ne ha dispensate per ora delle sciabole.”LXXV Gli unici veramente a posto erano i volontari Lucchesi, i quali, come ricordò Alfonso Ademollo, che li aveva visti accampati ad Ospitaletto, erano: “bene ed uniformemente vestiti a carico del loro Comune”, rimarcando che: “Avevano dei buoni zaini di cuoio senza inceratura.”LXXVI Quello delle uniformi non era una problema da poco. 50 A quel tempo, complice anche la gran quantità di fumo, che invadeva il campo di battaglia alla prima scarica delle armi a polvere nera, gli eserciti vestivano in modi e colori piuttosto diversi l’uno dall’altro. Rispetto al secolo precedente, le differenze erano meno marcate e, coll’eccezione degli Inglesi in rosso e dei Russi in verde, quasi tutti gli eserciti europei e italiani vestivano in blu; attenzione: quasi tutti, non tutti, perché gli Austriaci vestivano in bianco coi pantaloni celesti; e i regolari Toscani pure! Conseguenza: rischiavano di farsi sparare addosso come Austriaci. E infatti il 13 aprile 1848 il capo di stato maggiore toscano Chigi avrebbe scritto al ministro della Guerra don Neri Corsini: “Caldissimamente, estremamente, fortissimamente supplico V. E. a nome del sig. Generale e della sicurezza delle nostre truppe, che le piaccia ordinare che venghino spedite a misura che sono ultimate le blouses o tuniche, mentre la divisa bianca ha già fatto prendere per Austriaci i nostri granatieri, per cui il sig. Generale ha ordinato che vestino continuamente il cappotto, e ciò uccide dal caldo la nostra gente con gran deterioramento del loro fisico. Il non avere vestiti di colore bleu può farci perdere molta gente anche isolata, mentre vi è uno sciame di paesani armati intorno a noi, che vedendo un uniforme bianco da lontano gli tirano addirittura.”LXXVII Il 20 aprile sarebbe stato lo stesso d’Arco Ferrari a premere sul Governo per le uniformi blu, adducendo l’errore in cui erano incappati i Piemontesi, i quali, a quanto si diceva, alcuni giorni Avrebbe ricordato Gherardo Nerucci del Battaglione Universitario: “Salvo che per le città e i paesi dove ci si fermasse, o nei giorni festivi, l’uniforme, generalmente, non si portava e per viaggio avevamo vestiti comuni. Quando fu costituita la Guardia Universitaria, il denaro per fare la uniforme completa a noi due fratelli ci fu regalato dal nostro pro-zio Giovan Battista Niccolini, a me anche padrino di battesimo.” NERUCCI, Ricordi del Battaglione universitario... cit., pag. 111, nota 1. Oltre alle divise mancavano i cappotti, di cui sentivano il bisogno i reparti a forza di fare su e giù sull’Appennino, dove, col maltempo e senza coperte, prendevano freddo di giorno e si congelavano la notte, a meno che non avessero tanta paglia da seppellircisi dentro. Una prima distribuzione di cappotti da Guardia Civica fu fatta il 9 aprile a quanti ne erano sprovvisti nel Battaglione Universitario. 50
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prima avevano sparato su una colonna di militari vestiti di bianco, mettendone fuori combattimento una trentina prima di scoprire che erano Parmensi e non Austriaci. Il Governo commissionò le giubbe blu 51 e rispose al corpo di spedizione di far mettere al petto dei soldati un nastro tricolore in attesa dell’arrivo delle nuove divise; però le prime, sarebbero giunte solo insieme ai primi rifornimenti di munizioni, portati da un convoglio di diciotto carri a quattro cavalli spedito da Firenze e transitato per Pistoia e la Porrettana nell’ultima decade d’aprile. Nel frattempo il Governo aveva discusso l’opportunità di cancellare l’obbligo di servizio per tre anni imposto ai Civici Volontari, riducendolo alle sole ostilità, risolvendo la questione il 3 aprile con un decreto con cui i volontari venivano obbligati ad arruolarsi per la durata almeno di tutta la campagna ed erano sottoposti alla disciplina, alle leggi ed ai tribunali militari Il 5 aprile un secondo decreto aveva abolito le pene corporali del bastone e delle bacchette e, il 16, un terzo stabiliva il cambio delle bandiere: tricolore italiano per tutte, con al centro del bianco lo stemma granducale per i regolari e quello del comune d’appartenenza per la Civica. Bene o male, nella prima decade d’aprile l’esercito toscano si era messo in moto, il che non significava necessariamente andare in Lombardia. Paragonandolo alla Civica, scrisse Baldasseroni, ascrittosi col grado di tenente alla Sedentaria, che non si sarebbe mossa: “con miglior ordine partirono le truppe regolari, non ricche, ma non povere affatto delle necessarie salmerìe. E tutte quante erano, partirono; tanto che non restò a difesa della Toscana, che a mala pena il corpo de’Carabinieri. Ed anche questo vi restò poco, imperciocché fu forza spedire anch’esso al campo, lasciando così interamente l’autorità governativa spogliata di ogni forza per garantire il buon ordine, tanto compromesso all’interno dello Stato.”LXXVIII Purtroppo per l’esercito, anche un ordine migliore rispetto a quello dei volontari era al disotto della sufficienza. Basti dire che mancavano i ruoli della truppa, per cui, all’indomani di Curtatone e Montanara, lo stesso de Laugier non sarebbe stato in grado di riferire con precisione le perdite, perché non avrebbe avuto modo di riscontrarle, né sarebbe stato in grado di confermare se chi fra i prigionieri degli Austriaci si dichiarava toscano lo fosse veramente. La mancanza di pratica generava una confusione incredibile. Commentava amaramente il venticinquenne tenente d’artiglieria Ferdinando Agostini Venerosi dei conti della Seta al fratello: “mi contento solo di accennarti, che in massima non esiste un’armata Toscana, cioè: non esiste un corpo di fanteria, perchè ormai ho conosciuto le piaghe di questa, non esiste cavalleria, perchè tu anche lo sai, e non esiste artiglieria, come ti dirò, e tanto meno esistono truppe volontarie, perchè si cerca di staccarle e farle rientrare.”LXXIX E Agostini della Seta parlava da esperto: era stato ammesso all’Accademia di Torino, vi aveva conosciuto bene il duca di Savoia Vittorio Emanuele e ne era uscito ufficiale d’artiglieria dopo gli otto anni regolamentari, con una competenza tecnica di prim’ordine. Quanto scriveva era una valutazione oggettiva, fatta da uno che, dopo aver avuto sotto gli occhi fino a diciotto mesi prima l’Armata Sarda, adesso vedeva quella toscana e le sue manchevolezze.
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Come annotò il caporale Ademollo, i granatieri le ebbero il 24 aprile e le indossavano il giorno della battaglia, sicché gli Austriaci pensarono che fossero giunti i rinforzi piemontesi. 82
Il 21 marzo il 1° Fanteria aveva lasciato Livorno. Non era in buone condizioni. Gli ultimi quattro mesi del 1847 l’avevano messo a dura prova e, come scrisse poi de Laugier, che all’epoca lo comandava, in quel periodo erano state: “quelle truppe non poco in varie occasioni distratte dai loro doveri disciplinari. Racconciato nei mesi successivi alla meglio, ma sempre con fatali intoppi, partiva il suddetto reggimento.”LXXX Le forze delle due colonne in marcia ammontavano ufficialmente ad oltre 6.500 uomini, cioè 2.890 fanti regolari, 3.000 volontari, 160 cavalieri e 501 artiglieri con nove cannoni da 6 e due obici da 21. La mancanza d’addestramento si fece sentire subito con esiti pesanti. Avrebbe commentato il capo del servizio sanitario, professor Zannetti, all’epoca ancora solo il chirurgo maggiore del I Battaglione Volontari Fiorentini, che la disabitudine alla marcia e l’equipaggiamento inadatto causavano notevoli contrarietà e anche danni fisici ai volontari. Le scarpe non andavano bene: avevano la punta troppo stretta, il tacco troppo alto e la suola non abbastanza spessa. I militi non sapevano prendersi cura dei loro piedi, per cui se li trovavano gonfi, irritati dal troppo calore, danneggiati da vesciche da frizione e non potevano più marciare, o, almeno, non come avrebbero dovuto. Zannetti raccomandava di lavare i piedi con acqua e aceto ed ungerli di sego alla fine di ogni marcia, adoperando calze a trama sottile, ma un conto era dirlo e un altro essere in grado di farlo. Altro punto dolente: sole, polvere e sudore non giovavano agli occhi, che sarebbero stati da lavare con acqua ed aceto, ma i militi non se ne curavano. Invece, causa la scarsa disciplina, nelle soste ed anche in marcia uscivano dai ranghi per bere a crepapancia a qualsiasi fontana o nei fiumi, o per infilarsi in osterie, bettole e botteghe a prendere da bere e da mangiare, ricavandone, una volta rimessi in marcia, congestioni, crampi, attacchi di debolezza, mancanza di respiro, aritmia cardiaca e svenimenti. A fine tappa, invece di riposarsi, andavano in cerca di cibo e ne mangiavano in eccesso, così al momento di ripartire erano appesantiti e lenti, oppure si davano ad altre imprese. Scriveva alla moglie il professor Corticelli, comandante della compagnia degli studenti senesi: “E’ impossibile tenere queste teste calde alla disciplina rigorosa, e chi scappa di qua, chi di là per fare a modo loro… Mangiare, bere, cercare puttane e sfuggire ogni fatica più piccola, non eccettuata quella della sentinella alla propria caserma. Dimmi tu cosa si può sperare da costoro quando, rimproverandoli per questa vergogna, ti rispondono che sono venuti per battersi e non per dormire in caserma?”LXXXI Poi c’erano quelli che in marcia cercavano le scorciatoie e si perdevano; quelli che si fermavano qui e là e alla fine la schiera risultava assottigliata e dispersa: e meno male – diceva Zannetti – che non avevano il nemico a contatto. C’era un buon motivo per tanto disordine: i volontari dovevano procurarsi da mangiare da sé, il Governo non glielo passava. Questo stile rinascimentale può sembrare assurdo a metà Ottocento, quando la logistica era un dato acquisito in tutti gli eserciti europei da un paio di secoli, eppure era così, come apprendiamo da una lettera del volontario pratese Massimino Moschi, il quale, il 23 marzo 1848 da San Marcello Pistoiese, dopo aver raccontato alla madre che, alle Lastre, alle tre del mattino era “bisognato fare 83
baruffa per avere del pane” concludeva la lettera alle cinque di sera, dicendo: “Addio, perché suona l’appello per il rancio che oggi passano per la prima volta. La paga è fissata a una lira meno un soldo senza il rancio.”LXXXII Erano 28 lire e mezzo al mese, almeno il 14% più di quanto il Governo granducale aveva promesso di corrispondere agli universitari. A loro, dopo un primo versamento di 18 crazie52 a testa il 24 marzo, sarebbe stata versata una paga quotidiana di 10 crazie, pari a 25 lire toscane al mese, che però, come scrisse Nerucci a casa il 27 marzo, si riceveva “ogni tanto” e che comunque, al 28 marzo era scesa a sole 6 crazie, cioè mezza lira al giorno, o 15 lire al mese. Agli ufficiali sarebbero toccate 16 lire al giorno, cioè 480 al mese. Di nuovo attenzione: non uso il condizionale a caso. Scrivo “sarebbero” perché, testimone sempre Nerucci e più di lui il professor Atto Tigri, dopo un primo pagamento il 10 aprile, al 5 maggio gli ufficiali non avevano ancora avuto un soldo e andavano avanti colle rimesse da casa. 53 Con quei denari i soldati, a cui era passato un solo rancio al giorno, e gli ufficiali, a cui non ne era dato alcuno, dovevano comprarsi sia le derrate, da chi e dove riuscivano a trovarne, ovviamente ai prezzi del mercato, sia parti d’equipaggiamento, a cominciare dalle scarpe.54 Avrebbe ricordato Giuliano Carmignani del Battaglione Universitario: “della tanta biancheria e oggetti di vestiario spediti dalla Toscana, niente, sebbene bisognosi, ci venne distribuito: finché non ci venne denaro dalle nostre famiglie, restammo privi delle cose più necessarie e molti di noi in condizione miserissima.”LXXXIII Scriveva Alarico Carli del II Fiorentino al fratello il 19 maggio: “Per ora levato il sonno ho appetito e non mi sento nulla. Porco governo, non mandarci nè tele per baracche, nè darci assi per cuoprirle, nè volere che ci si allontanasse dal campo per andare in una vicina loggia ed ivi star tutti pronti, come hanno accordato oggi. Era piovuto tutto il giorno avanti, e non so dirti come fossero inzuppati il terreno, le capanne e quella poca di paglia. E poi si affonda fin sopra i malleoli perchè in questi piani non vi sono scoli. Ti confesso che stamani avevamo 52
Il sistema monetario toscano non era decimale. Per rendere le cose semplici occorre tener presente che una lira toscana si componeva di 20 soldi, mentre una crazia valeva un soldo e 2/3 o cinque quattrini ed occorrevano 12 crazie, cioè 60 quattrini, per fare una lira toscana; quindi la prima paga degli universitari fu d’una lira toscana e mezzo, pari a 30 soldi, mentre le successive paghe giornaliere ammontarono a 5/6 di lira e probabilmente la prima fu più alta perché incluse un premio d’ingaggio. La cifra degli universitari è data da Gherardo Nerucci nella sua lettera del 24 marzo 1848 da Pietrasanta, riportata in NERUCCI, Ricordi del Battaglione universitario… cit., pag. 85. 53 Nel frattempo gli ufficiali regolari, oltre alla paga, percepivano un’indennità di cavalcatura di 8 lire al giorno dalla partenza dalla guarnigione e l’indennità d’entrata in campagna di 300 lire; cfr. della Seta, op. cit., pag. 13. 54 Nerucci il 28 marzo a Carrara comprò un paio di scarpe grosse per 12 paoli e 2 crazie, cioè 8 lire e 10 quattrini. Il professor Tigri il 5 aprile da Pontremoli scrisse che il pranzo di quel giorno sarebbe costato, a lui e ad altri due, 9 crazie e un soldo a testa, cioè 1 paolo e due soldi. L’intendenza toscana in aprile cominciò a far arrivare al corpo di spedizione bluse, berretti di cuoio, pantaloni di rigatino adatti alle temperature calde e sacchi di cuoio nero, da distribuire a chi ne fosse privo. Al resto sopperì l’iniziativa privata. Man mano che in Toscana si veniva a sapere delle difficoltà dei volontari, si creavano dei comitati di raccolta di vestiario, minuterie e generi di conforto, mandando al campo camicie, scarpe, pantaloni, ago, filo, cognac, sigari, tabacco sciolto, asciugamani, stracci, fazzoletti, pezze da piedi, sciarpe, berretti incerati, pettini ed altra roba di ogni genere. In certi casi, come all’università di Pisa, vennero organizzati dei comitati per la raccolta dei fondi per i volontari pisani in Lombardia e per le loro famiglie restate a casa. 84
certi musi da risuscitati da non riconoscerci, e se durasse questo tempo 7 od 8 giorni non si torna più nessuno. Sono quattro giorni che non ci danno paga, e molti, non hanno altri denari; il rancio solo, colla fatica presente non basta a metà.”LXXXIV Gli avrebbe fatto eco il volontario livornese Menabuoni, il quale, ancora il 26 maggio, tre giorni prima della battaglia, avrebbe scritto alla famiglia: “Ieri, dopo aver aspettato un mese per la distribuzione di poca roba da rivestirci, (che ne avevamo immenso bisogno) giunsero alle Grazie dieci paia di calzoni e poche scarpe per cinquantadue individui della mia compagnia.”LXXXV E i regolari, inclusi gli ufficiali, erano nelle stesse condizioni. Aveva infatti raccontato al fratello il tenente della Seta a metà maggio: “Io intanto, che ho sciupati al fondo i calzoni, l’ho rinforzati di pelle essendo tra noi invalso questo eccellentissimo uso. Tutti, uffiziali e soldati e civici, siamo senza vestiario.”LXXXVI Pochi giorni dopo avrebbe rincarato la dose: “se nelle nostre truppe si parla di decenza, l’è un'occupazione seria, anzi impossibile. Se ti dico che non solo gli effetti sono indecentemente logori, ma che tale è la negligenza, che i soldati talvolta compariscono senza scarpe o senza cappello, se ti dicessi ch’oggi molti si rivestono con calzoni da paesano e che le buffetterie sono laide di vino o di fango senza rimedio, perchè non vi ha bianco per ripulirle, se tu pensi che le uniformi bianche della linea è proibito portarle, tu ti farai un’idea di quel che ti dico. I cavalli sellati giorno e notte hanno ridotto quei bei finimenti nuovi ad uno stato perfetto di rovina. Gli uomini del treno, i meglio equipaggiati, hanno laceri i panni e persi i bottoni: infine, per negligenza di chi comanda e chi obbedisce, l’armata toscana è paragonabile all’armata della repubblica francese delle Alpi.”LXXXVII Durante la marcia alla mancanza di vestiario faceva eco quella di viveri, benché il muoversi in colonne di compagnia rendesse possibile non esaurire del tutto le disponibilità dei luoghi attraversati e ripristinarle prima dell’arrivo della colonna seguente, ma, se andava bene per lo stomaco, danneggiava la compattezza, l’ordine e la disciplina. Questa era un’altra grande assente, tanto nei volontari quanto fra i regolari e si sommava alle privazioni di vestiario e cibo, determinando una conseguenza notissima negli eserciti professionali del passato: la diserzione. Ai primi di maggio, quando il fenomeno aveva già assunto proporzioni enormi, impossibili da non vedere, della Seta spiegò al fratello: “chi prova quaggiù più forte la noia del desiderio di combattere il nemico, tanto si scoraggisce, che preferisce battere ritirata, e questa è la ragione per cui tu vedrai molti volontari ritornare a casa.”LXXXVIII Tutto sommato era una spiegazione benevola, la stessa che vedremo ventilata, ma non messa in pratica, da Eugenio Ademollo al principio della campagna: a che valeva restare – per di più a proprie spese – se non si poteva combattere? Lui e della Seta però le avevano lasciate nelle loro lettere, senza divulgarle, per cui restarono ignorate. Le cose cambiarono un po’ quando uscì il libro sul Battaglione Universitario e Nerucci nel 1891 ricordò: 85
“Parecchi ritornarono a casa insalutato hospite, che è dire semplicemente, disertarono, parecchi ebbero un congedo più o meno regolare, di cui è caso se resta un ricordo, attesa la dispersione delle carte mal tenute e non poche distrutte; ci fu chi ottenne un permesso temporaneo di assenza per visitare le famiglie, per affari urgenti, per provvedersi di biancheria e di denaro e poi non se ne seppe più nulla; 55 altri rimase malato negli spedali o in case di privati e credé meglio tornarsene, senz’altro avviso, diffilato in Toscana, né più presentarsi al corpo cui appartenesse prima della partenza. Insomma, una vera baraonda.”LXXXIX Spiegava Alarico Carli al fratello il 19 maggio: “Il peggio è che invece d’andar via i peggiori, come tu t’immagini, vanno i migliori stanchi in parte anche per la canaglia con cui conviviamo. I congedi e i permessi seguitarono fino ad ieri. Alcuni sono andati ad assoldarsi a Milano, altri sono tornati costà.”XC E’ difficile dire come venissero accolti i disertori al rientro a casa. La spessa coltre di silenzio che gravò per un secolo e mezzo su tante vicende del Risorgimento toscano fu più ovattata e soffocante che mai su questo aspetto: in sostanza nessuno ne parlò. I cenni in merito furono pochissimi: Bartolommei stigmatizzò la diserzione nei suoi ordini del giorno; ma non pubblicò nulla e senza Nerucci sarebbe rimasta nell’oblio più totale. Nerucci a sua volta la bollò con parole di fuoco, ma, tolto lui, di tutti quelli che pubblicarono i loro ricordi nel volume sul Battaglione Universitario il solo Alfonso Ademollo ne parlò esplicitamente, limitandosi peraltro ai due fratelli spariti la prima notte e senza farne il nome. Già il suo commilitone Adolfo Martini nelle proprie lettere a casa si tenne sulle generali, menzionando i disertori come i “molti che sono costà ritornati”, benché il professor Tigri, pure lui in una lettera, fosse stato un più esplicito, parlando di “coloro che a mezza strada, presi dalla paura, disertarono vergognosamente.”XCI Però, poiché in pratica il libro andò in mano solo ai sottoscrittori, tutti reduci del ’48 e quasi tutti del Battaglione Universitario, non ebbe eco e su un fatto così vergognoso si continuò a tacere molto a lungo. La conseguenza fu che, non parlando dei disertori, non si disse una parola su come furono ricevuti al ritorno ed in merito abbiamo pochissimo; ma all’epoca tacque la gente? Come reagì vedendo tornare chi doveva essere in Lombardia? Adolfo Martini, già il 30 marzo da Aulla domandò a sua zia Caterina a Pisa: “Mi dica che effetto han fatto presso i Pisani quelli che sono ritornati indietro. Qui si dice che li abbiano fischiati.”XCII
“Il che spiega” – scrisse Nerucci in nota – “come pure nella Lista del 24 maggio del Battaglione Universitario vi sieno taluni, che sul margine hanno la notazione in permesso e in carte separate sono detti congedati: in fatti il permesso riuscì congedo, quando non si voglia chiamare diserzione.” Commentando, a pagina 101, la lettera da Carrara del 28 marzo in cui il volontario Adolfo Martini scriveva: “Da molti che sono costà ritornati avranno avuto le nostre nuove”, Nerucci sottolineava in nota: “E non era che il sesto giorno, o tutto al più l’ottavo dalla partenza spontanea e per gli sbraidoni da dimostrazioni anche romorosa e ostentata.” 55
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Nino Oxilia nel 1906 menzionò l’accoglienza fatta dai Pistoiesi ad alcuni disertori e come esempio riportò in extenso quella riservata al capitano Baldi, rientrato prestissimo, il 23 aprile, appena un mese dopo essere partito; poco mancò che lo linciassero: “Appena fu veduto il popolo si mosse a ira, lo prese a fischi e forse sarebbe nato qualche disturbo se non fosse giunto in tempo Pietro Odaldi,56 il quale alla meglio calmò i più irritati e condusse il Baldi nella sua casa di Porta Carratica. 57 Ma nella sera, sparso per la città il ritorno del Baldi, il popolo s’accalcò sotto la sua casa, fischiando e imprecando al disertore; e un picchetto di guardia civica, accorso per sedare il disordine, dovette retrocedere e lasciare che la plebaglia rompesse tutti i cristalli delle finestre… Nella stessa notte però il Baldi… ritornò al campo.”XCIII Van precisate quattro cose e la prima e la seconda riguardano i Pistoiesi. Innanzitutto alcuni di loro come Baldi, il sottufficiale Melani, il canonico Bonfanti e il volontario Chiavacci tornarono rapidamente al campo, per cui può darsi che alcuni dei rientrati a Pistoia non fossero disertori e, data la relativa vicinanza di casa al fronte, volessero solo rifornirsi di denaro e di quanto mancava loro al campo. La seconda è che alcuni, come quelli qui citati, avessero o meno avuto intenzione di disertare, ci ripensarono e, nel caso di Bonfanti e Chiavacci, tanto seriamente da cadere a Curtatone e Montanara. La terza sembra riguardare specificamente i Livornesi, o meglio alcuni di loro, i quali potrebbero aver abbandonato il campo per tornare a partecipare a qualche moto insurrezionale repubblicano di cui si macchinava a Livorno. Della Seta era repubblicano, non ne faceva mistero e proprio per quello alle sue orecchie potevano giungere notizie e voci mai sentite da altri e perciò non riportate negli anni seguenti. Cosa sapesse è difficile dirlo, ma sono illuminanti alcune sue righe mandate al fratello a fine maggio: “E a Livorno cosa si fa? Io so perchè molti sono ritornati, io so quel che può arrivare: ma di’ pure che la causa italiana pende ora da un filo, e forse Napoli l’ha già strappato!! che un moto in Toscana può tutto rovinare! E Livorno su che si fida? Sui Livornesi? Ma questi non valgono nulla, come si è visto, per soldati, e come tapageurs oggi non hanno più titolo. Tu sai s’io amo la repubblica; ebbene, ora che le mosse son prese, non si possono disturbare i governi: io accetterei il D. di Modena, se fosse costà! Pensiamo che la rivoluzione nostra è lunga. C. Alberto padrone di Lombardia è Re d'Italia; sicchè vedi conseguenze. Eppoi noi non siamo in forza di sostenere tutto in un colpo. È sufficiente per primo la carne che si è posta al fuoco, anzi ce ne abbiamo troppa con l’invito della cattiva rivoluzione napoletana agli stranieri, e colla altalena di Roma.”XCIV Ovviamente questo non significa che tutti i disertori livornesi se ne fossero andati per fare la rivoluzione a Livorno, ma quell’ “Io so perchè molti sono ritornati” suona molto esplicito e ancor 56
Era a quel tempo il comandante del Battaglione Civico di Pistoia, al quale apparteneva la compagnia dei Pistoiesi partita per il fronte agli ordini di Baldi. 57 Porta Carratica era, con Porta al Borgo, Porta Lucchese e Porta San Marco, uno dei quattro comuni nati al di fuori delle mura medievali di Pistoia, chiamati “cortine” e rimasti autonomi fino all’assorbimento nel capoluogo nel 1877. 87
di più se mantenuto nel contesto delle righe successive. D’altra parte in Toscana c’erano movimenti strani. Il Governo Ridolfi aveva scontentato molti, per dirla con Montanelli: “soprattutto per fiacchezza in provvedimenti di guerra. La combattevano i partigiani del Regno dell’Alta Italia, antesignano Vincenzo Salvagnoli; la combattevano i democrati capitananti da Guerrazzi.”XCV E dov’erano i “democrati capitananti da Guerrazzi”?A Livorno. E da Livorno Guerrazzi “Col Corriere Livornese, giornale suo, batteva il Ministero a scudisciate micidiali.”XCVI Con quale effetto? Difficile dirlo, però il volontario Carli del II Fiorentino il 15 maggio annotava qualcosa che non era precisamente una lode: “Quel f.... Guerrazzi vuol sempre tenerci inquieti.”XCVII La quarta cosa da spiegare a proposito della diserzione è che il caso toscano non fu isolato né fra le truppe italiane d’allora, né fra alcune estere. I volontari pontifici impiegarono più tempo – un mese in più – ad ammutinarsi, ma al principio di maggio del ’48 non ci fu più verso di tenerli e, come avrebbe riferito il generale Ferrari al ministro delle Armi del Papa, portati via da Treviso il 12 maggio un gran numero di volontari pontifici di cui si era reso conto di non potersi più fidare, giunto a Mestre aveva dovuto fronteggiare un vero e proprio ammutinamento di massa, dovendo consentire il congedo, che difatto era una diserzione, a talmente tanti di loro da perdere circa un terzo di tutti i volontari e rimanere con 6.500. Questo era un difetto dei volontari di tutti i paesi, non addestrati regolarmente in tempo di pace e lo si sarebbe visto nell’esercito confederato al principio della Guerra Civile americana, quando i miliziani del Sud non solo avrebbero in molti casi guardato dall’alto in basso o minacciato i loro ufficiali, fino al giorno prima magari noti come piccoli impiegati, bottegai o gente inoffensiva, ma, ancora ben dopo l’inizio del conflitto, si sarebbero presi congedi di mesi, semplicemente – quando andava bene – annunciando ai propri superiori che se ne tornavano a casa per vedere come andavano le cose.58 Rivenendo ai Toscani, la mancanza d’un servizio di sussistenza tale da garantire il regolare nutrimento dei soldati fu certamente una delle ragioni principali, se non la principale, di questo disastro e se ne sarebbero viste le conseguenze entro la fine d’aprile. A Firenze si era tacitamente contato sulla fornitura delle derrate da parte dei territori da attraversare, le cui autorità però, già a Modena il 9 aprile, avrebbero fatto presente a d’Arco Ferrari, come lui poi riferì al Governo “che il governo toscano aveva dichiarato che il mantenimento delle truppe toscane nello Stato Modenese sarebbe stato a proprio carico.”XCVIII In seguito avrebbero rincarato la dose, sostenendo che, se i Lombardi passavano i viveri ai Piemontesi, era perché li avevano chiamati a liberarli dagli Austriaci, cosa che i Modenesi non avevano chiesto ai Toscani, i quali, come loro stessi, cooperavano alla cacciata dei nemici, perciò il massimo che si poteva fare era accettare al posto del contante dei buoni di pagamento firmati dall’incaricato d’affari granducale a Modena, cavalier Giovanni Battista Amici, e a condizione dell’impegno ufficiale toscano a pagarli in contanti all’atto della riscossione. 59 58
Mark Twain, che militò per breve tempo nelle forze della Confederazione, vide queste cose coi suoi occhi e le riferì nel suo racconto The Private History of a Campaign that Failed – Storia privata d’una campagna militare privata che fallì – che sono, con parecchi condimenti quanto ai personaggi e ai fatti, le sue memorie di quando fece parte per breve tempo d’un corpo franco del Missouri nel 1861. 59 Come scrisse d’Arco, i Modenesi, di passata, non mancarono di sottolineare “l’occupazione illegale delle nostre truppe negli stati di Massa e Carrara, millantando le perdite che il loro stato risentiva da quella separazione” per giustificare la decisione di non corrispondere il mantenimento ai Toscani. 88
Il fatto era che il Governo si trovava in difficoltà. Per quanto piccolo fosse, il contingente gli costava 10.000 scudi al giorno, 70.000 lire toscane: più di due milioni al mese! E non si era ancora tirato un colpo, per cui alla fine che voragine si sarebbe aperta nei conti? E dove si potevano andare a prendere quei quattrini? Leopoldo mise una tassa straordinaria sui fondi rustici e urbani, dal cui gettito si attendeva un milione; un’altra sui commercianti per 700.000 lire, poi si gravarono gli stipendi e le pensioni con una ritenuta percentuale graduata, ma ancora non bastava. Far debiti? Era l’unica; e ci si rassegnò, annunciando l’emissione d’un prestito di 600.000 scudi – 4.200.000 lire toscane – al 5% e infine la facoltà d’affrancare i canoni livellari di dominio diretto dello Stato al 5%, la facoltà, cioè, a chi aveva in uso un immobile dello Stato, di solito un terreno, d’acquisirlo pagando subito un 5% in più del valore anziché attendere il temrine stabilito e pagare una somma più alta. Se tutto fosse andato bene e tutti avessero sottoscritto rapidamente il prestito, ci sarebbe stato abbastanza da pagare tre mesi di operazioni, cioè fino a giugno; e poi? Forse fra le ritenute e le affrancazioni si sarebbe riusciti a grattare dal fondo un quarto mese – luglio – ma dopo non ci sarebbe stato più niente.
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Capitolo VI Le difficoltà d’aprile L’arrivo dei Toscani nel Modenese fu preceduto dalla fama di come erano mal combinati. Le popolazioni si posero il legittimo dubbio di che sarebbe successo ad avere in casa gente così indisciplinata e disorganizzata, per cui si opposero al passaggio. La sostanza era: chi avrebbe pagato? Fu mandato a Modena Vincenzo Ricasoli nella speranza che ottenesse il transito in città delle truppe toscane, perché amico di Malmusi, Airaldi e Fontanelli, membri del Governo provvisorio, ma tutto ciò che gli concessero fu il passaggio per il territorio ed impiegò due settimane ad avere il permesso di far entrare i militari in città; nel frattempo i volontari furono tenuti fermi in Toscana, con non pochi attriti e molti sospetti delle autorità civili e militari granducali sui loro veri fini. Ricordò tristemente in seguito il repubblicano pratese Piero Cironi: “Noi stavamo sul confine toscano senza sentinelle avanzate, senza avamposti, mancava il servizio delle pattuglie, gli ufficiali di ronda, la parola d’ordine; le artiglierie procedevano senza il necessario corredo di cavalleria. Dieci uomini, cui fosse piaciuto aggredirci, avrebbero potuto a tutto loro agio far mal governo di noi, prendendoci negli alloggiamenti all’improvviso, sprovvisti d’ogni modo di difesa. Inoltrandoci non in paese nemico, ma in paese che non sapeva quello a cui movevamo, 90
entrammo senza alcuna antecedente esplorazione per gole fiancheggiate di selve, dalle quali piccol numero di addestrati tiratori poteva in un baleno disfarci senza incontrare per noi resistenza alcuna. Noi sentimmo ufficiali di linea rimproverare vilmente i compagni nostri, e per un esempio citeremo che ad un giovane, cui non era più possibile camminare, essendosi seduto su di un carro, fu detto meglio convenivasi restare a casa a fare il cuoco che muoversi. Sentimmo altrove minacciare dei ferri chiunque avesse commessa una irregolarità e chiamare Dio in testimone della promessa. E quello che è peggio, noi sappiamo come tra le nostre file fosse organizzato un sistema di polizia contro le opinioni cotanto esteso, che le persone guardavansi a vista. La qual cosa dava agli agenti di quelle vessazioni il carattere non di uomini eccitati dallo interesse nazionale, ma da interesse del governo, e convertiva il corpo de volontarii cittadini in corpo di soldati.”XCIX La minaccia dei ferri era forse eccessiva in assoluto, ma non alla luce dei regolamenti militari granducali, i quali in quel momento prevedevano ancora le bastonate per le mancanze lievi. Allo stesso modo era certamente scortese dire a uno non in grado di camminare che sarebbe stato meglio restare a casa a fare il cuoco, ma non si vede cosa ci fosse di vile: era un volontario? Si; s’era arruolato di sua iniziativa? Si; e allora? Che ci stava a fare se costituiva solo un impaccio per gli altri? Il senso, sicuramente espresso colla tipica gentilezza militare e probabilmente a urli, era quello e, purtroppo, era vero, né c’è da stupirsi che i professionisti se la prendessero così coi dilettanti, perché come tali vedevano i poveri ed entusiasti volontari. La conseguenza era ovvia: fra le complicazioni poste dai Modenesi e quelle derivate dall’inadeguatezza dei volontari e del disorganizzato dispositivo militare professionale, andare avanti a rotta di collo non era il caso. Ecco perché il 30 marzo 1848 scriveva al fratello Alessandro, giovane impiegato delle Regie Possessioni, il venticinquenne volontario, avvocato e giornalista Eugenio Ademollo, che militava col fratello Carlo nella 2ª Compagnia Nicolini60 del II Battaglione Volontari Fiorentini Facdouelle, fermo di qua dal confine: “siamo ancora a Pelago – ma domani si parte. Sai perché siamo ancora qui? Queste fottute popolazioni delle campagne modenesi con un codino61 di mille braccia, non intendevano per nulla di darci il passo per Modena, certi musi da posali!62 Ieri finalm venne una staffetta da Modena a domandare cosa facciamo. Ci fu detto che coi paesi per i quali passeremo è tutto accomodato: e noi partiremo. A scanso d’equivoci però oggi si riunisce qui tutta la nostra divisione, e marciamo verso Modena non più a passo di via, ma in colonna serrata e coll’artiglieria avanti!! Vedremo chi sarà buono di romperci le tasche.”C L’opposizione non esisteva solo da parte dei Modenesi, ce n’era e forte specialmente a Firenze. Il Granduca era giustamente preoccupato all’idea di cosa poteva succedere agli universitari al primo scontro. Quelli non erano volontari come tutti gli altri: erano la classe dirigente del futuro e i loro Ad ulteriore conferma dell’inesattezza delle Memorie dei Toscani alla guerra del 1848, Firenze, Tipografia Nazionale Italiana, 1852, Eugenio a pagina 28 vi è indicato della 2ª compagnia, ma nelle sue lettere alla famiglia si firmò sempre come appartenente alla 3ª compagnia Niccolini. 61 Come si sa, l’appellativo “codino” era usato per indicare i conservatori e i reazionari, i quali, contro la moda dei capelli non incipriati e corti venuta con Napoleone, nel 1814 si erano ostinati a continuare a portare la parrucca settecentesca, i cui capelli erano raccolti a coda di cavallo e fermati da un fiocco sulla nuca. 62 Certi musi da “posali là”, cioè da lasciarli perdere. 60
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professori e, in un periodo in cui all’università andava una persona su 2.000, erano quasi impossibili da sostituire. Una battaglia avrebbe causato un vuoto d’almeno cinque anni nella futura dirigenza dello Stato, fra i suoi medici, i suoi tecnici e di chissà quanto fra i suoi insegnanti: era un danno che si poteva evitare solo impedendo agli studenti d’andare al fuoco; lo si era provato e avevano rifiutato. Al suggerimento di lasciar perdere non avevano dato retta, all’ordine il 22 aprile di tornare indietro non avevano obbedito, anzi avevano mandato una dichiarazione scritta di voler raggiungere il campo di battaglia; e il Governo non poteva permettersi d’affrontare ammutinamenti, era troppo debole. Inoltre esisteva il problema di cosa avrebbero fatto gli Austriaci se avessero catturato dei volontari colle armi in pugno e, per di più, senza uniforme, considerabili quindi a tutti gli effetti dei civili insorti. Li avrebbero fucilati sul posto? La prassi lo consentiva. Come evitarlo? forse inquadrandoli d’ufficio nelle forze regolari? Ma a livello di reparto, o, per controllarli meglio, spezzettandoli nelle unità regolari? Perché i volontari erano notoriamente indisciplinati e, lo ripeto, i Piemontesi avevano chiaramente detto di non volerli a contatto coi loro regolari. Per questo, forse senza rendersi conto della gravità della cosa, Bettino Ricasoli il 3 aprile brontolava col fratello: “Il Governo Toscano butta giù ogni giorno dei Motupropri e dei Proclami. I Motupropri contengono degli articoli, che invece di provvedere, imbarazzano con disposizioni inopportune o contrarie al bisogno. N’è uscito uno intorno ai volontari, che in sostanza richiama, se gli danno retta, quelli che sono partiti, ed impedisce ne partano altri. I Proclami sono della solita stampa dissugata. A forza di insistere, finalmente le truppe con i volontari si devono concentrare nel Modenese, e aspettare i Pontifici e costituire un campo di operazioni dipendente dagli ordini che verranno dal Piemonte.”CI Il I Fiorentino fece dunque marcia indietro e da Fivizzano tornò a Castelnuovo. Il II Fiorentino, varcate le montagne e fatta una sosta a Pavullo nel Frignano, fece un po’ d’avanti e indietro e infine, il 7 aprile, Eugenio Ademollo poté annunciare a casa: “Carissimo fratello Siamo in Lombardia!! Sei miglia sole ci separano da Modena. Non ho potuto prima rispondere alla cara tua che ricevei a Paullo. Sempre era per scriverti – ma un ordine e via. Si credeva di rimanere molto a Paullo, ma nella notte venne un’ordine, e dovemmo partire in fretta. Appena arrivato a Modena ti scriverò…. Per ora si dice quasi con certezza che arrivati a Modena si tornerà a Firenze. Il Campo d’operazione che và a formarsi per Modena e Reggio io non so ancora cosa sarà. Se sarà affare breve, e ci sarà probabilità di fare alle fucilate si rimarrà, altrimenti se dovremo stare là a fare i coglioni (cosa probabile) per molto tempo in mezzo ai disagi, si tornerà. Questa sarà la regola che si seguirà.”CII Mica male: i militi si riservavano il diritto di decidere se restare o tornare a casa! Come senso della disciplina erano a zero. Non che quelli dell’altra colonna stessero meglio. I volontari provenienti da Pisa, Livorno e Lucca fecero avanti e indietro, finché ai primi d’aprile, con un tempo pessimo, traversarono definitivamente l’Appennino ancora innevato e, per Fivizzano, Gabellina, Castelnovo dei Monti, Casina e Pecorile, arrivarono a Reggio Emilia. 92
La marcia fu rallentata dai Livornesi del I Battaglione. La strada non era ampia e lungo di essa le possibilità d’alloggio erano poche, né era consigliabile dormire all’addiaccio, per via della neve, del vestiario leggero e della mancanza di coperte, sicché i reparti dovevano susseguirsi, dormendo nell’accantonamento provvisorio adoprato la notte prima da chi li aveva preceduti. Poiché l’8 aprile i Livornesi si erano sbandati e dispersi sotto un forte temporale, rifiutandosi di proseguire e cacciandosi in alcuni casolari a metà della tappa, avevano fatto fermare la progressione dell’intera colonna dei volontari, obbligando gli altri reparti a non muoversi prima di 48 ore, cioè il 10 aprile. Quel giorno partì il II Battaglione Livornese del tenente colonnello Bartolommei, l’11 il Battaglione Pisano, che includeva pure i volontari senesi e il 12, ultimo, il Battaglione Universitario.CIII Mentre i volontari toscani eran tenuti fermi e brontolavano o, se Livornesi del I, si sbandavano, i Piemontesi combattevano. Il teatro operativo era la pianura delimitata a nord dalle montagne, a sud dal Po, solcata da vari fiumi discendenti dalle une all’altro, compresa fra i tre maggiori, cioè l’Adda, il Mincio e l’Adige, e guardata dal Quadrilatero delle fortezze di Peschiera sul Garda, Mantova, Verona e Legnago. Peschiera e Mantova erano i cardini della linea del Mincio. Dietro di essa Verona controllava l’Adige e la strada da cui i rinforzi Austriaci potevano scendere dal Trentino. Per bloccarli, Carlo Alberto doveva arrivare all’Adige, per farlo doveva assicurarsi il Mincio e per riuscirci gli occorreva prendere i ponti che lo varcavano e le fortezze che lo guardavano a nord e a sud, cioè Peschiera e Mantova. Peschiera non era facile da prendere. Era stata costruita sfruttando tre corsi d’acqua in uscita dal Lago di Garda, dei quali uno passava – e passa – per il centro della piazzaforte, mentre gli altri due la circondavano da destra e da sinistra, prima di riunirsi a sud a quello centrale, formando il Mincio e proseguendo verso Goito. Là giunto, il fiume si divideva in due rami: il principale quello naturale, conservava il nome di Mincio, il secondario, artificiale, scavato in età romana, era – ed è – il naviglio ed entrambi sfociavano nel Lago di Mantova, dal quale il Mincio riprendeva a scorrere fino a confluire nel Po. Nel 1848 il Mincio aveva una notevole portata d’acqua, pochissimi guadi e solo quattro ponti: tre di legno a Borghetto, Salionze e Monzambano e uno in muratura a Goito. Venendo da Milano e dall’Adda, Carlo Alberto aveva manovrato l’Armata Sarda così da tenerla fuori del raggio d’azione delle guarnigioni di Peschiera e Mantova. L’8 aprile la sua avanguardia aveva distrutto gli avamposti nemici al ponte di Goito, dove ebbero il battesimo del fuoco i Bersaglieri e rimase ferito al mento e alla mandibola il loro fondatore, Alessandro La Marmora; poi era toccato a Borghetto e a Monzambano, il cui presidio fera stato disfatto il 9, muovendo in seguito in direzione del Veronese e staccando sulla sinistra la 4ª divisione ad assediare Peschiera. Mentre i Piemontesi prendevano Monzambano, il 9 aprile i Toscani della prima colonna poterono entrare a Modena, sicché il 10 aprile Eugenio Ademollo scriveva al fratello Alessandro: “Ieri finalm facemmo il nostro ingresso in Modena in mezzo agli applausi & grandi illuminazioni per tutta la città. Come complimento al nostro arrivo ci furono presentati 800 tedeschi prigionieri, i quali arrivarono nella mattina dalla parte di Reggio, disarmati e scortati dalla Guardia Civica. Di qui anderanno in Ancona d’onde l’imbarcheranno per il loro destino. Se tu vedessi che faccie di ladri! Noi passammo dalla caserma dove sono alloggiati, erano tutti ammucchiati alle finestre e ci guardavano rincoglioniti! Non so quanto staremo quà, in ogni modo ti avvertirò di tutto quello che penserò fare.”CIV 93
Giunto “in Lombardia”, cioè a Modena, il 9, il generale d’Arco Ferrari, in esecuzione agli ordini impartitigli a Firenze, aveva mandato il tenente colonnello Chigi al quartier generale sardo per prendere contatto e spedito una lettera al generale Durando, comandante delle truppe pontificie, poi si era reso conto di dover riorganizzare le sue truppe, di cui gli universitari, retroguardia della colonna dei volontari pisani e livornesi, sarebbero giunti a Reggio solo il 16 aprile. I Livornesi, decimati dalle diserzioni, vennero fusi in un solo battaglione, affidato al comando di Bartolommei, che il 14 aprile a Reggio esordì con un ordine del giorno che era una frustata. Iniziava colle parole: “Volontari! Avanzi di una turba dispersa per via!”, a metà inseriva un salato “Poiché a dispetto dell’abbandono di molti, voi pochi fino a qui mi seguiste” e terminava, a proposito della Patria, colle parole: “viva chi giurò ed attenne il giuramento di combattere, vincere e, se sia d’uopo, morire per lei!”CV Le diserzioni però avevano afflitto un po’ tutti, non solo i Livornesi,63 per cui d’Arco Ferrari riordinò le colonne civiche in una sola e, fra le altre cose, promosse capo del servizio sanitario toscano Zannetti. Questi ebbe colla nomina la notizia di dover ricevere i materiali ed i medicinali necessari, li vide solo a Novi e rimase esterrefatto: per tutta l’armata gli mandavano due cassette chirurgiche da amputazione, due balle di filacce, una di pezze, fasce e teli, due di tirapalle, 64 un po’ di bottoni per il cauterio e un po’ di medicinali vari;65 basta. Metà di quella roba dové spedirla Nemmeno i Pisani ci andarono piano. Il 10 aprile Nerucci scrisse al padre da Fivizzano: “Ieri l’altro, dopo la Messa, avemmo gran rivista d’armi a causa della pioggia che ebbero venerdì scorso nel tragitto da Aulla a qua. — I Pisani riformarono le compagnie a causa de’ partiti del Battaglione.”, in Nerucci, op. cit., pag. 141. 64 Pinza lunga per estrarre le pallottole dalle ferite. 65 Vale la pena di riportare l’elenco contenuto nella Nota di medicinali ed altri oggetti ricevuti in consegna dall’Illustrissimo Signor Cav. François, Commissario di Guerra, per uso dell’Ambulanza, riportato in ZANNETTI, Ferdinando, Rendiconto generale del servizio sanitario dell’Armata toscana spedita in Lombardia per la Guerra dell’Indipendenza, Firenze, tipografia italiana, 1850, pag. 73: 1° Cerotto di Achilon steso Libbre 6; 2° Sale Catartico Once 6; 3° Sale Cremor di Tartaro “ 6; 4° Unguento rosato Libb. 4; 5° Unguento da Famiglia “ 3; 6° Acqua Santa Maria “ 14; 7° Acqua di Menta “ 16; 8° Olio vergine Libb. 11 Once 2; 9° Farina di Semi di Lino “ 10; 10° Senapa “ 2; 11° Etere solforico once 2; 12° Laudano liquido “ 2; 13° Spirito di vino canforato Libb. 78 in damigiana separata; 14° Due cassette da amputazione; 15° Sei bottoni da cauterizzare; 16° Sette sospensori, che tre a rete, e tre semplici; 17° Dodici cinti; 20° Acqua vegeto-minerale Libb. 27 in damigiana; 21° Due balle, che una segnata di n° 3, con entro fila, pezze e fasce; 22° Sale di Saturno } questi due capi furono da me com23° Solfato di chinino } prati in Novi 24° Inoltre due cassette d’amputazione, due tirapalle e cinque bottoni da cauterio attuale.” Al dottor Cecchi, chirurgo maggiore della colonna Laugier, Zannetti mandò una cassetta di faggio contenente una cassetta per le amputazioni; 24 pacchetti di Sale catartico da un’oncia l’uno; altrettanti e dello stesso peso di Cremor di Tartaro, “un pentolo con unguento rosato” e uno con unguento da famiglia, un po’ di cerotto d’Anchilon, sei 63
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al 2° Reggimento di fanteria a Reggio Emilia, l’altra metà fu consegnata al 1° e per quanto mancava poté solo compilare una domanda, allegando una lista lunga una pagina in cui elencava tutto il necessario, ed era molto. Non diede nulla alle colonne dei volontari, perché le sapeva “ricche di molti oggietti di medicatura stati consegnati al tenente Giuseppe Niccolini… e per parte di ciascuno dei chirurghi erano assai fornite di strumenti chirurgici.”CVI Il corpo di spedizione toscano continuava ad essere debole e pure per questo il 5 aprile il Governo aveva decretato una leva speciale di 2.000 uomini dei nati nel 1828,66 sempre contando sul concorso degli altri Stati italiani. Questo lo sapeva pure d’Arco Ferrari, il quale però, nella sua citata lettera del 9 aprile al Ministero, scrisse sconsolato che l’incontro colle autorità provvisorie modenesi aveva oscurato le speranze d’aiuto militare fattegli balenare subito prima dal comandante superiore modenese, il quale aveva parlato di dargli un contingente di 200 fanti, 30 cavalieri e 40 artiglieri con due pezzi e i rispettivi traini. Era vero che nel frattempo stavano sbarcando a Livorno i primi 600 volontari napoletani di Rossarol, giunti il 7, coll’intero 10° Reggimento di Fanteria di Linea Abruzzo, atteso di lì a poco sempre a Livorno, ma non si poteva contare su di loro in tempi brevi, perciò, dovendosi muovere con quanto aveva, d’Arco Ferrari stabilì di spostare il 10 aprile da Modena un battaglione a Suzzara, un battaglione di linea e due compagnie di granatieri a Revere al comando del maggiore Landucci e di avanzare il comando a Mirandola, per tenersi in collegamento con Durando e i Pontifici. Durando gli confermò quello stesso 10 aprile di doversi rimettere anche lui agli ordini di Carlo Alberto; non gli disse però che le disposizioni avute a Roma gli imponevano di guardare il confine pontificio e di coordinarsi coi Piemontesi solo in caso di offensiva austriaca, il che faceva una bella differenza. Gli riferì poi di credere di poter contare su 15 o 18.000 fanti, 1.000 cavalieri e tre batterie, ma di non saperlo con certezza perché erano ancora in marcia, così “un corpo di Napoletani” comandato dal generale Pepe stava risalendo la costa adriatica. Infine gli fece presente d’avere un battaglione alla Stellata ed uno a Ostiglia, perciò sulla destra del Po, e lo pregò di far occupare dai Toscani Novi e San Benedetto Po per opporsi ad eventuali scorrerie della guarnigione di Mantova. Il 12 d’Arco Ferrari spostò il suo quartier generale a Novi, rinforzando la zona di San Benedetto Po, occupata dalla colonna del tenente colonnello Giovannetti, veterano napoleonico. L’indomani Chigi rientrò dal comando sardo e riferì le notizie militari raccolte. Erano buone: giuste, si sarebbe visto poi, riguardo ai successi al Ponte di Goito e a Monzambano, infondate a proposito di Peschiera, che si dava già per presa.67 La parte interessante del rapporto di Chigi era un’altra e gettava una nuova luce sull’andamento delle operazioni: “circa le voci politiche che corrono, esse sono che in Milano il partito repubblicano si agiti. …
sospensori – tre a rete e tre semplici – e dodici cinti erniari: sei destri e sei sinistri, tre bottoni da cauterio, una fiasca con 27 libbre d’acqua vegeto-minerale e una balla di pezze, bende e filacce. Non si sa cosa fossero i numeri 18 e 19 mancanti. 66 Fu decretata ma non venne mai eseguita. 67 L’indomani un ordine del giorno stabilì per tutti i militari toscani di ogni corpo e grado, regolari e volontari, l’obbligo di “apporre dal lato sinistro del petto e segnatamente sul cuore, una croce composta dai colori nazionali a distintivo della Santa Crociata benedetta dal Sommo Pio IX, destinata alla difesa della patria comune”, croce che comunque portavano già quasi tutti; rip. in NERUCCI, op. cit., pag. 147. 95
Ho luogo di credere con qualche fondamento che S.M. Carlo Alberto abbia fatto sentire ai governi provvisorii di Venezia e Milano, ma Milano particolarmente, giacché è là ove il piccolo ma audace partito repubblicano lavora quanto può, che si dichiarino sulla loro futura condotta, mentre esso che colla armata collegata è corso in loro aiuto, non vorrebbe poi trovarsi avere lavorato per lo stabilimento di governi inconciliabili con la sicurezza dei propri stati, e pagato della liberazione operata con il sovvertimento interno, e che in tal caso potrebbe ancora accomodarsi cogli Austriaci e ritirare l’armata, abbandonandoli alla loro sorte.”CVII Questo era confermato privatamente da Salvagnoli a Ricasoli e all’abate Lambruschini in una lettera da Milano, senza data ma scritta fra il 15 e il 20 aprile. Diceva: “Qui il partito della Repubblica si agita a più potere. Se trionfa, la repubblica sarà proclamata anche nel resto. E allora o i Tedeschi non se ne anderanno più, o torneranno presto; o nella migliore delle ipotesi l’Italia ritornerà cinque secoli indietro, cioè a tutte quelle discordie e gare municipali che la riporterebbero in balia dello straniero. Qui tutti i savi che veggono un tale avvenire ne sono atterriti. Quindi predicano un regno forte.”CVIII Entro una settimana cominciarono a circolare in Toscana ulteriori voci e Ferdinando Nerucci, il quale, in grazia della sua elevata posizione amministrativa, era più aggiornato di molti altri, da Siena le riassunse così al figlio il 26 aprile: “Da più giorni non abbiamo nuove dai giornali che riguardino l’armata; le altre che circolano te le dirò per tuo spasso e anco meditazione. – Protesta di Carlo Alberto di non voler continuare nella scacciata dall’Italia degli Austriaci, conoscendovi non esservi unione negl’Italiani, mentre questi, col nemico sempre in seno, pensano di organizzarsi in governi separati repubblicani, ecc. Venezia sciocca ne ha dato il malesempio, Genova e Milano minacciano, in Firenze una società semi-pubblica fermenta, Roma discorde e indiscreta.”CIX Ecco spiegata a sufficienza la lentezza con cui i Piemontesi si stavano muovendo. Non dimentichiamo quanto ho scritto al principio: per tutti la repubblica era sinonimo dei massacri, furti, devastazioni e lutti del periodo 1796–1814, perciò, al di là della loro eventuale incapacità, ai politici indipendentisti ma conservatori ed ai generali sardi doveva sembrar meglio non andar troppo in fretta finché la situazione non si fosse chiarita. Resta da capire a cosa fu dovuta la loro farraginosità di movimento, che non fu da poco. Nel corso della prima settimana di conflitto il ministro della Guerra generale conte Franzini – in origine oppostosi all’entrata in Lombardia per via della dispersione dell’esercito – subito dopo il passaggio del Ticino respinse l’idea del generale conte Teodoro Lechi – l’ex comandante della guardia reale italica, veterano d’Austerlitz, Wagram e di Russia, evidentemente un povero dilettante – d’occupare Mantova facendo scendere alle truppe il Ticino e il Po su chiatte, come avevano fatto gli Spagnoli per prendere Guastalla nel 1689.68 Pochi giorni dopo, il generale Passalacqua, entrato a Milano, rifiutò il suggerimento, Carlo CATTANEO nel suo L’insurrezione di Milano del 1848, Bruxelles, a spese dell’editore, 1849, scrisse che era stato detto a Carlo Alberto di poter portare via fiume 3.000 uomini a Mantova in dodici ore, il che, considerando la velocità dei vapori fluviali esistenti all’epoca sul Po e il favore della corrente, era credibile. 68
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sempre di Lechi e al quale l’aveva appena chiesto, di far mangiare i suoi, poi metterli in treno, spostarli a Treviglio con tutto comodo e nessuna fatica e la mattina dopo piombare a Soncino sulla retroguardia austriaca, del tutto disorganizzata, coll’assoluta certezza di batterla e impadronirsi di gran parte delle salmerie e delle artiglierie di Radetzky.69 Questa renitenza, questa riottosità all’azione, questo rifiuto di cogliere vittorie facili e sicure, si dové all’incapacità personale? A una sensazione comune, diffusa e non detta, che i nemici da combattere fossero i repubblicani più degli Austriaci, o ad esplicite istruzioni? E, in questo caso, date da chi? Da Franzini, che ostacolò ogni mossa più che poté? Dal Re? O da entrambi in un gioco delle parti in cui il primo faceva il cattivo e il secondo conservava l’aura d’eroico cavaliere dell’Indipendenza? Il 23 aprile, scrivendo a Corsini, Chigi dava un quadro lievemente diverso dal precedente: “Dal Quartier Generale, Bozzolo, 23 aprile 1848 Eccellenza Vengo assicurato che il partito repubblicano in Lombardia vada considerevolmente decrescendo. Il generale Torres,70 venuto a far visita al nostro generale era sdegnato perché i Piemontesi non attaccavano risolutamente le varie fortezze, dicendo che gli Austriaci non chiedono che di avere innanzi una dimostrazione di forza per andarsene con onore, ed attribuiva la lenta mossa delle armate di S.M. al volere questi prima di finire la guerra assicurarsi dello sfasciamento del partito repubblicano in Lombardia e Venezia. Questo di lui modo di giudicare le cose pare abbia molta parte di vero, mentre da ogni parte si assicura che l’armata austriaca è demoralizzata e non in forza, e questa sera ancora una nuova prova ne abbiamo avuto in 4 disertori, i quali hanno confermato tali nuove, dicendo che perfino i soldati tedeschi erano stanchi di questa guerra, senza contare gli italiani e polacchi e ungheresi.”CX Sia come sia, tornando dal quartier generale sardo, Chigi aveva portato a d’Arco una lettera di Franzini, il quale da parte del Re ringraziava i Toscani e ordinava loro di legarsi all’estrema destra piemontese verso Gazzolo, “occupando la destra sponda dell’Oglio e tenendo a freno la guarnigione di Mantova.”CXI In sostanza Franzini ordinava a d’Arco d’inquadrarsi nel I Corpo d’Armata del generale Bava e di aspettarne ulteriori istruzioni che, come vedremo, in pratica non vennero mai, o, se vennero, non Sempre Cattaneo nel suo libro scrisse d’aver dato lo stesso suggerimento al podestà Casati capo del Governo Provvisorio quando, commissionatogli di preparare nel Castello Sforzesco gli alloggi per i soldati sardi in arrivo, “io gli dissi che vi si perderebbero 24 ore, e che l’alloggio dell’esercito piemontese doveva essere né carri della strada ferrata”, CATTANEO, op. cit., pag. 166. 70 Torrès comandava una Legione composta da volontari lombardi e veneti e rispondeva al Governo Provvisorio di Milano. Il suo vero nome era Pietro Giuseppe Luigi Torreri. Nato nel 1803 in Piemonte, a Corneliano d’Alba, era andato a combattere per l’indipendenza greca nel 1827. Nel 1830 era stato in Belgio nei giorni della rivolta contro l’Olanda. Rientrato in Piemonte, era rimasto coinvolto nei fatti del ’31 ed era emigrato in Francia dal 1832, tornando in Piemonte nel 1845. Nella primavera del 1848 radunò nella Legione che portò il suo nome un primo gruppo di volontari e li guidò in aiuto ai Milanesi insorti, inseguendo gli Austriaci in ritirata. Amico di Manara, Kossuth e Goffredo Mameli, ai primi di settembre del 1848 fu a Livorno, da dove Guerrazzi lo cacciò, e poi a Roma per combattere per la Repubblica Romana. Emigrò infine in Portogallo, dove si sposò e rimase fino alla morte, avvenuta il 15 aprile 1857. 69
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mutarono affatto il ruolo e la posizione dei Toscani: dovevano stare a sud del lago superiore di Mantova a sbarrare il passo al nemico; e basta. L’incarico non era da poco. Chi teneva Mantova era protetto dalla gran massa d’acqua del lago formato dal Mincio e poteva operare su entrambe le rive a suo piacere. Chi l’assaliva invece doveva impiegare un gran numero di uomini per non subire l’iniziativa della guarnigione e tutti gli assedi di Mantova erano andati assai per le lunghe, come lo stesso Napoleone aveva saputo bene. Le porte militarmente più importanti della città erano Porta Pradella, sulla riva destra del fiume e meridionale del lago, e Porta San Giorgio, sulla sinistra. La prima fronteggiava il nemico in arrivo da ovest, la seconda garantiva al presidio il collegamento col Veneto e Verona. Per impedirlo, sarebbe stato necessario prendere Isola della Scala, ma, persa l’occasione d’assicurarsi Mantova nei primi giorni di guerra, adesso le forze sarde non bastavano né a bloccarla, né a tenere saldamente l’intera linea del Mincio, per cui correvano il rischio d’essere aggirate sul fianco destro e di vedersi tagliare i rifornimenti e le comunicazioni con Milano. Messo alle strette, il comando sardo, colle truppe sbilanciate verso nord, aveva deciso d’impiegare quanto già esisteva a sud e cioè i Toscani e i Napoletani; da lì gli ordini di Franzini. D’Arco protestò a Firenze: comandava l’esercito toscano; poteva accettare di subordinarsi a un generale comandante una frazione d’un altro esercito? Da Firenze gli risposero di si, specie considerando la sproporzione numerica coll’armata sarda, otto volte maggiore di quella toscana. D’Arco obbedì. Decise di spostarsi entro tre giorni a Guastalla con una colonna di 1.500 uomini e rimanervi per traversare il Po in caso di bisogno, ordinò al maggiore Landucci di passare da Revere a Borgoforte e di comporvi una seconda colonna insieme agli uomini del colonnello Giovannetti, che ne avrebbe assunto il comando, e stabilì che una terza colonna, agli ordini del colonnello Laugier de Bellecour, dovesse passare il Po a Brescello per stabilire il contatto col quartier generale del I Corpo sardo a Gazzolo.71 La ragione della mossa era semplice. L’Armata Sarda bloccava Peschiera e minacciava Verona. Prendere Verona significava tagliare a Radetzky le comunicazioni coll’Austria attraverso il Trentino e il Brennero e dunque gli Austriaci dovevano impedirlo. A loro non conveniva provare un attacco frontale contro i Sardi, era meglio un aggiramento, però Carlo Alberto aveva ormai schierato i suoi da nord a sud, da Peschiera, lungo il Mincio fino a Mantova, perciò l’unico punto in cui lo si poteva aggirare sull’ala era proprio a Mantova, uscendo dalla città attraverso Porta Pradella, marciando ad ovest lungo la sponda sud del Lago Superiore e poi del Mincio fino all’ansa e là, dove il fiume venendo da nord piega a est, allargarsi e piombare sulle spalle del dispositivo sardo, inchiodandolo al fiume, o costringendolo a sganciarsi. Si poteva fare? Si, se si usciva dall’imbuto con gambo a Mantova e per lati il lago a nord e il Po a sud; e per farlo occorreva arrivare a Marcaria, prima, e poi a Bozzolo, ma per arrivare a Marcaria occorreva passare da Curtatone e, per sfruttare a fondo le proprie forze, invece di puntare sul solo Curtatone, protetto a nord dal lago e dal fiume, era meglio aprirsi a ventaglio e investire pure un’altra posizione, circa due chilometri più a sud: Montanara. Superata questa, bastava proseguire piegando a destra, curvando largo verso Marcaria a nord, o con una curva stretta a prendere di fianco l’eventuale presidio di Curtatone, se ancora resisteva; poi, unite le due colonne, piombare L’ordine di transito fu il seguente: mezza batteria del sottotenente Mosel, Battaglione civico Pisano, Battaglione civico Livornese, fanteria di linea, Battaglioni civici fiorentini, Quartier Generale, resto dell’artiglieria – cioè un’altra mezza batteria, perché in quel momento i pezzi toscani al campo erano tre cannoni e un obice – e due compagnie granatieri, infine lo squadrone di cavalleria comandato dal Pandolfini. Coi traghetti ci vollero due giorni. Da fante, mi limito ad osservare che, specie in tempo e in zona di guerra, far passare per prima un’aliquota d’artiglieria senza farla precedere dalla fanteria per stabilire una testa di ponte sicura è una follia. 71
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sui Piemontesi; ecco tutto: facile, semplice, liscio, lineare. Unico ostacolo: i Toscani sparsi nei due paesetti. In realtà i Toscani erano spersi più che sparsi, perché, oltre che nei due paesetti, avevano truppe pure a Le Grazie – alle spalle di Curtatone – a Castellucchio – alle spalle delle Grazie – e a Marcaria e, davanti a Montanara, a San Silvestro e più oltre a Levata a contrastare eventuali sortite austriache dal forte Cerese del sistema fortificato di Mantova, e poi a Bozzolo e a Gazzolo, a mezza strada fra Marcaria e il Po. Per di più Curtatone e Montanara, entrambi allora a circa tre chilometri e mezzo dai bastioni di Mantova, distavano l’uno dall’altro due chilometri e mezzo in linea d’aria ed erano collegati fra loro da una strada di campagna lunga un po’ più di tre e quasi tutta dritta, che dopo l’Unità d’Italia sarebbe stata ribattezzata Via dei Toscani. Questa poteva servire a muovere i rinforzi tanto dei difensori quanto degli attaccanti, per cui costituiva un punto di forza per chi la teneva e un rischio per chi non l’aveva. Un ulteriore ostacolo agli attaccanti era dato dalla rete dei canali, di cui l’Osone era il più grosso. Scendendo da nord-ovest, alle spalle delle Grazie si divideva in due: l’Osone Vecchio procedeva più o meno a est, a sfociare nel Mincio a monte dell’ansa e del lago e subito a nord delle Grazie. L’Osone Nuovo invece disegnava una U: dalle Grazie scendeva a sud per circa tre chilometri, piegava a 90 gradi a est fino alle spalle di Montanara e lì si divideva di nuovo: a sinistra sempre col nome d’Osone Nuovo, risaliva al lago, traversando Curtatone ed impedendo all’attaccante da Mantova d’infiltrarsi fra i due abitati senza gittare un ponte; a destra scolava nel sistema idraulico Fossa dei Gamberi-Fossaviva e proseguiva fino a Borgoforte e al Po. Insomma, a condizione di guarnirla bene, quella dei Toscani sarebbe stata una buona posizione difensiva, specie perché la strada da Mantova a Curtatone costeggiava a circa 500 metri, dove più e dove meno, la sponda del Lago Superiore e, procedendo verso ovest, il Mincio, per cui i difensori di Curtatone non avevano quasi nessuna preoccupazione sulla propria sinistra e potevano concentrarsi su quanto sarebbe venuto loro addosso di fronte. Alla luce di tutto questo si può capire l’importanza della zona. Il guaio era la debolezza del presidio e la sua scarsa manovrabilità, per colpa dell’avere alle spalle l’Osone, inguadabile. Ricordò Giachi che dal lago: “…cominciava l’accampamento toscano, che da Curtatone presso al lago, e, più oltre, da Montanara al Castello di San Silvestro, era costituito di due schiere in semicerchio, alla distanza di tre miglia e mezzo da Mantova. Queste due schiere non contavano più di 5000 uomini con 160 cavalli72 e un’artiglieria di 9 pezzi: 3000 a Curtatone sotto il comando del colonnello Campia; 2000 a Montanara compresi i regolari napoletani del decimo reggimento, sotto il comando del colonnello Giovannetti.73 Il quartier generale era più indietro, al villaggio delle Grazie. Insomma, noi formavamo l’ala destra dell’esercito regio, e questa nostra posizione parve subito a tutti di grande importanza, perché, se gli Austriaci ci avessero sconfitti, sarebbero piombati sull’esercito sardo impreparato e disseminato per lungo tratto. Né dell’importanza erano minori le difficoltà e i pericoli… per lo scarso numero, l’inesperienza della guerra e la poca disciplina… in vasta pianura, senza difese Il capitano Leonetto Cipriani era andato apposta a Parma a comperare 28 cavalli per l’artiglieria toscana, avendoli a un prezzo, secondo della Seta, molto conveniente: mille lire anziché le diecimila complessive a cui lui li valutava. 73 Giovannetti aveva la civica fiorentina, due compagnie di fanteria di linea e mezzo squadrone, cui subito il 26 aprile furono aggiunti due pezzi da campagna coi relativi cassoni, serviti da ventiquattro cannonieri, nove soldati del treno e diciassette cavalli, agli ordini del tenente della Seta, il quale riferì al fratello che al suo arrivo a Montanara c’erano “1.800 uomini precisi.” 72
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naturali, e con fossi e fiumi alle spalle. Curtatone aveva dietro di sé il largo fosso dell’Osone, con un ponte incomodo ed argini altissimi.”CXII Giachi in questo paragrafo parafrasò quanto scritto da Montanelli trent’anni prima, evitando di precisare, come invece aveva fatto l’altro, che c’era “un argine altissimo dalla parte di Mantova, e niuno dalla parte opposta, il che rendeva assai difficile la ritirata.”CXIII Questo significava che, se l’avessero conquistato, come poi fecero alla fine della giornata del 29 maggio, gli Austriaci sarebbero stati in posizione dominante, liberi di sparare nel mucchio degli Italiani mentre questi fossero stati in ritirata allo scoperto, impossibilitati a guadare l’Osone e imbottigliati sullo stretto, unico ponticello: un vero tiro al bersaglio. Commentò acido Montanelli: “Le linguacce dicevano che eravamo stati messi lì in bocca al lupo.”CXIV Precisò Laugier: “stava alla sinistra verso Peschiera l’esercito Piemontese, steso alla destra del Mincio per Valleggio, Borghetto e Volta, fino al fortificato Goito. Era questo posto guarnito da un battaglione del 10° Napoletano, addetto all’armata Toscana, colla quale per Sacca, Rivolta e Le Grazie si congiungeva alla destra del lago di Mantova. Nei posti di Curtatone e Montanara (tra loro un miglio e mezzo distanti) accampavano, colle spalle all’Osone, i Toscani. A Governolo, 12 miglia dalla destra di Montanara, cioè quasi ad altrettanta distanza che da Curtatone a Goito, trovavansi circa 1500 Modenesi e Reggiani con due cannoni. L’intervallo fra Montanara e Governolo era aperto alle escursioni del forte Austriaco Cerese. L’importante punto di Borgoforte, rimase sempre, malgrado ogni mia più incalzante premura, sguarnito. Tutto compreso, l’armata capitanata dal re ascendeva a 55 mila uomini, occupanti una tortuosa linea di circa sessanta miglia. Sottile e con larghi spazi alla destra, più densa e concentrata nella sinistra, ov’eran tutti i Piemontesi, nell’intenzione di espugnar Peschiera e formarne base d’operazione contro Verona e il Tirolo. ”CXV Per arrivare a quella linea da Reggio, d’Arco fece fare alle sue colonne un movimento complicato. Lui colla prima, fattosi rilevare dalla colonna Giovannetti a Guastalla, si spostò con tutto il quartier generale fino a Brescello, varcò il Po di fronte a Viadana, e il 17 aprile marciò dritto a nord su Bozzolo. All’altra, alla colonna di Laugier, fece fare invece una giravolta che poteva pure servire a proteggere a distanza il movimento della sua colonna, ma che in pratica fu del tutto inutile e lunga. Il giorno prima, il 16 aprile, d’Arco aveva fatto passare il fiume alla colonna de Laugier molto più a valle, quasi sotto Mantova, a Borgoforte e, una volta sulla sponda sinistra, l’aveva fatta girare ad ovest, facendole risalire il corso del Po prestando il fianco destro e la retroguardia al nemico fino a Viadana. Poi la colonna aveva voltato sulla propria destra, cioè a nord e proseguito fino a Marcaria, da dove sarebbe stata spedita ad attestarsi sulla linea da Curtatone a Montanara, con una marcia complessiva di oltre settanta chilometri, coperti in vari giorni, quando invece, una volta varcato il Po a Borgoforte, a Laugier sarebbe bastato marciare a nord per dieci chilometri per arrivare a Montanara, diciamo in tre ore: possente intelletto dei superiori comandi! Ovvio che poi, a conti fatti, davanti a prove di chiarezza d’idee come queste, i soldati si sentivano mal condotti e la disciplina saltava! E infatti… Ad ogni modo il 17 d’Arco a Viadana fece schierare le avanguardie dei due battaglioni fiorentini e consegnò loro solennemente le bandiere di guerra. Parlo delle sole avanguardie, contrariamente 100
ai resoconti d’allora, perché il 18 aprile Eugenio Ademollo, del II Fiorentino, scriveva al fratello Alessandro da Brescello: “Noi passiamo il Pò a momenti. Poi anderemo a Casal Maggiore.”CXVI L’accoglienza avuta sull’altra sponda fu cordiale e festosa quanto lo era stata in Lunigiana, a Modena e a Reggio Emilia: fiori, bande municipali, discorsi, applausi, festoni, luminarie, cibo e, quando possibile, alloggio spontaneo nelle case private; sulla sponda però, perché, man mano che si procedeva verso nord, i contadini e qualche parroco di campagna si rivelavano come quelli del Modenese: riottosi, austriacanti, non collaborativi e financo avversi; e per forza! Non stavano arrivando i maledetti Giacobini di dannata memoria di cui si ricordavano le malefatte di cinquant’anni prima? Il 18 aprile giunsero a Reggio Emilia quattro compagnie di fanteria regolare toscana e l’avanguardia e le salmerie del 10° Reggimento napoletano Abruzzo del colonnello Rodriguez e dei volontari napoletani di Rossarol, seguiti nel teatro di guerra pochi giorni dopo dai volontari siciliani di La Masa e dai cento volontari polacchi guidati dal poeta Adam Mickiewicz. Nei due giorni seguenti arrivarono a Reggio i Cacciatori e un Battaglione di Cannonieri a piedi toscani, con due pezzi e un convoglio dell’appena costituita artiglieria a cavallo granducale, la quale, a differenza degli altri regolari, indossava le uniformi alla piemontese. Era stato un piccolo miracolo, non riguardo alle uniformi, ma ai cannoni. La loro movimentazione era stata la quintessenza dell’incapacità e della disorganizzazione. Aveva scritto il tenente Agostini della Seta al fratello il 7 aprile: “ti narrerò ciò che riguarda l'artiglieria, perchè tu riderai. A Livorno si dà l'ordine che in 18 ore la compagnia scelta parta subito per Firenze, si provveda là del materiale e parta per Modena. Si giunge a Firenze, non si trova che un materiale incompleto, e non si hanno ordini di partenza che pel giorno che muoverà la linea. 74 La vigilia della partenza della linea una gran rivista è data dal G. Duca per tutte le truppe che devono marciare, cioè Treno per la mezza batteria di Pietrasanta, cacciatori ec. Dopo la rivista si rimprovera a noi perchè l'artiglieria non vi era, ed il Generale75 conviene di essersene dimenticato. Viene l’ordine che l’artiglieria parta il giorno dopo, noi si parte e poi ci fanno aspettare a Pistoja, perchè il Treno76 dovrà portarsi la mezza batteria di Pietrasanta quaggiù. Dunque ci vuole una intiera compagnia scelta per mezza batteria !! Il treno giunto ieri sera non ha portato da Pietrasanta che 1 solo pezzo, ed ancora tutte le munizioni hanno sofferto !! Non si sa gli altri due pezzi ove sieno, perchè Mosel li portò via col Baldini, ed ora Mosel è aiutante di campo del Baldini e non si sa ove gli abbia lasciati. Ora è 26 ore che di qui è partita una staffetta per San Marcello e non si conosce la risposta del Generale!! Vedi cosa si fa !!!”CXVII E meno male che alla fine i cannoni li avevano trovati! Il problema seguente era stato quasi più difficile: trovare l’esercito! Della Seta era giunto a Modena il 13 aprile alla testa d’un piccolo distaccamento di ventuno artiglieri e cinque soldati del treno, con nove cavalli del treno, un pezzo da campagna da 6 e il relativo cassone e… non aveva trovato l’armata.
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La fanteria di linea. D’Arco Ferrari. 76 Il treno d’artiglieria, cioè il convoglio di carri trainati da cavalli per muovere i cannoni e le munizioni. 75
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“Neanche a Modena si hanno notizie certe dei nostri Toscani: fatto è che l’Artiglieria si avviò per Carpi, la Fanteria per Novi. Qua si congettura diverse destinazioni, ma io piuttosto crederei che tutto da capo si centralizzasse a Guastalla per passare al blocco di Mantova. In appoggio di questa ipotesi, è opportuna la notizia che Carlo Alberto si getti alla campagna, e di là forse a Verona, «lasciando al Generale Durando l'onore della presa di Mantova». Io credo tanto certo questo, che domattina parto di qua coi miei per Guastalla. Vi arriverò in 2 tappe, cioè Novi e Guastalla. Laggiù spero di ritrovare il nostro Quartier Generale, giacchè non è presumibile che abbia già passato il Po.”CXVIII D’Arco si era superato. E’ vero che allora le comunicazioni erano lente, ma proprio per quello erano stati ideati i comandi di tappa, a cui domandare ordini di marcia e informazioni. Li aveva usati l’esercito di Napoleone di cui d’Arco aveva fatto parte per anni, come mai adesso non ci aveva pensato? Bene o male le truppe toscane presero i posti assegnati. Avrebbe riassunto della Seta il 24 aprile: “La colonna Giovannetti composta della civica fiorentina, di 2 compagnie di Linea e ½ squadrone, passerà da Guastalla a Montanara: tutto il resto parte pel Quartier Generale a Castelluccio. La civica livornese e pisana farà campo con 2 compagnie di civica e la sezione d’artiglieria di Mosel a Maritone.”CXIX Maritone era una storpiatura della parola Molitone, con cui la gente del posto indicava la grande mola del mulino Forchessati, a nord di Curtatone, allo sbocco dell’Osone Nuovo nel lago. I comandi di settore furono a affidati a Castellucchio al colonnello Melani, del 1° di Linea, a Curtatone al maggiore piemontese Beraudi e a Montanara al tenente colonnello Giovannetti. Il 20 aprile, Giovedì Santo, mentre gli universitari e i regolari rimanevano a Reggio, i volontari fiorentini erano a Gazzuolo, da dove, Eugenio Ademollo scriveva alla madre, indicandosi ora come volontario nella 5ª Compagnia Nicolini del 2° Battaglione Volontari Facduelle: “io stò bene assai; per ora siamo qui a difendere un ponte sull’Oglio: siamo distanti 12 miglia da Mantova, ma Tedeschi non se ne vede nemmeno uno; hanno una paura del Diavolo!”CXX Quello stesso giorno Chigi si trovò costretto a scrivere a Corsini una lettera dura; argomento: la sussistenza e per spiegarla occorre fare un passo indietro d’una decina di giorni. Appena entrati nel territorio del Lombardo-Veneto, i militari Toscani si erano trovati davanti a prezzi altissimi delle derrate e, spaventati per le loro tasche, molte delle quali assai mal provviste, avevano chiesto che il Governo comprendesse il vitto nel soldo giornaliero, come del resto era previsto dai regolamenti. Va detto che le spese fino a quel momento non erano state leggere, ad esempio, nel superstite carteggio Ademollo, la prima delle lettere rimaste con cui Eugenio chiedeva denaro a casa è quella da Modena del 10 aprile e domanda la bellezza di 50 lire,CXXI mentre otto giorni dopo, da Brescello, pregava di mandargli altri 10 Francesconi, cioè altre 51 lire toscane. CXXII Per i fratelli Nerucci era lo stesso: ogni settimana, o quasi, bussavano a quattrini tanto da far dire alla madre, inviando loro 20 lire, che le costavano più ora che eran via di quando erano in casa. Quanti soldi stavano domandando Eugenio Ademollo e i fratelli Nerucci? Tanti o pochi? Per fornire un termine di paragone, bisogna sapere che, ancora nel 1882, in campagna nei dintorni di Firenze, un tuttofare che lavorasse tutto il giorno, ogni giorno della settimana, facendo da 102
cocchiere, garzone di stalla, uomo di fatica, bracciante e occasionalmente servendo in tavola, avrebbe avuto vitto, alloggio e 10 lire italiane al mese, pari nominalmente a 12 lire toscane di prima dell’Unità, il che dovrebbe dare un’idea chiara di quanto stavano spendendo i volontari, i quali, non dimentichiamolo, ricevevano in quel momento 25 o 28 lire toscane al mese. Se poi si aggiunge che Eugenio Ademollo era abbastanza attento alle spese e, che si sappia, non era un giocatore, si deve supporre che il grosso, se non la totalità dei suoi soldi se ne fosse andata per mangiare e lo stesso traspare dalle lettere dei fratelli Nerucci, le cui spese risultano essere state in parte in articoli di vestiario per sopperire alle mancanze dell’intendenza granducale, in grandissima parte in derrate e, alla discesa dall’Appennino, in trasporti. Nel 1891 Nerucci avrebbe ricordato d’aver ricevuto dal Governo 76 lire, 7 paoli e 4 soldi a retribuzione dell’intera campagna, sottolineando che lui e i suoi commilitoni, per fronteggiare le manchevolezze dell’Intendenza e sopravvivere, avevano speso di tasca propria dalle 80 alle 100 lire toscane al mese, cioè dalle 240 alle 300 lire – il quadruplo di quanto avuto dal Granduca – fra il 21 marzo e il 18 giugno 1848, quando i corpi volontari sarebbero stati sciolti, lasciando ognuno libero di tornare a casa, ovviamente a spese proprie. A forza di protestare e d’insistere, l’inserimento dei costi del vitto nel soldo giornaliero fu concesso e non era gran cosa. 77 La razione consisteva in pane, minestra di riso, carne lessa e a volte vino, dunque in linea con quelle degli altri eserciti italiani del tempo. La pietra dello scandalo fu che il Governo, premuto dalle famose 70.000 lire al giorno di spese per il contingente ed avendo iniziato a passare ai soldati la razione di campagna, applicò il regolamento del 1816 e diminuì loro il soldo giornaliero, benché i militari, regolari e volontari, sapessero benissimo che il Governo Provvisorio di Milano aveva garantito di farsi carico del loro mantenimento fin dal passaggio del Po.78 Fu la rivolta, il 19 aprile. D’Arco avvertì il ministero, dicendo che i soldati non avevano torto e d’essere riuscito a calmarli solo promettendo di reintegrarli nei loro diritti.
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Dalla citata lettera di Nerucci del 23 marzo, pare di capire che il soldo giornaliero del Battaglione Universitario fosse di 18 crazie, cioè una lira e mezzo, pari a 25 lire al mese, e le 10 crazie al giorno fossero la cifra risultante dalla ritenuta per i due ranci quotidiani. 78 La questione è complessa e mal nota, come molte di quelle relative al 1848. Il Governo Provvisorio di Milano poteva disporre dei 77 milioni di lire correnti – cioè in lire italiane di allora – d’entrate annue della Lombardia, le quali da Cattaneo (cfr. CATTANEO, Carlo, L’insurrezione di Milano del 1848, cit., pag. 138), vennero divise in tre disponibilità quadrimestrali di circa 25 milioni l’una. Già così le asserzioni di Cattaneo non reggerebbero del tutto, perché, essendo stato fatto l’accordo a fine marzo, pure a volerlo rendere operante dal 1° aprile, un intero mese, cioè proprio aprile, sarebbe stato da computare come gravante sul primo quadrimestre e solo il resto della campagna avrebbe pesato sul seguente. Ciò premesso, secondo lui in un quadrimestre le derrate fornite ai Piemontesi costarono 15 milioni di lire, lasciandone solo 10 per tutto il resto, compreso il pagamento degli stipendi e degli interessi del debito pubblico del Lombardo-Veneto. Non mi dilungo sui particolari delle critiche di Cattaneo, alcune delle quali fondate, altre meno – ad esempio non menziona il fatto che la sussistenza doveva includere pure i foraggi per i cavalli dell’esercito piemontese – tralascio alcune sue asserzioni militari su cui ci sarebbe da discutere e riporto quanto, sempre stando a lui, veniva fornito di razione giornaliera individuale secondo la convenzione sardo-milanese del 26 marzo 1848: 28 once di pane, 9 di carne, 9 di riso, mezza di lardo, mezza di sale, mezza bottiglia di vino e i mezzi di trasporto. L’oncia milanese pesava poco più di 27 grammi, per la precisione 27,23275, per cui le razioni ammontavano a poco più di 760 grammi di pane, 245 di carne, altrettanti di riso, 13 grammi di lardo, altrettanti di sale e circa 375 centilitri di vino e questa sarebbe dovuta essere la razione lombarda per i Toscani, ma non si sa né se lo sia stata, né se l’abbiano ricevuta e, in caso affermativo, se in natura o in denaro. E’ certo che il sistema d’intendenza piemontese nel 1848 funzionò malissimo e, nonostante la breve distanza dai magazzini, i soldati spesso saltarono i pasti, tanto che a Custoza combatterono a stomaco vuoto, per cui, se il corpo di spedizione granducale doveva dipendere dall’intendenza sarda, poteva attendere a lungo prima di veder arrivare le sue spettanze. 103
Chigi, che era stato un militare di carriera, uscito dalla Scuola di Marina di Genova e restato nella Regia Marina sarda fino alla nomina a capitano di vascello in seconda, 79 avvisò il ministro, che adesso era Neri Corsini, con una lettera privata e fu estremamente esplicito: “Quartiere Generale di Bozzolo, 20 aprile 1848 Carissimo Amico Un forte bordello, una quasi rivoluzione è stata per accadere a Marcaria a cagione delle razioni. Officialmente se ne fa un affare, esternando il parere nostro al Governo. Oggetto di questa mia è di prevenirvi che assolutamente accordiate ciò che si propone, mentre il tempo delle economie sudicie deve essere passato per sempre, e che rischiamo di avere dei guai grossi volendole fare… Potrebbero avere il tristo resultato della quasi rivolta della truppa, essendo questa tutta di un’opinione, cominciando dalla ufficialità e andando all’ultimo tamburo… Per Dio, vada il governo a lucrare altrove, ma non già sopra il soldato.”CXXIII Corsini gli rispose l’indomani, sempre privatamente: premesso che il soldato non avrebbe dovuto badare ai sacrifici, il Governo dell’Altezza Sua faceva quanto poteva e, tenendo conto di quanto doveva spendere per altre cose e della somma che ci si attendeva di dover pagare alla fine della guerra quando si fosse fatta la ripartizione delle spese fra gli alleati italiani, non lucrava affatto, proprio no. Comunque, ispirandosi alla sovrana clemenza, ordinava che si desse di nuovo ai militari la paga solita, rimborsando a tutti quanto era stato ritenuto a partire dal passaggio del Po. Una settimana dopo la situazione non era migliorata e Chigi scriveva di nuovo a Corsini, sottolineando le lamentele dei volontari per la mancanza di scarpe e di vestiario, da loro incessantemente chiesto a casa per sopperire all’incapacità dell’Intendenza, e continuava: “I sopradetti inconvenienti hanno gettato molto malcontento nella truppa, specialmente nei Civici, e questo malumore è forse mantenuto vivo da quello della uffizialità, che parlando fra sé non è possibile non emetta sentimenti veri e di dolore, giacché colle fatiche del tempo di guerra deve l’uffiziale vivere nel suo rango, e non ha né diaria né razione. Come dunque farà a sostenere la sua famiglia, ove l’abbia? Non esito a dirlo: il Corpo degli uffiziali è esasperato, e disgraziatamente ha ragione; e ciò che vi è di peggio si è che ciò distrugge quella fiducia, quell’abbandono che devono avere nel proprio generale in questi momenti, mentre non potrassi levare da loro l’idea che egli non abbia rappresentate le loro parti vivamente al superior governo. E’ dunque urgentissimo il Governo prenda un provvedimento che stia a rendere soddisfatta l’uffizialità come ha saviamente proposto il supremo generale comandante.”CXXIV
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Si era congedato nel 1847 perché per la promozione al grado superiore avrebbe dovuto prendere la cittadinanza sarda. Il Granduca l’aveva poi nominato governatore civile e militare dell’Elba. 104
Come stupirsi se la disciplina non migliorava? Ecco perché il 22 aprile d’Arco si era lamentato ancora una volta del comportamento dei volontari “pieni di pretensioni e pronti ad ammutinarsi.”CXXV Ciò che non poteva sottolineare era la scarsa fiducia risposta in lui dai suoi uomini. Di questa facevano fede una quantità di commenti nella corrispondenza dei volontari, attentamente letti e divulgati a casa. Infatti, complice la mancanza di notizie, le lettere dal fronte andavano di mano in mano, erano lette e rilette in crocchi di amici e in pubblico, venivano stampate sui giornali; 80 e la figura del comandante in capo non ci guadagnava, anzi; ma ci torneremo. C’era un secondo aspetto: non si sapeva quanto credito si potesse dare a quella corrispondenza. In linea di massima ci se ne fidava ciecamente, ma qualcuno fra i più avveduti le prendeva cum grano salis. Ne fa fede un caso riferito dal conte Alfredo Agostini della Seta nella prefazione alla corrispondenza di suo zio Ferdinando, il già citato tenente dell’artiglieria granducale: “Nello stesso anno 1848 un soldato non pisano scriveva a una signora di Pisa, narrando di sè grandi meraviglie. La lettera doveva essere inserita nel l’Italia. Ma essendo innanzi stata fatta conoscere ai frequentatori del caffè Ciardelli e messa a confronto con un’altra proveniente pur essa dal campo e più creduta, ne risultarono inesattezze che fecero abbandonare il pensiero di darla alla luce.”CXXVI Nel frattempo si erano verificati i primi piccoli scontri. Il 24 aprile il maggiore Fontana, comandante la colonna mobile modenese, riferì d’aver sostenuto vittoriosamente uno scontro di tre ore a Governolo perdendo due morti e quattro feriti – di cui uno poi amputato d’una gamba – a fronte di una trentina di morti e circa venti feriti nemici, fra i quali un capitano con un braccio fracassato. Il 25 aprile una nuova ricognizione austriaca, iniziata alle nove del mattino, fu interrotta da una compagnia della Legione Griffini alla cascina della Misericordia, non lontano da San Silvestro. Gli Italiani ebbero un ferito, gli Austriaci tre morti e un numero imprecisato di feriti. La sera si ebbe un allarme a Montanara. La truppa prese le armi e passò la notte in linea. Non successe nulla, salvo alcune fucilate intorno a mezzanotte, e la mattina Giovannetti riferì a d’Arco e poi fece riposare i suoi. Il 27 aprile, alla testa di alcune compagnie del 1° Fanteria toscano, del Battaglione Civico PisanoSenese dei volontari e sostenuto da sedici cacciatori a cavallo ed un cannone, de Laugier, a corto di foraggi, fece un’incursione a Castelnuovo, all’epoca a un paio di chilometri da Mantova, mettendo in avanguardia il capitano Caminati con un nutrito gruppo di “bersaglieri”, cioè di tiratori in ordine sparso. Gli Austriaci ripiegarono immediatamente e furono inseguiti fino ai Gesuiti, dove opposero resistenza a fuoco. Laugier fece fare delle finte. Nel frattempo i suoi, diretti dal colonnello Campia si impossessarono d’una mezza dozzina di carri, trainati da buoi e con duecento sacchi di biada e avena e li portarono a Curtatone. Perdite austriache: un morto e due feriti; toscane nessuna. Un’altra scaramuccia si ebbe il 28 a Montanara. Raccontò della Seta al fratello: “Questa mattina alle ore 1 di notte, altro allarme. Ora io sono molto più freddo, e non sento che desiderio di battermi. In 3 minuti siamo tutti sulla via che conduce in linea Scriveva il conte della Seta al fratello tenente all’indomani della battaglia: “Ti assicuro che il foglio che mi mandasti dopo i fatti del 29 è passato di mano in mano fra mille persone, e persino ho dovuto farne copia per salvare l'originale tutto consunto e logoro”, in DELLA SETA, op. cit., pagina XVIII. 80
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retta a Mantova. La fucilata si distingue vivissima nei nostri avamposti: essi ci fanno fuoco a 15 passi di distanza. La nostra cavalleria si è fatta aspettare, altrimenti si prendono tutti. Sono circa 15 o 20 Tedeschi. Essi non resistono, la fucilata s’interrompe, poi si ode dei colpi tra i grani: cavalleria, artiglieria, 2 compagnie si parte nella certezza di battersi. Io ho i cannoni caricati a mitraglia, guai se fo fuoco. Il Giovannetti vorrebbe corrispondere al nostro ardore, ma non ha istruzioni, anzi ne ha contrarie. Io chiederei al Governo se tutela i Tedeschi.”CXXVII Mentre fra i Toscani si verificavano tutti questi malumori, piccoli fatti e cambiamenti, il 28 aprile i Piemontesi occuparono le alture fra il Mincio e l’Adige, tra Santa Giustina e Custoza, spingendo la loro destra fino a Villafranca. Radetzky, facendo perno su Verona, decise di coprirsi la destra e l’Adige, lungo il quale dovevano giungere i rinforzi, e dislocò tra Piovezzano e Pastrengo la divisione Wocher, forte di 7.500 uomini, dodici cannoni e tre racchette.81 Vedendosi minacciare l’ala sinistra, con 13.500 uomini Carlo Alberto attaccò e prese Pastrengo il 30 aprile, poi decise d’investire la fortezza di Verona e ordinò una ricognizione di tutta l’Armata sotto la città, sperando d’indurre Radetzky, coi suoi 26.000 uomini, ad accettare uno scontro in campo aperto, al quale avrebbe dovuto far eco entro le mura un’insurrezione, che avrebbe intrappolato gli Austriaci fra due fuochi. La ricognizione era in realtà un attacco vero e proprio, strategicamente fondamentale per la riuscita della guerra. La presa di Verona avrebbe tagliato orizzontalmente in due lo schieramento austriaco, portando le truppe sarde a congiungersi a quelle venete e pontificie e isolando le unità nemiche attestate sul basso Po, a Mantova e Legnago. Bloccando tutte le vie, fluviali e terrestri, per le quali avrebbero potuto ricevere rinforzi, le due fortezze orientali del Quadrilatero sarebbero facilmente cadute e, con esse, pure le possibilità austriache di vincere. Prendere Verona significava aver vinto la campagna per tre quarti. Ora, non è chiaro cosa sia successo esattamente nell’alto comando sardo e di chi siano state le responsabilità e gli errori di volta in volta compiuti; e forse non lo sarà mai, benché molta carta sia stata scritta, specie subito dopo la campagna del ’48, dai generali intenti a discolparsi, accusandosi a vicenda in modo più o meno esplicito. Siamo d’accordo sul fatto che Carlo Alberto non fosse un gran condottiero, ma il vero colpevole era davvero lui? Certo, per come stavano le cose, non lo sembrava. Il 24 maggio 1848, di fronte alle conseguenze di due mesi di errori, Carlo Emanuele Ferrero de La Marmora, aiutante di campo del Re, dunque, se vogliamo, voce parziale a favore di Carlo Alberto, scriveva: “E’ Franzini che è causa di tutto questo: fa in questo modo un torto immenso agli affari, sia politici, sia militari; è inconcepibile; l’intestardimento fa proprio vedere che egli è al disotto pure della mediocrità. Ciò che v’è di disgustoso per noi è che il pubblico ne accuserà quelli che attorniano il Re.”CXXVIII Tolta la difesa per il Re e il suo Stato Maggiore, sono le stesse impressioni che si ricavano dalle memorie del generale Lechi, benché non collimino con quanto scritto da Chigi a d’Arco e da Ferdinando Nerucci al figlio.
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Apparecchi per il lancio di razzi illuminanti ed incendiari. 106
Per quanto riguardava l’azione sotto Verona, tutto questo va tenuto ben presente. Alcuni, come Piero Pieri,82 sostennero che Carlo Alberto volesse avervi un successo da mostrare alla Camera subalpina, prossima ad aprirsi, e che il fine militare fosse solo di costringere l’esercito nemico a chiudersi in città. L’ipotesi non si regge molto bene. Alla Camera bastava dire che si era in Veneto e si erano appena battuti gli Austriaci a Pastrengo. Quanto agli obbiettivi militari, è talmente noto – e lo riporta Pieri stesso, di fatto smentendosi – che si sperava in una conquista della città, che l’idea di un’azione dimostrativa cade da sé. Allora che successe? Noi sappiamo che Carlo Alberto avrebbe voluto un attacco in piena regola e che ordinò a Bava di preparare un piano in tal senso. Bava lo fece, ma poi ne parlò con Franzini, che pose dei limiti all’azione; e alla fine l’attacco si ridusse ad una ricognizione di tutta l’Armata sotto la città il 6 maggio I Sardi mossero su sei colonne dagli accampamenti, il 6 maggio, con 20.000 uomini e 70 cannoni, articolati nelle divisioni 3ª verso Crocebianca, 1ª su San Massimo e 2ª a Santa Lucia, colla riserva dietro la 1ª Divisione. Ma lo scoordinamento delle colonne sarde e la mancata insurrezione – Radetzky aveva destinato ben 10.000 uomini alla sicurezza interna – indussero il comando sardo a ordinare il rientro negli accampamenti. Il movimento, già reso difficile dalla gran quantità di truppe concentrate a Santa Lucia, fu aggravato dalla decisione di Radetzky di far uscire altri reparti dalla città per disturbare la ritirata che si stava iniziando; e fu solo grazie ai ripetuti contrattacchi della Brigata Cuneo, in retroguardia, che si poté effettuare lo sganciamento senza danni. La campagna era virtualmente persa, sia perché era stato mancato l’obbiettivo strategico più importante, sia perché l’iniziativa passava insensibilmente dalle mani di Carlo Alberto a quelle di Radetzky. Infatti, dopo quella battaglia, che fu il battesimo del fuoco del futuro imperatore Francesco Giuseppe, entrambi gli eserciti sostarono per circa tre settimane. I Sardi, afflitti dall’inefficiente servizio di vettovagliamento, perché attendevano la caduta di Peschiera per utilizzare la 4ª Divisione. Gli Austriaci in attesa dei rinforzi i quali, condotti dal generale Nugent, battuti i Pontifici alla Cornuda, nell’ultima settimana di maggio avrebbero portato le forze di Radetzky a 60.000 uomini.
PIERI, Piero, in Storia Militare del Risorgimento, 2 voll. Milano, il Giornale, 2003, vol. I, pag. 211, scrive: “Ora Carlo Alberto vorrebbe, per mezzo d’una grande azione dimostrativa, ricacciare l’esercito austriaco in Verona, sloggiandolo dalle posizioni antistanti e mostrando la superiorità delle forze piemontesi in campo aperto: sta per aprirsi la Camera subalpina e il re vuole annunziare un nuovo brillante successo.” 82
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Capitolo VII Maggio e la prima battaglia di Curtatone
Mentre i Sardi vincevano a Pastrengo, non riuscivano a prendere Verona e di fatto perdevano la guerra, che stavano facendo i Toscani? Su di loro si stava addensando una grave minaccia, ma era ancora presto per rendersene conto, pur se se ne sarebbero viste le avvisaglie già subito prima dell’attacco sardo a Verona e della battaglia di Santa Lucia; nel frattempo tiravano avanti e non è un modo di dire, né una critica negativa, semmai una sintesi di quanto realmente accadeva. La disciplina dei Toscani non era eccezionale e si vedeva ad ogni istante, ma pure il Governo e i comandi ci mettevan del loro per complicare le cose. Gli Universitari sono quelli di cui e da cui sappiamo di più. Appartenendo tutti a famiglie della classe media ed alta, erano seguiti dai giornali e si facevano seguire per via della posta mandata a casa, letta, come sappiamo, e commentata in privato e in pubblico. Negli anni successivi alcuni di loro avrebbero pubblicato i propri ricordi, o nella collazione fatta da Nerucci, o stampandoli per proprio conto; e da quei ricordi sarebbero emerse notizie e particolari accuratamente obliati e sepolti dalla storiografia ufficiale. In Italia, non si sa perché, non esistono mezze misure: o tutti eccellenti, o tutti incapaci. Di solito la prima attribuzione, quella del tutti eccellenti, si nota nella storiografia scritta da autori fortemente connotati politicamente o militarmente e tesi a magnificare la parte che sostengono, a costo di giustificare pure l’ingiustificabile e tacere molte cose. La seconda – tutti incapaci – sembra più appannaggio dei giornalisti, i quali, specie a caldo, incuranti della frammentarietà delle notizie in loro possesso e prontissimi a sfruttarle per i fini politici degli editori, in passato tramutarono in disfatte clamorose dei rovesci tutto sommato di poco conto o del tutto apparenti. Ne è un esempio la Guerra del ’66: Custoza? Un disastro! Ed era stato uno scontro d’avanguardie; Lissa? Una tragedia! Ed era stata una brevissima incursione austriaca, costata alla Marina solo due navi, di cui una persa per le misure prese dal comandante. Insomma, da tutti quella guerra fu ritenuta un insuccesso, quando invece finì come si voleva in origine ed assai meglio di quanto si pensasse, così come, cinquant’anni dopo, Caporetto sarebbe stata descritta come assai più catastrofica di quanto non sarebbe risultata a conti fatti. I volontari toscani e, per estensione, tutte le truppe granducali, nella storiografia ufficiale rientrarono nella prima categoria: tutti eroi, tutti eccellenti! E alla lunga questa fu la versione che prevalse per i motivi puramente anagrafici detti in precedenza: moltissimi avevano interesse a 108
nascondere quanto avevano fatto – pensiamo a quanto poteva piacer poco a un disertore sentirsi ricordare in pubblico d’aver tagliato la corda – e poiché chi scappa di solito è il primo a cercare posti e posizioni, da cui poi può pure dettare le regole storiografiche da seguire, la verità campò stentatamente finché ci furono in giro i reduci, poi morì insieme a loro e lasciò il posto alla versione edulcorata, che non era esattamente menzogna; ma solo un’omissione di particolari, di molti, di moltissimi e non insignificanti particolari. Erano davvero eccellenti i combattenti toscani d’allora? Qualcuno si, parecchi no. Sulla base di quanto emerge dalle carte del tempo, lo si può affermare con chiarezza e, con sette dei miei antenati fra di loro, io sono uno dei pochi in grado di dirlo e di ripeterlo senza sentirmi tacciare d’invidia o chissà che; perché i miei c’erano. Comunque, a scanso d’equivoci, farò parlare i combattenti d’allora. Cominciamo. Le opinioni di Nerucci – che in seguito di carriera ne fece poca – sono variegate a proposito degli Universitari e abbastanza nette riguardo gli altri: passabili i regolari, bene parecchi volontari, tanto i fiorentini, i pisani e i senesi quanto gli universitari, male i livornesi, che lui avrebbe ricordato con sprezzo, oltre quarant’anni dopo, definendoli eroi piazzaioli e da cantina: “Quel che erano codesti Livornesi lo mostrarono disertando in faccia al nemico. Parecchi il 4 e il 13 maggio si buttarono per le fosse, gridando che erano stati portati al macello – E’ Tedelchi ‘un tiran mìa patticcini, Dio saglata – li si faceva dire dopo, sbertandoli.”CXXIX Un civico normale come Carli? Un quadro in due righe: “Dimmi, è vero che dei battaglioni livornesi disertati in massa giorni sono, hanno mandato a casa i padri di famiglia e pochi altri necessarii, e il resto li hanno assoldati forzatamente?”CXXX E un professionista come della Seta? Come già abbiamo visto, era stato altrettanto duro e con meno parole: “Livornesi? Ma questi non valgono nulla, come si è visto, per soldati, e come tapageurs oggi non hanno più titolo.”CXXXI Vorrei spezzare una lancia a favore dei Livornesi, ma mi riesce difficile. E’ vero: parliamo di gente che s’era arruolata senza immaginare nemmeno lontanamente a cosa andava incontro; ma questo valeva per tutti. Quando si verificò il primo urto cogli Austriaci, i buffoni e quanti non si erano sentiti in grado di sostenere le spese quotidiane eran rimasti quasi tutti per via e se n’eran tornati a casa; e per i Livornesi l’aveva già ammesso Bartolommei quando aveva detto “a dispetto dell’abbandono di molti, voi pochi fino a qui mi seguiste.” Quei pochi Livornesi rimasti in maggio, arruolatisi con tanto entusiasmo e convinzione, con tanta faciloneria come del resto tutti a quel tempo, erano il risultato d’una scrematura di cinque settimane che aveva eliminato i peggiori, ma lasciato nei ranghi ancora parecchi disgraziati e tutti i più convinti e coerenti, i quali, come si vide poi, non erano moltissimi. Purtroppo coerenza e convinzione non bastano a combattere se mancano l’addestramento di base e quello al combattimento. Scapparono in faccia al nemico? Facile criticarli, ma bisognerebbe pensare a che significò per gente priva di qualsiasi addestramento, il cui orizzonte era stato sempre tutto e solo fra il Porto Mediceo e piazza Grande – o l’Ardenza, a volersi tener larghi – trovarsi intontiti dal fracasso e 109
accecati dal fumo, sotto il fuoco dei cannoni per la prima volta, vedersi cadere accanto i camerati crivellati di colpi e schegge e coperti dal sangue di ferite fino a quel momento inimmaginabili e perciò orribili. E’ facile – ripeto – criticare quando non ci si è passati: sembra tutto semplice; come era sembrato a loro, prima. Dopo, invece, solo quanti c’erano stati ed avevano tenuto duro ebbero il diritto – specie se Pisani – di sbertarli, gli altri no. Nerucci lo ebbe, noi no. Resta il fatto che queste critiche Nerucci le rivolse solo ai Livornesi, per cui viene da pensare che, al netto delle diserzioni, tutti gli altri si fossero comportati o molto meglio, o altrettanto male però con maggior discrezione e in seguito si fossero emendati. D’altra parte i Livornesi non facevano nulla per migliorare la loro cattiva fama, tant’è vero che a Gazzolo, il 14 maggio, l’indomani dello scontro del 13, gli Universitari, di ritorno verso le vecchie posizioni, incontrarono “una delle colonne Livornesi che tornavano indietro, che più non la vogliono al campo per la sua indisciplinatezza e pessima condotta. E’ tutta disarmata, sotto la scorta de’Dragoni e dicesi che la obbligheranno a fare il soldato per tre anni e i più rei li manderanno a Volterra per alcuni mesi. Tutti i soldati sono contro essi indignati.”CXXXII Infine, per colmo d’ignominia, il 27 maggio 1848 il Battaglione Livornese sarebbe stato ufficialmente sciolto. I soldati sarebbero stati destinati a ritornare l’indomani in Toscana sotto scorta – appena in tempo per non combattere 83 – e Bartolommei, investito d’un altro incarico, li avrebbe lasciati andare con un ordine del giorno a dir poco deprimente: “Ecco dileguate l’una dopo l’altra tutte le illusioni che abbellirono il giorno della nostra partenza dalle mura natie! Ecco disfatto il Battaglione che sfilò numeroso sotto gli occhi de’vostri concittadini! Eccoci da più di 600 ridotti a meno che 100 e la mitraglia nemica non ha per anco decimate le nostre fila! La diserzione fece sola l’officio del ferro e del piombo, e la diserzione in faccia del nemico ci costrinse a scioglierci, perché un battaglione di 100 uomini è cosa nulla e ridicola.”CXXXIII Parole di fuoco a bollare una vergogna totale, che però i pochi rimasti avrebbero saputo riscattare all’indomani della partenza degli altri, il 29 maggio.84 Quanto ai regolari, se la disciplina era stata scarsa in pace, ancor più scarsa lo era in guerra. Aveva riferito al padre a fine aprile Nerucci: “La Civica fa prodigi; lo stesso la nostra Cavalleria, La Linea e i Granatieri sono indisciplinati, talché ne fucileranno alcuni per aver tirato a due Uffiziali.”CXXXIV
Lo disse Nerucci, il quale, nella nota 2 a pagina 248, scrisse d’essere andato il 27 maggio a vedere degli amici al II Battaglione Fiorentino e “trovai in custodia di un picchetto parecchi Livornesi disarmati, che giuocavano, bevevano e sagravano in più stanze, cantando canzonacce e destinati, come gli altri, ad essere rimandati il giorno dopo in Toscana sotto scorta.” 84 I Livornesi il 29 maggio ebbero 6 morti e 8 feriti, da sommare ai 186 prigionieri presi sul campo, di cui vari feriti. 83
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Il solito lasciar correre toscano fece finire la cosa in nulla. I Napoletani ebbero pure loro un caso del genere, ma peggiore e finì diversamente: un soldato, maltrattato da un ufficiale subalterno, gli sparò e l’uccise: fu fucilato entro diciotto ore. La disciplina, come chi ha prestato servizio sa bene, si costruisce con un intenso addestramento formale in ordine chiuso, fatto e ripetuto per giorni, condito dagli urli degli istruttori e da punizioni immediate e decise, per far capire alle reclute chi comanda. Non è una cosa che si può fare in guerra. In pace si ha il tempo necessario e la truppa quasi tutta presente; in guerra il tempo è poco e la truppa di solito dispersa in piccoli presidii e posti avanzati, oppure è appena smontata dal servizio in prima linea e deve dormire, perciò se un reparto è già disciplinato dal tempo di pace, lo sarà pure in guerra e i nuovi arrivati si adatteranno subito, altrimenti occorrerà un miracolo per disciplinare in guerra un reparto indisciplinato. Non è impossibile, ma difficile si; e, soprattutto, ai soldati occorre mostrare degli ufficiali e sottufficiali impeccabili, esperti del mestiere e sempre all’altezza della situazione; non dare prove come quelle descritto da Carli il 19 maggio: “Speriamo che i nostri ufficiali sentendo l’odore del tabacco non abbiano fatto, tutto mio, come han fatto dei sigari di Avana speditici dai Fiorentini, e di tante altre cosette particolari. Anche ciò é causa di disgusto. Ieri l’altro ci fecero fare l’esercizio di battaglione, e per noi non sarebbe andato male, ma per la ciucaggine degli ufficiali andò tutto a rotoli. Non sanno i primi principii. Figurati che un capitano non riconosceva più il suo plotone.”CXXXV E che dire di quanto videro il 29 aprile gli Universitari a Bozzolo? “il generale Ferrari ci passò in rivista. Fece una discorsa passeggiando in su e giù per la piazza, con braccia incrocicchiate, facendo pause e fermate a tempo alla napoleonica; finì coll’istituirci sua Guardia di Onore e disse che sarem chiamati negli urgentissimi bisogni. Poi gridò – Viva Pio IX! Viva l’Italia! Viva l’Augustissimo nostro sovrano Leopoldo II! – Per dare più forza all’ultimo viva! batté il piede in terra, innalzando le mani. A caso vi era una merda dinanzi a lui e s’inzafardò tutta la scarpa, che fu cosa ben ridicola.”CXXXVI Tanto basta a mandare all’aria qualsiasi autorità. Alla scarsa disciplina si sommava il malumore dei regolari per i rischi di guerra. Avrebbe ricordato Alfonso Ademollo che a fine maggio: “a farci compagnia alle Grazie, dopo qualche giorno dal nostro arrivo, venivano due compagnie di Granatieri Toscani, che da’loro discorsi chiaramente appariva la discordanza dei loro co’nostri sentimenti, incolpandoci perfino di essere noi specialmente Studenti la causa, della campagna e di tanti disagi, com’essi dicevano.”CXXXVII Poiché nihil sub sole novi, questo sarebbe stato lo stesso atteggiamento dei soldati della Grande Guerra nei confronti dei volontari.
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Le manchevolezze dell’intendenza e delle dotazioni sanitarie, la carenza di armi, tende e munizioni, la fame, le questioni legate al soldo, per quanto si dovessero ai pasticci fatti a Firenze venivano attribuite tutte a d’Arco, che ben presto fu additato colpevole di tutto. E’ difficile, nella confusione generata dalle polemiche d’allora e dal tempo trascorso, capire quanto veramente valesse d’Arco. Il suo passato napoleonico era buono, però un eroico subalterno non diviene necessariamente un bravo generale, un buon tattico, uno stratega; né chi è bravo in combattimento rende altrettanto come organizzatore, o addirittura ministro. Ben presto iniziarono attriti coi soldati e con de Laugier, il quale già da Ferrara, notati i complicati movimenti ordinati per e dopo il passaggio del Po, gli aveva scritto sottolineando i rischi sia delle manovre in atto, sia dello schieramento da Curtatone a Montanara. E quando de Laugier s’era spinto tanto oltre da fornire consigli non richiesti, d’Arco non gliene era stato per niente grato. Quanto ai soldati, oltre ad affibbiargli la colpa di tutto, meno, forse, il maltempo, erano irritati da atteggiamenti incomprensibili. Carli citò un caso: “Il Generale si è rivoltato come un cannibale ad uno della mia compagnia che era andato a prendere 5 o 6 libbre di paglia tritissima vedendo che i cavalli non avevan paglia per giacersi. Ma tutto si soffrirebbe volentieri se non vedessimo di poter stare assai meglio, diretti da gente di più cuore.”CXXXVIII Insomma, per quanto sembra di comprendere, d’Arco, dotato d’un’ottima esperienza da ufficiale inferiore, ma rovinato da trentaquattro anni di pace in un esercito piccolo, disorganizzato e indisciplinato, non fu all’altezza del compito affidatogli e se le cose non andarono peggio si dové a de Laugier, certo, ma soprattutto al crescente senso di disciplina nell’esercito toscano ed all’energia che al momento opportuno i bianchini e i volontari seppero tirar fuori. Oltre alle cattive condizioni logistiche, l’armata toscana risentiva pure d’una debolezza difensiva: era su un brutto terreno e priva di buone fortificazioni campali. Come ricordò Giachi, traversata Montanara verso Mantova: “Avevamo piantato il campo subito fuori dell’abitato, in mezzo ai poderi, di qua e di là della strada, estendendoci a destra fino a San Silvestro. In principio fummo tutti assai occupati in preparare le difese e le capanne, poiché tende fornite, neppure gli ufficiali le ebbero mai. Le difese non altro furono che una trincea sulla strada, con due cannoni e un parapetto di terra, nel coltivato, ad altezza d’uomo dalla parte del campo, con fosso profondo sul davanti. Di più per un certo spazio oltre il parapetto si abbatterono gli alberi che potevano servire di nascondiglio al nemico.”CXXXIX In realtà, secondo della Seta, tutti i lavori fatti avevano solo peggiorato le cose, riducendo la manovrabilità e il campo di tiro, indebolendo le strutture murarie e non proteggendo i difensori. 85 “Montanara è un paese dalla sua posizione tanto bene disposto, che io dico due bocche a fuoco e 1000 uomini possono oggi tenere il campo. Quel che si doveva fare non si è fatto, e quel che andava mantenuto si è distrutto. Si sono indeboliti muri con feritoie inutili e mal costrutte. Si son costrutti parapetti colla fossa dalla parte dei difensori; la fossetta è piccola, la banchina è stretta, così che appena una riga può agire. I parapetti non gli hanno saputi costrurre, eppoi avevano posti dei travi sul ciglio del parapetto, e fra i travi e il ciglio avevano levato ogni tanto un pugno di terra, e le dicevano feritoie; ora gli hanno riaccomodati, e vedremo il resto. Le linee di difesa feriscono i difensori a 20 passi di altri parapetti un po’più avanzati. Il sodo dei parapetti è formato di fascine più sciolte che 85
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A Curtatone la difesa era migliore, ma con la complicazione dell’umidità dappertutto e dell’Osone alle spalle: inguadabile, varcato da un ponticello stretto e più in là da una passerella che era una semplice trave del meccanismo del mulino, tale da consentire il passaggio d’una persona per volta, per cui, in caso di ritirata, come poi si vide, sarebbero stati guai. Tutto il fronte toscano era presidiato da picchetti, dai quali erano staccate in avanti le sentinelle avanzate, dette “sentinelle morte” per via della sorte più probabile che le aspettava e non di rado i turni di guardia oltrepassavano le ventiquattr’ore, toccando almeno una volta un massimo di ventotto.86 Riassunse Massimino Moschi scrivendo alla sorella: “Sono stato più volte di sentinella avanzata o di sentinella morta, come si dice in modo altrettanto energico che giusto... Su tutte le strade facenti capo a Mantova e alla distanza di circa mezzo miglio si trovano gli avamposti o picchetti che bivaccano ne’campi; le sentinelle disposte alla distanza di circa 200 passi le une dalle altre occupano un altro mezzo miglio, di maniera che di notte specialmente chi è di sentinella avanzata, e delle ultime, sente distintamente marciare e direi quasi tossire la sentinella nemica. Ogni quarto d’ora parte da ciascun avamposto il grido All’erta sto, che si ripete da sentinella a sentinella. Quelle tedesche gridano pure l’istessa cosa nel loro gergo. T’assicuro che nelle tenebre della notte la sentinella che guarda ad una viuzza infossata e deserta, prova una certa tal qual sensazione da cui anco i più coraggiosi legate, tolte pari pari dalle cataste e collocate in tutti i sensi, poi un po’ di terra smossa gettata sopra, in tutto di una profondità di meno di 2 metri; e questa è una difesa? Un mucchio di alberi tagliati, posti a 15 passi dalle bocche a fuoco, chiudono la strada, che è la sola che conduca di fronte a Mantova, e dominata da due bocche a fuoco e, volendo, da 3: così supposta un’aggressione, non so cosa ci difenda, ma invece c’impedirà di agire con artiglieria e con cavalleria su di una strada più che difesa: anzi, supposto negli Austriaci lo sbaglio di ostinarsi in questa strada, siccome ne sarebbe nato un macello, la nostra cavalleria avrebbe potuto dopo agire con efficacia, e si sarebbe potuto guadagnare dell’artiglieria nemica, che là soltanto avrebbe potuto ingolfarsi. Ai cannonieri si sono tolte tutte le difese naturali, anzi sono offesi dalle feritoie praticate in case che fiancheggiano la via. Altro punto d’attacco sarebbe la via di S. Silvestro, che è a destra ad angolo retto con questa: ma le comunicazioni son tolte per le male intese linee di difesa che battono la sola via di comunicazione. Le truppe che agiranno colà dovranno o vincere od arrendersi. In fine i muri, dietro i quali si sono creduti difendersi, sono muriccioli vecchissimi, crollanti, ed in alcun punto minacciano, per cui il povero contadino vi ha costrutto dei piccoli barbacani . Questi muri poi sono pareti di cortili che non hanno tra loro comunicazione : ora le comunicazioni sono state aperte in modo che vi passa un uomo a capo chino. Se il nemico entra in un cortile, bisogna battersi ad arme bianca e poi arrendersi. In ultimo poi non è possibile affatto la ritirata. Evviva il Genio !!! civico !!! A Curtatone hanno fatto meglio: ma là vi è Castinelli.” DELLA SETA, op. cit., pagg. 31-32. 86 Nell’Esercito Italiano, ereditandolo dall’Armata Sarda, il turno di guardia fu stabilito di 24 ore, nelle quali in ogni posto di sentinella si alternavano tre uomini – in gergo “una muta” – montando di guardia per turni di due ore ognuno, seguite da quattro di riposo, a rotazione, per cui nell’arco delle ventiquattr’ore ogni soldato faceva complessivamente quattro turni di sentinella di due ore l’uno, seguiti da quattro turni di riposo di quattro ore, cioè in totale 8 ore di sentinella e 16 di riposo, dopodiché la guardia smontava e, salvo casi di forza maggiore, non rimontava almeno per le 24 ore seguenti. In guerra o in caso di condizioni meteorologiche particolarmente avverse era prevista la riduzione dei turni della muta a un’ora di sentinella e due di riposo. Nei pochi resoconti di reduci toscani del ‘48 che ne hanno parlato, non è chiaro se, quando menzionano la guardia, intendano il servizio di guardia dell’intera muta – come dovrebbe essere in termini militari – o quello della singola sentinella, per cui alcuni universitari parlano in modo generico dello stare di guardia come se fossero stati di sentinella fino a venti o ventidue ore in fila, altri si tengono ancor più sul generico scrivendo d’essere stati di sentinella ma senza dire quanto, mentre Giachi del II Battaglione Fiorentino parla implicitamente di turni d’un’ora, quando scrive a cosa pensava “per passare l'eterna ora della sentinella.” 113
si difendono difficilmente. Aggiungi che que’cani hanno l’abitudine di seguitare le fosse e di comparire improvvisamente addosso alla povera sentinella. Ciò segue molto spesso, ragion per cui questa che scarica il fucile e grida all’arme, mette tutto il campo in movimento. Ora siamo arrivati a un punto, attesa la frequenza di allarmi, da decidersi a star sempre col sacco in ispalla presso a’fasci de’nostri fucili. In una parola non c’è riposo né giorno né notte.”CXL A Curtatone era pure peggio, perché alcuni posti di guardia verso il lago, nei canneti, avevano il suolo coperto da un buon dito d’acqua ed erano così umidi da inzuppare completamente le sentinelle in pochissimo tempo. Il 3 maggio gli Austriaci avevano fatto una ricognizione in forze contro le posizioni toscane. Lascio la parola a Nerucci, perché il suo racconto è più vivo della relazione di Laugier: “Uscirono da Mantova da 1300 Croati per investigare come stesse il campo Toscano e Napoletano: i nostri assaltarono i nemici e simulando la ritirata li trassero vicini al forte dell’armata; colà, apertisi in mezzo, lasciarono al cannone libero lo spazio di operare e in pochi colpi i Croati furono completamente rotti, lasciando 80 tra morti e feriti. L’azione fu a Curtatone.”CXLI A San Silvestro il presidio, comandato dal maggiore Belluomini, era di due compagnie di linea toscane e di varie livornesi. A rinforzarle vi era stato mandato il II battaglione del 10° di Linea napoletano, giunto proprio il 3 maggio alle 11 del mattino. Il comandante ebbe giusto il tempo d’acquartierare i suoi uomini in un caseggiato e di staccare la 2ª compagnia Cacciatori del capitano Cantarella, veterano di Austerlitz, un chilometro e mezzo in avanti, poi, all’una in punto, gli Austriaci attaccarono. Furono respinti col concorso dei Napoletani, che staccarono due compagnie, prima a sostenere i Toscani e poi ad inseguire i nemici, i quali ripiegarono sotto il tiro di Mantova, obbligando i Napoletani a ritirarsi. Laugier – che non c’era – diede una versione molto diversa e viene da chiedersi perché. Secondo lui la mattina del 3 maggio erano stati mandati a Montanara a rinforzare l’ala destra, troppo debole e scoperta, il maggiore Belluomini con un battaglione civico Livornese comandato dal capitano Mussi, un battaglione del 10° Napoletano comandato dal maggiore Spiligati, tre compagnie cannonieri distaccate dal centro dello schieramento e condotte dal capitano Contri, inoltrando alcuni cavalli e un cannone ad occupare San Silvestro, unendo a queste forze la brigata del generale Torres; e fin qui passi. L’aspetto degno di nota è che de Laugier sorvolò seraficamente sullo svolgimento dello scontro, limitandosi a riferire che quelle forze: “Assalite poche ore dopo dal nemico, fu questo rispinto fin sotto il forte Cerese con perdita di alcuni morti e feriti ed un prigioniero. Noi pure avemmo mortalmente ferito l’ajutante di Torres Fontana, bravissimo giovine Torinese; più lievemente il tenente Pratesi dei cannonieri del centro, e due civici Livornesi Lafond e Tuticci.”CXLII Questo fu scritto negli ultimi mesi del 1848 e pubblicato al principio di gennaio del 1849, quando la posizione di Laugier dava a lui e alle sue parole un’autorevolezza inattaccabile. Registriamo il fatto e andiamo avanti. 114
L’indomani, 4 maggio, ci fu un nuovo tentativo. A Curtatone de Laugier vide gli uomini della ricognizione rientrare di gran carriera strillando che eran inseguiti. Raccattò tutti i militari che trovò e partì al contrattacco. Gli Austriaci ripiegarono oltre Castelnuovo, dove i Toscani, inseguendoli, trovarono altra biada, che impiegarono un’ora e mezzo a portar via, protetti dal fuoco dell’avanguardia in sicurezza, poi rientrarono a Curtatone, lasciando i soliti posti avanzati. Dopo nemmeno mezz’ora nuovo allarme e fucilate dai posti avanzati, i quali ripiegavano in fretta alla vista d’un grosso contingente nemico. Laugier organizzò la difesa e ordinò ai due pezzi dei sottotenenti Araldi e Mosel d’aprire il fuoco. La reazione toscana fu tanto efficace da indurre gli Austriaci alla ritirata dopo un’altra ora e mezzo, portando via i feriti.87 A Montanara 3.000 austriaci in colonna, con in testa due cannoni e cavalleria, assalirono a San Silvestro i Livornesi, i quali si sfasciarono in fuga. A salvare la situazione furono i Cacciatori di Cantarella. Si disposero a ventaglio al centro, mentre sui loro fianchi le altre quattro compagnie napoletane si schieravano in ordine aperto, due a destra e due a sinistra, allargandosi il più possibile per cercare d’avviluppare gli Austriaci, sostenute dalle due compagnie di linea toscane e da una di granatieri, le quali, compattatesi in colonna, contrattaccarono con successo. Poi, riassunse vivacemente Nerucci: “…i Napoletani furono battuti da’Tedeschi per causa di un tradimento, a cui spesso ricorrono i vili, vedendosi perduti irremissibilmente. Un corpo di Napoletani, vittoriosi di un corpo di Tedeschi, dopo aver loro preso un cannone, si avanzavano verso una casa dove si gridava – Viva l’Italia! Viva Pio IX! – e sventolava una bandiera Italiana; oltracciò erano dei soldati bianchini, che i contadini accertavano essere Toscani, con altra gente vestita all’italiana, coi cappelli calabresi. Ma ciò non era che un inganno; tutti erano Tedeschi, di cui un reggimento è vestito come i fucilieri Toscani. Attaccarono zuffa e avendo ritolto il cannone ai Napoletani, lo trassero uccidendone 4 e ferendone 5; 88 però i Napoletani si difesero con sommo coraggio, facendo una bella e onorevole ritirata; più tardi i nostri Cacciatori, ingannati, al solito, dalla maledetta montura, tirarono sui bianchini credendoli Tedeschi. Per fortuna niuno fu ferito e subito si accorsero dell’inganno.”CXLIII Di nuovo nella sua versione dei fatti Laugier fu molto vago. Ammise che l’azione più forte era stata contro San Silvestro. Confuse i fatti sostenendo che proprio l’attacco a San Silvestro fosse stato eseguito da nemici travestiti da italiani e coi tricolori – il che poteva giustificare il crollo dei Livornesi, accuratamente non citati – arrivando a parlare della cannonata come avvenuta a sorpresa al principio dell’attacco, non a blocco del contrattacco napoletano; ma più di tanto non poteva mentire, specie sapendo quanti reduci avrebbero letto le sue righe, perciò, parlando dello scompiglio causato da quel colpo, dové ammettere in maniera anodina: “alcuno più vigliacco fino a Montanara s’invola.”CXLIV
Laugier aggiunse nel suo opuscolo: “i paesani ci accertano, che più carra di feriti han seco trasportato gli Austriaci. La mattina seguente recandomi a Castelnuovo colla recognizione, gli abitanti mi conferman tal nuova”; cfr. LAUGIER, op. cit., pag. 9. 88 Il maggiore Viglia ammise nove morti e vari feriti. 87
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Di nuovo evitò accuratamente di menzionare il crollo dei Livornesi. Lo fece obliquamente, non nominandoli quando elencò: “I Napoletani, la banda Torres, ed alcuni cannonieri mostrano in questo fatto fermezza e valore.”CXLV A fare molta attenzione e a ricordare quanto aveva scritto prima, si poteva indovinare il disastro dei Livornesi leggendo una spiegazione apparentemente chiara. Infatti, dicendo che la riserva, mossasi da Castellucchio ai primi colpi, era giunta a cose fatte, de Laugier aggiungeva: “Questo ritardo fè giudicar necessario di trasferire il 5 Maggio il quartier generale alle Grazie, ritirando la colonna Belluomini da S. Silvestro.”CXLVI Ma se aveva senso spostare in avanti, da Castellucchio alle Grazie, il quartier generale, per avvicinarlo con tutte le sue riserve alla prima linea così da rinforzarla, che motivo c’era d’indebolire proprio la prima linea nel punto più lontano e dunque più in pericolo togliendone i Livornesi? Ovviamente lui non scrisse questo, se ne guardò bene; però, forse temendo smentite da parte dei reduci, lo ammise indirettamente, parlando del ritiro della colonna Belluomini da San Silvestro; al che solo un lettore attento e competente, oltre a chiedersi il senso tattico difensivo d’una simile mossa, si sarebbe ricordato che, per esplicita menzione di Laugier stesso alla pagina precedente, Belluomini era giunto a San Silvestro con un battaglione civico Livornese, perciò levare la sua colonna da San Silvestro significava levarne i Livornesi. Mi sono dilungato su questo punto per vari motivi: per far toccare con mano quanta attenzione serva nel leggere gli scritti di Laugier prima d’accettarli toto corde; per confermare quanto scritto sui Livornesi da Nerucci e della Seta, all’insaputa l’uno dell’altro e, infine, per sottolineare quanto de Laugier alla fine del 1848, davanti alla crescente pericolosità politica dei Livornesi e con Guerrazzi al Governo, debba aver preferito una linea prudente, non compromettente: conosceva benissimo Livorno, la sua gente e cosa poteva aspettarsene. Il 7 maggio, saputo da due giorni d’una preoccupante concentrazione di forze nemiche a Marmirolo per un attacco in forze contro la testa di ponte di Goito, tenuta dal solo I battaglione del 10° di Linea, i Napoletani, vista l’indisponibilità di rinforzi sia piemontesi sia toscani, strapparono a d’Arco – e solo insistendo moltissimo – il consenso allo spostamento del loro II battaglione da Montanara a sostenere il I a Goito. La mossa ebbe successo, perché la mattina dell’8 gli Austriaci rinunciarono e se ne andarono; e tanto in fretta da abbandonare i pentoloni col rancio pronto: se lo mangiarono i Napoletani. Nel frattempo, spaventato dalla notizia d’un rinforzo di 14.000 uomini alla guarnigione di Mantova e temendo un attacco austriaco in grande stile, d’Arco aveva deciso di sganciare il suo dispositivo per rischierarlo a Goito su posizioni più sicure e difendibili ed aveva ordinato ai suoi di concentrarsi alla Grazie nella notte dall’8 al 9 maggio. Carlo Alberto tramite Bava gli fece subito avere l’ordine di rioccupare le posizioni appena abbandonate, sicché la mattina del 10 le truppe praticamente già a Goito89 dovettero, con pochissima loro soddisfazione, fare dietro front; e nel frattempo gli Austriaci non erano restati inerti. L’8 maggio improvvisamente il Battaglione Universitario fu spostato a Guastalla, coprendo in due giorni la distanza fatta prima in venti. L’11 lasciò Guastalla per Motteggiana, in mezzo a voci d’imminente scioglimento, col permesso di passare nella Civica a chi voleva continuare a combattere e nei giorni seguenti fece un altro po’ di su e giù, nel crescente malumore degli studenti, ormai ridotti a circa 250, i quali avevano capito perfettamente – e lo scrivevano a casa – il desiderio del Governo di farli rientrare in Toscana o, almeno, di tenerli lontani dal fuoco, ragion per cui non poterono partecipare allo scontro del 13 maggio. 89
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Nella marcia di ritorno, cominciata alle sette del mattino, gli Italiani misero in avanguardia il I Battaglione Fiorentino del maggiore Fortini, seguito da un battaglione di formazione del 10° di linea napoletano comandato dal maggiore Viglia, venti cacciatori a cavallo e due cannoni e li diressero a Castellucchio. Contemporaneamente si mosse in direzione di Rivalta un battaglione del 2° di linea toscano e solo alle 16,30 del pomeriggio si mise in moto tutto il grosso toscano. Era ora: gli uomini del 2° di linea, superata Rivalta e giunti due ore prima nei pressi delle Grazie erano incappati negli Austriaci, i quali, non vedendo nessuno nelle linee italiane, avevano spedito da Mantova una ricognizione in forze. Lo scontro era divenuto subito cruento. Il colonnello comandante il 2°, Melani, e il comandante del battaglione, il maggiore Landucci, avevano diretto il combattimento molto bene. Il frastuono aveva allarmato i Napoletani, per cui Viglia, già dentro Castellucchio, aveva immediatamente spiccato verso le Grazie due compagnie, le quali arrivarono in tempo a cogliere sul fianco sinistro gli Austriaci disarticolandoli. Profittando del successo, Toscani e Napoletani spinsero a fondo l’azione e volsero in ritirata il nemico, riprendendo Curtatone e spingendosi in direzione di Mantova; ma per Landucci era troppo tardi: circondato dagli ulani nemici, mentre si difendeva a sciabolate era stato ferito mortalmente da una pistolettata. De Laugier, viste sicure le posizioni di Curtatone e delle Grazie, non perse altro tempo e condusse una colonna a Montanara, trovandola sgombra e rioccupandola senza difficoltà, per cui la mattina del 12 tutte le posizioni erano state riprese saldamente, riformando i tre campi a Curtatone, Montanara e alle Grazie, dove si trovava di nuovo il Quartier Generale. A chi se ne intendeva, le azioni nemiche apparivano preliminari a qualcosa di più grosso. Non poteva essere un caso che ci fossero stati due tentativi su Curtatone e Montanara il 3 e il 4, poi un altro iniziato verso Goito il 5 e interrotto l’8 e infine quest’ultima ricognizione del 10: gli Austriaci stavano saggiando il terreno e la resistenza. Certo, d’Arco avrebbe dovuto capirlo, così come avrebbe fatto meglio a non muoversi l’8 sera e anzi a migliorare le fortificazioni campali, mentre, con quanto aveva combinato, aveva messo a repentaglio la linea difensiva e subito perdite maggiori che aspettando il nemico dietro i ripari. A sua discolpa va detto che nemmeno Laugier sembrò essersene reso conto, perché non spese in merito nemmeno una parola nel suo opuscolo. E’ vero che lo scrisse contro Bava, ma le sue polemiche con d’Arco erano già in atto, per cui viene da domandarsi se preferì soprassedere o se nemmeno lui aveva capito quanto stavano facendo i nemici. Della Seta invece, a caldo, parlò dell’intera operazione come d’un’incursione verso Goito, non una ritirata quale in effetti era stata, e raccontò al fratello lo scontro del 10 come una giornata sportiva, benché da divertirsi non ci fosse stato poi molto; gli lascio la parola, perché la dice lunga sulla pessima fama di cui godeva ormai d’Arco fra le sue truppe: “Il nostro soggiorno a Montanara è stato interrotto da una scorreria fatta da tutta la nostra truppa fino a Goito: ma io non arrivai fino a questo bel paesetto, ma restai a Sacca come in osservazione delle vie di Mantova…. Alla mattina seguente, eccetto poche compagnie di fanteria, si fece ritorno alla volta di Castelluccio. Era il di 10, e la truppa toscana occupava Castelluccio e le Grazie e la via che di ritorno fiancheggia la sponda destra dell’Adige90 per giungere a questi paesi. Il mag. Beraudi comandava Castelluccio, il mag. Landucci comandava le Grazie, gli altri erano addietro, 90
Lapsus di della Seta: il fiume è il Mincio. 117
principalmente il Ferrari (che se ritornasse costà gli pagherei la gita). Molta truppa era in tali paesi sebbene alle Grazie assai meno: ma d'artiglieria non ci era che un pezzo ch’io comandava, perchè gli altri avevo dovuto aggregarli alle batterie che seguitando il sig. Quartier generale proteggono la pancia del Gran Porco per la stagione dei fichi. In questo giorno fu che la verità uscì dal pozzo, e sebbene con gran scandalo di ogni legge militare, pure il detto G. P. fu a Goito solennemente fischiato alla partenza, e poi da altri battaglioni lo fu ripetutamente a Castelluccio: così che dopo breve tempo non si è più visto in paese. Quella giornata era bellissima, e tutti si viveva della solita vita ultra oziosa, quando una fucilata assai ben sostenuta c’indicò gli Austriaci di Mantova alle Grazie. In un baleno tutti avevamo il nostro posto. Il mio pezzo era assai avanzato in codesta strada e carico di mitraglia, mi lusingavo di sollecitamente fare i miei bisogni: ma questo desiderio fu deluso, e noi non fummo agli onori della giornata. Anzi pare che due sole compagnie di fanteria delle Grazie si fossero sole divertite; ma gli Austriaci in numero di circa 250 dovettero retrocedere, e tale fu il colpo che toccarono, che i nostri buonissimi soldati gli battevano in cacciatori colla baionetta. Io non esagero a farti le più belle lodi di questi bianchini, poichè una compagnia di volontari di Torres, che giunse al momento per godere lo spettacolo, dovette prodigare molte lodi ai nostri: e sì che si conosce il coraggio di questi bravissimi volontari. Il maggior Landucci esortando i suoi dava bellissimo esempio di coraggio; ma disgraziatamente una palla lo colse al basso ventre, ed ora n’è morto. A noi tutti è dispiaciuta la perdita di quest'uomo, che ha dimostrato aver goduto in vita minore stima che non meritava. Alla sera istessa noi ritornavamo a Montanara, ed ancor qui noi credevamo gli austriaci volessero contrastarci l'ingresso; ma disgraziatamente si entrò gratis. Il giorno dopo si seppe la nuova che Laugier, che ci comanda a Montanara, passava Generale; il giubilo fu immenso e universale, e questa cosa riaccese in tutti la speranza di migliori frutti, sì che molti non parlano più di ritornare, poichè tra i volontari era meno infamante ragione il volere sottrarsi all'obbedienza del femmineo Generale.”CXLVII Benché in una lettera privata, parole di questo genere erano tremende e viene da chiedersi in quante altre lettere e da quanto tempo ne risuonassero di simili o peggiori. Che ve ne fossero pure nelle corrispondenze altrui lo testimonia un passaggio di Alarico Carli, scritto il 15 maggio 1848 a proposito proprio dello scontro del 13: “Se avessimo avuto altrettanti cannoni sarebbe stata ben altra cosa, ma ai loro sette cannoni non potevamo opporne che due di qui ed un altro a Curtatone perchè se li tenne tutti quel..... del Generale presso di sé.”CXLVIII Ecco perché, stabilizzata la linea difensiva, a d’Arco giunse la grana finale: arrivò Corsini. Le lamentele dei volontari erano state riecheggiate sempre di più dalla stampa e, soprattutto, dall’opinione pubblica. D’Arco poteva aver fatto finta di niente, ma il Granduca no; e il Governo nemmeno. Al campo c’erano i figli di alti funzionari dello Stato come i Nerucci, universitari illustri come Giorgini, Pilla, Ranzi e Montanelli, professionisti di fama del calibro di Castinelli e Zannetti, nobili delle 118
migliori famiglie come Vincenzo Ricasoli, Saracini, Antinori, Cambray Digny, Gondi e Chigi di Camollia; e molti, se non tutti, scrivendo a casa raccontavano quanto vedevano; e il resoconto d’ognuno coincideva con quelli degli altri e tutti insieme componevano un mosaico preoccupante, in cui d’Arco appariva inetto, codardo, tronfio, incapace d’organizzare e comandare, inabile ad imporre la disciplina. Come ho detto prima, gran parte della colpa era di chi l’aveva messo a capo d’un organismo inefficiente, non gli aveva fornito i mezzi per migliorarlo e pretendeva da lui dei risultati da gloria napoleonica. Insomma, d’Arco era il capro espiatorio della raffazzonata impreparazione e incapacità governativa, ma per come si comportava era perfetto per quel ruolo; e lo dimostra il fatto che della Seta, molto attento alla forma, nelle sue prime lettere al fratello, in aprile, aveva solo adombrato vagamente qualcosa, fra le righe, una sfumatura che si poteva capire e non capire; ma ai primi di maggio, furibondo, perso ogni ritegno dopo la morte di Landucci, abbiamo visto come l’avesse definito: “il Gran Porco”, “il femmineo Generale”, arrivando a dire che gli avrebbe volentieri pagato di tasca propria il ritorno a Firenze. Per tutti questi motivi il 10 maggio Corsini aveva lasciato Firenze e il 13 arrivò al campo, trovandosi davanti prima a una lite furibonda fra d’Arco e Giovannetti 91 al mattino, poi al combattimento ingaggiato dagli Austriaci nel pomeriggio. L’attacco nemico si profilò intorno a mezzogiorno. A Montanara de Laugier diede l’allarme personalmente e avvertì i suoi di guardarsi da un aggiramento. Due ore dopo, quando tutti erano ai loro posti, il nemico si affacciò direttamente dalle vie di Mantova e di San Silvestro e obliquamente da Castelnuovo per attaccare Montanara su tre lati. La colonna in arrivo dalla strada di Mantova entrò nel raggio d’azione dell’artiglieria toscana e mise in batteria tre pezzi. De Laugier ordinò di non sparare per primi e nel frattempo altri cannoni nemici entrarono in azione dal lato di San Silvestro, con gran fragore e quasi nessun danno, mentre fanti austriaci in ordine sparso tentavano di sopravanzare la destra italiana. Laugier spedì contro di loro altrettanta fanteria in ordine sparso e, lasciato il comando a Montanara a Giovannetti, si spostò a vedere che accadeva a San Silvestro, dove temeva di trovare le due compagnie di presidio tagliate fuori perché troppo avanti. Riuscì a farle ripiegare senza danni, mentre Giovannetti, lasciato il comando al maggiore Beraudo, si infiltrava nei campi di grano e,
Giovannetti veniva dall’esercito lucchese. Nato a Lucca nel 1788, nel 1802, ad appena quattordici anni, era fuggito a Milano e si era arruolato come trombettiere negli ussari italiani della Repubblica italiana, poi divenuti Dragoni Napoleone, coi quali nel 1806 aveva partecipato alla conquista del Regno di Napoli, guadagnandosi la promozione a brigadiere. L’anno seguente il suo reggimento aveva combattuto in Germania e lui si era distinto all’assedio di Stralsunda. Nel 1808 i Dragoni Napoleone erano stati spediti in Spagna e lui era stato promosso furiere. Il 1° aprile 1811 alla battaglia di Manresa aveva guadagnato la menzione d’onore e la promozione a maresciallo d’alloggio, ottenendo il cavalierato della Corona ferrea per la condotta tenuta il 25 ottobre 1811 nella battaglia di Sagunto. Rientrato in Italia, aveva combattuto nel 1813 contro la Sesta Coalizione, venendo ferito sull’Adige il 10 novembre, nei pressi di Ala, e meritando la promozione a sottotenente. Tornato a Lucca dopo la Restaurazione, aveva accettato il grado di tenente dei guardacoste, divenendo però nel 1818 il capitano aiutante maggiore delle truppe ducali e ricevendo l’incarico d’organizzare i Cacciatori a Cavallo. Passato nei fucilieri nel 1822 e poi nei granatieri, nel 1829 era stato promosso maggiore e comandante del Battaglione Carlo Lodovico, divenendo nel 1835 comandante in capo dell’esercito e presidente dell’amministrazione militare ducale. Tenente colonnello dal 2 luglio 1842, si era scontrato col duca e ne era stato messo a riposo nell’agosto del 1847, ma, passata Lucca alla Toscana, Leopoldo II l’aveva chiamato a comandare la piazza di Firenze, destinandolo pochi mesi dopo all’esercito operante. Fu ucciso a tradimento dal sergente maggiore dei granatieri pistoiese Bartolomeo Capecchi durante una lite a Pecorile, presso Reggio Emilia, il 9 agosto del 1848. 91
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protetto dalla vegetazione, 92 guidava quattro mezze compagnie in un contrattacco d’alleggerimento contro il fianco della colonna nemica. Grazie a questo, de Laugier ebbe il tempo di radunare a San Silvestro quanti più uomini poté, poi li guidò al contrattacco, ricacciando gli Austriaci, che si arroccarono nel cimitero. Contemporaneamente era stato assalito pure Curtatone, i cui difensori, sotto gli occhi del ministro Corsini, respinsero il nemico in breve tempo, prima contrastandolo col cannone, poi impegnandolo a fucilate e infine contrattaccando.93 Gli Austriaci tentarono una manovra di lato facendo avvicinare alla riva delle barche armate, ma i volontari napoletani e siciliani di Rossarol e Poerio le respinsero energicamente e fecero fallire l’azione, mentre Corsini entusiasta applaudiva e strillava “bravi i napoletani!” A San Silvestro intanto de Laugier riprendeva il cimitero, cosicché gli Austriaci si ritirarono rapidamente a Mantova. Commentò della Seta parlando delle ricompense e in particolare della croce al merito: “La meriterebbe il Caminati ed alcuno dei Pisani, perchè decisero la giornata a Curtatone, ed il cap. Bresciani, che a Curtatone fu il solo uffiziale di linea che si trovasse sotto il fuoco e sempre si avanzasse animando i suoi. A Montanara la meriterebbero i Napoletani e tre o quattro civici, che non sono nemmeno ricordati.”CXLIX Nonostante tutto il fracasso e il fumo, le perdite furono minime: a Montanara i Toscani ebbero tre morti e nove feriti, un pezzo danneggiato e un cavallo ucciso; a Curtatone circa il doppio; totale: 38 uomini fuori combattimento. Quanto al nemico, la versione ufficiale di Laugier fu: “Il 14 trovammo Austriaci tuttavia nascosti pei fossi, che ci accertarono la gravità delle loro perdite, segnatamente in uffiziali. Molti disertano dalle file nemiche, accertandoci dello scoraggimento loro, non che della disposizione ad abbandonare le bandiere, soprattutto negli Ungheresi.”CL Carli fornì a casa le voci della truppa, per cui i nemici avrebbero avuto: “…un colonnello gravemente ferito e un ufficiale morto. 5 prigionieri 3 feriti e 2 salvi, fra i quali un tamburino, più un cannone inservibile. In tutto pare che fra morti e feriti non ascendano a meno di 300 con inoltre diversi cavalli morti. Oggi o domani si teme un attacco più forte, ma se vengono anche in 8 mila, che tanti credo che sieno in Montanara, invece che in 3 mila come ieri daremo loro le pacche. Se avessimo avuto altrettanti cannoni sarebbe stata ben altra cosa, ma ai loro sette cannoni non potevamo opporne che due di qui ed un altro a Curtatone.”CLI
Fino agli Anni ’30 del XX Secolo, quando Nazzareno Strampelli cominciò a selezionarle ed abbassarle per farle più robuste e produttive, le piante di grano erano assai più alte che in seguito: superavano il metro e mezzo, arrivando in alcuni casi anche a due metri, contro i circa 80 centimetri del XXI Secolo e, complice la bassa statura media dell’epoca, un reparto appiedato poteva facilmente sparire in un campo di grano semplicemente camminandoci, senza bisogno d’abbassarsi, non parliamo di strisciare. 93 A corredo d’un elenco di ufficiali e sottufficiali meritevoli di lode, de Laugier aggiunse: “…scorato ripiegava il nemico; i nostri lo inseguivano. Troppo audace un granatiere era preso. Lo scortavano due Ungheresi. Colto il destro, uno ne disarma ed uccide, l’altro ferisce e torna fra noi.” LAUGIER, op. cit., pag. 12. 92
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Bava fece avere i propri complimenti per il successo tattico a d’Arco, il quale però non era parso all’altezza della situazione. Corsini la mattina dopo scrisse al Granduca che, secondo lui, i malumori nella truppa non si sarebbero dissipati se non si cambiava il comandante supremo, perciò – suggeriva – era opportuno richiamarlo col pretesto d’organizzare il tanto decantato nuovo contingente, lasciandogli, beninteso, grado e posizione e dichiarando ufficialmente trattarsi d’un provvedimento provvisorio. Di passata, vale la pena ricordare che una situazione analoga si stava verificando nelle truppe pontificie proprio allora, tanto da indurre Roma a spedire il marchese Pepoli a metter pace fra i generali Durando, comandante dei regolari e di tutto il contingente, e Ferrari, a capo dei volontari, in una riunione accesissima avvenuta il 16 maggio a Mestre. Quello stesso 16 maggio Corsini, recatosi al campo sardo ad incontrare il suo omologo piemontese, il ministro Franzini, scrisse di nuovo a Firenze, mostrandosi ancor più convinto dell’opportunità di richiamare d’Arco e il 20 maggio, in un’ulteriore lettera, suggerì a Baldasseroni d’addolcirgli la pillola con una decorazione per la vittoria del 13, perché, formalmente, l’esercito toscano in quella giornata era stato comandato da d’Arco. Il 19 Leopoldo II firmò il richiamo a Firenze del generale, il quale lo seppe solo il 25, perché Corsini aveva voluto preparare il terreno incontrando di nuovo Franzini per fargli dare la croce dei Santi Maurizio e Lazzaro. Finalmente il 26 maggio d’Arco Ferrari lasciò il comando a de Laugier. Non fu una cosa indolore.94 Riferì Nerucci: “Il Generale Ferrari stamane ha lasciato Le Grazie dietro un ordine del Granduca che gli toglie il comando, sostituendo il De Laugier. La partenza è stata amara e i due soprannominati si sono presi a parole, chè ci corre fra essi antico rancore e si sono sfidati. Ciò abbiamo sentito noi dalle finestre socchiuse essendo di guardia al Generale Comando.”CLII Aggiunse quarantatré anni dopo: “Nel litigio che corse ad alta voce tra loro, rammento bene che il Ferrari disse concitato a De Laugier – Oh! si vedrà quel che siete capace di fare voi!”CLIII Si sarebbe visto in quarantott’ore Essendo la disciplina la base del funzionamento di ogni esercito, già il 27 maggio Laugier prese dei provvedimenti. Come ho scritto prima, sciolse il Battaglione Livornese, ne mandò via la maggior parte dei militi e riordinò gli orari, fissando sveglia e appello alle 4 del mattino, con un altro appello a mezzogiorno e il contrappello la sera alle nove prima del silenzio e pene severe per i trasgressori. Lo stesso giorno fu preso un provvedimento acclamatissimo: Giovannetti fu rimesso al comando della colonna di Montanara. A detta di della Seta, tanto bastò a rincuorare le truppa e a far cambiare idea a parecchi che avevano ottenuto il congedo, alcuni dei quali, già partiti, addirittura tornarono ai reparti. Sarebbe servito a poco perché gli Austriaci avrebbero attaccato due giorni dopo, ma forse qualcosa fece.
D’Arco fu difeso già nel 1848 da Carlo MARISCOTTI DA MONTALBANO nel suo Il tenente generale conte Ulisse d'Arco Ferrari: pochi detti, pubblicato a Firenze in quell’anno. Da parte sua Laugier de Bellecour non andò colla mano leggera parlando di d’Arco nelle sue memorie. 94
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Articolo armi, le cose continuavano ad andare maluccio. Strada facendo, le truppe avevano ricevuto il nuovo fucile Saint-Etienne, con cui avevano fatto le prime esercitazioni di tiro a Reggio Emilia, accorgendosi però che: “anche questa nuova arme, che allora si credeva l’estremo della perfezione, era imperfettissima, poiché bastava farci 4 o 5 colpi in fila e la canna si arroventava tanto da non poterla caricare più senza pericolo, né reggerla fra le mani: grave difetto di cui deplorammo l’esperienza fattane nel combattimento.”CLIV Oltre alle armi inadatte, a Laugier non piaceva la linea difensiva, specie a Curtatone: era mal congegnata, coll’Osone alle spalle, con quell’unico e stretto ponte e profondo abbastanza da essere inguadabile e impedire i movimenti; in più le truppe non andavano bene e lui le definì svogliate e scontente per l’inazione in cui erano tenute. Per migliorare le cose, non potendo passare dietro l’Osone a causa degli ordini superiori, Laugier ordinò a Castinelli d’intensificare i lavori di fortificazione campale già iniziati, riorganizzò da cima a fondo il servizio al campo: ridisegnò la pianta degli accampamenti, ordinò di costruire baracche al posto delle tende, raddoppiò le guardie avanzate, assegnò ad ogni unità minore i settori di tiro e quelli difensivi di primo e di secondo tempo, intensificò le esercitazioni d’addestramento di base, d’esplorazione e ricognizione e quelle di tiro in ordine sparso; infine decise di scuotere l’apatia dei suoi con qualche azione locale.
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Capitolo VIII I civili
Un argomento quasi mai trattato nelle storie delle battaglie è quello dei civili, i quali, non essendo combattenti, non sono menzionati altro che di sfuggita; eppure di solito sono loro a soffrire di più. Sono le loro case ad essere danneggiate, i loro campi ad essere devastati, i loro beni ad essere distrutti. Successe pure a Curtatone e Montanara e, quando i Toscani se ne andarono, furono i civili locali a dover riparare i danni e a trovarsi di nuovo gli Austriaci in casa per altri dieci anni; e non è che nel frattempo le cose andassero meglio. Abbiamo visto della Seta menzionare di sfuggita la devastazione dei terreni e l’apertura di varchi nei muri delle case e di recinzione di Montanara, ma la gente doveva subire ben di peggio. Ricordò tristemente Alfonso Ademollo: “Essendo in Castellucchio mi occorse un fatto, che credo bene narrare. Passeggiavo presso alcuni casolari, mentre una povera donna piangente stava lavando dei panni intrisi di sangue. Mi accostai e la richiesi di qual disgrazia era stata vittima. Singhiozzando mi rispose, che la mattina stessa che noi lasciavamo Castellucchio ritirandosi, un corpo di Ulani aveva invaso il paesetto e uno di essi, a lei che si era affacciata alla porta di casa con un suo bambino di circa un anno in braccio, glielo aveva barbaramente trafitto con un colpo di lancia. Altamente deplorai l’accaduto e non potei fare a meno di farle riflettere la differente condotta di noi Italiani a petto degli Austriaci, sebbene, in generale, i contadini Lombardi tenessero noi per nemici, e, per amore o per timore, amici gli Austriaci.”CLV La zona della battaglia è compresa quasi completamente nella settantina di chilometri quadrati di quello che poi divenne il comune di Curtatone, da cui restano fuori alcune porzioni del teatro degli scontri appartenenti ai comuni di Mantova e Castellucchio, incluse le quali si arriva a un totale di circa cento chilometri quadrati. Questi, prima dell’Ottocento, avevano fatto parte del famoso Serraglio Mantovano, un’area fortificata eretta dai Gonzaga nel XIII Secolo, compresa fra il Po, il Mincio, Mantova e la cosiddetta fossa Mantovana, cioè il canale dal Mincio al Po, detto pure Osone vecchio. L’area era stata teatro di passaggi e scontri per sei secoli e perno di parecchie operazioni durante la Successione di Spagna, però dopo le guerre napoleoniche aveva perso la sua importanza militare e per trent’anni gli abitanti erano restati in pace.
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Venuto il ’48, non si era capito bene cosa stesse succedendo. Era insorta Milano, ma per i Mantovani quella era un’altra parte del mondo, “al nord.”95 Poi, prima di riuscire a orientarsi, in meno d’un mese la guerra, lo spettro minaccioso ricordato dai vecchi, era tornata e, improvvisamente, sui quei contadini e piccoli proprietari si abbatté un’orda disordinata, confusionaria, allegra, becera e pasticciona di Toscani chiacchieroni, di Napoletani, Modenesi, Parmensi e Siciliani, che dovevano mangiare, bere e dormire ogni giorno, che occupavano le case, devastavano i campi per scavarci fossati e trincee, tagliavano gli alberi per aprire la visuale ai settori di tiro e attiravano morte e distruzione. Nel 1848 gli abitanti di tutta l’area erano circa quattromila, dunque meno dei militari italiani appena giunti, e vivevano d’agricoltura, sapevano poco di quanto stava accadendo, ma, almeno gli anziani, conoscevano a fondo e di persona i guai della guerra. Chi nel 1848 aveva più di cinquant’anni aveva assistito in passato a un continuo via vai di eserciti e a combattimenti duri, lunghi e sanguinosi: i Francesi erano giunti nel 1796 e gli scontri erano durati fino a tutto il ’97. Nel ’99 erano arrivati gli Austro-Russi e il passaggio non era stato esattamente indolore; poi nel 1800 erano tornati i Francesi, imponendo, tramite la Repubblica e il Regno Italico, tasse e coscrizione obbligatoria per le guerre all’estero, le quali, avvicinatesi sempre di più, erano culminate nel ritorno degli Austriaci alla fine della campagna del 1814. Come per i Toscani, ai contadini padani era chiarissima l’equazione “rivoluzione uguale danni” e l’avevano provata sulla loro pelle, sicché pure per loro, dovendo proprio scegliere, era meno peggio tenersi l’Austria. In quegli anni circa mille abitanti erano raggruppati nella parrocchia di Montanara, un borgo di poche case, dominate dalla chiesa parrocchiale, con un’osteria, certo più frequentata della locale scuola elementare riservata ai maschi, visto che il tasso d’analfabetismo fra i ragazzi in età scolare nelle province Mantova e Pavia era del 50%, a fronte d’un 25% nelle province di Milano e Cremona e del 30% in quelle di Lodi e Crema. La parrocchia di Montanara all’epoca comprendeva pure le Grazie, col santuario della Beata Vergine delle Grazie risalente al XIII Secolo, Curtatone ed una porzione della frazione di San Lorenzo. Alle Grazie – una ventina di case – abitavano circa trecento persone. Il centro delle attività era il santuario, nella cui piazza si trovavano le poche botteghe, locande e osterie, tenute in vita dal movimento dei pellegrini e del Foro Boario, aperto una quarantina d’anni prima e dove si trattava la compravendita dei bovini e del bestiame da macello e da allevamento. Il Foro era consequenziale ad un’antichissima istituzione: la fiera delle Grazie, tenuta in estate e considerata, fra le venticinque della provincia, una delle sette principali che chiamavano “dall’Estero una gran concorrenza, in ragione della quale sta la floridezza del commercio.”CLVI Nel complesso, quanto a ricchezza complessiva, non calcolando Milano, la provincia di Mantova occupava il terzo posto in Lombardia dopo Bergamo e Brescia; il quarto se si considerava la quota di capitale per abitante. Questo però non significava che l’economia locale mantovana e nello specifico dell’area di Curtatone e Montanara fosse ricca, o anche solo florida. O meglio, lo era per alcuni, ma non per tutti, specie dopo la recentissima crisi agricola del 1846-47, giunta dopo un trentennio di continui ribassi dei prezzi agricoli, iniziato in Lombardia nel 1814. Nonostante i numeri sulla carta, nei fatti il Mantovano era considerato economicamente stagnante e dunque in contrasto col resto della regione; e si teneva in bilico perché l’aumento degli introiti da bachicoltura compensava il calo di quelli da coltivazione e allevamento. 95
Può sembrare ridicolo, ma ancora a fine Ottocento questa era la mentalità e lo dimostra una storiella, autentica, risalente agli anni fra il 1895 e il 1900: un ufficiale subalterno, trasferito a Milano, andò a fissare una camera in una pensione. La proprietaria gli domandò: “di dov’è lei, tenente?” “Di Lodi”; e lei, seria: “Ah... meridionale.” 125
Nella zona di Curtatone e Montanara l’agricoltura vedeva prevalere i gelsi e le viti a Bozzolo; l’allevamento, benché molto al disotto delle medie lombarde in quantità e qualità dei risultati, a Canneto e Marcaria, mentre la coltivazione del grano e del mais era estesa in tutto il territorio, penalizzata però dalla rotazione biennale fra grano e mais, anziché triennale – rara – o quadriennale, inesistente. Nonostante questo, ogni settimana partivano da San Benedetto Po e da Bozzolo per Milano ben cinquemila sacchi di grano, un quinto di tutto il movimento granario da Mantova verso la capitale. Certo, un arricchimento complessivo c’era, ma, se si disaggregava il dato, lo si scopriva fondato sulla solita distribuzione ineguale del reddito, per cui, nei trent’anni seguiti alla Restaurazione, in Lombardia era praticamente raddoppiata la rendita delle proprietà immobiliari, ma quanti ne avevano? Pochi; e fra questi, alle Grazie, c’era Carlo Siliprandi, il maggior possidente del luogo. I Siliprandi si erano arricchiti colle eversioni dei beni religiosi del periodo napoleonico e Carlo, all’arrivo dei primi reparti sardi, il 19 aprile aveva fornito loro biada e legna, ottenendo nove giorni dopo dal Comune l’autorizzazione ad effettuare le requisizioni necessarie alla sussistenza delle truppe italiane, per cui lui dalla guerra aveva sicuramente guadagnato, altri meno; altri ancora: no, per niente. L’insediamento di cinquemila militari in una zona così piccola e tanto poco abitata aveva avuto un impatto notevole e non molto positivo, almeno in materia di viveri; e quando giunsero i Toscani la situazione era ancora non buona. Arrivato a Castellucchio nell’ultima settimana d’aprile, il tenente della Seta così descrisse al fratello la situazione: “Nissuno ha vino, perchè il paese è stato derubato dai Tedeschi, non vi è pane, non vi è che mangiare: poche casaccie sparse in quà ed in là non ispirano che miseria, tutto è uno squallore di morte: i pochi abitanti sono sbigottiti nel vederci, non sanno che rispondere, essi ci sono nemici perchè temono una reazione dei Tedeschi, il loro parlare è rozzissimo, chi ha potuto comprare qualche cosa l'ha pagata caramente. Oh come è terribile la tirannia !!! Noi marciamo sulle tracce livide che ha lasciato, e tutto ciò che ci circonda è viltà.”CLVII Che la popolazione fosse ostile per paura d’una rappresaglia austriaca non era strano. Per i sudditi lombardi, formalmente i Toscani erano combattenti nemici. I contadini sapevano che ai Toscani gli Austriaci non avrebbero fatto nulla se li avessero catturati, ma che avrebbero spedito loro sulla forca coll’accusa d’aver tradito il loro imperatore se avessero collaborato cogli Italiani invasori, perché, al di là di tutte le false romanticherie di cui fu ammantato il ricordo dell’impero asburgico una volta che fu scomparso, questa era l’Austria, questo il comportamento suo e dei suoi uomini, comportamento ulteriormente indurito dopo l’ascesa al trono di Francesco Giuseppe. Oltre alla paura delle rappresaglie, c’era quella dei combattimenti. I poveri contadini, memori dei racconti paterni e di quanto avevano visto in gioventù, sapevano bene cosa significava la guerra. Dopo lo scontro del 14 maggio, Della Seta, tuttora a Castellucchio, raccontò divertito: “Se tu avessi visto, ai primi colpi, come i contadini fuggivano coi fagotti sotto i bracci, e poi nascondersi nei fossi tra i prati: tu avessi visto taluno trascinare colla cavezza gli asini, che si facevano restii sotto i colpi nemici, ec.; bisognava tenersi la pancia dalle risa.”CLVIII
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Non c’era niente di divertente. A chi, venendo da un ambiente militare come quello piemontese di allora, ancora permeato dalla tradizione napoleonica, che vedeva nei civili “du pékin,”96 cioè un nulla, un qualcosa immeritevole di considerazione, un mondo di persone che non contavano niente perché non sapevano maneggiare un’arma, non erano mai stati al fuoco e si spaventavano facilmente, poteva sembrare divertente, ma non lo era: era tragico, specie per i diretti interessati. Però, passato il primo impatto, le cose migliorarono, almeno un poco. La paura scomparve e la vicinanza forzata si tramutò in buoni rapporti, che almeno in un caso furono coinvolgenti, perché, come ricordò Valentino Giachi, un artigliere toscano e una ragazza di Montanara si innamorarono Una settimana dopo l’arrivo in paese della Seta poteva scrivere: “Oggi giorno però le cose sono meglio disposte, ed i contadini più affiatati colla truppa, cominciano a ritornare, anzi speculano sulle cose di vitto; ed abbiamo tutte le mattine in un cortile apposito un mercatello di venditori che accorrono dai vicini paesi. La roba non è abbondante, ma chi ha la comodità come me di poter fornirsi subito, può trovare un discreto pranzo. Pane assai buono, pollami, uova, cacio, burro, latte, ortaggi e vino sono gli articoli giornalieri del vitto, che, per mutare che si faccia, son sempre le stesse cose! Il caffè e l'acquavite tutti i giorni si fanno più copiosi, anche i tabacchi ci vengono forniti, e ti dirò che non si prova più la carestia di una volta dei sigari da 2 quattrini toscani. Puoi però supporre che il prezzo è caro, …. questi paesani, … si attaccano ai centesimi come in Toscana si calcolano i paoli, ti persuadi che bisogna pagare quel che chiedono. Queste sono ad un tempo le traccie che lascia il giogo sanguinoso dello straniero, perchè vedere la miseria dei casolari in mezzo alle più rubiconde pianure che si possino desiderare, conoscere il gretto carattere dei contadini e l’idiotismo che vi regna, fa piangere di compassione per quelli, che hanno ricevuta questa educazione sotto la sferza del terrore e della disperazione.”CLIX La grettezza dei contadini veniva dalla povertà e dall’enorme valore che ogni singola monetina aveva per loro. Di fatto, in tutta Italia – e la Toscana non faceva eccezione – nella classe agricola si era in deflazione: il contante era così poco da far preferire lavorare più del dovuto pur d’averne. Chi ha denaro può permettersi di non badare al centesimo; chi non l’ha, no e cerca di limitare i danni in tutti modi, suppliche e preghiere incluse. Purtroppo però le necessità militari non consentono d’andare per il sottile: in guerra certe concessioni, pur fatte per buon cuore, possono rivelarsi dannose; e a Curtatone, d’Arco incappò in un caso del genere. Come ricordò Montanelli, per riguardo ai proprietari dei campi non aveva voluto che si tagliasse nulla, per cui la visuale dei difensori era ostruita e, il 29 maggio, gli Austriaci “venivano fin sotto i parapetti, nascosti fra le spighe.”CLX L’etimologia francese fa derivare la parola dall’Occitano “péquin” – piccino – usato sprezzantemente per indicare una trascurabile piccolezza. Il termine sembra aver preso piede nel gergo militare francese solo al tempo della Rivoluzione, restando in auge nella Grande Armata. E’ nota la storiella del maresciallo Augerau il quale, giunto in ritardo a un ricevimento, per scusarsi spiegò d’essere stato trattenuto da “du pékin”, al che Talleyrand, chiestogli cosa fosse e sentitosi rispondere che così i militari chiamavano i civili e “tutto ciò che non è militare”, ribatté col suo più gentile sorriso: “Ah, ho capito, come noi chiamiamo militare tutto ciò che non è civile.” Il termine restò in uso fra i reduci napoleonici passati al servizio sabaudo dopo la Restaurazione e si conservò nell’Armata Sarda fino a dopo l’Unità d’Italia, scomparendo rapidamente a partire dall’ultimo quarto dell’Ottocento. Vale la pena di rilevare che un atteggiamento di così sprezzante superiorità nei confronti dei civili fece parte del bagaglio di doni portati all’Umanità – colla maiuscola – dalla Rivoluzione Francese, perché nelle corrispondenze e nei diari dei militari dei due secoli precedenti, i civili erano considerati come gente da sfruttare, questo si, ma mai menzionati con disprezzo. 96
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Dopo sette ore di cannoneggiamento, attacchi e contrattacchi non ne rimase una in piedi: il buon cuore di d’Arco Ferrari aveva penalizzato i Toscani e non era stato d’aiuto ai contadini. Oltre agli abitanti del posto, si spingevano fino al campo pure altri, attratti dalla speranza di qualche piccolo guadagno, portando viveri, o preparando pasti, specie la sera. Giachi ricordò: “E queste cene si facevano da una certa amabile e buona vivandiera lombarda, che con qualche provvista era venuta in mezzo a noi, e che colpita il 29 maggio da una palla nella gola, mentre portava via la sua merce, pagò essa pure all’Italia il suo tributo di sangue.”CLXI Questa poverina, venuta in cerca d’un po’ di onesto lavoro e di fortuna, fu una delle due donne cadute sul campo in quella giornata; l’altra fu la moglie d’un volontario che aveva seguito il marito abbigliata da uomo e che, vistolo cadere il giorno della battaglia, aveva preso il fucile per sparare contro gli Austriaci urlando “assassini, assassini!” ed era stata uccisa anch’essa. Chi non vedeva alcun tornaconto nella presenza degli Italiani o li considerava giacobini rivoluzionari, teneva smaccatamente per gli Austriaci e li aiutava come poteva, come faceva il parroco delle Grazie del quale sappiamo qualcosa dal caporale Ademollo degli universitari. Questi, menzionando le morti del milite universitario Enrico Lazzaretti e del maggiore Landucci, ricordò, moltissimi anni dopo: “furono tumulati insieme agli altri nel cimitero delle Grazie, osteggiante quel curato o parroco, il quale, partitante degli Austriaci, considerava noi Italiani come bestie e carnaccia da macello (sono sue precise parole, dette ad alcuni suoi sottoposti vari giorni dopo, nel tempo che dalla cima del campanile faceva de'segni di spionaggio alla guarnigione di Mantova)”CLXII Precisando che i due erano caduti in combattimenti avvenuti in giorni diversi, Nerucci si levò la soddisfazione di commentare in nota: “Del parroco delle Grazie era nota l’ostilità contro gl’Italiani e corse voce che avesse un battibecco col Giambastiani di Lucca, cappellano militare dei Volontari, battibecco che finì, si vuole, con una buona dose di cazzotti amministrata dal Giambastiani al parroco, protestandogli, che tra loro preti non aveva forza il quicumque clericum percusserit, suadente diabulo, anathema sit 97 del Concilio Tridentino. Ma relata refero.”CLXIII Qualcosa del genere capitò pure a Montanara. Lo raccontò Giachi del II Fiorentino: “Una volta fu detto che l’Arciprete di Montanara faceva segnali ai Tedeschi col sonar delle campanie. Montammo in furore, ma poi, per quella pronta generosità, che mai fa difetto in cuore italiano, ci contentammo di tagliar le funi del campanile, e di obbligare il prete a dir la messa alle truppe schierate, e a benedirci.”CLXIV
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Sia anatema a chiunque, persuaso del diavolo, abbia percosso un prete 128
C’era una bella differenza fra quei due parroci e don Luigi Martini, l’ex parroco di Levata di Curtatone, il prete “liberale”, divenuto rettore del seminario di Mantova proprio nel 1848, il quale pochi anni dopo avrebbe assistito i Martiri di Belfiore prima che salissero al patibolo.
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Capitolo IX 29 e 30 maggio 1848: Curtatone, Montanara, Goito e Peschiera.
Il 27 maggio Radetzky decise di mettersi moto con 40.000 uomini. Poiché riteneva forti le posizioni occupate dagli Italiani davanti a Verona, scartò l’attacco frontale e decise di aggirarle da sud, con una marcia che, traversando il Mincio a Mantova e risalendo a nord, lo avrebbe portato a tagliare le comunicazioni fra l’Armata Sarda e Milano ed a sbloccare Peschiera. Nella notte fra il 27 ed il 28 le truppe austriache, divise in tre colonne, effettuarono una rischiosa marcia, presentando il fianco alle posizioni sarde di Villafranca, senza però riceverne alcun danno. Solo nella mattinata del 28, quando ormai anche l’ultimo austriaco era entrato a Mantova, arrivarono al comando del I Corpo sabaudo le prime notizie di quanto era avvenuto. La congiuntura era critica dato che tra gli Imperiali e i Sardi c’era ora il Mincio. Il Comando Supremo ordinò a Bava di affrettarsi a passare sulla riva destra del fiume con tutte le forze disponibili e di avvertire de Laugier che, effettuata un’azione ritardante coi suoi uomini, ripiegasse poi su Goito, dove avrebbe trovato le truppe sarde. L’impresa era tutt’altro che facile; specie considerando che Radetzky aveva lasciato a Verona 20.000 uomini col compito di eseguire azioni dimostrative. Bava riuscì comunque a radunare cinque brigate di fanteria,98 quattro reggimenti di cavalleria, quattro batterie e mezza ed un po’ di bersaglieri facendo loro passare il Mincio nella notte fra il 28 ed il 29, concentrandoli poi verso Volta. Radetzky uscì da Mantova il 29 mattina e andò a cozzare contro i militari di Laugier schierati sulla linea Curtatone – Montanara. Cinquemila toscani e napoletani con sei cannoni bloccarono per sette ore l’attacco frontale di 16.000 austriaci, infliggendo loro perdite per circa 800 uomini ma lasciando sul terreno 700 tra morti e feriti ed più d’un migliaio di prigionieri. Curtatone e Montanara furono l’unico grosso scontro in cui vennero impegnati tutti i Toscani e, un po’ per quello, un po’ per la fondamentale azione ritardatrice alla quale si dové la vittoria di Goito il giorno dopo, un po’ per la presenza dei volontari universitari, assurse, benché non subito, ad una fama decisamente superiore alla sua peraltro non trascurabile importanza militare. Vediamo come andò. Sappiamo che Laugier aveva preso il comando il 27 maggio. Lo stesso giorno gli erano arrivati quattro pezzi d’artiglieria coi relativi traini, insieme alle prime voci dell’attacco imminente, sparsesi quel giorno pure fra i soldati, come testimoniano lettere e memorie. Secondo de Laugier il 28:
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Aosta, Granatieri Guardie, Cuneo, Acqui e Casale. 130
“mi giunse un riservato dispaccio del generale Piemontese Bava, da cui dipendevo. In esso segretamente avvertivami: «Credersi avviati a Mantova circa 6 in 8 mila uomini provenienti da Verona: esser possibile un attacco contro le mie posizioni; stessi in guardia cautissimo, e vivessi certo che troverei in lui un valido e sollecito soccorso». Comunicato al colonnello Campia quell’avviso, e date a lui confidenzialmente le competenti istruzioni, mi trasferii sollecito a Montanara onde fare altrettanto col tenente colonnello Giovannetti. A notte inoltrata rientrato alle Grazie, riprendeva le interrotte occupazioni; dettava ordini e provvedimenti in guisa tale da non destar apprensioni o vani timori. Alle 11 e mezza giungevami un secondo dispaccio del general Bava. Accertavami questi per positivo l’incamminamento da Verona a Mantova d’un forte corpo di truppe, avvertendomi, che nel caso d’un attacco imponente, correrebbe in mio soccorso con forze competenti. Interessarmi a tener fermo quanto più potessi, e come non dubitava. Poco prima dell’alba del 29 riceveva un terzo dispaccio. Esso ponevami in dubbio, se sulla fronte o nel mio fianco sinistro per cogliermi quindi alle spalle, sarei stato assalito: Mi premunissi, attendessi, e se malgrado ogni difesa fossi a ceder costretto, mi ritirassi per Gazzoldo fin sotto Volta.”CLXV Ci fu una conferma da parte toscana: “Nel giorno 28 le voci di un prossimo attacco e combattimento presero maggiore consistenza, giacchè la sentinella che avevamo sulla parte più alta del campanile della chiesa delle Grazie segnalò l'ingresso in Mantova, dalla parte di Porta S. Giorgio, di grandi masse scure di armati nemici. Questa sentinella, se la memoria non m'inganna, fu lo Studente Temistocle Angelotti di Chianciano o lo Studente Carlo Sozzi di Chiusi.”CLXVI Quella notte gli Austriaci finirono di concentrarsi a Mantova. Scrisse il caporale Azzati: “…la notte dal 28 al 29 maggio. Io ero capoposto…99 Nel silenzio della notte si sentiva benissimo il rumore dei treni e artiglierie del Corpo d’Aspre che entrava a Mantova.”CLXVII Aggiunse Valentino Giachi a proposito dell’attacco imminente: “Noi comuni avevamo avuto di ciò qualche sentore, e presagita l'imminente burrasca; perchè, il giorno innanzi, era giunto fino a Montanara un rumor confuso ed insolito di tamburi e musiche dalla vicina Mantova. Sulla sera poi, il Giovannetti raccolse gli uffiziali, dette ordini gravi, e ci mandò a dormire con una buona dose di cartucce e lo zaino in spalla.”CLXVIII Nonostante la certezza pressoché assoluta dell’imminente attacco – due ufficiali d’artiglieria il 28 l’avevano dato per certo entro il mezzogiorno del 29 ai volontari – ci fu chi prese la cosa con calma 99
Fermo restando quanto detto nella nota 86, la guardia occupa un posto di guardia dal quale dipendono più posti di sentinella, ognuno dei quali coperto da una muta. Il capoposto è il graduato di truppa comandante responsabile dell’intero posto di guardia nell’arco delle ventiquattr’ore del turno e dunque di tutte le mute. 131
e alcuni Senesi si spostarono isolati da Curtatone a Montanara. Il motivo era molto pacifico: erano stati invitati a un banchetto dai fratelli Marco e Alessandro Saracini, tenente colonnello comandante il Battaglione Pisano-Senese: doveva svolgersi il 29 maggio a Montanara; nessuno sapeva che stavano arrivando degli intrusi senza invito. Prima dell’alba del 29 de Laugier uscì a cavallo per un giro lungo il Mincio, a monte del lago. Nell’incertezza del punto d’attacco, con poche forze disponibili, minacciato da un’enormità di nemici, su posizioni difficili, guardate da truppe inesperte e con poche artiglierie, era preoccupatissimo. La sua sola speranza era l’arrivo di Bava coi rinforzi, speranza ravvivata all’alba del 29 quando, fra Sacca e Rivalta, s’imbatté in un ufficiale ed un lanciere piemontesi da cui seppe che il loro squadrone era vicino ed aveva passato la notte pattugliando il Mincio per ordine di Bava, il quale era già a Goito col suo corpo d’armata. Il soccorso stava arrivando! Per il momento, invece del soccorso giunsero notizie dei nemici: da Governolo il maggiore Fontana aveva visto poderose forze austriache in movimento verso le posizioni toscane. Laugier ordinò alle quattro compagnie del I Battaglione Fiorentino stanziate due a Sacca e due a Rivalta d’intensificare la guardia al Mincio e d’avvertirlo di qualsiasi movimento. Pose un robusto presidio al ponte di Fossa Nuova insieme a un ingegnere – non si sa se ufficiale del Genio o militare civico – col necessario per farlo saltare e terminò il giro ordinando alle ultime due compagnie del I Fiorentino del maggiore Fortini di restare a Castellucchio dove già erano, barricarcisi e tenersi pronte a sostenere il grosso in caso di ritirata, ripiegando poi su Gazzoldo, Goito, o le Grazie, se e quando avesse loro mandato l’ordine. Per maggior sicurezza, rientrato alle Grazie, staccò una compagnia cannonieri con un cannone da sei dal centro dello schieramento e la mandò in caposaldo fuori di Rivalta, al bivio per Goito e Gazzoldo. Concesse due cannoni al colonnello Campia a rinforzo di Curtatone e, ricordando quanto gli sarebbe servito un pezzo a corta gittata due settimane prima a Montanara, mandò là il tenente Araldi coll’obice che gli rimaneva e l’ordine a Giovannetti di far venire in cambio alle Grazie un cannone da sei coi tenenti Mosel e Agostini della Seta. Contemporaneamente inviò a Campia a Curtatone e a Giovannetti a Montanara ordini precisi e formali: in caso non potesse reggere, Giovannetti doveva ripiegare su Curtatone; se trovava la strada già sbarrata, allora a Castellucchio e poi per Gazzoldo a Goito, portandosi via le due compagnie fiorentine di Fortini da Castellucchio. L’obice col tenente Araldi arrivò a Montanara, ma il cannone e i due ufficiali attesi non tornarono alle Grazie, vedremo poi perché. Laugier ne attribuì la colpa a Giovannetti e lamentò: “fu per me doppio danno. Rimasi alle Grazie privo affatto d'artiglieria di riserva, e mancò a Curtatone nella massima urgenza, chi sostituisse alla batteria l’uffiziale mancante.”CLXIX E non c’era più tempo: venivano! “Potranno essere state circa le 6 o le 7 di quel mattino, che un nostro corpo di guardia avanzato di Curtatone, che aveva a capo-posto il sargente Arrigoni di Linea, die’ l’allarme dell’avvicinarsi del nemico: seguì all’allarme uno scambio di fucilate, prima isolate e poi continue.”CLXX Questa versione dei fatti si scontra colla testimonianza di de Laugier, il quale asserì d’aver osservato dal campanile delle Grazie la campagna verso Mantova poco prima delle 9, ammettendo però: 132
“ma tra l’altezza del grano, le case e il folto delle piante, nulla vidi, che indizio porgesse d’aggressione nemica. E già lusingavami, esser, secondo il consueto, false le voci, quando alle 9 e mezza odo tuonare il cannone….”CLXXI Per quale motivo Radetzky abbia scelto un attacco frontale anziché un aggiramento non si capisce. Per gli Austriaci non era una buona idea, specie dopo i due tentativi falliti nei giorni avanti. Conoscevano la debolezza numerica dei Toscani, la loro scarsa artiglieria e la sostanziale mancanza di cavalleria. Li sapevano poco addestrati e dunque incapaci di reggere il confronto in campo aperto, perciò fissarli sulla linea per facilitare un aggiramento sarebbe stata la scelta migliore, e l’aggiramento doveva essere per forza a sud di Montanara, dove finiva l’ala destra italiana: bastava spedire un buon corpo di cavalleria per i campi a sud degli ultimi avamposti italiani, risalendo alle loro spalle fino a Curtatone ed era fatta. In al massimo un’ora la difesa sarebbe crollata e la strada per Goito si sarebbe aperta. Ma non fu fatto. Radetzky volle l’attacco frontale, la soluzione peggiore. Per gli Italiani sotto molti aspetti un attacco frontale era una fortuna. Lo spiegò implicitamente de Laugier elencando le sue preoccupazioni prima della battaglia, in forze delle quali scartò la ritirata: “…come levare, senza combattere, le truppe dai parapetti? come congiungerle, distanti e separate com’erano? Era lo stesso che sottoporle a un sicuro massacro, poichè inbaldanzito il nemico nell’osservare che al solo suo aspetto, vilmente abbandonavamo le posizioni, sarebbe precipitoso e in massa su noi piombato, avrebbe un corpo dall’altro interciso, e facilmente tutti presi o sconfitti. In qual guisa resister poi per undici miglia di ritirata, in aperta pianura, all’avversa numerosa cavalleria e artiglieria, con poche truppe, brave certamente, ma punto addestrate nel campeggiare a dovere?”CLXXII In realtà non sapeva se le sue truppe fossero brave o no; lo sperava e lo scoprì quel giorno, ma certezze non ne aveva, non all’alba del 29 maggio. Comunque, quando si hanno dei soldati poco addestrati a manovrare in campo aperto, la cosa migliore è tenerli nelle fortificazioni campali: sono protetti, non devono muoversi, sparano al coperto contro nemici allo scoperto, è più facile rifornirli, portar via i feriti e spostare i rincalzi. Per tutti questi motivi, quando fioccarono le prime fucilate, intorno alle nove del mattino, nessuna delle due parti immaginava che la battaglia sarebbe durata sette ore, terminando, dopo tre assalti frontali, quando gli Austriaci avessero compiuto l’unica mossa logica, quella da fare fin dal principio: l’aggiramento dell’ala destra italiana da sud. Radetzky aveva forze imponenti. Lasciato il luogotenente feldmaresciallo von Weigelsperg a Verona con 16.000 uomini a tenere la fortezza e le comunicazioni coll’Austria, si era portato a Mantova il I Corpo adesso sotto il luogotenente feldmaresciallo Wratislaw, con 15 battaglioni di fanteria, otto squadroni e 36 pezzi d’artiglieria, giunti a Mantova nel pomeriggio del 28; il II del parigrado d’Aspre, con 17 battaglioni, e altri otto squadroni e 36 pezzi d’artiglieria, entrati in città la sera del 28 e infine il III Corpo del luogotenente feldmaresciallo von Wocher, il Corpo di riserva, arrivato nella notte sul 29 con solo 11 battaglioni, ma ben 28 squadroni, 79 pezzi d’artiglieria e il treno da ponte, per cui gli Austriaci avevano 43 battaglioni e 44 squadroni, per un totale, senza contare la guarnigione di Mantova, di circa 40.000 uomini con 151 pezzi d’artiglieria.
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A questa massa imponente, Laugier poteva opporre in teatro 6.876 uomini a piedi, i quali, dedotti gli assenti, i malati e i 606 non combattenti – sanità, genio, sussistenza, treno – scendevano a 6.270, con 118 cavalieri e undici pezzi d’artiglieria: nove cannoni da sei e due obici. Attenzione però: ho detto in teatro, non in linea. Infatti da quei 6.270 andavano tolti i 940 fanti napoletani e toscani con 14 cavalieri e due cannoni a presidio di Goito, i 402 civici a Rivalta e Sacca con altri quattro cavalieri, gli 80 uomini delle due compagnie del Battaglione Fiorentino incaricati di tenere il bivio di Gazzoldo con un cannone e i 163 uomini stanziati a Castellucchio. Cosa restava? Restava la poco imponente forza di 4.685 regolari e volontari, 100 cavalieri e otto pezzi a fronteggiare i nemici. Secondo la loro relazione ufficiale, quella mattina 18.000 fanti e 2.000 cavalieri austriaci – cioè meno della metà delle truppe in teatro, ma pur sempre superiori per più di 4 a 1 – marciarono contro gli Italiani su tre colonne. La prima, gli 8.100 uomini delle brigate Benedek e Wohlgemuth della divisione del principe Felice Schwartzemberg, puntò dritta sui 2.222 fanti, 76 cavalli e quattro pezzi di Curtatone: proporzione 3,5 a 1. La seconda, coi circa 6.800 uomini delle brigate Strassoldo e Clam Gallas della divisione del duca Carlo Schwartzemberg, si abbatté sui 2.463 fanti, 24 cavalieri e quattro pezzi a Montanara: proporzione 2,7 a 1; la terza, del principe Federico di Liechtenstein, rimase in riserva con 3.000 fanti e tutti e 2.000 i cavalieri. Col senno di poi, la proporzione di forze indica che Radetzky volesse fissare i difensori di Montanara per impedir loro di soccorrere Curtatone, dove contava di sfondare: semplice, diretto e sbagliato; e lo dimostrarono i fatti. Torniamo a de Laugier. L’abbiamo lasciato alle Grazie alle nove e mezza del mattino quando udì i primi rombi di cannone, poi “un messo da Montanara mi avvisa (essendo colà tutta la strada di Mantova intieramente scoperta) vedersi inoltrare numerose colonne. Contemporaneo pervienmi un quarto dispaccio del tenente general Bava «Non più» di fianco, ma in fronte sarò attaccato da tutte le forze Austriache: Scaloni subito indietro le truppe, per esser’in grado, nel caso, che non possa più tener fronte al nemico, di ritirarmi su Volta».”CLXXIII Sentendosi sicuro dell’imminente soccorso piemontese e della sua ala sinistra, protetta dal fiume, de Laugier, da bravo napoleonico, fece una cosa che avrebbe ripetuto due mesi dopo a Custoza: sgombrò le retrovie in caso di ritirata; ordinò al maggiore Belluomini d’avviare subito a Goito magazzini e salmerie e informò Bava dell’attacco. Poi montò a cavallo e andò a Curtatone. Campia, comandante di settore, aveva fatto tutto il necessario: i fucilieri erano ai loro posti; i tiratori, in ordine sparso fuori dei trinceramenti, stavano effettuando un fuoco d’interdizione e rallentamento del nemico, sostenuti dall’artiglieria in azione a media gittata. C’era ancora tempo prima dell’urto vero e proprio; e de Laugier, memore della sua gioventù, fece come l’Imperatore: la cavalcata davanti alle truppe. Uscì davanti ai trinceramenti e passò coi suoi aiutanti lungo tutto lo schieramento, incurante del tiro nemico, mentre i soldati, entusiasti smettevano man mano di far fuoco e, messi i berretti in cima alle baionette, alzavano i fucili e l’acclamavano gridando “Viva l’Italia.” Galvanizzati, sarebbero andati oltre ogni previsione: il ’48 fu anche questo, il Risorgimento fu questo. Procedendo al fissaggio, il primo attacco austriaco fu a Montanara, dove alle 8 e mezzo Alarico Carli e gli altri del II Fiorentino vennero fatti rientrare dai posti avanzati: la difesa era già pronta. Rammentò Giachi, del medesimo Battaglione: 134
“All’alba fummo svegliati, e silenziosamente distesi in riga dietro il parapetto, pronti a far fuoco. L'intrepido Beraudi co’suoi bersaglieri uscì allo scoperto, e gli distribuì per lo spazio di circa mezzo miglio. Il Giovannetti percorse il dietrofila, impose silenzio ad alcuni audaci, che si erano messi a cantare e a gridare: Viva l’Italia, e si piantò a cavallo dietro la batteria sulla strada, guardando col cannocchiale i movimenti del nemico. Dopo qualche tempo di trepidazione, cominciammo a sentire la cannonata a Curtatone e dalla parte di San Silvestro. A Montanara,il combattimento cominciò un’ora dopo, e fu tra i cacciatori del Tirolo e i bersaglieri del Beraudi, i quali si ritirarono in buon ordine.”CLXXIV Precisò il maggiore Viglia: “una forte divisione Tedesca comandata da un Generale si avanzò fuori il tiro del cannone e là rimase forse per attendere che le altre Colonne avessero il tempo di avanzarsi e così agire di concerto. Tutta la Truppa di Montanara si pose ai posti assegnati dietro i trinceramenti.”CLXXV L’azione di Beraudi rallentò l’avanzata degli Austriaci, che intanto, messe in posizione le batterie, cominciarono il tiro di preparazione. Continuò Giachi: “Noi ce ne stavamo chinati dietro il terrapieno con la mano sul grilletto del fucile, quando alcuni razzi e bombe cominciarono a passarci, senza far danno, sul capo. Di che burlandosi i Fiorentini… quasi fossero al gioco del pallone, gridavano “Fallo, fallo!”100 Una bomba caduta sopra una grossa botte di vino che si sparse tutto sul terreno provocò una risata generale. Ma il colonnello ci dette una severa occhiata, come poche settimane innanzi facevano alle scuole i nostri maestri e comandò a noi e ai cannonieri di fare fuoco.”CLXXVI Chiosò Carli: “Un prigioniero ungherese che venne in questo tempo ci disse che avremmo da far molto perchè son molti.”CLXXVII Poi aggiunse: “Il fuoco era vivissimo da tutte le parti, e le palle di cannoni, razzi, bombe ed altre diavolerie ci chiacchieravano sopra le teste nostre in modo che per allora ci facevano udire, e cantavamo tutti di gioia.”CLXXVIII Mentre Beraudi era fuori a contrastare l’avvicinamento nemico, alle undici di mattina giunse da Montanara Araldi col suo obice e l’ordine a Mosel e della Seta di spostarsi, ma proprio allora i 100
Nel calcio fiorentino i punti sono detti cacce e si hanno ogni volta che la palla finisce in rete a fondo campo. Quando però va al di sopra della rete per errore degli attaccanti o tocco d’un difensore, viene assegnata una mezza caccia – cioè un mezzo punto – all’avversario. Ad ogni segnatura di caccia le squadre devono cambiare lato del campo. 135
tiratori, respinti, rientrarono nelle linee cogli Austriaci dietro, sicché Giovannetti ordinò di battere la generale. L’artiglieria toscana entrò in azione sotto il comando di della Seta, ufficiale più anziano.101 Riferì: “L’obusiere sul principio è messo in batteria sulla via di Mantova, dopo l’ho fatto cambiare con un pezzo, perchè il nemico ha palle da 12 e noi non ne abbiamo che da 6. I cannoni sulla strada sono coperti da due parapetti a cannoniera, a destra e sinistra sui prati e i campi vi sono due parapetti che difendono due battaglioni. Altri 4 battaglioni sono distesi per la via di S. Silvestro e per i campi. …. Il primo fuoco adunque ha cominciato alle ore 11; non ti posso dire in pochi istanti come fosse nutrito e terribile un fuoco di moschetteria e di artiglieria su tutti i punti; a Montanara noi avevamo addosso 8000 uomini.”CLXXIX Se a Montanara la prendevano bene, a Curtatone erano un po’ meno allegri. Là, come già sappiamo, verso le 7 del mattino il sergente Arrigoni del 1° di Linea aveva dato l’allarme: gli Austriaci avanzavano. Campia mandò fuori una ricognizione, affidandola a Vincenzo Malenchini, mazziniano, capitano del disciolto battaglione civico livornese, uno dei concittadini rimasti. Aveva organizzato un gruppo di bersaglieri, cioè di tiratori scelti addestrati al combattimento in ordine sparso e adesso ne aveva tratto una dozzina di volontari. Seguito da loro, era uscito dai trinceramenti. Si erano infilati nel grano ed erano spariti fra le spighe altissime. Incappati subito nelle avanguardie nemiche, avevano ingaggiato un primo scontro in ordine sparso. Uditolo, immediatamente, sulla strada per Mantova, il capoposto universitario Enrico Azzati fece “…come ne avevo la consegna, asserragliare la strada con tronchi d’albero alle prime scariche.”CLXXX Premuto da forze preponderanti, Malenchini rientrò coi suoi, seguito dal nemico che, invisibile nel grano, arrivò fin sotto la trincea, aprendo il fuoco sui Toscani da pochi passi. Il colonnello Campia riferì poi a de Laugier: “l’inimico si presentava fortissimo sulla nostra fronte, e malgrado i nostri sforzi per impedirnelo, stabiliva tre batterie, l’una alla casa dove aveva l’avanzata a sinistra, la seconda sulla strada, la terza nei campi a destra formanti un angolo rientrante, il di cui vertice appoggiava alla strada medesima. Avuto un rinforzo dalla S.V. Ilustrissima di due pezzi d’artiglieria, ne aggiunsi uno ai due che già avevo in batteria, e feci arrestare il secondo al di quá del ponte in riserva.”CLXXXI Con quel piccolo sostegno d’artiglieria, la difesa reagì bene. La fucileria aumentò di minuto in minuto fino alle 9, sicché qualche testimone la descrisse in seguito come un continuo rullo di tamburo, intervallato dai rombi più cupi delle cannonate. De Laugier era in difficoltà. Dei quattro pezzi a Curtatone, due soli erano stati usati. L’obice era rimasto inattivo dal primo colpo: la prima carica a mitraglia era stata inserita senza scuffietta, cioè mettendo le pallottole nella volata del pezzo senza l’involucro e non si poteva sparare senza causare un disastro, però in prima linea non si poteva nemmeno levarle, né si poteva rimandarlo Come scrisse, il suo distaccamento si componeva di: “57 cannonieri serventi, 14 altri di riserva, 33 cavalli, 17 del treno, 3 cannoni da 6, un obusiere e 4 cassoni.” 101
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alle Grazie, perché i postiglioni civili erano troppo spaventati per uscire allo scoperto, attaccare il traino e portarlo via, perciò l’obice rimase inattivo. Quanto ai pezzi da sei, uno era stato spedito alla postazione sul lago, ma poiché là c’erano solo tre feritoie dalle quali si poteva sparare, l’avevano lasciato da parte senza adoperarlo.102 Nel frattempo Laugier era stato avvertito dello scontro a Montanara. Non ne conosceva l’entità e non riusciva a capire se era un diversivo o l’attacco principale e, in questo caso, se mirava a sfondare o ad attrarre i Sardi lontano da Peschiera. per assalirli là e sbloccarla. Doveva contrattaccare, o era meglio continuare a resistere senza uscire dai trinceramenti? Scrisse: “Sopra 2200 uomini distesi a difesa lungo un terreno di circa 700 tese, 103 ben pochi di riserva me ne potean rimanere per tentar un attacco. Infatti lasciate alle Grazie, per le differenti guardie e custodia del paese, le due piccole compagnie granatieri, aveva impostato quale riserva al bivio di quella strada con Curtatone, il battaglione universitario, forte di 280 uomini (del quale non voleva servirmi che all'ultima estremità), due compagnie d’artiglieria del centro, ascendenti in totalità a 140 uomini, e i 76 cacciatori a cavallo. Sceso pertanto dalla casa di Campia, mi decisi azzardare contro il fianco sinistro nemico un’ardita esplorazione, la quale potesse anco convertirsi, al bisogno, in utile diversione. Trasferitomi pertanto alla suddetta riserva, ne feci uscir le due compagnie cannonieri, e tolti da esse quanti si disser capaci al maneggio dei pezzi per mandarli alla batteria, condussi il resto alla destra del campo,104 sotto una grandine di palle, razzi e granate. Strada facendo, tolsi dalle trincere, assottigliandone i difensori, ove più folti vedevane, circa 150 tra civici Napoletani e Lucchesi; e dato di tutti all’intelligente capitano d’artiglieria Contri il comando, per un sentiero coperto lo avviai, munito di competenti istruzioni, all’ideata esplorazione. I bravi giovani universitarj soli rimanendo in riserva, si offesero della trascuranza. Li calmai, promettendo loro di farne presto buon uso. Ma nel partire raccomandai al colonnello Melani, e ad altri uffiziali superiori, che seco loro rimanevano, di non impegnarli senza positivo mio ordine. Compiuto quanto potea interessare Curtatone, credetti ormai tempo di recarmi sul campo di Montanara, ove udiva pure il fuoco vivissimo. Campia e il prode tenente colonnello Chigi, mio capo dello stato maggiore, rimasero direttori in Curtatone.”CLXXXII
De Laugier spiegò: “Ebbi torto, sommo torto di non accorgermi di tal’errore o dimenticanza; ma nel percorrer la linea non essendomi mai quel cannone caduto sott’occhio, non potè tampoco in me risvegliarsi l’idea di giovarmene. E forse non vi sarei riuscito, mentre allorchè reduce dal visitar tutta la linea di battaglia, mi fermai lungamente nella batteria per correggere i tiri, ed anche per puntar da me stesso, onde porgere ai cannonieri maggior regolarità e sangue freddo, visto l’infortunio dell’obizo, cercai postiglioni per mandarlo a scaricare alle Grazie. Malauguratamente però facendo questi le veci di soldati del treno, ed uno essendone già stato ucciso, gli altri fuggiti o nascosti dietro al portone d’una corte, non vi fu modo d’indurli ad uscirne e rimontar a cavallo. Fu di poi più di me fortunato, come diremo, il tenente Pekliner.” 103 Una tesa è 1,949 metri, perciò 700 tese equivalgono a un chilometro e mezzo. 104 De Laugier dimenticò di dire che fece avanzare a Curtatone le due compagnie granatieri, riducendo la riserva al solo Battaglione Universitario. A parte le relazioni successive, lo scrisse l’aiutante maggiore del Battaglione, capitano Molinari: “Sul mezzogiorno i Granatieri marciano su Curtatone, ove il fuoco è vivissimo, in specie di cannone. ” 102
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La ricognizione del capitano Contri si tramutò in un contrattacco d’alleggerimento sul fianco della colonna austriaca e la costrinse a ritirarsi, mentre Contri manteneva i suoi in avamposto là dove erano arrivati. Il primo attacco era finito. Era durato due ore. Intanto de Laugier stava andando a Montanara accompagnato dai capitani Cipriani, toscano, e Villamarina, sardo, e “percorrendo lo stradale paralello alla linea Austriaca, ma senza vederla stante le accidentalità del terreno, nè esserne molestato, giunsi alle due pomeridiane, fra i combattenti di Montanara.”CLXXXIII Accolto da grandi acclamazioni, ordinò a Giovannetti di mandare alle Grazie il cannone da 6 coi tenenti Mosel e Agostini della Seta, però “ei tanto mi pregò di lasciarneli, essendo ormai impegnati nel fuoco, che non potei negarglielo.”CLXXXIV Poi de Laugier si guardò intorno e cominciarono le sorprese. La truppa era allo scoperto nel prato sulla destra della batteria, anziché al riparo dietro alle feritoie della posizione alle spalle. “Ne chiesi al Giovannetti il motivo, ed egli colla consueta sua ilarità mi rispose: Gli Italiani denno mostrar il petto al nemico. È viltà il nascondersi. Lasciamolo fare agli Austriaci. No, amico mio, replicai, noi dobbiamo risparmiar più che si può il sangue dei nostri figli: Non è viltà; è prudenza, è dovere. Ritirali subito dietro alle feritoje. Proseguendo quindi a percorrer la linea di battaglia, non con minor maraviglia, scorsi il capitano Luigi Fabbri della civica Livornese, ch’io credeva stanziato alla Santa a proteggere le spalle e il fianco più esposto di Montanara, tornare dal bersagliare il nemico fuor della linea. Domandato a lui perchè qui si trovasse e non più alla Santa, rispondeva aver Giovannetti chiamato sul campo di battaglia non la sola sua compagnia, ma una seconda pur Livornese, e le due del 10mo Napoletano. Rivolto allòra a Giovannetti esclamai: Ma che hai mai fatto? Rinvia immediatamente alla Santa le quattro compagnie. Fatale potrebbe riuscirti lasciare sguarnito quel punto importante! Non tardare ti prego.”CLXXXV Infine fece consegnare a Giovannetti le istruzioni scritte per l’eventuale ritirata e, eccitate le truppe a resistere e tenere alto il morale, coi suoi aiutanti di campo tornò a Curtatone per la stessa via dell’andata, ma stavolta sotto una gragnuola di fucilate nemiche, tanto da fargli temere l’inizio d’una manovra per separare le due postazioni italiane: era iniziato il secondo attacco a Curtatone. Respinto il primo, gli Austriaci avevano messo in batteria dodici pezzi ed aperto il fuoco di preparazione prima di lanciare la fanteria. Purtroppo colsero un buon bersaglio: un cassone di polveri. Montanelli era là e narrò: “Un razzo caduto sulla cassa delle polveri suscita un incendio che uccide o ferisce gran parte degli artiglieri. Nicolini è ferito. Una aiuola lì appresso ai cannoni, dove io combatteva, mi rese imagine di bolgia infernale. La lieta faccia del cielo velata dal fumo della battaglia, una casa e un pagliaio in fiamme, l’aria arroventata, le cannonate spességgiano, sibilano palle, piovono bombe, gli artiglieri incendiati corrono qua e là chi ignudo, chi stracciandosi le vesti in fiamme; e nulladimeno in cotesto inferno raggia dal volto dei combattenti letizia celeste, e giovanetti imberbi combattono da leoni, e ogni evviva all’Italia rinfresca l’entusiasmo della battaglia come se allor cominciasse.”CLXXXVI
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Ferito Niccolini e fuori combattimento i cannonieri, i pezzi restarono muti. Accorse il tenente Pekliner, mentre il furiere Gaspari, dell’Elba, rimasto nudo per l’incendio, continuava a puntare i pezzi e a caricarli. Per farli sparare, persa la miccia, il sergente Calamai e altri adoperavano i fiammiferi e gli stracci fumanti delle uniformi bruciate. In questo caos due ufficiali di fanteria toscani arrivarono da Chigi a chiedere rinforzi per l’ala sinistra. Lui rispose di non aver nulla e loro gli ricordarono la presenza alle Grazie d’un Battaglione – quello Universitario – e due pezzi d’artiglieria. Chigi allora ordinò all’aiutante di campo marchese Mannelli Riccardi di far avanzare su Curtatone il Battaglione e di proseguire poi per Le Grazie a farsi dare l’artiglieria dal maggiore Belluomini. L’ordine fu eseguito. Il Battaglione Universitario era rimasto incolonnato in riserva fino a quel momento, ricevendo qualche palla morta, sicché il colonnello Melani l’aveva fatto arretrare per sicurezza. Narrò l’indomani un anonimo volontario: “Da poco tempo il colonnello Melani ci aveva fatto indietreggiare di 100 passi, quando uno a cavallo sopraggiunse a chiamarci in soccorso dei nostri, che pericolavano in prossimità del Lago.105 Ci moviamo allora gridando: Viva Italia ! — e giungiamo al ponte, ove uno spettacolo tremendo ci si presenta. I carrettoni della munizione divorati dalle fiamme, da 15 o 16 Cannonieri bruciati, neri, deformi, venivano consegnati all’ambulanza, di cui già tre furgoni erano ripieni di feriti. Il ponte e la destra trincera da nessuno difesi. Un nembo di bombe, di palle, di mitraglia, di razzi alla congreve traversava fischiando l’aria. Giungiamo incolumi presso il ponte, abbassandoci onde evitare le palle, volgiamo a sinistra e ci portiamo alle case per metà dirute dall’artiglieria nemica, e ivi ci collochiamo, parte riparati in queste case, parte esposti a tutto il fuoco nemico; fra questi eravi Molinari, Pilla, Mossotti. Un gruppo dei nostri va alle barricate di sinistra, ove già era la Linea, un gruppo ai mulini dalla parte del Lago. Per un momento desiste il sibilare continuo de’proiettili, che da tutti i lati fioccavano. Allora gli Universitari salirono sulle barricate per mirare meglio il nemico. All’improvviso 5 o 600 Austriaci sbucarono dal grano e dai gelsi, ove si erano rimpiattati e fecero una terribile scarica sui nostri; un razzo alla congreve investe il muro che difendeva una parte della nostra colonna, lo abbatte e ci priva di questo riparo; dal lato dei molini si aumenta il numero dei nemici e fa piegare i bersaglieri e quelli degli Universitari che vi erano accorsi. In questo terribile istante suona la ritirata.”CLXXXVII In realtà le cose andarono meno svelte e in maniera più complessa. Quella mattina fra congedi, permessi, malattie e diserzioni il Battaglione allineava solo 255 uomini, ma bastarono a reggere a lungo, perché, da quando si mise in moto, passarono due ore e mezzo prima della ritirata su Goito. Lo apprendiamo dal diario storico in cui l’aiutante maggiore, il veterano napoleonico capitano Molinari, annotò:
Spiegò Nerucci in nota: “Quello a cavallo, fu detto, era l’Aiutante di Campo Guido Mannelli Riccardi, che a dieci passi di distanza dalla testa degli Scolari gridò Battaglione Universitario, avanti! - Quindi confabulato brevemente e rapidamente col Melani e col Mossotti, ritornò al di là del ponte. Meno quelli del 1° plotone, gli altri non videro nè sentirono nulla, e quindi credettero che il Battaglione andasse al fuoco di proprio moto, senz’attendere ordini.” 105
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“Sul mezzogiorno i Granatieri marciano su Curlatone, ove il fuoco è vivissimo, in specie di cannone. Verso il tocco marcia pure il Battaglione comandato al solito da me. Si batte con fermezza e cade molta gente, fra questa il prof. Pilla, il capitano romano Ginnasi, morti. Molti i feriti e fra questi il mio figlio Gennaro da una palla di fucile alla guancia, che gli produsse una leggera contusione. Il Battaglione fra morti, feriti e prigionieri restò disorganizzato. Alle 3 e mezzo cominciò la ritirata su Goito, ritirata disordinata.”CLXXXVIII Subito dopo l’entrata in linea del Battaglione Universitario e assai prima della ritirata, ignaro di tutto, arrivò de Laugier da Montanara: “Giunto al sentiero per dove aveva la piccola colonna del Contri inviata, la vedo sparpagliata retrocedere, inseguita da numerosissimo stuolo. Nel compier l’assunto incarico, aveva dessa incontrato folte colonne di Austriaci; ma anziche ritirarsi, entusiasmati tutti com’erano, vollero recar al nemico il maggior danno possibile. Questi lanciò contro loro due battaglioni, che finalmente obbligarono i nostri a ripiegarsi solleciti. Porgo a quei bravi parole d’incoraggimento; li fermo, e li dispongo a ostinata difesa. Uno dei miei ajutanti mando frattanto a prendere il battaglione universitario. Reduce l’uffiziale mi dice, non averlo potuto trovare. Sorpreso ed incredulo, corro a furia sul luogo ove lo aveva lasciato. Dove ei sia, che ne avvenne, niuno sà dirmi Tolgo allora da un guado dell’Osone sulla destra del campo, una piccola compagnia; dai parapetti più quà, più là diversi volontarj e soldati; con questi rinforzo la retrocessa colonna, che ajutata dal fermo contegno di due compagnie della linea collocate nella casa alla destra dei trinceramenti, costringe momentaneamente a retrocedere i battaglioni Tedeschi.”CLXXXIX Con questo era finito pure il secondo attacco nemico. Stava per arrivare il terzo. De Laugier cercò d’orientarsi: “Assicurata così la mia destra, volo sollecito al centro, ove nella batteria mi si presenta uno spettacolo atroce. Due volte incendiate dai razzi Austriaci le polveri, hanno tragicamente malconcio quanti loro stavano attorno. Varj cannonieri e soldati, abbruciati, neri, abbronziți, fuggono a guisa di spettri, urlando e stracciandosi freneticamente le vesti di dosso non pochi uomini e cavalli giaccion morti o feriti, intorno agli spezzati affusti e alle fracassate rote: i cannoni rovesciati per terra non fan più difesa. Il mio ajutante Giuseppe Cipriani, e l’ingegnere civico Vannuccini stranamente offesi: il tenente Niccolini percosso da grave colpo di mitraglia alla spalla, è a furia, da alcuni pietosi, asportato: arde tra le fiamme la prossima casa di Campia: le granate, i razzi, la mitraglia fioccano siccome grandine in quel ristrettissimo spazio, ridotto ad una verá bolgia infernale. Incoraggiate dal silenzio della nostra batteria incessantemente fulminata, avanzano intanto più ardite la fanteria e l’artiglieria Austriache. Bisogna andarsene, Generale, odo gridar a una voce.
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Riparar al danno, attendere i Piemontesi, o morire, risponde. Infatti in quel punto ricevo una lettera del general Bava da Goito, nella quale mi avvisa esservi con esso un reggimento di cavalleria, altri due esserne poco discosti con una batteria d’artiglieria leggera, ed in Volta un’intiera divisione di fanteria con due altre batterie d’artiglieria. Ei quindi aggiunge: Se le forze nemiche son tali da non poterle contenere colla sua truppa nelle buone posizioni da lei occupate, converrà ella si ritiri poco a poco verso Goito ove troverà i necessarj rinforzi. Si compiaccia di tenermi al corrente di tutto quanto può succedere, affinchè io possa regolarmi a seconda delle eventualità. Appena letto questo dispaccio, ordino a Mannelli mio ajutante, di correre a Goito, ventre a terra, e chieder soccorso sollecito. Quindi grido alle truppe: coraggio figliuoli, costanza, i Piemontesi non son lontani. … di nuovo sebben per breve tempo, risorge ancora il fuoco della nostra artiglieria, per opera dei pochi cannonieri superstiti, alacremente assistiti da alcuni volontarj della civica e della linea. … Messi sopra messi spedisco alle Grazie per cercare uffiziali, munizioniere, artiglieri. Degli stoppini vi è chi di carriera corre a prenderne a Goito, non avendone trovati alle Grazie. Giunge finalmente il tenente Angioletti con qualche cannoniere: il fuoco è meglio regolato. Le colonne Austriache, già tenute in sospeso dalla vivissima nostra moschetteria, retrocedono al centro, ma fanno sforzi sulle ale. L’entusiasmo degli Italiani per un momento allentato, riprende nuovo vigore.”CXC Sulla sinistra intanto, ignari di non essere stati trovati, gli universitari erano entrati in linea e sparavano a tutt’andare, ricambiati con fervore dagli Austriaci. Ai timorosi, Molinari106 insegnava a prenderla con calma: “al fischio delle palle esclamava: sentite il fischio; sono passate.”CXCI Non tutte passavano, qualcuna si fermava e uccideva o feriva. Ricordò quarant’anni dopo il milite Torello Ricci: “il Parenti attuale Consigliere di Cassazione a Roma, ferito nella fronte da una palla di striscio, che gli produsse una scalfittura che sanguinava, rivolgendosi a me ed a’vicini, disse Questi bischeri le fanno tutte alte.”CXCII Le perdite cominciarono a farsi sentire e qualcuno, impressionato, disse al colonnello Melani, vecchio napoleonico e comandante il 1° di Linea: “qui si casca come le pere cotte”; e lui, tranquillo: “Eh! Cari miei, non si fan frittate senza romper l’ova.” CXCIII E ancora Ricci:
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Enrico Molinari, nato a Pisa da padre bolognese e madre pisana nel 1785, il 29 settembre 1809 fu nominato Guardia d’Onore della Principessa Elisa Bonaparte Baciocchi. Il 15 maggio 1813 a domanda, vista la sua ottima condotta, ottenne il passaggio dai corpi di palazzo all’esercito di campagna, fu nominato sottotenente nel 6° Reggimento Cacciatori, allora a Dresda e fece le campagne di Germania e di Francia. Lasciato il servizio francese nel maggio del 1814, tornò in Patria e nel 1820 entrò nell’esercito granducale, dove nel 1837 fu promosso capitano di fanteria. Quattro anni dopo, nel febbraio del 1841, chiese e ottenne il congedo ed impiantò una fabbrica di tessuti. Alla fine del 1847, su preghiera del professor Savi di Pisa, accettò il grado di capitano aiutante maggiore della Guardia Universitaria di Pisa, che comandò di fatto, mentre Savi e Mossotti venivano nominati maggiori in quanto professori anziani. Molinari morì alla Magia, presso Pistoia, il 21 dicembre 1858. 141
“Un basso-uffiziale, credente a tutta prova, durante il combattimento recitava Paternostri, Avemmarie Salveregine. In distanza vedevasi dinanzi a noi un Uffiziale dei Tirolesi, che dirigeva le manovre della sua compagnia: col grano alto e con l'ingombro delle piante non si scopriva dell’Uffiziale che il cappello a sufflé e le penne verdi. Al basso-uffiziale, un tiratore che pochi ne aveva degli uguali, raccomandammo di cessare dalle preghiere e di tirare al cappello. Egli per ben tre volte appostò il fucile nella direzione. dell’Uffiziale ed alla quarta lo colpì, non avendo più visto moversi il cappello. Caso singolare! il colpo investi l’Uffiziale, quando, dopo i nostri scherzi sulla sua fede, il nostro cessò dal borbottare preghiere.”CXCIV Ricordò infine Nerucci: “E mentre noi si gridava – viva Italia! viva Pio IX! – i Croati e i Tirolesi rispondevano – Porca Italia! Merda a Pio IX! – in chiaro italiano.”CXCV Cadde il professor Pilla. Spirò dicendo: “non ho fatto abbastanza per l’Italia.”CXCVI Intanto pure a Montanara, finiti l’avvicinamento e le schermaglie d’avanscoperta, era giunto l’attacco vero e proprio; ma a differenza di Curtatone, qui la pressione non avrebbe subito interruzioni e sarebbe cresciuta fino alla fine. Carli riassunse al fratello: “fu mandato ai bersaglieri un rinforzo e nuove munizioni perché alcuni avevano dovuto abbandonar la mischia per venire a prenderle. Ardendo io con alcuni altri di attaccarci, non essendo cominciato il fuoco ancora alle barricate togliemmo il permesso al coraggioso Antinori per portar cartuccie ai Bersaglieri. Infatti traversammo la strada dove fioccavano le cannonate e andammo al treno ad empirci di cartucce e via a gambe fuori delle barricate. Passando da un cancello una palla ruppe i pilastri che lo reggevano e passò dinanzi a noi. Usciti dalle barricate trovammo i nostri che erano respinti da innumerevole e compattissimo plotone Tedesco che inoltrava nel mezzo al grano e fra gli alberi. Andavamo soccorrendo di cartucce chi veniva a prenderle e facemmo fuoco anche noi, nè ci ritiravamo dentro alle trincee benchè a tutta voce Beraudi ci richiamasse. Ma battè il tamburo per noi, e cominciò un fuoco più che fortissimo dalle barricate, così che essendo troppo pericoloso il restare fra due fuochi rientrammo portando o meglio trascinando con noi quanti più feriti dei nostri potemmo. … Vedendo i Tedeschi le nostre schiere corsero avanti alla baionetta e [i Tedeschi] furono respinti dal nostro fuoco per ben due volte. Della Seta: “alcuni disertori raccontano che Radetzki era di riserva con circa 6000 uomini, la quale riserva fu chiamata in aiuto dal segnale dei razzi, che noi stessi si videro; …., A noi le palle arrivavano furiosissime, e molto ci servi la trincea ove si fermavano. Coteste trincee ci difesero moltissimo; io credo che, se non vi erano, potevamo contare cento morti di più, tra i quali tutti noi d’artiglieria. Il coraggio dei miei bravi artiglieri era quello del leone; noi abbiamo risposto con tiri bellissimi. La truppa dei parapetti osservava i nostri colpi e quasi sempre applaudiva; io ho mirato spessissimo, e molto mi hanno applaudito; noi gli abbiamo smontato dei pezzi. I bersaglieri di Pisa hanno fatto miracoli; 4 assalti degli Ungheresi sono stati respinti da loro; essi si sono lanciati 142
fuori dei parapetti nostri fino alle batterie nemiche; il maggior Beraudi, che li comandava, avrebbe voluto togliere qualche pezzo, ma disgraziatamente morì da due palle, una nel ventre, l’altra in fronte. Io ho mitragliato 2 volte gli Ungheresi a pochi passi della trincea, gli ho respinti.”CXCVII Carli: “[I nemici ]Si avanzarono la terza [volta], allora il capitano Antinori, il Fabbroni, e non so chi altri col Beraudi saltati sulle barricate ci animarono inseguire i Tedeschi. Saltati fuori con urli grandissimi li trovammo a 20 e pochi passi più da noi e li facemmo fuggire. Qui moltissimi dei nostri morirono da eroi. Il povero Beraudi cadde a poco da me, poi altri miei due amici che mi erano accanto, nell’inoltrarmi altri tre mi caddero ai piedi, e già si camminava sui morti tanto era il numero fra i nostri e i nemici. Uno ne ammazzai anch’io che feroce alla baionetta mi veniva incontro. Gli tirai alla distanza di 12 passi per esser sicuro di ammazzarlo e lo vidi cadere.”CXCVIII Giachi: “Io stetti nell’ordinanza, e mentre mi alzavo per tirare, vedevo nel fosso del terrapieno cader le bombe, che scoppiando lanciavano in alto un nuvolo di proiettili e di terra. Non ne facevo caso, e più, sul principio, mi fecero rabbrividire gli strani sibili delle palle di fucile, che guizzavano rasentando gli orecchi, e che un dito di spostamento avrebbe rese mortali. È una gran brutta musica, ve l’assicuro. Infatti, dopo una mezz’ora, non trovandomi più ai fianchi quel Liberato Molli aretino, che ho già rammentato, nè un certo Romualdo Bianchini, scultore, scolaro del famoso Dupré, io mi voltai, e vidi l’uno e l’altro in terra già cadaveri; il Bianchini colpito in fronte e il Molli nella bocca. Il pallore di quei visi giovanili imbrattati di sangue era orrendo, e non lo dimenticherò mai. E nemmeno dimenticherò mai il caso di un artigliere, che s’era innamorato d'una ragazza del paese, e se ne stava a cavallo dietro la batteria, mentre, da una finestra socchiusa, lo guardavano due belli occhi pieni di passione e di spavento. E il caso fu che una palla gli spezzò una gamba, ed egli precipitò sul terreno. La ragazza cacciò uno strido acutissimo, poi giù nella strada, sempre urlando, corse al suo amante, e volle che le fosse portato in casa.”CXCIX Il maggiore Viglia: “In pari tempo una Colonna nemica occupò il Camposanto ed una Casina situata alla dritta della posizione postandovi due pezzi. Il Giovannetti ordinò che le quattro Compagnie Napoletane attaccassero il Camposanto onde scacciarvi il nemico. A principio dell'azione al Maggiore Spedicati toccò una ferita onde cesse il comando al Capitano Catalano. I Napolitani si spinsero all’assalto; ma l'imponenza del numero dei nemici non fece loro conseguire interamente lo scopo, e solamente con un ben nutrito fuoco di file giunsero a contenerlo, onde non sboccasse sul fianco dritto. Questa calda azione durò fino alle cinque p. m.”CC
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Pure a Curtatone la situazione peggiorava a vista d’occhio. La pressione nemica aumentava e il soccorso non si vedeva. La battaglia durava ormai da sei ore; resistere significava il massacro totale; ma la ritirata si poteva fare? Laugier espose ordinatamente i suoi dubbi otto mesi dopo: “Ma come levare dai parapetti una truppa, digiuna affatto d’ogni e qualunque rudimento per eseguire la difficile evoluzione del passaggio di un solo e stretto ponte alle spalle? di una truppa per la maggior parte non regolarmente schierata, ma amalgamatasi a capriccio fuor d’ogni sguardo e comando dei proprj capi, e molti di questi ignari o inesperti in movimenti esigenti una precisione, un ordine, che difficilmente si ottengono anche da truppe disciplinate, istruite e agguerrite? Nè questa per quanto vitale fosse, era la sola causa per cui mi repugnava affrettare una ritirata, facile a prevedersi convertita in sconfitta. Io non aveva riserve nè artiglierie, per proteggere il passo del ponte, ed oltre a ciò la sponda dell’Osone che ceder doveva al nemico, essendo altamente arginata, dominava la nostra priva affatto di qualunque spalletta! D’altronde io non sapeva abbandonar la speranza del Piemontese rinforzo; temeva il biasimo che avrei potuto incontrare per non averlo atteso abbastanza, e quasi riteneva per fermo, che una volta venuta la sera, gli Austriaci, sempre metodici, sarebbersi ritirati. E infatti essi non hanno celato ai nostri prigionieri, che ogni disposizione era già maturata per devenir a quest’atto. Pur sopraggiunta un’ordinanza di Giovannetti a dimandarmi, se dovesse o no ritirarsi, io la rinviai coll’ordine affermativo. Una volta pronunziato questo comando per la colonna di Montanara, dopo un penoso oscillare decisi comunicarlo pure a Chigi, a Campia, e seco loro concertare il miglior mezzo per non renderla a tutti fatale. Ma nel dirigermi alla batteria, veggio uscirne il primo colla mano sinistra tronca da un colpo di mitraglia. Gridava il prode nel vedermi — Viva Italia! Maledizione a quelli che gridano in piazza, e sul campo non vengono! e agitava il sanguinoso moncherino! Poco dopo era Campia ferito e pur’esso asportato! Sospendo allora anche per poco, e chiamo dalle Grazie al ponte le due compagnie granatieri. Appena esse giungono, ordino al loro comandante Ciarpaglini impostarvisi e tener fermo; alla cavalleria rimaner sulla strada e dietro al ponte in colonna. Mando quindi dal campo un secondo cacciatore a cavallo, e poi dalle Grazie l’ajutante maggiore Taddei a sollecitar Giovannetti;107 mi reco alla destra della linea e sotto voce uomo per uomo commetto Spiegò Laugier in nota: “Beucci chiamavasi il cacciatore a cavallo speditomi dal Giovannetti per chiedere cartuccie e nuove istruzioni. Latore dell'ordine di ritirarsi fu nel suo ritorno a Montanara assalito da cavalieri nemici, e postosi in salvo, errò più giorni, e solo il 3 Giugno raggiunse a Montechiari il suo Corpo. Il secondo messo fu il cacciatore Comiciottoli, al quale consegnai da porre nelle mani del Giovannetti un foglio in cui scrissi a cavallo col lapis « Ritirati subito a Castellucchio De L. » Camiciottoli che poi morì, giunse a eseguire la sua commissione, e il capitano Lucchetti e i tenenti Mosell dell’artiglieria e Bartoletti della fanteria attestano aver visto presso la batteria un cacciatore a cavallo consegnare al Giovannetti un foglio ch’ei lesse, e ripose subito in tasca. Erano circa le 4 pomeridiane. Ben poi vi giunse altresì il tenente ajutante maggiore Taddei, ch’io spedii dalle Grazie accompagnato da una ordinanza, a reiterare l’ingiunzione positiva, assoluta della immediata ritirata su Castellucchio. Il Taddei doveva tornare alle Grazie a riferirmi la esecuzione dell’ordine, ma non tornò; e quindi l’angosciosa incertezza in cui rimasi due giorni sulla sorte della colonna di Montanara. Seppi poi che il Taddei non nascose al Giovannetti a qual punto fossero le condizioni della mia colonna; ma quegli prima di ritirarsi, e forse per meglio guarentirsi tenendo a distanza il nemico, continuò il fuoco che ancor durava vivissimo, e tentò ancora un attacco che infelicemente riuscì, e produsse un primo scompiglio. Così disgraziatamente un tempo prezioso decorse dal ricevimento alla esecuzione dell’ordine portatogli 107
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di cominciar lentamente il movimento retrogrado. Volea portarmi al centro per obbligarlo ad attendere che fosse l’ala destra e quindi la sinistra sul ponte sfilata: ma non appena videsi indietreggiar porzione della destra, accadde quanto aveva già preveduto. Per ogni parte corrono a frotte civici e soldati sul ponte, e talmente lo ingombrano, che si attraversano scambievolmente il passaggio. Invano Castinelli, Caminati, Cipriani, Pekliner, Contri, Mayer, Barberino, Carchidio, Colombini ed altri meco si adoprano ad arrestarli. Niuno più ci rispetta o ci ascolta. Alcuni fra i suddetti uffiziali, … e non pochi uffiziali civici e soldati, d’ogni mezzo si valgono per trarre in salvo i mal ridotti cannoni, siccome già prima avea fatto il tenente Pekliner per l’obizo. Fortunatamente molti proseguono intrepidi a far fuoco sul nemico, cosi trattenendolo, e nascondendogli quella prima confusione. Nè facile è a dirsi quanto nobile, ostinata, gloriosa si fosse la resistenza di coloro che ultimi trattennersi ai parapetti, e soprattutto al molino sul lago, ove maggiore irrompeva l’impeto del nemico, sperando di tagliarci la ritirata alle Grazie. Era quivi la compagnia de’bersaglieri volontarj capitanata dal bravo Vincenzo Malenchini che tanto s’illustrò in quel giorno, coadiuvato da altri prodi di tutti i corpi,. … …Giuseppe Montanelli, … mentre i più si accalcavano frettolosi sul ponte, alzò voci di generoso eccitamento, che talmente infiammarono gli ascoltanti, da indurli a tornar con esso al molino, Qui cadde il prode colpito da palla nemica presso l’estinto Parra, e venne poi nel poter de’Croati.”CCI Credendosi colpito da dietro, Montanelli prima di perdere i sensi, temendo d’essere accusato dai suoi avversari politici d’essere morto fuggendo, mormorò a Malenchini: “farai fede che caddi guardando il nemico.”CCII Effettivamente, se la ritirata non si mutò in rotta si dové molto a Montanelli e al suo esempio. 108 I militi avevano già cominciato ad accalcarsi sul ponticello senza pensare a proteggersi le spalle e tanto impauriti da tentare il passaggio in tutti i modi. Il panico già appariva. Certi buttavano tutto per fare più in fretta e da questo nacque la leggenda della fuga dei Toscani e della giornata salvata dai Napoletani. Effettivamente qualcosa ci fu, ma assolutamente non nelle proporzioni che alcuni insinuarono, altrimenti sarebbe andata ben diversamente. Chi scappa non resiste sei o sette ore e un battaglione napoletano da solo non regge una linea di due chilometri, non ci riesce nemmeno se aiutato dai regolari toscani. Non solo: se la fuga fosse stata totale, se si fosse tramutata in rotta, sarebbe finita come dodici anni dopo ai Pontifici a Castelfidardo: tutti catturati entro ventiquattr’ore; ma qui non successe. Come vedremo, lo sganciamento ci fu; non fu perfetto, causò delle perdite e delle catture, ma funzionò e consentì a de Laugier di portare in salvo i quattro quinti dei suoi. I civici toscani e napoletani ressero il più possibile e i regolari lo stesso. I granatieri toscani di Ciarpaglini resistevano intorno al ponte, a fatica, ma resistevano; e Laugier, raccoglieva quanti sbandati poteva e li spediva a sostenerli. Altri gli scappavano e non volevano sentir ragioni. Le case di Curtatone erano piene di feriti e sbandati, i quali, a digiuno dall’alba, dal Taddei. Questi da Bozzolo il 1° Giugno scrivevami: Faccio sapere a VS. Illustriss. la causa per cui non tornai alle Grazie. Avvertito il sig. colonnello Giovannetti della ritirata per Castellucchio, mi trattenni per vedere ritirarsi quella truppa, che faceva sempre resistenza. Per questa ragione pare che il sig. colonnello ritardasse la ritirata. Allora io partii per tornare alle Grazie, ma mi fu impossibile passare, perchè la strada era già occupata dalla cavalleria Austriaca, dalla quale fui inseguito. Alla mia ordinanza fu da una palla di moschetto forato l’elmo, e ci salvammo, non per bravura, ma per caso.” 108 Nerucci nel 1891 non mancò di sottolineare come quella ferita avesse costituito l’incipit di qualsiasi discorso pubblico o privato di Montanelli dall’autunno del 1848 finché visse. 145
sfiniti dal caldo e dalla sete, inasprita dal fumo e dalla polvere nera delle cartucce rimasta sulla lingua nell’aprirle coi denti, cercavano da bere. Laugier cercò di mettere ordine e più o meno ci riuscì. Urlando e minacciando raggruppò un po’ di sbandati, ordinò di caricare i feriti trasportabili su tutti i mezzi disponibili e di ritirarsi a Goito e agli ufficiali di stato maggiore di galoppare fino a fermare la testa della colonna, da lui definita in fuga ma che in quelle condizioni di sfinimento dubito molto che riuscisse a far qualcosa più che camminare. E vero, alcuni fuggirono, e Nerucci testimoniò oltre quarant’anni dopo: “io rammento che a Guidizzolo, degli Scolari che da Bozzolo ci raggiunsero alcuno non aver conservato neppure la sciabola.”CCIII Quella che andò nel panico fu la piccola cavalleria toscana, la quale, alla vista degli ulani austriaci, si volse in fuga e travolse de Laugier. Paratolesi davanti nel disperato tentativo di fermarla, si trovò col cavallo urtato e fatto cadere da quelli in fuga e rischiò la vita. Ne uscì contuso, probabilmente con alcune costole rotte e si salvò perché il suo aiutante di campo Giuseppe Cipriani accorse, lo tiro su, gli diede il proprio cavallo e l’obbligò ad andarsene. Si, ci fu chi fuggì; altre voci di testimoni riferirono la confusione, ma nel complesso si fu assai lontani dal panico generale d’una rotta, anzi…. Mano mano, protetti dal tiro dei rimasti sull’argine e dai granatieri al ponte, i Toscani riuscirono più o meno a passare l’Osone. Verso il lago fu difficilissimo, perché avevano solo un asse senza ringhiere, la famosa trave del meccanismo del mulino, che permetteva il passaggio d’esattamente una persona dietro l’altra, mentre i difensori toscani, siciliani e napoletani del caposaldo del mulino e del lago continuavano a sparare, trattenendo il nemico. Rimasero indietro e salvarono gli altri; poi furono catturati.
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Capitolo X La ritirata, le catture, le perdite 147
Una ritirata non è mai semplice. Con truppe meno addestrate e mobili del nemico poi è un vero incubo ed è facile vederla mutarsi in rotta. Come ho detto prima, a Curtatone e Montanara la rotta non ci fu. La ritirata non fu gran cosa, è vero, e Agostini della Seta la stigmatizzò dicendola fatta male. Io, più modestamente penso a quanto poteva esser fatta peggio e non la trovo così tremenda. La storia militare ha visto ben di peggio e pure de Laugier aveva visto ben di peggio; e come lui Giovannetti, Melani, Molinari, Cantarella e tutti gli altri veterani della Grande Armata, per cui sapevano che, tutto sommato, non stava andando malissimo e dipendeva da loro non farla andare peggio. Ci riuscirono. A Montanara i combattenti stavano reggendo oltre ogni aspettativa, complice pure il fatto di non essere l’obiettivo dell’attacco principale, quando si verificò il guaio: Liechtenstein effettuò l’aggiramento. Quello fu il motivo per cui Giovannetti mandò a chiedere ordini a de Laugier e quella sua richiesta fu il motivo per cui de Laugier capì di doversi sganciare: se resisteva, lo prendevano alle spalle con tutti i suoi. Avuta la risposta, Giovannetti impartì l’ordine di ritirata alle quattro del pomeriggio. Raccontò della Seta al fratello due giorni dopo: “…già a Curtatone era cessato il fuoco, ed un fumo denso mostrava le capanne incenerite; allora le batterie nemiche cominciarono a fulminarci dai fianchi. Le posizioni di S. Silvestro furono forzate dal nemico, il quale ci tolse un casermone a destra di Montanara. Io puntai l’obusiere sulla via di fronte al casermone, e quanto tempo si restò in Montanara, altrettanto durò un fuoco di mitraglia e granata, e credo che il cortile di detta caserma si coprisse di cadaveri. La nostra difesa fu eroica; già tutte le forze nemiche piombavano su noi, e noi le respingevamo coraggiosamente; non si perse un palmo di terreno. L’artiglieria (circa 8 pezzi) sulla via di Mantova era stata annichilita dalla nostra, ma i pezzi condotti fra i campi, ci facevano da ogni parte bersaglio del nemico. …. Ma noi, sebbene presi in mezzo, si faceva una difesa che spaventava il nemico: già il nemico circondava Montanara a mezzo tiro di fucile, Giovannetti fa sventolare le bandiere, batte il passo di carica, tutti si precipitano dai parapetti al grido di Viva Italia; su tutti i punti siamo vincitori, tutti i nostri pezzi vomitano mitraglia, il nemico ha lasciato sul campo più morti che non potevamo sperare; ma già noi avevamo fatto più che non si poteva, ed il Giovannetti stesso ordinava di ritirarsi:”CCIV C’era un secondo motivo: sganciandosi i difensori di Curtatone, gli Austriaci potevano da lì piegare a sud e prendere in mezzo quelli di Montanara; bisognava andarsene. Il 10° Abruzzo fece la sua parte e Viglia la narrò pochi mesi dopo: “il Maresciallo Barone d’Aspre, avendo guadagnato la posizione di Curtatone, avanzavasi con la sua divisione sul fianco dritto di Montanara, ed avendo tagliata la comunicazione, chiusa la nostra ritirata da quella parte minacciava di circondare del tutto Montanara. Allora fu che il Giovannetti ordinò il ritorno per la via di Castelluccio. Disposta la Truppa in Colonna con le compagnie napoletane alla dietroguardia per proteggere la ritirata, non appena uscita dal paese, altra Colonna austriaca aveva già preso posizione alle spalle, piazzando sulla strada quattro pezzi di Artiglieria e due Reggimenti di Cavalleria, uno di Ulani e l’altro di Ussari. Vistosi 148
il Tenente Colonnello Giovannetti del tutto circondato e non avendo altro mezzo di salvezza gridò “i Napoletani a me” e gettandosi nei Campi alla dritta della strada a corpo perduto si spinse innanzi per rompere la linea nemica ed aprirsi la ritirata. …. I cinque pezzi di Artiglieria toscana furono affidati ad una Colonna mista di Napoletani e Toscani comandati dal Tenente Colonnello Piscetti.”CCV La partenza delle artiglierie da Montanara fu drammatica. Ricevuto l’ordine di ritirata da Giovanetti, della Seta eseguì e poi scrisse: “noi ci rimettiamo in colonna, e si prende per di dietro la via di Castelluccio: invano! quando ci siamo impegnati sulla via, una fortissima colonna si mostra con alla testa 4 bocche a fuoco. Allora la nostra truppa si ripiega a destra su di un gran prato, e qui si raddoppiano le mie peripezie. Si punta due pezzi sulla via e si portano i cannoni e gli avantreni sul prato. Il nostro fuoco tiene in suggezione il nemico, e copre la fanteria che dal prato attraverso i fossi batte ritirata. Qui comincia il disordine; le colonne sono sparpagliate, i fossi son colmi d'acqua, e tutti prendono la via delle Grazie che credono occupata dai nostri. Già la cavalleria nemica è giunta ai nostri parapetti; io ho nemici sulla strada davanti e di dietro. Oramai tutto è mitraglia; io credo di avere guasto molto di quella loro colonna: già i nostri non son più con l’artiglieria; io resto solo. Allora, deciso di salvare i pezzi o perdere la vita, incoraggisco i miei, metto il meglio che posso in colonna; ma, quando tutto era fatto, mi accorgo che un pezzo è ancora addietro in batteria alle porte di Montanara. Riunisco 4 dei più coraggiosi, corro al pezzo, e riesco, a furia, di toglierlo dalle mani del nemico; lo attacco sul prato, ed ordino la partenza: ma invano! tutte le forze della colonna, che ti ho detto, erano dirette su noi; questa artiglieria è mitragliata dai pezzi nemici, ed una fucilata da tutte le parti piomba su noi. I miei cannonieri cascano attorno i pezzi. Tutti i cassoni sono traforati dalle palle, i cavalli muoiono a coppie, o feriti mettono il disordine in tutto ; allora è inutile il lottare. Il solo obusiere si può salvare attaccato a 2 cavalli; io lo trascino sempre sotto il fuoco nemico, riesco a scavalcare due fossi, ma al terzo i cavalli si avviliscono, il fuoco nemico raddoppia contro noi, io cerco di sormontare il fosso: ma vi si rovescia dentro. Alcuni civici, che mi hanno aiutato, son feriti, 4 son morti. Io torno ancora addietro, fo tagliare le tirelle ai cavalli, ormai grido – salvi chi può. Io non l’avrei mai detto, ma son giustificato quando ti dirò che del mio distaccamento oggi non mi resta che 3 uomini del treno, 3 cavalli ed 8 cannonieri. Qui ancora non finisce il pericolo; noi attraversiamo per i campi, il nemico è padrone di tutte le strade, noi si fugge sotto i suoi occhi, insomma noi siamo ancora fucilati e mitragliati fra i campi da Montanara alle Grazie. Qua un tradimento pone il colmo ai nostri dolori; molti Ungheresi, che sono in blouse vestiti come i civici, gridano: venite, siamo dei vostri, coraggio difesa; ed appena siam giunti, una moschetteria terribile tira contro noi. Qui la colonna si divide distintamente, i più si ripiegano verso Goito (non so dirti che ne sia avvenuto) altri verso Castelluccio. Io son di questi ultimi.” CCVI Questo ennesimo inganno causò forse le perdite maggiori, almeno stando a Giovannetti, il quale nel suo rapporto a de Laugier scrisse:
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“La maggior perdita singolarmente di prigionieri deve essersi fatta in quello scompiglio del fuoco che ci sorprese in ritirata, massime verso le Grazie, dove ci sorpresero con inganno gridando esser de’ nostri.”CCVII La scorta napoletana pagò un prezzo elevato: “Buona porzione di questa valorosa Truppa più fortunata nella comune sciagura, ebbe il destro di arditamente sfondare la linea e salvarsi; ma il drappello destinato alla custodia dei pezzi fu tutto o morto o prigione. Il Capitano Orlando che conduceva buona mano dei suoi Napoletani ne vidde cadere al suo fianco ben più della metà a colpi di mitraglia; ed i restanti per la più parte feriti e caricati dalla cavalleria dovettero cedere le armi. Delle quattro Compagnie napoletane che contavano al principio dell’azione dugento ottantasette uomini, se ne salvarono 183, mentre i rimanenti 104, cinque Ufiziali ed il Portabandiera Morfino rimasero sul Campo o morti o prigionieri di guerra.”CCVIII Pur avendo perso l’alfiere, i Napoletani salvaron le bandiere e si ritirarono in ordine fino a raggiungere il grosso. Giovannetti riferì a de Laugier il 30 maggio che molti si erano sparpagliati, specie verso Casalmaggiore e Viadana, alle cui autorità aveva già scritto perchè glieli rimandassero, ma il 1° giugno, nel confermare i contatti coi Comuni per recuperare gli sbandati o farli arrestare come disertori, avrebbe ammesso che parecchi appartenevano alla linea e, implicitamente, che non li si sarebbe potuti reimpiegare subito “perché molti con abuso imperdonabile, oltre avere abbandonato sacchi, scarpe e buffetterie, hanno venduto i loro fucili.”CCIX Di passaggio, menzionò lo sfascio della sua cavalleria, salvandone solo: “un certo Onesti lucchese dei Cacciatori a cavallo, il quale combatté valorosamente contro tre ulani, e non mi abbandonò un solo istante, mentre tutti gli altri alla vista di questi a briglia sciolta se ne fuggirono.”CCX Parecchi Toscani non si sbandarono, però, tagliati fuori, o perché feriti, ripiegarono alla spicciolata come poterono. L’universitario Torello Ricci, parlando di sé e dei militi Ranieri e Senesi, ricordò: “Fummo degli ultimi a ritirarsi, poichè ci ritirammo quando gli Austriaci con la occupazione del molino ci avevano preso tra due fuochi. Passato il ponte del l’Osone, tormentati da una sete terribile, trovammo un trespolo con una botte: nonostante la grandine delle palle e della mitraglia, ci fermammo per levare lo zipolo e siccome non riuscimmo, l’unico che aveva il fucile carico tirò un colpo nella botte, e, senza curare il pericolo, ci dissetammo. Avevamo esaurite intieramente le munizioni e l’unica carica che ci era rimasta ci servì a sodisfare ad un bisogno; ma fu miracolo che non rimanessimo morti o prigionieri. Il bivio della strada per andare alle Grazie lo trovammo ingombro di tronchi d’alberi, che erano stati posti li per difficoltare il passaggio della cavalleria.”CCXI
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I feriti Paolo Pieruccetti, Massimiliano Giarre e Ferdinando Zannetti vennero mandati via a piedi dall’ospedaletto da campo delle Grazie appena in tempo per non essere catturati. Si incamminarono. Pieruccetti scrisse poi: “giunti a poca distanza, sbucarono improvvisamente sulla strada da un campo, non ricordo bene, se tre o quattro Croati, che ci sbarrarono il passaggio per pigliarci prigionieri, apostrofandoci col porca Italiana! Der Teufel! porca Pie Nona! .... Eravamo soli e non potevamo esser soccorsi dai Civici e soldati sbandati, che si ritiravano in fretta su Rivalta, perchè molto lontani. Che fare in si pericoloso frangente? Ci facemmo animo e risolutamente si affrontarono i nemici. E qui zuffa accanita corpo a corpo a calciate di fucile e baionettate per isgombrarci la strada, come infatti avvenne, sebbene malconci; perché, atterrato ben presto da me un Croato con una potentissima calciata di fucile nella testa, essendomi prima balzata via la baionetta, gli altri fuggirono. In quanto al povero Massimiliano e malgrado fosse più rovinato di me per la sua ferita nel collo, si difese con molto valore, da incutere spavento a’Croati e ne usci illeso, meno qualche piccola contusione. Io non ricevei che una leggerissima puntata di baionetta, che appena mi sfiorò il fianco destro.”CCXII Un plotone del 1° di linea, condotto dall’aiutante maggiore Lavagnini e dal tenente Andreini, si stava ritirando in ordine lungo un tratto di strada, quando fu accerchiato da una moltitudine di nemici. Vistisi senza scampo, i bianchini capirono di doversi arrendere; però avevano le bandiere reggimentali: che fare? Lavagnini e Andreini reagirono in fretta: fecero troncare le aste e nascondere i drappi; li diedero ai sottufficiali e ai soldati, perché erano di più e dunque avevano meno rischi di perquisizioni e più possibilità di riportarli a casa. Furono obbediti, poi tutti si arresero. Gli Austriaci andavano di fretta e non cercarono nulla. Si limitarono a disarmarli ed avviarli verso il borgo degli Angeli, prigionieri. Per mesi, fino al loro ritorno in Toscana, de Laugier avrebbe tristemente creduto le bandiere prese dal nemico; e questo avrebbe detto e scritto; solo in ottobre avrebbe saputo la verità. Un gruppo in ritirata da Montanara, comprendente alcuni ufficiali superiori, fra cui Facdouelle e il tenente colonnello Saracini, si arroccò in una casa per resistere: ma furono circondati, assaliti e fatti arrendere. A sentire Giovannetti, furono dei rari esempi, perché nel suo secondo rapporto del 1° giugno a de Laugier, ufficioso e informale, ammise tristemente che “Il peggio sono gli ufficiali; essi hanno dato il cattivo esempio” e spiegò d’avercela “particolarmente con quelli livornesi” e che certi ufficiali avevano “portato seco la compagnia fino a Casalmaggiore.”CCXIII Comunque, quanti ripiegarono, più o meno in ordine, riuscirono in gran parte a salvarsi, pure grazie ad alcuni centri di fuoco che ancora reggevano e si difendevano. La resistenza durò finché ebbero munizioni, poi, sommersi dal numero dei nemici, uno dopo l’altro si arresero. Gli ultimi a cedere sembrano essere stati i caposaldi al lago, non per testardaggine, ma per non aver avuto l’ordine di ritirata. Quando il fuoco cessò, almeno uno, il più prossimo alla sponda, stava ancora resistendo. Il caporale Ademollo era lì. L’attacco principale austriaco aveva sfondato la linea, facendo arretrare i difensori; e lui molti anni dopo raccontò: “ci spingemmo con altri verso sinistra traversando un portone che da un’aia metteva alla china del Lago… 151
Mi ricordo che grossi plotoni dalle nere buffetterie, che nel 48 distinguevano i reggimenti Croati dagli altri corpi Austriaci, venivano condotti e spinti alla carica contro di noi dai loro Uffiziali, che sulla oscura divisa cingevano i fianchi con la ciarpa di seta gialla dalle lunghe nappe ciondolanti; e bastava uccidere o ferire un di questi chiarissimi bersagli, perchè i plotoni si ripiegassero alla rinfusa e sparissero. Questo gioco durò non molto, ma fu tale, che sebbene i difensori di Curtatone fossero ben pochi in quel punto, pure impedirono al nemico per qualche tempo la invasione nel campo, gloria che niuno può togliere ad alcune schiere del Battaglione. Mentre però questo succedeva dinanzi a noi, il fuoco negli altri punti andò rallentandosi e fece silenzio. Che cos’è, che cosa non è? I nemici si ritirano! Noi abbiamo vinto! Beata illusione, che fu sempre benda agli occhi dei coraggiosi. Infatti dinanzi a noi cessò il fuoco nemico, in lontananza udimmo il suono di una fanfara militare e di li a poco il sibilo delle palle di moschetto al nostro tergo. L’illusione cadde! ”CCXIV Tarugio Tarugi del Battaglione Universitario: “…cessato il fuoco per mancanza di munizioni, la baionetta era l’unica ancora di salvezza. Già gli Austriaci, che sbucavano da tutte le parti in fitte squadre, intimavano la resa a quanti incontravano. Allora facemmo un’ultima prova di resistenza; ci ritirammo in una stalla con l’intendimento d’impedire con la baionetta che il nemico ci facesse prigioni. Riuniti in numero di venti circa in questo luogo, si presentò un Austriaco che gridava nella sua lingua, senza che noi intendessimo che cosa volesse; ma ciò che è peggio, ci minacciava con la punta della baionetta. Per deviarne i colpi, fu necessario impugnare un duello alla baionetta ed io fui quello che mi ci trovai impegnato. Ricambiatisi alcuni colpi, alla fine lo arrivai con uno nel petto, che lo fece rovesciare all’indietro. Io non ebbi la presenza di spirito di saltargli addosso e infilarlo in terra come un rospo. Si riebbe e di nuovo si venne alle mani: quando io con l’intima convinzione che uno de’due dovesse morire, mi scagliai come un leone ferito contro di lui e lo passai da parte a parte sotto il costato: esso cadde sul fianco sinistro sopra un monte di sassi. Rientrai nella stanza ed ecco venire un Uffiziale con una squadra di soldati e giunto a pochi passi dalla stalla, intima la resa in buonissimo Italiano. Dei no ripetuti con baldanzoso dispetto furono la risposta. Allora ordinò il fuoco contro la porta, che era una selva di baionette, su coloro che la tenevano e caddero immantinente cadaveri. Io tenevo la spalletta sinistra della porta e allo spianare dei fucili Austriaci, con un piccolo movimento potei salvarmi. L’Ufficiale con un soldato entrò dentro per disarmarci, perchè ognuno di noi con le spalle al muro si faceva forte con la baionetta. Capii che erano sforzi inutili e io mi feci avanti e dissi “Poichè ogni ulteriore difesa è inutile, noi ci arrendiamo. Ma diteci come saremo trattati.” A queste parole pareva che all’Uffiziale gli uscissero gli occhi dalle orbite e infuriato rispose – “Come vi può trattare una nazione civile; perchè noi non siamo barbari, come voi dite.” 109 — Allora 109
Scrisse Nerucci: Ma le orride prigioni dello Spielberg, le stragi per le strade e nel Castello di Milano, le inique fucilazioni lì per li del Veneto, di Ciceruacchio e figli, di Livorno e di Pistoia, i processi di Ugo Bassi e degl'impiccati nel forte di Belfiore, se non sono fatti di barbari, di chi sono? Ammesso che gli Austriaci avessero il diritto di difendere i possessi venuti loro in virtù di trattati, se governo civile, non poteva, nè doveva dimenticare, che gl’Italiani combattevano per il nobile sentimento di liberare la patria dal dominio straniero e che non erano briganti e ladri da 152
io per il primo buttai in mezzo della stanza il mio fucile e la mia sciabola, e il mio esempio fu imitato dagli altri. Ritiratomi indietro, vidi in un canto un badile, e presolo con una mano me lo teneva dietro la persona. Mi vide un soldato e con la punta della baionetta rivolta verso di me, suppongo che mi volesse invitare a lasciarlo; ma io invece me ne servii per deviare da me la sua baionetta. Il rumore di quelle percosse richiamò l’attenzione dell’Uffiziale, che veduto quel lavoro, affibbiò a quel soldato una buona dose di piattonate poi consegnati ad un sargente, fummo incamminati alla volta di Mantova.”CCXV E’ interessante la testimonianza d’un altro dello stesso gruppo: dà l’idea di come venga riportato un fatto da angolature diverse; la parola a Felice Stocchi, detto Buggerìo, caporale degli Universitari: “rimasi alle barricate, fintanto che, accortomi che eravamo stati quasi circondati, mi decisi ad andarmene. Ma era troppo tardi, perchè il nemico ci aveva accerchiato ed ogni via di ritirata era impossibile. Fu allora che, volendomi porre almeno in qualche parte al coperto, traversai uno spazio aperto per portarmi in una stanza a terreno di fronte alle barricate e nella traversata mi furono tirate parecchie fucilate, che mentre mi foravano il berretto e mi laceravano la montura in più parti, mi lasciarono illesa la persona. Entrai nella detta stanza e ci trovai molti Studenti, dei quali tutti non sono in grado di ridire il nome; ma mi ricordo Tarugio Tarugi, Olinto Sani e Temistocle Angelotti, perchè a tutti e tre avvennero cose notevoli. Olinto Sani lo liberai da certa morte allontanandogli a tempo la testa dalla bocca di un fucile, che da una finestra di fianco lo pigliava di mira a due passi appena di distanza. L’Angelotti,110 giovane appena sedicenne, sulla porta della stanza venne alla baionetta con un sergente Tedesco e lo uccise, sparando il fucile che aveva carico; ma veduto cadere il sargente, rimase come pietrificato a baionetta spianata, senza più vedere quello che gli succedeva d’intorno, tanto che rimaneva in detta posizione immobile anco mentre un Uffiziale sopravvenuto gli ingiungeva di abbassare l’arme e stava per vibrargli un colpo al collo. Io, vedendo il pericolo dell’Angelotti ed avendo il fucile carico, senza pensare alle conseguenze, ratto come un baleno, presi di mira l’Uffiziale, che colpito in pieno petto cadde fulminato a terra e solo allora l’Angelotti si risveglió. Poco dopo molti Tedeschi invasero la stanza e ne nacque una confusione di casa del diavolo, e fu in tale confusione che io vidi il Tarugi con un bastone nella mano schermirsi contro un soldato Tedesco, che lo assaliva a colpi di baionetta.” CCXVI Benché della stessa compagnia, il caporale Ademollo non era con loro. La sua squadra, asserragliatasi a combattere vicino al lago, all’estrema sinistra dello schieramento, era rimasta separata dagli altri universitari. Dopo aver creduto d’aver vinto e scoperto d’aver perso, tentarono di scappare, ma furono intercettati e presi. Lui ricordò poi: “L’ordine di ritirata, per quanto ci venne asserito, aveva condotto alle Grazie e per
Goito le nostre truppe rimaste, se non che a noi, per cosi dire, distaccati sulla sinistra, strada; e allora combattevano a viso aperto col petto innanzi, con armi leali e non con le fucilate, le stillettate e le bombe tirate a tradimento dei bravacci posteriori. 110 Nerucci sottolineò: “Non studente, nè del Battaglione Universitario.” 153
non pervenne ordine alcuno; cosi gli Austriaci poterono liberamente invadere dalla parte destra di Curtatone e circondare quelli stati mandati a difesa della sinistra sul Lago. Di questi il nome glorioso lo dice l’elenco dei prigionieri del Battaglione, che furono 12, taluno anche ferito. Il momento era critico; l’idea della prigionia per noi esiziale mille volte meglio si sarebbe in quel momento preferita la morte. Prevalse il consiglio di rifugiarsi nelle più prossime case di Curtatone ed attendere gli eventi, eventi che subito succederono, giacchè ogni angolo fu invaso a sinistra da soldati di ogni maniera. Ci strapparono le armi di mano ci discinsero il cinturino con la giberna e la sciabola, non usando con tutti quel rispetto che gli eserciti civili usare debbono verso i prigionieri disarmati.111 Alcuni spavaldi Uffiziali credevano d’interrorire noi Volontari chiamandoci ribelli e degni di essere fucilati per la schiena; il che fu causa che i soldati regolari nostri rimasti prigionieri volessero darci i loro indumenti militari, perchè si fosse creduti cosi dei loro; è inutile dire che ringraziammo e che si rifiutò l’offerta.”CCXVII Nell’altro gruppo, poco distante, quello asserragliatosi in una casa, il caporale Stocchi rischiò la vita: “Finalmente, il numero dei nemici aumentando, fu giocoforza cedere le armi alle ingiunzioni di un Uffiziale, che, veduto l’altro Uffiziale morto sulla porta, lo riconobbe per suo fratello e piangendo esclamò «Vedete! io potrei farvi tutti fucilare. Pure vi perdono sul sangue di mio fratello. E, vedi fatalità! Affranto dal dolore, non potendosi reggere, si appoggiò su di me, che appunto ero quello che gli aveva ucciso il fratello.”CCXVIII Qualcuno cercò di giocare d’astuzia: fu il caso del volontario Corsi; lo raccontò Ademollo: “Seppi dalla viva voce di Cesare Corsi com’egli rimase prigioniero. Il fuoco a Curtatone andava cessando, quando il Corsi, accortosi della ritirata, volle anch'esso andarsene alle Grazie, ma trovò ogni via chiusa dal nemico. Allora, che fare? Si gittò per terra fingendosi morto e con l’intendimento, se potesse eludere la vigilanza degli Austriaci. Ben tosto due soldati sono sopra al supposto cadavere e incominciano a frugarlo: il Corsi, non resistendo, scoppiò in una risata, ponendosi seduto sul suolo. I due soldati esterrefatti saltaron lungi, credendo avere a fare con un morto resuscitato; ma riavutisi dalla sorpresa, gli furono di nuovo addosso e con brutali minacce lo presero prigioniero.”CCXIX Preoccupati e arrabbiati, dubbiosi e spaventati, gli Italiani presi a Curtatone, Montanara e alle Grazie vennero raggruppati, incolonnati ed avviati indietro, incrociando le truppe austriache in movimento e rimasero sbalorditi da quante erano. Stocchi ricordò:
Aggiunse Nerucci in nota: “Da qualcuno mi fu narrato che in specie i Croati e i Tirolesi stracciavano rabbiosamente la croce cucita sul petto dei prigionieri.” 111
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“Fummo tosto inviati a Mantova e, passando, vedemmo con che numero di nemici l’avevamo da fare, perchè tutta la strada da Curtatone a Mantova era stivata di militari in marcia verso Curtatone.”CCXX Per il gruppo degli universitari di Stocchi e Tarugi ci fu una prima sosta di concentramento a Borgo Angeli, sulla via di Mantova. Stocchi la menzionò di sfuggita, Tarugi fu più preciso: “La prima sosta la facemmo alla Chiesa degli Angioli: fummo messi in un gran stanzone, dove ci erano parecchi altri prigionieri. Ricordo che in cotesta stanza ci erano dei canicci o stoie, dov’era stata ad appassire l’uva e in quell’interstizi vi era qualche acino di uva dei quali volentieri approfittai, perché dopo il caffè col latte, che presi a Castellucchio prima di partire, nel mio stomaco non era entrato altro cibo; la pagnotta consegnatami alle Grazie, alle prime fucilate la buttai in una fossa, perché dovendola tenere dentro la bluse m’impediva quella libertà di movimenti, che tanto era necessaria. Rimanemmo in quello stanzone per circa un’ora, quando ci fu ordinato di escire. ….fummo incamminati a Mantova. Entrati nella strada, eravamo costretti a camminare uno dietro l’altro, tenendo la banchina, perchè tutta ingombra di soldati che venivano dalla città per avviarsi (allora non sapevamo dove, ma un giorno o due dopo lo sapemmo bene) alla volta di Goito.”CCXXI Poiché evidentemente arrivava più tardi e da più lontano, per potersi riunire alla colonna dei prigionieri traversò gli Angeli senza fermarsi il gruppo del caporale Ademollo, il quale poi ricordò: “Posti quindi in fila, fummo avviati per il nostro nuovo destino e fu allora che ricalcando l’altipiano di Curtatone e il declivio del molino potemmo apprezzare tutti gli orrori di un campo di battaglia, non avendoci badato nel caldo dell’azione. Dirò solo del colore verde erba che distingueva la pelle dei nostri uccisi, che più qua e più là giacevano per terra, sempre impugnando le loro armi; da noi quel colore si attribui alla qualità chimica delle polveri piriche usate dagli Austriaci. Passammo un fosso dalle ripide e profonde sponde sopra un’ingraticciata di vimini e di alte scorze di albero ed ascendemmo alla collinetta della bella Villa degli Angeli, nel cui piazzale e dintorni potemmo apprezzare gli effetti terribili delle nostre scarse artiglierie, finchè furono in grado di far fuoco e gli effetti de’nostri tiri di moschetto; in alcuno di que luoghi il terreno era coperto di cadaveri di uomini e di cavalli, ma tutti di nemici; e ciò vedendo, non potemmo fare a meno di esclamare con sodisfazione, che se Atene piangeva, Sparta non poteva ridere. 112 Traversati i piazzali degli Angeli, imboccammo nel celebre viale militare Mantovano, mentre il giorno andava con rapidità all’occaso. Giunti ad un certo punto, ci fu fatto fare alto da un lato della strada, e al tempo stesso si udì scalpitio di cavalli e risuono di sciabole; le nostre scorte, che parlavano bene l’Italiano, dissero che stava per passare l’Augusto Maresciallo con il suo Stato Maggiore e infatti, di li a un poco, comparve il Maresciallo Radetzky, il quale, 112
Dato lo scarso numero di morti austriaci, meno di cento in tutto il campo di battaglia, i militi devono aver visto più che altro feriti, che furono il quintuplo dei caduti. 155
fermatosi dinanzi a noi, con voce di canna fessa intese di farci coraggio, promettendoci buon soldo e buona fleisch (carne). Vedemmo più tardi come mantenne la parola. Occorre dica qui, che nell’esercito Austriaco il Radetzky veniva appellato col nome di Augusto per distinguerlo dall’altro Maresciallo più giovane e di minor riputazione: ed in vero, dal celebre pollaio della battaglia di Ulma alle 5 giornate di Milano e al campo di Curtatone, l’Augusto erasi sempre ricoperto di gloria?!! Il terzo che comparve in quello Stato Maggiore era un bel giovane Uffiziale, che fu detto essere l'Arciduca Frank Joseph. 113 Passato questo Stato Maggiore, che si avviava verso Curtatone, riprendemmo la via per Mantova, che quasi era notte; e giunti alle trincere di Porta Pradella, bisognò lavorare di buona ginnastica a traversarle, ora verso destra, ora verso sinistra e pur questo fu un vero martirio, non avendo noi nè bevuto nè mangiato da tante ore e sostenute fatiche, disagi ed emozioni la intiera giornata. Finalmente, passando sovra ponticelli levatoi si entrò nella maledetta patria di Virgilio Marone.”CCXXII Grazie sia alla resistenza dei rimasti in retroguardia e dei tagliati fuori, sia alla stanchezza delle truppe austriache e al disarticolamento del loro dispositivo, le truppe italiane in ritirata intanto si erano avviate a Goito, fermandosi per riposare qui e là quando si sentivano fuori pericolo o non ce la facevano più. Nerucci: “la sera tra la polvere della strada, quella delle cartucce, che allora si strappavano co’denti e il caldo ardente, non fui in grado di mangiar nulla e bevvi soltanto, seduto sul greto del Mincio a Goito, un po’ di vino portomi da un soldato Piemontese. Quindi, col sacco per guanciale, mi addormentai così profondamente da non sentire la notte la cavalleria Sarda che passava a pochi metri di distanza, nè il fracasso di un enorme fascio di fucili carico pur di buffetterie e di sacchi, che mi cadde a male brighe mezzo metro dalla testa.”CCXXIII Ricordò Pieruccetti: “La notte del 29, …la passammo in campo aperto. Io soffrivo quanto mai per la contusione, avendo sempre camminato a piedi con Massimiliano, perché non trovammo nè ambulanze, né alcun altro veicolo. Fui costretto a farmi aprire la gamba del pantalone, perchè mi stringeva di troppo …. e cosi mi sentii subito sollevato dal dolore. La mattina successiva, 30 maggio, continuammo la ritirata su Guidizzolo, nè essendovi ambulanza, venni messo su di un barroccio in cui erano sacchi, armi, ecc. ed inoltre, la nostra cassa, contenente alcune migliaia di lire, che io vigilava attentamente. Arrivato in tal modo un poco più riposato al Quartiere Generale, fui con altri nominato ordinanza a disposizione del Generale De Laugier. In seguito si ebbe un notabile falso allarme, dovuto all’esagerata notizia di alcuni fuggenti, che davano come imminente un attacco degli Austriaci. Dallo stesso Generale furono prontamente date le più energiche disposizioni a respingere il supposto attacco. Il De 113
Evidentemente Franz Joseph, il diciassettenne Francesco Giuseppe, che sarebbe stato fatto salire al trono dopo il compimento del diciottesimo anno d’età, festeggiato il successivo 18 agosto 1848. 156
Laugier vedendomi rimasto sul barroccio e senz’apparenza di ferita, m’ordinò subito di entrare ne’ranghi, quantunque zoppicante, dicendomi in modo concitato e col suo solito piglio militare queste precise parole Al primo uomo che le muore accanto prenda il fucile e combatta valorosamente. L’allarme non ebbe seguito alcuno e la sera stessa fummo tutti quanti rallegrati dalla splendida vittoria di Goito e dalla resa di Peschiera, di cui apprendemmo la notizia certa a serata avanzata nel teatrino, dove eravamo alloggiati, da un capitano dei Granatieri Guardie ferito gravemente nel braccio destro. Mi sembra vederlo adesso!”CCXXIV Era finita; e quante erano state le perdite? Una strage! Si disse e si temé al principio; ma poi si vide che non era vero. In totale si trattò, se i calcoli furono giusti, di 201 morti,114 oltre 500 feriti115 e circa 1.100 prigionieri italiani116 e 95 morti, 516 feriti e 178 dispersi austriaci: pochi, pochissimi; nulla in confronto ai massacri delle guerre napoleoniche o di quelle del Novecento, ma al tempo del Risorgimento le perdite erano assai contenute e, fra tutte, le prime tre guerre d’Indipendenza e le campagne dei Mille, dell’Italia Centrale, di Mentana nel ‘67 e di Roma nel ‘70 costarono circa 5.000 uomini. E allora la strage? Bé, fu più creduta che vera, ingigantita dalla mancanza di notizie, dal tempo che ci volle a sapere chi era prigioniero, dal timore del peggio e, diciamola tutta, dalle diserzioni. Scriveva il 5 giugno il signor Pellegrino Casali da Reggio Emilia a Nerucci, in quel momento a Brescia: “Le voci sparse costì, le infinite dicerie, ci han tenuto nella più grande ansietà… ma avendo sentito che il male non è tanto grande quanto lo dipingevano… con la massima sollecitudine favoriscano suoi caratteri, i quali ci saranno graditissimi, non che accenno sulla perdita toccata al Corpo Universitario, che della Linea e della Civica, che speriamo non sia grande, quanto dicevano, credendo piuttosto sbandati che perduti, mentre ne sono sparsi in tutti i castelli vicini e città e non pochi vedonsi di ritorno in Toscana.”CCXXV A proposito dei non pochi “di ritorno in Toscana”, chiosava sarcastico Nerucci che ci andarono: “Dritti come fusi, sicché accrebbero per il momento la lista dei creduti morti o smarriti.”CCXXVI Avrebbe confermato il 18 giugno il tenente della Seta al fratello: “io ritiro la mia cifra, e se ti scrissi più di 200, ora ti potrò dire la metà! La perdita è principale nell’artiglieria, ma neppure in questa non si possono dire tutti i mancanti morti: molti sono i feriti, ed io so che molti dei feriti non sono mortali. Già credo che L’anonimo autore del libro Battaglia di Curtatone e Montanara – memorie storiche d’un veterano, comparso nel 1875, oltre alla lista dei volontari pressoché identica a quella pubblicata da D’Ayala, Nerucci e Marescotti nel 1852, elencò nominativamente i 194 morti toscani in due liste di 70 regolari e 124 volontari. In quel conto non erano inclusi i Napoletani e i volontari siciliani, il che spiega perché sul monumento ci siano 201 nomi, mentre sulla targa di marmo realizzata dallo scultore Paganini per il Comune di Curtatone nel 1898 figurino quelli di 279 caduti, fra i quali però ve ne sono di deceduti in prigionia, come Acconci, o dopo il ritorno a casa, come Ballati Nerli. Nel 1866 i resti dei caduti furono traslati a Montanara e deposti nella cripta appositamente costruita. 115 Una parte dei quali furono catturati. 116 Dei 531 prigionieri della Civica calcolati da Nerucci, non meno di 52 militi e sottufficiali erano feriti. Furono catturati inoltre 29 ufficiali regolari, di cui quattro feriti, e almeno 31 della civica, di cui tre feriti. 114
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costà si conoschino benissimo le note dei feriti e dei prigionieri, per cui non sto a rimetterti delle liste inutili.”CCXXVII I caduti furono raccolti e sepolti poco distante dal teatro dello scontro. Come spiegò trent’anni dopo l’avvocato Grassini grazie a quanto dettogli dal signor Lanzoni di Mantova, a destra della strada nazionale che va da Mantova a Cremona: “a cavaliere dell’Osone Nuovo, e precisamente dove le acque di questo si scaricano nel Lago di Mantova, sopra un terreno ondulato che rapidamente declina fino al Lago, proprio vicino e a tramontana di Curtatone, esisteva il Molino Forchessati, che dal volgo è chiamato Molitone. La casa del molino è piccola, ma lì presso n’è un’altra più grande circondata da un prato, che confina col molino predetto, e nel quale fu seppellita la maggior parte dei caduti in quella memorabile giornata.”CCXXVIII Poiché la resistenza a Curtatone e Montanara era stata molto più dura di quanto avesse immaginato, Radetzky fu costretto a far riposare i suoi fino a tutto il mattino del 30, ordinando solo a mezzogiorno di riprendere l’avanzata. Nelle sue intenzioni doveva raggiungere la zona di Goito per riordinarvisi ed attaccare poi, il 31, i Sardi, che supponeva ancora fermi a Volta. Invece la situazione era cambiata. Bava, sapendo che i Toscani e i Napoletani, il cui grosso in ritirata era arrivato a Goito, erano stati battuti il giorno avanti, ma non vedendo comparire gli Austriaci, né sapendo dove potessero essere, aveva fatto avanzare di circa dieci chilometri tutti i suoi uomini fino a farli attestare sulle alture subito a sud della cittadina. In prima linea aveva, da sinistra a destra, le brigate Casale, Cuneo e Granatieri Guardie; in seconda la Acqui e la Aosta, dietro le quali erano di riserva Genova, Savoia e Nizza Cavalleria; in avanti i bersaglieri e le pattuglie di Aosta Cavalleria, sull’altra sponda del Mincio aveva mandato i Toscani e i Napoletani reduci da Curtatone e Montanara. Poco dopo le 14 del 30 maggio i reparti avanzati di Aosta Cavalleria ebbero i primi contatti cogli ussari imperiali e segnalarono a Bava grosse forze nemiche, colle cui avanguardie si scontrarono per circa un’ora e mezza. Alle 15,30 la testa della colonna austriaca di destra, che avanzava tranquillamente in ordine di marcia, entrò nel raggio d’azione dell’artiglieria sarda. Subito tutti i pezzi aprirono il fuoco. Sotto una grandine di proiettili gli Imperiali si schierarono in ordine di battaglia, tentando di controbattere coi propri cannoni, che però saltarono uno dopo l’altro sotto il tiro preciso di quelli sardi. Fissati delle Brigate Cuneo, Casale ed Acqui e sopravanzati sulla sinistra dalla Granatieri e dall’Aosta, gli Austriaci dei generali Benedek e Wohlgemuth, poiché la Brigata Strassoldo non arrivava, né si faceva vivo l’altro corpo d’armata, alle 19 si ritirarono, evitando di stretta misura l’accerchiamento. Fu un grande successo tattico, purtroppo non sfruttato perché Bava non lanciò seriamente all’inseguimento del nemico i suoi quattro reggimenti di cavalleria. Per questo dopo la sconfitta Radetzky poté restare fermo due giorni prima d’ordinare il rientro di tutta l’armata oltre il Mincio. Alla luce di questo, quale fu dunque l’importanza di Curtatone e Montanara? Militarmente parlando, notevole: senza quell’azione, non si sa cosa sarebbe capitato ai Piemontesi a Volta il 29 maggio e, se l’indomani a Goito non seppero sfruttare il successo, certo non fu colpa dei Toscani e dei Napoletani. Quanto incise lo scontro sulla memoria collettiva? 158
Qui il discorso si fa più complesso e per colpa della politica, di allora e dopo. La notizia della battaglia fece epoca in Toscana. Tolti i “Viva Maria” di fine Settecento, erano due secoli che le truppe toscane non combattevano e l’ultima volta era stato contro il Papa nel 1644, nella Guerra di Castro. I caduti sembrarono molti – e furono un nulla rispetto alle guerre del secolo seguente – e se ne parlò. A lungo? No, nemmeno un anno, perché dieci mesi dopo ci furono la fuga del Granduca, il pasticcio del governo democratico, l’arresto di Guerrazzi, l’occupazione austriaca e in breve si giunse al divieto formale di celebrare l’anniversario del 29 maggio, così formale che quando i Fiorentini provarono a trovarsi a una messa funebre il 29 maggio 1852, la polizia granducale sparò sulla folla, cosa mai accaduta in passato, sicché fu emanato un ulteriore e definitivo divieto di commemorare il 29 maggio: di Curtatone e Montanara non si doveva parlare più. Il ’59 di fatto lo revocò, ma in quel maggio erano tutti troppo indaffarati per pensarci e negli anni seguenti si verificò un fatto fuorviante: man mano che il tempo passava, complice la mancanza di documenti, chi si era arruolato nel ’48 si cominciò a vantarsi del suo passato, fosse o non fosse rimasto fino alla fine della campagna e, poiché l’unico scontro di cui i Toscani avevano memoria era quello del 29 maggio, i due precedenti e quelli successivi furono dimenticati e si creò una vaga aureola di ricordi in cui tutti i volontari – fossero o no restati fino in fondo – venivano accomunati, dando imparzialmente a tutti la medaglia commemorativa e il distintivo117 della campagna del ’48. Quarant’anni dopo la battaglia, i reduci, i soli che avessero veramente qualcosa da dire, cominciarono a metter fuori i loro ricordi, ma, essendo gente corretta, evitarono – tranne in casi molto estremi – di fare i nomi di quanti si erano squagliati sia sul campo, sia in ancora in marcia. Grazie ai reduci si riprese a parlare di Curtatone e Montanara, benché, a chi non ne sapeva nulla, non fosse molto chiaro perché ricordare una sconfitta. Furono eretti monumenti e cippi, scoperte lapidi, redatte liste, pubblicati libri, però quasi tutti da parte di veterani del Battaglione Universitario, i più colti e i più abituati a maneggiare la penna, perciò il ricordo finì per concentrarsi su di loro, mettendo gli altri volontari in ombra, anche se così riuscì a vivacchiare ancora un paio di decenni abbondante. Poi venne la Grande Guerra e fu la pietra miliare, il punto di svolta. I reduci toscani del ’48 erano ormai pochissimi ma c’erano e, cogli altri volontari del Risorgimento ed i Garibaldini, furono visti come gli antesignani, i padri spirituali dei volontari del ’15, di cui spesso erano anche i nonni 118 ed ai quali trasmisero il loro retaggio, la loro missione: il compimento dell’Unità nazionale.
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Il distintivo era quasi identico a quello di Reduce delle patrie battaglie; ma ve ne furono tre versioni diverse, comparse man mano che il tempo passava. La prima fu una stella a cinque punte, di metallo bianco, con al centro la croce di Savoia e fra le punte inferiori un cartiglio colla scritta “Combattenti del 1848-49”; la seconda fu simile alla precedente, perciò sempre di metallo bianco, con lievi differenze nello stemma sabaudo ed una corona a sormontare la stella. La terza fu identica alla seconda nella forma, però in metallo dorato e questa versione è identica a quella più nota del distintivo di Reduce delle patrie battaglie, il quale sul cartiglio aveva però gli anni 1848-1870. Esisté pure un altro distintivo dorato: una stella a cinque punte inscritta in un cerchio nel quale era scritto “Reduci delle patrie battaglie” scandito dalle punte della stella e con in basso, fra le due punte inferiori, il nome della città d’appartenenza. La stella non era coronata ed era caricata al centro da un medaglione circolare colla testa dell’Italia turrita rivolta verso destra. 118 E’ quanto capitò al mio trisavolo, volontario nel ’48: nella Grande Guerra due suoi figli andarono al fronte da ufficiali superiori, e due dei suoi nipoti partirono volontari di guerra, divennero subalterni di fanteria e tornarono vivi, benché feriti. Credo sia stato un caso piuttosto raro, questo, di tutte e tre le generazioni delle campagne risorgimentali dal 1848 al 1918 ancora vive e con le due ultime entrambe reduci dalla Grande Guerra. 159
Chiaramente dopo la Vittoria il fenomeno del volontarismo non cadde nel dimenticatoio 119 e prima il Regio Esercito battezzò Curtatone e Montanara la 20ª Divisione di Fanteria nel 1934, poi lo fece il Partito Fascista nel 1935 col VI Battaglione Camicie Nere Universitario, volontario per la Guerra d’Etiopia e, infine, la Guerra di Liberazione vide costituire al Sud un Raggruppamento Curtatone e Montanara, dalla vita breve. La Repubblica Italiana celebrò la battaglia con un francobollo della serie per il centenario del 1848; e l’Esercito fece un altro tentativo, dando nel 1975 il nome di Curtatone alla 31ª Brigata corazzata, inquadrata nella Divisione corazzata Centauro del III Corpo d’Armata e, conseguentemente al suo Battaglione Logistico ed alle sue compagnie Controcarro e Genio pionieri, che però sparirono insieme alla Brigata nel 1986. Ovviamente il ricordo fu tenuto vivo dai Comuni che erano stati teatro dello scontro e dalle città di Pisa e Siena, specialmente dalle loro università, ma a livello nazionale, per il grosso pubblico, ci si limitò a mezza riga sui libri di scuola, senza entrare in particolari, per cui della battaglia ci si ricordò in maniera meccanica, avulsa dal contesto risorgimentale toscano. Fu poco, certo, ma pur sempre abbastanza da lasciare un segno, pur se quel segno cancellò il ricordo del dopo; perché la campagna non era finita lì: c’era stato un dopo.
Ci cadde così poco che, com’è noto, Amedeo d’Aosta, ancora duca delle Puglie, suscitò le ire di Vittorio Emanuele III per aver soprannominato Curtatone e Montanara lui per l’altezza e la regina Elena per l’origine montenegrina. 119
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Capitolo XI La gloria del dopo All’alba del 31 maggio i Toscani vennero radunati alle quattro del mattino e alle sette avviati in direzione di Volta Mantovana sotto una pioggia battente. A Volta rimasero quattro ore fermi, ebbero pane e formaggio da mangiare e poi l’ordine di ripiegare su Castiglione delle Stiviere. Ci vollero due ore a far girare i traini d’artiglieria e i cannoni agli inesperti fanti e volontari, perché non c’erano più cannonieri, ma finalmente, attraverso Guidizzolo e sempre sotto la pioggia, arrivarono a destinazione verso le cinque del pomeriggio. 161
Il movimento era in esecuzione degli ordini avuti. Spiegò de Laugier, ancora dolorante: “Nella mattina del 30 presentatosi da me il generale Olivieri, mi ordinò in nome del Rè, trasferire il mio piccolo esercito per Guidizzolo, Castiglion delle Stiviere e Montechiaro, a Brescia. Alla meglio, fasciato e sorretto, montai a cavallo e partii. Giunto in Guidizzolo alle 10 antimeridiane e disposte le truppe, fui costretto rimettermi in letto e applicarmi 50 mignatte alle coste. Alle 4 cominciò la battaglia di Goito. Accertatami completamente vinta dai Piemontesi, e gli Austriaci rispinti oltre Curtatone, non dubitai punto (quando nella mattina del 31 venni avvisato esservi alla distanza di 3 miglia da Guidizzolo 3 in 4 mila Austriaci) non fosse questo un corpo errante e interciso.” CCXXIX Mandato il capitano Leonetto Cipriani ad intimargli la resa, Laugier, trattenne una batteria sarda proveniente da Medole e diretta a Volta Mantovana e spedì una serie di staffette al generale Bava a riferire e a domandare ordini. La risposta, reiterata, fu l’ordine di muovere su Castiglione delle Stiviere. Non è chiaro se Bava si fosse reso conto che la colonna austriaca avvistata dai Toscani era il Corpo d’Aspre, rimessosi in moto dopo l’intimazione di Cipriani, il quale era stato trattenuto prigioniero da d’Aspre stesso; comunque, alle tre del pomeriggio, Bava fece giungere a de Laugier per la quarta volta l’ordine di marciare su Castiglione. Poi cambiò idea, per cui alle 19 il generale toscano, in marcia coi suoi sotto la pioggia, fu raggiunto da un carabiniere reale e poi da un ufficiale dello stato maggiore sardo, coll’ordine, il primo a voce, il secondo scritto, di non partire da Guidizzolo, attestarvisi ed attendere, perché cinque battaglioni, mezza batteria ed un reggimento di cavalleria piemontesi stavano per assalire gli Austriaci alle spalle e i Toscani avrebbero dovuto muovere da Guidizzolo per accerchiarli. Amareggiato, de Laugier rispose che era troppo tardi. Doveva proseguire, specie perché, affermò nel suo libro, gli ufficiali l’avevano avvertito che, se avesse ordinato di fermarsi, la truppa avrebbe continuato da sola. Sconcertato e preoccupato da queste voci d’ammutinamento latente, l’indomani, domenica 1° giugno, dopo la messa tenne un breve discorso ai soldati e con un certo sollievo gli parve d’averli entusiasmati e lasciati col morale alto e per niente pronti a ribellarsi. Mentre almeno una quarantina di professori e studenti universitari si erano pagati un passaggio in corriera o su un carretto, arrivando a Brescia il 31 sera, il corpo toscano ebbe ordine di fermarsi coi Napoletani a Montichiari, dove bisognava li raggiungesse la colonna Giovannetti, partita da Bozzolo il 3 giugno e delle cui vicende fu testimone della Seta. Riprendiamolo dal ripiegamento del 29 maggio: “Finalmente a Castelluccio ha termine la rabbia tedesca; noi si prende la strada dell’Oglio e si giunge a Marcaria. Qui i più sospettando di vedersi presto il nemico addosso, non vogliono fermarsi e marciano per S. Martino. Io coi Lawley si dichiara di seguire il Giovannetti ed a qualunque costo difenderlo. Si dorme costà. Io ho perso in quel giorno il baule, così tutta l’uniforme piemontese, i libri preziosi del mag. Ponticelli, delle monete, biancheria, il mio pastrano ed il sackò, di più ho perso (forse saltando i fossi) la borsa ove avevo dell’oro. Insomma io rido di me stesso; e, sebbene molto mi rincresce, ti dirò che il dolore non l’ho sentito dal dispiacere di aver perso l’artiglieria. Io ho pianto sera e mattino; ma tutti i civici son testimoni del fatto mio, 162
anzi ti dirò che moltissimi hanno reso omaggio alla mia condotta; ti dirò che giunti a Bozzolo, ove ora cerchiamo di riorganizzarci, molti Milanesi che son qua, saputo il mio fatto, mi hanno coperto di complimenti. Denari ne ho trovati, anche Roberto m’ha imprestato 2 napoleoni d’oro; ma più tardi non ne avrò bisogno, perchè mi si deve ancor molto dei miei appuntamenti. Ringrazia Iddio ch’io sia sano, e prega che i Toscani sieno costanti nel coraggio dimostrato. I Lawley stanno bene. Tra le perdite, ti dirò che il Pilla è morto, il Montanelli e P. Parra si dicono pur morti, il Sambuchi è morto, ma con certezza non so dirti altro. I Tedeschi hanno perso circa 400 uomini e circa 1000 feriti; i nostri sono in minor numero. Però 60 sono prigionieri e parecchi feriti sono in Mantova, dove, ci narra un disertore, sono trattati benissimo. Il colonnello Saracini 120 manca, ed io dubito che il Baldini e il colonnello Pescetti sieno prigionieri, e forse anche Laugier. Tutti ci siamo distinti, principalmente artiglieria, il battaglione universitario e i bersaglieri pisani. Anche Caminati è morto. Fin ora non si è potuto sapere nulla del Dutrémoul. Se tu volessi fare un grazioso viaggetto, perchè non parti per Bozzolo, e visiti i nostri campi, Peschiera e Goito sono interessantissimi.”CCXXX Ricevuto a rapporto Giovannetti il 4 e andato a ispezionare la sua colonna il 5 a Ghedi, Laugier, preoccupato dalle voci d’un imminente attacco austriaco, mandò le salmerie da Montichiari a Brescia ed ordinò delle ricognizioni a lungo raggio, le quali trovarono tutto sgombro fino al Mincio. La sera stessa ebbe dal capo di stato maggiore sardo, generale Salasco, l’ordine di portarsi a Brescia e alle 3 di notte si mise in movimento. Unì i suoi alla colonna Giovannetti a Castenedolo e proseguirono per Brescia, al cui ingresso, nonostante la pioggia, furono accolti da una guardia d’onore a cavallo alla cui testa si trovavano i generali Lechi e Bussetti coi loro stati maggiori. L’accoglienza fu trionfale. De Laugier ricordò: “sfilammo a traverso le asserragliate strade, acclamati dovunque dalle festose grida del popolo, che applaudiva ai guerrieri superstiti di Curtatone e di Montanara, come a fratelli liberatori.”CCXXXI All’indomani dell’arrivo si procedé ad un primo riordinamento delle forze toscane. Si cominciò dalla riorganizzazione della Civica, a cui non sfuggì il maltrattato Battaglione Universitario, che fu contratto a divisione, nome allora dato non alla Grande Unità Elementare maggiore, ma al gruppo di due compagnie. Fu il prodromo dello scioglimento dell’intera Civica, per spiegare il quale occorre parlare un po’ di quanto era successo in Toscana. A Firenze le prime confuse notizie delle perdite avevano indotto Leopoldo II ad appellarsi ai Toscani il 2 giugno perché si arruolassero nel corpo di spedizione, dicendo: “voi volerete animosi a riempire le fila diradate dei vostri fratelli.”CCXXXII La risposta parve massiccia, ma si trattò d’un fuoco di breve durata: lo spensero entro due mesi le sconfitte di Custoza e di Milano, le forti spese e la renitenza dei più all’arruolamento. Riferì il prefetto di Pisa il 13 luglio che la leva sarebbe stata un fallimento e non senza rischi per l’ordine pubblico l’imporla, tanto era osteggiata specialmente nelle campagne. A sostegno delle sue asserzioni, fondate sulle notizie dategli da cinque gonfalonieri, aggiunse che nei due giorni 120
Il tenente colonnello Alessandro Saracini Lucarini aveva sposato una sorella della moglie di Corradino Chigi di Camollia, al cui figlio Fabio lasciò in eredità titolo ed averi, originando la famiglia Chigi Saracini. 163
precedenti per ben due volte alcuni dei coscritti dell’ultima leva si erano mozzate le dita per non raggiungere i reparti e che in città esisteva maggior sentimento patriottico rispetto alle campagne, ma pure una maggior repulsione alla disciplina. CCXXXIII Davanti alla gran quantità di rapporti da tutte le prefetture e preture del Granducato, in cui si parlava di fughe nello Stato Pontificio o a San Marino per sfuggire alla coscrizione, di renitenza passiva o attiva e finanche violenta, o distruzione delle liste di leva come a Pescaglia in Garfagnana, ammise il professor Capei il 21 luglio davanti al Consiglio Generale Toscano: “non ci dissimuliamo, Signori, una verità… che la classe degli agricoltori, la più numerosa e donde si raccolgono i migliori e più robusti soldati, si rifiuta al servizio. La naturale loro ignoranza è causa principale di questa renitenza all’arruolamento, e nessuno si è mai dato pensiero di educarli a sentire altamente della patria, e quanto sia grande la gloria d’esser nati italiani. Le guerre napoleoniche poi disgustarono la classe degli agricoltori, ai quali furono fatti sentire tutti i mali della guerra e nessuno dei benefizi, e, durante la pace, la poca spesa con cui si provvedevano i cambi, ha indotto la classe degli agricoltori nella opinione che la coscrizione non sia un debito personale, e la ritiene come un balzello imposto sul popolo; e giacché si è trattato di una piccola spesa, nessuno si è rifiutato di pagarla anziché arrolarsi sotto le bandiere. La classe degli artigiani ha questo medesimo difetto, sebbene sia minore, e ne soffre per le ragioni medesime.”CCXXXIV Leopoldo aveva davvero bisogno di uomini? Per certi aspetti si, non per la Lombardia: per la Lunigiana; e qui occorre un altro passo indietro, non lungo, appena un mese. Alla fine della primavera, come scrisse Montanelli: “Leopoldo agguantava la Lunigiana, e a dispetto di Ferdinando tirava a mettere un figliuolo sul trono di Sicilia, e non gli sarebbe importato nulla delle scomuniche di Pio IX se avesse potuto ingranducare le Legazioni, che ci moriva su.”CCXXXV Queste mire, ufficialmente mai ammesse e per di più smentite quando vennero adombrate da altri, ebbero vita breve: svanirono colla fine di luglio, ma restarono sul tavolo e parvero possibili almeno da giugno appunto alla fine di luglio, un mese abbondante, ed implicavano due premesse necessarie e una politica difficilissima. Le premesse necessarie erano: una la cacciata dell’Austria dall’Italia, l’altra la creazione della Lega italiana, presieduta o meno dal Papa, divisa in quattro soli Stati: Pontificio, Toscana, Alta Italia e Napoli. Uno Stato dell’Alta Italia implicava un riassetto completo e la scomparsa dei filoaustriaci duchi di Modena e di Parma, dando i loro territori a chi? L’idea a Firenze era d’una spartizione, tenendo la Lunigiana e i territori ex-toscani e lasciando al Piemonte il resto. Poi, con qualche cautela, le Legazioni pontificie non sarebbero state difficili da prendere, bastava un nuovo scossone rivoluzionario come quelli del ’30 e del ’46 e ci si sarebbero potute mettere sopra le mani. Per la Sicilia si sarebbe visto; ma si poteva nutrire qualche speranza. Rischi? Sottovalutati e dunque apparentemente pochi: Napoli e Roma si erano chiamate fuori dal conflitto, per cui alla fine non avrebbero potuto avere voce in capitolo, su nulla.
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Per ottenere quei risultati, era necessario stare fra i vincitori, perciò bisognava continuare a partecipare alla guerra. Si poteva fare? Si, a certe condizioni. Se quella appena esposta era la politica del Granduca, le poche risorse disponibili in uomini, mezzi e denari non facevano ben sperare, perciò il passo preliminare doveva essere l’irrobustimento dell’esercito, rendendolo disciplinato e politicamente affidabile. Se le cose stavano così – e sia chiaro che a questo punto procedo per ipotesi, partendo dall’asserzione di Montanelli, perché questo discorso non mi risulta che sia mai stato fatto prima e mi limito a dedurlo concatenando i fatti – allora occorreva rispedire a casa i civici e sottoporre a stretta disciplina militare quanti di loro volevano restare; e l’unico sistema possibile era d’integrarli nell’esercito regolare in qualità di militari effettivi. Comunque si decidesse di procedere, lo spettro delle famose 70.000 lire al giorno e dell’esaurimento dei fondi entro luglio continuava a dominare la scena, per cui o che si volessero ridurre le spese in assoluto, o che per certi fini politici si desiderasse riordinare l’esercito eliminandone i volontari incontrollabili, il primo passo da compiere era la riduzione dei quadri: via i civici! Non si sa quanto al corrente di queste faccende, il 9 giugno de Laugier passò in rivista i civici e gli universitari, ai quali, fatti i complimenti per la giornata del 29 maggio, espose la necessità di passare nelle truppe regolari colla ferma d’un anno o per la durata delle ostilità, se si voleva proseguire a combattere, offrendo in alternativa il congedo. Questa perlomeno è la versione coeva di Nerucci ai suoi genitori, ma nel 1890 il suo commilitone Giuliano Carmignani la rammentò in maniera assai diversa. Dopo aver ricordato l’accantonamento del Battaglione Universitario alla Cavallerizza di Brescia, in precedenza occupata dai Croati, e l’infestazione di parassiti inferociti dalla fame, lasciati dai Croati mesi prima e che i militi si erano trovati addosso in quantità tale che “i nostri miseri panni avevano cambiato colore per lo strato di insetti che li copriva”, scrisse: “Il Generale De Laugier passando in rivista il Battaglione nel recinto di quella Cavallerizza, fu con noi di una durezza brutale. Quando all’appello venivano proferiti i nomi dei nostri compagni perduti a Curtatone, alla nostra voce – morto – rispondeva – sarà fuggito; insulto così straziante per noi, che da quel momento risolvemmo di dimetterci.”CCXXXVI Si disse poi che quell’atteggiamento gli fosse stato imposto dal Governo per indurre gli universitari a piantare l’impresa, altri opinarono che ce l’avesse con loro perché avevano scritto e scrivevano a casa, dando inconsapevolmente delle versioni diverse dai rapporti del comando del Corpo di Spedizione: impossibile stabilirlo. Resta il fatto che i due motivi potevano benissimo coesistere e che il 18 giugno 1848 un ordine del giorno annunciò agli universitari e agli altri volontari la necessità di scegliere: restare, transitando in un costituendo reparto di bersaglieri toscani e, se minorenni, cioè al di sotto dei 21 anni, a condizione d’avere il consenso dei genitori; oppure rientrare. E’ difficile dire cosa passò per la mente di tutti i volontari, perché sappiamo qualcosa solo di quanti ne scrissero a casa o, più tardi, nelle memorie; certo è che l’impresa era stata deludente e soprattutto costosa, molto costosa, tanto da impedire a quasi tutti di poterla continuare. Spendere, come ricordò Nerucci, dalle 80 alle 100 lire al mese per rischiare scomodamente la vita, vedersi silenziosamente messi da parte dai Piemontesi e sapere di star perdendo tempo ed occasioni in
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Toscana erano quattro buoni motivi per piantare tutto e tornarsene onorevolmente a casa; e questo moltissimi fecero. Il 19 giugno 1848 fioccarono i congedi definitivi e il Corpo di Spedizione si contrasse a meno della metà, rimanendo articolato sui regolari e su dei battaglioni civici sempre più scheletriti col passar dei giorni, finché, il 15 luglio, non sarebbero stati sciolti. Allora quanti fra gli ufficiali non avessero voluto tornare a casa, avrebbero dovuto rinunciare a grado e stipendio e chiedere l’ammissione al Battaglione Fortini come militi semplici; e questo afflusso avrebbe fatto quasi raddoppiare il reparto, salito da quattro a sette compagnie, rendendo necessaria la nomina di ufficiali in ognuna delle nuove, nomina a cui il 16 luglio si sarebbe provveduto per elezione, secondo le regole della Civica. Nel frattempo lo stato maggiore del Corpo toscano aveva iniziato a verificare le consistenze del vestiario e dell’equipaggiamento e poi ad occuparsi dello scioglimento e rinvio a casa della Civica, rilasciando ai militi congedi, attestati e fogli di via. Contemporaneamente doveva recuperare le armi ed esaminare i reclami presentati da civili e militari, far da tramite fra il Governo granducale e i governi provvisori di Milano, Bergamo e Brescia nei negoziati sul passaggio nelle truppe lombarde chiesto da alcuni civici, senza dimenticare il mantenimento dei regolari, a spese sempre dei Lombardi. Riguardo ai regolari era inoltre necessario ritirare il vestiario bianco e consegnare quello nuovo blu, sollecitandolo a Firenze. Lo stesso valeva per le armi: occorreva sostituire i fucili a pietra focaia distribuendo i nuovi e le relative munizioni. C’erano da risarcire ai privati le loro armi perse in guerra, così come andavano riparati i cannoni e i carriaggi dei treni di provianda e d’artiglieria, facendone fare di nuovi se la riparazione era impossibile. Ancora: andavano ripianati i vuoti nei reparti, ristabilendo “prudentemente” la disciplina e questo significava accertare le perdite, dunque elencare morti, feriti, prigionieri, assenti, disertori e dispersi, perciò bisognava spedire ufficiali a controllare se ve ne fossero in ogni paese, villaggio, cascinale od ospedale, coll’incarico, già che ci andavano, di riportare o almeno segnalare eventuali armi e dotazioni militari toscane disperse o abbandonate. Infine il comando era sommerso da migliaia di lettere da tutta la Toscana in cui si chiedevano notizie dei congiunti. Concludeva de Laugier: “non sarà fuor di proposito aggiungere, in quanto a quel che concerne la truppa di linea, che per secondarmi mancavano otto uffiziali superiori e 30 subalterni, inutilmente a Firenze più e diverse volte richiesti.”CCXXXVII Esisteva però un problema accuratamente celato, sussurrato e mai detto, un cui sintomo sarebbe esploso – è il caso di dirlo – coll’uccisione di Giovanetti a fine agosto e di cui, a parte alcuni accenni in due interrogazioni parlamentari di Guerrazzi, si seppe qualcosa in pratica soltanto nel 1852, quando apparve l’ultimo volume della Storia di Antonio Zobi: il disastro disciplinare. L’imposizione della disciplina militare a gente che o non ne aveva mai sentito parlare – come i civici – o se n’era sempre infischiata, come i regolari, aveva creato attriti non da poco. Un primo pessimo segno si era avuto ancora in marcia, quando, tra Viadana e Gazzuolo, a Giovannetti erano state tirate delle fucilate da alcuni suoi granatieri e lui, sprezzante, aveva esclamato: “Altrettanto ignoranti che vili, non sapete neppur mirar giusto!”CCXXXVIII Dopo Montanara, davanti allo sfascio della sua colonna in ritirata, Giovannetti aveva cercato di rimettere ordine ed aveva confessato tristemente a de Laugier il 1° giugno:
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“lo sono disperato per potere raggranellare tutti questi sbandati. Il peggio sono gli ufficiali; essi hanno dato il cattivo esempio, e non so se con tutta la mia perseveranza mi riuscirà ad organizzarli. Questa mattina ho avuto da lagnarmi con molti ufficiali, particolarmente con quelli livornesi. Un certo Depouys capitano, 121 insalutatamente se ne partiva dalla mia presenza con insolenza la più grande, mentre tutti gli altri restarono per combinare l’organizzazione da farsi. Non furon però troppo bene trattati obbligandoli di rientrar nella stanza, tacciandoli d’insubordinati, e di uffiziali che avevan dato il cattivo esempio per aver portato seco la compagnia fino a Casalmaggiore. Finalmente dissi loro, che quando si fossero trovati offesi, avrei dato loro qualunque soddisfazione: vedremo come finirà. Oggi mi devono portare le situazioni di tutta la forza, e quindi formerò delle compagnie. Tutta la forza riunita ammonterà a circa un migliaio di uomini, gli altri sono restati prigionieri, feriti, morti o sbandati. Io non potrò darti uno stato preciso degli uomini mancanti, perchè non vi è più un registro, nè tampoco persona che sappia la forza dei corpi prima dell'azione. Quando ci riabbracceremo ti conterò il tutto. Pel momento non posso farti un rapporto regolare come si dovrebbe, perchè non vi è persona che mi possa dare i materiali per farlo, nè tampoco la nota di coloro che si sono distinti….”CCXXXIX A questo si sommavano i numerosi libelli di matrice estremista e guerrazziana pubblicati in Toscana contro di lui e de Laugier, alcuni esemplari dei quali arrivavano regolarmente a Brescia e, come abbiamo visto scrivere a Carli, la cattiva opinione che molti civici avevano dei loro ufficiali. Navigando alla meno peggio in questo mare di guai e cercando di mantenerli celati, il 16 luglio de Laugier andò a Valeggio a parlare a Carlo Alberto, ma non toccarono alcun argomento concreto: complimenti, encomi, spiegazioni, osservazioni… chiacchiere. La situazione militare intanto peggiorava. L’abbandono pontificio causato dalla sconfitta di Vicenza e dal conseguente armistizio e quello napoletano ordinato da Ferdinando II si stavano facendo sentire. La partenza dei Napoletani ridusse il corpo toscano a 2.547 uomini, 437 dei quali distaccati a Goito; e proprio allora Salasco ordinò di prepararsi a partire entro ventiquattr’ore per andare a rilevare i Lombardi di Giacomo Durando sulle Alpi Trentine ad est del Garda. Laugier obbiettò: i suoi 2.500 uomini non potevano sostituire efficacemente i 4.850 di Durando, non sarebbero bastati a tenere la linea. Salasco ribatté duro: doveva obbedire agli ordini che a Sua Maestà sarebbe piaciuto dare, o vedere il corpo toscano considerato come rinunciante alla guerra ed obbligato a rientrare in Toscana. Laugier sapeva di non poter prendere una decisione politica come quella: spettava al Granduca, non a lui, per cui nel suo libretto spiegò: “risposi, come l’onor mio richiedeva, esser pronto di obbedire a ogni costo, e sollecitati i necessarj preparativi di partenza, e sopratutto i risarcimenti delle armi e carriaggi, nel qual lavoro per mancanza d’artefici si procedeva lentamente, mi recai a percorrere i paesi lungo la via del Tirolo, e posto a Nave, quale vanguardia, il battaglione civico comandato dal Fortini, partii pel Caffaro onde abboccarmi col Generale Durando.
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L’unico il cui cognome si avvicini a questo, è il capitano della Civica livornese Naftali Dupuy, possidente. 167
Al tempo stesso non consentendomi la coscienza di nascondere al proprio Governo la vera situazione delle cose, non solo ne scrissi con animo aperto al Ministro della Guerra, ma con missione particolare spedii un uffiziale del mio stato maggiore, il capitano Enrico Mayer, a fargli presente di quanta maggiore utilità riuscir potrebbe il far sì, che la piccola armata Toscana, anzichè trovarsi di nuovo in procinto di vedersi isolata fralle gole delle Alpi, come già lo era stata nelle pianure di Mantova, fosse destinata a più strettamente congiungersi con una divisione Piemontese, e preferibilmente, ove ciò si potesse, non lungi dalla linea del Pò; acciò nel caso di qualche sventura (prevedibil pur troppo dacchè l’esercito Piemontese insufficiente ormai a riprendere l’iniziativa nei movimenti strategici, andava continuamente assottigliando la sua lunga linea di difesa sul Mincio) si trovasse pronta a cuoprir la Toscana, ove non era un soldato rimasto, aprendosi in tempo le vie di Fivizzano e Pontremoli. A queste considerazioni aggiungevasi quella, che riavvicinate ai proprj confini le nostre milizie, si sentirebbero non solo rianimate all’idea di congiungere alla difesa della Patria comune, quella delle loro case e famiglie, ma potrebbero ancor prestar mano alla attivazione di nuove leve, indispensabili al certo se volevasi costituire in Toscana un esercito capace di figurare degnamente nel nazionale cimento.”CCXL Insomma, fece quel che era obbligato a fare, gabellandolo nel suo testo come una sua nobile iniziativa, però lo fece molto bene, perché avvertì il ministro – e dunque il Granduca – che la situazione militare era sempre più rischiosa e bisognava pensare ai casi propri e all’interesse toscano. A Firenze gli diedero retta. L’iniziativa piemontese non piaceva: allontanava le truppe fino al capo opposto della Lombardia, rendendo impossibile recuperarle in caso di crisi, perciò il governo granducale si mosse per via diplomatica – era o non era Leopoldo il cognato di Carlo Alberto? – e ottenne che le sue truppe agissero insieme a quelle sarde nella pianura padana, sicché, al ritorno da Ponte Caffaro il 5 luglio, Laugier ricevé da Salasco l’ordine di partire coi suoi per Valeggio quella stessa notte.
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Capitolo XII I prigionieri
Apriamo una lunga parentesi su un argomento sempre negletto: i prigionieri. Non è una questione irrilevane, perché a Curtatone e Montanara finì in mano al nemico il 22% di tutti i militari italiani nel teatro di battaglia. Non è poco e, se pagine e pagine sono state dedicate ai meno di 500 volontari del battaglione universitario, decenza ed equità vogliono che si dedichi almeno un capitolo agli oltre mille Italiani, quasi tutti toscani, che finirono in prigionia.
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C’è però una difficoltà d’ordine generale che incide pesantemente sul caso specifico: non esistono molti resoconti di prigionia dell’Ottocento. A quel tempo si riteneva il prigioniero uno sconfitto immeritevole di menzione e spesso i diretti interessati preferivano omettere dalle memorie il periodo in mano al nemico; lo stesso capitò coi prigionieri del 29 maggio. Infatti, riguardo ai Toscani presi a Curtatone e Montanara, salvo i ricordi dei Pistoiesi menzionati dal professor Gori nel 2011, esistono testimonianze di cinque soli di loro; ma una, di Stocchi, si interrompe subito dopo aver detto d’essere stato preso; una seconda, le lettere di Ballati Nerli, è volta a rassicurare la madre, perciò lui non entra in particolari e si dilunga su come amministrare i beni di famiglia in sua assenza,122 dunque ne restano tre, tutti di universitari, di cui due presentano una particolarità degna di nota: gli autori sembrano aver fatto due prigionie completamente diverse e la cosa è tanto più strana se si pensa che avevano moltissimo in comune. Alfonso Ademollo e Tarugio Tarugi erano entrambi studenti a Siena, perciò entrambi nella 4ª compagnia del Battaglione Universitario e in sostanza conterranei. Tarugi era di Montepulciano. Ademollo, benché nato all’Impruneta e all’epoca residente ad Orbetello, dall’età di due anni aveva vissuto nella stessa parrocchia dei Tarugi. Suo padre era stato primario di chirurgia dell’ospedale di Montepulciano dal 1831 al 1847; e nel piccolo seminario di Montepulciano Alfonso aveva studiato da convittore fino all’entrata all’università; e per un lungo periodo contemporaneamente a Tarugi, di sei anni più anziano. Tutti e due furono catturati lo stesso giorno, tutti e due finirono a Mantova e compirono il medesimo percorso fino in Boemia, tutti e due furono a Theresienstadt e ne vennero via quasi contemporaneamente. E’ vero: differivano nel corso di studi, nell’età e nell’estrazione sociale, essendo Tarugi studente di legge, più anziano e di antica nobiltà locale e Ademollo studente di medicina, di madre nobile ma di padre borghese, agiato ma non ricco, per cui viene da chiedersi se queste differenze, che sotto le armi di solito spariscono in fretta, abbiano condizionato le rispettive prigionie, le quali, a leggerne i resoconti, son così diverse da sembrare avvenute in posti e condizioni del tutto differenti. Per certi versi sono sinottiche, dunque riportano lo stesso fatto da angolature diverse, l’una accentuando aspetti non menzionati dall’altra, ma per certi altri versi paiono davvero due mondi separati. Andiamo con ordine. La cosa che più premeva agli Austriaci erano le informazioni. Uscendo da Mantova sapevano d’aver davanti i soli Toscani, poco organizzati, per metà volontari inesperti e dunque incapaci d’una resistenza seria e tantomeno lunga; invece tutta l’avanguardia aveva cozzato contro un muro invalicabile, s’era dovuta far sostenere dal grosso e ci aveva messo sette ore a passare, con perdite non lievi: tra morti, feriti e dispersi, il 5% dell’avanguardia era fuori combattimento. La sorpresa era fallita e occorreva riorganizzarsi dopo aver percorso nemmeno cinque chilometri da Mantova: come mai? Fra i bianchini erano state viste uniformi blu: c’erano stati i Piemontesi? Se si, quanti? Il grosso? Un’avanguardia? O, peggio, erano venuti i Francesi? La vittoria aveva aperto la strada secondo i piani, oppure no? Com’è noto, le lettere di Ballati Nerli, trovate per caso in un cofanetto comprato all’asta, furono pubblicate nel 2011 in un volume fuori commercio, curato da Annamaria MORTARI e Carlo MICHELI, intitolato Amor di Patria amor di figlio. Lettere di un volontario toscano alla battaglia di Montanara e Curtatone. La prima lettera dopo la cattura fu scritta l’indomani della battaglia e si limitava a poche righe: “Le scrivo due versi per rassicurarla riguardo allo stato mio dopo il fatto d’arme di ieri di cui certamente sarà già informata dalla pubblica fama. Io insieme a molti altri siamo rimasti prigionieri e siamo trattati assai bene. Non ho riportato alcuna ferita e sto perfettamente bene. Non si dia alcuna pena di me. Le domando la sua benedizione e mi confermo suo affezionatissimo figlio Giuseppe Nerli.” Le lettere seguenti furono molto brevi, per evitare di far capire alla madre le proprie condizioni di salute in via di peggioramento, per cui di particolari sulla vita dei prigionieri in sostanza non ne diede. 122
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Servivano con urgenza quante più informazioni possibile; gli interrogatori dei prigionieri erano già prassi comune, pur se non ancora regolati dalle convenzioni internazionali, perciò agli occhi dei militi non ci fu nulla di strano se, come ricordò il caporale Stocchi: “Arrivati agli Angioli, s'incontrò il Generale Radetsky con tutto il suo Stato Maggiore, che ci fece delle domande, specialmente sul corpo a cui appartenevamo.”CCXLI E nessuna obiezione a rispondere mossero i prigionieri, raccontando quanto sapevano e gettando nello sconcerto gli Austriaci. Lo riferì Tarugi, il quale non rammentò Radetzki, però aggiunse: “fummo posti in riga davanti a un colonnello Austriaco, il quale avvicinandosi ora a questo ora a quello, all’orecchio domandava, quanti eravamo in tutti nel nostro campo e noi rispondevamo la verità, cioè, quattromila, meno quattro compagnie, che due erano in riposo a Castellucchio e due a Rivalta. Esso a tale asserzione s’inquietava e gridava – Come quattromila! Voi avete avuto un rinforzo di Francesi! (sic). Voi resistere per tanto tempo a noi, che siamo 35 mila!! Verificato poi dalla dichiarazione concorde di molti, che quella era la verità, soggiunse — Voi siete bravi soldati! ” CCXLII La raccolta delle informazioni svelò agli Austriaci una situazione inaspettata: erano stati vittime d’un’azione ritardatrice riuscita ben oltre le attese; davanti non avevano il vuoto, né un’armata battuta, ma probabilmente l’armata sarda in piena efficienza. Dove? Non lo sapevano, perciò era necessario riorganizzarsi e riposare prima di procedere, per affrontarla nelle condizioni migliori. Con questo, l’importanza strettamente militare dei prigionieri cessava e li si poteva evacuare. Da quel momento in poi iniziava la prigionia vera e propria. All’atto della cattura alcuni Italiani avevano rischiato la vita. Se erano sopravvissuti lo si era dovuto agli ufficiali austriaci e questo non era valso per i soli universitari. Montanelli ricordò che nella casetta in cui l’avevano trasportato era entrato un capitano austriaco, il quale aveva impedito ai propri uomini d’infierire su feriti e prigionieri; ma non sempre gli ordini furono rispettati. Tarugi, ad esempio, mentre si avviava a Mantova, fu percosso: “Ad un certo punto, un soldato si stacca dai compagni e col calcio del fucile mi percuote fortemente nel ceppo di un orecchio, dicendo – Porca Italiana! … Per diversi giorni quel colpo mi produsse un forte rombo all’orecchio e nella notte mi pareva di essere sempre nel campo di battaglia in mezzo al rumore, al frastono dei cannoni e dei moschetti.”CCXLIII E gli era andata bene, poteva capitare ben di peggio, come al milite prigioniero di cui narrò l’inorridito caporale Stocchi: “Un volontario, che, a quanto pare, mi conosceva benissimo, ma del quale io non ho mai potuto risovvenirmi il nome, mi chiamò con voce lamentevole quasi morente e con respirazione tronca ed affannosa mi pregò, di far sapere tutta alla sua famiglia, che egli sentendosi ferito a morte, le inviava l’ultimo pensiero e l’ultimo addio…., vedendo lo stato miserando del ferito, rimasi finchè potei accanto a lui; ma esso non poteva moversi. Allora, un miserabile di soldato Tedesco, vedendo fermo appoggiato al muro quello, lo trafisse con una baionettata. Quello che provassi in quel momento non so 171
esprimerlo, ma avrei dato volentieri la vita per sbranare quel mostro e non potei però astenermi dal maltrattarlo.”CCXLIV Questo era tanto più orribile in quanto inatteso e in contrasto colle promesse al momento della cattura. Ad esempio, come sappiamo, Tarugi, già arresosi, aveva domandato a un capitano come sarebbero stati trattati, scatenando nell’altro la massima indignazione: “non siamo barbari, come voi dite.”CCXLV Non solo i subalterni ma lo stesso Radetzky, erano stati prodighi di garanzie; l’abbiamo visto nel racconto d’Ademollo di quando il Maresciallo aveva promesso “buon soldo e buona fleisch (carne).”CCXLVI Le promesse si rivelarono false entro poche ore, anche se forse erano state in buona fede e smentite dalle difficoltà dell’intendenza austriaca. Di regola al prigioniero bisognava fornire vitto, alloggio, cure e una paga giornaliera, le cui spese sarebbero confluite nei danni di guerra dovuti dal vinto al vincitore. Gli Austriaci dunque fecero quanto dovevano, ma molto lentamente e non bene. Se accadde per una tacita intenzione di rendere deboli e meno pericolosi i prigionieri come sostenne Ademollo, o per difficoltà dell’intendenza austriaca è impossibile stabilirlo. Io tendo a pensare a difficoltà dell’intendenza, perché il vitto fu molto al disotto delle promesse, l’alloggio scadente e la paga carente finché i prigionieri furono in zona di guerra, cioè almeno fino alla Valsugana, ma poi le cose migliorarono. Come sappiamo, il 29 i prigionieri, stanchi dopo una giornata di combattimenti, fame e sete, da Borgo Angeli furono avviati a Mantova incrociando le colonne austriache. Tarugi ricordò: “È inutile dire, che noi poveri prigionieri eravamo fatti segno a tutti gli improperi e ai motteggi di quella, dirò, brava gente, per non dire, canaglia, pensando, che noi Italiani ubriacati dall’entusiasmo, forse, avremmo fatto altrettanto, e pensando che essi, più che dall’entusiasmo, erano ubriacati dal vino, che ai soldati si serviva a profusione.”CCXLVII Scrisse Stocchi: “Dagli Angioli fummo condotti a Mantova e là, io, con diversi altri, fui rinchiuso, prima in una specie di carcere sotterranea, dove fui frugato e mi fu rovistato il sacco, che avevo conservato intatto e quindi fui condotto in un vasto recinto con tettoia da due lati, dove erano pure gli altri prigionieri.”CCXLVIII Confermò il caporale Ademollo: “ci condussero nelle carceri dei comuni delinquenti. Quivi sdraiati su luridi pancacci, chiedendo a’torbidi carcerieri da rifocillarsi, poi ci svegliarono gridandoci auf auf (su su) e in mezzo a molta truppa ci accompagnarono in un vasto piazzale circondato dall’alte caserme di Santa Barbara e dove, col cuore spezzato, trovammo un migliaio de’nostri: erano i prigionieri di Montanara. Sdraiati sul nudo terreno, cinti da caserme e da scolte Croate, si riprese sonno, perchè il corpo reclamava riposo e cosi ebbe termine per noi il 29 maggio 1848, giorno di gloriosa ricordanza.”CCXLIX Tarugi era stupefatto, offeso ed affranto: 172
“pensavo e dicevo coi miei compagni di sventura Noi dobbiamo dover commesso qualche gran delitto. In queste carceri si chiudono i delinquenti e non i prigionieri di guerra. Questo è il trattamento che ci dovevamo attendere da una nazione civile?” CCL Gli Italiani nelle caserme di Santa Barbara secondo Ademollo erano 1.080 fra Napoletani e Toscani di ogni corpo. Non so se prese il numero da una fonte letta nei quarantadue anni fra allora e la stesura delle memorie, ma non mi stupirei se, pignolo com’era, avesse contato i presenti. Infatti la sua cifra è vicinissima a quella fornita dalle autorità al tenente Pichler dei volontari viennesi, al quale di lì a poco avrebbero annunciato l’arrivo ad Ala di 1.089 prigionieri italiani: numero inferiore al totale, non includendo i 60 ufficiali presi – 29 regolari e 31 della Civica – molti dei quali liberati e rimpatriati il 22 giugno, né i feriti intrasportabili. Tra i prigionieri c’erano i regolari del 1° di Linea, sempre colle bandiere nascoste addosso, di cui a Mantova sottufficiali e soldati stracciarono e si spartirono i drappi, decisi riportarli in Patria. La permanenza a Mantova fu breve; e il vitto si rivelò subito insufficiente e ben diverso da quanto promesso, come rilevò Ademollo: “La fame si faceva sentire gigante ai nostri stomachi giovanili e mute alle nostre richieste rimanevano le scolte che ci guardavano. Potemmo comprare del pane ed alla meglio fummo sazi; ma i più non avevano un becco di un carantano. I lamenti ed anche le minacce non furono poche e tali poi, che sembrò giungessero alle orecchie del Potestà di Mantova, il quale richiese all’Austriaco comandante di poter nutrirci a spese del Municipio, giacchè pare che l’Augusto Maresciallo Radetzky avesse già dimenticato le promesse fatte la sera innanzi.”CCLI Tarugi aggiunse: “Alla sera ci furono portati sei o sette pastoni di polenda di granturco di smisurata grandezza, fatti con farina senza stacciare, tanto era ruvida al palato. Io mi mangiai la porzione che mi fu assegnata, forse con grande avidità, perchè l’appetito che avevo, non lo ricordo; ma certo doveva esser grande e l’argomento ancora dall’avere attirato la attenzione di una vivandiera al servizio dell’Austria, ma Italiana, che di nascosto mi dette un’altra fetta di polenda, che io accettai per non passare da disobbligante, ma che poi consegnai ad un altro mio compagno, perchè con la mia porzione mi ero abbastanza saziato.”CCLII La sconfitta a Goito obbligò gli Austriaci a tornare a Mantova ed evacuare i prigionieri. Li spostarono a piedi. Ademollo: “Nei giorni 30 e 31 maggio rimanemmo in quel piazzale, raccontandoci a vicenda i diversi episodi a’ quali ci eravamo trovati presenti ed a’ quali si era preso parte: ma la nostra dimora circoscritta ed a cielo aperto era divenuta intollerabile, sicchè la mattina del 2 giugno si fu condotti al coperto nelle vaste stalle dell’antico palazzo Gonzaga. …nella mattina del 3 venne ordine che immediatamente si sloggiasse, dovendo quelle stalle essere occupate dagli usseri Ungheresi, reduci da Goito. La
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furia degli uffiziali Austriaci che ci custodivano fu tale e tanta, che non ci permisero neppure di mangiare il rancio.”CCLIII Tarugi confermò: “… mentre io stavo facendo il rancio ed erano le marmitte al fuoco, venne l’ordine di partire immediatamente. Fu inutile il dire, che non avevamo ancora mangiato; bisognò partire, bevendo prima un poco di brodo per ciascheduno e portando via il resto nelle pezzole. ”CCLIV Ademollo: “Fummo sfilati fuori di Porta S. Giorgio, dove rimanemmo sorpresi di trovare l’intiero esercito Austriaco sparso sulla via e ne’campi, non più baldanzoso, ma scorato, avvilito e decimato. Succederono anche delle scene commoventi in quella traversata, perchè alcuni uffiziali e sottouffiziali dei cacciatori Tirolesi, stringendoci la mano, sottovoce pronunziavano con noi Viva Italia! Erano Tirolesi Italiani. La marcia che si doveva fare in quella sera del giorno 3 giugno era di 14 o 15 miglia, cioè, si doveva raggiungere Nogara nella direzione di Verona. Il sole bruciava, la polvere della via ci ravvolgeva come in una densa e quasi irrespirabile nube, a cui aggiungasi il digiuno e chiunque comprenderá la triste nostra sorte. Si ebbe però una fortuna, quella di avere a scorta un reggimento di fanteria Ungherese, i cui soldati ci mostrarono simpatia, in modo che andavamo nelle cascine per dove si passava a fin di provvedersi di qualche cosa per sfamarsi e soprattutto per dissetarsi. Sull’imbrunire raggiungemmo Nogara, che trovammo occupata da un nerbo imponente di truppe Croate. Fummo condotti in un vasto piazzale123 fiancheggiato da un alto muro, dove un circolo di Croati a tre file eran destinati ad essere i nostri Angeli Custodi notturni. Entrati in questo recinto, ci accorgemmo che nel centro eravi un pozzo; colà ci affollammo per bevere; ma un Uffiziale Croato fece cadere le secchie nel pozzo e cosi dovemmo adagiarci su quel terreno, anche con la compagnia non gradita della sete.”CCLV Completò Tarugi: “Arrivammo la sera a Nogara stanchi ed affamati, e più che altro riarsi dalla sete. Fummo collocati a dormire dentro un cimitero circondato con muro di materiali e da un altro muro di Croati all'interno. Appena fermati pregai un Croato, se mi fosse andato a comprare un po’di vino e a tale oggetto gli detti una fiaschetta e i danari. Un Uffiziale lo vide escire dal rango, gli domandò dove andava e saputolo, mi fece restituire la fiaschetta e il danaro, e poi gli consegnò tre o quattro piattonate. Io rimasi mortificato di questo fatto, e, allontanato che si fu l’Uffiziale, me gli accostai, facendogli le mie scuse e le mie condoglianze: esso mi rispose offrendomi un pacchetto di tabacco da fumo, che volentieri accettai e in cambio gli detti non so quanti carantani, che esso rifiutò e ci vollero replicate insistenze per farglieli accettare. 123
Come si vedrà fra poco, era un cimitero. 174
La stanchezza ed il sonno poterono più della fame e della sete, e mi rammento che dormii profondamente.”CCLVI L’indomani si riprese la marcia per Verona. Scrisse Tarugi: “La mattina suonò la diana e la fame si fece risentire prepotentemente; ma bisognò partire prima di aver mangiato, però speranzati che a piccola distanza avremmo fatto colazione.”CCLVII La scorta era cambiata, come spiegò Ademollo: “La scorta che avevamo fu di soldati Croati, gente allora la più nemica del nome Italiano e lo provarono una volta di più, non permettendoci neppure di pigliare una gelsa dagli alberi lungo la via, nè di bere un sorso di acqua, che stagnava ne’ fossi laterali; ma di più, non vollero neanche credere ai bisogni naturali del corpo, per cui ne avvennero inconvenienti ad alcuni prigionieri. Io vidi un bel giovane Sergente del X° Napoletano, portato sulle braccia da alcuni suoi sottoposti, che basiva dalla sete; fra i nostri, Olinto Sani immensamente in questa marcia soffrì. E si, che se noi soffrivamo per la fame e per la sete e la stanchezza, i Croati non soffrivano meno per il caldo e per il sole, onde di tanto in tanto cadevano in terra in preda ad abbondante epistassi.”CCLVIII Confermava Tarugi: “Durante il viaggio molti di noi erano caduti, chi per stanchezza e sfinimento, chi per insolazione, e più che de’nostri cadevano i soldati Austriaci, che ad ogni pie sospinto vedevamo appoggiarsi e cadere per le grotte. Per loro il caldo era molto più dannoso.”CCLIX Commentò Ademollo: “Il comandante Croato non si preoccupava nẻ di noi, nè di loro; però, giunti al villaggio di Bovalone, fu costretto, suo malgrado, a farci fare un alto e a far venire presso la colonna marciante alcune corbe di piccoli cazzotti di pane, 124 che furono divorati in meno che non si dice. ”CCLX Ricordò Tarugi: “Infatti in una certa incrociatura di strada trovammo delle bigonce piene di vino e pane e companatico in abbondanza”CCLXI Ecco, da qui in poi, dal momento in cui il 4 giugno Ademollo trova delle corbe con dei panini e basta, mentre Tarugi rammenta pane, vino e companatico, i resoconti dei due testimoni cominciano a diventare sempre più diversi. Ademollo:
I cazzotti sono dei panini, così chiamati nell’Italia corrispondente all’antica Tuscia, per le loro dimensioni e l’aspetto d’un pugno. 124
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“Questo martirio a noi Volontari non andava punto a genio e quindi i più strani e difficili intendimenti eransi già ficcati nelle nostre teste un po’esaltate, e fra gli altri, quello di prendere in massa la fuga, gettandosi per i campi con ordine sparso e raggiungere Santa Lucia, che non si sapeva ov’ella fosse ubicata, ma si sapeva che non era distante, e della quale ne erano già padroni i Piemontesi. Mentre in alcuni gruppi di noi, stesi sul ciglio della via, si accarezzava tale idea, un ordine improvviso violento ci ripose in marcia. Abbandonammo la via maestra e per i campi proseguimmo. Poche miglia si dovevano percorrere e giungere a Verona, ma le mura di questa sospirata città non le vedemmo che verso sera, dopo lunga marcia, che tutti ritenemmo triplicata e che sapemmo essere stata tale per evitare qualche incontro dei lanceri Piemontesi, i quali scorazzavano la campagna fra Santa Lucia e Verona istessa.”CCLXII Tarugi invece, forse perché affamatissimo, non si accorse di nessun’idea di fuga e, riguardo alla sosta, si limitò a riferire: “nel più bello però che eravamo intenti a mangiare e quindi a bere, che non saprei dire se la fame fosse più grande della sete, i soldati Austriaci e gli Uffiziali, con le sciabole in alto, incominciarono a gridare avanti, avanti pronti a percotere i recalcitranti e bisognò lasciare quel bell’apparato di bevanda e di cibo, e, brontolando e magari bestemmiando, ci convenne andare avanti senza speranza di mangiare finchè non fossimo giunti a Verona; e cosi fu.”CCLXIII Fu invece assai più dettagliato nel descrivere la prosecuzione della marcia, della quale Ademollo non parlò altro che per dire che giunsero a Verona. Tarugi da parte sua ricordò: “Prima di entrare in città ci fecero fare alt, nè so dire quale orribile spasimo produsse in noi quell’alt. Solo potrà immaginarselo chi ha provato il dovere starsi in piedi dopo un lungo e disagioso viaggio. Non ci si poteva reggere ritti e bisognava battere la terra co’piedi alternativamente per non stramazzare stramazzati non aver forza di rialzarci. Badavamo a gridare avanti ma tutto era inutile. … Mentre stavamo aspettando, come ho detto e impazienti di partire, ricordo che il nostro commilitone, avv. Canovai di Firenze , cadde ai miei piedi. Non avevamo nulla per ristorarlo. In quel mentre passò un’ordinanza di un Uffiziale, che insieme ad altri Uffiziali, a poca distanza da noi, costruivano un fortino di terra. Si vide che nella tasca a pane aveva una bottiglia. Ci rivolgemmo a lui perchè ci desse la bevanda che quella conteneva, qualunque ella fosse, facendo luccicare fra il pollice e l’indice un francescone. Sul primo si rifiutò; ma poi incoraggiato da altri suoi compagni sopraggiunti, che gli andarono ripetendo jo jo (si si, in vari dialetti Tedeschi per ja ja) ci dette la bottiglia, che conteneva non più di un dito di rhum (Caro quel dito di rhum! un francescone!). Accostammo subito il boccaglio della bottiglia alle labbra del povero Canovai, il quale, emettendo un ruggito somigliante a quello di un leone, aperse gli occhi e dopo poco si riebbe e non ricordo se potè con noi trascinarsi a Verona, ovvero andò all’ambulanza.
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… Mi sono dilungato anche troppo in questa marcia da Mantova a Verona, ma l’ho fatto, perchè fu la più penosa di tutte le altre fino a Theresienstadt.”CCLXIV Di nuovo i resoconti differiscono, stavolta sul luogo in cui i prigionieri furono portati. Secondo Ademollo “Dopo lungo intervallo ci fu permesso di entrare e fummo fatti fermare nel celebre Anfiteatro Romano della vetusta Verona.”CCLXV Secondo Tarugi: “… entrati in città, presto giungemmo ad un locale destinato per nostra caserma. Di contro all’ingresso di codesto locale e lungo il muro opposto, trovammo delle tavole piene di boccette di vino. È facile capire che irrompemmo a quella volta con un’avidità irresistibile, perchè per la strada non avevamo mai potuto bevere, nemmeno l’acqua, perchè ad ogni fonte ad ogni pozzo di acqua erano appostati dei soldati per impedire che bevessimo e ciò sarà stata una misura salutare, ma per noi altrettanto incomoda. Un Uffiziale che ci vide prendere di assalto quelle tavole o meglio quelle bocce e veduto che era impossibile il farci indietreggiare, si apri un passo tra la folla dei prigionieri e prese a sciabolate quelle povere bocce, e il prezioso liquido cominciò a scorrere per la strada, mentre noi boccone, con le labbra per terra, asciugavamo quei prodigiosi rigagnoli. Entrati in caserma, ci gettammo tutti sdraiati sul pavimento, finchè non venne il cibo e la bevanda per ristorarci. … Qui ci riposammo e ne avevamo immensamente bisogno.”CCLXVI L’indomani, nonostante fossero nelle stesse condizioni, Ademollo raccontò una cosa e Tarugi non la menzionò; in compenso Tarugi si preoccupò d’un’altra cosa, di cui Ademollo non parlò. L’unico aspetto su cui concordarono fu la sosta a Verona, per il resto scrissero di tutt’altro. Ademollo, attento ai particolari vitali: “Il giorno 5 giugno, non per rispetto alle nostre forze esauste, ma per mancanza di ordini soggiornammo in Verona e per la prima volta ricevemmo pane e paga. La paga consisteva in 5 kreuzer o carantani Lombardo-Veneti;125 il pane consistè di mezza pagnotta confezionata con farina di segala e di veccia insiem mista, del peso circa di 13 once o grammi 300, pane, che con facilità ci procurava diarrea e giramenti di testa. In questo primo giorno di paga furono riconosciuti i gradi ed io, come caporale, ebbi un soldo di più de’ comuni, distinzione che ben presto cessò e fummo tutti messi alla pari e tante volte ci fu perfino diminuita la paga istessa.”CCLXVII
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Dal kreuzer era scaturita la crazia toscana. Valeva un sessantesimo di fiorino e ne occorrevano 20 per una lira del Lombardo-Veneto, di valore lievemente inferiore a quella toscana, il 97%, perché corrispondeva a 84 centesimi di lira italiana, contro gli 86 della toscana. La paga giornaliera del prigioniero era quindi un po’ meno d’un terzo di quella passata ai militi dal Granduca. Infatti 5 kreuzer equivalevano a ¼ di lira lombardo-veneta, perciò al 24,4% d’una lira toscana. La paga toscana da milite invece era stata di 5/6, o l’83,3% d’una lira toscana. Ad ogni modo Nerucci calcolò che i 1.080 prigionieri costassero all’Austria 500 o 600 lire italiane al giorno. 177
Tarugi non disse una parola del pane e della paga; e del resto avrebbe dimostrato in tutti i suoi ricordi un distacco notevole nei confronti del denaro. In compenso si preoccupava molto dell’ansia dei suoi a casa. Già a Mantova aveva chiesto di poter scrivere. Gli era stato risposto di no: era impossibile; le comunicazioni colla Toscana erano interrotte, benché la limitazione evidentemente non dovesse valere per gli ufficiali, visto che una lettera di Montanelli da Mantova, scritta il 31, giunse regolarmente e fu pubblicata sui giornali. Pure il volontario Pietro Fanfani, poi giornalista, scrittore e autore del celebre Vocabolario dell’uso toscano, provò ad avvertire don Bartolomeo Sorio, veronese, collaboratore come lui della rivista “Ricordi filologici e letterari”, perché riferisse a Pistoia che lui, Francesco Bianchini, Giuseppe Bracciolini, Icilio Capecchi, Francesco Vannetti ed altri erano vivi, benché prigionieri. A Verona Tarugi ricominciò pensare come far avere sue notizie a casa e: “Mi venne in mente che a Parigi si trovava Console Toscano un cugino di mia madre, certo sig. Luigi Bargagli; ma forse non Console, sibbene Segretario nella Legazione Toscana; del che non sono sicuro. Il giorno veniente aspettai l’arrivo dell’Uffiziale, suppongo, d’ispezione e gli esternai il progetto di scrivere a questo mio parente, perchè desse notizia di me alla mia famiglia. Mi rispose Scrivete: però non suggellate la lettera, e domani verrete con me al Comando. Fui contentissimo di questa risposta e scrissi la lettera… Il giorno veniente infatti viene l’Uffiziale e io mi presento con la lettera in mano. Mi ordinò di aspettarlo alla porta. Nell’uscire mi dice di seguirlo e mi conduce al Comando e precisamente nel gabinetto dello stesso Radetzky, di quell’uomo che era il terrore di noi Italiani tutti e che vedutolo, dissi tra me È proprio vero che gli uomini non si misurano a canne. Un vecchietto con gli occhi scerpelicci e dall’aspetto punto draconiano, ma però marziale. Il suo segretario lesse la lettera e la mostrò al Generale, col quale ricambiata qualche parola in Tedesco, la sigillò in mia presenza e mi fu soggiunto Potete andare. Un soldato mi ricondusse alla caserma, dove, capirai, che la mia gita al Comando fu il soggetto di molti e svariati discorsi.”CCLXVIII Questo dà una spiegazione della differenza fra i resoconti di Tarugi ed Ademollo. Il primo – e lo vedremo in seguito – si muoveva in un mondo diverso da quello comune, perché apparteneva ad una categoria sociale elevata, era immediatamente riconosciuto come tale dalle sue controparti austriache e di certe cose non si curava, né si preoccupava. L’altro, evidentemente abituato ad un’esistenza dai mezzi meno larghi, era più concreto e certamente assai più simile ai suoi commilitoni civici, la quasi totalità dei quali non aveva uno zio diplomatico come il cavaliere stefaniano Luigi Bargagli, ciambellano del Granduca e segretario di legazione toscano a Parigi, a cui indirizzare una lettera da mandare a casa. Non c’è da stupirsi se, a fronte della candida e sintetica ammissione di Tarugi, “Non so ben dire quanti giorni ci trattenemmo in Verona, ma non più di quattro o cinque”, abbiamo la precisazione del pignolo Ademollo: “Il giorno 6, partiti da Verona, prendemmo il bello stradone costeggiante l’Adige nella direzione del Tirolo Italiano e del nevoso monte Brennero.”CCLXIX Articolo piani di fuga, stavolta si invertirono le parti. Ademollo non riferì nulla; invece Tarugi si: “Quando fummo verso Palorno vedemmo, o ci parve di vedere, in cima a un monte dalla parte del Lago di Garda una sentinella avanzata Piemontese. Nacque subito il pensiero di disarmare la scorta Austriaca, il che era ben facile, ragguagliando i 178
soldati a uno per ogni cinque prigionieri. Il progetto si diffuse in un attimo; ma trovammo opposizione ne’ così detti bianchini o soldati Toscani, che è bello tacere che cosa fossero di scellerato. Proseguimmo la nostra marcia fino a tanto che non sopraggiunse la notte, che passammo a Peri alla locanda della Bella Stella, cioè, all’aria aperta e sul nudo terreno.”CCLXX Precisò il pignolo Ademollo: “Passammo per Pontone, Volargno, Dolce, fermandoci nel villaggio di Peri, che per la sua ristretta edilizia non ci concedendo dormire al coperto, fummo raccolti sul declivio di una prateria cinti da sentinelle di granatieri Ungheresi, i quali non ebbero per noi le simpatie de’loro confratelli di Linea, che da Mantova ci scortarono sino a Nogara. Eravamo stanchi e il bisogno del riposo facevasi ben sentire; ma tutto andò in fumo, perchè sopra di noi, come spesso accade in que’ luoghi alpigiani, scatenossi una forte bufera; la folgore guizzò in tutte le direzioni, il vento fu impetuoso ed iterati acquazzoni, misti a gragnuola, in poco tempo fecero scorrere torrenti di acqua ed allagarono il nostro prato. Non per questo il nostro coraggio venne meno: riuniti in gruppi serrati, tenendo in mezzo i più deboli, facendoci scudo e ombrello dei pochi capotti che disponevamo e cantando a squarciagola i nostri inni nazionali, si attese la fine della bufera, che per quanto fu violenta non durò molto. Non fu possibile prendere sonno, perchè non fu possibile sdraiarsi in quell’erba e in quella terra zuppe di acqua.”CCLXXI Tarugi confermò, senza fermarsi sui particolari: “Verso la metà della notte sopraggiunse un temporale spaventoso; tuoni, lampi, vento, pioggia torrenziale turbarono il nostro riposo. Ci alzammo tutti in piedi, perchè il terreno era diventato in un momento un torrente. Ad ogni lampo si vedeva la valle illuminata e le cime dei monti, come se fosse stata l’ora del meriggio; poi un’oscurità tale da non vedere più nemmeno chi ci era a contatto. Bel momento per disertare e alcuni disertarono, traversando l’Adige a nuoto. Che cosa fosse di loro io non lo so; certo che il fiume rumoreggiava e il passo doveva essere pericolosissimo. L’indomani partimmo e giungemmo ad Ala. Trovammo in questo paese gli Studenti Viennesi in numero di una cinquantina.” CCLXXII Ademollo, più dettagliato: “La mattina del 7 sempre fradici e con un tempo nebuloso, ci riponemmo in marcia e tutti dovemmo notare un gran malumore nel comandante dei granatieri Ungheresi che ci scortavano. Fu detto, che alcuni soldati regolari di Artiglieria, approfittandosi della confusione nella tempesta avuta, erano riusciti a disertare, traversando l’Adige, e dritti per Rivoli e la Corona già fra i nostri. Passammo per i villaggi di Orsenigo, Vo a sinistra e giungemmo ad Ala, prima città del Tirolo Italiano, industriale e dedita allora all’arte della seta. Quivi, rifiniti e strafelati, potemmo mangiare e riposare alla meglio, mercè pagamento.”CCLXXIII
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Nemmeno stavolta Tarugi menzionò i soldi. In compenso si concentrò su un aspetto che la dice lunga sui modi di vedere le cose, diversi fra lui e l’altro, il quale invece ci spese cinque parole sole: l’incontro coi volontari viennesi. Va premesso che, complice la mancanza d’equipaggiamento fin dal principio della campagna, aggravata dai danni subiti nella giornata del 29 maggio e dalle fatiche della marce, i prigionieri toscani sembravano ormai una congrega di cenciaioli; e così li vide l’allora trentenne geologo e scrittore austriaco Adolf Pichler, tenente d’una compagnia volontaria di studenti viennesi di stanza ad Innsbruck, il quale ricordò: “L’avvenimento più importante per noi fu l’arrivo dei prigionieri di Curtatone: 1089 ne furono annunziati per l’8 di giugno, ed in pari tempo a me fu ordinato di fare tutto il possibile per riceverli e custodirli… non era facile, pensando che gli abitanti non parevano tutti ben intenzionati ed il nemico si trovava abbastanza vicino. Oltre a questo non avevo a mia disposizione l’intera compagnia, avendo dovuto mandare forze non indifferenti nelle valli che restavano ai nostri lati. Verso sera arrivò pure un capitano di cavalleria coi suoi uomini e un gruppo di cacciatori della Zillertal. Il giorno dopo verso le 10 apparvero le file dei prigionieri che si trascinavano lontano sulla via in modo stanco ed accasciato. Gli studenti si disposero nei posti loro assegnati, mentre ai restanti io facevo fare spalliera dal portone della caserma fino alla strada, per trattenere il popolo, che s’accalcava con curiosità. I turbini della polvere s’avvicinavano sempre di più, e finalmente giunsero i primi prigionieri, scortati dai granatieri. Tutti i generi di truppe andavano insieme confusi, le monture e le uniformi stracciate, logore, e alcune prive di buon gusto quali non poteva averla raffazzonate se non il genio d’un sarto militare. V’erano rappresentanti di tutti i popoli italiani: napoletani, toscani e lombardi; poche figure distinte vi scorsi. Erano per la maggior parte piccoli, arsi dal sole e smunti; tra i quali anche ragazzi dai dieci ai dodici anni che facevano da tamburini. Fra gli ultimi si trovava un giovane, le cui nobili fattezze attirarono il mio sguardo; anch’egli pareva contemplasse attentamente me ed i miei compagni. La carabina ed il cappello colle penne gli fecero subito conoscere i cacciatori Tirolesi. Essendo io in prima fila, quello si volse a me, dicendomi: Volontario Tirolese?Si. È contro noi? gridò con uno sguardo pieno d’ira e di rimprovero; Anche noi per la patria! risposi pacificamente ed egli se ne andò in silenzio. Dopo che furono fatti i necessari preparativi per la guardia dei prigionieri c’incombeva il dovere di cercare tutti i modi possibili per alleggerire la sorte a quelli che erano rinchiusi alla caserma. In questo frattempo ci venne detto che fra quelli si trovavano prigionieri 19 studenti e dottori di Pisa. In fretta li cercammo per ospitarli con un bicchiere di vino e con una vivanda alquanto migliore del rancio comune. In questo momento venne a corsa e con gridi spaventevoli il capitano, dicendo che ciò era contrario a tutti gli usi di guerra. S’intende! i prigionieri avrebbero potuto sgattaiolare dalle finestre ferrate o pure attaccarci il loro italianismo. Però non ci lasciammo trattenere dal conversare con loro nelle sale. Taluno di noi non possedeva invero molto; ma tutti divisero volentieri quel poco che avevano. La notte sopraggiunse. Non dimenticherò mai le ore che passai col prigioniero Tarugi di Montepulciano. Nella sala oscura ardeva una fioca lanterna appesa alla parete; quando entrai egli sedeva sulla paglia colla fronte appoggiata sulla mano in atto 180
pensieroso. Il rumore lo svegliò, si levò i neri capelli dalla faccia e mi guardò meravigliato. Le mie parole amichevoli gli aprirono il cuore; con entusiasmo principiò a raccontare la sollevazione del suo popolo, che neppure nei giorni del Barbarossa era stata così generale. Si, lo so! esclamò, nessuna spada, nessun incendio può strappare dai nostri cuori il sentimento che noi siamo un popolo solo. Quel Dio che seppellì nei flutti del mare il Faraone libererà anche noi! Quindi parlammo di Dante, il grande antico apostolo della libertà Italiana, quali canti innalzerebbe egli adesso, che a tutti popoli dell’Europa brilla l’aurora della resurrezione! …. Non era in sostanza lo stesso pensiero per cui noi si combatteva? lo stavo nelle file dei Märzkämpfer – combattenti di marzo – ed aveva impugnata la spada par difendere i confini di Germania; egli combatteva per la rinascente Italia. Oh! potesse una volta avvenire una dignitosa pace fra i due popoli, non documentata dall’indegna ciurma di decorati diplomatici, ma dal cuore dei più nobili uomini di qua e di là delle Alpi!”CCLXXIV Confermò Tarugi a proposito degli studenti viennesi: “Essi si occuparono subito di sapere, se tra i prigionieri vi erano Studenti. Erano capitanati da un loro condiscepolo, da certo Adolfo Pichler, bello e bravo giovane. È inutile il dire che ci affratellammo subito, come se ci fossimo conosciuti fino dall’infanzia, non senza però rivolgere a loro parole di rimprovero acerbo, dell’essersi messi al servizio del loro Governo diplomatico. E qui nacque un battibecco, che sarebbe troppo lungo a riferire. In poche parole si scusarono col dire, che essi non dipendevano dall’autorità militare che operava in Italia, né dal loro Governo; che essi avevano preso le armi per fine tutt’altro che dispotico che non avrebbero messo mai piede in Lombardia o nel Veneto, che erano cosa nostra; e che si erano inoltrati nel Trentino, perchè quel territorio faceva parte della Confederazione Germanica, e che però la potevano riguardare come patria loro. Il Pichler mi si affezionó. Pare ch’io fossi simpatico a lui e mi apri tutto l’animo suo, che era quello di uno schietto liberale: mi parlò della rivoluzione che sarebbe seguita a Vienna, precisandone perfino il giorno, coll’effetto di schiacciare il loro Governo, che mi diceva A buon dritto, voi Italiani, potete chiamarlo barbaro; ma cessate di chiamar barbari noi, perchè non siamo. In mezzo a tutte queste affettuosità, in mezzo a tante belle rivelazioni, che tanto mi dilettavano, ci avevo al fianco un altro amico della giornata; un giovane di anima candida, di un forte sentire, un giovane tutto cuore, Giuseppe Turrini di Avio, piccolo paesello sulla destra dell’Adige. Esso figurava di essere uno spettatore indifferente, perchè guardato a vista dagli Austriaci; ogni tanto però si allontanava da me e al suo ritorno mi diceva in iscritto quello che non poteva dirmi a parole. Tra le altre cose mi disse con bel modo, che non vedeva di buon occhio ch’io fraternizzarsi con gli Studenti Viennesi, dei quali, mi avvertiva, volermi guardare.126 Pichler riportò nel suo libro il testo d’un indirizzo agli studenti germanici redatto e firmato da Tarugi, che fu pubblicato sulla Gazzetta d’Augusta. Eccolo nel retroversione di Oxilia: “Valorosi Studenti Tedeschi! Non ci sarà facile ritrovare le parole adattate per esprimere i forti sentimenti, che la vostra dolcezza e magnanimità risvegliarono nel nostro petto. I nostri cuori informati da uno solo spirito, che da lungo tempo ha per istudio la scienza del vero e del giusto, s’intesero già da lontano. Allorquando essi ebbero la felicità di sentirsi vicini per la santità di una idea, senza considerare la sfortuna di guerra, provarono tuttoció, che il pensiero della libertà accorda di dolce e di divino 126
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... Il Pichler mi offerse due lettere di raccomandazione, una per il comandante del forte di Bressanone, l’altra per un nipote del Generale D’Aspre da presentarsi a Linz.”CCLXXV Ademollo non disse se fu riconosciuto come studente o meno, o se non volle farsi riconoscere. Certo, non essendo alto come Tarugi, ma piccolo – l’altezza media in famiglia era sul metro e cinquantacinque – e magrolino, spariva nella massa e non gli bastavano i capelli castani e gli occhi chiari per avere un’aria tanto distinta da farsi notare. Comunque non menzionò alcun contatto cogli studenti viennesi e, come ho detto, liquidò tutto con cinque sole parole nel resoconto della sosta ad Ala, peraltro molto più adatto di quello di Tarugi ad un rapporto informativo: “Il giorno 8, partiti da Ala, traversammo i piccoli villaggi di Santa Margherita, Serravalle, Marca e Lizzanello, piccoli villaggi che trovavansi lungo la via a sinistra del tortuoso Adige. In questa tappa avemmo un nuovo martirio, cioè, una scorta di dragoni Austriaci (Granduca di Toscana, mostre rosse e montura bianca), che pretendevano si marciasse al passo dei loro cavalli, e più, avevamo a guardiani Studenti Viennesi e Guardie Nazionali Tirolesi Tedesche, che per il loro brutto vestire ed inumano modo di trattare, noi le appellammo col titolo di Briganti. Cosi, giunti a Roveredo, città del Tirolo Italiano, bella e del pari industriale, si fece alto in alcune praterie della circostante campagna e, dove mangiato un po’ di rancio, riprendemmo la via per Trento, transitando per i villaggi di Volano, Calliano, Acquaviva e Mattarello.”CCLXXVI Gli Austriaci erano preoccupati per le possibili conseguenze del passaggio in Trentino di tanti Italiani, identificati come tali per la prima volta in assoluto, poiché nemmeno le truppe del Regno Italico lo erano state a quel modo. Nel 1809 e negli anni seguenti gli Italici erano venuti da una zona comprendente la Pianura Padana e le Marche; i prigionieri di adesso arrivavano invece da tutta Italia; e quei Siciliani, Toscani e Napoletani già solo per il fatto d’esserci rendevano tangibile il cambiamento: era tutta l’Italia ad essersi mossa; e questo significava che se i Trentini nel 1809 potevano non essersi riconosciuti negli Italici, soldati d’uno stato fantoccio creato dai Francesi, lo potevano invece adesso, aggiungendosi a quella miscela di genti di tutta la Penisola, il cui denominatore comune era la cultura, materializzata dalla lingua che parlavano, magari maluccio, ma comunque tutti. Poi c’era un aspetto propagandistico di guerra. Quelli di Curtatone e Montanara erano i primi prigionieri italiani, frutto della prima appariscente vittoria austriaca, perché fino a quel momento alle anime veramente sensibili nell’anime di tanti cuori che battevano all’unisono. Non si può dire quello che ci faceste provare, perchè quando lo spirito riceve forti impressioni, sente, ma non trova parola. Il silenzio vi svelerà meglio i sensi della nostra schietta e sincera riconoscenza. Dalla unione di così nobili sentimenti sgorga un'armonia che è imprudente, perchè questa armonia non è che il grido unisono della libertà. Si, questo grido ce la lascia sperare con tutte le forze dell’animo. Germania e Italia saranno libere, indipendenti ed amiche. Se lo scettro egoistico del dispotismo si metterà come barriera dinanzi a questo scopo sublime, reciprocamente confideremo nei nostri bracci come adesso confidiamo nel nostro affetto raffermato ora con parole, che sebbene poche, tuttavia dicevano molto, e noi c’intendiamo abbastanza. I nostri principii sono identici e se nella loro applicazione non andiamo d'accordo in qualche rapporto, pensiamo, che una civile e nobile nazione non può posporre al vantaggio di pochi la eterna salute di molti. Noi vi diamo il bacio dell’amicizia e questa, che deve essere il segno della nostra gratitudine, sia pure il pegno di quel bacio che fra breve le patrie nostre si scambieranno, quando i due paesi diventeranno alleati e fratelli. Viva l’Italia e la Germania libere, indipendenti ed alleate! I prigionieri Pisani - TARUGIO TARUGI, redasse.” 182
l’Austria aveva perso dappertutto. La battaglia di Santa Lucia era stata una vittoria strategica, ma senza risonanza in termini di propaganda. A Curtatone invece si era avuto un risultato, materializzato proprio dalle catture: ecco perché i prigionieri dovevano essere visti; ecco perché il loro ingresso a Trento doveva servire a sottolineare la potenza e l’invincibilità dell’Austria; ed era tanto più importante dal momento che mezzo Impero era in rivolta e l’Ungheria pareva persa. Ebbene, fu un fallimento, sia all’entrata sia all’uscita; ma, pur concordando quanto all’uscita, Ademollo e Tarugi sembrarono essere entrati in due posti diversi. Tarugi: “Giunti a Trento ci fu fatto fare alt a qualche centinaio di metri dalla porta della città. La fermata riuscì parecchio incomoda, come sempre, quando si è stanchi e che si ha bisogno di sdraiarsi, e tanto più incomoda, perchè fu abbastanza lunga. Che cosa si faceva li fermi? Era difficile l'indovinarlo. Quando eccoti venir fuori dalla città tutta la truppa che vi era, fanteria, cavalleria, ecc. e si dispongono fra noi in modo da fare poi un ingresso trionfale. Era notte, verso un’ora di notte. Hai tu veduto una spelonca, un sepolcro? Tale era Trento in quel momento. Non una bottega aperta, non un lume ad una finestra, magari con le imposte chiuse, non una sola persona per le strade! I Trentini avevano voluto fare agli Austriaci una contro-dimostrazione e come riescita! Ingresso trionfale in mezzo ad un deserto! Fummo condotti ad alloggiare nel Ginnasio e quando le truppe erano rientrate nei loro quartieri, sbucarono fuori dalle loro case tre o quattro cittadini per chiedere al Comando Militare (unica autorità che imperasse) il permesso di fare una colletta per i prigionieri. Fu negato per ben due volte e, quando per l’ora tarda fu veduto che non avrebbero potuto fare nulla di buono, il permesso fu concesso e la mattina, prima di partire, ci fu distribuito, non ricordo quanto danaro per ciascheduno.”CCLXXVII Ademollo adesso: “A un’ora di notte si giunse alla patriottica Trento, capitale del Tirolo Italiano: quivi in precedenza il pauroso comandante Militare aveva fatto sgombrare le vie che dovevamo percorrere e serrare le botteghe, ad eccezione di quelle condotte da padroni Austriaci o Tedeschi, mostrando cosi da un lato il timore di qualche politica dimostrazione di quel popolo Italiano, non meno che il timore di noi prigionieri; chè a’termini della verità devo dire, aver prodotta più paura agli Austriaci noi inermi e prigionieri, di quando eravamo in condizioni opposte sul campo di battaglia. Entrando a Trento e cosi vedendo le vie, ci accorgemmo di quanto sopra ho detto ed intonando i più belli degl’inni nazionali, fra i quali quello di Goffredo Mameli, facemmo si che in gran parte a dispetto degli Austriaci le vie si ripopolassero, le finestre si riaprissero come per incanto e le ovazioni le più calorose alla patria comune erompessero miste dai petti Trentini e dai nostri. Quella generosa popolazione, conoscendo i nostri bisogni materiali, ci gettò dalle finestre e dai fianchi delle vie tutto quanto si poteva desiderare per mangiare e rivestirsi, non che cartucce di danaro.”CCLXXVIII Faccio una certa fatica a conciliare le due versioni. Chi scrisse il vero? Chi dei due, complici gli oltre quarant’anni passati, confuse la sera e la mattina? L’uno? L’altro? Entrambi? Non provo nemmeno a stabilirlo e mi limito a riportare le due testimonianze, le quali almeno concordano sull’indomani. 183
Ademollo completò: “E la mattina, alla nostra partenza da Trento, gli abitanti ripeterono, e con maggiore effusione, le manifestazioni della sera precedente; gli evviva all’Italia furono indicibili, mentre la truppa Austriaca dava i segni del più gran malcontento.”CCLXXIX Tarugi confermò con molti particolari: “Eccoci all’ora della partenza. Trento nella sera spelonca, nella mattina presenta un’immensa popolazione accalcata, che offriva uno spettacolo commovente allora, come adesso nel ripensarlo. La via per la quale passavamo era ingombra di gente e a stento ai soldati a cavallo riusciva di farsi largo, nonostante la tracotanza dei cavalli e dei cavalieri, che si gettavano sulle persone come cavalle trebbiatrici sugli ammucchiati covoni. Le finestre gremite di persone, che si spenzolavano, che strepitavano, che piangevano, che gridavano Addio, fratelli Italiani! gettavano pezzi di pane, danari e tutto ciò che loro sembrasse che ci facesse bisogno. Vedevano uno scalzo ed ecco gettare un paro di scarpe, vedevano uno senza giubba ed ecco levarsi la giubba e gettarla dalla finestra. Un soldato Austriaco raccattó una svanzica, ma non sfuggi ad un prigioniero, che alla parlata ed ai modi mi parve Livornese, che gli disse Razza d’un cane, o che la tirano a te! Rendimi la svanzica. A quell’alterco sopraggiunse un Ufficiale Austriaco, che con modi bruschi fece restituire la svanzica al prigioniero, affibbiando al soldato, more solito, due o tre piattonate. Ho veduto a quella scena straziante alcuni Uffiziali Austriaci piangere come bambini. Uscimmo di Trento con la mente e col cuore sconvolti e io, in cuor mio, non faceva che riflettere, come fa il Governo Austriaco a tenere una città come questa sotto la sua soggezione. Se tutte le città d’Italia fossero come Trento, non ci sarebbe potenza al mondo che la potesse dominare. E non basta qui: nel Trentino, per le campagne, spesso incontravamo in istrada giovani e vecchi, che ci abbracciavano piangendo e dicevano – Ci hanno levate le armi, ma tutte no. Vedete dove le abbiamo accennando ai monti. Poveri Trentini!”CCLXXX La marcia proseguì verso Salorno, Bolzano e il Brennero. Tarugi non ne parlò, Ademollo si: “Passammo per Gardarolo, Lavis, S. Michele, ove trovammo la strada inondata dalle acque dell’Adige. Quivi noi si fece un ammutinamento, che poteva avere gravi conseguenze, dovuto ad uno de’soliti prepotenti dragoni Austriaci, che percosse con la sciabola uno dei nostri Artiglieri prigioniero. Dagli Uffiziali di scorta rimesso alla meglio un po’ di ordine, ripigliammo il cammino traverso gli ultimi villaggi del Tirolo Italiano, quali Cadino e Salurno, e andammo a pernottare nel primo villaggio del Tirolo Tedesco, che gl’Italiani chiamavano Egna e i Tedeschi Neumarck. Quivi, in 1080 quanti si era, ci stivarono in due piccoli magazzini, senza luce, senz’aria ed a maggior conforto ci fu apprestato un rancio consistente di una loro petanza nazionale, cioè, costole e foglie di cavolo bollite nell’aceto e che si chiamò sauerkraut, che conservano per settimane, mesi e mesi in vasi di terra, specie di orci. E di questo trattamento conoscemmo la ragione, perchè nulla aveva di umano, nè da nemici generosi: la gran parola partita da Vienna si era «Gli Italiani son fieri. Domateli con
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le privazioni di ogni genere e i prigionieri fateli traversare tutto l’Impero per far loro conoscere, che la potenza Austriaca sta al disopra della fierezza Italiana. Il giorno 10 giugno, lasciata la inospitale Egna, passammo per il villaggio di Brauzolt127 ed arrivammo a Bolzano, prima città di qualche importanza del Tirolo Tedesco, ammirabile per una bella piazza ed ove fummo serrati in discrete caserme militari e ci fu apprestato un trattamento migliore… Il dì 11 soggiornammo in Bolzano.”CCLXXXI Dato il pessimo esito dell’azione propagandistica a Trento, gli Austriaci ricorsero a mezzi più sottili, sfruttando la lealtà dinastica della gente di Bolzano. Spiegò Tarugi: “A Bolzano ci fu fatta un’altra dimostrazione, dimostrazione che riusci più gentile che entusiastica. Le signore, con le loro cameriere, ci vennero a servire uno squisito pranzo, che portarono in canestri, chi per due, chi per tre e più persone, in luogo del solito rancio. La impressione che ci fece in principio questo atto di squisita gentilezza fu eccellente; ma in seguito fummo informati dai pochi schietti liberali che ivi si trovavano, che la città è di animo e di cuore Austriaco, e che quell’atto di benevolenza verso di noi era stato posto in essere per paralizzare l’effetto della patriottica dimostrazione di Trento. Se fosse la verità non lo so, ma io e gli altri miei compagni non durammo fatica a crederlo.”CCLXXXII Insomma, si apprezzò e ricordò la gentilezza, ma con un senso di cautela e disagio. A posteriori non c’è da stupirsi, né del tentativo, né del suo fallimento. L’Austria non fu mai capace di farsi propaganda. Risentiva troppo della mentalità chiusa ed arretrata della dinastia e della nobiltà: dava un’immagine compassata, solenne, polverosa; era anziana, era noiosa, era aulica, non attirava. Come aveva detto Napoleone, l’Austria era sempre indietro; andava bene per i vecchi, ma nelle piazze e sul campo di battaglia andavano i giovani: quella austriaca era una causa persa in partenza. D’altra parte era sempre stato così e lo sarebbe rimasto fino alla fine dell’Impero, dopo la quale quest’immagine antiquata si sarebbe evoluta in antica, diventando la base su cui costruire un mito, il mito asburgico dell’Austria Felix, buono per i turisti ed i romantici, non per gli storici e la gente seria. Tornando ai prigionieri, questi, di prassi, vengono sempre spostati lontano dal fronte, perciò pure quelli presi a Curtatone e Montanara lo furono, inoltrandoli in Boemia; e non so se il risultato per gli Austriaci fu positivo, così come non so se sia stata una buona idea il dividere i regolari dai volontari, perché la conseguenza fu di selezionare il meglio dell’Italia antiaustriaca ed esporlo agli occhi dei Cechi, da secoli i più irrequieti abitanti di tutti i territori ereditari degli Asburgo. Per di più furono consentiti contatti fra loro e i prigionieri; e i due gruppi si dimostrarono in grado di scambiare idee parlandosi in latino, la lingua scientifica del tempo, trovando un terreno d’intesa il cui fondamento era l’odio per l’Austria. Se a Vienna volevano crearsi dei guai, ci stavano riuscendo benissimo. Non intendo dire che la presenza dei prigionieri in Boemia e il contatto fra loro e la gente del posto abbia portato chissà quali conseguenze politiche, però ebbe vari risultati: entrambi i popoli toccarono con mano che l’Austria non opprimeva solo loro e che non solo loro lottavano contro di essa, perciò nei fatti sia gli Italiani di ritorno dalla Boemia, sia i Boemi dopo la partenza di quegli
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Bronzolo, in tedesco Branzoll. 185
Italiani furono ancora più convinti d’aver ragione e di star combattendo per una giusta causa, affine a quella di altri e contro un nemico comune, che opprimeva tutto e tutti. La marcia dei prigionieri continuò. Commentò Ademollo: “Si era alle falde del Brennero, confine geografico fra l’Italia e l’Austria; infatti
lasciavasi l’acquapende in Italia con l’Adige per prendere l’acquapende in Austria con l’Inn e lasciavasi il vino per la motosa birra dei poveri. …. Il 12, lungo le rive del Lavis, si giunse fra le gole di altissime montagne al paesello che gl’Italiani chiamano Chiusa ed i Tedeschi Klausen, e si fece rancio in una prateria. *Ripreso il cammino, fummo assaliti da un’altra bufera, che simili non si vedono se non nelle Alpi e dopo lungo affaticarsi la sera, zuppi d’acqua da capo a’piedi, entrammo in Bressanone, dove ci fu dato ricovero in vecchie caserme, giacendo sul nudo tavolato delle medesime.”CCLXXXIII Tarugi si diede un’occhiata intorno e non fu soddisfatto di quanto vedeva: “Io avevo in tasca la lettera del Pichler; ma spaventato di quel brutto soggiorno e temendo che il comandante di quel forte m’invitasse a rimanere presso di sè, credei bene di non presentarla.”CCLXXXIV Ademollo: “Il giorno 13, veduto il nostro stato generale di rifinimento e come specialmente ci avesse malconci la bufera del dì innanzi, ci fu concesso uno straordinario soggiorno; ma non fu tutta pietà per i prigionieri, ma in gran parte per la scorta, che non poteva cambiarsi, nè trovavasi in grado di proseguire. Il 14, lasciato Bressanone, si prosegui la marcia con un freddo veramente nordico, del tutto inusitato in Italia alla metà di giugno; passammo in prossimità della formidabile e bella fortezza di Bressanone, situata in quelle alte gole e che sbarra da quel lato la via a’ nemici che vengano dal lato d’Italia e la sera, dopo una marcia faticosa, si giunse a Sterzing,128 ove si mangiò e si riposò la notte. La mattina, fiancheggiato il Brenner, sull’imbrunire ci fermammo a Steinach, in mezzo di località inospiti e nevose, proprio al vero confine d’Italia. Il giorno 16, proseguendo la marcia, entrammo nella vallata dell’Inn, confluente del Danubio, le cui scaturigini sul Brennero insieme all’Adige fanno precisamente come l’Arno ed il Tevere dalla Falterona.”CCLXXXV Tarugi, più sentimentale, a proposito del Brennero scrisse: “eccoci giunti al Brenner, al confine naturale dell’Italia. In quel culmine è un termine alto circa quattro metri e in quel termine tutti scrivemmo il nostro nome; lo baciammo con entusiasmo, o come per dire addio all’Italia nell’atto di mettere il piede in terra straniera, o perchè ci accarezzassimo in cuore la speranza, che un giorno la nostra patria avrebbe raggiunto quel suo confine naturale. 128
Vipiteno. 186
Da quel punto si determina il versante dell’Inn, che come uno smisurato serpente si vede strisciare nella soggetta valle, ove siede la città d’Innsbruck, che n’è la capitale. In quel momento si trovava in Innsbruck l’Imperatrice, 129 che mostrò dispiacere (cosi dicevano) di vedere i prigionieri Italiani, e fatta una buona parte della discesa, prendemmo una strada a destra che conduce ad Hall, 130 lasciando Innsbruck a sinistra. Ad Hall ci fermammo un giorno in riposo e da Innsbruck vennero molti curiosi a vederci. Dall’Imperatrice fu mandato Monsignor Siverani non so con quale missione. Esso fece chiamare Averardo Medici e lo invitó a rimanere in Innsbruck. L’amico Medici mi disse, che se fossi rimasto volentieri anch’io, ne avrebbe fatta la proposta a Monsignore. Io lo ringraziai, rispondendo con queste precise parole - Voglio sfondare fin dove ci porteranno. D’altronde la salute e la robustezza non mi facevano difetto e piuttosto mancavo di danaro, e allora, con che vivere in Innsbruck e male mi sarei adattato a ricevere la carità dai nostri nemici. Il rancio giornaliero non era una carità, era un diritto che io avevo, come lo avevano i prigionieri Austriaci in Italia. Quindi avanti.”CCLXXXVI Ademollo, fu, come al solito, molto più preciso: “Si lasciò a sinistra Innsbruck, traversato l’Inn, per fermarsi ad Hall, dove fummo serrati in capannoni di legno in un luogo chiamato il Bazar. E qui ci fu concessa un’ombra di breve libertà per andare al fiume Inn, che passa di colà, per lavarvi le nostre lacere e sporche biancherie, già numerosamente brillantate da molesti pidocchi; e qui avemmo la visita del Cardinale Morichini accompagnato da un Generale Austriaco, di cui ignoro il nome, il qual Cardinale andava a Vienna con una missione diplomatica del Vaticano. Fu allora che per mezzo dell’amico ingegner Giovanni Morandini, prigioniero con noi, potei ottenere dal detto Generale il permesso di scrivere una lettera alla mia famiglia, la qual lettera, recapitata dopo un 15 giorni, seppi dipoi aver calmato gli affanni della famiglia stessa ed aver dissipato ogni idea della mia morte o del mio smarrimento. Il Morichini lasciò a noi qualche sovvenzione ed ottenne per il Morandini di poter passare il resto della prigionia ad Innsbruck. Il successivo 17 da Hall, sotto scorta di Guardie Volontarie Tirolesi dalle gran penne di uccelli rapaci dell’Alpi al cappellaccio, si raggiunse Schwartz 131 a 15 miglia di distanza, fatte però tutte d’un fiato e vi si pernottỏ. Da che eravamo entrati nel Tirolo Tedesco, avevamo sempre avuto segni di odio da quella popolazione superstiziosa ed affezionatissima alla casa di Ausburgo, di modo che fu prudenziale il non dividerci per non ricevere brutti sguardi, insulti e peggio. Il 18 abbandonamino Schwartz e dopo 14 miglia si giunse a Rottemberg, 132 dove, mangiato il parco rancio, ci addormentammo sovra a pochi fili di paglia. 129
Maria Anna di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I re di Sardegna e moglie di Ferdinando I era dal 17 maggio ad Innsbruck coll’imperatore, la famiglia imperiale e la corte, fuggiti da Vienna a causa dei disordini di stampo liberale. 130 L’itinerario da Innsbruck seguì la strada principale risalendo la valle dell’Inn, con soste a Hall in Tirol, Schwaz – non Schwartz – Rattenberg, Wörgl, Sankt Johann in Tirol, Lofer, Unken, Bad Reichenhall in Baviera e Salisburgo. 131 Schwaz. 132 Rattenberg. 187
La marcia del giorno dopo per Wirgh133 fu breve, di sole 8 miglia; ma il 20, per raggiungere S. Jean,134 la marcia riusci doppia. Questo paese di confine fra il Tirolo Tedesco e l'Arciducato di Austria è pulito, in bella posizione e fabbricato con sistema di casali sparsi, paese ripieno di conventi di frati e ne vedemmo in quantità, specialmente cappuccini. Il giorno 21, giorno di solennità, essendo il Corpus Domini, si entrò nell’Arciducato di Austria, dove, raggiunto il primo villaggio di Lafre,135 metà di noi venne consegnata a truppe di fanteria Boema e condotta nel prossimo villaggio di Unghen 136 a 18 miglia da S. Jean; in questa metà pur’io compreso. Arrivati ad Unghen ci riposero in capanne cosi fracassate da esser lo stesso rimanere a cielo aperto, e ci satollarono con poco e pessimo pane intriso nel latte inacidito. Partimmo il 22 da Unghen per tempo ed a non farci fare troppo lunga strada entrammo nel regno di Baviera, dove marciando durante 4 ore e passando traverso la città bavara di Reichinall, 137 rientrammo quindi nel territorio Austriaco e ci spingemmo fin presso Salisburgo; e quivi accampati in una prateria, dopo una pessima refezione, si dovè serenare la intiera notte. Al mattino del 23, lasciata quella fredda prateria procedemmo e si transitò la città di Salisburgo, bagnata dal fiume Saltz e fabbricata sotto altissime scogliere trachitiche. Questa città, eminentemente imperiale, volle prendersi lo spettacolo del nostro passaggio, per cui trovammo tutta la popolazione per le vie ed ammirammo specialmente la copertura della testa delle donne, che consisteva in una specie di elmo da cavalleria. Dopo 18 miglia di marcia si trovò Eindorf138 con uno de’ soliti prati e fummo costretti a rimanerci sino al giorno di poi.139 Il 24 da Eindorf, dopo 16 miglia, si giunse a Friburg e si poté avere una copertura notturna in alcune capanne; il 25 si restò qui di soggiorno. Il 26, a 18 miglia di distanza, venimmo a Ried,140 piccola, ma non brutta città e il 27, dopo 18 miglia di marcia, si raggiunse Neumarch,141 come il 28 camminando ben lunghe 24 miglia, affranti dalla fatica, ci fermammo ad Efort;142 quivi ci diedero la bella notizia che i krenzer o carantani non valevano più un soldo, ma soltanto 2 centesimi, cosicchè la nostra gran paga di quindici centesimi al giorno scendeva ai 9 o a 10. E si avverta, che in tutte le poste Austriache stavano per noi giacenti lettere e valori a noi spediti dalle nostre famiglie, ma che era proibito consegnarci. II 29 fu soggiorno ad Efort, dove compiemmo il primo mese della nostra prigionia. II 30 proseguimmo e con una marcia di 20 miglia trovammo Lintz, una delle belle città dell’Austria, attraversata del Danubio, fornita di vapori fluviali per Vienna e per l’Ungheria; questi vapori avevano i loro equipaggi composti quasi totalmente di Livornesi.”CCLXXXVII 133
Wörgl. Sankt Johann in Tirol. 135 Lofer. 136 Unken. 137 Bad Reichenhall. 138 Eugendorf. 139 L’itinerario da Salisburgo a Linz non fu il più diretto: puntò a nord-est per Eugendorf, Friedburg, Ried im Innkreis fino a Neumarkt im Hausruckkreis e da là ad est, per Eferding, a Linz. 140 Ried im Innkreis. 141 Neumarkt im Hausruckkreis. 142 Eferding. 134
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Come sappiamo, Pichler aveva dato a Tarugi due lettere di raccomandazione, di cui la seconda per Linz: “…e qui, a dir vero, mi parve di essere in un altro mondo. Il suo bel Lungo-Danubio, lo chiamerò così, mi rammentava il Lungarno di Pisa. La monotonia dei monti era terminata. Feci ricerca del nipote del Barone D’Aspre e fu con me gentilissimo. Mi condusse seco per tutto, al teatro, al passeggio nei Bierhäuser e nel lasciarmi mi regalò alcune bellissime carte geografiche.”CCLXXXVIII Nessuno degli altri aveva lettere di raccomandazione per nessuno, sicché rimasero dove stavano e l’indomani quasi tutti i prigionieri ripartirono. Tarugi descrisse il resto del viaggio in poche parole, segno che evidentemente non gli era capitato niente di strano: “Proseguendo il nostro itinerario da Linz per Budweiss giungemmo a Praga.” Ademollo, il solito puntiglioso, narrò tutto procedendo tappa per tappa, specie perché gli successe una cosa inattesa: finì all’ospedale. Scrisse: “Il 31 ci accingemmo a varcare gli alti monti che dividono l’Austria dalla Boemia e sotto una continua pioggia gelata e mista a neve, con un freddo indicibile, si raggiunse Leonfen;143 e dopo il soggiorno del 1° di luglio partiti, a 10 miglia oltre si trovò il famoso Castello della Chiara di Rosenberg,144 le cui mura sono bagnate dalla Moldawa. Eravamo così entrati proprio nella Boemia, variate apparivano le umane fisonomie, non più l’aspro parlare Tedesco, ma lo Czeko, che pur’ha molto del piano e del dolce, in specie nella bocca delle donne. Costeggiato il fiume, nel paese di Kruman145 si fe’ soggiorno. Il 5 di luglio si giunse a Budweiss,146 bella ed ospitaliera città Boema, sempre nella Moldawa. Qui il Governo Austriaco, che sempre con noi agiva di sorpresa, ne offri un’altra; i soldati regolari prigionieri furono da noi divisi, inviati verso levante sino alle fortezze di Koenigsgratz147 e di Josephstadt,148 loro destinate, mentre noi Volontari dal lato di ponente ci conducevano a Teresienstadt, 149 altra fortezza sull’Elba su’confini con la Sassonia. Tarugi confermò: “…a Budweiss, della colonna dei prigionieri Italiani furono fatte due sezioni, una, composta di soldati di Linea, s'incamminò alla volta di Iosephstadt e l’altra, composta di Volontari e di una ventina di soldati Napoletani del X° regg. fanteria, per Theresienstadt. Ed eccoci arrivati in questa fortezza assai bella e di moderna costruzione, come dal nome che porta è facile argomentare.”CCLXXXIX
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Bad Leonfeld. In ceco si chiama Rožmberk nad Vltavou e si trova nel distretto della città di Český Krumlov. 145 Český Krumlov. 146 České Budějovice. 147 In Italia è nota col nome di Sadowa, traslitterazione del ceco Sadovà. 148 In ceco Josefov: un complesso fortificato del Settecento nei pressi della cittadina di Jaroměř, verso la Slovacchia. 149 In italiano Tirisino, in ceco Terezín, 60 km a nord di Praga. 144
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Non si capisce come mai i regolari napoletani siano stati uniti ai civici anziché ai regolari toscani; ma forse fu per bilanciare numericamente i due gruppi. Salvo errore, non sembrano essere state tramandate lettere o testimonianze dei prigionieri regolari, perciò da qui in poi è impossibile parlare di loro e si può supporre, ma solo supporre, che abbiano avuto un trattamento identico a quello riservato ai volontari, anche se forse con meno turbolenze da parte loro e meno concessioni da parte austriaca. Lo dico sulla base dei ricordi della prigionia subita nel 1866 da Lodovico Beha, dei Cacciatori delle Alpi, preso a Bezzecca, in cui si narra come i prigionieri, sorvegliati da territoriali, non avessero assolutamente niente da fare tutto il giorno salvo prepararsi il rancio, fossero isolati, privi di notizie, tormentati dai parassiti e solo di rado in grado di comprarsi qualcosa coi loro soldi nella vicina osteria a prezzi esorbitanti. E’ vero che non erano in Boemia, ma a Petrinia, nei Confini Militari, in Croazia, però il vitto fu lo stesso, il tragitto fino ad Innsbruck pure e anche per loro la detenzione durò un mese, per cui le differenze coi prigionieri del ’48 furono minime. Torniamo al caporale Ademollo, il quale ci informa che: “Il 6 dormimmo in parte al coperto, in parte allo scoperto nel ristretto villaggio di Modnian:150 il 7 toccammo Pisech151 dopo 13 miglia, città non grande, ma ben pulita, con magnifici passeggi, traversata dalla Moldawa e con poderosa guarnigione di soldatesca. La popolazione mostrò gran simpatia per gl’Italiani ed al nostro passaggio era un gridare – Viva Italia! a cui noi di rimando si ripeteva Viva la Boemia! Queste vive simpatie per noi si dovevano allo spirito d’indipendenza da cui era stata tutta la Boemia invasa, dimodoché gli Studenti della vicina Praga, pochi giorni prima del nostro passaggio, avevano iniziato una insurrezione ed occasionata la chiusura dell’Università. Difatti trovammo a Pisech molti Studenti che venivano ad incontrarci e si palesarono parecchio irritati contro il Governo e le truppe Austriache. Curioso il modo con cui c’intendevamo; parte con parole tedesche, parte con parole boeme, ma più di tutto con la lingua latina, nella quale questi Studenti potevano dirsi maestri. — In Pisech soggiornammo il giorno 8 di luglio.”CCXC Tarugi si dilungò more solito sui contatti coi colleghi studenti: “Proseguendo il nostro itinerario da Linz per Budweiss giungemmo a Praga, che per causa della rivoluzione fatta dagli Studenti fu bombardata e posta in istato di assedio. Al nostro passaggio furono prese molte precauzioni, temendo nella città una qualche sommossa. Infatti, senza entrare in città, girammo intorno alle mura scortati da parecchia cavalleria con le carabine montate. Oltrepassata la città di qualche miglio, la truppa ci lasciò ma non ci lasciarono alcuni Studenti dell’Università di Praga; che anzi, si accostarono più a noi e co’quali, dopo di esserci riconosciuti per Studenti, parlammo delle cose nostre, cioè, delle nostre speranze di libertà, d’indipendenza della respettiva patria. Mi piace qui notare, e forse troppo tardi, che in ogni paese Italiano o Tedesco nel quale ci fermavamo, gli Studenti erano i primi ad avvicinarsi a noi e domandavano subito, non se vi erano fra i prigionieri conti, marchesi o baroni, ma se vi erano Studenti, e io e gli altri, che eravamo conosciuti come tali, dai nostri A mezza strada fra České Budějovice e Pisek, in tedesco Wodnian, in ceco Vodňany, qui è riportata come Modnian forse per un errore di lettura del manoscritto originale, prendendo una W corsiva maiuscola per una M. 151 Pisek. 150
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commilitoni venivamo presentati. Uno Studente era riguardato come un vecchio amico e subito chiedevano all’Uffiziale di scorta, comandante del trasporto, di portarci nelle loro case a pranzo, a ballare, insomma a far baldoria. In pochi paesi io fui costretto a mangiare il rancio, che qualche volta era buono, qualche volta cattivo o pessimo; ed ecco perchè. Era costume in Austria, e forse lo sarà anche al presente, che in tempo di guerra, nei paesi ne’ quali transitavano soldatesche o prigionieri, le famiglie delle città, dei villaggi e delle campagne, fossero tassate per una, due o più razioni, secondo i mezzi che avessero e queste razioni dovevano essere portate in una data ora del giorno; quindi è facile intendere la differenza che passava tra le une e le altre.”CCXCI Certo, la notizia del permesso ai prigionieri di lasciare la colonna per accettare un invito a pranzo o a un ballo è grandiosa e bisogna fare tanto di cappello alla fiducia degli ufficiali austriaci e alla correttezza dei prigionieri che rispettarono la parola data, senza profittarne per tentare la fuga. E un’immagine stupenda della mentalità del tempo: in cambio della sua parola, non c’era motivo di negare a un gentiluomo quanto chiedeva; e la parola da lui data lo vincolava; e si sapeva che avrebbe rispettato quel vincolo sopra ogni altra cosa. L’appartenenza alla medesima sfera sociale travalicava le differenze di nazionalità e di guerra e il comune modo di sentire e comportarsi accomunava tutti su un medesimo livello: quello della classe più elevata, alla quale, fossero nobili o meno, appartenevano gli ufficiali e, di diritto, gli studenti. Specie nei paesi germanici, uno studente era guardato col massimo rispetto; prova evidente: in caso di offesa, non tutti erano degni riparare, cioè di duellare con lui: solo gli altri studenti, i nobili, gli ufficiali e i laureati; il resto della società rientrava nel non omnibus licet: non era “capace di dare soddisfazione”, perché troppo in basso: Tornando ai prigionieri, non sappiamo che itinerario avesse seguito la loro colonna, perché, come si vede, Tarugi non lo menzionò, così come non menzionò il fatto che a Pisech sei volontari restarono all’ospedale militare e lo apprendiamo da Ademollo, che fu uno di loro: “Il 9 partenza della colonna. Io ed altri compagni ci trovavamo in un tale stato di rifinimento e di stanchezza grandissima, che chiedemmo di rimanere in quello spedale militare: il che ci fu accordato mercè il biglietto del nostro sargente maggiore Cesare Fuochi e dato un addio ai compagni di studio e di prigionia Rigoli, Caffarelli, Ghezzi, Terrosi, Stocchi, Tarugi, Mallsiniotis e Sani, lì presenti, entrai nello spedale. Se dir volessi tutte le scene e tutti gli episodi che mi accaddero fino al 19 di luglio, tempo in cui mi dipartii da quel nosocomio, anderei troppo per le lunghe e solo mi ristringo a questo. Dei sei malati che fummo ammessi, veramente malato non eravi che il povero Baccicalupo, volontario del Battaglione Livornese, che affetto da febbre, si tramutò poi in grave tifo e lasciai in quello spedale, nẻ più nulla ne seppi. Fummo posti in una infermeria, misti con gli Austriaci la compagnia non era punto gradita. Poco dopo venne il Direttore medico per visitarci, uomo piccolo, tarchiato, rubicondo, ma che nell’insieme aveva la promessa del buono. Cominciò a visitarci ed a ciascuno ordinò il celebre Tartre stibiat (Tartaro emetico), alla quale prescrizione succedeva, che un inserviente poneva un bugliolo accanto del letto. Compresi di che si trattasse e con la fame che mi trovavo, dovendo vomitare, non so che cosa sarebbe stato. Dunque mi preparai a ricorrere al Dottore e giunto che fu al mio letto, riveritolo, gli notificai che io ero uno studente di Medicina e Chirurgia dell’Università di Siena. Sentito questo, il Direttore esclamò: “Voi di Siena! l’unica città d'Italia che abbia le mie simpatie. Mi ricordo quando nel 1821 io passai di colà con l'esercito Austriaco per andare nel 191
regno di Napoli ed ove ebbi tante accoglienze.”Mi domandò quindi della famiglia senese Spannocchi e di altre famiglie signorili; al che risposi come meglio potevo. Ciò servi a formare una specie di dimestichezza fra noi due, che io non mancai di sfruttare a benefizio di noi prigionieri malati Fui dispensato dal Tratre stibiat ed a una mia domanda fummo allontanati da quella infermeria e posti al piano superiore, e quel che più interessava, tolti di framezzo ai soldati Austriaci. Insomma, da quel giorno 9 di luglio fino al 19 che partii da Pisech per Buschves, il Direttore dello spedale non ebbe che gentilezze per me. Il 19 di luglio abbandonando Pisech, fui incorporato in una colonna di prigionieri, già rimasti negli spedali precedenti: mi credevo isolato, quando ravvisai l’amico Cesare Corsi, condiscepolo, studente Matematiche, che per un suo incomodo era rimasto, se non sbaglio, nello spedale di Bolzano. La marcia da Pisech a Theresienstadt non ebbe incidenti, e fu questa 152 il 19 luglio, a Buschves; il 20, a Millin; il 21 a Debris; il 22, a Mischek; il 23, a Konisaul; il 24, a Tairshaurs; il 25, a Budin; il 26, finalmente, a Teresienstadt.”CCXCII Data la metodicità degli enti militari, è possibile che questo itinerario sia il medesimo seguito dalla colonna prima, quella di Tarugi. Questi all’arrivo si era subito organizzato: “Giunti davanti alla caserma destinata per noi, fui sollecito, come sempre, di andare a scegliere il luogo dove accucciarmi, perchè, amante dell’aria, volevo stare sempre sotto o presso qualche finestra. Mentre prendevo il possesso del mio pagliariccio e mi vi ero adagiato, sento gridare: – Tarugi, Tarugi. – Dico: – Chi mi vuole? — e mi rispondono: – Baravalli. Mi portai subito a basso e mi presentai al capitano, il quale trattomi in disparte, mi disse che voleva dirmi addio e poi mi soggiunse: – Sentite, finchè io sono stato vostro superiore, non ho voluto dirvi nulla; ma ora che ho dato la consegna ad un altro Ufficiale e sono diventato vostro amico, voglio avvisarvi di non confabulare con borghesi e specialmente con Studenti, perché quella libertà che qui vi sarà data, facilmente vi potrebbe essere ritolta. – Risposi: – Vi ringrazio della delicatezza che avete avuto a mio riguardo, delle infinite gentilezze che mi avete usato, non meno che degli amichevoli avvertimenti che mi date e de’quali terrò conto, con un bacio ed un’affettuosa stretta di mano ci congedammo. Il capitano Baravalli, Ungherese, come lo dice il cognome era di origine Italiana, ed esso fu il comandante dei prigionieri, se non erro, da Salisburgo a Theresienstadt. Aveva presa per me molta affezione e quando marciando avevamo il giorno di riposo, il che era ogni due giorni, gli dicevo: Sentite, capitano, stanotte anderei a dormire in locanda: ho bisogno di dormire spogliato, – non facevo in tempo a dirlo che, sulla parola di onore di ritornare nel mattino veniente, mi dava il permesso in iscritto. Quel permesso, finchè non me ne lasciava uno nuovo, serviva per uscire quando più mi piaceva. Infatti, mi presentavo alla sentinella col foglio in mano, dicendo Baravalli che rispondeva: — Oh ! jo jo, e Due sono le località impossibili da identificare: Buschves e Tairshaurs. Detto questo, l’itinerario fu: da Pisek il 19 a nord fino a Buschves, sulla strada per Milin; il 20 a Milin, a sud di Praga; il 21 a nord-est fino a Dobříš; il 22, sempre a nordest fino a Mnischek, in ceco Mníšek pod Brdy; il 23 fino alle porte di Praga alla località detta in tedesco Königsaal e in ceco Zbraslav e inizio dell’aggiramento di Praga da sud per ovest a nord, fermandosi il 24 a Tairshaurs, il 25 a Budyně nad Ohří a nord-ovest di Praga e arrivando il 26 a nord a Theresienstadt. 152
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io me ne andavo per i fatti miei allegro e contento. Se non mi avessero fatto difetto i soldi, quel periodo di prigionia sarebbe stato per me una vera villeggiatura.”CCXCIII Vediamo la villeggiatura del caporale Ademollo: “Nel mio giungere a Theresienstadt ebbi il dispiacere di non esser riammesso nella mia compagnia, dov’erano gli altri condiscepoli: feci di tutto per ottenere di nuovo questo e chiesi ed ottenni di andare a rapporto dall’Uffiziale Superiore che ci comandava, il quale alle mie preghiere, per tutta risposta mi promise i ferri corti e pane ed acqua, se non desistevo. Chiesi perchè quell’Uffiziale fosse cosi crudo ed irragionevole e mi fu risposto, che era stato scelto a posta, perchè ferito nelle giornate di Milano, odiava a morte gl’Italiani. Dovei quindi rassegnarmi a rimanere dov’ero; ma però, finchè stemmo in Theresienstadt, convissi di giorno e di notte co’miei compagni e divisi il piccolo sacconcino, sul quale dormivo, con Antonio Pantanelli, a suo malgrado pur esso aggregato a diversa compagnia e trovavasi però nelle mie stesse condizioni. La descrizione di Theresienstadt non occorre. Dirò solo, che per l’estetica e la difesa di uno Stato con le armi dei secoli passati non si poteva far di più, nè di meglio di quel che fece l’ingegnere Pellegrini di Milano, a’suoi tempi, per ordine dell’Imperatrice Maria Teresa. In fondo di questa fortezza esisteva un ampio seguito a ferro di cavallo di casematte di due piani e in una parte di queste i prigionieri furono collocati, e serrati poi dinanzi da un alto impalancato di legno, che concedeva pochi metri di spazio. La vita monotona che passammo per circa un mese nella fortezza, fu vita delle più grandi privazioni.”CCXCIV Pur nello stesso luogo, Tarugi lo vide con tutt’altri occhi. Scrisse infatti: “I primi giorni della nostra permanenza in Theresienstadt furono abbastanza malinconici e tutti preoccupati delle propie famiglie, privi com’eravamo di lettere. …. In seguito le lettere arrivarono, l’animo tornò più tranquillo ed allora cominciammo ad arrabattarci per passare meglio che si poteva il nostro tempo. …. Chiusi in Theresienstadt in una bella e spaziosa caserma dentro il forte da uno stecconato costruito appositamente all’intorno, che ci offriva un vasto piazzale, noi potevamo passaggiare a nostro bell’agio. Alla porta praticata in questo stecconato stava notte giorno una sentinella con la consegna, che nessuno dei prigionieri potesse escire senza permesso del capitano che ci era stato proposto e che era una gentile persona, ma un poco, si direbbe, duro, più di modi che di animo, perchè se gli chiedevamo il permesso di andare per la città in numero non minore di tre o quattro, non ce lo negava. Ma dopo due o tre volte ce ne passò la voglia. Theresienstadt è una fortezza; ha un bel fabbricato, belle strade, vasti piazzali adorni di piramidi di palle di cannone, ecc . ma per le vie non si vedevano che militari e credo di non errare dicendo, che vi saranno state forse cento famiglie di borghesi, tutte affigliate al militare. Quindi a che andare per la città? Non avremmo trovato una sola persona che avesse nutrito i nostri patriottici sentimenti e vagheggiato le nostre speranze. Poi tutti i giorni la traversavamo per andarci a bagnare in uno dei due fossi da cui la città è circondata e il bagno era obbligatorio per tutti, salvo che per i legittimamente impediti… Per rompere la monotonia per un paio di volte chiedemmo al capitano di potere andare in sei o sette a Leitmoritz, piccola città sul fiume Elba: il permesso 193
invocato ci fu concesso e potemmo più volte fare questo piccolo viaggetto senza scorta, obbligandoci soltanto, sulla nostra parola di onore di tornare la sera. È facile capire che questo permesso si dava soltanto a que’ prigionieri che per educazione e per coltura ispiravano nel capitano una certa fiducia. In Leitmoritz passavamo molto bene qualche ora del giorno o per dir meglio, tutto il giorno, perchè impiegavamo poche ore per andare, essendo ben piccola la distanza e le ragioni sono ben naturali. Era un gran conforto l’uscire, sia pur per poco, di sotto agli occhi e alla vigilanza del militare; in quel momento, forse, ci pareva di avere riacquistato la nostra libertà; eravamo in una città puramente civile o fornita di una copiosissima libreria, dove potemmo abbellirci di quanti libri Francesi e Tedeschi volevamo; non dico di libri Italiani, perchè ne era del tutto sprovvista, ed unico e solo libro Italiano che ci trovavamo fu la raccolta delle Poesie del Giusti. La fama del Giusti fino dal 48 aveva valicato le Alpi e si era spinta per un buon tratto verso il settentrione. Ci divertiva la vista dell’Elba co’suoi battelli a vapore, che passavano di li regolarmente tutti i giorni.”CCXCV Ademollo non sembra aver avuto alcun permesso d’andare a Leitmoritz – Litoměřice in ceco – o almeno non ne parlò, però confermò la storia dei permessi d’uscita, pure per l’oltreconfine, e spiegò come i prigionieri cercavano di passare il tempo, oltre ad uscire: “Quando si poteva, si giocava alla palla nel piazzale e sul far della sera, ivi riuniti, si cantavano in modo sorprendente … i più bei pezzi dei nostri celebri Maestri, i più belli inni Italiani, non esclusa la Rondinella del Grossi. Le melodie et i dolci suoni di Bellini, di Donizzetti, di Mercadante e le forti note del Verdi, da noi tanto bene riprodotte, conducevano ciascuna sera tutta la popolazione militare di ambo i sessi della fortezza intorno all’impalancato e si giunse a tale che le famiglie degli Uffiziali, rotte le consegne delle sentinelle che ci circondavano, vollero entrare nel piazzale riservato per vederci e udirci da vicino. Lo stesso nostro burbero comandante dismise i suoi rigori e concesse che alcuni di noi tutti i giorni potessero uscire dalla fortezza, ad altri die’anche facoltà di condursi in qualche città della finitima Sassonia.”CCXCVI Confermò Tarugi con maggiori particolari: “La vita della caserma però cominciò a riuscire monotona, nonostante che tra giorno ci occupassimo di provare dei cori, degl’inni patriottici e dei pezzi di melodrammi, i quali venivano eseguiti molto bene, poichè non mancavano maestri di musica … È costume in quei luoghi, che nelle Bierhäuser e nelle Gasthäuser ci sono sempre due o tre chitarre appese per uso degli avventori; in ogni luogo, dove noi si giungeva e ci fermavamo, non si poneva tempo in mezzo a metter su baracca e la gente estatica si affollava intorno a noi, mostrando la più grande compiacenza. …Altro passatempo della caserma, come già accennai era la musica per prepararci, orecchianti e musicanti, ad eseguire la sera dei pezzi di opera nel piazzale, dove intervenivano a sentirci gran numero di Ufficiali con le loro mogli. Una sera, dopo di avere eseguito diversi cori, vennero fuori dalla caserma tutti i prigionieri con lumi e cominciammo a gridare a squarciagola – Viva l’Italia! Viva l’indipendenza Italiana! non senza che qualcheduno aggiungesse – Morte agli Austriaci! grido, che per la poca 194
conoscenza della lingua e per la confusione che nacque in quel subito, passò inosservato. È inutile dire che gli spettatori, la ufficialità e specialmente le loro mogli si sturbarono e nel momento andarono sotto le armi le truppe della guarnigione; ma dai soldati che parlavano Italiano e che avevano con noi più dimestichezza, il comandante della fortezza fu assicurato che in quelle grida non vi era nulla di sedizioso e che solo i prigionieri avevano voluto fare una dimostrazione patriottica ad uso dell’Italia nel 1847 e 48. Infatti, dopo avere gridato ben bene, coi lumi accesi, con bandiere Italiane tricolori improvvisate e con una vera che un prigioniero, di cui non ricordo il nome, teneva gelosamente custodita nel suo zaino 153 e che aveva sottratta al nemico sul campo di battaglia il 29 maggio, ce ne tornammo infine, sempre gridando, in caserma, lasciando il piazzale deserto, talmentechè al giungere delle truppe era il caso di doverci ricambiare la buona notte e andarsene a riposare, siccome avvenne. Nelle sere successive avemmo un bel cantare, ma non si vedeva nessuno; ma passate tre o quattro sere e per le nostre assicurazioni e per la retta e vera interpretazione che fu data a quel fatto, che in conclusione doveva riguardarsi come una chiassata, gli Ufficiali col loro seguito ricomparvero e tornarono in bonissima armonia. Altro passatempo era la pittura e lo studio. Avevamo anche dei buoni pittori … Lo studio specialmente della Lingua Tedesca, era l’occupazione di molti.… Tommaso Gherardi del Tesla stava scrivendo un dramma intitolato I prigionieri Italiani… In mezzo a siffatte occupazioni si passava il nostro tempo.”CCXCVII Coi civici a Theresienstadt c’erano pure alcuni ufficiali. Né Tarugi né Ademollo li menzionarono parlando della prigionia e solo Tarugi si fece sfuggire qualcosa quando, narrando il suo viaggio di ritorno e in particolare dell’incontro con Ubaldino Peruzzi de’Medici in uniforme, spiegò: “gli altri Ufficiali prigionieri era una pena mirarli tutti disarmati, compreso il colonnello Saracini, per il quale si avevano molte distinzioni dal Principe di Colloredo, comandante il forte di Theresienstadt e con esso andava a caccia e a ogni sorta di divertimenti, ma non mai riabilitato a portare la sciabola.”CCXCVIII Tirando le somme, si vede come avessi ragione a sottolineare le differenze fra i due resoconti, differenze di cui vedremo altri esempi nel periodo del ritorno a casa. Meno male che almeno riguardo al vitto concordarono; Ademollo: “Talfiata le privazioni fisiche venivano diminuite dalla solerzia del nostro Greco condiscepolo Maltsiniotis, che eletto spenditore e dispensiere, con i 4 soldi al giorno che gli si dava, dei cinque della paga, ci fe’ più volte gustare dei discreti manicaretti, fra’ quali la lepre cotta in più modi, quadrupede molto comune in Boemia.”CCXCIX Tarugi:
Nerucci commentò: “Dev’essere stata qualche bandiera di casa di Comando, come quella che il De Laugier nella ritirata fece togliere dalla sua abitazione alle Grazie.” Visto il gran numero di bandiere non militari – riconoscibili dal formato e perché lo stemma sabaudo è senza corona – esibite dagli Austriaci a Vienna nell’Heeresgeschichtliches Museum – il museo storico dell’Esercito – come se fossero trofei presi sul campo di battaglia, viene da pensare che pure questa, se l’avessero vista, adesso sarebbe là, qualunque fosse la sua origine. 153
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“Nella fortezza si ricostituirono le squadre meglio che non si era fatto in viaggio, e, coi quattro soldi al giorno che ci davano e il pane, si faceva un discreto rancio. Si mangiava carne tutti i giorni e minestra sul brodo; spesso e volentieri si facevano i maccheroni col sugo di lepre, perchè in Boemia una lepre con la sua pelle par grossa e costava forse una svanzica. E questo vitto si faceva con tre soldi a testa, perchè il quarto soldo si riteneva per comprare un bicchierino di acquavite.”CCC Mentre i prigionieri marciavano e aspettavano nella fortezze boeme, in Italia la campagna proseguiva: male.
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Capitolo XIII Custoza
In quel caldo e afosissimo luglio del 1848, le truppe granducali superstiti, più o meno riordinate, lasciarono Brescia per tornare in prima linea, di nuovo sul Mincio. Giunti a Valeggio, i Toscani furono destinati alle spalle del quartier generale, posto a Roverbella di fronte a Mantova. Scrisse della Seta al fratello: “lasciando improvvisamente Brescia, dopo 3 tappe consecutive si giunse a Valleggio. Questo paese è graziosissimo, nel tempo che è di un’importanza immensa militarmente. Esso è posto su di una bella pianura, che è sommità di una catena di colline: dal pendio, ove corre il Mincio, per una bella strada si scende sul ponte, il quale dà ingresso ad una povera ma allegra borgata detta Borghetto. In questo punto le acque sempre azzurre si ristringono moltissimo, sicchè scendendo assai formano una corrente rapidissima. Molti altri fossi arricchiscono d’acque questa vallata, la quale a meno di 2 tiri di cannone è limitata da un’altra collina più povera, ma più militare. Chi dalla sponda destra tentasse il passo del fiume, conviene s’impadronisca di questa collina (la quale non ho potuto immaginare perchè gli Austriaci non abbino mai pensato a rendere inespugnabile, ed anzi non vi abbino costrutto la menoma opera), perchè di là si batte oltre il fiume e si può impedire l’opposizione e proteggere fortemente l’aggressiva. Io mi son dovuto occupare a girare i posti per situare una sezione di artiglieria, che mi hanno dato a comandare. Ho trovato ancora un parapetto assai ben conservato, costrutto dai Francesi. I Piemontesi vi avevano tagliate due cannoniere e situati i cannoni; questo conferma l’importanza del posto. Al versante della collina di Valleggio, da quella parte, esiste ancora un castello rovinato, ed in mezzo alle macerie esiste altissima una torre. Questo castello avrà dovuto essere la chiave di una grossa fortificazione, che incrociando il Mincio racchiudeva un largo ponte levatoio e orizzontalmente terminavasi alla cresta della collina ch’io diceva. Di tutto ciò esiste ora un gran terrapieno ridotto a campo. Si alzano delle torri in doppia fila, tutte sfasciate, come credo, dai colpi d’artiglieria: là, dove era il ponte, ora sono due precipizi; insomma ne impone la serietà di quelle costruzioni antiche, che i Tedeschi moderni non sogliono imitare.”CCCI 197
Le condizioni dei Toscani erano cattive in uomini, materiali e disciplina. Laugier stava aspettando una colonna di rinforzi, composta dalle due compagnie di carabinieri del maggiore Manganaro e da un battaglione civico comandato dal maggiore Ghilardi. Cosa fu e cosa non fu, interpretarono male gli ordini – così asserì lui – e sbagliarono strada. Contemporaneamente da Brescia gli scrissero che i civici offertisi di passare al servizio lombardo erano svaniti, per cui lo pregavano di venire a negoziare la loro sostituzione col battaglione Ghilardi, da mandare poi al Caffaro. Laugier, andò, e la conseguenza fu – certo – l’aver “tutto regolato coll’ottimo comitato Bresciano”, ma pure un mancato rinforzo del corpo toscano. Raggiunto l’accordo, sulla via del ritorno lui in persona si mise a cercare le due colonne e, trovatele, diresse la prima al Caffaro e la seconda a Valeggio, dove la precedé rientrando il 9 luglio sera. Pure per le dotazioni le cose andavano male. Parlando della rivista passata ai Toscani da Carlo Alberto il 10 luglio mattina, de Laugier affermò: “il Re se ne mostrò soddisfatto.”CCCII Data la cortesia di Carlo Alberto, era ovvio che se ne fosse mostrato soddisfatto; ma com’era andata veramente? Lo sappiamo da della Seta: “…ti aggiungerò la rivista del Re Carlo. Io non mi so adattare alla persuasiva, che Laugier sia tanto presontuoso ed impudente. Figurati un 1500 uomini, dieci dei quali non hanno lo stesso vestiario; figurati che i miei, dei quali alcuni scalzi si dovettero fare imprestare i calzoni e le scarpe. Figurati 7 pezzi ed un parco di munizioni e di ambulanza condotti da vetturini in blouse di bordato, sudici dagli occhi ai piedi. Figurati un pugno di cavalleria, un piccolo battaglione di fanteria ed uno di civica formare l’armata toscana! Immagina poi il gen. Laugier passare con grande imponenza una prima rivista, seguito da un ufficiale e da un civico a cavallo, che sbraita perchè uno del treno ha un bottone sbottonato, e che non sa rendere il saluto agli ufficiali che salutano, e non saluta neppure la bandiera. Immagina, dopo, il Re Carlo, con un seguito di 8 generali, di molti colonnelli e di un numero o codazzo maggiore della nostra cavalleria, salutare come si deve, ed in sostanza osservare più quelle posizioni che noi; passare davanti l’artiglieria (io suppongo che mi riconoscesse perchè mi osservò lungo tempo) col suo seguito; del quale un generale io udii chiedere ad altro, se noi eravamo ufficiali d’artiglieria, e sulla affermativa disse: «e cosa devon fare a piedi?» e l’altro sorridendo aggiunse «e non sa che qui non c’è nè capo nè coda»? Mi è stato assicurato che Laugier abbia invitato C. Alberto a colazione; la quale, accettata, si componesse di una tazza di caffè e 2 bottiglie di vin Madera: che il Re, desiderandone in ultimo un secondo bicchierino, prendesse la bottiglia e la trovasse vuota. Povero Medoni! io credo ch’egli andrà fallito, perchè tutte le sue rappresentazioni non gli hanno fruttato tanto da pagare le spese. Buon per voi altri che non vi trovate testimoni di queste cose, per le quali bisogna tutti arrossire: io vorrei essere tanto signore da offrire a Laugier uno stipendio col suo ritiro, perchè, se tu non sei persuaso che il diavolo sia peggio che non si dice, io ricomincerò le mie litanie. Si è positivamente detto che C. Alberto ci volesse situare di là del Po, onde impedire l’escursioni che da Borgoforte potesse il nemico fare nel Modenese o nel Parmense, e si assicura che Medoni si raccomandasse di portarci in prima linea, perchè «i Toscani sono ardenti di riacquistare due bandiere state lor tolte».”CCCIII 198
Questa lettera conteneva due gran brutti segnali: il nomignolo Medoni ed il riecheggiare delle critiche a d’Arco d’un mese prima. Nel giro di quarantacinque giorni della Seta – e con lui presumibilmente altri – era sceso dall’esaltazione di Laugier fino al chiamarlo Medoni come la plebe livornese, aggiungendo la frase “io vorrei essere tanto signore da offrire a Laugier uno stipendio col suo ritiro” tanto simile all’offerta scritta in maggio di pagare di tasca propria il ritorno a d’Arco. Come mai un simile crollo? La risposta era, come per l’altro, nella disciplina: non era stata ristabilita e quel poco rimasto era stato ulteriormente scosso dalle ricompense al valore, decretate a Firenze, questo si, ma, come tutti sapevano, su proposta del comando e sulle quali c’erano stati malumori e liti. La situazione era tanto cattiva da costringere Laugier a parlare, ancorché di sfuggita, di una “già penetrata indisciplina”, senza spiegare altro, per cui, oltre che dalla già citata lettera confidenziale di Giovannetti del 1° giugno, come stessero le cose lo apprendiamo dal tenente della Seta; e non stavano bene affatto. Proprio di Laugier, scrisse: “A Valleggio egli va nel quartiere del 2° reggimento, trova che 3 uffiziali mancano all’appello, si dirige ai soldati e dice che il male vien tutto dagli ufficiali, i quali sono incapaci e di pessimi sentimenti, che sa che trattano male i soldati, che gli destituirà tutti, ecc.; al che tutto quello stuolo di briganti e non soldati prorompe in viva De Logierre, abbasso gli uffiziali; e così finisce il principio di un atto, che non si sa come possa finire; e già intanto un soldato ha tirato contro un crocchio di ufficiali, e per disgrazia ha ferito nel basso ventre un altro soldato. Meditazione. L’altro giorno per via ha schiaffeggiato un soldato, che impazientandosi lo minacciava di una fucilata, e ruppe il frustino addosso ad un altro; ed intanto il soldato sfrenato va agli orecchi dell’ufficiale a beffarlo, e gli dice: «e lei mi buggeri se è buono!» ”CCCIV dopo quanto avevan scritto Carli a casa e Giovannetti il 1° giugno, si può negare almeno una parte di fondatezza alle parole di Laugier? Ma c’era sotto dell’altro e de Laugier lo ammise parzialmente quando sei mesi dopo apparve il suo opuscolo: “Per l’onore di tutti non trascriverò per intiero un iniqua lettera anonima direttami il 13 Luglio in Villafranca. Era lunga tre pagine. Mi si accusava avido e borioso di gloria alle spese dei miei sottoposti, cercando i luoghi più arrischiati, onde satollare quella sfrenata ambizione di distinguermi, e riprendere agli Austriaci le due bandiere supposte perdute a Montanara dal primo reggimento. Mi si avvertiva però, che se pretendeva d’esporre a qualche nuovo cimento i Toscani, e presto non li riconducessi al paese natio, le prime fucilate, anzi che dirette al nemico, lo sarebbero a me e a Giovannetti. Che truppa e civici partecipavano a questo invariabile divisamento. Che desso non era una semplice minaccia di pena, ma si aveva il fegato di mandarla ad esecuzione. Tralascio gli epiteti di cui era favorito; ma ciò che mi sorprese si fu, che tanto questi, quanto lo stile e il carattere erano uguali a quelli delle molte e varie lettere anonime da me ricevute in Livorno durante il maggio e consecutivi mesi del 1847!!”CCCV
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E’ difficile dire se effettivamente questa lettera sia stata collegata all’uccisione di Giovannetti avvenuta circa una mese dopo ad opera d’un sergente maggiore dei granatieri. Certo è che da parte di de Laugier pubblicare una cosa del genere nel gennaio del 1848, quando Guerrazzi era ministro degli Interni da quasi tre mesi nel governo presieduto da Montanelli, era un indiretto ma chiaro atto d’accusa a lui ed all’ambiente livornese che gli gravitava intorno d’aver voluto sabotare la campagna, portando avanti dei piani sovversivi risalenti addirittura a un anno e mezzo prima. In più, dichiarando “non trascriverò”, de Laugier avvertiva implicitamente d’avere ancora la lettera e di poterla esibire ed annientava in partenza qualsiasi accusa d’aver mentito. Fosse dovuta all’ambiente guerrazziano o, più modestamente, ad un militare del 1° di linea comandato da de Laugier a Livorno proprio nel 1847, magari pure lui guerrazziano ma col quale Guerrazzi non c’entrava nulla, la lettera era comunque un ulteriore pessimo sintomo dell’insofferenza e dell’indisciplina fra le truppe. Se è vero che con militari di questo genere non si va da nessuna parte, specie in guerra, bisogna dire che di quel tipo ce ne devono essere stati pochi, perché, a dispetto di tutte le loro manchevolezze, i Toscani si comportarono sul campo in maniera superiore a qualsiasi attesa, ma si sa: un individuo pessimo risalta più di cento buoni. Comunque, per scalcinati e indisciplinati che apparissero, questo Carlo Alberto aveva e questo doveva tenersi, pure perché l’alternativa era veder Firenze ritirarsi dal conflitto, aprendo un’altra voragine nello schieramento; perciò, ottenuto il plauso regio, dal 10 luglio i Toscani lasciarono il corpo d’armata del generale Bava e passarono agli ordini di de Sonnaz, coll’ordine di spostarsi il 13 luglio a Villafranca ed entrare in linea sulle posizioni più avanzate verso Verona, nel settore del maggior generale Boyl di Putifigari. Comunicò della Seta a casa: “Il dì 13 siamo partiti da Valleggio per Villafranca. La pianura che si è percorsa è degno teatro di una gran battaglia; la natura non potrebbe preparare meglio il terreno per preparare una gran giornata. Villafranca è tutta barricata; essa è ora la chiave delle conquiste di Re Alberto; noi siamo istallati qui, e credo vi resteremo fino a che un movimento generale od una gran giornata non mutino faccia alle cose. Io credo che ciò non andrà gran giorni, e forse meno che non ci pensiamo. … Non so precisarti le posizioni piemontesi, perchè ho perso la carta; ma credo che circa 18000 uomini si possino riunire quaggiù in 2 ore. In Villafranca vi è ancora una batteria (8 pezzi) piemontese, 1 reggimento di fanteria ed 1 di cavalli. Noi abbiamo 7 pezzi e circa 1800 uomini. I rinforzi devono giungere oggi, e così saranno 11 bocche a fuoco. Io ho 2 cannoni, ora però ho 1 obusiere ed 1 cannone. Io tengo la difesa della porta di Mantova, i Piemontesi quella di Verona. Io ho il distaccamento in una vigna, su di un terrapieno che afforzava le mura di un grosso ed antichissimo castello: io domino così tutta la pianura per un’altezza di 15 braccia. L’armata piemontese non è punto in inazione; ma sono inferiori di numero; eppoi sotto piazzeforti non si può far presto: molti rinforzi sono arrivati, altri ne aspettano per facilitare.”CCCVI Il 19 luglio uno scontro a Governolo terminò colla vittoria dei Sardi; ma non era che la fine dei successi italiani prima di quell’operazione ad ampio respiro che prese poi il nome di battaglia di Custoza.
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Intanto de Laugier annusava una brutta aria. Qualunque difetto gli potessero rimproverare, una cosa gli andava riconosciuta: sapeva combattere – qualità non di tutti – e valutare un campo di battaglia. Ora, quello in cui si trovava coi suoi non gli piaceva e ne spiegò il motivo: “La soverchia estensione del cerchio dall’armata italiana occupato all’intorno di Mantova, m’indusse a mandare in sicuro a Borghetto, sulla destra del Mincio, il gran parco e quanti altri ingombri mi seguivano. Per ugual considerazione, ordinai raccogliersi in Casal Maggiore e Viadana ogni deposito Toscano, e ogni persona sparsa nei diversi paesi e spedali della Lombardia. Ingiunsi in pari tempo a qualsivoglia provenienza dalla Toscana, fermarsi sulla destra del Pò a Parma e in Brescello. La mia colonna era stata rinforzata da 200 carabinieri ed altrettante reclute fucilieri. La forza effettiva ascendeva allora a circa 3000 uomini. Mi mancavan sempre 8 uffiziali superiori e 45 subalterni. II 20 Luglio venne a trovarmi il generale De Sonnaz insieme al suo capo dello stato maggiore, per propormi d’inviare a Sommacampagna 1400 uomini e 4 cannoni, affine di surrogarvi la divisione del Duca di Genova altrove chiamata. Sebbene non fosse a me superiormente commesso il comando di Villafranca passato dal Boyl al generale Manno, nulladimeno per interesse dei miei e universale, mi feci lecito far osservare: 1. esser rischioso indebolire in tal guisa cosi interessante presidio; 2. Molto più pericoloso il proseguire nell’oramai troppo lungo assottigliamento di truppe, dal quale infallibilmente sarebbero conseguite nuove sventure. 3. Chiedere, siccome era stato già concertato per casi simili dai due governi, fosse il distaccamento per Sommacampagna composto metà di Piemontesi e metà di Toscani. Approvò il general De Sonnaz la mia proposta, ed il 21 Luglio partivano pel suddetto luogo 750 uomini del 2º reggimento di linea Toscano, 2 cannoni, 3 cassoni e un ambulanza, sotto il comando del maggior Ciarpaglini. Ugual forza meno i due cannoni e i cassoni, somministravano i Piemontesi, il cui maggiore Bonafoux, perchè più anziano, prese di tutti il comando.” Laugier aveva ragione da vendere. Non a caso era “uscito dalla prima scuola del mondo ed avendo il mestiere sulla punta delle dita.”CCCVII I punti deboli da lui elencati erano tutti esatti e la sua richiesta di operare coi Piemontesi saggia, specie politicamente. Non si trattava solo d’osservare le regole imposte da Firenze; occorreva evitare che fosse imputabile ai Toscani una quasi del tutto certa rottura del fronte, perché sarebbe stata addossata loro la responsabilità d’una conseguente sconfitta; per questo bisognava stare coi Piemontesi e, possibilmente, sotto i loro ordini. Era davvero tanto sicuro d’una sconfitta de Laugier? Senza dubbio; e lo dimostrano i provvedimenti da lui presi: lo spostamento del gran parco d’artiglieria e delle salmerie sull’altra riva del Mincio; la concentrazione dei depositi e di tutto il personale di retrovia toscano inclusi i malati e i feriti a Casal Maggiore e Viadana; l’ordine a qualsiasi entità – fosse pure un solo soldato – in arrivo dalla Toscana di fermarsi sulla destra del Po a Parma o Brescello erano tutte misure per una ritirata velocissima. Chi era sopravvissuto alla Beresina non era tipo da sbagliarsi. Laugier sapeva cosa stava per succedere e limitava i danni, spostando tutto ciò che era poco mobile il più lontano possibile dal fronte, per metterlo in salvo in fretta e non doversene preoccupare al momento del crollo e della fuga. In caso di guai, depositi e personale sarebbero stati già ai traghetti 201
principali e, mandando l’ordine di movimento contemporaneamente a loro e alle salmerie sulla destra del Mincio, i primi avrebbero cominciato il passaggio del Po quando le seconde si fossero messe in moto e l’avrebbero terminato subito prima dell’arrivo di queste dal Mincio, consentendo loro di traversare il Po senza intasamenti. Quanto alla prima linea, l’onnipresente della Seta riferì poi al fratello: “Tu sai che tutti noi toscani eravamo a Villafranca; ora, il dì 21, il 2º Reggimento di fanteria, ed io con una sezione di artiglieria di 2 pezzi, con 2 cassoni e 1 cassone di munizioni di fanteria, ci partimmo di là, ordinati di recarci a Sommacampagna con un Reggimento di Pinerolo fanteria. Io presi posizione sulla vetta del colle, che domina la pianura di Verona. Quello era un bellissimo punto, il nemico non poteva da nessuna parte avvicinarsi senza essere visto, e col cannone si battevano tutti i punti che danno accesso al paese.”CCCVIII All’inizio di quell’ultima decade di luglio la distribuzione delle forze in campo era pressappoco la seguente. A nord i Sardi avevano sempre il II Corpo di De Sonnaz, che si stendeva da Rivoli a sud di Villafranca, fronteggiando Verona. Il I Corpo a sud, intorno a Mantova, rinforzato dalla divisione di riserva e da quella lombarda del generale Perrone, era separato dall’altro da un vuoto di circa 10 chilometri, presidiato dal solo 17° fanteria Acqui. Il Mincio era guardato dalla divisione lombarda del generale Visconti. Radetzky disponeva, oltre ai tre corpi d’armata di Verona, di un corpo d’armata di riserva, degli 8.000 uomini del III Corpo di Thurn a Rovereto, dei 16.000 del II Corpo di Welden in Veneto e, eventualmente, della guarnigione di Legnago. Forte della propria superiorità numerica e libero di muoversi, decise di dare il via all’atto tattico complesso passato alla storia col nome di battaglia di Custoza e attaccare le alture antistanti Verona, in direzione di Peschiera, per aprirsi la strada fino al Mincio. Per prima lanciò un’azione dimostrativa, fatta il 22 luglio da Thurn contro l’estrema sinistra del II corpo sardo a Rivoli. Ricordò della Seta: “Il dì 22 si seppe che già un grosso di nemici si era portato alla Corona, se ne era impadronito, e batteva Rivoli. Non vi era più dubbio, noi dovevamo essere attaccati. Io usai nella notte tutte le diligenze possibili, per aiutare qualunque movimento avessi dovuto fare.”CCCIX Il giorno seguente Radetzky ordinò al I Corpo d’attaccare Sona; Sommacampagna al II e tenne il III di riserva. Pur avendo compreso la minaccia imminente e nonostante avesse prontamente fatto ripiegare la sinistra da Rivoli a Sona, de Sonnaz non aveva abbastanza truppe da reggere l’urto e, respinto, si attestò sulle alture ad est del Mincio. Laugier capì al volo: “Alle 7 del mattino del 23 udii il cannone dal lato di Sommacampagna. Dall’alto della terrazza del mio alloggio, scorsi fino alle 9 il fumo delle due artiglierie nel luogo medesimo. Senza commetter l’imprudenza di sguarnir l’importante punto di Villafranca, non potevamo inviare soccorso. Sperai che De Sonnaz, non lungi dai nostri, vi avrebbe pensato. Ma – concluse amaramente – egli pure assalito nelle posizioni di Sonnà e di Rivoli, venne costretto a ritirarsi in Peschiera.”CCCX 202
Della Seta, sul posto: “Allo spuntare dell'alba del giorno 23 Domenica, una selva di baionette copriva la pianura di cui ti parlavo; il nemico stette così più ore disponendo una gran quantità di cannoni contro i miei. A tre miglia da Sommacampagna vi è Sona più piccolo paese, ed ove erano circa 3 mila Piemontesi con una batteria. Gli Austriaci furono i primi a dare l’attacco, i nostri si difesero coraggiosamente. Io non mi perderò in chiacchere per dirti la posizione mia: pensa che con 2 pezzi io sostenevo il fuoco di 12 o 14 pezzi nemici. Già il torrente tedesco irrompeva ai nostri posti avanzati, e la fucilata raddoppiava di forza. La comunicazione con Sona ci venne 4 volte tagliata e 4 volte ripresa. Piemontesi e Toscani fecero il loro dovere; ma noi non avevamo che 1800 uomini, il nemico era esorbitante di forze. Dopo tre ore di combattimento, e già l’artiglieria nemica veniva avanzando, si dovette battere la ritirata. Non voglio lasciare di dirti che noi si smontò 2 pezzi al nemico e senza che noi si avesse un ferito. La ritirata era difficile; ma tanto potei fare che tutti i miei carri posi in salvo. Anche a Sona battevano ritirata; laggiù la brigata Savoia aveva fatte delle prodezze; i nemici, col tradimento delle bandiere tricolori e fazzoletti bianchi, erano avvicinati fino alla baionetta, il Gen. Lavierne, che incoraggiava i suoi, fu ucciso da una palla; ciò che crebbe il furore dei Savoiardi, che col calcio del fucile e coi pugni respinsero il nemico: però anche quella posizione dovevasi abbandonare.”CCCXI De Laugier riferì la sua visione d’insieme ricavata dai rapporti avuti: “I nostri soverchiati retrocessero pur’essi sino a S. Giorgio. Da un plotone di cacciatori a cavallo scortante un cassone di cartuccie, che a loro inviava, e che retrocesse a metà del cammino, per aver scontrato fuggenti, seppi in parte, il tristissimo evento. Spedii Manno ad avvertirne il Quartier generale, e al mezzo giorno giunse il generale Olivieri con due reggimenti lanceri. Proposi una diversione, e finalmente forti recognizioni per conoscere il vero. Gli Austriaci erano in Sommacampagna numerosissimi; ignota la sorte di De Sonnaz. Fino a S. Giorgio aveva Ciarpaglini recato in salvo i cannoni e la maggior parte della sua gente. Stanca qui riposava con poca cautela la truppa. Sopraggiunti improvvisi cavalli nemici, facilmente la sgominarono. I cannoni fur salvi, non i cassoni molti soldati con qualche uffiziale rimaser prigionieri, o furono sciabolati; e fra quest’ultimi Buonamici e Ciarpaglini, il quale venne barbaramente trucidato da un uffiziale nemico, abbenchè gridato avesse dopo i primi colpi d’arrendersi.”CCCXII Della Seta ci si era trovato in mezzo e spiegò: “Noi ci ritirammo per S. Giorgio, Castelnuovo e Peschiera. Quand’io penso a questa ritirata inorridisco. Sbagliata la via, ci ritrovammo per difficili strade a sali e scendi, dove i miei cavalli si erano avviliti. Più volte a braccia si dovettero trascinare. Giunti a S. Giorgio, mentre si rovescia il carico di munizioni, e che i carri di equipaggio si trovavano arrestati, una colonna di Ungheresi a tutta carriera ci piomba addosso, e 203
qui fa macello della nostra povera colonna. Il maggior Ciarpallini sciabolato, rovesciato da cavallo e calpestato, morì, altri uffiziali sono stati feriti. Soldati, alcuni ne morirono. Dei miei uno ebbe infranta la testa; ma tuttora vive allo spedale, un altro è ferito in un braccio. Così dovetti abbandonare il cassone. Tutti gli equipaggi persi; ma per me avevo un barroccio, che già misi in ritirata prima di cominciare il combattimento. A traverso di molte difficoltà si giunse a Castelnuovo. Laggiù c’incontrammo colla colonna piemontese di Rivoli, che pure dovette cedere. Si fece alto, si organizzò la truppa, e tutto si dispose per i fuochi in ritirata. In questo modo si aspettò per un’ora il nemico, il quale appunto entrato nel paese fu molto danneggiato dai nostri. Una batteria piemontese sostenne molto bene il fuoco fino sotto Peschiera. Io sono stato più ore in quest’ampia fortezza; ma alla notte tutti si stanziò a Cavalcaselle. Il disagio era grande, la truppa non aveva mangiato, i cavalli erano rifiniti: eppure in Peschiera non si potè trovar nulla; le autorità dettero belle speranze e niuni conforti; la notte fu un continuo allarme, perchè erano continue le scorrerie nemiche, ed all’alba tutti si partì passando il Mincio a Peschiera, e dirigendosi a Ponti, Porto e Monzambano. Si capisce che il nemico prese le posizioni di Sommacampagna e Sona, per S. Giorgio e Oliosi tentava passare il Mincio. Castelnuovo fu da loro per la seconda volta abbruciato. Quand’io era passato da Peschiera, già il cannone si udiva di là di Ponti. Il nemico tentava il passo che gli veniva disputato da una batteria piemontese, quella che prima si era mossa da Cavalcaselle. Se tu avessi visto che quadro interessante si offriva in quel punto, che posizione pittorica era quella, dove un’armata tentava gettare due ponti in un posto difeso dalla brava artiglieria italiana, che veniva molestata da altra artiglieria tedesca che copriva la cresta di una collina; se tu avessi visto i fuochi dei piemontesi sulla collina di faccia sempre animarsi, e dare a quelle verdi terre l’aspetto di un vulcano, tu avresti rischiato volentieri i tuoi giorni per godere lo spettacolo. Il fuoco durò così dal mattino fino alle 2. Il nemico gettò un terzo ponte, che neppure potè servire. Finalmente il colonnello Damiano, che comandava la colonna di Ponti dove io ero, mi dette ordine di entrare nella lotta. Era il momento che, dopo un giorno e mezzo e due notti, i miei uomini e cavalli avrebbero potuto prendere ristoro (io non avevo bevuto nemmeno acqua); eppure si parti per unirsi ai fuochi piemontesi. Ma qui non ti so dire qual veramente fosse il dolore che provai nel vedere che, fattomi responsabile degli ordini ricevuti, la posizione non era adatta alla mia artiglieria. Io avevo i pezzi da 6, mentre il nemico ne aveva da 12 e 16, e i Piemontesi anche da 24, nel vedere che i miei artiglieri erano inutilmente esposti, e che, quando io entrava in posizione, un numero di nemici aveva passato il fiume sopra un quarto ponte costrutto senza che i nostri se ne accorgessero. Nonostante noi si tirò ove più si poteva recar danno; ma non si stette lungo tempo in quella posizione. La ritirata già batteva da tutti i punti; ed io, quando vidi i piemontesi escire di batteria, disposi i miei alla ritirata. Qui cominciano le peripezie. I cavalli, sfiniti di forze, non sapevano tirare i carri. La via angustissima e quasi disfatta presentava un argine da un lato, dall’altro un precipizio di qualche braccio. I miei cassoni di vecchio modello non girano sotto sterzo, quindi uno mi fu impossibile rimuoverlo. Già l’artiglieria piemontese sfilava al gran trotto, ed io avevo pregato qualche soldato a prestarmi aiuto. Tutti sforzi vani. Un pezzo, tagliato fuori dalla ritirata per questo cassone, è trascinato nel campo, ed 8 cavalli non bastano a 204
rimuoverlo. L’altro pezzo batte ritirata, ma dopo cento passi precipita rovesciato nel campo conducendo seco uomini e cavalli. Un solo cavallo si ferì. Ormai neanche i soldati piemontesi non mi ascoltano. I bersaglieri nemici ci sono addosso e ci tirano, io fo salvare i cavalli, dei quali 3 soli perdo: gli uomini son salvi tutti, eccetto un cannoniere ed il ser.te cadetto Poggesi, che, nello sforzo di rilevare i carri, viene incontrato da un carro piemontese, di cui una ruota gli traversa la vita; egli è trasportato, ma ora è morto. La nostra ritirata è precipitosa su Peschiera. Colà giunti, non vi è ingresso per nessuno, non vi è che mezzo pane di munizione a testa. Il Generale ci dice che i viveri pel giorno dopo ce li procuriamo colla baionetta. Io sono sfinito di forze. Un bicchiere di vino, il solo che potessi bere, lo pagai un franco. Presi mezzo pane di munizione, e sopra uno scoglietto del lago lo mangiai inzuppandolo nell’acqua. Noi abbiam perso molti soldati in quel riposo, perchè, sudati eccessivamente, bevevano acqua e cercavano il fresco: essi cascavano subito, veniva loro il rantolo, gli si gonfiava lo stomaco e spiravano gettando spuma dalla bocca e dal naso. Si dice che il nemico sia pure a Desenzano; eppure per vivere bisogna andar là. Si riordinano le truppe e si parte alla sera. Si giunge a notte. Ci vien detto che il nemico è a Lonato, bisogna partire per Brescia, ove si giunse alla mattina di martedì. Oggi mercoldi ripartirò pel campo toscano, ma non so ove sarà. Non si è mai avuta notizia del campo toscano: si crede che sia stato battuto; ma non si sa altro. Questi sono i preliminari. Quanto allo scioglimento è, che C. Alberto è accorso colla armata del centro e di destra, ha ripreso tutte le posizioni. Ha battuto i Tedeschi a ultimo sangue, senza quartiere, perchè a S. Giorgio non vollero dar quartiere a noi. Ha tolto circa 70 cannoni, ed è due giorni che seguita a battere. Il nemico non ha ritirata per Verona, e credo neppure per Mantova. Questa è notizia ufficiale. Tu vedi che con altro sacrifizio tanto si è comprato alla causa italiana, che, chi anche volesse giudicare ritrosamente, la può credere assicurata. Questa la storia la chiamerà battaglia di Verona; ma sono più fatti che si succedono: a Rivoli, a Sona, a Sommacampagna fu combattuto il 1° giorno, il 2º a Monzambano, il 3º su tutti i punti. Io son disgraziato di non essere stato al terzo. Ma addio per ora; ho molte cose da sollecitare. In altra mia ti darò dei dettagli. Tra i cannoni ripresi vi sono i miei.”CCCXIII Purtroppo le cose non erano andate come aveva saputo della Seta. Raccoltisi i reparti toscani a Peschiera con quelli di de Sonnaz in ritirata da Rivoli e Sona, furono effettivamente mandati il 24 a Ponti sul Mincio, per impedire ai nemici il passaggio del fiume. Infatti, saputo dello scontro, nella notte i Sardi del I Corpo avevano finito di concentrare a Villafranca i due terzi delle truppe operanti contro Mantova e ordinato alle unità sul Mincio di fermare gli Austriaci quando fossero giunti al fiume. Mentre i nemici fossero stati così impegnati frontalmente dal II Corpo di de Sonnaz, il I Corpo, scissosi in due, li avrebbe assaliti da sud e da est, cioè dalle spalle, accerchiandoli. La manovra era ben congegnata e complessivamente fu abbastanza ben eseguita, ma franò davanti alla superiorità numerica nemica. Dovunque si dirigessero i Sardi, trovavano ad attenderli Austriaci in quantità doppia. La battaglia restò indecisa fino a tutto il 24, quando Radetzky temé addirittura che Carlo Alberto gli stesse per tagliare le comunicazioni con Verona poiché i Sardi gli conquistarono alla baionetta le alture di Custoza e Sommacampagna, prendendo circa 2.000 prigionieri e una quantità di 205
carriaggi e di cannoni, fra i quali quelli tolti a della Seta il giorno prima. Ma il 25 luglio la sproporzione di forze giocò a sfavore dei Sardi, i quali sulla loro ala destra batterono gli Austriaci a Valeggio, ma non riuscirono a prendere l’abitato, né a tenere la sinistra a Sommacampagna. Caduta questa, il duca di Savoia Vittorio Emanuele resisté il più possibile a Custoza, centro della linea sarda, ma ormai era sopraggiunto il corpo di Welden in rinforzo al nemico, la sproporzione di forze cresceva di ora in ora e gli Austriaci in pratica erano a Villafranca, per cui o Vittorio Emanuele si ritirava da Custoza, o vi rimaneva accerchiato. A sera, vista la situazione complessiva, Carlo Alberto, privo di truppe sufficienti a contrattaccare Welden e aiutare Custoza, dispose il ripiegamento in direzione sud-ovest, su Goito, unico passaggio rimastogli per varcare il Mincio. Intanto, mentre i Toscani in linea, assaliti da forze preponderanti, venivano travolti e, come aveva raccontato della Seta, perdevano i cannoni, de Laugier aveva ben altro da fare. Alle 22,30 del 25 luglio era stato incaricato da Salasco di scortare coi suoi a Goito tutti i prigionieri, i feriti trasportabili e le salmerie dell’armata, lasciando solo sei compagnie e cinque cannoni a Villafranca. Doveva partire a mezzanotte per la Via Vecchia di Goito. Nonostante avesse cercato di mantenere un certo ordine entro Villafranca fin da quando era iniziato l’affollamento dei carri e dei traini in ritirata, l’intasamento cresceva d’ora in ora e, per riordinare quel caos, gli ci volle tanto tempo che solo all’una del mattino del 26 luglio riuscì a veder sfilare tutto il convoglio sulla Via Vecchia, stretta, parallela e prossima alla linea nemica. Ricordò: “Il menomo rumore, la più lieve imprudenza, poteva provocarci un assalto notturno, sempre fatale, ma soprattutto per un lungo convojo, da pochi scortato, in sottili file distesi, composto di prigionieri, feriti, casse di danaro, bagagli, artiglierie e provianda. È facile immaginarsi se quella grave responsabilità che su me solo pesava mi tenesse pensieroso, agitato.” Aggiunse: “Sul far dell’alba per la via di Valleggio a Mantova vidersi esploratori nemici. Fermai le truppe, lasciai sfilar il convojo, e così cangiato l’ordine della marcia, e impostone forse al nemico, camminai più sicuro fino al destino.” Commentò: “volle la sorte proteggermi, e dopo sette ore di palpiti e di continua indefessa vigilanza, vidi finalmente il Mincio, e quindi le mura di Goito. Qual confusione regnasse sul ponte, nella città e nei contorni, è indescrivibile. Parlai al generale De Sonnaz, che quivi trovavasi; e n’ebbi ordine di dirigermi a Casal Maggiore sul Pò. Volli pria di partire riposar le truppe e far loro aver viveri, che ottenni con massimi stenti. Accampate sui prati circostanti, affamate e impazienti, non vi fu modo d’impedire loro di andare, sbandatamente, in città a ristorarsi. E per riunirle anche una volta e metterle in viaggio fu tal fatica e inquietudine, in mezzo a quella babele, da stancarne le forze di uno Stentore e la pazienza d’un Giobbe. Alla perfine verso le due pomeridiane mi posi in marcia, sotto gli sferzanti raggi del sole dell’afosa giornata del 26 Luglio. Ma i soldati che invece di riposarsi, siccome aveva lor detto, sulle prata di Goito, n’erano andati attorno vagando, stanchi, assonnati ed avviliti dal caldo e dal sole, gettavansi or quà or là sotto l’ombra delle viti a dormire, e per quanto, correndo disperatamente sù e giù, mi adoprassi con gli altri per indurli a seguirmi, non potei giungere a Gazzoldo, prima delle ore cinque, seguito dalla metà della truppa; il resto arrivando alla spicciolata e per branchi sul far della sera. Ad un tratto corse la voce, aver gli Austriaci passato il Mincio, circuito l’esercito Sardo in Goito, ed esser da noi poco distanti. In allora vollero tutti partire, ed a me 206
nuove pene per dissipare la vana apprensione e distorgli dal concetto divisamento. Oh! se dovessi tratteggiare ogni volta queste tristissime scene, frutto e conseguenza di 34 anni di non voluta disciplina, e di fallace educazione militare, quanti che stoltamente mi hanno invidiato mi avrebbero invece compianto! Alla mezza notte del 26 al 27 partii per Gazzuolo. Ivi pervenuto alle 10 antimeridiane con non minori fatiche del di precedente, mi repugnò andar più oltre, e lasciare quel punto interessante della linea dell’Oglio sguarnito. Quindi determinai senza render ad alcuno palese l’ardito proposito, di prendervi posto, fortificarmi, pormi in relazione col generale Perrone collocato con tre battaglioni Lombardi al confluente di questo fiume col Pò, e legarmi con altro posto verso Marcaria. Così nel trattener i nemici dal tentar il passaggio, sperai più sicura render la ritirata del Re, facile a prevedersi imminente, mercè la folla degli sbandati e fuggenti, che incessantemente comparivano, non che dalle sinistre voci da essi divulgate fuggendo.”CCCXIV E i Toscani superstiti di Custoza dov’erano finiti? Alcuni di loro a Brescia e più tardi raggiunsero il corpo toscano, altri passarono il Po e non si fermarono fino a Pontremoli. Non avrebbero potuto fare altro: tutto l’esercito era in piena ritirata.
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Capitolo XIV La ritirata
Ritiratosi sulla sponda destra, il 27 luglio Carlo Alberto tenne un consiglio di guerra nel quale decise di retrocedere non verso Pavia, scelta militarmente migliore, ma su Milano, per “soccorrere i bravi Milanesi.”CCCXV Non fu una buona idea; e non lo sarebbe stata nemmeno coll’esercito in condizioni migliori di quelle riassunte così da della Seta: “Da dopo il felice combattimento del di 25, in cui C. A. riprese Sommacampagna, Valleggio, ecc., ogni combattimento è stato una rotta. L'armata piemontese, tanto bella, tanto istruita, oggi non è più, od almeno non vi è che lo scheletro: io credo che appena 30 mila sieno oggi i combattenti nostri, e credo che più di 150 mila sieno i nemici. … Del resto poi, la brigata Regina è intieramente persa; questa al di qua di Goito fu vista disporsi in quadrato contro 5 reggimenti di Ulani, fu rotto il quadrato, il Generale si bruciò il cervello, e più nessuno ne ha saputo notizia. Della brigata Aosta ne resta meno di un reggimento: il generale Sommariva è morto. Della brigata Savoia, che tanto bene aveva ripreso Volta e si era battuta tutta una notte in Volta, ove i Tedeschi tiravano dalle finestre ed ove questa brigata, ferocemente impossessandosi delle case, fece gran numero di morti e prigionieri, ma poi, giunti soccorsi, dovette cedere con immense perdite , non ne resta che pochissimi. Le Reali Navi più non esistono.154 Genova Cavalleria non si sa dove si trovi. Di Novara Cavalleria credo appena resti uno squadrone, ec. La 2.ª batteria di battaglia è persa, la 4ª ha perso 5 pezzi, e la 9ª 3. Queste sono le notizie ch'io ho raccolto da dei soldati dei suddetti corpi. La truppa toscana ha sofferto poco, perchè solo quelli che erano meco hanno combattuto.”CCCXVI In questo disastro de Laugier non aveva perso la testa. Era un reduce della ritirata di Russia e aveva visto ben di peggio. Per prima cosa aveva diramato ai depositi e alle salmerie i previsti ordini di passare il Po, ribadendoli in gran fretta per esser certo che fossero eseguiti: si ritirassero tutti a Parma e, occorrendo, pure fino a Pontremoli! Contemporaneamente, spedito l’aiutante di campo Pekliner a Goito da Carlo Alberto, la sera del 29 gli giunsero gli ordini del Re: doveva distruggere qualsiasi barca, traghetto e ponte da Marcaria fino a Torre d’Oglio e alle due del mattino del 30 luglio ritirarsi per Rivarolo e Sospiro a Pizzighettone. Messi all’opera genieri e cannonieri e distrutto tutto, alle due, puntuale, de Laugier si mise in movimento. Al bivio di Rivarolo e Marcaria, all’alba, incontrò l’ordinatissimo corpo del Duca di Savoia, lo oltrepassò e, come scrisse, dopo 26 miglia di penosissima marcia trascinò le sue truppe a Sospiro. Ne ripartì a mezzanotte del 29 sul 30 per una lunga marcia sotto la pioggia fino a Il comandante del Real Navi – la fanteria di marina – era il maggiore Alli Maccarani, toscano, di San Miniato, che era stato alla scuola di marina di Genova insieme a Chigi di Camollia. 154
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Pizzighettone, dove trovò lo stesso caos visto a Goito il 26. Per evitare di rimanerci coinvolto, mandò la fanteria a Malleo e la cavalleria e l’artiglieria a Codogno agli ordini del colonnello Campia, decidendo di restare a Pizzighettone per bloccare gli sbandati, raccogliere quelli toscani ed attendere il ritorno del capitano Corsi della civica lucchese, mandato da Pizzighettone a Casalmaggiore a prendere quanto di materiale toscano vi era stato “da qualche vigliacco abbandonato.”CCCXVII Accortosi durante la notte dell’imminente abbandono sardo di Pizzighettone, mandò ordini alle truppe a Malleolo e Codogno perché muovessero su Piacenza e all’alba, visto arrivare Bava, andò a fasi dare novità e ordini. Bava gli disse che li avrebbe ricevuti una volta a Piacenza e gli raccomandò il gran parco d’artiglieria che già vi si trovava. Appena lasciatisi, de Laugier scoprì che le sua fanteria era ancora ferma a Malleolo: non avevano ricevuto gli ordini di marcia, mentre invece l’artiglieria era partita. Per fortuna – scrisse – mentre stava a Pizzighettone “aveva imparato una via traversa; quindi procacciatami una guida, potei fino al ponte sul Po condur le mie truppe, senz’urtare negl’ingombri e nella confusione esistente sulla strada maestra.”CCCXVIII Giunto al Po, dispose una forte guardia di carabinieri e cavalleggeri sul ponte, coll’ordine d’impedire il passaggio a qualunque sbandato, ricacciandolo a raggiungere il corpo d’appartenenza, dopodiché fece entrare i suoi a Piacenza con un certo ordine e ci trovò una parte dei superstiti di Custoza. Come ci erano arrivati? Lo spiegò della Seta al fratello: “Una frazione di fanteria colla cassa del 2.º Reggimento unendosi ai miei, si partì da Brescia il giorno 28, essendo precise le nuove, che il Tedesco, padrone di Castiglione delle Stiviere, marciava su Brescia (questo era vero, e bisogna che un ordine improvviso di Radetzki richiamasse altrove la truppa). Pernottando la sera a Quinzano, noi si giunse il dì 29 a Cremona. Qui i fuggiaschi spargevano lo spavento in tutto. Si diceva che il passo del Po era impedito, la ritirata tagliata: e, grazie alla nuova regola di non dar quartiere, come fu al Ciarpallini, i miei soldati si erano allarmati peggio che ragazzi. Già moltissimi di fanteria disertavano, essi hanno preso la via di Toscana. Ma era chiaro che ciò non era che paura, perchè, sebbene i Tedeschi avessero a Marcaria passato l’Oglio, pure fra loro e noi vi era sempre C. Alberto. Ma il fatto era che il Po non era impedito e la ritirata su Pizzighettone neppure. Noi s’impiegò tutto il giorno 29 in questo passo, che fu tanto più penoso per l’immensità dei carri di feriti e di uffiziali che fuggivano la rabbia di quei barbari. (Si dice che a Bozzolo abbino ucciso tutti gli ammalati). Si pernottò a Monticello di Angera. Alla mattina, che un terribile temporale rendeva più brutta, si udiva a poche miglia il cannone fulminare spessissimo. Lo spavento s’impadronì dei nostri ignorantissimi uffiziali e soldati, e già a loro pareva vedere il Tedesco in paese. I fuggiaschi, che ne empivano le strade, e che a sgravio della loro diserzione esageravano le notizie, il cattivo tempo che aumentava la confusione, e la fanteria che alla spicciolata ci abbandonava, rendevano necessaria la partenza: quando un altro inciampo venne ad aumentare il male. Il tenente Terreni, che si trovava con noi e più anziano in grado, avendo la rappresentanza del distaccamento, voleva la via di Parma dicendo: «Il reggimento dovere riunirsi alla bandiera, che lui sapeva colà, volere avvicinarsi alla Toscana e prendere ordini direttamente da Firenze, ed opinare che le nostre forze avessero già presa quella via». Io sostenni: «Essere preciso e solo dovere il riunirsi al nostro Quartiere Generale, non essere possibile che desso avesse preso la strada di 210
Parma, che questa via ci allontanava dal campo e dalla guerra, che a Piacenza meglio potevamo essere informati dal campo piemontese del Corpo toscano, che infine Parma è in posizione pericolosa, essendo a 16 o 17 miglia da Brescello, ec.»; e fu accettato il mio partito. Oggi 31 credo che mi può ringraziare; noi siamo a Piacenza, ove ci ha raggiunto il Commissario toscano ed ove abbiamo notizie precise. I nostri stanno benone e sono a Pizzighettone. Il cannone, che si udiva ieri di là di Cremona, era un vivo combattimento coi Piemontesi. Il Re ha ottenuta una bella vittoria. La linea dell’Oglio è ripresa. Più di 3000 Austriaci sono prigionieri, moltissimi uccisi. Oggi ci disponiamo all’aggressione. Io raggiungerò nella giornata il Quartiere Generale.”CCCXIX La mattina del 1° agosto il generale Bricherasio, comandante la piazza di Piacenza, mandò i Toscani in riva al Po, a destra del ponte, per proteggere il passaggio della divisione Sommariva e poi distruggere il ponte stesso. In pochissimo tempo i cannonieri toscani costruirono due batterie sull’argine, mentre le truppe bivaccavano e de Laugier partecipava ai consigli di guerra, succedutisi uno dopo l’altro nel palazzo del comando di piazza per decidere se abbandonare Piacenza. Lui era per resistere, a condizione però d’allontanare subito il gran parco d’artiglieria; e La Marmora era della stessa sua opinione. Nel dubbio, si chiesero ordini al Re e si ebbe in risposta che la sola divisione Sommariva si avviasse sollecitamente a Pavia per riunirsi all’armata, ma dei Toscani non fu fatta parola. Non essendo nato il giorno prima, Laugier capì: si era al si salvi chi può! Ovviamente non lo scrisse nel suo resoconto, ma lo dicono i provvedimenti da lui presi: mandò ufficiali del Genio ad esplorare le strade verso Bobbio e, per San Donnino, a Fornovo e Pontremoli per la ritirata in Toscana e ordinò un continuo pattugliamento di cavalleria lungo il Po per tener d’occhio l’avvicinamento degli Austriaci. Sentito dire che i nemici avessero passato il fiume a Borgoforte, in uno dei consigli di guerra domandò se non fosse prudente far partire i Toscani prima di trovarsi chiusi a Piacenza, così da poter difendere il confine del Granducato. Tutti risposero di no e lui finse di rassegnarsi, ma la sera stessa convocò tutti gli ufficiali, li aggiornò e, a scanso di responsabilità, chiese loro di firmare una dichiarazione di voler restare uniti ai Sardi, fatta la quale, alle sette di sera del 5 agosto, fu chiamato da Bricherasio che gli diede il permesso di partire. Ufficialmente “Attonito per così repentina decisione” a quanto scrisse quattro mesi dopo, ma in realtà ben contento perché evitava una gran quantità di guai, chiese l’ordine scritto. Gli serviva – ma non lo disse – a mettersi al coperto da qualsiasi rilievo futuro da Firenze o da Torino. Bricherasio rifiutò, ma La Marmora capì e lo sostenne, scrisse di persona l’ordine e lo fece firmare a Bricherasio dopo averlo convinto: i Toscani dovevano spostarsi a Parma, salvo casi di forza maggiore. La cosa più notevole è che de Laugier non menzionò neppure indirettamente il motivo di quel repentino cambio di opinioni: l’armistizio austro-sardo! Il giorno prima, il 4 agosto, l’Armata Sarda si era disposta fuori Milano a fronteggiare gli Austriaci, i quali, provenienti da Lodi, avevano assalito la linea difensiva, posta davanti alle porte Vigentina, Romana e Vittoria e, dopo cinque ore di lotta, avevano vinto. La sera stessa Carlo Alberto aveva ottenuto un armistizio di tre giorni per poter rientrare in Piemonte ed erano stati diramati gli ordini in merito, per cui evidentemente era in base ad essi che Bricherasio aveva dato via libera a de Laugier. Lo strano è che non gliene avesse spiegato il motivo, ma, a meno di voler accusare il comandante toscano d’aver mentito in tutto e per tutto, così fu; né gli fu detto – ammesso che Bricherasio lo sapesse – che Carlo Alberto aveva incaricato 211
Salasco di firmare un secondo armistizio, valido fino a mezzogiorno del 20 marzo 1849. La campagna era finita; la Lombardia era di nuovo saldamente in mano austriaca.
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Capitolo XV L’amaro ritorno Alle ventuno del 5 agosto 1848, formalmente ignare dell’avvenuto armistizio, le truppe toscane lasciarono Piacenza e tre ore dopo, a Fiorenzuola, s’imbatterono nel caso di forza maggiore, impersonato dalla colonna Antonini in marcia su Piacenza al comando del maggiore Pieri, il quale avvertì de Laugier che andando avanti sarebbe incappato in 17.000 austriaci. Si e no un’ora dopo, poco prima dell’alba, un secondo caso di forza maggiore si presentò sotto le spoglie del capitano Araldi colla colonna Reggiana-Modenese, anch’essa avviata a Piacenza, il quale ripeté a de Laugier lo stesso avviso, così come fecero due battaglioni piemontesi incontrati uno dopo l’altro. Giunto all’ingresso di Fidenza la mattina del 6 Agosto, de Laugier fermò i suoi a riposare vicino alla cattedrale di San Donnino e spedì pattuglie verso ed oltre Parma, 20 carabinieri a Colorno, il suo ufficiale d’ordinanza Puccinelli in perlustrazione a Brescello e diversi esploratori a Modena e Reggio e lungo la via per Fornovo e l’Appennino. Nel frattempo era a corto di denaro e senza mezzi di trasporto. Aveva avuto dei sussidi a Piacenza e adesso ne domandò e ottenne altri a Parma. I mezzi gli servivano per trasportare i numerosi soldati distrutti dalla stanchezza dopo quasi cinquanta chilometri di marcia, perciò fece requisire il maggior numero possibile di carri, coll’ordine d’ammassarli all’imboccatura della deviazione della strada postale a Ponte Taro, a sei miglia da San Donnino. In attesa del rientro delle ricognizioni, fissò la partenza prima alle undici e mezza e poi alle cinque del pomeriggio, ma già alle tre ebbe le informazioni: Parma era libera, Reggio Emilia pure, però c’erano a Modena 300 austriaci, entrati dopo la partenza del generale sardo di Sambuy seguito dal battaglione che vi era stato di presidio, da vari cannoni e molti civici Modenesi. Di concerto coll’intendente generale di Parma, Colla, fu mandato ordine a Sambuy d’attaccare Modena dal lato di Formigine, mentre i Toscani avrebbero agito dalla parte di Rubiera. Contemporaneamente Laugier inviò a Reggio Emilia Giovannetti con 1.500 uomini, due cannoni e 24 cavalieri. Sambuy rifiutò di tornare indietro, mentre il vescovo di Reggio pregava Giovannetti di ritirarsi per non esporre inutilmente la città a qualche rischio. Giovannetti non ne tenne conto; ma l’indomani sera, 8 agosto, Colla, di fronte all’aumento degli Austriaci sulla sponda sinistra del Po, preferì abbandonare Parma. Qui mi viene da domandarmi per quale motivo de Laugier abbia continuato a non menzionare l’armistizio austro-sardo. Posso ammettere che Bricherasio il 5 sera non gliel’avesse detto; posso ammettere che non ne fossero al corrente né il maggiore Pieri, né il modenese capitano Araldi, i quali potevano semplicemente aver avuto ordine di spostarsi a Piacenza; ma che Sambuy non l’avesse invocato per spiegare la sua uscita da Modena e il rifiuto di rientrarvi, o che l’intendente Colla non ne avesse detto nulla a de Laugier mi pare francamente un po’ difficile da credere. Resta il fatto che a tutto l’8 agosto, cioè quattro giorni dopo la battaglia di Milano e due abbondanti dopo l’entrata in vigore di quello fino a marzo, a dargli retta de Laugier non sapeva nulla di nulla dell’armistizio, visto che non lo menzionò mai, come se il rientro in Toscana fosse stato una sua iniziativa, mentre tutti gli altri – Piemontesi, Modenesi, Parmensi – inspiegabilmente lasciavano il fronte. 213
Comunque stessero le cose, l’8, sentito Colla, de Laugier ordinò a Giovannetti di ritirarsi per Castelnuovo Monti fino al Cerreto, in cima agli Appennini, sulla via di Fivizzano, mentre lui si metteva in moto col grosso lungo la via di Fornovo. A Fornovo, alle due del pomeriggio del 9, trovò il colonnello Berchet, comandante la guardia nazionale di Parma, il quale gli disse d’avere un grosso deposito di armi e munizioni lì in una casa e di preferire cederle formalmente ai Toscani piuttosto di lasciarle agli Austriaci. I carri e i cavalli del convoglio erano tutti impegnati e non c’era spazio per quel materiale, per cui de Laugier spedì ufficiali e cavalleggeri a requisire carri e buoi nei paesi circostanti. Visto che ci mettevano più del previsto, alle 18,00 fece partire le truppe e rimase a Fornovo con un ufficiale d’artiglieria e pochi cannonieri, i quali, all’arrivo dei mezzi, caricarono tutto il possibile e poi lasciarono Fornovo: gli ultimi Toscani tornavano a casa. Raggiunto il passo della Cisa, de Laugier non fece in tempo a tirare un respiro di sollievo che fu abbattuto da una tremenda notizia: “… sulla cima della Cisa…. Battevan le due della notte; quando mi giunge un dispaccio speditomi dal Capitano Tabani ff. d’ajutante e di Segretario del Giovannetti. Entro nella stanza della dogana. Lo apro, leggo: il prode l’infelice Giovannetti non è più! … morto assassinato dai suoi stessi soldati»!”CCCXX Giovannetti era stato ucciso a Pecorile da una fucilata al collo sparatagli in pubblico e in pieno giorno; e nonostante questo non fu facilissimo scoprire l’omicida. I testimoni concordavano sul fatto che fosse stato uno della 2ª Compagnia Granatieri del 1° Reggimento di Linea, ma più in là non si riusciva ad arrivare, perché fra i granatieri regnava l’omertà assoluta. Accorso sul posto, de Laugier sciolse la compagnia e ne rispedì i soldati alle compagnie fucilieri d’origine,155 lasciandoli disarmati e in prigione a pane ed acqua finché il nome dell’assassino non fosse stato rivelato. 156 Nel frattempo a Firenze Guerrazzi profittò dell’accaduto per mettere in difficoltà il governo, in quel momento dimissionario e il 16 agosto presentò un’interrogazione al ministro della Guerra, ancora per pochissimo Neri Corsini, esigendo notizie riguardo non tanto all’assassino di Giovannetti, quanto all’intera compagnia e a tutto il corpo dei granatieri: 155
In alcuni eserciti italiani i granatieri erano arruolati inizialmente come fucilieri e solo dopo un certo periodo e una selezione venivano ammessi nelle compagnie granatieri, con una paga più alta. 156 La storia merita d’essere raccontata, purtroppo. Come ho scritto nella nota 91, l’omicida era il sergente maggiore Capecchi. Messo ai ferri cogli altri da de Laugier, non confessò, ma tre suoi commilitoni invece raccontarono quanto sapevano ed era abbastanza da indurre il Consiglio di guerra, presieduto dal maggiore Rigoli, a ritenerlo colpevole, sicché Capecchi fu degradato e condannato a morte, ma – sia mai la Toscana granducale! – la condanna non venne eseguita. Perché? Erano intervenuti un paio di fattori: Capecchi, prima della campagna, aveva prestato servizio come ordinanza al ministero della Guerra, perciò era molto amico e ben considerato da parecchi superiori suoi e di Rigoli che sedevano nelle stanze del potere e, in più, era in buonissimi rapporti col direttore del Giornale Militare e aderiva politicamente alle correnti più estremiste. Nessuna sorpresa, dunque, se il 14 ottobre 1848, finita la campagna, si radunò a Pietrasanta il Consiglio di Guerra per rivedere la sentenza. Le opposizioni scesero in campo, il procedimento fu avocato a Firenze e gli estremisti si scatenarono con moti di piazza e minacce tali che al Consiglio superiore di Guerra di Firenze, presieduto dal colonnello Costa-Reghini, fu imposto d’accettare una congerie di cavilli legali tale da assolvere Capecchi e reintegrarlo nel grado. Tornato in servizio nei granatieri, Capecchi fu però arrestato di nuovo il 10 giugno 1849 coll’accusa d’aver “partecipalo agli atti ribelli e sovversivi accaduti in Firenze il di 8 febbraio del 1849” la quale, provata, gli costò sette anni di ergastolo comminati dalla Corte Regia di Firenze il 1° luglio 1853 nel corso del procedimento “di perduellione contro F. D. Guerrazzi e consorti.” 214
“Mi vengono sicure notizie non solamente a carico della Compagnia dalla quale si suppone che possa essere derivata la uccisione del Colonnello Giovannetti, ma ancora relative al pessimo contegno tenuto da tutto il Corpo dei Granatieri nella presente campagna. Mi si annunzia di più che le provocazioni, le minaccie e gli scopelismi usati contro il Giovannetti datano da tempi remoti, e per conseguenza domanderei al signor Ministro della Guerra, affinchè si facesse dovere di affrettare una simile inchiesta. Privatamente lo faremo anche noi, affinchè corrispondendo a questa inchiesta le notizie che mi vengono date sia proceduto con tutto il rigore della legge, non solamente a carico della Compagnia, ma anche contro tutto questo corpo di Granatieri, il quale essendo corpo scelto doveva dare esempio di disciplina, e secondo le informazioni ricevute avrebbe fatto tutto al contrario.”CCCXXI Corsini rispose in poche parole, ricordando che al tribunale militare appositamente istituito al principio della campagna spettavano le indagini, le quali alla fine ebbero un risultato. L’omicida, peraltro già degradato, fu scoperto, arrestato e mandato in corte marziale; ma mentre Laugier da Fivizzano dirigeva la ritirata, tenendosi in comunicazione coi capi dei corpi e dei servizi, mentre una parte dei convogli di feriti e malati su carri trainati da buoi traversava l’Appennino e un’altra trovava più sicuro passare da Voghera e Genova per raggiungere Lucca, mentre le truppe sostavano alla frontiera o procedevano lentamente verso le destinazioni assegnate, a Firenze si tiravano le somme della guerra e il risultato non era buono. Tramontata colla sconfitta qualsiasi speranza d’ingrandimento territoriale, spaventati dalle spese e visto che stava finendo il famoso quarto mese, quello dell’esaurimento definitivo di tutte le risorse straordinarie escogitate in primavera fra tasse, ritenute, affrancazioni e prestito al 5%, Granduca e ministri si chiedevano: che si doveva fare col corpo di spedizione? Il 30 luglio era esplosa a Firenze una dimostrazione di piazza assai minacciosa. Ricasoli la disse creata dal movimento repubblicano, Montanelli però non la menzionò nemmeno di sfuggita nelle sue memorie e per un buon motivo: la situazione era sfuggita di mano pure a lui e in sua assenza era stato quasi sicuramente Guerrazzi a muovere tutto.157 I dimostranti s’erano accalcati di fronte alla sede dell’Assemblea ed aveva cercato d’entrarvi. Era stata allarmata la guarnigione e chiamata la Civica, ma, come scrisse Ricasoli: “La Civica non corrispose all’appello. La Linea si ripiegò di fronte al popolo, l’assemblea fu invasa.”CCCXXII I disordini del 30 luglio avevano indotto il Governo, ancorché dimissionario, a rispondere alla critiche del Parlamento prendendo una serie di provvedimenti militari ambiziosi quanto dispendiosi, pubblicati il 31 luglio e il 1° agosto: appello ai congedati a rientrare in servizio, attirandoli con un premio di ingaggio; indizione di nuovi arruolamenti per formare un 3° e un 4° reggimento di Linea, consentendo ai civici di esservi ammessi; mobilitazione di dieci battaglioni della Guardia Civica, apparentemente per rinforzare l’esercito, in realtà per garantire l’ordine pubblico, sempre più fuori controllo. L’armistizio di Milano era stato una buona notizia: aveva tolto ogni ragione di tenere in piedi un costoso apparato bellico, pur lasciando la Toscana alla discrezionalità dell’Austria. Era però vero che, in realtà, come sappiamo, una dichiarazione formale di guerra del Granduca all’Austria non Montanelli era ancora in alta Italia e sarebbe tornato in Toscana solo in autunno. L’ipotesi, plausibilissima, della responsabilità di Guerrazzi fu avanzata fin dal 1919 da E. PASSAMONTI nel suo saggio, Il ministero Capponi ed il tramonto del liberalismo toscano nel 1848, su “Rassegna Storica del Risorgimento”, anno VI, fasc. I, gennaiofebbraio-marzo 1919. 157
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c’era stata, le relazioni diplomatiche non erano state formalmente interrotte e nessuno aveva cacciato il ministro d’Austria da Firenze; anzi, il 25 marzo Corsini gli aveva pure scritto, dolendosi da parte del Granduca di non averlo visto al ricevimento della sera e garantendogli la protezione della Legazione: se poi se n’era andato da Firenze perché i fornitori rifiutavano di vendergli le derrate, scelta sua! Sicché l’assenza d’uno stato di guerra fra Austria e Toscana aveva consentito a Leopoldo di cavarsi d’impaccio, dopo l’armistizio di Milano, tenendo di nuovo i piedi in due staffe. La prima era consistita nel domandare personalmente la garanzia anglo-francese dei confini del Granducato, annunciandola ufficialmente, il 6 agosto, con un proclama in cui aveva dichiarato: “d’esser fermo nel proposito che già gli fece associare le sue armi a quelle del re Carlo Alberto, né per sventure volersi separare da lui; non voler patteggiare l’onor della patria, ma serbarsi illeso a miglior fortuna, e perciò aver accettata la spontanea mediazione dell’Inghilterra e Francia con fiducia, che i confini dello Stato non sarebbero violati quando l’ordine interno fosse mantenuto.”CCCXXIII Il proclama diceva molto più di quanto sembrava e soprattutto conteneva una minaccia agli estremisti. Nella sostanza Leopoldo aveva chiesto protezione a due Potenze del Primo Ordine, non favorevoli all’Austria e ad un suo ingrandimento in Italia, avvertendo però che, in caso di ulteriori disordini, sarebbe stato proprio lui a domandare l’intervento della Santa Alleanza, cioè dello strumento di mantenimento della pace nato dal Congresso di Vienna; e a chi l’avrebbe potuta chiedere se non all’Austria, l’unica in grado d’intervenire direttamente attraverso il confine toscano? E quella era la seconda staffa, perché una dichiarazione del genere era una promessa: se le cose fossero degenerate, avrebbe chiamato gli Austriaci; Vienna poteva star tranquilla: il controllo asburgico sulla Toscana sarebbe stato mantenuto. La mossa poteva avere gravi conseguenze, come infatti ne ebbe otto mesi dopo, però in quel momento era quanto di meglio si potesse fare. L’armistizio austro-sardo non aveva fatto parola della Toscana, come del resto la Toscana non era mai stata formalmente in guerra contro l’Austria, la quale poteva però decidere d’avere libertà d’azione. Da questo veniva il bilanciamento fra la protezione anglo-francese a garanzia delle concessioni liberali e la promessa formale e pubblica di ricorrere alla Santa Alleanza se le cose avessero passato un certo limite, se, cioè, come aveva detto lord Minto nell’ottobre del 1847, i Toscani si fossero lasciati andare a “eccessi pericolosi o pretese irragionevoli.” CCCXXIV Nel frattempo la crisi politica era in atto: Ridolfi davanti ai disordini del 30 luglio e soprattutto davanti all’inesistente risposta dell’apparato militare dello Stato aveva dato le dimissioni. Leopoldo le aveva accettate, rivolgendosi a Capponi. Questi gli aveva suggerito d’indirizzarsi al trio animatore del giornale La Patria: Salvagnoli, Ricasoli e Lambruschini, ma aveva serbato il silenzio con tutti, tant’è vero che poi Ricasoli scrisse al fratello di non aver la minima idea di come a Leopoldo fosse venuto in mente di chiamarlo. Ad ogni modo, convocato a Pitti e sentitosi affidare l’incarico di formare un nuovo governo, il Barone, avvertito da Salvagnoli di fare attenzione e di rispondere al Granduca che presentava non un governo, ma l’embrione d’un nuovo governo alle valutazioni dell’Altezza Sua, il 5 agosto, davanti a una quantità di rifiuti impressionante e generalizzata, rinunciò, però sottoponendo a Leopoldo una lista comprendente Capponi alla presidenza del consiglio, Salvagnoli all’interno, Galeotti agli Esteri, se stesso alle Finanze, Malenchini alla Guerra, Mari alla Giustizia e Marzucchi alla pubblica istruzione e ai culti.
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Il Granduca ci pensò, chiamò Capponi, lo trovò disponibile e il 16 agosto gli diede l’incarico per un nuovo ministero, che però, con alti, bassi e modifiche, in pratica sarebbe durato appena settanta giorni prima di crollare e lasciare la strada aperta al gabinetto di Guerrazzi e Montanelli. In questo complicato quadro di crisi militare e politica, interna ed estera, di cose dette e non dette, adombrate e ammiccate, il Ministero della Guerra ordinò a de Laugier di cominciare col rispedire a casa tutti gli ufficiali della Civica rimasti senza reparto e contrarre il Genio e i servizi sanitari entro il 30 agosto 1848. Laugier il 20 agosto passò l’incombenza ai due rispettivi comandanti, ne attese le risposte ed invitò gli ufficiali civici a dimostrare il loro patriottismo smettendo di gravare lo Stato coi loro stipendi: “Nella somma ristrettezza delle finanze dello Stato, S.E. il Ministro della Guerra commettemi eccitare il patriottismo di tutti quei Signori Uffiziali della Civica senza destino a voler ritornare in seno alle loro famiglie, facendo col 31 del mese corrente cessare un oneroso aggravio allo Stato.”CCCXXV Siate patrioti: dimettetevi per farci risparmiare! Da non credere! Per quanto ne so io, e non ne so poco, un ordine del giorno così è unico nella storia militare italiana e mondiale. Riguardo alla contrazione del personale sanitario, si ebbe meno sfacciataggine. Sentitili tutti, Zannetti, con un po’ di ritardo, sottopose un piano di riduzione che tagliava la maggior parte dei medici, perché o si erano congedati, o non avevano voglia di restare sotto le armi, per cui in sostanza li riduceva dai quarantacinque – sei militari e trentanove civici – di durante le ostilità a undici, trattenendone in servizio sei della Civica desiderosi di passare nell’esercito. Nell’ultima settimana d’agosto le truppe toscane erano in pratica ormai tutte sull’Appennino a guardia della frontiera provvisoria, comprendente la Lunigiana, checché ne pensasse il Duca di Modena, e davano qualche segno di disorganizzazione. Infatti de Laugier si lamentò che i reparti ignorassero dov’erano i loro malati, perché, ad insaputa dei comandi, venivano trasferiti da un ospedale all’altro, perdendo l’equipaggiamento per strada. Interpellato formalmente, Zannetti rispose che i malati dei due ospedali di Pontremoli e Fivizzano continuavano ad essere instradati solo a Lucca, eccezionalmente e per ordine superiore da lì a Pisa. Gli elenchi dei convogli di malati erano stati regolarmente inoltrati al Quartier Generale e riportavano nome, cognome e grado; e tutti erano partiti col proprio equipaggiamento e se l’avevano perso era per colpa loro. Altri sintomi di disordine li segnalò della Seta scrivendo a casa: “Da Pontremoli all’Aulla, a Massa ed ora a Pietrasanta abbiamo proseguito le nostre ritirate. Sono dunque ora a poca distanza da voi altri; credo difficile che si debba ripassare il confine toscano, ma credo anche lontano il giorno che rientrerò in Pisa. Credo che 4 pezzi di cannone, coi quali trovasi il S. tenente Ermini ed il S. tenente Mazzei, sieno costà. Se io non credessi che questi pezzi debbino da un momento all’altro rientrare negli arsenali toscani, io avrei facilmente ottenuto di venire io pure costà a prenderne il comando; ma l’idea di rientrare inetto osservatore dell’inazione dei nostri parrucconi mi fa preferire il restare quaggiù. Egli è un fatto che, in conseguenza del disprezzo che hanno usato all’artiglieria in campagna, ci è nata una sensibile scissura; perchè, non con tutti i torti, sulle spalle del Ponticelli n’è cascata la mallevadoria, è passato per un inetto e presontuoso, ci siamo avvicinati al Contri e questi al Generale, ed abbiamo formato un corpo a parte 217
come se null’altro esistesse. Noi si dice all’uso piemontese Contri-Artiglieria, per distinguere da Ponticelli-Artiglieria. Così affezionati nella fazione dei Guelfi difficilmente potremo riunirci ai Ghibellini. In questo contrasto di cose e di pensieri sonosi comicamente intrusi più carrozzate di ufficiali, i quali partirono da Livorno il 24 per raggiungerci a Pontremoli. A me sembra che sieno caduti nel ridicolo da loro stessi. Il Cap.no Fineschi è rimasto col Cap. Mancini e con 4 o 5 Tenenti a Pontremoli, non si sa a che fare. Noi altri ci siamo tutti mossi per qua. A loro non abbiamo lasciato che 1 solo pezzo, noi ne abbiamo 6. Io son sempre il tenente più anziano, così spesso mi tocca il comando di tutto.”CCCXXVI Intanto la situazione dell’ordine pubblico peggiorava in tutto il Granducato, in gran parte per l’azione dei repubblicani, i quali sfruttavano il crescente malcontento originato dalla leva, dalle tasse, dai dubbi sul futuro e dalla guerra in generale. Per quanto riguarda le truppe tornate dalla Lombardia, effettuarono un intervento fuori Massa; ma il fatto grave consisté nei disordini civili di Lucca dove, il 27 agosto, volarono insulti contro de Laugier che era presente, dando luogo a spiacevoli conseguenze, su cui Guerrazzi il 30 piantò un’altra interrogazione. Come gli rispose il ministro dell’Interno: “È certissimo che il Generale De Laugier è stato in Lucca insultato. Credo di potere assicurare che l'insulto non è venuto per parte della Civica di Lucca. Qualche individuo se lo è permesso ed ha avuto seguaci. La Civica, trovando che la situazione del Generale si era fatta pericolosa, ha creduto opportuno di trasportarlo nella sua caserma per ivi difenderlo; si è trattenuto nella caserma ed è stato guardato il Generale, finchè coloro che erano a lui ostili non si sono dileguati.”CCCXXVII Ai militari la cosa non piacque e della Seta raccontò a casa: “Abbiamo udito con dolore i chiassi di Livorno; ma più ci ha rincresciuto udire l’arresto, che i Lucchesi hanno fatto, del nostro Generale. Io disprezzo Medoni; ma sento anch’io lo schiaffo ricevuto dai Lucchesi nel mettere le mani in dosso a chi mi comanda: quindi a Massa fu fatta a pranzo una mozione a tutti gli ufficiali presenti, ed unanimemente abbiamo detto fare ai Lucchesi la domanda della messa in libertà di Laugier, e senz’altre forme muoversi per ottenerlo a forza. La nostra domanda ha piaciuto molto ai superiori; e come fu combinato, fu fatto; ed ecco perchè noi siamo ora in Pietrasanta. Si è saputo subito che Laugier era dai Lucchesi già messo in libertà. Io ti voglio trascrivere quel nostro indirizzo: «L’armata toscana ai Lucchesi ― ― Lucchesi - Sono cinque mesi che noi italiani, toscani e fratelli vostri, siamo in campagna per combattere i comuni nemici, e voi sapete che nulla abbiamo risparmiato per conservare senza macchia l’onore toscano. Rientrati nel nostro paese per le sorti avverse della guerra, abbiamo sentito con immenso dispiacere che il Generale De Laugier è stato da voi arrestato. L’atto è illegale e il nostro onore è stato offeso da quest’istesso atto. Noi vogliamo che il nostro Generale sia rimesso fra le nostre file e ne abbiamo il dritto. Rendetecelo adunque e mostratevi fratelli nostri, siccome tante
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volte avete solennemente dichiarato: eviterete così le tristi conseguenze, che potrebbero nascere da un rifiuto. Dal campo toscano, li 29 agosto 1848».”CCCXXVIII Con questo le vicende delle truppe rientrate in Toscana cominciarono a trasformarsi insensibilmente, giorno per giorno, da belliche in qualcosa di nuovo, imprevisto e complicato, che alla fine sarebbe sfociato nel marasma del 1849, per cui a fine agosto per loro la campagna poteva dirsi finita. Ma c’erano altri militari toscani di cui non bisogna scordarsi: i prigionieri. Ovviamente tornarono pure loro, un po’ più tardi e, non avendo notizie dei regolari, possiamo seguire almeno i volontari attraverso i resoconti dei due nostri conoscenti, Tarugi e Ademollo, i quali, tanto per cambiare, fecero due viaggi di ritorno del tutto diversi. Per di più se Tarugi si dilungò, forse perché fece più cose, Ademollo se la cavò in due paginette scarse e cominciamo da lui, perché ci dà il preciso termine temporale a quo: “Il 24 agosto sera, al ritorno sulla sera di alcuni prigionieri, si venne a sapere che in Italia era stato concluso l’armistizio Salasco, nel quale includevasi la restituzione reciproca dei prigionieri di guerra. La nostra allegria fu tanta che iniziammo tosto una dimostrazione inter nos e noi stessi non ci credevamo capaci di tanto. Lumi, bandiere Italiane, canti fecero rintronare le nostre casematte: gli Austriaci, sempre sospettosi, non sapevano in quella sera rendersi ragione di tanto fracasso; raddoppiarono le sentinelle, occuparono militarmente i nostri piccoli spazi, imposero silenzio, ma indarno e l’allegria prosegui per molte ore della notte. 158 La notizia del detto armistizio era vera e fu nel giorno seguente a me assicurata da un viaggiatore Inglese della casa Wardle e Wood di Firenze, 159 che venne a trovarmi, portandomi notizie della famiglia e de’parenti. Tutto fu disposto per la partenza. Infatti al principio di settembre la prima colonna dei Volontari prigionieri lasciò Theresienstadt; il che riusci a me doloroso in quanto non mi fosse concesso, a cagione del narrato cambiamento di compagnia, partire co’ miei condiscepoli.”CCCXXIX Seguiamo la prima colonna, in cui si spostava Tarugi, ma devo avvertire che durerà poco. Perché? Perché, more suo solito, Tarugi non viaggiò come gli altri e, con una naturalezza e un candore totali, da rasentare la sfacciataggine se non fosse stata evidente la sua sincerità, fece cose che nessuno avrebbe mai creduto né possibili, né permesse; e il bello è che gli Austriaci gliele consentirono tutte, senza critiche né reprimende. Scrisse dunque: “Ma ecco che è giunto il giorno desiderato della partenza e partimmo per far ritorno alla nostra cara patria, in seno alle nostre famiglie e solo dolenti che non ci era entrato il tempo di andare a Dresda, come il capitano ci aveva promesso di mandarci, sempre sulla parola d’onore. Con una tappa oltrepassammo Praga, senza potere entrare in città, per quanto allora fosse del tutto pacificata, ma però sempre in istato d’assedio. Ci fermammo a pernottare in un villaggio da essa discosto e il giorno seguente facemmo un’altra marcia in avanti, quando fu comunicato un avviso, che se gli Ufficiali prigionieri avessero voluto vedere la città di Praga, veniva loro concesso. Aggiunse Nerucci in nota: “Leonardo Gasser mi raccontava che gli Austriaci corsero anche ai cannoni sugli spalti del forte.” 159 La Wood & Compagni di Firenze era una banca con sede in piazza Madonna 4. 158
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Non desideravamo altro. Per noi sembrò che tra gli Ufficiali e noi poveri bassiufficiali e comuni non si dovesse fare differenza, e noleggiammo un carro di uno fra que’contadini, che, com’è noto, hanno delle magnifiche pariglie di cavalli, co’quali lavorano la terra, e tornammo indietro anche noi per tentare di vedere la città di Praga; e metteva conto davvero. Giunti alle mura della città, dicemmo al nostro bravo auriga di fermarsi e attendere una mezz’ora, chè quello spazio di tempo bastava per tentare il passo in città; trascorsa quella mezz’ora, poteva partirsi per la casa sua, essendo già stato sodisfatto della vettura. Alla porta, per quanto barricata, non trovammo difficoltà veruna e quindi entrammo gloriosi e trionfanti e andammo subito in cerca di un albergo, trovato senza pena ed era uno dei primari. Nè l’autorità civili, nè le militari si occuparono di noi. Potemmo trattenerci circa otto giorni, senz’avere la minima molestia. Questo fatto parrà strano, se si pensa che Praga è una città sotto il dominio dell'Austria e in istato d’assedio!”CCCXXX La cosa più stupefacente fu un’altra: non solo perse la colonna, partita senza di lui, ma nessuno lo cercò e Tarugi se ne venne verso l’Italia tranquillo e contento, di fatto spostandosi come un normale viaggiatore, con pochissimi adempimenti formali. “Prima di partire da Praga era necessario di prendere il foglio, cosi chiamato, di marcia-rolla, perché la colonna dei prigionieri si era oramai parecchio allontanata e io non avevo intenzione di riunirmi ad essa. Dopochè a Praga ebbi fatto un bagno nell’isola Sofia e gettato nella Moldawa tutti i miei lerci e logori panni, andai quindi al Comando Militare e il Generale Windisgraetz, domandatomi se avevo danari per fare il viaggio sino in Italia, alla mia risposta affermativa, diede ordine che mi fosse rilasciato il documento. Avutolo fra le mani, fu per me una grande consolazione a pensare che non ero più prigioniero. Il mio piccolo viaggio da Praga a Budweiss fu senza notevoli incidenti; ma destatomi al mattino, mi sentii indisposto e certo con una buona febbre. Che fare in una locanda? Rifinirmi di que’ pochi di danari che avevo e trovarmi arrenato? Pensai di andare allo spedale e vi andai difatti e vi trovai il Patriarchi, allora cadetto e facente pare dell’esercito Toscano. Fu un fortunato incontro. Si stava accanto di letto e avevamo il conforto di poter scambiare qualche parola. Di lingua Boema sapevo io qualche parola appena ed il Tedesco cominciavo allora a balbettarlo! Col medico e col Presidente o Rettore dello spedale c’intendevamo parlando il latino. Stetti nello spedale tre o quattro giorni e una tale mattina, sentendomi un poco meglio, mi alzai, mi vestii e, detto addio al mio compagno Patriarchi, me n’andai insalutato hospite. Mentre pian piano passeggiavo sotto il portico della bella piazza di Budweiss, incontro il Rettore dello spedale, che si maraviglió vedendomi fuori. Mi tastò il polso e mi disse che avevo sempre la febbre. Io gli risposi, che febbre o non febbre me ne volevo andare. Mi pregò di tornare allo spedale per una certa formalità, al che ben volentieri accondiscesi. La sera poi andai all’uffizio del tram160 per prendere il biglietto di partenza per Linz e la mattina dopo partii con la febbre ne’ polsi, che viaggiando e svariandomi si dissipó meglio che con una buona dose di chinino. Nel 1827 era stata messa in funzione la ferrovia a trazione equina da Budweis (České Budějovice) a Linz. Divenne a vapore solo vari anni dopo il 1848, ecco perché Tarugi la definì tram. 160
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Giunto a Linz, mi fece grandissimo piacere di trovarvi il capitano Ubaldino Peruzzi, quale Commissario Toscano, mandato per venire in soccorso della tasca dei prigionieri. Ho detto mi fece grandissimo piacere, prima perché rividi un ufficiale Toscano con la sciabola al fianco… e in secondo luogo, perchè ci rinfrescò il borsello con un po’ di danaro. Da Linz con uno Stekwagen, specie di diligenza, andai ad Innsbruck e mi fermai alla Locanda del Sole lungo l’Inn.”CCCXXXI Proseguì con un altro milite per Trento, dove ebbero cordialissime accoglienze e, dopo alcuni giorni di sosta, costellati di pranzi, cene ed altri inviti vari, ripartirono per Ala. Lì Tarugi ritrovò Giuseppe Turrini, il quale insisté per ospitarlo a casa propria e ce lo tenne otto giorni. Intanto la colonna dei prigionieri era un pezzo avanti e non si parlava più di raggiungerla, né la cosa sembrava preoccupare Tarugi o gli Austriaci. A Verona Tarugi pernottò nell’albergo migliore e: “la mattina a ora di Uffizio mi portai al Comando Militare per chiedere in via di grazia, di fare un itinerario diverso da quello permesso ai prigionieri, i quali da Verona dovevano andare direttamente ad Ostiglia per passare il Po… Entrato nell’Uffizio, chiesi di parlare al generale, che era per mala ventura assente. Mi fu proposto di passare dal segretario, siccome feci, ed esposto che ero in compagnia del tenente Cecchini, il quale per ragione di salute non era potuto venire al Comando, ma che aveva mandato per mezzo mio le sue carte, cioè, il foglio di marcia-rotta, che furono immediatamente vidimate, mi soggiunse, essere impossibile l’accordare il permesso richiesto e ordinò che partissimo subito da Verona, altrimenti ci avrebbe fatto recludere in un tal quartiere di deposito per attendere l’arrivo della colonna dei prigionieri, che erano indietro, per unirci di nuovo a quelli. — Bel lavoro! dissi fra me. Mi congedai e torto torto, col mio berretto di Guardia Civica in mano, mentre traversavo una sala, vedo nella sua stanza un generale che passeggiava. Mi fermo, faccio il saluto militare e resto li impalato, finchè il generale, che aveva firmato il nostro foglio di marcia-rotta, mi domandò: Cosa volete? Eccellenza, risposi, chiedevo in via di grazia, se io e il mio compagno tenente Cecchini, malaticcio, avessimo potuto portarci ad Ostiglia passando per Bozzolo e per Gazzuolo, — e gli esposi le ragioni di tale domanda. Soggiunse, che esso aveva ordine da Vienna, di mandarci direttamente da Verona ad Ostiglia, ma che però, che se noi fossimo andati per altra via e non avessimo confabulato con borghesi, era di opinione, che nessuno ci avrebbe fatto osservazione. Non volevo altro. Me n’andai ringraziando ed appena uscito dall’Uffizio, come un lampo giunsi alla Torre di Londra, dove rappresentai a Macario l’accaduto. Decidemmo di partire dopo mangiato, come di fatto partimmo.”CCCXXXII Con tranquillissime soste, arrivò a Gazzuolo e fu ospitato dal parroco. Da Gazzuolo partì per Ostiglia e con Macario: “Ci fermammo a mangiare a Borgoforte, dove trovammo uno squadrone di cavalleria Ungherese. Da Verona ad Ostiglia, passando per Bozzolo, non si incontrò mai un solo
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soldato Austriaco ed unicamente a Borgoforte que’pochi soldati di cavalleria. Si stette a tavola con l’Uffiziale, pur lui Ungherese, che la capitanava. Durante la refezione facemmo discorsi patriottici abbastanza calorosi in favore delle nazionalità Ungherese ed Italiana. Quel bravo Uffiziale fremeva al pensiero di trovarsi in Italia a contendere agl’Italiani quello stesso che volevano gli Ungheresi insorti e in allora vittoriosi sulle forze Austriache, finchè l’intervento degli eserciti Russi pose fine agli eroici sforzi di quella magnanima nazione; ma il sentimento del dovere soffocava nel suo cuore le sue nobili aspirazioni. Dopo di aver mangiato, stringemmo affettuosamente la mano a quel fratello di sventura e partimmo per Ostiglia, dove giungemmo la sera, e, fatte le debite rassegne al Comando Militare, passammo il Po nel di veniente. Passato il Po ci sentimmo liberi dal giogo Austriaco, sebbene ci rattristasse non poco la presenza di quella, allora odiata nazione, nel forte di Ferrara… Il primo di ottobre ero in Montepulciano.”CCCXXXIII Dalla scampagnata di Tarugi passiamo alla marcia della seconda colonna riportata da Ademollo, ma pure qui avremo delle sorprese. Partita la prima colonna: “Pochi giorni dopo la seconda colonna tenne dietro e con questa io pure. Il ritorno in Italia non ebbe che pochi incidenti degni di menzione. A Lintz, per fortuna, trovammo l’incaricato signore Ubaldino Peruzzi, che per ordine del Governo Toscano versò nelle nostre mani tutti gli arretrati delle nostre paghe; e ciò fu una manna, non tanto perchè potemmo procurarci una migliore nutrizione, quanto perchè ci fu dato ripulirsi di vesti e di biancheria. Dopo lunghe e faticose marce, spesso compiute sotto pioggie torrenziali, che in quei luoghi precedono quasi sempre le nevate, arrivammo a Trento, dove si ebbe le solite affettuose accoglienze da quella popolazione; ma qui poco mancò non si accendesse fiera rissa tra noi e la truppa di scorta; fortunatamente fu tutto sedato. Strada facendo da Trento a Verona, per godersi un po’ più di libertà venne in mente a me e ad altri amici, di rimanere indietro un giorno di tappa; e riuscì facile eludere la vigilanza della scorta, che già in questi ultimi giorni della nostra prigionia era divenuta molto fiacca; e cosi si giunse a Porta Vescovo di Verona un giorno dopo dell’arrivo della colonna. È inutile dire che qui dai soldati di guardia si fu arrestati; introdotti in una stanza, ci ricevette un gentile cadetto Viennese, che comandava il posto e ci ricolmò di cortesie, mentre mandava ad avvertire le Guardie di Polizia, dalle mostre verdi e gialli, acciò ci guidassero nel vecchio convento, in cui già stava la colonna de' prigionieri accasermata. I Poliziotti si presentarono in numero di 8 e noi si era 4; il loro brigadiere pretese di perquisirci e, non riuscito, cominciò a dirci, che Verona era una città incendiaria e che bisognava passeggiare con molta prudenza. Avendogli convenientemente risposto, concluse con la pretesa, che ci togliessimo dal caschetto di cuoio il piccolo pompó e la coccarda dei colori Italiani. Facil s’immagina la replica; e infine gli si disse di assentire, e che tolti il pompó e la coccarda la situeremmo su' nostri cuori al disotto del vestito, a patto però, che essi si togliessero il loro pompò giallo e nero, e lo calpestassero. Ogni trattativa, s’intende, fu rotta e i Poliziotti si adattarono a condurci tali com’eravamo alla caserma degli altri prigionieri. Il giorno dopo, partiti da Verona per Isola della Scala, ci si approssimò al Po e ai Ducati, e due giorni dopo fra Finale e Cento si fu dagli Austriaci 222
consegnati alle truppe Pontifice, che ci menarono a Bologna, donde poi con la diligenza Franconi si giunse a Firenze. La mattina del 16 ottobre 1848 io ricevevo il mio congedo definitivo, formulato ne’seguenti termini — «Viene accordato il definitivo congedo al Milite Volontario Alfonso Ademollo di Orbetello, che nella sua qualità di caporale ha fedelmente servito nella campagna di Lombardia ed è reduce attualmente di prigionia. – V.° il Comandante di Piazza Pagni, capitano - Il Commissario di Guerra Luigi Catani.”CCCXXXIV La campagna del ’48 era proprio finita. Si poteva cominciare a ricordare.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
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I
CAPPONI, marchese Gino, Ricordi, in Scritti editi e inediti, a cura di Marco Tabarrini, 2 voll. Firenze, Barbera, 1877, vol. 2° “Scritti inediti”, pag. 2. II MARTINI, Ferdinando, Proemio a GIUSTI, Giuseppe, Memorie inedite di Giuseppe Giusti (1845-1849) – pubblicate per la prima volta con premio e note di Ferdinando Martini, Milano, Treves, 1890, pagg. X-XI. III D’AZEGLIO, Massimo Taparelli nobile dei marchesi, I miei ricordi, Varese, Feltrinelli, 1963, pag. 112. IV CONSALVI, cardinale Ercole, segretario di Stato, lettera al cardinal Pacca, da Londra, 17 agosto 1814, rip. in BREZZI, Paolo, La diplomazia pontificia, Milano, ISPI, 1942, pag. 359. V CONSALVI a Pacca, Vienna, s.d, ma autunno 1814, rip. in BREZZI, op. cit., pag. 362. VI CONSALVI a Pacca, Vienna, s.d, ma autunno 1814, rip. in BREZZI, op. cit., pag. 364. VII BALDASSERONI, nobile Giovanni, Leopoldo II granduca di Toscana e i suoi tempi– memorie del cavalier Giovanni Baldasseroni già presidente del consiglio dei ministri, Firenze, Tipografia all’insegna di Sant’Antonino, 1871, pagg. 56-57. VIII MONTANELLI, Giuseppe, Memorie sull’Italia e specialmente sulla Toscana dal 1814 al 1850, 2 voll., Torino, SEI, 1853, vol. 1°. pagg. 3-4. IX MARTINI, Proemio, cit., pag. XVII. X GIUSTI, Giuseppe, Memorie inedite di Giuseppe Giusti (1845-1849) – pubblicate per la prima volta con proemio e note di Ferdinando Martini, Milano, Treves, 1890, pag. 25. XI SERRISTORI, conte Luigi, lettera al barone Bettino Ricasoli, da Siena, 28 dicembre 1841, rip. in Lettere e documenti del barone Bettino Ricasoli, pubblicati per cura di Marco Tabarrini e Aurelio Gotti, Firenze, Lemmonier, 1887, vol. 1°, pag. 65. XII CAPPONI, Gino, Sui moti di Rimini, articolo pubblicato su “La Gazzetta italiana”, Anno I, n. 71, Parigi, 1845, rip. in Scritti editi e inediti, a cura di Marco Tabarrini, 2 voll. Firenze, Barbera, 1877, vol. 1° “Scritti editi”, pag. 436. XIII BALDASSERONI, op. cit, pag. 227. XIV RICASOLI, barone Bettino, lettera a Raffaello Lambruschini, da Firenze, 31 luglio 1847, rip. in Lettere e documenti cit., Firenze, Lemmonier, 1887, vol. 1°, pag. 206. XV MONTANELLI, op. cit., vol. 2°, pagg. 12-13. XVI RICASOLI, Bettino, lettera al fratello Vincenzo, da Firenze, 13 settembre 1847, rip. in Lettere e documenti cit., pag. 208. XVII Rip. in BALDASSERONI, op. cit, pag. 241. XVIII GIUSTI, op. cit., pag. 120. XIX GOTTI, Aurelio, Vita del barone Bettino Ricasoli, Firenze, Successori Le Monnier, 1895, pag. 83. XX RICASOLI, Bettino, Diario, rip. in GOTTI, Aurelio, op. cit., pag. 88. XXI RICASOLI, Bettino, lettera al marchese Ridolfi, da Genova, 19 novembre 1847, rip. in Lettere e documenti cit.,, pagg. 237. XXII RICASOLI, Bettino, Diario, rip. in GOTTI, op. cit., pag. 92. XXIII RICASOLI, Diario, rip. in GOTTI, idem. XXIV Ivi. XXV METTERNICH, principe Klemens von, lettera al granduca Leopoldo II, da Vienna, il 24 aprile 1847, rip. in Mémoires documents et écrits divers laissés par le Prince de Metternich chancelier de cour et d’état, publiés par son fils, le prince Richard de Metternich, 7 voll., Paris, Plon, 1881., vol. 7, pag. 406. XXVI CATTANEO, Carlo, lettera a F. Arrivabene, rip. in PINTO, Paolo, Carlo Alberto, Milano, Rizzoli, 1990, pag. 294. XXVII Rip. in VISCONTI VENOSTA, nobile Giovanni, Ricordi di gioventù, Milano, Rizzoli, 1959, pag. 60. XXVIII MONTANELLI, op. cit., vol. 1°, prefazione, pag. V. XXIX Rip. in HERRE, Franz, Francesco Giuseppe, Milano, Rizzoli, 1980, pag. 34. XXX ELLIOT-MURRAY-KYNYNMOUND, lord Gilbert, II conte di MINTO, lettera a lord Palmerston, da Firenze, 29 ottobre 1847, in Correspondence Respecting the Affairs of Italy, Presented to both Houses of Parliament by Command of Her Majesty, 4 vols., London, Harrison & Son, 1849 - Documenti della Missione Minto, n. 65, vol. 1, pag. 128. XXXI MINTO a Palmerston, 29 ottobre 1847, cit., ibid. XXXII GIUSTI, Giuseppe, Il Delenda Cartago, in Poesie di Giuseppe Giusti, annotate per uso dei non Toscani da Pietro Fanfani, Milano, Carrara 1877, pag. 644. XXXIII MONTANELLI, op. cit., vol. 2°, pag. 63. XXXIV MONTANELLI, idem. XXXV Proclama di Pio IX del 10 febbraio 1848, appendice 5 a BRIGANTE COLONNA, Gustavo, L’uccisione di Pellegrino Rossi (15 Novembre 1848), Verona, Mondadori, 1938. XXXVI BALDASSERONI, op. cit., pag. 272. 224
XXXVII
BALDASSERONI, idem. ZOBI, Antonio, Storia civile della Toscana dal MDCCXXXVI al MDCCXLVIII, vol. V, Firenze, Molini, 1852, pag. 263, rip. anche in BALDASSERONI, op. cit., pag. 272, dove però è erroneamente indicata come fonte la pagina 63 del volume di Zobi. XXXIX GUERRAZZI, Francesco Domenico, lettera a Giuseppe Pierni, dal Forte Falcone di Portoferraio, 4 marzo 1848, rip. in MINIATI, Pietro, Il carteggio del Guerrazzi durante la sua prigionia del 1848, in «Rassegna Storica del Risorgimento», anno XI, fasc. III, luglio-settembre 1924, pag. 662. XL Proclama di Camillo Aldobrandini del 20 marzo 1848, rip. in BRIGANTE COLONNA, Gustavo, op. cit., pag. 112. XLI BALDASSERONI, op. cit., pag. 286. XLII MONTANELLI, op. cit., vol. 2°, pag. 215. XLIII MONTANELLI, op. cit., vol. 2°, pag. 216. XLIV Rip. in NERUCCI, nobile Gherardo, (a cura di), Ricordi storici del Battaglione universitario Toscano alla guerra dell’Indipendenza italiana del 1848, Prato, Stabilimento tipo-litografico Salvi, 1891, pagg. 79-80. XLV GENNARELLI, Achille, Epistolario politico toscano ed atti diversi da servire di illustrazione e di complemento alla storia della restaurazione granducale e al volume delle sventure italiane durante il pontificato di Pio IX. pubblicato dall'avv. Achille Gennarelli, Firenze, Mariani, 1853, doc. n. LVII, pagg. 128-129. XLVI BALDASSERONI, op. cit., pag. 290. XLVII Ibidem. XLVIII GIACHI, Valentino, La battaglia di Curtatone e Montanara, in Prose e Poesie italiane scelte e annotate da Luigi Morandi per uso delle scuole tecniche e normali, Città di Castello, Lapi Tipografo Editore, 1892, pag. 167. XLIX LURINI, Pompeo, lettera a Gherardo Nerucci, da Pratovecchio, 10 dicembre 1890, rip. in NERUCCI, Gherardo, (a cura di), Ricordi storici del Battaglione,, cit. pag. 461. L GIACHI, Valentino, op. cit., 1892, pag. 171. LI ADEMOLLO, Alfonso, Resoconto, in NERUCCI, Gherardo, (a cura di), Ricordi storici del Battaglione,, cit., pag. 479. LII CONSALVI lettera a Pacca, da Londra, 17 agosto 1814, rip. in BREZZI, op. cit., pag. 387. LIII ADEMOLLO, op. cit., pagg. 462-463. LIV ADEMOLLO, op. cit., pag. 464. LV D’AYALA, Mariano - NERUCCI, Gherardo – MARESCOTTI, Niccolò, Memorie dei Toscani alla Guerra del 1848, Firenze, Tipografia nazionale italiana, 1852, pag. 8. LVI Idem. LVII NERUCCI, op. cit., pag. 3. LVIII GIACONI, Andrea, La battaglia di Curtatone e Montanara, partecipazione volontaria e memoria cittadina nella Prato dell’Ottocento, relazione per la commemorazione del 172° anniversario della battaglia di Curtatone e Montanara, Curtatone, 29 maggio 2020, pag. 1. LIX MENGHI SARTORIO, Arturo, ...Inchinàti al bacio della Sacra Porpora... - La stagione delle congiure nelle Legazioni, Rimini, Pazzini, 1995, pag. 36. LX CARLI, Alarico, rip. in GORI, Pietro (a cura di) Alarico Carli, un galantuomo, un valentuomo, un patriotta, Firenze, Tipografia Piccini, 1900, pag. 7. LXI BELLORINI, Egidio, Giovanni Paoli, volontario toscano del 1848, in « Rassegna Storica del Risorgimento », anno XXI, fasc. V, settembre-ottobre 1934. LXII CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro Carli, da Montanara, 19 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 19. LXIII DINI, Marziale, lettera da Colle val d’Elsa del 1° luglio 1890, rip. in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 385. LXIV GIACHI, op. cit., pag. 167. LXV LURINI, Pompeo, lettera a Gherardo Nerucci, da Pratovecchio, 10 dicembre 1890, rip. in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 459. LXVI CARLI, Alarico, lettera ai genitori, senza data, senza luogo, ma fine marzo 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 12. LXVII Rip. in GIACHI, op. cit., pag. 169. LXVIII Rip. in GIACHI, Idem. LXIX RICASOLI, Bettino, lettera al fratello Vincenzo, Firenze, 23 marzo 1848, in Lettere e documenti cit., vol. 1°, pag. 322. LXX RICASOLI, Bettino, lettera al fratello Vincenzo, Firenze, 29 marzo 1848, in Lettere e documenti cit., vol. 1°, pag. 323. LXXI RICASOLI, Idem. LXXII Ivi. XXXVIII
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GIUSTI, Pietro, Memorie, rip. in TURRINI, Patrizia – CIAMPOLI, Maria Vittoria, “Siena e la costituzione toscana del 1848: una festa per Leopoldo II”, in Atti della giornata di Studi “Dal Granducato al Regno: il Risorgimento dei Senesi” del 3 marzo 2011, Siena, Accademia dei Rozzi, Anno XX, numero 38, 2013, pag. 18. LXXIV GIACHI, op. cit., pag. 170. LXXV CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro Carli, da Montanara, 15 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 17 LXXVI ADEMOLLO, op. cit., pag. 474. LXXVII Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito toscano tenente colonnello cavalier Carlo Corradino dei conti CHIGI DI CAMOLLIA al Ministro della Guerra Neri dei principi CORSINI marchese DI LAJATICO, rapporto del 13 aprile 1848, rip. in OXILIA, G.U., La campagna Toscana del 1848 in Lombardia, Firenze, Seeber, 1904, pag. 75. LXXVIII BALDASSERONI, op. cit., pagg. 287-288. LXXIX DELLA SETA, Ferdinando AGOSTINI VENEROSI, lettera al fratello conte Andrea Agostini Venerosi della Seta, da Pistoia, 7 aprile 1848, in Le milizie toscane alla guerra del quarantotto: lettere di Ferdinando Agostini della Seta capitano d’artiglieria al conte Andrea suo fratello, Pisa, Mariotti, 1880, pag. 2. LXXX LAUGIER DE BELLECOUR, Cesare, Le milizie toscane nella guerra di Lombardia del 1848, Pisa, Pieraccini, 1849, pag. 5. LXXXI CORTICELLI, Alessandro, lettera alla moglie, s.i., ma aprile 1848, rip. in CATONI, Giuliano, “Fratelli di Bruto… e d’Italia”, in Siena e i Rozzi nel Risorgimento, Siena, Accademia dei Rozzi, anno XVIII, n. 34, pag. 21. LXXXII MOSCHI, Massimino, lettera alla madre, da San Marcello Pistoiese il 23 marzo 1848, rip. in MOSCHI, Massimino, Un toscano a Montanara nel 1848, Siena, tipografia e Litografia dei Sordo-Muti di L. Lazzeri, 1893, pag. 9. LXXXIII CARMIGNANI, Giuliano, lettera a Gherado Nerucci, da Pisa, luglio 1890, rip. in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. pag. 390. LXXXIV CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro Carli, da Montanara, 19 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 18 LXXXV MENABUONI alla sorella Elisa Menabuoni, dal campo alle Grazie, il 26 maggio 1848, rip. in GIACHI, op. cit., pag. 171. LXXXVI DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea Agostini Venerosi della Seta, da Montanara, 14 maggio 1848, in op. cit., pag. 21. LXXXVII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Montanara, 22 maggio 1848, in op. cit., pag. 49. LXXXVIII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Montanara, 14 maggio 1848, in op.cit., pag. 26. LXXXIX NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag., pag. 3. XC CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro Carli, da Montanara, 19 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 19. XCI TIGRI, Atto, lettera ad Elisabetta Nerucci, da Fivizzano, 8 aprile 1848, rip. in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 133. XCII MARTINI, Adolfo, lettera alla zia Caterina Martini, da Aulla, 30 marzo 1848, rip. in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 103. XCIII Diario Pistoiese, in data 28 aprile 1848, rip. in OXILIA, op. cit., pagg. 93-94. XCIV DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Montanara, 18 maggio 1848, in op. cit., pag. 45 XCV MONTANELLI, op cit., vol. 2°, pag. 301. XCVI MONTANELLI, Idem. XCVII CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro Carli, da Montanara, 15 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit, pag. 17. XCVIII Il generale Ulisse conte D’ARCO FERRARI a Neri Corsini marchese di Lajatico, ministro della guerra del Granduca di Toscana, Modena, 9 aprile 1848, rip. in OXILIA, op. cit., pag. 66. XCIX Rip. in GIACONI, Andrea, Le memorie del militante Piero Cironi: il diario, le opere e le altre fonti d’archivio, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2013, pagg. 30-31 C ADEMOLLO, Eugenio, lettera al fratello Alessandro Ademollo, da Pelago, 30 marzo 1848, in Archivio del Museo Centrale del Risorgimento, Roma, faldone 713, busta 42, p. 3. CI RICASOLI, Bettino, lettera a Vincenzo Salvagnoli, da Firenze, 3 aprile 1848, in Lettere e documenti cit., vol. 1°, pag. 329. CII ADEMOLLO, Eugenio, volontario nella Divisione Landucci, Compagnia 3ª Nicolini, lettera al fratello Alessandro Ademollo, da Formigine, s.d, ma aprile 1848, in Archivio del Museo Centrale del Risorgimento, Roma, faldone 713, busta 42-8. CIII Cfr. NERUCCI, op. cit., pag. 134. CIV ADEMOLLO, Eugenio, lettera al fratello Alessandro Ademollo, da Modena, 10 aprile 1848, in Archivio del Museo Centrale del Risorgimento, Roma, faldone 713, busta 42 - 4. CV Rip. in NERUCCI, op. cit., pag. 148. CVI ZANNETTI, Ferdinando, Rendiconto generale del servizio sanitario dell’Armata toscana spedita in Lombardia per la Guerra dell’Indipendenza, Firenze, tipografia italiana, 1850, pag. 22. LXXIII
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Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito toscano tenente colonnello CHIGI al Ministro della Guerra Corsini., rapporto del 13 aprile 1848, rip. in OXILIA, op. cit., pag. 74. CVIII SALVAGNOLI,Vincenzo, lettera al barone Ricasoli e all’abate Lambruschini, da Milano, senza data, ma seconda decade d’aprile del 1848, rip. in Lettere e documenti cit., vol. 1°, pagg. 343-344. CIX NERUCCI, nobile Ferdinando, lettera al figlio Gherardo, da Siena, 26 aprile 1848, rip. in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 187. CX CHIGI a Corsini, rapporto del 23 aprile 1848, rip. in OXILIA, op. cit., pagg. 95-96. CXI Il ministro della Guerra sardo generale conte Antonio FRANZINI al generale conte d’Arco Ferrari, da Volta Mantovana, il 12 aprile 1848, rip. in OXILIA, op. cit., pag. 77. CXII GIACHI, op. cit., pag. 175. CXIII MONTANELLI, op. cit., vol. 2°, pag. 257. CXIV Ibidem. CXV LAUGIER, op. cit., pag. 7. CXVI ADEMOLLO, Eugenio, lettera al fratello Alessandro Ademollo, da Brescello, 18 aprile 1848, in Archivio del Museo Centrale del Risorgimento, Roma, faldone 713, busta 42 - 5. CXVII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Pistoia, 7 aprile 1848, in op. cit., pag. 5. CXVIII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Reggio Emilia, 25 aprile 1848, in op. cit., pag. 18. CXIX DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Reggio Emilia, 24 aprile 1848, in op. cit., pag. 16. CXX ADEMOLLO, Eugenio, lettera alla madre Rebecca Sbolgi, da Gazzuolo, 20 aprile 1848, in Archivio del Museo Centrale del Risorgimento, Roma, faldone 713, busta 41 pag. 1. CXXI ADEMOLLO, Eugenio, lettera al fratello Alessandro Ademollo, da Modena, 10 aprile 1848, in Archivio del Museo Centrale del Risorgimento, Roma, faldone 713, busta 42 - 4. CXXII ADEMOLLO, Eugenio, lettera al fratello Alessandro Ademollo, da Brescello, 18 aprile 1848, in Archivio del Museo Centrale del Risorgimento, Roma, faldone 713, busta 42 - 5. CXXIII CHIGI a Corsini, lettera privata del 20 aprile 1848 da Bozzolo, rip. in OXILIA, op. cit., pag. 110. CXXIV CHIGI a Corsini, lettera del 28 aprile 1848 da Bozzolo, rip. in OXILIA, op. cit., pag. 84 CXXV Il Comandante dell’Esercito toscano generale Ulisse D’ARCO FERRARI al Ministro della Guerra Neri Corsini marchese di Lajatico, lettera del 22 aprile 1848 da Bozzolo, rip. in OXILIA, op. cit., pag. 90. CXXVI LAUGIER, op. cit., pag. 9. CXXVII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Montanara, 28 aprile 1848, in op. cit., pag. 24. CXXVIII Rip. LUZIO, in Alessandro, L’epistolario dell’aiutante di Carlo Alberto nel 1848-49, in LUZIO, Alessandro, Profili e bozzetti storici, 2 voll., Milano, Cogliati, 1927, vol. I, pag. 68. CXXIX NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 123, nota 2. CXXX CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro Carli, da Montanara, 19 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 19. CXXXI DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Montanara, 22 maggio 1848, in op. cit., pag. 47. CXXXII NERUCCI, Gherardo a Elisabetta Nerucci Niccolini, da Gazzuolo, 15 maggio 1848, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 224. CXXXIII BARTOLOMMEI, Giampaolo, Ordine del giorno al Battaglione Livornese, Campo Toscano, 27 maggio 1848, rip. in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag.. 251. CXXXIV NERUCCI, Gherardo lettera al padre Ferdinando Nerucci, da Bozzolo, 1° maggio 1848, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 198. CXXXV CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro Carli, da Montanara, 19 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 19. CXXXVI NERUCCI, Gherardo lettera al padre Ferdinando Nerucci, da Bozzolo, 1° maggio 1848, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 198. CXXXVII ADEMOLLO, Alfonso, op. cit., pag. 478. CXXXVIII CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro, da Montanara, 19 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 19. CXXXIX GIACHI, op. cit., pagg. 175-176. CXL MOSCHI, op. cit., pagg. 19-21. CXLI NERUCCI, Gherardo, lettera alla madre Elisabetta Nerucci Niccolini, da Marcaria, 5 maggio 1848, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 209. CXLII CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro, da Montanara, 15 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 17. CXLIII NERUCCI, Gherardo, lettera alla madre Elisabetta Nerucci Niccolini, da Marcaria, 5 maggio 1848, in NERUCCI , Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 209. CXLIV LAUGIER, op. cit., pag. 10. CXLV Idem. CXLVI Ivi. CVII
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CXLVII
DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Reggio Emilia, 18 aprile 1848, op. cit., pagg. 27-28. CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro, da Montanara, 15 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 17. CXLIX DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Reggio Emilia, 18 aprile 1848, in op. cit., pag. 28. CL LAUGIER, op. cit., pag. 12. CLI CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro, da Montanara, 15 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 17. CLII NERUCCI, Gherardo alla madre Elisabetta Nerucci Niccolini, da Le Grazie, 26 maggio 1848, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 248. CLIII Ivi, nota 1. CLIV ADEMOLLO, Alfonso, op. cit., pag. 469. CLV ADEMOLLO, op. cit., pag. 477. CLVI Relazione della Camera di commercio di Mantova all’I.R. Delegazione Provinciale, del 19 ottobre 1841, rip. in CAVAZZOLI Luigi, “La campagna mantovana fra il 1815 e il 1866”, in Atti del Convegno storico L’Austria e il Risorgimento mantovano, dell’Accademia virgiliana di scienze, lettere ed arti del 19-20 settembre 1986, Mantova, Grassi, 1989. CLVII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Castellucchio, 24 aprile 1848, in op. cit., pag. 20. CLVIII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea a da Castellucchio, 15 maggio 1848, in op. cit., pag. 43. CLIX DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, 15 maggio 1848, in op. cit., pag. 45. CLX MONTANELLI, op. cit., vol. 2°, pag. 261. CLXI GIACHI, op. cit., pag. 177. CLXII ADEMOLLO, op. cit., pag. 476. CLXIII NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 476, nota 2. CLXIV GIACHI, op. cit., pag. 178. CLXV LAUGIER, op. cit., pag. 13. CLXVI ADEMOLLO, op. cit., pagg. 480-481. CLXVII AZZATI, Enrico, lettera a Gherardo Nerucci, da Livorno, 20 luglio 1890, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 395. CLXVIII GIACHI, op. cit., pag. 178. CLXIX LAUGIER, op. cit., pag. 16. CLXX ADEMOLLO, op. cit., pagg. 480. CLXXI LAUGIER, op. cit., pag. 16. CLXXII Idem CLXXIII Ivi. CLXXIV GIACHI, op. cit., pag. 178. CLXXV VIGLIA, Michelangelo, Il Decimo di linea napolitano nella guerra della italiana indipendenza, Napoli, tipografia dell’Araldo, 1848, pag. 16. CLXXVI GIACHI, op. cit., pagg. 178-179. CLXXVII CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro, da Goito, 31 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 21. CLXXVIII Idem. CLXXIX Ivi. CLXXX AZZATI, op. cit., pag. 395. CLXXXI CAMPIA, Giovanni, rapporto al generale de Laugier, Brescia, 6 giugno 1848, rip. in ZOBI, op. cit., appendice cit., pag. 412. CLXXXII LAUGIER, op. cit., pagg. 19-20. CLXXXIII Idem. CLXXXIV Ivi. CLXXXV LAUGIER, op. cit., pagg. 20-21. CLXXXVI MONTANELLI, op cit., vol. 2°, pag. 262. CLXXXVII ANONIMO, Lettera da Bozzolo del 30 maggio 1848, pubblicata su “L’Italia”, di Pisa, rip. in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pagg. 299-301. CLXXXVIII MOLINARI, Enrico, Diario storico del Battaglione Universitario, rip. da SIMONELLI, Tommaso, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 457. CLXXXIX LAUGIER, op. cit., pagg. 22. CXC Idem. CXCI GIUNTI, Enrico, lettera a Giuseppe Bandi, da Pisa, 6 giugno 1889, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 383. CXCII RICCI, Torello, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 443. CXLVIII
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CXCIII
NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 457, nota 1. RICCI, op. cit. pag. 444. CXCV NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 311, nota 1. CXCVI MONTANELLI, op cit., vol. 2°, pag. 262. CXCVII CARLI, Alarico, lettera al fratello Evandro, da Goito, 31 maggio 1848, rip. in GORI, op. cit., pag. 21. CXCVIII CARLI, cit., pagg. 21-22. CXCIX GIACHI, op. cit., pag. 179. CC VIGLIA, op. cit., pag. 16. CCI LAUGIER, op. cit., pagg. 24-26. CCII MONTANELLI, op cit., vol. 2°, pag. 266. CCIII NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 7. CCIV DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Bozzolo, 31 maggio 1848, op. cit., pagg. 58-65. CCV VIGLIA, op. cit., pag. 16 CCVI DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Bozzolo, 31 maggio 1848, op. cit., pag. 66. CCVII GIOVANNETTI, Giuseppe, rapporto al generale de Laugier, da Bozzolo, 30 maggio 1848, in ZOBI, op. cit., vol. V, Appendice di documenti al tomo quinto, pagg. 406-407. CCVIII VIGLIA, op. cit., pag. 16. CCIX GIOVANNETTI, Giuseppe, rapporto al generale de Laugier, da Bozzolo, 1° giugno 1848, in ZOBI, op. cit., vol. V, Appendice di documenti al tomo quinto, pag. 408. CCX GIOVANNETTI, Giuseppe, lettera confidenziale al generale de Laugier, da Bozzolo, 1° giugno 1848, in ZOBI, op. cit., vol. V, Appendice di documenti al tomo quinto, pag. 409. CCXI RICCI, op. cit., pag. 445. CCXII PIERUCCETTI, Paolo, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pagg. 447-448. CCXIII GIOVANNETTI, Giuseppe, lettera confidenziale al generale de Laugier, da Bozzolo, 1° giugno 1848, in ZOBI, op. cit., vol. V, Appendice di documenti al tomo quinto, pag. 408. CCXIV ADEMOLLO, op. cit., pag. 486. CCXV TARUGI, Tarugio, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag., 407. CCXVI STOCCHI, Felice, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 404. CCXVII ADEMOLLO, op. cit., pag. 486. CCXVIII STOCCHI, op. cit., pag. 404. CCXIX ADEMOLLO, op. cit., pag. 500. CCXX STOCCHI, op. cit., pag. 405. CCXXI TARUGI, in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pagg. 410-411. CCXXII ADEMOLLO, op. cit., pag. 487-489. CCXXIII NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 481, nota 1. CCXXIV PIERUCCETTI, op. cit., pagg. 449-450. CCXXV CASALI, Pellegrino, lettera a Gherardo Nerucci, da Reggio Emilia, 5 giugno 1848, rip. in NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 323. CCXXVI NERUCCI, Ricordi storici del Battaglione, cit., pag. 323, nota 1. CCXXVII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Brescia, 18 giugno 1848, in op. cit., pagg. 70-71. CCXXVIII DELLA SETA, Alfredo AGOSTINI VENEROSI, Prefazione a Le milizie toscane alla guerra del quarantotto: lettere di Ferdinando Agostini della Seta capitano d’artiglieria al conte Andrea suo fratello, Pisa, Mariotti, 1880, pag. XX. CCXXIX LAUGIER, op. cit. pag. 39. CCXXX DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Bozzolo, 31 maggio 1848, in op. cit., pagg. 58-66. CCXXXI LAUGIER, op. cit. pag. 40. CCXXXII ASBURGO-LORENA, Leopoldo di, Toscani! La fortuna delle armi parve mostrarsi contraria…. Manifesto datato Firenze 2 giugno 1848, s.i, ma Stamperia Granducale. CCXXXIII Rip. in MARMIROLI, Renato, Studenti toscani alla guerra del 1848, in « Rassegna Storica del Risorgimento », anno XL fasc. II, aprile-giugno 1953, pag. 252 e in MICHEL, Ersilio, Maestri e scolari dell’Università di Pisa nel Risorgimento nazionale (1815-1870), Firenze, Sansoni, 1949, pagg. 364-365. CCXXXIV Rip. in Assemblee del Risorgimento - Atti raccolti e pubblicati per deliberazione della Camera dei Deputati, 15 voll., Roma, tipografia della Camera dei Deputati, 1911, vol. 1° - Toscana – pag. 246, seduta del 21 luglio 1848. CCXXXV MONTANELLI, op. cit., vol. 2°, pag. 300. CCXXXVI CARMIGNANI, op. cit., pag. 390. CCXXXVII LAUGIER, op. cit., pag. 42. CCXXXVIII Rip. in ZOBI, op. cit., vol V, pag. 529, nota 1. CXCIV
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CCXXXIX
GIOVANNETTI, lettera confidenziale al generale de Laugier, da Bozzolo, 1° giugno 1848, in ZOBI, op. cit., vol. V, Appendice di documenti al tomo quinto, pagg. 408-409 CCXL LAUGIER, op. cit., pagg. 44-45. CCXLI STOCCHI, op. cit., pag. 405. CCXLII TARUGI, op. cit., pag. 410. CCXLIII TARUGI, op. cit., pag. 411. CCXLIV STOCCHI, op. cit., pag. 405. CCXLV TARUGI, op. cit., pag. 407. CCXLVI ADEMOLLO, op. cit., pag. 487. CCXLVII TARUGI, op. cit., pag. 410. CCXLVIII STOCCHI, op. cit, pag. 405. CCXLIX ADEMOLLO, op. cit., pag. 488. CCL TARUGI, op. cit., pag. 411. CCLI ADEMOLLO, op. cit., pag. 487. CCLII TARUGI, op. cit., pag. 411. CCLIII ADEMOLLO, op. cit., pag. 490. CCLIV TARUGI, op. cit., pag. 412. CCLV ADEMOLLO, op. cit., pag. 491. CCLVI TARUGI, op. cit., pag. 413. CCLVII Idem. CCLVIII ADEMOLLO, op. cit., pag. 492. CCLIX TARUGI, op. cit., pag. 413. CCLX ADEMOLLO, op. cit., pag. 492. CCLXI TARUGI, op. cit., pagg. 414. CCLXII ADEMOLLO, op. cit., pag. 492. CCLXIII TARUGI, op. cit., pag. 414. CCLXIV Idem. CCLXV ADEMOLLO, op. cit., pag. 493. CCLXVI TARUGI, op. cit, pag. 415. CCLXVII ADEMOLLO, op. cit., pagg. 493-494. CCLXVIII TARUGI, op. cit., pag. 415. CCLXIX ADEMOLLO, op. cit., pag. 494. CCLXX TARUGI, op. cit., pag. 416. CCLXXI ADEMOLLO, op. cit., pag. 494. CCLXXII TARUGI, op. cit., pag. 416. CCLXXIII ADEMOLLO, op. cit., pag. 494. CCLXXIV PICHLER, Adolf, Das Sturmjahr, Erinnerungen aus den März- und Oktobertagen 1848, Meyer & Wunder, 1903, 2° volume delle opere complete, riportato da OXILIA a pagina 111 della sua op. cit. col titolo Della guerra italotirolese senza altre indicazioni che “pagina 44.” CCLXXV PICHLER, Adolf, Das Sturmjahr, Erinnerungen aus den März- und Oktobertagen 1848, Meyer & Wunder, 1903, 2° volume delle opere complete, riportato da OXILIA a pagina 111 della sua op. cit. col titolo Della guerra italotirolese senza altre indicazioni che “pagina 44.” CCLXXVI ADEMOLLO, op. cit., pag. 494. CCLXXVII TARUGI, op. cit., pagg. 429-430. CCLXXVIII ADEMOLLO, op. cit, pagg. 494-495. CCLXXIX ADEMOLLO, op. cit., pagg. 495. CCLXXX TARUGI, op. cit., pag. 430. CCLXXXI ADEMOLLO, op. cit., pag. 495. CCLXXXII TARUGI, op. cit., pag. 430. CCLXXXIII ADEMOLLO, op. cit., pag. 495. CCLXXXIV TARUGI, op. cit., pagg. 430-431 CCLXXXV ADEMOLLO, op. cit., pag. 495. CCLXXXVI TARUGI, op. cit., pag. 431 CCLXXXVII ADEMOLLO, op. cit., pag. 497. CCLXXXVIII TARUGI, op. cit., pag. 431. CCLXXXIX TARUGI, op. cit., pagg. 431-432. 230
CCXC
ADEMOLLO, op. cit., pag. 501-502. TARUGI, op. cit., pagg. 432. CCXCII ADEMOLLO, op. cit., pag. 502. CCXCIII TARUGI, op. cit., pag. 432. CCXCIV ADEMOLLO, op. cit., pagg. 502-503. CCXCV TARUGI, op. cit., pag. 432. CCXCVI ADEMOLLO, op. cit., pag. 503. CCXCVII TARUGI, op. cit., pag. 432. CCXCVIII TARUGI, op. cit., pag. 435. CCXCIX ADEMOLLO, op. cit., pag. 503. CCC TARUGI, op. cit., pag. 430. CCCI DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Villafranca, 14 luglio 1848, in op. cit., pagg. 78-83. CCCII LAUGIER, op. cit., pag. 47. CCCIII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Villafranca, 14 luglio 1848, in op. cit., pagg. 78-83. CCCIV DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Villafranca, 14 luglio 1848, in op. cit., pagg. 78-83. CCCV LAUGIER, op. cit., pag. 60. CCCVI DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Villafranca, 14 luglio 1848, in op. cit., pagg. 78-83. CCCVII D’AZEGLIO, op. cit., pagg. 137-9. CCCVIII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Brescia, 26 luglio 1848, in op. cit., pag. 85. CCCIX DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Brescia, 26 luglio 1848, in op. cit., pagg. 85. CCCX LAUGIER, op. cit., pag. 49. CCCXI DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Brescia, 26 luglio 1848, in op. cit., pagg. 85-92. CCCXII LAUGIER,. op. cit., pag. 49. CCCXIII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Brescia, 26 luglio 1848, in op. cit., pagg. 85-92. CCCXIV LAUGIER., op. cit., pag. 50. CCCXV Carlo Alberto, rip. in CATALDI, Enzo, Storia dei Granatieri di Sardegna, Roma, Ass. Naz. Gran. Sard., 1990, pag. 99. CCCXVI DELLA SETA lettera al fratello conte Andrea, da Piacenza, 31 luglio 1848, in op. cit., pag. 93. CCCXVII LAUGIER. op. cit., pag. 55. CCCXVIII Idem. CCCXIX DELLA SETA lettera al fratello conte Andrea, da Piacenza, 31 luglio 1848, in op. cit., pagg. 94-97. CCCXX LAUGIER. op. cit., pag. 59. CCCXXI Interrogazione di F.D. Guerrazzi al ministro della guerra il 16 agosto 1848, in CORSI, Tommaso – MENICHETTI, Tito (a cura di), Collezione di documenti per servire alla storia della Toscana nei tempi nostri e alla difesa di F.D. Guerrazzi, Firenze, Le Monnier, 1853, pag. 690. CCCXXII RICASOLI, Bettino, lettera a Raffaello Lambruschini, da Firenze, 31 luglio 1848, in Lettere e documenti cit., vol. 1°, pag. 374. CCCXXIII BALDASSERONI, op. cit., pag. 306. CCCXXIV MINTO a Palmerston, 29 ottobre 1847, ibid. CCCXXV LAUGIER DE BELLECOUR, Cesare, Ordine del giorno del 20 agosto 1848, dal quartier Generale Toscano in Fivizzano, rip. in ZANNETTI, op. cit., pag. 158. CCCXXVI DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Pietrasanta, 31 agosto 1848, in op. cit., pagg. 101-104. CCCXXVII Risposta del ministro dell’Interno il 30 agosto 1848, in CORSI – MENICHETTI, op. cit., pag. 93. CCCXXVIII DELLA SETA, lettera al fratello conte Andrea, da Pietrasanta, 31 agosto 1848, in op. cit., pagg. 101-104. CCCXXIX ADEMOLLO, op. cit., pag. 503. CCCXXX TARUGI, op. cit., pag. 434. CCCXXXI TARUGI, op. cit., pagg. 434-435. CCCXXXII TARUGI, op. cit., pag. 440. CCCXXXIII TARUGI, op. cit., pag. 443. CCCXXXIV ADEMOLLO, op. cit., pag. 505. CCXCI
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